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		<title>Politica</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:01:55 +0200</pubDate>
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				<title>La Russia non fa più propaganda. Forma chi la farà a casa tua</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 15:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giovanni Rodriquez</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mosca fa propaganda. Non è una notizia, lo sappiamo da tempo. La cosa più interessante è come Mosca si stia organizzando per far funzionare quella propaganda a distanza, senza doversene più occupare direttamente. Il meccanismo è plasticamente ricostruito nel <b>nuovo rapporto dell’Institute for the Study of War sulla guerra cognitiva russa.</b></p><p><b>Il Cremlino sta costruendo una rete internazionale di giornalisti, influencer e giovani professionisti dei media, formati attraverso programmi gestiti da Sputnik, RT, Rossotrudnichestvo e altre strutture riconducibili allo Stato russo.</b> Non si tratta di convincere qualcuno oggi di qualcosa. Si tratta di formare persone che produrranno informazione domani, nei propri Paesi, nella propria lingua, nelle proprie redazioni. La propaganda classica ha sempre avuto bisogno di un propagandista. <b>Questa strategia costruisce un intero ecosistema di propagandisti, e lo rende capillare senza che nessuno debba più coordinarlo dal centro.</b></p><h2>Dove entra l'intelligenza artificiale</h2><p>Secondo l'ISW, tra luglio 2025 e luglio 2026 SputnikPro e RT Academy hanno organizzato almeno cinquanta eventi di formazione giornalistica internazionale. Circa la metà ha incorporato <b>moduli sull'intelligenza artificiale: strumenti per produrre testi, immagini e video, automatizzare parti del lavoro editoriale, gestire i social, analizzare dati.</b></p><p><b>Il Cremlino non sembra interessato soltanto ai professionisti già affermati. Sta andando a cercare la generazione successiva. </b>L'ISW documenta programmi rivolti a giovani giornalisti, studenti universitari e influencer. A giugno 2026, per esempio, Sputnik ha organizzato a Mosca un programma di formazione sull'AI rivolto a giovani professionisti dei media provenienti da diversi Paesi, insegnando loro a usare l'intelligenza artificiale per generare testi, immagini, video e per l'analisi dei dati.</p><p><b>È forse la parte più sottovalutata di questa storia. La Russia non sta necessariamente cercando di vincere oggi. Sta investendo per rendere la propaganda una struttura permanente</b>, e lo dice in modo esplicito: <b>costruire una classe globale di giornalisti e influencer formati in Russia</b> serve a dare continuità alla capacità di Mosca di orientare le narrazioni internazionali, tenendo alcune di esse quasi dormienti per anni, pronte a essere riattivate quando tornano utili.</p><p><b>È una strategia molto diversa dal semplice bombardamento di fake news. Le fake news sono contenuti. Questa è infrastruttura.</b> E un'infrastruttura è molto più difficile da individuare, perché non assomiglia necessariamente a un'operazione di influenza. Può avere l'aspetto di una borsa di studio, di un corso professionale, di un seminario universitario, di una masterclass sull'intelligenza artificiale, di un'occasione di networking. L'ISW documenta almeno quattordici eventi di SputnikPro e RT Academy organizzati presso università straniere nei primi sei mesi del 2026, in alcuni casi dedicati proprio all'AI applicata al giornalismo, in altri alla strategia dei media o alla verifica delle informazioni.</p><p>Qui la parola “ingerenza” comincia a essere insufficiente. Evoca un soggetto esterno che entra dentro un sistema. Quello che emerge dal rapporto è qualcosa di più lento e più difficile da nominare: la <b>costruzione, nel tempo, di soggetti interni che credono di guardare il mondo con i propri occhi, ma indossano lenti fabbricate altrove.</b></p><h2>E l'Italia?</h2><p>Il rapporto dell'ISW documenta una rete globale molto estesa, dall'Africa all'Asia, dall'America Latina agli ex Paesi sovietici. L'Italia non compare nell'elenco parziale di Paesi e istituzioni riportato nel rapporto, e va detto con altrettanta chiarezza.</p><p>Ma nella mappa delle strutture russe di influenza <b>a Roma c'è un indirizzo che vale la pena guardare da vicino</b>: <b>Piazza Benedetto Cairoli 6, sede dal 2011 del Centro russo di scienza e cultura, ospitato nello storico Palazzo Santacroce a due passi da Campo de' Fiori. </b>Il Centro dichiara tra i propri obiettivi il rafforzamento dei <b>rapporti Russia-Italia</b> in campo culturale e umanitario, la collaborazione con organizzazioni pubbliche e non governative e il sostegno informativo sulla politica estera e interna russa, e opera in stretta collaborazione con l'ambasciata.</p><p><b>Allo stesso civico, negli anni, sono stati registrati anche gli studi professionali del giurista</b> <b>Guido</b> <b>Alpa</b> e di <b>Giuseppe</b> <b>Conte</b>, che all'epoca spiegò di essere stato un “coinquilino” professionale dello studio Alpa, con attività del tutto autonome e distinte. Oggi allo stesso indirizzo risultano anche altri studi legali.</p><p>Non c'è alcuna ragione per trasformare questa coincidenza di indirizzo in un'insinuazione. Non dimostra alcun rapporto tra quegli studi e il Centro russo, tantomeno con le attività di formazione descritte dall'ISW. Ma è un dettaglio che racconta bene quanto sia fisicamente ordinaria la geografia dell'influenza. <b>A volte un centro culturale russo sta semplicemente dentro un elegante palazzo del centro di Roma, allo stesso numero civico di studi professionali e attività perfettamente legittime. La guerra cognitiva, del resto, funziona proprio perché non ha l'aspetto della guerra.</b></p><h2>Il confine tra un'opinione e un'operazione</h2><p>È un punto che dovrebbe interessare l'Italia mentre si avvicinano nuove tornate elettorali europee. Un recente resoconto sulle valutazioni dell'intelligence italiana segnala che<b> Russia, Cina, Iran e altri attori potrebbero tentare di influenzare il voto europeo del 2027 attraverso le piattaforme social.</b><br> Il presidente del Copasir <b>Lorenzo</b> <b>Guerini</b> ha sottolineato la necessità di comprendere meglio come gli Stati stranieri utilizzino i social per diffondere narrazioni funzionali ai propri interessi.</p><p>Ed è proprio per questo che il rapporto dell'ISW è utile: sposta la domanda. Non più “chi è filorusso”, ma come vengono costruite, nel tempo, le reti attraverso cui una potenza straniera può rendere più efficaci le proprie narrazioni. È una domanda più scomoda, ma anche molto più utile. Del resto, i servizi italiani avevano già documentato come la Russia avesse cercato di usare network mediatici di Paesi terzi dopo il blocco europeo di RT e Sputnik, insieme a pagine social e canali Telegram, per diffondere e manipolare il dibattito pubblico italiano.</p><p><b>La novità, oggi, è che a questo elenco va aggiunto un pezzo mancante: non solo i contenuti, non solo gli account, non solo i bot, ma le persone.</b> Persone formate per produrre contenuti, che imparano a usare l'intelligenza artificiale, che possono tornare <b>nei propri Paesi e lavorare per testate che non hanno nulla di russo nel nome, che possono diventare, magari molti anni dopo, editori, giornalisti, consulenti, influencer.</b></p><p>È una strategia più lenta di una campagna di disinformazione. Ma può durare molto più a lungo. E qui si capisce perché l'intelligenza artificiale conti così tanto:<b> la Russia non la sta usando solo per creare propaganda, sta insegnando ad altri a usarla. La macchina non produce più soltanto il contenuto: produce la capacità di produrne.</b></p><h2>A questo punto la questione non riguarda più solo la propaganda. Ne tocca una più antica: la parola.</h2><p>La comunicazione non serve soltanto a raccontare il mondo. Serve a costruirne la rappresentazione. Stabilisce cosa vediamo, cosa ignoriamo, quali fatti diventano centrali, quali paure acquistano un nome, quali conflitti appaiono inevitabili. La parola non è uno specchio della realtà: contribuisce a darle una forma.</p><p>Nella Genesi la creazione comincia così. “Sia la luce”, e la luce fu. Il principio simbolico è potente: il mondo viene creato attraverso la parola. Come nella Genesi, anche la strategia descritta dall’ISW è una questione di parole. O, più precisamente, di chi avrà gli strumenti per usarle e dare forma al racconto della realtà. <b>Non significa che chi partecipa a un corso russo diventi automaticamente un agente di Mosca, né che ogni contenuto prodotto da queste persone sia falso. Significa che una potenza straniera sta investendo sulla capacità futura di altri di raccontare il mondo attraverso categorie che essa stessa contribuisce a formare.&nbsp;</b></p><p>Il vantaggio è evidente: non dover produrre e distribuire ogni volta la propria propaganda, ma creare competenze e reti locali in grado di generare contenuti autonomamente, adattarli al contesto e inserirli nel normale flusso dell’informazione.&nbsp;<b>Le fake news sono contenuti. Le persone sono l’infrastruttura. L’obiettivo: plasmare il mondo a propria immagine.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>La commedia della legalità</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Accursio Sabella</author>
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				<description><![CDATA[<p>Collega di Paolo Borsellino. Hanno selezionato questo riferimento, dal lungo curriculum di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/antonio-ingroia_75096" target="_blank">Antonio Ingroia</a>, per annunciare la (nuova) discesa in campo dell’ex pm, stavolta&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/08/news/ingroia-nel-campo-largo-con-la-vardera-e-onorato-parliamo-al-popolo--406783" target="_blank">al fianco di Ismaele La Vardera</a>, leader del movimento Controcorrente. <b>Un annuncio festoso, con tanto di foto sorridente su cui è appiccicato il nome del magistrato fatto saltare in aria in via D’Amelio dal tritolo di Cosa nostra</b>. Candidato alle regionali nella provincia di Trapani, Ingroia “ha deciso di misurarsi con le preferenze”, spiega il post. Come se ci fosse un modo diverso, in Sicilia, per farsi eleggere all’Assemblea regionale.</p><p>Collega di Paolo Borsellino, ricordano però. Un orgoglioso, simbolico richiamo. Ma anche la spia di un ritorno, nell’<b>eterna commedia della legalità</b>. È quello del “collega di”, “del figlio di”, “del parente di”. Nel caso di Ingroia, basta quello. Non c’è bisogno, nell’emozionato annuncio, di ricordare le fallimentari avventure politiche, da Rivoluzione Civile ad Azione Civile fino alla Lista del popolo. O ancora, l’infruttuoso tentativo di elezione a sindaco di Campobello di Mazara. O, magari, le esperienze amministrative e di sottogoverno.</p><p>Che poi, volendo, il modo per parlare di mafia si sarebbe trovato anche lì. E’ previsto nel canovaccio logoro della commedia. Quando Rosario Crocetta decise di indicarlo come guida della società regionale di riscossione dei tributi, Ingroia accettò convinto di potere mettere finalmente le mani su un settore che ha rappresentato “uno snodo del sistema economico o politico-mafioso della Sicilia”. Trent’anni prima, ma poco conta. Anche perché su quella poltrona Ingroia non siederà. Colpa della legalità che a volte va in corto circuito: le aspirazioni dell’ex pm si scontrarono infatti con le idee del Csm che non diede l’autorizzazione all’incarico. Poco male. Basta cercarla, la mafia. E in Sicilia e-servizi, società del digitale che Ingroia guidò tra qualche grana, c’era niente poco di meno che la parente del mafioso Francesco Bontate: licenziata, insieme ad altre quindici persone, ma poi reintegrata da un giudice del lavoro. <b>E la mafia era certamente nella terra del latitante, dove Ingroia avrebbe vigilato se solo gli avessero dato il tempo</b>. Se non fossero intervenuti, insomma, quei cattivoni dell’Autorità anticorruzione guidata da pochi mesi dal magistrato Raffaele Cantone, dichiarando incompatibile un secondo incarico di Ingroia, quello di commissario della già sciolta provincia di Trapani. No, non commissario di polizia, ma burocrate preposto all’ordinaria amministrazione di un ente da liquidare. Precisazione d’obbligo visto che in quei giorni Crocetta aveva annunciato, senza rossore: “Mandiamo Ingroia nella provincia del latitante Matteo Messina Denaro”. Facendo virare la commedia verso il comico. E a guardar bene, quello del cacciatore di mafiosi che avrebbe ripulito anche i sottoscala delle pubbliche amministrazioni, in Sicilia è un vero e proprio topos letterario. <b>Le trame si ripresentano con personaggi ricorrenti. E negli ultimi tempi, il genere sembra torni ad affascinare il pubblico</b>.</p><blockquote>Non serve ricordare le sue fallimentari avventure politiche, da Rivoluzione Civile alla Lista del popolo, o le esperienze amministrative e di sottogoverno</blockquote><p>Per fortuna, nel frattempo, gli investigatori di passi avanti ne hanno fatti e a Palermo, la Procura guidata con efficacia da Maurizio De Lucia all’arresto del latitante è giunta davvero. A distanza di una dozzina d’anni dalla nomina di Ingroia alla provincia, così, il fresco annuncio del ritorno nel Trapanese dell’ex pm è più vago: “Quello che per qualcuno è stato purtroppo il territorio di Matteo Messina Denaro, domani concorrerà ad eleggere una persona con la schiena dritta che ha combattuto contro sistemi”, annuncia La Vardera nel festante post che chiama in causa Borsellino.</p><p>Insomma, il latitante, grazie a Dio, è stato preso. Restano “i sistemi”. Cioè l’ombra che si allunga di volta in volta, in Sicilia, sul palcoscenico delle buone intenzioni. Lì dove si recita eternamente il copione della legalità palingenetica.</p><p>E il Caso diventa banale e pedante quando, parlando di commedia e di ironie, ti fa scivolare ad Agrigento, dove il movimento di La Vardera (e di Ingroia) ha ottenuto un risultato elettorale di grande rilievo, persino “storico” direbbe chi non si schioda da quelle latitudini. Ma tant’è, nelle iperboli della politica, scardinare il “sistema” (ma sì, usiamolo anche noi) che ha sorretto per decenni il dominio del centrodestra, era sfida tutt’altro che semplice. Ce l’ha fatta un ex grillino, Michele Sodano, passato alla corte di La Vardera. Una campagna elettorale entusiasmante, fianco a fianco, piena di rose e di fiori. Fino al giorno in cui il capo del movimento ha ospitato ad Agrigento una convention politicamente di rilievo. “Il vicesindaco faccia un passo indietro”, ha tuonato La Vardera, da quel palco. L’oggetto degli strali è tale Giovanni Crosta, colpevole due volte: di avere ereditato il cognome di un anziano e discusso burocrate cuffariano e anche una casa abusiva. “Fuori dalla giunta, fuori dal partito” ha deciso La Vardera, mentre il suo sindaco faceva il garantista e affermava di avere “saputo solo dalla stampa” delle decisioni dell’ex Iena che nel frattempo gli rifilava un invito “a tornare in sé stesso”. L’abusivo di seconda generazione, questa l’accusa, su quella casa irregolare avrebbe mentito ai vertici del partito: “Fuori!”.</p><p>E a molti, in Sicilia, questa piccola storia ne ha riportata alla mente un’altra. Erano proprio gli anni più caldi del governo “della rivoluzione” di Crocetta, le cui scoperte e le cui denunce erano urlate quotidianamente nell’Arena Rai di Massimo Giletti, dove il governatore gelese e qualche suo intransigente accolito indicavano col ditino ovunque mafiosi e “manciugghia” (che sta per spreco, mala gestio). Mafiosi e manciugghia tra i forestali, nei consorzi di bonifica, nella politica, nelle società regionali, persino nella gestione dei volatili di Palazzo d’Orleans. Un’attività meritoria, se solo qualche anno dopo, la storia (anche quella giudiziaria) non avesse raccontato che quell’afflato legalitario era sostenuto da una buona dose di ipocrisia strumentale: a sorreggere il governo Crocetta c’era, infatti, anche quello che qualcuno definì il “sistema Montante”. Eccolo, il vero sistema. Un reticolo di affari, dossier e politica che usava come mannaia e passepartout il giustizialismo e la lotta alla criminalità. <b>Alcuni di quei dossier, come impongono le commedie sul tema, erano conservati in quella che gli stessi protagonisti del sistema definirono “la camera della legalità”</b>. In quegli anni di veleni e pennacchi, però, a proposito di dossier, ad andarci sotto fu anche una giovane amministratrice, poi scomparsa prematuramente: Mariarita Sgarlata, assessore di Crocetta ben presto invisa al governatore e al “sistema”, fu cacciata dalla giunta. Il motivo? Una piscina abusiva. La legalità, innanzitutto. Che non assolveva nessuno. Peccato che poco tempo dopo si sarebbe venuti a conoscenza del fatto che la piscina non era affatto abusiva. E che non era nemmeno una piscina. “Fuori!”, intanto.</p><blockquote>Il “sistema” Crocetta era sorretto da un reticolo di affari, dossier e politica che usava come mannaia e passepartout il giustizialismo e la lotta alla criminalità</blockquote><p><b>Erano gli anni in cui Ingroia, ma non solo lui, era la chiave che apriva ogni porta del sottogoverno</b>. A distanza di una dozzina di anni, nella kermesse di Controcorrente, sembra non essere cambiato nulla. Ingroia siederà in un panel per parlare di legalità insieme a Nicolò Marino, altro valoroso pm antimafia che visse l’èra di Crocetta in prima linea. Il governatore gelese attese parecchi giorni, prima di potere ufficializzare la sua nomina alla guida dell’assessorato all’Energia (dove, in Sicilia, pareva che potessero andare solo ex magistrati o, mal che vada, ex prefetti). Il pm ci metterà pochi mesi, invece, a scoperchiare il vaso, puntando il dito, appunto, contro la grande impostura dell’antimafia. Insieme, pochi giorni fa, uno accanto all’altro, l’ex fedelissimo di Crocetta e l’ex assessore che denunciò per primo, e dall’interno, vizi capitali e inquinamenti del crocettismo. Poche ore dopo, in un altro panel agrigentino, sarebbe stata la volta di Sonia Alfano. C’era anche lei, nel sottogoverno della legalità, alla guida di enti che si occupavano di rifiuti. Figlia di Beppe, grande giornalista ucciso dalla mafia, negli ultimi anni ha girovagato finendo persino in “Azione” di Carlo Calenda. <b>Adesso, lo sbarco in Controcorrente può restituire ad Alfano, prima presidente della commissione antimafia europea, il ruolo a lei più congeniale</b>.</p><p>Rispuntano, insomma, personaggi, ruoli, battute e compagnie di giro di quello che fu un periodo di fumi, recite e anche, in termini amministrativi, di flop, inchieste e confusione. Pezzi del pianeta Crocetta nel frattempo, sono finiti praticamente in ogni partito e in ogni area politica. Eppure, l’impressione è che, nell’isola, qualcosa nel frattempo sia cambiato. Proprio quell’esperienza ha finito per mettere a nudo i limiti del populismo legalitario più becero cavalcato anche da un Movimento cinque stelle aggressivo e assai lontano per pose e stili da quello di Giuseppe Conte che ama rivendicare la nuova cifra “garantista” del partito. Ma è lì il punto: l’esperienza di quegli anni ha finito per far saltare in aria le unità di misura della legalità. E così, se fino a qualche anno fa, nell’eterna commedia, era semplice individuare il personaggio dell’accusatore e del reprobo, dell’inquisitore e del peccatore, oggi gli esponenti politici, in qualche caso, galleggiano in un incerto buon senso, provando a essere legalitari senza sembrare forcaioli o garantisti senza apparire complici. L’una e l’altra posizione rinvigorita di volta in volta dalla cronaca e dagli esempi. Se il ricordo degli eccessi a volte spaventosi dell’era Crocetta smussa le armi dei nuovi moralizzatori, la sfilza lunga e variegata di inchieste che hanno riguardato il centrodestra di Sicilia continua a nutrire la sacrosanta richiesta di mani pulite.</p><blockquote>Rispuntano personaggi, ruoli, battute e compagnie di giro di quello che fu un periodo di fumi, recite e anche di flop, inchieste e confusione</blockquote><p>E così, ti capita di finire in mezzo al guado. Né carne, né pesce. Succede a un altro incisivo battitore libero come <b>Cateno De Luca</b>, impegnato anche lui a presentare i prossimi candidati per le regionali: anche in quel caso, trovi di tutto: combattivi ex crocettiani della prima ora o della sesta giornata, al fianco di ex amministratori cuffariani su cui si sono accesi i fari della commissione regionale Antimafia.</p><p>Finisci per non capirci più molto. Come nel caso di Caterina Chinnici, figlia di Rocco, magistrato eccellente ucciso anche lui dalla mafia. Chiamata una quindicina di anni fa nella giunta guidata da un presidente della Regione, Raffaele Lombardo, che sarebbe finito in un’inchiesta per mafia terminata con la piena assoluzione, ha provato a vestire lei i panni di governatrice, candidandosi nel 2022 alle primarie del centrosinistra. Al suo fianco, compagni di strada, Claudio Fava e Barbara Floridia. In giro per la Sicilia, hanno illustrato il loro programma per battere il centrodestra degli scandali e delle inefficienze. <b>Quelle primarie finiranno malissimo: Chinnici le vincerà, ma alla fine i partiti andranno ognuno per conto loro</b>. La figlia di Rocco sfiderà Renato Schifani, arrivando solo terza, dietro Cateno De Luca. Ma il futuro riserverà delle sorprese: i simboli delle legalità, infatti, tornano utili a tutti e in ogni momento. Anche per “stemperare” narrazioni e cattivi sapori. Così, pochi mesi dopo, Chinnici te la ritrovi niente di meno che candidata alle Europee per Forza Italia. Sì, il partito del governatore avversario. Il partito di Marcello Dell’Utri. Il partito che in quella competizione per il parlamento europeo non disdegnerà l’apporto di voti non residuale di tale Salvatore Cuffaro che, a proposito di antimafia, una condanna per favoreggiamento l’aveva già scontata.</p><blockquote>A proposito di Cuffaro, Schifani ha un dilemma: faccio il garantista (amico degli “intrallazzisti”) o il forcaiolo che tradisce una lunga tradizione politica?</blockquote><p>Insomma, a seguire le vicende dei personaggi di questa commedia della legalità, si rischia di provare capogiri e di perdere il filo. A proposito di Cuffaro, ad esempio, l’ultima inchiesta della Procura di Palermo che ha travolto l’ex governatore costringendolo, di fatto, a un nuovo allontanamento coatto dalla politica, ha messo il presidente della Regione in carica Schifani di fronte a quel dilemma posturale: faccio il garantista col rischio di venire additato come amico degli “intrallazzisti” o faccio il forcaiolo tradendo una lunga tradizione politica? Il corto circuito è presto descritto: Schifani finirà per fare il legalitario nelle prime ore dell’inchiesta, sotto la pressione mediatica, quando ancora poco, delle intercettazioni e delle accuse, era passato al vaglio di un giudice. Così, è arrivata la cacciata con ignominia dei due assessori democristiani, mai coinvolti, né indagati. Poi, un lento riavvicinamento. “A patto che la Dc cambi”, era il mantra di quei giorni, propositi simili al fidanzato fedifrago che chiede perdono: <b>“Cambierò, ma fammi tornare con te”</b>. Cioè in giunta. Dove rientrerà, però, proprio la più cuffariana, cioè Nuccia Albano. Che tornerà a sedersi, così, al fianco della meloniana Elvira Amata che da quella giunta non è mai uscita. Nonostante, lei sì, fosse finita prima indagata e poi imputata in un processo per corruzione. Alla prima udienza, qualcuno ha fatto notare un’assenza di peso: il governo regionale non si è costituito parte civile. Un difetto di notifica, fanno sapere subito da Palazzo d’Orleans che fa anche scoccare, lo scorso 7 settembre, un curioso comunicato stampa con un’intestazione chiarissima: “Inchiesta Amata”, si legge. “A tutela dell’interesse dell’amministrazione regionale, come da intendimento già manifestato e in analogia con quanto avvenuto per altri coindagati – prosegue il dispaccio - già nella seduta di giunta prevista per domani il governo proporrà la costituzione della Regione Siciliana quale parte civile nel procedimento”. Il governo Schifani proporrà la costituzione di parte civile contro Elvira Amata, quindi. Il via libera arriverà dalla giunta di cui fa parte Elvira Amata.</p>]]></description>
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				<title>Schlein, isolata sull&#039;energia, si muove in vista delle primarie tra lettere e studenti. Avanza l&#039;asse Conte-Avs</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;Per uscire dall’isolamento, in cui si è ficcata, la<b> Elly Schlein</b>  “istituzionale” – con vista primarie –  sceglie l’Udu, il congresso degli universitari.  E alle accuse dei suoi alleati, ai giornalisti che chiedono conto della fuga in avanti, risponde a suo modo, con un dribbling. “Sull’energia continueremo a chiedere risposte a questo governo. Continua il lavoro unitario”. Ma la lettera a Meloni,  “collaboriamo”, continua a far discutere il campo largo. Angelo Bonelli, più di tutti, non ha gradito la mossa della segretaria. Si salda un asse tra Giuseppe Conte e Avs. Mentre arrivano i temuti quesiti di Nova,   il no alle armi a Kyiv che sarà sottoscritto dai militanti M5s. Altra benzina per l’ex premier. Schlein risponde come sempre:  “Troveremo un accordo, su tutto”.</p><p>Ora che la leader dem è entrata in modalità “testardamente candidata premier”,  il “testardamente unitaria” può diventare un boomerang. Nel primo pomeriggio Schlein si presenta al Congresso dell’Udu, a Roma. Fa la “responsabile” ma da queste parti, tra gli studenti radunati sotto lo striscione “Nella notte ci guidano le stelle”, si sente a casa.</p><p>E’ la prima occasione pubblica dopo il nuovo strappo, energetico, nel campo largo. In privato, prima ancora che ai giornali,  gli altri leader hanno manifestato le loro perplessità. In particolare Bonelli, con una telefonata. D’altra parte proprio alla festa di Avs era stata annunciata una proposta unitaria sull’energia, a cui il leader verde soprattutto ha lavorato. Anche nel Pd comunque, a taccuini chiusi, si registrano reazioni diverse. In molti comprendono le reazioni, dure, di Conte e Bonelli che hanno stoppato lo slancio della segretaria: “Ma è pur vero che se dobbiamo fare le primarie... Di certo il timing è stato sbagliato, nel giorno del taglio del bollo auto”.  Pubblicamente, a parte Francesco Boccia (“nessuna mano tesa a Meloni, Schlein mette Meloni davanti alle sue responsabilità”) non si registrano grandi prese di posizione dei dem. Per dire è stato Calenda a difendere la leader dem per le proposte a Meloni (ben diverso è il suo pensiero su Kyiv), su cui si registra un’apertura pure da Tajani. Ma intanto a rinsaldare l’asse Conte-Avs ieri è arrivato anche Nicola Fratoianni, con parole nette: “Con Meloni c’è poco da collaborare”. Che ne pensa Schlein? Non risponde direttamente ai giornalisti. Prima di tutto “esprimo la nostra piena solidarietà alla docente che è stata colpita”. Poi, a proposito di energia, evita i riferimenti agli alleati. Cita il lavoro unitario e  ricorda che “anche l’Ue discute sugli extraprofitti”. E ancora: “Continueremo a chiedere risposte al governo”, non collaborazione questa volta. Poi prende posto al congresso dell’Udu. Interviene per dare segnali agli studenti, per coinvolgerli in vista delle politiche (e delle primarie?), è lo schema referendum. A proposito di politica internazionale la segretaria dice: “La sinistra deve lavorare per difendere il diritto internazionale anziché l’uso delle forze, delle armi e dell'esercito”. Per poi ribadire: “L’Italia ripudia la guerra”. E’ lo stesso titolo che Conte ha dato al quesito programmatico di Nova, il numero 17, che riguarda gli esteri. Oltre al no a Rearm Ue e alle spese Nato al 5 per cento, il leader M5s chiede ai suoi il mandato per “cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell'Italia e dell’Europa nei confronti della dell’Ucraina. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace”. E’ questa la posizione che l’ex premier porterà al tavolo per il programma, con l’ulteriore spinta che arriverà dai militanti. Ed è sovrapponibile a quella di Fratoianni e Bonelli. I 5s hanno anche discusso sulla formula da utilizzare sul dossier  Kyiv, per renderla più potabile per i dem, prima di arrivare alla versione definitiva che ha già indispettito i riformisti del Pd. “Pensavo fossero il partito di Vannacci”, punge Sensi. Tra le altre proposte: un reddito 2.0 e l’istituzione di un ministero per le politiche migratorie, ricalcando un’idea che Franco Gabrielli coltiva da tempo e di cui ha parlato nelle scorse settimane al Foglio. Su questo sarà certamente più facile trovare una quadra. Ma su Kyiv? “Troveremo un accordo su tutto”, continua a ripetere Schlein.</p><p>Al Nazareno sono consapevoli che Conte proverà a far passare il Pd per il partito della guerra: se l’unica strada sono le primarie il capo del M5s si giocherà tutto su questa direttrice. L’ex premier va ripetendo che “era favorevole a un accordo”, ma la leader dem voleva la leadership a ogni costo. Lo sussurrano anche da Avs, dove intanto iniziano a pensare concretamente anche al proprio candidato: più Fratoianni, che Bonelli. Oppure un terzo nome, a effetto, à la Francesca Albanese? I rossoverdi preferirebbero evitare i gazebo, è la prima scelta, ma non rinunceranno alla vetrina mediatica. Nel frattempo sperano in un difficile ripensamento di Schlein, nella moral suasion di quella parte di Pd, per esempio Roberto Speranza, che vuole evitare rese dei conti tra alleati. Ieri Gaetano Manfredi ha intanto invitato il campo largo ad accelerare sul programma, negando ambizioni da federatore o da futuro premier. “Sono impegnato a Napoli, darò un contributo di idee”.</p><p>Nelle ultime ore è tornato a girare anche il nome di Antonio Decaro. Il 5 ottobre sarà a Bari con Goffredo Bettini, per presentare Rinascita. Quanto basta per alimentare la suggestione.</p>]]></description>
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				<title>Da Urso a Calderone, passando per i sindaci: chi rischia e chi sale in FdI (che lavora alle liste)</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Luca Roberto</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’intenzione è di ricandidarli tutti, i ministri politici in quota FdI. Anche se delle importanti sostituzioni in campo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgia-meloni_429" target="_blank">Giorgia Meloni</a>, da allenatrice di una squadra che reputa vincente, le vorrebbe fare. Anche per rinfrescare un eventuale governo Meloni II, dopo che gli oltre quattro anni (cinque, se si arriverà a scadenza) hanno dato importanti suggerimenti su chi ha fatto bene e chi meno. <b>Tra i ministri considerati in uscita, l’abbiamo detto, c’è Orazio Schillaci, titolare della Salute (ma da tecnico). Meloni ha stima della ministra del Lavoro Marina Calderone, che però pure è una figura  tecnica e dentro FdI hanno fatto notare come per Walter Rizzetto, presidente della Commissione Lavoro alla Camera, una promozione sia legittima. Intanto si ragiona già sulle liste.</b></p><p>Chiariamolo subito: non si sa ancora quando si andrà a votare, se a primavera in accoppiata con le principali grandi città o tra più di un anno. Per cui anche all’interno della maggioranza vige una certa qual incertezza. Si sa, però, che il periodo al governo e l’attività parlamentare forniranno una buona base per prendere delle decisioni su chi merita di essere riproposto e chi invece potrebbe dover fare un passo indietro. Le liste, va da sé, sono ancora una bozza. Ma in Via della Scrofa, quartier generale di Fratelli d’Italia, hanno iniziato a lavorarci. Sui dirigenti di primo piano, non c’è nemmeno bisogno di esprimersi: saranno riproposti in blocco. Tra questi, come abbiamo già raccontato sul Foglio, la novità è che avanza forte la candidatura di Arianna Meloni, la quale si è messa a disposizione del partito (pur non nutrendo particolari brame di esposizione). Tra i ministri, personalità come Guido Crosetto, in alto nei sondaggi per gradimento dell’elettorato, sono considerati un asset anche nell’eventuale governo venturo. Così come i colleghi Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida. In questi giorni il Fatto ha scritto della volontà dei vertici di FdI di non ricandidare il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ma fonti di Palazzo Chigi smentiscono questo scenario. Del resto Nordio si è sì detto disposto a “lasciare spazio ai giovani” ma non ha mai lasciato intendere di non voler restare a disposizione, qualora Meloni glielo chiedesse. Più che altro c’è all’interno dei gruppi parlamentari meloniani, soprattutto in chi ambisce a occuparsi di giustizia, una certa qual ambizione di avvicendamento (ma non risulta che la presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo stia brigando per salire a Via Arenula). Al ministero della Salute, e anche questo l’abbiamo raccontato, potrebbe essere promosso l’attuale sottosegretario Marcello Gemmato. Oltre a Rizzetto, per il ministero del Lavoro si fa anche il nome di Luigi Sbarra, che potrebbe essere candidato al sud e il cui lavoro da sottosegretario è stato apprezzato.</p><p>E Urso?&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/29/news/lurso-commissariato-dallilva-allenergia-meloni-vorrebbe-un-commissario-messaggi-al-titolare-del-mimit--403470" target="_blank">I vertici di FdI non sempre sono stati contenti del lavoro del ministro delle Imprese e del Made in Italy (eufemismo)</a>. Anche per questo, seppur una ricandidatura in virtù di una lunga militanza venga data per scontata, una discontinuità al Mimit potrebbe esserci. Tra i nomi che circolano all’interno del partito come meritevoli eventualmente di una promozione c’è quello di Luca De Carlo, veneto, presidente della commissione Industria del Senato. Per il ministro del Mare Nello Musumeci, invece, sono ancora in corso valutazioni che comprendono il ritorno in Sicilia come candidato presidente alla Regione, come vorrebbe Meloni, che ha sottoposto l’ipotesi agli alleati in una riunione a Palazzo Chigi, in cui la premier ha manifestato un po’ in apprensione per l’attendismo di Forza Italia e del presidente Schifani. Assecondando un metodo che sempre è valso dentro Fratelli d’Italia, poi, visti i precedenti di Lollobrigida e Foti, entrambi capigruppo alla Camera ed entrambi poi diventati ministri, Galeazzo Bignami potrebbe essere ricompreso nella futuribile squadra di governo.  Per quel che riguarda le liste, invece, si tratterà anche in questo caso, per la gran parte, di ricandidature (del resto il gruppo parlamentare di FdI è quello con la minor percentuale, all’interno della maggioranza, di parlamentari che ha già maturato il diritto al vitalizio avendo fatto meno legislature). Tra questi anche Daniela Santanché, che però dovrebbe restare fuori da eventuali ministeri (ma tutto può accadere). Tra le potenziali candidature anche quelle di Alessandro Tomasi, ex sindaco di Pistoia, attualmente consigliere regionale in Toscana dopo aver perso le regionali contro Eugenio Giani. Ma soprattutto <b>Pierluigi Biondi, sindaco dell’Aquila il cui mandato scade proprio l’anno prossimo e che nel partito svolge il ruolo di coordinatore dei primi cittadini. Qualcuno potrebbe “fare il salto” da Gioventù nazionale, la giovanile del partito: il presidente, Fabio Roscani, è già deputato. La vicepresidente Chiara La Porta era a Montecitorio ma poi ha optato per l’elezione al Consiglio regionale toscano. Il portavoce Stefano Cavedagna è europarlamentare. Un nome potrebbe essere quello dell’altro vicepresidente di Gn Francesco Di Giuseppe</b>.</p><p>Si dirà: sono solo ipotesi pronte a essere scompaginate con l’approssimarsi alle urne. Ma già il fatto che ci si stia pensando segnala la volontà di non farsi cogliere impreparati.</p>]]></description>
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				<title>Per Schlein è più facile un patto con Meloni che un programma con Conte e Bonelli</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sembra quasi che <b>per Elly Schlein sia più semplice trovare un'intesa programmatica con Giorgia Meloni che con il resto del Campo largo</b>. E la reazione sdegnata dei suoi alleati, da Giuseppe Conte ad Angelo Bonelli, all'invito al dialogo della segretaria del Pd alla presidente del Consiglio ne è la dimostrazione. Nella lettera, pubblicata giovedì su Repubblica, in cui Schlein illustra il suo pacchetto di misure contro la crisi energetica per impiegare i 14 miliardi (0,6 per cento del pil) di flessibilità ammessa dalla Commissione europea non c'erano particolari novità nel contenuto. D'altronde, dieci giorni prima, Schlein aveva già presentato le cinque proposte sull'energia a Cernobbio, alla presenza dei suoi alleati Giuseppe Conte (in collegamento), Angelo Bonelli e Matteo Renzi. Nessuna obiezione sul contenuto. Il problema, per loro, o almeno per Conte e Bonelli, è quello "spirito costruttivo" con cui Schlein si è rivolta a Meloni dicendo: "Offriamo alla Vostra attenzione la nostra proposta". <b>E soprattutto, l’apertura della premier ad "approfondire" le il tema "senza pregiudizi" quando "si fanno proposte sensate"</b>.</p><p>Naturalmente c’è una base concreta su cui è possibile trovare un’intesa. In primo luogo perché l’allargamento all’energia della clausola di salvaguardia per la difesa è stata una vittoria in Europa di Meloni e Giorgetti. In secondo luogo, perché le cinque proposte di Schlein riguardano il rafforzamento di misure già esistenti o introdotte dal governo Meloni (Conto termico, Piano casa, conversione industriale, trasporto pubblico e potenziamento della rete elettrica). Ma la mossa, da parte di Schlein, ha soprattutto un valore politico. Mentre nel centrosinistra, e anche nel suo stesso partito, in tanti dubitano sulla sua capacità di guidare la coalizione, la segretaria del <b>Pd si rivolge da pari alla Presidente del Consiglio, che è forse l’unica che ne riconosce la leadership a sinistra. Sia quando la attacca, sia quando si dice disponibile al dialogo</b>.</p><p>Non è la prima volta che accade. Sempre a Cernobbio, Schlein si era detta disponibile a votare insieme al centrodestra l’estensione a tutta l’Italia dell’autorizzazione unica sul modello Zes per abbattere il carico burocratico sulle imprese: "Qui c’è un punto d’accordo con la presidente Meloni", disse Schlein. "Ci sono i margini per approvare insieme l’estensione della Zes unica del Mezzogiorno a tutto il territorio nazionale" rispose pochi giorni dopo, intervistata dal Foglio, la presidente del Consiglio. Nel corso della legislatura, senza mai risparmiarsi dure critiche, le due leader hanno trovato altre intese. Dal patto – poi naufragato – sul reato di violenza sessuale, nato da una telefonata tra Schlein e Meloni e suggellato da lla segretaria del Pd con una foto su Instagram insieme alla premier: "Abbiamo dimostrato che su questo tema fondamentale si può trovare un terreno comune tra maggioranza e opposizione per far fare passi in avanti al paese". <b>Un patto, poi, è stato stretto contro l’uso del deepfake in campagna elettorale</b>.</p><p>"In vista della campagna elettorale tutte le forze politiche dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari parole o fatti inventati", fu l’appello lanciato da Schlein a luglio in un’intervista al Foglio. Invito subito accolto da Meloni: "E’ un tema che ho posto prima di tutti. Sono d’accordo". Da questo dialogo a distanza tra avversari è nata anche la legge a prima firma Shclein di sostegno al cinema e all’audiovisivo, approvata con voto trasversale e quasi all’unanimità (eccetto Marattin e Vannacci). <b>Un processo politico che era partito da un appello del regista Pupi Avati alla premier e alla segretaria del Pd per lavorare trasversalmente a una nuova legge per il cinema</b>.</p><p>Ora l’appello ("Gentile presidente"), o meglio l’invito, a un confronto sui temi dell’energia lo ha scritto Schlein. Mentre il capicorrente del Pd si scervellano su come far saltare le primarie, sui papi stranieri, sui terzi nomi, sui vecchi partigiani o i nuovi 18enni, chiunque purché non la loro segretaria per guidare la coalizione e il governo. <b>Mentre altri dirigenti aspettano da Nova che Conte detti le sue condizioni sull’Ucraina. Mentre a sinistra si fa fatica a definire il programma, la segretaria del Pd si rivolge alla presidente del Consiglio, alla sua avversaria, per cercare un’intesa programmatica sulla crisi energetica e trovare un riconoscimento della sua leadership</b>.</p><p>Ed è proprio questo che turba gli alleati progressisti. "Meloni sul tema climatico e energetico ha sabotato tutte le politiche ambientali e climatiche – dice Bonelli – questa mano tesa a lavorare insieme è incomprensibile". "Non ci sono le condizioni per lavorare con chi, il governo Meloni, dice di voler fare le trivellazioni", dice Conte. Attaccano Meloni, ma il vero obiettivo è Schlein.</p>]]></description>
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				<title>Sulle critiche al bollo il Pd dimentica le accise di Bersani</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;“Meloni ha deciso di finanziare la campagna elettorale con i soldi degli italiani”, ha commentato Antonio Misiani, senatore e responsabile economico del Pd, a proposito del decreto del governo, che ha cambiato strumento contro il caro carburanti: lo sconto sul gasolio scende a 12,2 centesimi fino al 25 settembre e passa a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre (poi resteranno le sole accise mobili), mentre 2,3 miliardi di euro serviranno a coprire l’abolizione del bollo per le auto fino a 80 kW di potenza. <b>La critica di Misiani è lecita</b>: il governo, nonostante le promesse di rendere la misura strutturale, taglia la tassa per un solo anno e rinvia a decisioni future.</p><p><b>Ma per questo tipo di peccati, nessuno può scagliare la pietra.</b> Proprio il Pd, con Pier Luigi Bersani ministro dello Sviluppo economico del già dimissionario governo Prodi, nel marzo del 2008  finanziò con 162 milioni di extragettito Iva il primo taglio delle accise mobili mai realizzato: circa 2 centesimi in meno dal 20 marzo al 30 aprile. Il  mese prima delle elezioni che riportarono Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Anche quei 162 milioni erano soldi degli italiani, e anche quel taglio delle accise aveva un “chiaro sapore elettoralistico”, secondo il metro usato oggi da Misiani per l’esenzione dal bollo.</p><p>Queste misure, però, non sembrano portare bene: a marzo 2026, dopo lo choc di Hormuz, il governo tagliò le accise pochi giorni prima del referendum sulla giustizia, e sappiamo com’è andata. <b>Non sarà che ora Meloni ha cambiato strumento per scaramanzia?&nbsp;</b></p>]]></description>
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				<title>L’ambasciata a Parigi vacante da mesi. La corsa di Genuardi e Lo Cascio. E l&#039;ipotesi Sangiuliano-Giuli</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Parigi val bene un Tajani. Ogni ambasciatore sogna di andarci, ma la sede resta vacante. Può una delle rappresentanze più importanti d’Europa rimanere senza il diplomatico ufficiale? Si possono attendere le prossime elezioni presidenziali per stabilire la feluca più adatta? All’inizio era una contesa fra Farnesina e Palazzo Chigi, un duello fra il segretario generale Riccardo Guariglia e il capo di gabinetto di Tajani, Francesco Genuardi, ma ora sembra il ballo delle parrucche: i Pari di Tony. A fine giugno, Emanuela D’Alessandro, ambasciatrice dal 2022, lascia l’incarico e fa ritorno al Quirinale come consigliere degli affari diplomatici di Mattarella. Il nome iniziale di Tajani è Guariglia, che lascerebbe il ruolo, ambitissimo, di segretario generale a Genuardi. Meloni prende tempo. Perché? La Francia è una provincia di Fazzolari, il Re Sole della destra. I giorni passano e a Parigi si scatena la fantasia: e se arrivasse un Sangiuliano o Alessandro Giuli? Allons, intellettuali de la patrie!</p><p>Mussolini inviò a Londra Dino Grandi, Renzi scelse Calenda come rappresentante permanente a Bruxelles. Perché Meloni non può inviare un fratello italien? Calma. A ogni Cdm si racconta che  Tajani (che smentisce) provi a sponsorizzare la nomina di Guariglia,  segretario generale alla Farnesina, l’ambasciatore che ha preso il posto che è stato occupato da Elisabetta Belloni ed Ettore Sequi. La scalata di Guariglia da anni è oggetto di risolini. Il favorito per la carica di segretario generale era l’ambasciatore Armando Varricchio, ma Guariglia ha avuto la meglio perché (ed è la leggenda), insieme a Tajani, faceva parte della meglio gioventù (monarchica). Insomma, si conoscevano da quando avevano le feluche corte. A Guariglia mancano pochi anni per andare in pensione.  <b>Si stanno avvicinando le elezioni, non solo quelle francesi, ma anche le italiane. Che fa il diplomatico in carriera? Si guarda intorno. Chi ha servito il governo Meloni, ed è stato promosso (prendete il caso di Fabrizio Bucci a Berlino o Luca Ferrari a Tel Aviv), teme che con l’arrivo di un nuovo governo venga sostituito. </b>In Francia era il Terrore, nella diplomazia si traduce in “fare gli scatoloni”.</p><p>Se vince Schlein o Conte, si sa già che alla Farnesina non si faranno prigionieri, e che il primo dei ridimensionati sarà Fabrizio Saggio, il diplomatico di Meloni che puntava a fare l’ambasciatore a Washington. In verità, un altro che ambiva a fare la feluca in America era Genuardi, che segue Tajani come un’ombra, tanto che Tajani non ha voluto separarsene. Genuardi è rimasto al suo fianco, ma ora che la legislatura è in scadenza, Tajani è scisso: sente il bisogno di ripagare la lealtà. O lo invia a Parigi o lo nomina  segretario generale.   A Palazzo Chigi pensano (ma Tajani smentisce):  con Genuardi segretario generale, Tajani avrà una sorta di controllo anche in un prossimo governo, tanto più se quel governo dovesse essere di centrodestra e Tajani non più il ministro degli Esteri. Ci sono perplessità. Altro piccolo ostacolo. Il Re Sole della destra, Fazzolari, ha da sempre il pallino per la diplomazia, da figlio di diplomatico, e comprende l’importanza di avere figure vicine, tanto più in Francia (nazione dove Fazzolari ha vissuto). L’ambasciatore di destra per eccellenza è Vattani jr, ma è di stanza a Tokyo. Non si può fare. Tra Genuardi, Guariglia, e chissà quanti altri ancora, potrebbe  spuntarla un terzo, il vice di Guariglia. E’ Carlo Lo Cascio, che ha  puntato anche l’Osce, così come Saggio avrebbe  puntato Bruxelles, la sede occupata da Vincenzo Celeste.</p><p>In francese si dice impasse. Alla Farnesina l’impasse produce i soliti malumori, i veleni.  La decisione del governo Meloni di richiamare l’ambasciatore italiano in Etiopia, Sem Fabrizi, definito dal governo etiope una “persona non grata”, interroga ancora la comunità della Farnesina. E’ la stessa comunità che da ormai un anno lotta contro il don di Tajani, il cappellano Don Malizia, che ormai fa le veci di Guariglia e che ha raggiunto un’egemonia senza pari. In breve: il segretario generale è candidato per  Parigi (con Tajani che, al solito, smentisce), il capo di gabinetto corre per la carica di segretario generale (o per Parigi) e intanto il cappellano si occupa del ministero. E in Francia? <b>Se dovesse vincere Le Pen, per Meloni e Fazzolari cambia tutto. Serve una figura più “politica”. Trump ha inviato in Italia l’ambasciatore Fertitta, l’amico che gli ha pagato la campagna elettorale, e a Parigi, sapete chi ha scelto? Il consuocero Kushner, Charles Kushner, il padre di Jared, il marito di Ivanka. In Italia, in teoria, è impossibile (si devono scegliere ambasciatori di carriera), ma c’è un precedente.</b></p><p><b></b>  E’ il caso di Carlo Calenda, nominato da Renzi  rappresentante a Bruxelles. E’ stata una decisione che ha spaccato la diplomazia, anche se i diplomatici  se la cercarono. Renzi aveva scelto  Cesare Maria Ragaglini, ma Ragaglini chiedeva tempo (e non solo…), al che Renzi, spazientito, decise di fare una strambata. Può ripetersi? Chi è l’italiano a Parigi di Meloni? Gennaro Sangiuliano, ex corrispondente Rai, e appena nominato coordinatore regionale in Campania di FdI. Il suo nome, e non è uno scherzo, sta girando a Rue de Varenne, così come un altro. Chi è il ministro del governo Meloni che parla in francese, che conosce i classici francesi? E’ Alessandro Giuli, in passato indicato come un possibile candidato alla guida dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Sono chiaramente fantasie, ma questi non sono forse  tempi che superano la fantasia? Di vero c’è che Tajani avrebbe rinunciato  a   Guariglia e che Meloni in Cdm rimanda la decisione.  Una soluzione ci sarebbe: spedire a Parigi don Malizia, il cappellano di Tajani. Dopo i cardinali Mazzarino e Richelieu avremo il cardinal Malice: la feluca con la berretta.</p>]]></description>
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				<title>La “Guerri” di Mazzi la vuole anche l&#039;Antitrust</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>&nbsp;La fortuna di essere contesi e l’impossibilità di lasciare. E’ il caso di Erika Guerri.</b> <b>E’ il capo di gabinetto del ministro del Turismo, Mazzi, il ministro stimato da Fazzolari e Meloni, ma è anche il magistrato che il nuovo presidente dell’Antitrust, Saverio Valentino, vorrebbe designare come segretario generale. </b>E’ il ruolo rimasto vacante da Guido Stazi, andato a guidare la Consob, dopo mesi di stallo.</p><p><b>Valentino ha pensato a Guerri, ma Mazzi non vuole rinunciarci, in piena legge di Bilancio, con le risorse da strappare a Giorgetti. </b>La nomina di Guerri resta una possibilità ma non riesce a concretizzarsi, malgrado da settimane se ne parli. Il 27 settembre, Mazzi intanto celebra, e si celebra, con la giornata mondiale del Turismo. Da agente della star è ora custode dei capi di gabinetto. Attenti, che farà firmare i contratti di esclusiva anche ai bagnini.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>&quot;Una cosa di sinistra&quot; (e lotta di classe). Il libro del dem Lorenzo Pacini</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non inganni la presentazione dall’aria istituzionale, il 29 settembre, “in” Feltrinelli Duomo, come si dice a Milano, né l’editore progressista (Ponte alle Grazie) ma con piedi piantati in una grande holding (Mauri Spagnol) dalle solide radici non ultra-proletarie. Nessun inganno: <b>“Una cosa di sinistra - come far tornare alla politica chi non ci crede più”,</b> il libro del trentenne&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/30/news/il-giovane-dem-lorenzo-pacini-si-candida-a-sindaco-di-milano-modello-mamdani--401391" target="_blank">Lorenzo Pacini</a>, assessore dem al primo Municipio nella capitale lombarda e da tempo autocandidato a sindaco per il centrosinistra in vista delle futuribili primarie, è proprio quello che dice di essere. Una cosa di sinistra, ma di sinistra-sinistra, talmente di sinistra che qualsiasi Varoufakis impallidirebbe, e fin dalla frase in esergo: “Dedicato a chi non si arrende, a chi non crede nella vana speranza, ma solo nella felicità collettiva”. Di più. <b>Il libro è un manifesto con la M maiuscola, nel senso di Marx ed Engels che, attraverso i secoli, echeggiano come nota a piè di pagina, e in senso pratico: alla riga dieci, infatti, Pacini scrive quello che ha detto ai milanesi qualche mese fa, prima che dall’impero dei podcast uscisse il candidato ufficioso Mario Calabresi.</b></p><p>E dunque: “Ho scritto ‘Una Cosa di Sinistra’ per raccontare come sia necessario riportare al centro della politica le persone e i loro bisogni e come possiamo farlo ora a partire da Milano. Sono di sinistra perché credo nel benessere dei molti contro il privilegio dei pochi. <b>E perché credo che il socialismo sarà sempre l’unica alternativa alla barbarie. Sono di sinistra perché credo si possa essere felici solo se lo sono tutti. Sono anche militante del Pd, e mi candido a diventare sindaco della mia città”.</b> Ed ecco che il programma del candidato Pacini, anche nel frattempo intervistato su Vanity Fair, prende forma in purezza (altro che bollo auto), dopo un’estate trascorsa a distribuire angurie nei quartieri disagiati immersi nella canicola. E a Milano leggenda urbana vuole che l’assessore, all’arrivo di un settembre cocciutamente afoso, stupito per la sparizione prematura delle angurie dagli scaffali dei supermercati, si sia spinto a cercarle fuori dalla cintura urbana, mentre i più burloni tra i suoi seguaci facevano battute sul possibile complotto di qualche fan del consigliere regionale dem Piefrancesco Majorino, l’uomo che (in teoria) alle primarie doveva essere il primo iscritto. Che non abbiano visto arrivare Pacini, al Nazareno, o che preferiscano lasciare Milano ai milanesi, primarie comprese, fatto sta che il manifesto del candidato non lascia nulla al dubbio. <b>Della serie: ridistribuire, ridistribuire, ridistribuire; tassare i ricchi, tassare i ricchi, tassare i ricchi. Il primo capitolo (“I miliardari non sono un modello, ma il nemico”) fa scuola: con qualche miliardario un po’ meno miliardario, è il concetto, si starebbe molto meglio, in questo scenario di ascensori sociali fermi e di sinistra che non parla di soldi (“La sinistra deve parlare di soldi”, si consiglia infatti al capitolo due).</b></p><p>Anzi: si starebbe meglio con qualche miliardario in meno, in città, visto che il miliardario, oggi, dice Pacini, non porta quasi mai investimenti, ma quasi sempre speculazione, falsando al rialzo il mercato immobiliare, per tacere delle criptovalute. Ne consegue che, per far ripartire l’ascensore sociale, bisogna “tornare alla lotta di classe” (se non ci si crede, si vada a leggere il capitolo quattro, “Lotta di classe intergenerazionale”). <b>E non è tutto: la ricetta per una “rivoluzione a Milano” (e poi chissà), oltre ovviamente alla patrimoniale, prevede un “socialismo municipale” fatto di “mutualismo” diffuso (e proprio nella città del lusso), per risolvere la “vera unica emergenza, quella sociale” (non parlateci di sbarchi e maranza, è il concetto). </b>Intanto, dice Pacini, oltre a iniziare a parlare di soldi, cari compagni aprite gli occhi: “Il nemico del popolo non arriva con lo yacht, ma con il jet privato”.</p>]]></description>
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				<title>Yemen, Lituania, Gaza. L’Italia non è in guerra, ma le guerre si occupano dell’Italia</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Isolarsi da un mondo in fiamme nella speranza di essere ignorati dalle fiamme del mondo può funzionare quando si cerca di evadere dalla realtà costruendo metaversi paralleli, non necessariamente con l’intelligenza artificiale. Ma diventa un po’ più difficile quando il mondo da cui hai cercato goffamente di allontanarti si avvicina a te, decidendo di occuparsi di te, della tua libertà, del tuo benessere, della tua sicurezza, senza curarsi del tuo desiderio effimero di alzare qualche muro per evitare di essere sfiorato dalle fiamme. <b>Il raid iraniano sull’Arabia Saudita che ha colpito un velivolo F-2000 italiano</b> arriva negli stessi giorni dell’azione di due caccia italiani inviati dalla Nato nel cielo della Lituania per monitorare lo sconfinamento di due jet russi,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/crosetto-scrive-a-kallas-per-chiedere-entro-oggi-piu-risorse-europee-su-aspides-anticipazione--408022">negli stessi giorni dell’invio di una nave della Marina italiana nello stretto di Bab el Mandeb per proteggere le navi nazionali dagli attacchi dei terroristi houthi in Yemen</a>&nbsp;in aperta sfida all’immobilismo della missione europea Aspides, negli stessi giorni in cui altri due caccia italiani hanno neutralizzato sempre nei cieli della Lituania un drone russo, negli stessi giorni in cui è stato confermato che i carabinieri italiani guideranno la missione con cui verrà sostenuta l’attività dei poliziotti palestinesi a Gaza. E per quanto si possa cercare in tutti i modi, e con varie sfumature di ipocrisia, di non occuparsi del disordine mondiale, quando il disordine mondiale inizia a occuparsi di te dovrebbe diventare chiaro quello che in troppi non vogliono vedere: <b>predicare la neutralità di fronte ai conflitti del mondo non è una leva per intervenire positivamente sulla nostra sicurezza, ma è una leva per intervenire negativamente sulla nostra vulnerabilità</b>. Ed evocare scenari di neutralità, di disimpegno, di disarmo, di diserzione, lisciando il pelo alle peggiori pulsioni autarchiche, non significa fare di tutto per non provocare gli sponsor del terrore. Significa essere esposti. Significa essere immobili. Significa voler delegare la nostra protezione a qualcun altro, che poi ci presenterà il conto.</p><p>Quando le coalizioni mostrano divaricazioni profonde sulla politica estera, dividendosi in modo speculare tra chi sostiene che non ci si possa disinteressare del mondo perché il mondo prima o poi si interesserà a te e chi sostiene che mostrare distanza dal mondo, dai suoi conflitti, dai suoi problemi, sia l’unico modo per proteggere i cittadini, quelle divisioni non riguardano soltanto ideali astratti, come la difesa della nostra libertà, ma riguardano temi concreti, reali, quotidiani, che si può provare a ignorare solo sfuggendo dalla realtà. <b>L’Italia non è in guerra, per fortuna, ma le guerre coinvolgono l’Italia non perché faccia parte di una lobby di agenti provocatori ma perché l’Italia fa parte dell’Unione europea</b> (se un drone iraniano arriva a Cipro quel drone riguarda anche l’Italia), <b>perché l’Italia fa parte della Nato</b> (e se un paese Nato viene minacciato dalla Russia quella minaccia riguarda anche l’Italia), <b>perché l’Italia si rifornisce di petrolio dal Golfo</b> (e se gli iraniani colpiscono le vie di rifornimento alternative a quelle di Hormuz il problema riguarda anche l’Italia).</p><p>Il partito del pacifismo farlocco tende a definire “guerrafondai” i politici che cercano di tutelare i propri interessi anche con la forza. Varrebbe forse la pena di ribaltare il tavolo e squadernare in faccia ai finti pacifisti una verità necessaria e difficile da digerire:<b> i veri guerrafondai non sono coloro che scommettono sulla sicurezza armata per tutelare i propri interessi, ma sono coloro che spacciano la vulnerabilità per neutralità predicando la retorica della bandiera bianca</b>, che con l’illusione di allontanarci dai pericoli rafforza coloro che minacciano con la forza la nostra libertà. La vera diserzione che servirebbe non è dalla difesa della nostra sicurezza ma è dal partito del pacifismo farlocco che vendendo l’illusione della pace facile non fa altro che incoraggiare gli sponsor del terrore a non fermare i loro orrori. E’ ora di smascherarli, no?</p>]]></description>
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				<title>Via l’Apollo stupratore dal logo del Mic. Pd e M5s: “Valutiamo la proposta”</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. Dopo aver cambiato ministro, si cambia logo. Non più l’Apollo patriarcale che stupra Dafne… Non più il dio eccitatissimo, bellissimo… Ma magari un più casto flauto di Pan. Nuovo logo del Mic, perché no? I membri della commissione Cultura alla Camera, martedì mattina, hanno ricevuto e letto una pec. Una petizione popolare – che pare scritta da Valerie Solanas o Michela Murgia – per rivedere il simbolo del Ministero di Alessandro Giuli. Contro il patriarcato mediterraneo. Non più il profilo di Apollo del Bernini, dunque, bensì qualcosa, o qualcuno, che sia “pienamente inclusivo”, “che non richiami, nemmeno implicitamente, dinamiche di violenza di genere”. Il testo, inoltrato ai parlamentari, l’ha scritto una piccola Solanas di Roma. La signora Fufi Sonnino, ottantaseienne e storica donna del Movimento femminista romano che, insieme a Yuki Maraini, sorella di Dacia, negli anni Settanta cantava: “La tua bambola fu l’arma / che inventò la vocazione / d’esser sposa d'esser madre / di servire ad un padrone”.</p><p>Fufi, che abbiamo contattato, ha scritto il testo e ha raccolto al momento  oltre seicento firme. Tutte trascritte e allegate alla pec. Manca la Maraini grande, certo, ma tra le promotrici scorgiamo Toni Maraini. Anch’ella scrittrice, storica del Maghreb, e seconda sorella di Dacia. Individuiamo, poi, il nome di Giulia Minoli che potrebbe rispondere alla regista  figlia di Giovanni nonché presidente, con Fiorella Mannoia, di “Una nessuna centomila”. La fondazione contro il patriarcato, per contrastare la violenza maschile.</p><p>In commissione Cultura, insomma, hanno letto il testo. Che ha posto un tema. Serio. Giacché la forma è sostanza, si dice, e solo i meschini non badano all’apparenza – lo sa chiunque, nella vita, abbia mai partecipato alle massacranti riunioni sui loghi (e lo chiamano rebranding…). La forma è sostanza, dicevamo, e un Apollo che stupra la ninfa, in un ministero, proprio non ci può stare. Tanto meno in quel ministero dove le ninfe, in quattro anni, non sono mancate. Anzi. (Per quanto, ai tempi, più che in allori si siano trasformate in gramigne)... I patriarchi mediterranei, all’incirca, li conosciamo. Chiediamo perciò alle parlamentari donne, più sensibili, cosa ne pensino. Risponde al telefono Irene Manzi, membro della commissione in quota Pd: “E’ una proposta che va valutata – ci dice – perché fa riflettere”. Aggiunge : “Bisogna sempre ricordare che i miti greci appartengono alla nostra storia, che  vanno conosciuti, studiati, contestualizzati”. Non a caso Manzi è nella segreteria nazionale di Elly Schlein e si occupa di scuola. “Non vorremmo certo smantellare le statue!”. No. Anche se Fufi pensava al logo. “Il logo non è una statua,  certo, e sicuramente la proposta fa pensare che i tempi sono cambiati. Grazie  a Dio”. Proviamo a contattare Elisabetta Piccolotti di Avs, non raggiungibile, e poi Anna Laura Orrico del Movimento cinque stelle. “La questione  – dice la parlamentare pentastellata – può essere un tema da affrontare poiché richiama l’attenzione, spesso smarrita, sulla problematica della cultura occidentale. Permeata da pulsioni e schemi patriarcali”. Già. E pensare che primo acchito, lo ammettiamo, non l’avevamo presa sul serio. “Certo è – aggiunge Orrico – che concentrerei le riflessioni, come ho già fatto personalmente in passato, anche su quello che accade dentro le stanze di via del Collegio romano, magari per far ripartire l’Osservatorio sulla parità di genere del Mic. In modo da lavorare per ridurre le disparità di genere nel campo delle arti e della cultura italiana”. E passi, allora, che l’Apollo di Bernini è il dio più bello del mondo. Passi che di trasformarci in alloro, come Dafne, l’avremmo voluto a volte anche noi (non  è inclusiva la ninfa?). Ma non può certo passare, vent’anni dopo la sua introduzione, un logo contro il consenso. Del resto, i tempi sono cambiati. E il governo Meloni non è soltanto il governo più longevo. Ma anche quello che, da destra, ha introdotto il reato di cui sentivamo la mancanza. Il femminicidio. O, a questo punto, ninficidio. Attendiamo dunque il rebranding. Con l’autorizzazione dell’ufficio egemonia.</p>]]></description>
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				<title>Maria Rosaria Boccia: &quot;Ho pensato che Sigfrido fosse geloso di me, ma non ci siamo mai baciati. Vi racconto il mio libro&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo la bomba, il bacio. Un altro apostrofo rosa tra le parole ti-candido? “No. Tra me e Sigfrido c’è stato affetto. E molto. Ma non c’è mai stata una relazione fisica”, risponde al Foglio l’imprenditrice Maria Rosaria Boccia. Nessun bacio, dunque. Neppure casto o a fior di labbra. Come tra fratelli o tra amici. “No. Come avevo già scritto nel libro, quindi ben prima dell’articolo di Libero, ho sempre incontrato Sigfrido alla presenza del mio avvocato e lui della sua scorta. Mai da soli. Il contatto fisico si è limitato al normalissimo bacio di saluto che due amici possono scambiarsi quando si incontrano o si congedano”. Chiaro. Ci può spiegare, allora, da dove viene l’immagine, generata con Ai, in cui lei dà effettivamente un bacio a Ranucci? “Quell’immagine nasce da una delle finte prime pagine satiriche che io e lui ci divertivamo a creare e a scambiarci privatamente. La scena del bacio è artificiale: io non ho mai baciato Ranucci. Detto questo...”&nbsp;</p><p>“Detto questo, la circostanza interessante è che tutto  era già scritto nel libro”. Cosa racconta, a tal proposito, nel libro? “Racconto le nostre finte copertine come una specie di pasquinata contemporanea. Un modo per esorcizzare, attraverso l’ironia, il linguaggio dei giornali che spesso raccontavano di noi. Dopo una di queste mie creazioni Sigfrido mi scrisse persino: ‘COMUNQUE TU DOVRESTI DIRIGERE UN GIORNALE’”.  O una rubrica sul Fatto. Non sarebbe male, altroché. “Lei è gentile. Rimane però una domanda alla quale non so rispondere: se la fotografia della quale Lavitola avrebbe parlato fosse effettivamente questa, come è uscita dalla nostra conversazione privata e come è arrivata fino a lui?”. Magari l’ha mandata Sigfrido in chat? “Forse. Ma a proposito di chat, scrivendoci, invece, scherzavamo molto su corteggiamenti, gelosie,  equivoci… Nel libro riconosco che, estraendo alcune frasi dal loro contesto, si potrebbe costruire quasi qualsiasi romanzo sentimentale”. E magari riaccendere la gelosia della di lui donna, Laura Cianfoni? “Io posso raccontare ciò che ho vissuto, non certificare i sentimenti di Laura”. Ci racconti. “Nel libro scherzo proprio sul fatto che il ‘gelosimetro’ non esiste: esistono parole, comportamenti, toni e poi l’interpretazione di chi li riceve”. Laura era gelosa? “La sera del 27 maggio 2025 ricevetti da lei una comunicazione che interpretai come contenente insinuazioni sulla natura del mio rapporto con Sigfrido. Mi colpì perché stavo attraversando un momento personale e giudiziario già molto complesso e non avevo alcuna intenzione di entrare in un triangolo sentimentale. Le chiarii la natura del rapporto con lui e poi scelsi di sottrarmi a quella dinamica”.</p><p>Lei sa meglio di noi che una donna, ancor più se è trascurata, porta le antenne. In quel caso, Laura sbagliava?  “Io posso solo dire che non ho mai chiesto a Sigfrido di scegliere tra me e lei, e non lo avrei mai fatto. Nel libro però scrivo una cosa nella quale credo molto: le relazioni fondate sul possesso costruiscono confini, le amicizie fondate sul rispetto costruiscono porte”. Il libro Guai a chi lo tocca - Io, Sigfrido e le tempeste è fresco-fresco di stampa. C’è un capitolo  dongiovannesco, giusto? “Sì. Ma non lo definirei propriamente un capitolo sulle ‘donne di Ranucci’. Racconto, piuttosto, la geografia umana che si crea intorno alla nostra amicizia. C’è Laura, ma entrano anche Gimmy Cangiano, Giletti, Cerno, Nicola, il mio avvocato... E qui posso anticiparle un episodio divertente che finora non ho raccontato”. Mi dica. “Quando Nicola entra nella mia vita, inevitabilmente comincia a comparire anche nei discorsi con Sigfrido…”. Nicola Cantone,  manager del settore sanitario, è un uomo caro a Maria Rosaria. “A un certo punto – continua Boccia – creo persino un gruppo WhatsApp con noi tre, nel quale condividiamo le nostre finte prime pagine. Io scrivo, Nicola risponde, Sigfrido visualizza e tace”. Ah.  Non t’ama chi amor ti dice, ma chi ti guarda e tace? “Ecco, nel libro io dico che esistevano cento spiegazioni razionali per quel silenzio e che io, naturalmente, scelsi la centunesima”. Ossia? “’Sigfrido era geloso’. E’ una battuta, eh, non una diagnosi. E’ questo il mio ‘gelosimetro’: Laura forse gelosa di me, secondo la mia percezione. Sigfrido forse geloso di Nicola, secondo la mia ironia. Ma vede, non pretendo mai di conoscere ciò che accade nella testa degli altri”. No. La spassosissima copertina del libro, invece, con Ranucci nei panni di Superman, l’ha pensata lei? “Sì, ho fatto tutto da sola. Dopo aver sperimentato personalmente fughe di notizie, volevo che almeno questo progetto arrivasse alla luce prima di essere raccontato da altri. I miei familiari, pensi, hanno scoperto l’esistenza del libro soltanto dopo l’uscita dell’Ansa. Non avevo detto niente per tutelare un progetto nel quale avevo investito tempo, risorse, sentimenti. Mi fa piacere che la copertina le piaccia. Del resto ho anche una recensione preventiva abbastanza autorevole”. Quale? “Quella del mio Superman! Che mi aveva già scritto che avrei potuto dirigere un giornale!”.</p><p>In molti hanno ironizzato, ieri, dicendo che la superdonna è piuttosto lei che lo bacia e lo trasforma. A ogni modo, lo sente ancora il suo Superman? “Certo. Ci siamo sentiti ieri mattina, ieri sera, ancora questa mattina”. E come ha preso la pubblicazione? “Non lo ha ancora letto. Ma perché dovrebbe prenderla male? Lui sa quanto gli voglio bene. Questo non significa che abbia scritto un’agiografia, intendiamoci. Racconto anche discussioni, dissensi, momenti nei quali Superman perde qualche superpotere. Ma sa cosa mi dispiace?”. Cosa? “Che un libro nel quale provo a raccontare la parte bella dei sentimenti, dell’amicizia, possa essere trascinato immediatamente sotto le lenzuola. Ridurre tutto a un bacio o a una presunta relazione mi sembrerebbe piuttosto povero”. Quand’anche fosse, Maria Rosaria, un bacio incendia ma non è una bomba. Non ci sarebbe stato niente di male, o no? “Ho un’idea molto semplice. Giudicate Ranucci per il giornalista. Fate tutte le domande necessarie sul suo lavoro. Ma l’uomo, quando non esiste un concreto interesse pubblico, lasciatelo ‘libero’”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Reddito 2.0, nucleare e, ovviamente, no armi a Kyiv: il M5s interroga la base per il programma del campo largo</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 16:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Cambiare radicalmente l'approccio fallimentare dell'Italia e dell'Europa nei confronti della guerra in Ucraina.</b> <b>Continuare a inviare armi significa allontanare la pace</b>. È necessaria una svolta negoziale che tuteli le ragioni del paese aggredito, con il coinvolgimento dell'intera comunità internazionale". <b>È uno dei&nbsp;<a href="https://www.movimento5stelle.eu/nova-20-punti-una-alleanza-per-la-costituzione/" target="_blank">punti</a>&nbsp;che gli iscritti al M5s si troveranno a votare da oggi fino a domenica sulla piattaforma del Movimento</b>, per poi essere proposto al tavolo della coalizione progressista. Venti le aree tematiche: nella diciassettesima intitolata "L'Italia ripudia la guerra" si mettono per iscritto anche il <b>"No" al piano Rearm Eu e il "No" all'innalzamento della spesa per la difesa al 5 per cento del Pil.&nbsp;</b>La consultazione si propone di mettere nero su bianco "cosa deve fare il governo nei prossimi cinque anni per migliorare concretamente la vita delle persone", ovvero <b>"la proposta del M5s al tavolo della coalizione progressista"</b>, "un'alleanza per la Costituzione".&nbsp;</p><p>Si tratta della tappa conclusiva di <b>Nova</b>, "un lungo e prezioso lavoro svolto dal Consiglio nazionale che ha tenuto conto di quanto emerso dal percorso partecipato che ci ha visti impegnati negli ultimi mesi – ha spiegato il leader del M5s Giuseppe Conte –. II documento" al voto "è una sintesi politica che tiene conto dei contributi degli oltre 17 mila cittadini coinvolti negli eventi sul territorio, iscritti e non iscritti al Movimento 5 Stelle, dell'esito del confronto deliberativo on line, nonché dell'attività politica già svolta dal MoVimento 5 Stelle in questi anni".</p><p><b>Lo stop alle armi in Ucraina è il punto su cui tutto il campo largo dovrà trovare una quadra in vista delle elezioni</b>. "Discuteremo con tutte le forze alleate del programma comune, sono certa che troveremo l'accordo su tutto, confrontandoci e nella responsabilità condivisa di mandare a casa queste destre che hanno fallito dal punto di vista economico e sociale", ha detto la segretaria del Pd <b>Elly Schlein </b>a margine di un evento a Roma rispondendo sul tema.&nbsp;</p><h2>Cosa c'è nel programma del M5s</h2><p>Tanti i punti proposti dal M5s. Si va dalla reintroduzione dell'abuso di ufficio alla depenalizzazione della coltivazione domestica della cannabis per uso personale, dall'ok alle adozioni omogenitoriali alla riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Fra questi emerge anche <b>l'istituzione del "ministero delle politiche migratorie e l'integrazione"</b>. Proposta avanzata tra l'altro dall’ex capo della Polizia Franco Gabrielli, che intervistato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/01/20/news/franco-gabrielli-la-sinistra-ha-regalato-il-tema-sicurezza-alla-destra-politica-daro-un-contributo-al-dibattito--128320" target="_blank">al Foglio</a>&nbsp;aveva sottolineato l'esigenza di "un&nbsp;ministero per le politiche migratorie che si occupi di flussi legali, rimpatri e integrazione".&nbsp;</p><p>Sul fronte economico il M5s intende "garantire un <b>salario minimo legale indicizzato </b>automaticamente e coordinato con la contrattazione collettiva più rappresentativa". Ma anche l'introduzione di "<b>un contributo sugli extraprofitti </b>realizzati nei settori caratterizzati da rendite eccezionali determinate da fenomeni esterni straordinari o posizioni dominanti, a partire da energia, banche, assicurazioni, industria bellica e grandi piattaforme digitali". <b>Nessun riferimento invece al Reddito di cittadinanza</b>: quello che era uno dei cavalli di battaglia del Movimento si trasforma infatti nel <b>"Reddito 2.0"</b>, che prevede la "revisione integrale dell’Assegno di inclusione (Adi) e del Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl) per colmarne carenze e inefficienze. Si propone anche di "aggiornare lo Statuto dei lavoratori al nuovo contesto economico-sociale e alle nuove sfide tecnologiche".</p><p>Sul campo energetico, il Movimento intende ridurre l'iva sui carburanti dal 22 al 10 per cento e allineare la fiscalità dell'energia elettrica a quella del gas. Spunta anche la voce <b>"Energia nucleare"</b>: "Investiamo nella ricerca sulla fusione nucleare per disporre di tecnologie più avanzate, per ottenere energia più sicura e senza scorie", si legge nel documento.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/conte-vuole-vincolare-le-primarie-al-programma-nel-m5s-ce-chi-ipotizza-di-rompere-col-pd--407975</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/conte-vuole-vincolare-le-primarie-al-programma-nel-m5s-ce-chi-ipotizza-di-rompere-col-pd--407975</link>
				<title>Conte vuole vincolare le primarie al programma. Nel M5s c&#039;è chi ipotizza di rompere col Pd</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 16:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. C’è un aggressore e c’è un aggredito. Sempre. Finanche nel campo largo. E poi c’è sempre un pretesto, si sa. Un cavillo attorno al quale concepire, se non un’aggressione, perlomeno una spaccatura. Negli ultimi giorni, intorno a Giuseppe Conte, il pretesto – o cavillo – è l’Ucraina. E la spaccatura, ove mai la legge elettorale naufragasse, sarebbe invece con il Pd. Non più litigare ma rompere l’alleanza. Addirittura.</p><p>E' il pensiero stupendo che, strisciando, fa capolino nelle riunioni più intime. E’ la pazza-pazza idea, ancor più folle con il premione di maggioranza.</p><p>Eppure, Giuseppe Conte guarda i sondaggi. Osserva che le primarie, dopo l’estate, gli danno torto. L’ultimo oracolo, mandato in onda a L’Aria che tira, su La7, ribalta le proiezioni primaverili. Forse, inesorabilmente. Elly Schlein, coi contrafforti di Fratoianni e Bonelli, è al 62 per cento. L’ex premier, giammai rassegnatosi alla condizione di “ex”,&nbsp;è invece al 38. E dunque, a settembre, anche per lui è tempo di migrare.</p><p>Dopo l’estate, i gazebo si incendiano e diventano così un tormento che condannerebbe nuovamente il capo alla condizione di “ex”. Chi ne dà conto, vicino a lui, aggiunge un dettaglio. Dopo le interviste contro il riarmo, e le votazioni sui temi degli attivisti a Nova, Giuseppe Conte vuole vincolare, adesso, le primarie al programma. O meglio: vuole che insieme al leader siano espliciti, sulla scheda, dei ben  precisi stralci. Le famigerate linee rosse, come usa dire. Quella che non soltanto traccia il generale Vannacci a Meloni ma pure l’ex premier a Schlein. E, tra le linee, la più rossa è appunto il (non) sostegno a Kyiv.</p><p>L’Ucraina è il pretesto. Il cavillo. L’occasione per rompere se la legge non passasse o comunque, nel frattempo, per prendere le misure con questa legge assai bipolare. “Non può essere che se Schlein o qualcun altro vince le primarie – ha detto e ripetuto Conte – a quel punto si mandano a gogò armi in Ucraina per un conflitto che ci sta portando a una guerra mondiale”. Non può essere per l’avvocato che alza il tiro proprio mentre Stefano Patuanelli, capogruppo al Senato, invoca la provvidenza: “Serve una figura nuova che venga dall’esterno”.</p><p>Il punto, insomma, è che Giuseppe Conte non vuole tornare a Chigi da portaborse. E se pure una rottura col premio di maggioranza al 42 per cento significherebbe pungere la rana che lo trasporta – il Pd – per affondare con lei, il pensiero è stato fatto. Il pensiero c’è.</p><p>I sondaggi di Piepoli, che l’ex premier guarda, confermano come per lui il migliore dei mondi possibili, con il Melonellum, sarebbe un campo largo con Conte premier. E come invece un leader dem farebbe perdere in assoluto più voti al Movimento. La via mediana dei Cinque stelle fuori dall’alleanza innescherebbe sì la reazione del voto utile, ma le perdite sarebbero minori rispetto all’ipotesi numero due: il Pd con Conte a rimorchio. Un’ipotesi raccapricciante per un elettorato che, spiega Livio Gigliuto, “vede in Conte, e soltanto in Conte, una garanzia di protagonismo”.</p><p>Intendiamoci. Ora che il treno è partito, è difficile scendere e sicuramente è anche folle. Meno complicato, però, è tentare un’ultima manovra. Quella di spostare, con l’Ucraina, l’asse della scheda verso il “premier Conte”. Il resto? E’ una Pazza idea, sì. Un Pensiero stupendo che pure gli sussurrano i consiglieri più filorussi, e che lui ascolta, proprio mentre Schlein canticchia altri ritornelli... Se perdo te, cosa farò… Lei, Elly, non sa più restar da sola.</p>]]></description>
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				<title>Crosetto scrive a Kallas per chiedere, entro oggi, più risorse europee su Aspides. Anticipazione</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 15:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>L’Italia è pronta a muoversi a Bab el-Mandeb&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/18/news/crosetto-non-aspetta-aspides-il-nodo-del-gasolio--407965">anche senza aspettare l’Europa</a>, ma prima chiede a Bruxelles un ultimo sforzo per rafforzare Aspides. E’ il senso della lettera che il ministro della Difesa <b>Guido Crosetto</b> ha inviato all’Alta rappresentante dell’Ue <b>Kaja Kallas </b>e che il Foglio è in grado di anticipare. Crosetto chiede “un deciso e urgentissimo intervento dell’Unione europea oggi stesso” per ottenere dagli stati membri nuovi mezzi e nuovi contributi alla missione europea nel Mar Rosso.</p><p>La lettera arriva dopo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/17/news/la-marina-militare-scortera-le-navi-italiane-a-bab-el-mandeb-crosetto-proteggere-il-lavoro-delle-aziende--407894">la mossa annunciata ieri dal ministro</a>: l’Italia, ha detto Crosetto dopo essersi confrontato con il capo di Stato maggiore, non intende più aspettare che sia Aspides a stabilire quando le navi italiane possano attraversare Bab el-Mandeb. L’obiettivo è ripristinare rapidamente il traffico dei mercantili italiani attraverso lo stretto; l’eventuale invio di ulteriori navi militari a loro protezione sarà invece valutato con il governo e con il Parlamento.</p><p><b>Il problema, spiega Crosetto a Kallas, è che Aspides opera con una disponibilità di mezzi ormai insufficiente rispetto alla pressione nell’area</b>. A Bab el-Mandeb, si legge nella lettera, sono presenti al momento soltanto “una FREMM italiana e una fregata greca”. Le richieste di accompagnamento dei mercantili possono quindi essere soddisfatte solo in parte, con lunghe attese e “dannosi effetti immediati” sui commerci europei.</p><p><b>Da qui la richiesta di ottenere entro subito “immediati e addizionali contributi” dagli altri paesi Ue</b>. Ma Crosetto mette anche nero su bianco il piano B: se gli altri stati continuassero a non fornire quella che definisce “la risposta attesa e dovuta”, l’Italia è pronta “a farsi carico di un ulteriore sforzo” e a inviare assetti aggiuntivi nell’area.</p><p>Con una condizione precisa: se Roma dovesse assumersi da sola maggiori oneri operativi, logistici e maggiori rischi per garantire una rotta che Crosetto definisce “vitale per TUTTA l’Europa”, <b>il costo dovrà essere condiviso da tutti gli stati membri. </b>Prima dunque la richiesta di rafforzare Aspides; se l’Europa non si muoverà, l’Italia è pronta a fare di più, ma chiedendo all’Europa di condividere almeno il conto.</p>]]></description>
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				<title>Grillo vs Conte: “L’uomo che sussurrava ai cavilli”. La risposta: “I suoi problemi economici non sono i miei”</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 12:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Continuano gli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/29/news/grillo-spara-sul-m5s-i-rivoluzionari-hanno-scoperto-i-palazzi-il-movimento-ha-perso-la-sua-identita--403508" target="_blank">scambi di frecciate</a>&nbsp;tra l’attuale leader e l’ex garante del Movimento 5 stelle, che appare sempre più deciso a riprendersi il partito dopo la sua lunga assenza dalla scena pubblica. Prima l’azione legale di aprile e la successiva invettiva sul suo blog, ora Beppe Grillo ha sfoderato l’arma finale: Pulp podcast. Nel trailer dell'episodio, diffuso ieri, Grillo attacca l’ex premier, bollandolo come <b>“reverendo Jones” </b>e<b> “uomo che sussurrava ai cavilli”</b>, e lanciando un’accusa: “tutte le cose che dicevo 20 anni fa devono ancora arrivare”. Conte, risponde la sera stessa, ospite a Diritto e rovescio: <b>“Grillo? Ho già dato”</b>, e: “Dica quel che vuole. Non è più una questione che riguarda il M5s”.</p><p>Il volto storico del Movimento è tornato a farsi sentire con il procedimento civile contro Conte per riprendersi nome e simbolo del partito. Poi il suo tono di voce è cresciuto ancora, con un atto d’accusa sul suo blog come ai vecchi tempi: <b>“Il Movimento ha perso la sua diversità. I rivoluzionari hanno scoperto i palazzi”.</b> Il lungo e appassionato messaggio, pubblicato a luglio dopo il rinvio dell’udienza del processo, ha ricevuto il plauso nientemeno che di Andrea Stroppa, il referente in Italia di Elon Musk.</p><p>Negli ultimi giorni ha poi iniziato a circolare sempre più frequentemente l’ipotesi della formazione di una lista anti Conte come ulteriore mossa nella battaglia del vecchio leader per riappropriarsi del simbolo. Il collaboratore storico di Grillo, Marco Bella, ha recentemente postato su Facebook <a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/16/news/dopo-fedez-beppe-grillo-sara-a-roma-a-fine-settembre-un-partito-non-confermo-e-non-smentisco--407815">una foto dei due insieme</a>. Nella lunga didascalia, l’ex parlamentare accenna a un eventuale nuovo partito, commentando: “Non ve lo confermo e non ve lo smentisco”. A fianco del comico ci sarebbero i suoi fedelissimi, quelli che lui stesso chiama i “mohicani”, tra cui Nina Monti, Elio Lannutti e Angelo Troiani. Un ulteriore indizio di lavori in corso è arrivato dallo stato Whatsapp di Grillo, dove è comparso un logo del Movimento modificato, con l’ultima “o” sbarrata e senza stelle.</p><p>L’ultimo tassello di questo percorso è stato l’annuncio dell’ospitata a Pulp podcast, che ha diffuso un trailer con spezzoni di accuse rivolte a Conte e ai passati governi dei cinque stelle: sull’ex premier, “Di progressista ha solo la paresi della mente, progressiva”, e sulle amministrazioni: “Mi sento postumo di me stesso dal vivo, perché tutte le cose che dicevo vent’anni fa devono ancora arrivare”.</p><p>Ciò che invece non ha tardato ad arrivare è stata la risposta di Conte, che la sera stessa da Dritto e rovescio ha tagliato corto, affermando che “I suoi problemi economici non sono i miei, mi interessano quelli degli italiani”. Probabilmente non sarà l’ultimo atto dello scontro: la puntata del podcast deve ancora andare in onda.</p>]]></description>
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				<title>La trattativa Stato-Panda: un 2027 di sfrenata illegalità</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:08:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Salvatore Merlo</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una trattativa Stato-Panda, ecco cos’era. Il governo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/17/news/via-il-bollo-sulla-prima-auto-il-governo-si-avvia-alle-elezioni-con-unidea-berlusconiana--407841" target="_blank">ha tolto il bollo di circolazione</a>&nbsp;e la dottoressa Ida Teresi, magistrata antimafia, esponente di Area, e componente del Comitato direttivo centrale dell’Anm, con la precisione di un fotofit, ha visto la trama: “Le auto piccole sono <i>tipicamente</i> utilizzate da ricchi narcotrafficanti e ricchi mafiosi... e quasi sempre le uniche formalmente intestate”. Così scriveva ieri su Facebook alle 8 del mattino, si presume dopo aver ascoltato la radio. Altresì precisando: “Quelle grosse,<i> chiaramente</i>, sono intestate a prestanomi”. <b>Tipicamente, chiaramente, il Consiglio dei ministri mercoledì ha sottoposto al paese una di quelle macchie d’inchiostro che gli psicologi, sulle tavole di Rorschach, mostrano ai pazienti: un decreto che esenta dal bollo.</b> <b>E ciascuno, secondo la regola del gioco, ci ha letto dentro se stesso.</b> L’automobilista vi intravede un centinaio abbondante di euro, l’opposizione una mancia elettorale, le Regioni una voragine nei bilanci ma la dottoressa Teresi, per com’è evidente, anzi chiaramente, ha costruito il teorema dei teoremi (e non capiamo perché poi abbia precisato di essere stata fraintesa): il boss guida l’utilitaria e la intesta a sé, il prestanome si intesta il fuoristrada che però è sempre del boss, sicché fra la Panda e il Suv nessuna automobile si salva, e l’unico italiano sottratto al sospetto resta il pedone, purché cammini svelto e senza borsello.</p><p>Verrebbe da dire che quando la logica indossa la toga, conviene andare a piedi. Ma queste sono facezie. Piuttosto, ecco finalmente svelata, dietro l’affettuosa retorica delle famiglie e del caro carburanti, la natura segreta del provvedimento Meloni. Palazzo Chigi sottrae al narcotrafficante l’ultimo gesto di lealtà fiscale che gli fosse rimasto e lo consegna a un 2027 di completa e sfrenata illegalità regalandogli pure 167 euro. Resta soltanto da chiedersi se la dottoressa antimafia percorra lo stesso sentiero logico anche quando dalla rassegna stampa mattutina passa alle carte di un’inchiesta. <b>Caso vuole che mercoledì, proprio nel giorno in cui il Consiglio dei ministri esentava le utilitarie, il plenum del Csm approvava i criteri dei test psicoattitudinali per i magistrati, e fra i requisiti dell’area cognitiva elencava il “ragionamento analitico” e il “pensiero critico-inferenziale”.</b> <b>L’Anm ha protestato con fermezza.</b> Per fortuna, comunque, i test varranno soltanto per chi entra in magistratura, mentre chi vi siede già da un pezzo resta, tipicamente – chiaramente – idoneo.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Cottarelli approva (con riserva) il taglio del bollo auto: “Bene, ma diventi strutturale”</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>E’ solo propaganda elettorale, come sostengono le opposizioni? Oppure un sollievo per gli italiani, come rispondono dalla maggioranza? “Non giudico le intenzioni, non seguo queste polemiche. Ma in linea di massima penso che l’esenzione sul bollo delle auto sia positiva”, dice al Foglio Carlo Cottarelli. “Io sono favorevole a ridurre tutte le tasse e anche il numero dei balzelli, burocratici e non, che fanno perdere tempo”. Le incognite però non mancano: “Ci vogliono coperture strutturali. Per ora, al di là degli annunci, parliamo di un taglio che dura soltanto un anno”. E non mancano nemmeno le polemiche. Tanto che, mentre l’economista della Cattolica di Milano risponde al Foglio, la premier Giorgia Meloni e Matteo Renzi battibeccano sui social.</p><p>Carlo Cottarelli, che fu commissario alla spending review, approva – pur con riserva – l’esenzione sul bollo auto per il 2027, mentre la maggioranza promette che il taglio diventerà strutturale, che si lavora già sulla prossima finanziaria. Bene, ma non benissimo? “Diciamo benino”, sorride l’economista. Il direttore dell’Osservatorio sui Conti pubblici della Cattolica condivide la ratio, meno tasse, alla base della misura. E il metodo? “Il governo ha spiegato che il taglio sarà fatto attraverso coperture un po’ strane”. Sono circa 2,3 miliardi che arrivano dai fondi Pnrr non utilizzati, attraverso cui si cerca di dare una risposta alternativa anche al caro carburanti. La norma, che secondo il Mit di Salvini coinvolgerà oltre 24 milioni di cittadini, ha fatto sorgere qualche preoccupazione tra i presidenti di regione, in particolare tra quelli di centrosinistra. Dice Cottarelli: “Si tratta di risparmi relativi a spese di investimento, risorse che avrebbero dovuto appunto essere investite in altro modo. Così non è stato e ora si usano invece per tagliare le tasse. Ma – continua l’economista – per il momento va bene così, anche perché oggi la pressione fiscale è al massimo. Spero ci sia un seguito. Mi sembra che il governo abbia detto che nella legge di Bilancio ci saranno coperture permanenti. Vedremo”. Toccherà aspettare ancora qualche settimana per capire davvero come andrà a finire.</p><p>Intanto, inevitabile, è subito partita la baruffa politica tra destra e sinistra su un provvedimento che nel 2008 fu proposto da Silvio Berlusconi, e poi rilanciato dallo stesso Cav. pure in anni più recenti. Il taglio del bollo del resto ha estimatori anche nel campo progressista – senza contare le difficoltà anche a livello comunicativo di opporsi a una misura di questo tipo. Filippo Sensi, siamo in quota riformista nel Pd, lo ha detto senza girarci troppo intorno, facendosi interprete di un pensiero che in realtà appartiene a più di uno nell’opposizione. “Sul bollo, poche storie. L’ha presa. Ha fatto bene. A noi di fare meglio”, ha affermato il senatore. A pensarla in modo simile c’è anche Matteo Renzi, secondo cui l’esenzione “è una buona idea, non critico mai chi taglia le tasse”. Il leader di Iv del resto, da presidente del Consiglio, aveva pensato pure lui a un provvedimento analogo. E ieri ha ricordato quando Meloni gli dava “del venditore di pentole” per certe sue proposte, ricevendo a stretto giro la risposta piccata della premier: “Oggi hai scoperto la differenza tra annunciare e realizzare”. Uno scontro che ha certo il sapore della campagna elettorale, sempre più vicina, ma che dimostra anche come alcune mosse – che rispondono anche, inevitabilmente a una logica di consenso – in fondo possano arrivare da questa o dall’altra parte. Secondo Cottarelli l’esenzione del bollo è di destra o di sinistra? Oppure è bipartisan? “Mi sembra che la maggioranza sia favorevole. L’opposizione è invece contraria, semmai saranno loro a dire se è bipartisan. Ma in questo momento – conclude – direi proprio di no”.</p>]]></description>
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				<title>Salvini vs Crosetto. Nuovo strappo su Strade sicure. E ora la Lega minaccia di boicottare anche il piano contro le ingerenze russe</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Luca Roberto</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si muove su delicate questioni estere ma nel frattempo deve fare i conti con le rimostranze leghiste. Ieri il ministro della Difesa&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guido-crosetto_431" target="_blank">Guido Crosetto</a>&nbsp;ha annunciato che per garantire il passaggio delle navi italiane nello Stretto di Bab el Mandeb non bisognerà aspettare la missione europea Aspides. Se ne occuperà la Marina. E’ quasi un riparo dalle tensioni con Salvini, irritato dallo slittamento del voto per ampliare la missione “Strade sicure” che voleva annunciare a Pontida. <b>Così, in mezzo ai “proficui scambi di idee” con i “nordisti” (ieri), il vicepremier medita pure di ostacolare il “patto contro le ingerenze russe” proposto da Crosetto.</b></p><p>Non sono certo una novità, le turbolenze tra Crosetto e la Lega. E questa volta nemmeno c’entra più di tanto il ministro della Difesa col rinvio del voto sulla risoluzione presentata dal Carroccio in commissione Difesa alla Camera per aumentare il contingente di militari impegnati in “Strade sicure”. Accordato dal presidente della commissione, il forzista (ex leghista) Nino Minardo, che ha tenuto conto delle titubanze espresse soprattutto da Fratelli d’Italia (ma anche da altri pezzi di maggioranza). Salvini comunque ha detto di essere “dispiaciuto che in maggioranza non tutti abbiano il nostro stesso senso di urgenza”. Solo qualche giorno fa il titolare della Difesa era intervenuto per ribadire come di “Strade sicure” ne fosse il coideatore, quando era sottosegretario ai tempi di La Russa ministro. E però al contempo specificando che “se si vuole mettere subito in campo i militari, basta che non sia per motivi solo ‘estetici’, per far vedere qualche mimetica per strada. Se poi li si vuole operativi e, come chiedono alcuni, si vogliono le forze speciali nelle zone a rischio delle città, al fianco delle forze di polizia, basta renderlo legalmente possibile”. Ed è proprio questo passaggio che in realtà evidenzia tutte le distanze tra le parti. Perché è stato sempre Crosetto ad aggiungere: “Più che una risoluzione si acceleri il disegno di riordino della Difesa e si inseriscano le norme che si ritengono utili a contrastare una criminalità sempre più odiosa”. Il riferimento è al ddl presentato dal ministro di FdI lo scorso 5 agosto in Consiglio dei ministri. Una norma che prevede l’estensione degli organici delle forze dell’ordine fino a 40 mila unità in più, che nel frattempo ha ottenuto la bollinatura della Ragioneria dello stato. E che però deve ancora essere “incardinato” nella competente commissione a Montecitorio. C’è poi la questione russa a rappresentare un ulteriore fronte di apprensione. <b>Perché mentre Salvini continua a incontrare l’ambasciatore russo in Italia Paramonov e le aziende russe, Crosetto sul Messaggero lancia un “patto contro le ingerenze russe” che ricalca i moniti lanciati da von der Leyen a livello europeo. Patto che nei gruppi parlamentari della Lega non è stato accolto con troppo entusiasmo. Del resto la linea ufficiale di Salvini è pur sempre quella che “alcune cancellerie europee vogliono aumentare la russofobia”. E questo nuovo intervento secondo la Lega potrebbe essere visto come un modo per alimentare sentimenti “anti russi”</b>. Meloni a tal proposito, in visita in Norvegia, ha detto che “Putin provoca per spostare le attenzioni dal campo. Non dobbiamo reagire”. Rilanciando l’ipotesi di un inviato europeo in Ucraina.</p><p>Fatto sta che mentre cresce il rammarico per non aver potuto rivendicare, dal palco di Pontida, una misura di stampo securitario, ieri il segretario della Lega ha cercato almeno di assicurarsi un raduno che scorra via senza strappi plateali. Così dopo l’incontro della settimana scorsa a casa sua a Roma, ha visto a Milano Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Luca Zaia e Maurizio Fugatti. Un “proficuo scambio di idee” di un’ora e mezza “sui principali temi di attualità e di interesse dei cittadini: dalla situazione economica di famiglie e imprese al taglio del bollo auto, dall’impegno su autonomia e federalismo ai temi della sicurezza”, si legge in una nota. Secondo cui “la volontà comune è quella di rafforzare e far crescere la Lega, valorizzando ancora di più il ruolo degli amministratori e dei territori”. In sostanza: per non ora non è cambiato nulla.&nbsp;Anche se il clima pure dai nordisti viene descritto come “molto buono”.</p>]]></description>
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				<title>Tajani contro “i disertori”. Lo scontro con Zangrillo</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>E’ Tajani o Virginia Libero? <b>Era il leader dei  moderati e ora parla come un pro Pal dei Gd. Va a Napoli, alla riunione della segreteria regionale di FI, e attacca i “disertori”.</b> Chi sarebbero? Ce l’ha con Paolo Zangrillo, il ministro che lo ha&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/20/news/zangrillo-fi-il-piano-per-la-sburocratizzazione-io-sorpreso-tajani-doveva-coinvolgermi-vivo-con-sofferenza-i-congressi--405197" target="_blank">criticato sul Foglio</a>, il ministro che Meloni si coccola, ma che per Tajani è un sabotatore. Dice il Tajani, in versione Gd, che “chi trama contro il partito è un disertore”. Da quando Tony Tajani usa queste parole? <b>Aggiunge che “ci sono sbruffoni che pensano di contare, perché come in una carriera professionale, si sentono raccomandati da questo o quello. Il dibattito si fa nel partito, ad andare sui giornali si fa un danno al partito”.&nbsp;</b><b></b>Sono parole di chi è stato giornalista, con Montanelli, inviato all’estero, uno che i giornali dovrebbe amarli sempre, ancora di più quando danno spazio alle idee avverse. Restituiteci il vecchio Tony, perché l’ultimo somiglia a Salvini che ama il Cremlino, Salvinov, ai leader che sognano le purghe. Meglio Tony Ballerino che questo  Tony censurino.</p>]]></description>
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			</channel>
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