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		<title>Sport</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:45:18 +0200</pubDate>
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				<title>Tanti punti e qualche sorpresa. Com&#039;è iniziata la Nfl</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Michele Tossani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dove eravamo rimasti? Duecentodiciassette giorni dopo il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/01/26/news/la-resurrezione-dei-patriots-new-england-di-nuovo-al-super-bowl--127980">SuperBowl che ha chiuso la stagione 2025</a>, la Nfl torna ad accompagnare le domeniche degli americani. <b>Il campionato è ufficialmente partita con i due anticipi che hanno visto i Seattle Seahawks battere i New England Patriots</b> (13-10) nel replay della finalissima dello scorso torneo e <b>i San Francisco 49ers superare i Los Angeles Rams</b> (27-7) a Melbourne, nella prima delle nove gare di <i>regular season</i> che si disputeranno fuori dai confini statunitensi.</p><p>Ma si sa: a parte anticipi e posticipi (quello, attesissimo, del <i>Monday night</i>), la maggior parte delle partite si disputano la domenica, il giorno dedicato al culto profano del football professionistico. <b>In questo primo appuntamento domenicale si sono giocati tredici incontri, che hanno registrato anche qualche sorpresa rispetto ai pronostici della vigilia</b>.</p><p>Prima di tutto occorre sottolineare come, su molti campi, si sia segnato parecchio. I Chicago Bears di Ben Johnson, il capo allenatore che allena prima se stesso (in sala pesi) dei suoi giocatori, hanno messo insieme quasi sessanta punti contro i Carolina Panthers in una sfida finita <b>59-37, il punteggio totale più alto nella storia della Nfl per una partita della settimana iniziale</b>.</p><p>A segnare tanto sono stati però anche altri attacchi in una delle giornate di apertura più ricche di sempre sotto questo aspetto. Basti pensare che il totale di punti realizzati è stato di settecentocinquanta, per una media di cinquanta a partita. Se Broncos e Chiefs, impegnati nel posticipo di oggi, segnassero complessivamente almeno quarantadue punti, la NFL batterebbe il record di punti segnati in media per una prima giornata, stabilito nel 2012 con 49.4 a incontro.&nbsp;</p><p>Altre gare con tanti punti sul tabellone: i Buffalo Bills hanno superato una delle difese più forti della NFL, quella degli Houston Texans, imponendosi 36-31 al termine di una sfida in cui le due franchigie si sono alternate per ben nove volte al comando; i Detroit Lions hanno avuto bisogno del tempo supplementare per imporsi 31-30 sui New Orleans Saints; i Minnesota Vikings hanno battuto 39-22 i Green Bay Packers.</p><p>Tornano a casa dal primo turno con una vittoria anche Cincinnati Bengals, New York Giants, Baltimora Ravens, Pittsburgh Steelers, Jacksonville Jaguars, Las Vegas Raiders, Filadelfia Eagles e Arizona Cardinals.&nbsp;Questi ultimi, considerati fra le peggiori squadre della lega, hanno messo a segno la sorpresa di giornata, andando ad espugnare il SoFi Stadium di Los Angeles contro i Chargers in una partita che vedeva Arizona sfavorita di 8.5 punti.</p><p>Curiosità per gli <i>head coach</i> esordienti. Alle vittorie di Joe Brady (Bills), Jesse Minter (Ravens), Mike LaFleur (Cardinals) e Klint Kubiak (Raiders) hanno fatto da contraltare le sconfitte di Jeff Hafley (Dolphins) e Todd Monken (Browns). A proposito di quest’ultimo: alla sua prima esperienza come capo allenatore, a sessant’anni, l’ex coordinatore offensivo di Baltimora ha pagato la scelta di nominare titolare il veterano Deshaun Watson, che non giocava una partita di stagione regolare da ben seicentonovantatré giorni.&nbsp; Il tanto discusso quanto inconsistente quarterback si è fatto intercettare al terzo passaggio tentato, terminando la sua prima giornata in ufficio con appena 16 su 22 passaggi riusciti per 205 yard, con anche cinque placcaggi (sack) subiti.</p><p>Se il buongiorno si vede dal mattino, anche quest’anno il campionato di Cleaveland rischia di essere una lunga traversata nel deserto.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La coscienza di gruppo di Sebastiano Esposito</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 12:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/03/09/news/leducazione-calcistica-di-francesco-pio-esposito--125738">Si fa tanto un gran parlare del fratellino, Francesco Pio</a>, che quasi ci si è dimenticati che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sebastiano-esposito_64731">gli Esposito in Serie A sono due</a>. E che<b> Sebastiano magari non avrà il talento ingombrante e a spalle larghe del ventunenne centravanti dell’Inter, ma il suo lo sa fare e lo sa fare bene</b>. Peccato che al contrario del fratellino non viva per il gol, ma si diverta come un matto a essere un giocatore che mette al primo posto il benessere di tutti al proprio. E i calciatori che scelgono questo di solito trovano un posto di secondo piano nel gradimento calcistico, nonostante tutto quello che si dica sulla generosità nel calcio: il pallone è una grande bugia e chiunque appassionato è contento di predicare bene e razzolare malissimo.</p><p><b>Sebastiano Esposito</b> è uno di quegli attaccanti dotati di animo comunitario, di coscienza di gruppo. È uno tra undici, si sente parte di un collettivo e sa che la sua gioia può esistere solo se è la gioia di tutti. Per questo, quando ha la palla tra i piedi cerca fare sempre ciò che è più utile per la squadra: ossia prendere botte, passarla, cercare la cooperazione altrui. Il tiro o il dribbling sono un’eventualità, una necessità soltanto se utile per il benessere di tutti.</p><p>Per questo di Sebastiano Esposito non si parla mai tanto. Cosa parli a fare di un attaccante&nbsp; che non segna tanto, non fa giocate buono per applausi e che quasi sempre fa quello che è utile e non ciò che diverte.</p><p>I settanta minuti giovati da Sebastiano Esposito contro la Juventus sono stati una delle migliori rappresentazioni di ciò che rappresenta per lui il calcio, il giocare come attaccante, l’essere parte di una squadra. Il tutto esaltato da un gol da centravanti. Il fatto che la difesa della Juventus si sia comportata da squadra di campetto della parrocchia in questo caso ha poca importanza.</p><p>Il resto è stato sacrificio, rincorse, generosità e capacità di dare palla a chi era libero o posizionato meglio di lui. Settanta minuti passati a correre, inseguire, liberarsi e mai attendere. Un tempo certe cose le facevano i mediani, questi anni sono poco gentili con i centravanti. Sebastiano Esposito non si è lamentato, anche perché in altre epoche, uno come lui non avrebbe giocato là davanti, avrebbe fatto altro. Che cosa non è dato saperlo.</p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>Anche quest'anno c'è Olive, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. <a href="https://www.ilfoglio.it/tag/olive/">Qui potete leggere tutti gli altri ritratti</a>.&nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La nuova giovinezza di Paulo Dybala</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 12:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Gaetani</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Se sta bene gioca sempre, non c’è nessun dubbio”. Altro che gestione, altro che paura. Nell’epoca del <i>load management</i> importato dagli sport americani, <b>Gian Piero Gasperini ha deciso di andare in una direzione totalmente diversa. E allora ecco il Paulo Dybala rigenerato che ha dominato la primissima fetta di stagione romanista, tirato a lucido come non lo si vedeva da anni</b>. Trattato a lungo come un cristallo fragile anche solo alla vista, ci si è dimenticati che l’anagrafe non è poi così crudele con l’asso di Laguna Larga, che ancora deve compiere 33 anni, il tutto in un campionato che accoglie con fiducia giocatori di 4-5 anni più anziani di lui.</p><p>Si pensava potesse salutare Roma,<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2023/01/21/news/dybala-aveva-bisogno-damore--163982"> che l’aveva accolto da re e come tale l’ha trattato in questi anni</a>. Il mito giallorosso di Dybala è andato persino oltre i freddi numeri, si è propagato per le strade della città, sbandierato dai bambini che ne portano con orgoglio il numero 21 sulle spalle. E dopo una stagione obiettivamente complicata come quella conclusa qualche mese fa, i dubbi estivi erano parsi legittimi: impossibile, per la Roma, pensare di rinnovare il contratto alle cifre percepite fino a quel momento. Nasce anche da qui un nuovo Dybala, che per riavvicinarsi all’ingaggio delle ultime stagioni dovrà eccellere in campo: ai 2,2 milioni di euro di base fissa si aggiungono infatti robusti bonus legati alle presenze, ai gol e agli assist. E se qualcuno ha ironizzato su questo “Dybala a partita Iva”, la realtà del terreno verde è quella di <b>un giocatore fisicamente mai così pronto come ora</b>: “Dicevano avesse i muscoli di seta, ma in questo momento potrebbe giocare anche i supplementari. Ha 32 anni ed è nel pieno della maturità tecnica e fisica”, ha detto Gasperini dopo lo show da tre assist contro la Fiorentina. E ha ribadito ampiamente il concetto in conferenza stampa prima del Torino: “Se uno sta bene gioca, se ha bisogna di riposare allora è giusto che abbia tempo. Se sta bene, lo vuoi mettere a dormire? Non puoi prevedere se un giocatore si infortuna o meno, non abbiamo una sfera di cristallo: l’importante è cercare di riuscire a sfruttare il momento favorevole di ognuno e mettere in campo sempre i giocatori migliori”.</p><p>Un <i>carpe diem</i> in salsa piemontese-argentina, dunque: finché c’è, la maglia (e la palla) a Dybala, il resto è da vedere. Con lui in campo è un’altra musica: l’esperienza accumulata negli anni gli consente non solo di gestire il suo fisico, ma anche i ritmi della partita, di andarsi a nascondere nelle tasche che la difesa avversaria gli concede. <b>Può incidere lontano dalla porta e in zona-gol, assist o rete in prima persona non importa: quel che impressiona è soprattutto la connessione con Donyell Malen</b>, che si era già intuita lo scorso anno nella prima volta insieme, proprio contro il Torino che affronteranno stasera. Da quel momento in poi, l’olandese ha dovuto fare quasi sempre tutto da solo, non potendo contare sul talento di Paulo, fermato dall’infortunio al ginocchio per larga parte della stagione. Eppure in campo si trovano, si annusano, sembra che sappiano sempre dove si trova l’altro senza necessità di vedersi. L’impressione è che dalla tenuta fisica di Dybala possa dipendere una bella dose delle fortune romaniste in questa stagione: per tenere ai massimi livelli in Champions League e in campionato servirà una Joya versione anni d’oro della Juventus. Sarebbe l’ennesimo capolavoro della carriera di Gasperini: restituire alla Serie A, finalmente senza stop and go nel corso della stagione, un talento abbagliante come quello di Dybala.</p>]]></description>
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				<title>Il duello western tra Adzic e la difesa della Juventus</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 11:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Enrico Veronese</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tredici settembre, 2025. Juventus Stadium, Venaria Reale di Torino. Minuto novanta più uno, Vasilije Adžić, diciannovenne prodotto del vivaio bianconero, sferra un destro terrificante poco sotto l’incrocio dei pali della porta dell’Inter, risolvendo la partita a favore interno per 4-3.</p><p>Tredici settembre, 2026. Mapei Stadium a Reggio Emilia, la casa del Sassuolo. Ora il ragazzo montenegrino gioca in neroverde, mandato dalla Juve ad accumulare minuti in Serie A che Luciano Spalletti non può o non vuole dargli: per Alberto Aquilani, tecnico emiliano, Adžić invece è un talento da collocare magari più indietro, partendo da mezzala con libertà di inserimento. Facile succeda qui, c’erano riusciti Lorenzo Pellegrini e Davide Frattesi, ci sta provando Darryl Bakola.</p><p>Minuto novanta più quattro, ancora più estremo. Il match è 2-2 dopo i fuochi d’artificio degli ultimi secondo, quando l’ala tutto sinistro Edon Zhegrova - con addosso la maglia rosa delle origini - aveva raddoppiato le reti personali per pareggiare quella dello scozzese Kieron Bowie.</p><p>Mancano trenta secondi alla fine del recupero, il Sassuolo viaggia in contropiede a destra con Armand Laurienté. Il francese, nella terra natia, giocava proprio là; mentre nella terra fra Sassuolo e Reggio deve abitualmente traslocare per lasciare spazio a Domenico Berardi o a Christian Volpato. Laurienté ha metri: Benjamín Domínguez chiede la profondità, Adžić è libero a sinistra e riceve.</p><p>Perfettamente in gioco, il numero 17 si avvede che la “marcatura” di Douglas Luiz (perché ultimo uomo?) è un eufemismo definire blanda: semmai larga, a due chilometri l’ora. Davanti a sé c’è un’altra vita, un portiere che lo scorso anno non era con lui a celebrare il successo in extremis: Guglielmo Vicario. L’azione diventa un duello da mezzogiorno western, pistola contro fucile.</p><p>Stop agevole, Douglas arretra ma non si avvicina, le gambe aperte e improvvisate di chi non è al suo posto. Vicario sa che Vasilije tirerà comunque, anche se forse non subito. Il fantasista recupera centimetri, non metri. Il brasiliano lo attende al centro, ma la prateria è dritta davanti all’avversario. All’ultimo la maglia rosa decide di intervenire alzando la gamba destra, quando è troppo tardi.</p><p>Adžić ha ancora i decimi di secondo per scattare una fotografia a Vicario, alla porta, alla curva ospite prima dell’esecuzione. Non ha modo di pensare che si tratta di un fratricidio. C’è il qui e l’ora, al massimo il pentimento della non esultanza ma dopo, solo dopo. Il cecchino balcanico prende finalmente la mira e spara di piatto destro, sotto l’altro incrocio rispetto a 365 giorni fa.</p><p>Non c’è più tempo per sovvertire le sorti: <b>ancora una volta il suo ventenne d’oltremare</b>, allevato a Vinovo, <b>è decisivo per la Juve di metà settembre</b>. E se ci sta prestarlo per aumentarne l’impatto nel pur poverissimo calcio italiano d’oggi, resta da chiedersi come mai&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/luciano-spalletti_35467">Spalletti</a>&nbsp;non gli abbia dato poi chissà quale spazio lo scorso torneo, dopo avergli consegnato il prestigioso scalpo dell’Inter.</p><p>Interrogativi che lasciano la domenica, tra l’ombra carsica di Antonio Conte alle spalle della panchina zebrata, e i primi due rigori assegnati in campionato dopo oltre trenta partite. Siamo diventati un paese dai difensori irreprensibili, oppure c’entra anche qualche assestamento regolamentare per falli di mano non punibili e altre amenità da calcio moderno artificiale?</p><p>A propendere per il cambiamento di pelle sta anche la totale assenza, finora, di zero a zero nei risultati di Serie A: così poco italiana, così poco rimpianta. Allora viva il calcio spensierato di Diego Moreira, esterno mancino belga che ricorda l’euforia per Curação ai mondiali di giugno: segna due goal di pregevole fattura, salva il Milan e corre sotto la curva (che tristezza quella laziale vuota), rivendicando l’essere schierato dalla parte giusta, non a piede invertito da nuovi scienziati pazzi.</p><p>Nella Norimberga che verrà, gli specialisti saranno assolti e chi fonda un partito contro la difesa a tre vincerà le elezioni.</p>]]></description>
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				<title>Anche quelli che non vincono quasi mai a volte vincono. La Vuelta di Enric Mas</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>A volte vincono anche quelli che non vincono quasi mai. <b>Enric Mas ha vinto la Vuelta a España 2026 a 31 anni e dieci stagioni tra i professionisti nelle quali ha lottato tanto, si è piazzato quasi sempre, ha esultato quasi mai</b>. Prima del via della corsa a tappe spagnola aveva vinto sei volte, cinque sul traguardo e una classifica generale. Che non fosse abituato a tutto questo lo si è visto all’arrivo della nona tappa della Vuelta, quando, in cima all’Alto de Aitana, ha battuto allo sprint Oscar Onley: era impacciato nell’esultare, animato da una contentezza troppo evidente, troppo agitata, una contentezza che assomigliava molto all’incredulità.</p><p>Enric Mas non doveva vincere questa Vuelta a España, perché questa Vuelta a España era destinata a Tadej Pogačar. Doveva essere l’occasione per aggiungere la corsa spagnola al Tour de France e al Giro d’Italia e raggiungere Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali, Chris Froome e Jonas Vingegaard tra chi ha vinto tutti e tre i grandi giri, una selezione di grandissimi del pedale.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/29/news/leffetto-che-fa-il-ritiro-di-tadej-pogacar-dalla-vuelta--405990">Tadej Pogačar però è caduto e ha lasciato sull’asfalto i suoi sogni di vittoria</a>.</p><p>Enric Mas non è caduto e chi resta in piedi ha sempre ragione. Questa Vuelta se l’è guadagnata sulla strada e il ritiro del campione sloveno non la sminuisce. Anche perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/27/news/quello-stupore-alla-vuelta-nel-vedere-mas-a-fianco-di-pogacar--405803">il corridore spagnolo è stato uno dei pochi a recuperare terreno a Pogačar: è successo il 27 agosto nella sesta tappa</a>. Quel giorno vinse comunque il campione del mondo, perché quelli come Enric Mas non vincono quasi mai.</p><p>Quasi mai. A volte vincono la Vuelta a España.</p><p>Una Vuelta che è stato un balzo in una realtà che non riconoscevamo, o che facevamo fatica a riconoscere. Era ciclismo senza però esserlo allo stesso tempo.</p><p>Era da un bel pezzo che non assistevamo a un ciclismo dell’attesa e dell’astuzia per racimolare qualche decina di secondi dopo anni di un ciclismo della dilatazione della solitudine. Qualcuno ha apprezzato, qualcuno no. Qualcuno era lieto nel riconoscere lo sport che aveva quasi sempre visto, qualcuno invece ha storto il naso abituato com’era ai grandi campioni. Senz’altro è qualcosa di diverso.</p><p>Com’è diverso Enric Mas, con il suo sorriso un po’ imbarazzato un po’ incredulo che aveva sul podio di Granada.</p>]]></description>
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				<title>Dopo Madrid, sarà difficile togliere il Mondiale ad Antonelli</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 08:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fabio Tavelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Kimi Antonelli potrebbe andarsene in vacanza per tre Gran premi di fila e sarebbe (quasi) sicuro di rientrare ancora in testa al Mondiale. Il “quasi” dipende dal fatto che George Russell, che lo segue a debita distanza con 81 in meno, dovrebbe vincere tutte e tre queste gare e prendergli 75 punti (andrebbero poi sommati anche gli 8 punti per la gara sprint di Singapore, il che gli darebbe 83 punti potenziali). Cosa che, per come sta andando il britannico in questa stagione, non sembra essere tra le cose possibili in un mondo normale. <b>Il bolognese ha vinto l’ottava gara in questa stagione</b>. Russell, ancora lui, ne ha vinte sette in tutta la sua carriera. Leclerc ne ha vinte nove, <i>all-time</i>.</p><p>Possiamo dire di avere ancora un Mondiale contendibile? Sinceramente no. Lo sport, naturalmente, insegna a non emettere verdetti finché l’aritmetica non li certifica. Questo significa un paio di cose. La prima è che il titolo piloti il ragazzo emiliano può solo regalarlo. Dovrebbero accadere tali e tanti fatti negativi, da rappresentare qualcosa di eccezionale. La seconda dipende dai suoi avversari. Se in una stagione, per lui, non esattamente positiva George Russell riesce ad essere comunque il rivale più vicino, significa a maggior ragione che Kimi ha fatto veramente il vuoto. Russell non vince una gara dal Gran premio d’Austria. Era il 28 giugno. Da lì ha dovuto ingoiare solo rospi. Nelle successive sei gare Kimi Antonelli ha aperto un gap gigantesco. E’ stato anche fortunato, il giovanotto.</p><p><b>Il vincitore morale di Madrid è stato certamente Lando Norris</b>. La gara del Campione del mondo, ancora per poco, è stata distrutta al 14esimo giro dalla Virtual Safety Car causata da Stroll. Lì gli altri, tranne Leclerc, hanno cambiato le gomme e lui non ha potuto farlo perché era già transitato oltre la <i>pit-lane</i>. Il guaio è che quando Lando, nel giro successivo, è rientrato ai box, la Virtual è stata tolta e con lei se n’è andata anche la possibilità di perdere meno tempo per il cambio. Una vera “canagliata” da parte della direzione corsa. La scorsa settimana a Monza, in una situazione simile e anche in questo caso con Stroll fermo (bisognerebbe farsi due domande, al proposito), la Virtual è stata messa e tolta in modo da consentire ai piloti di testa di scegliere se effettuare pit stop o meno. In quel caso Mercedes decise la lasciar fuori Russell (avremmo poi scoperto che quella decisione non fu positiva per lui. Ed anche questa volta, a Madrid, è stato il britannico a perderci visto che ha dovuto fare una sosta in più). Questa volta il comportamento è stato diverso e se Norris fosse in battaglia per il titolo ci sarebbe assai da discutere. T<b>utto sta andando dalla parte di Antonelli, anche il fatto che difficilmente ci saranno ancora nove gare da disputare</b>. Sono ancora “<i>pending</i>” i due Gran premi di Qatar e Abu Dhabi e, eventualmente, sarà possibile sostituirne solo uno (con Imola, ma è quasi impossibile che quella gara possa essere decisiva).</p><p>Non avete ancora letto una riga sulla Ferrari, eppure la rossa è stata a lungo in testa con Leclerc. Bene? Non proprio. Il monegasco ha girato su tempi eccellenti con la gomma bianca ma, ahilui, non è stato cancellato l’obbligo di effettuare almeno un cambio di mescola. Ergo, Leclerc stava davanti con la speranza che ci fosse un incidente o un’uscita di pista che causasse una <i>safety car</i>. Peccato per la Ferrari che il “bonus Stroll” fosse già stato speso. E così, dopo aver perso Hamilton (primo “zero” della stagione per lui), la Scuderia dopo aver esaurito il rosario di preghiere si è dovuta rassegnare al pit-stop e con esso a perdere tre posizioni e finire, ancora una volta, fuori dal podio.</p><p>Una considerazione finale la merita, o, meglio, demerita il disegno del circuito di Madrid. Bello, bellissimo in qualifica. Ma pessimo per la gara. Che dovrebbe essere la cosa che conta. La domanda che ha evitato la definitiva caduta della palpebra durante la gara è stata una sola: visto che questo tracciato è completamente nuovo, non era il caso di pensarlo per una competizione dove i piloti potessero tentare di sorpassarsi invece di far consumare neuroni agli strateghi o aspettare incidenti per Safety o Virtual (cosa che è avvenuta molto meno del previsto)? Si sentiva il bisogno di avere una versione iberica di Montecarlo? La risposta di chi scrive è molto netta: non se ne sentiva il bisogno. Al punto che moltissimi piloti, compresi Antonelli e Verstappen, hanno già chiesto modifiche per i prossimi anni, per evitare soporiferi trenini.</p><p>Si torna in pista il 26 settembre, sarà un sabato perché il giorno dopo l'Azerbaigian celebra la Giornata della Memoria dedicata ai caduti delle guerre del Nagorno-Karabakh.</p>]]></description>
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				<title>Quando Trump provò a conquistare il football. E finì con 3,76 dollari</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 05:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Roberto Gotta</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il presidente degli Stati Uniti, quindi in sostanza l’uomo più potente del mondo, difficilmente mette le mani in un settore senza trasformarlo, anche perché altrimenti avrebbe poco senso iniziare l’opera. Nel caso di Donald Trump, poi, le cronache recenti parlano da sole. Persino nello sport, anche se il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/15/news/lingordigia-di-infantino-lo-ha-portato-troppo-vicino-al-sole--404826">suo coinvolgimento nella questione Fifa-Coppa del mondo</a>, soprattutto dopo la denuncia penale dell’Uefa nei confronti di Gianni Infantino, è tutto da chiarire. Trump, del resto, anche prima dell’impegno politico aveva dimostrato la volontà di sparigliare le carte, di introdurre visioni nuove, anche controverse – altrimenti che gusto avrebbe avuto? – e sconvolgenti. Ad esempio con il suo coinvolgimento nella United States Football League (Usfl) lega nata nel 1983 per colmare il vuoto che la<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/09/09/news/guida-alla-nuova-stagione-nfl--406970"> Nfl</a>&nbsp;lasciava tra febbraio e agosto.</p><p>L’idea fu di David Dixon, uno dei grandi personaggi dello sport americano del secolo scorso, anche se sconosciuto ai più. Antiquario di New Orleans, aveva portato la Nfl in città nel 1967 e nel 1973, convincendo il suo amico Lamar Hunt a fondare il World Championship Tennis, aveva di fatto aperto l’era del tennis professionistico. Un giorno dell’aprile 1981 Dixon ebbe una nuova illuminazione, mentre a New Orleans stava seguendo assieme ad altri 25.000 spettatori lo <i>spring game</i> della sua università, Tulane, ovvero la tradizionale partita in famiglia, una sorta di attacco contro difesa: “Perché non si può giocare a football in primavera ed estate?”.</p><p>Commissionò un sondaggio che diede esiti favorevoli, si segnò gli errori che aveva fatto nel 1974 la World Football League, prima di tutto quello di voler giocare in contemporanea con la Nfl, fece un giro di telefonate e nel giro di uno anno nacque la Usfl, con 12 squadre e un calendario iniziale di 20 partite da marzo a luglio. Ovvero, nei mesi in cui di Nfl, ai tempi, praticamente non si parlava.<b> La squadra di New York, anzi New York/New Jersey perché solo così avrebbe potuto giocare al Giants Stadium situato appunto nel New Jersey, fu affidata a un petroliere dell’Oklahoma poco convinto, Walter Duncan, che dopo un anno si stancò e vendette a Trump.</b> Che in realtà avrebbe dovuto essere il proprietario originale: solo che, dopo aver versato la prima rata, non aveva fatto seguito con la seconda e, quando lo avevano cercato al telefono, si era giustificato dicendo che proprio quel giorno si era presentato un potenziale affare immobiliare che richiedeva tutte le sue attenzioni e i suoi mezzi.</p><p>Arrivato finalmente al comando, Trump rivoluzionò tutto, dallo staff tecnico alla rosa:<b> voleva vincere il campionato, cosa che non gli riuscì perché altre squadre avevano basi più solide, ma voleva soprattutto sfidare la Nfl</b>, quasi certamente nella speranza di costringerla a una fusione e, magari, concedergli finalmente l’acquisto dei Baltimore Colts (poi Indianapolis, dal 1984). E la sfida non poteva che essere diretta, ovvero giocando in contemporanea, in autunno, dal 1986.</p><p>A seguire Trump in questa svolta fu soprattutto Eddie Einhorn, dei Chicago Blitz (e White Sox della Mlb), ma dopo un po’ altri passarono dalla sua parte e persino il presidente della Usfl, Chet Simmons, dovette arrendersi, pur ritenendo folle l’idea. La crisi arrivò presto: quando le emittenti televisive che avevano accolto con interesse (cioé soldi) la lega primaverile si mostrarono esitanti a rinnovare i contratti, la Usfl subodorando pressioni della Nfl le fece causa, un procedimento giudiziario che fece rumore, anche perché a testimoniare contro la lega principale ci fu uno dei… suoi proprietari, Al Davis dei Los Angeles Raiders, da sempre dissidente.</p><p><b>La Nfl se la vide brutta, specialmente quando emerse la pubblicazione di un professore di Harvard chiamata “Come distruggere la Usfl”, che si diceva commissionata proprio dai vertici della lega. E difatti il tribunale decise a favore della Usfl, ma con un clamoroso colpo di scena</b>: la Nfl operava in effetti in una situazione di monopolio più accentuata rispetto a quella permessa da un atto del Congresso risalente al 1961, ma il suo operato, pur censurabile, non era stato così grave da danneggiare la Usfl, colpevole di essersi data la zappa sui piedi con la decisione di spostare il calendario all’autunno. Il risarcimento concessole fu, ed è uno dei grandi aneddoti dello sport americano, di… un dollaro, cresciuto a 3,76 dollari per una clausola delle cause antitrust, somma che nessuno ebbe mai la faccia tosta di incassare, anche perché la Usfl si sciolse. E non risulta che Trump, in seguito, abbia più cercato di diventare proprietario di una squadra di football.</p>]]></description>
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				<title>Quanti expected goals hai se vai in bianco in discoteca?</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 12:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Jack O&#039;Malley</author>
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				<description><![CDATA[<p>Più ubriaco dell’allenatore del Fenerbache che si dimette e scappa via dalla conferenza stampa perché gli hanno tirato una bottiglia addosso durante la partita di Champions League contro la Roma, innalzo il primo brindisi del weekend a Roy Keane.<b> </b>L’ex centrocampista del Manchester United ha infatti spiegato una volta per tutte che cosa sono gli <i>expected goals</i>, quella statistica che valuta la probabilità che un tiro si trasformi in gol, un dato talmente da <i>nerd</i> che c’è chi valuta la prestazione di una squadra da quanto è alto quel numero, e chissenefrega se poi non ha segnato e magari ha pure perso: “Quando vai in discoteca e parli tutta la notte con una ragazza, ma poi torni a casa da solo, quanti Xg hai?”. Keane è un signore e lo ha detto con una perifrasi, io sono un buzzurro e arrivo al punto: <b>gli Xg sono delle pugnette, ma capisco che in un mondo che pensa che Greta Scarano fermi i femminicidi puntando una mano verso i fotografi di Venezia facendo la faccia seria, ci si possa gasare perché il proprio attaccante ha fatto molti tiri che potevano essere go</b>l.</p><p>Inutili quasi quanto gli <i>influencer</i> alle partite di tennis, i quali infatti sono stati banditi dal prossimo torneo di Wimbledon: non capiscono un cazzo, vanno lì per smarchettare gli sponsor e fumarsi canne, e fanno <i>reel</i> talmente brutti da farmi sperare che l’intelligenza artificiale davvero prima o poi ci ammazzi tutti (l’apocalisse mi coglierà mentre sprofondo nella bionda, <i>of course</i>).</p><p>E a proposito di cose inutili, il primo turno di Champions League ci ha sicuramente regalato la prima storica vittoria del Como in Europa, ma soprattutto fatto scendere in campo squadre che sarebbero imbarazzanti per la Conference: <b>viva la democrazia e il calcio del popolo, per carità, ma cosa ci fanno Lens, Sabah, Slovan, Viking e Lask nello stesso torneo di Bayern Monaco e Real Madrid, a parte falsare le statistiche e dare l’illusione alle big di essere fortissime?</b></p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/09/10/news/la-champions-e-ipertrofica-mentre-europa-e-conference-scoppiano-di-tagliagole--407066">Come ho già scritto</a>: contenti voi, contento Ceferin. L’ultimo brindisi lo faccio invece a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/09/05/news/arbitro-quindi-sono-la-rivoluzione-antropocentrica-di-orsato--406566">Orsato, il nuovo capo degli arbitri italiani</a>&nbsp;che nelle prime giornate di Serie A ha semi-abolito il Var, rendendo le partite più guardabili e levando il velo di ipocrisia che da troppe stagioni avvolgeva uno strumento che invece di togliere gli errori non solo li aveva moltiplicati, ma aveva anche aggiunto una patina di moralismo giustizialista che tanto piace a chi si prende sul serio. Non a caso leggo che il Var viene difeso dal nostalgico Luca Bottura su <i>Domani</i> (e dove se no?), il quale fa la predica al nuovo corso con l’abusatissima e buona per tutte le stagioni immagine dello “specchio del paese” (la Serie A senza Var come l’Italia e viceversa) e rimpiange l’interventismo dell’uomo forte in auricolare da Lissone. Troppo impegnato a combattere il fascismo, deve essersi perso lo scempio che è diventato il calcio negli ultimi anni con le continue incursioni tecnocratiche che rimpiange.</p>]]></description>
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				<title>È una Serie A-mericana</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 10:35:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Gianluca Mazzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un campionato per stranieri. In campo e non solo. Nella prima giornata di Serie A su 319 giocatori schierati solo 95 erano italiani (contro i 99 dello scorso anno). Nella seconda è andata anche peggio: solo 61 italiani presenti al fischio d’inizio. Nella terza il dato conferma la tendenza: gli italiani sono meno del 30 per cento del totale dei calciatori schierati. Nulla di strano se si pensa che in Serie A sono tredici i club in mano a proprietà estere e ben dieci fanno capo a imprenditori e fondi nord-americani.</p><p>Di assolutamente autoctono restano tifosi e la loro passione che è potenzialmente garanzia di <i>business</i>. Questa è una delle ragioni che possono spiegare perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/06/08/news/mezza-serie-a-in-mano-e-agli-stranieri-ma-chi-garantisce-sulla-qualita--100903">i gruppi finanziari e fondi internazionali stanno invadendo il calcio italiano</a>.</p><p><b>Luciano Segreto</b> docente di Storia dell’impresa italiana all’Università Bocconi sottolinea: “Il mondo americano è da sempre attratto dallo <i>sport business</i>. Negli Stati Uniti si investe da sempre sullo sport come su qualunque altra attività economica. Non per forza per vincere. La logica è diametralmente opposta a quella in cui siamo calcisticamente cresciuti in Italia dove l’obiettivo sono scudetti e coppe. Chi compra i nostri club non è un tifoso e la sua permanenza nella società è limitata nel tempo. Per questo prevalgono quasi solo logiche contabili”.</p><p>A oggi sono di proprietà statunitense: Milan, Inter, Roma, Atalanta, Fiorentina, Parma, Frosinone, Venezia, Monza. C’è poi il Bologna “canadese”, il Genoa “rumeno”, il Como “indonesiano”.</p><p>Il docente di Sociologia dell’Università di Firenze <b>Pippo Russo</b> aggiunge: “L’invasione del capitalismo americano si spiega semplicemente con l’assenza del capitalismo italiano. Il paese non ha più la forza economica per sostenere diversi segmenti dell’economia nazionale e tra questi l’industria calcio”.</p><p><b>Spariti i Berlusconi e i Moratti gli imprenditori italiani non hanno più i mezzi milionari da investire in un mondo del calcio</b> i cui costi sono sempre più esorbitanti.</p><p>“Ingenuamente i tifosi sono rimasti legati ai vecchi schemi. Sperano ancora nello sceicco di turno che arrivi, investa sui campioni e faccia vincere la squadra ma non è così e a volte anche i buoni propositi non bastano”, spiega Russo. “Sintomatico il caso Commisso arrivato da New York carico di dollari e salutato con entusiasmo a Firenze dopo la criticata gestione Della Valle. È bastata una stagione sotto le attese per scatenare la contestazione. È la prova di una scarsa maturità dei nostri tifosi e di approcci superficiali da parte dei <i>management</i> stranieri. Il club deve rappresentare anche una tradizione, un territorio al di là dei risultati. Due aspetti totalmente trascurati dalle proprietà americane”.</p><p>Questo aspetto si avverte meno nelle grandi città, ma è più visibile in provincia. Si guardi al caso del Parma (gruppo Krause), dove ai risultati del campo non si associa una particolare cura dei rapporti con il territorio né di fidelizzazione dei tifosi.</p><p>Secondo Russo: “<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/01/15/news/il-como-non-e-un-miracolo-calcistico-e-non-e-replicabile--128510">Il caso Como è il più emblematico</a>. Qui è sbarcata una potente famiglia indonesiana che si sta comprando un territorio oltre alla squadra. Assistiamo a una sorta di colonizzazione <i>soft</i> dell’esclusiva zona del lago lariano all’ombra del pallone”.</p><p>Il professor Segreto aggiunge: “Dal punto di vista dello <i>sport business</i> il calcio italiano garantisce ancora <i>brand</i> con riconoscibilità internazionale a bassi costi. Combinazione impossibile in realtà come la Premier, la Bundesliga o la Liga. A oggi esistono ancora piazze appetibili per fama e bacini di tifosi: si pensi alla Lazio, al Napoli, al Torino, al Bari”.</p><p>Punto fermo per tutte le proprietà straniere è l’idea di avere stadi di proprietà. Un bel problema. Per Russo: “L’Italia è il paese peggiore dove costruire impianti sportivi come insegnano le vicende di Roma e Milano. Anche laddove gli stadi nuovi ci sono non è automatico il business. Si veda il caso dello stadio Giglio della Reggiana, costruito nel 1995 e svenduto al Sassuolo (Mapei Stadium) per appena 3 milioni nel 2013”.</p><p>Altro punto che accomuna gli investitori stranieri è la scarsa empatia con i tifosi. In quasi tutte le piazze i rapporti tra tifoserie e nuove proprietà non sono idilliaci, per usare un eufemismo. I casi di Milan e Fiorentina con contestazioni feroci a Cardinale e Commisso sono emblematici. Il calcio in Italia, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti (vedi Mondiali trumpiani), non è solo show-business. Con la passione irrazionale del tifo nostrano anche i manager dei fondi stranieri hanno i loro problemi.</p>]]></description>
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				<title>Ranocchia: così si allena la testa</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 10:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Bernardo Cianfrocca</author>
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				<description><![CDATA[<p>Chissà dove sarei arrivato se non mi fossi rotto il crociato”. “Ero un fenomeno, eh, ma non ho mai avuto la testa”. Battute dette spesso per darsi un tono, per pavoneggiarsi. A volte, però, anche con rammarico. Perché dietro al luogo comune si cela un fondo di verità. “Noi interveniamo per evitare frasi come queste”, dice Andrea Ranocchia presentando <i>Athletics Mind</i>, una nuova app fondata dall’ex difensore, oggi opinionista di <i>Pressing</i>, per accompagnare atlete e atleti professionisti, semiprofessionisti e amatoriali in un percorso di crescita che riconosce la mente come il centro dell’esperienza atletica.</p><p>L’alibi apparentemente insormontabile, la “mancanza di testa”, definizione molto vaga e usata da tanti ex giocatori dalla Serie A fino alla terza categoria, nasconde un bisogno reale. Quello di ritrovare la testa, o di non perderla mai, allenandola come il resto del proprio corpo, come i fondamentali tecnici e le nozioni tattiche. <b>“Da calciatore ho imparato che serve un supporto psicologico per esprimersi. Ansia da prestazione, depressione, solitudine e perdita di autostima sono fattori che incidono sulla&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/30/news/giorgia-villa-e-il-coraggio-di-dire-basta-ho-preferito-la-salute--405870">stabilità dell’atleta e della persona</a><b>. Portavo in famiglia la negatività dovuta al campo e poi a sua volta mi trascinavo in campo lo stress familiare generato da me”</b>, racconta Ranocchia. Per questo è necessario agire da subito, per fare in modo che nessuna persona si trovi impreparata di fronte a quello che può capitarle: “Quando accompagno mio figlio ricevo spesso richieste da parte di altri genitori o degli stessi allenatori di parlare con bambini delusi e arrabbiati. Con chi non vuole più giocare dopo una sconfitta, con chi non parla per giorni. Mi presto volentieri, ma è molto meglio che inizino a farlo con qualcuno che possa davvero aiutarli”.</p><p>Per questo <i>Athletics Mind</i> si rivolge ad atleti dai 12 anni in su. La piattaforma può essere scaricata e usata da singoli individui, ma vuole porsi come riferimento per società, allenatori, federazioni e leghe. Il calcio non è l’unico ambito di competenza. <b>Ranocchia ha coinvolto come investitori sia i colleghi Alessandro Bastoni, Mattia Perin, Daniele Padelli, Andrea Pirlo, Massimo Ambrosini che campioni di altre discipline come Simone Giannelli, Fabio Fognini, Filippo Magnini e personaggi dello spettacolo del calibro di Alessandro Gazzoli e Stefano Clessi.</b> “Alcuni di loro saranno disponibili anche per sedute online con gli iscritti”, specifica Ranocchia.</p><blockquote>“Ansia da prestazione, depressione, solitudine e perdita di autostima incidono sulla stabilità”</blockquote><p>Luca Biondi, amministratore delegato che si occupa dello sviluppo digitale assieme a Michele Cucchiarini, ha illustrato il funzionamento dell’app: “Si compila un questionario e poi c’è la chiamata gratuita per capire meglio i servizi offerti o il primo passo conoscitivo (dal costo di 49 euro, <i>ndr</i>), in cui iniziare a confrontarsi con gli specialisti”. Le sedute sono online e c’è la possibilità di pagamenti con <i>voucher</i>: “Se una società dovesse decidere di acquistare un servizio che prevede 10 <i>voucher </i>per ogni componente delle sue squadre, ognuno potrebbe usufruirne quando ne ha bisogno, persino poco prima di una partita se dovesse avvertire uno stato di agitazione”, spiega Biondi. <b>Ranocchia è convinto della necessità di partire dal basso per “evitare la dispersione di talento. Sono molti i ragazzi che non riescono a sfondare per la difficoltà nel gestire aspettative e pressioni. La famiglia stessa può generarle e il rischio è avere allenatori che non hanno basi per aiutarli. </b>Spesso si dice che i tecnici debbano essere degli psicologi per il gruppo, ma non è qualcosa in cui ci si può improvvisare senza preparazione. La piattaforma è apertissima anche per loro, per quelle mamme e quei papà che hanno difficoltà a relazionarsi con i figli, per quelle società più piccole che ancora non si avvalgono di figure simili”.</p><blockquote>“Non basta preparare un atleta alla performance. Dobbiamo pensare al suo benessere”</blockquote><p>I professionisti al servizio degli iscritti saranno 30. Oltre agli psicologi, coordinati dalla psicoterapeuta e psicologa dello sport Lucia Bocchi, che ha seguito a lungo Ranocchia nella sua carriera, c’è anche un’équipe di nutrizionisti affidata al dottor Andrea Valigi, specializzato in nutrizione sportiva.<b> “In programma c’è anche l’apertura di una sezione per la preparazione atletica, motivo per cui c’è anche Antonio Pintus tra gli investitori, lo storico preparatore di Juventus e Real Madrid”</b>, svela Ranocchia. “Le professionalità coinvolte sono allineate, tutti gli psicologi hanno una specializzazione sportiva”, sottolinea Lucia Bocchi. <b>“Noi dobbiamo essere garanti del benessere dell’atleta, non del suo successo. Non dobbiamo prepararlo solo alla performance, ma deve avere un equilibrio come persona”</b>. “L’aspetto più importante”, rilancia Ranocchia. “Se un ragazzo si rende conto di non avere le capacità per realizzarsi ad alti livelli, noi comunque avremo fatto un lavoro per migliorare la qualità della sua vita evitando che sia vittima del senso di inadeguatezza, la sensazione più terribile da vivere”.</p><p>All’interno dell’app ci sono tre sezioni personali, dal diario per dare sfogo a ciò che si prova, allo spogliatoio e alla chat per parlare con psicologi e/o nutrizionisti e conservare traccia dei progressi nel corso del tempo. “Ovviamente si tratta di una relazione esclusiva tra il singolo e il professionista scelto, la privacy è garantita al 100 per cento”, precisa Luca Simonetti, coinvolto per la parte finanziaria e strategica. In attesa di scoprire i feedback, per Ranocchia c’è già qualcosa da festeggiare: “Fino a 20 anni fa la salute mentale era un tabù. Ora ci si sta aprendo e <i>Athletics Mind</i> nasce in risposta a questo bisogno crescente. In Europa non esiste un progetto simile”.</p>]]></description>
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				<title>Lo sport e la paura di sbagliare, una lezione per coach e genitori</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 09:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giorgio Minisini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non nasciamo con la paura di sbagliare, e se guardiamo un bambino nei primi mesi di vita ciò è lampante. Provando a camminare, il bambino cadrà decine di volte; provando a costruire le prime frasi, commetterà un’infinità di errori, spesso comici. Eppure nessun bambino, dopo aver fallito, deciderebbe di sua sponte che camminare e parlare non fanno per lui: gli insuccessi non sono di per sé tanto spaventosi da inibire la volontà di tentare.<b> La paura dell’errore, quindi, è appresa più di quanto non sia innata. Per capire come ciò avvenga, ritengo utile analizzare uno degli studi più controversi della psicologia.</b></p><p>Nel 1920, lo psicologo John B. Watson fece un esperimento con un bambino di nove mesi di nome Albert. Inizialmente, il piccolo Albert restava sereno alla vista di un topolino bianco (uno stimolo che, per un bambino molto piccolo, è del tutto innocuo). Dopo un po’, però, Watson iniziò ad associare la comparsa del topo nel campo visivo di Albert a un rumore violento, sbattendo una barra di metallo dietro di lui. Nel giro di poco tempo, Albert iniziò a piangere disperato alla sola vista del topolino, anche dopo che Watson smise di produrre il suono spaventoso in sua presenza: lo stimolo inizialmente innocuo era stato “condizionato” come terrificante. Albert aveva imparato a temere i topolini bianchi.</p><p>Traslando questo meccanismo al mondo dello sport, la dinamica è identica: l’errore tecnico è il topolino bianco (un'informazione di per sé neutra, come “hai alzato poco il ginocchio” o “hai colpito troppo di punta”) ma l'ambiente esterno, associandovi dei “rumori spaventosi”, può trasformarlo in qualcosa da temere. E spesso, senza accorgersene, sono proprio allenatori e genitori a farlo.</p><p><b>Quando si reagisce negativamente a un errore, l’atleta associa le conseguenze spiacevoli della “punizione” all’errore stesso, e inizia a percepirlo come una minaccia. Il risultato? L’atleta smette di tentare, e si rifugia nel “compitino”, perdendo così la voglia di forzare i propri limiti: il gioco non vale più la candela.</b> Se vogliamo evitare che ciò accada (o se vogliamo restituire all’atleta il diritto di sbagliare), dobbiamo “desensibilizzarlo”, ossia reinquadrare l’errore come ciò che era in origine: un <i>feedback</i> utile a crescere. Per farlo, ci sono pratiche da evitare e pratiche da preferire, sia come allenatori che come genitori.</p><p>Le pratiche da evitare sono quelle che associano l’errore a delle conseguenze negative per la persona, come i silenzi punitivi (ignorare l’atleta o il figlio dopo uno sbaglio: comunica che stima e attenzione non sono rivolte alla persona ma solo ai suoi risultati); le umiliazioni (troppe volte mi è toccato sentir dire in piscina “ma che sei ritardata?” a ragazzine di 10-15 anni dopo uno sbaglio); l’uso della fatica come castigo (associa lo sbaglio al dolore fisico e la fatica dell’allenamento alla spiacevolezza della punizione); o gli interrogatori post-evento (trasformano il viaggio verso casa in un asfissiante processo all’individuo).</p><p><b>Le pratiche da perseguire, invece, se vogliamo essere davvero utili a chi abbiamo accanto, sono quelle che reinquadrano il fallimento sotto una luce sana. </b>Per gli allenatori, ciò significa separare risultato e identità (dire “stai mettendo troppa attenzione qui e poca lì” è diverso da dire “sei sempre distratto”); validare i tentativi dell’atleta alla base del fallimento (“ho visto che hai provato: hai fatto bene. La prossima volta facciamo in quest’altro modo”); costruire insieme le soluzioni (analizzare il video del gesto tecnico e decidere insieme cosa fare diversamente). Per i genitori, invece, questo significa rappresentare sempre e comunque un porto sicuro. La stima del genitore, infatti, deve essere incondizionata, e il modo migliore di stare accanto al proprio figlio sportivo è interessarsi delle sue attività senza invaderle. Dopo una competizione, quindi, dire semplicemente “mi è piaciuto moltissimo guardarti gareggiare” è spesso la scelta più adeguata.</p><p>Perché alla fine è vero ciò che diceva Michael Jordan: “Ho sbagliato più di novemila tiri nella mia carriera: ed è per questo che ho avuto successo”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Due Rome, ma un solo sogno: la Nba Europe</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 09:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Gaetani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo anni di assenza dalla massima serie, Roma riscopre improvvisamente il basket di vertice. Il rumore della palla a spicchi sul parquet non si è mai fermato del tutto, ma il campionato alle porte vedrà non solo una squadra capitolina al via, bensì due. Persino in una realtà come quella della pallacanestro italiana, comunque abituata a squadre che vengono prese e spostate in giro per lo Stivale insieme al titolo sportivo, si tratta di un esperimento senza precedenti. E il motivo, al netto dei buoni propositi manifestati nel corso delle ultime settimane dalle due proprietà, è legato a tre lettere magiche per il mondo del basket: Nba.</p><p>Alla fine di giugno si è infatti chiuso il termine per la presentazione delle offerte necessarie per poter sperare di essere inseriti nella nuova creatura messa in piedi dal colosso americano, Nba Europe: <b>saranno 12 le città certe di avere una franchigia fissa in vista del via, previsto per ottobre del 2027, il tutto mentre la nuova realtà statunitense valuta persino la</b><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/22/news/il-qui-e-ora-delle-final-four-di-eurolega-prima-che-arrivi-nba-europe--399336"> possibilità di una proposta di acquisto nei confronti di EuroLeague.</a>&nbsp;Quanto a Roma, il velo cadrà nei prossimi mesi: chi la spunterà tra la Bc Roma, capitanata da una cordata che vede in testa Donnie Nelson, figlio del leggendario Don da poco scomparso e già gm dei Dallas Mavericks campioni Nba nel 2011, e Luka Doncic, stella dei Los Angeles Lakers, e la Maxima Roma, di proprietà dell’avvocato Paul Matiasic, già patron di Trieste dal 2024 prima della decisione di spostare i suoi investimenti nella Città Eterna?</p><p>Bc Roma ha rilevato il titolo di Cremona; Maxima Roma si è aggiudicata quello di Brescia. In entrambi i casi non sono mancate le polemiche. E se Bc Roma ha dovuto assemblare l’intero <i>roster</i> da zero, per Maxima le cose sono state leggermente più semplici, con la conferma di Bilan, Brown, Veronesi e Wheatle, già sotto contratto con Brescia così come coach Cotelli. Sul fronte Bc Roma, il biglietto da visita era stato consegnato in largo anticipo: la firma di Nico Mannion, reduce da due stagioni con l’Olimpia Milano, una assoluta garanzia per il campionato. Lo stesso Mannion, in conferenza stampa lunedì scorso, ha confermato anche i contatti diretti con Luka Doncic durante la trattativa. Il resto del <i>roster</i> è stato svelato di fatto al momento del raduno.</p><p>C’è, e non potrebbe essere altrimenti, un elefante nella stanza che non può essere ignorato: chi deciderà di tifare per due club creati in maniera artificiale soltanto qualche mese fa?<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/11/18/news/perche-a-roma-e-sparito-il-basket--106631"> La storia del basket a Roma è lunga e tormentata</a><b>&nbsp;e in questi anni, se possibile, lo zoccolo duro dei tifosi della Virtus Roma si è rinsaldato ancora di più</b>: dopo la decisione della famiglia Toti, nel dicembre 2020, di ritirare la squadra dalla Serie A1 a campionato inoltrato, la bandiera virtussina Alessandro Tonolli insieme all’imprenditore Maurizio Zoffoli avevano portato alla nascita della “Virtus Roma 1960”, grazie al titolo sportivo della Petriana. E proprio questa società, nel frattempo arrivata in Serie B Nazionale, nel dicembre 2025 ha riacquisito il marchio, il celebre “rombo”. E se questo senso di appartenenza non si è smarrito nemmeno negli anni più difficili, risulta davvero complicato immaginare una fuoriuscita di tifosi dalla Virtus verso una delle due nuove realtà. Sempre in B Nazionale milita inoltre la Luiss Roma, la squadra dell’omonima università.</p><p>All’interno di una città dalle dimensioni sterminate, il basket non ha mai rappresentato l’attrazione principale, stritolato dalla passione calcistica per Roma e Lazio.<b> Ci sono state fiammate di grande successo e partecipazione: l’epoca d’oro del Banco Roma campione d’Italia e d’Europa a metà degli anni Ottanta; quella foraggiata dai miliardi del gruppo Ferruzzi all’inizio dei Novanta prima del terremoto di Mani pulite; infine quella della famiglia Toti</b>, che però spesso e malvolentieri vedeva il gigantesco PalaEur semideserto persino nelle partite contro i colossi di Eurolega. Esiste, dunque, un altro pubblico da portare nelle due arene principali della capitale? <b>BcRoma avrà il compito di riempire il Palazzetto dello Sport di viale Tiziano, dalle dimensioni decisamente contenute, mettendo magari nel mirino il Centrale del Foro Italico, con la tanto agognata copertura, in caso di approdo in Nba Europe; Maxima Roma ha puntato sul PalaEur.</b> Nelle ultime settimane, la corsa a inseguimento tra le due società ha vissuto momenti chiave: BcRoma ha annunciato l’ingresso nell’<i>advisory board</i> di Bryan Colangelo, due volte dirigente dell’anno in Nba, e della leggenda del Dream Team Chris Mullin; Maxima Roma, invece, ha legato a sé con un triennale nel ruolo di <i>advisor</i> Francesco Totti, una mossa a sorpresa che ha come obiettivo principale quello di catalizzare l’attenzione dei romani nei confronti della società. E resta, sullo sfondo, una domanda angosciante: che ne sarà di chi perderà il treno Nba?</p>]]></description>
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				<title>Roma e Lazio, lo Yin e lo Yang del pallone romano</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 05:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Cherubini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma “<i>Capoccia del Pallone</i>” è un concetto che il pensiero fa fatica a considerare. No, non solo quello degli esperti, dei naviganti nel mare dei pronostici. Degli ex calciatori e allenatori che, sollecitati a piè sospinto da tv, radio e giornali, infarciscono sentenze di fine estate, proiettate – beati loro – fino alla tarda primavera dell’anno prossimo.</p><p>No, la Roma “<i>Capoccia del Pallone</i>” è lo Yin e lo Yang di una città, di due squadre, di qualcosa di incredibilmente lontano al punto da diventare fatalmente una cosa sola. <b>Lazio e Roma lassù, tre per tre che fa nove, era qualcosa di impossibile solo a Ferragosto</b>, quando Gasperini riempiva i silenzi del precampionato giallorosso con le scontate giaculatorie in materia di mercato. E quando, soprattutto nell’Olimpico desertificato dalla guerra tra Curva Nord (e non solo) e Lotito, la Lazietta di Gattuso,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">ancora sgualcito dalla gita in Bosnia</a>, finiva sbertucciata all’alba della Coppa Italia da un perentorio 2 a 0 per mano del Mantova. In altri tempi sarebbe stata l’estate della loro vergogna; in un clima assai prossimo alla dismissione, tra la canicola agostana e l’indifferenza generale, la sconfitta è stata derubricata in fretta. Una manna per Ringhio, il cittì mortificato: lui ha messo dentro Formello tutto l’orgoglio ferito, attecchendo insolitamente in un tessuto calcistico fatto di giocatori apparentemente svogliati, volti nuovi pescati da un mercato di contenimento, tutto prestiti e parametri zero. Così, mentre dall’altra parte l’onda lunga del brillantissimo finale della scorsa stagione celebrava la partenza lanciatissima della ciurma giallorossa, di qua ci si affidava al “basso profilo” al “testa bassa e lavorare”, al “non possiamo essere quelli visti contro il Mantova”.</p><p>Due mondi agli antipodi che convergevano in un insolito compromesso storico calcistico dove, udite udite,<b> l’Inter favoritissima finiva accerchiata dalle ciurme provenienti dall’interno del Grande raccordo anulare. Per molti, è bene sottolinearlo, si tratta di una congiunzione agonistica passeggera</b>, frutto di un guizzo del destino che ha voluto riportare contemporaneamente in auge i fasti della Città eterna anche nelle cose pallonare. Del resto le differenze tra lo Yin di Trigoria e lo Yang di Formello (o cambiate l’ordine, fate voi), sono abissali. Non solo dal punto di vista strutturale, ma anche e soprattutto ambientale. Perché se oggi trovare un biglietto all’Olimpico quando gioca la Roma sta diventando uno <i>status symbo</i>l, qualcosa da offrire nelle cene abbronzate e da mostrare come un miracolo, suscitando invidie sfrenate, quello della Lazio viene rifiutato manco fosse unto dal vaiolo. Esaurito con i colori giallorossi, deserto con quelli biancocelesti, anche lo stadio sembra stupirsi, dopo averne viste di tutti i colori in oltre settant’anni di storia. È la sintesi di come tutto, in questo avvio di stagione “Made in Rome”, sia imprevisto e imprevedibile.</p><p>I gol a raffica della Banda-Gasperini, opposti ai&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/31/news/davide-frattesi-e-i-treni-per-roma--406030">guizzi singolari e vincenti di Davide Frattesi</a>, uno di quei casi di mercato che sfuggono alle logiche aziendali: l’Inter che, in pratica, lo regala, lui che torna alle origini di una Lazio conosciuta ed amata sui campi di Fidene, il quartiere all’estremo Nord della Capitale, per diventare il simbolo di questa capolista nuova e – per molti – quasi sconosciuta. La sfida è facile: chi, nelle torride giornate di agosto, ha perso tempo a leggere chi aveva a disposizione Gattuso e come avrebbe potuto gestire una rinascita condita dalla contestazione? Ecco, appunto. Meglio capire cosa voleva davvero Gasperini per puntare sempre più in alto, tra le richieste dell’esterno offensivo e quel “niet” alla cessione di Konè che ha fatto rabbrividire i Friedkin, generosi e un po’ distratti proprietari della cosa giallorossa, finendo per far innamorare il popolo romanista del canuto uomo di Grugliasco. Insomma, l’avete capito, le distanze al pronti-via – come diceva il grande Cesare Maldini – erano totali. Per questo adesso si riprendono gli almanacchi e si interrogano le vari intelligenze artificiali: da quant’è che non accadeva? Le romane lassù insieme. Ma il dato statistico non regge il confronto con questa unicità che andrebbe studiata. Nulla di più distante tra la Roma e la Lazio, per struttura societaria, clima delle tifoserie, progetti futuri, ambizioni stagionali. Ma il ritrovato entusiasmo in casa biancoceleste accorcia le distanze siderali, sconvolge i piani previsti, rimescola le carte di una stagione che doveva celebrare i fasti romanisti e valutare per quanto ancora la sfida tra tifosi e Lotito potesse procedere. Perché adesso, anche i politici-tifosi che, con cinismo professionale, avevano sparato ad alzo zero sul senatore di Forza Italia, tacciono. C’è chi dà di gomito e ricorda il proverbiale feeling con la fortuna dell’odiato presidente; e chi invece incassa con stupore l’ennesima rinascita di un dirigente sportivo che è un unicum nel panorama sportivo mondiale. Lotito tace e probabilmente (anzi, certamente) gode, mentre i texani dell’altra sponda, complice il fuso orario, imparano a vivere <i>brunch</i> sempre più deliziosi e immaginifici. Perfino sul fronte del nuovo stadio le differenze sono siderali: quello di Pietralata, periferia est della Capitale, procede con le proverbiali lentezze della burocrazia italica, ma procede. Quello della Lazio immagina a fatica quella che – in qualsiasi altra parte del mondo – sarebbe la soluzione logica: riportare in vita il bellissimo, centralissimo e abbandonatissimo stadio Flaminio. Sono le distanze dello Yin e dello Yang <i>de noantri</i>. Diventati in questo avvio di campionato, una sorprendente cosa sola.</p>]]></description>
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				<title>Dariya Derkach e un oro pieno di messaggi</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 05:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il salto triplo di Dariya Derkach è stato molto più lungo di quello che racconta la misura che l’ha portata all’oro europeo qualche settimana fa</b>. La sua rincorsa parte da molto lontano, da un piccolo paese dell’Ucraina, lontano dalla zona della guerra, dove ha trascorsi i primi nove anni della sua vita. E con i suoi balzi ha dovuto superare un sacco di ostacoli. La lunga attesa per poter vestire la maglia azzurra. Le tre operazioni a cui si è dovuta sottoporre per recuperare il tendine d’Achille. Ma Dariya è una che non molla, anzi la perseveranza è una delle sue doti. <b>“Continuano a chiedermi: hai realizzato? La verità è che ancora non del tutto – racconta – È stata una cosa che ho desiderato tantissimo, non per mesi ma forse per anni”</b>.</p><p>È un oro che pesa più dei centimetri misurati sulla sabbia. “È la medaglia di un lungo percorso”. Dentro ci sono gli anni passati a inseguirla, ma soprattutto tutto quello che è successo quando sembrava che il corpo volesse presentare il conto. E allora l’oro è diventato soprattutto la medaglia della perseveranza.</p><p>Dariya è nata in Ucraina, ma la sua vita sportiva e non solo è cresciuta in Italia. È arrivata qui a nove anni, portandosi dietro qualche immagine: “Mi ricordo la casa dei nonni, il fiume sotto casa loro, un po’ lo stadio di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/atletica_33937" target="_blank">atletica</a>&nbsp;dove si allenavano i miei genitori. Io praticamente sono cresciuta in uno stadio”. L’atletica, insomma, c’era fin dall’inizio: “I miei genitori mi portavano allo stadio già in carrozzina. Ero una bambina scatenata”. La prima casa italiana fu Sant’Egidio del Monte Albino, in provincia di Salerno. Non parlava italiano ed era timidissima. “Mi vergognavo anche di parlare. I miei genitori, quando andavamo a fare la spesa, mi spronavano a chiedere magari cento grammi di prosciutto proprio per costringermi a usare l’italiano”. Poi arrivarono due bambine che abitavano sotto casa. “Le ricordo con tanto amore. Sono state la prima vera fase della mia integrazione. Giocavamo ogni pomeriggio insieme, pranzavamo insieme, cenavamo insieme, facevamo le tombole di Natale. Mi hanno fatto sentire quasi parte della loro famiglia”.</p><p>A scuola fu invece lo sport a cambiare tutto. “Quando si parla dello sport come mezzo di inclusione, per me è stato esattamente così”. Alle elementari, a Nocera Inferiore, era l’ultima arrivata in un mondo dove quasi tutti già si conoscevano. “Andavo a scuola, facevo le mie cinque ore e tornavo a casa”. Poi arrivarono i Giochi sportivi studenteschi. <b>“Vinsi due o tre garette. Mi ricordo quelli di quinta, che a noi sembravano già grandi, venire da me e fare i cori: ‘Dariya, Dariya…’. Per me fu un wow. Dal giorno dopo diventai magicamente amica di tantissimi”</b>.</p><p>L’atletica che la fece sentire meno straniera fu però anche quella che per anni la costrinse ad aspettare la maglia azzurra. “È stata un’attesa lunga, ma consapevole, perché conoscevamo bene la legge italiana”. Sulla propria identità non ha invece mai avuto molti dubbi. “Mi rendo conto che per qualcuno non sarò italiana e per altri sì. Dopo la mia medaglia ho letto commenti di ogni genere. Alcune pagine ucraine hanno pubblicato il video della vittoria cambiando la bandiera e sotto c’era chi scriveva: “Ma cosa c’entra lei con noi? È andata via a otto anni”. È una situazione forse indefinibile”. Lei, però, sa dove è cresciuta. “Sono nata in Ucraina, certo, ma avevo pochi anni. Tutto il mio percorso consapevole e la mia f<i>orma mentis</i> si sono costruiti in Italia”. Basta vederla quando suona l’inno. “È l’inno che conosco, quello che ho studiato a scuola, quello con cui sono cresciuta. L’ho sempre sentito mio”. Italianissima anche a tavola, almeno da bambina: pizza e mozzarella. “Fortunatamente da ragazzini si ha un metabolismo potente”, ride.</p><blockquote>“Sono cresciuta in Italia, e quello di Mameli è il mio inno. Non ho mai pensato di mollare”</blockquote><p>Il salto triplo, curiosamente, non fu subito una scelta. Ha cominciato con le prove multiple per capire meglio il suo corpo. Mamma Oxana era triplista, papà atleta e poi allenatore. La strada era segnata, ma Dariya aveva anche un’altra passione. “Il mio amore di sempre è il football americano. Mio papà giocava tra Salerno e Napoli e da piccolina andavo a vedere tutte le sue partite. A tre o quattro anni pensavo: se mi taglio i capelli magari non si accorgono che sono una femmina e posso giocare anch’io”.</p><p>La parte più difficile della sua storia recente racconta operazioni e mesi trascorsi a cercare di rimettere insieme il tendine d’Achille. Il 2025 era cominciato nel peggiore dei modi. “Mi sono mezza lesionata al tendine praticamente nel riscaldamento della prima gara. E la preparazione era andata benissimo, sapevo di essere in forma. Mi era rimasta quella ferita di non essere riuscita a dimostrare niente”. Poi gli interventi, uno dietro l’altro. E una carriera che avrebbe potuto improvvisamente fermarsi. “La forza forse non l’ho mai persa. Volevo dare un senso a tutti questi anni e a tutto l’impegno che ci avevo messo. <b>L’atletica è il centro della mia vita: buttare via tutto e dire ‘mi sono operata, basta’ senza neanche provarci mi sarebbe sembrato stupido</b>”. Ha preso tutto come una sfida e alla fine l’ha vinta sulla pedana di Birmingham. Un traguardo, ma allo stesso tempo una tappa. Chi fa la sua specialità non si ferma mai al primo salto. “Corpo permettendo, perché l’anno scorso gli ho dato un po’ di botte penso a Los Angeles… Ma credo che mi supporterà ancora per un po’”.</p><blockquote>“L’atletica è il centro della mia vita: buttare via tutto senza provarci mi sarebbe sembrato stupido”</blockquote><p>Dariya ha osservato da dentro la trasformazione dell’atletica italiana. La prima maglia azzurra l’ha indossata nel 2013 e da allora ha percepito un cambiamento soprattutto mentale. “Oggi c’è una squadra consapevole di essere forte. Arriviamo alle gare volendo battere anche quelli che sulla carta sono più forti di noi. Anni fa li guardavamo quasi pensando: beati loro che sono così forti. Adesso non più”. Non pensa che sia soltanto una stagione fortunata: “Lo sport italiano è cresciuto come mentalità e consapevolezza”. E in questa nuova Italia dello sport le donne hanno preso uno spazio enorme con le loro vittorie. “<b>Le donne sono sempre state forti</b>. Naturalmente siamo programmate per sopportare cose che forse i maschietti non possono neanche immaginare. Poi la storia ci ha dato piano piano sempre più possibilità e occasioni per dimostrarlo e oggi forse stiamo arrivando verso una vera parità”.</p>]]></description>
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				<title>Una repubblica fondata sul volley</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 05:06:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Eleonora Cozzari</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella settimana in cui la pallavolo italiana si passa il testimone e dall’argento della Nazionale femminile a Istanbul arriva fino a Napoli per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/09/09/news/cosa-aspettarsi-dalla-nazionale-maschile-di-volley-agli-europei-2026--407021">l’esordio dell’Europeo maschile in Piazza del Plebiscito</a>, c’è un esercizio che non deve mai dimenticare: la fortuna fa parte del gioco, ma il gioco, quell’arrivare a 25 e farlo per tre set prima del tuo avversario, non è mai questione di fortuna. <b>Quello che negli ultimi cinque anni, nel volley, hanno vinto uomini e donne</b> – entrambi campioni del mondo – <b>non ha rivali, e né un argento che poteva essere oro, né qualsiasi risultato arrivi dalla Nazionale maschile</b> (a caccia di una medaglia) <b>possono affievolire lo strapotere mondiale che l’Italia detiene in questa disciplina</b>. Una disciplina che ha i campionati più competitivi e sforna talmente tanti tecnici che non bastano per una nazione sola.</p><p>Tant’è che all’Europeo femminile gli allenatori italiani erano nove (con Velasco sarebbero dieci) e in quello maschile cinque. E il numero è minore solo perché in Superlega vige la regola secondo cui non si può allenare sia una Nazionale che un club di Serie A senza pagare una penale. Fatta questa premessa: dire che non si può sempre vincere, che quello delle donne sia un argento che vale oro (pure Antropova ha dovuto ribadire che manco per sogno, un argento vale come un argento) e che siamo tutti profondamente orgogliosi delle ragazze, significa rifugiarsi in frasi così stucchevoli che puoi accettarle solo se non hai mai avuto davvero la possibilità di farcela. Non quando annienti l’avversario due set e mezzo e poi lo lasci passare sulla linea del traguardo. Non quando quell’avversario, la Turchia, gioca in casa e i tifosi ti fischiano dal primo minuto, non quando è allenata da un italiano che ha come unico obiettivo quello di sedersi sulla panchina della sua Nazionale e per farlo deve vincere con la Turchia (dopo che l’ha già fatto con la Serbia) e farà di tutto perché questo avvenga ancora e ancora. Quindi, visto che la prossima estate in Canada c’è il Mondiale – per un’assurdità voluta dalla Fivb che ha stabilito che una competizione così importante venga disputata ogni due anni – non è lesa maestà criticare come è stata gestita Ekaterina Antropova in questo Europeo. Perché lei tra qualche giorno tornerà di nuovo a Istanbul per iniziare la stagione con la maglia dell’Eczacibasi, ma nel suo normale ruolo di opposta e bisognerà vedere se sarà ancora d’accordo, tra un anno, a giocare fuori ruolo. Darlo per scontato sarebbe un errore.</p><p>Se dopo due anni di strepitosa alternanza Velasco decide che vuole sfruttare lei ed Egonu contemporaneamente (pensiero condivisibile) poi bisogna crederci fino in fondo e non fare retromarcia, per poi cambiare nuovamente idea quando si infortuna la quarta schiacciatrice. Perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/09/13/news/le-ragazze-doro-del-volley-hanno-gia-un-futuro--120002">il Mondiale lo scorso anno l’abbiamo vinto</a>&nbsp;con Nervini in posto 4 e sembrava lanciatissima. Domanda lecita: se avessimo vinto 3-0 con la Turchia faremmo gli stessi ragionamenti? No, che non li faremmo. Perché evidentemente per vincere 3-0 con la Turchia serviva tenere Nervini in panchina e Antropova in campo. Ma se perdi 3-2 devi andare davanti ai microfoni a spiegare perché non hai provato altre soluzioni. Non può, il Maestro, sconfessare se stesso. Semmai deve spiegarlo, se stesso. Perché, per esempio, questo continuo cambiare in posto quattro? Accanto a Sylla, in tre anni abbiamo giocato con tre schiacciatrici diverse. Abbiamo vinto i Giochi olimpici con Bosetti, il Mondiale con Nervini e ora c’è Antropova. Perdendo, anno dopo anno, equilibrio e qualità in ricezione. E se Miriam Sylla va a ritirare il premio come miglior schiacciatrice e non riesce a muovere neanche un muscolo del viso, non le rendi giustizia dicendole che deve essere orgogliosa di sé: perdonate la franchezza, ma questo lo sa benissimo da sola. Oggi queste giocatrici seguirebbero Julio Velasco in capo al mondo. Perché nessun allenatore le aveva mai portate così in alto: a vincere Giochi olimpici e Mondiali, a finire sulle copertine delle riviste patinate, a essere invitate ovunque. Quindi di Velasco si fidano ciecamente, tutte. Antropova per prima, che tra tutte le atlete mostra una disponibilità e uno spirito di sacrificio fuori dalla norma. Ma attenzione a tirare la corda.</p><p>Adesso tocca alla Nazionale maschile di Fefè De Giorgi, che dopo l’esordio spettacolare (ma complicato dalla pioggia) con la Svezia vinto 3-0 davanti agli occhi del presidente della Repubblica Mattarella, girerà l’Italia valutando di giorno in giorno la tenuta fisica di Alessandro Michieletto. L’Mvp del Mondiale – non un giocatore qualsiasi – ha avuto l’ok per tornare in campo, ma è stato fermo sette mesi. Allora la domanda è: quanto siamo competitivi con queste premesse? La buona notizia però è che Daniele Lavia, che un anno fa stava affrontando un delicatissimo recupero dopo l’infortunio alla mano che rischiava di compromettergli la carriera, è tornato titolare. Così come ci sono il capitano Simone Giannelli o l’opposto Juri Romanò. Polonia, Francia, Bulgaria e Slovenia non vedono l’ora di far scendere l’Italia dal trono. Il girone di Modena (dal 12 al 17 settembre), gli ottavi e i quarti a Torino (il 20, 21 e il 23) e le semifinali e finali di Milano (25 e 26 al Forum di Assago) risponderanno alla domanda. L’Italia è una repubblica fondata sulla pallavolo. A patto che tutti sappiano maneggiare il gioco con cura.</p>]]></description>
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				<title>Il bilancio delle squadre italiane dopo la prima giornata di Champions League</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 12:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alessandro Bonan</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mettiamoli in fila i nostri quattro allenatori, infilzati dallo spiedino della Champions. <b>Fàbregas</b> è un genio/studioso, ormai è assodato. Fa giocare il Como come un concentrato di particelle in movimento influenzate tra di loro. Il Como mette in pratica quello che in gergo scientifico viene definito <i>entanglement</i> (groviglio), un fenomeno della meccanica quantistica per cui due o più particelle si legano tra di loro anche a distanza, in maniera tale che lo stato di una determina contemporaneamente anche lo stato dell’altra. In pratica al movimento di un giocatore, con e senza palla, corrisponde un relativo aggiustamento del resto della squadra. Il risultato è il caos e l’armonia, un’azione sempre sorprendente ed efficace che provoca il costante disorientamento degli avversari.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/09/11/news/il-debutto-vincente-e-roboante-del-como-in-champions-league--407248">Contro il Lipsia sembrava la partita dei bambini bravi contro quella dei bambini scarsi</a>. I primi, organizzati, tirati a lucido, giunti sul posto con il pullman, i secondi sempre in affanno, con le magliette stinte, arrivati al Sinigaglia con auto vecchie e smarmittate. Solo Martin Demichelis, l’allenatore dei tedeschi, sembrava ben definito, così azzimato nei contorni, con i capelli paralizzati verso l’alto, ma forse anche per questo un po’ ottuso, calcisticamente parlando, travolto dalla superiorità lariana (era un bel po’ che volevo usare questa parola). Il Como, alla prima in Champions, ci ha fatto ancora una volta capire dove stia andando il calcio, se vogliamo tornare a vincere qualcosa.</p><p>L’Inter di <b>Chivu</b> ha proposto schemi ormai conosciuti. La squadra gioca bene, ma è troppo prevedibile e ogni tanto si deconcentra. A Madrid si è fatta due gol da sola e poi ha sprecato in attacco. L’allenatore dell’Inter deve tornare su certi errori per non disperdere in Europa tutto il talento di cui dispone in Italia. <b>Gasperini</b> ha ancora una volta dimostrato di essere un allenatore coraggioso. In Turchia ha dominato il primo tempo e poi commesso errori individuali che avrebbero potuto comportare la sconfitta. Quello che resta della partita della Roma è la costante impressione di una squadra che vuole imporre il gioco, con ritmo e velocità. Rispetto al Como sembra, e sottolineo sembra, spendere di più sul piano fisico, un limite su cui Gasperini ha bisogno di lavorare a prescindere dalle alternative che si ritrova in panchina.</p><p>Infine <b>Allegri</b>, il più infilzato dei quattro. Sempre un po’ in affanno, preoccupato della difesa ma poco costruttivo in attacco. Giocando in questa maniera il Napoli diventa un cortomuso alla rovescia. Perde di misura in quanto intimorito dall’abbondanza. Allegri, ossessionato dall’equilibrio, dovrebbe lasciarsi andare un po’ di più, con l’incoscienza dei colleghi più giovani. Perché giocando sempre in bilico, basta un passetto falso sulla corda per cadere.</p>]]></description>
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				<title>Il debutto vincente e roboante del Como in Champions League</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 08:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’era una squadra che brillava per ingegno gestionale, lungimiranza nello scovare giovani e talentuosi giocatori, offerta di un gioco offensivo e divertente. Il RasenBallsport Leipzig era una squadra che non esisteva, dal 2009 in poi ha scalato il calcio tedesco, contendendo al Bayern Monaco uno Meisterschale e arrivando fino alle semifinali di Europa League e agli ottavi di Champions League. Il Lipsia era, è, un modello di crescita e di capacità di fare soldi con il calcio, può non piacere – e per molte cose, a partire dal fatto che è un club costruito a tavolino nel quale si pensa ai calciatori come azioni in borsa –, ma rimane un punto di riferimento nell’ambiente.</p><p>Poi, una sera di metà settembre, il club riferimento, subì la furia di una squadra che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/09/10/news/leuropa-calcistica-dimenticata-del-como-prima-della-champions-league--407145">non giocava in Europa dal 21 aprile 1981, ultima giornata del campionato della Mitropa Cup, avversario il Csepel SC</a>. Quel Como era una squadra giovane con pochi soldi e parecchio talento che un anno prima aveva vinto a sorpresa la Serie B (e per questo si era qualificata alla Mitropa Cup) e che quella stagione la chiuse al 13esimo posto in Serie A.</p><p>Questo Como è invece una squadra ricca, costruita con intelligenza da Carlalberto Ludi e i suoi collaboratori a immagine e somiglianza del suo allenatore, Cesc Fàbregas, dal grande talento e, se lo augurano in riva al Lario, dal grande avvenire.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/22/news/quel-lago-con-vista-champions-linedita-stagione-del-como--405331">Un Como che al debutto in Champions League</a>&nbsp;<b>ha battuto 4-1 il Lipsia</b>. E così facendo si è preso in un sol colpo: tre punti, il posto che fu del RasenBallsport Leipzig nell’immaginario collettivo, la soddisfazione di essere la sola italiana ad aver vinto in Champions League quest’anno. Tre medagliette di carta velina, capace di volare via alla prima folata di Tivano un po’ più potente della media, di sciogliersi alla prima goccia di pioggia che scende dal cielo a dare un po’ di tregua ai boschi sfiniti dal caldo e dalla siccità di quest’estate.</p><p>Però ci sono. E non è poco. Non tanto per i tre punti o per il risultato, quanto soprattutto per l’aver giocato con entusiasmo e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/il-como-in-champions-league-va-oltre-anche-allottimismo-calcistico--399449">non con paura il debutto nella coppa europea più prestigiosa e ricca</a>, segno questo di maturità, cattiveria agonistica e noncuranza di ciò che accade intorno ai giocatori.</p><p>L’Italia è un paese conservatore nell’animo, per questo si è sempre detto che uno dei grandi pericoli, forse il pericolo supremo, per una squadra è quello di peccare d’esaltazione. Il Como di Cesc Fàbregas gioca galleggiando in un lago di esaltazione. E più ce ne è meglio gioca. Il Como gioca puntando in alto, disinteressata completamente al mito di Icaro, d’altra parte i miti sono fatti a uso e consumo della conservazione dello <i>status quo</i>, con l’idea di prendersi dal calcio il più possibile e poco male che non sia tutto.</p><p>Intanto questo è un passo, non decisivo, nemmeno troppo difficile, il Lipsia è in fase di restauro e ha perso un gran bel po’ di talento in questa sessione di calciomercato, ma è comunque un passo avanti e benaugurante per il proseguo della stagione.</p>]]></description>
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				<title>Lo stadio Maradona è uno choc per i tifosi dell&#039;Arsenal</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 18:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella zona di Fuorigrotta, il più affollato quartiere di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/napoli_241" target="_blank">Napoli</a>&nbsp;con un nome millenario che risale a grotte di epoca romana, circa 1.500 londinesi atterrati a Capodichino con le maglie rosse dell’Arsenal, si sono presentati allo Stadio Diego Armando Maradona arrivando coi mezzi pubblici: ci sono una stazione della metropolitana e una fermata dei treni che portano allo stadio, ma è l’unico tassello di infrastrutture moderne che ha avvicinato vagamente i due club. Distantissimi sul piano sportivo, gli italiani arrivando da un campionato deludente e da due sconfitte di fila sotto la nuova gestione di Massimiliano Allegri, gli inglesi invece ebbri del Doblete e del primo posto in campionato, Napoli e Arsenal si sono sfidate, coi partenopei perdenti, su un altro campo, quello del confronto – impietoso - tra il nuovo calcio, fatto di stadi futuribili, e quello obsoleto rimasto all’Italia del Dopoguerra. Perché oggi gli stadi non sono solo un contenitore di eventi, ma un motore di sviluppo economico e uno degli ingredienti del successo sportivo.</p><p>Di tutte le squadre inglesi, e di Londra in particolare, i Gunners sono quella più speciale, nel senso anglosassone di classismo e snobismo. <b>L'Arsenal, narratur, era il club di calcio preferito dalla Regina Elisabetta II che in tema di sport preferiva però le corse di cavalli (scommesse incluse).</b> E non era l'unica tifosa eccellente: tra i suoi sostenitori, il club di East London vanta anche il baronetto Mick Jagger, il leggendario cantante dei Rolling Stones, e altre celebrità anche senza il titolo di Sir, come l’altrettanto leggendario David Gilmour, dei Pink Floyd e Martin Gore, il musicista dei Depeche Mode. L’anno scorso la società inglese, di proprietà del magnate americano dello sport Stan Kroenke, ha annunciato l’ennesimo rifacimento del suo stadio, già peraltro bello e moderno, perché era stato inaugurato nel 2011. In 30 anni, l’Arsenal avrà rifatto il suo stadio tre volte e, ora, si appresta a inaugurare il più grande impianto di Londra (al netto del mastodontico Wembley dove però non giocano club ma solo la Nazionale), che sarà incoronato come lo stadio più all'avanguardia in tutta Europa. La compagnia aerea Emirates è ben contenta di sponsorizzare uno stadio così. Negli stessi anni, lo stadio del Napoli, che non ha nessuno disposto a pagare per sponsorizzarlo, è riuscito solo a cambiare nome: da San Paolo a Maradona. <b>Costruito nel 1959, dall’architetto Carlo Cocchia, lo stadio Maradona vanta il poco onorevole record di stadio più fatiscente: </b>l’unico intervento strutturale, perché i nuovi seggiolini e i maxi schermi installati nel 2019 sono stati poco più di una spolveratina, è stato la copertura costruita per Italia ’90, peraltro ennesimo monumento allo spreco che fu quel Mondiale perché il terzo anello che la copertura comportò, è chiuso da 20 anni. Tra i grandi stadi italiani, è quarto per capienza con 54mila posti, e tra quelli dei club di prima fascia in Europa, il Maradona è considerato strutturalmente e funzionalmente obsoleto. La pista di atletica, fossile preistorico dell’epoca d’oro della famigerata idea urbanistica della polisportiva, allontana notevolmente gli spalti dal terreno di gioco. La visuale, in particolare dall'anello inferiore e dalle curve, è tra le peggiori in tutta Europa. Ancor peggio della visuale è l’assenza di ricavi commerciali.</p><p>Lo stadio è di proprietà del Comune; ha pochi SkyBox e poche aree di ospitalità aziendali, poca ristorazione e nessun museo/negozio, sempre aperto, dentro l’impianto, tutti elementi che consentono ai club di diversificare i ricavi. <b>Tre anni fa, il sindaco Manfredi lanciò l’idea di un museo del Napoli dentro lo stadio per il 2026, anno del centenario del club. Il 2026 è arrivato e sta quasi per finire, la Champions League sta per iniziare ma del museo non c’è traccia.</b> Il medesimo Comune propone un piano di profondo rifacimento dell'impianto, incardinato sull’avvicinamento del campo e sull’eliminazione della pista di atletica, come fu fatto 20 anni fa per lo Stadio Delle Alpi di Torino, oggi Allianz Stadium. Ma Aurelio De Laurentiis, il proprietario del club partenopeo, sostiene, e qualche ragione ce l’ha, che l'impianto è troppo vecchio da ristrutturare con profitto e vorrebbe costruire un nuovo, e ipermoderno, stadio di proprietà, in un'altra zona della città. Se però nella efficiente e dinamica Milano ci sono voluti 10 anni solo per decidere cosa fare dello Stadio Meazza, chissà quanto ci vorrà all’ombra del Vesuvio.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;Europa calcistica dimenticata del Como prima della Champions League</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 16:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Prima della grande Europa calcistica allo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/09/01/news/lettera-damore-al-sinigaglia-lo-stadio-piu-bello-del-mondo--120556">stadio Giuseppe Sinigaglia</a>&nbsp;c’è stata la piccola, piccolissima, Europa, allo stadio Giuseppe Sinigaglia. L’ultima campagna europea del Como (prima di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/il-como-in-champions-league-va-oltre-anche-allottimismo-calcistico--399449">quella che inizia questa sera contro il RB Lipsia in Champions League</a>) andò in scena quarantasei anni fa in quella che fu per un decennio abbondante la più importante competizione europea per club, la Mitropa Cup, ma che già allora era una versione ristretta e assai poco interessante della grande coppa che fu. Talmente poco interessante che non trovò nemmeno spazio per una breve nel Corriere della Sera. E non certo per disinteresse per la città lacustre: si dava notizia della “cento miglia motonautica sul Lario”.</p><p>La Mitropa Cup da appuntamento tra le più forti squadre della Mitteleuropa (le vincitrici dei campionati di Austria, Cecoslovacchia, Italia e Ungheria, all’epoca, Inghilterra esclusa, i paesi calcisticamente più forti, <i>nda</i>) era diventato un torneo per le vincitrici delle seconde divisioni di Cecoslovacchia, Italia, Jugoslavia e Ungheria. Nell’edizione 1980-1981 tra queste c’era il Como, alla terza campagna europea della sua storia.</p><p>Le prime due le disputò in quella che era la Coppa dell'Amicizia italo-francese, un torneo a inviti, ma ufficiale, tra squadre italiane che affrontavano egual numero di squadre francesi in una sfida andata-ritorno. La somma dei vari risultati assegnava la coppa o alla Federazione calcistica italiana o a quella francese (nel 1962 divenne un torneo a eliminazione, nel 1964 sparì dal calendario).</p><p>La Mitropa Cup 1980-1981 era la grande novità a Como. Un'occasione di vedere sei volte in più quella squadra giovane, talentuosa e ambiziosa.</p><p><b>Un anno prima aveva vinto a sorpresa una Serie B</b> che doveva essere una questione tra il Brescia, l’ambiziosa Sampdoria del neopresidente Mantovani (colui che poi portò i doriani allo scudetto) e le appena retrocesse Atalanta e Lanerossi Vicenza. Nel corso dell’anno però il calcio italiano scoprì che Villiam Vecchi non era un portiere finito, che Pietro Vierchowood era un difensore eccellente e Simone Fontolan non era da meno, che Massimo Mancini era davvero quel talento di cui si diceva un gran bene a Firenze qualche anno prima, che Doriano Pozzato era un’ala niente male e che Marco Nicoletti ed Ezio Cavagnetto si intendevano a meraviglia. E, soprattutto, che Nils Liedholm non sbagliava a considerare Pippo Marchiorio, l’allenatore del Como, “uno tra i più intelligenti e preparati allenatori della nuova generazione”.&nbsp;In Serie A vennero aggregati alla prima squadra anche i giovani Roberto Galia, Stefano Maccoppi e Luca Fusi, tre calciatori che in A giocarono a lungo.</p><p><b>La Mitropa Cup iniziò bene, in una città “festosa e ridente” e in uno stadio “colmo sin oltre il numero massimo consentito di spettatori”, scriveva la Provincia, il quotidiano di Como</b>. La squadra di Marchioro vinse per 2-0 contro il Nogometni Klub Zagreb grazie ai gol di Doriano Pozzato e Pietro Vierchowood.</p><p>La formazione croata era considerata la favorita. Si scoprì essere la meno attrezzata e finì ultima.&nbsp;Il Como fece discretamente bene. Vinse tre partite, ne pareggiò uno e ne perse due. Chiuse il microcampionato a 7 punti come il Tatran Presov e il Csepel SC, ma per differenza reti fu terzo.</p><p>Di quella piccola Europa, fatta di squadre sconosciute e giocatori dai nomi improbabili se ne ricordano in pochi sul Lario. Se la ricorda <b>Emilio Riva</b>, per quasi quarant’anni professore di italiano e latino al liceo classico e studioso di usi, costumi e storia locale&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/22/news/quel-lago-con-vista-champions-linedita-stagione-del-como--405331">che già avevamo sentito all’inizio di questa stagione</a>. Dalla trasferta a Zagabria tornò felice con una sconfitta sul groppone ma con il nome e il numero di telefono della donna che sarebbe diventata sua moglie. E negli occhi gli scatti, pochi, e i dribbling, molti, di Marijan&nbsp;Cercek, l’uomo che una dozzina di anni prima fece ammattire la difesa della Fiorentina in Coppa delle Fiere (stagione 1968-1969) e fece dire a Bruno Pesaola “questo qui è un fenomeno epocale”. Forse esagerò Pesaola, ma non sbagliò: quando si allenava e faceva vita d’atleta Marijan&nbsp;Cercek era davvero uno delle ali destre più forti d’Europa. Il problema è che ciò avveniva poche volte all’anno.</p>]]></description>
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				<title>Lo stadio di Taranto doveva essere il simbolo della rinascita della città, è già da rifare</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 16:34:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Annarita Digiorgio</author>
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				<description><![CDATA[<p>Lo stadio che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/24/news/il-riscatto-di-taranto-fuori-lilva-dentro-i-giochi--405458">ha accolto il presidente Mattarella e il premier Meloni un mese fa per la cerimonia inaugurale dei Giochi del Mediterraneo a Taranto</a>, è già da rifare. Era stato celebrato in diretta Rai come esempio della fattività del governo, del sud che ce la fa, dalla rinascita di Taranto. E invece spente le telecamere, le luci, e tolto il tappeto azzurro raffazzonato in fretta e furia per mostrare al mondo che l'Italia sa essere pronta, restano, proprio sotto quel tappeto, buche, cavi e materiali scoperti, che ad oggi impediscono al Taranto calcio di giocare il campionato e di allenarsi. <b>La ristrutturazione dello Iacovone è costata alle casse pubbliche 60 milioni di euro. Per uno stadio da ventila posti, pronto per la Serie A. Ma ancora incompleto</b>. I Giochi si sono chiusi una settimana fa, con una cerimonia finale in second'ordine rispetto a quella inaugurale. Senza ospiti istituzionali, né artisti di grido. La prima partita del Taranto in casa, dopo la squalifica, era prevista per il 13 settembre. Ma non potrà svolgersi allo Iacovone, al momento inutilizzabile.</p><p>Le cronache locali parlano di danneggiamenti al manto erboso, agli impianti di irrigazione e ai pozzetti di collegamento elettrici e al drenaggio. Qualcuno dice siano guasti dovuti allo smontaggio dei palchi della cerimonia. Quindi il prato appena seminato (sempre a favore di telecamere del commissario di governo Massimo Ferrarese) è pesantemente danneggiato e inutilizzabile. Per ripristinarlo entro 10 giorni il comitato organizzativo deve incaricare una ditta con spese a carico della G2 eventi che ha organizzato le cerimonie. Ma che il manto fosse parecchio danneggiato lo si era visto già dalla prima partita di calcio durante i Giochi. Inoltre, <b>insieme al prato, c'è ancora da lavorare su cabine elettriche, laterali, divisori reparti, pitturazioni e cover</b>. E poi è completamente distrutto il campo B, che era stato promesso per gli allenamenti. Elementi che nulla hanno a che fare con la società che ha organizzato le cerimonie, la quale, dopo essersi presa tanti complimenti per la bellezza dell'evento organizzato, ora viene messa alla gogna, e probabilmente farà ricorso. Il commissario Ferrarese, il cui mandato prosegue per tutto il 2026, ha detto che si sarebbe occupato lui di completare le opere, con i 3 milioni avanzati. Oltre che dei collaudi, di cui al momento gli impianti sono sprovvisti, insieme alle agibilità (lo Iacovone al momento è autorizzato per max 100 persone). Ma dopo mesi zeppi di post e dichiarazioni, e dopo gli ultimi saluti strappa lacrime, il commissario si è guadagnato il meritato riposo.</p><p>Dal Comune di Taranto, proprietario dello stadio, si sono interrotte le passerelle. Ad oggi non sappiamo se la società proprietaria della SS Taranto, guidata dai fratelli Ladisa, ha richiesto di giocare domenica prossima allo Iacovone, e chi glielo ha negato e perché. Ma soprattutto <b>non sappiamo quando il Taranto calcio potrà finalmente tornare a giocare allo Iacovone</b>. Per la città questi Giochi, se pur molto lontani dai 200.000 ospiti promessi dagli organizzatori, hanno rappresentato due settimane di svago. E l'illusione, alla vigilia dei 20 mila esuberi Ilva, della tanto agognata svolta. Gli italiani, che giocavano in casa, hanno guadagnato la maggior parte delle medaglie, avendo mandato una delegazione sopra la media degli altri Paesi. Lo stesso Tamberi appuntandosi l'oro ha ammesso si trattasse di una facile vittoria non essendoci avversari al suo livello, e di aver partecipato più per il pubblico che per la gara, proiettato al Diamond di Bruxelles (dove è arrivato terzo).</p><p>Su 400 milioni di fondi pubblici spesi, ne sono rientrati poco più di 1 dai biglietti. I tarantini, più di tutte le altre persone del mondo, hanno riempito gli spalti degli impianti. Ora speriamo non restino senza.&nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
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