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		<title>Sport</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:16:42 +0200</pubDate>
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				<title>Stanotte a New York è andata in scena la più grande rimonta nella storia delle finali Nba</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 07:49:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando a metà del secondo quarto San Antonio tocca i 29 punti di vantaggio, sfoderando la partita perfetta, i tifosi dei New York Knicks sono sul punto di andare a casa – e noi osservatori, in Europa, su quello di andare a letto. Il Madison Square Garden è ammutolito. C'è aria di psicodramma. Al prossimo aumento del divario per gli Spurs, si alza bandiera bianca. Soltanto che quel canestro non arriverà mai. Anzi. A poco a poco i Knicks iniziano a ricucire. Dapprima a fatica: -25, -24, di nuovo respinti a -29 nel terzo periodo. Poi come un fiume in piena: tripla dopo tripla, alternando tiri aperti a una difesa asfissiante. Il tempo a disposizione si assottiglia, ma anche il margine di San Antonio. E così si resta incollati alla partita, perché coi ragazzi di Mike Brown non si sa mai. Lo capisce anche il Garden, che come un martello pneumatico batte su una sola cantilena – "Let's go Knicks!", fantasia cercasi – fino al termine del match. Gli Spurs se lo sentono sfuggire dalla testa prima ancora che dalle mani. In avvio di ultimo quarto i punti di differenza sono ancora 20. Eppure l'inerzia è cambiata. Jalen Brunson e OG Anunoby segnano da qualunque posizione. Wembanyama soltanto da sotto, e sempre più a fatica. Il clamoroso sorpasso arriva a un minuto dalla fine. Quello definitivo quando mancano 1,2 secondi.</p><p>Mai era successo, nella storia delle finali Nba, che una squadra fosse capace di recuperare uno svantaggio così ampio. Mai si era vista una rimonta del genere, talmente paziente da dare a lungo l'idea di non esserci proprio. Ci è riuscita la New York dei record, che in gara-3 aveva interrotto la sua striscia di 13 vittorie consecutive ai playoff e perdendo anche stanotte – da 2-0 a 2-2 nella serie, con due ko in casa – avrebbe rischiato un contraccolpo psicologico mica da poco. Invece all'improvviso si ritrova a un solo passo da quel titolo che manca ormai dal 1973. Brividi, ma attenzione: credere che la contesa possa ormai essere al capolinea sarebbe un'ingenuità grave quanto quella commessa da San Antonio a Manhattan. Perché se c'è una cosa che queste due squadre hanno mostrato in queste splendide quattro gare, è che nulla va dato per scontato.</p><p>Certo è che per i giovani Spurs sarà dura digerire l'harakiri. Era sembrata davvero la loro serata: una sinfonia di tiri da tre, rapida circolazione di palla, percentuali altissime, praticamente zero palle perse. E soprattutto la riprova che non c'è soltanto l'infinito Wemby. Brillano Harper, Vassell, Castle, il redivivo Fox. Tutto fila a meraviglia. Fin troppo. Perché i Knicks, invece di alzare il ritmo come imporrebbe la frenesia della rimonta, lo abbassano. Così San Antonio perde fluidità in attacco. Arrivano gli errori, i primi palloni buttati. E a un certo punto l'inevitabile fragilità emotiva degli esordienti: tremano anche le mani di Wembanyama, zero su due dalla lunetta nel momento clou. Mentre New York, in una serata generalmente opaca, si aggrappa alla leadership di due fuoriclasse navigati. Uno è Brunson, che nel clutch time è il giocatore più decisivo dell'Nba – chiuderà con 36 punti e un finale da urlo. L'altro è Anunoby, solido come pochi. E soprattutto l'unico, fra tutti i giocatori sul parquet, ad aver già vinto l'anello Nba: a Toronto nel 2019, seppure da infortunato.</p><p>Sono loro a confezionare l'azione della vittoria: Jalen tira lungo da tre, OG arpiona il pallone in mezzo alle maglie avversarie e con il medesimo movimento lo corregge dentro la retina. Tempismo puro. Intervistato nel postpartita, da mvp, Anunoby si limita a rispondere con la flemma di chi ha appena compilato un formulario alle poste. "Dobbiamo riguardare i video del match per correggere i nostri errori, e andare in Texas a giocarcela". Per chi si aspetta altre parole, ci sono i 20mila del Garden ancora in stato di shock. E Frank Sinatra dagli altoparlanti: "New York, New York".</p>]]></description>
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				<title>Oltre le gufate c’è di più. Guida totalmente non necessaria ai Mondiali</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:27:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Arrivano i Mondiali, lo sappiamo, arrivano&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">con dolore, per chi tifa Italia</a>, arrivano con un po’ di piangina, come si dice, con molte cartucce pronte a essere utilizzate, per i tifosi tristi, sconsolati e abbandonati, e il massimo della vita, anche quest’anno, per molti di noi sarà gufare contro chi non si ama (come si dice in francese tanti auguri, cugini belli?). I tifosi italiani, oltre che godersi lo spettacolo, quando ci sarà, e vedere sfilare ai Mondiali Qatar, Haiti, Capo Verde, Curaçao e non l’Italia sanno che sarà uno spettacolo un po’ così, e per questo cercheranno di trovare un po’ di Italia sparpagliata qua e là. Non si può non tifare per il Brasile di Carlo Ancelotti, naturalmente. Si può guardare con un po’ di diffidenza ma non troppa antipatia la Turchia di Vincenzo Montella e l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro. Ma se ci si concentra un istante e si ha la pazienza di scorrere tra le liste dei convocati ai Mondiali si troveranno in giro piccole e meravigliose storie che ci offriranno l’occasione di scaricare il nostro tifo represso verso obiettivi diversi dal patriottismo strozzato.</p><p>Abbiamo cercato, con la lente di ingrandimento dell’antimoralismo, ragioni non sportive, e totalmente non necessarie, unnecessary, per innamorarci di qualcuno, per seguire i Mondiali con uno sguardo extracalcistico. E la nostra pazza e irresponsabile ricerca ci ha consegnato alcune piccole storie da sballo su cui scaricare la nostra attenzione, per tifare qualcuno in assenza di un tifo patriottico, sovrano, nei momenti di tristezza. Bisogna naturalmente tifare per <b>Luka Modric</b>, capitano della Croazia, cresciuto nella guerra balcanica, che davanti all’invasione russa dell’Ucraina quando ne ebbe l’occasione, nel 2022, non fece il neutrale da salotto: “Ho vissuto la guerra e non la auguro a nessuno. Fermiamo questa follia”. Bisogna tifare per <b>Thomas Tuchel</b>, oggi commissario tecnico dell’Inghilterra, che nel 2022, da allenatore del Chelsea, rimproverò pubblicamente i tifosi della sua squadra che, in un’occasione, durante un minuto di silenzio in solidarietà dell’Ucraina, dopo l’invasione, usarono il tributo all’Ucraina per cantare “Abramovich-Abramovich”, proprietario russo del Chelsea: “It was not the moment to do this”, disse.  Bisogna tifare per <b>Harry Kane</b>, capitano dell’Inghilterra, attaccante del Bayern Monaco, che da anni si spende in prima persona non solo genericamente contro il razzismo ma contro l’antisemitismo dilagante (già nel 2020 accettò di prestare il suo volto per un video per l’Holocaust Memorial Day, prodotto dal National Holocaust Centre and Museum e da Jewish News, in cui alcuni grandi nomi del calcio inglese invitarono a non restare in silenzio davanti a razzismo e antisemitismo).</p><p>Bisogna tifare anche per <b>Alphonso Davies</b>, capitano del Canada, nato in un campo profughi in Ghana da genitori liberiani fuggiti dalla guerra civile, cresciuto in Canada, diventato stella del Bayern, ambasciatore Unhcr, pronto a far impazzire i Vannacci del calcio (oltre che il nostro amico Jack O’Malley: qualcuno li ha mai visti insieme in una stessa stanza? Noi no).  Bisogna tifare per <b>Marc Guéhi</b>, che è diventato un caso in Premier perché, sulla fascia arcobaleno, tempo fa, ha scritto messaggi cristiani come “I love Jesus” e “Jesus loves you”, e quando la FA lo ha richiamato all’ordine è rimasto sul punto: ha detto di non volersi vergognare della propria fede, la fede cattolica, e ha rivendicato uno spazio pubblico di dissenso, tra la politica dell’inclusione, senza sfumature, e la libertà di manifestare una forma di dissenso civile, non estremista.</p><p>Bisogna osservare con interesse il caso di <b>Lucas Paquetá</b>, brasiliano, travolto da un caso scommesse, caso poi ridimensionato, che Ancelotti ha scelto di convocare, sfidando il pensiero unico manettaro e moralista. Bisogna osservare con interesse anche il caso di <b>Achraf Hakimi</b>, terzino destro fenomenale, ex Inter ora Psg, convocato dal Marocco nonostante un processo per un’accusa di stupro che lui respinge: la presunzione di innocenza funziona meglio in Marocco che in Italia.  Bisogna poi osservare con necessaria simpatia antimoralista l’Inghilterra che ha rivendicato,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/06/03/news/la-lezione-di-de-gregori-sulle-vuote-prese-di-posizione--399931">in perfetto stile De Gregori</a>, con i vertici della sua Federazione, il diritto di non sentirsi in dovere di prendere posizione su qualsiasi cosa riguardi Trump. Non per simpatia trumpiana, ma per rifiuto del ricatto: o denunci tutto o sei complice.</p><p>Bisogna poi ovviamente tifare per <b>Neymar</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/20/news/neymar-torna-in-nazionale-il-sabato-del-villaggio-di-o-ney--399199">il fenomeno non atletico, acciaccato, geniale, irregolare, considerato, dai moralisti, troppo divo, troppo poco serio</a>, troppo poco simile a un Ronaldo, a un Messi, troppo estroverso, dunque, ma che incarna, sempre se riuscirà a giocare, un piccolo antidoto contro il puritanesimo atletico, per così dire, un argine contro l’idea del calcio in cui l’atletismo viene prima del talento e l’essere sbandati non possa essere compatibile con l’essere campioni.</p><p>Non vedere l’Italia ai Mondiali non sarà semplice, lo sappiamo, siamo frignoni e non ci vergogniamo. Ma trovare qualche scusa per innamorarci dei Mondiali anche per ragioni non sportive, totalmente non necessarie, può aiutarci a trovare qualche ragione in più per superare la frustrazione e goderci lo spettacolo. Viva il Mondiale. Se è antimoralista ancora di più.</p>]]></description>
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				<title>Anche nei Mondiali senza Italia, dovremo schierarci per qualcuno</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Vedere il calcio e non tifare è qualcosa di innaturale o per esteti, dandy, insomma bislacche creature del genere. Si tifa per una squadra, diffidare da chi ne tifa due, in modo quasi mai ragionato. Poi c’è la Nazionale. E quello per la Nazionale è un tifo secondario e per questo incline al nazionalismo, forte o morigerato è indifferente. Si tiene per la Nazionale, non si tifa per la Nazionale. Perché il “tifo” proviene dal greco typhos, che significa “fumo, vapore, torpore” e i medici antichi usavano questo termine per descrivere quello stato di offuscamento mentale, delirio e febbre altissima. Quella calcistica, febbre a 90. Minuti, non gradi. E sempre salvo recupero o tempi supplementari. Per una Nazionale si tiene perché non si sceglie, capita alla maniera di un padre, una madre, fratelli e sorelle.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/06/news/che-cosa-ci-raccontera-il-mondiale-senza-litalia--400101">La Nazionale italiana non disputerà i Mondiali nemmeno quest’anno</a>. Va così da un po’. Questa è la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">seconda estate mondiale che gli Azzurri passeranno lontani dai campi di gioco</a>, in mezzo c’è stata quella cosa altrettanto innaturale come il vedere il calcio e non tifare che è stata la Coppa del mondo invernale in Qatar. Sarà&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/10/news/il-calcio-visto-dallamerica--400353">un’estate di calcio alla tv</a>, a volte a orari bizzarri per noi europei, orari da discoteche, club o portieri di notte. Un’estate che per alcuni sarà senza pallone. <b>Chi al calcio non vuole invece rinunciare dovrà scegliere: tenere per qualcuno, scegliere una Nazionale con una maglia che non sarà azzurra e che non avrà il tricolore verdebiancorosso</b>. Tenere per nessuno è impossibile. A dirlo è la scienza. “Nell’assistere a una partita di calcio, o di un altro sport di squadra, la nostra mente fa una scelta di vicinanza: sceglie da che parte stare, se sostenere una o l’altra compagine. Insomma, anche in una partita tra due squadre che non consideriamo la ‘nostra’ squadra, si attivano gli stessi circuiti cerebrali legati al senso di appartenenza che si formano nell’infanzia e che si attivano quando vediamo i colori per i quali tifiamo”, spiega al Foglio <b>Antonello Toneutti</b>.</p><p>Toneutti è ricercatore associato a Yale, “anzi in prestito, come succede nel calcio”. E’ nel gruppo di ricerca interuniversitario che ha da pochi giorni concluso una ricerca psico-neurologica sul tifo, “tifo sportivo, non la malattia, per quanto gli effetti del tifo sul corpo e sulla mente di diverse persone sono vicini alla malattia, probabilmente l’unica malattia meravigliosa che esiste”. I risultati saranno pubblicati tra pochi mesi, ci ha però già anticipato qualcosa. “<b>Negli sport di squadra la neutralità è impossibile</b>. E va così perché è il nostro cervello a schierarsi, ‘accendendo’ o meno un circuito cerebrale – il ricercatore specifica di utilizzare un termine non del tutto corretto, ma facilmente comprensibile, nda – nei confronti di una delle due formazioni in campo. Questo avviene in ogni partita che vediamo. Accade soprattutto in competizioni che decidiamo con raziocinio di vedere, qualunque siano le squadre in campo”.</p><p>A questi Mondiali, qualunque partita vedremo, il nostro cervello farà quindi una scelta di campo. “Per ottimizzare il suo lavoro è dunque consigliato scegliere prima, anche a caso, estraendo un nome da un sacchettino, tanto comunque lui lo farà indipendentemente”.</p><p>Antonello Toneutti dice che per lui è semplice scegliere tra le 48 squadre che giocheranno ai Mondiali: “Non posso che tenere per la Svezia: mia moglie è svedese, uno dei miei figli è nato a Visby. Quindi anche se a me della Coppa del mondo frega di solito poco, non potrò non vederla”.</p>]]></description>
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				<title>Sarà un Mondiale fantastico, se volete fare i malmostosi girate su La7</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il secondo Mondiale fortunatamente senza di noi, Qatar 2022, doveva essere il disastro sportivo nonché la condanna morale al girone infernale della merda di tutti noi occidentali,  i partecipanti che non boicottarono e persino il pubblico pagante. <b>Operai che morivano a grappoli trattati come schiavi, donne impacchettate col velo e trascinate in tribuna ma senza poter guardare quei bei manzi in mutande</b>, maschi con biglietti da millemila dollari ma che non sapevano chi tifare perché di calcio non capiscono un cazzo. Sete per tutti e manco una birra. E poi lo spettacolo scarso: come vuoi che giochino a ottanta gradi all’ombra, ammesso che c’è l’ombra nel deserto? Bene, è stato uno dei Mondiali più combattuti e belli – visti da qui sul divano –, ci sono state le consacrazioni di campioni come Julián Álvarez o Bellingham, la Pulce Messi ha finalmente avuto la consacrazione di un Mondiale vinto, battendo in finale la Francia di Mbappé, che del resto era stato la rivelazione vincente di Russia 2018, altro strepitoso Mondiale, <b>Putin a parte: la democrazia non serve allo sport</b>.</p><p>Ora è il momento delle prefiche previsionali, e del birignao moralistico-politico di tutti quelli che dicono che sarà il Mondiale più brutto della storia. Ovviamente per motivi politici: <b>è il Mondiale di Trump</b>. Non potendo criticare soltanto lui, alla fine si annoia persino Gramellini, a processo hanno messo anche Infantino, il boss della Fifa. Persino Platini è uscito dal bidone dei palloni sgonfiati e annuncia denunce contro di lui. <b>Poi c’è l’arbitro somalo respinto alla frontiera </b>(<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/09/news/mondiali-2026-le-politiche-di-trump-stanno-facendo-infuriare-il-settore-turistico-americano--400283">bel casino delle ambasciate somale, ha spiegato il prode Battistuzzi</a>)<b> e i controlli antidroga pure a Cannavaro</b>. Di schiavi ammazzati non si ha notizia, ma arriveranno. E attendiamo i bibitari sugli spalti mitragliati dall’Ice che li scambia per iraniani. Ma, a parte che il torneo si gioca anche in Messico e in quel faro della democrazia che è il Canada, gli stadi sono bellissimi, l’organizzazione sarà a livello dello sport americano – no stadi ciofeche da Notti Magiche – e le squadre di gran livello. <b>Sarà il mondiale di Yamal, di Haaland, ancora di Mbappé e di Messi e di quell’antipaticone di Vinicius</b>.E potremo persino tifare èer don Carlo Ancelotti: sempre meglio di Baldini. Sarà un Mondiale fantastico, e se dovete fare per forza i malmostosi, girate su La7.</p>]]></description>
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				<title>Il Mondiale dei nati altrove</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fulvio Paglialunga</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Tahith Chong</b> è nato a Willemstad, la capitale di Curaçao. A nove anni era un baby prodigio, mostrava un talento degno di un investimento e si trasferì a Rotterdam, chiamato per entrare nell’accademia del Feyenoord. Era così piccolo che la famiglia si trasferì con lui. I suoi genitori diventarono parte del viaggio, tanto da seguirlo anche quando, adolescente, passò al Manchester United. Ora gioca nello Sheffield Utd, in Championship. Non tutto è andato secondo le previsioni, ma intanto è al Mondiale. Con una sorta di primato: <b>è l’unico calciatore di Curaçao a essere nato nell’isola caraibica</b>. Gli altri venticinque della rosa sono tutti nati nei Paesi Bassi,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/11/19/news/il-var-salva-curacao-e-la-storia-piu-bella-delle-qualificazioni-ai-mondiali--123164">facendo della Nazionale più piccola di sempre a un Mondiale, una specie di formazione riserve dell’Olanda</a>.</p><p>Nel mondo che si fa sempre più piccolo e mobile, questo è l’esempio limite. Ma anche una parte di un dato significativo: <b>289 dei calciatori impegnati nella Coppa del mondo non sono nati nella nazione per cui sono stati convocati</b>. È un record (agevolato anche dall’aumento delle squadre partecipanti) destinato a rimanere tale fino al prossimo Mondiale, perché è l’effetto di tempi nuovi, di baby calciatori che si spostano da piccoli, di figli d’arte che viaggiano con i genitori fino a diventare poi adulti. E anche di una rincorsa alla naturalizzazione, modo rapido per alcune Nazionali minori per mostrarsi con un volto più competitivo e far crescere, con l’esempio, il movimento locale. Una caccia al doppio passaporto che la Fifa consente dando un recinto entro il quale muoversi, delle regole che non permettono eccezioni. Ma questo non è il numero di calciatori con il doppio passaporto, ma di quelli nati altrove, fosse anche per una serie di circostanze, come Giuliano Simeone e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/10/18/news/quello-che-i-numeri-non-dicono-di-marcus-thuram--107818">Marcus Thuram</a>, entrambi nati in Italia ma ai tempi in cui il Cholo e Lilian erano in Serie A. Ci sono anche casi praticamente estemporanei, come quello di Cristian Volpato, che ha preso la cittadinanza australiana pochi giorni prima delle convocazioni e ora si trova nella rosa dell’Australia, dove gioca anche Alessandro Circati, nato a Fidenza.</p><p>Si dirà che è il calcio moderno ad andare così, ma forse questa è un’esaltazione involontaria di un concetto caro ai puristi del tifo: quello secondo cui casa non è dove si è nati, ma la maglia che si indossa. Non fosse così, che ci farebbero 20 congolesi, 19 marocchini, 17 bosniaci, 16 algerini e 16 haitiani a questo Mondiale? Tutti nati altrove, tutti convocati. Nel mondo delle distanze corte, è quasi normale. Perché se Haiti ha solo dieci giocatori nati ai Caraibi, è vero anche che la Nazione ha compiuto l’impresa di qualificarsi alla Coppa del Mondo – a 52 anni dalla prima volta – senza mai mettere piede nel paese durante la qualificazione, per via del pericolo di frequentare un paese ostaggio della violenza di bande criminali. E il suo allenatore, Sébastien Migné, non ha mai messo piede ad Haiti in vita sua.</p><p>Se questo fosse un vizio (ma non lo è), le Nazionali virtuose sarebbero solo otto su 48: Sudafrica, Repubblica Ceca, Brasile, Colombia, Panama, Austria, Svezia e Arabia Saudita sono le uniche che hanno solo giocatori nati sul posto. Se, invece, si giocasse al Mondiale per luogo di nascita, la Francia potrebbe schierare quasi tre nazionali: sono, infatti, francesi di nascita 76 calciatori di quelli che vedrete al Mondiale, sparsi un po’ ovunque. Per molte nazioni conta il passato coloniale, ma in questo caso, come per la Germania (che ha 23 calciatori tedeschi di nascita in altre Nazionali), c’è anche l’allarme per alcuni talenti che preferiscono giocare con altre maglie e, quindi, rendono infruttuoso, in parte, il lavoro delle accademie.</p><p>Ma sono altri tempi. Una volta sembrava una favola da raccontare quella di Thiago Alcántara. Lui, figlio di Mazinho, è nato a San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi, con il padre campione del Mondo con il Brasile, e ha giocato con la maglia della Spagna. Sfidando, tra l’altro, anche il fratello Rafinha, che invece ha giocato nella Nazionale brasiliana. Ma erano anche i tempi in cui per i calciatori il mondo aveva anche angoli bui. Proprio Mazinho, quando arrivò in Italia, partì dal Brasile convinto di dover vestire la maglia del Pescara, ma poi gli cambiarono destinazione mentre era in volo. Quando fece i primi passi in città disse: “Però, bella Pescara”. Ma era a Lecce, dove poi avrebbe giocato.</p>]]></description>
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				<title>Var e fulmini, partono male questi Giochi senza frontiere (ops)</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Jack O’Malley</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il brandy è pronto, la bionda è fredda, <b>comincia il Mondiale ma già cominciamo malissimo</b>. Non per l’invasione di serpenti a sonagli nel ritiro della Svizzera (mi pare il minimo, sono svizzeri), e non soltanto perché bisogna aspettare quasi una settimana per vedere una partita decente a un orario decente (giochiamo noi, of course), ma perché la Fifa, oltre a mettersi a pecora con l’Amministrazione Trump in modalità scimmietta che non vede non sente non parla, ha introdotto ulteriori novità nel regolamento. <b>La battaglia di Gianni Infantino per trasformare il calcio in uno show di infotainment (là dove la info è il risultato), continua</b>. Non contenta di tutti i danni fatti dal Var in questi anni, infatti, la Fifa ha deciso di dare ancora più poteri agli arbitri chiusi nella stanza davanti ai monitor, nella sciocca convinzione che una legge sbagliata si migliora aggiungendo commi ed eccezioni: al Mondiale il Var potrà correggere le decisioni prese sul campo dagli arbitri sul secondo cartellino giallo, sull’assegnazione degli angoli, sui falli commessi a gioco fermo e sugli scambi di persona.</p><p>In sostanza aumenteranno i casi che faranno discutere e si perderà un sacco di tempo. <b>Ecco perché si prevedono sanzioni per i giocatori che la fanno lunga</b>: 10 secondi per uscire dal campo – e chi sgarra sta fuori un minuto tipo Giochi senza frontiere –, 5 per battere un fallo laterale, tutti i giocatori fermi nelle loro posizioni se il portiere sta a terra rantolando, guai avvicinarsi alla panchina a chiedere acqua o indicazioni – qui siamo in zona Squid Game – e calciatori fuori un minuto se soccorsi da medici e massaggiatori in campo. I<b>n onore del Grande Fratello, invece, i calciatori non potranno più parlare con la mano davanti alla bocca</b>: labiali visibili e punibili, ecco la ricetta per debellare il razzismo dal calcio. Con la scusa del caldo, poi, ci saranno pause ristoro da tre minuti che Infantino ha già venduto agli sponsor più facoltosi, e la finale sarà un dettaglio trascurabile tra un balletto, un concerto e una televendita. La variabile più surreale è quella dei fulmini, valida soltanto negli Stati Uniti: <b>se viene rilevato un fulmine nel raggio di 8 miglia dallo stadio, la partita dovrà essere interrotta</b>; se nei successivi 30 minuti non cadrà un altro fulmine si potrà riprendere, in caso contrario il countdown ricomincerà di nuovo da 30. Come disse il buon Enzo Maresca quando il suo Chelsea fu costretto ad aspettare due ore per riprendere il gioco, “questo non è calcio, è una barzelletta”. E pensare che stava giocando quella pagliacciata del Mondiale per club. Insomma si parte male, malissimo, ma per fortuna succederà qualcosa che salverà tutto: la vittoria dell’Inghilterra. O no?</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il calcio visto dall’America</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 15:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Andrea Trapani</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è un motivo se molte partite giocate negli Stati Uniti sembrano diverse ancora prima del calcio d'inizio. Basta guardare l’inquadratura principale. Più alta, più larga, meno abituata a inseguire il pallone e più interessata a mostrare il campo nella sua interezza. <b>Nelle ultime settimane diversi tifosi europei se ne sono accorti guardando le amichevoli estive e la discussione è finita rapidamente sui social</b>. Sembra una questione tecnica. In realtà <b>racconta due modi diversi di intendere lo sport in televisione</b>.</p><p>Un tweet diventato virale su X ha colto un punto reale, anche se in modo piuttosto sbrigativo: il calcio sugli schermi americani appare spesso diverso da quello a cui il pubblico europeo è abituato. Non è soltanto una questione estetica. È una diversa idea di regia. Negli Stati Uniti lo sport viene spesso raccontato come un evento da leggere e interpretare, non soltanto da seguire. Il campo diventa una lavagna tattica oltre che un palcoscenico.</p><h2>Come si guarda lo sport negli Usa</h2><p>La questione non nasce oggi. Già <a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2022/11/19/news/mondiali-1994-ossia-roberto-e-i-gelati--158279">durante USA ’94</a>, il Mondiale che contribuì a cambiare il rapporto tra l’America e il calcio, il torneo rappresentò anche un laboratorio televisivo. <a href="https://www.fifamuseum.com/en/explore/fifamuseumplus/blog/USA-94-A-World-Cup-o">Nelle proprie memorie ufficiali</a> la Fifa ricorda come quella rassegna fosse piena di “prime volte” per il mercato americano. Tra queste, la trasmissione integrale delle partite in lingua inglese senza interruzioni pubblicitarie durante il gioco. Oggi sembra normale, ma allora non lo era affatto.</p><p>Quel passaggio contribuì a dimostrare che il calcio poteva essere adattato alle logiche della televisione statunitense senza perdere la propria forza globale. Da allora il rapporto tra il gioco e il modo di raccontarlo è diventato sempre più stretto.</p><p>La discussione è tornata d’attualità durante la Copa América del 2024, quando la sfida tra Stati Uniti e Uruguay fece <a href="https://www.nytimes.com/athletic/5610192/2024/07/01/usmnt-camera-angle-fox/">discutere per un’inquadratura insolitamente alta</a>, giudicata da molti quasi irriconoscibile. Fox chiarì successivamente che per buona parte del primo tempo stava utilizzando il world feed prodotto dagli organizzatori del torneo (la Conmenbol) e non il segnale proveniente dalla integrazione curata dalla regia americana.</p><p>È un dettaglio importante. Spesso non è “l’America” a filmare il calcio in modo diverso. Piuttosto, il calcio internazionale, quando viene prodotto negli Stati Uniti o pensato per il mercato americano, tende ad adottare soluzioni più vicine alla tradizione televisiva statunitense. Per anni questa distanza è stata anche materiale: il sistema NTSC negli Usa e il PAL in gran parte d’Europa significavano standard tecnici differenti e quindi culture televisive differenti. Oggi quella distinzione appartiene al passato, ma aiuta a capire come il calcio globale sia cresciuto dentro tradizioni di racconto non sempre coincidenti.</p><h2>Perché ci sembra così diverso</h2><p>Da qui nasce la lettura più interessante della polemica. Non si tratta semplicemente di una telecamera piazzata qualche metro più in alto. Il punto è che il calcio non viene più raccontato soltanto dal calcio. Da anni prende in prestito linguaggi, tecnologie e soluzioni produttive da altri sport, soprattutto da quelli americani, dove il broadcast è considerato parte integrante dello spettacolo e non un semplice contenitore.</p><p>Per il Mondiale del 2026 <a href="https://www.svgeurope.org/blog/headlines/football-summit-2026-fifa-and-hbs-share-world-cup-production-plans-camera-innovations-and-ibc-updates/">FIFA e HBS hanno annunciato un apparato produttivo imponente</a>: 45 telecamere per partita, Polecam, Cablecam, RefCam, camere cinematografiche e contenuti pensati fin dall’origine per la distribuzione digitale. Non stiamo parlando di futuro. È già il presente.</p><p>C’è però un aspetto che vale la pena tenere fermo per evitare gli stereotipi più facili. La telecamera alta non è automaticamente una barbarie televisiva, così come quella più bassa non rappresenta necessariamente una forma superiore di eleganza europea. In alcuni casi un’inquadratura più ampia permette di leggere meglio i movimenti delle squadre, le occupazioni degli spazi e le dinamiche tattiche. Restituisce il campo come sistema e non soltanto come successione di emozioni.</p><p>Per questo il calcio visto dall’America non è semplicemente diverso. È il luogo in cui il linguaggio televisivo del gioco viene continuamente rinegoziato.</p><p>Ed è qui che una discussione apparentemente marginale diventa interessante. Chi decide come deve apparire una partita di calcio? Il produttore internazionale, il broadcaster locale, il pubblico televisivo, i social network o gli algoritmi che selezionano gli highlights? La risposta conta più di quanto sembri, perché oggi la regia non si limita a raccontare il gioco. Contribuisce a definirlo.</p><p>Gli Stati Uniti, piaccia o no, stanno spingendo il calcio mondiale in questa direzione da oltre trent’anni. Da USA ’94 fino al <a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/08/news/la-guida-a-tutte-le-48-nazionali-dei-mondiali-2026--400231">Mondiale del 2026</a>. Il calcio continua a essere lo stesso sport. L’immagine con cui lo guardiamo, invece, cambia continuamente. E per un gioco diventato globale, l’immagine non è più un dettaglio: è parte della partita.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>In Messico le figurine sono diventate una protesta politica</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 14:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Francesco Caremani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel calcio globale esistono immagini nate per consolare. La figurina Panini è una di queste: un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/11/10/news/centanni-di-figurine-panini--123634">piccolo rettangolo di carta adesiva dove l’infanzia impara la geografia, la memoria e l’attesa</a>. Un volto, una maglia, una bandiera, un numero. Si compra, si scambia, si cerca. Mancano sempre le ultime, quelle che trasformano una collezione in un destino compiuto.</p><p>In Messico, alla vigilia del Mondiale 2026, quel linguaggio tenero e universale è stato rovesciato. <b>Alcuni collettivi di familiari dei <i>desaparecidos</i> hanno preso il formato delle figurine e lo hanno trasformato in un archivio dell’assenza</b>. Non più attaccanti, portieri, capitani. Ma figli, fratelli, madri, padri, amici, persone inghiottite dalla violenza e dalla zona grigia in cui si incontrano cartelli, impunità e debolezza dello stato. Sono volti che non chiedono applausi, ma riconoscimento. Non chiedono di entrare in un album, ma di uscire dal buio.</p><p>Il Messico è uno dei tre paesi ospitanti del Mondiale più grande di sempre, insieme a Stati Uniti e Canada. Quarantotto squadre, sedici città, una macchina commerciale gigantesca, il solito lessico Fifa sull’unità del mondo e sulla festa senza confini. Ma <b>a Città del Messico, dove il torneo si aprirà nello stadio che per generazioni è stato l’Azteca, l’altra contabilità è più difficile da promuovere: secondo il Registro nazionale messicano, citato da Amnesty International, al 25 maggio 2026 le persone scomparse o non localizzate erano 134.460</b>. Più di uno stadio. Più di una folla. Una nazione parallela fatta di assenti.</p><p>La parola <i>desaparecidos</i> apparteneva un tempo soprattutto al vocabolario delle dittature latinoamericane. Oggi, in Messico, racconta una forma contemporanea della sparizione: reclutamenti forzati, sequestri, omicidi, fosse clandestine, corpi bruciati o dissolti, famiglie costrette a diventare investigatrici, madri che cercano nei campi ciò che le istituzioni non trovano o non vogliono trovare. Le chiamano <i>madres buscadoras</i>: donne che hanno trasformato il lutto in metodo, il dolore in geografia e la memoria in pressione politica.</p><p>Il Mondiale arriva dentro questa frattura. Da una parte, la vetrina: sponsor, televisioni, pacchetti turistici, cerimonie, sicurezza e retorica dell’inclusione. Dall’altra, una protesta che porta uno slogan semplice e terribile: “Non giocate con il nostro dolore”. È una frase che parla alla Fifa più di qualunque documento sui diritti umani, perché entra nel cuore del suo racconto. Il calcio contemporaneo vende appartenenza, ma spesso pretende che le ferite dei territori ospitanti restino fuori dall’inquadratura. Vuole gli stadi pieni, non le piazze piene di madri. Vuole i volti dei campioni, non quelli degli scomparsi.</p><p>Eppure proprio la figurina rende impossibile la rimozione. Perché la figurina è il contrario dell’anonimato. È un’identità minima ma ostinata: nome, volto, squadra, provenienza. Applicata ai <i>desaparecidos</i>, diventa una piccola tecnologia della memoria. Dice che nessuno scompare davvero finché qualcuno continua a pronunciarne il nome. Dice che il calcio, quando attraversa un Paese ferito, non può limitarsi a illuminare i campioni e oscurare i morti.</p>]]></description>
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				<title>La sesta grande estate di Guillermo Ochoa</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 11:37:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Gaetani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ogni quattro anni, con una cadenza di spaventosa puntualità, sugli schermi di tutto il mondo si manifesta un animale bizzarro, un portiere che non arriva nemmeno lontanamente a sfiorare il metro e novanta, i capelli ricci declinati in forme più o meno diverse in base agli anni che passano. Un portiere che appare all’improvviso, sembra tra i più forti del mondo in un periodo ristretto che va dalle due alle tre settimane e poi sfugge dai nostri occhi. A leggere la carriera di <b>Guillermo Ochoa</b>, per tutti “Memo”, viene quasi da sorridere, perché dopo un decennio da perno dell’América ha iniziato a girare l’Europa come una mosca impazzita, senza mai brillare davvero: Ajaccio, Malaga, Granada, Standard Liegi, un nuovo ciclo di quattro anni nell’América,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2023/01/14/news/ochoa-il-polpogatto-che-sfida-ogni-pregiudizio--164298">quindi Salernitana</a>, Avs e Ael Limassol.</p><p>Con quella arrivata per il Mondiale “parzialmente” casalingo, <b>Ochoa ha strappato la sesta convocazione per una Coppa del mondo</b> della sua leggendaria carriera: aveva già eguagliato il record di un’altra icona della porta messicana, Antonio Carbajal, che era stato il primo a toccare il traguardo dei cinque Mondiali, poi raggiunto dai vari Buffon, Matthäus, Ronaldo e Messi, con questi ultimi due che arriveranno a quota sei proprio come Ochoa. Ed è incredibile che nel libro dei record, a quota cinque, ci siano altri due messicani, “el gran capitán” Rafa Marquez e Andres Guardado.</p><p>Nel corso della sua carriera, il Mondiale è sempre stato fonte di ispirazione per Ochoa, che in un paio di occasioni si è presentato addirittura da svincolato al massimo torneo, mettendosi in mostra mentre tutti erano lì a chiedersi come fosse possibile che un uomo capace di quei riflessi fosse ancora senza contratto. E pensare che la sua storia ha rischiato di finire prima di iniziare: il debutto tremendo tra i pali dell’América, spinto dalla visione di Leo Beenhakker e dall’infortunio di Adolfo Rios, avrebbe steso chiunque, figurarsi un diciannovenne catapultato tra i pali e costretto a capitolare due volte nei primi tre tiri.</p><p>Ma&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2022/11/26/news/la-cometa-guillermo-ochoa--157973">quella di Ochoa è anche una storia di treni persi</a>: una positività al clenbuterolo lo aveva escluso dalla Gold Cup 2011 insieme ad altri quattro compagni proprio quando stava per sbarcare al Paris Saint-Germain. Non era stato doping ma intossicazione alimentare, ma vallo a sapere, vallo a spiegare: “Se me lo dicevi prima”, come cantava Jannacci. Al Psg, alla fine, ci sarebbe andato Sirigu. E Ochoa, che aveva visto sfumare anche un approdo inglese un anno prima, ormai voglioso di mettersi alla prova in Europa, aveva accettato un piano B meno nobile, quello dell’Ajaccio, disposto a scommettere su di lui nonostante lo spettro di una possibile squalifica. Nella sua incredibile storia d’amore con la “Tri”, Ochoa ha dovuto combattere anche lo scetticismo dei commissari tecnici, da Aguirre – che ironia della sorte è quello che gli ha appena consegnato il sesto gettone mondiale – a Miguel Herrera.</p><p>Divenuto quasi un fenomeno di costume dopo la Coppa del mondo 2014 e una strabiliante prestazione contro il Brasile, <b>ha alternato per anni momenti di buio profondo a esaltazioni impressionanti, quasi sempre con la maglia del Messico addosso</b>. E adesso, a quarant’anni, si gode quello che sarà il suo ultimo ballo, chissà, forse addirittura da titolare visto che la porta del Messico è alle prese con la pesantissima assenza di Malagon. E per usare una frase cara a Julio Velasco, nessuno gli toglierà tutti quelli che ha già ballato.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La guida a tutte le 48 Nazionali dei Mondiali 2026</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 17:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi, Andrea Trapani, Enrico Veronese</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovedì 11 giugno iniziano i <b>Mondiali di calcio 2026</b> che si giocano tra Messico, dove si gioca la partita inaugurale tra Messico e Sudafrica, Stati Uniti e Canada e che si concluderanno a New York il 19 luglio.</p><h2>Gruppo A</h2><p>Corea del Sud, Messico, Repubblica Ceca, Sudafrica</p><p><i>a cura di Enrico Veronese</i></p><h3>Corea del Sud</h3><p>Poco da girarci intorno, la Corea del Sud negli anni Venti è diventata un riferimento a livello mondiale in vari ambiti. Musica adolescenziale al top, cinema di qualità e riconosciuto dai premi principali, cucina diffusasi dappertutto, naturalmente la microtecnologia al servizio delle comunicazioni potrebbero trovare sublimazione massima nella Nazionale di calcio, che indossa spesso divise appariscenti perché anche col merchandising a Seoul e Pusan ci sanno fare. I presupposti, come accade sempre più spesso, ci sarebbero: un campione conclamato come Son Heung-min, al suo ultimo (o penultimo?) ballo mundial dopo il trasferimento dal Tottenham a Los Angeles. Il lignaggio di Lee Kang-in, nelle rotazioni del Paris Saint-Germain campione d’Europa; la leadership difensiva di Kim Min-jae, già napoletano e nuovamente nelle mire di Luciano Spalletti. Solo tre dei nomi che giocano abitualmente ad alto livello europeo, soprattutto tra centrocampo e attacco: ove la difesa rispondesse alla stessa maniera, le porte di orizzonti magnifici non sarebbero inaccessibili, replicando il controverso percorso del 2002. Magari sulle spalle di un nuovo idolo pop: il sorriso del centravanti Cho Gue-sung, doppietta al Ghana nei giorni del Qatar, ben si presta a questo nuovo assalto al cielo. Ma la curiosità dell’ultim’ora è per Jens Castrop, mezzo tedesco del Borussia Mönchengladbach, che ha scelto la nazionalità della madre per scommettere in un posto al sole. O per farsi una gita a Guadalajara. <b></b></p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Se è difficile individuare una favorita, due parole possono essere spese proprio per la rappresentativa asiatica. Non foss’altro per la maturità del complesso: poco citati, ma imprescindibili, Lee Jae-sung del Mainz e Hwang In-beom del Feyenoord, rodati nel calcio che conta. A far scattare la molla è l’ambizione di chi già milita all’estero (quasi tutti) e vuol migliorare la propria posizione. Anche arrivasse seconda -vedi Messico- l’accoppiamento non sarebbe mortifero per fare più strada possibile. <b></b></p><h3>Messico</h3><p>Stride un po’ che un paese ancora irrisolto nelle contraddizioni e mai del tutto proiettato nel futuro organizzi i Mondiali per la terza volta in 56 anni. Eppure il Messico, stavolta non da solo, è quel paese: al quale, peraltro, spetta l’onore della partita inaugurale. E curiosamente contro il Sudafrica, organizzatore nel 2010, che affrontò proprio nel match d’esordio. Al di là dei corsi e ricorsi, la rosa tricolore è solida, forse meno barocca e fantasiosa che in passato: costruita seguendo l’ossatura della scorsa edizione (quando uscì ai gironi per la classifica avulsa rispetto alla Polonia), ovvero i difensori Jesús Gallardo, Johan Vásquez - in forza al Genoa - e Cesar Montes, il regista Luis Chávez e una batteria di punte tra le quali spiccano il veterano Raúl Jiménez del Fulham e il milanista Santiago Giménez, la selezione affidata a Javier Aguirre si ritrova in un girone non impervio ma nemmeno materasso, e farà appello alla grande spinta dagli spalti e dall’opinione pubblica. Passasse da prima, affronterebbe in casa una delle terze; da seconda, avrebbe in sorte una tra Svizzera, Canada e Bosnia, ma dovrebbe migrare in California. Anche per questo gli spuntati eredi degli Aztechi faranno di tutto per vincere il barrage: dipenderà pure dalla condizione del centravanti rossonero, desaparecido nell’ultimo campionato. È inoltre il sesto mondiale per il portiere Guillermo Ochoa, ennesimo esempio dell’allungamento fisiologico delle carriere, o della gerontocrazia vigente. <b></b></p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Necessario il passaggio del primo turno, altrimenti sarebbe sciagura nazionale, l’obiettivo realistico diventano appunto gli ottavi. Se l’allineamento del calendario assumerà contorni propizi, i quarti sarebbero un franco successo. A corollario, il lancio di qualche giovane stellina e una manovra piacevole lascerebbero un bel ricordo di questa edizione. Il superamento del girone non è automatico, data la concorrenza relativamente insidiosa, ma con tre posti potenziali sarebbe uno spreco fallirlo. <b></b></p><h3>Repubblica Ceca</h3><p>Prima di tutto, com’è giunta in Messico e ad Atlanta. Ovvero grazie a due sessioni di rigori vinti in casa, rispettivamente contro Irlanda e Danimarca, almeno quest’ultima data per favorita. Di solito, chi parte con la fortuna dalla propria è in grado di continuare a stupire: e non sarebbe, nel caso della Repubblica Ceca, un’apertura di credito interamente priva di appigli. Le scelte tecniche di Miroslav Koubek certificano sì un momento non trascendentale del calcio boemo, ai margini con i club della capitale (ma ben undici sono i convocati dello Slavia) e senza stelle conclamate; semmai con un luminoso avvenire dietro le spalle. È il caso di Tomáš Souček - neoretrocesso in Championship con il West Ham - e di Patrik Schick, ex incompiuto dal sinistro delizioso, che nonostante tutto continua a segnare a raffica in Bundesliga. Comunque, l’assemblaggio di onesti mestieranti è ben assortito e nemmeno acerbo per costituire una buona base di lavoro: a partire da Lukáš Provod, gran tiratore da fuori e all’ultimo appello per salire di qualità, e continuando con gli affidabili Tomáš Holeš, Matěj Kováŕ (portiere del PSV in orbita Napoli), Vladimir Coufal, Adam Hložek e Ladislav Krejčí, il capitano braccetto di stanza al Wolverhampton dopo l’esperienza al Girona. Sicuramente Praga ha conosciuto stagioni migliori in senso assoluto, ma se trova il periodo giusto può meravigliare ancora, come nel 1976 e nel 1996: proprio perché le aspettative sono basse, è più faticoso vederla arrivare. <b></b></p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>In un vero girone di ferro sarebbe probabilmente spacciata sulla carta, salvo il beneficio del campo. Invece nel gruppo A può giocare le sue chance, non essendovi un team schiacciasassi né un cuscinetto. Magari a suon di pareggi, seguendo la falsariga delle qualificazioni; e siccome all’ultima giornata avrà il Messico padrone di casa, forse non ancora qualificato, converrà aver già accantonato i punti necessari a staccare il tagliando. Poi, nel caso, vivere alla giornata sulle ali dell’entusiasmo. <b></b></p><h3>Sudafrica</h3><p>Il fascino persistente dei Mondiali, anche in epoca di globalizzazione e di cittadinanze sportive plurime, sta anche nello scoprire ogni quattro anni movimenti calcistici poco connessi con quelli del resto del mondo, non fosse per le nuove competizioni internazionali destinate ai club. È il caso ad esempio del Sudafrica, nazione importante e dalle storiche radici sportive, che però ultimamente fatica a proiettare all’esterno i suoi migliori esponenti: non è un caso se la quasi totalità della rosa selezionata dal ct Hugo Broos gioca nel campionato locale, tra Mamelodi Sundowns e Orlando Pirates. Sfuggono allo schema Lyle Foster, attaccante del Burnley, Sphephelo Sithole che disputa il campionato portoghese con il Tondela, gli “americani” Mbekezeli Mbokazi e Olwethu Makhanya, i difensori Ime Okon (Hannover 96) e Samukele Kabini (Molde). Evidentemente la fioritura generazionale dei Bafana Bafana non è ancora ruggente come quella della fine degli anni Novanta, o anche solo del mondiale casalingo di sedici anni fa; ciò costituisce un gradiente di nebbia riguardo l’effettivo valore dei convocati, appena rischiarata dalle recenti difficoltà palesate in amichevole contro Nicaragua e Panama. Ma attenzione a prenderli sottogamba: in partita singola, e in un contesto così inebriante, tutte le risorse sono chiamate all’appello. E Oswin Appollis, punta esterna di quasi 25 anni, sta probabilmente aspettando la grande vetrina per bucare il soffitto di cristallo, come i suoi predecessori.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Onestamente è difficile considerare il Sudafrica per qualcosa di più del passaggio iniziale. Il girone, come detto, non è insormontabile ma dissemina insidie in ogni incontro: la passione messicana, l’organizzazione coreana, la tradizione ceca. L’esperienza di alcuni individui più attesi, come il difensore Khuliso Mudau e il centrocampista Teboho Mokoena, potrebbe supportare i compagni più giovani e creare difficoltà ad avversarie strutturate ma non trascendentali, anche partendo un gradino indietro. <b></b></p><h2>Gruppo B</h2><p>Canada, Svizzera, Qatar,&nbsp;Bosnia</p><p><i>a cura di Andrea Trapani</i></p><h3>Canada</h3><p>&nbsp;Il Canada arriva al Mondiale con una tentazione e una paura. La tentazione è di sentirsi finalmente una squadra adulta, capace di giocare in casa con il petto in fuori; la paura è che questa situazione, alla prova dei fatti, pesi addosso come una responsabilità e non come una spinta. Il tecnico americano Jesse Marsch conosce l’Europa e per questo porta con sé il verbo del pressing, delle transizioni e dell’aggressione alta: un calcio costruito su una filosofia ben riconoscibile, quasi ideologica. Ma per realizzarla servono benzina, sincronismi e soprattutto una continuità fisica che superi l’estate, e per questo Alphonso Davies resta il simbolo perfetto di una nazionale che incarna perfettamente pregi e limiti della squadra.</p><p>Per la prima volta nella sua storia recente si presentano a un Mondiale senza complessi d'inferiorità. Davies e Jonathan David sono giocatori che appartengono al calcio che conta, Buchanan ed Eustaquio completano una generazione cresciuta da protagonista e non da spettatrice. Il limite è che la squadra continua a oscillare tra entusiasmo e controllo. Quando il pressing funziona sembra poter trascinare la partita dove vuole, ma quando si rompe il primo meccanismo, il campo si allunga e le certezze evaporano piuttosto in fretta. È il prezzo da pagare per una squadra che ha scelto di essere coraggiosa.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Per il Canada, arrivare agli ottavi non sarebbe un traguardo straordinario ma la naturale conseguenza delle aspettative che si è costruito negli ultimi anni. Il vero esame è un altro: dimostrare che la crescita del movimento non dipende da una generazione particolarmente fortunata, ma da fondamenta ormai solide. Giocare il Mondiale in casa aggiunge pressione, ma anche l'occasione di cambiare status. L'obiettivo non è più partecipare: è convincere tutti, a partire da se stessi, di essere entrati nel grande calcio da protagonisti.</p><h3>Bosnia Erzegovina</h3><p>In questo girone qualcuno continuerà a vedere il posto lasciato vuoto dall'Italia. La Bosnia, però, il Mondiale se l'è preso sul campo. Si parla di una squadra che si è meritata di esserci, i calcoli sulle modalità di qualificazione sono più un limite del nostro calcio che una critica da prendere sul serio. Assenti dal 2014, i bosniaci arrivano a questo campionato del mondo con il senso della misura e con un’aria un po’ antica, quasi da calcio europeo di un’altra stagione. Sergej Barbarez ha un gruppo che non promette spettacolo ma garantisce una cosa spesso sottovalutata: l’affidabilità emotiva. Edin Dzeko, a 40 anni, è ancora il centro di gravità della squadra, il nome che tiene insieme tecnica e mestiere. Attorno a lui la Bosnia ha qualche buon gregario, ma soprattutto una disponibilità al sacrificio che la rende difficile da affrontare. La struttura è la base e allo stesso tempo il sigillo di un gruppo di giocatori che quasi si conosce a memoria: si parla di una difesa a quattro ben ordinata con una squadra che sa abbassarsi e soffrire, e un centravanti che resta un simbolo e un’arma. Fa da contraltare una qualità offensiva complessiva, che appare limitata e un po’ troppo dipendente dal sempreverde Dzeko e da poche altre invenzioni. Se la partita si complica, la squadra fatica a inventare. Se invece resta bloccata, può portarla nel terreno che preferisce, ovvero quel calcio fisico e nervoso che spesso riesce a trascinare l'avversario fuori dalla partita.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Strappare la qualificazione alla fase a eliminazione diretta è un obiettivo realistico, anche perché in un girone del genere potrebbe bastare arrivare terzi. Sarebbe già un risultato: la conferma che una nazionale costruita con mezzi limitati e alle spalle un campionato lontano dai grandi circuiti europei può comunque ritagliarsi uno spazio sulla scena mondiale. Del resto, il calcio ama raccontarsi come una questione di talento e idee. Poi però basta guardare le risorse a disposizione delle grandi potenze per capire quanto sia difficile fare ciò che la Bosnia continua a fare da anni.</p><h3>Qatar</h3><p>&nbsp;Il Qatar arriva al torneo con meno attesa di quattro anni fa, ma con una certa consuetudine all’evento che non va sottovalutata. Se da una parte è la prima qualificazione ai mondiali ottenuta sul campo, dall’altra i qatarioti vengono da due coppe d’Asia vinte consecutivamente e da due ottime Gold Cup giocate proprio nel continente nordamericano. Il tecnico Julen Lopetegui ha disegnato un undici con una forma riconoscibile, prudente, a volte quasi contratta: blocco basso e linee strette con pochi rischi, frutto della consapevolezza di una rosa che conosce i propri limiti. È un calcio di contenimento più che di ambizione, e infatti l’idea è sopravvivere nella partita, non dominarla.</p><p>Se Akram Afif resta il giocatore più interessante, l’unico che può accendere una partita spenta con un dribbling o una giocata improvvisa, il lato migliore dei ‘maroon’ è la disciplina: il Qatar sa stare in campo, sa difendersi in blocco e ha ancora giocatori capaci di accendere la partita con una giocata individuale. La cosa peggiore è la mancanza di profondità: quando la partita chiede coraggio, la squadra spesso sceglie la prudenza, e la prudenza non sempre basta. Anzi, in un girone così competitivo, un approccio troppo attendista rischia di diventare una condanna.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Quattro anni fa il Qatar aveva scoperto quanto possa essere dura la distanza tra partecipare a un Mondiale e restarci dentro davvero. Stavolta l'obiettivo è più concreto: evitare il ruolo della comparsa, arrivare vivo all’ultima giornata e giocarsi almeno una partita con qualcosa in palio. Migliorare il bilancio del 2022 (tre sconfitte e un solo gol all’attivo) non sembra proibitivo. Conquistare il primo punto della propria storia ai Mondiali sarebbe già un segnale.</p><h3>Svizzera&nbsp;</h3><p>Non avrà i favori del pronostico finale ma la Svizzera è la squadra più solida del gruppo, e lo si capisce subito dal modo in cui si presenta, con l'ordine e la freddezza di una squadra che sa esattamente cosa vuole fare. Non c’è bisogno di entusiasmare per essere credibili. Le convocazioni vedono tante conferme e nessuna novità: il 33enne Xhaka resta la bussola del centrocampo, nonostante l’anagrafe rimane il giocatore che detta il tono e il ritmo a tutti i compagni. <br> Murat Yakin allena una squadra stabile e concreta, con una cultura calcistica che negli ultimi anni è diventata una garanzia.</p><p>Non ha però il fuoriclasse offensivo che le consenta di fare un salto di livello, un limite che si porta dietro da lustri, restando però una delle outsider più credibili del torneo. La Svizzera insomma conosce bene i propri mezzi e i propri limiti. Difende con ordine, sbaglia poco e si affida a Xhaka per dare senso e ritmo al gioco. Quello che continua a mancare è il giocatore capace di spostare il destino di una partita con una sola giocata. Embolo, superati i problemi legati al visto Esta, garantisce profondità e presenza, ma difficilmente può essere il fuoriclasse che cambia la dimensione della squadra.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Per la Svizzera superare il girone non rappresenta più un'impresa, ma il punto di partenza. Negli ultimi decenni si è costruita una reputazione precisa: quella della nazionale che c'è quasi sempre quando conta. Il passo successivo è capire se questa continuità può finalmente trasformarsi in qualcosa di più. Un quarto di finale non sarebbe una sorpresa, ma la naturale evoluzione di un percorso che dura da anni. Resta però una squadra che vive sul filo tra affidabilità e prudenza. Lo sanno bene anche nello spogliatoio: dopo il pareggio in amichevole contro l'Australia, il capitano Xhaka è stato netto: “Se giochiamo così, non andiamo lontano”. Più che una critica, un promemoria.</p><p><b>&nbsp;</b></p><h2>Gruppo C</h2><p>Brasile, Marocco, Scozia, Haiti</p><p><i>a cura di Enrico Veronese</i></p><h3>Brasile</h3><p><b></b>C’era una volta il Brasile ingiocabile, spettacolare, favorito d’obbligo. Quel Brasile non c’è più dall’ultima vittoria mondiale, nel 2002 a Tokyo grazie a Ronaldo il Fenomeno. C’è oggi il Brasile di Carlo Ancelotti: accorto nelle individualità e sempre con un occhio al complesso. La verità è che da quelle parti i campioni universali da un po’ non nascono più: solo così si spiega la convocazione di uno stock di vecchiardi nei ruoli nevralgici, appena mitigato dall’esuberanza di Vinicius jr., Gabriel Martinelli, Endrick. Nel reparto arretrato il rinnovamento è quasi nullo (mancava solo Thiago Silva, e ci hanno pure pensato); a centrocampo oltre che maturi sono in pochi, con Casemiro, Bruno Guimarães e Lucas Paquetá e l’atalantino Éderson, chiamato in extremis a sostituire l’esterno romanista Wesley. Possibile che i verdeoro siano tutti qua? Pesano certo le assenze, effettivamente notevoli, di Richarlison, Estevão, Éder Militão, i quotati Savinho e João Pedro (Chelsea), David Neres e Igor Paixão: ma un tempo quel serbatoio sfornava a raffica, e riduceva a zero le scuse. Ciononostante, le presenze nei top d’Europa, una spolverata di Saudi League e la <i>crème</i> del Flamengo bastano per incutere rispetto, non fosse sufficiente l’appeal della maglia. Però non si va avanti con le sole vestigia, o per diritto acquisito: l’emiliano, uno dei migliori allenatori al mondo, dovrà inventarsi qualcosa nel quasi <i>remake</i> dell’esordio ‘98 con Scozia e Marocco. Può essere Igor Thiago, bomber del Brentford? <b></b></p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Pleonasticamente, se lo vincerà davvero. Ma chi può assicurare che stavolta la Seleção supererà il girone da prima in classifica, con un Marocco al 7° posto nel ranking FIFA e la Scozia che ci crede molto (anche pensando che ogni quattro anni emerge una sorpresa)? Non sarà un gioco da ragazzi, per il vecchio calcio di Carletto. Anche perché, dopo il <i>Mineirazo</i> del 2014 contro la Germania, ogni perduta certezza ha fiaccato la connaturata superiorità brasiliana: o tutto o niente. E sarebbe ingeneroso. <b></b></p><h3>Marocco</h3><p><b></b>Tre anni magici, forse irripetibili. Quarto posto in Qatar dopo aver eliminato Belgio, Spagna e Portogallo; vittoria ai Mondiali under 20, altro trionfo - a tavolino, ma con più di un diritto - nella Coppa d’Africa organizzata in casa. Una generazione di fenomeni ha finalmente collocato il Marocco nella mappa del grande calcio, dopo rare eventualità disilluse: il più, adesso, è confermarsi ai vertici. E per farlo, il commissario Mohamed Ouahbi - che ha preso il posto del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2022/12/06/news/il-calcio-globalizzato-del-marocco-del-mistico-walid-regragui--157549">dimissionario Walid Regragui</a>&nbsp;- sforbicia qualche ramo dell’organico: non convocati Youssef En-Nesyri, Hakim Ziyech e Romain Saïss tra gli altri, spazio alla freschezza di Bilal el Khannouss, Chemsdine Talbi oltre allo status ormai raggiunto dai soliti Achraf Hakimi (nel pieno della carriera a 27 anni), Nayef Aguerd, Sofyan Amrabat e Azzedine Ounahi. Nell’eccellenza che permea un gruppo abituato a lavorare assieme da anni, i due innesti che alzano ulteriormente il tasso tecnico sono Ismael Saibari -destinato al Bayern Monaco- e soprattutto Brahim Díaz, protagonista suo malgrado della concitata sfida continentale al Senegal. Ce n’è quanto basta per pronosticare una conferma, auspicata dalle seconde o terze generazioni, che sfoggiano orgogliose la maglia di una delle <i>canteras</i> ormai più incessanti del panorama mondiale; ma in un quadro che prevede di dover far fronte al Brasile e anche all’intensa Scozia, il rischio maggiore è l’appagamento. E sarebbe imperdonabile. Ma come si fa a non sbilanciarsi? Ora o mai più.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b><b></b>Con il risultato di quattro anni fa, e ciò che ne è seguìto, qualsiasi risultato inferiore alla semifinale verrebbe giudicato come un arretramento, se non una disfatta. Ma di squadre “instant” (Corea e Turchia 2002, Bulgaria 1994) è piena la storia del calcio: perciò anche una neo-grande come il Marocco rischia di non riuscire a sorprendere più. Già tre anni fa però aveva battuto il Brasile, e non si vedono per ora segnali di cedimento. Sottovoce? Può addirittura migliorarsi, salva pancia piena.<b></b></p><h3>Haiti&nbsp;</h3><p>L’unica volta che l’isola centroamericana arrivò ai Mondiali, Germania 1974, fece penare tantissimo l’Italia, portandosi in vantaggio all’inizio della ripresa grazie a un contropiede del tutto inatteso, prima di prendere tre goal nel finale. E, per via della differenza reti, determinò il cammino della Polonia e dell’Argentina, oltre al precoce ritorno a casa dell’Azzurro Tenebra (citando il volume di Giovanni Arpino). Successe ancora quarant’anni più tardi, alla Nazionale di Claudio Prandelli, di dover pareggiare 2-2 contro una compagine dal <i>rating </i>infinitamente più basso: abbastanza per ricordare che, almeno nei confronti dell’Italia, Haïti rappresenta la kryptonite poco meno delle Coree. E se da allora più che di sport le cronache hanno parlato di catastrofi naturali e dittature familiari, oggi la presenza dei caraibici alle fasi finali impone di prestare occhio anche a ciò che succederà tra Boston, Philadelphia e Atlanta: le convocazioni del francese Sebastien Migné spaziano dal sottobosco del campionato transalpino a quello svizzero, belga, statunitense e via andare, perfino in Iran dove (nell’Esteghlal) gioca il cannoniere Duckens Nazon, uno dei leader della squadra assieme al difensore Ricardo Adé e al portiere Johny Placide, guardiano dei pali del Bastia. Più che le doti dei più, tutte da scoprire, brillano i nomi: Providence, Fortuné, Bellegarde, Experiénce. E c’è pure un Pierrot, a ricordare che ogni carnevale bisestile -&nbsp;<i>si licet insanire -</i> poi termina in lacrima.</p><p>&nbsp;<b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Senza brutalità, lo sanno anche a Port-au-Prince che il destino appare segnato, al cospetto del Brasile che è pur sempre il Brasile, del Marocco ultimamente plurititolato, di una Scozia in palla nel breve periodo. Obiettivo uscire con dignità, strappando qualche goal all’attivo e un po’ di miracoli tra i pali, e mostrare una valida organizzazione di gioco. Qualsiasi cosa càpiti di più, per ora, è fantascienza: già un punto sarebbe manna, ma il 4-0 amichevole alla Nuova Zelanda è balsamico.</p><h3>Scozia</h3><p><b>&nbsp;</b>Torna a una fase finale della Coppa del mondo dopo 28 anni e due campionati europei non lusinghieri, la Scozia di Steve Clarke. E schiera al via, oltre all’impagabile comitiva di tifosi che stanno popolando i pub di Boston, un discreto numero di atleti all’altezza: sopra tutti, Scott McTominay, che a Napoli ha rivelato quanto miope sia stata la sua cessione da parte del Manchester United post Alex Ferguson. Ma poi John McGinn sta da tempo in alto con l’Aston Villa, Che Adams si fa valere nel Torino, il capitano Andy Robertson neo Spurs dopo una carriera a Liverpool, Lewis Ferguson colonna altalenante del Bologna: non la solita Scozia tutta agonismo, ma un <i>roster</i> integrato e capace di farsi trasportare dai risultati. Abbastanza per giustificare l’inno scritto dai Belle and Sebastian, “It only takes a lion”, e intravvedere prospettive ottimistiche nonostante abbinamenti che non danno certo favorita la Tartan Army. Che oggi se la può giocare fino alla fine, magari tenendo conto dei tre slot possibili per andare avanti: con gli scozzesi, lo dice la storia dei Mondiali, tutto è fattibile. Possono battere chi li precede nel ranking oppure stentare contro Haïti, ma una cosa è certa: non lasceranno gli stadi del Massachussetts e di Miami senza averci provato. E chissà se il loro atavico essere <i>underdog</i> incrocerà eroi inediti, come ad esempio il trentenne Larry Shankland, appena ingaggiato dai Rangers di Glasgow, che ha mostrato in più occasioni di avere il piede caldo come il whisky. <b></b></p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Passare ai sedicesimi da terza in graduatoria avrebbe un significato, farlo da seconda o addirittura da prima -chiaramente arduo- ne avrebbe tutt’altro. Gli Scots sono nel limbo tra coloro che potrebbero accontentarsi o scalare l’impossibile a mani quasi nude: la differenza la faranno i singoli, specie se McTominay sarà circa quello di Napoli. In tal caso, non solo l’obiettivo principale non sarà precluso, bensì fra le sorprese del torneo potranno essere annoverati proprio gli uomini delle Highlands.</p><h2>Gruppo D</h2><p>Stati Uniti, Australia, Paraguay, Turchia</p><p><i>a cura di Andrea Trapani</i></p><h3>Stati Uniti&nbsp;</h3><p>Ospitare un Mondiale mette pressione anche alle nazionali più abituate a vincere. Per gli Stati Uniti, che cercano ancora una consacrazione internazionale, l'esame è doppio. C’è il dovere, prima ancora che con il diritto, di sembrare una squadra vera capace di lottare per qualcosa di importante. Per questo Mauricio Pochettino ha dato una forma più prudente alla squadra, arretrando un po’ il baricentro e scegliendo un sistema che protegga una difesa non sempre irresistibile; ma il peso dell’operazione resta soprattutto offensivo, cioè sulla capacità di Pulisic, Balogun, McKennie e degli altri di trasformare il possesso in occasioni pulite. Il vantaggio del campo è enorme, il margine d’errore no.</p><p>Pochettino può contare su una generazione più ricca di talento rispetto a molte versioni precedenti degli Stati Uniti. A partire dalla presenza di numerosi giocatori abituati alla pressione e che garantiscono diverse soluzioni offensive nel 3-4-3 introdotto lo scorso autunno. Attenzione però ai difetti: in molti addetti ai lavori hanno la sensazione che la squadra non abbia ancora una forza emotiva stabile. Quando la partita si mette male, manca chi guida la squadra. Non ce ne voglia il capitano Tim Ream, ma quando la partita si complica, la squadra dà ancora l'impressione di cercare il controllo del pallone più per proteggersi che per comandare davvero il match. E in un Mondiale questo è un lusso che si paga.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;Da anni gli Stati Uniti vengono raccontati come il futuro prossimo del calcio internazionale. Stavolta, però, il futuro è arrivato e si gioca in casa. I quarti di finale rappresentano la soglia che separa le buone intenzioni dalle ambizioni credibili. Se riusciranno a raggiungerli senza aggrapparsi a una serata straordinaria di Pulisic o a qualche episodio favorevole, potranno finalmente smettere di essere la nazionale del "prima o poi".</p><h3>Paraguay</h3><p>&nbsp;Se cercate il bel gioco, sappiate che il Paraguay di Gustavo Alfaro è una squadra che non lo ama. Non cerca le giocate da applausi, cerca quelle utili. Insomma, è una squadra che non vuole imporre il proprio gioco, anzi vuole far perdere certezze agli altri. Ha una difesa che sa stringersi, centrocampisti che interpretano bene la fase di non possesso e attaccanti che vivono di transizioni e seconde palle. È una nazionale che può sembrare povera di luce, ma proprio per questo diventa pericolosa: quando la partita si sporca e perde ritmo, si trova spesso nel suo ambiente ideale.</p><p>&nbsp;L’organizzazione difensiva è il marchio di fabbrica della squadra nonché il suo primo strumento di sopravvivenza. Al contrario la produzione offensiva non dà garanzie, troppo intermittente per garantire serenità, e rende difficile uscire da partite inchiodate sullo 0-0 o sull’1-0. Insomma se il Paraguay si trova a inseguire, perde buona parte delle sue qualità. Intanto tante preoccupazioni per l'attaccante dello Strasburgo Julio Enciso, la stella tra i 26 convocati, che si è infortunato durante l'amichevole con il Nicaragua: la sua partecipazione è a rischio.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>&nbsp;Passare il turno non sembra una chimera. Per il Paraguay l’obiettivo non è brillare, ma togliere certezze: rendere il girone una fatica continua per tutti, più che una passerella per qualcun altro. È una cifra che appartiene alla sua storia recente e che non si è dissolta nonostante sedici anni di assenza dal palcoscenico mondiale. Una squadra che non incanta, ma che resta difficile da battere. L’entusiasmo potrebbe aiutare, nel 1998 quasi eliminarono la Francia campione del mondo e nel 2010 si fermarono nei quarti solo davanti alla Spagna. Sogni di una notte di mezza estate.</p><h3>&nbsp;Australia</h3><p>&nbsp;L’Australia è la squadra più operaia del gruppo. Tony Popovic ha costruito una nazionale che difende con ordine, si abbassa senza vergogna e prova a colpire sulle palle inattive o sulle ripartenze; ma resta il problema più antico del calcio australiano: chi segna? Jackson Irvine, nonostante gli infortuni con il St. Pauli, dà ritmo e personalità, ma davanti manca un riferimento capace di cambiare il destino di una partita Il terzino sinistro Jordan Bos si è messo in luce al Feyenoord, raggiungendo la doppia cifra per quanto riguarda i contributi ai gol in Eredivisie, e sarà un punto di riferimento sulla fascia sinistra. Ci sono altre individualità che potrebbero emergere ma&nbsp;la compattezza resta il principio attorno a cui ruota tutto il gioco australiano.</p><p>Chi ha visto le amichevoli prima del Mondiale ha notato come l’Australia sappia soffrire e coprire il campo senza perdere la testa. La povertà di talento offensivo però la costringe a vivere di episodi e la rende prevedibile quando deve costruire. In un raggruppamento così livellato, essere difficili da battere può non bastare se non si sa anche colpire. Essere stati sorteggiati in quello che probabilmente è il più equilibrato dei dodici gironi mondiali, infatti, potrebbe non aiutare: la classifica per le migliori terze è tremendamente crudele e tende a penalizzare i gironi più livellati. In un gruppo così equilibrato, anche pochi dettagli potrebbero fare la differenza.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;Se restano agganciati alla qualificazione fino all’ultima giornata ed escono dal girone con la sensazione di essere una squadra compiuta, non soltanto resistente. Per l’Australia, superare il turno sarebbe già un risultato significativo: la conferma che l’organizzazione e la disciplina possono ancora reggere l’urto contro avversari più quotati e più attrezzati sul piano del talento.</p><h3>Turchia</h3><p>&nbsp;La Turchia è la nazionale più affascinante del girone, perché unisce talento, gioventù e una certa incostanza tipica delle squadre che vivono più di ispirazione che di struttura. Vincenzo Montella ha il merito di aver dato una cornice al caos, ma il nodo resta quello di sempre: come mettere insieme la “generazione 2005”, composta da Arda Güler e Kenan Yildiz, senza perdere equilibrio. Se ci riesce, la Turchia può essere la sorpresa; se no, diventa una squadra splendida a tratti e vulnerabile troppo spesso. Proprio il trequartista del Real Madrid, il 21enne Güler, è un vero piacere da vedere e può essere uno dei giocatori più applauditi del torneo visto che sa accentrarsi per creare spazi e tirare con il piede sinistro. Se il talento individuale è la principale risorsa di del tecnico napoletano, la fragilità sistemica potrebbe essere il tallone d’Achille che condanna la squadra: la Turchia può entusiasmare in un tempo e smarrirsi nel successivo, soprattutto se la partita chiede prudenza. Lo abbiamo visto nelle qualificazioni, iniziate con una sconfitta casalinga per 6-0 contro la Spagna e finite con una concretezza inimmaginabile nel settembre del 2024. È una squadra che promette più di quanto garantisca, e proprio per questo va presa sul serio.<b>&nbsp;</b></p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;Per la Turchia passare il turno è il minimo sindacale. Il vero obiettivo è capire fin dove possa arrivare una delle generazioni più interessanti prodotte dal calcio turco negli ultimi anni. Il terzo posto del 2002 resta lontanissimo, ma Montella ha l'occasione di dimostrare che questa squadra può essere qualcosa di più del solo bel gioco. Sarebbe anche una rivincita personale per un allenatore che in Italia non ha mai raccolto tutto il credito che riteneva di meritare.</p><h2>Gruppo E</h2><p>Germania, Ecuador, Costa d'Avorio, Curaçao</p><p><i>a cura di Andrea Trapani</i></p><h3>Germania</h3><p>&nbsp;La Germania arriva a questo Mondiale con un’idea semplice e quasi brutale: smettere di raccontarsi in crisi di identità e tornare a essere temibile. Per centrare questa ambizione il tecnico Julian Nagelsmann le ha dato una forma elastica e molto offensiva, ben poco tradizionale insomma, con Musiala e Wirtz a fare da ponte tra la costruzione e l'ultimo terzo di campo; il problema, però, è che le squadre troppo belle sulla carta spesso diventano fragili quando la partita diventa difficile. Dopo anni di cadute premature, due volte di fila al primo turno, i tedeschi non possono più permettersi l’alibi del cantiere aperto: hanno qualità, esperienza e giocatori che impongono il passaggio del turno senza discussioni.</p><p>Il talento non manca in nessun reparto, con due fuoriclasse creativi che possono cambiare una partita da soli e una struttura che sa dominare il possesso. Situazioni che dovrebbero garantire il predominio nel girone. Peccato che, a condizionare tutto il movimento, ci sia la memoria recente delle ultime esperienze in Russia e Qatar: la Germania non ha più la consueta corazza psicologica, e ogni volta che il torneo chiede sangue freddo contro un avversario organizzato, riaffiora la possibilità di inciampare. In sintesi: tante armi, ma ancora una certa fragilità che riaffiora nei momenti di pressione.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;Per una Germania così, vincere il girone sarebbe soltanto l’inizio. Il suo Mondiale comincia davvero dai quarti e si misura nelle ultime giornate del torneo. Arrivare almeno sul podio significherebbe dare finalmente un senso compiuto alla ricostruzione avviata dopo le eliminazioni premature in Russia e Qatar. L’obiettivo, più che il risultato in sé, è tornare a occupare il posto che ha sempre avuto nel calcio mondiale: quello della squadra che gli altri affrontano con rispetto e studiano con apprensione, non quello della favorita dai piedi d’argilla che inciampa al primo ostacolo. Per liberarsene non bastano le buone intenzioni: serve arrivare fino in fondo.</p><h3>Curaçao</h3><p>È la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/11/19/news/il-var-salva-curacao-e-la-storia-piu-bella-delle-qualificazioni-ai-mondiali--123164">prima volta assoluta al Mondiale</a>&nbsp;e già questo basterebbe a fare festa per mesi. Curaçao è la favola di questo torneo, ma una favola scritta con il rigore del calcio olandese e non con il sentimentalismo. L'influenza della scuola di Amsterdam è evidente: Curaçao ha giocato con un 4-3-3 durante le qualificazioni, cercando di costruire il gioco con pazienza partendo dalla difesa. In questo contesto il 30enne Juninho Bacuna è il simbolo di un gruppo piccolo ma curioso, tecnicamente più attrezzato di quanto si possa immaginare guardando soltanto il nome sulla cartina. Dal canto suo Dick Advocaat ha portato esperienza, ordine e una certa ironia del destino: un tecnico di lungo corso per una nazionale che sta costruendo la propria identità proprio grazie alla disciplina e alla formazione ricevuta nei vivai dei Paesi Bassi dove son nati praticamente tutti i giocatori in rosa. L’analisi tecnica di una squadra così nuova sul palcoscenico mondiale però si scontra con la realtà. Se l’entusiasmo di una debuttante che non ha nulla da perdere e può giocare ogni minuto come fosse un regalo è un vantaggio nei novanta minuti di gioco, il divario fisico e qualitativo rispetto alle tre avversarie potrebbe costare carissimo. In un girone così competitivo, ogni errore pesa doppio, ogni ingenuità rischia di essere pagata immediatamente. Curaçao può anche sorprendere per un tratto di gara, ma reggere la lunga distanza è un’altra storia.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;Per Curaçao il Mondiale comincia da obiettivi più semplici e forse più sinceri: segnare almeno un gol, strappare un punto, evitare il ruolo della comparsa. Ma il vero successo non si misurerà nella classifica. Si misurerà nella capacità di uscire dal torneo lasciando qualcosa di più di una curiosità statistica. Dimostrare di meritare quel posto conquistato nelle qualificazioni, e di appartenere davvero a questo livello, sarebbe già una vittoria.</p><h3>Costa d’Avorio</h3><p>La Costa d’Avorio è la la squadra che meglio combina forza e qualità in tutto il girone, visto che può schierare in campo tanti muscoli, tanto talento e una forte base tecnica che può diventare molto fastidiosa se trova continuità. Emerse Faé ha un gruppo competitivo, ricco di giocatori che conoscono i ritmi alti del calcio europeo e che possono fare male in avanti con velocità e imprevedibilità. Il problema è che non siamo ai tempi della generazione di Drogba e Touré: questa è una selezione forte, sì, ma non ancora a quel livello. E nelle gare mondiali la differenza tra forte e memorabile si vede. Per questo è stato scelto un solido 4-3-3 per tutta la Coppa d'Africa, puntando sulla qualità dei loro centrocampisti centrali, con Sangaré, Franck Kessié, Seko Fofana e il ventenne Christ Inao Oulai in lizza per un posto da titolare. Amad e Diomande rappresenteranno una minaccia sulle fasce, ma il commissario tecnico Faé avrà la possibilità di schierare giocatori più esperti come Nicolas Pépé. La loro forza resta quella di unire intensità e qualità senza dover scegliere tra le due, con profili che possono sostenere entrambe le fasi di gioco. A pesare su questi equilibri l’assenza di un riferimento assoluto, di quel giocatore che in un torneo sposta la soglia delle aspettative. La Costa d’Avorio può battere tutti nel girone, anche la Germania, ma può anche perdersi nella propria generosità se la partita le chiede pazienza e metodo.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;Gli ottavi sono il minimo sindacale. Il punto, per la Costa d’Avorio, è capire cosa fare dopo. Se gli ivoriani arrivassero ai quarti avrebbero già spostato in avanti il confine delle aspettative. Rispettare il pronostico interessa fino a un certo punto: l’ambizione è smettere di essere una nazionale pericolosa e diventare una nazionale che lascia il segno. L’asticella, in fondo, è chiara: fare meglio di tutte le Costa d’Avorio che si sono viste ai Mondiali. Per una squadra con questo talento, non è una richiesta irragionevole.</p><h3>Ecuador</h3><p>Se c'è una squadra scomoda nel girone, quella è l'Ecuador. Ha difensori forti, centrocampisti aggressivi e un’identità molto chiara capace di compattarsi e rompere il ritmo altrui. Moisés Caicedo è il cuore del sistema, il giocatore che dà ordine a una squadra che concede pochissimo e soffre ancora meno. <a></a>Willian Pacho del Paris Saint-Germain e Piero Hincapié dell'Arsenal offrono un'ottima solidità difensiva, con Caicedo a fare da schermo davanti alla difesa; a sua volta il ventunenne difensore del Club Brugge, Joel Ordóñez, è una promettente giovane stella. Il limite è nella fase offensiva: tanta intensità, poca fantasia, e una dipendenza ancora notevole dalle giocate di Enner Valencia, che resta utile ma non eterno. A 36 anni non può più reggere da solo il peso dell'attacco.</p><p>L’Ecuador rimane una squadra che può far male alle favorite se la partita si incancrenisce, ma fatica quando deve inventare contro blocchi bassi e avversari pazienti. Un altro problema potrebbero essere le condizioni climatiche: nelle qualificazioni hanno subito solo cinque gol in 18 partite, complice anche l'altitudine di oltre 2.700 metri sul livello del mare che caratterizza le gare casalinghe. I campi del Missouri, del New Jersey e della Pennsylvania offriranno condizioni molto diverse da quelle a cui la nazionale è abituata.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;Superano il girone senza affidarsi a un episodio o a una serata irripetibile. L’Ecuador sa esattamente cosa può fare e cosa no. Se la sua difesa continuerà a essere una delle più difficili da scardinare del torneo, gli ottavi non saranno un traguardo ma una tappa. Il punto è provare ad andare oltre il 2006, che resta il massimo della sua storia mondiale.</p><p>&nbsp;</p><h2>Gruppo F</h2><p>Paesi Bassi, Giappone, Tunisia, Svezia</p><p><i>a cura di Enrico Veronese</i></p><h3>Paesi Bassi&nbsp;</h3><p>Ormai non ci crede più quasi nessuno, dei superstiti degli anni Settanta e del 1988, a sfatare la maledizione mondiale per i Paesi Bassi. Ogni volta la rosa è competitiva, il percorso lineare, e poi succede d’incocciare l’ostacolo quando tutto pareva spianato. Adesso è Ronald Koeman, uno dei pilastri della seconda stagione aurea per gli Oranje, a tirare le redini dell’undici federale: già l’attacco compendia svariate soluzioni potenzialmente efficaci, con la mezza stagione trionfale di Donyell Malen e le solite certezze intermittenti (Cody Gakpo, Memphis Depay, Wout Weghorst). A centrocampo dominano i piedi buoni di Tijjani Reijnders e la razionalità cristallina di Frank de Jong, ma manca forse il guizzo capace di portare il team fuori dagli assi cartesiani. Difesa sperimentata in Premier, da Virgil van Dijk a Micky van de Ven, da Nathan Aké a Jurriën Timber, più la variabile Denzel Dumfries. Bart Verbruggen viene dalla scuola di portieri che un tempo sciorinava fantasisti clamorosi o leader silenziosi. Insomma, la solita Olanda. Che proprio perché scettica potrebbe riuscire a farsi più spazio del pensato: prima o poi dovrà succedere, si dice. Ma se la scintilla dell’imprevedibile non venisse accesa da Noa Lang o Justin Kluivert, da Ryan Gravenberch o da un Teun Koopmeiners in cerca di riscatto, resterà un lavoro a metà. Fossi nelle altre pretendenti, mi accerterei di non incontrarla. Ma vale anche viceversa: già nel girone meglio risolvere subito le pratiche, che non sono già sbrigate.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Viene data per favorita nel suo gruppo, e probabilmente lo è. Ma appunto, prima le gare vanno giocate: esordire contro il Giappone è un’arma a doppio taglio, se gli arancioni non riusciranno a vincere dovranno provare a farlo contro Svezia e Tunisia. La sconfitta con l’Algeria in amichevole non dovrebbe pregiudicare il prosieguo: ma ora sanno di dover lavorare, per arrivare almeno ai quarti, obiettivo possibile (né acquisito, né sufficiente). Se non sarà tra le quattro, sarà tra le otto.</p><h3>Giappone</h3><p><b></b>Quattro anni fa stese Germania e Spagna, prima di uscire ai rigori contro la Croazia. La generazione nipponica volge al tramonto, fra segnali di ricambio e un invisibile spettro di distanza e soggezione, specie per un campionato davvero mai ripartito dopo le gesta degli anni Novanta. Il coach Hajime Moriyasu ha pescato ovunque per allestire i prescelti, con occhio di riguardo per club quotati come il Liverpool, il Bayern Monaco, l’Ajax, Celtic e Feyenoord, Real Sociedad e Friburgo. Forse è l’ultima occasione per questo blocco di compiere più strada, lasciandosi alle spalle ingenuità e amnesie: magari andrebbe svelato il valore di convocare ancora <a></a>Yūto Nagatomo alle soglie dei quarant’anni, e c’è di che sperare nell’esplosione definitiva di Takefusa Kubo, ma è soprattutto la nidiata orientale in forza a Glasgow che può cambiare un tema già scritto, stavolta con Daizen Maeda. Per il resto, molti personaggi in cerca d’autore che sanno di dover andare a mille, di seguire precisi schemi tattici e di ridurre al minimo i rischi di essere infilati. La carta a sorpresa, si fa per dire, è <a></a>Kōki Ogawa, undici reti in quindici partite disputate con la Nazionale: ma non è più come un tempo, quando il calcio del Sol Levante rappresentava un “pianeta” da scoprire prendendone le misure. E visti i chiari di luna, forse da quelle parti qualcuno sperava in un <i>barrage</i> meno serrato che non la Svezia: tutto in novanta minuti, sperando di resistere all’Olanda e di non stentare con la Tunisia.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Uscire ai sedicesimi, agli ottavi, ai quarti illude in maniera differente la platea. Il bello della partita senza appello sta nell’arrivarci al massimo, e ci sta che ci si possa amministrare. Il resto lo fanno le rose lunghe, e le intuizioni dell’ultima ora. In valori assoluti il Giappone non coverebbe troppe speranze di affacciarsi di là del primo confronto diretto, ma nell’arco di un mondiale è tra le squadre che possono trovare sfrontatezza e freschezza atletica in grado di fare la differenza.</p><h3>Svezia</h3><p><b></b>È arrivata in Messico e Texas battendo Ucraina e Polonia, avversarie del suo livello. Ma la Nazionale allenata da Graham Potter deve far fronte con uno<i> status </i>quasi inedito, ovvero un discreto disavanzo di considerazione e <i>hype</i> non già verso la solita Danimarca, qui assente, quanto nei confronti dell’arrembante Norvegia per la supremazia scandinava. La storia del calcio tuttavia conta: e quando un Mondiale chiama, l’eredità risponde. Anche se le sembianze gialloblu hanno cambiato pelle, accogliendo sempre più svedesi di seconda generazione e facendoli portabandiera: uno per tutti, Viktor Gyökeres, venti goal in trentatre partite e una Premier League nel suo appannaggio, con la Champions sfumata giusto in finale. Ma la Svezia non si ferma alla punta dell’Arsenal: stanno sbocciando tutti assieme Anthony Elanga del Newcastle, Benjamin Nygren del Celtic, Lucas Bergvall del Tottenham, Daniel Svensson del Borussia Dortmund. Se l’attacco dà ampie garanzie teoriche, in mezzo traspare poco genio e tanta funzionalità: il paragone con una nota impresa di arredamento viene da sé. E con accoppiamenti “leggibili” quanto a gerarchie, il focus sarà la partita di Dallas contro il Giappone, ovvero l’ultima giornata in calendario: se gli uomini di Potter ingraneranno progressivamente, e se il centravanti di origine ungherese vivesse un momento Kenneth Andersson (o anche solo da Tomas Brolin più continuo), potranno a ragione sfiorare i fasti vissuti sempre negli Stati Uniti trentadue anni fa. <b></b></p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>È seriamente difficile sostenere ora che la Svezia tornerà a casa dopo le tre partite del primo gruppo. I nordeuropei hanno aggiunto qualche stella a un telaio affidabile, e si candidano a mezza sorpresa negli scontri diretti che inizieranno a fine mese. Molto dipende appunto dal Giappone, ma la magnanimità del regolamento facilita una loro promozione contemporanea. Gli ottavi dovrebbero essere quindi una prospettiva abbastanza realistica, ma conviene andare prudenti e vivere alla giornata.</p><h2>Tunisia&nbsp;</h2><p>Libia a parte, ci sarà tutta l’Africa mediterranea ai Mondiali. In Messico, ad esempio, stazionerà l’habitué Tunisia, che dopo l’addio di Wahbi Khazri appare vaso di coccio tra vasi di ferro: ma proprio per questo giocherà a mente libera, senza l’ossessione del risultato a ogni costo. Come quattro anni fa, quando batté la Francia e pareggiò con la Danimarca, ma non le fu sufficiente. Provenienze dal retrobottega europeo, età media non alta e briciole di futuro da conquistare per i singoli sono i caratteri del suo impegno. Tra gli effettivi, occorre segnalare il difensore Montasser Talbi con i mediani Ellyes Skhiri e Hannibal Mejbri (scuola United), protagonisti rispettivamente con Lorient, Eintracht Francoforte e Burnley. Ciò che rimane del retaggio è un po’ della paura di non prendere imbarcate, motivata dalla recente e pesante sconfitta contro il Belgio in amichevole. Qualcosa di apparentemente oggettivo lascia intendere che non saranno i “cartaginesi” a far avanzare ancor più il calcio africano, dopo le illusioni dei decenni precedenti; ma siccome il calcio vive di episodi, il futuro può cambiare non essendo ancora stato scritto. Un occhio ai campi, un occhio ai tavoli del calciomercato per i suoi giovani -già europei di fatto- dalle belle speranze: un contratto triennale cambia la vita a intere famiglie. Al selezionatore Sabri Lamouchi, vecchia conoscenza del pubblico parmigiano e interista, il compito di portare i suoi ragazzi all’altezza dei sogni di una nazione diffusa.&nbsp;</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Stupire sarebbe già un successo. E presentarsi nella griglia di partenza senza réclame può essere un buon viatico per iniziare con sicurezza, come in alcune delle scorse edizioni. L’oggettività sposta il pronostico altrove, per complesso (Paesi Bassi), stelle (Svezia), imprevedibilità (Giappone): ma se i risultati buoni dovessero arridere da subito, la carica diventerebbe possibile. E il premondiale -altrui- insegna che l’edizione 2026 è in grado di manifestare valori reali più livellati rispetto alla logica.</p><h2>Gruppo G</h2><p>Belgio, Iran, Egitto, Nuova Zelanda</p><p><i>a cura di Andrea Trapani</i></p><h3>Belgio</h3><p>&nbsp;I Red Devils non ci sono più. I belgi arrivano al Mondiale con il passo di una squadra solida che non ha più l’illusione della gioventù, ma conserva abbastanza talento per meritare rispetto. Rudi Garcia ha messo insieme un gruppo esperto, dove De Bruyne, Lukaku e Doku rappresentano ancora il cuore della squadra, anche se il tempo ne ha smussato certezze e muscoli. È una nazionale che non può più fingersi favorita assoluta, ma ha ancora la struttura per dominare la classifica del proprio girone.</p><p>La qualità sulla trequarti rimane una delle doti migliori su cui puntare: De Bruyne vede linee che altri non vedono, Doku cambia l’inerzia delle partite con il dribbling, Lukaku resta una presenza che obbliga le difese a pensare in anticipo e De Ketelaere rappresenta un'interessante alternativa. Fa da contraltare la sensazione da “fine della storia”, con una retroguardia meno impenetrabile di un tempo e una squadra che non può mantenere sempre ritmi alti per novanta minuti. <a></a>Hanno un buon potenziale offensivo, ma mancano difensori all'altezza di Kompany, Alderweireld o Vertonghen, ovvero quelli di una generazione che avrebbe voluto vincere ma non l’ha mai fatto. Il Belgio conserva ancora qualcosa da grande squadra, ma non più la certezza di esserlo davvero.&nbsp;</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;&nbsp;<b>&nbsp;</b>Nove punti nel girone sono l'obbligo, non l'obiettivo. Il Belgio deve arrivare agli ottavi di finale senza affanni e con abbastanza energie per allungare la corsa. Per anni è stata la squadra delle promesse, delle classifiche Fifa e dei "questa volta è quella buona". Non è mai arrivata. Adesso che la generazione d'oro è quasi un ricordo e che le aspettative si sono abbassate, vincere sarebbe il più ironico dei finali. Il calcio, ogni tanto, si diverte così.</p><h3>Egitto</h3><p>L’Egitto è la squadra che porta in dote il giocatore più forte del girone: Mohamed Salah. E come spesso accade con lui, tutto comincia e finisce lì, o quasi. Hossam Hassan ha costruito una nazionale che sa stare bassa, correre in verticale e aspettare il momento giusto per colpire, senza vergognarsi di concedere il pallone. È un Egitto meno nobile del suo simbolo, ma più concreto di tante versioni precedenti. Per convivere con questo squilibrio tra uno dei migliori giocatori al mondo e una rosa meno brillante, Hassan ha scelto una strada semplice: sfruttare al massimo ogni occasione creata. Una transizione, una palla pulita a Salah, una giocata di Marmoush e la partita può cambiare volto. Un esempio? In Coppa d’Africa hanno vinto contro la Costa d'Avorio, trasformando un possesso palla di appena il 29% in tre gol, dimostrando così di trovarsi a proprio agio nel giocare in contropiede. Dall’altro lato, questo rappresenta anche un enorme limite visto che la dipendenza dal talento di uno o due uomini di solito complica i piani se qualcosa va storto. La scelta però è chiara: alternare il 4-2-3-1 a un centrocampo a rombo che permetta di schierare Salah e Marmoush come coppia d'attacco. Se invece si trasforma in una gara di nervi, l’Egitto può diventare pericoloso.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Il loro Mondiale passa dalla fase a eliminazione diretta. Non tanto per il risultato in sé, quanto per il significato: dimostrare che l'Egitto non coincide con Salah e dieci comprimari. Il girone offre l'occasione per riuscirci. Da lì in avanti, invece, comincerebbe il territorio delle sorprese. E le sorprese, per definizione, non si programmano.</p><h3>Iran</h3><p>L’Iran non regala nulla, si chiude con disciplina e prova a tenere il match su binari stretti. Il gruppo su cui si basa la rosa ha esperienza, una certa abitudine alle tensioni e una struttura che non cerca il bel gioco come fine, ma come conseguenza possibile. Mehdi Taremi è il riferimento offensivo, il giocatore che può dare qualità e mestiere a una squadra altrimenti molto votata al contenimento. Certo, la squadra ha perso per le sue posizioni politiche <a></a>Sardar Azmoun, a lungo raccontato come il “Messi di Teheran”, che nella sua esperienza italiana dimostrò che quel soprannome era probabilmente troppo pesante da portare. Ma c’è da andare oltre e giocare al meglio, superando anche le difficoltà logistiche legate ai visti per gli Stati Uniti: la nazionale iraniana sa soffrire, sa leggere le partite e spesso sa trascinarle dove vuole. Manca però creatività negli ultimi trenta metri, un limite che rende l’Iran molto dipendente dagli episodi e dalle singole invenzioni.</p><p>Contro avversarie più forti, la squadra rischia di restare troppo a lungo in modalità sopravvivenza. <a></a>L'approccio tattico del tecnico Ghalenoei rimane infatti piuttosto conservativo, il che non sorprende vista la forte influenza di Carlos Queiroz in otto anni di guida tecnica della squadra.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;La seconda fase sarebbe già un successo. L’Iran non l’ha mai raggiunta e difficilmente ci arriverà facendo spettacolo. Dovrà farlo come ha sempre fatto le cose migliori: soffrendo, concedendo poco e restando dentro le partite fino all’ultimo. In un calcio che premia quasi sempre i più forti, sarebbe un modo efficace per ricordare che esistono anche altre strade. Come quella del ripescaggio delle migliori terze.</p><h3>Nuova Zelanda</h3><p>La Nuova Zelanda è una squadra che arriva al Mondiale con poche illusioni. Le amichevoli di questi mesi hanno mostrato i limiti nascosti dietro una qualificazione troppo facile nel continente oceanico: due gol in dieci partite internazionali dimostrano i limiti di un movimento che, nonostante abbia giocatori in tutto il mondo, sembra ancora condizionato dalla scarsa competitività continentale.</p><p>In tutto questo Chris Wood è il volto e il corpo del progetto: centravanti d’area, leader, simbolo di una nazionale che non ha bisogno di fingere di essere altro. Per questo il tecnico Darren Bazeley ha disegnato una squadra ordinata, molto diretta, poco incline ai voli pindarici: si difende con onestà, si affida al gioco aereo e spera di tenere la partita viva il più a lungo possibile. La compattezza e la semplicità, virtù spesso sottovalutate nei tornei lunghi, possono aiutare la squadra neozelandese nel giocare al meglio le partite con Egitto e Iran. Rimane forte il divario tecnico con le altre tre, Germania in primis, che costringerà la squadra a difendersi quasi sempre nei novanta minuti. Come uscirne? Sarà dura. Se Wood non riceve palloni giocabili, la squadra faticherà a trasformare la sua buona volontà in qualche pericolo concreto.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b>&nbsp;Restano vivi fino all’ultima giornata e costringono almeno una delle favorite a sudare più del previsto. Per una nazionale che beneficia dell’allargamento del torneo e di un percorso di qualificazione molto più morbido rispetto ad altri continenti, sarebbe già un modo per giustificare la propria presenza sulla scena mondiale. Non serve l’impresa. Basta evitare il ruolo della comparsa.</p><h2>Gruppo H</h2><p>Spagna, Uruguay, Arabia Saudita, Capo Verde</p><p><i>a cura di Enrico Veronese</i></p><h3>Spagna&nbsp;</h3><p>La favorita numero uno, o due, o tre. Una produzione continua di future pietre miliari. La prepotenza dei club maggiori, ma anche l’assenza dei calciatori del Real Madrid (molto straniero) tra i convocati. La Spagna non vince il Mondiale dal 2010 ma ha sempre dato l’impressione di poterlo fare ancora: per esempio, aggiudicandosi due campionati europei e dominando nei <i>ranking</i>. L’organico a disposizione di Luis de la Fuente è di primissimo ordine, se si pensa a coloro che rimarranno a guardare: Dean Huijsen, per esempio, o Dani Carvajal, Alejandro Balde, Robin Le Normand, Pablo Barrios, Ander Barrenetxea, Gabri Veiga, Oihan Sancet... Per non dire dei giovani in rampa, come il comasco Jacobo Ramón.</p><p>Dentro invece ci saranno tanti Paesi Baschi, con Mikel Merino, Martín Zubimendi, Mikel Oyarzabal, Nico Williams, il portiere Unai Simón. E tantissimo Barcelona: Lamine Yamal, ovviamente, più Pedri, Gavi, Pau Cubarsí, Dani Olmo, Ferran Torres, Eric Garcia. Dalle big d’Inghilterra arrivano anche David Raya, Marc Cucurella, Pedro Porro, Yéremi Pino e il capitano nominale, Rodri. Almeno tre blocchi da unire -con stelle sparse, come la tecnica parigina di Fabián Ruiz- ma non è mai stato un problema: l’assetto è quello del 2024, l’ultimo Europeo vinto proprio contro gli inglesi. L’intenzione è la medesima, tenere la palla e giocare sempre bene. Forse la più “squadra”, fra le tre indiziate prioritarie: e proprio per tale motivo è il primo nome da spendere, sopra le finaliste del dicembre 2022.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Ciò premesso, in Spagna sono consapevoli che niente è dato, e che piazzarsi nel novero di chi se la giocherà fino all’ultimo sarebbe già una conferma della valutazione generale di eccellenza. Avrà vinto se alzerà la Coppa, ovviamente; avrà perduto se non si dovesse “iscrivere” alle semifinali. Il girone offre subito l’agevole Capo Verde, quindi l’Arabia Saudita ormai convitata al tavolo che conta, infine un Uruguay ostico per definizione: tuttavia niente di davvero insormontabile per la Roja.</p><h3>Capo Verde</h3><p><b></b>Esordiente assoluto, l’arcipelago della morna e di Cesaria Evora si candida a squadra simpatia dell’intera competizione, per mistero esotico, stile di vita e inediti voli low cost. In campo, solo sei dei convocati militano nella Primeira Liga portoghese che sarebbe d’elezione, data la lingua e il passato di dipendenza; e dal portiere Vozinha al difensore Stopira (ricordando il goal di Yannick nella Francia 1986), dal regista Jamiro Monteiro al centravanti Garry Rodrigues, fino al capitano Ryan Mendes, sono molti gli over 30 ai quali il ct Bubista ha concesso una tardiva ribalta internazionale, quasi un premio alla carriera. Essi costituiscono l’ossatura della spedizione, che vede nell’ex laziale e salernitano Jovane Cabral e nell’ex punta dell’Hellas Verona, il “ballerino” Dailon Livramento -un goal al Napoli di Antonio Conte, poi scudettato- gli elementi più noti all’estero. Un sorteggio sfortunato riduce le chance -già minime- di gettare campate oltre lo sbarramento iniziale, ma lo spirito con il quale gli isolani si presentano in Texas e Georgia è quello che il calcio dovrebbe recuperare: festa, gioia, unità e colore, che traspaiono dal consueto video promozionale della Federazione e diventa il principale motivo per cui un po’ in tutto il mondo le partite e i risultati degli “squali blu” saranno accolti con benevolenza. Attenzione però: il 3-0 in amichevole alla Serbia dice che Capo Verde non dovrebbe essere né un materasso, né una formalità per chi vanta maggiori credenziali.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Lo ha già vinto partecipando, dopo una qualificazione esaltante e sorprendente, figlia dei quarti di finale alla Coppa d’Africa 2023. Ma ovviamente i Tubarões Azuis non vorrebbero fermarsi qui: la pallina non è stata benevola, anzi, regalando un debutto da brivido contro Yamal e Williams, o la sfida all’Uruguay che ha fatto la storia del calcio. Ma siccome ne possono passare anche tre, gli uomini di Bubista daranno tutto contro l’Arabia Saudita (comunque più “avanti”) per prolungare l’incredulità.</p><h3>Arabia Saudita</h3><p><b></b>La grande questione è quanto la Roshn Saudi League, il campionato più danaroso del mondo da qualche anno in qua, abbia cambiato anche i calciatori locali, e di conseguenza la lista della nazionale. La scorsa edizione, nel “vicino” Qatar, aveva fatto il botto sconfiggendo l’Argentina poi campione: il goal di Salem al-Dawsari era stato tra i più belli, ma lui e i suoi colleghi si sono fermati contro Messico e Polonia, rimanendo al palo. Quattro anni di crescita dopo, ci si aspetta che la rosa scelta da Giōrgos Dōnīs abbia interiorizzato princìpi e modalità del calcio internazionale: a esclusione di Saud Abdulhamid, terzino ex romanista in forza al Lens, tutti giocano in patria, più o meno titolari nei rispettivi club infarciti da glorie occidentali. E stavolta, tra i chiamati in causa, c’è anche Fahad al-Muwallad che nel 2022 era stato tagliato per doping. Per il resto il portiere è “fresco”, al-Rubaie dell’Al-Hilal con sole otto presenze; in difesa ci sono sempre il suo compagno di club Hassan al-Tambakti e Ali al-Bulaihi dell’Al-Shabab, mentre in mezzo il totem è Mohamed Kanno, bandiera allenata da Simone Inzaghi. Davanti attendono rifornimento Firas al-Buraikan, Saleh al-Shehri, Abdulrahman Ghareeb: nomi ai quali le grandi platee non sono ancora affezionate, ma che nel contesto sono capaci di compattarsi per dimostrare che i lustrini degli sceicchi non coprono solo avventurieri da ogni dove. Di qui a farne una sicura protagonista negli Stati “confederati” del sud, ancora ce ne corre.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>Vale quanto detto per Capo Verde, con un surplus d’esperienza in più, non legata solo alle età (anzi). I calciatori sauditi sono più avvezzi a giocare con campioni di altri livelli, gli africani invece bazzicano facilmente le seconde linee dei tornei europei. Se l’Arabia dovesse strappare un punto all’Uruguay, o addirittura alla Spagna, si metterebbe in una condizione migliore per ambire al ripescaggio, che naturalmente non è “dovuto” alla terza di ciascun gruppo: ciò che verrà di più sarà un regalo.</p><h3>Uruguay</h3><p><b></b>Un campione vero, Federico Valverde. Un futuro importante dietro le spalle per Darwin Núñez e Giorgian de Arrascaeta. Leader tecnici e caratteriali: Manuel Ugarte, Rodrigo Betancur, Nicolás de la Cruz, i due Araújo. La difesa piazzata davanti a Sergio Rochet, con José María Giménez, Guillermo Varela, Mathías Olivera. Ma soprattutto, l’impasto in mano a Marcelo Bielsa: l’asso dell’Uruguay sta in panchina, con il suo carico di rivincite, le sue idee di calcio, la considerazione globale e la curiosità di vedere ogni volta cosa combina. Il tecnico argentino si trova ad avere a che fare con materiale probabilmente di grana inferiore a quanto trattato dal local guru Washington Tabárez fino alle semifinali del 2010 e ai quarti del 2018, ma quando si parla della Celeste scorre sempre il brivido di trovarsi davanti a un monumento dalle ben precise caratteristiche agonistiche (la garra charrúa, prima che diventasse un meme di Daniele Adani) e obiettivi tanto precisi quanto evidenti: giocarsi partita per partita senza complessi di inferiorità. Paradossalmente, la società di club che dà più elementi a questa rappresentativa dalla forte tempra è il Flamengo, storico simbolo di calcio offensivo nel Brasile e non solo: un contrappasso che certo fa piacere al mentore in panchina, abituato a muoversi bene tra i contrasti e le contraddizioni. In un girone con gerarchie chiare, Bielsa non vede sicuramente l’ora di raggiungere la Spagna all’ultima, magari a pari punti, per veder prevalere la sua scuola.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…&nbsp;</b>L’Uruguay può vincere il Mondiale? Molto probabilmente no. Allora è lecito domandarsi dove può arrivare, e come questo risultato verrebbe percepito dal suo pubblico esigente, nonché dal consesso dei pundit: la semifinale di Edinson Cavani e Diego Forlán sarebbe sì un successo, il quarto di Luís Suárez e Nahitan Nández forse normale ménage. Fare meno di così aprirebbe processi a Montevideo, con il mago Bielsa primo degli accusati e in predicato di cambiare aria. Ma prima bisognerà arrivarci.</p><h2>Gruppo I</h2><p>Francia, Senegal, Norvegia, Iraq</p><p><i>a cura di Giovanni Battistuzzi</i></p><h3>Francia</h3><p>Il ct della Francia, Didier Deschamps, ha a disposizione la difesa più forti del torneo, uno degli attacchi più forti del torneo e un ottimo centrocampo. Troppa grazia Sant’Antonio? No, non c’è mai troppa grazia. I Blues sono forti, fortissimi, talmente fortissimi che o azzannano il torneo e lo fanno diventare una marcia trionfale, una Marsigliese suonata a palla, oppure si azzannano da soli. E se si azzanneranno da soli sarà perché l’unità del gruppo sarà saltata a causa di chi la stampa francese continua ad accusare di essere più bravi a scassare lo spogliatoio che a trascinare la squadra. Chi sono? Piccolo indizio: giocano al Real Madrid.</p><p>Didier Deschamps è al suo quarto Mondiale alla guida dei Bleus, dovrebbe essere l’ultimo. Ha l’opportunità di eguagliare il record di Mario Zagallo e Pelé, gli unici giocatori ad aver vinto tre titoli mondiali (tra campo e panchina). Per farlo punterà su un 4-2-3-1 con tanta velocità, tanta forza fisica e tanti dribbling. E hanno pure risolto il problema del centravanti lungagnone da buttare nella mischia qualora le cose andassero male: c’è Jean-Philippe Mateta.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b> se vince il Mondiale. È probabilmente la Nazionale più forte del torneo.</p><h3>Iraq</h3><p>Quarant'anni dopo la sua prima partecipazione a un Mondiale, in Messico, alla Coppa del mondo l’Iraq ci è arrivato dopo un lunghissimo cammino di qualificazione durato 21 partite, l’ultima contro la Bolivia nello spareggio intercontinentale: il risultato è stato di 2-1. Qualificazioni iniziate con lo spagnolo Jesus Casas in panchina e finite con l'australiano Graham Arnold.</p><p>Il ct della Nazionale irachena (alla seconda esperienza iridata dopo Qatar 2022 alla guida dell'Australia) è convinto che l'abitudine a giocare ad alte temperature sarà un vantaggio per i suoi giocatori. Basterà? Difficile. Attorno a Aymen Hussein, il leader della squadra e il giocatore più dotato tecnicamente non c’è granché. Un giocatore interessante è Zidane Iqbal, centrocampista tanto talentuoso quanto svogliato e ondivago.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b> riesce a portare a casa almeno un pareggio. È però missione assai complicata.</p><h3>Norvegia</h3><p>L’ultima volta che la Norvegia ha giocato i Mondiali di calcio fu nel 1998. Due epoche calcistiche fa. In Nord America la Nazionale norvegese però ci va da squadra pronta a fare un’ottima Coppa del mondo. Perché ha uno dei migliori attacchi della competizione (Mondiae ci è arrivata segnando 37 gol in 8 partite nelle qualificazioni) con al centro il centravanti più forte al mondo Erling Haaland.</p><p>È proprio l’attacco il punto di forza del 4-3-3 di Stale Solbakken che è un 4-3-3 spesso solo sulla carta visto che sulla fascia destra c’è Alexander Sorloth che fa il centravanti pure lui, ma in Nazionale si impegna a fare l’ala. Martin Ödegaard è il cervello della squadra, Antonio Nusa l’uomo che a sinistra può fare la differenza. Se questi quattro giocano come sanno giocare, la Norvegia è un ciclone.</p><p>Il problema della Nazionale di Solbakken è la difesa, non eccezionale per interpreti, ma che per attenzione e diligenza riesce a mettere una pecca al non eccezionale talento. La presenza di Sander Berge sarà importantissima. Il mediano del Fulham è un centrocampista capace di recuperare palloni e dare alla squadra equilibrio.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se… </b>riuscirà ad arrivare ai quarti di finale. Le semifinali però non sono utopia.</p><h3>Senegal</h3><p>Il Senegal è la Nazionale più forte del calcio africano, vincitrice dell'ultima Coppa d'Africa a gennaio sul campo contro il Marocco (1-0 ai supplementari) prima di vedersi revocare il titolo dal comitato d'appello della Caf in attesa della decisione del Tas. In Nord America arriva con la convinzione di poter fare benone e la fiducia di chi sa di avere il talento necessario per poter stupire. Attenzione però all’eccesso di convinzione e fiducia perché potrebbe essere il vero problema di questa squadra.</p><p>Fisicamente e tecnicamente il Senegal è inferiore solo alla Francia nel girone. Sadio Mané, Idrissa Gueye, Kalidou Koulibaly ed Édouard Mendy sono giocatori di livello mondiale. Al loro fianco c’è un gruppo di giovani di ottime prospettive, a partire dal centrocampista Lamine Camara del Monaco, dall’attaccante Assane Diao del Como e dal terzino sinistro del West Ham, El Hadji Malick&nbsp;Diouf.</p><p>La fragilità della Nazionale allenata da Pape Thiaw è lo spogliatoio, spesso instabile per umore nelle difficoltà. Sadio Mané è il collante, la guida, il riferimento di tutti. La speranza per il ct è che possa bastare.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b> I quarti sono alla portata del Senegal, spingersi più in là potrebbe essere difficile. Molto, se non tutto, dipende dalla prima partita. La Nazionale africana incontra la Francia, dovesse perdere malamente potrebbe rendere la gestione dello spogliatoio molto complicata.</p><h2>Gruppo J</h2><p>Algeria, Argentina,&nbsp;Austria,&nbsp;Giordania</p><p><i>a cura di Giovanni Battistuzzi</i></p><h3>Algeria</h3><p>La Nazionale dell’Algeria è divisa tra un passato eccezionale e un futuro che potrebbe esserlo altrettanto. Il problema è che il presente è parecchio complesso e meno convincente. I giocatori che hanno vinto la Coppa d'Africa 2019 stanno vivendo il crepuscolo delle loro carriere internazionali: il capitano Riyad Mahrez e il difensore Aïssa Mandi risentono degli anni che sono passati. I giovani più talentuosi, secondo il ct Vladimir Petkovic, non erano ancora pronti per un Mondiale, avendo tra i 17 e i 19 anni. Ibrahim Maza, trequartista di 20 anni, Yassine Titraoui, centrocampista di 22 anni e Adil&nbsp;Boulbina, ala sinistra ventitreenne, sono gli unici della nuova generazione già pronti, ma sono anche giocatori ondivaghi, capace di tutto e anche di niente.</p><p>Petkovic è ct di enorme esperienza e schiera la Nazionale algerina cercando di preservare il meglio di ciò che è stato e valorizzare ciò che potrà essere. Insomma: cercherà di non prenderle e poi palla a Mahrez nella speranza che possa inventarsi qualcosa. La difesa è solida e attenta. Luca Zidane è un portiere affidabile, Rayan&nbsp;Aït-Nouri un terzino di grande corsa e buoni piedi.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b> Se passa il turno. Seconda o terza va bene uguale. Può farcela se uno dei due centravanti, Mohamed&nbsp;Amoura e Amine&nbsp;Gouiri, centrerà la porta almeno ogni tanto. Il problema principale dell’Algeria è proprio davanti: in attacco i difetti sono tanti, soprattutto di concentrazione.</p><h3>Argentina</h3><p>Quattro anni fa, anzi, tre anni e mezzo fa visto che in Qatar si è giocato d’inverno, l’Argentina ha alzato il trofeo e concesso a Lionel Messi anche l’onore del Mondiale vinto in carriera. Tre anni e mezzo dopo l’Argentina conterà ancora su Lionel Messi. Solo che sono passati tre anni e mezzo.</p><p>I campioni del mondo in carica hanno dominato le qualificazioni sudamericane (38 punti in 18 partite, nove punti di vantaggio sulla seconda classificata) e vinto la Copa America del 2024. Nelle ultime 67 partite ne hanno perso solo cinque. Lionel Scaloni ha un gruppo coeso e con grande esperienza internazionale. Ogni ruolo ha almeno due alternative di grande spessore, tanti piccoli pianeti che girano attorno al sole Messi. Perché solo Messi è insostituibile. Non in campo, sia chiaro. Perché sia che Scaloni scelga il 4-4-2, il 4-3-3 o il 4-2-3-1 una seconda punta, un attaccante esterno o un trequartista centrale di ottimo livello c’è. Messi è insostituibile per capacità di far giocare gli altri al meglio delle proprie potenzialità.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se… </b>riuscirà a vincere ancora il Mondiale. Tra gli argentini e la seconda festa di fila però c’è una difesa che non è perfetta e che può risentire degli anni che passano. Non arrivare almeno in semifinale sarebbe un fallimento completo.</p><h2>Austria</h2><p>Ralf Rangnick è estremamente popolare in Austria. C’è chi oltralpe lo considera un mago, chi un genio, chi un santo, per tutti il miglior ct del Mondiale. Non è un mago, non è un genio, sicuramente non un santo, ma è un commissario tecnico abile, che sa tirare fuori il meglio dai suoi uomini e convincere i giocatori a dare tutto per la squadra. Inoltre è riuscito a convincere Paul Wanner e Carney Chukwuemeka ad accettare la chiamata in Nazionale dell’Austria e non aspettare quelle di Germania e Inghilterra. E Paul Wanner e Carney Chukwuemeka non sono due giocatori qualunque, sono tra i giovani più interessanti del calcio europeo. Senz’altro ha ragione Christoph Baumgartner, colonna della Nazionale che però questi Mondiali se li dovrà vedere da casa per un infortunio, quando lo ha definito "la cosa migliore che potesse capitare al calcio austriaco".</p><p>La Nazionale austriaca ha talento in ogni reparto. Qualche preoccupazione la offre l’attacco, dove al centro ci sono Michael Gregoritsch e Marko Arnautovic. Nessuno dei due è un fenomeno, tutti e due fanno fatica, alternano grandi giornate di calcio e baratri di incertezza, poi arriva l’estate e la maglia della Nazionale e si trasformano.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se… </b>Arriva ai quarti. Ce la può fare. Rangnick ha a disposizione una squadra composta da una quindicina di buonissimi giocatori. E questa volta, al contrario dell’Europeo di due anni fa, con David Alaba in campo.</p><h3>Giordania</h3><p>Con la maglia numero 10 della Nazionale della Giordania c’è un calciatore che è abituato a seminare gli avversari in Ligue 1. Mousa al-Tamari ha velocità e capacità di dribbling, ha piedi eccezionali e una nazione che stravede per lui. Gioca in Nord America la sua prima Coppa del mondo e vuol dimostrare perché a Rennes lo adorano e perché a Cipro, lo chiamavano il "Messi giordano", soprannome che gli affibbiarono i tifosi dell'Apoel Nicosia nel 2018 ma che lui non ha mai apprezzato.</p><p>Il problema è solo uno: fargli arrivare il pallone e cercare di farsi trovare pronti a riceverlo. Perché attorno a lui di classe ce n’è poca e di compattezza pure.</p><p>C’è però Odeh Al-Fakhouri, giovane di ottime speranze, attaccante che ha le potenzialità per fare quello che ha fatto Mousa al-Tamari e forse ancora meglio.<b></b></p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se… </b>riesce a fare un punto. La Giordania è nettamente la Nazionale meno forte del gruppo.</p><h2>Gruppo K</h2><p>Colombia, Portogallo,&nbsp;Repubblica democratica del Congo,&nbsp;Uzbekistan</p><p>&nbsp;</p><p><i>a cura di Giovanni Battistuzzi</i></p><h3>Colombia</h3><p>La Colombia arriva al Mondiale nordamericano come una delle squadre più pericolose fuori dal ristretto gruppo delle superpotenze calcistiche. Dopo aver mancato Qatar 2022, la selezione di Néstor Lorenzo ha ricostruito identità, fiducia e continuità: 28 punti nelle qualificazioni sudamericane, terzo posto dietro Argentina e Brasile, e una finale di Copa América 2024 persa solo ai supplementari. Luis Díaz è il calciatore di maggior talento della Nazionale colombiana e l’uomo che riesce a trascinare i compagni: esplosivo, imprevedibile, capace di decidere le partite. James Rodríguez, alla sua ultima grande rassegna, resta l’uomo creativo del gruppo, anche se la condizione fisica non è più quella del 2014. Attorno a loro Lorenzo ha costruito un gruppo equilibrato, con un centrocampo intenso (Lerma, Ríos), ali dinamiche (Arias) e una struttura difensiva più solida rispetto al passato. Il problema, semmai, è la punta: nessuno si è preso definitivamente il ruolo di centravanti titolare, nonostante la stagione brillante di Luis Suárez allo Sporting. Anche il portiere Camilo Vargas, 37 anni, alterna sicurezza ed errori. Ma la Colombia ha ritrovato entusiasmo, un gioco riconoscibile e una continuità di rendimento che la rendono una mina vagante del torneo.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se… </b>Raggiunge almeno i quarti di finale. È l’obiettivo realistico per una squadra che ha talento, esperienza e un’identità precisa. Superare il girone con Portogallo, DR Congo e Uzbekistan è alla portata; andare oltre significherebbe confermare la rinascita e, magari, avvicinare il ricordo luminoso del 2014.</p><h3>Portogallo</h3><p>Se il Mondiale fosse un videogioco, il Portogallo sarebbe una squadra eccezionale. Il problema è che la Coppa del mondo non è un videogioco. Il grosso problema della Nazionale guidata da Roberto Martinez&nbsp;è l’affiatamento dei suoi uomini migliori e quindi l’affidabilità nei novanta minuti. A eccezione ovviamente di Cristiano Ronaldo, perché l’attaccante è uno che vuole vincere e fa di tutto per vincere anche in una partita a Briscola in osteria. L’onnipresenza dell’attaccante dell’Al-Nassr è l’arma in più e allo stesso tempo il problema maggiore della selezione portoghese. Perché in un gruppo pieno di giocatori dal grande talento e dal grande ego, quello di Cristiano Ronaldo potrebbe o spingere tutti a dare di più, come è già successo in passato, oppure iniziare a distribuire macerie.</p><p>C'è poi un problema di piccole antipatie e rapporti tesi. Soprattutto di voglia di sacrificarsi.&nbsp;Il trio del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/paris-saint-germain_2276">Paris Saint-Germain</a>&nbsp;composto da Nuno Mendes, Vitinha e João Neves in Nazionale è sempre stato meno affidabile e decisivo che in Francia. A volte pecca di presunzione, altre di approssimazione. L’attacco è strepitoso nei nomi, meno nella resa in campo: Bruno Fernandes, Cristiano Ronaldo e Bernardo Silva sono giocatori dal talento eccellente, ma che assieme non trovano quasi mai unità di intenti.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se… </b>non si farà male da solo. E non è impossibile. Le semifinali sono alla portata dei lusitani. Pure la finale è alla loro portata. Ma il rischio crollo c’è e non è così impossibile che si verifichi.&nbsp;Roberto Martinez ha un compito difficile: evitare che il gruppo inizi ad azzannarsi. Se riesce a trovare un'equilibrio umano può fare ottime cose.</p><h2>Repubblica democratica del Congo</h2><p>La Repubblica democratica del Congo torna al Mondiale dopo 52 anni di assenza. L’ultima volta si chiamava ancora Zaire. La qualificazione ha acceso un entusiasmo enorme a Kinshasa. La qualificazione è arrivata all’ultimo respiro, con il colpo di testa di Axel Tuanzebe al 100esimo dello spareggio contro la Giamaica, coronamento di un percorso iniziato con le vittorie su Camerun e Nigeria nei playoff africani. Sébastien Desabre ha ricostruito la squadra: disciplina, sacrificio e un modulo flessibile e dinamico dove tutti aiutano tutti e che spesso si trasforma in una difesa a cinque pronta a ripartire veloce. La spina dorsale è solida: Chancel Mbemba, leader difensivo con oltre 100 presenze, Arthur Masuaku e Wan‑Bissaka sulle fasce, Noah Sadiki mezzala dinamica, Yoane Wissa punto di riferimento in attacco, veloce e letale negli spazi. Il limite è la produzione offensiva: la squadra crea poco e si affida molto all’esperienza di Cédric Bakambu, che però garantisce presenza e gol pesanti. L’emozione del ritorno può essere una spinta, ma anche un peso: il girone con Portogallo, Colombia e Uzbekistan non concede pause e richiede lucidità, compattezza e capacità di soffrire</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se… </b>Riuscirà a ottenere la prima vittoria della sua storia nella competizione. È l’obiettivo dichiarato da Desabre e il traguardo che darebbe un senso pieno al ritorno dopo mezzo secolo. Passare il girone sarebbe un’impresa, ma restare in corsa fino all’ultima partita è alla portata<b></b></p><h3>Uzbekistan</h3><p>L’Uzbekistan è una delle storie più affascinanti di questo Mondiale: per la prima volta nella sua storia la nazionale centroasiatica si è qualificata alla fase finale, coronando un percorso di crescita iniziato più di un decennio fa. Srecko Katanec ha costruito una squadra estremamente organizzata, compatta, difficile da scardinare: linee strette, intensità costante, pochissimi fronzoli. Sembra una squadra italiana di provincia di fine anni Ottanta. E non è un’offesa.</p><p>Nelle qualificazioni ha subito appena tre gol in dieci partite e ha un’ottima organizzazione in campo. Il talento non è enorme, ma c’è. A partire da quello di Abbosbek Fayzullaev, 20 anni, trequartista del CSKA Mosca: rapido, creativo, ottimo cambio di ritmo. Accanto a lui c’è Eldor Shomurodov, attaccante esperto, generoso, che tiene su la squadra e apre spazi per gli inserimenti dei centrocampisti. L a difesa è solida, guidata da Rustamjon Ashurmatov. Il portiere Utkir Yusupov è una affidabile, ma rivedibile tra i pali. Il limite è l’inesperienza: fatica quando deve imporre il ritmo e non solo giocare in contropiede. In un gruppo così però potrebbe funzionare.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se… </b>Riuscirà a restare in corsa fino all’ultima giornata del girone. Fare punti contro avversarie più attrezzate significherebbe certificare la crescita del movimento e trasformare il debutto in un punto di partenza, non in un traguardo.</p><h2>Gruppo L</h2><p>Croazia, Ghana, Inghilterra,&nbsp;Panama</p><p><i>a cura di Giovanni Battistuzzi</i></p><h3>Croazia</h3><p>La Croazia arriva al Mondiale con un’eredità pesante e un presente ancora competitivo. L’epoca d’oro inaugurata nel 2018 non è del tutto finita: Luka Modrić, 40 anni, è ancora il centro gravitazionale della squadra, meno continuo ma sempre decisivo nei momenti che contano. Attorno a lui Zlatko Dalić ha costruito una Nazionale più fisica, più verticale, meno dipendente dal palleggio. Le qualificazioni sono state solide, con una sola sconfitta e una difesa che resta tra le più affidabili d’Europa. Il talento non manca: Joško Gvardiol è uno dei migliori difensori del torneo, Josip Stanišić e Borna Sosa garantiscono spinta e copertura, mentre il centrocampo – Brozović, Kovačić, Sučić – resta il reparto più completo. Il vero punto interrogativo è l’attacco: Kramarić alterna lampi e lunghe pause, Budimir offre lavoro sporco ma pochi gol, sebbene negli ultimi anni di palloni in rete ne abbia messi, Petar Musa è pazzerello come certe giornate d'aprile è un calciatore che se si sente leader dà il meglio, altrimenti si immalinconisce. La Croazia resta però una squadra che sa soffrire, sa gestire i ritmi e soprattutto sa come si gioca un grande torneo. Non è più la mina vagante capace di arrivare fino in fondo, ma è ancora una squadra che nessuno vuole affrontare: esperienza, struttura, personalità e un’identità tattica chiarissima.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b> arriva ai quarti. Può fare di più? Più no che sì, ma i quarti sarebbero comunque un ottimo risultato. Anche perché il ricambio generazionale è iniziato: uscire con dignità, mostrando che il futuro è già presente, sarebbe il saluto migliore di Luka Modric.</p><h2>Ghana</h2><p>Il Ghana torna al Mondiale con una generazione che non ha ancora espresso tutto il proprio potenziale ma che, nelle mani di Otto Addo, ha trovato finalmente un’identità. La squadra è giovane, intensa, costruita su un’idea semplice: aggressività, aggressività, aggressività e contropiede. Le qualificazioni sono state altalenanti, ma nelle partite decisive la selezione ghanese ha mostrato compattezza e una solidità difensiva che mancava da anni. Il talento non è un problema sebbene il calciatore più forte, Mohammed Kudus, non sia stato convocato visto che è fuori da gennaio. Ci sono però Ernest Nuamah, velocità pura, Jordan Ayew, che offre esperienza e sacrificio, Inaki Williams, bravo a giocare per sé e per la squadra, e soprattutto&nbsp;Antoine Semenyo, uno che può fare tutto in attacco. Tanto talento, forse troppo, perché alcuni di loro staranno in panchina: al centro dell'attacco infatti il ct vuole Prince Adu, che per talento è inferiore ai compagni di reparto, ma ha capacità di sacrificarsi.</p><p>A centrocampo Thomas Partey resta il giocatore di maggior talento anche se la sua tenuta fisica è un’incognita. In difesa spiccano Salisu che garantisce fisicità e capacità di leggere l'azione e Kojo Peprah Oppong, giovane, a tratti acerbo ma dal potenziale enorme. Il limite è la continuità: il Ghana alterna momenti di grande intensità a blackout improvvisi. Ma è una squadra che corre, che lotta e che può mettere in difficoltà chiunque se riesce a imporre il proprio ritmo.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b> supera il girone: arrivare agli ottavi significherebbe certificare la crescita di un gruppo giovane e restituire ai Black Stars un ruolo di primo piano nel calcio africano.</p><h3>Inghilterra</h3><p>A sessant’anni dall’ultima e unica vittoria ai Mondiali, l’Inghilterra va in Nord America per vincere. Eppure dal 14 ottobre 2025, il giorno nel quale la Nazionale inglese ha conquistato la qualificazione alla fase finale della Coppa del mondo, a oggi, molte delle certezze di Thomas Tuchel si sono incrinate. A partire da Bukayo Saka, Phil Foden e Cole Palmer. Il primo portato ai Mondiali ma non più imprescindibile, gli altri due lasciati a casa. Poco male, di talento ce ne è a sufficienza per poter fare bene. Tuchel vuole una squadra capace di sacrificarsi per il bene collettivo e ha a disposizione giocatori di grande talento e capaci di mettersi al servizio dei compagni. E proprio questo potrebbe essere un problema. Perché il calcio che ha in mente il ct dell’Inghilterra è faticoso, logorante per i suoi uomini e per gli avversari. Il grande caldo è l’umidità potrebbero costringerlo a cambiare, a trovare nuove soluzioni. La fortuna di Tuchel è di avere in squadra Harry Kane, uno che ha segnato 78 gol in Nazionale e che al momento è il centravanti più forte al mondo con Haaland. Non c'è nessun altro come lui nel mondo del calcio: un attaccante prolifico che sa anche guidare l'attacco con altruismo e agire come un trequartista.</p><p><b>Avrà “vinto il suo Mondiale se…</b> vincerà il Mondiale. Può andare altrimenti? Certo che sì. Però per talento e fisicità questa è una delle migliori squadre in Nord America. E quest’anno arriva alla Coppa del mondo con una difesa ottima.</p><h3>Panama</h3><p>Panama torna al Mondiale dopo otto anni. Con la speranza che non vada come otto anni fa: tre sconfitte, tre gol fatti, undici subiti. Thomas Christiansen ha costruito una squadra compatta, organizzata, molto disciplinata. Pure troppo. Gioca un calcio basilare, quello che un tempo si chiamava calcioparrocchia e che serviva soprattutto a permettere al pallone di arrivare nell'area avversaria e non rimanere impantanato nelle pozze di metà campo. La qualificazione è arrivata grazie a una difesa tra le migliori della Concacaf e a un gruppo che ha imparato a soffrire senza perdere lucidità. Non ci sono stelle assolute, ma diversi giocatori affidabili: Adalberto Carrasquilla è eleganza e creatività al servizio del gruppo, sempre che giochi visto che ha un problema agli aduttori; José Fajardo e Ismael Díaz non tirano mai dietro la gamba e corrono per tre: il primo è un centravanti, il secondo un'ala sinistra; Michael Amir Murillo sulla fascia va su e giù senza interruzioni. Il limite è la produzione offensiva: Panama crea poco e spesso si affida alle giocate individuali di Carrasquilla o alle palle inattive. Anche perché il talento non è eccezionale e di giocatori discreti ce ne sono una dozzina. Ma la squadra ha carattere, compattezza e una sorprendente maturità tattica. Non farà spettacolo, ma può rendere la vita complicata a chiunque, soprattutto se riesce a mantenere il ritmo e a restare dentro la partita fino agli ultimi minuti.</p><p><b>Avrà “vinto” il suo Mondiale se…</b> Riesce a strappare un pareggio. Per una Nazionale che vive di organizzazione e spirito collettivo, restare competitiva nel girone sarebbe già un traguardo enorme.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La febbre per i Knicks ha trasformato anche New York</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 15:25:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Come un totem al centro di Manhattan, ogni notte l’Empire State Building s’accende e irradia dall’alto l’umore della città. Di base il suo fascio di luce è bianco dorato, ma spesso – più volte al mese – si tinge dei colori della ricorrenza di turno in calendario: dal verde brillante di San Patrizio alla livrea statunitense per l’<i>Independence Day</i>. Nell’ultima settimana, l’abito da sera dell’Empire è fatto di arancio e blu. Si diffonde per emanazione fino allo skyline circostante, generando un’anomala frenesia cromatica e un fantastico colpo d’occhio dal cielo. È una forma contagiosissima di <i>New York fever</i>, la mania civica scatenata dai <b>Knicks in vantaggio per 2-0 nelle Nba Finals contro San Antonio</b>. E quando si dice che uno storico evento sportivo è in grado di fermare perfino una megalopoli, ecco il dato più limpido per spiegarlo: secondo la polizia locale, quando&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/04/news/alle-finals-brunson-vince-la-prima-sfida-con-wembanyama--400036">Jalen Brunson e compagni</a>&nbsp;sono scesi in campo nel corso di questi playoff, il tasso di criminalità all’interno della Grande Mela è sceso del 78 per cento. Superpoteri da eroi della Marvel, o semplicemente da giocatori in missione.</p><p>È innanzitutto<b> il quadro storico a giustificare un entusiasmo cestistico senza precedenti recenti, da queste parti. L’ultima volta in cui i Knicks vinsero l’anello Nba fu nei giorni dell’inaugurazione delle Twin Towers: correva l’anno 1973</b>. Era un’altra epoca urbana, con altre forme, strutture demografiche e una nuova ondata di grattacieli – emblema di rilancio economico e culturale – dopo il boom verso l’alto di inizio Novecento. L’ultima volta in cui i Knicks arrivarono alle Finals, poi perdendole proprio contro gli Spurs, capitò invece nel 1999: erano i tempi di Friends in tv, di Patrick Ewing sotto canestro, di un’immagine di Manhattan vibrante e positiva che sarebbe stata spazzata via di lì a poco in una mattinata d’inferno. Anche la New York del basket ripartì poi da <i>ground zero</i>, per oltre due decenni avari di soddisfazioni. Da qualche stagione è infine sbocciata una rinascita tecnica progressiva e costante, sulle spalle di alcuni giocatori chiave. E con l’arrivo di Mike Brown in panchina i Knicks stanno compiendo il salto di qualità nell’unico momento che conta.</p><p>Dunque succede che stasera Manhattan non solo si ritrova ad ospitare le sue prime Finals da oltre un quarto di secolo. Ma lo farà con New York già avanti nella serie, a due sole partite dal titolo, dopo aver macinato record su record in questa postseason: gli arancioblù vincono da 13 gare di fila, con uno scarto medio di oltre 21 punti, sfoggiando una pallacanestro splendida da vedere e dalle infinite risorse mentali. È un biglietto da visita sconcertante, anche più forte della cronica disillusione collettiva. Da settimane gli oltre 4 milioni di tifosi dei Knicks presenti in città – guidati da un vivace manipolo di vip, da Spike Lee a Ben Stiller – sono accalcati nelle piazze, a Central Park, ovunque ci sia un maxischermo. Perché il Madison Square Garden, “la Mecca del basket” finalmente pronta a tornare tale, può contenere al massimo 20mila spettatori. E i biglietti per gara 3 e 4 contro gli Spurs di Wembanyama hanno raggiunto cifre folli: dai 13mila dollari in su. In tale contesto, questa notte ci sarà poi un ingrediente ancora più difficile da gestire: la presenza di Donald Trump sugli spalti – l’arena del basket si trova a pochi minuti di taxi dalla torre-simbolo del presidente alle origini del suo potere. The Donald ha fatto capire di non volersi perdere la partita per nulla al mondo. E per questo la città di New York adotterà dei provvedimenti di sicurezza supplementare, dentro e fuori dal Garden. Su tutti, il blocco del traffico stradale e la sospensione del tradizionale <i>watch party</i> nei dintorni della struttura – dove i fan in eccesso sono soliti riunirsi.</p><p>Insomma, Midtown sarà blindata come per il più teso dei summit globali. Ma a New York il basket è sempre stato una cosa seria: più di qualcuno se n’era dimenticato, in tanti non l’avevano mai vissuto. Mentre gli addetti ai lavori sistemano il parquet del Garden, col logo dei Knicks sovrapposto al trofeo Nba, i tifosi continuano ad affermare che “tutto questo non può essere vero”. Serviranno altre due genialate di Brunson per cambiare il destino di una squadra. E fissare per un’estate intera i colori dell’Empire.</p>]]></description>
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				<title>Al Gp di Monaco festeggia Antonelli. Tutti gli altri si giustificano</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fabio Tavelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>La domenica, chi vince, festeggia. Il lunedì, chi perde, spiega. E dopo il Gran premio di Monte Carlo, c’è tanto da festeggiare, per Kimi Antonelli e per chi ha portato a casa punti insperati dopo penalità assortite. Ma c’è anche tanto da spiegare. Di Kimi Antonelli si può, o forse di deve, aggiungere una cosa sola. Che di Gran premi, ne ha vinti due, non uno. Perché nel primo ha vinto, stravinto, arrivando addirittura a doppiare il compagno di scuderia (eresia! Nessun grande pilota del passato l’avrebbe “permesso”, piuttosto sarebbero finiti nelle acque blu del Principato), infliggendo distacchi come solo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/jonas-vingegaard_58742">Jonas Vingegaard</a>&nbsp;(così non citiamo il solito Pogacar)&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/01/news/jonas-vingegaard-e-il-giro-ditalia-dellassenza--399872">ha fatto al recente Giro d’Italia.</a>&nbsp;Nel secondo, causato dal botto di Leclerc e dalla decisione della direzione di corsa di far ripartire tutti di nuovo da fermi, perché non ha tremato sapendo di aver, senza volontà, dovuto rimettere in discussione qualcosa che era già largamente suo. Kimi uno e bino, di smoking vestito per il ballo più elegante dell’anno, con teste coronate. Già, ma questo riguarda chi festeggia.</p><p>E chi spiega? <b>Sono almeno in quattro le scuderie, ed alcuni dei loro piloti, che da oggi hanno qualcosa da discutere</b>. Sempre, rigorosamente, all’interno. Perché nel regno della condivisione mondiale spinta, la Formula 1 rimane una delle ultime sacche di resistenza conservatrice: non deve sapersi, quasi, mai niente, all’esterno.</p><p>La Red Bull deve spiegare come sia stato possibile togliere ad Antonelli, un metro dopo il via, l’unica possibile arma per mettergli almeno un po’ di pressione. Verstappen, intendiamoci, non ha la minima colpa. Lui aveva già fatto un capolavoro sabato, mettendo l’auto con la bibita in prima fila. Il paradosso, ma questo dovrebbe spiegarlo la F1a e dubito lo farà, è che pare che dai rilevamenti dell’ente regolatore, quello Red Bull sia il motore migliore del lotto. Ma come? Sei gare su sei le ha vinte la Mercedes e questi ci dicono che i migliori sono altrove? E che, questo fa quantomeno sorridere, la scuderia di Toto “Darth Fener” Wolff avrà anche a diposizione, seppur al 2 per cento, il meccanismo chiamato “ADUO” per recuperare potenza. Un po’ come se il Paris Saint Germain potesse giocare il 12 perché l’Arsenal viene dalla Premier League… Misteri nebbiosi.</p><p>Altri che devono spiegare, e spiegarsi.</p><p>Mercedes: spiegare come sia possibile che Russell da qualche gara assomigli agli Washington Generals quando affrontavano gli Harlem Globetrotters. In primis, Toto dovrà provare a spiegare a “Piangina” George quale film stessero guardando sul telefonino i suoi prima di causare all’inglese una ulteriore penalizzazione che gli ha distrutto, del tutto, la gara. L’albionico lamentoso, però, avrà di chi ingegnarsi per argomentare al suo datore di lavoro come mai, con sensibili differenze di stipendio ed esperienza, il ricciolino emiliano lo ridicolizza in prova ed in gara come nemmeno Lewis faceva con Bottas, oppure Verstappen con Perez.</p><p><b>Qualcuno sa cosa sta accadendo nel fiabesco mondo McLaren?</b> Altro giro, altra figura non da bi-campioni del mondo. Ok i problemi alla batteria, di nuovo. Va bene tutto, ma <b>se almeno Lando si consola avendo vinto il titolo lo scorso anno, Piastri al momento è segnalato alla ricerca di uno bravo con il quale sfogarsi sul lettino</b>.</p><p>A proposito, e Leclerc? Ok, in Canada era pista di Hamilton. Ma a Monte Carlo, no. Male, malissimo. La Ferrari dovrà spiegare bene, cercando di essere molto convincente, che fermare il Re Nero prima di lui e fargli scontare la penalità di 5 secondi, con il padrone di casa dietro a schiumare come quando nel parcheggio dell’Esselunga quello che ha già chiuso il baule se ne sta dentro al telefonino, non è stato una pugnalata. Lui, che in passato a volte si è fatto carico anche di negligenze non sue, questa volta l’ha fatta grossa. Passi, arrivare dietro Hamilton. Avrebbe avuto anche la scusa del pit stop doppio con fregatura. Ma andare a muro così, pur raschiando decimetri di asfalto, dando colpa ai freni (Brembo si è dichiarata “sorpresa”, che tradotto significa: non diciamo str…), non è da un Charles lucido. Il bello di tutto questo è che dopo aver festeggiato, e tentato di spiegare, da domani saranno tutti sulle ramblas. Venerdì si torna in pista. La “manita” di Kimi su Russell (5 a 1) sembra tombale. Ma molte lune mancano al tramonto del Mondiale e nel regno dell’opaco, quale è e rimane la Formula 1, meglio aspettare la Cassazione prima di emettere giudizi definitivi.</p>]]></description>
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				<title>Cobolli e il suo mezzo miracolo sportivo sulla terra del Roland Garros</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 08:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alessandro Catapano</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’eravamo, c’eravamo tutti. Con il cuore, con la tensione spirituale, con tutti i crismi che la faccenda richiedeva. C’eravamo in ogni punto, ogni colpo, ogni alito, che si faceva anelito, e riempiva l’aria, qua e là. Roma e Parigi. Villa Ada e il Bois de Boulogne. C’era il suo clan, in uno spicchio dello Chatrier facilmente riconoscibile perché colorato d’azzurro. Stefano, Guglielmo, Edo, Filo e tutti gli altri, parenti, amici, tecnici, fisioterapisti, in una contaminazione che è musica per le orecchie di milioni di italiani, aficionados vecchi e nuovi del tennis. C’era il suo circolo, il mitico Parioli, quello dei Pietrangeli e dei Panatta, della noblesse imborghesita, del calcetto e del padel, che fino a ieri aveva vissuto un po’ da spettatore, diciamo la verità, l’epopea sinneriana, ma oggi può orgogliosamente rivendicare di essere stata la sua culla tennistica, poi il rifugio negli anni del nomadismo, oggi il porto sicuro dove approdare.</p><p>E’ l’ultimo fenomeno del tennis italiano, che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/31/news/cobolli-berrettini-arnaldi-tre-italiani-agli-ottavi-in-questo-pazzo-roland-garros--399833">ormai non bastano le dita di due mani a contarli</a>. A seguire e a palpitare per <b>Flavio Cobolli</b>, ieri, nel salone affollatissimo del Parioli – “Dotto’, io la faccio entrare ma se deve parcheggiare restano solo i campi da tennis” –, c’era anche Manuela. Seduta nelle retrovie, si riconosceva subito perché anche lei in uno spicchio colorato, di bianco. Il bianco, il colore dell’innocenza, delle morti cui solo la fede in Dio, per chi ci crede, può dare un senso. Forse. Il bianco, il colore delle magliette che Manuela e chi le sta intorno indossano. Davanti, hanno una grande M con un cuore che ospita il logo e simbolo del TC Parioli. Sul retro, una scritta, che qui chiunque associa immediatamente a Flavio: “Ogni punto che giocherò, ogni palla che toccherò, ogni passo che farò, penserò a te”. E’ quello che Cobolli disse al termine della prima vittoria conquistata dopo la scomparsa di Mattia. E’ passato qualche mese, e da allora la carriera di Flavio ha spiccato il volo, come se ci fosse qualcuno a sostenerlo, a dargli la spinta, come se volassero due gabbiani in uno, a rincorrere un sogno. Possibile? Possibile, se ci credi.</p><p><b>Flavio Cobolli ci ha creduto tantissimo</b>. Da sempre.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/01/news/vince-chi-sogna-di-piu-cobolli-ha-vinto-le-sue-paure--399875">Da quando non sapeva ancora se sarebbe diventato un grande calciatore o un grande tennista</a>, e la mamma faceva avanti e indietro tra il Parioli e Trigoria (chi vive a Roma sa quale fatica, innanzitutto nervosa, richieda). Da quando, piccoletto, le dava a un giovane Berrettini, ma quello era alto il doppio di lui. Da quando, mentre intorno gli era esploso Sinner e sbocciava pure Musetti, e a un certo punto compariva perfino Arnaldi, lui faticava, pieno di insicurezze, era uno dei tanti, e Volandri non lo vedeva, lo considerava poco più dell’ennesimo terraiolo italiano. <b>Era la fine del 2023, l’Italia vinceva la prima Coppa Davis dell’era moderna e Flavio Cobolli la guardava da casa, alla tv</b>. L’anno dopo, stessa scena, escluso dalla fase finale, ma almeno convocato e protagonista nel turno di qualificazione. L’anno scorso, ci ricordiamo tutti come è andata e dov’era Cobolli, a Bologna, in campo, sul duro, altro che terra.</p><p>Flavio Cobolli ci ha creduto tantissimo. Anche ieri. Per buone quattro ore, non ha ceduto di un centimetro a quel lungagnone di Zverev che potrebbe mangiargli in testa e che, oggi, onestamente, è ancora un giocatore più completo. Non ha ceduto e quando gli è capitato di perdere terreno, con quella “tigna” molto romana che ti fa andare sempre oltre, ha rintuzzato, recuperato, <b>è ripartito di slancio, rientrando in partita, allungandola fino al quinto set. Un mezzo miracolo sportivo, sia detto</b>. Proviamo a riavvolgere il nastro di tre settimane, torniamo all’inizio del torneo: ma chi avrebbe potuto solo immaginare di vedere Flavio Cobolli, ragazzetto de ‘sta Roma bella, in finale al Roland Garros, trascinare il numero 3 del mondo al quinto set? In quel teatro dei sogni ispirato ai miti dell’aviazione dove non aveva mai giocato prima? Ci rendiamo conto?</p><p>Adriano Panatta, che a Roma avrebbe voluto premiare Sinner ma dovette, diciamo così, cedere il passo al presidente Mattarella, ieri avrebbe voluto incoronare Cobolli. E invece, rimane l’ultimo italiano ad aggiudicarsi questo torneo. Peccato. Però, di una domenica comunque bestiale per lo sport italiano, ci resta quell’anelito, un soffio di speranza, che da Parigi arriva fino a Roma e riparte subito per Londra. Porta con sé l’ottimismo della volontà di un ragazzo del Parioli. Anzi, di due ragazzi. Perché Flavio è più di se stesso. E’ anche Matteo. Forza.</p>]]></description>
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				<title>Quando i gol diventano capolavori. Il libro di Giuseppe Pastore</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giuseppe Pastore</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Giuseppe Pastore, già firma del Foglio sportivo, ha scritto per Mondadori “Capolavori. I gol più geniali e pittoreschi nella storia dei Mondiali”, libro in cui ogni gol viene descritto come opera d’arte. Ecco un estratto del capitolo sul gol di Rivera alla Germania Ovest nel 1970 all’Atzeca.</i></p><p>Sono le due di notte e in Italia non dorme nessuno. È una specie di infinita sera dei miracoli, nell’accezione del termine messa in versi da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/lucio-dalla_71360/page/1" target="_blank">Lucio Dalla</a>: “una sera così strana e profonda, che lo dice anche la radio/anzi, la manda in onda”. La notte in cui l’Italia trova un motivo gioioso per scendere in piazza, non più per manifestare o peggio scappare o rifugiarsi in un bunker, ma per festeggiare: <b>festeggiare una finale mondiale, i nonni che prendono per mano i nipoti, i nipoti che cinquant’anni dopo ancora si ricorderanno di essere stati buttati giù dal letto</b>.</p><p>Il momento più emozionante arriva più o meno intorno alle due e venti, quando in collegamento via satellite Nando Martellini annuncia “Quattroatre!” e dietro di lui un signore urla commosso per sette volte: “Vinciamo! Vinciamo!”. È il tecnico RAI Mario Conti, che l’estate prima aveva diretto le operazioni della tele-maratona dello sbarco sulla Luna, ma che davanti alle infinite conseguenze di un pallone che rotola in rete ha perso tutto il contegno da luminare della regia televisiva ed è stato avvistato singhiozzando come anche Nando Martellini, riverso in lacrime sul banchetto da telecronista nella tribuna stampa dell’Azteca.Un momento che definisce l’italianità ha bisogno di un artista altrettanto rappresentativo della nostra bellezza. <b>Un rinascimentale come il veneto Tiziano Vecellio, nato a Pieve di Cadore alla fine del XV secolo, che muovendosi nell’alveo dell’arte classica figurativa rivoluzionò silenziosamente la tecnica e perfezionò la pittura tonale, in cui le forme e i volumi erano costruiti non più dal disegno ma dal colore</b>. Eliminò i contorni netti e privilegiò invece le sfumature (grande metafora, se vogliamo, delle infinite scale di grigio di cui sono colorate le discussioni degli italiani).</p><p>Con il tempo le sue pennellate diventarono più corpose e anche nervose, arrivando anche a stendere il colore direttamente con le dita. Un grande italiano parecchi secoli prima che esistesse l’Italia, nel bene e nel male: la sua data di nascita è tuttora avvolta nel mistero, perché secondo alcune fonti era arrivato anche a mentire sulla propria età, aumentandosi gli anni per impietosire un ricco committente – magari proprio un re – un po’ restio a pagarlo. <b>I due minuti che stanno intorno al gol di Gianni Rivera che fissa per sempre sul quattroatré il risultato di Italia-Germania Ovest, semifinale Mondiale disputata all’Estadio Azteca di Città del Messico il 17 giugno 1970, sono un affresco di Tiziano in movimento</b>, di quelli che fondono il sacro e il profano – per esempio il Miracolo del Neonato, custodito nella Scuola del Santo a Padova, che raffigura una creatura di pochi mesi, tenuta in braccio da Sant’Antonio, che miracolosamente parla per scagionare la madre da accuse di infedeltà. Una composizione corale sviluppata in orizzontale, popolata da quindici personaggi diversi, più o meno gli stessi che occupano l’area italiana nel momento fatale del 3-3 di Gerd Muller, con il pallone sfuggito al controllo di Rivera che, resosi conto dell’errore, si aggrappa disperato al palo come un naufrago all’albero maestro della nave che sta affondando, mentre il portiere Albertosi vorrebbe tanto martirizzarlo. Capitan Facchetti osserva con le mani sui fianchi, Pierluigi Cera si porta le mani sul volto.</p><p>Beckenbauer è talmente dolorante alla spalla che rinuncia ad abbracciare i compagni, filando via verso il centrocampo con una smorfia di dolore.Rivera ritocca il pallone a centrocampo, servito da De Sisti. Finta di aprire a destra e poi va a sinistra, appoggiando a De Sisti e sparendo dall’inquadratura per corricchiare in avanti. Facchetti ha l’idea felice di premiare il movimento a uscire di Boninsegna, che sgattaiola via a Schulz per guadagnare il fondo. <b>Il tono lamentoso di Martellini è proprio spezzato da questa iniziativa promettente: “Boninsegna!”, esclama, come un improvviso squarcio di luce in un cielo plumbeo</b>. E intanto Bonimba è già entrato in area, arriva sul fondo e sa benissimo cosa fare: calciarla forte in mezzo, e sperare che la stanchezza intorbidi le acque della difesa tedesca com’è capitato un minuto prima alla difesa italiana. In questi trenta secondi ci sono tanti valori cristiani, ritratti in innumerevoli opere rinascimentali: la fede, la speranza, la disponibilità al sacrificio, la fiducia che il sacrificio non sia vano.Il tracciante rasoterra di Boninsegna sfila accanto alla coppia formata da Riva e Vogts, avvinghiati come amanti in una balera di notte, e coglie la splendida solitudine di Gianni Rivera, trafitto da un raggio di sole come la poesia di Salvatore Quasimodo.</p><p>C’è grazia, dinamismo e pathos, come in “Bacco e Arianna” di Tiziano, esposto alla National Gallery di Londra: una processione variopinta di baccanti, satiri, fauni e qualunque altra creatura in cui puoi trasformarti per colpa dello sforzo bestiale di centoventi minuti giocati a duemila metri d’altitudine. È il più classico dei rigori in movimento: Rivera mantiene un contegno tizianesco e ci va di piatto destro, con un’impercettibile finta di corpo, un movimento d’anca in cui lascia intendere a Maier di voler calciare a destra per poi andare a sinistra. “Rete! Rivera, ancora quattro a tre!”. Il primo ad abbracciare Gianni, piantato per terra con le braccia in alto senza saper bene che fare, è Gigi Riva. <b>L’unico replay che ci viene mostrato, da dietro la porta, ci permette di cogliere altri due particolari da lente d’ingrandimento, come farebbero i critici d’arte più esperti</b>: Sepp Maier che si accorge subito di essere stato gabbato e tenta invano di protendere la gambona destra, mentre il pallone scivola beffardo verso il sacco. E la grande compostezza con cui ancora Kaiser Franz Beckenbauer assiste al 4-3, col suo braccio destro appeso alla spalla, rassegnato all’inevitabile, come un condottiero sconfitto (...).</p>]]></description>
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				<title>Panatta e il suo trionfo sulla terra battuta parigina, cinquant’anni dopo</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 19:09:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Mauro Zanon</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Parigi</i>. “C’era una volta&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/adriano-panatta_36158" target="_blank">Panatta</a>…l’uomo che batteva Borg”. Sono passati cinquant’anni dal giorno in cui il “bel italien”, come lo ribattezzò l’Équipe, trionfò sulla terra battuta parigina, dopo aver conquistato gli Internazionali di Roma. E lo ricorda così il&nbsp;<a href="https://www.rolandgarros.com/fr-fr/article/histoire-retro-adriano-panatta-bjorn-borg-1976" target="_blank">Roland Garros</a>&nbsp;sul suo sito, nei giorni in cui un altro ragazzo cresciuto al Tennis Club Parioli fa sognare gli italiani, e domenica, sul Philippe Chatrier, si contenderà la Coupe des Mousquetaires con il tedesco Alexander Zverev: Flavio Cobolli. “<b>Il 1976 l’anno folle di Adriano Panatta</b>. Quello che lo renderà un mito. <b>Oltre al suo bel viso, il romano entusiasma le folle con il suo gioco d’attacco. Conquista uno dopo l’altro gli Internazionali d’Italia e il Roland Garros attraverso mille peripezie</b>. Come protetto dalla Madonna, il bel Adriano salva... undici palle match al primo turno in Italia, poi un’altra ancora al suo esordio a Parigi, contro Pavel Hutka, con un punto spettacolare rimasto famoso”,&nbsp;<a href="https://www.rolandgarros.com/fr-fr/article/retour-vers-le-futur-edition-1976-adriano-panatta-sue-barker-histoire-culture" target="_blank">ricorda</a>&nbsp;il Roland Garros, riferendosi alla famosa volée di rovescio in tuffo contro il tennista cecoslovacco che per molti rimane il punto più bello mai visto a Porte d’Auteuil.</p><p>Piccolo aneddoto: il suo epico incontro contro Hutka era inizialmente previsto sul campo n. 2, che all’epoca non era trasmesso in televisione. Ma grazie alla pioggia, la partita era stata riprogrammata sul campo centrale. Un cambio di campo che ha avuto un’importanza fondamentale per l’immaginario estetico del tennis, poiché ha permesso alle telecamere di riprendere le immagini del famoso tuffo che ha cambiato la vita di Adriano Panatta. Pochi giorni giorno dopo, nei quarti di finale, il romano diventerà l’unico uomo nella storia a battere lo svedese Björn Borg al Roland-Garros (lo aveva già battuto tre anni prima, nel 1973, agli ottavi di finale). “A Björn non piaceva giocare contro di me. Perché non gli davo alcun ritmo. <b>Variavo moltissimo, andavo molto spesso in avanti. Con me, ogni punto era diverso. E lo mettevo molto in difficoltà con i miei pallonetti</b>. Di diritto, con lo stesso movimento potevo giocare un pallonetto, un colpo vincente o uno slice. Era destabilizzato. Cercavo anche di portarlo a rete. Non volevo assolutamente che restasse in fondo al campo, giocando allo stesso ritmo”, ha raccontato Panatta all’Équipe. I due rivali sono rimasti amici. Ed è stato proprio Panatta a presentare a Borg la sua seconda moglie, Loredana Berté (che era stata la fidanzata del tennista romano nel 1973).</p><p>“La base della nostra amicizia è il grande rispetto che nutriamo l’uno per l’altro. Lo prendevo spesso in giro: ‘Non ti piace giocare contro di me, eh?’. Ma Björn la prendeva sempre con ironia”, racconta il tennista romano. Patrice Dominguez, nel libro amarcord “La fabuleuse histoire de Roland Garros”, definisce Panatta un “ribelle romantico”, un’icona di stile con il suo ciuffo sempre perfetto, la maglietta verde e i pantaloncini bianchi che in quella magica primavera del 1976 non cambiò mai fino alla fine del torneo (si dice che lo stesso Adriano se ne prese amorevolmente cura, lavandoli lui stesso al termine di ogni incontro). Dell’epopea panattiana all’Open di Francia abbiamo non solo le foto, ma anche un filmato d’archivio firmato da&nbsp;<a href="https://www.fft.fr/actualites/gil-de-kermadec-1922-2011-le-premier-dtn-de-la-fft" target="_blank">Gil de Kermadec</a>, fondatore del&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=s3TfY4X3tlw" target="_blank">servizio</a>&nbsp;audiovisivo della Federazione francese di tennis. De Kermadec filma la finale vinta da Panatta contro l’americano Salomon, e quel momento di “felicità che dura meno di dieci secondi”, come dice sempre il tennista italiano, quando alza le braccia verso il cielo di Parigi e iscrive il suo nome nell’albo d’oro del Roland Garros. <b>“Il Torneo con la T maiuscola”</b>, come lo definisce Panatta, perché per i latini il Roland Garros è lo Slam più importante, lo ha scelto quest’anno per premiare il vincitore del tabellone maschile singolare, nell’ultimo atto in programma domenica.</p><p>“Caro signor Panatta, il suo eccezionale viaggio, coronato cinquant’anni fa da una indimenticabile vittoria, rappresenta uno dei capitoli più iconici mai scritti sulla terra di Parigi. Il vostro spirito da combattente, l’eleganza del vostro gioco e quei punti storici, continuano a rappresentare l’anima del Roland Garros”, si legge nella lettera di invito firmata personalmente dalla direttrice del torneo Amélie Mauresmo e dal presidente della Federazione francese di tennis Gilles Moretton. Per Panatta, l’emozione è immensa: “Ci sono luoghi che restano dentro per sempre, e per me Parigi è uno di quelli. Ricevere un invito così è un grande onore, ringrazio la direttrice Amélie Mauresmo e il presidente Gilles Moretton. È un privilegio poter sentire ancora un legame così forte con il Roland Garros, per me ha un significato davvero speciale”.<b> Nel 1976, il tennista romano “camminava sulle acque</b>”, scrive l’Équipe, con i suoi colpi di velluto, le sue veroniche, il suo tennis d’attacco e il suo charme tutto italiano che faceva girare la testa alle parigine. Domenica, a cinquant’anni dalla sua vittoria, sogna di passare il testimone a un altro italiano.</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Quando Kimi Antonelli saliva sul ring con il nonno alla Sempre avanti! di Bologna</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alberto Facchinetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>È nei giorni di festa della Società Operaia di Mutuo soccorso, siamo nel maggio del 1901, che nasce a Bologna la Sempre Avanti! con l’obiettivo di rendere popolare la pratica sportiva. L’apertura alla sezione femminile avverrà poco dopo. Mentre per la boxe bisognerà aspettare qualcosa di più, ma già nel 1921 c’è traccia di un campione italiano nei welter, Cesare Pedini. <b>Dalla sua fondazione sono passati esattamente 125 anni e la Sempre Avanti! continua a combattere.</b> Nell’ambito di queste settimane di celebrazione oggi (6 giugno) si tiene a Bologna una manifestazione nella quale la talentuosa pugile di casa Biancamaria Tessari combatte per un titolo che potrebbe aprirle a breve scenari a livello mondiale. Lo scorso 12 maggio è stata apposta la targa commemorativa dell’associazione non nelle attuali sedi (una all’interno dello Stadio Dall’Ara e l’altra in via Stalingrado) ma in via Oberdan 22, proprio nella Casa della Società Operaia dove è stata costituita la Sempre Avanti!.</p><p>Tra i principali idoli pugilistici che hanno fatto la storia della palestra bisogna citare i pesi massimi Dante Canè e Franco Cavicchi. Canè, amatissimo a Bologna, dieci volte campione italiano, epici i duelli con il veneto Bepi Ros, era Il Gigante Buono che lavorava nella macelleria di famiglia. Morì a 59 anni colpito da un infarto mentre passeggiava sotto i portici. Precedentemente Cavicchi, negli anni Cinquanta, era riuscito addirittura a laurearsi campione europeo. Per un bel periodo è passato ad allenarsi qui anche Biagio Antonacci, appassionato di Thai Boxe e abbastanza portato per questa disciplina. Chi faceva gli sparring con lui cercava di stare attento a non toccargli troppo il volto. Più recentemente la palestra è stata frequentata anche da un bambino di nome <b>Kimi Antonelli</b>, già giovanissima promessa dei kart. La storia familiare di Antonelli è strettamente legata alla Sempre Avanti!, il nonno Bruno Pomaro (scomparso l’anno scorso) è stato un pugile professionista nei Sessanta e fino a qualche anno fa continuava a passare in via Costa. Pomaro portava spesso il nipote e lo allenava lui stesso per fargli fare potenziamento, gli sarebbe sicuramente piaciuto vederlo sul ring, ma era comunque orgogliosissimo del bambino tanto da passare spesso nella segreteria della palestra a farsi fotocopiare  giornali e documenti che attestavano le prime vittorie in pista. Anche la mamma di Kimi, figlia di Bruno, per tenersi in forma ha fatto per anni Boxe Training nella palestra dello stadio. <b>Pomaro ha chiuso la carriera di pugile con un record di cinque vittorie, cinque sconfitte e due pari. L’ultimo match fu con Carmelo Bossi che lo sconfisse per poi diventare anni dopo campione europeo e del mondo. </b>Bruno Pomaro insieme a Alfredo Parmeggiani, Luciano Mazzacurati, Romano Rubini e tanti altri fa parte del gruppone di pugili del Maestro Leone Blasi, attivo già nell’immediato dopoguerra.</p><p>Christian Cavazza è invece della Sempre Avanti! l’attuale Maestro. Qui ha combattuto da dilettante diventando tre volte campione italiano, ha tentato il passaggio anche tra i Pro, ma poiché l’incontro di debutto non arrivava mai ha preferito continuare la carriera amatoriale, frequentando anche la Nazionale italiana. Quando ha smesso è rimasto un po’ di anni fuori da questo mondo, per poi tornare in veste di allenatore, perché con i fratelli Tessari, Biancamaria e Federico, e Tonyshev ha ottenuto grandi risultati ed ora si sta muovendo molto bene tra i Pro. “<b>Quando combattevo - racconta Cavazza al Foglio Sportivo - non sempre mi rendevo conto della storia e del prestigio della Sempre Avanti!, oggi da allenatore lo capisco e cerco di spiegarlo ai miei ragazzi.</b> Siamo fortunati ad essere qui, lo capiamo anche andando a fare sparring in giro per l’Italia. Pochi hanno le possibilità che abbiamo noi”. La Sempre Avanti! infatti gode di ottima salute, non solo grazie alla boxe, ma anche alle tante discipline e ai corsi proposti. Il numero di iscritti è numerosissimo. Oltre alla sede all’interno dello stadio Dall’Ara, dove da decenni si pratica il pugilato, c’è anche una seconda sede in via Stalingrado, all’interno del parco DLF.</p><p>Di ispirazione socialista la Sempre Avanti! si è sempre dichiarata antifascista. Spiega l’attuale presidente Patrizio del Bello: “La Sempre Avanti non è una semplice palestra. Delle nostre radici operaie rimane l’orgoglio, che viene declinato oggi con le varie collaborazioni con le comunità, i servizi sociali comunali e di quartiere, l’area penale esterna. Tramite questi progetti consentiamo a soggetti fragili, in difficoltà economica, o inseriti in progetti di recupero, di fare sport, senza oneri economici”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ai Mondiali il calcio va alla scoperta dei time out</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 10:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Michele Tossani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quarant’anni dopo quelli che incoronarono Diego Maradona e trentadue dopo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2021/05/27/news/quellamore-infinito-per-roberto-baggio--137555">il rigore di Roberto Baggio a Pasadena</a>, <b>i Mondiali tornano in Messico e negli Stati Uniti (con l’aggiunta del Canada, terza nazione ospitante della manifestazione)</b> per quello che sarà il torneo iridato più grande di sempre: quarantotto nazionali partecipanti, centoquattro gare, dodici gironi e un turno a eliminazione diretta supplementare (la seconda fase partirà dai sedicesimi e non dai canonici ottavi).</p><p>La Coppa del mondo più bella di sempre? Difficile dirlo a priori. Di certo rischia di essere quella più calda, viste le temperature bollenti (letteralmente) che, secondo molte previsioni, caratterizzeranno il torneo. L’afa e l’umidità finiranno inevitabilmente per condizionare gli aspetti tattici del gioco, come e più di quanto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2022/11/19/news/mondiali-1994-ossia-roberto-e-i-gelati--158279">accadde proprio a Usa ’94</a>.</p><p>In questo senso,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/07/12/news/cosa-restera-del-mondiale-per-club-il-baraccone-di-infantino-chiude-lasciando-mille-dubbi--115021">un’anteprima è stata la Coppa del mondo per club disputatasi lo scorso giugno in terra statunitense</a>&nbsp;così come dalla scorsa finale di Champions League fra Paris Saint-Germain e Arsenal, disputatasi a Budapest all’inusuale orario delle 18.</p><p>Prima di tutto, <b>sarà complicato vedere formazioni riuscire a portare lunghe fasi di pressing uomo contro uomo</b>. Già farlo in alcuni momenti della partita o del torneo potrebbe essere un’impresa.</p><p>Prevedibile quindi assistere a partite dal ritmo e dall’intensità non troppo alti, soprattutto quando si giocherà in città come Città del Messico e Guadalajara, dove gli stadi Azteca e Akron si trovano rispettivamente a circa 2.200 e 1.500 metri sul livello del mare.</p><p>In base a quanto detto, le gare dovrebbero svilupparsi con una squadra a fare la partita e l’altra che cercherà di difendersi con un blocco basso, per poi ripartire in campo lungo. Una sorta di attacco contro difesa, vista la disparità di forze in campo fra le formazioni più forti e il resto delle partecipanti e data anche la tendenza del calcio attuale che, in non possesso, ad alti livelli, vede una diminuzione delle difese in blocco medio, data anche la sempre crescente velocità con cui si cercano di portare le transizioni.</p><p>In un contesto del genere guadagneranno ulteriore importanza le palle inattive. Allo stesso tempo però, la maggior severità introdotta dalla Fifa nei confronti dei contatti fisici in queste situazioni (norma subito ribattezzata anti-Arsenal, visto il massiccio utilizzo di blocchi e pressioni sul portiere esercitate dagli uomini di Mikel Arteta in questa stagione) indurrà i tecnici addetti ai calci piazzati a dover trovare nuove soluzioni.</p><p>Infine, attenzione ai <i>cooling break</i>. Le pause introdotte per far reidratare e tirare il fiato ai giocatori si trasformeranno in veri e propri <i>time out</i>, utilissimi alla regìa per mandare in onda altri spot pubblicitari e al pubblico statunitense per avere la sensazione di assistere a un classico evento sportivo a stelle e strisce (solitamente diviso su quattro tempi di gioco), ma convenienti anche per gli allenatori, che avranno così la possibilità di tirar fuori pc e notebook per correggere ciò che non sta funzionando.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Che cosa ci racconterà il Mondiale senza l’Italia</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 09:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Moris Gasparri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ogni grande evento sportivo planetario è, per il fatto stesso della sua esistenza, una rappresentazione del mondo e delle tendenze fondamentali dell’epoca in cui si svolge. Figuriamoci la Coppa che, dal 1930, il mondo lo porta impresso nel suo nome, e che tra qualche giorno si appresta a inaugurare la sua ventitreesima edizione, per la seconda volta nella sua storia in terra americana. Partiamo dunque da qui, e dalla visione che animò quasi un secolo fa il suo fondatore, Jules Rimet. Un personaggio di cui si parla troppo poco, liquidato nelle storie calcistiche con poche righe, che aveva l’ambizione di fare della Coppa del mondo di calcio la versione sportiva dell’allora neonata Società delle Nazioni. La diplomazia sportiva come annuncio del trionfo della solidarietà tra le nazioni, come un altro dirigente sempre francese stava già facendo da qualche decennio con le Olimpiadi. Una visione, quella di Rimet, figlia tanto dell’universalismo della sua fede cattolica, quanto della rilevanza nella Francia del tempo di un’altra figura dimenticata come Leon Bourgeois, statista e figura decisiva nella fondazione della Società delle Nazioni, autore del pamphlet Solidarité, entro le cui coordinate è inscritto il senso della genesi dell’evento oggi più seguito al mondo. Nella folta giungla di rappresentazioni diaboliche e corruttive di cui è oggetto da decenni la Fifa, soprattutto nel mondo anglosassone, va ricordato questo anelito fondativo alla pace, lo sport come servizio alla pace, e ovviamente prende una certa vertigine pensare alla distanza con il mondo del Fifa Peace Prize assegnato nel dicembre 2025 a Donald Trump.</p><p>Già, i<b>l mondo di Trump, che sarà grande protagonista mediatico di questa Coppa del mondo, con la sua smania agonistica di apparire vincitore tra i vincitori e di propagandare la sua idea di ritrovata grandeur americana attraverso l’evento più imponente del mondo</b>, in cui Canada e Messico ricopriranno il ruolo di comparse-vassalli, ma anche nella contraddizione, vigilata con fare paranoico soprattutto dal segretario di Stato Rubio, per cui ogni tifoso che raggiungerà gli Stati Uniti verrà trattato come un potenziale e futuribile immigrato illegale.</p><p>C’è poi il mondo post-europeo di Gianni Infantino,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2017/01/11/news/il-mondiale-a-48-squadre-fa-schifo-ma-conviene-a-tutti-tranne-che-al-calcio--241657">inventore del format a 48 nazioni che è tappa intermedia verso un torneo che si allargherà sempre di più in futuro</a>. I<b> Mondiali di calcio non sono però le Olimpiadi, la realtà presenta una resistenza inaggirabile</b>. Il dominio euro-sudamericano (e la presenza del calcio a quelle latitudini è un prodotto storico del colonialismo europeo) è immutato da cento anni. Il resto del mondo, rari outsider di turno a parte, continua a essere appendice inessenziale delle fasi più importanti del torneo, e questo nonostante da decenni, soprattutto alle latitudini asiatiche, si registri una crescita costante di investimenti, programmi, progetti. Addirittura i sistemi calcistici di Francia e Germania hanno formato un quarto dei calciatori presenti al Mondiale, in quella che possiamo considerare a tutti gli effetti una Coppa “franco-tedesca”. Non è più un gap di ricchezza e non è solo un gap organizzativo, la vera forza calcistica euro-sudamericana risiede nella persistenza delle culture sociali, è quanto si calcia la palla sin dall’infanzia e con quanta passione e desiderio si vive il sogno di diventare calciatori e di formare calciatori, e fateci caso, in Italia il dibattito non affronta mai queste verità primarie, ma solo aspetti derivati.</p><p>Sarà poi la Coppa del mondo di un mondo che ha superato l’antica frattura sportiva tra le due sponde dell’Occidente, vivente lungo tutto il XX secolo. Nella Vecchia Europa il calcio come religione civile di massa, nel grande oceano di terra nordamericano uno sport di nicchia riservato a qualche comunità di immigrati europei, tratto ben visibile nei cognomi dei protagonisti della nazionale americana di 30 anni fa, capitanati da Tony Meola. Nel giro di un trentennio abbiamo assistito a un rovesciamento epocale, con gli Stati Uniti via via divenuti il centro nevralgico del calcio mondiale. Non perché siano diventati forti e vincenti con la loro Nazionale maschile, in una mediocrità dovuta a fattori che ricordano la crisi italiana, nonostante la diversità di capitale demografico e di strutture: costose accademie private come unico luogo di formazione del talento, stress competitivo indotto per via genitoriale. Sono divenuti centrali perché rappresentano il principale mercato dell’attenzione globale, compresa quella calcistica. Non il più nutrito, ma il più ricco e quello con i trend demografici più interessanti a livello di seguito giovanile, quello in cui esserci conta di più. Lo sa la Premier League che si è stretta in matrimonio alla principale emittente americana sin dal 2013. Lo sa la Championship che tra non troppi anni potrebbe raggiungere nei ricavi la Serie A anche grazie al Wrexham hollywoodiano. Lo sa la Mls, che da tre stagioni sta beneficiando del Messi-effect. Gli Stati Uniti sono calcisticamente centrali anche per un’altra ragione: il dominio finanziario e un’enorme liquidità pronta ad atterrare in giro per il mondo li ha resi proprietari di gran parte delle squadre europee. Di riflesso si è americanizzato tutto il calcio, sempre più statistico, sempre più atletico e sempre meno legato agli aspetti di fantasia e astuzia creativa di cui Jorge Valdano qualche giorno fa ha lamentato la scomparsa. Da questo punto di vista stiamo vivendo l’era della povertà estetica del calcio, però non percepibile da chi è arrivato dopo, in un mondo molto più popolato che nel XX secolo e sempre più attratto dalle celebrities, e cosa c’è di più appetibile da questo punto di vista del duello infinito tra Messi e CR7? È di matrice americana, infine, la trasformazione economica ed antropologica degli stadi, luoghi in cui ormai si ambienta la teoria della classe agiata di un grande sociologo americano come Thorstein Veblen.</p><p>È anche la <b>Coppa del mondo del disinteresse cinese e indiano</b>, con contratti per l’acquisto dei diritti televisivi conclusi all’ultimo, a cifre tra le più basse. Sono lontani i tempi di Deng Xiaoping che non si perdette una partita di Maradona a Italia ’90, come raccontato da Ezra Vogel nella sua monumentale biografia-agiografia del leader cinese. Potremo davvero chiamare in futuro Coppa del mondo quella che non riscalda i cuori e cattura davvero le attenzioni di tre miliardi di persone?</p><p>L’ultimo pensiero è sull’Italia e il suo declino.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/09/11/news/carlo-ancelotti-ha-iniziato-a-capire-quanto-e-snervante-guidare-la-selecao--120075">Carlo Ancelotti sarà l’ultima madeleine di una civiltà calcistica al tramonto</a>, che non produce più grandi calciatori da due decenni, e ora non produce più nemmeno grandi arbitri e allenatori? Siamo davvero destinati a essere l’Ungheria calcistica del XXI secolo?</p>]]></description>
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				<title>“A Monaco si vince con il sedere”. Intervista a Riccardo Patrese</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da Monaco a Monaco. Dal 23 maggio 1982, giorno in cui&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/09/21/news/patrese-e-un-miracolo-essere-ancora-vivo--109013" target="_blank">Riccardo Patrese</a>&nbsp;vinse il suo primo Gran premio e finì a ballare con la Principessa Grace, a oggi che l’Italia torna a sognare con un suo pilota nel Gran premio più folle che sia. Dalla Formula 1 di Niki (Lauda) a quella di Kimi (Antonelli), come nel titolo dell’ultimo libro che Riccardo ha scritto insieme a Giorgio Terruzzi.<b> “Quando andavamo a Monte Carlo sapevamo che c’era un’atmosfera particolare. Era forse il Gran premio più importante che un pilota potesse vincere. C’erano la tradizione, i principi, il gala, tutta quella dolce vita che ti faceva sperare di essere tu il vincitore”</b>. E Riccardo quell’anno se la sentiva, tanto che mise lo smoking in valigia (“Non è lo stesso della foto di copertina, sono in forma, ma non esageriamo”). “La Brabham era veloce e le caratteristiche del circuito erano favorevoli alla mia macchina. Monaco mi dava la speranza di essere protagonista. Lo smoking? Non si sa mai, magari ha portato bene. Quello fu un anno strano, se fossi rimasto fino alla fine sulla Brabham BT49 invece di passare alla BT50 chissà, magari avrei potuto vincere io il Mondiale… Lo conquistò Rosberg vincendo una gara sola...”.  Inutile pensarci, il 1982 fu davvero un anno maledetto, basta pensare a Gilles, a Pironi, a Riccardo Paletti.</p><p>Il fascino di Monaco resiste negli anni, anche se ogni tanto qualcuno si alza e dice che andrebbe abolito, come fece George Russell l’anno scorso: “Sostenere che Monaco dovrebbe essere eliminato perché non ci sono sorpassi è abbastanza irrispettoso. Monaco è un Gran premio particolare: bisogna fare bene le qualifiche, ma resta un circuito speciale”. Un Gran premio che continua a premiare qualità che non tutti possiedono. <b>“Oggi serve ancora il sedere. Perché a Monaco devi essere velocissimo in qualifica e il giro secco dipende molto dalla sensibilità del pilota. Chi ama quel circuito e ha una sensibilità particolare può ancora fare la differenza”</b>.</p><p>La differenza rispetto ai suoi tempi è enorme. “Era decisamente più pesante guidare le macchine di allora. Monaco lo metteva ancora più in evidenza. Quando arrivò il cambio al volante pensai subito: che bella cosa. Ero abituato a spostare la mano dal volante migliaia di volte durante un Gran premio”. Se la tecnica ha alleggerito il lavoro fisico, secondo Patrese ha però tolto autonomia ai piloti. <b>“Oggi sono molto più degli esecutori. Fanno quello che viene deciso ai box. Ai miei tempi dovevamo decidere noi”</b>. Un cambiamento che emerge soprattutto dal rapporto con gli ingegneri. “Quando le radio hanno cominciato a funzionare decentemente dicevo sempre: lasciatemi in pace. Parlatemi solo se c’è un’emergenza. Ogni volta che qualcuno mi parlava perdevo concentrazione e vedevo peggiorare i tempi sul giro”.</p><p>Per questo guarda con un certo scetticismo alla Formula 1 contemporanea. “Delle volte sono troppo teleguidati. Non hanno neanche la possibilità di prendere decisioni. Spesso sentiamo i piloti chiedere perché abbiano adottato una certa strategia. Ma alla fine devono attenersi a quello che viene deciso dai box”. Nel suo libro il passaggio “da Niki a Kimi” non è un paragone tra Lauda e Antonelli, ma il racconto di due epoche. Eppure del giovane talento bolognese Patrese parla con entusiasmo. “Non mi piace paragonare un pilota a un altro. Però vedo che ha tutti gli ingredienti giusti per diventare uno che può fare la differenza. Ha una chance d’oro e deve sfruttarla. Occasioni così a volte passano una volta sola. Non è detto che la Mercedes abbia ancora questa superiorità in futuro. Quando arriva il momento bisogna prenderlo al volo”. Il fatto di non guidare una Ferrari non rappresenta necessariamente un vantaggio. <b>“Se sei un fuoriclasse non hai problemi a gestire la pressione Ferrari. È successo a tanti grandi piloti e sarebbe così anche per Antonelli. Se non riesci a sopportare quelle pressioni, allora vuol dire che non sei un fuoriclasse”</b>. Riccardo è convinto che oggi il pubblico italiano sia pronto a sostenere anche un connazionale impegnato contro la Rossa, non come ai suoi tempi quando Imola lo applaudì perché uscì di pista mentre era in testa davanti a una Ferrari. “Siamo tutti tifosi Ferrari, ma se un pilota italiano vince con una Mercedes e fa suonare l’inno italiano, dovremmo esserne orgogliosi. Credo che il pubblico oggi sia più educato e più rispettoso di quanto non fosse ai miei tempi”. Uno dei capitoli del libro è dedicato ai rapporti con i compagni di squadra. “È più difficile battere il tuo compagno che un avversario di un altro team. È il termometro che ti misura minuto dopo minuto”.</p><p>Il riferimento corre inevitabilmente agli anni in Williams accanto a Nigel Mansell. “Nel 1991 mi chiese addirittura di provare la mia macchina perché pensava che la sua avesse qualche problema. Gli avevo messo dei calli nella testa perché andavo più forte di lui”. Poi arrivò il 1992 e il Mondiale dell’inglese. “Tutto gli girò bene e si sentì su un tappeto volante. Ma credo anche che quella macchina fosse particolarmente adatta alle sue caratteristiche. Lui non giocò pulito, mi nascose alcune cose, mentre io riferivo sempre le mie scelte al team. Comunque quella era una macchina più adatta alle sue caratteristiche e avrebbe vinto lo stesso”. Per un italiano in un team inglese non deve esser stato facile lottare contro un pilota inglese: <b>“Per Kimi non sarà la stessa cosa, il team in fin dei conti è tedesco e i due piloti sono tutti figli di Toto Wolff… però credo che sarebbe contento se il mondiale lo vincesse la sua ultima scoperta, un ragazzo che ha messo presto in auto e ha difeso quando tutti l’anno scorso gli davano addosso”</b>.</p><p>Guardando al futuro, Patrese che oggi è anche ambasciatore dell’Aci, individua un problema della F1 di oggi, i costi. “Sarebbe difficilissimo perfino per ragazzi come Schumacher o Hamilton emergere. Se non hai un benefattore, uno sponsor importante o una famiglia molto ricca, è complicato arrivare. Bisogna aiutare i giovani e soprattutto limitare i test. Il talento vero lo scopri subito. Se dai a un ragazzo 50 mila chilometri per allenarsi, prima o poi una prestazione decente arriva. Ma se gli dai poche occasioni, emerge chi ha davvero qualcosa di speciale”. Lui prima di appoggiare suo figlio Lorenzo ha voluto vedere se aveva talento. Quando ha capito che la stoffa c’era, lo ha seguito. Poi anche Riccardo si è trovato di fronte alla barriera economica per proseguire in monoposto. <b>Lorenzo si è così dedicato all’endurance e domenica scorsa ha vinto nella sua categoria a Monza. Guidava una Ferrari 296 GT3. Sarebbe piaciuta anche a papà</b>.</p>]]></description>
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				<title>Ibrahimovic e Cardinale stanno trasformando il Milan in una barzelletta</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Caverzan</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tra il nuovo Milan di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/gerry-cardinale_33247" target="_blank">Gerry Cardinale</a>&nbsp;e certe barzellette d’antan intercorre una piccola ma significativa differenza. “Ci sono un inglese, un tedesco, uno spagnolo e un italiano”, cominciavano così quelle storielle. La variante rossonera odierna riguarda le nazionalità: “Ci sono un americano, uno svedese, un tedesco, un austriaco e uno spagnolo”. <b>La vera differenza è che non si tratta di preliminari ma della storia per intero perché, dopo di loro, l’italiano non è contemplato. Se non vogliono abbandonarsi alla disperazione, ai tifosi del Diavolo non resta che aggrapparsi all’ironia</b>. Il Milan, la squadra italiana che ha vinto il maggior numero di Champions League, seconda solo al Real Madrid, è destinata alla rovina. Nei giorni scorsi, sull’asfalto delle strade del Giro d’Italia, per dare rilevanza extra calcistica al proprio grido di dolore, qualcuno ha scritto a calce: “Cardinale devi vendere”. Io spiegherei perché: “Cardinale, non sei capace”.</p><p>Breve rewind. Prima dopo e durante l’imbarazzante finale di stagione, culminato con la sconfitta casalinga con il Cagliari che l’ha escluso dalla Champions, il tifoso milanista ha appreso che:</p><p>1) Nelle recenti sessioni di mercato, i soldi introvabili per gli acquisti chiesti da Massimiliano Allegri si materializzavano in caso comparisse un calciatore che piaceva all’ex ad Giorgio Furlani.</p><p>2) Zlatan Ibrahimovic, Senior advisor di RedBird, telefonava ai calciatori spifferando i pensieri negativi dell’allenatore sul loro conto.</p><p>3) Durante la fase finale del campionato, lo stesso Ibrahimovic e il patron Cardinale avevano contattato Andoni Iraola, il tecnico rivelazione del Bournemouth, per sostituire Allegri.</p><p>4) Il quale, a sua volta, aveva avuto un abboccamento con Aurelio De Laurentiis per prendere il posto di Antonio Conte sulla panchina del Napoli.</p><p>Tutto questo avveniva mentre si manifestava abnegazione per il raggiungimento dell’agognato obiettivo stagionale. In queste condizioni, poteva essere davvero raggiunto? Ora quanto hanno diritto a sentirsi presi per i fondelli i tifosi rossoneri?  Dopo la decapitazione della governance di Milanello (Allegri, l’ad Furlani, il direttore sportivo Igli Tare e quello tecnico Geoffrey Moncada), due allenatori hanno respinto le avance di Ibrahimovic e Cardinale: il già citato Iraola e Xavi, ex calciatore e tecnico del Barcellona. Una volta c’era la coda alla porta per venire al Milan, adesso quella porta viene sbattuta dall’esterno.</p><p><b>Ogni giorno spunta un nome nuovo. Il terzultimo è Arne Slot, il coach che ha appena divorziato dal Liverpool</b>. Olandese. Il penultimo è Mauricio Pochettino, commissario della nazionale statunitense. Argentino. L’ultimo e il più accreditato è Ralf Rangnick, fautore dei successi di Salisburgo e Lipsia, attualmente ct dell’Austria in lizza ai mondiali americani. Tedesco. In realtà, il suo ruolo sarebbe di direttore dell’area sportiva, con carta bianca nella scelta dell’intero organigramma, dalle giovanili al coach della prima squadra. Che, probabilmente, ma non è detto, sarebbe Oliver Glasner, recente trionfatore della Conference League con il Crystal Palace. Austriaco. Dopo la decapitazione, sono tante le caselle da riempire a Milanello, ma sembra che persino Ibrahimovic, anche lui sbilanciato sugli States, dove sarà commentatore di Fox sports, non approvi l’eccesso di potere che si concentrerebbe nelle mani di Rangnick. <b>E per una volta pare non avere torto. In tutti i casi, sia lui che Pochettino e Rangnick metterebbero la testa sul Milan solo a Mondiali conclusi</b>. Ovvero, a preparazione già avviata (da chi?) e mercato già ampiamente impostato (ancora, da chi?).</p><p>Detto questo, che non è poco, le vere questioni sono altre. Innanzitutto, la sopravvivenza dello stesso Ibrahimovic alla falcidia di cui sopra. Zlatan è l’uomo di fiducia di Cardinale. I due hanno una sintonia temperamentale, ma anche d’affari, avendo Ibra acquistato delle quote, successivamente aumentate, della finanziaria di RedBird. Paolo Maldini, licenziato a sorpresa tre anni fa, aveva declinato l’offerta per evitare conflitti d’interessi. <b>Oltre a Ibrahimovic, l’altro uomo di fiducia del patron è Massimo Calvelli, ex tennista ed ex amministratore delegato dell’Atp (Association of tennis professionals)</b>. Pare destinato a occuparsi dei progetti collaterali del gruppo, tipo la Nba Europe, ma chissà. Nell’incertezza, per non perdere il vizio, i due superconsulenti stanno litigando sulle scelte da fare: l’unica cosa che non cambia è l’incapacità di imparare dagli errori. Calvelli vorrebbe Rangnick uomo forte, Ibra preferisce Pochettino in panchina e lo spagnolo Ramon Planes, attuale ds dell’Al-Ittihad, a fare il mercato.</p><p>Per scegliere i dirigenti, possibilmente cominciando dal vertice e scendendo nella piramide, bisognerebbe avere un progetto chiaro in testa. Purtroppo, sembra che a Zeta&amp;Gerry difetti. Sì, certo, indicano genericamente il “modello Como” costruito da Robert e Michael Hartono. I fratelli indonesiani hanno affidato a Cesc Fabregas la guida della squadra che quest’anno ha espresso il miglior calcio della Serie A e soffiato proprio al Milan l’ultimo posto per la Champions. Ma il Como è una piccola società senza l’assillo di una tifoseria con un passato di eccellenza in Italia e in Europa. <b>Per Zeta&amp;Gerry però la storia del Diavolo è dribblabile come un terzino. Non a caso è stato dato il ben servito a Maldini, un cognome un marchio una bacheca</b>. E con identica stoltezza si è venduto Sandro Tonali, un predestinato col sangue rossonero. Adesso si cercano i nuovi tecnici, ignorando cultura e tradizione del club. Intanto, nel mondo reale, Rafa Leão ha chiesto la cessione, Luka Modric potrebbe tornare al Real Madrid da dirigente, Adrien Rabiot seguirà Allegri a Napoli e Mike Maignan si guarda attorno.</p><p>Ricapitolando. Nella barzelletta del Milan ci sono un americano, uno svedese e, a Mondiali finiti, un tedesco e un austriaco. O, in alternativa agli ultimi due, un argentino e uno spagnolo. <b>Una Torre di Babele che parlerà inglese, nella quale l’unica certezza è l’assenza di un italiano che sappia cosa sono il Milan e la Serie A</b>.</p><p>Dicono che l’ambiente sia prostrato. Ma potrebbe andare anche peggio. Potrebbe piovere.</p>]]></description>
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