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		<title>Politica</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 09:54:10 +0200</pubDate>
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				<title>L&#039;effetto Marina Berlusconi sul governo Meloni</title>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 06:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giorgia e Marina: ma che c'entrano in questa estate? Giorgia Meloni e Marina Berlusconi sono la coppia che scoppia più improbabile dell'estate. Una coppia che in teoria potrebbe funzionare bene. La prima, Giorgia Meloni, ha permesso al centrodestra di governare per quattro anni e chissà cosa ci sarà ancora davanti. La seconda, Marina Berlusconi,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/04/01/news/la-sveglia-dellagenda-marina-berlusconi--268499">ha cercato di tenere, in Forza Italia, la barra dritta dell'europeismo, dell'attenzione alla crescita, alla concorrenza, all'anti trumpismo</a>. Meloni e Berlusconi, nel senso di Marina, in teoria avrebbero tutto per prendersi: donne, preparate, ambiziose, in un certo modo tutte due argini a un estremismo di destra. Eppure, negli ultimi tempi, nei palazzi di governo, nel mondo di Fratelli d'Italia, è nata una psicosi su Marina. Cosa vuole fare, davvero? Vuole dividere il centrodestra e andare con il Pd? Vuole rafforzare il centro, creando un grande e vero terzo polo? Vuole giocarsi qualche carta per il Quirinale? Vuole mettersi di mezzo se Meloni volesse andare a votare prima? Vuole far saltare la legge elettorale? Vuole tenere l'attuale legge che renderebbe il pareggio meno impossibile della nuova legge? Panico e psicosi. Accuse infondate, naturalmente, ma un dato di fatto c'è: con la coalizione che fa tic tac, come un orologio che ha iniziato il conto alla rovescia, l'idea che si possano vedere complotti non è una questione che riguarda il se ma è una questione che riguarda il quando. E quando si arriva al punto significa che le elezioni non sono lontane. Tic tac.</p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>Quello che avete letto&nbsp;è un estratto dalla newsletter del&nbsp;direttore Claudio Cerasa, La Situa.&nbsp;<a href="https://lab.ilfoglio.it/newsletter.html?_gl=1*1la6i0z*_ga*MTM1ODEyMjYzNS4xNzAwMjIwNTg1*_ga_YHSEY9805R*czE3NzIxOTkxOTgkbzE3NTckZzEkdDE3NzIyMDA5MzQkajU1JGwwJGg0NTY2NDExMDU.*_ga_XP8XWMTXKK*czE3NzIyMDAzMzQkbzI1NCRnMSR0MTc3MjIwMDkzMyRqNTYkbDAkaDA." target="_blank">Potete iscrivervi&nbsp;qui, è semplice, è gratis.</a></p>]]></description>
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				<title>Bersani oggi, un Mario Giordano de sinistra</title>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Sale su un palco a Treviglio e dice che l’Italia si sta avviando al modello Trump. Che cosa ha rovinato Pier Luigi Bersani?</b> L’età no, perché è mio coetaneo e si può essere splendidi rottami settantenni. Forse la grottesca sconfitta politica quando da segretario del Pd coltivò ambizioni di governo e le affidò ai grillini piccoli piccoli dello streaming a Montecitorio. O quando nel 2013, per il Quirinale, fu preso a bastonate dai suoi parlamentari e da tutti gli altri che poi subirono la generosa sculacciata del rieletto Giorgio Napolitano, dopo essere entrati in stato confusionale e aver soggiaciuto, sotto la regia del partito di maggioranza diretto dall’ondivago e arboriano Ferrini di Piacenza, alle acrobazie dell’Antipolitica che infilzò i candidati del centrosinistra come tordi allo spiedo. <b>Certo la batosta, quando deriva da ambizioni sbagliate e incapacità di manovra plateale, conduce a una pericolosa voglia di riscatto dell’ego</b>, ti convince che se non sei stato un buon numero uno sarai un magnifico ex numero uno. <b>Ma ora Bersani esagera. Modello Trump per l’Italia? </b></p><p><b> Meloni è una secchiona di talento, perfino troppo seriamente impegnata a smentire ogni giorno chi aveva previsto una tremenda scossa alle istituzioni democratiche all’avvento di una guida di destra del governo nazionale. </b>Trump voleva impiccare Pence, che il 6 gennaio del 2021 somigliava come tutore delle regole al riverito e ben custodito Mattarella, quando l’arancione eccitava la marcia violenta sul Campidoglio per invalidare regolari elezioni da lui perse. <b>Si può imputare la stabilità come immobilismo, se proprio si vuole, al governo del centrodestra, ma il modello Trump è l’opposto di questa imputazione. </b>Fa casino nel mondo, minacciosamente indecisionista, attacca l’Europa, e litiga nel suo solito modo sgraziato anche con Meloni, di cui evidentemente non apprezza il modello europeista e l’amichevole autonomia sostanziale. <b>Il modello Trump prevede la guerra all’informazione che non si conforma, qui si inventa Telemeloni per dimenticare i fasti un po’ loschi di Teleranucci e Telelavitola.</b> E a voler parlare del generale Catenacci, “quando c’era lui”, altro personaggio di Alto Gradimento, <b>i veri rischi politici notoriamente Meloni li corre a destra, in quella miscela di nostalgia e surrealtà che cerca di occupare lo spazio del fascismo cosiddetto futurista</b>, che baggianata, perché su immigrazione e diritti ci stanno le formule Meloni-von der Leyen invece delle trovate autoritarie e delle tendenze allo stato di polizia contrastate molto a fatica dal sistema costituzionale americano. Qui la destra è quella del No tondo tondo al referendum sulla giustizia, a proposito di regole violate e corporazioni che erodono il sistema democratico, e il Parlamento combatte e vive insieme a noi a colpi di voto segreto, mentre il Congresso americano arranca appresso agli ordini esecutivi che ne cancellano l’autonomia e l’efficacia istituzionale. Modello Trump?</p><p><b>            Bersani, che fu ottimo come amministratore e ministro, che ha un tratto delizioso nel linguaggio strapaesano, è stato rovinato dalla tv, dai talk-show, dalla accudente generosità di conduttori e pubblico</b> che a forza di coccole e di applausi ne fanno, se non sta attento a quello che dice, un Mario Giordano de sinistra.</p>]]></description>
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				<title>Marco Malizia, il don di Tajani, si è preso la Farnesina: messe, promozioni. Pregate!</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 11:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tajani è una delizia, Tajani è di (don) Malizia. <b>L’uomo più importante della Farnesina? E’ un prete</b>. Lo chiamano “il capo”, pretende posti in prima fila e a ogni cerimonia sta attaccato a Tajani come l’ostrica allo scoglio. <b>Era il conforto spirituale del ministro</b> (e ne ha bisogno anche solo per le angherie che subisce) ma ora è il  ministro del ministro. Si chiama  <b>Marco Malizia</b> e <b>chi punta a un’ambasciata si genuflette davanti a lui </b>per arrivare a Tajani. La mattina? Messa. Il pomeriggio? Tutti collegati, anche da Nairobi, per ascoltare il Verbo. <b>Il don spedisce mail come fosse il segretario generale.</b> Il 17 luglio  arriva ai diplomatici la comunicazione “Inaugurazione del nuovo varco Asl Maeci”. La firma? Malizia. Parola del (mon) Signore.</p><p>Tajani ha bisogno dello Spirito santo, ma adesso la fede è scappata di mano. Cattolico, padre, cristiano, Tajani chiama alla Farnesina questo monsignore don Malizia, cappellano militare,<b> canonico della Basilica del Pantheon</b>. Il primo incontro? Il ministero deve organizzare il forum per la libertà religiosa e appare Malizia. Tajani cade da cavallo come San Paolo. La notizia dell’egemonia del monsignore viene data da Francesco Bechis, sul Messaggero, e le gesta vengono raccontate da Giacomo Salvini, sul Fatto. <b>Alla Farnesina si pensa: dopo gli articoli, Tajani lo ridimensionerà. Accade il contrario.</b> A febbraio scoppiano le proteste dei diplomatici, si muovono i sindacati. I funzionari si chiedono: ma se lo stato è laico, perché dobbiamo avere il consigliere ecclesiastico di fede cristiana? Allora, perché non un rabbino? O il mufti? <b>La Farnesina è il labirinto delle ambizioni e non va dimenticato che FdI guarda con attenzione al vivaio degli ambasciatori. </b></p><p><b>In questi anni c’è stato un cambio generazionale e il ministero si divide, per dirla con il cristianesimo, in A.B e D.B, prima e dopo Elisabetta Belloni, ex segretario generale, alla guida dei Servizi.</b> E’ andato via il simbolo di un’intera generazione: <b>Giampiero Massolo</b>. In questi anni hanno lasciato le prime linee, le grandi firme della diplomazia: Cesare Maria Ragaglini, Pasquale Ferrara, Ettore Sequi, Piero Benassi, Sebastiano Cardi, Enzo De Luca. Si sta affacciando una nuova generazione, quella dei Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico di Meloni, una generazione che punta alle grandi sedi e qui entra in gioco Malizia. <b>Da quando Tajani lo ha nominato consigliere il suo potere aumenta. Viaggi in Africa con il ministro, fino all’episodio che fa la (piccola) storia.</b> A maggio, i dipendenti della Farnesina ricevono la solita email con oggetto “l’importanza del microbiota intestinale”. Risate e ancora articoli. Si aggiungono veglie di preghiere per la pace, sempre spedite da Malizia. E’ come un call center che vi vuole vendere i filtri per il depuratore. Si dirà: basta cestinare. Eh no. E’ peggio del film “The Mission” con la musica di Ennio Morricone. Ambasciatori precettati, costretti a collegarsi, messe, e sempre messe. Chi vuole spostarsi da una capitale all’altra, chi punta a una sede deve battersi il petto. Comincia a circolare la notizia che la mattina chiedono tutti la confessione a don Malizia. C’è pure il viaggio a Lourdes. Non c’è scampo, neppure per le stanze. Pochi giorni fa viene ristrutturata la Asl del Maeci e arriva la solita mail del prete che opera, a dire il vero, come il segretario generale Riccardo Guariglia (che potrebbe andare a Parigi). Viene svelata la targa, e che nome viene scelto? “Il buon Samaritano”. E si torna alle proteste. Gli ambasciatori laici notano che in nessun altro ministero d’Europa esiste una figura di tale Malizia. Serve una convenzione per i corsi d’inglese? Se ne occupa Malizia. E quando serve chiama anche ai giornalisti del Tg2. Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, del Pd, che è un birbante, dice: “Qui l’ironia viene facile: per una politica estera da estrema unzione, un prete alla Farnesina è più che ragionevole”. Si dice che la fede è tutto, ma qui c’è un ministro chiuso in confessionale, costretto a fare gli esercizi spirituali. La politica è sacrificio e dolore, ma Tajani si merita il paradiso per pazienza. E’ assediato da Meloni, che insegue Vannacci; la famiglia Berlusconi lo strattona perché non vuole le preferenze. <b>Più che un monsignore ha bisogno della benedizione del Papa. Pregate per un povero ministro: Fra Tajani è il nuovo poverello di Assisi.</b></p>]]></description>
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				<title>La buona terza via all’isteria su Vannacci passa per un consiglio di Giorgetti</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>V come vittoria. V come virus. V come via di fuga. V come vade retro.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/18/news/lurgenza-di-un-vaffa-a-vannacci--402555" target="_blank">V come Vannacci</a>. La V che sta angosciando da settimane la classe dirigente del centrodestra è quella che coincide con la prima lettera del cognome del generale drammaticamente più famoso d’Italia. Che si fa con Vannacci? Ci si allea? Non ci si allea? Lo si ignora? Si risponde? Lo si attacca? Lo si marca? Lo si lascia al suo destino? E se non ci si allea, come si vince? E se non si vince, come si fa? Nel calderone impazzito e accaldato della politica estiva alle orecchie di Giorgia Meloni arrivano suggerimenti di ogni tipo. Alleati, tanto poi te lo mangi tu. Non allearti, perché poi ti mangia lui. Affidati al voto utile, tanto gli elettori di destra non vogliono far vincere la sinistra. Non affidarti al voto utile, perché altrimenti rischi di andare a sbattere, di perdere o, peggio ancora, di peggiorare. <b>Il consiglio più interessante, suggestivo e intelligente offerto a Giorgia Meloni in queste ore è quello che arriva da un politico cauto, prudente e spesso saggio che di nome fa Giancarlo e di cognome fa Giorgetti.</b> Giorgetti, lo sappiamo, non è esattamente il profilo del politico che macina, costruisce e genera consenso. Ma nel corso degli anni ha imparato a muoversi non solo tra le strettoie dei conti pubblici ma anche tra i sentieri impervi della politica. E il lodo Giorgetti, lodo da sposare, almeno in parte, suona grosso modo così. Cara Giorgia, noi non possiamo in nessun modo pensare di allearci con Vannacci. E’ impensabile. E’ una pazzia. Lo è per la Lega, ma questo lo sai, che sarebbe ancora più esposta a un’erosione. Lo è per Forza Italia, e anche questo lo sai, che rischierebbe non tanto di uscire dalla coalizione, cosa impensabile e impossibile, ma di diventare indigesta per molti elettori moderati in cerca d’autore. In definitiva, cara Giorgia, avere Vannacci in coalizione sarebbe complicato anche per te. E’ vero che, numeri alla mano, si potrebbero vincere le elezioni. Ma quello che va considerato è anche questo: non solo cosa siamo disposti a perdere, come identità della coalizione, ma anche tu quanti voti sei disposta a perdere, perché un Vannacci fuori dalla coalizione pagherebbe lo scotto del voto utile, mentre un Vannacci dentro la coalizione secondo te, dopo aver tolto voti alla Lega, a quale altro partito li toglierebbe, se non a Fratelli d’Italia?</p><p>Fin qui, tutto chiaro e lineare, persino elementare. Ma il lodo Giorgetti interviene, come il diavolo, nei dettagli. La tesi di Giorgetti è che fare una nuova legge elettorale può essere indigesto per qualcuno ma è necessario per la coalizione. <b>Non solo per provare a vincere ma perché con questa legge elettorale, quella attuale, un’alleanza con il partito di Vannacci sarebbe necessaria, quasi obbligatoria.</b> Il motivo è semplice. Con l’attuale legge elettorale, il Rosatellum, un terzo dei seggi viene assegnato attraverso i collegi uninominali. Significa che le coalizioni devono mettere dentro tutto e il contrario di tutto, nei collegi, per evitare che finiscano agli avversari. Senza Vannacci, con questa legge elettorale, il centrodestra sarebbe spacciato e rischierebbe di ritrovarsi in una condizione non molto diversa da quella in cui si trovò il centrosinistra nel 2022, che andando diviso perse tutti o quasi i collegi uninominali, regalando al centrodestra una maggioranza così ampia da avergli permesso di governare per quattro anni e mezzo. Con la nuova legge elettorale, invece, si può tentare, correndo un piccolo rischio, un’operazione diversa, spericolata, coraggiosa e forse necessaria. Primo passo: andare alle elezioni con il centrodestra unito, senza Vannacci, e provare a sfruttare il voto utile per arrivare al 42 per cento, soglia oltre la quale scatta il premio di maggioranza, facendo affidamento sul fatto che qualche voto al M5s lo potrebbe togliere Vannacci e qualche voto al Pd lo potrebbe togliere il Terzo polo, a cui Giorgia Meloni si sta interessando in prima persona. Secondo passo: in caso di non raggiungimento della soglia del 42 per cento da parte di nessuna coalizione, la legge elettorale (approvata al momento solo alla Camera) diventa una legge proporzionale. Soglia al tre per cento e stop. E’ in questo quadro che subentra il piano Giorgetti: con Vannacci si può dialogare dopo le elezioni, non prima, in modo tale da (a) non farci cannibalizzare, (b) tentare tutte le strade per il voto utile e (c) discutere eventualmente con lui in un secondo momento. All’interno di questo piano, andare alle elezioni senza Vannacci e valutare dopo, c’è la grande speranza di Meloni, ovverosia che il Terzo polo, con Carlo Calenda, Luigi Marattin, Pina Picierno, possa non solo drenare voti al centrosinistra ma anche essere un’alternativa per il futuro. <b>Ma il piano Giorgetti una sua logica ce l’ha.</b> Niente alleanza con Vannacci, continuiamo a dargli filo da torcere, non facciamoci prendere dal panico, avviciniamoci alle elezioni senza isteria, giochiamoci le nostre carte con la legge di Bilancio, nella convinzione che il prossimo 22 settembre l’Istat possa rivedere al ribasso il deficit dello scorso anno, portandolo dunque sotto il tre per cento, condizione che darebbe la possibilità di valutare quest’anno una manovra un minimo espansiva, proviamo a declinare la nostra vocazione maggioritaria e se non ci riusciremo e gli avversari non avranno vinto avremo una strada per salvare la faccia, provare a raccogliere più voti possibili e magari governare i prossimi cinque anni senza avere un Vannacci vicepremier. Semplice e lineare. Viva il lodo Giorgetti!</p>]]></description>
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				<title>“Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni”, dice Il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. Nel pastone canicolare di Sigfrido, non poteva mancare –&nbsp; di nuovo – la massoneria. Massone (o ex) è il proteiforme Valter Lavitola. E ancora “massoni” sarebbero quegli “ambienti molto alti” – &nbsp;così ha detto Luigi De Magistris – che “Report” avrebbe irritato negli anni.  Ma insomma, venerabile Antonio Seminario, gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, può dirci che cosa succede? “Succede quello che succede sempre. Ogniqualvolta accade qualcosa, in questo paese, la massoneria viene tirata in ballo...”.  E’ scattato il momento-loggia? “Esattamente. Ma noi del Grande Oriente siamo distanti anni luce da tutto questo dire”. E del caso dell’estate cosa pensate? “Lo seguiamo con attenzione, come cittadini,  ma non abbiamo nessuno coinvolto”. Certo.  E però se Ranucci è (era e sarà sempre) amico di Valter Lavitola, e se Valter Lavitola era (e forse è ancora) massone, possiamo arguire che il reporter non vi è poi così ostile… O no? “Sono assolutamente d’accordo”, ci dice il venerabile. Poi sorride: “Chissà se Ranucci se n’è accorto, ma…”.  Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni? “Proprio così! Ha colto nel segno! L’ha riabilitata. E io sono così d’accordo che non aggiungo altro”.</p><p>E pensare che nelle sue inchieste non era sotto il segno dell’amicizia che aleggiava la loggia. Maestro, vi  fa piacere se, nel profondo, Ranucci vi è amico? “Non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico paese”.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>&quot;Applicare il decreto Bollette senza aspettare i burocrati Ue”, dice il vicepresidente di Confindustria</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Gianluca De Rosa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. “Se l’Europa continua a tenere bloccato il decreto Bollette, l’Italia vada comunque avanti. E’ &nbsp;inaccettabile &nbsp;che una legge dello stato, approvata mesi fa, sia ancora ferma &nbsp;sui tavoli dei burocrati europei, il governo va sostenuto perché non si può accettare ancora questo ricatto”, dice al Foglio Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria con delega all’Energia. “Non è un tema di negoziazione fra singole direzioni &nbsp;generali europee e ministeri: è un tema politico che il governo italiano deve mettere &nbsp;sul tavolo della presidente von der Leyen per ottenere al più presto l’approvazione, dando ristoro a famiglie e imprese ora che la crisi in medio oriente si sta di nuovo acuendo. La Germania – prosegue Regina – &nbsp;quest'anno ha messo sul piatto 26 miliardi di aiuti, noi non abbiamo quello spazio di bilancio, è stata trovata una soluzione alternativa che non può restare bloccata per mesi in qualche cassetto a Bruxelles, chiediamo al governo di prendere una posizione &nbsp;forte”.&nbsp;</p><p>L’intervento, secondo Confindustria, diventa ancor più necessario ora che la ripresa della crisi iraniana, ha fatto schizzare i prezzi di gas e petrolio, e già da questa settimana l’aumento si è sentito, a cascata, anche sui prezzi di energia elettrica e carburanti. “L’ipotesi che la crisi internazionale si prolunghi anche fino e dopo l’inverno ci desta grandissima preoccupazione”, dice Regina prima di tratteggiare i non pochi elementi che allarmano l’industria: “La nostra congiuntura, &nbsp;che dà il termometro dell'economia italiana, ci dice che i prestiti alle imprese accelerano, ma sono alimentati dalla domanda di liquidità per pagare i rincari energetici, non per gli investimenti. Intanto a Hormuz a metà luglio si è registrato un meno 32 per cento di navi che riescono ad attraversare lo Stretto, mentre le &nbsp;condizioni climatiche hanno generato una richiesta di energia elettrica  &nbsp;più alta del previsto che si associa a un calo parallelo della produzione &nbsp;idroelettrica e, anche le rinnovabili, che stanno senz’altro lavorando, non riescono a tenere &nbsp;il passo dei consumi”.</p><p>La preoccupazione, insomma, è forte, ma Regina invita tutti a non farsi prendere dal panico. “Con lungimiranza – spiega – ci siamo mossi per primi sul riempimento degli stoccaggi di gas: siamo al 72 per cento, 18 punti percentuali sopra la media europea, 27 sopra il livello di quelli tedeschi. Anche sulla diversificazione l’Italia si è mossa bene, con dieci punti di accesso tra pipeline e Gnl. Il problema – prosegue – non è la mancanza di offerta, ma il prezzo: se tutti nel mondo, come sta avvenendo, chiedono gas per aumentare le proprie capacità, questo  genera un aumento di prezzi che poi pagano imprese e famiglie. Eppure basterebbe che il decreto Bollette entrasse in funzione per riuscire almeno a tamponare questa situazione”.</p><p>In attesa dell’Europa, intanto, in Italia si avvicina anche il voto politico. Quali sono i rischi? “Quello che mi sento di dire come Confindustria – risponde Regina – è che nella prossima campagna elettorale la politica energetica non deve e non può essere un terreno di scontro. Il nostro paese non ha scelte. La strada da seguire è tracciata: servono un forte investimento e una altrettanto forte accelerazione sulle rinnovabili che possono alimentare la nostra industria con contratti di lungo periodo in grado di togliere l’incertezza sui prezzi anche a dieci anni. Per questo, abbiamo chiesto al governo la nomina di un commissario: c’è bisogno di una cabina di regia che prenda in mano la situazione e intervenga su tutte le autorizzazioni ferme per impianti in grado di garantire 50-60 gigawatt”. Il secondo pilastro, dice il numero due di Confindustria, è una forma di “energia stabile” da affiancare alle rinnovabili. “E se vogliamo che sia una forma di energia pulita, la strada è solo una: il nucleare. Chiunque vinca nel 2027 vada avanti sulla strada degli small modular reactor, sono l'unica alternativa al termoelettrico”. Anche se, conclude: “E’ chiaro che tutto questo sarà affiancato anche da un residuo di termoelettrico, come avviene in Spagna, dove queste tre sono le forme di fornitura energetica e nessuno, per ideologia, lo mette in dubbio. Le forze politiche di maggioranza e opposizione in Italia dovrebbero seguire quell’esempio. Su questo il paese non si può dividere. Non ci sono alternative”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Renzi: “Per evitare Meloni al Colle, tollero Appendino. Le preferenze passeranno nonostante Ciccio Tajani&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. “Viviamo una stagione inquieta e difficile. La tregua in Ucraina sembra molto più lontana di qualche mese fa. Le nuove tensioni intorno allo Stretto di Hormuz rischiano di far schizzare ulteriormente i prezzi di energia e cibo. Eppure il dibattito politico italiano sembra terribilmente meschino”. Presidente Matteo Renzi, da giorni la chiamano “il dio dell’inganno”, “l’irrilevante”. E, come sa, non  sono i meloniani ma i Cinque stelle. Patuanelli e Appendino.  “Ecco appunto. Il mondo brucia e noi parliamo di Chiara Appendino. Qui c’è un governo che non sta facendo il bene dell’Italia. C’è un governo fallimentare che però può rivincere se la sinistra va divisa alle elezioni”.&nbsp;</p><p>Il Movimento non ci arriva? “Guardi, pur di non avere Meloni al Quirinale, Vannacci a Chigi e Salvini al Viminale io sono disponibile a fare un esercizio di santa pazienza ed evitare di ricordare ad Appendino tutto quello che lei ha fatto in questi anni. A cominciare dall’alleanza giallo-verde. Appendino che da condannata ha problemi con la ricandidatura non mi interessa. Meloni che vuole andare al Quirinale  sì. Però c’è una cosa che voglio dire con  franchezza”. Prego.  “Ecco, io non ho alcuna voglia di andare in Parlamento con i voti dei 5s. Io ho già detto che se ci sarà la coalizione, e vinceremo, io rinuncio a entrare nei nomi blindati del premio. Non voglio stare in Parlamento grazie a Schlein o Conte. Io, se entro, ci entro con le mie idee, non con il loro seggio blindato. Spero che questa considerazione faccia chiarezza e, se mi permette, anche giustizia rispetto a tutte le polemiche infami che mi hanno lanciato dietro”. Quali polemiche? “Renzi rinuncia alle proprie idee per un seggio blindato, dicevano. Spiegheremo a questi scienziati del nulla che Renzi rinuncia al seggio blindato, non alle idee. E già nel libro Quando c’era lei, che esce a settembre, ci saranno molti pensieri che porteremo al tavolo della coalizione”. Vuole infondere il riformismo nei Cinque stelle? Vasto programma. “Nel campo largo ci sono Appendino, Salis, Bonelli. Il campo largo è fatto da Pd, M5s e Avs. Se vogliono andare da soli, auguri. Se vogliono vincere, devono allearsi con i riformisti, che sono diversi dal campo largo”.</p><p>Schlein, su queste pagine, ha spalancato, le porte al centro. “Ha fatto bene. Conosce la politica e prima ancora la matematica. Io vorrei vincere. Quanto ai centristi: noi come Italia Viva-Casa Riformista abbiamo le firme, le risorse, una struttura organizzativa e una serie di risultati importanti alle regionali. Ci siamo. Siamo disponibili a mettere questa struttura a disposizione anche di altre forze. Ma una coalizione non è una caserma, ognuno deve essere e sentirsi libero. Sulla lista i cittadini ci troveranno come lista di centrosinistra riformista e garantista alternativa a Meloni cui abbiamo fatto un’opposizione durissima in questi anni”. Va bene.  Schlein, comunque, ha aperto anche a Calenda. “Calenda... Quelli che lui ha fatto eleggere di destra sono già tornati a destra, da Costa a Gelmini, da Carfagna a Versace, da De Monte a Castiglione. Stanno tutti in FI o con Lupi. Quelli di sinistra non accetteranno di suicidarsi al centro da soli e dunque torneranno a casa. Ma Calenda è fatto così: l’ultima sera cambia idea. Se lo ricorda ancora il povero Enrico Letta, baciato in pubblico e gabbato in privato. L’ultima sera chiederà di entrare nel centrosinistra”. Quanto a i riformisti dem? La segretaria ha accarezzato anche loro.,, “Il Pd è un partito ricco di riformisti, magari non sempre super coraggiosi ma in molti casi super riformisti. Spero  passi l’emendamento sulle preferenze. Aiuterà noi e loro. Intanto, ho apprezzato l’intervista di Elly al direttore Cerasa”.</p><p>Passiamo all’altra parte. Lei, giovedì, ha attaccato   Salvini. Nel frattempo, passava la cosiddetta norma anti-maranza. Cosa ne pensa? “Penso che il governo stia impazzendo dietro alle notizie. Per ogni fatto di cronaca, un decreto o un ddl. Davanti alla crisi sociale, culturale, educativa l’unica risposta che Meloni conosce è quella che funziona su Twitter.  Comunque, prima dicono che la sicurezza è sotto controllo grazie a Piantedosi, poi  che c’è un’emergenza sicurezza e dunque vogliono mettere al Viminale Salvini. Sono quanto meno contraddittori”. Salvini ha fallito? “Hanno fallito su tutto, dagli stipendi alle carceri. Ancora ieri il procuratore di Palermo ha detto una cosa enorme: nelle carceri non comanda più lo stato ma  le associazioni criminali. Si rende conto di che cosa significa? In questi anni Delmastro ha aperto le bisteccherie e si è fatto una milizia privata con la penitenziaria. Ma nel frattempo lo stato ha perso il controllo delle prigioni. Folle!”. A proposito di Delmastro, in molti in FdI accostano la vicenda del meloniano al Pd che negò l’accesso alle sue chat. Cosa risponde? “Che non hai bisogno delle chat per capire quello che ha fatto Delmastro. Io, poi, ho sempre detto che avrei messo a disposizione le chat. Non avevamo nulla da temere. Ma pretendevo che ci fosse una formale richiesta che il pm non volle fare, violando la Costituzione. Paragonare uno come lui, e tutto quello che ha fatto da Biella alla bisteccheria fino alle confidenze con Donzelli, a uno come me è roba da querela. Ma voglio essere buono: fa molto caldo, diamo la colpa all’afa”.</p><p>Lei vuole le preferenze. Pensa che Marina Berlusconi boicotterà il Melonellum? “No. Passerà. Se Marina si mette di traverso, Meloni potrebbe allearsi da subito con Vannacci e la Lega e mollare Ciccio Tajani e i suoi compari al loro destino”. Ciccio Tajani? “Sì. Già me li vedo piagnucolare chiedendo il perdono di Giorgia. La verità è che secondo me FI molla sulla legge elettorale. Anche sulle preferenze sul modello Italicum. E anche la legge anti-cespugli sarà cambiata: dal 3 per cento torneranno all’1 del Rosatellum o al massimo al 2. Ma anche questa richiesta di FI sarà stralciata, vedrete”. Un’ultima domanda. Oltre ai Trasporti, neppure la Cultura se la passa bene. L’Ue ha tolto due milioni alla Biennale. “Voglio mandare un abbraccio a Buttafuoco”. Sì, ma  la Rai gli ha tolto il programma. Qualcuno ha parlato di RadioFazzolari. Lei cosa ne pensa? “Il punto è che Giuli lo odia. E questo è un altro motivo per stimarlo tanto. Vede, questo paese tornerà a essere un paese normale solo quando Giuli ritornerà nel bosco con il flauto a suonare inni al dio Pan. Perché quello è il suo habitat naturale, non il Collegio romano”.</p>]]></description>
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				<title>Il fascino perverso della giustizia punitiva</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giovanni Fiandaca</author>
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				<description><![CDATA[<p>In un articolo di ieri, Claudio Cerasa ha ben definito&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/24/news/in-balia-di-una-psicosi-sulla-sicurezza--403057" target="_blank">“psicosi dell’insicurezza”</a>&nbsp;l’allarme e le connesse ansie collettive per la tutela della sicurezza che ciclicamente si diffondono nel nostro paese anche per effetto della ricorrente drammatizzazione mediatica, a dispetto del significativo divario – come dimostrano i dati statistici – tra percezione sociale e andamento reale della criminalità. Fenomeno patologico, questo, aggravato dalle forze politiche che contingentemente si trovano al governo o all’opposizione. Le prime tendono infatti ad avallare e persino ad alimentare strumentalmente la percezione collettiva di insicurezza, sfornando come rimedio di pronto impiego (anche perché a basso costo), e redditizio in termini di facile consenso elettorale, una serie continua di “pacchetti sicurezza” con incremento di reati e pene (tendenza manifestatasi, peraltro, anche con governi di centrosinistra), destinati in realtà a svolgere per lo più una funzione simbolico-comunicativa e a fungere da temporaneo “ansiolitico sociale”; mentre le seconde solitamente contestano invece ai partiti di maggioranza di affrontare illusoriamente il problema sicurezza, promettendo soluzioni più efficaci (mai però specificate in dettaglio!) tra le ragioni per rimpiazzare i governi in carica. E’ una dialettica politicamente perversa, che purtroppo perdura ormai da alcuni decenni.</p><p>Vale la pena in effetti continuare a ragionare sia sul perché il tema della sicurezza assume una valenza politica centrale, sia sui motivi per cui il diritto penale funge da persuasivo spot elettorale. Non si tratta di questioni nuove, né limitate al contesto italiano. Esiste in proposito e da anni, in un orizzonte internazionale, una ottima letteratura socio-criminologica, cui qui non si può accennare neppure in termini sintetici. <b>Certo è che anche il nostro paese è diventato uno dei contesti in cui la guerra alla criminalità (anche soltanto percepita) assume un peso politico determinante nell’ambito della governance complessiva della società.</b> E questo non interpella soltanto le competenze di giuristi, criminologi e sociologi: in realtà, si tratta di un complesso problema di fondo, che coinvolge più in generale le modalità di funzionamento della democrazia contemporanea considerata nell’insieme delle sue componenti e che, verosimilmente, costituisce una delle più significative spie della sua entrata in crisi.</p><p>Semplificando al massimo, e col rischio di banalizzare, si può probabilmente ipotizzare un forte nesso tra la attuale difficoltà e/o incapacità di fare politica con strategie e risorse propriamente politiche e l’abusato e inflazionato ricorso alla punizione. Per inventare nuovi reati e prevedere o aggravare pene, specie se lo si fa con l’approssimazione e la sciatteria con cui oggi lavora la fabbrica legislativa, basta abbozzare alcune parole a penna o al computer e riversarle subito in un contenitore normativo: contenitore che è andato sempre più assumendo la forma di un decreto legge di presunta urgenza, che la maggioranza governativa impone poi di ratificare senza un effettivo confronto parlamentare. Per concepire nuovi reati e pene non occorrono infatti idee innovative, non occorrono programmi di un qualche respiro e non sono neppure necessarie risorse economiche e umane di rilevante consistenza e impegno. Anche un politico delle ultime file e di scarse capacità, per cercare di dare un minimo di senso a una presenza in Parlamento altrimenti pressoché inutile, può farsi promotore di una ennesima legge penale come medicina per curare un qualche male sociale di nuova emersione.</p><p>Il diritto penale diventa, così, uno spot elettorale perché si presta a coprire l’assenza o insufficienza di idee e programmi politici, di strategia di intervento sui versanti dell’economia, della prevenzione sociale, degli strumenti culturali e pedagogici ecc. Ma, se così è, è il diritto penale stesso a diventare politicamente pericoloso in sé: ciò non ultimo perché i suoi princìpi e le sue regole, anche di fonte costituzionale, non hanno in se stessi la forza di opporre invalicabili barriere alle frequenti forme di strumentalizzazione politica impropria cui è soggetto. Ma vi è di più. <b>Forse, come anch’io sospetto, il diritto penale reca in sé la rischiosa attitudine a risultare redditizio in termini di consenso per ulteriori, e non secondarie, motivazioni che hanno a che fare con la psicologia della giustizia punitiva.</b> Già Federico Nietzsche, con penetrante intuizione, aveva intravisto nella pena “un mimo della guerra”. Mentre, sul versante della psicologia sociale, appare illuminante quell’orientamento scientifico che interpreta la stessa pena legale come una risposta atta a canalizzare sentimenti aggressivi od ostilità verso quei trasgressori della legge percepiti, nelle mutevoli contingenze storiche, come temibili “nemici” della società (ad esempio, oggi di nuovo identificati nei ladri, nei rapinatori, oltre che negli estranei come gli immigrati, nei diversi, nei giovani contestatori ecc.). Il che, peraltro, ben sembra ricollegabile all’inclinazione persistente dei movimenti e dei partiti populisti ad addossare le colpe dei problemi e mali sociali a presunti nemici di turno del popolo sano e onesto, come ad esempio nel caso emblematico dei corrotti e corruttori fortemente avversati dal Movimento 5 stelle, ispiratori appunto della iper repressiva e simbolica legge “spazza-corrotti”. Da questo punto di vista, anche a prescindere in verità dalla collocazione a destra o a sinistra delle forze politiche che di volta in volta lo perseguono, ecco che il rigore punitivo si presta a sfruttare politicamente pulsioni giustizialiste scaturenti da sentimenti di paura, rabbia, indignazione, frustrazione, rancore e risentimento che si diffondono negli strati sociali più deboli specie nei periodi di crisi socio-economica, o in ogni caso quando si lamenta il tradimento di promesse e aspettative su cui si è fatto assegnamento. Sulla base di rilievi come questi, è azzardato ipotizzare che sia connaturata al penale, per dir così al suo Dna, una sorta di intrinseca e sotterranea componente polemogena e vendicativo-ritorsiva, che contribuisce a spiegarne l’appeal elettorale e dunque la incessante tendenza a ricorrervi come mezzo di captazione del consenso?</p><p>Comunque sia, la prospettiva di una strumentalizzazione opportunistica della giustizia penale, che in atto va intensificandosi in vista dell’appuntamento elettorale del 2027, tocca ormai soglie difficilmente immaginabili per una maggioranza anche molto di destra, che pretenda però di muoversi pur sempre entro l’orizzonte della Costituzione. Appaiono assai preoccupanti al riguardo alcune proposte oggetto del più recente dibattito politico-mediatico, e cioè: eliminazione della proporzione nella legittima difesa; fermo preventivo di polizia; presunzione relativa di imputabilità del minore quattordicenne et similia. In verità, non si tratta neppure di un ritorno all’originario codice Rocco figlio del fascismo; ciò equivale, piuttosto, a tentare di spingersi al di là di quanto lo stesso codice fascista aveva ritenuto di potere osare.</p><p>Il che preoccupa, non meno di quanto sorprenda. Non è minacciata soltanto la legittimità costituzionale del diritto penale. Prima ancora, e più in generale, vengono in questione la qualità della politica e la crisi complessiva della democrazia italiana – invero, co-determinata dalla perdurante incapacità delle forze di opposizione di assolvere un ruolo politico-culturale all’altezza delle sfide odierne. Una conferma, questa, degli stretti nessi tra questione penale e questione democratica.</p>]]></description>
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				<title>Un giusto processo per i &quot;ragazzi cattivi&quot; invece che una esenzione della responsabilità: forse effimero, forse non ingiusto</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/23/news/via-libera-dal-cdm-alla-norma-anti-maranza-come-cambia-limputabilita-dei-minori--403063" target="_blank">imputabilità dei minori</a>&nbsp;è problematica, <b>ma non sembrerebbe uno scandalo in sé. Non si capisce piuttosto se e fino a che punto possa avere un effetto dissuasivo</b>. Preti di strada, operatori sociali e di comunità, la maggioranza dei sociologi, salvo eccezioni e differenze di approccio al tema, sono convinti che stabilire una nuova soglia di responsabilità penale non avrà alcuna conseguenza risanatrice per la piaga delle bande minorili e per numerosi casi di comportamento deviante degli adolescenti o dei poco più che bambini coinvolti in casi di criminalità che suscitano insieme compassione, insicurezza e allarme. L’uso diffuso del coltello, la costruzione di reti relazionali che puntano al più aggressivo disordine, all’illegalità come metodo, all’offesa sistematica della pace e della convivenza nelle grandi città, nella provincia, nei quartieri, non solo in quelli del degrado urbano, con il contorno di uno specifico linguaggio criminale e di comportamenti devianti e fuori controllo, non si possono combattere con una legge, d’iniziativa del governo di centrodestra, che abbassa l’età per la persecuzione in giudizio di chi delinque contro le persone e le cose. Il manifesto di questa posizione progressista è che “non esistono bambini cattivi”.</p><p>L’assunto è generoso, esprime fiducia e amore, ma è discutibile, anche secondo le implicazioni moderniste e “liberanti” del pensiero e della pratica di un Freud e delle varie scuole di psicologia del profondo del secolo scorso. Lo stato di innocenza dell’essere umano, prima dell’incivilimento e delle sue conseguenze, è oltre tutto un grande mito rousseauiano, dell’illuminismo radicale e romantico, mito altrettanto ispirato che controverso. Comunque, il problema così è mal posto. Il manifesto andrebbe forse rimodulato: “non esistono bambini moralmente colpevoli, ma solo bambini irresponsabili”. Infanzia e adolescenza fuori e contro la norma sociale prevalente e codificata dalla legge e dalla morale comune sono prodotti da un fenomeno oggi irrimediabile: la scomparsa del piccolo mondo antico, con i cosiddetti suoi valori, da sempre più o meno autentici ma per secoli abbastanza resistenti ai peggiori assalti pulsionali della prima età giovanile: aristocrazia dei comportamenti e educazione liberale, senso religioso, inteso come legame spirituale e rispetto di grandezze incommensurabili al comportamento umano, il famoso timordiddio, osservanza dell’autorità, della gerarchia, della comunità integrata, a partire dalla famiglia e dalla scuola, potenti e quasi esclusivi vettori di integrazione. Nel grande mondo postmoderno tutto questo valorismo è fottuto, e non bisogna essere per forza bacchettoni o vecchi scarponi per sapere, nozione ovvia e di comune abbordabilità, che l’emozione soggettiva, la sua massificazione e replicabilità infinita per immagini e suoni, senza più un centro etico, ha sostituito la razionalità oggettiva e i suoi meccanismi di autocontrollo. <b>Sii libero ma proprio per questo sii consapevole che sei anche responsabile, e che la responsabilità non è il fumo di un giudizio benevolo o corrivo del mondo degli adulti, “i bambini non sono mai cattivi”,  ma un dato oggettivo, un codice che rende chiare le conseguenze dei tuoi atti</b>.</p><p>Governi e parlamenti non sembrano detenere l’autorità culturale e morale sufficiente a sostituire la perdita del centro (noto e discusso tropo conservatore o reazionario), la crisi della famiglia e della scuola, la pedagogia incantata, amorevole, tic-toc, della psicologia di massa nell’èra delle tecnologie arrembanti e della loro irruzione social in tutti gli aspetti della vita dai primissimi anni dell’esistenza. I buoi sono scappati, e per ragioni forti, questo può essere un giudizio comune al di là delle soluzioni differenti. Vietare le piattaforme al di sotto di una età definita è un progetto probabilmente effimero quanto benintenzionato. Stabilire che se formi una banda di quindicenni o di sedicenni e prendi la tua vitalità nelle tue mani, a scopo di rapina e aggressione e molestia contro gli altri, avrai diritto a un giusto processo invece che a un’esenzione angelica della tua responsabilità, anche questo è forse effimero. <b>Ma potrebbe non essere ingiusto</b>.</p>]]></description>
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				<title>Meloni chiama il centro. L’azione discreta per incoraggiare l’incontro tra Calenda, Picierno e Marattin</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgia-meloni_429" target="_blank">Giorgia Meloni</a>&nbsp;ha a cuore il futuro del centro, inteso come Terzo Polo. Da giorni, secondo quanto risulta al Foglio, la premier si sta spendendo con discrezione per far sì che i  soggetti che potrebbero comporre il centro, il centro fuori dalle coalizioni, possano trovare un’intesa, avvicinandosi a Carlo Calenda (il cui partito è rientrato tra quelli esentati dalla raccolta delle firme per presentarsi alle prossime elezioni). Meloni vedrebbe bene l’aggregazione di Calenda con Luigi Marattin e Pina Picierno e ha avuto contatti con gli interessati. Non per costruire un’alleanza, sarebbe falso, ma altre ragioni politiche. Primo: cercare sponde eventuali nel futuro, per muoversi al centro. Secondo: avere un soggetto in grado di drenare voti a sinistra. Terzo: creare lo spazio per un’opposizione costruttiva. Vannacci cresce. Ma se crescesse anche il centro non sarebbe una cattiva notizia. Non solo per Meloni, ma anche per l’Italia che cerca alternative all’agenda Vannacci.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Lotta all&#039;evasione con la AI&quot;. Parla Emanuele Felice, l&#039;economista di Schlein</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. E’ difficile da scorgere, il settembre decisivo, dall’ultimo tornante di luglio. Eppure il mese-chiave per il Pd è all’orizzonte: a settembre, infatti, si avranno certezze sulla legge elettorale, si dovrà decidere che cosa fare con le primarie e prima ancora, dice la segretaria dem Elly Schlein, si dovrà mettere mano al programma. Programma che, nelle grandi linee economiche, è già nella mente di Emanuele Felice, ordinario di Storia economica allo Iulm di Milano, membro della direzione nazionale dem e responsabile del dipartimento economia e lavoro del Pd durante la segreteria Zingaretti. Gli chiediamo quali siano, a suo avviso, i punti su cui il centrosinistra deve ragionare. “Mi auguro si trovi ampia convergenza”, dice Felice, “sul fatto di dover intervenire sul triplice declino dell’Italia: economico, demografico e democratico. Su questo il centrosinistra dovrà sfidare la destra, sotto il cui governo il declino si è approfondito”. Come uscirne? “Con una serie di riforme e interventi strategici che agiscano su mancanza di innovazione, bassi livelli di istruzione e diseguaglianze, fattori che favoriscono la rendita e impediscono lo sviluppo”. Da che cosa partire? “Da una grande riforma fiscale, costruita attorno a due punti fermi: la lotta all’evasione, da condurre anche con l’aiuto della AI, e l’eliminazione del forfettario per gli autonomi. L’idea è di ricondurlo intanto all’Irpef, prevedendo la stessa soglia di esenzione per dipendenti e autonomi, per poi procedere a una vera e propria riforma dell’Irpef , sostituendo gli scaglioni con un’aliquota calcolata tramite una funzione continua, sul modello tedesco. Questi interventi andrebbero nella direzione di un alleggerimento per il ceto medio”. C’è chi nel centrosinistra parla anche di patrimoniale, e la stessa Schlein non la considera un tabù. “E’ un possibile terzo intervento. Io sarei favorevole, anche se non è urgente come i primi due”. Chi sarebbe il soggetto da tassare? “Penso al modello ideato dall’economista Gabriel Zucman: una tassazione del 2 per cento sui cento-milionari. Riguarderebbe poche migliaia di persone dal patrimonio prevalentemente mobiliare: attività finanziarie dagli alti rendimenti”. I circa cinquanta miliardi che gradualmente si potrebbero recuperare, Felice li investirebbe “prioritariamente in istruzione e ricerca. Un’istruzione pubblica poco finanziata è un’istruzione regressiva: se non funziona, i più ricchi riescono comunque a raggiungere un buon livello nella loro formazione, a differenza dei meno abbienti. E noi oggi spendiamo in istruzione un punto in meno rispetto alla media Ocse: i nostri professori di scuola superiore sono tra i meno pagati d’Europa, i livelli di abbandono scolastico sono molto alti e abbiamo una percentuale di laureati più bassa rispetto a molti  paesi. E’ quindi prioritario un grande investimento, dagli asili all’università”. Si dovrebbe inoltre creare, dice Felice, “un istituto che metta in comunicazione il mondo accademico con le imprese, come in Germania”. Altri punti da inserire in programma, secondo Felice: “Migliorare l’efficienza e la produttività di Pa, Sanità e Giustizia con l’ausilio della AI. Una AI da governare, magari con la creazione di un’agenzia pubblica o pubblico-privata per il governo dei dati”. Bestia nera dei programmi in tempi di guerra: l’energia. “E’ necessario mettere a sistema le imprese pubbliche attive nel settore energetico, per investire nella transizione ecologica e disinvestire dal fossile”. In alcune regioni (vedi la Sardegna), la transizione si è fatta complicata. “La transizione ecologica va affrontata nel quadro di un piano nazionale. Sarebbe una grande opportunità di sviluppo anche per il Mezzogiorno”. Elly Schlein si rifà spesso al “modello energia” della Spagna, dove però c’è il nucleare. “Appunto, lì c’è già. Noi invece dovremmo concentrare le risorse sulla transizione ecologica, a oggi più conveniente del nucleare. Se poi si arriverà alla fusione, se ne parlerà”. Ma che dire, oggi, di fronte al caro benzina e al caro bolletta? “Non si può affrontare il problema con tagli lineari, come ha fatto il governo. Si potrebbe intervenire con dei ristori per il carburante in base all’Isee, come misura tampone. Ma è la visione strategica di un’Italia che riduce le diseguaglianze e innova che ci porterà fuori dal declino”.</p>]]></description>
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				<title>Meloni e spettri: Marina B. vuole impedire il “record”. Aria d’incidente. Le “accise” di Giorgetti</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>La festa di Meloni la può rovinare&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/marina-berlusconi_82914" target="_blank">Marina Berlusconi</a>. Siete sicuri che Meloni arrivi al record del governo più longevo il 4 settembre? Spira il vento dell’incidente parlamentare, sulle intercettazioni, le preferenze, ed è qualcosa di serio, che agita per prima FdI. Se parlate con i funzionari di Camera e Senato vi dicono che bisogna stare pronti a qualsiasi scenario e che i governi ormai cadono a luglio. Il governo Draghi è caduto il 20 luglio. Il partito di Meloni è convinto che Marina Berlusconi voglia sabotare la legge elettorale per impedire a Meloni di superare la durata del padre. Sono chiaramente fantasmi che in queste notti si aggirano a Palazzo Chigi. Martedì prossimo arriva al Senato il dl Giustizia con la norma sulle intercettazioni, ed è ritenuto un possibile sparo di Sarajevo. La mediazione sulle preferenze è stata trovata ma alla famiglia Berlusconi non basta. Viene messo in conto dal partito di Meloni che Forza Italia possa non votare al Senato sia le intercettazioni, sia l’emendamento sulle preferenze. Meloni continua a dire che se non dovesse passare l’emendamento “si va a casa”. FI replica che “è Meloni che sta cercando l’incidente, non le faremo questo regalo”.</p><p><b>Per la famiglia Berlusconi la migliore legge è il Rosatellum perché permette a Forza Italia di essere centrale. I numeri stanno cambiando. Il partito di Vannacci ormai si sta avvicinando a Forza Italia. Meloni ha avuto ieri un colloquio con Giorgetti sulle accise mobili, sul caro benzina, dopo due giorni di continui aumenti. Meloni vuole dare un segnale, far intendere che si sta lavorando per provare a sterilizzare. Risorse non ce ne sono, ma Meloni chiede a Giorgetti di trovarle: “Dobbiamo intervenire”.</b> Si troveranno ma resta una legge di Bilancio che è già ostaggio. La Lega di Durigon vuole un intervento manifesto sulle pensioni e Giorgetti ha già confidato ad amici: “Piuttosto che scassare i conti, me ne vado prima io”. E’ più di una diceria. FdI avrebbe già le liste pronte, uno schema con i seggi ripartiti. E’ Marina che ha il potere di fare fallire le ferie, il record (e un governo).</p>]]></description>
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				<title>“No pasaran!”. Gli imbarazzi di FI con gli alleati, dal ddl minori alle intercettazioni</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Luca Roberto</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Il ddl per l’imputabilità  dei minori? L’abbiamo appreso, non siamo stati consultati preventivamente”. E’ un po’ questo il tenore delle considerazioni che si muovono tra i parlamentari di Forza Italia sul disegno di legge presentato dal governo giovedì, la cosiddetta norma “anti maranza” che, nelle intenzioni della premier&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgia-meloni_429" target="_blank">Giorgia Meloni</a>, punta a “<b>punire i ragazzi che pensano di poter fare come vogliono. Chi sbaglia paga</b>”. In realtà alla Camera giace da qualche tempo una proposta a prima firma che punta  a far scendere a 13 anni la soglia di imputabilità dei minori. Ma di certo le tempistiche non sembrano essere state concordate con gli azzurri, in un momento già particolarmente teso nel rapporto tra alleati. Con una crescente pressione del “fattore Vannacci” su Fratelli d’Italia e Lega che rischia di schiacciare il partito di Tajani. E anche dei rilievi di costituzionalità, si sussurra tra gli azzurri, forse bisognava tenere maggior conto. Recependo alcune considerazioni dei tecnici di area. “<b>E’ un provvedimento che affronta il tema della dilagante criminalità giovanile, di fronte al quale non si può essere inerti”, dice il capogruppo di FI alla Camera Enrico Costa. “Il governo è intervenuto correttamente attraverso un disegno di legge che consentirà di avere tutto lo spazio in Parlamento, attraverso le audizioni ed il dibattito, per approfondire i profili tecnico giuridici, garantendo, anche in concreto, la puntuale valutazione delle condizioni soggettive dei minorenni</b>”. Una valutazione nel merito, insomma, è rimandata alla discussione in Aula. Anche se, come detto, all’interno del gruppo parlamentare serpeggi qualche malumore.</p><p>Sono apprensioni se vogliamo minori, marginali, rispetto a quelle ben più preoccupanti emerse nello scrutinio del decreto Giustizia e immigrazione, al vaglio della commissione Affari costituzionali del Senato. Dove Fratelli d’Italia ha proposto un emendamento per estendere l’utilizzo delle intercettazioni, su suggerimento del procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo. E dove s’è manifestata la netta contrarietà dei forzisti. Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, uomo molto vicino alla famiglia Berlusconi, parlando al Foglio la mette in questi termini: “Quello è il vero fronte interno alla maggioranza. Sulle intercettazioni non indietreggeremo di un millimetro. Lo dico chiaro e tondo: no pasaran!”. Dichiarazioni molto simili a quelle di Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, che nelle scorse ore ha rincarato la dose: “Sono stati presentati dai nostri alleati alcuni emendamenti senza consultarci. Restiamo leali, ma chiediamo anche noi lealtà. Non arretriamo di un millimetro sui principi, ma siamo disponibili a trovare soluzioni attraverso il confronto”, ha spiegato al Corriere. Esponendosi anche sull’altra pietra dello scandalo dei rapporti tra Meloni e i forzisti: lo Stabilicum. “<b>La legge elettorale varata alla Camera può essere approvata così com’è al Senato, anche subito”, ha chiarito. “Attendiamo di conoscere nel dettaglio eventuali emendamenti degli alleati, vedremo se vi sarà solo il sistema misto di liste bloccate e preferenze o anche altro. Ogni tecnicismo va ponderato politicamente”. Anche Tajani ieri sul punto  è sembrato ondivago, spiegando che “le preferenze non sono la chiave della nuova legge elettorale</b>”. Sullo sfondo c’è sempre un’estensione della legittima difesa, voluta soprattutto dalla Lega (su pressing vannacciano) e che però da Forza Italia hanno già rispedito al mittente. “Sconvolgerebbe il diritto penale”, ha chiuso il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto.</p><p>Tajani oggi sarà a Grosseto per il congresso del partito in Toscana: unico candidato è il segretario uscente Marco Stella. Una conferma senza pathos  già osservata in Abruzzo, Sardegna, Veneto. E che in qualche modo serve a cristallizzare il potere del segretario nazionale. Non è detto che però mentre si blinda sui territori il vicepremier riesca a tenere compatti i gruppi parlamentari. Pronti, anzi, a creare più di un grattacapo alla maggioranza. “No pasaran!”.</p>]]></description>
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				<title>Le carte scoperte della rete. Oltre il patto Meloni-Schlein</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Renato Brunetta, Rosario Cerra</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/meloni-dice-si-al-patto-sullai-di-schlein--403023" target="_blank">patto tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein</a>&nbsp;per non usare l’intelligenza artificiale allo scopo di attribuire agli avversari parole o fatti inventati è un segnale di civiltà politica. Dimostra che maggioranza e opposizione possono riconoscere una regola comune: la comunicazione pubblica deve essere firmata, verificabile e responsabile. Ma il limite è evidente: <b>un impegno volontario vincola soltanto chi decide di rispettarlo. I falsari non sottoscrivono patti</b>.</p><p>La questione non riguarda solo la politica. L’anonimato in rete ha avuto e continua ad avere una funzione liberale: protegge dissidenti, informatori e persone esposte nei regimi autoritari. Ma la stessa architettura tutela oggi anche chi fabbrica falsi industrialmente. Il compito non è abolire l’anonimato, ma distinguere chi deve essere protetto da chi deve poter essere identificato e perseguito.</p><p>I cittadini comuni sono spesso più vulnerabili dei leader. Un leader può smentire rapidamente un falso; un cittadino qualunque può restare solo davanti a un audio manipolato che circola in famiglia o al lavoro. Le truffe basate sulla clonazione della voce colpiscono soprattutto anziani e persone meno digitalizzate: bastano pochi secondi di un messaggio vocale per simulare il timbro di un familiare e chiedere denaro per un’emergenza. <b>Siamo arrivati a dover concordare una parola d’ordine perfino tra parenti</b>.</p><p>Ancora più grave è il fenomeno dei deepfake sessuali, che colpisce soprattutto donne e ragazze. Applicazioni accessibili trasformano fotografie reali in immagini sessuali false. L’inchiesta della Procura di Roma su una piattaforma internazionale ha trovato tra le vittime persone comuni e figure note, comprese Meloni e Schlein. Dal 10 ottobre il nuovo articolo 612-quater del codice penale punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi diffonde senza consenso immagini, video o voci falsificati dall’AI e provoca un danno ingiusto. <b>Ma una norma è efficace solo se esiste un autore identificabile</b>.</p><p>C’è anche un costo economico. Nel 2024 una dipendente della società Arup a Hong Kong trasferì 25 milioni di dollari dopo una videochiamata nella quale il direttore finanziario e i colleghi erano simulazioni digitali. Non erano stati violati i sistemi informatici, ma il riconoscimento umano. <b>Deloitte stima che negli Stati Uniti le frodi abilitate dall’AI generativa possano crescere da 12,3 miliardi di dollari nel 2023 a 40 miliardi nel 2027. La contraffazione a costo quasi nullo funziona come una tassa sulla fiducia</b>.</p><p>A questo si aggiunge il “dividendo del bugiardo”: se tutto può essere fabbricato, anche ciò che è autentico può essere negato. La prova diventa opinione e il dubbio si trasforma in alibi. Le reti digitali devono quindi compiere lo stesso passaggio già avvenuto per mari, strade e cieli, dove esistono bandiere, registri, targhe e identificativi. In rete bisogna distinguere tra riconoscibili da chiunque e identificabili da un soggetto qualificato.</p><p>L’esposizione pubblica del nome non è mai automatica: l’identità reale dovrebbe essere custodita da un soggetto terzo e rivelata soltanto nei casi previsti dalla legge e con adeguate garanzie. Accanto all’identità serve la provenienza dei contenuti: credenziali crittografiche e filigrane interoperabili documentano origine e trasformazioni di un file. Non certificano la verità di una scena, ma rendono verificabile la storia del contenuto. Il principio è semplice: etichettare il sintetico e firmare l’autentico. Non si tratta di processare la tecnologia. <b>L’intelligenza artificiale è una leva straordinaria di produttività, e responsabilità e trasparenza sono il passaggio che porta ogni strumento nuovo a maturità. La fiducia è un’infrastruttura: se manca, il valore dell’innovazione si deprezza e il vantaggio passa ai falsari</b>.</p><p>L’Europa si sta muovendo su due binari. Dal 2 agosto l’articolo 50 dell’AI Act impone, nei casi previsti, marcature leggibili dalle macchine per i contenuti generati o manipolati e obblighi di riconoscibilità per i deepfake e alcuni testi di interesse pubblico. Entro la fine del 2026 ogni Stato membro dovrà offrire almeno un portafoglio europeo di identità digitale, volontario e controllato dall’utente. Da una parte contenuti tracciati, dall’altra identità certificate. Manca il ponte tra identità e responsabilità.</p><p><b>L’Italia dispone già di molti strumenti</b>: la nuova fattispecie penale, Spid, Carta d’identità elettronica, IT-Wallet e il sistema AgCom di verifica dell’età fondato sul doppio anonimato, nel quale chi certifica non conosce il servizio visitato e il servizio riceve soltanto la prova necessaria.</p><p>Tre mosse sono possibili: applicare l’articolo 50 senza trasformarlo in un obbligo indiscriminato; consentire, su base volontaria, l’uso di identità o attributi certificati negli account e nei servizi più esposti, rendendo ricostruibile sempre la responsabilità; misurare il costo economico della sfiducia. <b>Il patto Meloni-Schlein offre la premessa politica, l’Europa detta il calendario e l’Italia possiede già l’infrastruttura</b>. Ora deve collegare i due binari, senza esporre il nome dei cittadini.</p><p><i>Renato Brunetta</i></p><p><i>presidente Cnel</i></p><p><i>Rosario Cerra</i></p><p><i>presidente Centro economia digitale</i></p>]]></description>
			</item>
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				<title>L&#039;Umbria prega Meloni di bloccare l&#039;eolico a Orvieto</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Visto che  le strade amministrative  sono tutte chiuse, <b>la presidente dell’Umbria evoca i santi nella sua preghiera a Giorgia Meloni</b>. La progressista Stefania Proietti, in una lettera alla presidente del Consiglio, chiede di tutelare “l’integrità della bellezza unica” dell’Umbria, che è la “terra natia di San Francesco, patrono d’Italia e San Benedetto, patrono d’Europa, su cui trovano quindi fondamento le radici culturali del nostro paese”. Il paesaggio e la storia d’Italia e d’Europa sono minacciati da Phobos, che porta appunto il nome di una spaventosa figura mitologica, ma altro non è che un impianto eolico da costruire nei pressi di Orvieto. <b>Meloni blocchi le rinnovabili, è l’invocazione umbra.&nbsp;</b></p><p>Meloni agisca in nome di una “visione comune”, è la richiesta della Proietti, a difesa “dell’integrità dello stesso paesaggio dell’antica Volsinii che era negli occhi dei nostri antenati etruschi”. E’ evidente che i toni vannacciani della presidente dell’Umbria servano per toccare le corde cristiane e conservatrici della presidente del Consiglio, nell’estremo tentativo di impedire la realizzazione del progetto della tedesca Rwe Renewables che prevede sette aerogeneratori, da 6 MW ciascuno (in totale 42 MW), nel territorio dei comuni di Castel Giorgio e Orvieto.</p><p>Questa storia, simbolo della difficoltà a sviluppare le rinnovabili in Italia, in particolare l’eolico, che tra l’altro in Umbria è praticamente inesistente, inizia l’11 agosto 2021 con una richiesta di Valutazione di impatto ambientale (Via) da parte di Rwe. C’era ancora il governo Draghi. Il 19 ottobre 2022 la regione Umbria con la Commissione tecnica  per le valutazioni ambientali esprime un parere favorevole, pur ponendo alcune raccomandazioni e condizioni. Il 7 dicembre 2022 il progetto ottiene il parere favorevole della Commissione tecnica Pnrr-Pniec del Mase. Infine, il 27 giugno 2023 il Consiglio dei ministri esprime un giudizio positivo di compatibilità ambientale concedendo la Via, risolvendo il conflitto tra i pareri contrastanti di Mase e Mic. A quel punto, la regione Umbria (giunta Tesei) ha 60 giorni di tempo per rilasciare l’Autorizzazione unica, al termine dei quali viene concessa per silenzio-assenso.</p><p>A questo punto l’iter amministrativo – dopo due anni e migliaia di pagine di istruttoria e pareri di ministeri, enti locali, associazioni e cittadini – è concluso. Ma in realtà è solo l’inizio. <b>La peculiarità del caso di Orvieto è che a opporsi al parco eolico sono diversi Vip che posseggono tenute e castelli nella zona</b> e non vogliono che dalle finestre si vedano queste pale che deprezzano il valore delle loro proprietà. A guidare la protesta civile e amministrativa ci sono la famiglia Rohrwacher, quella dell’attrice Alba e della regista Alice; lo stilista Alessandro Michele, direttore creativo di Valentino e prima di Gucci; e la principessa Marie-Astrid von Liechtenstein. Al loro fianco si mobilitano associazioni ambientaliste che paventano l’oscuramento del Duomo di Orvieto da parte di questi mostri di ferro rotante da 200 metri.</p><p>Nel frattempo, <b>la società tedesca vince tutti i ricorsi al Tar e al Consiglio di stato</b>. Ma un appello firmato da 100 vip al presidente della Repubblica fa diventare la questione nazionale. Ai 100 famosi si aggiunge anche Fiorello, che dai microfoni di Radio 2 suggerisce alla regione Umbria la via amministrativa da seguire: basta avviare “un procedimento di annullamento in autotutela del silenzio-assenso”, dice il comico. <b>La presidente Proietti segue l’indicazione amministrativa del noto comico, manco fosse Sabino Cassese</b>. La regione annuncia la chiusura del procedimento entro giugno, <b>ma presto si rende conto che non ci sono margini</b>. I termini per l’annullamento in autotutela, essendo passati tre anni dalla via del 2023, sono scaduti. E anche la strada di un annullamento di tipo tecnico, usando la condizione della protezione dei pipistrelli che potrebbero schiantarsi contro le pale, è poco percorribile. Rwe ha quindi tutte le carte in regola, mancano solo alcuni permessi secondari da parte di specifici enti, ma la società energetica tedesca sta già predisponendo le attività preparatorie alla costruzione che, una volta partito il cantiere, dovrebbe concludersi nel giro di un anno.</p><p><b>Non resta che la preghiera a Giorgia Meloni</b> – in nome di San Francesco, di San Benedetto e “dei nostri antenati etruschi” – di annullare lei “in via di autotutela governativa” l’autorizzazione ambientale concessa dal governo nel 2023. Se non ce l’hanno fatta i Vip attraverso i ricorsi al Tar, chissà se i santi riusciranno a fare il miracolo di far cambiare idea alla Meloni.</p><p>L’aspetto bizzarro di questa storia è che, mentre a livello nazionale il Campo largo accusa il governo di rallentare lo sviluppo delle  rinnovabili, nelle regioni in cui governa il centrosinistra si scontra con il governo perché non fa abbastanza per bloccarle. “Bisogna accelerare sulle fonti rinnovabili”, ha detto Elly Schlein nell’intervista al Foglio di giovedì. Il giorno stesso la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima una legge della Sardegna, con cui la progressista giunta Todde bloccava le autorizzazioni per le rinnovabili. E il giorno dopo è arrivata la santa lettera dell’Umbria alla Meloni per abbattere il mostro eolico Phobos. Ormai l’unico modo che ha il Campo largo per definire la sua politica energetica è trasformare il tavolo programmatico in un ritiro spirituale.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il vate di Vannacci. Il Generale corteggia Edoardo Sylos Labini per avanzare in Rai. Lui: “E’ un mio fan come La Russa”</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Meloni, attenta!&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908" target="_blank">Vannacci</a>&nbsp;sta corteggiando il D’Annunzio della Rai. La voce, maligna, e lo spiffero velenoso: <b>“Vannacci vuole fare di Edoardo Sylos Labini, la sua vedetta Rai. Lo vuole tra i suoi futuristi”</b>. Riesumiamo la vecchia Talpa Rai, il camerata disorientato dopo le vicende Ranucci: “E’ tutto vero. E’ l’unico che gli può fare da apripista in Rai”. Chi è? Sylos Labini? E’ il Vate della destra, attore, conduttore, direttore di Cultura e Identità, il giornale che racconta la provincia, il campanile, lo Strapaese. E’ anche l’ex compagno di Luna Berlusconi. Ha due programmi Rai, uno è “Radix” e l’altro è “Inimitabili”, storie di personaggi fuori dal comune. E se permettete, anche Sylos lo è. <b>All’adunata di Vannacci, la giornata della fondazione del partito, a Roma, ci siamo trovati chiusi in gabbia (la stampa era stata segregata) con Sylos Labini che si è definito “un curioso”</b>.</p><p>Insomma, è vero o no che Sylos passa con i futuristi?  Lo chiamiamo. Caro direttore, caro Vate, è vero che vai verso la vita, con Vannacci, che gli fai la vedetta Rai? “E’ una falsa notizia, ma è vero che Vannacci parla di D’Annunzio e Marinetti e, come sapete, senza esagerare, sono stato io a rilanciare in tv il mito di D’Annunzio”. Insomma c’è “Fuoco” fra di voi? “Vannacci dice tante cose comuni. Gli piacciono le province, le piccole patrie. Io sono un artista”. Vannacci ha bisogno di arte… “Un artista è un intellettuale che deve indicare la via e io la indico da vent’anni. Io ho messo la faccia, il cuore”. E la Rai ha messo i programmi, corretto? <b>“Riprenderemo con i nostri programmi e sto scrivendo anche un libro sulle città di provincia”</b>. Torniamo a Vannacci, ha un debole per lei? “Apprezza il mio lavoro, ma il mio primo fan è <b>Ignazio La Russa</b>. Mi apprezza anche Meloni e sono stato anche il responsabile culturale di Forza Italia”. Oggi è il momento di Vannacci… “Posso dire, ben vengano altri fan”. Caro Sylos Labini, lei vuole l’alleanza Meloni-Vannacci? “La vogliono gli italiani”. Da regista che consigli dà a Vannacci e al suo video da gladiatore con lo scolapasta? “Alcuni video sono gradevoli, del resto anche Trump usa l’AI. Il più grande ufficio stampa di Vannacci è la sinistra. Ascoltate me”. Sylos Labini di chi è? Di Meloni di Vannacci, di La Russa o della Rai? “Sono un uomo d’arte”. O finiamo in prima serata Rai o tutti a Fiume.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/25/news/meloni-pronta-a-tornare-in-puglia-il-4-agosto-ultimo-cdm-lestate-di-schlein-non-e-militante--403171</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/25/news/meloni-pronta-a-tornare-in-puglia-il-4-agosto-ultimo-cdm-lestate-di-schlein-non-e-militante--403171</link>
				<title>Meloni pronta a tornare in Puglia, il 4 agosto ultimo Cdm. L’estate di Schlein non è militante</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Meloni e il trullo. Stessa spiaggia, stessa Puglia. <b>Il 4 agosto ci sarà l’ultimo Cdm e il governo si prepara, direbbe qualche manager, alla “pausa estiva”.</b> Parte la caccia alle ferie della premier. Dove va? Premesso che c’è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/la-concessione-di-meloni-a-tajani-sulle-preferenze-forza-italia-si-oppone-il-muro-di-marina-berlusconi--402948" target="_blank">aria di rottura con i Berlusconi,</a>&nbsp;e Forza Italia, premesso che è meglio stare in Italia, la presidenta avrebbe tutta l’intenzione di tornare in Valle d’Itria. Non vuole far sapere dove va, se lo chiedete vi rispondono “e basta, se ne va in Olanda”. Una cosa è certa, è un’estate diversa. Elly Schlein rinuncia alla sua estate militante (non si sa neppure quale sia il programma della Festa dell’Unità), il secondo appuntamento di Padova (ricordate il grande appuntamento del Pd?) è sparito per evitare figuracce (a Napoli, Schlein è rimasta sconvolta e si è rifugiata dietro il palco quando ha sentito le urla). <b>E’ stato un anno complicato, e come dice Meloni, “sarà anche peggio”. In vista della campagna elettorale il fucile (meglio di no) le pinne e gli occhiali. Buone ferie (ma da cosa, direbbe Marchionne?).</b></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Il programma di Schlein sull&#039;energia non convince fino in fondo</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/lalternativa-ce-e-siamo-pronti-a-governare-intervista-a-schlein--402963" target="_blank">conversazione sul Foglio</a>&nbsp;di giovedì, Elly Schlein ha espresso il suo programma di politica energetica, che può essere ricondotto a due grandi questioni. Primo: realizzare più rinnovabili, semplificando le procedure autorizzative e stabilendo che “là dove vi è un impianto vi sia una quota dell’energia prodotta che va alle piccole e medie imprese e alle famiglie con sconti sulla bolletta”. Secondo: riformare ma non sospendere l’Ets <i>(Emissions Trading System). </i></p><p>Il modello di riferimento, più volte richiamato, è la Spagna. <b>Tuttavia, il peso delle rinnovabili nei due paesi non è molto diverso: nel mese di giugno 2026, per esempio, hanno coperto il 54,5 per cento della produzione di energia elettrica in Italia, contro il 58,4 per cento in Spagna.</b> Eppure, i prezzi erano radicalmente diversi: 132,5 euro/MWh contro 69,6 euro/MWh. Una differenza decisiva sta nel nucleare (18,3 per cento a giugno in Spagna), che riduce grandemente l’utilizzo del gas. Ha ragione la segretaria del Pd a dire che i tempi di realizzazione in Italia sarebbero lunghi: questo non toglie l’importanza di quello “zoccolo” di produzione a bassi costi marginali, senza cui i prezzi spagnoli sarebbero inspiegabili. Così come non bisogna sottovalutare che in Spagna c’è maggiore ventosità e che la morfologia del territorio è più favorevole ai grandi impianti fotovoltaici (in Italia perlopiù vietati dal decreto Agricoltura, senza che il Pd si sia opposto con particolare veemenza).</p><p>Comunque, i prezzi italiani dell’energia in borsa scenderanno con l’aumento delle rinnovabili. Schlein ha ragione a invocare semplificazioni (“In Spagna, i processi di autorizzazione durano due anni. In Italia, sei anni. Il fallimento, da questo punto di vista, non è un destino: è una scelta”). Ma elude la domanda di Claudio Cerasa sul “modello Sardegna”: la regione, che ha un’amministrazione di centrosinistra guidata da Alessandra Todde, ha escluso oltre il 99 per cento del territorio dalle aree idonee e si è scagliata contro la “speculazione” delle “multinazionali” delle rinnovabili. Schlein accusa Giorgia Meloni di immobilismo, ma negli ultimi anni il tasso di installazione di fonti energetiche rinnovabili è cresciuto da circa 1 GW/anno a circa 7 GW/anno. Nel solo primo semestre 2026 sono stati aggiunti 3,1 GW di fotovoltaico e 0,3 di eolico.</p><p>Naturalmente le ragioni sono diverse, molte indipendenti dal governo. Ma, in parte, è anche il frutto delle impugnazioni del governo contro le leggi regionali di centrosinistra contrarie alle rinnovabili (proprio giovedì la Corte costituzionale ha nuovamente bocciato la legge della Sardegna sulle aree non idonee: è la terza volta in due anni per la giunta Todde). C’è poco da semplificare se manca la volontà politica. Dare qualche beneficio economico ai residenti servirebbe a poco. Peraltro, già oggi chi realizza impianti industriali (incluse le energie rinnovabili) versa compensazioni territoriali; inoltre, ammesso che sia possibile, il costo ulteriore verrebbe scaricato su tutti gli altri consumatori.</p><p>Quanto all’Ets, non è chiaro come Schlein vorrebbe riformarlo: è favorevole, per esempio, all’inclusione dei termovalorizzatori e dei trasporti marittimi? Cosa pensa dell’Ets2, che lo estenderà a carburanti ed edifici a partire dal 2028, aggiungendo 10-12 centesimi al litro sui carburanti e 4-5 centesimi al metro cubo sul gas? La segretaria del Pd, inoltre, vorrebbe la riduzione delle imposte sull’energia elettrica: quali? Come può chiedere contemporaneamente di abbattere la fiscalità sull’energia elettrica e di abolire i sussidi ambientalmente dannosi (Sad), tra cui l’esenzione dalle accise sui consumi domestici di energia e l’applicazione di un’aliquota Iva ridotta? Perché, quando il governo si è mosso per ridurre i Sad, per esempio allineando le accise su benzina e gasolio, il Pd, invece di sostenerlo, lo ha attaccato?</p><p><b>Per Schlein, tutte le domande hanno un’unica risposta: le rinnovabili.</b> Il problema è che tende a concentrarsi sui bassi costi di produzione, trascurando quelli necessari per integrarle nel sistema elettrico. Per esempio, il costo di produzione del fotovoltaico è molto basso, ma l’energia è disponibile solo quando c’è il sole: per averla di notte e d’inverno servono accumuli, flessibilità della domanda e reti più robuste, i cui costi erodono il vantaggio iniziale. Prima di promettere improbabili accelerazioni, Schlein dovrebbe spiegare come superare le resistenze interne al suo stesso partito ogni volta che, dal sostegno generale alla transizione, si passa a valutare i progetti specifici nel giardino del Campo largo.</p>]]></description>
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				<title>Parla Mussolini (Caio): &quot;Io censurato da Amazon per i miei libri di storia. Mi difende solo Vannacci&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 19:37:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>"<b>È vero, in qualche modo Amazon ha aiutato la popolarità di Vannacci. La stessa Amazon invece mi ha censurato. Ma restiamo l'uno lettore dell'altro</b>", dice Caio Giulio Cesare Mussolini. Pronipote di, ex ufficiale di Marina. Qualche anno fa tentò una fugace esperienza elettorale con FdI, oggi scrive. Mica romanzi rosa: "Mussolini e il fascismo. L'altra storia". Opera in tre volumi. "Fino a fine giugno era un bestseller", sostiene l'autore. "Le vendite scorrevano, i miei titoli erano sempre in cima alle classifiche di storiografia. Poi il 30 mi viene chiuso coattivamente l'account Kindle direct publishing (Kdp), la piattaforma con cui Amazon consente l'autopubblicazione", come avevamo raccontato sul Foglio. "Da allora ho ricevuto soltanto motivazioni risibili e pretestuose. Dicono che non mi sono attenuto alle loro norme: non saprei nemmeno quali. Secondo me "L'altra storia" dà fastidio a qualcuno".</p><p>Mussolini autore scomodo, insomma. In effetti non ha scelto di giocare a pallone. "Per carità, lasciate stare Romano - difensore della Lazio, ndr - che già in tanti lo attaccano soltanto per il cognome che porta. Al ragazzo la storia e la politica non interessano". A lei però sì. "Certo. E infatti ho prestato un'attenzione supplementare nello svolgere questo lavoro: sono libri basati sulla ricerca storica, selezionando le fonti e citando i più autorevoli profili italiani e stranieri. Per esempio Renzo De Felice, che smentisce il fatto che Mussolini fosse antisemita. Il problema è che la storia, quella mistificata nelle scuole, la scrivono i vincitori. Ma è possibile che su Amazon sia in vendita perfino il Mein Kampf?" Forse la differenza è che gli scritti di Hitler, per quanto abominevoli, riflettevano i pensieri e l'ideologia dell'individuo. Caio Mussolini invece si propone di ricostruire i fatti con rigore, arrivando a rovesciare i contenuti di un'epoca. "Un'epoca offuscata dalla narrazione dominante", ribatte lui. "I violenti erano i rossi. Le principali raccolte di norme italiane odierne derivano da quel periodo. Le leggi razziali sono state un errore, ma i rastrellamenti li hanno fatti i nazisti. E il fascismo, che è morto con Benito nel 1945, non era affatto un regime liberticida".</p><p>Il cognome qui è l'ultima delle questioni. "<b>Matteotti è stato ucciso dai fascisti tanto quanto il deputato Casalini dai comunisti</b>". Lo squadrismo sistematico sullo stesso piano di un carpentiere isolato? E poi il pensiero unico, i licenziamenti per i lavoratori non iscritti al Pnf. "Non mi risulta. E va anche restituita la giusta dimensione alla marcia su Roma: i fascisti avevano bisogno di un mito fondatore, gli altri denunciano l'attacco alla democrazia quando invece tutto avvenne nella più totale connivenza dell'esercito reale". Anche Monicelli, in uno dei suoi film, diceva che era stata una pagliacciata, la marcia. Il problema è che riuscì. "Sapete qual è il vero problema? Che oggi una multinazionale straniera possa agire così: in questi giorni è stata depositata un'interrogazione parlamentare soltanto da parte del deputato Pozzolo". L'assist di Futuro nazionale. Ancora. "<b>Con Vannacci ci conosciamo bene. Lui con Amazon non ha avuto problemi perché scrive delle banalità, in senso buono: dovrebbe essere scontato battersi per il futuro degli italiani, contro la decadenza socioeconomica e l'invasione di stranieri. Chi rifiuta il dibattito è sempre la sinistra: senza l'ossessione del fascismo si sente perduta. Ho scritto sul ventennio proprio per fare chiarezza, poi non se ne parli più</b>". Invece si continuerà a farlo: benedetta democrazia.</p>]]></description>
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				<title>Il Pd sempre più vicino al nucleare. L&#039;altro nodo con gli alleati del campo largo</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 17:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel Pd c'è chi sta uscendo allo scoperto: il nucleare? Perchè no. La segretaria Elly Schlein ha aperto uno spiraglio. "Il Pd non ha alcuna preclusione ideologica sul nucleare. Da parlamentare europea ho sempre sostenuto la ricerca sulla fusione nucleare", ha detto durante la sua&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/lalternativa-ce-e-siamo-pronti-a-governare-intervista-a-schlein--402963" target="_blank">intervista al Foglio</a>, sottolineando come il problema non sia la tecnologia, ma i tempi. Poi è arrivato l'endorsement di <b>Pierluigi Bersani</b>, volto storico della sinistra italiana, membro fondatore ed ex segretario del Pd:<b> "Non ho nessuna reazione ideologica, né emotiva quando si parla di nucleare"</b>, ha detto all’evento&nbsp;“Da Fermi al futuro”, organizzato da&nbsp;Open&nbsp;all’Ara Pacis. Occasione in cui <b>ha giudicato ragionevole l’approccio indicato dal ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica&nbsp;Gilberto Pichetto Fratin</b> (seduto davanti a lui nella sala): <b>"Facciamo un quadro procedurale e giuridico e poi si vedrà. Se son rose fioriranno, e la politica deve metterci il suo. Mi pare una cosa abbastanza di buon senso"</b>. Il percorso dovrebbe essere bipartisan, ma niente referendum: <b>"Io dico di no, lascerei stare"</b>. E pur considerando le rinnovabili l'asse per l’autonomia strategica dell’Europa, il "ragionamento sensato" che va fatto invece di un referendum è quello di uno&nbsp;sviluppo di<b> "una ricerca per vedere gli sviluppi credibili del nucleare", convivendo ancora con il gas.</b></p><p>Rimangono gli scetticismi, ma sono aperture dem non di poco conto, che cozzano con le chiusure nette al nucleare fatte dagli alleati del campo largo. Il M5s è contrario&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/energia-nucleare_1868" target="_blank">all’energia nucleare</a>, sebbene all'approvazione del disegno di legge delega sul nucleare dello scorso giugno&nbsp;il presidente <b>Giuseppe Conte</b> abbia cercato di&nbsp;dimostrare di non avere una&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/04/news/la-miopia-sul-nucleare-del-campo-largo--400077" target="_blank">posizione ideologica</a>,&nbsp;sostenendo di essere contrario alla fissione ma favorevole alla fusione, che oggi non è neppure una tecnologia capace di produrre energia, quanto piuttosto un ambito di ricerca. Sempre in quel contesto il leader di Avs <b>Angelo Bonelli</b> è stato ancora più duro: "<b>Il governo racconta bugie agli italiani. Il nucleare di oggi presenta molti problemi: la lunghezza, la durata per poter realizzare le centrali, il costo". </b>Per lui, infatti, "il&nbsp;<a href="https://verdisinistra.it/bonelli-il-nucleare-non-e-la-soluzione-servono-rete-moderna-e-investimenti-su-accumulo-e-rinnovabili/" target="_blank">nucleare non è la soluzione</a>, servono rete moderna e investimenti su accumulo e rinnovabili". Eppure, anche all'interno di Avs le aperture non sono mancate. Come scriviamo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/28/news/e-se-anche-in-avs-fossero-favorevoli-al-nucleare-nucl34r3-pardon--399670" target="_blank">qui</a>, lo scorso maggio sulla <b>piattaforma Decidiamo</b> (lo strumento di democrazia diretta online implementato dalla federazione) Alessandro Jelveh, rappresentante degli studenti di Fisica all’università di Padova con l'Unione dei giovani di sinistra, ha lanciato una proposta dal titolo "Apertura al&nbsp;nucl34r3"<b>.</b>&nbsp;<b>"Se vi chiedete perché la parola sia censurata, è perché questa piattaforma molto democratica automaticamente rimuove proposte con quella parola"</b>, ha scritto non senza ironia prima di arrivare al dunque<b>: "Ritengo che si debba smettere con la retorica antinucl34r3 che spesso si basa su argomentazioni antiscientifiche. Ci fa perdere credibilità come persone ragionevoli e oggettive".</b></p><p>Contro la legge delega alla Camera ha votato anche il Pd,&nbsp;<b>sostenendo che la legge fosse solo propaganda. </b>"Io però mi riconosco in quello che dice la segretaria Schlein, siamo a favore della ricerca", dice al Foglio la deputata dem Lia Quartapelle. "Certamente in questo momento l'emergenza italiana riguarda la lentezza con cui si installano le fonti rinnovabili, che è aumentata con questo governo". Le aperture dem, seppure timide, ci sono. Resta da capire quanto e come il tema nucleare sarà affrontato con i colleghi di coalizione, questione più che complessa.</p>]]></description>
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