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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:01:16 +0200</pubDate>
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				<title>Dopo la Spagna, il Papa è pronto a conquistare la laica Francia</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma. </i>Tra una settimana, Leone XIV metterà piede in Francia per quello che si prospetta come uno dei viaggi più significativi del suo primo scorcio di pontificato. Terra secolarizzata con la laïcité eretta a verità dogmatica ma al contempo attraversata da un risveglio religioso cristiano che si constata nei numeri in costante crescita dei battesimi fra gli adulti. In quattro giorni il Papa sarà a Parigi, Lourdes e Metz. Celebrerà una messa in Place de la Concorde, pregherà con i giovani allo Stadio di Saint-Denis, reciterà il rosario alla Grotta di Massabielle e parteciperà alla suggestiva processione con le fiaccole là dove l’Immacolata si palesò a Bernadette Soubirous. Sarà all’Unesco e, infine, nella città di Robert Schuman. Proprio quest’ultimo appuntamento, inatteso fino alla pubblicazione dell’itinerario, è uno dei più attesi. La stampa francese da giorni rimarca l’analogia con quanto fece Giovanni Paolo II nel 1988, che si recò proprio a Metz ricordando il travaglio di quella regione (l’Alsazia-Lorena), contesa per secoli e teatro di conflitti tra i più cruenti.  <b>Ma lì, sottolineò Wojtyla, furono piantate anche le radici della futura integrazione europea.</b>&nbsp;</p><p><b>Giovanni Paolo II parlò di libertà in un tempo in cui la Cortina di ferro c’era ancora, benché arrugginita. </b>Leone XIV richiamerà l’importanza dell’Europa, del suo ruolo nel mondo, il che appare assai rilevante e interessante (soprattutto per la declinazione che ciò assumerà nelle parole del Pontefice) in tempi in cui l’Unione è minacciata dai droni putiniani e dai dazi trumpiani. Parlerà anche di radici cristiane, tema divenuto sempre più tabù dopo che un quarto di secolo fa il cattolico Valéry Giscard d’Estaing lasciò cadere la supplica di Giovanni Paolo II di ricordare tale origine nel preambolo della Carta costituzionale comunitaria che poi, comunque, non vide la luce? La settimana scorsa, al Collège des Bernardins, teatro di uno dei più grandi discorsi di Benedetto XVI sull’anima cristiana del Vecchio continente, il cardinale Reinhard Marx ha rimarcato con forza le radici cristiane dell’integrazione europea. Radici che sono “innegabili”, ha detto, aggiungendo che un’Europa democratica non è concepibile senza i princìpi cristiani della carità e della misericordia. Emmanuel Macron ha invitato i leader dell’Unione europea a Metz, nonostante qualche perplessità vaticana: l’attivismo del presidente – che voleva conferire la Legion d’onore al Papa, organizzare una cena di gala all’Eliseo e l’accompagnamento non richiesto a Notre-Dame – è stato frenato spiegando, in maniera cortese ma decisa, che trattasi di viaggio apostolico e non di visita di stato. <b>Dall’Eliseo hanno negato attriti, le loro erano solo “proposte” respinte da Roma, ma insomma: non tutto è stato preparato secondo i piani parigini.</b> Tuttavia, ha detto ieri il direttore della Sala stampa vaticana, c’è la disponibilità anche per qualche incontro bilaterale, benché al momento non si sappia con certezza chi ci andrà e chi no. Folta la delegazione vaticana, segnata però dall’assenza del segretario di stato: il cardinale Pietro Parolin, infatti, sarà impegnato a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.</p><p>A ogni modo, <b>sia il cardinale Aveline sia il cardinale François-Xavier Bustillo, vescovo di Ajaccio, cercano di andare oltre i problemi e le tensioni</b>: “Lo stato e la Chiesa non sono adolescenti. Hanno la capacità di parlarsi. La Chiesa non è settaria. Emmanuel Macron è il benvenuto alla messa a Place de la Concorde. E’ una celebrazione con la comunione, non andremo certo a predicare la separazione”, ha detto Bustillo. Più che alle polemiche si preferisce guardare ai numeri, straordinari, circa la partecipazione annunciata ai grandi eventi. Settantamila alla Veglia con i giovani, con i biglietti esauriti in quindici minuti. Seicentosessantamila alla celebrazione eucaristica in centro a Parigi – nonostante qualche polemica laicista che non avrebbe voluto vedere lì il Papa e i suoi “adepti” –, tant’è che al perimetro originario è stata aggiunta Avenue de la Grande Armée. E a sentire il cardinale Aveline è proprio questo che interessa di più al Papa: capire come sia possibile che, nonostante il dominio della secolarizzazione, ci sia ancora un popolo entusiasta e fedele. Molto più vivo che altrove, dove invece tra un sospiro e uno sbadiglio si continua a parlare di cristianità e ci si autodefinisce “paese cattolico” solo perché la domenica mattina si trasmette in tv l’Angelus da piazza San Pietro.</p>]]></description>
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				<title>Come Ilaria Salis è diventata l’idolo dei nazionalisti marocchini</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Luca Gambardella</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Ceuta non è Spagna. Ceuta non è Europa”. Lo spettacolare intervento di Ilaria Salis (Avs) al Parlamento europeo pronunciato martedì scorso non poteva che raccogliere plausi in Marocco, dove Le360, il quotidiano più vicino al re Mohammed VI, ha tessuto le lodi dell’eurodeputata italiana. “Salis apre il dibattito che la Spagna voleva chiudere”, ha titolato il giornale marocchino, celebrandola come la nuova paladina  contro le “vestigia del colonialismo europeo”. L’irredentismo, dalle parti di Rabat, ha ritrovato nuovo vigore dopo l’invasione dell’exclave spagnola alla fine di luglio, quando quasi 80 mila migranti si sono riversati nella città con l’aiuto dei servizi segreti marocchini, stando ai rapporti redatti dalla Guardia Civil e dai servizi segreti spagnoli (ma incredibilmente negati dall’esecutivo di Pedro Sánchez). La strategia del regno alawita, che però Madrid rifiuta di riconoscere, è stata palesata dagli stessi esponenti del governo marocchino e consiste nell’approfittare del caos per rivendicare la presunta sovranità di Rabat su Ceuta e Melilla. Da allora, il Marocco spende una retorica dai contorni nazionalisti e populisti riguardo alle exclavi, probabilmente anche in senso elettorale, visto che mercoledì prossimo nel paese si svolgeranno le elezioni generali per rinnovare il Parlamento.</p><p>Le aspirazioni espansioniste del regno non sono una novità. Negli anni Ottanta, il Marocco incoraggiò la formazione di partiti locali che chiedevano l’annessione di Ceuta e Melilla da parte di Rabat. Non fu un caso se alle elezioni quegli stessi partiti non raccolsero voti e si sciolsero: i residenti delle exclavi, semplicemente, si sentivano spagnoli e non volevano lasciare la Spagna, paese ricco, democratico e libero. La lezione di allora vale ancora oggi. Se a luglio 80 mila persone, la maggior parte delle quali marocchine, hanno tentato disperatamente di entrare a Ceuta, quindi in Spagna e nell’Unione europea, è proprio perché erano alla ricerca di quella libertà che i loro paesi di origine – Marocco incluso – non possono offrire.</p><p>Ceuta non è Marocco, quindi, e non solo perché chi vive lì si sente pienamente spagnolo – compresa la popolazione di fede musulmana che ammonta a quasi il 50 per cento. Ci sono anche motivazioni storiche, rimosse da buona parte di chi sostiene che le exclavi spagnole siano simboli del neocolonialismo prevaricante dell’occidente. Ceuta, per dire, è pienamente spagnola addirittura dal 1580, quindi da circa 500 anni e oltre tre secoli prima del colonialismo richiamato da Salis, e dal 1415 era portoghese.  Se   si intende andare ancora più a ritroso, fino al VI secolo, basti pensare che proprio a Ceuta i germanissimi visigoti crearono un avamposto per scongiurare l’avanzata dei bizantini verso la Spagna. Solo più tardi arrivò la dominazione musulmana. All’origine, quindi, prima ancora della nascita del Marocco, Ceuta era persino cristiana.</p><p>Nonostante la storia lasci pochi margini di discussione, si nota invece un cortocircuito, nelle dichiarazioni di Salis: il suo attacco al neocolonialismo occidentale si trasforma in strumento del nazionalismo marocchino, come dimostra  l’elogio dei media vicini alla monarchia di Rabat. La volontà del Marocco di rimettere in discussione i confini, anche in questo caso, non è una novità e non si limita a Ceuta. Nel 1975, al ritiro degli spagnoli, Rabat occupò il Sahara occidentale con la Marcia verde. Fu allora che il Fronte polisario dei saharawi prese forma per rivendicare la propria indipendenza, trovando appoggio nell’Algeria ma anche nella sinistra spagnola – gli alleati di Salis, per intenderci – che da sempre sostiene la minoranza e che proprio in questi giorni ha votato una legge in loro favore. Una settimana fa, il Congresso spagnolo ha stabilito un iter più semplice per permettere ai saharawi di ottenere la cittadinanza spagnola. Ovviamente il Marocco vede la legge come un affronto alle proprie vocazioni nazionaliste ed espansioniste nel Sahara occidentale. Le stesse vocazioni che Salis ora si ritrova a sostenere con il suo discorso all’Europarlamento. A ben vedere, l’unico neocolonialismo da cui Ceuta dovrebbe essere messa in salvo è quello del Marocco.</p>]]></description>
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				<title>La perfetta lezione partigiana di Zoro sull’Ucraina ai disertori e all’Italia putiniana</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel consueto teatrino della come di consueto imparziale Lilli Gruber (“Bersani, deve dire che se non si danno una mossa per il paese ci saranno dei problemi seri”) a volte succedono cose. Come l’altra sera, quando lo spettacolo è stato osservare i volti d’un tratto senza più biacca di Virginia Libero – la facile profezia di ospite fissa dei talk s’è già autoavverata – e Pier Luigi Bersani. Bersani che poco prima (o forse dopo)  spiegava che il programma è già fatto “in tre righe”: Basta non spendere cinque miliardi per le armi e la sanità è sanata. A togliere per qualche istante ogni espressione ai loro volti  – o forse a svelarli per quel che sono – è stato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/televisione/2026/09/18/news/diego-bianchi-a-virginia-libero-e-bersani-quella-dellucraina-e-una-storia-di-resistenza--407993" target="_blank">Diego Bianchi, in arte Zoro</a>.</p><p>Mentre Gruber timidamente incalzava la giovane dem, “i giovani partigiani che scelsero di partecipare alla Resistenza non disertarono”, e Bersani invece si sperticava in sua difesa, “ma non è vero, molti partigiani disertarono la Repubblica sociale”, è arrivato Zoro. Che a proposito di difesa dell’Ucraina, di partigiani, di antifascismo che ha fatto l’Italia libera anche con le armi e su quella parte della sinistra che ormai non conosce più la sua storia ha dato una splendida, semplice, forte lezione di stile e di intelligenza. Parole da mandare a memoria, da parte di una persona non certo etichettatile come guerrafondaia: “Quando è scoppiato il conflitto la storia dell’Ucraina era una storia di resistenza, per cui una persona di sinistra vedeva in quella storia lì la storia di altri partigiani”. Per chiarire: “Io ho avuto la fortuna di intervistare dei partigiani che mi raccontavano quanto fossero contenti degli aviolanci degli americani e degli inglesi che gli davano le armi. Per fare cosa? Sì, la pace… La pace arrivava dopo, prima usavano quelle armi e andavano a sparare ai nazisti e ai fascisti. La storia pacifica di questo paese parte anche da lì. E quella è una storia, vogliamo dire di sinistra? No, è una storia italiana”. E la stoccata dolorosa: “Oggi siamo in una situazione completamente diversa. Non so chi stia vincendo in Ucraina, ma ho l’impressione che in Italia abbia vinto Putin”.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Maria Rosaria Boccia: &quot;Ho pensato che Sigfrido fosse geloso di me, ma non ci siamo mai baciati. Vi racconto il mio libro&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo la bomba, il bacio. Un altro apostrofo rosa tra le parole ti-candido? “No. Tra me e Sigfrido c’è stato affetto. E molto. Ma non c’è mai stata una relazione fisica”, risponde al Foglio l’imprenditrice Maria Rosaria Boccia. Nessun bacio, dunque. Neppure casto o a fior di labbra. Come tra fratelli o tra amici. “No. Come avevo già scritto nel libro, quindi ben prima dell’articolo di Libero, ho sempre incontrato Sigfrido alla presenza del mio avvocato e lui della sua scorta. Mai da soli. Il contatto fisico si è limitato al normalissimo bacio di saluto che due amici possono scambiarsi quando si incontrano o si congedano”. Chiaro. Ci può spiegare, allora, da dove viene l’immagine, generata con Ai, in cui lei dà effettivamente un bacio a Ranucci? “Quell’immagine nasce da una delle finte prime pagine satiriche che io e lui ci divertivamo a creare e a scambiarci privatamente. La scena del bacio è artificiale: io non ho mai baciato Ranucci. Detto questo...”&nbsp;</p><p>“Detto questo, la circostanza interessante è che tutto  era già scritto nel libro”. Cosa racconta, a tal proposito, nel libro? “Racconto le nostre finte copertine come una specie di pasquinata contemporanea. Un modo per esorcizzare, attraverso l’ironia, il linguaggio dei giornali che spesso raccontavano di noi. Dopo una di queste mie creazioni Sigfrido mi scrisse persino: ‘COMUNQUE TU DOVRESTI DIRIGERE UN GIORNALE’”.  O una rubrica sul Fatto. Non sarebbe male, altroché. “Lei è gentile. Rimane però una domanda alla quale non so rispondere: se la fotografia della quale Lavitola avrebbe parlato fosse effettivamente questa, come è uscita dalla nostra conversazione privata e come è arrivata fino a lui?”. Magari l’ha mandata Sigfrido in chat? “Forse. Ma a proposito di chat, scrivendoci, invece, scherzavamo molto su corteggiamenti, gelosie,  equivoci… Nel libro riconosco che, estraendo alcune frasi dal loro contesto, si potrebbe costruire quasi qualsiasi romanzo sentimentale”. E magari riaccendere la gelosia della di lui donna, Laura Cianfoni? “Io posso raccontare ciò che ho vissuto, non certificare i sentimenti di Laura”. Ci racconti. “Nel libro scherzo proprio sul fatto che il ‘gelosimetro’ non esiste: esistono parole, comportamenti, toni e poi l’interpretazione di chi li riceve”. Laura era gelosa? “La sera del 27 maggio 2025 ricevetti da lei una comunicazione che interpretai come contenente insinuazioni sulla natura del mio rapporto con Sigfrido. Mi colpì perché stavo attraversando un momento personale e giudiziario già molto complesso e non avevo alcuna intenzione di entrare in un triangolo sentimentale. Le chiarii la natura del rapporto con lui e poi scelsi di sottrarmi a quella dinamica”.</p><p>Lei sa meglio di noi che una donna, ancor più se è trascurata, porta le antenne. In quel caso, Laura sbagliava?  “Io posso solo dire che non ho mai chiesto a Sigfrido di scegliere tra me e lei, e non lo avrei mai fatto. Nel libro però scrivo una cosa nella quale credo molto: le relazioni fondate sul possesso costruiscono confini, le amicizie fondate sul rispetto costruiscono porte”. Il libro Guai a chi lo tocca - Io, Sigfrido e le tempeste è fresco-fresco di stampa. C’è un capitolo  dongiovannesco, giusto? “Sì. Ma non lo definirei propriamente un capitolo sulle ‘donne di Ranucci’. Racconto, piuttosto, la geografia umana che si crea intorno alla nostra amicizia. C’è Laura, ma entrano anche Gimmy Cangiano, Giletti, Cerno, Nicola, il mio avvocato... E qui posso anticiparle un episodio divertente che finora non ho raccontato”. Mi dica. “Quando Nicola entra nella mia vita, inevitabilmente comincia a comparire anche nei discorsi con Sigfrido…”. Nicola Cantone,  manager del settore sanitario, è un uomo caro a Maria Rosaria. “A un certo punto – continua Boccia – creo persino un gruppo WhatsApp con noi tre, nel quale condividiamo le nostre finte prime pagine. Io scrivo, Nicola risponde, Sigfrido visualizza e tace”. Ah.  Non t’ama chi amor ti dice, ma chi ti guarda e tace? “Ecco, nel libro io dico che esistevano cento spiegazioni razionali per quel silenzio e che io, naturalmente, scelsi la centunesima”. Ossia? “’Sigfrido era geloso’. E’ una battuta, eh, non una diagnosi. E’ questo il mio ‘gelosimetro’: Laura forse gelosa di me, secondo la mia percezione. Sigfrido forse geloso di Nicola, secondo la mia ironia. Ma vede, non pretendo mai di conoscere ciò che accade nella testa degli altri”. No. La spassosissima copertina del libro, invece, con Ranucci nei panni di Superman, l’ha pensata lei? “Sì, ho fatto tutto da sola. Dopo aver sperimentato personalmente fughe di notizie, volevo che almeno questo progetto arrivasse alla luce prima di essere raccontato da altri. I miei familiari, pensi, hanno scoperto l’esistenza del libro soltanto dopo l’uscita dell’Ansa. Non avevo detto niente per tutelare un progetto nel quale avevo investito tempo, risorse, sentimenti. Mi fa piacere che la copertina le piaccia. Del resto ho anche una recensione preventiva abbastanza autorevole”. Quale? “Quella del mio Superman! Che mi aveva già scritto che avrei potuto dirigere un giornale!”.</p><p>In molti hanno ironizzato, ieri, dicendo che la superdonna è piuttosto lei che lo bacia e lo trasforma. A ogni modo, lo sente ancora il suo Superman? “Certo. Ci siamo sentiti ieri mattina, ieri sera, ancora questa mattina”. E come ha preso la pubblicazione? “Non lo ha ancora letto. Ma perché dovrebbe prenderla male? Lui sa quanto gli voglio bene. Questo non significa che abbia scritto un’agiografia, intendiamoci. Racconto anche discussioni, dissensi, momenti nei quali Superman perde qualche superpotere. Ma sa cosa mi dispiace?”. Cosa? “Che un libro nel quale provo a raccontare la parte bella dei sentimenti, dell’amicizia, possa essere trascinato immediatamente sotto le lenzuola. Ridurre tutto a un bacio o a una presunta relazione mi sembrerebbe piuttosto povero”. Quand’anche fosse, Maria Rosaria, un bacio incendia ma non è una bomba. Non ci sarebbe stato niente di male, o no? “Ho un’idea molto semplice. Giudicate Ranucci per il giornalista. Fate tutte le domande necessarie sul suo lavoro. Ma l’uomo, quando non esiste un concreto interesse pubblico, lasciatelo ‘libero’”.</p>]]></description>
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				<title>Il lato positivo (per l’Europa) del No islandese all’ingresso nell’Ue</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Lorenzo Bini Smaghi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il voto contrario espresso dagli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/31/news/no-dellislanda-allue-leuropa-non-piace-piu--406002" target="_blank">islandesi</a>&nbsp;nei confronti della riapertura dei negoziati di adesione del loro paese all’Unione europea è stato interpretato da molti commentatori ed esponenti politici come un fallimento dell’Europa. Secondo il Financial times, “Il voto rappresenta una battuta d’arresto per l’Ue e per la sua capacità di essere un polo di attrazione in un mondo instabile. <b>Il rifiuto rappresenta un duro colpo per le ambizioni dell’Ue di esercitare la propria influenza nell’Artico</b>”.</p><p><b>In estrema sintesi, l’Unione non è attraente</b>. Né come entità economica, soprattutto per i paesi più ricchi, che sarebbero contribuenti netti. Né come entità politica, visto il poco peso che l’Europa riesce ad avere nell’attuale scenario geopolitico.</p><p>Se ne possono dedurre almeno due considerazioni, strettamente interconnesse. Da un lato, fin quando l’Unione non avrà risolto i suoi problemi di attrattività, difficilmente riuscirà ad allargarsi, soprattutto a paesi più avanzati. Dall’altro, l’allargamento non necessariamente aiuta a risolvere i problemi di attrattività dell’Europa, anzi rischia di aggravarli. <b>In altre parole, forse è un bene che l’Islanda non entri nell’Unione europea, almeno per un po’</b>.</p><p>Dal punto di vista economico, l’adesione di paesi come l’Islanda, che con la Norvegia e la Svizzera fanno già parte dello Spazio economico europeo, non cambierebbe molto, almeno per l’Unione. L’isola adotta già la regolamentazione europea e fornisce un contributo finanziario per poter accedere al mercato europeo.</p><p>Cambierebbe invece la possibilità di rafforzare l’integrazione sulle materie non coperte dal mercato unico, come suggerito dai rapporti Letta e Draghi, in particolare l’energia, le telecomunicazioni, la finanza e la difesa, oltre che la tassazione. Si tratta di settori nei quali l’integrazione è frenata proprio dalla volontà degli stati membri di mantenere regole e poteri nazionali distinti e di mantenere il diritto di veto per estrarre vantaggi a scapito degli altri. Un esempio è il settore finanziario, nel quale i piccoli stati, con tassazione più bassa e regolamentazione più leggera, tendono a opporsi a misure di integrazione per poter usare misure distorsive al fine di attirare imprese e capitali dal resto dell’Unione. Chi garantisce che l’Islanda, una volta entrata nell’Unione, non usi il suo potere di veto per rallentare o arrestare il faticoso lavoro svolto in questi anni per raggiungere una maggiore integrazione finanziaria e per rafforzare l’autorità europea di vigilanza sui mercati? <b>Chi garantisce che l’Islanda non usi il suo veto per promuovere condizioni fiscali distorsive per le imprese multinazionali, magari in competizione con altri paesi come l’Irlanda?</b></p><p>Dal punto di vista politico, l’appartenenza all’Unione dell’Islanda potrebbe aumentarne le garanzie di sicurezza, anche in vista della crescente aggressività statunitense nei confronti di quell’area. Il governo islandese ha dovuto convocare l’ambasciatore americano per lamentarsi di una mappa recentemente pubblicata su Truth, il social media del Trump, che rappresentava l’Islanda, insieme al Canada e alla Groenlandia, come parte integrante degli Stati Uniti.</p><p>D’altra parte, l’Europa è un attore politico sottorappresentato, spesso paralizzato e poco efficace sulla scena internazionale, con una capacità di azione limitata. A che serve far parte dell’Unione se poi questa non riesce ad agire negli interessi dei suoi membri? Anche in questo caso, il dubbio è legittimo. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se, in una fase in cui l’Europa sta cercando di rafforzarsi politicamente, su questioni di politica estera e di difesa comune, sia utile allargarsi a paesi che non hanno nessuna intenzione di rinunciare al proprio diritto di veto e che hanno interessi fortemente caratterizzati, in particolare dalla loro collocazione geografica. <b>L’adesione di nuovi paesi, in una fase in cui non si sono fatti ancora sufficienti passi avanti per rafforzare la sua capacità decisionale, rischia di rallentare ancor più il processo di unificazione</b>.</p><p>Il dibattito tra approfondimento e allargamento dell’Unione non può essere eluso, soprattutto nel nuovo contesto geopolitico.</p><p>Far entrare altri paesi, in una fase in cui si vuole rafforzare l’integrazione e superare le resistenze nazionali per favorire la creazione di una sovranità europea, rischia di essere un grave errore. Ben venga dunque il no del referendum islandese. <b>L’Europa avrebbe dovuto scoraggiarlo</b>. L’unica cosa inspiegabile dell’esito del referendum è l’esultanza dei sovranisti. Evidentemente non hanno capito che più paesi entrano, più è difficile federare l’Europa.</p>]]></description>
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				<title>La lezione inglese per Friedrich Merz e i piani per resistere</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L'anno scorso il cancelliere <b>Friedrich Merz</b> fu criticato per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/09/news/i-rischi-di-una-politica-del-nein-di-merz--406958">non essersi recato in prima persona all'Assemblea generale dell'Onu</a>&nbsp;a New York preferendo restare a casa per preparare la legge di bilancio. Quest'anno, il bis. Mercoledì sarà il capo della diplomazia Johann Wadephul a rappresentare la Germania al Palazzo di Vetro anziché Merz che pure è soprannominato "il cancelliere degli Esteri". A Berlino e non a New York per monitorare, insieme alla direzione della Cdu convocata per domenica sera, l'esito delle regionali in Meclemburgo e nella capitale. Se in Meclemburgo per il partito di Merz non c'è partita, a Berlino la Cdu rischia di perdere la poltrona del sindaco a favore dei socialcomunisti della Linke.</p><p>Il cancelliere ricorderà che si tratta di due voti limitati; eppure, c'è sempre il rischio che, come ha fatto il Labour con Keir Sarmer, <b>la Cdu si faccia prendere dal panico e disarcioni l'impopolare Merz per cambiare fantino</b>. Il cancelliere, che non sarà il miglior interprete del sentimento degli elettori ma sa leggere i sondaggi, ha mangiato la foglia. Ecco perché si guarda bene dal volare a New York: occorre salvare la pelle appoggiandosi su due assunti.</p><p>Il primo: il partito è con me – e per questo pochi giorni fa ha ottenuto una lettera di sostegno da parte degli otto governatori targati Cdu. Il secondo: le cose non vanno poi così male. Di queste ore sono alcune sue uscite come: "Stiamo recuperando il tempo perduto rispetto a quanto avremmo dovuto fare molto tempo fa". "Viviamo in un paese fantastico, uno dei più belli al mondo, un paese in cui i giovani cercano il loro futuro". "Solo nel 2025 sono nate 3.500 nuove start-up, un record assoluto: Berlino è diventata una capitale dell'AI e delle start up". E, ancora, "nonostante le critiche, la Germania è sulla via dell'uscita dalla crisi". Un po' come Berlusconi e "i ristoranti pieni", una frase che però il Cavaliere pronunciò otto giorni prima di dimettersi.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Riunione “Vega”. Macron convoca tutti all&#039;Eliseo</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 19:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Mauro Zanon</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Parigi. </i>Dinanzi al “rapido deterioramento” della situazione geopolitica in medio oriente e in Ucraina, e alla carenza delle forniture di carburante “diventata insostenibile”, il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha ricevuto questa mattina all’Eliseo i leader di tutte le forze politiche per una riunione ultra-confidenziale a cui hanno partecipato, oltre al primo ministro Sébastien Lecornu, i vertici militari e dell’intelligence interna (Dgsi) ed esterna (Dgse).</p><p>Al termine dell’incontro, che si è tenuto nella nuova sala di crisi “Vega” (il nome in codice di Macron), il presidente francese ha tenuto una conferenza stampa in cui, con aria grave, ha avvertito che “nelle ultime settimane la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/18/news/non-solo-sabotaggi-jet-e-agenti-sacrificabili-gli-attacchi-russi-alla-nato-sempre-piu-sfacciati--407959">minaccia ibrida russa contro gli europei</a>&nbsp;e la Francia si è intensificata”, attraverso sabotaggi, droni e ingerenze, ma che gli attacchi di Mosca “non resteranno senza risposta” e Putin farebbe un grave “errore” a continuare su questa linea. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/il-silenzio-degli-incoscienti--407900">intento del Cremlino</a>&nbsp;“è quello di intimidirci e di spezzare il nostro sforzo di sostegno agli ucraini. La conseguenza sarà l’opposto”, ha proseguito, citando l’esempio del ritrovamento del drone armato di esplosivo all’aeroporto di Lipsia ad agosto. “Non ci lasciamo intimidire, perché sappiamo che in Ucraina si gioca la nostra sicurezza di oggi e di domani”, ha detto Macron. <b>Dinanzi alla minaccia russa, “nessuno è al riparo, dobbiamo tutti essere vigili, in azione, e fare di tutto per prevedere, pianificare e proteggerci”, ha aggiunto, e ha annunciato di aver chiesto al governo di allestire urgentemente “un piano per proteggere le infrastrutture critiche del paese”, con una difesa specifica contro i droni e i cyberattacchi.</b></p><p>“Mi ha colpito una cosa in particolare: i toni e i volti dei presenti all’uscita dalla riunione di crisi. Sembravano tutti un po’ frastornati. Credo siano stati messi di fronte a delle realtà incontestabili sulle minacce ibride russe. Non a caso non c’è stata alcuna polemica su questo aspetto”, dice al Foglio François-Xavier Bourmaud, giornalista politico dell’Opinion. “In compenso, ci sono state molte critiche sulla risposta del governo, giudicata insufficiente, all’aumento dei prezzi dei carburanti”, sottolinea Bourmaud. Durante la conferenza stampa, Macron ha dichiarato che prima di “spendere il massimo del denaro pubblico”, che si tradurrebbe in aumento del debito o delle tasse, è fondamentale “agire alla radice del problema”. Un intervento criticato sia dal leader della destra sovranista Jordan Bardella, secondo cui la “questione del potere d’acquisto” è stata “purtroppo ignorata dal governo”, sia dal frontman della sinistra socialdemocratica<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/02/news/nella-sinistra-francese-salza-il-grido-tutti-tranne-glucksmann--406230"> Raphaël Glucksmann</a>, che ha chiesto “aiuti molto più consistenti” per contrastare l’aumento dei prezzi dei carburanti, di fronte a una situazione “socialmente esplosiva”.</p><p><b>La decisione di convocare i leader dei partiti è stata presa martedì scorso al termine di una riunione di due ore e mezza, a porte chiuse e senza telefoni, nel Salone Verde dell’Eliseo. I capi delle varie divisioni dei servizi segreti, insieme al responsabile della Direction Générale de l’Énergie et du Climat, l’organo dell’amministrazione centrale incaricato di definire e attuare la politica energetica e climatica nazionale, hanno tracciato a Macron un quadro molto cupo delle crisi internazionali e delle loro conseguenze. </b>“E’ stata un’esperienza molto pesante”, ha detto al Parisien un consigliere del presidente in forma anonima. “Ne è uscito con la convinzione che fosse suo dovere informare il resto della classe politica. Affinché tutti abbiano lo stesso livello di informazione riguardo alle decisioni che bisognerà prendere in futuro”, ha aggiunto.</p><p>La riunione si è tenuta in formato “Saint-Denis”, introdotto da Macron nell’agosto del 2023 (il primo incontro di questo tipo si svolse nella città di Saint-Denis, periferia a nord di Parigi). E’ un metodo di consultazione a porte chiuse tra il capo dello stato e i leader dei partiti che ha come obiettivo la ricerca di compromessi su riforme complesse o, come in questo caso, la condivisione di informazioni sensibili di carattere politico e di sicurezza nazionale. Nelle prossime settimane, la Francia convocherà un vertice straordinario del G7 dedicato all’energia e alla gestione degli stoccaggi, per “evitare tensioni inutili tra i paesi del G7 e i nostri partner”, ma anche “per valutare le opzioni relative a un’eventuale mobilitazione delle scorte strategiche”, ha annunciato Macron. Quello di oggi, ha concluso, è stato “un esercizio di trasparenza”, affinché le forze politiche siano ben informate: “Lo organizzerò tutte le volte che lo riterrò necessario e rilevante per la qualità del dibattito democratico”.</p>]]></description>
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				<title>La Russia non fa più propaganda. Forma chi la farà a casa tua</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 15:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giovanni Rodriquez</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mosca fa propaganda. Non è una notizia, lo sappiamo da tempo. La cosa più interessante è come Mosca si stia organizzando per far funzionare quella propaganda a distanza, senza doversene più occupare direttamente. Il meccanismo è plasticamente ricostruito nel <b>nuovo rapporto dell’Institute for the Study of War sulla guerra cognitiva russa.</b></p><p><b>Il Cremlino sta costruendo una rete internazionale di giornalisti, influencer e giovani professionisti dei media, formati attraverso programmi gestiti da Sputnik, RT, Rossotrudnichestvo e altre strutture riconducibili allo Stato russo.</b> Non si tratta di convincere qualcuno oggi di qualcosa. Si tratta di formare persone che produrranno informazione domani, nei propri Paesi, nella propria lingua, nelle proprie redazioni. La propaganda classica ha sempre avuto bisogno di un propagandista. <b>Questa strategia costruisce un intero ecosistema di propagandisti, e lo rende capillare senza che nessuno debba più coordinarlo dal centro.</b></p><h2>Dove entra l'intelligenza artificiale</h2><p>Secondo l'ISW, tra luglio 2025 e luglio 2026 SputnikPro e RT Academy hanno organizzato almeno cinquanta eventi di formazione giornalistica internazionale. Circa la metà ha incorporato <b>moduli sull'intelligenza artificiale: strumenti per produrre testi, immagini e video, automatizzare parti del lavoro editoriale, gestire i social, analizzare dati.</b></p><p><b>Il Cremlino non sembra interessato soltanto ai professionisti già affermati. Sta andando a cercare la generazione successiva. </b>L'ISW documenta programmi rivolti a giovani giornalisti, studenti universitari e influencer. A giugno 2026, per esempio, Sputnik ha organizzato a Mosca un programma di formazione sull'AI rivolto a giovani professionisti dei media provenienti da diversi Paesi, insegnando loro a usare l'intelligenza artificiale per generare testi, immagini, video e per l'analisi dei dati.</p><p><b>È forse la parte più sottovalutata di questa storia. La Russia non sta necessariamente cercando di vincere oggi. Sta investendo per rendere la propaganda una struttura permanente</b>, e lo dice in modo esplicito: <b>costruire una classe globale di giornalisti e influencer formati in Russia</b> serve a dare continuità alla capacità di Mosca di orientare le narrazioni internazionali, tenendo alcune di esse quasi dormienti per anni, pronte a essere riattivate quando tornano utili.</p><p><b>È una strategia molto diversa dal semplice bombardamento di fake news. Le fake news sono contenuti. Questa è infrastruttura.</b> E un'infrastruttura è molto più difficile da individuare, perché non assomiglia necessariamente a un'operazione di influenza. Può avere l'aspetto di una borsa di studio, di un corso professionale, di un seminario universitario, di una masterclass sull'intelligenza artificiale, di un'occasione di networking. L'ISW documenta almeno quattordici eventi di SputnikPro e RT Academy organizzati presso università straniere nei primi sei mesi del 2026, in alcuni casi dedicati proprio all'AI applicata al giornalismo, in altri alla strategia dei media o alla verifica delle informazioni.</p><p>Qui la parola “ingerenza” comincia a essere insufficiente. Evoca un soggetto esterno che entra dentro un sistema. Quello che emerge dal rapporto è qualcosa di più lento e più difficile da nominare: la <b>costruzione, nel tempo, di soggetti interni che credono di guardare il mondo con i propri occhi, ma indossano lenti fabbricate altrove.</b></p><h2>E l'Italia?</h2><p>Il rapporto dell'ISW documenta una rete globale molto estesa, dall'Africa all'Asia, dall'America Latina agli ex Paesi sovietici. L'Italia non compare nell'elenco parziale di Paesi e istituzioni riportato nel rapporto, e va detto con altrettanta chiarezza.</p><p>Ma nella mappa delle strutture russe di influenza <b>a Roma c'è un indirizzo che vale la pena guardare da vicino</b>: <b>Piazza Benedetto Cairoli 6, sede dal 2011 del Centro russo di scienza e cultura, ospitato nello storico Palazzo Santacroce a due passi da Campo de' Fiori. </b>Il Centro dichiara tra i propri obiettivi il rafforzamento dei <b>rapporti Russia-Italia</b> in campo culturale e umanitario, la collaborazione con organizzazioni pubbliche e non governative e il sostegno informativo sulla politica estera e interna russa, e opera in stretta collaborazione con l'ambasciata.</p><p><b>Allo stesso civico, negli anni, sono stati registrati anche gli studi professionali del giurista</b> <b>Guido</b> <b>Alpa</b> e di <b>Giuseppe</b> <b>Conte</b>, che all'epoca spiegò di essere stato un “coinquilino” professionale dello studio Alpa, con attività del tutto autonome e distinte. Oggi allo stesso indirizzo risultano anche altri studi legali.</p><p>Non c'è alcuna ragione per trasformare questa coincidenza di indirizzo in un'insinuazione. Non dimostra alcun rapporto tra quegli studi e il Centro russo, tantomeno con le attività di formazione descritte dall'ISW. Ma è un dettaglio che racconta bene quanto sia fisicamente ordinaria la geografia dell'influenza. <b>A volte un centro culturale russo sta semplicemente dentro un elegante palazzo del centro di Roma, allo stesso numero civico di studi professionali e attività perfettamente legittime. La guerra cognitiva, del resto, funziona proprio perché non ha l'aspetto della guerra.</b></p><h2>Il confine tra un'opinione e un'operazione</h2><p>È un punto che dovrebbe interessare l'Italia mentre si avvicinano nuove tornate elettorali europee. Un recente resoconto sulle valutazioni dell'intelligence italiana segnala che<b> Russia, Cina, Iran e altri attori potrebbero tentare di influenzare il voto europeo del 2027 attraverso le piattaforme social.</b><br> Il presidente del Copasir <b>Lorenzo</b> <b>Guerini</b> ha sottolineato la necessità di comprendere meglio come gli Stati stranieri utilizzino i social per diffondere narrazioni funzionali ai propri interessi.</p><p>Ed è proprio per questo che il rapporto dell'ISW è utile: sposta la domanda. Non più “chi è filorusso”, ma come vengono costruite, nel tempo, le reti attraverso cui una potenza straniera può rendere più efficaci le proprie narrazioni. È una domanda più scomoda, ma anche molto più utile. Del resto, i servizi italiani avevano già documentato come la Russia avesse cercato di usare network mediatici di Paesi terzi dopo il blocco europeo di RT e Sputnik, insieme a pagine social e canali Telegram, per diffondere e manipolare il dibattito pubblico italiano.</p><p><b>La novità, oggi, è che a questo elenco va aggiunto un pezzo mancante: non solo i contenuti, non solo gli account, non solo i bot, ma le persone.</b> Persone formate per produrre contenuti, che imparano a usare l'intelligenza artificiale, che possono tornare <b>nei propri Paesi e lavorare per testate che non hanno nulla di russo nel nome, che possono diventare, magari molti anni dopo, editori, giornalisti, consulenti, influencer.</b></p><p>È una strategia più lenta di una campagna di disinformazione. Ma può durare molto più a lungo. E qui si capisce perché l'intelligenza artificiale conti così tanto:<b> la Russia non la sta usando solo per creare propaganda, sta insegnando ad altri a usarla. La macchina non produce più soltanto il contenuto: produce la capacità di produrne.</b></p><h2>A questo punto la questione non riguarda più solo la propaganda. Ne tocca una più antica: la parola.</h2><p>La comunicazione non serve soltanto a raccontare il mondo. Serve a costruirne la rappresentazione. Stabilisce cosa vediamo, cosa ignoriamo, quali fatti diventano centrali, quali paure acquistano un nome, quali conflitti appaiono inevitabili. La parola non è uno specchio della realtà: contribuisce a darle una forma.</p><p>Nella Genesi la creazione comincia così. “Sia la luce”, e la luce fu. Il principio simbolico è potente: il mondo viene creato attraverso la parola. Come nella Genesi, anche la strategia descritta dall’ISW è una questione di parole. O, più precisamente, di chi avrà gli strumenti per usarle e dare forma al racconto della realtà. <b>Non significa che chi partecipa a un corso russo diventi automaticamente un agente di Mosca, né che ogni contenuto prodotto da queste persone sia falso. Significa che una potenza straniera sta investendo sulla capacità futura di altri di raccontare il mondo attraverso categorie che essa stessa contribuisce a formare.&nbsp;</b></p><p>Il vantaggio è evidente: non dover produrre e distribuire ogni volta la propria propaganda, ma creare competenze e reti locali in grado di generare contenuti autonomamente, adattarli al contesto e inserirli nel normale flusso dell’informazione.&nbsp;<b>Le fake news sono contenuti. Le persone sono l’infrastruttura. L’obiettivo: plasmare il mondo a propria immagine.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>L’Europa si prepara alla guerra di Putin</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi e Giulia Pompili</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il premier polacco Donald Tusk ha detto che “la Russia non ha bisogno di oltrepassare il nostro confine”, sta già facendo la guerra contro l’Europa, con i droni, i sabotaggi, la disinformazione e “sappiamo dai nostri alleati che i prossimi mesi potrebbero portare ulteriori provocazioni”, perché Vladimir Putin sta testando l’unità della Nato e dell’Unione europea: bisogna essere pronti. Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha sottolineato la forza dell’Alleanza atlantica: vado a memoria, ha scritto su X, “il numero di aerei da combattimento: Russia 860; Ue 1.600; Nato 4.500, tra cui i caccia di quinta generazione: Russia 40, Ue 200, Nato 1.100”. Ci vogliono la volontà politica, la capacità di restare uniti e quella di prepararsi: la minaccia non è più in discussione. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha convocato all’Eliseo i servizi di intelligence, i militari e i leader di tutti i partiti dopo aver ricevuto un briefing di intelligence che circostanziava l’intensificazione degli attacchi russi contro obiettivi europei. “Nessuno è al riparo”, ha detto Macron, annunciando i piani per mettere in sicurezza le infrastrutture francesi, ma lanciando al contempo lo stesso messaggio del governo di Varsavia: bisogna prepararsi. Anche a Berlino il cancelliere Friedrich Merz, che combatte in anticipo rispetto alla stessa Francia l’ascesa di un’estrema destra che vuole la capitolazione dell’Ucraina e un dialogo con Mosca che è, nelle migliori dell’ipotesi, un vassallaggio, ha detto: questo è il momento in cui cambia tutto, in cui possiamo opporre la nostra unità alle mire di guerra russe. In ogni discorso ricorre il ricordo del settembre del 1939, Tusk, che è di Danzica, ha ricordato quelli che nel maggio di quell’anno dicevano: chi è che vuole morire per Danzica? “Pochi mesi dopo, tutta l’Europa stava morendo – ha detto il premier polacco – A coloro che oggi affermano che questa non è la nostra guerra, ricordo questa lezione di storia”. Ma preparativi e consapevolezza si muovono in modo diverso, e spesso incosciente, nei vari paesi europei.&nbsp;</p><p><b>Il fronte dei Carpazi. </b>Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha convocato ieri a Bukovel, nell’Ucraina occidentale, il primo vertice del “Carpathian Eight”, il nuovo formato che riunisce Ucraina, Polonia, Romania, Slovacchia, Repubblica ceca, Austria, Ungheria e Serbia, con la partecipazione dell’Ue. L’obiettivo  è costruire un alto livello di cooperazione regionale, dalla sicurezza all’energia, dalla logistica al commercio transfrontaliero. Gli otto paesi del nuovo gruppo sono quelli attraversati dalle rotte che tengono collegata l’Ucraina all’Europa e, in molti casi, quelli più esposti agli attacchi russi. Il primo ministro slovacco Robert Fico, che ha mantenuto i rapporti con Mosca ed è critico nei confronti del sostegno dell’Ue e della Nato all’Ucraina, avrebbe dovuto partecipare al vertice, ma ha cancellato il suo viaggio  a Bukovel all’ultimo momento per problemi di salute. L’altro ieri Fico aveva detto che la guerra tra Russia e Ucraina è “fuori controllo” e che il rischio di un conflitto su scala europea “non è mai stato così grave”: “Non voglio che la Slovacchia sia coinvolta in un conflitto armato a causa di un certo articolo 5”.</p><p><b>La Nato a Copenaghen.</b> Nella capitale danese ieri e oggi si sono riuniti i capi di stato maggiore dei trentadue paesi Nato, con un’agenda molto operativa: difesa collettiva, innovazione tecnologica e sostegno all’Ucraina. E’ la prima grande riunione militare dell’Alleanza dopo il vertice di Ankara e arriva mentre gli alleati devono tradurre i nuovi piani di deterrenza in capacità realmente disponibili. Una delle questioni più urgenti e operative riguarda il disimpegno americano dal teatro europeo, ma a Copenaghen c’è parecchia confusione: a causa della leadership di Pete Hegseth, il Pentagono attraversa una fase isterica, e  per esempio il capo di stato maggiore è ancora ad interim. Secondo la Nbc, la Casa Bianca sta valutando il ritiro dall’Europa di almeno 25 mila soldati americani, quasi un terzo delle truppe americane presenti nel continente, ma per il giornalista americano Michael Weiss la soluzione trumpiana di ritiro  non è così facile: secondo il National Defense Authorization Act, per scendere sotto i 76 mila militari in Europa per oltre 45 giorni serve l’autorizzazione del Congresso, così come per il trasferimento fuori dall’Europa di equipaggiamenti militari di valore superiore a 500 mila dollari.</p><p><b>L’esercito  torna a fare la guerra.</b> Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, gli eserciti europei stanno tornando a essere progettati per una guerra convenzionale di grandi dimensioni. E’ la conclusione dell’ultimo rapporto dell’International Institute for Strategic Studies, “The Defence of Europe in a New Era”, che descrive la trasformazione più profonda degli eserciti europei dagli anni Novanta. La Nato ha ricominciato a ragionare in termini di divisioni, corpi d’armata e comandi multinazionali. Le brigate restano le unità operative di base, ma per una guerra ad alta intensità servono strutture capaci di coordinare uomini, artiglieria, difesa aerea, logistica e rinforzi. Il problema è che la ricostruzione procede più lentamente dei piani. L’Iiss individua ancora carenze significative in personale, artiglieria, difesa aerea, munizioni, mezzi corazzati e capacità di sostenere a lungo un conflitto. La Polonia è l’eccezione, e molte delle lacune non saranno colmate prima del 2030. I carri armati spiegano bene la situazione: confrontando gli arsenali di 22 paesi Nato nel 1991, nel 2011 e nel 2026 l’Iiss dimostra una drastica riduzione delle flotte corazzate negli ultimi trent’anni, particolarmente in Francia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Regno Unito. Ora la tendenza si sta invertendo, ma per ricostruire una forza terrestre bisogna avere equipaggi addestrati, munizioni, manutenzione, pezzi di ricambio.</p><p><b>Ospedali e soldati tedeschi. </b>L’Esercito tedesco ha analizzato i possibili scenari di guerra con la Russia e ha stabilito che, in alcuni periodi, potrebbero esserci fino a mille militari feriti al giorno. I cinque ospedali militari del paese non sarebbero in grado di gestirli e, secondo la legge tedesca, anche gli ospedali civili sarebbero tenuti a fornire assistenza in caso di guerra. “Il nostro sistema sanitario è pronto? L’unica risposta è: no”, ha affermato Benedikt Friemert, comandante dell’ospedale militare di Ulma. Il problema non si limita al numero di posti letto negli ospedali: vanno rafforzate le catene di approvvigionamento medico e va stabilita una cooperazione più efficace tra le strutture sanitarie militari e civili, ed è su questo che si sta lavorando (c’è anche il problema della dipendenza dalla Cina per molte sostanze per produrre medicinali, ma è una storia ancora più grande). Non ci sono solo gli ospedali: entro la fine del 2027, si prevede che la 45esima Brigata Panzer avrà circa 4.800 soldati tedeschi e avrà sede permanente in Lituania, sul fianco orientale della Nato. La base principale della brigata sarà a Rudninkai, a circa trenta chilometri dalla Bielorussia.</p><p><b>Le esercitazioni bielorusse.</b> La Bielorussia ha concluso ieri  delle esercitazioni militari vicino al confine con la Lituania e la Polonia – citando “minacce” alla sicurezza e sabotaggi – a ridosso del corridoio Suwalki, quel lembo di terra che rappresenta al contempo l’unico passaggio di terra tra la Polonia e i paesi baltici e il collegamento tra la Bielorussia e l’exclave russa di Kaliningrad. Le esercitazioni, sono durate   quattro giorni,  hanno coinvolto  il dispiegamento di mezzi pesanti e truppe e  hanno allarmato i paesi baltici ancora più del solito, da un lato perché la crescente integrazione militare tra Minsk e Mosca rende il corridoio sensibile, dall’altro perché le agenzie d’intelligence europee hanno capito che le esercitazioni militari di Mosca e Minsk camuffano quasi sempre piani operativi fatti di incidenti, attività ibride e, soprattutto, simulazioni di guerra contro la Nato, tentativi di ricognizione e di test della risposta della difesa aerea.</p><p><b>La preparazione dei baltici. </b>Anche i paesi baltici sono tra i più preparati al peggio. Nei giorni scorsi la Lituania ha finalizzato i piani di evacuazione da Vilnius verso la Polonia in caso di attacco sulla capitale. I piani lituani sono molto circostanziati, e sono previste tre direttrici principali: una verso la Polonia, le altre verso nord e verso ovest. La scelta della direttrice e dell’ordine di evacuazione dipende dal punto e dalla gravità della minaccia. Secondo il piano, i cittadini con un’auto dovrebbero utilizzare le rotte prestabilite, per chi invece non può muoversi autonomamente il governo sta predisponendo un sistema di trasporto pubblico. Ma l’ordine è che l’evacuazione si inizi prima che la minaccia diretta si materializzi: se è già in corso un bombardamento, l’indicazione è di restare nei rifugi.</p><p><b>Movimenti di truppe.</b> Oltre agli aerei da ricognizione Nato che nei giorni scorsi hanno controllato l’area di manovra delle esercitazioni bielorusse, in  questi giorni è in corso a Gotland, l’isola strategica svedese nel Mar Baltico, l’esercitazione militare  “Silver Wotan”, che coinvolge forze tedesche e svedesi. L’obiettivo è testare la capacità di dispiegare rapidamente rinforzi sull’isola e di difenderla in caso di crisi, con particolare attenzione alla sicurezza del Baltico.</p><p><b>Il “War Book” britannico.</b> Il Regno Unito ha ripreso in mano il suo “War Book”, che era stato messo via dopo tanti anni di pace (c’è una splendida copia del 1976, con appunti a mano tenuti insieme da un elastico, negli Archivi nazionali di Kew). Ora tutti i ministeri sono stati attivati per completare liste e individuare richieste o elementi di forza entro la fine dell’anno nel caso in cui il paese dovesse entrare in guerra. Il governo ha inoltre annunciato una grande esercitazione nazionale nel 2027, dalla risposta locale fino ai ministri, con centinaia di funzionari coinvolti. A differenza di molti altri paesi europei, nel Regno Unito non ci si divide di continuo sulla necessità di difendere l’Ucraina: gli inglesi hanno preso molte decisioni incoscienti, ma sulla minaccia russa non tentennano.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Le armi dell’orrore di Putin e il voto per lanciare la mobilitazione</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Vladimir Putin ieri ha votato alle elezioni per la Duma, il Parlamento russo:</b> ha scelto di votare online, pubblicando il  video in cui compare molto concentrato (anche un po’ confuso) come se il voto contasse davvero e il risultato non fosse già del tutto scontato, visto che tutti i candidati che non piacciono al Cremlino sono stati banditi ancora prima di questa tre giorni elettorale. L’opposizione in esilio si è divisa tra chi chiede il boicottaggio di un voto illegittimo e chi vuole usarlo per sostenere i candidati che non sono di <b>Russia unita, il partito putiniano,</b> in modo da dare voce in qualche modo allo scontento nei confronti di Putin e della guerra e scalfire, anche se poco, il suo consenso.</p><p>Perché anche in un’elezione che non è degno definire tale, <b>il presidente cerca la sua legittimazione per costruire un Parlamento di guerra</b> (ci sono molti reduci dell’“operazione militare speciale” candidati con Russia unita), nato dalle prime elezioni dall’invasione dell’Ucraina, e proiettato a definire la completa militarizzazione del paese. Che si fonda in gran parte sulla mobilitazione, e anzi <b>il voto è considerato il via libera per una ingente mobilitazione</b> che è già stata pianificata e che è stata per così dire semplificata: se compari nella lista, devi andare, altrimenti sei un disertore (prima c’era una richiesta). Naturalmente Putin nega che ci siano problemi nel reperire la sua carne da cannone: “Si arruolano tutti volontariamente e firmano i contratti”, ha detto. Ma, come dicono gli ucraini,<b> muoiono mille soldati russi alla settimana </b>(310 mila solo quest’anno); come dicono alcune fonti, nelle liste dei ricercati della polizia ci sono un milione e mezzo di uomini che si sono sottratti alla coscrizione; ci sono pubblicità che dicono: firmate i contratti, così evitate l’arruolamento forzato, ma i soldi ricevuti sono comunque molto meno rispetto all’inizio: <b>l’arruolamento è forzoso, e le elezioni servono per farlo partire in massa. Se lo scontento dovesse esserci, probabilmente non lo sapremo mai.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</b></p><p><b></b>Le ultime versioni dei droni russi <b>Geran, il 4 e il 5, sono una versione migliorata degli Shahed iraniani</b>, più simili a missili da crociera, volano a velocità molto più elevate e per Kyiv è sempre più difficile intercettarli. Mosca li sta utilizzando insieme ai Banderol a basso costo e a propulsione nucleare: quest’anno l’Iran ha chiesto alla Russia rifornimento di Geran da utilizzare nella sua guerra contro Israele e  Stati Uniti.</p>]]></description>
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				<title>Il ruolo dei veterani di guerra nelle elezioni per la Duma di stato russa</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Lesia Bidochko e Adam Ure</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Le elezioni per la Duma di stato iniziate ieri in Russia termineranno il 20 settembre 2026.</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/17/news/il-voto-dei-russi-per-una-duma-senza-opposizione-e-anche-un-test-per-russia-unita--407769">Si tratta delle prime elezioni parlamentari che si tengono in tempo di guerra:</a>&nbsp;i soldati voteranno dalle loro unità; per il voto al fronte e nei territori occupati valgono regole speciali; e nel territorio ucraino occupato sono stati istituiti undici collegi uninominali, alcuni dei quali si estendono stranamente in città che in realtà non sono sotto il controllo russo. Mosca sta utilizzando le imminenti elezioni per <b>trasformare l’annessione russa del territorio ucraino in una routine amministrativa.</b></p><h2>Le elezioni come punto debole</h2><p>Questo tentativo di normalizzare la guerra mette in luce il paradosso centrale che Mosca deve affrontare. La guerra contro l’Ucraina dura ormai da oltre 12 anni. Eppure il Cremlino ha sostanzialmente mantenuto la sua strategia di proteggere la maggioranza dei russi dall’invasione.</p><p>Qualsiasi opposizione significativa è stata schiacciata anni fa e <b>"Yabloko", l’unico partito registrato che si oppone apertamente alla guerra</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/11/news/yabloko-e-fuori-e-con-il-voto-putin-scrive-le-prossime-tappe-di-guerra--404632">è stato rimosso dalle liste elettorali ad agosto</a>. I consensi di "Yabloko" avevano già iniziato a salire prima ancora che il partito lanciasse la propria campagna elettorale. Ciò che rimane non è una contesa tra il regime e i suoi critici, ma una contesa tra candidati che il regime ha già approvato.</p><p>Tuttavia, un esito predeterminato non rende le elezioni prive di significato. Il Cremlino ha bisogno delle elezioni per due scopi contrastanti: <b>sia per trasmettere e mantenere un senso di normalità controllata, sia per dimostrare il sostegno pubblico agli obiettivi bellici del Cremlino</b>. La guerra deve essere abbastanza visibile da legittimare il ruolo dei veterani, le annessioni territoriali e i sacrifici in corso, ma abbastanza lontana da far sembrare che le elezioni si svolgano ancora in tempo di pace. Un’elezione predeterminata può far luce su come il Cremlino intenda integrare la guerra nel sistema politico russo e su dove questi sforzi potrebbero incontrare difficoltà.</p><h2>I veterani come nuova nomenklatura russa?</h2><p><b>In passato Putin ha utilizzato le elezioni per segnalare legittimità e controllo</b> e per guidare le élite in competizione tra loro. Questa volta, tuttavia, deve anche affrontare il problema crescente della classe dei veterani di ritorno.</p><p><b>“Novaya Gazeta Europe” stima che siano state arruolate in totale 2,5 milioni di persone</b>, di cui almeno 400.000 sono già tornate a casa dal fronte, mentre altre 700.000 seguiranno qualora la guerra dovesse finire. L’intero contingente sovietico in Afghanistan negli anni ’80 ammontava a 620.000 unità in un periodo di nove anni.</p><p>I veterani stanno tornando con l’aspettativa di uno status privilegiato, ma anche con le reti di contatti forgiate durante il loro periodo al fronte e con le rivendicazioni che si sono accumulate nel corso della guerra. La questione politica per Mosca è quindi: come si può impedire che questo nuovo e vasto elettorato sviluppi interessi e organizzazioni propri?</p><p>Il Cremlino ha già assistito due volte all’alternativa: gli "Afgantsy" (veterani della guerra in Afghanistan), le cui associazioni sono scivolate nell’economia sommersa e nella criminalità organizzata in seguito al crollo dello Stato sovietico, e<b> Prigozhin, la cui organizzazione di veterani ha marciato su Mosca nel giugno 2023.</b> La sua risposta consiste nel premiare la lealtà individuale piuttosto che consentire l’organizzazione collettiva — attraverso programmi di occupazione, posti riservati nella pubblica amministrazione, riqualificazione professionale e incentivi per i datori di lavoro, con gran parte dei costi scaricati sui bilanci regionali già in rosso. Lo stato, che ha pagato questi uomini per andare in guerra, deve ora pagarli di nuovo affinché tornino a casa in silenzio e senza clamore.</p><p>Putin si è spinto ancora oltre, suggerendo che i veterani dovrebbero diventare una nuova classe politica — essenzialmente <b>una "nuova élite" che potrebbe costituire la futura leadership del paese</b>. Nel 2024 ha lanciato il progetto "Time of Heroes", che mira a favorire l’accesso prioritario dei veterani (così come di altre figure coinvolte nella guerra, quali i dipendenti del complesso militare-industriale) a incarichi governativi. La nomenklatura sovietica era un elenco di incarichi controllati dal partito. "Time of Heroes" è un elenco controllato dall’Amministrazione presidenziale. Ora che il regime ha eliminato il sistema di promozione comunista tramite una nomenklatura, non dispone più di alcuna istituzione in grado di formare una nuova élite. Può solo nominarne una.</p><p><b>"Russia Unita", com’era prevedibile, è stato lo strumento più importante per la creazione della nuova casta dei guerrieri. </b>Dei 4.374 candidati alle primarie di quest’anno, 535 — ovvero il 12 per cento — erano registrati come veterani di guerra, una categoria i cui risultati preliminari delle votazioni sono stati automaticamente maggiorati del 25 per cento. Anche altri partiti hanno candidato veterani di guerra: la Commissione Elettorale Centrale ha approvato la candidatura di 1.586 veterani a cariche a livello federale, regionale e locale, di cui almeno 200 per i 450 seggi della Duma. Nel 2024, 308 veterani di “Russia Unita” hanno vinto le elezioni locali e regionali. Oggi è la prima volta che riescono ad avere la possibilità di conquistare seggi nel parlamento federale.</p><p><b>Il Cremlino ha stabilito una quota per i veterani, n</b>on una lobby dei veterani. Il candidato ideale è un veterano fedele all’amministrazione e politicamente inesperto: un background, non un elettorato. Né è escluso alcun tipo di background. Vladislav Golovin, 29 anni, ha comandato un plotone di fanteria marina a Mariupol, dove è rimasto ferito, ha completato il programma “Il tempo degli eroi” e ora è in testa alla lista nazionale di “Russia Unita” insieme al ministro degli Esteri Sergei Lavrov e al sindaco di Mosca Sergei Sobyanin; Kyiv lo sta ricercando per crimini di guerra.</p><p>Eduard Shonov, che figura nella lista moscovita del partito, è un ex combattente delle forze speciali che ha partecipato all’occupazione della regione di Kiev e potrebbe essere stato coinvolto in crimini di guerra a Bucha. Questi precedenti costituiscono le loro credenziali. La complicità lega più fortemente dell’ideologia e non richiede mai un aumento di stipendio.</p><p>Altri “veterani” sono già quadri politici affermati, i cui curriculum sono stati arricchiti da un’esperienza militare. In entrambi i casi, il Cremlino vuole veterani che possa controllare, non militari che potrebbero agire di propria iniziativa. Essi vengono integrati nel regime di Putin senza che il putinismo stesso cambi. In questo modo, <b>la guerra è destinata a continuare politicamente non appena cesseranno i combattimenti.</b></p><h2>La guerra nascosta</h2><p><b>"Russia Unita" si presenta sia come il partito di guerra di Putin sia come il partito che protegge i russi dalla guerra,</b> facendoli da scudo. I suoi due candidati principali stanno conducendo due campagne diverse: il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin liquida come prive di valore le richieste di mettere l’economia in stato di guerra e promette a un pubblico esausto che nulla cambierà, mentre Putin dice a quello stesso pubblico che gli "eroi dell’operazione militare speciale" hanno fatto sentire al popolo russo cosa significa davvero la Russia.</p><p>La vecchia formula era la stabilità, confezionata come promesse elettorali — strade, scuole, infrastrutture — programmate per coincidere con le elezioni. Ma questa formula ha fatto il suo tempo: i bilanci sono in rosso e persino a Mosca si sta procedendo al accorpamento di scuole e cliniche.</p><p>Si tratta di "stabilità negativa". Il Cremlino non può più permettersi la normalità che deve mostrare; può, tuttavia, inscenarla e controllarla — da qui le restrizioni su app di messaggistica come Telegram e WhatsApp,<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/la-guerra-di-putin-alle-vpn-finisce-in-un-cortocircuito--400341"> nonché la repressione delle Vpn.</a>&nbsp;La guerra sta già influenzando le elezioni: i parlamentari comunisti ora affermano apertamente che l’economia non può sopportare una guerra lunga.</p><p><b>Gli attacchi di Kyiv sul territorio russo stanno ridisegnando la geografia dell’incertezza</b> e, nei territori occupati, impediscono a Mosca di normalizzare l’annessione — un processo che i nuovi collegi elettorali dovrebbero legittimare. Durante la crisi della benzina di quest’estate, Putin ha apertamente respinto l’offerta di Zelensky di una moratoria reciproca sugli attacchi all’entroterra: La decisione di mantenere la guerra sotto i riflettori spetta a lui — contrariamente agli istinti della sua stessa lista di partito.</p><p>Il Cremlino sta utilizzando le elezioni per "mascherare" la guerra e l’annessione all’interno di normali biografie politiche. L’occidente dovrebbe respingere questo "mascheramento": qualsiasi membro del parlamento eletto dai territori occupati o attraverso la quota riservata ai veterani dovrebbe essere inserito nella lista nera il giorno stesso dell’annuncio dei risultati e rimanervi per tutta la durata del mandato.</p><p><i>La dott.ssa Lesia Bidochko è Policy Fellow presso l’Istituto di Politica Europea di Kyiv (EPIK), docente di scienze politiche presso l’Accademia di Kiev-Mohyla e ricercatrice non residente presso l’Università Europea Viadrina di Francoforte sull’Oder.</i></p><p><i>Il dott. Adam Ure è direttore di “Lvivski”, un’agenzia di ricerca specializzata nell’analisi della politica dell’informazione russa. Ha ricoperto il ruolo di consulente per governi e aziende in tutto il mondo.</i></p>]]></description>
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				<title>L’ambasciata a Parigi vacante da mesi. La corsa di Genuardi e Lo Cascio. E l&#039;ipotesi Sangiuliano-Giuli</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Parigi val bene un Tajani. Ogni ambasciatore sogna di andarci, ma la sede resta vacante. Può una delle rappresentanze più importanti d’Europa rimanere senza il diplomatico ufficiale? Si possono attendere le prossime elezioni presidenziali per stabilire la feluca più adatta? All’inizio era una contesa fra Farnesina e Palazzo Chigi, un duello fra il segretario generale Riccardo Guariglia e il capo di gabinetto di Tajani, Francesco Genuardi, ma ora sembra il ballo delle parrucche: i Pari di Tony. A fine giugno, Emanuela D’Alessandro, ambasciatrice dal 2022, lascia l’incarico e fa ritorno al Quirinale come consigliere degli affari diplomatici di Mattarella. Il nome iniziale di Tajani è Guariglia, che lascerebbe il ruolo, ambitissimo, di segretario generale a Genuardi. Meloni prende tempo. Perché? La Francia è una provincia di Fazzolari, il Re Sole della destra. I giorni passano e a Parigi si scatena la fantasia: e se arrivasse un Sangiuliano o Alessandro Giuli? Allons, intellettuali de la patrie!</p><p>Mussolini inviò a Londra Dino Grandi, Renzi scelse Calenda come rappresentante permanente a Bruxelles. Perché Meloni non può inviare un fratello italien? Calma. A ogni Cdm si racconta che  Tajani (che smentisce) provi a sponsorizzare la nomina di Guariglia,  segretario generale alla Farnesina, l’ambasciatore che ha preso il posto che è stato occupato da Elisabetta Belloni ed Ettore Sequi. La scalata di Guariglia da anni è oggetto di risolini. Il favorito per la carica di segretario generale era l’ambasciatore Armando Varricchio, ma Guariglia ha avuto la meglio perché (ed è la leggenda), insieme a Tajani, faceva parte della meglio gioventù (monarchica). Insomma, si conoscevano da quando avevano le feluche corte. A Guariglia mancano pochi anni per andare in pensione.  <b>Si stanno avvicinando le elezioni, non solo quelle francesi, ma anche le italiane. Che fa il diplomatico in carriera? Si guarda intorno. Chi ha servito il governo Meloni, ed è stato promosso (prendete il caso di Fabrizio Bucci a Berlino o Luca Ferrari a Tel Aviv), teme che con l’arrivo di un nuovo governo venga sostituito. </b>In Francia era il Terrore, nella diplomazia si traduce in “fare gli scatoloni”.</p><p>Se vince Schlein o Conte, si sa già che alla Farnesina non si faranno prigionieri, e che il primo dei ridimensionati sarà Fabrizio Saggio, il diplomatico di Meloni che puntava a fare l’ambasciatore a Washington. In verità, un altro che ambiva a fare la feluca in America era Genuardi, che segue Tajani come un’ombra, tanto che Tajani non ha voluto separarsene. Genuardi è rimasto al suo fianco, ma ora che la legislatura è in scadenza, Tajani è scisso: sente il bisogno di ripagare la lealtà. O lo invia a Parigi o lo nomina  segretario generale.   A Palazzo Chigi pensano (ma Tajani smentisce):  con Genuardi segretario generale, Tajani avrà una sorta di controllo anche in un prossimo governo, tanto più se quel governo dovesse essere di centrodestra e Tajani non più il ministro degli Esteri. Ci sono perplessità. Altro piccolo ostacolo. Il Re Sole della destra, Fazzolari, ha da sempre il pallino per la diplomazia, da figlio di diplomatico, e comprende l’importanza di avere figure vicine, tanto più in Francia (nazione dove Fazzolari ha vissuto). L’ambasciatore di destra per eccellenza è Vattani jr, ma è di stanza a Tokyo. Non si può fare. Tra Genuardi, Guariglia, e chissà quanti altri ancora, potrebbe  spuntarla un terzo, il vice di Guariglia. E’ Carlo Lo Cascio, che ha  puntato anche l’Osce, così come Saggio avrebbe  puntato Bruxelles, la sede occupata da Vincenzo Celeste.</p><p>In francese si dice impasse. Alla Farnesina l’impasse produce i soliti malumori, i veleni.  La decisione del governo Meloni di richiamare l’ambasciatore italiano in Etiopia, Sem Fabrizi, definito dal governo etiope una “persona non grata”, interroga ancora la comunità della Farnesina. E’ la stessa comunità che da ormai un anno lotta contro il don di Tajani, il cappellano Don Malizia, che ormai fa le veci di Guariglia e che ha raggiunto un’egemonia senza pari. In breve: il segretario generale è candidato per  Parigi (con Tajani che, al solito, smentisce), il capo di gabinetto corre per la carica di segretario generale (o per Parigi) e intanto il cappellano si occupa del ministero. E in Francia? <b>Se dovesse vincere Le Pen, per Meloni e Fazzolari cambia tutto. Serve una figura più “politica”. Trump ha inviato in Italia l’ambasciatore Fertitta, l’amico che gli ha pagato la campagna elettorale, e a Parigi, sapete chi ha scelto? Il consuocero Kushner, Charles Kushner, il padre di Jared, il marito di Ivanka. In Italia, in teoria, è impossibile (si devono scegliere ambasciatori di carriera), ma c’è un precedente.</b></p><p><b></b>  E’ il caso di Carlo Calenda, nominato da Renzi  rappresentante a Bruxelles. E’ stata una decisione che ha spaccato la diplomazia, anche se i diplomatici  se la cercarono. Renzi aveva scelto  Cesare Maria Ragaglini, ma Ragaglini chiedeva tempo (e non solo…), al che Renzi, spazientito, decise di fare una strambata. Può ripetersi? Chi è l’italiano a Parigi di Meloni? Gennaro Sangiuliano, ex corrispondente Rai, e appena nominato coordinatore regionale in Campania di FdI. Il suo nome, e non è uno scherzo, sta girando a Rue de Varenne, così come un altro. Chi è il ministro del governo Meloni che parla in francese, che conosce i classici francesi? E’ Alessandro Giuli, in passato indicato come un possibile candidato alla guida dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Sono chiaramente fantasie, ma questi non sono forse  tempi che superano la fantasia? Di vero c’è che Tajani avrebbe rinunciato  a   Guariglia e che Meloni in Cdm rimanda la decisione.  Una soluzione ci sarebbe: spedire a Parigi don Malizia, il cappellano di Tajani. Dopo i cardinali Mazzarino e Richelieu avremo il cardinal Malice: la feluca con la berretta.</p>]]></description>
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				<title>Da Urso a Calderone, passando per i sindaci: chi rischia e chi sale in FdI (che lavora alle liste)</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Luca Roberto</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’intenzione è di ricandidarli tutti, i ministri politici in quota FdI. Anche se delle importanti sostituzioni in campo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgia-meloni_429" target="_blank">Giorgia Meloni</a>, da allenatrice di una squadra che reputa vincente, le vorrebbe fare. Anche per rinfrescare un eventuale governo Meloni II, dopo che gli oltre quattro anni (cinque, se si arriverà a scadenza) hanno dato importanti suggerimenti su chi ha fatto bene e chi meno. <b>Tra i ministri considerati in uscita, l’abbiamo detto, c’è Orazio Schillaci, titolare della Salute (ma da tecnico). Meloni ha stima della ministra del Lavoro Marina Calderone, che però pure è una figura  tecnica e dentro FdI hanno fatto notare come per Walter Rizzetto, presidente della Commissione Lavoro alla Camera, una promozione sia legittima. Intanto si ragiona già sulle liste.</b></p><p>Chiariamolo subito: non si sa ancora quando si andrà a votare, se a primavera in accoppiata con le principali grandi città o tra più di un anno. Per cui anche all’interno della maggioranza vige una certa qual incertezza. Si sa, però, che il periodo al governo e l’attività parlamentare forniranno una buona base per prendere delle decisioni su chi merita di essere riproposto e chi invece potrebbe dover fare un passo indietro. Le liste, va da sé, sono ancora una bozza. Ma in Via della Scrofa, quartier generale di Fratelli d’Italia, hanno iniziato a lavorarci. Sui dirigenti di primo piano, non c’è nemmeno bisogno di esprimersi: saranno riproposti in blocco. Tra questi, come abbiamo già raccontato sul Foglio, la novità è che avanza forte la candidatura di Arianna Meloni, la quale si è messa a disposizione del partito (pur non nutrendo particolari brame di esposizione). Tra i ministri, personalità come Guido Crosetto, in alto nei sondaggi per gradimento dell’elettorato, sono considerati un asset anche nell’eventuale governo venturo. Così come i colleghi Luca Ciriani e Francesco Lollobrigida. In questi giorni il Fatto ha scritto della volontà dei vertici di FdI di non ricandidare il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ma fonti di Palazzo Chigi smentiscono questo scenario. Del resto Nordio si è sì detto disposto a “lasciare spazio ai giovani” ma non ha mai lasciato intendere di non voler restare a disposizione, qualora Meloni glielo chiedesse. Più che altro c’è all’interno dei gruppi parlamentari meloniani, soprattutto in chi ambisce a occuparsi di giustizia, una certa qual ambizione di avvicendamento (ma non risulta che la presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo stia brigando per salire a Via Arenula). Al ministero della Salute, e anche questo l’abbiamo raccontato, potrebbe essere promosso l’attuale sottosegretario Marcello Gemmato. Oltre a Rizzetto, per il ministero del Lavoro si fa anche il nome di Luigi Sbarra, che potrebbe essere candidato al sud e il cui lavoro da sottosegretario è stato apprezzato.</p><p>E Urso?&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/29/news/lurso-commissariato-dallilva-allenergia-meloni-vorrebbe-un-commissario-messaggi-al-titolare-del-mimit--403470" target="_blank">I vertici di FdI non sempre sono stati contenti del lavoro del ministro delle Imprese e del Made in Italy (eufemismo)</a>. Anche per questo, seppur una ricandidatura in virtù di una lunga militanza venga data per scontata, una discontinuità al Mimit potrebbe esserci. Tra i nomi che circolano all’interno del partito come meritevoli eventualmente di una promozione c’è quello di Luca De Carlo, veneto, presidente della commissione Industria del Senato. Per il ministro del Mare Nello Musumeci, invece, sono ancora in corso valutazioni che comprendono il ritorno in Sicilia come candidato presidente alla Regione, come vorrebbe Meloni, che ha sottoposto l’ipotesi agli alleati in una riunione a Palazzo Chigi, in cui la premier ha manifestato un po’ in apprensione per l’attendismo di Forza Italia e del presidente Schifani. Assecondando un metodo che sempre è valso dentro Fratelli d’Italia, poi, visti i precedenti di Lollobrigida e Foti, entrambi capigruppo alla Camera ed entrambi poi diventati ministri, Galeazzo Bignami potrebbe essere ricompreso nella futuribile squadra di governo.  Per quel che riguarda le liste, invece, si tratterà anche in questo caso, per la gran parte, di ricandidature (del resto il gruppo parlamentare di FdI è quello con la minor percentuale, all’interno della maggioranza, di parlamentari che ha già maturato il diritto al vitalizio avendo fatto meno legislature). Tra questi anche Daniela Santanché, che però dovrebbe restare fuori da eventuali ministeri (ma tutto può accadere). Tra le potenziali candidature anche quelle di Alessandro Tomasi, ex sindaco di Pistoia, attualmente consigliere regionale in Toscana dopo aver perso le regionali contro Eugenio Giani. Ma soprattutto <b>Pierluigi Biondi, sindaco dell’Aquila il cui mandato scade proprio l’anno prossimo e che nel partito svolge il ruolo di coordinatore dei primi cittadini. Qualcuno potrebbe “fare il salto” da Gioventù nazionale, la giovanile del partito: il presidente, Fabio Roscani, è già deputato. La vicepresidente Chiara La Porta era a Montecitorio ma poi ha optato per l’elezione al Consiglio regionale toscano. Il portavoce Stefano Cavedagna è europarlamentare. Un nome potrebbe essere quello dell’altro vicepresidente di Gn Francesco Di Giuseppe</b>.</p><p>Si dirà: sono solo ipotesi pronte a essere scompaginate con l’approssimarsi alle urne. Ma già il fatto che ci si stia pensando segnala la volontà di non farsi cogliere impreparati.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Via l’Apollo stupratore dal logo del Mic. Pd e M5s: “Valutiamo la proposta”</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. Dopo aver cambiato ministro, si cambia logo. Non più l’Apollo patriarcale che stupra Dafne… Non più il dio eccitatissimo, bellissimo… Ma magari un più casto flauto di Pan. Nuovo logo del Mic, perché no? I membri della commissione Cultura alla Camera, martedì mattina, hanno ricevuto e letto una pec. Una petizione popolare – che pare scritta da Valerie Solanas o Michela Murgia – per rivedere il simbolo del Ministero di Alessandro Giuli. Contro il patriarcato mediterraneo. Non più il profilo di Apollo del Bernini, dunque, bensì qualcosa, o qualcuno, che sia “pienamente inclusivo”, “che non richiami, nemmeno implicitamente, dinamiche di violenza di genere”. Il testo, inoltrato ai parlamentari, l’ha scritto una piccola Solanas di Roma. La signora Fufi Sonnino, ottantaseienne e storica donna del Movimento femminista romano che, insieme a Yuki Maraini, sorella di Dacia, negli anni Settanta cantava: “La tua bambola fu l’arma / che inventò la vocazione / d’esser sposa d'esser madre / di servire ad un padrone”.</p><p>Fufi, che abbiamo contattato, ha scritto il testo e ha raccolto al momento  oltre seicento firme. Tutte trascritte e allegate alla pec. Manca la Maraini grande, certo, ma tra le promotrici scorgiamo Toni Maraini. Anch’ella scrittrice, storica del Maghreb, e seconda sorella di Dacia. Individuiamo, poi, il nome di Giulia Minoli che potrebbe rispondere alla regista  figlia di Giovanni nonché presidente, con Fiorella Mannoia, di “Una nessuna centomila”. La fondazione contro il patriarcato, per contrastare la violenza maschile.</p><p>In commissione Cultura, insomma, hanno letto il testo. Che ha posto un tema. Serio. Giacché la forma è sostanza, si dice, e solo i meschini non badano all’apparenza – lo sa chiunque, nella vita, abbia mai partecipato alle massacranti riunioni sui loghi (e lo chiamano rebranding…). La forma è sostanza, dicevamo, e un Apollo che stupra la ninfa, in un ministero, proprio non ci può stare. Tanto meno in quel ministero dove le ninfe, in quattro anni, non sono mancate. Anzi. (Per quanto, ai tempi, più che in allori si siano trasformate in gramigne)... I patriarchi mediterranei, all’incirca, li conosciamo. Chiediamo perciò alle parlamentari donne, più sensibili, cosa ne pensino. Risponde al telefono Irene Manzi, membro della commissione in quota Pd: “E’ una proposta che va valutata – ci dice – perché fa riflettere”. Aggiunge : “Bisogna sempre ricordare che i miti greci appartengono alla nostra storia, che  vanno conosciuti, studiati, contestualizzati”. Non a caso Manzi è nella segreteria nazionale di Elly Schlein e si occupa di scuola. “Non vorremmo certo smantellare le statue!”. No. Anche se Fufi pensava al logo. “Il logo non è una statua,  certo, e sicuramente la proposta fa pensare che i tempi sono cambiati. Grazie  a Dio”. Proviamo a contattare Elisabetta Piccolotti di Avs, non raggiungibile, e poi Anna Laura Orrico del Movimento cinque stelle. “La questione  – dice la parlamentare pentastellata – può essere un tema da affrontare poiché richiama l’attenzione, spesso smarrita, sulla problematica della cultura occidentale. Permeata da pulsioni e schemi patriarcali”. Già. E pensare che primo acchito, lo ammettiamo, non l’avevamo presa sul serio. “Certo è – aggiunge Orrico – che concentrerei le riflessioni, come ho già fatto personalmente in passato, anche su quello che accade dentro le stanze di via del Collegio romano, magari per far ripartire l’Osservatorio sulla parità di genere del Mic. In modo da lavorare per ridurre le disparità di genere nel campo delle arti e della cultura italiana”. E passi, allora, che l’Apollo di Bernini è il dio più bello del mondo. Passi che di trasformarci in alloro, come Dafne, l’avremmo voluto a volte anche noi (non  è inclusiva la ninfa?). Ma non può certo passare, vent’anni dopo la sua introduzione, un logo contro il consenso. Del resto, i tempi sono cambiati. E il governo Meloni non è soltanto il governo più longevo. Ma anche quello che, da destra, ha introdotto il reato di cui sentivamo la mancanza. Il femminicidio. O, a questo punto, ninficidio. Attendiamo dunque il rebranding. Con l’autorizzazione dell’ufficio egemonia.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Una cosa di sinistra&quot; (e lotta di classe). Il libro del dem Lorenzo Pacini</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non inganni la presentazione dall’aria istituzionale, il 29 settembre, “in” Feltrinelli Duomo, come si dice a Milano, né l’editore progressista (Ponte alle Grazie) ma con piedi piantati in una grande holding (Mauri Spagnol) dalle solide radici non ultra-proletarie. Nessun inganno: <b>“Una cosa di sinistra - come far tornare alla politica chi non ci crede più”,</b> il libro del trentenne&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/30/news/il-giovane-dem-lorenzo-pacini-si-candida-a-sindaco-di-milano-modello-mamdani--401391" target="_blank">Lorenzo Pacini</a>, assessore dem al primo Municipio nella capitale lombarda e da tempo autocandidato a sindaco per il centrosinistra in vista delle futuribili primarie, è proprio quello che dice di essere. Una cosa di sinistra, ma di sinistra-sinistra, talmente di sinistra che qualsiasi Varoufakis impallidirebbe, e fin dalla frase in esergo: “Dedicato a chi non si arrende, a chi non crede nella vana speranza, ma solo nella felicità collettiva”. Di più. <b>Il libro è un manifesto con la M maiuscola, nel senso di Marx ed Engels che, attraverso i secoli, echeggiano come nota a piè di pagina, e in senso pratico: alla riga dieci, infatti, Pacini scrive quello che ha detto ai milanesi qualche mese fa, prima che dall’impero dei podcast uscisse il candidato ufficioso Mario Calabresi.</b></p><p>E dunque: “Ho scritto ‘Una Cosa di Sinistra’ per raccontare come sia necessario riportare al centro della politica le persone e i loro bisogni e come possiamo farlo ora a partire da Milano. Sono di sinistra perché credo nel benessere dei molti contro il privilegio dei pochi. <b>E perché credo che il socialismo sarà sempre l’unica alternativa alla barbarie. Sono di sinistra perché credo si possa essere felici solo se lo sono tutti. Sono anche militante del Pd, e mi candido a diventare sindaco della mia città”.</b> Ed ecco che il programma del candidato Pacini, anche nel frattempo intervistato su Vanity Fair, prende forma in purezza (altro che bollo auto), dopo un’estate trascorsa a distribuire angurie nei quartieri disagiati immersi nella canicola. E a Milano leggenda urbana vuole che l’assessore, all’arrivo di un settembre cocciutamente afoso, stupito per la sparizione prematura delle angurie dagli scaffali dei supermercati, si sia spinto a cercarle fuori dalla cintura urbana, mentre i più burloni tra i suoi seguaci facevano battute sul possibile complotto di qualche fan del consigliere regionale dem Piefrancesco Majorino, l’uomo che (in teoria) alle primarie doveva essere il primo iscritto. Che non abbiano visto arrivare Pacini, al Nazareno, o che preferiscano lasciare Milano ai milanesi, primarie comprese, fatto sta che il manifesto del candidato non lascia nulla al dubbio. <b>Della serie: ridistribuire, ridistribuire, ridistribuire; tassare i ricchi, tassare i ricchi, tassare i ricchi. Il primo capitolo (“I miliardari non sono un modello, ma il nemico”) fa scuola: con qualche miliardario un po’ meno miliardario, è il concetto, si starebbe molto meglio, in questo scenario di ascensori sociali fermi e di sinistra che non parla di soldi (“La sinistra deve parlare di soldi”, si consiglia infatti al capitolo due).</b></p><p>Anzi: si starebbe meglio con qualche miliardario in meno, in città, visto che il miliardario, oggi, dice Pacini, non porta quasi mai investimenti, ma quasi sempre speculazione, falsando al rialzo il mercato immobiliare, per tacere delle criptovalute. Ne consegue che, per far ripartire l’ascensore sociale, bisogna “tornare alla lotta di classe” (se non ci si crede, si vada a leggere il capitolo quattro, “Lotta di classe intergenerazionale”). <b>E non è tutto: la ricetta per una “rivoluzione a Milano” (e poi chissà), oltre ovviamente alla patrimoniale, prevede un “socialismo municipale” fatto di “mutualismo” diffuso (e proprio nella città del lusso), per risolvere la “vera unica emergenza, quella sociale” (non parlateci di sbarchi e maranza, è il concetto). </b>Intanto, dice Pacini, oltre a iniziare a parlare di soldi, cari compagni aprite gli occhi: “Il nemico del popolo non arriva con lo yacht, ma con il jet privato”.</p>]]></description>
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				<title>Yemen, Lituania, Gaza. L’Italia non è in guerra, ma le guerre si occupano dell’Italia</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Isolarsi da un mondo in fiamme nella speranza di essere ignorati dalle fiamme del mondo può funzionare quando si cerca di evadere dalla realtà costruendo metaversi paralleli, non necessariamente con l’intelligenza artificiale. Ma diventa un po’ più difficile quando il mondo da cui hai cercato goffamente di allontanarti si avvicina a te, decidendo di occuparsi di te, della tua libertà, del tuo benessere, della tua sicurezza, senza curarsi del tuo desiderio effimero di alzare qualche muro per evitare di essere sfiorato dalle fiamme. <b>Il raid iraniano sull’Arabia Saudita che ha colpito un velivolo F-2000 italiano</b> arriva negli stessi giorni dell’azione di due caccia italiani inviati dalla Nato nel cielo della Lituania per monitorare lo sconfinamento di due jet russi,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/crosetto-scrive-a-kallas-per-chiedere-entro-oggi-piu-risorse-europee-su-aspides-anticipazione--408022">negli stessi giorni dell’invio di una nave della Marina italiana nello stretto di Bab el Mandeb per proteggere le navi nazionali dagli attacchi dei terroristi houthi in Yemen</a>&nbsp;in aperta sfida all’immobilismo della missione europea Aspides, negli stessi giorni in cui altri due caccia italiani hanno neutralizzato sempre nei cieli della Lituania un drone russo, negli stessi giorni in cui è stato confermato che i carabinieri italiani guideranno la missione con cui verrà sostenuta l’attività dei poliziotti palestinesi a Gaza. E per quanto si possa cercare in tutti i modi, e con varie sfumature di ipocrisia, di non occuparsi del disordine mondiale, quando il disordine mondiale inizia a occuparsi di te dovrebbe diventare chiaro quello che in troppi non vogliono vedere: <b>predicare la neutralità di fronte ai conflitti del mondo non è una leva per intervenire positivamente sulla nostra sicurezza, ma è una leva per intervenire negativamente sulla nostra vulnerabilità</b>. Ed evocare scenari di neutralità, di disimpegno, di disarmo, di diserzione, lisciando il pelo alle peggiori pulsioni autarchiche, non significa fare di tutto per non provocare gli sponsor del terrore. Significa essere esposti. Significa essere immobili. Significa voler delegare la nostra protezione a qualcun altro, che poi ci presenterà il conto.</p><p>Quando le coalizioni mostrano divaricazioni profonde sulla politica estera, dividendosi in modo speculare tra chi sostiene che non ci si possa disinteressare del mondo perché il mondo prima o poi si interesserà a te e chi sostiene che mostrare distanza dal mondo, dai suoi conflitti, dai suoi problemi, sia l’unico modo per proteggere i cittadini, quelle divisioni non riguardano soltanto ideali astratti, come la difesa della nostra libertà, ma riguardano temi concreti, reali, quotidiani, che si può provare a ignorare solo sfuggendo dalla realtà. <b>L’Italia non è in guerra, per fortuna, ma le guerre coinvolgono l’Italia non perché faccia parte di una lobby di agenti provocatori ma perché l’Italia fa parte dell’Unione europea</b> (se un drone iraniano arriva a Cipro quel drone riguarda anche l’Italia), <b>perché l’Italia fa parte della Nato</b> (e se un paese Nato viene minacciato dalla Russia quella minaccia riguarda anche l’Italia), <b>perché l’Italia si rifornisce di petrolio dal Golfo</b> (e se gli iraniani colpiscono le vie di rifornimento alternative a quelle di Hormuz il problema riguarda anche l’Italia).</p><p>Il partito del pacifismo farlocco tende a definire “guerrafondai” i politici che cercano di tutelare i propri interessi anche con la forza. Varrebbe forse la pena di ribaltare il tavolo e squadernare in faccia ai finti pacifisti una verità necessaria e difficile da digerire:<b> i veri guerrafondai non sono coloro che scommettono sulla sicurezza armata per tutelare i propri interessi, ma sono coloro che spacciano la vulnerabilità per neutralità predicando la retorica della bandiera bianca</b>, che con l’illusione di allontanarci dai pericoli rafforza coloro che minacciano con la forza la nostra libertà. La vera diserzione che servirebbe non è dalla difesa della nostra sicurezza ma è dal partito del pacifismo farlocco che vendendo l’illusione della pace facile non fa altro che incoraggiare gli sponsor del terrore a non fermare i loro orrori. E’ ora di smascherarli, no?</p>]]></description>
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				<title>La Nato è in stato d’allerta oltre gli attacchi ibridi</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>David Carretta</author>
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				<description><![CDATA[<p>Bruxelles. Servizi di intelligence, analisti e funzionari della Nato temono che la Russia possa testare l’articolo 5 con un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/18/news/non-solo-sabotaggi-jet-e-agenti-sacrificabili-gli-attacchi-russi-alla-nato-sempre-piu-sfacciati--407959" target="_blank">attacco cinetico contro un membro dell’Alleanza</a>. Nella prima metà del 2027 si aprirà una finestra di opportunità che Vladimir Putin potrebbe decidere di usare.</p><p><b>Gli attacchi ibridi contro i paesi europei sono diventati la “nuova normalità”, ha detto von der Leyen dopo il fallito attacco contro l’aeroporto di Lipsia di inizio agosto, che la Germania ha attribuito alla Russia.</b> La definizione usata per descrivere le operazioni della Russia nella cosiddetta “zona grigia” – lo spazio situato appena sotto la soglia del conflitto, dove esiste un margine per negare la propria responsabilità – che mirano a destabilizzare i paesi europei è già cambiata. L’Alto rappresentante, Kaja Kallas, ha coniato l’espressione “attacchi ibridi cinetici” dopo Lipsia. Ma questa definizione permette ancora di evitare di ricorrere agli strumenti più estremi della dottrina della deterrenza, evitando di correre il rischio di un’escalation militare. <b>Un attacco cinetico vero e proprio supererebbe la soglia del conflitto, imponendo alla Nato di reagire se vuole mantenere la parola data di difendere collettivamente “ogni centimetro del suo territorio” e preservare la sua deterrenza.</b> La finestra di opportunità per Putin potrebbe aprirsi alla fine dell’anno, grazie a una serie di eventi lontani dall’Ucraina. La valutazione della Nato è che la Russia sia debole sul piano militare. Lo dimostra lo stallo delle sue truppe nel Donbas. Ma un Putin debole può essere ancor più pericoloso. In autunno la linea del fronte con ogni probabilità sarà congelata. A novembre si terranno le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti: una sconfitta di Donald Trump renderà il presidente americano un’anatra zoppa ancora più imprevedibile, e per i due anni successivi gli americani saranno concentrati sulle presidenziali del 2028.</p><p>Questo rafforzerà le correnti isolazioniste dentro l’Amministrazione Trump, che a fine anno comunicherà agli alleati della Nato la tempistica del ritiro delle sue forze dall’Europa. <b>Un ritiro accelerato di uomini e capacità convenzionali da parte degli Stati Uniti metterà in difficoltà gli europei. </b>Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, assicura che grazie al rafforzamento della spesa per la difesa e degli eserciti nazionali i paesi europei saranno in grado di compensare il disimpegno americano. Ma serve tempo. Attualmente, senza gli Stati Uniti, i paesi europei sono in grado di reggere un conflitto ad alta intensità per tre settimane. La Germania ha lanciato un programma di riarmo da 150 miliardi di euro, che le permetterà di essere ben armata, ma non ha uomini sufficienti per una guerra con la Russia. Anche la Polonia è in ritardo in termini di reclutamento. Germania e Polonia dovrebbero garantire al pilastro europeo della Nato i due eserciti di terra più forti.</p><p><b>A preoccupare dentro la Nato è la fase di transizione che si aprirà tra l’avvio del ritiro degli Stati Uniti e il completamento del riarmo europeo in termini di uomini e capacità.</b> E’ in quel periodo che si annida la minaccia, perché gli annunci americani sulla loro postura in Europa offriranno a Putin una scadenza temporale entro la quale deve agire. In pochi credono che i negoziati tra Russia e Ucraina possano portare a un cessate il fuoco. Per contro, con il fronte congelato e 1,5 milioni di soldati mobilitati, Putin potrebbe essere tentato di testare l’articolo 5 della Nato sulla difesa collettiva, anche per rafforzare la sua popolarità interna e soffocare eventuali dissensi all’interno della sua cerchia di potere.</p><p><b>C’è un fattore tutto interno all’Ue che contribuisce alla finestra di opportunità per Putin. Il 2027 sarà un anno elettorale per diversi paesi chiave, nel momento in cui in Germania il cancelliere Friedrich Merz è gravemente destabilizzato dal successo del partito di estrema destra AfD. </b>Elezioni presidenziali in Francia ed elezioni legislative in Spagna, Polonia e Italia: le correnti nazionaliste di estrema destra, ma anche di estrema sinistra, sono in crescita nei sondaggi. Alcune sono filorusse, molte sono sostenute attivamente dalla macchina di propaganda del Cremlino. Soffiando sulla narrazione della guerra, Putin gioca a loro favore. I nazionalisti al governo in Italia o Spagna saranno meno inclini a inviare i loro soldati per difendere un paese baltico o la Romania. L’ingresso di Marine Le Pen all’Eliseo in Francia potrebbe portare allo sfaldamento completo dell’Europa.</p><p>Il piano di riarmo europeo, sostenuto dall’Ue con il programma Safe, ha come obiettivo di prepararsi a una guerra nel 2030. In realtà, il test della guerra potrebbe arrivare molto prima: nel 2027. Lo scenario non è più fantascienza. Diversi servizi di intelligence europei ritengono che la Russia testerà l’articolo 5 della Nato. Una delle possibilità evocate dai servizi di intelligence è un attacco cinetico limitato contro un paese europeo dell’Alleanza. Il viaggio a Mosca del direttore della Cia, John Ratcliffe, il 25 agosto potrebbe essere servito a lanciare un avvertimento a Putin per scoraggiarlo.</p><p>I Baltici sono un potenziale bersaglio, anche se alcuni ritengono che la presenza attuale della Nato e il loro stato di preparazione scoraggeranno la Russia dal lanciare un attacco lì. La Polonia è in stato di allerta per potenziali attacchi contro i suoi posti di frontiera (l’uso di droni al confine ucraino-polacco contro treni e stazioni di servizio corrobora i sospetti). Varsavia teme anche la vulnerabilità dell’exclave russa di Kaliningrad. Ma dentro la Nato c’è chi guarda a paesi più vulnerabili. La Romania potrebbe essere il bersaglio di un’operazione mirata attraverso il Mar Nero, dove operano già droni marittimi russi, o attraverso la Moldavia, dove le forze russe sono presenti nella regione separatista della Transnistria.</p>]]></description>
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				<title>Gli houthi sono riusciti a conquistare tutta la costa yemenita sul Mar Rosso</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gli houthi, la milizia yemenita armata dal regime iraniano, hanno conquistato tutta la costa dello Yemen sul mar Rosso, compresi i porti e le isole che servono a controllare Bab el Mandeb, uno degli stretti più importanti per il commercio mondiale.</p><p>Secondo fonti diplomatiche citate da Reuters, la milizia aveva radunato centomila combattenti senza che i sauditi se ne accorgessero, e in pochi giorni ha preso tre posizioni strategiche: il 10 settembre è caduta Mokha, la città portuale poco a nord di Bab el Mandeb, dove erano ancora presenti le forze dell’esercito del governo dello Yemen, riconosciuto dalla comunità internazionale. Il giorno dopo è stato invece il turno di Perim, la piccola isola che si trova nel cuore dello stretto e che lo “divide” in due canali, e poi ancora il 14 settembre le due isole Grande Hanish e Piccola Hanish, più a nord di Perim nel mar Rosso.</p><p>Dopo lo sfondamento sulla costa ovest, il governo, con l’appoggio dei raid sauditi, starebbe preparando una controffensiva e avrebbe già colpito posizioni houthi a Mokha, mentre l’avanzata degli houthi si concentra ora su due fronti. Il primo è Taiz, città contesa da anni e snodo tra il nord controllato dagli houthi e il sud ancora in mano al governo. Conquistarla permetterebbe alla milizia di spingersi verso Aden, la capitale provvisoria delle forze governative. Il secondo è invece Marib,  il cuore economico e politico del governo nel nord, sede di importantissimi giacimenti di petrolio e gas, dove però le forze governative sono appoggiate anche delle tribù locali. La città è un obiettivo houthi da un decennio e la milizia ribelle aveva già provato a prenderla tra il 2021 e il 2022, senza riuscirci.</p><p>Infine, rispetto al traffico nello Stretto di Bab el Mandeb non sono state registrate nuove grandi interruzioni: giovedì secondo Kpler sono passate 23 navi, contro una media di 26 nei dieci giorni precedenti. Gli houthi sostengono che la navigazione resti sicura per tutte le imbarcazioni tranne quelle saudite.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Sydney Sweeney e la divina strafottenza che seppellirà il woke</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Bi e il Ba</category>
				<author>Guido Vitiello</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sarà per via di quel cognome così eliotiano, ma quando vedo Sydney Sweeney mi vengono in mente solo pensieri in forma di poesia. Per esempio: “Bene non seppi fuori del prodigio che schiude la divina strafottenza”. Mi sono permesso di pasticciare un poco i versi di Montale perché “indifferenza” è parola troppo blanda per descrivere quel suo sguardo così lontano, così acquatico, così menefregoso, al tempo stesso adolescente e intemporale. Uno sguardo irraggiungibile da qualunque rimprovero e tuttavia talmente disinteressato a difendersi o a giudicare i suoi accusatori da apparirci misteriosamente benevolo, come quello di un Pierrot di Laforgue (“gli occhi sono annegati nell’oppio dell’indulgenza universale”). Lo abbiamo visto tutti, quello sguardo, diventato poi un meme, quando lo lanciò in risposta a un’intervistatrice che le chiedeva conto delle accuse ricevute per aver pubblicizzato dei jeans con una campagna considerata criptorazzista, quella dei good genes. Ora Sydney Sweeney è al centro di una nuova inutile gazzarra a causa di un’altra pubblicità, stavolta per una piattaforma di scommesse. Il capo d’imputazione è lo svilimento degli sport femminili, e offre l’ennesima occasione ai conservatori per sghignazzare sulle pedanterie della sinistra socialgiustiziera. Ma la polemica nuova m’interessa quanto la vecchia: meno di zero. Quello sguardo imprendibile, da Buddha elusivo, è la sola cosa che mi calamita, perché mi sono persuaso che contenga un germe d’illuminazione: è la via al sorpassamento delle guerre culturali, è la pace ineffabile che si sperimenta quando il grande dilemma – con il woke o contro il woke – ci appare alla stregua di un koan che non dev’essere risolto, ma superato in un’intuizione che lo trascende. Ah, se solo avessimo decifrato prima la divina strafottenza degli occhi di Sydney Sweeney! Ci saremmo risparmiati anni di bisticci, saremmo usciti dalla ruota del dolore delle polemiche che generano altre polemiche. È questo il modo in cui il woke finisce: non con uno schianto ma con un chissenefrega. Shantih shantih shantih.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/societa/2026/09/19/news/lo-spot-di-sidney-sweeney-e-il-femminismo-in-crisi--408015</guid>
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				<title>Lo spot di Sidney Sweeney e il femminismo in crisi</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Società</category>
				<author>Ester Viola</author>
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				<description><![CDATA[<p>Elenco breve dei progressi sulla carta: abbiamo fatto il post moderno, il post femminismo, il post patriarcato, il post body shaming, siamo al capolinea forse con la body neutrality, e dal 2030, se ci saremo ancora e le temperature del pianeta lo consentiranno, ci impegnerà l’epoca del <i>dopo post</i>, quella in cui nessuno capisce più niente e si va a caso, chiedendo all’AI. <b>Abbiamo spiegato negli scorsi anni, alla fine dell’edonismo anni 80 e delle secchezze dei 90, che la bellezza interiore vince su tutto e i corpi chiatti e secchi sono tutti uguali, poi che il brutto può fare tutto il giro e diventare stupendo. </b>Eravamo arrivati al fatto che non si oggettifica la femmina mai per nessuna ragione, avevamo quasi finito il sermone, quand’ecco lo scherzo da prete dell’anno: hanno rimesso una bionda nuda con le tette grosse in una pubblicità. Chi ha detto <i>miracolo!</i> Chi ha detto <i>disastro!</i>, fatto sta che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2026/09/17/news/sydney-sweeney-mostra-le-tette-ed-e-scandalo-ma-il-problema-non-era-negli-occhi-di-chi-guarda--407767" target="_blank">Sydney Sweeney</a>&nbsp;è comparsa nel suo splendore da calendario zozzone, ha pure l’imprendibile sguardo vacuo da preda del gringo, c’è tutto per la disperazione di noi paladine.</p><p>La cronaca breve è: nella campagna di Novig, società americana di previsioni sportive, Sweeney compare senza mutande e senza niente, coperta qua e là da palloni e attrezzi vari, alcuni richiamanti il fallo. Però, però. <b>C’è una parte femminista invisibile in tutta la storia: Sidney la furba non è solo la ragazza semiporno delle foto, è anche azionista e partner della società.</b> L’oggetto sessuale è soggetto amministrativo con quote: ora come la mettiamo? E’ sempre serva del patriarcato o il patriarcato se l’è messo sotto i piedi?</p><p>Era già successo con American Eagle e la campagna “Sydney Sweeney Has Great Jeans”, che secondo i detrattori richiamava la tetra assonanza <i>jeans</i>/<i>genes</i>. <b>Nell’estate del 2025 si era trasformata in una guerra culturale smisurata, con accuse di sottotesti razziali e altri disastri. </b>Alla fine però ne parlarono tutti e la campagna andò più che bene. Qui però siamo al colpo di grazia. Come si fa a farla franca con delle foto così, sorella? Panico tra le contemporanee: e ora? Che ne dobbiamo pensare? Il dibattito si complica o si semplifica? Io che ne so, mi sono detta. Non lo so se è triste ritorno a <i>Colpo Grosso</i> oppure futuro luminoso in cui le femmine davvero vanno e fanno senza giudizio, e guadagnandoci. Solo che pensare <i>conflitto ideologico!</i> per una ragazza in reggiseno mi viene sinceramente a noia, però la pubblicità mammaria che non si vedeva da un pezzo fa cassa ancora, ammettiamolo. Eccolo, il nocciolo dello sconforto. Che progressi non ce ne sono e le missioni civilizzatrici si smollano al primo ritorno di carne.<b> La ragazza della pubblicità esiste ancora, è viva e vegeta e deve avere carne sullo sterno.</b> La povera Sydney Sweeney, oltretutto, viene da <i>Euphoria</i>, dove interpreta un’altra disgraziata che fa i conti con quel corpo. Non ha fortune critiche, Sweeney, tranne la curiosa proprietà che qualunque cosa faccia, tutti vedono: il seno. E’ una specie di buco nero (a questo punto collettivo).</p><p>Il reggipetto grosso non lo puoi accoppare, vince su tutto, questo vuol dire? Anche Scarlett Johansson era nel paniere dello stesso fenomeno.<b> In <i>Match Point</i> apparve lei e la trama cessò di avere importanza. Londra, Dostoevskij, la fortuna, la borghesia inglese, sì sì. Però Scarlett, con quella camicetta bagnata nel prato sotto la pioggia, ah.</b> Ritorno a <i>Colpo Grosso</i>, quindi. Ogni tanto si rivede qualche spezzone di trasmissione sui social e ci si dà mentalmente di gomito pensando: ma davvero eravamo quelli? Spogliarelli, ragazzone floride in mutande coi brillantini, Umberto Smaila. Che civiltà poco avanzata e però che potere di sintesi: si guardavano delle tette (chiedo scusa, i sinonimi non si rivelano efficaci nella prosa) perché piacevano le tette. Oggi la stessa operazione richiede che si rifletta, che Sydney Sweeney perda 200 mila follower perché la gente è indignata, serve un convegno di editoriali americani per capire le ragioni dell’arretramento e me che cerco di farne una riflessione nuova e sensata e non mi riesce. Il tribunale della profondità chiude temporaneamente per lutto.</p>]]></description>
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				<title>Sabato e domenica sul Foglio. Cosa c&#039;è negli inserti del fine settimana</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 20:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Questo fine settimana nel giornale ci sono dodici pagine di inserto culturale. Ecco cosa trovate in edicola</i> (<a href="https://edicoladigitale.ilfoglio.it/?_gl=1*15w0z83*_ga*MjA5NzA0NTg1MS4xNzY2NDI0Nzcw*_ga_YHSEY9805R*czE3ODk3NTM5NjckbzMzNCRnMSR0MTc4OTc1NDE1NSRqMjkkbDAkaDI0MDcyNTA1OA..*_ga_XP8XWMTXKK*czE3ODk3NTM5NjgkbzIzOSRnMCR0MTc4OTc1Mzk2OCRqNjAkbDAkaDA.">e potete scaricare qui anche dalle 22:30 di venerdì</a>)</p><p>L’apocalisse, forse. Dall’Armageddon nucleare al “Medioevo prossimo venturo” al Covid. Ora siamo nella trappola dell’AI, e chi l’ha liberata inizia a tremare. Ma tra le Cassandre del Ventunesimo secolo e i nuovi progetti Manhattan c’è una terza via - <i>di Stefano Cingolani</i></p><p><br>Il nome proibito. Terroristi. Dalle televisioni ai giornali, i media li ripuliscono con l’eufemismo. Così il male&nbsp; diventa&nbsp; un effetto collaterale della storia - <i>di Giulio Meotti</i></p><p><br>Profezia del negro nazi. Rileggere il saggio di Norman Mailer sugli hipster e scoprire che la rivoluzione è avvenuta. Però al contrario - <i>di Maurizio Crippa</i></p><p><br>L’uomo comune. Giovannino Guareschi, intellettuale specialissimo e incompreso dagli eroi del nostro tempo. Un film ne celebra la biografia - <i>di Francesco Palmieri</i></p><p><br>Nati per perdere sempre. Trump personalizza il voto delle midterm, ma la sinistra non ha una gran voglia di vincere (non solo in America) - <i>di Siegmund Ginzberg</i></p><p><br>Eterni diluvi. Le catastrofi climatiche&nbsp; traghettarono l’umanità nell’età moderna. Sedici alluvioni e l’Europa distrutta: una nuova ricostruzione - <i>di Maurizio Stefanini</i></p><p><br>La commedia della legalità. Antonio Ingroia ridiscende in politica come “collega di Borsellino”. Ambizioni, flop e contraddizioni dei puri di Sicilia - <i>di Accursio Sabella</i></p><p><br>L’organizzazione della società. Mandeville, le sue api e l’inutile catalogo delle virtù. Con la sua “Favola”, ora finalmente in italiano, il filosofo destò scandalo. Elogio dei vizi, del lusso e dell’insaziabile sete di approvazione che è all’origine della morale umana - <i>di Alberto Mingardi</i></p><p><br>Il guitto geniale. Settant’anni fa “Totò, Peppino e la... malafemmina” spopolava nelle sale italiane. Ma la critica lo definì macchiettistico e volgare - <i>di Michele Magno</i></p><p><br>Il nostro concerto. Prezzi alti, polemiche&nbsp; e sorteggioni. Dagli Oasis a Ed Sheeran la musica dal vivo non è un pranzo di gala - <i>di Michele Masneri</i></p><p><br>Nuovo cinema Mancuso. I film della settimana, le serie del momento e i dietro le quinte raccontati da <i>Mariarosa Mancuso&nbsp;</i><br></p>]]></description>
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				<title>Il programma della Festa dell&#039;ottimismo 2026, a Firenze</title>
				<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 15:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Foglio torna a <b>Firenze</b> per la <b>Festa dell’ottimismo 2026</b>, una giornata di confronti e dibattito su politica e attualità con grandi ospiti. Ci vediamo <b>sabato 10 ottobre 2026</b>&nbsp;dalle 8:30 alle 18 nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio.</p><p>Si inizia con una rassegna stampa, con i giornalisti e le giornaliste del Foglio, che potrete incontrare durante la giornata a Firenze.</p><p>Sarà garantito il servizio interpretariato LIS, Lingua dei Segni Italiana.</p><p>L'ingresso è libero fino a esaurimento posti, <b>l'iscrizione obbligatoria</b> inviando una mail con nome e cognome a: <b>ottimismo@ilfoglio.it</b></p><p>Ospiti:</p><ul><li>Giuliano Amato (Già Presidente del Consiglio)</li><li>Giovanni Amoroso (Presidente Corte Costituzionale)</li><li>Chiara Appendino (Deputata M5S)</li><li>Angelo Bonelli (Deputato e leader di AVS)</li><li>Carlo Calenda (Segretario di Azione)</li><li>Guido Crosetto (Ministro della Difesa)</li><li>Giuseppe Cruciani (Giornalista e conduttore radiofonico)</li><li>Vincenzo De Luca (Sindaco di Salerno)</li><li>Luigi Di Maio (Rappresentante speciale dell'Ue per la regione del Golfo)</li><li>Giovanbattista Fazzolari (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri)</li><li>Raffaele Fitto (Vicepresidente esecutivo della Commissione europea)</li><li>Lorenzo Fontana (Presidente della Camera)</li><li>Daniela Fumarola (Segretaria generale della CISL)</li><li>Sara Funaro (Sindaco di Firenze)</li><li>Paolo Gentiloni (Già Presidente del Consiglio)</li><li>Giancarlo Giorgetti (Ministro dell'Economia e delle Finanze)</li><li>Naja Mathilde Rosing (Miss Grand Greenland 2024)</li><li>Ignazio La Russa (Presidente del Senato)</li><li>Mario Monti (Già Presidente del Consiglio)</li><li>Carlo Nordio (Ministro della Giustizia)</li><li>Roberto Occhiuto (Presidente Regione Calabria)</li><li>Gianfranco Paglia (Tenente Colonnello dell'Esercito italiano e Medaglia d'oro al valor militare)</li><li>Remo Pannain (Avvocato e inventore di Super magic)</li><li>Matteo Piantedosi (Ministro dell'Interno)</li><li>Gilberto Pichetto Fratin (Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica)</li><li>Pina Picierno (Vicepresidente del Parlamento Europeo)</li><li>Fabio Pinelli (Vicepresidente del CSM)</li><li>Matteo Renzi (Già Presidente del Consiglio e leader di Italia Viva)</li><li>Saverio Raimondo (Comico)</li><li>Paolo Ruffini (Attore e conduttore tv)</li></ul>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Il futuro della mobilità passa dalle scelte dei consumatori</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 18:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quale sarà il futuro della mobilità? Alla domanda che ha dato il titolo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gli-eventi-del-foglio/2026/09/15/video/il-futuro-della-mobilita-segui-in-diretta-levento-del-foglio--407469">al convegno organizzato dal nostro giornale nella sede di Ac Milano</a>, hanno provato a rispondere in tanti. E alla fine l’auspicio che ne è scaturito è che i consumatori possano avere la libertà di scegliere con quale motorizzazione muoversi perché l’auto anche oggi significa libertà oltre che cultura, tecnologia, design&nbsp; e passione. Sta cambiano il modo di scegliere e anche di vendere l’auto, sta cambiando il modo di usare l’auto che ormai non è più l’unico mezzo che ci consente di spostarci dal punto A al punto B. Anzi l’auspicio è che si possa parlare sempre più di mobilità integrata tra i vari mezzi a nostra disposizione.&nbsp;</p><p><b>“La transizione ci porta a una confusione di traffico e a meno sicurezza. Oggi stiamo cercando di lavorare sui giovani e dobbiamo ricostruire una cultura dell’automobile”</b>, ha detto Pietro Meda, presidente di Ac Milano, il padrone di casa che parla a ragion veduta perché Milano oggi è diventata quasi un laboratorio grazie all’assurda gestione della viabilità da parte del Comune. Geronimo La Russa, presidente di Aci, oltre a sottolineare come l’Automobile Club&nbsp; si stia trasformando in Mobility Club ha aggiunto: <b>“Abbiamo una capillarità unica e vogliamo essere gli interlocutori delle istituzioni. Abbiamo oltre un milione di soci. Vogliamo dare giusti suggerimenti per facilitare le esigenze di spostamento. In ogni Comune, in ogni Provincia e in ogni Regione ci sono regole differenti di limitazioni del traffico. Andrebbero uniformate a livello nazionale”</b>. Un obbiettivo sposato anche dal Governo, come ha confermato Edoardo Rixi, viceministro dei trasporti e delle infrastrutture: <b>“Il g</b><b>overno ha fatto pressioni ma è evidente che è difficile creare una situazione omogenea a livello nazionale anche se questo sarebbe auspicabile”.</b> Intanto ha svelato come la sua recente visita in Giappone possa portare a una collaborazione per la progettazione e la manutenzione dei ponti. Anche di quello sullo Stretto, naturalmente.</p><p>La neutralità tecnologica se la augurano anche Gianni Murano, presidente di Unem e Fabio Pressi, ceo di A2A Mobility, nonostante partano da posizioni diversi e si divertano a stuzzicarsi tra loro. Chi ha capito benissimo che cosa vogliono oggi gli italiani sono i costruttori cinesi che ormai non offrono più solo auto elettriche e sono sempre più aggressivi sul mercato. <b>“Non c’è chiarezza sull’obiettivo finale nel mondo Automotive. A parte far fuori i cinesi, manca una visione strategica. La soluzione non può essere fatta di proibizioni, dazi, tariffe, quote e così via, perché non si va da nessuna parte”</b>, ha detto Alfredo Altavilla special advisor di Byd per l’Europa. Una risposta alla richiesta fatta da Roberto Vavassori, presidente di Anfia, che aveva detto:<b> “Va applicata una quota libera al tetto di importazione alle auto cinesi, penso all’8 per cento. Oltre andrebbe imposto un dazio dell’80 per cento”</b>, oltre ad aver sottolineato la bulimia legislativa dell’Europa. Lui ha un ruolo chiaro: deve difendere il costruttore nazionale e la nostra filiera. Non un compito semplice. Un po’ come quello di Roberto Pietrantonio, presidente di Unrae che rappresenta i costruttori esteri e quindi deve far sedere allo stesso tavolo europei, cinesi, giapponesi. “Mi candido al Nobel per la pace”, scherza. A parlare di giapponesi c’è Massimo Nalli presidente e ad di Suzuki Italia, una casa che ha capito prima delle altre come buttarsi solo sull’elettrico sarebbe stato un errore. E il mercato lo ripaga. Ormai gli italiani si fidano di Suzuki. La fiducia è l’obiettivo di Marco Santucci con Geely che è appena arrivato in Italia: <b>“Siamo il più europeo dei costruttori cinesi”,</b> assicura. Ma sul tavolo del convegno sono poi arrivati altri temi importanti come la sicurezza stradale, il trasporto ferroviario, il motorsport. Una mattinata di idee e di confronti.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Tutti gli eventi del Foglio nel 2026</title>
				<pubDate>Fri, 28 Nov 2025 15:07:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel corso dell'anno il Foglio organizza una serie di eventi aperti al pubblico su vari argomenti, dall'economia allo sport, dalla politica all'innovazione. A ospitarci sono alcuni degli spazi più interessanti e delle città più belle d'Italia: Firenze, Venezia, Milano... Ma, soprattutto, il cuore e l'anima di queste iniziative sono i nostri ospiti.</p><p>Ecco un calendario del 2026 per essere sempre aggiornati sulle novità in arrivo.</p><h2>28 marzo 2026. Festa dell’Economia e dell’attrattività</h2><p>La competizione non fa paura. Cercasi nuova agenda</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: economia@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 aprile 2026. Festa dello Sport Milano, Stadio Giuseppe Meazza</h2><p>Una giornata di dibattiti, incontri e ospiti speciali. Un altro modo di raccontare lo sport</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: sport@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>Maggio 2026. Evento Osservatorio Donne e Moda</h2><p><br></p><h2>6 giugno 2026. La Festa dell'Innovazione</h2><p>Per mettere a fuoco i temi più importanti dello sviluppo tecnologico e del suo impatto culturale sulle nostre vite</p><p>Venezia, The Home of the Human Safety Net</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: innovazione@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 luglio 2026. Smart City Italia, rivoluzioni immobiliari</h2><p>Come trasformare la città del futuro nella città del presente. Idee per una nuova agenda sulle Smart City. Tutte le rivoluzioni immobiliari che stanno cambiando le nostre città</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: smartcity@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>15 settembre 2026. Il futuro della mobilità</h2><p>Milano, Sede AC Milano</p><p>Che cosa cambierà nella mobilità nei prossimi anni? La strada imboccata verso l’elettrificazione è davvero senza ritorno? Come trasformare in una vera opportunità la trasformazione che ci attende? Con Umberto Zapelloni, curatore del Foglio Mobilità, e i giornalisti del Foglio</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: mobilita@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>10 ottobre 2026. Festa dell’ottimismo</h2><p>Una giornata di dibattiti con grandi nomi del panorama politico e culturale italiano e i giornalisti del Foglio, in uno dei più bei luoghi d'Italia</p><p>Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento</p><p>iscrizioni: ottimismo@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>26 novembre 2026. Festa agricoltura e sostenibilità</h2><p>L’agricoltura è cambiata e sta cambiando. Proviamo a ri-raccontarla, con uno sguardo serio, ampio e divulgativo</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede Banco BPM</p><p>iscrizioni: agricoltura@ilfoglio.it</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Per chi suona la campanella. Il nuovo numero del Foglio europeo</title>
				<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Da venerdì 4 settembre è in edicola il nuovo numero del mensile del Foglio a cura di Paola Peduzzi. Lo trovate in edicola e&nbsp;<a href="https://edicola.ilfoglio.it/?editionStart=Il%20Foglio">in digitale qui</a>, oppure&nbsp;<a href="https://foglioeuropeo.ilfoglio.it/en/">al sito in inglese</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://foglioeuropeo.ilfoglio.it/">in italiano qui</a>. Ecco le storie, le interviste e gli appuntamenti di questo mese.&nbsp;</i></p><p>È arrivato settembre, indaffarato, a volte crudele, pieno di buoni propositi. Questo numero del Foglio Europeo è dedicato al <b>rientro</b>, le illustrazioni di <b>“Per chi suona la campanella” </b>sono, come sempre, di Paolo Beghini.</p><p>Per raccontare il rientro a scuola abbiamo scelto alcune storie. La prima riguarda <b>le ragazze di Ceuta,</b> quelle arrivate nel mezzo dell’estate dal Marocco e rimaste lì, senza genitori. Sono state ospitate in alcune scuole, che però ora sono state sgomberate perché i ragazzi e le ragazze che abitano a Ceuta devono tornare sui banchi. <b>Paola Peduzzi scrive che nessuno pensa al diritto allo studio di questi minori non accompagnati che sono rimasti nell’exclave spagnola</b>, in mezzo a violenze e pasticci politici, e disegnano sogni e tristezze. <b>William Ward ci porta nel sistema scolastico britannico</b>, da cui anche il continente europeo prende ispirazione, e in particolare nelle <b>Academies</b>, che spesso accolgono studenti delle classi sociali meno agiate. <b>Sono scuole severissime dalle performance eccezionali</b>. <b>Ester Viola</b> mette a confronto il <b>principe teenager inglese George con suo padre William</b> e ci spiega come è cambiata l’educazione dei reali. <b>Assia Neumann Dayan</b> ha studiato <b>i parchi giochi europei</b>, li ha confrontati con quelli italiani, ricavando così un racconto preciso non solo di come giocano i bambini europei, ma di come sono i loro genitori.</p><p>Ospitiamo anche lo splendido essay di un autore europeo che amiamo molto, <b>Robert Menasse</b>, che analizza un tema di cui si è parlato molto da ultimo: l’allargamento. Menasse si occupa <b>dell’allargamento europeo a est, nei Balcani occidentali, e dei suoi paradossi</b>. Luciana Grosso è stata in <b>Islanda</b> e va a fondo del <b>“no” al referendum</b> per la riapertura dei negoziati di adesione con l’Ue: no, <b>non c’entra solo la pesca</b>. A proposito di isole: <b>Filippo Lubrano</b> è stato a <b>Malta</b>, ci ha fatto un <b>reportage economico-tech</b> e del talento di giocare in anticipo dei maltesi. Poi certo, c’è <b>quell’ombra enorme dell’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia</b>: gli esecutori del suo assassinio sono stati condannati, il presunto mandante è stato invece scagionato proprio in questi giorni.</p><p>La prossima settimana si celebrano i <b>25 anni (25!) dall’attentato alle Torri gemelle a New York</b>, l’11 settembre del 2001. <b>Marco Bardazzi</b> ha avuto una bella conversazione con <b>Max Bergmann</b>, un analista che conosce bene le relazioni internazionali e che ci spiega <b>come si è passati dalla solidarietà europea di allora al matrimonio senza amore</b> che è rimasto tra le due sponde dell’Altlantico. <b>Flaminia Bussotti</b>, che ci scrive da Berlino, racconta <b>le case dell’esilio americano di Thomas Mann, a Los Angeles</b>: è un buon modo per ricordare le battaglie democratiche che hanno scandito e salvato l’occidente.</p><p>A <b>Kyiv</b>, <b>Kristina Berdynskykh è andata al funerale di Oleksii Yukov, il “cercatore di anime”</b>. Tempo fa, Kristina lo aveva cercato per intervistarlo, lui le aveva detto che non poteva spostarsi dal Donbas, dove da anni andava alla ricerca dei corpi e dei resti dei corpi dei soldati ucraini uccisi dai russi per poterli riconsegnare alle loro famiglie. Yukov non diceva “corpi”, diceva “anime”, e <b>ha permesso a molti ucraini di dare sepoltura ai loro cari</b>. All’inizio di agosto <b>è stato ucciso da una mina</b>.</p><p>A Bruxelles, <b>David Carretta</b> ci anticipa l’agenda delle istituzioni europee di settembre: c’è molta attesa per <b>il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen</b> e anche del suo <b>ospite d’onore</b>, il premier canadese <b>Mark Carney</b>.</p><p>Infine <b>Livia Chiriatti</b> ci porta a curiosare negli <b>eventi culturali sparsi per l’Europa</b>, partendo <b>dall’arazzo più chiacchierato</b> di questo rientro.</p><p>Buona lettura.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>“Più gas e petrolio italiani per l’industria”. Parla Piras (Uiltec)</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Maria Carla Sicilia</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia </b>è un’operazione “indispensabile e non più rinviabile per l’interesse del paese, in un momento eccezionale in cui servono misure straordinarie”. <b>Daniela Piras</b> è la segretaria generale della Uiltec, la categoria che rappresenta i lavoratori dell’energia e dell’industria. Al Foglio dice che il decreto legge all’esame del Senato, con cui il governo punta a dare tempi certi ai procedimenti per le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi sulla terraferma, è un’iniziativa positiva, anche per la figura commissariale che introduce nel caso in cui le regioni non esprimano l’intesa entro i tempi previsti. “Sono sempre stata contro l’autonomia differenziata, soprattutto per i temi relativi alla gestione idrica ed energetica. La strategia deve essere in capo al governo centrale e non alle regioni, perché risposte diverse possono discriminare alcuni territori rispetto ad altri”.</p><p>Non la pensa così la Cgil. In Basilicata, la regione dove oggi si estrae il 30 per cento del gas e l’80 per cento del greggio italiani,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/16/news/il-muro-di-pd-cgil-e-m5s-contro-lestrazione-di-petrolio-in-basilicata--407771">il sindacato ha criticato il decreto perché ha una “visione regressiva” e ha proposto la riconversione dei siti produttivi</a>. “Io so che ho una responsabilità nei confronti del sistema industriale e dei lavoratori che rappresento”, dice Piras, spiegando perché la sua posizione non coincide con quella del sindacato di Landini. <b>“Per questo sostengo le azioni che vanno incontro alle loro esigenze e a quelle delle famiglie, che stanno pagando un costo energetico non più sostenibile al quale non riusciamo a dare una risposta”</b>. Il prezzo dell’energia resta la variabile che più incide sulla competitività dell’industria italiana e i conflitti stanno ridisegnando le rotte. “Siamo in una condizione di dipendenza rischiosa. Abbiamo smesso di essere dipendenti dalla Russia ma lo siamo da altri paesi. Ci sono settori industriali che non possono ancora fare a meno del gas e noi abbiamo rinunciato a estrarlo, ma per almeno vent’anni saranno ancora necessarie grandi quantità”. Per Piras questo orizzonte di tempo dovrebbe coincidere con un piano energetico per la politica industriale. “Aumentare le estrazioni non può essere una soluzione a lungo termine, ma in questo momento è una necessità”.</p><p>Secondo le stime della Uil, con <b>i giacimenti già esplorati e le infrastrutture esistenti si potrebbe raddoppiare in un paio d’anni la produzione annuale di greggio e di gas, passando rispettivamente a otto milioni di tonnellate e a sei miliardi di metri cubi</b>. Numeri che appaiono piccoli di fronte ai consumi – pari a 55 milioni di tonnellate per il petrolio e 63 miliardi di metri cubi per il gas – ma che secondo la Uil potrebbero trasformarsi in un vantaggio per l’industria e i lavoratori. Sia per quelli dei distretti petroliferi, che offrono occupazione qualificata e ben pagata, sia per le aziende che consumano grandi quantità di gas. “La Gas release è stata un’intuizione molto valida, che dava senso alle autorizzazioni perché rispondeva a un’esigenza del paese. Purtroppo non c’è stato il coraggio di portarla a compimento”, dice Piras. <b>Il meccanismo, secondo la segretaria, dovrebbe essere riproposto come condizione per l’eventuale aumento della produzione: il gas nazionale dovrebbe essere venduto a prezzo calmierato alle aziende energivore che non possono prescindere da questa fonte.</b> L’altra condizione proposta è l’investimento in tecnologie come la cattura e lo stoccaggio della CO2. Per il petrolio, invece, l’obiettivo è anche rafforzare la capacità di raffinazione nazionale. Il greggio estratto in Basilicata rifornisce direttamente la raffineria di Taranto attraverso una pipeline: “Aumentiamo la nostra capacità di raffinazione e ci rendiamo meno dipendenti dall’estero”. D’altra parte, rilanciare l’estrazione di gas e petrolio era uno degli obiettivi del governo Meloni. Quattro anni dopo, però, la produzione non è aumentata.</p><p>Il decreto intanto ha iniziato il suo iter parlamentare.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/16/news/il-muro-di-pd-cgil-e-m5s-contro-lestrazione-di-petrolio-in-basilicata--407771">Il Pd lucano ha espresso netta contrarietà, in linea con la Cgil</a>. <b>“Credo che tutti dovrebbero pensare alle lavoratrici, ai lavoratori e alle realtà produttive.</b> E che dovremmo avere tutti un obiettivo, tenere insieme attraverso scelte responsabili la sicurezza energetica, la competitività industriale, la tutela dell’occupazione e la transizione ambientale”.</p>]]></description>
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				<title>Ogni anno ha il suo Shakespeare cinematografico, ora tocca a &quot;Elsinore&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ogni anno ha il suo Shakespeare cinematografico. L’anno scorso fu&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/01/30/news/se-amate-shakespeare-fatevi-un-favore-non-andate-a-vedere-hamnet--127778" target="_blank">“Hamnet - Nel nome del figlio”</a>&nbsp;diretto da Chloé Zhao. Regista sinoamericana miracolata dalla Mostra di Venezia, quando vinse il Leone d’oro con “Nomadland”, seguito da un Oscar per il miglior film e un altro Oscar come migliore regista.<b> In “Hamnet” fa abbastanza danni. Il più grande di tutti, che rubacchiava e copiava trame ma comunque spiccava sul resto del mondo, viene dipinto come un padre di famiglia orbato del figlio maschio.</b> Sarà la spinta per scrivere “Amleto” e diventare famoso. E immortale. E sempre molto copiato. Quasi mai da gente brava come lui.</p><p>Ne esce una lagna femminista – “ha perso un figlio, invece di piangere ha scritto un capolavoro, gli uomini son fatti così” – che se proprio vi prende la smania di controllare personalmente potrete vedere dal prossimo lunedì su Sky. <b>Quest’anno tocca a un altro William Shakespeare, “Elsinore”. Il nome della città danese dove William ambienta – ci risiamo – la tragedia “Amleto”.</b> Il regista Simon Stone (nato a Basilea nel 1984 e cresciuto in Australia) lo ha scelto per il suo film. Tenete conto che a 15 anni il futuro regista (ora poco più che quarantenne) decise di leggere tutte le opere di Shakespeare, in ordine cronologico.</p><p>“Elsinore” – scrivono i fortunati che hanno visto il film al Festival di Toronto – è commovente e divertente. <b>Facciamo finta che al posto di “commovente” ci sia tragico, e la combinazione risulta più interessante. </b>Ricorda, per esempio, il vecchio attore scespiriano Albert Finney. Nel film di Peter Yates “Il servo di scena” (anno 1984) è talmente rincoglionito che – per la disperazione del suo dressar Tom Courtenay – si dipinge in camerino la faccia di nero, dimenticando che quella sera deve recitare Amleto e non il moro di Venezia. “Elsinore” è stato presentato al Toronto Film Festival, l’attore irlandese Andrew Scott era Ian Charleson, malato di AIDS (siamo nel 1989, il titolare Daniel Day-Lewis aveva abbandonato il campo). “Preferisco morire di Amleto che di Aids”, annuncia ai pochi che sono a conoscenza del segreto. <b>Ahimé, fa notare un critico, è costantemente accompagnato dalla musica di Vangelis, che per quanto ci riguarda potrebbe essere un buon motivo per abbandonare questo mondo.</b></p><p>La recitazione di Andrew Scott è stata lodata da tutti. Sopra ogni cosa, cominciamo a sospettare che il resto del film non sia così brillante. <b>La letteratura non è mai stata trattata dal cinema con il dovuto rispetto, non sarà certo “Elsinore” a invertire la tendenza.</b> A noi non resta che rivedere “Romeo + Giulietta” di Baz Lurhman. Lui sì che capiva i toni, l’intreccio tra tragedia e commedia, e il talento smisurato.</p>]]></description>
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				<title>Dov&#039;è la festa?</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una commedia amorosa nel traffico. Per un attimo par di rivedere l’israeliano “2 Night”, di Roi Werner. Due che si piacciono scappano da una festa – casa mia o casa tua? – e girano tutta la notte senza trovare parcheggio. “Ho paura che mi molli”, sentiamo dire qui all’inizio. Ma se non state neanche insieme? Fa notare l’amico. Leo va a casa di Irene per chiarire la relazione – siamo sotto Natale, Roma è più incasinata del solito, il parcheggio non era proprio regolare – e gli rubano la macchina. Addio serata fuori. Il progetto di chiarimento – che in concreto significa: “passiamo insieme le feste, oppure no?” – viene rimandato. La commedia di Niccolò Gentili è veloce, divertente, ben scritta, Linda Caridi è perfetta – lui non ha tanto l’aria del principe azzurro, ma vabbè. Bisogna ritrovare la macchina, o darla per persa. Per prima cosa serve una denuncia. Intanto hanno controllato i movimenti con un’app, “sta sulla Togliatti” (lungo stradone dove le macchine dovrebbero scorrere veloci, ma è tutta teoria). Irene è una giovane aspirante sceneggiatrice, per ora insegna a studenti distratti, o portatori di istanze woke, come il Bechdel Test: in un film ci devono essere due donne che parlano, e non solo di maschi. Spiega come funziona una commedia romantica. “Dov’è la Fiesta?” ha tutti i dettagli giusti, e l’ironia. “Respira nel sacchetto” consiglia qualcuno. L’ansioso esegue. Arriva la precisazione: “Togli la pizza, però”.</p>]]></description>
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				<title>I figli della scimmia</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
																<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Classe 1989, Tommaso Landucci è al suo primo lungometraggio. Riuscito e coraggioso. Racconta un padre, suo figlio in sedia a rotelle, l’antipatico cognato padre di un ragazzo modello sportivo e bravo a scuola. “I figli della scimmia” viene da una favola di Esopo: la scimmia ha due cuccioli, ma ne ama e protegge soltanto uno. Fino a soffocarlo, mentre il figlio trascurato sopravvive. Per anni il giovane aspirante regista è stato l’ombra di Luca Guadagnino. Sul set di “Chiamami con il tuo nome”, e poi di “A Bigger Splash”. Ha conosciuto James Ivory, che in questo debutto è produttore esecutivo – facendo morire di invidia gli altri registi italiani, non solo debuttanti, che non si allontanano mai troppo da Cinecittà. La sceneggiatura, firmata dal regista medesimo con Damiano Femfert, ha vinto il premio Solinas. Poi il Grand Prize al Jerusalem Sam Spiegel Film Lab 2025. Alla Mostra di Venezia, sezione Orizzonti, è arrivato un doppio premio: film e attore. Riccardo Scamarcio recita – non recita, è un realismo molto naturale – come se da questo dipendesse la sua futura carriera. Mossa azzeccata. Al netto della lunghezza – sfiora le due ore, bastava un’ora e mezza – il film è molto coraggioso. Mette in scena l’invidia di un padre amorevole e devoto per il nipote che a 15 anni può fare il motocross. Umori, stanchezze, litigi tra fratelli – oltre a vestizione, ginnastica, bagno, terapia in piscina – sono benissimo dosati.</p>]]></description>
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				<title>Normal</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>La prima volta che abbiamo letto nei titoli di testa il nome di Ben Wheatley, regista britannico classe 1972, era oltre dieci anni fa. Il film era intitolato “Sightseers”, che sta per turisti. Titolo italiano “Killer in viaggio” svelò subito la trama, rovinando la sorpresa (sono crimini che verranno puniti, prima o poi: assieme al fatto che il film non è in streaming). Consoliamoci con “Normal” prima che sparisca dalle sale. Normal, Minnesota, è la cittadina dove arriva Bob Odenkirk (l’attore di “Better Call Saul”, spin off di “Breaking Bad”). Fa da sceriffo supplente, si chiama Ulysses e pensa che sarà un lavoro tranquillo. Lo è, fino a una rapina in banca che finisce male. Svelando però un segreto fino a quel momento ben custodito. Nel caveau, ci sono mucchi di lingotti d’oro. Troppi, per una cittadina che sembra vivere attorno al bar e che in galera mette i ragazzini. La situazione ricorda un vecchio film di Don Siegel con Walter Matthau, “Chi ucciderà Charlie Warrick?”: nella banca del paesello, facile da rapinare, ci sono i soldi della mafia. Qui, sono i soldi della yakuza, vista nella prima scena alle prese con un taglio del mignolo. La sorpresa, per l’onesto sceriffo in cerca di un posto tranquillo, sarà devastante. Meno male che alla stazione di polizia c’è un bell’arsenale – in effetti, sembrava sovradimensionato per la pacifica cittadina. Bob Odenkink è impassibile e bravissimo. Paziente, anche: c’è da ripulire una città.</p>]]></description>
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				<title>The invite – il piacere è tutto nostro</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>All’origine c’era un film – e prima ancora un lavoro teatrale – firmato Cesc Gay. Il regista di Barcellona (classe 1967) più o meno 25 anni fa si era fatto notare con un piccolo film intitolato “Krampack”. Due sedicenni soli in casa mentre i genitori sono in vacanza sperimentano qualche giochetto sessuale. Tra loro, prima che arrivino le femmine. “The invite” è remake del suo “Sentimental”, tratto da una pièce teatrale del regista medesimo che ha già avuto diverse versioni: in Svizzera, in Francia, in Corea. Pure in Italia: titolo “Vicini di casa”, regia di Paolo Costella con Claudio Bisio. Dimenticabile: in una commedia piccante gli attori non erano granché credibili. Questo è il remake americano, a coronare il successo. Lo ha voluto, e diretto, Olivia Wilde, che insieme a Seth Rogen ha la parte della coppia annoiata. I vicini al piano di sopra, che invece rumorosamente si danno da fare a letto, sono Edward Norton e Penelope Cruz. Seth Rogen suonava in una band, ora insegna musica in un college e soffre per il mal di schiena. Vive nella casa dei genitori con la consorte Olivia Wilde. I vicini in visita si scusano per il fracasso che fanno a letto, con aria intrigante da scambisti. Il dialoghi sono brillanti, sottolineati dalla colonna sonora. Olivia Wilde cerca di mostrarsi all’altezza, Seth Rogen non ne ha nessuna voglia. Resiste anche quando i vicini – di mondo, coppia mista internazionale – prendono a sfotterlo.</p>]]></description>
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				<title>Il dietrofront di Onorato: chiede a Pd, M5s e Avs di &quot;prestargli&quot; dei parlamentari per aggirare l&#039;ostacolo delle firme</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 17:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dietrofront. Alla fine <b>Alessandro Onorato</b> si è convinto e oggi, 17 settembre, ha chiesto ufficialmente la "solidarietà politica" del centrosinistra contro la legge elettorale. A Milano, in occasione della nascita del&nbsp;coordinamento lombardo di Progetto Civico Italia, il fondatore<b> ha chiesto a Partito democratico, Movimento 5 stelle e Alleanza verdi e sinistra di aiutarlo a costituire una componente di tre deputati all'interno del gruppo Misto della Camera per aggirare la nuova legge elettorale </b>(approvata dal Senato, dovrà essere approvata in terza lettura a Montecitorio) al fine di raccogliere un minore numero di firme per presentarsi alle elezioni.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/14/news/onorato-con-conte-in-piazza-contro-il-melonellum-renzi-attacca-il-m5s--407564">Ma la sua opinione appena due giorni fa era diversa</a>. <b>Interpellato dal Foglio su questa ipotesi davanti al Senato – mentre protestava contro la "</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/11/news/onorato-futuro-nazionale-piu-europa-e-la-cosa-rossa-effetti-asimmetrici-dellemendamento-anti-cespugli--407299">norma anti cespugli</a><b>" – diceva: "Noi non vogliamo fare operazioni tattiche, se qualcuno viene da noi deve farlo perché condivide il progetto politico".</b></p><p>Ma dopo l'approvazione dell'emendamento che alza il numero di firme da raccogliere per i partiti fuori dal Parlamento al Senato, Onorato sembra aver cambiato idea:&nbsp;"In attesa che il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale si pronuncino su tale norme palesemente in contraddizione con la Carta, mi appello alla coalizione di centrosinistra affinché dia segnale concreto di solidarietà politica", dice, prima di aggiungere: "<b>Se Pd, M5s e Avs di contribuissero generosamente alla costituzione di una componente di tre deputati nel gruppo Misto saremmo messi nelle condizioni di presentarci alle prossime elezioni</b>". L’obiettivo, secondo quanto risulta al Foglio, è stanare chi, nel campo largo, vuole aiutarlo davvero a raccogliere meno firme per presentarsi alla prossima tornata elettorale.</p><p>Come dicevamo, la questione è strettamente legata a uno degli emendamenti alla legge elettorale approvata dal Senato pochi giorni fa,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/11/news/la-rivolta-dei-cespugli-contro-il-melonellum-onorato-scrive-a-mattarella-conte-il-colle-intervenga-la-proposta-di-renzi--407409">quello denominato appunto "anti-cespugli"</a>. Nello specifico è stato posto un vincolo più grande ai soggetti politici che non hanno componenti in Parlamento ma che vogliono presentarsi alle elezioni: <b>il numero di firme da raccogliere è stato fatto salire a circa 450 mila, da 1.500 a 6 mila per collegioi</b>. La questione è diversa per i partiti che invece sono già rappresentati in Parlamento da un proprio gruppo, che sono derogati dalla raccolta, mentre per quelli del gruppo Misto il numero di firme da raccogliere scende a 1.500 collegio (circa 100 mila). "<b>Ci costringono a fare come Vannacci e a trovare qualche deputato</b>", aveva detto Onorato alla manifestazione. La cosa sembra essere diventata realtà. Ora resta da capire come si muoverà il centrosinistra.</p><p>Francesco Boccia, capogruppo del Pd in Senato, rispondendo sempre a una domanda del Foglio aveva detto che avrebbero fatto "tutto quello che è necessario" per aiutare Progetto civico Italia, nell'ottica del "Pd testardamente unitario". Conte ha addirittura partecipato al sit-in, inisieme ad Angelo Bonelli di Avs. A stare fuori (come sempre) è <b>Matteo Renzi</b>.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/07/news/laltro-centro-di-onorato-renzi-impossibile-un-accordo-siamo-noi-la-vera-novita-aiuteremo-il-campo-largo--406727">Tra lui e l'assessore romano è noto che non scorra buon sangue</a>. E il leader di Italia Viva qualche giorno fa ha dichirato, sulla norma anti-cespugli: "Le firme sono un particolare tecnico. È legittimo che ci siano altri soggetti che vogliono partecipare e correre, ma serve un tot di firme. Non so se il numero è abnorme", ha detto. "<b>La verità è che il centrosinistra sarà credibile quando farà manifestazioni contro il carovita o i problemi della sicurezza</b>". Lo spazio è sempre meno.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il discorso sullo stato dell&#039;Unione di Ursula Von der Leyen</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 08:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Difesa e minaccia russa in primo piano, poi migranti, industria e competitività, intelligenza artificiale e clima. Sono diversi e centrali gli argomenti che <b>Ursula von der Leyen</b> affronta nel suo discorso sullo stato dell'Unione, oggi al Parlamento europeo di Strasburgo.&nbsp;Tra gli ospiti d'onore c'è Mark Carney, primo ministro del Canada.&nbsp;&nbsp;</p><p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Quei due secondi di Vladimiro Falcone</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 10:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se chi ti sta davanti pecca di concentrazione o non fa abbastanza per tenere lontani i problemi, i problemi tocca affrontarli e sporcarsi i guanti. La difesa del Lecce in queste prime partite di Serie A si è dimostrata tutt'altro che perfetta e spesso e volentieri afflitta da spaesamento e allucinazioni. E' per questo che il portiere del Lecce, <b>Vladimiro Falcone</b>, è in testa alle classifiche di interventi e gol evitati del campionato. I numeri dicono: 6,5 interventi e 3,1 gol evitati a partita. Il distacco sugli altri è elevato. Senza di lui il Lecce probabilmente sarebbe ultimo a zero punti in compagnia del Venezia.</p><p>A<i> Guanti sporchi</i> però si guarda il superfluo non l'essenziale, l'estetica non la sostanza. Ci vuole un po' di frivolezza in uno sport che è da tempo che si prende un po' troppo sul serio. E senza nemmeno autoironia.</p><p>Ma se uno para tanto e para bene prima o poi arriva anche su <i>Guanti sporchi</i>. E Vladimiro Falcone ci è arrivato in modo roboante con un intervento difficilissimo su&nbsp;Jay Robinson che calcia bene e angolato a un metro dall'estremo difensore del Lecce. Falcone però si è allungato e ha respinto. E poi si è rialzato a velocità lampo, si è allungato e ha respinto anche il tiro di&nbsp;Gustavo Varela. Due parate eccellenti nel giro di due secondi.</p><h2>Le tre migliori parate della terza giornata di Serie A</h2><p>1. Vladimiro Falcone al 16° minuto di Lecce-Monza – 5 punti</p><p>2. <i>ex aequo</i> Lorenzo Palmisani al 21° minuto di Genoa-Frosinone 1-1 – 3 punti</p><p>2.&nbsp;<i>ex aequo</i>&nbsp;Mike Maignan al 20° minuto di Lazio-Milan 2-2 – 3 punti</p><p>3. Guglielmo Vicario al 46° minuto di Sassuolo-Juventus 3-2 – 1 punto</p><h2>La classifica</h2><p>1.&nbsp;Chrīstos Mandas (Lazio), 7 punti<br>2. Guglielmo Vicario (Juventus), 6 punti<br>3. Guglielmo Falcone (Lecce), Filip Stanković (Venezia), 5 punti<br>5. Edoardo Corvi (Parma), Mike Maignan (Milan), Josep Martínez (Inter), Alex Meret (Napoli), Maduka Okoye (Udinese), Lorenzo Palmisani (Frosinone), 3 punti<br>6. Elia Caprile (Cagliari), 1 punto</p><p>&nbsp;</p><p><i>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico</i>.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Dalla scuola all&#039;inferno</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per il <b>mondo del fumetto</b>, questa settimana in occasione della riapertura delle scuole parliamo di un manga storico, perfetto da leggere in questo contesto: “GTO – Great Teacher Onizuka”. Un momento ideale per riscoprire uno dei professori più assurdi, scorretti, imprevedibili e, anche commoventi della storia della storia del fumetto: un ex motociclista ed ex delinquente, che ha il sogno di diventare il più grande insegnante del Giappone. Una storia che porta con sé anche una critica feroce al sistema scolastico giapponese, approfondendo anche la vergogna, la rabbia e le problematiche che gli studenti possono portare con sé.</p><p>Per il <b>mondo dell’audiovisivo</b>, torna sul grande schermo una nuova trasposizione della storica saga videoludica horror “Resident Evil” diretto questa volta dal regista Zach Cregger, già apprezzato per i suoi film “Barbarian” e “Weapons”. Un nuovo inizio che sembra promettere una vicinanza più stretta con le tinte “survival horror” del videogioco, costruendo la paura anche nello spostare continuamente il terreno sotto i piedi dello spettatore e giocando molto su un immaginario fatto sì di creature incomprensibili e di corporation malvagie, ma anche molto sulle paranoie, sulle architetture labirintiche e sulla sensazione di essere delle pedine impotenti di fronte a dei giochi malvagi più grandi di quanto si possa immaginare.</p><p>Infine, il consiglio dal <b>mondo del gioco</b> porta i giocatori a prendere il joypad in mano e a calarsi nelle vesti giallo e blu di uno dei supereroi più amati della storia dei fumetti con “Marvel’s Wolverine”, realizzato da Insomniac Games e disponibile in esclusiva su console PlayStation 5. Questo studio, dopo aver portato nel mondo dei videogiochi il personaggio di Spider-Man con due titoli acclamati a livello globale (considerati tra i videogiochi di stampo supereroistico migliori di sempre), ora si approcciano a un personaggio diametralmente opposto all’arrampicamuri, un una storia che promette oscurità, rabbia, violenza e sangue a litri come si confà al personaggio di Logan, Wolverine. Da non perdere.</p><p>Tre opere per orientarsi nel mondo dell’intrattenimento e della cultura pop fatto di immaginari, nostalgie, desideri collettivi. <b>Decoder</b> è qui, per cercare di decodificare il presente attraverso anche i suoi nuovi miti popolari, componendo settimana dopo settimana, appuntamento dopo appuntamento, una grande mappa che tracci più che mai le infinite sfumature e direzioni del nostro presente. Appuntamento alla prossima settimana, per un altro tridente di titoli da non perdere.</p>]]></description>
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				<title>Il futuro della mobilità. Rivedi l&#039;evento integrale</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Che cosa cambierà nella mobilità nei prossimi anni? La strada imboccata verso l’elettrificazione è davvero senza ritorno? Come trasformare in una vera opportunità la trasformazione che ci attende? Ne parliamo nella sede di <b>Automobile Club Milano.</b></p><h2>Il programma della mattinata</h2><p><b>Saluti introduttivi </b></p><p>Geronimo La Russa (Presidente ACI)</p><p>Pietro Meda (Presidente AC Milano)</p><p><b> La parola alla politica</b></p><p>Edoardo Rixi – <i>in collegamento</i> (Viceministro delle Infrastrutture e dei trasporti)&nbsp;</p><p><b>Lo stato dell’arte della mobilità</b></p><p>Roberto Pietrantonio (Presidente Unrae)</p><p>Roberto Vavassori (Presidente Anfia)</p><p><b>  I manager dell’auto</b></p><p>Massimo Nalli (Presidente e AD Suzuki Italia)</p><p>Marco Santucci (Managing Director Jameel Motors per Geely e Zeekr)</p><p><b> Report EY</b></p><p>Claudio D’Angelo (Mobility Market Leader EY Europe West)</p><p><b> Non solo auto, servizi per la mobilità </b></p><p><b></b>Davide Archetti (General Manager Europa Sud Uber)</p><p>Andrea Esposito (Chief Quality Performance Gruppo FS)</p><p>Andrea Gibelli (Presidente Esecutivo FNM)</p><p><b> One to one </b></p><p><b></b>Alfredo Altavilla (Special Advisor Byd per l’Europa)</p><p><b>  Alimentazioni a confronto</b></p><p>Gianni Murano (Presidente Unem)</p><p>Fabio Pressi (Ceo A2A Mobility e Presidente Motus-e)</p><p><b>  La sicurezza sulle strade</b></p><p>Carlotta Gallo (Dirigente Polizia Stradale)</p><p>Liberale De Rosa (Innovation Manager Bosch Mobility)</p><p>Lorenzo Rossi (AD Movyon)</p><p>Sergio Savaresi (Direttore dipartimento Elettronica, Informazione e Bioingegneria, Politecnico di Milano)</p><p><b> Motorsport</b></p><p>Nicolò Bellazzini (Brand Manager Sparco)</p><p>Gian Maria Gabbiani (Commissione Mobilità Sostenibile ACI)</p><p>Mario Isola (Direttore Generale ACI Sport)</p><p>Dario Marrafuschi (Direttore Motorsport Pirelli)</p>]]></description>
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				<title>Il CamaleConte. Il leader del M5s cambia versione su Kyiv e gas russo a seconda del pubblico che ha davanti</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sì, no, poi vediamo. È in estrema sintesi il pensiero che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giuseppe-conte_12" target="_blank">Giuseppe Conte</a>, leader del M5s ha sulla questione Ucraina e tutto ciò che ci gira intorno, aiuti miliari e gas fra tutti. O per lo meno è quanto si ricostruisce mettendo insieme le varie dichiarazioni che ha fatto sul tema solamente negli ultimi mesi, in cui  l'ex premier ha ritoccato la sua posizione (ammorbidendola o donandogli più robustezza) a seconda del pubblico che si trovava davanti.</p><p>Prendiamo ad esempio il suo intervento alla convention di +Europa di marzo. Di fronte a una platea vistosamente pro Ucraina come quella, Conte ha detto che&nbsp;<b>“oggi di fronte all’allettante prezzo del gas russo, noi non lo dobbiamo acquistare fino a quando non ci sarà un trattato di pace”. Questo perchè "l'aggressione russa va assolutamente sanzionata" con "sanzioni economiche e finanziarie"</b>. E giù applausi da parte del pubblico.</p><p>Neanche una decina di giorni dopo e già tutto appare più sbiadito. Ad aprile&nbsp;alla Camera, rispondendo all’informativa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente del M5s ha detto infatti:<b>&nbsp;“E’ necessaria una svolta negoziale in Ucraina, che a noi serve come il pane, perché un attimo dopo dobbiamo acquistare il gas russo che è molto più conveniente del gas americano”</b>.&nbsp; Il concetto, sempre ad aprile, è stato ribadito&nbsp;a margine di un evento del M5s a Roma: "Arriviamo subito a una soluzione perché dobbiamo comprare il gas russo ed è più conveniente per le nostre imprese e per i nostri cittadini".&nbsp;Come facevamo notare&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/04/10/news/la-doppiezza-di-conte-sulla-russia-che-la-sinistra-finge-di-non-vedere--268969" target="_blank">qui</a>,  se nel discorso al pubblico +europeista il no all’acquisto del gas russo appare come uno strumento sanzionatorio da applicare per poter raggiungere una pace giusta per l’Ucraina, nel secondo caso l’acquisto del gas russo diventa l’obiettivo da raggiungere, impedito dall’assenza di un accordo di pace. Da un lato la priorità è la sicurezza di Kyiv, dall'altro è tornare a comprare da Putin metano a buon mercato. Non di certo una differenza marginale, specialmente in vista di una futura coalizione con forze di centrosinistra che sul tema hanno ben altre posizioni.&nbsp;</p><p>L'ambiguità è la stessa quando si parla di aiuti militari. La platea riunita a Napoli l'8 luglio, dunque tendenzialmente non invisa a Conte (fatta eccezione&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/09/news/a-napoli-il-lancio-della-coalizione-pd-m5s-avs-finisce-nel-caos-arriva-la-contestazione-deli-antagonisti--401888" target="_blank">per qualche contestatore</a>) ha permesso al leader del M5s di spingere l'acceleratore. Dal palco in piazza del Gesù, mentre criticava il piano dell’Italia per aumentare le spese militari e "acquistare armi americane per compiacere Trump", se n'è uscito così: <b>"Pensate che stanno costruendo una minaccia russa per convincerci che dobbiamo armarci fino ai denti. Queste cose non le dicono, ve le dico io"</b>. Toni roboanti dal vago retrogusto complottista, ben lontano dalla prudenza mostrata agli inizi di settembre davanti al pubblico di In Onda, su La7. Gli si è chiesto se il "no" all'invio delle armi in Ucraina sarebbe stato un elemento non negoziabile per il M5s in un programma di governo, ma da Conte non è arrivato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/02/news/la-modalita-pochette-di-conte-sulle-armi-in-ucraina-dal-no-non-negoziabile-al-vedremo--406254" target="_blank">nessun niet granitico</a>: "<b>Questo lo vedrà, a questa domanda risponderò con il programma condiviso e con le primarie"</b>, ha risposto l'ex premier. Che a sorpresa ha scelto di prendere tempo, rinviando la risposta a data da destinarsi.&nbsp;</p><p>Nulla di più diverso da quanto accaduto ieri alla Festa del Fatto Quotidiano: forse la platea più vicina a lui in assoluto. Sull'Ucraina "è chiaro che dovremo preventivamente precisare qualche&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/14/news/il-duello-a-distanza-tra-conte-e-schlein-sugli-aiuti-militari-allucraina--407441" target="_blank">punto fermo</a>&nbsp;perché&nbsp;<b>non può essere che domattina vinca Schlein o un altro candidato e a quel punto si mandano armi a go go a Kyiv per una escalation militare che ci sta portando al terzo conflitto mondiale giorno dopo giorno</b>", ha detto l'ex premier, cercando dunque di blindare il tema del supporto militare all'Ucraina in modo fermo e deciso. Se non fosse che dal Pd, il principale alleato di centrosinistra, sia i riformisti che la segretaria Elly Schlein hanno offerto una narrazione completamente inversa: "<b>Abbiamo sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ingiustamente invaso in Ucraina dall'offensiva militare di Putin</b>&nbsp;che continua ad andare avanti", ha affermato sempre ieri la segretaria dem nel comizio di chiusura della festa nazionale dell'Unità, a Reggio Emilia. Eventi pubblici diversi e platee variegate, con il leader del M5s che cerca di accontentarli tutti anche a costo di smentire o rovesciare quanto dichiarato una manciata di giorni prima. Potrebbe essere una forma di leader allo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/il-bi-e-il-ba/2026/04/11/news/un-giuseppe-conte-allo-stato-gassoso--269038" target="_blank">stato gassoso</a>, o anche un animale mitologico di nome "CamaleConte". Senza dubbio, l'unica cosa certa che Conte sta mostrando su un tema cruciale come Kyiv è puramente la sua ambiguità.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Serpenti</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un tizio entra in un commissariato per confessare che ha appena ucciso la moglie. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di questo film che subito vira verso l’assurdo. Quel tipo di avventure da commissariato e tribunale che sembrano non finire mai. Salga le scale, scenda le scale, aspetti qua, il commissario è fuori stanza, qui ci sono turni e precedenze, cosa crede, ma lei cosa ci fa qui? (quando ti dimenticano in una saletta per ore). Paolo Marra – l’attore è Leonardo Lidi, volto impassibile dall’inizio alla fine – esce dopo aver ucciso la moglie. E’ successo in casa. In un giorno qualunque. Ora è assalito dal senso di colpa – quel peso che si fa sentire dopo, mai prima: eppure basterebbe qualche scrupolo, anche piccolo – e vuole costituirsi. Cammina verso il commissariato, chiede di entrare per confessare l’uxoricidio, e lo parcheggiano su una sedia. Attorno non c’è mica la folla, ogni tanto passa un agente. Per esempio Alessandro Borghi, che lo ascolta. Ma poi bisogna aspettare il superiore. Altra attesa. Gli dicono che deve avere un avvocato, e gliene procurano uno d’ufficio – Pietro Castellitto, che lo riceve nella vicina pasticceria. “Serpenti” è scritto da Roberto De Paolis Maino e dai fratelli Damiano e Fabio d’Innocenzo con cristallina semplicità, senza arzigogoli e fioriture, e diretto con altrettanta linearità – ma ormai le pareti gialline ricordano “Backrooms”. Era alla Mostra di Venezia, un momento di respiro tra tanti film con pretese.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Tony - Diario di un giovane cuoco</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Di Anthony Bourdain conoscevamo il primo e molto pettegolo libro, <b>“Kitchen Confidential”</b>. Roba da non andare mai più al ristorante: la sporcizia regnava sovrana, i cuochi erano rissosi e autocompiaciuti – per non dire vanesi, ognuno convinto di essere il meglio, a dispetto della rigida gerarchia in cucina (imparata per sempre guardando “Ratatouille”). “Tony” racconta l’estate del 1970, la futura star della cucina raccontò in casa di aver vinto una borsa di studio per una scuola di scrittura residenziale. Era una convinzione – diciamo così – “personale”, non era vero niente. Finì senza un soldo nella cittadina balneare di Provincetown, Massachusetts – attorno vediamo i manifesti del film “Lo squalo”. Ci arrivò seguendo una ragazza che gli piaceva. Andò a fare il lavapiatti nel ristorante di Antonio Banderas, dove già lavora Leo Woodhall, altro giovanotto sbandato. Tony viene svegliato ogni mattina con una secchiata d’acqua, come si conviene a chi è andato a letto ubriaco fradicio. Sappiamo purtroppo la brutta fine di Anthony Bourdain, morto suicida nel 2018 durante una crisi depressiva. Sappiamo come andrà a finire, e sembra saperlo anche il cuoco Banderas che gli racconta di Vatel, il cuoco di Luigi XIV, suicida perché il pesce comprato per il banchetto reale non era arrivato in tempo. Dominic Sessa è perfetto nel ruolo, già lo avevamo ammirato in “The Holdovers - Lezioni di vita” di Alexander Payne.</p>]]></description>
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				<title>Emma Bonino e la forza di saper dividere</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 14:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Bisogna provare a fare uno sforzo quando si ricorda <b>Emma Bonino</b>. Non la si può descrivere come una leder ecumenica che metteva tutti d'accordo. La forza di Emma Bonino è stata quella di sapere dividere, di saper provocare, di sapere anche fare arrabbiare molto coloro che non avevano le sue stesse idee, ma con la forza di chi mette il proprio corpo e la propria vita a servizio delle proprie. E anche alcune volte di aiutare chi ha un pensiero diverso a rafforzarlo, perché può confrontarsi con chi ha delle idee diverse e le espone in un modo chiaro, limpido, provocatorio e dirompente.&nbsp;</p><p>Di Emma Bonino stiamo tutti ricordando le sue battaglie per i diritti, il divorzio, l'aborto fino al tema del fine vita. <b>Ma ci sono altri diritti che andrebbero messi in rilievo: per esempio i diritti che lei mise in campo dopo l'11 settembre. </b></p><p>Oggi è 11 settembre&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/11/news/il-tarlo-delloccidente-25-anni-dopo--407209">e venticinque anni fa, dopo l'attacco alle Torri gemelle</a>&nbsp;Emma Bonino cominciò molto più di molti altri suoi colleghi a comprendere fino in fondo la minaccia dell'islamismo radicale. Su questo tema è stata molto divisiva e ha diviso anche coloro che l'hanno seguita in altre battaglie. Allo stesso modo, in tutti questi anni, come in fondo fece anche Pannella, Emma Bonino non ha mai avuto paura di difendere l'unica democrazia del medio oriente come è <b>Israele.&nbsp;</b></p><p>C'è infine una battaglia fondamentale: quella <b>dell'europeismo</b>, che ha unito più persone di quante non ne abbia diviso con altre battaglie. Anche in questo caso Bonino ha messo la difesa dell'europeismo prima di ogni altra cosa e ha utilizzato la politica nelle sue mille sfumature per raggiungere alcuni obiettivi. D'altra parte, quando Bonino è diventata commissaria europea lo è diventata grazie all'indicazione di un governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il velo crepuscolare che avvolge “Le nozze di Figaro” e ancora commuove</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Alberto Mattioli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Di regola, nulla invecchia così in fretta come una regia d’opera. L’eccezione sono <i>Le nozze di Figaro</i> “di” Claus Guth (e anche un po’ di Da Ponte-Mozart, volendo) che furono presentate per la prima volta a Salisburgo nel 2006, praticamente nel pleistocene, e che l’Opera di Roma ha avuto la felice idea di riesumare. <b>Sono quelle, famosissime, con il doppio di Cherubino che è Eros, impegnato a far scoppiare coppie e rovesciare macchine adulterine mentre sbuca da dove meno te l’aspetti e sparisce per porte segrete (scena quasi unica di Christian Schmidt, stupenda), lasciando come traccia le piume delle sue ali caravaggesche. </b>Lo spettacolo non ha preso una ruga, forse perché il Cherubino-bis è incredibilmente lo stesso di allora, Uli Kirsch, e sempre acrobatico. La poesia di certi momenti, come le piume che scendono dall’alto durante il “Non più andrai”, o la scena finale capovolta come la vita dei personaggi, è qualcosa difficile da descrivere, va proprio vista (si replica fino al 23). <b>Di sicuro poche volte è stato restituito in immagini quell’erotismo malinconico che è tipicamente mozartiano: omne animal post coitum triste, e in questo caso anche prima.</b> Poi non è che non si rida, perché le gag della più bella commedia mai scritta restano infallibili, per esempio nel finale secondo quando i rapporti fra i personaggi diventano, nelle proiezioni, una mappa degli affetti o un geroglifico delle passioni, come quando si devono riassumere graficamente i libretti complicati. Però se questo spettacolo mi ha commosso come vent’anni fa è per il velo crepuscolare che lo avvolge come in un pulviscolo dorato (a proposito: luci di Olaf Winter, stupende anche loro).</p><p><b>Dal punto di vista musicale, l’interesse sta nella direzione di Emmanuel Tjeknavorian, il genietto della Sinfonica di Milano, alla sua seconda opera lirica dopo il <i>Ballo in maschera</i> un po’ interlocutorio di Firenze.</b> Anche qui, il “Tjek” dà una curiosa impressione di incompiutezza. La Sinfonia è fantastica, veloce fino al virtuosismo, e lascia pregustare una journée davvero folle che invece non si concretizza; si ascolta, semmai, una direzione piuttosto classica, non sempre a piombo con il palcoscenico, con molti momenti molto belli, specie le oasi liriche nei Mozart piazza anche nei punti più frenetici, ma non tutta allo stesso livello. Insomma, che Tjeknavorian sia un grande direttore non c’è dubbio; che non sia ancora un grande direttore d’opera, nemmeno. Oltretutto, non è servito benissimo dalla compagnia, specie dalla coppia Contessa-Conte: Roberta Mantegna era in una serata chiaramente infelice; e piuttosto infelice, con la patata in bocca come si dice in gergo melomaniaco, mi è parsa anche la voce di Germán Olvera, che non avevo mai ascoltato.</p><p>Elmina Hasan è un buon Cherubino, anche perché non esistono cattivi Cherubino, ma certo avrei preferito ascoltare quello del secondo cast, Cecilia Molinari. <b>Un po’ invecchiato ma sempre charmant, Erwin Schrott è un Figaro talvolta anarchico nei recitativi ma ancora di bella voce, ben cantante e con riserve, oggi rare, di carisma scenico.</b> Detto che i comprimari sono molto alterni, resta il caso del giovin soprano Martina Russomanno, la rising star italiana, già beatificata in loco per una notevolissima Amenaide e poi all’Arena nella nuova <i>Traviata</i> taglia XXL. Qui fa Susanna e canta prevedibilmente benissimo, specie l’aria del quarto atto, che è incantevole. Ma, come diceva Stendhal, “canta da bionda” una parte da bruna che, cioè, vorrebbe più colore e calore timbrico e magari anche fisico. Dia retta a un cretino, signora: nelle <i>Nozze</i>, il suo vero personaggio non è Susanna, ma la Contessa. Ci saranno occasioni (spero, almeno).</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Multiculturalismo e patriottismo qualche volta possono andare d’accordo</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Alfonso Berardinelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se interessano ancora i destini della destra e della sinistra in Europa e nel mondo, cioè lo stato di salute della democrazia e ciò che la minaccia, il fattore decisivo sono gli effetti delle&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/27/news/remigrazione-e-la-parola-nuova-con-cui-torna-lantica-tentazione-di-mandare-via-gli-indesiderati--401259" target="_blank">migrazioni</a>, con il fenomeno del multiculturalismo. <b>Se le destre sono in crescita, guadagnando quote sempre maggiori di elettorato, questo si deve non solo alla retorica allarmistica o truce di demagoghi spregiudicati e moralmente irresponsabili, si deve anche al fatto innegabile che le democrazie monoetniche e monoculturali di un tempo si sono trasformate irreversibilmente in democrazie multiculturali e multietniche.</b> Comunque sia, è ormai in corso da tempo un grande esperimento: quello di realizzare società democratiche capaci di governare, se non neutralizzare, i conflitti che il multiculturalismo provoca o può provocare.</p><p>“La politica è importante, ma la società lo è ancora di più”: leggo questa frase nel libro di Yascha Mounk <i>Il grande esperimento</i> (Feltrinelli), un libro che ovviamente e giustamente dedica allo studio sociale tutta l’attenzione, presupponendo tra l’altro che i fatti della politica non sono che i prevedibili effetti di cause sociali. Generalmente ragionando, sembra ormai acquisito che le grandi migrazioni degli ultimi tre decenni hanno provocato la crescita delle destre. Le nostre società democratiche sono state destabilizzate dalla multiculturalità che in varia misura ne caratterizza il tessuto: “Siamo destinati a essere divisi per sempre da categorie come razza e religione? Quali sono i modi principali in cui le società eterogenee sono andate in pezzi in passato? E quali insegnamenti possiamo trarre da tutto questo per le democrazie multiculturali di oggi, perché possano fare meglio in futuro?” (p. 32).</p><p>Il libro di Mounk è saggisticamente interessante anche perché l’autore non esclude di usare argomenti autobiografici, a cominciare dall’incipit della Prima parte: “Mia madre odia gli assembramenti. Quando ero bambino, spesso allungavamo parecchio la strada per evitare le vie più affollate. Gli stadi, dove decine di migliaia di persone fanno il tifo per la propria squadra e inveiscono contro quella avversaria, la mettevano particolarmente a disagio”. E questo per ricordare, come disse Orwell, che “in fondo ognuno è un po’ lunatico” e che non è un peccato antidemocratico essere a volte e in certe circostanze un po’ misantropi e disturbati dalla folla, specie se urlante, sovreccitata e violentemente faziosa. Lo stesso Orwell, in una Londra bombardata dalla Wehrmacht, scrisse un saggio in difesa e a favore del patriottismo, da contrapporre all’aggressivo nazionalismo politico. <b>Nel patriottismo c’è amore e simpatia per il proprio paese, le sue tradizioni, abitudini e caratteristiche idiosincratiche: è questa una giusta difesa della propria diversità innocua e nonviolenta.</b></p><p>Così, con l’aiuto di Orwell, l’autore del libro propone, come risorsa positivamente multiculturale, tre forme di patriottismo: l’ottimo patriottismo civico, il patriottismo culturale e quello dello stile di vita. Oggi, però, imperversano le mode. Più sono invasive, fanatiche e insensate, meno sono sopportabili. Insomma: giudico male chi esibisce tatuaggi illimitati e anelli metallici sulle labbra. Non parlo dei cellulari sempre accesi: questo è antropologicamente mostruoso e non ci sarà rimedio.</p>]]></description>
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				<title>Riordinare il caos. Una lezione di Maurizio Ferraris</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Michele Silenzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il professor&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/maurizio-ferraris_44807" target="_blank">Maurizio Ferraris</a>&nbsp;è uno dei più importanti filosofi italiani contemporanei. I suoi ambiti di ricerca sono vastissimi ma negli ultimi anni si è molto concentrato sulla relazione tra l’umano e il digitale. <b>Non vi è grado di separazione tra l’uomo e la tecnica, essi non sono infatti immaginabili l’uno senza l’altra.</b> L’uomo è strutturalmente “tecnico”. Oggi a Modena (in Piazza Grande alle 18), nell’ambito del Festival della filosofia, terrà una lezione dal titolo “Ordine nel caos”. E’ allora interessante capire il punto da cui parte in questa conferenza. La prospettiva qui, infatti, non appare di natura politologica ma ben più radicale.</p><p>Ferraris ci dice che non c’è da stupirsi del caos, che questo è molto più facile, molto più spontaneo dell’ordine. Il traffico tende naturalmente a essere caotico e l’esistenza a finire, con una prevalenza dell’entropia (del disordine) sull’ordine che ha permesso il ciclo di vita. Non sorprende che si voglia portare ordine nel caos.<b> Il problema è però che i filosofi, nel secolo scorso, hanno interpretato il loro ruolo come quello di “decostruttori” o di critici, il che è cosa buona e giusta quando si tratta di abbattere l’etnocentrismo o il patriarcato, dice Ferraris. Il problema è che non si sono preoccupati dell’altro lato, del riordino, del mostrare la struttura metafisica del mondo. Così facendo, o meglio non facendo, hanno lasciato che le proposte di riordino venissero formulate da retrotopisti o da paracadutisti.</b></p><p>Tuttavia è proprio attorno alla parola “metafisica” che si trova il punto più significativo della proposta teoretica di Ferraris. Egli, infatti, non teme di tornare a parlare di metafisica, concetto ormai, apparentemente, ricoperto dalla polvere della storia. La metafisica, però, ci dice Ferraris, non è né “laggiù”, chissà dove, né alle nostre spalle, in un passato ormai chiuso. E’ tra noi, come un’infrastruttura che dà ordine e continuità al mondo. La sua risorsa fondamentale è l’isteresi: conservare il passato mantenendolo attivo nel presente, impedire che ciò che è accaduto si disperda senza lasciare traccia. E’ questa persistenza che permette alle trasformazioni di accumularsi e a ogni inizio di diventare la condizione di altri inizi. E’ così dal Big Bang, ma mai questa potenza è stata tanto evidente quanto oggi. L’enorme capitale del digitale, aggiunge Ferraris, nasce dalla registrazione: dalla capacità di trattenere parole, immagini, azioni e relazioni, rendendole disponibili per nuovi usi. Il passato conservato diventa una forza che organizza il presente e orienta il futuro. Nelle memorie, nelle reti e negli archivi del digitale, l’isteresi manifesta la propria efficacia e diventa una fonte di ricchezza e di potere. Non lasciamo che questa potenza, e la conoscenza che ne abbiamo acquisito, restino soltanto nelle mani degli impresari del digitale e dei loro ideologi. Comprendere ciò che ci costituisce è il primo passo per decidere che cosa possiamo farne.</p><p>E’ evidente che per Ferraris si trova qui il passaggio cruciale: il momento in cui la storia del pensiero trova una corrispondenza diretta con la tecnica disponibile per attuarsi. Gli chiediamo allora di farci capire in quale modo tutto ciò influenzerà la nostra esperienza e quali risvolti politici potrebbe implicare rispetto al tema che sta al centro della sua conferenza, ossia di trovare ordine nel caos.</p><p>Per Ferraris questo ordine sembra essere semplicemente sinonimo di “sapere” e di saper fare. La conoscenza come accesso alla verità come totalità è l’unico rimedio contro le derive antidemocratiche di questi anni. <b>Sbagliavano i postmoderni a sostenere che la solidarietà vale più dell’oggettività: si può essere solidali solo sulla base di un fondamento oggettivo, per esempio riconoscendo che è un fatto che la Russia ha invaso l’Ucraina, e che dunque è con gli ucraini che bisogna essere solidali, proprio come bisogna essere solidali con l’agnello e non con il lupo.</b> Ferraris sostiene questa posizione da un paio di decenni, ossia dall’epoca delle polemiche sul nuovo realismo. E la storia sembra avergli dato ragione, anche se di ciò non appare per nulla contento. Il presupposto del caos, aggiunge, è che l’ignoranza sia un bene, e che, come ha detto qualcuno, si debba votare con la pancia invece che con la testa. Sapere come si producono e valorizzano i dati è la base del Webfare, del welfare digitale a cui sta lavorando ormai da diversi anni. Ma questa è solo una parte del progetto di una nuova alleanza tra metafisica, fisica, tecnologia e umanesimo, che, ci racconta, sta elaborando a Torino con il progetto di “Scienza nuova”. Che è precisamente un progetto metafisico il cui presupposto è che il sonno del pensiero della totalità, e il trionfo postmoderno dell’“uno vale uno”, produca il totalitarismo.</p>]]></description>
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				<title>A Firenze in taxi, per caso, sulla strada di Carlo Levi</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Piccola posta</category>
				<author>Adriano Sofri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Poche cose seducono quanto le coincidenze, e a volte allarmano. Ma ne racconto una leggera. Fine agosto, prendo il taxi alla stazione di Firenze. In questa stagione, fino a ottobre, ci sono licenze di taxi supplementari. Così si fanno nuove conoscenze. Il mio di stasera è piuttosto giovane e in gamba, convenevoli al famigerato semaforo della piazza, se è rosso ci si può dormire sopra, poi gli chiedo di dov’è. “Della Basilicata”. “Di Aliano?”, mi viene da chiedergli, un po’ per scherzo. Non risponde, è interdetto. Poi, secco: “Perché mi chiede se sono di Aliano?” “Così - gli dico - sono amico del sindaco, e proprio in questi giorni mi hanno invitato, al festival dei calanchi, ma non potevo...”. “Il sindaco, Luigi De Lorenzo - dice eccitato - io sono proprio di Aliano, sono appena tornato. Ma come mai?..”. Mi vanto amico delle signore di Aliano che ogni tanto vengono qui al Mercato Centrale a fare i frizzuli e i rascatielli, e poi chiacchieriamo della tomba e della casa museo di Carlo Levi, che la gente pensa che stesse al confino a Eboli e invece era ad Aliano. Lui è a Firenze da quasi vent’anni, quando venne ed era studente non riusciva a capacitarsi che la Basilicata fosse così sconosciuta ai fiorentini. Forse un po’ per quel doppio nome, dico, Basilicata, Lucania... Mi racconta com’è andato bene il festival, i ragazzi, la notte sui calanchi e sotto la luna. Sa che Levi scrisse il suo “Cristo si è fermato a Eboli” ospite di una casa fiorentina, in piazza Pitti? No, questo non lo sapeva, gli dico che c’è una lapide, vicino a quella per Dostoevskij, che scriveva l’Idiota. Vado domani a vederla, assicura. Intanto siamo arrivati. Puoi chiedere di me ad Aliano, Vincenzo L., mi conoscono tutti. Poi mi dice: “Quando hai detto ad Aliano, ho pensato: è della polizia?” Ridiamo.</p><p>(Carlo Levi fu ospite di Annamaria Ichino, che gli batté a macchina il libro, al n.14 di Piazza Pitti, dove furono nascosti, fra il ‘43 e il ‘45, anche Eugenio Montale, Umberto Saba e Linuccia. “Qui abitò / tra il dicembre 1943 e l’agosto 1945 / CARLO LEVI / qui scrisse “Cristo si è fermato ad Eboli” / e dipinse quadri fra i suoi più belli e umani / nella casa di ANNAMARIA ICHINO / per lui ed altri sicuro rifugio / dal nazifascismo e dalle persecuzioni antisemite / Amicizia ebraico - cristiana di Firenze / Comune di Firenze / LX della Liberazione di Firenze”. Ho appena visto che per iniziativa del consigliere Nicola Armentano sono state ora intitolate due piazzette vicine a Levi e a Ichino. Lo leggo sulla pagina di Ulderico Pesce, che ha in animo di portarvi lo spettacolo su Carlo Levi e la Lucania arcaica, e ha presentato a Firenze il suo lavoro su Rocco Scotellaro).</p>]]></description>
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				<title>Una consolazione che mette tristezza</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Preghiera</category>
				<author>Camillo Langone</author>
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				<description><![CDATA[<p>“L’arte è una buona consolazione per chi non crede in Dio”, dice <b>Nicolas Ballario</b>. A parte che per me Dio è una constatazione, non una consolazione, di quale arte sta parlando? Il titolo del suo libro sull’arte contemporanea, <b>“Come un cavallo appeso al soffitto”</b>, fa pensare subito a <b>Maurizio Cattelan</b> e dunque fa pensare subito malissimo. A me Cattelan ha sempre messo molta tristezza. Lui e la sua arte di morte, il suo ghigno da monatto, le sue opere fra goliardia e necrofilia, cinismo e nichilismo. Sempre un grande sconforto. Io sono strano ma evidentemente non abbastanza, bisogna essere ancora più strani per trovare sollievo in un cavallo morto appeso per aria, in un papa ucciso da un meteorite, in tre manichini di bambini impiccati a un albero… Credo che solo Nicolas Ballario sia capace di tanto e allora lo invidio: di orrore non rimarrà mai senza, il mondo, dentro e fuori le gallerie d’arte, ne è pieno.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La Difesa europea ha bisogno di petrolio</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:32:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>I due scenari –&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/17/news/il-sostegno-di-putin-alliran-che-trump-si-ostina-a-ignorare--407921" target="_blank">la guerra in Ucraina e il conflitto in medio oriente&nbsp;</a>– ancora una volta dimostrano di essere ben più che collegati. Perché una macchina di Difesa, per funzionare, ha bisogno di energia. Ieri il presidente francese Emmanuel Macron, presidente di turno del G7, ha detto che nelle prossime settimane si terrà una riunione dei paesi membri per rafforzare la cooperazione sulle questioni energetiche. <b>In caso di attacco della Russia a un paese membro della Nato, il problema è la disponibilità complessiva di prodotti petroliferi: diesel per camion, carri e generatori, la benzina per i mezzi leggeri, il carburante navale, il jet fuel per l’aviazione, e soprattutto la capacità di raffinare e distribuire tutto questo dove serve. </b></p><p>Secondo Bloomberg, ieri Saudi Aramco ha avvertito i suoi compratori europei che a ottobre potrebbe non consegnare il greggio previsto dai contratti, dopo l’attacco all’oleodotto East-West, ed è l’ennesimo colpo a un sistema energetico che arriva già sotto pressione: l’Unione europea obbliga gli stati a mantenere scorte equivalenti ad almeno 90 giorni di importazioni nette o 61 giorni di consumo, ma queste riserve possono essere costituite da greggio e prodotti petroliferi diversi. <b>E nel 2026 il sistema globale ha già consumato una parte eccezionale del proprio cuscinetto: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le scorte mondiali sono diminuite di circa 507 milioni di barili dall’inizio della guerra in medio oriente e i paesi membri dell’Agenzia hanno già utilizzato oltre 300 milioni di barili delle riserve di emergenza.</b> Bruxelles dice anche che oggi non c’è una carenza fisica di carburante nell’Ue, ma segnala una particolare volatilità per diesel e jet fuel: il 40 per cento di quello che importiamo viene da Hormuz. Se domani l’Europa dovesse sostenere una guerra convenzionale sul fianco orientale, il problema principale sarebbe il carburante: ecco perché sul tema c’è all’improvviso un allarme collettivo senza precedenti.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Più che i social, bloccate i coltelli</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 20:15:00 +0200</pubDate>
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												<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>In una scuola del quartiere romano di Centocelle,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/bandiera-bianca/2026/09/18/news/evviva-ricomincia-la-scuola-con-un-tradizionale-accoltellamento-di-una-prof--408002">un allievo di 13 anni ha aggredito la sua professoressa</a>, prima con gas urticante e poi con un coltello. Si pensa che si tratti di una vendetta per aver ricevuto l'anno scorso dei "debiti" in due materie, che avrebbe dovuto riparare nei prossimi giorni, non proprio una motivazione da scatenare odio violento; <b>ma sembra anche che il ragazzo intendesse immortalare il suo gesto per i social</b>.</p><p>Fortunatamente le condizioni della docente non sono gravi, ma questo naturalmente non rende meno grave l'accaduto. Impressiona la mentalità del ragazzo, che grazie all'impunità che gli è garantita dalla giovane età, pensava di compiere un atto da mostrare con orgoglio; fa anche riflettere il fatto che una evidente e così rilevante anomalia <b>della personalità non sia stata in qualche modo avvertita dalla famiglia né dal sistema scolastico in precedenza</b>.</p><p>Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, oltre a esprimere solidarietà alla insegnante, insiste sulla necessità di "impedire ai minori di 15 anni l'accesso a social e canali pericolosi". <b>Ma il ragazzo, oltre alla telecamera, era in possesso di un coltello e di una bomboletta di gas, ed è su questo che forse bisognerebbe concentrarsi di più</b>. Ci sono norme che consentono di installare metal detector all'ingresso delle scuola appunto per evitare che vengano introdotte armi o altri oggetti pericolosi. Perché non si è provato a installarli a Centocelle (e in quasi tutte le altre scuole)? I soliti soloni delle buone intenzioni ci spiegheranno che non servono le restrizioni ma un'educazione ai valori e così via.</p><p>L'educazione è lo scopo primario della scuola, è ovvio, ma questo non può far dimenticare che esiste una minoranza, speriamo ristretta, di giovani che invece vedono nella violenza il valore di riferimento. <b>Servono strumenti concreti e immediatamente operativi. Poi, una volta che sono entrati a scuola senza coltelli in tasca, l'educazione farà quel che può per convincerli a seguire strade migliori</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Occhio al risiko delle infrastrutture</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non c’è solo il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/09/news/lovaglio-teme-i-francesi-orcel-fa-un-passo-in-generali-risiko-e-caos--406988" target="_blank">risiko bancario</a>, c’è anche quello delle infrastrutture. Un segno di vitalità del mercato italiano, ma anche un messaggio per la politica economica del paese. <b>La Trevi, società romagnola fondata da Davide Trevisani e specializzata in grandi fondazioni e consolidamento dei terreni, travolta dai debiti dieci anni fa, dopo l’uscita della famiglia è controllata dalla Cdp con il 21 per cento e da fondi internazionali.</b> Ora è contesa tra Webuild, il numero uno italiano nei grandi lavori con un fatturato superiore ai 13 miliardi, e Icop, una società friulana di ingegneria che fa microtunnel e fondazioni, controllata dalla famiglia Petrucco, che fattura 500 milioni di euro.</p><p>Quest’ultima ha lanciato a giugno una offerta pubblica per la Trevi con scambio di azioni, niente contanti. Il mese scorso Webuild ha contrapposto una offerta tutta in contanti per 295 milioni di euro che ha ricevuto il via libera dalla Consob l’altro ieri. E’ cominciata così una gara che sembra scontata. Il titolo della società guidata da Pietro Salini è subito salito del 5,5%, ma secondo gli analisti di Kepler Cheuvreux, entrambe le società avrebbero margini finanziari per migliorare le rispettive offerte. La Icop vuole creare un gruppo specializzato che possa competere all’estero. Per Webuild si tratta di consolidare una crescita cominciata nel 2013 con la acquisizione dell’Impregilo attraverso una offerta pubblica di acquisto. Oggi è una multinazionale e vuole integrare competenze specialistiche grazie alla Trevi con benefici economici complessivi stimati in 150-160 milioni di euro. Il consiglio di amministrazione della società romagnola ha respinto l’opas Icop ritenendola non congrua finanziariamente con i suoi 273 milioni di euro, ma le obiezioni principali riguardano proprio le sinergie industriali ritenute difficili da quantificare. <b>Al di là di come andrà a finire, questa battaglia di mercato è da apprezzare.</b> Se vincerà Webuild si leveranno alti lai per un eccesso di concentrazione che riduce la concorrenza? La sua taglia in realtà è ancora piccola rispetto ai colossi internazionali, anche quelli europei, ed è un settore in cui conta essere grandi e disporre di un ampio ventaglio di competenze. In ogni caso, la concorrenza si tutela favorendo la domanda di infrastrutture e costruzioni a cominciare dal mercato nazionale. E questo è il messaggio implicito, ma chiaro, per la politica italiana.</p>]]></description>
			</item>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/19/news/schlein-si-rifugia-nel-campo-meloni-dagli-attacchi-degli-alleati--408121</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/19/news/schlein-si-rifugia-nel-campo-meloni-dagli-attacchi-degli-alleati--408121</link>
				<title>Per Schlein è più facile un patto con Meloni che un programma con Conte e Bonelli</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sembra quasi che <b>per Elly Schlein sia più semplice trovare un'intesa programmatica con Giorgia Meloni che con il resto del Campo largo</b>. E la reazione sdegnata dei suoi alleati, da Giuseppe Conte ad Angelo Bonelli, all'invito al dialogo della segretaria del Pd alla presidente del Consiglio ne è la dimostrazione. Nella lettera, pubblicata giovedì su Repubblica, in cui Schlein illustra il suo pacchetto di misure contro la crisi energetica per impiegare i 14 miliardi (0,6 per cento del pil) di flessibilità ammessa dalla Commissione europea non c'erano particolari novità nel contenuto. D'altronde, dieci giorni prima, Schlein aveva già presentato le cinque proposte sull'energia a Cernobbio, alla presenza dei suoi alleati Giuseppe Conte (in collegamento), Angelo Bonelli e Matteo Renzi. Nessuna obiezione sul contenuto. Il problema, per loro, o almeno per Conte e Bonelli, è quello "spirito costruttivo" con cui Schlein si è rivolta a Meloni dicendo: "Offriamo alla Vostra attenzione la nostra proposta". <b>E soprattutto, l’apertura della premier ad "approfondire" le il tema "senza pregiudizi" quando "si fanno proposte sensate"</b>.</p><p>Naturalmente c’è una base concreta su cui è possibile trovare un’intesa. In primo luogo perché l’allargamento all’energia della clausola di salvaguardia per la difesa è stata una vittoria in Europa di Meloni e Giorgetti. In secondo luogo, perché le cinque proposte di Schlein riguardano il rafforzamento di misure già esistenti o introdotte dal governo Meloni (Conto termico, Piano casa, conversione industriale, trasporto pubblico e potenziamento della rete elettrica). Ma la mossa, da parte di Schlein, ha soprattutto un valore politico. Mentre nel centrosinistra, e anche nel suo stesso partito, in tanti dubitano sulla sua capacità di guidare la coalizione, la segretaria del <b>Pd si rivolge da pari alla Presidente del Consiglio, che è forse l’unica che ne riconosce la leadership a sinistra. Sia quando la attacca, sia quando si dice disponibile al dialogo</b>.</p><p>Non è la prima volta che accade. Sempre a Cernobbio, Schlein si era detta disponibile a votare insieme al centrodestra l’estensione a tutta l’Italia dell’autorizzazione unica sul modello Zes per abbattere il carico burocratico sulle imprese: "Qui c’è un punto d’accordo con la presidente Meloni", disse Schlein. "Ci sono i margini per approvare insieme l’estensione della Zes unica del Mezzogiorno a tutto il territorio nazionale" rispose pochi giorni dopo, intervistata dal Foglio, la presidente del Consiglio. Nel corso della legislatura, senza mai risparmiarsi dure critiche, le due leader hanno trovato altre intese. Dal patto – poi naufragato – sul reato di violenza sessuale, nato da una telefonata tra Schlein e Meloni e suggellato da lla segretaria del Pd con una foto su Instagram insieme alla premier: "Abbiamo dimostrato che su questo tema fondamentale si può trovare un terreno comune tra maggioranza e opposizione per far fare passi in avanti al paese". <b>Un patto, poi, è stato stretto contro l’uso del deepfake in campagna elettorale</b>.</p><p>"In vista della campagna elettorale tutte le forze politiche dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari parole o fatti inventati", fu l’appello lanciato da Schlein a luglio in un’intervista al Foglio. Invito subito accolto da Meloni: "E’ un tema che ho posto prima di tutti. Sono d’accordo". Da questo dialogo a distanza tra avversari è nata anche la legge a prima firma Shclein di sostegno al cinema e all’audiovisivo, approvata con voto trasversale e quasi all’unanimità (eccetto Marattin e Vannacci). <b>Un processo politico che era partito da un appello del regista Pupi Avati alla premier e alla segretaria del Pd per lavorare trasversalmente a una nuova legge per il cinema</b>.</p><p>Ora l’appello ("Gentile presidente"), o meglio l’invito, a un confronto sui temi dell’energia lo ha scritto Schlein. Mentre il capicorrente del Pd si scervellano su come far saltare le primarie, sui papi stranieri, sui terzi nomi, sui vecchi partigiani o i nuovi 18enni, chiunque purché non la loro segretaria per guidare la coalizione e il governo. <b>Mentre altri dirigenti aspettano da Nova che Conte detti le sue condizioni sull’Ucraina. Mentre a sinistra si fa fatica a definire il programma, la segretaria del Pd si rivolge alla presidente del Consiglio, alla sua avversaria, per cercare un’intesa programmatica sulla crisi energetica e trovare un riconoscimento della sua leadership</b>.</p><p>Ed è proprio questo che turba gli alleati progressisti. "Meloni sul tema climatico e energetico ha sabotato tutte le politiche ambientali e climatiche – dice Bonelli – questa mano tesa a lavorare insieme è incomprensibile". "Non ci sono le condizioni per lavorare con chi, il governo Meloni, dice di voler fare le trivellazioni", dice Conte. Attaccano Meloni, ma il vero obiettivo è Schlein.</p>]]></description>
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				<title>Sulle critiche al bollo il Pd dimentica le accise di Bersani</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;“Meloni ha deciso di finanziare la campagna elettorale con i soldi degli italiani”, ha commentato Antonio Misiani, senatore e responsabile economico del Pd, a proposito del decreto del governo, che ha cambiato strumento contro il caro carburanti: lo sconto sul gasolio scende a 12,2 centesimi fino al 25 settembre e passa a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre (poi resteranno le sole accise mobili), mentre 2,3 miliardi di euro serviranno a coprire l’abolizione del bollo per le auto fino a 80 kW di potenza. <b>La critica di Misiani è lecita</b>: il governo, nonostante le promesse di rendere la misura strutturale, taglia la tassa per un solo anno e rinvia a decisioni future.</p><p><b>Ma per questo tipo di peccati, nessuno può scagliare la pietra.</b> Proprio il Pd, con Pier Luigi Bersani ministro dello Sviluppo economico del già dimissionario governo Prodi, nel marzo del 2008  finanziò con 162 milioni di extragettito Iva il primo taglio delle accise mobili mai realizzato: circa 2 centesimi in meno dal 20 marzo al 30 aprile. Il  mese prima delle elezioni che riportarono Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Anche quei 162 milioni erano soldi degli italiani, e anche quel taglio delle accise aveva un “chiaro sapore elettoralistico”, secondo il metro usato oggi da Misiani per l’esenzione dal bollo.</p><p>Queste misure, però, non sembrano portare bene: a marzo 2026, dopo lo choc di Hormuz, il governo tagliò le accise pochi giorni prima del referendum sulla giustizia, e sappiamo com’è andata. <b>Non sarà che ora Meloni ha cambiato strumento per scaramanzia?&nbsp;</b></p>]]></description>
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				<title>Schlein, isolata sull&#039;energia, si muove in vista delle primarie tra lettere e studenti. Avanza l&#039;asse Conte-Avs</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;Per uscire dall’isolamento, in cui si è ficcata, la<b> Elly Schlein</b>  “istituzionale” – con vista primarie –  sceglie l’Udu, il congresso degli universitari.  E alle accuse dei suoi alleati, ai giornalisti che chiedono conto della fuga in avanti, risponde a suo modo, con un dribbling. “Sull’energia continueremo a chiedere risposte a questo governo. Continua il lavoro unitario”. Ma la lettera a Meloni,  “collaboriamo”, continua a far discutere il campo largo. Angelo Bonelli, più di tutti, non ha gradito la mossa della segretaria. Si salda un asse tra Giuseppe Conte e Avs. Mentre arrivano i temuti quesiti di Nova,   il no alle armi a Kyiv che sarà sottoscritto dai militanti M5s. Altra benzina per l’ex premier. Schlein risponde come sempre:  “Troveremo un accordo, su tutto”.</p><p>Ora che la leader dem è entrata in modalità “testardamente candidata premier”,  il “testardamente unitaria” può diventare un boomerang. Nel primo pomeriggio Schlein si presenta al Congresso dell’Udu, a Roma. Fa la “responsabile” ma da queste parti, tra gli studenti radunati sotto lo striscione “Nella notte ci guidano le stelle”, si sente a casa.</p><p>E’ la prima occasione pubblica dopo il nuovo strappo, energetico, nel campo largo. In privato, prima ancora che ai giornali,  gli altri leader hanno manifestato le loro perplessità. In particolare Bonelli, con una telefonata. D’altra parte proprio alla festa di Avs era stata annunciata una proposta unitaria sull’energia, a cui il leader verde soprattutto ha lavorato. Anche nel Pd comunque, a taccuini chiusi, si registrano reazioni diverse. In molti comprendono le reazioni, dure, di Conte e Bonelli che hanno stoppato lo slancio della segretaria: “Ma è pur vero che se dobbiamo fare le primarie... Di certo il timing è stato sbagliato, nel giorno del taglio del bollo auto”.  Pubblicamente, a parte Francesco Boccia (“nessuna mano tesa a Meloni, Schlein mette Meloni davanti alle sue responsabilità”) non si registrano grandi prese di posizione dei dem. Per dire è stato Calenda a difendere la leader dem per le proposte a Meloni (ben diverso è il suo pensiero su Kyiv), su cui si registra un’apertura pure da Tajani. Ma intanto a rinsaldare l’asse Conte-Avs ieri è arrivato anche Nicola Fratoianni, con parole nette: “Con Meloni c’è poco da collaborare”. Che ne pensa Schlein? Non risponde direttamente ai giornalisti. Prima di tutto “esprimo la nostra piena solidarietà alla docente che è stata colpita”. Poi, a proposito di energia, evita i riferimenti agli alleati. Cita il lavoro unitario e  ricorda che “anche l’Ue discute sugli extraprofitti”. E ancora: “Continueremo a chiedere risposte al governo”, non collaborazione questa volta. Poi prende posto al congresso dell’Udu. Interviene per dare segnali agli studenti, per coinvolgerli in vista delle politiche (e delle primarie?), è lo schema referendum. A proposito di politica internazionale la segretaria dice: “La sinistra deve lavorare per difendere il diritto internazionale anziché l’uso delle forze, delle armi e dell'esercito”. Per poi ribadire: “L’Italia ripudia la guerra”. E’ lo stesso titolo che Conte ha dato al quesito programmatico di Nova, il numero 17, che riguarda gli esteri. Oltre al no a Rearm Ue e alle spese Nato al 5 per cento, il leader M5s chiede ai suoi il mandato per “cambiare radicalmente l’approccio fallimentare dell'Italia e dell’Europa nei confronti della dell’Ucraina. Continuare a inviare armi significa allontanare la pace”. E’ questa la posizione che l’ex premier porterà al tavolo per il programma, con l’ulteriore spinta che arriverà dai militanti. Ed è sovrapponibile a quella di Fratoianni e Bonelli. I 5s hanno anche discusso sulla formula da utilizzare sul dossier  Kyiv, per renderla più potabile per i dem, prima di arrivare alla versione definitiva che ha già indispettito i riformisti del Pd. “Pensavo fossero il partito di Vannacci”, punge Sensi. Tra le altre proposte: un reddito 2.0 e l’istituzione di un ministero per le politiche migratorie, ricalcando un’idea che Franco Gabrielli coltiva da tempo e di cui ha parlato nelle scorse settimane al Foglio. Su questo sarà certamente più facile trovare una quadra. Ma su Kyiv? “Troveremo un accordo su tutto”, continua a ripetere Schlein.</p><p>Al Nazareno sono consapevoli che Conte proverà a far passare il Pd per il partito della guerra: se l’unica strada sono le primarie il capo del M5s si giocherà tutto su questa direttrice. L’ex premier va ripetendo che “era favorevole a un accordo”, ma la leader dem voleva la leadership a ogni costo. Lo sussurrano anche da Avs, dove intanto iniziano a pensare concretamente anche al proprio candidato: più Fratoianni, che Bonelli. Oppure un terzo nome, a effetto, à la Francesca Albanese? I rossoverdi preferirebbero evitare i gazebo, è la prima scelta, ma non rinunceranno alla vetrina mediatica. Nel frattempo sperano in un difficile ripensamento di Schlein, nella moral suasion di quella parte di Pd, per esempio Roberto Speranza, che vuole evitare rese dei conti tra alleati. Ieri Gaetano Manfredi ha intanto invitato il campo largo ad accelerare sul programma, negando ambizioni da federatore o da futuro premier. “Sono impegnato a Napoli, darò un contributo di idee”.</p><p>Nelle ultime ore è tornato a girare anche il nome di Antonio Decaro. Il 5 ottobre sarà a Bari con Goffredo Bettini, per presentare Rinascita. Quanto basta per alimentare la suggestione.</p>]]></description>
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				<title>L’assurda condanna (annullata) di un sindaco per la morte di una turista travolta da un’onda</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovanni Di Martino, ex sindaco di Praiano, in provincia di Salerno, è stato assolto in appello dall’accusa di omicidio colposo per la morte di una turista travolta dalle onde del mare nel 2018. La vera notizia non è l’assoluzione, arrivata a distanza di ben otto anni, ma che in primo grado il sindaco fosse stato condannato (sei mesi di reclusione con pena sospesa). Il primo cittadino venne infatti ritenuto responsabile a livello penale perché un gruppo di turisti, nel bel mezzo di una mareggiata evidente, decise in totale autonomia di avventurarsi su un ponticello a ridosso dell’acqua per scattare delle foto a effetto.</p><p>I fatti risalgono al 2 gennaio 2018. Una comitiva veneta arriva a Marina di Praia, nel cuore della costiera amalfitana. Le condizioni meteorologiche e marine sono decisamente proibitive e le onde sommergono integralmente l’intera spiaggia. I turisti decidono comunque di andare su un sentiero che consente di fare una passeggiata a ridosso del mare. L’obiettivo, candidamente ammesso in seguito in tribunale, è scattare fotografie dall’alto per immortalare il panorama e la spuma del mare. Per accedere al sentiero, l’unico passaggio possibile per i pedoni è un piccolo ponticello. E’ in questo fazzoletto di cemento che si materializza il cortocircuito logico e giudiziario di questa inchiesta.</p><p>Il giudice di primo grado aveva condannato il sindaco basandosi interamente sulla presunta inadeguatezza posizionale di un cartello di pericolo. Dagli atti emerge però una realtà ben diversa. Il cartello di pericolo c’era, recitava a chiare lettere in italiano e in inglese il divieto di transito in caso di mare agitato, e ce n’era pure un altro identico collocato alla fine del percorso. L’accusa, però, ha sostenuto la singolare tesi che il segnale fosse troppo distante dal punto in cui le onde colpivano la banchina di cemento. Il difensore di Di Martino, l’avvocato Antonio Zecca, ha dovuto penare in aula per spiegare una logica lapalissiana: se si piazza un cartello direttamente nel punto in cui battono le onde, alla prima mareggiata il mare lo divelle e se lo porta via senza pietà. Il segnale va ovviamente collocato prima del pericolo, all’imbocco del percorso e non dove il rischio è già ampiamente in atto. Sarebbe come pretendere di segnalare una curva pericolosa quando si è già in piena curva.</p><p>Non solo. Durante il dibattimento, i turisti hanno ammesso senza troppi giri di parole di non aver minimamente percepito il rischio della mareggiata in corso. Oltre la cartellonistica, hanno ignorato anche i moniti verbali e accorati dei residenti presenti sul posto, che avevano esplicitamente sconsigliato loro di avventurarsi sul quel sentiero.</p><p>Di Martino, da parte sua, non aveva trascurato le proprie funzioni amministrative. In qualità di sindaco aveva formalmente delegato il controllo e la manutenzione della cartellonistica alla polizia municipale e all’ufficio tecnico, come previsto dalla legge. Anche perché il sindaco non può certo trasformarsi in un guardiano del faro, pronto a posizionarsi su ogni luogo potenzialmente pericoloso della città. La Corte d’appello ha per fortuna riconosciuto questa solare evidenza, ribaltando la sentenza e assolvendo l’imputato con formula piena.</p><p>Resta il paradosso tutto italiano di un sistema culturale e giudiziario che fa ricadere la responsabilità penale per le libere scelte, spesso incaute, dei cittadini su chi amministra il territorio. Il sindaco è ormai concepito dalla burocrazia e da una certa giurisprudenza come il capro espiatorio universale, il parafulmine chiamato a rispondere penalmente di eventi naturali straordinari e di comportamenti individuali sprezzanti di ogni logica.</p><p>E la domanda di fondo, al netto di assoluzioni tardive che non ripagano in alcun modo del fango mediatico e giudiziario accumulato negli anni, resta sempre la stessa: ma in queste condizioni, chi lo vuole fare più il sindaco?</p><p>Ermes Antonucci</p>]]></description>
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				<title>La “Guerri” di Mazzi la vuole anche l&#039;Antitrust</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>&nbsp;La fortuna di essere contesi e l’impossibilità di lasciare. E’ il caso di Erika Guerri.</b> <b>E’ il capo di gabinetto del ministro del Turismo, Mazzi, il ministro stimato da Fazzolari e Meloni, ma è anche il magistrato che il nuovo presidente dell’Antitrust, Saverio Valentino, vorrebbe designare come segretario generale. </b>E’ il ruolo rimasto vacante da Guido Stazi, andato a guidare la Consob, dopo mesi di stallo.</p><p><b>Valentino ha pensato a Guerri, ma Mazzi non vuole rinunciarci, in piena legge di Bilancio, con le risorse da strappare a Giorgetti. </b>La nomina di Guerri resta una possibilità ma non riesce a concretizzarsi, malgrado da settimane se ne parli. Il 27 settembre, Mazzi intanto celebra, e si celebra, con la giornata mondiale del Turismo. Da agente della star è ora custode dei capi di gabinetto. Attenti, che farà firmare i contratti di esclusiva anche ai bagnini.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il Baffo che dribblò due volte la vita</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 17:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il protagonista del malinconico romanzo breve <i>La lunga</i> di Roberto Perrone, gran penna del giornalismo sportivo che se n’è andato anche lui da tempo, è un giornalista sportivo che non ha fatto carriera e in età pensionabile è ancora costretto a fare “le lunghe”, cioè tirar tardi la notte nell’attesa improbabile che alla Fortezza Bastiani di via Solferino arrivi una notizia da rifare la prima pagina. Allo sport? <b>“Se morisse Rivera…”, è la risposta che si beccava ogni volta. Sarà solo letteratura? Chissà.</b> <b>Rivera ha sempre avuto un <i>quid</i> di aura in più</b>, sarà stato il Pallone d’oro, l’eleganza in campo, un certo <i>frisson</i> di vita irregolare e parola libera fuori dal campo, che in quegli anni per un calciatore italiano era già trasgressione. <b>Ma la verità vera, che i cronisti di lunghe e di brevi ma soprattutto tutti gli innamorati del calcio sanno, è che Sandro “Sandrino” Mazzola la sua morte l’aveva già scontata. </b>I<b>l papà Valentino rimasto a Superga se l’è per sempre lasciato indietro, e se l’è per sempre portato con sé. </b>A bordo campo e nei sogni di ogni notte soprattutto, quando altri facevano la lunga. <b>Non aveva bisogno d’altro, per vivere da uomo buono e sereno, come voleva essere ricordato, e ricco di un’ironia gentile, come sa chiunque ci abbia parlato anche solo qualche istante.&nbsp;</b></p><p>Molti oggi hanno parlato soprattutto di lui e Valentino. Ma Sandro Mazzola è stato soprattutto il fuoriclasse che<b> vinse la prima Coppa dei Campioni contro il Real con la Grande Inter</b>, due gol e un assist, l’Mvp non esisteva ancora; ma il momento della sua gloria e felicità intima fu poi, lo raccontò molti anni dopo:<b> “Nel sottopassaggio, all’entrata in campo, resto incantato davanti a quei due mostri là, Di Stefano e Puskas. Sono emozionato, ho i brividi.</b> Finalmente si gioca. <b>Faccio 2 gol e l’assist per Milani, vinciamo 3-1.</b> Baci e abbracci in campo, caroselli, il presidente Moratti in trionfo. E a me succede una cosa fantastica: <b>Puskas si avvicina, mi consegna la sua maglia numero 10 e… ‘sei degno del grande campione che è stato tuo padre’. </b>Una notte magica, forse la più memorabile della mia carriera”.</p><p><b>Era stato la mascotte del Grande Torino, poi Veleno Lorenzi lo portò all’Inter,</b> c’era anche il fratellino Ferruccio che ha finito la sua vita agra già anni fa. E divenne il figlio del reggimento, <b>“l’Inter mi ha salvato la vita”.</b> E divenne il leggendario campione della prima stella dell’Inter, della seconda Coppa, delle due Intercontinentali. Della “serpentina di Budaest” che resterà uno dei gol più gloriosi della storia del calcio, e del gol con sei palleggi contro la Svizzera, che resterà uno dei più belli della Nazionale.<b> Di Messico 70 Rivera disse molti anni dopo, senza bisogno di un plotone d’esecuzione: potevamo giocare insieme. Lui rispose: “Dovevamo”. </b>Ne avremmo beccate ugualmente quattro, da O Rey e dal Brasile più forte di sempre. Ma ci saremmo persi qualche miliardo di discussioni al bar che non sono ancora terminate.</p><p><b><br> Solo qualche mese fa, la voce di carta vetrata più flebile, aveva detto parole di saggezza: “Ma come possiamo oggi far crescere campioni in Italia se non sappiamo allenare i giovani?</b> Andate a vedere come allenano i bambini adesso… Io ho portato mio nipote al calcio, me ne sono scappato subito. Allenamenti alle sei e mezza di sera! <b>Venti minuti di giri di campo, gli ostacoli, la corda… gli hanno dato dieci minuti di pallone! Oh! Questo si chiama gioco del pallone, quindi bisogna dare il pallone ai bambini!”.&nbsp;</b></p><p><b>Se n’è andato con uno scatto improvviso, dei suoi imprendibili, dribblando le parole inutili. Un sorriso tra i baffi.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Addio a Sandro Mazzola, bandiera della Grande Inter</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Sandro Mazzola è morto all'età di 83 anni. Ad annunciarlo è stata l'Inter</b>, che in una lunga nota lo ricorda come "uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra".&nbsp;</p><p>Nato a Torino l'8 novembre 1942, <b>Mazzola aveva sei anni quando perse il padre Valentino nella tragedia di Superga, nel 1949. </b>Cresciuto a Milano con il fratello Ferruccio e diventò presto una piccola mascotte dell'Inter, seguito da due leggende come Giuseppe Meazza e Benito Lorenzi. Il debutto in prima squadra arrivò a 18 anni, il 10 giugno 1961, nella ripetizione di Juventus-Inter giocata dai ragazzi della Primavera. Finì 9-1 per i bianconeri, ma l'unico gol nerazzurro fu il suo. <b>Con Helenio Herrera trovò il ruolo perfetto tra centrocampo e attacco. </b>La consacrazione arrivò il 27 maggio 1964, al Prater di Vienna, <b>nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid: due gol nel 3-1 che regalarono all'Inter il primo trionfo europeo.</b> A fine gara Ferenc Puskás gli donò la maglia e gli disse che era degno del padre.&nbsp;<b>In 17 stagioni con l'Inter ha collezionato 565 presenze e 158 gol, vincendo quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali.</b> Fu capocannoniere della Serie A nel 1965 e della Coppa dei Campioni nel 1964. Nel 1971 chiuse secondo al Pallone d'Oro, alle spalle di Johan Cruyff. In Nazionale fu campione d'Europa nel 1968 e finalista al Mondiale del 1970. <b>In Messico giocò la "Partita del Secolo" contro la Germania Ovest</b>, vinta 4-3 dagli azzurri, e <b>fu protagonista della celebre staffetta con Gianni Rivera</b>, che divise l'Italia calcistica.</p><p><b>Chiusa la carriera nel 1977, rimase legato al club da dirigente e direttore sportivo. Tra le sue intuizioni, il ruolo avuto nell'arrivo di Ronaldo nel 1997.</b> Negli ultimi anni frequentava ancora la sede e Appiano Gentile, e nel maggio 2024 era sul prato di San Siro per la festa della Seconda Stella.&nbsp;<b>Il presidente della Figc, Giovanni Malagò, parla di "una leggenda" che ha trasformato un cognome immenso in una storia altrettanto grande.</b> Il ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani lo definisce "uno dei volti più romantici del nostro calcio". </b>Javier<b> Zanetti gli ha dedicato un messaggio su Instagram: "Ti devo tanto, Sandro".</b> Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha invitato tutte le federazioni a osservare un minuto di silenzio nelle manifestazioni del fine settimana.</p>]]></description>
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				<title>“Rivera? Ero più forte io, è ovvio”. Il calcio secondo Sandro Mazzola</title>
				<pubDate>Tue, 30 Aug 2022 04:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Antonello Sette</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’8 novembre compirò ottant’anni, ma mi sento ancora un calciatore in attività”. Sandro Mazzola, fuoriclasse di un calcio indimenticabile, gioca ancora la sua partita con l’entusiasmo di un bambino innamorato del suo pallone. “Quando guardo il calcio in televisione, cerco innanzitutto di capire se quelli di oggi sono più forti o più scarsi di me. Subito dopo, penso a quello che avrei fatto io, alla giocata che avrei tentato. Io la palla non l’avrei mai mollata”.</p><p>Dicono che il calcio di una volta non sia paragonabile a quello di oggi perché era più lento… “I fenomeni di allora sarebbero fenomeni anche oggi. Certo, dovrebbero rinunciare ad alcune abitudini consolidate. <strong>Una volta, quando c’era il ritiro, si pensava a scappare. A mezzanotte ci calavamo dalla finestra e tornavamo in stanza all’alba per non farci beccare dall’allenatore</strong>. Oggi quelle fughe notturne sono impensabili. I fenomeni, però, sono riconoscibili allo stesso modo. Gli dai la palla e loro vanno”.</p><p>Il giorno della sua carriera che più le ritorna in mente? "Forse la semifinale dei Mondiali del ’70 contro la Germania. Capivo che potevo fare gol. Continuavo a cercarlo, ma non arrivava”. A proposito di quella partita, la sua rivalità con Gianni Rivera è diventata leggenda. Mi dica una buona volta la verità. Si sentiva più forte dell’abatino, come lo aveva soprannominato Gianni Brera? “<strong>Ma certo che ero più forte, anche perché lui era il Milan e io l’Inter</strong>. Durante le camminate con tutta la nazionale e i giornalisti al seguito che ci spiavano, noi facevamo finta di parlare uno con l’altro, ma anche far finta era una violenza che facevamo a noi stessi”.</p><p>Me lo ripeta che si sentiva più forte di Rivera? Assolutamente sì e di tutti, non solo di lui”. C’è un aneddoto che non ha mai rivelato? <strong>“Quando scappavamo, calandoci dalla camera da letto e andavamo a fare zig zag”</strong>. Che vuol dire fare zig zag? “Vuol dire fare chak chak con una delle donne che <strong>ci aspettavano sotto l’albergo per chiederci dei soldi, in un cambio di una prestazione amorosa</strong>. La notte, davanti all’albergo, c’era sempre un movimento incredibile”. Ma davvero pagavate le donne in attesa? <strong>“Sì, pagavamo e non dormivamo”.</strong></p><p>Che cosa le manca di quando giocava? “Il dribbling e il tunnel. Erano le due cose che cercavo sempre di fare, quando mi trovavo a cinque, dieci metri dall’area di rigore. Guardavo la porta, guardavo i compagni, guardavo da una parte e andavo dall’altra. Capitava che mi beccavano, ma il più delle volte andavo”. E’ stato complicato diventare Sandro Mazzola, essendo figlio di un’icona del calcio, quale era stato <a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2019/01/26/news/quando-valentino-mazzola-divento-eroe-234837/">suo padre Valentino</a>? “All’inizio è stato difficilissimo. Quando andavo a fare i provini, al rientro negli spogliatoi, sentivo gli allenatori che, parlando fra loro, dicevano: ‘<strong>Ma dove vuole andare quello lì. Non è mica suo padre’</strong>. Ogni volta, era come se il mondo mi cadesse addosso. Peraltro, avevano ragione”.</p><p>Quindi, lei pensa che uno più forte di lei ci sia stato ed era suo padre? Lui era molto più forte di me, anche perché aveva una forza fisica che a me mancava”. <strong>Che cosa non le piace del calcio di oggi? “Si parla troppo</strong>. Si dovrebbe parlare meno e giocare di più”. Si è passati da famiglie come quella dei Moratti agli sceicchi arabi, ai russi, ai cinesi e ai fondi americani. E’ per questo che tanta gente è rimasta ancorata al calcio del passato? “Penso proprio di sì. Quello era il nostro calcio. Eravamo tutti insieme sulla stessa barca: calciatori, tifosi, giornalisti. Tutti insieme per un viaggio sempre più grande”.</p><p>Lei ha giocato con Giacinto Facchetti. Per intere generazioni di appassionati di calcio, Facchetti era, oltre che un eccezionale campione, l’icona della lealtà sportiva. Eppure il calcio post moderno non ha esitato a provare a infangarne la memoria... “Purtroppo accadono anche queste cose. Chi sta dall’altra parte della barricata spara e rispara, per cercare di demolire, ma <strong>il Facco non può essere demolito. E’ stato un grande e lo rimarrà per sempre</strong>”. Sogna ancora Sandro Mazzola? “Sogno tutte le notti e sempre una partita di calcio. Sogno che la partita sta per finire e ogni volta c’è qualche cosa che mi fa arrabbiare. Grido, mi sveglio e mia moglie mi dice: “Che fai? Giochi ancora?” Sì. Io gioco ancora. E ancora mi arrabbio, se non finisce come deve finire”.</p>]]></description>
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				<title>Riecco il fiscal drag. Torna l&#039;inflazione e colpisce i soliti</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Marco Leonardi, Leonzio Rizzo</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’Istat ha confermato il ritorno dell’inflazione al 3,3 per cento ad agosto su base annuale. L’anno scorso Banca d’Italia vedeva un quadro tranquillo: inflazione cumulata nel biennio 2026/2027 intorno al 3 per cento. Dopo lo choc energetico, lo scenario è diventato più pesante: circa 4,4 per cento cumulato. Negli scenari sfavorevoli, il dato potrebbe superare il 6 per cento.</p><p>Quando arriva l’inflazione, il governo subisce un colpo politico ma ha due vantaggi immediati. Il primo è che il rapporto debito/pil scende più facilmente. Il secondo è che aumentano le entrate fiscali per via delle imposte indirette (Iva) e delle imposte dirette (Irpef). Queste ultime aumentano se salari e pensioni inseguono i prezzi, ma scaglioni e detrazioni non sono indicizzati. E’ il fiscal drag, un’imposta invisibile. La pressione fiscale è prevista in crescita di 0,3 punti l’anno prossimo: è con maggiori imposte si finirà per pagare l’abolizione del bollo auto.</p><p>Il punto è su chi si scarica il costo dell’inflazione. Se lo choc nasce da materie prime importate, il paese è più povero. Ma come si riparte la perdita? Nel 2022/2023, la correzione è passata dai redditi fissi: dipendenti e pensionati, soprattutto sopra i 35 mila euro lordi annui, hanno perso potere d’acquisto e subito il fiscal drag. Le imprese hanno difeso i margini, il fisco ha incassato l’extragettito che poi ha “restituito” con riduzioni fiscali.</p><p><b>Il rischio è che nel 2027 succeda di nuovo. Il sistema dei contratti collettivi non è stato corretto e quando arriva l’inflazione, le imprese hanno un incentivo ad aspettare: ogni mese non recuperato riduce il salario reale e abbassa il costo del lavoro. E così il rinnovo dei contratti può aspettare.</b></p><p>I conti sul fiscal drag nel 2027 danno l’ordine di grandezza. Con inflazione cumulata 2026/2027 al 3 per cento, c’è un drenaggio fiscale che chiameremo “fisiologico” perché l’Irpef non è indicizzata. Se l’inflazione nel biennio sale al 4,4 per cento, il fisco incamera 2,5 miliardi in più di fiscal drag. Con inflazione al 6 per cento, il conto arriva a 5 miliardi. Sono stime rispetto a un’Irpef interamente indicizzata, ma sono prudenti perché non includono le addizionali regionali e comunali.</p><p><b>Poi c’è&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/15/news/conte-non-ha-ancora-fatto-i-conti-con-il-debito-da-superbonus--407571">il debito pubblico</a><b>. Qui bisogna evitare l’equivoco più grande. Dire che l’inflazione riduce il valore reale del debito non significa dire che il Tesoro “risparmia” quella somma nel bilancio dell’anno. Interessi e capitale dei titoli in scadenza vanno pagati. Il beneficio per lo stato sta nella perdita reale subita da chi detiene titoli nominali non indicizzati. Chi si vede restituire il capitale di un titolo di stato scaduto dopo un periodo in cui vi è stata inflazione ci rimette perché quel capitale vale meno.</b></p><p>I prestiti in scadenza tra giugno 2026 e dicembre 2027 ammontano a 510 miliardi, circa un sesto dei 3.100 miliardi di debito pubblico. Di questi, solo 20 miliardi si riferiscono a titoli indicizzati. Rimangono 490 miliardi di titoli nominali. Per ogni titolo abbiamo calcolato l’inflazione cumulata dal 2025 alla data di scadenza, utilizzando le previsioni della Banca d’Italia per il 2026/2027 nei tre scenari: 3 per cento, 4,4 per cento e 6 per cento. Se l’inflazione nel biennio aumenta dal 3 al 4,4 per cento, il valore reale del debito in scadenza si riduce di 4 miliardi; se arriva al 6 per cento, di 9 miliardi. Sono le cifre che lo stato avrebbe dovuto pagare se quei titoli fossero stati indicizzati.</p><p>Ma non sono miliardi che il governo trova in cassa. Sono una riduzione del valore reale del debito già emesso. E il calcolo non considera che i nuovi titoli emessi al posto di quelli in scadenza avranno tassi più elevati. Dall’altro lato ci sono gli interessi a tasso fisso. Chi ha prestato soldi allo stato riceve euro nominali, ma quegli euro comprano meno. <b>Se il rendimento nominale medio del debito resta intorno al 3 per cento e l’inflazione aumenta al 4 per cento, il rendimento reale ex post è circa -1 per cento. Visto che su 3.100 miliardi di debito circa 2.300 sono a tasso fisso e non indicizzati, ciò significa circa 23 miliardi di perdita reale per i detentori dei titoli: un trasferimento implicito dai creditori allo stato. </b>Questa redistribuzione tra creditori e debitore pubblico è normale in tempi d’inflazione. Non va letta come un risparmio di bilancio, ma come redistribuzione patrimoniale, inevitabile e limitata al breve periodo, finché la sorpresa dell’inflazione non è incorporata nei nuovi tassi d’interesse.</p><p>Ma la scelta politica decisiva su chi paga i costi dell’inflazione resta quella su contratti collettivi e fiscal drag: evitare che, come nel 2022/2023, quasi tutto il costo venga scaricato ancora su lavoratori dipendenti e pensionati.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il paradosso di Torino: no a Leonardo, sì all’auto cinese (che si sfila)</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Dario Di Vico</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pezzi importanti della società civile torinese, Cgil e Chiesa diffidano della riconversione dall’automotive alla difesa? Ebbene è di poche ore fa la notizia che uno dei big player dell’industria italiana, il gruppo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/leonardo_2078/page/1" target="_blank">Leonardo</a>, ha deciso di investire a Torino quella che inizialmente si presenta come una piccola cifra (20 milioni) ma che è destinata a generarne 670 in tre anni. Gli stessi ambienti della società civile e la Fiom chiedono a gran voce che sbarchi a Torino un nuovo produttore di auto, stavolta cinese? Ebbene da Alfredo Altavilla, ex manager di Marchionne e ora special advisor del colosso cinese&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/byd_33846" target="_blank">Byd</a>&nbsp;di passaggio a Torino, è arrivata una secchiata di acqua gelida: <b>“Per il nostro terzo stabilimento europeo dopo Ungheria e Turchia nella short list ci sono Francia e Spagna. Decideremo entro fine anno”</b>. Ma che succede, si sono scambiate le posizioni? Chi è temuto, allontanato e addirittura bersagliato materialmente (dal circolo Askatasuna) ovvero il gruppo Leonardo lancia nuove occasioni per la città, chi è invocato e blandito come i produttori cinesi, invece, gira le spalle alla città e alla sua grande tradizione manifatturiera. Possiamo chiamarlo, volendo, <b>il paradosso di Torino</b> che continua ansiosamente a interrogarsi sul suo futuro e la sua identità ma mette in campo contraddizioni, ideologismi e qualche ingenuità.</p><p>Il gruppo Leonardo ha deciso per la propria filiera produttiva degli elicotteri di fare un’operazione di reshoring, di scendere dal 65 per cento di acquisti all’estero e rafforzare il retroterra domestico di piccole e medie aziende specializzate che entrano a far parte del suo parco fornitori. <b>Così è stato annunciato per Torino, dove ben tre aziende in un solo colpo (la Apr di Pinerolo, la Mecaer Aviation Group di Borgomanero e la Tubiflex) saranno parte integrante della filiera elicotteristica Leonardo</b> – tre le più qualificate al mondo – aggiungendosi alla Sabelt, già imbarcata per i sedili. Il dettaglio che forse farà riflettere quanti si sono indignati contro “Torino, città delle armi” è che i responsabili del gruppo Leonardo hanno dichiarato che <b>“la filiera dell’auto e quella della difesa hanno tanti punti in comune e competenze simili”</b> e quindi la riconversione non è una “coglionata”, come l’aveva bollata&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/maurizio-landini_467" target="_blank">Maurizio Landini</a>. Dopo le drastiche dichiarazioni di Altavilla il leader della Fiom piemontese, Giorgio Airaudo, è tornato a sostenere la necessità di attrarre comunque i cinesi. <b>Che siano Byd o altri, poco conta</b>. E stavolta ha accusato direttamente Stellantis di aver boicottato quest’ipotesi rifiutandosi di mettere a disposizione di Byd lo stabilimento ex Maserati di Grugliasco svuotandolo dei macchinari.</p><p>Il nodo difesa-auto non è il solo rebus che divide la città. Ha destato una certa eco il nuovo Rapporto Giorgio Rota, storico appuntamento di riflessione sul futuro sabaudo, che ha puntato il dito sull’immobilismo torinese che in quindici anni ha visto crescere il valore aggiunto pro capite di 188 euro contro i 10 mila di Milano nello stesso periodo. <b>Non si tratta di declino, hanno sottolineato i ricercatori, ma di “lunga immobilità” che ha portato il territorio a crescere poco</b>. Ora però Torino avrebbe una grande occasione visto che dovrebbero piovere sulla città entro il 2032 un volume di investimenti pubblici pari a 9,3 miliardi, una congiuntura paragonabile solo a quella che precedette le Olimpiadi invernali del 2006. Ma sapranno le classi dirigenti torinese cogliere l’occasione e usare la massa dei nuovi investimenti come catalizzatore di nuove attività o si finirà per usarli passivamente solo come un grande ammortizzatore sociale? I primi a porsi il quesito sono i diretti protagonisti. Intanto per non farsi mancar nulla gli incidenti scoppiati in Val di Susa quest’estate hanno riaperto la ferita Tav. La giunta regionale di centro-destra guidata da Alberto Cirio ha sostenuto con forza che si tratta di un dibattito inutile e costoso, i Cinque stelle hanno ribadito la loro ferma contrarietà e hanno accentuato la pressione sul Pd. <b>Finito così tra l’incudine e il martello visto che i sindaci dem della valle sono rimasti sempre degli inguaribili No Tav</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Confartigianato “fa scuola” su transizione energetica e digitale</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Il boom dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>&nbsp;innescherà un’impennata dei consumi elettrici planetari. Tra il 2025 e il 2030, la domanda aggiuntiva di energia in Cina, Stati Uniti e Unione europea raggiungerà la cifra imponente di 3.312 TWh (terawattora), e 398 TWh di questo incremento saranno assorbiti esclusivamente dai data center.</p><p><b>Secondo una rilevazione di Confartigianato su dati dell’International Energy Agency (Iea) il fenomeno assume forme differenti nelle diverse aree del pianeta.</b> Negli Stati Uniti la spinta del digitale sarà travolgente: quasi la metà dell’aumento della domanda elettrica entro il 2030 – 203 TWh su 427 totali – servirà ad alimentare i data center, superando di gran lunga la crescita dei consumi elettrici dell’industria manifatturiera e dei trasporti messi insieme. In Cina, dove la richiesta complessiva di elettricità crescerà di ben 2.590 TWh, sarà invece l’industria a fare da traino, pur con i data center che assorbiranno 160 TWh aggiuntivi. L’Unione europea vedrà invece l’incremento guidato soprattutto dall’elettrificazione della mobilità, con i data center che incideranno comunque per l’11,7 per cento dell’aumento totale della domanda elettrica, pari a 35 TWh.</p><p>L’incrocio tra transizione energetica e digitale è uno dei temi al centro della 22esima convention annuale “Energies and Sustainability Confartigianato High School”, che dal 21 al 23 settembre riunirà a Domus de Maria, in provincia di Cagliari, circa 400 dirigenti e i vertici nazionali di Confartigianato e dei suoi Consorzi energia (Caem, CEnPI e Multienergia).</p><p>La tre giorni offrirà una piattaforma di confronto di alto livello. Ai lavori, aperti dal presidente di Confartigianato Marco Granelli, interverrà il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Il programma svilupperà un’ampia analisi delle trasformazioni geopolitiche, tecnologiche ed etiche e delle sfide per le imprese grazie ai contributi di esperti, esponenti delle istituzioni, accademici, giornalisti e divulgatori,<b> tra cui Pier Ferdinando Casini, Luigi Di Maio, Paolo Gentiloni, l’amministratore delegato del Gse, Vinicio Mosè Vigilante, Vittorio Emanuele Parsi.</b> Spazio anche ai modelli concreti di approvvigionamento dal basso, ai Power Purchase Agreement (Ppa) e alle Comunità energetiche rinnovabili, e al rapporto tra sostenibilità, legalità ed etica insieme a Paolo Foglizzo, Consultore del sicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, e allo scrittore Roberto Saviano.</p><p>A fare da dorsale operativa all’evento c’è l’esperienza dei tre Consorzi Energia. Attivi da oltre vent’anni in tutta Italia, nel 2025 hanno favorito l’acquisto di elettricità e gas al miglior prezzo sul mercato per 74.451 clienti, tra imprese e persone fisiche, distribuiti in 130.813 punti di fornitura (erano 11.801 nel 2012). Il totale dei consumi di energia elettrica “gestiti” dai Consorzi nel 2025 ammonta a 897,3 milioni di kWh mentre per il gas metano si attesta a 77,4 milioni di metri cubi. Inoltre, lo scorso anno, nelle forniture di elettricità e di gas hanno garantito il risparmio di 150.525 tonnellate di CO2 grazie all’acquisto di “energia rinnovabile certificata in origine”.</p><p>Alla convention “Energies and Sustainability Confartigianato High School”, i cui lavori possono essere seguiti in diretta streaming sul portale confartigianato.it, seguirà la Settimana per l’Energia e la Sostenibilità, in programma dal 19 al 24 ottobre con iniziative in tutta Italia rivolte a cittadini, imprese e istituzioni e un evento di apertura previsto a Milano il 12 ottobre.</p>]]></description>
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				<title>L’Inter di Chivu sfida la Roma di Gasperini in una partita che vale il primato</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Michele Tossani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il giovane e il vecchio, il tecnico rampante contro un saggio maestro. Ma anche il campione contro lo sfidante. Quante volte, nel calcio, ci sono state partite così? Questa volta i protagonisti in questione sono Christian Chivu e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/09/news/la-modernita-di-gian-piero-gasperini--398557" target="_blank">Gian Piero Gasperini</a>. <b>Alla guida rispettivamente dell’Inter e della Roma, i due si affronteranno all’Olimpico in una contesa che rischia di accendere il campionato e di infiammare la corsa scudetto da qui fino a maggio inoltrato, quando si concluderà la stagione. </b>Chi lo avrebbe detto alla vigilia della partenza della Serie A 2026-27? Certo, la Roma un anno fa ha centrato l’impresa, meritandosi di tornare a sentire quella musichetta tipica delle serate di Champions League che, all’Olimpico, mancava dall’annata 2018-19. Nonostante questo traguardo raggiunto, solo i più innamorati dei colori giallorossi potevano immaginare che, dopo quattro giornate di campionato, trecentosessanta minuti di calcio, la squadra di Gasperini si proponesse come la più accreditata <i>competitor</i> (come direbbe Galliani) dei nerazzurri nella lotta al titolo, senza voler dimenticare il terzo incomodo, il Como di Cesc Fàbregas.</p><p>Eppure è proprio così.<b> Merito anche di un’indovinata campagna acquisti che, anche se non è stata totalmente in grado di accontentare l’incontentabile Gasp, ha comunque messo a disposizione del tecnico di Grugliasco una rosa più profonda rispetto a quella dell’anno scorso, adatta quindi sia a competere in campionato che a ben figurare in Champions (dove l’obiettivo minimo è il superamento del maxi raggruppamento).</b> Fra Chivu e Gasperini, nonostante la differenza d’età (quarantacinque anni il rumeno, sessantotto l’italiano) ci sono più similitudini di quanto possa sembrare a prima vista. Intanto, sono entrambi ex calciatori anche se la carriera da giocatore di Chivu è stata più ricca di titoli conquistati (ha anche la Champions del Triplete) rispetto a quella di Gasperini. Quest’ultimo infatti ha all’attivo soltanto due stagioni in Serie A, entrambe trascorse con la maglia del Pescara agli ordini di Giovanni Galeone.</p><p><b>In particolare, però, ad avvicinare i due è il fatto di aver vissuto sotto il cielo dell’altro.</b> Chivu infatti ha indossato la maglia della Roma prima di quella dell’Inter, in una carriera che non si è fermata nemmeno davanti a un trauma cranico, con conseguente intervento chirurgico. Da parte sua, Gasperini vanta un passato sulla panchina nerazzurra, seppur non da ricordare. Una vicenda che ormai si perde nella notte dei tempi, essendo datata 2011. Poche settimane appena, giusto il tempo di guidare la squadra in sole tre partite di campionato, in una di Champions e nella finale di Supercoppa, persa contro il Milan. Altri tempi, nei quali la difesa a tre non era ancora un <i>must</i>. E infatti a quello spogliatoio, in buona parte ancora figlio dell’era Mourinho, non piacquero né l’impostazione tattica né il livello di sforzo atletico che il Gasp chiede sempre alle sue squadre.</p><p>Lo scivolone milanese non ha impedito a Gasperini di rialzarsi e di rimettere in piedi una car-riera brillante, iniziata nelle giovanili della Juventus e passata poi per Crotone, per la Genova rossoblù e, dopo l’Inter, per Palermo e di nuovo attraverso il capoluogo ligure, prima di sfociare nei nove anni felici con l’Atalanta. Da Bergamo a Roma poi, per provare a rifare grande la Magica. La gavetta di Chivu è stata più breve. <b>Le giovanili dell’Inter, tanto per cominciare e, subito dopo, la chiamata di un Parma alla disperata ricerca della salvezza.</b> Tredici partite dopo, ottenuto il risultato, ecco un’altra telefonata proveniente da Appiano Gentile, stavolta per guidare i grandi. La storia è nota, come lo sono sempre tutte quelle recenti: Beppe Marotta voleva Fàbregas ma, dopo il rifiuto dello spagnolo, ecco la decisa virata verso Chivu. Un’occasione che il rumeno ha saputo sfruttare alla grande, conquistando lo scudetto al primo tentativo.</p><p>E non era affatto scontato, visto che l’ex difensore si è trovato a dover raccogliere la pesante eredità lasciata da Simone Inzaghi: un titolo tricolore e due finali di Champions. Oggi per Chivu c’è il difficile compito di ripetersi in campionato e quello, forse più impegnativo, di arrivare lontano anche nella massima competizione europea per club. <b>Tifosi e proprietà infatti si aspettano, con la squadra rinforzata dagli inglesi Stones, Jones e Spence, che l’Inter faccia meglio della scorsa stagione, quando l’Inter venne fermata dal Bodø/Glimt alla prima curva, subito dopo il raggruppamento iniziale.</b></p><p><b>Sia Chivu che Gasperini poi partono dalla difesa a tre, anche se declinata in modo diverso.</b> Quella di Chivu è più paziente nella costruzione, metodica e fluida, per un modello di gioco avvolgente. Quella di Gasperini invece è più diretta e verticale, più geometrica nei suoi quadrilateri laterali, dai quali spesso passa la risalita del campo dei giallorossi. In fase difensiva tuttavia entrambi amano andare a prendere alti gli avversari, praticando quella marcatura uomo su uomo che non è altro che la riproposizione in chiave moderna, con i do-vuti aggiustamenti (non c’è più il libero ad esempio) del calcio tutto duelli individuali di una volta.</p><p>E di questa difesa Gasperini non è stato soltanto il maestro in Italia, ma anche il principale di-vulgatore fuori dai confini nazionali, suscitando l’ammirazione di molti. Anche di Guardiola che, alla vigilia di una sfida tra l’Atalanta e il suo Manchester City, paragonò l’affrontare il gioco del Gasp a una seduta dal dentista. Chivu e Gasp come due pugili dunque: più elegante il primo, più potente il secondo. <b>Anche (se non soprattutto) dal loro duello in panchina passerà l’esito di una sfida che potrà già dire qualcosa su come si svilupperà questo campionato.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>San Siro compie 100 anni, ma è un compleanno triste</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Francesco Gottardi, Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Che c’è di strano siamo stati tutti là</i>, canta Vecchioni. Milanesi, italiani, appassionati da tutto il mondo – fino allo spettacolo olimpico dello scorso inverno. “Perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/san-siro_51618">il Meazza</a>&nbsp;magari non sarà lo stadio più moderno, il più funzionale, ma continua ad avere uno spirito impareggiabile. Qualcosa che ti entra dentro, ti conquista con il suo fascino e ti rende spettatore in campo. Anche dopo cent’anni”. Era il 19 settembre 1926, quando l’impianto che squarciava pascoli e ippodromi con la sua novecentesca modernità ospitò la sua partita inaugurale: Milan-Internazionale 3-6. “Da allora è diventato casa, un punto di ritrovo per generazioni, un veicolo di storie famigliari che vanno ben oltre il calcio. I turisti vengono qui e lo fotografano come il Duomo”. A fargli gli auguri, parlando con il <i>Foglio sportivo</i>, sono <b>Gianfelice Facchetti</b> e <b>Federico Jaselli Meazza</b>: il figlio di Giacinto e il nipote di quel Peppìn a cui oggi è intitolata la struttura. “Ricordo le prime volte allo stadio con il nonno. Avrò avuto cinque o sei anni, ancora non mi rendevo conto e da bambino tendevo a far chiasso: lui allora mi guardava serio e mi sgridava un po’. Ho imparato presto a capire il significato di questo luogo. Qualcosa di molto profondo, culturale, collettivo. E che per un secolo ha scritto pagine e pagine della storia di una città intera”.</p><p>Capitoli e protagonisti sono ben delineati. “Piero Pirelli, che investì cinque milioni di lire – una bella cifra, a quei tempi – pur di realizzare uno stadio all’inglese, senza pista di atletica, soltanto per il calcio”, interviene Facchetti. “E poi Giuseppe Meazza, che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2019/08/26/news/il-poeta-e-il-campione--188293">da attaccante l’ha reso grande con due maglie diverse</a>. È stato lui che in seguito ha spalancato le porte nerazzurre a mio padre: custodisco ancora con cura la prima lettera di convocazione, ricevuta per un torneo a Ginevra nel 1958. Una sorta di passaggio di consegne”. Fino alla fascia da capitano, ai trionfi con la Grande Inter, alla presidenza del club. Non è un caso se due fra i momenti più iconici di San Siro siano stati simbolicamente accompagnati dai discendenti delle leggende. “Mi sembra ieri, quel 2 marzo 1980, quando mi invitarono a togliere il drappo dal ceppo commemorativo che cambiò il nome di questo stadio. Fu una cerimonia che unì tifosi e istituzioni”, sorride Jaselli Meazza. Ventotto anni dopo, in occasione del centenario dell’Inter, è stato invece Facchetti Junior a dare il via alle celebrazioni: “Arrivare a bordocampo, vedersi fare buio tutt’attorno, parlare nel religioso silenzio di un pubblico esploso in un boato subito dopo: mi vengono ancora i brividi a ripensarci”.</p><p>Perché il Meazza è così diverso da tutto il resto? “Tiene insieme una quantità di sottotrame infinite, dalla Nazionale ai concerti: musicalmente è un’icona del rock, ritmo allo stato puro, numeri dieci su ogni fronte”. Poco importa se plettro in mano o palla al piede. “La storia parte da un singolo anello senza curve: da lì in poi è seguita una crescita strutturale e comunitaria incessante, di seggiolino in seggiolino, facendo posto a sempre più persone. Credo di aver vissuto momenti di sport da ogni prospettiva, da qualunque anello. San Siro è il viaggio per arrivare alla partita, il chiosco di piazzale Lotto, le castagne sbucciate sulla via del ritorno ascoltando alla radio ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. È l’educazione sentimentale trasmessa da papà Giacinto e quella che io ho cercato di rinnovare ai miei figli: il primo l’ho portato qui a quattro mesi, nell’anno del Triplete. Eppure certe cose negli anni sono cambiate. Un tempo il desiderio di partecipare non conosceva differenze sociali: ora assistiamo a un calcio diverso. Più sicuro, ma anche meno spontaneo”. È d’accordo anche il nipote di Peppìn, rievocando quei tanti derby che hanno scandito le serate di gala alla Scala del calcio. “Un gioiello, apprezzato da calciatori e addetti ai lavori di ogni generazione: visibilità eccellente e acustica straordinaria. La vicinanza fisica con i giocatori ti fa sentire parte della contesa come da nessun’altra parte al mondo, soprattutto durante la stracittadina. La sera dell’intitolazione dello stadio al nonno vinse l’Inter con gol di Oriali: forse l’istante più speciale. Ma era un’altra epoca, con un altro tipo di emozioni. Il pubblico era quasi equamente distribuito fra nerazzurri e rossoneri, con una presenza meneghina molto forte, che impregnava il derby di un profumo particolare: ormai invece, con le nuove dinamiche al botteghino, si nota molto bene chi gioca in casa e chi in trasferta. Così si è attenuata un po’ anche questa rivalità da vivere sugli spalti”. Facchetti sceglie invece il 12 maggio 1965: “La storica notte della rimonta contro il Liverpool, in semifinale di Coppa dei Campioni. Per papà era la partita per eccellenza: quella capace di detonare tutta la potenza e la magia di San Siro quando tutti spingono dalla stessa parte”.</p><p>Oggi il figlio e il nipote d’arte tengono viva la memoria attraverso i libri: Facchetti tra gli altri titoli ha scritto “<a href="https://link.amazon/B0gVRsiKi">C’era una volta a San Siro</a>” (Edizioni Piemme, ora in ristampa) mentre Jaselli Meazza, insieme a Dario Ronzulli, ha appena pubblicato “<a href="https://link.amazon/B09VbLY3X">Giuseppe Meazza. Storia di un mito</a>” (Minerva, 224 pp.). “Sono riflessioni con tanto materiale inedito, che provano a far parlare il luogo e le persone anche per custodire quegli angoli del tempo che non sono destinati a durare per sempre in uno stadio”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2025/11/05/news/il-rogito-e-fatto-san-siro-e-di-inter-e-milan-ora-il-nuovo-stadio-entro-il-2030--123856">Il futuro del Meazza sembra tracciato, con Milan e Inter orientate a costruire una nuova casa</a>. “Speriamo almeno che non venga abbattuto, ma non sarà facile. Ci piace credere, da inguaribili romantici, che restino almeno il nome e il museo: d’altronde, in un modo o nell’altro,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2022/03/02/news/salvare-san-siro-nel-nome-di-giuseppe-meazza--146787">una storia così forte e carica di simboli</a>&nbsp;non andrà mai dispersa”. Anche se luci a San Siro non ne accenderanno più.</p>]]></description>
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				<title>Musetti e la bellezza di essere vintage</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Forse&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/lorenzo-musetti_37059" target="_blank">Lorenzo Musetti</a>&nbsp;è troppo bello per il tennis di oggi. Viene voglia di guardarlo, di spingere insieme a lui quel rovescio a una mano che è rimasto una rarità nel mondo degli spara tutto. Lui stesso definisce “vintage” quel colpo che ha imparato da bambino e per fortuna nessun allenatore ha provato a modificarlo seguendo la moda e la massa. Quello che è un suo pregio, però, rischia di essere anche un problema.<b> Lorenzo che oggi è il numero 24 al mondo, si inventa angoli e traiettorie che altri non vedono, ma alla fine quello che conta è sempre vincere un set in più dell’avversario.</b> “Sono sempre stato un po’ un esteta. Mi piace il bello, la bellezza delle cose. Essere definito uno dei giocatori più eleganti, con uno stile un po’ raro, mi inorgoglisce parecchio”. E poi aggiunge una frase che forse racconta più di tutte la sua maturazione: <b>“Negli ultimi anni ho capito che l’efficacia spesso e volentieri batte anche la bellezza. Bisogna cercare di essere il più semplici possibile, ma anche efficaci”.</b> Musetti è in tour a Milano per motivi di sponsor. È tornato a essere <i>brand ambassador</i> di Kia, un marchio che lo aveva già appoggiato qualche anno fa e gli piace paragonarsi a un’auto elettrica: “rappresenta il futuro, anche l’eleganza e lo stile. Mi piace definirmi silenzioso e pulito nel campo da tennis, nonostante il mio rovescio <i>vintage</i>”.</p><p>Questo 2026 non è stato l’anno che sperava. Dopo l’inizio bruciante che lo ha portato tra i top 5 del mondo fino ai quarti dell’Australian Open, dove sul 2-0 contro Djiokovic, ha dovuto arrendersi per un problema all’adduttore. “Purtroppo è stata una stagione ricca di infortuni e non di risultati. Ora sogno le Finals, ma il vero obiettivo è costruire un fisico migliore che sopporti i ritmi del tennis di oggi, dove, tra l’altro, siamo anche costretti a giocare in condizioni climatiche particolarmente dure”. Le Finals di Torino come sogno di fine stagione, prima di tornare ai vecchi sogni: “Ce ne sono tanti nel cassetto. È difficile racchiuderli in uno solo, però sicuramente c’è vincere un Grande Slam”. <b>E se può scegliere, la risposta arriva facile: “Wimbledon, per la sua nomea e per la sua unicità”. Ma Wimbledon non basta. “Il sogno si accompagna anche a quello di diventare numero uno al mondo”.</b></p><p>“Dopo l’Australia sentivo di essere veramente vicino a quell’obiettivo. Adesso devo recuperare un po’ di posizioni. La beffa è che quando pensavo di essere al mio picco mi sono fatto male”, aggiunge. Allenare il fisico e la testa. Il tennis chiede tutto. <b>“Lavoro settimanalmente con una psicologa, sia sulla parte personale sia su quella lavorativa. E sul fisico praticamente ogni giorno, quello non si può fermare”.</b> Perché se c’è un terreno sul quale Musetti sente di essere cambiato è proprio quello mentale: “In carriera sono dovuto crescere molto da questo punto di vista”. Vale anche per quelle giornate in cui la racchetta sembra avere una vita propria e Lorenzo un’altra. Le esplosioni, le proteste, qualche partita regalata più a se stesso che all’avversario. “Fanno purtroppo parte di me. Però credo di essere migliorato tanto nell’ultimo periodo”. E proprio quel maggiore controllo, dice, gli ha permesso di giocare meglio: “L’atteggiamento e il comportamento in campo mi hanno aiutato a mantenere maggiore rigore e anche maggiore creatività”.</p><p>Creatività che nasce soprattutto da quel rovescio a una mano che, nel tennis moderno, sembra quasi una specie protetta. “Credo sia quello che mi contraddistingue dal gioco moderno. Purtroppo il rovescio a una mano sta scomparendo piano piano”. Il motivo è semplice: “Con i ritmi moderni è sempre più difficile riuscire a ottenere qualcosa da quel colpo. Infatti ormai quasi non si insegna più nelle scuole tennis”. Lui però resiste. “Spero sempre di lasciare uno spiraglio di luce verso un colpo che purtroppo sta andando a scomparire”. Nessuno, racconta, ha mai davvero provato a trasformarlo in un giocatore a due mani: <b>“Il mio tennis si è sempre strutturato intorno al rovescio a una mano. Ho costruito uno stile di gioco che potesse funzionare con quel colpo. Nessuno mi ha mai messo la seconda mano”.</b> Meno male, vien da aggiungere.</p><p>Con quel rovescio a una mano ha battuto Djokovic quando era numero uno, Alcaraz in finale ad Amburgo, Zverev alle Olimpiadi. Ha battuto tutti i grandi tranne uno. “Jannik è l’unico che non ho mai battuto”. Eppure di Sinner non parla con fastidio, semmai con ammirazione. <b>“Jannik ha aperto una strada che nessuno aveva mai nemmeno toccato. Prima di lui non c’era mai stato un italiano numero uno al mondo e nessuno in Italia aveva vinto così tanti Slam”.</b> Gli chiedi quale colpo ruberebbe a Sinner e Musetti sorprende. Non il diritto, non il rovescio, non il servizio. “Gli ruberei la sua forza mentale. Credo sia la cosa che mi ha sempre impressionato di più”. In fondo è lì che oggi si può fare la differenza tra campionissimi. “Abbiamo stili di gioco completamente diversi, però la sua freddezza mentale, il modo in cui riesce ad arginare tutte le situazioni negative che si creano in campo e anche fuori, è qualcosa che gli ruberei volentieri”. C’è un posto, però, dove Musetti sembra non sentire confronti né gerarchie: quando gioca per l’Italia. <b>“Per me la medaglia olimpica significa tantissimo. E poi la Davis. È come se avessi sentito un’energia, una sorta di calore umano che arrivava dal pubblico e da tutta l’Italia. Rappresentare la propria nazione credo sia una delle cose più belle”. </b>Negli ultimi anni abbiamo dimostrato che questa amicizia ci ha aiutato anche ad alzare il livello”.</p><p>Fuori dal campo Musetti, a 24 anni, ha già una vita che molti colleghi scopriranno parecchio più avanti. È diventato padre di Ludovico a 22 anni e poi è arrivato Leandro. “Ho fatto questa scelta a un’età non proprio solita. Ho ricevuto anche tanti commenti negativi. Non voglio dire odio mediatico, ma c’era chi diceva che non sarei stato pronto e che avere un figlio avrebbe distrutto la mia carriera”. È successo esattamente il contrario. “Da quando è nato Ludovico e ho scoperto la gioia di essere papà, ho avuto un’ondata di motivazione e di stimoli anche dal punto di vista lavorativo”. Così con Veronica hanno deciso di non fermarsi: “Abbiamo fatto doppietta subito”. <b>Adesso Ludovico ha già una racchettina. “A volte mi chiede di giocare in cameretta o in casa. Mi vede spesso in televisione, quindi ormai associa sicuramente la racchetta e la pallina al papà”.</b> Ora lo vedrà anche sui muri, messo in mutande da un altro sponsor che lo ha voluto come testimonial: “Non è stato facile dirlo a Veronica, ma alla fine è stata contenta anche lei”.</p>]]></description>
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				<title>Bastano tre passaggi per decifrare questo povero Milan</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Jack O’Malley</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pur essendo costretto a guardare le partite di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/serie-a_229" target="_blank">Serie A</a>&nbsp;da anni, confesso che non ero pronto all’orrore visto questa settimana. <b>La disabitudine a certe pratiche mi aveva condotto all’oblio – un dolce oblio, data l’amarezza provata vedendo quello che sono poi stato costretto a vedere. </b>Mi riferisco ovviamente all’Europa League, o meglio a quel che ne rimane dopo lo spolpamento avvenuto ai danni di quella che un tempo era una coppa decente.</p><p>Sopravvissuto a malapena a Stoccarda-Viking, confesso di essere andato molto vicino al suicidio – assistito o meno che fosse – quando mi sono trovato davanti a OFI-Hoffenheim, Omonia-Celta, Lillestrøm-Torreense (quest’ultima una squadra della Serie B portoghese che da anni per scelta fa il mercato a zero euro, immaginate che spettacolo). <b>Devo dire che anche Juventus-NEC mi ha messo a dura prova, e le vittorie di Crystal Palace e Bournemouth non sono servite a lenire le ferite del mio cuore appassionato.</b> Se già il maxigirone di Champions è riuscito a rendere sfide come Real Madrid-Inter e Liverpool-Atletico Madrid partite da sbadiglio, qualcuno dovrebbe resuscitare Dante Alighieri per fargli aggiungere un canto all’Inferno, interamente dedicato a chi scende in campo in questa competizione: squadre e giocatori più sconosciuti del programma del Campo largo in Italia, ritmi da amichevole estiva, spalti semivuoti ovunque, oppure riempiti grazie a prezzi stracciati, gol bruttissimi, assenza pressoché totale di idee di gioco, pettinature inguardabili, portieri a farfalle e ciabattate da campetto di periferia.</p><p>Perché tutto questo? <b>Io capisco la fregola dell’Uefa di aumentare il numero di match giocati nell’illusione che qualche idiota che paga per vedere in tv Viktoria Plzen-USG da qualche parte si troverà, ma perché trasformare il torneo erede della Coppa Uefa in un raduno di mezze seghe svogliate?</b> Quali benefici economici porterebbe tutto questo? E a chi? Certo non a me, che preferirei piuttosto fotografarmi con un drone a letto invece che bere brandy davanti a questo scempio. Mi riferisco anche a Milan-Benfica, <i>of course</i>, con quel richiamo da notti di Champions che aveva illuso gli intenditori mercoledì sera. Poi è bastato vedere tre passaggi di fila dei rossoneri (quando sono riusciti a farli) per capire che di Champions c’era solo la toppa nostalgica sulle maglie della squadra che fu di Berlusconi.</p><p>E a proposito di maglie, non posso non registrare la pietosa ipocrisia di chi da giorni ci spiega che Mbappé e compagnia pedante ha fatto bene a non mostrare la maglietta di solidarietà agli abitanti di Ceuta invasi dai migranti, maglietta indossata da numerose squadre della Liga: <b>mica i giocatori devono essere obbligati a sostenere messaggi o iniziative in cui non credono, viva la libertà di opinione, ci dicono.</b> Ok, io mi verso del brandy e aspetto le reazioni al primo calciatore che dirà di non volere indossare cazzate arcobaleno sulla propria maglia. Vediamo se la libertà di fare quel che si vuole sarà ancora di moda.</p>]]></description>
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