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		<title>Sport</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:00:46 +0200</pubDate>
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				<title>Il Baffo che dribblò due volte la vita</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 17:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il protagonista del malinconico romanzo breve <i>La lunga</i> di Roberto Perrone, gran penna del giornalismo sportivo che se n’è andato anche lui da tempo, è un giornalista sportivo che non ha fatto carriera e in età pensionabile è ancora costretto a fare “le lunghe”, cioè tirar tardi la notte nell’attesa improbabile che alla Fortezza Bastiani di via Solferino arrivi una notizia da rifare la prima pagina. Allo sport? <b>“Se morisse Rivera…”, è la risposta che si beccava ogni volta. Sarà solo letteratura? Chissà.</b> <b>Rivera ha sempre avuto un <i>quid</i> di aura in più</b>, sarà stato il Pallone d’oro, l’eleganza in campo, un certo <i>frisson</i> di vita irregolare e parola libera fuori dal campo, che in quegli anni per un calciatore italiano era già trasgressione. <b>Ma la verità vera, che i cronisti di lunghe e di brevi ma soprattutto tutti gli innamorati del calcio sanno, è che Sandro “Sandrino” Mazzola la sua morte l’aveva già scontata. </b>I<b>l papà Valentino rimasto a Superga se l’è per sempre lasciato indietro, e se l’è per sempre portato con sé. </b>A bordo campo e nei sogni di ogni notte soprattutto, quando altri facevano la lunga. <b>Non aveva bisogno d’altro, per vivere da uomo buono e sereno, come voleva essere ricordato, e ricco di un’ironia gentile, come sa chiunque ci abbia parlato anche solo qualche istante.&nbsp;</b></p><p>Molti oggi hanno parlato soprattutto di lui e Valentino. Ma Sandro Mazzola è stato soprattutto il fuoriclasse che<b> vinse la prima Coppa dei Campioni contro il Real con la Grande Inter</b>, due gol e un assist, l’Mvp non esisteva ancora; ma il momento della sua gloria e felicità intima fu poi, lo raccontò molti anni dopo:<b> “Nel sottopassaggio, all’entrata in campo, resto incantato davanti a quei due mostri là, Di Stefano e Puskas. Sono emozionato, ho i brividi.</b> Finalmente si gioca. <b>Faccio 2 gol e l’assist per Milani, vinciamo 3-1.</b> Baci e abbracci in campo, caroselli, il presidente Moratti in trionfo. E a me succede una cosa fantastica: <b>Puskas si avvicina, mi consegna la sua maglia numero 10 e… ‘sei degno del grande campione che è stato tuo padre’. </b>Una notte magica, forse la più memorabile della mia carriera”.</p><p><b>Era stato la mascotte del Grande Torino, poi Veleno Lorenzi lo portò all’Inter,</b> c’era anche il fratellino Ferruccio che ha finito la sua vita agra già anni fa. E divenne il figlio del reggimento, <b>“l’Inter mi ha salvato la vita”.</b> E divenne il leggendario campione della prima stella dell’Inter, della seconda Coppa, delle due Intercontinentali. Della “serpentina di Budaest” che resterà uno dei gol più gloriosi della storia del calcio, e del gol con sei palleggi contro la Svizzera, che resterà uno dei più belli della Nazionale.<b> Di Messico 70 Rivera disse molti anni dopo, senza bisogno di un plotone d’esecuzione: potevamo giocare insieme. Lui rispose: “Dovevamo”. </b>Ne avremmo beccate ugualmente quattro, da O Rey e dal Brasile più forte di sempre. Ma ci saremmo persi qualche miliardo di discussioni al bar che non sono ancora terminate.</p><p><b><br> Solo qualche mese fa, la voce di carta vetrata più flebile, aveva detto parole di saggezza: “Ma come possiamo oggi far crescere campioni in Italia se non sappiamo allenare i giovani?</b> Andate a vedere come allenano i bambini adesso… Io ho portato mio nipote al calcio, me ne sono scappato subito. Allenamenti alle sei e mezza di sera! <b>Venti minuti di giri di campo, gli ostacoli, la corda… gli hanno dato dieci minuti di pallone! Oh! Questo si chiama gioco del pallone, quindi bisogna dare il pallone ai bambini!”.&nbsp;</b></p><p><b>Se n’è andato con uno scatto improvviso, dei suoi imprendibili, dribblando le parole inutili. Un sorriso tra i baffi.</b></p>]]></description>
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				<title>La Spagna ormai si è quasi abituata a vincere e le feste durano poco</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 10:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alberto Facchinetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per il secondo titolo mondiale della Selección spagnola la festa estiva è stata partecipata e condivisa in tutte le città della Spagna, comprese quelle basche e catalane, e si è conclusa con l’arrivo della squadra all’aeroporto di Madrid e il giro in bus per il centro città, con circa due milioni di persone a festeggiare nella capitale. <b>Il giorno seguente però la gente è tornata regolarmente al lavoro, i giornali pian piano hanno smesso di scrivere della Nazionale, riempiendo le pagine quasi soltanto con il calciomercato prima e con le partite di Liga poi.</b> Certo,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/20/news/la-spagna-ha-vinto-i-mondiali-2026-argentina-battuta-per-1-0--402592" target="_blank">della vittoria mondiale della Spagna</a>&nbsp;qualche traccia rimane ancora oggi a distanza di settimane. Non esattamente come successe nell’edizione precedente vinta dall’Argentina, quando Buenos Aires si riempì di cinque milioni di tifosi in una festa sviluppata in orizzontale, creando una marea umana di cui non si percepivano i confini, ma anche in verticale, con tanta gente arrampicata in modo alquanto pericoloso sui pali per vedere meglio e sventolare bandiere. A Buenos Aires e nelle altre città, a distanza di mesi, c’erano decine di murales di Messi, Di María e del Dibu Martínez quasi in ogni quartiere, oltre ai bus cittadini sui quali erano raffigurati gli eroi del Mondiale (anche a Madrid per i giorni della Coppa del mondo viaggiava una metro rossa dedicata ai giocatori).</p><p>Per tutta l’estate spagnola le strade si sono riempite di gente con la <i>camiseta</i> della Selección. <b>Adidas magari smentirà i numeri, ma l’impressione è che la seconda maglia (quella bianca con cui i giocatori sono scesi in campo per la semifinale con la Francia, ma non nella finale con l’Argentina) sia andata per la maggiore. </b>Se negli stadi americani i tifosi sembravano indossare soprattutto quella rossa, una volta tornati a casa sono evidentemente passati ad acquistare quella bianca, sicuramente più elegante e magari più adatta ai mesi caldi. Sta di fatto che sembra proprio un successone. C’è stata la corsa all'acquisto, anche quando è uscita quella nuova con le due stelle. Come sempre, velocissimi anche i venditori abusivi in zona Puerta del Sol, che hanno saputo aggiornare i loro prodotti non originali in tempi record. Anche i negozi di souvenir hanno esposto t-shirt celebrative della vittoria, ma quelle sembrano più per turisti: gli spagnoli indossano la maglia da campo.</p><p><b>Rispetto all’Argentina, di murales calcistici in Spagna non se ne vedono poi così tanti. </b>Ne avevano realizzato uno nei giorni successivi alla vittoria a Barcellona, raffigurante Ferran Torres, autore del gol decisivo e in quel momento ancora giocatore dei blaugrana. L’opera artistica di TvBoy è stata però imbrattata subito, probabilmente da qualcuno vicino all’indipendentismo catalano. La città di Salamanca si è resa disponibile ad accogliere l’opera in Castiglia e León: Salamanca ha infatti un quartiere vicino al centro, il Barrio del Oeste, aperto alla <i>street art</i>. Qui, immediatamente dopo la vittoria nel New Jersey, è stato dipinto un portone di rosso con le due stelle in giallo, davanti al quale chi passa può farsi un selfie. La vittoria del Mondiale resiste anche tra gli scaffali dei supermercati. <b>Si possono trovare i biscotti per la colazione su cui sono raffigurati, a mo’ di figurina, i giocatori della Roja: Nico Williams, Fabián Ruiz e Mikel Merino sono quelli che appaiono sulla confezione di cartone, ma all’interno ci sono tutti. </b>Negli scaffali ci sono anche delle tavolette di cioccolato con in rilievo le sagome dei calciatori.</p><p>Anche le figurine del Mondiale, che in Spagna si chiamano <i>cromos</i>, sono state un successo. <b>I bambini se le sono scambiate per tutta l’estate, anche se nel frattempo sono uscite quelle della Liga maschile e di quella femminile.</b> Anche in questo caso, però, è difficile sostenere il confronto con quello che è accaduto in Argentina: a Mondiale finito, il Parque Rivadavia si era riempito di genitori pazienti che accompagnavano i figli allo scambio di <i>figuritas</i> (come le chiamano comunemente lì). La Spagna, sul campo, nella finale ha dato una lezione di calcio all’Argentina; fuori dal campo, però, gli argentini restano davanti per la passione con cui vivono questo sport. Da fine luglio è in libreria un volume sulla vittoria della Spagna, un <i>instant book</i> celebrativo che si trova in vetrina anche alla Librerías Deportivas Esteban Sanz, una vera istituzione per il genere, un caso più unico che raro in tutta Europa. Ne verranno stampati sicuramente altri e per fine anno dovrebbe uscire una docuserie su Prime Video: quattro episodi dedicati al percorso della Roja (fu “<i>el Sabio</i>” Luis Aragonés a spingere perché la Nazionale venisse chiamata così).</p><p>Nonostante il numero delle persone conteggiate in strada sia probabilmente superiore a quello registrato dopo la vittoria del Mondiale in Sudafrica, l’impressione è che quattordici anni fa la festa fosse più spontanea e sentita. “<i>Yo soy español, español, español...</i>” era il coro che si sentiva dappertutto in quei giorni, isole comprese. <b>Era il primo Mondiale vinto: certo, c’era stato l’entusiasmante Europeo due estati prima dopo quarantaquattro anni, ma la Coppa del mondo è sempre qualcosa di diverso. </b>Forse allora si erano mescolate anche tante storie emozionali che avevano appassionato maggiormente gli spagnoli: il gol vittoria di Iniesta che si era ritrovato a esultare in maglietta bianca con la scritta a pennarello dedicata a Dani Jarque (“<i>siempre con nosotros</i>”), compagno di squadra morto pochi mesi prima, oppure le <i>love story</i> sui giornali, come quelle tra Piqué e Shakira e tra Casillas e la giornalista Sara Carbonero, che il portiere baciò durante un’intervista in diretta appena dopo il match. <b>Quel Mondiale là per gli spagnoli è stato vissuto come quello dell’Italia nel 1982 rispetto a quello del 2006. Ormai la Spagna si è abituata a vincere: dal 2008 ha vinto metà dei grandi eventi a cui ha partecipato, cinque competizioni su dieci.</b></p><p>Anche grazie alla folta presenza di calciatori baschi e del Barça, i festeggiamenti sono stati abbastanza condivisi in tutte le regioni, in questo senso probabilmente anche più del 2010. Ma la Federazione, per le prossime partite casalinghe, ha scelto stadi tradizionalmente amici: il 29 settembre con la Croazia si giocherà allo stadio Ramón Sánchez-Pizjuán di Siviglia, mentre il 3 ottobre con la Repubblica Ceca allo stadio Carlos Tartiere ad Oviedo.</p><p><i>(1 - continua)</i></p>]]></description>
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				<title>Addio a Sandro Mazzola, bandiera della Grande Inter</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Sandro Mazzola è morto all'età di 83 anni. Ad annunciarlo è stata l'Inter</b>, che in una lunga nota lo ricorda come "uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra".&nbsp;</p><p>Nato a Torino l'8 novembre 1942, <b>Mazzola aveva sei anni quando perse il padre Valentino nella tragedia di Superga, nel 1949. </b>Cresciuto a Milano con il fratello Ferruccio e diventò presto una piccola mascotte dell'Inter, seguito da due leggende come Giuseppe Meazza e Benito Lorenzi. Il debutto in prima squadra arrivò a 18 anni, il 10 giugno 1961, nella ripetizione di Juventus-Inter giocata dai ragazzi della Primavera. Finì 9-1 per i bianconeri, ma l'unico gol nerazzurro fu il suo. <b>Con Helenio Herrera trovò il ruolo perfetto tra centrocampo e attacco. </b>La consacrazione arrivò il 27 maggio 1964, al Prater di Vienna, <b>nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid: due gol nel 3-1 che regalarono all'Inter il primo trionfo europeo.</b> A fine gara Ferenc Puskás gli donò la maglia e gli disse che era degno del padre.&nbsp;<b>In 17 stagioni con l'Inter ha collezionato 565 presenze e 158 gol, vincendo quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali.</b> Fu capocannoniere della Serie A nel 1965 e della Coppa dei Campioni nel 1964. Nel 1971 chiuse secondo al Pallone d'Oro, alle spalle di Johan Cruyff. In Nazionale fu campione d'Europa nel 1968 e finalista al Mondiale del 1970. <b>In Messico giocò la "Partita del Secolo" contro la Germania Ovest</b>, vinta 4-3 dagli azzurri, e <b>fu protagonista della celebre staffetta con Gianni Rivera</b>, che divise l'Italia calcistica.</p><p><b>Chiusa la carriera nel 1977, rimase legato al club da dirigente e direttore sportivo. Tra le sue intuizioni, il ruolo avuto nell'arrivo di Ronaldo nel 1997.</b> Negli ultimi anni frequentava ancora la sede e Appiano Gentile, e nel maggio 2024 era sul prato di San Siro per la festa della Seconda Stella.&nbsp;<b>Il presidente della Figc, Giovanni Malagò, parla di "una leggenda" che ha trasformato un cognome immenso in una storia altrettanto grande.</b> Il ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani lo definisce "uno dei volti più romantici del nostro calcio". </b>Javier<b> Zanetti gli ha dedicato un messaggio su Instagram: "Ti devo tanto, Sandro".</b> Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha invitato tutte le federazioni a osservare un minuto di silenzio nelle manifestazioni del fine settimana.</p>]]></description>
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				<title>Luna Rossa mette alla prova Napoli</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Bertera</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non è racconto, non è marketing: la Preliminary Race 2 che si svolgerà dal 24 al 27 settembre è un’anteprima dell’America’s Cup che inizierà il 22 maggio. Lo è sicuramente più per l’organizzazione, per capire la reazione della città (ma la anticipiamo noi: fantastica) e per saggiare le nuove strutture. <b>A partire dal Race Village, cuore pulsante dell’evento: situato presso la Rotonda Diaz (nota anche come Mappatella Beach), si estende lungo via Francesco Caracciolo, sul lungomare di Mergellina, che per l’occasione sarà chiuso al traffico.</b> Da lì gli spettatori potranno vedere uscite e arrivi degli AC40, impegnati a regatare nel golfo: sono <i>one-design</i>, ossia barche dalle caratteristiche identiche, a differenza degli AC75 dell’America’s Cup, capaci di superare 45 nodi.</p><p>Gli equipaggi si sfideranno in una serie di otto regate di flotta: tre prove al giorno a partire dalle 14, in rapida successione. Le due imbarcazioni con il punteggio più alto in classifica accederanno alla finale, che si disputerà in una regata secca. Più semplice di così. Ma solo apparentemente, perché se non bisogna considerare vangelo l’esito delle Preliminary Race, a Cagliari – nell’appuntamento di maggio – il duello conclusivo si svolse tra i ‘titolari’ di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/luna-rossa_36429" target="_blank">Luna Rossa</a>&nbsp;e quelli di Emirates Team New Zealand, con il successo dei primi. <b>Questo perché nella 38esima Louis Vuitton America’s Cup è stata introdotta una novità: il team può iscrivere due equipaggi (ciascuno con due timonieri e due trimmer) alle regate degli AC40. Uno può essere composto senza paletti, l’altro solo con i componenti dei rispettivi team femminili e giovanili che fungono da ‘panchina lunga’ in vista del massimo evento. </b>In casa Luna Rossa, la grande novità, a Napoli, è la promozione del talentuoso romano Marco Gradoni al Senior Team – chiamato Luna Rossa 1 – che in pratica cerca di scalzare Ruggero Tita, due volte oro olimpico, come timoniere al fianco di Peter Burling, che ovviamente è intoccabile. Non tutti gli sfidanti, peraltro, sono riusciti ad allestire due barche: è emersa la struttura organizzativa e di mezzi di quelli storici e presenti da tempo in Americ’s Cup. Così Luna Rossa, Emirates Team New Zealand e GB1 (il Challenger of Record inglese) hanno schierato due equipaggi in Sardegna e faranno il bis a Napoli, mentre lo svizzero Tudor Team Alinghi e il francese La Roche-Posay Racing Team ne hanno presentato uno solo. <b>La novità che porta a nove la lista degli iscritti arriva dall’American Racing Challenger Team USA: ha rilevato l’intera attività di American Magic, a partire dall’AC75 Patriot che a Barcellona aveva mostrato prestazioni notevoli in alcune occasioni.</b> Gli ingegneri del team lo stanno rielaborando nella base di Pensacola, in Florida.</p><p>A guidare la sfida – finanziata da un britannico, Chris Welch, e dal miliardario ceco Karel Komarek che recentemente ha tentato di acquistare Ferretti Group – c’è un’icona americana come Ken Read, mentre il direttore velico è il britannico Giles Scott, due ori olimpici e quattro titoli mondiali nel Finn. <b>Non sono da sottovalutare perché l’equipaggio può contare su un talento al timone come Lucas Calabrese, argentino di origine italiana diventato cittadino americano che ha vinto un bronzo olimpico nel 470 e ben cinque titoli mondiali in quattro diverse classi.</b> All’appello mancheranno solo gli australiani che hanno scelto l’espertissimo Grant Simmer come ceo: è anche un atto simbolico, faceva parte della mitica campagna vincente di ”Australia II” nel 1983 a Newport quando strappò la Vecchia Brocca agli americani, per la prima volta nella storia. Team Australia – che ha acquistato dai poco amati ‘cugini’ neozelandesi la barca vincitrice della 36esima America’s Cup – può contare su due campioni come Tom Slingsby (oro olimpico nel Laser e due volte World Sailor of the Year) che sta dominando il circuito SailGP al timone di Bonds Flying Roos e Glenn Ashby, maestro dei multiscafi e due volte vincitore dell’America’s Cup. Il primo è head of Sailing (responsabile della parte velica), il secondo ricopre il ruolo di head of Performance &amp; Design. <b>Ashby, peraltro, ci conosce bene: è responsabile della progettazione dell’albero, delle vele e del sartiame di Ferrari Hypersail, il monoscafo <i>foiling</i> del Cavallino. Una volta di più è un nemico (in casa) pericolosissimo</b></p><p>Sugli avversari da affrontare, Max Sirena (che è contemporaneamente team director, skipper e ad di Luna Rossa non ha dubbi (come noi e tanti altri del resto): Emirates Team New Zealand è la squadra da battere. “Intanto sono i detentori del trofeo quindi sono già in finale, senza faticare, e non è un vantaggio banale. E poi sono culturalmente dediti alla vela che per loro è sport nazionale, hanno costruito un gruppo di base e una cultura vincente. Ci stiamo provando anche noi. Loro sono il team di riferimento però prima di regatare contro New Zealand, dobbiamo battere gli altri”. <b>Giusto, ma lo ripetiamo: esattamente come nella Formula 1 automobilistica, si possono avere i migliori piloti ma conta (sempre di più) il mezzo. E su questo, i kiwi raramente sbagliano il progetto.</b></p>]]></description>
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				<title>Clemente Russo sul ring a 44 anni. Il ritorno di Tatanka</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Bernardo Cianfrocca</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Il 50 per cento verrà per vedermi perdere, il 50 per cento per vedermi vincere. Di sicuro il 100 per cento verrà per me. Sono una persona positiva e l’importante è che se ne parli”. <b>Clemente Russo non teme le critiche o i giudizi sprezzanti di chi non vede di buon occhio il suo ritorno sul ring, per giunta al debutto da professionista. </b>A cinque anni di distanza dal ritiro, il 44enne pugile campano affronterà il prossimo 21 novembre, all’Allianz Cloud di Milano, il campione italiano in carica dei pesi mediomassimi Momo Elmaghraby, 14 anni più giovane.</p><p>Dopo l’annuncio durante l’ultima puntata di <i>Pressing&nbsp;</i>su Canale 5, Russo ha raccontato i dettagli da Sofia, dove sta seguendo gli Azzurri agli Europei in qualità di commissario tecnico della Nazionale di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pugilato_33193" target="_blank">pugilato</a>&nbsp;élite. “I ragazzi ora sono in pausa pranzo e io ne approfitto per allenarmi come potete vedere”, dice indicando la canotta che indossa. “La priorità è non togliere spazi e tempo a loro, per questo sono mesi che mi alleno di notte”. L’idea esisteva da un po’, proposta da Edoardo Germani di Taf (The art of fighting, ente organizzatore di eventi di pugilato in Italia). <b>“Allenando i più giovani, mi rendevo conto di non aver smarrito certe qualità, dalla velocità al colpo d’occhio. Fin quando però non provi a stare con la testa nei guantoni di un avversario, non sai mai se essere pronto o meno. Ho provato, mi sono sentito pronto e ho dato l’ok”.</b> Anche se “avrei scelto un avversario diverso. Elmaghraby combatte in una categoria di peso inferiore, sebbene ora si sia ingrossato per venire nella mia (l’incontro si disputerà con il limite dei 93 kg, ndr). Inoltre ha un record di 15 vittorie senza pareggi e sconfitte, qualcosa di più leggero non mi sarebbe dispiaciuto”. L’idea iniziale “era affrontare Jonathan Kogasso, ma ha rifiutato. Sarebbe stata ancora più dura”.</p><p>Avversari a parte, la vera sfida di Russo è un’altra. “Sono già contento per essermi rimesso in gioco. Io ho sempre voluto rimanere un atleta, non mi sono mai trascurato dopo il ritiro sia per una questione estetica che per ragioni di salute. Il nostro corpo è la nostra macchina di Formula 1. <b>Non mi è mai piaciuto avere maestri che si lasciavano andare, che 'sbracavano'. Seguire di nuovo un programma preciso mi dà adrenalina e mi sembra già una vittoria, a costo di rinunciare alla birretta serale”.</b> Già, per quanto si possa preservare il proprio corpo, qualcosa in cinque anni può sfuggire: “In questo momento mi sto concentrando soprattutto sulla parte fisica e atletica. Quella tecnica mi preoccupa di meno, è come andare in bicicletta e la curerò nell’ultimo mese. Ora devo togliere un filo di pancetta e recuperare fiato. Alla mia età servono sedute più corte, anche per non danneggiare la fibra muscolare”.</p><p><b>Qualche punto interrogativo c’è, ma non abbastanza da scalfire le certezze di Tatanka, bi-campione del mondo nel 2007 e nel 2013, argento olimpico a Pechino e a Londra.</b> Da dilettante. “Non ho mai partecipato nelle quattro sigle professionistiche. In passato però ho fatto 6 anni di semiprofessionismo sulla lunghezza delle 5 riprese con finale sui 7 round, vincendo il Mondiale. Poi ho fatto due anni di professionismo Aiba, la vecchia Federazione mondiale, dove mi qualificai sul circuito di otto round alle Olimpiadi di Rio”. Per Russo il debutto da professionista potrebbe non coincidere con l’ultima volta: “Si può gareggiare fino a 45 anni. Io li farò a luglio e magari si riesce a organizzare il terzo incontro con Usyk”. Russo batté l’ucraino ai quarti del torneo olimpico del 2008, venendo sconfitto invece in finale quattro anni dopo. “Sarebbe un degno addio al pugilato”, immagina. L’idea lo gasa, anche attraverso lo schermo si vede che non sta nella pelle. Prima però c’è Elmaghraby per testarsi. <b>“Sarà un match vero. Nasceva per essere un’esibizione, ma per tanti cavilli non si poteva fare. Così ho deciso di combattere davvero, tesserandomi per una Federazione straniera. Quella italiana non te lo consente se non hai fatto incontri nell’ultimo anno. Così vengo dall’estero a gareggiare in Italia”.</b></p><p>Ma chi glielo fa fare? “Di sicuro non i soldi e nemmeno la popolarità, non mi mancano. Penso di poter essere un esempio per quelli della mia generazione e anche per i più giovani. Ai miei allievi non voglio insegnare qualcosa basandomi sui ricordi, preferisco essere ancora attivo sulla loro stessa lunghezza d’onda. In Federazione sono felici, sanno che ci può essere un ritorno d’immagine notevole”. Che fosse per le vittorie, per il suo modo di combattere con la guardia abbassata o per le sue partecipazioni televisive, Russo ha fatto parlare di boxe come pochissimi altri negli ultimi 20 anni. Lo farà ancora per un’altra notte, a costo di far esultare il 50 per cento meno gradito. “Io voglio vincere, ma se arriverà la sconfitta posso comunque dire di averci provato”.</p>]]></description>
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				<title>Le mosse di Sky i conti di Dazn</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 08:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Sacchi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sky rafforza il suo portafoglio calcistico in Italia. <b>L’emittente ha annunciato l’acquisizione dei diritti di trasmissione di Euro 2028, (dal 9 giugno al 9 luglio 2028). La <i>pay-tv</i> di Comcast manderà in onda tutte le 51 partite della fase finale del torneo, con 24 incontri in esclusiva. </b>L’accordo con la Uefa non riguarda soltanto gli Europei. Nel pacchetto rientrano anche la Nations League 2026/27, al via tra pochi giorni, e le qualificazioni a Euro 2028. Per Sky si tratta di un’ulteriore estensione della presenza nel calcio europeo, dopo il rinnovo dei diritti delle coppe fino al 2031. L’assegnazione di Euro 2028 conferma così la strategia del gruppo, che continua a puntare sui grandi eventi sportivi per rafforzare il valore dell’abbonamento e la propria posizione nel mercato italiano.</p><p>Un settore che sta vivendo una profonda trasformazione anche sul fronte dello <i>streaming</i>. Proprio questa settimana Dazn, che in Italia detiene i diritti della Serie A fino al 2029, ha annunciato un rafforzamento della prima linea manageriale a livello globale. Patrick Delany è stato nominato <i>Chief operating officer</i>, Alex Gersh entrerà come <i>Chief financial officer</i> e Darren Waterman passerà al ruolo di <i>Chief business officer</i>. <b>Le mosse arrivano mentre il gruppo si prepara alla quotazione in Borsa e punta a consolidare il cambio di passo finanziario.</b> In attesa dei dati ufficiali di bilancio, Dazn ha infatti comunicato di avere raggiunto per la prima volta la redditività nel 2025. L’amministratore delegato Shay Segev ha spiegato che il gruppo vuole essere <i>Ipo ready</i>, pur senza avere ancora definito tempi e sede di un eventuale collocamento. Secondo il manager, i conti 2025 mostreranno un Ebitda superiore a 100 milioni di dollari.</p>]]></description>
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				<title>L’Inter di Chivu sfida la Roma di Gasperini in una partita che vale il primato</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Michele Tossani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il giovane e il vecchio, il tecnico rampante contro un saggio maestro. Ma anche il campione contro lo sfidante. Quante volte, nel calcio, ci sono state partite così? Questa volta i protagonisti in questione sono Christian Chivu e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/09/news/la-modernita-di-gian-piero-gasperini--398557" target="_blank">Gian Piero Gasperini</a>. <b>Alla guida rispettivamente dell’Inter e della Roma, i due si affronteranno all’Olimpico in una contesa che rischia di accendere il campionato e di infiammare la corsa scudetto da qui fino a maggio inoltrato, quando si concluderà la stagione. </b>Chi lo avrebbe detto alla vigilia della partenza della Serie A 2026-27? Certo, la Roma un anno fa ha centrato l’impresa, meritandosi di tornare a sentire quella musichetta tipica delle serate di Champions League che, all’Olimpico, mancava dall’annata 2018-19. Nonostante questo traguardo raggiunto, solo i più innamorati dei colori giallorossi potevano immaginare che, dopo quattro giornate di campionato, trecentosessanta minuti di calcio, la squadra di Gasperini si proponesse come la più accreditata <i>competitor</i> (come direbbe Galliani) dei nerazzurri nella lotta al titolo, senza voler dimenticare il terzo incomodo, il Como di Cesc Fàbregas.</p><p>Eppure è proprio così.<b> Merito anche di un’indovinata campagna acquisti che, anche se non è stata totalmente in grado di accontentare l’incontentabile Gasp, ha comunque messo a disposizione del tecnico di Grugliasco una rosa più profonda rispetto a quella dell’anno scorso, adatta quindi sia a competere in campionato che a ben figurare in Champions (dove l’obiettivo minimo è il superamento del maxi raggruppamento).</b> Fra Chivu e Gasperini, nonostante la differenza d’età (quarantacinque anni il rumeno, sessantotto l’italiano) ci sono più similitudini di quanto possa sembrare a prima vista. Intanto, sono entrambi ex calciatori anche se la carriera da giocatore di Chivu è stata più ricca di titoli conquistati (ha anche la Champions del Triplete) rispetto a quella di Gasperini. Quest’ultimo infatti ha all’attivo soltanto due stagioni in Serie A, entrambe trascorse con la maglia del Pescara agli ordini di Giovanni Galeone.</p><p><b>In particolare, però, ad avvicinare i due è il fatto di aver vissuto sotto il cielo dell’altro.</b> Chivu infatti ha indossato la maglia della Roma prima di quella dell’Inter, in una carriera che non si è fermata nemmeno davanti a un trauma cranico, con conseguente intervento chirurgico. Da parte sua, Gasperini vanta un passato sulla panchina nerazzurra, seppur non da ricordare. Una vicenda che ormai si perde nella notte dei tempi, essendo datata 2011. Poche settimane appena, giusto il tempo di guidare la squadra in sole tre partite di campionato, in una di Champions e nella finale di Supercoppa, persa contro il Milan. Altri tempi, nei quali la difesa a tre non era ancora un <i>must</i>. E infatti a quello spogliatoio, in buona parte ancora figlio dell’era Mourinho, non piacquero né l’impostazione tattica né il livello di sforzo atletico che il Gasp chiede sempre alle sue squadre.</p><p>Lo scivolone milanese non ha impedito a Gasperini di rialzarsi e di rimettere in piedi una car-riera brillante, iniziata nelle giovanili della Juventus e passata poi per Crotone, per la Genova rossoblù e, dopo l’Inter, per Palermo e di nuovo attraverso il capoluogo ligure, prima di sfociare nei nove anni felici con l’Atalanta. Da Bergamo a Roma poi, per provare a rifare grande la Magica. La gavetta di Chivu è stata più breve. <b>Le giovanili dell’Inter, tanto per cominciare e, subito dopo, la chiamata di un Parma alla disperata ricerca della salvezza.</b> Tredici partite dopo, ottenuto il risultato, ecco un’altra telefonata proveniente da Appiano Gentile, stavolta per guidare i grandi. La storia è nota, come lo sono sempre tutte quelle recenti: Beppe Marotta voleva Fàbregas ma, dopo il rifiuto dello spagnolo, ecco la decisa virata verso Chivu. Un’occasione che il rumeno ha saputo sfruttare alla grande, conquistando lo scudetto al primo tentativo.</p><p>E non era affatto scontato, visto che l’ex difensore si è trovato a dover raccogliere la pesante eredità lasciata da Simone Inzaghi: un titolo tricolore e due finali di Champions. Oggi per Chivu c’è il difficile compito di ripetersi in campionato e quello, forse più impegnativo, di arrivare lontano anche nella massima competizione europea per club. <b>Tifosi e proprietà infatti si aspettano, con la squadra rinforzata dagli inglesi Stones, Jones e Spence, che l’Inter faccia meglio della scorsa stagione, quando l’Inter venne fermata dal Bodø/Glimt alla prima curva, subito dopo il raggruppamento iniziale.</b></p><p><b>Sia Chivu che Gasperini poi partono dalla difesa a tre, anche se declinata in modo diverso.</b> Quella di Chivu è più paziente nella costruzione, metodica e fluida, per un modello di gioco avvolgente. Quella di Gasperini invece è più diretta e verticale, più geometrica nei suoi quadrilateri laterali, dai quali spesso passa la risalita del campo dei giallorossi. In fase difensiva tuttavia entrambi amano andare a prendere alti gli avversari, praticando quella marcatura uomo su uomo che non è altro che la riproposizione in chiave moderna, con i do-vuti aggiustamenti (non c’è più il libero ad esempio) del calcio tutto duelli individuali di una volta.</p><p>E di questa difesa Gasperini non è stato soltanto il maestro in Italia, ma anche il principale di-vulgatore fuori dai confini nazionali, suscitando l’ammirazione di molti. Anche di Guardiola che, alla vigilia di una sfida tra l’Atalanta e il suo Manchester City, paragonò l’affrontare il gioco del Gasp a una seduta dal dentista. Chivu e Gasp come due pugili dunque: più elegante il primo, più potente il secondo. <b>Anche (se non soprattutto) dal loro duello in panchina passerà l’esito di una sfida che potrà già dire qualcosa su come si svilupperà questo campionato.</b></p>]]></description>
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				<title>San Siro compie 100 anni, ma è un compleanno triste</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Francesco Gottardi, Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Che c’è di strano siamo stati tutti là</i>, canta Vecchioni. Milanesi, italiani, appassionati da tutto il mondo – fino allo spettacolo olimpico dello scorso inverno. “Perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/san-siro_51618">il Meazza</a>&nbsp;magari non sarà lo stadio più moderno, il più funzionale, ma continua ad avere uno spirito impareggiabile. Qualcosa che ti entra dentro, ti conquista con il suo fascino e ti rende spettatore in campo. Anche dopo cent’anni”. Era il 19 settembre 1926, quando l’impianto che squarciava pascoli e ippodromi con la sua novecentesca modernità ospitò la sua partita inaugurale: Milan-Internazionale 3-6. “Da allora è diventato casa, un punto di ritrovo per generazioni, un veicolo di storie famigliari che vanno ben oltre il calcio. I turisti vengono qui e lo fotografano come il Duomo”. A fargli gli auguri, parlando con il <i>Foglio sportivo</i>, sono <b>Gianfelice Facchetti</b> e <b>Federico Jaselli Meazza</b>: il figlio di Giacinto e il nipote di quel Peppìn a cui oggi è intitolata la struttura. “Ricordo le prime volte allo stadio con il nonno. Avrò avuto cinque o sei anni, ancora non mi rendevo conto e da bambino tendevo a far chiasso: lui allora mi guardava serio e mi sgridava un po’. Ho imparato presto a capire il significato di questo luogo. Qualcosa di molto profondo, culturale, collettivo. E che per un secolo ha scritto pagine e pagine della storia di una città intera”.</p><p>Capitoli e protagonisti sono ben delineati. “Piero Pirelli, che investì cinque milioni di lire – una bella cifra, a quei tempi – pur di realizzare uno stadio all’inglese, senza pista di atletica, soltanto per il calcio”, interviene Facchetti. “E poi Giuseppe Meazza, che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2019/08/26/news/il-poeta-e-il-campione--188293">da attaccante l’ha reso grande con due maglie diverse</a>. È stato lui che in seguito ha spalancato le porte nerazzurre a mio padre: custodisco ancora con cura la prima lettera di convocazione, ricevuta per un torneo a Ginevra nel 1958. Una sorta di passaggio di consegne”. Fino alla fascia da capitano, ai trionfi con la Grande Inter, alla presidenza del club. Non è un caso se due fra i momenti più iconici di San Siro siano stati simbolicamente accompagnati dai discendenti delle leggende. “Mi sembra ieri, quel 2 marzo 1980, quando mi invitarono a togliere il drappo dal ceppo commemorativo che cambiò il nome di questo stadio. Fu una cerimonia che unì tifosi e istituzioni”, sorride Jaselli Meazza. Ventotto anni dopo, in occasione del centenario dell’Inter, è stato invece Facchetti Junior a dare il via alle celebrazioni: “Arrivare a bordocampo, vedersi fare buio tutt’attorno, parlare nel religioso silenzio di un pubblico esploso in un boato subito dopo: mi vengono ancora i brividi a ripensarci”.</p><p>Perché il Meazza è così diverso da tutto il resto? “Tiene insieme una quantità di sottotrame infinite, dalla Nazionale ai concerti: musicalmente è un’icona del rock, ritmo allo stato puro, numeri dieci su ogni fronte”. Poco importa se plettro in mano o palla al piede. “La storia parte da un singolo anello senza curve: da lì in poi è seguita una crescita strutturale e comunitaria incessante, di seggiolino in seggiolino, facendo posto a sempre più persone. Credo di aver vissuto momenti di sport da ogni prospettiva, da qualunque anello. San Siro è il viaggio per arrivare alla partita, il chiosco di piazzale Lotto, le castagne sbucciate sulla via del ritorno ascoltando alla radio ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. È l’educazione sentimentale trasmessa da papà Giacinto e quella che io ho cercato di rinnovare ai miei figli: il primo l’ho portato qui a quattro mesi, nell’anno del Triplete. Eppure certe cose negli anni sono cambiate. Un tempo il desiderio di partecipare non conosceva differenze sociali: ora assistiamo a un calcio diverso. Più sicuro, ma anche meno spontaneo”. È d’accordo anche il nipote di Peppìn, rievocando quei tanti derby che hanno scandito le serate di gala alla Scala del calcio. “Un gioiello, apprezzato da calciatori e addetti ai lavori di ogni generazione: visibilità eccellente e acustica straordinaria. La vicinanza fisica con i giocatori ti fa sentire parte della contesa come da nessun’altra parte al mondo, soprattutto durante la stracittadina. La sera dell’intitolazione dello stadio al nonno vinse l’Inter con gol di Oriali: forse l’istante più speciale. Ma era un’altra epoca, con un altro tipo di emozioni. Il pubblico era quasi equamente distribuito fra nerazzurri e rossoneri, con una presenza meneghina molto forte, che impregnava il derby di un profumo particolare: ormai invece, con le nuove dinamiche al botteghino, si nota molto bene chi gioca in casa e chi in trasferta. Così si è attenuata un po’ anche questa rivalità da vivere sugli spalti”. Facchetti sceglie invece il 12 maggio 1965: “La storica notte della rimonta contro il Liverpool, in semifinale di Coppa dei Campioni. Per papà era la partita per eccellenza: quella capace di detonare tutta la potenza e la magia di San Siro quando tutti spingono dalla stessa parte”.</p><p>Oggi il figlio e il nipote d’arte tengono viva la memoria attraverso i libri: Facchetti tra gli altri titoli ha scritto “<a href="https://link.amazon/B0gVRsiKi">C’era una volta a San Siro</a>” (Edizioni Piemme, ora in ristampa) mentre Jaselli Meazza, insieme a Dario Ronzulli, ha appena pubblicato “<a href="https://link.amazon/B09VbLY3X">Giuseppe Meazza. Storia di un mito</a>” (Minerva, 224 pp.). “Sono riflessioni con tanto materiale inedito, che provano a far parlare il luogo e le persone anche per custodire quegli angoli del tempo che non sono destinati a durare per sempre in uno stadio”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2025/11/05/news/il-rogito-e-fatto-san-siro-e-di-inter-e-milan-ora-il-nuovo-stadio-entro-il-2030--123856">Il futuro del Meazza sembra tracciato, con Milan e Inter orientate a costruire una nuova casa</a>. “Speriamo almeno che non venga abbattuto, ma non sarà facile. Ci piace credere, da inguaribili romantici, che restino almeno il nome e il museo: d’altronde, in un modo o nell’altro,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2022/03/02/news/salvare-san-siro-nel-nome-di-giuseppe-meazza--146787">una storia così forte e carica di simboli</a>&nbsp;non andrà mai dispersa”. Anche se luci a San Siro non ne accenderanno più.</p>]]></description>
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				<title>Musetti e la bellezza di essere vintage</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Forse&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/lorenzo-musetti_37059" target="_blank">Lorenzo Musetti</a>&nbsp;è troppo bello per il tennis di oggi. Viene voglia di guardarlo, di spingere insieme a lui quel rovescio a una mano che è rimasto una rarità nel mondo degli spara tutto. Lui stesso definisce “vintage” quel colpo che ha imparato da bambino e per fortuna nessun allenatore ha provato a modificarlo seguendo la moda e la massa. Quello che è un suo pregio, però, rischia di essere anche un problema.<b> Lorenzo che oggi è il numero 24 al mondo, si inventa angoli e traiettorie che altri non vedono, ma alla fine quello che conta è sempre vincere un set in più dell’avversario.</b> “Sono sempre stato un po’ un esteta. Mi piace il bello, la bellezza delle cose. Essere definito uno dei giocatori più eleganti, con uno stile un po’ raro, mi inorgoglisce parecchio”. E poi aggiunge una frase che forse racconta più di tutte la sua maturazione: <b>“Negli ultimi anni ho capito che l’efficacia spesso e volentieri batte anche la bellezza. Bisogna cercare di essere il più semplici possibile, ma anche efficaci”.</b> Musetti è in tour a Milano per motivi di sponsor. È tornato a essere <i>brand ambassador</i> di Kia, un marchio che lo aveva già appoggiato qualche anno fa e gli piace paragonarsi a un’auto elettrica: “rappresenta il futuro, anche l’eleganza e lo stile. Mi piace definirmi silenzioso e pulito nel campo da tennis, nonostante il mio rovescio <i>vintage</i>”.</p><p>Questo 2026 non è stato l’anno che sperava. Dopo l’inizio bruciante che lo ha portato tra i top 5 del mondo fino ai quarti dell’Australian Open, dove sul 2-0 contro Djiokovic, ha dovuto arrendersi per un problema all’adduttore. “Purtroppo è stata una stagione ricca di infortuni e non di risultati. Ora sogno le Finals, ma il vero obiettivo è costruire un fisico migliore che sopporti i ritmi del tennis di oggi, dove, tra l’altro, siamo anche costretti a giocare in condizioni climatiche particolarmente dure”. Le Finals di Torino come sogno di fine stagione, prima di tornare ai vecchi sogni: “Ce ne sono tanti nel cassetto. È difficile racchiuderli in uno solo, però sicuramente c’è vincere un Grande Slam”. <b>E se può scegliere, la risposta arriva facile: “Wimbledon, per la sua nomea e per la sua unicità”. Ma Wimbledon non basta. “Il sogno si accompagna anche a quello di diventare numero uno al mondo”.</b></p><p>“Dopo l’Australia sentivo di essere veramente vicino a quell’obiettivo. Adesso devo recuperare un po’ di posizioni. La beffa è che quando pensavo di essere al mio picco mi sono fatto male”, aggiunge. Allenare il fisico e la testa. Il tennis chiede tutto. <b>“Lavoro settimanalmente con una psicologa, sia sulla parte personale sia su quella lavorativa. E sul fisico praticamente ogni giorno, quello non si può fermare”.</b> Perché se c’è un terreno sul quale Musetti sente di essere cambiato è proprio quello mentale: “In carriera sono dovuto crescere molto da questo punto di vista”. Vale anche per quelle giornate in cui la racchetta sembra avere una vita propria e Lorenzo un’altra. Le esplosioni, le proteste, qualche partita regalata più a se stesso che all’avversario. “Fanno purtroppo parte di me. Però credo di essere migliorato tanto nell’ultimo periodo”. E proprio quel maggiore controllo, dice, gli ha permesso di giocare meglio: “L’atteggiamento e il comportamento in campo mi hanno aiutato a mantenere maggiore rigore e anche maggiore creatività”.</p><p>Creatività che nasce soprattutto da quel rovescio a una mano che, nel tennis moderno, sembra quasi una specie protetta. “Credo sia quello che mi contraddistingue dal gioco moderno. Purtroppo il rovescio a una mano sta scomparendo piano piano”. Il motivo è semplice: “Con i ritmi moderni è sempre più difficile riuscire a ottenere qualcosa da quel colpo. Infatti ormai quasi non si insegna più nelle scuole tennis”. Lui però resiste. “Spero sempre di lasciare uno spiraglio di luce verso un colpo che purtroppo sta andando a scomparire”. Nessuno, racconta, ha mai davvero provato a trasformarlo in un giocatore a due mani: <b>“Il mio tennis si è sempre strutturato intorno al rovescio a una mano. Ho costruito uno stile di gioco che potesse funzionare con quel colpo. Nessuno mi ha mai messo la seconda mano”.</b> Meno male, vien da aggiungere.</p><p>Con quel rovescio a una mano ha battuto Djokovic quando era numero uno, Alcaraz in finale ad Amburgo, Zverev alle Olimpiadi. Ha battuto tutti i grandi tranne uno. “Jannik è l’unico che non ho mai battuto”. Eppure di Sinner non parla con fastidio, semmai con ammirazione. <b>“Jannik ha aperto una strada che nessuno aveva mai nemmeno toccato. Prima di lui non c’era mai stato un italiano numero uno al mondo e nessuno in Italia aveva vinto così tanti Slam”.</b> Gli chiedi quale colpo ruberebbe a Sinner e Musetti sorprende. Non il diritto, non il rovescio, non il servizio. “Gli ruberei la sua forza mentale. Credo sia la cosa che mi ha sempre impressionato di più”. In fondo è lì che oggi si può fare la differenza tra campionissimi. “Abbiamo stili di gioco completamente diversi, però la sua freddezza mentale, il modo in cui riesce ad arginare tutte le situazioni negative che si creano in campo e anche fuori, è qualcosa che gli ruberei volentieri”. C’è un posto, però, dove Musetti sembra non sentire confronti né gerarchie: quando gioca per l’Italia. <b>“Per me la medaglia olimpica significa tantissimo. E poi la Davis. È come se avessi sentito un’energia, una sorta di calore umano che arrivava dal pubblico e da tutta l’Italia. Rappresentare la propria nazione credo sia una delle cose più belle”. </b>Negli ultimi anni abbiamo dimostrato che questa amicizia ci ha aiutato anche ad alzare il livello”.</p><p>Fuori dal campo Musetti, a 24 anni, ha già una vita che molti colleghi scopriranno parecchio più avanti. È diventato padre di Ludovico a 22 anni e poi è arrivato Leandro. “Ho fatto questa scelta a un’età non proprio solita. Ho ricevuto anche tanti commenti negativi. Non voglio dire odio mediatico, ma c’era chi diceva che non sarei stato pronto e che avere un figlio avrebbe distrutto la mia carriera”. È successo esattamente il contrario. “Da quando è nato Ludovico e ho scoperto la gioia di essere papà, ho avuto un’ondata di motivazione e di stimoli anche dal punto di vista lavorativo”. Così con Veronica hanno deciso di non fermarsi: “Abbiamo fatto doppietta subito”. <b>Adesso Ludovico ha già una racchettina. “A volte mi chiede di giocare in cameretta o in casa. Mi vede spesso in televisione, quindi ormai associa sicuramente la racchetta e la pallina al papà”.</b> Ora lo vedrà anche sui muri, messo in mutande da un altro sponsor che lo ha voluto come testimonial: “Non è stato facile dirlo a Veronica, ma alla fine è stata contenta anche lei”.</p>]]></description>
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				<title>Bastano tre passaggi per decifrare questo povero Milan</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Jack O’Malley</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pur essendo costretto a guardare le partite di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/serie-a_229" target="_blank">Serie A</a>&nbsp;da anni, confesso che non ero pronto all’orrore visto questa settimana. <b>La disabitudine a certe pratiche mi aveva condotto all’oblio – un dolce oblio, data l’amarezza provata vedendo quello che sono poi stato costretto a vedere. </b>Mi riferisco ovviamente all’Europa League, o meglio a quel che ne rimane dopo lo spolpamento avvenuto ai danni di quella che un tempo era una coppa decente.</p><p>Sopravvissuto a malapena a Stoccarda-Viking, confesso di essere andato molto vicino al suicidio – assistito o meno che fosse – quando mi sono trovato davanti a OFI-Hoffenheim, Omonia-Celta, Lillestrøm-Torreense (quest’ultima una squadra della Serie B portoghese che da anni per scelta fa il mercato a zero euro, immaginate che spettacolo). <b>Devo dire che anche Juventus-NEC mi ha messo a dura prova, e le vittorie di Crystal Palace e Bournemouth non sono servite a lenire le ferite del mio cuore appassionato.</b> Se già il maxigirone di Champions è riuscito a rendere sfide come Real Madrid-Inter e Liverpool-Atletico Madrid partite da sbadiglio, qualcuno dovrebbe resuscitare Dante Alighieri per fargli aggiungere un canto all’Inferno, interamente dedicato a chi scende in campo in questa competizione: squadre e giocatori più sconosciuti del programma del Campo largo in Italia, ritmi da amichevole estiva, spalti semivuoti ovunque, oppure riempiti grazie a prezzi stracciati, gol bruttissimi, assenza pressoché totale di idee di gioco, pettinature inguardabili, portieri a farfalle e ciabattate da campetto di periferia.</p><p>Perché tutto questo? <b>Io capisco la fregola dell’Uefa di aumentare il numero di match giocati nell’illusione che qualche idiota che paga per vedere in tv Viktoria Plzen-USG da qualche parte si troverà, ma perché trasformare il torneo erede della Coppa Uefa in un raduno di mezze seghe svogliate?</b> Quali benefici economici porterebbe tutto questo? E a chi? Certo non a me, che preferirei piuttosto fotografarmi con un drone a letto invece che bere brandy davanti a questo scempio. Mi riferisco anche a Milan-Benfica, <i>of course</i>, con quel richiamo da notti di Champions che aveva illuso gli intenditori mercoledì sera. Poi è bastato vedere tre passaggi di fila dei rossoneri (quando sono riusciti a farli) per capire che di Champions c’era solo la toppa nostalgica sulle maglie della squadra che fu di Berlusconi.</p><p>E a proposito di maglie, non posso non registrare la pietosa ipocrisia di chi da giorni ci spiega che Mbappé e compagnia pedante ha fatto bene a non mostrare la maglietta di solidarietà agli abitanti di Ceuta invasi dai migranti, maglietta indossata da numerose squadre della Liga: <b>mica i giocatori devono essere obbligati a sostenere messaggi o iniziative in cui non credono, viva la libertà di opinione, ci dicono.</b> Ok, io mi verso del brandy e aspetto le reazioni al primo calciatore che dirà di non volere indossare cazzate arcobaleno sulla propria maglia. Vediamo se la libertà di fare quel che si vuole sarà ancora di moda.</p>]]></description>
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				<title>Amorin, Spalletti e mister mistero</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 15:29:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alessandro Bonan</author>
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				<description><![CDATA[<p>Siamo in crisi, cari amici. Inutile girarci intorno, siamo in crisi. Non sappiamo più parlare, costruire un discorso logico che trovi, nella eleganza della stesura, nell’uso della punteggiatura, e nella scelta delle parole, un fascino, una persuasività. L’arte della retorica ormai appartiene agli <i>influencer</i>, i quali sanno come si parla alla gente in quanto guidati da algoritmi. <b>In sostanza dicono cose che le persone voglio ascoltare, perché un sondaggio digitale, l’algoritmo appunto, ha stabilito che quello è l’argomento di cui conviene parlare. La comunicazione oggi è fatta di frasi brevi, secche, quasi degli slogan.</b></p><p>Ci sono allenatori che parlano così, tipo Fàbregas, e altri che si dilungano, tipo Spalletti. <b>Il primo ormai ha capito come conquistarci, il secondo commette l’errore di polemizzare. </b>Poi c’è Amorim&nbsp;che non smentisce la tradizione dei portoghesi abili a esprimersi. L’allenatore del Milan, nonostante sia in balia di un gioco triste e di risultati mediocri, risulta brillante e convincente. Il problema per lui è che nel calcio, se continui a perdere, diventi quasi la parodia di te stesso. Amorim prosegue nella collezione di formazioni sbagliate, però le spiega bene, si confronta senza perdersi d’animo, evitando di incattivirsi di fronte alle inevitabili domande spigolose. <b>È un modo intelligente di affrontare la situazione soprattutto in un club dove mancano dei riferimenti societari.&nbsp;</b>Ibra è ricomparso dopo mesi e probabilmente è un miraggio. <b>Altre figure stanno nascendo per mano di Cardinale, ma non si capisce bene chi siano e di che cosa si occuperanno.</b> Quando lo scopriremo, Gonçalo Ramos avrà segnato un sacco di gol, e quindi sarà comunque troppo tardi.</p><p>Spalletti, di fronte alle difficoltà, s’impunta, diventando altro da se stesso. L’argomento Conte, tirato in ballo dai volubili tifosi e riproposto in forma giornalistica, lo indispettisce, quando invece dovrebbe affrontarlo con indifferenza, cercando di capire in privato (dentro la società) se c’è qualcosa di vero. Sulle polemiche dei social, Spalletti, sostiene poi una cosa giusta, “con un telefono in mano ognuno vomita le proprie debolezze”, facendo però capire di essere comunque infastidito da ciò che viene detto e scritto, mentre invece non dovrebbe dargli alcun peso. <b>Ma a prescindere da questo, è comprensibile un certo nervosismo di tanti allenatori, anche perché sono costretti parlare quasi ogni giorno, senza magari averne voglia. </b>È un mestiere che non finisce più sul campo, ma si estende davanti ad un microfono dove spiegare tutto in forma aperta può risultare controproducente.</p><p>Suggerirei a molti di loro (Spalletti soprattutto) di coltivare l’arte della sospensione. Un silenzio paretico, magari accompagnato da un sorriso, che sciolga nel mistero la tensione.</p>]]></description>
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				<title>La solita battaglia politica dietro alla tentazione di azzerare la Figc</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 11:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se gli avessero detto che doveva tesserarsi per presentare la sua candidatura alla presidenza della Federazione italiana giuoco calcio, secondo voi quanto ci avrebbe messo Giovanni Malagò a trovare una società disposta a metterlo sotto contratto? Un secondo. Forse meno. Poi magari gli avrebbero contestato che essendo tesserato per la Roma, era in conflitto d’interessi. Purtroppo, però, non siamo su Scherzi a parte. Giovanni Malagò, membro Cio, ex presidente del Coni, ex presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, unico presidente della Federcalcio ad aver mai vinto uno scudetto (anche se di calcio a 5), <b>rischia fortemente di essere buttato fuori da via Allegri. Commissariato, come quei presidenti federali pescati con le mani nella marmellata</b>.</p><p>Il reato di Malagò è quello di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/15/news/lestate-piu-lunga-e-calda-della-vita-di-malago--404830">non essersi tesserato quando ha presentato la candidatura</a>. Ma nessuno in via Allegri lo ha messo in guardia, perché l<b>a Federazione ha sempre sostenuto che l’accreditamento di una delle componenti fosse equiparabile a un tesseramento perché permetteva al candidato presidente di entrare a far parte della comunità sportiva che avrebbe proceduto a votare alle elezioni</b>. Insomma, nessuno ha detto a Malagò che doveva tesserarsi, perché in Figc si riteneva che l’accreditamento da parte di una delle sei componenti fosse più che sufficiente. D’altra parte, secondo voi è più credibile un candidato presentato dalla Lega di Serie A o un candidato che si presenta con la tessera da magazziniere di una società di calcio a 5? Il buonsenso porta a una risposta sola. Sta di fatto che due giuristi chiamati a esprimersi hanno dato parere differente e ora il presidente del Coni dice in confidenza: “Se non commissariamo la Figc, finiremo con l’essere commissariati noi”. Dove voglia arrivare il Coni è chiaro, esattamente dove voleva portarlo la politica prima delle elezioni quando in tanti avevano fatto filtrare l’idea che un commissariamento (con delega affidata a Carlo Mornati) sarebbe stato la soluzione migliore per il nostro calcio. Secondo la Procura dello sport, il tesseramento costituisce un principio fondamentale di candidabilità ed eleggibilità. L’assenza di tale requisito potrebbe configurare una grave violazione dell’ordinamento sport. E di fronte a un parere così è normale che anche una persona di buonsenso come il presidente Buonfiglio, agisca in apparente assenza di buonsenso.</p><p>Malagò aveva dribblato il primo ostacolo (quando c’era chi sosteneva che essendo stato presidente del Coni non aveva i requisiti per passare subito alla Figc), aveva incassato il 68,58 per cento dei voti, aveva combinato un paio di pasticciacci (<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/27/news/il-miracolo-involontario-di-pirlo-unire-litalia-contro-la-sua-candidatura--403288">Maldini e Pirlo</a>, Bianchedi capo delegazione) e mentre si appresta ad assistere al debutto della sua Nazionale (il 25 settembre contro il Belgio) si ritrova nella bufera. Non un venticello. Una bufera vera che lui giudica “fuoco amico”. Certo sarebbe il colmo che chi da sempre è accusato di eccessivo amichettismo, finisse con l’essere impallinato da un amico. La morale è che imparerà a scegliersi meglio gli amici da oggi in poi.</p><p>La battaglia, apparentemente legale e giuridica, ha in effetti tutti i contorni di una battaglia politica. Chi non vuole Malagò alla presidenza Figc è chi ha fatto di tutto per impedirne la rielezione al Coni. E ora quel Coni, presieduto da una persona che Malagò ha spinto verso la presidenza, arriverà a votare in giunta il suo commissariamento. Chi ci guarda da fuori probabilmente non capisce e se capisce, finalmente si spiegherà perché il nostro calcio è perennemente in crisi di credibilità. Malagò non è un santo, ha commesso degli errori e altri ne commetterà, ma davvero dobbiamo ricominciare da un commissariamento solo perché il presidente eletto non aveva una tessera? Non di partito, ma da raccattapalle.</p>]]></description>
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				<title>Sydney Sweeney mostra le tette ed è scandalo. Ma il problema non era negli occhi di chi guarda?</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Società</category>
				<author>Jack O’Malley</author>
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				<description><![CDATA[<p>Viva la bionda. E viva le tette. L’ex colonia che sta dall’altra parte dell’oceano produce generalmente cose poco interessanti, sbaglia a chiamare e praticare i principali sport ma ha il grande merito di avere dato i natali a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sydney-sweeney_48085" target="_blank">Sydney Sweeney</a>. Fino a qualche anno fa su queste pagine pubblicavamo foto di wags poco vestite accompagnandole con didascalie contenenti battute da quinta pinta al pub e che oggi varrebbero il carcere a vita a me e al direttore: la bionda e tettona Sydney avrebbe avuto un posto d’onore in quella galleria, <i>of course</i>. E ne sarebbe anche stata orgogliosa, visto come si diverte a mostrare il suo pettoruto corpo in serie tv, post sui suoi canali social e spot pubblicitari. <b>Il problema è che la ragazza è molto bionda, molto bianca, poco democratica (nel senso del Partito)</b>, per nulla impegnata nelle cause giuste che fanno guadagnare Oscar, Emmy e Leoni, e ama mostrare il culo col tanga e il reggiseno che esplode.</p><p>Lo scorso anno è stata accusata di promuovere l’<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2025/08/06/news/lo-spot-di-sydney-sweeney-ci-dice-che-siamo-ancora-attratti-dalla-bellezza-convenzionale--121486" target="_blank">eugenetica razzista</a>&nbsp;per avere indossato i jeans American Eagle, in questi giorni ha scatenato riflessi pavloviani in decine di atlete che si sono sentite offese dalla sua nuova campagna pubblicitaria: completamente nuda, la Sweeney tiene un paio di palloni da football sul seno, siede a gambe larghe su un canestro, agita una mazza da baseball, gioca a tennis e golf in mutande e così via. Il <i>claim</i> della campagna è “Just Sports”, e tanto è bastato ad attirarle l’ira di una schiera di donne-che-ce-l’hanno-fatta-nello-sport-nonostante-i-pregiudizi che l’hanno descritta come umiliante per lo sport femminile, accusata di dare una rappresentazione sessualizzata delle atlete e – cito – “un calcio in faccia a ogni donna che ha dedicato la sua vita a perfezionare la propria arte, a ogni donna che ama lo sport per quello che è veramente: lavoro di squadra, amicizia, dedizione, eccellenza, unità”. Non solo, secondo non so più quale associazione femminista “esistono tantissime donne nello sport e la nuova pubblicità con Sydney Sweeney non fa nulla per rappresentarle o sostenerle veramente”. <b>Il fatto è che Sydney Sweeney in quello spot pubblicizza un sito di scommesse</b>, l’obiettivo è spingere lo scommettitore medio, solitamente giovane e maschio, a rischiare qualche dollaro sui risultati delle partite, non girare un docufilm sulla condizione delle giocatrici di hockey e basket.</p><p>Cosa spinge persone che da anni ci spiegano che una donna deve potersi vestire come vuole, e che il problema è negli occhi di chi guarda, a dare della troia svilente a una che fa così guadagnandoci pure sopra dei soldi? Passano le giornate a spiegarci che lo sport femminile è grande, davvero una pubblicità per scommettitori lo denigrerebbe? <b>Sul serio la Sweeney vestita con pantaloni lunghi, maglietta a righe e cappellino al centro di un diamante di gioco avrebbe dato più dignità al baseball femminile? </b>Quella pubblicità c’entra con lo sport femminile tanto quanto io con la birra analcolica: gioca sul fatto che il maschio <i>basic</i> di solito è arrapato e scommette. Avrei capito una protesta contro la promozione del gioco d’azzardo, che fa più male alla salute di Sydney (lei al massimo fa perdere qualche diottria), ma niente. Capisco la frustrazione di chi vede che nonostante gli sforzi degli ultimi anni la cara vecchia figa tira ancora, ma lo storytelling sulla resilienza delle donne che hanno successo nello sport in risposta a una pubblicità rivolta agli scommettitori no, vi prego. <i>Just sports, just boobs</i>.</p>]]></description>
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				<title>Il Bologna prova a ripartire da Raffaele Palladino per dare ordine al caos</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 16:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Gaetani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo stagioni in cui tutto è andato per il verso giusto, successi frutto di una crescita costante e giustamente applaudita, il Bologna ha dato per la prima volta l’impressione di essersi un po’ incartato. Accade nella stagione in cui perde gli introiti delle competizioni Uefa: la Champions League nel 2024-25, l’Europa League nell’ultima, arrivata grazie alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/05/17/news/il-bologna-e-arrivato-per-restare--117511">storica vittoria in Coppa Italia</a>&nbsp;agli ordini di Vincenzo Italiano. Il club ha annunciato apertamente la necessità di dover rientrare delle spese degli anni precedenti: “Bisogna rivedere un po’ i costi, vogliamo fare calcio in maniera sostenibile, per noi è un anno di ricostruzione”, ha detto non più tardi di due settimane fa l’amministratore delegato Claudio Fenucci. Ma aveva anche detto altro: “Tedesco è un allenatore nuovo e come Motta e Italiano prima di lui avrà bisogno di tempo. Lo avrà”. Nel frattempo, però, deve essere successo qualcosa che va oltre il solo punto raccolto in quattro giornate dall’ormai ex tecnico del Bologna: i rossoblù, pur con un organico decisamente ridimensionato in termini qualitativi rispetto a quello di due stagioni fa, avevano meritato qualcosa in più, finendo traditi soprattutto dagli episodi nelle sfide contro Lazio e Atalanta.</p><p>Eppure, alle soglie della quinta giornata, <b>Tedesco non è più l’allenatore del Bologna</b>. Per una squadra che ha fissato proprio per voce del suo amministratore delegato il decimo posto come obiettivo stagionale, <b>l’esonero dopo aver affrontato Lazio, Atalanta, Sassuolo e Napoli appare così affrettato da far pensare che ci fosse un certo scollamento tra il tecnico e il gruppo</b>, più che un effettivo problema tecnico-tattico. Al suo posto arriva così un “aggiustatore di lusso”: <b>per la terza volta in carriera, Raffaele Palladino sale su un treno in corsa</b>. A Monza, quando era ancora il tecnico della Primavera, gli capitò dopo sei giornate; a Bergamo, dopo l<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/11/16/news/il-dolce-stil-viola-della-fiorentina-di-raffaele-palladino--106561">a buona stagione con la Fiorentina</a>, dopo undici turni; stavolta dopo quattro. L’addio all’Atalanta è stato per certi versi sorprendente: il suo approdo aveva riportato i nerazzurri a contatto con la zona europea, fino alla qualificazione in Conference League e in semifinale di Coppa Italia, mancando l’obiettivo finale solamente&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/23/news/il-senso-della-lazio-per-la-coppa-italia--286030">a causa di una serata monstre di Edoardo Motta, capace di parare quattro rigori nella sfida di ritorno contro la Lazio</a>. Luca Percassi ne aveva parlato come di un predestinato, poi i rapporti erano precipitati: a quanto dicono gli spifferi da Bergamo, per una risposta non particolarmente entusiasta alla prima proposta di rinnovo. Nel frattempo, il suo nome è stato accostato a realtà decisamente importanti, inclusa la Nazionale italiana nel pandemonio generale post affaire Guardiola-Pirlo.</p><p><b>Palladino riparte invece da un Bologna che dovrà mettere ordine soprattutto nello spogliatoio</b>, con il “caso Skorupski”, escluso dalla sfida col Napoli per un ritardo alla riunione tecnica ammesso dal ds Di Vaio, che ha tenuto banco nelle ultime ore. Ma dovrà farlo anche sul campo: in una sola estate, il Bologna ha perso Lucumì, Freuler e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/11/12/news/un-fastidio-chiamato-santiago-castro--106789">Castro</a>, la spina dorsale delle ultime stagioni, oltre al riottoso Rowe. Un anno prima erano partiti Beukema e Ndoye, quello prima ancora Calafiori, Saelemaekers (per fine prestito) e Zirkzee. Praticamente un intero undici smantellato. Ecco allora che Palladino dovrà fare quello che gli riesce meglio: mettere mano a quel che c’è, dargli forma e, stavolta, guardare anche oltre. Il contratto dice che rimarrà al Bologna fino al 2029: se davvero andrà così, sarà lui a farsi carico di una non semplice ricostruzione.</p>]]></description>
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				<title>La sconfitta per i Mondiali di atletica è la spia di un guaio italiano: il deficit di alleanze</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 17:37:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La delusione per i Mondiali di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/atletica_33937" target="_blank">atletica</a>&nbsp;che Roma non avrà non nasce soltanto dallo sport. Nasce dal fatto che la sconfitta contro Nairobi – con Monaco scelta per il 2031 – si inserisce in una sequenza che negli ultimi quattro anni è diventata troppo lunga per essere liquidata come una serie di coincidenze. L’Italia ha ottenuto gli Europei di calcio del 2032, certo, ma insieme con la Turchia. <b>Per il resto, quando c’è stato da competere per un grande evento, una sede europea o un incarico internazionale, troppo spesso siamo rimasti senza nulla. </b>Roma per Expo 2030 ha raccolto appena 17 voti contro i 119 di Riad, arrivando dietro anche a Busan. Alessandra Perrazzelli è stata battuta dalla tedesca Claudia Buch per la guida della Vigilanza bancaria della Bce. Roma ha perso l’AMLA, la nuova autorità antiriciclaggio europea, finita a Francoforte. E quando l’Italia ha rivendicato l’inviato speciale della Nato per il Fianco Sud, la scelta è caduta sullo spagnolo Javier Colomina. Ora arriva l’atletica. E qui c’è anche un retroscena politico-sportivo. Nel 2027 Sebastian Coe terminerà il suo terzo e ultimo mandato alla guida di World Athletics e il congresso di Pechino eleggerà il successore, i vicepresidenti e il nuovo Consiglio.</p><p>La partita per le alleanze è dunque già cominciata. Nairobi porterà per la prima volta i Mondiali in Africa.<b> </b>E nella Federatletica italiana c’è chi legge la scelta anche dentro questa geografia elettorale: alla vigilia della successione di Coe, avere dalla propria parte le federazioni africane può pesare molto. La lezione è chiara. <b>Le grandi candidature non si vincono soltanto con dossier, impianti e tradizione. Si vincono costruendo coalizioni, credito politico, rapporti. </b>L’Italia ha aumentato la propria visibilità internazionale e può vantare una stabilità che altri non hanno. Proprio per questo il bilancio pesa ancora di più. Essere presenti ai tavoli conta. Ma ogni tanto, per dimostrare di pesare davvero, bisogna anche vincere.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Quei due secondi di Vladimiro Falcone</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 10:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se chi ti sta davanti pecca di concentrazione o non fa abbastanza per tenere lontani i problemi, i problemi tocca affrontarli e sporcarsi i guanti. La difesa del Lecce in queste prime partite di Serie A si è dimostrata tutt'altro che perfetta e spesso e volentieri afflitta da spaesamento e allucinazioni. E' per questo che il portiere del Lecce, <b>Vladimiro Falcone</b>, è in testa alle classifiche di interventi e gol evitati del campionato. I numeri dicono: 6,5 interventi e 3,1 gol evitati a partita. Il distacco sugli altri è elevato. Senza di lui il Lecce probabilmente sarebbe ultimo a zero punti in compagnia del Venezia.</p><p>A<i> Guanti sporchi</i> però si guarda il superfluo non l'essenziale, l'estetica non la sostanza. Ci vuole un po' di frivolezza in uno sport che è da tempo che si prende un po' troppo sul serio. E senza nemmeno autoironia.</p><p>Ma se uno para tanto e para bene prima o poi arriva anche su <i>Guanti sporchi</i>. E Vladimiro Falcone ci è arrivato in modo roboante con un intervento difficilissimo su&nbsp;Jay Robinson che calcia bene e angolato a un metro dall'estremo difensore del Lecce. Falcone però si è allungato e ha respinto. E poi si è rialzato a velocità lampo, si è allungato e ha respinto anche il tiro di&nbsp;Gustavo Varela. Due parate eccellenti nel giro di due secondi.</p><h2>Le tre migliori parate della terza giornata di Serie A</h2><p>1. Vladimiro Falcone al 16° minuto di Lecce-Monza – 5 punti</p><p>2. <i>ex aequo</i> Lorenzo Palmisani al 21° minuto di Genoa-Frosinone 1-1 – 3 punti</p><p>2.&nbsp;<i>ex aequo</i>&nbsp;Mike Maignan al 20° minuto di Lazio-Milan 2-2 – 3 punti</p><p>3. Guglielmo Vicario al 46° minuto di Sassuolo-Juventus 3-2 – 1 punto</p><h2>La classifica</h2><p>1.&nbsp;Chrīstos Mandas (Lazio), 7 punti<br>2. Guglielmo Vicario (Juventus), 6 punti<br>3. Guglielmo Falcone (Lecce), Filip Stanković (Venezia), 5 punti<br>5. Edoardo Corvi (Parma), Mike Maignan (Milan), Josep Martínez (Inter), Alex Meret (Napoli), Maduka Okoye (Udinese), Lorenzo Palmisani (Frosinone), 3 punti<br>6. Elia Caprile (Cagliari), 1 punto</p><p>&nbsp;</p><p><i>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico</i>.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/sport/2026/09/14/news/tanti-punti-e-qualche-sorpresa-come-iniziata-la-nfl--407478</link>
				<title>Tanti punti e qualche sorpresa. Com&#039;è iniziata la Nfl</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Michele Tossani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dove eravamo rimasti? Duecentodiciassette giorni dopo il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/01/26/news/la-resurrezione-dei-patriots-new-england-di-nuovo-al-super-bowl--127980">SuperBowl che ha chiuso la stagione 2025</a>, la Nfl torna ad accompagnare le domeniche degli americani. <b>Il campionato è ufficialmente partita con i due anticipi che hanno visto i Seattle Seahawks battere i New England Patriots</b> (13-10) nel replay della finalissima dello scorso torneo e <b>i San Francisco 49ers superare i Los Angeles Rams</b> (27-7) a Melbourne, nella prima delle nove gare di <i>regular season</i> che si disputeranno fuori dai confini statunitensi.</p><p>Ma si sa: a parte anticipi e posticipi (quello, attesissimo, del <i>Monday night</i>), la maggior parte delle partite si disputano la domenica, il giorno dedicato al culto profano del football professionistico. <b>In questo primo appuntamento domenicale si sono giocati tredici incontri, che hanno registrato anche qualche sorpresa rispetto ai pronostici della vigilia</b>.</p><p>Prima di tutto occorre sottolineare come, su molti campi, si sia segnato parecchio. I Chicago Bears di Ben Johnson, il capo allenatore che allena prima se stesso (in sala pesi) dei suoi giocatori, hanno messo insieme quasi sessanta punti contro i Carolina Panthers in una sfida finita <b>59-37, il punteggio totale più alto nella storia della Nfl per una partita della settimana iniziale</b>.</p><p>A segnare tanto sono stati però anche altri attacchi in una delle giornate di apertura più ricche di sempre sotto questo aspetto. Basti pensare che il totale di punti realizzati è stato di settecentocinquanta, per una media di cinquanta a partita. Se Broncos e Chiefs, impegnati nel posticipo di oggi, segnassero complessivamente almeno quarantadue punti, la NFL batterebbe il record di punti segnati in media per una prima giornata, stabilito nel 2012 con 49.4 a incontro.&nbsp;</p><p>Altre gare con tanti punti sul tabellone: i Buffalo Bills hanno superato una delle difese più forti della NFL, quella degli Houston Texans, imponendosi 36-31 al termine di una sfida in cui le due franchigie si sono alternate per ben nove volte al comando; i Detroit Lions hanno avuto bisogno del tempo supplementare per imporsi 31-30 sui New Orleans Saints; i Minnesota Vikings hanno battuto 39-22 i Green Bay Packers.</p><p>Tornano a casa dal primo turno con una vittoria anche Cincinnati Bengals, New York Giants, Baltimora Ravens, Pittsburgh Steelers, Jacksonville Jaguars, Las Vegas Raiders, Filadelfia Eagles e Arizona Cardinals.&nbsp;Questi ultimi, considerati fra le peggiori squadre della lega, hanno messo a segno la sorpresa di giornata, andando ad espugnare il SoFi Stadium di Los Angeles contro i Chargers in una partita che vedeva Arizona sfavorita di 8.5 punti.</p><p>Curiosità per gli <i>head coach</i> esordienti. Alle vittorie di Joe Brady (Bills), Jesse Minter (Ravens), Mike LaFleur (Cardinals) e Klint Kubiak (Raiders) hanno fatto da contraltare le sconfitte di Jeff Hafley (Dolphins) e Todd Monken (Browns). A proposito di quest’ultimo: alla sua prima esperienza come capo allenatore, a sessant’anni, l’ex coordinatore offensivo di Baltimora ha pagato la scelta di nominare titolare il veterano Deshaun Watson, che non giocava una partita di stagione regolare da ben seicentonovantatré giorni.&nbsp; Il tanto discusso quanto inconsistente quarterback si è fatto intercettare al terzo passaggio tentato, terminando la sua prima giornata in ufficio con appena 16 su 22 passaggi riusciti per 205 yard, con anche cinque placcaggi (sack) subiti.</p><p>Se il buongiorno si vede dal mattino, anche quest’anno il campionato di Cleaveland rischia di essere una lunga traversata nel deserto.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La coscienza di gruppo di Sebastiano Esposito</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 12:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/03/09/news/leducazione-calcistica-di-francesco-pio-esposito--125738">Si fa tanto un gran parlare del fratellino, Francesco Pio</a>, che quasi ci si è dimenticati che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sebastiano-esposito_64731">gli Esposito in Serie A sono due</a>. E che<b> Sebastiano magari non avrà il talento ingombrante e a spalle larghe del ventunenne centravanti dell’Inter, ma il suo lo sa fare e lo sa fare bene</b>. Peccato che al contrario del fratellino non viva per il gol, ma si diverta come un matto a essere un giocatore che mette al primo posto il benessere di tutti al proprio. E i calciatori che scelgono questo di solito trovano un posto di secondo piano nel gradimento calcistico, nonostante tutto quello che si dica sulla generosità nel calcio: il pallone è una grande bugia e chiunque appassionato è contento di predicare bene e razzolare malissimo.</p><p><b>Sebastiano Esposito</b> è uno di quegli attaccanti dotati di animo comunitario, di coscienza di gruppo. È uno tra undici, si sente parte di un collettivo e sa che la sua gioia può esistere solo se è la gioia di tutti. Per questo, quando ha la palla tra i piedi cerca fare sempre ciò che è più utile per la squadra: ossia prendere botte, passarla, cercare la cooperazione altrui. Il tiro o il dribbling sono un’eventualità, una necessità soltanto se utile per il benessere di tutti.</p><p>Per questo di Sebastiano Esposito non si parla mai tanto. Cosa parli a fare di un attaccante&nbsp; che non segna tanto, non fa giocate buono per applausi e che quasi sempre fa quello che è utile e non ciò che diverte.</p><p>I settanta minuti giovati da Sebastiano Esposito contro la Juventus sono stati una delle migliori rappresentazioni di ciò che rappresenta per lui il calcio, il giocare come attaccante, l’essere parte di una squadra. Il tutto esaltato da un gol da centravanti. Il fatto che la difesa della Juventus si sia comportata da squadra di campetto della parrocchia in questo caso ha poca importanza.</p><p>Il resto è stato sacrificio, rincorse, generosità e capacità di dare palla a chi era libero o posizionato meglio di lui. Settanta minuti passati a correre, inseguire, liberarsi e mai attendere. Un tempo certe cose le facevano i mediani, questi anni sono poco gentili con i centravanti. Sebastiano Esposito non si è lamentato, anche perché in altre epoche, uno come lui non avrebbe giocato là davanti, avrebbe fatto altro. Che cosa non è dato saperlo.</p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>Anche quest'anno c'è Olive, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. <a href="https://www.ilfoglio.it/tag/olive/">Qui potete leggere tutti gli altri ritratti</a>.&nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La nuova giovinezza di Paulo Dybala</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 12:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Gaetani</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Se sta bene gioca sempre, non c’è nessun dubbio”. Altro che gestione, altro che paura. Nell’epoca del <i>load management</i> importato dagli sport americani, <b>Gian Piero Gasperini ha deciso di andare in una direzione totalmente diversa. E allora ecco il Paulo Dybala rigenerato che ha dominato la primissima fetta di stagione romanista, tirato a lucido come non lo si vedeva da anni</b>. Trattato a lungo come un cristallo fragile anche solo alla vista, ci si è dimenticati che l’anagrafe non è poi così crudele con l’asso di Laguna Larga, che ancora deve compiere 33 anni, il tutto in un campionato che accoglie con fiducia giocatori di 4-5 anni più anziani di lui.</p><p>Si pensava potesse salutare Roma,<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2023/01/21/news/dybala-aveva-bisogno-damore--163982"> che l’aveva accolto da re e come tale l’ha trattato in questi anni</a>. Il mito giallorosso di Dybala è andato persino oltre i freddi numeri, si è propagato per le strade della città, sbandierato dai bambini che ne portano con orgoglio il numero 21 sulle spalle. E dopo una stagione obiettivamente complicata come quella conclusa qualche mese fa, i dubbi estivi erano parsi legittimi: impossibile, per la Roma, pensare di rinnovare il contratto alle cifre percepite fino a quel momento. Nasce anche da qui un nuovo Dybala, che per riavvicinarsi all’ingaggio delle ultime stagioni dovrà eccellere in campo: ai 2,2 milioni di euro di base fissa si aggiungono infatti robusti bonus legati alle presenze, ai gol e agli assist. E se qualcuno ha ironizzato su questo “Dybala a partita Iva”, la realtà del terreno verde è quella di <b>un giocatore fisicamente mai così pronto come ora</b>: “Dicevano avesse i muscoli di seta, ma in questo momento potrebbe giocare anche i supplementari. Ha 32 anni ed è nel pieno della maturità tecnica e fisica”, ha detto Gasperini dopo lo show da tre assist contro la Fiorentina. E ha ribadito ampiamente il concetto in conferenza stampa prima del Torino: “Se uno sta bene gioca, se ha bisogna di riposare allora è giusto che abbia tempo. Se sta bene, lo vuoi mettere a dormire? Non puoi prevedere se un giocatore si infortuna o meno, non abbiamo una sfera di cristallo: l’importante è cercare di riuscire a sfruttare il momento favorevole di ognuno e mettere in campo sempre i giocatori migliori”.</p><p>Un <i>carpe diem</i> in salsa piemontese-argentina, dunque: finché c’è, la maglia (e la palla) a Dybala, il resto è da vedere. Con lui in campo è un’altra musica: l’esperienza accumulata negli anni gli consente non solo di gestire il suo fisico, ma anche i ritmi della partita, di andarsi a nascondere nelle tasche che la difesa avversaria gli concede. <b>Può incidere lontano dalla porta e in zona-gol, assist o rete in prima persona non importa: quel che impressiona è soprattutto la connessione con Donyell Malen</b>, che si era già intuita lo scorso anno nella prima volta insieme, proprio contro il Torino che affronteranno stasera. Da quel momento in poi, l’olandese ha dovuto fare quasi sempre tutto da solo, non potendo contare sul talento di Paulo, fermato dall’infortunio al ginocchio per larga parte della stagione. Eppure in campo si trovano, si annusano, sembra che sappiano sempre dove si trova l’altro senza necessità di vedersi. L’impressione è che dalla tenuta fisica di Dybala possa dipendere una bella dose delle fortune romaniste in questa stagione: per tenere ai massimi livelli in Champions League e in campionato servirà una Joya versione anni d’oro della Juventus. Sarebbe l’ennesimo capolavoro della carriera di Gasperini: restituire alla Serie A, finalmente senza stop and go nel corso della stagione, un talento abbagliante come quello di Dybala.</p>]]></description>
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				<title>Il duello western tra Adzic e la difesa della Juventus</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 11:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Enrico Veronese</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tredici settembre, 2025. Juventus Stadium, Venaria Reale di Torino. Minuto novanta più uno, Vasilije Adžić, diciannovenne prodotto del vivaio bianconero, sferra un destro terrificante poco sotto l’incrocio dei pali della porta dell’Inter, risolvendo la partita a favore interno per 4-3.</p><p>Tredici settembre, 2026. Mapei Stadium a Reggio Emilia, la casa del Sassuolo. Ora il ragazzo montenegrino gioca in neroverde, mandato dalla Juve ad accumulare minuti in Serie A che Luciano Spalletti non può o non vuole dargli: per Alberto Aquilani, tecnico emiliano, Adžić invece è un talento da collocare magari più indietro, partendo da mezzala con libertà di inserimento. Facile succeda qui, c’erano riusciti Lorenzo Pellegrini e Davide Frattesi, ci sta provando Darryl Bakola.</p><p>Minuto novanta più quattro, ancora più estremo. Il match è 2-2 dopo i fuochi d’artificio degli ultimi secondo, quando l’ala tutto sinistro Edon Zhegrova - con addosso la maglia rosa delle origini - aveva raddoppiato le reti personali per pareggiare quella dello scozzese Kieron Bowie.</p><p>Mancano trenta secondi alla fine del recupero, il Sassuolo viaggia in contropiede a destra con Armand Laurienté. Il francese, nella terra natia, giocava proprio là; mentre nella terra fra Sassuolo e Reggio deve abitualmente traslocare per lasciare spazio a Domenico Berardi o a Christian Volpato. Laurienté ha metri: Benjamín Domínguez chiede la profondità, Adžić è libero a sinistra e riceve.</p><p>Perfettamente in gioco, il numero 17 si avvede che la “marcatura” di Douglas Luiz (perché ultimo uomo?) è un eufemismo definire blanda: semmai larga, a due chilometri l’ora. Davanti a sé c’è un’altra vita, un portiere che lo scorso anno non era con lui a celebrare il successo in extremis: Guglielmo Vicario. L’azione diventa un duello da mezzogiorno western, pistola contro fucile.</p><p>Stop agevole, Douglas arretra ma non si avvicina, le gambe aperte e improvvisate di chi non è al suo posto. Vicario sa che Vasilije tirerà comunque, anche se forse non subito. Il fantasista recupera centimetri, non metri. Il brasiliano lo attende al centro, ma la prateria è dritta davanti all’avversario. All’ultimo la maglia rosa decide di intervenire alzando la gamba destra, quando è troppo tardi.</p><p>Adžić ha ancora i decimi di secondo per scattare una fotografia a Vicario, alla porta, alla curva ospite prima dell’esecuzione. Non ha modo di pensare che si tratta di un fratricidio. C’è il qui e l’ora, al massimo il pentimento della non esultanza ma dopo, solo dopo. Il cecchino balcanico prende finalmente la mira e spara di piatto destro, sotto l’altro incrocio rispetto a 365 giorni fa.</p><p>Non c’è più tempo per sovvertire le sorti: <b>ancora una volta il suo ventenne d’oltremare</b>, allevato a Vinovo, <b>è decisivo per la Juve di metà settembre</b>. E se ci sta prestarlo per aumentarne l’impatto nel pur poverissimo calcio italiano d’oggi, resta da chiedersi come mai&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/luciano-spalletti_35467">Spalletti</a>&nbsp;non gli abbia dato poi chissà quale spazio lo scorso torneo, dopo avergli consegnato il prestigioso scalpo dell’Inter.</p><p>Interrogativi che lasciano la domenica, tra l’ombra carsica di Antonio Conte alle spalle della panchina zebrata, e i primi due rigori assegnati in campionato dopo oltre trenta partite. Siamo diventati un paese dai difensori irreprensibili, oppure c’entra anche qualche assestamento regolamentare per falli di mano non punibili e altre amenità da calcio moderno artificiale?</p><p>A propendere per il cambiamento di pelle sta anche la totale assenza, finora, di zero a zero nei risultati di Serie A: così poco italiana, così poco rimpianta. Allora viva il calcio spensierato di Diego Moreira, esterno mancino belga che ricorda l’euforia per Curação ai mondiali di giugno: segna due goal di pregevole fattura, salva il Milan e corre sotto la curva (che tristezza quella laziale vuota), rivendicando l’essere schierato dalla parte giusta, non a piede invertito da nuovi scienziati pazzi.</p><p>Nella Norimberga che verrà, gli specialisti saranno assolti e chi fonda un partito contro la difesa a tre vincerà le elezioni.</p>]]></description>
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