Politica it https://www.ilfoglio.it/politica Il Foglio 60 Thu, 11 Jun 2026 15:56:45 +0200 Thu, 11 Jun 2026 15:56:45 +0200 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/bufera-sulla-frase-sessista-del-m5s-a-meloni-indossa-le-ginocchiere-lei-questi-mi-danno-sempre-una-mano--400416 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/bufera-sulla-frase-sessista-del-m5s-a-meloni-indossa-le-ginocchiere-lei-questi-mi-danno-sempre-una-mano--400416 Bufera sulla frase sessista del M5s a Meloni: "Indossa le ginocchiere". Lei: "Questi lavorano sempre per me" Thu, 11 Jun 2026 14:21:00 +0200 Politica Ruggiero Montenegro true "Questi lavorano sempre per me". Giorgia Meloni concede una battuta ai cronisti uscendo dall'Aula della Camera. Il riferimento è al M5s. Poco prima in Aula il deputato Francesco Silvestri, capogruppo M5s in commissione Esteri, era intervenuto così durante le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo: "Dopo il referendum si è detto che la linea del governo era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Netanyahu e di Trump, lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda. Noi abbiamo bisogno di un leader in una condizione sociale completamente diversa e spero che tra qualche mese arriverà". 

Nella replica, forse nell'unica occasione in cui la premier ha alzato davvero la voce, Meloni ha risposto così: "Vi dà fastidio che la prima donna sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci di proporla. Non ho mai indossato ginocchiere". Il leader del M5s Giuseppe Conte, intercettato dal Foglio prima di entrare in Aula per il suo intervento, prova a tenersi alla larga dalle polemiche dice: "Ginocchiere? Non so di cosa si stia parlando". Poco dopo però chiarisce che quella di Silvestri "è stata una critica politica legata alla subalternità della premier, non c'è nulla su cui speculare".

L'intervento del deputato ha fatto irritare anche i colleghi del Pd, che nei capanelli in Transatlantico esprimono il loro disappunto sulle parole di Silvestri. Lia Quartapelle ha espresso la sua solidarietà con una nota: "Scurrile invitare la presidente del Consiglio a usare le ginocchiere, come ha fatto Ricciardi. Ci sono molti modi, duri ed efficaci, per criticare Giorgia Meloni, le espressioni sessiste non sono tra questi. Solidarietà alla Presidente del Consiglio". Anna Ascani, la dem vicepresidente della Camera, ha aggiunto: "Approfitto di essere tornata a presiedere per scusarmi con l'aula: se avessi colto nelle parole dell'onorevole Silvestri il senso che qui è stato poi descritto naturalmente sarei intervenuta. Evidentemente così non è stato. Valuterà il collega se chiarire o meno quelle parole, a me tocca però mantenere l'ordine in quest'aula e dunque mi scuso per quello che evidentemente è stato colto come una mia mancanza".

I meloniani intanto vanno alla carica, Paolo Trancassini ha chiesto una istruttoria, mentre il capogruppo Galeazzo Bignami aggiunge: "Le parole pronunciate da Silvestri sulle ginocchiere rappresentano un livello di confronto politico inaccettabile e indegno delle istituzioni repubblicane" e chiede alla Camera l'applicazione di sanzioni e la sospensione del deputato del Movimento. Augusta Montaruli va ancora oltre e chiede al presidente Conte di espellere Silvestri.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/video/scontro-meloni-vannacciani-alla-camera-siete-funzionali-alla-sinistra--400417 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/video/scontro-meloni-vannacciani-alla-camera-siete-funzionali-alla-sinistra--400417 Scontro Meloni-vannacciani alla Camera: "Siete funzionali alla sinistra" Thu, 11 Jun 2026 14:11:00 +0200 Politica Redazione true Alla Camera dei deputati va in scena lo scontro tra Giorgia Meloni e i nuovi deputati vannacciani con la premier che approfitta delle comunicazioni in Aula in vista del Consiglio Ue della prossima settimana per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. “Per ben sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo insieme a Schlein, Conte e compagnia. Votare contro la fiducia a un governo significa votare per mandarlo a casa, io penso che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale e quindi di grazia non mi si parli di vera destra perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra”. Così ha risposto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni al deputato di Futuro nazionale Emanuele Pozzolo in replica alla discussione generale. Il riferimento è alle parole che il giorno prima il leader di Fn Roberto Vannacci aveva detto ospite a Otto e mezzo: "Io non sono di estrema destra, ma di destra autentica. Anche Meloni lo è ancora, ma dovrebbe dimostrarlo un po' di più. E' una destra che ha perso la trebisonda". “Mi dispiace che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, ha proseguito la premier in replica, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è scritto nel nostro programma, programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle file del centrodestra in questo Parlamento”.

Ma lo scontro con i vannacciani in Aula non è finito qui. Durante le dichiarazioni di voto, la neo deputata di Fn, l’ex (da poco) leghista Laura Ravetto, ha annunciato che lei e gli altri non avrebbero votato la fiducia a questo governo, “non per fare un favore alla sinistra ma perché questo governo ha tradito la fiducia degli elettori. Chi tradisce il programma per cui e stato votato favorisce la sinistra”. "Chi vota col Pd non fa gli interessi dell’Italia?”, si è poi chiesta ironicamente Ravetto ripetendo le parole di Meloni, "lo dica ai suoi alleati, che in Europa continuano a votare col Pd”.

Per l'esponente vannacciana, il prossimo Consiglio europeo "è tutto incentrato sulle priorità di Bruxelles, un governo veramente sovranista porta le priorità dell'Italia in Europa, non le priorità dell'Europa in Italia". Invece "si deve giungere alla totale cessazione del sostegno finanziario e di armi all'Ucraina, che viola l'articolo 11 della nostra Costituzione. E il gas va comprato dove costa meno, non dagli Usa pagandolo quattro volte più che dalla Russia, mentre altri paesi continuano a prenderlo da Mosca grazie a triangolazioni...". Ha poi attaccato sull'immigrazione: "Meloni rivendica il 50 per cento in più di rimpatri, ma sono appena quattromila all'anno. Il 50 per cento in più di ben poco, resta ben poco…". E ha ribadito di non poter "assolutamente sostenere la risoluzione della maggioranza, ma invitiamo la maggioranza a rileggersi la nostra risoluzione, che è il nostro manifesto, perché un governo veramente sovranista la voterebbe: pur di non dare ragione a Futuro nazionale e a Roberto Vannacci state smentendo voi stessi". 

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/cosa-pensano-i-partiti-su-ucraina-e-sul-suo-ingresso-in-ue-le-risoluzioni-dei-partiti--400412 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/cosa-pensano-i-partiti-su-ucraina-e-sul-suo-ingresso-in-ue-le-risoluzioni-dei-partiti--400412 Cosa pensano i partiti sull'Ucraina e sul suo ingresso in Ue? Le risoluzioni Thu, 11 Jun 2026 13:35:00 +0200 Politica Nicolò Zambelli true Giornata densa in Parlamento. Da questa mattina, intorno alle nove, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si trova alla Camera dei deputati per le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno. Nel pomeriggio andrà in Senato. Sul tavolo, tra i tanti temi c'è anche quello della guerra in Ucraina e del suo ingresso in Europa. Tema sul quale anche tutto il Parlamento, attraverso le diverse risoluzioni presentate dai partiti, dovrà esprimersi con il voto. E, che novità, se il centrodestra ha presentato una risoluzione unità che dà un unico parere sulle diverse questioni, le opposizioni si sono divise. Ma i temi che toccano Kyiv portano a formazioni di alleanze che vanno al di là di campi larghi e coalizioni storiche. La politica estera continua a essere un problema sia destra, con Futuro nazionale di Vannacci che chiede di normalizzare i rapporti coi russi, sia a sinistra, con il Movimento 5 stelle che chiede lo stop a qualsiasi aiuto militare all'Ucraina.

Al momento del voto, dopo cinque ore di discussione, l'Aula della Camera ha approvato solo la risoluzione della maggioranza: i sì sono stati 170, 138 i no e 3 gli astenuti. Approvata anche, in parte, quella di Azione. Il governo aveva posto parere favorevole ad alcuni impegni contenuti nel testo, previa una riformulazione in alcune parti che i deputati del partito di Carlo Calenda hanno accolto: tra questi, ci sono gli impegni anche sull'Ucraina.

Il testo della maggioranza (e dei futuristi di Vannacci)

Il centrodestra ha presentato una risoluzione unitaria a firma di tutti i partiti: Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati. Tuttavia, non senza mediazioni. Nei giorni scorsi il testo ha subito diverse modifiche anche su spinta delle richieste della Lega. Riguardo all'Ucraina, scrivono: "Si impegna il governo ad assicurare ogni utile iniziativa volta al raggiungimento di una pace giusta e duratura", a "a garantire la continuità del sostegno multidimensionale alle istituzioni e alla popolazione ucraina, con il pieno coinvolgimento del Parlamento in ordine a qualsiasi iniziativa di potenziale grande impatto economico" e ad "adottare iniziative affinché le istituzioni europee assicurino pieno sostegno politico, economico e operativo alle associazioni e organizzazioni impegnate a fronteggiare le conseguenze umanitarie della guerra di aggressione della Russia contro l'Ucraina".

Non ci sono diretti riferimenti all'ingresso di Kyiv nell'Ue. E anzi, in merito all'allargamento, si ribadisce la linea già espressa sia dal ministro Antonio Tajani che anche oggi da Giorgia Meloni: prima ci sono i paesi dei Balcani. In più, si legge, "si impegna il governo a informare il Parlamento delle conseguenze economiche di qualsiasi nuovo ingresso". Quest'ultima frase, secondo le ricostruzioni, è stata attribuita a una richiesta della Lega, contraria storicamente all'ingresso dell'Ucraina in Ue. Una prerogativa contenuta anche nella risoluzione dei parlamentari di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (ancora in estasi dopo l'ospitata di ieri a Otto e mezzo da Lilly Gruber).

Con la differenza che i futuristi esprimono queste posizioni in chiaro e senza peli sulla lingua (non sono al governo, infatti). Futuro Nazionale ha presentato un testo che vira in direzione diametralmente opposta rispetto alla maggioranza: "Effettuare iniziative diplomatiche che portino ad una pace negoziale, prevedendo, contestualmente, l'immediata sospensione di ulteriori forme di sostegno economico e militare a favore dell'Ucraina", scrivono. E aggiungono: "Si impegna il governo a non sostenere iniziative volte ad accelerare o favorire il processo di adesione dell'Ucraina all'Unione europea". Anzi per loro bisognerebbe lavorare su quello che è il "processo di stabilizzazione e normalizzazione delle relazioni tra l'Europa e la Federazione russa".

Le risoluzioni delle opposizioni. Movimento 5 stelle e Avs lasciano solo il Pd

I testi dei due più grandi partiti delle opposizioni hanno invece creato diverse perplessità per quanto riguarda la "testarda" unità del campo largo. Il Partito democratico ha fatto sapere già da ieri di aver dedicato ampio respiro alla questione Ucraina, soddisfando le richieste e le posizioni dei riformisti (quanto fa l'addio di Pina Picerno...). D'altro canto il Movimento 5 stelle ha sostenuto posizioni opposte. Lo stesso Giuseppe Conte ha spiegato che sono questo tema ci sono differenze: "Sull'Ucraina c'è una diversità di impostazione, di visione e di risoluzione dei problemi col Pd".

Il Pd nelle premesse scrive che "la prospettiva dell'adesione dell'Ucraina all'Unione europea rappresenta una scelta strategica fondamentale per il continente europeo e il concreto avanzamento del percorso di integrazione europea". E impegna il governo ad "adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell'ingresso dell'Ucraina nell'Unione europea e promuovere l'apertura dei capitoli negoziali".

Di contro, il Movimento 5 stelle, invece, resta molto freddo sulla prospettiva dell'Ucraina in Ue, e si appella a un processo merit-based, cioè basato sul merito: "Nell'ambito dell'accelerazione per l'adesione dell'Ucraina all'Unione europea", impegna il governo "ad adottare le opportune iniziative in sede europea volte a verificare e garantire il principio merit-based che subordina la membership al rispetto dei criteri di Copenaghen e all'adozione dell'acquis comunitario. E poi, come dulcis in fundo: "Impegnamo il governo a interrompere gli aiuti militari alle autorità governative ucraine, implementando allo stesso tempo le misure di sostegno umanitario e gli aiuti alla popolazione civile e nel prossimo futuro a sostenere il processo di ricostruzione, nell'interesse del popolo ucraino e della stessa Europa". Posizioni molto più simili a quelle di Alleanza Verdi e sinistra.

È infatti è stato lo stesso Giuseppe Conte a dirlo: "Non ci sono differenze di vedute con Avs". Motivo per cui nel testo di Alleanza verdi e sinistra ci sono le stesse posizioni sull'Ucraina che ha il Movimento 5 stelle. "Si impegna il governo a lavorare attivamente per la fine della guerra in Ucraina", ma anche "a difendere la credibilità di ogni percorso di adesione all'Unione europea quale strumento di consolidamento democratico, cooperazione e pace, nel pieno rispetto dell'articolo 49 del Trattato sull'Unione europea, dei criteri di Copenaghen e del principio del merito individuale", e soprattutto, "garantendo che il processo si svolga in modo rigoroso, trasparente e uniforme rispetto a tutti i paesi candidati, senza deroghe o scorciatoie motivate da esigenze geopolitiche", coinvolgendo anche i Parlamenti nazonali.

I centristi

Difesa a spada tratta, invece, da parte dei partiti più al centro: Italia Viva, Azione e +Europa. "Sostenere con determinazione il percorso di integrazione dell'Ucraina nell'Unione europea, riconoscendone il valore politico e strategico per la sicurezza e la stabilita' del Continente", scrivono i deputati del partito di Matteo Renzi. Stessa linea con quelli Carlo Calenda: "Sostenere con continuità, determinazione e in tempi rapidi il percorso di adesione dell'Ucraina all'Unione Europea, promuovendo riforme strutturali condivise e contrastando in sede di Consiglio europeo iniziative o veti politici che ne ostacolino o rallentino l'avanzamento strategico, riconoscendo tale integrazione come un pilastro fondamentale per la stabilità e la sicurezza democratica dell'intero continente europeo".

Riccardo Magi e Della Vedova, poi, firmano la risoluzione insieme anche va anche questa nella stessa direzione: "Sostenere con determinazione e senza tentennamenti il percorso di adesione dell'Ucraina all'Unione Europea, riconoscendo l'ingresso di Kyiv nell'Unione come un investimento strategico per la sicurezza, la stabilità e l'unità politica del continente europeo; sostenere il processo di allargamento dell'Unione ai Balcani occidentali".

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/io-di-destra-autentica-il-prevedibile-show-di-vannacci-dalla-gruber--400413 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/io-di-destra-autentica-il-prevedibile-show-di-vannacci-dalla-gruber--400413 "Io di destra autentica". Il prevedibile show di Vannacci dalla Gruber Thu, 11 Jun 2026 12:40:00 +0200 Politica Redazione true Roberto Vannacci ha scelto il salotto di Lilli Gruber come trampolino. Questo fine settimana Futuro Nazionale terrà la sua assemblea costituente, dove verrà presentato il manifesto del partito. E così il generale si è recato a Otto e Mezzo per lanciarsi: farsi attaccare, per farsi amare. Come da copione, Gruber ha incalzato Vannacci su donne, omosessuali e immigrati, aspettandosi risposte in grado di generare indignazione. E lui ha ampiamente soddisfatto le aspettative. Sull'immigrazione, è noto, la parola d'ordine è "remigrazione" e, alla domanda se i clandestini vadano deportati, ha risposto: "Se con deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo". Sui diritti Lgbtq+ ha spiegato che "il frutto di un orientamento sessuale - quindi di un gusto personale - non deve dare luogo a diritti". Sulle donne ha rivendicato la proposta di eliminare le quote rosa: "Le donne valgono per quello che sono, non per il sesso che hanno". E quando la conduttrice gli ha chiesto se fosse un marito fedele - fissa del generale da un po' di tempo a questa parte - lui ha risposto di sì. Non solo

Oggi tra i vari post con i quali il generale ha rilanciato "l'effetto Gruber" sui suoi social c'è anche una foto con la moglie ricondivisa da entrambi.

Poi comunque sempre in tema familiare ha aggiunto che se una figlia gli rivelasse di essere omosessuale "è libera di amare chi vuole, ma non avrà una famiglia, che è un'altra cosa". Discorso analogo su paternità e maternità: "Non sono diritti, al massimo sono un privilegio".

Il problema, per chi sperava di vederlo affondare, è che questo tipo di indignazione produce spesso l'effetto opposto. Vannacci non è nuovo al meccanismo: è già successo col libro, con le polemiche da europarlamentare, con l'uscita dalla Lega. Ogni volta che il mainstream insorge, i suoi consensi crescono. E poi, con le note bacchettate indignate della conduttrice, anche chi non apprezza le sparate del generale si ritrova a provare un sentimento inedito di umana solidarietà.

Nel corso della trasmissione comunque il generale non ha risparmiato attacchi anche a Salvini e Meloni. Sul segretario della Lega ha detto: "Non l'ho usato, semmai lui ha usato me per prendere cinquecentomila voti". Mentre sulla premier è andato più cauto: "Io non sono di estrema destra, ma di destra autentica. Anche Meloni lo è ancora, ma dovrebbe dimostrarlo un po' di più. E' una destra che ha perso la trebisonda". Per questo Vannacci rivendica per sé il ruolo di "sestante che fa il punto nave. I miei (compagni di partito, ndr) - dice - sono i rifiuti degli altri, quello che avanza. A me sta bene, voglio la sporca dozzina. Mi accontento di questo, quelli bravi li lasciamo al Pd e al M5S che almeno avranno la possibilità di salvare l'universo. Con la mia sporca dozzina voglio fare solo gli interessi degli italiani e delle italiane, e ce la faremo". Sulle alleanza però non si sbilancia: "Il centrodestra è così titubante nei miei confronti ed ogni giorno c'è qualcuno che dice che non vuole Vannacci mentre gli andavo bene quando ero vicesegretario della Lega?". E anzi punzecchia Marina Berlusconi: "Spiegherà a che titolo parla, non ha un ruolo politico". E d'altronde è Forza Italia il partito davvero messo nel mirino da Vannacci: "Molte posizioni che vengono prese in Europa da alcuni partiti di questa coalizione di centrodestra sono le stesse che prende il Pd".

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/video/le-comunicazione-di-meloni-in-vista-del-consiglio-europeo-la-diretta--400411 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/video/le-comunicazione-di-meloni-in-vista-del-consiglio-europeo-la-diretta--400411 Meloni: "Per mediare con la Russia serve una figura autorevole". Poi attacca l'Ue: "Burocrati non cambino decisioni politiche" Thu, 11 Jun 2026 09:05:00 +0200 Politica Redazione true La Camera ha approvato con 170 voti favorevoli e 138 contrari (tre gli astenuti) la risoluzione di maggioranza, sul quale l'esecutivo aveva espresso parere favorevole, sulle comunicazioni del presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul prossimo Consiglio europeo. Sì dall'Assemblea anche a parti, riformulate dal Governo, del documento presentato da Azione. Respinti gli altri documenti presentati da Pd, Avs, Italia Viva, M5S, +Europa (Misto), Futuro Nazionale (Misto). La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta a Montecitorio in vista del Consiglio Ue di settimana prossima che avrà in agenda Ucraina, medio oriente, difesa europea e bilancio pluriennale della Ue. Il vertice cadrà pochi giorni dopo il G7 di Evian, in Francia, risultando dunque ancora più importante del solito. L'intervento della premier è partito dall'Ucraina. Meloni ha ribadito la necessità che l'Unione europea debba guidare il dialogo "tra Ucraina e Russia e non subirlo. Poi, ha criticato i vari formati con i quali l'Europa si riunisce sull'argomento (volenterosi, E5, E3 che esclude Italia e Polonia). "Questi formati variabili - ha detto - non aiutano. Nessun formato ha la legittimità di parlare a nome dell'Europa. Sostengo da tempo la necessità di individuare una figura autorevole investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell'Europa ed è in questa direzione che continuo a lavorare".

Meloni: "Sì all'ingresso dell'Ucraina nell'Ue, ma non prima dei Balcani"

Durante le comunicazioni alla Camera sul prossimo Consiglio europeo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo sul tema Ucraina ha riconosciuto che Kyiv "ha compiuto progressi significativi e dovrà continuare nel percorso di riforme e l’Italia continuerà ad accompagnare e sostenere questo cammino", ma, ha aggiunto, "il percorso di adesione dovrà proseguire nel rispetto del principio del merito e della parità di trattamento tra tutti i paesi candidati, inclusi la Moldova e i Paesi dei Balcani occidentali", sottolineando che la "solidarietà" italiana verso l'Ucraina "resta piena, convinta, concreta. Sosteniamo attivamente la sua difesa, la resilienza del suo sistema energetico, la sicurezza dei suoi impianti nucleari, i progetti per la ricostruzione". La linea, ha ribadito Meloni, "non cambia: sostenere Kyiv e mantenere la pressione su Mosca rappresentano ancora l’unico modo serio di creare condizioni che possano costringere all’apertura di una seria stagione negoziale. Per questo sosteniamo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee, perché fino a quando la Russia rifiuterà un cessate il fuoco e l’avvio di trattative serie, sarà necessario mantenere alta la pressione politica ed economica".

La premier ha però dichiarato che contro la Russia "la fermezza da sola non basta più, se non è accompagnata anche da una visione di lungo periodo", spiegando che è necessario "contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo". Meloni ha aggiunto che "la nostra fermezza nei confronti della Russia non deve trasformarsi in cecità diplomatica o autoesclusione. Difendere i confini del diritto non ci impedisce di tenere aperti i canali necessari a raggiungere i nostri obiettivi: l’Unione europea deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo". Ma per farlo, secondo la presidente del Consiglio, "occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale. Perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza. Cioè il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa". Per questo motivo la premier sostiene "la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli stati membri per portare il punto di vista del’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare".

Meloni: "L’Italia non è parte del conflitto in Iran, e non intende diventarne. Inaccettabile non garantire il libero transito di Hormuz"

Sulla crisi mediorientale, la presidente del Consiglio ha ribadito in Aula che "la nostra linea è la stessa fin dall’inizio: l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarne. Il nostro obiettivo è che la guerra termini al più presto, che si eviti un ulteriore allargamento della crisi e che si creino le condizioni per riportare il confronto dentro un percorso politico e diplomatico". E qui voglio ribadire che consideriamo inaccettabile qualsiasi tentativo di alterare unilateralmente le regole che garantiscono il libero transito attraverso lo Stretto". La premier ha spiegato che in particolare su Hormuz "l’Italia è disponibile a contribuire agli sforzi internazionali necessari, ma sempre in un quadro post-conflitto, con finalità esclusivamente difensive, nel rispetto della Costituzione e delle prerogative del Parlamento, come dimostrano anche le informative dei Ministri Tajani e Crosetto". Sul piano diplomatico invece "continuiamo a sostenere l’altalenante dialogo tra Stati Uniti e Iran: si tratta di dare alla diplomazia una direzione chiara, e agli interlocutori un messaggio comprensibile: la strada della cooperazione può produrre benefici, la strada della destabilizzazione produce conseguenze".

Da mesi ormai il blocco di Hormuz sta causando problemi nell'approvvigionamento delle risorse energetiche. Sul punto, la premier ha criticato l'Ue: "Le sintesi che la politica raggiunge all'esito di lunghissime discussioni non sono un esercizio di dialettica ma di democrazia. Ognuno di noi in Consiglio Ue ha alle spalle un mandato del proprio parlamento, che opera per mandato popolare. Le decisioni che noi prendiamo devono essere rispettate e attuate, non possono essere messe in discussione o ribaltate da interpretazioni surreali ammantate come tecniche di burocrati che non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni e forse per questo hanno perso il contatto con la realtà". E questo, ha continuato Meloni, "lo stiamo vedendo nelle prime anticipazioni della revisione organica del sistema Ets attesa per luglio: dal focus sulla riduzione dell'impatto sul prezzo dell'energia man mano stiamo passando alla possibile introduzione di nuovi meccanismi che potrebbe addirittura finire per complicare il meccanismo".

La premier ha poi detto che "il Consiglio europeo dovrà riflettere sulla direzione delle relazioni tra l’Ue e Israele non soltanto per quanto avviene in Libano, ma anche per la situazione a Gaza e in Cisgiordania". "Credo - ha poi aggiunto - che si debba chiaramente dire che Israele ha diritto a vivere in sicurezza, ma allo stesso modo, il governo, ed io personalmente, non ci siamo nascosti quando andava riconosciuta l’inaccettabile gravità della situazione umanitaria a Gaza e l’illegalità degli insediamenti in Cisgiordania". Per questo, "l’Italia intende sostenere misure mirate contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo, compromettendo la prospettiva dei due stati. O come il Ministro Ben Gvir, che abbiamo chiesto di sanzionare a fronte dell’inaccettabile comportamento di cui si è reso protagonista nei confronti di cittadini italiani", ha detto Meloni riferendosi al ministro israeliano che aveva rivolto parole di scherno nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla (intercettati in acque internazionali) mentre erano inginocchiati e con le mani legate dietro la schiena nel porto di Ashdod. "E approfitto anche per rispedire al mittente le dichiarazioni che lo stesso ministro ha fatto sulla nostra nazione qualche giorno fa. Ma l’approccio al conflitto deve essere pragmatico, e deve privilegiare l’obiettivo a cui si tende. Io non credo che isolare Israele possa essere un obiettivo o una strategia europea", ha concluso la premier.

Meloni: "La Difesa non è un orpello. Bisogna investire per decidere autonomamente"

Il prossimo Consiglio europeo farà il punto anche sui temi della Difesa: "Di fronte a una realtà sempre più imprevedibile, considerare la propria difesa e la propria sicurezza come un orpello, o come una materia da usare per garantirsi consenso facile, sarebbe miope e decisamente poco responsabile. Oggi più che mai è necessario investire nella propria Difesa per garantire la capacità di decidere autonomamente, difendere i propri interessi", ha detto la premier.

Meloni ha spiegato che che bisogna "investire di più, rafforzare la propria capacità industriale, sostenere l’Autonomia Strategica Aperta, che significa da una parte rafforzare la nostra base industriale nel settore della difesa e sviluppare le nostre capacità autonome, ma dall’altra promuovere partnership industriali e strategiche con i partner chiave. A partire dagli altri membri della Nato, ma non solo. E qui penso soprattutto ai paesi del Golfo, al Giappone, all’India e alla Corea". "Sosteniamo - ha ribadito la premier - l’approccio e le iniziative volte a rafforzare la sicurezza e la difesa del continente. Siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità, e fare quello che è necessario a proteggere l’Italia e i suoi cittadini, a partire dal tema della sicurezza. E lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con una percentuale del 2,8 per cento del proprio pil investito in difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71 per cento che è garantito, però, soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio.

Meloni: "Le entrate del bilancio Ue si possono incrementare, ma senza ripercussioni per imprese, cittadini e finanze pubbliche"

Riguardo il negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale, cioè il bilancio dell'Ue, la presidente del Consiglio, nelle sue comunicazioni alla Camera, dice che "la strada da fare è ancora lunga, perché la proposta possa rappresentare un compromesso maturo e soddisfacente". E ha ribadito che "il nostro principio guida sulle risorse proprie rimane lo stesso: le entrate del bilancio Ue si possono incrementare solo a patto che questo non si ripercuota su imprese, cittadini e finanze pubbliche". Facendo riferimento al tema della condizionalità, "che può rappresentare un vero e proprio ostacolo ad un’attuazione efficace del prossimo bilancio", la premier ha detto che "siamo certamente a favore di regole chiare ma non siamo a pronti a consegnare a chicchessia strumenti di pressione indebita sull’attività di governi nazionali e sovrani".

Nelle intenzioni della Commissione, l'applicazione del principio “Do no significant harm”, letteralmente “non arrecare danni significativi”, secondo Meloni, "potrebbe tradursi nell’esclusione automatica dai fondi europei di intere categorie di investimenti ritenuti incompatibili con gli obiettivi ambientali. Questo è esattamente quello che non vogliamo e che non siamo disposti ad accettare: in un mondo in cui Stati Uniti e Cina mobilitano miliardi e miliardi per incentivare la propria industria e la propria competitività, l’Europa non può fare la scelta diametralmente opposta, cioè quella di rappresentare essa stessa un ostacolo alla propria industria e alla propria competitività". Poi la premier parla di un altro tema, quello della condizionalità legata al rispetto dello stato di diritto. Questo governo sa che nella civiltà occidentale il fondamento dello stato di diritto è l’uguaglianza di fronte alla legge. Quindi se di Stato di diritto vogliamo parlare, il principio va rispettato da tutti alla stessa maniera, Commissione europea inclusa. E deve far riflettere, colleghi, il fatto che paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo, pur rimanendo inalterate le leggi contestate".

"Intendiamo contrastare ogni proposta volta a fare aumentare i controlli e le condizionalità al crescere dei fondi europei assegnati", ha concluso la premier: "La nostra posizione su questo è chiara: le regole devono valere per tutti allo stesso modo. Si tratta di uno dei principi base iscritti nei Trattati. In definitiva continueremo a lavorare strenuamente per un bilancio efficace, che sostenga gli Stati membri senza diventare uno strumento di pressioni per finalità per cui i Trattati ed i Regolamenti europei vigenti prevedono già strumenti dedicati, a partire dalle procedure di infrazione e dal ruolo della Corte di Giustizia". In replica alla discussione generale, Meloni ha detto di non essere "d'accordo sul superamento dell'unanimità. Ribadisco che la politica alla fine le sue sintesi le sa trovare: le abbiamo trovate anche sui temi più divisivi. Il problema dell'Ue sta da un'altra parte. Il punto è quanto quelle sintesi politiche si rispettano. Non sono d'accordo sul superamento dell'unanimità perché non credo che l'Ue debba essere un club in cui chi è più forte impone la propria volontà agli altri. Però credo che il fatto che oggi si discuta di recuperare la cooperazione rafforzata sia una strada da esplorare".

Conte: "Dovete difendere l'interesse nazionale, non scappare alla Schettino"

"Abbiamo l’impressione che Meloni si svegli la mattina e chieda a ChatGpt di disegnargli il mondo ideale: la realtà non è così, non va tutto bene”. Così il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte nelle sue dichiarazioni di voto in occasione delle comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. La premier, continua il leader pentastellato dopo aver annunciato il voto contrario alla risoluzione di maggioranza, "passa come la regina delle tasse, ma la pressione fiscale è la più alta degli ultimi dieci anni: la verità è quattro anni di governo e zero riforme, calo della produzione industriale l'Italia fanalino d'Europa per stipendi e crescita, la riforma della giustizia è stata bocciata, per quella della sanità state dando uno schiaffo a sei milioni di cittadini che rinunciano alle cure".

"La smetta con i ponti, presidente Meloni, che portano male a lei ed all'Italia", ha detto Conte. Il riferimento è non solo all'indagine della procura di Roma sul ponte sullo Stretto di Messina, ma anche al ruolo di pontiere rivendicato dalla premier con Donald Trump o Ursula von der Leyen. "Vi siete ostinati - ha continuato Conte - di mantenere il ponte con Netanyahu a prezzo del genocidio e ci hanno ripagato torturando i nostri connazionali e nemmeno si sono scusati. Ora il governo israeliano ci definisce il paese delle ciabatte. Ma come fa a non difendere l'onore della patria?”. Conte poi ha attaccato Meloni dicendo che "non si affaccia più ai summit europei, non si è presentata a quello in Montenegro. Perché, cosa doveva fare? Stentavo a crederci: doveva presentare un francobolloì. Ma cosa fate, gli offesi? Non può fare l'offesa perché fino all'ultimo giorno dovete difendere l'interesse nazionale, non scappare alla Schettino”.

Schlein: "Basta bugie, il paese è fermo. I burocrati europei alla fine siete voi"

“Voglio raccogliere l'appello del coraggio alla verità della premier Meloni. Su 43 mesi del vostro governo la produzione industriale è calata per 35. Basta bugie, basta propaganda". Lo ha detto la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, alla Camera, dopo le comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo. "Abbiamo una crescita che sta a zero nonostante il Pnrr, il paese è fermo e noi vogliamo che riparta e che ricominci a crescere", ha aggiunto: "Pensavamo che oggi venisse a spiegarci come vuole aiutare a risolvere la crisi di Hormuz, non quella di Orbán. Abbiamo salari tra i più bassi d'Europa e sono scesi di nove punti negli ultimi quattro anni, dice l'Istat. E negli stessi anni i costi dei beni alimentari sono aumentati del 25 per cento: sono persone che con lo stesso stipendio di prima non riescono a fare la stessa spesa di prima. E intanto voi bloccate la nostra proposta unitaria sul salario minimo". La leader dem ha attaccato Meloni il governo sulle rinnovabili: "Mentite sapendo di mentire. Certo che sono cresciute le rinnovabili, ma meno della media europea. E certo che sono cresciute, ci mancherebbe anche che vi metteste col cacciavite a svitare gli impianti".

"In Europa non avete mai fatto le battaglie giuste, necessarie per l'interesse nazionale e per l'autonomia strategica europea", ha accusato Schlein contestando la linea del governo sull'Unione europea. Secondo la segretaria, Meloni chiede oggi un'Europa più forte dopo aver lavorato per anni per indebolirla. Nel mirino, in particolare, l'opposizione al superamento del principio dell'unanimità, agli investimenti comuni e alla difesa europea: "Accettare di alzare la spesa militare al 5 per cento ma contrastare la Difesa comune vuol dire comprare più armi da Trump e renderci più dipendenti, non meno dipendenti", ha affermato. Schlein ha criticato anche l'assenza italiana nei principali dossier diplomatici, dall'Ucraina ai Balcani. "Oggi gli ambasciatori di Francia, Germania e Regno Unito incontrano il viceministro degli Esteri russo. Dov'è l'Italia?", ha chiesto, rivendicando il sostegno del Pd alla difesa del popolo ucraino ma anche la necessità di un'iniziativa diplomatica che coinvolga pienamente Kyiv e l'Unione europea. "I burocrati europei alla fine siete voi. Perché bloccate il superamento dell’unanimità e la difesa comune", ha concluso.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/meloni-ricorda-enrico-berlinguer-protagonista-della-storia-politica-della-repubblica--400409 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/meloni-ricorda-enrico-berlinguer-protagonista-della-storia-politica-della-repubblica--400409 Meloni ricorda Enrico Berlinguer: "Protagonista della storia politica della Repubblica" Thu, 11 Jun 2026 08:39:00 +0200 Politica Redazione true Con un post su X di prima mattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni - che arriverà a breve alle Camere per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo della prossima settimana - sceglie di ricordare lo storico segretario del partito comunista Enrico Berlinguer, nel giorno dell'anniversario della sua morte, avvenuta tragicamente 42 anni fa, nel giugno del 1984, dopo un malore subito quattro giorni prima durante un comizio a Padova. 

"Voglio ricordare con rispetto una figura che ha rappresentato un punto di riferimento per la sinistra italiana e uno dei protagonisti della storia politica della Repubblica, Enrico Berlinguer", scrive la premier. "Ricordo anche il gesto di Giorgio Almirante, che volle rendere omaggio al feretro del suo avversario politico. Un segno di rispetto umano e istituzionale che ancora oggi richiama il valore di un confronto politico fermo negli ideali ma rispettoso delle persone. Perché si può fare politica secondo visioni diverse, anche diametralmente opposte, senza per forza demonizzare l'avversario. Meloni poi conclude così: "Il nostro compito è servire l'Italia e gli italiani. L'ho sempre pensato e sostenuto: le idee forti non temono il confronto".

Non è la prima volta che la premier utilizza la figura di Berlinguer per esprimere questa idea. Due anni fa, era il febbraio del 2024, quando fu inaugurata all'ex Mattatoio di Roma la mostra dedicata al segretario del Pci, con grande sorpresa la premier si recò lì per visitarla, guidata dal presidente dell'associazione Berlinguer Ugo Sposetti. Sul libro delle firme della mostra, Meloni lasciò questa scritta: "Il racconto di una storia, politica. E la politica è l'unica possibile soluzione ai problemi. Giorgia Meloni".

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/il-modello-societario-rai-non-puo-essere-stravolto-i-paletti-di-giorgetti--400410 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/il-modello-societario-rai-non-puo-essere-stravolto-i-paletti-di-giorgetti--400410 “Il modello societario Rai non può essere stravolto”. I paletti di Giorgetti Thu, 11 Jun 2026 08:00:00 +0200 Politica Ruggiero Montenegro true  Giancarlo Giorgetti fissa i paletti, le opposizioni vanno all’attacco al grido di “Telemeloni” e “procedura d’infrazione”. Ma, sulla riforma Rai, il ministro avverte: “Il modello societario non può essere stravolto”. Lo dice in audizione, molto attesa, nell’ottava commissione al Senato. La prima convocazione, prevista per il 26 maggio, era slittata e anche allora ci furono proteste. Lo stallo va avanti da mesi – ci sarebbero perplessità anche nella maggioranza e dubbi a Palazzo Chigi – mentre la commissione di Vigilanza risulta azzoppata da mesi e mesi. Il testo in discussione dovrebbe recepire le indicazioni europee contenute nell’European media freedom act. Ieri Giorgetti ha aggiunto un altro tassello al dibattito: “La Rai è una società per azioni e, come tale, non può che seguire la disciplina societaria e di diritto comune dettata dal codice civile”. Il titolare del Mef non ha escluso modifiche, purché siano “compatibili con la disciplina”. Ovvero non siano tali da “annullare i tratti essenziali della disciplina generale che regola le società per azioni”. In questo solco, Giorgetti ha dunque rivendicato il ruolo del suo ministero nella tv pubblica, che non può essere marginalizzato. “Ricordo che, a normativa vigente, sono solo due su sette i componenti designati dal Consiglio dei ministri su proposta del Mef”. Prerogative che per Giorgetti non sono “ulteriormente comprimibili”.

La proposta di cui si discute in Commissione prevede che sei membri del Cda siano eletti dal Parlamento (tre per la Camera e tre per il Senato) mentre il settimo sia scelto dai dipendenti. Anche rispetto alla nomina dell’amministratore delegato, il ministro ha specificato, allo stesso modo, che “comprimere le prerogative dell’azionista, che sono già di mera proposta, risulterebbe incoerente, anche funzionalmente”. Si tratta comunque di un aspetto su cui, in ogni caso, “da parte dei servizi tecnici della Commissione Ue non sono stati sollevati rilievi strutturali”. Il riferimento è alle indicazioni, alla lettera che da Bruxelles è arrivata in Via XX settembre. Quanto ad eventuali riduzioni del canone, infine, sarebbe necessario “prevedere la riduzione, in misura corrispondente, degli obblighi di servizio pubblico e dei costi operativi”, ha ricordato Giorgetti. Ma il suo intervento non ha affatto convinto le opposizioni, tornate subito sulle barricate.

Per il Pd la maggioranza vuole solo “occupare la Rai, come stanno facendo con TeleMeloni”. Anche Avs va nella stessa direzione, mentre il M5s con Barbara Floridia si scaglia contro il ministro: “Ma lo ha letto il Media Freedom Act?”. La senatrice chiede quindi una nuova audizione in commissione di Vigilanza (da lei presieduta). Per la maggioranza è Maurizio Gasparri a parlare, “con un approccio laico”, assicurando: “Se Giorgetti dice che le norme Rai non contrastano con l’Ue ne terremo conto”. Quindi aggiunge: “Siamo aperti al confronto e vogliamo rispettare le nuove regole europee”. I pareri di Giorgetti (e quelli della settimana scorsa in commissione Bilancio) erano necessari per superare l’impasse. Almeno a livello tecnico. Il dibattito politico ora va avanti. E le polemiche pure. (

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/schlein-e-pro-kyiv-il-segnale-ai-riformisti-conte-noi-diversi-dal-pd--400406 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/schlein-e-pro-kyiv-il-segnale-ai-riformisti-conte-noi-diversi-dal-pd--400406 Schlein è pro Kyiv: il segnale ai riformisti. Conte: “Noi diversi dal Pd” Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Ruggiero Montenegro false  E’ la Schlein europea, che non insegue. Svolta su Kyiv, manda un segnale al suo partito e pure fuori. Lorenzo Guerini, l’ex ministro della Difesa, in prima fila per l’Ucraina, mette agli atti: “Bene la risoluzione, è stato fatto un buon lavoro”. Benedice il documento che oggi il Pd presenterà in Aula in occasione delle comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. Questa volta niente psicodrammi interni, al massimo qualche tensione poi rientrata. Si legge nella bozza: “L’Italia e l’Europa devono continuare a sostenere l’Ucraina, non solo sul piano umanitario, economico e militare come ha fatto finora, ma anche sul piano politico e diplomatico, reiterando la richiesta, finalmente avanzata dai principali leader europei (in assenza della presidente Meloni) e dallo stesso Zelenksy, di veri colloqui di pace”. Si fa riferimento anche all’utilizzo dei beni russi congelati. L’adesione di Kyiv all’Ue? Rappresenta una “prospettiva fondamentale”, “strategica”, su cui il governo deve impegnarsi “insieme agli altri partner europei”.

Sono i passaggi di una risoluzione che alla fine soddisfa anche i riformisti, spesso critici sulla politica estera della segretaria. Assicurano i fedelissimi della segretaria che la linea è sempre stata chiara. Ma gli addii delle ultime settimane, da Gualmini a Madia e Picierno, e le voci di altre defezioni – come Gori o Delrio – evidentemente hanno contato, ribattono dalla minoranza. Il testo dem ribadisce intanto la distanza dall’alleato Giuseppe Conte, che tornerà a chiedere un’altra volta lo stop alle armi. Così da Bruxelles, dove ieri era impegnato in una iniziativa sul riarmo europeo con i giovani attivisti M5s, l’ex premier non ha potuto far altro che certificare: “Sull’Ucraina c’è una diversità di impostazione, di visione e di risoluzione dei problemi col Pd in particolare, non con Avs”. E chissà che anche di questo Schlein non abbia parlato con i due leader della sinistra-sinistra con cui si è intrattenuta per un fitto colloquio nel corridoio fumatori della Camera. Nella mozione dem, composta di 21 punti, c’è spazio per l’embargo totale per le armi da e per Israele, lo stop alla cooperazione militare. Si chiede a Meloni di adoperarsi a livello europeo per condannare e fermare i crimini di Israele in Palestina e nei territori occupati e dell’Iran. E ancora di lavorare per un Energy recovery fund e per un riarmo europeo, non nazionale. Al documento ci ha lavorato il capogruppo in Senato Francesco Boccia, di sponda con Guerini e Piero De Luca, fino alla sintesi trovata ieri mattina in una riunione. In cui, in realtà, c’è stata anche qualche scintilla tra Piero Fassino, strenuo difensore di Kyiv e Laura Boldrini che ha mostrato qualche perplessità sull’adesione dell’Ucraina, in relazione al meccanismo di veto a livello europeo.

Anche sul medio oriente, sul Libano, c’è chi avrebbe voluto parole più dure in riferimento a Hezbollah. Ma alla fine tutto rientra senza grossi intoppi. Sorridono i riformisti, che possono rispondere all’attacco che ieri Bettini ha riservato loro dalle colonne del Corriere. “Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé? Sembrerebbe di sì”, è la stoccata di Lia Quartapelle, richiamando appunto la risoluzione pro Kyiv. Nel Pd prevale dunque l’unità e in Aula oggi dovrebbero intervenire, oltre a Schlein, anche Provenzano e Fassino. Lo psicodramma è per una volta rimandato, sebbene un altro fronte interno potrebbe presto aprirsi: nelle chat dei parlamentari dem ha cominciato a rimbalzare nelle ultime ore l’art. 8 dello statuto. Prevede che sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario (dura 4 anni), il presidente del partito convochi il congresso, nuove elezioni: Schlein è stata proclama il 12 marzo 2023, eletta qualche giorno prima. Il congresso andrebbe dunque indetto tra fine agosto e inizio settembre. Che farà Stefano Bonaccini, rimanderà? O diversamente, che tipo di contesa potrebbe essere? Ci sono ancora un paio di mesi, vero. Ma non sono molti. Così tra i dem qualcuno ha iniziato già a chiederselo.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/schillaci-sconfessato-chiedeva-una-quadra-sulla-sua-riforma-ma-la-destra-ha-preferito-rituffarsi-nel-processo-alla-pandemia--400405 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/schillaci-sconfessato-chiedeva-una-quadra-sulla-sua-riforma-ma-la-destra-ha-preferito-rituffarsi-nel-processo-alla-pandemia--400405 Schillaci sconfessato. Chiedeva “una quadra” sulla sua riforma. Ma la destra ha preferito rituffarsi nel processo alla pandemia Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Luca Roberto false Riportano alla Camera il “processo alla pandemia” e nel frattempo affossano la riforma del loro ministro della Salute. Rischiando di compromettere uno degli obiettivi del Pnrr. E’ un po’ questo il capolavoro mandato in scena dal centrodestra nelle scorse ore. Nonostante ancora sabato, all’evento del Foglio a Venezia, il ministro Orazio Schillaci avesse rassicurato sulla volontà di “trovare una quadra” sulla riforma della medicina generale, ieri il capo di gabinetto del ministero Marco Mattei ha comunicato alle regioni (favorevoli al decreto) il dietrofront, causa pressing dei partiti. Nelle stesse ore il centrodestra tornava a battagliare sulla commissione Covid.

E insomma è questa l’immagine che sintetizza più di mille parole lo stato dell’arte: nell’Aula di Montecitorio il deputato del M5s Alfonso Colucci prende la parola per dire che “la commissione Covid è completamente delegittimata e abbiamo scritto ai presidenti di Camera e Senato per denunciare le gravi irregolarità che avvengono continuamente: i commissari esercitano pressione verso i cittadini auditi, urla, minacce, perfino il presidente che stacca il microfono. Cinque cittadini sono stati auditi in un commissariato di polizia da soggetti che non sono parlamentari ma consulenti nominati da FdI. Non abbiamo paura di nulla, non abbiamo nulla da nascondere”. Al che dai banchi dei meloniani iniziano a urlare: “O-ne-stà, o-ne-stà, o-ne-stà”. Con controreplica degli eletti del Movimento, il cui “onestà” è stato una specie di motto ufficiale di partito, a suon di “Ve-ri-tà, ve-ri-tà, ve-ri-tà”. La seduta a quel punto viene pure sospesa per qualche decina di minuti. Scene da 2020. Sarebbe una bagarre come se ne vedono tante nelle aule parlamentari se non fosse che questo tuffo all’indietro nei mesi dell’emergenza Covid stride, e non poco, con un centrodestra che nel frattempo sembra essere molto più interessato al passato che al futuro, sul dossier Salute. Sempre ieri, infatti, s’è tenuta una riunione tra il capo di gabinetto del ministero della Salute, Marco Mattei, e tutti gli assessori regionali alla Salute, riuniti nella commissione competente della Conferenza delle regioni. Al centro del confronto la riforma dei medici di medicina generale, a cui il ministro della Salute Orazio Schillaci lavorava da mesi e che nel frattempo era riuscita a coagulare il consenso delle regioni, maggiormente sensibili alla destinazione di questi medici nelle case di comunità. Ebbene, come era emerso già alla fine della scorsa settimana, la maggioranza (anche nella persona della premier Meloni) ha chiesto al ministro un passo indietro, complici anche le forti pressioni della categoria interessata. E nonostante al Festival dell’Innovazione del Foglio a Venezia Schillaci avesse rassicurato sul fatto che il governo avrebbe “trovato una quadra”, il capo di gabinetto Marco Mattei alle regioni ha comunicato che quella riforma, in pratica, fatta per decreto ministeriale non esiste più. Una decisione che ha sconcertato a tal punto le regioni che l’assessore alla Salute della Lombardia, Guido Bertolaso, che siede in una giunta di centrodestra e che da quel mondo proviene, si è detto “avvilito” e ha lasciato il suo incarico da vicecoordinatore della commissione Salute, sempre in seno alla Conferenza delle regioni. La decisione di Bertolaso è legata anche al rischio che adesso non si riesca a destinare un numero sufficiente di medici di medicina generale alle cosiddette case di comunità, che rientrano tra gli obiettivi del rafforzamento della medicina territoriale tramite Pnrr e per cui sono stati stanziati per l’Italia 2 miliardi di euro.

Per non mancare completamente i target europei adesso il ministero sta cercando di portare avanti una norma molto light sulle “sei ore” che i medici di medicina generale dovrebbero obbligatoriamente destinare alle case di comunità. Ma non è affatto scontato che si riesca a inserirla in un provvedimento già esistente e in discussione in Parlamento e non si debba, invece, passare dall’Atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione della categoria, approvato all’inizio dell’anno e che avrebbe tempi di approvazione ben più lunghi. Sempre a Venezia Schillaci aveva spiegato come la riforma fosse “un’occasione unica che non possiamo lasciarci sfuggire” e che sull’innovazione rappresentata dalle case di comunità s’era auspicato che nessuno, nella maggioranza, si tirasse indietro, “capendo quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale”. Ebbene, a distanza di pochi giorni quello stesso centrodestra ha preferito far caracollare una riforma rivolta al domani, preferendo accapigliarsi su questioni relegate al passato. Esponendo un proprio ministro tecnico alle prevedibili richieste di dimissioni già piovute da parte delle opposizioni. L’unica o-ne-stà che ci vorrebbe è nel riconoscere che sulla sanità preferiscono fare casino. Altro che riforme.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/federale-di-urla-e-nomine-rimandate-zaia-contro-siri-giorgetti-a-salvini-devi-tornare-al-viminale-ora--400397 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/federale-di-urla-e-nomine-rimandate-zaia-contro-siri-giorgetti-a-salvini-devi-tornare-al-viminale-ora--400397 Federale Lega di urla e nomine rimandate. Zaia contro Siri. Giorgetti a Salvini: “Devi tornare al Viminale, ora!” Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Carmelo Caruso false Si tengono Salvini, non vogliono Salvini. Niente. Un dramma. Quattro ore di Federale con Giorgetti e Romeo che gli suggeriscono: “Per contenere Vannacci devi andare al Viminale, ora!, così possiamo recuperare. Bisogna dirlo a Meloni”. Il Viminale è la loro perestrojka. Niente. E’ il mezzo golpe, il mezzo assedio: è il mezzogiorno delle (mezze) scope Lega. Urla, porte sbattute da Attilio Fontana, il primo a lasciare, ad andare via. Le nomine di Fedriga e Zaia vice sono rimandate. Viene bocciata l’idea della doppia Lega, ma Zaia la rilancia e, dopo aver ascoltato Siri, chiede: “Ma chi è? L’ideologo?”. Giorgetti parla di Piantedosi: “Io non capisco quello che dice in Cdm”. Vannacci, il nero, li ha fatti imbiancare.

Il Federale finisce con la promessa di un altro Federale, mercoledì prossimo, per presentare la nuova squadra, nuovi nomi e anche un sindaco della Lega in segreteria. Ancora una settimana, ma per fare cosa? La trattativa Salvini-Zaia-Fedriga salta prima di cominciare. Niente nomine. Sono precipitati per le decisioni del capo, si sono consegnati a Vannacci, che ora li irride, ma giungono alla conclusione che la “situazione è compromessa”. Ed è una grande presa di coscienza, una novità epocale. Si toccano vette altissime con Armando Siri che spiega, parlando di filosofia e cervello, che tornare alla Lega nord non è praticabile, e Zaia gli risponde: “Ma ti occupi di anatomia o di economia? Nella vita che hai fatto?” e Siri: “Sono l’inventore della più grande proposta economica della Lega, la flat tax”. La linea è negare. Salvini fa un’introduzione di oltre mezz’ora, roba alla Elly Schlein quando si porta dietro il pc in direzione Pd, e si difende con: “E’ stato fatto molto, ma è stato comunicato male”.

In Italia quando un leader è disarmato, si rifugia ancora nel “non abbiamo saputo comunicare”. Non succede niente, succede tutto. Salvini non vuole la doppia Lega che propongono Zaia e Romeo perché, dice Salvini, “esiste solo la Lega attuale”. Ma quale, quella che Vannacci fa sembrare vecchia di quarant’anni? I giornalisti chiedono a Silvia Sardone, la vicesegretaria, se segue Vannacci, dato che a ogni Federale ripropone: “Bisogna fare come Vannacci”, ma Sardone smentisce l’addio perché “io resto con Matteo Salvini”, salvo ripetere a Salvini “fare come Vannacci!” e che Piantedosi è un disastro. La difesa più disperata del capo è sempre di Siri che attacca i governatori ed ex, Fedriga, Fontana, Zaia, “che non hanno aiutato il segretario, che non si sono candidati alle europee, ecco perché Salvini ha dovuto candidare Vannacci”, e continua con la solita sputazzata al governo Draghi. La sala esplode, batte i piedi, tanto che perde la calma perfino un arciduca come Fedriga. Zaia replica a Siri: “Quanti voti ha portato? Dimmi!”. In sala c’è Ceccardi, la prima che aveva osato sfidare Vannacci, quando era intoccabile, che viene rimproverata da Salvini perché si è intrattenuta con le televisioni e parlato di Vannacci, ancora. Ceccardi, a muso duro, gli risponde che bisogna farlo: “Vannacci è un fenomeno gonfiato dai giornali, lo seguono solo i minus …”. Sono stracci. Romeo si scatena contro il senatore Marti, la Lega frisella, la corrente sud, perché “Meloni ha valorizzato più il sud del nord”. Anche da fuori si sente il vocione di Romeo: “Abbiamo perso credibilità, non dobbiamo inseguire Vannacci, dobbiamo dire qualcosa che ci caratterizza”. E continua, ancora, parlando dell’immagine Lega: “Ci siamo logorati, non siamo più quelli della notte delle scope”.

Durigon e Paganella, i due soldati di Salvini, protestano. Riprende la parola Ceccardi e si porta avanti. Se si dovesse scorporare la Lega, anticipa Ceccardi, la Toscana deve andare con il nord perché la Toscana “è una regione che ha fondato la Lega”. I leghisti del nord si danno di gomito e ridono. Quattro ore, quattro ora di Federale. Salvini intima che non “vuole più sentire l’espressione doppia Lega”, perché “non se n’è mai parlato. E’ una fantasia”. Zaia è costretto allora a smentirlo: “Questo non lo puoi dire, perché ne abbiamo parlato io e te”. Niente. Se non ottiene quello che vuole, Zaia non farà neppure il vice. Niente. Giorgetti, con i suoi toni, prova a far capire a Salvini che “abbiamo bisogno di leader che hanno consenso al nord” e vuole far capire che adesso è Zaia. Niente. Zaia esce e cita Carducci: “La Lega è una come la mamma”. I salviniani fanno spirito: “Ma come? Un veneto che cita Carducci di Pietrasanta?”. La vera notizia non è più il futuro di Zaia ma quello di Salvini. Preferiscono mandarlo al Viminale piuttosto che accompagnarlo fuori e rischiano di avere Salvini ministro degli Interni e ancora segretario. Al posto di Salvini-Zaia, rischiamo il ballottaggio Salvini-Vannacci al Viminale. Dalla “Notte delle scope” al notturno nazionale.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/vannacci-mette-un-altro-dito-nellocchio-a-meloni-pronti-a-lavorare-con-le-opposizioni-sul-salario-minimo--400358 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/vannacci-mette-un-altro-dito-nellocchio-a-meloni-pronti-a-lavorare-con-le-opposizioni-sul-salario-minimo--400358 Vannacci mette un altro dito nell'occhio a Meloni: "Pronti a lavorare con le opposizioni sul salario minimo" Wed, 10 Jun 2026 16:10:00 +0200 Politica Riccardo Carlino true Avete letto bene il titolo: Futuro Nazionale spinge per il salario minimo. "Nel dl lavoro manca un importo minimo orario, che noi auspichiamo perché crediamo che la dignità della persona abbia un valore", dice al Foglio Gianangelo Bof. Fino a pochi giorni fa militava ancora nella Lega. Poi ha deciso di aggiungersi alla fiumana di deputati annunciati da Roberto Vannacci sabato scorso come new entry della sua creatura politica. "In Roberto ho visto una persona corretta, coraggiosa, non è sicuramente una persona dalle facili promesse, dice le cose come stanno". E allora sì al salario minimo, altro che quello "giusto" auspicato nel decreto lavoro su cui il governo ha posto la questione di fiducia alla Camera. Occasione in cui Bof ha ribadito la sua posizione: "Crediamo nella crescita professionale, ma crediamo anche che il valore del lavoro di una persona debba avere un valore minimo sotto il quale non si può andare e non si deve andare".

Futuro Nazionale si mette di traverso al governo su un tema in cui ogni partito della maggioranza si è sempre detto contrario. E lo fa nel giorno in cui il Rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) ha messo nero su bianco come i salari siano inferiori di oltre l’8 per cento rispetto ai valori medi del 2020. "E non scordiamoci di quelli che sfruttano i lavoratori, che vanno condannati", puntualizza Bof. La sua proposta – la proposta vannacciana – è di inserire nel provvedimento l'indicazione di un importo orario ancorato a quanto stabilito dalla giurisprudenza. "Ci sono sentenze dove gli imprenditori vengono condannati perché pagano poco i loro dipendenti. Ma ciò avviene sulla base di usi e consuetudini, ossia la contrattazione nazionale, usati dai giudici per stabilire se quanto corrisposto al lavoratore sia corretto o meno. Manca una norma nazionale, una regola per tutto il paese, un tetto minimo che possa scongiurare i casi di sfruttamento del lavoratore". E a quanto ammonterebbe questo importo minimo? "Nove euro l'ora". La stessa soglia che le forze di sinistra propongono da tempo per contrastare il lavoro povero. "Potremmo andare anche a 11 euro. È un dato di misura preso come riferimento anche dalla giurisprudenza costante", chiarisce Bof.

Asse particolare, del tutto inedito. Sareste disposti a lavorare con l'opposizione per una norma ad hoc sul salario minimo? Il neo vannacciano sfodera la sua realpolitik. "Noi guardiamo alle esigenze e ai bisogni dei nostri cittadini, lavoratori, imprese, artigiani, commercianti, e quindi poi se la nostra proposta coincide con una cosa proposta anche da qualcun altro, non ci facciamo preconcetti. Noi guardiamo i nostri obiettivi", dice l'ex leghista. "E ovviamente dobbiamo portare delle risposte ai cittadini". Per adesso, dal centrosinistra non arrivano segnali di avvicinamento. "I deputati di Futuro Nazionale stamattina avevano aperto sul salario minimo nella dichiarazione di fiducia sul dl Primo Maggio. Nel pomeriggio però hanno votato contro l'ordine del giorno unitario delle opposizioni sul salario minimo", ha commentato Arturo Scotto, capogruppo del Pd in commissione lavoro alla Camera. "Insomma, il "futuro" è già "passato". Il generale Vannacci è già "remigrato" nei più comodi lidi del centrodestra". 

Per Bof la linea è ancora quella dell'apertura a tutti, purché si arrivi a meta. Stesso copione che ieri a denti stretti ha dovuto seguire Matteo Salvini, dicendosi disponibile a "non chiudere" a un eventuale ingresso di Vannacci nella coalizione di centrodestra. "Se il governo decide di mettere nel programma le cose che  cose che ci vengono richieste dai nostri elettori, potremo rappresentarli ovunque", risponde Bof, che pone una condizione: "Non vogliamo accordi che ci facciano disconoscere i nostri valori. Noi ci basiamo su quello che è il nostro programma". Che ancora non esiste. "Abbiamo già delle linee. Sicuramente con l'atto costituente sarà depositato anche un programma preciso. Ma non posso anticipare nulla". Tutto da costruire ancora, e anche di fronte all'ipotesi di seguire la delega all'economia per Vannacci Bof si mostra prudente. "Se me la sentirei? Io sono un uomo di territorio, non ho le conoscenze giuste. E poi per ora non stiamo discutendo di ruoli, stiamo lavorando giorno e notte".

In attesa della Costituente del 13-14 giugno, Futuro Nazionale gioca a fare l'opposizione al governo anche con le armi della sinistra e gongola per i sondaggi generosi. E non scordiamoci dell'effetto La7. "Stasera Roberto può cavarsela da Gruber. Lui è una persona molto preparata, e sa anche molto ascoltare".

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/video/zaia-dopo-il-federale-fiume-di-quasi-quattro-ore-di-lega-ce-ne-solo-una--400355 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/video/zaia-dopo-il-federale-fiume-di-quasi-quattro-ore-di-lega-ce-ne-solo-una--400355 Zaia dopo il federale fiume di quasi quattro ore: "Di Lega ce n'è solo una" Wed, 10 Jun 2026 15:49:00 +0200 Politica Nicolò Zambelli true "Di Lega ce n'è solo una, non ne esistono due". Lo dice Luca Zaia ai cronisti che lo aspettano fuori Palazzo Montecitorio dopo la riunione del Consiglio federale della Lega in merito a una possibile scissione del Carroccio. Riunione fiume: in tutto la seduta è durata quasi quattro ore. Presenti il segretario Matteo Salvini, i governatori Attilio Fontana, Massimiliano Fredriga, Alberto Stefani. Le eurodeputate Susanna Ceccardi e Silvia Sardone. E i ministri Giancarlo Giorgetti, Giuseppe Valditara e Roberto Calderoli.

Sul tavolo della riunione la questione Zaia, il suo ruolo nel partito e l'ipotesi di una divisione del Carroccio sul modello bavarese della Cdu-Csu: un partito nazionale che abbia una sua sezione territoriale. "Non c'è stata nessuna nomina", ha detto l'ex governatore del Veneto. E ha proseguito: "Abbiamo fatto un bellissimo federale, tutti hanno potuto esporre le proprie idee e penso che sia stato costruttivo visto e considerato che moltissimi interventi sono stati in linea con l'idea di essere vicini ai cittadini. Più identità c'è e più consenso c'è". Poi la precisazione: "Di Lega ce n'è solo una. Quando hanno chiesto a Carducci bambino di scrivere un tema su sua mamma ha scritto 'mia madre è mia madre'". 

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https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/meloni-a-confcommercio-no-alla-patrimoniale-e-meno-tasse-al-ceto-medio--400349 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/meloni-a-confcommercio-no-alla-patrimoniale-e-meno-tasse-al-ceto-medio--400349 Meloni a Confcommercio: "No alla patrimoniale e meno tasse al ceto medio” Wed, 10 Jun 2026 14:03:00 +0200 Economia Redazione true L’IA va regolata, l’Irpef va alleggerita, la patrimoniale va evitata, i carburanti vanno sostenuti quando la crisi energetica rischia di scaricarsi su trasporti e prezzi. Giorgia Meloni porta a Confcommercio un’agenda calibrata sul pubblico che ha davanti: imprese del terziario, Pmi, famiglie e ceto medio.

Nel suo intervento all’assemblea generale dell’associazione, la presidente del Consiglio parte dall’intelligenza artificiale, definita “una delle questioni più complesse del nostro tempo”. Da una parte, dice, c’è uno strumento dal “potenziale straordinario”; dall’altra una tecnologia così potente che la sua forza reale “potremmo scoprirla davvero molto tardi”. Il compito della politica, secondo Meloni, è trovare l’equilibrio tra valorizzazione e regole: usare l’AI, coglierne le possibilità, ma limitarne i rischi prima che diventino ingestibili.

La premier ricorda che il governo ha convocato un Consiglio dei ministri per approvare i decreti attuativi delle norme sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale e ringrazia anche Papa Leone XIV per le riflessioni dedicate al tema nella sua enciclica. Sono due i rischi individuati nella relazione: l’impatto sul mercato del lavoro, che la presidente definisce “imponderabile”, e quello sulle democrazie, perché l’AI rende sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.

Proprio su questo terreno si vede però una distanza rispetto alla posizione espressa pochi giorni fa dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nelle Considerazioni finali sul 2025. Anche Panetta parla di regole, dignità del lavoro, tutela della concorrenza e governo della trasformazione tecnologica. Ma la sua premessa è diversa: l’intelligenza artificiale è una leva da portare rapidamente dentro le imprese per rilanciare la produttività italiana ferma da vent’anni.

Il discorso torna poi su un terreno più familiare alla platea di Confcommercio. Meloni difende il commercio di vicinato come presidio economico e sociale. “Ogni serranda alzata è una luce”, dice: un punto di riferimento, una certezza, un segno di energia, sicurezza e socialità. Una rete che “nessuna piattaforma online potrà sostituire”. Parlando dell’economia diffusa da proteggere e rafforzare, la presidente tratta il capitolo fiscale rivendicando il taglio del cuneo e la riforma Irpef, provvedimenti che “rimettono nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro l’anno”. La traiettoria indicata per le prossime riforme parte dai redditi più bassi, per poi allargare gli interventi e alleggerire il carico fiscale sul ceto medio. “Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più”, dice la premier che però chiude la porta alla patrimoniale: “Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo. Non siamo la repubblica delle banane”, afferma. Alla riduzione del carico fiscale si affianca il tema della concorrenza. Meloni rivendica il contrasto alle attività commerciali “apri e chiudi”, definite un fenomeno “odioso” perché legato all’evasione fiscale e alla concorrenza sleale. Secondo la premier, ne sono state chiuse d’ufficio 24 mila nella legislatura.

Per le imprese, però, non basta pagare meno tasse e difendersi da chi non rispetta le regole. Altro capitolo sensibile è il credito. Meloni raccoglie il richiamo del presidente di Confcommercio Sangalli sul sistema bancario e sulle operazioni di consolidamento, che secondo l'associazioni dovranno preservare il risparmio delle famiglie e la prossimità territoriale. La premier promette strumenti per abbassare i costi, dare nuove garanzie e "rendere l’accesso al credito meno simile a un percorso a ostacoli, soprattutto per piccole e medie imprese".

Il ragionamento si allarga quindi al futuro della base produttiva e sociale del paese. Nel discorso entra anche la demografia. Meloni parla di “emergenza giovani generazioni” e dice che il governo intende offrire maggiori opportunità e invertire il calo delle nascite. Non solo per ragioni identitarie, “ma per la tenuta economica dello stato sociale”. 

Infine un passaggio sui carburanti, dove il tema dei costi torna a incrociare quello del potere d’acquisto. Meloni ricorda che il governo non ha smesso di sostenere l’acquisto di carburante per l’autotrasporto, reagendo agli aumenti provocati dalla crisi dello Stretto di Hormuz. “Se il costo dell’energia e dei carburanti si scarica sui trasporti”, spiega, “prima o poi arriva ai prezzi finali e quindi ai cittadini”. Sostenere l’autotrasporto, nella lettura della premier, significa evitare un nuovo impulso inflazionistico e proteggere un settore che “fa muovere e vivere la nazione”.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/la-lega-non-ostacoli-il-decreto-lavoro-lappello-degli-imprenditori-veneti--400346 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/la-lega-non-ostacoli-il-decreto-lavoro-lappello-degli-imprenditori-veneti--400346 "La Lega non ostacoli il decreto Lavoro". L'appello degli imprenditori veneti Wed, 10 Jun 2026 11:43:00 +0200 Politica Francesco Gottardi true È un provvedimento "orientato alla contrattazione di qualità". Che prevede anche "agevolazioni contributive importanti, ben accolte da tutto il mondo industriale e lavorativo". Dunque il decreto sul lavoro, rinominato decreto Primo maggio, "non può finire vittima dei giochi della politica", avverte Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto. E mentre la regione-locomotiva d'Italia continua a essere governata dalla Lega, a Roma la stessa Lega sembra manovrare dietro le quinte per ostacolare il decreto - che oggi sarà votato in prima lettura alla Camera con il voto di fiducia, prima dell'esame in Senato per la conversione in legge entro fine giugno.

"Per noi rappresenta un'iniziativa fondamentale in diverse sue componenti", spiega Boschetto al Foglio. "Gli sgravi previsti dal decreto aiutano: non si può vivere di soli bonus, naturalmente, ma sosteniamo da sempre l'esigenza di regole chiare per ottenere incentivi immediatamente usufruibili. Serve certezza, razionalità, affinché le imprese possano rafforzare l'assunzione di giovani e donne. Un altro aspetto chiave del decreto è il cosiddetto salario giusto", che prevede una soglia di retribuzione minima fissata dai contratti collettivi nazionali (Ccnl). "Si tratta di un intervento di buonsenso, al contrario invece del salario minimo per legge che noi non abbiamo mai sostenuto: è la stessa Comunità europea a spingere la valorizzazione della contrattazione collettiva. Ed è l'autonomia delle parti che deve andare a definire i salari, rispondendo così all'articolo 36 della Costituzione".

Il problema è che proprio su questo punto la Lega ha posto dei paletti piuttosto controversi: l'emendamento sulla modifica dei parametri del salario giusto per accedere ai bonus è stato accolto dai sindacati - e non solo - come una manovra finalizzata a legittimare i contratti pirata a discapito dei lavoratori. Alla fine quell'emendamento è stato ritirato e riformulato dalla maggioranza, ma secondo le opposizioni non abbastanza da cambiare davvero le cose. E ancora una volta la sensazione è che FdI e Forza Italia, anche in fatto di diritto del lavoro, debbano fare i conti con l'atteggiamento boicottante del Carroccio. "Capiamo i meccanismi interni, il valzer degli emendamenti", premette Boschetto. "Però il decreto legge andrebbe portato avanti nella sua impostazione originaria: la Lega e il Veneto leghista ne tengano conto. Perché inserire i contratti maggiormente applicati dal datore di lavoro, con la formulazione proposta avrebbe effettivamente dato applicazione immediata ai contratti pirata. E questo resta uno scenario da scongiurare, non ci possono essere dubbi".

Dunque avanti col provvedimento, con qualche ulteriore appunto a margine. "Siamo noi parti sociali a dover disciplinare questa materia. C'è un passaggio nel decreto che prevede che laddove non si rinnovino i contratti collettivi dev'essere assegnato un aumento automatico: capiamo gli incentivi alla sensibilizzazione ma attenzione a limitare l'autonomia delle parti. L'obiettivo deve restare l'innovazione della contrattazione nei rapporti di lavoro, attraverso strumenti concreti e ben calibrati. Come Confartigianato, in quanto componente più rappresentativa sul territorio nazionale, puntiamo sulla contrattazione di qualità. E mi aspetto che il governo persegua lo stesso fine, senza finire condizionato nella sostanza dai protagonismi della politica. Vale per la Lega e per tutti".

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/giani-con-bper-si-puo-pensare-a-una-soluzione-per-lintegrita-toscana--400340 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/giani-con-bper-si-puo-pensare-a-una-soluzione-per-lintegrita-toscana--400340 Giani: “Con Bper si può pensare a una soluzione. Per l’integrità toscana” Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Ginevra Leganza false Roma. Eugenio Giani, presidente dem della Toscana, guarda con circospezione ai “movimenti che potrebbero sfarinare l’integrità del Monte dei Paschi di Siena”. Giani vuole eludere l’effetto Netflix. Non meno che la “logica del tifoso”. Alla fine però tiene a dire: “Con Bper posso concepire uno sviluppo della situazione. Al contrario, quello che non potrò mai accettare sarà la dispersione di un patrimonio di rete, sportelli, management che oggi ha il suo cervello su Siena”. Quello che non potrà mai accettare è la soluzione-Giorgetti? “Esatto”. La soluzione Bpm che piace alla Lega e dispiace a Giorgia Meloni? “Sì”. E’ d’accordo allora con la premier quando sostiene la necessità di tutelare l’integrità italiana? “Sì, anche se sono cauto. Ho letto dichiarazioni arrendevoli. Ma non voglio entrare nel merito della polemica politica. Quello che mi interessa è soprattutto l’integrità toscana”.

A tal proposito, anche il presidente di Legacoop, Simone Gamberini, vede nell’operazione di Intesa e Unipol una soluzione “strategica a livello nazionale”. Una via d’uscita che pone “al centro gli interessi dei consumatori”. “Sono gli stessi interessi che ho io – commenta il governatore del Pd – che con la loro realtà, Legacoop, collaboro in tante occasioni”. Certo. E’ comunque particolare la circostanza. Non trova? “Quale?”. Quella di una simile operazione che si verifica con un governo di centrodestra. “Guardi, io sono abituato a essere prudente. A non basarmi su notizie flash. Tutto quello che posso dire è che agirò a tutela dell’economia della mia regione”. Quindi? “A oggi mi sento di osservare, senza slanci da tifoseria. Ma certo penso che non possa essere soltanto un’operazione di finanza. Dopodiché, guardo con rispetto e considerazione a Legacoop che sa cosa significa la nostra economia”.

Cosa significano queste operazioni per la sua regione? “Intanto le dico che al Monte dei Paschi mi sono dedicato tantissimo, sei anni fa. Ho aperto il fronte di un impegno regionale che coinvolgeva gli enti locali, la provincia, il comune. Fummo noi, all’epoca, l’argine rispetto ai tentativi di incorporazione. Il Monte dei Paschi usciva da una situazione critica. Noi insistevamo sul fatto che avesse il know how, il management, le caratteristiche aziendali che ne avevano fatto una delle banche più importanti d’Italia. Associando tutto questo alla specificità senese, alla sua cultura d’impresa”. Lei sostiene che il pregio di Mps dipenda anche da quel momento di crisi. “Sì. La difesa della sua autonomia dimostrò che avevamo ragione. Con Mps si creò una realtà bancaria autonoma. Poi c’è stata l’acquisizione di Mediobanca. Sicché Mps è divenuto appetibile tanto da essere al centro, adesso, del risiko bancario”. Rispetto al quale lei, pur con prudenza, guarda con interesse a Bper. “Come le ho detto, in quel caso posso concepire uno sviluppo della situazione. Ma come sei anni fa, e con lo stesso impegno, mi preme soprattutto non disperdere o frammentare il patrimonio e l’autonomia. Mps è una realtà forte, che ha dimostrato di superare anche i momenti di crisi del 2020. A maggior ragione, quando s’ipotizzano acquisizioni di sportelli, rimodulazioni in altre realtà, sono molto attento”.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/le-piattaforme-tra-regole-ue-e-sui-minori-parla-mazzetti-meta--400339 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/le-piattaforme-tra-regole-ue-e-sui-minori-parla-mazzetti-meta--400339 Le piattaforme tra regole Ue e sui minori. Parla Mazzetti (Meta) Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Marianna Rizzini true Roma. Il presente che entra nel futuro attraverso le piattaforme: un’opportunità e un’incognita. In tutto il mondo, intanto, si discute di come mettere un argine all’uso intensivo dei social da parte degli utenti più fragili, gli adolescenti in formazione. Ci sono paesi, come l’Australia, che hanno già normato in senso restrittivo. L’Europa segue in ordine sparso, l’Italia sta cercando una via: lo scorso anno con una proposta bipartisan (poi arenatasi) e oggi con la proposta di legge del Pd sull’accesso ai social, presentata ieri a Roma. Ma come vivono questa sfida le piattaforme? Meta ha introdotto da tempo gli account per teenager, ma la cosa non esclude, anzi “chiama” l’intervento del legislatore. Ne parliamo con Angelo Mazzetti, Public Policy Director di Meta per Italia, Grecia, Malta e Cipro. “Noi condividiamo pienamente questo genere di preoccupazioni sull’esperienza online dei minori. E per noi questa è una priorità”, dice Mazzetti. “Allo stesso modo, condividiamo l’idea che i genitori debbano essere fortemente coinvolti nella gestione dell’esperienza online dei minori. In questo senso abbiamo espresso il nostro sostegno – e continuiamo a farlo – a iniziative legislative che promuovano la cosiddetta ‘maggiore età digitale’. Si tratta dell’idea per cui, come nella società civile a un certo punto si diventa maggiorenni e si possono fare scelte in autonomia, anche nell’accesso ai servizi digitali dovrebbe esserci un’età sotto la quale è necessaria l’approvazione dei genitori per poter accedere. Quale debba essere questa età è chiaramente una convenzione, una scelta che spetta al legislatore ”. Altra sfida per le piattaforme, specie a livello europeo: l’equilibrio tra necessità di regolamentare e quella di non frenare la competitività. “Negli ultimi 10-15 anni”, dice Mazzetti, “si è assistito a una produzione legislativa imponente: in ambito digitale sono state varate circa 100 leggi diverse, con ben 270 autorità di regolamentazione distinte incaricate di applicarle. Di per sé questo non sarebbe un problema, ma la forte sovrapposizione ha creato criticità significative. E il presidente Mario Draghi, nel suo recente rapporto sulla competitività, lo ha sottolineato con grande forza: l’iper-produzione legislativa genera incertezza, sovrapposizioni normative e ingenti costi di compliance, in un contesto globale sempre più competitivo. La sfida non è rinunciare alla regolamentazione, ma renderla più efficace, proporzionata e orientata alla competitività, così da sostenere l’innovazione senza compromettere obiettivi di tutela condivisi”. Un esempio dell’attuale approccio europeo è il dibattito relativo al Regolamento europeo sulle batterie. A partire da febbraio 2027, il regolamento richiederà che tutte le batterie portatili contenute nei dispositivi venduti nell’UE siano facilmente rimovibili e sostituibili dagli utenti finali. “Questo può creare problemi se applicato ai dispositivi indossabili e, in particolare, ai wearable’ di nuova generazione basati sull’AI”, dice Mazzetti: “I dispositivi indossabili devono infatti essere piccoli e leggeri e al tempo stesso garantire autonomia sufficiente per alimentare sensori, elaborazione dati e inferenza di modelli di machine learning”. Si rischia di sacrificare il diritto all’innovazione? “Da un lato, i consumatori europei potrebbero avere accesso a prodotti peggiori, meno funzionali e meno competitivi rispetto a quelli disponibili in altri mercati; dall’altro, le aziende europee sarebbero costrette a riprogettare intere linee di prodotto per conformarsi a requisiti non adatti, mentre i concorrenti extra Ue continuerebbero a innovare senza vincoli analoghi”. Intanto la partnership tra Meta e EssilorLuxottica, in una sorta di “ecosistema industriale europeo”, ha lavorato sugli AI glasses, oggetti che possono avere applicazione importante nel supporto alle persone con disabilità: sono infatti un dispositivo in grado di “vedere ciò che vedi”, “sentire ciò che senti” e interagire con l’utente in modo continuo e “hands-free”. Ultima ma non ultima sfida, alla vigilia di un anno elettorale: il rapporto sempre più stretto tra piattaforme e politica. “Le piattaforme hanno democratizzato l’accesso all’attività politica e al decisore pubblico, mostrando anche il ‘dietro le quinte’ delle istituzioni”, dice Mazzetti: “Hanno creato un rapporto molto più diretto e disintermediato tra il cittadino-elettore e il candidato, il rappresentante eletto o le stesse amministrazioni. Mi si permetta però una battuta che si ricollega al discorso sulle regole europee. Se da un lato le piattaforme sono state uno straordinario strumento di partecipazione politica, dall’altro l’introduzione del nuovo regolamento europeo sulla pubblicità politica ci ha costretti a sospendere la possibilità di veicolare inserzioni di carattere politico o sociale all’interno della Ue. Questo a causa di limitazioni stringenti che rendevano tecnicamente impossibile offrire tali servizi nel rispetto della norma. Oggi, quindi, un candidato politico, un cittadino o un attivista che promuova una causa di interesse pubblico può usare i nostri strumenti in modo organico, ma non può fare pubblicità a pagamento”.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/zaia-e-il-suo-partito-libro-con-piemme-sardone-guarda-a-vannacci--400336 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/zaia-e-il-suo-partito-libro-con-piemme-sardone-guarda-a-vannacci--400336 Zaia e il “suo partito” (libro con Piemme), Sardone guarda a Vannacci Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Carmelo Caruso true Siamo passati da Zaia “grande risorsa e vicesegretario della Lega” a “Zaia si può fare un partito”. Sono parole di Zaia e le ha confidate ai leghisti inviati da Salvini, che gli chiedono: “Ma tu, che vuoi fare? Vuoi fare il vice o no?”. Zaia sta dicendo che si può benissimo fare un partito suo, se Salvini non accetta le condizioni. Sta per finire con la Lega sotto i ponti, e non è un modo di dire per via dell’inchiesta sul Ponte. Viene convocato un Federale per oggi, a Roma, viene caricato di attese dalla stessa Lega, ma Salvini fa sapere ora che al massimo il Federale serve ad approvare il Bilancio. A dirla tutta, al Federale Zaia non siede neppure come membro, ma perché invitato. Si va ormai avanti per ultimatum e tutti chiedono qualcosa a Salvini (solidarietà di Meloni e di tutti per i balordi che alla Sapienza hanno bruciato la sia immagine). A Furgiuele, prima di lasciare, Salvini ha promesso un seggio blindato e di nominarlo commissario della Lega Calabria. Lo racconta Furgiuele: “Mi hanno promesso di tutto, ma io preferisco il 2,9 di Vannacci a questa ultima Lega. La Lega ai tempi di Raffaele Volpi, l’ex presidente del Copasir, era una cosa seria. Dimenticavo, a Lamezia Terme, Futuro nazionale è già al governo con Meloni. Tutti i consiglieri della Lega sono passati con Vannacci e siamo già al governo con Forza Italia e FdI. E’ già nato il modello Lamezia”.

Al nord c’è Silvia Sardone, altra vicesegretaria Lega, che ha un suo peso ed è un’altra che sta facendo capire a Salvini che se le cose non girano come intende lei, può benissimo lasciare e seguire Vannacci. Ormai si è in piena onda Vannacci. Sempre Furgiuele, che si aggira per la Camera con la spilla di Fn, aerodinamica: “Se il generale volesse, il gruppo potrebbe arrivare a venti deputati. La spilla ve la spiego. Sono due ali e poi il fiume impetuoso. La Lega, con tutto il rispetto, è una balena bianca arenata. Ripeto, meglio morire con il 2,9 che nella vecchia Lega. Avanti, generale”. Zaia si è già trasferito a casa di Marina Berlusconi. Il prossimo libro lo pubblicherà con Piemme, Mondadori. Il Ponte non si fa Messina ma a Segrate.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/bentornata-giusi-bartolozzi-si-fa-rivedere-al-ministero-feste-amici-e-rapporti--400335 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/bentornata-giusi-bartolozzi-si-fa-rivedere-al-ministero-feste-amici-e-rapporti--400335 “Bentornata Giusi”: Bartolozzi si fa rivedere al ministero. Feste, amici e rapporti Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Ruggiero Montenegro true Rieccola. “Cara Giusi, come stai?”. “Bentornata”. L’ultima volta l’hanno vista una decina di giorni fa. E’ tornata al ministero della Giustizia per la festa di addio di un collega, ma raccontano che questa non sia stata l’unica occasione in cui Giusi Bartolozzi s’è fatta rivedere in Via Arenula. Forse per ricordare che da quelle parti ha ancora un qualche peso. Del resto non si diventa “zarina” per caso, oltre gli organigrammi ufficiali c’è di più. Ci sono legami e relazioni. S’era dimessa da capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio all’indomani della disfatta referendaria, dopo una campagna di cui era stata una delle menti, spingendo per lo scontro totale coi giudici, culminato in quell’improvvida dichiarazione rilasciata proprio da Bartolozzi a un tv locale siciliana: la magistratura è un “plotone d’esecuzione”. Di mezzo anche il caso Almasri che la insegue (per ora è stata “scudata” dalla Camera, che ha sollevato il caso alla Consulta). Così alla fine da Palazzo Chigi hanno spinto perché lasciasse.

Dietro di sé ha lasciato macerie e tensioni, con il suo piglio (fin troppo) decisionista aveva messo in fuga dirigenti e collaboratori. In molti allora hanno tirato un sospiro di sollievo. Eppure l’altra sera è stata accolta da baci e abbracci, di circostanza forse. Ma anche da qualche nostalgia, perché al ministero qualcuno lamenta pure come oggi l’ingranaggio sia peggiorato. Bartolozzi nel frattempo è stata sostituita da Antonio Mura, ma una certa influenza pare averla mantenuta. O comunque ci prova, continua ad avere rapporti con varie personalità che nelle stanze della Giustizia hanno un ruolo non secondario. Come il vicecapo di gabinetto Vittorio Corasaniti e Alfredo Federici, che guida la segreteria del capo di gabinetto, oppure Roberto Rovello, un dirigente di polizia penitenziaria al vertice del cerimoniale del ministero. Sono rapporti che non si esauriscono con le dimissioni, tanto più per chi come Bartolozzi ha lasciato un segno. E d’altra parte anche il meloniano Andrea Delmastro, pure lui dimissionario dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, ha lasciato un’impronta da quelle parti. Federico Carrai, che era capo della sua segreteria al ministero, è ancora lì, nella stessa carica, collaborando oggi con il neo sottosegretario Alberto Balboni. Delmastro, dopo le polemiche e le bistecche, è tornato a fare il parlamentare semplice. Bartolozzi invece sta cercando di capire quale sarà il suo futuro. E’ una magistrata, con un passato anche da eletta in Parlamento con FI, e ad aprile il Csm ha deliberato il suo ritorno in servizio, presso la Corte d’appello di Roma. L’iter non si è ancora concluso, mentre per lei si è parlato anche di un incarico a Londra come magistrato di collegamento. Un’ipotesi gradita alla “zarina”, ma intanto sfumata. Potrebbe chissà essere destinata a un’altra sede, in Italia, ma ancora non è chiaro se e dove. Un’altra strada potrebbe essere la nomina in qualche partecipata, ma all’orizzonte non se ne vedono. Così l’ex capo di Gabinetto di Nordio attende, alla finestra. E, in attesa di definire il futuro, di tanto in tanto ripassa in Via Arenula, o nei dintorni, per un pranzo, un saluto ai colleghi o una festa. Se n’è andata, certo, ma al ministero se la ricordano bene. E a quanto pare Bartolozzi non deve esserne troppo dispiaciuta.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/la-contro-accelerata-a-sinistra-sulla-legge-elettorale-la-destra-vuole-lo-scrutinio-in-aula--400330 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/la-contro-accelerata-a-sinistra-sulla-legge-elettorale-la-destra-vuole-lo-scrutinio-in-aula--400330 La contro-accelerata a sinistra sulla legge elettorale. La destra vuole lo scrutinio in Aula Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Luca Roberto false “Ostinatamente unitari” con un coordinamento che porti a una contro-accelerata sulla legge elettorale. Dopo un paio di vertici di opposizione tenuti nelle ultime settimane, ieri i leader del campo largo si sono riaggiornati (ma i contatti sono costanti) e hanno deciso di procedere alla presentazione di una serie di emendamenti unitari, sottoscritti da tutti i partiti, di natura “soppressiva”. Cioè finalizzati a stravolgere il nuovo testo presentato dal centrodestra in commissione Affari costituzionali la scorsa settimana. Sarebbero “qualche centinaia”, riferiscono fonti della coalizione. Ma alcune delle proposte saranno anche “migliorative o meglio, di riduzione del danno”, per esempio sul voto ai fuori sede, sull’equità di genere e per la raccolta digitale delle firme. Ma si procederà anche con proposte autonome: Riccardo Magi di +Europa, per esempio, chiederà il ritorno al Mattarellum, i Cinque stelle un proporzionale puro con collegi molto ristretti (ma potrebbero avanzare una proposta anche sull’introduzione delle preferenze). Mentre Avs dovrebbe portare avanti una proposta per reintrodurre i collegi proporzionali uninominali sul modello di quelli usati in passato nelle province (su questo potrebbe trovarsi la condivisione anche degli altri partiti). Sono novità importanti perché per ora era prevalso il “non sporcarsi le mani con questioni troppo tecniche”, visto che la legge viene considerata sbagliata nella sua radice. In totale le proposte dovrebbero sfiorare il migliaio. Il lavorìo procede anche in queste ore perché la scadenza per la presentazione delle proposte di modifica è fissata per domani alle ore 12. Il Pd tornerà a riunirsi in mattinata e discuterà anche di questo.

Si tratta di uno spartiacque importante perché, dopo il sostanziale pareggio alle amministrative, nella maggioranza si sono convinti del fatto che si debba procedere a una nuova accelerata. Anche per questa ragione ieri il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli, uno dei padri della legge elettorale, si è spinto a dire che ad elezioni politiche si potrebbe andare anche a giugno del prossimo anno, non per forza dopo l’estate: “Quando ci sarà la legge elettorale rifletteremo sulla data”. Di certo tra le proposte di emendamenti a cui sta lavorando FdI ci saranno le preferenze, che però saranno sottoposte al voto direttamente in Aula e non in commissione. Un nodo che, a un certo punto, s’era pensato i meloniani potessero accantonare per non indispettire gli alleati. Ma che invece sarà portato avanti, sul modello toscano, con capilista bloccati, anche in ragione della spinta a destra portata sul dossier da Vannacci (a tal proposito: ieri Salvini si è mostrato possibilista sull’ingresso del generale in coalizione dicendo: “Non gli chiudo le porte”). A ogni modo la discussione nell’emiciclo potrebbe slittare al 29 giugno invece che al 26. E ieri dopo una riunione degli sherpa in Via della Scrofa, la maggioranza ha deciso di aspettare gli emendamenti delle opposizioni per studiare eventuali controproposte. Cercando di evitare, se ci sarà ostruzionismo, lo scrutinio in commissione.

Fatto sta che mentre sulla postura ostruzionistica da tenere in commissione e poi in Aula nel campo largo c’è una sostanziale concordia, divergenze strategiche emergono su quelli che potrebbero essere i passi successivi all’eventuale approvazione della legge. Questo perché, anche per sgombrare dal campo l’ipotesi primarie, da Avs sarebbero molto ben disposti a ricorrere in tempi rapidi alla Corte costituzionale. Convinti che “questa legge sia del tutto incostituzionale”.

Dall’altro lato, invece, anche per cavalcare l’effetto referendario che li ha visti prevalere a marzo, Elly Schlein e Giuseppe Conte avrebbero accarezzato, negli ultimi giorni, la possibilità di chiedere un referendum abrogativo. Come ha ricostruito il Sole 24 Ore, non sarebbe tanto un’arma da usare per impedire l’entrata in vigore della legge, visto che l’eventuale consultazione referendaria non si terrebbe prima del 2028. Ma un modo per farlo diventare un altro argomento da campagna elettorale. E giustificare la mobilitazione permanente dei comitati referendari che soprattutto Schlein ha auspicato a gran voce negli ultimi mesi. Anche se, come detto, a partire da Bonelli e Fratoianni non tutti all’interno del campo largo condividono una strategia così a lungo termine. Per adesso, insomma, marciano uniti. Poi si vedrà.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/schlein-esulta-ma-il-nuovo-sindaco-di-agrigento-e-un-ex-no-vax-amico-di-dibba--400328 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/schlein-esulta-ma-il-nuovo-sindaco-di-agrigento-e-un-ex-no-vax-amico-di-dibba--400328 Schlein esulta, ma il nuovo sindaco di Agrigento è un ex No vax amico di Dibba Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Salvatore Merlo false Elly Schlein ha commentato i risultati delle elezioni comunali elencando i capoluogo conquistati dal campo largo. “Belle vittorie a Agrigento, dove governavano loro, a Chieti e a Trani”. Basta non guardare troppo da vicino chi ha vinto. Ad Agrigento, per esempio, ha vinto Michele Sodano, candidato di Controcorrente, movimento fondato un anno fa dall’ex Iena Ismaele La Vardera sulla base di un metodo politico che consiste nel mettere la telecamera in faccia al potente e sperare che inciampi. Sodano è un No vax, da deputato grillino nel 2021 votò contro le misure di contenimento del Covid e fu poi espulso dal M5s perché rifiutò di votare la fiducia a Mario Draghi. Poiché è anche uno che ha studiato, alla Bocconi, a quei tempi citava Orwell: “La libertà è schiavitù”.

E insomma il sindaco che ha consentito il pareggio al Pd alle amministrative, quello che ha strappato Agrigento al centrodestra, quello della “bella vittoria” è un ex parlamentare del M5s espulso nel 2021 per essersi astenuto sulla fiducia al governo Draghi. Il profilo è, bisogna ammetterlo, di una ricchezza biografica non comune. Dopo l’espulsione dal M5s, Michele Sodano, già concorrente della terza edizione di X Factor con un gruppo vocale chiamato “Spencer Wi-Fi”, passa al gruppo misto. Da lì segue la sua vocazione. Durante il Covid denuncia il “pericoloso clima di caccia al non vaccinato”. Descrive il green pass di Roberto Speranza come un “sistema di credito sociale sul modello cinese”. Vota contro le misure di contenimento del virus. E’ assente il giorno del voto sull’obbligo vaccinale. Dopodiché, finita la legislatura, aderisce a “Schierarsi”, l’associazione di Alessandro Di Battista, il filosofo del quartiere Talenti che gira il mondo in bicicletta per spiegare l’imperialismo americano agli indigeni. Con lui va a raccogliere firme per il riconoscimento dello stato di Palestina.

Nel frattempo acquista azioni di una società canadese di cannabis, Aurora Cannabis, e presenta una proposta di legge per la legalizzazione della bamba in Italia: coincidenza che il suo avversario al ballottaggio ha trovato suggestiva, e che Sodano ha definito “surreale”, annunciando querele. Il Pd ad Agrigento ha due consiglieri comunali su trentadue. E infatti Elly Schlein ha definito quella di Agrigento una “bella vittoria” senza pronunciare il nome del vincitore, come si fa con i parenti acquisiti di cui si preferisce non ricordare la provenienza. Un po’ come a Chieti, dove ha vinto Giovanni Legnini, avvocato, già senatore, già sottosegretario con Enrico Letta, già sottosegretario con Matteo Renzi, già vicepresidente del Csm, già commissario per la ricostruzione post-sisma, già commissario per Ischia. Un curriculum che percorre trent’anni di storia della sinistra italiana come un album di famiglia con le facce di tutti quelli che Schlein vorrebbe superare. “Una bella vittoria”.

Come a Molfetta dove ha vinto Manuel Minervini, trentasei anni, ingegnere, iscritto a Rifondazione Comunista, partito la cui lista ha preso il 6,4 per cento risultando la prima della coalizione. Per arrivare a questo risultato, il Pd locale aveva dovuto essere commissariato dalla segreteria nazionale perché aveva deciso di sostenere un candidato diverso, giudicato troppo trasformista. La vittoria di Minervini è quindi, nella sua struttura logica, una vittoria ottenuta contro il Pd locale grazie all’intervento della segretaria nazionale, che ha impedito al partito di fare quello che voleva fare per farlo stare in una coalizione guidata da altri. Se ci mettiamo Vincenzo De Luca a Salerno, che non aveva il simbolo del Pd, e pure Mirello Crisafulli a Enna, cioè il gran visir di tutti i cacicchi, comincia ad apparire chiaro lo schema. Il campo largo vince quando il Pd non c’è, è stato commissariato, ha un cacicco o ha due consiglieri su trentadue. Schlein lo sa. Per questo non ha nominato nessuno. “Bella vittoria”.

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