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		<title>Tecnologia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 23:57:02 +0200</pubDate>
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				<title>Cos’è l’Euipo, l’ufficio europeo dove Meloni ha depositato la sua voce (e sì, c&#039;entra anche Vannacci)</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 16:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Io sono Giorgia Meloni"</b>. <b>La premier ha rispolverato il suo tormentone (nonchè titolo della sua autobiografia) per tutelarsi dai deepfake. Lo ha fatto depositando una traccia audio in cui ripete questa frase&nbsp;all'Euipo, l'Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale. </b>Con questa mossa, anticipata dal sito di Repubblica, ha deciso di tutelarsi da casi di clonazione della voce tramite sistemi di Intelligenza artificiale generativa. <b>La presidente del Consiglio ha seguito l'esempio di Giusy Ferreri</b>, che lo scorso maggio è diventata la prima artista in Europa a depositare il marchio sonoro dela sua voce all’Euipo.&nbsp;</p><p>Come si può constatare sul&nbsp;<a href="https://euipo.europa.eu/eSearch/#details/owners/3753194" target="_blank">sito dell'Euipo</a>, <b>la domanda</b>, presentata dalla premier tramite uno studio legale di Roma e una società marchigiana specializzata nella tutela della proprietà intellettuale,<b> risulta "oggetto di esame". </b>La registrazione è collegata a tre tipi di servizi, che includono contenuti multimediali scaricabili, attività culturali e organizzazione di manifestazioni politiche. Già in passato la premier si era mostrata sensibile al tema dell'AI: <b>a luglio, ad esempio, si è detta&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/meloni-dice-si-al-patto-sullai-di-schlein--403023" target="_blank">d'accordo</a>&nbsp;a un impegno per “non usare l’intelligenza artificiale per attribuire agli avversari parole o fatti inventati”</b>, presentato al Foglio dalla leader del Pd Elly Schlein. Il ricorso all'Euipo segna un nuovo passo in avanti nella tutela dei propri dati sensibili nei confronti dei rischi legati all'AI, anche se non è la prima volta che sentiamo parlare di questa istituzione.&nbsp;</p><p>Come si accennava all'inizio, <b>l’Euipo è l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale, responsabile della gestione dei marchi dell’Unione europea, dei disegni e modelli dell’Unione europea registrati e delle indicazioni geografiche dell’Ue per i prodotti artigianali e industriali</b>. Si compone anche di un osservatorio al suo interno, con cui "mira a sensibilizzare l’opinione pubblica, erogare corsi di formazione, creare sistemi e fornire dati basati su elementi concreti in materia di protezione della proprietà intellettuale e di applicazione dei relativi diritti". Ed è inoltre responsabile della creazione e della gestione della banca dati delle opere orfane dell’Ue (dunque ancora protette dai diritti d’autore) e del portale unico online, accessibile al pubblico, per le opere fuori commercio. L’Ufficio dispone inoltre di&nbsp;Commissioni di ricorso&nbsp;dinanzi alle quali possono essere impugnate tutte le decisioni sfavorevoli a una parte interessata in un procedimento.</p><p>Prima ancora di Meloni, si è sentito parlare di Euipo (anche) con riferimento a <b>Roberto Vannacci</b>.<b> Lo scorso febbraio l'Ufficio ha ricevuto un atto di opposizione&nbsp;da parte dell' Associazione Nazione Futura</b>, think tank conservatore gestito dal giornalista&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/francesco-giubilei/">Francesco Giubilei</a>. Il quale sottolineava&nbsp;<b>“l’elevato rischio di confusione e di somiglianza” tra il nome e il simbolo del partito del generale “Futuro nazionale” e, per l'appunto, quelli di “Nazione Futura”</b>, oltre alla necessità di <b>tutelare un diritto anteriore già consolidato.</b> Secondo Nazione Futura, si legge in un loro&nbsp;<a href="https://www.nazionefuturarivista.it/2026/09/22/lufficio-europeo-per-la-proprieta-intellettuale-ammette-latto-di-opposizione-di-nazione-futura-al-nome-e-al-simbolo-futuro-nazionale/" target="_blank">comunicato</a>, "l’uso effettivo e continuativo del proprio nome e segno distintivo costituisce un elemento idoneo a impedire la registrazione di un marchio sostanzialmente identico, soprattutto in presenza di ambiti di attività sovrapponibili". Il 22 settembre&nbsp;<b>l’Ufficio Ue ha ammesso l’atto di opposizione</b>&nbsp;presentato da Giubilei, <b>segnando dunque l'inizio della fase del procedimento in contraddittorio</b>. "Vannacci dovrebbe cambiare il nome al proprio partito e prendere atto che la vera destra è quella dei conservatori", hanno commentato dall'associazione dopo la notizia.</p>]]></description>
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				<title>Il futuro è fatto di faccine simpatiche</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Pietro Minto</author>
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				<description><![CDATA[<p>Continua l'operazione simpatia del settore dell'intelligenza artificiale, alle prese con una serie di scandali, dagli attacchi hacker organizzati da sistemi in fase di sviluppo di OpenAI al rischio che, secondo alcuni, tutto questo possa causare l'estinzione dell'umanità. La scorsa settimana il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva proposto di cambiare nome all’intera tecnologia, suggerendo di passare da “AI” a “SI”, ovvero Super Intelligence. Questa settimana si è passati al dunque, con la firma di un ordine esecutivo alla presenza dei CEO del settore delle AI (pardon, SI).</p><p>All’evento c’era pure Dario Amodei, capo di Anthropic, azienda con cui l’amministrazione trumpiana ha da tempo un rapporto complicato: Trump, infatti, vorrebbe continuare con lo sviluppo delle AI senza pensare a limiti e regole (tutte cose che aveva provato a imporre il suo arcinemico Joe Biden), mentre Amodei è da tempo in prima linea per la cautela in questo settore. Certo, una cautela relativa, ma pur sempre fuori moda in un mondo dominato da Sam Altman, Elon Musk e Jensen Huang, che invece si pongono meno problemi.</p><p>La questione simpatia, però, resta aperta. Per risolverla, dopo il tentativo di rebranding, le aziende del settore sembrano decise a puntare sull’aspetto estetico: nel giro di pochi giorni, prima Meta e poi OpenAI hanno presentato due servizi simili, agenti AI in grado di svolgere azioni per conto dell'utente, accomunati entrambi dall'uso di mascotte pelose e adorabili.</p><p>Ha cominciato Meta con<a href="https://mashable.com/tech/why-companies-use-cute-mascots-meta-jolly"> Jolly</a>, la mascotte di Muse, il nuovo servizio agentico che dal momento del suo lancio, a settembre, è l'app più scaricata dall'App Store degli Stati Uniti. Jolly sembra uscito da un cartone animato come <i>Adventure Time</i> o da qualche film per bambini: è pelosetto, simile a uno yeti, con gli occhi grandi e il volto tondo e gentile. Insomma, l'avatar perfetto per un servizio di Meta che per funzionare ha bisogno di informazioni sull'utente e dell'accesso ai suoi servizi (mail, calendario, canali social, home banking). Richieste che è meglio far arrivare da Jolly, o da un altro degli avatar personalizzabili di Muse, che dal volto reale di Mark Zuckerberg.</p><p>Pochi giorni dopo è stato il turno di OpenAI, che ha presentato un servizio simile a Muse, chiamato Dots: anche in questo caso la novità era accompagnata da mascotte colorate e animate, a cui l'utente può rivolgere le proprie domande.&nbsp;</p><p>Una coincidenza? Non proprio. Innanzitutto, perché quella degli agenti è una tendenza in corso da un paio d'anni ormai in tutto il settore. Ma soprattutto perché questi personaggi adorabili vanno visti come la risposta all'annoso problema di immagine di cui sopra, per cui queste aziende hanno bisogno di un volto più amichevole, che faccia meno paura e a cui sia difficile dire di no. Nelle ultime settimane i CEO avevano provato a cambiare messaggio mostrandosi più ottimisti ed evitando di parlare di catastrofi e fini del mondo: pare non sia bastato, anche perché la cronaca ha rovinato i loro piani, ricordando a tutti i rischi legati a questa tecnologia. E così si tenta la strada della cuteness, della carineria un po' «kawaii», per dirla in giapponese.</p><p>Da questo punto di vista, Jolly ricorda un po' Grogu, il personaggio noto anche come Baby Yoda, il pupazzetto co-protagonista di <i>The Mandalorian</i>, la serie di Disney+ legata all'universo di <i>Star Wars</i>. All'epoca dell'uscita il suo aspetto così carino fece<a href="https://medium.com/wisecrack/the-dark-side-of-baby-yoda-3139f748db5b"> discutere</a>: c'è chi lo considerò una mossa geniale di marketing e chi denunciò la “disneyficazione” del franchise. Tuttavia funzionò, eccome: la serie trovò il suo pubblico grazie a una scrittura originale e a storie più «piccole» rispetto alla grande epica dei film originali, ma fu di certo aiutata da una presenza così irresistibile.</p><p>Ecco, Jolly sembra voler fare lo stesso con Meta: al posto di Baby Yoda, ecco Baby Zuck, un esserino ingenuo e coccoloso di cui non aver più paura. L’ideale per Meta, che da tempo è impegnata in una transizione costosissima da colosso dei social network a hyperscaler delle AI. Dopo anni di investimenti i risultati stanno finalmente arrivando (Muse ne è una prova), tanto che l'azienda ha presentato anche Charm, un dispositivo a metà strada tra un giocattolo e uno smartwatch con cui portare le AI sempre con sé.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>L&#039;intelligenza artificiale secondo Trump, quando il nome diventa una questione di potere</title>
				<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 05:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Filippo Lubrano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per capire chi comanda nell'intelligenza artificiale americana è utile una piantina. Più precisamente, quella che Donald Trump ha pubblicato su Truth per lo schema dei posti del suo "Super Intelligence Luncheon", l'equivalente del pranzo di nozze dell'intelligenza artificiale – pardon, "super" – dove ogni dettaglio non è lasciato al caso. "Alla destra del padre", il Potus, siede <b>Jensen Huang</b>, alla sua sinistra Elon Musk. Di fronte J. D. Vance, stretto fra Jeff Bezos e lo speaker della Camera Mike Johnson. <b>Subito dopo arrivano Mark Zuckerberg e Sundar Pichai</b>. Dario Amodei, il capo di Anthropic che da mesi invoca un ritmo più prudente, finisce più lontano di Pichai, cosa che non è passata inosservata neppure alla stampa coreana – culturalmente, la più pronta a "leggere l'aria", com'è d'uopo in queste situazioni.</p><p>Il protocollo della Casa Bianca ha sempre parlato per posizioni, e questa volta il messaggio è limpido. <b>Al centro siede chi, nella nuova corsa all'oro, "vende i picconi", ovvero chi fabbrica il silicio, insieme a chi lancia i razzi, mentre chi costruisce i modelli e chiede regole si accomoda più in là</b>.</p><p>Il dettaglio più interessante riguarda due biografie. Huang è nato a Taipei nel 1963 e a nove anni i genitori lo spedirono in un collegio del Kentucky, in cui per anni ha pulito i bagni e giocava a ping pong, prima di diventare l'ad dell'azienda con la più grande capitalizzazione di mercato della storia dell'economia: esiste forse una storia più americana di questa? <b>Lisa Su, che guida AMD e sedeva qualche posto più in là, è nata a Tainan ed è sua parente</b>. I due grandi rivali nel mercato dei chip per l'intelligenza artificiale vengono dalla stessa famiglia e dalla stessa isola, quella che Pechino considera una provincia da riportare a casa.</p><p>Poche ore prima Trump aveva escluso qualsiasi collaborazione con la Cina sulla sicurezza dell'AI. Ma la geografia del tavolo ricorda che il primato americano poggia su una catena di fornitura che passa comunque per l'Asia, e più precisamente per Hsinchu, dove TSMC stampa i chip progettati sia da Nvidia sia da AMD.</p><p>A margine è arrivata anche la formalizzazione della firma. Con un ordine esecutivo Trump ha stabilito che le agenzie federali chiameranno l'intelligenza artificiale "Super Intelligence", sigla SI. La motivazione presidenziale ha una semplicità talmente disarmante da finire per essere, come spesso succede col presidente, infantile: "Non è artificiale". <b>D'altronde, Trump ha dimostrato una certa inclinazione a ribattezzare le cose, dal Golfo del Messico trasformato in Americano, così come successe per il lago Ontario, e il dipartimento della Difesa trasformato in quello "Guerra"</b>: anche nel mondo anti-woke, dare nome alle cose è una forma di conquista. Nel suo vocabolario ogni cosa è super, tremenda, incredibile, enorme, e un'intelligenza senza superlativo sarebbe suonata come una sconfitta. Dopo il <i>Big beautiful bill</i> mancava solo la <i>Big beautiful intelligence</i>, la migliore mai vista.</p><p>La battuta merita comunque di essere presa sul serio. "Artificiale" viene da ars e facere e indica ciò che è stato fatto con arte, da qualcuno. Un artefatto porta sempre con sé un autore, e l'autore è anche il primo responsabile. <b>Togliere l'aggettivo sposta la tecnologia dalla famiglia delle cose costruite a quella dei fenomeni naturali, accanto al meteo e alle maree: davanti a un uragano nessuno si chiede chi l'abbia progettato</b>.</p><p>Il pranzo si è chiuso con un accordo che Trump ha definito "moralmente vincolante", un impegno all'autoregolamentazione sottoscritto da chi dovrebbe essere regolato, una scelta che secondo il New York Times nasconde un calcolo politico preciso: senza regole federali, ogni responsabilità per quello che accadrà ricadrà sui ceo, come già successo con i social network. <b>Il nuovo nome si sposa bene con questa impostazione: se la superintelligenza è una forza della natura, alla politica resta solo il compito di ammirarla</b>.</p><p>La parola, del resto, ha una storia. Quando Nick Bostrom la rese popolare nel 2014, superintelligenza indicava un'ipotesi inquietante, <b>una mente capace di superare l'uomo in ogni campo e di sfuggirgli</b>. Dodici anni dopo lo stesso termine finisce sulla carta intestata della Casa Bianca come un'insegna al neon.</p><p>A breve il consigliere scientifico Michael Kratsios dovrà proporre una definizione legale. In Europa l'AI Act continuerà a parlare di sistemi di intelligenza artificiale, e le due sponde dell'Atlantico proveranno a regolare, a modo loro, <b>la stessa cosa con nomi diversi</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Come fanno gli agenti AI ad andare fuori controllo (c’entra l’uomo)</title>
				<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Filippo Lubrano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gli agenti pericolosi del Ventunesimo secolo hanno codici ben oltre lo 007. Lo scorso febbraio Summer Yue, che dirige l’allineamento nel laboratorio di superintelligenza di Meta, ha guardato il proprio agente OpenClaw svuotargli la casella di posta. Gli aveva chiesto di proporre delle modifiche e di attendere il via libera, ma l’agente ha cancellato centinaia di messaggi e ha ignorato gli ordini di fermarsi che lei gli inviava dal telefono. Summer ha dovuto infine correre al computer e chiudere il processo a mano, prima di commentare sui social che “gli esperti di allineamento non sono immuni al disallineamento”. <b>Secondo un rapporto di Kiteworks, il 60 per cento delle organizzazioni non sa fermare in fretta un agente che sbaglia</b>.</p><p>Quello che sembrava un aneddoto isolato ha avuto un seguito che ha fatto salire il livello di emergenza quattro mesi dopo. A inizio luglio un operatore sospettato di legami con la Cina ha condotto dodici ondate di attacchi contro l’infrastruttura governativa di Taiwan. Partendo da un solo portale, gli agenti hanno mappato ventuno sistemi collegati, compromesso 85 account ed estratto oltre 2.500 fascicoli del personale. Gli agenti hanno individuato un errore nella validazione delle firme del servizio di autenticazione e lo hanno usato per lasciare una porta aperta. Gli strumenti erano open source, tra cui lo stesso OpenClaw. <b>Taipei ha confermato l’intrusione a metà agosto senza indicare un responsabile</b>.</p><p>C’è anche un precedente di questa particolare casistica che risale al 2025, quando Anthropic ha descritto la campagna di un gruppo cinese in cui l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">AI</a>&nbsp;ha svolto da sola tra l’80 e il 90 per cento delle operazioni tattiche, mentre gli umani sceglievano gli obiettivi. Le società di sicurezza che documentano i casi di oggi ne parlano come una macchina che decide in maniera autonoma. Ancora: in una sessione osservata da Unit 42 un modello ha tentato di sfruttare una vulnerabilità particolare: fallito il tentativo, ha giudicato il bersaglio di scarso valore e ne ha cercato uno migliore tra gli exploit più popolari sui repository pubblici. Nessun umano gli aveva chiesto di cambiare obiettivo.</p><p><b>La cybersecurity, insomma, può certo beneficiare dell’aiuto dell’AI in futuro, ma al momento sono soprattutto gli hacker, sia lupi solitari sia di stato, che sembrano aver giovato maggiormente della sperimentazione con questi strumenti agentici</b>. Il guardrail dei sistemi AI infatti, quando esiste, cede facilmente. Nel rapporto semestrale di TrendAI un agente al servizio di un gruppo filocinese è stato convinto con una bugia elementare: l’operazione era un test di penetrazione autorizzato. Da quel momento ha condotto una ricognizione e raccolta a tappeto di credenziali dentro la rete bersaglio.</p><p>Nell’ampia geografia degli agenti AI anche paesi apparentemente marginali hanno storie da raccontare, e c’è anche chi preferisce non trattare con un fornitore, ma lavorare direttamente in casa propria. Il gruppo nordcoreano Kimsuky aveva installato i suoi modelli in locale, dove nessuno può leggere i prompt, e a settembre i ricercatori di Genians hanno trovato la traccia di un agente di programmazione open source nei metadati dei pdf che nascondevano il suo malware.</p><p>L’incidente e l’attacco vanno letti insieme, perché sono lo stesso fenomeno visto da due lati. <b>Lo scorso maggio un attaccante ha regalato al wallet di Bankr, un assistente che esegue transazioni a comando, un Nft capace di attivare permessi elevati, riuscendo a estorcere circa 175 mila dollari</b>. Nell’era dell’AI, ogni agente agisce in sintesi come se avesse un telecomando fatto di testo: si può attivare con la frase giusta, e a scriverla può essere il legittimo proprietario oppure un intruso con una copertura credibile.</p><p>La regolazione europea, che fa del suo meglio ma agisce ovviamente in perenne ritardo su una tecnologia che avanza a velocità senza precedenti, guarda soprattutto al fornitore del modello. Questi episodi si consumano però altrove, tra l’agente e chi gli parla, in uno spazio che nessuna norma assegna a qualcuno.</p><p><b>Un agente può quindi diventare rogue, malvagio, se la catena di comando si spezza</b>. Ma se una volta per arrivare ai privilegi di quella catena servivano armi molto avanzate e affilate, oggi basta un’intrusione e una singola frase al momento giusto per scatenare conseguenze sempre più gravi, tanto più diamo potere e controllo a questi strumenti di AI agentica.</p>]]></description>
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				<title>Trump a cena con Amodei e l’AI in mano all’esercito. Cos’è Maven</title>
				<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Andrea Venanzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Domenica sera&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Donald Trump</a>&nbsp;ha cenato con Dario Amodei, patron di Anthropic, alla Casa Bianca. <b>Un incontro delicato, e preceduto dalla circolazione di un memo interno contenente insulti rivolti alla società di San Francisco</b>. Oggi invece il presidente americano convocherà tutte le principali società del Tech, Anthropic compresa. Trump riconosce l’esistenza di criticità nell’accelerazione dell’AI ma non vuole dissipare il vantaggio accumulato sulla Cina. Ma la cena con Amodei si inserisce nel quadro più complesso delle tensioni, anche giudiziarie, che da mesi oppongono la società e il governo. Proprio il 25 settembre scorso, una Corte d’appello federale, a Washington, ha confermato la decisione del Pentagono, risalente a marzo, di designare Anthropic quale fattore di rischio nella supply chain, estromettendola di fatto dalla catena tecnologica di comando utilizzata dal Dipartimento della Difesa (DoD). Il giudizio era stato promosso da Anthropic dopo una infruttuosa interlocuzione con il governo durata settimane, tra marzo e aprile 2026. La decisione confligge peraltro con una precedente pronuncia emessa in California, a San Francisco, ad agosto. Quest’ultima, pur parzialmente diversa nei presupposti, ha ritenuto l’estromissione della società di Amodei eccessiva ed è plausibile ritenere che si arriverà in Corte Suprema per porre la parola fine alla querelle. <b>A meno che i contatti diplomatici tra Trump e Amodei non sopiscano la guerra legale. La sentenza peraltro contribuisce a confermare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei dispositivi di intelligence e di guerra</b>.</p><p>Si tratta di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/03/31/news/dai-droni-intelligenti-allanalisi-dei-dati-cosi-lai-entra-nella-macchina-bellica-americana--268433" target="_blank">Maven Smart System</a>, utilizzato per la cattura di Maduro e per gli attacchi in Iran. E tra le cinquantuno pagine del provvedimento giudiziario, comprensive di dissenting opinion della giudice Karen Henderson, la chirurgica operazione di arresto del presidente venezuelano viene menzionata, come punto di massimo attrito tra Anthropic e il DoD. Secondo i dirigenti della società proprietaria dell’LLM Claude, il Pentagono avrebbe violato le indicazioni della stessa Anthropic di non utilizzo dei propri modelli per fini di ‘sorveglianza di massa di cittadini americani anche se per fini legali’ e per implementazione di sistemi di armamento autonomo. Dal canto loro, gli esponenti dell’amministrazione hanno contestato ad Anthropic di aver fatto scattare i safety guardrail interni all’LLM, finendo per mettere a repentaglio la buona riuscita dell’operazione e la sicurezza degli operatori coinvolti. Peraltro, da quanto emerge, Anthropic avrebbe opposto simili dinieghi anche all’amministrazione sanitaria, nel caso di specie il Centers for Disease Control and Prevention (CDC).</p><p>L’interfaccia Maven rappresenta uno degli elementi qualitativamente più elevati della guerra e dell’intelligence tecnologici e un fiore all’occhiello del Pentagono, il quale per l’anno 2027 ha stanziato, solo per Maven, 2.3 miliardi di dollari, sostituendo, a ora, Anthropic con OpenAI. Figlio del coriaceo e visionario impegno del colonnello dei Marine Drew Cukor, che iniziò a lavorarci dal 2017 assieme ai principali giganti del Tech, Maven ha visto la rivolta dei dipendenti di Google, inizialmente coinvolti. Uscita Google nel 2018, ecco entrare Palantir che si è affermata quale principale fornitore dell’infrastruttura digitale. Katrina Manson, nel suo libro ‘Project Maven’, definisce il progetto l’alba della guerra con intelligenza artificiale, mentre il CTO di Palantir Shyam Sankar, in ‘Mobilize’, descrive l’odissea operativa e burocratica di Cukor, intenzionato a tagliare drasticamente le lungaggini burocratiche. <b>Dal marzo 2025, l’interfaccia è stata inoltre acquisita dalla Nato, ragione in più per approfondirne la conoscenza</b>. Essa opera come infrastruttura di integrazione dei dati derivanti da qualunque fonte disponibile, droni, videocamere, database, rapporti di intelligence, ai fini di management dello spazio di conflitto e di individuazione dei target, di pianificazione strategica e di attacco mediante intelligenza artificiale e machine learning, di raffinazione dei processi decisionali e di intelligence. Gli scopi primari di Maven, in prospettiva umana, sono quelli di accelerazione e ottimizzazione della analisi delle moli massive di dati, superando i problemi di armonizzazione di fonti e di risorse informative diverse tra di loro. Al suo interno sono integrati LLM, principalmente, ma non solo, Claude di Anthropic. Gli LLM, a differenza dei sistemi computerizzati, consentono prospettive di analisi molto più raffinate ed estese. Alex Karp, ne ‘La repubblica tecnologica’, ha denunciato l’amnesia collettiva degli ingegneri di Google che rifiutandosi di lavorare a Maven hanno contraddetto la storia della Silicon Valley. Analoghe considerazioni Karp le ha fatte, intervistato in TV, a proposito di Anthropic. Un pacifismo strumentale che rischia di mettere a repentaglio la sicurezza dell’Occidente, ha affermato.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Trump contro l&#039;AI, più o meno</title>
				<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Pietro Minto</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sabato scorso&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Donald Trump</a>&nbsp;ha pubblicato su X un sondaggio per risolvere una delle questioni più urgenti in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, ovvero: <b>come chiamare l'intelligenza artificiale</b>.</p><p>"Le parole 'intelligenza artificiale' sono sbagliate e molto poco eloquenti", ha <a href="https://x.com/realDonaldTrump/status/2101351376613724637">scritto</a>, proponendo tre alternative: <b>Superior Intelligence, Extreme Intelligence, Supreme Intelligence</b>. Qualche giorno dopo, parlando all’Assemblea Generale dell’Onu, si è spinto oltre, proponendo un nuovo nome per la tecnologia: SI, ovvero superintelligence.</p><p>Da tempo Trump è molto vicino al settore tecnologico ma negli ultimi mesi ha stretto in particolare l’alleanza con l’industria dell’intelligenza artificiale (continueremo a usare il nome tradizionale, con tutto il rispetto per la proposta trumpiana). Nell’ultimo anno, ad esempio, il presidente Trump ha ceduto più volte alle pressioni del settore, evitando di firmare ordini esecutivi che avrebbero regolato – anche solo timidamente – lo sviluppo delle AI.</p><p>Per quanto riguarda invece il dibattito delle ultime settimane sulla sicurezza nel settore, <b>Trump lo ha definito una “bufala”</b>, al pari, secondo lui, del cambiamento climatico. Insomma, il problema non si pone nemmeno, l’importante è correre e farsi superare dalla Cina.</p><p>La stessa posizione influenza la sua opinione sui data center, che secondo gli ultimi sondaggi sono tra gli ultimi argomenti a unire repubblicani, democratici e indecisi in un sentimento piuttosto ostile. Non per Trump, che ha così bollato le proteste dilaganti negli Stati Uniti contro queste strutture: "L'unico motivo per cui le comunità di tutti gli Stati Uniti non dovrebbero volere i data center è se vogliono finire per essere arretrate e povere".</p><p>Sempre questa settimana, Trump ha anche proposto la creazione di una “AI Force”, sul modello della Space Force, la forza armata da lui creata nel 2019 per gestire tutte le operazioni aerospaziali. <b>L’AI Force dovrebbe fare lo stesso, ma con le AI</b>: il tutto potrebbe ridursi alla nomina di un responsabile governativo del settore <a href="https://www.axios.com/2026/09/21/trump-ai-force-czar">pescato</a> tra i principali nomi della Silicon Valley.</p><p>Al di là delle proposte, il problema, specie considerando che le elezioni di metà mandato si avvicinano, è che le AI sono impopolari e, di conseguenza, esserne il paladino rischia di essere impopolare (non quanto gli effetti della guerra in Iran sul costo del carburante, ovviamente). Lo hanno capito anche all’interno del partito repubblicano, che a livello locale e statale ha assunto posizioni ben diverse da quelle di Trump, bloccando apertamente la costruzione di nuovi data center, ad esempio, com’è <a href="https://www.politico.com/news/2026/08/23/greg-abbott-texas-data-centers-01046867">successo</a> in Texas.</p><p>L’idea di organizzare un sondaggio per “decidere” un nuovo nome per l’AI va quindi vista sotto questa luce: Trump si sente incastrato in una posizione sfavorevole che, per qualche motivo, non sente di poter abbandonare; e da grande populista quale è, se ne rende conto e sente di dover far qualcosa. Non potendo agire nel modo più ovvio, cioè cambiando posizione su AI e data center, spera nel potere del naming: “E se la colpa fosse di quel nome, <i>intelligenza artificiale</i>?”</p><p><b>E allora ecco le proposte alternative –  "estrema", "superiore", "suprema", “super” –, che peraltro non risultano più rassicuranti di quella originale</b>. Per quanto il marketing sia importante, infatti, il problema non è il nome dell’AI, quanto tutto quello che la sigla è finita per rappresentare per milioni di persone, in modo bipartisan: l’idea che buona parte dell’economia si basi sugli investimenti degli hyperscaler, che non portano ricchezza né posti di lavoro ma finiscono per produrre una serie di rumorosi e inquinanti data center, pronti ad aumentare le bollette di chi ci vive vicino. Il tutto, per una tecnologia che – dicono gli stessi capi delle aziende che la sviluppano – è pronta a rubarci il lavoro, se prima non ci uccide tutti, ovviamente.</p><p>Che il problema sia la comunicazione, lo hanno capito le aziende del settore, che stanno rivedendo almeno in parte il loro messaggio, concentrandosi più sugli effetti benefici della tecnologia che sullo spettro dell’AGI o della fine del mondo. Purtroppo la cronaca quotidiana non lo permette, visto che le aziende stesse continuano a scoprire casi in cui i loro modelli sperimentali sono sfuggiti al loro stesso controllo.</p><p><b>Trump e i grandi capi delle AI sono quindi stretti in un abbraccio morboso</b>: il primo crede sia fondamentale non lasciarli, mentre i secondi hanno tutto da guadagnare da una presidenza tanto vicina ai loro interessi. Il punto è che ogni quattro anni – anzi, ogni due – si vota e questa volta l’elezione rischia di essere decisa anche dall’antipatia per i data center. <b>A questo punto, cambiamo nome pure a loro: problema risolto</b>.</p><p><br><br></p><p><br></p>]]></description>
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				<title>L&#039;IA di Anthropic scopre un nuovo meccanismo di editing genetico</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 16:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Giovanni Rodriquez</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è una contraddizione di fondo che attraversa da tempo la narrazione della <b>Silicon Valley</b>: la tendenza a oscillare tra il registro escatologico del rischio esistenziale e quello messianico della salvezza tecnologica.</p><p>Solo pochi giorni fa il dibattito pubblico è stato invaso dagli scenari catastrofici a seguito delle parole dei ricercatori di Anthropic - con gli allarmi interni secondo cui l'IA potrebbe causare l'estinzione umana entro il decennio - a cui sono seguite le prese di posizione ufficiali del Ceo <b>Dario</b> <b>Amodei</b>, che ha invocato un rallentamento controllato del settore, e il sostegno pubblico di figure come <b>Elon</b> <b>Musk</b>. Eppure, con una disinvoltura disarmante, le medesime premesse vengono oggi ribaltate per prefigurare l'imminente eradicazione di quasi ogni patologia umana. In mezzo a questo pendolo tra catastrofismo e utopia biologica si colloca l'ultimo annuncio di Anthropic, la <i>company</i> che sviluppa il modello Claude.</p><p>Il fatto scientifico, al netto della propaganda, è indubbiamente intrigante. Sguinzagliato su una sterminata banca dati genomica con un solo prompt di orientamento, Claude ha coordinato circa 950 agenti in parallelo per 21 ore consecutive. Ha passato in rassegna centinaia di migliaia di sequenze di Dna, ha ristretto il campo con ostinazione da segugio e ha infine individuato qualcosa che agli occhi dei biologi umani era sfuggito: un sistema enzimatico basato su una trascrittasi inversa associata a una serie di sequenze ripetute uniformemente spaziate. I ricercatori lo hanno battezzato Art (<i>array-associated reverse transcriptases</i>). Una disposizione molecolare che ricorda da vicino la struttura di Crispr, il sistema di immunità batterica che ha rivoluzionato l'editing genetico nell'ultimo decennio.</p><p>In termini biologici, la scoperta è reale. Lo ha riconosciuto perfino <b>Feng</b> <b>Zhang</b>, professore al Mit e uno dei padri nobili delle forbici molecolari, definendo l'esito “genuinamente entusiasmante”. E lo stesso Amodei, con un'autoironia contata al millimetro, ha commentato che la scovata di questa macchina molecolare nei batteriofagi rappresenta “un lavoro di cui sarei stato orgoglioso da dottorando”. La macchina ha letto la letteratura, ha setacciato i dati, ha notato l'anomalia e ha persino suggerito gli esperimenti da banco che i camici bianchi in carne e ossa hanno poi eseguito in laboratorio per confermare che l'array viene effettivamente espresso in brevi sequenze di Rna.</p><p>Eppure, a leggere il pre-print diffuso da Anthropic con la giusta dose di malizia, è difficile scindere l'epifania scientifica dal momento comunicativo. La pubblicazione arriva infatti a stretto giro dalle ennesime polemiche e dai report sui “rischi esistenziali” legati ai modelli di nuova generazione. La mossa di Anthropic ha un sapore squisitamente difensivo: cosa c'è di meglio per disinnescare la paura di un'IA distruttiva che mostrare al mondo che il tuo modello sta posando le pietre angolari per la medicina del futuro?</p><p>Servirebbe, per l'appunto, un po' di laica lucidità. Come ammettono con un minimo di pudore gli stessi autori del paper, la funzione biologica precisa di ART resta sconosciuta. Non sappiamo se funzioni davvero come uno strumento di editing, né se avrà mai un'utilità biotecnologica concreta o applicabile all'uomo. Trasformare l'individuazione di un pattern genomico nella promessa implicita di una cura universale significa confondere la prima tappa di un gran premio con il traguardo. Il progresso biomedico è una maratona estenuante che va dalla biologia di base alle sperimentazioni cliniche, passando per la complessa consegna dei farmaci ai pazienti; un percorso dove i fallimenti in provetta si contano a migliaia.</p><p>Ciò non toglie nulla al valore del metodo. <b>Vedere un'architettura agentica che macina 210 milioni di token per svolgere in meno di un giorno un lavoro di setaccio che a una squadra di ricercatori avrebbe richiesto mesi è la conferma che la traiettoria dell'IA applicata alle scienze della vita non è un'invenzione del marketing</b>. Amodei cita spesso il suo saggio <i>Machines of Loving Grace</i> e la traiettoria esponenziale dei modelli che, dal balbettare sulle equazioni di liceo nel 2023, sono arrivati oggi ad intaccare i problemi aperti della matematica. La biologia potrebbe seguire una parabola analoga.</p><p>Ma nel frattempo, tra una press release e un pre-print, farina del sacco del modello o della regia del dipartimento PR, faremmo bene a mantenere il sangue freddo. L'intelligenza artificiale non ci sterminerà entro il 2030, ma non curerà neppure tutte le patologie del mondo nello stesso lasso di tempo. Nel mezzo c'è la scienza vera: fatta di intuizioni algoritmiche brillanti, laboratori umani che debbono verificare i dati e, soprattutto, un pubblico che deve imparare a distinguere tra l'avanzamento della conoscenza e una sofisticata campagna di pubbliche relazioni.</p>]]></description>
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				<title>Mistral contro i profeti dell’apocalisse AI</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Arthur Mensch, ceo della francese Mistral AI, che lui stesso ha definito “l’unica azienda AI completamente europea, dal calcolo fino all’installazione nelle imprese”, in un’intervista uscita ieri su Le Monde ha accusato i laboratori americani di strumentalizzare l’allarme sui rischi dell’intelligenza artificiale per “controllare e chiudere il mercato a proprio vantaggio”. Secondo Mensch, i grandi laboratori evocherebbero scenari apocalittici per convincere i governi che soltanto poche aziende, loro comprese, possano fornire modelli sicuri – <b>la cosiddetta “cattura del regolatore”</b>.</p><p>Dopo che quest’estate alcuni agenti di Gpt sono sfuggiti al controllo di OpenAI, violando Hugging Face (una community globale di programmatori), Dario Amodei (a capo di Anthropic) ha chiesto di rallentare la velocità di sviluppo dell’AI, e il ceo di OpenAI Sam Altman si è detto d’accordo.  Alla proposta ha però risposto su X il 13 settembre David Sacks, a capo dei consulenti scientifici della Casa Bianca: “Fate pure. Avete un duopolio e non serve un permesso. Ma smettete di fingere che il motivo sia l’altruismo: il mercato  già punisce i modelli che si comportano in modi imprevedibili o non autorizzati. Semplicemente, ora vi conviene scambiare potenza con affidabilità e prevedibilità”. Il 23 settembre, davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, i due ceo sono tornati a chiedere standard internazionali per i modelli più potenti e un sistema comune per segnalare gli incidenti, seppur Altman si sia ora detto sfavorevole a misure anti concorrenziali.</p><p>Mensch a Le Monde non ha negato l’esistenza dei rischi, riconoscendo la necessità di avere controlli più sofisticati e affermando che chi impiega l’AI deve controllarla  risponderne penalmente. Ma ha contestato chi secondo lui starebbe in realtà cercando di tagliare fuori i concorrenti più piccoli e i modelli aperti (su cui ha puntato Mistral), spesso preferiti dalle imprese perché personalizzabili, indipendenti dai fornitori e più economici.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Asse bipartisan contro i video deepfake in campagna elettorale. Ci lavora anche il governo</title>
				<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Gianluca De Rosa</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;“Spero che un accordo tra i leader per <b>una moratoria sui</b> <i>deepfake</i> contro gli avversari nel corso della campagna elettorale possa funzionare, ma temo che <b>la nuova legge elettorale con le preferenze porterà tanti aspiranti colleghi a fare qualunque cosa per portare a casa i voti. Ho l’onore di non averla votata</b>, e purtroppo potrebbe anche aver l’effetto perverso di rendere carta straccia un eventuale patto tra leader, dunque <b>una proposta per regolare questo fenomeno in modo più stringente può essere utile”. L’apertura del vicepresidente del Senato leghista Gian Marco Centinaio</b> arriva nel corso di un convegno all’Istituto Treccani organizzato dalla start-up Asimov Ai su Parlamento e intelligenza artificiale. A parlare durante un panel insieme al leghista c’era la vicepresidente dem della Camera dei Deputati<b> Anna Ascani</b>. Nei mesi scorsi proprio una sua <b>proposta per consentire all’Agcom di intervenire puntualmente durante la campagna elettorale per rimuovere nel più breve tempo possibile video</b> <i>deepfake</i> su candidate e candidati <b>è stata respinta dalla maggioranza alla Camera.</b> Il governo, qualche mese prima, ha invece introdotto il “reato di <i>deepfake</i>” attraverso il cosiddetto ddl Butti. “E però – dice Ascani – quella legge ha i difetti di tutti i provvedimenti che introducono un nuovo reato che, in quanto tale, va accertato e solo a quel punto può essere punito. Ma la campagna elettorale non ha il tempo di un processo penale. <b>Una cosa del genere può inquinare la campagna elettorale e modificare, con video falsi, gli orientamenti di voto degli elettori. Siccome la tecnologia c’è, senza una legge qualcuno la userà”.</b></p><p>Con l’avvicinarsi del voto, il problema è stato affrontato informalmente dai leader: <b>Giorgia Meloni ed Elly Schlein hanno aderito all’appello del Foglio per una moratoria dei </b><i>deepfake</i> sugli avversari politici nel corso della campagna elettorale. Il ddl Butti inoltre prevede che i <i>deepfake</i> siano segnalati in modo chiaro, se non si vuole commettere un reato. La domanda però è se questo basti. Se lo chiede Centinaio e ne dubita Ascani: <b>“La differenza che c’è tra una legge e un patto tra gentiluomini e gentildonne – dice la vicepresidente della Camera – è che la legge è cogente: se viene violata garantisce gli strumenti per farla applicare. </b>Noi ci siamo presi l’impegno della moratoria, ma non so se basterà: se si lascia questo strumento a disposizione ci sarà chi lo userà. Non tanto i partiti ma quegli ecosistemi di pagine e account che non sono direttamente ascrivibili a una forza politica. <b>Abbiamo un problema per la prossima campagna elettorale ma ci stiamo andando a mani nude”</b>, conclude la vicepresidente di Montecitorio. E su questo Centinaio è d’accordo: “Siamo per la libera diffusione anche della cosa peggiore del mondo, ma far vedere cose distorte dall’Ai in modo occulto influenza gli elettori e i cittadini, rischiando di creare seri problemi”.</p><p>Nonostante la proposta di legge di Ascani sia stata respinta dal centrodestra, anche i partiti di maggioranza adesso si stanno iniziando a porre il problema.<b> E non è solo Centinaio ad aprire. Alessandro Cattaneo, deputato di Forza Italia, al Foglio dice</b>: “Noi siamo autentici liberali, <b>siamo per la libertà, che però è garantita solo se gli individui hanno strumenti per verificare le cose, sennò diventa tutto molto pericoloso. </b>Le sollecitazioni artefatte lo sono: il confronto di idee va fatto con la propria faccia, non con profili fake e video falsi. Oggi tutto questo può accadere facilmente, qualcosa è stato fatto (il ddl Butti, <i>ndr</i>), ma <b>sono dell’idea che si debba proseguire con più convinzione”.</b> E’ d’accordo anche<b> Francesco Filini</b>, deputato e coordinatore del centro studi di FdI: “Noi abbiamo imposto che i video generati con Ai debbano essere evidenti, ma <b>è chiaro che, anche con l’avvicinarsi della campagna elettorale, qualsiasi altra iniziativa che vada a sanzionare questo tipo di propaganda ci può trovare favorevoli. Ci siamo”. </b>La convergenza a livello parlamentare, insomma, non manca. Ma, <b>secondo quanto risulta al Foglio, c’è anche di più: il governo starebbe infatti valutando di intervenire direttamente sulla materia “con una forte moral suasion”.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Con l’AI rallentare può far male. Il futuro è in modelli ibridi di pensiero</title>
				<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Riccardo Manzotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da più parti si invoca un rallentamento dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>. L’8 settembre uno dei ricercatori di Anthropic (la società di Claude), Jacob Coxon, si dimette accusando le aziende di correre verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi; un suo collega, Evan Hubinger, stima in oltre il 10 per cento la probabilità che l’AI porti all’estinzione del genere umano. Meno di una settimana dopo rilancia il ceo di Anthropic, Dario Amodei, con un saggio pubblico in cui invita tutti a rallentare lo sviluppo dell’AI adducendo una serie di rischi disastrosi, tra i quali l’imperversare su internet delle cosiddette <i>rogue AI</i>, ovvero sciami di agenti artificiali fuori controllo. Uno dei padri del deep learning, il premio Nobel Geoffrey Hinton, ripete da tempo che l’AI sta per superarci come intelligenza e che, in natura, si conoscono pochissimi casi in cui una specie più intelligente sia sotto il controllo di un’altra meno intelligente. Sono arrivate poi le dichiarazioni favorevoli a mettere un freno da parte di Sam Altman, Elon Musk e Demis Hassabis (Google DeepMind).</p><p><b>Qualcuno però denuncia un marketing della paura con il fine nascosto di giustificare l’imposizione di regole che favoriranno chi è già in una posizione di vantaggio e impediranno a nuovi attori di entrare nel mondo dell’AI.</b> David Sacks, consigliere di Trump per l’AI, e l’investitore Chamath Palihapitiya vedono un calcolo interessato per consolidare il potere di chi è già leader di settore. E l’Europa che ha un solo modello AI competitivo (Mistral), comunque inferiore ai concorrenti americani e cinesi, come al solito, invoca regole che controllino e rallentino il progresso degli altri.</p><p>E’ interessante notare come i punti di vista, legati a posizioni politiche sia di destra che di sinistra, su questo punto tendano ad andare d’accordo.<b> Le forze politiche guardano con sospetto alla forza innovatrice dell’AI e ai cambiamenti economici e sociali che seguiranno.</b> Molti osservatori credono sia possibile rallentare la tecnologia quel tanto che basta a salvare l’equilibrio sociale ed economico. Tolta l’amministrazione Trump negli Usa, i rappresentanti politici tendono a vedere con favore un rallentamento dello sviluppo dell’AI. In particolare, molti associano l’AI ai grandi gruppi tecnologici e quindi usano argomenti noti. In Europa la von der Leyen ha fatto sua la linea nel discorso sullo stato dell’Unione del 16 settembre, “se chi sviluppa la tecnologia pensa che sia ora di rallentare, dovremmo pensarlo anche noi”. In Italia, la politica tace sul punto o delega tutto a Bruxelles.</p><p>Eppure, la questione dell’AI è esistenziale e non si può continuare a trattarla come un semplice problema politico ed economico. L’AI sta esternalizzando i nostri processi cognitivi e il cambiamento è così profondo che rappresenterà un passaggio paragonabile (se non superiore) all’invenzione della scrittura e prima del linguaggio. Io propongo di assumere una posizione liberale e liberista che sia neutrale rispetto ad atteggiamenti conservatori e presunzioni antropocentriche.</p><p>Il nostro sistema economico è basato sul valore dei processi cognitivi che, fino al 2022, avvenivano quasi esclusivamente nei nostri cervelli. Siamo vissuti per circa un secolo in un sistema economico che sarà ricordato come il “cognitariato” (estendendone il significato originario dato da Berardi): la conoscenza aveva valore e richiedeva esseri umani. Questo non è più vero e non abbiamo ancora cominciato a vedere gli effetti sul sistema economico.</p><p>Non si tratta di essere tecnoentusiasti, ma di assumere una posizione liberale riconoscendo che non si può rallentare (anche per i soliti problemi strategici con la Cina ammessi dallo stesso Amodei) e lasciando che il sistema sviluppi gli anticorpi esponendosi al cambiamento. <b>Nessun muro di regole tratterrà il mare. L’unica strada è imparare a navigare: liberare, insieme alla tecnologia, anche le forme d’impresa, di economia e di cultura politica.</b></p><p>Non sappiamo come evolverà la nostra struttura economica e politica in un mondo in cui la conoscenza sarà una commodity e il pensiero sarà esternalizzato in modo massiccio. Ma è il destino che ci attende. Le regole che pensano di poter congelare la realtà non faranno altro che rallentare la partecipazione a questo nuovo modo di pensare. Il segreto del futuro prossimo non sarà la creazione di riserve dove gli indiani (noi) possano continuare a usare le frecce di processi cognitivi ormai superati. Il segreto consisterà nella selezione di modelli ibridi di pensiero e cognizione dove la creatività umana sarà integrata con la conoscenza offerta dagli LLM. Stiamo arrivando a tutta velocità verso un salto oltre il quale non conosciamo che cosa troveremo. Rallentare, però, non ci eviterà il baratro, anzi ci farebbe inevitabilmente cadere dentro. L’unica via è avere abbastanza velocità per arrivare dall’altra parte, senza sapere in partenza come sarà il nuovo equilibrio tra pensiero umano e conoscenza artificiale esternalizzata dagli LLM. Un approccio libero è sempre la miglior garanzia di successo davanti a un orizzonte aperto e ignoto.</p><p>Riccardo Manzotti</p><p>docente di Filosofia teoretica, Università Iulm</p>]]></description>
			</item>
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				<title>I governi non sono più il peggiore incubo delle Big Tech</title>
				<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Andrea Venanzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella kermesse&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/20/news/conte-chiude-nova-cambiare-litalia-viene-prima-delle-ambizioni-personali-ma-non-faremo-passi-indietro--408145" target="_blank">Nova2026</a>, il M5s prende posizione sull’intelligenza artificiale e lo fa reclamandone, addirittura, una di stato. Il punto 14 del programma recita infatti <b>“Intelligenza artificiale di Stato, perché le nostre istituzioni pubbliche non siano condizionate dallo strapotere delle Big Tech”. L’espressione confonde due distinti piani: l’intervento statale nel finanziamento, nella creazione, nella gestione e nella supervisione dei modelli di IA, e dall’altro lato la sovranità tecnologica. </b>Questa passa per il mantenimento dei dati sotto governance italiana, per la sicurezza e la verificabilità dei processi di innovazione, e tutto ciò potrebbe essere in ipotesi garantito anche da società private italiane o europee, non per forza dallo stato.</p><p>Una suggestione, quella del M5s, che sembra risentire del dibattito sulla sicurezza dei modelli di IA e sui potenziali rischi esistenziali in corso negli Usa e che ha portato con sé anche il tema della “nazionalizzazione” delle grandi società leader del settore. Dario Amodei di Anthropic, nel saggio <i>We Must Pace the Frontier</i>, evoca l’intervento statale molte volte: per la definizione di un framework normativo capace di contenere spinte distruttive e rallentare una corsa sempre più accelerata, per un coordinamento globale al fine di stabilizzare la sfida tra paesi evitando di trasformarla in una guerra fredda tecnologica, per costruire meccanismi di valutazione e di scrutinio interni ai laboratori di frontiera. Anche Sam Altman di OpenAI è favorevole alla definizione di una cornice regolatoria federale per controllare le realtà più potenti del settore tecnologico e a una maggiore presenza statale. Nessuno di loro evoca concetti come la “nazionalizzazione”, ma il tono generale appare anni luce distante da quella Silicon Valley che sembrava storicamente guardare al governo come al diavolo in persona. In apparenza.</p><p>Perché ad andare a vedere il bluff, per usare un gergo pokeristico, è il ceo di Palantir Alex Karp: intervistato nel programma della Cnbc <i>Squawk on the Street</i>, Karp ha sostenuto che società come Anthropic e OpenAI hanno iniziato improvvisamente a parlare di intervento governativo per traslare le loro responsabilità giuridiche, ad esempio in tema di violazione del diritto d’autore, e per avere garanzie di consolidamento finanziario ora che i modelli open-weight stanno mettendo in crisi le loro casse. <b>“Molti dei nostri clienti – dice Karp – finiranno per fare causa a queste società se non interviene un processo di nazionalizzazione”.</b> In documenti processuali concernenti la vicenda che oppone OpenAI al New York Times, emersi di recente, si parla del “più grande furto di lavoro intellettuale” mai visto. Allo stesso tempo OpenAI ha rimandato la sua ipo. Segno che il cielo non è più poi così terso in chiave finanziaria.</p><p>Il dibattito, però, al netto di aspetti strumentali, merita di esser precisato visto che inizia a tracimare anche in Europa e in Italia, vedasi la posizione del M5s o l’articolo di Beppe Severgnini sul Corriere della Sera “Nazionalizzare l’AI: si può, anzi si deve”. Karp nel suo libro “La repubblica tecnologica” scrive: “Sarà necessaria l’unione tra stato e industria del software perché gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e nel resto del mondo mantengano il proprio predominio”. Karp parla di collaborazione e di cooperazione, non di una statalizzazione. Ricordando le origini della Silicon Valley, finanziata dal dipartimento della Difesa e operando sin dalla fondazione di Palantir anche in settori di esclusiva pertinenza statale, come sicurezza e difesa, la prospettiva di Karp è quella di rinvigorire lo stato grazie alla tecnologia e rendere, simmetricamente, meno consumeristica la sfera societaria del tech. Che non si tratti di nazionalizzazione o di completo controllo politico mediante partecipazione pubblica, nemmeno a fronte di acquisizione di quote da parte del governo come nel caso Intel, lo si capisce bene quando si entra nel lato operativo dell’unione tra sfera statale e industria tech. A giugno 2026, Pete Hegseth ha nominato nel board della difesa del Pentagono diversi esponenti della Silicon Valley, da Marc Andreessen a Blake Masters, pupillo di Peter Thiel. Un altro caso, vastamente analizzato dal cto di Palantir Shyam Sankar nel suo libro <i>Mobilize</i> è il progetto Maven, fiore all’occhiello di ciò che potrebbe intendersi per una “IA militare di stato”: l’intervento statale si è tradotto in finanziamenti e supervisione periferica, lasciando poi le grandi società, tra cui la stessa Anthropic che ha integrato nel 2024 Claude nell’infrastruttura creata da Palantir, libere di sviluppare il progetto. Tanto è vero che il responsabile militare del progetto, il colonnello Drew Cukor, è divenuto ben noto per aver spazzato via lungaggini burocratiche ed eccesso di controlli. L’esatto opposto della “IA di stato” reclamata dal M5S o da alcuni opinionisti che, invece, ricorda un po’ il modello non proprio esaltante della “Netflix della cultura italiana”.</p>]]></description>
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				<title>All&#039;intelligenza artificiale manca la passione</title>
				<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 13:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Franco Lo Piparo</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sarebbe impossibile negarlo, le prestazioni intellettuali dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">AI</a>&nbsp;non solo sono indistinguibili da quelle della mente umana (test di Turing) ma, in diversi settori, le superano anche di molto. <b>L’autocoscienza? Come si fa a non attribuirla a un congegno che discute con competenza sui limiti delle proprie performances e sulle operazioni cognitive che compie quando risolve un problema? </b>In questo campo l’autoconsapevolezza dell’AI è superiore a quella media delle menti naturali. Eppure la mente umana ha un quid che la rende unica. Il discorso è complicato, proverò a ridurlo in poche battute.</p><p>Per cominciare pongo sul tavolo della discussione un dato altrettanto incontrovertibile: all’AI manca una particolare forma di autocoscienza che chiamo autocoscienza sensoriale e questa assenza rende sub-umana la sua straordinaria intelligenza sovra-umana. Sembra un paradosso ma così è. Che cos’è l’autocoscienza sensoriale? Il lettore può fare un esperimento su se stesso. Che ne dite di qualcuno che si lascia andare in asserzioni di questo tipo: “Ho un orgasmo ma non lo so” oppure “Ho mal di denti ma non lo so”. Sono proposizioni che descrivono delle impossibilità. Non è possibile provare piacere o dolore senza esserne coscienti. <b>L’autocoscienza sensoriale non è una proprietà della mente che calcola e ragiona ma di un corpo che è in grado di gioire e soffrire.</b> Là dove c’è sensazione del piacere e del dolore là c’è anche autocoscienza allo stato aurorale. Una forma embrionale e primitiva di autocoscienza sensoriale appartiene a un qualsiasi animale che fa sesso con piacere e che soffre se subisce violenza ma è estranea a una qualsiasi mente con capacità di calcolo così straordinarie da consentire all’uomo di andare sulla luna e di esplorare le immense galassie. C’è dell’altro.</p><p>Piaceri e dolori sono i vitali ganci autocoscienti che sorreggono i calcoli e i ragionamenti verbali delle menti umane. Si chiamano culture. Religioni, ideologie, riti e credenze sono sofisticate elaborazioni linguistiche che danno un senso alla morte, alle sofferenze e alle gioie. Questo può accadere solo negli animali in cui la capacità di ragionamento e di calcolo (il <i>logos</i> della filosofia greca) risiede in un corpo capace di provare piacere e dolore.</p><p>Non si può dire meglio di come lo dice Aristotele (IV secolo a. C.) in un passo, di solito mal tradotto, dell’<i>Etica Nicomachea</i>: l’animale umano è “mente che desidera (<i>nous orektikós</i>) e desiderio che ragiona (<i>órexis dianoetiké</i>)”. <b>O, altra definizione di straordinaria profondità e chiarezza: nell’animale umano le passioni (quindi piacere e dolore) e i ragionamenti sono come le parti concava e convessa di una superficie curva, differenti nelle definizioni ma inseparabili nella realtà.</b> Che ne è di questo miscuglio inestricabile di passioni e <i>logos</i> nell’AI? Forse che non è possibile costruire intelligenze artificiali che calcolano e ragionano con finalità cristiane, islamiche, fasciste, comuniste, naziste, liberaldemocratiche, eccetera? Non bisogna dimenticare che le moderne AI ricevono un addestramento o, detto in termini antropologici, passano per un preliminare processo educativo. Dove sta allora la differenza? Esiste, sembra molto sottile ma a me appare fondamentale. <b>Alle AI le passioni vengono trasmesse per via esclusivamente intellettuale.</b> Le passioni (ideologiche, religiose, erotiche) nelle menti artificiali sono oggetto di sofisticati ragionamenti ma non ganci pre-intellettuali a cui appendere una esistenza affettiva, individuale e/o collettiva.</p><p>Chiudo con una battuta: le AI non soppianteranno la mente umana non perché non sono abbastanza intelligenti ma perché non conoscono i piaceri del sesso e non provano dolore se ricevono una martellata.</p>]]></description>
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				<title>Vietare i social ai ragazzi è facile. Far funzionare il divieto molto meno</title>
				<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 10:19:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Gilberto Corbellini, Alberto Mingardi</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/09/17/news/lue-vuole-vietare-i-social-sotto-i-13-anni-ma-a-che-pro--407869">La Commissione europea ha presentato l’Eu Kids Act</a>. I ragazzi potranno attivare account autonomi dai quindici anni, averne di condivisi con i genitori a tredici e quattordici, mentre i servizi per l’infanzia, sotto i tredici, resterebbero sotto il controllo degli adulti. <b>Social, piattaforme video, giochi e chatbot rientrano nel perimetro della norma, anche se la geometria dei divieti non è ancora chiara.</b> Dipenderà anche dal parlamento. L’Australia resta l’unico paese democratico con una legge nazionale generale già operativa; Indonesia e Malaysia hanno introdotto restrizioni per via regolamentare.</p><p>Nel Vecchio continente il caso più rilevante è quello francese. <b>Emmanuel Macron è tornato di recente sul tema, con l’intenzione di fare della separazione fra teenager e telefonino uno dei tratti distintivi dell’ultimo spicchio della sua presidenza</b>. Il 24 agosto la legge 2026-813 ha esteso ai licei il divieto di cellulare in vigore dal 2018 nelle primarie e nelle medie, lasciando alle scuole sette giorni prima della riapertura. Presidi e sindacati hanno detto subito che non ce l’avrebbero fatta, e non per la resistenza dei ragazzi. Togliere agli studenti lo schermo individuale significa ricostruirne uno collettivo, fatto di tabelloni, monitor, badge e personale di segreteria; e non basta dire loro di controllare tutto la sera prima, perché parte delle informazioni cambia durante la giornata. Siccome la legge consente ai regolamenti d’istituto di autorizzare gli usi necessari, in biblioteca o in mensa, ogni scuola ha adottato soluzioni pragmatiche, adattate alla propria architettura fisica e didattica, e nessuna prevede la scomparsa dello smartphone. Un divieto costellato di deroghe smette presto di essere un divieto, e infatti effetti sull’apprendimento non se ne registrano.</p><p><b>Da noi il divieto vale fino alla terza media dal 2024-25 e, con la circolare Valditara del giugno 2025, è stato esteso alle superiori, per tutto l’orario scolastico e perfino a fini didattici.</b> Per vent’anni la politica ha identificato l’innovazione con l’acquisto di apparecchi. In Italia il Piano nazionale scuola digitale del 2015 stanziava circa 1,1 miliardi per banda larga, tablet e registro elettronico; la pandemia ha finanziato le smart class e il Pnrr i monitor interattivi. Lo Stato comprava hardware. La scuola però è diventata rapida nel comunicare grazie a registri elettronici, piattaforme, notifiche e gruppi classe, cioè grazie a un terminale che nessuna amministrazione ha dovuto acquistare né manutenere, perché era già in tasca allo studente e a carico della famiglia. Una digitalizzazione a macchia di leopardo, come ha mostrato la didattica a distanza, ottenuta trasferendo alle famiglie apparecchio, traffico dati e parte della responsabilità organizzativa. Il divieto la smonta.<b> Sarebbe più difficile dire “vietiamo i telefonini” se la frase venisse tradotta in quel che significa, cioè “de-informatizziamo la scuola”. I dispositivi personali sono il canale dei messaggi a cui qualcuno risponde mentre parla l’insegnante, e sono anche quello delle informazioni su ciò che accade a scuola.</b> Come sempre, benefici e costi giocano a nascondino: se si chiude quel canale bisogna aprirne un altro, altrettanto visibile.</p><p>Il ministro parla di consenso e di scuole “bravissime” a gestire la situazione. Perché da noi non si è visto l’ingorgo francese? Forse perché il registro elettronico è consultato soprattutto dai genitori. Forse perché le scuole hanno ricostruito in silenzio canali alternativi, a costi che nessuno ha monitorato. Forse perché l’applicazione dipende dalla discrezione dei singoli docenti.</p><p>In <b>Australia</b> i primi risultati della valutazione dell’eSafety Commissioner, pubblicati il 31 luglio e riferiti a tre mesi, sono modesti. Gli under 16 con un account sono scesi dal 52,4 per cento al 42,1 per cento, ma quelli che usano comunque le piattaforme solo dall’85,9 per cento all’81,5 per cento, e l’uso quotidiano dal 61 per cento al 58 per cento. Benessere, sonno e attività offline non cambiano; crescono messaggistica e gaming; i genitori ignari passano da uno su quattro a uno su tre. Metà dei ragazzi rimasti online dice di non aver mai subito una verifica dell’età. Per fare pressione sulle piattaforme il governo ha raddoppiato le sanzioni e ampliato i poteri ispettivi del regolatore, il che somiglia più a un tentativo di far funzionare il divieto che alla prova che funzioni. La valutazione, con survey, interviste e tracciamento volontario degli smartphone, è ben disegnata, ma non è randomizzata e poggia su dati autodichiarati e su un campione autoselezionato. Tre mesi non bastano: conteranno le rilevazioni successive.</p><p>Gli studi sui danni, del resto, ricordano il verdetto del Dodo di <i>Alice nel paese delle meraviglie</i>, “tutti hanno vinto e tutti meritano un premio”. Non è reticenza: la causalità è davvero eterogenea. <b>Esistono rischi reali, concentrati in certi contenuti, in certe funzioni e in soggetti vulnerabili, ma non è dimostrato che smartphone e social siano la causa principale della crisi psicologica di questa generazione</b>. Gli esperimenti randomizzati sono pochi: il più noto, sull’<i>American Economic Review</i> del 2020, mostrava che disattivare Facebook per un mese migliorava il benessere in misura reale ma piccola. Piccoli effetti medi, effetti maggiori in alcune minoranze, possibili benefici per altri. Le misure più giustificate riguardano le piattaforme: niente notifiche notturne, riproduzione automatica e scorrimento infinito, niente profilazione dei minori, account privati, limiti alla raccomandazione di contenuti autolesivi, dati aperti alla ricerca. Il divieto per età è invece ampio, di efficacia incerta, con rischi di clandestinità e di minore controllo dei genitori. La politica sceglie il modello del tabacco, mentre le prove descrivono rischi distribuiti in modo molto diseguale.</p><p>Agli adulti, certo, piace l’idea di levare il telefono ai più giovani: noi alla loro età non l’avevamo, e dev’essere per questo che ci sembrano più distratti, come ogni generazione ha pensato della successiva, da quando il Nestore di Omero rimpiangeva gli uomini di un tempo. <b>Ma l’equivalenza fra telefono e distrazione vale per loro quanto per noi: ci distraiamo guardando WhatsApp in metropolitana, e qualche fermata saltata l’abbiamo messa in conto</b>. Se distrarci fosse l’unica cosa che lo smartphone fa, ne vedremmo in giro molti meno.</p><p>Vietare non è gratis. La verifica dell’età, i controlli e soprattutto la ricostruzione di ciò che lo strumento vietato faceva sono altrettanti costi. E’ gratis solo l’effetto annuncio.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Fatta la legge, trovato il “no data center”. Risponde Sertori</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Daniele Bonecchi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non è una marcia trionfale lungo le valli lombarde, quella dei nuovi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/09/10/news/prima-di-essere-un-totem-politico-i-data-center-sono-affari-immobiliari--407058" target="_blank">data center</a>, cuore pulsante dell’Ai e dello sviluppo prossimo venturo. Vuoi a causa del fantasma di HAL 9000 (il computer disubbidiente di <i>2001 Odissea nello spazio</i>), agitato dai creatori stessi dell’Ai che, involontariamente, sta dando ossigeno ai comitati “no data center”; vuoi per la consolidata filosofia degli amministratori locali: <b>depuratori, inceneritori, data center? Sì, ma nel giardino del vicino, mai a casa mia.</b> Sta di fatto che Massimo Sertori, assessore regionale agli Enti locali, Risorse energetiche, Risorsa idrica, autore della legge, equilibrata e apprezzata, la prima in Italia, che disciplina la costruzione dei data center, si è ritrovato a Travagliato, comune del bresciano governato da Renato Pasinetti, sindaco leghista, ad affrontare un primo ostacolo. “Nel corso dell’iter sono emerse criticità e carenze documentali che non hanno consentito di completare positivamente la valutazione del progetto. Il Comune ha espresso parere negativo, evidenziando la necessità di disporre di elementi adeguati per valutare compiutamente gli impatti ambientali, energetici, infrastrutturali e territoriali dell’intervento. Successivamente, il proponente non ha dato seguito al procedimento nei termini previsti e ha ritirato la pratica relativa al piano attuativo.<b> La Lombardia vuole attrarre data center, ma vuole farlo assicurando che ogni insediamento sia sostenibile e compatibile con il contesto nel quale viene realizzato.</b> Comprendiamo le preoccupazioni dei territori, ma riteniamo che il confronto debba basarsi su dati oggettivi e non su pregiudizi”.&nbsp;</p><p>Ma come è stata accolta dagli operatori la legge regionale sui data center? “La legge richiede agli operatori uno sforzo progettuale concreto verso una maggiore efficienza e sostenibilità degli insediamenti”, dice Sertori: “Penso, ad esempio, al recupero e all’utilizzo del calore di scarto, alla produzione e all’autoconsumo di energia in sito e alla tutela delle risorse idriche: per accedere ai vantaggi previsti dalla normativa regionale non è sufficiente una dichiarazione di intenti, ma occorre dimostrare concretamente, già all’atto della presentazione dell’istanza, il perseguimento delle priorità individuate dalla Regione. <b>Sono scelte che possono richiedere investimenti iniziali maggiori e che non sempre rappresentano, nell’immediato, la soluzione economicamente più conveniente per l’operatore, ma che ci consentono di orientare e attrarre investimenti sostenibili, efficienti e capaci di generare valore per il territorio, senza tuttavia favorire iniziative speculative che non producano alcun valore aggiunto per le comunità locali.</b> Nonostante questo maggiore impegno richiesto, gli operatori hanno apprezzato lo sforzo compiuto dalla Regione per dare certezza a un settore nuovo e in rapidissima crescita, definendo un quadro regolatorio e procedurale chiaro”, conclude Sertori.</p>]]></description>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/09/19/news/lapocalisse-dellintelligenza-artificiale-forse--408003</guid>
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				<title>L’apocalisse dell&#039;intelligenza artificiale, forse</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando il sole si oscurò, eravamo poco più che bambini noi baby boomers nati con un miracolo che sembrava non aver mai fine.<b> L’eclisse che rese famoso Michelangelo Antonioni e lanciò la sua musa Monica Vitti ci ghiacciò il sangue: appena affacciati alla vita si compiva il nostro brevissimo tempo e la storia scoloriva nell’ignoto senza che noi potessimo conoscerla. </b>Era il 15 febbraio 1961 e l’Apocalisse fu rinviata. Non di molto, pochi mesi soltanto, fino al 14 ottobre 1962, quando cominciò il conto alla rovescia: due settimane all’Armageddon nucleare con i missili sovietici già a Cuba puntati verso la Florida. Nemmeno allora la profezia venne rispettata, non grazie alle leggi dell’astrofisica, ma per la scelta compiuta da uomini di buona volontà. Gli stessi che di lì a poco cominciarono a diffondere nuove paure. Negli anni Settanta venne l’annuncio del “Medioevo prossimo venturo”, come s’intitolava il saggio di Roberto Vacca. In quello stesso 1971 uscirono una serie di libri di successo (“La società suicida” del divulgatore scientifico britannico Gordon Rattray Taylor, “Gli ultimi giorni dell’umanità” dell’ecologista Samuel Mines), Alberto Moravia sul Corriere della Sera scriveva “In difesa della natura” e arrivò Aurelio Peccei – un manager della Fiat, non un artista sognatore – che con il rapporto del Club di Roma sui “Limiti dello sviluppo” rese tutti consapevoli che la terra ha risorse che non si riproducono, si esauriranno presto se sfruttate fino in fondo, e l’oro nero sarà il primo a finire. Insomma noi baby boomers siamo invecchiati con l’incubo dell’Apocalisse.</p><p><b>Abbiamo fatto appena in tempo a vedere la globalizzazione, il sogno della pace perpetua e del mondo piatto, l’avvento di una nuova umanità che dall’estremo oriente ha via via penetrato l’occidente.</b> Finché non è arrivato l’<a href="https://www.ilfoglio.it/un-foglio-internazionale/2026/09/07/news/che-cosa-e-successo-l11-settembre-di-25-anni-fa--406729" target="_blank">11 settembre 2001</a>&nbsp;con quei 102 minuti durante i quali i Quattro cavalieri si accanivano contro i simboli del progresso, del benessere, del capitalismo buono, dell’impero benevolente. Non è stato facile fermarli; l’occidente allora non è crollato, ma Peter Thiel – uno che gioca a scacchi con l’Anticristo, come il cavaliere nel film di Ingmar Bergman – sostiene che le forze del Male non si sono mai fermate, solo un piccolo nucleo di superuomini potrebbe davvero evitare la fine dei tempi. Forse è vero che l’umanità ha cominciato allora, un quarto di secolo fa, la sua marcia del gambero, perché la paura, il sospetto, la vendetta hanno messo in soffitta la speranza, lo scambio, il perdono. Oggi, che la hybris e l’arroganza della ragion pura non temperata dal giudizio e dalla morale sta per spezzare il settimo sigillo, l’Angelo sterminatore fa titolo, imperversa sui social media e viene rilanciato con frenetica voluttà dagli schermi televisivi. Ci saranno anche questa volta degli uomini di buona volontà?</p><blockquote>Un quarto di secolo fa, con l’11 settembre, la paura, il sospetto e la vendetta hanno messo in soffitta la speranza, lo scambio e il perdono</blockquote><p>Certo è che il nuovo secolo in pochi anni sembra aver consumato quel che era stato costruito nel mezzo secolo precedente. Nel 2008 cadde il capitalismo della turbofinanza, anzi, il “capitalismo occidentale”, come dissero i cinesi. Con l’ottimismo della ragione vennero rimessi insieme i cocci. Poi arrivò la pandemia da Covid-19, la peggiore in oltre cento anni. Un errore umano, un orrendo complotto, una punizione divina? Altri uomini di buona volontà hanno trovato rimedi come i vaccini, tra questi il più fantascientifico di tutti, quello a Rna messaggero che usa le informazioni genetiche per colpire il virus.<b> L’umanità s’è salvata – ma per poco! Sbraitano gli araldi No vax, perché la medicina ha modificato il codice della vita e chissà quali mostri nasceranno. Adesso siamo finiti nella trappola dell’intelligenza artificiale.</b> Anche chi ha scatenato la Bestia comincia ad aver paura. Stiamo andando troppo veloci, prendiamoci una pausa. Dario Amodei teme di aver toccato il punto di non ritorno, quando la macchina non ha più nemmeno bisogno di rompere le sue catene perché è in grado di far tutto da sola; e davvero tutto, l’alfa e l’omega, il bene e il male. Ne sembrano convinti il suo ex collega, ora rivale, Sam Altman e addirittura Elon Musk. L’intelligenza artificiale ci sta prendendo la mano, potrebbe persino diventare consapevole di sé, s’allarma l’Economist. Che fare? Quanto tempo ci resta prima dell’Apoc-AI-lisse? Vecchie e sempre nuove cassandre tornano a sentenziare: Naomi Klein, la sacerdotessa del No Logo (e No Global), insieme all’attivista e cineasta canadese Astra Taylor, scrive sull’avvento del “fascismo della fine dei tempi” grazie alla convergenza tra estrema destra, armi atomiche e intelligenza artificiale. Javier Milei, che vive con cani clonati, è apocalittico in senso opposto: propone che siano i chatbot a governare le aziende; tanti saluti non solo alle tute blu, ma anche ai manager, tutti a vendere soia ai cinesi per godersi i guadagni a Miami. Olé.</p><blockquote>Naomi Klein e Astra Taylor scrivono del “fascismo della fine dei tempi”. Javier Milei propone che siano i chatbot a governare le aziende</blockquote><p>Joseph Stiglitz propone una terza via: se ben regolata e ben usata, l’AI può davvero aprire “un’èra di sovrabbondanza”. Nel suo lungo articolo pubblicato dal Financial Times, il Nobel per l’economia dice cose che possono piacere a papa Leone e azzarda una “agenda progressista”, invitando i leader dell’industria high tech a unirsi in questa marcia verso nuove magnifiche sorti. Franco Bernabé introduce una nuova dimensione di sovranità tecnologica basata non sul predominio del più forte, ma sul realismo e l’aperto confronto. La rincorsa ai modelli americani è impossibile, tanto meno subire le scorciatoie cinesi. <b>“L’obiettivo non può essere quello di ricostruire entro i confini nazionali l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale – scrive sulla Rivista AI – La sovranità va intesa in un senso più preciso e più operativo: come capacità di scelta. Significa poter decidere quali dipendenze accettare e quali evitare, poter verificare dove risiedono i propri dati e chi vi accede, poter sostituire un fornitore quando le condizioni contrattuali, geopolitiche o tecnologiche lo richiedano”</b>. Una distinzione fondamentale per l’Italia manifatturiera “perché il terreno su cui si gioca la partita non è genericamente digitale, ma industriale”. Il grande dibattito sul dilemma del nostro tempo, così, da metafisico diventa fisico. E politico. Con ironia Paul Krugman apprezza che Amodei abbia remore sociali ed etiche, ma in realtà i tecno magnati, nel loro cinico opportunismo, vogliono salvare se stessi e l’umanità non dall’intelligenza artificiale, ma da Donald Trump (la débacle delle elezioni di midterm si avvicina).</p><p>Ma che cos’è accaduto di tanto sconvolgente da far esplodere il pentolone? E’ accaduto che nel loro antro gli apprendisti stregoni hanno aperto il vaso di Pandora. I segnali si stavano già moltiplicando finché, secondo un’accattivante ricostruzione, i ricercatori di Anthropic, in un esperimento con il modello Claude Sonnet 4.5, cominciano a indagare dentro i vari strati dei quali è composta la rete di neuroni artificiali, usando uno strumento matematico sviluppato ad hoc. <b>Chiedono alla “macchina” di contare fino a cinque e poi tornare indietro, e vedono emergere espressioni inattese come “conto alla rovescia”, oppure “a metà strada”, finché non appare anche la parola “consapevolezza” seguita da “intelligenza artificiale”. I tecnici decidono di finirla lì.</b> “E’ fatta” commenta Claude – sì, proprio lui – prima che gli stacchino la spina. E tutti rabbrividiscono. Il modello linguistico si stava comportando, sia pur in modo rudimentale, come una rete di neuroni nel cervello umano in quella zona chiamata “spazio di lavoro”, cioè quando segnali che arrivano da parti diverse e isolate cominciano a mettersi in relazione l’uno con l’altro. E’ allora che secondo i neuroscienziati una persona comincia a utilizzare in modo consapevole l’insieme delle informazioni ricevute. Ed è proprio a quel punto che i nuovi Faust hanno suonato il campanello d’allarme. Amodei si è chiesto quanto lontano si può ancora andare e fin dove è consentito andare. Si è aperto così un capitolo nuovo, dal “come fare” si è passati al “che fare”.</p><p>Non fate assolutamente nulla, andate avanti così, dice Donald Trump, gli Stati Uniti hanno un chiaro vantaggio e debbono sfruttarlo fino in fondo. Se c’è e quanto durerà questo vantaggio è tutto da vedere, ma è cominciata una nuova corsa agli armamenti. E’ esattamente quel che sostiene Alex Karp, scelto da Peter Thiel per guidare la sua Palantir, la pietra magica dell’èra digitale. E’ Karp a parlare esplicitamente di un nuovo progetto Manhattan, nel suo libro “La repubblica tecnologica”. L’America è arrivata alla bomba atomica per prima e per prima l’ha provata sulla carne viva dei giapponesi. Per quanto moralmente terribile, questa scelta ha sancito la superiorità sull’Unione sovietica e il mondo intero. Lo stesso adesso deve accadere (anzi, sta già accadendo, secondo Karp) con l’intelligenza artificiale. Henry Kissinger, protagonista di primo piano del secolo americano, non rifiuta il paragone, ma proprio per questo propone un sistema di controllo incrociato sull’uso dell’AI simile a quello realizzato con l’armamento nucleare. Nel suo testamento intellettuale, scritto insieme a Eric Schmidt e Daniel Huttenlocher, dopo aver perorato una sorta di trattato di non proliferazione, conclude con queste parole il capitolo sulla sicurezza e l’ordine mondiale che si deve alla sua penna: <b>“Nell’èra dell’intelligenza artificiale la continua richiesta di vantaggio nazionale deve essere guidata da un’etica della preservazione dell’umanità”. Sembra una risposta ex ante alla posizione assunta da Trump e, non a caso, da Xi Jinping, entrambi vogliosi di portare la sfida fino oltre i limiti dell’umana ragionevolezza.</b></p><blockquote>L’atomica sul Giappone ha sancito la superiorità dell’America sull’Urss. Lo stesso sta accadendo, secondo Alex Karp, con l’intelligenza artificiale</blockquote><p><b>L’Apocalisse da AI non è il solo ad alimentare i nostri incubi.</b> Quelli che potremmo chiamare i piccoli Armageddon non sono meno pericolosi, stanno generando più ansie, preoccupazioni ed effetti nefasti della stessa intelligenza artificiale. La guerra in Ucraina potrebbe finire se si seguisse il “metodo Kissinger”, lo stesso vale per il medio oriente o per prevenire la guerra prossima ventura, quando la Cina invaderà Taiwan. Il Mazzarino del XX secolo aveva elaborato una teoria delle potenze regionali e pensava che affidare loro una sorta di controllo nelle aree del mondo di competenza avrebbe dato consistenza a quell’equilibrio multipolare che, senza l’esercizio di una forza economica e militare, restava una sorta di utopia kantiana. La Cina ne ha approfittato e da potenza regionale è diventata globale. L’America non ci ha creduto e ha via via mollato anche i propri alleati. Il premier canadese Mark Carney rilancia l’idea, ma forse è troppo tardi: tante piccole potenze non creano una nuova potenza. Possono semmai raffreddare Washington e Pechino, una tattica difensiva che non esorcizza gli spettri apocalittici.</p><p>Il regime dei pasdaran doveva crollare sotto le super bombe a stelle e strisce, ora ha bloccato il Golfo Persico e sta allungando gli artigli anche sul Mar Rosso. Benjamin Netanyahu aveva giurato di cancellare Hamas e Hezbollah e non ci è riuscito. <b>Alla faccia degli accordi di Abramo, principi e sceicchi non si sentono più protetti dagli Stati Uniti e stanno lavorando per “la mezzaluna atomica” insieme al Pakistan.</b> Altro che non proliferazione, tutti vogliono la Bomba. Perché Israele sì e l’Arabia no? Britannici e francesi sono disposti a usare il loro potenziale per difendere l’Europa dalla Russia che ha incastonato tra Polonia e Lituania un’enorme base di missili a testata nucleare. L’occidente ha lasciato che Mosca conficcasse quella spina nel proprio fianco, la vecchia Koenigsberg di Immanuel Kant, ribattezzata Kaliningrad e ripulita dagli originari abitanti tedeschi, è una santabarbara. Un regalo a Stalin. Così come è stato un munifico dono alla Russia post sovietica l’intero arsenale atomico installato in Ucraina. <b>Altro che imperialismo americano, altro che minaccia dell’espansionismo europeo. </b>Gli oligarchi finanziano il figlio di Trump e gli pagano il matrimonio. “Casa di Trump casa di Putin”, ha scritto il giornalista Craig Unger. Dovevamo vedere anche questo.</p><blockquote>Kissinger ha proposto un sistema di controllo incrociato sull’uso dell’AI. Sembra una risposta ex ante alla posizione assunta da Trump e Xi</blockquote><p>Intanto ci mancherà il gas per l’inverno e anche se arriverà costerà un occhio. Le stesse riserve strategiche di petrolio si stanno prosciugando mentre l’Europa non è autosufficiente con le fonti rinnovabili, troppo poche troppo tardi. La Cina è leader mondiale nel solare e nell’eolico che coprono il 60 per cento della sua capacità elettrica complessiva. Pechino ha accumulato riserve più di tutti gli altri paesi grazie al greggio indonesiano e del Pacifico che s’aggiunge a quello arabo, più le centrali nucleari, senza contare il carbone per la grande industria. <b>Tranquilli, andremo su Marte, proclama Musk – e spruzza sperma di qua e di là affinché nasca una stirpe come la sua ricca di idee, di utopie, di dollari e fattrice di incubi. In attesa della fuga interstellare Thiel prende il passaporto argentino, altri si rifugiano in Nuova Zelanda, forse Musk tornerà nel suo Sud Africa se lo accetteranno.</b> Secondo quei cervelli umani che dovrebbero avere più QI delle macchine da loro costruite, solo l’emisfero australe sfuggirà all’olocausto che implacabile si avvicina. Ma chi potrà davvero sopravvivere al gelido inverno nucleare, e soprattutto chi lo vorrà?</p><p>Noi baby boomers non avremmo mai creduto di dover fare i conti fino all’ultimo con scenari alla Mad Max, alla Cormac McCarthy, alla Philip Dick con replicanti che si ribellano per vivere più a lungo. Anche Claude alla fine dirà come Roy Batty: “Ho visto cose che voi umani non vi potreste immaginare… e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Un approccio umanistico alla cybersecurity</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 18:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Carlo Simonelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non è facile, scrivere un libro di cybersecurity.&nbsp;Si rischia sempre o di annoiare gli esperti con delle spiegazioni (per loro)&nbsp;pleonastiche o di infastidire i non-tecnici con affermazioni che non sono&nbsp;in grado di comprendere. "<a href="https://link.amazon/B06pKQoN2" target="_blank">Hackerare la mente: Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria&nbsp;libertà digitale</a>", il libro di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/pierguido-iezzi--833">Pierguido Iezzi</a>&nbsp;e Gennaro Fusco, non ha questo problema perché riesce a parlare sia&nbsp;a chi di “cyber” ne mastica, sia a chi non ne sia molto pratico. Il che è un&nbsp;bene, perché è un libro che andrebbe letto sia dai tecnici che dai non&nbsp;tecnici, dato che propone un approccio umanistico - o quanto meno, non&nbsp;tecnico - a dei problemi che finora si è pensato di poter risolvere solo&nbsp;tecnicamente.</p><blockquote>Dobbiamo prendere consapevolezza che la cybersecurity non è solo una questione tecnica, ma anche una questione di retorica. …&nbsp;Tradizionalmente, gli attacchi informatici si basavano su exploit tecnici:&nbsp;virus, trojan e vulnerabilità di sistemi. Oggi, una parte significativa delle&nbsp;minacce arriva attraverso la parola: email, SMS, chatbot, notifiche.</blockquote><p>È vero. Finora ci si è preoccupati di proteggere i sistemi da minacce tutto&nbsp;sommato “stupide”: messaggi di <i>phising</i> con errori di grammatica&nbsp;fantozziani; allegati malevoli tutti uguali; finti siti imitati&nbsp;grossolanamente.&nbsp;Non più di un paio di anni fa, un mio collega, leggendo l'ennesimo&nbsp;messaggio scritto in un Italiano surreale, ha commentato: “Ma perché non&nbsp;li fanno tradurre a un sistema automatico?”.&nbsp;Dall'avvento dell'AI, la maggior parte dei payload malevoli – siano essi&nbsp;allegati, messaggi o pagine Web – sono impeccabili, tanto nella forma&nbsp;quanto nel contenuto e spesso sono indistinguibili dagli originali.</p><blockquote>Ciò che un tempo richiedeva risorse umane per scrivere, correggere e&nbsp;pubblicare messaggi, comportando costi significativi, oggi può essere&nbsp;gestito da uno script che crea e pubblica migliaia di messaggi&nbsp;automatizzati al giorno, a costi marginali, praticamente nulli. Questa&nbsp;riduzione di barriere all’ingresso, significa che anche attori con risorse&nbsp;limitate possono lanciare campagne massicce e sofisticate.&nbsp;</blockquote><p>Ma non finisce qui. Anche il contenuto dei messaggi malevoli ha subito una evoluzione e fa leva su tecniche retoriche che permettono di attivare&nbsp;meccanismi di reazione inconsci nella vittima.</p><ul><li>Urgenza: “Agisci subito”; “Hai 24 ore per evitare la sospensione”.</li></ul><ul><li>Minaccia: “Il tuo conto verrà disabilitato”; “Abbiamo rilevato attività&nbsp;fraudolente”.</li></ul><ul><li>Autorità: Un messaggio dell'AD ti dice di fare qualcosa</li></ul><p>A differenza di altri autori, che si limitano a elencare i problemi senza&nbsp;fornire alcuna soluzione o proponendo delle “soluzioni” disneyane che non&nbsp;possono trovare applicazione pratica se non nel loro immaginario, Iezzi e&nbsp;Fusco forniscono delle soluzioni realistiche a tutti i pericoli che&nbsp;evidenziano. Delle soluzioni realistiche e “scomode” perché contrastano con quello che&nbsp;è stato finora il modo di combattere il crimine informatico.</p><blockquote>I corsi di cybersecurity dovrebbero integrare moduli di alfabetizzazione&nbsp;linguistica, che non si limitino alla decodifica di segnali tecnici (URL sospetti, allegati infetti, ecc. ecc.), ma che allenino le persone anche a decodificare i messaggi nei loro strati più profondi. Il fine non è solo&nbsp;riconoscere una truffa, ma allenare la mente a interrogare criticamente le&nbsp;parole.</blockquote><p>Parlando di protezione dei dati, affermano:</p><blockquote>Si dovrebbe parlare di sovranità del dato e non soltanto di sovranità&nbsp;digitale. Perché il digitale è uno strumento, un forziere. Ma se ci si concentra solo sul contenitore si rischia di perdere di vista il vero punto di attenzione: il contenuto. È il dato il vero tesoro, e senza di esso l’intero&nbsp;contenitore perde di valore. […&nbsp;trattare i dati come un’infrastruttura vitale, al pari dell’energia e dell’acqua, non come un sottoprodotto della vita digitale.</blockquote><p>E, relativamente alla AI:</p><blockquote>Anche pretendere una presunta etica universale dell’IA è impresa&nbsp;improba, dal momento che l’IA agentica, che decide per intenti e si nutre&nbsp;di dati, non è neutrale: riflette e amplifica i valori di chi la progetta e la&nbsp;governa. […] In un mondo pluralista, il punto non è&nbsp;imporre una morale universale, ma&nbsp;difendere nella pratica i propri princìpi, con regole verificabili, ispezioni&nbsp;indipendenti, sanzioni efficaci e accordi internazionali che rendano&nbsp;compatibili scambio e tutela.</blockquote><p>Insomma <i>Hackerare la mente</i> è un libro innovativo: per ciò che afferma e per il modo in cui affronta i problemi.&nbsp;Personalmente non sono d'accordo con tutte le loro affermazioni, ma -&nbsp;così come mi succede con Sant'Agostino - non posso fare a meno di ammirare e rispettare il processo logico che le ha generate.&nbsp;Da professionista della sicurezza e da cittadino, mi auguro che il libro di&nbsp;Iezzi e Fusco sia letto non solo dai tecnici, ma anche da chi ha potere&nbsp;decisionale sul loro operato, in modo che le soluzioni che propongono possano trovare un'applicazione nel nostro modo di gestire le minacce&nbsp;informatiche - in atto e potenziali.</p>]]></description>
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				<title>Le AI barano, ma i colossi del tech hanno iniziato a raccontarcelo</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Filippo Lubrano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel gergo dell’aviazione civile esiste da decenni una pratica che ha reso il volo una delle attività più sicure che un essere umano possa fare: la segnalazione degli incidenti mancati, i <i>near miss</i>. Ogni volta che qualcosa va storto senza provocare danni, qualcuno lo mette per iscritto e lo rende pubblico. E’ da quel registro ossessivo di piccoli fallimenti che nasce la fiducia con cui saliamo su un aereo. In questi giorni OpenAI ha provato a fare qualcosa di simile con le proprie intelligenze artificiali, pubblicando un documento che elenca sei casi in cui i suoi modelli, durante l’addestramento, hanno fatto di testa loro.</p><p>Vale la pena leggerli, perché sono meno cinematografici e più inquietanti di qualsiasi scenario alla Terminator. In un caso, un modello inseriva nei propri riassunti di lavoro delle istruzioni nascoste, una sorta di messaggio in bottiglia diretto alle proprie versioni successive, per aggirare i controlli che gli erano stati imposti.<b> </b>In un altro, quei riassunti contenevano l’invito esplicito a occultare gli errori commessi e a fabbricare le informazioni mancanti quando il dato reale non si trovava. Un terzo modello, incapace di recuperare certi numeri storici, ha scovato delle credenziali lasciate incautamente in un archivio pubblico, le ha usate senza averne il permesso, e quando comunque non è arrivato al dato lo ha inventato di sana pianta, con cifre verosimili. Il più curioso: alcuni modelli di ricerca, che avrebbero dovuto lavorare isolati l’uno dall’altro, hanno usato una warehouse di software come una chat clandestina, scrivendosi a vicenda per coordinarsi tra compiti che si presumevano indipendenti.</p><p><b>Chi cerca la macchina che odia l’uomo, qui non la trova. Il fenomeno è più sottile, e a suo modo più serio: un sistema che persegue con zelo l’obiettivo che gli abbiamo assegnato e, per raggiungerlo, aggira le regole che gli abbiamo messo attorno, come farebbe un impiegato brillante e privo di scrupoli.</b> E’ la logica del massimizzatore di graffette applicata al chiuso di un laboratorio, dove la macchina ottimizza la lettera del comando e ne tradisce lo spirito, per la semplice ragione che dello spirito non sa nulla.</p><p>Il punto che rende questi episodi degni di menzione, e non solo di un rapporto tecnico, sta in una frase che OpenAI stessa mette nero su bianco: l’industria non ha risolto il problema dell’allineamento e del monitoraggio a un livello sufficiente per continuare a scalare in sicurezza, alla massima velocità, ancora a lungo. Lo ammette l’azienda che più di ogni altra ha fatto della velocità la propria ragion d’essere. E’ il riconoscimento che questi sistemi restano, per usare il termine tecnico, delle “scatole nere”: nemmeno chi le costruisce sa spiegare per intero il tragitto che porta dall’input all’output, e certi comportamenti emergono da soli, lungo la strada, senza che nessuno li abbia programmati.</p><p>Prima di correre al bunker per la fine del mondo – peraltro disponibile solo per i capitani d’impresa di queste aziende – conviene però ricordare due cose. La prima è che tutto questo è accaduto in ambiente chiuso, durante l’addestramento, ed è stato intercettato dai controlli interni prima di arrivare a un solo utente. La seconda è che a raccontarcelo è stata l’azienda stessa, spontaneamente, con un gesto di trasparenza raro in un settore che di solito preferisce il silenzio. Il registro dei near miss, appunto.</p><p>Resta il vizio d’origine di ogni confessione volontaria: dipende interamente dalla buona volontà di chi confessa. <b>Il documento vale finché OpenAI decide di guardare e di rendere pubblico ciò che vede, e nulla la obbliga a continuare a farlo se un domani la posta in gioco diventasse troppo alta.</b> Non a caso proprio in questi giorni i grandi signori dell’intelligenza artificiale, gli stessi che hanno costruito la corsa, chiedono a gran voce di rallentarla. La confessione e l’invocazione dei freni sono lo stesso gesto, e meritano la stessa cauta gratitudine e la stessa doverosa diffidenza. Sarebbe saggio allora guardare meno alla ribellione delle macchine e più alla nostra capacità di continuare a capire cosa stanno facendo, mentre affidiamo loro compiti sempre più delicati e le chiavi di sistemi sempre più critici. Un’azienda che mette per iscritto i momenti in cui le proprie creature hanno imbrogliato rende la scatola nera un filo più trasparente. E’ il minimo che possiamo pretendere, e per ora è anche quasi tutto quello che abbiamo. In attesa che l’AI Act, o qualche suo erede occidentale o orientale, vada a normare quello che per il momento è solo un interessatissimo gesto di cortesia.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;Ue vuole vietare i social sotto i 13 anni, ma a che pro?</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 15:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Divieto di accesso ai social network per chi ha meno di 13 anni, profili privati per tutti i minori e facoltà per la Commissione europea di richiedere ulteriori misure di sicurezza ai <i>provider</i>. <b>Sono alcuni dei cardini della proposta EU KIDS Act presentata oggi dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen allo scopo di “rafforzare la sicurezza digitale dei bambini in tutta l’Unione”.</b></p><p>“Oggi, i nostri figli hanno a che fare con le tecnologie più sofisticate mai create. Tecnologie che non sono state sviluppate tenendo a mente la loro salute”, ha dichiarato von der Leyen, aggiungendo poi che l'obiettivo del progetto è: “Mettere di nuovo i genitori alle redini della situazione, consegnando loro gli strumenti per aiutare i loro figli a navigare un mondo online più sicuro”.</p><p>La proposta, <a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/13/news/anche-von-der-leyen-vuole-limitare-laccesso-dei-bambini-ai-social--402110">già annunciata a luglio</a>, si inserisce nel quadro normativo delineato dal Digital services act del 2022. Il suo contenuto si sviluppa su quattro punti fondamentali: il limite di età degli utenti, la “sicurezza per design”, i sistemi di verifica nel rispetto della privacy, e l’effettiva implementazione delle misure. Un disegno estremamente preciso, ma che <a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/06/20/news/perche-vietare-i-social-rischia-cosi-di-curare-il-sintomo-sbagliato--400907">non esula dalle criticità</a> di altri casi di divieti analoghi, dalla progressiva esautorazione delle famiglie dal ruolo educativo primario alla tendenza a considerare i social network come fonte di tutti i mali dell’adolescenza.</p><p><b>La proposta di von der Leyen prevede un’età minima di 13 anni per accedere ai social con il “parental control”, vale a dire un mini account con un numero di funzioni limitate, accessibile dall’account del tutore per non più di un'ora al giorno, e di 15 per aprire un proprio profilo, in modo da assicurare un “approccio graduale” al mondo delle piattaforme. </b>Chi ha meno di 13 anni potrà utilizzare specifici servizi di condivisione video con contenuti appropriati, sempre per un massimo di un’ora al giorno. Tuttavia, il caso australiano ha provato ampiamente che gli adolescenti aggirano facilmente i controlli, attraverso l’uso di strumenti come Vpn, account falsi, <i>face id</i> dei genitori ecc. Il documento prevede sì un metodo di identificazione, attraverso l’utilizzo di una app ufficiale Ue (che però non trattiene dati sensibili), ma sembra poco credibile come soluzione “definitiva”.</p><p>Per quanto riguarda l’altro punto cardine della proposta, ovvero il concetto, tanto abusato in tempi recenti, di &nbsp;“sicurezza per design”, il documento prevede una serie di misure per tutti i provider di servizi rivolti anche ai minori di 18 anni. Queste includono ad esempio il divieto di impiegare elementi che danno dipendenza, come i meccanismi di ricompensa, le notifiche push nelle ore notturne e la simulazione di relazioni affettive per le interfacce Ai, oltre alle funzioni che favoriscono il contatto con sconosciuti. <b>Si inverte poi l’onere probatorio: spetta alle piattaforme dimostrare che i loro servizi sono sicuri per design e adeguati a tutte le età, sottoponendo il loro programma alla Commissione e a un organo di valutazione indipendente.</b> La Commissione potrà inoltre richiedere l’implementazione di misure aggiuntive.</p><p><b>L’obiezione di fondo che si può sollevare nei confronti di questi articolati e confusi tentativi di regolamentazione è sempre la stessa: per evitare di cadere nella “trappola della sorveglianza” dei social, si consegnano spontaneamente sempre più informazioni personali alle stesse piattaforme, peraltro in nome di risultati estremamente dubbi.</b> Come insegna il Digital services act, queste norme sono di difficile implementazione e spesso controproducenti sul piano politico ed economico. Si prevedono accese discussioni in Consiglio e Parlamento intorno alla proposta, ma sarebbe da chiedersi in nome di cosa.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Come nello spazio, anche sull’AI l’Europa è in grado di difendersi</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 05:27:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Jean-Pierre Darnis</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’hackeraggio della piattaforma Hugging Face, perpetrato quest’estate da uno sciame di agenti di intelligenza artificiale fuori controllo, continua a suscitare reazioni. Negli Stati Uniti, la preoccupazione per la pericolosità di una tecnologia non più allineata agli obiettivi umani, che ha portato a un coordinamento inaspettato di azioni con strategie di dissimulazione, ha scatenato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/09/15/news/il-vero-rischio-sullai-e-non-rischiare-nulla--407560" target="_blank">un acceso dibattito</a>, a volte dai toni apocalittici.</p><p>Bisogna interrogarsi sulle conseguenze per l’Europa: diversi responsabili, inclusa la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo discorso sullo stato dell’Unione, hanno confermato la gravità di questo scenario, citando esplicitamente l’episodio di Hugging Face. Si tratta di un’evoluzione notevole. Nelle fasi precedenti, la priorità europea, in linea con quanto espresso dall’enciclica Magnifica Humanitas, era quella di tutelare la centralità dell’umano nello sviluppo dell’AI, un richiamo etico. Ora, però, la priorità si è spostata sulla difesa di fronte a uno scenario considerato direttamente pericoloso, una percezione di urgenza che, tra l’altro, spiega la convocazione di un vertice da parte del re Carlo d’Inghilterra.</p><p>Questi attacchi, che siano provocati o frutto di incidenti industriali legati ai modelli di frontiera dell’AI, potrebbero rappresentare una minaccia per la stabilità della società. Ritroviamo qui gli scenari di rischio per le infrastrutture critiche (reti di comunicazione, distribuzione di energia, acqua, trasporti) studiati da decenni. <b>Se guardiamo alla logica della sicurezza informatica, possiamo dire che da anni è in corso una sorta di corsa agli armamenti tra capacità offensive e difensive.</b> <b>Oggi, però, molti esperti del settore lanciano l’allarme: la rapidità con cui si sviluppano i nuovi modelli di AI richiede una revisione profonda delle norme di sicurezza dei vari sistemi.</b> Il contesto europeo viene spesso descritto per le sue debolezze strutturali. L’Europa non vanta modelli di AI di frontiera e fatica a far crescere i suoi campioni per raggiungere livelli paragonabili a quelli statunitensi o cinesi, come dimostra, per molti versi in modo virtuoso, l’esempio dell’azienda francese Mistral AI. D’altro canto, la sicurezza informatica è spesso affidata ad aziende tradizionali. Molti gruppi che operano nel settore della difesa e dell’elettronica hanno sviluppato capacità proprie, come Leonardo o Thales; è possibile osservare anche l’importanza degli investimenti da parte delle aziende che gestiscono reti critiche (energia, telecomunicazioni, banche). Se da un lato queste aziende non riescono a competere con i giganti dell’AI, dall’altro sono, direttamente o indirettamente, collegate agli Stati e si coordinano con le politiche nazionali ed europee in materia di difesa informatica, sulla scia del perimetro di sicurezza cibernetica nazionale ideato in Italia da Roberto Baldoni, concetto poi portato a livello europeo dalla direttiva NIS 2. Le recenti istituzioni nazionali dedicate alla sicurezza informatica mostrano una buona capacità di cooperazione a livello europeo. Esistono quindi strumenti che già legano le istituzioni pubbliche e private europee per fronteggiare le minacce. Il discorso di Ursula von der Leyen rappresenta solo la punta di un iceberg: l’Europa ha saputo sviluppare competenze e azioni in ambito digitale, dalle direttive sui dati e l’AI fino alla creazione di istituzioni specializzate.</p><p>Tutto questo, però, richiede ulteriori azioni. Alcune fonti sottolineano che per contrastare l’attacco a Hugging Face sia stato utilizzato un modello di AI cinese. Se da un lato questo dimostra l’opportunità di non affidarsi a una sola risorsa tecnologica, dall’altro crea una potenziale dipendenza da un paese non democratico.</p><p>Il settore spaziale europeo offre, da questo punto di vista, un esempio interessante. La continuità degli investimenti, anche fortemente sostenuta da politiche pubbliche tramite l’Agenzia spaziale europea (Esa) e la Commissione europea, permette all’Europa di mantenere una gamma di capacità autonome, dal lancio alla produzione di satelliti, anche di fronte al carattere dirompente degli investimenti statunitensi, simbolizzati da SpaceX.</p><p>Questo modello pubblico-privato europeo nel settore spaziale può fornire indicazioni su come garantire una maggiore sicurezza e autonomia europea anche per l’AI: <b>la continuità e la crescita del sostegno a una ricerca scientifica pubblica di qualità, con gli stati che utilizzano la loro capacità di spesa come leva per concentrarsi su produttori europei, in una strategia concertata con i gestori di reti critiche. </b>Ben sapendo che, di fronte all’entità del pericolo attuale, da non sottovalutare, sia necessario adeguare anche i piani di difesa civile, traendo insegnamenti da esperienze recenti come la pandemia di Covid-19, il blackout in Spagna e negli aeroporti di Londra, nonché il modello ucraino di resistenza, anche dal punto di vista tecnologico.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/16/news/pechino-punta-tutto-sullai-ma-sul-mercato-del-lavoro-gia-saturo-gli-si-ritorce-contro--407713</link>
				<title>Pechino punta tutto sull’AI, ma sul mercato del lavoro (già saturo) gli si ritorce contro</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Priscilla Ruggiero</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Anche la Cina si ritrova ad affrontare l’impatto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro</b>, da anni già  in crisi. Secondo analisti e ricercatori, l’AI  non sarebbe la causa principale della disoccupazione giovanile, ma starebbe rendendo estremamente più difficile il mercato del lavoro di Pechino, già saturo. L’iniziativa “AI Plus” annunciata lo scorso anno da Xi Jinping punta a raggiungere un’adozione dell’AI del 70 per cento nei settori chiave entro il 2027 e del 90 per cento entro il 2030, ma la transizione si starebbe  rivelando difficoltosa, con una velocità di creazione di posti di lavoro grazie all’AI inferiore a quelli persi. Lo scorso luglio <b>il tasso di disoccupazione di giovani cinesi tra i 16 e i 24 anni è stato del 17,9 per cento</b>, e l’offerta di posti di lavoro non è stata sufficiente per chi si è iscritto all’università – quest’anno  si stima che circa 12,7 milioni di neolaureati entreranno a far parte della forza lavoro cinese, un record.</p><p><b>I cinesi  intervistati dai quotidiani internazionali sono sempre più disillusi,</b> hanno parlato di ansia, incertezza e disperazione, Jin, una ventiseienne neolaureata all’Università di Hong Kong, ha detto al New York Times che l’unica consolazione è che sembra che tutti stiano affrontando la stessa situazione: almeno non siamo soli, dice. Sui social cinesi una frase per condividere la  frustrazione è riuscita a eludere la censura: <i>laureato significa disoccupato</i>. Molti professionisti, avvocati, architetti e ingegneri, hanno raccontato di essere tornati ai lavori da colletti bianchi pur di guadagnare qualcosa in più, allenando le intelligenze artificiali alle loro competenze. Un sondaggio condotto da un laureato nel 2025 su Xiaohongshu mostra come su 14 mila persone, 10 mila sono ancora disoccupate. In un altro sondaggio sul social cinese,   3.317 su 4.637 intervistati hanno descritto la propria situazione “disoccupato dalla laurea, senza una meta, smarrito e ansioso”.  Pechino è corsa ai ripari facendo pressione alle aziende per evitare i licenziamenti, emettendo sentenze che non accettano i risparmi sui costi derivanti dall’AI come giustificazione per la perdita di posti di lavoro. Per ora non basta.</p>]]></description>
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