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		<title>Politica</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 16:48:16 +0200</pubDate>
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				<title>Exit poll: De Luca a valanga a Salerno. A Venezia avanti il centrodestra. I risultati delle elezioni comunali</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 14:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Si sono chiuse le urne nei 750 i comuni, di cui 18 capoluoghi di provincia, in cui si è votato domenica e lunedì.</b> L'affluenza è in leggero calo ovunque. Alle precedenti elezioni amministrative, quelle del settembre 2020, alle 15 di lunedì erano andati a votare il 64,9 per cento degli aventi diritto, mentre alle 15 di oggi si è recato alle urne il 60 per cento di chi poteva votare. Un calo più significativo al nord rispetto al sud.</p><p>Le sfide più interessanti sono a <b>Venezia</b>, dove il candidato del centrodestra <b>Simone Venturini</b>, secondo i primi Exit poll di Opinio per la Rai, è avanti sul candidato del campo largo Andrea Martella, e a <b>Salerno</b>, dove <b>Vincenzo De Luca</b> sfida tutti. E, stando ai primi exit poll, lo fa vincendo a valanga, con una forbice di voti compresa tra il 56 e il 60 per cento, staccando di molto Gherardo Maria Marenghi, candidato del centrodestra, e Franco Massimo Lanocita, candidato di M5s e Avs, entrambi compresi in una forbice di voti tra il 14 e il 18 per cento. A <b>Prato</b>&nbsp;sembra un test riuscito per il Pd dopo il commissariamento:&nbsp;Matteo Biffoni, candidato del campo largo, sempre secondo il Consorzio Opinio, è al 49,5-53,5, mentre il candidato del centrodestra Gianluca Banchelli è al 26-30 per cento. Ad&nbsp;<b>Arezzo</b> e <b>Pistoia</b>, la destra deve dimostrare che il suo radicamento nelle ex zone rosse non è stato un incidente. Nel primo dei due comuni il candidato di FdI, Lega e Forza Italia Marcello Comanducci è in effetti avanti (gli exit di Opinio lo danno tra il 41,5 e il 45,5), non abbastanza però da evitare il ballottaggio.&nbsp;<b>A Chieti</b>&nbsp;e&nbsp;<b>Avellino</b>&nbsp;le divisioni del centrodestra possono regalare al campo largo una possibilità inattesa. E in effetti nel capoluogo abbruzese il candidato del campo largo Legnini è, secondo gli exit poll, avanti con una forbice compresa tra il 46 e il 50 per cento.&nbsp;Infine ci sono le due città dello Stretto.&nbsp;<b>Reggio Calabria</b>, dove il candidato di centrodestra Francesco Canizzaro è prossimo a strappare il comune al centrosinistra. Secondo i primi exit poll è avanti con una forbice di preferenze comprese tra il 64 e il 68 per cento. Mentre a <b>Messina</b> continua a comandare Cateno De Luca, il suo fedelissimo Federico Basile, il già sindaco di Sud chiama Nord, viaggia spedito verso la riconferma, surclassando i candidati di centrodestra e centrosinistra.</p><h2>Il vantaggio celeste di Cannizzaro a Reggio Calabria</h2><p>Dietro il vantaggio di Francesco Cannizzaro (detto Ciccio) a Reggio Calabria potrebbe esserci stato il supporto di qualcuno di importante. “Con l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione, risorgerà. Reggio risorgerà. Viva Reggio, viva i reggini, che Dio vi benedica!”, aveva detto il deputato di Forza Italia durante l’apertura della sua campagna elettorale, lo scorso 26 aprile in piazza De Nava. Neanche a dirlo, la clip del comizio-invocazione è diventata virale sui social network, attirandosi anche qualche critica. La risposta di Cannizzaro, in un evento pubblico di qualche giorno dopo, non si è fatta attendere: “Io ho evocato Dio e la Madonna, continuerò a farlo. Che dovevo fare? Evocare Satana? Di certo non evoco i morti per farli votare”.</p><h2>A Messina comanda l'altro De Luca</h2><p>Né a destra, né a sinistra. Quello di Messina è "un risultato eclatante. Ha vinto un monocolore. Unico caso di monocolore civico e autonomista. Per la terza volta riusciamo a vincere: nel 2018 e nelle due successive sindacature di Federico Basile. A Messina e negli altri Comuni gli altri sono scesi invece con coalizioni", ha festeggiato il leader di Sud chiama Nord, Cateno De Luca, commentando i dati dell'uscente Federico Basile, suo fedelissimo, che si era dimesso con un anno di anticipo per contrasti insuperabili con il Consiglio comunale. "Abbiamo spaccato il centrodestra. Stiamo scrivendo una bella pagina di storia", ha proseguito De Luca, già primo cittadino di Messina tra il 2018 e il 2022, che per la nuova tornata ha deciso di schierare oltre mille candidati, di cui 468 al consiglio comunale – con 15 liste depositate e più di 500 candidati alle circoscrizioni. La prima proiezione ha dato il primo cittadino uscente al 53 per cento e la legge elettorale siciliana prevede che non occorra il ballottaggio se si ottiene almeno il 40 per cento al primo turno.</p><h2>Dove nessuno la spunterà al primo turno</h2><p>Secondo i primi exit poll, sia ad Arezzo che a Chieti nessuno dei candidati sindaci ha superato il 50 per cento e quindi si andrà al ballottaggio che è previsto per il 7 e 8 giugno. Nel capoluogo toscano, storica roccaforte rossa che la destra ha conquistato sei anni fa, gli exit poll danno Marcello Comanducci, candidato di una coalizione composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati, a una forbice compresa tra il 41,5 e il 45,5 per cento. Invece quello del campo larghissimo, Vincenzo Ceccarelli, sostenuto dal Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Casa Riformista è, sempre secondo gli exit poll, tra il 32 e il 36 per cento.</p><p>Nel capoluogo abruzzese, invece, gli exit poll danno in testa il centrosinistra con Giovanni Legnini, appoggiato anche questa volta da tutto il campo largo, Pd, M5s Avs e Chieti Viva, con una percentuale compresa tra il 46 e il 50 per cento. Il vantaggio di Legnini è anche dovuto alle divisioni dell’altro schieramento: Fratelli d’Italia e Forza Italia da una parte e la Lega dall’altra. Infatti i partiti di Meloni e Tajani hanno deciso di sostenere l’avvocato Cristiano Sicari, che ora è dato tra il 22 e il 26, mentre Salvini ha deciso di presentare un candidato autonomo, Mario Colantonio, ex assessore comunale, insieme all’Udc.</p>]]></description>
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				<title>Riaperti i seggi, per le amministrative si vota fino alla 15. Affluenza in calo</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 08:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>I seggi per votare alle elezioni amministrative che coinvolgono i cittadini di&nbsp;quasi 750 Comuni e 18 capoluoghi sono stati riaperti alle 7 di questa mattina e rimarranno aperti fino alle 15.&nbsp;Subito dopo il via allo spoglio. Si tratta dell'ultimo grande appuntamento elettorale prima delle politiche del prossimo anno.</p><p>L'affluenza è in leggero calo ovunque. Alle precedenti elezioni amministrative, quelle del settembre 2020, alle 23 della domenica erano andati a votare il&nbsp;50,20 per cento degli aventi diritto, mentre alle 23 di ieri si erano recati alle urne il&nbsp;46,31 per cento di chi poteva votare. Un calo più significativo al Nord rispetto al Sud. A sorprendere è la contrazione del voto in Emilia Romagna (dove si votava a Bondeno, Canossa, Cervia, Comacchio, Faenza, Ferrere, Imola, Luzzara, Mondaino, Montese, Morciano di Romagna, Palanzano, Pellegrino Parmense, Pontenure, Verghereto, Vignola) passata dal 51,9 per cento del 2020 al 41,2 di ieri.</p><p>&nbsp; &nbsp;</p><p>Per approfondire</p>]]></description>
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				<title>Le amministrative offrono il primo indizio sulle vere tempistiche del voto</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 15:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>I tempi cambiano, anche al governo. C'è stato un momento, un istante, in cui il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-ai/2026/05/09/news/meloni-ha-perso-il-controllo-della-scena-perche-il-voto-anticipato-puo-convenirle--389481">era tentata dal mollare tutto e andare a votare</a>. Subito, senza chiacchiere, senza aspettare neppure il cinque settembre, il famoso giorno cerchiato di rosso sul calendario della premier, dopo il quale il suo governo diventerà il più longevo della storia della Repubblica. C'è stato un altro momento, per qualche giorno, in cui a Palazzo Chigi si è pensato di aprire una crisi a luglio, per votare a ottobre, ed evitare di doversi intestare una manovra con qualche lacrima e un po' di sangue. C'è stato un momento, poi, in cui i consiglieri di Meloni hanno suggerito di aspettare un po', di arrivare in primavera, di anticipare di qualche mese le elezioni, che in modo naturale cadrebbero a settembre 2027, e votare tutto insieme: amministrative e politiche. È arrivato il momento in cui, nel giro della premier, c'è un'altra tendenza che si sta facendo strada, prevalente, che è quella più semplice: le cose vanno così male, o quanto meno non così bene come si poteva sperare mesi fa, che tanto vale prendersi tutto il tempo necessario, andare a votare a scadenza naturale e provare a usare i prossimo sedici mesi di governo per provare a indebolire gli avversari e giocarsi una chance per non perdere le elezioni. Funzionerà? Le amministrative che si celebrano questo fine settimane ci aiuteranno a capire qualcosa di più sulle tempistiche del voto più importante. E più il centrodestra sarà in difficoltà più, paradossalmente, la tentazione di aspettare e di inventarsi qualcosa per interrompere la caduta potrebbe portare a votare con calma.</p><p>&nbsp; &nbsp; &nbsp;</p><p>&nbsp; Quello che avete letto&nbsp;è un estratto dalla newsletter del&nbsp;direttore Claudio Cerasa, La Situa.&nbsp;<a href="https://lab.ilfoglio.it/newsletter.html?_gl=1*1la6i0z*_ga*MTM1ODEyMjYzNS4xNzAwMjIwNTg1*_ga_YHSEY9805R*czE3NzIxOTkxOTgkbzE3NTckZzEkdDE3NzIyMDA5MzQkajU1JGwwJGg0NTY2NDExMDU.*_ga_XP8XWMTXKK*czE3NzIyMDAzMzQkbzI1NCRnMSR0MTc3MjIwMDkzMyRqNTYkbDAkaDA." target="_blank">Potete iscrivervi&nbsp;qui, è semplice, è gratis.</a></p>]]></description>
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				<title>Majorino usa i sondaggi, Calabresi gioca in penombra. La lunga vigilia delle primarie milanesi</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Fabio Massa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ognuno ha la sua agenda, in questo incredibile anticipo di campagna elettorale a Milano. La stagione delle polemiche e delle liti è cominciata davvero troppo presto. L’azione amministrativa ha frenato bruscamente dopo le Olimpiadi, impiccata su mozioni come quella dei Verdi per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/19/news/milano-non-abbandona-tel-aviv--399155">rompere il gemellaggio con Tel Aviv</a>, alla fine bocciata e priva di rilevanza per la vita dei milanesi. E quando l’azione amministrativa si diluisce, si concentra la strategia politica. In questa ultima settimana, e nelle prossime due, è una durissima battaglia di posizionamenti.<b> Parte Pierfrancesco Majorino, con la diffusione di un sondaggio che lo dà davanti a Mario Calabresi nelle primarie e stra-vincente contro chiunque nel centrodestra. </b>Al netto della rilevazione, commissionato dalla sua agenzia di comunicazione, la Bovindo di Edoardo Caprino e diffusa da YouTrend, la domanda da farsi non è se i numeri siano buoni o cattivi, veri o falsi. Sono sondaggi, e come tali registrano un po’ di sentiment generale, un anno prima del voto. Il punto è che come insegnava Berlusconi i sondaggi servono a trasmettere messaggi. Quelli di Pierfrancesco Majorino sono due. Entrambi rivolti al proprio partito. Il primo dato, cioè che Majorino vince alle elezioni contro chiunque del centrodestra – e non di poco – serve a smontare l’idea che con un politico di carriera, con idee non proprio moderate ma con una lunga militanza fatta di accordi anche con i moderati, non si può vincere. Per farla breve: serve a distruggere il claim dei nemici interni, “con Majorino si vincono le primarie e si perdono le elezioni”. E incoraggia, come positivo effetto collaterale per lo stesso Majo, la candidatura di Maurizio Lupi: a politico si contrappone politico, e via andare. Il secondo dato è invece per le consorterie elettorali interne, quelle che servono per vincere le primarie. Il messaggio è alle correnti: io ci sono, e sono vincente. Mettetevi con me, perché non è vero che Mario Calabresi è il più forte e attrattivo. Opportunamente il sondaggio non testa, o non rende noti, due dati: cioè la forza dei singoli candidati alle primarie (quanto vale Anna Scavuzzo? Ed Emmanuel Conte? E Lorenzo Pacini?) né quanto prenderebbe Calabresi se fosse lui il candidato sindaco&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/19/news/milano-non-abbandona-tel-aviv--399155">contro un Maurizio Lupi</a>. Che poi è il dato vero per giudicare la forza delle due candidature.</p><p>Altro candidato (in pectore), altra strategia. Il gioco del silenzio, potremmo chiamarlo. O meglio, dell’accendere la luce cercando di rimanere in penombra. Roba difficile, se non riesci a dosare il messaggio alla perfezione. E’ il caso di Mario Calabresi. Il quale sa che se iniziasse a parlare di politica cittadina dritto per dritto, prendendo posizione su uno qualunque dei casi di attualità, innescherebbe la miccia, dello scontro con gli altri ma soprattutto della costruzione di un gruppo per le prossime primarie. Un gruppo che andrebbe autocostituendosi, progettando, creando cose. Ma è troppo presto. Senza sapere se e come ci saranno le primarie, se ci saranno le primarie nazionali e in che forma, e quando ci saranno le politiche, è un salto nel buio. <b>Meglio cercare di dire e non dire, nell’ardua impresa di non uscire dalla partita ma di non entrare in campo a giocare con gli altri che invece stanno già là, a palleggiare.</b></p><p>Altra candidata, altra agenda. Anna Scavuzzo, la vicesindaca. Sta marcando, pezzettino per pezzettino, la propria distanza dal sindaco. Ma continua a gestire la grana dell’Urbanistica e sa che sta per arrivare una sentenza che sarà assolutamente impattante sulla politica cittadina. Quella su Torre Milano. Tutti gli operatori la attendono come la Madonna Pellegrina (o meglio l’Angelo Sterminatore) che dà la direzione alla processione di ricorsi e cause e sequestri. Potrebbe davvero essere un momento decisivo, che cambia il corso dell’azione amministrativa ma anche quello della discussione sull’Urbanistica cittadina. Cosa farebbe Scavuzzo se le cose dovessero andare male? Segnerebbe una cesura? Oppure continuerebbe a combattere? E come può Scavuzzo pensare a un proprio percorso senza considerare le coordinate del posizionamento di Mario Calabresi, che per ora sta a bordo campo, facendo un passo dentro e uno fuori?</p><p>Infine, in fase di costruzione sotto traccia, c’è il candidato o la candidata di sinistra. Che quando ha letto le percentuali della forza di Avs dal sondaggio di Majorino non ha potuto che gioire: seconda forza del centrosinistra. Dunque, decisiva. Molto più decisiva dei moderati, frammentati e balcanizzati. Chi potrà incarnare questa proposta? Francesca Cucchiara, mattatrice della mozione su Tel Aviv, è la più indiziata. Ma pure Lorenzo Pacini, stesso profilo, però interno al Pd, può essere quella figura di raccordo tra i due mondi. E perché no, Gianni Barbacetto per qualcuno che stia fuori dai due partiti, e che magari vada a corteggiare un Movimento 5 stelle che ad oggi è organico al centrosinistra. <b>Il problema dell’agenda di sinistra-sinistra è che ci sono troppi interpreti ma i voti sono sempre quelli (tra il 10 e il 15 per cento).</b> A chiudere, Emmanuel Conte. Che ha una strategia davvero anti elettorale: lavora. Come un pazzo, sulle proposte per la casa, sul demanio, sul bilancio. Fa dell’efficacia amministrativa il proprio spot primario. Conquista palchi per esprimere idee: in questo gioco di consorterie, la strategia pare aliena. Ma chissà, magari la differenziazione con quello che fanno gli altri potrebbe anche premiare.</p>]]></description>
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				<title>Guida minima per capire chi potrà dire di aver vinto le amministrative</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:06:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>La tentazione, guardando&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/amministrative-2026-novecento-comuni-al-voto-e-i-casi-di-venezia-salerno-e-vigevano--399334" target="_blank">le amministrative del fine settimana</a>, è dire: <b>tutto si decide a Venezia.</b> E in parte è vero. Venezia è la città più importante, la copertina nazionale, il laboratorio più visibile, la sfida in cui il centrosinistra sogna di chiudere il ciclo Brugnaro e il centrodestra prova a dimostrare che la stagione civica nata nel 2015 non è stata una parentesi. Ma il voto nei diciotto capoluoghi di provincia (15 nelle regioni a statuto ordinario e tre in Sicilia, in tutto sono coinvolti 744 comuni,  totale di 6,4 milioni di elettori) dice qualcosa di più interessante:<b> racconta lo stato reale delle coalizioni  quando devono smettere di fare dichiarazioni e  scegliere compromessi. Il primo dato è che il centrosinistra arriva unito, sì, ma spesso  a fatica.</b></p><p>La formula del campo largo esiste, e in molte città funziona. Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza verdi e sinistra, civiche e Italia viva si ritrovano insieme più spesso di quanto accadesse qualche anno fa. <b>Questa è una novità politica non piccola. Il Movimento 5 Stelle, che per anni ha costruito la propria identità sull’incompatibilità con i partiti tradizionali, ormai accetta con crescente naturalezza di stare in coalizioni guidate o partecipate dal Pd.</b> E Italia viva, che dopo la rottura con il Pd sembrava destinata a essere una forza strutturalmente laterale, è diventata quasi una presenza costante del campo largo: non sempre con il simbolo, non sempre in posizione dominante, ma quasi sempre dentro l’area riformista che accompagna il centrosinistra. Naturalmente questa unità non è una fusione. E’ una convivenza. In alcune città il campo largo c’è davvero; in altre è un campo allargabile; in altre ancora è un campo rattoppato. La differenza è decisiva. <b>Un conto è presentarsi uniti perché si condivide un progetto urbano, un conto è farlo perché l’aritmetica del ballottaggio lo impone.</b> Venezia, Prato, Fermo, Chieti, Avellino sono prove diverse dello stesso esperimento: il centrosinistra può essere competitivo solo se riesce a sommare culture politiche che fino a ieri si guardavano con sospetto. Ma la somma, da sola, non basta. Serve un candidato credibile, serve un’agenda, serve la sensazione che non si tratti solo di un cartello elettorale contro la destra.</p><p><b>Il centrodestra, al contrario, si presenta mediamente più compatto.</b> E’ il vantaggio naturale di una coalizione che governa insieme a livello nazionale e che, alle amministrative, conosce meglio l’arte della disciplina. Ma anche qui il quadro è meno granitico di quanto sembri. A Chieti e Avellino le divisioni sono reali, con pezzi della coalizione che corrono separati. A Fermo, Forza Italia si muove fuori dallo schema principale. A Crotone, l’unità c’è, ma passa attraverso liste civiche e presenze meno esposte. <b>Sono scricchiolii, non terremoti.</b> Però servono a ricordare che anche il centrodestra, quando scende sui territori, non è un monolite: è una coalizione di partiti con ambizioni diverse, classi dirigenti locali gelose, rapporti di forza da ridefinire.</p><p>Poi c’è il centro. E qui il caso più interessante è Azione. Carlo Calenda ha scelto una linea che si può descrivere in due modi. Il primo, più nobile: autonomia. Azione decide città per città, candidato per candidato, senza farsi arruolare né dalla destra né dalla sinistra. Il secondo, meno nobile: i due forni. <b>A Venezia e Reggio Calabria sta con candidati di centrodestra; a Chieti e Andria con il centrosinistra; altrove prova soluzioni autonome o terzopoliste. Il problema non è la libertà di scelta, che per un partito centrista è persino fisiologica.</b> Il problema è la leggibilità. Se l’elettore non capisce qual è il criterio, l’autonomia rischia di sembrare ambiguità. E Venezia, da questo punto di vista, è la prova più delicata: nella città più importante, Azione poteva provare a imporre un’agenda liberale su turismo, residenza, Porto, Mose, industria culturale, terraferma. Scegliendo il candidato del centrodestra, rischia invece di essere percepita più come stampella che come motore, specie se il centrodestra dovesse perdere la sfida.</p><p>Oltre Venezia, le città da guardare sono almeno cinque. <b>Reggio Calabria</b>, perché è la partita che il centrodestra vuole strappare al centrosinistra e perché misura il peso di Forza Italia nel Sud. <b>Salerno</b>, perché lì non si vota semplicemente per un sindaco ma per capire se il deluchismo è ancora più forte dei partiti che lo hanno accompagnato e poi subìto. <b>Prato</b>, perché il centrosinistra prova a ricostruire credibilità dopo il trauma del commissariamento e perché la città è un concentrato di temi nazionali: lavoro, immigrazione, sicurezza, distretto produttivo. <b>Chieti</b> e <b>Avellino</b>, perché sono i due luoghi in cui le divisioni del centrodestra possono regalare al campo largo una possibilità inattesa. E poi ci sono Arezzo e Pistoia, dove la destra deve dimostrare che il suo radicamento nelle ex zone rosse non è stato un incidente.</p><p>Il voto, dunque, non dirà solo chi vince e chi perde. <b>Dirà chi è più capace di allargarsi senza snaturarsi. Il centrosinistra deve dimostrare che il campo largo non è solo una formula romana buona per i comunicati.</b> Il centrodestra deve dimostrare che la compattezza nazionale regge anche davanti alle ambizioni locali. Il centro deve dimostrare che non è un taxi che porta voti ora di qua ora di là, ma una forza che cambia l’agenda. Venezia sarà il titolo. Ma il vero articolo lo scriveranno tutte le altre città.</p>]]></description>
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				<title>Renzi: &quot;Meloni è arrabbiata? Missione compiuta. Il suo problema è Matteo Ciuf Ciuf Salvini, non io&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. Senatore Matteo Renzi, con la campagna Quando c’era lei si dice abbia mandato in collera Giorgia Meloni che però poi ha smentito con una  lettera alla Stampa. Ma che è successo? “Tanto per cominciare, la campagna Quando c’era lei è un bellissimo lavoro delle giovani menti creative di Italia Viva, che hanno fatto un capolavoro”. Non c’è dubbio. “Ciò premesso, la furia del governo ha reso questo capolavoro ancora più bello”. Quindi si sono arrabbiati sul serio? “Naturalmente! E non potevano farci regalo migliore. Hanno rilanciato la campagna. Hanno fatto capire che la verità fa male. Si sono fatti il più classico degli autogol”. E lei è al settimo cielo. Però Meloni sembrava serena, in quella lettera. Persino sportiva. “Giorgia Meloni non poteva che fare la sportiva alla fine”.&nbsp;</p><p>Senatore Renzi, quella di Meloni è perciò dissimulazione onesta? “Guardi, io penso che lei sinceramente apprezzi la comunicazione politica quando funziona. E lei per prima sa che tocchiamo i nodi scoperti di questo governo. I treni sono davvero in ritardo, gli stipendi reali sono davvero più bassi, il debito è davvero aumentato, i giovani stanno davvero andandosene. Noi non le diciamo che è fascista. Le diciamo che non è capace. Più sfascista che fascista. Ma lo facciamo con un gioco comunicativo che le fa male”. ⁠I retroscena parlano di telefonate furiose con Stefano Donnarumma, l’ad del gruppo FS. Non è che con questa campagna, e con i manifesti che tappezzano le stazioni, Italia viva si metterà contro persino le Ferrovie dello stato? “No. Io non ho niente contro Donnarumma né contro le Ferrovie. Al massimo il problema di questo paese si chiama Matteo Ciuf Ciuf Salvini. Giorgia dovrebbe prendersela con quel Matteo lì per i trasporti e con Matteo Piantedosi per la sicurezza. Invece sfoga la sua rabbia contro il Matteo sbagliato”. Si sfoga contro Matteo Renzi, l’ex premier. Quando il suo guaio più imponente è Matteo Salvini, vicepremier. “La prego. Non sia ingenerosa verso  Urso o  Tajani. Sul podio ci stanno anche loro. E mi sembrerebbe indelicato tener fuori uno come  Giuli dalle prime posizioni. Ma certo. In questo governo la gara a fa chi peggio tocca vette altissime”.</p><p>Che previsione ci offre? Chi la dura la vince o Meloni cade? Sente inchieste nell’aria? “Ma no. Intanto dobbiamo smettere di pensare che i governi cadano per le inchieste. Guai a chi pensasse di sconfiggere la Meloni sul piano giudiziario. Sono i salari che la inchiodano al proprio fallimento, le liste d’attesa, l’insicurezza, il debito pubblico. Va battuta sulla vita quotidiana, non sulle indagini. E comunque penso che lei cercherà di resistere abbarbicata alla poltrona fino all’ultimo istante utile. Lei dice di puntare al record di longevità ma in realtà è terrorizzata dal vuoto che le si aprirà un minuto dopo la fine”. Intanto fa i conti coi famosi aghi della bilancia. Ieri il suo ex ministro Carlo Calenda ha detto al Foglio che lui resterà dov’è  perché, tanto destra quanto a sinistra, son tutte pippe. Anche Schlein, per lui, è una pippa. Lei che ne pensa? “Calenda insulta tutti. E’ il suo stile – se così si può dire – comunicativo. Tutti i  politici sono pippe per lui? In generale per fare paragoni bisogna conoscere almeno uno dei termini del paragone e sicuramente Carlo non conosce la politica”. Ohibò. “Sì. E’ che proprio non la sa leggere, è più forte di lui. Quanto a Elly: non è la mia leader, è uscita dal Pd contro di me dieci anni fa, non condivido tutte le sue idee ma riconosco che ha un progetto, lo sta portando avanti ed è una persona seria”. Cosa consiglia a Calenda? “Posso consigliargli al massimo una tisana”. E ai Cinque stelle? Sa, c’è Chiara Appendino che di lei proprio non si fida... “Appendino pensa di ritagliarsi un ruolo nella battaglia interna ai 5s parlando di me. Non so se le porterà consensi interni e non è un mio problema. Io la dico così: se parliamo di passato possiamo discutere di tutto”. Cioè? “Io ho fatto nascere il governo Conte II e questo ha fatto bene al Movimento...”. Lei l’ha fatto e disfatto, senatore. “Io ho fatto nascere il governo Draghi e questo ha fatto male al Movimento”. Appunto. “A ogni modo, qualsiasi cosa abbia fatto, l’ho fatta come logica conseguenza di una visione politica. Oggi il problema è Giorgia Meloni. Se noi ci dividiamo lei rivince le elezioni e si prende tutto, dal Quirinale alla Corte Costituzionale. Se noi siamo uniti, lei perde. E il centrosinistra evita un sovranista al posto di Mattarella. E magari manda qualcuno di capace ai Trasporti o allo Sviluppo economico. La partita è tutta qui. Io non romperò il centrosinistra”. ⁠</p><p>Perché pensa, come ha detto ieri, che Schlein sia meglio di Conte? “Se ci sono primarie io voterò per il candidato di Casa Riformista. In un eventuale ballottaggio tra Conte e Schlein, voterò Schlein. Come vede. non ho problemi a esporti su tutto, ma siccome non è nemmeno detto  ci siano primarie il tema mi pare leggermente prematuro”. ⁠Uno sguardo sulla politica estera: Israele, Flotilla, Ben-Gvir. In cosa cambia, se cambia, il nostro rapporto con Tel Aviv? “Sono stato alla Knesset dieci anni fa e ho detto parole inequivocabili a nome dell’Italia. Israele ha il diritto di esistere e anzi ha il dovere di esistere. Ho chiesto di andare nella direzione dei due popoli, due stati. Ho domandato pace per Gerusalemme. Dieci anni dopo, per me,  nulla è cambiato. Ma molto è cambiato nel governo di Tel Aviv, purtroppo. Per la causa israeliana Ben-Gvir fa più danni dei nemici del popolo ebraico. Triste dirlo, ma è così”. Come dovrebbe muoversi l’Italia? “Ecco, sarebbe bello se l’Italia prendesse un’iniziativa di pace, ora. Ma dove vogliamo andare se alla Farnesina abbiamo Tajani, che si occupa più dell’alta velocità a Frosinone che dello stretto di Hormuz?”</p>]]></description>
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				<title>Altro che preferenze. Schlein vuole fare le liste e prepara il ricambio generazionale in Parlamento</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tutti, ufficialmente o “storicamente” per dirla alla Giuseppe Conte, le vogliono. Ma  a sinistra  nessuno alla fine si straccerà le vesti se alle prossime politiche non ci saranno le preferenze. Vale anche per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/elly-schlein_50384" target="_blank">Elly Schlein&nbsp;</a>che avrà (ancora) più potere quando si tratterà di fare le liste. Per questo, col supporto della fidata Marta Bonafoni, continua il suo scouting sui territori, fra amministratori e consiglieri alla ricerca di facce nuove che prendano gli scranni dei parlamentari di vecchio corso:  oltre ai nomi già noti, si va da Valeria Campagna e Riccardo Brezza fino a Sindi Manushi e Tommaso Bori, per citarne alcuni (ma ci torniano). La minoranza riformista  a Roma, va da sé,  ha un’altra ragione per preoccuparsi (o riposizionarsi), mentre a Bruxelles  si registra un’insofferenza sempre più forte da parte di Pina Picierno che sarebbe ormai sempre più vicina a lasciare i dem. “E’ in atto una seria riflessione”, racconta chi ci ha parlato in queste ore. <b>L’addio è   a un passo. Poco male penseranno dalle parti della segretaria, che ieri ha intanto ricevuto la solidarietà (anche) di Giorgia Meloni per “il gravissimo” e “inaccettabile” commento  di un esponente locale della Lega, che s’augurava una strage, come a Modena, al comizio Pd.</b></p><p>Lo scorso weekend Schlein è stata a Frascati per “Esserci”, la scuola nazionale di politica dem che ha radunato oltre 200 giovani. Tra questi anche <b>Valeria Campagna</b>, 28 anni e un profilo che presto potrebbe fare il salto a Roma. E’ consigliera a Latina, componente della direzione nazionale del Pd e vicesegretaria del Pd Lazio. Dove un ruolo centrale lo ha Marta Bonafoni – coordinatrice della segreteria – e fedelissima di Schlein con cui lavora di sponda al rinnovamento. Dopo Frascati, nello stesso fine settimana, Bonafoni (con Giuseppe Provenzano) è stata anche a Verbania dove si teneva un’altra iniziativa di formazione targata Pd, questa volta locale. Tra gli organizzatori c’era <b>Riccardo Brezza</b>, 35 anni, segretario provinciale che potrebbe finire nelle liste per le prossime politiche insieme ad altri nomi già noti: Virginia Libero, la segretaria dei Giovani democratici; Mia Diop, 23 anni e vice di Eugenio Giani in Toscana; Paolo Romano, consigliere regionale in Lombardia, che a ottobre era salpato con la Flotilla e ha già confidenza con le ospitate tv. Dall’Umbria, poi, fari accesi su <b>Tommaso Bori</b>, vicino a Nicola Zingaretti e attuale vicepresidente dell’Umbria, che ha avuto un ruolo nelle vittorie di Stefania Proietti e di Vittoria Ferdinandi a Perugia. A proposito di amministratori: si fa spazio anche <b>Sindi Manushi</b>, che nel 2023, a trent’anni, è stata eletta a Pieve di Cadore: la prima sindaca di origine albanese in Italia, una storia che incarna bene le posizioni del partito in tema di migranti e integrazione.</p><p><b>Da qui, nei progetti del Nazareno, passa il ricambio generazionale per la prossima legislatura. Ma dipenderà anche dalla legge elettorale. Due giorni fa la destra ha aperto a nuove modifiche, a correzioni che vadano incontro alle obiezioni espresse dagli esperti in audizione ma anche dalle opposizioni, “nonostante non si siano seduti al tavolo, e continuino ad attaccarci sui giornali” come ha spiegato al Foglio un dirigente meloniano. Mentre secondo la ministra per le Riforme istituzionali Elisabetta Casellati “la legge si farà”, con l’obiettivo di arrivare alla prima lettura alla Camera entro l’estate</b>. L’opposizione tuttavia non crede all’apertura della destra e ufficialmente mantiene l’Aventino.  Anche in tema di preferenze, come ha ribadito ancora una volta il leader del M5s Giuseppe Conte: con questo impianto – è il ragionamento – è impossibile votare gli emendamenti. Nel frattempo la palla passa a Schlein, che deve destreggiarsi tra varie sensibilità. C’è una quota tra i dem che in fondo vorrebbe trattare. E’ la tesi sostenuta più volte da Dario Franceschini, nella convinzione che la maggioranza proverà ad arrivare fino in fondo e lo farà anche da sola. Un altro esponente di primo piano come Stefano Bonaccini, il presidente del Pd e un tempo a capo della minoranza interna, resta  invece un grande sostenitore delle preferenze. Bisognerà tenerne conto, al di là delle posizioni del M5s, tanto più se davvero i meloniani dovessero presentare un emendamento in questo senso (anche a dispetto di Lega e FI). Dalle parti di Schlein, che ieri era a Trento per il Festival dell’Economia  del Sole 24 Ore e poi a Venezia per la chiusura della campagna elettorale di Andrea Martella, il mantra resta sempre l’unità della coalizione ed è questo che guiderà le prossime mosse. La segretaria va dritta anche a costo di perdere qualche pezzo per strada, non ha fatto drammi dopo l’addio di Marianna Madia e non sembra preoccuparsi nemmeno delle voci intorno a Pina Picierno. L’obiettivo è Palazzo Chigi ed è considerato alla portata sia con l’attuale legge elettorale che con quella che eventualmente arriverà. E’ una sensazione condivisa ormai da molti nel Pd, tanto che alcuni deputati (particolarmente ottimisti) si vedono già sottosegretari – o viceministri: così hanno cominciato pure loro a fare scouting, bussando anche negli uffici dei partiti di centrodestra, a caccia di esperti e tecnici per comporre il futuro staff.</p>]]></description>
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				<title>Giuli vuole Osanna a capo del cinema, amico geniale di Sorrentino, Ozpetek. La nomina è il banco di prova di Meloni</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. La nuova libertà di Alessandro Giuli si misura da questa scelta. Sta per indicare il migliore, Massimo Osanna, ma il “migliore” sarà gradito dalla destra di Meloni? Alfredo Mantovano approva che alla guida del cinema italiano vada un archeologo di fascino che parla in greco antico con Valeria Golino, che trascorre le sue vacanze a Sabaudia con Ferzan Özpetek e Valeria Bruna Tedeschi, sposato a Capri da Paolo Sorrentino, con l’acqua santa di Dario Franceschini? Osanna ha salvato Pompei, le ha restituito vita, è attuale direttore generale musei e sta per essere indicato alla guida del dipartimento per le attività culturali. E’ la prima grande decisione di Giuli, dopo aver sciolto le catene, e deve passare in Cdm. Osanna gestirà fondi per oltre un miliardo di euro. La destra è pronta alla "Magnifica presenza" di Osanna?</p><p>Se come ha spiegato Lollobrigida, in maniera impeccabile, Giuli ha il diritto di scegliere le figure di cui si fida, se l’uscita del capo della segreteria, Emanuele Merlino, in vacanza sul Mar Rosso, è una scelta fisiologica, la destra deve abbracciare Osanna e sostenerlo. La nomina di Osanna è confermata da Giuli, è una sua volontà. E’ sua intenzione promuoverlo da direttore generale dei musei a capo dipartimento e Osanna ha già avuto lodi. Pietro Valsecchi sul Foglio ha scritto che la scelta di Osanna “è una notizia di cui essere fieri” e aggiunto: “Sono certo che saprà ascoltare le richieste di noi che ci occupiamo di Cinema”. Il mandato è fiduciario e decade con il ministro. Giuli ha la necessità di ricostruire il suo ufficio. Ha confermato la sua stima a Valentina Gemignani, capo di gabinetto, e adesso ha individuato in Osanna la figura migliore per sostituire Mario Turetta, capo di dipartimento del Diac, andato in pensione. Il Diac è il cuore del ministero, è il dipartimento che assegna i fondi del cinema (oltre seicento milioni), i fondi Fus (altri 450 milioni). La fama di Osanna come archeologo è indiscutibile. Ha restituito, insieme a Giovanni Nistri, direttore generale del Grande Progetto Pompei, vita nuova dopo i crolli che hanno fatto indignare il mondo e lasciato il testimone al suo allievo Gabriel Zuchtriegel. Osanna è il marito di Gianluca De Marchi, imprenditore, a capo di Urban Vision, una media company che opera nel settore dei restauri sponsorizzati. E’ la grande cartellonistica che fa alzare gli occhi al cielo. De Marchi è polutropos, come scriverebbe Omero. Ha partecipato alla produzione del film di Golino, Miele, ha accompagnato in visita Jeff Bezoz al Colosseo. Osanna e De Marchi si sono sposati nel 2022 a Capri. Li ha uniti Sorrentino e mezzo cinema italiano è sbarcato insieme a Francois Pinault del gruppo Kering a Villa Lysis, la casa del barone Fersen, il tragico poeta che trovava ristoro nell’oppio. De Marchi è anche editore. La sua Urban Vision edita Rolling Stone, la piccola bibbia di cinema e musica. Osanna e De Marchi, al naturale, sono un bellissimo copione di Visconti, sono amanti del bello, delle rovine, leggono i testi di Axel Munthe. In estate affittano a Sabaudia la villa che è stata di Bernardo Bertolucci e la aprono agli amici, ai cineasti, ai produttori e agli attori. Sotto le stelle parlano di letteratura con Golino, Bruni Tedeschi, il produttore Occhipinti. Sono amici di Lilli Gruber, Ginevra Elkann, Isabella Ferrari, e dalla loro casa di Largo Argentina sono passati i ministri e i parlamentari di sinistra mentre  oggi si affacciano quelli di destra. All’ultimo compleanno di De Marchi c’era anche Salvini, il ministro dello screzio con Giuli. La scelta di Giuli ha un riflesso. La destra è pronta a tanta delicatezza, e la sinistra potrà ancora dire che il cinema è in mani inaffidabili? E’ chiaramente una mano tesa a una comunità che Osanna non solo conosce, ma frequenta. E’ un segno di apertura di Giuli a un mondo che la destra ha offeso e trattato in malo modo dopo lo scandalo tax credit, la bocciatura del documentario dedicato a Regeni. E’ una comunità a cui Meloni ha parlato, a viso aperto, quando ha definito il meccanismo del tax credit “scandaloso”. Il cinema italiano, come la politica e le consorti, è prodigo, tanto più quando si imbelletta e va al Festival di Cannes, all’Hotel Gray d’Albion, a quasi mille euro a notte. Quando Giuli porterà il nome di Osanna in Cdm (il prossimo) dal giorno dopo, se approvato, la destra, per coerenza non dovrà più usare la parola amichettismo. Con Osanna è tutto alla luce del sole, fotografato e pubblico. Perché avvisare? Perché la recente storia del ministero è maestra. Se Golino o altri amici di Osanna riceveranno contributi per le loro opere, nessuno potrà usare la malizia. Osanna lascia l’incarico di direttore dei musei. E’ un ruolo importante e la destra ha ancora un debito di gratitudine con Eike Schmidt, che ha scelto di correre a Firenze. Altri che possono aspirare al ruolo di Osanna sono Alberto Samonà, direttore della Villa Adriana a Tivoli, Edith Gabrielli, che dirige Palazzo Venezia, mentre il terzo, allievo di Osanna, è Luca Mercuri, direttore dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo. Il nome più probabile è Mercuri e significa che Osanna gestirà il cinema e l’allievo i musei.  Osanna era destinato a sostituire Alfonsina Russo, capo dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, nata a Lecce, la città di Mantovano, il cui mandato è stato prorogato. La libertà di Giuli si misura adesso, e con Giuli il patrimonio Osanna. Il rischio è che la destra non abbia abbastanza forza nel difenderlo e che la sinistra gli risponda un giorno: “Ma non eri passato con la destra?”.</p><p>Carmelo Caruso</p>]]></description>
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				<title>Il j&#039;accuse di Urso. Al Festival di Confindustria attacca ancora Giorgetti. E &quot;prenota&quot; altri soldi in Manovra</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Luca Roberto</author>
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				<description><![CDATA[<p>Invitato nella “fossa dei leoni”, al Festival dell’Economia di Confindustria, ha pensato che fosse l’occasione per discolparsi, buttando la palla verso altri lidi, leggi ministeri. Così il ministro delle Imprese e del Made in Italy&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/adolfo-urso_424" target="_blank">Adolfo Urso</a>, nella sua intervista a Trento, scortato da parlamentari di Fratelli d’Italia in platea tra cui la trentina Alessia Ambrosi, sulle difficoltà che negli ultimi mesi hanno fatto tribolare il mondo confindustriale, in sostanza, se l’è presa (di nuovo) col ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e con la Ragioneria dello stato. A partire dai problemi di attuazione di Transizione 5.0, il cui decreto attuativo non è ancora operativo e rischia di far sfumare il primo dei tre anni di applicazione della norma. <b>Cos’è successo? E allora Urso di fronte alle rimostranze e all platea confindustriale ci ha tenuto a dire che “la legge di Bilancio è entrata in vigore il primo gennaio e noi abbiamo trasferito il testo al ministero dell’Economia il 5 gennaio. Io ho imposto ai miei uffici di realizzare il dpcm nelle ore di capodanno. Dicemmo subito, già durante la legge di Bilancio, che era inopportuno il vincolo del Made in Europe perché avrebbe escluso una serie di macchinari fondamentali. Quando quella norma è stata rivista abbiamo ripresentato il decreto attuativo riadattandolo alla norma che nel frattempo le imprese avevano chiesto di cambiare. Detto questo, entro la metà di giugno il decreto attuativo che ora è alla Corte dei conti troverà pienamente esecuzione</b>”. In sostanza, la colpa non è da rinvenire dalle parti del Mimit. Ma c’è di più. Perché anche sull’esclusione degli investimenti in cloud dall’iperammortamento di Transizione 5.0 Urso ha rinverdito le recriminazioni nei confronti del Mef. “Nel nostro decreto c’era, poi il ministero dell’Economia ha fatto delle valutazioni contabili che comprendiamo. E che però ho dovuto accettare. Intanto partiamo, ma pensiamo di trovare una formula per convincere, successivamente, il ministero dell’Economia e la Ragioneria che questo è possibile anche nell’attuale strumento piuttosto che crearne un altro in più. Meglio fare quello che è possibile fare oggi”. In realtà le turbolenze con Giorgetti e la ragioniera dello stato, Daria Perrotta, c’erano state anche su un altro capitolo di intervento, gli incentivi alle imprese, il cui decreto, aveva denunciato sempre Urso, sarebbe stato “svuotato” dalla Ragioneria dello stato. E dire che poi i due, Urso e Giorgetti, più tardi si sarebbero ritrovati a Palazzo Chigi per l’incontro con gli autotrasportatori, a cui hanno fatto concessioni, in termini di nuovi interventi, approvando altri 200 milioni di “aiuti” in Cdm (oltre al rinnovo del taglio delle accise fino alla prima metà di giugno). Tanto che le categorie hanno deciso di sospendere lo sciopero minacciato nei giorni scorsi.</p><p>L’incontro con l’ambiente confindustriale non era un banco di prova da poco, per il titolare del Mimit, che anche nelle fasi di maggiore turbolenza ci ha sempre tenuto a far passare il messaggio: “Confindustria è con me”. Infatti i colloqui con il presidente Orsini, anche nelle fasi più tese, non si sono mai interrotti. Solo che anche la crisi di Electrolux, per cui Urso ha convocato un tavolo che si terrà lunedì 25 maggio al ministero, inquieta (e non poco) le articolazioni locali di Viale dell’Astronomia. Soprattutto i presidenti delle associazioni industriali dell’Alto Adriatico (Michelangelo Agrusti), di Veneto Est (Paola Carron), di Assolombarda (Alvise Biffi), di Ancona (Diego Mingarelli) e della Romagna, che negli scorsi giorni hanno tenuto  una riunione sul tema. Ma conscio del significato “politico” della sua ospitata al Festival dell’Economia, Urso si è spinto pure oltre: e cioè a promettere che per le imprese non è finita qui. Che bisogna guardare con fiducia al lavoro del Commissario Fitto, dal lato europeo. Ma si è molto sbilanciato anche sul fronte interno. “Mi impegno perché Transizione 5.0 sia rifinanziata in legge di Bilancio per un ulteriore triennio. Deve essere una misura strutturale”, ha detto in termini piuttosto perentori. <b>Un’altra uscita che non si sa quanto abbia fatto piacere in Via XX settembre, particolarmente stressata da quell’assalto alla diligenza che in previsione della Manovra potrebbe arrivare da ogni lato. Sicuramente, a questo punto, si da per scontato che arrivi da un ministro che non si fa problemi ad andare in casa degli industriali e a dire che se i soldi non arrivano è tutta colpa di Giorgetti. Anche perché pure sullo sblocco dei fondi automotive (circa un miliardo e mezzo di euro) Urso ha messo fretta al Mef: “La loro firma arriverà nelle prossime ore”.</b></p>]]></description>
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				<title>Pil giù, debito su. E poi? L’Istat racconta anche buone notizie sull’Italia</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quello che non sappiamo fare lo sappiamo e l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/istat_1106" target="_blank">Istat</a>, con il suo mastodontico rapporto di due giorni fa, ce lo ha ricordato, mostrando con forza i principali vizi economici dell’Italia. In sintesi. Crescita bassa, debito molto alto, produttività così così. Quello che non sappiamo fare lo sappiamo e i vizi dell’Italia vengono periodicamente recitati dagli italiani più o meno come gli interisti recitano la formazione della grande Inter (Sarti, Burgnich, Facchetti).<b> Ma una volta messo a fuoco ciò che non sappiamo fare esiste un’altra faccia della medaglia, presentata sempre dall’Istat, che molti osservatori hanno scelto di mettere diligentemente da parte per ragioni opposte e speculari</b>. Chi odia il governo Meloni non può permettersi di dire che oltre ai classici vizi dell’Italia esistono anche delle virtù clamorose, perché non sia mai che qualche buona notizia sull’Italia possa permettere a Meloni di dire che non tutto va male. Chi ama il governo Meloni, d’altro canto, non può permettersi di dire che oltre ai classici vizi dell’Italia vi sono alcune virtù che andrebbero valorizzate, perché mettere a fuoco quelle virtù significherebbe ricordare, per esempio,  quanto il governo faccia poco per puntare forte su un made in Italy diverso dalla promozione di caciotte.</p><p>La crescita va male, il debito pure, l’energia non ne parliamo, ma l’Istat ci dice anche altro. <b>Ci dice che nel 2025 le esportazioni italiane di merci sono cresciute del 3,3 per cento in valore, più di Francia, Germania e Spagna</b>, segno che anche durante le turbolenze gli imprenditori sanno come farsi valere (tema: il governo sta facendo davvero di tutto per aiutare le imprese a esportare di più?). Ci dice che la  farmaceutica funziona alla grande, pesa ormai circa il dieci per cento dell’export italiano, e le vendite farmaceutiche verso gli Stati Uniti sono cresciute del 54,1 per cento fra il 2024 e il 2025 (tema: chi è che in politica ha il coraggio di dire che la priorità quando si parla di farmaceutica non è chiedere alle aziende di restituire di più ma è aiutarle a investire di più?). Ci dice che, rispetto al made in Italy che non sappiamo raccontare, c’è un tema poco presente sulle pagine dei giornali: nel 2025 la produzione industriale del comparto “aeromobili e veicoli spaziali” è stata del 39 per cento più alta rispetto al livello del 2018 (e forse quando osserviamo Musk che fa meraviglie nei cieli più che pensare a come fermarlo dovremmo iniziare a pensare a come imitarlo). Ci dice che, nonostante tutto, l’Italia sa ridurre la disoccupazione (6,1 per cento nel 2025, quasi quattro punti sotto il livello del 2019). Sa trasformare lavoro fragile in lavoro più stabile (i lavoratori standard sono 15,7 milioni, quasi due terzi dell’occupazione totale, quelli vulnerabili scendono al 17 per cento, dal 22,3 del 2019). Sa ridurre la dispersione scolastica (l’Italia ha raggiunto in anticipo l’obiettivo europeo 2030: l’abbandono scolastico oggi è all’8,2 per cento). <b>Sa ridurre l’inquinamento (dal 2008 al 2024 le emissioni di gas serra delle attività produttive sono calate del 39 per cento)</b>.</p><p>Sa compensare, almeno in parte, il declino demografico con l’immigrazione (nel 2025 il saldo naturale è negativo per 296 mila unità, ma quello migratorio è positivo per 296 mila). L’Italia, lo sappiamo, cresce poco nel pil, ma continua a crescere nell’aspettativa di vita: nel 2025 è arrivata a 81,7 anni di speranza di vita per gli uomini e 85,7 per le donne: dieci anni prima erano 80,1 e 84,7 (la media Ue ufficiale più recente, 2024, è 78,9 per gli uomini e 84,1 per le donne). Quello che questi numeri ci ricordano è semplice. Per colmare i deficit che ha l’Italia occorrerebbe scommettere su ciò che l’Italia sa fare ma che abbiamo paura a raccontare: imprese che innovano, export specializzato, transizione energetica, longevità. <b>Le buone notizie fanno paura, perché responsabilizzano, ma per dominare la retorica dello sfascio italiano oltre a conoscere cosa non sappiamo fare dovremmo imparare, come la formazione della grande Inter, cosa sappiamo fare, e provare a replicarlo all’infinito</b>.</p>]]></description>
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				<title>Lo Stabilicum di Meloni rischia di essere un boomerang per FdI</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Natale D’Amico e Alberto Mingardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Alle prossime elezioni la legge elettorale sarà probabilmente o l’attuale Rosatellum o il cosiddetto Stabilicum. La prima opzione è quella più gradita alla sinistra, a Forza Italia e ai cespugli centristi, convinti che un sostanziale pareggio fra i due poli possa restituire agibilità politica a chi sta nel mezzo. <b>La nuova legge è invece nei desideri di Giorgia Meloni, alla quale preme dare stabilità al governo uscito dalle elezioni – persino se quella stabilità avvantaggiasse gli avversari.</b> Il che sarebbe coerente con la posizione storica di FdI: memori del “ribaltone” del 1994, refrattari ai governi di grande coalizione, che il premier si chiamasse Monti o Draghi.</p><p>La legge elettorale è il regolamento di gioco della politica e dovrebbe essere orientata da una prospettiva più ampia del prossimo appuntamento elettorale. Da una buona legge si può pretendere che agevoli la tenuta del governo e stabilisca una competizione comprensibile e possibilmente appassionante per i cittadini. Quel che non si può chiedere è la certezza dell’esito. Eppure i partiti ci provano sempre: lo fece Berlusconi col Porcellum, poi Renzi col Rosatellum. A entrambi andò male.</p><p>Non è detto che i calcoli attuali siano più azzeccati. Con il Rosatellum e un corpo elettorale diviso in parti pressoché uguali, la sinistra finirebbe probabilmente per prevalere di misura: la destra “sprecherebbe” voti vincendo con ampi margini in molti collegi del nord, perdendo di misura in più collegi del sud. Ecco perché Meloni crede che le convenga la “sua” legge.</p><p>Lo Stabilicum, però, eliminando i collegi uninominali, toglierebbe di mezzo una competizione nella quale la destra è tradizionalmente più coesa. <b>L’elettore di FdI, Lega e FI, abituato da trent’anni a considerare intercambiabili i candidati della coalizione, non ha gli stessi problemi a convergere sul medesimo candidato che molti elettori del Pd avrebbero nel votare un candidato M5s, e viceversa.</b> Rinunciando ai collegi uninominali, la destra rinuncerebbe consapevolmente a uno dei pochi vantaggi certi che possiede, nella convinzione di superare comunque il 40 per cento, soglia oltre la quale scatta il premio di maggioranza. Ma la probabilità che anche la sinistra ci riesca appare tutt’altro che remota. Va aggiunto che lo Stabilicum rinuncia all’indicazione del premier sulla scheda: un favore gratuito all’opposizione, che ha più difficoltà a indicare un singolo candidato per Palazzo Chigi.</p><p>I centristi temono invece che lo Stabilicum li metta fuori gioco. In realtà, la riforma proposta attribuisce il premio a chi ottiene più voti, sempre che abbia superato il 40 per cento; si fa il ballottaggio se i due poli superano il 35, ma nessuno il 40. Altrimenti la legge diviene interamente proporzionale, con un paradossale ritorno alla Prima Repubblica. Un incentivo fortissimo alla costruzione di un’opzione centrista autonoma – ciò che non è riuscito con i collegi uninominali fin dal tentativo Popolari-Segni del 1994. Per intenderci, sia il Parlamento del 2013 sia quello del 2018 sarebbero stati eletti, con questa legge, in regime proporzionale.</p><p><b>L’ironia è che non ci sarebbe stata poi grande differenza: entrambe quelle legislature hanno visto governi di coalizione privi di mandato popolare, con l’esito di medio termine di gonfiare le vele ai populisti.</b> I partiti antisistema sono, in una certa misura, la reazione degli elettori alla sensazione che il loro voto non conti nulla.</p><p>Forse è questo il vero discrimine fra una buona e una cattiva legge elettorale: dare o meno al cittadino l’impressione che il suo voto possa cambiare qualcosa. Meloni non ha più la forza politica di rimettere sul tavolo il premierato. Con la sua proposta di legge elettorale rischia però di favorire il ritorno al parlamentarismo più manovriero – esattamente il contrario di ciò che ha sempre sostenuto di volere.</p>]]></description>
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				<title>L’argine che serve al mondo del lavoro contro le mafie. Una proposta</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Daniela Fumarola</author>
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				<description><![CDATA[<p>A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il dolore collettivo del paese non si è mai davvero attenuato. Il ricordo di quel 23 maggio 1992 continua a rappresentare una ferita aperta nella coscienza democratica italiana. Con Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, venne colpito il cuore stesso dello stato. Poche settimane più tardi, la mafia avrebbe assassinato anche Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta nell’attentato di via D’Amelio.</p><p><b>Non furono soltanto due efferati delitti mafiosi. Quelle stragi segnarono uno spartiacque nella storia repubblicana, perché resero evidente quanto profonda fosse la sfida lanciata dalla criminalità organizzata alle istituzioni democratiche e alla convivenza civile.</b> Falcone e Borsellino avevano compreso prima di altri che le mafie non fossero semplicemente organizzazioni criminali, ma sistemi di potere capaci di intrecciarsi con l’economia, con la politica, con pezzi deviati dello stato e con vaste aree dell’illegalità diffusa.</p><p>In quei giorni drammatici il paese reagì. E fu significativo che tra le prime risposte collettive vi fosse quella del mondo del lavoro. <b>La grande manifestazione sindacale unitaria del giugno 1992 a Palermo, con centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori arrivati da tutta Italia, rappresentò un momento decisivo di mobilitazione democratica e civile.</b> Non fu soltanto una protesta contro la mafia: fu l’affermazione di un’idea diversa di paese, fondata sulla legalità, sulla dignità del lavoro, sulla giustizia sociale e sullo sviluppo del Mezzogiorno.</p><p>Oggi saremo ancora a Palermo insieme alla Fondazione Falcone per rinnovare questo impegno civile e democratico, nella convinzione che la memoria debba tradursi ogni giorno in responsabilità, partecipazione e azione concreta. Da allora molto è stato fatto. Lo stato ha saputo colpire duramente le organizzazioni mafiose, assicurando alla giustizia boss rimasti latitanti per anni. E’ cresciuta nella società italiana una più forte consapevolezza culturale del fenomeno mafioso. Ma restano ancora troppe ombre, troppi interrogativi irrisolti, troppe verità incomplete sulle stagioni delle stragi. E soprattutto permane una presenza criminale ramificata e mutevole, capace di infiltrarsi nell’economia legale, nei territori più fragili, nel lavoro povero e precario, nelle imprese in difficoltà.</p><p><b>Le mafie cambiano volto, ma non natura. Continuano a prosperare dove arretrano i diritti, dove cresce la solitudine sociale, dove il lavoro perde dignità, sicurezza e prospettiva. </b>Per questa ragione la lotta alla criminalità organizzata non può essere affidata soltanto all’azione repressiva, pur indispensabile, della magistratura e delle forze dell’ordine. Deve diventare una grande responsabilità collettiva.&nbsp;E’ qui che il sindacato può e deve svolgere una funzione decisiva. Un’organizzazione radicata nei luoghi di lavoro e nelle comunità rappresenta un presidio concreto di legalità, contrastando sfruttamento, caporalato, lavoro nero e ricatti sociali. Legalità e coesione sociale camminano insieme. <b>Dove ci sono occupazione stabile e sicura, salari dignitosi, servizi pubblici efficienti, istruzione e opportunità, le mafie trovano meno spazio per esercitare il proprio potere.</b></p><p>Ma oggi c’è un terreno ulteriore su cui si gioca la sfida alla penetrazione criminale nell’economia: quello della partecipazione. Le organizzazioni mafiose tendono a infiltrarsi soprattutto nelle aziende più fragili, nelle crisi industriali, nei contesti produttivi segnati dall’assenza di trasparenza, dal ricatto occupazionale e dalla marginalizzazione del lavoro. Per questo rafforzare la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori significa anche costruire un argine democratico contro l’illegalità economica.&nbsp;La partecipazione alla governance, all’organizzazione del lavoro, alle scelte strategiche e persino ai risultati finanziari dell’impresa può diventare un potente fattore di trasparenza, responsabilità e controllo sociale. Dove i lavoratori sono informati, coinvolti e protagonisti, è più difficile che attecchiscano opacità, sfruttamento e interessi criminali. La partecipazione non è soltanto uno strumento di democrazia economica: è anche un presidio di legalità e di coesione.</p><p>Per questo la legge sulla partecipazione promossa dalla Cisl rappresenta non soltanto una riforma del lavoro, ma una scelta che rafforza la qualità democratica del nostro sistema produttivo. Più partecipazione significa più responsabilità condivisa, più stabilità sociale, più capacità di difendere le imprese sane e il lavoro buono.&nbsp;Serve allora un grande “patto” tra istituzioni, forze sociali, imprese sane e cittadini. Una vera alleanza della responsabilità che metta al centro il lavoro, la tutela dei salari e delle pensioni, gli investimenti, la crescita del sud, il rafforzamento infrastrutturale e ambientale del paese, la difesa delle aree più fragili e il pieno utilizzo delle opportunità legate alla fase conclusiva del Pnrr. E’ così che si può fermare anche la fuga dei giovani e restituire fiducia ai territori più esposti.</p><p><b>La coesione sociale non è uno slogan: è la più forte politica antimafia possibile.&nbsp;Il sacrificio di Falcone e Borsellino continua a parlarci proprio di questo.</b> Ci ricorda che la democrazia non si difende soltanto nelle aule giudiziarie, ma anche costruendo una società più giusta, meno diseguale, più libera dal bisogno e dalla paura. E’ una responsabilità che riguarda tutti: politica, istituzioni, corpi intermedi, mondo del lavoro. Oggi, al tempo delle nuove fragilità economiche e sociali, quella lezione è più attuale che mai. E chiede a ciascuno di noi non commemorazioni rituali, ma impegno concreto, quotidiano e condiviso.</p><p><i>Daniela Fumarola </i><i>segretaria generale Cisl</i></p>]]></description>
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				<title>Il pacato Martella, candidato dem per la Venezia post Brugnaro</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quanto è uragano il sindaco uscente di Venezia Luigi Brugnaro, uomo del  centrodestra liberale che si congeda con un libro in cui dice “ho servito Venezia e la lascio più forte”, tanto è quiete il candidato sindaco di centrosinistra Andrea Martella, senatore dem, segretario regionale in Veneto ed ex Sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’editoria nel governo Conte II. E quanto più il centrodestra, con il candidato e assessore Simone Venturini, dice di voler seguire la scia del sonoro Brugnaro – che tuona e rivendica una per una tutte le proprie scelte, ticket di ingresso a Venezia in testa – tanto più Martella il pacato – studi in Lettere, mamma insegnante, padre medico, un passato da centrocampista nella squadra della natìa Portogruaro, cursus interno nell’ex Pci, Pds, Ds, Pd, dai tempi della Bolognina passando per Massimo D’Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni (che ha celebrato il suo matrimonio a Roma)  – cerca di discostarsi da quel solco. E dunque: via il ticket d’ingresso che Brugnaro ha sempre difeso anche contro trasversali doléances e che Martella definisce “inutile gabella”. E ancora: il candidato, a capo della coalizione di centrosinistra  “La stagione buona” (Pd, M5s, Avs, Rifondazione comunista, liste civiche, gruppo “Venezia Riformista” con Iv, Più Europa, Psi e Radicali Italiani), ha impostato tutta la sua campagna – chiusa ieri a Mestre con la segretaria dem Elly Schlein  –  sull’immagine in fieri di una Venezia ripopolata e abitata razionalmente, alla luce di un nuovo Piano casa e di un nuovo piano affitti per la città lagunare in cui l’overtourism è plasticamente rappresentato dai serpentoni di visitatori a zonzo per calli, ponti e campielli senza soluzione di continuità, nonché su un nuovo progetto in tema di acqua alta (andare oltre il Mose) e di grandi imbarcazioni (porto off shore) e su una gestione rafforzata della sicurezza (con l’idea di chiedere aiuto al prefetto Franco Gabrielli, al momento in tour con il libro “Contro la paura” scritto con Carlo Bonini). Ma la chiave della candidatura sta nell’idea di disegno di legge costituzionale: “Vorrei lasciare a Venezia l’eredità di uno Statuto speciale. Poteri straordinari e potestà legislativa”, e autonomia finanziaria con un riconoscimento nella Costituzione”, ha detto Martella, anche concentrato sul rapporto con le imprese e sul rilancio dell’area produttiva di Porto Marghera. Intanto, nel centrodestra di Brugnaro e Venturini, si puntava sulla lotta al degrado urbano, e si ragionava di autonomia e investimenti in direzione di una città trasformata in “polo digitale”, per esempio con il progetto di hub internazionale per l’AI e la Medicina Digitale. La tempistica è tutto, ed ecco che oggi, nei giorni della pace veneziana tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, Martella ribadisce l’intenzione di  ripristinare l’assessorato alla Cultura  (“Venezia deve produrre cultura, non solo esporla”) e auspica “il recupero di un clima serio” per la Fenice, nella bufera dopo il caso di Beatrice Venezi. “La scelta di ascoltare, la forza di cambiare”, recita lo slogan del candidato di centrosinistra, ieri accusato dal centrodestra di volersi defilare rispetto a quella che la Lega chiama “islamizzazione” delle liste dem (con sei candidati di religione islamica, il tema della nuova moschea sullo sfondo e qualche volantino in cui il voto e Allah si mescolano in insolita miscela).</p><p>Sia come sia, Martella, fin da ragazzo militante nella sinistra (dalla Fgci in poi), ha fatto una campagna porta a porta “modello Mamdani”, scherza un esponente dem, anche per via della popolarità più spiccata dell’avversario Venturini (già conosciuto come assessore). Per evitare insomma l’effetto “Martella chi?”, Martella si è presentato mercato per mercato e piazza per piazza, anche sfoggiando, racconta un sostenitore, “la conoscenza dettagliata dei prezzi di frutta e verdura, e delle oscillazioni in su o in giù, con mappatura di mele e zucchine quartiere per quartiere”.</p>]]></description>
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				<title>Venezia, Salerno, Vigevano e gli altri comuni al voto per le amministrative 2026</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 17:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tra il 24 maggio e l'8 giugno sono circa novecento i comuni italiani in cui i cittadini saranno chiamati alle urne.&nbsp;<b>Per il centrodestra e il campo largo il voto testerà la solidità dei due schieramenti,&nbsp;</b>in vista delle elezioni politiche e delle amministrative nella città più importanti (Roma, Milano, Napoli e Bologna) del 2027. Tra i comuni dove si eleggerà il sindaco e la giunta comunale, ci sono venti capoluoghi di provincia, uno di questi (Venezia) lo è anche di regione, e alcuni casi particolari come quello di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/04/news/salvini-boccia-i-candidati-musulmani-della-lega-a-vigevano-non-ci-rappresentano--388706" target="_blank">Vigevano</a>, dove la Lega ha candidato tra le sue liste anche due&nbsp;rappresentanti della comunità islamica suscitando l'ira del segretario Matteo Salvini. <b>Si voterà inoltre anche nella città d'adozione dell'ex generale Roberto Vannacci, Viareggio, ma il presidente di Futuro Nazionale ha deciso di non presentarsi.</b></p><h2>Il caso De Luca, viceré di Salerno</h2><p>A Salerno il campo largo risulta non pervenuto: l’ex presidente della Campania, il dem <b>Vincenzo De Luca</b>, si è autocandidato e correrà da solo per diventare per la quinta volta sindaco, senza neanche il simbolo del suo partito. La scelta dell’ex governatore è stata definita dall’europarlamentare del Pd <b>Sandro Ruotolo</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/01/20/news/ruotolo-pd-attacca-de-luca-sindaco-di-salerno-e-il-feudalesimo--128325" target="_blank">su questo giornale</a>&nbsp;come “feudalesimo”. I pentastellati avevano già fatto sapere che se ci fosse stato De Luca,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/23/news/de-luca-e-lo-psicodramma-di-m5s-e-pd-per-le-elezioni-a-salerno--126508" target="_blank">loro avrebbero corso in maniera autonoma</a>. Salvo poi allearsi con Alleanza Verdi-Sinistra convergendo sull’avvocato Franco Massimo Lanocita che, secondo l’annuncio dei due partiti, dovrebbe essere “espressione di un ampio fronte impegnato nella costruzione di un’alternativa credibile per il futuro della città”. <b>In tutto questo, oltre al candidato del centrodestra Gherardo Maria Marenghi, in corsa per diventare primo cittadino c’è anche Domenico Ventura, sostenuto con la lista Dimensione Bandecchi dal sindaco di Terni Stefano Bandecchi.</b></p><h2>Venezia tra polemiche sulla Biennale e la corsa a sindaco</h2><p>A Venezia, i due principali sfidanti per il dopo Brugnaro sono <b>Simone Venturini</b>, assessore a Turismo, Lavoro e Coesione sociale nella giunta uscente e candidato del centrodestra unito a cui si è aggiunto anche il partito di Carlo Calenda, e il senatore dem <b>Andrea Martella</b>, già sottosegretario a Palazzo Chigi durante il Conte II, che è sostenuto da Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra, Partito socialista, +Europa, Radicali e Rifondazione comunista. Negli ultimi due mesi però in Laguna, tra Beatrice Venezi e la Biennale, non si è respirata un'aria serena specialmente nel centrodestra e nella maggioranza, a Montecitorio,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/20/news/dopo-la-cultura-a-venezia-la-destra-rischia-di-perdere-anche-il-sindaco-la-sfida-martella-venturini--399184" target="_blank">da qualche giorno hanno iniziato a pensare che il rischio di sconfitta "è concreto"</a>.&nbsp;E non è passata inosservata la timidezza della destra “romana” nel sostenere Venturini contro il dem Martella.&nbsp;</p><h2>La questione delle liste della Lega a Vigevano</h2><p>Tra i nomi in supporto alla candidatura a sindaco del comune lombardo del leghista Riccardo Ghia, sostenuto anche da FdI e Noi Moderati, figurano anche quelli di&nbsp;<b>Hussein Ibrahim</b>&nbsp;e di&nbsp;<b>Hagar Haggag,</b> due rappresentanti della comunità islamica. Entrambi vorrebbero entrare in consiglio comunale, ma il vicepremier non ci sta. "Il problema non è l'etnia o la religione, abbiamo candidato e abbiamo rappresentanti nei Comuni di tante etnie diverse, di tante nazionalità e di tante religioni", ma "<b>non puoi fare un volantino in arabo inneggiando ad Allah o fare un volantino col velo</b>, quella è un'altra storia", ha detto Salvini. Il quale, pur escludendo commissariamenti del partito a Vigevano, ha comunque sottolineato che i due candidati in questione<b>&nbsp;"non rappresentano la Lega e chi li ha candidati ha sbagliato"</b>.</p><p>A rinfocolare la polemica ci si è messo anche Futuro Nazionale. Sui social il partito di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908" target="_blank">Roberto Vannacci</a>&nbsp;ha ripubblicato i volantini e il post in cui Ibrahim chiedeva l'aiuto di Allah per la sua candidatura. "Se dici di combattere l'islamizzazione non candidi nelle tue liste chi pubblicamente invoca Allah in campagna elettorale.&nbsp;<b>Coerenza. Questa sconosciuta</b>", recita il post dei vannacciani. Già nei giorni in cui hanno cominciato a circolare le immagini dei volantini, il partito si è distaccato dalla candidatura di Ibrahim e Haggag. Il coordinatore lombardo degli amministratori locali della Lega Andrea Monti l'ha ridotta a "decisione prettamente locale" della sezione di Vigevano, rimarcando che la posizione del Carroccio sull'islam "è chiara e la scelta territoriale rimane in antitesi rispetto ai nostri valori e alla linea del nostro movimento", pertanto&nbsp;<b>"ne prendiamo le distanze"</b>.</p><h2>Le divisioni del centrodestra e del campo largo</h2><p>Complessivamente il centrodestra si presenta unito nella maggior parte dei comuni, ma ci sono alcuni capoluoghi di provincia in cui la maggioranza si divide. A Chieti, per esempio, la Lega aveva&nbsp;<b>detto che non avrebbe voluto un candidato civico e soprattutto non avrebbe accettato alcuna condizione imposta dall’alto dai suoi alleati.</b>&nbsp;E dopo che Fratelli d’Italia, FI e Noi moderati hanno concordato sul nome dell’avvocato Cristiano Sicari, il Carroccio ha subito virato su Mario Colantonio, ex assessore comunale, con il sostegno dell’Udc.&nbsp;<b>Un discorso simile si può fare per Avellino.&nbsp;</b>Nella città campana per sfidare Nello Pizza, candidato del campo largo, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno scelto Laura Nargi, la prima donna a guidare l'amministrazione comunale di Avellino, mentre la Lega e l’Udc hanno deciso di sostenere Gianluca Festa. Da notare che tutti e quattro i partiti del centrodestra hanno messo in campo soltanto simboli civici, ma facilmente identificabili, come Forza Avellino e Fratelli d’Avellino.&nbsp;<b>E poi c’è il caso di Crotone, dove la Lega non presenta il suo simbolo, ma mette comunque i suoi uomini nelle liste civiche a sostegno del sindaco uscente Vincenzo Voce.</b></p><p>Il centrosinistra invece, complice le alterne defezioni di Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Italia Viva, per questa tornata elettorale è costretta a schierare un campo largo in generale, ma allargabile all’occorrenza: in alcune città come a Crotone e a Fermo scende in campo con una coalizione che tiene insieme tutti: dai riformisti di Matteo Renzi fino a Rifondazione comunista. Mentre, in altri comuni al Pd viene a mancare il principale alleato:&nbsp;<b>il partito di Giuseppe Conte infatti a Fermo non si presenta neanche.&nbsp;</b>In altre ancora, Salerno, Mantova e Trani, il Movimento schiera dei propri candidati: a Mantova, in particolare, dove il campo largo è riuscito a portare con sé anche Azione di Carlo Calenda, propone Mirko Granato, project manager culturale e giornalista di 37 anni, mentre a Trani si gioca tutto con Vito Branà, che fino a qualche settimana prima sosteneva il candidato del campo largo Marco Galiano, su cui erano confluiti Pd, Avs e Italia Viva.&nbsp;<b>Ma non sono solo le defezioni dei pentastellati a minare l’unità del centrosinistra perché nei capoluoghi siciliani al voto a far venire meno il loro appoggio sono stati Italia Viva e Alleanza Verdi-Sinistra</b>.</p><h2>Le crepe del centrodestra nei piccoli comuni</h2><p><b>In alcune delle città dove si voterà per eleggere il primo cittadino e la giunta comunale le alleanze che i partiti di maggioranza hanno stretto seguono una propria logica.&nbsp;</b>Possiamo trovare infatti Lega e Fratelli d’Italia alleati con il Partito democratico contro Forza Italia a&nbsp;<b>Villapiana</b>, in provincia di Cosenza, ma anche Fratelli d’Italia e Forza Italia contro la Lega a Cervia nel ravennate e il Carroccio che a&nbsp;<b>Imola</b>&nbsp;appoggia un’ex esponente del Pd locale e candidata alla Camera nel 2018 con Liberi e Uguali. Ma c’è anche il caso di&nbsp;<b>Fondi</b>&nbsp;(Latina) dove il centrodestra presenta ciascuno un candidato proprio.</p>]]></description>
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				<title>Consigliera della Lega contro Schlein: &quot;Nessuno la investe?&quot;. La solidarietà di Meloni</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 15:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Esprimo la mia solidarietà a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/elly-schlein_50384" target="_blank">Elly Schlein</a>&nbsp;per il gravissimo commento con cui un'esponente locale della Lega a Lecco ha evocato la strage di Modena riferendosi al comizio a Lecco della segretaria Pd. Sono parole inaccettabili, che superano ogni limite e che non possono trovare alcuna giustificazione nel confronto politico". Lo ha reso detto la presidente del Consiglio <b>Giorgia Meloni</b>. "La Lega ha fatto bene a intervenire immediatamente, sospendendo la responsabile dai suoi incarichi. È stata una decisione giusta, netta e senza ambiguità. La violenza, anche solo evocata, non può mai diventare linguaggio politico. Su questo non devono esistere esitazioni", prosegue la premier.&nbsp;</p><p>L'intervento di Meloni arriva in seguito a un post sui social di <b>Debora Piazza</b>, segretaria e consigliera comunale della Lega a Barzanò, nonché responsabile regionale del Dipartimento Lega per il benessere degli animali, che commentando la visita di Schlein a Lecco ha scritto: "Non abbiamo qualcuno che guida con problemi di depressione disoccupato che offende i cristiani che passa di lì e ci fa un favore".&nbsp;</p><p>Il segretario regionale della Lega Lombarda e capogruppo del Carroccio in Senato, Massimiliano Romeo, e il segretario provinciale leghista di Lecco, Daniele Butti hanno subito preso provvedimenti contro la consigliera: "<b>Come Lega Lombarda e Lega lecchese prendiamo totalmente le distanze, in maniera netta e inequivocabile, dalle inaccettabili e assurde frasi scritte in un commento sui social da Debora Piazza, che abbiamo già provveduto immediatamente a sospendere da ogni nostra carica interna e per cui valutiamo ulteriori provvedimenti disciplinari, da assumere nelle sedi competenti. Naturalmente esprimiamo la nostra solidarietà a Elly Schlein per quanto accaduto</b>".&nbsp;</p><p>Sul punto è arrivata anche la posizione ufficiale del Pd.&nbsp;"Le parole di Debora Piazza, consigliera comunale della Lega in provincia di Lecco, sono inaccettabili e inqualificabili nel loro significato letterale. Non c'entra nulla la polemica politica, men che meno il confronto tra forze in competizione elettorale. Non si tratta delle parole di una qualsiasi militante della Lega, ma di una persona che ricopre anche incarichi istituzionali", dicono Chiara Braga e Francesco Boccia, capigruppo Pd alla Camera e al Senato, e Nicola Zingaretti, capo delegazione Pd al Parlamento europeo. "<b>Per questo chiediamo a Giorgia Meloni di prendere immediatamente le distanze e al vicepremier Matteo Salvini di scusarsi con la Segretaria del Partito Democratico. Scuse che dovrebbero essere rivolte anche ai feriti di Modena, che non avrebbero mai dovuto essere trascinati in un simile sproloquio. Per noi il confronto politico si fonda sempre sulla civilta', sul rispetto delle istituzioni e dell'avversario politico</b>", aggiungono gli esponenti dem.</p>]]></description>
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				<title>Il futuro assente. Come la crisi demografica rafforza i populisti</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 14:34:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Andrea Pauri</author>
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				<description><![CDATA[<p>La crisi demografica si vede nelle culle vuote, ma si misura nei bilanci pubblici. Ogni anno che passa, nei paesi europei, una quota crescente della spesa va a pensioni, sanità e assistenza. È il prezzo della longevità, una conquista che nessuno dovrebbe rimpiangere. Ma quando la popolazione in età lavorativa si restringe, quel prezzo diventa più pesante per chi resta a pagarlo. <b>I giovani e i lavoratori vedono salire il carico fiscale e contributivo mentre diminuisce lo spazio per scuola, università, infrastrutture, innovazione e politiche per la casa. Da qui nasce un sentimento molto politico: l’idea che il futuro sia stato messo in coda.</b></p><p>Il giornalista John Burn-Murdoch, sul <i>Financial Times</i>, ha scritto nei giorni scorsi che la “frana demografica della nostra epoca sta guadagnando velocità e terreno”. In oltre due terzi dei 195 paesi del mondo il numero medio di figli per donna è sceso sotto il tasso di sostituzione, quel 2,1&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/08/news/i-dati-di-fecondita-ci-dicono-che-limmigrazione-da-sola-non-risolvera-la-crisi-demografica--398530">necessario a mantenere stabili gli abitanti senza immigrazione</a>. In 66 paesi la media è più vicina a uno che a due. Il risultato dei pochi figli è una popolazione più vecchia perché se nascono meno bambini, le nuove generazioni che entrano nella società sono meno numerose di quelle che escono dal mercato del lavoro e arrivano all’età della pensione. La base giovane si restringe, la parte anziana pesa di più.</p><p>Il caso del Giappone resta il più istruttivo. La stagnazione iniziata negli anni Novanta è spiegata in larga parte dagli economisti con la riduzione della popolazione in età lavorativa prodotta dai bassi tassi di natalità. <b>Quando diminuiscono le persone che lavorano, diminuiscono anche la domanda interna, la capacità di rischio, la mobilità sociale, la produttività potenziale. </b>Una società anziana può essere ordinata, ricca, longeva. Ma tende a diventare anche più prudente, più difensiva, meno incline a investire sul nuovo.</p><p>Il nodo è la spesa pubblica. Una società che invecchia sposta risorse verso pensioni, sanità e assistenza. Vivere più a lungo è una conquista e curare meglio gli anziani è un dovere. Ma i bilanci pubblici non sono elastici all’infinito. Se cresce la quota di spesa destinata a pensioni, cure mediche e non autosufficienza, si restringe lo spazio per infrastrutture, ricerca, scuola, università, casa, politiche per l’infanzia, transizione tecnologica. I governi finiscono per amministrare il passato più che finanziare il futuro.&nbsp;<br><br>È questa dinamica a far diventare immediatamente politica la demografia. I giovani e i lavoratori vedono aumentare il peso contributivo e fiscale, mentre intorno a loro restano salari bassi, affitti alti, servizi pubblici affaticati, scuole sotto pressione, trasporti e infrastrutture inadeguati. <b>Questo modifica la percezione collettiva e produce una parte del sentimento di declino che attraversa l’Europa e altre nazioni sviluppate. E dal sentimento di declino nasce spesso la domanda di rottura politica.</b></p><p>Lo studio&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/economy_finance/arc2023/documents/papers/Gavresi%20%20D.%20-%20Population%20Aging%20and%20the%20Rise%20of%20Populist%20Attitudes%20in%20Europe.pdf">Population Aging and the Rise of Populist Attitudes in Europe</a>, di Despina Gavresi, Anastasia Litina e Andreas Irmen, aiuta a mettere questo legame su basi empiriche. Gli autori analizzano 34 paesi tra il 2002 e il 2019 e misurano un indice dato dal numero di persone sopra i 65 anni ogni 100 in età lavorativa. Il risultato è che nelle società europee più anziane diminuisce la fiducia nei partiti, nei parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo; mentre cresce la probabilità di voto per i partiti populisti, soprattutto di destra.&nbsp;Un aumento di un punto dell’indice è associato a una riduzione della partecipazione alle ultime elezioni nazionali. E anche sugli immigrati l’effetto va nella stessa direzione: cresce la convinzione che peggiorino il paese ospite, minino la cultura nazionale, danneggino l’economia e ricevano più di quanto contribuiscano.</p><p>Gavresi, Litina e Irmen distinguono inoltre tra invecchiamento individuale e invecchiamento della società. Non sostengono solo che gli anziani votino in modo diverso dai giovani ma spiegano che vivere in una società più vecchia cambia anche gli incentivi, le paure e le aspettative dei non anziani. <b>Un giovane che vede restringersi la popolazione attiva e crescere la platea dei pensionati capisce che il suo lavoro dovrà sostenere un sistema più pesante. Se nello stesso tempo osserva meno investimenti su scuola, innovazione, infrastrutture e mobilità sociale, è più facile che sviluppi sfiducia verso le istituzioni.</b></p><p>Negli anni Cinquanta e Sessanta il movimento era opposto. Le società occidentali erano giovani, attraversate dal baby boom, dalla costruzione di case, fabbriche, scuole, autostrade, università. La spesa per pensioni e sanità pesava molto meno sui bilanci pubblici. Il welfare era in espansione, ma la struttura demografica lo rendeva più sostenibile: tanti lavoratori, tanti bambini, pochi anziani rispetto alla popolazione attiva. <b>La politica poteva permettersi di parlare il linguaggio della crescita.&nbsp;</b>Le infrastrutture erano il simbolo concreto dell’avanzamento. La scuola funzionava come ascensore sociale, non come settore da difendere ogni anno con fatica. La società aveva lo sguardo rivolto in avanti.</p><p>Oggi l’Europa rischia di rovesciare quella traiettoria. Più spesa pensionistica (<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2025/12/22/news/litalia-spiegata-con-le-pazzie-sulle-pensioni-fornero-spiega-litalia-del-welfare--118893">in Italia ha raggiunto i 364 miliardi di euro l’anno</a>, pari al 16,5 per cento del pil: un livello record, nettamente superiore alla media europea del 12,6 per cento),<b> </b>più sanità, più assistenza. E insieme meno investimenti, meno innovazione, meno capitale umano. Questo non significa che le società anziane siano condannate. Significa però che devono scegliere con lucidità dove mettere risorse scarse. Se la risposta è solo protezione dell’esistente, il risultato politico è prevedibile: i partiti inseguono un elettorato mediano sempre più anziano, i giovani si sentono fuori dal patto sociale, i lavoratori vedono crescere gli obblighi senza vedere aumentare le opportunità. In quello spazio prosperano le forze antisistema, che trasformano la paura del declino in risentimento contro élite, istituzioni europee, immigrati e globalizzazione.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Salvini porta i leghisti in ritiro, ma Zaia non va</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 14:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Matteo Salvini prova a rilanciare la Lega con un nuovo “ritiro” politico </b>dedicato al confronto interno e alla definizione delle prossime strategie del partito. La data è stata fissata per venerdì 19 e sabato 20 giugno, scrive l'Agi, mentre resta ancora da definire la location dell’iniziativa: nei giorni scorsi si era parlato di una località di montagna.</p><p>La convocazione è stata inviata stamane ai componenti del consiglio federale, il massimo organo decisionale della Lega, di cui fanno parte ministri, governatori, capigruppo, amministratori e segretari regionali. <b>Nel messaggio, Salvini invita i partecipanti a tenersi liberi per una “due giorni di incontri, proposte e programmi”, </b>con l’obiettivo di ridare slancio e vitalità alla squadra del Carroccio.</p><p>L’invito è stato esteso anche ai deputati e ai senatori leghisti. Secondo quanto riporta Federica Valenti dell'Agi, tra i dirigenti che&nbsp; avrebbero già segnalato impegni per quel fine settimana c’è il presidente del Consiglio regionale del Veneto, <b>Luca Zaia.</b></p>]]></description>
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				<title>Dalle accise a Niscemi. Cosa c&#039;è nel Cdm di oggi</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 13:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tanti i provvedimenti che oggi approderanno sul tavolo del Consiglio dei ministri. La riunione, non ancora ufficialmente convocata, dovrebbe tenersi alle 19 e affrontare un pacchetto di misure che spazia dall'energia ai ristori per l'autotrasporto, fino agli interventi per l'emergenza frana di Niscemi. Tra i dossier più urgenti c'è quello relativo alle accise sui carburanti. "<b>Credo che si andrà a un decreto legge domani sera'',&nbsp; ha detto ieri il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, in videocollegamento al Festival dell'Economia di Trento</b>, parlando del testo che andrà nel prossimo Consiglio dei ministri. Nel decreto, ''ci saranno interventi a sostegno dell'autotrasporto, del trasporto pubblico locale – ha assicurato –. <b>Cerchiamo di prolungare fino alla prima settimana di giugno gli interventi sul taglio delle accise</b>''. Il taglio attualmente in vigore scade infatti oggi, e Il governo è alla ricerca di nuove coperture per di prorogare la misura ed evitare ulteriori rincari alla pompa. Il decreto arriverà dopo un incontro, fissato per le 16.45 a Palazzo Chigi, con le rappresentanze del settore dell'autotrasporto e&nbsp; una delegazione governativa guidata dalla premier Giorgia Meloni, con il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, il ministro dell'Economia Giorgetti, il viceministro Edoardo Rixi e il consigliere Stefano Caldoro.&nbsp;</p><p>Nella riunione di oggi si parlerà anche di Niscemi, comune siciliano colpito da una profonda frana all'inizio dell'anno. Proprio da lì ieri la premier ha annunciato che il Consiglio dei ministri è pronto a licenziare due programmi, ciascuno di 75 milioni. "Il primo – ha spiegato – per la messa in sicurezza del territorio, il secondo per gli indennizzi ai proprietari di case" dell'area colpita dalla frana che ha sconvolto il comune nisseno. "Stiamo facendo la differenza rispetto al 1997 quando gli interventi non vennero programmati e ancora oggi addirittura stiamo pagando gli indennizzi – ha sottolineato Meloni –. <b>Le cose possono cambiare, non siamo eternamente destinati a rivivere gli errori del passato, non c'è niente che dobbiamo dare per scontato</b>".</p><p>Spazio anche per l'<b>Ilva</b>. "Nel Consiglio dei ministri convocato questa sera ci saranno le risorse necessarie per andare avanti man mano in attesa che si possa concludere un negoziato di cessione", ha detto il ministro delle Imprese Adolfo Urso dal palco del Festival dell'Economia di Trento. "Abbiamo ottenuto qualche mese fa la possibilità di concedere un sostegno pubblico all'amministrazione straordinaria fine un limite massimo di 390 milioni di euro – ha aggiunto –. Quindi abbiamo già fatto un primo provvedimento qualche mese fa che consentisse di utilizzare una prima tranche da 139 milioni di euro e le altre risorse saranno messe a disposizione nei prossimi mesi, <b>man mano che ce ne saranno la necessità fino a un limite concordato con la commissione di 390 milioni</b>", ha concluso.</p><p>Dall'industria alla politica, fra i nodi più complessi da sciogliere c'è quello delle nomine a Consob, Antitrust e, da ieri, anche all'<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/21/news/si-e-dimesso-bruno-frattasi-da-direttore-generale-dellagenzia-per-la-cybersicurezza-nazionale--399312" target="_blank">Agenzia per la cybersicurezza nazionale</a>, dopo l'addio di&nbsp;<b>Bruno Frattasi,&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/10/31/news/il-felliniano-bruno-frattasi-capo-dellagenzia-per-la-cybersicurezza-oggi-condominio-di-parenti-un-ritratto--107287">ex prefetto di Roma che era a capo dell'Acn dal 2023</a>.</p>]]></description>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/gli-spin-doctor-di-salvini-gualtieri-ed-ex-cinque-stelle-si-ritrovano-a-roma--399333</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/gli-spin-doctor-di-salvini-gualtieri-ed-ex-cinque-stelle-si-ritrovano-a-roma--399333</link>
				<title>Gli spin doctor di Salvini, Gualtieri, ed ex Cinque stelle si ritrovano a Roma</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 11:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è il mago social di Roberto Gualtieri, <b>Daniele Cinà</b>. C’è l’ex Cinque stelle oggi fondatore di Esperia,<b>&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pietro-dettori_70067" target="_blank">Pietro Dettori</a>. E c’è infine il responsabile social di Matteo Salvini, <b>Cristiano Bosco</b>. Tre uomini-ombra. Tre visioni del mondo in apparenza incommensurabili che a Roma però s’incontrano.</p><p>Negli uffici di <b>Inrete</b>, i registi del microschermo raccontano alla città le gesta instagrammatiche dei loro politici. Dai gilet ad alta visibilità del sindaco alla famigerata nutella di Matteo Salvini. I social e la politica, del resto, hanno un rapporto simbiotico ormai da anni. E’ la cultura del narcisismo? Chissà. Fatto sta che l’homo videns di Giovanni Sartori è diventato <b>homo filmans in Parlamento</b>. E il principio di rappresentanza, principio di somiglianza. Il risultato? “Una rivoluzione copernicana dalla politica tutta”, hanno dichiarato all'unisono martedì scorso.</p><p>“Al centro della comunicazione social del sindaco Gualtieri – ha detto Daniele Cinà, intervistato dal giornalista del Corriere Simone Canettieri – ci sono sempre e solo i cittadini… Ogni volta che pubblichiamo qualcosa ci chiediamo: ‘Questo serve ai cittadini?’. Non cerchiamo il consenso sterile fatto di like, ma un rapporto di fiducia reale”. <b>Non cercano i like, è vero, per quanto Gualtieri indossi un arancio fosforescente che di seguaci ne acchiappa eccome (228 mila follower)</b>. “L’entusiasmo che circonda il sindaco quando gira per i quartieri è tangibile, specialmente tra i giovani”.</p><p>Cristiano Bosco, pilastro dello staff social del segretario della Lega, ha posto il tema della velocità: “E’ fondamentale adattare il linguaggio di continuo”, ha detto. “Oggi comunicare significa non soltanto seguire i trend ma anche riuscire a intercettare nuove abitudini informative, soprattutto della Gen Z”. <b>Generazione che se pure non vota Matteo –&nbsp;gli preferisce com’è noto Avs – perlomeno lo clicca e followa (è già qualcosa)</b>.</p><p>Ultimo ma non ultimo, Pietro Dettori. L'uomo che fu dietro i social dei Cinque stelle quand’erano puri, duri e francescani. Quando i proseliti, insomma, si facevano col vaffa-hashtag. “Prima o poi i reel stancheranno – ha spiegato Dettori – e verranno sostituiti da nuove formule, sempre più complicate da anticipare”.</p><p>L'uomo – che dal canto suo si è stancato di Grillo e ha fondato Esperia – si domanda insomma quale sarà la prossima trovata del web. La risposta è difficile, dice. Ma la lungimiranza è tutta nell’occhio di chi li filma.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/calenda-non-vado-a-destra-perche-sono-pippe--399328</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/calenda-non-vado-a-destra-perche-sono-pippe--399328</link>
				<title>Calenda: &quot;Non vado a destra perché sono pippe!&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 11:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“Sono delle pippe!”</b>, divampa<b>&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/carlo-calenda_32515" target="_blank">Carlo Calenda</a>. “Con questa <b>destra non posso andare perché</b>… semplicemente… <b>sono degli  incapaci”</b>. Ed ecco. Poco importa, a questo punto, se a destra sia tutto un civettare. Poco  anzi niente importa che Francesco Paolo Sisto, il viceministro di Forza Italia, abbia detto ieri: “In maggioranza preferisco Azione a Vannacci” o che Gian Marco Centinaio, della Lega, dica ancora: “Con Calenda dialogherei”. Loro lo cercano, lo lisciano, lo avvicinano...</p><p>Da Forza Italia alla Lega lo accarezzano come possono e però lui tutte le “pippe”, o più morigerate carezze, proprio non vuole ricambiare. Ed ecco allora come il pissi pissi dei “Fratelli in Azione” si sia disperso, di colpo, un mercoledì sera. Dopo l’incontro di due ore con Giorgia Meloni (due ore di slide a Palazzo Chigi: ci torniamo), Carlo Calenda è venuto al Bar Tartarughe, in Piazza Mattei, tra il Ghetto e Rione Sant’Angelo. Con pochi amici, il capo centrista ha presentato qui il suo libro Difendere la libertà (Piemme). Ha parlato di Ucraina, Russia, Cina. Ha sorvolato, come sa, sulle cose alte, con parole alte: le parole sue. Sinché, a microfoni spenti, ha poi toccato terra. “Sono ostinatamente al centro – ci ha detto – quale che sia la legge elettorale”. Schlein? “Non è capace”. <b>Conte? “Ma per favore”</b>. Mai? “Sono un liberale”. Liberale ma niente virata a destra, giusto? “Ma che destra! I liberali non stanno dove sta questa destra, perché a destra – rieccolo – ci stanno degli incapaci”. I calendiani in Barbour –&nbsp; fa caldo,  ostinatissimi pure loro – gli domandano però di Forza Italia. Gli chiedono di Marina e della “gamba sinistra di coalizione” (snobismo liberale). Il senatore risponde: “Forza Italia? E’ stata una cosa romantica, avventurosa, una cosa bella. Poi vabbè, Berlusconi è morto e loro non hanno fatto una liberalizzazione manco morta. E comunque, che posso dire? Anche lui è morto. Amen”. Niente Marina, quindi. “No”. Gli si chiede allora di Giorgia. Il senatore – a quanto pare – non la considera un’incapace. Ma com’è andata a Chigi? “Con la Meloni abbiamo parlato per ore – dice – ma alla fine io me ne sto per i cavoli miei”. Ma perché? “Me ne vado da solo perché questa destra è l’espressione più neo statalista che si sia mai vista nella storia dell’universo”. E sull’enfasi fanciullesca, il capo di Azione chiude: “Ora basta”.</p><p>C’è chi gli dà  del fanciullo, appunto, chi dell’idealista. Lui: “Idealista, pragmatista… Chiamateme come ve pare. Vado da solo e basta”. Stop. E dunque il filo sembra spezzarsi così. Dopo tanto flirtare, il più conteso (e contendibile) del Parlamento sceglie di chiudere la porta. E di restare in casa sua. Al centro. “Maledetto centro”, s’ironizza in Piazza Mattei.</p><p>E pensare che solo pochi giorni fa aveva varcato le porte (“sempre aperte”) di Chigi. Ci era arrivato con una risma di slide. Quattro punti, illustrati a Meloni, che sintetizzavano “la posizione di Azione sui provvedimenti del governo”. 1. Indire gare per la distribuzione dell’energia elettrica. 2. Regolare i profitti di Enel e Terna. 3. Rinnovare le concessioni idroelettriche e geotermiche. 4. Rifinanziare il fondo di transizione 5.0.  Una lezione di economia alla prima della classe che però, per Carlo, non brilla tanto da riscattare anche gli altri. Non i Fratelli che lo chiamano, non i leghisti che lo corteggiano, non i forzisti che lo preferiscono a Vannacci ma che lui – Calenda – illude e poi condanna a quel vizio solitario. D’altra parte, si sa, sono tutte pippe.</p>]]></description>
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