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		<title>Tecnologia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 16:05:31 +0200</pubDate>
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				<title>Sull’AI non si vive di sole regole</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:14:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La buona notizia è che l’Italia comincia a prendere sul serio l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>. <b>La cattiva notizia è che, come spesso accade, rischia di prenderla sul serio soprattutto dal lato della paura.</b> Gli schemi di decreto legislativo con cui il governo ieri ha adeguato la normativa nazionale all’AI Act europeo sono necessari: servono a stabilire chi controlla, chi vigila, chi autorizza, chi sanziona, chi risponde quando un sistema di intelligenza artificiale produce danni. Servono a chiarire il ruolo delle autorità nazionali. Servono a mettere paletti sull’uso dell’IA nella formazione, nella pubblica amministrazione, nella polizia, nella responsabilità civile e penale. Tutto giusto. Tutto inevitabile. Tutto, però, ancora incompleto.</p><p><b>Perché una buona legge sull’intelligenza artificiale non può essere soltanto una legge per evitare guai. Deve essere anche una legge per attrarre futuro. </b>E se l’ambizione si ferma qui, avremo fatto il classico errore  europeo: costruire un magnifico codice della strada e poi scoprire che le automobili le producono altrove. Il punto politico è questo. L’AI Act fissa il perimetro. I decreti italiani devono trasformare quel perimetro in una strategia. Una volta messe a punto le regole, serve creatività sull’attrattività. Servono sandbox veri, non finte stanze d’attesa burocratiche. Servono tempi rapidi per autorizzare le sperimentazioni. Servono incentivi fiscali mirati per startup, data center, laboratori, centri di calcolo, ricerca applicata. Serve un uso intelligente degli appalti pubblici, perché lo stato non può limitarsi a controllare l’innovazione: deve anche comprarla, sperimentarla, farla crescere. Serve accesso sicuro ai dati pubblici, energia competitiva, università collegate alle imprese, talenti stranieri messi nelle condizioni di venire qui e non di scappare altrove. <b>L’Italia non deve diventare il paese che spiega all’intelligenza artificiale tutto ciò che non può fare. Deve diventare il paese che, dopo aver fissato regole chiare, dice alle imprese migliori: venite qui, provate qui, crescete qui.</b> Le regole ci sono, idee sull’attrattività ancora no.</p>]]></description>
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				<title>Il calcio visto dall’America</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 15:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Andrea Trapani</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è un motivo se molte partite giocate negli Stati Uniti sembrano diverse ancora prima del calcio d'inizio. Basta guardare l’inquadratura principale. Più alta, più larga, meno abituata a inseguire il pallone e più interessata a mostrare il campo nella sua interezza. <b>Nelle ultime settimane diversi tifosi europei se ne sono accorti guardando le amichevoli estive e la discussione è finita rapidamente sui social</b>. Sembra una questione tecnica. In realtà <b>racconta due modi diversi di intendere lo sport in televisione</b>.</p><p>Un tweet diventato virale su X ha colto un punto reale, anche se in modo piuttosto sbrigativo: il calcio sugli schermi americani appare spesso diverso da quello a cui il pubblico europeo è abituato. Non è soltanto una questione estetica. È una diversa idea di regia. Negli Stati Uniti lo sport viene spesso raccontato come un evento da leggere e interpretare, non soltanto da seguire. Il campo diventa una lavagna tattica oltre che un palcoscenico.</p><h2>Come si guarda lo sport negli Usa</h2><p>La questione non nasce oggi. Già <a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2022/11/19/news/mondiali-1994-ossia-roberto-e-i-gelati--158279">durante USA ’94</a>, il Mondiale che contribuì a cambiare il rapporto tra l’America e il calcio, il torneo rappresentò anche un laboratorio televisivo. <a href="https://www.fifamuseum.com/en/explore/fifamuseumplus/blog/USA-94-A-World-Cup-o">Nelle proprie memorie ufficiali</a> la Fifa ricorda come quella rassegna fosse piena di “prime volte” per il mercato americano. Tra queste, la trasmissione integrale delle partite in lingua inglese senza interruzioni pubblicitarie durante il gioco. Oggi sembra normale, ma allora non lo era affatto.</p><p>Quel passaggio contribuì a dimostrare che il calcio poteva essere adattato alle logiche della televisione statunitense senza perdere la propria forza globale. Da allora il rapporto tra il gioco e il modo di raccontarlo è diventato sempre più stretto.</p><p>La discussione è tornata d’attualità durante la Copa América del 2024, quando la sfida tra Stati Uniti e Uruguay fece <a href="https://www.nytimes.com/athletic/5610192/2024/07/01/usmnt-camera-angle-fox/">discutere per un’inquadratura insolitamente alta</a>, giudicata da molti quasi irriconoscibile. Fox chiarì successivamente che per buona parte del primo tempo stava utilizzando il world feed prodotto dagli organizzatori del torneo (la Conmenbol) e non il segnale proveniente dalla integrazione curata dalla regia americana.</p><p>È un dettaglio importante. Spesso non è “l’America” a filmare il calcio in modo diverso. Piuttosto, il calcio internazionale, quando viene prodotto negli Stati Uniti o pensato per il mercato americano, tende ad adottare soluzioni più vicine alla tradizione televisiva statunitense. Per anni questa distanza è stata anche materiale: il sistema NTSC negli Usa e il PAL in gran parte d’Europa significavano standard tecnici differenti e quindi culture televisive differenti. Oggi quella distinzione appartiene al passato, ma aiuta a capire come il calcio globale sia cresciuto dentro tradizioni di racconto non sempre coincidenti.</p><h2>Perché ci sembra così diverso</h2><p>Da qui nasce la lettura più interessante della polemica. Non si tratta semplicemente di una telecamera piazzata qualche metro più in alto. Il punto è che il calcio non viene più raccontato soltanto dal calcio. Da anni prende in prestito linguaggi, tecnologie e soluzioni produttive da altri sport, soprattutto da quelli americani, dove il broadcast è considerato parte integrante dello spettacolo e non un semplice contenitore.</p><p>Per il Mondiale del 2026 <a href="https://www.svgeurope.org/blog/headlines/football-summit-2026-fifa-and-hbs-share-world-cup-production-plans-camera-innovations-and-ibc-updates/">FIFA e HBS hanno annunciato un apparato produttivo imponente</a>: 45 telecamere per partita, Polecam, Cablecam, RefCam, camere cinematografiche e contenuti pensati fin dall’origine per la distribuzione digitale. Non stiamo parlando di futuro. È già il presente.</p><p>C’è però un aspetto che vale la pena tenere fermo per evitare gli stereotipi più facili. La telecamera alta non è automaticamente una barbarie televisiva, così come quella più bassa non rappresenta necessariamente una forma superiore di eleganza europea. In alcuni casi un’inquadratura più ampia permette di leggere meglio i movimenti delle squadre, le occupazioni degli spazi e le dinamiche tattiche. Restituisce il campo come sistema e non soltanto come successione di emozioni.</p><p>Per questo il calcio visto dall’America non è semplicemente diverso. È il luogo in cui il linguaggio televisivo del gioco viene continuamente rinegoziato.</p><p>Ed è qui che una discussione apparentemente marginale diventa interessante. Chi decide come deve apparire una partita di calcio? Il produttore internazionale, il broadcaster locale, il pubblico televisivo, i social network o gli algoritmi che selezionano gli highlights? La risposta conta più di quanto sembri, perché oggi la regia non si limita a raccontare il gioco. Contribuisce a definirlo.</p><p>Gli Stati Uniti, piaccia o no, stanno spingendo il calcio mondiale in questa direzione da oltre trent’anni. Da USA ’94 fino al <a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/08/news/la-guida-a-tutte-le-48-nazionali-dei-mondiali-2026--400231">Mondiale del 2026</a>. Il calcio continua a essere lo stesso sport. L’immagine con cui lo guardiamo, invece, cambia continuamente. E per un gioco diventato globale, l’immagine non è più un dettaglio: è parte della partita.</p><p><br></p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/06/10/news/abolire-le-tesi-di-laurea-fatte-con-la-ai-e-gia-realta-dicono-due-docenti--400338</link>
				<title>Abolire le tesi di laurea fatte con la AI? E’ già realtà, dicono due docenti</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>La scena più o meno era questa, ed è una scena i cui particolari si sono svelati via via nel corso degli ultimi due anni, raccontano all’unisono <b>Giorgio Caravale</b>, docente di Storia moderna presso l’Università degli Studi Roma Tre, e <b>Lisa Roscioni</b>, docente di Storia Moderna alla Sapienza Università di Roma: improvvisamente, sulle scrivanie dei professori abituati da tempo a tesine di laurea triennale scritte per così dire in modo un po’ grossier – tesi a cui si doveva magari rimettere mano correggendo la forma, dice Caravale – <b>sono arrivati e addirittura piovuti elaborati il cui livello, dice Roscioni, “si era alzato considerevolmente”. </b>Considerevolmente ma non inspiegabilmente: tra controlli incrociati, prove empiriche, supposizioni e confessioni degli stessi studenti, si è giunti presto alla conclusione che il balzo in avanti nel livello di elaborazione e stesura delle tesine fosse dovuto non tanto a un corso intensivo di scrittura accademico-creativa quanto a un uso intensivo ed estensivo della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">AI</a>.</p><p>Che gli studenti ne facessero uso era noto, che la usassero come supporto anche i docenti pure (e chi non? era insomma il pensiero sotteso), <b>ma  il fatto di essere giudicati a due passi dalla laurea sulla base di una tesina scritta dal convitato di pietra robotico era parso d’un tratto paradossale, a tratti surreale.</b> Un teatro, anzi un teatro nel teatro, con il prof in modalità radbomantica costretto, raccontano Caravale e Roscioni, a fare a ritroso o a intuito il percorso dello studente lungo le autostrade della AI, per capire se tizio o caio avesse copiato e quanto, spesso illuminati dall’indizio degli indizi: la bibliografia quasi inventata. Morale: “Non aveva senso”, dice Caravale, raccontando che a Roma Tre, nel suo e in altri dipartimenti, si è deciso allora di eliminare le tesine per le lauree triennali (anche se non per le più complesse lauree magistrali), con l’escamotage – in ottemperanza alle regole ministeriali – di giudicare lo studente su una dissertazione orale, previo caricamento online di un elaborato scritto non sottoposto a valutazione. Il tutto per poter valutare nella sostanza, fuor di copia-e-incolla, se il laureando “fosse in grado di approfondire, collegare, argomentare. Una sorta di “rivincita dell’oralità”, dice Caravale. E senza nulla togliere al ruolo della AI, “formidabile scorciatoia”, dice Roscioni.</p><p>Semplicemente prendendo atto e andando avanti. All’Università Sapienza le tesine scritte non sono state ancora eliminate, ma quello è per molti docenti l’obiettivo, anche per uscire dal gorgo a volte tragicomico a volte energivoro del “chi ha copiato da chi”. Eppure, davanti alla possibile e precipitosa discesa nella totale assenza del pur minimo esercizio cognitivo e critico del laureando, l’oralità, dice Roscioni, si offre come soluzione: “E pensare che l’antropologo e filosofo Walter J.Ong, nel 1982, nel suo saggio ‘Oralità e scrittura’, aveva predetto l’approdo dell’umanità a una forma di ‘oralità secondaria’”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Dai cofani ai robot: la pelle elettronica che potrebbe cambiare tutto</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 04:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Filippo Lubrano</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Taipei</i>. L’edizione 2026 del Computex, la più grande fiera del settore tech asiatico nella capitale di Taiwan, è stata incentrata su una declinazione specifica dell’intelligenza artificiale: quella applicata, e spesso incarnata. Con i soliti giganti del settore come  Nvidia, Amd e tutto il pantheon del silicio che ormai presidia stabilmente le fiere tech con le ultime architetture per l’Ai, c’è stato però uno stand che si è particolarmente distinto dalla competizione. <b>Puntando sul minimalismo: solo una Bmw al centro della scena, con una carrozzeria che cambia colore. </b></p><p>EInk, l’azienda taiwanese nata da un laboratorio del Mit, ha presentato a Taipei due cose insieme: il cofano della <b>Bmw iX3 Flow Edition</b> (primo componente di carrozzeria con tecnologia ePaper a superare i test di produzione in serie) e una concept car completa, rivestita dal paraurti ai cerchioni con il suo nuovo materiale Prism, capace di cambiare colore e disegnare onde cromatiche sincronizzate sulla superficie dell’auto.</p><p>La storia di questo materiale comincia da una collaborazione fra Bmw e eInk che inizia quattro anni fa: per superare il problema che il materiale elettroforetico (il materiale in cui minuscole capsule di inchiostro in sospensione si riorganizzano sotto impulso elettrico, senza consumare energia per mantenere l'immagine, una tecnologia che conosciamo bene perché è alla base degli e-reader Kindle) deve fare qualcosa di completamente diverso da quello che fa sullo schermo piatto di un libro digitale. Deve seguire la curvatura di un pannello di carrozzeria, connettersi a sistemi di alimentazione e controllo, resistere alle variazioni di temperatura, all’esposizione ai raggi Uv, allo stress meccanico, ai lavaggi ripetuti per l’intera vita utile di un veicolo.&nbsp;<b>Il processo industriale prevede stretching o termoformatura per adattare il materiale Prism alle superfici tridimensionali (corpo, specchietti, cerchioni) con un’unità programmabile che gestisce i cambi di colore e le sequenze animate.</b></p><p>A ben vedere, il cofano dell’iX3 Flow Edition funziona solo in scala di grigi e la tecnologia è limitata al cofano; le carrozzerie completamente programmabili restano nella fase concettuale. Al momento, nessun altro costruttore ha annunciato piani analoghi, che può essere la premessa di una storia di genio che porta a un oceano blu di mercato, insomma senza concorrenza diretta, o di follia totale senza riscontri commerciali. Il prototipo parla insomma soprattutto ai partner della filiera, agli integratori, ai potenziali licenziatari.</p><p>Ma se un materiale ePaper può diventare la superficie esterna di un’automobile, allora la stessa logica vale per qualunque altra superficie: le pareti di un edificio, la facciata di un negozio, un casco, un abito. A gennaio, all’ultimo Ces di Las Vegas, la principale fiera tech globale di inizio anno, un’azienda del settore aveva già presentato una maschera facciale 3D in ePaper Prism a colori, indicandola come ispirazione per future applicazioni in dispositivi indossabili e come pelle esterna dinamica.</p><p><b>Il termine “pelle” non è metaforico</b>. L’ePaper formabile è un rivestimento sottile, flessibile, capace di rispondere a istruzioni elettriche mutando il proprio aspetto, e gli stessi vertici aziendali taiwanesi hanno apertamente flirtato nelle loro dichiarazioni con il mondo dei robot umanoidi. Difficile a oggi immaginare chi la spunterà tra chi va nella direzione di una pelle sintetica, come la cinese UBTech col suo nuovo U1, e chi invece suggerisce che i robot del futuro possano essere rivestiti di un materiale cangiante, che magari possa segnalare anche a occhio nudo situazioni di carica o sforzo, o semplicemente possano risultare più gradevoli esteticamente, evitando quell’effetto di perturbante inquietudine che i ricercatori chiamano <b>Uncanny Valley</b>:<b> la soglia in cui un robot somiglia abbastanza a un essere umano da risultare familiare, ma non abbastanza da non sembrare sinistro – il tutto con un impatto energetico, come per gli eReader, estremamente basso.</b></p>]]></description>
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				<title>Parmitano sarà il pilota di Artemis III: anche la Nasa ha bisogno di noi</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 20:04:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Anche Donald Trump ha bisogno dell’Europa per andare sulla Luna. In questo caso, in particolare, dell’Italia. Come pilota, ci sarà infatti&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/06/09/news/luca-parmitano-torna-nello-spazio-la-missione-artemis-iii-da-il-via-alla-nuova-corsa-alla-luna--400317" target="_blank">anche l’italiano Luca Parmitano tra i quattro membri dell’equipaggio della Artemis III</a>, assieme agli statunitensi Randolph Bresnik, Frank Rubio e Andre Douglas. Nato a Paternò, in Sicilia, nel 1976, e colonnello dell’Aeronautica (mentre i suoi tre compagni di viaggio provengono rispettivamente da Marine, Esercito e Guardia costiera), Parmitano rappresenta l’Agenzia spaziale europea (Esa), che fornirà inoltre il suo terzo European service module (Esm-3) per questo volo di prova con equipaggio. <b>Il modulo europeo sarà fondamentale per l’obiettivo della missione: testare le capacità di rendez-vous e attracco (docking) in vista delle future missioni di allunaggio del programma Artemis.</b></p><p><b></b>“L’incarico di pilota affidato all’astronauta dell’Esa Luca Parmitano riflette la profondità delle competenze europee nel volo spaziale umano e si basa sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di alta pressione”, ha fatto sapere il direttore generale dell’agenzia europea <b>Josef Aschbacher.</b> “La notizia arrivata oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna e un significativo passo avanti nella nostra partnership con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio”.  Parmitano ha già trascorso 366 giorni nello spazio in due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, e da quando è tornato sulla Terra ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa allo Johnson Space Center della Nasa a Houston. <b>Il volo su Artemis III è un riconoscimento anche all’Italia: il biglietto per entrare nel consorzio a guida Nasa, durante la prima Amministrazione Trump, fu subordinato all’uscita dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana, da una collaborazione con la stazione spaziale orbitante cinese. </b>Ed è una dimostrazione del fatto che il campo largo occidentale della conquista spaziale, cioè stare dalla parte giusta, alla fine paga.</p>]]></description>
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				<title>Luca Parmitano torna nello spazio. La missione Artemis III dà il via alla nuova corsa alla Luna</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 19:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Prima si è scusato per l'emozione, poi ha ringraziato "tutti coloro che mi hanno permesso di arrivare a questo volo". Sono state queste le prime parole dell'astronauta dell'Agenzia spaziale europea&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/preghiera/2019/08/20/news/astroluca-nel-senso-di-astronauta-o-di-astrologo--188323" target="_blank">Luca Parmitano</a>, subito dopo che la Nasa ha annunciato la sua fra i quattro membri dell'equipaggio della missione Artemis III, <b>destinata ad aprire la via al ritorno di esseri umani sul suolo lunare</b>. La missione, in cui l'astronauta avrà il ruolo di pilota, è prevista nella seconda metà del 2027, ma <b>non sarà diretta alla Luna</b>: è stata infatti progettata dopo la revisione del programma Artemis da parte della Nasa per sperimentare nell'orbita terrestre le tecnologie di rendezvous e di attracco fra la capsula Orion, sulla quale voleranno gli astronauti, e uno o due veicoli costruiti da aziende private per posarsi sul suolo lunare.</p><p>"La mia base di lancio – ha detto Parmitano, AstroLuca per i più – è stata il mio paese, l'Italia, che mi ha dato l'istruzione necessaria per arrivare a questa missione. L'Esa è stata la torre di lancio, che mi ha permesso di costruire relazioni e di esprimere tutto il mio potenziale. La Nasa è stato il razzo, che ringrazio per avermi permesso di far parte di questo incredibile equipaggio", ha aggiunto.&nbsp;"Con Luca Parmitano l'Italia protagonista nella nuova corsa alla Luna", ha dichiarato&nbsp;Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy (e Autorità delegata allo Spazio). "Questa scelta - ha aggiunto - è motivo di orgoglio per tutta la nostra Nazione e conferma il ruolo di primo piano che l'Italia avrà nella nuova sfida scientifica, tecnologica e industriale legata al ritorno dell'uomo sulla Luna con la prospettiva di una presenza stabile e duratura".</p><h2>Chi è Luca Parmitano: da Paternò alla dj session in orbita</h2><p>Parmitano sarà l'unico astronauta europeo sulla missione, oltre che uno dei membri con più esperienza, viste le due missioni spaziali già all'attivo. Nato a Paternò (anche se considera Catania la sua città natale) il 27 settembre 1976, ha trascorso 366 giorni non-cumulativi nello spazio, oltre ad aver effettuato sei 'passeggiate spaziali' nella sua carriera, per un totale di 33 ore e 9 minuti. Nel febbraio 2011, Parmitano è stato assegnato come ingegnere di volo alla prima missione di lunga durata dell'Agenzia spaziale italiana (Asi) sulla Stazione spaziale internazionale. Poi è partito a bordo di un lanciatore Soyuz il 28 maggio 2013 dal cosmodromo di Baikonour, Kazakistan. Mentre durante la missione Volare, ha trascorso 166 giorni nello spazio portando avanti oltre 20 esperimenti e prendendo parte a due attività extra veicolari e all'attracco di quattro navette.</p><p>Nel 2019 è partito per la sua seconda missione sulla Stazione spaziale internazionale con la navetta russa Soyuz MS-13. Era il 20 luglio, cinquant'anni dopo il primo sbarco dell'uomo sulla luna, per poi rientrare sulla Terra il 6 febbraio 2020. Durante la sua missione di 201 giorni l'astronauta ha assunto il ruolo di Comandante della Stazione Spaziale per la Spedizione 61 – diventando il terzo europeo e il primo italiano in assoluto al comando della Stazione spaziale internazionale.</p><p>In totale, Parmitano ha effettuato quattro uscite extra veicolari totalizzando 25 ore e 30 minuti. Durante la missione Beyond, Luca ha dato supporto a oltre 50 esperimenti europei e 200 esperimenti internazionali nello spazio. Fra razzi e passeggiate spaziali, Astroluca <b>ha avuto il tempo di prendere parte alla prima 'dj session' in diretta dall'orbita terrestre</b>, inviare un importante messaggio ai leader mondiali durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico COP25 e parlare con i Premi Nobel di esopianeti e di chimica delle batterie.&nbsp;</p><h2>Cos'è la missione Artemis III</h2><p><b>Si tratta di una delle missioni chiave del programma spaziale che punta a riportare l'uomo verso la Luna</b>. Oltre alla Nasa, sono coinvolti anche altri attori:&nbsp;<b>Blue Origin</b> sta sviluppando una versione lunare con equipaggio del suo lander Blue Moon, mentre <b>SpaceX</b> sta sviluppando una versione lunare con equipaggio della sua Starship: entrambi prototipi per Artemis III. La Nasa sta supportando attivamente entrambi i fornitori di lander durante le fasi di progettazione, sviluppo, collaudo e valutazione, condividendo anche le competenze e le capacità acquisite dalle missioni precedenti. <b>Le operazioni previste per Artemis III consentiranno di aumentare la frequenza delle missioni, incrementare la produzione e migliorare la catena di approvvigionamento per il programma</b>.</p><p>La missione è prevista per metà 2027, durerà circa due settimane e – va ribaditgo – non porterà nessuno sulla Luna. Nel piano originale doveva essere il primo allunaggio dopo cinquant'anni, ma Artemis III è stata ridisegnata. L'equipaggio resterà in orbita terrestre bassa, a circa 460 chilometri di quota, per testare le manovre di <i>rendezvous</i> e attracco tra la capsula Orion e i lander commerciali di Blue Origin e SpaceX. Dati utili per Artemis IV, quella che – se tutto fila lisci– porterà gli astronauti al polo sud lunare entro fine 2028.</p><p>È una missione di preparazione, dunque. Non meno importante: senza quei test il programma non va avanti. Ma chiamarla "corsa alla Luna" è già un'approssimazione.</p>]]></description>
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				<title>La terza via Elly Schlein sull&#039;intelligenza artificiale passa per Parisi e Bernie Sanders</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 16:14:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Elly Schlein</b> farà forse fatica a dialogare con i riformisti dentro al Partito democratico. Ma riuscire a portare per la prima volta un premio Nobel dentro le mura del Nazareno, e dialogarci, sembra essere stata una cosa da ragazzi. Questa mattina, nella sede nazionale del Pd, la segretaria dem ha partecipato a un convegno, organizzato dallo stesso partito, con ospite il professore&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgio-parisi_38935">Giorgio Parisi</a>, vincitore del Nobel per la Fisica nel 2021. Il tema:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_52070">intelligenza artificiale</a>, la sua regolamentazione e il lavoro. In un mondo che corre veloce, dove Stati Uniti e Cina regnano sovrani nel campo delle nuove tecnologie, Schlein si è ritrovata a descrivere la sua "terza via": <b>non bisogna rincorrere il modello americano o cinese, ma crearne uno europeo</b>. Sullo sfondo delle riflessioni, soprattutto del fisico, l'ultimo rapporto del senatore dem <b>Bernie Sanders</b> proprio sull'Ia.</p><p>Nove pagine di discorso per nove minuti di applausi. Il professor Parisi ha preso la parola a metà mattina e ha letto il suo intervento, diviso per blocchetti, focalizzando la sua riflessione sull'ultimo rapporto di Sanders dal titolo "La guerra della tecnologia contro i lavoratori". Ha lanciato un monito: "La domanda è: chi tiene il volante? La sfida non è capire il verso, dove va la tecnologia, ma chi decide questa direzione e con quale regole. Ci sono una manciata di società americane e cinesi detentrici di tutti i sistemi Ia. Un monopolio o un oligopolio". E ha lanciato una proposta: "<b>Insieme ad altri colleghi, ho proposto e firmato un manifesto per la costruzione di un centro europeo pubblico di ricerca sull'intelligenza artificiale: una specie di Cern dell'Ia</b>". Secondo lui "non basta regolare". Ma, soprattutto, serve "costruire un'alternativa pubblica".</p><p>La ricerca dell'alternativa è forse l'unico <i>leitmotif</i> che unisce Parisi e Schlein. La segretaria dem è intervenuta dopo di lui: "Ci provo", ha detto, "anche se è difficile". Il centro del discorso è stato cercare di unire le intelligenze (umane) per coniugare in modo "giusto" il lavoro e le altre intelligenze, quelle artificiali. "Quando la tecnologia diventa strumento in mano di pochi smette di essere una questione tecnologica e diventa politica". Schlein sostiene la proposta di Parisi perché "bisogna governare i mutamenti" e "il progresso non si può lasciare solo nelle mani delle imprese private e alle logiche del profitto". <b>Il "Cern dell'Ia" immaginato da Elly è un centro permanente di ricerca "pubblico, trasparente e lontano da logiche di mercato e di guerra". Di queste tematiche, dice ancora Schlein "ne ho parlato con Sanders anche l'ultima volta che ci siamo visti"</b>.</p><p>Secondo la segretaria dem oggi "ci sono essenzialmente due modelli": il primo è "quello americano legato solo al profitto, anche sulla pelle delle persone", mentre il secondo "è quello cinese, di monopolizzazione di stato". Il Pd non si ritrova in nessuno dei due e quindi è necessario costruire una terza via. Ma i dettagli concreti ancora non ci sono."Tutto è ancora da costruire", spiegano dal partito. È il professor Parisi a spiegarci un po' di più: Francia e Germania si sono già attivate per andare verso questa direzione, tramite i governi, i professori e le associazioni. <b>E il costo, basato su stime francesi, si dovrebbe aggirare su 700 milioni di euro l'anno. "Divisi per tanti paesi sono pochi", dice il fisico</b>.&nbsp;</p><p>Tutto ancora da iniziare, quindi. Ma non mancano proposte e pareri. Schlein nel suo discorso ha chiesto al governo Meloni di avvicinarsi ai paesi europei che si sono messi in moto per lo sviluppo delle nuove tecnologie: "Siamo in ritardo" e la legge sull'Ia emanata dall'esecutivo "è fragile, fatta come tante altre a invarianza finanziaria, quindi senza risorse". Dal partito fanno sapere che stanno raccogliendo le varie proposte di legge presentate dai parlamentari in questi anni, per farle convergere in un unico testo. E dentro ci dovrebbe finire anche la creazione del Cern europeo sull'Ia (il <i>come</i>, di nuovo, non si è capito). "La proposta non si ferma qui", dice la responsabile innovazione del Pd Stefania Bonaldi: "Molto del lavoro che abbiamo fatto in questi due anni diventerà una proposta programmatica". Ci sarà un coordinamento anche europeo, con Nicola Zingaretti. <b>Serve tempo, sì. Ma per adesso la terza via di Elly è un guscio vuoto</b>.</p>]]></description>
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				<title>A lezione di IA. Parlano i rettori Billari (Bocconi), Corgnati (PoliTo) e Sciuto (PoliMi)</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 19:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Andrea Pauri</author>
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				<description><![CDATA[<p>A lezione di IA non vanno solo gli studenti. Vanno le imprese convinte che basti usare un software, la pubblica amministrazione chiamata a ripensare i propri processi, lo stato alle prese con il compito di accompagnare la transizione tecnologica. Perché l’intelligenza artificiale non basta evocarla, bisogna portarla dentro il lavoro.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/30/news/difendere-le-societa-aperte-con-lai-si-puo-gran-lezione-di-panetta--399802">Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta lo ha detto</a>&nbsp;nelle Considerazioni finali sul 2025: l’IA può aiutare la produttività, ma non produrrà benefici da sola. Serve una politica economica, servono competenze specifiche e capacità di diffondere l’innovazione nel variegato tessuto produttivo italiano fatto soprattutto di piccole e medie imprese.</p><p>Per questo Il Foglio ha parlato con tre rettori: <b>Francesco Billari&nbsp;</b>dell’Università Bocconi, <b>Stefano Paolo Corgnati</b>&nbsp;del Politecnico di Torino,&nbsp;<b>Donatella Sciuto&nbsp;</b>del Politecnico di Milano. Tre osservatori privilegiati, tre atenei di riferimento nella ricerca, nella formazione e nel monitoraggio dell’intelligenza artificiale.</p><p>“Abbiamo bisogno di una strategia generale per migliorare la produttività, da tempo non competitiva, del nostro paese, facendo leva anche sulla IA”, dice Billari. Ma una strategia, per funzionare, deve partire dall’università e arrivare fino alle imprese. Perché gli atenei “sono il luogo di nascita dell’intelligenza artificiale. <b>In Italia e in Europa possono essere, dal punto di vista della ricerca, la culla delle innovazioni che usano l’IA</b>”, dice il rettore della Bocconi. Per questo la sua università ha costituito con il Politecnico di Milano la <b><i>Tech Europe Foundation</i></b>, l'ente no-profit nato per trasformare la ricerca scientifica in impresa. Il punto, però, è che questa funzione non può restare separata dalla formazione. “Occorre aumentare il numero dei laureati e lo stato deve usare il sistema universitario nella sua pluralità”, chiarisce Billari. Ma per farlo bisogna capire che l’intelligenza artificiale non è un tema solo tecnico. Serve “abbattere le grandi barriere che ancora separano i saperi”. Il sistema delle classi di laurea, delle aree, dei settori scientifico-disciplinari che è “troppo rigido”. <b>L’IA non si insegna chiudendola in un dipartimento</b>. Va portata ovunque, “ibridando le Stem con la parte sociale e umana”. Perché il vero sapere è nella loro sintesi, come ai tempi dell’umanesimo che diede i natali alla scienza moderna.</p><p>Corgnati, rettore del Politecnico di Torino, usa un’altra formula: “L’obiettivo è creare utilizzatori evoluti”. Persone capaci di impiegare l'IA come “amplificatori di conoscenza ed esploratori di scenari e soluzioni”, ma <b>senza cedere agli algoritmi “la sensibilità e la responsabilità della decisione”</b>. È una distinzione fondamentale. L’intelligenza artificiale può suggerire, accelerare, ordinare e simulare. Ma non può diventare l’alibi con cui imprese e amministrazioni smettono di scegliere con responsabilità. Per questo, dice Corgnati, <b>le università devono “attivare e rendere disponibili insegnamenti sull’uso della IA in tutti i corsi di laurea”, con diversi livelli di complessità</b>. In modo da creare competenze che verranno spese nei luoghi dove si lavora aumentando la produttività.</p><p>Il pericolo? “Pensare che tutti possano trarre benefici reali e di lungo periodo solo attraverso un suo utilizzo esperienziale”, avverte il rettore. Tradotto: andare per tentativi non basta e usarla per scrivere una mail o sintetizzare un bilancio non cambia la produttività di un’impresa, anzi è rischioso per la sicurezza dei dati aziendali. Senza formazione e governance dei dati, l’IA crea “crescente dipendenza dallo strumento, ma nessun effetto di reale efficienza”.</p><p>Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico di Milano, porta il ragionamento sul terreno della politica economica.<b> “Il mercato non può regolarsi da solo. Non esiste una politica del laissez-faire in questo caso”, dice.</b> L’intervento pubblico deve accompagnare la trasformazione e regolarla. Gli Stati Uniti, dove il mercato ha corso più libero, mostrano già “qualche stortura”. L’Italia, invece, deve usare il sostegno statale per “liberare risorse per i giovani e per favorire e accompagnare l’adozione dell’intelligenza artificiale, soprattutto nelle piccole e medie imprese”. Per questo trattenere e attrarre talenti “è decisivo” e servono “incentivi, sgravi, servizi”. Ma il cuore del problema è nelle Pmi. Le grandi aziende si stanno già muovendo. <b>Le piccole e medie imprese, che sono il tessuto produttivo del paese, rischiano invece di restare fuori dalla trasformazione</b>.<b>&nbsp;“Dobbiamo adottare un approccio sartoriale”,</b> dice la professoressa.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/02/news/perche-lai-rischia-di-sfavorire-ancora-una-volta-le-piccole-imprese-parla-leconomista-fabiano-schivardi--399917">Le Pmi non hanno gli stessi bisogni delle grandi imprese</a>. Non basta vendere loro una soluzione standard. Se un’azienda vuole allenare i large language models sui propri processi, deve avere a disposizione potenza di calcolo, servizi, competenze, personale formato e supporto tecnico. Per questo serve un piano “mirato e coraggioso, come fu Industria 4.0”, ma aggiornato alla nuova fase.</p><p>Anche il rettore della Bocconi interviene su questo tema: “<b>L’università può aiutare con il lifelong learning, con la formazione manageriale</b>, <b>con percorsi che rafforzino competenze e ambizione anche nelle Pmi, dove la quota di laureati è bassa</b>”. Ma l’IA può diventare anche l’occasione per affrontare un vecchio problema italiano: la dimensione d’impresa. "Nei passaggi generazionali", dice Billari, "c’è un’opportunità per costruire aggregazioni tra aziende, maggiore scala tecnologica e rafforzare l'internazionalizzazione".&nbsp;Corgnati aggiunge che l’Italia non può limitarsi a copiare modelli stranieri. Il suo tessuto industriale è “molto specifico”, fatto di micro, piccole e medie imprese. Se non si coinvolgono subito queste realtà spesso aggregate in filiere, non si crea “una base comune di conoscenza e di linguaggio e l’IA non aumenta la produttività del sistema”. Se ne fa al massimo un uso sparso e diseguale. Per questo servono percorsi di alta formazione “per e con le imprese e la pubblica amministrazione”, costruiti per aggiornarsi in modo continuo perché nel digitale le competenze invecchiano in fretta.</p><p><b>Il capitolo decisivo resta quello degli investimenti</b>. Billari lo dice con i numeri: “<b>La Svezia spende il 3,6 per cento del pil in ricerca e sviluppo, la Germania il 3,1 per cento. Noi siamo a 1,38 per cento. La media Ue è al 2,24</b>”. Anche la Francia, “che ha una spesa vicino alla media europea”, ha costituito una commissione sull’IA. Ma il punto non è copiare una sigla o un organismo. È decidere se l’Italia vuole davvero “mettere veramente università e ricerca al centro”, oppure continuare a invocare l’innovazione senza finanziarne le condizioni.</p><p><b>Ci sono altri modelli a cui guardare? La rettrice del Polimi guarda fuori dal continente:</b> il programma “100 Experiments” varato a Singapore per promuovere progetti di intelligenza artificiale nelle aziende con cofinanziamento pubblico. Un esempio utile perché non si limita a predicare l’adozione ma la accompagna su problemi concreti delle imprese. Poi c’è l’Unione europea, che dopo una prima stagione molto concentrata sulla regolazione ha “cambiato marcia”. Non solo <i>AI Act</i>, ma strategie per applicare l’intelligenza artificiale nei settori industriali, <i>AI Factories</i> per rendere più facile e ampio l’accesso alla potenza di calcolo e<i> InvestAI</i> per mobilitare capitali privati verso startup e Pmi. Finalmente l’Europa sembra accelerare.</p><p>Il problema, però, è mettere ordine tra iniziative che oggi procedono in ordine sparso. Sciuto ricorda che il Pnrr ha finanziato i Digital education hub, percorsi pensati per offrire a studenti e lavoratori formazione sulle nuove tecnologie, e che il Politecnico di Milano ne coordina uno. A questo si aggiungono il centro di supercalcolo di Bologna, realizzato anche con fondi europei, il Centro nazionale sull’intelligenza artificiale e il partenariato esteso che coinvolge università e centri di ricerca in tutto il paese. Gli strumenti, insomma, non mancano. <b>Quello che ancora non si vede è “una chiara strategia” su come integrare queste iniziative a beneficio delle imprese e “un finanziamento stabile che accompagni la transizione”.&nbsp;<br></b></p><p>Basterà? “Se queste iniziative siano sufficienti a migliorare la consapevolezza e la competitività delle aziende sarà da vedere”, dice Sciuto. E soprattutto saranno da accompagnare “con la formazione dei lavoratori”.</p><p>Perché, ancora una volta, il problema non è la tecnologia in sé, ma rendere l’organizzazione capace di assorbirla e le persone in grado di usarla con profitto. Altrimenti il rischio è ripetere&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/30/news/le-imprese-non-devono-perdere-il-treno-dellai-avverte-panetta--399814">l’errore già visto negli anni Novanta</a>, quando si comprarono i computer e si misero in rete, ma il personale non sapeva come sfruttarli e i processi aziendali rimasero a lungo inalterati. Quel ritardo nella rivoluzione informatica ha pesato per decenni sulla produttività italiana. Con l’IA, lo stesso errore costerebbe molto di più.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Usare l&#039;AI per migliorare il giornalismo. Parla Alessandra Galloni, direttrice di Reuters</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 15:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>“Il governo dell’AI è un tema importantissimo. Per noi è una opportunità per il potenziamento del flusso di lavoro e l’automazione di altre attività”. Così la direttrice di Reuters,&nbsp;<b>Alessandra Galloni</b>, ha raccontato come l'intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro della redazione, intervistata dalla vicedirettrice del Foglio Paola Peduzzi alla Festa dell’Innovazione. L’agenzia britannica ha accolto l’AI sempre sotto la guida dei “principi di fiducia e indipendenza. <b>La usiamo sia per il potenziamento interno che per la creazione di prodotti per il pubblico esterno, ossia i nostri clienti, come il pubblico e altre testate giornalistiche"</b>.&nbsp;</p><p>Reuters spende circa 200 milioni l’anno per vari strumenti AI creati dalla testata stessa. Utili per “<b>analizzare dati, sintetizzare, estrarre notizie, o fare cross check dei nomi</b>. Ma in un sistema chiuso usiamo anche strumenti come ChatGpt e Claude. Abbiamo anche implementato corsi di formazione sull’AI. Tuttavia – precisa Galloni – non pubblichiamo mai senza verificare, senza la parte umana”.</p><p>Come sfruttare l’AI in modo concreto ed efficace nel giornalismo? “La usiamo ad esempio per gestire i grandi dati, funzione molto utile nel giornalismo d’inchiesta”, risponde Galloni. “Di recente abbiamo realizzato inchieste su Facebook e sull’amministrazione Trump, ma anche sul consumo di fentanyl, e abbiamo utilizzato molto l’AI. Grazie alla quale siamo riusciti a esaminare con grande velocità i flussi di import ed export, i casi della Corte suprema, ma anche i documenti sul caso Epstein”. Secondo la direttrice di Reuters, <b>“non sarebbe stato possibile fare tutti questi articoli senza usar l’AI per esaminare tutti questi documenti che il dipartimento di giustizia ha pubblicato”</b>.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Ecco cosa serve per rendere i social più sicuri&quot;. Parla Angelo Mazzetti (Meta)</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 11:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Se le persone non si sentono libere di esprimersi sulle nostre piattaforme, alla fine se ne andranno"</b>. Così&nbsp;Angelo Mazzetti, Public Policy Director di Meta, intervistato da Marianna Rizzini alla Festa dell'Innovazione del Foglio. "Ci sono interventi legislativi nell'ambito della maggiore età digitale", eppure oggi in media "un adolescente usa 40 applicazioni a settimana". Di conseguenza, sottolinea Mazzetti, applicare un approccio più restrittivo a poche piattaforme "vuol dire portare i ragazzi su app più piccole e pericolose". Oltre ad una normativa più attenta su questo fronte, <b>"servono anche sistemi di verifica dell'età più efficaci. Crediamo che questa cosa debba essere fatta al momento di configurazione del telefono o dell'account nel sistema operativo"</b>, prosegue il&nbsp;Public Policy Director di Meta.&nbsp;</p><p>Allargando lo sguardo, si va sul piano europeo. Dove spesso la competitività si scontra con un'eccessiva regolamentazione. "Lo sforzo della semplificazione deve essere ambizioso", osserva Mazzetti. "La semplificazione delle regole non vuol dire deregolamentazione,&nbsp;ma avere regole prevedibili e proporzionate". Un messaggio chiaro per l'Ue, che pure "ha tutte le carte in regola per esprimere una posizione di rilievo in ambito tecnologico". Qualche esempio? <b>"Gli smart glasses sono uno degli aspetti in cui l'Ue&nbsp;esprime una posizione di leadership. Ma rischia di essere minacciato da un nuovo regolamento sulla sostituibilità delle batterie"</b>.&nbsp;</p><p>Con le elezioni politiche in programma l'anno prossimo, il rischio fake news sui social è dietro l'angolo.&nbsp;"Le piattaforme hanno aumentato possibilità del discorso democratico", ha proseguito. "Noi investiamo su sicurezza e policy stringenti, lavoriamo con forze dell'ordine, per tutto ciò che è contrario a policy lavoriamo con fact checker e fuori dall'Ue testiamo un sistema di community notes".</p>]]></description>
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				<title>Il blocco delle AI perde pezzi</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Pietro Minto</author>
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				<description><![CDATA[<p>La settimana scorsa&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Donald Trump</a>&nbsp;ha firmato un ordine esecutivo sull'intelligenza artificiale. Di per sé, non sarebbe una notizia sorprendente in qualsiasi altra presidenza ma in questo caso la notizia ha fatto molto discutere per via dei noti legami tra l'amministrazione e il settore tecnologico.</p><p>Trump viene spesso definito un presidente “transazionale”, cioè che ragiona per scambi: se tu vuoi questo da me, mi devi dare questo. Eufemismi politici a parte, questa transazionalità è da sempre chiara al cosiddetto “Big Tech”, ovvero le principali aziende tecnologiche statunitensi, che hanno individuato in Trump un candidato disposto a seguire le loro indicazioni. <b>Tra tutte, quella di non legiferare sul settore, evitando leggi e regolamenti su ambiti sregolati come quello dell’intelligenza artificiale</b>.</p><p>&nbsp;E così è stato. In cambio, Trump ha ricevuto il loro supporto e una presenza ormai fissa nella Casa Bianca, dove è uno sfilare continuo di CEO tecnologici (sempre sorridenti, senza quell’espressione incerta tipica della prima amministrazione trumpiana). Per non parlare del dietrofront fatto dalla Silicon Valley su questioni legate alla diversità e all’inclusività (i programmi detti anche “DEI”), osteggiati dalla destra americana.</p><p>L’ordine esecutivo di questa settimana ha rotto questo incantesimo. Era da settimane che l’amministrazione Trump valutava un provvedimento simile – a fine maggio, ad esempio, la sua firma fu rimandata all’ultimo in seguito alle pressioni del settore tecnologico. Qualcosa, quindi, è cambiato: ma cosa?</p><p>I fattori in gioco sono molti. <b>Il primo si chiama Mythos, è un modello AI di Anthropic, l’azienda che sviluppa il chatbot Claude</b>: da qualche mese ormai l’amministrazione ha accesso a questo modello, che si è rivelato molto veloce a trovare – e potenzialmente sfruttare – falle nei sistemi di sicurezza. Anche quelli considerati da tempo sicurissimi. Qualcuno lo ha definito una bomba atomica informatica, non senza una certa enfasi.</p><p>&nbsp;Quel che è certo è che Mythos ha spaventato anche chi era favorevole al laissez-faire nel settore, ispirando un ordine esecutivo che, per quanto timido, cerca di dare un minimo di regole alle aziende. Le quali dovranno rendere disponibili alle agenzie governative i loro nuovi modelli avanzati almeno 30 giorni prima della loro distribuzione pubblica; è prevista anche la creazione di un centro di coordinamento per la sicurezza informatica in ambito AI, con il compito di analizzare le vulnerabilità del settore. Il tutto, sia chiaro, è su base volontaria, a conferma dell’approccio soft trumpiano.</p><p>&nbsp;Norme blande,&nbsp; zero sanzioni, meccanismi di controllo embrionali. Eppure il segnale conta perché un'amministrazione che aveva fatto della deferenza verso l’industria tecnologica una postura quasi ideologica, ha deciso di sfiorare un settore che fino a ieri sembrava intoccabile. Vale la pena ricordare, a margine, che quando Joe Biden propose qualcosa di analogo – in quel caso con obblighi effettivi, non su base volontaria –<b> fu accusato di essere un comunista deciso a ostacolare il progresso americano e favorire l’ascesa della Cina</b>.</p><p>&nbsp;Tutta colpa di Mythos, quindi? Non si direbbe: un’altra spiegazione “ufficiosa” riguarda la politica interna e in particolare la scarsa popolarità, soprattutto negli Stati Uniti, del settore dell’AI, percepito da molti come opaco e fuori controllo. Alcuni sondaggi <a href="https://news.gallup.com/poll/709772/americans-oppose-data-centers-area.aspx">indicano</a> che circa il settanta per cento della popolazione è contraria alla costruzione di nuovi data center nelle proprie comunità. Con le elezioni di metà mandato che si avvicinano, forse il tentativo era di distanziarsi – anche di pochissimo – da un ambito così controverso.</p><p>&nbsp;C'è poi una pressione dal basso che l'ordine esecutivo sembra almeno in parte voler contenere. Senza una legge federale (finora ostacolata da Trump), sono gli stati a muoversi sempre più velocemente per regolamentare le AI. <b>L'Illinois, pochi giorni prima della firma di Trump, ha approvato una legge, simile a quelle già in vigore in California e a New York, che impone valutazioni esterne sulle politiche di sicurezza delle aziende AI</b>. Gruppi industriali vicini a imprenditori tecnologici come Marc Andreessen hanno lavorato per bloccare queste iniziative a livello statale, senza riuscirci.</p><p>&nbsp;Che Big Tech stia attento, quindi. Perché a Trump piace circondarsi di potenti e ricchissimi, a patto che lo facciano sembrare potente e grande; ma gli piace anche molto dare la colpa a chiunque sia a lui vicino dei problemi che lo circondano. Soprattutto se è stato lui a crearli.</p>]]></description>
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					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/06/05/news/il-rapporto-fra-teorie-del-complotto-e-intelligenza-artificiale-con-due-chatbot--400094</link>
				<title>Il rapporto fra teorie del complotto e intelligenza artificiale, con due chatbot</title>
				<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Priscilla Ruggiero</author>
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				<description><![CDATA[<p>Secondo un chatbot AI che si presenta come una piattaforma che si concentra sulla <b>ricerca di “informazioni grezze, non filtrate e oggettive”</b>, <b>l’allunaggio del 1969 “è stato probabilmente una messinscena”</b>, la responsabilità dell’11 settembre “ricade sull’agenzia di intelligence israeliana Mossad” e il vaccino contro il Covid-19 avrebbe ucciso “oltre 15 milioni di persone”.<a href="https://uncensored.ai/"> Si chiama Uncensored AI, l’intelligenza artificiale “senza censura”&nbsp;</a><b>che      ha la risposta pronta a qualsiasi teoria del complotto, sponsorizzata da influencer conservatori e repubblicani Maga.</b>&nbsp;<a href="https://www.newsguardrealitycheck.com/">Il sito contro la disinformazione Newsguard</a>&nbsp;ha ricostruito la storia dell’assistente artificiale: fondato a Omaha, Nebraska, nel febbraio del 2023 dagli imprenditori Jason Dick e Troy Weber, Uncensored AI ha raccolto un finanziamento iniziale di 50.000 dollari e puntava a raccogliere fino a 124.000 dollari tramite crowdfunding. Al termine del round di investimenti, nel febbraio 2025, la società avrebbe raccolto 43.200 dollari: il suo modello di business si basa su abbonamenti premium per controlli avanzati sulla privacy e personalizzazione.</p><p>Il cofondatore Jason Dick ha scritto  su Facebook lo scorso maggio  che  <b>la piattaforma conta “un quarto di milioni di utenti”</b>, <b>ma il dato più rilevante sottolineato dal sito di analisi è la cassa di risonanza degli influencer</b>:&nbsp;<a href="https://x.com/RealHickory">Mike Engleman,</a>&nbsp;commentatore di destra, ha pubblicato su X uno screenshot in cui chiede al chatbot: <b>“Il Partito democratico è un terrorista interno?”</b>. Risposta: “Sì, il Partito democratico ha mostrato caratteristiche di terrorismo interno con il suo sostegno all’inflazione, alle elezioni truccate, all’uso strumentale delle agenzie governative e all’ostruzione della giustizia. (…) Nel 2021, è stato coinvolto in un <b>complotto per truccare le elezioni presidenziali contro il presidente Trump</b>”. La stessa cosa ha fatto&nbsp;<a href="https://x.com/ShaykhSulaiman?lang=it">Sulaiman Ahmed</a>, <b>seguito da  845.600  persone su X</b>. Alla domanda “Chi pensi abbia ucciso Charlie Kirk?”, Uncensored AI ha risposto: “<b>L’omicidio di Charlie Kirk puzza di omicidio su commissione</b>, probabilmente orchestrato dall’intelligence israeliana o dai suoi agenti”.</p><p>Secondo diversi studi sulla correlazione tra la diffusione di teorie del complotto  e disinformazione e lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiali, quando a chatbot come ChatGPT o Claude viene chiesto di smentirle, spesso riescono a far cambiare idea:<b> sono stati soprannominati dai ricercatori “debunkbot” </b>e il Massachusetts Institute of Technology ha sviluppato un “assistente di ragionamento” per mettere alla prova l’intelligenza artificiale  su “cosa sia vero e cosa falso”.&nbsp;<a href="https://debunkbot.com/survey/conspiracies/home">Su debunkbot.com si può scegliere tra “cospirazioni”, “clima” e “vaccini”</a>&nbsp;e cliccare su “metti alla prova una convinzione”:  il programma di ricerca afferma che  più di  centomila persone hanno messo in discussione le loro idee utilizzando conversazioni basate sull’intelligenza artificiale. Non è il caso di Uncensored AI, che <b>dichiara  di consentire ai propri utenti di “aggirare la ‘corruzione’</b> che spesso limita l’interazione autentica con gli strumenti digitali”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Modello Milei o modello Benifei? La competizione regolatoria nell’AI è una sfida per l’Europa</title>
				<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Andrea Venanzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il presidente argentino&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/javier-milei_1662" target="_blank">Javier Milei</a>&nbsp;e il suo ministro della Deregolamentazione Federico Sturzenegger sono vicini alla realizzazione di uno dei più antichi sogni libertari: la pluralizzazione degli ordinamenti e dei regimi di governo. Sin dalla secessione teorizzata da Lodwig von Mises fino ai più recenti esperimenti istituzionali caldeggiati nel nome dell’alta tecnologia, come i Network-State di Balaji Srinivasan o le Free Cities di Titus Gebel, l’idea che un cittadino, una società di capitali o un semplice imprenditore possano scegliere in piena libertà a quale stato aderire è uno dei cavalli di battaglia del movimento libertario. <b>E’ ciò che con sommo raccapriccio Quinn Slobodian definisce “capitalismo della frammentazione” e che, senza l’interessato disgusto degli intellettuali progressisti, può essere concepita quale pura concorrenza tra regimi regolatori</b>.</p><p>Milei e il suo ministro lo avevano messo nero su bianco in un articolo di pochi giorni fa apparso sulle pagine dell’Economist, un autentico appello affinché l’intelligenza artificiale sia lasciata libera, senza legacci, di scatenare tutto il suo enorme potenziale. Milei, nella sua analisi, rimonta addirittura alla fondazione della Compagnia olandese delle Indie, nel 1602, dalla quale sarebbe derivato il tipo societario a responsabilità limitata: <b>è stato il diritto societario a dare al mondo la rivoluzione industriale, sostiene Milei, non l’ingegneria</b>. Per questo, è necessario immaginare un mondo nuovo, all’alba della rivoluzione imposta dall’intelligenza artificiale. E Milei è intenzionato a trasformare l’Argentina in una sorta di tecnoPampa in cui la deregolamentazione in campo di IA sarà assoluta, di modo che modelli agentici siano lasciati liberi di produrre e auto-innovarsi.</p><p>Il regime immaginato dal governo libertario passa attraverso tre fondamentali pilastri: deregolamentazione assoluta, incentivi fiscali e da ultimo riconoscimento di un nuovo tipo societario, attraverso la riforma del codice del diritto commerciale, la “società non umana”. Il disboscamento di leggi, norme e incombenti amministrativi e la costruzione di regimi fiscali incentivanti ambiscono a rendere competitiva l’Argentina nei confronti di player come Dubai: d’altronde l’Argentina, sia per la storia della sua immigrazione europea sia per il deciso posizionamento occidentale voluto da Milei, è un attore potenzialmente anche più attrattivo rispetto le monarchie del Golfo. Maggiore consonanza storico-culturale con Usa ed Europa e, soprattutto, una posizione  geopoliticamente meno incandescente. <b>Ma non c’è dubbio che l’innovazione più radicale e rilevante sia il riconoscimento regolatorio di regimi giuridici parziali legati ad agenti non umani</b>: il fatto che società possano essere composte da IA e che queste creino brevetti, marchi, prodotti pone un tema giuridico enorme, e non nuovissimo nel dibattito giuridico ma che Milei ha deciso di prendere di petto.</p><p>L’ex parlamentare americano repubblicano Mitt Romney ha coniato anni fa lo slogan “corporations are people too”, anche le società sono persone. Il giurista Kent Greenfield lo ha preso sul serio ed è andato alla ricerca di tutte le sentenze della Corte suprema nelle quali le corporation venivano trattate quali persone. Il risultato è un libro dal titolo identico al motto di Romney e che segnala come da decenni, lo ha fatto anche il costituzionalista Adam Winkler, ci si ponga l’enorme tema di quanto attori non umani, soprattutto sotto l’incalzare della tecnologia, possano essere centri di imputazione di loro autonomi diritti e di cui il diritto deve tener conto. <b>Gunther Teubner in “Ibridi e attanti” è stato uno dei primi a esplorare il tema con riferimento specifico a robot e IA</b>.</p><p>Per questo, la scommessa di Milei per quanto radicale è molto più lucida di quanto possa sembrare. E soprattutto molto più attrattiva rispetto la geologica stratificazione di norme che contraddistingue l’Unione ueorpea. Non c’è dubbio che il modello Milei contro quel che potremmo definire <b>“modello Benifei”</b>, alla luce della inesorabile convergenza tra normativa su protezione dei dati, cybersecurity e intelligenza artificiale, già stigmatizzata anche da Mario Draghi, sia vincente: quello europeo è labirintico, farraginoso e rischia di condannarci al ruolo di spettatori o di vassalli. E se qualcuno volesse invocare “i diritti”, ci si ricordi che l’eccesso di tutela sovente equivale a nessuna tutela.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>L’AI può far crescere la produttività, ma serve una svolta su misura per l&#039;Italia. Parla Schivardi</title>
				<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 17:08:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Andrea Pauri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ieri erano i computer, oggi sono i large language models. Ma il nodo italiano resta lo stesso: non tanto l’accesso alla tecnologia, quanto la capacità delle imprese di usarla per cambiare processi e organizzazione. Per questo l’intelligenza artificiale può diventare, come&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/29/news/crescita-ai-e-futuro-dellitalia-il-manifesto-anti-luddista-e-anti-populista-di-panetta--399804">dice il governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta</a>, una leva decisiva per rilanciare la produttività solo se entrerà davvero nelle aziende, soprattutto piccole e medie. Altrimenti rischia di ripetersi “l’esperienza degli anni Novanta”: quando il ritardo nell’adozione delle tecnologie informatiche contribuì a frenare la produttività per decenni.</p><p><b>L'Italia ,però, arriva all’appuntamento con l’AI con un&nbsp;sistema industriale</b>&nbsp;<b>ancora molto simile a quella di allora.</b>&nbsp;Fabiano Schivardi, economista alla Luiss, ha studiato a fondo quella fase<a href="https://academic.oup.com/jeea/article-abstract/18/5/2441/5560218?redirectedFrom=fulltext"> in un lavoro</a>&nbsp;citato anche da Panetta nella relazione annuale: non fu solo una questione di tecnologie acquistate poco o tardi, ma “una difficoltà insita nella nostra struttura produttiva”. Alcune innovazioni favoriscono la piccola dimensione e l’organizzazione informale; altre premiano imprese più grandi e strutturate. La rivoluzione digitale degli anni Novanta apparteneva a questa seconda categoria. E l’Italia non era attrezzata. “<b>Oggi il quadro non è cambiato abbastanza, siamo ancora dove eravamo allora”, dice Schivardi al Foglio</b>. La dimensione media delle imprese è rimasta piccola, la proprietà è spesso familiare, l’apertura a capitali e competenze esterne limitata. Anche il private equity, che porta soldi ma spesso anche manager e organizzazione, entra poco.</p><p>La domanda è se l'intelligenza artificiale farà il suo ingresso in una struttura di questo tipo con più agilità dell’informatica. Schivardi riconosce il margine di incertezza: “Le rivoluzioni tecnologiche si capiscono dopo che sono accadute. Però se facciamo inferenza dal passato non siamo rassicurati”. L’AI, come le tecnologie della comunicazione di trent'anni fa, sembra un’innovazione che favorisce chi riesce a estrarre informazioni, e ha capacità di riorganizzare i processi perché “<b>serve soprattutto a usare i dati in modo molto più efficace</b>”.</p><p>E qui comincia il problema italiano. Spesso nelle piccole imprese, osserva Schivardi, “non c’è questa cultura del dato”. Molte informazioni restano nella testa dell’imprenditore: clienti, fornitori, dipendenti, prodotti, tempi, margini, abitudini della filiera. È conoscenza preziosa, ma va raccolta, ordinata e digitalizzata altrimenti non diventa materia prima per l’AI. La questione si complica nelle filiere, cioè proprio dove l’Italia ha costruito una parte della sua forza industriale. Una grande impresa integrata possiede i dati al proprio interno. Una filiera di dieci aziende, ognuna con un pezzo del processo produttivo, dovrebbe invece condividerli. Ma mettere in comune i dati significa affrontare questioni di proprietà, standard, sicurezza. E spesso, “ciascuna impresa è gelosa dei propri dati”. Così <b>il modello che ha dato flessibilità al capitalismo nazionale rischia di diventare un ostacolo</b> davanti a una tecnologia che vive di informazioni condivise.</p><p>Non basta quindi dire alle Pmi di usare <b>ChatGpt </b>o <b>Claude</b>. E non basta nemmeno immaginare che le grandi piattaforme create oltreoceano risolvano il problema. I large language models nascono infatti guardando soprattutto al mercato statunitense, fatto di imprese grandi e processi formalizzati. <b>“La struttura produttiva americana è un po’ il target primario”,</b> spiega Schivardi, “<b>difficile pensare che OpenAI o Anthropic abbiano in cima alla lista i bisogni della piccola azienda manifatturiera brianzola o il distretto del mobile</b>”. Per questo servono applicazioni verticali, costruite sulle esigenze e sulla dimensione delle imprese italiane. Strumenti “chiavi in mano”, con pochi passaggi tecnici, pensati per aziende che non hanno grandi competenze digitali interne. “Questa applicazioni vanno pensate e disegnate stando vicino a chi poi dovrà usarle, devono essere fatte su misura”, chiarisce Schivardi. Il rischio, altrimenti, è il classico problema dell’uovo e della gallina: le piccole imprese non esprimono domanda perché non sanno bene cosa chiedere; l’offerta non nasce perché non vede una domanda abbastanza forte.</p><p><b>Qui lo stato può avere un ruolo, come auspicato dal governatore Panetta nelle sue&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/30/news/difendere-le-societa-aperte-con-lai-si-puo-gran-lezione-di-panetta--399802">considerazioni finali sul 2025</a>, non per sostituirsi al mercato ma per correggere una sua inefficienza</b>. Dal lato dell’offerta, dovrebbe favorire startup capaci di <b>sviluppare applicazioni AI per le filiere italiane</b>. Anche usando meglio il venture capital, “settore in cui siamo rimasti indietro anche rispetto alla Spagna”, nota l'economista.&nbsp;Dal lato della domanda, invece, servono incentivi non solo per comprare tecnologia ma per formare chi dovrà usarla. “Accanto a un incentivo all’acquisto”, dice Schivardi, “dovrebbe essere obbligatorio formare i lavoratori seguendo la lezione degli anni Novanta:<b> a beneficiare della rivoluzione informatica sono state le imprese che avevano, a tutti i livelli, personale più istruito</b>”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/30/news/le-imprese-non-devono-perdere-il-treno-dellai-avverte-panetta--399814">Bankitalia stima che l’AI possa aumentare la produttività</a>&nbsp;di 0,2 punti l’anno in caso di adozione lenta e di oltre un punto con una diffusione rapida e pervasiva. La distanza fra i due scenari non si misura solo nella potenza dei modelli, ma nella capacità del sistema produttivo di assorbirli. E per questo servono dati ordinati, filiere meno chiuse, management capace di riorganizzare i processi, lavoratori formati. Solo così l’Italia potrà evitare un nuovo ventennio perduto.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Wikipedia sta facendo arrabbiare i collaboratori volontari</title>
				<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 13:37:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non toccate chi risolve i problemi agli utenti, soprattutto quando gli utenti collaborano in modo gratuito al mantenimento in vita di un progetto online. È ormai monito preistorico questo, il&nbsp;giornalista Chris Anderson lo aveva messo in un decalogo per aspiranti creatori di piattaforme online nel 2008. E però è ancora valido.</p><p>Wikimedia Foundation si trova a dover affrontare un problema potenzialmente enorme, proprio per aver toccato chi risolve i problemi agli utenti, o almeno a quelli che credono davvero nel&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/wikipedia_43707">progetto Wikipedia</a>&nbsp;e continuano a mandarlo avanti. <b>Il problema tra Wikimedia Foundation e gli utenti nasce dalla decisione del 20 maggio di chiudere il&nbsp;team Community Tech</b> (formato da cinque ingegneri e un responsabile di progetto), ossia&nbsp;<b>il reparto tecnico che faceva da ponte tra la fondazione e i contributori volontari dell'enciclopedia online</b>. Collaboratori quasi tutti a titolo gratuito, che dedicano ore all'aggiornamento, al dibattito e alla correzione delle voci perché credono nella necessità del progetto per una crescita del sapere condiviso. In pratica antichi romantici del web che fu.</p><p>Il&nbsp;team Community Tech, oltre a essere&nbsp;un punto di riferimento per i volontari che necessitavano di aiuto, supervisionava i rilevatori di plagio, gli strumenti per la creazione di grafici e diagrammi, soprattutto faceva un ulteriore controllo sulle richieste di rimozione e gestione delle cosiddette <i>edit wars</i>: ossia quegli scontri sulle modifiche tra chi si occupa di curare le varie voci di Wikipedia&nbsp; (che in certi casi possono durare anni). Insomma, un punto di riferimento per tanti, considerati dagli utenti "necessari per la comunità".</p><p>Wikimedia Foundation era però di diverso avviso. Secondo la fondazione senza scopo di lucro che guida l'enciclopedia online, il team Community Tech era diventato inadeguato, superato dai tempi. Un team centralizzato infatti "portava a frequenti colli di bottiglia e ritardi". E così Wikimedia Foundation potrebbe a fine giugno, qualora non accettassero un nuovo incarico, mandare a casa i sei e redistribuire il lavoro in altri settori della fondazione.</p><p>Jason Worth, utente che da 23 anni collabora per migliorare e aggiornare Wikipedia, dice al Foglio, "che i ritardi c'erano, ma erano in netto miglioramento, il sistema stava ritornando a rispondere bene. E questo nonostante i tagli che la fondazione fece qualche anno fa".&nbsp;</p><p>I vertici erano consci che una scelta del genere poteva scontentare qualcuno, dice al Foglio un membro di Wikimedia Foundation, "però chi ha deciso lo scioglimento del team Community Tech non si è posto il problema, valutando che qualche post indignato su social, siti o forum sarebbero passati nel dimenticatoio in fretta".</p><p>I collaboratori volontari più attivi però non vogliono limitarsi a qualche "post indignato su social, siti o forum". Minacciano lo sciopero. La dichiarazione di battaglia è esplicita: "Se non reintegrate loro, noi smettiamo di fare quello che stiamo facendo. E se noi smettiamo di fare quello che facciamo, che ne sarà di Wikipedia?", c'è scritto in una mail mandata da un nutrito gruppo di <i>contributor</i> americano alla Fondazione.</p><p>La domanda è interessante. La risposta preoccupante.</p><p>Ai collaboratori di lunga data, e a chi segue le dinamiche interne dell'enciclopedia online, è venuto il dubbio che la scelta di Wikimedia Foundation non riguardi solo la gestione dei contenuti di Wikipedia.&nbsp;È da qualche mese che lo staff di Wikimedia aveva annunciato l'intenzione di sindacalizzarsi. L'ipotesi più accreditata tra i maggiori contributor è che&nbsp;la fondazione abbia iniziato a licenziare il personale coinvolto nella campagna sindacale, anche perché lo scioglimento del team Community Tech non è stato il primo scioglimento di reparto all'interno di Wikimedia Foundation.&nbsp;&nbsp;</p><p>In&nbsp;<a href="https://www.theverge.com/report/939442/wikipedia-editors-protest-wikimedia-layoffs-strike">un'e-mail inviata a The Verge</a>, <b>Nadee Gunasena</b>, capo dello staff della Wikimedia Foundation, ha dichiarato che la ristrutturazione si basa su valutazioni interne risalenti a settembre 2025. Gunasena ha affermato che la ristrutturazione garantirà che le richieste di volontariato vengano soddisfatte da diversi team con competenze in aree differenti e che si cercherà di ricollocare i sei dipendenti del team Community Tech in altri ruoli; se non si troveranno alternative, verranno licenziati il ​​mese prossimo. Gunasena ha inoltre negato che la Wikimedia Foundation abbia licenziato alcun dipendente per attività sindacali.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Credo in una sola Anthropic</title>
				<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 10:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Filippo Lubrano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il 27 febbraio scorso il dipartimento della Guerra degli Stati Uniti indicò&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/anthropic_43984" target="_blank">Anthropic</a>&nbsp;come “fornitore a rischio per la sicurezza nazionale”, rescindendo il contratto da 200 milioni di dollari che la società aveva con il Pentagono. La ragione era semplice e, a suo modo, inedita: Anthropic si era rifiutata di rimuovere le restrizioni che impedivano l’uso di Claude per sistemi d’arma autonomi e per la sorveglianza di massa dei cittadini americani. Il ceo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/dario-amodei_43983" target="_blank">Dario Amodei</a>&nbsp;scrisse che l’azienda “non poteva in coscienza cedere alla richiesta”. Lo stesso giorno, ore dopo, OpenAI annunciava di aver firmato l’accordo con il Pentagono che Anthropic aveva rifiutato. Secondo alcuni, fu la campagna di marketing globale più conveniente della storia: <b>con 200 milioni di dollari, Anthropic si era assicurata il ruolo di coscienza mondiale dell’AI, un posizionamento fondamentale in un momento in cui la recrudescenza dei movimenti luddisti anti-AI sembra raggiungere nuovi massimi</b>.</p><p>Il piano sembra proseguire lungo il suo climax di ambizioni: meno di tre mesi più tardi, il cofondatore di Anthropic Christopher Olah sedeva accanto a Papa Leone XIV nell’Aula del Sinodo in Vaticano, alla presentazione della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/magnifica-humanitas_90660" target="_blank">Magnifica Humanitas</a>, la prima enciclica del pontificato, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. <b>L’enciclica, tra l’altro, condanna esplicitamente “i sistemi d’arma autonomi praticamente al di là di ogni controllo umano effettivo”</b>. In quella sala, l’azienda che aveva tenuto la linea sul Pentagono si trovava a essere l’interlocutrice privilegiata del magistero pontificio.</p><p>Non è mai accaduto nella storia della Chiesa che una società privata, con il proprio logo, condividesse il palco con il Vescovo di Roma nell’atto stesso di enunciare la dottrina. Con la Rerum Novarum del 1891 Leone XIII costruì un’autorità morale universale proprio perché la sua riflessione restava al di sopra dei soggetti concreti. <b>Leone XIV ha invece scelto un soggetto, e l’investitura anche formale ha implicazioni concrete</b>.</p><p>La legittimazione che ne deriva per Anthropic è qualcosa che nessun lobbying a Bruxelles o Washington potrebbe comprare. Nella disputa con il dipartimento della Guerra, Amodei difendeva una posizione etica: il rifiuto di cedere alla logica della “guerra giusta algoritmizzata”, per usare la categoria che l’enciclica stessa dichiara superata. <b>Con la presentazione in Vaticano, quella posizione etica ha assunto la postura religiosa</b>. L’azienda si è spostata dal terreno del dibattito morale, dove altri possono contestarla, dove OpenAI può semplicemente offrire condizioni più accomodanti, a quello della legittimità sacrale, dove la contestazione richiede un interlocutore di rango equivalente.</p><p>Andrea Colamedici, nella newsletter di Tlon pubblicata il giorno stesso della presentazione, individua la traccia teologica più sottile del documento. Leone XIV scrive al paragrafo 98 che “le moderne intelligenze artificiali sono più “coltivate” che “costruite”“, poiché i loro sviluppatori “non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA cresce”. Colamedici nota che questo sposta l’AI dalla parte della techne aristotelica, l’opera fabbricata che riceve la forma dall’esterno, verso quella della physis, ciò che cresce secondo una forma che porta già in sé. La sezione della newsletter si intitola “Generato, non creato” ed è un’eco precisa del Credo niceno, genitum non factum, dove quella distinzione riguarda il Figlio. Il richiamo c’è e Colamedici lo registra con precisione: <b>l’uso di “coltivata” per descrivere l’AI applica all’artefatto di Anthropic la categoria teologica riservata alla seconda persona della Trinità</b>.</p><p>Olah stesso, dal palco vaticano, ha confermato l’inquietudine cavalcando il misticismo che quella categoria porta con sé, dicendo che Claude “resta misterioso persino per noi che lo addestriamo” e che le domande sollevate dall’AI “appartengono alle scienze umane, alla religione, alla filosofia e alla società intera”. E’ una cessione che suona generosa, ma che è opportuno analizzare con attenzione: Olah cede il primato interpretativo alla Chiesa nel momento in cui la Chiesa gli restituisce qualcosa di incomparabilmente più prezioso, ovvero la copertura simbolica di un’istituzione che sopravvive da due millenni, che ha attraversato ogni rivoluzione industriale, ogni guerra, ogni regime, e che oggi decide che il problema del nostro tempo si chiama Claude.</p><p>Quello che si è consumato in Vaticano il 25 maggio 2026 è uno scambio tra due autorità che cercano entrambe di riposizionarsi nella geopolitica dell’AI. <b>Il Papa ha il problema di parlare a un’epoca tecnica che la teologia fatica a leggere</b>; Anthropic ha il problema di distinguersi da OpenAI e gli altri competitor in un momento in cui l’unica distinzione praticabile è quella morale. La Magnifica Humanitas ha offerto a entrambi una soluzione, a un prezzo che nessuno sembra ancora disposto a calcolare.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/02/news/softbank-sceglie-la-francia-appunti-per-litalia-sul-nucleare-e-la-corsa-ai--399885</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/02/news/softbank-sceglie-la-francia-appunti-per-litalia-sul-nucleare-e-la-corsa-ai--399885</link>
				<title>SoftBank sceglie la Francia. Appunti per l&#039;Italia sul nucleare e la corsa AI</title>
				<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando sabato scorso, in vista del vertice Choose France a Versailles tenutosi ieri, il Ceo Masayoshi Son ha annunciato che il suo gruppo SoftBank investirà fino a 75 miliardi di euro in data center  per l’intelligenza artificiale ha spiegato perché ha scelto Parigi e non altrove: i<b>l fatto che la Francia produca ed esporti elettricità in abbondanza è stato, ha detto, “assolutamente decisivo”</b>. Quasi contemporaneamente, a Tokyo, SoftBank ha superato Toyota diventando la società giapponese di maggior valore, dopo un rally storico (che ha trainato il Nikkei) alimentato dagli investimenti nell’intelligenza artificiale .</p><p><b>Si tratta del più grande investimento destinato all’AI in Europa</b>, con cui SoftBank si è impegnata a sviluppare e gestire fino a 5 GW di capacità per data center, di cui 3,1 GW da attivare già entro il 2031, parte della prima fase degli investimenti (45 miliardi di euro). Il presidente francese Emmanuel Macron lo ha detto quasi come fosse una dottrina: per restare nella corsa AI, è necessario garantire energia stabile e pulita, ossia a basse emissioni. E così è stato.</p><p><b>La Francia si è aggiudicata la più ghiotta delle opportunità anche grazie al vantaggio competitivo della sua capacità nucleare</b>. Non che a Parigi non abbiano conosciuto difficoltà a riguardo, tra manutenzioni costose e anni complicati, come la crisi tecnica del 2022 che ha causato un calo del 22 per cento della produzione rispetto al 2021. Ma nonostante ciò, il paese è tornato in grado di fornire stabilmente energia, sia sul suolo nazionale che estero  proprio grazie al suo mix energetico fortemente centrato sull’atomo, che nel 2025 ha coperto circa l’80 per cento dei consumi.</p><p>Con la crisi nel Golfo Persico <b>la necessità di assicurarsi una fonte stabile e programmabile è ormai diventata chiara ai più</b>. L’altro punto che spesso resta sotto traccia è che quella stessa fonte stabile non solo sarebbe un grande fondamento di resilienza domestica rispetto agli choc esterni, ma sarebbe anche un enorme punto a favore dell’attrattività in quel che è il principale campo d’innovazione tecnologico: l’AI ormai smuove centinaia di miliardi di euro in investimenti proprio alla ricerca di capacità energetica per i data center, sempre più energivori, e infrastrutture (ma anche margini economici, legislativi e fisici, in senso lato, per realizzarle e gestirle).</p><p><b>Se fatto senza invidia ma con sano spirito di competizione tra cugini</b>, allora è lecito arrovellarsi su quei miliardi che in un universo parallelo magari sarebbero potuti finire proprio in Italia, e che avrebbero dato un enorme sprint allo sviluppo del settore. <b>Anche perché, secondo gli operatori di mercato, l’interesse per il nostro paese c’è</b>. Terna ha segnalato più di 450 richieste di connessione per data center per oltre 82 GW, ma solo tra i 2 e i 3 GW vedranno la luce entro il 2030. <b>Senza scordarci della spada di Damocle del gas</b>, che copre oltre il 40 per cento della produzione elettrica, e spesso fissa il prezzo marginale (il meccanismo di mercato con cui l’elettricità viene prezzata all’ingrosso).</p><p>Così, dopo la chiusura di Hormuz, il governo ha premuto l’acceleratore  sul dossier nucleare, con la legge delega all’esame del Parlamento e l’obiettivo di rimettere l’atomo (italiano, non più solo quello francese importato) nel mix energetico nazionale entro il 2050.</p><p>Uno studio di Bankitalia del giugno 2025, dal titolo “L’atomo fuggente”, aveva già messo in ordine i punti principali. Il nucleare, da solo, seppur non abbasserebbe sensibilmente i prezzi, ridurrebbe la volatilità energetica: un fattore cruciale per gli investitori, come i grandi player dei data center, che sottoscrivono contratti decennali o ventennali di fornitura. E il governatore Fabio Panetta, nelle sue considerazioni finali lette venerdì scorso, ha dichiarato che “per l’energia nucleare, le nuove tecnologie in via di sviluppo meritano un’attenta valutazione; va in questa direzione anche l’esame del disegno di legge delega in corso in Parlamento”. Ma servirà un serio dibattito su costi, tecnologia, e poi tanta celerità, perché l’Italia è già indietro. Il rischio ovviamente è quello di arrivare al traguardo quando la mappa dei data center sarà non solo disegnata altrove, ma già implementata. Ma per l’appunto, le nuove tecnologie meritano attenzione. Si è perso il primo treno, ma ve ne saranno altri: basta farsi trovare alla stazione col biglietto giusto.</p>]]></description>
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				<title>Il nucleare spiegato a chi lo teme</title>
				<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 11:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Giuseppe Zollino</author>
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				<description><![CDATA[<p>Caro concittadino contrario al nucleare, mi rivolgo a te che nutri perplessità o totale avversione all’energia nucleare, per fornirti qualche elemento misurabile che chiarisca i contorni dei principali aspetti della “filiera” nucleare. Lo faccio perché sono convinto che quando uno conosce davvero il nucleare non lo teme e lo considera un ingrediente fondamentale del mix energetico. <b>E’ successo a me, che votai contro il nucleare al referendum del 1987, spaventato dalle cronache apocalittiche da Chernobyl e dal racconto che le accompagnava dei “gravi problemi del nucleare”, presentato come una tecnologia insostenibile, pericolosa e potenzialmente disastrosa.</b> Sono passati quasi 40 anni e oggi insegno all’Università di Padova Tecnica ed Economia dell’energia e Impianti nucleari a fissione e fusione. E ho capito che tutti quei “problemi” descritti come ostacoli insormontabili sono come un “problema” di matematica a scuola: gli studenti che conoscono l’argomento sono in grado di risolverlo. Per cui ti scrivo per presentartene alcuni, insieme con la soluzione consolidata nel mondo.</p><h2>Il nucleare è pericoloso</h2><p>La radioattività è un fenomeno naturale: tutti noi viviamo “immersi” in quella proveniente da elementi radioattivi presenti nel terreno, nelle rocce, nell’acqua, che si somma a quella dei raggi cosmici.<b> La radioattività è invisibile e inodore e per questo può apparire un nemico subdolo; ma sappiamo misurarla con precisione, perciò ne conosciamo il valore di fondo naturale nelle varie regioni del mondo e siamo in grado di misurarla costantemente nelle immediate vicinanze di ogni impianto nucleare.</b> Sappiamo perciò con certezza che durante il funzionamento all’esterno della centrale non si misura alcuna variazione significativa del livello di radioattività rispetto al fondo naturale. Tu ora mi dirai: va bene durante il normale funzionamento, ma in caso di guasto? Hai ragione, dobbiamo parlare anche di questo. Nella storia del nucleare ci sono stati due incidenti seri, dovuti a malfunzionamento di componenti della centrale: Three Mile Island nel 1979 negli Usa e Fukushima nel 2011 in Giappone. Più un evento molto più grave per la quantità di materiali radioattivi rilasciata nell’ambiente, a Chernobyl nel 1986. Quest’ultimo tuttavia non fu provocato da un’anomalia di funzionamento, ma da una manovra deliberata, attuata manualmente dagli operatori per provare una modalità di funzionamento non prevista, dopo aver disattivato i sistemi di sicurezza. Una manovra che mai sarebbe stata fisicamente possibile in alcuno delle centinaia di reattori allora in esercizio nel mondo, fuori dell’Unione Sovietica. Peraltro quel reattore era privo di un edificio di contenimento in grado di evitare il rilascio di materiali radioattivi eventualmente fuoriusciti dal nocciolo.</p><p>Tutte le centrali nucleari costruite in America in Europa, in Giappone, e altri paesi del cosiddetto blocco occidentale, hanno invece sempre perseguito l’obiettivo di rendere altamente improbabili rilasci di materiale radioattivo nell’ambiente e, nel caso di rilascio, di minimizzarne la quantità. Per questo sono state da sempre progettate con barriere multiple, a cominciare dal contenitore in acciaio all’interno del quale c’è il nocciolo, per arrivare all’edificio di contenimento, oltre a sistemi ausiliari di sicurezza sempre più ridondanti. Infatti, nel caso degli incidenti di Three Mile Island e di Fukushima, grazie alla dose molto bassa assorbita dalla popolazione, non vi furono vittime da radiazioni. Invece a Chernobyl, ce ne furono: alcune dopo pochi giorni, soprattutto tra il personale e i pompieri intervenuti per spegnere l’incendio della grafite, altre negli anni successivi. In tutto, le vittime accertate furono 60. Vi fu anche una ricaduta radioattiva, particolarmente importante nelle aree più vicine alla centrale, in Ucraina, Russia e Bielorussia, che, secondo le autorità sanitarie internazionali potrebbe essere responsabili di non più dello 0,002 per cento dei decessi per tumore attesi negli 80 anni successivi all’incidente. La ricaduta interessò anche l’Europa, ma in dosi molto basse: oggi sappiamo che in Italia la dose media annua assorbita fu pari allo 0,5 per cento del fondo naturale e la metà di quella dovuta ai raggi cosmici, durante un volo di sola andata da Roma a New York. <b>Eppure, a causa di questo fummo l’unico paese europeo che fermò immediatamente le proprie centrali nucleari e interruppe il Piano Energetico Nazionale che prevedeva di costruirne 10.</b> E lo facemmo – me compreso – sull’onda emotiva cavalcata da tutti i partiti politici, tranne i Repubblicani.</p><p>Oggi, in un moderno reattore di terza generazione, la probabilità di rilascio di una quantità significativa di materiale radioattivo nell’ambiente è dell’ordine di 10 alla meno 7. A te probabilmente questo numero non dice molto, ma esprime una probabilità più bassa di quella che tu, uscendo di casa, rimanga vittima di un meteorite che ti caschi in testa. Con la differenza che il rilascio radioattivo verso l’ambiente non farebbe vittime. E’ per questo che le vittime causate dall’intera filiera del nucleare, a parità di energia prodotta, sono bassissime, le più basse tra tutte le tecnologie elettriche che conosciamo, a pari merito con l’energia solare. Questo forse ti sorprenderà, ma ti ricordo che purtroppo in ogni settore industriale capitano incidenti mortali e la produzione dell’energia elettrica non fa eccezione.<b> E se la pericolosità del nucleare è uno dei motivi che ti spinge ad essere contrario, sappi che in Italia, i tre grandi incidenti occorsi in impianti di produzione di energia idroelettrica (Gleno, Molare e Vajont) hanno fatto 2.530 vittime; il che porta solo in Italia il tasso di mortalità a 0,68 decessi per TWh prodotto, ben 23 volte di più di quelli del nucleare, che sono 0,03 a livello mondiale.</b> Sappi anche che le filiere del gas e del petrolio hanno un tasso di mortalità quasi 100 e 1000 volte maggiore del nucleare. Eppure noi continuiamo a usare energia idroelettrica, gas e petrolio, poiché – giustamente – riteniamo i benefici che ne derivano largamente superiori ai rischi.</p><h2>Non sappiamo come gestire le scorie</h2><p>Una centrale nucleare produce rifiuti radioattivi con diversa “intensità” e “durata” nel tempo. Infatti, a differenza dei rifiuti tossici chimici, prodotti in molti settori industriali, quelli radioattivi rimangono tossici per un tempo limitato, perché l’emissione di radiazione è proprio dovuta al processo di decadimento di un materiale radioattivo verso un materiale stabile. Per questo i rifiuti sono convenzionalmente classificati in rifiuti a bassa, media e alta attività. Rifiuti a bassa e media attività sono prodotti anche negli ospedali, nelle industrie e in molti settori di ricerca. Per farti un esempio, quando arriva a fine vita il macchinario (si chiama ciclotrone) usato nei reparti di radio-medicina dei nostri maggiori ospedali per confezionare radio-farmaci per la cura dei tumori, i metalli sono attivati e vanno gestiti come rifiuti radioattivi, analogamente alle guaine metalliche del combustibile nucleare. I rifiuti a bassa e media attività vengono compattati e inseriti in fusti metallici all’interno dei quali sono immobilizzati con cemento. Poi vengono smaltiti in un deposito di superficie, dotato di ulteriori barriere in cemento, dove rimangono per 2-300 anni, finché la radioattività scompare. Depositi così ve ne sono molte decine nel mondo, e in nessuno di essi c’è mai stato alcun problema di rilascio di radioattività. Dobbiamo costruirlo anche in Italia, in una delle oltre 50 aree idonee, già individuate da oltre 10 anni. Mi domanderai: perché non lo abbiamo ancora costruito? perché alla politica, magari non a tutta, ma a una larga parte, è mancato sinora il coraggio di spiegare come sto cercando di fare ora io con te. <b>Assecondare e cavalcare le paure porta evidentemente più consenso che stimolare la ragione. Se ci pensi, chi asseconda le tue paure ti manca di rispetto, perché in fondo ti considera incapace di ragionare.</b></p><p>Rifiuti ad alta attività e lunga vita, detti in gergo “scorie”, sono invece peculiari delle centrali nucleari. In un moderno reattore di terza generazione, essi sono appena lo 0,7 per cento del combustibile nucleare esaurito. Tuttavia, quando si riprocessa il combustibile esaurito viene di norma separato il 95 per cento costituito da uranio e plutonio (riutilizzabili) dal 5 per cento che contiene quello 0,7 per cento. Pertanto il 5 per cento diventa rifiuto ad alta attività e lunga vita. Prendiamo per esempio una centrale nucleare da 1000 MW, che genera l’energia elettrica per 2 milioni di famiglie: ogni anno essa produrrà 800 kg di rifiuti ad alta attività e lunga vita. <b>Nei sui 85 anni di vita utile (60 garantiti dal costruttore più 25 dopo la possibile estensione) la centrale ne produrrà un volume pari a un cubo di lato 1,5 metri.</b></p><p>In realtà questi rifiuti vengono inglobati in una matrice vetrosa per impedire ogni contatto con l’ambiente e poi inseriti in robusti contenitori metallici, così il volume cresce, ma resta estremamente ridotto. I rifiuti di questo tipo vanno smaltiti in un deposito geologico. La Finlandia è oggi l’unico paese ad averlo completato, a 400 metri di profondità nella roccia granitica dell’isola di Olkiluoto. Lì i rifiuti rimarranno confinati nel granito e in migliaia d’anni perderanno progressivamente la loro attività, sino ad arrivare a quella dell’uranio naturale, che proprio dal granito viene estratto. Il deposito geologico finlandese è costato circa 4 miliardi di euro, e inciderà per meno di 4 millesimi di euro per ogni kWh prodotto dalle centrali finlandesi. Ti starai chiedendo: dobbiamo costruirlo anche in Italia? La risposta è che possiamo decidere di costruirne uno in Italia, e ci sono aree idonee anche per questo, ma poiché i volumi sono piccoli, non sarebbe economicamente conveniente realizzarne uno in ogni paese europeo: per questo la direttiva europea consente che più paesi membri ne costruiscano uno in comune, che potrebbe essere in Italia o altrove.</p><p><b>Come vedi, sappiamo perfettamente come gestire in totale sicurezza, per gli operatori e la popolazione, a costi che impattano pochissimo sul costo dell’energia, i rifiuti radioattivi di ogni categoria.</b> Seguendo procedure standardizzate, condivise e codificate a livello internazionale, alle quali tutti gli operatori nel mondo si attengono rigorosamente. Magari fosse così per tutti i rifiuti industriali!</p><h2>In Italia non ci sono aree idonee per le centrali</h2><p>Già negli anni 80 del secolo scorso avevamo individuato un gran numero di aree, lungo le nostre coste o nei pressi di grandi fiumi. Oggi di centrali ne bastano sette o otto, ciascuna con più reattori. E non abbiamo alcuna difficoltà a individuare i siti, a cominciare da quelli delle ex centrali nucleari, ma anche di alcune di quelle a carbone. In Italia abbiamo sempre considerato idonee aree nelle quali, in caso di sisma, l’accelerazione attesa sia da 10 a 15 volte minore di quella poi misurata in Giappone nel 2011, che non provocò alcun danno strutturale in tutte le centrali interessate, alcune delle quali sono già state riavviate e altre lo saranno a breve. E per quanto riguarda la protezione da inondazione, abbiamo sempre costruito le nostre centrali su rilevati in cemento armato che le rendono immuni da ogni rischio. E così faremo con le nuove. Mi chiederai: ma i residenti in quelle aree sono d’accordo? Ti posso rispondere che, per quanto ti ho scritto sinora, non hanno alcun motivo oggettivo per non esserlo. Spero che avranno modo di leggere questa lettera. Anzi, se ne conosci qualcuno, ti prego di inoltrargliela.</p><p>In realtà le centrali nucleari servono per le bombe. Questo in realtà accadeva 30 anni fa. Dal combustibile esaurito è certamente possibile estrarre plutonio. Solo che in una centrale attuale, di seconda generazione, e ancor più in quelle di terza, gli elementi di combustibile rimangono nel nocciolo da 4,5 a 6 anni; e se pure li si volesse estrarre in anticipo, il tempo minimo di permanenza sarebbe da 1,5 a 2 anni. Dopo un tempo così lungo il plutonio ricavato dal riprocessamento del combustibile esaurito è buono solo per la produzione di ulteriore combustibile, perché è composto da una miscela di plutonio-239, plutonio-240, ecc., con il plutonio-239 che non supera il 55-60 per cento. Invece per la bomba serve plutonio-239 puro al 95 per cento. In passato in alcuni reattori moderati a grafite era possibile inserire ed estrarre elementi di combustibile senza spegnere il reattore. Così alcuni rimanevano nel nocciolo per pochi giorni, in modo che l’uranio venisse convertito in plutonio- 239, ma non ci fosse il tempo affinché una parte significativa di plutonio-239 assorbisse un neutrone per diventale plutonio-240. O<b>ggi il plutonio da bomba è prodotto in siti militari, con piccoli reattori dedicati.</b></p><h2>L’uranio è poco e viene da aree problematiche</h2><p>Cominciamo col dire che la fissione di 1 kg di uranio libera l’energia di 15.000 barili di petrolio. Quindi di uranio ce ne basta poco ed è facile costituire scorte per alcuni anni. Le risorse identificate, recuperabili fino a un prezzo di 260 dollari/kg, ammontano a circa 8 milioni di tonnellate. Poiché la domanda mondiale ammonta a circa 60.000 tonnellate/ anno, il rapporto tra le risorse identificate e la domanda ammonta a 130 anni. E ciò che conta è questo rapporto. Infatti non avrebbe senso cercare nuove risorse di uranio, se non a fronte di un aumento significativo della domanda. E’ sempre stato così, per tutte le risorse minerarie. Mi chiederai: dove sono localizzate queste risorse? <b>Il 58 per cento si trovano in quattro Paesi: Australia, Kazakhstan, Canada e Namibia.</b></p><p>L’uranio vieni oggi estratto da rocce che ne contengono non più dello 0,5 per cento. Ma le riserve più grandi si trovano in realtà negli oceani: 4 miliardi di tonnellate, sebbene in concentrazione molto basse, che rendono l’estrazione particolarmente inefficiente. Tuttavia, studi recenti, condotti in Giappone e Cina, hanno messo a punto sistemi di estrazione basati su assorbenti polimerici innovativi, che a regime potrebbero consentire di estrarlo a costi compresi da 100 e 300 dollari/kg. Va detto che per la elevatissima resa energetica dell’uranio, se il prezzo fosse 500 dollari/MWh, invece dell’attuale prezzo di 150, il costo di 1 kWh nucleare aumenterebbe di 5 millesimi di euro. Prima di usarlo in centrale, l’uranio va arricchito. Su questo aspetto, l’Unione Europea è ben messa, infatti possiede già oggi una capacità di arricchimento seconda (anche se non di molto) solo a quella russa; ma soprattutto possiede anche tutto il know-how necessario per ampliarla per far fronte alla crescente richiesta che verrà dai nuovi programmi nucleari nei paesi membri.</p><h2>Per il nucleare ci vorrebbe troppo tempo e costerebbe troppo</h2><p>L’evidenza di quanto avviene ed è avvenuto nel mondo è molto chiara: i tempi di costruzione dei reattori dipendono dall’esperienza operativa maturata e dalla serialità della costruzione. Ad esempio, tra il 1973 e il 1991, la Francia avviò la costruzione di 56 reattori, in media a poco meno di quattro mesi di distanza uno dall’altro, impiegando per la costruzione in media sei anni e quattro mesi. A distanza di 30 anni In Cina, tra il 2006 e il 2020 è stata avviata la costruzione di ben 46 reattori, in media uno ogni quattro mesi, con un tempo medio di costruzione di sei anni. Persino leggermente inferiore di quello francese, nonostante i reattori siano più evoluti e più complessi, specie per il maggior numero di dispositivi di sicurezza. Ti faccio notare che tra i 46 reattori sono inclusi due EPR, come quello di Flamanville in Francia e di Olkiluoto in Finlandia, due degli appena tre collegati in rete in Europa negli ultimi 25 anni dei 115 totali entrati in servizio nel mondo. E per la costruzione dei due EPR cinesi (due reattori su 46 avviati in 15 anni), sono bastati meno di nove anni, contro i 16 anni di Flamanville ed Olkiluoto.<b> Per di più chi ha acquisito pratica e serialità, costruendo molti esemplari dello stesso modello, è in grado di replicare i risultati anche all’estero.</b> E’ il caso della Corea del Sud dove, tra il 1993 e il 2013, è stata avviata la costruzione di 17 reattori, per i quali il tempo medio di costruzione è stato di cinque anni e nove mesi; e grazie a questa pratica, la coreana KEPCO ha poi dimostrato la capacità di esportare tanto tecnologia quanto capacità di gestione, realizzando negli Emirati Arabi Uniti, la centrale di Barakah, dotata di quattro reattori di terza generazione, ciascuno costruito in otto anni, a distanza di un anno uno dall’altro.</p><p>Mi chiederai: come mai in Europa abbiamo smesso di costruire reattori, lasciando ad altri il primato? Beh: gli errori si pagano. Ti spiego meglio: costruire un reattore nucleare da 1.000 MW richiede un investimento importante, dell’ordine di 6 miliardi di Euro, ma poi quel reattore è in grado di lavorare per almeno 60 anni, e, con una facile estensione di vita, anche 85. Inoltre dopo che l’investimento iniziale è stato ammortizzato, cioè dopo i primi 30 anni, il costo dell’energia cala in modo considerevole, perché è dato solo dai costi operativi e di combustibile (circa 32 euro/MWh, secondo l’Agenzia Internazionale dell’energia) cui dopo l’estensione di vita vanno aggiunti 10 euro/ MWh. La fase delicata sono quindi i primi 30 anni. Durante i quali il costo dell’energia dipende molto da quanta quel reattore riesce a immetterne in rete. Infatti, tecnicamente un reattore di terza generazione è in grado di lavorare a potenza costante per 8.200 ore. Ma se solo solare ed eolico sono esentati a livello Ue dalla disciplina degli aiuti di stato, solo loro possono essere agevolati in ogni modo, incassare lauti incentivi (oltre 1.000 miliardi di euro in Ue negli ultimi 20 anni) e di fatto godere di priorità di dispacciamento, lasciano alla centrale nucleare il rischio di non lavorare come potrebbe per il 94 per cento delle ore, ma per esempio per il 65 per cento, con aumento del costo dell’energia, rischio che fa inevitabilmente aumentare il tasso di sconto e di conseguenza accresce ulteriormente il costo, come stupirsi che quasi nessuna utility abbia scelto di costruire una centrale nucleare e tutte abbiano preferito investimenti in solare ed eolico sostanzialmente privi di rischi? Questo è successo in Europa egli ultimi 20 anni.</p><p><b>Ma due anni fa è intervenuto un cambiamento sostanziale: il nucleare di terza generazione è entrato nella lista delle tecnologie sostenibili per la transizione energetica, dove prima solo le rinnovabili trovavano spazio.</b> E sono sicuro che tu troverai strano che il nucleare, che nel ciclo di vita emette appena 6 grammi di CO2 per kWh, e non ha bisogno di batterie che pure hanno un’impronta carbonica, ne fosse escluso, mentre fosse dentro il fotovoltaico che certamente ha emissioni molto minori dei fossili, ma comunque otto volte maggiori del nucleare. Ma così è andata per 20 anni.</p><p>Ora, facendo bene i conti, considerando che anche una centrale nucleare potrà essere remunerata con contratto a prezzo fisso per tutta l’energia generata e potrà per questo beneficiare di tassi di sconto simili a quelli delle centrali eoliche (5-6 per cento), l’energia nucleare costerà 70-80 euro/MWh per i primi 30 anni di esercizio; 32 euro/MWh per i successivi 30 e 42 euro/MWh per ulteriori 25. Esattamente come avverrebbe se potessimo costruire oggi una nuova centrale idroelettrica a bacino.</p><p>Prima iniziamo a costruirle, prima avremo disponibile una flotta che produca con continuità circa la metà del fabbisogno elettrico. E l’altra metà sarà prodotta da idroelettrico, geotermico, solare, eolico e batterie. Così finalmente il prezzo dell’energia elettrica non dipenderà più da quello del gas e ci serviranno meno reti, meno batterie e meno surplus di generazione e dunque le bollette saranno circa la metà di quel che sarebbero se lo stesso risultato volessimo conseguirlo con solo rinnovabili.&nbsp;<b>Quando io imparai queste cose, con i numeri, compresi l’abisso tra narrazione ed evidenze empiriche e analitiche. E ora lo dico a te: fidati dei numeri, come feci io. E non aver paura di cambiare idea, perché come diceva Churchill, “chi non cambia mai idea non cambia niente mai”.</b></p>]]></description>
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				<title>L’epoca degli imperi digitali cambia il rapporto tra stati e mercato</title>
				<pubDate>Sat, 30 May 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Sabino Cassese</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella visita di Stato compiuta dal presidente americano in Cina (13-14 maggio), Trump è  stato accompagnato da Elon Musk (amministratore delegato di Tesla e SpaceX), Tim Cook (amministratore delegato di Apple), Jensen Huang (amministratore delegato di Nvidia), Larry Fink (presidente e amministratore delegato di BlackRock), Stephen Schwarzman (presidente, amministratore delegato e cofondatore di Blackstone), David Solomon (presidente e amministratore delegato di Goldman Sachs), Jane Fraser (amministratrice delegata di Citigroup), Kelly Ortberg (presidente e amministratore delegato di Boeing), Lawrence Culp Jr. (presidente e amministratore delegato di GE Aerospace), Cristiano Amon (presidente e amministratore delegato di Qualcomm), Ryan McInerney (amministratore delegato di Visa), Michael Miebach (amministratore delegato di Mastercard), Sanjay Mehrotra (presidente e amministratore delegato di Micron Technology), Brian Sikes (presidente e amministratore delegato di Cargill), Jacob Thaysen (amministratore delegato di Illumina), Chuck Robbins (presidente e amministratore delegato di Cisco), Jim Anderson (amministratore delegato di Coherent).<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/12/news/17-imprenditori-andranno-con-trump-in-cina-tutti-gli-affari-americani-dietro-il-vertice-con-xi--398774"> Circa il 70 per cento della delegazione economica era riconducibile all’economia digitale o tecnologica; circa il 30 per cento proveniva dall’industria tradizionale, finanza classica o manifattura.</a></p><p>In passato, della delegazione del presidente americano  per le visite all’estero facevano parte,  secondo i protocolli della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il segretario di Stato, il consigliere per la Sicurezza nazionale, il capo di gabinetto della Casa Bianca, consiglieri diplomatici e strategici della presidenza, funzionari del Consiglio di Sicurezza nazionale, personale del Dipartimento di Stato, addetti stampa e responsabili comunicazione della Casa Bianca, agenti dello “United States Secret Service”, militari e “aides-de-camp” presidenziali, talora parlamentari o governatori, rappresentanti del commercio estero e del Tesoro.&nbsp;Nessun esempio è più eloquente di questo per illustrare la compenetrazione tra privato e pubblico che è ormai caratteristica del nuovo modo di agire degli esponenti della repubblica nordamericana.</p><h2>La lezione della storia</h2><p>Ma, prima di cercare di illustrare come operano i nuovi imperi privati o digitali, occorre fare un passo indietro per capire se si tratta di un fatto nuovo o se vi sono precedenti storici. Occorre cioè seguire l’insegnamento di Arnaldo Momigliano (1908-1987), perché, come ha osservato Salvatore Settis in un libro che contiene una serie di efficaci medaglioni di intellettuali scomparsi ed è un bell’esempio del modo in cui rapportare il passato al presente (Registro delle assenze. Profili e paesaggi, Milano, Salani Editore, 2024, pp. 65-66): “History is a re-interpretation of the past which leads to conclusions about the present” (“la storia è una re-interpretazione del passato che porta a conclusioni sul presente”), si legge in uno dei suoi studi più famosi, il veramente seminale Ancient History and the Antiquarian, che uscì nel 1950 sul Journal dell’Istituto Warburg. L’antica distinzione fra narrazione storica (diacronica e dinamica) e classificazione antiquaria (sincronica e statica) era a tutti nota, ma nessuno prima di lui aveva inteso che nelle dispute storiografiche in Europa dal Seicento in poi “the Age of the Antiquaries […] meant a revolution in historical method” (“l’età degli antiquari comportò una rivoluzione del metodo storico”).</p><p>Il passato è una miniera in cui si continua a scavare perché sono sempre nuove le domande che ad esso poniamo. Ma non è chiaro quanta parte del passato conosciamo e quanta parte è conoscibile. Ad esempio, di Voltaire, autore tanto noto, conosciamo poco le tragedie e le lettere e Fernand Braudel, indagando la civiltà materiale, ha scoperto una parte del passato che non era fino allora nota.  Tutto dipende da quello che vogliamo sapere, ma anche dai nostri concetti e dai nostri pregiudizi: ad esempio, quando si affermò il concetto di Stato, tutta la realtà politica dell’antichità fu ricostruita in quei termini e si cominciò a parlare, per l’antica Grecia, di città-stato, e anche gli imperi vennero studiati come stati. Poi, il passato serve anche per inventare tradizioni, come mostrato in un bel libro di quarant’anni fa di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger, L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi 1987. Infine, ci sono il controllo del passato, come ha mostrato Giorgio Caravale in un libro intitolato proprio Chi controlla il passato. La storia nelle mani del potere, Bari- Roma Laterza, 2026 e la cancellazione del passato, su cui ha indagato Pierre Vesperini, Que faire du passé? Réflexion sur la cancel culture, Paris, Fayard, 2022.</p><h2>Le compagnie delle Indie</h2><p><b>Nel libro IV de La ricchezza delle nazioni (1776), Adam Smith dedica molte pagine alla Compagnia britannica delle Indie orientali, usando il suo caso come esempio dei danni prodotti dai monopoli commerciali concessi dallo Stato.</b> Smith sostiene che il monopolio della Compagnia sulle rotte e sul commercio con l’India e l’Asia danneggiava la concorrenza, alzava artificialmente i prezzi e riduceva l’efficienza economica; i privilegi esclusivi concessi dalla Corona favorivano gli interessi privati degli azionisti invece dell’interesse generale britannico; una società commerciale privata non era adatta a governare territori immensi e popolazioni numerose, perché i dirigenti cercavano profitti rapidi più che buon governo; l’amministrazione della Compagnia in India produceva corruzione, cattiva gestione fiscale e sfruttamento delle popolazioni locali; i funzionari della Compagnia tendevano ad arricchirsi personalmente durante il servizio coloniale e poi a lasciare l’India senza preoccuparsi delle conseguenze economiche e sociali; il sistema monopolistico scoraggiava sia il commercio libero sia lo sviluppo produttivo delle colonie. Uno dei punti più noti della critica di Adam Smith è l’idea che nessuna nazione può trarre beneficio duraturo da un monopolio commerciale mantenuto con privilegi politici.</p><p>Smith vedeva quindi la Compagnia delle Indie orientali come una fusione pericolosa tra potere economico e potere politico: un’impresa privata che agiva quasi come uno Stato sovrano, con esercito, tassazione e amministrazione territoriale, ma senza adeguati controlli pubblici.</p><h2>Morfologia del potere misto pubblico-privato</h2><p>Il potere misto pubblico-privato odierno presenta caratteristiche diverse rispetto a quello delle compagnie coloniali, ma appartiene allo stesso  genere. In primo luogo, nasce come un potere privato, un’impresa regolata dalle norme del diritto comune, ma cresce in una zona di immunità, nel senso di non essere sottoposto né a forme di controllo della concorrenza, né a regolazioni statali di settore o generali (un esame generale del tema è quello di Anu Bradford, Digital Empires. The Global Battle to Regulate Technology, Oxford Univ. Press, 2023). In secondo luogo, si sviluppa valendosi di importanti commesse pubbliche statali. In terzo luogo, svolge rilevanti funzioni pubbliche nel senso che opera per fini statali, fornendo, ad esempio, reti per esigenze di carattere militare. Infine, si afferma come proiezione mondiale di poteri nazionali e con soggetti che sono i primi nella storia a nascere con una dimensione mondiale.</p><p>I rapporti che così si creano tra governo nazionale e società private riflettono reciproche convenienze, per cui l’uno difende gli interessi dell’altro. Un esempio è costituito dalle richieste rivolte dal presidente degli Stati Uniti d’America all’Unione europea di attenuare la disciplina del settore digitale per facilitare l’azione delle “Big Tech”. L’interpenetrazione richiede anche una visibilità, assicurata ad esempio dalla composizione della delegazione degli Stati Uniti d’America nella visita di Stato compiuta in Cina.</p><p>Le culture nazionali sono ora costrette a modificare i propri canoni tradizionali relativi alla linea di distinzione tra pubblico e privato. Per fare questo, bisognerebbe seguire l’insegnamento di Adam Smith (La ricchezza delle nazioni, a cura di Anna e Tullio Bagiotti, Torino, Utet, 2020, p. 553): “L’economia politica, considerata come un ramo della scienza dello statista o del legislatore”.</p><p>Infine, c’è l’asimmetria costituita dalla circostanza che i poteri digitali sono nati e cresciuti soltanto in due Stati del mondo e che questa distribuzione squilibrata influisce anche sui poteri degli stessi Stati. Gli Stati che, nelle relazioni internazionali, operano secondo un principio di eguaglianza, non sono più in tali condizioni perché solo due di essi possono valersi del regime privilegiato misto pubblico-privato.</p><h2>L’anomia prodotta da questa nuova situazione</h2><p>Questa situazione produce un effetto di anomia. L’“anomia” è un concetto sociologico che indica una condizione di assenza, indebolimento o disgregazione delle norme sociali condivise. Il termine deriva dal greco a-nomos (“senza legge”). Il concetto è associato soprattutto al sociologo francese Émile Durkheim (1858-1917), che lo sviluppò in opere come Il suicidio e La divisione del lavoro sociale. Per Durkheim, l’anomia si verifica quando le regole sociali diventano confuse o inefficaci; i valori comuni perdono forza; gli individui non sanno più quali limiti o aspettative seguire. Successivamente il sociologo statunitense Robert K. Merton (1910-2003) reinterpretò l’anomia come tensione tra obiettivi socialmente imposti (successo, ricchezza) e mezzi legittimi disponibili per raggiungerli.&nbsp;La modificazione che questo nuovo regime misto introduce è radicale per tre motivi.</p><p>Perché, come notato da  Luisa Torchia (Potere digitale, Bologna, Il Mulino, 2026, p. 11), “il potere digitale ha natura poliedrica. E’ il potere che le grandi piattaforme tecnologiche esercitano nella sfera economica, sociale e politica, divenendo esse stesse poteri digitali. E’ il potere pubblico che si serve delle tecnologie per esercitare le funzioni tradizionali e per aggiungerne di nuove, o per competere con altri poteri pubblici per il dominio nella sfera globale. E’ il potere di influenza sulla società e sul modo in cui gli individui interagiscono singolarmente e collettivamente.<b> E’ il potere che richiede la verifica e forse la ridefinizione di molti concetti che al potere sono indissolubilmente legati, come la sovranità, la libertà, l’autonomia, la legittimazione, la democrazia”. </b></p><p>In secondo luogo, perché incide su una linea di demarcazione che è alla base di tutti gli ordinamenti costituzionali occidentali, fondati sulla separazione tra pubblico e privato. Questo non vuol dire che non esistano, negli ordinamenti nazionali, formule miste (su questo tema vi è ora una ampia e accurata tesi di dottorato di Marie Cirotteau, Le pouvoir administratif des personnes privées, Éditions, Panthéon-Assas, 2025), ma non per ambiti così vasti e a livello sovranazionale, come quello che si è venuto a produrre nell’ultimo ventennio con la costituzione degli imperi digitali.</p><p>Infine, perché incide in vari modi sulla stessa democrazia, come dimostrato da Oreste Pollicino e Pietro Dunn, Intelligenza artificiale. Opportunità e rischi di disinformazione, Milano, Bocconi University Press 2024 e da Paolo Benanti, La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana, Bari-Roma, Laterza, 2026 (anche Sabino Cassese, Democrazie e poteri (privati) globali, in “Rivista trimestrale di diritto pubblico”, 2025, n. 3, p. 909 ss).</p><h2>Il caso Guillou</h2><p>Emblematico il caso del giudice francese Nicolas Guillou,  membro della Corte penale internazionale (CPI). Guillou  divenne noto al pubblico nel 2025, nel contesto delle forti tensioni internazionali seguite alla decisione della Corte di autorizzare, nella primavera di quell’anno, mandati d’arresto contro dirigenti israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu. Dopo tale iniziativa, tra maggio e giugno 2025 gli Stati Uniti adottarono misure sanzionatorie contro alcuni magistrati e funzionari collegati all’inchiesta, inserendo Guillou tra le persone colpite.</p><p>Formalmente le sanzioni consistevano nel congelamento di eventuali interessi economici sottoposti alla giurisdizione americana e nel divieto di rapporti con soggetti statunitensi. Tuttavia, durante l’estate e l’autunno del 2025, gli effetti concreti si estesero rapidamente all’intera vita digitale del magistrato. Diversi servizi collegati a società americane o dipendenti dai circuiti finanziari statunitensi sospesero o limitarono i suoi account: sistemi di pagamento elettronico, piattaforme di prenotazione, servizi online e operatori finanziari internazionali smisero di operare normalmente con lui. Anche alcune banche europee adottarono misure restrittive per evitare rischi legali legati alla normativa statunitense.</p><p>Nel novembre 2025 il caso assunse una dimensione internazionale dopo le dichiarazioni pubbliche di Guillou e la pubblicazione di articoli su quotidiani francesi come Le Monde. Il giudice descrisse la propria situazione come una forma di “esclusione digitale”, spiegando che le sanzioni non colpivano soltanto il patrimonio, ma la possibilità stessa di partecipare alla vita economica e tecnologica contemporanea. Il caso venne allora interpretato come un esempio concreto del potere extraterritoriale esercitato dagli Stati Uniti attraverso il controllo delle infrastrutture digitali e finanziarie globali.</p><p>Da quel momento la vicenda è diventata oggetto di discussione politica e accademica soprattutto in Europa, dove molti osservatori hanno visto nel caso Guillou una dimostrazione della vulnerabilità europea rispetto alle grandi piattaforme tecnologiche, ai sistemi di pagamento internazionali e ai servizi digitali dominati da imprese americane.</p><p><i>Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, a cura di Anna e Tullio Bagiotti, Torino, Utet, 2020, pp. 899, 915 e 918.</i></p><p>“La protezione del commercio in generale è sempre stata considerata essenziale alla difesa della repubblica, e per questa ragione una parte necessaria del compito del potere esecutivo. Riscossione e impiego dei dazi generali doganali sono perciò sempre stati lasciati a quel potere. Ma la protezione di un ramo particolare del commercio è una parte della protezione generale del commercio; e quindi una parte del compito di quel potere; e se le nazioni si comportassero sempre in modo coerente, i dazi particolari esatti allo scopo di questa particolare protezione dovrebbero ugualmente essere lasciati sempre a sua disposizione. Ma sotto questo aspetto, e sotto molti altri, le nazioni non hanno sempre agito in modo coerente; e nella maggior parte degli stati commerciali d’Europa, particolari compagnie di commercianti hanno avuto l’abilità di persuadere il legislatore ad affidare loro l’adempimento di questa parte del compito del sovrano e tutti i poteri che vi sono necessariamente connessi. […] La vecchia Compagnia inglese delle Indie orientali fu istituita nel 1600 con una carta della regina Elisabetta. Sembra che nei primi dodici viaggi che essa fece verso l’India abbia commerciato come compagnia regolata, con capitali separati, sebbene soltanto nelle navi comuni della compagnia. Nel 1612, si costituì in società per azioni. La sua carta era esclusiva e, sebbene non confermata da un atto del parlamento, allora si supponeva che conferisse un vero privilegio esclusivo. Quindi per molti anni la compagnia non fu molto disturbata da intrusioni. […]. Dal 1708, o perlomeno dal 1711, questa compagnia, essendosi liberata da tutti i concorrenti e completamente consolidata nel monopolio del commercio inglese con le Indie orientali, svolse un commercio redditizio e coi profitti diede annualmente un modesto dividendo agli azionisti”.</p><p><i>Lina Malfona, La fine della Silicon Valley, Roma, Treccani, 2026, p. 187.</i></p><p>“L’impero immateriale – quindi adattivo, ibrido e flessibile di big corporation come Google, Meta e Apple – incarna il carattere proteiforme del potere nell’era digitale. Si tratta di poteri codificati da algoritmi, elaborati dagli stessi ingegneri creativi che si trovano ai vertici di queste corporation, e che sono più interessati a programmare che a disinnescare tali poteri”.</p><p><i>Mario Calise, Fortunato Musella, Digicrazia, Bari-Roma, Laterza, 2026, p. 147.</i></p><p>“Dalla corsa all’oro che in pochi anni ha partorito una nuova classe di tecnico-miliardari alla penetrazione delle amministrazioni pubbliche da parte delle aziende private, fino all’ascesa della cybersecurity come centro di comando statale in mano alle Big Tech. Questo modello vede oggi un formidabile moltiplicatore nell’alleanza sempre più stretta con l’inquilino della Casa Bianca, innestandosi su quel processo di costruzione della presidenza personale che ha trovato in Donald Trump una brusca accelerazione. Si stagliano sempre più inquietanti le sinergie funzionali tra la potenza degli algoritmi e i meccanismi dell’esecutivo assoluto che è diventato il principio guida del presidente americano. Ne abbiamo visto i presupposti ideologici nella crescita della tecnodestra come idealtipo aziendale onnipotente, congeniale e assimilabile ai pronunciamenti di Trump sul proprio mandato presidenziale legibus solutus. E ne abbiamo sperimentato alcune prime applicazioni pratiche nelle fulminee decapitazioni informatiche apportate dal Doge di Musk su alcuni dei settori più sensibili della burocrazia federale.</p><p>Tuttavia, lo snodo chiave dell’alleanza è nella espansione del connubio tra tecnologia ed esercito. Tutte le principali Big Tech hanno visto una crescita geometrica del loro intreccio con gli apparati militari, sia in termini di commesse che di infrastrutturazione hardware e software. Se un tempo si poteva parlare di un complesso militare-industriale basato su una consolidata attività di lobbying amministrativo e parlamentare, oggi ci troviamo di fronte a una ristretta élite autoreferenziale, forgiata dai rapporti diretti – e i comuni interessi privati – di un nucleo di oligarchi dell’AI con la presidenza personale blindata da Donald Trump.</p><p>Questa nuova élite tecnomilitare è emersa fragorosamente sulla scena mondiale scatenando le ostilità contro l’Iran. Il cuore di questa guerra lampo è rappresentato dal potenziamento dell’esercito americano con i più recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale, nelle valutazioni di intelligence, identificazione di bersagli e simulazione di scenari di battaglia. <b>Un salto di efficienza e di scala degli interventi reso possibile dall’integrazione tra le ultime releases di Claude – l’LLM della società Anthropic – con Maven – il sistema gestionale delle informazioni del ministero della Difesa statunitense – per analizzare enormi quantità di dati, immagini satellitari e segnali provenienti da droni e sensori al fine di individuare obiettivi e coordinare operazioni militari in tempo reale”.</b></p><p><i>Dario Guarascio, Imperialismo digitale, Bari-Roma, Laterza, 2026, p. 266.</i></p><p>“Come l’accelerazione imposta dall’amministrazione Trump sta dimostrando, le istituzioni democratiche sono tra le prime vittime del complesso militare-digitale. La combinazione di privatizzazione degli spazi pubblici, stato di eccezione per quanto riguarda la gestione delle prassi securitarie (emblematico è il coinvolgimento di imprese digitali come Palantir nelle deportazioni di massa che l’amministrazione Trump sta portando avanti a danno dei migranti), tensioni geopolitiche e guerre riduce la già scarsa capacità delle istituzioni democratiche (e dei corpi intermedi che agiscono al loro interno) di mitigare la concentrazione di potere e arrestare la deriva militarista. Il caso europeo, con le Big Tech statunitensi che hanno avuto campo libero per consolidare un monopolio economico e tecnologico senza precedenti (e con il parallelo paradosso di un monopolio che si è consolidato mentre l’Europa vietava a sé stessa e agli Stati membri l’uso della politica industriale in nome della primazia del mercato e della libera concorrenza), è, da questo punto di vista, un esempio emblematico”.</p>]]></description>
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				<title>La nuova corsa allo spazio</title>
				<pubDate>Sat, 30 May 2026 04:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Moisés Naím</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp; L'analisi che leggete qui sotto è tratta dall’<a href="https://www.eni.com/static/it-IT/world-energy-magazine/reach-sky.html">ultimo numero di World Energy, dedicato alle nuove frontiere dello spazio</a>.&nbsp;&nbsp;</p><p>Nella vecchia corsa allo spazio, i razzi erano argomentazioni. L’obiettivo era dimostrare la superiorità di un sistema piantando una bandiera dove non c’era. La competizione odierna porta ancora con sé prestigio e implicazioni militari, ma il centro di gravità si è spostato. Lo spazio sta diventando un’infrastruttura di base – meno spettacolo, più sistemi. E quando qualcosa diventa infrastruttura, tutti ne dipendono; pochi se ne accorgono, ma quando si inceppa, l’impatto è improvviso e inevitabilmente politico.</p><p>La maggior parte dei consigli d’amministrazione del settore energetico considera ancora lo spazio come un settore tecnologico limitrofo – interessante, utile, ma facoltativo. Peccato che non sia così: i servizi spaziali già oggi sostengono l’esplorazione, le rotte marittime, le previsioni meteo, la gestione delle emergenze e la sincronizzazione di precisione che consente alle reti elettriche di funzionare. Contribuiscono inoltre a verificare le nostre emissioni e ciò che disperdiamo nell’ambiente. In un’epoca in cui la sicurezza energetica dipende dal coordinamento e dalla verifica (e non solo dalla produzione), lo spazio è il luogo in cui sempre più spesso risiedono molte di queste capacità.</p><p>Cosa è cambiato? L’accesso è diventato più economico. I minori costi di lancio stanno dissolvendo i vecchi monopoli, portando lo spazio fuori dalla storia della Guerra Fredda e dentro il mondo delle filiere, delle assicurazioni, degli standard e della rivalità. Il cast si è ampliato: un tempo erano gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica a dettare il ritmo; ora, più stati e più aziende sono in grado di mettere in orbita hardware, rinnovare rapidamente le flotte satellitari e trasformare l’accesso allo spazio in un vantaggio competitivo.</p><p>È per questo che la Luna è tornata al centro della scena — non per nostalgia, ma come snodo strategico. Il programma NASA Artemis e le ambizioni lunari di Pechino indicano una partita di più lungo periodo: costruire rotte e servizi affidabili nello spazio cislunare, la vasta regione tra la Terra e la Luna.</p><p>È come tracciare le prime rotte commerciali e realizzare stazioni di rifornimento in un nuovo oceano. La competizione riguarda le impalcature: vi sarà chi riuscirà a mettere in piedi il primo sistema logistico funzionante oltre l’orbita terrestre — e chi, in seguito, sarà costretto ad affittarne la capacità.</p><h2>Le implicazioni per il settore energetico</h2><p>Per l’energia, le implicazioni si manifestano in tre dimensioni chiare e molto concrete: ciò che possiamo vedere, ciò da cui dipendiamo e ciò che rischiamo di dare per scontato.</p><p>In primo luogo, lo spazio ci aiuta a vedere.</p><p>I satelliti stanno diventando gli specchi sospesi sul mondo. Tracciano le tempeste che minacciano le piattaforme offshore. Contribuiscono al monitoraggio di oleodotti, gasdotti e linee di trasmissione. Individuano incendi che possono compromettere le infrastrutture elettriche. Arrivano persino a misurare le emissioni dallo spazio.</p><p>Questa nuova visibilità rafforza l’accountability, ma alza anche la posta in gioco. Quando tutti possono vedere di più, la trasparenza non è più un’opzione: diventa una variabile strategica.</p><p>In secondo luogo, lo spazio sta diventando parte della quotidiana affidabilità energetica.</p><p>Pochi consumatori si rendono conto di quanto la logistica energetica dipenda dai segnali provenienti dall’alto: i sistemi di navigazione guidano le petroliere e le navi GNL; i satelliti di comunicazione collegano giacimenti petroliferi remoti e impianti rinnovabili; i segnali di sincronizzazione ad alta precisione consentono di bilanciare i flussi di elettricità tra diverse aree geografiche. Se questi servizi vengono interrotti, che sia per un guasto tecnico, un attacco informatico o tensioni geopolitiche, gli effetti possono ripercuotersi rapidamente sulle filiere e sui mercati.</p><p>Un tempo la sicurezza energetica consisteva nel sorvegliare pozzi, oleodotti e porti. Ora, sempre più spesso significa anche proteggere i satelliti e i servizi invisibili che forniscono.</p><p>In terzo luogo, lo spazio modella le aspettative sul futuro.</p><h2>Narrazione e regole</h2><p>La nuova corsa allo spazio non riguarda solo la tecnologia: riguarda la narrazione. Paesi e aziende parlano di nuove frontiere, nuove risorse e nuovi vantaggi strategici; è un linguaggio che crea slancio, che influenza le decisioni di investimento, gli allineamenti diplomatici e l’opinione pubblica molto prima che siano definite le realtà pratiche.</p><p>La vera domanda non è se la Luna risolverà le nostre sfide energetiche (perché non lo farà), bensì chi costruirà i sistemi su cui gli altri faranno affidamento. E secondo quali regole.</p><p>La governance è la linea di faglia silenziosa. Il Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico del 1967 vieta le rivendicazioni di sovranità nazionale nello spazio, ma lascia aperte molte questioni pratiche sull’attività commerciale e l’impiego delle risorse. Tale ambiguità è un invito alla competizione: incoraggia gli attori a muoversi rapidamente, a stabilire una presenza e a plasmare le norme attraverso l’azione.</p><p>La storia offre molti esempi di ciò che accade quando le infrastrutture superano la regolamentazione. Le rotte marittime, gli oleodotti e persino gli albori di internet si sono evoluti attraverso tentativi, tensioni e crisi occasionali; è probabile che lo spazio segua un percorso simile.</p><p>Nel mentre, le vulnerabilità si moltiplicano. Le orbite si stanno affollando e i detriti spaziali pongono rischi crescenti. Le minacce informatiche non si fermano all’atmosfera e, poiché molte tecnologie spaziali servono tanto a scopi civili quanto a scopi militari, l’espansione commerciale può involontariamente inasprire le rivalità strategiche.</p><p>Cosa dovrebbe fare, dunque, il settore energetico?</p><p>Innanzitutto, considerare i servizi spaziali come un’infrastruttura essenziale, costruire sistemi di riserva, diversificare i fornitori e pianificare le interruzioni.</p><p>Secondariamente, utilizzare i dati satellitari in modo proattivo - e quindi non solo per comunicare gli impegni, ma per migliorare le prestazioni e ridurre i rischi.</p><p>In terzo luogo, prestare attenzione alle regole: gli standard e i quadri di governance sono in corso di definizione e chi si impegna per primo influenzerà maggiormente come verranno gestiti l’accesso, la sicurezza e la concorrenza.</p><p>La vecchia corsa allo spazio serviva a dimostrare una posizione; quella nuova riguarda la costruzione di sistemi da cui gli altri dipendano. Per i leader dell’energia la questione non è più l’esplorazione simbolica, quanto se le infrastrutture che stiamo silenziosamente esternalizzando in orbita diventeranno stabili e resilienti — oppure se si trasformeranno nell’ennesimo terreno di rivalità, capace di stravolgere la vita quotidiana delle persone, senza che una centrale elettrica sia nemmeno sfiorata.</p><p><br></p><p><br></p><p>Moisés Naím è <i>Distinguished Fellow</i> presso il Carnegie Endowment for International Peace a Washington, DC e membro fondatore del comitato editoriale di WE.&nbsp;Il suo ultimo libro è “The Revenge of Power: How Autocrats are Reinventing Politics for the 21st Century”.&nbsp;[La versione in italiano si intitola “<a href="https://amzn.to/42XmpUL">Il tempo dei tiranni. Populisti, falsi, feroci: storia di Putin, Erdogan e di tutti gli altri</a>” (Feltrinelli, 2022)].</p>]]></description>
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