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		<title>Scienza</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:01:59 +0200</pubDate>
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				<title>Cosa non torna nella campagna di Coldiretti, in piazza contro i &quot;trafficanti&quot; di grano e olio (e contro il glifosato)</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 13:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Enrico Cicchetti, Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un'ondata di teste gialle griffate&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/coldiretti_33930" target="_blank">Coldiretti</a>&nbsp;ha riempito 13 piazze d'Italia contro "i trafficanti di grano e olio". A Roma, abbiamo chiesto ad alcuni manifestanti contro chi protestano. Risposta: "Contro la speculazione". Su striscioni, cartelli, e comunicati stampa il nemico è più preciso:<b> il glifosate, uno degli erbicidi più usati al mondo. Coldiretti continua a chiamarla "molecola chimica che genera cancro soprattutto ai bambini"</b>, nonostante questa accusa non abbia né capo né coda. A stabilire che l'erbicida non provoca tumori ci ha pensato l’<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2022/06/03/news/glifosate-assolto-non-provoca-il-cancro--152632" target="_blank">Echa</a>, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, che nel giugno 2022 ha messo nero su bianco che non ci sono evidenze scientifiche che possano far classificare il glifosate come cancerogeno. Non vi fidate del tribunale? L'anno dopo è arrivata la Cassazione. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2023/07/07/news/il-glifosato-assolto-capitolo-ennesimo-pure-lefsa-smonta-i-pregiudizi-pseudo-ambientalisti--166395" target="_blank">Agenzia europea per la sicurezza alimentare</a>&nbsp;(Efsa) ha scritto in un documento di non aver individuato “alcuna area di preoccupazione critica in relazione al rischio” che il glifosato “comporta per l’uomo, gli animali o l’ambiente”.&nbsp;</p><p>Due assoluzioni di fila dovranno pure avere un peso. Non per Coldiretti, che la butta sul mangiar bene e sano. "La vera pasta italiana fatta col grano duro 100 per cento italiano fa bene alla salute, e per questo deve essere presente nelle mense di scuole e ospedali", recita il loro manifesto. Gli agricoltori dunque chiedono un'azione immediata rispetto ai "vergognosi tentativi in atto da parte dei trafficanti": da chi cerca di "strozzare le aziende pagando al Sud il grano sotto trebbiatura 19 centesimi al chilo, mentre la pasta costa minimo 2 euro al chilo e il pane 3 euro, o chi taglieggia i produttori italiani pagandoli sotto i costi di produzione".</p><h2>La battaglia del grano</h2><p>Ecco il secondo assunto che fa acqua, dopo l'accusa infondata all'erbicida. Andiamo con ordine: davvero la pasta italiana è fatta con grano 100 per cento italiano? No. Il grano duro italiano copre solo il 70 per cento circa del totale della pasta prodotta: l'Italia importa dall'estero il 30-40 per cento della materia prima necessaria ai pastifici.&nbsp;Non è una novità né uno scandalo. Da sempre l'Italia non è autosufficiente per il grano duro.&nbsp;E c'è un dato tecnico rilevante: l'83 per cento della materia prima importata ha un contenuto proteico superiore al 13 per cento e viene pagata il 15 per cento circa in più rispetto al grano nazionale. Non è grano scadente importato per risparmiare: è grano comprato per migliorare la qualità tecnica dell'impasto e resistere meglio alle lavorazioni meccaniche.&nbsp;La situazione di autosufficienza sarebbe materialmente impossibile: se l'Italia usasse solo la produzione nazionale, troverebbe la pasta in vendita solo quattro mesi all'anno.&nbsp;Esistono marchi che garantiscono il 100 per cento di grano italiano. Ma quella "normale" che finisce negli scaffali di un supermercato medio non lo è. Dal punto di vista nutrizionale, poi, la distinzione non regge. Le proprietà salutistiche della pasta derivano dal grano duro in quanto tale, non dalla sua provenienza geografica.</p><p>&nbsp;Il prezzo del grano è basso e potenzialmente sotto i costi di produzione: denuncia legittima.&nbsp;<b>Ma paragonarlo al prezzo al consumo della pasta o del pane come se la differenza fosse intascata da "trafficanti" ignora tutti i costi di trasformazione, confezionamento, logistica e distribuzione tra campo e scaffale</b>. Costi di lavorazione che, tra l'altro, si aggiungono al prezzo finale di qualsiasi prodotto, sia esso industriale o artigianale.&nbsp;</p><h2>Scivolare sull'olio&nbsp;</h2><p>Terza fallacia: dopo il grano, l'olio. L'olio extravergine di oliva, pilastro della Dieta Mediterranea, è uno dei casi simbolo del Made in Italy sotto attacco, sostiene l'associazione agricola. E denuncia che nell'ultimo anno il prezzo del prodotto è crollato del 50 per cento, mentre i costi a carico dei produttori nazionali sono aumentati di oltre 200 euro a ettaro, secondo il Centro studi Divulga. "Per capire l'inganno",&nbsp;<a href="https://www.coldiretti.it/economia/migliaia-di-agricoltori-in-piazza-contro-i-trafficanti-di-olio-e-grano" target="_blank">scrive Coldiretti</a>,&nbsp;"basta guardare i numeri. I dati ufficiali della filiera mostrano infatti che l'Italia produce circa 234 milioni di litri di olio extra vergine d'oliva, cifra che peraltro potrebbe essere rivista ulteriormente al ribasso con controlli più stringenti, a fronte di consumi interni pari a 461 milioni di litri, un export di 318 milioni di litri e un import di ben 545 milioni di litri all'anno. I conti non tornano", sottolinea Coldiretti, "perché c'è chi trucca l'origine ingannando cittadini e agricoltori nascondendosi anche dietro l'ultima trasformazione sostanziale del codice doganale, che va cancellata per tutti gli alimenti".&nbsp;</p><p>Partiamo dall'ultima affermazione. Il codice doganale Ue stabilisce che un prodotto è "originario" del paese dove ha subito la sua ultima trasformazione sostanziale. Per le merci industriali ha senso, per il cibo crea un problema: l'origine deve seguire la materia prima agricola, non l'ultimo passaggio in stabilimento. Per l'olio extravergine al dettaglio, però, una norma settoriale più stringente già esiste: il Regolamento Ue 2022/2104 impone di indicare in etichetta sia il paese di raccolta delle olive sia quello di molitura. Il problema segnalato da Coldiretti riguarda semmai gli altri olii, i flussi commerciali B2B e tutti quegli alimenti — mozzarella, sughi, ortofrutta trasformata — per cui una protezione analoga non c'è.</p><p>Coldiretti cita poi 234 milioni di litri di produzione italiana, 461 di consumi interni, 318 di export e 545 di import, concludendo che "i conti non tornano". Prima nota. I numeri di produzione sono nell'ordine di grandezza giusto. Ma non sono aggiornati: secondo Ismea (l'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), la&nbsp;<a href="https://www.ismea.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/13382" target="_blank">produzione 2024</a>&nbsp;è stata di 248 mila tonnellate, in calo del 24 per cento rispetto all'anno precedente. Coldiretti lavora probabilmente su dati di una campagna precedente.&nbsp;Ma il vero punto è un altro. L'Italia è secondo produttore mondiale, secondo esportatore e primo consumatore, con 8,2 litri a testa all'anno.<b> Che importi più di quanto produca non vuol dire per forza che dietro ci sia una "frode"</b>. L'import copre sia i consumi sia la lavorazione/riesportazione.&nbsp; L'Italia acquista olio grezzo (soprattutto spagnolo, tunisino, greco), lo raffina o miscela, e lo esporta con marchio commerciale italiano. Tutto consentito dal&nbsp;Regolamento delegato europeo 2022/2104, secondo cui&nbsp;se il luogo di raccolta delle olive è diverso da quello di estrazione dell’olio, l'informazione deve essere indicata sugli imballaggi per non indurre in errore il consumatore e non confondere il mercato. In definitiva, <b>sommando l'olio prodotto (248 tonnellate, non 234) e quello importato e confrontando questo risultato con la somma di olio evo consumato internamente ed esportato, i conti tornano eccome</b>.</p><p>Il tutto avviene in un contesto nel quale ci si mette la natura stessa a stressare le colture.&nbsp;<b>Il batterio killer della Xylella fastidiosa e i cambiamenti climatici</b> "hanno bruciato quest’anno un potenziale pari al 30 per cento della produzione nazionale di olio crollata a circa 208 milioni di chili nella stagione 2022/2023 contro i 329 milioni di chili della stagione precedente", dice la stessa&nbsp;<a href="https://www.un-industria.it/notizia/116661/coldiretti-tra-batterio-xylella-e-clima-questanno/" target="_blank">Coldiretti</a>. Nel 2024 la siccità e il caldo record nelle principali regioni produttrici come Puglia e Sicilia hanno fatto crollare la produzione del 32 per cento rispetto all'anno precedente, attestandosi intorno alle&nbsp;<a href="https://www.ismeamercati.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/13251" target="_blank">224 mila tonnellate</a>.Ecco dunque che, anche qui come nel caso del grano, l'autosufficienza è una chimera. E l'import una necessità.</p><p>Messo in fila tutto, gli agricoltori in giallo spingono per "controlli a tappeto" per verificare il rispetto delle leggi sull'origine. Per "fermare i trafficanti speculatori" bisognerebbe rendere effettivo il divieto di vendita sotto il costo di produzione, e oltre al divieto di importazione del grano al glifosato si chiedono "subito 40 milioni per abbattere le spese dei produttori in contratti di filiera".&nbsp;</p><p>Nonostante la mobilitazione però, chi è in piazza è abbastanza scettico. "Un delegato è stato sentito dal ministero. Ma non abbiamo grandi speranze", dice al Foglio un agricoltore. "Il governo ci aiuta e non ci aiuta. Gli industriali comprano grano a basso prezzo e non sicuro, è una concorrenza sleale. E a soffrirne siamo sempre noi piccoli che facciamo tutto in sicurezza". L'unica stella polare, sempre lì fissa in cielo, è l'astio verso Bruxelles.<b> "Questa Europa non ci piace. Soprattutto dopo il Mercosur"</b>.</p>]]></description>
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				<title>Quando camminare lentamente è una strategia di sicurezza</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Camminare sembra un atto semplice perché lo impariamo presto e lo ripetiamo per tutta la vita senza pensarci. In realtà è una delle operazioni motorie più raffinate che il corpo umano compia ogni giorno. A ogni passo bisogna spostare il peso in avanti, controllare l’appoggio del piede, impedire al corpo di cadere, produrre una spinta sufficiente per avanzare e correggere in tempo reale piccole instabilità del terreno, della postura e della direzione. <b>Il passo normale nasce da un equilibrio continuo fra propulsione e controllo</b>. Quando questo equilibrio cambia, cambia anche il modo di camminare. Con l’età, la spiegazione più immediata dei cambiamenti nel modo di camminare chiama in causa il deperimento generale: meno muscolo, meno forza, meno resistenza, articolazioni più rigide, riflessi più lenti. Tutti questi fattori contano. Una persona anziana può avere minore massa muscolare, tendini meno elastici, vista e sensibilità propriocettiva ridotte, tempi di risposta più lunghi. Una nuova&nbsp;<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0966636226001128" target="_blank">ricerca</a>&nbsp;australiana, condotta da Cody Lindsay, Ceridwen Radcliffe e Maarten Immink e pubblicata su Gait &amp; Posture, sposta però l’attenzione su un livello più preciso: il passo dell’anziano cambia anche perché il sistema nervoso riorganizza il controllo del movimento privilegiando la stabilità. <b>La lentezza diventa quindi il risultato di una scelta biologica implicita: camminare in modo più sicuro costa più energia e produce meno avanzamento</b>.</p><p>La ricerca si concentra sulla caviglia, una delle articolazioni più importanti per camminare. La caviglia aiuta a mantenere l’equilibrio quando il piede tocca terra e fornisce la spinta necessaria per avanzare. Due muscoli hanno un ruolo fondamentale: uno aiuta a sollevare il piede e a controllarne l’appoggio, l’altro contribuisce alla spinta che ci fa andare avanti. Da come questi muscoli collaborano dipendono in gran parte stabilità, velocità e fluidità del passo. I ricercatori hanno osservato 107 adulti sani, tra i 26 e gli 86 anni, mentre camminavano normalmente su una superficie piana. Grazie a strumenti che registrano i movimenti del corpo, le forze esercitate sul terreno e l’attività dei muscoli, hanno potuto capire meglio come cambia il modo di camminare con l’età. In particolare, hanno studiato come lavora la caviglia e come varia la collaborazione tra i principali muscoli coinvolti nel passo.</p><p>Il risultato più interessante riguarda il modo in cui questi muscoli lavorano insieme. Con l’avanzare dell’età tendono ad attivarsi contemporaneamente più spesso, soprattutto nelle prime fasi dell’appoggio del piede. Questo rende la caviglia più rigida e stabile quando deve sostenere il peso del corpo. <b>È una sorta di strategia di sicurezza: il corpo privilegia il controllo e l’equilibrio, ma in cambio perde parte dell’efficienza e della spinta che rendono il cammino più rapido e naturale</b>. La stessa tendenza emerge anche osservando il modo complessivo di camminare. Con l’avanzare dell’età, la caviglia tende a contribuire meno alla spinta che porta il corpo in avanti. Il risultato è un passo spesso più corto e una velocità di cammino più bassa. Alcuni muscoli della gamba possono anche lavorare di più, ma una parte maggiore di questo sforzo viene utilizzata per mantenere equilibrio e controllo invece che per avanzare. In altre parole, il corpo investe più energie nella stabilità e meno nella propulsione.</p><p>Questo aiuta a capire perché molte persone anziane si stancano camminando, <b>anche quando riescono ancora a produrre forza in esercizi semplici</b>. La fatica nasce anche da un peggior rapporto tra attività muscolare e movimento prodotto. Un sistema motorio che irrigidisce le articolazioni per sentirsi più stabile consuma energia in controllo posturale. La camminata diventa prudente, breve, poco elastica. L’aumento della stabilità immediata può inoltre ridurre la capacità di reagire a un inciampo o a uno scivolamento, perché un’articolazione troppo rigida assorbe e corregge peggio le perturbazioni rapide.<b> Il rischio di caduta deriva quindi da una combinazione delicata: il corpo cerca sicurezza, ma alcune soluzioni adottate per ottenerla restringono il margine di recupero</b>.</p><p>La parte più interessante dello studio riguarda ciò che si può fare nella pratica. Per molti anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sul rafforzamento dei muscoli delle gambe, un aspetto che resta importante ma che da solo potrebbe non bastare. I risultati suggeriscono infatti che, con l’avanzare dell’età, conta molto anche il modo in cui il corpo coordina i movimenti e mantiene l’equilibrio durante il cammino. <b>Per questo possono essere utili attività che allenano non solo la forza, ma anche il controllo del movimento e la stabilità.</b> Esercizi di equilibrio, tai chi, percorsi di cammino su superfici diverse o programmi specifici per migliorare il passo aiutano il corpo a usare meglio le informazioni provenienti da piedi e caviglie e a muoversi con maggiore sicurezza. L’obiettivo non è far tornare una persona anziana a camminare come quando era giovane, ma aiutarla a mantenere un’andatura più stabile, efficiente e sicura, riducendo il rischio di cadute e migliorando l’autonomia nella vita quotidiana.</p><p><b>Lo studio presenta alcuni limiti.</b> Ha coinvolto adulti sani che camminavano su terreno piano alla propria velocità abituale, quindi i risultati non possono essere estesi automaticamente a tutte le condizioni cliniche o ambientali. Mostra associazioni tra età, attività muscolare e meccanica del passo, ma non dimostra da solo rapporti causali. Tuttavia aggiunge un elemento utile alla comprensione dell’invecchiamento motorio: il rallentamento della camminata non sembra dipendere esclusivamente da una perdita di capacità fisiche, ma anche da una diversa organizzazione del controllo neuromuscolare. <b>In altre parole, parte dei cambiamenti osservati potrebbe rappresentare una strategia adattativa con cui il sistema nervoso cerca di ridurre l’instabilità durante il movimento.</b> Questo aiuta a interpretare il passo dell’anziano non come un semplice segno di declino, ma come il risultato di un compromesso tra esigenze diverse: avanzare in modo efficiente e mantenere l’equilibrio. Lo studio della biomeccanica dell’invecchiamento assume quindi un’importanza crescente in una popolazione che, nei Paesi industrializzati, sta progressivamente invecchiando. I risultati suggeriscono anche la necessità di considerare l’età avanzata come una condizione fisiologica con caratteristiche proprie, piuttosto che come una semplice estensione dell’età adulta. Comprendere come cambiano movimento, controllo neuromuscolare e strategie motorie nelle diverse fasce di età può richiedere approcci specifici e dati raccolti direttamente nelle popolazioni di interesse, evitando di trasferire automaticamente agli anziani conclusioni ottenute in soggetti più giovani.</p>]]></description>
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				<title>Parmitano sarà il pilota di Artemis III: anche la Nasa ha bisogno di noi</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 20:04:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Anche Donald Trump ha bisogno dell’Europa per andare sulla Luna. In questo caso, in particolare, dell’Italia. Come pilota, ci sarà infatti&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/06/09/news/luca-parmitano-torna-nello-spazio-la-missione-artemis-iii-da-il-via-alla-nuova-corsa-alla-luna--400317" target="_blank">anche l’italiano Luca Parmitano tra i quattro membri dell’equipaggio della Artemis III</a>, assieme agli statunitensi Randolph Bresnik, Frank Rubio e Andre Douglas. Nato a Paternò, in Sicilia, nel 1976, e colonnello dell’Aeronautica (mentre i suoi tre compagni di viaggio provengono rispettivamente da Marine, Esercito e Guardia costiera), Parmitano rappresenta l’Agenzia spaziale europea (Esa), che fornirà inoltre il suo terzo European service module (Esm-3) per questo volo di prova con equipaggio. <b>Il modulo europeo sarà fondamentale per l’obiettivo della missione: testare le capacità di rendez-vous e attracco (docking) in vista delle future missioni di allunaggio del programma Artemis.</b></p><p><b></b>“L’incarico di pilota affidato all’astronauta dell’Esa Luca Parmitano riflette la profondità delle competenze europee nel volo spaziale umano e si basa sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di alta pressione”, ha fatto sapere il direttore generale dell’agenzia europea <b>Josef Aschbacher.</b> “La notizia arrivata oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna e un significativo passo avanti nella nostra partnership con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio”.  Parmitano ha già trascorso 366 giorni nello spazio in due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, e da quando è tornato sulla Terra ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa allo Johnson Space Center della Nasa a Houston. <b>Il volo su Artemis III è un riconoscimento anche all’Italia: il biglietto per entrare nel consorzio a guida Nasa, durante la prima Amministrazione Trump, fu subordinato all’uscita dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana, da una collaborazione con la stazione spaziale orbitante cinese. </b>Ed è una dimostrazione del fatto che il campo largo occidentale della conquista spaziale, cioè stare dalla parte giusta, alla fine paga.</p>]]></description>
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				<title>Luca Parmitano torna nello spazio. La missione Artemis III dà il via alla nuova corsa alla Luna</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 19:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Prima si è scusato per l'emozione, poi ha ringraziato "tutti coloro che mi hanno permesso di arrivare a questo volo". Sono state queste le prime parole dell'astronauta dell'Agenzia spaziale europea&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/preghiera/2019/08/20/news/astroluca-nel-senso-di-astronauta-o-di-astrologo--188323" target="_blank">Luca Parmitano</a>, subito dopo che la Nasa ha annunciato la sua fra i quattro membri dell'equipaggio della missione Artemis III, <b>destinata ad aprire la via al ritorno di esseri umani sul suolo lunare</b>. La missione, in cui l'astronauta avrà il ruolo di pilota, è prevista nella seconda metà del 2027, ma <b>non sarà diretta alla Luna</b>: è stata infatti progettata dopo la revisione del programma Artemis da parte della Nasa per sperimentare nell'orbita terrestre le tecnologie di rendezvous e di attracco fra la capsula Orion, sulla quale voleranno gli astronauti, e uno o due veicoli costruiti da aziende private per posarsi sul suolo lunare.</p><p>"La mia base di lancio – ha detto Parmitano, AstroLuca per i più – è stata il mio paese, l'Italia, che mi ha dato l'istruzione necessaria per arrivare a questa missione. L'Esa è stata la torre di lancio, che mi ha permesso di costruire relazioni e di esprimere tutto il mio potenziale. La Nasa è stato il razzo, che ringrazio per avermi permesso di far parte di questo incredibile equipaggio", ha aggiunto.&nbsp;"Con Luca Parmitano l'Italia protagonista nella nuova corsa alla Luna", ha dichiarato&nbsp;Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy (e Autorità delegata allo Spazio). "Questa scelta - ha aggiunto - è motivo di orgoglio per tutta la nostra Nazione e conferma il ruolo di primo piano che l'Italia avrà nella nuova sfida scientifica, tecnologica e industriale legata al ritorno dell'uomo sulla Luna con la prospettiva di una presenza stabile e duratura".</p><h2>Chi è Luca Parmitano: da Paternò alla dj session in orbita</h2><p>Parmitano sarà l'unico astronauta europeo sulla missione, oltre che uno dei membri con più esperienza, viste le due missioni spaziali già all'attivo. Nato a Paternò (anche se considera Catania la sua città natale) il 27 settembre 1976, ha trascorso 366 giorni non-cumulativi nello spazio, oltre ad aver effettuato sei 'passeggiate spaziali' nella sua carriera, per un totale di 33 ore e 9 minuti. Nel febbraio 2011, Parmitano è stato assegnato come ingegnere di volo alla prima missione di lunga durata dell'Agenzia spaziale italiana (Asi) sulla Stazione spaziale internazionale. Poi è partito a bordo di un lanciatore Soyuz il 28 maggio 2013 dal cosmodromo di Baikonour, Kazakistan. Mentre durante la missione Volare, ha trascorso 166 giorni nello spazio portando avanti oltre 20 esperimenti e prendendo parte a due attività extra veicolari e all'attracco di quattro navette.</p><p>Nel 2019 è partito per la sua seconda missione sulla Stazione spaziale internazionale con la navetta russa Soyuz MS-13. Era il 20 luglio, cinquant'anni dopo il primo sbarco dell'uomo sulla luna, per poi rientrare sulla Terra il 6 febbraio 2020. Durante la sua missione di 201 giorni l'astronauta ha assunto il ruolo di Comandante della Stazione Spaziale per la Spedizione 61 – diventando il terzo europeo e il primo italiano in assoluto al comando della Stazione spaziale internazionale.</p><p>In totale, Parmitano ha effettuato quattro uscite extra veicolari totalizzando 25 ore e 30 minuti. Durante la missione Beyond, Luca ha dato supporto a oltre 50 esperimenti europei e 200 esperimenti internazionali nello spazio. Fra razzi e passeggiate spaziali, Astroluca <b>ha avuto il tempo di prendere parte alla prima 'dj session' in diretta dall'orbita terrestre</b>, inviare un importante messaggio ai leader mondiali durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico COP25 e parlare con i Premi Nobel di esopianeti e di chimica delle batterie.&nbsp;</p><h2>Cos'è la missione Artemis III</h2><p><b>Si tratta di una delle missioni chiave del programma spaziale che punta a riportare l'uomo verso la Luna</b>. Oltre alla Nasa, sono coinvolti anche altri attori:&nbsp;<b>Blue Origin</b> sta sviluppando una versione lunare con equipaggio del suo lander Blue Moon, mentre <b>SpaceX</b> sta sviluppando una versione lunare con equipaggio della sua Starship: entrambi prototipi per Artemis III. La Nasa sta supportando attivamente entrambi i fornitori di lander durante le fasi di progettazione, sviluppo, collaudo e valutazione, condividendo anche le competenze e le capacità acquisite dalle missioni precedenti. <b>Le operazioni previste per Artemis III consentiranno di aumentare la frequenza delle missioni, incrementare la produzione e migliorare la catena di approvvigionamento per il programma</b>.</p><p>La missione è prevista per metà 2027, durerà circa due settimane e – va ribaditgo – non porterà nessuno sulla Luna. Nel piano originale doveva essere il primo allunaggio dopo cinquant'anni, ma Artemis III è stata ridisegnata. L'equipaggio resterà in orbita terrestre bassa, a circa 460 chilometri di quota, per testare le manovre di <i>rendezvous</i> e attracco tra la capsula Orion e i lander commerciali di Blue Origin e SpaceX. Dati utili per Artemis IV, quella che – se tutto fila lisci– porterà gli astronauti al polo sud lunare entro fine 2028.</p><p>È una missione di preparazione, dunque. Non meno importante: senza quei test il programma non va avanti. Ma chiamarla "corsa alla Luna" è già un'approssimazione.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/06/08/news/lai-dimostra-un-teorema-ma-e-il-matematico-a-spiegare-perche-funziona--400214</link>
				<title>L&#039;AI dimostra un teorema. Ma è il matematico a spiegare perché funziona</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 15:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>In un preprint depositato su arXiv&nbsp;<a href="https://arxiv.org/abs/2606.03300" target="_blank">da Giorgio Parisi e Francesco Zamponi</a>,&nbsp;l’uso del modello linguistico generativo di Anthropic,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/claude_40241" target="_blank">Claude</a>, <b>entra direttamente nella costruzione di una prova matematica.</b> Il problema riguarda il jamming, cioè la transizione attraverso cui un sistema disordinato di sfere acquista rigidità meccanica quando la densità supera una soglia critica. In questo modello teorico compaiono tre numeri, chiamati esponenti critici e indicati con (a), (b) e (c), che descrivono come il sistema si comporta vicino alla transizione. Una relazione fra questi esponenti era già stata dimostrata analiticamente; l’identità (a+b=1) era stata osservata numericamente con precisione arbitraria, cioè compariva sempre nei calcoli al computer, ma nessuno era ancora riuscito a dimostrare perché dovesse essere vera a partire dalle equazioni del modello. Parisi e Zamponi scrivono di aver ottenuto quella prova attraverso un’interazione con Claude, nelle versioni Sonnet 4.6 e Opus 4.7, dopo una fase in cui il modello era stato guidato nello studio numerico delle equazioni e nella produzione di codice C++ per verificarne la soluzione ad alta precisione. Gli autori dichiarano di aver controllato la derivazione, corretto alcune inconsistenze iniziali, rifinito il testo matematico e depositato la conversazione completa in un archivio Zenodo.</p><p><b>A questo punto, una domanda sorge spontanea: perché un LLM riesce a trovare nuove soluzioni matematiche? La risposta nasce dalla natura stessa di questi sistemi.</b> Un LLM è un modello del linguaggio: riceve una sequenza di simboli e produce una prosecuzione probabile, selezionata in base alle regolarità apprese durante l’addestramento. Nel linguaggio comune questa capacità genera frasi plausibili, argomenti, racconti, spiegazioni. Nel linguaggio matematico genera oggetti di natura diversa: trasformazioni simboliche, passaggi dimostrativi, analogie tecniche, scelte di funzioni test, cambi di variabile, identità candidate, lemmi intermedi. La matematica è un linguaggio molto particolare, perché ammette gradi crescenti di controllo sulle proprie proposizioni. <b>Una frase matematica può essere formulata in modo informale, poi resa tecnica, poi formalizzata, poi verificata riga per riga dentro un sistema di regole esplicite. Questo rende gli LLM sorprendentemente adatti alla fase esplorativa della matematica.</b> Il modello non deve possedere una percezione del mondo esterno, né misurare un fenomeno, né verificare empiricamente una previsione. Deve manipolare proposizioni entro un contesto simbolico già altamente strutturato. Durante l’addestramento ha incontrato milioni di esempi di ragionamento matematico: da questa massa di esempi estrae regolarità probabilistiche per sviluppare proposizioni conseguenti a quelle che gli vengono fornite nei prompt. Quando gli viene presentato un problema nuovo ma strutturalmente vicino a famiglie di problemi già presenti nel linguaggio matematico, quindi, può produrre una mossa plausibile che nessuno aveva ancora provato in quel contesto.</p><p><b>La forza dell’LLM sta quindi nella generazione guidata di proposizioni sotto vincoli.</b> Il vincolo iniziale è dato dal prompt, dalle definizioni, dalle equazioni, dagli obiettivi dichiarati. Il vincolo successivo è dato dalla coerenza interna dei passaggi. Il vincolo più forte arriva quando la proposizione viene tradotta in un linguaggio formale e sottoposta a verifica meccanica. In questo senso, la matematica offre agli LLM un ambiente privilegiato: il loro prodotto naturale, cioè il linguaggio, può essere progressivamente irrigidito fino a diventare prova. La stessa sequenza che in un discorso ordinario resterebbe soltanto plausibile può essere trasformata, se corretta, in una derivazione controllabile. Il caso Parisi-Zamponi si colloca precisamente all’incrocio fra esplorazione linguistica e verifica matematica. Claude non ha dovuto inventare dal nulla un nuovo universo concettuale. <b>Ha lavorato su equazioni già date, su un’identità attesa, su vincoli numerici forti, su una struttura teorica molto definita. In un contesto simile, la ricerca matematica assomiglia in parte a un’esplorazione di mosse simboliche possibili: quale funzione test usare, quale quantità derivare, quale termine integrare, dove cercare una cancellazione, come trasformare un’osservazione numerica in una conseguenza analitica.</b> Un LLM è efficace proprio perché può generare molte traiettorie linguistiche dentro questo spazio, selezionando quelle che assomigliano a dimostrazioni riuscite nella letteratura matematica. La differenza rispetto a un motore puramente simbolico è importante. Un sistema basato solo su regole procede con trasformazioni formalmente ammesse, ma può perdersi in uno spazio enorme di possibilità. Un LLM non parte dalla regola astratta applicata in modo cieco; parte da una storia statistica di usi riusciti del linguaggio matematico. Questo gli permette di proporre passaggi che hanno un profilo riconoscibile per un matematico: “qui si potrebbe scegliere questa funzione test”, “qui conviene integrare per parti”, “questa cancellazione sembra naturale”, “questa identità ausiliaria potrebbe chiudere l’argomento”. La proposta resta fallibile. La sua utilità nasce dal fatto che restringe lo spazio della ricerca, offrendo candidati che hanno una forma matematica plausibile.</p><p>A questo punto entra la verifica. Un LLM, preso da solo, non è un garante di verità matematica – come non è un garante di nessuna verità, perché non ha modo di misurarla. Può produrre una catena di passaggi falsa con una superficie perfettamente convincente. <b>Però la matematica dispone di un criterio interno di controllo: una dimostrazione, una volta formulata, può essere esaminata come sequenza di trasformazioni ammesse. Qui l’accoppiamento fra LLM e verifica diventa decisivo.</b> Il modello genera proposizioni; il controllo matematico elimina quelle scorrette; la formalizzazione può stringere ulteriormente il vaglio. Per questo un LLM può contribuire alla scoperta matematica senza essere, da solo, un’autorità epistemica. La sua funzione primaria è esplorativa; la verità del risultato nasce quando l’esplorazione viene ricondotta alle regole della dimostrazione. La posizione di <b>Tanya Klowden</b>, ricercatrice che lavora sui sistemi di formalizzazione matematica e sull’interazione fra intelligenza artificiale e proof assistant, e di <b>Terence Tao</b>, uno dei matematici più influenti della sua generazione e medaglia Fields nel 2006,&nbsp;<a href="https://arxiv.org/html/2603.26524v1" target="_blank">rafforza questa lettura</a>.&nbsp; La matematica moderna possiede, almeno in linea di principio, uno standard oggettivo di prova: ogni argomento può essere espanso fino a diventare una sequenza controllabile di applicazioni di assiomi e regole logiche. La pratica ordinaria dei matematici, tuttavia, resta semi-formale. Le prove pubblicate contengono convenzioni, passaggi affidati alla competenza del lettore, routine tecniche, analogie con argomenti noti, valutazioni di plausibilità e controlli esperti sulla struttura complessiva dell’argomento. Gli LLM lavorano proprio in questa fascia intermedia fra il linguaggio informale della matematica umana e la formalizzazione completa.</p><p>Una volta chiarito perché un LLM può contribuire alla scoperta matematica, emerge una seconda domanda: fino a che punto questi sistemi possono operare senza intervento umano? <b>Se gli LLM sono efficaci perché generano linguaggio matematico plausibile, e se la matematica consente di trasformare quel linguaggio in derivazioni sempre più vincolate, allora un sistema che combini LLM, motore di ricerca, librerie formali e proof assistant automatico può procedere in molti casi senza intervento umano nella verifica locale.</b> Il punto decisivo è il perimetro di questa autonomia. La verifica locale può essere automatizzata perché controlla una relazione definita: da certe premesse formalizzate segue un certo enunciato formalizzato. Il proof assistant non deve sapere perché quel teorema interessi, quale problema abbia motivato quelle definizioni, quale versione della congettura sia davvero significativa, quale formulazione conservi il contenuto concettuale originario. Stabilisce che una derivazione è valida dentro il sistema dato. Questo è moltissimo, ma non coincide con l’intera pratica matematica. Tao e Klowden insistono proprio su questo scarto. La formalizzazione controlla ciò che è stato scritto nel sistema, non il passaggio che porta dal problema informale alla sua codifica. Ed è proprio questo passaggio a essere spesso decisivo: <b>prima ancora di dimostrare qualcosa, bisogna scegliere il formalismo adeguato, cioè costruire un modello concettuale capace di rappresentare ciò che si intende realmente studiare.</b> Anche un enunciato apparentemente elementare può cambiare significato in base a convenzioni tacite, definizioni implicite o scelte di rappresentazione diverse. Una dimostrazione meccanicamente accettata può quindi riguardare una versione diversa, più debole, più forte, più artificiale o semplicemente meno pertinente della domanda iniziale. La prova formale elimina l’ambiguità all’interno del linguaggio scelto; resta però da stabilire se quel linguaggio, con le sue definizioni e i suoi oggetti, costituisca davvero il modello appropriato del problema che si voleva comprendere.</p><p>Qui si separano tre livelli che il dibattito tende spesso a sovrapporre. <b>Il primo è la correttezza:</b> un enunciato segue oppure non segue da certe premesse secondo certe regole. <b>Il secondo è la comprensione:</b> non basta sapere che la prova funziona; bisogna anche capire perché il risultato è vero, quali idee lo rendono possibile e quale struttura matematica mette in luce. Una prova può quindi essere corretta senza essere particolarmente illuminante. <b>Il terzo è il valore: </b>il risultato apre un campo, chiarisce un fenomeno, unifica casi diversi, produce nuove domande, oppure resta una soluzione locale di scarso significato. Un LLM, collegato a verificatori formali, può avanzare molto nel primo livello. Può contribuire al secondo suggerendo analogie, strategie e spiegazioni, ma senza garanzia autonoma. Sul terzo livello il giudizio resta legato alla posizione del risultato nel paesaggio della disciplina. Questa distinzione permette di evitare due equivoci. Da un lato, la matematica prodotta con l’aiuto di un LLM non è epistemicamente inferiore per il solo fatto di essere stata trovata da una macchina. Se la dimostrazione è corretta, è matematica corretta. Dall’altro lato, una prova corretta non basta a esaurire ciò che i matematici cercano in una dimostrazione. Una prova può essere valida e opaca, valida e fragile, valida e poco istruttiva, valida e formulata in modo tale da nascondere la struttura che rende il risultato interessante. Tao e Klowden parlano, in questo senso, del rischio di prove prive di “odore” matematico: argomenti accettabili sul piano formale, ma poveri di contenuto esplicativo.</p><p><b>Il futuro più probabile non è la sostituzione semplice del matematico con un generatore automatico di teoremi. È una redistribuzione del lavoro.</b> Le parti deduttive più verificabili potranno essere affidate sempre più spesso a sistemi automatici. Passaggi oggi liquidati con formule come “per argomenti standard” potranno essere espansi da software capaci di generare e controllare derivazioni. La ricerca di lemmi intermedi potrà diventare più rapida. L’esplorazione di casi e varianti potrà essere moltiplicata. <b>Il lavoro umano tenderà a concentrarsi maggiormente sulla scelta dei problemi, sulla costruzione delle definizioni, sulla formulazione delle congetture, sulla valutazione della pertinenza e sulla ricerca di spiegazioni che rendano la prova parte di una teoria comprensibile.</b> Dentro questa cornice, il caso Parisi-Zamponi rappresenta un esempio particolarmente istruttivo dell’interazione fra un modello linguistico e una disciplina fondata su proposizioni vincolate. Il modello ha potuto muoversi perché il problema era già strutturato: equazioni note, identità attesa, verifica numerica ad alta precisione, cornice teorica stabile. La scoperta consisteva nel trovare il passaggio analitico mancante. Questo tipo di lacuna è particolarmente adatto a un sistema capace di generare molte mosse matematiche plausibili e di far emergere, tra esse, una traiettoria che un esperto può controllare. Un documento recentemente sottoscritto da matematici e studiosi dell’AI,&nbsp;<a href="https://www.universiteitleiden.nl/en/news/2026/06/leiden-declaration-warns-ai-is-challenging-the-core-values-of-mathematics" target="_blank">noto come dichiarazione di Leiden</a>,&nbsp; introduce un piano diverso. Il suo bersaglio principale non è la possibilità che l’AI produca matematica corretta. <b>La dichiarazione riguarda le condizioni sociali e istituzionali della matematica nell’epoca dell’AI: rigore, attribuzione, trasparenza, responsabilità, accesso agli strumenti, autonomia della ricerca, controllo pubblico delle infrastrutture. </b>Gli autori richiamano rischi concreti: risultati inaffidabili presentati con eccessiva sicurezza, difficoltà di revisione, debito verso la letteratura incorporata nei modelli senza attribuzione adeguata, dipendenza da piattaforme proprietarie, diseguaglianze di accesso, comunicazione industriale aggressiva, deformazione delle agende di ricerca.</p><p>Questi problemi non rispondono alla domanda epistemica iniziale. Una dimostrazione assistita da AI può essere corretta se viene ricondotta a una derivazione verificabile. Il fatto che un modello sia proprietario, che il training set sia opaco o che un’azienda promuova i propri risultati in modo enfatico non rende falsa una prova valida. Allo stesso tempo, la correttezza di una singola prova non risolve i problemi posti da Leiden. Una comunità può produrre risultati veri e, nello stesso tempo, diventare dipendente da infrastrutture private, perdere trasparenza, attribuire male il lavoro intellettuale, lasciare che gli incentivi commerciali orientino le domande ritenute importanti. La confusione nasce quando i due piani vengono usati l’uno contro l’altro. <b>L’efficacia tecnica degli LLM nella matematica non cancella le questioni di potere, accesso e attribuzione. Le questioni di potere, accesso e attribuzione non cancellano il fatto che un sistema automatico possa contribuire a una prova vera. </b>Tao e Klowden aiutano a capire come l’AI possa entrare legittimamente nel lavoro matematico: generazione di candidati, formalizzazione, verifica, aumento della capacità esplorativa. Leiden richiama le condizioni necessarie perché quell’ingresso non danneggi la disciplina come pratica collettiva: trasparenza, responsabilità umana, attribuzione, standard di revisione, infrastrutture pubbliche, controllo degli incentivi industriali. Da questo punto di vista, il lavoro di Parisi e Zamponi costituisce un esempio particolarmente vicino allo spirito della dichiarazione: gli autori non si sono limitati a presentare il risultato finale, ma hanno reso disponibile l’intera interazione con Claude, inclusi i prompt, le risposte del modello, i tentativi intermedi, gli errori corretti e il percorso che ha portato alla dimostrazione. <b>In questo modo il contributo dell’AI non viene nascosto né mitizzato, ma documentato in modo verificabile, consentendo alla comunità di valutare sia la correttezza del risultato sia il ruolo effettivamente svolto dal sistema automatico nel processo di scoperta.</b></p><p>Una conseguenza interessante di questa trasformazione è che la matematica potrebbe diventare il laboratorio privilegiato per capire che cosa significhi davvero collaborare con sistemi artificiali. In poche altre discipline è possibile separare con tanta chiarezza la generazione di idee dalla loro validazione. Questo permette di osservare in modo relativamente controllato quali aspetti della ricerca possono essere delegati a strumenti automatici e quali continuano a dipendere dal giudizio umano. <b>Questa trasformazione offre anche l’opportunità di chiarire che cosa consideriamo essenziale nell’attività scientifica: la capacità di trovare risultati, quella di spiegarli, quella di collegarli a problemi più ampi o quella di decidere quali domande meritano di essere poste.</b> La matematica, proprio perché dispone di criteri di verifica particolarmente rigorosi, offre oggi uno dei contesti migliori per affrontare queste domande senza confondere il successo operativo di un sistema con la comprensione del significato dei risultati che produce.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Creare ex novo la vita a partire dalla chimica</title>
				<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>La creazione ex novo della vita dalla chimica può in linea di principio essere affrontata senza trasformare il laboratorio in una replica della Terra primitiva. Una cosa è ricostruire la storia naturale dell’origine della vita, cercando di capire quali ambienti, quali molecole, quali fonti di energia e quali passaggi abbiano effettivamente condotto, sul nostro pianeta, dai sistemi chimici prebiotici ai primi sistemi viventi. <b>Un’altra cosa è chiedersi se oggi sia possibile costruire, con strumenti tecnici disponibili, un sistema chimico capace di acquisire alcune proprietà fondamentali della vita: </b>un confine fisico, una informazione interna, la produzione di componenti, una certa capacità di variare e un modo per trasmettere almeno parte della propria organizzazione. Questo secondo problema ha una natura diversa. La via storica seguita dalla vita terrestre resta una guida, perché indica quali funzioni generali devono comparire prima o poi: compartimentazione, metabolismo, informazione, eredità, riproduzione, variazione. Tuttavia non impone al laboratorio di ripercorrere gli stessi passaggi. <b>Un sistema artificiale può essere costruito utilizzando strumenti e materiali sviluppati dalla biologia e dalla chimica contemporanee, in condizioni altamente controllate e con possibilità di osservazione e intervento che non hanno alcun equivalente negli ambienti naturali in cui la vita ebbe origine.</b> L’obiettivo, in questa prospettiva, consiste nel raggiungere una forma di organizzazione vivente o protovivente attraverso una procedura tecnica, non nel riprodurre fedelmente la sequenza degli eventi avvenuti miliardi di anni fa.</p><p>Il punto più delicato diventa allora la selezione. Generare molte protocellule artificiali è già possibile: oggi si possono ottenere in grandi quantità goccioline, vescicole, liposomi e altri compartimenti lipidici, ciascuno caratterizzato da una diversa combinazione di componenti molecolari. Dentro questa moltitudine, però, la maggior parte degli oggetti resta biologicamente poco interessante. Alcuni contengono materiale informativo senza riuscire a usarlo. Altri producono molecole, ma senza distribuirle in modo utile. Altri ancora hanno membrane instabili, forme irregolari, contenuti mal bilanciati, dinamiche interne troppo povere. <b>La difficoltà sta nel riconoscere i pochi compartimenti in cui comincia ad apparire una relazione più significativa fra informazione, forma e comportamento.</b> Una selezione ridotta a un solo parametro, come sin qui si è spesso operata, rischia di perdere proprio questi stadi intermedi. Una misura di fluorescenza può rivelare l’abbondanza di una molecola o l’intensità di un segnale, ma fornisce poche informazioni su come i componenti siano distribuiti all’interno del compartimento. Anche la persistenza nel tempo restituisce soltanto un’indicazione generale di stabilità e non permette di riconoscere molte forme di organizzazione ancora precarie. Perfino una cellula molto semplice possiede caratteristiche che sfuggono a questo tipo di lettura: <b>una struttura spaziale definita, membrane con proprietà specifiche, componenti localizzati in modo non casuale e processi che interagiscono tra loro abbastanza a lungo da conservare una certa continuità organizzativa.</b></p><p>Per questo la selezione delle protocellule artificiali richiede criteri più ricchi della semplice misura di una quantità. È utile stabilire se una proteina rimane dispersa nel compartimento oppure si concentra sulla membrana, distinguere una vescicola regolare da una struttura deformata, seguire un segnale che resta stabile o che cambia posizione nel tempo e riconoscere le prime forme di coordinazione interna, anche quando il sistema non è ancora in grado di crescere e competere autonomamente. <b>Molte proprietà cellulari cominciano come configurazioni spaziali e dinamiche prima di diventare vantaggi selettivi evidenti.</b> Un lavoro&nbsp;<a href="https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.aed0860" target="_blank">appena pubblicato</a>&nbsp;su <i>Science Advances&nbsp;</i>mostra perché questa soglia tecnica può essere importante. Gli autori hanno usato piccoli compartimenti lipidici che racchiudono DNA e sistemi molecolari capaci di esprimere proteine. Questi compartimenti vengono osservati uno per uno al microscopio. Quando una vescicola mostra una proprietà desiderata, viene marcata con un segnale luminoso, separata dalle altre e analizzata per risalire all’informazione genetica che conteneva.</p><p><b>Il salto concettuale sta nella possibilità di scegliere protocellule artificiali sulla base di ciò che fanno vedere come piccoli sistemi organizzati.</b> Una vescicola può essere selezionata contemporaneamente perché una proteina raggiunge la membrana, perché la sua morfologia rientra in un certo intervallo, perché un modulo interno mostra una dinamica riconoscibile. Il fenotipo, cioè l’insieme delle proprietà osservabili, viene letto come una struttura complessa e non come un semplice valore su una scala. Dopo la selezione, l’informazione contenuta nel compartimento può essere recuperata, misurata, sequenziata e rimessa in circolo in un nuovo ciclo sperimentale. Da qui cambia la strategia generale. <b>Il laboratorio può preparare molte varianti, osservare quali forme di organizzazione producono, conservare quelle più promettenti e ripartire da esse, senza però limitarsi a selezionare una funzione per volta (il che spesso comporta ottimizzazioni incapaci di progredire oltre la funzione desiderata). </b>Ogni ciclo può alzare la soglia: prima una molecola prodotta, poi una molecola localizzata nel posto giusto, poi una membrana modificata, poi una dinamica interna, poi una coordinazione fra più processi. La costruzione della vita artificiale diventa una ricerca evolutiva guidata, nella quale la progettazione razionale fornisce i materiali iniziali e la selezione esplora combinazioni difficili da prevedere in anticipo.</p><p>Questo è molto diverso da quanto deve essere accaduto nell’origine naturale della vita. <b>Sulla Terra primitiva, i sistemi chimici capaci di persistere e riprodursi venivano favoriti casualmente dalle condizioni ambientali, dalla disponibilità di energia e materiali, dalla stabilità, dalla capacità di generare copie imperfette. In laboratorio, invece, si può introdurre una selezione artificiale più fine.</b> Il ricercatore può conservare invece per scelta intelligente configurazioni ancora incomplete, ma già orientate verso una maggiore cellularità. Può salvare stadi che in un ambiente naturale sarebbero forse troppo deboli per imporsi, ma che contengono un principio di organizzazione utile per il ciclo successivo. La conseguenza è rilevante. La vita artificiale non dipende soltanto dalla disponibilità dei componenti giusti. Dipende anche dalla capacità di riconoscere, dentro una popolazione di abbozzi chimici, quei rari oggetti che appaiono più simili ad un sistema con tutte - non una - le caratteristiche necessarie. <b>Una selezione lenta, grossolana o monodimensionale restringe lo spazio esplorabile.</b> Una selezione capace di leggere forma, posizione e dinamica permette invece di cercare organizzazioni intermedie, ancora parziali, ma più vicine a ciò che rende una cellula diversa da una miscela di molecole.</p><p>Questa prospettiva apre una possibilità che fino a pochi decenni fa apparteneva quasi esclusivamente alla speculazione teorica. La biotecnologia contemporanea modifica organismi già esistenti, riscrive genomi e trasferisce geni da una specie all’altra, ma continua a lavorare all’interno della chimica della vita terrestre. <b>La costruzione di protocellule artificiali punta invece a qualcosa di più radicale: ottenere sistemi viventi o protoviventi che emergano dall’assemblaggio controllato di componenti chimici.</b> L’interesse filosofico della questione è evidente: se questa strada avesse successo, il principio secondo cui ogni vivente deriva da un altro vivente cesserebbe di apparire come un limite necessario e diventerebbe una caratteristica storica della biosfera terrestre. Ma l’aspetto più importante potrebbe essere pratico. Costruire forme di vita nuove significa, almeno in linea di principio, poter esplorare soluzioni biologiche che l’evoluzione naturale non ha mai prodotto: sistemi basati su chimiche diverse, più stabili in condizioni estreme, capaci di usare risorse differenti o di svolgere funzioni oggi impossibili per gli organismi esistenti.</p><p>Applicazioni di questo tipo potrebbero riguardare la produzione di materiali e molecole innovative, processi industriali in ambienti ostili, il risanamento di ecosistemi contaminati o, più avanti, sistemi biologici progettati per operare in contesti extraterrestri. <b>La ricerca sulle protocellule non mira ancora a questi obiettivi, ma ne costruisce alcuni presupposti concettuali e tecnici.</b> Siamo ancora lontani da una vita artificiale autonoma. Tuttavia, strumenti che permettono di selezionare protocellule sulla base della loro organizzazione interna rendono meno astratta l’idea di una biologia non derivata da quella esistente. <b>Se un giorno emergeranno sistemi realmente autonomi da questi processi, la domanda non sarà più soltanto come sia nata la vita sulla Terra, ma quali forme di vita sia possibile progettare – e quali limiti porre.</b></p>]]></description>
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				<title>La pseudoscienza non diventa vera solo perché viene respinta</title>
				<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pochi giorni fa, discutendo con Gilberto Corbellini del nostro libro appena pubblicato, è tornato fuori un argomento ricorrente che merita di essere un po’ approfondito.&nbsp;<b>Nella storia della scienza idee oggi ovvie sono state accolte con resistenza, ironia, diffidenza, talvolta con ostilità aperta, fino al punto che quelle idee sono state inizialmente bollate come pseudoscienza da parte della comunità scientifica.</b> La teoria dei germi, legata ai lavori di Pasteur e poi alla dimostrazione causale più stringente di Koch, dovette attraversare un mondo medico ancora dominato da spiegazioni fondate sui miasmi e su un’idea vaga e ambientale della malattia. Un secolo dopo, Barry Marshall e Robin Warren dovettero imporre contro il paradigma dominante l’idea che molte ulcere peptiche dipendessero da un’infezione cronica da Helicobacter pylori, in un contesto in cui l’ulcera veniva spiegata soprattutto attraverso acidità gastrica, stress, fumo, predisposizione individuale.</p><p>La lezione storica esiste, e sarebbe sciocco ignorarla: <b>la comunità scientifica può essere conservatrice, può difendere troppo a lungo una spiegazione comoda</b>, può impiegare anni per assorbire un fatto che riorganizza un intero campo – così che, come ricordava Gilberto, si potrebbe dire che la scienza avanza a forza di funerali, quando cioè una nuova generazione di scienziati non è più troppo ancorata ad idee passate.&nbsp;</p><p>Da questa constatazione nasce però una delle fallacie più abusate dalle pseudoscienze contemporanee. Chi sostiene terapie prive di plausibilità, di effetto riproducibile e di un programma sperimentale progressivo prende l’esempio di Pasteur, di Semmelweis, di Marshall e Warren, e lo trasforma in una scorciatoia retorica: anche loro furono respinti, dunque il rifiuto della comunità scientifica sarebbe il segno preliminare di una grande verità futura. Il ragionamento funziona solo se si cancella ciò che rese quelle teorie scientifiche anche quando erano minoritarie. <b>Le ipotesi innovative che hanno cambiato la medicina o la scienza in generale hanno accettato il rischio della prova, hanno prodotto previsioni testabili, hanno costretto a formulare esperimenti capaci di smentirle (e non solo di confermarle), hanno generato terapie o procedure diagnostiche con esiti misurabili su base statistica e in cieco.</b> Il destino inizialmente difficile di un’idea appartiene alla sociologia della scienza, mentre il suo valore appartiene all’epistemologia, cioè al modo in cui l’idea si espone ai fatti, si modifica davanti ai risultati, conquista potere esplicativo rispetto alle alternative.</p><p>Il caso di Helicobacter pylori chiarisce bene la differenza. Warren osservò batteri spiraliformi associati alla mucosa gastrica infiammata; Marshall cercò di coltivarli, collegò la loro presenza a gastrite e ulcera, arrivò all’autoesperimento per mostrare che il batterio poteva infettare uno stomaco sano e provocare gastrite, poi la teoria entrò nel terreno decisivo della prova clinica: se l’infezione era causa rilevante della malattia, l’eradicazione antibiotica avrebbe dovuto cambiare la storia naturale dell’ulcera, riducendo le recidive in modo stabile. La nuova ipotesi non si limitò a dire che gli esperti avevano torto e che difendevano lo status quo per interesse.</p><p>Anche la teoria dei germi non avanzò come rivendicazione identitaria di una minoranza incompresa. La sua forza derivò dalla microscopia, dalle colture, dall’inoculazione sperimentale, dalla dimostrazione che un certo microrganismo era associato a una certa malattia e che, in condizioni controllate, poteva riprodurne gli effetti. La teoria modificò pratiche chirurgiche, igiene, profilassi, vaccinazione, allevamento, industria alimentare. Entrò nei laboratori, nei reparti, nei regolamenti sanitari, nei risultati di sopravvivenza. Una spiegazione scientifica nuova si riconosce anche da questo: restringe il campo delle possibilità, rende alcune osservazioni attese e altre imbarazzanti, <b>obbliga chi la propone a dire in anticipo che cosa dovrebbe accadere se fosse vera </b>– soprattutto lo obbliga a dirlo in un modo che non prevede riaggiustamenti confirmatori, a fronte di un fallimento.</p><p>La pseudoscienza usa invece la persecuzione come surrogato della prova. L’argomento del precursore respinto sostituisce una verifica con un classico bias emotivo, associato alla figura dell’eroe. <b>Poiché alcune idee vere furono osteggiate, ogni idea osteggiata pretende un credito anticipato.</b> Il trucco sta nel confondere una condizione accidentale e storica con una proprietà discriminante. Anche molte idee false sono state respinte – anzi sono state respinte molte più idee false che idee vere, da quando abbiamo la scienza moderna. E così sono state respinte idee confuse, sterili e perfino pericolose. La critica iniziale accomuna le ipotesi destinate a diventare scienza, con fantasie destinate a scomparire e con dottrine destinate a sopravvivere solo come credenze identitarie, di valore sociale per una determinata tribù.</p><p>In ogni caso, possiamo persino all’inizio identificare con certezza alcuni tipi di ipotesi e di formulazioni che scienza non sono, e per le quali possiamo senza tema di abuso usare il termine di pseudoscienza.&nbsp;Un primo metro consiste nel chiedere quale osservazione costringerebbe i sostenitori di una teoria ad abbandonarla o a modificarla in modo sostanziale. Una teoria scientifica può essere tenace, può difendere un nucleo concettuale, può discutere i dettagli di un esperimento, ma deve prevedere esiti incompatibili con sé stessa. <b>Se qualunque risultato viene assorbito attraverso spiegazioni ausiliarie, eccezioni personali, condizioni non misurate, energie non definite, errori imputati sempre al protocollo e mai alla teoria, il sistema ha smesso di esporsi alla realtà. </b>Un sostenitore dell’omeopatia non accetterà mai un qualsivoglia numero di risultati sperimentali negativi, e non accetterà nemmeno di stabilire una soglia oltre la quale cambiare eventualmente idea.</p><p>Un secondo criterio riguarda la specificità. Una buona ipotesi scientifica, anche quando nasce incompleta, produce vincoli. Indica un agente, un meccanismo, un bersaglio, una relazione fra dose ed effetto, un tempo d’azione, una popolazione in cui l’effetto dovrebbe comparire con maggiore probabilità. Quando questi vincoli mancano, la teoria conserva libertà totale proprio dove dovrebbe perdere libertà. In medicina questo punto è decisivo, perché un trattamento deve mostrare effetti su endpoint definiti, in condizioni definite, rispetto a controlli adeguati. La variabilità biologica esiste, la medicina personalizzata è reale, le risposte individuali differiscono; tutto questo aumenta la qualità richiesta ai disegni sperimentali, anziché autorizzare racconti immunizzati alla verifica.</p><p>Il terzo criterio è il rapporto con le conoscenze consolidate. La scienza non vieta ipotesi che contraddicono un quadro esistente. Ogni grande avanzamento rompe qualche aspettativa. La rottura però aumenta l’onere della prova. Se una teoria pretende di agire in contrasto con chimica, farmacologia, fisiologia e fisica molecolare, deve portare prove proporzionate alla frattura che introduce. Nel caso dell’omeopatia, per tornare a un esempio classico di pseudoscienza, il punto non riguarda una generica antipatia della medicina accademica verso il nuovo – anzi, con il numero di medici omeopati che ci sono, si direbbe piuttosto il contrario. La dottrina sostiene che una sostanza capace di produrre sintomi in un sano possa curare sintomi simili nel malato e che diluizioni successive, accompagnate da succussione, aumentino l’efficacia anche quando nel preparato non resta più una quantità chimicamente plausibile della sostanza iniziale. Una simile affermazione chiede due livelli di prova:<b> la prova (non solo l’invenzione) di un meccanismo fisico-chimico capace di spiegare come venga conservata e trasmessa un’informazione farmacologica senza molecole</b>, e un effetto clinico robusto, riproducibile, superiore al placebo – cioè che mostri fenomeni non spiegabili con vie ben conosciute capaci di diminuire dolore, ansia e percezione di malattia per effetto placebo. Dopo due secoli, l’omeopatia non ha prodotto né l’uno né l’altro in modo convincente.</p><p>Il quarto metro è la progressività. Una teoria scientifica feconda apre problemi nuovi e ne risolve alcuni vecchi. Genera strumenti, classificazioni, previsioni, misure, revisioni interne. La storia di Helicobacter pylori riorganizzò gastrite, ulcera, recidiva, terapia antibiotica, rischio oncologico, diagnostica. La teoria dei germi produsse una nuova medicina delle cause, dei vettori, delle colture, dell’asepsi, della prevenzione. Le pseudoscienze mostrano un tratto opposto: conservano il vocabolario originario, reinterpretano ogni insuccesso come applicazione imperfetta, cercano legittimazione in studi piccoli, fragili, eterogenei, spesso incompatibili tra loro, e restano dipendenti da conferme marginali mentre ignorano il bilancio complessivo delle prove migliori. <b>Una disciplina scientifica cresce anche attraverso le proprie sconfitte. Una pseudoscienza si organizza per renderle irrilevanti</b>. Nella pseudoscienza, come ho avuto modo di dire, non si procede nemmeno dopo i funerali.</p><p>Pertanto, chi legge può usare alcune domande semplici, più efficaci di molte etichette, per decidere che qualcuno sta raccontando balle oppure per sospendere il giudizio, in caso non si sia un tecnico del settore. Quale risultato farebbe cambiare idea ai sostenitori? La teoria ha previsto qualcosa prima che fosse osservato, oppure ha soltanto reinterpretato dopo ogni risultato disponibile? Ha prodotto misure indipendenti, strumenti diagnostici, trattamenti con endpoint chiari? Ha accettato correzioni sostanziali davanti a prove negative? Spiega più e meglio delle alternative già disponibili? Chiede di sospendere principi solidissimi della chimica o della biologia senza fornire una prova proporzionata? La comunità che la sostiene cerca i dati contrari con la stessa energia con cui esibisce quelli favorevoli?</p><p>Queste domande non garantiscono infallibilità. Nessun criterio meccanico può sostituire il giudizio competente su dati, metodi e contesto. Proteggono però da un abuso ricorrente: trasformare ogni bocciatura scientifica in un certificato di futura grandezza.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La prevenzione cardiovascolare passa dalla correzione del dna</title>
				<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per decenni la prevenzione cardiovascolare ha seguito uno schema relativamente semplice: individuare il colesterolo elevato e abbassarlo con farmaci da assumere per anni. Statine, ezetimibe, anticorpi anti-PCSK9 e altre terapie hanno dimostrato che ridurre il colesterolo LDL riduce il rischio cardiovascolare, ma il loro effetto dipende da una condizione pratica inevitabile: continuare a prenderli. I risultati iniziali pubblicati&nbsp;sul&nbsp;<a href="https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMoa2601283" target="_blank">New England Journal of Medicine</a>&nbsp;di un trattamento denominato VERVE-102 si fondano su un approccio diverso. <b>Invece di somministrare periodicamente un farmaco che agisce su una proteina coinvolta nel metabolismo del colesterolo, il trattamento modifica direttamente il gene che permette a quella proteina di essere prodotta</b>. La modifica è progettata per ridurre in modo stabile la produzione di PCSK9 nelle cellule del fegato.</p><p>I dati provengono dallo studio Heart-2, una sperimentazione di fase 1b progettata principalmente per valutare sicurezza e tollerabilità. Sono stati trattati 35 partecipanti distribuiti in sei livelli di dose. Al dosaggio più elevato, pari a 1,0 mg per chilogrammo, la concentrazione della proteina PCSK9 si è ridotta in media dell’88 per cento e il colesterolo LDL, il famoso colesterolo “cattivo”, del 62 per cento, con una diminuzione assoluta di 78 milligrammi per decilitro. Nei partecipanti osservati più a lungo l’effetto è rimasto evidente fino a 18 mesi dopo una singola infusione. Gli eventi avversi associati al trattamento sono stati prevalentemente reazioni da infusione di grado lieve o moderato e aumenti transitori degli enzimi epatici. Si tratta comunque di uno studio piccolo e preliminare: i risultati riguardano biomarcatori e livelli di colesterolo, non ancora la riduzione di infarti, ictus o mortalità cardiovascolare.</p><p>Per capire perché questi dati abbiano attirato attenzione bisogna partire da PCSK9. Questa proteina regola il numero di recettori per LDL presenti sulla superficie degli epatociti. I recettori LDL funzionano come sistemi di raccolta che permettono al fegato di rimuovere il colesterolo dal sangue. Quando PCSK9 è abbondante, molti di questi recettori vengono degradati e la capacità di eliminare LDL diminuisce. <b>Quando PCSK9 è scarsa, i recettori rimangono disponibili più a lungo e il colesterolo LDL viene eliminato più efficacemente</b>. Da anni la cardiologia sfrutta questo meccanismo con farmaci che neutralizzano la proteina. VERVE-102 interviene invece a un livello precedente: riduce la capacità stessa del fegato di produrla.</p><p>L’idea nasce da una delle osservazioni più influenti della genetica cardiovascolare moderna. Alcune persone possiedono varianti naturali del gene PCSK9 che ne riducono drasticamente l’attività. Questi individui presentano livelli di colesterolo LDL più bassi per tutta la vita e sviluppano meno frequentemente malattia coronarica. In altre parole, esiste già in natura una forma di “protezione genetica” contro l’aterosclerosi. La strategia di VERVE-102 consiste nel riprodurre artificialmente quella stessa condizione in persone che non l’hanno ereditata.&nbsp;Questo punto è probabilmente il più interessante dal punto di vista biologico. Molte terapie cercano di contrastare una malattia intervenendo sui suoi meccanismi. Qui il ragionamento è diverso: si prende una variante genetica umana associata a un vantaggio e si tenta di ricrearla terapeuticamente.</p><p>Dal punto di vista tecnico VERVE-102 utilizza un sistema di editing di basi. Il trattamento contiene un RNA messaggero che codifica l’editor e un RNA guida che indirizza il biofarmaco verso una regione specifica del gene PCSK9. I due RNA sono trasportati al fegato mediante nanoparticelle lipidiche. Una volta entrati negli epatociti, l’editor modifica una singola base del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/dna_207" target="_blank">dna</a>&nbsp;in un punto preciso del gene. <b>Questa alterazione compromette la corretta produzione della proteina PCSK9 e ne riduce drasticamente la sintesi</b>. A differenza delle tecniche che tagliano entrambi i filamenti del dna, l’editing di basi realizza una modifica chimica puntuale senza introdurre una rottura completa della doppia elica – il che, tra gli altri vantaggi, aumenta la sicurezza e la precisione del trattamento.</p><p>Come per ogni approccio genetico, la caratteristica che distingue maggiormente questo approccio dalle terapie tradizionali è la sua potenziale permanenza. Una statina smette di funzionare quando viene sospesa. Un anticorpo monoclonale richiede nuove somministrazioni periodiche. L’editing genetico, invece, produce una modifica del dna nelle cellule trattate e punta a mantenerne gli effetti nel tempo. Se l’effetto si confermerà duraturo, una singola infusione potrebbe sostituire anni di trattamento continuativo. Questo aspetto è particolarmente rilevante in un ambito come la prevenzione cardiovascolare, dove l’aderenza terapeutica rappresenta da sempre uno dei principali problemi pratici.</p><p>La stessa caratteristica impone però una cautela maggiore. Un farmaco convenzionale può essere interrotto se emergono effetti indesiderati o se cambiano le condizioni cliniche del paziente. Una modifica genetica stabile non offre la stessa flessibilità. Per questo motivo il monitoraggio a lungo termine sarà essenziale. <b>Sarà necessario verificare la persistenza dell’effetto, l’eventuale comparsa di modifiche indesiderate in altre regioni del genoma, la sicurezza epatica e soprattutto l’impatto reale sugli eventi cardiovascolari</b>.</p><p>Anche la scelta dei pazienti inclusi nello studio riflette questa logica. L’ipercolesterolemia familiare eterozigote e la malattia coronarica precoce sono condizioni nelle quali l’esposizione al colesterolo LDL inizia presto e si prolunga per molti anni. Il rischio cardiovascolare dipende infatti non soltanto dall’altezza del colesterolo, ma dalla quantità totale di esposizione accumulata nel tempo. Ridurre LDL per decenni produce benefici molto maggiori rispetto a ottenere la stessa riduzione per pochi anni. Le persone che possiedono naturalmente varianti inattivanti di PCSK9 rappresentano una dimostrazione concreta di questo principio.</p><p>I risultati di Heart-2 hanno anche un significato più ampio. <b>Finora l’editing genetico è stato associato soprattutto a malattie rare causate da mutazioni specifiche</b>. In questo caso il bersaglio non è una patologia genetica rara, ma uno dei principali fattori di rischio delle malattie cardiovascolari, che rappresentano una delle cause più frequenti di morte nel mondo. Se questa strategia si dimostrerà efficace e sicura, l’editing genetico potrà uscire dall’ambito delle malattie eccezionali ed entrare nella medicina preventiva di larga scala.</p><p>Naturalmente restano molte domande aperte. Occorrerà confermare la sicurezza in numeri molto più elevati di pazienti, stabilire per quanto tempo persista la riduzione di LDL, dimostrare una reale diminuzione di infarti e ictus e definire quali categorie di pazienti possano beneficiare maggiormente di un intervento così duraturo. <b>Saranno inoltre inevitabili discussioni sui costi, sull’accessibilità e sui criteri di selezione</b>.&nbsp;I dati disponibili non autorizzano ancora conclusioni definitive. Mostrano però qualcosa che fino a pochi anni fa apparteneva soprattutto alla ricerca sperimentale: la possibilità di imitare una variante genetica protettiva contro patologie ampiamente diffuse, attraverso un intervento mirato e di alta efficacia di correzione del dna. Se si arriverà all’approvazione, sarà l’ennesima dimostrazione di quanto il controllo del linguaggio genetico con cui si esprimono le nostre cellule, attraverso l’uso di RNA, rappresenti una fase nuova della medicina.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Trump e Putin (e pure Bezos) hanno la stessa fissa per l’immortalità</title>
				<pubDate>Sat, 30 May 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Società</category>
				<author>Ester Viola</author>
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				<description><![CDATA[<p>Memento mori e non è per niente divertente. Tra Epicuro e <b>Robbie Williams</b>, la verità è di Robbie Williams: il greco antico diceva che non c’è da aver paura della morte perché quando c’è lei non ci siamo noi  e viceversa, l’inglese moderno<b> in quel capolavoro di “Come Undone” ha scritto: non è che ho paura di morire, è solo che non voglio</b>. Il tentativo è sempre quello: evitare che il corpo, che purtroppo è socio di maggioranza nelle vite di tutti, cominci a votare contrario.</p><p>E’ un bel problema, quello che nessuno vuol togliersi di torno.&nbsp;Che stiamo facendo contro la morte? Perché questa mancanza di progressi, questa pigrizia scientifica? I rimedi al momento sono disordinati e minimi. <b>Bisogna farsi il lifting come Cher, mangiare come Gwyneth Paltrow e andare in palestra come Jennifer Lopez</b>.&nbsp;Troppo stancante. Vediamo gli altri. Putin sta allevando mini-maiali per trapiantarsi gli organi e diventare nuovo, così può fare il dittatore perpetuo. Dopo uno scambio con Xi Jinping (microfoni lasciati accesi per sbaglio, riferiscono, ma figuriamoci se in Cina qualcuno può sbagliare), Putin avrebbe evocato la possibilità di prolungare la vita sostituendo gli organi un po’ per volta. Il programma russo, questa specie di Cocoon, vale circa 26 miliardi di dollari e punta su terapie geniche contro l’invecchiamento cellulare, biostampa di tessuti, organi coltivati in laboratorio e trapianti con porcellini geneticamente modificati. La ricerca avanza ma per ora niente di fatto, si continua a morire, in Russia e altrove.</p><p>Pure <b>Bezos </b>non vuole finire al camposanto.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/01/19/news/la-vecchiaia-e-la-morte-sono-gli-ultimi-ostacoli-allonnipotenza-dei-signori-della-silicon-valley--128372">Ha dato molti soldi a una start up dell’immortalità</a>. Giustamente, con tutti quei soldi, perché uno dovrebbe andare sottoterra, dove ci fa freddo e peraltro non te li puoi spendere? Altos Labs, fondata negli Stati Uniti e nel Regno Unito da Richard Klausner, ex direttore del National Cancer Institute statunitense, ha annunciato oltre 3 miliardi di dollari di finanziamenti al lancio. La società lavora sulla riprogrammazione cellulare, con l’obiettivo di ripristinare salute e resistenza delle cellule e contrastare lesioni e acciacchi. <b>Nel board figurano diversi illustri, tra cui Shinya Yamanaka, Jennifer Doudna, Frances Arnold e David Baltimore: pure i Nobel si sono messi a vendere al mercato, come gli influencer</b>. La pozione del barone Lamberto. Che aveva pagato le persone per ripetere tutto il giorno il suo nome, perché aveva sentito che “l’uomo il cui nome è pronunciato resta in vita”.</p><p>Ho pensato che Trump ha quasi più dignità di quei due altri plutocrati: beve coca cola e mangia panini fritti, a lui basterebbero<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/12/06/news/della-sala-di-ballo-di-trump-si-sa-solo-che-e-enorme--122290"> l’intestazione della sala da ballo della Casa Bianca</a>&nbsp;a Washington e la scultura sul monte Rushmore, aveva già fatto il piano edilizio-scultoreo ma gli hanno dato l’inagibilità geologica: uno non c’è posto, due la roccia è più frolla e quindi crollerebbe tutto. Non se ne fa niente. E’ però, la sua, una megalomania misurata, terrestre. Ha voglia di rimanere anche lui, ma nel perimetro della plausibilità: non vuole non-morire, vorrebbe solo passare un pochino alla storia, una targhetta basta. Un Nobel, una statuina. Qualcosa, insomma.</p><p>Li capisco tutti e tre. Ci credo sempre poco ai distaccati pensatori, l’immortalità sarebbe solo una beffa, dicono loro: quanti secoli, quante carriere, quanti amori, quante opinioni, quante seconde case, quante newsletter, quante guerre culturali, quante stagioni di serie televisive può sopportare una persona? Io invece resterei volentieri altri duecento anni. Una proroga mi piacerebbe – piacerebbe a tutti. <b>Perché il futuro continua a essere la cosa più bella del mondo, per quanto sia incerto, pericoloso, scuro, imprevedibile, pieno di intelligenze artificiali e con nessuna garanzia di leggerezza. </b>E per quello che se ne sa, pare ci sia un solo modo per arrivarci e farsi posto. Desiderare, desiderare, desiderare sempre.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Gli scienziati pensionano lo scenario climatico più cupo dell&#039;ultimo decennio</title>
				<pubDate>Fri, 29 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un ingegnere che progetta una diga la dimensiona sulla piena millenaria, l'evento che con ogni probabilità non vedrà mai in tutta la carriera. Lo fa perché il costo di sbagliare per difetto — una città sott'acqua — supera di ordini di grandezza quello di qualche metro di cemento in più. Lo stesso vale per l'attuario che fissa le riserve di una compagnia, per la banca centrale che immagina lo shock peggiore in uno stress test. Il caso peggiore è uno strumento di lavoro. Serve a tracciare il confine, a sapere dove finisce il possibile (a probabilità piccola a piacere) prima di decidere quanto investire per difendersene. <b>Chi lo confonde con una previsione ha già sbagliato mestiere</b>.</p><p>Per circa quindici anni la climatologia ha avuto il suo confine del rischio, e si chiamava RCP8.5, poi ribattezzato SSP5-8.5. Era lo scenario che immaginava un forzante radiativo di 8,5 watt per metro quadro al 2100 e un riscaldamento dell'ordine dei 4,4 gradi rispetto all'era preindustriale: l'estremo superiore di una famiglia di traiettorie costruite per coprire l'intera gamma degli esiti possibili, anche i più improbabili. Lo ha citato qualche migliaio di studi, l'hanno usato banche centrali per gli stress test, governi per i piani di adattamento, assicurazioni per tarare le polizze. <b>È diventato, insomma, lo scenario di riferimento</b>.</p><p>Il mese scorso un gruppo internazionale guidato da Detlef van Vuuren, nel disegno dei nuovi scenari CMIP7 per il prossimo rapporto IPCC, lo ha formalmente pensionato. La motivazione è asciutta: i livelli di emissione altissimi che quello scenario incorporava sono diventati implausibili alla luce del crollo dei costi delle rinnovabili, dell'emergere di politiche climatiche concrete e dei trend reali delle emissioni. <b>Tradotto in numeri: uno studio basato su un grande insieme di proiezioni colloca intorno allo 0,5 per cento la probabilità di superare quel forzante di 8,5 watt al 2100, con una mediana ferma a 5,1</b>. Il nuovo scenario "alto" proietta un riscaldamento vicino ai 3,3 gradi, con un intervallo tra 2,5 e 4,4.</p><p>Vale la pena ripeterlo: questa è una buona notizia, e di quelle vere. Il climatologo Chris Smith l'ha riassunta con una formula efficace: nel 2010 RCP8.5 era un futuro possibile; lo abbiamo reso impossibile noi, piegando abbastanza la curva delle emissioni da espellerlo dallo spazio del credibile. Il bordo superiore si è abbassato perché il mondo ha cominciato a muoversi. Pochi successi recenti hanno una genealogia così precisa.</p><p>Resta la domanda che alimenta la polemica: <b>se quello scenario era così improbabile, perché ci abbiamo messo tanto a dirlo? </b>La critica è legittima e ha una storia documentata. Già nel 2017 Justin Ritchie e Hadi Dowlatabadi mostravano che RCP8.5 poggiava su un'espansione quintupla del carbone mondiale, al punto da immaginare automobili alimentate con derivati liquidi del carbone a fine secolo: un'ipotesi che definirono eccezionalmente improbabile. Nel 2020 Zeke Hausfather e Glen Peters, su <i>Nature</i>, avvertivano che lo scenario veniva spacciato per <i>business as usual</i>, per la rotta su cui l'umanità era incamminata, e che era ora di smettere. Roger Pielke Jr. ripete da anni che la correzione è arrivata con nove anni di ritardo, e ha ragione a contarli.</p><p>Il guaio, però, sta tutto in quel <i>business as usual</i>. La critica fondata colpiva l'uso che se ne faceva, e lasciava intatta la legittimità dello scenario in quanto tale. RCP8.5 era nato come limite superiore, come la piena millenaria dell'ingegnere, e qualcuno lo ha promosso a profezia certa:<b> lo ha letto come la traiettoria di default, il destino verso cui andavamo salvo conversione</b>. Da lì la catena dei titoli sui campi rovinati e sulle morti da caldo calibrati sull'estremo, quando l'estremo era per costruzione l'angolo più cupo e il meno probabile del ventaglio di casi peggiori. Un errore di categoria, scambiare il bordo per il centro, travestito da prudenza.</p><p>L'aspetto quasi comico è che oggi lo stesso errore viene commesso dal lato opposto. Quando&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Donald Trump</a>&nbsp;esulta sostenendo che il comitato climatico dell'Onu avrebbe ammesso che le proprie proiezioni erano sbagliate, "WRONG, WRONG, WRONG", sta facendo esattamente ciò che rimproveriamo al catastrofista: tratta il pensionamento di un limite superiore come la confutazione dell'intero edificio. Il catastrofista legge il caso peggiore come fato; il negazionista legge la sua ritirata come prova della truffa, invece che come il riaggiustamento derivato proprio dal fatto di aver agito – con tutte le lentezze e i difetti del mondo, certo, ma agito. <b>Due fazioni che si detestano e condividono lo stesso analfabetismo statistico, l'incapacità di distinguere l'estremo di una distribuzione dal suo valore atteso</b>.</p><p>Perché il pensionamento del caso peggiore dice una cosa precisa, e solo quella: lo spazio del possibile si è ristretto dall'alto. Si è ristretto anche dal basso, peraltro, e questa parte fa meno notizia: la traiettoria più ottimistica dei nuovi scenari fatica a immaginare un picco sotto i 1,7 gradi, il che certifica che l'obiettivo del grado e mezzo è ormai fuori portata nel breve e medio termine. Il baricentro della distribuzione si colloca oggi tra i 2,5 e i 3 gradi, e chi crede che sia una passeggiata dovrebbe ricordare che a quelle temperature si va incontro alla perdita della gran parte delle barriere coralline, a centinaia di milioni di persone in più esposte alla scarsità d'acqua, a danni da alluvione che triplicano in assenza di adattamento. C'è perfino chi, come lo stesso Pielke, sospetta che il nuovo scenario "medio" sieda ancora sopra una vera traiettoria a politiche correnti, visto che le emissioni osservate viaggiano più in basso di quanto i modelli assumano. <b>Il dibattito, lungi dal chiudersi, si sposta sul centro della distribuzione, dove peraltro è sempre stato il posto giusto per discuterne</b>.</p><p>E qui torna l'ingegnere. La ragione per cui continua a costruire la diga per la piena che probabilmente non arriverà è che non conosce con precisione infinita il fiume. Allo stesso modo, anche fissata una traiettoria di emissioni, resta l'incertezza su quanto il pianeta si scaldi per ogni tonnellata: il modo in cui nuvole, ghiacci e vapore acqueo reagiscono al riscaldamento apre un ventaglio di esiti ampio perfino dentro uno scenario medio. <b>Finché quell'incertezza esiste, chiedersi quanto in alto possa al massimo arrivare il livello del mare o il riscaldamento medio globale mantiene tutto il suo senso</b>. Pensionare RCP8.5 come previsione è stato corretto, e tardivo. Pensionare la disciplina del chiedersi qual è il peggio che può capitare sarebbe l'unico vero errore irreparabile. Il caso peggiore va maneggiato per quel che è: un attrezzo. Una profezia gridata e l’idea che sia una truffa sono due modi diversi di rompere lo stesso attrezzo. Sapere a che cosa serve è, in fondo, tutta la differenza tra l'allarmismo e il menefreghismo, da un lato, e la prudenza, dall’altro..</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Un nuovo studio sull&#039;Adhd e l&#039;importanza delle differenze di sesso</title>
				<pubDate>Wed, 27 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per quasi vent’anni, nella letteratura sull’Adhd (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) è rimasta in circolazione un’idea molto persuasiva: il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/cervello_34786" target="_blank">cervello</a>&nbsp;dei bambini con deficit di attenzione e iperattività maturerebbe con ritardo. Era una spiegazione apparentemente perfetta perché sembrava dare una figura anatomica a una serie di osservazioni cliniche che chiunque abbia avuto a che fare con questi bambini conosce bene: l’attenzione che si interrompe, l’azione che parte prima di essere regolata, la fatica nel mantenere un compito dentro una sequenza stabile. Nel 2007, su Proceedings of the National Academy of Sciences, Philip Shaw e colleghi avevano seguito con risonanza magnetica 223 bambini con Adhd e 223 controlli, misurando lo spessore della corteccia cerebrale in circa quarantamila punti. Poiché durante lo sviluppo la corteccia cambia spessore, raggiunge un massimo e poi si assottiglia mentre i circuiti nervosi vengono rimodellati, l’età del picco di spessore era stata usata come indice di maturazione. Nei bambini con Adhd quel picco risultava più tardivo: 10,5 anni come età mediana, rispetto a 7,5 anni nei controlli, con una differenza particolarmente evidente nelle regioni prefrontali, cioè in aree coinvolte nel controllo dell’attenzione e del comportamento. <b>La misura aderiva alla clinica, e questa aderenza contribuì alla sua fortuna</b>.</p><p>Un nuovo lavoro pubblicato il 18 maggio 2026 da Shannon D. O’Connor e colleghi, ancora su&nbsp;<a href="https://www.pnas.org/doi/10.1073/pnas.2605729123" target="_blank">Pnas</a>, ha tentato di replicare quel risultato famoso, usando lo studio Abcd, una grande coorte statunitense sullo sviluppo cerebrale in età giovanile. Gli autori hanno analizzato 26.496 risonanze magnetiche ottenute da 11.025 partecipanti e hanno messo in relazione i problemi di attenzione riferiti dai genitori, attraverso la Child Behavior Checklist, con la variazione dello spessore corticale nel tempo. Nelle analisi iniziali, condotte mettendo insieme maschi e femmine, il segnale originario riappare: maggiori problemi di attenzione risultano associati a un assottigliamento corticale più lento. <b>Quando però nel modello viene inserita l’interazione tra età e sesso biologico, l’associazione perde significatività</b>. Le analisi stratificate per sesso arrivano allo stesso risultato; anche il punteggio di rischio poligenico per Adhd, usato per stimare la predisposizione genetica, risulta privo di associazione con un rallentamento dell’assottigliamento corticale.</p><p>In sostanza, si è dimostrato che se tra i soggetti con più problemi di attenzione cresce la quota maschile, e se il modello statistico descrive male il modo in cui sesso ed età interagiscono nella maturazione cerebrale, una differenza media tra maschi e femmine può presentarsi come una differenza legata all’Adhd. Il segnale esiste, ma è correlato a una variabile confondente, non a quella clinica di interesse. <b>In sostanza, analizzando oltre ventiseimila scansioni, il collegamento tra Adhd e sviluppo cerebrale più lento scompare quando si tiene conto delle differenze di sesso nello sviluppo del cervello</b>.</p><p>Intendiamoci bene: l’Adhd resta un disturbo del neurosviluppo con una componente genetica importante, manifestazioni cliniche riconoscibili e conseguenze funzionali reali. Viene tuttavia ridimensionata una specifica spiegazione derivata dal neuroimaging, cioè l’idea che il rallentamento dell’assottigliamento corticale rappresenti una firma biologica robusta dei problemi di attenzione. <b>E’ stato invalidato un biomarcatore, non l’esistenza della patologia e la sua componente genetica</b>.</p><p>In realtà, tuttavia, il risultato ottenuto porta ancora una volta all’attenzione una questione più importante che non la “semplice” Adhd.</p><p>Il punto riguarda direttamente la medicina di genere. <b>Nel lavoro di Pnas la variabile decisiva è il sesso biologico, perché la differenza riguarda traiettorie di maturazione corticale nei maschi e nelle femmine</b>. Troppo spesso non si presta attenzione quando bisogna stabilire se sesso, età, traiettoria biologica e diagnosi possano combinarsi in modo da alterare l’associazione cercata – anzi si pensa che se questa differenza esiste e riguarda il sesso, il risultato ottenuto è “più debole”, e spesso si cerca il modo di non condurre analisi separate – anche perché l’intero corpus di ricerca, a partire dalla preclinica, ha un forte bias verso modelli maschili. La rianalisi dell’Adhd mostra l’effetto pratico di questa inerzia: con un modello iniziale, che non tiene conto delle differenze di sesso, un biomarcatore compare; con un modello più aderente alla maturazione cerebrale di maschi e femmine, il supposto biomarcatore appare per quello che è – una variabile correlata ad una differenza naturale di sviluppo, non alla malattia.</p><p>Le istituzioni scientifiche hanno già riconosciuto formalmente questo problema. Negli Stati Uniti, il National Institutes of Health richiede che il sesso come variabile biologica venga considerato nel disegno, nell’analisi e nella comunicazione dei risultati negli studi su animali vertebrati e su esseri umani. Una valutazione pubblicata nel 2026 su Communications Medicine mostra però quanto resti incompleta l’applicazione di questa regola: su 574 pubblicazioni collegate a grant NIH tra il 2017 e il 2024, il 61 per cento includeva entrambi i sessi, mentre il 44 per cento conduceva analisi basate sul sesso. Lo scarto tra inclusione e analisi misura bene il problema emerso anche nel lavoro sull’Adhd, perché il punto critico sta nel modo in cui la variabile viene interrogata, non nella sua semplice presenza nel campione.</p><p>Anche l’Italia ha una cornice normativa, con la legge 3 del 2018 e con il Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere, approvato nel 2019, che indica quattro aree di intervento: percorsi clinici di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione; ricerca e innovazione; formazione; comunicazione. <b>Nel passaggio dalla norma alla pratica, però, la qualità dell’approccio si decide nel modo in cui vengono costruiti gli studi</b>.</p><p>Il vecchio biomarcatore dell’Adhd aveva una forza particolare perché univa una misura visibile a una storia clinica intuitiva. Il bambino che fatica a regolare attenzione e comportamento sembrava avere un cervello che raggiungeva più tardi una tappa di maturazione. <b>La rianalisi mostra che dentro quella misura era entrata una differenza media tra maschi e femmine</b>.</p><p>Ecco cosa si rischia, quando si trascura l’effetto della differenza – in particolare quasi cancellando la metà femminile del mondo.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>L&#039;importanza di una pillola contro il Covid, anni dopo la pandemia</title>
				<pubDate>Tue, 26 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per la prima volta, una pillola antivirale ha dimostrato di poter prevenire il Covid in persone esposte in casa a SARS-CoV-2, secondo i risultati di uno studio clinico pubblicato sul&nbsp;<a href="https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMoa2509306" target="_blank">New England Journal of Medicine</a>.</p><p>Ma perché occuparsi ancora di questo virus?</p><p>La risposta è semplice: <b>noi ci dimentichiamo dei virus, ma quelli non si “scordano” di noi</b>. A ricordarcelo adesso è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/05/19/news/ebola-non-dara-vita-a-una-nuova-pandemia-ma-e-un-promemoria--399144" target="_blank">Ebola</a>, con l’epidemia in Repubblica Democratica del Congo e Uganda, dichiarata dall’Organizzazione mondiale della sanità emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale; nessuno ne parlava da tempo, e adesso eccoci qua. I virus spariscono dall’attenzione generale, continuano a circolare in serbatoi, territori o popolazioni vulnerabili, cambiano, ritornano. <b>Ogni ritorno trova la sanità nelle condizioni in cui l’ha lasciata la ricerca precedente</b>. Se nel frattempo sono stati costruiti farmaci, vaccini, diagnostica, reti di sorveglianza e procedure di intervento, il margine di risposta aumenta. Se l’interesse si spegne insieme alla memoria dell’ultima crisi, il nuovo focolaio viene accolto con strumenti vecchi, scorte insufficienti e conoscenze incomplete.</p><p>E dunque, lasciamo stare per un momento l’ultimo ritorno di fiamma di Ebola, e occupiamoci del ben più infettivo coronavirus pandemico e degli ultimi risultati che la ricerca ha ottenuto. Il farmaco si chiama ensitrelvir, è prodotto da Shionogi e in Giappone è commercializzato come Xocova. È un inibitore della proteasi principale di SARS-CoV-2, detta anche proteasi 3C-like o Mpro. Il virus, per replicarsi, produce lunghe poliproteine che devono essere tagliate in componenti funzionali; senza quel processamento, la macchina replicativa non procede correttamente. Ensitrelvir colpisce questo passaggio. La sua importanza non dipende soltanto dal risultato ottenuto nello studio di profilassi post-esposizione, ma dalla natura del bersaglio. La proteina Spike, che il virus usa per entrare nelle cellule, è esposta alla pressione degli anticorpi e cambia rapidamente quando l’immunità della popolazione seleziona varianti capaci di sfuggire al riconoscimento. La proteasi virale è interna al ciclo replicativo e funzionalmente più vincolata. Può mutare, può diventare sede di resistenza farmacologica, e nessun bersaglio antivirale resta garantito per sempre.<b> Tuttavia, un enzima essenziale, conservato perché necessario alla replicazione, offre una base razionale per costruire munizioni che possano restare utili anche davanti a futuri ritorni del virus</b>.</p><p>Lo studio SCORPIO-PEP ha arruolato contatti domestici di persone con Covid fra giugno 2023 e settembre 2024. I partecipanti erano negativi al test al momento dell’ingresso nel trial e ricevevano il trattamento entro 72 ore dall’inizio dei sintomi nel caso indice. Si è trattato di uno studio di fase 3, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo – dunque uno studio con tutti i crismi. Ensitrelvir veniva somministrato per cinque giorni, con una dose di carico di 375 milligrammi il primo giorno e 125 milligrammi al giorno dal secondo al quinto. L’endpoint primario richiedeva due condizioni: diagnosi molecolare centralizzata mediante RT-PCR e comparsa di almeno uno dei sintomi prespecificati di Covid per almeno 48 ore entro il decimo giorno. Nella popolazione principale di analisi, 2.041 persone, il Covid sintomatico confermato si è verificato nel 2,9 per cento dei partecipanti trattati con ensitrelvir e nel 9,0 per cento di quelli assegnati al placebo. Il rapporto di rischio era 0,33, con intervallo di confidenza al 95 per cento fra 0,22 e 0,49. In termini assoluti, la differenza è di 6,1 punti percentuali: circa un caso sintomatico evitato ogni sedici persone trattate. La popolazione trattata è interessante perché connessa all’esposizione familiare. Una persona sviluppa Covid in casa; gli altri conviventi hanno già condiviso aria, stanze, pasti, assistenza, prossimità. Fra loro può esserci un anziano fragile, un trapiantato, un paziente oncologico, una persona trattata con farmaci immunosoppressori, un soggetto con più patologie croniche. In quella finestra, abbiamo avuto finora soprattutto istruzioni da dare: fare un test, controllare i sintomi, ridurre i contatti, intervenire rapidamente se la malattia compare. <b>Ensitrelvir aggiunge una possibilità diversa: usare l’informazione sull’esposizione quando il tempo biologico per impedire o attenuare la malattia esiste ancora</b>. È profilassi post-esposizione, un concetto ben noto in infettivologia: il contatto è già avvenuto, il rischio è documentato, l’intervento serve a impedire che l’infezione prenda corpo o diventi clinicamente rilevante.</p><p>Il percorso che porta a questo risultato è fatto anche di insuccessi. Paxlovid ha avuto un ruolo nel trattamento precoce dei pazienti a rischio già infetti, ma nella prevenzione post-esposizione domestica il suo componente antivirale principale, nirmatrelvir, che colpisce la stessa proteasi virale, aveva ridotto le infezioni senza raggiungere una dimostrazione statisticamente solida. <b>Gli anticorpi monoclonali avevano mostrato efficacia nelle prime fasi della pandemia, quando riconoscevano varianti sensibili, poi l’evoluzione antigenica di Omicron e dei suoi discendenti ne ha eroso progressivamente l’utilità</b>.</p><p>L’effetto del nuovo farmaco non riguarda soltanto l’endpoint clinico principale. Nello studio, le infezioni confermate, includendo forme sintomatiche e asintomatiche, sono state meno frequenti nel gruppo ensitrelvir: 14,0 per cento contro 21,5 per cento nel gruppo placebo. La misura più rilevante resta la malattia sintomatica, perché è quella che interessa direttamente il paziente, il medico e il sistema sanitario. Nei partecipanti con almeno un fattore di rischio per Covid grave, il Covid sintomatico confermato si è verificato nel 2,4 per cento dei trattati con ensitrelvir e nel 9,9 per cento dei soggetti assegnati al placebo, con un rapporto di rischio pari a 0,24. È il sottogruppo che indica l’uso più plausibile: persone esposte in modo certo, raggiungibili rapidamente, con una probabilità più alta di complicazioni.</p><p>La sicurezza osservata nel trial sostiene un impiego selettivo. Gli eventi avversi sono stati registrati nel 15,1 per cento dei partecipanti trattati con ensitrelvir e nel 15,5 per cento di quelli trattati con placebo; gli eventi avversi seri nello 0,2 per cento in entrambi i gruppi. Nel periodo osservato non sono stati riportati ricoveri o decessi per Covid. Naturalmente, questi sono i dati di uno studio clinico, in ambiente controllato: l’uso reale richiederà decisioni regolatorie, criteri di priorità, attenzione alle interazioni farmacologiche, farmacovigilanza e valutazioni di costo-efficacia.</p><p>Il Giappone ha già approvato ensitrelvir per l’uso post-esposizione; le decisioni di Stati Uniti, Europa e altri regolatori stabiliranno quanto questo risultato entrerà nella pratica clinica fuori dal paese in cui il farmaco è stato sviluppato.</p><p>Abbiamo da questo ultimo studio un risultato clinico robusto in una situazione definita: finalmente, dopo anni di tentativi incompleti, <b>un antivirale orale ha dimostrato di poter ridurre il rischio di Covid sintomatico nei contatti domestici</b>.</p><p>La sua importanza sta nel presente, per i fragili esposti in casa o in contesti assistenziali, e nel futuro, perché <b>ogni ritorno di un virus premia le società che hanno continuato a costruire strumenti quando l’attenzione era già passata</b>.</p><p>Gli antivirali non si improvvisano durante l’epidemia successiva, si preparano prima, scegliendo bersagli che il virus può modificare solo pagando un prezzo biologico. La proteasi principale di SARS-CoV-2 appartiene a questa categoria: un punto interno, necessario, vincolato, che dà maggiori speranze per rimanere bersagliabile anche in caso di ulteriore evoluzione del virus.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Prevenzione e cooperazione con la politica&quot;. La scienza alla prova delle specie aliene invasive. Parla Genovesi (Ispra)</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 14:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Alessandro Villari</author>
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				<description><![CDATA[<p>Cinquant'anni fa qualcuno introdusse illegalmente il pesce siluro nelle acque italiane per fare pesca sportiva. Oggi è ovunque. Il granchio blu arrivò negli anni Trenta: nessuno si mosse fino al 2023, e il tentativo di contenere i danni ci è già costato più di cinquanta milioni di euro. Le specie aliene invasive funzionano così: iniziano in silenzio, finiscono in emergenza. L'Italia si è abituata a conviverci, e il problema è proprio questo. “Attraverso progetti, cooperazione con il mondo politico e una giusta comunicazione, soprattutto quando si tratta di specie aliene invasive, la scienza ha il compito di far crescere la consapevolezza nei cittadini”. Così dice il professore <b>Piero Genovesi</b>, biologo dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), <b>a proposito dell’invasione di animali alloctone che creano continue emergenze in Italia. </b>Nel nostro paese, infatti su un totale di 3.600 specie aliene, quelle invasive sono circa 500: dal parrocchetto monaco in Puglia, al granchio blu nel mar Adriatico, fino ad arrivare al pesce siluro e alle nutrie nel Po e, ultimi in ordine cronologico,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2026/05/07/news/ci-vorrebbe-buzzati-per-narrare-litalia-dei-pav-e-no-pav--398507" target="_blank">ai pavoni a Punta Marina</a>. Genovesi, che per Ispra è responsabile della conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità, spiega che in casi come questi la prevenzione e anche il lavoro con la politica diventano essenziale perché “le specie aliene invasive iniziano come un problema limitato, ma poi nel corso degli anni i problemi crescono sempre di più perché le specie tendono ad aumentare di numero e <b>se si agisce prima si può intervenire in maniera meno invasiva e con costi più contenuti”.</b></p><p>Le specie aliene, come dice la stessa parola, sono specie non autoctone e che l’uomo ha importato o con il commercio di "animali d’affezione" o di piante ornamentali o per sport, come nel caso del pesce siluro. Ma possono arrivare anche in modo accidentale, come il calabrone asiatico o la cimice asiatica, che sono arrivati probabilmente con il trasporto commerciale accidentale, viaggiando come "autostoppisti" su merci o imballaggi. In alcuni casi, quando cioè queste operazioni sono fatte in maniera poco responsabile <b>il rischio è quello di far arrivare nel nostro paese alcune specie che possono diventare dannose per la biodiversità.</b> Nel momento in cui la prevenzione –  “messa in atto con azioni coordinate tra politica e mondo scientifico, seguendo la strategia nazionale e il regolamento europeo”, spiega il prof. Genovesi – non dovesse funzionare, ecco che dev’essere attivato un altro livello di sicurezza attraverso operazioni di coordinamento, monitoraggio o eradicazione. Un esempio è&nbsp;<a href="https://www.regione.puglia.it/documents/1086071/5462191/DGR_577_2026_05_12_signed_signed.pdf/8668024c-485c-16bd-4fbf-e335a22e3583?t=1778746460501" target="_blank">l’accordo della settimana scorsa</a>&nbsp;tra la regione Puglia e l’Università di Bari per affrontare l’emergenza del parrocchetto monaco che, nutrendosi di frutta e soprattutto di mandorle, sta rovinando i raccolti di una regione dove, secondo Coldiretti, i mandorleti coprono il 35 per cento della superficie. <b>L’intesa prevede infatti una serie di linee guida per la gestione del problema con un piano di controllo e rimozione dei nidi del volatile solo nelle situazioni di criticità. Questo perché i nidi del pappagallino verde possono arrivare anche a dimensioni notevoli e rischiano di far crollare coperture e tetti.</b> “L’accordo in questione – spiega Genovesi – dà un’ottima base operativa perché la collaborazione tra enti pubblici e regioni assicurano sempre una buona qualità tecnica degli interventi. Sicuramente può essere utile”.</p><p>Ma il progetto messo in piedi dalla Puglia e dall’ateneo barese non è il solo caso di collaborazione tra politica e mondo accademico. La settimana prima è stato il turno dell’Emilia-Romagna e dell’università di Bologna che hanno ideato un progetto, chiamato Octo-Blu, per mettere un freno all’invasione del granchio blu sulle coste adriatiche. Il piano prevede l’allevamento di alcuni polpi, i principali predatori del granchio blu, da rilasciare poi in mare con tane artificiali sul fondale. Questa specie aliena invasiva, ricorda Genovesi, è stata introdotta in Italia negli anni Trenta del secolo scorso. “Noi scienziati siamo un po’ delle Cassandre: sapevamo che avrebbe potuto provocare impatti e lo abbiamo detto. Però <b>l’interesse è stato molto basso fino al 2023 quando è esploso il problema </b>e tutti si sono mossi arrivando a spendere<b> più di 50 milioni di euro</b> per cercare di contrastarlo”.</p><p>Così il professore ritorna al rapporto tra scienza e politica, concentrandosi sulla capacità di comunicare con i cittadini. Dopo l’emergenza Covid-19, “abbiamo capito che la prevenzione è importante in ambito sanitario, ma in altri campi è difficile trasmettere il messaggio della necessità di un intervento. <b>Non sempre le persone ti capiscono quando dici: ‘Agiamo su una specie che ancora non provoca nessun problema’”. </b>Un modello positivo, racconta Genovesi, è quanto sta accadendo in Puglia, dove in questi giorni è stata segnalata la presenza del calabrone asiatico: “Gli apicoltori, che già sapevamo della minaccia grazie anche alla nostra azione di comunicazione, si sono attivati e ora stanno lavorando con noi per rimuoverlo. Sicuramente il modo più efficace per intervenire è tentare di eradicare questo piccolo nucleo”, conclude l'esperto.</p>]]></description>
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				<title>Quando l’omeopatia usa le paure dei genitori</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Carlo Tonarelli, medico pediatra, presenta a Savona un libro intitolato “Noi ci curiamo con l’omeopatia. Il self-care in omeopatia”, come ho potuto apprendere da un altro pediatra,&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/cuffaro.giorgio.pediatra/posts/pfbid0CS29pgh3dfdEaHaaptStftLSiSbQMkKHYFL5UcoYJH4qChKr2sdotZgTuhETaKAGl">l’amico Giorgio Cuffaro, che ne è ovviamente scandalizzato</a>.&nbsp;Esistono centinaia di incontri simili, ciascuno con una sua platea e una sua declinazione particolare; questo caso mi interessa però non in sé stesso, ma perché è un esempio perfetto per mostrare come quelle scorciatoie mentali che descriviamo con Gilberto Corbellini nel nostro ultimo libro sono costantemente impiegate quando si deve propagandare la pseudomedicina.</p><p>Analizziamo quindi quanto riportato. <b>L’annuncio dell’incontro afferma che “stiamo intossicando i nostri bambini con prodotti farmacologici inutili” e presenta il volume come uno strumento per imparare a curare omeopaticamente, in modo “dolce e naturale”, gran parte delle malattie comuni dell’infanzia: tosse, febbre, mal di gola.</b> Sono parole che mostrano con rara chiarezza il modo in cui una retorica pseudoscientifica può usare paure reali, preoccupazioni legittime e scorciatoie mentali per rendere plausibile una conclusione priva di solide basi.</p><p>Il primo argomento sfrutta una verità parziale. In pediatria, come in tutta la medicina, esiste un problema di inappropriatezza prescrittiva. Alcuni antibiotici vengono usati quando l’infezione è virale; alcuni farmaci sintomatici vengono impiegati per tranquillizzare gli adulti più che per aiutare il bambino; l’ansia dei genitori e la fretta degli ambulatori possono produrre interventi inutili. <b>Da questa premessa corretta viene però ricavata una conclusione abusiva: la cattiva prescrizione farmacologica diventerebbe una ragione a favore dell’omeopatia.</b> Qui agisce il falso dilemma. Il pubblico viene portato a immaginare due sole possibilità: da una parte il bambino “intossicato” dai farmaci, dall’altra il bambino curato in modo dolce e naturale. La medicina reale occupa un terzo spazio, molto più concreto: diagnosi corretta, osservazione quando basta osservare, farmaci quando servono, nessun farmaco quando non servono.</p><p>La parola “intossicando” attiva un altro meccanismo. È una parola costruita per precedere il ragionamento. Evoca veleno, colpa, danno inflitto ai figli. Un genitore che ha somministrato un antipiretico, un antibiotico prescritto, un broncodilatatore, un antinfiammatorio o un farmaco indicato per una condizione precisa viene spinto a rileggere quel gesto sotto una luce minacciosa. <b>Qui agisce il bias della perdita, o avversione alla perdita: </b>la mente pesa in modo sproporzionato il rischio di un danno temuto, soprattutto quando riguarda un figlio.<b> </b>La paura di avere “fatto male” prevale sulla valutazione razionale del rapporto fra beneficio, rischio, dose, indicazione e controllo medico.</p><p>Subito dopo arriva l’espressione “dolce e naturale”. È il punto in cui entra in funzione la fallacia del naturale. Ciò che viene presentato come naturale appare più sicuro, più rispettoso, più vicino al corpo; ciò che viene associato alla chimica appare duro, artificiale, aggressivo. Questo riflesso mentale è potente e antichissimo, ma in medicina porta facilmente fuori strada. La sicurezza di una sostanza dipende dalla dose, dalla qualità, dal modo d’uso e dal paziente che la riceve. La natura produce veleni potentissimi; la farmacologia ha trasformato molte molecole naturali in terapie utili proprio perché le ha isolate, dosate, controllate e sottoposte a verifica. Nel caso dell’omeopatia, spesso i preparati sono estremamente diluiti, così che può mancare qualsiasi sostanza di partenza; quando contengono sostanze attive in quantità rilevanti, devono essere valutati come qualsiasi prodotto capace di produrre effetti biologici.</p><p>La promessa di curare omeopaticamente tosse, febbre e mal di gola usa poi il bias di familiarità. Sono sintomi quotidiani, riconoscibili, domestici. <b>Proprio perché familiari, sembrano semplici</b>. Ma la febbre non è una diagnosi; la tosse non è una diagnosi; il mal di gola non è una diagnosi. Sono segnali che possono accompagnare condizioni banali e autolimitanti, oppure quadri che richiedono valutazione clinica. La competenza pediatrica consiste nel distinguere durata, età, stato generale, respirazione, idratazione, dolore, comportamento, condizioni di base e segnali d’allarme. La familiarità del sintomo abbassa la vigilanza cognitiva, e la promessa di un’autocura rapida si inserisce esattamente in quello spazio.</p><p>Il bias di omissione rafforza la stessa dinamica. Molti genitori percepiscono come più rischioso dare un farmaco rispetto ad aspettare o usare un rimedio presentato come innocuo. L’azione visibile pesa più dell’inazione. Ma anche il ritardo diagnostico è una scelta; anche il rinvio di una terapia efficace produce conseguenze; anche la falsa rassicurazione può diventare un danno. Una polmonite riconosciuta tardi, un broncospasmo gestito male, una disidratazione sottovalutata, un’infezione batterica lasciata evolvere appartengono alla pratica clinica ordinaria. Il linguaggio della dolcezza può coprire un rischio molto concreto: il tempo perso.</p><p>Quando il bambino migliora dopo il rimedio omeopatico, entra in scena la fallacia post hoc. Molte malattie comuni dell’infanzia guariscono spontaneamente. Raffreddori, febbri virali, faringiti non complicate e molte tossi post-infettive seguono un decorso naturale.<b> Se durante quel decorso viene dato un granulo, il miglioramento successivo viene attribuito al granulo. La sequenza temporale viene scambiata per causalità</b>. È uno degli inganni più robusti della mente umana: <b>dopo questo, dunque a causa di questo</b>. La medicina sperimentale ha sviluppato gruppi di controllo, randomizzazione, mascheramento e criteri predefiniti proprio per separare l’effetto reale dal decorso spontaneo, dall’aspettativa e dal racconto individuale.</p><p>A quel punto interviene il bias di conferma. Il genitore ricorda la febbre passata dopo il rimedio, la tosse migliorata, il mal di gola risolto. Gli episodi compatibili con la credenza diventano prove; gli episodi contrari vengono dimenticati, ridimensionati o spiegati con eccezioni. Questo accade perché la memoria umana non è un archivio neutro. Seleziona, ordina, interpreta. <b>Le pseudoterapie vivono spesso dentro questa memoria selettiva: pochi episodi favorevoli, raccontati molte volte, finiscono per pesare più di studi controllati condotti su popolazioni, con criteri espliciti e controlli adeguati.</b></p><p>La qualifica medica introduce il bias di autorità. Quando un messaggio di questo tipo viene associato a un medico, il pubblico tende ad abbassare la soglia critica. In pediatria il fenomeno è ancora più forte, perché il genitore decide per un bambino, dentro una condizione emotiva carica di responsabilità. L’autorità sanitaria dovrebbe servire a ordinare le informazioni, distinguere rischio reale e rischio percepito, spiegare quando un farmaco è inutile e quando diventa necessario. Quando la stessa autorità viene usata per promuovere una pratica priva di solida prova di efficacia, il problema riguarda il contenuto dell’argomento e l’effetto che quell’argomento produce su chi ascolta.</p><p>L’espressione “medicina ufficiale” aggiunge un’altra trappola: il bias anti-istituzionale. La formula suggerisce l’idea di un sapere rigido, imposto dall’alto, contrapposto a una cura più libera, più umana, più vicina alla persona. Ma la medicina fondata su prove non deriva la propria forza dall’ufficialità. La deriva dalla possibilità di controllare le affermazioni, correggere gli errori, confrontare i risultati, misurare benefici e danni. Quando la prescrizione è eccessiva, va ridotta. Quando un antibiotico è inutile, va evitato. Quando un trattamento funziona, va adottato. Quando un trattamento non supera la verifica di superiorità sul placebo, va riconosciuto per quello che è.</p><p>La retorica omeopatica spesso sposta il discorso su ascolto, relazione, individualizzazione, equilibrio, energia, consapevolezza. Qui lavora l’effetto alone. Parole positive e desiderabili circondano il rimedio e gli trasferiscono una credibilità che non ha dimostrato sperimentalmente. L’ascolto del paziente è un valore medico autentico. La relazione terapeutica conta. Il bambino va guardato nella sua interezza. La famiglia va accompagnata. Ma nessuna di queste cose dimostra che il rimedio omeopatico curi una malattia. L’effetto alone fonde qualità della relazione e validità del trattamento, mentre la domanda decisiva resta distinta: quel prodotto produce un effetto clinico specifico, misurabile e superiore al placebo?</p><p>Anche la presenza in farmacia alimenta un equivoco. Qui agisce il bias di legittimazione istituzionale: se un prodotto è venduto in farmacia, molti pensano che la sua efficacia terapeutica sia stata dimostrata. Per i medicinali omeopatici, questo passaggio è essenziale. Le procedure semplificate previste per molti prodotti riguardano qualità e sicurezza d’uso entro certe condizioni; la prova che un preparato curi febbre, tosse, mal di gola o altre patologie richiederebbe studi clinici adeguati e indicazioni terapeutiche fondate su quei dati. Disponibilità commerciale, tollerabilità e prova di efficacia appartengono a piani diversi.</p><p>Il risultato complessivo è una costruzione persuasiva. Si parte da una paura comprensibile: proteggere i bambini da farmaci inutili. Si usa una parola emotivamente carica: intossicazione. Si offre un’alternativa rassicurante: dolce e naturale. Si scelgono sintomi familiari, che molte volte guariscono da soli. Si invoca l’autorità del medico. Si richiama una presunta convergenza della medicina scientifica. Si lascia lavorare la memoria selettiva delle guarigioni spontanee. Ogni passaggio aggancia un bias diverso: falso dilemma, avversione alla perdita, fallacia del naturale, bias di familiarità, bias di omissione, post hoc, conferma selettiva, autorità, effetto alone, legittimazione istituzionale.</p><p><b>Le pseudoscienze raramente convincono con una singola affermazione falsa isolata, ma funzionano invece perché dispongono le parole in modo da farci ragionare peggio.</b> Prendono una preoccupazione vera e la trasformano in una conclusione indebita. Prendono un limite reale della medicina e lo usano per screditare il metodo che permette alla medicina di correggersi. Prendono l’amore di un genitore per un figlio e lo piegano verso la diffidenza generalizzata. In questo senso sono tossine cognitive: non si limitano a proporre un rimedio inefficace, ma alterano il modo in cui valutiamo le prove e le informazioni obiettive che abbiamo a disposizione (o non abbiamo).</p><p><b>La risposta razionale all’abuso farmacologico in pediatria esiste già: prescrivere meno quando serve meno, prescrivere meglio quando serve davvero, spiegare il decorso naturale delle malattie comuni, educare i genitori ai segnali di rischio, ridurre l’ansia inutile, mantenere aperta la strada alla diagnosi quando i sintomi cambiano o peggiorano</b>. Questa è buona medicina. La promessa di curare omeopaticamente gran parte delle malattie comuni dell’infanzia appartiene invece al campo delle frottole, una volta considerato l’effetto placebo. E diventa tanto più efficace quanto più riesce a usare, una dopo l’altra, le nostre scorciatoie mentali contro la nostra capacità di giudicare.</p>]]></description>
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				<title>Ebola non darà vita a una nuova pandemia, ma è un promemoria</title>
				<pubDate>Tue, 19 May 2026 17:09:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il nuovo focolaio di <b>Ebola Bundibugyo</b> in Congo e Uganda ha portato l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a dichiarare, il 17 maggio,&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2026/05/19/world/africa/ebola-outbreak-deaths-congo-who.html" target="_blank">un’emergenza di sanità pubblica di interesse internazionale</a>.  Poche ore dopo, davanti alla World Health Assembly, <b>Tedros Adhanom Ghebreyesus</b>, direttore generale dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2026/05/12/news/una-lezione-mancata-sui-virus--398678" target="_blank">Oms</a>, ha richiamato la scala e la velocità dell’epidemia: <b>oltre cinquecento casi sospetti, più di centotrenta morti sospette secondo le autorità congolesi, casi confermati in Congo e in Uganda, decessi tra operatori sanitari, circolazione in aree difficili da controllare.</b> I numeri sono in rapido aggiornamento, perché la sorveglianza sta ricostruendo catene di trasmissione, morti comunitarie, spostamenti di pazienti e contatti ad alto rischio. L’Ituri, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, è una regione insicura, con sfollamenti, mobilità legata anche alle miniere d’oro, frontiere permeabili, strutture sanitarie formali e informali. Tedros ha ricordato il movimento recente di oltre centomila persone. In questo contesto, ogni caso riconosciuto tardi può avere già generato contatti familiari, ospedalieri e comunitari. I casi in Uganda, collegati alla Repubblica Democratica del Congo, collocano il focolaio su scala regionale. Le morti tra operatori sanitari aggiungono un segnale grave, perché indicano esposizioni intense nei luoghi dove la trasmissione dovrebbe essere interrotta.</p><p>Accanto all’allarme epidemiologico, sono arrivati i primi dati genomici, che ho potuto esaminare direttamente grazie ai DB pubblici. <b>Tre genomi del Bundibugyo virus del 2026, due dalla Repubblica Democratica del Congo e uno dall’Uganda, sono stati confrontati con 34 genomi dei precedenti focolai noti: Uganda 2007 e Repubblica Democratica del Congo 2012.</b> L’albero filogenetico colloca i virus del 2026 in un gruppo distinto rispetto ai virus campionati in quegli episodi. La spiegazione più coerente è una nuova introduzione zoonotica, seguita da trasmissione umana e da esportazione in Uganda. Bundibugyo virus era già noto; la linea del 2026 appartiene verosimilmente a una porzione della sua diversità osservata solo ora, attraverso il passaggio nell’uomo. E’ il limite tipico della sorveglianza dei virus zoonotici rari: il serbatoio contiene una diversità molto più ampia delle sequenze raccolte durante i focolai umani.</p><p>Il sequenziamento chiarisce anche il problema diagnostico che ha permesso al virus di espandersi senza essere scoperto. <b>I campioni dell’Ituri analizzati a Kinshasa risultavano positivi con test pan-filovirus o pan-Ebola, mentre il GeneXpert specifico per Orthoebolavirus zairense dava esito negativo.</b> La diagnosi è arrivata con test più ampi e con il sequenziamento, che ha identificato Bundibugyo. Questo passaggio pesa sulla risposta sanitaria: nei percorsi diagnostici e nella percezione pubblica, “Ebola” viene spesso associato a Zaire ebolavirus, la specie più nota e quella per cui esistono vaccini e anticorpi monoclonali approvati. Per Bundibugyo mancano vaccini autorizzati e terapie specifiche validate. <b>Restano centrali quindi diagnosi rapida, isolamento, protezione del personale sanitario, tracciamento dei contatti per ventuno giorni; tutte cose che solo con la sequenza del virus, ora disponibile, si possono fare con efficacia.</b></p><p>Il ceppo è distinto da quelli noti, come detto; ma per valutare trasmissibilità, virulenza o cambiamenti funzionali servono più genomi, distribuzione delle mutazioni nelle proteine, confronto con la variabilità nota di Bundibugyo, dati clinici comparabili e studi sperimentali – e quindi, a oggi, non è lecito assumere nulla di diverso né per la trasmissione del virus, né per la clinica.</p><p><b>In sostanza, un virus già noto, ma raro, è riemerso attraverso una linea finora non osservata nei focolai umani documentati.</b> L’epidemia si è manifestata in un territorio fragile, con mobilità elevata, possibili ritardi diagnostici, infezioni tra operatori sanitari e passaggio transfrontaliero. L’allarme Oms riguarda questa combinazione: un focolaio biologicamente riconoscibile, filogeneticamente distinto dai precedenti, entrato in una popolazione umana dove contenere Ebola richiede rapidità, accesso alle comunità, laboratori efficienti e protezione rigorosa di chi cura – tutte cose difficili da garantire, considerata la situazione sul terreno. Non sarà Ebola, probabilmente, a costituire un problema di scala pandemica, vista la biologia di questo virus; tuttavia, ancora una volta, si evidenzia la pressione che l’evoluzione sta esercitando, e che, certamente, porterà all’emersione di qualcosa di veramente pericoloso, per fallimento o impossibilità di prevenzione.</p><p>Ancora una volta, devo richiamare quanto scrivevo solo ieri: la preparazione all’inevitabile prossima epidemia o pandemia non può essere rinviata oltre, e deve prevedere non semplicemente un piano pandemico, <b>ma un’officina farmaceutica moderna,</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2026/05/18/news/nuovi-virus-vecchie-lezioni-dal-covid-19-il-sistema-immunitario-che-serve-allitalia--399063" target="_blank">in grado di sfruttare il dato genomico per reagire rapidamente quando serve</a>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Processare Baric per il Covid è la resa americana al complottismo</title>
				<pubDate>Thu, 14 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Salute</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Negli stessi giorni in cui un focolaio virale ricorda quanto sia concreto il bisogno di competenza scientifica sui patogeni emergenti, negli Stati Uniti il governo federale ha avviato una procedura per escludere dai finanziamenti pubblici <b>Ralph Baric</b>, professore della University of North Carolina a Chapel Hill, membro della National Academy of Sciences e fra i maggiori esperti mondiali di coronavirus. La notizia, riportata da&nbsp;<a href="https://www.science.org/content/article/virologist-accused-starting-covid-19-will-fight-u-s-ban-funding" target="_blank">Science</a>, riguarda una decisione del Department of Health and Human Services: <b>Baric è già stato sospeso dalla possibilità di ricevere nuovi fondi federali e ora rischia un debarment di almeno tre anni</b>.</p><p>L’accusa formale riguarda un presunto “pattern of deception”, una condotta ingannevole ripetuta, riferita soprattutto a esperimenti condotti nel 2014 su coronavirus di pipistrello. Secondo HHS, quegli esperimenti avrebbero prodotto un virus con caratteristiche di gain of function, cioè un virus reso più capace di infettare o causare malattia, e Baric avrebbe presentato in modo fuorviante la natura di quel lavoro nelle comunicazioni con NIAID, l’istituto che per decenni ha finanziato la sua ricerca. A questa contestazione si aggiunge un’accusa separata su un finanziamento Wellcome del 2017, che secondo HHS avrebbe avuto una sovrapposizione con un grant NIAID e avrebbe dovuto essere dichiarato in modo diverso.</p><p>Il caso nasce da esperimenti pubblicati nel 2015 su Nature Medicine. Il gruppo di Baric voleva capire se un coronavirus di pipistrello, identificato in Cina da ricercatori del Wuhan Institute of Virology, potesse rappresentare una minaccia per l’uomo. Quel virus, indicato come SHC014, allora non poteva essere coltivato direttamente in laboratorio. Per studiarne la spike, cioè la proteina che permette al virus di entrare nelle cellule, i ricercatori inserirono il gene della spike in un coronavirus SARS già adattato alla crescita nel topo. Il virus chimerico così ottenuto fu poi testato in colture cellulari e in animali.</p><p>Questo tipo di esperimento si colloca da sempre nel punto più esposto della virologia sperimentale. Serve a capire in anticipo quali virus animali possano acquistare accesso alle cellule umane; allo stesso tempo richiede regole severe, perché costruire virus ricombinanti implica rischi reali. Nel lavoro del 2015, gli autori scrissero apertamente che studi simili avrebbero potuto essere giudicati troppo rischiosi dai comitati di revisione, e che la preparazione contro future epidemie doveva essere valutata insieme al rischio di creare patogeni più pericolosi. Quella frase oggi pesa, perché mostra che Baric non trattava quel problema come un dettaglio burocratico.</p><p>La contestazione attuale gioca su una definizione tecnica e amministrativa: quegli esperimenti produssero davvero un gain of function? Baric sostiene di no. Nei topi, il virus chimerico avrebbe causato una malattia meno grave rispetto al virus SARS adattato al topo usato come confronto. Nelle cellule epiteliali umane delle vie respiratorie, secondo Baric, il virus avrebbe mantenuto funzione, senza aumentarla. HHS interpreta invece alcuni dati in modo diverso e accusa Baric di avere minimizzato il possibile aumento di infettività, richiamando anche una sua frase del 2014, pronunciata a un simposio della National Academy of Sciences, in cui avrebbe definito il virus chimerico come “gain-of-function”. Baric ora dice che quella formulazione fu imprecisa e che avrebbe dovuto parlare di un esperimento con potenziale gain of function.</p><p>A rendere il caso assai più grave è il contesto politico in cui questa procedura arriva. Baric è da anni al centro di accuse infondate secondo cui avrebbe contribuito alla nascita di SARS-CoV-2. Il suo nome compare nella discussione pubblica perché ha collaborato con ricercatori del Wuhan Institute of Virology e perché il suo laboratorio possiede competenze avanzate di reverse genetics sui coronavirus. Nel 2018 partecipò anche a una proposta presentata a DARPA, insieme a EcoHealth Alliance e ad altri gruppi, che prevedeva fra le possibili linee di lavoro l’introduzione di siti per la furina in coronavirus di pipistrello. Quella proposta, nota come DEFUSE, venne respinta. Dopo l’emergere di SARS-CoV-2, la presenza nel suo genoma di un sito per la furina ha alimentato sospetti, ricostruzioni forzate e accuse pubbliche contro molti virologi coinvolti nella ricerca sui coronavirus.</p><p>Si vede bene come una discussione legittima sulla biosicurezza diventa persecuzione quando il bersaglio viene scelto per confermare una narrazione politica già formata. La ricerca sui coronavirus chimerici merita controllo rigoroso, come tutte quelle che comportano gain-of-function. Le collaborazioni internazionali con laboratori che operano su patogeni emergenti necessitano trasparenza. Le agenzie pubbliche devono poter riesaminare grant, procedure, autorizzazioni, comunicazioni e conflitti di interesse. Tutto questo appartiene al governo responsabile della scienza.&nbsp;</p><p>Un procedimento retroattivo contro uno scienziato fra i più competenti nel suo campo, costruito in un clima in cui figure politiche e commentatori lo indicano da anni come possibile artefice della pandemia, appartiene a un’altra logica.</p><p>Robert F. Kennedy Jr., oggi segretario HHS, nel suo libro The Wuhan Cover-Up ha tentato di collegare il lavoro di Baric all’origine della pandemia. Robert Redfield, già direttore dei CDC, è arrivato a dire che esiste una possibilità reale che il virus sia nato a Chapel Hill, presentando Baric come la mente scientifica di un progetto cinese di ingegneria virale. Sono affermazioni enormi, perché trasformano un ricercatore in un personaggio chiave di una catastrofe globale. Dopo anni di indagini, audizioni parlamentari, richieste di documenti, cause per ottenere gli archivi di UNC e campagne pubbliche, come è ovvio non vi è alcuna prova che Baric abbia creato SARS-CoV-2 o abbia partecipato alla sua creazione.</p><p>Invece, ci sono le conseguenze per la vita personale di Baric. Science racconta che riceve minacce di morte, che UNC ha dovuto rafforzare la sicurezza del suo laboratorio, che nel 2024 egli ha testimoniato per un’intera giornata davanti alla sottocommissione della Camera sulla pandemia, e che nel 2025 è stato messo in congedo amministrativo dopo l’avvio di una compliance review da parte di NIH. Ora UNC ha annunciato il suo pensionamento, mentre Baric ha dichiarato che intende opporsi a questa ultima procedura punitiva.</p><p>A parte Baric, è chiaro che gli Stati Uniti stanno dicendo ai propri virologi che studiare i virus più pericolosi può esporre, anni dopo, a una rilettura punitiva dell’intera carriera. Il messaggio arriva mentre la biosorveglianza richiede esattamente l’opposto: competenze solide, laboratori preparati, capacità di leggere rapidamente genomi virali, modelli sperimentali controllati, regole chiare prima degli esperimenti e valutazioni tecniche affidate a persone che conoscano davvero la materia. Punire retroattivamente una figura come Baric, dentro un contesto politico già saturo di accuse sull’origine di SARS-CoV-2, produce il prevedibile effetto di diminuire la ricerca sui virus emergenti, per non esporsi troppo, e di conseguenza meno disponibilità a collaborare, meno capacità di anticipare il prossimo salto di specie e in generale maggior rischio per tutti.</p><p>La pandemia avrebbe dovuto insegnare una lezione semplice: la preparazione scientifica si costruisce prima dell’emergenza. Quando un virus arriva nella popolazione umana, il tempo perduto negli anni precedenti diventa mortalità, improvvisazione, panico pubblico, decisioni tardive. Baric appartiene alla generazione di scienziati che hanno studiato i coronavirus quando il mondo li considerava una nicchia specialistica. Dopo SARS, dopo MERS, dopo COVID-19, sappiamo quanto quella nicchia fosse centrale, e che facciamo? Incolpiamo gli esperti migliori che abbiamo, in piena regola complottista, come una sorta di resa dei conti da regalare agli elettori MAGA e MAHA.</p><p>Il tutto quando? Proprio quando un nuovo focolaio ricorda che la conoscenza dei virus salva vite. Chi ha studiato i coronavirus prima che il mondo ne sospettasse anche solo l’esistenza o ne conoscesse anche solo il nome, viene trattato come chi ha esposto tutti a un rischio pubblico. In questo modo, sparando sulla conoscenza (scientifica ma non solo) muoiono le democrazie e, alla prima emergenza epidemica vera, le persone.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il virus della Hondius: un vecchio ceppo, ma con condizioni nuove di contagio</title>
				<pubDate>Tue, 12 May 2026 19:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il sequenziamento del virus associato al focolaio della motonave&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2026/05/11/news/sintomi-rischi-e-precauzioni-cosa-ce-da-sapere-sullhantavirus--398668" target="_blank">Hondius</a>, su un campione di 5 pazienti, dimostra che appartiene al clade 3 e risulta vicino a due isolati argentini descritti da Martínez e colleghi nel 2020, indicati come NRC-3 e NRC-4, trovati in due giovani pazienti con febbre di San Martín de los Andes, nella provincia di Neuquén, in Patagonia. <b>Questo primo dato è importante, perché i virus del clade 3 non sono stati coinvolti nell’episodio con superdiffusione di Epuyen, appartenenti al clade 2, che mostrano importanti differenze di sequenza. </b>L’estrema similitudine del virus Hondius con NRC-3 e NRC-4, isolati 8 anni fa, comporta innanzitutto la mancanza di riassortimento delle tre regioni che compongono il genoma virale, S, M, L, per un virus che è capace di scambiarle tra ceppi diversi.</p><p>Tuttavia, estrema similitudine non significa assenza di differenze; mi sono quindi preso la briga di allineare le sequenze odierne a quelle di NRC-3 e NRC-4 per evidenziare eventuali variazioni. Quelle che cambiano la sequenza delle proteine (e quindi quelle che possono avere un effetto sulla biologia del virus) si concentrano nel segmento M del genoma, quello che codifica le glicoproteine di superficie Gn e Gc. <b>Sono le proteine esposte all’esterno della particella virale, coinvolte nell’ingresso nella cellula e nella fusione con le membrane cellulari – insomma sono proteine equivalenti alla ormai famosa Spike del coronavirus.</b> Se si analizzano i genomi e la posizione delle differenze nelle proteine virali, le sostituzioni rispetto ai virus argentini del 2018 appaiono poche e soprattutto non sembrano poter influenzare in modo molto significativo le funzioni del virus. Confrontando fra di loro i virus sin qui disponibili per 5 pazienti diversi, i dati provenienti da laboratori diversi e ottenuti con tecniche diverse sono convergenti: i virus sequenziati sono quasi sovrapponibili. I segmenti S e M del genoma coincidono tra le sequenze confrontate, mentre nel segmento L compaiono soltanto due variazioni confermate, entrambe sinonime, cioè incapaci di cambiare le proteine virali. <b>Tra i pazienti sequenziati, dunque, non emerge una diversificazione significativa del virus, il che punta ad una sola fonte comune per l’infezione verificatasi.</b></p><p>La scarsità di differenze tra i virus argentini del 2018 e quello del 2026 è compatibile con la biologia di Andes virus,&nbsp;<a href="https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2009040" target="_blank">come già rilevavano Martinez e colleghi nel 2020</a>. La circolazione principale avviene nei roditori serbatoio, in particolare il ratto pigmeo del riso dalla coda lunga <i>Oligoryzomys longicaudatus</i>. <b>In quel serbatoio il virus può mantenersi per anni con cambiamenti limitati, perché non subisce necessariamente la pressione evolutiva tipica dei virus che passano continuamente da uomo a uomo in popolazioni molto grandi. </b>Il genoma descrive quindi un virus vicino a linee già note. Il virus della Hondius è diverso dai suoi parenti più prossimi, come ci si attende da un virus campionato anni dopo, ma, a meno di sorprese, le differenze paiono poche, localizzate soprattutto nelle glicoproteine, in gran parte conservative, senza alterazioni evidenti dei siti di glicosilazione, senza cambiamenti proteici in L e S, senza reassortment e senza evoluzione proteica apprezzabile tra i pazienti sequenziati.</p><p>NRC-3 e NRC-4 erano stati osservati in pazienti che non hanno generato nuove infezioni in altri soggetti, almeno per quanto se ne sa, e non avevano prodotto un grande focolaio riconosciuto. L’episodio della Hondius mostra il limite predittivo di quel dato storico: <b>una linea virale vicina a quelle già osservate in Patagonia può restare associata a casi sporadici in un contesto (quello originale del 2018) e propagarsi tra persone in un altro, quando cambiano le condizioni di esposizione, come nella crociera del 2026. </b>La nave ha offerto condizioni particolari: spazi condivisi, permanenza prolungata, contatti ripetuti, possibile assistenza informale a persone malate, ritardo iniziale nel riconoscimento dell’agente. Andes virus era già noto per la possibilità di trasmissione interumana in condizioni di contatto stretto e prolungato. Il focolaio della Hondius rientra in questa cornice, senza richiedere un virus con infettività nuova o aumentata. Le domande decisive riguardano ora il meccanismo di trasmissione. Serve stabilire quando un paziente diventa contagioso: durante la febbre iniziale, nella fase respiratoria, nella fase più grave della malattia, oppure – e sarebbe il caso ovviamente peggiore – già da asintomatico. <b>Serve capire quali materiali biologici contano di più: secrezioni respiratorie, saliva, droplets, aerosol a breve distanza, contatto ravvicinato, procedure di assistenza.</b> Serve stimare con quale efficienza avviene il contagio, pur sapendo che un valore affidabile di R0 è difficile da calcolare quando i casi sono pochi, le catene sono brevi e non si può sempre distinguere con sicurezza tra esposizione ambientale comune e trasmissione tra persone.</p><p>Le sequenze disponibili indicano un Andes virus del clade 3 vicino a linee già note, con pochi cambiamenti proteici e senza segnali genetici forti di nuove proprietà biologiche. <b>Il rischio nasce dalla combinazione tra un patogeno già grave e un ambiente capace di favorire contatti stretti e ripetuti.</b> Per misurarlo davvero occorre ricostruire come questo virus, già presente nella storia naturale sudamericana, riesca a passare da una persona all’altra: in quale fase clinica, attraverso quali vie, con quale frequenza e in quali condizioni. Oggi sappiamo che abbiamo di fronte un patogeno che, fino ad oggi, ha causato solo focolai che si sono autoestinti; ma la vigilanza va mantenuta, perché bisogna procedere bayesianamente, aggiornando la nostra conoscenza con i dati man mano che arrivano.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>L’epidemiologo Lopalco: “Nessun allarme: vi spiego l’Hantavirus, da Gene Hackman alla crociera con i contagi”</title>
				<pubDate>Mon, 11 May 2026 15:27:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Salute</category>
				<author>Gabriele De Campis</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il professor <b>Pier Luigi Lopalco</b>, da tempo non aveva il telefono di nuovo rovente. “L’esposizione mediatica? Non mi è mancata per niente… Sto vivendo con maggiore tranquillità adesso, dedicandomi ai miei studi”. Adesso arriva l’<a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2026/05/11/news/cosa-prevede-la-guida-provvisoria-delloms-sullhantavirus--398666" target="_blank">hantavirus</a>&nbsp;e l’accademico (è ordinario di Igiene all’Università di Pisa) ed epidemiologo torna a surfare sui media, dopo il ritorno in università, con la fine del mandato di consigliere regionale in Puglia (è stato anche assessore alla Salute nella giunta di Michele Emiliano).  Una nuova pandemia? <b>“Questo virus è completamente diverso dal Covid, soprattutto per le caratteristiche di trasmissione. La prima variante del coronavirus, che ha causato l’ondata iniziale, aveva una capacità di diffusione maggiore di questo virus. L’hantavirus l’ho osservato in questi giorni”.</b> Cosa risalta? “Per quanto ne sappiamo è la variante più aggressiva degli hantavirus, una tipologia che ha causato solo piccoli focolai o casi singoli isolati, comunque controllati con facilità”. Sulle modalità di contagio aggiunge: “A quanto pare riesce a trasmettersi da persona a persona. Sulla nave da crociera nota la prossimità e gli spazi ristretti o la ventilazione non efficiente ne hanno favorito la diffusione, contagiando alcuni ospiti”. Ci sono stati errori sulla Mv Hondius? <b>“Non è colpa di nessuno quello che è accaduto. E’ salita a bordo una persona infetta che ha contagiato chi era più prossimo, e poi altri. Parliamo di un numero esiguo”</b>. Mentre oggi sono risultati positivi una francese e un americano che erano sulla Hondius, il sindaco Luigi Mennella –  in attesa di precise disposizioni da parte del ministero della Salute – ha firmato un'ordinanza che pone in quarantena obbligatoria il marittimo 24enne di Torre del Greco, uno dei quattro passeggeri del volo Klm sul quale era salita per pochi minuti una donna sudafricana poi morta a causa dell'hantavirus. Il giovane uomo sarà sottoposto a costante monitoraggio della temperatura e dovrà utilizzare una mascherina Ffp2 in presenza di altre persone. Stessa decisione ha preso la sindaca di Villa San Giovanni (Reggio Calabria), riguardo a Federico Amaretti, il marittimo di 25 anni che era a bordo dello stesso volo. L'allerta resta "bassa", conferma il ministero della Salute, che sta predisponendo una circolare a Regioni e uffici di frontiera con indicazioni su tracciamenti, sorveglianza attiva ed eventuali isolamenti fiduciari, anche sulla base delle indicazioni Ecdc.&nbsp;</p><p>Gli strascichi della pandemia del coronavirus ci sono ancora. Come si può curare l’hantavirus? “Non abbiamo – chiarisce Lopalco – terapie specifiche. Possiamo intervenire solo con terapie generali di supporto al paziente, come per qualunque altra malattia virale, per limitare i danni dell’infiammazione, supportandolo se dovesse arrivare una evoluzione verso una polmonite. <b>Il brutto di questa variante è l’aggressività”.</b> Cosa dice la letteratura scientifica? “È sempre un virus zoonotico sotto osservazione, perché può fare il salto di specie. La variabile più potente è quella americana, che causa evoluzioni polmonari, più gravi dal punto di vista clinico, facilitata dalla trasmissione con la tosse”. Poi un riferimento a un episodio precedente di scuola. “Un caso famoso è la storia di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2025/02/27/news/e-morto-gene-hackman--110630" target="_blank">Gene Hackman</a>: fu trovato morto dopo giorni nella sua lussuosa villa.<b> Si sono fatte le ipotesi più fantasiose, ma la morte era derivata da infezione di hantavisurs preso da escrementi di topi che avevano colonizzato la villa. Prima colpì la moglie e poi lui si lasciò morire”.</b></p><p>Guardia alta e niente allarmismi? “Non è il caso. E’ il classico evento per addetti ai lavori. Deve lasciare delle lezioni al pubblico generale. Capita che persone vadano in una zona remota per fare un safari fotografico: spesso si arriva lì impreparati, mentre bisogna aumentare le misure igieniche… La spensieratezza nell’affrontare gli ambienti selvatici a scopo di turismo va rivista, per attrezzarsi con accortezze prudenziali maggiori. Poi il contagio primario avviene con urine ed escrementi di topi, anche inalando si può rimanere colpiti, o toccando le superfici”. L’ultimo monito è sul contesto generale internazionale e sulle vulgate antiscientiste: “Da questa storia arriva un’altra lezione: su questa nave da crociera c’erano persone da quattro continenti. <b>Solo per fare la mappa dei contatti e l’indagine dell’epidemia è necessario un organismo sovranazionale. In questo caso è assolutamente necessaria l’Oms: se non ci fosse, sarebbe impossibile agire. </b>Ci vuole un coordinamento sovranazionale”.</p>]]></description>
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				<title>Il virus in crociera. E adesso? La scienza davanti al focolaio di Hantavirus</title>
				<pubDate>Fri, 08 May 2026 05:41:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/07/original/8cc5300c-4078-44df-a415-a346a72a1bec.jpeg?v=1778166220" />
																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Molto si sta già dicendo sul cluster di hantavirus associato alla MV Hondius</b>, e molto altro si dirà nei prossimi giorni, perché l’indagine è ancora in sviluppo, i dati clinici e virologici vengono aggiornati, le autorità sanitarie correggono le valutazioni man mano che arrivano nuovi campioni, nuove interviste, nuove sequenze e nuove ricostruzioni dei contatti. In una fase di questo tipo, la parte più utile della vicenda non è l’accumulo dei dettagli provvisori, ma il metodo con cui quei dettagli vengono trasformati, quando possibile, in conoscenza affidabile. Un evento epidemico in corso permette infatti di osservare una cosa che nella comunicazione pubblica resta spesso invisibile:<b> gli scienziati non procedono sommando notizie, ma distinguendo i fatti accertati dalle inferenze plausibili, le ipotesi operative dalle spiegazioni dimostrate, e aggiornando il peso di ciascuna interpretazione quando arrivano dati migliori</b>. L’ECDC, nella valutazione del 6 maggio 2026,&nbsp;<a href="http://(https://www.ecdc.europa.eu/sites/default/files/documents/TAB-hantavirus-06052026.pdf)">definisce l’evento “rapidly evolving”&nbsp;</a>e precisa che la propria analisi è preliminare e destinata a essere aggiornata con l’arrivo di nuove informazioni: questa è la cornice corretta per leggere tutta la vicenda.&nbsp;</p><p>Il valore divulgativo di un caso simile sta proprio nella possibilità di mostrare come si ragiona davanti all’incertezza senza trasformarla in confusione. Un cluster epidemiologico è un segnale: più persone si ammalano in un intervallo di tempo, in uno spazio o in una rete di relazioni che suggerisce una connessione. Quel segnale non contiene ancora la sua spiegazione. Può derivare da una sorgente comune, da esposizioni ambientali simili ma separate, da una catena di trasmissione fra persone, oppure da una combinazione di questi meccanismi. <b>La prima operazione consiste allora nel costruire una mappa ordinata delle possibilità e nel chiedersi che cosa ciascuna ipotesi dovrebbe produrre se fosse vera</b>. Una ricostruzione orientata verso una sorgente ambientale deve identificare luoghi contaminati, presenza di roditori, tracce di escreti, polveri, attività a rischio e tempi compatibili con l’incubazione. Una ricostruzione orientata verso la trasmissione interumana deve invece documentare contatti stretti, durata dell’esposizione, convivenza, assistenza ai malati, sequenza degli esordi e assenza di esposizioni ambientali alternative di pari plausibilità. In questa fase, il metodo scientifico consiste nel valutare quanto ogni ipotesi resti coerente con l’insieme dei dati disponibili.</p><h2>Le tre ipotesi</h2><p>Nel caso della Hondius, le ipotesi principali sono tre.<b> La prima è un’esposizione comune avvenuta prima dell’imbarco, in un ambiente contaminato da roditori infetti. La seconda è un’esposizione ambientale durante il viaggio o in una delle tappe, sempre attraverso materiale biologico di roditori. La terza è una trasmissione da persona a persona, ipotesi che per Andes virus deve essere considerata perché questo hantavirus è stato associato, in alcune circostanze documentate, a contagio interumano dopo contatti stretti e prolungati</b>. Le tre ipotesi non partono dallo stesso punto, perché la via ordinaria di infezione da hantavirus è l’esposizione ambientale a urine, feci o saliva di roditori infetti aerosolizzate; tuttavia, l’identificazione di Andes virus cambia il profilo dell’indagine, perché introduce un meccanismo raro ma rilevante per la gestione dei contatti.&nbsp;<a href="http://(https://www.ecdc.europa.eu/sites/default/files/documents/TAB-hantavirus-06052026.pdf)">L’ECDC formula, infatti, l’ipotesi preliminare secondo cui alcuni passeggeri possano essersi esposti ad Andes virus</a>&nbsp;in Argentina prima dell’imbarco e possano poi avere trasmesso il virus ad altri passeggeri, precisando però che questa valutazione nasce in una fase precoce e con informazioni ancora limitate.&nbsp;</p><p>Il primo vincolo è il tempo. In un’indagine epidemica, la data di esordio dei sintomi non serve a costruire una cronologia narrativa, ma a delimitare ciò che è biologicamente possibile. L’OMS riferisce, per i casi collegati alla Hondius, esordi distribuiti tra il 6 e il 28 aprile 2026; l’ECDC ricorda che il tempo di incubazione delle infezioni da ortohantavirus è di solito intorno a due settimane, con un intervallo che può andare da sette giorni a sei settimane, mentre la descrizione OMS della sindrome cardiopolmonare da hantavirus considera un intervallo più ampio in casi diversi. Questi valori non sono dettagli secondari: un esordio molto precoce rispetto alla partenza da Ushuaia orienta la ricerca verso un’esposizione precedente o molto vicina all’imbarco; esordi più tardivi possono restare compatibili con esposizione comune, esposizione successiva o trasmissione interumana.&nbsp;<a href="http://(https://www.who.int/emergencies/disease-outbreak-news/item/2026-DON599)">Le date non dimostrano la causa, ma modificano il peso relativo delle spiegazioni, perché una ipotesi epidemiologica deve rispettare la finestra biologica dell’infezione per restare credibile.&nbsp;</a></p><p>Il secondo vincolo è la geografia delle esposizioni. Per una zoonosi mantenuta da roditori, il luogo in cui la malattia viene riconosciuta può essere molto distante dal luogo in cui l’infezione è stata acquisita. Una nave concentra i casi, facilita il loro riconoscimento e rende visibile l’evento alle autorità internazionali; la sorgente può trovarsi giorni o settimane prima, in un ambiente attraversato dai pazienti durante il viaggio.<a href="http://(https://www.argentina.gob.ar/noticias/argentina-asiste-paises-europeos-con-insumos-de-diagnostico-para-hantavirus)"> Il Ministero della Salute argentino ha comunicato di avere ricostruito una traiettoria lunga mesi del possibile caso indice attraverso Argentina, Cile, Uruguay e ritorno in Argentina prima della partenza da Ushuaia,</a>&nbsp;e di avere avviato, con ANLIS-Malbrán, attività di supporto diagnostico internazionale e indagini locali, compresa la cattura e l’analisi di roditori in aree collegate al percorso dei casi. Questo dato sposta correttamente l’indagine dal luogo in cui il cluster è stato osservato ai luoghi in cui l’esposizione può essersi verificata.&nbsp;</p><p>Il terzo vincolo è biologico. Gli hantavirus sono virus a RNA mantenuti in natura da roditori; l’uomo si infetta soprattutto respirando particelle contaminate da urine, feci o saliva di animali infetti, per esempio quando polvere contaminata viene sollevata in ambienti chiusi, depositi, edifici infestati, aree rurali o luoghi di lavoro ed escursione. Nelle Americhe alcuni hantavirus causano la sindrome polmonare o cardiopolmonare da hantavirus, che può iniziare con febbre, mialgie, cefalea, malessere e sintomi gastrointestinali, per poi evolvere rapidamente verso edema polmonare, insufficienza respiratoria, ipotensione e shock. Andes virus appartiene a questo gruppo e ha una particolarità: è il principale hantavirus per il quale la trasmissione interumana sia stata documentata o fortemente sospettata in alcuni cluster sudamericani, soprattutto dopo contatti ravvicinati e prolungati.&nbsp;<a href="http://(www.ecdc.europa.eu/sites/default/files/documents/TAB-hantavirus-06052026.pdf)">L’ECDC sottolinea però che questa trasmissione non è facile</a>, che la via ambientale resta centrale e che il rischio per la popolazione generale europea è molto basso anche perché il reservoir naturale di Andes virus, il roditore <i>Oligoryzomys longicaudatus</i>, non è presente in Europa.&nbsp;</p><h2>Il problema della co-esposizione</h2><p>La difficoltà metodologica più importante riguarda la co-esposizione. Due persone che si ammalano una dopo l’altra possono essersi contagiate fra loro; possono anche avere condiviso lo stesso ambiente contaminato. Una coppia, una famiglia, un gruppo di viaggio, una cabina o una comitiva di escursionisti producono relazioni sociali evidenti, ma quelle relazioni possono sovrapporsi alle esposizioni ambientali. Se due soggetti hanno dormito negli stessi luoghi, visitato gli stessi ambienti rurali, manipolato gli stessi materiali o respirato la stessa polvere contaminata, il solo fatto che uno si ammali prima dell’altro non basta a stabilire una trasmissione diretta. Per separare le ipotesi servono interviste accurate, tempi di esordio, attività comuni, durata e tipo dei contatti, risultati sierologici, PCR, sequenze virali dei pazienti, campioni ambientali e, quando possibile, sequenze ottenute dai roditori delle aree sospette. L’indagine deve stabilire quale spiegazione renda conto dei dati osservati con il minor numero di assunzioni aggiuntive e con la maggiore coerenza biologica.</p><p>La letteratura su Andes virus mostra perché questa prudenza sia necessaria. L’outbreak di Epuyén, in Argentina, descritto nel 2020 sul New England Journal of Medicine, è uno dei riferimenti principali per la trasmissione interumana: gli autori ricostruirono 34 infezioni confermate da Andes virus nella provincia di Chubut, con 11 decessi, e interpretarono l’evento come una catena di trasmissione da persona a persona sostenuta da alcuni individui con ruolo di super-diffusori, sulla base di dati clinici, epidemiologici e genomici.&nbsp;<a href="http://(https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2009040)">Questo studio rende comprensibile la cautela delle autorità quando Andes virus viene identificato in un cluster con contatti stretti e in un ambiente chiuso o semi-chiuso.&nbsp;</a></p><p>La stessa letteratura impone però di non trasformare quella possibilità in una scorciatoia esplicativa. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Infectious Diseases ha valutato criticamente le prove disponibili sulla trasmissione interumana degli hantavirus e ha concluso che le evidenze comparative più solide non sostengono in modo forte la trasmissione interumana, mentre gli studi non comparativi, più esposti a bias, suggeriscono che la trasmissione di Andes virus possa essere possibile in alcuni cluster di Argentina e Cile. Gli autori indicano esplicitamente la necessità di studi capaci di controllare la co-esposizione ai roditori. Questo punto è decisivo: in sanità pubblica è ragionevole agire come se una trasmissione rara ma grave potesse avvenire; nella ricostruzione scientifica, invece, ogni catena causale deve essere dimostrata contro l’alternativa dell’esposizione ambientale condivisa.&nbsp; &nbsp;</p><p>La genomica aiuta molto, ma non elimina da sola il problema. Se i virus isolati da due pazienti sono incompatibili fra loro dal punto di vista filogenetico, una trasmissione diretta diventa improbabile. Se invece sono identici o quasi identici, il legame fra i casi diventa più plausibile, ma resta da capire se quel legame passi attraverso una persona oppure attraverso la stessa sorgente ecologica. In un’area endemica, due individui possono infettarsi con virus molto simili perché hanno incontrato la stessa popolazione virale circolante nei roditori locali. <b>Per questo il confronto fra sequenze umane e sequenze ottenute dai roditori è spesso il passaggio più informativo. </b>La somiglianza fra virus isolati da pazienti diversi misura la prossimità genetica delle infezioni; il suo valore causale dipende dal contesto epidemiologico e dal confronto con i virus presenti nel reservoir locale.</p><p><a href="http://(https://www.argentina.gob.ar/noticias/actualizacion-del-boletin-epidemiologico-nacional-de-la-semana-ndeg-16)">Il bollettino epidemiologico argentino</a>&nbsp;della settimana 16 del 2026 offre un esempio concreto, distinto dal caso Hondius, ma molto utile per capire il metodo. A Cerro Centinela, nel Chubut, tre conviventi hanno presentato infezioni da Andes virus con esordi sequenziali; l’indagine ambientale ha rilevato roditori selvatici riconosciuti come serbatoi di hantavirus e un esemplare è risultato positivo. Le sequenze virali umane erano simili al 99,99% fra i tre casi, un dato che rafforza l’idea di un legame stretto tra le infezioni; nello stesso aggiornamento, però, il sequenziamento del virus rilevato nel roditore sieropositivo era ancora pendente. In termini di ragionamento scientifico, il dato umano sostiene l’esistenza di una relazione fra i casi, mentre il dato animale, quando disponibile, può chiarire se quella relazione sia spiegata meglio da una sorgente ambientale condivisa, da una catena interumana, oppure da una combinazione dei due meccanismi.&nbsp;</p><p><b>Un’indagine di outbreak procede quindi come un aggiornamento progressivo del peso relativo delle ipotesi. All’inizio, la biologia nota degli hantavirus assegna un peso elevato all’esposizione ambientale da roditori.</b> L’identificazione di Andes virus aumenta il peso della trasmissione interumana come ipotesi operativa. Le date di esordio possono rafforzare l’ipotesi pre-imbarco oppure rendere più plausibili casi secondari. Le interviste distinguono fra convivenza, assistenza diretta, contatto intimo, semplice compresenza e condivisione di ambienti. I test molecolari confermano l’agente; la sierologia può documentare esposizioni o fasi diverse dell’infezione; le sequenze virali misurano la parentela fra i virus; i campioni ambientali e zoologici riportano la catena al serbatoio naturale. A ogni passaggio, alcune spiegazioni diventano più robuste, altre perdono forza, altre restano aperte in attesa di dati che le separino.</p><h2>I contatti stretti</h2><p>Questa logica spiega anche perché una risposta sanitaria possa essere prudente senza essere allarmistica. L’ECDC considera tutti i presenti sulla nave come contatti stretti, per il contesto chiuso e la condivisione di spazi e attività, ma nello stesso tempo valuta molto basso il rischio per la popolazione generale europea. La coerenza fra queste due affermazioni dipende dalla distinzione fra rischio individuale, rischio dei contatti e rischio comunitario. Una malattia può essere grave per il singolo paziente e poco capace di diffondersi nella popolazione generale. Può richiedere isolamento, monitoraggio, dispositivi di protezione, test e rapido trasferimento in terapia intensiva per i sintomatici, pur non presentando le caratteristiche di un agente facilmente pandemico. Nel caso di Andes virus, la severità clinica impone misure rapide; la bassa efficienza della trasmissione interumana e l’assenza del reservoir europeo riducono il rischio di un’ampia diffusione comunitaria.&nbsp;&nbsp;</p><p>La clinica rende ancora più evidente la differenza fra agire e concludere. La sindrome cardiopolmonare da hantavirus può iniziare con sintomi comuni, sovrapponibili a molte infezioni banali, e precipitare poi verso insufficienza respiratoria e shock. <b>L’OMS ricorda che non esiste un antivirale specifico</b> approvato per questa sindrome e che la sopravvivenza dipende soprattutto dal riconoscimento precoce e dal supporto intensivo: ventilazione, controllo dei fluidi, vasopressori, dialisi quando serve, ECMO nei casi più gravi.&nbsp;<a href="http://(https://www.who.int/emergencies/disease-outbreak-news/item/2026-DON599)">Questa informazione giustifica una risposta clinica immediata</a>&nbsp;anche mentre l’origine del cluster resta in discussione. L’urgenza di proteggere pazienti e contatti appartiene alla gestione sanitaria; la ricostruzione della causa appartiene alla dimostrazione scientifica, e richiede più tempo.&nbsp;</p><p><b>L’altro aspetto da chiarire al lettore è che l’hantavirus è una malattia di ecologia prima ancora che di trasporto internazionale</b>. Uno studio pubblicato nel 2024 su dati del Nord-Ovest argentino ha trovato una relazione positiva fra casi di sindrome polmonare da hantavirus e abbondanza dei roditori con un ritardo di circa tre mesi, e fra casi e pioggia con un ritardo di circa otto mesi. La sequenza è biologicamente comprensibile: l’aumento delle precipitazioni può favorire la crescita della vegetazione, la disponibilità di semi, la presenza di rifugi e la capacità dell’ambiente di sostenere popolazioni più numerose di roditori; quando i roditori aumentano, cresce anche la probabilità che le persone entrino in contatto con escreti contaminati.&nbsp;<a href="http://(https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39338944/)">Questo studio non dimostra nulla sull’origine del cluster della Hondius</a>, ma chiarisce il tipo di processo che bisogna avere in mente quando si indaga un hantavirus: accanto alle relazioni fra persone, bisogna ricostruire anche la relazione fra clima, roditori, ambienti e attività umane.&nbsp;</p><p>Davanti a un aggiornamento, la prima domanda riguarda la natura del dato e il modo in cui quel dato modifica l’interpretazione complessiva. Un nuovo caso aumenta la dimensione del cluster, ma chiarisce il meccanismo solo se porta con sé informazioni utili su esordio, esposizioni e contatti. Un risultato molecolare identifica l’agente, mentre la sorgente richiede un collegamento con luoghi, serbatoi e sequenze ambientali. La parentela genetica fra virus isolati da pazienti diversi diventa più informativa quando viene interpretata insieme alla cronologia, alle relazioni fra i casi e alla presenza o assenza di un reservoir animale compatibile. Anche una valutazione di rischio basso per la popolazione generale va letta nel suo livello corretto: indica una bassa probabilità di diffusione ampia, non una bassa gravità clinica per i pazienti già colpiti o per i contatti più esposti. Ogni informazione ha un peso diverso, e quel peso dipende dal modo in cui si collega alle altre.</p><p>Questa distinzione è il contrario della comunicazione epidemica basata su impressioni immediate. Un evento sanitario in sviluppo produce inevitabilmente numeri provvisori, ipotesi provvisorie e decisioni provvisorie. La conoscenza affidabile nasce quando questi elementi vengono messi in ordine. Prima si stabilisce che cosa è accertato; poi si definiscono le ipotesi compatibili; poi si cercano dati capaci di separarle; poi si controlla se la spiegazione scelta regge anche contro le alternative. Nel caso della Hondius, ciò significa integrare tempi di incubazione, viaggi precedenti, esposizioni ambientali, contatti stretti, risultati molecolari, sequenze virali, campioni di roditori e informazioni cliniche. Solo questa integrazione può trasformare un cluster in una storia causale.</p><p>La conclusione più solida, allo stato dei dati pubblici, resta necessariamente graduata. Andes virus rende plausibile una componente interumana in presenza di contatti stretti e prolungati; la trasmissione ambientale da roditori resta il meccanismo fondamentale da indagare; la cronologia orienta il peso delle ipotesi senza chiudere da sola la questione; la genomica può rafforzare o indebolire le catene ricostruite, soprattutto se confrontata con campioni animali; il rischio per la popolazione generale europea appare molto basso, mentre la gestione dei casi e dei contatti richiede prudenza per la severità della malattia. <b>Questa formulazione può sembrare meno spettacolare di una risposta semplice, ma è il modo in cui la scienza protegge la propria affidabilità: separando ciò che si sa, ciò che si inferisce, ciò che si ipotizza per agire e ciò che resta da dimostrare.</b></p><h2>Attenti ai bias cognitivi</h2><p>Il punto più delicato, in una fase simile, è tenere sotto controllo i nostri bias cognitivi. Il primo è il bias di disponibilità: ciò che è più visibile, una nave con passeggeri isolati e casi respiratori gravi, tende a occupare tutta la scena mentale, anche quando la sorgente biologica potrebbe trovarsi altrove e molto prima. Il secondo è l’ancoraggio: la prima ipotesi ascoltata, per esempio la trasmissione fra persone oppure l’esposizione in Argentina, rischia di diventare il riferimento implicito anche quando arrivano dati nuovi. Il terzo è il bias di conferma, che porta a selezionare solo gli elementi compatibili con la spiegazione preferita. Il quarto è la chiusura prematura, molto frequente nelle emergenze sanitarie: si trasforma una spiegazione provvisoria in conclusione, perché l’incertezza è scomoda e perché il pubblico, i media e talvolta anche le istituzioni preferiscono una risposta semplice a una risposta graduata. Proprio per questo serve pensiero critico, non nel senso generico di diffidenza, ma nel senso tecnico di una disciplina dell’inferenza: distinguere il dato dalla sua interpretazione, chiedere quale ipotesi venga rafforzata, quale venga indebolita, quale resti compatibile, e quale prova manchi ancora.</p><p>Applicata al rischio, questa disciplina porta a una conclusione provvisoria ma già abbastanza solida. Andes virus è un hantavirus clinicamente serio, capace di causare una sindrome cardiopolmonare grave e fatale; per questo i casi sospetti, i sintomatici e i contatti stretti devono essere gestiti con prudenza, diagnosi rapida, isolamento appropriato e accesso tempestivo alla terapia intensiva. Allo stesso tempo, i dati disponibili non indicano un rischio elevato per la popolazione generale europea: l’ECDC valuta il rischio per gli europei molto basso, e il RIVM olandese mantiene una valutazione di rischio molto bassa per la diffusione nei Paesi Bassi anche dopo l’identificazione della variante Andes.</p><p><b>La conclusione corretta, dunque, non è una formula definitiva, ma una valutazione bayesiana provvisoria: allo stato attuale, alta attenzione per casi e contatti stretti, bassa probabilità di diffusione ampia nella popolazione generale, forte necessità di ricostruire sorgente, contatti, sequenze virali e possibile ruolo dei roditori.</b> Se nuovi dati mostreranno casi secondari fuori dalla nave, contatti infettati senza esposizione ambientale plausibile, sequenze compatibili con una catena interumana ordinata o evidenze ambientali più precise, il peso delle ipotesi cambierà. La forza del ragionamento scientifico sta esattamente qui: non nel produrre certezze premature, ma nel modificare le conclusioni quando l’evidenza cambia, senza perdere il controllo logico del processo.</p>]]></description>
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				<title>C&#039;è una svolta sul caso di Barbacid e il suo conflitto d&#039;interesse non dichiarato</title>
				<pubDate>Thu, 07 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il caso dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/04/30/news/la-parabola-di-mariano-barbacid-e-del-suo-studio-sul-cancro-al-pancreas--321534" target="_blank">articolo</a>&nbsp;sulla “cura” del cancro del pancreas nei topi, pubblicato da PNAS e poi ritirato, deve essere ripreso perché è intervenuto un fatto nuovo: <b>Mariano Barbacid ha annunciato di voler rinunciare a ogni beneficio economico collegato a Vega Oncotargets e alle domande di brevetto associate alla terapia</b>. La notizia arriva dopo la ritrattazione del lavoro, dopo la discussione pubblica sul conflitto di interessi non dichiarato, dopo la campagna di raccolta fondi costruita attorno ai risultati preclinici, e dopo la conferma fatta anche direttamente a me da una delle coautrici che lo studio è stato risottomesso all’inizio di aprile alla stessa rivista seguendo la via ordinaria della Direct Submission, cioè non più la corsia Contributed riservata ai membri della National Academy of Sciences, corsia che esclude chi è in conflitto di interessi. Dopo il campanello di allarme della comunità scientifica, quindi, il lavoro ritorna quindi su un terreno editoriale normale: conflitti dichiarati, revisori scelti dalla rivista, valutazione indipendente della solidità dei dati e delle conclusioni.</p><p>Anche il&nbsp;<a href="https://www.cnio.es/en/news/the-group-led-by-barbacid-at-cnio-completely-eliminates-pancreatic-tumours-in-mice-with-no-resistance-developing/" target="_blank">CNIO</a>, l’istituzione scientifica fondata da Barbacid e centro di eccellenza della ricerca oncologica spagnola, ha aggiornato la propria comunicazione originaria precisando che l’articolo è stato ritirato dagli editori “due to an undisclosed relevant competing interest at the time of submission”: Mariano Barbacid, in quanto NAS Member Contributing author, e due coautrici, Vasiliki Liaki e Carmen Guerra, detenevano interessi finanziari in Vega Oncotargets.&nbsp;</p><p>Peraltro, è interessante notare ciò che la stessa Valeria Poli, una delle coautrici, ha ricordato in mia presenza: dopo la bocciatura del lavoro da parte di Nature, il lavoro oggi ritrattato era stato sottoposto a PNAS attraverso la procedura preferenziale accessibile a Barbacid – purchè in assenza di conflitto di interessi, condizione poi risultata violata – probabilmente per “semplificare” la sua approvazione</p><p>La risottomissione a PNAS non cancella il problema originario, ma lo rende verificabile nel modo corretto. Se il lavoro verrà nuovamente valutato, i revisori dovranno giudicare non soltanto il merito biologico del risultato, ma anche la proporzione fra dati e conclusioni. Il risultato preclinico è indubbiamente forte: il CNIO stesso aveva presentato lo studio come una tripla terapia capace di indurre regressione duratura dei tumori pancreatici nei topi, impiegando un inibitore KRAS sperimentale, daraxonrasib, insieme ad afatinib e al degradatore di STAT3 SD36; nello stesso comunicato, Barbacid sottolineava però che non si era ancora in condizione di iniziare trial clinici con quella tripla terapia. Questa distinzione è essenziale. Una regressione tumorale in modelli murini, per quanto impressionante, non è una cura disponibile per i pazienti, e non dovrebbe essere comunicata come se lo fosse.</p><p>La revisione ordinaria dovrà anche affrontare alcuni punti statistici seri. <b>La formula trasmessa al pubblico dei “45 topi curati” comprime in un unico numero modelli sperimentali diversi, livelli diversi di indipendenza biologica e gruppi animali di dimensione ridotta</b>. Un effetto molto grande può emergere anche in piccoli gruppi e può rendere plausibile che, in quei modelli, sia accaduto qualcosa di biologicamente rilevante; tuttavia, non risolve da solo il problema della precisione della stima, della potenza statistica, dell’indipendenza delle unità sperimentali e della generalizzabilità. Se, per esempio, più animali derivano dallo stesso modello tumorale non possono essere trattati come tumori umani indipendenti; se i gruppi sono piccoli e non omogenei, l’effetto può apparire netto ma restare difficile da quantificare con precisione. La nuova sottomissione dovrà servire anche a questo: separare il segnale sperimentale, che può essere notevole, dalla sua amplificazione comunicativa.</p><p>Ma torniamo al punto principale, il conflitto di interesse non dichiarato da Barbacid e colleghi. Vega Oncotargets non è una società genericamente attiva nel settore oncologico: dichiara infatti di essere nata per trasformare il sapere generato dal gruppo di Oncologia Sperimentale del CNIO diretto da Barbacid e per continuare la validazione preclinica della tripla combinazione contro il cancro del pancreas. Sul proprio sito, la società afferma che il suo obiettivo è sviluppare la fase preclinica necessaria alla validazione della combinazione di inibitori o degradatori di RAF1, EGFR e STAT3 contro l’adenocarcinoma duttale pancreatico, cioè di fare ciò che l’articolo ritrattato descrive. Nella pagina dedicata alla “soluzione”, Vega descrive esplicitamente la tripla combinazione contro l’adenocarcinoma duttale pancreatico e afferma che la propria attività è iniziata nel settembre 2024 con l’obiettivo di trasformarla in una realtà per i pazienti. La domanda di brevetto WO2024160878A1 riguarda una “triple combined therapy inhibiting EGFR, RAF1 and STAT3 against pancreatic ductal adenocarcinoma”, indica come inventori Mariano Barbacid, Carmen Guerra e Vasiliki Liaki, ed è assegnata al CNIO.</p><p>L’annuncio di rinuncia di Barbacid deve essere letto dentro questa cornice. Nel tentativo di minimizzare il valore economico delle quote, si insiste sul fatto che esse sarebbero valutate 750 euro; ma questa difesa dimentica il dato più elementare della vita di una startup: il suo valore non sta quasi mai nel patrimonio iniziale, ma nell’opzione futura che incorpora. Una società nata nel 2024 per sviluppare una terapia sperimentale contro un tumore ad altissimo bisogno clinico non vale, in termini di conflitto di interessi, per il capitale nominale che possiede alla partenza; vale per ciò che potrebbe diventare se la terapia funzionasse, se i brevetti consolidassero una posizione industriale, se una raccolta fondi o un investimento permettessero di completare lo sviluppo preclinico, se un partner farmaceutico entrasse nel progetto, o se la comunicazione pubblica accrescesse il valore reputazionale e finanziario della piattaforma. Il conflitto di interessi non si misura soltanto sulla ricchezza presente, ma sul vantaggio potenziale e sulla percezione ragionevole di chi legge, valuta, dona o investe. L’importo di 750 euro, quindi, non riduce il problema: mostra semmai quanto sia fuorviante misurare una startup dal suo valore iniziale.</p><p>La rinuncia di Barbacid, se formalizzata, potrà ridurre un conflitto futuro, ma non modifica la situazione esistente al momento della prima sottomissione, dell’accettazione, della comunicazione pubblica e della raccolta fondi.<b> Il criterio di integrità scientifica non è retroattivo: i conflitti devono essere dichiarati prima che il lavoro venga valutato, non dopo che il lavoro è stato pubblicato e ritirato</b>. Il fatto che una domanda di brevetto sia ancora in una fase preliminare, che una startup sia appena nata o che le quote abbiano un valore nominale modesto non cancella il dovere di disclosure; al contrario, lo rende più importante, perché il valore futuro di una piattaforma biomedica dipende proprio dalla credibilità dei risultati pubblicati, dalla reputazione degli autori, dalla fiducia degli investitori e dalla capacità di mobilitare risorse.</p><p>Soprattutto, la rinuncia individuale di Barbacid non esaurisce il problema. La nota di ritrattazione richiamata dal CNIO non menziona soltanto lui, ma anche Vasiliki Liaki e Carmen Guerra come coautrici con interessi finanziari in Vega Oncotargets. La domanda di brevetto collegata alla tripla combinazione indica come inventori Barbacid, Guerra e Liaki. Anche Vega presenta Carmen Guerra come cofondatrice e consulente scientifica della società. Di conseguenza, se Barbacid rinuncia alle proprie quote e ai propri diritti, ma gli altri autori mantengono partecipazioni, diritti, aspettative economiche o ruoli scientifici collegati alla società, il conflitto non scompare dal perimetro del lavoro: cambia soltanto la posizione di uno degli autori.</p><p>La questione è ancora più ampia perché Vega Oncotargets non coinvolge soltanto persone fisiche. La società dichiara pubblicamente di essere stata costituita con il sostegno finanziario di CRIS contra el Cáncer, CNIO, ricercatori del CNIO, Fundación Álvarez Quirós, Sodical e 3-Gutinver. Questo crea un livello istituzionale di conflitto di interessi. Il CNIO è il centro pubblico in cui lavorano gli autori e nel quale si colloca il gruppo che ha generato la ricerca; CRIS è la fondazione che ha sostenuto economicamente il progetto e ha promosso la raccolta fondi attorno alla terapia. Si tratta di relazioni che devono essere rese visibili al lettore, ai revisori, ai donatori e ai pazienti. In una ricerca che coinvolge un centro pubblico, una fondazione, una società partecipata e una possibile linea brevettuale, la trasparenza non può limitarsi al nome di un singolo scienziato.</p><p>La presenza di CNIO e CRIS nella compagine di Vega rende più delicata anche la raccolta fondi. Se una parte degli attori istituzionali che comunicano, sostengono o raccolgono fondi per un progetto di ricerca è anche collegata alla società che potrebbe svilupparlo industrialmente, il donatore deve poterlo sapere in modo semplice e immediato. Questo non significa che la partecipazione istituzionale sia in sé illecita; significa che, proprio perché può essere legittima, deve essere dichiarata con precisione. La legittimità di un trasferimento tecnologico che intreccia pubblico e privato si misura così.</p><p>Vorrei infine richiamare l’attenzione del lettore su un ulteriore, a mio giudizio importante, elemento.</p><p>Esiste un secondo articolo pubblicato su PNAS sempre nel 2025, sempre da Barbacid te dal suo gruppo, che pare aver percorso la stessa strada di quello poi ritrattato. Il lavoro si intitola “Systemic Kras ablation disrupts myeloid cell homeostasis in adult mice” e non descrive direttamente la tripla terapia contro il cancro del pancreas. Studia però un punto molto vicino: che cosa accade nei topi adulti quando viene eliminato Kras, cioè proprio il bersaglio attorno al quale ruotano farmaci usati nello studio poi ritrattato. In altre parole, quel lavoro precedente serve a capire quali effetti potrebbe avere, nell’organismo, un trattamento capace di bloccare Kras, per preparare il terreno allo sviluppo di una terapia come la “tripletta” successivamente sperimentata. Si tratta di uno studio essenziale, per una ragione molto semplice: se si blocca Kras in un tumore, si vuole colpire la cellula cancerosa, ma Kras non esiste solo nel tumore, è anche un gene normale dell’organismo. <b>Perciò, prima di qualunque trattamento, bisogna chiedersi che cosa succeda quando la sua funzione viene bloccata</b>. L’altro studio su PNAS del 2025 sui topi affronta proprio questo sfondo biologico: non prova una terapia contro il cancro del pancreas, ma contribuisce a costruire la plausibilità e la tollerabilità della strategia farmacologica dentro cui si colloca anche la tripla combinazione poi finita al centro della ritrattazione.</p><p>Ora, se una società come Vega Oncotargets nasce per sviluppare una terapia contro il cancro pancreatico basata sull’inibizione della rete RAS/KRAS, allora un articolo che aiuta a sostenere la sicurezza o la fattibilità biologica di quel tipo di inibizione appartiene allo stesso contesto scientifico e industriale – e non a caso è il frutto del lavoro dello stesso gruppo di ricerca.</p><p>Guarda caso, anche questo secondo articolo ha usato la corsia privilegiata “contributed” su PNAS – del resto per regola sono possibili massimo due sottomissioni all’anno a PNAS con questo metodo da parte di un membro della National Academy of Science – e anche in questo caso, non sembra esservi alcuna menzione dei conflitti di interesse che alcuni dei suoi autori potrebbero avere, nel presentare dati che supportano con chiarezza la strategia clinica di inibizione di Ras al centro del progetto di Vega Oncotargets.</p><p>Incredibilmente, Elizabeth Bik, infaticabile investigatrice della letteratura scientifica, ha dimostrato che anche questo secondo lavoro, come quello ritrattato, presenta problemi dnelle immagini, come del resto ammesso dagli stessi&nbsp;<a href="https://pubpeer.com/publications/FF06B7F27E9387984F254002F37AC1" target="_blank">autori</a>.</p><p>Questi ulteriori elementi indicano un comportamento sistematico, che presuppone quanto meno disattenzione e frettolosità nel preparare lavori che poi sono sottoposti ad una corsia preferenziale di valutazione, non accessibile in presenza di conflitto di interessi, omettendo di dichiarare questi ultimi (che andrebbero dichiarati comunque, in ogni tipo di sottomissione); non quindi una “disattenzione amministrativa”, ma un reiterato comportamento omissivo, che certo non depone a favore degli scienziati coinvolti.</p><p>In questo quadro, il nodo finale resta la risposta personale e istituzionale. Barbacid ha annunciato una rinuncia economica, ma non ha offerto finora ciò che ci si attenderebbe da uno scienziato che voglia riparare davvero un errore di questa gravità: il riconoscimento esplicito dello sbaglio e una strategia per rimediare in modo efficace. La linea difensiva centrata sugli errori “burocratici”, sull’assenza di intenzione di arricchirsi e sul valore modesto delle quote protegge la posizione personale, ma non ricostruisce la fiducia. La fiducia si ricostruisce ammettendo che la submission contributed non avrebbe dovuto essere usata in presenza di quei conflitti – cosa avvenuta più volte - che la disclosure era incompleta, che il pubblico e i donatori avevano diritto a conoscere gli interessi economici individuali e istituzionali, e che l’intero cluster di lavori e comunicazioni collegati a Vega deve essere riesaminato.</p><p>Invece, la reazione di&nbsp;<a href="https://amp.redaccionmedica.com/secciones/oncologia-medica/barbacid-critica-retrasos-en-su-investigacion-por-insidias-sin-fundamento--8743" target="_blank">Barbacid</a>&nbsp;aggrava il problema, perché non contiene il riconoscimento pubblico dell’errore che ci si dovrebbe attendere da uno scienziato della sua levatura in una situazione simile. Egli non parte dal fatto accertato — un conflitto di interessi non dichiarato in un articolo presentato attraverso una procedura editoriale privilegiata — ma denuncia una campagna mediatica di “insidie senza fondamento”, sostenendo che essa danneggerebbe i malati di cancro del pancreas e ritarderebbe la possibile entrata della terapia in sperimentazione clinica. Questa impostazione sposta l’attenzione dalla responsabilità degli autori alla presunta colpa di chi ha sollevato il problema. Ma la trasparenza sui conflitti di interesse non è un ostacolo alla ricerca: è una delle condizioni che permettono alla ricerca di essere credibile, soprattutto quando essa viene comunicata a pazienti senza alternative e usata per sostenere una raccolta fondi milionaria.</p><p>Una vera azione riparativa dovrebbe includere almeno quattro passaggi.</p><p>Primo: una dichiarazione pubblica di errore, non una semplice rinuncia a benefici futuri.</p><p>Secondo: una disclosure completa e aggiornata di tutte le partecipazioni individuali e istituzionali in Vega, incluse quelle dei coautori, del CNIO e di CRIS.</p><p>Terzo: una richiesta spontanea a PNAS di riesaminare anche l’altro articolo del 2025 e qualunque lavoro collegato alla stessa area industriale e brevettuale.</p><p>Quarto: una revisione interna indipendente, con controllo delle figure, dei dati grezzi, delle citometrie, delle comunicazioni pubbliche e delle modalità con cui la raccolta fondi è stata presentata ai donatori.</p><p>Naturalmente, vorrei essere ben chiaro: il punto non è accusare la scienza di corruzione, ma mostrare come un ricercatore integro deve comportarsi quando scopre di aver sbagliato. Il risultato sperimentale potrà essere nuovamente valutato; se reggerà alla revisione standard, sarà pubblicato con i conflitti dichiarati e con conclusioni auspicabilmente più calibrate. Ma la riparazione etica non consiste solo nel rimuovere un interesse economico personale dopo la ritrattazione.</p><p><b>La rinuncia alle quote e ai diritti industriali può ridurre un conflitto futuro, ma non sostituisce l’unico gesto capace di aprire una vera riparazione: ammettere pubblicamente che la disclosure era incompleta e che la via Contributed non avrebbe dovuto essere usata</b>. La risposta di Barbacid va invece nella direzione opposta, perché interpreta la critica come una campagna ostile e presenta i ritardi della ricerca come effetto delle “insidie” mediatiche, non come conseguenza di una condotta editoriale che PNAS ha giudicato incompatibile con le proprie regole. Questo è il punto più grave: l’integrità scientifica non si difende chiedendo indulgenza per la nobiltà del fine, ma riconoscendo gli errori procedurali, riesaminando gli altri lavori potenzialmente coinvolti — a partire dal secondo PNAS del 2025 — e rendendo pubblici i conflitti individuali e istituzionali. Senza questa ammissione, la rinuncia economica resta una mossa difensiva; con essa, potrebbe diventare il primo passo di una ricostruzione della fiducia.</p><p><br><br></p>]]></description>
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