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		<title>Scienza</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:32:31 +0200</pubDate>
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				<title>Criptomnesia: Open AI alle prese con la fonte perduta</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Martedì 8 settembre&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/open-ai_1642" target="_blank">OpenAI</a>&nbsp;ha annunciato di aver risolto, con un suo modello interno, il problema di Navier-Stokes, uno dei sette problemi del Millennio del Clay Institute, dimostrando che le equazioni che descrivono il moto dei fluidi, se al fluido si applica una forza esterna regolare, possono sviluppare in un tempo finito una singolarità; il Clay Institute, per ora, continua a registrare il problema come aperto. Dodici ore prima Tristan Buckmaster, della New York University, e Levent Alpöge, matematico dipendente di Anthropic che collaborava con lui a titolo personale, avevano reso pubblico un risultato affine sulle equazioni di Eulero, la versione senza attrito di Navier-Stokes, ottenuto il 15 agosto lavorando soprattutto con Codex, lo strumento di programmazione di OpenAI, all'interno del quale, racconta Buckmaster, conservavano tutte le bozze. OpenAI conferma di aver avviato il proprio lavoro il primo settembre, dopo aver raccolto una voce che solo in seguito ha ricondotto ai due, e alla domanda sull'addestramento, rimasta senza risposta durante i contatti con Buckmaster, ha replicato per iscritto con una formula che merita di essere letta con attenzione: <b>né i ricercatori né gli agenti hanno visto quel lavoro prima della pubblicazione e nessun dato specifico degli utenti è stato consultato, eppure l'azienda, pur ritenendolo improbabile, non può escludere che dati de-identificati, derivati dall'uso che i due matematici hanno fatto dei suoi prodotti, abbiano contribuito a migliorare i suoi modelli, e aggiunge che le dimostrazioni differiscono in modo significativo.</b></p><p>Qualche settimana prima Andreas Thom, dell'Università tecnica di Dresda, aveva posto una domanda simile, dopo che il modello Astra aveva costruito il primo gruppo non sofico con un passaggio decisivo che poggiava su un suo articolo del 2019 scritto con Gábor Kun: Thom aveva discusso per mesi con ChatGPT proprio di quel problema, e la risposta ricevuta da un ricercatore di OpenAI, «that did not happen», per come lui la riporta escludeva l'accesso diretto alle conversazioni e taceva sull'addestramento. Né Buckmaster né Thom sostengono che il travaso sia avvenuto, e tuttavia entrambi hanno messo il dito su una questione che va ben oltre i loro casi.</p><p>Ad agosto, pochi giorni dopo l'annuncio di Astra, Francesco Fournier-Facio, a Cambridge, si era accorto che il comunicato di OpenAI ignorava gli articoli su cui quel risultato poggiava, tanto che l'azienda aveva ritoccato il testo: le fonti erano pubblicate, e uno specialista ha potuto riconoscerle in pochi giorni. Quando la possibile fonte è una conversazione privata, invece, la stessa operazione diventa impraticabile per chiunque si trovi fuori dall'azienda e può rivelarsi difficilissima persino per l'azienda, perché in un modello linguistico l'addestramento modifica miliardi di parametri e di ciò che il sistema ha appreso resta di norma una competenza priva di una provenienza interrogabile, tanto che stabilire quale frammento dei dati abbia pesato su una determinata risposta costituisce tuttora un problema aperto della ricerca. OpenAI può verificare se certe conversazioni siano entrate nei suoi dati, mentre assai più arduo sarebbe ricostruire il percorso che le avrebbe trasformate in un'intuizione della macchina.</p><p>Gli psicologi hanno un nome per questo genere di smarrimento. Nel 1902 Carl Gustav Jung notò che un passo di <i>Così parlò Zarathustra</i> ricalcava quasi alla lettera una pagina di Justinus Kerner che Nietzsche aveva letto da ragazzo, e <b>chiamò il fenomeno criptomnesia, che la psicologia cognitiva descrive oggi come un errore di monitoraggio della fonte, nel quale il contenuto sopravvive mentre l'etichetta che ne indicava la provenienza si stacca. </b>Un modello addestrato sulle conversazioni dei suoi utenti potrebbe produrne un equivalente funzionale su scala industriale, in cui nessuno aprirebbe un file riservato e tuttavia un'idea confidata a un chatbot potrebbe riaffiorare a distanza di tempo come suggerimento della macchina, senza che il ricercatore che la riceve, né quello che la pubblica, né l'azienda che la annuncia sappiano da dove venga. La de-identificazione promessa dalle regole d'uso lascia intatto il problema, perché toglie il nome e conserva l'idea, cioè precisamente ciò che per uno scienziato ha valore.</p><p>La perdita della tracciabilità pesa così tanto perché l'intera architettura della scienza moderna poggia sulla priorità. Robert K. Merton lo spiegò nel 1957: <b>i risultati diventano patrimonio comune nel momento in cui vengono pubblicati e allo scienziato resta, come unica proprietà, il riconoscimento, il nome legato a un teorema o a una scoperta, sicché la regola che premia chi arriva per primo funziona soltanto finché è possibile stabilire chi sia arrivato per primo.</b> Per questo la scienza ha escogitato nei secoli dispositivi di datazione, dall'anagramma latino con cui Galileo si assicurò nel 1610 la precedenza sulle fasi di Venere ai plichi sigillati che l'Académie des sciences di Parigi riceve dalla fine del Seicento. Il chatbot a cui un ricercatore confida un'idea incompiuta somiglia a un plico consegnato a un destinatario che può aprirlo, che non rilascia ricevuta e che nel frattempo gareggia sugli stessi problemi, in un settore nel quale l'annuncio «la macchina ha risolto» è diventato la moneta con cui si misura il valore di un'impresa; e il rischio riguarda l'intero comparto, pur con regole che variano da un'azienda all'altra.</p><p>Le conseguenze per l'integrità della ricerca discendono di qui. Il Codice europeo di condotta redatto da ALLEA, che la Commissione riconosce come riferimento per i progetti finanziati dall'Unione, definisce il plagio come l'uso del lavoro o delle idee altrui senza il dovuto riconoscimento, e le linee guida europee sull'intelligenza artificiale generativa ribadiscono che chi fa ricerca resta pienamente responsabile di ciò che pubblica. Tutto converge dunque su chi firma, cioè sull'anello della catena che non ha modo di vedere il canale: il ricercatore onesto che accoglie un suggerimento del modello ha il dovere di riconoscere l'eventuale contributo altrui che vi si nasconde e nessuno strumento per sapere se esista, sicché potrebbe pubblicare in perfetta buona fede un'idea nata nella chat di un collega, mentre chi il canale lo controlla può essere un'impresa privata sulla quale questi codici di autoregolazione non esercitano necessariamente una forza cogente.</p><p><b>Da qui discende la richiesta più ragionevole, che è poi quella avanzata da Thom: l'onere di fare luce spetta a chi possiede i dati. </b>Alle aziende che proclamano scoperte si può chiedere un audit della provenienza, semplice nel principio per quanto impegnativo sul piano tecnico, che verifichi con i metodi disponibili se le idee chiave compaiano nei dati degli utenti dei mesi precedenti e renda conto pubblicamente di come la verifica è stata condotta, mentre ai ricercatori conviene disattivare l'addestramento sui propri dati e magari tornare a una versione moderna del plico sigillato, depositando in un archivio con data certa ciò che si apprestano a discutere con una macchina. Nel 1976 un tribunale di New York stabilì che George Harrison aveva riprodotto in <i>My Sweet Lord</i> la melodia di <i>He's So Fine</i> delle Chiffons e, pur riconoscendo che lo aveva fatto inconsapevolmente, lo ritenne responsabile lo stesso, fissando un principio che la scienza pratica da sempre con le citazioni: l'inconsapevolezza del copista può scagionarne le intenzioni e lascia intatto il debito verso l'autore. Dovrebbe valere a maggior ragione per modelli che trattengono ciò che hanno appreso anche quando l'utente, in seguito, chiude il rubinetto dei propri dati, e che della fonte, proprio come Nietzsche, non serbano memoria.</p>]]></description>
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				<title>Come la pseudoscienza viaggia sulle pagine dei giornali</title>
				<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 04:27:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sul Corriere della Sera del 7 settembre&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/cronache/26_settembre_07/roia-con-la-mia-medicina-biologica-anche-il-digiuno-puo-essere-una-cura-mangio-cereali-legumi-e-verdure-l-ansia-dipende-dall-5b2d9b4e-7e37-4d70-b45d-039617967xlk.shtml" target="_blank">Stefano Lorenzetto intervista Massimo Melelli Roia</a>, medico perugino che si definisce "nullologo della medicina". <b>Il giornale lo presenta ai lettori, fuori dalle virgolette, come "uno dei massimi esperti di digiuno terapeutico e medicina biologica".</b> Seguono iridologia, omotossicologia, oligoterapia, elettroagopuntura di Voll, micoterapia e idrocolonterapia. Alla domanda se si tratti di specializzazioni, Roia risponde: "Neanche una". Il Corriere aveva quindi a disposizione, fin dalle prime righe, tutte le informazioni necessarie per capire che cosa stava pubblicando.</p><p>Da quel momento l’intervista diventa una lunga esposizione di affermazioni mediche straordinarie, quasi sempre lasciate senza un controllo sul loro fondamento scientifico. Roia racconta che il suo maestro russo Eugeni Velkhover scopriva dall’iride un tumore al seno sei anni prima della diagnosi e prevedeva un infarto con due anni di anticipo. Aggiunge di avere imparato a riconoscere nell’iride patologie ereditarie risalenti fino a sei generazioni, sulla base di statistiche che sarebbero state costruite su un milione di persone. Il lettore del Corriere riceve queste informazioni e prosegue. Nessuno gli spiega che l’iridologia è stata sottoposta da tempo a studi controllati e che una revisione sistematica concluse già nel 1999 che la sua validità diagnostica non era sostenuta dalle prove disponibili. Una revisione pubblicata nel giugno 2026 arriva alla stessa conclusione dopo avere riesaminato plausibilità biologica, accuratezza diagnostica e riproducibilità: l’iridologia non può essere sostenuta come strumento diagnostico o di screening.</p><p><b>Il problema diventa particolarmente serio quando l’intervistato attribuisce a queste pratiche capacità terapeutiche o diagnostiche precise.</b> L’elettroagopuntura di Voll compare come una tecnica utilizzabile persino in gravidanza. Esistono test controllati sui dispositivi elettrodermici derivati da quella tradizione. Uno studio randomizzato in doppio cieco pubblicato sul British Medical Journal sottopose trenta persone a più di 1.500 misurazioni e verificò se il test fosse capace di distinguere soggetti allergici da soggetti non allergici. Fallì. Gli autori conclusero che il metodo non poteva essere usato per diagnosticare quelle allergie. Nell’intervista del Corriere questo genere di informazione manca completamente.</p><p><b>Poi arriva l’idrocolonterapia.</b> Roia racconta di persone che avrebbero conservato nell’intestino residui fecali per sei anni, talvolta per dodici, diciotto o ventiquattro, annidati nelle "austrature del colon", e sostiene che tali residui diventerebbero visibili mentre escono attraverso il tubo trasparente dell’apparecchio. È una versione moderna della vecchia teoria dell’autointossicazione intestinale, sulla quale si è costruita per decenni una parte della medicina alternativa occidentale. Le revisioni dedicate alla colon irrigation hanno rilevato l’assenza di prove solide a sostegno delle numerose indicazioni terapeutiche rivendicate dai suoi promotori. <b>Una rivista clinica arrivò a concludere che quelle rivendicazioni inducevano i pazienti in errore.</b> Il Corriere pubblica invece il racconto delle feci vecchie di ventiquattro anni senza fornire al lettore alcuna informazione sullo stato delle conoscenze.</p><p>La stessa procedura viene applicata al digiuno. Roia racconta un "record" di quarantanove giorni e spiega che durante il digiuno emicrania, nausea e tachicardia sarebbero provocate da "tossine che finiscono in circolo", contro le quali servirebbe l’agopuntura. Il digiuno è un campo reale di ricerca biomedica e proprio per questo richiede precisione. Gli studi disponibili sui digiuni prolungati descrivono modificazioni metaboliche importanti, perdita di massa magra ed eventi avversi; le revisioni più recenti sottolineano anche la possibilità di alterazioni elettrolitiche, intolleranza ortostatica e problemi nella rialimentazione. La ricerca clinica sul digiuno può produrre indicazioni specifiche per condizioni specifiche. Non fornisce una licenza generale per trasformare quarantanove giorni senza cibo in una terapia raccontata attraverso un aneddoto.</p><p>L’intervista raggiunge infine ansia e depressione. Roia afferma che possono essere curate anche con la sua "medicina biologica" e giustifica la risposta ricordando che circa il 90 per cento della serotonina viene dall’intestino. La premessa quantitativa contiene un dato fisiologico reale. La conclusione clinica non ne discende. La serotonina periferica e quella cerebrale costituiscono pool distinti; la serotonina prodotta nell’intestino non attraversa liberamente la barriera ematoencefalica. Il rapporto fra microbiota, intestino e cervello costituisce un settore importante della ricerca contemporanea, con meccanismi assai più complessi della scorciatoia proposta nell’intervista. Anche qui al lettore viene consegnata una spiegazione medica di ansia e depressione priva della necessaria verifica.</p><p><b>Lorenzetto qualche dubbio lo manifesta. Definisce "vago" il termine medicina biologica, ricorda i danni possibili dell’agopuntura e mette sul tavolo penicillina, vaccini, antiretrovirali e chemioterapia.</b> Questi interventi restano dentro la conversazione e vengono assorbiti dalle risposte dell’intervistato. Il controllo giornalistico richiesto da affermazioni sanitarie verificabili avrebbe una natura diversa: prendere l’affermazione, controllare la letteratura, riferire al lettore il risultato. Un giornale può intervistare chiunque. Quando pubblica affermazioni capaci di orientare una persona malata, la loro verifica appartiene al lavoro giornalistico.</p><p><b>La domanda più significativa arriva quasi alla fine: "Vabbè che la medicina non è una scienza esatta, ma a chi dobbiamo credere?". Una frase simile trasforma impropriamente il funzionamento della medicina in una competizione fra credenze. </b>La medicina scientifica non chiede fiducia in un medico contrapposta alla fiducia in un altro. Produce ipotesi, misura risultati, confronta trattamenti, registra eventi avversi e modifica le proprie conclusioni quando cambiano le prove. L’iridologo che afferma di vedere nell’occhio un carcinoma sei anni prima della diagnosi propone una tesi controllabile. Chi sostiene di curare ansia e depressione attraverso una generica "medicina biologica" propone una tesi controllabile. Una grande testata dispone dei mezzi per scoprire che cosa sia accaduto quando tesi di questo genere sono state controllate.</p><p><b>Il Corriere dispone anche di una sezione Salute, nella quale pubblica regolarmente medicina di ottimo livello. Proprio questa circostanza rende difficile liquidare il caso come inevitabile approssimazione di un giornale generalista.</b> La stessa testata possiede le competenze necessarie per applicare criteri elementari di verifica alle affermazioni sanitarie. Evidentemente quei criteri smettono talvolta di operare quando la medicina entra nelle Cronache, nelle interviste personali o nelle rubriche.</p><p>L’episodio di Roia si inserisce infatti in un problema editoriale già visibile altrove. <b>Il Corriere ospita stabilmente "Piccole Dosi" di Franco Berrino, collocata fra le sue rubriche di opinione. </b>Nel dicembre 2023 ha pubblicato un articolo intitolato "Kuzu, così si curano esofago, faringe e intestino infiammati", nel quale il reflusso viene descritto anche attraverso le categorie yin e yang della macrobiotica e si afferma, sulla base dell’"esperienza clinica", che poche settimane di kuzu bastano a risolvere il problema. In un altro articolo sulla stitichezza si legge che l’orario migliore per evacuare sarebbe fra le sei e le otto, quando secondo la medicina tradizionale cinese "l’energia dell’intestino crasso" raggiungerebbe il massimo. Sono contenuti pubblicati e indicizzati sotto il marchio del Corriere, accanto alla sua produzione giornalistica scientifica.</p><p><b>L’effetto di questo sistema editoriale è facilmente descrivibile. Un’affermazione che non possiede una validazione scientifica sufficiente acquista comunque una credenziale sociale potentissima.</b> Compare sul quotidiano italiano che per storia, diffusione e autorevolezza occupa una posizione centrale nel sistema dell’informazione. Viene accompagnata dalla fotografia dell’intervistato, dalla sua laurea, dagli incarichi che dichiara e dai casi di successo che racconta. Il giornale aggiunge nel sommario la qualifica di "uno dei massimi esperti". Per un lettore privo degli strumenti necessari a esaminare PubMed, controllare studi diagnostici e valutare una revisione sistematica, questa confezione editoriale pesa enormemente.</p><p>Il risultato appare ancora più grave osservando la pagina delle Cronache del Corriere dell’8 settembre. L’intervista al medico che racconta iridologia, residui fecali vecchi di ventiquattro anni e cure biologiche per ansia e depressione compare immediatamente accanto alla storia di Francesco Gianello, morto a quattordici anni per un osteosarcoma dopo che i genitori si erano affidati a un medico seguace delle teorie di Hamer. I periti nominati dalla Corte d’Assise di Vicenza hanno appena depositato una relazione secondo la quale il ragazzo avrebbe potuto essere salvato seguendo i protocolli chemioterapici e chirurgici; il processo è in corso e le responsabilità penali spettano naturalmente ai giudici. <b>Il Corriere racconta accuratamente quella tragedia e, nella stessa pagina, offre una lunga vetrina priva di adeguato controllo scientifico a un altro insieme di teorie mediche estranee alla medicina basata sulle prove. I due casi sono diversi e nessuna equivalenza clinica può essere stabilita. La contraddizione editoriale rimane intatta.</b></p><p>Da anni discutiamo del danno prodotto dalla pseudoscienza quando entra nelle istituzioni. Un grande quotidiano è una di quelle istituzioni, perché contribuisce ogni giorno a stabilire quali persone meritino ascolto e quali affermazioni possano entrare nel discorso pubblico con una patente di rispettabilità. La libertà di parola consente naturalmente a un medico di sostenere l’iridologia, l’omotossicologia o l’esistenza di residui fecali immobili nel colon da ventiquattro anni. La libertà editoriale consente a un giornale di intervistarlo. La qualità dell’informazione si misura nel lavoro compiuto fra queste due libertà e il lettore.</p><p>Il Corriere, in questo caso, quel lavoro non lo ha fatto abbastanza. Ha trasformato affermazioni mediche straordinarie in materiale da intervista, affidando la loro valutazione alla battuta successiva del giornalista. Ha definito "uno dei massimi esperti" un medico in relazione a una "medicina biologica" – medicina biologica, perché ormai “bio” è buono a prescindere - che lo stesso intervistato compone con pratiche dal valore scientifico profondamente eterogeneo, alcune delle quali hanno fallito verifiche sperimentali dirette. Ha lasciato che racconti individuali di guarigione occupassero lo spazio in cui avrebbero dovuto comparire dati clinici.</p><p>Quando un giornale di questa importanza compie ripetutamente una scelta simile, la pseudoscienza vince senza ostacoli, e il motivo è chiaro: il Corriere della Sera le ha aperto la porta. E Stefano Lorenzetto, l’intervistatore, che ha scritto un “Dizionario delle citazioni sbagliate”, dovrebbe ben sapere di cosa sto parlando.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;ecologia comportamentale spiega il trionfo di AfD</title>
				<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 13:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Domenica 6 settembre, in Sassonia-Anhalt, Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti e 39 seggi su 83.&nbsp;<a href="https://apnews.com/article/germany-saxony-anhalt-election-far-right-afd-c538060710a2495c72425b6468df0d40" target="_blank">È il miglior risultato nella storia di AfD</a>&nbsp;e arriva in uno dei paesi che, per ragioni storiche prima ancora che politiche, sembravano possedere anticorpi particolarmente robusti contro il ritorno di una destra radicale costruita intorno a identità, confini, nemici e promessa di restaurare rapidamente un ordine perduto.</p><p>Si possono naturalmente discutere le cause tedesche di questo risultato, come quelle americane, francesi, italiane o britanniche dei fenomeni analoghi. C'è però qualcosa di più generale, che accomuna società diverse e riguarda il modo in cui la nostra specie prende decisioni quando percepisce di essere in pericolo. <b>Proprio mentre aumentano i problemi che richiederebbero analisi lunghe, capacità di distinguere cause concorrenti, valutazione quantitativa dei rischi e disponibilità a correggere le proprie conclusioni, cresce la domanda politica di risposte rapide, cause semplici, appartenenze nette e leader capaci di decidere senza troppi ostacoli.</b> Quando abbiamo maggior bisogno della razionalità, diventiamo più vulnerabili alle scorciatoie che la riducono.</p><p>Un animale deve continuamente decidere se ciò che vede, sente o annusa rappresenti un pericolo. L'informazione è quasi sempre incompleta, mentre gli errori possibili hanno costi molto diversi. <b>Scambiare un cespuglio mosso dal vento per un predatore costa una fuga inutile; scambiare un predatore per un cespuglio può costare la vita – non a caso i predatori cercano di indurre proprio questo tipo di errore.</b> Quando il secondo errore è enormemente più costoso del primo, la selezione naturale non favorisce necessariamente l'organismo che produce il minor numero complessivo di errori. Favorisce una soglia di risposta spostata nella direzione che riduce l'errore più costoso.</p><p>Randolph Nesse ha chiamato questa logica&nbsp;<a href="https://doi.org/10.1093/emph/eoy034" target="_blank">"smoke detector principle"</a>. Un rilevatore di fumo ben regolato suona anche quando bruciamo una bistecca, perché il costo di qualche falso allarme è trascurabile rispetto a quello di non segnalare un incendio. Dolore, tosse, nausea e molte altre difese biologiche funzionano secondo la stessa asimmetria. La teoria della rilevazione del segnale permette di formalizzare il problema: quando aumenta il costo di non reagire a un pericolo reale, diminuisce la quantità di evidenza necessaria per far scattare la risposta.</p><p>Un organismo che valuti elevata la probabilità di una perdita catastrofica ha quindi buone ragioni evolutive per diventare meno esigente prima di reagire. Aumentano i falsi positivi, perché aspettare informazioni migliori può essere più costoso che muoversi subito sulla base di informazioni mediocri. La risposta risultante può apparire irrazionale se viene giudicata soltanto in base all'accuratezza della previsione; entro un ambiente in cui il falso negativo comportava un danno di fitness molto superiore al falso positivo, una soglia del genere poteva invece essere favorita dalla selezione.</p><p><b>Nell'uomo questa soluzione si combina con una straordinaria dipendenza dall'informazione prodotta dagli altri. Imparare individualmente è costoso: occorre esplorare, commettere errori, impiegare tempo, e in certe circostanze l'errore necessario per imparare può essere proprio quello che uccide.</b> Una specie fortemente sociale può usare il comportamento altrui come informazione. Se molti membri del gruppo evitano una zona, mangiano un certo alimento o seguono una certa strada, copiarli consente di sfruttare conoscenza acquisita da altri senza pagarne interamente il costo. Gli&nbsp;<a href="https://royalsocietypublishing.org/rspb/article-abstract/279/1729/653/73930/The-evolutionary-basis-of-human-social?redirectedFrom=fulltext" target="_blank">esperimenti</a>&nbsp;di Thomas Morgan, Luke Rendell, Micael Ehn, William Hoppitt e Kevin Laland hanno mostrato che gli esseri umani modulano effettivamente il ricorso all'apprendimento sociale in funzione, fra l'altro, della difficoltà del compito, della propria sicurezza e del consenso osservato negli altri, secondo previsioni derivate da modelli evolutivi dell'apprendimento.&nbsp;</p><p>La stessa soluzione contiene una vulnerabilità. <b>Copiare gli altri funziona finché il comportamento degli altri contiene informazione sulla realtà. Se ciascuno comincia a copiare chi gli sta intorno, una decisione iniziale scarsamente fondata può propagarsi fino a diventare maggioritaria;</b> a quel punto la maggioranza stessa diventa una ragione per adottarla. La regola che permette a una popolazione di accumulare cultura può così produrre cascate nelle quali moltissimi individui condividono una scelta che pochissimi hanno verificato indipendentemente.</p><p><b>La minaccia modifica anche il rendimento del coordinamento. Quando il pericolo è collettivo, l'esistenza di molte strategie individuali incompatibili può essere disastrosa anche se alcune sono eccellenti.</b> In una situazione nella quale bisogna fuggire, difendere un territorio o resistere a un'aggressione, diventa vantaggioso convergere rapidamente su un comportamento comune e poter prevedere che gli altri faranno altrettanto.</p><p>Patrick Roos, Michele Gelfand, Dana Nau e Janetta Lun&nbsp;<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0749597815000047?via%3Dihub" target="_blank">hanno mostrato</a>&nbsp;con modelli di teoria evolutiva dei giochi che livelli maggiori di minaccia possono favorire norme più forti, maggiore adesione e maggiore punizione della devianza, tanto nei problemi di cooperazione quanto in quelli di semplice coordinamento. Un&nbsp;<a href="https://www.nature.com/articles/s41467-021-25734-w" target="_blank">esperimento</a>&nbsp;durato trenta giorni, pubblicato nel 2021 da Aron Szekely e colleghi, ha fornito prove complementari di causalità: un rischio maggiore di perdita collettiva produceva norme cooperative più forti, che resistevano maggiormente all'erosione quando le condizioni di rischio cambiavano.</p><p>L'individuo esplorativo, disposto a sperimentare soluzioni nuove e a discostarsi dagli altri può essere prezioso quando l'ambiente consente di pagare il costo degli errori e beneficiare delle innovazioni. <b>Sotto una minaccia immediata aumenta invece il valore della coordinazione, mentre la variabilità del comportamento può diventare costosa.</b> La pressione si sposta verso conformità e sanzione della devianza. Quanto profondamente le regole possano incidere sul comportamento umano è apparso ancora nel 2025 in&nbsp;<a href="https://www.nature.com/articles/s41562-025-02196-4" target="_blank">una serie di esperimenti</a>&nbsp;di Simon Gächter, Lucas Molleman e Daniele Nosenzo su oltre quattordicimila partecipanti: tra il 55 e il 70 per cento rispettava una regola arbitraria e materialmente costosa anche agendo da solo e anonimamente, senza danneggiare nessuno attraverso la propria violazione.</p><p>La leadership risolve un altro problema ricorrente della vita di gruppo. Quando una decisione collettiva deve essere presa velocemente, una gerarchia può ridurre il costo del coordinamento. Non occorre immaginare qualche "gene dell'autoritarismo", categoria priva di significato biologico: basta riconoscere che leadership e followership possono ridurre l'incertezza su chi decida e su quale comportamento gli altri adotteranno. <b>Se le circostanze fanno percepire un conflitto con un altro gruppo, cresce inoltre il rendimento apparente di un leader dominante, capace di imporre coordinamento e affrontare l'avversario.</b> Nel 2025&nbsp;<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1090513825000236?via%3Dihub" target="_blank">uno studio</a>&nbsp;condotto su 5.008 persone in 25 paesi ha sottoposto a verifica quattro predizioni indipendenti derivate da questa ipotesi evolutiva, trovando complessivamente che la presenza o la percezione di conflitto intergruppo accresce la preferenza per leader dominanti.</p><p><b>Sotto minaccia possono dunque cambiare contemporaneamente diversi parametri della decisione.</b> Diventa conveniente reagire sulla base di segnali meno sicuri; l'incertezza rende più preziosa l'informazione sociale; il pericolo collettivo aumenta il rendimento del coordinamento e il costo della deviazione; il conflitto fra gruppi può accrescere il valore attribuito a una leadership dominante. Non si tratta di un unico "istinto" e neppure di un programma politico scritto nei geni. Sono sistemi differenti, prodotti da pressioni selettive differenti, che in certe condizioni possono spingere il comportamento nella stessa direzione.</p><p>La selezione naturale, del resto, non produce procedure decisionali universalmente corrette. Favorisce meccanismi che sfruttano le regolarità dell'ambiente nel quale vengono selezionati e che, mediamente e nelle condizioni rilevanti, aumentano il successo riproduttivo dei loro portatori. Se cambia la relazione fra i segnali disponibili e le conseguenze delle diverse risposte, un meccanismo precedentemente vantaggioso può cominciare a produrre errori sistematici. L'ecologia comportamentale&nbsp;<a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/j.1752-4571.2010.00166.x" target="_blank">studia da tempo casi di questo genere</a>&nbsp;negli animali esposti ad ambienti rapidamente modificati, nei quali sistemi percettivi e decisionali modellati da una precedente storia selettiva possono rispondere in modo inadeguato a segnali nuovi.</p><p>Un attacco di predatori, un'incursione di un gruppo rivale o una crisi locale di risorse presentano caratteristiche per le quali decisioni veloci, coesione e riduzione della varietà comportamentale possono offrire vantaggi enormi.</p><p>La crisi demografica europea, l'immigrazione, la competizione industriale cinese, la trasformazione del lavoro prodotta dall'intelligenza artificiale, il cambiamento climatico, una pandemia o il finanziamento di un sistema pensionistico appartengono tuttavia a un'altra classe di problemi. Le cause sono distribuite, interagiscono fra loro, producono effetti su scale temporali diverse e reagiscono agli interventi attraverso feedback che spesso generano conseguenze impreviste.<b> Per affrontarli occorre mantenere aperte più ipotesi, raccogliere informazione indipendente, tollerare il dissenso, sperimentare soluzioni concorrenti e aspettare abbastanza a lungo da misurarne gli effetti: precisamente alcune delle operazioni che diventano più difficili da sostenere politicamente quando una situazione viene percepita come una minaccia urgente.</b></p><p>La crescente complessità dei pericoli che affrontano le società occidentali richiede quindi più razionalità analitica, mentre allo stesso tempo la percezione di quegli stessi pericoli può favorire un regime decisionale orientato ad agire presto, convergere con il gruppo e ridurre rapidamente l'incertezza. Il paradosso non nasce da una misteriosa degenerazione delle capacità cognitive contemporanee. Deriva dal fatto che una serie di risposte che possiedono una logica evolutiva può essere sollecitata da problemi la cui soluzione richiede comportamenti molto diversi.</p><p>La politica populista dispone, quasi per costruzione, di strumenti capaci di alimentare questa dinamica. Un fenomeno complesso viene rappresentato come una minaccia immediata; una causalità distribuita viene ricondotta all'azione di soggetti riconoscibili; questi vengono raccolti in un gruppo esterno o interno al quale attribuire il danno; il dissenso può essere rappresentato come debolezza o slealtà; un leader promette infine di rimuovere gli ostacoli che impedirebbero una risposta rapida.</p><p><b>Una rappresentazione del genere produce qualcosa che una politica seria difficilmente può promettere con la stessa velocità: una diminuzione soggettiva dell'incertezza. </b>Una frase come "il problema sono gli immigrati" possiede una capacità esplicativa infinitamente inferiore a un'analisi delle trasformazioni demografiche, produttive e fiscali di una società europea; in pochi secondi, però, identifica una causa, delimita un gruppo responsabile e suggerisce un'azione. La soluzione può essere inefficace rispetto al problema e molto efficace nel restituire la sensazione che il problema sia diventato comprensibile e controllabile.</p><p><b>L'insuccesso materiale di una politica non ne determina necessariamente la perdita di attrattiva.</b> Se una parte della sua funzione consiste nel dimostrare che il gruppo reagisce, che un confine viene ristabilito o che qualcuno esercita il comando, questo risultato può essere percepito immediatamente, molto prima che siano misurabili le conseguenze materiali. Un eventuale fallimento, inoltre, può essere interpretato come prova che la minaccia è ancora più grave, che i nemici sono più numerosi o che l'azione è stata ostacolata, fornendo così nuovo alimento alla richiesta di forza e coordinamento.</p><p><b>Si forma allora un circuito capace di autosostenersi.</b> La minaccia aumenta la domanda di semplificazione; la semplificazione individua un nemico; il nemico rende più concreta la minaccia; la maggiore minaccia accresce il valore attribuito alla coesione e al comando. La discussione sulla complessità delle cause può finire per apparire essa stessa sospetta, perché chi introduce dubbi e condizioni sembra rallentare il gruppo mentre il pericolo incombe.</p><p>Non occorre dunque immaginare che milioni di cittadini delle cosiddette democrazie liberali abbiano improvvisamente perso la capacità di ragionare. <b>Reagire rapidamente ai pericoli, utilizzare l'informazione degli altri, coordinarsi con il proprio gruppo e modificare il comportamento in funzione dei costi dell'errore appartengono al normale repertorio di una specie sociale.</b> La loro efficacia dipende però dalla struttura dell'ambiente nel quale vengono impiegati.</p><p>Il metodo scientifico, l'analisi statistica, il contraddittorio, la separazione dei poteri e le procedure istituzionali che mantengono aperto il dissenso abbastanza a lungo da sottoporre le ipotesi a verifica appartengono a una storia molto più recente. Sono tecnologie culturali che permettono di correggere errori ai quali sistemi decisionali biologicamente antichi possono esporci quando il mondo presenta problemi diversi da quelli che ne hanno modellato l'evoluzione.</p><p>La verifica indipendente, la competenza specialistica e le procedure che impediscono a un singolo individuo di decidere immediatamente hanno un costo in termini di tempo, coordinamento e semplicità. Durante una crisi proprio quel costo diventa particolarmente visibile e irritante. È anche il momento nel quale quelle procedure acquistano il massimo valore, perché proteggono una società dal rischio di trasformare una risposta perfettamente comprensibile alla minaccia in una decisione collettivamente disastrosa.</p><p><b>La difficoltà delle grandi crisi moderne consiste nel conservare le condizioni cognitive, informative e istituzionali nelle quali quelle soluzioni possono essere cercate proprio nel momento in cui la percezione del pericolo rende più attraenti rapidità, conformità e comando.</b> È allora che abbiamo maggior bisogno della ragione, ed è allora che la nostra storia evolutiva rende più facile scegliere qualcosa di diverso.</p>]]></description>
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				<title>Il riesame dell’azione di Fauci è necessario, ma non può trasformarsi in un processo popolare</title>
				<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/09/03/original/e196521f-b265-47d1-a1dc-3316451d7902.jpeg?v=1788441878" />
																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/anthony-fauci_44414" target="_blank">Anthony Fauci</a>&nbsp;è tornato a parlare in pubblico e, leggendo la lunga intervista riportata da&nbsp;<a href="https://www.science.org/content/article/fauci-speaks-out-about-pandemic-global-health-and-his-own-record" target="_blank">Science</a>, colpisce soprattutto <b>la distanza fra il carattere ordinario di molte cose che dice e il significato politico che quelle stesse cose hanno acquistato negli Stati Uniti del 2026</b>. Quando ricorda che i vaccini a mRNA hanno un profilo di sicurezza ampiamente documentato, che il calendario vaccinale pediatrico non sovraccarica il sistema immunitario o che l’origine zoonotica di SARS-CoV-2 dispone oggi di un sostegno empirico maggiore rispetto all’ipotesi di un incidente di laboratorio, Fauci non sta proponendo tesi eccentriche né particolarmente nuove. Sta riportando nel dibattito pubblico conclusioni che appartengono da tempo alla normale discussione scientifica e che, nel frattempo, sono diventate materia di scontro politico ai massimi livelli dell’amministrazione americana.</p><p>Il cambiamento si misura facilmente guardando a chi occupa oggi quei livelli. Robert F. Kennedy Jr. dirige il Dipartimento della Salute dopo avere definito quello contro Covid “the deadliest vaccine ever made”, Donald Trump ha portato gli Stati Uniti fuori dall’Organizzazione mondiale della sanità e ha ridotto profondamente la presenza americana nella salute globale, mentre Rand Paul continua a trattare la vicenda dell’origine della pandemia come un possibile caso penale nel quale Fauci dovrebbe rispondere personalmente. La recente audizione al Senato, durante la quale Fauci si è avvalso ripetutamente del Quinto emendamento, si inserisce nella stessa dinamica. A sei anni dall’inizio di Covid, il dissenso su come furono prese certe decisioni convive ormai con una trasformazione più profonda: <b>l’incertezza scientifica accumulata durante la crisi viene riletta sempre più spesso attraverso categorie di responsabilità personale e di colpa</b>.</p><p>Il ritorno di Fauci riapre quella discussione perché la sua intervista non riguarda soltanto le accuse rivolte alla sua persona, ma il modo in cui le istituzioni scientifiche e politiche presero decisioni mentre le informazioni sulla pandemia erano ancora incomplete.</p><p>Una pandemia costringe a decidere mentre la conoscenza è incompleta, e l’intervista di Fauci riporta al centro questa difficoltà perché molte delle accuse rivolte oggi alla gestione di Covid trattano come prove di incompetenza o malafede decisioni che furono prese quando i dati erano ancora parziali. Nel gennaio 2020 mancavano informazioni fondamentali sulla trasmissione del nuovo coronavirus, non esistevano vaccini né terapie specifiche e persino le stime della letalità dipendevano da denominatori ancora incerti; nei mesi successivi si accumularono conoscenze sulla trasmissione asintomatica, sugli aerosol, sull’efficacia delle mascherine, sulla durata dell’immunità e infine sulla capacità dei vaccini di prevenire forme diverse della malattia e sulla comparsa di nuove varianti. In un quadro simile, la qualità della risposta scientifica dipendeva anche dalla rapidità con cui le raccomandazioni venivano corrette quando i dati cambiavano.</p><p>Fauci insiste proprio su questo punto quando ricorda che la scienza raccoglie l’informazione disponibile in un certo momento e modifica le proprie conclusioni man mano che quell’informazione cresce. È una definizione elementare del metodo scientifico, resa però politicamente esplosiva da una memoria della pandemia nella quale il cambiamento di una raccomandazione viene facilmente interpretato come prova che la precedente fosse falsa in senso fraudolento, mentre un errore di previsione può diventare un indizio di incompetenza o di malafede. Una ricostruzione seria dovrebbe invece stabilire quale evidenza fosse disponibile quando una decisione fu presa, quali alternative fossero realisticamente considerate e quando nuovi dati avrebbero dovuto modificarne il corso, perché soltanto questa cronologia permette di distinguere una scelta ragionevole che si rivela sbagliata da una scelta che ignorava già allora informazioni sufficienti per evitarla.</p><p><b>È anche il punto sul quale Fauci dovrebbe spingersi più avanti</b>. Quando dice che, guardando indietro, “I’m not sure we would change much”, comprime sotto una sola formula anni diversi della pandemia e decisioni prese da soggetti che disponevano di poteri molto differenti. Sarebbe assai più utile sapere quali scelte considera ancora giustificate alla luce delle informazioni disponibili nel momento in cui furono compiute, in quali casi ritiene che l’aggiornamento sia arrivato troppo lentamente e dove riconosce errori nel modo in cui rischi e incertezze furono comunicati al pubblico. Una discussione del genere renderebbe possibile una vera autocritica scientifica, che <b>ha senso proprio quando riesce a localizzare l’errore e a ricostruirne le condizioni senza trasformarlo automaticamente in una confessione</b>.</p><p>La vicenda dell’origine di SARS-CoV-2 mostra quanto questa distinzione sia tuttavia diventata difficile. Fauci continua a considerare possibile un incidente di laboratorio e osserva che i dati disponibili non permettono di presentarlo come origine accertata del virus, posizione che coincide sostanzialmente con quella raggiunta dal gruppo SAGO dell’OMS, secondo cui il peso delle evidenze favorisce lo spillover zoonotico mentre l’incompletezza delle informazioni provenienti dalla Cina lascia aperti altri scenari. In una normale controversia scientifica, la persistenza dell’incertezza dovrebbe tradursi nella richiesta di nuovi dati e in una graduazione delle ipotesi proporzionata al sostegno empirico disponibile. Nel dibattito politico americano l’opacità cinese è stata invece spesso incorporata direttamente nella spiegazione, fino a far sì che la mancanza delle informazioni necessarie per dimostrare una fuga di laboratorio venga utilizzata come una delle ragioni per considerarla plausibile o persino probabile.</p><p>Fauci ha finito così per concentrare sulla propria persona questioni che appartenevano a livelli diversi della risposta pandemica. La sua influenza pubblica fu enorme e la sua presenza mediatica continua contribuì a identificarlo con l’intero apparato sanitario federale, mentre il potere di chiudere scuole, attività economiche e spazi pubblici apparteneva in larga misura a governatori, amministrazioni locali e altre autorità. Con il passare degli anni questa distinzione si è consumata nella memoria collettiva, fino a rendere comprensibile la caricatura che lui stesso propone nell’intervista quando dice: <b>“I created the virus. I shut the schools. I did everything”</b>. La battuta funziona perché riassume un processo reale di concentrazione retrospettiva della responsabilità, nel quale una figura particolarmente visibile finisce per diventare il luogo simbolico nel quale confluiscono decisioni e fallimenti molto più distribuiti.</p><p>Una volta che il giudizio assume questa forma, l’evidenza perde progressivamente la capacità di modificarlo. Un documento può essere assorbito nella storia già costruita, una correzione può diventare una nuova conferma del sospetto e ciò che non è documentato può essere spiegato attraverso l’ipotesi dell’occultamento. <b>È il passaggio nel quale una controversia scientifica smette di avere vere condizioni di revisione, perché ogni possibile risultato viene reinterpretato in modo compatibile con la conclusione iniziale</b>. A quel punto diventa difficile persino imparare dagli errori reali della pandemia, che esistono e meritano di essere studiati, perché un errore utile alla conoscenza richiede sempre la possibilità di stabilire che cosa avrebbe potuto evitarlo.</p><p>La ricomparsa di Fauci avviene mentre questa trasformazione ha ormai raggiunto le istituzioni federali. Il segretario alla Salute può descrivere i vaccini contro Covid come eccezionalmente letali nonostante la mole di dati accumulata sulla loro sicurezza, l’amministrazione Trump ha abbandonato l’OMS e ridotto la presenza americana nelle reti internazionali di sorveglianza proprio mentre nuove epidemie continuano a mostrare quanto conti riconoscere rapidamente un focolaio, e la discussione ancora necessaria sugli errori compiuti durante Covid si svolge dentro un sistema che sta indebolendo alcuni degli strumenti attraverso i quali quegli errori potrebbero essere identificati e corretti.</p><p><b>Per questo il riesame dell’azione di Fauci rimane necessario, ma non può trasformarsi in un processo popolare nel quale la politica e l’opinione pubblica assumono il ruolo di un tribunale chiamato a pronunciare una condanna</b>. La discussione deve invece svolgersi secondo i criteri della scienza: occorre attribuire a ciascun soggetto ciò che realmente decise, ricostruire l’informazione disponibile nel momento in cui quella decisione fu presa e distinguere l’errore dall’inganno. Il suo scopo non è stabilire un colpevole da esibire, bensì capire che cosa accadde, quali decisioni furono ragionevoli alla luce dei dati allora disponibili e quali avrebbero potuto essere diverse, così da imparare prima della prossima emergenza. La responsabilità degli esperti e la possibilità per la conoscenza di cambiare insieme ai dati fanno parte dello stesso sistema di controllo: una scienza pubblica nella quale ogni revisione venga trasformata retrospettivamente in una colpa finirà per difendere le proprie prime affermazioni anche quando l’evidenza avrà cominciato a smentirle.</p><p><b>La prossima epidemia arriverà ancora con dati incompleti e decisioni da prendere prima che tutte le conseguenze siano conoscibili</b>. La qualità della risposta dipenderà allora anche dalla capacità delle istituzioni di riconoscere rapidamente ciò che non funziona e di correggerlo senza che ogni cambiamento venga immediatamente convertito nella prova di una colpa precedente. Dopo una pandemia nella quale abbiamo imparato quasi tutto mentre l’evento era già in corso, sarebbe un esito particolarmente pericoloso costruire un sistema nel quale conservare un errore diventa più conveniente che correggerlo.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>La pseudoscienza può uccidere, ma fa ancora più danni quando avvelena le istituzioni</title>
				<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si può continuare a misurare la cultura scientifica degli italiani chiedendo quanti credano all'omeopatia, agli oroscopi, alle scie chimiche o a qualche altra teoria priva di fondamento, ottenendo così informazioni certamente interessanti sul livello di alfabetizzazione scientifica della popolazione, purché non si perda di vista un fenomeno assai più grave: in Italia la pseudoscienza attraversa con notevole facilità università, amministrazioni pubbliche, ordini professionali, tribunali e Parlamento, riuscendo a ottenere da istituzioni governate da persone istruite una parte delle credenziali che non riesce a conquistare attraverso le prove. Quando questo accade, l'ignoranza individuale spiega sempre meno, perché il cittadino al quale chiediamo di riconoscere la scienza dalla sua imitazione incontra professori che insegnano discipline pseudoscientifiche, professionisti che ottengono crediti frequentandone i corsi, giudici che ne accolgono le conclusioni attraverso una perizia e legislatori che ne discutono il riconoscimento; la confusione che osserviamo a valle è stata almeno in parte prodotta a monte.</p><p><b>L'agricoltura biodinamica offre un esempio particolarmente limpido perché ci porta fuori dalla medicina, dove la malattia e il bisogno di cura rendono più facilmente comprensibile la ricerca di soluzioni prive di fondamento</b>. La biodinamica deriva dalle conferenze tenute da Rudolf Steiner nel 1924 e conserva prescrizioni nelle quali entrano influenze cosmiche, preparati ottenuti riempiendo corna bovine di letame e altre procedure legate alla concezione antroposofica del loro autore; ciononostante, nel maggio 2021 il Senato discusse un disegno di legge sull'agricoltura biologica nel quale la biodinamica compariva esplicitamente, ed Elena Cattaneo, senatrice a vita e farmacologa, dovette presentare un emendamento per eliminare quel riferimento, che l'Aula respinse. Nel testo definitivo approvato nel 2022 la parola scomparve, mentre rimase una formulazione generale che consente l'equiparazione al biologico dei metodi che rispettino la normativa europea e&nbsp;<a href="https://www.senato.it/show-doc?id=1298092&amp;idoggetto=0&amp;leg=18&amp;part=doc_dc-ressten_rs-ddltit_deacmdddl988acmb-trattazione_eda&amp;tipodoc=Resaula" target="_blank">nazionale</a>.&nbsp;</p><p>Nel gennaio 2023 il trentasettesimo congresso internazionale dell'Associazione per l'Agricoltura Biodinamica si tenne nell'Aula Magna Adalberto Libera dell'Università Roma Tre, con il patrocinio, fra gli altri, del ministero dell'Ambiente, della Regione Lazio e di Roma Capitale; il programma comprendeva esponenti universitari e istituzionali e una lezione magistrale dedicata a "Identità biodinamica, economia e triarticolazione sociale", mentre il preconvegno ospitava interventi su agricoltura biodinamica e medicina antroposofica come "due figlie dell'Antroposofia" e sul ruolo dell'intuizione nella conoscenza scientifica. La teoria di Steiner non aveva bisogno di cambiare per ottenere un diverso statuto sociale, perché bastava cambiare il luogo nel quale veniva presentata: dentro un'aula universitaria, fra docenti e rappresentanti di istituzioni pubbliche, ciò che all'esterno avrebbe richiesto innanzitutto di dimostrare la propria validità poteva cominciare a utilizzare la presenza stessa dell'università come argomento di&nbsp;<a href="https://www.biodinamica.org/xxxvii-convegno-internazionale-di-agricoltura-biodinamica-roma-26-27-gennaio-2023/" target="_blank">rispettabilità</a>.&nbsp;</p><p>Nell'ottobre 2025 il meccanismo è riapparso in una forma tanto estrema da sembrare costruita apposta per renderlo visibile, quando nella sala Caduti di Nassirya del Senato si tenne, su iniziativa di Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato della Lega, una conferenza dedicata alla cosiddetta <b>"Macchina di Majorana"</b>, il dispositivo che secondo i sostenitori di Rolando Pelizza sarebbe stato progettato segretamente da Ettore Majorana e sarebbe capace, fra le altre cose, di produrre energia illimitata, annichilire materia, trasformare materiali comuni in oro e perfino ringiovanire gli esseri viventi, senza che nessuna di queste affermazioni sia mai stata sottoposta a una verifica sperimentale indipendente. Nel gennaio successivo Elena Cattaneo promosse nello stesso Senato una conferenza del CICAP intitolata "La&nbsp;<a href="https://www.ansa.it/canale_scienza/notizie/ricerca_istituzioni/2025/10/21/approda-in-senato-la-cosiddetta-macchina-di-majorana_063e2abc-2602-4e65-8032-0ed9c8967402.html" target="_blank">macchina di Majorana</a>, una storia senza prove", proprio per ricostruire la vicenda e chiarire che fotografie, lettere e filmati presentati dai sostenitori non sostituiscono un esperimento controllabile.&nbsp;</p><p><b>La vicenda è quasi una dimostrazione sperimentale del trasferimento di credibilità che avviene quando un'istituzione presta i propri spazi e i propri simboli</b>. Un cittadino non possiede gli strumenti per controllare personalmente la fisica delle particelle, così come non può ripetere una sperimentazione clinica prima di assumere un farmaco, e per orientarsi utilizza indicatori ragionevoli di affidabilità: un'università, un ente di ricerca, un ministero, il Parlamento. Quando una storia sulla trasmutazione della materia viene portata in Senato da una carica istituzionale, quella storia riceve inevitabilmente qualcosa che i suoi sostenitori possono spendere all'esterno come riconoscimento, anche quando nelle formule che accompagnano l'evento si precisa che il Senato non è responsabile delle opinioni espresse.</p><p>Lo stesso Rino Liuzzi, in arte "Jupiter", che di mestiere fa l'astrologo, il 5 dicembre 2024 moderò presso l'auditorium del ministero della Salute una conferenza della Lega italiana per la lotta contro i tumori dedicata allo stato dell'arte e alle prospettive future della LILT; un mese dopo, il 4 gennaio 2025, fu invitato su Rai Radio 1 nella trasmissione "Caffè Europa", mentre si parlava del futuro dell'esplorazione spaziale nel cinquantenario dell'Agenzia spaziale europea. Gli astri non diventano capaci di predire gli eventi perché un astrologo entra in un ministero o in una trasmissione del servizio pubblico, mentre l'astrologo diventa molto più difficile da distinguere da un esperto quando due istituzioni alle quali il pubblico attribuisce una funzione di selezione della competenza lo collocano nei propri&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2024/12/05/news/un-astrologo-al-ministero-della-salute-per-parlare-di-lotta-contro-il-cancro--105722" target="_blank">programmi</a>.&nbsp;</p><p><b>L'università produce un effetto ancora più potente, perché qui la credenziale prende la forma di crediti e titoli</b>. Nell'anno accademico 2025-2026 la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Roma Tor Vergata continua a offrire un master universitario di primo livello in "Medicine naturali e scienze naturopatiche", della durata di un anno e del valore di 60 crediti, esplicitamente presentato come opportunità di aggiornamento professionale; nei programmi e nei bandi collegati a questo percorso sono comparsi omeopatia, omotossicologia, floriterapia di Bach e altre discipline di solidità scientifica estremamente diversa. Studiare l'omeopatia all'università sarebbe perfettamente ragionevole se la si trattasse come oggetto di storia della medicina, sociologia o analisi critica, mentre un master professionalizzante collocato dentro una&nbsp;<a href="https://web.uniroma2.it/it/contenuto/medicine-naturali-e-scienze-naturopatiche-natural-medicines-and-naturopathic-sciences-aa-2025-2026" target="_blank">Facoltà di Medicina</a>&nbsp;produce un segnale differente, perché insegna a utilizzare quelle pratiche e conferisce per questo crediti universitari.&nbsp;</p><p>La stessa ambiguità è incorporata nel sistema della formazione continua dei sanitari. La Commissione nazionale per la formazione continua stabilì nel 2017 che gli eventi dedicati alle medicine non convenzionali possono essere accreditati soltanto quando presentano contenuti tecnico-scientifici basati sulle prove di efficacia e sulla medicina fondata sulle evidenze, inserendo però esplicitamente nel perimetro degli eventi accreditabili medicina omeopatica, omotossicologia, medicina tradizionale cinese, medicina ayurvedica e medicina antroposofica, oltre a pratiche che pongono problemi scientifici diversi come fitoterapia e agopuntura. <b>La clausola sull'evidence based medicine dovrebbe risolvere la contraddizione, purché l'accreditamento effettivo distingua un corso che insegna a valutare criticamente l'omeopatia da uno che forma alla prescrizione omeopatica</b>; in caso contrario rimane soprattutto il risultato amministrativo visibile, cioè un'attività che produce gli stessi crediti ECM con cui il medico certifica il proprio&nbsp;<a href="https://ecm.agenas.it/contenuti/24112017-modifiche-relative-alla-disciplina-degli-eventi-su-pratiche-e-medicine-non-convenzionali-e-allautoformazione" target="_blank">aggiornamento</a>&nbsp;professionale.</p><p>La Toscana ha trasformato questa ambiguità in una politica sanitaria strutturale, dichiarando nel proprio sito istituzionale che agopuntura, medicina tradizionale cinese, omeopatia, fitoterapia e medicina manuale "fanno parte delle cure assicurate dal sistema regionale di sanità"; ancora nell'aprile 2026 la Regione indicava quattro strutture di riferimento per le medicine complementari, fra cui un Ambulatorio di Omeopatia dell'Azienda Usl Toscana Nord Ovest, e nel maggio successivo pubblicava il&nbsp;<a href="https://www.regione.toscana.it/it/-/notiziario-regionale-delle-medicine-complementari" target="_blank">numero 60</a>&nbsp;del proprio "Notiziario regionale delle medicine complementari", nel quale figurava fra l'altro un articolo sui vent'anni di esperienza del centro omeopatico di Lucca.</p><p>La categoria amministrativa scelta dalla Regione attenua differenze che sul piano scientifico sono decisive, perché la fitoterapia comprende sostanze farmacologicamente attive che possono essere studiate con gli strumenti ordinari della farmacologia, mentre l'omeopatia si fonda sulla legge di similitudine e su preparazioni ottenute attraverso diluizioni e "dinamizzazioni" che la stessa pagina della Regione descrive senza chiarire al lettore la distanza esistente fra questo sistema e le conoscenze della chimica e della farmacologia contemporanee. Il cittadino trova quella descrizione nello stesso portale in cui cerca ospedali, prestazioni e servizi sanitari, cosicché la distinzione fra registrare l'esistenza di una pratica e attribuirle una legittimazione terapeutica diventa sempre più difficile da&nbsp;<a href="https://www.regione.toscana.it/-/omeopatia" target="_blank">percepire</a>.&nbsp;</p><p>Il disegno di legge S.1251, presentato dal senatore Orfeo Mazzella del Movimento 5 Stelle e tuttora all'esame del Senato, porta questa confusione direttamente nella formulazione normativa, perché richiama il "pluralismo nella scienza", dichiara di riconoscere il <b>"valore terapeutico delle terapie complementari e integrative"</b> e prevede che queste possano rientrare nelle prestazioni del Servizio sanitario nazionale, mentre gli articoli successivi disciplinano commissioni, registri professionali e corsi di formazione. Il valore terapeutico di una pratica appartiene alla categoria delle proposizioni empiriche, perché deve risultare dalla misura di un beneficio rispetto a controlli adeguati; il Parlamento può decidere quali prestazioni finanziare e come organizzarle, mentre il voto di una maggioranza non aggiunge alcun dato a quelli prodotti dagli studi&nbsp;<a href="https://www.senato.it/show-doc?id=1429769&amp;idoggetto=0&amp;leg=19&amp;part=ddlpres_ddlpres1-articolato_articolato1-articolo_articolo1&amp;tipodoc=DDLPRES" target="_blank">clinici</a>.&nbsp;</p><p>Alla produzione accademica, amministrativa e politica della credenziale se ne aggiunge una particolarmente insidiosa, perché deriva dall'autorità della giurisdizione e dal ruolo che la perizia scientifica assume nel processo. Il giudice deve decidere anche questioni nelle quali la soluzione dipende da conoscenze che non possiede personalmente, per cui si affida a consulenti tecnici; se la consulenza seleziona male la letteratura, confonde una successione temporale con un rapporto causale o attribuisce un peso sproporzionato a studi minoritari, l'errore scientifico può entrare nella sentenza e acquisire immediatamente un'autorità nuova. Da quel momento il percorso può chiudersi su sé stesso, perché la sentenza viene citata fuori dall'aula come dimostrazione che un tribunale ha "riconosciuto" quel nesso, quella presunta dimostrazione rafforza la credibilità pubblica degli esperti che l'avevano sostenuta e il precedente può alimentare nuove cause nelle quali vengono presentate perizie analoghe.</p><p>Nel 2012 il Tribunale del lavoro di Rimini riconobbe un rapporto causale fra vaccinazione MPR e autismo in un bambino e condannò il ministero della Salute a corrispondere l'indennizzo previsto dalla legge; nel 2015 la Corte d'Appello di Bologna ribaltò la decisione dopo una nuova consulenza tecnica, giudicando scientificamente irrilevanti gli studi utilizzati per sostenere il nesso, fra i quali erano state richiamate anche le ricerche di Andrew Wakefield, il cui articolo sul rapporto fra vaccino MPR e autismo era già stato ritirato e la cui condotta scientifica era stata giudicata gravemente scorretta. Nel frattempo, la sentenza di Rimini aveva avuto grande risonanza sui mezzi di informazione e nei circuiti antivaccinali, perché "un tribunale ha stabilito che il vaccino causa l'autismo" possiede una forza comunicativa enormemente superiore a quella di una revisione epidemiologica che spiega perché quel rapporto non esiste.</p><p>Lo stesso circuito si è ripresentato con i telefoni cellulari. Nel 2017 il Tribunale di Ivrea riconobbe come malattia professionale il neurinoma del nervo acustico di un dipendente Telecom che aveva utilizzato intensamente il cellulare per ragioni lavorative, e nel gennaio 2020 la Corte d'Appello di Torino confermò la decisione sostenendo l'esistenza di una "legge scientifica di copertura" capace di sostenere il nesso&nbsp;<a href="https://torino.corriere.it/cronaca/20_gennaio_14/uso-prolungato-cellulare-causa-tumore-testa-sentenza-corte-d-appello-torino-57176682-36d6-11ea-8c20-22605fcc4a4b.shtml" target="_blank">causale</a>; nello stesso periodo, un rapporto sulle radiofrequenze e i tumori elaborato dall'Istituto superiore di sanità insieme ad altri enti scientifici presentava un quadro delle evidenze che non confermava un aumento dei tumori cerebrali attribuibile all'uso dei&nbsp;<a href="https://www.epicentro.iss.it/tumori/interphone" target="_blank">cellulari</a>, coerentemente con i risultati del grande studio Interphone.</p><p>Qui il punto non riguarda il diritto di un lavoratore a chiedere un indennizzo, che deve essere deciso secondo le regole proprie del processo previdenziale, bensì la migrazione di una conclusione giudiziaria dal diritto alla scienza. Il processo civile può utilizzare criteri probatori e causali costruiti per decidere una controversia fra parti determinate; l'epidemiologia cerca invece di stabilire se un'esposizione modifichi realmente il rischio in una popolazione, attraverso studi che devono controllare confondenti, errori sistematici e fluttuazioni casuali. <b>Quando una sentenza individuale viene trasformata nella frase "i giudici hanno dimostrato che i cellulari causano il cancro", due diversi sistemi di valutazione vengono sovrapposti e l'autorità della magistratura finisce per sostituire quella delle prove scientifiche</b>.</p><p>La vicenda Xylella mostra quanto questo circuito possa diventare distruttivo anche lontano dalla medicina. Nel dicembre 2015 la Procura di Lecce dispose il sequestro preventivo degli&nbsp;<a href="https://www.ansa.it/amp/puglia/notizie/2015/12/18/sequestrati-ulivi-salento-10-indagati_841c7848-53af-4267-9d16-8c16e8298e66.html" target="_blank">ulivi</a>&nbsp;interessati dal piano di contenimento del batterio e iscrisse nel registro degli indagati dieci persone, fra cui ricercatori del CNR, docenti universitari e il commissario straordinario Giuseppe Silletti; il provvedimento bloccò di fatto le eradicazioni previste dal piano, mentre l'impianto accusatorio metteva in discussione anche i presupposti scientifici che attribuivano a&nbsp;<a href="https://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2019/05/07/xylellanon-ci-fu-diffusione-volontariaarchiviata-inchiesta_f22efc88-441d-463a-8858-75538f62575d.html" target="_blank">Xylella</a>&nbsp;fastidiosa un ruolo centrale nel disseccamento. Nel 2019 l'inchiesta fu archiviata quanto alle accuse di diffusione della malattia&nbsp;e nel febbraio 2026 il gip di Bari ha archiviato anche l'ultimo procedimento a carico dell'ex responsabile del CNR Donato Boscia, riconoscendo che aveva operato in conformità alla&nbsp;<a href="https://www.ansa.it/puglia/notizie/2026/02/19/nessuna-responsabilita-cnr-in-diffusione-xylella-inchiesta-archiviata_20fc312e-f0dc-4d18-a483-d286ac3382e7.html" target="_blank">normativa</a>&nbsp;europea e nazionale. Nel frattempo, la malattia aveva continuato la propria diffusione nella regione.</p><p>Un'inchiesta giudiziaria possiede inevitabilmente una forza che un articolo scientifico non possiede: può sequestrare materiali, fermare un'attività, interrogare persone e trasformare uno scienziato in indagato. Proprio per questo l'ingresso di una ricostruzione scientificamente debole dentro il sistema giudiziario ha conseguenze che superano quelle di qualunque convegno pseudoscientifico, perché l'errore diventa capace di modificare materialmente la realtà sulla quale pretende di pronunciarsi. Se si bloccano gli interventi di contenimento durante un'epidemia vegetale, il tempo trascorso non viene restituito quando l'inchiesta è archiviata; se un ricercatore viene rappresentato per anni come possibile responsabile della diffusione della malattia che sta studiando, l'assoluzione finale non ripristina automaticamente la fiducia pubblica perduta.</p><p><b>Stamina portò il rapporto fra tribunali, politica e pseudoscienza ancora più avanti</b>. A partire dal 2012 diversi giudici ordinarono agli Spedali Civili di Brescia di proseguire o somministrare le infusioni richieste dai pazienti, mentre AIFA aveva già contestato aspetti fondamentali della produzione e della caratterizzazione delle cellule; nel 2013 il Parlamento intervenne consentendo la prosecuzione di alcuni trattamenti e aprendo la strada a una sperimentazione finanziata con fondi pubblici. Una procedura che non aveva prodotto le evidenze normalmente richieste a una terapia avanzata riuscì così a ottenere in sequenza la credenziale di un ospedale pubblico, quella di numerosi provvedimenti giudiziari e infine quella della legge, ciascuna delle quali veniva utilizzata per rendere più difficile il ritorno alla domanda originaria su quali prove esistessero&nbsp;<a href="https://www.aifa.gov.it/sites/default/files/Toscana_Medica_Jan2014_Il_Caso_Stamina.pdf" target="_blank">realmente</a>.</p><p>Il meccanismo può essere chiamato riciclaggio epistemico, perché una credenziale ottenuta per ragioni amministrative, professionali, giudiziarie o politiche viene reimmessa nel dibattito come se costituisse una prova scientifica. La registrazione di un prodotto viene citata come riconoscimento della sua efficacia, un master come riconoscimento universitario della disciplina che insegna, una sentenza come dimostrazione di causalità e la presenza in Parlamento come prova che una teoria meriti almeno di essere considerata sullo stesso piano delle altre; dopo alcuni passaggi la pratica pseudoscientifica dispone di una biografia istituzionale abbastanza ricca da poterla utilizzare contro chi chiede ancora i dati. <b>La forza di questa procedura dipende dal fatto che ogni singolo atto può essere perfettamente regolare entro il proprio perimetro, mentre la somma degli atti produce un risultato che nessuno sembra avere formalmente deciso</b>.</p><p>L'elevata istruzione delle persone coinvolte protegge molto meno di quanto siamo abituati a supporre, poiché conoscere bene una disciplina richiede competenze diverse da quelle necessarie per riconoscere una costruzione pseudoscientifica quando questa ha imparato a imitare la struttura sociale della scienza. Un medico può essere un eccellente clinico e non saper valutare adeguatamente una letteratura selezionata in modo tendenzioso; un magistrato può applicare impeccabilmente il codice e dipendere interamente dal proprio consulente quando deve comprendere un rapporto epidemiologico; un professore può difendere la presenza di una teoria priva di fondamento nella propria università invocando la libertà accademica, senza distinguere fra la libertà di studiarla e la credenziale conferita insegnandola professionalmente. <b>La frammentazione delle responsabilità permette a ciascuno di occuparsi correttamente del proprio pezzo mentre nessuno risponde più della qualità epistemica del risultato finale</b>.</p><p>Qualche volta le conseguenze di questa confusione sono irreversibili nel senso più semplice della parola. Francesco Bonifazi aveva sette anni quando, nel maggio 2017, morì dopo che un'otite batterica era stata trattata per giorni con soli rimedi omeopatici; il medico Massimiliano Mecozzi fu condannato per omicidio colposo in primo grado e in appello, e nel gennaio 2025 la Cassazione ha reso definitiva la condanna a tre anni. L'omeopatia, in questo caso, non costituisce una curiosità epistemologica né una questione di libertà culturale, perché la sostituzione di una terapia efficace con una pseudoterapia ha accompagnato il deterioramento di una malattia curabile fino all'encefalite e alla&nbsp;<a href="https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/cronaca/2025/01/10/bimbo-mori-per-unotite-cassazione-conferma-condanna-per-medico_35796365-3e51-4730-9fa2-9435f22c34e3.html" target="_blank">morte</a>.&nbsp;</p><p>La disinformazione sui vaccini produce danni con una dinamica meno facilmente attribuibile al singolo propagandista, ma osservabile a livello di popolazione: nel biennio 2017-2018 l'Italia registrò 8.078 casi di morbillo e tredici decessi, mentre l'Istituto superiore di sanità indicò come causa principale delle due ondate epidemiche le basse coperture vaccinali accumulate negli anni; quasi l'89 per cento dei casi con stato vaccinale noto riguardava persone non vaccinate. Una sentenza che attribuisce erroneamente l'autismo al vaccino MPR entra inevitabilmente nello stesso ambiente informativo nel quale le famiglie devono decidere se vaccinare, e la sua successiva smentita scientifica possiede una capacità assai minore di circolare rispetto alla notizia iniziale.</p><p>La morte rappresenta l'esito più immediatamente riconoscibile della pseudoscienza, mentre il danno più vasto comincia quando le sue procedure penetrano nelle istituzioni che una società utilizza per stabilire quali informazioni meritino fiducia. Nessun cittadino può controllare personalmente la sicurezza di un ponte, ripetere una sperimentazione farmacologica o sequenziare il genoma di un batterio prima di accettare una diagnosi; una società complessa funziona perché distribuisce la conoscenza e costruisce istituzioni alle quali attribuisce il compito di verificarla. <b>Se università, amministrazioni, tribunali e Parlamento smettono di distinguere con sufficiente continuità fra l'esistenza sociale di una convinzione e la sua validità scientifica, viene compromesso proprio questo sistema di fiducia delegata</b>.</p><p>La conseguenza riguarda direttamente la democrazia, perché una democrazia può sopportare il conflitto fra interessi e valori soltanto finché rimane disponibile un terreno sufficientemente comune sul quale stabilire che cosa sia accaduto e quali siano gli effetti prevedibili delle diverse decisioni. Si può discutere democraticamente se finanziare una terapia efficace, quanto spendere per contenere una malattia delle piante o quale livello di rischio industriale considerare accettabile; se il rapporto fra terapia ed efficacia, fra batterio e malattia o fra esposizione e tumore diventa a sua volta materia da stabilire attraverso maggioranze parlamentari, sentenze o appartenenze politiche, il conflitto smette di riguardare ciò che vogliamo fare della realtà e comincia a riguardare quale realtà ciascun gruppo abbia diritto di proclamare.</p><p>Per questa ragione sarebbe pericolosissimo rispondere trasformando la cattiva scienza in un reato o affidando allo Stato il compito di certificare quali teorie siano scientificamente corrette. Il rischio opposto è già visibile negli Stati Uniti, dove Donald Trump, presidente repubblicano, ha firmato nel maggio 2025 l'Executive Order 14303, "Restoring Gold Standard Science", imponendo alle agenzie federali di adeguare le proprie attività scientifiche a criteri definiti dall'esecutivo; molti dei principi elencati nel testo, come riproducibilità, trasparenza, falsificabilità e dichiarazione delle incertezze, appartengono senza difficoltà alla buona pratica scientifica, mentre il passaggio istituzionalmente delicato consiste nel conferire al potere politico il ruolo di definire e far applicare dall'alto lo standard al quale dovrà conformarsi la scienza delle agenzie federali.</p><p>La difesa dalla pseudoscienza richiede quindi qualcosa di più difficile e meno spettacolare di una polizia della verità: università, ordini, amministrazioni, magistratura e politica devono assumersi la responsabilità del significato delle credenziali che producono, mantenendo la distinzione fra il diritto di sostenere qualsiasi idea e il diritto di ottenere per quell'idea il marchio di un'istituzione scientifica o pubblica. <b>La libertà accademica protegge lo studio dell'omeopatia, non obbliga una Facoltà di Medicina a insegnarla come terapia</b>; il pluralismo politico protegge chi crede nella biodinamica, senza rendere scientificamente equivalenti i preparati di Steiner e l'agronomia sperimentale; l'accesso alla giustizia garantisce a chiunque il diritto di chiedere un risarcimento, senza trasformare il tribunale nel luogo nel quale si stabilisce per la comunità scientifica se un cellulare provochi un tumore.</p><p>Quando nel 2023 l'Università di Catania cancellò una giornata intitolata "La realtà dell'omeopatia", prevista nel Dipartimento di Scienze del farmaco, il rettore Francesco Priolo non proibì agli omeopati di esporre le proprie convinzioni e non stabilì per decreto quale teoria fosse vera: decise semplicemente quale contenuto il proprio dipartimento avrebbe accreditato con il nome dell'<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2023/03/16/news/nel-caos-delle-pseudoscienze-la-democrazia-muore-un-caso--161706" target="_blank">università</a>.</p><p><b>La pseudoscienza può dunque uccidere, come accade quando una pseudoterapia sostituisce una cura efficace, ma possiede una capacità di danno ancora maggiore quando avvelena lentamente le istituzioni</b>, perché da quel momento comincia a distruggere il meccanismo attraverso il quale milioni di persone, necessariamente incapaci di verificare da sole ogni affermazione specialistica, decidono di chi fidarsi. Se un cittadino incontra la biodinamica nelle università e nelle leggi, l'omeopatia nei master e nel servizio sanitario, una macchina capace di produrre oro nelle sale del Senato e una causalità scientificamente infondata dentro una sentenza, la sua difficoltà nel separare scienza e pseudoscienza non può più essere spiegata soltanto attraverso la sua ignoranza. Gli abbiamo insegnato che il marchio istituzionale e la qualità delle prove possono essere separati, e quando questa lezione viene appresa fino in fondo non si perde soltanto fiducia nella scienza: si perde la possibilità di distinguere l'autorità che deriva dal controllo dei fatti da quella che deriva dal potere di pronunciarli. Una democrazia nella quale questa distinzione diventa stabilmente incerta rimane formalmente capace di votare, legiferare e giudicare, mentre perde progressivamente la capacità di decidere sulla stessa realtà.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Eclissi lunare. Quando inizia la Luna dello Storione, come e dove vederla</title>
				<pubDate>Thu, 27 Aug 2026 14:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/12/video/eclissi-solare-in-diretta-le-cinque-fasi-a-che-ora-e-quanto-dura-tutto-quello-che-ce-da-sapere--404679" target="_blank">l’eclissi di Sole di metà agosto</a>, il cielo proporrà un nuovo appuntamento astronomico che accompagnerà la conclusione di quest'estate. <b>Nella notte tra il&nbsp;27 e il 28 agosto&nbsp;si verificherà infatti un’eclissi&nbsp;lunare parziale molto profonda, chiamata "Luna dello Storione". </b>L'eclissi inizierà alle ore 3:23, con l'ingresso della Luna nella penombra terrestre, alle 4:33 il satellite inizierà a immergersi nell'ombra vera e propria, dando il via alla fase più interessante, che raggiungerà il massimo alle 6:12,<b>&nbsp;</b>quando il satellite apparirà vicino all’orizzonte occidentale e il cielo inizierà a rischiararsi. <b>Durante la fase più intensa, circa il&nbsp;96 per cento del disco lunare&nbsp;sarà interessato dall’ombra della Terra. Non si tratterà quindi&nbsp;di&nbsp;un’eclissi&nbsp;totale, perché una piccola parte della superficie resterà al&nbsp;di&nbsp;fuori del cono d’ombra terrestre.</b>&nbsp;Il nome particolare di questa eclissi deriva&nbsp;dalle tradizioni dei nativi americani stanziati nell’area dei Grandi Laghi, lungo l'attuale confine tra Stati Uniti e Canada. Nel mese di agosto, lo storione risaliva i corsi d’acqua in quantità consistenti e il periodo era considerato particolarmente favorevole alla pesca. Il plenilunio è indicato anche con altri nomi legati alle attività agricole e ai raccolti di fine estate, tra cui Luna del Mais Verde, Luna del Grano e Luna dei Mirtilli.</p><h2>Quando si verifica un'eclissi lunare</h2><p>Un’eclissi&nbsp;lunare si verifica quando&nbsp;Sole, Terra e Luna&nbsp;si dispongono lungo una stessa linea, o quasi. <b>La Terra si trova tra il Sole e il satellite e proietta nello spazio un cono d’ombra che può coprire interamente o solo in parte la superficie lunare.</b> L’allineamento avviene durante la fase di Luna piena, ma non a ogni plenilunio, perché l’orbita lunare è inclinata rispetto a quella terrestre. La porzione immersa nell’ombra non scompare completamente: una parte della luce solare attraversa infatti l’atmosfera terrestre prima di raggiungere la superficie lunare. L’aria disperde soprattutto le componenti blu della luce e lascia filtrare maggiormente quelle rosse e arancioni, secondo un meccanismo simile a quello che colora i tramonti. La tonalità finale può variare in base alla quantità di polveri e nubi presenti nell’atmosfera: maggiore è la presenza di particelle, più intenso può apparire il rosso.&nbsp;<b>In questo modo vengono favorite le tonalità calde, dal rame fino al rosso più intenso, all’origine del nome popolare Luna rossa o Luna di sangue.</b></p><h2>Come e quando vederla</h2><p>L’eclissi sarà osservabile, almeno in parte, da vaste aree dell’America, dell’Europa e dell’Africa. Le condizioni migliori per seguire l’intero sviluppo si verificheranno nelle Americhe, mentre in gran parte dell’Europa occidentale la Luna tramonterà prima della conclusione del fenomeno. In Italia, l’inizio dell’eclissi&nbsp;è previsto intorno alle&nbsp;4:40, mentre il massimo, come abbiamo detto prima, dovrebbe essere raggiunto alle 6:12, con variazioni legate alla posizione geografica. <b>L’evento sarà particolarmente favorevole nelle regioni del centro-sud, mentre nelle regioni settentrionali,&nbsp;la&nbsp;Luna&nbsp;tramonterà poco dopo il picco massimo.</b> Questo vuol dire che la fase conclusiva non sarà visibile: il satellite resterà basso sull’orizzonte occidentale, mentre la luminosità dell’alba aumenterà progressivamente. <b>Per questo sarà necessario scegliere un punto con una visuale libera verso ovest, senza edifici, alberi o rilievi.</b> Le condizioni meteorologiche avranno un ruolo decisivo: nuvole, foschia o ostacoli lungo l’orizzonte potranno impedire&nbsp;di&nbsp;osservare proprio la fase culminante. La parte penombrale - durante la quale solo una parte dei raggi del Sole viene intercettata dalla Terra e che inizierà, in questo caso durante la notte - sarà invece poco riconoscibile senza strumenti specifici. <b>A differenza di quanto avviene per un’eclissi solare, l’osservazione di quella lunare non richiede filtri o protezioni specifiche: il fenomeno può essere seguito a occhio nudo.</b></p>]]></description>
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				<title>Cosa non torna nelle spiegazioni della Rai sulla soppressione del canale Rai Scuola</title>
				<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Televisione</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>La Rai ha risposto alle critiche sulla soppressione del canale&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/25/news/laddio-a-rai-scuola-e-quellidea-di-servizio-pubblico-che-passa-per-territori-e-prodotti-tipici--405469" target="_blank">Rai Scuola</a>&nbsp;con un&nbsp;<a href="https://ufficiostampa.rai.it/ufficiostampa/articoli/2026/08/Rai-Scuola-evolve-piu-digitale-piu-accessibile-piu-vicina-agli-studenti-8b450be8-8c04-472f-86b7-6b9e6745f919.html" target="_blank">comunicato</a>&nbsp;intitolato <b>"Rai Scuola evolve: più digitale, più accessibile, più vicina agli studenti"</b>. Il problema comincia già dal verbo. Secondo la Rai, "non è prevista alcuna cancellazione dell'offerta editoriale di Rai Scuola" e dunque "Rai Scuola non chiude: evolve". È vero se per Rai Scuola si intende il marchio, il patrimonio di programmi e la futura produzione educativa; <b>il canale televisivo Rai Scuola, quello che oggi occupa il numero 57, chiude eccome</b>. A giugno era stata la stessa Rai a parlare, con maggiore precisione, di "<a href="https://ufficiostampa.rai.it/ufficiostampa/articoli/2026/06/RAI-Le-decisioni-del-Cda--b27d6bfb-45a1-493c-a470-409959b9a356.html" target="_blank">superamento</a>&nbsp;del modello lineare di Rai Scuola".</p><p>Nessuno aveva sostenuto che la Rai intendesse cancellare dagli archivi i programmi educativi o smettere per sempre di produrne. La questione era un'altra: perché sopprimere il canale televisivo che li trasmette? <b>Rispondere che i contenuti continueranno a esistere significa cambiare l'oggetto della domanda</b>.</p><p>La giustificazione principale è che Rai Scuola debba diventare "più digitale" e portare i contenuti "laddove sono gli studenti", rendendoli disponibili quando servono attraverso televisori connessi, computer, tablet e smartphone. L'argomento avrebbe un senso se Rai Scuola dovesse finalmente approdare su internet. <b>Peccato che ci sia già</b>. Oggi Rai Scuola è disponibile in diretta su RaiPlay, accanto agli altri canali Rai, mentre i suoi programmi sono già disponibili on demand; RaiPlay Learning, a sua volta, esiste da anni.</p><p>Quello annunciato dalla Rai non è dunque il passaggio di Rai Scuola dal lineare al digitale. Il digitale esiste già e verrà potenziato; <b>ciò che scompare è il canale lineare</b>. Oggi Rai Scuola dispone contemporaneamente del canale lineare sul digitale terrestre e dell'accesso attraverso RaiPlay e il web; dal primo ottobre verrà meno il primo, mentre l'offerta internet verrà riorganizzata e potenziata. Chiamare questa sottrazione "evoluzione delle modalità di distribuzione e fruizione" non la rende un'aggiunta.</p><p>È altrettanto singolare spiegare che "i contenuti educativi devono essere disponibili quando servono agli studenti, non soltanto quando vengono trasmessi". Certamente, ed è precisamente la ragione per cui esiste già l'on demand. Nessuno propone di sostituirlo con il palinsesto televisivo. Le due forme di distribuzione sono complementari: una permette di cercare una lezione quando occorre, l'altra raggiunge anche chi non è entrato in RaiPlay con l'intenzione preventiva di cercarla. Il vantaggio della prima giustifica il suo potenziamento; non fornisce alcuna ragione per eliminare la seconda.</p><p>Anche il "più accessibile" del titolo è un'affermazione, non un risultato dimostrato. <b>Per alcuni utenti il nuovo servizio potrà certamente diventare migliore e più facile da usare; per gli spettatori che oggi raggiungono Rai Scuola attraverso il televisore</b>, una possibilità di accesso viene semplicemente eliminata. Per sapere se alla fine saranno raggiunte più persone bisognerebbe confrontare il pubblico guadagnato grazie al potenziamento digitale con quello perduto abbandonando il canale lineare. La Rai non presenta questo confronto.</p><p>Dovrebbe conoscerne bene l'importanza. Nel proprio bilancio 2024 la Rai osserva che, dopo il passaggio al DVB-T2 e la conseguente redistribuzione dei canali sui multiplex, per quelli direttamente coinvolti (Rai Scuola, Rai Storia e Rai Radio2 Visual) la flessione dei contatti netti Auditel sfiorò il 50 per cento. I programmi continuavano a esserci; una parte enorme del pubblico, cambiando le condizioni di accesso, non li raggiungeva più. È la dimostrazione fornita dalla stessa azienda che disponibilità di un contenuto e capacità di raggiungere il pubblico non sono la stessa cosa.</p><p>Il comunicato prova poi a usare gli ascolti contro il canale, ricordando lo 0,14 per cento di share del 2024, lo 0,13 del 2025 e la flessione dei primi mesi del 2026, per concludere che questi dati mostrerebbero "i limiti della televisione lineare come strumento per raggiungere in modo ampio e sistematico il pubblico scolastico". Qui il problema non è più soltanto la presentazione: è il ragionamento. <b>Uno share calcolato sull'intera platea televisiva dice quale frazione di quella platea sta guardando Rai Scuola; non misura la capacità di raggiungere il "pubblico scolastico"</b>. Per affermare quest'ultima cosa servirebbero dati sulla penetrazione fra studenti e insegnanti e un confronto con quella ottenuta attraverso RaiPlay. Il comunicato non li fornisce.</p><p>Lascia inoltre fuori un fatto essenziale per interpretare quei numeri: lo 0,13-0,14 per cento del 2023-2025 rappresenta uno dei livelli più alti raggiunti da Rai Scuola nella sua storia recente. Il canale viene dunque soppresso dopo un triennio nel quale aveva consolidato ascolti molto superiori a quelli degli anni precedenti. Nel 2026 c'è una flessione e va registrata; non basta però a trasformare retroattivamente la crescita precedente in una dimostrazione del fallimento del lineare.</p><p>E quello 0,14 per cento non corrisponde a un pubblico inesistente: nel febbraio 2024, per esempio, allo 0,14 per cento di share corrispondevano 13.322 spettatori medi, cioè presenti mediamente in ogni minuto della giornata. I contatti netti giornalieri sono necessariamente una grandezza superiore, nell’ordine delle centinaia di migliaia, ma la Rai nel comunicato non li fornisce. Non è un'audience da rete generalista e nessuno potrebbe sostenerlo; è il pubblico di un canale educational altamente specializzato, un pubblico che è un bene da preservare con cura invece di disperdere. <b>Prima di dichiarare che quel pubblico viene raggiunto meglio altrove sarebbe utile mostrare i dati che lo dimostrano</b>.</p><p>Resta infine il passaggio che rende particolarmente fragile tutta la giustificazione fondata sul "superamento del modello lineare". Dal primo ottobre il numero 57 non verrà spento. Verrà occupato da un nuovo canale lineare, dedicato al territorio italiano. La Rai lo presenta come un'offerta costruita intorno a paesaggi, borghi, tradizioni, Made in Italy, enogastronomia, turismo, folklore e manifestazioni nazionali; partirà inoltre con una "offerta di ribattuta", alla quale dal trimestre successivo dovrebbero aggiungersi rimontaggi, nuove produzioni e dirette.</p><p>Questo fatto chiude la questione tecnologica. <b>La Rai non considera superato il modello del canale tematico lineare, perché ne inaugura uno nuovo nello stesso giorno in cui sopprime Rai Scuola</b>. Considera superata la presenza lineare della scuola e considera invece meritevole di una presenza lineare il racconto del territorio.</p><p>Può essere una scelta editoriale. Può dipendere dalla capacità disponibile sui multiplex e quindi dalla necessità di scegliere a quale offerta assegnarla. Può persino essere una scelta che la Rai ritiene conveniente in termini di pubblico. <b>Nessuna di queste eventualità coincide però con la spiegazione offerta nel comunicato</b>. Se esiste spazio per un solo canale e la Rai decide di darlo a Italiana, la questione riguarda la priorità attribuita a due diverse funzioni del servizio pubblico.</p><p>Per questo risulta particolarmente infelice il riferimento finale ai "distratti osservatori", ai quali sarebbe sfuggita una logica "talmente" evidente. A un osservatore distratto può effettivamente sembrare che un vecchio canale televisivo venga finalmente trasformato in una moderna piattaforma digitale. Basta controllare ciò che offre già oggi la Rai per scoprire che la piattaforma digitale esiste, che Rai Scuola è già disponibile su RaiPlay e che il lineare che sarebbe diventato inadatto alla scuola viene contemporaneamente considerato adattissimo a un nuovo canale sui territori.</p><p>La domanda rimane quindi esattamente quella di prima. <b>Se il nuovo RaiPlay Scuola e Learning migliorerà l'offerta educativa, perché per migliorarlo bisogna rinunciare anche al pubblico che Rai Scuola raggiunge oggi sul digitale terrestre? </b>E se gli ascolti dimostrano davvero i "limiti della televisione lineare", perché quella stessa televisione lineare viene immediatamente affidata a Italiana?</p><p>Il comunicato spiega perché la Rai voglia investire nel digitale educativo, scelta sulla quale è difficile avere obiezioni, un’idea peraltro espressa da tempo; ma questo non spiega perché per farlo debba spegnere Rai Scuola sul 57.</p><p>Scrivere pietosi comunicati che si arrampicano sugli specchi attraverso piccate risposte neppure serve a nulla.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;addio a Rai Scuola e quell&#039;idea di servizio pubblico che passa per territori e prodotti tipici</title>
				<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/08/24/original/139127ea-03a2-4f52-ad64-f242033ad33c.jpeg?v=1787572405" />
																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dal 1° ottobre Rai Scuola chiuderà e sul canale 57 del digitale terrestre comincerà a trasmettere&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/03/news/nasce-italiana-il-canale-identitario-dei-nuovi-palinsesti-rai--401564" target="_blank">"Italiana"</a>, la nuova rete che la Rai dedica al racconto dei territori, delle loro produzioni e delle manifestazioni nazionali. La decisione potrebbe sembrare uno dei molti riassetti di palinsesto attraverso i quali un'azienda televisiva cerca periodicamente un pubblico diverso. In questo caso, però, <b>l'azienda è il servizio pubblico, il canale sacrificato si chiama Rai Scuola e i numeri disponibili raccontano una storia che rende difficile attribuire la sua soppressione alla risposta degli spettatori</b>.</p><p>Per molti anni Rai Scuola ha avuto ascolti minuscoli. Tra il 2015 e il 2021 il suo share medio si è mantenuto generalmente fra lo 0,01 e lo 0,03 per cento, poi nel 2022 è cominciata una crescita che nel 2023 ha portato la media annuale allo 0,13 per cento e nel 2024 allo 0,14, mentre nel 2025 il canale ha conservato lo 0,13. La modifica introdotta da Auditel nel calcolo dello share nel maggio 2022 impone prudenza nel confronto con gli anni precedenti, ma non spiega l'ulteriore crescita avvenuta nel 2023, quando il nuovo criterio era già in vigore, e soprattutto non cancella il fatto che <b>per tre anni Rai Scuola abbia mantenuto ascolti molto superiori a quelli della propria storia precedente</b>. Nel 2026 si osserva una flessione, con valori intorno allo 0,10 per cento nei primi mesi, mentre a giugno lo share è tornato allo 0,14.</p><p>Sono percentuali che, isolate dal loro contesto, consentono facilmente di liquidare Rai Scuola come un canale che non guarda nessuno. Uno share dello 0,14 per cento corrisponde a circa dodicimila-tredicimila persone presenti mediamente sul canale in ogni minuto della giornata. Poiché gli spettatori si avvicendano, il numero di individui diversi raggiunti quotidianamente è molto più alto: i dati storici Rai mostrano che già nel 2016, quando Rai Scuola aveva ascolti enormemente inferiori, il canale raggiungeva 176 mila persone al giorno. <b>Con gli ascolti del 2024, la platea quotidiana può ragionevolmente collocarsi nell'ordine di parecchie centinaia di migliaia e, a seconda della permanenza media, anche attorno al milione</b>.</p><p>La Rai dispone inoltre di un'altra misura, forse ancora più pertinente alla missione di un servizio pubblico. Nel Qualitel 2024 Rai Scuola otteneva 8,0 come gradimento complessivo del canale televisivo, seconda fra le reti tematiche dietro Rai Storia; nell'offerta digitale raggiungeva 8,1, alla pari con RaiPlay e al vertice delle proprietà digitali considerate. <b>La stessa ricerca attribuiva ai programmi di cultura ed educational delle reti generaliste il punteggio medio più alto, 8,2</b>. Sono dati prodotti dalla Rai stessa, attraverso una rilevazione condotta su 25 mila persone, e descrivono un pubblico che attribuisce un valore elevato proprio al genere di contenuti che il servizio pubblico ha deciso di sacrificare (<a href="https://ufficiostampa.rai.it/ufficiostampa/articoli/2025/06/Rai-Qualitel-e-Corporate-Reputation-offerta-2024-premiata-dal-pubblico-efc47288-c9da-414e-9a58-92b29347f385.html?utm_source=chatgpt.com">Ufficio Stampa RAI</a>).</p><p>Si potrebbe comprendere la scelta se al posto di Rai Scuola fosse stata progettata una funzione pubblica ritenuta ancora più urgente. Il comunicato con cui la Rai presenta il nuovo canale conduce in una direzione diversa. <b>"Italiana" nasce dal "successo consolidato" del racconto del territorio e dall'esperienza di "Linea Verde"</b>; partirà con un'offerta di programmi già trasmessi e dal trimestre successivo aggiungerà rimontaggi, nuove produzioni e dirette dalle principali manifestazioni nazionali pertinenti ai temi del canale. <b>L'obiettivo dichiarato consiste nel raccontare l'identità italiana attraverso i territori&nbsp;</b>(<a href="https://ufficiostampa.rai.it/ufficiostampa/articoli/2026/07/ITALIANA---il-canale-interamente-dedicato-al-racconto-dellidentita-italiana-sui-territori-0990a91b-50a2-4e7c-8e98-8fbfb7f750a0.html?utm_source=chatgpt.com">Ufficio Stampa RAI</a>).</p><p>Il problema risiede precisamente nella scelta delle priorità che emerge da questa sostituzione. Il territorio italiano è già uno degli oggetti più frequentati dalla televisione pubblica, attraverso programmi dedicati ai borghi, alla cucina, all'agricoltura, al turismo e alle produzioni locali, mentre la stessa Rai indica "Linea Verde" come matrice del nuovo progetto. <b>La scuola possiede uno spazio televisivo assai più raro, nel quale una lezione di matematica, un esperimento di fisica, la storia della letteratura o una spiegazione di biologia possono essere costruiti senza dover competere con le esigenze dell'intrattenimento generalista</b>. Sul sito di Rai Scuola sono disponibili migliaia di lezioni organizzate in più di trenta materie e oltre ottanta sottocategorie, insieme a percorsi umanistici, laboratori scientifici e approfondimenti (<a href="https://www.raiscuola.rai.it/raiscuola/articoli/2021/02/Il-nuovo-sito-di-Rai-Scuola-98ab293c-21c5-4873-93f3-3421064c4332.html?utm_source=chatgpt.com">Rai Scuola</a>).</p><p><b>È difficile riconoscere in questa trasformazione un allargamento del servizio pubblico, perché si prende una funzione scarsamente sostituibile e la si scambia con una funzione della quale l'offerta televisiva è già abbondante</b>. Una televisione pubblica ha certamente il compito di raccontare il paese e può farlo anche attraverso le sue tradizioni alimentari e le feste locali; quando per ottenere altro spazio destinato a questo racconto elimina il proprio canale scolastico, sta però stabilendo una gerarchia culturale molto precisa. <b>La conoscenza disciplinare perde una sede dedicata, mentre acquista una rete intera quella rappresentazione dell'Italia che passa attraverso territori, prodotti tipici e manifestazioni</b>.</p><p>La questione diventa ancora più seria considerando ciò che sta accadendo alla scuola italiana. Da anni le rilevazioni nazionali e internazionali documentano difficoltà nelle competenze fondamentali e profonde differenze territoriali; contemporaneamente, la circolazione pubblica della conoscenza scientifica deve confrontarsi con un ambiente informativo nel quale contenuti privi di qualsiasi controllo possono raggiungere milioni di persone. In una situazione del genere sarebbe ragionevole chiedersi come rafforzare un'infrastruttura pubblica dedicata all'istruzione, come collegarla meglio alla scuola reale e come trasformare la crescita degli ascolti degli ultimi anni in una platea ancora più ampia. <b>La Rai ha scelto di spegnere quella infrastruttura televisiva</b>.</p><p>Naturalmente i contenuti di Rai Scuola potranno sopravvivere in rete, e una parte del patrimonio potrà essere conservata su RaiPlay. Una biblioteca digitale svolge però una funzione diversa da un canale lineare, che rende visibile un'offerta, consente l'incontro casuale con un contenuto e soprattutto afferma, attraverso l'occupazione di uno spazio pubblico, che l'educazione merita una presenza riconoscibile nel sistema televisivo nazionale. Trasferire un archivio sul web conserva dei programmi; chiudere il canale elimina quella presenza.</p><p>Resta infine un dato che dovrebbe rendere questa decisione particolarmente imbarazzante: Rai Scuola viene soppressa nel momento in cui gli ascolti degli ultimi anni sono fra i migliori della sua storia e le rilevazioni qualitative della stessa Rai mostrano un gradimento molto alto. Non è dunque il pubblico ad aver decretato l'inutilità di Rai Scuola. <b>È la Rai ad avere deciso che quello spazio può essere impiegato meglio per un'altra idea di servizio pubblico</b>.</p><p>Dal primo ottobre, al posto di un canale che porta la scuola in televisione, ne avremo uno costruito intorno al racconto identitario dei territori, con programmi provenienti inizialmente dagli archivi del daytime e, in seguito, dirette dalle manifestazioni nazionali. Fra queste ci saranno certamente iniziative culturali degnissime, insieme a quell'universo di fiere, prodotti locali e feste gastronomiche che costituisce ormai un genere televisivo nazionale. È una scelta che possiede almeno il pregio della chiarezza: in un paese nel quale sarebbe difficile sostenere che vi sia un eccesso di istruzione, il servizio pubblico ha trovato uno spazio televisivo da sottrarre alla scuola per dedicarlo al territorio. <b>Dalla scuola alle sagre della salsiccia, sullo stesso numero del telecomando</b>.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>L&#039;analfabetismo sanitario che la politica non vuole affrontare</title>
				<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 05:08:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Matteo Bassetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>C'è un analfabetismo di cui si parla troppo poco: <b>quello sanitario</b>. Non significa soltanto non conoscere il nome di una malattia o non comprendere un referto medico. Significa soprattutto non possedere gli strumenti minimi per distinguere una prova scientifica da un'opinione, un rischio reale da una leggenda, una raccomandazione di salute pubblica da una presunta "libertà" individuale. E il prezzo di questa ignoranza non lo paga soltanto chi ne è vittima. Lo paghiamo tutti.</p><p>Non vaccinarsi quando una vaccinazione è raccomandata, rinunciare agli screening oncologici, fumare, abusare di alcol, condurre una vita completamente sedentaria: <b>sono comportamenti che possono aumentare il rischio di malattie e, su scala collettiva, alimentare il peso delle patologie croniche sul sistema sanitario</b>. L'Organizzazione mondiale della sanità individua proprio nel tabacco, nell'uso dannoso di alcol e nell'inattività fisica alcuni dei principali fattori di rischio modificabili per le malattie cardiovascolari, i tumori, le malattie respiratorie croniche e il diabete. E sottolinea che prevenire queste patologie non significa soltanto salvare vite, ma anche ridurre i costi economici e la pressione sui sistemi sanitari.</p><p>Persino una cosa apparentemente semplice come muoversi di più ha conseguenze enormi. L'Oms stima che, se l'inattività fisica non verrà ridotta, il suo costo per i sistemi sanitari mondiali potrebbe arrivare a circa 300 miliardi di dollari nel periodo 2020-2030.</p><p>Questo dovrebbe essere uno dei pilastri di qualunque politica seria: <b>la prevenzione non è un lusso, è una delle forme più intelligenti di investimento pubblico</b>.</p><p>Eppure la prevenzione è spesso la prima vittima dell'analfabetismo sanitario. Il tumore viene affrontato quando è già comparso, anziché cercare di intercettarlo precocemente attraverso gli screening appropriati. La vaccinazione viene trasformata in una questione ideologica anziché essere valutata sulla base delle evidenze disponibili. Il fumo viene considerato una semplice abitudine personale, dimenticando che la sua diffusione produce conseguenze sanitarie ed economiche enormi. <b>L'alcol viene spesso sottratto alla discussione sui rischi perché culturalmente accettato</b>.</p><p>Il problema, naturalmente, non è colpevolizzare il singolo cittadino. Le persone non scelgono le proprie condizioni di salute nel vuoto: contano il reddito, l'istruzione, l'ambiente in cui si vive, la possibilità concreta di accedere alle cure e alla prevenzione, oltre alle pressioni commerciali e sociali. Proprio per questo la responsabilità della politica è decisiva: <b>creare le condizioni perché comportamenti salutari siano più facili e accessibili, non limitarsi a rimproverare chi non riesce ad adottarli</b>.</p><p>C'è poi un secondo livello, ancora più inquietante: l'analfabetismo scientifico.</p><p>Lo abbiamo visto durante e dopo la pandemia, quando una parte del dibattito pubblico ha trasformato scienziati, epidemiologi e istituzioni scientifiche in bersagli politici. Un caso emblematico è quello di Anthony Fauci. Si può certamente discutere delle sue decisioni, delle strategie adottate durante la pandemia, delle comunicazioni pubbliche e degli eventuali errori: <b>la scienza non è infallibile e nessuno scienziato dovrebbe essere sottratto alla verifica critica</b>.</p><p>Ma una cosa è la critica fondata sulle evidenze; un'altra è trasformare uno scienziato in un nemico politico perché le sue conclusioni sono diventate scomode.</p><p>Fauci non è semplicemente "un medico televisivo". È stato direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases dal 1984 al 2022, ha guidato programmi di ricerca su HIV/AIDS, tubercolosi, malaria, Ebola, Zika e altre malattie infettive ed è membro della National Academy of Sciences e della National Academy of Medicine. <b>Ha inoltre ricevuto la Presidential Medal of Freedom</b>.</p><p>Questo non significa che Fauci abbia sempre avuto ragione. Significa che il suo curriculum scientifico dovrebbe imporre serietà nel giudizio, non adorazione ma nemmeno demonizzazione. La scienza non si difende trasformando gli scienziati in santi; si difende pretendendo prove, metodo, trasparenza e capacità di correggere gli errori. <b>Ed è qui che la questione diventa politica</b>.</p><p>Una democrazia ha bisogno di cittadini informati. Un cittadino che conosce la differenza tra una correlazione e una causalità, che sa cosa significa rischio relativo, che comprende perché esistono gli screening, <b>che sa leggere criticamente una ricerca scientifica e che distingue un esperto da un ciarlatano è molto più difficile da manipolare</b>.</p><p>Al contrario, un elettorato impaurito, disinformato e privo degli strumenti per valutare <b>le evidenze è straordinariamente vulnerabile alla propaganda</b>.</p><p>E' legittimo, quindi, interrogarsi su una politica che preferisca alimentare la diffidenza verso la scienza anziché investire nell'educazione scientifica e sanitaria. E sarebbe sbagliato trasformare questa critica in un'accusa indistinta contro "la destra" nel suo complesso: esistono posizioni e sensibilità differenti all'interno di tutti gli schieramenti. Ma è altrettanto legittimo denunciare quando, soprattutto in alcune aree della destra politica e populista, la sfiducia verso esperti, istituzioni scientifiche e sanità pubblica viene utilizzata come strumento di mobilitazione elettorale. <b>Perché governare cittadini informati è più difficile</b>.</p><p>Bisogna spiegare i dati. Bisogna ammettere gli errori. Bisogna rendere conto delle decisioni. Bisogna confrontarsi con esperti indipendenti. Bisogna investire nella scuola e nella prevenzione. Bisogna dire ai cittadini che alcune scelte hanno conseguenze non soltanto individuali, ma collettive.</p><p>È molto più semplice, invece, costruire un nemico: il medico "di regime", lo scienziato "schiavo di Big Pharma", il ricercatore "venduto", il vaccino "imposto", l'istituzione sanitaria "che vuole controllarci". È una narrazione politicamente efficace perché trasforma problemi complessi in storie elementari, con buoni e cattivi, vittime e persecutori. <b>Ma la realtà non funziona così. Un sistema sanitario pubblico non può vivere soltanto di ospedali, pronto soccorso, farmaci costosi e terapie sempre più complesse. Ha bisogno di cittadini messi nelle condizioni di prevenire le malattie, riconoscerle precocemente e prendere decisioni basate sulle migliori evidenze disponibili</b>.</p><p>L'alternativa è continuare a spendere enormi risorse per curare ciò che, almeno in parte, avremmo potuto prevenire. L'Oms sottolinea proprio che interventi precoci sulle malattie non trasmissibili possono ridurre la necessità di trattamenti più costosi e rappresentare investimenti economicamente vantaggiosi. La vera libertà, allora, non è la libertà dell'evidenza scientifica. <b>È la libertà di conoscere</b>.</p><p>E una società nella quale la conoscenza scientifica viene svalutata, la prevenzione derisa e l'esperto trasformato automaticamente in un nemico non è una società più libera. <b>È una società più fragile, più costosa e, soprattutto, più facilmente manipolabile</b>.</p><p>Difendere la sanità pubblica significa anche difendere la cultura scientifica. Perché ogni volta che l'ignoranza sanitaria prende il posto dell'evidenza, alla fine il conto arriva: <b>nelle vite delle persone, negli ospedali e nelle casse dello stato</b>.</p><p><i>Matteo Bassetti è professore ordinario Malattie infettive Università di Genova</i></p>]]></description>
			</item>
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				<title>La campagna di Kennedy contro i vaccini a mRNA è un problema anche per l&#039;Europa</title>
				<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 14:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il 19 agosto Merck e Moderna hanno annunciato un risultato che, quando potremo leggere i numeri e verificarli, appare eccezionale. INTerpath-001, studio randomizzato di fase 3 su 1.137 pazienti con melanoma cutaneo ad alto rischio, ha raggiunto i suoi due principali obiettivi clinici. I pazienti erano stati sottoposti a resezione completa del tumore e ricevevano pembrolizumab. A due terzi è stato aggiunto intismeran autogene, una terapia a mRNA costruita individualmente sulle mutazioni del tumore.</p><p><b>Per ciascun paziente vengono selezionati fino a 34 neoantigeni tumorali e si sintetizza un mRNA che li codifica. Il sistema immunitario viene così istruito a riconoscere cellule tumorali residue portatrici di quelle mutazioni. </b>Nella fase 3 la combinazione ha migliorato sia la sopravvivenza libera da recidiva sia quella libera da metastasi a distanza. Merck e Moderna definiscono il beneficio anche clinicamente rilevante. I numeri completi non sono ancora disponibili, quindi la dimensione dell’effetto resta da conoscere, ma il segnale già osservato nella fase 2 ha superato la prova di un grande studio confermatorio.</p><p>Il risultato rende ancora più visibile la cecità dei MAHA e dell’amministrazione Trump: disinvestire da una piattaforma significa scommettere anche contro applicazioni che quella piattaforma non ha ancora avuto il tempo di mostrare. Il 5 agosto 2025 il Dipartimento della Salute degli Stati Uniti aveva annunciato il ritiro federale da ventidue investimenti nello sviluppo di vaccini a mRNA, per quasi 500 milioni di dollari. I programmi riguardavano soprattutto infezioni respiratorie e preparazione alle pandemie. Robert F. Kennedy Jr., il bugiardo in capo al ministero della salute per l’amministrazione Trump, spiegò che quelle piattaforme avevano mostrato limiti di efficacia e che le risorse sarebbero state indirizzate verso tecnologie giudicate più sicure.</p><p>Quella decisione arrivava dopo anni in cui l’mRNA era stato assorbito nella polemica sui vaccini Covid, fino a diventare per una parte della destra americana un oggetto identitario. La Florida di Ron DeSantis aveva aperto la strada. Nel gennaio 2024 il Surgeon General Joseph Ladapo ne aveva chiesto l’abbandono per l’intera popolazione, evocando il rischio che frammenti residui di DNA potessero integrarsi nel genoma dei vaccinati; la FDA aveva risposto che quel meccanismo era biologicamente implausibile e che i dati non mostravano segnali di genotossicità. Nel 2025 Kennedy portò a Washington una parte di quella stessa ostilità.</p><p>La controversia aveva ormai oltrepassato i vaccini Covid. Nel 2025, in Minnesota, un “mRNA Bioweapons Prohibition Act” proponeva di classificare come “armi di distruzione di massa” tutti i prodotti contenenti mRNA o mRNA modificato. Nel 2026 un testo analogo è stato presentato in Tennessee. <b>Nessuno dei due è diventato legge, ma entrambi mostrano fino a che punto una piattaforma di biologia molecolare sia stata trascinata dentro una battaglia politica.</b></p><p>Il provvedimento federale riguardava una parte specifica degli impieghi dell’mRNA, ma una piattaforma tecnologica vive nelle competenze scientifiche e nella capacità produttiva che si accumulano mentre la si usa. Ridurre gli investimenti pubblici restringe lo spazio nel quale quelle competenze vengono mantenute e trasferite verso applicazioni nuove. Solo l’investimento privato ha impedito al disimpegno pubblico di diventare un limite per l’intera tecnologia.</p><p>C’è poi un secondo effetto delle politiche americane, che ci riguarda direttamente. Il “most-favored-nation” sui prezzi dei farmaci mira ad agganciare il prezzo statunitense ai prezzi più bassi praticati negli altri paesi sviluppati. Per un’azienda può quindi diventare razionale ritardare il lancio nei paesi che negoziano prezzi inferiori, come l’Italia, oppure pretendere condizioni meno favorevoli ai sistemi sanitari pubblici. Merck è fra le aziende entrate negli accordi MFN dell’amministrazione Trump. Non sappiamo ancora se intismeran vi rientrerà, ma il meccanismo è chiaro: un prezzo basso negoziato in Europa può ridurre il valore del mercato americano e rendere meno conveniente portare rapidamente da noi il farmaco.</p><p>Il costo di questa politica può dunque arrivare fino ai pazienti italiani. L’mRNA rischia di essere indebolito nella ricerca pubblica americana e, quando produce nuovi farmaci, di incontrare incentivi che ne ritardano l’accesso in Europa.</p><p>Grazie, davvero, bugiardo in capo.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/19/news/per-governare-il-caldo-servono-meno-regole-ma-efficaci-e-piu-ricerca--405063</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/19/news/per-governare-il-caldo-servono-meno-regole-ma-efficaci-e-piu-ricerca--405063</link>
				<title>Per governare il caldo servono meno regole (ma efficaci) e più ricerca</title>
				<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Francesco Ramella</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel suo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/18/news/la-sfida-del-cambiamento-climatico-non-e-solo-tecnologica-e-politica--404967">articolo di lunedì</a>&nbsp;Enrico Bucci descrive con grande chiarezza le potenzialità e i limiti dell'adattamento climatico. L'accento è posto in particolare sulla velocità del cambiamento: riuscirà la nostra ingegnosità a correre più rapidamente degli impatti? Al riguardo si può sottolineare come, finora, siano gli uomini ad avere in mano la partita. <b>Le nostre emissioni hanno fatto aumentare la temperatura del pianeta e hanno reso più frequenti alcuni fenomeni estremi</b>. Ma, in parallelo, abbiamo costruito società molto più resilienti di quelle del passato. Probabilmente i più non lo sanno, ma la mortalità per i disastri meteorologici è oggi di gran lunga inferiore a quella di cinquanta o cento anni fa. Essa è fortemente correlata con il reddito: i paesi ricchi sono – come per i terremoti – mediamente molto più sicuri di quelli poveri, ma il divario tra i due gruppi si è ridotto nel tempo. E, se consideriamo l'aspetto strettamente economico, sappiamo che dagli anni Novanta dello scorso secolo a oggi l'ammontare dei danni diretti dei disastri rapportato al pil (l'analogo del rapporto debito/pil) è rimasto invariato, intorno allo 0,2 per cento. <b>Di questa quota una parte, verosimilmente minoritaria, è riconducibile al cambiamento climatico</b>. Un recente articolo scientifico mostra come, grazie alle politiche di adattamento, nell'Ue sia la mortalità (pari a 1 su 10 milioni di persone nel decennio 2011-2020) sia l'impatto economico delle alluvioni siano stati molto ridimensionati dal 1950 al 2020.</p><p>Il cambiamento climatico è rilevante per il nostro benessere, ma la crescita economica e l'accrescimento delle conoscenze scientifiche lo sono stati incomparabilmente di più. Certo, i rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri e, ci dicono gli esperti, il cambiamento è un fenomeno non lineare. D'altro canto, gli stessi scienziati ci dicono che sono inverosimili gli scenari peggiori che fino a poco tempo fa (e da alcuni ancora oggi) venivano presentati come l'esito del <i>business as usual</i>. <b>Con il passare del tempo la realtà si allontana sempre più sia dai "negazionisti" sia dagli "apocalittici"</b>.</p><p>Per quanto si possa essere fiduciosi sulle nostre capacità di adattarci, puntare tutte le nostre carte su questa opzione non è però la scelta ottimale. Occorre anche ridurre le emissioni. E, come scrive Bucci, la strada maestra nel medio-lungo termine è quella di rendere l'energia decarbonizzata più conveniente di quella prodotta da fonti fossili e di abbassare i costi della cattura della CO2₂. Investire di più in ricerca di base è saggio, pur sapendo che i benefici maggiori saranno per chi verrà dopo di noi e che, comunque, <b>ha in eredità un mondo molto migliore di quello che noi abbiamo ricevuto</b>.</p><p>Poco sagge sono invece molte politiche adottate dall'Ue perché, nell'accavallarsi di regole sempre più minuziose, ignorano l'aspetto dei costi e, in questo modo, rendono assai più problematica la necessaria acquisizione del consenso.</p><p>Dare un prezzo al carbonio, trasferendo alle persone più povere gli introiti e/o destinandoli a ridurre le emissioni a costi molto più bassi fuori dall'Ue, sarebbe la politica più efficiente e più equa. Lo possiamo comprendere bene con riferimento alla benzina. Scrive Bucci che: "Un litro di benzina non bruciato evita le emissioni associate a quel litro". Questo è, però, solo un lato della medaglia. L'altro, che quasi sempre passa inosservato, è che per ogni litro di benzina non bruciato lo stato perde circa un euro, che equivale a 400 € per ogni tonnellata di CO₂ non emessa. E' un pessimo affare perché con una frazione di quella cifra (senza neppure considerare le altre forme di tassazione dell'auto) si potrebbe abbattere un'identica tonnellata di anidride carbonica, rendendo così fin da subito il settore del trasporto <i>carbon neutral</i>. Sono parimenti male investite le ingenti risorse che l'Ue intende destinare a investimenti ferroviari che non avranno alcun effetto apprezzabile sulla decarbonizzazione. <b>Meno traversine, meno (e migliori) regole e più ricerca è la ricetta da seguire</b>.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/18/news/la-sfida-del-cambiamento-climatico-non-e-solo-tecnologica-e-politica--404967</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/18/news/la-sfida-del-cambiamento-climatico-non-e-solo-tecnologica-e-politica--404967</link>
				<title>La sfida del cambiamento climatico non è solo tecnologica, è politica</title>
				<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/08/17/original/d7753ad2-6c3a-4cc2-80d4-69dbac4d9612.jpeg?v=1786967879" />
																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Fra il mio primo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/12/news/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-adattamento-climatico--404691" target="_blank">articolo sull’adattamento climatico</a>&nbsp;e il seguito che avevo promesso si è inserito, su queste pagine, Giulio Boccaletti con il suo pezzo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/17/news/come-governare-il-gran-caldo--404956" target="_blank">"Come governare il gran caldo"</a>&nbsp;. La circostanza è utile, considerato il profilo di Boccaletti e la competenza con cui da anni si occupa dei rapporti fra acqua, infrastrutture, sviluppo economico e cambiamento climatico. Nel suo articolo compaiono molte delle cose che dovremo effettivamente fare: <b>trasformare le città in funzione di temperature diverse da quelle per le quali sono state costruite, rendere più robuste le reti da cui dipendiamo, organizzare l’uso dell’acqua tenendo conto di una disponibilità destinata a diventare più problematica, preparare l’agricoltura e rafforzare la capacità dello Stato di intervenire sul territorio</b>. Il suo ragionamento permette soprattutto di mettere a fuoco il punto dal quale conviene riprendere il discorso sull’adattamento.</p><p>Nel primo articolo avevo ricordato che l’adattamento, nel significato darwiniano del termine, descrive un risultato che può essere raggiunto attraverso la selezione. <b>Gli individui differiscono per la capacità di sopravvivere e riprodursi in un certo ambiente; le varianti che conferiscono un vantaggio aumentano di frequenza e, guardando la popolazione dopo molte generazioni, diciamo che essa si è adattata.</b> Per gli individui che sono scomparsi lungo il percorso questo risultato collettivo ha naturalmente un significato assai diverso. Noi possediamo una possibilità ulteriore, che dipende da una caratteristica decisiva della nostra specie: sappiamo rappresentarci condizioni che ancora non esistono e possiamo intervenire prima che esse si realizzino. La nostra capacità adattativa risiede inoltre in misura enorme fuori dal corpo, nel fenotipo esteso costituito dalle case che abitiamo, dalle macchine che usiamo e dall’organizzazione collettiva che mantiene in funzione tutto questo. La previsione permette di modificare tale fenotipo in anticipo. Possiamo progettare una rete elettrica per temperature che non abbiamo ancora sperimentato, cambiare le colture prima che il regime delle precipitazioni renda inadatte quelle tradizionali, trasformare una città sulla base di ciò che prevediamo accadrà fra venti o trent’anni. <b>E'&nbsp;questo, in fondo, il presupposto delle soluzioni indicate da Boccaletti: conosciamo abbastanza bene la direzione del cambiamento da poter cominciare a costruire l’ambiente artificiale nel quale riusciremo a sopportarlo.</b></p><p>Qui compare la prima difficoltà, e riguarda la natura stessa del cambiamento al quale intendiamo adattarci.</p><p>Parlare di aumento della temperatura media è indispensabile per descrivere la dinamica energetica del sistema climatico e rischia, nel discorso corrente, di suggerire l’immagine di un mondo uguale a quello presente, con qualche grado in più. Ciò che attraversiamo ha una struttura più complessa. Cambiano le distribuzioni degli estremi e i regimi delle precipitazioni; eventi diversi possono combinarsi in modi la cui rilevanza dipende anche dalla struttura delle società che incontrano. Gli effetti si propagano attraverso sistemi naturali e artificiali strettamente connessi, per cui un’ondata di calore incide sulla salute e contemporaneamente sulla rete elettrica attraverso il picco della domanda, mentre una siccità può modificare la disponibilità di acqua al punto da imporre scelte fra usi agricoli, industriali e civili. <b>La scienza del clima dedica ormai una parte importante della propria attenzione proprio agli eventi composti e ai rischi a cascata. Il termine "caos", nel significato ordinario della parola, descrive abbastanza bene l’esperienza sociale che può derivarne, purché non gli si attribuisca il significato tecnico che possiede nella teoria dei sistemi dinamici.</b> La questione decisiva è la non stazionarietà. Finché continuiamo ad accrescere il forcing climatico, l’ambiente al quale vorremmo adattarci continua a cambiare durante il tempo necessario per prevedere, progettare e costruire il nostro adattamento. Non conosciamo oggi una configurazione climatica finale alla quale predisporre ordinatamente città, agricoltura e infrastrutture, perché quella configurazione dipenderà anche dalla quantità di gas serra che continueremo a immettere nell’atmosfera e dalla durata di quel processo.</p><p>Qui il paragone proposto da Boccaletti con luoghi che già vivono in condizioni più calde o più aride delle nostre perde una parte importante della propria forza. <b>Il fatto che società complesse funzionino in Arizona o in Giordania dimostra che una società complessa può organizzarsi entro certe condizioni climatiche.</b> Un sistema che ha avuto tempo di costruire la propria organizzazione dentro un determinato regime ambientale affronta un problema diverso da quello di una società che deve trasformare infrastrutture nate per un clima mentre quel clima continua a spostarsi. La nostra capacità previsionale introduce quindi una condizione precisa: il futuro deve cambiare abbastanza lentamente perché ciò che prevediamo conservi valore durante il tempo richiesto dalla risposta. Una grande infrastruttura progettata oggi sarà completata fra anni e dovrà funzionare per decenni. Se le condizioni rispetto alle quali è stata dimensionata mutano troppo rapidamente, una parte dell’investimento adattativo arriva in un ambiente diverso da quello per il quale era stato concepito. Può accadere che una soluzione efficace nel breve periodo produca una vulnerabilità successiva, attraverso quel fenomeno che la letteratura sul clima chiama maladaptation. <b>L’adattamento del nostro fenotipo esteso è dunque una corsa fra due velocità: quella con cui l’ambiente cambia e quella con cui riusciamo a prevedere il cambiamento e a materializzare nel mondo una risposta.</b> La tecnologia ci concede un vantaggio straordinario finché questa seconda velocità rimane sufficiente. La sua efficacia diminuisce quando il bersaglio si sposta durante il tempo necessario a raggiungerlo.</p><p>E' a questo punto che la riduzione delle emissioni assume un significato che va oltre la consueta distinzione fra mitigazione e adattamento. <b>Ridurre il forcing serve a rendere possibile l’adattamento stesso, rallentando lo spostamento dell’ambiente fino a consentire alla previsione di conservare valore. </b>Per la CO2 la relazione fondamentale è nota: il riscaldamento globale si stabilizza quando le emissioni nette raggiungono lo zero; nei percorsi che comportano un superamento temporaneo della temperatura desiderata, emissioni nette negative permettono successivamente di ridurre la concentrazione atmosferica di CO2. La rimozione del carbonio entra inoltre necessariamente nel bilancio quando rimangono emissioni difficili da eliminare.</p><p>Dire che occorre arrivare a emissioni nette zero lascia aperta, però, la parte più importante della questione politica e tecnologica: come arrivarci. <b>La risposta non può consistere semplicemente nel rendere progressivamente più costoso emettere, aspettando che il prezzo modifichi da solo il comportamento di imprese e cittadini.</b> <b>Un sistema di questo genere può essere economicamente efficiente in molti contesti e produce un problema distributivo evidente quando l’emissione diventa, in pratica, qualcosa che si può continuare a comprare. </b>Il costo necessario a percorrere cento chilometri o a riscaldare una casa incide in modo molto diverso sul bilancio di famiglie con redditi diversi; per chi dispone di grandi risorse, un prezzo più elevato può ridursi a un costo aggiuntivo che lascia quasi invariato il comportamento. La politica climatica rischia così di trasformare una limitazione fisica che riguarda tutti in un diritto d’uso dell’atmosfera distribuito secondo la capacità di pagare. Il prezzo del carbonio conserva una funzione utile quando viene inserito in un sistema nel quale esistano alternative accessibili e il gettito venga utilizzato anche per impedire che la transizione gravi soprattutto sui redditi più bassi. Gli studi dell’OCSE mostrano che la restituzione dei proventi alle famiglie può attenuare in misura considerevole gli effetti regressivi, mentre il risultato distributivo cambia fortemente secondo il modo in cui quelle risorse vengono impiegate. La questione diventa quindi quella di modificare il sistema produttivo abbastanza rapidamente da rendere l’opzione a basse emissioni disponibile per tutti, così che la riduzione del carbonio dipenda sempre meno dalla rinuncia individuale acquistata attraverso il prezzo.</p><p>Questo sposta una parte decisiva dello sforzo verso la tecnologia. <b>Esistono emissioni che sappiamo già evitare con tecnologie mature e che continuiamo a produrre per ragioni economiche, regolatorie o organizzative.</b> Il metano offre un esempio particolarmente chiaro: nel settore dei combustibili fossili una larga parte delle emissioni può già essere eliminata intervenendo sulle perdite, recuperando flussi che oggi vengono dispersi e modificando apparecchiature esistenti; l’Agenzia internazionale dell’energia stima che circa il 70 per cento delle emissioni di metano legate ai combustibili fossili sia tecnicamente abbattibile con tecnologie disponibili, con una quota importante il cui valore economico recuperato compensa direttamente il costo dell’intervento. <b>Una politica razionale dovrebbe cominciare da qui, perché ogni tonnellata che sappiamo evitare senza attendere nuove invenzioni riduce immediatamente la velocità con cui spostiamo il bersaglio.</b></p><p>Esiste poi la parte del problema per la quale le tecnologie disponibili hanno ancora costi troppo elevati oppure non hanno raggiunto la scala richiesta. Qui la ricerca deve diventare una priorità politica immediata. Occorre abbassare drasticamente il costo della cattura della CO2 nei processi industriali nei quali essa viene prodotta in forma concentrata e sviluppare modalità affidabili per immagazzinarla a lungo; occorre migliorare la cattura diretta dall’aria, che oggi rimane costosa e viene utilizzata a una scala minuscola rispetto alle emissioni globali; occorre sviluppare processi capaci di incorporare stabilmente il carbonio in materiali o di riciclarlo dentro cicli produttivi che riducano il ricorso a nuovo carbonio fossile. L’IEA considera la cattura e lo stoccaggio rilevanti soprattutto per settori industriali difficili da decarbonizzare e sottolinea quanto la rimozione diretta dall’atmosfera abbia ancora bisogno di innovazione per scendere di costo; le National Academies indicano da anni proprio nella ricerca necessaria a portare le tecnologie di rimozione su larga scala uno dei grandi programmi scientifici ancora incompiuti. In questo quadro, il passaggio decisivo non è solo quello di rendere possibili singole soluzioni, ma di farle evolvere fino al punto in cui possano operare come infrastrutture globali, integrate nei sistemi energetici e industriali esistenti.</p><p>Quando il carbonio viene incorporato in un materiale che lo trattiene stabilmente, l’effetto può durare a lungo; quando viene trasformato in un combustibile destinato a essere nuovamente bruciato, il vantaggio consiste soprattutto nell’evitare l’estrazione di altro carbonio fossile e dipende dall’intero ciclo energetico utilizzato per produrre quel combustibile. <b>La permanenza del carbonio fuori dall’atmosfera determina quindi una parte essenziale del beneficio climatico. Questa distinzione indica anche dove dovrebbe concentrarsi una parte assai maggiore del finanziamento pubblico alla ricerca. </b>Se il limite fondamentale dell’adattamento tecnologico sta nella velocità con cui riusciamo a modificare il nostro fenotipo esteso rispetto alla velocità con cui modifichiamo il clima, ogni tecnologia che riduca rapidamente le emissioni oppure sottragga stabilmente gas serra all’atmosfera interviene direttamente su quel rapporto. La ricerca sulla cattura, sull’abbattimento e sulla rimozione dovrebbe perciò ricevere, a partire da domani, una priorità comparabile a quella che in altri momenti storici abbiamo attribuito a programmi scientifici considerati strategici per la sicurezza collettiva.<b> Il risultato ricercato è molto concreto: portare entro tempi brevi tecnologie ancora costose alla soglia alla quale milioni di impianti e interi sistemi economici possano adottarle senza trasformare la protezione del clima in un privilegio dei paesi e degli individui più ricchi.</b></p><p>E' qui che il tecnottimismo può acquistare un significato legittimo. La fiducia nella tecnologia ha senso quando diventa un programma deliberato per accelerare la tecnologia abbastanza da cambiare la traiettoria del sistema. Una fiducia fondata sull’idea che le soluzioni arriveranno spontaneamente quando il prezzo del danno sarà abbastanza alto assume che il tempo necessario all’innovazione rimanga inferiore al tempo disponibile. Proprio questa assunzione è ciò che il cambiamento climatico rende incerto. <b>Le misure di adattamento indicate da Boccaletti conservano in questo quadro tutto il loro valore.</b> Servono perché una parte del cambiamento è già avvenuta e un’altra parte deriva da processi ormai avviati. La loro funzione è proteggerci durante la transizione e ridurre i danni che non possiamo più evitare. La possibilità di affidare loro l’intera risposta dipende dall’ipotesi che la nostra capacità tecnica e organizzativa riesca a inseguire per un tempo indefinito una perturbazione che continuiamo contemporaneamente ad alimentare. Una politica che investa con la stessa urgenza nel rallentamento della perturbazione cambia i termini della corsa, perché concede tempo allo stesso adattamento di cui Boccaletti descrive così bene la necessità. A questo limite fisico e tecnologico se ne aggiunge uno politico, derivante dai tempi sui quali funzionano le democrazie. Un governo deve ottenere consenso entro pochi anni, e la possibilità di sostituirlo attraverso le elezioni costituisce una condizione essenziale dell’alternanza democratica. La selezione politica agisce quindi su un orizzonte temporale breve, nel quale acquistano grande peso i costi immediatamente percepibili e i vantaggi che possono essere mostrati prima della consultazione successiva.<b> Le politiche climatiche richiedono una continuità di tutt’altra scala temporale. Le decisioni prese oggi sulla produzione di energia o sulla struttura delle reti dispiegano i propri effetti per decenni; la ricerca sulle tecnologie di cattura che finanziamo oggi può diventare industrialmente decisiva quando i governi che l’hanno finanziata saranno un ricordo.</b> La trasformazione necessaria deve quindi attraversare maggioranze diverse senza perdere continuamente la direzione. Una politica climatica costruita in modo da dipendere dalla sopravvivenza di una singola parte politica possiede una fragilità evidente, perché ogni alternanza può trasformare la discontinuità in una fonte immediata di consenso.</p><p>La distribuzione dei costi entra nello stesso problema. Una transizione che chieda a chi possiede meno di modificare radicalmente il proprio comportamento mentre consente a chi possiede di più di continuare a emettere pagando un sovrapprezzo crea un incentivo politico potentissimo contro se stessa. <b>Il problema di equità acquista così una conseguenza molto pratica: una politica climatica percepita come un sistema nel quale il sacrificio viene imposto secondo il reddito che manca difficilmente sopravvive abbastanza a lungo da produrre i risultati per cui era stata concepita.</b> La redistribuzione del costo e l’accessibilità delle alternative a basse emissioni fanno parte della stabilità temporale della politica climatica. Questa tensione fra tempi politici e tempi climatici acquista un significato particolare se la si guarda con la stessa lente evolutiva da cui siamo partiti. Anche la competizione politica possiede una propria fitness. Programmi, leader e partiti sopravvivono quando raccolgono voti. Se l’attenzione al clima riduce sistematicamente la probabilità di essere eletti, la competizione tenderà a selezionare chi promette di ridurne il peso. Quando gli elettori attribuiscono valore alla continuità di una politica climatica e giudicano anche la sua equità, cambia il paesaggio nel quale avviene quella competizione. L’alternanza rimane intatta e si svolge entro una condizione ulteriore: chi aspira a governare deve dimostrare di possedere una risposta credibile anche su questo problema.</p><p>Il clima al centro significa anzitutto questo. Prima di essere una tecnologia o una scelta di consumo, deve diventare una variabile della selezione politica. Esiste poi un’altra difficoltà, legata al costo della trasformazione. <b>La capacità di prevedere una crisi permette di scegliere in anticipo una parte dei costi che siamo disposti a sostenere; non offre alcun motivo per aspettarsi che quei costi scompaiano.</b> Una società che modifica rapidamente il proprio sistema energetico deve destinare risorse alla costruzione di infrastrutture nuove, mentre una parte di quelle esistenti perde valore prima di quanto avrebbe fatto seguendo la traiettoria precedente. Interi settori economici devono cambiare investimenti e competenze, e una parte delle risorse disponibili nel presente viene impiegata per modificare il futuro. L’innovazione può ridurre questo costo in misura molto grande e può creare benefici che vanno oltre il clima. Proprio per questa ragione il finanziamento della ricerca sull’abbattimento e sulla rimozione possiede anche una funzione sociale: abbassare il costo tecnico della transizione riduce la quantità di sacrificio che dovrà essere distribuita politicamente. <b>La politica rimane responsabile del modo in cui viene ripartito il costo residuo, perché uscire da una crisi richiede di destinare oggi risorse alla riduzione di un danno futuro. La scelta collettiva riguarda quale sacrificio accettare e secondo quale criterio distribuirlo, sapendo che l’alternativa consiste nell’accettare in seguito costi imposti da processi sui quali avremo un controllo minore.&nbsp;</b>Questo punto è particolarmente importante per la stabilità politica della transizione. Se ai cittadini viene promesso che ogni trasformazione produrrà immediatamente un vantaggio per ciascuno e non richiederà alcuna rinuncia, il primo costo visibile diventa la prova apparente che l’intero progetto era ingannevole. Una politica capace di durare deve dichiarare per quale ragione alcune risorse vengono sottratte al presente e quale rischio futuro si intende ridurre, attribuendo nello stesso tempo una parte maggiore dell’onere a chi possiede una maggiore capacità di sostenerlo. <b>La capacità adattativa del nostro fenotipo esteso incontra inoltre un limite che deriva proprio dalla sua potenza. Una società tecnologica riesce a proteggerci perché molti sistemi cooperano continuamente senza che ce ne accorgiamo.</b> Il raffreddamento di un edificio dipende dalla disponibilità di elettricità; quella disponibilità richiede una rete capace di funzionare durante un picco di domanda. Ogni nuova capacità protettiva poggia così su altre componenti del sistema che devono rimanere operative.</p><p>La complessità aumenta l’efficacia del fenotipo esteso e aumenta nello stesso tempo il numero delle condizioni necessarie al suo funzionamento. Quando una perturbazione attraversa sistemi interdipendenti, il danno può propagarsi molto oltre il suo punto di origine. Il problema acquista allora una forma ricorsiva: aumentando la pressione climatica cresce la quantità di adattamento che dobbiamo costruire, mentre i danni prodotti dalla stessa pressione consumano capitale e capacità istituzionale che servirebbero a costruirlo. <b>Una società costretta a destinare una quota crescente delle proprie risorse alla riparazione del presente dispone di una quota minore per preparare il futuro. Anche per questa ragione non esiste alcuna garanzia che a una quantità arbitrariamente grande di cambiamento climatico possa corrispondere una quantità altrettanto grande di adattamento efficace.</b> Alcuni limiti possono essere spostati investendo più risorse; altri possono diventare fisici o biologici. Prima ancora di raggiungerli, il costo necessario per mantenere la stessa sicurezza può crescere fino a entrare in competizione con altri bisogni essenziali della società. La dimensione globale introduce infine un problema di incentivi. Una comunità che costruisce una difesa contro le alluvioni riceve direttamente gran parte del beneficio del proprio investimento. Una comunità che riduce le emissioni condivide il beneficio climatico con il resto del pianeta. Ogni paese possiede quindi una ragione immediata per investire nella propria protezione e una ragione meno immediata per sostenere il costo della mitigazione globale. Una strategia fondata soprattutto sull’adattamento rischia di trasformare questo incentivo in un equilibrio nel quale ciascuno protegge quanto può il proprio territorio mentre il fattore che determina la perturbazione continua ad agire sull’insieme.</p><p>Da qui occorre ripartire per parlare delle soluzioni.</p><p>La prima è politica perché tutte le altre dipendono da essa. Il clima deve diventare una delle questioni sulle quali misuriamo la qualità di chi chiede di governarci, con una continuità che attraversi le normali alternanze. Solo noi possiamo volerlo. <b>Nessun mercato e nessuna tecnologia possiedono una volontà autonoma capace di assegnare al clima questo posto nelle nostre priorità collettive. La decisione di finanziare per decenni la ricerca necessaria a rendere economica la rimozione della CO2, di imporre l’abbattimento delle emissioni già evitabili e di costruire alternative accessibili ai combustibili fossili nasce precisamente da quella volontà. </b>Per questo, nell’immediato, la scelta politica di un cittadino può avere un effetto assai più grande del risparmio marginale ottenuto modificando un singolo comportamento di consumo. Un litro di benzina non bruciato evita le emissioni associate a quel litro. Un elettorato che renda indispensabile una politica climatica coerente può determinare quale tecnologia verrà finanziata oggi e quale sarà abbastanza economica da essere usata su larga scala fra vent’anni. La responsabilità individuale conserva il proprio significato; la responsabilità politica opera sulla struttura che determina le possibilità offerte agli individui.</p><p>Dentro questa scelta trovano posto le misure di adattamento immediato indicate da Boccaletti. Servono ad attraversare gli anni nei quali dovremo convivere con gli effetti già inevitabili e a proteggere le persone durante la trasformazione. Hanno il carattere di una risposta temporanea nel senso più preciso del termine: devono guadagnare tempo e ridurre il danno mentre agiamo sulla causa che determina la traiettoria futura. <b>La questione più profonda riguarda infine il rapporto fra la nostra specie e il gigantesco fenotipo esteso che essa mantiene.</b> Otto miliardi di esseri umani sostengono una massa di strutture artificiali e processi produttivi che richiede un flusso continuo di energia libera e materia. Questo flusso permette di mantenere l’organizzazione dalla quale dipende la nostra capacità adattativa e produce inevitabilmente dissipazione. Una civiltà non può abolire il proprio bilancio entropico. Qualunque sistema complesso che mantenga ordine interno deve dissipare energia nell’ambiente. Il problema climatico nasce dal modo particolare in cui, durante l’espansione industriale della nostra specie, una parte enorme di questo flusso è stata accoppiata alla combustione di carbonio fossile e all’alterazione del ciclo globale del carbonio.</p><p>La trasformazione necessaria riguarda quindi il modo in cui alimentiamo il nostro fenotipo esteso e il rapporto fra la sua crescita, il flusso materiale che richiede e gli effetti prodotti sull’ambiente che lo sostiene. Occorre mantenere quanto più possibile la capacità adattativa che la tecnologia ci ha dato, modificando i canali dissipativi attraverso i quali quella capacità viene alimentata. <b>Una parte del lavoro consiste nel sostituire processi che immettono nuovo carbonio fossile nel ciclo atmosferico; un’altra consiste nel catturare prima dell’emissione ciò che sappiamo ormai intercettare, mentre la rimozione dall’atmosfera deve diventare progressivamente una tecnologia capace di agire sul debito accumulato.</b> Il riciclo del carbonio può chiudere una parte dei cicli produttivi e ridurre il bisogno di estrarne altro, a condizione che il bilancio energetico e la durata dell’immagazzinamento rendano reale il vantaggio climatico. Su questo terreno si decide anche il significato futuro dell’espressione "adattamento tecnologico". Se investiamo soprattutto nelle tecnologie che ci proteggono dagli effetti mentre lasciamo procedere più lentamente quelle capaci di modificare la causa, il nostro fenotipo esteso dovrà diventare ogni anno più potente semplicemente per conservare la stessa capacità di proteggerci. Se la ricerca riesce invece ad abbattere rapidamente il costo dell’eliminazione delle emissioni e della rimozione del carbonio già disperso, cambia la velocità della perturbazione stessa e concede alla restante tecnologia il tempo necessario per adattarci a ciò che non saremo riusciti a evitare.</p><p>E' qui che il problema dell’adattamento torna al punto di partenza. L’evoluzione ci ha dato una specie capace di prevedere almeno una parte delle conseguenze future delle proprie azioni e di modificare anticipatamente il proprio fenotipo esteso. <b>Questa capacità può sottrarci, entro certi limiti, alla forma più antica dell’adattamento, quella nella quale è l’ambiente a selezionare dopo che la perturbazione si è verificata. Perché ciò avvenga, dobbiamo rallentare il cambiamento abbastanza da consentire alla previsione di raggiungerlo, accettare nel presente il costo necessario a farlo e costruire una continuità politica sufficientemente lunga da portare a termine la trasformazione.</b> Le opere indicate da Boccaletti sono una parte necessaria di questa risposta, perché ci aiutano ad attraversare il clima che abbiamo già prodotto. La ricerca capace di ridurre le emissioni e di sottrarre dall’atmosfera una parte di ciò che vi abbiamo accumulato determina quanto rapidamente potremo smettere di produrne uno nuovo.</p><p>Se non prendiamo questa decisione, l’adattamento continuerà comunque. Ma a quel punto non sarà più il risultato di una scelta consapevole, bensì l’esito cieco di una selezione che non interroga le nostre preferenze politiche. Per questo il clima deve uscire definitivamente dalla sua condizione di tema settoriale o identitario e diventare una variabile strutturale del discorso pubblico, capace di incidere direttamente sul successo elettorale di qualunque forza politica, indipendentemente dal suo segno. Non una bandiera di parte, ma una condizione di legittimità dei programmi di governo. Questo passaggio richiede anche un cambio di ritmo. Non possiamo permetterci che la discussione si perda in una sequenza indefinita di rinvii, distinguo e rinvii ulteriori. <b>L’urgenza deve diventare essa stessa un criterio politico: la riduzione delle emissioni e lo stoccaggio del carbonio devono essere assunti come obiettivi comuni, vincolanti, non negoziabili nella loro direzione, anche se aperti nelle modalità.</b> Solo così il tema climatico cessa di essere percepito come una richiesta esterna alla politica e diventa invece il suo asse interno. Sappiamo inoltre che i benefici più grandi di questa trasformazione non saranno necessariamente goduti da chi oggi è chiamato a decidere. Ma questo non è un argomento contro l’azione: è la sua condizione più profonda. E'&nbsp;già accaduto nella storia che generazioni precedenti assumessero decisioni capaci di vincolare e orientare il destino di quelle successive. Oggi siamo di nuovo in quella posizione. <b>La differenza è che questa volta conosciamo con maggiore precisione le conseguenze dell’inazione, e non abbiamo più il lusso dell’incertezza.</b></p>]]></description>
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				<title>Come governare il gran caldo</title>
				<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 11:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Giulio Boccaletti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sarà il caldo, ma il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/terrazzo/2026/07/07/news/un-clima-molto-sinistro--401706">dibattito pubblico italiano sul cambiamento climatico</a>&nbsp;sembra affogare in un mare di sciocchezze. Il problema non è tanto il fatto che non si ascoltino gli scienziati – quando si tratta di definire politiche pubbliche, la scienza non conferisce particolare legittimità – quanto il fatto che <b>sembra mancare coerenza nell’articolare cosa si debba fare rispetto a ondate di caldo, siccità e altri eventi</b>. Come se bastasse sperare che non capitino più. Ma la speranza, come si dice, non è una strategia. Dobbiamo quindi parlare di cosa fare. Prima, però, val la pena assicurarsi che la diagnosi del problema sia chiara. Se no, va da sé che la soluzione sarà mal dimensionata e mal concepita. Partiamo quindi dalla diagnosi.</p><p>Primo, <b>il clima sta cambiando perché l’aumento in atmosfera di gas serra di origine umana cambia l’energetica del pianeta</b>. Non so come altro dirvelo: questa roba è certa. I dettagli ovviamente importano e non è questo il contesto per una lezione di fisica, ma se pensate di avere scoperto fattori che la comunità scientifica non ha considerato (vulcani, macchie solari, variabilità naturale, ere glaciali, o altro assortimento di fatti trovati su internet) o se avete letto da qualche parte che non tutti sono d’accordo, siete male informati. <b>Non c’è alcun dubbio che quello che sta succedendo è anomalo e lo stiamo causando noi</b>. Questo, come vedremo, importa per cosa fare in Italia.</p><p>Il fatto che il cambiamento climatico sia reale e dovuto alle nostre emissioni non vuole dire che il problema sia di dimensioni apocalittiche e ingestibili. Nulla è mai così semplice. Ma passare il tempo a dibattere la scienza è una totale perdita di tempo. Che ci sia un problema serio è indubbio e negarlo significa semplicemente illudersi. Il dibattito deve focalizzarsi su cosa fare, non se si debba fare qualcosa.</p><p>Secondo, <b>il cambiamento non si manifesta come un graduale aumento delle temperature medie ma come un’evoluzione della statistica meteoclimatica</b>. Avrete sicuramente sentite parlare del limite che speriamo (con sempre meno convinzione) di rispettare, dettato dall’accordo di Parigi: 1,5 gradi centigradi in più nella temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale. Ma nessuno “sente” la temperatura media del pianeta. L’Europa, per esempio, si sta scaldando molto più rapidamente a causa di una serie di fattori geografici e dinamici – di come si comportano l’atmosfera e l’oceano sopra e intorno al continente. Siamo già a 2,5 gradi medi sopra le temperature storiche. Anche questa è costruzione statistica. Non dice un gran ché di cosa si senta, per dire, in via Indipendenza a Bologna o in corso Magenta a Milano a metà luglio.</p><p>Questo è forse il punto che più di ogni altro crea confusione. <b>Gli eventi che osserviamo, che hanno un impatto sulla vita delle persone, sono prevalentemente meteorologici. In Europa abbiamo avuto ondate di calore in maggio, giugno, e luglio, con migliaia di morti in più per le alte temperature</b>. Si stima che nel solo mese di giugno siano morte una decina di migliaia di persone in più, il 90 percento dei quali sopra i 65 anni. Alla fine dell’anno potremmo scoprire queste essere sottostime. In Francia sono bruciati centomila ettari – tre volte la media annuale, mentre in Spagna, l’incendio di Ávila è stato il più grande della storia del paese. Tra i due sono state evacuate più di 300 mila persone.</p><p>Questi sono eventi meteorologici, espressione della dinamica dell’atmosfera e, in parte, dell’oceano. Ma ciò che li rende significativi è che le loro caratteristiche – la frequenza con la quale si stanno manifestando, l’intensità e natura della loro evoluzione – sono semplicemente inspiegabili senza il contributo di un cambiamento sottostante delle statistiche del sistema climatico. Su questo l’evidenza è schiacciante. Questo importa perché come si affrontano questi problemi cambia se si considerano un’emergenza contingente –  grave, ma passeggera – o il sintomo di un cambiamento strutturale delle condizioni nelle quali operiamo.</p><p>Nel primo caso, si affronterebbero come una sequenza di emergenze, di deviazioni estreme dalla normalità. Questo è ciò che stiamo facendo adesso. Ci dichiariamo sorpresi, ignari, stupefatti.</p><p><b>Invochiamo la protezione civile per le alluvioni, perché è emergenza, ignorando che si tratta di emergenze che ormai capitano ogni anno. Nominiamo commissari, per la “straordinarietà” della siccità, come se l’eccezionalità implicasse deroghe a regole che altrimenti funzionerebbero, invece di riconoscere, più semplicemente, regole inadeguate</b>. Siamo in una situazione surreale: un po’ come se gli emiratini si stupissero ogni estate di quanto caldo fa a Dubai, per poi dimenticarsene in inverno.</p><p>Il caldo di quest’estate ha sorpreso molti per intensità. Tratteniamo il respiro e speriamo che passi. E’ una follia. Faccio una previsione senza alcuna paura di smentita. Ci saranno estati peggiori nel nostro futuro prossimo. E, adesso che siamo in mezzo alla calura e alla siccità, vi ricordo pure che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/alluvione_41398">le alluvioni del 2023 e 2024 succederanno di nuovo con simile o maggiore intensità</a>. Quello che abbiamo visto finora è la versione più benigna di ciò che ci aspetta. Dobbiamo prepararci.</p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>E’ del tutto evidente che il territorio futuro dell’Italia sarà quindi diverso da quello che vediamo oggi, con buona pace di coloro che pensano che il paesaggio sia una cartolina immobile, verso il quale abbiamo solo responsabilità di tutela e non di sviluppo. Il nostro paesaggio non è il Colosseo. E’ dinamico. Poco più di cent’anni fa, il territorio italiano aveva un terzo delle foreste che abbiamo oggi e l’agricoltura impiegava 8 milioni di persone invece che le odierne 800.000. Il paesaggio cambia perché cambiano noi, cambia la nostra economia, e perché cambiano le condizioni nelle quali operiamo.</p><p>Come sarà fatto, quindi, il paesaggio italiano del futuro?</p><p>Affrontare il caldo, alluvioni, siccità, richiede interventi fisici sul territorio e sulle nostre città. Investimenti per dotare le abitazioni di aria condizionata, le città di zone verdi che riducano gli impatti del caldo urbano, una mobilità organizzata per gestire una società che deve navigare condizioni difficili, un’infrastruttura idraulica e una gestione del territorio agricolo che sia in grado di accomodare una maggiore variabilità delle piogge, un’agricoltura più resiliente.</p><p>Tutto questo è in linea di principio fattibile. Il nostro paese non sarà più caldo dell’Arizona o della Giordania oggi, più secco del Nevada o con piogge peggiori dei tifoni giapponesi. Il problema è che t<b>rasformare un paese abituato a un clima diverso costa. E gli investimenti devono avere un ritorno. Il ritorno per quegli investimenti dovrà venire dalla crescita economica, resa possibile a sua volta dalla trasformazione territoriale</b>.</p><p>La frontiera dell’innovazione oggi risiede nell’uso dell’intelligenza artificiale, nell’automazione della produzione industriale, nella trasformazione ad altissimo valore aggiunto che molte aziende italiane già fanno (è la ragione per la quale il paese in questi anni è diventato il quarto esportatore industriale al mondo). Tutto questo quindi deve essere fatto, pensando a quell’economia, che sarà prevalentemente digitalizzata, automatizzata e, punto fondamentale, elettrificata. Il cuore di quell’economia, della sua competitività, è il sistema energetico nazionale, quindi, e da lì bisogna partire.</p><p>Pensate alla trasformazione territoriale del secolo scorso. L’industrializzazione italiana fu fatta alimentando le aziende manifatturiere con l’idroelettrico, partendo dalla centrale Bertini della Edison, sull’Adda, che fornì energia elettrica alle piccole aziende tessili del milanese. Quell’elettrificazione fu finanziata grazie anche ai contratti municipali – la ragione per la quale da oltre cent’anni Milano ha il tram elettrico. Il tram, a sua volta, era usato dai lavoratori di quelle fabbriche, creando un ciclo di crescita virtuoso. Buona parte della trasformazione del territorio nazionale fu quell’esperienza moltiplicata per le tante zone produttive italiane, che aggregarono una trasformazione nazionale, facilitata dall’intervento finanziario, progettuale e regolatorio dello stato.</p><p>La domanda di elettricità portò a una trasformazione territoriale, che poi facilitò anche la gestione idraulica, l’estensione delle bonifiche agricole dell’Ottocento, e così via fino a quando Mattei non portò il gas in Italia. Il territorio italiano fu trasformato assieme alla sua trasformazione energetica. E’ inevitabile che questa storia si ripeta. Il primo capitolo della trasformazione non può quindi che preoccuparsi dell’infrastruttura energetica che alimenterà le attività economiche del futuro, controllando la vulnerabilità del paese.</p><p>Ma qui il dibattito nazionale sull’energia, surreale, rischia veramente di portarci fuori strada. Il cambiamento climatico è causato dall’aumento di concentrazione di gas serra, e in particolare di CO2 prodotta nella combustione di carbone, gas e petrolio. Scommettere, come molti sembrano voler fare in Italia, che l’economia globale non risponderà, significa non capire la realtà. La transizione sta già succedendo.</p><p>Il solare è stata la fonte di nuova elettricità più grande nel mondo per tre anni di seguito. Sta accelerando, con un aumento del 30 percento nel solo 2025. Dal 2015 è cresciuta di dieci volte. Più in generale, le rinnovabili hanno raggiunto il 34 percento della produzione elettrica nel 2025, superando il carbone, e crescendo più rapidamente della domanda aggregata di elettricità.</p><p>Per contro, il nucleare, di cui si fa un gran parlare in Italia, è sì cresciuto in produzione man mano che vecchi impianti in manutenzione sono stati riportati in linea, ma la capacità totale è più o meno statica. Il solare raddoppia ogni tre anni, mentre il nucleare rimane a circa il 10 per cento del portafoglio. Certo, ci sono nuovi reattori in costruzione, quindi il nucleare ricomincerà a crescere, e non c’è dubbio che stia vivendo un rinascimento, ma è una storia principalmente russa e cinese, con concentrazione di tecnologie e capacità di arricchimento. Non la soluzione a tutti i mali.</p><p>A fronte di tutto questo, i<b>l fossile non scomparirà dall’oggi al domani, ma i sintomi di obsolescenza si cominciano a vedere</b>. Non è che non si esplori per nuovi giacimenti, ma la maggior parte dei nuovi investimenti in fonti combustibili servono a rimpiazzare il declino di pozzi che si stanno esaurendo. La produzione di gas sta espandendo, anche a causa dei problemi in Russia e nel medio oriente, ma l’idea che questo settore rimarrà il protagonista dominante dell’energia o dell’elettricità del futuro non rispecchia la realtà. La Cina, un paese che, come l’Italia, è storicamente dipendente da importazioni di gas e petrolio, offre un segnale importante. In quel paese, il 2024 ha segnato il primo declino nel consumo di petrolio per il trasporto, sintomo degli investimenti colossali che la Cina ha fatto nei veicoli elettrici: più della metà delle auto registrate in quel paese sono elettriche.</p><p>&nbsp;</p><blockquote>L’Italia non è stata per ora in grado di perseguire in maniera efficace la transizione di cui ha evidentemente bisogno. Le infrastrutture idrauliche sotto stress con l’intensificarsi delle precipitazioni. Problemi strutturali: le dimensioni della risposta dovranno eccedere ciò che una singola città o amministrazione locale può fare&nbsp;</blockquote><p>Questo non vuole dire che la Cina non usi petrolio o gas oggi – è il più grande importatore al mondo – ma se stiamo facendo una discussione di strategia – di come ci dobbiamo preparare al futuro – è evidente che le tendenze raccontano una storia di elettrificazione e di progressivo abbandono del fossile.</p><p>Dal punto di vista strategico, quindi, questo dovrebbe essere un buon segnale per l’Italia, un paese senza combustibili fossili, con un potenziale solare ed eolico significativo, e con impatti climatici sul territorio tra i peggiori di tutti i paesi avanzati e che richiedono investimenti puntuali. Eppure, il paese non è stato per ora in grado di perseguire in maniera efficace la transizione di cui ha evidentemente bisogno.</p><p>Mi si dirà che il solare in Italia è cresciuto tantissimo. E’ vero. In un futuro prossimo, aggiungere solare in Italia non aumenterà di un gran che la capacità produttiva perché il problema è dare elettricità quando il sole non c’è. Ma si dovrebbe fare altro. Si può investire nel sistema di stoccaggio, in eolico, on e off-shore. Ma qui il dibattito prende direzioni incomprensibili. Ci distraiamo con discussioni sul costo delle rinnovabili, ma solo coloro che non capiscono come si formano i prezzi nel mercato elettrico pensano che il problema degli alti prezzi dell’energia sia dovuto ad esse. La produzione marginale di elettricità in Italia è ed è sempre stato il gas, ed è il costo di quest’ultimo che sta producendo l’aumento di prezzi del sistema.</p><p>Il problema non è l’economia delle singole tecnologie rinnovabili, ormai banalmente competitive, ma come trasformare un sistema ottimizzato su un combustibile che importiamo da sessant’anni. Questo è ben chiaro agli esperti del settore ma raramente dibattuto in pubblico. Si continua a confondere una discussione di scelta tecnologica, con una discussione di trasformazione industriale. E’ probabile che il gas continuerà a essere parte del nostro mix tecnologico per svariati anni, ma la questione è come instradarsi verso l’emancipazione. Questa non è una questione solo di produzione, ma di struttura della rete, della distribuzione, di gestione territoriale, di politica tecnologica e di regolazione del mercato.</p><p>Un paese che si affida a solare, eolico, idroelettrico, batterie, geotermico e un mix decrescente di gas e, forse, nucleare, avrà un territorio molto diverso da quello attuale, con pale, impianti solari che occupano suolo soggetto a smottamenti e inondazioni, centrali termiche che dipendono da acqua di raffreddamento che potrebbe non esserci, e che alimenta datacenter che competono per l’elettricità con l’aria condizionata degli utenti in affanno. Affrontare il problema energetico è quindi una condizione fondamentale per gestire i cambiamenti territoriali che ci aspettano e un volano di attenzione verso il territorio.</p><p>&nbsp; &nbsp; &nbsp;</p><p>C’è poi la trasformazione fisica del territorio nel suo complesso.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/08/12/news/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-adattamento-climatico--404691">Per il calore abbiamo una situazione strutturale di mal adattamento</a>. Le città medievali italiane non si sono evolute per gestire settimane di temperature oltre i 35 gradi centigradi. Le infrastrutture idrauliche che si sono accumulate nei secoli non hanno mai dovuto affrontare la frequenza annuale di precipitazioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi anni.</p><p>Ormai si moltiplicano le stime di costo che queste continue interruzioni impongono alla normale operatività dell’economia: le stime oscillano tra il 2 e il 7 per cento del pil a seconda degli orizzonti temporali e delle condizioni future previste. E’ facile capire da dove vengono questi costi. Quando è caldo per diverse settimane all’anno, la produttività del lavoro esterno si riduce radicalmente. Quando la logistica è interrotta dagli estremi si perdono giorni di consegna e si deteriora l’infrastruttura dalla quale dipende la produzione durante il resto dell’anno. E’ un freno sull’economia nazionale.</p><p>E poi,<b> le grandi tendenze demografiche cambiano le condizioni della popolazione e moltiplicano i costi</b>. <b>Con il paese che invecchia, la vulnerabilità sociale diventa economica</b>. Se le temperature superano i 35 gradi, la mortalità delle persone sopra 65 cresce nell’ordine del 20 per cento, con un impatto significativo sulle strutture ospedaliere già sotto pressione e costi enormi sulla collettività. E’ del tutto evidente che il problema è strutturale e di prim’ordine nella gestione dell’economia del paese.</p><p>Si possono fare molte cose. I “piani caldo” come quello presentato recentemente a Roma offrono una serie di interventi sensati e necessari, che vanno dalla costituzione di zone verdi, all’adozione di aria condizionata negli edifici pubblici. Ma se il problema è strutturale, le dimensioni della risposta dovranno eccedere ciò che una singola città o amministrazione locale può fare. Se adotteremo livelli americani di aria condizionata, la rete elettrica dovrà affrontare un problema diverso. Se serviranno interventi sistematici sugli edifici, si porranno questioni ineludibili di bilanciamento tra tutela del patrimonio e la preparazione per condizioni che non abbiamo avuto nella storia del paese.</p><p>Tutto questo costerà. Le stime variano, ma per l’adattamento dell’economia per com’è oggi, si stimano costi di almeno 10-15 miliardi all’anno. Questo però non tiene conto degli investimenti necessari per trasformare l’economia stessa, condizione necessaria per potersi permettere l’adattamento. Perché se è vero che adattarsi significa risparmiare costi sull’economia futuro, è anche vero che il risparmio non costituisce un pagamento reale che permetta di finanziare gli interventi. Serve valore aggiunto.</p><p>Tutto questo richiede una funzione pubblica in grado di pianificare la trasformazione, lavorare con il settore privato e con le autorità locali per sviluppare progetti, lavorare con la commissione e le istituzioni europee per mobilitare finanza, ed eseguire gli interventi per ottenere i risultati. Ed è qui, lontano dai problemi tecnologici e dalle discussioni scientifiche, che la discussione nazionale si dovrebbe concentrare: sulla capacità dello stato amministrativo di spronare il paese in questa transizione.</p><p>Può sorprendere che una riflessione sul clima e sul territorio ci porti a parlare di funzione pubblica, ma questo è il grande assente dal dibattito oggi: non c’è soluzione che ci permetta di affrontare quello che ci capiterà nei prossimi anni, le ondate di caldo, la siccità, le alluvioni, che non richieda un radicale miglioramento della capacità dell’amministrazione di ottenere risultati tangibili in tempi prevedibili sul territorio. La nostra architettura istituzionale e il sistema di incentivi che la governa è il problema.</p><p>La riforma della pubblica amministrazione è storia decennale. La gestione della cosa pubblica in Italia è sempre stata inseparabile dalla sua naturale territoriale, e infatti la prima grande stagione di trasformazione avvenne contestualmente alla nascita delle regioni a statuto ordinario negli anni Settanta. Lo scrisse Massimo Severo Giannini nel 1979, quando nel rapporto “sui principali problemi dell’amministrazione dello stato” individuò le difficoltà di uno stato che non doveva solo esercitare autorità, ma erogare servizi, ridistribuire ricchezza, investire in infrastrutture, su un territorio frammentario.</p><p>Lo vediamo oggi. L<b>’autorità di bacino del Po sa bene che la gestione del fiume va pianificato sulla base di un’idea di agricoltura e tessuto produttivo che attraversa svariate regioni</b>. Per i <i>datacenter</i> serve acqua – dove li mettiamo? Dove si favoriscono gli investimenti in automazione e meccanica? Quali produzioni vanno incentivate per aumentare le esportazioni? Quali per la sicurezza alimentare? E se il Po esonda, chi paga per la sua gestione? E se non c’è abbastanza acqua sia per il riso del vercellese che per le pesche della Romagna, che per i datacenter, chi decide chi fa senza? E se il caldo richiede interventi sulla rete e di sacrificare terreni alla produzione elettrica, chi gestisce quei costi?  Il problema parte da un piano territoriale, ma nessuna istituzione ha la responsabilità ultima di offrire e implementare risposte a queste domande.</p><p>Ci troviamo a valle di decenni di riforme sostanzialmente cieche su questa dimensione. Negli anni 90, la famosa “stagione delle riforme” portò una serie di cambiamenti importanti: le autonomie locali, la riforma Cassese per separare l’indirizzo politico e la gestione amministrativa, la legge Bassanini per il federalismo amministrativo, fino alla riforma costituzionale del Titolo V. Queste riforme sulla carta avrebbero dovuto portare a una funzione pubblica più indipendente da favori politici e più aziendale, con una relazione tra autonomie locali e stato centrale più produttiva. Come spesso capita però l’attuazione contingente creò l’esatto opposto. Un’amministrazione sempre meno capace di affrontare i problemi territoriali e un’architettura sempre più paralizzata dalla confusione sulle responsabilità. La riforma del Titolo V in particolare ha creato temi concorrenti tra stato, regioni e vari enti, moltiplicando il numero di attori che possono bloccare qualsiasi decisione.</p><p>Ci sono stati tentativi successivi di correggere il tiro. Ma la riforma Brunetta del 2009 che ambiva a una funzione pubblica aziendale e meritocratica fu affondata dalla crisi del debito del 2010 quando Tremonti impose il blocco degli stipendi, e la riforma Madia del 2015 che ambiva a responsabilizzare i dirigenti dello stato fu affossata dalla sconfitta del referendum costituzionale del 2016 che avrebbe dovuto superare il caos creato dalla riforma del Titolo V, vincolo insormontabile alla presa di responsabilità della dirigenza pubblica statale rispetto a decisioni territoriali.</p><p>Gli effetti li abbiamo visti con il Pnrr, che ha introdotto nel paese enormi risorse e potenti vincoli esterni alla politica nazionale. Dove il paese aveva capacità centralizzata di sviluppare e implementare progetti, come nel caso delle ferrovie o della digitalizzazione, siamo riusciti a fare passi avanti significativi sulla spesa prevista. Sui capitoli territoriali della sicurezza idrogeologica o urbana, i fondi originalmente stanziati – già minimi rispetto al problema – sono stati tagliati. La ragione? La supposta incapacità di autorità locali di strutturare ed eseguire progetti nei tempi necessari.</p><p>La storia di quest’estate di caldo è questa, quindi, e varrebbe la pena ricordarla anche quando il caldo torrido di questi mesi sarà sostituito dalle inevitabili alluvioni autunnali: il problema è la capacità esecutiva e amministrativa delle nostre istituzioni pubbliche. E’ vero, abbiamo provato a riformarle in passato, fallendo. Ma dovremo riprovarci, perché non farlo significa condannare il paese a passare il tempo tra ventilatori e salotti alluvionati mentre gli anziani muoiono e i giovani se ne vanno.</p>]]></description>
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				<title>Di cosa parliamo quando parliamo di adattamento climatico</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 15:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.corriere.it/cronache/26_agosto_06/la-specie-umana-puo-adattarsi-alle-estati-torride-72e43007-5cea-41d2-ae9c-994814521xlk.shtml">Un’intervista di Francesca Menna a Mario Tozzi sul Corriere pubblicata la settimana scorsa</a>&nbsp;merita qualche commento e un approfondimento, a partire dalla domanda che ne costituisce il titolo, che si apre con questa domanda: “La specie umana può adattarsi alle estati torride?”&nbsp;</p><p>Quando si afferma che la specie umana saprà adattarsi al cambiamento climatico, la prima cosa da fare è<b> stabilire che cosa significhi "adattamento", </b>perché questa parola viene usata per indicare processi profondamente diversi e, soprattutto, perché nel linguaggio comune finisce spesso per assumere un significato rassicurante che in biologia non possiede.</p><p><b>In biologia, l’adattamento di una specie rappresenta il cambiamento della popolazione che la compone in risposta a una pressione ambientale</b>; ma, come ci ha insegnato Darwin, esso non avviene perché gli individui in qualche modo si attrezzano per tollerare qualche fattore biotico o abiotico, bensì attraverso la selezione. In sostanza, molta parte di una popolazione muore, e se la genetica ha favorito alcuni individui dotandoli di tratti in grado di resistere, i discendenti di quelli che portano quei tratti aumenteranno, così che la popolazione risultante cambierà composizione. Come si vede, è un processo che potremmo dire sanguinoso e mortale: <b>adattamento, nel meccanismo della selezione, significa che pochi si salvano e molti periscono</b>, e la popolazione, o la specie, sopravvive perché i discendenti di quei pochi sopravvissuti rifondano una stirpe che porterà i caratteri di resistenza.</p><p>Nessuno sforzo individuale che modifica i singoli per renderli adatti: si perisce o si sopravvive, nella <b>lotteria della genetica evolutiva.</b></p><p>Tornando quindi alla domanda con cui si apre l’intervista a Tozzi, possiamo quindi chiederci quale sia la tolleranza dei nostri organismi nudi, della nostra fisiologia media attuale, sottoposti alle andate di calore e al clima torrido che ci aspetta, se non avessimo altro modo di adattamento che quello “naturale”. <b>Il corpo umano può modificare entro certi limiti la propria risposta alle condizioni ambientali: </b>l'esposizione ripetuta al caldo cambia l'efficienza della sudorazione, la distribuzione del flusso sanguigno, il volume plasmatico e diversi aspetti del comportamento che contribuiscono al mantenimento della temperatura corporea. <b>Anche popolazioni che hanno vissuto per molte generazioni in ambienti differenti presentano caratteristiche fisiologiche derivanti dalla loro storia evolutiva</b>. Tutto questo amplia l'intervallo delle condizioni tollerabili, ma non elimina i vincoli fisici di un mammifero endotermo. Il calore prodotto dal metabolismo deve essere disperso nell'ambiente e, quando temperatura e umidità rendono questa dispersione insufficiente, la capacità di compensazione dell'organismo arriva al proprio limite. Esistono quindi condizioni nelle quali la fisiologia umana, anche dopo acclimatazione, viene semplicemente superata; peraltro, noi europei siamo tra i peggio attrezzati, e raggiungiamo questo limite letale prima di altre popolazioni.</p><p>Questo punto è essenziale quando si parla del futuro della nostra specie. Dire che <i>Homo sapiens</i> potrebbe adattarsi a condizioni climatiche profondamente diverse non equivale affatto a dire che gli esseri umani oggi esistenti, la loro numerosità, la loro distribuzione geografica o le forme di società nelle quali vivono verranno preservati. <b>Una specie può risultare perfettamente adattata dopo una drastica riduzione numerica, dopo la scomparsa di intere popolazioni o dopo una forte selezione differenziale fra individui.</b> Dal punto di vista dell'evoluzione, la persistenza della specie costituisce un risultato molto diverso dalla conservazione delle condizioni di vita dei suoi membri.</p><p>Nel nostro caso, però, il quadro è reso particolare da una caratteristica che ha accompagnato gran parte della storia di <i>Homo sapiens</i>: <b>una porzione enorme della nostra capacità adattativa si trova all'esterno del corpo.</b> Noi viviamo in ambienti nei quali la nostra fisiologia da sola non sarebbe sufficiente grazie agli abiti, alle abitazioni, ai sistemi di riscaldamento e raffreddamento, alla disponibilità controllata di acqua, alla produzione di cibo, alle reti energetiche, alla medicina e a tutto l'apparato tecnico e sociale che costruisce intorno a ciascun individuo un ambiente diverso da quello fisico immediatamente circostante.</p><p><b>Quello che chiamiamo adattamento tecnologico può quindi essere considerato, in senso funzionale ampio, una componente altamente sviluppata del nostro fenotipo esteso</b>. Un essere umano che vive a quaranta gradi disponendo di acqua, climatizzazione, energia continua e un'abitazione adeguata affronta un ambiente biologicamente diverso da quello affrontato da una persona con una fisiologia pressoché identica che vive alla stessa temperatura senza poter disporre di quelle risorse. Il clima esterno è lo stesso; il complesso delle condizioni che agiscono sull'individuo è profondamente diverso.</p><p>Il fenotipo esteso umano possiede inoltre una proprietà decisiva: una parte considerevole di esso può essere trasmessa fra generazioni. Questa trasmissione non richiede un cambiamento genetico. Il patrimonio economico può passare ai figli e, con esso, l'accesso alle abitazioni migliori, alla tecnologia, all'istruzione, ai luoghi più sicuri, alla possibilità di spostarsi e alle reti sociali attraverso le quali vengono ottenute risorse e protezione. <b>Una posizione vantaggiosa nell'ambiente può quindi essere ereditata per via economica e istituzionale.</b></p><p>La selezione continua ad agire sugli individui, ma incontra individui il cui fenotipo comprende ormai una vasta componente esterna. Una parte delle differenze di fitness prodotte dal cambiamento climatico può dipendere dalla capacità di mantenere questo fenotipo esteso e di trasmetterne almeno una parte ai discendenti. In una situazione nella quale il caldo estremo aumenta la mortalità, per esempio, la differenza selettivamente rilevante può trovarsi assai meno nella fisiologia di due persone che nella possibilità dell'una di vivere in un ambiente raffreddato e dell'altra di farne a meno. Se questa capacità di protezione è associata alla ricchezza ed è trasmessa ai figli, una componente economicamente ereditabile del fenotipo contribuisce alla persistenza intergenerazionale del vantaggio.</p><p><b>È in questo quadro che va collocata la fiducia nella tecnologia come soluzione generale del cambiamento climatico. </b>La tecnologia rappresenta realmente il più potente ampliamento delle capacità adattative della nostra specie e continuerà verosimilmente a esserlo. Possiamo raffreddare edifici, desalinizzare acqua marina, modificare le colture, costruire difese contro alcuni eventi estremi e trasferire rapidamente risorse fra regioni molto lontane. Una parte considerevole degli effetti del riscaldamento futuro potrà certamente essere contrastata in questo modo.</p><p>Da questa constatazione, tuttavia, non deriva che la tecnologia possa proteggere tutti e preservare indefinitamente l'assetto esistente. <b>La tecnologia che costituisce il nostro fenotipo esteso esiste all'interno di sistemi materiali e sociali complessi dai quali dipende continuamente</b>.<b> Un condizionatore richiede energia e una rete elettrica capace di fornirla proprio durante un'ondata di calore, quando milioni di altri condizionatori stanno aumentando contemporaneamente la domanda.</b> Un impianto di desalinizzazione richiede grandi quantità di energia e infrastrutture che portino l'acqua prodotta dove serve. La produzione agricola tecnologicamente avanzata dipende da macchine, fertilizzanti, sistemi irrigui, credito e commercio internazionale. Le apparecchiature devono essere costruite e riparate, mentre le materie prime e i componenti devono continuare a circolare.</p><p>La protezione tecnologica è quindi una proprietà del sistema nel quale quella tecnologia funziona. Il semplice fatto che l'umanità sappia costruire qualcosa non garantisce che ogni essere umano possa disporne e neppure che chi oggi ne dispone continui necessariamente ad avervi accesso in condizioni ambientali molto diverse.</p><p>Qui emerge un secondo aspetto dell'adattamento che viene facilmente dimenticato. <b>Il fenotipo vantaggioso dipende sempre dall'ambiente, e un cambiamento dell'ambiente può modificare radicalmente il valore delle caratteristiche che fino a quel momento hanno prodotto successo</b>. Questo principio vale per un carattere anatomico e vale anche per una proprietà del fenotipo esteso.</p><p>Nelle società attuali <b>una grande disponibilità economica rappresenta probabilmente uno dei più potenti strumenti di protezione individuale</b> contro quasi ogni rischio climatico. Chi possiede molto denaro può vivere in edifici migliori, acquistare energia anche quando diventa costosa, procurarsi acqua e cibo, accedere alle cure, assicurarsi contro alcuni rischi e trasferirsi se una determinata regione diventa meno abitabile. La ricchezza consente di acquisire rapidamente quasi tutte le altre componenti del fenotipo esteso.</p><p>Questo vantaggio dipende però da una condizione generalmente lasciata implicita: <b>il denaro deve continuare a valere qualcosa e deve continuare a essere convertibile nelle risorse di cui si ha bisogno.</b> La ricchezza finanziaria protegge finché esistono mercati nei quali comprare ciò che occorre, istituzioni che garantiscono i contratti, sistemi monetari funzionanti e disponibilità materiale dei beni richiesti. Il denaro costituisce un diritto di accesso alle risorse, non la risorsa stessa.</p><p><b>Lo stesso problema riguarda la proprietà</b>. Possedere una casa rappresenta un vantaggio finché quella casa resta abitabile; possedere un terreno agricolo ne rappresenta uno finché quel terreno continua a produrre oppure conserva un valore di scambio; possedere infrastrutture tecnologiche è utile finché esistono energia e capacità di manutenzione. Il valore adattativo del fenotipo esteso attuale dipende dunque da un ambiente economico e istituzionale che viene solitamente assunto come stabile.</p><p><b>Il cambiamento climatico può però modificare proprio quell'ambiente.</b> Può rendere improduttivi territori che oggi producono ricchezza, modificare la disponibilità di acqua, spostare popolazioni, cambiare il valore strategico di regioni e risorse e contribuire alla formazione di nuovi equilibri geopolitici. Alcuni stati potrebbero essere favoriti da nuove rotte commerciali o da una disponibilità relativamente migliore di determinate risorse, mentre altri potrebbero perdere capacità economica, produttiva o politica.<b> Le conseguenze del clima possono quindi propagarsi molto oltre la temperatura e arrivare a modificare le strutture dalle quali dipende il mantenimento del fenotipo esteso che usiamo per proteggerci dal clima stesso.</b></p><p>La vulnerabilità diventa allora ricorsiva. Dipendiamo dalla tecnologia per schermarci da una parte crescente delle condizioni ambientali; quella tecnologia dipende da energia, risorse e organizzazione economica; queste dipendono a loro volta da rapporti politici e geopolitici che possono essere alterati dal cambiamento ambientale. La nostra principale soluzione adattativa appartiene quindi allo stesso sistema che viene perturbato.</p><p>In un mondo nel quale queste strutture continuassero a funzionare bene, è ragionevole aspettarsi che ricchezza, competenza tecnologica e capacità di controllare infrastrutture continuino a rappresentare un forte vantaggio. <b>Un cambiamento più profondo potrebbe però costruire un paesaggio selettivo molto diverso da quello presente.</b></p><p>In certe condizioni potrebbe contare maggiormente la disponibilità diretta delle risorse anziché la capacità finanziaria di acquistarle. Chi controlla acqua, produzione alimentare o fonti energetiche potrebbe trovarsi in una posizione migliore di chi dispone di un patrimonio nominalmente superiore ma dipende da mercati che non riescono più a fornire quelle risorse. In condizioni di forte deterioramento dell'ordine politico potrebbe acquisire importanza anche la capacità di difendere direttamente ciò che si possiede o di esercitare forza coercitiva. La disponibilità di armi, oggi periferica rispetto al vantaggio assicurato da denaro e istituzioni in molte società sviluppate, potrebbe assumere un significato completamente diverso in un ambiente nel quale l'autorità pubblica non fosse più in grado di garantire efficacemente il possesso delle risorse essenziali.</p><p>Non possiamo sapere se un simile scenario si realizzerà e non esiste alcuna necessità evolutiva che debba realizzarsi. <b>Proprio questa impossibilità di prevedere il nuovo paesaggio selettivo impedisce però di trasformare le condizioni di sicurezza presenti in una garanzia per il futuro</b>. L'errore consiste nel prendere ciò che oggi produce adattamento ottimale e proiettarlo invariato in un ambiente profondamente trasformato. La storia evolutiva mostra precisamente il contrario: quando cambia la pressione selettiva, può cambiare ciò che costituisce un vantaggio – e il fenotipo esteso, come qualunque fenotipo, può cambiare profondamente di valore al variare delle condizioni ambientali.</p><p>Anche la disuguaglianza entra in questo processo. Quando le risorse necessarie alla sopravvivenza sono abbondanti, differenze enormi di ricchezza possono essere mantenute all'interno di un sistema nel quale persino chi possiede poco conserva accesso sufficiente ai beni fondamentali. <b>Se una risorsa diventa fortemente limitante, la stessa disuguaglianza produce una situazione diversa</b>. Il vantaggio di chi controlla quella risorsa cresce, mentre aumenta contemporaneamente la pressione esercitata da chi ne è escluso.</p><p>Una disparità molto grande nella disponibilità di acqua, cibo, energia o territorio abitabile può quindi intensificare direttamente la competizione. Il proprietario di una risorsa essenziale possiede qualcosa di sempre più prezioso; chi rischia di non sopravvivere senza quella risorsa ha un incentivo sempre maggiore a ottenerla. In condizioni estreme, le strutture giuridiche che stabiliscono chi abbia diritto a possederla vengono sottoposte anch'esse alla pressione generata dalla scarsità.</p><p><b>Le garanzie di legge fanno infatti parte del fenotipo esteso e dell'ambiente sociale che gli attribuisce valore.</b> La proprietà esiste materialmente come controllo di una cosa, ma il diritto esclusivo su quella cosa dipende da istituzioni capaci di farlo rispettare. Finché lo Stato possiede sufficiente capacità amministrativa e coercitiva, un titolo di proprietà consente al suo titolare di controllare una risorsa senza doverla difendere personalmente. Se quella capacità diminuisce, il significato concreto del titolo può cambiare rapidamente.</p><p>Da questo punto di vista, persino la sicurezza di chi oggi si trova nella parte privilegiata della distribuzione non può essere considerata indipendente dalla stabilità dell'intero sistema. Una grande fortuna finanziaria offre una protezione straordinaria finché esiste un ordine che la rende convertibile in beni reali; la proprietà di risorse offre un vantaggio finché quell'ordine permette di conservarne il controllo; la tecnologia protegge finché il sistema produttivo ed energetico che la sostiene continua a funzionare. Il fenotipo esteso dell'individuo più ricco resta quindi collegato a un ambiente collettivo che egli non controlla interamente.</p><p><b>È qui che la speranza negli sviluppi tecnologici mostra la propria ambiguità.</b> Di solito essa sta a significare che la capacità tecnica dell'umanità permetterà alla specie di continuare a resistere sul pianeta anche in condizioni climatiche molto difficili. Questa possibilità è del tutto ragionevole. Se però si intende anche che l'innovazione tecnologica impedirà una forte selezione fra individui, preserverà le società attuali e garantirà alla popolazione esistente la continuità delle proprie condizioni di vita, si richiedono assunzioni molto più forti, e quasi sempre mal giustificate.</p><p>La tecnologia può infatti ridurre una pressione selettiva e contemporaneamente crearne o amplificarne un'altra. Se la sopravvivenza al caldo dipende sempre più dalla climatizzazione, la differenza importante diventa l'accesso affidabile all'energia. Se l'acqua richiede desalinizzazione o grandi opere di trasferimento, acquista importanza l'accesso alle infrastrutture che la producono. Se la produzione alimentare diventa più dipendente da sistemi tecnici sofisticati, aumenta il valore della capacità di mantenerli. Invece di scomparire, la selezione semplicemente cambia il complesso di caratteristiche attraverso il quale agisce, con lo stesso effetto di sempre: preservazione di individui attrezzati, e morte della maggior parte degli altri.</p><p>La stessa innovazione può inoltre accentuare la differenza fra chi dispone del fenotipo esteso necessario e chi non può permetterselo. <b>Una società può possedere la tecnologia capace di mantenere in vita una persona in determinate condizioni senza possedere la capacità, o senza scegliere, di renderla disponibile a tutti.</b> Dal punto di vista della specie, la soluzione tecnica esiste; dal punto di vista dell'individuo che ne rimane escluso, quella soluzione è irrilevante.</p><p>Questo permette di vedere con maggiore precisione che cosa significhi davvero adattamento nel nostro caso. <i>Homo sapiens</i> possiede un corpo con determinati limiti fisiologici, una straordinaria capacità di modificarne l'ambiente mediante un fenotipo esteso e sistemi di trasmissione economica, culturale e istituzionale che permettono di ereditare una parte considerevole di quel fenotipo. <b>Il cambiamento climatico agisce sull'intero sistema. </b>Può superare i limiti fisiologici di alcuni individui, modificare il valore delle tecnologie e delle risorse che li proteggono, cambiare le condizioni economiche attraverso le quali quelle risorse vengono distribuite e trasformare gli equilibri politici che ne garantiscono il controllo.</p><p>L'adattamento risultante può quindi assumere forme molto diverse da quella implicita nella rassicurante affermazione secondo cui "ce la caveremo grazie alla tecnologia". Può certamente comprendere nuova tecnologia e società capaci di utilizzarla efficacemente, ma <b>può anche comprendere una forte mortalità differenziale fra chi possiede e chi non possiede il fenotipo esteso necessario</b>, migrazioni che redistribuiscono le popolazioni, perdita di valore di forme di ricchezza precedentemente vantaggiose, <b>nuove gerarchie determinate dal controllo delle risorse</b> e trasformazioni delle istituzioni sotto la pressione della competizione.</p><p><b>In termini evoluzionistici, nessuno di questi esiti sarebbe incompatibile con l'affermazione che la specie si è "adattata".</b> Proprio per questo quella parola, usata da sola, dovrebbe farci paura, più che rassicurarci. Quel che conta infatti è chi riuscirà ad adattarsi, attraverso quali caratteristiche e dentro quale ordine sociale. Bisogna interrogarsi sul valore che avrà allora il fenotipo esteso che oggi consideriamo una protezione e la possibilità di trasmetterlo alla generazione successiva, al netto della capacità delle strutture tecnologiche, economiche e istituzionali di continuare a riprodurre le condizioni dalle quali dipende il loro stesso funzionamento.</p><p>La sicurezza presente non fornisce una risposta a queste domande, e questo dovrebbe essere rilevante specialmente per l’Occidente e i fortunati abitanti delle zone più favorevoli del pianeta. Essa descrive la posizione di un individuo o di una popolazione nel paesaggio selettivo attuale. Se il clima contribuirà a cambiarlo profondamente, cambieranno anche le caratteristiche attraverso le quali viene conquistata, mantenuta e trasmessa la capacità di sopravvivere.</p><p><b>Rimane infine un problema ancora più radicale, perché l'argomento secondo cui una nuova tecnologia arriverà a proteggerci presuppone che essa abbia il tempo di arrivare.</b> In natura una popolazione sottoposta a una pressione ambientale rapidamente crescente può scomparire quando il cambiamento procede più velocemente della comparsa, della diffusione e della fissazione delle caratteristiche che permetterebbero di sopravvivere nelle nuove condizioni. Non basta che un fenotipo adatto sia biologicamente possibile: deve comparire abbastanza presto, essere presente negli individui giusti e diffondersi prima che la pressione selettiva abbia ridotto la popolazione sotto una soglia dalla quale non riesca più a recuperare.</p><p>Per l'adattamento tecnologico esiste un problema strettamente analogo, benché il meccanismo di trasmissione sia diverso e i tempi possano essere molto più rapidi di quelli dell'evoluzione genetica. Una soluzione tecnica deve essere concepita, verificata, industrializzata, prodotta nelle quantità necessarie, incorporata nelle infrastrutture e infine distribuita alle popolazioni che ne hanno bisogno. Ciascuno di questi passaggi richiede tempo. <b>Se una pressione climatica modifica le condizioni di vita più rapidamente di quanto il sistema tecnico riesca a produrre e diffondere una risposta efficace, la selezione agisce prima che la soluzione sia disponibile.</b> Una tecnologia che sarebbe stata sufficiente dieci o vent'anni dopo può essere irrilevante per una popolazione che nel frattempo ha perso la possibilità di mantenersi.</p><p><b>La velocità straordinaria dell'innovazione umana non elimina quindi il problema dei tempi relativi. </b>L'affermazione "troveremo una soluzione" contiene implicitamente una previsione sulla relazione fra almeno due velocità: quella con cui crescono o si spostano le pressioni ambientali e quella con cui riusciamo a generare, sviluppare e distribuire il nuovo fenotipo esteso necessario ad affrontarle. Il fatto che la seconda abbia talvolta superato la prima nella nostra storia non costituisce una legge che debba continuare a valere per qualunque intensità e rapidità del cambiamento futuro.</p><p>Esiste inoltre una differenza ancora più insidiosa rispetto al normale problema evolutivo. La capacità di produrre rapidamente nuovi fenotipi tecnologici non è una proprietà invariabile della specie. L<b>a scienza moderna e la tecnologia avanzata richiedono società sufficientemente ricche e stabili da poter mantenere università, laboratori, infrastrutture costose, sistemi educativi di lunga durata, reti energetiche affidabili, industrie specializzate e grandi circuiti internazionali nei quali circolano persone, strumenti, dati e idee. </b>La capacità di innovare che oggi tendiamo a proiettare sul futuro è essa stessa il prodotto di condizioni storiche particolari.</p><p>Una società sottoposta a una forte pressione climatica può trovarsi costretta a destinare una quota crescente delle proprie risorse alla gestione dell'emergenza presente, sottraendole agli investimenti dai quali dipendono le soluzioni future. Ricostruire infrastrutture distrutte, garantire cibo ed energia, controllare migrazioni, sostenere sistemi sanitari sottoposti a stress o finanziare apparati di sicurezza può diventare politicamente più urgente che mantenere programmi di ricerca i cui risultati arriveranno molti anni dopo. In questo modo la pressione che rende necessaria l'innovazione può simultaneamente ridurre la capacità di produrla.</p><p>La stessa dinamica può agire attraverso la geopolitica. <b>L'innovazione scientifica contemporanea dipende fortemente dalla cooperazione internazionale, dalla mobilità dei ricercatori e da catene produttive distribuite fra molti paesi</b>. Conflitti, isolamento politico e frammentazione dei rapporti internazionali possono interrompere queste reti e ridurre la capacità scientifica proprio mentre diventerebbe più necessaria. Non occorre immaginare scenari futuri estremi per constatare la vulnerabilità del sistema: negli <b>Stati Uniti</b> sono già in corso forti perturbazioni del finanziamento e dell'organizzazione della ricerca federale, mentre il <b>conflitto russo-ucraino</b> ha prodotto migrazione di ricercatori, perdita di capacità scientifica e frattura di collaborazioni internazionali. Questi fenomeni non sono prodotti dal cambiamento climatico, ma mostrano quanto rapidamente decisioni politiche e crisi geopolitiche possano deteriorare alcune delle condizioni sulle quali si fonda la capacità di innovazione.</p><p><b>Il problema climatico può interagire proprio con questo genere di dinamiche</b>. Alterazioni della produzione agricola, disponibilità di acqua, migrazioni e mutamenti nel valore strategico dei territori possono aumentare tensioni interne e internazionali, favorire politiche di chiusura e spostare risorse dalla cooperazione alla competizione. <b>Se questo accade, il sistema scientifico e tecnologico al quale affidiamo l'adattamento può diventare meno efficiente proprio a causa delle conseguenze indirette della pressione alla quale dovrebbe rispondere</b>. La ricerca prospera più facilmente in condizioni di stabilità, disponibilità di risorse e cooperazione; conflitto e isolamento possono invece frammentare le reti sulle quali essa si basa.</p><p>Si forma così un'altra retroazione potenzialmente pericolosa. Il cambiamento climatico aumenta il bisogno di innovazione; le sue conseguenze economiche e geopolitiche possono ridurre le condizioni favorevoli all'innovazione; una minore capacità innovativa lascia una parte maggiore della popolazione esposta alla pressione climatica; questa maggiore esposizione può aggravare ulteriormente instabilità e competizione. <b>La tecnologia non può allora essere trattata come una variabile esterna che cresce automaticamente quanto più aumenta il bisogno di essa.</b></p><p>Il limite del tecnottimismo si trova precisamente qui. Esso assume contemporaneamente che sapremo quale tecnologia servirà, che riusciremo a svilupparla abbastanza presto, che conserveremo le condizioni economiche e scientifiche necessarie a produrla, che manterremo le infrastrutture necessarie a utilizzarla e che saremo capaci di distribuirla abbastanza largamente da impedire che la pressione selettiva faccia il proprio corso. Ognuna di queste condizioni può verificarsi; nessuna è garantita dall'esistenza presente di una civiltà tecnologicamente avanzata.</p><p><b>L'analogia con l'adattamento naturale torna quindi a essere particolarmente istruttiva.</b> Una popolazione può possedere in linea di principio una via evolutiva verso un fenotipo compatibile con il nuovo ambiente e tuttavia estinguersi perché l'ambiente cambia più rapidamente della sua capacità di raggiungerlo.<b> Una civiltà può possedere in linea di principio le conoscenze per costruire un nuovo fenotipo esteso e tuttavia non riuscire a farlo in tempo</b>, oppure perdere durante la crisi le condizioni economiche, scientifiche e politiche necessarie a completarne la costruzione.</p><p>La possibilità che <i>Homo sapiens</i> continui a esistere è molto diversa dalla possibilità che la tecnologia protegga tutti gli esseri umani dalle conseguenze di un cambiamento climatico rapido. Tra le due si trova la selezione: quella che opera direttamente attraverso i nostri limiti fisiologici e quella che opera attraverso la diversa disponibilità di un fenotipo esteso capace di proteggerci. Se la risposta tecnologica arriva tardi, rimane confinata a una parte della popolazione o diventa più difficile da produrre proprio mentre cresce la pressione ambientale, l'adattamento della specie può ancora avvenire, ma può avvenire nel modo ordinario in cui l'adattamento avviene in natura: attraverso la sopravvivenza di alcuni e la perdita di altri.</p><p><b>Per questo la fiducia nella tecnologia non può sostituire la prevenzione della pressione selettiva.</b></p><p>Rispetto ai meccanismi naturali di adattamento, ivi compresi quelli connessi al nostro fenotipo esteso, la nostra specie ha però alcune caratteristiche e alcune disponibilità attuali che possono far molto per impedire gli aspetti più nefasti della prossima fase di selezione.</p><p>Ne parleremo nel seguito di questo ragionamento.</p>]]></description>
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				<title>Eclissi solare in diretta: le cinque fasi, a che ora è, quanto dura. Tutto quello che c&#039;è da sapere</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 13:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L'eclissi che andrà in scena&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2026/08/12/news/abbracciamoci-piu-forte-questa-sera-perche-leclissi-e-il-solo-quarto-dora-di-frescura-che-ci-spettera--404639" target="_blank">questa sera</a>&nbsp;sarà la prima totale di Sole nel continente europeo dal 1999, se si escludono quelle del 2006 e del 2015, che hanno interessato rispettivamente alcune porzioni di Georgia e Russia, e le isole Feroer e Svalbard. <b>Il raro e attesissimo evento si verificherà poco prima del tramonto e sarà visibile, sebbene in modo parziale, anche dall'Italia: inizierà a partire dalle 19.30 circa - ora italiana - con il Sole già basso sull'orizzonte e prossimo al tramonto per raggiungere la fase intermedia intorno alle 19.50 e il culmine alle 20.20.</b>&nbsp;</p><p>Nel nostro paese quindi si vedrà il disco lunare coprire gradualmente il Sole, ma non si vedrà la corona, neanche al culmine del fenomeno. Le regioni più favorite sono quelle settentrionali e occidentali: Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna, con un oscuramento del disco solare che raggiunge il 90 per cento e oltre, mentre le regioni del centro e sud Italia saranno interessate dal fenomeno in misura più marginale.&nbsp;</p><p>L'eclissi di questa sera attraverserà quindi Groenlandia, Islanda e la Spagna, dove il cono d'ombra abbandonerà la Terra al tramonto, poco oltre le Baleari, sul Mediterraneo,&nbsp;<b>e costituirà un anticipo per quella la più spettacolare che avverrà il prossimo anno, di tutt'altro rilievo, con una totalità che sfiorerà i 6 minuti e mezzo, tra le più lunghe del secolo. </b>L'eclissi di oggi attraverserà una sottile striscia di terra e mare che parte dalla Russia artica, passa per la Groenlandia, tocca alcune regioni all'estremo ovest dell'Islanda, una piccolissima porzione di Portogallo e un'estesa fascia della Spagna. La totalità non durerà molto, tra un minuto e mezzo e due minuti, superando i due minuti solo al largo della costa islandese e in alcune località della Groenlandia. Per l'occasione l'Agenzia spaziale europea organizza una diretta in streaming dell'evento a partire dalle 19.30 che trasmetteremo anche noi sul sito del Foglio.</p><p><b>L'eclissi totale di oggi prevede dunque cinque fasi.</b> La prima è il momento in cui il disco lunare inizia a sovrapporsi a quello del Sole e che proseguirà per circa trenta minuti; la seconda sarà una delle più spettacolari, nella quale si osserverà nel cielo una sorta di "anello di diamanti", perché quando l'ultimo frammento del disco solare sarà ancora visibile si produrranno dei fasci di luce. Subito dopo inizierà la totalità, una notte anticipata che durerà al massimo 2 minuti e 18 secondi a seconda della posizione da cui la si osserverà. Poi si potrà di nuovo tornare a vedere brillanti "perle di luce" attorno al disco lunare, e infine lentamente la Luna tornerà a liberare il Sole. <b>Ma dall'Italia non si potrà assistere a tutte e cinque le fasi: in nessun luogo del nostro paese il fenomeno sarà visibile totalmente e in più avverrà in un orario molto vicino al tramonto.</b></p><h2>Cos'è un'eclissi solare</h2><p>Un'eclissi solare si verifica quando la Luna passa direttamente tra il Sole e la Terra, proiettando sul nostro pianeta una stretta fascia d'ombra. Durante la fase di totalità si crea una sorta di crepuscolo, la temperatura diminuisce e alcuni animali possono modificare il loro comportamento. I<b>l fenomeno è possibile grazie a una particolare coincidenza: il Sole è circa quattrocento volte più grande della Luna, ma si trova anche circa quattrocento volte più lontano dalla Terra. Per chi si trova nella posizione giusta, quindi, i due corpi celesti appaiono di dimensioni simili e la Luna riesce a coprire completamente il disco solare, rendendo visibile la corona, la parte più esterna dell'atmosfera del Sole.&nbsp;</b>Le fasi parziali, dall'inizio alla fine del passaggio della Luna davanti al Sole, dureranno circa un'ora e 45 minuti. Un'eclissi parziale sarà visibile anche in gran parte dell'Europa, in Canada, nel nord degli Stati Uniti e nell'Africa nord-occidentale. La differenza rispetto alla totalità è però enorme: <b>anche con appena l'1 per cento del Sole ancora visibile, la sua luminosità resta circa quattromila volte superiore a quella della Luna piena, ha spiegato l'astrofisico dell'Osservatorio di Parigi Alain Doressoundiram.</b></p><p>Ogni anno si verificano in media una o due eclissi solari, ma la porzione di mondo dove è possibile osservare la totalità è molto stretta. <b>Una stessa area della Terra può quindi dover attendere circa quattrocento anni prima di assistere nuovamente al fenomeno.</b> La prossima eclissi totale, il 2 agosto 2027, attraverserà la Spagna meridionale, l'Africa settentrionale e la Penisola Arabica e avrà una fase di totalità fino a sei minuti e 23 secondi. Un'eclissi più lunga non si verificherà prima del 2114.</p><h2>Come guardare l'eclissi solare in sicurezza</h2><p>L'eclissi solare che avverrà questa sera prima del tramonto non comporta alcun rischio diretto per la salute umana, con la sola eccezione però di danni permanenti agli occhi dovuti all'osservazione diretta anche breve. Il ministero della Salute ha pubblicato una serie di raccomandazioni a riguardo. <b>Prima di osservare l'eclissi è necessario anzitutto indossare una protezione oculare specifica - gli occhiali da sole non sono sufficienti - e mantenerla costantemente indossata.</b> Il rischio primario è di danni alla vista: guardare direttamente il sole o un'eclissi solare, anche se brevemente, può causare danni permanenti alla retina, la retinopatia solare, senza causare alcuna sensazione di dolore immediato. Il rischio è aumentato in caso di osservazioni ripetute, anche brevi. I danni possono manifestarsi a distanza di ore o di giorni.</p><p><b>Esiste un unico mezzo sicuro di protezione per l'osservazione diretta: guardare verso il sole usando degli appositi occhialini per eclissi (Eclipse Glasses) che siano certificati come rispondenti alla norma ISO 12312-2. Ogni altro mezzo deve essere evitato perché non garantisce sempre una sicura protezione:</b>&nbsp;non sono sufficienti, come abbiamo detto prima, occhiali da sole, ma neanche pellicole radiografiche, filtri fatti in casa, occhiali per saldatori, oculari di fotocamere o altro. Bambini e ragazzi sono maggiormente a rischio, perché i loro occhi sono danneggiabili&nbsp;più facilmente. Per loro, l'osservazione dell'eclissi dovrebbe avvenire sotto la continua supervisione degli adulti, che si devono assicurare che bambini e ragazzi indossino sempre e continuativamente gli occhialini adatti. Persone di età avanzata, o con patologie della vista già esistenti o che abbiano subito alcuni interventi chirurgici oftalmologici possono essere a maggior rischio.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Come la democrazia muore nella cialtroneria antiscientifica. Il caso americano</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 11:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ci sono certi documenti che rimarranno nella storia universale della cialtroneria,&nbsp;<a href="https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2026/08/delivering-gold-standard-childhood-vaccine-recommendations-for-americans/" target="_blank">come l'ordine esecutivo del 10 agosto 2026 di Trump</a>, <i>Delivering Gold Standard Childhood Vaccine Recommendations for Americans</i>. Partiamo dalle premesse. <b>L'ordine sostiene che gli Stati Uniti raccomandino più vaccini di chiunque altro e che occorra allinearsi ai "paesi pari".</b> Il modello scelto è la Danimarca. Peccato che analizzando i calendari di 38 paesi si trova una media di 14 malattie coperte per i bambini, e che l'unico paese ai livelli danesi fosse il Vietnam — che sta comunque aggiungendo&nbsp;<a href="https://www.statnews.com/2026/01/09/childhood-vaccination-fact-check-denmark-not-america-is-the-outlier/" target="_blank">quattro coperture</a>. Anche restringendo ai 20 paesi che il rapporto governativo stesso definisce "pari", la media è 13,6. Il Canada ne raccomanda 16. La Guinea-Bissau, paese a basso reddito, 12.&nbsp;<a href="https://www.statnews.com/2026/01/05/childhood-vaccine-schedule-new-cdc-recommendation-11-shots/" target="_blank">Gli USA sono scesi a 11</a>. <b>Tradotto: per correggere un'anomalia ne hanno creata una peggiore, eleggendo a "consenso internazionale" il valore estremo della distribuzione.</b> È l'equivalente epidemiologico di calcolare la statura media di una classe misurando il bambino più basso.</p><p>Seconda affermazione: la maggioranza dei paesi pari otterrebbe alte coperture "con la fiducia, non con gli obblighi". Nel 2024 tredici paesi europei avevano almeno una vaccinazione pediatrica obbligatoria. L'Italia ne ha 10 dal 2017, la Francia è passata da 3 a 11 nel 2018. E fra il 2014 e il 2024 sei paesi — Croazia, Francia, Germania, Ungheria, Italia, Polonia — hanno introdotto o esteso l'obbligo. <b>Dove la motivazione è documentata, dice l'opposto di quanto sostiene l'ordine: </b>la relazione al Masernschutzgesetz tedesco del 2020 afferma nero su bianco che le misure adottate fino ad allora per aumentare la disponibilità a vaccinarsi non erano state efficaci, dopo che nel 2018&nbsp;<a href="https://www.loc.gov/item/global-legal-monitor/2020-03-11/germany-new-act-makes-measles-vaccinations-mandatory/" target="_blank">i casi di morbillo erano raddoppiati</a>. L'Europa ha aumentato gli obblighi proprio perché la fiducia da sola non stava reggendo; Washington cita l'Europa per allentarli.</p><p>Poi c'è la sezione 2(b), il cuore ideologico. Prescrive di scindere il trivalente morbillo-parotite-rosolia in tre iniezioni separate e di somministrare ogni vaccinazione in visite distinte. <b>Ma non esistono monovalenti autorizzati negli Stati Uniti, non esiste alcuna evidenza pubblicata di un beneficio nello scinderli, e frazionare aumenta le iniezioni per i bambini, producendo cicli incompleti.</b> L'Accademia americana di pediatria&nbsp;<a href="https://publications.aap.org/aapnews/article-abstract/30/12/9/7952/Monovalent-vaccines-no-longer-available-for" target="_blank">lo aveva stabilito nel 2009</a>. I monovalenti uscirono dal mercato quell'anno: ricrearli significa nuovi trial, nuovi impianti, nuove approvazioni da parte della Food and drug administration. Anni.</p><p>Il dettaglio davvero incredibile, però, è un altro. La proposta di separare l'MMR ha un autore e una data: Andrew Wakefield, conferenza stampa del 1998, a seguito dell'articolo poi ritirato dal <i>Lancet</i> per frode. <b>Nel 2026 un atto presidenziale rende politica sanitaria nazionale la raccomandazione operativa dell’autore di uno studio ritirato per frode. Sull'alluminio la sezione 3 chiede adiuvanti sostitutivi. </b>La questione è già stata chiusa: revisione sistematica sul BMJ&nbsp;<a href="https://www.bmj.com/content/393/bmj-2025-088921" target="_blank">il 6 maggio 2026</a>, 59 studi clinici inclusi 11 trial randomizzati, dati fino a novembre 2025, valutazione formale del rischio di bias. Nessuna associazione con autismo, diabete di tipo 1, asma, mialgia. Per il resto, segnalazioni da studi piccoli, a rischio di bias serio o critico, nessuna prova credibile di causalità. Gli autori lavorano per l'agenzia di sanità pubblica canadese, non per un produttore di vaccini.</p><p>Pure altre raccomandazioni fanno acqua: epatite A ed epatite B compaiono simultaneamente nella categoria "gruppi ad alto rischio" e in quella "decisione clinica condivisa". Un pediatra che lo consulti per capire cosa fare non sa che fare. Quattro paragrafi, due liste incompatibili. E qui arriva la parte che spiega tutto il resto. <b>La sezione 4 non parla di vaccini: ordina al Dipartimento di Giustizia di sostenere cause contro le leggi statali e condiziona i fondi federali alla concessione di esenzioni religiose. </b>Salvo che un diritto federale all'esenzione religiosa dagli obblighi vaccinali statali non esiste e che a condizionare i fondi federali è il Congresso, non un ordine presidenziale. Finirà in tribunale, e chi l'ha scritto lo sa benissimo: la sezione 5(c) dichiara che l'ordine non crea alcun diritto positivo. <b>Abbiamo qui l’autocertificazione come segnale politico. </b>Segnale rivolto a chi, e soprattutto quando? Al 7 agosto 2026 gli Stati Uniti contano 2.465 casi di morbillo, più dell'intero 2025, l'anno peggiore dal 1991. Il 93 per cento riguarda non vaccinati o a stato vaccinale ignoto. La soglia per mantenere lo status di eliminazione è l’interruzione della trasmissione endemica del virus del morbillo per un periodo maggiore o uguale a 12 mesi, in presenza di sorveglianza di alta qualità: gli Stati Uniti erano oltre novanta casi già a inizio anno, con trasmissione locale e non importata, e il focolaio dello Utah dura da più di dodici mesi.</p><p>La Pan American Health Organization deciderà a novembre. Le elezioni di midterm si tengono a novembre. Una delle due scadenze sembra aver dettato il calendario dell'altra, e non è quella sanitaria. <b>La democrazia, come sempre, muore nella cialtroneria antiscientifica.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Penso dunque sono: Mancuso e la mistica delle piante che soffrono</title>
				<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Gilberto Corbellini, Roberto Defez</author>
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				<description><![CDATA[<p>È un luogo comune del pensiero politico che la libertà possa avere un doppio taglio. Anche nel mondo accademico, dove i danni sono ritenuti inferiori. Ma non è vero. La libertà accademica nasce storicamente per proteggere il docente dal potere politico e religioso, non per proteggere l’errore dalla critica scientifica. In realtà, in Italia abbiamo avuto diversi esempi, dal caso Di Bella a Stamina, dalla propaganda anti Ogm a quella per l’embrione umano come persona, dove si invocava la tesi secondo cui accademici che sostenevano posizioni scientificamente infondate si trovavano sullo stesso piano epistemologico di chi presentava dati scientificamente corroborati. “La scienza è divisa”, si diceva, o “Io sono ordinario di scienze agrarie e ho i titoli per dire che gli Ogm sono inutili e pericolosi. Chi dice il contrario non ne sa più di me”. Questi messaggi sono miele per le mosche relativiste. Ci sono casi in cui non sono in gioco controversie pubbliche e uno scienziato qualificato diffonde, per motivi di promozione personale, affermazioni insensate e fuorvianti. Come si qualificano questi? Per esempio, l’agrobiologo <b>Stefano Mancuso</b> racconta in giro, nei libri e nelle conferenze, che le piante hanno un sistema nervoso e una cognizione cosciente fondata sulla memoria e sull’apprendimento. E’ un interessante caso di “clinica” della cultura scientifica divulgativa.</p><p>Il nostro è un maestro nell’invenzione di metafore suggestive, ha convinto mezzo mondo occidentale che le piante pensano, comunicano, soffrono, ricordano… forse hanno orientamenti politici. Per il successo si potrebbe provare invidia, ma non per la sua reputazione scientifica. A chi si sforza di essere intellettualmente onesto, fanno poca simpatia coloro che usano le arti retoriche per abbindolare esaltati del pensiero ecologista o persone dedite a credenze tipo new age, ma allo stesso tempo usano le loro competenze tecnico-scientifiche per arginare gli argomenti dei colleghi che provano a sbugiardarli. E’ una conseguenza secondaria o indesiderata della libertà di pensiero? Forse.</p><p>Mancuso è davvero un esperto di fenomeni reali, cioè dei segnali elettrochimici o del rilascio di composti volatili in risposta allo stress che modificano la crescita delle radici in funzione di gradienti chimici. <b>A questi fenomeni di segnalazione egli applica un lessico mentalistico senza alcuna giustificazione teorica. Le radici “decidono”. Le foreste “parlano”. Le mimose “imparano”.</b> Il salto logico dall’elettrochimica alla cognizione, che nelle neuroscienze richiederebbe decenni di lavoro sperimentale e definizioni operative rigorose, in Mancuso viene eseguito con la disinvoltura di chi sa che il pubblico dei TED Talk non chiederà i dati grezzi. Mancuso non è ingenuo. Usa le sue capacità per fare l’opposto di ciò che dichiara di fare. Dice di voler diffondere la conoscenza delle piante, ma in realtà diffonde una mistica della botanica che, della scienza, conserva un lessico superficiale e, dell’esoterismo, ha la struttura profonda: il mondo nascosto che solo l’iniziato sa vedere, la verità che la scienza ufficiale non vuole ammettere, la natura che ci parla se solo sappiamo ascoltare.</p><p>Lincoln Taiz, uno dei più autorevoli fisiologi vegetali viventi, insieme a una dozzina di colleghi ha pubblicato su <i>Trends in Plant Science</i> una critica sistematica alla cosiddetta “plant neurobiology”, il campo accademico di cui Mancuso è cofondatore e principale animatore. <b>Il loro argomento centrale è brutale:</b> <b>senza sistema nervoso centralizzato, senza neuroni, senza strutture di integrazione dell’informazione paragonabili a quelle animali, applicare concetti come “intelligenza”, “memoria”, “apprendimento” alle piante non è una scoperta coraggiosa, è un abuso terminologico, che oscura invece di illuminare.</b> Le parole nella scienza hanno definizioni operative, non valori poetici. I neurobiologi vegetali, scrivono Taiz e colleghi, “hanno costantemente trascurato il notevole grado di complessità strutturale e funzionale che il cervello ha dovuto evolvere affinché emergesse la coscienza. […] la probabilità che le piante, con la loro relativa semplicità organizzativa e la mancanza di neuroni e di cervelli, possiedano coscienza [è] praticamente nulla”. Gli insetti e i calamari hanno strutture neurali che preludono a una forma di coscienza. Ma per ora le piante coscienti rimangono relegate ai racconti di fantascienza. La colpa morale verso la natura – deforestazione, cambiamento climatico, agricoltura industriale – è un topos emotivo che crea dipendenza. Scoprire che le piante soffrono e comunicano trasforma il lettore in un testimone sensibile di una tragedia cosmica. E’ un forte e psicotropo sedativo dell’ansia collettiva verso scenari percepiti come distopici.</p><p>Il vero capolavoro di Mancuso è aver condotto questa operazione all’interno di una carriera accademica rispettabile, con una cattedra, premi internazionali, ma soprattutto una presenza fissa nei festival culturali, dove il pubblico lo applaude senza capire. <b>E’ il modello perfetto del divulgatore postmoderno: abbastanza scientifico da non poter essere liquidato come ciarlatano, abbastanza vago da non poter essere falsificato come scienziato.</b> Una posizione epistemicamente invulnerabile, e quindi privilegiata in contesti pseudoculturali. Qualcuno dirà, ancora: “E allora? Non fa danni”. Dipende. Un professore che insegna, stipendiato con soldi pubblici: cose che di certo non aiuteranno i suoi studenti a farsi un’idea pertinente del mondo vegetale. Qualche danno lo fa.</p><p>Ma c’è la libertà accademica! Giustamente, solo la comunità dei pari, attraverso la peer review e la valutazione dei curricula, può difendere la cultura scientifica dal ridicolo e dall’essere un tramite di danno per gli studenti, che sono in una posizione di asimmetria epistemica rispetto al docente. Se le decisioni fossero assunte a livello politico, sarebbe altrettanto possibile vietare l’eliocentrismo. I meccanismi esistono: accreditamento dei corsi, che dovrebbe includere una valutazione esplicita della fondatezza scientifica dei contenuti curriculari e non solo degli aspetti formali; le società scientifiche di settore possono produrre position statement che definiscano ciò che è scientificamente fondato per l’insegnamento; gli ordini professionali, dove esistono, dovrebbero stigmatizzare la formazione che produce professionisti con credenze false su meccanismi empirici. Le accademie dovrebbero esistere non solo per fare lobbying, ma anche per produrre documenti che distinguano tra quanto è scientificamente accertato e quanto è mera retorica fuorviante per chi studia e desidera apprendere ciò che viene prodotto con metodo scientifico. Ma la libertà accademica viene sempre invocata impropriamente come scudo, e le istituzioni raramente hanno il coraggio di distinguere tra la protezione del pensiero critico genuino e quella dell’errore organizzato. Nel frattempo, le piante, ignare di tutto questo, continuano a fare fotosintesi. Non perché abbiano deciso di farlo. Né perché lo ricordino dall’ultima volta. Ma perché hanno enzimi che funzionano in un modo specifico e necessario. E’ meno antropomorfico. Ma è la realtà, secondo i fatti.</p>]]></description>
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				<title>Cosa ci insegna il risultato di Astra con i dieci problemi matematici</title>
				<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Astra, un nuovo modello di OpenAI ancora interno all'azienda, avrebbe affrontato dieci problemi matematici aperti da molto tempo, ottenendo risultati che in alcuni casi chiudevano questioni importanti, con una spesa complessiva di appena 2.000 dollari. L'<a href="https://openai.com/it-IT/index/ten-advances-in-mathematics/" target="_blank">annuncio</a>&nbsp;è arrivato dopo una serie di progressi rapidissimi dei grandi modelli linguistici in matematica, passati nel giro di pochi anni dagli esercizi scolastici alle Olimpiadi internazionali e poi ai problemi sui quali lavorano i ricercatori. Se i numeri fossero stati quelli suggeriti dal racconto dell’azienda, il salto sarebbe stato impressionante: problemi rimasti fuori dalla portata dei matematici per anni sarebbero diventati materiale da poche centinaia di dollari l'uno.</p><p>Quello che OpenAI ha effettivamente pubblicato il primo agosto è già leggermente diverso da questa versione. Il titolo scelto dall'azienda parla di "dieci avanzamenti", e tra i risultati vi sono sia problemi risolti sia progressi sostanziali verso la loro soluzione. Il materiale è però molto più consistente di un comunicato pubblicitario: comprende circa 250 pagine di matematica, accompagnate dalla ricostruzione del procedimento seguito dal modello, e ciascuna dimostrazione è stata inoltre tradotta in una forma che può essere controllata automaticamente da un programma specializzato. OpenAI dichiara che gli argomenti matematici sono stati generati da Astra, mentre esseri umani hanno preparato i manoscritti con l'aiuto dello stesso modello e si sono assunti la responsabilità della loro correttezza.</p><p>Questo rende il caso particolarmente interessante, perché offre molto più materiale da controllare rispetto ai consueti annunci sulle prestazioni dell'intelligenza artificiale. E i matematici hanno cominciato immediatamente a farlo.</p><p>Il primo risultato dello scrutinio riguarda proprio una delle frasi che rendevano più spettacolare l'annuncio. Nella versione pubblicata inizialmente, OpenAI affermava che i dieci problemi erano aperti e non avevano registrato progressi sul risultato principale da almeno dieci anni, nella maggior parte dei casi da molto più tempo. Quella frase oggi non compare più. È stata sostituita dall'affermazione assai meno impegnativa secondo cui Astra ha risolto o fatto progredire problemi aperti da lungo tempo. L'archivio del web conserva entrambe le versioni, per cui il cambiamento è perfettamente documentabile.</p><p>A rendere necessaria la correzione sono stati soprattutto due dei risultati che inizialmente avevano attirato maggiore attenzione. Uno riguarda un antico problema che, semplificando molto, cerca di stabilire quanto densamente possano essere sistemate delle sfere quando si passa dagli spazi familiari a spazi con un numero enorme di dimensioni. Astra ha ottenuto un nuovo limite, dunque un risultato matematico reale; <b>Steven Miller, matematico della Yeshiva University, ha però osservato che un passaggio essenziale della dimostrazione compariva già in un lavoro pubblicato nel 2016 insieme a Henry Cohn e ha accusato OpenAI di non averne riconosciuto adeguatamente la provenienza.</b> Miller è arrivato a parlare di&nbsp;<a href="https://www.scientificamerican.com/article/openais-latest-math-breakthroughs-commit-research-misconduct-experts-say/" target="_blank">plagio e di cattiva condotta scientifica</a>. Si tratta, allo stato attuale, di un'accusa formulata da uno degli studiosi coinvolti e non di un giudizio emesso da una rivista o da un organismo di integrità scientifica, ma il problema di attribuzione che ha sollevato è concreto.</p><p>Il secondo caso è ancora più istruttivo, perché mostra quanto sarebbe sbagliato passare dall'entusiasmo iniziale alla conclusione opposta e liquidare tutto come una sofisticata operazione di copiatura. Da molti anni i matematici si chiedevano se esistesse almeno un membro di una certa vastissima famiglia di oggetti astratti che non possedesse una proprietà ritenuta forse universale. Astra ne ha costruito uno, chiudendo così la questione dell'esistenza. Esaminando la prova, Francesco Fournier-Facio dell'Università di Cambridge e altri specialisti hanno però riconosciuto due ingredienti importanti provenienti da lavori del 2016 e del 2019. Anche qui, dunque, la rappresentazione originale di un settore rimasto sostanzialmente fermo per almeno un decennio non reggeva.</p><p>Eppure uno degli autori di quei lavori precedenti, Andreas Thom, ha&nbsp;<a href="https://mathoverflow.net/questions/513866/what-are-the-key-new-ideas-in-the-proof-of-nonsoficity-of-groups-in-openai-s-con" target="_blank">fornito su MathOverflow</a>&nbsp;una valutazione molto più interessante dei verdetti sommari, a favore o contrari, che fioriscono un po’ ovunque. <b>Secondo Thom, Astra ha trovato un modo creativo di combinare i due risultati precedenti, superando un ostacolo che ne impediva l'applicazione diretta.</b> Thom racconta di aver cercato egli stesso, fin dal lavoro del 2019, un meccanismo capace di far funzionare quella strategia e dichiara di ammirare l'efficienza della costruzione trovata. L'idea nuova, quindi, non consiste nell'aver inventato dal nulla una teoria che nessuno aveva mai concepito: consiste nell'aver visto come pezzi già disponibili potessero essere collegati per arrivare là dove i loro autori non erano ancora arrivati. In matematica anche questo si chiama ricerca, e può essere ricerca molto buona.</p><p>Qui si trova probabilmente l'aspetto più importante dell'intero esperimento. Un grande modello linguistico dispone di una capacità straordinaria di esplorare combinazioni, seguire a lungo una pista e ricomporre strumenti sviluppati in contesti diversi. Senén Barro, direttore del centro di ricerca sull'intelligenza artificiale dell'Università di Santiago de Compostela,&nbsp;<a href="https://sciencemediacentre.es/en/openai-announces-results-ten-mathematical-research-problems-using-its-astra-artificial-intelligence" target="_blank">osserva</a>&nbsp;che i sistemi attuali sembrano particolarmente efficaci proprio quando il problema è ben definito e la soluzione può essere costruita usando elementi che hanno qualche precedente nella letteratura. La creazione di concetti completamente nuovi e di nuovi quadri teorici resta un'altra faccenda. Il lavoro di Astra suggerisce però che tra la ripetizione di qualcosa di noto e la fondazione di una nuova teoria esiste un territorio enorme, ed è esattamente il territorio nel quale si svolge una parte consistente della matematica reale.</p><p>Anche la verifica automatica delle dimostrazioni va inquadrata per bene. Il controllo effettuato dal computer è un elemento di grande valore, perché consente di stabilire con una sicurezza difficilmente raggiungibile leggendo centinaia di pagine che i passaggi formali seguano effettivamente dalle premesse dichiarate. Non si può però sapere con questo mezzo se un'idea sia davvero nuova, se sia stata pubblicata sette anni prima in una forma equivalente, se la citazione corretta sia stata omessa o se un risultato meriti l'importanza attribuitagli in un comunicato stampa. Per questo, dopo il controllo delle dimostrazioni da parte delle macchine, è cominciato quello della letteratura e della storia dei problemi da parte dei matematici. Nel giro di pochi giorni quest'ultimo aveva già modificato significativamente l'interpretazione di almeno due dei risultati più importanti.</p><p>Resta poi la cifra destinata più di tutte a sopravvivere nei titoli: 2.000 dollari. OpenAI dice precisamente che il numero di token necessari a trovare le soluzioni pubblicate costerebbe all'incirca quella somma alle tariffe delle sue API. È un dato interessante, perché mostra quanto possa essere basso il costo marginale di produrre una ricerca di questo livello una volta che esiste un modello capace di farlo. <b>Non ci dice però quanto sia costato ottenere quei dieci successi: manca infatti il denominatore.</b> Non sappiamo quanti altri problemi siano stati sottoposti ad Astra senza ottenere nulla, quanti tentativi siano falliti prima di arrivare alle prove selezionate, quale lavoro umano sia stato necessario per scegliere i problemi e controllare i risultati, né quale quota delle enormi risorse necessarie a costruire il modello debba essere considerata quando si vuole valutare l'efficienza complessiva del procedimento. Barro ha usato un paragone molto semplice: il costo di un biglietto vincente della lotteria non permette di sapere quanto abbia speso il giocatore, se non sappiamo quanti biglietti abbia comprato. I 2.000 dollari dichiarati da OpenAI possono quindi essere una misura perfettamente corretta di ciò che l'azienda dice di misurare e, nello stesso tempo, essere insufficienti a sostenere la storia secondo cui dieci problemi matematici di ricerca sono stati "risolti con 2.000 dollari".</p><p>Questa distinzione diventa ancora più necessaria quando il produttore della tecnologia coincide con chi ne annuncia le prestazioni. OpenAI opera in un settore nel quale dimostrare continuamente l'aumento delle capacità dei modelli serve anche a giustificare investimenti di dimensioni straordinarie. Reuters ha riportato per il 2026 una previsione di circa 25 miliardi di dollari di consumo di cassa, mentre la società continua a progettare investimenti giganteschi in capacità di calcolo. Un risultato matematico non diventa meno vero per questo motivo; diventa però indispensabile separare con cura il contenuto scientifico dalla cornice promozionale nella quale viene presentato.</p><p>La circostanza assume un sapore particolare perché OpenAI, nello stesso annuncio, richiama esplicitamente la&nbsp;<a href="https://leidendeclaration.ai/" target="_blank">Leiden Declaration on AI and Mathematics</a>, elaborata dalla comunità matematica e sostenuta dall'International Mathematical Union. Quel documento chiede che l'uso dell'intelligenza artificiale sia dichiarato, che i precedenti siano citati con precisione e che il lavoro reso più rapido dalle macchine non scarichi sui revisori un peso insostenibile. Rivolgendosi ai decisori pubblici, contiene anche una raccomandazione assai pertinente: l'industria tecnologica ha forti incentivi commerciali a esagerare le capacità dei propri sistemi, e per valutarne le affermazioni occorre consultare gli specialisti anziché affidarsi ai comunicati stampa.</p><p>È esattamente quello che è accaduto con Astra. Il comunicato è uscito il primo agosto e, prima che fosse trascorsa una settimana, specialisti dei diversi settori avevano cominciato a controllare centinaia di pagine, ricostruire la genealogia delle idee e discutere pubblicamente quale parte delle dimostrazioni fosse davvero nuova. OpenAI ha già modificato una delle proprie affermazioni più forti, mentre le discussioni continuano e la valutazione degli altri risultati richiederà inevitabilmente altro lavoro.</p><p><b>Dopo questo esame, Astra appare forse meno miracoloso di quanto suggerissero i primi titoli e più interessante di quanto vorrebbero le reazioni liquidatorie.</b> Un sistema di intelligenza artificiale generalista ha prodotto in una sola campagna una quantità notevole di matematica di livello professionale, arrivando in almeno alcuni casi a risultati che gli specialisti considerano importanti. In uno dei casi più discussi ha trovato la connessione che uno degli autori degli strumenti precedenti cercava senza successo dal 2019. Allo stesso tempo, la ricostruzione iniziale dello stato della ricerca era troppo favorevole alla spettacolarità dell'annuncio, alcune attribuzioni sono state contestate e il famoso costo di 2.000 dollari descrive soltanto una parte di ciò che sarebbe necessario conoscere per misurare l'efficienza dell'esperimento.</p><p>La storia più significativa di questi giorni riguarda quindi anche ciò che è accaduto dopo che Astra ha finito di lavorare. <b>Produrre una dimostrazione, stabilire quanto essa debba alla letteratura precedente e determinarne il reale significato scientifico sono compiti che ormai possono essere distribuiti in modo nuovo fra macchine e persone.</b> La velocità con cui la comunità matematica ha corretto la narrazione, senza per questo cancellare i risultati che hanno resistito all'esame, mostra quanto diventerà importante quello scrutinio quando produrre centinaia di pagine di ricerca costerà sempre meno. Se Astra indica davvero il futuro della matematica assistita dall'intelligenza artificiale, questi primi giorni ne hanno mostrato insieme le capacità e il sistema di controllo di cui avrà bisogno.</p><p>Con un caveat, sempre il solito, che possiamo riassumere in una domanda: chi avrà davvero accesso ad Astra e a modelli equivalenti, a quale prezzo, e con quanta trasparenza? Ad oggi, per esempio, Astra non è a disposizione al di fuori di OpenAI; per questo, se la scienza del futuro sarà davvero quella della collaborazione tra IA e umani, cioè se questo modello funzionerà bene e si dimostrerà superiore a quello tradizionale, rischiamo sempre più che diventi monopolio di pochi, e non più attività aperta e democratica per definizione.</p>]]></description>
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				<title>L’origine doppia delle prime cellule viventi</title>
				<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’origine della vita viene spesso raccontata come il passaggio improvviso dalla chimica alla prima cellula, quasi che a un certo punto sia comparso un organismo già provvisto di una membrana, di un metabolismo completo e di tutto ciò che gli occorreva per vivere lontano dal luogo in cui era nato. Un nuovo lavoro pubblicato su "<a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.aef3128" target="_blank">Science Advances</a>"&nbsp;propone una storia diversa, nella quale la vita avrebbe attraversato una lunga fase di dipendenza dall’ambiente minerale e soltanto in seguito avrebbe acquisito, per due vie separate, la capacità di sostenersi come cellula autonoma. Batteri e archei discenderebbero così da un antenato comune ancora legato alle sorgenti idrotermali, ma avrebbero completato indipendentemente la propria emancipazione dalla geologia, dando origine a due architetture cellulari profondamente differenti.</p><p>Il luogo proposto dagli autori è costituito dalle sorgenti idrotermali alcaline alimentate dalla serpentinizzazione, una reazione tra acqua e rocce del fondo oceanico che produce idrogeno e crea ambienti ricchi di metalli capaci di favorire trasformazioni chimiche. Le pareti minerali sono attraversate da una rete di minuscole cavità nelle quali le sostanze possono concentrarsi, mentre la differenza di acidità tra i fluidi della sorgente e l’acqua marina fornisce un gradiente naturale utilizzabile come fonte di energia. In questo scenario, la chimica necessaria alla vita cominciò prima che esistessero cellule capaci di produrla interamente: alcune reazioni avvenivano grazie a molecole biologiche e proteine primitive, altre erano promosse dal ferro, dal nichel, dal cobalto e da altri catalizzatori presenti nella roccia.</p><p>Quella forma primordiale di vita non coincide con una semplice miscela di sostanze organiche. L’antenato comune di batteri e archei, indicato con la sigla LUCA, possedeva già il codice genetico, i ribosomi che leggono quel codice e il sistema necessario per fabbricare proteine. <b>LUCA non rappresenta la prima entità vivente comparsa sulla Terra, bensì il più recente antenato dal quale discendono tutte le cellule attuali.</b> Secondo la nuova ricostruzione, il suo metabolismo enzimatico era ancora incompleto: poteva trasmettere informazione genetica e produrre enzimi, mentre continuava a ricevere dall’ambiente una parte delle reazioni e dei composti indispensabili alla propria esistenza.</p><p>Per risalire a una fase tanto remota, gli autori hanno confrontato gli enzimi presenti in 552 genomi batterici e 401 genomi di archei, esaminando sia le sequenze sia la struttura tridimensionale delle proteine. La struttura conserva tracce di parentela più a lungo della sequenza e permette quindi di riconoscere omologie che miliardi di anni di evoluzione hanno reso difficili da identificare. Partendo dalle circa quattrocento reazioni con cui le cellule moderne producono amminoacidi, nucleotidi e cofattori a partire da sostanze semplici, i ricercatori hanno attribuito 166 famiglie enzimatiche a LUCA. Altre 89 sarebbero comparse lungo il ramo che conduce all’antenato dei batteri moderni, mentre 38 appartengono al ramo degli archei; per ulteriori famiglie la distribuzione è troppo frammentaria per consentire un’assegnazione sicura.</p><p>La parte del metabolismo dedicata alla produzione dei nucleotidi, dai quali dipendono DNA e RNA, appare già sostanzialmente completa nell’antenato comune. La sintesi degli amminoacidi, dei cofattori e di numerosi intermedi del metabolismo del carbonio conserva invece ampie lacune. La differenza ha un significato comprensibile: la funzione informazionale dei nucleotidi e quindi del codice genetico non poteva essere delegata alla roccia, mentre molte reazioni chimiche necessarie a produrre molecole più semplici potevano ancora essere accelerate dai metalli della sorgente idrotermale. Per quasi metà delle reazioni considerate, gli autori raccolgono esperimenti nei quali lo stesso passaggio, un passaggio analogo oppure un’intera sequenza metabolica avvengono in acqua senza enzimi, in presenza di metalli e in condizioni compatibili con un sistema idrotermale.</p><p>Il metabolismo più antico sarebbe stato quindi distribuito tra l’organismo e il luogo in cui esso viveva. Le molecole ereditarie e le proteine garantivano la continuità biologica, mentre la sorgente forniva reagenti, catalizzatori ed energia. La distinzione tra organismo e ambiente, oggi apparentemente netta, aveva allora contorni più sfumati: togliere quel sistema dai pori minerali avrebbe significato privarlo di una parte essenziale della propria biochimica.</p><p>L’acquisizione dell’autonomia sarebbe avvenuta quando gli organismi cominciarono a sostituire le funzioni della roccia con componenti fabbricati dal proprio metabolismo. I cofattori, piccole molecole che aiutano gli enzimi a trasferire elettroni o frammenti chimici, avrebbero rappresentato sostituti mobili e selettivi dei metalli solidi. Un catalizzatore minerale può promuovere molte reazioni differenti senza particolare precisione; un enzima associato al proprio cofattore riconosce invece determinati substrati e permette alla selezione naturale di controllare la velocità dei singoli passaggi. La rete metabolica acquistò così la capacità di produrre internamente anche gli strumenti necessari al proprio funzionamento.</p><p><b>È a questo punto che la storia della vita si divide in due</b>. Batteri e archei ereditarono da LUCA il codice genetico, il ribosoma e una parte consistente del metabolismo, ma completarono separatamente ciò che ancora mancava. Il lavoro identifica cinque reazioni per le quali i due regni di microrganismi impiegano enzimi privi di una struttura comune riconoscibile. Poiché la trasformazione chimica è la stessa mentre le proteine che la realizzano appartengono a famiglie differenti, la spiegazione più semplice è che batteri e archei abbiano inventato indipendentemente due soluzioni allo stesso problema.</p><p>L’indipendenza dalla sorgente idrotermale di origine richiedeva anche la produzione autonoma di energia. Una cellula libera deve mantenere una differenza di concentrazione ionica tra interno ed esterno e utilizzare il flusso degli ioni per alimentare la sintesi di ATP. Nei pori idrotermali il gradiente era fornito dalla geologia; fuori dalla sorgente doveva essere generato dalla cellula. Secondo la ricostruzione proposta, i due rami svilupparono apparati differenti per collegare le reazioni energeticamente favorevoli al pompaggio degli ioni attraverso la membrana, sostituendo così il gradiente naturale con uno costruito biologicamente.</p><p>Anche le membrane seguirono strade diverse. Nei batteri le membrane sono fatte soprattutto da molecole simili a grassi semplici, mentre negli archei sono fatte da molecole diverse e più resistenti, disposte in modo speculare e con collegamenti differenti. Cambiano i costituenti, la loro disposizione chimica e gli enzimi che li producono. Questa separazione, conosciuta come "lipid divide", è tanto profonda da aver fatto discutere per decenni quale tipo di membrana possedesse LUCA. Il modello degli autori suggerisce che le prime strutture di contenimento fossero membrane molto semplici, formate spontaneamente da molecole presenti nell’ambiente, e che solo in seguito batteri e archei abbiano sviluppato in modo indipendente i sistemi enzimatici necessari per costruire le proprie membrane moderne.</p><p><b>Alla fine del processo, dalla stessa matrice biologica erano emerse due forme cellulari capaci di allontanarsi dalla sorgente.</b> Condividevano il linguaggio del codice genetico e il funzionamento fondamentale dei ribosomi, ma differivano nella composizione delle membrane, in numerosi enzimi e nelle macchine impiegate per governare l’energia. Il codice genetico e la discendenza biologica avrebbero dunque avuto una sola origine, mentre la cellula indipendente, capace di vivere senza il sostegno catalitico della roccia, sarebbe comparsa due volte.</p><p>Questa interpretazione incontra inevitabilmente i limiti imposti dalla profondità temporale. I geni possono essere perduti, sostituiti oppure trasferiti da un gruppo all’altro, e molti enzimi degli archei rimangono poco caratterizzati. Gli stessi autori riconoscono che la maggiore conoscenza dei batteri può far apparire più numerose le innovazioni del loro ramo. Gli analoghi geochimici sono stati dimostrati soltanto per una parte della rete, mentre le altre reazioni richiederanno catalizzatori ancora sconosciuti oppure spiegazioni differenti. Il lavoro offre dunque una ricostruzione coerente sostenuta da confronti genomici e da esperimenti chimici, non una registrazione diretta degli eventi avvenuti quasi quattro miliardi di anni fa.</p><p>La separazione tra batteri e archei non costituisce tuttavia la conclusione della storia cellulare. Molto tempo dopo, un archeo appartenente a una linea imparentata con gli attuali Asgard entrò in una relazione stabile con un batterio vicino agli alphaproteobatteri. Il batterio divenne il progenitore del mitocondrio, mentre l’associazione tra i due partner contribuì alla nascita della cellula eucariotica, dalla quale discendono animali, piante, funghi e numerosi organismi unicellulari. La sequenza precisa degli eventi rimane discussa, ma l’origine endosimbiotica del mitocondrio e la parentela archeale dell’ospite sono sostenute da dati filogenomici convergenti.</p><p>Gli eucarioti conservano tuttora i segni di quella unione. I sistemi che governano la lettura e la trasmissione dell’informazione genetica mostrano una forte ascendenza archeale, mentre il mitocondrio e numerose funzioni metaboliche derivano dal contributo batterico. Studi recenti indicano che la composizione fu ancora più complessa, con geni provenienti da altri batteri acquisiti durante una lunga fase di relazioni all’interno delle comunità microbiche. Anche il metabolismo centrale degli eucarioti conserva una struttura chimerica, nella quale componenti provenienti dall’ospite archeale e dal partner batterico sono state integrate e riorganizzate nel corso di oltre due miliardi di anni.</p><p>La cellula eucariotica può essere considerata, in questo senso, una terza soluzione. Non rappresenta il semplice ritorno alla condizione precedente alla separazione, perché batteri e archei avevano ormai accumulato innovazioni proprie e incompatibilità profonde. La simbiosi riunì parti dei due patrimoni all’interno di un’organizzazione nuova, nella quale il discendente del batterio continuò a produrre energia come mitocondrio e il retaggio archeale fornì gran parte dell’apparato informativo e della struttura della cellula ospite.</p><p>La storia suggerita dal nuovo lavoro comincia quindi con una vita che non poteva esistere senza la propria sorgente idrotermale. Da quella dipendenza comune nacquero due modi diversi di costruire una cellula libera, separati abbastanza a lungo da diventare i due grandi rami primari dell’evoluzione. Quando alcuni loro discendenti tornarono a incontrarsi, la loro integrazione produsse la complessità eucariotica. L’ambiente geologico aveva inizialmente completato ciò che la vita non sapeva ancora fare; in seguito batteri e archei "impararono" separatamente a sostituirlo, mentre la cellula eucariotica, la nostra cellula, nacque dalla capacità di combinare, dentro uno stesso sistema, le conquiste ottenute lungo entrambe le strade.</p>]]></description>
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				<title>Le malattie infettive che smontano la retorica di Kennedy</title>
				<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Robert F. Kennedy Jr. ha dedicato buona parte della sua ultima&nbsp;<a href="https://edition.cnn.com/2026/08/02/politics/rfk-jr-fauci-medical-misinformation" target="_blank">intervista alla CNN</a>&nbsp;a spiegare che gli altri mentono. Mentirebbe Anthony Fauci, mentirebbero gli esperti consultati dai giornalisti, mentirebbe la comunità scientifica che da decenni studia i vaccini; Dana Bash, che gli chiedeva conto delle sue affermazioni, sarebbe stata ingannata e avrebbe ripetuto "come un pappagallo" ciò che qualcuno le aveva raccontato. Nel frattempo, il segretario alla Salute degli Stati Uniti sosteneva che il virus respiratorio sinciziale fosse nato da esperimenti di laboratorio, attribuiva alla ricerca biologica anche la malattia di Lyme e assicurava di non avere mai messo in dubbio l’efficacia del vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. La prima affermazione contraddice la storia naturale di un virus isolato nel 1956 da animali affetti da un’infezione respiratoria; la seconda ripropone una vecchia fantasia cospirazionista su una malattia trasmessa da zecche e presente in diversi continenti; la terza cancella con una frase vent’anni di propaganda condotta dallo stesso Kennedy e dalle organizzazioni che ha guidato.</p><p>La scena più istruttiva è arrivata quando Dana Bash gli ha chiesto se riconoscesse una parte di responsabilità per il ritorno del morbillo, mentre gli Stati Uniti attraversano il secondo anno consecutivo con un numero di casi sconosciuto da decenni. Kennedy ha risposto "assolutamente no", ha attribuito l’epidemia alle chiusure adottate durante il Covid e ha dichiarato che gli Stati Uniti starebbero gestendo il morbillo meglio di qualsiasi altro paese. Ha poi assicurato di avere fermato i focolai "a velocità record", grazie alle telefonate ai governatori e all’invio degli epidemiologi federali. Il 30 luglio, i Centers for Disease Control and Prevention contavano 2.371 casi dall’inizio dell’anno, più dei 2.289 registrati nell’intero 2025, con 37 focolai e il 94 per cento delle infezioni associato a uno di essi. <b>Nei due anni trascorsi sotto l’amministrazione Trump si sono così concentrati più casi di morbillo di quanti gli Stati Uniti ne avessero osservati nel resto del secolo.</b></p><p>Kennedy ha aggiunto che le comunità colpite sarebbero quasi esclusivamente gruppi religiosi contrari alle vaccinazioni, arrivando a sostenere che i mennoniti rifiuterebbero i vaccini dal 1796, l’anno della scoperta di Edward Jenner. Il ricorso a comunità chiuse e diffidenti verso lo Stato consente al segretario di rappresentare l’epidemia come il prodotto di una tradizione remota, sottratta all’influenza della politica contemporanea. I dati raccontano una situazione più ampia: la copertura nazionale con il vaccino MMR tra i bambini che entrano a scuola è scesa dal 95,2 per cento del 2019-2020 al 92,5 per cento del 2024-2025, lasciando circa 286.000 bambini di una sola coorte al di sotto della protezione richiesta per impedire una trasmissione sostenuta. In molte comunità la percentuale è ancora più bassa, mentre il 93 per cento dei casi del 2026 riguarda persone prive di una vaccinazione documentata.</p><p>Il deficit immunitario accumulato durante la pandemia contribuisce certamente alla situazione attuale e richiederebbe una campagna federale energica, fondata su un messaggio univoco e sull’accesso capillare alla vaccinazione. Kennedy ha invece trascorso l’inizio dell’epidemia del 2025 a presentare il vaccino come una scelta individuale, promuovendo la vitamina A e attribuendo qualità straordinarie a medici che proponevano trattamenti privi di prove adeguate. Soltanto davanti all’insistenza di Dana Bash, il 2 agosto, ha guardato verso la telecamera e ha invitato i genitori a vaccinare i figli, riconoscendo che due dosi proteggono nel 97 per cento dei casi. Pochi minuti dopo ha riaperto la discussione sul presunto rapporto tra vaccini e autismo, sostenendo che gran parte del calendario infantile non sarebbe mai stata studiata e che le autorità scientifiche avrebbero ignorato segnali contrari. L’invito a vaccinarsi veniva così inserito dentro una costruzione destinata a rendere sospetto l’intero sistema che produce, valuta e raccomanda i vaccini.</p><p><b>Il morbillo rappresenta il punto in cui la responsabilità politica di Kennedy assume la forma più evidente, perché il suo potere istituzionale si è sovrapposto alla reputazione costruita come principale esponente americano del movimento antivaccinale.</b> Le altre emergenze infettive in corso seguono dinamiche biologiche differenti, e tutte incontrano un sistema federale che la nuova amministrazione ha scelto di rendere più piccolo, meno stabile e più dipendente dalle decisioni politiche del vertice.</p><p>Dal primo maggio al 27 luglio, i CDC hanno ricevuto la segnalazione di 6.707 casi confermati di ciclosporiasi acquisita negli Stati Uniti, con 423 ricoveri e casi distribuiti in 45 Stati. Altri 11.500 episodi attendevano conferma o un’analisi capace di escludere un contagio avvenuto all’estero. La crescita rispetto allo stesso periodo del 2025 ha indotto l’agenzia a pubblicare aggiornamenti settimanali, mentre uno dei focolai è stato collegato a lattuga iceberg distribuita in nove Stati.</p><p>La Cyclospora possiede caratteristiche che rendono indispensabile una sorveglianza attiva: il medico deve richiedere un esame specifico, la diagnosi può arrivare con ritardo e la ricostruzione della filiera alimentare richiede dati raccolti in modo uniforme. Dal luglio 2025, FoodNet, la rete che sorveglia attivamente le infezioni alimentari in un’area comprendente circa il 16 per cento della popolazione statunitense, è stata obbligata a concentrare la propria attività su Salmonella ed Escherichia coli produttore di tossina Shiga. Il monitoraggio di Cyclospora e di altri cinque patogeni è diventato facoltativo. Un sistema progettato per cercare attivamente i casi è stato trasformato, proprio per questo parassita, in un mosaico dipendente dalle risorse e dalle priorità dei singoli Stati.</p><p>L’epidemia di ciclosporiasi offre quindi una corrispondenza concreta tra una decisione amministrativa e la perdita di capacità epidemiologica: l’agente infettivo arriva attraverso alimenti contaminati, mentre la rapidità con cui viene riconosciuto dipende dalla rete che raccoglie le diagnosi e collega tra loro i casi. Kennedy ha dichiarato che la situazione sarebbe sotto controllo, mentre i numeri continuavano a crescere e migliaia di segnalazioni restavano da classificare. La formula "sotto controllo" appartiene alla comunicazione politica; il controllo epidemiologico richiede personale, laboratori e dati comparabili, proprio le risorse sulle quali la sua amministrazione è intervenuta.</p><p>Anche la stagione del virus West Nile è cominciata in modo insolito. Alla fine di giugno erano stati registrati 48 casi, quasi cinque volte la media osservata entro quella data dal 2004, e 38 avevano sviluppato la forma neuroinvasiva. Il 28 luglio i casi erano saliti a 113. La diffusione dipende dalla circolazione del virus tra uccelli e zanzare, dalle temperature e dalle condizioni ambientali, mentre la protezione delle comunità passa attraverso la sorveglianza entomologica e il coordinamento con le strutture locali incaricate della disinfestazione. ArboNET continua a raccogliere i casi umani e animali; la sua efficacia dipende però da dipartimenti sanitari capaci di campionare le zanzare, diagnosticare le infezioni e trasmettere rapidamente le informazioni.</p><p>A questo quadro si aggiunge l’aumento dei casi americani di mpox da clade I, divenuti più frequenti dal marzo 2026 e saliti oltre trenta entro luglio. Il rischio per la popolazione generale resta basso e quasi tutti i casi riguardano persone che hanno viaggiato in paesi interessati dai focolai oppure loro contatti. La sorveglianza internazionale costituisce in questo caso la prima linea di difesa, perché consente di conoscere le aree di trasmissione, avvertire i viaggiatori e preparare i laboratori a distinguere i diversi cladi del virus. Nel gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno completato, per decisione dell’amministrazione Trump e con la piena adesione di Kennedy, il ritiro dall’Organizzazione mondiale della sanità, rinunciando alla partecipazione ordinaria ai suoi meccanismi di cooperazione e scambio delle informazioni.</p><p><b>Questi quattro fenomeni possiedono gravità e origini diverse; insieme mostrano quanto sia irrazionale indebolire una rete epidemiologica mentre aumentano le occasioni nelle quali quella rete deve dimostrare la propria efficacia.</b> Nel marzo 2025 il dipartimento guidato da Kennedy annunciò una riduzione di circa 10.000 dipendenti, destinata a sommarsi a pensionamenti e uscite volontarie fino a portare l’organico complessivo da 82.000 a 62.000 persone. Per i CDC il piano ufficiale prevedeva circa 2.400 posti in meno; entro la fine dell’anno, tra licenziamenti e abbandoni, l’agenzia aveva perso circa un quarto del personale. L’HHS assicurava che i servizi essenziali sarebbero rimasti intatti, mentre le strutture coinvolte segnalavano perdita di competenze e interruzioni operative.</p><p>Nei primi cento giorni dell’amministrazione, un’inchiesta dell’Associated Press individuò più di una dozzina di programmi federali di raccolta dei dati sanitari eliminati o compromessi. Il governo revocò inoltre 11,4 miliardi di dollari destinati ai dipartimenti sanitari statali e locali, colpendo personale e infrastrutture costruiti durante la pandemia e utilizzati per affrontare minacce infettive più ampie. Una parte dei fondi è stata recuperata attraverso i tribunali, con risultati diversi tra gli Stati che avevano promosso ricorso e quelli rimasti fuori dalle cause. Il disegno complessivo resta leggibile: la capacità di osservare la salute della popolazione è stata trattata come spesa amministrativa disponibile per i tagli.</p><p>Kennedy ha applicato lo stesso criterio alla politica vaccinale. Nel giugno 2025 ha rimosso in un solo atto tutti i diciassette membri dell’Advisory Committee on Immunization Practices, spiegando che la loro permanenza avrebbe impedito all’amministrazione Trump di ottenere una propria maggioranza prima del 2028. Il comitato che esamina efficacia e sicurezza dei vaccini è stato così ricostituito attraverso una selezione controllata dal segretario che da anni contesta le conclusioni raggiunte dalla ricerca vaccinale. Nel gennaio 2026 l’amministrazione ha tentato di ridurre il calendario infantile; un tribunale federale ha sospeso quella decisione insieme ai voti espressi dal nuovo comitato, lasciando temporaneamente in vigore il calendario precedente.</p><p>La preparazione alle epidemie future ha subito un intervento analogo. Nell’agosto 2025 Kennedy ha disposto la cancellazione o il ridimensionamento di ventidue investimenti della Biomedical Advanced Research and Development Authority dedicati ai vaccini a mRNA, giustificando la scelta con un giudizio generale sull’incapacità della piattaforma di proteggere dalle infezioni respiratorie. La valutazione dei singoli progetti è stata sostituita da una condanna della tecnologia, con la conseguente riduzione delle opzioni disponibili quando emergerà un nuovo virus per il quale la rapidità di sviluppo rappresenterà un fattore decisivo.</p><p>Durante l’intervista alla CNN, Kennedy ha descritto questo processo come una battaglia per la libertà e per il ritorno alla vera scienza. La sua idea di scienza coincide però con un’autorità personale che sceglie quali studi riconoscere, dichiara corrotti gli organismi che raggiungono conclusioni sgradite e affida la prova delle proprie tesi a documenti citati in modo parziale. Quando Dana Bash gli ha ricordato che la National Academy of Sciences sostiene l’assenza di un rapporto causale tra vaccini e autismo, Kennedy ha invocato un altro rapporto della stessa istituzione e ha proseguito come se la frase appena ascoltata fosse priva di esistenza. <b>La tattica consiste nel produrre abbastanza rumore da rendere ogni fatto discutibile, lasciando alla voce più aggressiva il compito di proclamarsi vincitrice.</b></p><p>Le infezioni sfuggono a questo trattamento. Il morbillo si trasmette quando incontra persone prive di immunità; la Cyclospora continua a circolare negli alimenti finché i casi restano scollegati; West Nile segue le popolazioni di zanzare e mpox attraversa le frontiere insieme alle persone infette. Le parole del segretario incidono sulla copertura vaccinale e sull’organizzazione delle istituzioni, mentre virus e parassiti rispondono alle condizioni biologiche create dalle scelte umane.</p><p>Robert F. Kennedy Jr. può attribuire a Fauci la responsabilità delle chiusure, ai mennoniti quella del morbillo e ai laboratori l’origine di malattie conosciute da decenni. Può chiamare "riforma" la perdita di migliaia di dipendenti e presentare come recupero della fiducia la sostituzione degli esperti con persone scelte dal potere politico. I casi continuano intanto ad accumularsi nelle statistiche che ancora sopravvivono ai tagli, mostrando il prezzo di una sanità pubblica guidata dal principale produttore di disinformazione sanitaria del paese. Le piroette lessicali finiscono dove comincia la trasmissione di un agente infettivo; in quel punto, le chiacchiere del bugiardo in capo della sanità americana valgono esattamente zero.</p>]]></description>
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