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		<title>Sport</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:21:04 +0200</pubDate>
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				<title>La porta chiusa da Mile Svilar</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 16:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un gran portiere lo si vede sì dalle parate che fa, non potrebbe essere altrimenti perché quello deve fare: parare. Lo si vede anche, a volte soprattutto, dalla capacità di capire con un attimo di anticipo quello che accadrà davanti a lui. C'è chi lo chiama istinto. E così potrebbe senz'altro essere. C'è però qualcosa in più: è un misto di attenzione, concentrazione, ovviamente intuito e volontà di volersi bene. Perché a un portiere non vuole mai bene davvero nessuno, nemmeno quando para centinaia e centinaia di tiri in una stagione. Il portiere si vuol bene da solo, altrimenti per quei quattro applausi in un campionato e per quelle migliaia di insolenze non si metterebbe nessuno in porta.</p><p>Al 39esimo minuto di Hellas Verona-Roma, Mile Svilar ha capito prima di chiunque altro, sicuramente prima del suo disattento compagno di squadra,&nbsp;Daniele Ghilardi, che cosa stava per fare l'attaccante dell'Hellas, Kieron Bowie. Appena ha capito che il suo difensore aveva frainteso tutto e che la sua negligenza avrebbe permesso al centravanti avversario un facile avvicinamento alla porta, Mile ha abbandonato i pali e ha iniziato a correre verso il pallone con l'obbiettivo un po' di far paura allo scozzese, un po' di metterlo sotto pressione, soprattutto di rendere la porta assai più piccola di quello che era in realtà alla vista dell'avversario. Uno scatto rapidissimo. Talmente rapido che il povero Bowie si è ritrovato l'estremo difensore della Roma a pochi metri di distanza e già pronto ad allungarsi verso il pallone calciato dall'unico lato possibile a un calciatore che non fosse un fuoriclasse. E lo scozzese è un buon giocatore ma non un fuoriclasse.</p><p>Una parata, quella del portiere giallorosso, che è un sunto di praticamente tutto ciò che rende un portiere un grande portiere. E che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/roma-e-como-in-champions-milan-e-juve-al-tappeto-lultima-giornata-che-ha-rimesso-ordine-al-merito--399452">ha un peso nella qualificazione in Champions League dei giallorossi</a>&nbsp;(anche perché il risultato era ancora sullo 0-0)</p><p><b>Una parata che permette a Mile Svilar di raggiungere, almeno per quanto riguarda questa rubrichetta, Mike Maignan al primo posto della classifica di Guanti sporchi</b>. Un <i>ex aequo</i> che non potrà avere tempi supplementari. Il campionato è finito, andate in pace.</p><h2>Le tre migliori parate della 38esima giornata di Serie A</h2><p>1.&nbsp;Mile Svilar al 39esimo minuto di Hellas Verona-Roma 0-2 – 5 punti</p><p>2. Alessio Furlanetto al 26esimo minuto di Lazio-Pisa 2-1 – 3 punti</p><p>3. Stefano Turati al 61esimo minuto di Parma-Sassuolo 1-0 – 1 punto</p><h2>La classifica finale</h2><p><b>1. Mike Maignan (Milan) e Mile Svilar (Roma), 34 punti;</b><br>3.&nbsp;Marco Carnesecchi (Atalanta), 33 punti<br>4. Elia Caprile (Cagliari) e David De Gea (Fiorentina), 28 punti;<br>6. Wladimiro Falcone (Lecce), 25 punti;<br>7. Arijanet Murić (Sassuolo), 23 punti;<br>8. Michele Di Gregorio (Juventus), 22 punti;<br>9. Emil Audero (Cremonese), 20 punti;<br>10. Ivan Provedel (Lazio), 19 punti;<br>11. Edoardo Corvi (Parma), 18 punti;<br>12. Yann Sommer (Inter), 16 punti;<br>13. Alberto Paleari (Torino), 11 punti;<br>14. Maduka Okoye (Udinese), 10 punti;<br>15. Jean Butez (Como), Nicola Leali (Genoa), Vanja Milinković-Savić (Napoli), Adrian Šemper (Pisa), 9 punti;<br>19. Federico Ravaglia (Bologna), 8 punti;<br>20. Stefano Turati (Sassuolo), 6 punti;<br>21. Nicolas (Pisa), Łukasz Skorupski (Bologna), 5 punti;<br>23.&nbsp;Justin Bijlow (Genoa), Lorenzo Montipò (Hellas Verona),&nbsp;Edoardo Motta (Lazio), 4 punti;<br>26. Alessio Furlanetto (Lazio) e Zion Suzuki (Parma), 3 punti;<br>28. Franco Israel (Torino), 1 punto.</p><p>&nbsp;</p><p>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
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				<title>Roma e Como in Champions, Milan e Juve al tappeto: l’ultima giornata che ha rimesso ordine al merito</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 13:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Enrico Veronese</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ha vinto il merito. La Roma di Gian Piero Gasperini e il Como di Cesc Fàbregas strappano i biglietti per i voli europei poiché durante la stagione hanno mostrato di crederci di più, attraverso il gioco e non soluzioni estemporanee, preservandosi fresche per la volata finale. “They got money, they got sun, they look like they're havin' fun”,&nbsp; cantavano i Marillion: “We get the dream that we deserve”, afferriamo il sogno che ci meritiamo, ed è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/il-como-in-champions-league-va-oltre-anche-allottimismo-calcistico--399449">quanto mai impensabile per la storia dei lariani</a>. <br></p><p>L’altro lato della medaglia, ovviamente, è il flop della Juventus e soprattutto del Milan. Se i bianconeri erano virtualmente tagliati fuori dopo la sconfitta interna contro la Fiorentina (solo una combinazione favorevole di fattori avrebbe potuto rianimarli), <b>non ha spiegazioni la debâcle del Milan a San Siro contro un Cagliari che non aveva più da chiedere al torneo</b>. I sardi hanno preso a pallate la squadra di Massimiliano Allegri, tradito dalle punte, oltre la dimensione del risultato.</p><p>“Disappointment, you shouldn't have done, you couldn't have done, you wouldn't have done”, gorgheggiava categorica la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2018/01/15/news/addio-dolores-oriordan-voce-unica-e-triste--219694">povera Dolores o’Riordan</a>&nbsp;dei Cranberries, presaga della fragile mentalità, dell’appagamento e probabilmente anche della debole condizione fisica dei rossoneri, chiamati a doversi rifondare tra incognite - il tecnico va in Nazionale? - e le somme mancanti per la qualificazione all’Europa che conta di più. A maggior ragione, servirà una grande Europa League.</p><p>Un plauso alle comprimarie che l’ultima giornata hanno dato tutto, le squadre <i>sparring partner </i>che pur senza obiettivi non volevano proprio passare per coloro che si scansano: certo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/23/news/il-derby-ossessione-il-torino-davanti-alloccasione-che-aspetta-da-trentanni--399360">il Torino con motivazioni da derby</a>&nbsp;e una situazione incendiaria all’esterno, appunto il Cagliari corsaro, ma anche il Verona che ha combattuto e creato chance di difficoltà alla Roma, e pure il Genoa che non ha reso facile la salvezza del Lecce: nessuna facile resa, nessuna ritirata, diceva il boss Bruce Springsteen. <br></p><p>Sia resa quindi gloria ai personaggi dell’ultimo turno: come <b>Eusebio di Francesco, che ha riscattato due retrocessioni atroci con la salvezza in Salento</b>. E Dušan Vlahović, doppietta che non “retrocede” al piano inferiore. L’eterno Pedro, sempre Pedrito, che conosce l’arte del calcio e della positività imparata al Barcelona, allo stesso modo in cui chi allena il Como ne ha fatto un elemento di visione, oltre che di eleganza: <i>charming</i> Smiths che coccolano le complessità della vita.</p><p>È stato, tra l’altro, <b>il </b><b>campionato dei troppi errori arbitrali</b> (e del Var), di trasferte vietate alle tifoserie ospiti senza giustificazioni plausibili, del sorgente scandalo Rocchi, di allenatori spesso polemici. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">ennesima espressione di una Nazionale che cicca i Mondiali per dodici anni</a>: ora proprio alla competizione nordamericana è rivolta l’attenzione fino a metà estate, un mondo che pare andare avanti - e benissimo - anche senza l’Italia. Ai mesi venturi la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/a-montreal-sul-podio-assieme-a-hamilton-e-verstappen-antonelli-ha-visto-il-suo-futuro--399436">challenge di Kimi Antonelli</a>&nbsp;farà capire se saremo un paese con meno calcio.</p>]]></description>
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				<title>Il Como in Champions League va oltre anche all&#039;ottimismo calcistico</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 12:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’era una volta, nemmeno troppo tempo fa, anche se, almeno a quelle latitudini, sembra un’era geologica fa, un gruppo di appassionati del gioco del calcio e della squadra cittadina che attorno a un tavolo di una birreria ai margini del centro storico si esibivano in discorsi ottimistici anche quando tutto sembrava essere perduto. Anche nei giorni successivi al 23 luglio del 2016 quando il tribunale di Como accolse l'istanza di fallimento formalizzata dalla procura contro il Calcio Como, ponendolo in amministrazione controllata. Quel gruppo di appassionati del gioco del calcio e del Como dissero allora che tutto si sarebbe risolto per il meglio e che dopo un po’ di C, sarebbero tornati in B e poi pure in A. Ottimismo che è stato subito smentito dai fatti – secondo fallimento al termine della stagione e ripartenza dalla D – ma non incrinato davvero dai fatti.</p><p>Li chiamarono allora i Lariani ottimisti. In realtà li credevano pazzi, fuori come un Napo Torriani qualsiasi dal Baradello, la torre medievale che guarda dall’alto in basso la città dall’omonimo colle.</p><p>Nemmeno i Lariani ottimisti però avrebbero potuto pensare che la prossima stagione il Como 1907 (così si chiama il Calcio Como dopo la ripartenza post fallimento, nda) avrebbe giocato in Champions League nel 120esimo anniversario dalla sua fondazione. Perché<b> il Como il prossimo anno giocherà davvero in Champions</b>. “C’è da non crederci e non ho capito se è successo davvero o è tutto un sogno, ma visto che mi sta chiamando uno di un giornale di Roma, per quanto mi han detto habitué del Lago, devo ammettere che sì è tutto vero, è successo davvero. Siamo in Champions League. È tutto pazzesco, tutto pazzesco, pazzesco e bellissimo”, racconta al Foglio Fabio, detto Fè, uno di quel gruppo di appassionati del gioco del calcio e del Como che, seduti attorno a un tavolo di una birreria ai margini del centro storico, dipingevano a parole un futuro meraviglioso per una squadra che era appena fallita.</p><p>I Lariani ottimisti frequentano lo stadio, apprezzano la mentalità ultras senza farne parte, in trasferta non ci vanno “perché abbiamo la fortuna di avere lo stadio con lo sfondo più bello d’Italia e soprattutto eravamo dei cinquantenni pigri e ora siamo dei sessantenni più pigri di allora”. E continuano a essere ottimisti proprio “perché pigri e quindi disposti a stare fermi: e quando si sta fermi si riesce a pensare per bene e con calma”.</p><p>Fè è professore di italiano e latino in un liceo di Como. A sessant’anni corre tre pomeriggi a settimana, poco prima del tramonto, pesca pesci lacustri che poi ributta in acqua perché a pescare c’è sempre andato ma il pesce di lago non gli piace, nel fine settimana va o allo stadio o in birreria a vedere la partita e al mercoledì si trova con gli amici per suonare. “Ora dovremmo cambiare giorno in sala prove. E un po’ ci scoccia perché siamo pigri abitudinari. Però vuoi mettere il Como in Champions League a strimpellare i Creedence e gli Allman Brothers Band?”.</p><p>Prima dell’inizio di campionato i Lariani ottimisti erano convinti che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/03/01/news/cesc-fabregas-vede-il-calcio-che-gli-altri-non-vedono--110532">il Como allenato da Cesc Fàbregas</a>&nbsp;sarebbe arrivato al quinto posto. Prima del fischio iniziale dell’ultima partita della Serie A 2025-2026 erano convinti che la squadra avrebbe terminato al quinto posto. “Siamo andati tutti e sei a Cremona perché una qualificazione in Europa, in Europa League era qualcosa di storico. Siamo pigri ma non scemi. Allo stadio abbiamo festeggiato la qualificazione in Champions League”. L’unico cruccio è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/09/16/news/nico-paz-e-la-lezione-del-lago--119861">non aver festeggiato con Bisbino e Boletto sullo sfondo</a>: “La pianura è più semplice da vivere del Lario, ma non c’è niente che scalda più il cuore dei panorami del Lago. Forse il Como in Champions, ma non so se è così davvero”.</p><p>Spesso <b>hanno sottolineato che quello del Como non è un miracolo sportivo, che la squadra lariana non è da considerare una provinciale, perché per budget e investimenti vale quasi una grande</b>. “Vero, ma anche chi se ne frega. Ci considerino come vogliono, ma <b>i fatti dicono che la Champions la giocherà il Como</b> e non il Milan”. Il Milan domenica sera ha pensato bene di perdere in casa contro il Cagliari e in questo modo non qualificarsi in Champions League. A Como di essere un miracolo sportivo non frega a nessuno. “I miracoli hanno una dimensione biblico-evangelica, nel calcio conta avere idee chiare, soprattutto buone, programmazione, soldi e gente capace nei ruoli giusti. Il Como ci è riuscito e con un budget minore di Milan, Juventus e pure dell’Atalanta. Quindi sì, è una squadra ricca, però meglio essere ricchi e Champions che essere ricchi e senza Europa o poveri e basta”.</p><p>I Lariani ottimisti non si pronunciano però sul futuro europeo. “E non è per scaramanzia, la scaramanzia è per i pessimisti, è per salvarci lo scalpo, perché è pieno di scaramantici pessimisti e se ho capito una cosa da decenni di insegnamento e di letture è che una cosa molto importante da fare è farsi gli affari propri quando si parla di una cosa irrazionale e serissima come il calcio”.</p>]]></description>
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				<title>A Montreal, sul podio assieme a Hamilton e Verstappen, Antonelli ha visto il suo futuro</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 08:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fabio Tavelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sul podio di Montreal c’erano 11 titoli di campione del mondo. Sette per Lewis Hamilton e quattro per Max Verstappen. Ma al di sopra di queste bacheche di lusso c’era un ragazzo che, al momento, di titoli ancora deve conquistarne. Eppure, <b>la sensazione è che siamo di fronte all’inizio di una storia che potrebbe non essere troppo dissimile da quelle dei suoi compagni di podio in Canada</b>. Impossibile non caricarlo di grandi aspettative. Questo ragazzo è di diritto il favorito numero uno per il mondiale piloti. Antonelli saluta tutti e se ne va. A Montreal come in classifica generale. <b>Quattro vittorie consecutive sono un timbro non contestabile</b>. Anche con qualche errore, anche con qualche sbavatura e tutto quel carico di giovinezza che si porta dietro un ragazzo che a fine agosto compirà vent’anni.</p><p>Kimi in Canada ha dimostrato di averne molto più del suo compagno di squadra, George Russell. Ne aveva di più sabato nella sprint e anche in gara ha sempre dato l’impressione di essere nettamente superiore all’inglese. Che può, e ci mancherebbe, rammaricarsi per uno “zero” causato da un problema elettronico. I due, va ricordato, se le sono suonate di santa ragione per quasi 30 giri. Dimostrando che le insopportabili regole papaya degli scorsi anni con la McLaren sono qualcosa di tremendamente lontano. Chiaramente Toto Wolff ha perso qualche anno di vita nei ripetuti corpo a corpo tra i suoi due galletti. E ne perderà ancora in futuro perché Russell non mollerà la presa tanto facilmente, si farà sentire in pista e probabilmente anche fuori. Provando, magari, a far valere il suo passaporto inglese in un mondo che è e rimane a forte “trazione” UK. Ma questo Kimi, al momento, non si batte. Lui, come la Mercedes. Arrivata a Montreal con il primo pacchetto di aggiornamenti e letteralmente imprendibile.</p><p><b>Bene, molto bene la Ferrari. Principalmente grazie al miglior Lewis Hamilton da quando veste di rosso</b>. Il suo secondo posto, con sfida d’altri tempi con Verstappen, è un incentivo fortissimo per lui. Chiaro, le McLaren si sono messe fuori da sole con una scellerata scelta di montare le gomme intermedie in partenza, oltre ad una serie inenarrabile di problemi e di errori dei piloti. E manca all’appello una delle due Mercedes. Ma questo non deve togliere nulla a Hamilton. <b>Incolore invece Leclerc, sempre in difficoltà e mai in feeling con la sua vettura</b>.</p><p>Ora per la Formula 1 si aprono due partite. La prima è di calendario, con (finalmente) l’arrivo in Europa per i Gran Premi più classici, a partire dal prossimo a Montecarlo. La seconda riguarda ADUO, il sistema che la F1a ha architettato per consentire alle scuderie in ritardo prestazionale di recuperare. Un dato: <b>a Montreal solo 4 piloti a pieni giri</b>. Gli altri, tutti doppiati o ritirati. F1, abbiamo un problema. Quattro o cinque scuderie sono impresentabili. Così si rischia di guardare solo al podio, scoprendo di avere altrove solo macerie. In mezzo a questa “partita” c’è anche lo scontro tra chi vorrebbe passare dal 2027 ad un rapporto 60-40 tra motore endotermico e motore elettrico e chi invece vorrebbe restare 50-50. Battaglia squisitamente politica e industriale. Nella quale Verstappen ha già detto come la pensa. Con 50-50 lui potrebbe andarsene. E per come ha guidato anche in Canada sarebbe davvero un peccato.</p>]]></description>
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				<title>Un viaggio tra i ragazzi del Trofeo Bonfiglio dove crescono i Sinner del futuro</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 07:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Bernardo Cianfrocca</author>
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				<description><![CDATA[<p>Maggio è il mese del tennis in Italia. L’interesse per Sinner e per gli altri azzurri non conosce pause, ma&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/18/news/sinner-vince-gli-internazionali-un-trionfo-annunciato-che-non-smette-di-stupire--399050" target="_blank">gli Internazionali a Roma</a>&nbsp;sono il termometro che misura meglio la nuova gerarchia dello sport italiano. <b>Una volta ammirati i campioni del presente al Foro Italico, è possibile capire quali siano quelli del futuro.</b> Bisogna solo spostarsi di 600 chilometri a nord.</p><p>A Milano, lungo via Giuseppe Arimondi, si rischia di ignorare l’esistenza di un centro sportivo. Se si presta attenzione al rumore delle palline però, si scopre un’oasi insospettabile dall’esterno, il Tennis Club Milano Alberto Bonacossa, dove fino a qualche anno fa si poteva incontrare Lea Pericoli. <b>Un circolo esclusivo che ogni anno, nella settimana successiva agli Internazionali, apre le sue porte a tutti per il Trofeo Bonfiglio, uno dei tornei più importanti del circuito internazionale Itf World tennis tour Juniors, arrivato alla 66esima edizione. </b>Fa parte dei sette J500, le competizioni più prestigiose per gli Under 18, inferiori per rango soltanto ai quattro Slam.</p><p>Prima di arrivare tra le statue del Pietrangeli, per molti giocatori c’è stato il passaggio propedeutico in questa struttura da 16 campi: 12 in terra rossa, superficie del torneo, di cui otto riservati alle partite. <b>Lo scorso anno con la vittoria di Jacopo Vasamì, altro nome italiano da appuntarsi, sono state stimate circa 15mila presenze.</b> La curiosità di individuare i possibili talenti del domani spinge i frequentatori del circolo ad assieparsi lungo i campi. “Ve la ricordate Martina Hingis? Un’altra pasta”, commenta una signora con alcune sue amiche al termine di un incontro femminile. Anziani, adulti, giovani. Completi, gilet, pantaloncini. Il parterre è vario e si fa sentire quando bisogna sostenere i ragazzi della scuola del club, Giorgio Ghia ed Edoardo Cecchetti.</p><p>“E pensare che un anno fa c’era ancora più gente”, spiega un’addetta ai lavori. “Restringendo il numero dei giocatori da 64 a 48 è naturale che ci sia meno ressa”. Una modifica decisa a livello internazionale: “Abbattendo le partite tra qualificazioni e primi turni, si alza la soglia d’ingresso e ci sono meno sfide scontate”, racconta Martina Alabiso, direttore del Tennis club Milano dal 2018. <b>Al Bonacossa già dal 2012, ha assistito alla nascita di molte carriere: “Tsitsipas e Zverev non passarono inosservati. </b>Sinner e Alcaraz? Non hanno vinto, ma il fatto che fossero seguiti da Riccardo Piatti e Juan Carlos Ferrero induceva a tenerli d’occhio”. Scorrere l’albo d’oro non basta per capire l’importanza del Bonfiglio (Panatta, Lendl, Ivanisevic, Sabatini, Halep, Rybakina). Sono ancora di più quei futuri campioni che, pur avendo partecipato, non si sono spinti troppo in là in tabellone. Su una bacheca c’è un manifesto che ricorda i più famosi. Non solo gli attuali primi due del mondo, ma anche Federer, Djokovic, Becker, Navratilova, Pennetta e Schiavone, milanese cresciuta su questi campi.</p><p>Il Tennis club Milano, fondato dal conte Alberto Bonacossa, tennista, pattinatore, ma soprattutto grande dirigente sportivo e anche editore e proprietario della Gazzetta dello Sport (data in concessione a Rcs) è un luogo in cui si plasma il futuro nel solco delle tradizioni. <b>Il Trofeo è stato ideato nel 1959 in memoria di Antonio Bonfiglio, brillante allievo scomparso prematuramente a causa di una polmonite. Qui sono state ospitate le prime cinque edizioni degli Internazionali prima del trasferimento a Roma. </b>Scovata la porta e percorso un breve vialetto, si viene colti di sorpresa dall’estensione dell’area di oltre 25mila metri quadri. Un colpo d’occhio impreziosito da una palazzina liberty in parte coperta da piante rampicanti, progettata dall’architetto Giovanni Muzio negli anni Venti e oggi sotto l’egida della Sovrintendenza per i Beni culturali. Sui divanetti dello spiazzo antistante si ha un’ottima vista sui primi tre campi. Per immergersi nel clima del torneo e del circolo bisogna seguire il perimetro della costruzione e raggiungere una seconda e più lunga striscia di campi, tra cui il 9 con la sua piccola tribunetta. Chi desidera una vista speciale su più match può salire sul terrazzo della piscina. Ultimo da scovare il Centrale intitolato al marchese Gilberto Porro Lambertenghi, che con il conte Bonacossa scrisse il primo “Manuale italiano di tennis” nel 1914. Come tutto il centro, si nasconde bene fin quando non ci si ritrova al suo interno.</p><p>Nel corso dell’anno i campi, la piscina e la palestra sono riservati esclusivamente ai circa 1.250 soci e agli iscritti della scuola-tennis. <b>Tra queste mura le racchette sono andate sempre di moda, ma il boom recente si avverte: “Abbiamo 200 persone in lista d’attesa per diventare soci, nemmeno vendessimo farmaci rari”, scherza Martina Alabiso.</b> Far parte di un club simile, a fronte di una retta annuale tra i 2 e i 3mila euro, non garantisce solo la prenotazione di un campo, ma offre uno status. Se si è viaggiatori compulsivi, è automatico l’ingresso in uno degli altri circoli mondiali del “Club de Centenaires”, quelli con almeno 100 anni di vita. “Fino a qualche anno fa il Club era frequentato soprattutto da pensionati, ora la clientela è più eterogenea”. I ragazzi invece non sono mai mancati: <b>“I numeri della nostra scuola sono stati sempre alti”.</b> Tra di loro Ghia e Cecchetti, alla fine sconfitti nonostante il tifo. Poco importa, è successo anche a Sinner. “Ricordo quando perse con il giapponese Tajima: fu una delle poche volte in cui perse la pazienza e scagliò la racchetta a terra”, ricorda un membro del circolo. Ironia della sorte, sulla facciata della palazzina adiacente all’ingresso c’è un murales pubblicitario con Jannik. Sorveglia dall’alto tutti i giovani del Bonfiglio, ricordando dove si può arrivare pur perdendo al primo turno.</p>]]></description>
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				<title>Il Rayo contro il calcio moderno</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per le strade di Puente de Vallecas in questi giorni si respira un sentimento che nessuno aveva mai provato. <b>È uno dei distretti più poveri di Madrid – in alcune delle sue frazioni il reddito pro capite rasenta quello dell’Albania –, nato da un’annessione amministrativa degli anni Cinquanta e delimitato da una trafficata tangenziale come qualunque periferia del mondo</b>. Anche il paesaggio urbano, a prima vista, è del tutto ordinario: una distesa di case popolari in mattone rossastro, disposte attorno a uno stradone principale che è l’antitesi estetica dell’elegante Gran Via, pochi chilometri più in là. Eppure, basta una passeggiata per rendersi conto che da queste parti pulsa una vita comunitaria dall’inscalfibile personalità. Vallekas – così scrivono i suoi abitanti: la K dà un tocco di sfrontatezza adolescenziale – è un luogo raro dove nel 2026 la vocazione operaia locale riesce a integrarsi per davvero, oltre gli slogan e i buonismi, all’immigrazione economica da altri continenti. <b>È orgogliosamente un barrio di sinistra, ma una sinistra ancora di sostanza, fatta di associazioni di vicinato, enti culturali, centri per l’infanzia e la gioventù – quasi tutti su base volontaria, perché le risorse sono quelle che sono.</b> E se al centro di molti villaggi c’è la chiesa, qui sorge invece lo stadio di calcio: il massimo veicolo di socialità, prima ancora che di sport. Solo che la sua squadra, mercoledì prossimo,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/18/news/arteta-emery-e-perez-tre-allenatori-baschi-alla-conquista-delle-coppe-europee--398966" target="_blank">si giocherà la finale di Conference League</a>.</p><p>È uno sbalzo emotivo da sballo. Nelle piazze e nei bar non c’è persona che non ne parli, facendo incetta di quotidiani locali a distribuzione gratuita. È vero, nel calcio possono esistere dei club “di quartiere” destinati a una grandezza globale: si pensi al Boca Juniors. Ma per quel che rappresenta il Rayo Vallecano, anche nel suo centenario percorso, è come se una squadretta della Garbatella o della Bolognina scalasse le gerarchie nazionali per poi ritrovarsi all’improvviso di fronte ai giganti d’Europa – nella fattispecie il <b>Crystal Palace</b>, che quotazioni di mercato alla mano vale cinque volte gli spagnoli. “Dico sempre a chi viene a giocare a Vallecas che la cosa meno importante è il calcio in sé”, ha spiegato Sergio Camello, attaccante madrileno del Rayo<b>. “Quello che conta è tutto ciò che lo circonda: l’atmosfera pre partita, il legame con i nostri tifosi e le loro battaglie identitarie. Questo club è l’ultimo baluardo del pallone vecchio stampo, arrivato dove non osava nemmeno immaginare”.</b> Non sono soltanto parole. Ancora oggi, se qualcuno vuole vedere un match del Rayo deve fare la coda al botteghino: non si vendono biglietti online. E il Campo de Fùtbol de Vallecas è un piccolo impianto superato e fatiscente – una colata di cemento armato anni Settanta – che pure racchiude un clima caldo e irrinunciabile. Se il Bernabéu omaggia Cristiano Ronaldo, qui l’idolo più memorabile è Willy Agbonavbare: pioniere della lotta contro il razzismo negli stadi, divenuto facchino aeroportuale dopo una carriera da portiere del Rayo. Di nuovo, è la sostanza che prevale sulla forma.</p><p>Si diceva dei tifosi, che coincidono con gli abitanti – oltre 200mila – di un quartiere sovraffollato. A Lipsia per la finale arriveranno in 11-12mila, tra collette e trasferte fai da te. Sarà una festa inedita, comunque vada. Poi si tornerà alla vita quotidiana: le partite casalinghe del Rayo sono l’occasione per riunirsi, organizzare attività benefiche e mantenere la propria coscienza politica nel senso più letterale del termine – cioè le questioni che riguardano la pòlis. Anche per questo il club è nel pieno di un autentico paradosso. <b>Da una parte celebra l’ascesa sportiva più felice della sua storia centenaria: l’anno prossimo giocherà in Liga per la sesta volta consecutiva, un record, è reduce da un signor ottavo posto – miglior piazzamento di sempre, che oggi potrebbe anche ribadire – e nel corso delle ultime stagioni ha visto correre con questa maglia superstar del calibro di Radamel Falcao.</b> Dall’altra però deve fare i conti con una lunga serie di proteste societarie: perfino nel corso di quest’annata esaltante. Perché sognare la Conference League va bene, ma a quale costo? Raúl Martín Presa, l’imprenditore che nel 2011 acquistò il Rayo salvandolo dai debiti, pianifica di costruire un nuovo stadio più monetizzabile fuori da Puente de Vallecas. Ha fatto aumentare i prezzi dei biglietti, finora alla portata degli avventori indigenti. E ha invitato in tribuna vip Santiago Abascal, il leader dell’estrema destra spagnola. Al netto dell’evitabile scivolone ideologico – e un’accoglienza tra bordate di fischi –, gli altri sono nodi progettuali che riflettono la legittima iniziativa economica di chi intende stare al passo col calcio moderno. <b>Ma in un luogo che altrettanto legittimamente non ne vuole affatto sapere. </b>L’incontro tra passato e futuro potrebbe avvenire in una notte europea che a Vallekas, in ogni caso, nessuno dimenticherà mai. Già si aspettano i prossimi murales.</p>]]></description>
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				<title>Giro d&#039;Italia 2026, la libidine coi fiocchi di Fredrik Dversnes Lavik a Milano</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 17:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se gli organizzatori del Giro d’Italia non sono stati gentili con i velocisti in questa edizione, le squadre dei velocisti ci hanno messo del loro per rendere ancor meno soddisfacente il Giro d’Italia ai loro uomini veloci.</p><p>I 157 chilometri tra Voghera e Milano dovevano essere l’occasione per una volatona di gruppo, per fare in modo di aggiungere un più uno nella casella vittorie degli sprinter. Meglio di una tappa del genere non era possibile tracciarla: duecento metri di dislivello complessivi.</p><p>Tra la volata e la vittoria c’erano però Mattia Bais, Fredrik Dversnes Lavik, Mirco Maestri e Martin Marcellusi, partiti che era mattina per provare a realizzare l’impossibile, arrivati a Milano realizzando l’impossibile.</p><p>I quattro avanguardisti si erano infuturati con nessuna speranza e pochissimi sogni, con l’idea, come sempre estemporanea, di cambiare se non il mondo quanto meno il loro Giro. Erano archeologi erranti alla ricerca dei resti di un palazzo in un luogo che erano sicuri fosse sbagliato. Hanno continuato a cercarlo. Più per ostinazione che per caso.</p><p>Si sono trovati ai trenta chilometri dalla linea d’arrivo con un minuto e quaranta di vantaggio sul gruppo e hanno considerato quel margine invitante. Hanno sentito la campanella dell’ultimo giro con quasi un minuto di vantaggio e hanno pensato che ciò era buono. Sono passati accanto al cartello dei meno cinque con ventisei secondi di margine e lì hanno capito che una cena a base di beffe poteva essere servita sul tavolo degli sprinter.</p><p>E così è andata.</p><p><b>Fredrik Dversnes Lavik è stato il più lesto a imporre la sua volontà sui desideri altrui</b>. Sotto lo striscione d’arrivo Mirco Maestri ha sbuffato di rassegnazione. Martin Marcellusi ha iniziato a picchiare il pugno sul manubrio per frustrazione. Avevano capito che un’occasione del genere difficilmente si sarebbe capitata di nuovo.</p><p>Fredrik Dversnes Lavik si è sdraiato sull’asfalto caldo di Milano, ha urlato al cielo gioia e incredulità. Si è goduto una libidine – anzi una doppia libidine, pure una libidine coi fiocchi, a dirla con Jerry Calà – niente male&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/23/news/milano-ritrova-un-amore-dimenticato-il-giro-ditalia--399364">nel giorno del grande ritorno del Giro a casa</a>, a Milano,&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/primo-giro-d-italia-che-parti-il-13-maggio-1909-storia-di-una-pazzia-che-dura-ancora-oggi/">lì dove tutto era iniziato</a>.<br></p><p>Peccato che i corridori abbiano protestato per un circuito ben disegnato e senza troppi pericoli. Gli organizzatori hanno deciso di dargli corda e neutralizzare gli ultimi sedici chilometri.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Tutto il grigio e tutto il nero del Giro d&#039;Italia</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 10:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Gino Cervi</author>
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				<description><![CDATA[<p>“È grigia la luce, è grigia la strada / e Broni, Casteggio e Voghera son grigi anche loro”. Bisogna dar credito ai classici. Fatte salve le&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/23/news/giro-ditalia-limperturbabile-estasi-di-jonas-vingegaard--399423">due parentesi valdostana</a>&nbsp;e ticinese, e la seconde parte della Cassano d’Adda-Andalo, <b>la settimana di Giro d’Italia che va da giovedì 21 maggio, 12a tappa, al 27 maggio, 17a tappa attraversa in lungo e in largo buona parte della Pianura padana</b>. Che, a maggio, difficilmente vive la nebbia tanto da sembrare “un bicchiere di acqua e di anice” ma che conosce ben più di cinquanta sfumature di grigio, dall’asfalto al calcestruzzo, dal cenere al fumo di Londra, dal piombo al topo.</p><p>C’è una tonalità di colore che è chiamata grigio di Payne. Prende il nome da William Payne, un pittore inglese, nato nel 1760, che, in età avanzata, dopo aver fatto per lunghi anni l’ingegnere civile, ottenne una certa popolarità negli ambienti artistici di Londra, più che per le sue opere – alcune delle quali avevano ricevuto in gioventù la benedizione di Joshua Reynolds, il più grande ritrattista inglese del Settecento – per le sue capacità didattiche – era un ricercatissimo insegnante per i rampolli dell’aristocrazia londinese – e per aver inventato un colore mischiando blu di Prussia, ocra gialla e lacca cremisi. Quella particolare tonalità che, a seconda della diluizione, tendeva più ora al nero, ora al grigio, ora al blu, venne chiamata grigio di Payne. Pare che il suo successo si debba al fatto che i paesaggisti la trovassero perfetta nella tecnica della cosiddetta “prospettiva aerea”: per rappresentare colline e montagne che, in lontananza, e a causa della presenza in pianura di polveri sospese e dell’umidità che rifrange le onde azzurrine più corte, assumono un’indefinita tonalità pallida e sfuggente, il grigio di Payne è il colore più azzeccato.</p><p>E cosa c’è di più distante, forse di malinconico, delle montagne viste in lontananza dalla pianura? Sarà stata questa, se non la cospicua produzione locale di nebbia, l’ispirazione per la maglia grigia della Maino, dal 1912 squadra corse della storica azienda produttrice di cicli e motocicli in Alessandria? Di grigio vestì gente dalle gambe buone a vincere in venticinque anni di corse – la Maino fu in gara fino al 1936 – e dodici partecipazioni al Giro, 48 tappe: più della metà, ben 25, firmate Learco Guerra, altre 9 da Costante Girardengo , e poi con Carlo Oriani, Luigi Lucotti, Raffaele Di Paco, Luigi Giacobbe, Vasco Bergamaschi, Domenico Piemontesi e Aldo Bini. Quattro furono le vittorie finali: con Carlo Oriani, detto il Pucia, da Cinisello Balsamo, nel 1913; con Girardengo nel 1932; con Guerra nel 1934; e ancora l’anno seguente con Bergamaschi, detto Singapore, per via degli occhi a mandorla.</p><p>La leggenda vuole che il grigio della Maino passò, non so se per una questione di sostenibilità a km 0, dai ciclisti ai calciatori: nel 1912 venne fondata anche l’Alessandria Foot Ball Club che giocò le prime partite in maglia biancazzurra per poi vestire di grigio in occasione del suo primo campionato di promozione, nella stagione 1912-13. Pare però che il grigio fosse già la livrea della Forza e Coraggio, società sportiva che diede vita al neonato sodalizio calcistico.</p><p>Un’altra leggenda fa il percorso inverso e riguarda le origini della mitica maglia nera. Giuseppe Ticozzelli, classe 1894, da Castelnovetto, in Lomellina ma così in vista del Sesia da essere quasi già Piemonte, fu tra i giovani fondatori dell’Alessandria Foot Ball Club. Nel ruolo di atletico difensore – era alto 1,87 e aveva un tiro potente: qualcuno dice che sia il detentore del gol dalla più lunga distanza, siglato direttamente su calcio di rinvio… - militò tra i grigi fino al 1921, per poi passare per tre stagioni alla SPAL. Nel 1924 approdò al Casale dove giocò al fianco di futuri campioni del mondo come Umberto Caligaris ed Eraldo Monzeglio. Ma il “Tico” amava anche la bicicletta: in occasione della sua unica convocazione in Nazionale, il 18 gennaio del 1920, contro la Francia a Milano, arrivò al campo del Velodromo Sempione da Alessandria in bicicletta e allo stesso modo se ne tornò a cas. Nel 1926 si iscrisse da indipendente al Giro d’Italia. Corse soltanto tre tappe, prima di venire investito da un auto e costretto al ritiro; furono sufficienti però per mostrare a tutti le sue doti di intrepido fuggitivo e la sua inconfondibile maglia nerostellata, la stessa che usava giocando nel Casale.</p><p>Qualcuno dice che la maglia nera, istituita al Giro vent’anni dopo, dal 1946 al 1951,&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/chi-arriva-ultimo-quando-la-sfida-per-la-maglia-nera-era-piu-seguita-di-quella-per-la-maglia-rosa/">per indicare il corridore che, con dedizione e astuzia, chiudeva la classifica generale in ultima posizione ma senza andare oltre il tempo massimo</a>, fosse&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2017/02/27/news/meglio-ultimi-lultimo-giro-ditalia-della-maglia-nera-meno-67-al-giro100--239729">ispirata proprio dalla singolare figura di Ticozzelli</a>. Qualcosa del resto legava il Tico a Luisin Malabrocca, detto il Cinese – anche lui per via degli occhi a mandorla: che fantasia! – l’eroe eponimo della maglia nera. Malabrocca, nato a Tortona, era lomellino d’adozione, avendo messo le tende, lui e la sua Ninfa consorte, presso la Cascina Barbesina, alle porte di Garlasco, che rimpiange oggi il tempo in cui veniva nominata per le romanzesche imprese all’incontrario del Cinese.</p>]]></description>
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				<title>Giro d&#039;Italia, l&#039;imperturbabile estasi di Jonas Vingegaard</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 17:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Chilometro di salita dopo chilometro di salita i volti dei corridori, di tutti i corridori, diventavano più spigolosi, come se zigomi, mascella e mandibola crescessero, gli occhi si rimpicciolissero, la bocca si allargasse. Le montagne sono uno specchio deformante nel quale i visi dei corridori prendono forme carnevalesche. Tutte le montagne.</p><p>Lungo quelle valdostane che conducevano a Pila lì dove finiva la <b>quattordicesima tappa del Giro d’Italia</b>, il volto di Tim Rex aveva assunto sembianze munchane dopo novanta chilometri in testa al gruppo a prendere vento in faccia per toglierlo dalla sagoma dei capitani.</p><p>Aveva cambiato colore, si era scurito quella di <b>Afonso Eulálio</b>. Gli si era asciugato pure il sorriso al corridore portoghese, mentre iniziava a comprendere che quello che stava vivendo era l’ultimo giorno in maglia rosa. Una botta di rassegnazione passata dopo qualche chilometri, quando non pedalava al passo di nessuno, saliva verso Pila al suo ritmo, cercava di fare del suo meglio e basta.</p><p>Aveva assunto forme blakiane il viso di <b>Giulio Ciccone</b> quando a cinque chilometri dal traguardo si è girato e ha visto il gruppetto dei più forti a un passo dopo una giornata intera in fuga a salire e discendere le montagne valdostane.</p><p>Si contorceva, si allungava, diventava ancora più acuto quello di <b>Felix Gall</b> mentre vedeva piano piano diventare più piccola, sino a scomparire dalla sua vista, quella maglia blu alla quale voleva stare il più vicino possibile perché sapeva che quel colore avrebbe virato al rosa.</p><p>L’unico volto che non mutava, rimaneva sempre uguale a quello della foto di presentazione del Giro, era quello <b>Jonas Vingegaard</b>. Che la strada salisse o scendesse, l’espressione non cambiava.</p><p>Solo un accenno di fatica quando, ai 4.800 metri dal traguardo, si è alzato sui pedali e ha accelerato il ritmo. Poi sul suo viso è tornata l’espressione di sempre, quella sua imperturbabile estasi degna di una Santa Teresa. Si è girato giusto per vedere l'effetto che faceva vedersi solo al comando, Jonas Vingegaard. Il danese è uno abituato a stare davanti, capisce dalla reazione del pubblico se non è riuscito a conquistare la solitudine.</p><p>Solo un accenno di un sorriso sotto lo striscione d’arrivo, dopo aver baciato al solito l’immagine di moglie e figlie attaccato sul manubrio. Terza vittoria al Giro d’Italia su tre arrivi in salita. E prima maglia rosa indossata sul podio.</p><p>Pure il volto di <b>Giulio Pellizzari</b> è rimasto quasi sempre lo stesso durante l’ascesa che portava a Pila. Non c’era né estasi né serenità però nel suo viso. Solo un fastidio costante. Ha mimica da attore il marchigiano, il modo di stare in gruppo da corridore d’antan, la capacità di non crollare. E di imparare.&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/giulio-pellizzari-e-la-lezione-del-blockhaus/">Sul Blockhaus aveva preso un ceffone per troppo entusiasmo</a>: aveva&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/15/video/giro-ditalia-vingegaard-e-stato-di-parola--398996">seguito troppo la ruota di Vingegaard</a>&nbsp;e gli era risultata indigesta. Sulle montagne della Val d’Aosta non ha cambiato ritmo, è salito tranquillo, con un unico obbiettivo in testa: dribblare l’acido lattico. Si è staccato da una decina di corridori trainati da Davide Piganzoli. Ne ha recuperati la gran parte. Sta sistemando il suo Giro, gli sta dando una dimensione.</p>]]></description>
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				<title>Marcell Jacobs è tornato per stupire</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 15:09:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fausto Narducci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Era arrivata a un punto morto la carriera di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/marcell-jacobs_35790" target="_blank">Marcell Jacobs</a>, l’uomo della provvidenza dell’atletica italiana, a un passo dal ritiro dopo un 2025&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/10/11/news/come-e-triste-e-solitario-jacobs--125101" target="_blank">tutto da dimenticare</a>. <b>Se ne stava in un Beach Club di Miami, dopo essersi trasferito in Florida con moglie e figli, ad aspettare insieme ai compagni di allenamento le decisioni di quell’allenatore sbagliato, Rana Reider, che dopo qualche acuto incoraggiante lo aveva mollato sull’orlo del baratro</b>. Marcell lo avevamo lasciato 242 giorni fa, una eternità, ai Mondiali di Tokyo dopo quella rocambolesca squalifica in staffetta di cui era stato protagonista involontario e ce lo siamo ritrovati di colpo in buona forma nella sua “casa” atletica sulla collina, in quel di Savona, dove era sceso per la prima volta sotto i 10” (9”95) 5 anni fa, viatico degli ori olimpici di Tokyo conquistati 100 giorni dopo.</p><p>Nella finale vinta dal sorprendente britannico Romell Glave (9”88) per Jacobs, alla settima partecipazione savonese, un terzo posto comunque positivo, impreziosito da un 10”01 ventoso (+2,7), che con brezza entro i limiti (+2,00) potrebbe valere 10”04, quindi già molto meglio del 10”16 che era stato il suo stagionale dell’anno scorso. “Mi sembrava di aver fatto falsa partenza perciò ho un po’ incespicato dopo i primi due appoggi: parte centrale buona, sul finale dovrò lavorare. Ma dopo il caos della batteria (10”11 ventoso, ndr) sono contento così”. Quanto basta perché si decida a raccontare i particolari di questa decisione che l’ha portato a tornare in Italia col vecchio allenatore Paolo Camossi che lo deve pilotare ad agosto al terzo titolo europeo consecutivo sui 100, impresa finora riuscita solo ai fenomeni Valery Borzov e Linford Christie. “Ricordo ancora la data, 4 gennaio. Ero in quel Beach Club quando è arrivato il WhatsApp di Raider: ‘Vado in Cina’. Non ho neanche risposto. Ne ho parlato con mia moglie e dopo un paio di giorni ho alzato il telefono e ho chiamato in Italia Paolo, mio allenatore fino a settembre 2023, con cui a Tokyo durante i Mondiali dell’anno scorso c’era stata una cena di riavvicinamento. Ti va di tornare insieme? Detto e fatto, eccolo qui”. Lo stesso Camossi, incoraggiato dal tempo di Savona, ma anche da test che dopo quattro mesi di lavoro comune danno già Marcell fuori dal tunnel, ci ha raccontato i particolari di quella telefonata: <b>“Io l’ho ricevuta il 6 gennaio, giorno del mio compleanno. In cuor mio avrei detto subito sì, ma dovevo far vedere che ci volevo pensare un po’… Il 9 febbraio ero già in Florida e questo è il risultato: Marcell, pur arrugginito e con tante cose da mettere a posto, qui ha rispettato il range di tempi che ci eravamo prefissi fra i 10” e i 10”05, considerando anche il vento”</b>.</p><p>Il futuro immediato passa dal Golden Gala del 4 giugno, dove il suo successore olimpico Noah Lyles (che ha esordito con 9”95) appare fuori portata. Quello a più lunga gittata, dopo la probabile tappa di Parigi del 28 giugno, guarda con fiducia all’Olimpiade di Los Angeles 2028. Con tanto di lapsus quasi profetico. “Posso pensare di avere davanti ancora tre anni. Los Angeles è fra due? Pardòn, ho sbagliato i calcoli, ma effettivamente non mi pongo limiti”.</p>]]></description>
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				<title>Milano ritrova un amore dimenticato, il Giro d&#039;Italia</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Milano non è mai stata capitale d’Italia, eppure del nostro paese è stata a lungo capitale delle biciclette e del ciclismo. Dai primi anni del Novecento fino a quasi la fine del secolo, il capoluogo lombardo era il principale centro di produzione di biciclette, tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta addirittura quasi una su tre di quelle che circolavano in Italia era prodotta nella provincia di Milano. Milano era la città della Bianchi e della Taurus, della Gloria e della Frera, di quel sarto dell’acciaio che era Faliero Masi.</p><p>E poi era la città dalla quale le corse partivano e dove alcune arrivavano. C’era la Milano-Sanremo e il Giro di Lombardia, la Milano-Torino e la Milano-Vignola, la Milano-Mantova e la Milano-Modena. C’erano circuiti e criterium, riunioni su pista e Sei giorni. C’era soprattutto il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giro-ditalia_2240">Giro d’Italia</a>.</p><p>Il Giro d’Italia è nato a Milano. Lì aveva sede il giornale che lo creò, la Gazzetta dello sport. E da Milano&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/primo-giro-d-italia-che-parti-il-13-maggio-1909-storia-di-una-pazzia-che-dura-ancora-oggi/">è partito per la prima volta alle 2:53 del 13 maggio 1909, precisamente dal Rondò di Loreto (ora piazzale Loreto)</a>. E a Milano si concluse diciassette giorni, otto tappe e 2.447,9 chilometri dopo, il 30 maggio. Quel giorno, in un’Arena “gremita fino all’inverosimile di gente” che “non può paragonarsi che a quello di una plaza de toros durante una corrida real. Lo stesso abbarbagliante rimescolio di colori disteso in ampio giro sotto il sole veemente, lo stesso brivido di ventagli, lo stesso entusiasmo  latino. Uno spettacolo meraviglioso”, scriveva il Corriere della Sera il giorno dopo, vinse Dario Beni da Roma. Il vincitore della prima edizione della corsa fu invece Luigi Ganna che al direttore della Gazzetta, Armando Cougnet, riassunse in una frase la fatica provata in quei giorni di corsa: “Me brüsa tanto el cü!”.</p><p>Il Giro ha continuato a partire da Milano quasi ininterrottamente da Milano fino al 1959 (a eccezione di qualche edizione iniziate altrove: a Roma nel 1911 e nel 1929, a Messina nel 1930, a Palermo nel 1949 e nel 1954). E sino al 1980 ha continuato ad arrivare nel capoluogo lombardo (anche in questo caso con qualche saltuaria pausa). E anche quando o iniziava o terminava lontano da Milano per Milano ci passava almeno per una tappa. D’altra parte, diceva Vincenzo Torriani, storico patron della corsa rosa, “difficile pensare al Giro d’Italia senza almeno una sosta nella città dove tutta questa storia è cominciata”.</p><p>Vincenzo Torriani era cresciuto a una scuola antica, ormai scomparsa.</p><p>Il Giro d’Italia ha imparato a fare a meno di Milano. Soprattutto perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/02/17/news/milano-ha-abbandonato-il-ciclismo--95317">Milano ha deciso che può fare a meno della corsa rosa. Anzi del ciclismo in generale</a>.</p><p>Dal capoluogo lombardo non parte più niente e niente arriva. Pure la Milano-Sanremo parte da Pavia dal 2024 (e prima, per una edizione, da Abbiategrasso).</p><p>Milano ha scelto anni fa di abbandonare il grande ciclismo, tenendosi però le biciclette, si è dotata di una rete di ciclabili che hanno infastidito e continuano a infastidire gli automobilisti, almeno quelli che continuano a concepire le strade come luogo esclusivamente dedicato alle automobili. Per non infastidirli ulteriormente, sono comunque voti, le varie giunte meneghine hanno deciso di fare a meno del ciclismo. Non sia mai che per qualche ore non si possa guidare ovunque si voglia. Anche perché ospitare il Giro adesso costa, tra i centocinquanta e i duecentocinquantamila euro (una partenza invece tra gli ottanta e centomila euro). E ha un costo per tutti, anche per la città della Gazzetta dello sport e che questa corsa l’ha vista nascere.</p><p>Certo saltuariamente la corsa rosa è tornata a Milano e lungo le sue strade si è riversata la solita folla festosa, perché il Giro sa essere festa, una meravigliosa festa rosa. E ogni tanto il comune si è pure ricordato degli anni gloriosi della Milano capitale del ciclismo e di quell’impianto che ci invidiano anche in Francia e nel Regno Unito, il velodromo Vigorelli, che forse è non è più buono per ospitare i grandi eventi del ciclismo su pista marchiato Uci – ossia tutte le manifestazioni internazionali ufficiali – ma resta per fascino e per rodaggio della gamba uno dei migliori ovali al mondo. Velodromo salvato dal disuso e dall’incuria da un gruppo di appassionati e volontari convinti che Milano non potesse non avere il suo velodromo.</p><p><b>Domenica 24 maggio, il Giro d’Italia torna a Milano</b>. Il traguardo della quindicesima tappa sarà posizionato a corso Venezia, all’altezza dei giardini Indro Montanelli. La corsa ci arriverà quasi certamente con una volata di gruppo, perché una frazione di 157 chilometri con appena 200 metri di dislivello è difficile che possa andare altrimenti.</p><p>Nei giorni precedenti il comune, con il sostegno di Milano sport, ha organizzato gare giovanili ed eventi, sportivi e no, al Vigorelli, in quell’anello di legno un tempo pieno di vita, di urla e di biciclette, dove arrivano e partivano le grandi corse, nel quale quasi ogni fine settimana entravano decine di migliaia di persone per vedere le sfide dei grandi campioni della pista e del ciclismo su strada. Un modo per ricongiungersi finalmente con il grande ciclismo che da qui non passa dal 25 ottobre del 2020, atto finale del Giro diventato autunnale causa pandemia. Quel giorno la tappa, una cronometro individuale di 15,7 chilometri la vinse Filippo Ganna e sul gradino più alto del podio salì in maglia rosa Tao Geoghegan Hart tra Jay Hindley, secondo, e Wilko Kelderman, terzo.</p><p>Il Giro torna a casa. Lo fa concedendosi quattro giri di un circuito urbano che passa per piazzale Lodi e piazzale Loreto. Un’ora e un quarto di ruote che si muoveranno a grande velocità per le strade meneghine che torneranno a colorarsi di rosa, una tonalità di rosa molto più acceso di quello del passato, che chissà, forse potrebbe riaccendere la voglia di ciclismo a una città che sente di non averne più bisogno.</p>]]></description>
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				<title>Il derby ossessione: il Torino davanti all’occasione che aspetta da trent’anni</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 10:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Gaetani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una sola vittoria nel nuovo millennio. Un 2-1 inutile, contro una Juventus lanciatissima sulla propria strada verso il titolo. <b>Le reti di Matteo Darmian e Fabio Quagliarella a ribaltare il vantaggio siglato da Andrea Pirlo rappresentano, a distanza di undici anni (era il 26 aprile del 2015), l’unico successo del Torino in una stracittadina non solo dal 2000 a oggi, ma in realtà dall’aprile del 1995, doppietta di Rizzitelli al Delle Alpi</b>. In mezzo, una sequela di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2018/12/15/news/che-cosa-e-il-derby-di-torino--234477">derby</a>&nbsp;giocati talvolta alla pari e quasi sempre persi o pareggiati con reti arrivate nei dintorni del novantesimo: dal 2-2 delle corna di Maresca alla sberla di Trezeguet al 94’ del 2007, dall’uno-due Vidal-Marchisio del 2013 alla magia di Pirlo dell’anno successivo, dalla zampata di Cuadrado nell’ottobre 2015 al pari agguantato da Higuain al 92’ del 2017, fino ai colpi decisivi di Bonucci (2020) e Locatelli (2021) quando almeno il punticino sembrava alla portata.</p><p>Il destino, stavolta, apparecchia al Torino l’occasione perfetta: <b>può rovinare definitivamente la stagione bianconera, con la panchina di Luciano Spalletti appesa a un filo sottilissimo</b>, quello che tiene ancora aggrappata Madama alla speranza di un piazzamento in Champions League. Se l’è vista brutta, il Toro, nel corso della stagione. Il feeling mai nato tra Baroni e il materiale umano a disposizione, oltre a una certa idiosincrasia con quello che spesso viene definito “dna granata”, ha portato Vlasic e compagni a rischiare seriamente di finire impigliati nella lotta per non retrocedere, spauracchio scacciato via dall’arrivo muscolare di Roberto D’Aversa sulla panchina. Fin dall’inizio, l’ex Empoli è parso un tecnico con la data di scadenza. Eppure ha la chance di fare qualcosa di storico, perché ormai vincere un derby, per il Torino, sta diventando un’ossessione. In questo finale di stagione i granata non si sono lasciati andare come era successo lo scorso anno con Vanoli, pur incappando in alcune sconfitte. L’impressione generale è però quella di una squadra viva, con alcuni picchi tecnici e caratteriali – la miglior stagione di Vlasic in Italia per numeri e atteggiamento, la capacità di Simeone di chiudere in doppia cifra nonostante una manovra offensiva a tratti inesistente, l’impatto positivo di Obrador - &nbsp;e la voglia di terminare in bellezza, con un piccolo regalo da consegnare a tifosi in contestazione perenne nei confronti di una proprietà che pare non voler ascoltare questo costante urlo di dolore.</p><p>Anche il semplice pareggio sarebbe un bastone tra le ruote bianconere, una vittoria consegnerebbe invece a D’Aversa la piccola chance di entrare quantomeno nei discorsi per la conferma, ipotesi che solamente qualche settimana fa sembrava lunare. Tanto passerà dal possibile recupero di Ismajli, la guida della difesa che ha messo ordine nelle settimane più turbolente: in questa stagione è esistito un Torino con Ismajli e uno senza, e forse non a caso è stato quello più netto nelle dichiarazioni contro la gestione di Baroni una volta arrivato D’Aversa. È chiaro che al Toro servirà una prospettiva diversa nella prossima stagione, a cominciare dal mercato, trattato con preoccupante frequenza come l’occasione per incassare invece che per rilanciare. Ma non è questione imputabile all’allenatore, qualunque sia il profilo che si siederà su una delle panchine più nobili del nostro calcio. All’allenatore, quello attuale, intanto spettano i discorsi di campo. E l’occasione di uno sgambetto alla rivale di sempre, ancora frastornata per il ko con la Fiorentina, sembra più ghiotta che mai.</p>]]></description>
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				<title>Ha 14 anni l’arbitro più giovane d’Italia. La storia di Federico Ottaviani</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 08:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Luca Cardinalini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Federico Ottaviani, nato a Madrid, residente a Orte (Viterbo) e primo anno di liceo a Narni (Terni), è – ad oggi – il più giovane arbitro italiano.</b> Iscritto alla “famosa” Aia, quella (anche) delle “bussate”, del Var a intermittenza, delle designazioni gradite e non, dei rinvii a giudizio, delle dimissioni, degli scandali.&nbsp;A novembre Federico ha partecipato al corso trimestrale per diventare arbitro, come racconta papà Paolo, tecnico dell’Enel: “Ha fatto tutto da solo, ha spedito la mail alla sede Aia di Viterbo, insieme ad un amico, a noi genitori ce l’ha detto solo dopo, quando dovevamo accompagnarlo al corso”.</p><p>Il presidente della sezione Aia, Ennio Mariani, se lo ricorda bene: “Uno dei più curiosi, quello che faceva domande non banali, voleva sapere come comportarsi in casi complessi ed eccezioni, insomma, non le solite cose. Mai saltata una lezione. Il 20 aprile ha compiuto 14 anni e due settimane fa l’abbiamo designato per Blera-Celleno, categoria under 14, quindi quasi coetanei, per il debutto ufficiale”. Federico, hai dormito la notte prima? “Direi benissimo, meno agitato di quanto pensavo, invece non mi sono ‘impanicato’ come è successo a un mio amico alla sua prima gara”.</p><p><b>Senza “impanicarsi”, è finita 10-2 per il Blera, segnare tutti i marcatori nel piccolo libretto a disposizione, non deve essere stato facile. </b>“Quella è stata la cosa più complicata, a pensarci. Ci sono solo sei spazi per una squadra e sei per l’altra, ho dovuto fare delle modifiche”. Non solo: in 70 minuti (due tempi da 35’) ha decretato due rigori e ammonito tre calciatori. “Uno per gioco scorretto, due perché, pur avendoli richiamati più volte, continuavano a dire parolacce”.<br>Il momento più emozionante, dovendo sceglierne uno, è stato prima del fischio: “Il minuto di raccoglimento per Zanardi, conoscevo la sua storia, sapevo che era senza gambe”. La domanda più banale – “ma chi te lo ha fatto fare?” – è quella più superflua. Parte in automatico il discorso da manuale, prestampato: “L’arbitraggio insegna a prendere decisioni, anche se a volte possono essere impopolari o scomode, al rispetto delle regole per giocatori e dirigenti”. Come no. Passiamo ad altro.</p><p>Dove tieni il fischietto, a casa? “Sul comodino vicino al letto, insieme ai cartellini”. Lo consideri un ruolo di potere, anche se a questi livelli giovanili? “Un po’ sì, ma non un potere assoluto, la bravura è nel cercare di tranquillizzare le anime, di non far degenerare le situazioni. E farlo da solo, ovviamente, è difficile”. Vero: si dice giudice unico in campo, la verità è che si tratta di un giudice solo. Federico giocava in porta e, fino ai 19 anni, può fare contemporaneamente calciatore e arbitro (ovviamente non delle partite della sua squadra, né del campionato dove gioca). Da calciatore, come vedevi la figura dell’arbitro? “<b>Nelle categorie in cui ho giocato, in realtà, non c’erano arbitri, quel ruolo lo fanno i dirigenti. Diciamo che non mi interessava molto, nemmeno quando in tv guardavo una partita, ora invece sono molto attento ai comportamenti del direttore di gara, cerco di imparare, la partita è la stessa e gli occhi che la guardano sono gli stessi, ma è tutto diverso</b>”. Tra qualche anno Federico sarà costretto a scegliere, se continuare a fare il calciatore o l’arbitro (“la seconda, il calciatore non lo so fare”). Intanto si diverte. Il presidente della sezione Aia di Viterbo, Mariani, è soddisfatto così: “Siamo come i cercatori di oro. Di un corso che inizia con 50 iscritti, alla fine ne restano pochi, 5 o 6, ma restano per sempre. La divisa non te la togli più”.</p><p><b>Federico e gli altri perché lo fanno? “Le motivazioni principali sono tre. La prima è la tessera dell’Aia, che permette di entrare in qualsiasi stadio per assistere a qualsiasi partita. La seconda è il rimborso, 43 euro più rimborso chilometrico per i genitori – in questo caso, essendo minorenne l’arbitro – per ogni gara. Il terzo sono i crediti formativi, che valgono nelle scuole e nelle università.</b> <b>Poi c’è la quarta: la passione, che non si spiega.</b> Nei campi più spelacchiati d’Italia, ogni volta, è una caccia all’arbitro, che finisce spesso in ospedale, inseguito, picchiato, deriso, insultato. Mariani fa di sì con la testa, ma sorride: “Quando qualche genitore mi confessa che ha paura delle botte per il figlio con il fischietto, gli dico: se giocasse da calciatore, correrebbe più rischi di finire in ospedale o di farsi male. Sia fiducioso”. E loro? “Fanno finta di crederci, ma è così”.</p>]]></description>
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				<title>Sinner, il padrone di sé</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 08:27:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alessandro Bonan</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’uomo non si basta mai. La sua vita è una perenne ricerca di un qualcosa che riempia un vuoto. <b>È il vuoto stesso dell’esistenza, appesa a un filo, senza speranza, visto che prima o poi la vita finisce inesorabilmente per tutti.</b> Camminando su questo filo, cerchiamo la perfezione senza trovarla mai. Per questo motivo, quando incontriamo una persona di successo, ci inchiniamo a lei, a volte con un pizzico di invidia, a volte con una sincera ammirazione, di fronte ad imprese che per noi sarebbero impossibili.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/18/news/sinner-vince-gli-internazionali-un-trionfo-annunciato-che-non-smette-di-stupire--399050" target="_blank">Ecco il motivo per cui Sinner ha tanto successo</a>: vediamo in lui la perfezione che non raggiungeremo mai. Sinner è educato, ha un sorriso buono, è ricco, ma non si vede, rimane calmo anche nel momento in cui si scatenano le tempeste. Sinner sopporta la pressione, mentre noi, sotto pressione, scoppiamo.</p><p>Nella notte di Roma contro Medvedev, si è rivelato un aspetto del campione che non conoscevamo ancora appieno: <b>la capacità di spingersi al di là della sofferenza, del bisogno, della paura.</b> Jannik stava remando da fondo campo, nella palude di una terra rossa inzuppata di umidità. Medvedev lo innervosisce sempre con il suo tennis maligno, fatto di sputi e ragnatele. Caduto nella trappola dell’avversario non sapeva più come uscirne. È entrato nell’inferno del panico, vomitando, contorcendosi, tremando. Nessuno si sarebbe salvato, nessuno. Sinner, memore di quello che gli era accaduto a Wimbledon proprio contro il russo, ci è riuscito rincorrendo la parte nascosta di sé, dove ha accarezzato l’io che lo stava sabotando. Perché è qui che sta la differenza. <b>Abbiamo tutti una parte interiore che ci invita costantemente a rinunciare. “Non farlo, dice una voce, non ci riuscirai”. </b></p><p>La nostra reazione di fronte a questa voce è di stizza, rifiuto, e conseguente fallimento. Sinner con la sua voce interiore ci parla, viene a patti, “dimmi, qual è il problema?”. E’ un viaggio, il suo, a cavallo di una luce, un raggio laser che perfora, come lama nel burro, il muro emotivo edificatosi chissà per quale misteriosa ragione. Per questo Sinner vince sempre, vince tutte le partite, anche quelle che non sta giocando bene. <b>A Parigi si affaccerà sul rosso senza vedere all’orizzonte il suo unico avversario, Alcaraz. </b>Dopo la finale dell’anno scorso, in molti si sono dimenticati di ciò che accadde dopo i tre mancati match point. Sinner, praticamente morto, è resuscitato, pur non riuscendo nell’impresa, sconfitto da un ragazzo esaltato dalla folla. Allora, si fece intimidire, forse capiterà di nuovo, ma sempre di meno, e di meno ancora. Fino al giorno in cui, Jannik Sinner, completo padrone di sé stesso, non perderà più.</p>]]></description>
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				<title>“Vi spiego perché con Malagò possiamo salvare il calcio”. Intervista a Umberto Calcagno</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Anche questa volta i calciatori manderanno avanti qualcun altro. Ci hanno pensato, ci hanno provato, avevano anche le persone giuste da candidare, ma alla fine hanno scelto di schierarsi con <b>Giovanni Malagò</b>, con la garanzia di poter aver voce in capitolo, di poter comunque dire la loro per cambiare il calcio. Umberto Calcagno è il presidente dell’Aic, l’Associazione Italiana Calciatori dal novembre del 2020 e dal marzo dell’anno dopo è anche vicepresidente della Figc. Insomma, non è uno che si può chiamare fuori dalla crisi del calcio italiano, ma proprio perché ha vissuto il momento no dall’interno, pensa di avere le idee giuste per dare un contributo. Il suo è un messaggio chiaro: il calcio italiano ha smesso da troppo tempo di ragionare come sistema. E se oggi <b>l’Associazione italiana calciatori ha scelto di sostenere la candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale</b>, la motivazione va ben oltre il nome. “Avevamo pensato inizialmente anche a un ex calciatore presidente della Figc – racconta Calcagno – ma è emerso subito che non potessero essere l’Associazione calciatori o quella allenatori a candidare direttamente un ex giocatore. Damiano Tommasi o Demetrio Albertini avevano il profilo giusto, ma proprio dal confronto con loro è nata la convinzione che servisse un’altra strada”. L’Aic ci ha provato con la Lega Dilettanti, ma quando Abete ha deciso di scendere in campo in prima persona,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/14/news/nella-sfida-tra-abete-e-malago-per-la-figc-la-politica-spera-nellopzione-commissariamento--398857">ha imboccato la strada che ha portato ad appoggiare Malagò</a>. Una scelta che, secondo Calcagno, nasce prima di tutto da una necessità politica e strutturale: “Per fare un cambio di passo bisogna responsabilizzare la Serie A. Il fatto che Malagò fosse espressione della Serie A per noi aveva un valore importante”. Ma c’è anche altro. “Abbiamo individuato in lui una persona esterna al nostro mondo, capace di portare qualcosa di nuovo. E poi ha un’esperienza internazionale unica nello sport italiano”. Permetta una domanda: le hanno offerto la vicepresidenza in cambio dell’appoggio? “Le priorità non sono le posizioni. Credo che il dibattito debba concentrarsi sulle proposte e sulla visione di tutto il sistema calcio”</p><p>Il presidente dell’Aic più che un ruolo preciso sembra avere a cuore un concetto: quello di unità. Per lui è stato proprio questo il grande errore degli ultimi anni. “<b>Non siamo riusciti ad avere un progetto tecnico-sportivo condiviso</b>. Ognuno ha puntato il dito contro qualcun altro e così abbiamo perso competitività sia con i club sia con la Nazionale”. Da qui la convinzione che nessuno possa salvarsi da solo. “Non ci servono bandierine. Serve la garanzia che tutte le componenti facciano parte del progetto. Nel settore femminile abbiamo fatto sistema, la Nazionale e i club sono cresciuti assieme dal 2018 e i risultati si vedono e possiamo crescere ancora”.</p><p>Calcagno rivendica anche alcune battaglie portate avanti dall’associazione negli ultimi anni, a partire dal tema dei “selezionabili”, ovvero i calciatori italiani utilizzabili per la Nazionale. “Dopo la vittoria dell’Europeo noi continuavamo a denunciare certi problemi mentre altri festeggiavano. Sul decreto crescita avevamo lanciato allarmi precisi: la sua abolizione però non ha portato alcun beneficio, nel mercato successivo c’è stato un 4 per cento in più di stranieri. Ma attenzione: la nostra non è una battaglia contro gli stranieri. Sono nostri associati e rappresentano un valore aggiunto”.</p><p>Il problema, secondo lui, è un altro: “Abbiamo smesso di valorizzare la filiera”. Calcagno pesca nel suo passato un esempio per spiegare: “Quando giocavo io, a metà anni Novanta, il mercato della Serie C valeva circa 120 miliardi di lire. Oggi siamo a numeri completamente diversi. Eppure in Serie B e Lega Pro ci sono ancora ragazzi che potrebbero crescere e arrivare in alto”. Per riuscirci, però, servono incentivi diversi e una redistribuzione più efficace delle risorse. “Dobbiamo capire perché il mercato interno non è più competitivo. Un tempo nessuno si poneva il problema che gli italiani costassero troppo: semplicemente erano considerati forti”.</p><p>Da qui l’idea di premiare chi investe davvero sui giovani. “Più riconoscimenti economici a chi fa giocare italiani di una certa età. E soprattutto vincoli chiari sulle nuove risorse”. Calcagno guarda con interesse ai possibili introiti derivanti dalle scommesse sportive e ai progetti legislativi attualmente in discussione. “Quelle risorse non devono essere distribuite a pioggia. Devono finanziare il minutaggio dei giovani selezionabili e le infrastrutture”.</p><p>Il nodo infrastrutturale, per lui, è centrale. “Speriamo che l’Italia organizzi l’Europeo e che nascano nuovi grandi stadi. Ma servono soprattutto impianti medio-piccoli, stadi di quartiere, campi multifunzionali”. Calcagno cita spesso il modello spagnolo post-1992: “<b>La Spagna è ripartita dai campi di quartiere. Noi oggi non abbiamo strutture sufficienti nemmeno per il calcio femminile o per le seconde squadre</b>”. Non si oppone neppure a una riforma del numero delle squadre: “Alziamo l’asticella per iscriversi ai campionati, aumentiamo i controlli, paghiamo gli stipendi mensilmente e vediamo chi è davvero in grado di fare calcio professionistico”.</p><p>Il presidente dell’Associazione calciatori si sofferma anche sul tema della formazione dei giovani. È qui, sostiene, che il calcio italiano rischia di perdere definitivamente terreno. “Tutto quello che non impari tra i 5 e i 12 anni poi fai fatica a recuperarlo. Se a un bambino di dieci anni dici solo ‘passa la palla’ e lo rimproveri per un dribbling, rischi di tarpare le ali al talento”. Per lui il problema è culturale oltre che tecnico. “Noi siamo cresciuti in uno sport destrutturato, nel calcio di strada. Quel mondo non tornerà, ma dobbiamo sostituirlo aumentando le ore di sport e formando meglio gli allenatori”. Ritiene valido il progetto varato negli ultimi mesi della gestione Gravina insieme a Zambrotta e Perrotta: “La chiave è formare i formatori. Oggi ci sono migliaia di dirigenti o allenatori improvvisati che lavorano con bambini tra i 5 e i 12 anni senza una preparazione adeguata. <b>Non basta essere persone perbene: bisogna sapere come cresce un bambino, anche psicologicamente</b>”.</p><p>Scegliere Malagò, però,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/16/news/malago-la-figc-ci-sto-riflettendo-la-politica-si-occupi-di-sport-ma-non-lo-occupi--276687">può significare anche ritrovarsi contro la politica</a>: “Mi preoccupa che la politica sia così invasiva nello sport. Essere considerati non adatti a fare i consiglieri federali o vedere evocato continuamente il commissariamento è svilente”. Eppure, nonostante tutto, continua a credere nella possibilità di una svolta condivisa. “Oggi c’è una sensibilità diversa. Le questioni dei selezionabili o della redistribuzione delle risorse non sono più battaglie sindacali: sono temi di sistema”. Anche perché, conclude, il rischio è comune. “Se il calcio italiano perde valore, lo perde tutto il sistema, compresa la Serie A. Nessuna componente, da sola, può rilanciare il movimento. Serve un grande patto, capace di mettere al centro una visione comune. È questa la sfida più importante: ricostruire unità, responsabilità e credibilità attorno a un progetto condiviso. E sono convinto che stavolta si possa veramente lavorare insieme”.</p>]]></description>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/23/news/aspettando-napoli-si-regata-a-cagliari-le-prime-prove-generali-di-americas-cup--399342</guid>
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				<title>Aspettando Napoli, si regata a Cagliari. Le prime prove generali di America’s Cup</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Bertera</author>
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				<description><![CDATA[<p>Possiamo definire la Preliminary Regatta di Cagliari che si chiuderà domani al Poetto come un’amichevole di lusso: se fosse calcio internazionale, un torneo pre-campionato ad alto livello. È però il primo atto sulla strada dell’America’s Cup&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/18/news/lamericascup-adesso-e-pronta-a-cominciare-la-sua-nuova-vita-parlano-il-ceo-perrelli-e-max-sirena--276764" target="_blank">che si terrà nel luglio 2027 a Napoli</a>, utile per mettere a punto gli equipaggi e non le barche. Perché davanti al capoluogo sardo ci sono gli AC40, ossia i fratelli minori degli AC75 che vedremo ingaggiarsi tra una quindicina di mesi nel golfo partenopeo. Sono cinque i team in gara: il defender Emirates Team New Zealand, il challenger of record inglese GB1, Luna Rossa, lo svizzero Tudor Alinghi e il francese La Roche Posay. I primi tre hanno messo in acqua due AC40, gli altri due una sola barca. A conferma che non c’è la voglia di farsi male, le regate si corrono in flotta – aspetto inedito per la classe  – e domani, le prime due della classifica si affronteranno per la vittoria finale (tutto in diretta su Sky Sport). <b>Come detto, è un test interessante più all’interno dei team che per il risultato (anche se ovviamente, il top sarebbe una finale fratricida tra i due equipaggi della nostra Luna Rossa) per creare, provare e mixare uomini e donne in vista dell’appuntamento vero.</b> Tanto più che il nuovo regolamento ha cambiato vari elementi rispetto a quello con cui si è corso a Barcellona: cinque velisti (più un eventuale ospite) invece di otto visto che al posto dell’energia ‘umana’ prodotta dai cyclors per le funzioni della barca ora si fa ricorso alle care vecchie batterie; una donna obbligatoria tra i cinque; la possibilità di avere due stranieri nel team.</p><p><b>Se la prima modifica va vista in chiave di abbattimento dei costi (insieme a quello fisso della barca, che consideriamo dopo) e la seconda è l’auspicata ventata rosa in un pianeta di muscolari e muscolosi, la terza sta rimescolando le carte con il felice esito di un innalzamento del livello generale. </b>Perché se è vero che Luna Rossa ha potuto ‘acquistare’ e imbarcare il numero 1 sul mercato – il neozelandese Peter Burling, un’ America’s Cup conquistata e due difese – i rivali non sono stati a guardare. Un esempio è rappresentato da Tudor Alinghi dove patron Ernesto Bertarelli si è portato a casa il nostro Pietro Sibello (ex-olimpico di grande esperienza) e il neozelandese Phil Robertson che guida Red Bull Italy SailGP. Ma c’è un italiano anche con i britannici (Enrico Tesei), lo spagnolo più bravo del momento (Diego Botin) con i francesi e persino i detentori neozelandesi non si sono fatti problemi a pescare tra gli odiati vicini australiani: il nuovo Burling – speranza loro, ovviamente – è Nathan Outteridge. <b>Va sottolineato un aspetto: mai come questa volta, in ogni team (compresi quello australiano e statunitense, assenti a Cagliari, ma iscritti all’America’s Cup) ci sono campioni sia con esperienza della regata sia con un passato recente di successi nelle classi olimpiche o impegnati nella campagna per Los Angeles 2028. </b></p><p>C’è un’osmosi totale con SailGP, circuito di catamarani che viene visto come un pericoloso concorrente dell’America’s Cup quando in realtà si tratta di due sport diversi: più spettacolare e facilmente godibile dal pubblico che si siede sulle tribune e maggiormente professionistico (con tanto di ricco di montepremi) il primo; più complicata, storicamente piena di rancori e ben più prestigiosa la seconda. <b>Ma la compattezza e la capacità dei velisti, ancora una volta, non basteranno a vincere la Vecchia Brocca: come in tutti gli sport dove esiste un mezzo, se una barca va meno forte dell’altra (l’America’s Cup è impostata sul match-race a due), a parità di condizioni meteo, è spacciata.</b> E qui il nuovo regolamento sembra fatto apposta per i neozelandesi anche se non se ne sono accorti tutti. Gli AC75 in acqua a Napoli saranno gli stessi di quelli di Barcellona, con la possibilità di modifica in qualche aspetto.</p><p>Niente rivoluzione quindi, il che rende più salda a meno di sorprese la posizione dei detentori che non solo nell’edizione 2024 avevano la barca più veloce e che stringeva meglio il vento, ma hanno una storica capacità di migliorare la parte tecnica un passetto alla volta, inesorabilmente: <b>lo conferma un albo d’oro che li ha visti aggiudicarsi cinque volte il trofeo e arrivare quattro volte in finale   nelle  12 edizioni a cui hanno preso parte. </b>Per i principali rivali (Luna Rossa e GB1) sarà quindi già un’impresa portare le rispettive imbarcazioni al livello della Taihoro di tre anni fa, vederle inseguire un sogno da coltivare appassionatamente.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>La spia che ha fatto fuori il Southampton</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:25:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fulvio Paglialunga</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un uomo nascosto dietro un albero, travestito per non farsi notare, con uno smartphone tra le mani. La trama da film di spie di serie B è, invece, la storia bizzarra di una partita che vale moltissimo, o forse il prologo di una delle vicende più assurde degli ultimi anni. <b>Parliamo di calcio, della corsa per un posto in finale di Championship, la partita più ricca che il pallone conosca: andare in Premier garantisce entrate per 230 milioni di euro circa, in tre anni, anche se nel campionato dopo si retrocede.</b> Una cosa serissima,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/22/news/sul-finale-non-e-crollato-larsenal-ma-il-solito-simone-inzaghi--399327" target="_blank">finita un po’ in burla, un po’ in guerra di carte bollate</a>. Perché prima della semifinale di andata contro il Southampton, il Middlesbrough ha notato qualcosa di strano durante l’allenamento: proprio quell’uomo nascosto dietro un albero, travestito per non farsi notare, con uno smartphone tra le mani. Una spia, immaginano. Dei Saints, i prossimi rivali. Un uomo mandato a riprendere l’allenamento, le prove generali, per rubare i segreti. Un trucco antico, nell’era dei video analyst. Scandalo, proteste, la semifinale si gioca: andata (0-0), ritorno con supplementari (2-1) e qualificazione del Southampton, contro l’Hull. Ma, subito, si capisce che non finirà così, con il risultato del campo. <b>Perché in Inghilterra è vietato spiare gli avversari nelle 72 ore precedenti una partita. </b>La chiamano “Legge Bielsa”, perché nacque quando Bielsa allenava il Leeds United e una “spia” che stava usando un binocolo e indossava abiti scuri fu scoperta dalla polizia su una strada pubblica vicino al centro di allenamento del Derby County, avversario del Leeds. Bielsa ammise di aver spiato tutti i suoi rivali in quella stagione, la società fu multata di 200mila sterline e venne cambiato il regolamento.</p><p>Quindi, a semifinale finita, via al ricorso, con la finale congelata: fissata per oggi, ma inizialmente senza sapere chi l’avrebbe giocata. Fino al verdetto della giustizia sportiva di martedì, confermato in appello mercoledì: <b>Southampton escluso dalla finale e penalizzato di quattro punti per la prossima stagione, in finale ci va chi aveva perso con il trucco.</b> L’uomo che spiava, si è scoperto, era <b>William Salt</b>, un analista video che lavora con Tonda Eckert, allenatore dei Saints. Aveva un albergo prenotato nelle vicinanze anche per il giorno dopo (quindi si pensa che avrebbe spiato ancora), ma se l’è data a gambe appena è stato visto da chi, sul campo, era attento anche fuori. Non capitava per caso, quindi. Era tutto studiato. Anzi, nella discussione davanti alla giustizia sportiva è venuto fuori che l’allenatore dei Saints (che si è giustificato dicendo che, avendo allenato per gran parte del tempo in Germania non era a conoscenza della regola) aveva fatto spiare anche l’Oxford United e l’Ipswich Town. Una prassi, insomma. Che doveva far volare il Southampton e ora lo farà precipitare: i calciatori stanno pensando a un’azione contro il club, perché perdendo la promozione per quel trucco non riceveranno l’adeguamento dello stipendio, Eckert è sotto indagine della Federazione e rischia, con altri, provvedimenti individuali. <b>E anche l’Hull, la finalista qualificata sul serio, ha pronto il ricorso in caso di sconfitta: se il Southampton è fuori, pretende la promozione in Premier d’ufficio. </b>I giocatori, dice, si sono allenati per una settimana preparandosi ad affrontare avversari che non vedranno, sono stati a loro volta ingannati. Sì, non è ancora finita. Con 230 milioni di euro in palio tutti sono pronti a tutto. Anche a fare la figura degli spioni.</p>]]></description>
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				<title>La Bundesliga scopre l’Elversberg, il club del paese minuscolo</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Edoardo Cozza</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Spiesen-Elversberg è un comune tedesco formato da due distinti distretti. Gli uffici municipali si trovano a Spiesen, così come la maggior parte delle scuole, dei monumenti e la stazione ferroviaria.</b> Però Elversberg, che conta circa 7mila abitanti, ovvero circa metà della città unica, adesso ha una squadra in Bundesliga.Una promozione arrivata dopo una scalata rapidissima: nel 2021-22 lo Sportvereinigung 07 Elversberg Saar – nome completo del club – militava nella Regionalliga, quarto livello del calcio tedesco. Il primo posto ottenuto nel girone Sudovest di quel torneo ha permesso ai bianconeri di eguagliare il massimo risultato raggiunto, ovvero partecipare alla 3. Liga (la nostra Serie C), categoria  frequentata già dieci anni prima rimediando, però, subito la retrocessione.</p><p>La stagione successiva è di ben altro tenore: campionato dominato, primo posto guadagnato all’undicesima giornata e mai più lasciato, arrivando, per la prima volta in Zweite Liga (Serie B “italiana”, per mantenere il paragone). Accontentarsi? Neanche per sogno: nel 2023-24 ecco una comoda salvezza, l’anno dopo il terzo posto permette di giocarsi il sogno della promozione svanito nel playoff contro l’Heidenheim. E nella stagione appena conclusa l’Elversberg ha festeggiato la conquista della Bundesliga grazie al secondo posto in classifica e diverrà, così, nella storia del calcio tedesco, il club della più piccola località a giocare nel massimo campionato (c’è un’eccezione, l’Hoffenheim, che però è frazione della città di Sinsheim, che di abitanti ne conta oltre 30mila).</p><p>L’Elversberg ha costruito il suo successo con una rosa esperta: con 26,8 anni di media è la seconda per anzianità della Zweite Liga appena conclusa. A guidarla è Vincent Wagner: 40 anni, un passato da calciatore senza mai sfondare, alla prima esperienza da allenatore tra i pro’. In passato era stato in panchina come assistente o nei settori giovanili, prima di tre anni alla guida della seconda squadra dell’Hoffenheim. In estate il salto all’Elversberg in Zweite con una rosa da rimodellare dopo tante partenze illustri e il sogno promozione svanito sul più bello. Eppure, passo dopo passo, Wagner, con i suoi giochi psicologici e la sua freddezza, è riuscito a dare identità alla squadra, fino alla penultima giornata, quando la sconfitta per 3-1 contro il Fortuna Dusseldorf aveva mandato tanti nel panico. Non Wagner, però, che dopo la vittoria decisiva ha commentato laconico: “La settimana scorsa abbiamo imparato come non si fa, oggi abbiamo giocato meglio”. <b>Una promozione che Wagner ha paragonato all’allunaggio, grazie all’assist di un amico: “Mi aveva detto che se l’Elversberg fosse stato promosso sarebbe stato come andare sulla Luna. Bene, ora ci siamo davvero” ha affermato al termine della gara, come riportato da ‘Kicker’.</b></p><p>Se il sogno Elversberg in campo ha il volto di Wagner, a costruirlo dietro la scrivania è stato un ex calciatore di Bundesliga: Frank Holzer. Dopo aver lasciato il calcio giocato e una fugace carriera da allenatore, Holzer – una laurea in farmacia e una carriera nell’azienda farmaceutica Ursapharm fondata dal padre – diventa presidente dell’Elversberg nel 1989, quando il club è nei campionati dilettantistici. <b>E arriva anche ad allenarlo, ad interim e a più riprese, nella prima metà degli anni Novanta. </b>Dopo 12 anni il testimone passa al figlio di Frank, Dominik, che qualche tempo fa aveva raccontato alla Bild: “Con mio padre ci siamo seduti davanti a una birra e ci siamo chiesti se, con una pianificazione seria e ragionevole, fosse possibile trasformare l’SVE in una squadra da seconda divisione”. Progetto ampiamente riuscito, visto che ora è un club da prima divisione. E che nell’organigramma ha dei campioni sportivi come la team manager Selina Wagner, ex calciatrice e vincitrice della Champions League 2012/13 con il Wolfsburg e “volto” di Playboy con alcune compagne di nazionale in vista dei Mondiali 2011, e il medico sociale Frank Kramer, che la Bild riporta essere stato campione regionale di lancio del peso nel Saarburcken. L’SVE giocherà in uno stadio modello: il fu Waldstadion Kaiserlinde, chiamato così per il tiglio piantato nel 1871 per l’incoronazione dell’imperatore Guglielmo I e abbattuto da un uragano nel 2015, ora ha il nome dello sponsor farmaceutico di famiglia e da una dozzina d’anni è stato più volte ampliato e ammodernato per essere al passo con le ambizioni del club.</p>]]></description>
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				<title>Al Giro è il giorno della gioia lacustre di Alberto Bettiol</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 18:06:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Diceva <b>Alberto Bettiol </b>che “la gamba è buona” e che “c’è fiducia”. Lo diceva prima del Giro d’Italia e poi anche al termine delle prime tappe. Ed era un po’ che non lo diceva, perché se c’è qualcosa che va riconosciuto ad Alberto Bettiol è che non parla mai a vanvera. E quando parla dice il vero. A tal punto che a volte crede anche troppo a quello che dice, si convince che quello che non ci sia alternativa a quello che ha detto. Per questo vince poco Alberto Bettiol.</p><p>L’ultima volta che aveva gioito sotto il traguardo&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/il-tricolore-di-alberto-bettiol/" target="_blank">era il 23 giugno del 2024, a Sesto Fiorentino, sede d’arrivo dei campionati italiani</a>. Poco meno di due anni dopo, Alberto Bettiol è tornato a gioire sotto uno striscione d’arrivo. Lo ha fatto a Verbania, al termine della <b>13esima tappa del Giro d’Italia 2026</b>. Lo ha fatto alla sua maniera, rimanendo solo e solo restando sino a dopo il traguardo. Perché così vince&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/alberto-bettiol_59027">Alberto Bettiol</a>, in piena, dannata e felicissima solitudine. C’è più gusto a farlo così.</p><p>Per vincere oggi c’erano solo un modo e due variabili. Riuscire a far parte della fuga di giornata: il modo, perché tutti sapevano che nessuna squadra degli uomini di classifica si sarebbe mai messa a tirare tutto il giorno. Evitare di farsi prendere dalla frenesia di inseguire o &nbsp;attaccare troppo presto, non farsi staccare, o quanto meno non troppo, sulle due salitelle nel finale di tappa: le variabili. Alberto Bettiol è riuscito a trovare il modo e quindi, a non farsi fregare dalle variabili. I conti li ha fatti in modo impeccabile. Anche perché il rischio di sbagliarli c’era.</p><p>Andreas Leknessund era partito come una biglia lanciata da una fionda sulla strada in salita che porta a Ugiasca. Ma era partito nel momento sbagliato, prima del tratto più duro. E Alberto Bettiol queste strade le conosce a menadito.</p><p><b>È a suo modo un tipo lacustre, Alberto Bettiol. Lacustre perché la sua compagna è di queste zone e qui vivono i suoi familiari</b>. Lacustre perché come un lago sa essere ombroso, unire in un tutt’uno attrazione e respingimento. Sa bastare a se stesso e dipendere da tutto.</p><p>Questa volta Alberto Bettiol è bastato a se stesso.</p><p>Ha detto dopo l’arrivo, Alberto Bettiol, che “una volta entrato in fuga, mi sono detto, cercherò di combattere con tutto me stesso per cercare di perdere meno possibile in salita poi la discesa riesco forse a recuperare qualcosa. Io non sono uno scalatore e invece niente è andato tutto meglio del previsto”. Perché in salita si è staccato, ha rincorso, ha recuperato, è tornato su Andreas Leknessund, lo ha staccato con uno scatto capace di far scrosciare applausi lungo la strada. Il resto sono stati tredici chilometri di perfetta solitudine, di pensieri a chi non c’è più, Marcello Massini, suo ex direttore sportivo morto pochi giorni fa, e su chi c’è ancora, si è ritrovato e vuole continuare così: lui. “In qualche modo ce l'ho fatta a ingannare un po' questi scalatori ed è bello, è bello vincere, è bello vincere con l'Astana, è bello vincere a Verbania, è bello avere qua tutte le persone più care quindi ringrazio tutti a nome mio e poi è bello, insomma è tutto molto bello me lo godo”.</p><p>In gruppo nulla da segnalare. La tappa è servita a non aggiungere sforzi agli sforzi dei primi dodici giorni. Chi punta a vincere una tappa si è staccato - da Giulio Ciccone a Enric Mas -, chi punta a un buon posto in classifica è rimasto in gruppo.</p>]]></description>
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				<title>Il qui e ora delle Final four di Eurolega, prima che arrivi Nba Europe</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 11:35:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è la squadra più titolata di sempre, il Real Madrid di Sergio Scariolo. Ci sono i campioni in carica del Fenerbahce, anche quest’anno competitivi fino all’ultimo atto. C’è la corazzata Olympiacos, che sogna di diventare campione d’Europa proprio nel palasport degli acerrimi rivali del Panathinaikos – può esserci suggestione sportiva più dolce? E infine c’è la squadra che nessuno aspettava, e invece eccola fra le grandi: la sorpresa Valencia, alle prime Final four di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/eurolega_32887">Eurolega</a>&nbsp;della sua storia. Un’edizione che ancora una volta si preannuncia di alto livello, a riprova di un format cestistico consolidato eppure capace di rinnovarsi sull’onda lunga di un weekend – si gioca da venerdì a domenica – animato da decine di migliaia di appassionati. Contando solo chi sarà ad Atene, perché tra chi seguirà da remoto allora si va nell’ordine dei milioni. Finché l’Eurolega durerà.</p><p>Partiamo dalle questioni di campo. <b>Statistiche alla mano i playoff in realtà hanno rispettato le aspettative: le quattro squadre qualificate sono anche le prime quattro classificate della regular season</b>. Ma sì sa, la fase a eliminazione diretta spesso racconta un’altra storia. Ed erano in molti a pronosticare la caduta del Valencia: compagine giovane, espressione di una gran bella pallacanestro, eppure “neopromossa” – l’anno scorso giocava in Eurocup – e senza il budget delle big del torneo. Ebbene, se il Panathinaikos che vinse il titolo nel 2024 non potrà vivere l’ebbrezza di riprovarci davanti ai propri tifosi – non un pubblico qualunque: l’Oaka Arena è un catino da 20mila spettatori –, la colpa è tutta dei ragazzi di coach Pedro Martinez. Sotto 2-0 nella serie clou, dopo aver perso le prime due partite in casa hanno vinto le due successive fuori per poi aggiudicarsi la contesa in gara-5. Un ribaltone che succede di rado, soprattutto se a farne le spese è un’avversaria esperta come il Pana. È avvisato il Real Madrid, che affronterà il Valencia in semifinale in un derby tutto spagnolo: i blancos si sono aggiudicati gli ultimi quattro incroci stagionali, ma troveranno una squadra da ora o mai più. Sull’altro lato del tabellone ecco invece Olympiacos-Fenerbahce. Se i turchi di Nicolò Melli sono chiamati a difendere il titolo, i greci sono alle quinte Final four consecutive – nessuno come loro: finora hanno chiuso in tutte le posizioni tranne al primo posto, ma sia per il fattore Atene sia in virtù di un roster profondissimo – da Fournier a Vezenkov – questa potrebbe essere davvero la volta buona per sfatare il tabù.</p><p>Sarà una due-giorni attesa soprattutto dalla Fiba, che celebra l’Eurolega più seguita di sempre. 122,8 milioni di audience televisiva, 1,49 miliardi di interazioni sui social (+80 per cento sulla passata stagione), 3,25 milioni di spettatori complessivi in tutte le arene d’Europa (+8 per cento, i tassi di crescita più alti sono fra Italia e Balcani). Insomma, una competizione dal comprovato appeal continentale anche grazie al notevole equilibrio fra le 36 squadre in corsa, con verdetti incerti fino all’ultimo, nonostante il format semichiuso della lega. La beffa è che proprio al culmine del suo successo l’Eurolega potrebbe essere presto destinata a un forte ridimensionamento, se non si dovesse arrivare a un accordo con il progetto nascente di Nba Europe. Sono settimane di intensi dialoghi tra le controparti europee e americane, gli emissari di Adam Silver si augurano “di lavorare in sinergia con Eurolega per il bene del basket europeo”. Ma al momento, la prospettiva più realistica è che il futuro torneo patrocinato dagli Stati Uniti si prenda la fetta più grossa della torta e il resto faccia da contorno. Viste delle Final four così, sarebbe un peccato.</p>]]></description>
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