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		<title>Sport</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:40:17 +0200</pubDate>
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				<title>Il trionfo della Roja, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 16:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maria Pia Farinella</author>
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				<description><![CDATA[<p>La Coppa e la Corona.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/20/news/la-spagna-ha-vinto-i-mondiali-2026-argentina-battuta-per-1-0--402592" target="_blank">Il trionfo della Roja</a>, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna. <b>Un paese che con il re Juan Carlos I di Borbone ha seppellito – con tutti gli onori dovuti a un capo di stato, va da sé – il Caudillo Francisco Franco poco più di cinquant’anni fa.</b> Per poi voltare subito pagina. E “transitare” spediti da una dittatura lunga quarant’anni all’attuale democrazia costituzionale. Sembra un gioco del destino. Ma novanta minuti di partita, più i tempi supplementari, hanno marcato in mondovisione la distanza siderale tra la Spagna di oggi e quella di novant’anni fa. <b>Quella, per intenderci, del golpe fallito che diede inizio alla Guerra civile e a una violenza fratricida senza precedenti nel paese.</b></p><p>Neppure Jung avrebbe potuto ipotizzare una sincronicità di date tanto eloquente. Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali insorti contro il governo della Seconda Repubblica spezzò il paese in due. Novant’anni dopo, il 19 luglio 2026, è la Roja a unire la nazione e a incoronare i suoi calciatori Reyes del mundo. Non solo. L<b>a Spagna è la prima nazione a detenere contemporaneamente il titolo mondiale maschile e femminile. Hanno vinto tutto il possibile negli ultimi cinque anni. Sedici titoli internazionali Uefa e Fifa. Con gli adulti e coi ragazzi, anche under 17. Dieci trofei femminili e sei maschili. </b>Che sono di meno, ma – come sempre – valgono di più nella narrazione del deporte nacional e, soprattutto, nelle regole di ingaggio. Per il fútbol masculino, la Spagna nel 2024 si è affermata come campione d’Europa e come medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Parigi. Un dominio senza precedenti nel calcio contemporaneo. Arrivato tardi. Dopo decenni di occasioni mancate. Tra il 1950 e il 2008 la Spagna è stata considerata talentuosa e perdente. Con club di gran livello come il Real Madrid o il Barcellona. Ma sistematicamente incapace di superare lo scoglio dei quarti di finale nei tornei europei o mondiali. La maldición de cuartos, dicono ancora gli spagnoli, come se si trattasse di una sorta di leyenda negra applicata al calcio nazionale. <b>Una metafora pop come il soprannome di Furia española affibbiato alla squadra quando fece il suo debutto alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Vinse la medaglia d’argento, la Roja, in quell’occasione.</b> Ma giocò duro. Spingendo letteralmente palla e avversari dentro la porta. La partita fu così travolgente che i cronisti dell’epoca si ricordarono del Sacco di Anversa avvenuto secoli prima, nel 1576, durante la Guerra delle Fiandre. Si ricordarono dei soldati spagnoli che, affamati e ammutinati, avevano messo a ferro e fuoco Anversa. E rispolverarono la definizione coniata dagli storici fiamminghi per quell’episodio. De Spaanse Furie, scrissero. Cioè, la Furia spagnola. L’immagine dovette sembrare tanto appropriata, quanto meno allo stile del calcio, che persino gli spagnoli cominciarono a usarla.</p><blockquote>Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali contro il governo della Repubblica. Il 19 luglio 2026, la nazione incorona i suoi calciatori</blockquote><p>Che abbia ragione Ignacio Peyró, giornalista e scrittore di lungo corso, direttore dell’Instituto Cervantes di Roma? Peyró dice che “la Spagna è un paese avvitato sul mito della propria decadenza, più cosciente delle sconfitte subite che delle vittorie ottenute. Un paese abituato a misurarsi coi propri fallimenti”. Poi, però, aggiunge che per fortuna il calcio è cambiato. “In una generazione siamo passati dai fallimenti al successo. Addirittura, alla normalizzazione del successo. Altro che Furia spagnola. Il nostro gioco colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”. Il merito sta nel metodo. Talento e vivai, che in Spagna si chiamano canteras. <b>Un sistema quasi autarchico di formazione calcistica e un modello di convivenza, al di là dell’appartenenza etnica o generazionale, che si applica già ai calciatori bambini scelti dai club. Il canterano per eccellenza è, ovviamente, il commissario tecnico Luis de la Fuente. Il quale ha iniziato nell’Athletic Club di Bilbao, una delle canteras più rigide al mondo, dove giocano soltanto calciatori di origine o formazione basca.</b> Gli spagnoli lo chiamano “Luis de la Gente”. E non è difficile capire perché. Luis de la Fuente è il prodotto perfetto del sistema che ha cambiato il calcio spagnolo. Un professionista cresciuto in casa che conosce a memoria il modello federale.</p><p>Bisognava vedere la fiesta a Madrid, la notte della finale contro l’Argentina giocata al MetLife Stadium di New York. Il boato che esplode quando l’attaccante Ferran Torres sfonda il bunker argentino. Il gol decisivo consegna alla Spagna la seconda Coppa del mondo della storia, dopo quella del 2010. Più di un milione di spagnoli che si riversa per strada, nei luoghi deputati per festeggiare trionfi calcistici e/o nazional popolari: la Puerta del Sol, la Calle de Alcalá, il Paseo de Recoletos che collega Plaza de Cibeles con Plaza Colón. Due piazze simbolo della capitale. <b>A Cibeles, la fontana dedicata alla Magna Mater sembra mischiarsi alla folla che cinge in un abbraccio il carro regale e la dea turrita con le chiavi della città.</b> Nella piazza dedicata a Cristoforo Colombo – eroe “nazionale” a tutti gli effetti; vagli a dire che era nato a Genova, il navigatore – sventola la Rojigualda, un’enorme bandiera, trecento metri quadrati circa, scelta come simbolo dello stato dall’approvazione della Costituzione nel 1978, tre anni dopo la morte di Franco.</p><p>La chiamarono la Costituzione de la Concordia. Fu approvata dagli spagnoli mediante referendum. Oggi ne è garante Felipe VI. E’ lui, nel suo ruolo, a rappresentare l’unità del paese. Come succede con la Roja, si parva licet. Il re non si offenderà per il paragone. E’ il primo tifoso della Roja. F<b>orse perché è uno sportivo nato e cresciuto, velista olimpico ai Giochi di Barcellona del 1992. Forse perché è consapevole di quanto lo sport sia il collante ideale per un paese con forti spinte indipendentiste. Certo, non è un caso che Felipe VI abbia voluto essere protagonista del video con cui la Federazione annunciava a fine maggio la lista dei 26 calciatori convocati da Luis de la Fuente. </b>Nel video, tre minuti assolutamente da non perdere, si offrono immagini e suggestioni che rappresentano il paese nella sua varietà e nella sua complessità, inclusa la memoria di chi non c’è più. Per ribadire che en cada rincón del país, nell’angolo più sperduto della nazione, quando gioca la Roja, gioca chiunque si senta spagnolo. Panettieri, pescatori, giudici e spazzini, insegnanti e scienziati, artisti e tassisti, librai e cuochi danno il loro contributo alla crescita del paese. Tutti, en todos los rincones del país, condividono una passione. “Sono la squadra, sono la Spagna”, conclude il re.</p><blockquote>La “Furia spagnola” alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma oggi il gioco “colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”</blockquote><p>In effetti, che colpo d’occhio la marea umana che la notte del 19 luglio ha invaso le strade e le piazze del paese vestita con i colori della Rojigualda. Lo stesso rosso, benché senza giallo, indossato dalla regina Letizia, dall’erede al trono Leonor, principessa delle Asturie, e da sua sorella l’infanta Sofia, che hanno assistito alla finale a New York assieme al re Felipe VI. Grande tifo da parte loro. Soprattutto il re. Che non riusciva a stare fermo. E gioiva. E soffriva.<b> </b>Proprio come Sandro Pertini, il presidente italiano più amato di sempre, nell’unica finale di Coppa del mondo che io abbia visto da vicino. La mitica partita Italia-Germania del 1982 allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Giuro che da qualche parte ho ancora il biglietto, firmato da Cabrini.</p><p>Solo nei Paesi Baschi, manco a dirlo, ci sono stati tafferugli. Con oltre venti persone arrestate o indagate per intimidazioni o minacce ai tifosi che festeggiavano. A Bilbao, in Biscaglia, un gruppo di irriducibili indipendentisti incappucciati ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato dal Partido Popular nel parco privato di Doña Casilda per seguire in compagnia la finale della Coppa del mondo. Non ci sono riusciti per l’intervento di una donna, Esther Martínez, consigliera comunale in rotta con il Partido Nacionalista Vasco che governa la città. <b>E’ stata lei a mettersi di traverso prima dell’intervento della polizia e a proteggere con il suo corpo “la libertà di potere essere uguali al resto della Spagna”. </b>Bandiere bruciate e aggressioni a ragazzi con la maglia de la Roja anche nella provincia di Gipuzkoa, al confine tra Spagna e Francia, autentica roccaforte di Bildu, il partito marxista per l’indipendenza del País Vasco che è puntello dell’attuale governo di Pedro Sánchez e della sua risicata maggioranza parlamentare. Il segretario di Bildu, Arnaldo Otegi, condannato al carcere cinque volte nel passato per la sua appartenenza all’Eta, il gruppo terrorista basco che ha insanguinato il paese, si è espresso solo in occasione della semifinale Francia-Spagna dello scorso 14 luglio. “Né con la Francia, né con la Spagna”, ha sentenziato. <b>“Noi baschi vogliamo la nostra nazionale. Possiamo tifare solo per la squadra che vincerà l’altra semifinale, Inghilterra o Argentina che sia”.</b> Poi si è zittito. Certo, si sarà reso conto che nel frattempo l’83,6 per cento degli abitanti di Euskadi ha seguito in diretta la partita finale della Coppa, sintonizzandosi in prevalenza con il primo canale della TVE, l’equivalente spagnolo di RaiUno, quanto di più statale si possa immaginare.</p><blockquote>A Bilbao un gruppo di irriducibili indipendentisti ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato per seguire in compagnia la finale</blockquote><p>D’altra parte, questa nazionale spagnola è molto “basca”, a cominciare dall’attaccante <b>Nico Williams</b>, dell’Athletic Bilbao. Nico “piè veloce” Williams, treccine rasta che guizzano sulla testa e piedi che dribblano anche l’aria, è nato a Pamplona nel 2002, figlio di migranti ghanesi approdati in Spagna dopo avere percorso a piedi mezza Africa. Passo dopo passo, dalle sabbie equatoriali del Golfo di Guinea fino al Marocco e a Melilla, enclave spagnola sul mare Mediterraneo. E’ il giocatore che ha commosso in mondovisione, con un gesto che per lui può valere più della vittoria. Ha aspettato la fine della premiazione, Nico. Poi ha attraversato rapido il campo per portare la medaglia d’oro, appena conquistata, alla mamma seduta sugli spalti. Un tributo alla donna che attraversò il Sahara incinta per dare ai figli un futuro. Con ottima riuscita. Sono entrambi calciatori di valore.</p><blockquote>Una nazionale molto “basca”, a cominciare dall’attaccante Nico Williams, figlio di migranti ghanesi che hanno percorso a piedi mezza Africa</blockquote><p>Sono loro i volti della “nuova” Spagna. Insieme con Lamine Yamal, talento del Barcellona, nato in Catalogna nel 2007 da padre marocchino e madre originaria della Guinea Equatoriale. <b>E’ lui la star più gettonata dei Mondiali. Il ragazzo veloce come il vento che, invitato alla Zarzuela, nella residenza privata della famiglia reale, si rifugia tra le braccia di Felipe VI, in barba al protocollo. </b>Col re che lo ricambia con infinita tenerezza. L’adolescente col fratellino di quattro anni sempre appresso, paffuta mascotte della Roja. Insieme con il difensore del Real Madrid, Marc Cucurella, che dopo ogni partita corre ad abbracciare il figlio autistico e non si taglia i capelli perché lui possa riconoscerlo in campo. E, per finire, col capitano Rodri, madrileno di trent’anni. Quello che durante la premiazione a New York ha invitato il presidente Trump a farsi da parte e lasciare spazio per una foto tutta spagnola.</p><p>La Coppa e la Corona. Perché in questa foto di famiglia c’è anche Leonor. La principessa che studia da regina con la stessa disciplina e la stessa tenacia con cui si sono allenati i suoi coetanei della Roja per diventare Reyes del mundo. Leonor che è volata a New York da sola. In quanto erede al trono, legittimata dalla Jura de la Constitución nel 2023 davanti alle Cortes riunite in sessione plenaria, può sostituire il padre in qualsiasi momento e per qualsiasi esigenza, anche temporanea, ma non può viaggiare con lui per ragioni di sicurezza e di protocollo. <b>Ne ha fatta di strada la bambina biondissima che nel 2010, a quattro anni, assieme alla sorellina minore Sofia, stringeva tra le mani la prima Coppa del mondo spagnola. Adesso Leonor è “la principessa del popolo” dei Borbone di Spagna.</b> Il futuro della dinastia. Il quotidiano El País, il più autorevole della Spagna, la elogia. Perché “incarna il meglio della sua generazione, il valore dello studio e della preparazione, la vocazione al servizio”. Fortuna che lei abbia accettato il peso di una vita da condurre in modo esemplare e di un’educazione di ferro. Tre anni di servizio militare, nell’esercito, nella marina e nell’aviazione, come suo padre Felipe e suo nonno Juan Carlos. Ma soltanto lei, donna, ha preso un brevetto di cazador paracaidista. Diventando, quindi, la prima esponente della famiglia reale spagnola a completare un corso di paracadutismo militare e lanciarsi da un aereo in volo. Finita la mili, il servizio militare, Leonor a settembre tornerà tra i banchi. <b>Si è iscritta all’Università Carlos III di Madrid, ateneo pubblico tra più prestigiosi della Spagna. Frequenterà il campus di Getafe, nell’hinterland della capitale. Come una ventenne spagnola qualunque.</b></p><p>E’ questo il terreno su cui si gioca il futuro della Corona di Spagna. In un paese attraversato da tensioni territoriali, da polarizzazioni sociali e da un sempre maggiore desencanto verso la politica, la monarchia può esistere solo se continua a svolgere la funzione che le assegna la Costituzione: essere punto di equilibrio super partes. Un’istituzione che non governa, ma garantisce la continuità dello Stato e la convivenza tra identità diverse. <b>Quando Leonor completerà il corso di studi giuridici e sociali, verrà il tempo di un nuovo Mondiale. Che si giocherà in Spagna, Marocco e Portogallo. Due regni e una repubblica.</b></p>]]></description>
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				<title>Dalla boxe al calcio fiorentino. La storia di Paolo Bologna</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 11:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alberto Facchinetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo essere stato campione italiano dei superwelter, <b>Paolo Bologna ha conquistato l’Europeo Silver dei medi, in attesa che il suo rivale Dario Morello vinca l’Ebu Gold (il match è in programma il 22 agosto a Londra) per poi eventualmente sfidarlo, visto che entrambi sono gestiti dalla Taf.</b> Ancora imbattuto, a 29 anni, Bologna è uno dei migliori pugili italiani, uno su cui puntare in questi tempi non sempre felici per la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/boxe_2766" target="_blank">boxe</a>&nbsp;tricolore. Al fiorentino non mancheranno di certo foto in cui posa con una cintura in mano, ma su WhatsApp ha nel profilo quella da calciante, perché è cresciuto nell’ambiente del calcio storico diventandone oggi uno dei protagonisti. Da bambino si trasferisce con la famiglia nel quartiere Ponte di Mezzo, sotto al suo palazzo popolare c’è il campo di allenamento dove la squadra degli azzurri prepara le sfide ai rossi, bianchi e verdi del calcio in costume. Il quartiere degli azzurri è quello di Santa Croce e Ponte di Mezzo è una di quelle zone periferiche in cui non si può essere di un altro colore. <b>A quindici anni Paolo entra in palestra e inizia a fare la boxe, a sedici comincia ad allenarsi con gli azzurri, ma non si può giocare prima di essere maggiorenni e non appena ne compie diciotto esordisce</b>. “La prima partita l’ho vissuta come un sogno – racconta Bologna al Foglio sportivo – e come un incubo, pesavo 67 chili e c’erano omoni quarantenni di un quintale. Quando la partita finì, mi dissi: sono vivo. Quella volta si perse, ma capii che si vinse come squadra, come gruppo”.</p><p><b>Da allora è stato una presenza fissa nei 27 calcianti azzurri, oggi è uno dei protagonisti della formazione, uno dei volti più conosciuti in città, anche grazie alla boxe.</b> Nell’ultima semifinale ha realizzato anche una caccia (cioè un gol), lui che non è solito realizzarne. “In semifinale ho picchiato, qualche botta l’ho presa. Io in prima linea in difesa degli altri a fare botte. Poi però c’è stata una mezza rissa tra allenatori e alfieri e io ho fatto un po’ di casino per difendere il nostro capitano, il regolamento però dice che si possono toccare solo i calcianti, non gli alfieri”. Quindi la finale l’ha vissuta in tribuna, squalificato per scorrettezza. <b>“È stato difficilissimo non poter giocare, anche perché ha esordito il mio miglior amico, gli ho dato il mio costume, ha giocato nel mio ruolo ed è stato bravissimo, io attaccato alla rete ero pronto a scavalcare se gli fosse successo qualcosa”.</b> Gli azzurri nella piazza casalinga hanno trionfato nell’evento disputato, come sempre il 24 giugno, in Piazza Santa Croce, in concomitanza con la festa di san Giovanni Battista, il patrono della città, aggiornando così un albo d’oro che li vede al comando con 25 vittorie. I bianchi ne hanno 18, i rossi 11, i verdi 2. La partita più famosa è quella del 17 febbraio 1530, sempre in Piazza Santa Croce, disputata durante l’assedio di Firenze come atto di sberleffo verso le truppe imperiali di Carlo V. Il calcio in livrea è tornato a essere un appuntamento fisso dal 1930, anno in cui è stato ripristinato il torneo moderno. Si sfidano i quattro quartieri storici della città vecchia: i verdi di San Giovanni, i bianchi di Santo Spirito, gli azzurri di Santa Croce e i rossi di Santa Maria Novella.</p><p>Bologna non è l’unico pugile fiorentino a partecipare al calcio in costume. Dalla boxe sono arrivati anche i cutman che fanno i bendaggi alle mani che però sono più simili a quelli della boxe a mani nude. Oltre alle mani il team di Federico Catizione, il primo a proporre questo servizio, benda anche le caviglie.</p><p><b>Leonardo Balli è l’altro pugile professionista che ha giocato con gli azzurri.</b> “Erano tre o quattro anni che mi chiamavano – spiega – ma ero concentrato al 100 per cento sulla boxe. Quest’anno, complice un anno sabbatico e un infortunio mentre mi allenavo, si è presentata l’occasione. È ‘n’emozione indescrivibile: pur avendo già calcato ring e vinto titoli importanti, pensavo che scendere in piazza con i compagni fosse una bischerata. Invece, fin dalla settimana prima, è stato un mix di emozioni continuo. <b>Me lo dicevano sempre: 'Appena lo provi, non puoi più farne a meno'. Una curva ti acclama, l’altra ti fischia... è qualcosa di indescrivibile.</b> Basta una sola partita e il calcio storico ti entra dentro. Il mio idolo nella boxe è Lomachenko, nel Calcio Storico è 'Zena', Gabriele Ceccherelli. Quando giocava lui, per quanto la partita potesse essere importante, sembrava sempre che fosse al campo con gli amici, tanta era la sicurezza che sprigionava e che trasmetteva ai compagni. Un mito”. Anche Balli, così come Bologna, ha saltato la finale. Lui per infortunio. “Viverla da fuori – continua Balli – è stata ancora più dura che giocarla. Sentirsi parte della squadra e non poter scendere in campo a dare una mano ai compagni è stata davvero tosta. Per fortuna abbiamo un gruppo bellissimo: dal capitano all’allenatore, fino al presidente, hanno curato ogni minimo dettaglio per questa finale. E noi, come squadra, siamo veramente affiatati”.</p><p>Bologna, secondo lei cosa serve per essere un calciante? <b>“La boxe serve, le basi ce le hanno tutti. Ci alleniamo durante l’anno anche a rugby e alla lotta. Secondo me c’è anche un po’ di scacchi, per capire quando entrare e quando uscire e soprattutto per avere gli occhi sempre aperti.</b> Da pugile il montante è il mio colpo, ma è pericoloso nel calcio fiorentino perché ti scopre troppo e a mani nude rischi di prendere un pugno pesante. La mano alta e il diretto destro è la soluzione migliore: uno-due secchi. Una sorta di codice etico c’è come nella boxe, devi confrontarti faccia a faccia non da dietro, se fai cazzate poi le paghi l’anno dopo. Di lato, da dietro, due contro uno: non si può. In passato per un periodo venivano chiamati anche gli stranieri, ma non mi piaceva, il calcio storico è bello così, senza soldi, lo fai per il quartiere”.</p><p>Intanto aspetta Dario Morello, che a breve sfiderà in Inghilterra George Liddard. “Speriamo che Morello vinca – dice Bologna – così magari poi difende l’europeo con me. Mi toccherà tifare per lui, anche se non lo sopporto. So che il suo è solo trash talking ma a me, come atteggiamento, non piace. Quando dovevamo affrontarci in un match che poi è saltato per colpa sua, ha indossato la maglia dei rossi per provocarmi, ma lui non sa nulla di calcio storico. Noi sputiamo sangue con il calcio fiorentino e lui fa il pagliaccio! Ho un’antipatia vera nei suoi confronti. Un tempo ero molto più impulsivo, ma da quando ho un mental coach sono più riflessivo e quindi più pericoloso, perché non ho perso la cattiveria agonistica. Prima di ogni match o prima di una partita di calcio storico, ma anche nei momenti più difficili della mia vita, vado a rifugiarmi in chiesa e mi sento bene”. I suoi amici azzurri lo seguono ad ogni match, tanto che riescono a riempire i palazzetti, cosa non sempre scontata nel pugilato italiano. Sarebbe interessante vedere cosa potrebbe succedere se la Taf gli organizzasse un match titolato a Firenze. “Adesso quando combatto ho tutta la città con me, non solo gli azzurri. Firenze mi rispetta e mi vuole bene”. Ma se il 24 giugno avesse programmato un match valido per un mondiale prestigioso di boxe, cosa sceglierebbe? “Bella domanda, la squadra è comunque forte, e se un anno ci fosse da fare il mondiale, sarebbero i compagni i primi a dirmi vai, tanto sei sempre con noi. Siamo una cosa sola”.</p><p><i>(3 - continua)</i></p>]]></description>
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				<title>Dalla crisi di Doha al bronzo nella Senna. Taddeucci si racconta</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giuliana Lorenzo</author>
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				<description><![CDATA[<p>La prima rivale, quasi nemica di sé stessa, è proprio lei, tanto che il suo allenatore (Giovanni Pistelli, ndr) spesso preferisce non infierire.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/08/18/news/oltre-il-nuoto-ce-di-piu-ginevra-taddeucci-tra-criminologia-e-ristrutturazioni--121089" target="_blank">Ginevra Taddeucci</a>&nbsp;è così di carattere, non si concede di sbagliare e quando succede, “mi autoflagello”, dice scherzando. Gli sportivi li riconosci da questa mentalità, l’unica possibile per raggiungere certi risultati o quando hai a che fare con la fatica come nel suo caso, dato che nuota in acque libere. <b>“Competo contro me stessa e se non faccio quello che voglio mi tormento. Non è concepibile non essere al top, devo essere almeno vicina ai miei standard, mi autoinsulto”. </b></p><p>Dal 4 agosto, per l’Europeo 2026, tornerà in acqua nella Senna, dove vinse il bronzo olimpico nella 10 km. “È stata una stagione fiacca rispetto a quelle precedenti, ma ogni anno non è uguale. Nel 2025 ci sono state tante soddisfazioni: arrivo all’Europeo senza grosse aspettative, sperando di giocarmela sempre con le migliori”. In acque libere, si sa, tutto può succedere. Si compete con i propri limiti, con gli avversari, ma anche con le condizioni del mare. Argomento molto caro a tutti i nuotatori, che nella tappa di Coppa del mondo di Setubal, in Portogallo, hanno avuto diversi problemi. “Dieci atlete si sono sentite male: stiamo cercando di non gareggiare in situazioni che ci possano portare disagi. Io stessa sono finita al pronto soccorso per l’acqua inquinata, spero non ci mettano nuovamente in condizioni spiacevoli. Abbiamo sempre criticità con l’acqua, che sia la temperatura bassa o troppo alta. Ci hanno fatto gareggiare tutta la stagione tra i 17 e i 18 gradi con atlete che sono state male. Per mesi, capita di preparare tappe di Coppa, inutilmente, perché certe temperature sono insostenibili. L’anno scorso a Singapore ci hanno chiamato la sera prima, la gara era alle 7 di mattina, l’acqua era sporca. Ci hanno fatto scendere in acqua il giorno dopo, con una temperatura di 30,9 e il limite è 31. Si va da un estremo all’altro, sembra che non cambi nulla”.</p><p>A Parigi non è detto che, fisico permettendo, non faccia anche la vasca: “non mi dispiace, è uno svago. L’ho fatta agli Italiani e ai Giochi, è una gestione diversa, vedremo. Ho quattro gare in acque libere, se dovessi farle tutte sarebbe impegnativo”. Il mindset è comunque cambiato da quel ventiduesimo posto al Mondiale di Doha 2024, quando pensò di lasciare tutto: <b>“Ci sono state molte persone vicino a me, come il mio fidanzato (Matteo Furlan, notatore, ndr) o il mio allenatore che credevano nel tempo che avrei potuto fare nei 1.500. Mi hanno dato una bella spinta e Matteo mi ha convinto che ci sarebbe stata un’altra occasione, che non era finito tutto: mi sono aggrappata più che alle mie, alle loro convinzioni. Ho dovuto chiudere una relazione passata e rimettere a posto la testa al 100 per cento. Ho costruito sicurezza e calma mentale anche nella quotidianità”. </b>Una conquista non da poco, per lei che dopo la Senna, aveva ammesso di nuotare da sempre controcorrente, con quell’impegno di chi deve per forza sempre dimostrare qualcosa. “A Singapore, un anno fa, mi sono tranquillizzata prendendo quella medaglia individuale al Mondiale (argento nella 10 km) che mi mancava. Posso essere molto soddisfatta di ciò che ho fatto. Penso che quello che verrà in futuro sarà solo qualcosa in più. Non ho più l’ossessione di dimostrare niente, quella che sono o che sono stata, l’ho già fatto vedere”. Eppure, c’è sempre una patina di pessimismo che non riesce ancora a scrollarsi di dosso. “Sono molto testarda, anche quando vinco non mi do tregua perché magari penso di non aver fatto abbastanza, è un tratto caratteriale che difficilmente puoi cambiare. Dopo le Olimpiadi mi sono “calmata”. <b>Ho fatto allenamenti più tranquilli, quelli preolimpici sono stati particolarmente impegnativi e sono andata in down mentale. Mi sono detta che non volevo più rifarli. Nel mio sport ci vuole fatica e impegno, ma ora cerco di gestirmi meglio”.</b></p><p>Lo switch, soprattutto mentalmente, l’ha fatto con il 1.500 al Settecolli 2024: “Pensavo quel tempo fosse impossibile (16’08”65, ndr): ho avuto quasi più soddisfazione a farlo che a vincere la medaglia olimpica, sembrava un traguardo impossibile da raggiungere in una gara non mia”. <b>Tra una bracciata e l’altra, canticchia, pensa alle melodie e cerca connessione con le acque in cui si trova. «Ci leghiamo al posto in cui nuotiamo, viaggiamo per il mondo e viviamo veramente quel luogo invece di restare chiusi in una piscina. </b>Penso ai colori della Sardegna o ai pesci del Mar Rosso”. Un discorso che si aggancia alla passione viscerale per i viaggi: “Mi piace vedere il mondo, sapere quanta diversità si può trovare a livello di persone, culture e cibo, amo scoprire. Mi rifiuto di andarmene da questa vita senza vedere altro. Dopo l’Europeo dovrei andare in Giappone”. Magari lì proverà tutte le prelibatezze culinarie: “Non ho una dieta, sono davanti a una gelateria (dice mentre parliamo, ndr). L’unica volta che l’ho seguita sono arrivata 22esima, quindi ho detto “faccio come mi pare” fino a quando il corpo me lo concederà”.</p>]]></description>
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				<title>La pattinatrice Alina Zagitova ci ricorda che un allenatore non è un genitore</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Secondo la pagina Instagram figureskating_sportsru, Alina Zagitova sarebbe l’unica allieva di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/eteri-tutberidze_58032" target="_blank">Éteri Tutberidze</a>&nbsp;– la zarina del pattinaggio artistico russo che “distrugge per ricostruire” le proprie atlete – a non aver interrotto la collaborazione con lei dopo aver partecipato alle Olimpiadi. <b>A quanto riportano gli amministratori della pagina, sarebbero numerose le campionesse che, in passato, avrebbero deciso di interrompere la collaborazione con Tutberidze:</b> Lipnitskaya nel 2014; Medvedeva nel 2018; Trusova nel 2022; Shcherbakova nel 2024; e per ultima Valieva, al termine della squalifica per doping, nel 2025. Nei giorni scorsi, secondo la stessa pagina, Adeliia Petrosian, la diciannovenne promessa del pattinaggio artistico russo, dalla quale ci si aspettava a Milano-Cortina la dimostrazione del fatto che “senza Russia non sono vere Olimpiadi”, avrebbe fatto la stessa scelta.</p><p>La notizia della sua decisione ha innescato una reazione simil-pavloviana tra i tifosi in patria, con commenti che si esplicano da soli: “L’ingratitudine è diffusa tra gli atleti”, sentenzia un commentatore; “È successo che, dopo il suo fallimento, Adeliia abbia incolpato automaticamente la sua allenatrice: è triste” ipotizza un altro; “Adeliia ha fatto qualcosa di stupido! Proprio come le altre! Ragazze, chi è il vostro capo?”, ammonisce infine un terzo utente. Sono cose note nell’ambiente. <b>La classica condanna che si abbatte sugli atleti che, peccando di ingratitudine e slealtà, decidono di interrompere il sodalizio col proprio tecnico. Condanna che ho visto e sentito più e più volte in prima persona nei numerosi anni spesi tra piscina e bordo vasca.&nbsp;</b>Nella mia esperienza, infatti, ho appreso bene come la relazione allenatore-atleta sia spesso investita di aspetti che non dovrebbero interessarla, al punto che l’allenatore non si considera più solo un tecnico, ma una figura genitoriale: un secondo padre o una seconda madre. La piscina – nel mio caso; la pista, nel caso di Adeliia – non viene percepita come luogo di impegno, sfida e crescita personale, ma come un’estensione dei luoghi del nucleo familiare. È così che il patto tra allenatore e atleta smette di essere una delega di responsabilità e si trasforma in un vincolo di sangue.</p><p>Il risultato di questa distorsione culturale è una tossicità diffusa e latente che avvelena le carriere di fin troppi atleti. Se l'allenatore si confonde col “padre” o la “madre”, infatti, l’atleta che sceglie di cambiare allenatore o squadra non sta semplicemente prendendo una decisione adulta, matura e responsabile sulla propria carriera: sta compiendo il più doloroso dei tradimenti: il figlio che, accoltellandolo alla schiena, abbandona il genitore che lo ha nutrito e protetto. Cercare la propria strada è visto come qualcosa di incomprensibile e inaccettabile, e non è raro vedere allenatori “adulti e vaccinati” togliere il saluto ad atleti di dieci, venti o trent’anni più giovani; <b>i “figli ingrati” che li hanno traditi.&nbsp;</b>Ma – e sembra assurdo doverlo scrivere davvero – un allenatore non è un genitore, e un atleta non è un figlio, soprattutto ai livelli di Adeliia ed Éteri. Capita che il rapporto sviluppi elementi comuni a quello genitoriale? Sì, coi suoi lati positivi e negativi (senso di sicurezza e protezione; timore di deludere e del proprio desiderio di emancipazione). Il rapporto dovrebbe essere plasmato e mantenuto su quel modello? Per esperienza, direi che è meglio di no. Allenatore e atleta sono due esseri umani, adulti in alcuni casi, giovani adulti in altri, autonomi e competenti, che scelgono, giorno dopo giorno, di collaborare o meno a un obiettivo comune, e solo se rimangono tali lo scambio di competenze produce valore.</p><p>Col tempo, questa collaborazione può incistarsi: le dinamiche relazionali ristagnano attorno a schemi percettivo-reattivi più o meno rigidi; i non-detti e le incomprensioni si frappongono tra le indicazioni dell’allenatore e la fiducia dell’atleta nell’eseguirle; le capacità visuo-cognitive e ideative di entrambi si atrofizzano attorno al “già conosciuto”, che rende più difficile vedere – e pensare – cose diverse da ciò che ci si aspetta. E tutto questo è perfettamente normale.</p><p>Il nostro corpo e la nostra mente, infatti, sono stati magistralmente ottimizzati dalle pressioni evolutive, cosicché essi funzionano non cercando il “miglior risultato possibile”, quanto piuttosto il “minimo risultato soddisfacente”: spendere il minimo indispensabile per ottenere un risultato soddisfacente. Qualsiasi investimento ulteriore, pertanto, sia esso fisico o cognitivo, ha bisogno di motivi validi per essere effettuato. In tal senso, una squadra diversa o un nuovo allenatore possono trasformare il familiare in estraneo, il conosciuto in sconosciuto, e rappresentare quindi stimoli utili a convincere i propri sistemi a produrre e rendere accessibili nuove risorse, invece di affidarsi a precedenti dispositivi già ottimizzati (e quindi non stimolanti e non capaci di far crescere l’organismo).&nbsp;<b>Il rinnovamento, nella crescita sportiva e personale, non è un “in più”: è una necessità.</b> Per continuare a evolvere, a un certo punto del proprio percorso, quasi ogni atleta dovrà affrontare situazioni in cui staccarsi dal proprio allenatore per cercare “occhi freschi” e nuove prospettive. E questo non è un tradimento, a meno che non vogliamo considerare la competenza acquisita come un debito da ripagare. In quel caso, allora, cercare un cambiamento potrebbe significare rinnegare il lavoro fatto in precedenza; altrimenti, semplicemente, significherebbe che non si ha ancora smesso di voler crescere. Finché allenatori e pubblico continueranno ad aspettarsi dagli atleti una devozione filiale assoluta nei confronti dei primi, allora si continuerà a confondere il bisogno di autonomia con l’ingratitudine, e agli ultimi continuerà a essere impedito di pensarsi come “persone vere”.</p><p><b>Per quanto riguarda Adeliia ed Éteri, non possiamo sapere con certezza come si sia svolta la dinamica relazionale – privata e personale – tra le due. </b>Non sappiamo se Éteri abbia rinfacciato ad Adeliia un supposto tradimento e un’eventuale ingratitudine, oppure se, al contrario, abbia accolto e ascoltato le sue motivazioni, preservando il rapporto umano al di là della conclusione di quello lavorativo. Ciò che però sento di poter dire è che Adeliia, nel semplice uscire dal palazzo di ghiaccio della sua allenatrice, non abbia tradito alcuna madre. Nell'evoluzione della propria persona e del proprio percorso sportivo, la giovane pattinatrice ha semplicemente fatto ciò che un professionista maturo è chiamato, a un certo punto, a fare: si è assunta la responsabilità del proprio futuro. Ed è ora che anche noi, pubblico e allenatori, iniziamo ad aspettarci lo stesso dagli altri atleti.</p><p>Giorgio Minisini è un ex nuotatore artistico italiano, vincitore di 4 ori, 4 argenti e 2 bronzi ai Mondiali e di 4 ori, 5 argenti e un bronzo agli Europei oltre che di 12 ori in Coppa del mondo. È stato una icona del nuoto artistico azzurro (da martedì potrete trovare la sua storia nel podcast de il Foglio Fuori Campo disponibile su tutte le piattaforme). Fresco di Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche alla Sapienza di Roma e ancora in forze nel del Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro, comincia a collaborare per il Foglio sportivo.</p>]]></description>
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				<title>Il nuovo ct della Nazionale secondo l&#039;AI</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alessandro Bonan</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ho chiesto all’intelligenza artificiale una proposta sul nuovo ct dell’Italia. Mi ha risposto inizialmente di non avere gli strumenti per una indicazione del genere, salvo poi ripensarci e indicarmi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/22/news/bando-al-sovranismo-pallonaro--402902" target="_blank">Guardiola</a>&nbsp;come il profilo più giusto. La mia AI (ognuno ne ha una, questa è a buon mercato), sostiene che Guardiola rappresenti la figura ideale non solo per questioni tattiche (la mia AI deve aver giocato a calcio in un’altra vita) ma per capacità manageriali, così pronunciate da permettergli di ristrutturare tutto il sistema calcistico italiano, dalle selezioni giovanili fino alla Nazionale maggiore.</p><p><b>Proseguendo nelle mie domande, ho chiesto ad AI se per caso Guardiola sapesse cosa fosse Coverciano.</b> La risposta è stata affermativa: Guardiola sa benissimo cosa sia Coverciano, un po’ per suoi trascorsi calcistici in Italia, un po’ per cultura personale, essendo il centro tecnico di Coverciano la scuola allenatori più famosa nel mondo. Senza che io glielo domandassi, la mia AI ha proseguito sbilanciandosi sull’opera dello spagnolo qualora venisse nominato ct: una rivoluzione tecnica vera e propria che comincerà esattamente da Coverciano estendendosi alla Nazionale.</p><p>Insomma, per AI non ci sono dubbi, con Guardiola tutto si risolve, magari con pazienza, ma si risolve. Sarà un caso, ma Malagò, insieme a Maldini e Leonardo, proprio a Guardiola si sono rivolti per cominciare la rifondazione. Che abbiano chiesto alla mia stessa AI? Non credo, hanno fatto da soli. Però di sicuro si saranno posti le seguenti domande.</p><p>La prima: Guardiola è adatto ad allenare un giorno si e tre mesi no? La seconda: 20 milioni di euro all’anno (la cifra che lo spagnolo avrebbe chiesto, anche se va un po’ ridimensionata), non sono comunque troppi? La terza: Guardiola conosce Ulivieri, il capo del settore tecnico? Perché se non lo conosce, forse non sa che trascinarlo via da Coverciano non sarà un’impresa semplice. La quarta: chi comanda tra noi (Maldini e Leonardo) e lui (Guardiola)? La quinta: quanto tempo diamo all’ex allenatore del City per ottenere qualche risultato importante? L’ultimo interrogativo è destinato a perdersi nel vento, in quanto stupido. Nessuno può sapere quanto tempo sia necessario per riemergere dal pantano. Sul resto dei quesiti si può discutere a lungo. Ma c’è una frase che pesa su tutte le domande possibili, e l’ha pronunciata Paolo Maldini, “noi aspettiamo chi realmente vogliamo”. <b>Parole che uccidono l’ego di Conte, rimbalzano sul ciuffo bianco di Mancini e si posano sopra le spalle di Andrea Pirlo. Perché nel caso Guardiola dica di no, sarà l’ex juventino a prendersi la panchina azzurra.</b> Come seconda scelta? Chiedetelo ad AI, io vado a fare un tuffo nel mare.</p>]]></description>
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				<title>Il Tour de France scaccia i soliti sospetti</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Era mattina, una mattina domenicale di metà luglio, di quelle un po’ appiccicose che partono stanche. Era mattina quando una paura ben oltre maggiorenne, che pensavamo antica, ha iniziato a stringerci stomaco, fegato e polmoni, stremandoci in pochi istanti come nemmeno qualche centinaia di chilometri in bicicletta. È bastata la notizia che nella notte tra sabato e domenica alcuni controllori dell’International Testing Agency (Ita) – l’organizzazione internazionale fondata nel 2018 per volere del Comitato olimpico internazionale (Cio) e creata sotto la supervisione della Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) con l’intento di promuovere l’indipendenza, la competenza e la trasparenza nella lotta contro il doping nello sport – erano <b>entrati nelle camere di Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard, il primo e il secondo in classifica, per un test antidoping a sorpresa al Tour de France</b>. Un test antidoping mirato in quanto, a loro giudizio, c’erano “seri e consistenti sospetti”, che è poi l’unica ragione per la quale possono essere autorizzati in Francia tra le 23 e le 5.</p><p>Chi ha vissuto la sua passione per il ciclismo dalla metà degli anni Novanta in poi è vaccinato a tutto questo. Certe cose le ha già lette, soprattutto le ha già sofferte. O meglio, è abbastanza vaccinato. Quella stretta a stomaco, fegato e polmoni la sente comunque. Perché quegli anni furono difficili, a volte tragici, capaci di infondere una triste disillusione, a volte un rifiuto, senz’altro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/%7Bmain_section.full_slug%7D/2015/10/12/news/bluff-su-due-ruote--394212">il sospetto che tutto ciò che avevamo visto non fosse altro che una grandissima bugia</a>.</p><p>Lo era davvero?</p><p>Eppure quelle corse, quelle tappe, le avevamo viste veramente. Molte le ricordiamo ancora.</p><p>Chi per ragioni d’età invece non è passato attraverso a tutto ciò assiste per la prima volta. Certo è un prima volta edulcorata dal ricordo condiviso, da inchieste, articoli e immagini facilmente reperibili, conosciute ai più, tramandate. Eppure era la prima volta. La prima volta di controlli notturni accompagnati da quelle parole “seri e consistenti sospetti” che portano con loro altri sospetti.</p><p>Il fatto che il ciclismo abbia fatto moltissimo per ridarsi una credibilità; che questo sport sia riuscito a inventarsi un sistema di controllo efficace per quanto imperfetto –&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/passaporto-biologico-antidoping-come-funziona/">il passaporto biologico (qui c'è una scheda per sapere come funziona)</a>&nbsp;– che i corridori abbiano rinunciato a tanto, prima di tutto a buona parte della loro libertà, pur di smarcare questo sport dal pregiudizio che fosse nient’altro che uno sport di dopati, perché i ciclisti hanno perso la loro libertà accettando l’obbligo di notificare la loro posizione quotidianamente ai controllori dell’antidoping per eventuali test a sorpresa; beh tutto questo, ogni volta che l’ombra del doping si confonde con l’ombra di biciclette e corridori sulle strade, sembra sfumare, evaporare come le gocce di una pioggerella estiva sull’asfalto rovente del Tour de France.</p><p>Il sospetto è subdolo, scava piccoli solchi nel nervo ottico fino a deformare la nostra capacità di percepire ciò che osserviamo. Il sospetto basta a se stesso. Non accetta versioni alternative alla propria, una dittatura capace di escludere la possibilità di un errore. E quella domanda che ci si potrebbe porre ma che mai ci poniamo: i corridori meritano tutto questo?</p><p>“Quando nel 2019 avanzai la possibilità di adeguare tutti gli sport agli standard antidoping del ciclismo, a mio avviso il miglior sistema al momento in circolazione, fui guardato come fossi un pazzo”, racconta al Foglio sportivo un ex dirigente della Wada che preferisce restare anonimo. “Mi dissero, tra l’altro con apprezzabile franchezza, che se avessero proposto alle varie federazioni internazionali di adottare lo stesso sistema utilizzato nel ciclismo, sarebbe successo un casino, che nessuno avrebbe mai dato il via libera all’obbligo di notifica degli spostamenti e alla reperibilità totale. Mi dissero che questa era una invasione della privacy e della libertà personale da regime totalitario”, spiega. I ciclisti tutto questo lo hanno accettato. Hanno accettato i controlli antidoping a sorpresa, diurni e notturni, anche quelli extra a quelli di routine dopo la conclusione delle cors.</p><p>Tadej Pogacar e Jonas Vingegaard non si sono lamentati neppure per quelli notturni al Tour de France 2026, hanno solo fatto notare che non era stato il massimo essere svegliati nel  bel mezzo della notte dopo aver percorso una tappa da 3.800 metri di dislivello e con un’altra da 3.950 metri di dislivello da pedalare dopo poche ore.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/19/news/remco-evenepoel-si-e-gustato-la-sua-prima-volta--402587">Tappa nella quale Jonas Vingegaard è caduto in un tratto in discesa e per quella caduta è dovuto ritornare a casa con una clavicola rotta</a>. Le poche ore di sonno hanno influito? Il danese ha risposto che “l’orario era tutt’altro che ideale”.</p><p>Quel che resta di questa storia, è l’amarezza di non aver potuto vedere la tappa del Plateau de Solaison con il danese tra i protagonisti. E non aver potuto vederlo pedalare sulle salite alpine, magari accanto a Tadej Pogacar, magari dietro a inseguire. Chissà.</p><p>Quel che resta è soprattutto però quel brivido di sospetto che abbiamo provato, magari inconsciamente, magari senza nemmeno accorgercene. Ma quel sospetto è tornato. O, forse, non se ne è mai andato. Perché in questi anni, ogni volta che un corridore faceva qualcosa di meraviglioso, un’impresa capace di farsi ricordare negli anni, c’era chi tirava fuori le epoche passate, metteva in dubbio la capacità degli atleti di migliorare loro stessi e di migliorare ciò che avevano fatto i campioni degli anni che furono. Eppure lo sport è sempre stato un continuo miglioramento di ciò che è stato. Fa strano – e un po’ rabbia – che solo nel ciclismo tutto questo sembri un indizio di colpevolezza e non qualcosa che capita ricorsivamente.</p>]]></description>
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				<title>Messi non è antipatico per colpa dell’algoritmo</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 05:28:00 +0200</pubDate>
																<category>Sport</category>
				<author>Jack O&#039;Malley</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un brindisi a Guardiola, che chi legge questa rubrica da qualche anno sa non essere la mia cup of tea, ma che dopo aver sciacquato i propri panni calcistici nell’Irwell è diventato sopportabile: non so se abbia mai davvero pensato di sedersi sulla panchina dell’Italia, certo che il fuoco da cui è stato investito avrebbero fatto cambiare idea a chiunque.</p><p>Auguri a Paolo Maldini e Leonardo, che dopo aver detto di avere un progetto da sviluppare il 8-10 anni si sentono dire dal presidente di una squadra che in vent’anni non ha vinto nulla che è troppo, bisogna capire tutto in cento giorni.</p><p>Bene ha fatto Pep a non cascarci, spiace per dove caschereste voi con Pirlo commissario tecnico (a proposito, che fine ha fatto il “dossier Baggio” che avrebbe dovuto risolvere i problemi del calcio italiano? Non è che qualcuno lo ha letto davvero e si è accorto che era una cagata mondiale?). Immagino che in Figc puntino tutto sull’allargamento a 64 squadre nel prossimo Mondiale, sperando di giocarsi la qualificazione in uno spareggio contro le Isole Samoa.</p><p>Non perderò il sonno chiedendomi chi allenerà l’Italia, confesso, anche perché ho appena ricominciato a dormire e russare dopo il trauma dell’eliminazione inglese al Mondiale. Continuo invece a godere per la sconfitta dell’Argentina, è poco sportivo, ma è più forte di me, soprattutto dopo la comica raccolta firme lanciata da quelle parti per chiedere di rigiocare la finale (ma capisco che quando non hai un cazzo da fare, nel dubbio raccogli firme per qualcosa). Sguazzo nelle teorie che provano a sostenere che ci sia stato un complotto degli algoritmi per far diventare Lionel Messi antipatico sui social. La tua squadra va avanti grazie a episodi contestati e arbitri scarsi che hanno un occhio di riguardo? Tu passeggi in campo e segni solo contro Nazionali che giocano a calcio da un mese e i media ti esaltano ogni oltre logica? Ti giri di spalle quando premiano chi ti ha battuto e in partita cerchi di far espellere un avversario denunciando all’arbitro un fallo inesistente? I tuoi compagni picchiano impuniti, provocano gli avversari, esultano in faccia a chi perde, fanno partire risse che nemmeno nel mio pub quando c’è il derby di Sheffield? Ma certo, tutta colpa dell’intelligenza artificiale e dei social.</p><p>Io comunque ho la coscienza a posto: critico Messi da quando ho iniziato a scrivere sul Foglio molti anni fa. Forse finalmente anche gli algoritmi si sono accorti che avevo ragione.</p><p>Non so invece cosa dicano gli algoritmi degli smartphone che i giocatori di Eusebio Di Francesco userebbero in continuazione, come da denuncia dell’allenatore del Lecce, il quale ha bandito gli smartphone a tavola durante il ritiro e rimpiange i bei tempi andati in cui si chiacchierava o giocava a carte. Quando Messi stava ancora simpatico a tutti, insomma. E Baldini era giovane abbastanza per allenare la vostra Nazionale.</p>]]></description>
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				<title>Il segreto del modello Spagna non è certo il tiki-taka</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 05:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Moris Gasparri</author>
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				<description><![CDATA[<p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/20/news/la-spagna-ha-vinto-i-mondiali-2026-argentina-battuta-per-1-0--402592" target="_blank">Coppa del mondo</a>&nbsp;da poco conclusa ci consegna, per bocca di X e di un magistrale quanto illuminante tweet di David García, una grande verità: tutti, specie in Italia, vogliono copiare il modello calcistico spagnolo, ma nei fatti nessuno ha idea di quanto sia fondamentalmente noioso e faticoso (ma produttivo) il lavoro di formazione e sviluppo del talento che ne sta alla base.</p><p>C’è anche un’altra questione aperta. Di questo lavoro conosciamo una faccia visibile di cui ormai sappiamo tutto: la svolta olandese del Barcellona con Cruyff e i suoi effetti tecnici e culturali di lungo periodo; il privilegio accordato, in particolare dall’Europeo del 2008 in avanti, non alla selezione dei calciatori più atletici e rapidi, ma dei più intelligenti e dotati di tecnica; la centralità assegnata dai club professionistici alle proprie accademie giovanili e la cultura di lanciare i talenti più promettenti in prima squadra senza aspettare tardive maturazioni; la continuità tra Nazionali giovanili e Nazionale maggiore incarnata dal percorso di Luis De La Fuente. <b>Della sua faccia meno visibile, ma altrettanto essenziale, sappiamo però qualcosa di sospeso tra il poco e il nulla, soprattutto in Italia</b>.</p><p>È quindi utile analizzare questi aspetti “segreti” del modello calcistico spagnolo non tanto perché sia davvero possibile replicarli, ma per comprendere in profondità le ragioni di un’egemonia calcistica che ha raggiunto livelli ormai siderali, e che conferma il XXI secolo come l’età dei sistemi calcistici complessi, che riescono ad avere successo perché coinvolgono una complessità di fattori sia interni che esterni al sistema sportivo, di sistema-paese.</p><p>Ne vogliamo trattare tre, legati a dimensioni sociali, culturali e identitarie.</p><p>Partiamo dal primo. Il vero luogo di fondazione dei successi spagnoli ha un nome che in apparenza non evoca niente: patio escolar. Sono piastre di cemento all’aperto, come nell’Italia sportiva degli anni Settanta e Ottanta si usava per il pattinaggio a rotelle. Ogni istituto scolastico in Spagna ne ha obbligatoriamente uno, dedicato al gioco ricreativo nei vari momenti della giornata scolastica. <b>Il calcio, anzi per meglio dire il futsal, visto lo spazio ridotto e le porticine immancabilmente presenti, ne è il grande e incontrastato protagonista</b>. Qui, e non solo nelle scuole-calcio, passa la costruzione del rapporto con la palla, lo sviluppo delle decisioni rapide in spazi stretti e della scansione dello spazio che rende intelligenti, vale a dire i fattori-chiave dello stile calcistico spagnolo. Per produrre calciatori forti occorre armonia tra calcio informale e spontaneo (che non è solo la famigerata “strada”, e anzi la cosa più importante secondo gli studiosi del tema arriva ancora prima, ed è il rapporto costruito con la palla in casa tra i 2 e i 4 anni d’età) e calcio organizzato e supervisionato, e come abbiamo già scritto sul Foglio sportivo l’Italia ha quasi completamente perso il primo pezzo. Quante volte e per quante ore avranno toccato il pallone nel proprio patio escolar e nelle partitine quotidiane i Dani Olmo e i Rodri bambini, formando così le proprie abilità neuromotorie? A confermare, in chiave rovesciata, la centralità calcistica di questi spazi le recenti critiche mosse da vari esponenti della sinistra di Podemos in favore della loro “decalcistizzazione”, con il calcio accusato di poca inclusività verso i bambini non appassionati e verso le bambine.</p><p>Il secondo elemento è sfuggente nella sua essenza, anche se lo abbiamo visto al MetLife Stadium nei festeggiamenti post-partita, con le bandiere che cingevano i fianchi di molti calciatori. In molti casi non erano bandiere della Spagna, bensì delle varie comunità regionali di provenienza. <b>La Spagna è un agglomerato di nazioni nella nazione, ma a livello calcistico la conflittualità identitaria sempre latente nella vita politica spagnola trova una sua particolare stabilizzazione positiva</b> (per quanto non siano mancati scontri nei Paesi Baschi e in Navarra nella notte di domenica).</p><p>I successi della Nazionale rinfocolano, attraverso la provenienza territoriale e formativa dei calciatori, l’orgoglio catalano, gallego, basco, navarro, andaluso. Questo a sua volta alimenta ed è allo stesso tempo generato dai cospicui investimenti materiali e immateriali nei propri settori giovanili di club che da sempre si vivono come vere squadre nazionali e roccaforti identitarie, fattore che garantisce motivazioni extra per chi vi gioca e allena a ogni livello, e con un radicamento dei giocatori che si prolunga nelle prime squadre soprattutto per questo motivo, in barba a ogni logica di player trading. E attenzione a guardare tutto il quadro, non solo Barcellona o Athletic Bilbao, ma anche l’accoglienza di Oyarzabal alla Zubieta, il centro di allenamento della Real Sociedad, o il modo enfatico con cui il Celta Vigo ha celebrato il primo calciatore galiziano della storia a vincere un Mondiale, Borja Iglesias. <b>Questi fattori geopolitici sono centrali per spiegare l’attuale forza calcistica (ma anche cestistica) spagnola, e sono ovviamente irreplicabili nella loro unicità storica</b>.</p><p>Il terzo elemento è la formazione del capitale umano. Non solo i corsi federali per i tecnici, o l’offerta formativa sportiva del mondo universitario. Il buon Dio si nasconde nei dettagli, anche quello del pallone. In Italia sono ad esempio sconosciute le cosiddette enseñanzas deportivas, corsi di formazione su due livelli (1.000 + 750 ore di formazione) curati dalle comunità autonome che hanno il compito di preparare i tecnici di tutti gli sport (soprattutto quello di base), con il calcio che occupa una posizione di leadership. A tutti i livelli e in ogni ganglio del sistema il mondo calcistico spagnolo esibisce un livello di formazione del capitale umano di tecnici, istruttori e allenatori altissimo, che poi diventa dati, analisi, conoscenza scientifica. <b>Il calcio contemporaneo è una grande macchina di sapere, e su questo in Italia abitiamo un pianeta molto distante</b>. Rispetto all’Italia c’è poi un gap salariale a incidere.</p>]]></description>
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				<title>Un piano B per un’Italia di Serie B</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 19:32:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Tutto sembra portare ad Andrea Pirlo, attuale allenatore dello United Fc, squadra che fino a due mesi fa giocava nella Serie B degli Emirati arabi uniti</b>. <b>Sarà lui, a meno di colpi di scena, il nuovo commissario tecnico della Nazionale</b>, la cui ultima partita in una fase a eliminazione diretta in un Mondiale risale a vent’anni fa (Francia-Italia, la finale di Berlino). Dopo due eliminazioni improprie e tre mondiali di fila visti dalla spiaggia, serviva la rivoluzione. La rivoluzione vera, dal basso e con nomi capaci anche di riportare entusiasmo in chi in quella Nazionale ci gioca e in chi deve (o vorrebbe) tifarla.</p><p><b> Giovanni Malagò, eletto un mese fa alla guida della Figc, era partito bene, con realismo da bravo manager sportivo qual è</b>: i record alle Olimpiadi e il successo di Milano-Cortina 2026 parlano per lui. <b>Se la prima scelta “vera” (dopo Maldini e Leonardo come direttore tecnico e advisor) è però un allenatore che ha un palmares non certo invidiabile </b>(anche Sergio Conceiçao ha vinto col Milan una Supercoppa italiana, ma nessuno se lo ricorda) e che neppure si può dire dotato di “garra”, <b>si rischia davvero di entrare in un loop depressivo. </b>Come si può dire in conferenza stampa – e quindi non sono illazioni giornalistiche – che le prime due scelte erano Carlo Ancelotti e Pep Guardiola per poi ripiegare, ventiquattro ore dopo, su Pirlo? Tra l’altro nello stesso giorno in cui la Germania, che quanto a vivai e accademie è messa molto meglio dell’Italia, annuncia Jürgen Klopp, cioè uno dei migliori allenatori al mondo? Va bene la progettualità, va bene attendere “otto o dieci anni” per vedere i frutti della semina, ma perché il raccolto sia abbondante servirebbe un coltivatore esperto, uno capace di ribaltare il tavolo quando serve e di portare idee nuove, quelle che mancano da tempo nel calcio italiano. La sensazione è, invece, quella di continuare a vivacchiare. <b>Aspettando, forse, che i mondiali diventino a 124 squadre per qualificarsi.&nbsp;&nbsp;</b></p>]]></description>
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				<title>L&#039;Alpe d&#039;Huez di Tadej Pogacar</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 18:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>C'erano quarantadue uomini alla ricerca di giorno da ricordare in un luogo che, quanto meno nel ciclismo, se la gioca con il Partenone, il Colosseo e pure l'Olimpo: l'<b>Alpe d'Huez</b>. Pedalavano tutti con lo sguardo fisso verso quel&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2022/07/01/news/tour-de-france-una-passione-chiamata-alpe-dhuez--151349">sogno incastonato tra le vette del massiccio delle Grandes Rousses</a>, e la coda degli occhi verso il timore di vedere alle loro spalle spuntare il punto di giallo di quell'animale mitologico, mosso da una fame atavica e insaziabile. Perché anche i sognatori più arditi non riescono a ignorare davvero la realtà.</p><p>Per oltre cento chilometri questi quarantadue corridori, poi sempre meno, hanno accumulato minuti su minuti per rendere il più difficile possibile il recupero di quel corridore in giallo che sembra capace di ogni cosa, anche rendere possibile l'improbabile. C'è riuscito anche oggi. <b>Tadej Pogačar ha reso ancora una volta possibile l'improbabile. In dodici chilometri ha recuperato tre minuti a chi aveva provato a illudersi che sarebbero potuti bastare</b>. Non sono bastati.</p><p><b>Tadej Pogačar ha trasformato gli ultimi dodici chilometri dell'Alpe d'Huez nel gioco guardia e ladri</b>. Lui era la guardia, tutti gli altri i ladri. Li ha presi tutti. Pure Richard Carapaz, Lenny Martinez e Sepp Kuss, corridori dalla testa dura e le gambe potenti, gente incapace a rassegnarsi alla legge del più forte, al potere assoluto di quel corridore che sembra incapace di correre con addosso la maglia della propria squadra, il UAE Team Emirates-XRG, ma la deve coprire con qualsiasi altra che danno ai corridori come premio per una vittoria.</p><p>Tadej Pogačar ha accelerato a dodici chilometri dall'arrivo. Qualche decina di metri sui pedali, poi un'incedere crudele, per gli altri, e impassibile seduto in punta di sella. Ha superato uno dopo l'altro chi aveva creduto che la volontà di tanti potesse battere quella di uno solo. <b>L'Alpe d'Huez però è un richiamo irresistibile</b>, è un serpentone che danza davanti a te, colorato di centinaia di migliaia di teste, di occhi, di sorrisi, di allez, di litri di birra, di allegria e che sosprira un <i>prendimi, prova a prendermi</i>. <b>L'Alpe d'Huez è un canto delle sirene e non ci sono pali ai quali legarsi</b>.</p><p>Tadej Pogačar quel canto lo ha sentito, lo ha inseguito, ha temuto per qualche istante di averlo perso, lo ha riafferrato per insistenza, nel punto dove la strada perde il fascino alpino per diventare cittadina.</p><p>Forse lo sloveno aveva sperato in una lunga solitudine, quella riservata ai migliori. Solitudine fino a un certo punto. <b>Quando arriva il Tour de France, la strada che porta in cima all'Alpe d'Huez è un corpo vivo mosso da un fremito frenetico e gioioso, che per due giorni si agita in una festa che sembra non avere fine</b>. E invece termina ogni volta nel momento di soddisfazione più intenso, al passaggio dei corridori della Grande Boucle</p><p>Con una squadra decimata dai malesseri si è dovuto accontentare di una rimonta. Non gli è andata male. Soprattutto perché Richard Carapaz, Lenny Martinez e Sepp Kuss hanno reso onore con scatti, contro-scatti, cattiveria agonistica alla magnificenza dell'Alpe d'Huez, non hanno fatto mancare nulla alle centinaia di migliaia di persone che avevano deciso mettersi a bordo strada per godersi dello spettacolo del Tour. Richard Carapaz era pure riuscito a liberarsi degli altri due, per circa un minuto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/23/news/richard-carapaz-ha-trovato-il-suo-posto-nel-tour-de-france--403036">aveva pure creduto possibile sentirsi addosso la gioia provata ieri a Orcières-Merlett</a>.</p><p><b>Tadej Pogačar ha superato per primo la linea d'arrivo in cima all'Alpe d'Huez</b>. Era partito da fondo valle con addosso la maglia gialla, è arrivato in cima con una maglia gialla di un colore ancor più intenso, una vittoria in più e la certezza di essere entrato nella memoria dell'Alpe d'Huez e quindi in quella del ciclismo: nessuno era mai stato così rapido a percorrere i 13.800 metri di asfalto in salita all’8,1 per cento di pendenza media che portavano all'Alpe. Ci ha impiegato trentacinque minuti e ventisette secondi,&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/marco-pantani-alpe-d-huez/" target="_blank">un minuto e tredici in meno di quelli che ci aveva impiegato Marco Pantani nel 1995 (ossia, trentasei minuti e quaranta secondi)</a>.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/24/news/tranquilli-vinceremo-nel-2034-guardiola-ha-detto-no-ma-litalia-del-calcio-dice-di-avere-un-piano--403138</link>
				<title>Tranquilli, vinceremo nel 2034. Guardiola ha detto no, ma l&#039;Italia del calcio dice di avere un piano</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 15:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il no di Guardiola è arrivato nella notte, quando i sogni si trasformano in incubi. È stato bello crederci, sarà durissima abituarci al piano B che, considerando il primo no di Ancelotti, è quasi un piano C. Ma il “Salva Italia” presentato dalla MML, la nuova triade del calcio italiano, è un progetto preciso, studiato per incidere a fondo, per lasciare un segno e deve partire da un ct che non sia soltanto un selezionatore della Nazionale maggiore, ma un uomo con cui ricostruire tutta la filiera. “Cerchiamo la sintonia, un’armonia di pensiero tra l’allenatore e la direzione tecnica. Noi siamo qui per dare la linea”, hanno spiegato Maldini e Leonardo l’altro giorno in Lega Calcio.  Hanno cercato Ancelotti, sono andati a corteggiare Guardiola. Hanno puntato al massimo. D’altra parte loro sono dei vincenti, come hanno sottolineato rinunciando a premi e bonus nel contratto. Era giusto provarci e pazienza se adesso Pirlo si sentirà peggio di una ruota di scorta, un piano B, se non addirittura un piano C. Anche perché dovrebbe sentirsi piuttosto un miracolato, considerando che non stava allenando il Real Madrid e neppure la Sampdoria, ma una squadra di Serie B a Dubai. Maldini e Leonardo vedono in lui il potenziale giusto per eseguire io loro programma. Malagò che indicato in “condivisione” la parola d’ordine per il loro rapporto, non potrà che essere d’accordo, nonostante l’amicizia con Mancini e la pressione di certi presidenti di Serie A per Antonio Conte. Il nuovo ct non dovrà occuparsi solo della Nazionale maggiore, ma dettare le regole del gioco per tutte le formazioni giovanili e la scuola calcio. Un lavoro profondo destinato ad andare ben oltre alla qualificazione al prossimo Mondiale. Un’idea che ha un senso per lasciare un’eredità. Non il classico mordi e fuggi. Vinciamo subito, poi peggio per chi verrà dopo. E qui si capisce perché Antonio Conte non è stato preso in considerazione. Lui è il più bravo a portare subito un risultato, ma è anche uno a cui piace cambiare spesso ristorante e abitualmente senza lasciare mance importanti. La MML punta a programmare, non a vincere subito.</p><p>Ma qui viene il problema del  “Salva Italia”. Un problema di tempistica perché, come ha detto Malagò: “Io che spero di essere rieletto parlo di 6 anni, Paolo per rifondare il calcio addirittura di 8-10”. Ecco chi ha la pazienza di aspettare 8/10 anni? Va bene programmare, va bene ricostruire, ma 8/10 anni nello sport sono secoli. Nessun presidente potrebbe mai accettare una tempistica simile per la sua squadra e infatti Urbano Cairo si è già espresso sull’argomento manifestando quello che pensano in molti (magari i tifosi del Toro avranno qualcosa da obiettare, ma questo è un altro discorso). La MML piace a tutti. Malagò è stato ancora una volta un campione di persuasione a convincere Paolo Maldini, ma non si  può chiedere agli italiani di pazientare altri 8/10 anni. I primi risultati devono vedersi subito, prima all’Europeo e poi al Mondiale. Costruire fa bene, ma mentre si scava per mettere le fondamenta, bisogna cominciare a ottenere dei risultati. Non scordiamoci che al Mondiale non ci siamo andati perché eliminati ai rigori. Il calcio italiano non sta bene, ma non possiamo attendere i Mondiali del 2034. Cominciare a piccoli passi, avere una visione di lungo periodo va bene, ma qualche risultato da qui a 8/10 anni va raccolto. Magari non nei primi 100 giorni, ma all’Europeo qualche segnale di vita bisognerà vederlo. Anche se con Pirlo invece che con Guardiola la salita sarà ancora più ripida.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il ritardo ingiustificato di Pedro Delgado</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 11:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Pastonesi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Cinque gialli per la maglia gialla. Cinque misteriose storie che hanno accompagnato, intrigato, anche avvelenato il Tour de France. La quinta riguarda Pedro Delgado, spagnolo, e il suo misterioso ritardo al via del Tour de France del 1989.</i></p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>Tour de France 1989, dal 1 al 23 luglio, da Lussemburgo a Parigi, 3.285 km compresi i 7,8 del prologo (una salitella di 900 metri poco dopo la metà del percorso) a cronometro, caldi, urbani, tesi. Come in tutte le prove individuali contro il tempo, i corridori partono a uno a uno, separatamente. L’ordine di partenza viene stilato in base alle squadre e sono le squadre a decidere la scaletta. Gli ultimi a partire sono, solitamente, i capitani. E l’ultimissimo a partire è, sempre, il vincitore dell’edizione precedente (o, in sua mancanza, il corridore che si era meglio piazzato nella classifica generale). Il migliore tempo viene stabilito dall’olandese Erik Breukink, 9’54”47, poi separati da pochi centesimi, ecco Laurent Fignon, francese, Sean Kelly, irlandese, e Greg LeMond, statunitense. Poi tocca a Pedro Delgado, spagnolo, primo nel Tour de France 1988 e ultimo a partire. Ma Delgado non c’è.</p><p>Trentasette anni fa, eppure le immagini televisive restituiscono un’atmosfera antidiluviana. La partenza del cronoprologo è fissata dal rimorchio di un autotreno, provvisto di due ribaltine, la prima dove salire, la seconda dove scendere. Dentro il rimorchio i commissari di corsa, i giudici di gara e, per quei pochi secondi fra il pronti-via, i corridori. Enorme è lo sconcerto degli addetti ai lavori, loro pronti, sì, a dare il via, se solo ci fosse il corridore. Ma Delgado non c’è.</p><p>Il tempo scorre. Il tempo scorre comunque, dall’istante in cui il conto alla rovescia avrebbe toccato lo zero. Uno, due tre, quattro, cinque… inesorabilmente. Mai successo prima che un corridore non si presentasse. Sei, sette, otto, nove, dieci… inspiegabilmente. A volte qualche incertezza, confusione, forse qualche secondo di ritardo, ma mai così. Undici, dodici, tredici, quattordici, quindici… incredibilmente. Sembra uno scherzo. Sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti… misteriosamente. Ma Delgado perché?, ma Delgado dov’è?, ma Delgado non c’è.</p><p>Pedro Delgado. “Perico”, pappagallo. Spagnolo di Segovia. Ventinove anni, professionista da sette, scalatore e – stranamente per uno scalatore – anche discesista. Vincitore di tappa alla Vuelta (Covadonga!) e della Vuelta (nel 1985), vincitore di tappe (Luz Ardiden!, per dirne una) e del Tour de France (nel 1988). Una vittoria, questa, sospetta: a cinque giorni dalla conclusione di Parigi, Delgado viene trovato positivo a un controllo antidoping, il farmaco proibito è il Probenecid, che nasconde l’uso degli steroidi. Ma c’è un problema: quel farmaco è proibito dal Comitato internazionale olimpico, ma non dall’Unione ciclistica internazionale. Il primo posto rimane sospeso 14 mesi: è l’ottobre 1989 quando il professore tedesco Manfred Doenike, considerato uno dei massimi esperti in antidoping, analizzati i risultati dei test di Delgado per tutto il Tour del 1988, stabilisce che il profilo degli steroidi presenti nel fisico dello spagnolo è stato regolare. La vittoria viene assegnata ufficialmente, i sospetti rimangono eternamente.</p><p><b>Dopo oltre due minuti e mezzo di sconcerto e trambusto, finalmente Delgado appare. Frastornato</b>. È in bici, e la sua bici è equipaggiata con una ruota tradizionale anteriore e lenticolare posteriore, indossa la maglia gialla di campione uscente, il dorsale è il numero 1. Perico scende dalla bici, sale sul camion, risale in bici e parte. Sono passati 2’42”. Poi si lancia, testa bassa e menare, testa bassa e recuperare, testa bassa e non franare. Al traguardo piomba dopo 10’06”, ma con un tempo di 12’48”30, a 2’54” da Breukink, centonovantottesimo e ultimo. Che cos’è successo, Perico?</p><p>Delgado cercherà di spieghere, per tutta la vita, quell’inspiegabile, certo ingiustificabile ritardo. “Avevo la testa fra le nuvole. Tutto procedeva come al solito. Ho lasciato l’albergo in orario, mi sono riscaldato bene lungo il circuito, tutto stava andando normalmente. Poi ho messo la ruota lenticolare e ho ricominciato a riscaldarmi e a cercare la concentrazione. Non ho più sentito nulla e non mi sono accorto che il tempo stava passando. E quando sono salito sulla piattaforma per partire, i cronometristi mi hanno detto che ero in ritardo. E a quel punto ho dato tutto quello che avevo”.</p><p>Delgado non si è mai dato pace. Sul suo sito pedrodelgado.com scrive: “Ancora oggi non so spiegare che cosa accadde. Volevo brillare dal primo colpo di pedale. Andai a riscaldarmi, cosa che di solito non facevo mai. Volevo togliermi dai giornalisti che mi seccavano tutto il tempo e volevo mantenere la mia concentrazione. Volevo arrivare appena prima della partenza. Fu questo, e nient’altro, che mi fece arrivare in ritardo. Nessuna delle ipotesi della stampa su quel ritardo alla partenza era vera, fui io stupido. La peggiore ripercussione non fu tanto il tempo perduto, ma non mi sono perdonato e per la rabbia quella notte non chiusi occhio”.</p><p>Quali erano le ipotesi della stampa? Un regolamento di conti legato alle vicende del doping di un anno prima: il gruppo – si diceva – taceva ma sapeva. Un braccio di ferro fra Cio e Uci. Un ricatto del Tour.</p><p>In quel Tour del 1989, compromesso, Delgado precipita il secondo giorno a oltre sette minuti dal primato, recupera strada facendo, ma non abbastanza, a Parigi sale sul podio, terzo a 3’34” dietro a LeMond e Fignon, divisi da otto lunghissimi secondi. Senza quei 2’42” sarebbe stato comunque terzo, ma chissà, probabilmente sarebbe stata un’altra corsa.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Sophie Cunningham e le frasi sugli atleti trans che piacciono ai cattivi. Cronaca di un massacro</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Società</category>
				<author>Ester Viola</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nome:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/02/news/sophie-cunningham-non-e-nata-per-passare-inosservata--401531" target="_blank">Sophie Cunningham</a>. Professione: atleta. Che cosa ha fatto: è la giocatrice gagliarda che qualche giorno fa era finita su tutti i social per la scena dell’indice puntato durante una partita di basket. Demeriti recenti: ottenere un non richiesto reclutamento (e pure il plauso intercontinentale  di Pillon) come eroina dei Maga. <b>Qui si sale e si scende dal rogo, si pigliano stendardi non richiesti, e si muore d’opinione almeno una volta all’anno un po’ tutti (sono sfinita).&nbsp;</b>Cosa era successo, antefatto: Indiana Fever contro Phoenix Mercury, Caitlin Clark e DeWanna Bonner discutono pesantemente, e Cunningham compare nell’inquadratura con il dito puntato contro Bonner. Non un’indicazione rapida, si mette là come Zeus, un indice prolungato e una stupenda espressione accusatoria e non si muove. Ventidue secondi. Bonner le dice di smettere e Cunningham continua. Così la snerva e le fa sbagliare i tiri liberi subito dopo. Una bella trovata, qualcosa che gli sportivi conoscono bene, sono abituati al sabotaggio dell’avversario. <b>Telecamere tutte per lei e naturalmente i social la fanno diventare il dito de dios.</b></p><p>Quel video – come tutti i video autentici e originali, quelli che raccontano un microdrama – è diventato il caviale dell’Instagram, l’oro dei social di questo mese di luglio. Come l’anno scorso era successo agli amanti scoperti al concerto dei Coldplay, spezzoni squisiti di vita che non puoi inventare, nemmeno se paghi Spielberg. L’ha utilizzato perfino la Casa Bianca, il video di Cunningham-indice-assassino, accostandolo a un altro di Donald Trump. Lei non ha aderito e non ha protestato, si è limitata a far spallucce osservando che ormai quell’immagine la pubblicavano tutti.<b> Nessuna presa di distanze espressa in modo duro, l’internet politico quindi ha acceso la sirena e l’ha arruolata d’ufficio tra quelli di là, i pazzi col cappellino rosso Make America Great Again. </b>Succede perché sui social ormai il choose your fighter è la tassa del ventennio, devi pagarla per forza: esistono il militante buono e il traditore cattivo. Vedi tu da che parte stare. Senza le parole “il presidente in carica mi nausea ogni molecola” era difficile che Sophie Cunningham restasse solo una giocatrice che aveva segnalato un’avversaria parecchio dura nei falli. Il certificato di innocuità e simpatia era ormai perduto. Così ecco che si apre la questione. Ai generali trumpiani (quelli che sono rimasti) questa cosa garba molto. Tentano in ogni modo l’appropriazione. <b>Avranno da inventarsi parecchie distrazioni da qua a novembre, quando si tratterà, alle elezioni midterm, di frenare il mare con le mani. </b></p><p>Ma torniamo alla protagonista della storia. Bionda, Missouri e davvero sembra una barbie. Dice di stare nel mezzo: condivide alcune idee della destra e alcune della sinistra. Posizione che ormai è la più infiammabile di tutte, non parlare è il nuovo estremismo. L’altroieri poi è arrivata la dichiarazione mortale.</p><p><b>Durante un’intervista, Cunningham ha detto di non soffrire di pregiudizi nei confronti delle persone transgender, ma ha aggiunto di ritenere necessario tutelare le ragazze negli spogliatoi e nelle competizioni sportive, sostenendo che non dovrebbero gareggiare contro atleti biologicamente maschi.</b> Preallarme: qui siamo in zona J.K. Rowling. Si rischia la morte online. Interrogata meglio, per consentire l’opportuno dietrofront a beneficio del nuovo pensiero sedicente progressista, Cunningham non ha utilizzato la procedura di evacuazione del reputation market. Cioè sorridere calma, un po’ sviare, un po’ tentennare e ripiegare verso i mezzi termini. Non ha detto “ve lo siete sognato” o “sono stata fraintesa!”, no no, ha proprio ripetuto il concetto, definendolo una questione di buon senso. Non puoi avere muscoli da uomo e giocare contro noi femmine. Non è leale, non è giusto. Ma poi scusate: non sarebbe logico? Era finita. I chierichetti mannari dell’internet si sono attivati con la procedura di scomunica. <b>Tanti invece si sono detti d’accordo: anche gli applausi (emoticon) di Martina Navratilova sul fu-Twitter, ieri.</b></p><p>Non è la prima volta che gli sportivi tornano sull’argomento, e sarebbe forse sensato evitare di giocarci a palla avvelenata. Quante volte è venuta fuori la questione?&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/imane-khelif_39282" target="_blank">Imane Khelif</a>&nbsp;alle Olimpiadi, e poi la storia del trattamento per abbassare il testosterone. Lia Thomas vinceva perché nuotava con muscoli e struttura fisica – e altezza e resistenza – da uomo. Che vi pare di questa ovvietà che ho appena scritto? E’ crudele? O è solo come stanno le cose? Secondo il canone moderno, sono una che dovrebbe andare in galera per crimini contro la sensibilità? Com’è che non ci siamo ancora stancati della meccanica imbecille di questo giochino, che è sempre la stessa? <b>Si parte da principi sacrosanti: dignità, parità, tutela delle minoranze e si finisce a verificare se stiamo usando la corretta quantità di precauzioni lessicali, e alla fine gli influencer ideologico-performativi incassano i diritti. </b>Mi sono chiesta tante volte perché ci siamo ridotti così.  Al momento da una parte: chiunque sollevi il tema delle differenze biologiche sarebbe un persecutore di minoranze. Dall’altra: se invochi l’inclusione sei un responsabile della dissoluzione occidentale. Tutto pur di non ammettere una condizione essenziale dello stare insieme: accettare che certe volte le conclusioni giuste possano arrivare da fonti sgradite (tra le mie definizioni di intelligenza).</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Richard Carapaz ha trovato il suo posto nel Tour de France</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 18:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>A lungo in queste due settimane e mezzo di Tour de France, <b>Richard Carapaz</b> ha pedalato alla ricerca di un posto in questa Grande Boucle, un posto che si confacesse&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/05/21/news/giro-ditalia-a-castelnovo-ne-monti-richard-carapaz-ha-vinto-alla-sua-maniera--117348">alla sua voglia di esplorazione solitaria delle montagne</a>.</p><p>A lungo&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/tour-de-france-2026-guida/">in queste sue settimane e mezzo di Tour de France</a>, <b>Richard Carapaz è sembrato un cavaliere errante che sapeva benissimo chi era, da dove veniva e cosa andava cercando, ma alle prese con il dubbio che questa corsa non fosse più una corsa nella quale uno come lui poteva trovare qualcosa</b>. Il dubbio alberga nelle persone avventurose. E poco importa se le persone avventurose quasi mai si lasciano influenzare dai dubbi. C'è sempre in loro una sorta di cieco ottimismo, nelle loro possibilità e in ciò che li circonda, che li spinge a continuare a fare ciò che ritengono sia meglio fare.</p><p>Richard Carapaz non ha dubitato mai delle sue gambe e della sua capacità di saper fare qualunque cosa necessaria per sentirsi solo, liberarsi della presenza di tutti quegli altri corridori che avevano in testa il suo stesso obbiettivo: una vittoria di tappa, una giornata faticosa tra i monti da chiudere con quella sensazione di libidine che sa concedere una vittoria.</p><p>Per decine e decine di chilometri nel corso della <b>diciottesima tappa del Tour de France 2026, la Voiron-Orcières-Merlett di 185,2 chilometri</b>, Richard Carapaz ha temuto che anche quella di oggi fosse una di quelle giornate da inserire nell'archivio dei rimpianti.</p><p>A 135 chilometri dall'arrivo, dopo l'ennesimo scatto andato a male, aveva scosso la testa, si era lasciato sfilare dalle prime posizioni del gruppo, quelle giuste per poter provare ad andare in fuga. Si nascosto tra i più, pronto a rinunciare. Se si è in compagnia è più semplice rinunciare a qualcosa.</p><p>Cinque chilometri dopo, vedendo Valentin Paret-Peintre risalire il flusso, ha visto nel francese il suo stesso smarrimento ma mescolato all'irrequietezza di chi si è rotto le scatole della vita di gruppo. E così Richard Carapaz ha messo da parte lo sconforto, ha visto nel rivale lo stesso spirito indomito che lo anima, ha capito che era l'occasione che cercava. Venti chilometri dopo i due erano rientrati sul gruppo degli avanguardisti di giornata.</p><p><b>L'esplorazione della corsa dell'ecuadoriano è stata tumultuosa e caotica</b>, animata da una voglia irrefrenabile di trovare la solitudine. Forse troppa voglia. Ha azzardato più volte, ha rischiato di non vincere la scommessa che si era imposto. Ha sempre riacciuffato la speranza di aver puntato bene. Anche quando sembrava perduta. Perché Richard Carapaz era convinto di avere in mano quella vincente nonostante i calcoli sbagliati per eccesso di fede montana si sommassero e facessero sembrare il risultato finale totalmente sballato. I conti si sono rimessi a posto quasi per magia. Due meno a volte fanno un più.</p><p>È accaduto a circa tre chilometri e mezzo dallo striscione d'arrivo, quando si è alzato sui pedali, è scattato e si è accorto che finalmente nessuno gli era rimasto a fianco.</p><p>Per tre chilometri e mezzo Richard Carapaz si è goduto il momento, ha pedalato in un presente senza patemi, certo faticoso, senz'altro crudele come la salita, qualsiasi salita, sa essere. Ha esultato sotto l'arrivo. Ha esultato dopo l'arrivo. Sorrideva come fosse un ragazzino alla prima vittoria e non un campione olimpico con alle spalle un Giro d'Italia vinto e nove vittorie di tappa in bacheca nei tre grandi giri. La bicicletta sa tenere giovani, indipendentemente dai chilometri percorsi, le fatiche fatte, le rughe che impone al volto. Trovare il proprio posto nel Tour, o nel mondo, sa generare una botta di endorfine invidiabile.</p>]]></description>
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				<title>Cosa rimane del Mondiale nordamericano negli Stati Uniti</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 14:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fulvio Paglialunga</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/20/news/la-spagna-ha-vinto-i-mondiali-2026-argentina-battuta-per-1-0--402592">è finita l’ultima partita del Mondiale</a>&nbsp;quasi tutti gli stadi erano già stati smontati. Molti erano tornati a essere stadi di football, che negli Stati Uniti non è sinonimo di calcio, ma un altro sport. Vedere le immagini dei teatri di quasi tutte le partite (78 su 104) che perdevano ogni allestimento e anche il prato verde dava la sensazione del circo che smonta le tende, del luna park che carica le attrazioni in un furgone e va in un’altra città. Forse questo è stato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mondiali-2026_48349">il Mondiale</a>&nbsp;per gli Stati Uniti: una gigantesca attrazione. Che, come tutte le gigantesche attrazioni all’americana, ha attratto un’enorme quantità di gente, ha catturato l’attenzione.</p><p>L’ultimo numero è: sessantasei milioni e quattrocentomila persone. <b>Negli Stati Uniti hanno visto la finale del Mondiale in 66,4 milioni</b>: 42,5 milioni su Fox, 23,9 milioni tra Telemundo e la sua componente streaming. <b>Escludendo le partite della Nfl e gli eventi di cronaca, nessun programma televisivo americano raccoglieva un pubblico così grande dal 1998</b>. Considerando soltanto lo sport, e lasciando fuori i Super Bowl, bisogna tornare alle Olimpiadi invernali del 1994. Numeri enormi, che valgono per l’intero periodo e non solo per le partite della nazionale americana, e che dicono che sì, <b>il Mondiale ha sfondato negli Stati Uniti: è riuscito a diventare un’abitudine quotidiana</b>. Per trentanove giorni c’era sempre una partita, spesso più di una, quasi sempre collocata in un orario favorevole al pubblico americano. Non bisognava alzarsi alle cinque del mattino, come accadrà per molti eventi giocati dall’altra parte del mondo. Era quasi per intero trasmesso su reti generaliste: acceso, disponibile, praticamente inevitabile.</p><p>Il punto è capire se ha sfondato il calcio, o cosa. Perché, per essere ricevuto pienamente dagli Stati Uniti, il Mondiale ha imparato a parlare americano. Durante gli intervalli c’erano i sorvoli degli aerei, le cheerleader, gli annunciatori da combattimento, i maxischermi giganteschi, le fan cam, i misuratori di decibel, gli uomini incaricati di chiedere al pubblico di fare rumore. C’erano la musica continua e le celebrità cercate dalle telecamere. C’era il tentativo di riempire qualsiasi secondo nel quale avrebbe potuto prodursi il silenzio e rendere il calcio intrattenimento.</p><p>C’erano soprattutto le pause. La Fifa ha imposto gli <i>hydration break</i> in tutte le partite, anche in stadi chiusi e climatizzati,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/18/news/ai-mondiali-il-calcio-e-cambiato-colpa-degli-hydration-break--400749">trasformando di fatto i due tempi in quattro quarti</a>. Ha aperto due nuovi spazi pubblicitari per le tv, ma ha anche creato per il pubblico la possibilità di fruire a dosi più piccole di uno sport mai troppo popolare: quarantacinque minuti tutto d’un fiato sarebbero stati troppi.</p><p>Poi è arrivata la finale, con l’intervallo trasformato in un halftime show di ventisette minuti. Non più una pausa tra il primo e il secondo tempo, ma un evento dentro l’evento. Il Mondiale ha chiesto agli americani di guardare il calcio. Ma per convincerli ha offerto loro qualcosa di già conosciuto: un Super Bowl lungo trentanove giorni, non a caso la metafora usata da Infantino all’inizio. Così il Mondiale non ha soltanto battuto i record televisivi. Ha superato i cinque miliardi di dollari tra biglietteria e <i>hospitality.</i> Per la prima volta queste entrate avrebbero avuto un valore superiore a quello dei diritti televisivi della competizione. Le previsioni complessive della Fifa per il ciclo sono salite da undici a quindici miliardi di dollari. Cercando nuovi tifosi ha trovato nuovi clienti, ma le due cose non per forza coincidono: il cliente compra il biglietto perché l’evento è eccezionale. Il tifoso torna quando l’evento non è eccezionale, quando la partita è alle sette e mezza del mattino, quando non c’è Messi, quando non canta Madonna.</p><p>Essere un paese capace di guardare una finale non significa diventare un paese calcistico, come quelli europei o sudamericani. E forse <b>non si è “calcizzata” l’America. Si è “americanizzato” il calcio</b>. Il Mondiale, infatti, ha conquistato gli americani senza chiedere loro di adattarsi completamente al calcio, ma chiedendo al calcio di adattarsi: ha preso le partite da novanta minuti e le ha divise in quattro, ha preso l’intervallo e lo ha allungato. Ancora: ha preso la premiazione e ha aggiunto gli anelli. Ha preso il pubblico e lo ha trasformato in una componente dello show. Ha preso il tifoso e lo ha trattato come un consumatore disposto a comprare qualunque cosa, perfino un pezzo d’erba sul quale, poche ore prima, era scivolato un calciatore. Non può durare, o comunque non è detto che duri, soprattutto se il calcio non diventa uno sport davvero popolare. E non bastano sessantasei milioni di americani davanti a una partita: bisogna vedere cosa resta adesso che il circo ha smontato le tende.</p>]]></description>
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				<title>Dopo una giornata di caos, Jasper Philipsen impone il suo ordine</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 18:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>È evidente che gli organizzatori del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/tour-de-france_36126">Tour de France</a>&nbsp;sono andati a lezione di inclusività. E si sono applicati bene.&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/tour-de-france-2026-guida/">La diciassettesima tappa del Tour de France 2026, la Chambéry-Voiron di 174,7 chilometri</a>, era un perfetto esempio di frazione <i>cycling fluid</i>. Non discriminava nessuno, dava a tutte i generi di ciclisti in circolazione – velocisti, passisti, scattisti, scalatori – la possibilità di vincere, perché c’era un bel po’ di salita all’inizio, un continuo su e giù negli ultimi cento chilometri, qualche strappetto nel finale.</p><p><b>L’inclusività nel ciclismo genera caos</b>. Per centodieci chilometri c’era chi fuggiva dal gruppo, chi provava a fuggire da chi fuggiva dal gruppo, chi aspettava gli inseguitori per ripartire, chi non capiva dov’era e cosa succedeva e preso dall’andazzo generale provava a fuggire lui stesso. C’era chi fuggiva per attaccare e chi per difendersi da chi lo avrebbe potuto attaccare.</p><p>E in questo ribaltamento generale e abbandono, almeno in parte, della logica, a un certo punto coloro i quali di solito si ergono a difensori dell’ordine, i velocisti e i loro gregari, hanno iniziato a generare caos, si sono messi a scattare per provare l’effetto che fa essere inseguiti invece che inseguire. D’altra parte se si è circondati di birbanti è necessario essere più birbante di loro.</p><p>E la strada che porta a Voiron è sempre stata colma di birbanti, gente che stazionava lì alla ricerca di diligenze e mercanti che scendevano dalla val-d'Isère o verso la val-d'Isère si apprestavano a salire. Il ciclismo ha la capacità di estrarre da tutti i luoghi il loro spirito profondo, anche quello nascosto. C’è riuscito pure questa volta.</p><p>Perché se è vero che la strada che porta a Voiron era piena di birbanti, è anche vero che questi a un certo punto non vennero più apprezzati, la popolazione smise di proteggerli e quasi tutti finirono nelle patrie galere. Erano arrivati i telai e i bachi da seta. E con loro il commercio, con il commercio i soldi e quindi chi rompeva le scatole al commercio iniziò a essere messo in disparte in favore dell’ordine.</p><p><b>Mads Pedersen</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mads-pedersen_46192">ha provato</a>&nbsp;a creare disordine per tutta la tappa, <b>Jasper Stuyven</b> per una decina di chilometri, solitario in testa al gruppo a gustarsi una solitudine che per qualche decina di minuti aveva creduto potesse estendersi fino all’arrivo.</p><p><b>I velocisti che avevano provato l’effetto che fa essere inseguiti invece che inseguire, si sono ricordati però che loro le gare le vincono attendendo negli ultimi metri</b>. E così hanno applicato un po’ di logica nel giorno della lunga assenza della ragione.</p><p>Jasper Philipsen si è affidato a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mathieu-van-der-poel_50630">Mathieu van der Poel</a>&nbsp;e il campione olandese ha fatto il poliziotto abile a riportare ordine nel caos. E così la tappa dell’inclusione è finita in una volata tra non molti, nella quale però erano ben pochi quelli che potevano vincerla. Va sempre a finire così con l’inclusività. Poco male, ci siamo divertiti. Jasper Philipsen ha vinto la diciassettesima tappa del Tour de France 2026 e si è stupito di esserci riuscito visto che sino a quel momento gli era andata male tutto ciò che poteva andargli male.</p>]]></description>
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				<title>Bando al sovranismo pallonaro</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 17:56:00 +0200</pubDate>
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												<category>Sport</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mondiali-2026_48349" target="_blank"> tre mondiali consecutivi</a>&nbsp;in cui si è discusso con gli amici su chi tifare, visto che l’Italia era rimasta a casa, ci si aspettava che ai piani alti dello sport italiano la questione fosse presa seriamente, con la consapevolezza che la nostra ultima partita a eliminazione diretta in una Coppa del mondo è stata – ebbene sì – la finale di Berlino del 2006.  Poi ci siamo fermati due volte ai gironi e quindi abbiamo deciso che potevamo risparmiarci pure il viaggio. Nonostante tale miserrimo contesto, la lezione non si è capita. Per averne conferma è stato sufficiente leggere <b>quanto detto dal presidente del Coni,&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/06/26/news/chi-e-luciano-buonfiglio-il-nuovo-presidente-del-coni--115733" target="_blank">Luciano Buonfiglio</a><b>, al Corriere della Sera</b>. Mentre Malagò fa sapere che effettivamente stanno puntando <b>Guardiola  per la panchina, Buonfiglio se ne esce con “meglio un italiano”</b>. E spiega subito perché: “La stragrande maggioranza dei nostri allenatori di serie A è italiana. È con loro che si dovrà confrontare il ct. Sono bravi, professionali, sono frutto della nostra tradizione. Perché tagliarli fuori? Quand’ero presidente della Federazione canoa feci l’errore di prendere un tecnico tedesco: era bravo ma non si preoccupò di conoscere la mentalità italiana. Non vincemmo nulla e si perse anche tutto il lavoro buono fatto in precedenza”. <b>Da esperto di canoa, il presidente del Coni deve essersi perso qualche passaggio. Ad esempio, il crollo totale del calcio italiano, che appena varca i patri confini rimedi figure imbarazzanti</b>. Quindi, cosa ci sarebbe da salvare? Quale “buon lavoro”? E quale sarebbe “la nostra tradizione”? Quella di Bearzot e Vicini? Di Lippi? Siamo rimasti un po’ indietro, mal che vada di un ventennio. <b>Ma poi, si è accorto, il presidente del Coni, che l’epopea del volley italiano è iniziata con l’argentino Julio Velasco? E che dire della pallanuoto con il mitico (croato) Ratko Rudic?</b> L’orgoglio nazionale riserviamolo ad altro, non al ruolo di ct. Anche perché desteremmo solo sorrisi di commiserazione da chi fa, veramente, le cose sul serio.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Remco Evenepoel ha trovato nel lago il riflesso giusto</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 18:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Belotorige, druide degli Elvezi, sosteneva che il futuro fosse impresso nelle acque del lac Léman – che non si chiamava ancora così, ma tant’è – perché gli dei avevano impresso gioie e disgrazie sulla sua superficie. Fu leggendo le increspature del lago che avvisò il luogotenente di Cesare nell’attuale Ginevra, Tito Labieno, della sorte tragica che il suo comandante aveva davanti: morte per mano amica. Tito Labieno rise e lo condannò alla lapidazione.</p><p>Per secoli furono in molti a dare per buona la possibilità che sulla superficie del lac Léman si potesse leggere il futuro. Andò così fino all’inizio del Novecento. L’ultimo capace di predire ciò che sarebbe accaduto scrutando le sue acque fu un tale Robert Hueller: venne incarcerato per truffa e morì suicida in galera il 2 agosto del 1914 dopo aver saputo che la Germania aveva dichiarato guerra alla Russia e lui era da due anni che diceva che il mondo era prossimo alla fine e che una guerra di dimensioni mai viste era prossima.</p><p>È assai improbabile che il lac Léman possa avere il futuro impresso sulla sua superficie. Eppure Remco Evenepoel aspettava proprio di capire cosa ne sarebbe stato del suo Tour de France guardando il lac Léman. Se avesse visto il riflesso di un corridore vincente a cronometro nulla per lui sarebbe stato davvero precluso e avrebbe potuto aggrapparsi alla speranza di salire sul podio. Se avesse invece visto il riflesso di un corridore battuto anche a cronometro tutto sarebbe stato perduto.</p><p><b>Remco Evenepoel ha vinto</b> la cronometro del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/tour-de-france_36126">Tour de France</a>. L’unica cronometro individuale del Tour de France. E nemmeno per specialisti. Una cronometro difficile, con una prima parte in salita, una seconda in discesa e una terza in piano ma con troppe curve (ne sa qualcosa Florian Lipowitz, caduto e costretto al ritiro) per andare davvero fortissimo. Lui è andato fortissimo perché è quello che gli riesce meglio. Tutti i rivali per il podio a più di un minuto. Tadej Pogačar no, c’ha messo 28 secondi in più del campione del mondo e olimpico a cronometro a pedalare <b>i 26,1 chilometri della sedicesima tappa del Tour de France 2026</b>.</p><p>Dopo l’arrivo Remco Evenepoel era contento, sorrideva animato da una profonda tranquillità, quella di chi sa di aver fatto tutto quello che poteva fare. Anche perché è la seconda vittoria di tappa a questo Tour, la seconda consecutiva dopo quella di domenica.</p><p><b>Dopo l’arrivo Tadej Pogačar non era contento, aveva nel volto una tensione dolente, un’insoddisfazione triste come se un pensiero cattivo gli continuasse a ronzare in testa</b>. Ci ha messo un po’ a ritrovare il sorriso, lo ha ritrovato grazie a Mads Pedersen passato di là per chiedere alla maglia gialla come era andata. Ha risposto che “Remco va troppo forte”. Poi ha aggiunto, “a cronometro”. Ripartirà in cerca di gioia, proverà a ritrovarla in cima a qualche montagna.</p><p>Dopo l'arrivo Paul Seixas era fiducioso. Al primo Tour de France,&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/perche-paul-seixas-fa-bene-a-correre-il-tour-de-france-2026/">probabilmente l'unico Tour de France nel quale gli sarà concesso il lusso dell'errore</a>, non ha sbagliato nulla, ha corso una cronometro di ottimo livello, ha chiuso al quarto posto e dal quarto posto in classifica generale ripartirà anche lui sognando e sperando nelle montagne.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>L&#039;immagine capovolta che l&#039;Argentina ha provato a dare di sé</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 15:23:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Enrico Veronese</author>
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				<description><![CDATA[<p>A bocce ferme, e a campionato mondiale assegnato, c’è una nazione che dovrà necessariamente ripensare a se stessa. E non è solo quella italiana, stretta fra le suggestioni quasi irrealizzabili, le scommesse pericolose e le minestre riscaldate; ma l’Argentina, vicecampione dopo quattro anni da <i>incumbent</i>, che sta scientemente assecondando - se non costruendo direttamente - un’immagine di sé poco rispettosa dell’immensa qualità a sua disposizione, nonché del fine stesso del gioco.</p><p>Le immagini della<b> rissa provocata dopo il fischio finale con la Spagna</b>, che ritraggono il pugno di Nahuel Molina e l’assalto del solito Leandro Paredes, hanno fatto ovviamente il giro del mondo, assieme al fallo da espulsione di Enzo Fernández. E non sono certo state inedite, in tutto il torneo: è noto che il primo tempo della semifinale con l’Inghilterra, pur gravata da precedenti storici e rivendicazioni territoriali, non è stato un esempio di geometria cristallina né tanto meno di <i>fair play. </i></p><p>Oltre alle piccole scorrettezze precedenti, non certo impossibili da evitare con la tecnica - Capo Verde, Egitto, Svizzera - e ai pianti passivo-aggressivi, le mani avanti preventive, residue volgarità manifestate in Qatar (bisogna saper vincere). In poche settimane, complici i fiancheggiatori della divisione in blocchi e i devoti a una sorta di tossica mascolinità calcistica, un Paese amato ovunque per il suo calcio è diventato quello da evitare, da battere a ogni costo: “Vincano tutti, ma non loro”.</p><p>Com’è accaduto? Un mix di percezione esterna e autonarrazione indotta dai fan, le sterminate masse biancocelesti che, tamburi alla mano, hanno occupato Times Square come i non luoghi arabi e Copacabana dodici anni fa: l’Argentina deve “ponerle huevos”, giocare con gli attributi, tipo una qualsiasi provinciale o parvenu che arriva per la prima volta a questi palcoscenici. Circostanza che ha fatto diventare l’Albiceleste, ha scritto qualcuno, una specie di Paraguay con in più Leo Messi.</p><p>Naturalmente c’è un equivoco: da che esiste il calcio, accanto a episodi di caccia all’uomo (mondiali tedeschi del 1974, ad esempio), dalle parti di Buenos Aires e Rosario il pallone è sempre stato considerato alla stregua di un’arte. Prova ne sia che i due più grandi calciatori di sempre sono nati là e hanno fatto le fortune della Selección. Anche nel 2026, l’Argentina di Lionel Scaloni continua a vantare valori tecnico-tattici interessanti, ai quali però antepone volentieri <i>los huevos</i>.</p><p>Solo rimanendo ai convocati, stride lo spazio striminzito offerto a Nico Paz, crack di formazione madridista che il Como ha strapagato per poterselo godere ancora un anno in Champions League. Sicuro il ct che non sarebbe stato utile, partendo da sinistra quale contraltare al Diez? Per tacere di Thiago Almada, giubilato dopo le prime prove non negative, o del piedino di Giovani Lo Celso, capace di una pennellata su punizione contro la Giordania, nei rari momenti di libera uscita.</p><p>E si può continuare ricordando che ali fantasiose, trequartisti di altrettante speranze, mancini preziosi sono rimasti a casa per la forza dei numeri: ma quale prospettiva avrebbero avuto Alejandro Garnacho, Franco Mastantuono, Matías Soulé, se lo stesso Giuliano Simeone è stato impiegato col contagocce - e precise mansioni da coprire - solo nel finale di avventura? Non è che buttarla in rissa, privilegiare l’intimidazione, sia stato invece un preciso input se non del mister, della piazza?</p><p>Argentini, tornate in voi. <b>Perché dare l’immagine di una squadra di fabbri quando sapete benissimo giocare al calcio, sia quello di strada che indulge alla mistica della povertà, sia quello di lusso dove pretendono risultati e coppe?</b> Perché accreditare le gomitate in faccia, le finte in favore di telecamera, gli <i>huevos</i> malintesi quale tratto distintivo, quando da sempre rappresentate anche una dignitosa eleganza, un serbatoio continuo di promesse (non sempre mantenute?).</p><p>La prova sta nella semifinale più calda: dopo un tempo all’OK Corral, i sudamericani hanno messo sotto l’Inghilterra decidendo di giocare davvero, procurandosi occasioni con pali e parate di Jordan Pickford, prima di vincere meritatamente in zona Messi. Quindi si può fare. E dovrebbe pretenderlo prima la tifoseria, un gioco top più che possibile: la macelleria lasciatela ai frustrati che non sanno vedere la bellezza quando c’è. Basta chiudersi e menare, restituite l’Argentina a tutto il mondo.</p>]]></description>
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				<title>Quando scipparono il Tour ad Aldo Ronconi</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 09:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Pastonesi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Cinque gialli per la maglia gialla. Cinque misteriose storie che hanno accompagnato, intrigato, anche avvelenato il Tour de France. La quarta riguarda Aldo Ronconi, il faentino scippato della vittoria nella prima edizione del secondo dopoguerra, quella del 1947.</i></p><p>&nbsp;&nbsp;</p><p>Trionfò nella terza tappa, piena canicola, più di cinque minuti e mezzo ai primi inseguitori. Conquistò la maglia gialla nella settima tappa, sulle Alpi, poi la cedette nella nona, sempre sulle Alpi. Risalì al secondo posto della generale nella diciannovesima tappa, la più lunga cronometro nella storia del Tour, 139 chilometro. E l’ultimo giorno era ancora secondo in classifica, a 53” da Pierre Brambilla, compagno di squadra. Poi Aldo Ronconi si arrese. Ma solo a uno scandalo.</p><p>Tour de France del 1947, il primo del secondo dopoguerra: stavolta il Giro d’Italia lo aveva preceduto di un anno, con coraggio e determinazione. Ventuno tappe, 4.640 chilometri, 100 corridori di 10 squadre nazionali e regionali: per l’Italia, priva di Bartali, Coppi, Magni, Ortelli…, un po’ per prudenza (nemici dei francesi in guerra) e un po’ per cinema (coinvolti nel film “Totò al Giro d’Italia”), il ct Guido Giardini (giornalista anche alla “Gazzetta dello Sport”) aveva puntato su Aldo Ronconi, campione italiano in carica, e gli aveva chiesto di aiutarlo a comporre la squadra. Ronconi cominciò da Giordano Cottur e finì con due corridori italiani residenti in Francia, Brambilla (nato in Svizzera) e Pierre (nato Giuseppe) Tacca. E l’ultimo giorno proprio Brambilla guidava la generale davanti, per 53”, a Ronconi. In programma la Caen-Parigi, 257 chilometri piatti con qualche modesto saliscendi. Pronti, via, sette in fuga, fra cui il belga Brik Schotte e il francese Lucien Teisseire. A metà gara, dopo il rifornimento a Rouen, sullo strappo di Bonsecours, l’attacco di Jean Robic, francese, terzo in classifica, la collaborazione di Edoaurd Fachleitner, francese, il quarto in classifica, e quello che ufficialmente venne definito il cedimento di Brambilla e Ronconi. Invece fu un agguato. Lo sterrato, il polverone, un tappo di traffico, una colonna di auto e moto, “imbottigliati” è scritto in “<a href="https://amzn.to/4fm5EIp">The Story of the Tour de France</a>” di Bill e Carol McGann (McGann Publishing), l’impossibilità a inseguire, perfino lo stop del direttore di corsa all’ammiraglia italiana “per fuga in atto”. <b>Davanti, l’alleanza tra francesi e belgi. Schotte avrebbe vinto la tappa, Robic e Fachleitner avrebbero trovato un accordo</b> (100mila franchi, dal primo al secondo, un’enormità)<b> per non darsi battaglia e relegare i due italiani al terzo e quarto posto finali</b>. E Ronconi non si sarebbe mai dato pace.</p><p>Romagnolo di Casa Ponte di Santa Lucia delle Spianate, frazione di Brisighella. Nato in casa. Nel 1918. La bicicletta per andare a lavorare: da falegname. Quando sua madre si ammalò, Ronconi solennemente promise che per almeno un anno non avrebbe più toccato la bici, così attaccò due chiodi alla parete e ci appese la bici. Dopo un anno esatto, staccò la bici. E a quel punto, la bicicletta non più per andare a lavorare, ma per lavorare, cioè correre. Nel 1940 faceva parte di quella Legnano in cui il giovane gregario&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2017/02/21/news/lapparizione-di-fausto-coppi-meno-73-al-giro100--239956">Fausto Coppi avrebbe vinto il Giro d’Italia</a>&nbsp;aiutato dal già vecchio (mai stato giovane, lui?) capitano Gino Bartali. Aldo Ronconi detto “e’ Paruch”, il parroco, da quando lo aveva chiamato così Luciano Succi, suo compagno in quella Legnano, dopo che il direttore sportivo Eberardo Pavesi gli aveva assegnato un berretto nero per riconoscerlo più facilmente in mezzo al gruppo. E qualcosa di clericale Aldo ce l’aveva nel sangue: Silvio, suo fratello sacerdote.</p><p>Non avrebbe mai potuto vincere il Tour, “e’ Paruch”. “Perché era italiano, e gli italiani erano considerati nemici, anche a guerra finita – spiega Antonio Ronconi citando le parole del padre&nbsp;–&nbsp;Perché era stato campione italiano dei giovani fascisti. Perché aveva partecipato e vinto la Milano-Monaco in tre tappe nel 1939, dunque, perché era il campione dell’Asse. Perché in Germania era stato premiato da Adolf Hitler. Perché a Roma fu convocato da Benito Mussolini, che gli disse: ‘Brèv rumagnòl, l’è acsè cus fa’, bravo romagnolo, è così che si fa’. Ormai irrimediabilmente staccati da Robic e Fachleitner, Brambilla si avvicinò a mio padre e gli disse: ‘Il terzo posto è tuo’. ‘Vai te’, gli rispose lui, ‘ché a me non mi hanno voluto’”. E sul podio, per una manciata di secondi, finì Brambilla”. Aldo era “leale”, lo scrisse anche Bartali nel dedicargli un manifesto-ritratto dello scambio della borraccia con Coppi. A nulla era valsa la presenza di Silvio Ronconi, il fratello prete, membro del Comitato liberazione nazionale, al seguito della corsa, che si prodigava a rassicurare e garantire, soprattutto a parroci e partigiani, che fra i corridori italiani non c’erano nazifascisti. A cominciare da Aldo, che dopo l’armistizio era stato fatto prigioniero dai tedeschi, deportato in treno, 10 giorni in condizioni disumane, e internato nel lager di Linz. Giuseppe Ambrosini, avvocato e giornalista, futuro direttore della “Gazzetta dello Sport”, anche lui al seguito del Tour de France, tentò invano un ricorso.</p><p>Il colpo di grazia giunse nel 1991. Ancora Antonio Ronconi: “Mio padre fu invitato come ospite d’onore a Lione per la partenza del Tour de France. Lo accompagnai con mia madre. Alla cena di gala, a mezzanotte in punto si alzarono tutti in piedi. Pierre Molinéris, comandante partigiano e poi vincitore di una tappa al Tour, mi disse: ‘Il vero vincitore di quel Tour del 1947 doveva essere suo padre’”.</p><p>Nella sua “La fabuleuse histoire du Tour de France” (Odil), Pierre Chany insinua che “Tacca e Brambilla erano stati accolti senza calore dai loro compatrioti”. Si parlò anche di doppio gioco per accorciare i tempi della cittadinanza: Brambilla sarebbe diventato francese nel 1948, Tacca nel 1949. Au revoir.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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