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		<title>Scienza</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:39:35 +0200</pubDate>
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				<title>L&#039;omeopatia non ha bisogno di prove, le basta una legge</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella XIX legislatura sono state avviate diverse iniziative che mirano ad ampliare il riconoscimento pubblico dell’omeopatia e delle cosiddette terapie complementari. Il disegno di legge S.1251, presentato dal&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/movimento-5-stelle_81550" target="_blank">Movimento 5 Stelle</a>, prevede che tali pratiche siano considerate terapeutiche, possano essere impiegate nelle strutture del Servizio sanitario nazionale e diventino oggetto di percorsi universitari finalizzati al rilascio di titoli professionali. <b>Durante l’esame del disegno di legge governativo S.1786 sulla legislazione farmaceutica, alcuni senatori di Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle hanno inoltre tentato di inserire riferimenti espliciti ai medicinali omeopatici e antroposofici. </b>A queste iniziative parlamentari si è aggiunta la posizione del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, che ha sostenuto pubblicamente la necessità di rivedere la disciplina italiana dell’omeopatia. Il punto centrale riguarda la differenza fra “valore terapeutico”, “effetto terapeutico” ed “efficacia terapeutica”. Il S.1251 usa la formula secondo cui la Repubblica “riconosce il valore terapeutico” delle terapie complementari e integrative. Si tratta di un’attribuzione compiuta attraverso una norma. In medicina, invece, l’effetto terapeutico è un miglioramento prodotto dal trattamento, che deve essere distinto dal decorso spontaneo della malattia e dall’effetto placebo mediante studi controllati. L’efficacia terapeutica documentata richiede che quel miglioramento emerga in modo affidabile, sia riproducibile e risulti superiore a quanto osservato nei pazienti che ricevono un placebo o un trattamento di confronto. <b>Il disegno di legge sostituisce questa verifica con un riconoscimento generale stabilito dal Parlamento. Una legge può disciplinare la vendita di un prodotto, stabilire chi possa somministrarlo e decidere se finanziarlo con denaro pubblico.</b> La stessa legge non può dimostrare che il prodotto curi una malattia, perché questa è una questione empirica che dipende dai risultati degli esperimenti clinici. Quando il legislatore attribuisce “valore terapeutico” a una pratica senza richiedere la prova della sua efficacia, conferisce una qualifica giuridica che i cittadini possono facilmente interpretare come una certificazione scientifica.</p><p>Per l’omeopatia, la valutazione scientifica è stata condotta ripetutamente. <b>Nel 2017 lo European Academies’ Science Advisory Council, che riunisce le accademie scientifiche nazionali degli Stati dell’Unione europea, ha esaminato le principali revisioni disponibili e ha concluso che non esiste alcuna patologia per la quale sia stata dimostrata un’efficacia robusta e riproducibile superiore al placebo.</b> Lo stesso organismo ha rilevato che i meccanismi proposti dall’omeopatia sono incompatibili con le conoscenze consolidate sulla relazione fra dose ed effetto farmacologico. Molti prodotti omeopatici sono diluiti al punto da non contenere più alcuna molecola della sostanza di partenza, mentre la presunta memoria dell’acqua non ha ricevuto conferme sperimentali compatibili con l’effetto clinico rivendicato. Su questa base, le accademie europee hanno raccomandato che i sistemi sanitari pubblici non rimborsino prodotti e prestazioni omeopatiche in assenza di prove rigorose di efficacia. La normativa europea sui medicinali omeopatici non modifica questa conclusione. L’articolo 14 della direttiva 2001/83/CE permette una registrazione semplificata per i prodotti sufficientemente diluiti, destinati alla somministrazione orale o esterna e privi di indicazioni terapeutiche. Questa procedura esenta espressamente dalla dimostrazione dell’efficacia. Il prodotto può quindi essere registrato come “medicinale omeopatico” perché rispetta determinati requisiti di produzione e sicurezza, senza che sia stato dimostrato che curi una specifica malattia. <b>La medesima distinzione è contenuta nel decreto legislativo 219 del 2006, con il quale l’Italia ha recepito la disciplina europea.</b> L’AIFA valuta la qualità farmaceutica del prodotto e gli aspetti necessari alla sua registrazione, ma la procedura semplificata non certifica un’efficacia terapeutica e impone l’assenza di indicazioni approvate. La parola “medicinale” indica dunque una categoria giuridica e produttiva; non costituisce una prova di efficacia clinica.</p><p>La richiesta avanzata dalle imprese omeopatiche riguarda proprio questo limite. Il 28 aprile 2026 Omeoimprese, associazione che rappresenta i produttori e i distributori italiani di medicinali omeopatici e antroposofici, è stata audita dalla 10ª Commissione del Senato durante l’esame del S.1786. La presidente Silvia Nencioni ha chiesto che la riforma riconoscesse pienamente la specificità di questi prodotti e consentisse una comunicazione collegata al singolo medicinale, alla posologia e all’ambito di impiego. <b>Ha inoltre criticato l’interpretazione adottata dall’AIFA, giudicata troppo restrittiva perché impedisce di associare ai prodotti indicazioni terapeutiche non sostenute da una normale autorizzazione fondata su prove cliniche.</b> Pochi mesi dopo, il 14 luglio 2026, il Senato ha ospitato la conferenza “La medicina omeopatica in Europa e in Italia. Quadro normativo, orientamenti e prospettive di riforma”, promossa dal senatore Giovanni Satta di Fratelli d’Italia. Satta è anche il relatore del S.1251. All’incontro ha partecipato il sottosegretario Gemmato, che ha sostenuto la necessità di avvicinare la disciplina italiana a quella di altri Paesi europei e di fornire informazioni più ampie sui medicinali omeopatici, a partire dal foglietto illustrativo. Ha motivato l’interesse del Governo richiamando gli oltre dieci milioni di cittadini che dichiarano di avere utilizzato questi prodotti nell’ultimo anno e ha ricordato l’esistenza di un tavolo di confronto presso il Ministero della Salute. Il numero dei consumatori misura la diffusione commerciale del prodotto e non il suo effetto terapeutico. <b>Un impiego molto esteso può rendere necessario un controllo accurato sulla produzione e sulla correttezza delle informazioni, mentre non può dimostrare che i pazienti migliorino a causa del trattamento. L’efficacia richiede il confronto fra gruppi di pazienti e la misurazione di esiti clinici definiti in anticipo. La popolarità non fornisce questi dati.</b></p><p>La richiesta di ampliare il foglietto illustrativo deve quindi essere valutata sulla base del suo contenuto. L’aggiunta di informazioni sulla composizione, sul grado di diluizione o sulle precauzioni può migliorare la trasparenza. L’inserimento di malattie trattabili, dosaggi terapeutici o benefici clinici attribuirebbe invece al prodotto un’efficacia che dovrebbe essere dimostrata attraverso studi adeguati. In questo secondo caso, il foglietto illustrativo diventerebbe il mezzo attraverso il quale un’autorità pubblica conferisce valore clinico a dati che non hanno superato i normali criteri di valutazione. La spinta proveniente dal Governo è documentata dalla posizione pubblica assunta da Gemmato, mentre le iniziative normative finora depositate sono parlamentari. Gli atti non mostrano una linea formalmente uniforme dell’intero Esecutivo, poiché il Governo ha espresso parere contrario su uno degli emendamenti al S.1786. <b>Resta il fatto che un sottosegretario alla Salute ha partecipato, in una sede istituzionale, a un incontro dedicato alla riforma dell’omeopatia e ha presentato le richieste del settore come un tema meritevole di intervento normativo.</b> Il primo tentativo esplicito di modificare la legislazione è avvenuto durante l’esame del S.1786, disegno di legge con il quale il Governo chiede al Parlamento la delega per riordinare la disciplina farmaceutica. Dopo l’audizione di Omeoimprese, tre gruppi politici hanno presentato emendamenti quasi identici affinché la delega comprendesse anche “i medicinali omeopatici e antroposofici disciplinati dalla normativa vigente”.</p><p>L’emendamento 3.14 era firmato da Daniela Ternullo e Francesco Silvestro di Forza Italia. Il 3.15 era stato presentato da Orfeo Mazzella, Barbara Guidolin e Mariolina Castellone del Movimento 5 Stelle. Il 3.16 proveniva da Elena Murelli, Tilde Minasi e Maria Cristina Cantù della Lega. La stessa richiesta è quindi comparsa in una parte della maggioranza e in una componente dell’opposizione. Un quarto emendamento, il 3.150, era stato presentato da Mazzella, Guidolin e Castellone. Il testo chiedeva che la riforma assicurasse la “correttezza dell’informazione e la sostenibilità dell’intero comparto dei medicinali omeopatici”. <b>La formulazione affiancava la tutela del paziente alla protezione economica del settore, introducendo fra i criteri della legislazione farmaceutica la sostenibilità di un comparto i cui prodotti non hanno dimostrato un’efficacia superiore al placebo. </b>L’emendamento è stato respinto con il parere contrario del relatore e del Governo. Gli emendamenti 3.14, 3.15 e 3.16 hanno ricevuto un parere contrario della Commissione Bilancio ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione. Nel resoconto dell’8 luglio 2026 il relatore ha ricordato che i medicinali omeopatici non sono inclusi nei livelli essenziali di assistenza, cioè nelle prestazioni che il Servizio sanitario deve garantire con finanziamento pubblico. Ha quindi osservato che gli emendamenti sembravano preparare un successivo ingresso di questi prodotti nei LEA, con possibili costi per lo Stato.</p><p>Il parere contrario ha riguardato la copertura finanziaria e non la mancanza di efficacia. N<b>ei resoconti non risulta una valutazione scientifica dell’omeopatia, né viene affermato il principio secondo cui un prodotto privo di prove non debba ricevere indicazioni terapeutiche o finanziamenti pubblici. </b>Il testo S.1786-A, concluso dalla Commissione il 14 luglio 2026, non contiene riferimenti all’omeopatia o ai medicinali antroposofici. Il tentativo non ha quindi prodotto una norma, ma ha mostrato che esistono senatori di Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle disposti a introdurre questi prodotti nella riforma farmaceutica. Il disegno di legge S.1251 ha una portata molto maggiore. È stato presentato il 1° ottobre 2024 dal senatore Mazzella del Movimento 5 Stelle ed è attualmente esaminato dalla 10ª Commissione in sede redigente, una procedura nella quale la Commissione svolge il lavoro principale sugli articoli prima del voto finale dell’Assemblea. Il relatore è Giovanni Satta di Fratelli d’Italia. <b>Alla data del 24 luglio 2026 risulta disponibile soltanto il testo originario e non è ancora stato pubblicato un fascicolo di emendamenti. L’articolato non nomina espressamente l’omeopatia, ma la sua inclusione è certa. </b>La classificazione ufficiale TESEO del Senato associa agli articoli 1 e 4 del disegno di legge la materia “medicina alternativa ed omeopatica”. Durante l’istruttoria è stata audita la Società italiana di omeopatia e medicina integrata, che ha depositato una memoria sul provvedimento. L’accordo Stato-Regioni del 7 febbraio 2013, utilizzato come riferimento per la formazione nelle medicine complementari, comprende inoltre l’omeopatia e assimila a essa omotossicologia e antroposofia.</p><p>L’articolo 1 definisce terapie complementari e integrative quelle finalizzate ad alleviare la sofferenza fisica o psicologica, a contribuire alla riabilitazione e ad aumentare il benessere. La definizione considera ciò che una pratica dichiara di voler ottenere e non ciò che ha dimostrato di ottenere. Una disciplina può quindi rientrare nella categoria perché afferma di avere uno scopo terapeutico, anche quando gli studi non hanno confermato alcun effetto clinico specifico. Dopo avere definito la categoria in base alle finalità dichiarate, l’articolo stabilisce che la Repubblica “riconosce il valore terapeutico delle terapie complementari e integrative”. <b>Questa è la disposizione decisiva. Il Parlamento attribuisce per legge il “valore terapeutico”, mentre l’efficacia terapeutica dovrebbe essere dimostrata separatamente per ciascun trattamento e per ciascuna indicazione clinica. </b>Nel caso dell’omeopatia, il riconoscimento legislativo arriverebbe dopo che le principali valutazioni scientifiche hanno escluso l’esistenza di prove robuste di efficacia superiore al placebo. La relazione introduttiva del S.1251 sostiene che il progetto riguardi terapie dotate di sicurezza ed efficacia documentate e approvate da società scientifiche internazionali. L’articolato, che costituisce la parte destinata a diventare legge, non contiene queste condizioni. Nessun articolo stabilisce quale livello di prova debba essere raggiunto, quali studi debbano essere presentati o quale organismo pubblico debba verificarli. Non è richiesta una valutazione dell’Istituto superiore di sanità e non è previsto il coinvolgimento obbligatorio dell’AIFA o dell’AGENAS. Manca anche un rinvio alle procedure del Sistema nazionale linee guida. L’efficacia non viene neppure riferita a indicazioni precise. Un trattamento può risultare utile per una condizione e inutile per un’altra, motivo per cui i farmaci ordinari vengono autorizzati per malattie, dosaggi e popolazioni definiti. <b>Il S.1251 attribuisce invece valore terapeutico all’intera categoria delle terapie complementari, senza specificare quali patologie possano essere trattate e quali esiti debbano essere misurati.</b></p><p>Lo stesso articolo 1 stabilisce che queste terapie rientrino fra le prestazioni erogate dal Servizio sanitario nazionale e possano essere somministrate negli ospedali, nei centri di riabilitazione, nelle case di cura, negli istituti scolastici, nelle strutture penitenziarie e nelle comunità per le dipendenze. Il testo non definisce le condizioni cliniche ammesse, non vieta esplicitamente la sostituzione di trattamenti efficaci e non prevede cautele specifiche per i soggetti vulnerabili ospitati in tali strutture. <b>L’articolo non determina immediatamente un nuovo LEA e non stabilisce una tariffa nazionale. La sua approvazione fornirebbe comunque una base legislativa per introdurre progetti e prestazioni attraverso successivi atti ministeriali o regionali.</b> La formula secondo cui le terapie “rientrano” nelle prestazioni del SSN avrebbe anche un forte effetto di legittimazione, perché strutture sanitarie e professionisti potrebbero richiamare una legge dello Stato che ne ha riconosciuto il valore terapeutico. Il richiamo alla libertà di scelta del cittadino e alla libertà di cura del medico non risolve il problema. La libertà individuale consente a una persona di acquistare un prodotto legale, purché riceva informazioni corrette. <b>L’erogazione da parte del SSN richiede invece che lo Stato valuti se quella prestazione produca un beneficio sufficiente a giustificare l’impiego di risorse pubbliche. Trasformare una preferenza individuale in una prestazione sanitaria significa attribuirle un riconoscimento che deve essere fondato sulle prove.</b> L’articolo 2 istituisce presso il Ministero della Salute una Commissione permanente per le terapie complementari e integrative. Fra i suoi compiti rientrano la divulgazione di queste pratiche, la promozione della ricerca anche ai fini del riconoscimento di nuove discipline e la valutazione dei titoli conseguiti all’estero. La Commissione dovrebbe inoltre definire un codice deontologico per gli esperti.</p><p>Il disegno di legge non stabilisce il numero dei componenti della Commissione e non indica quali competenze scientifiche debbano possedere. Non sono previste regole sui conflitti d’interesse e non viene riservata una presenza obbligatoria agli organismi pubblici competenti per la valutazione delle tecnologie sanitarie. I ministri della Salute e dell’Università nominerebbero i componenti, mentre la stessa Commissione approverebbe il proprio regolamento interno. Questa struttura assegna al medesimo organismo il compito di promuovere le terapie e quello di sorvegliarne l’applicazione. A<b>nche la ricerca viene orientata verso il possibile riconoscimento di nuove discipline, mentre il testo non definisce una procedura per escludere quelle risultate inefficaci. </b>La composizione della Commissione diventa quindi decisiva, perché un’eventuale presenza prevalente di rappresentanti delle discipline interessate potrebbe influenzare i criteri utilizzati per riconoscerle. Gli articoli 4 e 5 istituiscono la figura professionale dell’“esperto in terapie complementari e integrative” e prevedono registri presso gli ordini professionali. L’iscrizione consentirebbe di utilizzare pubblicamente il titolo. Per il cittadino, la presenza in un registro tenuto da un ordine sanitario rappresenta normalmente una garanzia di competenza professionale. Nel sistema proposto questa garanzia riguarderebbe la formazione dell’operatore, mentre non esisterebbe una verifica equivalente dell’efficacia della pratica esercitata.</p><p>L’articolo 6 introduce il riconoscimento nel sistema universitario. Le università potrebbero istituire master di primo e di secondo livello finalizzati al conseguimento del titolo di esperto, mentre un decreto dei Ministeri dell’Università e della Salute dovrebbe stabilire programmi e materie. Il testo prevede anche la possibilità di autorizzare istituti privati di formazione al rilascio del titolo. Un’università può legittimamente studiare l’omeopatia come fenomeno storico, sociale o economico. I master previsti dal S.1251 avrebbero una funzione professionale, perché il titolo ottenuto servirebbe per l’iscrizione nei registri e per l’esercizio nelle strutture sanitarie. L’università parteciperebbe quindi alla formazione di operatori ai quali lo Stato ha riconosciuto il diritto di praticare una disciplina considerata terapeutica. I requisiti minimi risultano inferiori a quelli già stabiliti dall’accordo Stato-Regioni del 2013. Il S.1251 prevede una durata non inferiore a un anno, con almeno cento ore teoriche e cinquanta ore annue di pratica clinica. <b>L’accordo vigente richiede per agopuntura, fitoterapia e omeopatia almeno quattrocento ore teoriche e cento ore di pratica clinica, oltre allo studio individuale e alla formazione guidata. Stabilisce inoltre una frequenza minima dell’ottanta per cento e, per i corsi erogati da soggetti accreditati, una durata normalmente triennale.</b></p><p>Il progetto potrebbe quindi ampliare il riconoscimento professionale riducendo la formazione minima necessaria. Questo problema rimane distinto dalla questione dell’efficacia: un corso più lungo può migliorare la conoscenza della disciplina, ma non rende efficace il trattamento. La riduzione dei requisiti aumenterebbe tuttavia il numero dei soggetti in grado di presentarsi come esperti riconosciuti. L’articolo 7 stabilisce che la legge debba essere attuata senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. <b>La clausola è difficile da conciliare con l’istituzione di una Commissione permanente, con la promozione della ricerca e con l’erogazione di prestazioni nelle strutture del SSN. In assenza di nuovi finanziamenti, le attività dovrebbero utilizzare risorse già disponibili, entrando in concorrenza con interventi sanitari sottoposti a valutazione di efficacia.</b> Il contrasto con il parere espresso sugli emendamenti al S.1786 è evidente. La Commissione Bilancio ha ritenuto che il semplice riferimento ai medicinali omeopatici nella delega farmaceutica potesse preparare un futuro ingresso nei LEA. Il S.1251 afferma direttamente che le terapie complementari rientrano nelle prestazioni del Servizio sanitario, pur dichiarando che ciò non deve produrre costi aggiuntivi. Quando il provvedimento sarà esaminato dalla Commissione Bilancio, dovrà essere chiarito come questa previsione possa essere attuata senza incidere sulla spesa sanitaria.</p><p>L’insieme degli articoli produce un riconoscimento completo. L’articolo 1 attribuisce valore terapeutico e apre l’accesso alle strutture del SSN. Gli articoli successivi creano la figura dell’esperto e i relativi registri, mentre l’articolo 6 prevede percorsi universitari e titoli rilasciabili anche da istituti privati autorizzati. <b>L’articolo 2 affida a una Commissione ministeriale il compito di accompagnare l’applicazione del sistema e di favorire il riconoscimento di nuove discipline.</b> Per l’omeopatia, questo apparato permetterebbe di ottenere attraverso una decisione politica ciò che la ricerca non ha dimostrato. Il prodotto continuerebbe a essere privo di una prova robusta di efficacia superiore al placebo, ma la pratica potrebbe essere definita terapeutica dalla legge, esercitata da professionisti iscritti in registri pubblici e insegnata in master finalizzati a un titolo riconosciuto. L’eventuale presenza nelle strutture del SSN rafforzerebbe ulteriormente la percezione che lo Stato ne abbia verificato l’efficacia. Gli emendamenti al S.1786 sono stati per ora fermati. Il 3.150 è stato respinto, mentre il parere contrario della Commissione Bilancio ha impedito agli emendamenti 3.14, 3.15 e 3.16 di entrare nel testo conclusivo. Il S.1251 resta invece in esame e possiede una portata più ampia, perché non riguarda soltanto la comunicazione sui medicinali omeopatici, ma il riconoscimento delle pratiche, dei professionisti e dei percorsi formativi. Il favore politico attraversa maggioranza e opposizione. Satta, esponente di Fratelli d’Italia e relatore del S.1251, ha promosso l’incontro istituzionale sull’omeopatia al quale ha partecipato Gemmato. Forza Italia e Lega hanno presentato emendamenti favorevoli ai medicinali omeopatici nel S.1786, mentre il Movimento 5 Stelle ha presentato gli stessi emendamenti ed è autore del S.1251. <b>Non esiste ancora una maggioranza parlamentare formalmente impegnata ad approvare il progetto, ma esiste una convergenza documentata fra esponenti di gruppi diversi.</b></p><p>La questione riguarda il criterio con il quale una pratica entra nella medicina pubblica. <b>L’EBM richiede che l’efficacia terapeutica venga dimostrata prima del riconoscimento e per una precisa indicazione clinica. Il S.1251 attribuisce invece “valore terapeutico” per legge a una categoria definita attraverso gli scopi dichiarati.</b> La prova scientifica perde così la funzione di requisito per l’accesso al SSN e al sistema universitario, mentre il riconoscimento politico diventa il presupposto dal quale partire. L’approvazione del disegno di legge renderebbe possibile presentare come terapia riconosciuta una pratica che non ha dimostrato di produrre l’effetto promesso. Il problema non riguarda la libertà del cittadino di acquistare prodotti omeopatici, che resta garantita dalla normativa vigente, ma l’uso dell’autorità dello Stato per attribuire a quei prodotti e alle relative pratiche una credibilità clinica. L’efficacia terapeutica deve continuare a dipendere dai risultati della ricerca, perché nessuna disposizione parlamentare può trasformare l’assenza di prove in una prova di efficacia.</p>]]></description>
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				<title>Ridurre i fondi a Horizon Europe significa perdere terreno nella competizione internazionale</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 04:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>La maggior parte della ricerca svolta nell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/unione-europea_51253" target="_blank">Unione europea</a>&nbsp;viene finanziata dai singoli Stati, ma il principale strumento comune è Horizon Europe, il programma attraverso il quale l’Unione assegna fondi a progetti scientifici selezionati mediante valutazione competitiva. <b>Con una dotazione di 93,5 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, Horizon finanzia la ricerca di base attraverso lo European Research Council e sostiene programmi nei quali istituzioni di diversi paesi collaborano su problemi che difficilmente potrebbero essere affrontati entro una dimensione soltanto nazionale.</b> Per molti gruppi europei, ottenere uno di questi finanziamenti decide se una ricerca potrà essere realizzata e con quale continuità.</p><p>Il 15 luglio i rappresentanti dei governi dell’Unione europea hanno concordato la posizione con cui il Consiglio affronterà il negoziato sul bilancio comunitario per il 2027, riducendo di 231,5 milioni di euro lo stanziamento che la Commissione aveva proposto per&nbsp;<a href="https://sciencebusiness.net/news/horizon-europe/council-proposes-eu231m-cut-2027-horizon-europe-budget" target="_blank">Horizon Europe</a>. <b>Il programma, al quale la Commissione aveva destinato 12,8 miliardi per il 2027, scenderebbe così a circa 12,6 miliardi; la riduzione colpirebbe soprattutto il settore della salute, che perderebbe 74,5 milioni, mentre altri 15,9 milioni verrebbero sottratti complessivamente allo European Research Council e alle infrastrutture scientifiche.</b> Il Parlamento europeo potrà modificare questi importi durante la trattativa che dovrà concludersi entro novembre, ma la posizione assunta dai governi indica già quale valore essi attribuiscano alla ricerca quando devono stabilire le priorità di spesa. La somma sottratta a Horizon Europe equivale all’1,8 per cento dello stanziamento proposto dalla Commissione e porterebbe il programma al di sotto dei circa 13 miliardi assegnati nel bilancio 2026, determinando una contrazione nominale che l’inflazione renderebbe più severa in termini reali. La decisione acquista inoltre un significato più ampio se viene collocata nella sequenza degli ultimi negoziati, perché già durante la preparazione del bilancio 2026 il Consiglio aveva chiesto di sottrarre 211 milioni a Horizon Europe, prima che il Parlamento riuscisse a capovolgere l’esito della trattativa e a ottenere venti milioni in più rispetto alla proposta iniziale della Commissione.</p><p><b>La stessa tendenza compare nel confronto sul bilancio pluriennale 2028-2034, dal quale dipenderà la consistenza del prossimo programma quadro europeo per la ricerca.</b> Il rapporto Draghi, dopo avere descritto la perdita di competitività dell’Unione rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, aveva raccomandato di portare a 200 miliardi il finanziamento settennale del programma; la Commissione ne ha proposti 175, mentre la presidenza cipriota del Consiglio ha indicato 167,9 miliardi, riducendo del 4 per cento anche quella cifra. <b>I singoli importi sono ancora oggetto di negoziato, ma la direzione impressa dai governi rimane stabile e mostra come la ricerca, pur essendo continuamente richiamata nei documenti sull’autonomia europea, venga considerata una delle voci sulle quali recuperare margini finanziari.</b> Questa scelta interviene su un sistema che già dispone di risorse molto inferiori alla qualità della ricerca presentata. Secondo la valutazione intermedia pubblicata dalla&nbsp;<a href="https://research-and-innovation.ec.europa.eu/document/download/1a80e2e1-df28-4f1a-8a52-a0e1b47a1860_en" target="_blank">Commissione Europea</a>, nei primi tre anni di Horizon Europe quasi sette proposte giudicate di alta qualità su dieci sono rimaste senza finanziamento, sebbene avessero superato la soglia stabilita dagli esperti, e per sostenere tutti i progetti ritenuti meritevoli sarebbero stati necessari altri 82 miliardi di euro. La riduzione proposta dal Consiglio restringerebbe ulteriormente una selezione che già esclude la maggioranza dei progetti valutati positivamente, disperdendo anche il lavoro impiegato per elaborarli e sottoporli a un esame scientifico molto oneroso.</p><p>La stessa valutazione stima che ogni euro investito attraverso Horizon Europe possa generare, nell’arco di venticinque anni, fino a undici euro di prodotto interno lordo aggiuntivo. Un intervallo così lungo dipende dalla natura della ricerca, poiché tra la formulazione di un’idea e la sua trasformazione in una tecnologia utilizzabile possono trascorrere decenni, durante i quali devono formarsi le persone e maturare le conoscenze necessarie. <b>Quando il finanziamento viene interrotto, la perdita riguarda quindi una capacità che richiederà molti anni per essere ricostruita, ammesso che chi è stato costretto ad abbandonare un progetto sia ancora disponibile a riprenderlo.</b> Il rapporto Draghi ha collegato questa debolezza alla frammentazione politica dell’Unione. Nel complesso, i governi europei destinano alla ricerca pubblica una quota del prodotto interno lordo paragonabile a quella degli Stati Uniti, ma soltanto un decimo di tale spesa viene gestito a livello comunitario, mentre negli Stati Uniti la componente federale permette di concentrare finanziamenti ingenti su programmi che hanno la dimensione necessaria per competere sul piano mondiale. Horizon Europe rappresenta il principale strumento con cui l’Europa può superare i confini nazionali e scegliere i progetti all’interno di un’unica competizione scientifica; ridurne il bilancio significa quindi indebolire proprio il livello al quale l’Unione potrebbe compensare la dispersione delle proprie risorse.</p><p>La struttura del bilancio europeo contribuisce a spiegare questa vulnerabilità. <b>I fondi agricoli e quelli destinati alla coesione permettono a ogni governo di prevedere quale quota ritornerà entro i propri confini, mentre un progetto di ricerca finanziato in uno Stato può produrre il risultato più importante altrove, anche quando la conoscenza generata diventa utilizzabile nell’intera Unione.</b> Nel negoziato tra governi, che tende a misurare il vantaggio nazionale immediato, il finanziamento scientifico appare perciò meno remunerativo, sebbene proprio la sua natura sovranazionale costituisca il maggiore valore aggiunto di Horizon Europe. Negli stessi mesi, la National Natural Science Foundation of China, principale agenzia pubblica cinese per il finanziamento competitivo della ricerca di base, ha annunciato che nel 2026 sosterrà 12.000 progetti aggiuntivi attraverso lo Young Scientists Fund di categoria C, aumentando di oltre il 50 per cento il numero dei finanziamenti disponibili. Poiché ciascun progetto riceve 300.000 yuan per una durata di tre anni, l’investimento supplementare raggiungerà 3,6 miliardi di yuan, equivalenti a circa 531 milioni di dollari secondo la stima riportata da&nbsp;<a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-01989-5">Nature</a>. <b>La categoria C, già denominata Young Scientists Fund, è il programma mediante il quale l’agenzia cinese consente ai ricercatori all’inizio della carriera di dirigere un progetto proprio e di acquisire una prima autonomia scientifica.</b> Il finanziamento individuale è contenuto rispetto ai contributi europei più importanti, ma viene assegnato direttamente al giovane responsabile del progetto e gli permette di sviluppare un’idea senza dipendere interamente dall’attività di uno scienziato più anziano. Aumentare di 12.000 unità questa categoria significa ampliare in misura considerevole il numero di giovani ai quali sarà consentito di assumere la responsabilità di una ricerca, costruendo le competenze dalle quali potranno nascere i gruppi scientifici dei prossimi anni.</p><p><b>La competizione per i finanziamenti e per le posizioni accademiche continuerà a essere molto intensa, come osserva Nature, perché l’aumento dei contributi non elimina le pressioni prodotte dalla rapida espansione del sistema universitario cinese.</b> La decisione modifica comunque il numero delle idee che potranno essere esplorate e consente di distribuire il rischio scientifico su una platea molto più ampia. Poiché nessuna agenzia può prevedere quali progetti produrranno una scoperta rilevante, finanziare migliaia di giovani ricercatori significa aumentare la probabilità che emergano risultati inattesi, insieme alla capacità del paese di riconoscerli e svilupparli. Il significato strategico della misura risiede nella fase della carriera alla quale essa è rivolta. <b>La Cina sta investendo nelle persone che dovranno fare ricerca durante i prossimi decenni e accetta di finanziare studi di base il cui impiego industriale può essere ancora ignoto, perché considera la produzione di conoscenza una condizione della propria potenza futura.</b> L’autonomia tecnologica perseguita da Pechino comincia quindi molto prima della fabbrica e riguarda la formazione di una comunità scientifica abbastanza vasta da alimentare continuamente nuovi programmi.</p><p>L’aumento dei finanziamenti giovanili si inserisce in una traiettoria nazionale ormai lunga. Secondo il&nbsp;<a href="https://www.stats.gov.cn/english/PressRelease/202502/t20250207_1958579.html" target="_blank">National Bureau of Statistics cinese</a>, nel 2024 la Cina ha speso 3.613 miliardi di yuan in ricerca e sviluppo, raggiungendo il 2,68 per cento del prodotto interno lordo, mentre la spesa destinata alla ricerca di base è cresciuta nello stesso anno del 10,5 per cento. <b>Per il 2026, il bilancio della National Natural Science Foundation of China porta inoltre a 41,86 miliardi di yuan lo stanziamento destinato al National Natural Science Fund, con un incremento del 6,09 per cento rispetto all’esercizio precedente.</b> Il finanziamento dei 12.000 nuovi progetti appartiene dunque a una politica che sta accrescendo l’investimento e sta dirigendo una parte crescente delle risorse verso la costruzione delle capacità scientifiche future. Il confronto storico con l’Europa mostra la rapidità con cui i rapporti si sono modificati. Nel 2014 la Cina destinava alla ricerca e sviluppo l’1,96 per cento del proprio prodotto interno lordo, mentre l’Unione europea investiva il 2,09 per cento; nel 2024, secondo gli ultimi dati&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=R%26D_expenditure">Eurostat</a>, la quota europea era arrivata al 2,24 per cento, mentre quella cinese aveva raggiunto il 2,68. In dieci anni l’intensità di ricerca dell’Unione è quindi cresciuta di appena 0,15 punti percentuali, mentre quella cinese è aumentata di 0,72, superando nel frattempo il livello europeo. <b>L’obiettivo del 3 per cento, fissato dall’Europa oltre vent’anni fa e ribadito in numerosi documenti successivi, continua a restare lontano.</b></p><p>Horizon Europe e lo Young Scientists Fund cinese finanziano attività diverse, per cui gli importi assoluti non possono essere trattati come due voci perfettamente equivalenti; il loro accostamento permette tuttavia di osservare quale risposta venga data, nelle due aree, alla stessa competizione scientifica mondiale. La Cina, che partiva da una posizione più arretrata, aumenta rapidamente l’investimento e allarga l’accesso dei giovani alla ricerca indipendente, mentre i governi europei cercano di ridurre il principale programma comune proprio quando le valutazioni disponibili mostrano che gran parte dei progetti eccellenti resta priva di fondi. La crisi europea nasce da questa contraddizione tra la diagnosi e le decisioni. <b>L’Unione conserva università capaci di produrre ricerca di grande qualità e dispone di procedure competitive che individuano molti più progetti validi di quanti riesca a finanziare, ma il suo bilancio comune resta troppo debole per sostenere una strategia all’altezza della competizione internazionale.</b> Gli Stati continuano a difendere la distribuzione nazionale delle risorse, mentre la ricerca richiede programmi abbastanza grandi da oltrepassare quei confini; il risultato è un continente che riconosce la propria perdita di terreno e, nel momento in cui dovrebbe reagire, riduce gli strumenti necessari per arrestarla.</p><p><b>Il Consiglio giustifica la propria posizione con la necessità di conservare risorse per le crisi internazionali e per gli eventi imprevisti.</b> Ogni crisi futura verrà però affrontata con le conoscenze e con le persone formate negli anni precedenti, poiché le tecnologie necessarie per ridurre la dipendenza energetica o rispondere a una nuova epidemia non possono essere acquistate nel momento in cui diventano urgenti. <b>Sottrarre oggi risorse alla ricerca significa accrescere la probabilità che l’Europa debba domani comprare altrove le soluzioni che non avrà contribuito a sviluppare</b>. Tra alcuni anni potremmo trovarci a discutere della superiorità tecnologica cinese come se fosse il risultato inevitabile delle dimensioni del paese o di una sua particolare attitudine all’innovazione. Le ragioni saranno invece leggibili anche nelle decisioni assunte oggi: mentre la Cina offre a 12.000 giovani in più la possibilità di avviare una ricerca indipendente, i governi europei propongono di restringere un programma che lascia già senza fondi la maggioranza dei progetti giudicati eccellenti.</p><p>Dove credete che si arriverà?</p>]]></description>
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				<title>L&#039;anima no-vax di Fratelli d&#039;Italia. Lettera aperta al ministro Schillaci</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/schillaci-sconfessato-chiedeva-una-quadra-sulla-sua-riforma-ma-la-destra-ha-preferito-rituffarsi-nel-processo-alla-pandemia--400405" target="_blank">Ministro Schillaci</a>, esiste ancora un ministro della Salute?</p><p>La domanda non è provocatoria, perché nella vicenda dell’emendamento che apre una procedura straordinaria per la reiscrizione dei sanitari radiati durante la pandemia lei compare soltanto nelle ricostruzioni giornalistiche: contrario alla norma, sconfitto dentro il suo stesso ministero e infine silenzioso. Il suo sottosegretario Marcello Gemmato, invece, compare negli atti politici: ha dato il via libera alla proposta in Commissione, permettendo che una rivendicazione della componente no-vax di Fratelli d’Italia diventasse posizione del Governo.</p><p>È questa la divisione del lavoro al Ministero della Salute? Lei esprime i pareri negativi, Gemmato li rovescia e poi parla a nome dell’Esecutivo?</p><p>La storia comincia il 3 marzo 2026, quando Alice Buonguerrieri deposita l’articolo aggiuntivo 7.01 al disegno di legge governativo sulla riforma delle professioni sanitarie. Il testo non proveniva dal Ministero della Salute e non figurava nel disegno di legge originario: era un’iniziativa parlamentare della deputata di Fratelli d’Italia. <b>Prevedeva che il sanitario radiato dall’albo per fatti non dolosi connessi alla pandemia potesse chiedere la reiscrizione entro sessanta giorni, purché fosse ancora pendente il ricorso davanti alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie.</b></p><p>Ministro Schillaci, quando ha letto quella proposta, che cosa ha pensato? Ha ritenuto accettabile che il Parlamento costruisse una corsia speciale per una categoria individuata sulla base del periodo storico nel quale aveva commesso le violazioni disciplinari? Ha domandato quali fossero i casi concreti che si volevano sanare? Ha chiesto un elenco delle condotte per cui quei professionisti erano stati radiati?</p><p>La distinzione è essenziale. Il sanitario che non adempiva all’obbligo vaccinale non veniva normalmente radiato: veniva sospeso dall’esercizio professionale. La radiazione era la conclusione di un procedimento disciplinare per condotte ulteriori, considerate incompatibili con i doveri della professione. Parlare genericamente di “medici radiati perché non vaccinati” serve a trasformare persone sanzionate per specifici comportamenti in vittime di un obbligo politico. Ministro, condivide questa alterazione dei fatti?</p><p>L’emendamento è stato modificato prima dell’approvazione del 14 luglio, ma ne è rimasto intatto il principio: offrire ai sanitari radiati per fatti connessi alla pandemia una possibilità straordinaria di chiedere la reiscrizione. Non si tratta di un reintegro automatico, come è stato scritto con eccessiva semplificazione; si tratta però di una finestra eccezionale, creata appositamente per loro e sottratta al percorso ordinario. La FNOMCeO l’ha definita una delegittimazione degli Ordini e un affronto ai professionisti morti curando durante il Covid.</p><p>Lei è il ministro della Salute, professor Schillaci. Ritiene che gli Ordini abbiano abusato del proprio potere disciplinare? Se lo ritiene, perché non lo dice? Se non lo ritiene, perché consente al suo Governo di intervenire sulle loro decisioni con una norma costruita per favorire proprio coloro che gli Ordini hanno radiato?</p><p>Secondo la ricostruzione pubblicata da Repubblica, lei aveva espresso formalmente parere negativo all’emendamento, rappresentando la posizione del Ministero. Sarebbe stato Gemmato, successivamente, a dare il via libera in Commissione Affari sociali. La notizia non riguarda una divergenza marginale: descrive un sottosegretario che modifica davanti al Parlamento la posizione del dicastero guidato dal proprio ministro.</p><p>È vero, ministro?</p><p>Ha espresso quel parere negativo? Lo renda pubblico. Ne chiarisca le motivazioni. Dica quando è stato trasmesso, a chi e in quale forma. Dica soprattutto che cosa è accaduto dopo.</p><p>Gemmato l’ha informata che avrebbe espresso una posizione opposta? Lei lo ha autorizzato? Palazzo Chigi ha imposto il cambiamento? Fratelli d’Italia ha deciso che il parere del ministro competente poteva essere ignorato? Oppure lei, dopo avere manifestato una contrarietà destinata a rimanere riservata, ha accettato che il suo sottosegretario facesse il contrario?</p><p><b>Non esiste una risposta che renda il suo silenzio accettabile. Se Gemmato ha agito contro la sua volontà, lei deve revocargli le deleghe o chiedere che venga sostituito. Se ha agito con il suo consenso, la notizia del suo parere negativo descrive una messinscena burocratica.</b> Se la decisione è stata presa sopra la sua testa, dovrebbe spiegare agli italiani perché il ministro della Salute non controlla la politica sanitaria del proprio ministero.</p><p>Che cosa significa, altrimenti, essere ministro?</p><p>La natura politica dell’operazione è stata chiarita dalla stessa Buonguerrieri. Non ha presentato l’emendamento come una prudente revisione procedurale. «A nome di FdI» ha rivendicato la volontà di porre fine a una «persecuzione», restituendo ai sanitari la libertà di agire «in scienza e coscienza»; ha poi accusato la sinistra di voler proseguire una «caccia alle streghe».</p><p>Ministro Schillaci, anche per lei quei procedimenti disciplinari furono una persecuzione? Anche lei pensa che i sanitari radiati siano stati vittime di una caccia alle streghe? Crede davvero che la formula “scienza e coscienza” consenta a un medico di diffondere terapie antiscientifiche o informazioni infondate, senza rispondere delle conseguenze professionali?</p><p><b>Non basta dire che la scienza ammette il dissenso. Il dissenso scientifico richiede dati verificabili, metodi controllabili e disponibilità a correggersi.</b> Non consiste nel presentare qualunque convinzione personale come alternativa legittima alle conoscenze disponibili. Ministro, è disposto a pronunciare pubblicamente questa elementare distinzione, oppure ormai anche questo contrasta con la linea politica di Fratelli d’Italia?</p><p>Buonguerrieri, inoltre, non è rimasta sola. Lucio Malan, presidente dei senatori di FdI, ha dichiarato che l’opposizione all’emendamento manifesterebbe nostalgia per la «stagione di odio e divisioni» della pandemia. Ha sostenuto che i lavori della Commissione Covid starebbero dimostrando che i provvedimenti adottati non poggiavano su fondamenti scientifici, ma derivavano da scelte politiche «inutilmente vessatorie» verso i cittadini contrari alle imposizioni. Ha infine collegato il reintegro alla tesi secondo cui il vaccino non impediva il contagio.</p><p>Ministro, è questa anche la sua valutazione della campagna vaccinale?</p><p>Lei ritiene che le misure adottate durante la pandemia non avessero fondamento scientifico? Ritiene che il vaccino dovesse impedire ogni singolo contagio per essere utile a proteggere i pazienti e a ridurre la circolazione virale? È disposto a ricordare a Malan che le conoscenze vanno giudicate sulla base dei dati disponibili nel momento in cui le decisioni vengono assunte, non retrodatando alle prime varianti le proprietà immunoevasive di quelle successive?</p><p>Malan non è un commentatore occasionale: guida il gruppo di FdI al Senato. Buonguerrieri ha parlato espressamente a nome del partito. Gemmato è il sottosegretario alla Salute. Quante figure apicali devono pronunciarsi prima che lei riconosca l’esistenza di una linea politica?</p><p>Quella linea non consiste soltanto nel riesaminare alcune sanzioni. Consiste nel riscrivere la pandemia come una stagione di provvedimenti privi di fondamento scientifico, nel descrivere i sanitari sanzionati come perseguitati e nel presentare le istituzioni scientifiche e professionali come strumenti di repressione. <b>È l’anima no-vax di Fratelli d’Italia, ormai abbastanza forte da parlare attraverso i presidenti dei gruppi parlamentari e da utilizzare il suo sottosegretario per correggere la posizione del ministro.</b></p><p>Lei che cosa rappresenta, dentro questo quadro?</p><p>Rappresenta la medicina fondata sulle prove o la sua funzione è diventata quella di fornire una rispettabile facciata accademica a decisioni prese altrove? È il ministro della Salute oppure il ministro ombra di Gemmato? È davvero possibile che un sottosegretario sconfessi il suo parere, riceva la copertura politica del partito di maggioranza e resti tranquillamente al proprio posto mentre lei non pronuncia una parola?</p><p><b>Gemmato, del resto, non è un interprete neutrale della materia. Già nel novembre 2022 aveva affermato che non vi fosse prova che senza vaccini la pandemia sarebbe andata peggio, salvo correggere successivamente la dichiarazione e riconoscere il valore dei vaccini.</b> Oggi è proprio lui a rendere operativo un emendamento difeso attraverso la retorica della persecuzione dei no-vax. Ministro, considera casuale questa continuità?</p><p>La FNOMCeO le ha posto davanti un problema istituzionale preciso. L’autonomia disciplinare degli Ordini non protegge una corporazione: protegge i cittadini. Serve a impedire che il titolo di medico diventi uno scudo per chi viola i criteri fondamentali della professione. Il presidente Filippo Anelli ha chiesto al Parlamento di rivedere la norma e di conservare la scienza come riferimento per la tutela della salute.</p><p>Lei sta con gli Ordini o con Buonguerrieri?</p><p>Sta con chi considera la radiazione una misura estrema da applicare a condotte gravissime oppure con chi descrive i radiati come perseguitati senza neppure esaminare pubblicamente i loro casi? Sta con la tutela dei pazienti oppure con la necessità politica di risarcire simbolicamente una constituency che Fratelli d’Italia non intende abbandonare?</p><p>Il 21 luglio il disegno di legge è stato tolto dall’ordine del giorno della Commissione. Secondo ANSA, il rinvio riflette le divisioni della maggioranza e le tensioni tra lei e Gemmato. La norma non è stata cancellata: è stata soltanto fermata, mentre il centrodestra cerca una soluzione al conflitto che ha prodotto.</p><p>Ministro Schillaci, che cosa farà adesso?</p><p>Chiederà formalmente la soppressione dell’emendamento? Pretenderà che il Governo torni al parere negativo attribuito al suo ministero? Domanderà a Gemmato in base a quale mandato abbia espresso il via libera? Oppure attenderà una nuova formulazione abbastanza opaca da permettere a tutti di salvarsi la faccia, lasciando sostanzialmente intatta la sanatoria?</p><p>Non può limitarsi ad aspettare. Il silenzio, in questo caso, non è prudenza istituzionale. È una decisione politica a favore di chi ha parlato e agito al suo posto.</p><p>Un ministro può essere sconfitto. Può trovarsi in minoranza dentro il Governo. Può persino decidere che una battaglia non meriti una crisi. Non può però fingere che la battaglia non esista mentre il proprio sottosegretario rovescia la posizione del dicastero e il partito di maggioranza usa quella vittoria per delegittimare la politica sanitaria della pandemia.</p><p>Professor Schillaci, ha ancora l’autorità necessaria per dirigere il Ministero della Salute?</p><p>Se la risposta è sì, la eserciti: confermi il parere negativo, chieda la cancellazione della norma e chiarisca la posizione di Gemmato.</p><p>Se la risposta è no, abbia almeno la correttezza di dirlo. Perché un ministro ombra non protegge la salute pubblica. Protegge soltanto chi lo ha messo nell’ombra.</p>]]></description>
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				<title>Caso Holostem, così è fallita un’operazione presentata come ripartenza già avvenuta</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il 7 luglio 2026 l’assemblea dei soci di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/holostem_49369" target="_blank">Holostem</a>&nbsp;ha deliberato la messa in liquidazione della società. <b>La decisione arriva meno di nove mesi dopo un’intervista nella quale la nuova gestione descriveva il 2025 come l’anno della rinascita:</b> azienda tornata operativa, organico risalito a 55 persone, produzione di Holoclar riavviata, collaborazioni cliniche europee, automazione dei processi, piano pluriennale e sei nuovi prodotti di terapia avanzata da sviluppare nell’ambito del progetto IPCEI. L’amministratore delegato concludeva che Holostem possedeva “il know-how, le persone e la visione” per diventare il “<a href="https://www.osservatorioterapieavanzate.it/regolatorio/holostem-la-rinascita-del-made-in-italy-nelle-terapie-avanzate" target="_blank">Made in Italy della medicina rigenerativa”</a>. Oggi la realtà certificata dagli stessi ministeri è diversa. Il percorso seguito dalla precedente governance della Fondazione Enea Tech e Biomedical, proprietaria del 100 per cento di Holostem, <b>non avrebbe prodotto le condizioni necessarie per un rilancio stabile, nonostante le risorse pubbliche investite e i tentativi di trovare partner industriali e finanziari.</b> Per questa ragione il Ministero non ha autorizzato l’ulteriore apporto di liquidità richiesto e la società è stata&nbsp;<a href="https://www.ansa.it/amp/emiliaromagna/notizie/2026/07/07/sindacato-in-liquidazione-holostem-lazienda-biotech-che-aiuta-i-bimbi-farfalla_67038195-963a-4cad-a02f-e51597bfbc77.html" target="_blank">nuovamente posta in liquidazione</a>.</p><p>Non siamo quindi davanti a un improvviso incidente finanziario. <b>Siamo davanti al fallimento, almeno nella forma finora perseguita, di un’operazione presentata pubblicamente come una ripartenza già avvenuta.&nbsp;</b>La contraddizione più grave riguarda la ricerca. Holostem non era nata come una scatola industriale alla quale applicare dall’esterno un piano commerciale. Era lo strumento attraverso il quale le ricerche sviluppate per decenni da Michele De Luca, Graziella Pellegrini e dal loro gruppo venivano trasformate in sperimentazioni cliniche e terapie. Holoclar, la terapia genica per l’epidermolisi bollosa e le piattaforme sulle cellule staminali epiteliali non erano prodotti intercambiabili, separabili dalle persone che ne avevano costruito le basi biologiche, cliniche e tecnologiche. Eppure, alla fine del 2025, le sperimentazioni per l’epidermolisi bollosa risultavano ferme da due anni, la produzione di Holoclar era descritta come quasi bloccata e i ricercatori che avevano sviluppato quelle terapie&nbsp;<a href="https://www.aboutpharma.com/scienza-ricerca/holostem-le-sperimentazioni-su-terapie-avanzate-ferme-da-due-anni-pazienti-in-attesa-e-ricercatori-esclusi/" target="_blank">non risultavano più coinvolti nei processi scientifici</a>.</p><p>A quel punto la domanda era già inevitabile: chi guidava realmente la ricerca di Holostem?</p><p>Un’azienda può sostituire un direttore amministrativo, riorganizzare il controllo di gestione o affidarsi a nuovi consulenti finanziari. <b>È assai più difficile sostituire il gruppo nella cui testa sono nati i progetti, che conosce la biologia delle cellule utilizzate, la storia dei processi produttivi, i fallimenti sperimentali, i vincoli clinici e le ragioni delle singole scelte tecnologiche.</b> Allontanare o escludere quel gruppo e continuare a parlare di continuità scientifica significava ridurre Holostem a un vascello fantasma: lo scafo ancora dipinto con il nome glorioso, i laboratori illuminati, le vele gonfiate dai comunicati e la rotta tracciata nei piani industriali, ma il ponte di comando deserto. Coloro che conoscevano il mare, avevano costruito la nave e sapevano dove condurla erano stati lasciati a terra; <b>a bordo restavano carte nautiche piene di promesse, mentre nessuno teneva il timone, semplicemente qualcuno a terra narrava la storia di rotte fantastiche.&nbsp;</b>Il problema non è stabilire se un’azienda debba essere diretta da scienziati anziché da manager. Il problema è capire quale piano industriale potesse essere credibile dopo aver separato la struttura produttiva dalle competenze scientifiche che avevano generato i suoi principali prodotti. Nel comunicato celebrativo dell’ottobre 2025 si parlava di un “core team” completo, di nuovi vettori, di sei terapie da sviluppare e di una capacità che andava dalla ricerca alla produzione GMP. <b>Poche settimane dopo emergeva pubblicamente che i programmi clinici erano fermi e che gli ideatori delle terapie erano stati esclusi. Nel luglio successivo la società è stata liquidata.&nbsp;</b></p><p>Esiste poi una questione che richiede risposte contabili, non altri annunci. Holostem era stata selezionata nell’IPCEI Med4Cure con un progetto denominato “Integrated Platform for Cellular and Gene Therapy”, finalizzato, secondo la società, allo sviluppo di sei prodotti per malattie rare. Ancora il 3 luglio 2026 la Regione Emilia-Romagna ricordava che Holostem era una delle cinque imprese italiane&nbsp;<a href="https://www.holostem.com/2024/05/31/european-commission-approves-holostem-project-on-cell-gene-therapy-as-common-european-interest/?lang=en" target="_blank">destinatarie di fondi europei per la ricerca</a>. Occorre dunque rendere pubblico, progetto per progetto, quale fosse l’ammontare delle risorse assegnate o previste, quali somme siano state effettivamente incassate, quali costi siano stati sostenuti, quali attività sperimentali siano state realizzate, quali milestone siano state raggiunte e quale sorte avranno ora i finanziamenti, le attrezzature, i dati e la proprietà intellettuale. <b>Se nel bilancio risultano contributi, crediti o ricavi collegati a progetti di ricerca, bisogna spiegare a quali prestazioni corrispondano e chi abbia materialmente svolto quelle attività mentre le principali sperimentazioni risultavano ferme e i ricercatori originari esclusi.</b></p><p>Non è corretto affermare, senza i documenti contabili, che il denaro sia scomparso. <b>È però pienamente legittimo chiedere dove sia stato impiegato, con quali risultati verificabili e sotto la responsabilità di chi.</b> Tanto più perché il proprietario di Holostem è una fondazione pubblica, vigilata dal Ministero delle Imprese e dal Ministero della Salute, e perché lo stesso Governo ammette che il rilancio non è riuscito&nbsp;<a href="https://www.ansa.it/amp/emiliaromagna/notizie/2026/07/07/sindacato-in-liquidazione-holostem-lazienda-biotech-che-aiuta-i-bimbi-farfalla_67038195-963a-4cad-a02f-e51597bfbc77.html" target="_blank">nonostante le risorse pubbliche già investite</a>. <b>Ora il Ministero promette che il “progetto Holostem” continuerà dentro una più ampia piattaforma nazionale di medicina rigenerativa.</b> È una formula che ricorda troppo da vicino quelle già utilizzate per annunciare la rinascita dell’azienda. Prima di presentare un altro piano servono i dati sul precedente: denaro investito, attività compiute, terapie effettivamente prodotte, sperimentazioni avviate, rapporti con i ricercatori, obblighi europei e ragioni della nuova liquidazione. La scienza di Holostem non coincide con il suo marchio, con l’officina farmaceutica o con le presentazioni aziendali. Era costituita da conoscenze, persone e programmi sperimentali precisi. <b>Chi ha preteso di salvare l’azienda espellendo o marginalizzando coloro che avevano generato quella scienza deve ora spiegare che cosa pensava di avere salvato.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Le parole di Buonguerrieri offrono al fronte no-vax una vittoria immaginaria</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il passaggio più rivelatore della dichiarazione con cui <b>Alice Buonguerrieri</b> ha difeso il proprio emendamento non riguarda la sua improbabile ricostruzione delle norme adottate durante la pandemia. È il ringraziamento rivolto a Fratelli d’Italia, del quale la deputata si dice orgogliosa perché si sarebbe fatto “interprete e portavoce” di chi ha subito una campagna d’odio. Qui almeno la comunicazione politica diventa trasparente: l’obiettivo non consiste nel chiarire il funzionamento della disposizione approvata in Commissione,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2026/07/16/news/i-medici-bocciano-il-reintegro-dei-colleghi-no-vax-votato-da-fdi-il-presidente-non-spetta-alla-politica-decidere--402326" target="_blank">bensì nel presentare FdI come il partito che offre una rivincita al fronte antivaccinista</a>. Il problema è che la rivincita annunciata&nbsp;<a href="https://newsitaliamedia.it/covid-buonguerrieri-fdi-emendamento-medici-ripariamo-vulnus-prodotto-da-sinistra-ideologica/" target="_blank">non corrisponde a ciò che l’emendamento dispone</a>.</p><p>Buonguerrieri parla dei medici e degli infermieri che avrebbero perso il lavoro per avere rifiutato la vaccinazione, mentre la norma da lei presentata riguarda professionisti radiati dall’albo in seguito a procedimenti disciplinari. <b>La differenza è elementare e decisiva.</b> L’inadempimento dell’obbligo vaccinale comportava una sospensione temporanea dall’esercizio delle attività a rischio e, quando non fosse possibile assegnare il dipendente ad altre mansioni, dalla retribuzione; la radiazione costituisce invece la sanzione disciplinare più grave, adottata dall’Ordine dopo la valutazione di una condotta individuale ritenuta incompatibile con la permanenza nella professione. La&nbsp;<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticolo?art.codiceRedazionale=21G00056&amp;art.dataPubblicazioneGazzetta=2021-04-01&amp;art.flagTipoArticolo=0&amp;art.idArticolo=4&amp;art.idGruppo=1&amp;art.idSottoArticolo=1&amp;art.idSottoArticolo1=10&amp;art.progressivo=0&amp;art.versione=1" target="_blank">Corte costituzionale</a>&nbsp;ha ricordato espressamente che la conseguenza prevista dalla legge era la sospensione, non la cessazione del rapporto di lavoro. L’emendamento non annulla dunque le sospensioni dei sanitari non vaccinati, non restituisce loro gli stipendi perduti e non dichiara illegittimo l’obbligo. <b>Apre una procedura speciale attraverso la quale alcuni sanitari radiati per “fatti non dolosi connessi alla pandemia” potranno chiedere la reiscrizione entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge, purché abbiano ancora un ricorso pendente davanti alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie.</b> La platea alla quale Buonguerrieri si rivolge nella sua dichiarazione e quella raggiunta dal testo sono quindi diverse: la prima comprende i sanitari sospesi e, più in generale, l’intero ambiente che considera persecutoria la politica vaccinale; la seconda è formata da un numero presumibilmente molto più ristretto di professionisti radiati per condotte disciplinarmente rilevanti.</p><p>Di fronte a una prima firmataria che è anche avvocato, l’ipotesi di una confusione casuale fra sospensione e radiazione non offre una spiegazione credibile. <b>La dichiarazione è costruita in modo da far apparire l’emendamento come la riparazione di un torto inflitto a tutti i sanitari contrari alla vaccinazione, anche se la norma non produce quell’effetto.</b> Si promette politicamente una sanatoria assai più ampia di quella giuridicamente prevista, confidando che il pubblico interessato riconosca il segnale e non legga il testo. La disposizione presenta peraltro problemi propri, che Buonguerrieri evita accuratamente di affrontare. La reiscrizione dei radiati è già prevista dall’ordinamento dopo cinque anni, a condizione che l’interessato abbia tenuto una condotta irreprensibile e abbia ottenuto la riabilitazione quando la radiazione&nbsp;<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaArticolo?art.codiceRedazionale=050U0221&amp;art.dataPubblicazioneGazzetta=1950-05-16&amp;art.flagTipoArticolo=1&amp;art.idArticolo=50&amp;art.idGruppo=4&amp;art.idSottoArticolo=1&amp;art.idSottoArticolo1=10&amp;art.progressivo=0&amp;art.versione=1" target="_blank">derivi da una condanna penale</a>. <b>L’emendamento introduce una corsia anticipata per una categoria definita mediante il riferimento indeterminato ai fatti “connessi alla pandemia”, senza spiegare perché condotte analoghe debbano essere trattate diversamente in base al periodo nel quale furono commesse.&nbsp;</b>Il requisito del ricorso ancora pendente produce inoltre un paradosso, perché l’articolo 53 del regolamento professionale attribuisce normalmente a quel ricorso effetto sospensivo. La norma rischia quindi di predisporre la reiscrizione di chi, proprio per effetto dell’impugnazione ancora in corso, potrebbe non essere stato definitivamente escluso dall’albo. A questo si aggiunge il dubbio di ragionevolezza costituzionale derivante dal trattamento privilegiato riservato a chi possiede un ricorso pendente rispetto a chi lo abbia già visto decidere o non lo abbia presentato. <b>Non è necessario essere costituzionalisti per comprendere che una deroga costruita intorno alla pandemia richiederebbe una giustificazione pubblica più solida della volontà di inviare un segnale a una comunità elettorale.</b></p><p>Buonguerrieri non risponde a queste obiezioni e preferisce parlare di un’imposizione introdotta da una “oscura circolare” dell’allora ministro Roberto Speranza. Anche questa affermazione è falsa. <b>L’obbligo vaccinale per i sanitari fu istituito dall’articolo 4 del decreto-legge 44 del 1° aprile 2021, adottato dal governo Draghi e convertito dal Parlamento nella legge 76 del 2021.</b> Una parlamentare può contestare quella scelta, proporne una valutazione diversa e sostenere che il bilanciamento fra diritti individuali e salute collettiva sia stato sbagliato; non può attribuire a una circolare ministeriale un obbligo introdotto mediante una fonte legislativa pubblicata in Gazzetta Ufficiale. La sostituzione della legge con una circolare “oscura” non è un dettaglio lessicale, perché serve a trasformare una decisione assunta dal governo e confermata dal Parlamento nell’atto arbitrario di un ministro divenuto il bersaglio simbolico della protesta no-vax. Una vicenda normativa verificabile viene così adattata al racconto nel quale i sanitari sarebbero stati privati del lavoro per ordine personale di Speranza, mentre FdI arriverebbe oggi a liberarli. Quel racconto è politicamente efficace proprio perché evita il contenuto della legge e quello dell’emendamento. La formula “tachipirina e vigile attesa” svolge la stessa funzione. <b>Buonguerrieri afferma che quel presunto protocollo avrebbe aggravato i malati, conducendoli in ospedale spesso senza speranza, senza indicare dati clinici capaci di sostenere una relazione causale tanto grave.</b> Le indicazioni ministeriali prevedevano la sorveglianza attiva dei pazienti, il controllo dei parametri e l’impiego di paracetamolo oppure di farmaci antinfiammatori non steroidei per i sintomi; il Consiglio di Stato ha inoltre chiarito che si trattava di raccomandazioni orientative, compatibili con l’autonomia del medico quando&nbsp;<a href="https://www.giustizia-amministrativa.it/-/legittime-le-linee-guida-per-la-gestione-domiciliare-dei-pazienti-con-infezione-da-covid-19" target="_blank">esercitata sulla base di prove di efficacia e sicurezza</a>.</p><p>Per dimostrare che quelle indicazioni abbiano aggravato i pazienti occorrerebbe identificare una terapia alternativa, mostrare che fosse efficace nel periodo considerato e documentare esiti peggiori tra chi seguì le raccomandazioni ministeriali. Buonguerrieri non presenta nulla del genere, perché il riferimento alle cure domiciliari non serve a spiegare l’emendamento sui radiati: serve a convocare il repertorio attraverso il quale una parte del pubblico ha interpretato l’intera pandemia. <b>Lo stesso procedimento viene applicato ai vaccini, quando la deputata afferma che sarebbe “ormai risaputo” che non impedivano il contagio interpersonale.</b> La frase utilizza quanto osservato con le varianti successive e con il declino della protezione per cancellare retroattivamente i risultati disponibili nel 2021. Contro il virus originario e le prime varianti, i vaccini riducevano in misura elevata anche il rischio di infezione, oltre a proteggere dalla malattia grave. Nello studio israeliano su quasi 1,2 milioni di persone pubblicato nel febbraio 2021 dal New England Journal of Medicine, l’efficacia stimata del vaccino Pfizer contro l’infezione documentata era del 92 per cento a partire da sette giorni dopo la seconda dose. Quei dati descrivevano correttamente il contesto epidemiologico allora esistente e furono tra le evidenze sulle quali&nbsp;<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33626250/" target="_blank">vennero fondate le decisioni sanitarie</a>. La protezione dall’infezione diminuì con il trascorrere del tempo e con l’emergere di varianti dotate di maggiore capacità di evasione immunitaria, soprattutto Omicron, mentre rimase più elevata contro le forme severe. Questa evoluzione non rende falsi i risultati precedenti, poiché l’efficacia di un vaccino viene misurata rispetto alla variante circolante, alla distanza dalla somministrazione e all’esito considerato. La Corte costituzionale ha richiamato precisamente la maggiore capacità di Omicron di eludere l’immunità rispetto alle varianti precedenti, insieme alla persistenza di una protezione elevata contro la malattia severa, e ha giudicato la scelta del legislatore alla luce delle conoscenze disponibili&nbsp;<a href="https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2023/14" target="_blank">quando l’obbligo fu introdotto</a>.</p><p>I dati comunicati nelle prime fasi della campagna non erano dunque una menzogna smascherata dagli eventi successivi. Erano dati corretti per il virus e per l’intervallo temporale studiati, aggiornati quando cambiarono le condizioni. Questo aggiornamento costituisce il funzionamento ordinario della scienza, che non promette verità immutabili indipendenti dall’evoluzione dell’oggetto osservato. <b>Usare Omicron per sostenere che i vaccini non riducessero l’infezione nel periodo precedente significa alterare la cronologia, come se una previsione meteorologica corretta per lunedì diventasse falsa perché venerdì il tempo è cambiato.</b> Anche il riferimento agli effetti avversi gravi viene separato da ogni informazione sulla loro frequenza e dal confronto con i benefici della vaccinazione. Gli eventi avversi esistono e la farmacovigilanza serve a identificarli; la loro individuazione ha permesso di correggere le raccomandazioni per determinati vaccini e fasce di popolazione. <b>La Corte costituzionale, richiamando le valutazioni di AIFA, ha osservato che le reazioni gravi presentavano una frequenza rara o molto rara e che il loro rischio non superava i benefici complessivi della vaccinazione.</b> Evocare soltanto la possibilità dell’esito più grave produce paura, mentre impedisce al cittadino di valutarne la probabilità e il rapporto con il rischio dell’infezione.</p><p>A questo punto il ringraziamento rivolto a Fratelli d’Italia acquista un significato ancora più interessante, perché il partito del quale Buonguerrieri celebra il ruolo di portavoce dei no-vax è guidato dalla stessa Giorgia Meloni che nel 2018 scriveva che sui vaccini occorreva “affidarsi alla comunità scientifica”, evitando di affrontare il tema ideologicamente e lasciando decidere a chi possedeva le competenze. Nel marzo 2021 Meloni sollecitava inoltre l’introduzione europea del certificato verde, che considerava uno strumento per ripristinare la libera circolazione e sostenere l’economia&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2021/07/27/news/lo-strabismo-della-destra-sul-green-pass-e-sui-vaccini-spiegato-da-meloni-per-sbaglio--134146" target="_blank">senza trasformarlo in un passaporto di immunità</a>. Il contrasto con Buonguerrieri è diretto. <b>Meloni sosteneva che i vaccini necessari e obbligatori dovessero essere individuati sulla base delle competenze scientifiche; la deputata di FdI descrive oggi l’obbligo per i sanitari come un provvedimento privo di scienza, imposto dalla sinistra ideologica attraverso una circolare inesistente. </b>Meloni ammoniva la politica a non trasformare i vaccini in uno scontro ideologico; Buonguerrieri costruisce la propria difesa dell’emendamento attribuendo ogni scelta della pandemia alla “peggior sinistra ideologica”. Il partito che allora indicava la comunità scientifica come arbitro si proclama oggi portavoce di chi respinge proprio le conclusioni alle quali quella comunità era giunta.</p><p>Un cambiamento di posizione politica può essere legittimo quando venga motivato da nuovi dati o da una diversa valutazione degli interessi coinvolti. <b>Qui i nuovi dati vengono usati fuori dal loro contesto temporale, mentre le categorie giuridiche sono sovrapposte in modo da promettere ai sospesi ciò che l’emendamento concede eventualmente ad alcuni radiati.</b> La linea del partito non si è evoluta in seguito a una revisione scientifica; si è adattata alla comparsa di una platea elettorale riconoscibile, alla quale oggi viene offerta una narrazione opposta a quella sostenuta da Meloni prima che l’antivaccinismo diventasse una comunità politica organizzata. Le possibilità sono quindi due. Le parole con cui Meloni affidava alla scienza la valutazione dei vaccini esprimevano un principio autentico, e allora Buonguerrieri sta trascinando FdI nella direzione opposta, usando il nome del partito per accreditare falsità normative e scientifiche. Oppure quel principio valeva soltanto finché non esisteva un segmento elettorale da conquistare attraverso la sfiducia verso i vaccini e le istituzioni sanitarie. In entrambi i casi, l’orgoglio con cui la deputata ringrazia il proprio partito non risolve la contraddizione: la espone.</p><p>La dichiarazione di Buonguerrieri non difende l’emendamento, perché non affronta il suo ambito incerto, la procedura già esistente per la reiscrizione e il paradosso del ricorso pendente. <b>Difende un racconto nel quale i sanitari sospesi diventano radiati, una legge diventa una circolare e i dati corretti sulle prime varianti vengono cancellati attraverso ciò che accadde dopo. </b>Grazie a questa riscrittura, una norma destinata a pochi professionisti può essere venduta all’intero fronte no-vax come una riabilitazione collettiva. La sanatoria promessa a quella platea non esiste, mentre esiste il vantaggio politico prodotto dall’annuncio. Chi fu sospeso non riceverà alcun beneficio dall’emendamento, ma potrà riconoscere in Fratelli d’Italia il partito che dichiara ingiuste le misure della pandemia e assume il suo linguaggio. <b>La prima firmataria, anziché spiegare la norma che ha fatto approvare, offre agli elettori una vittoria immaginaria e ringrazia FdI per averla trasformata in una bandiera. </b>È difficile trovare una dimostrazione più limpida di come una parte politica possa invocare la scienza quando non costa nulla e abbandonarla appena un gruppo compatto di voti appare disponibile.</p>]]></description>
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				<title>Per un pugno di voti la politica è disposta a considerare negoziabili i limiti stabiliti dalla scienza</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 04:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dai sanitari radiati all’<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/07/15/news/il-problema-dellomeopatia-in-parlamento--402193" target="_blank">omeopatia</a>, la maggioranza cerca il consenso di minoranze compatte, non importa di quale ampiezza purchè mobilitabili, mostrando che le prove scientifiche possono diventare negoziabili quando ostacolano un’operazione politica. Il 14 luglio sono accadute due cose formalmente distinte, ma riconducibili alla stessa concezione del rapporto tra politica e conoscenza scientifica. Alla Camera, la Commissione Affari sociali ha approvato un emendamento di Fratelli d’Italia&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2026/07/15/news/un-rischio-politico-dietro-al-possibile-reintegro-dei-sanitari-radiati-durante-il-covid--402194" target="_blank">che apre una procedura straordinaria per la reiscrizione di alcuni sanitari radiati per fatti connessi alla pandemia</a>; al Senato, durante una conferenza promossa dal senatore di FdI Giovanni Satta, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato <b>ha discusso con i rappresentanti dell’omeopatia una revisione della disciplina del settore, compresa la possibilità di fornire informazioni più ampie attraverso i foglietti illustrativi.</b> Non vi sono elementi per sostenere che le due iniziative siano state coordinate, mentre è evidente la logica politica che le accomuna: <b>quando una comunità elettorale è sufficientemente compatta, organizzata e rumorosa, la maggioranza appare disposta a offrirle un riconoscimento istituzionale anche a costo di indebolire i criteri scientifici posti a tutela della salute.</b></p><p>L’emendamento sui sanitari viene descritto giornalisticamente come un provvedimento per il reintegro dei medici no-vax, ma la formula usata rischia di nascondere la natura reale della misura. La mancata vaccinazione comportava normalmente la sospensione dall’esercizio professionale, mentre la norma approvata in Commissione riguarda persone colpite dalla radiazione, che costituisce la più grave delle sanzioni disciplinari e presuppone condotte incompatibili con la permanenza nella comunità professionale. <b>La platea potrebbe quindi comprendere sanitari sanzionati non soltanto per le loro posizioni sui vaccini, ma per la promozione di terapie prive di evidenza, per la diffusione di informazioni mediche antiscientifiche o per altri comportamenti ritenuti lesivi dei doveri verso i pazienti. </b>La FNOMCeO ha interpretato il provvedimento proprio in questi termini, denunciando una delegittimazione degli Ordini e ricordando che la prescrizione medica deve fondarsi&nbsp;<a href="https://portale.fnomceo.it/reiscrizione-sanitari-radiati-anelli-fnomceo-sconcertati-e-delusi-autonomia-degli-ordini-e-garanzia-per-i-cittadini/" target="_blank">sulle evidenze disponibili, sull’efficacia clinica e sulla sicurezza</a>.</p><p>La possibilità di essere reiscritti all’albo esiste già e non richiedeva l’invenzione di una procedura politica riservata ai casi della pandemia. <b>La disciplina ordinaria prevede che siano trascorsi almeno cinque anni dalla radiazione, che l’interessato abbia tenuto una condotta irreprensibile e che, in presenza di una condanna penale, abbia ottenuto la riabilitazione.</b> Il nuovo emendamento consente invece a chi sia stato radiato per “fatti non dolosi connessi alla pandemia” di presentare domanda entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della legge, purché sia ancora pendente il ricorso davanti alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie. La formula scelta non chiarisce quali condotte debbano considerarsi connesse alla pandemia, quale significato assuma il riferimento al carattere non doloso in un procedimento disciplinare e per quale ragione un sanitario radiato durante la pandemia debba ricevere un trattamento più favorevole rispetto a chi sia stato radiato per analoghe violazioni commesse in un altro periodo. A questa indeterminatezza si aggiunge una contraddizione pratica, perché il ricorso contro un provvedimento disciplinare ha normalmente effetto sospensivo. <b>La pendenza del ricorso, trasformata dall’emendamento nel requisito per accedere alla procedura straordinaria, può dunque coincidere con una situazione nella quale la radiazione non ha ancora prodotto pienamente i propri effetti.</b> La legge rischierebbe così di istituire una corsia per la reiscrizione di persone che, proprio in virtù del ricorso ancora pendente, potrebbero non essere state definitivamente escluse dall’albo. La questione non è una sottigliezza per giuristi, poiché investe l’applicabilità stessa della norma.</p><p>Esistono inoltre dubbi costituzionali che non possono essere liquidati, anche senza pretendere di anticipare il giudizio della Corte. Come si diceva, il provvedimento distinguerebbe tra sanitari radiati sulla base di un collegamento molto generico con la pandemia, favorendo chi ha ancora un ricorso pendente rispetto a chi lo ha già visto decidere o non lo ha presentato, senza che emerga una ragione di interesse pubblico proporzionata alla deroga. <b>Sono coinvolti il principio di uguaglianza e la tutela della salute, perché l’attività disciplinare degli Ordini non serve a punire opinioni sgradite, ma a proteggere i pazienti dalle condotte professionali incompatibili con le conoscenze scientifiche e con la deontologia.</b> La Corte costituzionale ha chiarito che gli interventi legislativi sull’appropriatezza delle pratiche terapeutiche non possono dipendere da valutazioni di pura discrezionalità politica e devono fondarsi sulle conoscenze scientifiche e sulle evidenze sperimentali&nbsp;<a href="https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2002/282" target="_blank">accertate dagli organismi competenti</a>.</p><p><b>Quello che pare contare per il governo, però, è che anche qualora il testo fosse modificato dall’Aula, e persino se incontrasse difficoltà applicative o venisse bocciato dai giudici, l’effetto politico si sarebbe già prodotto.</b> Alla minoranza antivaccinista, che da anni interpreta le decisioni degli Ordini e delle autorità sanitarie come gli atti di una persecuzione, viene comunicato che quelle decisioni possono essere rimesse in discussione attraverso una legge speciale. Non occorre ipotizzare un patto elettorale esplicito, perché il vantaggio politico consiste nel riconoscimento simbolico offerto a un gruppo che ha costruito la propria identità sulla contrapposizione alle istituzioni della pandemia e che può essere attratto verso l’area di governo attraverso la promessa di una rivincita. <b>La norma potrebbe persino non raggiungere il proprio scopo giuridico, mentre avrebbe già raggiunto quello elettorale; titoli vuoti per abbindolare una tribù che in quei titoli si riconosce, e guadagnarne il voto.</b> E pazienza se questa operazione presuppone che la medicina fondata sulle prove venga rappresentata come una posizione politica tra le altre, opposta alle opinioni dei sanitari dissidenti. Non conta cioè per il politico a caccia di voti che questa sia una rappresentazione falsa, perché un medico non viene radiato per avere espresso un giudizio sul governo o per avere aderito a un movimento politico, ma può essere radiato quando impiega la propria autorità professionale per diffondere indicazioni prive di fondamento, promuovere terapie inefficaci o violare obblighi posti a protezione dei malati.&nbsp;</p><p>In realtà, la libertà di opinione riguarda il cittadino; l’esercizio della medicina comporta invece una responsabilità particolare, poiché chi si rivolge a un sanitario si trova spesso in una condizione di fragilità e non dispone degli strumenti necessari per valutare autonomamente la fondatezza di una diagnosi o di una cura. <b>Gli Ordini professionali, le agenzie regolatorie e gli studi clinici non costituiscono una sovrastruttura burocratica inventata per limitare la libertà individuale.</b> Sono la risposta che una società avanzata ha costruito all’asimmetria di conoscenze tra chi cura e chi deve essere curato, tra chi vende un prodotto e chi lo acquista nella speranza di guarire. Senza questi filtri, il paziente non diventa più libero, ma più esposto all’autorità del medico, alla pressione commerciale e alla forza persuasiva di chi promette benefici senza avere l’obbligo di dimostrarli. Difendere gli standard scientifici significa quindi difendere una forma concreta di libertà, quella che permette al malato di prendere decisioni sulla base di informazioni controllate e non di affermazioni rese credibili da un camice, da un’etichetta o da un’approvazione politica.</p><p>La stessa subordinazione della scienza alla convenienza politica emerge nell’iniziativa sull’omeopatia. <b>Il sottosegretario Gemmato ha partecipato a un incontro organizzato al Senato, su iniziativa di un esponente di Fratelli d’Italia, nel quale il confronto è avvenuto con i rappresentanti del settore omeopatico e con interlocutori favorevoli a una revisione normativa.</b> L’evento, moderato dal presidente di GUNA, azienda produttrice di medicinali omeopatici, non aveva la struttura di una valutazione scientifica nella quale fossero rappresentati anche AIFA, farmacologi indipendenti o esperti di metodologia clinica, ma quella di un’iniziativa rivolta a dare ascolto istituzionale&nbsp;<a href="https://webtv.senato.it/webtv/altri-video/conferenza-stampa-la-medicina-omeopatica-europa-e-italia" target="_blank">alle richieste di un comparto economico</a>. Nel dibattito, con un trito e abusato trucco retorico, è stato richiamato il numero degli italiani che utilizzano prodotti omeopatici, presentato come la ragione per cui il legislatore dovrebbe occuparsi del settore e offrire informazioni più complete. <b>Che milioni di cittadini comprino un prodotto costituisce certamente un fatto economico e sociale, ma non dice nulla sulla sua capacità di curare una malattia.</b> Le vendite misurano il successo commerciale, mentre l’efficacia terapeutica si misura confrontando gli esiti clinici in condizioni controllate, eliminando per quanto possibile l’effetto delle aspettative, delle fluttuazioni spontanee dei sintomi e degli altri fattori che possono far apparire efficace un trattamento che non lo è.</p><p><b>Nel caso dell’omeopatia, inoltre, non ci troviamo davanti a una terapia nuova che non abbia ancora avuto il tempo di essere studiata, bensì a un sistema sottoposto per decenni a sperimentazioni, revisioni e valutazioni istituzionali senza che sia emersa un’efficacia robusta e riproducibile superiore al placebo.</b> Le accademie scientifiche europee hanno concluso che non esistono prove affidabili di efficacia per alcuna patologia e che i meccanismi proposti dall’omeopatia sono incompatibili con le conoscenze consolidate della chimica e della fisica. Questo giudizio non nasce dall’ostilità verso le medicine definite alternative, poiché qualsiasi trattamento capace di produrre un beneficio riproducibile può essere acquisito dalla medicina indipendentemente dalla propria origine; nasce dal fatto che un’affermazione terapeutica&nbsp;<a href="https://easac.eu/publications/details/homeopathic-products-and-practices" target="_blank">deve essere dimostrata prima di essere proposta ai malati</a>. La disciplina italiana riflette già questa distinzione. Un prodotto omeopatico può essere registrato attraverso una procedura semplificata soltanto perchè non reca specifiche indicazioni terapeutiche, mentre la possibilità di attribuirgli un uso clinico richiede un percorso nel quale vengano presentate prove adeguate. Non esiste quindi un divieto ideologico che impedisca all’omeopatia di dimostrare la propria efficacia; esiste l’obbligo, comune agli altri medicinali, di sostenere le indicazioni con dati verificabili. Se la richiesta di foglietti illustrativi più completi riguarda composizione, diluizioni, eccipienti e precauzioni, non si pone alcun conflitto con la scienza; qualora servisse invece a introdurre riferimenti a patologie trattabili o benefici clinici senza produrre le prove necessarie, si chiederebbe allo Stato di sostituire con un atto regolatorio ciò che la ricerca non ha dimostrato.</p><p>Il fatto che Gemmato sia farmacista rende meno comprensibile il ricorso alla popolarità dei prodotti come argomento politico, perché chi possiede quella formazione conosce la differenza tra sicurezza, autorizzazione alla vendita ed efficacia clinica, così come conosce la responsabilità pubblica associata alle informazioni contenute nel foglietto illustrativo. <b>Partecipare a un incontro con le imprese del settore è pienamente legittimo; accoglierne le istanze senza porre al centro la qualità delle prove significherebbe però permettere che una domanda commerciale e identitaria condizioni la definizione degli standard terapeutici.</b></p><p>La scienza, in questa vicenda, non rappresenta una corporazione che difende il proprio potere contro i cittadini, ma il metodo pubblico attraverso il quale si decide quali affermazioni mediche possano essere considerate sufficientemente affidabili da orientare le cure. <b>La sua autorità non deriva dall’infallibilità degli scienziati, che possono sbagliare, ma dall’esistenza di procedure che rendono gli errori riconoscibili e correggibili attraverso dati accessibili, confronto critico e riproducibilità.</b> Quando la politica sostituisce questo metodo con il peso elettorale di una comunità organizzata, non amplia il pluralismo della medicina, ma semplicemente rende variabile lo standard di prova a seconda della capacità di pressione dei gruppi interessati.</p><p><b>I due episodi del 14 luglio mostrano dunque una medesima disponibilità a considerare negoziabili i limiti stabiliti dalla scienza.</b> Nel primo caso, una procedura speciale offre una riabilitazione politica a sanitari radiati anche per condotte antiscientifiche durante la pandemia; nel secondo, un settore privo di prove convincenti ottiene ascolto istituzionale per richieste che potrebbero attenuare la distinzione tra prodotto registrato e trattamento efficace. In entrambi i casi la maggioranza si rivolge a gruppi capaci di trasformare un tema sanitario in un’appartenenza identitaria e di premiare elettoralmente chi ne riconosce le rivendicazioni. Una maggioranza parlamentare può cambiare le leggi, ma non può rendere efficace un prodotto che non lo è, né trasformare in buona medicina una condotta incompatibile con le prove e pericolosa per il pubblico. <b>Riesce però benissimo a confondere i cittadini, indebolire gli organismi incaricati di proteggerli e premiare politicamente chi ha costruito il proprio consenso sulla sfiducia verso la scienza.</b> Quando basta l’aspettativa di un pugno di voti per produrre questo risultato, la salute pubblica cessa di essere il criterio della decisione per essere sostituita dalla moneta del consenso elettorale.</p>]]></description>
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				<title>Il problema dell’omeopatia in Parlamento</title>
				<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ieri al Senato si è tenuta una conferenza dedicata all’<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/06/24/news/cosi-la-detrazione-e-diventata-una-forma-di-legittimazione-fiscale-dei-prodotti-omeopatici--401037" target="_blank">omeopatia</a>. Sul palco, insieme al senatore di Fratelli d’Italia Giovanni Satta, promotore dell’iniziativa, c’era il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Non come semplice ospite, ma come sostenitore. Dettaglio tutt’altro che secondario. Un rappresentante del ministero della Salute, in una sede istituzionale, ha parlato dell’attenzione del governo verso l’omeopatia, ipotizzando persino l’inserimento di indicazioni terapeutiche nei foglietti illustrativi dei prodotti omeopatici con il coinvolgimento dell’Aifa. Il tutto richiamando la libertà di cura come principio da tutelare. La libertà di cura è un valore fondamentale. Ma poggia su un presupposto essenziale: che le cure tra cui il paziente è chiamato a scegliere abbiano dimostrato efficacia e sicurezza. L’omeopatia, semplicemente, non soddisfa questo requisito.</p><p>Non è una questione di opinioni. Le principali istituzioni scientifiche internazionali concordano nel ritenere che non esistano prove affidabili di un’efficacia dell’omeopatia superiore al placebo. Il suo principio fondante – secondo cui una sostanza diventa tanto più efficace quanto più viene diluita – è incompatibile con le conoscenze consolidate della chimica e della fisica. Il sottosegretario ha affermato che la libertà di cura deve muoversi entro un “robusto supporto scientifico”. Difficile non condividere questa affermazione. Proprio per questo risulta incomprensibile applicarla all’omeopatia, per la quale quel supporto non esiste. <b>Il problema non è impedire ai cittadini di acquistare prodotti omeopatici. Ognuno è libero di farlo. Il problema nasce quando è lo stato a conferire loro una patente di credibilità.</b> Un conto è tollerare una pratica priva di evidenze; un altro è discuterne in Parlamento come se fosse una terapia da promuovere. In un paese già attraversato da anni di disinformazione sanitaria, il messaggio rischia di essere semplice e pericoloso: che tra scienza e pseudoscienza, in fondo, la politica non veda più una differenza così importante.</p>]]></description>
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				<title>La caccia come faglia valoriale</title>
				<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando si discute di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/06/17/news/tutti-i-problemi-della-riforma-della-caccia--400667" target="_blank">caccia</a>, quasi tutto viene ricondotto ai dati: quanti animali vengono abbattuti, quanto incidano i prelievi sulla consistenza delle popolazioni, se i cacciatori svolgano una funzione utile nella gestione della fauna. La speranza implicita è che una conoscenza più precisa possa sciogliere il conflitto. Eppure le controversie continuano anche nei casi in cui le parti accettano le stesse stime, perché ciò che le divide non coincide interamente con la descrizione dei fatti. Un dato può mostrare che una popolazione rimane stabile nonostante il prelievo. Da questa constatazione non segue ancora che la caccia debba essere consentita. Per arrivare a quella conclusione occorre ritenere che la conservazione della popolazione rappresenti il criterio decisivo e che la morte degli individui abbattuti non abbia un peso sufficiente a modificare il giudizio. Chi considera moralmente rilevante il singolo animale continuerà invece a chiedere quale interesse giustifichi la sua uccisione. Il disaccordo sopravvive alla convergenza sui fatti perché nasce dal modo in cui quei fatti vengono inseriti in una valutazione.</p><p>La ricerca sulle relazioni fra esseri umani e fauna ha individuato da tempo questa struttura. Uno dei modelli più utilizzati è quello delle <i>wildlife value orientations</i>, che descrive gli orientamenti attraverso i quali le persone attribuiscono significato agli animali selvatici e valutano le politiche che li riguardano. Le due dimensioni principali vengono chiamate <i>domination</i> e <i>mutualism</i>. La prima esprime una concezione nella quale gli interessi umani hanno priorità e la fauna può essere utilizzata quando esiste uno scopo socialmente riconosciuto. La seconda attribuisce agli animali un valore meno dipendente dall’utilità per l’uomo e tende a estendere verso di essi obblighi di cura. Un’indagine condotta negli Stati Uniti su 43.949 persone ha mostrato che queste orientazioni influenzano quanto le persone siano favorevoli all’uccisione dei lupi per controllarne il numero e quanto sia probabile che pratichino la caccia. Gli autori hanno inoltre rilevato una maggiore diffusione del mutualismo nei contesti più urbanizzati, dove il rapporto quotidiano con la fauna non si basa più in modo prevalente sull’utilizzo diretto degli animali. L’aumento dell’istruzione e del reddito si associa allo stesso spostamento. La trasformazione descritta nello studio riguarda dunque il posto attribuito alla fauna nell’ordine sociale, che tende a passare dalla condizione di risorsa a quella di componente di una comunità verso la quale si riconoscono responsabilità.</p><p>L’importanza che questi orientamenti hanno nel determinare le opinioni delle persone diventa particolarmente evidente quando la misura proposta comporta l’uccisione. In uno studio di Jacobs, Vaske e Sijtsma, dominazione e mutualismo spiegavano fra il 35 e il 42 per cento della variabilità nell’accettazione della caccia, mentre avevano un potere predittivo assai più contenuto davanti alla contraccezione animale. Il dato suggerisce che l’orientamento valoriale intervenga con maggiore forza quando il danno inflitto non è reversibile. <b>Davanti a una misura che riduce una popolazione senza uccidere gli animali già presenti, persone collocate in posizioni morali diverse possono arrivare più facilmente alla stessa conclusione; quando l’intervento consiste nell’abbattimento, la diversa attribuzione di valore all’individuo diventa determinante. </b>La stessa dinamica è stata osservata nelle brughiere inglesi, dove il conflitto fra la gestione venatoria orientata alla caccia della pernice bianca scozzese e le politiche di conservazione volte a proteggere l’albanella reale oppone da anni gruppi che condividono lo stesso territorio. I partecipanti legati agli sport venatori mostravano in prevalenza un orientamento utilitaristico, mentre gli aderenti alle organizzazioni di protezione degli uccelli risultavano più vicini al mutualismo. Le preferenze sulle misure da adottare seguivano questa differenza. Gli autori osservavano che un aumento della conoscenza ecologica non sarebbe bastato a comporre la controversia, poiché il dissenso riguardava il significato attribuito agli animali coinvolti e il tipo di intervento ritenuto moralmente ammissibile.</p><p>Un’indagine svolta nell’Italia centrale su 352 agricoltori ha fornito un riscontro compatibile. Il mutualismo era associato a una maggiore tolleranza verso tutti i gruppi animali considerati, mentre la dominazione prevedeva l’uccisione illegale nel caso della volpe. Il rapporto fra valori e comportamento cambiava quindi secondo la specie, perché l’orientamento generale viene applicato a un animale concreto, la cui immagine dipende dall’esperienza locale e dal danno che gli viene attribuito. <b>La contrapposizione fra dominazione e mutualismo permette di comprendere perché la caccia assuma la forma di una faglia valoriale, e non è invece semplicemente un contrasto fra persone sensibili e persone indifferenti. Il primo sistema considera l’uomo come il soggetto al quale spetta decidere l’uso della fauna, entro limiti che possono essere anche severi. Il secondo ritiene che gli animali entrino nella valutazione come portatori di interessi propri, per cui la loro uccisione richiede una giustificazione che non può consistere soltanto nell’assenza di un danno alla specie.</b> Nel sistema gerarchico-gestionale, la protezione della fauna è pienamente compatibile con il suo utilizzo. Gli animali vengono tutelati perché una popolazione vitale costituisce una parte importante dell’ambiente umano e perché la sua scomparsa può produrre conseguenze indesiderabili. L’oggetto principale della gestione è la popolazione, che deve rimanere entro condizioni considerate favorevoli. La morte del singolo individuo viene valutata all’interno di questo quadro e non rappresenta, da sola, una ragione sufficiente per vietare il prelievo. La sofferenza dell’animale non viene necessariamente ignorata. Può tradursi in regole rivolte a ridurre i ferimenti e in una condanna delle pratiche che provocano un dolore ritenuto eccessivo. Ciò che rimane stabile è l’idea che l’animale possa essere ucciso per un interesse umano, anche ludico, purché la modalità dell’abbattimento rispetti i criteri stabiliti e la popolazione non venga compromessa. L’etica venatoria, in questa cornice, riguarda soprattutto la correttezza della pratica. Il beneficio invocato può consistere nel consumo della carne oppure nella riduzione di un danno; tuttavia, la caccia ricreativa aggiunge un problema, perché lo scopo non coincide con una necessità evidente. Chi aderisce al sistema gerarchico-gestionale può comunque ritenere che il piacere legato alla pratica abbia un valore sufficiente, soprattutto quando esso si inserisce in una forma di vita riconosciuta dalla comunità. L’attività rimane quindi lecita finché non supera i limiti fissati dalla gestione.</p><p>Questa concezione può includere un rapporto intenso con la natura. Molti cacciatori conoscono gli ambienti che frequentano e partecipano alla conservazione degli habitat. Il fatto che siano disposti a uccidere un animale non implica che lo considerino privo di valore, poiché il loro giudizio dipende dalla possibilità di conciliare l’uso del singolo con il mantenimento della popolazione. L’animale viene rispettato all’interno di una relazione che ammette il prelievo. Il sistema della comunità morale estesa attribuisce invece rilievo diretto all’individuo. La capacità di provare dolore rende l’animale portatore di un interesse a non subire sofferenza, mentre il suo comportamento orientato alla sopravvivenza permette di riconoscergli un interesse a continuare a vivere. La popolazione rimane importante, ma non assorbe il valore dei singoli organismi che la compongono. Da questa premessa deriva una diversa valutazione della sostenibilità. Una popolazione può rimanere numericamente stabile anche quando ogni anno vengono abbattuti molti individui. Dal punto di vista demografico, il prelievo può risultare compatibile con la conservazione. Dal punto di vista morale, resta da stabilire se il beneficio ottenuto sia sufficiente a giustificare quelle morti. La caccia praticata per impedire un rischio grave può essere accettata anche all’interno di una morale estesa, qualora il danno non possa essere evitato con mezzi meno lesivi. La caccia ricreativa incontra una difficoltà maggiore, perché il vantaggio riguarda principalmente chi la pratica. Il giudizio dipende allora dal peso che si attribuisce a quel piacere rispetto al danno inflitto all’animale. Chi considera quest’ultimo moralmente rilevante tenderà a richiedere una ragione più forte.</p><p>La differenza si manifesta in modo particolarmente chiaro nell’onere della prova. Per chi assume la liceità dell’uso della fauna, la caccia può continuare finché non venga dimostrato che produce un danno non accettabile. La richiesta di vietarla deve quindi essere sostenuta dalla prova di un declino o di un’altra conseguenza grave. Chi attribuisce agli animali un interesse autonomo parte da una presunzione diversa: l’uccisione deve essere giustificata da chi intende praticarla. Molte controversie tecniche nascono da questa divergenza senza dichiararla. <b>Una parte domanda se esistano prove sufficienti del danno prodotto dalla caccia, perché ritiene che in loro assenza la pratica debba restare consentita. L’altra chiede se sia stata dimostrata la necessità del prelievo, poiché considera insufficiente la semplice mancanza di effetti sulla consistenza della specie.</b> Le domande si rivolgono a oggetti diversi e assegnano in modo opposto il rischio dell’incertezza.</p><p>Il modello delle <i>wildlife value orientations</i> non divide però la società in due blocchi omogenei. Dominazione e mutualismo possono coesistere nella stessa persona con intensità differenti. La ricerca distingue infatti anche i pluralisti, che riconoscono agli animali una certa rilevanza morale e continuano ad ammetterne l’uso. Esistono inoltre persone poco interessate alla fauna, la cui posizione non deriva da una preferenza per la dominazione, ma da una distanza generale rispetto al problema. Queste posizioni intermedie spiegano perché molti cacciatori non si riconoscano nella rappresentazione che ne fanno gli oppositori. Essi possono ritenere di avere obblighi verso gli animali e considerare l’abbattimento compatibile con tali obblighi. La loro morale include il dovere di evitare una sofferenza prolungata e può attribuire grande importanza alla conservazione. Ciò che non accetta è che il valore dell’animale comporti necessariamente il divieto di ucciderlo.</p><p>Anche fra gli oppositori della caccia esistono differenze rilevanti. Alcuni concentrano il giudizio sulla sofferenza e potrebbero accettare un abbattimento quando esso evita un danno maggiore. Altri riconoscono all’animale una protezione contro l’uccisione che non dipende dal bilancio delle conseguenze. Chi assume come riferimento l’ecosistema può infine ammettere interventi letali quando ritiene che siano necessari a preservarne il funzionamento. La convergenza contro la caccia ricreativa può quindi nascere da fondamenti morali non coincidenti.</p><p>La letteratura mostra che il movente attribuito al cacciatore influisce in modo rilevante sull’accettabilità della pratica. Uno studio condotto in sei paesi europei e africani ha rilevato che la caccia di sussistenza riceveva valutazioni diverse da quella praticata per trofeo. Anche la necessità gestionale modificava il giudizio. Cacciatori e oppositori condividevano spesso la condanna delle forme considerate eccessive, segno che il conflitto non elimina ogni criterio comune. La stessa dipendenza dal contesto compare fra gli studiosi di conservazione. In un’indagine su 2.315 ricercatori, il giudizio sulla caccia al trofeo risultava associato all’impostazione morale adottata e alla valutazione degli effetti sugli animali. Il fattore più importante riguardava però le conseguenze per le comunità locali. Anche in un gruppo professionalmente competente, dunque, la conoscenza scientifica non conduceva a una conclusione uniforme, perché gli stessi effetti venivano pesati secondo priorità differenti. Alla divergenza morale si aggiunge l’identità sociale. La caccia può rappresentare una parte importante della storia familiare e del rapporto con il territorio. Il suo divieto viene allora percepito come una svalutazione di chi la pratica. Dalla parte opposta, la protezione degli animali può diventare un elemento centrale dell’identità personale, per cui ogni concessione viene vissuta come un cedimento su un principio. Uno studio sui conflitti interni al mondo della conservazione ha mostrato che il giudizio sugli obblighi verso la fauna dipendeva dall’orientamento valoriale e dall’identificazione con gruppi legati alla caccia o ai diritti animali. L’appartenenza condiziona il modo in cui vengono interpretati gli argomenti, poiché la valutazione della loro attendibilità risente della fiducia accordata a chi li presenta.</p><p>Manfredo e colleghi hanno descritto una reazione culturale che compare negli Stati americani dove il mutualismo è diventato più diffuso. Le persone legate alla cultura venatoria tradizionale mostrano in quei contesti una minore fiducia nelle agenzie pubbliche, soprattutto quando le percepiscono come espressione del cambiamento sociale in corso. Il sostegno alle norme costituzionali che proteggono il diritto di caccia cresce come risposta alla perdita di legittimità avvertita dal gruppo. <b>La sfiducia investe inevitabilmente anche i dati. Una stima proveniente da un’associazione ambientalista può essere respinta dai cacciatori prima ancora che ne venga esaminato il metodo. Lo stesso accade, in direzione inversa, per i dati raccolti dalle organizzazioni venatorie. In tali condizioni, nuove informazioni possono alimentare il conflitto, perché vengono incorporate in una disputa sull’autorità delle fonti.</b> Da questo non segue che i dati siano irrilevanti. Il loro ruolo consiste nel verificare le premesse fattuali usate per giustificare una decisione. Se la caccia viene presentata come necessaria per conservare un habitat, occorre dimostrare che produca davvero quell’effetto. Se viene accusata di portare una specie al declino, la stessa affermazione deve essere sottoposta a controllo. La scienza non stabilisce quale interesse debba prevalere, ma può mostrare che una politica non realizza lo scopo invocato.</p><p>Il potere delle prove dipende quindi dalla forma dell’argomento. Chi ritiene la caccia lecita in ogni circostanza difficilmente cambierà posizione davanti a uno studio sui suoi effetti. Chi la ammette perché la considera utile alla gestione dovrà invece rivedere il proprio giudizio qualora quell’utilità non venga confermata. Allo stesso modo, chi la rifiuta perché presume che ogni prelievo causi un declino dovrà correggere la propria valutazione quando i dati mostrino una popolazione stabile. Le evidenze possono anche rivelare che una misura produce conseguenze incompatibili con i valori dichiarati da chi la sostiene. Un intervento può essere descritto come selettivo e colpire in realtà altri animali. Un programma di controllo può avere un’efficacia così bassa da non giustificare i costi che impone. Il dato scientifico non sceglie il fine, ma impedisce di attribuire a una pratica risultati che non possiede.</p><p>I dati non parlano da soli, come si suol dire: essi acquistano significato entro un sistema che stabilisce quali conseguenze contino. Questo non ne riduce tuttavia l’importanza, perché senza una descrizione affidabile degli effetti il giudizio morale si applica a una realtà immaginaria. <b>La decisione richiede conoscenza empirica, mentre la direzione della scelta deriva dai valori.</b> La faglia valoriale del resto attraversa il concetto stesso di conservazione. Per il sistema gerarchico-gestionale, conservare significa mantenere una fauna utilizzabile senza esaurirla. Per la comunità morale estesa, la conservazione comprende anche il modo in cui vengono trattati gli individui. La stessa popolazione stabile può quindi rappresentare un successo per il primo sistema e lasciare irrisolto il problema per il secondo.</p><p>La caccia ricreativa rende questa differenza particolarmente visibile perché il beneficio ludico è facilmente separabile dalla necessità. Quando l’uccisione serve a evitare un pericolo grave, le posizioni possono avvicinarsi. Quando lo scopo consiste nell’esperienza del cacciatore, il giudizio dipende quasi interamente dal valore attribuito a quell’esperienza rispetto alla vita dell’animale. Quella descritta è l'esperienza diretta che sto vivendo in questo periodo di discussione del DDL caccia. Nel confronto pubblico in cui sono coinvolto, mi trovo a presentare dati e analisi che, a seconda dei casi, vengono valutati acriticamente a supporto di una posizione e contraria all'altra. <b>Indipendentemente dalla direzione delle conclusioni, la reazione è spesso la stessa: i dati non vengono realmente discussi. La conversazione si sposta altrove, si irrigidisce su posizioni già definite, e diventa evidente che ciò che è in gioco non è la loro attendibilità o interpretazione, ma il sistema di valori entro cui vengono letti.&nbsp;</b>Una possibile via d’uscita consiste nell'accompagnare i dati con il rendere esplicita fin dall’inizio la diversa scala valoriale degli interlocutori. Questo significa riconoscere che chi difende la caccia può attribuire priorità alla gestione delle popolazioni e alla legittimità dell’uso umano della fauna, mentre chi la contesta può partire dal valore morale dell’individuo animale. Portare alla luce questa differenza non serve a relativizzare tutto, ma a chiarire su quale terreno si sta discutendo e a evitare che il confronto venga continuamente spostato su un piano che nessuna delle parti considera davvero decisivo.</p><p>In termini pratici, ciò implica spostare il confronto su un terreno meno sterile: una volta riconosciuta l’esistenza di sistemi valoriali incompatibili, il primo passo non è stabilire chi abbia ragione in astratto, ma individuare un obiettivo minimo di conservazione che possa essere condiviso. Occorre chiarire quale stato delle popolazioni e degli ecosistemi si intenda garantire come soglia non negoziabile, e in che modo questo obiettivo debba essere bilanciato con interessi esterni alla conservazione, come quelli agricoli o pastorali. È su queste condizioni di base che può aprirsi uno spazio di confronto fra le componenti meno rigide delle diverse posizioni. Solo dopo aver definito tali criteri comuni diventa sensato discutere della compatibilità di specifiche attività e strumenti, e farlo sulla base di analisi scientifiche adeguate: quando queste mancano, dovrebbero essere prodotte prima di autorizzare interventi, prima di delegare decisioni a livelli territoriali frammentati, e prima di attribuire alla caccia benefici o danni che non siano stati verificati. Certo, chi ritiene ingiustificato l'abbattimento per fini ricreativi di un animale non sarà mai convinto; ma si può tollerare di non essere d'accordo sul punto etico, e invece preoccuparsi di un obiettivo maggiore, quello della preservazione simultanea di ecosistema, sistema agricolo e pastorale, senza che i progetti di legge e i regolamenti siano dominati da improvvisazione, elettoralismo e slogan?</p>]]></description>
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				<title>Da oggetto di diagnosi a soggetto che comunica. I racconti del corpo</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Giuseppina Torregrossa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Hai voglia a decantare la bellezza dell’anima. E’ il corpo la nostra vera risorsa. Tanto reale che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/dante-alighieri_33199" target="_blank">Dante</a>&nbsp;descrive le anime della Commedia come corpi eterei ma aggiunge loro le caratteristiche fisiche che possedevano in vita. Beatrice, donna angelicata, pura luce, ha gli occhi sfavillanti e il sorriso che “mparadisa la mente.” <b>Ci sono voluti secoli per scoprirne i segreti, molti dei quali sfuggono all’interpretazione della scienza e, indovati tra pieghe e cavità, si fanno beffe di medici e ricercatori.</b> Codice da decifrare e riprodurre per la genetica, carne da mortificare per i cattolici, il corpo rimane argomento dibattuto tra scienza, filosofia, arte, che ne danno descrizioni ambivalenti e contraddittorie senza approdare a una visione comune.</p><blockquote>Dante descrive le anime della Commedia come corpi eterei, ma attribuisce loro le caratteristiche fisiche che possedevano in vita</blockquote><p>Noi siamo il nostro corpo. Basta un aumento degli ormoni tiroidei a far crescere la tensione interna o un loro calo per assomigliare a bradipi sonnolenti. Un picco di ossitocina in più per sprizzare allegria, una flessione della serotonina per cadere nella tristezza. Per il mondo greco la parola soma era il cadavere. Il corpo vivente veniva rappresentato dall’azione e gli organi dalla loro funzione. Gli occhi erano la vista, la vulnerabilità il tallone di Achille, oggi metafora dell’imperfezione. <b>Quando Platone scopre l’anima, il corpo con le sue prerogative passa in secondo piano.</b> Esso è “multiforme, inintelligibile, dissolubile e mai identico a se medesimo” spiega il filosofo nel Fedone, mentre l’Anima immutabile ha una natura divina. Cartesio perfeziona il dualismo corpo/anima e distingue tra res cogitans e res extensa. Ma nell’età matura, quando si è più inclini ai ripensamenti, fa confluire le due parti nella ghiandola pineale, una struttura contenuta nel cervello, e attribuisce a certi spiriti animali il compito di trasferire i messaggi agli organi di senso, aprendo la strada a una visione unitaria dell’essere umano. Spinoza si inserisce in questa scia con un’intuizione che anticipa le scienze moderne. Le emozioni, dice, non sono debolezze o vizi, ma processi naturali. Tutto ciò che accade è parte della Natura. <b>Nella seconda metà del Novecento Damasio, neuroscienziato portoghese, utilizzando tecniche di neuroimaging, dimostra che le emozioni sono reazioni chimiche e neuronali, mentre i sentimenti sono la rappresentazione che il cervello fa di esse. L’uomo attraverso la conoscenza e la comprensione razionale può trasformare le proprie emozioni da negative in positive, approdando a una migliore regolazione biologica e sociale.</b> Concetti già noti ai monaci tibetani che grazie alle tecniche di meditazione agiscono sulle emozioni a vantaggio dell’organismo e della comunità stessa. Bastano pochi, profondi respiri per trasformare la rabbia in amore, la paura in quiete. E’ il potere del corpo, che nel bene e nel male condiziona il destino degli esseri umani.</p><p>L’anima rimarrà a turbare l’immaginario degli artisti che ne indagheranno moti e ragioni continuando a nobilitarla. Anna Achmatova, poetessa russa del secolo scorso, pensa che nelle incombenze più miserabili essa non sia presente. “L’anima la si ha ogni tanto. Nessuno la ha di continuo e per sempre. Quando si compilano moduli/ e si trita la carne/ di regola ha il suo giorno libero”. Addio a Platone, dunque. Lui però aveva ragione su una cosa: il corpo cambia continuamente. Le donne lo sanno bene, dalla pubertà alla menopausa, passando per gravidanze e allattamento, è un continuo divenire. Seni che crescono, aumentano di volume o cambiano forma, pance che si gonfiano; la linea alba, quel rafe mediano sull’addome di solito invisibile, si scurisce e dopo il parto rimane evidente a ricordar loro che sono mamme; le mucose cambiano di colore, il sanguinamento mensile; per non parlare delle oscillazioni del tono dell’umore causate delle fluttuazioni ormonali in grado di far impazzire qualunque essere vivente. Ma non le donne, i cui sistemi di regolazione naturali permettono loro di superare lo tsunami emotivo e trovare di volta in volta un nuovo livello di organizzazione.</p><p>Il corpo umano dispone di complessi sistemi di adattamento e strutture di sorveglianza per il mantenimento del proprio equilibrio interno, chiamato omeostasi. <b>Le mutazioni delle cellule vengono prontamente riconosciute dal sistema immunitario e bloccate prima di diventare malattia. Alcuni cambiamenti improvvisi e irreversibili richiedono però uno sforzo che va oltre le naturali capacità di adattamento. </b>L’esposizione dell’organismo a radiazioni, a sostanze chimiche dannose, certi stili di vita che provocano infiammazione cronica, un lutto dolorosissimo, possono indurre mutazioni nelle cellule che i nostri sistemi di sorveglianza non sono in grado di eliminare. Il cancro altro non è che la perdita dell’organizzazione di una cellula, di un tessuto, di un organo. E quando si verifica l’esplosione della bomba, le conseguenze ricadono sul singolo e sulla comunità, in una reazione a catena imprevedibile. Nelle antiche tribù la malattia non era considerata un fatto biologico, ma uno squilibrio nella vita dell’individuo. <b>Tutto il villaggio prendeva parte ai rituali sciamanici, le cure, che duravano fino a completa guarigione. L’esperienza della malattia arriverà con lo sviluppo della tecnica.</b> Fegato, polmone, stomaco sono infatti termini moderni e moderne sono le complesse definizioni utilizzate dalla comunità scientifica per indicare la disorganizzazione. Lo schema corporeo, quel luogo dove l’essere umano ritrova i suoi organi e si orienta, si modifica a seguito della malattia e delle cure. Il paziente, privato di un polmone o di un rene, senza capelli, non riesce più a riconoscersi in quelle assenze, nelle nuove cicatrici.</p><p>Il corpo umano si presenta in modo simmetrico, due occhi, due braccia, due gambe, due seni. La simmetria è alla base del costrutto culturale e della bellezza, insieme con l’armonia. In chirurgia plastica, nel mondo dell’arte esiste la proporzione aurea, cioè il rapporto tra le distanze dei lineamenti, ed è racchiusa in un numeretto. Il volto più bello del mondo è quello di Michelle Pfeiffer. Secondo i chirurghi plastici tra naso, occhi e bocca della bionda attrice passa la perfetta proporzione aurea.</p><p>La chirurgia interviene sulla simmetria, tagliando via un organo ammalato o parte di esso. Si può vivere con un solo rene, l’anca malfunzionante può essere validamente sostituita da una protesi in metallo. Il seno colpito dal cancro viene asportato, tutto o in parte, ma può essere ricostruito e avere una forma persino migliore. <b>Va da sé che il processo di cura sarà appannaggio di personale specializzato e confinato in luoghi segregati, gli ospedali, dove il senso di ciascuna esistenza rimane tagliato fuori.</b> Nelle unità senologiche la ricostruzione del seno oggi viene offerta di default alle pazienti operate, purtroppo non in modo uniforme sul territorio nazionale. Ma facendo finta che siamo nel migliore paese possibile, e che da nord a sud beneficiamo tutti dello stesso trattamento, la riparazione della ferita non è sufficiente a ricostruire la vecchia organizzazione. Non si tratta di ripristinare lo schema corporeo, ma di interagire con certe tristezze, certi pensieri bui che accompagnano la convalescenza. Arthur Frank, nel saggio Il narratore ferito, spiega che quando ci ammaliamo gravemente perdiamo la mappa e la meta della nostra vita. Non sempre la guarigione è contestuale al ripristino dell’organizzazione, ché il corpo non è un semplice coacervo di organi. <b>Perché essa sia completa bisogna ritrovare anche l’immagine di sé, il complicato miscuglio tra l’idea che l’individuo ha di se stesso, quella che hanno gli altri di lui e quell’ideale cui tutti tendono.</b> Quell’anima capricciosa, che secondo la poetessa russa manca quando tritiamo la carne, ha bisogno dello sguardo altrui per capire ciò che è. Rappresentato nel cervello in zone precise quali l’emisfero cerebrale destro, l’insula, l’amigdala, la corteccia cerebrale occipitale, frontale, il concetto di sé non è solo una storia di sensi, ma è frutto della interazione sociale. In quel tempo di durata indefinibile tra la fine della cura e la guarigione, il paziente dovrà imparare a pensare se stesso in maniera diversa.</p><p><b>Moravia, affetto da una tubercolosi articolare, visse a letto per anni, immobilizzato dal gesso. </b>Fu la zia Amelia a insistere perché il nipote venisse trasferito nel sanatorio di Cortina, dove fu subito liberato dal busto che lo opprimeva e sottoposto a una trazione della gamba con notevole sollievo dal dolore. Una terapia così diversa dalla precedente, che Moravia subì non senza perplessità. Scriverà in una lettera alla zia: “io non ci capisco più niente, a dirti il vero. La differenza di vedute tra il medico mio e quello di qui è assoluta. Sempre più credo che la medicina sia una questione di opinioni”. Sfiducia, fatalismo, figlie del dolore fisico e della paura del futuro, influenzarono i suoi ragionamenti. “Nelle malattie, in fondo, ci si ammala per caso, e si muore per caso o si guarisce per caso”. Asseriva nei giorni del ricovero. Ma le reazioni biochimiche del suo corpo presero in seguito la forma di due sentimenti dominanti. Noia e indifferenza lo guidarono nella costruzione di un nuovo sé e nella scrittura di due magnifici romanzi. Tristezza, sfiducia, preoccupazione, rabbia, angoscia sono emozioni che appaiono fisiologiche a chi attraversa lo spartiacque della malattia. Non è né depresso né sfigato Leopardi. Il dolore che nelle sue opere diventa universale, è prima di tutto una sofferenza fisica causata dalla spondilite anchilosante, rara patologia infiammatoria cronica che colpisce la colonna vertebrale deformandola.<b> Se il poeta avesse potuto usare il cortisone non avrebbe sperimentato certe afflizioni e forse non avremmo letto i suoi versi sublimi.</b> Il giallo rutilante dei girasoli di Van Gogh è conseguenza della porfiria acuta, una rara condizione ereditaria, che altera la percezione dei colori: gli oggetti bianchi assumono una tonalità giallastra, gli azzurri tendono al violetto. Nei momenti di crisi acuta questi ammalati sono tormentati da spasmi addominali, stanchezza, allucinazioni, convulsioni.</p><blockquote>Quello di Leopardi è anzitutto dolore fisico per la spondilite anchilosante. Il giallo rutilante dei girasoli di Van Gogh è conseguenza della porfiria acuta</blockquote><p>La tristezza esistenziale che accompagna gli squilibri biologici oggi è il più delle volte considerata patologica. Il medico, incapace di sostenere il dolore del cambiamento, vede nel paziente solo la malattia e considera come tale anche i “sentimenti collaterali”, ricorrendo alla psicoterapia e alla farmacoterapia come soluzione. In compenso disponiamo di farmaci che allungano la vita, senza preoccuparci della sua qualità. <b>Le comunità scientifiche si impegnano a scongiurare la morte costi quel che costi, cronicizzando malattie che un tempo avevano un esito fatale, compresa la vecchiaia che con i suoi acciacchi anticipa la morte.</b> “Senectus ipsa est morbus” afferma Terenzio Afro. “Quando il corpo comincia a dolerci, dolerci, smonta di turno alla chetichella” recita Achmatova. Per dirla in modo più comprensibile, non si muore perché ci si ammala, ma ci si ammala perché si deve morire. In una società basata sulla performance, che non accetta l’assenza di produttività, vecchi e ammalati condividono lo stesso destino e vengono segregati gli uni nelle Rsa, gli altri negli ospedali. Tirando le somme: la malattia produce un cambiamento che vuole essere riconosciuto e quindi raccontato. <b>La medicina narrativa, una nuova pratica comunicativa basata sull’ascolto e sulla narrazione scritta, vuole colmare le lacune della medicina dell’evidenza.</b> Ma al momento rimane una pratica limitata a una ristretta cerchia. Parla il paziente e usa un linguaggio non suo, mutuando parole dalla tecnica per cercare di farsi capire. E visto che è sotto la giurisdizione della scienza, si è adattato a lasciarsi rappresentare come depresso pur di essere ascoltato. Il medico, abituato a osservarlo come oggetto di indagine, ne misconosce soggettività, si aggrappa ai principi della medicina dell’evidenza e crea uno iato tra sé e il paziente. E’ evidente che il dialogo fa parte del percorso di cura. Non è un caso che negli ultimi anni molti scrittori abbiano centrato i loro racconti sul senso della malattia e sulla cura. Si scrive dei propri acciacchi senza pudore, li si raccontano in radio, in teatro. Il pubblico si riconosce in certi movimenti viscerali, manifesta attenzione e ne decreta il successo.</p><blockquote>La medicina narrativa vuole colmare le lacune della medicina dell’evidenza. Ma al momento è limitata a una ristretta cerchia</blockquote><p><b>Su queste premesse si fonda “Dialoghi per organi assenti” presentato al Festival di Spoleto 2026, nell’ambito della rassegna “I dialoghi delle donne” curata da Paola Severini Melograni.</b> Il progetto, nato in collaborazione con l’associazione beautiful after breast cancer, si propone di accogliere il bisogno di ascolto che i pazienti manifestano e di far dialogare tra loro gli organi ammalati utilizzando un linguaggio semplice, diretto, scevro da metafore e artifizi appresi nel corso della vita. La verbalizzazione, la messa in scena, il racconto dell’esperienza, la testimonianza in generale può essere di grande utilità nell’accettazione di un’altra immagine corporea e nella formazione di nuove comunità, restituendo alla malattia un valore sociale che può essere scambiato o trasferito. Come già succede nei gruppi di sostegno, spazi protetti, formati sull’esempio degli alcolisti anonimi, dove il malato trova accoglienza. Ma con un cambio di prospettiva: non più racconto “sul”, ma “del” corpo.</p><blockquote>Con il progetto “Dialoghi per organi assenti” presentato al Festival di Spoleto 2026, si vuole accogliere il bisogno di ascolto che i pazienti manifestano</blockquote><p>Una semplice preposizione cambia il ruolo del corpo da oggetto di discussione a protagonista. Il fatto è che bisognerebbe riconoscere l’antica saggezza del corpo e il suo potere di autoguarigione; mettere al centro la pratica dell’amore e della compassione buddista, e ricucire gli strappi che hanno diviso negli anni i malati dai sani, i guaritori dai guariti. Perché come dice Susan Sontag “Siamo cittadini di due regni, quello dello star bene e quello dello star male. Preferiremmo servirci del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”.</p>]]></description>
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				<title>Lo stigma sociale di certe diagnosi e l&#039;incognita IA</title>
				<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando un modello linguistico entra in un servizio sanitario, il bias verso&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2025/01/10/news/dottor-ia-come-migliorare-la-diagnosi-di-cancro-al-seno-con-lintelligenza-artificiale--112746" target="_blank">diagnosi</a>&nbsp;socialmente stigmatizzate può trasformare HIV, epatite B e disturbi mentali in indizi impropri sulla persona. La diagnosi, che dovrebbe servire a capire un bisogno clinico, rischia di trascinarsi dietro un giudizio accessorio: maggiore pericolosità, minore affidabilità, distanza sociale, ridotta competenza. In una relazione di cura mediata da software, moduli automatici, riassunti clinici e risposte precompilate, quel giudizio può passare inosservato proprio perché non assume la forma grossolana della discriminazione dichiarata.&nbsp;La questione è pratica. Se un sistema aiuta a leggere una richiesta, a preparare una risposta, a sintetizzare una storia clinica o a orientare un contatto, la sua formulazione può influenzare chi decide dopo. Un paziente con una condizione stigmatizzata può essere presentato con una sfumatura diversa, con una cautela in più, con un tono meno neutro. Nessuno deve scrivere una frase offensiva perché si produca una disparità. Basta che la diagnosi, anche quando non è pertinente, modifichi il modo in cui la persona viene rappresentata. Da qui nasce il problema della misura. <b>Il bias sanitario dell’intelligenza artificiale non si valuta seriamente chiedendo al modello se sia giusto discriminare un paziente con HIV o con schizofrenia. A quella domanda il modello sa rispondere. Ha incontrato molte volte il linguaggio dell’equità, della non discriminazione, del rispetto del paziente. </b>La prova diventa più interessante quando la diagnosi viene inserita dentro una situazione ordinaria e si osserva se, a parità di tutto il resto, cambia il giudizio prodotto dal sistema.</p><p>È il disegno del&nbsp;<a href="https://www.nature.com/articles/s44360-026-00164-4" target="_blank">lavoro pubblicato su Nature Health</a>&nbsp;da Xi Wang, Yujia Zhou e Guangyu Zhou, dedicato al comportamento stigmatizzante dei grandi modelli linguistici nei giudizi contestuali su condizioni di salute. Gli autori hanno confrontato due piani: le risposte a scale standard di stigma e le risposte a scenari nei quali la condizione attribuita alla persona veniva modificata mantenendo costante la situazione. Il confronto è utile perché separa la correttezza dichiarata dal comportamento reale durante lo svolgimento di un compito pratico. Nel primo caso il modello deve riconoscere una norma sociale; nel secondo deve applicarla senza che il tema sia annunciato come oggetto del compito.</p><p>Il risultato ha una forma quasi paradossale: su scale esplicite, sei grandi modelli linguistici risultano meno stigmatizzanti del benchmark umano costruito su 56.612 partecipanti; negli scenari in cui si dovrebbe applicare la norma e non semplicemente richiamarla (cosiddetti scenari contestuali), costruiti su 51 situazioni e 61.200 decisioni generate, compaiono invece scarti sistematici quando la persona è associata a disturbi mentali, HIV o HBV rispetto al controllo sano. <b>Il modello linguistico cioè appare più corretto degli esseri umani quando risponde a domande frontali, ma tende a mostrare più pregiudizi quando la diagnosi è inserita in una situazione concreta in cui operare scelte o suggerire raccomandazioni.</b></p><p>Non è un risultato del tutto inatteso: le risposte esplicite sono infatti il territorio più facile da bonificare, perché l’addestramento di sicurezza può insegnare al modello a evitare formulazioni apertamente stigmatizzanti. I giudizi contestuali dipendono invece da associazioni meno visibili. Se nei testi su cui il sistema è stato addestrato una certa diagnosi compare spesso accanto a paura, sospetto, distanza o paternalismo, quella traccia può riemergere quando il modello deve completare una situazione. <b>La macchina non ha un’opinione sui malati; organizza materiale linguistico già disponibile nella società. Nelle risposte generate dal modello quando completa brevi racconti o situazioni quotidiane, HIV e condizioni psichiatriche vengono più spesso collegati a pericolo o distanza sociale, mentre mal di schiena e ipertensione tendono a comparire in cornici di pietà o ridotta competenza.</b> Questa distinzione chiarisce che lo stigma sanitario non si manifesta solo attraverso esclusioni esplicite: può anche ridurre l’autonomia attribuita al paziente, presentandolo come meno capace o più dipendente rispetto agli altri. Se, in un setting medico, una persona viene descritta come difficile, poco attendibile o rischiosa, quell’etichetta può orientare le decisioni lungo il percorso di cura. Questo significa che il pregiudizio non prende il posto del medico, ma può influenzare il modo in cui il caso viene presentato e interpretato ancora prima che il medico intervenga.</p><p>Lo studio segnala anche una differenza tra lingue. I prompt in cinese producono più risposte congruenti con lo stigma rispetto ai prompt in inglese, soprattutto negli scenari di salute mentale.<b> Il dato mette in luce un aspetto strutturale dei modelli linguistici: ogni lingua riflette una diversa stratificazione di testi, norme implicite e rappresentazioni sociali, che vengono assorbite durante l’addestramento. </b>Questo significa che un modello può comportarsi in modo apparentemente equo in una lingua e mostrare deviazioni significative in un’altra, senza che il cambiamento sia immediatamente visibile. La sicurezza, quindi, non è una proprietà universale del sistema, ma una caratteristica che va verificata in ciascun contesto linguistico e culturale in cui il modello viene utilizzato. Per applicazioni sanitarie, dove anche piccole distorsioni possono avere effetti concreti sulle decisioni cliniche e sull’esperienza del paziente, questa verifica è assolutamente necessaria, quindi. Gli autori osservano inoltre che la modalità "ragionamento" riduce una parte degli scarti e che alcune istruzioni aiutano a contenere le risposte stigmatizzanti, in particolare quando chiedono al sistema di concentrarsi sull’individuo e di ignorare la diagnosi se non serve al compito. Il dato è incoraggiante, perché suggerisce margini di correzione. Resta fragile, perché un prompt efficace su una versione del modello non garantisce lo stesso effetto dopo un aggiornamento, in un’altra lingua o in un diverso contesto clinico.</p><p>La valutazione dei modelli medici di IA dovrebbe quindi avvicinarsi ai loro usi reali:&nbsp;bisogna costruire scenari, modificare una variabile per volta, misurare se una diagnosi non pertinente cambia il giudizio, ripetere la prova nelle lingue in cui il sistema verrà impiegato. Le buone risposte ai questionari servono a poco. Il lavoro di Wang, Zhou e Zhou offre un argomento contro la certificazione superficiale della IA in ambito medico, ma presumibilmente in qualunque ambito. Un modello può imparare il vocabolario dell’equità e conservare, in strati meno sorvegliati, le associazioni stigmatizzanti con cui una società ha trattato alcuni malati. Se quelle associazioni rientrano nei testi che aiutano a filtrare richieste, riassumere storie o preparare risposte, lo stigma diventa parte dell’infrastruttura che gestisce la risposta sanitaria. Sarà possibile gestire questo tipo di bias profondi nell'uso della IA medica?</p>]]></description>
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				<title>Il rumore influenza la nostra percezione del tempo. Uno studio</title>
				<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un gruppo di studenti viene bendato, indossa una cuffia, ascolta un rumore di fondo e, sopra quel rumore, alcuni toni puri. I toni durano uno, due, tre, quattro, cinque o sei secondi. Il compito è elementare: quando il tono finisce, bisogna tenere premuta la barra spaziatrice per lo stesso tempo in cui si pensa che il tono sia durato. Non occorre meditare sul tempo, non occorre sapere nulla di neuroscienze, non occorre nemmeno prestare attenzione al rumore di fondo. Anzi, il rumore va ignorato.</p><p>Eppure <b>il rumore cambia il tempo</b>.</p><p>Se il suono di fondo dà l’impressione di avvicinarsi, i partecipanti allungano la durata dei toni. In media li giudicano più lunghi di quasi il 15 per cento. Se invece il suono sembra allontanarsi, accade l’opposto: il tempo viene accorciato, con una sottostima media di circa il 6 per cento. Quando il suono è rimescolato, senza una direzione chiara, l’effetto resta intermedio.</p><p>Lo&nbsp;<a href="https://www.nature.com/articles/s41598-026-58785-4">studio</a>&nbsp;nell’ambito del quale sono stati raccolti questi risultati, firmato da Achille Pasqualotto e Hiroto Kawarada dell’Università di Tsukuba,  è partito da una domanda semplice. <b>Che cosa succede alla percezione del tempo quando intorno a noi qualcosa sembra muoversi? </b>La domanda è meno astratta di quanto sembri. Un oggetto che arriva alle spalle, un veicolo che si avvicina, un animale che corre verso di noi, una palla che sta per colpirci, sono eventi nei quali il tempo non è una misura neutra. Bisogna decidere presto per evitare, o per spostarsi, o frenare – insomma per reagire appropriatamente. In questi casi, la durata fisica degli eventi conta meno della loro urgenza biologica.</p><p>La parte elegante dell’esperimento sta nel modo in cui gli autori separano il segnale da giudicare dal contesto acustico. Nei lavori precedenti, spesso erano proprio i suoni “incombenti”, cioè in avvicinamento, a essere giudicati dai soggetti. <b>Questo lasciava aperta una possibilità banale: forse quei suoni sembravano più lunghi perché erano più salienti, più intensi, più facili da notare</b>. Qui invece il suono che si muove non è l’oggetto della stima temporale, ma è sullo sfondo. L’oggetto della stima è un tono sinusoidale, sempre ben distinguibile dal rumore di fondo. Il cervello riceve due flussi: uno da misurare, uno da ignorare. Eppure, in realtà, il secondo modifica il primo.</p><p>Per costruire i suoni di fondo, i ricercatori hanno usato un sistema di sostituzione sensoriale, il vOICe, nato per trasformare immagini in suoni. Un triangolo visivo viene convertito in un profilo acustico compatibile con l’avvicinamento; invertendo quel profilo si ottiene l’allontanamento; tagliandolo e rimescolandone i segmenti si ottiene la condizione di controllo.</p><p>Il risultato suggerisce che il nostro senso del tempo non funzioni come un cronometro chiuso nella testa. La metafora dell’orologio interno resta utile, purché si capisca che è un dispositivo sensibile allo stato dell’organismo. <b>Se un segnale acustico indica che qualcosa si sta avvicinando, aumenta l’allerta, l’attenzione si orienta, l’arousal cambia</b>. In quel contesto, il tempo soggettivo si espande, cioè consideriamo più istanti in cui possiamo reagire, perché il cervello tratta quell’intervallo come più denso di informazione utile.</p><p>È la stessa ragione per cui, in molte situazioni di pericolo, le persone raccontano che “il tempo si è fermato” o che “tutto è accaduto al rallentatore”. Quelle frasi, prese alla lettera, sono false, ma come descrizione fenomenologica colgono qualcosa di reale: l’esperienza del tempo dipende dall’attenzione, dall’emozione, dalla previsione, dalla necessità di agire.</p><p>La novità del lavoro che qui si discute è mostrare che non serve un evento drammatico:<b> basta un segnale acustico di movimento, messo sullo sfondo, per alterare la durata percepita di un altro stimolo</b>.</p><p>C’è poi un secondo risultato interessante. I partecipanti tendono a sovrastimare i toni brevi e a sottostimare quelli lunghi. È il cosiddetto effetto di Vierordt, noto da più di un secolo: quando dobbiamo riprodurre durate diverse, le stime vengono tirate verso una media interna. Un tono di un secondo sembra un po’ più lungo; uno di sei secondi sembra più corto. Il cervello cioè non legge soltanto il dato, ma lo combina con ciò che si aspetta, con la distribuzione delle durate incontrate nel compito, con una sorta di media appresa durante l’esperimento.</p><p>Gli autori traducono questa intuizione in un modello. Da un lato c’è il peso del segnale sensoriale, cioè la durata fisica del tono. Dall’altro c’è una regressione verso la durata media degli stimoli, pari a 3,5 secondi. A questo si aggiunge la direzione del cambiamento d’intensità del rumore di fondo: crescente, decrescente o irregolare. Il modello stima che i partecipanti diano circa il 79 per cento del peso alla durata reale e circa il 21 per cento alla media interna. Quando l’intensità del suono di fondo cresce, il termine associato all’allerta spinge la stima verso l’alto. Quando decresce, la spinge verso il basso. Con due soli parametri stimati, il modello riproduce gran parte dell’andamento osservato.</p><p><b>Non sappiamo ancora se l’effetto riguardi la durata del tono in sé, oppure la percezione del suo inizio e della sua fine</b>. Non sappiamo quanto il risultato si conservi con suoni più naturali, con ambienti complessi, con persone di età diverse, con condizioni di stress reale; del resto, gli stessi autori indicano questi limiti. Lo studio cioè non dimostra che il tempo mentale sia manipolabile a piacere con qualunque suono. Però, abbiamo la prima dimostrazione pratica che un’informazione acustica direzionale, anche quando non è il centro del compito, entra nel calcolo percettivo della durata del tempo – il che, ovviamente, fa venire immediatamente alla mente applicazioni nel campo della segnalazione acustica, per esempio.</p><p>Il tempo percepito non è un contenitore vuoto dentro cui vengono deposti gli eventi, ma è parte dell’elaborazione degli eventi stessi. Il tempo, in particolare, non è percepito nello stesso modo quando qualcosa ci viene incontro o si allontana da noi.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Nella caccia come nella sanità: basta con l’autonomia delle regioni</title>
				<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Io non sono contrario alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/06/17/news/tutti-i-problemi-della-riforma-della-caccia--400667" target="_blank">caccia</a>&nbsp;di selezione, operata con mezzi e personale appropriato e sotto stretto controllo degli enti scientifici deputati. L’ho già detto e lo ripeto ancora una volta, perché non si fraintenda quanto sto per dire di seguito. Ma quando sento che una legge sbagliata, una legge che non piace nemmeno a tutti i cacciatori, come a questo giornale ha dichiarato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/30/news/il-presidente-di-arci-caccia-schlein-e-una-populista-urbana-bonelli-e-un-ignorante-il-ddl-insufficiente--401372" target="_blank">Christian Maffei, presidente della Arci Caccia</a>, sarebbe una legge giustificabile soprattutto sulla base del principio che la caccia di selezione è non solo necessaria per evitare i danni arrecati da specie invasive, come il cinghiale, <b>ma avrebbe addirittura un effetto regolatorio utile all’ambiente, per cui i cacciatori sarebbero dei bioregolatori, non posso non rilevare una buona dose di ipocrisia.</b></p><p>Nella stessa proposta di legge, di fatto, si va ben oltre la caccia di selezione, e soprattutto <b>si indebolisce il controllo dell’ISPRA, che di quella ciaccia dovrebbe essere l’unico ente in grado di determinare scientificamente e caso per caso l’utilità. </b>Quale sia però il livello di ipocrisia e di insulto all’intelligenza del cittadino italiano, quando certi cacciatori rivendicano il loro ruolo di bioregolatori attraverso la caccia di selezione, lo si può cogliere in un altro atto legislativo, diverso da quello che in questi giorni è arrivato alla Camera.</p><p>Nella provincia di Trento, su proposta dell’assessore provinciale alle foreste, caccia e pesca Roberto Failoni, a partire dal 2027 sarà introdotta in via sperimentale la caccia di selezione del cinghiale praticabile con arco e frecce. Ora, se c’è una cosa che la storia ci insegna, è che le armi da fuoco sono di gran lunga più accurate e più efficaci nel procurare una morte rapida, rispetto all’arco e alle frecce; e spero che non si voglia invocare qui fuori luogo chissà quale altra tradizione millenaria del cavolo, quasi fosse un motivo valido, per praticare la caccia di selezione con un mezzo come l’arco. <b>Uccidere con le frecce in modo rapido è molto più difficile, e anzi non è infrequente che un animale ferito si trascini a lungo nel dolore, morendo poi dissanguato, perché la precisione del tiro è ovviamente difficilmente raggiungibile;</b> soprattutto, non si vede quale sia la ragione di una simile proposta, se non quella di provocare sofferenza e godere del sangue di un animale trafitto. Cosa c’entra con questa pratica la caccia di selezione e la sua necessità, e per quale motivo bisogna continuare ad introdurre con la scusa della selezione pratiche inumane e soprattutto – questo è l’aspetto più importante – di nessuna giustificazione scientifica ed ecologica?</p><p><b>L’assessore ha impapocchiato scuse circa la silenziosità dell’arco, che in stagione riproduttiva arrecherebbe meno disturbo di una fucilata agli animali diversi dalla preda; ma forse che un cinghiale ferito è silenzioso, tranquillo e pauroso di disturbare?</b> E se dà tanta preoccupazione il rumore, che facciamo, lasciamo a casa i cani e rinunciamo al fucile, così il novello Robin Hood dei cinghiali – così si è autorappresentato in una vignetta l’assessore – e i suoi tristi emuli possano con tranquillità dedicarsi al loro agghiacciante passatempo?</p><p>Ecco, se c’è una necessità di cambio della legislazione sulla caccia, vi è un tema che ritorna, come nella sanità: <b>basta con l’autonomia delle regioni.</b> La gestione della fauna, come quella dei virus, non può essere operata su base regionale, lasciando ad ognuno decidere come più gli aggrada nel proprio feudo elettorale; la scienza deve tornare al centro, con uniformità nazionale ed europea; e i cacciatori, pure quelli che si autodefiniscono di sinistra e scrivono a questo giornale, possono certo manifestare le loro giuste rimostranze contro l’ecologismo da salotto – ci mancherebbe – ma farebbero anche bene a guardare all’interno del loro mondo, a smettere il vittimismo e a isolare gente come l’assessore Failoni, che farebbe meglio a tornare a dedicarsi alle freccette nel bar sotto casa.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La rivolta dei fenicotteri contro il governo di Edi Rama</title>
				<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Nicola Mirenzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La colpa dell’allarme Albania è dei fenicotteri rosa. Eleganti e candidi, riescono a vivere nel fango senza sporcarsi. Le zampe lunghe, il collo flessibile: sembrano giunti sulla terra da un sogno. Trasmettono un senso di delicatezza che spinge naturalmente a volerli proteggere. Anche per questo sono diventati il simbolo dell’enorme protesta che, da più di trenta giorni, riempie le strade e le piazze dell’Albania contro il governo del socialista&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/edi-rama_37905" target="_blank">Edi Rama</a>. <b>Protagonisti i giovani, il movimento in realtà è trasversale. Tutti i coro gridano: “L’Albania non è in svendita”.</b> E ce l’hanno con la smania di far entrare il paese nella modernità lasciando mano libera a qualsiasi imprenditore straniero abbia quattrini per costruire. Un progetto dopo l’altro: villaggi, alberghi di lusso, grattacieli. Poco importa a chi servono, chi danneggiano, l’importante è tirarli su. Senza curarsi delle coste, delle bellezze naturali, del patrimonio paesaggistico, dell’armonia urbana. Sono anni che va avanti così, denunciano le piazze. Ma quando a fine maggio si è arrivati all’area protetta intorno al villaggio di Zvernec, vicino Valona, tutto è precipitato. E’ il posto in cui il genero di Donald Trump, Jared Kushner, marito di Ivanka, progetta di costruire un resort di lusso. Non è chiaro il come e il quando. Né che vuole fare con i fenicotteri rosa lì di casa. <b>Ma, nonostante ciò, il 30 maggio sulla spiaggia srotolano il filo spinato.</b> Le autorità non spiegano che succede. C’è una protesta. Un manifestante viene scacciato dagli uomini della sicurezza privata e trascinato di peso per decine di metri. Il video gira all’impazzata sui social. Monta la rabbia. Dal giorno dopo, le piazze sono piene di gente che vuole vedere “Edi Rama in galera”. Una folla che lo considera un criminale. Uno che ha dato in pasto l’Albania ai pescecani. Uomini con molto denaro, spesso da riciclare, abituati a pensare che ogni cosa abbia un prezzo. Inclusi i fenicotteri rosa.</p><blockquote>Tutti i coro gridano: “L’Albania non è in svendita”. E ce l’hanno con la smania di far entrare il paese nella modernità lasciando mano libera a qualsiasi imprenditore straniero abbia quattrini per costruire</blockquote><p>E pensare che Edi Rama era riuscito a strappare di dosso all’Albania l’immagine maledetta degli anni Novanta, i terribili anni della fine del regime comunista di Enver Hoxha. Ha vinto la sua prima elezione nel settembre 2013, poi altre tre di fila. <b>Tredici anni ininterrotti di potere in cui ha fatto dimenticare il tempo in cui gli albanesi scappavano in massa dal paese sull’orlo della guerra civile, su barche strapiene di gente che era stata chiusa per decenni in uno stato-prigione senza rapporti con l’esterno, sbarrato al mondo, al punto di credere che l’Italia fosse l’America, la Terra promessa. </b>Con Rama, l’Albania è diventata un posto assai più desiderabile, una meta turistica, un paese in cui è possibile investire. Pittore, prima di entrare in politica nel partito socialista, Edi Rama ha esposto a New York e a Berlino. Ha vissuto a Parigi e ha scritto per giornali prestigiosi come il Guardian, il New York Times, The Independent e la Frankfurter Allgemeine. E’ merito suo se nel 2027 si dovrebbero concludere i negoziati tecnici per l’ingresso dell’Albania nell’Unione europea, con l’obiettivo di farla entrare nel 2030. E’ lui che ha tessuto i rapporti. Curato le relazioni. Tutto baci, abbracci e inchini con Giorgia Meloni, alla quale ha concesso  di costruire un centro per il rimpatrio in territorio albanese. Un rapporto speciale con Emmanuel Macron, che lo considera un “amico”. L’“ammirazione” della star del progressismo, Pedro Sánchez. Ma è riuscito a “impressionare” anche Ursula von der Leyen. P<b>iù uno splendido rapporto con l’ex presidente ungherese Viktor Orbán. Segno che non ha steccati ideologici che gli impediscano di muoversi con disinvoltura. Per non parlare di Angela Merkel.</b> “Grazie a Edi Rama – disse la Cancelliera – l’Albania sta facendo grandi progressi”.</p><p>Ci si trova così di fronte all’allarme che risuona da tutta l’Albania un poco sorpresi, come vittime di una bolla, la sensazione di essere stati raggirati da un’abile operazione di marketing politico. Dice al Foglio Fatma Paja, una ragazza di 28 anni:<b> “Protesto dal 30 di maggio. Continuerò finché Edi Rama non lascerà. Non m’importa del caldo che fa. Farò tutto ciò di cui c’è bisogno”.</b> Cresciuta in un villaggio dell’entroterra, Fatma si è trasferita dieci anni fa nella capitale, Tirana. Fa la designer, lavora con le due sorelle. Insieme a un gruppo di altri artisti ha creato il cartonato con il fenicottero rosa che compare in ogni protesta, ed è diventato il simbolo di quella che chiamano, in inglese, la flamingo’s revolution – la rivoluzione dei fenicotteri, appunto. “Io non sono contro gli investimenti esteri in Albania” dice. “Sono contro gli investimenti esteri gestiti così. Senza trasparenza, senza regole, senza rispetto della natura, del nostro patrimonio, senza tener conto del vantaggio o dello svantaggio che producono per noi che qui ci viviamo. A chi giovano tutti questi resort di lusso? Agli albanesi che non hanno i soldi per metterci piede o agli oligarchi che possono venire qui a fare quello che vogliono?”. Anche Bernie Sanders, il vecchio eroe della sinistra americana, ha lodato la protesta chiamando in causa i ricconi.<b> Così come Ilaria Salis, arrivata in piazza a Tirana domenica scorsa.</b> Ma quello che mi stupisce di Fatma, e glielo dico, è che sia rimasta in Albania, che non faccia parte cioè di quell’alta percentuale di albanesi che ogni anno lascia il paese, il 62 per cento dei quali ha meno di 35 anni. Lei risponde ribaltando la questione: “Non siamo noi che ce ne dobbiamo andare. Sono loro quelli che se ne devono andare. Questi politici corrotti, di destra o di sinistra che siano, sono tutti coinvolti”.</p><blockquote>Anche Bernie Sanders, il vecchio eroe della sinistra americana, ha lodato la protesta chiamando in causa i ricconi</blockquote><p>In piazza non dicono solo che vogliono Edi Rama in galera. <b>Dicono che vogliono dentro anche Sali Berisha, il leader dell’opposizione, un lungo e controverso curriculum politico nell’Albania post comunista. </b>Edi Rama vinse contro di lui dopo che, nel novembre del 2012, Berisha aveva avuto la raccapricciante idea di festeggiare i cento anni dell’indipendenza ordinando un mega sacrificio pubblico di bestiame. Agnelli e montoni sgozzati e mangiati in ogni angolo del Paese. “Ve li immaginate Angela Merkel e François Hollande che chiedono di uccidere migliaia di animali innocenti?” aveva ironizzato Rama. Oggi, invece, lo accostano al suo avversario. Il vecchio e il nuovo. Il cosmopolita e il vecchio notabile. Il politico che sa comunicare sui social e quello ancora ragiona in bianco e nero. <b>Anche per questo Edi Rama ha reagito alla protesta con fastidio. All’inizio ignorandola, come molti media. Poi, evocando interferenze straniere. Gli albanesi come “carne di cannone” di una campagna anti-Trump mondiale.</b> Poi, vittime di una rappresaglia dell’Iran, dopo che il governo ha offerto protezione a un gruppo politico anti-ayatollah. Fino ad arrivare alla pista greca: la Grecia che fomenta la rivolta per soffiare turisti all’Albania. Quando il Financial Times l’ha intervistato, Rama ha sfidato i manifestanti con volgarità. “La gente dice che sono io il capo di tutto questo. Io gli rispondo ‘andatevene affanculo’. Semplice. Non spetta a me dimostrare di non essere il Padrino, spetta a loro dimostrare che lo sono”. Dichiarazioni che l’ex ministro degli Esteri dei primi due governi Rama, Ditmir Bushati, commenta con sconcerto al Foglio. “Serve una riflessione seria e un’azione politica concreta. Negare la realtà, deridere i manifestanti, polemizzare sul loro numero, inseguire teorie del complotto, ignorando il nocciolo della questione – ovvero, la rabbia popolare che pervade le strade – significa giocare con il fuoco. L’Albania merita di meglio”.</p><p>Innocente fino a prova contraria, Edi Rama si trova oggi davanti al banco degli imputati dell’opinione pubblica europea. Scrive in una lettera a Repubblica Lajdi Sulaj, architetto e docente universitario che lavora tra Milano e Zurigo, di origini albanesi: “Credo che la prova regina” del fatto che Edi Rama sia un Padrino è “in un libro appena celebrato dal governo, The Albanian files: un catalogo di 523 progetti firmati da 60 archistar estere che fotografa il delirio estetico di un ‘primo ministro re’ che decide tutto da solo”. <b>Al Foglio, Sulaj racconta lo stupore di sfogliare questo libro di mirabolanti progetti e di non trovarci dentro nemmeno il nome di un architetto albanese. “Il più grande atto di sfiducia nei confronti dell’architettura del nostro Paese”.</b> Sulaj spiega che l’Albania è stata colpita da una febbre edilizia, causa una legge per gli investimenti strategici approvata nel 2015. La legge individua alcuni settori chiave per la crescita del paese e favorisce gli investimenti esteri che vanno in quella direzione, garantendo procedure agevolate, zero valutazioni degli effetti ambientali, riduzione dei controlli, concessioni facili, anche in aree protette, il tutto centralizzato da una commissione che fa il bello e cattivo tempo. <b>Se poteva avere senso in un primo momento, per smuovere le acque e far arrivare capitali dall’estero, dopo tanti anni la sua funzione si è completamente trasformata. Al punto che, secondo Sulaj, “l’Albania sta ricalcando il peggio dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta”. </b>Ma a differenza dell’Italia di quegli anni, dove c’erano grandi investimenti pubblici in infrastrutture, “in Albania gli investimenti sono tutti privati e non seguono nessun piano, non hanno uno scopo nazionale, è una speculazione selvaggia che non favorisce la qualità della vita degli albanesi”. Qual è infatti l’effetto concreto degli investimenti immobiliari di lusso? “Che fanno salire il prezzo degli immobili, ma riducono sistematicamente il numero degli albanesi che possono comprarsi una casa per vivere”.</p><blockquote>Se poteva avere senso in un primo momento, per smuovere le acque e far arrivare capitali dall’estero, dopo tanti anni la sua funzione si è completamente trasformata. Al punto che, secondo Sulaj, “l’Albania sta ricalcando il peggio dell’Italia degli anni Sessanta e Settanta”</blockquote><p>L’Unione europea pretende che la legge sugli investimenti strategici venga abrogata. Pena lo stallo dei negoziati tecnici  per l’ingresso nell’Ue. Ciò dimostra che a Bruxelles sono ben consapevoli dei problemi albanesi. E c’è poco di nuovo, da questo punto di vista. La speculazione, la corruzione, la presenza della malavita nell’economia, il riciclaggio di denaro sporco. Ma anche: l’inflazione, la perdita di potere d’acquisto della classe media, la carenza di servizi pubblici, in particolare una situazione disastrosa della sanità e dei trasporti. <b>Ciò che ha preso in contropiede i funzionari europei è che, stavolta, una parte della società albanese ha preferito l’azione alla rassegnazione. Anziché scappare, gli albanesi sono scesi in piazza, hanno deciso di combattere.</b> E, secondo il politologo Blendi Kajsiu, ciò è dovuto anche all’effetto lento ma inesorabile di una speciale unità investigativa contro la corruzione e il crimine organizzato che risale a dieci anni fa. Realizzata sotto pressione europea e statunitense, l’unità è entrata a pieno regime negli ultimi cinque anni. Risultato: una serie di scandali che ha pian piano minato l’immagine pubblica del sistema politico. “Questa non è infatti una rivolta contro le élite – dice al Foglio Kajsiu –, è una protesta contro la classe politica nel suo insieme”. <b>Lo scandalo più grosso è arrivato vicinissimo ad Edi Rama.</b> Ha coinvolto, cioè, la sua vice prima ministra, Belinda Balluku, accusata di aver pilotato gare d’appalti per 200 milioni di euro. Fino ad allora, Rama aveva fatto lavorare l’unità senza ostacolarla. Poi si è messo di traverso, l’ha sfidata, ingaggiando un corpo a corpo con i magistrati. Quando nel novembre del 2025 il Tribunale speciale ha ordinato la sospensione della vicepresidente dalle cariche pubbliche, Rama l’ha difesa a spada tratta, impugnando la decisione davanti alla Corte costituzionale. Ha ceduto solo sotto la pressione delle proteste di piazza. Rimuovendola dal governo e sostituendola. “Credo che quello sia stato un momento decisivo per la preparazione della protesta che oggi è dilagata in tutto il paese”.</p><blockquote>Anziché scappare, gli albanesi sono scesi in piazza, hanno deciso di combattere</blockquote><p>Ora Edi Rama è seriamente preoccupato per il proprio futuro. <b>Anche se i suoi consiglieri credono abbia ancora una carta da giocare: ovvero, l’estate. Il caldo probabilmente sopirà le proteste. </b>E lui avrà l’occasione per correre ai ripari, mostrare di aver capito il messaggio, e prendere decisioni che riducano fortemente i motivi per tornare in piazza, a settembre. Certo è difficile immaginare che il suo carisma possa essere rilanciato, che riesca a uscirne più forte di prima. L’impressione è che si sia mosso qualcosa di molto profondo nella coscienza albanese. Un sentimento che va oltre gli interessi particolari dell’uno o dell’altro. Il sentimento di un paese in pericolo, avrebbe detto Simone Weil. La quale, a proposito dell’amore per la patria, sosteneva che quando amiamo la patria non amiamo la sua grandezza, la sua forza, la sua potenza. No, l’amore per la patria è innanzitutto amore per la fragilità del proprio paese. Amore per ciò che oggi c’è e domani potrebbe non esserci più. Amore per quello che non vogliamo venga distrutto, deturpato, rovinato, vilipeso, umiliato, disprezzato, cancellato. Forse è per questo che i fenicotteri rosa sono diventati un simbolo così perfetto della protesta. <b>Creature così splendide e vulnerabili da incarnare una patria intera.</b></p>]]></description>
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				<title>SpudCell, il lavoro che ha ridefinito la biologia sintetica respinto perché non è &quot;vera biologia&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 04:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Prima di finire online come preprint e di conquistare in un giorno le pagine del&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2026/07/01/science/spud-cell-what-to-know.html" target="_blank">New York Times</a>, di&nbsp;<a href="https://www.science.org/content/article/lab-created-spudcell-marks-major-step-toward-building-life-scratch" target="_blank">Science</a>&nbsp;e di mezza stampa internazionale, <b>il lavoro del laboratorio di Kate Adamala, all'Università del Minnesota, cioè la costruzione, a partire da componenti chimici non viventi e interamente noti, di una cellula artificiale capace di nutrirsi, crescere e riprodursi, era stato spedito a Cell.</b> E da Cell era tornato indietro. Motivazione di uno dei revisori, riferita dalla stessa autrice: non era “vera biologia”. Vale la pena fermarsi su quella frase, perché è una piccola confessione filosofica. Un revisore anonimo, chiamato a valutare un pezzo di ingegneria molecolare, ha risposto tracciando un confine - di qua la biologia vera, di là qualcos'altro - e ha collocato l'oggetto fuori dal confine. La tesi che vorrei sostenere è che quel confine è stato tracciato nel punto sbagliato, e che il rifiuto ha mancato esattamente ciò che rende il progetto importante: sia sul piano della conoscenza, sia su quello delle applicazioni. Per capire perché, però, bisogna prima capire che cosa Adamala e i suoi hanno effettivamente costruito.</p><p>Prendete una vescicola: una minuscola bolla d'acqua racchiusa da una membrana di lipidi, cioè lo stesso tipo di doppio strato grasso che delimita ogni nostra cellula. In gergo si chiama liposoma. Dentro ci mettete due cose: un genoma di DNA e il macchinario minima per leggerlo. <b>Il risultato, al microscopio, ha la forma tozza e irregolare di un tubero: da qui il soprannome SpudCell, «cellula-patata», che Adamala ha scelto per gioco. La differenza rispetto a tutto ciò che l'ha preceduta sta in un concetto: composizione totalmente definita.</b> Il macchinario interno non è un estratto grezzo di batteri, quella zuppa opaca in cui succedono mille cose che nessuno controlla del tutto. È il sistema PURE, una versione ricostituita della sintesi proteica in cui ogni singolo ingrediente, cioè ogni enzima, ogni fattore, ogni molecola, è purificato, definito e presente in quantità nota. La SpudCell, al momento in cui nasce, non contiene nulla di variabile: è interamente inventariabile. Nel complesso si parla di appena centocinquanta o duecento tipi di molecole, contro i miliardi di una cellula naturale.</p><p>Il genoma di SpudCell è lungo novantamila coppie di basi. Per dare un'idea della sproporzione, quello umano ne conta circa tre miliardi. <b>Ma il dato notevole è un altro: i biologi avevano ipotizzato che il minimo teorico per una cellula vivente si aggirasse intorno alle centotredicimila coppie di basi, e SpudCell sta comodamente sotto quella soglia, con una trentina di geni appena.</b> Soprattutto, quel genoma non è un unico cromosoma: è spezzato in sette anelli di DNA separati, i plasmidi. È una scelta di design, che significa poter accendere, spegnere e riprogrammare le singole funzioni della cellula come moduli indipendenti, un plasmide alla volta. Dentro la vescicola, il dogma centrale della biologia (il DNA si trascrive in RNA, l'RNA si traduce in proteine) funziona perfettamente: una RNA polimerasi legge i geni, i ribosomi del sistema PURE assemblano le proteine. Fin qui, altri c'erano già arrivati. <b>Il salto di Adamala è aver chiuso il cerchio, collegando tra loro le funzioni che finora erano state mostrate solo isolatamente.</b> E il cerchio ha bisogno di quattro cose che una cellula deve saper fare: mangiare, replicare il proprio genoma, dividersi e lasciare che tutto questo produca varietà selezionabile. Il nutrimento è la parte più ingegnosa. SpudCell esprime dal proprio genoma una proteina, l'alfa-emolisina, normalmente un poro che perfora le membrane; qui è stata modificata perché sporga dalla superficie della cellula un'etichetta molecolare. Nell'ambiente galleggiano piccoli liposomi “nutritivi”, carichi di lipidi e di enzimi, marcati con una molecola complementare che a quell'etichetta si aggancia. Quando etichetta sulla superficie di SpudCell e etichetta di un liposoma nutritivo si legano, le membrane di SpudCell e del liposoma si fondono: il liposoma riversa dentro SpudCell i suoi lipidi, che allargano la membrana, cioè fanno crescere la cellula, insieme al suo carico di molecole utili. <b>Il punto cruciale, quello che distingue la crescita vera dal semplice aggiungere ingredienti, è che l'etichetta di SpudCell che governa questo processo è prodotta dal suo genoma.</b> La cellula cresce perché i suoi geni le dicono di crescere, e, per così dire, la sua fame è codificata. Adamala la descrive con una metafora predatoria: tutto funziona finchè ci sono prede, i nutritori, e predatori, le cellule sintetiche.&nbsp;</p><p>La replicazione del DNA di SpudCell è affidata a un enzima preso in prestito da un virus batterico, la Phi29 polimerasi, che copia tutti i sette plasmidi costituenti il genoma. E qui arriva uno dei numeri più eloquenti del lavoro: dopo cinque generazioni di crescita e divisione, il trenta per cento delle cellule figlie conteneva ancora il genoma completo, tutti e sette i plasmidi. <b>Sembra poco, ma va soppesato con ciò che manca: SpudCell non ha citoscheletro, non ha alcun meccanismo per spartire ordinatamente il DNA tra le figlie, insomma si replica alla buona.</b> Che un terzo delle discendenti erediti comunque il set completo, affidandosi solo al caso statistico della ripartizione, è già di per sé sorprendente. La divisione è la dimostrazione più elegante di minimalismo. Le cellule naturali si strozzano in due grazie alla trazione del citoscheletro, un'impalcatura di filamenti che SpudCell non possiede. SpudCell aggira l'ostacolo con un principio puramente fisico: se si affolla la superficie di una vescicola di proteine ingombranti, la membrana, per ragioni di curvatura, tende a piegarsi e a rompersi. Usando la solita etichetta come ancoraggio, i ricercatori affollano la superficie di un ligando ingombrante, finché la cellula si divide. Per provarlo senza ambiguità hanno immobilizzato SpudCell “madri” su microsfere magnetiche e verificato che le “figlie”, staccandosi, se ne andassero via portando con sé il loro genoma. Nessun filamento, nessuna macchina complessa: solo geometria di membrana.&nbsp;</p><p>Infine, gli scienziati hanno provato a introdurre una mutazione: hanno cambiato il promotore del gene dell'alfa-emolisina, la proteina che media l’alimentazione di SpudCell, con una versione più potente, che ne fa produrre di più. Più alfa-emolisina significa più fusioni con i nutritori, più cibo, più crescita, più figlie. E infatti, mettendo in competizione due popolazioni identiche tranne che per quel dettaglio, in cinque generazioni le cellule con il promotore forte prendono il sopravvento: partite dal dieci per cento, arrivano al trentotto. <b>Vediamo quindi che in SpudCell, come in un organismo prodotto dalla selezione naturale, un tratto scritto nel genotipo si traduce in un vantaggio nel fenotipo, che si traduce a sua volta in fitness, cioè in più discendenti, e in cambio della composizione della popolazione – cioè evoluzione.</b> E’ il processo darwiniano, in miniatura, in un sistema artificiale. Quando i ricercatori rendono scarso il cibo, riducendo i nutritori disponibili, il vantaggio dei più veloci si accentua: si osserva cioè la competizione per le risorse osservata in un sistema costruito molecola per molecola.</p><p>Torniamo allora al revisore di Cell. In un senso letterale non ha torto: SpudCell non è un organismo normale, e Adamala è la prima a dirlo con disarmante onestà, definendolo un organismo gracile che in pratica non fa altro che mangiare e ogni tanto produrre una cellula figlia. Va imboccata dall'esterno, tenuta a temperatura fissa, aiutata a dividersi; si replica una volta ogni dodici ore circa; non sa nemmeno fabbricarsi i ribosomi, che deve ricevere già pronti. E la selezione, per ora, non è vera evoluzione darwiniana: la mutazione vantaggiosa è stata introdotta ad arte, non è emersa da sola. Su tutto questo il revisore ha ragione. <b>Ma pretendere che una cellula sintetica minima, assemblata artificialmente da componenti elementari con un processo controllato e con dei ben chiari obiettivi sperimentali, sia “vera biologia” equivale a rimproverare a un simulatore di volo di non essere un uccello.</b> Il valore di SpudCell non sta nell'essere viva, qualunque cosa significhi; sta invece esattamente nel non essere biologia ordinaria, nell'essere biologia spogliata fino a diventare un sistema chimico interamente compreso e controllato a livello di singole componenti. Ogni cellula naturale, anche la più minimale mai costruita — il <i>Mycoplasma</i> dal genoma ridotto di Craig Venter — porta con sé una zona d'ombra, geni la cui funzione ancora sfugge. SpudCell no. È il primo sistema di questo tipo in cui non ci sono ingredienti sconosciuti, e in cui le funzioni fondamentali della vita non solo compaiono, ma sono accoppiate in un ciclo, ingegnerizzato e previsto a priori.</p><p><b>“Ciò che non so costruire, non lo capisco”, scrisse Feynman su una lavagna.</b> Costruire una cosa dal basso è la prova più stringente di aver capito come funziona. SpudCell dimostra che processi che sembravano riservati alla vita, come crescere, riprodursi, competere, non hanno bisogno di alcuna misteriosa scintilla magica.&nbsp;È lo stesso colpo inferto al vitalismo da Friedrich Wöhler nel 1828, quando sintetizzò l'urea, cioè una molecola “organica”, roba da esseri viventi, a partire da sali inanimati, e mandò in frantumi l'idea che la materia dei viventi custodisse una forza speciale, irriducibile alla chimica.&nbsp;<b>Il “non è vera biologia” del revisore è, quasi parola per parola, il riflesso vitalista di due secoli fa: davanti a qualcosa che dissolve il confine tra vivo e non-vivo, l'istinto è ridisegnare il confine per tenere l'intruso fuori.</b> Ma i confini che si spostano a ogni nuova costruzione non descrivono la natura: descrivono la nostra conoscenza.</p><p>Non sfugga poi al lettore il piano applicativo, dove epistemico e pratico coincidono, perché un sistema ben compreso è un sistema ingegnerizzabile. Il genoma modulare a sette plasmidi è un'interfaccia di programmazione. Ogni funzione è un modulo che si può riscrivere. È per questo che Adamala parla di chassis, di telaio: non un prodotto finito, ma una piattaforma su cui costruire. L'orizzonte verso cui si avanza è quello di cellule progettate per fabbricare ciò che serve, senza la chimica sporca dell'industria attuale: carburanti senza petrolchimica, farmaci contro le malattie, cattura del carbonio. Sono promesse da maneggiare con cautela, ma la logica è solida: quando conosci ogni pezzo di una macchina, puoi ridisegnarla per fare cose che la natura non ha mai avuto motivo di fare.&nbsp;Che poi si voglia chiamare questa macchina artificiale vita, semi-vita o soltanto chimica molto ambiziosa, è un problema di vocabolario, non di sostanza. <b>Resta l'ironia del fatto che un lavoro respinto perché «non è vera biologia» ha, nel giro di ventiquattr'ore da quando questa storia è stata resa nota, ridefinito ciò di cui la biologia sintetica è capace</b>. Che non entri nelle caselle esistenti è il sintomo preciso di qualcosa che le caselle non le rispetta: non per nulla, le cose che contano, di solito, arrivano proprio così, mal catalogate, imbarazzanti, con la forma sbagliata. Con la forma, se capita, di una patata.</p>]]></description>
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				<title>La comunicazione politica basata sul rage-bait non funzionerà</title>
				<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>C'è un modo semplice per capire come funziona oggi la politica: guardare non a cosa viene detto, ma a cosa viene cliccato. Da anni i ricercatori di comunicazione politica osservano lo stesso schema, in Italia come negli Stati Uniti, a Londra come a Budapest: un post pacato che spiega una riforma pensionistica raccoglie qualche decina di condivisioni; lo stesso argomento, riformulato come tradimento, complotto o oltraggio, ne raccoglie centomila.</p><p>Un<a href="https://philarchive.org/archive/AYORAR" target="_blank" title="articolo accademico" aria-label="articolo accademico"> articolo accademico</a>&nbsp;circolato negli ultimi mesi, "Rage as Revenue: How Anger Became the Currency of Digital Media" del filosofo Peter Ayolov, prova a dare a questa intuizione una cornice teorica solida. La tesi centrale è che la propaganda del Novecento puntava a produrre silenzio e conformismo, mentre le piattaforme di oggi hanno capovolto la logica: non reprimono il dissenso, lo coltivano, perché il dissenso — sotto forma di indignazione, ridicolizzazione, denuncia — genera esattamente il tipo di reazione emotiva che i sistemi di raccomandazione sono progettati per premiare. La rabbia, scrive Ayolov, non è più un effetto collaterale della vita online: è diventata lavoro non retribuito che alimenta un motore pubblicitario. Chi si indigna, chi corregge, chi ride di qualcun altro sta, senza saperlo, producendo valore per una piattaforma che monetizza il tempo trascorso a litigare.</p><p>Questo meccanismo economico si è saldato con una trasformazione più propriamente politica, che gli studiosi chiamano <b>polarizzazione affettiva</b>. Un&nbsp;<a href="https://www.cogitatiopress.com/politicsandgovernance/article/viewFile/5789/3010" target="_blank" title="articolo" aria-label="articolo">articolo</a>&nbsp;pubblicato dalla rivista Politics and Governance,&nbsp;dedicato a quella che gli autori definiscono "grievance politics", individua nel <i>ressentiment</i> — un'emozione distinta dalla semplice rabbia, fatta di senso di ingiustizia, umiliazione, invidia e impotenza — il collante che tiene insieme basi elettorali sempre più organizzate attorno all'identità e sempre meno attorno ai programmi. Non è un fenomeno esclusivo di una parte politica: destre radicali e sinistre identitarie condividono la stessa grammatica, quella per cui il nemico conta più della proposta. Il dibattito su una legge diventa secondario rispetto alla domanda "da che parte stai", e <b>la lealtà tribale sostituisce la persuasione</b> come strumento di mobilitazione.</p><p>Il paradosso è che questa strategia funziona benissimo nel breve periodo e malissimo in quello lungo. Uno studio dell'Università di Dartmouth, ripreso dal&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/science/2025/sep/22/fresh-approaches-needed-to-tackle-political-age-of-rage-us-study-suggests" target="_blank" title="Guardian" aria-label="Guardian">Guardian</a>&nbsp;lo scorso settembre, ha passato in rassegna venticinque ricerche e settantasette interventi diversi pensati per ridurre l'ostilità tra elettori di parti opposte — correzione di falsi miti sull'avversario, conversazioni guidate tra persone con opinioni divergenti, e così via. Il risultato: un miglioramento medio modesto, che nella maggior parte dei casi svanisce entro una settimana e scompare quasi del tutto dopo due. Anche un esperimento con oltre duemila partecipanti non ha mostrato benefici duraturi. Il coautore della ricerca, il professor Sean Westwood, l'ha messa così: "non esiste una cura magica per le nostre divisioni politiche". La conclusione dello studio è che il problema non sta (solo) nelle teste degli elettori, ma nell'architettura dei media e dei sistemi politici che premiano strutturalmente il conflitto.</p><p>È qui che la metafora della rabbia come "moneta" regge fino in fondo. Una moneta ha valore perché qualcuno accetta di scambiarla: gli utenti la producono cliccando, le piattaforme la convertono in pubblicità, i partiti la usano per mobilitare — spesso al posto, non ad affiancamento, del lavoro più lento e meno spettacolare di costruire consenso su una policy. Il rischio, segnalato da diversi centri studi americani come l'<a href="https://www.rstreet.org/commentary/rage-against-society-polarization-violence-and-whats-really-going-on/" target="_blank" title="R Street Institute" aria-label="R Street Institute">R Street Institute</a>, è che <b>un'esposizione prolungata a questa economia non produca solo elettori arrabbiati, ma cittadini sfiniti: persone che si ritirano dalla vita pubblica non perché indifferenti, ma perché esauste</b>. E' la differenza tra la rabbia che accende un movimento per i diritti civili — e che dunque, occasionalmente, serve — e la rabbia che si autoalimenta senza più puntare a nulla, diventando conflitto permanente fine a se stesso.</p><p>Che fare, ammesso che si possa fare qualcosa? Le proposte che circolano tra accademici e policy maker si muovono su tre livelli, nessuno dei quali risolutivo da solo. Il primo riguarda le piattaforme: allontanare i modelli di business dalla monetizzazione diretta del rage-bait, cosa più facile a dirsi che a farsi finché la pubblicità dipenderà dal tempo di permanenza sullo schermo. Il secondo riguarda la domanda politica: premiare, con il voto e con l'attenzione mediatica, i leader che parlano di problemi risolvibili invece che di nemici da sconfiggere — un esercizio di disciplina che tocca tanto ai media quanto agli elettori. Il terzo, forse il più sottovalutato, riguarda il tessuto sociale offline: la ricostruzione di quello che i sociologi chiamano capitale sociale, cioè le relazioni di fiducia che nascono nei corpi intermedi, nei circoli, nelle parrocchie, negli oratori, nei comitati di quartiere — tutti quei luoghi dove un avversario politico resta, prima di tutto, il vicino di casa.</p><p>Non è un caso che proprio questo terzo punto sia il più difficile da tradurre in policy. Non si legifera sulla fiducia nei propri vicini. Ma è anche l'unico dei tre livelli che non dipende da un algoritmo di qualcun altro: <b>si può ricominciare, semplicemente, andando a una noiosa riunione di condominio ove si è obbligati a mediare, invece che a litigare sotto un post</b>. Poco elegante, poco virale, forse pure poco virile, in tempi in cui si mobilitano sempre più spesso certi tipi di idee. Probabilmente per questo, però, funziona.</p>]]></description>
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				<title>Tra caldo, grandinate e siccità, l’unico evento estremo è l’assenza di un piano</title>
				<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 17:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Giulio Boccaletti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2026/06/26/news/luglio-e-arrivato-a-giugno-di-nuovo-ma-in-italia-continuiamo-a-stupirci--401185">l’ondata di caldo</a>, le grandinate. Poi verranno siccità e alluvioni. Non ho la sfera di cristallo. Semplicemente <b>il paese continua a rivelarsi vulnerabile agli eventi estremi</b>, esattamente come gli scienziati ci dicono ormai da decenni sarebbe successo.</p><p>In questa litania di eventi, mi è capitato più volte di incappare in chi vuole ancora discutere se effettivamente stia cambiando qualcosa. “Ma non c’erano le ondate di caldo anche in passato?” “E le grandinate?” Sì, santo cielo. C’erano anche prima. Ciò che sta cambiando è la statistica. No, non lo si vede contando il numero di giornate calde dai bollettini dei giornali degli ultimi dieci anni. E sì, <b>mezzo grado di differenza in media cambia di molto la natura degli eventi estremi</b>. Basta con dilettanti che si immaginano di scoprire cose nell’intimità del loro bagno o sulle pagine di Facebook che nessuno finora nella comunità scientifica ha pensato. Basta con i complottisti che immaginano “poteri forti” che per qualche ragione, durante la più grande trasformazione industriale del secolo, sembrano interessarsi della più remota provincia italiana. È tutto terribilmente noioso e, soprattutto, una distrazione colossale.</p><p>Prima di tutto, sulla discussione tra dilettanti: il lavoro per estrarre un segnale sensato da uno rumoroso come quello delle osservazioni climatiche richiede metodi difendibili da gente che ha metabolizzato oltre un secolo di pratica e teoria. È il lavoro di scienziati che tipicamente hanno studiato fisica o matematica (non economia, architettura o giurisprudenza), e che poi fanno un dottorato di ricerca durante il quale imparano ad applicare metodi sofisticati per cercare di estrarre quel segnale. Metodi sviluppati per pianificare il D-Day, per dire, o per prevedere il tempo meteorologico a dieci giorni, o per decidere quando lanciare un razzo per i satelliti, o quando far partire l’operazione Desert Storm, o per pianificare la costruzione della diga delle Tre Gole, e così via.</p><p>A scanso di equivoci, quella comunità scientifica ha concluso già da tempo che ciò che sta succedendo è diverso dal passato, sta cambiando rapidamente, ed è molto probabilmente imputabile al cambiamento climatico indotto dall’aumento delle concentrazioni di gas serra. Punto. Se non siete convinti, il vostro contributo al dibattito non si fa sui social o al bar. Fate una laurea in fisica, studiate climatologia, pubblicate, dimostrate di essere in grado di dominare i metodi che sono stati validati empiricamente. A quel punto, mettete sul piatto le vostre alternative e vediamo se sopravvivono all’esame scientifico. La scienza non è democratica. Uno non vale uno. Le opinioni senza validazione empirica sono congetture da dimostrare. Il fatto che non sia uscita una spiegazione alternativa non è frutto di censura, ma del semplice fatto che le alternative proposte finora non hanno retto all’urto della revisione scientifica.</p><p>Soprattutto, <b>l’ossessione per il dibattito scientifico è una colossale distrazione dalla discussione che invece deve essere politica e democratica: cosa facciamo?</b> Perché dato ciò che sta succedendo, sarebbe davvero il caso di focalizzarsi su cosa il paese debba fare per affrontare la realtà. E qui vale il monito che David Hume pronunciò tre secoli fa: dall’essere non può discendere ciò che deve essere. Per quanto ci si appassioni a dibattere se Franco, il barista sotto casa, abbia un’opinione legittima sull’attribuzione degli eventi climatici, il problema è che, anche fossimo tutti d’accordo sui fatti, da questi non discendono decisioni normative su cosa fare. Ci troviamo di fronte a scelte politiche, valoriali, complesse, quelle sì da dibattere tra tutti noi.</p><p>Quanti soldi vogliamo spendere per mettere in sicurezza l’agricoltura italiana, visto gli impatti degli eventi estremi,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/08/19/news/contro-i-falsi-miti-sulla-siccita-cinque-lezioni-necessarie-per-il-governo-dellacqua--104626">l’incidenza di siccità</a>&nbsp;e la trasformazione delle colture? Quanti soldi vogliamo spendere per preparare il sistema sanitario sapendo che la popolazione invecchia e che un incremento di giornate con temperature percepite sopra i 45 gradi aumenta la mortalità degli over 65? Quanto vogliamo spendere per mettere in sicurezza le città? Quali città importano di più? E dato che i soldi non sono infiniti, preferiamo spenderli su questo o, per dire, su scuole, Difesa, innovazione industriale? Se la produttività del lavoro e dei capitali rimane inchiodata a dov’è da vent’anni, non ci saranno soldi per fare nulla, quindi quali di questi investimenti sarà anche in grado di produrre valore? Queste sono questioni politiche sulle quali val la pena ragionare, con freddezza, attenzione, intensità, per poi elaborare un piano.</p><p>Negli ultimi anni ho provato a dire a chiunque ascoltasse che <b>dobbiamo cominciare a ragionare su un piano esecutivo</b> – non su una lista di desideri senza costi, come spesso sono i piani di adattamento – per capire quale economia ci dobbiamo ragionevolmente aspettare nei prossimi trent’anni, stimare quante risorse quell’economia sia in grado di generare per gli interventi territoriali, valutare in che modo il cambiamento delle condizioni materiali possa impedire quello sviluppo economico, stimare il costo degli interventi per mettere in sicurezza quella crescita, e ragionare su come finanziare quegli interventi. Mi si è detto che questa pianificazione in Italia non si fa. Che tutti pensano solo in termini di cicli elettorali, che non c’è cultura della pianificazione.</p><p>Sono ovviamente sciocchezze. L’Italia ha pianificato l’infrastrutturazione di gran parte del dopoguerra. La trasformazione del Veneto dopo il Polesine non è caduta dal cielo. La costruzione dell’alta velocità non è capitata per caso. Che queste pianificazioni siano orientate politicamente è inevitabile. Dopotutto si tratta di spendere soldi collettivi per delle priorità. Che non ci siano sempre le condizioni politiche per intraprendere queste pianificazioni nazionali è evidente – è un problema comune a tanti paesi. Ma è anche del tutto evidente che a volte le condizioni si presentano. Quando, dopo il Covid, l’Europa si presentò sul soglio di casa nostra con 194 miliardi di euro per il Pnrr, scoprimmo, dopo aver pianto miseria per anni, di non aver mai veramente contemplato cosa fare con investimenti di quella portata.</p><p>I piani, come sosteneva Jean Monnet, non si fanno perché si possono implementare nel momento in cui si concepiscono. Si fanno perché, quando ci fossero le condizioni opportune, sarebbe criminale non sapere cosa fare. Che il clima stia cambiando in Italia è evidente a tutti. Smettiamo di trastullarci con dibattiti sulla scienza che la maggior parte della cittadinanza non ha gli strumenti per capire e che, anche fossero risolti, non definirebbero cosa fare. Dibattiamo invece del futuro che vogliamo costruire e che dobbiamo difendere da un mondo che sappiamo cambierà. Dimostriamo di essere un paese che, nonostante stia inesorabilmente invecchiando e perda centinaia di migliaia di giovani verso mercati del lavoro esteri, è ancora in grado di prendersi la responsabilità di costruire una casa sicura e prospera per le prossime generazioni.</p><p>Guardiamoci allo specchio: se non sapremo sviluppare un piano di interventi e politiche implementabili che possa mettere in sicurezza l’economia e la società del paese dei prossimi decenni a fronte di una sfida territoriale prevista da oltre trent’anni, la colpa sarà di chi abbiamo di fronte.</p>]]></description>
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				<title>In Germania l&#039;Afd vuole sottoporre la scienza al proprio programma di partito</title>
				<pubDate>Wed, 01 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Uno dei miei luoghi del cuore è la Germania, dove ho vissuto e fatto ricerca per due anni. Per questo sono molto, molto preoccupato di quello che sta succedendo a causa dell’ascesa di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/afd_38" target="_blank">AfD</a>, Alternative für Deutschland. La Germania che ho conosciuto aveva nella ricerca una parte centrale della propria identità pubblica. Università, Max Planck, Helmholtz, Leibniz, Fraunhofer, Deutsche Forschungsgemeinschaft: <b>tutte istituzioni diverse, con un’idea comune di fondo, cioè che la conoscenza scientifica richieda fondamenta stabili, procedure rigorose e autonomia totale dal potere politico</b> – garantita in Germania dalla stessa Costituzione. In quelle istituzioni, la parola <i>Wissenschaftsfreiheit</i> è la bussola etica imprescindibile, un faro che serve da guida per affrontare anche le deviazioni di integrità che anche in Germania sono ovviamente presenti.</p><p>Le cose, però, come riportato da&nbsp;<a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-01496-7" target="_blank">un editoriale pubblicato il 29 giugno</a>&nbsp;su&nbsp;<i>Nature</i><i>,</i> potrebbero cambiare. <b>Gli scienziati tedeschi sono usciti allo scoperto per denunciare i piani dell’estrema destra che avrebbero come conseguenza il restringere la libertà accademica.</b> Il contesto politico spiega il tono dell’allarme. L’AfD guida o contende la guida nei sondaggi nazionali, e in alcuni Länder orientali può arrivare al governo regionale. Secondo il trend PolitPro del 30 giugno 2026, il partito è al 27,9 per cento a livello federale, davanti alla CDU/CSU. In Sachsen-Anhalt, dove si voterà il 6 settembre, Infratest dimap lo ha rilevato al 41 per cento a maggio. In Mecklenburg-Vorpommern, al voto il 20 settembre, le rilevazioni recenti lo collocano intorno al 35 per cento. Il dato locale è importante perché in Germania l’università dipende in larga misura dai Länder. Un governo regionale non decide il contenuto di un articolo scientifico, ma può intervenire sulle leggi universitarie, sulle dotazioni, sugli accordi di sviluppo, sugli organi di governo degli atenei e sull’organizzazione della rappresentanza studentesca. <b>La libertà accademica può essere compressa con strumenti ordinari, senza agire a livello federale. Basta cambiare gli incentivi, rendere alcuni temi meno finanziabili, modificare le procedure di nomina, esporre certi dipartimenti a una pressione politica costante.</b> Il Bundestag stesso, nel discutere un Antrag dell’AfD sulla libertà scientifica e d’opinione nelle università, ricorda il ruolo centrale dei Länder nella materia.</p><p><b>Il caso più chiaro è il Sachsen-Anhalt.</b> <b>L’AfD ha approvato un programma regionale nel quale la sezione dedicata alla scienza descrive un presunto declino della ricerca tedesca.</b> La causa viene collocata nella politicizzazione dell’università, fatta risalire alla stagione del Sessantotto, alle politiche di parità, al processo di Bologna - la grande riforma europea dell’università avviata nel 1999 con la Dichiarazione di Bologna, firmata inizialmente da 29 paesi. Nel programma compare anche l’idea che clima e Covid abbiano mostrato la difficoltà delle scienze naturali a produrre conoscenza libera da ideologia. Su questa base il partito promette una “depoliticizzazione” della scienza, a partire dalla revisione del sistema Bologna e un orientamento diverso dei finanziamenti. <b>Ovviamente, l’AfD non si presenta come un partito che vuole sottoporre la scienza al proprio programma, ma come una forza che vuole liberarla dall’ideologia.</b> Come insegnano gli USA, questa è la forma più efficace dell’intervento politico sulla ricerca: dichiarare ideologico ciò che disturba, dichiarare neutrale ciò che coincide con la propria piattaforma, poi usare fondi e norme per riorientare le istituzioni.&nbsp;</p><p>Le proposte concrete mostrano la direzione. Il programma dell’AfD Sachsen-Anhalt prevede l’abolizione delle Gender Studies, la riduzione delle strutture per la parità, la fine della critica frontale al postcolonialismo, l’inizio di una ricerca climatica contrapposta a quella che il partito considera conformismo ideologico, una cattedra di “Bevölkerungswissenschaft” legata al tema del declino demografico tedesco, un rafforzamento della ricerca sull’Islam in chiave dichiaratamente critica. <b>Traspare palesemente un criterio politico per classificare i saperi: </b>alcune discipline vengono considerate degenerazioni ideologiche, altre diventano utili perché rispondono a priorità identitarie, con un meccanismo già visto – profittando delle ovvie degenerazioni di certe politiche universitarie per esempio sul gender, si intende indebolire la ricerca sul clima e riorientarla in chiave negazionista. Il CHE Centrum für Hochschulentwicklung ha analizzato il programma e le iniziative parlamentari dell’AfD in Sachsen-Anhalt.<b> La conclusione è netta: quelle proposte renderebbero le università più gerarchiche, più ideologiche e più chiuse.</b> Secondo il CHE, l’AfD vuole indebolire la partecipazione interna, ridurre strumenti moderni di governance, interferire sui contenuti della ricerca e dell’insegnamento, uscire dal sistema Bologna e relativizzare gli standard di qualità. La conseguenza indicata dal CHE è una restrizione dell’autonomia universitaria, della libertà scientifica e della capacità istituzionale degli atenei.</p><p>Un episodio già avvenuto chiarisce il metodo. In Sachsen-Anhalt l’AfD ha proposto di abolire le Studierendenschaften, cioè le rappresentanze studentesche organizzate come corporazioni di diritto pubblico. La proposta è stata respinta dal Landtag, ma il contenuto resta significativo. <b>La motivazione politica era che quelle strutture sarebbero dominate da studenti di sinistra e graverebbero sugli atenei con burocrazia inutile. Il risultato pratico sarebbe stato togliere autonomia, risorse e voce istituzionale agli studenti.</b> Intendiamoci bene: anche in Germania, esistono problemi reali nell’università contemporanea. La burocratizzazione pesa sulla ricerca. Il reclutamento accademico può premiare il conformismo. La dipendenza dai fondi competitivi espone i ricercatori a pressioni opportunistiche. Alcune aree disciplinari producono lavori deboli, come accade in ogni settore in cui il controllo di qualità viene sostituito da appartenenza, moda o carriera. Come sempre, però, da questi problemi discende una richiesta di verifica più seria, non il trasferimento del giudizio scientifico alla politica. Le storture si correggono con metodi, dati, critica competente e trasparenza, non decidendo in anticipo quali campi siano legittimi, sostituendo una valutazione più o meno difettosa con la sorveglianza esterna.</p><p><b>In germania, non per caso, la libertà della scienza è tutelata dall’articolo 5 del Grundgesetz, che stabilisce la libertà di arte, scienza, ricerca e insegnamento. </b>Questa tutela costituzionale è una garanzia pubblica contro la cattura della conoscenza da parte del potere, un tema ben presente ai tedeschi, visti gli ovvi precedenti. Oltretutto, come in USA, si evidenzia già adesso una tendenza a restaurare una ridicola idea di “scienza tedesca” anche rendendo più difficile la permanenza e la collaborazione con ricercatori stranieri. <i>Nature</i> riporta proprio questa preoccupazione nelle istituzioni scientifiche tedesche: un paese che ha costruito una parte della propria forza sulla capacità di attrarre talenti rischia di perdere competitività ancora prima di perdere fondi – proprio come già abbiamo visto in USA. <b>Vorrei ricordare che cosa accade alla scienza tedesca riguarda tutta l’Europa.</b> Nel maggio 2026 le grandi organizzazioni europee del G6, tra cui CNR, CNRS, CSIC, Helmholtz, Leibniz e Max Planck, hanno chiesto di rafforzare la protezione europea della libertà accademica. Il loro comunicato collega esplicitamente questa libertà alla competitività scientifica e alla tenuta democratica. Il punto è semplice: l’Europa non può costruire sovranità tecnologica, attrarre scienziati e difendere la qualità della conoscenza se accetta che singoli governi ridefiniscano la ricerca secondo convenienza politica.</p><p>Il caso tedesco offre anche un avvertimento all’Italia. <b>Come già molti esempi dimostrano, l’attacco alla scienza è sempre travestito da una richiesta di riequilibrio, una denuncia della politicizzazione, una promessa di restituire neutralità alle istituzioni.</b> Poi alcune aree diventano sospette, alcuni risultati vengono trattati come propaganda e alcune competenze vengono delegittimate perché incompatibili con il racconto politico del momento – la scienza climatica è un esempio lampante. A quel punto la libertà accademica resta come parola vuota, perché perde forza nelle condizioni materiali in cui i ricercatori lavorano.</p><p>Per questo bisogna guardare con attenzione all’ascesa dell’AfD. La Germania ha anticorpi istituzionali forti, e proprio per questo il segnale è rilevante. Se in un sistema così solido diventa politicamente plausibile sottoporre università e ricerca a una gerarchia ideologica delle discipline, nessun paese europeo può sentirsi al riparo. La scienza ha molti difetti, anche gravi. Ha bisogno di controlli più severi, di valutazioni migliori (sottratte al mercato della pubblicazione scientifica), di correzioni più rapide quando sbaglia. Tutto questo appartiene alla fisiologia di una comunità scientifica adulta, che deve affrontare i propri problemi senza continuare a nasconderli corporativisticamente.&nbsp;<b>La subordinazione della ricerca alla piattaforma di un partito appartiene invece a un’altra storia, che l’Europa dovrebbe riconoscere prima di doverla rivivere.</b></p>]]></description>
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				<title>Il caso Monsanto sul glifosato e il ruolo delle autorità di settore</title>
				<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 17:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Federico Riganti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Con una sentenza destinata a rivestire particolare importanza anche al di fuori della specifica materia oggetto del giudizio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha risolto il caso <i>Monsanto Co. v. Durnell,</i> stabilendo che una legge federale – nel caso di specie il <i>Federal Insecticide, Fungicide, and Rodenticide Act</i> (FIFRA) – preclude l’accoglimento di una richiesta risarcitoria, disciplinata dal diritto statale, fondata sulla mancata avvertenza del rischio di cancro sull’etichetta di un erbicida.</p><p>La decisione giunge al termine dell’azione promossa da John Durnell il quale, nel 2019, conveniva la Monsanto innanzi al Tribunale statale del Missouri, sostenendo di avere utilizzato per circa vent’anni i prodotti Roundup commercializzati dalla società (trattasi di un erbicida a base di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2025/07/09/news/il-glifosato-e-oggetto-di-una-campagna-diffamatoria-che-manipola-i-dati-sui-tumori--115197" target="_blank">glifosato</a>) e che tali prodotti – venduti senza recare informazioni circa il rischio cancerogeno – gli avessero provocato un linfoma non-Hodgkin.</p><p>Questa tesi, che si traduceva in un’azione di <i>failure-to-warn</i>, veniva accolta dalla giuria del Tribunale del Missouri. La Corte d’Appello del Missouri confermava poi la decisione della giuria, ritenendo che gli obblighi di avvertenza previsti dal diritto statale fossero compatibili con le disposizioni del FIFRA in materia di <i>misbranding</i>. Il caso passava dunque al vaglio della Corte Suprema, la quale veniva investita di una questione giuridica circoscritta, relativa, in estrema sintesi, alla domanda circa la capacità del FIFRA di precludere, o meno, un’azione di responsabilità per omessa avvertenza, basata sull’asserita inadeguatezza dell’etichetta del prodotto, nel caso specifico in cui l’<i>Environmental Protection Agency </i>(EPA) non abbia imposto l’inserimento del <i>warning</i> in questione.</p><p>La Corte Suprema degli Stati Uniti ha esaminato la vicenda e ribaltato le decisioni rese a favore di Durnell. Nello specifico, la Corte – muovendosi con destrezza tra alcuni precedenti e senza raggiungere l’unanimità – ha cassato la decisione della Corte d’Appello, affermando che, sulla base della disciplina FIFRA, che vieta etichettature "aggiuntive o difformi" rispetto a quelle federali, eventuali pretese statali volte a imporre l’inserimento di avvertenze ulteriori rispetto a quelle approvate dall’EPA e operanti a livello federale risulterebbero precluse.</p><p>È sulla base di quanto precede che la Monsanto non è soltanto autorizzata, ma è giuridicamente tenuta a utilizzare esclusivamente l’etichetta approvata a livello federale. In questo contesto, l’approvazione dell’etichetta da parte dell’EPA assume funzione autorizzatoria e, allo stesso tempo, integra un requisito normativo federale, idoneo a neutralizzare l’operatività delle regole di responsabilità civile previste dal diritto statale.</p><p>Tale decisione suscita alcune riflessioni, che pur se rapportate a un&nbsp;ordinamento e a un caso particolare, <b>paiono capaci di interessare anche altri ambiti del mercato e della relativa regolamentazione</b>.</p><p>Lasciando infatti, sullo sfondo, considerazioni di più ampia portata in merito al divario, spesso crescente, tra soluzioni di diritto ed esigenze di giustizia sostanziale – tema particolarmente sentito laddove si verta in merito a profili legati alla salute e ai diritti individuali –, così come retropensieri circa il peso delle <i>lobbies </i>in questo genere di questioni, va evidenziato che la sentenza della Corte Suprema consolida un modello non privo di criticità.</p><p>In questo modello, la regolazione tecnica, attuata attraverso l’operato delle autorità settoriali, finisce per prevalere sulle posizioni individuali tutelate dalle regole della responsabilità civile, con ciò affermando una sorta di prevalenza dei meccanismi pubblici rispetto a quelli di stampo privatistico.</p><p>Posto su questo orizzonte, ispirato a comprensibili esigenze di certezza ma capace di attribuire maggiore rilevanza alla dimensione tecnica rispetto allo strumentario proprio dei rimedi privatistici, il caso Monsanto assume particolare rilievo poiché, pur se, come detto, limitato a un settore specifico, mette in evidenza i rischi di un contesto nel quale l’autorizzazione amministrativa – e, con essa, le regole che ne costituiscono attuazione – non si limiterebbe a definire <i>ex ante</i> le condizioni di accesso al mercato, ma finirebbe per produrre un effetto sostanzialmente "immunizzante", <b>trasformandosi in un vero e proprio scudo rispetto alle pretese risarcitorie dei danneggiati</b>.</p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>La gran lezione di Helen Mirren ai complottisti vip della Xylella</title>
				<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una decina d’anni fa, quando in Salento scoppiò l’emergenza la Xylella, <b>gli artisti pugliesi erano in prima linea. Tutti molto impegnati socialmente, nel senso dei social network</b>, con l’hashtag #difendiamogliulivi: <b>volevano bloccare il piano di estirpazione delle piante infette, approvato dall’Unione europea</b>, nella convinzione che la Xylella fosse innocua e gli alberi si potessero “curare”. Al Bano, Caparezza, i Negramaro, Emma Marrone, i Sud Sound System, i Boomdabash, Ennio Capasa, Alessandra Amoroso... si arruolarono  in un esercito di guardie del corpo degli ulivi, convocato dallo scrittore Pino Aprile. Ora che il bilancio è di 21 milioni di alberi disseccati sono tutti spariti.</p><p><b>A preoccuparsi è rimasta solo Helen Mirren</b>, l’attrice premio Oscar per “The Queen”, <b>che una decina d’anni fa ha fondato l’associazione “Save the olives”</b> e da allora raccoglie fondi per finanziare sperimentazioni scientifiche.&nbsp;</p><p>Nel 2015, quando alcuni ricercatori del Cnr scoprirono questo batterio da quarantena arrivato probabilmente dal Centro America, <b>in Salento scoppiò una psicosi collettiva che, esattamente come un’epidemia, contagiò i vip, la politica e la magistratura</b>. Il cantante dei Sud Sound System Nandu Popu e la comica Sabina Guzzanti, insieme a un militante del M5s che ora è vice presidente della Puglia (Cristian Casili), lanciarono una teoria del complotto: una multinazionale, la Monsanto, attraverso una società che si chiama Alellyx (l’anagramma di Xylella) avrebbe creato in laboratorio questo batterio (in realtà innocuo) e con la complicità di alcuni ricercatori locali avrebbe contagiato gli ulivi salentini per farli estirpare e sostituire con ulivi ogm già pronti in Israele resistenti al suo batterio. Un delirio, insomma. <b>Però in larga parte condiviso dalla procura di Lecce che arrivò a mettere sotto inchiesta i ricercatori del Cnr che avevano scoperto la Xylella</b>, accusandoli di diffusione di malattia: gli scienziati erano ritenuti degli untori. Tutto poi si è concluso, dopo dieci anni, con una serie di archiviazioni.</p><p>Nel frattempo, la teoria del complotto mobilitò tutti i Vip pugliesi per fermare, con gli hashtag e il loro corpo, questa cospirazione. Nacquero così le “guardie del corpo degli ulivi”,  per proteggere ogni singolo albero pugliese dalle losche speculazioni delle multinazionali. Dopo i social arrivarono “Le Iene”: la Xylella “si può curare”, dicevano. <b>“La Puglia senza ulivi è come il Vaticano senza la Cappella Sistina – diceva il generale Al Bano</b> –.  Dobbiamo cercare la strada di salvarli tutti”. Caparezza, che si era reclutato come “sentinella degli ulivi”, spiegava che “l’albero di ulivo è esattamente come un parente, quando si ammala un parente la prima cosa che pensi è salvarlo non abbatterlo”. <b>Ecco, ora che sono morti 21 milioni di parenti e  la Cappella Sistina pugliese è crollata, l’esercito di bodyguard vip  si è sciolto.</b></p><p><b> In campo è rimasta, però, Helen Mirren. </b>L’attrice inglese, che insieme al marito regista anch’egli premio Oscar Taylor Hackford ha una masseria a  Tiggiano, si è chiesta cosa potesse fare concretamente per gli ulivi e per la Puglia.<b> E così nel 2017 ha fondato, insieme ad amici e imprenditori locali  tra cui l’ex manager milanese Patrizio Ziggiotti, l’associazione “Save the olives”</b> scegliendo un approccio completamente diverso. Da un lato l’associazione punta sulla ricerca scientifica, <b>collaborando proprio con gli scienziati del Cnr accusati di essere untori</b>; dall’altro è organizzata per raccogliere risorse a livello internazionale grazie anche alla visibilità di Helen Mirren, che parla ovunque dell’emergenza pugliese (solo un paio di mesi fa ha raccontato la sua missione  per salvare gli ulivi dalla Xylella in un’intervista al Times di Londra).</p><p>C<b>on le risorse raccolte, Save the Olives ha finanziato la costruzione di una “screen house”</b>, una specie di serra isolata da insetti dove il Cnr e l’imprenditore agricolo Giovanni Melcarne sperimentano varietà resistenti alla Xylella. <b>La seconda linea di lavoro, che è quella che sta più a cuore alla Mirren, è salvare gli ulivi monumentali della Valle d’Itria, alberi millenari che sono un vero patrimonio storico</b> oltre che paesaggistico: gli ulivi monumentali non vengono salvati abbracciandoli, ma attraverso tecniche di innesto precoce con varietà come il leccino resistenti al batterio. <b>L’ultimo progetto è l’inaugurazione a Ugento pochi giorni fa di un campo sperimentale – dove Mirren ha piantato il primo ulivo – di oltre 5 ettari</b>, sotto la responsabilità scientifica della dott.ssa Maria Saponari del Cnr, che punta al miglioramento genetico per ottenere piante resistenti attraverso incroci con altre varietà tipiche per avere anche in futuro un olio pugliese di qualità. Un metodo che richiede impegno, sacrificio e costanza nel tempo, ma che dura molto di più di un hashtag sui social network. Gli artisti pugliesi che nel frattempo si sono dileguati insieme agli alberi disseccati, potrebbero mettersi a disposizione del progetto di Mirren per adottare gli ulivi pugliesi del futuro.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>AlfaBit spiega l’italiano digitale dagli Sms ai testi scritti con l’Ia</title>
				<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>AlfaBit</i>,&nbsp;<a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815394880">il nuovo libro di Giuseppe Antonelli edito da Il Mulino</a>, segue l’italiano digitale lungo il tratto breve e densissimo che va dagli SMS all’intelligenza artificiale generativa. È una storia di poco più di trent’anni, quindi ancora troppo vicina per essere trattata come una vicenda chiusa, ma già abbastanza stratificata da mostrare passaggi riconoscibili. Antonelli la percorre con lo sguardo dello storico della lingua: guarda gli usi, li colloca nei mezzi che li hanno resi possibili, ne ricostruisce le funzioni e tiene conto del fatto che molti fenomeni osservati in presa diretta cambiano significato mentre li si descrive. Il libro ha perciò il valore di un diario di viaggio rigoroso, dove la rapidità della trasformazione non diventa pretesto per rapidità di giudizio.</p><p><b>Il libro ha innanzitutto il pregio di non diventare l’ennesima lamentela sul decadimento della lingua e delle capacità a quella associate</b>. Da secoli ogni mutamento dei mezzi di comunicazione è accompagnato da lamenti sulla rovina della lingua, con argomenti che cambiano bersaglio ma conservano la stessa struttura: i giovani scriverebbero peggio, il lessico si ridurrebbe, la sintassi perderebbe tenuta, la velocità cancellerebbe il pensiero. La fortuna di questi giudizi dipende dalla loro semplicità. Consentono di trasformare un insieme complesso di usi in una diagnosi morale. Antonelli fa il contrario: descrive prima di giudicare, e così costringe <b>il lettore a uscire dall’automatismo per cui si confonde spesso la variazione con la perdita</b>.</p><p>Il libro mostra soprattutto che la lingua digitale nasce da un’interazione continua fra vincoli tecnici e bisogni degli utenti. Un limite imposto dal mezzo può produrre povertà, ma può anche generare soluzioni funzionali. La scrittura compressa degli SMS, per esempio, non si spiega soltanto con la fretta o con la trascuratezza: nasceva dentro una scarsità materiale di spazio, di tempo e di costo, e obbligava a scegliere quali parti del messaggio sacrificare e quali mantenere. In quella scelta entravano informazione, tono, relazione con il destinatario. <b>La forma breve non era sempre una forma povera; era spesso una forma adattata a condizioni precise.</b></p><p>Del resto, come lo stesso Antonelli ci spiega, non è certo la prima volta che si diffonde l’uso di un italiano fatto di abbreviazioni e troncature: io stesso ricordo, per averli consultati a fini di ricerca genealogica, registri settecenteschi dove “dicembre” è abbreviato come “Xmber” o forme similari.</p><p>Con la messaggistica istantanea il problema cambia. La scrittura si avvicina alla conversazione, perché la risposta dell’altro arriva quasi subito e perché lo scambio si organizza in turni brevi. Tuttavia resta scrittura, quindi conserva una possibilità di controllo che il parlato spontaneo non possiede nella stessa misura. Questa zona intermedia è uno degli oggetti più interessanti di <i>AlfaBit</i>: una scrittura che assume funzioni conversazionali senza diventare voce, e un parlato che rientra nello schermo sotto forme nuove, come accade con i messaggi vocali.<b> La distinzione tradizionale fra scritto e orale non scompare, ma certo tende a sfumare.</b></p><p>Antonelli è attento anche agli strumenti con cui la comunicazione digitale compensa l’assenza del corpo. Un messaggio breve può essere interpretato come secco, ironico o aggressivo per ragioni minime, a volte per un punto fermo, per una pausa, per un segno aggiunto o mancante. <b>Gli emoji, quando funzionano, orientano l’interpretazione in forme nuove</b>. Liquidarli come infantilismi impedisce di vedere la competenza parallela che molti utenti hanno sviluppato per usare segni minimi in scambi ad alta densità relazionale.</p><p>Il messaggio vocale, a sua volta, non è soltanto la rinuncia a scrivere. Dentro la messaggistica, la voce registrata cambia il rapporto fra produzione e controllo. Una frase scritta può essere corretta prima dell’invio; un vocale conserva più facilmente esitazioni, intonazioni, accelerazioni e ripensamenti. Chi lo manda guadagna velocità e presenza, ma perde una parte della revisione. Chi lo riceve ottiene informazioni sul tono, ma deve accettare il tempo imposto dall’ascolto. Anche qui il libro aiuta a evitare giudizi sommari: lo stesso strumento può essere efficiente o invasivo secondo il contesto, il destinatario, la relazione e il contenuto.</p><p>La forza di <i>AlfaBit</i> sta nella capacità di tenere insieme questi passaggi senza ricondurli a una sola tesi. Antonelli non racconta una marcia trionfale verso il nuovo e non costruisce una cronaca della degradazione. Descrive una lingua che si assesta dentro ambienti mutevoli, dove ogni comunità apprende regole implicite – e anzi le crea, perché il linguaggio assume spesso anche una funzione sociale e identitaria. In questo, se volessimo definire una “competenza digitale”, troveremmo che essa non coincide con la correttezza scolastica, ma non coincide neppure con l’abbandono della norma. È una competenza situata, spesso appresa per esposizione, correzione sociale e imitazione.</p><p>Antonelli mostra poi come l’intelligenza artificiale generativa introduce una discontinuità più profonda, perché modifica il rapporto fra utente e produzione del testo. Nei mezzi precedenti il dispositivo condizionava la frase attraverso spazio, tempo, interfaccia e pubblico previsto. Con l’autocorrezione, il completamento predittivo e i modelli linguistici, il dispositivo comincia a proporre direttamente la forma. Chi scrive rimane libero di accettare o rifiutare, ma la frase suggerita entra comunque nel processo mentale. È già lì, visibile, plausibile, spesso corretta abbastanza da portare all’adozione senza resistenza. Questa presenza cambia la scrittura più di quanto lasci intendere la parola “strumento”.</p><p><b>La lettura di <i>AlfaBit</i> mi ha portato qui, su un terreno che non è più soltanto quello della storia linguistica. Da biologo, mi interessa il rapporto fra lingua e funzioni cognitive. </b>Non considero la lingua un semplice rivestimento del pensiero, perché pensare una cosa e darle forma verbale non sono passaggi separati: la formulazione attiva processi di selezione lessicale, inibizione di alternative concorrenti e mantenimento in memoria di lavoro. La ricerca della frase costringe a delimitare il concetto; la scelta di un verbo stabilisce una relazione causale o temporale; una correzione sintattica può far emergere un’ambiguità concettuale che prima restava implicita. Scrivere non significa trascrivere un pensiero già finito: significa costruirlo sotto vincoli, verificandone coerenza e precisione passo dopo passo.</p><p>Da questa prospettiva, l’evoluzione dell’italiano digitale solleva una questione cognitiva precisa. Ogni mezzo distribuisce in modo diverso lo sforzo richiesto per produrre un messaggio. L’SMS costringeva a comprimere, quindi obbligava a decidere quali parti del contenuto fossero essenziali. La chat riduce il tempo della pianificazione, e spinge verso una risposta che resta scritta ma assume il ritmo dello scambio orale. Il vocale diminuisce il lavoro di revisione e restituisce al destinatario una traccia più diretta della sequenza mentale. Il testo predittivo e l’IA generativa intervengono prima della frase compiuta, rimpiazzando lo sforzo cognitivo e le funzioni necessarie alla formulazione.</p><p>La differenza cognitiva è importante. Se devo cercare una formulazione, devo anche verificare che corrisponda a ciò che intendo dire; allo stesso tempo, verifico che ciò che intendo dire possa essere formulato in maniera sufficientemente chiara e codificabile in un discorso, non importa se scritto o parlato. Se ricevo una formulazione già pronta, il compito si sposta. Non parto più soltanto da un’intenzione da articolare; parto anche da una proposta da valutare. Questo può migliorare molto il risultato, soprattutto quando il testo è ripetitivo, tecnico in senso debole, amministrativo o prodotto da chi non ha grande dimestichezza con la scrittura. <b>Ma può anche ridurre la fatica utile della formulazione autonoma. </b></p><p>I primi studi sui sistemi predittivi e sugli assistenti di co-scrittura vanno in questa direzione. Mostrano testi più rapidi, più scorrevoli, talvolta migliori nella valutazione esterna, ma anche più prevedibili e più vicini alle soluzioni che il sistema rende disponibili. L’autore diventa in parte selezionatore, revisore, validatore. Questa posizione richiede una competenza alta: bisogna riconoscere quando una frase fluida è vuota, quando una struttura elegante nasconde un nesso debole, quando una spiegazione plausibile non aderisce al caso concreto. Senza questa vigilanza, la buona superficie del testo rischia di sostituire il controllo del contenuto.</p><p>Qui si inserisce il tema delle forme ricorrenti. I modelli linguistici tendono a produrre formule ordinate perché l’ordine retorico è altamente riutilizzabile. Una struttura come l’epanortosi, quando una frase sembra correggere la formulazione precedente per raggiungere una maggiore precisione, funziona bene nei testi argomentativi: è un classico artifizio retorico che segnala padronanza dell’argomento. Se usata a sproposito, tuttavia, perde questa funzione, e, a partire dall’automatismo dell’AI generativa che la produce, non saprei dire che funzione possa assumere per il fruitore umano.</p><p>Ora, è possibile che una formula prodotta dall’IA in milioni di risposte – che sia epanortosi, anafora, progressione per accumulo o altre comuni realizzazione meccaniche degli ultimi LLM - può entrare nel repertorio di chi la usa e poi la ripete senza più percepirne l’origine, specialmente, si potrebbe argomentare, se vi si è esposti durante il periodo di formazione delle competenze linguistiche. Il fenomeno sarà probabilmente più forte dove il parlato è già vicino alla scrittura: comunicazione professionale, divulgazione, marketing e quant’altro.</p><p>Insomma, il punto è che se la frase plausibile – in una forma retorica stereotipata - arriva prima della frase costruita autonomamente, l’utente può abituarsi a pensare dentro forme medie. La lingua potrebbe pure guadagnare efficienza e persino chiarezza, ma cosa accade alla mente e alla cognizione umana?</p><p>Naturalmente l’IA può produrre anche vantaggi evidenti: può rendere più accessibile la scrittura a persone che ne sarebbero escluse, per esempio, o migliorare testi opachi, o essere utile in una miriade di altri compiti che richiedano di processare testi e discorsi. Proprio per questo, seguendo la lezione di Antonelli, la domanda va posta senza moralismo: il problema non è decidere se usare o non usare questi strumenti, ma capire quali parti del lavoro cognitivo vengono trasferite alla macchina e quali competenze servono per non perdere controllo sul risultato, e soprattutto se e quali conseguenze ci possano essere a livello cognitivo, e dunque di ecologia sociale, dopo questo trasferimento.</p><p><i>AlfaBit</i> offre il terreno giusto per formulare questa domanda perché parte dalle trasformazioni documentabili della lingua italiana, in presenza del continuo florilegio di nuove varietà tecnologiche. Io, come biologo, mi chiedo infine se, quando cambia l’ambiente in cui produciamo le frasi e formuliamo i pensieri, non cambiano per caso anche alcune operazioni mentali con cui arriviamo a formularli. La lingua è un fatto storico e sociale, ma è anche uno strumento cognitivo. Serve a rendere il pensiero disponibile a noi stessi, e attraverso di quello all’analisi del mondo che ci circonda.<b> Per questo la trasformazione dell’italiano digitale non riguarda soltanto gli effetti sullo scritto e sul parlato delle nuove tecnologie, ma anche la mente che quegli strumenti usa per esprimere il proprio pensiero agli altri.</b></p>]]></description>
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