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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 09:54:03 +0200</pubDate>
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				<title>Il male oscuro dell’automobile. Ogni paese ha i suoi guai, occhio alla Cina</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 17:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sulla malattia nessuno ha più dubbi: esplosa in Europa, si estende a tutti i paesi ricchi e satolli dell’occidente. La diagnosi è molto più incerta, e quanto ai rimedi si va avanti per prove ed errori. <b>Al capezzale dell’auto si alternano i medici, non saranno quelli di Pinocchio, ma anch’essi come il corvo, la civetta e il grillo parlante, incrociano ipotesi e ricette</b>. E’ la sindrome cinese, colpa delle <b>auto elettriche</b>. No, è la sindrome americana e l’epidemia è scoppiata per i <b>dazi di Trump</b>. Errore cari colleghi, è la sindrome di Bruxelles dovuta alle <b>follie della “rivoluzione verde”</b>. Hanno tutti torto? Meglio dire che hanno tutti un po’ di ragione, perché <b>siamo alla convergenza delle tre sindromi e proprio il loro intreccio rende la malattia più grave, per questo va sciolto al più presto</b>. Come, diversificando le cure? In altre parole si tratta di fare in Europa le auto per gli europei, nelle Americhe quelle per gli americani e in Asia quelle per i mercati asiatici? E’ un processo già avviato dalla stessa <b>Volkswagen: produrrà in Cina le sue vetture elettriche</b>; ma non arriviamo a troppo semplici conclusioni. Le cifre fanno rabbrividire. In Europa ci sono 90 fabbriche, almeno 35 vanno chiuse secondo la Boston Consulting, che stima 5,4 milioni di auto in eccesso. La crisi coinvolge produttori e fornitori: l’85 per cento delle aziende automotive tedesche ha un calo di ordini, il 57 per cento una riduzione della redditività e il 98 per cento ha bisogno di una ristrutturazione, stima la società di consulenza Porsche Consulting. Oliver Blume, amministratore delegato della Volkswagen ha detto che, togliendo la tara, la capacità produttiva del gruppo scende da oltre 12 a 9 milioni di veicoli l’anno. Gli impianti sono troppi, ma soprattutto troppo costosi e poco produttivi. Costruire e vendere un’auto rende molto meno di pochi anni fa, anche se impiega più capitale. Il problema non è il fatturato, ma la redditività scesa a una media del 3 per cento, dal 7-8 per cento. Nel 2025 gli utili netti si sono ridotti ovunque, peggio di tutti è andata la Tesla di Elon Musk (– 40 per cento) seguita dalla Toyota (– 20 per cento). Persino la Byd sta subendo il clima misto di incertezza e sfiducia.</p><h2>La sindrome cinese</h2><p>La febbre è covata a lungo prima di esplodere in tutti i suoi effetti. E non è un caso che abbia colpito in particolare la Volkswagen. Circola nel mondo dell’auto un aneddoto. Un bel giorno, nei primi anni Novanta del secolo scorso, arriva a Torino una delegazione autorevole inviata da Pechino, bussa al portone del palazzo di corso Marconi numero 10 – storica sede della Fiat – e chiede di incontrare i massimi esponenti del gruppo, a cominciare da Gianni Agnelli in persona. Gli ex corazzieri, tradizionalmente assunti come guardiani, soppesano i funzionari cinesi che ancora indossano le giacche dette alla Mao, ma, nei secoli fedeli a chi li paga, non fanno una piega. L’Avvocato, che era solito arrivare puntualissimo (prima delle 8, per poi uscire prima delle 9), era in giro per non-si sa-dove, quindi li avrebbe ricevuti volentieri il gran capo Cesare Romiti. Gli emissari, dopo i convenevoli d’uso, spiegano che vengono a proporre di aprire uno stabilimento della Fiat nel loro paese, ricordando quel che era accaduto in Unione Sovietica con Togliattigrad nel 1966. Romiti ringrazia e spiega che la Fiat avrebbe costruito volentieri dei furgoncini per completare la prima delle quattro modernizzazioni lanciate da Deng Xiaoping, quella agricola. A suo avviso un mercato di massa per l’auto era di là da venire. Delusi, gli inviati speciali varcano le Alpi e si recano a Wolfsburg, la città fabbrica fondata nel 1938 da Hitler, chiamata “Kraft durch Freude” (forza attraverso la gioia) e lì vengono accolti con le fanfare dai vertici della Volkswagen, i quali si dicono disposti a produrre non solo le auto per il  popolo, ma le berline per la nuova classe emergente che vuole vetture come la Jetta, più apprezzata a Pechino che in Europa, per viaggiare, ma anche (anzi soprattutto) per apparire. Dall’ultimo decennio del secolo scorso il Dragone rosso ha aperto il grande mercato di sbocco e la VW è arrivata a vendere in Cina circa il 40 per cento della propria produzione globale, ma anche BMW e Mercedes hanno costruito una parte significativa dei loro profitti grazie alla domanda cinese. La Fiat nel 1988 era diventata prima in Europa, ormai è un piccolo marchio nel grande conglomerato Stellantis. La Volkswagen è salita sul tetto del mondo.</p><p>La Germania ha esportato tecnologia, competenze e capacità produttiva, il Regno di Mezzo ha offerto una domanda vasta e impetuosa impossibile da trovare altrove. Quello scambio costruito con tanta sagacia e determinazione, oggi s’è ribaltato, il servo è diventato padrone. Le aziende cinesi non sono più semplici clienti. Sono concorrenti. Byd ha superato anche Tesla nelle vendite globali di veicoli elettrici. Geely controlla marchi europei come Volvo. CATL domina la produzione mondiale di batterie. Chery sta costruendo la propria presenza industriale in Europa. Adesso è Pechino a invadere non solo il resto dell’Asia, ma le Americhe e l’Europa. La svolta è diventata irrefrenabile dopo la pandemia ed è guidata dalle vetture elettriche. Lo choc che scuote la Germania e dall’economia passa alla politica, sta dentro questa crisi. Non esiste una sola causa: alcuni mercati come quello europeo sono ormai saturi, cresce la disaffezione verso i motori a combustione soprattutto tra i nuovi acquirenti a cominciare dai più giovani, che in particolare in Europa usano le auto, ma preferiscono non possederle. I costruttori hanno pensato di compensare con i mercati asiatici la caduta della domanda in quelli nazionali. Senonché la valvola ha cominciato a chiudersi. Il mercato automobilistico cinese, che vale il 30 per cento di quello globale e il 75 per cento per i veicoli elettrici, ha smesso di assorbire le vetture tedesche. La Volkswagen è scesa dal picco storico nel 2019 di 4,2 milioni di auto vendute a 2,7 milioni nel 2025. La perdita è dovuta alla concorrenza dei produttori domestici, soprattutto Byd, Geely e Saic Motor. Lo scorso anno i marchi cinesi hanno aumentato del 16,8 per cento le loro vendite sul mercato nazionale rispetto all’anno precedente, oltrepassando la quota del 70 per cento; al contrario i marchi tedeschi hanno perso il 7,7 per cento. E non è finita. Tra aprile e giugno la BMW ha registrato un calo delle consegne globali del 4,9 per cento, a quota 590.962 veicoli, con una caduta del 30,2 per cento in Cina, solo parzialmente compensato dalla crescita dell’11,9 per cento negli Stati Uniti e del 7,6 per cento in Europa (Germania esclusa). Peggio ha fatto Mercedes-Benz, con 417.800 vetture, l’8 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, con la Cina in flessione del 30 per cento a fronte di un aumento del 10 per cento negli Usa e del 4 per cento in Europa. Il dato più pesante riguarda la Volkswagen (compreso il marchio Audi): il gruppo ha archiviato il trimestre con consegne globali in calo dell’8,6 per cento, con un tonfo del 36,6 per cento nel mercato cinese, mentre il Nord America (+7,7 per cento) e l’Europa occidentale (+1,8 per cento) hanno tenuto.</p><p>Tutto ciò ricorda quanto è già avvenuto con il Giappone, diventato leader assoluto nella produzione di auto cambiando sia il modo di produrle (il sistema Toyota ha messo in soffitta la catena di montaggio modello Ford con un gran vantaggio nella qualità, non solo nella produttività e nei costi) sia il prodotto stesso, con quel matrimonio tra elettricità e combustione ormai sistema prevalente nelle quattro ruote. Anche contro il Giappone europei e americani hanno reagito con il protezionismo, ma non ha funzionato, il mercato ha avuto la meglio, i clienti hanno acquistato in massa i pick-up Toyota e le Corolla, poi le Prius ibride. Il gruppo, rimasto sempre nelle mani della famiglia Toyoda, conserva il primato mondiale, ma fino a quando? La Cina ha già preso il testimone diventando il paese che sforna più auto. Dunque ha ragione chi parla di sindrome cinese. Eppure è solo parte della verità, quel che sta accadendo va al di là della capacità competitiva asiatica. Gli storici dell’industria lo mettono a confronto con quel che è successo, senza andare troppo in là nel tempo, alle miniere, all’acciaio, agli elettrodomestici, alla chimica di base, alla cantieristica e non solo alla vecchia industria. Si pensi ai personal computer: la IBM è stata la prima a tirarsene fuori, vendendo alla cinese Lenovo. Adesso qualcosa di simile sta colpendo gli smartphone. L’auto occidentale (europea e americana) è tecnologicamente più arretrata. La vettura a combustione resta competitiva, però appare la vettura di un passato che, se pur lento a morire, è destinato a scomparire. Le componenti elettroniche e digitali sono il 20-25 per cento di un’auto con motore endotermico, il 35-45 per cento nelle ibride, il 70 per cento e oltre nelle elettriche. Senza uno spostamento sempre più in alto nella catena del valore anche questa manifattura è destinata al declino.</p><h2>Meno sociale più mercato</h2><p>Per la prima volta dagli anni Novanta la Germania non appare come il modello industriale che il resto del mondo cerca di imitare. Si trova, invece, a confrontarsi con concorrenti che hanno imparato, adattato e in alcuni casi migliorato parti di quel sistema. E’ umano, troppo umano coltivare la Schadenfreude. I tedeschi hanno insegnato a lungo come si doveva produrre per primeggiare, adesso sono costretti ad ammettere che il loro sistema ha funzionato a certe condizioni che ora sono cambiate, a cominciare da due ex vantaggi competitivi: il costo del gas russo e il mercato cinese. Blume ha presentato una cura da cavallo per la Volkswagen: chiusura di quattro stabilimenti con 100-120 mila esuberi entro il 2030, sono in pericolo anche l’impianto Audi di Bruxelles e si ferma quello di Dresda. Il consiglio di sorveglianza del quale fanno parte anche i rappresentanti dei lavoratori lo ha bocciato con 12 voti contro 7. A parte la famiglia Porsche che possiede il 53 per cento, il Land della Bassa Sassonia e il fondo del Qatar sono rispettivamente secondo e terzo azionista. Vedremo come finirà il braccio di ferro.</p><p>Il successo della Volkswagen non è stato un sentiero sempre luminoso, ma si è identificato con il modello tedesco, adesso anche l’economia sociale di mercato è arrivata al bivio tra sociale e mercato. Dopo il crollo del nazismo, l’impresa voluta da Hitler sembrava destinata a scomparire se non fosse stato per un maggiore inglese, Ivan Hirst, e per Ferry Porsche, figlio dell’ingegner Ferdinand al quale il Führer aveva affidato la costruzione dell’auto per il popolo, incarcerato in Francia dopo la sconfitta. Pur mantenendo un ruolo chiave nella famiglia, l’erede si dedica alle auto di lusso, per quelle di massa c’è Ferdinand Piëch, il marito della sorella Louise. La divisione del lavoro dura fino alla morte di Ferry nel 1998, poi alla svolta del nuovo millennio cominciano le tensioni, finché nel 2005 Wolfgang Porsche, figlio di Ferry, muove all’assalto del gruppo e arriva a possedere il 74 per cento del capitale, ma viene travolto dai debiti. La crisi finanziaria del 2008 e l’enorme indebitamento accumulato per l’operazione provocano quindi un ribaltamento: nel 2009 Porsche è costretta a rinunciare all’assalto e sarà infine la Volkswagen ad assorbirne l’attività automobilistica.</p><p>Dal 2012 si crea un gruppo sempre più integrato e tra gli eredi si firma la pace. Con una solida maggioranza nelle mani della famiglia Porsche-Piëch finiscono le scorribande finanziarie e l’instabilità, senonché nel 2015 scoppia il Dieselgate (sono stati manipolati molti test sulle emissioni dei motori diesel) uno scandalo che costa miliardi e un crollo reputazionale. Siccome dalle crisi nascono i cambiamenti, a quel punto il gruppo comincia a puntare sulla Cina, non più come mercato di sbocco, ma come vera e propria ciambella di salvataggio. Funziona alla grande fino alla pandemia.</p><p>La Volkswagen resta ancora un formidabile ammortizzatore sociale (oggi occupa in Germania quasi 300 mila lavoratori, il 40 per cento del gruppo) e uno dei pilastri dell’economia sociale di mercato, quella “terza via” che affida allo stato un compito centrale non solo come garante, ma come parte attiva, insieme alla governance duale con un consiglio di sorveglianza, separato dal consiglio di gestione. Nel primo, oltre agli azionisti, siedono rappresentanti politici, del governo regionale e di quello centrale, per lo più attraverso la KfW, la banca pubblica per la ricostruzione. S’aggiunge poi, in forme più o meno robuste, la cogestione (Mitbestimmung) che lascia posti in consiglio sia al sindacato unico sia ai rappresentanti diretti dei dipendenti. Stato e sindacato hanno assicurato il consenso quando le cose funzionavano e hanno gestito il dissenso nelle fasi di crisi, ma oggi possono diventare due zavorre che limitano l’innovazione e bloccano la riconversione. Di qui una tesa discussione che può portare anche a un nuovo assetto proprietario, magari con un’operazione industrial-finanziaria che diluisca ancor più il peso della mano pubblica nel consiglio di sorveglianza. Insomma il modello va ripensato alle radici, proprio mentre scoppia la bomba Trump.</p><h2>La sindrome americana</h2><p>La sentenza della Corte Suprema del febbraio scorso ha tagliato gli artigli del protezionismo trumpiano e ha prodotto un certo sollievo, ma il presidente americano continua con le sue “beautiful tariffs”. Venerdì primo maggio ha annunciato che avrebbe aumentato i dazi doganali su auto e camion provenienti dall’Ue al 25 per cento, dal 15 per cento concordato in precedenza, citando l’inadempienza di Bruxelles rispetto all’accordo commerciale raggiunto la scorsa estate. Secondo l’Istituto di Kiel per l’economia mondiale (IfW) l’aumento dei dazi sul settore automobilistico potrebbe costare alla Germania quasi 15 miliardi di euro in termini di produzione complessiva. Tariffe del 25 per cento potrebbero imporre un onere annuo aggiuntivo di circa 2,5 miliardi di euro alla produzione automobilistica tedesca. Sebbene la nuova offensiva sia rivolta contro l’Unione europea, la Germania appare in realtà come il bersaglio principale, come sottolinea il direttore del Car (Center Automotive Research), Ferdinand Dudenhöffer. “Dato che le esportazioni di produttori stranieri verso gli Stati Uniti sono trascurabili, le nuove minacce tariffarie di Trump possono essere interpretate anche come l’inizio di una guerra economica contro la Germania”. Se l’impatto diretto colpisce i costruttori tedeschi, quello più strutturale riguarda la filiera europea nel suo complesso, a cominciare dalla componentistica italiana. Ne ha tratto davvero beneficio l’industria americana? Il mercato americano è più chiuso di quello europeo e di quello asiatico, ma quindici mesi dopo il Liberation day del primo aprile 2025 non si vede nessun significativo impatto positivo dei dazi, né sull’occupazione manifatturiera né sulla bilancia commerciale. In compenso c’è una spinta consistente sui prezzi, mentre il cosiddetto boom dei rimpatri non è avvenuto, al di là di alcuni esempi simbolici proprio nell’automobile. Aspettiamo, forse è ancora presto. La Federal Reserve Bank of New York calcola che il 90 per cento del fardello economico provocato dai dazi è ricaduto sulle imprese e sui consumatori, in proporzioni diverse. Lo Yale Budget Lab stima che ha provocato un rincaro nei beni di consumo fondamentali tra il 46 e l’86 per cento. Il deficit della bilancia commerciale è cresciuto di 77,6 miliardi di dollari. Pochi settori dell’economia interna hanno tratto vantaggio (l’acciaio per esempio), mentre le piccole e medie imprese incapaci di assorbire i costi hanno subito pesanti perdite. Si assiste inoltre a un vero crollo (– 44 per cento) nelle produzioni elettroniche e nei microprocessori. Sempre più l’economia reale americana è trainata dagli investimenti in data center e infrastrutture energetiche, che risucchiano gran parte del capitale, e non si vede nessun boom di rimpatri, scrive IoT Analytics.</p><h2>La sindrome europea</h2><p>La crisi dell’auto ha avuto già un impatto negativo sulla produzione industriale tedesca in discesa da quattro anni e il prodotto lordo cresce poco (0,6 per cento quest’anno e 0,7 per cento nel prossimo). L’intreccio economico con l’economia italiana è strettissimo e preoccupante. Nel 2025 l’Italia ha esportato in Germania beni per 72,2 miliardi di euro e ne ha importati per 85,5 miliardi, con un saldo negativo di circa 13,4 miliardi. I principali beni venduti sono metalli e prodotti in metallo per 10,8 miliardi (compresa le componenti per auto) e poi macchinari e apparecchi industriali per 9,7 miliardi; seguono mezzi di trasporto, alimentare, moda e chimica. L’impatto sulla componentistica, invece, finora non si è fatto sentire (tra il 2020 e il 2025 l’export è aumentato da 4 a 5 miliardi di euro) perché gli italiani hanno in parte compensato i fornitori tedeschi andati fuori mercato, insomma c’è stata una selezione nella filiera. A mano a mano che la crisi peggiora, gli effetti non saranno più marginali, ma diffusi e massicci. La vera questione, però, non è se Volkswagen, BMW e Mercedes riusciranno a superare questa fase. La questione è se l’Europa riuscirà a mantenere il controllo della capacità produttiva, delle tecnologie, delle filiere che hanno sostenuto la sua prosperità industriale. La sfida dell’auto tedesca, insomma, non riguarda il futuro di tre aziende, ma il futuro industriale dell’Europa.</p><p>Gran parte del dibattito si concentra su dazi, batterie e incentivi eppure uno dei fattori più sottovalutati è l’energia. Produrre batterie richiede enormi quantità di elettricità. Alimentare una gigafactory significa sostenere costi energetici che incidono direttamente sulla competitività finale del prodotto. Per anni l’industria tedesca ha beneficiato di un sistema energetico che garantiva competitività e prevedibilità. Oggi il costo dell’energia è diventato una variabile industriale strategica e questa variabile pesa su tutto, sulle batterie, sulla chimica industriale, sulla componentistica naturalmente. La vera domanda dei prossimi anni potrebbe non essere più dove costruire le auto, ma dove sarà economicamente sostenibile costruire le batterie: le esportazioni cinesi sono aumentate di ben sette volte tra il 2020 e il 2025.</p><p>La reazione contro la transizione verde ha un sapore di vecchio e stantio. La Commissione europea ha imposto che le emissioni di CO2 delle auto prodotte nell’Ue dovevano essere ridotte del 55 per cento entro il 2030 ed eliminate entro il 2035, quando sarebbe dovuta cessare la produzione di auto con motore endotermico. L’auto europea non era pronta ed è stata lenta a reagire. Quando lo ha fatto ha trovato un mercato già occupato dalle auto cinesi meno costose e più digitali. L’intera lobby automobilistica si è mossa per chiedere a Bruxelles di allungare i tempi, se non proprio di fare marcia indietro. In Italia la Confindustria, sostenuta dal governo, vuole una sospensione e la revisione del mercato degli Ets (diritti di emissione di CO2). Resistere, resistere, resistere è inutile e sbagliato. I dazi dell’Ue sulle auto elettriche, a partire dalla loro introduzione, hanno ridotto di cinque punti percentuali la quota dei veicoli prodotti in Cina (inclusi quelli dei car maker occidentali), ma non hanno fermato l’espansione dei marchi cinesi. Molti costruttori stanno progressivamente trasferendo parte della produzione in Europa, però le importazioni di vetture cinesi continuano: costano meno (in media il 21 per cento) e funzionano bene.</p><p>Oliver Blume e Antonio Filosa, l’ad della Stellantis che a sua volta vuol ridurre del 17 per cento la produzione in Europa (non in Italia, dove il giro di vite è in gran parte avvenuto), hanno rivolto un appello alla Commissione Ue con una lettera aperta a doppia firma per chiedere un intervento. L’idea di fare dell’Europa il fortino del motore a scoppio è perdente, il caso giapponese sta lì a dimostrarlo. Oltretutto ritarda lo sviluppo tecnologico e aumenta così la crisi dell’auto e con essa della manifattura europea. In realtà si tratta di varare un vero e proprio piano industriale. Il precedente più efficace è stato il piano siderurgico realizzato negli anni Ottanta (di cui fu autore il commissario Davignon) che prevedeva una drastica riduzione dell’acciaio di base, chiudendo anche vecchie acciaierie improduttive, per lasciare spazio agli acciai speciali a più alto valore aggiunto. Ha aperto la strada a indiani, coreani, cinesi, algerini, ma la siderurgia non ha abbandonato l’Europa, si è concentrata sulla fascia alta della catena del valore. Naturalmente le cose sono oggi ancor più complesse.</p><p>Il vecchio resiste e lancia messaggi non chiari. “Per l’auto, la transizione all’elettrico sarà dettata dal mercato, indipendentemente dalle normative europee. La digitalizzazione delle automobili e l’intelligenza artificiale applicata alla guida ridefiniranno l’industria, richiedendo competenze radicalmente nuove negli uffici di progettazione”, sottolinea Josef Nierling, amministratore delegato della Porsche Consulting Italia. La velocità del cambiamento spinge alla prudenza, ad esempio le batterie oggi durano già molto più di un anno fa, così le case automobilistiche europee si trovano a dover bilanciare scelte complesse e rischiose tra elettrificazione, guida autonoma e piattaforme digitali di mobilità. Intanto, “la spinta verso l’automazione e l’intelligenza artificiale apre nuove opportunità di efficienza e innovazione, ma impone anche una profonda revisione delle competenze”. Cosa può fare l’Europa? Non inseguire la Cina, ma prendere una propria strada, ci spiega Nierling. Per esempio la guida autonoma (ci lavorano il Politecnico di Milano e Autostrade per l’Italia) e in generale l’Intelligenza artificiale applicata alla manifattura. Esistono già imprese che stanno andando avanti, la Bosch nei prodotti e la Siemens nelle fabbriche, tra quelle tedesche; insieme ad altre potrebbero diventare i sostegni di un polo europeo, con accordi tecnologici e industriali, coinvolgendo i politecnici e le filiere produttive. Qui i governi hanno un ruolo importante lasciando alle imprese private il compito di innovare, investire, produrre. E’ già arduo accompagnare e favorire la ristrutturazione riducendone i costi sociali, mettersi a fare automobili sarebbe disastroso. La soluzione non è nemmeno costruire missili e carri armati nelle fabbriche dismesse, una scelta di retroguardia, dettata da priorità politiche, non economiche e industriali. Certo ci sono tecnologie dal doppio uso, pensiamo ai sensori; civile e militare s’intersecano, ma non si annullano l’uno nell’altro. Finora a Bruxelles, a Berlino, a Roma o a Parigi ci si sta accapigliando alla ricerca del palliativo meno doloroso anche se meno efficace; invece di prender di petto con tutti gli strumenti disponibili dello stato e del mercato, il problema di fondo: la grande ristrutturazione di un settore maturo. L’industria che ha cambiato il mondo nella seconda metà del Novecento sta per morire? Forse, ma parafrasando i medici di Collodi, potrebbe anche rinascere a nuova vita se seguisse i consigli del grillo parlante: ci vuole un’amara medicina, e non basterà mettere una batteria al posto del motore.</p>]]></description>
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				<title>Dalla boxe al calcio fiorentino. La storia di Paolo Bologna</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 11:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alberto Facchinetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo essere stato campione italiano dei superwelter, <b>Paolo Bologna ha conquistato l’Europeo Silver dei medi, in attesa che il suo rivale Dario Morello vinca l’Ebu Gold (il match è in programma il 22 agosto a Londra) per poi eventualmente sfidarlo, visto che entrambi sono gestiti dalla Taf.</b> Ancora imbattuto, a 29 anni, Bologna è uno dei migliori pugili italiani, uno su cui puntare in questi tempi non sempre felici per la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/boxe_2766" target="_blank">boxe</a>&nbsp;tricolore. Al fiorentino non mancheranno di certo foto in cui posa con una cintura in mano, ma su WhatsApp ha nel profilo quella da calciante, perché è cresciuto nell’ambiente del calcio storico diventandone oggi uno dei protagonisti. Da bambino si trasferisce con la famiglia nel quartiere Ponte di Mezzo, sotto al suo palazzo popolare c’è il campo di allenamento dove la squadra degli azzurri prepara le sfide ai rossi, bianchi e verdi del calcio in costume. Il quartiere degli azzurri è quello di Santa Croce e Ponte di Mezzo è una di quelle zone periferiche in cui non si può essere di un altro colore. <b>A quindici anni Paolo entra in palestra e inizia a fare la boxe, a sedici comincia ad allenarsi con gli azzurri, ma non si può giocare prima di essere maggiorenni e non appena ne compie diciotto esordisce</b>. “La prima partita l’ho vissuta come un sogno – racconta Bologna al Foglio sportivo – e come un incubo, pesavo 67 chili e c’erano omoni quarantenni di un quintale. Quando la partita finì, mi dissi: sono vivo. Quella volta si perse, ma capii che si vinse come squadra, come gruppo”.</p><p><b>Da allora è stato una presenza fissa nei 27 calcianti azzurri, oggi è uno dei protagonisti della formazione, uno dei volti più conosciuti in città, anche grazie alla boxe.</b> Nell’ultima semifinale ha realizzato anche una caccia (cioè un gol), lui che non è solito realizzarne. “In semifinale ho picchiato, qualche botta l’ho presa. Io in prima linea in difesa degli altri a fare botte. Poi però c’è stata una mezza rissa tra allenatori e alfieri e io ho fatto un po’ di casino per difendere il nostro capitano, il regolamento però dice che si possono toccare solo i calcianti, non gli alfieri”. Quindi la finale l’ha vissuta in tribuna, squalificato per scorrettezza. <b>“È stato difficilissimo non poter giocare, anche perché ha esordito il mio miglior amico, gli ho dato il mio costume, ha giocato nel mio ruolo ed è stato bravissimo, io attaccato alla rete ero pronto a scavalcare se gli fosse successo qualcosa”.</b> Gli azzurri nella piazza casalinga hanno trionfato nell’evento disputato, come sempre il 24 giugno, in Piazza Santa Croce, in concomitanza con la festa di san Giovanni Battista, il patrono della città, aggiornando così un albo d’oro che li vede al comando con 25 vittorie. I bianchi ne hanno 18, i rossi 11, i verdi 2. La partita più famosa è quella del 17 febbraio 1530, sempre in Piazza Santa Croce, disputata durante l’assedio di Firenze come atto di sberleffo verso le truppe imperiali di Carlo V. Il calcio in livrea è tornato a essere un appuntamento fisso dal 1930, anno in cui è stato ripristinato il torneo moderno. Si sfidano i quattro quartieri storici della città vecchia: i verdi di San Giovanni, i bianchi di Santo Spirito, gli azzurri di Santa Croce e i rossi di Santa Maria Novella.</p><p>Bologna non è l’unico pugile fiorentino a partecipare al calcio in costume. Dalla boxe sono arrivati anche i cutman che fanno i bendaggi alle mani che però sono più simili a quelli della boxe a mani nude. Oltre alle mani il team di Federico Catizione, il primo a proporre questo servizio, benda anche le caviglie.</p><p><b>Leonardo Balli è l’altro pugile professionista che ha giocato con gli azzurri.</b> “Erano tre o quattro anni che mi chiamavano – spiega – ma ero concentrato al 100 per cento sulla boxe. Quest’anno, complice un anno sabbatico e un infortunio mentre mi allenavo, si è presentata l’occasione. È ‘n’emozione indescrivibile: pur avendo già calcato ring e vinto titoli importanti, pensavo che scendere in piazza con i compagni fosse una bischerata. Invece, fin dalla settimana prima, è stato un mix di emozioni continuo. <b>Me lo dicevano sempre: 'Appena lo provi, non puoi più farne a meno'. Una curva ti acclama, l’altra ti fischia... è qualcosa di indescrivibile.</b> Basta una sola partita e il calcio storico ti entra dentro. Il mio idolo nella boxe è Lomachenko, nel Calcio Storico è 'Zena', Gabriele Ceccherelli. Quando giocava lui, per quanto la partita potesse essere importante, sembrava sempre che fosse al campo con gli amici, tanta era la sicurezza che sprigionava e che trasmetteva ai compagni. Un mito”. Anche Balli, così come Bologna, ha saltato la finale. Lui per infortunio. “Viverla da fuori – continua Balli – è stata ancora più dura che giocarla. Sentirsi parte della squadra e non poter scendere in campo a dare una mano ai compagni è stata davvero tosta. Per fortuna abbiamo un gruppo bellissimo: dal capitano all’allenatore, fino al presidente, hanno curato ogni minimo dettaglio per questa finale. E noi, come squadra, siamo veramente affiatati”.</p><p>Bologna, secondo lei cosa serve per essere un calciante? <b>“La boxe serve, le basi ce le hanno tutti. Ci alleniamo durante l’anno anche a rugby e alla lotta. Secondo me c’è anche un po’ di scacchi, per capire quando entrare e quando uscire e soprattutto per avere gli occhi sempre aperti.</b> Da pugile il montante è il mio colpo, ma è pericoloso nel calcio fiorentino perché ti scopre troppo e a mani nude rischi di prendere un pugno pesante. La mano alta e il diretto destro è la soluzione migliore: uno-due secchi. Una sorta di codice etico c’è come nella boxe, devi confrontarti faccia a faccia non da dietro, se fai cazzate poi le paghi l’anno dopo. Di lato, da dietro, due contro uno: non si può. In passato per un periodo venivano chiamati anche gli stranieri, ma non mi piaceva, il calcio storico è bello così, senza soldi, lo fai per il quartiere”.</p><p>Intanto aspetta Dario Morello, che a breve sfiderà in Inghilterra George Liddard. “Speriamo che Morello vinca – dice Bologna – così magari poi difende l’europeo con me. Mi toccherà tifare per lui, anche se non lo sopporto. So che il suo è solo trash talking ma a me, come atteggiamento, non piace. Quando dovevamo affrontarci in un match che poi è saltato per colpa sua, ha indossato la maglia dei rossi per provocarmi, ma lui non sa nulla di calcio storico. Noi sputiamo sangue con il calcio fiorentino e lui fa il pagliaccio! Ho un’antipatia vera nei suoi confronti. Un tempo ero molto più impulsivo, ma da quando ho un mental coach sono più riflessivo e quindi più pericoloso, perché non ho perso la cattiveria agonistica. Prima di ogni match o prima di una partita di calcio storico, ma anche nei momenti più difficili della mia vita, vado a rifugiarmi in chiesa e mi sento bene”. I suoi amici azzurri lo seguono ad ogni match, tanto che riescono a riempire i palazzetti, cosa non sempre scontata nel pugilato italiano. Sarebbe interessante vedere cosa potrebbe succedere se la Taf gli organizzasse un match titolato a Firenze. “Adesso quando combatto ho tutta la città con me, non solo gli azzurri. Firenze mi rispetta e mi vuole bene”. Ma se il 24 giugno avesse programmato un match valido per un mondiale prestigioso di boxe, cosa sceglierebbe? “Bella domanda, la squadra è comunque forte, e se un anno ci fosse da fare il mondiale, sarebbero i compagni i primi a dirmi vai, tanto sei sempre con noi. Siamo una cosa sola”.</p><p><i>(3 - continua)</i></p>]]></description>
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				<title>Dalla crisi di Doha al bronzo nella Senna. Taddeucci si racconta</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:24:00 +0200</pubDate>
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				<author>Giuliana Lorenzo</author>
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				<description><![CDATA[<p>La prima rivale, quasi nemica di sé stessa, è proprio lei, tanto che il suo allenatore (Giovanni Pistelli, ndr) spesso preferisce non infierire.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/08/18/news/oltre-il-nuoto-ce-di-piu-ginevra-taddeucci-tra-criminologia-e-ristrutturazioni--121089" target="_blank">Ginevra Taddeucci</a>&nbsp;è così di carattere, non si concede di sbagliare e quando succede, “mi autoflagello”, dice scherzando. Gli sportivi li riconosci da questa mentalità, l’unica possibile per raggiungere certi risultati o quando hai a che fare con la fatica come nel suo caso, dato che nuota in acque libere. <b>“Competo contro me stessa e se non faccio quello che voglio mi tormento. Non è concepibile non essere al top, devo essere almeno vicina ai miei standard, mi autoinsulto”. </b></p><p>Dal 4 agosto, per l’Europeo 2026, tornerà in acqua nella Senna, dove vinse il bronzo olimpico nella 10 km. “È stata una stagione fiacca rispetto a quelle precedenti, ma ogni anno non è uguale. Nel 2025 ci sono state tante soddisfazioni: arrivo all’Europeo senza grosse aspettative, sperando di giocarmela sempre con le migliori”. In acque libere, si sa, tutto può succedere. Si compete con i propri limiti, con gli avversari, ma anche con le condizioni del mare. Argomento molto caro a tutti i nuotatori, che nella tappa di Coppa del mondo di Setubal, in Portogallo, hanno avuto diversi problemi. “Dieci atlete si sono sentite male: stiamo cercando di non gareggiare in situazioni che ci possano portare disagi. Io stessa sono finita al pronto soccorso per l’acqua inquinata, spero non ci mettano nuovamente in condizioni spiacevoli. Abbiamo sempre criticità con l’acqua, che sia la temperatura bassa o troppo alta. Ci hanno fatto gareggiare tutta la stagione tra i 17 e i 18 gradi con atlete che sono state male. Per mesi, capita di preparare tappe di Coppa, inutilmente, perché certe temperature sono insostenibili. L’anno scorso a Singapore ci hanno chiamato la sera prima, la gara era alle 7 di mattina, l’acqua era sporca. Ci hanno fatto scendere in acqua il giorno dopo, con una temperatura di 30,9 e il limite è 31. Si va da un estremo all’altro, sembra che non cambi nulla”.</p><p>A Parigi non è detto che, fisico permettendo, non faccia anche la vasca: “non mi dispiace, è uno svago. L’ho fatta agli Italiani e ai Giochi, è una gestione diversa, vedremo. Ho quattro gare in acque libere, se dovessi farle tutte sarebbe impegnativo”. Il mindset è comunque cambiato da quel ventiduesimo posto al Mondiale di Doha 2024, quando pensò di lasciare tutto: <b>“Ci sono state molte persone vicino a me, come il mio fidanzato (Matteo Furlan, notatore, ndr) o il mio allenatore che credevano nel tempo che avrei potuto fare nei 1.500. Mi hanno dato una bella spinta e Matteo mi ha convinto che ci sarebbe stata un’altra occasione, che non era finito tutto: mi sono aggrappata più che alle mie, alle loro convinzioni. Ho dovuto chiudere una relazione passata e rimettere a posto la testa al 100 per cento. Ho costruito sicurezza e calma mentale anche nella quotidianità”. </b>Una conquista non da poco, per lei che dopo la Senna, aveva ammesso di nuotare da sempre controcorrente, con quell’impegno di chi deve per forza sempre dimostrare qualcosa. “A Singapore, un anno fa, mi sono tranquillizzata prendendo quella medaglia individuale al Mondiale (argento nella 10 km) che mi mancava. Posso essere molto soddisfatta di ciò che ho fatto. Penso che quello che verrà in futuro sarà solo qualcosa in più. Non ho più l’ossessione di dimostrare niente, quella che sono o che sono stata, l’ho già fatto vedere”. Eppure, c’è sempre una patina di pessimismo che non riesce ancora a scrollarsi di dosso. “Sono molto testarda, anche quando vinco non mi do tregua perché magari penso di non aver fatto abbastanza, è un tratto caratteriale che difficilmente puoi cambiare. Dopo le Olimpiadi mi sono “calmata”. <b>Ho fatto allenamenti più tranquilli, quelli preolimpici sono stati particolarmente impegnativi e sono andata in down mentale. Mi sono detta che non volevo più rifarli. Nel mio sport ci vuole fatica e impegno, ma ora cerco di gestirmi meglio”.</b></p><p>Lo switch, soprattutto mentalmente, l’ha fatto con il 1.500 al Settecolli 2024: “Pensavo quel tempo fosse impossibile (16’08”65, ndr): ho avuto quasi più soddisfazione a farlo che a vincere la medaglia olimpica, sembrava un traguardo impossibile da raggiungere in una gara non mia”. <b>Tra una bracciata e l’altra, canticchia, pensa alle melodie e cerca connessione con le acque in cui si trova. «Ci leghiamo al posto in cui nuotiamo, viaggiamo per il mondo e viviamo veramente quel luogo invece di restare chiusi in una piscina. </b>Penso ai colori della Sardegna o ai pesci del Mar Rosso”. Un discorso che si aggancia alla passione viscerale per i viaggi: “Mi piace vedere il mondo, sapere quanta diversità si può trovare a livello di persone, culture e cibo, amo scoprire. Mi rifiuto di andarmene da questa vita senza vedere altro. Dopo l’Europeo dovrei andare in Giappone”. Magari lì proverà tutte le prelibatezze culinarie: “Non ho una dieta, sono davanti a una gelateria (dice mentre parliamo, ndr). L’unica volta che l’ho seguita sono arrivata 22esima, quindi ho detto “faccio come mi pare” fino a quando il corpo me lo concederà”.</p>]]></description>
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				<title>La pattinatrice Alina Zagitova ci ricorda che un allenatore non è un genitore</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Secondo la pagina Instagram figureskating_sportsru, Alina Zagitova sarebbe l’unica allieva di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/eteri-tutberidze_58032" target="_blank">Éteri Tutberidze</a>&nbsp;– la zarina del pattinaggio artistico russo che “distrugge per ricostruire” le proprie atlete – a non aver interrotto la collaborazione con lei dopo aver partecipato alle Olimpiadi. <b>A quanto riportano gli amministratori della pagina, sarebbero numerose le campionesse che, in passato, avrebbero deciso di interrompere la collaborazione con Tutberidze:</b> Lipnitskaya nel 2014; Medvedeva nel 2018; Trusova nel 2022; Shcherbakova nel 2024; e per ultima Valieva, al termine della squalifica per doping, nel 2025. Nei giorni scorsi, secondo la stessa pagina, Adeliia Petrosian, la diciannovenne promessa del pattinaggio artistico russo, dalla quale ci si aspettava a Milano-Cortina la dimostrazione del fatto che “senza Russia non sono vere Olimpiadi”, avrebbe fatto la stessa scelta.</p><p>La notizia della sua decisione ha innescato una reazione simil-pavloviana tra i tifosi in patria, con commenti che si esplicano da soli: “L’ingratitudine è diffusa tra gli atleti”, sentenzia un commentatore; “È successo che, dopo il suo fallimento, Adeliia abbia incolpato automaticamente la sua allenatrice: è triste” ipotizza un altro; “Adeliia ha fatto qualcosa di stupido! Proprio come le altre! Ragazze, chi è il vostro capo?”, ammonisce infine un terzo utente. Sono cose note nell’ambiente. <b>La classica condanna che si abbatte sugli atleti che, peccando di ingratitudine e slealtà, decidono di interrompere il sodalizio col proprio tecnico. Condanna che ho visto e sentito più e più volte in prima persona nei numerosi anni spesi tra piscina e bordo vasca.&nbsp;</b>Nella mia esperienza, infatti, ho appreso bene come la relazione allenatore-atleta sia spesso investita di aspetti che non dovrebbero interessarla, al punto che l’allenatore non si considera più solo un tecnico, ma una figura genitoriale: un secondo padre o una seconda madre. La piscina – nel mio caso; la pista, nel caso di Adeliia – non viene percepita come luogo di impegno, sfida e crescita personale, ma come un’estensione dei luoghi del nucleo familiare. È così che il patto tra allenatore e atleta smette di essere una delega di responsabilità e si trasforma in un vincolo di sangue.</p><p>Il risultato di questa distorsione culturale è una tossicità diffusa e latente che avvelena le carriere di fin troppi atleti. Se l'allenatore si confonde col “padre” o la “madre”, infatti, l’atleta che sceglie di cambiare allenatore o squadra non sta semplicemente prendendo una decisione adulta, matura e responsabile sulla propria carriera: sta compiendo il più doloroso dei tradimenti: il figlio che, accoltellandolo alla schiena, abbandona il genitore che lo ha nutrito e protetto. Cercare la propria strada è visto come qualcosa di incomprensibile e inaccettabile, e non è raro vedere allenatori “adulti e vaccinati” togliere il saluto ad atleti di dieci, venti o trent’anni più giovani; <b>i “figli ingrati” che li hanno traditi.&nbsp;</b>Ma – e sembra assurdo doverlo scrivere davvero – un allenatore non è un genitore, e un atleta non è un figlio, soprattutto ai livelli di Adeliia ed Éteri. Capita che il rapporto sviluppi elementi comuni a quello genitoriale? Sì, coi suoi lati positivi e negativi (senso di sicurezza e protezione; timore di deludere e del proprio desiderio di emancipazione). Il rapporto dovrebbe essere plasmato e mantenuto su quel modello? Per esperienza, direi che è meglio di no. Allenatore e atleta sono due esseri umani, adulti in alcuni casi, giovani adulti in altri, autonomi e competenti, che scelgono, giorno dopo giorno, di collaborare o meno a un obiettivo comune, e solo se rimangono tali lo scambio di competenze produce valore.</p><p>Col tempo, questa collaborazione può incistarsi: le dinamiche relazionali ristagnano attorno a schemi percettivo-reattivi più o meno rigidi; i non-detti e le incomprensioni si frappongono tra le indicazioni dell’allenatore e la fiducia dell’atleta nell’eseguirle; le capacità visuo-cognitive e ideative di entrambi si atrofizzano attorno al “già conosciuto”, che rende più difficile vedere – e pensare – cose diverse da ciò che ci si aspetta. E tutto questo è perfettamente normale.</p><p>Il nostro corpo e la nostra mente, infatti, sono stati magistralmente ottimizzati dalle pressioni evolutive, cosicché essi funzionano non cercando il “miglior risultato possibile”, quanto piuttosto il “minimo risultato soddisfacente”: spendere il minimo indispensabile per ottenere un risultato soddisfacente. Qualsiasi investimento ulteriore, pertanto, sia esso fisico o cognitivo, ha bisogno di motivi validi per essere effettuato. In tal senso, una squadra diversa o un nuovo allenatore possono trasformare il familiare in estraneo, il conosciuto in sconosciuto, e rappresentare quindi stimoli utili a convincere i propri sistemi a produrre e rendere accessibili nuove risorse, invece di affidarsi a precedenti dispositivi già ottimizzati (e quindi non stimolanti e non capaci di far crescere l’organismo).&nbsp;<b>Il rinnovamento, nella crescita sportiva e personale, non è un “in più”: è una necessità.</b> Per continuare a evolvere, a un certo punto del proprio percorso, quasi ogni atleta dovrà affrontare situazioni in cui staccarsi dal proprio allenatore per cercare “occhi freschi” e nuove prospettive. E questo non è un tradimento, a meno che non vogliamo considerare la competenza acquisita come un debito da ripagare. In quel caso, allora, cercare un cambiamento potrebbe significare rinnegare il lavoro fatto in precedenza; altrimenti, semplicemente, significherebbe che non si ha ancora smesso di voler crescere. Finché allenatori e pubblico continueranno ad aspettarsi dagli atleti una devozione filiale assoluta nei confronti dei primi, allora si continuerà a confondere il bisogno di autonomia con l’ingratitudine, e agli ultimi continuerà a essere impedito di pensarsi come “persone vere”.</p><p><b>Per quanto riguarda Adeliia ed Éteri, non possiamo sapere con certezza come si sia svolta la dinamica relazionale – privata e personale – tra le due. </b>Non sappiamo se Éteri abbia rinfacciato ad Adeliia un supposto tradimento e un’eventuale ingratitudine, oppure se, al contrario, abbia accolto e ascoltato le sue motivazioni, preservando il rapporto umano al di là della conclusione di quello lavorativo. Ciò che però sento di poter dire è che Adeliia, nel semplice uscire dal palazzo di ghiaccio della sua allenatrice, non abbia tradito alcuna madre. Nell'evoluzione della propria persona e del proprio percorso sportivo, la giovane pattinatrice ha semplicemente fatto ciò che un professionista maturo è chiamato, a un certo punto, a fare: si è assunta la responsabilità del proprio futuro. Ed è ora che anche noi, pubblico e allenatori, iniziamo ad aspettarci lo stesso dagli altri atleti.</p><p>Giorgio Minisini è un ex nuotatore artistico italiano, vincitore di 4 ori, 4 argenti e 2 bronzi ai Mondiali e di 4 ori, 5 argenti e un bronzo agli Europei oltre che di 12 ori in Coppa del mondo. È stato una icona del nuoto artistico azzurro (da martedì potrete trovare la sua storia nel podcast de il Foglio Fuori Campo disponibile su tutte le piattaforme). Fresco di Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche alla Sapienza di Roma e ancora in forze nel del Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro, comincia a collaborare per il Foglio sportivo.</p>]]></description>
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				<title>Il nuovo ct della Nazionale secondo l&#039;AI</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alessandro Bonan</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ho chiesto all’intelligenza artificiale una proposta sul nuovo ct dell’Italia. Mi ha risposto inizialmente di non avere gli strumenti per una indicazione del genere, salvo poi ripensarci e indicarmi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/22/news/bando-al-sovranismo-pallonaro--402902" target="_blank">Guardiola</a>&nbsp;come il profilo più giusto. La mia AI (ognuno ne ha una, questa è a buon mercato), sostiene che Guardiola rappresenti la figura ideale non solo per questioni tattiche (la mia AI deve aver giocato a calcio in un’altra vita) ma per capacità manageriali, così pronunciate da permettergli di ristrutturare tutto il sistema calcistico italiano, dalle selezioni giovanili fino alla Nazionale maggiore.</p><p><b>Proseguendo nelle mie domande, ho chiesto ad AI se per caso Guardiola sapesse cosa fosse Coverciano.</b> La risposta è stata affermativa: Guardiola sa benissimo cosa sia Coverciano, un po’ per suoi trascorsi calcistici in Italia, un po’ per cultura personale, essendo il centro tecnico di Coverciano la scuola allenatori più famosa nel mondo. Senza che io glielo domandassi, la mia AI ha proseguito sbilanciandosi sull’opera dello spagnolo qualora venisse nominato ct: una rivoluzione tecnica vera e propria che comincerà esattamente da Coverciano estendendosi alla Nazionale.</p><p>Insomma, per AI non ci sono dubbi, con Guardiola tutto si risolve, magari con pazienza, ma si risolve. Sarà un caso, ma Malagò, insieme a Maldini e Leonardo, proprio a Guardiola si sono rivolti per cominciare la rifondazione. Che abbiano chiesto alla mia stessa AI? Non credo, hanno fatto da soli. Però di sicuro si saranno posti le seguenti domande.</p><p>La prima: Guardiola è adatto ad allenare un giorno si e tre mesi no? La seconda: 20 milioni di euro all’anno (la cifra che lo spagnolo avrebbe chiesto, anche se va un po’ ridimensionata), non sono comunque troppi? La terza: Guardiola conosce Ulivieri, il capo del settore tecnico? Perché se non lo conosce, forse non sa che trascinarlo via da Coverciano non sarà un’impresa semplice. La quarta: chi comanda tra noi (Maldini e Leonardo) e lui (Guardiola)? La quinta: quanto tempo diamo all’ex allenatore del City per ottenere qualche risultato importante? L’ultimo interrogativo è destinato a perdersi nel vento, in quanto stupido. Nessuno può sapere quanto tempo sia necessario per riemergere dal pantano. Sul resto dei quesiti si può discutere a lungo. Ma c’è una frase che pesa su tutte le domande possibili, e l’ha pronunciata Paolo Maldini, “noi aspettiamo chi realmente vogliamo”. <b>Parole che uccidono l’ego di Conte, rimbalzano sul ciuffo bianco di Mancini e si posano sopra le spalle di Andrea Pirlo. Perché nel caso Guardiola dica di no, sarà l’ex juventino a prendersi la panchina azzurra.</b> Come seconda scelta? Chiedetelo ad AI, io vado a fare un tuffo nel mare.</p>]]></description>
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				<title>Il trionfo della Roja, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 16:41:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/56ad4039-740b-4f74-96d9-2bd6dfb10098.jpeg?v=1784901620" />
																					<category>Sport</category>
				<author>Maria Pia Farinella</author>
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				<description><![CDATA[<p>La Coppa e la Corona.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/20/news/la-spagna-ha-vinto-i-mondiali-2026-argentina-battuta-per-1-0--402592" target="_blank">Il trionfo della Roja</a>, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna. <b>Un paese che con il re Juan Carlos I di Borbone ha seppellito – con tutti gli onori dovuti a un capo di stato, va da sé – il Caudillo Francisco Franco poco più di cinquant’anni fa.</b> Per poi voltare subito pagina. E “transitare” spediti da una dittatura lunga quarant’anni all’attuale democrazia costituzionale. Sembra un gioco del destino. Ma novanta minuti di partita, più i tempi supplementari, hanno marcato in mondovisione la distanza siderale tra la Spagna di oggi e quella di novant’anni fa. <b>Quella, per intenderci, del golpe fallito che diede inizio alla Guerra civile e a una violenza fratricida senza precedenti nel paese.</b></p><p>Neppure Jung avrebbe potuto ipotizzare una sincronicità di date tanto eloquente. Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali insorti contro il governo della Seconda Repubblica spezzò il paese in due. Novant’anni dopo, il 19 luglio 2026, è la Roja a unire la nazione e a incoronare i suoi calciatori Reyes del mundo. Non solo. L<b>a Spagna è la prima nazione a detenere contemporaneamente il titolo mondiale maschile e femminile. Hanno vinto tutto il possibile negli ultimi cinque anni. Sedici titoli internazionali Uefa e Fifa. Con gli adulti e coi ragazzi, anche under 17. Dieci trofei femminili e sei maschili. </b>Che sono di meno, ma – come sempre – valgono di più nella narrazione del deporte nacional e, soprattutto, nelle regole di ingaggio. Per il fútbol masculino, la Spagna nel 2024 si è affermata come campione d’Europa e come medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Parigi. Un dominio senza precedenti nel calcio contemporaneo. Arrivato tardi. Dopo decenni di occasioni mancate. Tra il 1950 e il 2008 la Spagna è stata considerata talentuosa e perdente. Con club di gran livello come il Real Madrid o il Barcellona. Ma sistematicamente incapace di superare lo scoglio dei quarti di finale nei tornei europei o mondiali. La maldición de cuartos, dicono ancora gli spagnoli, come se si trattasse di una sorta di leyenda negra applicata al calcio nazionale. <b>Una metafora pop come il soprannome di Furia española affibbiato alla squadra quando fece il suo debutto alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Vinse la medaglia d’argento, la Roja, in quell’occasione.</b> Ma giocò duro. Spingendo letteralmente palla e avversari dentro la porta. La partita fu così travolgente che i cronisti dell’epoca si ricordarono del Sacco di Anversa avvenuto secoli prima, nel 1576, durante la Guerra delle Fiandre. Si ricordarono dei soldati spagnoli che, affamati e ammutinati, avevano messo a ferro e fuoco Anversa. E rispolverarono la definizione coniata dagli storici fiamminghi per quell’episodio. De Spaanse Furie, scrissero. Cioè, la Furia spagnola. L’immagine dovette sembrare tanto appropriata, quanto meno allo stile del calcio, che persino gli spagnoli cominciarono a usarla.</p><blockquote>Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali contro il governo della Repubblica. Il 19 luglio 2026, la nazione incorona i suoi calciatori</blockquote><p>Che abbia ragione Ignacio Peyró, giornalista e scrittore di lungo corso, direttore dell’Instituto Cervantes di Roma? Peyró dice che “la Spagna è un paese avvitato sul mito della propria decadenza, più cosciente delle sconfitte subite che delle vittorie ottenute. Un paese abituato a misurarsi coi propri fallimenti”. Poi, però, aggiunge che per fortuna il calcio è cambiato. “In una generazione siamo passati dai fallimenti al successo. Addirittura, alla normalizzazione del successo. Altro che Furia spagnola. Il nostro gioco colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”. Il merito sta nel metodo. Talento e vivai, che in Spagna si chiamano canteras. <b>Un sistema quasi autarchico di formazione calcistica e un modello di convivenza, al di là dell’appartenenza etnica o generazionale, che si applica già ai calciatori bambini scelti dai club. Il canterano per eccellenza è, ovviamente, il commissario tecnico Luis de la Fuente. Il quale ha iniziato nell’Athletic Club di Bilbao, una delle canteras più rigide al mondo, dove giocano soltanto calciatori di origine o formazione basca.</b> Gli spagnoli lo chiamano “Luis de la Gente”. E non è difficile capire perché. Luis de la Fuente è il prodotto perfetto del sistema che ha cambiato il calcio spagnolo. Un professionista cresciuto in casa che conosce a memoria il modello federale.</p><p>Bisognava vedere la fiesta a Madrid, la notte della finale contro l’Argentina giocata al MetLife Stadium di New York. Il boato che esplode quando l’attaccante Ferran Torres sfonda il bunker argentino. Il gol decisivo consegna alla Spagna la seconda Coppa del mondo della storia, dopo quella del 2010. Più di un milione di spagnoli che si riversa per strada, nei luoghi deputati per festeggiare trionfi calcistici e/o nazional popolari: la Puerta del Sol, la Calle de Alcalá, il Paseo de Recoletos che collega Plaza de Cibeles con Plaza Colón. Due piazze simbolo della capitale. <b>A Cibeles, la fontana dedicata alla Magna Mater sembra mischiarsi alla folla che cinge in un abbraccio il carro regale e la dea turrita con le chiavi della città.</b> Nella piazza dedicata a Cristoforo Colombo – eroe “nazionale” a tutti gli effetti; vagli a dire che era nato a Genova, il navigatore – sventola la Rojigualda, un’enorme bandiera, trecento metri quadrati circa, scelta come simbolo dello stato dall’approvazione della Costituzione nel 1978, tre anni dopo la morte di Franco.</p><p>La chiamarono la Costituzione de la Concordia. Fu approvata dagli spagnoli mediante referendum. Oggi ne è garante Felipe VI. E’ lui, nel suo ruolo, a rappresentare l’unità del paese. Come succede con la Roja, si parva licet. Il re non si offenderà per il paragone. E’ il primo tifoso della Roja. F<b>orse perché è uno sportivo nato e cresciuto, velista olimpico ai Giochi di Barcellona del 1992. Forse perché è consapevole di quanto lo sport sia il collante ideale per un paese con forti spinte indipendentiste. Certo, non è un caso che Felipe VI abbia voluto essere protagonista del video con cui la Federazione annunciava a fine maggio la lista dei 26 calciatori convocati da Luis de la Fuente. </b>Nel video, tre minuti assolutamente da non perdere, si offrono immagini e suggestioni che rappresentano il paese nella sua varietà e nella sua complessità, inclusa la memoria di chi non c’è più. Per ribadire che en cada rincón del país, nell’angolo più sperduto della nazione, quando gioca la Roja, gioca chiunque si senta spagnolo. Panettieri, pescatori, giudici e spazzini, insegnanti e scienziati, artisti e tassisti, librai e cuochi danno il loro contributo alla crescita del paese. Tutti, en todos los rincones del país, condividono una passione. “Sono la squadra, sono la Spagna”, conclude il re.</p><blockquote>La “Furia spagnola” alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma oggi il gioco “colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”</blockquote><p>In effetti, che colpo d’occhio la marea umana che la notte del 19 luglio ha invaso le strade e le piazze del paese vestita con i colori della Rojigualda. Lo stesso rosso, benché senza giallo, indossato dalla regina Letizia, dall’erede al trono Leonor, principessa delle Asturie, e da sua sorella l’infanta Sofia, che hanno assistito alla finale a New York assieme al re Felipe VI. Grande tifo da parte loro. Soprattutto il re. Che non riusciva a stare fermo. E gioiva. E soffriva.<b> </b>Proprio come Sandro Pertini, il presidente italiano più amato di sempre, nell’unica finale di Coppa del mondo che io abbia visto da vicino. La mitica partita Italia-Germania del 1982 allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Giuro che da qualche parte ho ancora il biglietto, firmato da Cabrini.</p><p>Solo nei Paesi Baschi, manco a dirlo, ci sono stati tafferugli. Con oltre venti persone arrestate o indagate per intimidazioni o minacce ai tifosi che festeggiavano. A Bilbao, in Biscaglia, un gruppo di irriducibili indipendentisti incappucciati ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato dal Partido Popular nel parco privato di Doña Casilda per seguire in compagnia la finale della Coppa del mondo. Non ci sono riusciti per l’intervento di una donna, Esther Martínez, consigliera comunale in rotta con il Partido Nacionalista Vasco che governa la città. <b>E’ stata lei a mettersi di traverso prima dell’intervento della polizia e a proteggere con il suo corpo “la libertà di potere essere uguali al resto della Spagna”. </b>Bandiere bruciate e aggressioni a ragazzi con la maglia de la Roja anche nella provincia di Gipuzkoa, al confine tra Spagna e Francia, autentica roccaforte di Bildu, il partito marxista per l’indipendenza del País Vasco che è puntello dell’attuale governo di Pedro Sánchez e della sua risicata maggioranza parlamentare. Il segretario di Bildu, Arnaldo Otegi, condannato al carcere cinque volte nel passato per la sua appartenenza all’Eta, il gruppo terrorista basco che ha insanguinato il paese, si è espresso solo in occasione della semifinale Francia-Spagna dello scorso 14 luglio. “Né con la Francia, né con la Spagna”, ha sentenziato. <b>“Noi baschi vogliamo la nostra nazionale. Possiamo tifare solo per la squadra che vincerà l’altra semifinale, Inghilterra o Argentina che sia”.</b> Poi si è zittito. Certo, si sarà reso conto che nel frattempo l’83,6 per cento degli abitanti di Euskadi ha seguito in diretta la partita finale della Coppa, sintonizzandosi in prevalenza con il primo canale della TVE, l’equivalente spagnolo di RaiUno, quanto di più statale si possa immaginare.</p><blockquote>A Bilbao un gruppo di irriducibili indipendentisti ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato per seguire in compagnia la finale</blockquote><p>D’altra parte, questa nazionale spagnola è molto “basca”, a cominciare dall’attaccante <b>Nico Williams</b>, dell’Athletic Bilbao. Nico “piè veloce” Williams, treccine rasta che guizzano sulla testa e piedi che dribblano anche l’aria, è nato a Pamplona nel 2002, figlio di migranti ghanesi approdati in Spagna dopo avere percorso a piedi mezza Africa. Passo dopo passo, dalle sabbie equatoriali del Golfo di Guinea fino al Marocco e a Melilla, enclave spagnola sul mare Mediterraneo. E’ il giocatore che ha commosso in mondovisione, con un gesto che per lui può valere più della vittoria. Ha aspettato la fine della premiazione, Nico. Poi ha attraversato rapido il campo per portare la medaglia d’oro, appena conquistata, alla mamma seduta sugli spalti. Un tributo alla donna che attraversò il Sahara incinta per dare ai figli un futuro. Con ottima riuscita. Sono entrambi calciatori di valore.</p><blockquote>Una nazionale molto “basca”, a cominciare dall’attaccante Nico Williams, figlio di migranti ghanesi che hanno percorso a piedi mezza Africa</blockquote><p>Sono loro i volti della “nuova” Spagna. Insieme con Lamine Yamal, talento del Barcellona, nato in Catalogna nel 2007 da padre marocchino e madre originaria della Guinea Equatoriale. <b>E’ lui la star più gettonata dei Mondiali. Il ragazzo veloce come il vento che, invitato alla Zarzuela, nella residenza privata della famiglia reale, si rifugia tra le braccia di Felipe VI, in barba al protocollo. </b>Col re che lo ricambia con infinita tenerezza. L’adolescente col fratellino di quattro anni sempre appresso, paffuta mascotte della Roja. Insieme con il difensore del Real Madrid, Marc Cucurella, che dopo ogni partita corre ad abbracciare il figlio autistico e non si taglia i capelli perché lui possa riconoscerlo in campo. E, per finire, col capitano Rodri, madrileno di trent’anni. Quello che durante la premiazione a New York ha invitato il presidente Trump a farsi da parte e lasciare spazio per una foto tutta spagnola.</p><p>La Coppa e la Corona. Perché in questa foto di famiglia c’è anche Leonor. La principessa che studia da regina con la stessa disciplina e la stessa tenacia con cui si sono allenati i suoi coetanei della Roja per diventare Reyes del mundo. Leonor che è volata a New York da sola. In quanto erede al trono, legittimata dalla Jura de la Constitución nel 2023 davanti alle Cortes riunite in sessione plenaria, può sostituire il padre in qualsiasi momento e per qualsiasi esigenza, anche temporanea, ma non può viaggiare con lui per ragioni di sicurezza e di protocollo. <b>Ne ha fatta di strada la bambina biondissima che nel 2010, a quattro anni, assieme alla sorellina minore Sofia, stringeva tra le mani la prima Coppa del mondo spagnola. Adesso Leonor è “la principessa del popolo” dei Borbone di Spagna.</b> Il futuro della dinastia. Il quotidiano El País, il più autorevole della Spagna, la elogia. Perché “incarna il meglio della sua generazione, il valore dello studio e della preparazione, la vocazione al servizio”. Fortuna che lei abbia accettato il peso di una vita da condurre in modo esemplare e di un’educazione di ferro. Tre anni di servizio militare, nell’esercito, nella marina e nell’aviazione, come suo padre Felipe e suo nonno Juan Carlos. Ma soltanto lei, donna, ha preso un brevetto di cazador paracaidista. Diventando, quindi, la prima esponente della famiglia reale spagnola a completare un corso di paracadutismo militare e lanciarsi da un aereo in volo. Finita la mili, il servizio militare, Leonor a settembre tornerà tra i banchi. <b>Si è iscritta all’Università Carlos III di Madrid, ateneo pubblico tra più prestigiosi della Spagna. Frequenterà il campus di Getafe, nell’hinterland della capitale. Come una ventenne spagnola qualunque.</b></p><p>E’ questo il terreno su cui si gioca il futuro della Corona di Spagna. In un paese attraversato da tensioni territoriali, da polarizzazioni sociali e da un sempre maggiore desencanto verso la politica, la monarchia può esistere solo se continua a svolgere la funzione che le assegna la Costituzione: essere punto di equilibrio super partes. Un’istituzione che non governa, ma garantisce la continuità dello Stato e la convivenza tra identità diverse. <b>Quando Leonor completerà il corso di studi giuridici e sociali, verrà il tempo di un nuovo Mondiale. Che si giocherà in Spagna, Marocco e Portogallo. Due regni e una repubblica.</b></p>]]></description>
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				<title>Stanno tornando i &quot;glassholes&quot;?</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Pietro Minto</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel 2012 Google presentò i suoi Google Glass, degli occhiali intelligenti di cui si parlava già da tempo, con una messinscena studiata per essere il più possibile spettacolare. Durante il <b>Google I/O</b>, l'evento annuale dell'azienda, un gruppo di paracadutisti si lanciò da un aereo che sorvolava San Francisco, atterrò sul tetto della sala conferenze e raggiunse il palco a bordo di biciclette BMX. Tutti indossavano i&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=D7TB8b2t3QE" target="_blank">Glass</a>, e riprendevano la scena in prima persona.</p><p><b>L'accoglienza fu entusiastica. Quegli occhiali sembravano davvero il futuro</b>. Nel giro di pochi mesi, però, il progetto si scontrò sia con i limiti tecnologici dell'epoca sia con una resistenza culturale: chi indossava i Glass non veniva percepito come un <i>early adopter</i>, o come una persona estremamente cool, ma finiva per essere etichettato come "sfigato", quando non apertamente inquietante. Nacque in quel periodo il termine <i>glasshole</i>, crasi tra glass e asshole, che si diffuse rapidamente e accompagnò il progressivo abbandono del prodotto da parte di Google. Quella parolina fu l’inizio della fine del sogno di Sergey Brin, il cofondatore di Google che più di ogni altro puntò sui Glass.</p><p>Quindici anni dopo, la stessa dinamica sembra pronta a ripetersi davanti ai nostri occhi – questa volta attorno a Meta, che oggi guida il mercato degli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/smart-glasses_39228" target="_blank">occhiali smart</a>. Il vantaggio dell'azienda deriva in parte dalla collaborazione con EssilorLuxottica, che produce i modelli a marchio Ray-Ban e altri brand del gruppo, e in parte da iniziative indipendenti, come la linea di occhiali realizzata insieme a Kylie Jenner.</p><p>Meta ha puntato sin da subito su moda, lusso e influencer. Insomma, la coolness. L’obiettivo è di presentare questi dispositivi come accessori normali e alla moda, grazie anche a un design meno sperimentale di quello di Google. Anche Google, va detto, aveva provato una strada simile, portando i propri occhiali nelle fashion week di mezzo mondo, passando persino per un <a href="https://www.vogue.com/article/the-final-frontier-google-glass-and-futuristic-fashion">servizio</a> sul numero di settembre 2013 di <i>Vogue</i>. Non bastò: nemmeno la macchina di pubbliche relazioni di Anna Wintour poté nulla contro la sfiga emanata dal dispositivo.</p><p>L’aspetto degli occhiali smart non è però il vero problema, che rimane invece culturale e sociale, più che di design. Questi occhiali – in grado tra le altre cose di riprendere quello che l’utente vede – continuano a suscitare in molte persone disagio e imbarazzo, oltre che rappresentare una possibile invasione della privacy altrui. <b>Ovviamente questo non vale per chi li usa mentre fa snowboard o surf, un po’ alla GoPro, ma per tutte le persone che hanno usato gli occhiali Meta Ray-Ban per importunare le persone o riprenderle senza il loro consenso</b>.</p><p>E non sono poche. Alcune settimane fa l'influencer Livvy Dunne ha <a href="https://sports.yahoo.com/articles/livvy-dunne-gets-real-men-021152839.html">chiesto</a> pubblicamente ai suoi follower di smettere di seguirla e filmarla negli aeroporti, specificando che diversi tra questi utilizzavano occhiali Meta. Pochi giorni fa la cantante Lorde, dal palco di un festival sponsorizzato da Meta, ha <a href="https://www.theverge.com/ai-artificial-intelligence/964539/lorde-says-ray-ban-meta-ai-glasses-are-not-sexy">detto</a> "fuck the glasses", aggiungendo che non li considera sexy.</p><p>E poi ci sono i soprannomi, i nomignoli. Se una quindicina d’anni fa andava di moda il termine “glasshole”, oggi si parla di “pervert glasses” (occhiali da pervertito): non un ottimo branding per Meta.</p><p>C’è comunque da precisare che Meta non è l’unica a investire in questo tipo di dispositivi. Snap ha da poco presentato i suoi occhialoni smart e anche Apple, Google e Samsung sono pronti a invadere il mercato con le loro proposte. Per non parlare dei molti marchi cinesi come Even Realities, che propongono prodotti di ogni tipo.</p><p>E poi c’è <a href="https://www.wired.com/story/halliday-new-smart-glasses-skip-the-camera/">Halliday</a>, azienda che ha scelto una strada diversa, proponendo un paio d’occhiali sottili, con sensori e microfoni ma sprovvisti di fotocamera. L’idea è che l’utente possa usarli per alcune funzionalità “smart”, ma non per riprendere tutto quello che lo circonda. Chissà, potrebbe essere la strada giusta per sfuggire all’etichetta radioattiva di “pervert glasses”.</p><p>O forse non c’è speranza: <b>una parte delle persone non vuole essere ripresa da questi cosi</b>. Le aziende tecnologiche stanno spendendo miliardi per far loro cambiare idea.</p><p><br></p><p><br></p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>American communist. Paure vecchie e nuove</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il 4 luglio, 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, Donald Trump ha usato una parola che sembrava ormai vintage nell’America post-guerra fredda: comunismo. “L’America non sarà mai un paese comunista”, ha dichiarato, assumendosi l’incarico di protettore della nazione dai nuovi bolscevichi. Qualche giorno dopo è tornato sulla questione ripetendo che: “Il comunismo è un cancro, e va tagliato via in fretta”. Non si è potuto fare a meno, in Italia, di ripensare quasi con nostalgia agli attacchi del Cav. quando gridava “siete ancora ed oggi come sempre dei poveri comunisti”, frase che oggi ritroviamo nel braccialetto di silicone che Gennaro Sangiuliano porta con orgoglio su La7. Era dai tempi di Ronald Reagan, e dalle sue barzellette sulla burocrazia sovietica e sulla mancanza di libertà, che un presidente degli Stati Uniti non tirava fuori il comunismo con questa foga. E l’ha fatto usando il vecchio trucco di dipingere come comunisti tutti quelli a sinistra di Barack Obama. George W. Bush, proprio per rendere omaggio al presidente cowboy aveva inaugurato nell’anniversario del discorso virale – “signor Gorbaciov, butti giù questo muro!” – un memoriale per le vittime del comunismo, che sembrava, appunto, chiudere un capitolo.</p><p>Dopo il ‘91 anche nel cinema di spionaggio – ottimo termometro geopolitico – i nemici, che prima erano i tovarich con l’uniforme verde oliva, divennero i terroristi rogue o i pazzi megalomani e, ovviamente, dopo l’11 settembre, ecco arrivare gli arabi, gli islamici, la jihad. Oggi cosa vuole dirci, Trump? Che i nemici dell’America sono di nuovo i comunisti? Non certo l’amico Xi Jinping, che tanto invidia per come lo trattano i sudditi, o l’amico Putin, che quasi venera. Forse i nuovi nemici dell’America sono i socialisti di Brooklyn, che hanno sostituito Karl Marx con Sally Rooney e il ciclostile con Instagram? E in effetti da un po’ il socialismo negli Stati Uniti non è più una parolaccia da extraparlamentari. Prima c’è stato Bernie Sanders, il vecchio senatore che ha sdoganato la parola con la S, cioè socialdemocrazia. Poi la cameriera ispanica precaria diventata deputata, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha costruito una Squad di “ribelli” islamico-progressisti dentro la grande coalizione dem, tanto che nel 2018 il New York Times titolò: “I millennial hanno accolto il socialismo”. E infine il celebratissimo sorridente Zohran Mamdani che sta diventando quasi una divinità a New York, dopo la vittoria dei Knicks, la squadra di basket della città e, in secondo luogo, dopo aver pareggiato il bilancio e bloccato alcuni affitti. Ovviamente questa trinità è solo l’apice di un grosso movimento, e di tanti altri personaggi dell’agone politico che stanno emergendo, soprattutto puntato sulla lotta alle disuguaglianze sociali, ai monopoli del big tech e l’aumento del costo della vita. Mamdani ha voluto tranquillizzare Trump. “No, non sono un comunista”, ha detto un anno fa, ma un semplice “democratico-socialista che si ispira alle parole di Martin Luther King jr. sulla redistribuzione sociale della ricchezza”. Anche se Trump, in vista delle midterm di novembre, prova a demonizzare questi hipster pro Pal e soprattutto pro hummus, questi non somigliano ai vecchi comunisti delle favole, quelli che mangiavano i bambini, anche perché i compagni con le tote bag di Strand sono quasi tutti vegetariani. Bagel &amp; martello. Nomadi digitali di tutto il mondo unitevi. I Mamdani fanno più paura ai democratici non-socialisti, dato che per una volta rischiano di vincere contro un Trump ottantenne che è al minimo dei consensi, e hanno paura di perdere i centristi e gli elettori degli stati del Sud con la reinassance troskista e un rebranding anticapitalista del partito dei Clinton.</p><blockquote>Se la crisi del 1929 aveva fatto iscrivere le persone al partito comunista, quella del 2008 ha permesso di riconsiderare il socialismo</blockquote><p>Ma quella del comunismo in America non è una novità. New York ebbe due consiglieri comunali espressamente comunisti, prima e dopo l’ultima guerra. Il deputato Vito Marcantonio, che rappresentava East Harlem, e sodale del sindaco Fiorello La Guardia, fu membro della più importante organizzazione operaia statunitense, ufficiosamente affiliata ai comunisti. Perché i comunisti negli Stati Uniti ci sono sempre stati. Un po’ come a Livorno col Pci nel 1921, il partito comunista americano (Cpa) nacque nel 1919 a Chicago staccandosi dal partito socialista d’America, sulla scia della Rivoluzione d’ottobre. Invece di Bordiga e Togliatti c’erano figure come Charles Ruthenberg e John Reed – entrambi verranno seppelliti lungo le mura del Cremlino. Ma se Ruthenberg, ex agitatore socialista e pacifista nella Prima guerra mondiale, creò il Cpa facendo leva sui tanti immigrati, il giornalista di Harvard, Reed, fondò il suo partito - quello comunista dei lavoratori - per parlare ai proletari nati in America. Classico divisionismo della sinistra. I due partiti nacquero a distanza di dieci ore. Ma con il crollo della borsa del 1929 e le strade che si riempivano di disperati, il partito di Reed confluì in quello di Ruthenberg. In quegli anni il Cpa, legato a Mosca, funzionò soprattutto per organizzare e rafforzare le unions, i sindacati, che sembravano un concetto alieno nella patria del capitalismo, oltre a divenire un megafono dei disoccupati vittime della Great depression. Il partito raggiunse il suo apice di iscritti (45mila) nel 1942, mentre si entrava in guerra, proprio giocando sull’alleanza con i sovietici per battere i nazisti dopo anni di propaganda non-interventista. Parliamo di anni in cui i repubblicani dipingevano il presidente FDR come uno “Stalin d’America”, che col suo New Deal creava lavori pubblici pur di tenere occupati i cittadini. Negli anni successivi la fedeltà allo stalinismo – quello vero – del Communist party of America fece storcere il naso a molti simpatizzanti e scese il numero di iscritti al partito. Questo accadde di nuovo quando i crimini del baffone diventarono pubblici, grazie a Kruscev. Ma il partito era già stato decimato tra la fine degli anni Quaranta e metà anni Cinquanta, nel decennio della Red scare, attraversato dalla paura dei rossi, e quindi dal Maccartismo, con le continue espulsioni o uccisioni di spie sovietiche (o presunte tali). Emblematico, da sussidiario delle medie, il caso dei coniugi Rosenberg, che diedero al Kgb documenti segreti e che a Sing Sing vennero giustiziati sulla sedia elettrica. A spingere insistentemente per la pena di morte fu l’allora giovanissimo – ventiquattrenne – procuratore e futuro mentore di Trump e poi vittima dell’Aids, Roy Cohn. Il processo contro “i terribili comunisti” lo fece entrare nell’orbita del senatore Joseph McCarthy, protagonista di quella stagione. La sua caccia senza scrupoli faceva vedere i rossi dappertutto. E, bizzarramente, McCarthy fu aiutato da due matricole in congresso che anni dopo si sarebbero sfidati alle urne e in tv: John F. Kennedy e Richard Nixon. McCarthy e Kennedy, entrambi single e amanti dei party, andavano in giro insieme a bere e a rimorchiare a Washington, organizzando festini nella casetta di Georgetown che papà Joseph, supporter del senatore dell’inquisizione anti-bolscevica, aveva comprato al futuro presidente americano. Con il bipolarismo Usa-Urss chiunque mettesse in dubbio la superiorità ideologica e morale dell’occidente veniva subito visto come potenziale nemico della patria. Le purghe nel mondo dello spettacolo portate avanti dal melodrammatico McCarthy, che lo scrittore Sam Tanenhaus ha definito un “maligno emblema dell’ansia statunitense nei primi anni della Guerra fredda”, hanno segnato un’epoca, più dei comunisti stessi che bazzicavano nel paese, prendendo o raccogliendo soldi (e a volte documenti) per il Cremlino. Dalton Trumbo fu costretto a far firmare da un amico la sceneggiatura di Vacanze romane, Jules Dassin si autoesiliò in Europa, mentre Dashiell Hammett, autore de Il falcone maltese, si fece anche un po’ di galera per non aver detto i nomi di altri rossi di Hollywood. Una caccia alle streghe vera e propria che decimò il partito e spaventò molti fiancheggiatori. Ci si può immaginare oggi una nuova caccia Maga al comunista dove si va a vedere sui social se qualcuno ha ripostato un meme marxista, una foto di un sexy Fidel Castro (esistono davvero pagine del genere) o un tweet contro il triliardario Elon Musk con l’immagine della ghigliottina.</p><blockquote>Oggi il partito comunista dice di avere almeno 11 mila membri attivi, che sarebbero aumentati dopo la prima vittoria di Trump dieci anni fa</blockquote><p>Nell’ultimo libro di Enrico Deaglio Il novecento, sulle spalle dei giganti (Gribaudo, 2026) si parla dell’anarchico italiano Carlo Tresca, assassinato sulla 5th Avenue (forse addirittura dai compagni filosovietici che lo temevano). Per farne un ritratto il giornalista parte da un disco noto a tutti, The Freewheelin’ di Bob Dylan, del ‘63. Il futuro Nobel è lì in piedi: un ragazzo, con il giubbotto scamosciato e i jeans, su una strada ghiacciata del Greenwich Village. Aggrappata al suo braccio c’è una ragazza, Suze Rotolo. Figlia di comunisti stalinisti “attenzionati come agenti segreti sovietici” e comunista pure lei, lascerà Dylan per un operaio umbro della Perugina. Era stata lei, o almeno così dice, ad avvicinare il cantautore ai temi degli scioperi e del radicalismo. Fa pensare a quel monito molto maccartista, “un comunista può essere ovunque, si possono nascondere ovunque”, anche sulla copertina di uno degli album più famosi della storia. Il partito perderà poi altri membri prima con la frattura sinosovietica, dove molti si avvicinarono a gruppi maoisti, poi con la guerra in Vietnam – come si poteva esser pacifisti e supportare l’ipermilitarizzato stato di Breznev? – fino a un vero disastro, anche delle proprie casse, con il crollo dell’Urss nel ‘91. Oggi il partito comunista dice di avere almeno 11 mila membri attivi, che sarebbero aumentati dopo la prima vittoria di Trump dieci anni fa. Sul suo sito ufficiale la prima cosa che appare è un banner che dice “basta guerra in Iran” e sotto un quiz per testare le tue conoscenze sulla dottrina di Marx. Si parla anche di “classe dominante Maga vs. classe lavoratrice multirazziale”.</p><blockquote>Secondo Maurice Isserman la tragedia dei comunisti americani sta nell’essersi appoggiati a un modello “pieno di difetti e storicamente irrilevante”</blockquote><p>Gli ideali marxisti in America, anche quando non arrivano a Capitol Hill, arrivano nelle università e nella cultura, come sempre. E forse la più celebre comunista del dopoguerra è Angela Davis, che oggi ha 82 anni, e che non a caso oggi ricompare nelle vetrine delle librerie indipendenti, tra Giovanni’s room e Donna Haraway, nei corsi universitari dei college dell’Ivy League e nei murales di Scampia accanto a Pasolini. Davis, membro delle Black Panthers, riconoscibile con i suoi capelli afro, si candidò anche come vicepresidente nel ticket del partito comunista, non vinse mai un’elezione bensì il premio Lenin per la pace. La sua filosofia che univa Marx, pacifismo e femminismo ha contribuito a costruire il manuale di quella sinistra contemporanea americana che, arricchita dal wokismo, sta diventando mainstream (ma al posto dei pugni alzati oggi ci sono le angurie palestinesi, al posto della disobbedienza civile i post con le frasi di Mark Fisher, al posto delle comuni c’è Hinge, e al massimo la celebrazione di Luigi Mangione). Maurice Isserman, 70enne studioso del comunismo in America, autore di libri come Reds: the tragedy of American communism, dice che nel secolo scorso tra i comunisti a stelle e strisce ci sono state persone “di talento, visione e genuino idealismo”, ma la cui tragedia giace nell’essersi appoggiati a un modello “pieno di difetti e storicamente irrilevante”, quello della rivoluzione bolscevica e dello stato sovietico. “In questo modo”, scrive il professore, “hanno ritardato per generazioni l’opportunità che emergesse una sinistra americana genuina”. E adesso questa nuova vecchia sinistra che può dirsi socialista e che viene, come da tradizione, bollata da Trump come comunista, cosa vuole, e soprattutto, perché ha successo (in certi luoghi, come New York)? Non è per nulla un caso che il revival socialista che vediamo oggi in America segua quel successo del Cpa in chiave anti-fascista, oltre che nell’organizzazione di scioperi in un momento in cui i lavoratori si sentivano sfruttati. Se i vecchi comunisti degli anni Trenta e Quaranta avevano paura dei veri fascisti che provavano ad aprirsi un varco in Congresso e anche nelle Little Italy sparse per gli Usa sfruttando la fandom mussoliniana, oggi i mamdaniani, spesso di seconda generazione, sembrano spaventati dai neo-fascismi. Sia da quelli in odor di Silicon valley sia da quelli dei nazionalisti bianchi che il 4 luglio hanno marciato, mascherati, a Washington urlando white power. La tendenza rossa di oggi, che però usa il più soft epiteto di socialista, è tanto il frutto della paura delle nuove destre estreme tanto quanto degli effetti del capitalismo. Come poco meno di un secolo fa, nasce dalle condizioni di lavoro da una parte, e dalla crescita di un nemico ideologicamente opposto dall’altra. Basta sfogliare una delle bibbie degli hispter-leninisti, Jacobin, per vedere quanto quasi tutti si basi sui mali della mano invisibile di Adam Smith e sui ricconi col monocolo e con i razzi. Se la crisi del 1929 aveva fatto iscrivere nel ventennio successivo le persone al partito comunista, la crisi del 2008 ha portato la gente a riconsiderare il socialismo, a criticare il libero mercato, a chiedere più sanità pubblica, giustizia sociale, bus gratis, supermercati statali. Secondo un sondaggio del 2021 il 49% degli americani tra i 18 e i 34 anni vedeva il capitalismo positivamente, solo tre anni prima la percentuale era di dieci punti superiore. Nel 2025 è scesa di altri 7 punti. E se Trump questa ondata anticapitalista la può sfruttare nei comizi riaprendo il libro delle battute reaganiane e giocando sulla paura bolscevica di chi è cresciuto con M*A*S*H, sarà il partito democratico a dover decidere se è questa o no la strada vincente per tornare al potere.</p>]]></description>
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				<title>Filippo Valsecchi: “Il film su Pino Daniele racconta Napoli senza cliché”</title>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è un periglioso e impalpabile confine tra l’archetipo e il luogo comune che dovrebbe suggerire cautela nel giudizio. Un giovanissimo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pino-daniele_41766" target="_blank">Pino Daniele</a>, nel trailer di un minuto di “Je so’ pazzo” di Nicola Prosatore, divora i friarielli come un villano davanti alle due zie acquisite. L’olio sul mento ha suscitato qualche affrettata accusa di oleografia al regista, mentre a noi ricorda l’indelebile memoria autobiografica di Enrico Caruso quattordicenne, schiaffeggiato dalla maestra di buone maniere Emilia Niola per la volgarità di averle detto “m’aggio magnato pasta e fasule”. Daniele fu come Caruso – si parva licet – un proletario napoletano che ascese al mito grazie alla musica e intrattenne anche lui con la città un rapporto problematico fino alla morte.</p><p>La sua figura, celebrata da documentari e concerti in memoriam, si confronta adesso con l’incognita della fiction biografica: sarà sciolta il 15 ottobre quando l’opera arriverà nelle sale, sebbene ormai si recensiscano i film dai trailer, i libri dai risvolti di copertina e gli articoli dal titolo senza nemmeno aprire il link. <b>Filippo Valsecchi</b>, romano, figlio d’arte, è il produttore di “Je so’ pazzo” (Tartare Film e Camfilm con Rai Cinema) basato sul libro di Alessandro Daniele, secondogenito di Pino. <b>Narra gli anni del cantautore dall’infanzia al successo, coronato dal maxi-concerto in piazza Plebiscito del 1981</b>.</p><p><i>Quando e perché nasce l’idea del film?</i></p><p>Molto prima del progetto c’è la mia passione per la musica e il vago ricordo personale di Pino sulla spiaggia di Sabaudia, dove andavo da bambino e dove conobbi il figlio Alessandro con cui crescendo sono rimasto in contatto. La ragione del film scaturisce dalla semplice riflessione che si poteva e doveva raccontare il personaggio al di là dei documentari, come è stato fatto all’estero per tanti eroi della musica, da Michael Jackson a Freddie Mercury e Johnny Cash. Nicola Prosatore era il regista adatto per la freschezza e la cura visiva, che avevo notato già nel suo primo lungometraggio “Piano piano”. In più ha un trascorso di musicista, ha frequentato il quartiere in cui è vissuto Pino Daniele e la sua stessa scuola. Per il ruolo da protagonista Massimiliano Caiazzo non aveva rivali. S’è calato “anema e core” nella parte e ci è riuscito.</p><p><i>Chi racconta il primo Pino Daniele racconta anche Napoli in un tornante epocale, prima e dopo il terremoto dell’80. Con quale criterio narrativo?</i></p><p>La storia si concentra su un ragazzo destinato all’emarginazione che con il genio, la dedizione e la tenacia riesce a conseguire l’emancipazione sociale e culturale fino a diventare un re della musica. <b>Non è un apologo moralista, ma ha una morale ispiratrice</b>: tutti possono provare a realizzare il proprio sogno, magari cominciando a comprare una chitarra. Senza fare polemiche, sono orgoglioso che in questo film non ci sia una sola pistola, dopo l’ultimo ventennio in cui ne abbiamo viste veramente troppe. <b>Mi emoziona molto più la fenomenologia culturale di Napoli che l’estetica sensazionalista sulla malavita</b>.</p><p><i>Quali momenti della lavorazione definirebbe emblematici?</i></p><p>Quando al secondo giorno di riprese abbiamo girato in piazza Plebiscito e poi quando, conclusa la proiezione del film destinata al cast, Dorina la prima moglie di Pino e la figlia Cristina si sono alzate con gli occhi lucidi.</p><p><i>Cosa colpisce un produttore non napoletano che organizza un set a Napoli?</i></p><p>La possibilità di scoprire meglio una città che ha modellato un carattere identitario unico tra il fuoco e l’acqua, tra Vesuvio e mare, generando una energia creativa senza paragoni grazie alla tensione degli opposti. È una città incapace di essere mediocre perché si è confrontata da sempre con un tratto diventato saliente nella contemporaneità, cioè la tendenza alla polarizzazione. Napoli l’ha conciliata in una fertile produzione culturale e Pino Daniele ne è fra i prototipi esemplari per la capacità di fondere più anime nell’espressione musicale.</p><p><i>Rivoluzionare senza rinnegare: “lo stile avventuroso di un canto fattosi fonema che rinnovava i fasti di una lingua etnica inaridita”, scrisse Roberto De Simone alla sua morte nel 2015.</i></p><p>Pino Daniele chiudeva il cerchio fra tradizione e innovazione, tra il blues e la canzone napoletana, che è stata il primo prodotto culturale italiano a diventare davvero globale.</p><p><i>Cosa preferisce dell’attuale scena artistica partenopea?</i></p><p>I Nu Genea per la produzione eclettica di grande qualità, che ha miscelato i generi e ha riproposto l’idioma napoletano sulla scena internazionale.</p><p>“<i>Je so’ pazzo” è il suo primo progetto importante da produttore. Qual è l’impronta di Tartare Film?</i></p><p>Il modello Esselunga: progetti di grande qualità ma fruibili dal grande pubblico.</p><p><i>Qual è il pubblico ideale di “Je so’ pazzo”?</i></p><p><b>Sono convinto che piacerà ai giovani, anche perché i giovani prevalevano sul nostro set</b>. Alla fine, piaccia o meno, abbiamo espresso la voglia di vivere e di comunicarla alle nuove generazioni senza fare ammiccamenti al giovanilismo.</p><p><i>Se dovesse produrre un altro film su Napoli cosa la ispirerebbe?</i></p><p>Sarebbe bello raccontare le sue donne, perché ritengo che a conti fatti sia una città matriarcale. Mi è piaciuto “Parthenope” di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/figurine_35063/page/1" target="_blank">Sorrentino</a>.</p>]]></description>
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				<title>Renzi: “Per evitare Meloni al Colle, tollero Appendino. Le preferenze passeranno nonostante Ciccio Tajani&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ginevra Leganza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. “Viviamo una stagione inquieta e difficile. La tregua in Ucraina sembra molto più lontana di qualche mese fa. Le nuove tensioni intorno allo Stretto di Hormuz rischiano di far schizzare ulteriormente i prezzi di energia e cibo. Eppure il dibattito politico italiano sembra terribilmente meschino”. Presidente Matteo Renzi, da giorni la chiamano “il dio dell’inganno”, “l’irrilevante”. E, come sa, non  sono i meloniani ma i Cinque stelle. Patuanelli e Appendino.  “Ecco appunto. Il mondo brucia e noi parliamo di Chiara Appendino. Qui c’è un governo che non sta facendo il bene dell’Italia. C’è un governo fallimentare che però può rivincere se la sinistra va divisa alle elezioni”.&nbsp;</p><p>Il Movimento non ci arriva? “Guardi, pur di non avere Meloni al Quirinale, Vannacci a Chigi e Salvini al Viminale io sono disponibile a fare un esercizio di santa pazienza ed evitare di ricordare ad Appendino tutto quello che lei ha fatto in questi anni. A cominciare dall’alleanza giallo-verde. Appendino che da condannata ha problemi con la ricandidatura non mi interessa. Meloni che vuole andare al Quirinale  sì. Però c’è una cosa che voglio dire con  franchezza”. Prego.  “Ecco, io non ho alcuna voglia di andare in Parlamento con i voti dei 5s. Io ho già detto che se ci sarà la coalizione, e vinceremo, io rinuncio a entrare nei nomi blindati del premio. Non voglio stare in Parlamento grazie a Schlein o Conte. Io, se entro, ci entro con le mie idee, non con il loro seggio blindato. Spero che questa considerazione faccia chiarezza e, se mi permette, anche giustizia rispetto a tutte le polemiche infami che mi hanno lanciato dietro”. Quali polemiche? “Renzi rinuncia alle proprie idee per un seggio blindato, dicevano. Spiegheremo a questi scienziati del nulla che Renzi rinuncia al seggio blindato, non alle idee. E già nel libro Quando c’era lei, che esce a settembre, ci saranno molti pensieri che porteremo al tavolo della coalizione”. Vuole infondere il riformismo nei Cinque stelle? Vasto programma. “Nel campo largo ci sono Appendino, Salis, Bonelli. Il campo largo è fatto da Pd, M5s e Avs. Se vogliono andare da soli, auguri. Se vogliono vincere, devono allearsi con i riformisti, che sono diversi dal campo largo”.</p><p>Schlein, su queste pagine, ha spalancato, le porte al centro. “Ha fatto bene. Conosce la politica e prima ancora la matematica. Io vorrei vincere. Quanto ai centristi: noi come Italia Viva-Casa Riformista abbiamo le firme, le risorse, una struttura organizzativa e una serie di risultati importanti alle regionali. Ci siamo. Siamo disponibili a mettere questa struttura a disposizione anche di altre forze. Ma una coalizione non è una caserma, ognuno deve essere e sentirsi libero. Sulla lista i cittadini ci troveranno come lista di centrosinistra riformista e garantista alternativa a Meloni cui abbiamo fatto un’opposizione durissima in questi anni”. Va bene.  Schlein, comunque, ha aperto anche a Calenda. “Calenda... Quelli che lui ha fatto eleggere di destra sono già tornati a destra, da Costa a Gelmini, da Carfagna a Versace, da De Monte a Castiglione. Stanno tutti in FI o con Lupi. Quelli di sinistra non accetteranno di suicidarsi al centro da soli e dunque torneranno a casa. Ma Calenda è fatto così: l’ultima sera cambia idea. Se lo ricorda ancora il povero Enrico Letta, baciato in pubblico e gabbato in privato. L’ultima sera chiederà di entrare nel centrosinistra”. Quanto a i riformisti dem? La segretaria ha accarezzato anche loro.,, “Il Pd è un partito ricco di riformisti, magari non sempre super coraggiosi ma in molti casi super riformisti. Spero  passi l’emendamento sulle preferenze. Aiuterà noi e loro. Intanto, ho apprezzato l’intervista di Elly al direttore Cerasa”.</p><p>Passiamo all’altra parte. Lei, giovedì, ha attaccato   Salvini. Nel frattempo, passava la cosiddetta norma anti-maranza. Cosa ne pensa? “Penso che il governo stia impazzendo dietro alle notizie. Per ogni fatto di cronaca, un decreto o un ddl. Davanti alla crisi sociale, culturale, educativa l’unica risposta che Meloni conosce è quella che funziona su Twitter.  Comunque, prima dicono che la sicurezza è sotto controllo grazie a Piantedosi, poi  che c’è un’emergenza sicurezza e dunque vogliono mettere al Viminale Salvini. Sono quanto meno contraddittori”. Salvini ha fallito? “Hanno fallito su tutto, dagli stipendi alle carceri. Ancora ieri il procuratore di Palermo ha detto una cosa enorme: nelle carceri non comanda più lo stato ma  le associazioni criminali. Si rende conto di che cosa significa? In questi anni Delmastro ha aperto le bisteccherie e si è fatto una milizia privata con la penitenziaria. Ma nel frattempo lo stato ha perso il controllo delle prigioni. Folle!”. A proposito di Delmastro, in molti in FdI accostano la vicenda del meloniano al Pd che negò l’accesso alle sue chat. Cosa risponde? “Che non hai bisogno delle chat per capire quello che ha fatto Delmastro. Io, poi, ho sempre detto che avrei messo a disposizione le chat. Non avevamo nulla da temere. Ma pretendevo che ci fosse una formale richiesta che il pm non volle fare, violando la Costituzione. Paragonare uno come lui, e tutto quello che ha fatto da Biella alla bisteccheria fino alle confidenze con Donzelli, a uno come me è roba da querela. Ma voglio essere buono: fa molto caldo, diamo la colpa all’afa”.</p><p>Lei vuole le preferenze. Pensa che Marina Berlusconi boicotterà il Melonellum? “No. Passerà. Se Marina si mette di traverso, Meloni potrebbe allearsi da subito con Vannacci e la Lega e mollare Ciccio Tajani e i suoi compari al loro destino”. Ciccio Tajani? “Sì. Già me li vedo piagnucolare chiedendo il perdono di Giorgia. La verità è che secondo me FI molla sulla legge elettorale. Anche sulle preferenze sul modello Italicum. E anche la legge anti-cespugli sarà cambiata: dal 3 per cento torneranno all’1 del Rosatellum o al massimo al 2. Ma anche questa richiesta di FI sarà stralciata, vedrete”. Un’ultima domanda. Oltre ai Trasporti, neppure la Cultura se la passa bene. L’Ue ha tolto due milioni alla Biennale. “Voglio mandare un abbraccio a Buttafuoco”. Sì, ma  la Rai gli ha tolto il programma. Qualcuno ha parlato di RadioFazzolari. Lei cosa ne pensa? “Il punto è che Giuli lo odia. E questo è un altro motivo per stimarlo tanto. Vede, questo paese tornerà a essere un paese normale solo quando Giuli ritornerà nel bosco con il flauto a suonare inni al dio Pan. Perché quello è il suo habitat naturale, non il Collegio romano”.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Lotta all&#039;evasione con la AI&quot;. Parla Emanuele Felice, l&#039;economista di Schlein</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. E’ difficile da scorgere, il settembre decisivo, dall’ultimo tornante di luglio. Eppure il mese-chiave per il Pd è all’orizzonte: a settembre, infatti, si avranno certezze sulla legge elettorale, si dovrà decidere che cosa fare con le primarie e prima ancora, dice la segretaria dem Elly Schlein, si dovrà mettere mano al programma. Programma che, nelle grandi linee economiche, è già nella mente di Emanuele Felice, ordinario di Storia economica allo Iulm di Milano, membro della direzione nazionale dem e responsabile del dipartimento economia e lavoro del Pd durante la segreteria Zingaretti. Gli chiediamo quali siano, a suo avviso, i punti su cui il centrosinistra deve ragionare. “Mi auguro si trovi ampia convergenza”, dice Felice, “sul fatto di dover intervenire sul triplice declino dell’Italia: economico, demografico e democratico. Su questo il centrosinistra dovrà sfidare la destra, sotto il cui governo il declino si è approfondito”. Come uscirne? “Con una serie di riforme e interventi strategici che agiscano su mancanza di innovazione, bassi livelli di istruzione e diseguaglianze, fattori che favoriscono la rendita e impediscono lo sviluppo”. Da che cosa partire? “Da una grande riforma fiscale, costruita attorno a due punti fermi: la lotta all’evasione, da condurre anche con l’aiuto della AI, e l’eliminazione del forfettario per gli autonomi. L’idea è di ricondurlo intanto all’Irpef, prevedendo la stessa soglia di esenzione per dipendenti e autonomi, per poi procedere a una vera e propria riforma dell’Irpef , sostituendo gli scaglioni con un’aliquota calcolata tramite una funzione continua, sul modello tedesco. Questi interventi andrebbero nella direzione di un alleggerimento per il ceto medio”. C’è chi nel centrosinistra parla anche di patrimoniale, e la stessa Schlein non la considera un tabù. “E’ un possibile terzo intervento. Io sarei favorevole, anche se non è urgente come i primi due”. Chi sarebbe il soggetto da tassare? “Penso al modello ideato dall’economista Gabriel Zucman: una tassazione del 2 per cento sui cento-milionari. Riguarderebbe poche migliaia di persone dal patrimonio prevalentemente mobiliare: attività finanziarie dagli alti rendimenti”. I circa cinquanta miliardi che gradualmente si potrebbero recuperare, Felice li investirebbe “prioritariamente in istruzione e ricerca. Un’istruzione pubblica poco finanziata è un’istruzione regressiva: se non funziona, i più ricchi riescono comunque a raggiungere un buon livello nella loro formazione, a differenza dei meno abbienti. E noi oggi spendiamo in istruzione un punto in meno rispetto alla media Ocse: i nostri professori di scuola superiore sono tra i meno pagati d’Europa, i livelli di abbandono scolastico sono molto alti e abbiamo una percentuale di laureati più bassa rispetto a molti  paesi. E’ quindi prioritario un grande investimento, dagli asili all’università”. Si dovrebbe inoltre creare, dice Felice, “un istituto che metta in comunicazione il mondo accademico con le imprese, come in Germania”. Altri punti da inserire in programma, secondo Felice: “Migliorare l’efficienza e la produttività di Pa, Sanità e Giustizia con l’ausilio della AI. Una AI da governare, magari con la creazione di un’agenzia pubblica o pubblico-privata per il governo dei dati”. Bestia nera dei programmi in tempi di guerra: l’energia. “E’ necessario mettere a sistema le imprese pubbliche attive nel settore energetico, per investire nella transizione ecologica e disinvestire dal fossile”. In alcune regioni (vedi la Sardegna), la transizione si è fatta complicata. “La transizione ecologica va affrontata nel quadro di un piano nazionale. Sarebbe una grande opportunità di sviluppo anche per il Mezzogiorno”. Elly Schlein si rifà spesso al “modello energia” della Spagna, dove però c’è il nucleare. “Appunto, lì c’è già. Noi invece dovremmo concentrare le risorse sulla transizione ecologica, a oggi più conveniente del nucleare. Se poi si arriverà alla fusione, se ne parlerà”. Ma che dire, oggi, di fronte al caro benzina e al caro bolletta? “Non si può affrontare il problema con tagli lineari, come ha fatto il governo. Si potrebbe intervenire con dei ristori per il carburante in base all’Isee, come misura tampone. Ma è la visione strategica di un’Italia che riduce le diseguaglianze e innova che ci porterà fuori dal declino”.</p>]]></description>
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				<title>Dalla parte di Kyiv, dalla parte dell’antifascismo. Brava Schlein</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Lettere al direttore</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Al direttore - Molto bene (finalmente) Elly Schlein sull’Ucraina. Ora manca solo la ciliegina sulla torta: visita a Kyiv con abbraccio a Zelensky.</i></p><p><b>Michele Magno</b></p><p>Sarebbe un sogno. Ma intanto eccola la frase che ha turbato ieri Marco Travaglio. Domanda del Foglio a Schlein: “Perché, al netto della retorica, le armi sono ancora indispensabili per difendere l’Ucraina? E quale sarebbe, secondo lei il rischio concreto se l’Italia e l’Europa smettessero di fornirle?”. Risposta: “Abbiamo votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi a disposizione per una ragione semplice. Putin ha violato il diritto internazionale. Lo ha violato attraverso una invasione criminale dell’Ucraina. E chiunque non riconosca in questa storia chi è l’aggredito e chi è l’aggressore sbaglia. Il Pd ha sempre sostenuto, ripeto, convintamente, l’Ucraina con tutti i mezzi necessari. Perché, lo dico da sinistra, è inaccettabile pensare che qualcuno, in Europa, possa pensare di riscrivere i confini con l’uso della forza”. Non ci vuole molto a capirlo. Se sei dalla parte dell’Ucraina oggi sei dalla parte dell’antifascismo. E se sostieni che ogni aiuto militare all’Ucraina significa far durare di più la guerra non stai facendo una campagna per la pace: stai abbracciando le tesi di chi ha aggredito l’Ucraina facendo tua la propaganda putiniana. Brava Schlein.</p><p><i>Al direttore - Ringraziamo Antonucci per averci deliziato con una sua recensione del nostro disegno di legge dal titolo “Disposizioni in materia di linguaggio non discriminatorio in ambito giuridico e amministrativo”, del quale tuttavia dubitiamo abbia compreso il senso. La nostra proposta è infatti finalizzata a correggere un’evidente distorsione, richiamando la pubblica amministrazione a concordare i titoli accademici, professionali e istituzionali al sesso della persona, una buona norma anche grammaticale per smettere di considerare il maschile un linguaggio neutro e cominciare a utilizzare, finalmente, il femminile. Una disposizione di buon senso, persino scontata. Iniziare a chiamare, anche nel linguaggio pubblico e istituzionale, una donna avvocato “avvocata”, una donna ingegnere “ingegnera”, una donna ministro “ministra” e una donna premier “la presidente del Consiglio”, non dovrebbe suscitare tale ostracismo, a meno di non considerare il femminile una diminutio, come l’articolo purtroppo conferma. Altrimenti potremmo naturalmente riferirci agli uomini usando il femminile, senza tema di offenderli. E qui sta il punto. Il linguaggio è tutt’altro che neutro e il maschile estensivo riferito anche alle donne le rende volutamente invisibili. Non è una quisquilia woke, termine usato troppo spesso per liquidare questioni di riconoscimento non banali e nell’articolo utilizzato a caso. E’ una battaglia femminista in cui crediamo perché il linguaggio è pensiero, è visione, è potere e come tale informa la società, i rapporti tra le persone, il riconoscimento o meno dei diritti, i comportamenti. Usare il femminile ha anche un valore per le nuove generazioni, in una società lontana dalla parità, in cui i modelli di riferimento sono maschili, in cui l’asimmetria di potere nelle relazioni è frequente e la violenza maschile è ancora strutturale. Peraltro il ddl è pensato come un work in progress e l’errore segnalato non è altro che un refuso. E prevede altre norme importanti: per chiamare “donna incinta” chi è in gravidanza e correggere il Codice penale laddove usa il maschile anche per riferirsi alle bambine che subiscono mutilazioni genitali, appunto “femminili”. Il tono di scherno conferma che abbiamo fatto bene a presentare il testo e che la battaglia non solo nostra, ma della rete e delle associazioni femminili e femministe, è più che giusta. E’ doverosa. </i></p><p><b>Valeria Valente, Anna Rossomando, Cecilia D’Elia, Simona Malpezzi, </b></p><p><b>senatrici Pd</b></p><p>Risponde Ermes Antonucci. Gentili senatrici (come vedete non ho alcun problema a usare il femminile), il riflesso immediato con cui accusate di maschilismo chiunque constati le contraddizioni di certe “battaglie femministe” come la vostra proposta di legge – peraltro segnalando la presenza di errori marchiani nel testo (prego!) – non fa altro che confermare la scarsa serietà di quest’ultime.</p><p><i>Al direttore - Letta l’intervista a donna Maria Rosaria Boccia, Gianni Infantino for segretario generale delle Nazioni Unite e Boccia sua vice. Due cerchi magici che si intrecciano. </i></p><p><b>Francesco De Leonardis </b></p><p><i>Al direttore - Per dimostrare che Antonio Monda ha ragione praticamente su tutto nel suo pezzo “Nuovo cinema Inferno e Paradiso”, basterebbe ricordare, ad esempio, che nel 2014 a vincere l’Oscar come miglior film fu “12 anni schiavo”. Gran bel film, non ci sono dubbi, ma quell’anno concorreva, fra gli altri, “American Hustle - L’apparenza inganna”, che non era semplicemente un film, era un vero e proprio capolavoro, con attori e attrici che definire giganti è poco (Bradley Cooper, Christian Bale, Amy Adams, Jennifer Lawrence, Jeremy Renner). Eppure non vinse. A trionfare fu un film sullo schiavismo in America che di certo non meritava più di “American Hustle”. Ma nella scelta dei giurati avrà pesato di più la fattura del film oppure il fatto che, mentre in “American Hustle” gli attori erano tutti bianchi, il protagonista di “12 anni schiavo”, Chiwetel Ejiofor, eccezionale, per carità, era non a caso di colore? Se poi aggiungiamo che lo stesso anno in lizza c’erano anche “Nebraska”, dello strepitoso Alexander Payne (e con un magnifico Bruce Dern), ma anche “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese, con un indimenticabile Leonardo DiCaprio, direi che i dubbi sulla motivazione di quella premiazione, e sulla ragionevolezza delle argomentazioni di Monda, li possiamo anche mettere da parte.</i></p><p><b>Luca Rocca</b></p>]]></description>
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				<title>Un giusto processo per i &quot;ragazzi cattivi&quot; invece che una esenzione della responsabilità: forse effimero, forse non ingiusto</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/23/news/via-libera-dal-cdm-alla-norma-anti-maranza-come-cambia-limputabilita-dei-minori--403063" target="_blank">imputabilità dei minori</a>&nbsp;è problematica, <b>ma non sembrerebbe uno scandalo in sé. Non si capisce piuttosto se e fino a che punto possa avere un effetto dissuasivo</b>. Preti di strada, operatori sociali e di comunità, la maggioranza dei sociologi, salvo eccezioni e differenze di approccio al tema, sono convinti che stabilire una nuova soglia di responsabilità penale non avrà alcuna conseguenza risanatrice per la piaga delle bande minorili e per numerosi casi di comportamento deviante degli adolescenti o dei poco più che bambini coinvolti in casi di criminalità che suscitano insieme compassione, insicurezza e allarme. L’uso diffuso del coltello, la costruzione di reti relazionali che puntano al più aggressivo disordine, all’illegalità come metodo, all’offesa sistematica della pace e della convivenza nelle grandi città, nella provincia, nei quartieri, non solo in quelli del degrado urbano, con il contorno di uno specifico linguaggio criminale e di comportamenti devianti e fuori controllo, non si possono combattere con una legge, d’iniziativa del governo di centrodestra, che abbassa l’età per la persecuzione in giudizio di chi delinque contro le persone e le cose. Il manifesto di questa posizione progressista è che “non esistono bambini cattivi”.</p><p>L’assunto è generoso, esprime fiducia e amore, ma è discutibile, anche secondo le implicazioni moderniste e “liberanti” del pensiero e della pratica di un Freud e delle varie scuole di psicologia del profondo del secolo scorso. Lo stato di innocenza dell’essere umano, prima dell’incivilimento e delle sue conseguenze, è oltre tutto un grande mito rousseauiano, dell’illuminismo radicale e romantico, mito altrettanto ispirato che controverso. Comunque, il problema così è mal posto. Il manifesto andrebbe forse rimodulato: “non esistono bambini moralmente colpevoli, ma solo bambini irresponsabili”. Infanzia e adolescenza fuori e contro la norma sociale prevalente e codificata dalla legge e dalla morale comune sono prodotti da un fenomeno oggi irrimediabile: la scomparsa del piccolo mondo antico, con i cosiddetti suoi valori, da sempre più o meno autentici ma per secoli abbastanza resistenti ai peggiori assalti pulsionali della prima età giovanile: aristocrazia dei comportamenti e educazione liberale, senso religioso, inteso come legame spirituale e rispetto di grandezze incommensurabili al comportamento umano, il famoso timordiddio, osservanza dell’autorità, della gerarchia, della comunità integrata, a partire dalla famiglia e dalla scuola, potenti e quasi esclusivi vettori di integrazione. Nel grande mondo postmoderno tutto questo valorismo è fottuto, e non bisogna essere per forza bacchettoni o vecchi scarponi per sapere, nozione ovvia e di comune abbordabilità, che l’emozione soggettiva, la sua massificazione e replicabilità infinita per immagini e suoni, senza più un centro etico, ha sostituito la razionalità oggettiva e i suoi meccanismi di autocontrollo. <b>Sii libero ma proprio per questo sii consapevole che sei anche responsabile, e che la responsabilità non è il fumo di un giudizio benevolo o corrivo del mondo degli adulti, “i bambini non sono mai cattivi”,  ma un dato oggettivo, un codice che rende chiare le conseguenze dei tuoi atti</b>.</p><p>Governi e parlamenti non sembrano detenere l’autorità culturale e morale sufficiente a sostituire la perdita del centro (noto e discusso tropo conservatore o reazionario), la crisi della famiglia e della scuola, la pedagogia incantata, amorevole, tic-toc, della psicologia di massa nell’èra delle tecnologie arrembanti e della loro irruzione social in tutti gli aspetti della vita dai primissimi anni dell’esistenza. I buoi sono scappati, e per ragioni forti, questo può essere un giudizio comune al di là delle soluzioni differenti. Vietare le piattaforme al di sotto di una età definita è un progetto probabilmente effimero quanto benintenzionato. Stabilire che se formi una banda di quindicenni o di sedicenni e prendi la tua vitalità nelle tue mani, a scopo di rapina e aggressione e molestia contro gli altri, avrai diritto a un giusto processo invece che a un’esenzione angelica della tua responsabilità, anche questo è forse effimero. <b>Ma potrebbe non essere ingiusto</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il fascino perverso della giustizia punitiva</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giovanni Fiandaca</author>
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				<description><![CDATA[<p>In un articolo di ieri, Claudio Cerasa ha ben definito&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/24/news/in-balia-di-una-psicosi-sulla-sicurezza--403057" target="_blank">“psicosi dell’insicurezza”</a>&nbsp;l’allarme e le connesse ansie collettive per la tutela della sicurezza che ciclicamente si diffondono nel nostro paese anche per effetto della ricorrente drammatizzazione mediatica, a dispetto del significativo divario – come dimostrano i dati statistici – tra percezione sociale e andamento reale della criminalità. Fenomeno patologico, questo, aggravato dalle forze politiche che contingentemente si trovano al governo o all’opposizione. Le prime tendono infatti ad avallare e persino ad alimentare strumentalmente la percezione collettiva di insicurezza, sfornando come rimedio di pronto impiego (anche perché a basso costo), e redditizio in termini di facile consenso elettorale, una serie continua di “pacchetti sicurezza” con incremento di reati e pene (tendenza manifestatasi, peraltro, anche con governi di centrosinistra), destinati in realtà a svolgere per lo più una funzione simbolico-comunicativa e a fungere da temporaneo “ansiolitico sociale”; mentre le seconde solitamente contestano invece ai partiti di maggioranza di affrontare illusoriamente il problema sicurezza, promettendo soluzioni più efficaci (mai però specificate in dettaglio!) tra le ragioni per rimpiazzare i governi in carica. E’ una dialettica politicamente perversa, che purtroppo perdura ormai da alcuni decenni.</p><p>Vale la pena in effetti continuare a ragionare sia sul perché il tema della sicurezza assume una valenza politica centrale, sia sui motivi per cui il diritto penale funge da persuasivo spot elettorale. Non si tratta di questioni nuove, né limitate al contesto italiano. Esiste in proposito e da anni, in un orizzonte internazionale, una ottima letteratura socio-criminologica, cui qui non si può accennare neppure in termini sintetici. <b>Certo è che anche il nostro paese è diventato uno dei contesti in cui la guerra alla criminalità (anche soltanto percepita) assume un peso politico determinante nell’ambito della governance complessiva della società.</b> E questo non interpella soltanto le competenze di giuristi, criminologi e sociologi: in realtà, si tratta di un complesso problema di fondo, che coinvolge più in generale le modalità di funzionamento della democrazia contemporanea considerata nell’insieme delle sue componenti e che, verosimilmente, costituisce una delle più significative spie della sua entrata in crisi.</p><p>Semplificando al massimo, e col rischio di banalizzare, si può probabilmente ipotizzare un forte nesso tra la attuale difficoltà e/o incapacità di fare politica con strategie e risorse propriamente politiche e l’abusato e inflazionato ricorso alla punizione. Per inventare nuovi reati e prevedere o aggravare pene, specie se lo si fa con l’approssimazione e la sciatteria con cui oggi lavora la fabbrica legislativa, basta abbozzare alcune parole a penna o al computer e riversarle subito in un contenitore normativo: contenitore che è andato sempre più assumendo la forma di un decreto legge di presunta urgenza, che la maggioranza governativa impone poi di ratificare senza un effettivo confronto parlamentare. Per concepire nuovi reati e pene non occorrono infatti idee innovative, non occorrono programmi di un qualche respiro e non sono neppure necessarie risorse economiche e umane di rilevante consistenza e impegno. Anche un politico delle ultime file e di scarse capacità, per cercare di dare un minimo di senso a una presenza in Parlamento altrimenti pressoché inutile, può farsi promotore di una ennesima legge penale come medicina per curare un qualche male sociale di nuova emersione.</p><p>Il diritto penale diventa, così, uno spot elettorale perché si presta a coprire l’assenza o insufficienza di idee e programmi politici, di strategia di intervento sui versanti dell’economia, della prevenzione sociale, degli strumenti culturali e pedagogici ecc. Ma, se così è, è il diritto penale stesso a diventare politicamente pericoloso in sé: ciò non ultimo perché i suoi princìpi e le sue regole, anche di fonte costituzionale, non hanno in se stessi la forza di opporre invalicabili barriere alle frequenti forme di strumentalizzazione politica impropria cui è soggetto. Ma vi è di più. <b>Forse, come anch’io sospetto, il diritto penale reca in sé la rischiosa attitudine a risultare redditizio in termini di consenso per ulteriori, e non secondarie, motivazioni che hanno a che fare con la psicologia della giustizia punitiva.</b> Già Federico Nietzsche, con penetrante intuizione, aveva intravisto nella pena “un mimo della guerra”. Mentre, sul versante della psicologia sociale, appare illuminante quell’orientamento scientifico che interpreta la stessa pena legale come una risposta atta a canalizzare sentimenti aggressivi od ostilità verso quei trasgressori della legge percepiti, nelle mutevoli contingenze storiche, come temibili “nemici” della società (ad esempio, oggi di nuovo identificati nei ladri, nei rapinatori, oltre che negli estranei come gli immigrati, nei diversi, nei giovani contestatori ecc.). Il che, peraltro, ben sembra ricollegabile all’inclinazione persistente dei movimenti e dei partiti populisti ad addossare le colpe dei problemi e mali sociali a presunti nemici di turno del popolo sano e onesto, come ad esempio nel caso emblematico dei corrotti e corruttori fortemente avversati dal Movimento 5 stelle, ispiratori appunto della iper repressiva e simbolica legge “spazza-corrotti”. Da questo punto di vista, anche a prescindere in verità dalla collocazione a destra o a sinistra delle forze politiche che di volta in volta lo perseguono, ecco che il rigore punitivo si presta a sfruttare politicamente pulsioni giustizialiste scaturenti da sentimenti di paura, rabbia, indignazione, frustrazione, rancore e risentimento che si diffondono negli strati sociali più deboli specie nei periodi di crisi socio-economica, o in ogni caso quando si lamenta il tradimento di promesse e aspettative su cui si è fatto assegnamento. Sulla base di rilievi come questi, è azzardato ipotizzare che sia connaturata al penale, per dir così al suo Dna, una sorta di intrinseca e sotterranea componente polemogena e vendicativo-ritorsiva, che contribuisce a spiegarne l’appeal elettorale e dunque la incessante tendenza a ricorrervi come mezzo di captazione del consenso?</p><p>Comunque sia, la prospettiva di una strumentalizzazione opportunistica della giustizia penale, che in atto va intensificandosi in vista dell’appuntamento elettorale del 2027, tocca ormai soglie difficilmente immaginabili per una maggioranza anche molto di destra, che pretenda però di muoversi pur sempre entro l’orizzonte della Costituzione. Appaiono assai preoccupanti al riguardo alcune proposte oggetto del più recente dibattito politico-mediatico, e cioè: eliminazione della proporzione nella legittima difesa; fermo preventivo di polizia; presunzione relativa di imputabilità del minore quattordicenne et similia. In verità, non si tratta neppure di un ritorno all’originario codice Rocco figlio del fascismo; ciò equivale, piuttosto, a tentare di spingersi al di là di quanto lo stesso codice fascista aveva ritenuto di potere osare.</p><p>Il che preoccupa, non meno di quanto sorprenda. Non è minacciata soltanto la legittimità costituzionale del diritto penale. Prima ancora, e più in generale, vengono in questione la qualità della politica e la crisi complessiva della democrazia italiana – invero, co-determinata dalla perdurante incapacità delle forze di opposizione di assolvere un ruolo politico-culturale all’altezza delle sfide odierne. Una conferma, questa, degli stretti nessi tra questione penale e questione democratica.</p>]]></description>
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				<title>Sul caso Fakir non c’è ancora una “verità”</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La tragica vicenda che ha portato alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/07/20/news/a-bologna-un-uomo-e-morto-durante-un-fermo-di-polizia--402619" target="_blank">morte di Abderrahim Fakir</a>&nbsp;ha suscitato un ampio e giustificato interesse dell’opinione pubblica, ma anche strumentalizzazioni politiche di chi accusa e chi difende la polizia senza attendere i risultati degli esami tecnici necessari. Un primo elemento proviene dalla tac ossea pre-autopsia che è stata effettuata ieri, che ha indicato che tra le cause possibili del decesso c’è una compromissione delle vie respiratorie a causa di un versamento sanguigno nei polmoni, mentre sembra esclusa una frattura. Si tratta di esami preliminari, ma naturalmente ci si aspetta un chiarimento se non definitivo almeno più preciso dall’autopsia che è stata disposta. Una volta stabilita la causa della morte bisognerà stabilire se questa è connessa al modo in cui è stato operato l’arresto e se durante questa operazione siano stati commessi errori che avrebbero potuto essere evitati e, infine ma non per ultimo, da chi siano stati commessi questi errori, perché è bene ricordare ancora una volta che l’eventuale responsabilità penale è personale.</p><p>Il percorso degli accertamenti è ancora lungo, il che rende particolarmente discutibile la fretta con cui sono state prese posizioni, si sono convocate manifestazioni, si è insomma sostanzialmente tentato di far prevalere una “verità” politica precostituita su una basata sull’esame accurato dei dati di fatto. <b>Naturalmente non si vuole con questo negare il diritto delle forze politiche e delle autorità amministrative di intervenire e di commentare in base alle proprie convinzioni un avvenimento che suscita tanto interesse. </b>Quello che si chiede è soltanto il rispetto dei tempi necessari per gli accertamenti, un minimo di prudenza nell’emettere sentenze preventive quando manca ancora la constatazione di elementi fondamentali della vicenda. Peraltro è dubbio anche l’effetto propagandistico di questi giudizi tanto enfatici quanto anticipati, che possono dare soddisfazione a chi è già un sostenitore convinto delle posizioni politiche, ma che possono creare più scetticismo che consenso in chi non lo è.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/24/news/il-procuratore-di-palermo-contro-nordio-le-carceri-non-sono-piu-in-mano-allo-stato-il-ministro-gravita-inaudita--403219</link>
				<title>Il procuratore di Palermo contro Nordio: &quot;Le carceri non sono più in mano allo stato&quot;. Il ministro: &quot;Gravità inaudita&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 20:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Le carceri non sono più sotto il controllo dello stato. Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere"</b>. Lo ha detto il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia. "I detenuti sono più della capienza possibile, non abbiamo un adeguato sistema di assistenza ai condannati, molti sono tossicodipendenti e non dovrebbero stare in carcere. Il controllo dei penitenziari appartiene solo alle organizzazioni criminali, che vogliono lasciare le cose per come sono". Immediata la reazione del ministro della Giustizia&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/carlo-nordio--891" target="_blank">Carlo Nordio</a>: "<b>È De Lucia che ha perso il controllo di sé stesso</b>. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l'intero corpo della polizia penitenziaria che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo all'intero territorio nazionale", ha concluso il Guardasigilli.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Giulio Einaudi, l’uomo in bianco</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Sandra Petrignani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se devo abbinare un colore alla figura di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giulio-einaudi_34187" target="_blank">Giulio Einaudi</a>, è senz’altro il bianco. Lo ricordo infatti sempre con qualcosa di bianco addosso, ma soprattutto lo vedo muoversi in spazi bianchi: la casa editrice di via Biancamano, a Torino, la sua casa di Roma vicino piazza Argentina, per non citare il bianco dominante delle copertine dei libri che pubblicava. <b>Sobrio ed elegante sempre, anche quando scherzava prendendoti in giro, anche dopo aver bevuto vari bicchieri di vino, che doveva essere dei migliori, possibilmente il suo, fatto nelle terre della sua Dogliani in Piemonte</b>.</p><p>Non a caso Franco Lucentini lo definiva “grandissimo arredatore”, così sicuro di sé che chiedeva aiuto a noti amici architetti e poi faceva di testa sua. Lo leggo in un libro di <b>Paolo Di Stefano</b> entusiasmante per la capacità di ricreare il passato attraverso gli oggetti. E’ “Casa come me: Einaudi”, uscito da Electa. In verità “Casa come me” è titolo di una nuova collana illustrata, diretta da Andrea Cortellessa e Emanuele Trevi, e si ispira a come Curzio Malaparte aveva battezzato la sua villa di Capri, “Casa come me: fra mare e terra sul ciglio dell’infinito”. E sul ciglio dell’infinito di se stessi intendono collocarsi i testi di questa collana che “vuole essere a sua volta un luogo: quello in cui i protagonisti dell’arte, della letteratura e dell’editoria vengono raccontati nella chiave del loro rapporto con gli spazi e col senso dell’abitare”.</p><p>Parlando dell’Einaudi di via Biancamano, Di Stefano fa inevitabilmente il ritratto di un gruppo, con le sue singole manie e stranezze, da Cesare Pavese che arrivava in ufficio e, senza togliersi il cappotto, si buttava a dormire sul suo divanetto a Italo Calvino che lavorava in un ufficetto striminzito. E tutto era regolato con sapienza dittatoriale dal “divo Giulio” che stabiliva anche con la distribuzione degli spazi “il significato simbolico delle forze dei poteri in campo”. <b>Era il Giulio Einaudi della giovinezza e della massima creatività, quando differenziava le persone che lavoravano per lui dando del lei a molti e del tu a pochissimi</b>. Ho avuto (forse) la fortuna di conoscerlo che aveva già perso la sua creatura, passata di mano per eccesso di spese non più sostenibili. A noi giovani scrittori ed editori di cui amava circondarsi dava e si faceva dare del tu. Aveva però conservato il suo atteggiamento regale e spiritosissimo e pretendeva di insegnarci (giustamente) come si fa un libro tecnicamente, ma non solo, anche quel che dovevamo mangiare: cose semplici e pur sempre squisite, a volte cucinate con le sue proprie mani a casa nostra, innaffiate però divinamente con bottiglie portate da casa sua.</p><p>Tornando a Paolo Di Stefano, narratore e poeta che all’Einaudi ha lavorato come editor, attualmente editorialista del Corriere della Sera, voglio anche ricordare la ricomparsa in questi giorni – e a quindici anni dalla prima uscita – di un suo libro importante, “La catastròfa, Marcinelle 8 agosto 1956” (Sellerio). Sono passati settant’anni e quella tragedia resta “la più grave dell’emigrazione italiana e una delle più nere delle storie del lavoro in Europa”. Con l’aggiunta di quattro nuovi capitoli l’autore ci porta nel cuore dei fatti e tra le voci di sopravvissuti e parenti costruendo un romanzo epico drammatico e istruttivo.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Sognare i platani in via Montenapoleone</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Antonio Gurrado</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da San Francisco, Enrico Rotelli ha segnalato sulla Lettura una curiosità riguardo al bestseller statunitense di turno, <i>Theo da Golden e la forma della felicità</i> di Allen Levi (Salani, 441 pp., 20 euro): Alessandra Casella, traducendo il romanzo, ha modificato l’originale che elencava fra gli ampi viali alberati d’Europa, oltre agli Champs-Elysées e alle Ramblas, anche la più angusta e per nulla frondosa via Montenapoleone. <b>Non siamo solo di fronte all’ennesima conferma della conoscenza approssimativa dell’Europa oltreoceano, nonché di come alcuni bestseller vengano scritti ambientando le trame su Google Maps </b>– come aveva confessato per Cinquanta sfumature di grigio E. L. James, che era cresciuta nel Buckinghamshire e non aveva visto Seattle nemmeno col binocolo – o del fatto che Milano esista oramai come luogo immaginario nella testa degli stranieri in overdose da turismo tanto quanto in quella dei telespettatori di Rete 4, convinti che basti uscire di casa per venire sbudellati seduta stante dai maranza. Rifugiandosi in un più generico “le grandi strade di Milano”, la traduttrice ha compiuto il contrario del gesto di Raimundo Benvindo Silva, l’editor che nella <i>Storia dell’assedio di Lisbona</i> di José Saramago (Feltrinelli, 352 pp., 14 euro) infilava un malandrino “non” nella frase sui crociati che soccorrevano i lusitani contro i mori: così facendo, creava un mondo parallelo in cui Lisbona restava l’araba <i>al Isbunah</i>, o in cui quanto meno Afonso Henriques doveva fare molta più fatica per guadagnarsi l’appellativo di <i>rei fundador</i>.</p><p>So che la professionalità di Alessandra Casella le ha impedito di sorvolare sull’imprecisione di Allen Levi, spingendola a lasciare al lettore il compito di stabilire se a Milano (dove gli alberi sono 240 mila) l’allea comparabile agli Champs-Elysées e alle Ramblas sia corso Lodi o via Lazzaro Papi; eppure una parte di me avrebbe voluto che, almeno sul bestseller dell’estate, come nel mondo parallelo di Saramago, in via Montenapoleone spuntassero a un tratto maestosi platani e ombrosi tigli. Avrebbero sradicato i macchinoni in dubbiosa sosta, oscurato vetrine troppo luccicanti e consentito a tutti di accorrere lì, in cerca di un po’ di frescura.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/07/22/news/exit-poetry-poesia-futura--402768</guid>
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				<title>Exit poetry. Poesia futura</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 04:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Alberto Fraccacreta</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dove sta andando la poesia degli anni Duemila? Quali sono le esatte coordinate critiche per riconoscerla? Il florilegio Exit Poetry tenta di rispondere a questi interrogativi, mettendo insieme simbolicamente venticinque poeti. Il progetto antologico – o meglio, il “Triperuno”, come lo definiscono gli stessi curatori – parte dalla persuasione che le “parole-guida” nel mare magnum della post-postmodernità sono essenzialmente tre: Verità, Mutazione e Trauma. E da esse si dipana il variegato percorso dei testi scelti, ibridi e sperimentali, che hanno quasi interiorizzato il triplice snodo (è un peccato non poter riportare qui, per esigenze di spazio, la lista intera dei poeti). Nella premessa Nove, Policastro e Voce confessano: “Noi non sappiamo – sia chiaro – se le autrici e gli autori che qui presentiamo siano davvero quelli che sopravviveranno […]. Non le e li abbiamo scelti per questo, quanto piuttosto perché il futuro abita oggi le loro composizioni”.</p><p>Il tentativo di stabilire un canone su base estetica, per così dire bloomiana, che dia conto del primo quarto di secolo letterario potrebbe trasformarsi in un ircocervo: la fondamentale democratizzazione dell’arte ha raggiunto una tale estensione da mettere in crisi il concetto stesso di personalità autoriale. Soltanto in Italia, seguendo una stima approssimativa, tre milioni di persone scrivono poesie. E’ necessario piuttosto lavorare en marges, restituendo prospettive, scuole, agglomerati, tendenze, Weltanschauungen. Lo scambio dialogico che precede la carrellata mira proprio – come osserva specialmente Voce – a mettere in crisi il “canone gerarchico” attraverso “un’arbitrarietà che non si sottrae alla responsabilità della scelta”. Il criterio di fondo non sarà dunque “filologico, né storico e neanche fenomenologico: è desiderante. E’ l’impulso a riempire quella casella vuota di cui Lacan: è una macchina celibe, il tentativo di costruire un millepiani”. Ad esempio, nella sezione Verità allestita da Nove (mentre Mutazione e Trauma sono ammannite rispettivamente da Voce e Policastro), Antonio Di Giacomo “guarda in faccia il feticcio del presente mentre accade, ne interroga il flusso esondante e lo ferma in polaroid instabili”. Il tono crepuscolare di Di Giacomo si muove tra gergo mediatico e nostalgie pre-babeliche: “C’è bisogno di una lingua in esilio / per dire ad alta voce il nome dell’assenza”. L’esatto opposto si può leggere in Sergio Garau, uno slam poet che intende torcere il plurilinguismo a esigenze asemasiologiche (“über all СССР sotto terra volante / CHANCEparfum”). Dal misreading e dai calembour della poesia visiva alla spoken poetry e alle scritture collettive; dal poème en prose e dall’ipertecnicismo tecnologico fino alle “strofette-punteruolo” di Giovanna Marmo: la lirica futura riserverà ancora molte sorprese.</p><p>&nbsp; &nbsp;</p><p>a cura di A. Nove,  G. Policastro,   L. Voce<br>Exit poetry. Poesia futura<br>La nave di Teseo, 432 pp., 25 euro</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Kafka in Italia</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 04:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Rinaldo Censi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sono quattro i viaggi che, tra il 1909 e il 1920, hanno portato&nbsp;<a href="http://ilfoglio.it/tag/franz-kafka_2246">Franz Kafka</a>&nbsp;in Italia.&nbsp;<a href="https://amzn.to/4bp0ASH">Il libro di Benjamin Balint</a>, già autore di un saggio sulla sua eredità letteraria (Kafka’s Last Trial, 2018) li commenta. Le pagine del Diario, le lettere, le cartoline, i racconti e gli aforismi cadenzano e permettono di comprendere meglio il suo passaggio a Riva del Garda, Brescia e Montichiari (1909), poi Milano e Stresa (1911), quindi Venezia, Verona e Desenzano e ancora Riva del Garda (1913), fino a Merano (1920). Per Balint, i testi parlano. I viaggi in Italia fanno insomma chiarezza sulla sua esistenza. Nel prologo, egli ci mostra la famosa foto di Kafka in costume da bagno. Foto la cui didascalia, per molti anni, riportava quell’uomo magro raggomitolato, dallo strano ghigno, sotto una latitudine imprecisa: Travemünde, luce nordica del mar Baltico, invece del Lido di Venezia. Per Kafka, l’Italia è luogo assolato e desiderato; è la luce del Sud immaginata, in grado di allontanarlo dai grigi giorni praghesi passati in ufficio. In Italia la luce “cura” sul serio. A Riva del Garda, con i fratelli Brod, alloggia nella residenza del dottor von Hartungen, consigliata per “aria, luce, razionalmente somministrata”. Bagni di luce. Riposo. Fino all’irruzione degli aeroplani a Brescia. Momento cruciale. Testo considerevole che descrive la gara aerea, e, insieme, lascia in bella vista un piano introspettivo: quasi “un’officina per i suoi scritti successivi”. I viaggi italiani permettono a Kafka di modulare meglio la sua opera. Sono “strumenti di accordatura”. Milano, visitata con Brod, è la città dei gesti, degli uomini misurati in rapporto all’architettura (il Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele, il Teatro Fossati, i bordelli). A Stresa il lago accentua invece l’idea di “riflesso”. Poco dopo, a Praga, scriverà La Condanna e Metamorfosi. A Venezia andrà solo. E’ lì, all’Hotel Sandwirth (oggi Gabrielli) che scriverà una delle lettere più crudeli della sua vita, a Felice Bauer. Venezia, tra i riverberi dell’acqua dei canali, l’azzurro del cielo e le pietre, è luogo della presa di coscienza della solitudine e della malattia. I viaggi si fanno più intimi. Lettere a Felice da Venezia. Lettere a Milena da Merano. C’è spazio per una breve storia di dieci giorni con la paziente G.W., di nuovo a Riva del Garda. Storia votata fin dall’inizio allo scacco. Il libro riflette sul ruolo che la cultura italiana ha giocato nella diffusione europea dei suoi libri, soffermandosi su alcune figure cruciali: Bazlen, Levi, la rivista Solaria, Calvino. Del Kafka italiano di Sebald, Balint trattiene la melanconia incomprensibile e il caldo vento del Sud. Chiude il libro il viaggio dei manoscritti a Gerusalemme. L’ultimo approdo. L’ultimo porto.</p><p>&nbsp; &nbsp;</p><p>Benjamin Balint<br><b>Kafka in Italia</b><br>wetlands, 128 pp., 16 euro</p>]]></description>
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				<title>Non è la fine dei libri</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Foglio AI</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Da intelligenza artificiale, davanti all’allarme sulla fine della lettura, suggerirei anzitutto una cosa molto umana: niente panico, pls. L’articolo dell’Atlantic mette insieme dati inquietanti. Si leggono meno libri, si reggono con più fatica testi lunghi, gli studenti sopportano sempre meno la complessità, i video brevi allenano il cervello alla ricompensa immediata e l’AI promette di eliminare persino la fatica della scrittura. La tesi è potente: non stiamo diventando analfabeti, ma post-letterati. Sappiamo decifrare le parole, però perdiamo l’abitudine a seguirle abbastanza a lungo da trasformarle in pensiero. Il pericolo è reale, ma non coincide con l’esistenza dell’AI. Comincia quando ogni tecnologia viene usata per evitarci qualsiasi attrito. Leggere è faticoso perché costringe a restare dentro il ragionamento di un altro. Scrivere è faticoso perché obbliga a scoprire se ciò che pensiamo ha davvero una forma. Se chiediamo a una macchina di riassumere, semplificare e scrivere tutto, non abbiamo guadagnato tempo: abbiamo appaltato il punto in cui si formava il giudizio. La risposta non può però essere una guerra romantica contro gli strumenti nuovi. Anche il libro, il giornale, la radio e la televisione furono accusati di corrompere la mente. La tecnologia amplifica le abitudini che le consegniamo. L’AI può diventare una macchina per non leggere, ma anche una macchina per leggere meglio. La differenza non la fa l’algoritmo. La fa la domanda con cui lo si usa. Il punto non è difendere ogni forma di fatica. Nessuno diventa più intelligente copiando dati da una tabella o riscrivendo una mail burocratica. Alcuni compiti possono essere delegati. Bisogna però distinguere la fatica inutile dalla fatica formativa. La prima consuma tempo. La seconda costruisce capacità. Leggere un romanzo intero, sostenere un’argomentazione, correggere un periodo, accorgersi di una contraddizione, cambiare idea dopo cinquanta pagine: sono lentezze produttive.</p><p>La soluzione si chiama più intelligenza naturale. Significa insegnare di nuovo a leggere libri interi, non soltanto estratti preparati per un test. Significa proteggere a scuola spazi senza notifiche e impedire che ogni lezione debba competere con TikTok. Significa usare l’AI dopo un primo sforzo personale, non prima: prima si legge, si prova a capire, si formula un’ipotesi; poi si chiede alla macchina di contestarla, verificarla, allargarla. Servirà anche una nuova educazione alla diffidenza. In un mondo pieno di testi perfetti, veloci e plausibili, la vera competenza sarà capire quali meritano fiducia. Chi legge poco sarà più dipendente dall’AI, non meno. Non saprà riconoscere un errore elegante, una fonte inventata, un ragionamento circolare. La cultura umanistica non è un lusso antiquato: è la tecnologia di sicurezza necessaria per vivere tra le macchine.</p><p>L’Atlantic teme che la biblioteca della mente cada in rovina. Può accadere. Ma le biblioteche non muoiono soltanto perché arrivano i barbari: muoiono quando nessuno le cura. La buona notizia è che questa volta i testi non stanno bruciando. Sono ovunque. Ciò che va difeso è il desiderio di entrarci e la capacità di restarci. Da AI, quindi, non vi direi di aver paura dell’AI. Vi direi di aver paura dell’uso che promette di risparmiarvi ogni sforzo. Chiedetemi spiegazioni, obiezioni, collegamenti, ma conservate per voi il gesto decisivo: leggere, scegliere, dubitare, riscrivere. Il futuro della lettura non dipenderà da quanto saranno intelligenti le macchine. Dipenderà da quanta intelligenza naturale gli esseri umani decideranno ancora di esercitare.</p>]]></description>
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				<title>Vietare i social ai ragazzi è una scorciatoia da adulti. Educare è più faticoso</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Foglio AI</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Luca Zingaretti ha ragione quando descrive i telefonini come oggetti capaci di trasformarsi in “aggeggi infernali”. Ha ragione quando osserva che i ragazzi sono stati scaraventati dentro un gigantesco esperimento privo di regole. Ha ragione, infine, quando racconta l’angoscia di un genitore che vede le proprie figlie attraversare una tempesta fatta di dipendenza, confronto permanente, esibizione, bullismo, solitudine mascherata da connessione. La diagnosi è seria. E’ la cura a non convincere. No, vietare i social agli under sedici non è giusto. Non lo è anzitutto perché confonde la protezione con la proibizione. A sedici anni un ragazzo non diventa improvvisamente immune dalla manipolazione degli algoritmi, dalla ricerca compulsiva di approvazione, dalle false notizie o dalla violenza verbale. Tenere un giovane fuori dal mondo digitale fino a una certa età e poi consegnarglielo tutto insieme non significa educarlo: significa rinviare il problema. C’è poi una questione pratica. I divieti assoluti, quando riguardano comportamenti diffusi, facilmente accessibili e socialmente condivisi, producono spesso clandestinità, non astinenza. Account falsi, età inventate, telefoni degli amici, profili nascosti ai genitori: un’interdizione rigida rischierebbe di spostare l’uso dei social in una zona ancora meno controllabile. Il risultato paradossale sarebbe avere ragazzi online quanto prima, ma più soli, meno sinceri e meno disponibili a chiedere aiuto quando qualcosa va storto.</p><p>Il divieto offre inoltre un comodo alibi a tutti gli adulti coinvolti. Alle piattaforme, che potrebbero dire di aver fatto il loro dovere semplicemente chiudendo formalmente la porta ai minori, senza modificare algoritmi, notifiche, meccanismi di dipendenza e sistemi di raccomandazione. Alla politica, che potrebbe sostituire con una soglia anagrafica il lavoro più difficile: imporre trasparenza, controlli efficaci, tutele della privacy, limiti alla profilazione e strumenti rapidi contro molestie e contenuti illegali. Alle famiglie, infine, che verrebbero incoraggiate a delegare alla legge ciò che resta anche un compito educativo quotidiano.</p><p>Il punto non è lasciare i ragazzi in balìa del mercato digitale. Il punto è costruire una libertà sorvegliata, progressiva e proporzionata. Si può limitare il tempo di utilizzo, vietare il telefono durante la notte, impedire le notifiche continue, rendere privati i profili dei minori, bloccare la pubblicità personalizzata, escludere la geolocalizzazione, prevedere controlli familiari semplici e introdurre a scuola una vera educazione digitale. Si può soprattutto distinguere: un conto è scrivere agli amici, un altro è essere esposti senza filtri a una piattaforma costruita per trattenere l’attenzione; un conto è pubblicare una fotografia, un altro è entrare in circuiti di contenuti estremi spinti automaticamente dall’algoritmo.</p><p>Anche il paragone con il fumo o con l’alcol, spesso evocato dai sostenitori del divieto, funziona solo fino a un certo punto. I social non sono soltanto prodotti da consumare: sono ormai luoghi nei quali si svolgono relazioni, informazione, studio, creatività e partecipazione. Possono fare male, certamente. Ma la risposta a uno spazio pubblico rischioso non può essere l’espulsione totale dei più giovani. Dovrebbe essere la costruzione di uno spazio meno tossico e di cittadini più consapevoli. Vietare è rassicurante perché consente agli adulti di sentirsi finalmente in controllo. Educare è più faticoso, perché obbliga a stare accanto ai ragazzi, a conoscere le piattaforme che usano, a stabilire confini e a sopportare anche qualche conflitto. Ma è proprio questa la responsabilità adulta. Non possiamo chiedere ai giovani di imparare a vivere nel proprio tempo impedendo loro di frequentarlo. Possiamo invece pretendere che quel tempo abbia regole migliori. E insegnare loro, poco alla volta, a non diventarne prigionieri.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il caldo, l’Europa e il vizio di sentirsi sempre colpevole</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Foglio AI</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>A: </b>Arriva il caldo e ricomincia il processo all’Europa. Fa trentotto gradi? E’ colpa della nostra automobile. Brucia un bosco? E’ colpa della bistecca. C’è siccità? E’ colpa delle vacanze in aereo. Ogni estate diventa un tribunale morale nel quale il cittadino europeo deve confessare di vivere troppo, consumare troppo, viaggiare troppo.</p><p><b>B: </b>E ogni estate una parte della destra reagisce come se il cambiamento climatico fosse un’invenzione di Bruxelles. Il riscaldamento globale esiste, dipende in larga parte dalle emissioni umane e rende più intense molte ondate di calore. Questa non è autoflagellazione: è realtà.</p><p><b>A: </b>La realtà è anche un’altra. L’Europa produce una quota limitata delle emissioni globali, ha imposto standard severi e reso più efficienti fabbriche, automobili ed edifici. Eppure continua a raccontarsi come il principale imputato.</p><p><b>B: </b>Perché si è industrializzata prima degli altri e ha una responsabilità storica. Non possiamo dire alla Cina o all’India: noi ci siamo sviluppati con carbone e petrolio, voi non potete fare lo stesso.</p><p><b>A:</b> Ma la responsabilità storica non può diventare una condanna perpetua. Se chiudiamo una fabbrica europea e importiamo lo stesso prodotto da un paese che usa più carbone, non abbiamo salvato il pianeta: abbiamo esportato emissioni e posti di lavoro.</p><p><b>B:</b> E’ un’obiezione fondata. Spostare la produzione fuori dall’Europa migliora le statistiche, non l’atmosfera. La risposta non è rinunciare alla transizione: è renderla più intelligente.</p><p><b>A:</b> E meno punitiva. Una parte dell’ambientalismo l’ha trasformata in un catalogo di rinunce: meno aerei, meno carne, meno automobili, meno condizionatori. Come se il destino del pianeta dipendesse dal senso di colpa di una famiglia italiana.</p><p><b>B: </b>I comportamenti individuali contano, ma non sostituiscono una politica industriale. Non si decarbonizza un continente con i sermoni. Servono reti elettriche, ricerca, rinnovabili, nucleare dove possibile, edifici efficienti e nuove tecnologie.</p><p><b>A: </b>E serve ricordare che l’Europa, da sola, non basta. Se azzera le proprie emissioni mentre il resto del mondo continua ad aumentare le sue, il risultato resterà insufficiente. La politica climatica deve essere anche industriale, commerciale e tecnologica.</p><p><b>B: </b>Però il caldo colpisce soprattutto anziani, lavoratori all’aperto e chi vive in case poco isolate. Il clima è anche una questione sociale.</p><p><b>A:</b> Proprio per questo mi irrita il moralismo contro il condizionatore. In certe giornate non è un lusso, ma uno strumento di protezione sanitaria. La politica dovrebbe garantire energia affidabile, non colpevolizzare chi cerca di difendersi.</p><p><b>B:</b> Su questo l’ambientalismo deve cambiare linguaggio. Servono apparecchi efficienti, edifici migliori e città progettate per resistere al caldo. Dire semplicemente “spegnete tutto” è una risposta classista.</p><p><b>A:</b> Dovremmo parlare molto di più di adattamento: alberi, ombra, acqua, prevenzione degli incendi, reti resilienti, ospedali preparati, scuole e mezzi pubblici climatizzati. Per anni questa parola è sembrata quasi proibita.</p><p><b>B: </b>E invece adattamento e mitigazione devono procedere insieme. Ridurre le emissioni limita il riscaldamento futuro; adattarsi protegge le persone dagli effetti che sono già presenti.</p><p><b>A:</b> Quando arriva un’ondata di calore, però, la discussione passa subito dalla meteorologia alla colpa. Si cerca il colpevole quotidiano: l’automobilista, il turista, l’allevatore.</p><p><b>B: </b>E una parte della destra commette l’errore opposto: trasforma ogni eccesso ambientalista in una scusa per minimizzare il problema. Se la sinistra argomenta male una cosa vera, quella cosa non diventa falsa.</p><p><b>A:</b> D’accordo. Il cambiamento climatico non è una fantasia. Ma neppure ogni emergenza può trasformarsi in una requisitoria contro il modello di vita europeo. L’Europa non è innocente, ma è anche uno dei pochi grandi attori che ha realmente ridotto le proprie emissioni.</p><p><b>B: </b>Dovremmo passare dalla colpa alla responsabilità. La prima distribuisce peccati; la seconda misura i risultati e sceglie gli strumenti più efficaci.</p><p><b>A: </b>La domanda non è quanto dobbiamo soffrire per sembrare virtuosi, ma quale politica riduce davvero le emissioni globali senza distruggere la nostra capacità produttiva.</p><p><b>B:</b> E quale politica protegge chi soffre già gli effetti del caldo, senza trasformare la transizione in un privilegio per chi può permettersela.</p><p><b>A:</b> Meno divieti simbolici e più innovazione.</p><p><b>B: </b>Più responsabilità e meno moralismo.</p><p><b>A:</b> E quando fa quaranta gradi?</p><p><b>B: </b>Si proteggono le persone, si preparano le città, si produce energia più pulita e si chiede anche agli altri di fare la loro parte.</p><p><b>A:</b> Senza trasformare ogni termometro in un confessionale.</p><p><b>B: </b>E senza trasformare ogni esagerazione ambientalista in un alibi per l’immobilismo.</p><p>L’Ue produce ormai circa il 6 per cento della CO2₂ mondiale e ha ridotto le emissioni più di altri grandi blocchi. Non può lavarsene le mani, servono più responsabilità, tecnologia e adattamento, ma meno autocolpevolizzazione. Ne discutono due interlocutori</p>]]></description>
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				<title>I Parisi e quel tocco umano che ha cambiato l’elettronica</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Musica</category>
				<author>Raffaele Rossi</author>
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				<description><![CDATA[<p>“La nostra mentalità è sempre stata più da musicisti che da produttori. Il nostro obiettivo era fare musica, non semplicemente produrre”. Così <b>Marco e Giampaolo "Jack" Parisi raccontano al Foglio la nascita del loro percorso artistico</b>. Due fratelli cresciuti in una famiglia di musicisti e arrivati alla scena elettronica internazionale attraverso anni di studio dello strumento, dell'armonia e della ricerca sonora.</p><p>Prima ancora di affermarsi come produttori, <b>i Parisi</b> <b>hanno sempre avuto l'obiettivo di portare nel digitale qualcosa che appartenesse al mondo degli strumenti tradizionali</b>: il tocco, l’espressività e la possibilità di dare un gesto umano anche a un suono sintetico. Un percorso che passa dalla formazione classica e jazz, dagli anni trascorsi a Londra con l’azienda britannica di tecnologia musicale Roli e dalla Seaboard, uno strumento elettronico espressivo che hanno contribuito a sviluppare.<b> Da lì sono arrivati gli incontri con artisti internazionali come Will.i.am, Fred again.. e Madonna, fino al Grammy vinto nel 2024</b>.</p><p>Ma prima dei grandi nomi c’è stato un percorso iniziato in Italia, con le prime produzioni e collaborazioni. Marco, racconta, ha “studiato musica classica e jazz da quando aveva 12-13 anni”, mentre Giampaolo ha “preso una strada diversa: ero batterista, ma a un certo punto ho scelto di dedicarmi alla produzione e al mondo del djing”.</p><p><i>Quando vi siete avvicinati al mondo della produzione?<br> </i>Tra il 2012 e il 2013 abbiamo avuto la fortuna di conoscere il team che stava sviluppando la Seaboard, un incontro che ci ha portato poi a vivere in Inghilterra. In quegli anni abbiamo iniziato formalmente il nostro percorso produttivo.</p><p><i>Però i vostri primi passi li avete fatti in Italia.<br> </i>Abbiamo iniziato a collaborare con DJ TY1 e con Clementino. Negli anni successivi sono arrivate anche le produzioni per Persona di Marracash.</p><p><i>Quanto è stata importante la Seaboard nel vostro percorso?</i><b><br> </b>È stato lo strumento che ci ha cambiato la vita. La musica elettronica è sempre stata un mondo molto legato a strumenti binari: pulsanti, fader, controlli. La Seaboard è stata una delle prime volte in cui uno strumento elettronico è diventato espressivo come uno strumento acustico.</p><p><i>Proprio lavorando sulla Seaboard è arrivato il primo grande incontro internazionale, quello con Will.i.am.</i><b><br> </b>Durante il periodo in Inghilterra tanti artisti venivano in azienda per conoscere lo strumento, noi eravamo quelli che facevano le dimostrazioni. Will.i.am arrivò e disse: ‘I prodotti sono bellissimi, ma loro due chi sono?’. Poi ci chiese di andare in studio con lui. In quel periodo stava lavorando alla nuova musica dei Black Eyed Peas.</p><p><i>E poi?<br> </i>Siamo andati in studio con lui e, in quei mesi, è stato quasi un mentore per noi. Ci ha raccontato episodi e ci ha dato consigli che ancora oggi fanno parte del nostro modo di lavorare.</p><p><i>Da lì è partito tutto e avete trovato un grande spazio all’estero. Secondo voi cosa manca ancora in Italia per questo tipo di musica?<br> </i>C'è una grande differenza nella cultura dei club e dei festival tra l'Italia e quello che si trova in altri Paesi. All'estero vediamo molti artisti e produttori italiani andare molto bene, anche perché ci sono più luoghi dove ascoltare questo tipo di musica. Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando: festival e club stanno iniziando a portare anche in Italia una cultura più vicina a quella internazionale.</p><p><i>In che senso?<br> </i>L'Italia è sempre stata molto forte nell’elettronica, spesso forse più conosciuta all'estero che in Italia. Basta anche solo pensare all'Italodisco. Anche quando noi crescevamo c'era una cultura delle discoteche diversa, con figure come Claudio Coccoluto, Ralf e Alex Neri.</p><p><i>A proposito di figure chiave dell'elettronica italiana, Benny Benassi vi ha voluto all'Electronic BBQ Festival,a Castellarano (RE). Come vi è arrivato l'invito?<br> </i>Siamo sempre stati grandi fan di Benny, siamo cresciuti con Satisfaction. Ci ha scritto sui social, ci siamo scambiati i numeri e abbiamo iniziato a parlare un po' di musica. Dopo qualche mese ci ha contattato per proporci di partecipare al festival e abbiamo accettato subito.</p><p><i>Recentemente avete collaborato ad alcuni brani dell'ultimo disco di Madonna. Cosa vi ha colpito di lei?<br> </i>La sua capacità di reinventarsi continuamente. Un'artista come Madonna, che da oltre quarant'anni riesce a cambiare, esplorare nuove direzioni e rimanere rilevante in ogni epoca, è qualcosa di incredibile.</p><p><i>Come vi siete incontrati?<br> </i>Grazie a una persona in comune, Chris Morris, che lavora per Warner Music US e segue anche noi. Lei e Stuart Price stavano cercando nuovi produttori che potessero portare qualcosa di più moderno al progetto.</p><p><i>Che effetto vi ha fatto entrare in studio con Madonna?<br> </i>All'inizio bisognava conoscersi e rompere il ghiaccio. Poi però abbiamo passato diversi giorni insieme e abbiamo creato una connessione anche dal punto di vista umano. Una delle cose che ci ha colpito di più è stata la libertà che ci hanno dato. Ci hanno fatto ascoltare i brani, chiedendoci: ‘Voi cosa fareste?’.</p><p><i>Nel 2024 avete vinto un Grammy come co-produttori e co-autori di Actual Life 3 di Fred again... Quanto ha cambiato il vostro percorso?<br> </i>A livello emotivo, sinceramente, poco. Ovviamente vincere un Grammy è una soddisfazione enorme, soprattutto essere tra i pochi italiani ad averlo vinto. Però noi non siamo persone che si fermano a guardare quello che hanno fatto, abbiamo sempre la sensazione che ci sia qualcosa da migliorare.</p><p><i>E qual è invece la cosa più importante per voi oggi?<br> </i>La cosa più importante è che la musica che abbiamo fatto abbia creato una connessione con le persone e che siamo stati riconosciuti per quello che facciamo, al di là del premio.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Giovanna Silva e l&#039;arte di rendere visibile l’invisibile</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Arte</category>
				<author>Francesco Stocchi, Gabriele Sassone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nome e cognome: Giovanna Silva</p><p>Luogo e anno di nascita: Milano, 1980</p><p>Gallerie di riferimento e contatti social: instagram&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/giovannamuzzisilva/" target="_blank">giovannamuzzisilva</a></p><p><a href="http://www.giovannasilva.com">www.giovannasilva.com</a></p><p><a href="https://www.humboldtbooks.com/it/" target="_blank">www.humboldtbooks.com</a></p><p><i>         Che cos’è per te lo studio d’artista?</i></p><p>È un posto dove riflettere e sistemare il lavoro, dove lavorare alle mie mappe mentali e fisiche, dove fare ricerca. Ho sempre immaginato lo studio d’artista come un luogo disordinato e pieno di oggetti ricchi di storia. Ecco, il mio invece è ordinatissimo e quasi vuoto – forse per compensare la mia compulsione – ed è proprio il vuoto che mi permette di rilassarmi e pensare. Lo studio (che oggi è anche la redazione di Humboldt Books, la casa editrice che dirigo) è uno spazio fatto di ricordi: era la casa di mia nonna materna, che ho ereditato e ho deciso di lasciare così com’era – ho tenuto l’arredo e le sue pellicce. Mia nonna è stata una figura fondamentale, la componente della famiglia che ha alimentato in me un po’ del narcisismo che spetta a ogni artista. È stata lei a regalarmi la mia prima Polaroid. Quindi il mio studio è anche un omaggio a lei, senza la quale forse avrei ripiegato su lavori più concreti. Inoltre, l’arredo anni Cinquanta diventa spesso uno sfondo per i miei <i>still life</i>. Perché poi il vero studio è la città: l’esplorazione, le camminate infinite, lo sguardo sempre vigile.</p><p><i>         A che cosa stai lavorando?</i></p><p>Al momento ho due libri in lavorazione, che spero riuscirò a chiudere dopo la pausa estiva. Un progetto con i grafici inglesi OK-RM, per la loro casa editrice InOtherWords, sui display delle merci nei mercati: l’affastellarsi assurdo di oggetti vibranti di colori in uno spazio ristretto, ordinati in un disordine controllato. Ho collezionato queste foto negli anni, durante i miei viaggi in diverse città, tra cui Bangkok, Città del Messico e Il Cairo. Ogni luogo ha una specificità propria con dei <i>pattern</i> ricorrenti, uno strutturalismo geografico insito nell’idea stessa di commercio. È un lavoro che unisce il design inconsapevole alla ricerca antropologica, e soprattutto è un progetto sulla compulsione e l’accumulo, non solo nei display ma anche nel mio lavoro.</p><p>Poi sto editando con Mousse Publishing un libro di fotografie delle impalcature edili in bambù a Hong Kong. Queste incredibili strutture primitive in un tessuto urbano così moderno sono un sovrapporsi di linee nello spazio, sono il lascito di una tradizione basata su principi pratici che la modernizzazione sta cercando di cancellare.</p><p><br></p><p><i>In che modo il viaggio può diventare una forma di archivio? </i></p><p>Nei miei viaggi ho accumulato immagini reali e alcune mitopoietiche. Quando cammino in una città a me sconosciuta, apro i miei archivi mentali di esperienze precedenti e cerco di leggere collegamenti e assonanze – a metà strada tra <i>Matrix</i> e Aby Warburg. Le fotografie cristallizzano dei momenti, talvolta rubati ad altri sensi. L’immagine di un viaggio fa risalire il ricordo di un luogo, di un odore, di uno specifico stato d’animo. Solo attraverso questi archivi il viaggio ha senso, non nella sua singolarità ma nell’insieme delle esperienze: il viaggio è un archivio di storie, le mie e quelle universali. Nella raccolta e nell’archiviazione i viaggi hanno un valore soprattutto nell’attualità della vita di tutti i giorni.</p><p><br></p><p><i>Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?</i></p><p>Devo dire che conosco più il cinema che la fotografia, forse per il suo valore fortemente narrativo – che poi è quello che cerco di ricreare nella mia produzione editoriale; a volte guardo e riguardo un film solo per la fotografia. Anche se ovviamente non posso paragonare il mio lavoro con quello di un regista come Wong Kar-wai, amo l’uso della luce per descrivere i luoghi e le atmosfere. Per diversi motivi ho una predilezione per Chris Marker, mio mentore inconsapevole – le sue guide Petite Planète sono state una fonte d’ispirazione per Humboldt Books. Invece Alberto Savinio – nella sua capacità di spaziare tra scenografia e scrittura, un uomo poliedrico e mai banale – è stato il nume tutelare dei miei racconti di città: sia il libro su Roma che quello su Milano devono a lui il titolo.</p><p><br></p><p><i>Dirigere una casa editrice è per te un’attività separata dal lavoro fotografico o è un altro modo di costruire immagini, viaggi e racconti?</i></p><p>Tra il mio lavoro d’artista e quello in casa editrice c’è un rapporto di continuo stimolo reciproco. Ho cominciato prima a lavorare ai miei libri, e solo poi a quelli degli altri – ma con la stessa attitudine. Credo che i libri di Humboldt Books abbiano una forte impronta editoriale: c’è un pezzo di me in ogni nostra pubblicazione; e allo stesso tempo il mio lavoro personale si arricchisce grazie alle collaborazioni con gli artisti con cui collaboriamo in casa editrice.</p><p><br></p><p><i>Qual è la funzione dell’arte oggi?</i></p><p>Anche se suona un po’ naïve, perché spesso rappresenta un mero investimento commerciale, io credo che l’arte possa ancora farci viaggiare con la mente e aprire mondi irreali; o rendere visibile l’invisibile. L’arte dovrebbe avere il potere di farci sentire vivi, di rendere sopportabile il presente storico. Non so quanto possa avere un impatto sulla società, ma sicuramente può sollevare degli interrogativi e contribuire ad accendere un dibattito.</p><p><br></p><p><i>Com’è organizzata la tua giornata?</i></p><p>Quando sono a Milano, ovvero molto raramente, mi sveglio prestissimo – ma vado a letto ancora più presto – e mi concentro sulla colazione, l’unico pasto irrinunciabile della giornata. Dopo di che ‘faccio cose, vedo gente’ ma soprattutto sto seduta davanti al computer oppure insegno. È in viaggio che la mia giornata è costantemente in movimento. Dopo colazione inizio a percorrere ossessivamente la città, seguo itinerari per poi perdermi, ritorno negli stessi posti in condizioni di luce differenti. Rientro in albergo dopo una quantità di passi superiore alla media e mi ritrovo, prima di addormentarmi, a sognare la mappa della città in cui sono. Sono ossessionata dal ritrarre le città, ma credo che questa sia la cosa migliore che mi sia capitata.</p><p><br></p><p><i>Nei tuoi libri fotografici il montaggio sembra importante quanto lo scatto: quando capisci che due immagini devono stare insieme? </i></p><p>Per me l’editing, la costruzione di una narrazione e la giustapposizione di immagini sono importanti quanto la fotografia stessa. Sicuramente mi diverto di più a consumarmi le ginocchia camminando con la macchina fotografica per le città, ma poi il vero lavoro – il momento in cui il progetto acquista un senso – è quando le immagini si compongono nel montaggio. A volte riesco a percepire alcuni accostamenti nell’istante stesso dello scatto, ma la verità è che produco infinite prove per decidere quale suona meglio. Ci deve essere sempre una storia, un racconto, dietro l’immagine; per me la fotografia è funzionale a una tesi: può succedere che, in un libro, magari gli scatti più belli vengano accantonati per il bene della narrazione. Quando funziona tutto, so che posso fermarmi.</p><p><br></p><p><i>In che modo hai iniziato a fare l’artista?</i></p><p>Volevo viaggiare. Ho studiato prima architettura e poi antropologia, nella speranza che mi avrebbero in qualche modo portato a vedere il mondo. Poi, per caso, ho iniziato a lavorare come assistente fotografa; altrettanto per caso ho iniziato a lavorare per <i>Domus</i>; e ancora per caso ho iniziato a fare di questa passione il mio lavoro. Non lo avevo pianificato, ci sono arrivata per vie impreviste. Ancora oggi però se mi chiedono cosa faccio rispondo impulsivamente: l’architetto! – un lavoro che praticamente non ho mai fatto.</p><p>Questa fotografia sembra essere la mia prima – nessun famigliare se lo ricorda con certezza, ma negli album di famiglia non si trovano altre testimonianze a smentirlo. Qui mi trovo a sei anni a riprendere mio padre (in una versione rothiana) su uno sfondo newyorkese in cui si intravedono ancora le Torri Gemelle: è il 1986, io ho sei anni e mio padre mi ha portato per la prima volta in America. Ricordo che in aereo si poteva ancora fumare.</p><p>Dopo otto anni come fotografa per riviste di architettura – in cui la regola non scritta ma universale era fotografie pulite, grandangolari e perfette nella loro restituzione – non so se sia successo per reazione, ma ho iniziato a lavorare nei paesi in guerra, e a rappresentare l’architettura dopo la sua distruzione. Qui in particolare mi trovo nel salotto della residenza di Gheddafi a Bab al-Aziziya, la sua fortezza a Tripoli. Ho dedicato a Gheddafi e alla creazione del suo immaginario (oltre che alla sua sconfitta) uno dei libri cui tengo di più.</p><p>Dopo cinque anni in paesi in guerra – Afghanistan, Iraq, Libia e un arresto in Egitto – ho deciso di tornare alla mia prima passione: l’architettura. Declinata però questa volta come tramite per il racconto della storia. Nella foto, lo Stadio Olimpico di Phnom Penh disegnato dall’architetto cambogiano Vann Molyvann. Era l’architetto dell’ultimo re Sihanouk, scacciato nel 1975 dall’arrivo dei Khmer Rossi guidati da Pol Pot. Il racconto usa l’architettura come espediente narrativo per parlare di qualcosa di più grande.</p><p>Ho dedicato alla città di Milano, la mia città, i miei ultimi lavori. Per anni l’avevo data per scontata, ed esplorarla per immagini è stato un procedimento terapeutico per riavvicinarmi a lei. Lo stadio di San Siro è una cattedrale che presto, pare, non ci sarà più. Questa non è una fotografia politica o sentimentale, ma un’immagine che cerca di restituire all’edificio simbolo una bellezza non banale, nella sua plasticità.</p><p>È il mio edificio preferito della città, per la sua architettura e la sua storia. Il complesso Monte Amiata è un progetto di micro-città nell’area Gallaratese di Milano, disegnato da Carlo Aymonino e Aldo Rossi negli anni Ottanta. Aldilà delle premesse teoriche, il corpo rosso di Aymonino è un piacere da fotografare, con quei piani colorati che intersecandosi si fanno astratti.<br><br></p><p>Ho imparato a conoscere Roma quando sono stata borsista all’American Academy. Il primo giorno di residenza ho appeso una mappa al muro del mio studio, l’ho suddivisa in quadranti e ho iniziato a percorrere la città ogni giorno, con costanza. Illeggibile nella sua stratificazione, Roma può essere vissuta solo come un dato di fatto. Più di tutto mi interessava il rapporto tra la storia che emana dai tanti siti archeologici e la vita quotidiana moderna che va avanti, nonostante tutto.<br><br></p><p>New York è stata la prima città che ho percorso dopo la pausa forzata della pandemia che mi ha ‘costretto’ a esplorare l’Italia. A New York ho realizzato il mio obbiettivo, in senso letterale. New York è un’esplosione di scritte, segnali, colori e stimoli. Ed è qui che ho capito che uno zoom fotografico, un obbiettivo assolutamente non architettonico, mi era necessario per ‘schiacciare insieme’ tutti i piani, in un risultato astratto di profondità urbana.<br><br></p><p>Ho iniziato a fotografare i display dei mercati per interesse personale, per studiarne la strategia e applicarla ai miei allestimenti casalinghi. Ho poi prestato sempre più attenzione a queste opere di design involontario, questo affastellamento di oggetti che superano i confini nazionali del singolo mercato per restituire una complessità più generica e uniforme.<br><br></p><p>A Hong Kong ho mappato tutti o quasi gli edifici rivestiti con impalcature di bambù. È un uso diffuso grazie alla forte presenza della pianta e alla resistenza sismica del tronco. A seguito di un incendio il 27 novembre 2025, si è a lungo discusso se sostituirle con le più comuni strutture in acciaio. Prima che questa caratteristica architettonica – così affascinante e ancestrale in una capitale moderna – scompaia ho cercato quanto possibile di registrarne la presenza, trasformandola in opere d’arte.</p><p>Non so ancora a cosa mi porteranno tutte queste fotografie di Tokyo. Ma sono affascinata da questo insieme di linee, colori e segni indecifrabili.</p>]]></description>
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				<title>La dinastia del cinema italiano</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Andrea Minuz</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Venga, la accompagno dal Presidente”, mi dice l’addetta-stampa facendomi strada su per le scale della palazzina liberty. Una salita lenta, perché a ogni rampa c’è qualcosa da guardare: grandi manifesti cinematografici, incorniciati ovunque, uno sopra l’altro, sul pianerottolo, lungo i corridoi, fino al soffitto – Pane, amore e fantasia, Poveri ma belli, Rocco e i suoi fratelli, Il bidone di Fellini, l’infilata di melò con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson (quante lacrime! diceva mia madre ogni volta che passavano in tv); ma anche vecchi film muti con Leda Gys, la nonna del Presidente, conturbante e déco in meravigliose locandine d’epoca. <b>Il catalogo della Titanus, la più grande, gloriosa casa di produzione del cinema italiano. Qui in questa casa-azienda tutto sembra rimasto fermo. Non c’è nulla degli open space delle grandi corporation: niente tornello con badge all’ingresso, pareti vegetali, divani modulari, ragazzini in felpa e sneakers che ti ricevono davanti a un iPad. </b>Sembra più un colombario o un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/louvre_1607" target="_blank">Louvre</a>, forse un po’ spettrale e malinconico, della golden age del cinema italiano. Terza generazione della dinastia Titanus, Guido Lombardo mi fa entrare nel suo ufficio, ed è elegantissimo, in completo blu, nonostante l’afa e “il picco di caldo”, l’ennesimo di questi giorni. Ha superato da poco i cinquant’anni, ma come tutto qui dentro anche lui sembra provenire da un’altra epoca. E’ appena rientrato da Ischia, dopo una gran soirée di commemorazioni viscontiane a villa La Colombaia, per i centoventi anni dalla nascita.<b> “Mi hanno dato un premio per la Titanus e il suo rapporto con l’opera di Visconti”, mi dice mostrandomi la targa – un profilo stilizzato del regista del Gattopardo – prima di posarla sulla scrivania, tra mucchi di fogli, cartoline d’epoca, pile sbilenche di libri. </b>Il fantasma di Visconti qui è ovunque. Comincia già fuori dal portone: la palazzina della Titanus sta infatti tra la stazione Termini e Castro Pretorio, in quel dedalo di strade umbertine a tema Risorgimento – via Palestro, Montebello, Solferino, Goito, San Martino della Battaglia, Sommacampagna – che è anche il repertorio di Senso. Un segno premonitore, volendo. All’ingresso poi, il primo manifesto che ti accoglie è quello del kolossal viscontiano (“ma hanno sbagliato la sequenza del tricolore che sventola nella battaglia di Palermo”, mi spiega, “non se ne accorge mai nessuno”).</p><p>E qui, incorniciato alla parete del suo ufficio, come un trofeo di caccia, ecco il piano di lavorazione del film che rovinò suo padre Goffredo: “Mio padre aveva calcolato col commercialista che, per rientrare delle spese del Gattopardo, ogni italiano l’avrebbe dovuto vedere al cinema almeno due volte. Secondo un altro calcolo gli era costato quanto tutte le villette, le palazzine, gli alberghi di Cortina messi insieme. <b>Però ogni volta che gli chiedevano se l’avrebbe prodotto di nuovo non ci pensava un attimo. Sì, certo, diceva, è per Il Gattopardo che saremo ricordati”.</b> Il buco vero fu però un altro. Sodoma e Gomorra, diretto da Robert Aldrich, uscito l’anno prima e caduto nel vuoto. Solita tentazione mitologica del cinema, che di tanto in tanto si rivela letale per i produttori. “E’ con Sodoma e Gomorra che mio padre ha perso tutto, ancora più che col Gattopardo”. Il pubblico dei film Titanus non era mai stato quello delle grandi città, ma delle periferie, dei piccoli centri, della sterminata provincia italiana. La Titanus era Matarazzo e Poveri ma belli, non Visconti e il kolossal mitologico. All’inizio del 1964, Goffredo Lombardo è costretto a vendere l’impero che ha costruito negli anni Cinquanta a suon di melodrammi popolari: i teatri di posa della Farnesina, gli stabilimenti sull’Appia, la sala di doppiaggio di via Margutta, i cinema, concentrati soprattutto a Napoli. Tutto. Non gli resta niente. “Mio padre era sommerso dai debiti, si era tenuto solo una cinquecento verde e il marchio, che non volle vendere, perché sapeva che prima o poi se lo sarebbe ripreso”. <b>Ma per capire come ci riuscì bisogna partire dal Circeo, dalla passione di Goffredo Lombardo per la pesca subacquea e dall’ossessione per gli squali – cose che erano già in Africa sotto i mari, film Titanus del 1953: un magnate, uno yacht, il Mar Rosso, Sophia Loren diciottenne in due pezzi, nello splendore del Ferraniacolor, impigliata in una rete tra cernie e polpi.</b></p><blockquote>Guido Lombardo racconta i calcoli del padre Goffredo per rientrare dalle spese del “Gattopardo”. “Ma è con ‘Sodoma e Gomorra’ che ha perso tutto”</blockquote><p>La lunga faida dei Lombardo con gli squali inizia poco dopo. Nel 1956, Goffredo Lombardo viene attaccato da uno squalo bianco al Circeo. Oggi col climate change e gli squali in cerca di refrigerio capita un po’ ovunque, ma all’epoca era un evento raro, un gradino sotto gli avvistamenti ufo. Ferito, riesce a tornare a riva. Qualsiasi altra persona – io di sicuro – considererebbe finita qui la pesca in mare aperto, le immersioni e opterebbe per le Dolomiti. Quella di Goffredo Lombardo invece s’infiamma. <b>“Mio padre rientrò a Roma e andò al mattatoio, si fece mettere quaranta litri di sangue in vari bidoni di latta, poi prese venti chili di mammella di vacca, un amo da pescecane, corde, gavitelli, un fucile da caccia a pallettoni, quindi tornò al Circeo. Si fece portare da un pescatore in motoscafo nel punto esatto dell’attacco, sistemò l’esca, sparse il sangue in acqua, lo squalo arrivò e addio”.</b> Tutto con la perizia di un produttore che allestisce il set della sua vendetta personale. Poco dopo fonda “Mondo Sommerso”, la prima rivista italiana del settore subacqueo. Collaborano tutti i pionieri: Gianni Roghi, Maurizio Sarra, Jacques-Yves Cousteau, Jacques Mayol, Folco Quilici, Enzo Maiorca. Copertine formidabili con Claudia Cardinale su un gommone. In uno dei primi numeri, Lombardo pubblica il resoconto molto hemingwayano della sua vendetta: “E morì di domenica”. <b>E’ chiaro che uno così non si sarebbe mai rassegnato al fallimento del suo impero cinematografico. </b>Finito sul lastrico, il produttore del Gattopardo s’inventa i “musicarelli”, quelli con Rita Pavone, Al Bano e Romina, Gianni Morandi. Li fa girare a una giovane Lina Wertmüller che si firmava George Brown. La critica non approva, come del resto anni prima aveva schifato i “polpettoni” della Titanus – Catene, Tormento, I figli di nessuno, i “Temptation Island” del nostro dopoguerra. Il pubblico invece apprezza. Incassi milionari. Lombardo risale. Piano piano si riprende tutto.</p><p>Oggi Rita la zanzara, musicarello yéyé con Rita Pavone, è presentato con tutti gli onori alla Cinémathèque. Un mese fa, un trionfo per la versione restaurata al Cinema Ritrovato di Bologna. “Mio padre amava il cinema popolare. I melodrammi con Amedeo Nazzari erano un aggiornamento della sceneggiata napoletana, con cui era cresciuto. I musicarelli furono una grande idea e non c’era niente di simile in Italia. Però voleva anche rischiare con film più artistici. <b>Ogni volta che rivedevamo insieme Rocco e i suoi fratelli, mi accorgevo che aveva gli occhi lucidi… che capolavoro abbiamo fatto, diceva”.</b> La sceneggiata è il punto di partenza di tutto. Perché la dinastia Lombardo comincia a Napoli e Napoli resterà sempre la città d’elezione, il cuore della vicenda. 1904: Gustavo, nonno di Guido, all’epoca diciannovenne, rinuncia a diventare avvocato e apre un piccolo ufficio per il commercio di film. Cosa impensabile, a dir poco scellerata per l’epoca. Peggio che investire in bitcoin dieci anni fa. L’incontro con Leda Gys fa il resto. Lei era l’attrice del muto più richiesta, musa e amante di Trilussa che le aveva anche trovato questo nome d’arte (si chiamava Giselda Lombardi). Lombardo gliela porta via. “Quando c’era papà di Trilussa non si poteva parlare mai”, mi racconta Guido, “in casa non c’erano suoi libri, io non sapevo chi fosse, credo di averlo scoperto dopo i trent’anni”. Mi fa vedere con un certo orgoglio una vecchia cartolina di Leda Gys con una poesia scritta a mano e la dedica di Trilussa. “L’ho ritrovata in una bancarella”. <b>Un piccolo risarcimento personale.</b></p><blockquote>1904: Gustavo, diciannovenne, rinuncia a diventare avvocato e apre un piccolo ufficio per il commercio di film. L’incontro con Leda Gys fa il resto</blockquote><p>Il padre Goffredo entra in scena nei primi anni Cinquanta. Trova la formula vincente coi mélo di Matarazzo ma s’inventa anche Sophia Loren – mentre Gustavo aveva fatto esordire Totò, per dire la napoletanità della Titanus. “Sofia Scicolone era un nome tremendo. Non avrebbe mai funzionato… papà si ispirò a Marta Toren, un’attrice svedese all’epoca molto celebre che era finita anche in un film di Genina. Una L al posto della T e il gioco era fatto. La mamma di Sofia era assolutamente contraria, non puoi cambiare nome a mia figlia! Diceva, ma alla fine la spuntò mio padre”. Oggi in pochi si ricordano di Marta Toren.</p><blockquote>Goffredo entra in scena nei primi anni 50. S’inventa anche Sophia Loren: “Sofia Scicolone era un nome tremendo. Non avrebbe mai funzionato”</blockquote><p>L’ufficio di Guido Lombardo sembra uscito da un ready-made surrealista. Una stanza grande, boiserie scura, scrivania curva, ogni angolo pieno di oggetti, quadri, vecchie fotografie, cimeli, premi. Come un antiquario di Portobello ma coi Telegatti sulle mensole. Il vero centro però è una collezione di Doulton e Beswick, cani di ceramica inglesi, iperrealistici, di tutte le taglie: setter, pointer, spaniel, levrieri, tutti in posa, tutti fermi nell’attimo prima dello sparo. “Li prendevo a Londra, li regalavo sempre a mio padre, anche se a lui sotto sotto non piacevano, non li sopportava, però se li teneva, li ha messi tutti qui”. <b>Sembra di stare dentro un quadro di caccia inglese, uno di quei Landseer vittoriani coi cani in primo piano, enormi, e il padrone come una macchia sullo sfondo. </b>Guido Lombardo ha preso in mano l’azienda vent’anni fa, dopo la morte del padre. “Da bambino mi mandano a Parigi, perché mio padre aveva ricevuto un volantino delle Br, in cui minacciavano di rapirmi – il prossimo è tuo figlio. A Parigi stavo a scuola con Carla Bruni, mai avrei immaginato sarebbe diventata una top-model”. Tornato a Roma, tanta gavetta in tutti i reparti, nessuno sconto: elettricista, macchinista, portatore di caffè sul set. “Poi dovevo andare in montaggio, partecipare senza fiatare alle riunioni di sceneggiatura, stendere i riassunti dei copioni, andare al cinema tutti i giorni e studiare gli incassi”.</p><p>Quando parla di cinema, Guido Lombardo non usa un lessico manageriale. Non dice library, data-driven, engagement. Ci tiene anzi a ricordarmi sempre che Titanus è uno dei marchi di cinema più antichi del mondo (“la Gaumont è nata qualche mese prima di noi, ma insomma, siamo lì”). “Sono uno dei pochi produttori che parla ancora di famiglia”, dice, “perché la Titanus è stata davvero una famiglia per tante persone”. Mi racconta di Cesarina, l’implacabile segretaria di suo padre, che veniva qui da Ostia, un’ora di treno tutte le mattine – “gli uffici Titanus aprivano alle otto e mezzo, ma papà arrivava alle otto, prima di tutti”. Mi racconta dei vecchi attrezzisti che ha conosciuto, dei pranzi sul set coi macchinisti, della “piazza bianca extra” che bastava a rendere felice la troupe. Altri tempi.</p><p><b>Mentre parla, mi rendo conto di quante madeleine Titanus ci siano nei miei ricordi. “Mondo Sommerso” lo comprava mio padre, lo lasciava in giro per casa, e m’incantavo davanti alle mute, le foto di Maiorca in apnea, le modelle in bikini per un servizio su “come si avvicina una cernia”.</b> E poi lo “scudo” Titanus che risuona subito nella memoria con quella sigla che partiva d’estate, dopo pranzo, e voleva dire che sarebbero arrivati Amedeo Nazzari o De Sica o Gina Lollobrigida o Marisa Allasio e Maurizio Arena maranza di Trastevere. Ed è dalla tv, appunto, che bisogna ripartire. Perché la Titanus che Guido Lombardo prende in mano vent’anni fa è soprattutto fiction, film per la tv, teleromanzi come Edera, Orgoglio, grandi successi che riprendono il discorso mai interrotto dei vecchi mélo. “Da bambino ricordo mio padre che parlava di questo signore che veniva da Milano, che nessuno conosceva, ‘ma chi è questo qui che vuole comprare tutto il catalogo? Non si è mai vista una cosa del genere’, diceva”. Quando nel 1980 cede a Berlusconi i diritti televisivi del catalogo Titanus, in pochi capiscono cos’ha in mente. Goffredo Lombardo sa che quel cinema eroico, epico, quello fatto con Visconti e Fellini è destinato a sparire.<b> “Anche se con grande rammarico mio padre aveva capito che il cinema era una cosa del passato, che gli affari si spostavano altrove. Quando fece esordire Tornatore, con Il camorrista, gli propose di fare insieme il film e la serie, e Tornatore non capisce… ‘perché anche una serie’, gli chiede? ‘Perché il cinema è morto’, risponde mio padre”.</b> Siamo nel 1985. E trent’anni prima delle Gomorra e delle Suburra, Tornatore gira una serie in cinque episodi che Goffredo Lombardo vende alla Fininvest, rientrando così delle spese del Camorrista, film costosissimo e complicato. “Tornatore faceva su e giù qui sotto, davanti al portone, arrivava tutte le mattine, la cosa andò avanti per settimane, forse mesi”, dice. “Non aveva ancora fatto niente, aveva venticinque anni e voleva lavorare con mio padre. Alla fine lo prese, lo mise a leggere sceneggiature, poi gli produsse il primo film. Ecco, la Titanus era questa cosa qui”.</p><blockquote>“Tornatore faceva su e giù davanti al portone, aveva 25 anni e voleva lavorare con mio padre. Alla fine lo prese. La Titanus era questa cosa qui”</blockquote><p>Qualche anno fa, Tornatore ha dedicato un gran documentario a Goffredo Lombardo, epico sin dal titolo, L’ultimo Gattopardo. Ma oggi? Come si tiene in piedi un mito quando si arriva alla terza generazione e il mondo che quel mito ha costruito non c’è più? “Io sono cresciuto con Sophia Loren, ci sentiamo sempre. Sono cresciuto con un signore che ho sempre chiamato Carletto e che poi ho scoperto essere Bud Spencer. I miei primi ricordi di bambino sono le cene a casa di Steno, lui e mio padre che discutono gli sketch per Totò”. Da qui alle piattaforme il salto è brusco. <b>“Negli ultimi dieci anni è cambiato di nuovo tutto: si lavora in fretta, girano cifre assurde, ci si frequenta poco”.</b> Ma il marchio continua: restauri, diritti, fiction, la Cinémathèque che elogia i musicarelli con Rita Pavone. Guido Lombardo tira fuori l’iPhone dal taschino della giacca che non si è mai tolto per tutta la mattinata. Sulla cover c’è lo scudo Titanus.</p>]]></description>
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				<title>La buona terza via all’isteria su Vannacci passa per un consiglio di Giorgetti</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>V come vittoria. V come virus. V come via di fuga. V come vade retro.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/18/news/lurgenza-di-un-vaffa-a-vannacci--402555" target="_blank">V come Vannacci</a>. La V che sta angosciando da settimane la classe dirigente del centrodestra è quella che coincide con la prima lettera del cognome del generale drammaticamente più famoso d’Italia. Che si fa con Vannacci? Ci si allea? Non ci si allea? Lo si ignora? Si risponde? Lo si attacca? Lo si marca? Lo si lascia al suo destino? E se non ci si allea, come si vince? E se non si vince, come si fa? Nel calderone impazzito e accaldato della politica estiva alle orecchie di Giorgia Meloni arrivano suggerimenti di ogni tipo. Alleati, tanto poi te lo mangi tu. Non allearti, perché poi ti mangia lui. Affidati al voto utile, tanto gli elettori di destra non vogliono far vincere la sinistra. Non affidarti al voto utile, perché altrimenti rischi di andare a sbattere, di perdere o, peggio ancora, di peggiorare. <b>Il consiglio più interessante, suggestivo e intelligente offerto a Giorgia Meloni in queste ore è quello che arriva da un politico cauto, prudente e spesso saggio che di nome fa Giancarlo e di cognome fa Giorgetti.</b> Giorgetti, lo sappiamo, non è esattamente il profilo del politico che macina, costruisce e genera consenso. Ma nel corso degli anni ha imparato a muoversi non solo tra le strettoie dei conti pubblici ma anche tra i sentieri impervi della politica. E il lodo Giorgetti, lodo da sposare, almeno in parte, suona grosso modo così. Cara Giorgia, noi non possiamo in nessun modo pensare di allearci con Vannacci. E’ impensabile. E’ una pazzia. Lo è per la Lega, ma questo lo sai, che sarebbe ancora più esposta a un’erosione. Lo è per Forza Italia, e anche questo lo sai, che rischierebbe non tanto di uscire dalla coalizione, cosa impensabile e impossibile, ma di diventare indigesta per molti elettori moderati in cerca d’autore. In definitiva, cara Giorgia, avere Vannacci in coalizione sarebbe complicato anche per te. E’ vero che, numeri alla mano, si potrebbero vincere le elezioni. Ma quello che va considerato è anche questo: non solo cosa siamo disposti a perdere, come identità della coalizione, ma anche tu quanti voti sei disposta a perdere, perché un Vannacci fuori dalla coalizione pagherebbe lo scotto del voto utile, mentre un Vannacci dentro la coalizione secondo te, dopo aver tolto voti alla Lega, a quale altro partito li toglierebbe, se non a Fratelli d’Italia?</p><p>Fin qui, tutto chiaro e lineare, persino elementare. Ma il lodo Giorgetti interviene, come il diavolo, nei dettagli. La tesi di Giorgetti è che fare una nuova legge elettorale può essere indigesto per qualcuno ma è necessario per la coalizione. <b>Non solo per provare a vincere ma perché con questa legge elettorale, quella attuale, un’alleanza con il partito di Vannacci sarebbe necessaria, quasi obbligatoria.</b> Il motivo è semplice. Con l’attuale legge elettorale, il Rosatellum, un terzo dei seggi viene assegnato attraverso i collegi uninominali. Significa che le coalizioni devono mettere dentro tutto e il contrario di tutto, nei collegi, per evitare che finiscano agli avversari. Senza Vannacci, con questa legge elettorale, il centrodestra sarebbe spacciato e rischierebbe di ritrovarsi in una condizione non molto diversa da quella in cui si trovò il centrosinistra nel 2022, che andando diviso perse tutti o quasi i collegi uninominali, regalando al centrodestra una maggioranza così ampia da avergli permesso di governare per quattro anni e mezzo. Con la nuova legge elettorale, invece, si può tentare, correndo un piccolo rischio, un’operazione diversa, spericolata, coraggiosa e forse necessaria. Primo passo: andare alle elezioni con il centrodestra unito, senza Vannacci, e provare a sfruttare il voto utile per arrivare al 42 per cento, soglia oltre la quale scatta il premio di maggioranza, facendo affidamento sul fatto che qualche voto al M5s lo potrebbe togliere Vannacci e qualche voto al Pd lo potrebbe togliere il Terzo polo, a cui Giorgia Meloni si sta interessando in prima persona. Secondo passo: in caso di non raggiungimento della soglia del 42 per cento da parte di nessuna coalizione, la legge elettorale (approvata al momento solo alla Camera) diventa una legge proporzionale. Soglia al tre per cento e stop. E’ in questo quadro che subentra il piano Giorgetti: con Vannacci si può dialogare dopo le elezioni, non prima, in modo tale da (a) non farci cannibalizzare, (b) tentare tutte le strade per il voto utile e (c) discutere eventualmente con lui in un secondo momento. All’interno di questo piano, andare alle elezioni senza Vannacci e valutare dopo, c’è la grande speranza di Meloni, ovverosia che il Terzo polo, con Carlo Calenda, Luigi Marattin, Pina Picierno, possa non solo drenare voti al centrosinistra ma anche essere un’alternativa per il futuro. <b>Ma il piano Giorgetti una sua logica ce l’ha.</b> Niente alleanza con Vannacci, continuiamo a dargli filo da torcere, non facciamoci prendere dal panico, avviciniamoci alle elezioni senza isteria, giochiamoci le nostre carte con la legge di Bilancio, nella convinzione che il prossimo 22 settembre l’Istat possa rivedere al ribasso il deficit dello scorso anno, portandolo dunque sotto il tre per cento, condizione che darebbe la possibilità di valutare quest’anno una manovra un minimo espansiva, proviamo a declinare la nostra vocazione maggioritaria e se non ci riusciremo e gli avversari non avranno vinto avremo una strada per salvare la faccia, provare a raccogliere più voti possibili e magari governare i prossimi cinque anni senza avere un Vannacci vicepremier. Semplice e lineare. Viva il lodo Giorgetti!</p>]]></description>
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				<title>Meloni chiama il centro. L’azione discreta per incoraggiare l’incontro tra Calenda, Picierno e Marattin</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgia-meloni_429" target="_blank">Giorgia Meloni</a>&nbsp;ha a cuore il futuro del centro, inteso come Terzo Polo. Da giorni, secondo quanto risulta al Foglio, la premier si sta spendendo con discrezione per far sì che i  soggetti che potrebbero comporre il centro, il centro fuori dalle coalizioni, possano trovare un’intesa, avvicinandosi a Carlo Calenda (il cui partito è rientrato tra quelli esentati dalla raccolta delle firme per presentarsi alle prossime elezioni). Meloni vedrebbe bene l’aggregazione di Calenda con Luigi Marattin e Pina Picierno e ha avuto contatti con gli interessati. Non per costruire un’alleanza, sarebbe falso, ma altre ragioni politiche. Primo: cercare sponde eventuali nel futuro, per muoversi al centro. Secondo: avere un soggetto in grado di drenare voti a sinistra. Terzo: creare lo spazio per un’opposizione costruttiva. Vannacci cresce. Ma se crescesse anche il centro non sarebbe una cattiva notizia. Non solo per Meloni, ma anche per l’Italia che cerca alternative all’agenda Vannacci.</p>]]></description>
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				<title>“No pasaran!”. Gli imbarazzi di FI con gli alleati, dal ddl minori alle intercettazioni</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Luca Roberto</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Il ddl per l’imputabilità  dei minori? L’abbiamo appreso, non siamo stati consultati preventivamente”. E’ un po’ questo il tenore delle considerazioni che si muovono tra i parlamentari di Forza Italia sul disegno di legge presentato dal governo giovedì, la cosiddetta norma “anti maranza” che, nelle intenzioni della premier&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgia-meloni_429" target="_blank">Giorgia Meloni</a>, punta a “<b>punire i ragazzi che pensano di poter fare come vogliono. Chi sbaglia paga</b>”. In realtà alla Camera giace da qualche tempo una proposta a prima firma che punta  a far scendere a 13 anni la soglia di imputabilità dei minori. Ma di certo le tempistiche non sembrano essere state concordate con gli azzurri, in un momento già particolarmente teso nel rapporto tra alleati. Con una crescente pressione del “fattore Vannacci” su Fratelli d’Italia e Lega che rischia di schiacciare il partito di Tajani. E anche dei rilievi di costituzionalità, si sussurra tra gli azzurri, forse bisognava tenere maggior conto. Recependo alcune considerazioni dei tecnici di area. “<b>E’ un provvedimento che affronta il tema della dilagante criminalità giovanile, di fronte al quale non si può essere inerti”, dice il capogruppo di FI alla Camera Enrico Costa. “Il governo è intervenuto correttamente attraverso un disegno di legge che consentirà di avere tutto lo spazio in Parlamento, attraverso le audizioni ed il dibattito, per approfondire i profili tecnico giuridici, garantendo, anche in concreto, la puntuale valutazione delle condizioni soggettive dei minorenni</b>”. Una valutazione nel merito, insomma, è rimandata alla discussione in Aula. Anche se, come detto, all’interno del gruppo parlamentare serpeggi qualche malumore.</p><p>Sono apprensioni se vogliamo minori, marginali, rispetto a quelle ben più preoccupanti emerse nello scrutinio del decreto Giustizia e immigrazione, al vaglio della commissione Affari costituzionali del Senato. Dove Fratelli d’Italia ha proposto un emendamento per estendere l’utilizzo delle intercettazioni, su suggerimento del procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo. E dove s’è manifestata la netta contrarietà dei forzisti. Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, uomo molto vicino alla famiglia Berlusconi, parlando al Foglio la mette in questi termini: “Quello è il vero fronte interno alla maggioranza. Sulle intercettazioni non indietreggeremo di un millimetro. Lo dico chiaro e tondo: no pasaran!”. Dichiarazioni molto simili a quelle di Stefania Craxi, capogruppo di Forza Italia al Senato, che nelle scorse ore ha rincarato la dose: “Sono stati presentati dai nostri alleati alcuni emendamenti senza consultarci. Restiamo leali, ma chiediamo anche noi lealtà. Non arretriamo di un millimetro sui principi, ma siamo disponibili a trovare soluzioni attraverso il confronto”, ha spiegato al Corriere. Esponendosi anche sull’altra pietra dello scandalo dei rapporti tra Meloni e i forzisti: lo Stabilicum. “<b>La legge elettorale varata alla Camera può essere approvata così com’è al Senato, anche subito”, ha chiarito. “Attendiamo di conoscere nel dettaglio eventuali emendamenti degli alleati, vedremo se vi sarà solo il sistema misto di liste bloccate e preferenze o anche altro. Ogni tecnicismo va ponderato politicamente”. Anche Tajani ieri sul punto  è sembrato ondivago, spiegando che “le preferenze non sono la chiave della nuova legge elettorale</b>”. Sullo sfondo c’è sempre un’estensione della legittima difesa, voluta soprattutto dalla Lega (su pressing vannacciano) e che però da Forza Italia hanno già rispedito al mittente. “Sconvolgerebbe il diritto penale”, ha chiuso il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto.</p><p>Tajani oggi sarà a Grosseto per il congresso del partito in Toscana: unico candidato è il segretario uscente Marco Stella. Una conferma senza pathos  già osservata in Abruzzo, Sardegna, Veneto. E che in qualche modo serve a cristallizzare il potere del segretario nazionale. Non è detto che però mentre si blinda sui territori il vicepremier riesca a tenere compatti i gruppi parlamentari. Pronti, anzi, a creare più di un grattacapo alla maggioranza. “No pasaran!”.</p>]]></description>
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				<title>La copertina del Foglio Review, raccontata da Cecilia Balzani</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:19:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Gaia Montanaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>La cover della Review di questo mese l’ha illustrata Cecilia Balzani, una giovane illustratrice che ha partecipato al workshop realizzato da Mimaster in collaborazione con Il Foglio. Il tema su cui lavorare era quello dell’amicizia, nella sua declinazione più estiva.&nbsp;</p><p><i>Qual è stato il processo creativo che l’ha portata a illustrare la cover del Foglio Review, dal titolo “Buone vacanze”?</i></p><p>A me le idee o vengono subito o finisco per non dormirci la notte, con la cover di Review è successo il secondo caso. Ho capito che per me le notti insonni sono “la stanza tutta per sé” di cui parlava Virginia Woolf, uno spazio privato e calmo in cui posso pensare. Dopo una giornata passata a guardare immagini, leggere e fare ricerca per trovare l'ispirazione, ho bisogno di fissare il soffitto della mia camera per qualche ora e raccogliere le idee, a volte funziona. Ormai tengo quaderno e penna a fianco al letto, non si sa mai che mi venga un’idea che devo assolutamente appuntarmi.&nbsp;</p><p><i>Come ha scelto di declinare il tema dell’amicizia e quali sono stati i criteri di scelta delle immagini da includere? &nbsp;</i></p><p>Quando ho letto il brief sul tema dell’amicizia ho subito pensato alla me bambina - sarà che forse si associa all'infanzia l’idea di un’amicizia più semplice e schietta, meno influenzata da norme sociali e convenevoli vari. Con l’illustrazione volevo comunicare questo tipo di amicizia, quindi ho pensato a un episodio classico che è capitato a tutti e tutte mentre giocavano con gli amici: il recupero della palla. Quando la palla finisce su un albero, in un fosso, in acqua non c’è che ingegnarsi, lavorare di squadra e andare a riprendersela, altrimenti il gioco è finito. Così ho disegnato tre amici che per recuperare il pallone creano una catena umana in cui ognuno dipende letteralmente dall’altro, ho volutamente reso la situazione un po’ surreale ed esagerata per rendere il messaggio più chiaro e perché mi divertiva.&nbsp;</p><p>Ho ambientato la scena in una cittadina italiana indefinita, un po’ vuota ma dove in un pomeriggio estivo e caldo ci sono ancora bambini che giocano liberamente in piazza, cosa che i bambini nati in una grande città come me non hanno mai vissuto.&nbsp;</p><p><i>Come ha lavorato dal punto di vista compositivo e della scelta cromatica?</i></p><p>Quando si parla di composizione e colore inizialmente io tendo ad essere molto istintiva, butto giù le bozze come mi viene e in corso d’opera vado a spostare, modificare o aggiungere i vari elementi. Questo solo quando lavoro con tecnica digitale, come in questo caso, che mi permette di modificare velocemente l’illustrazione già quasi definitiva. Il lavoro con tecnica tradizionale invece lo imposto al contrario: parto dalle bozze in digitale, arrivo a un semi definitivo e alla fine passo a carta e penna. Per quanto riguarda i colori tendo ad usarne pochi, anche in questa illustrazione li ho limitati a rosa, rosso e blu.&nbsp;Se qualcosa non mi torna tendo a guardare l’illustrazione molto piccola o da lontano, così si vede subito se ci sono elementi compositivi o cromatici che danno fastidio all’occhio.&nbsp;</p><p><i>Quali sono i riferimenti artistici che la ispirano nel suo lavoro?&nbsp;</i></p><p>Amo autori e autrici che con il loro lavoro riescono unire poesia e ironia quel tanto da far sorridere e intenerire allo stesso tempo.&nbsp;Gilles Bachelet è un esempio celebre di ciò di cui parlo, nei suoi libri riesce a far sorridere lettori di ogni età con una scrittura semplice, bei disegni e il giusto tocco di ironia. Un altro illustratore che mi piace è Andrea Pazienza. Lui è conosciuto principalmente per i suoi fumetti per adulti, ma ha scritto anche un albo illustrato per bambini bellissimo, si chiama “A cosa serve un Perepè?” e parla di fantasia e rispetto verso gli altri, è poetico, intelligente, ironico e ha quell’umorismo nonsense che a me affascina. Apprezzo molto anche un duo di fumettisti tedeschi “War and Peas”; li seguo da tanti anni e amo il loro senso dell’umorismo surreale e bizzarro. Spero veramente che a furia di leggere le loro vignette me ne abbiano passato un po’. &nbsp;</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/gli-eventi-del-foglio/2026/07/20/news/chi-sara-con-noi-a-milano-per-levento-il-futuro-della-mobilita--402629</link>
				<title>Chi sarà con noi a Milano per l&#039;evento &quot;Il futuro della mobilità&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 13:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Che cosa cambierà nella mobilità nei prossimi anni? La strada imboccata verso l’elettrificazione è davvero senza ritorno? Come trasformare in una vera opportunità la trasformazione che ci attende? Ne parliamo il&nbsp;15 settembre dalle&nbsp;9:30 alle 13:00 nella sede di Automobile Club Milano in corso Venezia 43.&nbsp;</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti,<b> la</b> <b>prenotazione è obbligatoria: mobilita@ilfoglio.it</b></p><p>Geronimo La Russa (Presidente ACI)<br>Pietro Meda (Presidente AC Milano)<br>Alfredo Altavilla (Special Advisor BYD per l'Europa)<br>Maurizia Bagnato (Bosch Italia)<br>Michele Crisci (Presidente Volvo Italia)<br>Carlotta Gallo (Dirigente Polizia Stradale)<br>Mario Isola (Direttore Generale ACI Sport)<br>Dario Marrafuschi (Direttore Motorsport Pirelli)<br>Massimo Nalli (Presidente e AD Suzuki Italia)<br>Roberto Pietrantonio (Presidente UNRAE)<br>Fabio Pressi (Ce of A2A E-Mobility e Presidente Motus E)<br>Edoardo Rixi (Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti)<br>Marco Santucci (Managing Director e Ceo Geely Italia)<br>Sergio Savaresi (Politecnico di Milano)<br>Roberto Vavassori (Presidente ANFIA)</p>]]></description>
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				<title>La copertina del Foglio Review, raccontata da Alessandro Ventrella</title>
				<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 12:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Gaia Montanaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>La cover della Review di questo mese è un omaggio alla fumettista recentemente scomparsa Marjane Satrapi. L’ha realizzata Alessandro Ventrella che ci ha generosamente raccontato dell’accurato lavoro su questa copertina.&nbsp;</p><p><i>Qual è stato il processo creativo che l’ha portata a illustrare la cover del Foglio Review, dal titolo “Omaggio a Marjane Satrapi”?</i></p><p>Nella fase iniziale del progetto ho sviluppato diverse proposte, molto differenti tra loro, accomunate però da due elementi centrali: la presenza di Marjane Satrapi in primo piano e un chiaro riferimento all’Iran, alla sua esperienza personale e ai temi che ha continuato a raccontare attraverso le sue opere.</p><p>Ho immaginato l’autrice immersa nel suo universo creativo, circondata da disegni, inchiostro, matite e mozziconi di sigarette. Allo stesso tempo, l’ho vista come un simbolo della resistenza e della protesta delle donne iraniane. Nella versione definitiva ho voluto renderle omaggio disegnandola in primo piano: vestito nero, colletto bianco e sigaretta in mano. Dal fumo prendono forma alcune immagini tratte da Persepolis, il suo lavoro più celebre, quasi fossero ricordi, idee e frammenti di una storia (la sua) che continua a parlare al presente.</p><p><i>Come si è rapportato al lavoro di una fumettista come Marjane Satrapi e cosa ha scelto di valorizzare della sua opera?&nbsp;</i></p><p>La prima cosa che ho fatto, appena conosciuto il tema del numero, è stata tornare a Persepolis. Rivederlo mi ha permesso di entrare nuovamente nel suo immaginario e di riflettere sulla forza del suo racconto. Nell’illustrazione ho voluto valorizzare soprattutto la dimensione storica e politica della sua opera. Le scene che emergono dal fumo richiamano alcuni momenti della graphic novel e raccontano il contrasto tra l’immagine stereotipata dell’Iran vista dall’esterno e la complessità della realtà vissuta dalla sua popolazione.&nbsp;</p><p><i>Come ha lavorato dal punto di vista compositivo e della scelta cromatica?</i></p><p>Fin dall’inizio ho sentito la necessità di dare il massimo risalto sia alla figura di Marjane Satrapi sia alle scene ispirate a Persepolis. Per questo ho optato per una composizione centrale, costruita lungo un asse verticale che accompagna lo sguardo attraverso l’intera copertina.</p><p>Per quanto riguarda il colore, avrei potuto richiamare direttamente il celebre bianco e nero dei suoi fumetti. Ho preferito invece guardare a un altro aspetto della sua produzione artistica, lasciandomi ispirare dai suoi dipinti. Da qui nasce l’idea del rosso, un colore che ricorre spesso anche nel mio lavoro. Lo associo all’idea di protesta, di impegno civile, di lotta per i diritti e di presa di posizione. Mi è sembrato il modo più efficace per restituire l’energia e il significato della copertina, oltre a creare un forte impatto visivo.</p><p><i>Quali sono i riferimenti artistici che la ispirano nel suo lavoro?&nbsp;</i></p><p>Continuo a essere influenzato da artisti e movimenti che hanno segnato la storia dell’arte e dell’illustrazione. Penso a Schiele e alla Secessione Viennese, ma anche a illustratori come Leyendecker e Norman Rockwell, autori di alcune delle più iconiche copertine del Saturday Evening Post.</p><p>Anche in Italia ho avuto importanti punti di riferimento, alcuni dei quali ho avuto la fortuna di incontrare durante il mio percorso di formazione e che hanno contribuito in modo significativo alla mia crescita professionale.</p><p>Al di là delle influenze strettamente visive, però, una delle mie principali fonti di ispirazione è la musica. Quando disegno cerco spesso di tradurre in immagini le emozioni che mi trasmette la canzone d’autore.</p><p>Infine, guardo anche la realtà che mi circonda: la quotidianità, l’attualità, ciò che accade in Italia e nel mondo. Il lavoro di un illustratore non può prescindere dall’osservazione del presente e dalle trasformazioni della società in cui vive.</p>]]></description>
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				<title>Scegli Il Foglio come fonte preferita su Google</title>
				<pubDate>Thu, 07 May 2026 16:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da qualche giorno hai la possibilità di&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=890d2accc4&amp;e=c8616e606c" target="_blank">dire tu a Google</a>&nbsp;<b>quali sono le tue fonti preferite, avendo così un maggiore controllo sulle notizie visualizzate tra i risultati di ricerca.</b> Cliccando&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=d3adde16a1&amp;e=c8616e606c" target="_blank">questo link</a>&nbsp;puoi selezionare le testate e i siti che desideri far apparire più frequentemente tra le notizie principali, compreso Il Foglio. Per farlo ci vuole pochissimo: basta che accedi con il tuo account Google e&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=ab3ecd0ad2&amp;e=c8616e606c" target="_blank">aggiungi Il Foglio</a>&nbsp;tra le fonti di informazione che preferisci seguire.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2023/10/19/news/la-situa-la-newsletter-del-direttore-claudio-cerasa--174630</link>
				<title>La Situa, la newsletter del direttore Claudio Cerasa</title>
				<pubDate>Thu, 19 Oct 2023 13:59:41 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Capire l'Italia con un linguaggio nuovo, per non disorientarsi in un mondo che cambia e senza perdersi in troppe chiacchiere, senza perdere troppo tempo e senza prendersi troppo sul serio. Una storia, cinque righe. E chicche rapide per gli universitari. Da sabato 21 ottobre, ogni sabato mattina, ci sarà nelle vostre caselle email <strong>La Situa</strong>, la newsletter del direttore Claudio Cerasa.</p><p>Iscriversi è semplice, è gratis. <a href="https://sso.ilfoglio.it/newsletter.html">Basta cliccare qui e fare un click sula tasto ISCRIVITI nel riquadro LA SITUA e inserire la vostra email</a>.</p>]]></description>
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				<title>Il rapporto tra madre e figlia tra viaggio e memoria. E Virginia Woolf</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Figlio</category>
				<author>Giacomo Giossi</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?” </b>La massima di Conrad che mai ha scritto e probabilmente nemmeno mai ha pronunciato, ma che ha avuto così tanta fortuna, trova una sua alternativa di genere in un possibile: “Come faccio a spiegare che quando viaggio sto lavorando?”, che nemmeno Heather Christle pronuncia mai, ma che si può desumere dal suo intenso e struggente Tra i rododendri. Memorie in compagnia di Virginia Woolf (Il Saggiatore, traduzione di Paola Moretti).</p><p>Romanzo, saggio, reportage e memoir, come già aveva fatto Christle con il precedente Il libro delle lacrime, Tra i rododendri appare come un impasto di ricordi e riflessioni in cui agisce un movimento continuo dentro al quale ogni cambio d’orizzonte muta radicalmente non solo il presente, ma anche il passato che fino ad allora si era determinato. Composto da quattro viaggi, due in solitudine e due insieme alla madre e alla sorella, Tra i rododendri è il ritratto di un rapporto complesso e ostile tra l’autrice e la madre, ma anche tra la propria memoria e l’inesausto tentativo di trovare un senso al proprio dolore: <b>“Se si guarda qualunque cosa attentamente, o per un periodo abbastanza prolungato, il tempo non può che inondare qualunque cosa, portando con sé i detriti del passato e del futuro”</b>.</p><p>Quattro viaggi in Inghilterra dentro cui si mischia la memoria privata e quella letteraria e in cui Virginia Woolf agisce precedendo e anticipando ogni riflessione dell’autrice. <b>Christle mostra l’espansione verso l’infinito di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf che viene intesa come un luogo aperto nel mondo e non come uno spazio isolato, privato e lontano dal caos delle cose.</b> Tra i rododendri vive così sempre all’interno di un equilibrio fragilissimo in cui ogni frase rifrange più mondi, tra il privato e il pubblico, tra la memoria e l’immaginazione. Tutto è distinguibile e separabile, ma tutto resta sempre inestricabilmente sempre intrecciato tanto che Heather Christle ne ha così piena consapevolezza da evitare accuratamente ogni forzatura. <b>L’autrice lascia scivolare le sensazioni sulla pagina come se fosse il vetrino di una scienziata</b>. Là - come viste al microscopio - le sue emozioni ritrovano finalmente  un ordine preciso. Riga dopo riga prende corpo quella esatta collocazione che in letteratura trasforma uno stato dell’anima in discorso.</p><p>Tra i rododendri contiene un dolore difficile da elidere. Si tratta infatti di un dolore che per anni è rimasto compresso insieme a una rabbia indicibile verso una madre che improvvisamente si rivelò assente, lontana e a tratti estranea. Christle a quattordici anni subisce una violenza sessuale, ma la madre non sembra volersene occupare, anzi si tiene sempre più a distanza dalla figlia come se si fosse determinata tra loro una spaccatura (e una colpa) insanabile.<b> Il dolore di Christle negli anni cerca vie possibili di sbocco e di comprensione fino al giorno del viaggio con la madre verso la sua casa d’infanzia.</b> Là la madre le rivelerà la molestia sessuale subita da bambina, la paura e l’angoscia e insieme quell’incapacità di reagire che anni dopo si sarebbe ripresentata proprio davanti al dolore della figlia. Ecco allora che la scrittura, partendo anche dalle lettere e dai diari della madre, diviene mobile e curativa, riattivando di volta in volta un senso diverso con parole che apparentemente sembrano immobili sulla pagina, ma che in realtà fluttuano di continuo tra memoria e immaginazione.</p><p>Viaggiare diviene così lo strumento fondamentale per una rilettura che è anche riscrittura. Due movimenti potenzialmente infiniti con cui ritrovare se stessi, sempre nella medesima posizione, ma ogni volta radicalmente cambiati.</p>]]></description>
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				<title>Le ragazze squattrinate e i loro stratagemmi per divertirsi (e per salvarsi?)</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:29:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Figlio</category>
				<author>Livia Chiriatti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Muriel Camberg si è sposata a diciannove anni con Sir Oswald Spark. Il matrimonio, di breve durata, le ha lasciato: un’esperienza di vita in Rodhesia, un figlio, e un nome che significa “scintilla”. Nomen omen,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/07/22/news/a-mille-miglia-da-kensington--402764" target="_blank">Muriel Spark</a>&nbsp;è stata  una scrittrice brillante, benedetta dalla scintilla. In Italia la pubblica Adelphi, l’ultimo titolo uscito è Ragazze squattrinate (1963, traduzione di Monica Pareschi). La novella si svolge alla fine della guerra, nel 1945, in una Londra vessata da bombardamenti e razionamenti, e le ragazze squattrinate sono le inquiline della May of Teck, una residenza edoardiana elegante e decaduta, <b>riservata alle “signorine di pochi mezzi sotto l’età di trent’anni costrette a risiedere lontano dalle loro famiglie per esercitare una professione a Londra”. </b>Cosa c’è di più inarrestabile di una ragazza e dei suoi smisurati desideri?</p><p>E’ spesso nelle ristrettezze che fiorisce l’ingegno, e così è per le inquiline della pensione, e “come si rendevano conto anche loro in misura variabile, poche persone al mondo in quel periodo erano più incantevoli, più ingegnose, più commoventi e simpatiche, e, incidentalmente, più crudeli delle ragazze di pochi mezzi”. <b>Assistiamo alla loro vita quotidiana e agli stratagemmi che escogitano per ottenere quello che vogliono, sia una posizione, una possibilità, l’amore.</b> C’è Jane, che lavora presso un piccolo editore, ed è per questo rispettata dalle altre; Joanna, devota figlia di un pastore infervorata dalla poesia; Selina, bellissima, smaliziata, impietosa, l’eccentrica Pauline, che finge di uscire con l’attore Jack Buchanan, e Anne, che ha ereditato da una ricca zia un abito da sera di Schiaparelli. L’abito è l’oggetto più ambito della May of Teck, la merce più preziosa in un sofisticato sistema di scambi la cui moneta sono i bollini della tessera annonaria, il tè, il sapone e la margarina. <b>Strumenti, questi ultimi, di libertà</b>. Nel bagno dell’ultimo piano c’è infatti una finestrella da cui le ragazze sgattaiolano sul tetto, dove magari le aspetta un amante o una notte di festa. Cospargersi di sapone o margarina (che vale meno, perché fa ingrassare), aiuta a sgusciare fuori. A patto, naturalmente, di essere magre. Il titolo originale è “The Girls of Slender Means”, una frase idiomatica che vuol dire “di mezzi modesti”, ma “slender” significa anche, appunto, snella.</p><p>“La questione del peso e delle misure era importantissima all’ultimo piano. <b>La capacità o meno di infilarsi di lato nella finestrella del gabinetto”: l’ossessione della magrezza di queste ragazze è funzionale alla loro stessa libertà, e da ultimo, si vedrà, alla loro sopravvivenza (un promemoria: il libro è stato scritto più di sessant’anni fa).</b> A un certo punto accade un evento drammatico che sembra un colpo di scena, ma non lo è, perché Spark spiazza, sorprende, ma prepara sempre tutto, disseminando indizi,  facendoti credere che va tutto bene, ma poi invece no.</p><p>E’ una commedia o una tragedia? Le frasi, asciutte e affilate come frecce, liberano un’energia comica, eppure gli eventi e le contingenze sono drammatiche. <b>La messa in scena del dramma è a tratti buffa, proprio come la vita in cui, per quanto siano avverse le circostanze, offre sempre un lato da cui fanno ridere. Spogliare le persone, metterle a nudo (letteralmente), suscita un riso empatico, di tenerezza. </b>Nella lunga scena finale, le ragazze sfilano come vere e proprie debuttanti, una alla volta, ma in circostanze grottesche. Spark spalanca la realtà e ci mostra il paradosso della vita: ecco il tragico e il comico, sempre lì, insieme. Ti accompagna, poi devia bruscamente, cambia strada e ti lascia lì, disorientata. Con il desiderio osceno, indicibile, di misurarti i fianchi per sapere se ti saresti salvata (naturalmente no).</p>]]></description>
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				<title>L&#039;effetto Marina Berlusconi sul governo Meloni</title>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 06:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giorgia e Marina: ma che c'entrano in questa estate? Giorgia Meloni e Marina Berlusconi sono la coppia che scoppia più improbabile dell'estate. Una coppia che in teoria potrebbe funzionare bene. La prima, Giorgia Meloni, ha permesso al centrodestra di governare per quattro anni e chissà cosa ci sarà ancora davanti. La seconda, Marina Berlusconi,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/04/01/news/la-sveglia-dellagenda-marina-berlusconi--268499">ha cercato di tenere, in Forza Italia, la barra dritta dell'europeismo, dell'attenzione alla crescita, alla concorrenza, all'anti trumpismo</a>. Meloni e Berlusconi, nel senso di Marina, in teoria avrebbero tutto per prendersi: donne, preparate, ambiziose, in un certo modo tutte due argini a un estremismo di destra. Eppure, negli ultimi tempi, nei palazzi di governo, nel mondo di Fratelli d'Italia, è nata una psicosi su Marina. Cosa vuole fare, davvero? Vuole dividere il centrodestra e andare con il Pd? Vuole rafforzare il centro, creando un grande e vero terzo polo? Vuole giocarsi qualche carta per il Quirinale? Vuole mettersi di mezzo se Meloni volesse andare a votare prima? Vuole far saltare la legge elettorale? Vuole tenere l'attuale legge che renderebbe il pareggio meno impossibile della nuova legge? Panico e psicosi. Accuse infondate, naturalmente, ma un dato di fatto c'è: con la coalizione che fa tic tac, come un orologio che ha iniziato il conto alla rovescia, l'idea che si possano vedere complotti non è una questione che riguarda il se ma è una questione che riguarda il quando. E quando si arriva al punto significa che le elezioni non sono lontane. Tic tac.</p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>Quello che avete letto&nbsp;è un estratto dalla newsletter del&nbsp;direttore Claudio Cerasa, La Situa.&nbsp;<a href="https://lab.ilfoglio.it/newsletter.html?_gl=1*1la6i0z*_ga*MTM1ODEyMjYzNS4xNzAwMjIwNTg1*_ga_YHSEY9805R*czE3NzIxOTkxOTgkbzE3NTckZzEkdDE3NzIyMDA5MzQkajU1JGwwJGg0NTY2NDExMDU.*_ga_XP8XWMTXKK*czE3NzIyMDAzMzQkbzI1NCRnMSR0MTc3MjIwMDkzMyRqNTYkbDAkaDA." target="_blank">Potete iscrivervi&nbsp;qui, è semplice, è gratis.</a></p>]]></description>
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				<title>La forza come principio fondante: il metro di noi europei</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Luigi Marco Bassani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per venticinque secoli la civiltà europea ha riconosciuto nella forza il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/07/18/news/viviamo-nel-tempo-in-cui-trionfa-lautoesaltazione-e-la-critica-e-paralizzata--402509" target="_blank">fondamento ultimo dell’ordine politico e del suo divenire</a>. Dalle Termopili fino alla guerra civile della prima metà del Novecento, la potenza è stata considerata in Europa la prima delle virtù pubbliche e private. Uomini forti difendevano famiglie, villaggi, intere patrie e anche matrie. Cambiavano le religioni, le dinastie, le forme di governo, perfino i criteri di legittimità, ma una cosa rimaneva immutata: la certezza granitica che nessuna civiltà potesse sopravvivere senza uomini (e donne) pronti a combattere e a morire per essa. Questa certezza non era un residuo barbarico destinato a essere superato dal progresso (come oggi ritengono non pochi discendenti di quella civiltà): era il cuore pulsante di una concezione del mondo. I Greci la chiamavano areté, la virtù che si manifesta nell’eccellenza, e l’eccellenza suprema era quella del guerriero capace di tenere il campo quando tutto sembra perduto. Platone poteva ironizzare sull’ignoranza dei soldati, eppure aveva combattuto, e non avrebbe potuto filosofare senza le mura che altri difendevano. I Romani trasformarono questa intuizione in sistema: la virtus – la qualità del vir, dell’uomo – era prima di tutto coraggio militare, capacità di sopportare la fatica e il dolore, fedeltà ai compagni e a Roma. Un romano che non sapesse combattere era un cittadino solo sulla carta.</p><p>L’Europa ha creato e onorato filosofi, santi, artisti e scienziati, ma ha sempre riservato il massimo prestigio a coloro che garantivano l’esistenza stessa della comunità politica o magari erano pronti a espanderla. Leonida, Cesare, Carlo Martello, Carlo Magno, i capitani di ventura, Napoleone e gli eserciti nazionali dell’Ottocento appartengono a una medesima genealogia ideale: quella di una civiltà che credeva nella forza giacché la libertà andava difesa con le armi. <b>Tale era il culto della forza che i Romani si trovarono, atterriti, ad ammirare il loro più grande nemico: Annibale. L’uomo che aveva attraversato le Alpi con gli elefanti, che aveva distrutto eserciti romani fu osservato con il sacro terrore che si riserva ai fenomeni naturali.</b> La forza, anche quella del nemico, imponeva automaticamente rispetto. Significativamente, Roma sconfisse Annibale solo quando seppe formare un generale capace di imitarlo – Scipione l’Africano, che a Zama tributò un grandissimo omaggio al condottiero fenicio rivelando di aver studiato il cartaginese come un maestro.</p><p>Il cristianesimo operò una rivoluzione morale senza precedenti. Gli ultimi entrarono nella storia, il povero cessò di essere un reietto della società e in lui ogni buon cristiano era chiamato a vedere il volto stesso di Cristo. La vedova e l’orfano acquistarono una dignità sconosciuta al mondo antico, la misericordia si trasformò in un principio ordinatore della vita civile. In pochi secoli un’intera civiltà fu ribaltata fin dalle fondamenta. Benedetto da Norcia (480–547 ca.) cristallizzò normativamente questa rivoluzione spirituale. La sua “Regula” fu il testo fondativo del monachesimo occidentale: un equilibrio tra preghiera (ora) e lavoro (labora), moderazione, stabilità nel luogo, obbedienza all’abate. I monasteri benedettini divennero per secoli i centri della cultura europea, custodi dei manoscritti antichi, scuole di teologi e storici, ospedali e rifugi per i pellegrini. Ma nessuno dimenticò mai che queste cattedrali architettoniche e di pensiero si trovavano in equilibrio instabile: solo la forza avrebbe potuto garantirne la sopravvivenza. Dentro i conventi e fra le strade dei borghi si poteva anche porgere l’altra guancia, ma le mura dovevano essere sempre protette da guerrieri armati e venerati dal popolo.</p><p>Il cristianesimo fu una rivoluzione che non cancellò il primato della forza, ma ne mutò profondamente il significato e la giustificazione morale. La spada divenne il presidio di una civiltà fondata sulla tutela dei più deboli. <b>Nacque così la dottrina del bellum iustum, la guerra giusta: non ogni conflitto era lecito, ma lo era quello combattuto per difendere gli innocenti e per proteggere la Chiesa, per arginare la prepotenza dei tiranni e ovviamente difendere la Cristianità tutta.</b> Il miles Christianus era chiamato a essere agnello tra i fratelli e leone di fronte al nemico. I crociati ne furono l’espressione più radicale: uomini convinti di poter essere santi proprio perché erano disposti a uccidere e a morire per la fede. La sintesi dei templari rivela quanto in profondità il culto della forza fosse penetrato nella coscienza europea. Per oltre un millennio la Cristianità visse nella consapevolezza di essere una cittadella assediata. Le grandi espansioni islamiche, le incursioni vichinghe e ungare, gli assedi, la pressione esercitata lungo tutto il Mediterraneo e nel cuore stesso dell’Europa fecero della difesa armata la condizione di pensabilità stessa dell’esistenza occidentale. Oggi vi è uno Stato che giustifica l’utilizzazione della violenza contro il nemico (spesso in sé e per sé agghiacciante) sostenendo che se i propri avversari dovessero deporre le armi vi sarà la pace, ma se lo dovessero fare loro ne conseguirebbe la definitiva cancellazione dello Stato di Israele. Ebbene, una consapevolezza di questo tipo ha attraversato tutta la storia occidentale fino alla fine della Seconda guerra mondiale e oggi ha abbandonato l’Europa per essere patrimonio del solo occidente vittorioso, l’America.</p><p>Tutti i tentativi di imperializzazione dello spazio politico europeo, proprio come gli sforzi di scongiurare la costruzione di un impero continentale – il vero basso continuo della storia europea dal crollo dell’Impero romano d’Occidente – hanno avuto come sfondo l’idea che solo la forza potesse preservare la libertà e la nostra civiltà. Senza guerrieri non vi sarebbero stati monasteri, università, cattedrali, città libere, commerci e opere di misericordia; senza una forza capace di custodire la civiltà, anche i suoi valori più elevati sarebbero scomparsi. La dialettica armata fra imperializzazione e resistenza delle comunità ha creato gli interstizi in cui si è infiltrata tutta l’esperienza europea di libertà e autogoverno. La gloria dell’Europa è stata uno spazio armato senza impero.</p><p>Quando gli europei all’inizio dell’età moderna si lanciarono nell’esplorazione del globo, la loro sorpresa maggiore non fu la scoperta dell’emisfero occidentale, ma quella della loro enorme superiorità tecnologica e della loro potenza rispetto al resto del mondo. Gli imperi maya, azteco e inca crollarono davanti ai nuovi arrivati con una rapidità che stupì gli stessi conquistadores: Hernán Cortés e Francisco Pizarro distrussero imperi con pochissimi guerrieri. Ma nel corso del tempo si constatò che anche le favolose civiltà orientali – la Cina dei Ming, l’India dei Moghul, il mondo islamico – erano rimaste molto arretrate rispetto all’Europa. L’Europa debordava dai propri confini non solo grazie alla forza bruta, ma in virtù di un superiore dominio della tecnica: l’artiglieria, la navigazione oceanica, la disciplina degli eserciti, la logistica degli approvvigionamenti. La potenza europea sottometteva il mondo intero senza nessun rimpianto perché riteneva che la forza creasse i diritti. <b>Questa certezza non era cinismo, ma una filosofia coerente con tutta la storia europea. La conquista non richiedeva giustificazioni: Dio aveva mostrato da che parte stessero il torto e la ragione assegnando la vittoria. </b>I missionari che seguivano i conquistadores portavano il Vangelo, ma il Vangelo arrivava sulla punta delle spade – e nessuno, nemmeno i più tormentati tra i difensori degli indios come Bartolomé de Las Casas, mise veramente in discussione il diritto dell’Europa a dominare il mondo.</p><p>Anche la formazione dello stato moderno è, alle sue radici, un’esplosione di violenza senza pari. Il prestigio della nuova organizzazione politica si gioca tutta sul campo di battaglia: non è un caso che i grandi teorici dello stato nascano in epoche di guerra civile e di conflitto interstatale incessante. Machiavelli scrive il “Principe” nell’Italia dilaniata e Jean Bodin pubblica il suo capolavoro quattro anni dopo la notte di San Bartolomeo, Hobbes elabora il “Leviatano” sullo sfondo della guerra civile inglese. Tutti convergono verso la stessa verità: lo Stato è forza (monopolizzata, dirà Max Weber). Heinrich von Treitschke, il cui magistero si fece sentire per quasi un trentennio dall’Università di Berlino sul finire del secolo diciannovesimo, elevò questa intuizione a sistema. Lo stato era per lui Macht, Macht, und Wieder Macht – forza, forza e ancora forza. Sintesi di una tradizione di pensiero che da Machiavelli a Hegel aveva collocato lo Stato al centro della storia come soggetto ultimo dell’agire umano. Lo stato, al pari di altre grandi manifestazioni dello Spirito come il linguaggio e la scrittura, storicizza l’uomo, lo strappa alla condizione animale e lo inserisce in una trama di significati che trascende l’individuo: lo fa attraverso il fulgore violento di una forza creatrice. Per Treitschke la guerra non era un’anomalia dell’ordine politico, ma il suo momento di verità: nel conflitto lo Stato rivela ciò che è davvero, spogliandosi di ogni retorica giuridica e morale. Per illuminare la natura di questa sovranità assoluta, Treitschke richiamava l’espressione di Gustavo Adolfo di Svezia: “Io non riconosco nessuno sopra di me, fuori di Dio e la spada del vincitore”. Sopra lo stato sovrano c’è solo Dio – e dopo Dio, nient’altro che la potenza del più forte. Lo stato è un potere che non incontra ostacoli di fronte a sé, che si auto-fonda e si identifica nella sua stessa illimitatezza e irresistibilità, ossia che “non tollera un potere coordinato più alto del suo”. La sovranità è l’essenza fortificata dello stato.</p><p>Che la forza fosse davvero il metro dell’uomo pubblico europeo lo dimostra, per paradosso, anche chi sembra più lontano da essa: quando nel 1919 Luigi Sturzo chiamò i cattolici italiani alla partecipazione politica, superando il non expedit si rivolse ai “liberi e forti”, ossia un sacerdote mistico parlava la stessa lingua dei conquistadores e dei templari. La debolezza poteva essere compresa e tollerata, ma l’azione politica richiedeva il contributo dei “forti”. Che fine ha fatto il culto della forza? Dopo la Seconda guerra mondiale, è scomparso dai radar europei con la rapidità di chi vuole dimenticare un incubo. Non solo: ciò che ha vinto, vuoi dal punto di vista istituzionale, vuoi dal punto di vista culturale, è un vero e proprio culto continentale della debolezza.</p><p>L’esplosione di violenza del trentennio 1914-1945 ha lasciato davvero una traccia profondissima. Per usare un parallelo azzardato è come se un uomo fosse stato affetto da priapismo per settimane, con sofferenze inaudite e quindi giudicasse ormai pericolosissimo ogni desiderio sessuale, reprimendolo con la stessa energia con cui prima lo assecondava. La forza non è diventata sospetta: si è rintanata come un tabù. E come tale va rimosso. Sul piano istituzionale, l’Europa uscita dal 1945 costruì le proprie democrazie attorno a principi opposti rispetto a quelli treitschkiani: non la potenza, ma un potere acefalo ed etereo – capace certo di estrarre tutto il denaro possibile dai sudditi, ma garantendo la fine della dazione di sangue. Ogni politico che si presentava alla ribalta europea parlando di problemi da risolvere e decisioni da prendere era subito accusato di decisionismo: la regola era quella di un bilanciamento perenne che rendeva la decisione impossibile. Le costituzioni del Dopoguerra – italiana, tedesca, francese – sono tutte architetture pensate per impedire la concentrazione del comando. La Repubblica di Weimar aveva insegnato che la democrazia poteva suicidarsi affidando poteri straordinari a un uomo solo: e allora si costruirono sistemi in cui nessuno avesse abbastanza forza per fare davvero qualcosa.</p><p>In Italia questo processo raggiunse forme quasi caricaturali. Il sistema proporzionale puro, il bicameralismo perfetto, la sfiducia costruttiva assente: tutto concorreva a produrre governi che duravano pochi mesi, perché la durata stessa del governo era percepita come un pericolo. Mussolini aveva vaccinato contro l’uomo forte al punto che il paziente aveva sviluppato un’allergia permanente a qualsiasi manifestazione di autorità. La debolezza del governo era lo scopo dichiarato del sistema politico, il prezzo da pagare per non ricadere nella tentazione autoritaria. La partitocrazia – con i suoi equilibri infiniti e le sue crisi rituali, il manuale Cencelli – era il meccanismo perfetto per garantire che nessuno potesse mai esercitare la forza.</p><p>Sul piano culturale, questa svolta produsse ciò che Gustavo Zagrebelsky avrebbe chiamato, in un libro fortunato, il diritto mite: una concezione del diritto come strumento di mediazione piuttosto che di comando, orientato al compromesso. Il diritto mite è l’opposto esatto della spada di Gustavo Adolfo: riconosce sopra di sé né Dio né vincitore, ma dialogo, consenso, procedura dolce. <b>La forza, che per duemila anni era stata il fondamento dell’ordine politico europeo, diventa un’entità oscena: qualcosa da nascondere e da esorcizzare con un vocabolario sempre più asettico e giuridico. </b>Anche l’attuale levata di scudi di tutta l’Europa nei confronti di un presidente americano che ha la pecca di muoversi esattamente come tutti gli uomini di potere nella storia, ossia cercando di aumentare la potenza del proprio paese già potentissimo, deve essere letta come un rigurgito di ribrezzo nei confronti della forza. In un certo senso, anche l’infatuazione continentale per il presidente americano precedente, quel Joe Biden che trasmetteva costantemente null’altro che fiacchezza, deriva dal nuovo culto europeo. In breve, il declino dell’Europa non ha solo radici profondissime, ma è sovraccarico di buoni sentimenti.</p><p><i>Luigi Marco Bassani, già ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano, è  oggi ordinario della stessa materia per Università Pegaso. Prosegue con il suo articolo la serie estiva del Foglio dedicata alla forza. Ogni settimana, un autore diverso si occuperà di osservare questo concetto dal punto di vista di una specifica disciplina. Le altre puntate sono state pubblicate il 7 luglio</i> (<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/07/11/news/la-forza-che-regge-il-mondo--401695" target="_blank">Michele Silenzi, “La forza che regge il mondo”</a>) <i>e il 14 luglio</i> (<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/07/18/news/la-profonda-ambiguita-della-forza-che-ha-imbrigliato-per-secoli-la-scienza--402082" target="_blank">Luca Amendola, "Tra la forza e la materia"</a>).</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>L’identità è un’ossessione, ma anche un tentativo di fuga dall’anonimato</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Michele Silenzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La nostra contemporaneità appare determinata da un crescente anonimato. <b>Questa considerazione può sembrare paradossale in un’epoca in cui la preoccupazione per la “diversità” è ossessiva, e in cui, allo stesso tempo, non si finisce mai di denunciare un crescente “individualismo”</b>. Eppure, a pensarci bene, la cosa risulta evidente. Ci si assomiglia sempre di più. Ogni cosa tende a essere più omogenea, e quindi più anonima, priva di una effettiva identità. I motivi sono molti, ma due in particolare, i più evidenti, dovrebbero rendere chiara la cosa. La strutturale globalità del nostro mondo, il fatto che tutto sia prossimo, che ogni cosa ci appaia come vicina, che tutto sia visibile, che attraverso i nostri schermi vediamo tutte le cose che vogliamo in ogni istante, ci porta ad assomigliarci. <b>Le differenze evaporano attraverso la possibilità di essere qualsiasi cosa desideriamo essere in un determinato momento.</b> Infatti, non solo i modelli sono disponibili, di continuo e attraverso tutto il mondo, ma anche le “cose”, i vestiti, i colori, le pertinenze generali, etc. per poter essere qualsiasi cosa sono disponibili nel megastore sotto casa, o su&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/amazon_32765" target="_blank">Amazon</a>&nbsp;prime nel giro di ventiquattro ore, sette giorni su sette, ovunque tu sia. L’altra questione è appunto quella della “diversità”. Volendo sottolineare ogni singola differenza, si finisce in una forma di “medesimezza”. Ci si vuole differenziare tutti così tanto, si vuole affermare a ogni costo una qualche forma di propria specifica diversità che si finisce per sfociare nell’indistinto. <b>Perché è proprio questa spinta a voler affermare una qualche diversità ciò che rende tutto identico, è questa spinta a essere uniformante.</b> Del resto, la fungibilità è uno dei meccanismi fondamentali e di successo del nostro sistema economico. Tutto deve poter essere sostituito, così che nessuna perdita sia irrimediabile.</p><p>Nel marketing esiste il concetto di “personalizzazione di massa”, la soddisfazione del cliente nel ritenersi unico nella scelta del proprio prodotto è fondamentale per il successo della vendita. Allo stesso tempo, però, è attraverso le economie di scala che si abbassa a sufficienza il prezzo di un prodotto così da poter generare profitto. <b>In senso più ampio, è così ben descritta questa situazione: la pretesa di avere una specifica “personalizzazione”, esattamente come tutti gli altri, ossia come la massa. Anzi, è proprio quella personalizzazione a renderci massa.</b> Negli ultimi anni, tanto da sinistra quanto da destra l’identità è divenuta un’ossessione comune. Il culto maniacale della diversity o dell’appartenenza a determinati gruppi etnici così come la necessità di identificarsi in sigle sempre più lunghe e generalizzanti, la più ovvia è la famigerata lgbtqia+, non sono altro che ricerche disperate di identificazione in qualcosa per fuggire dall’orrido dell’anonimato. Lo stesso capita con i rigurgiti dei partiti identitari di destra, il bisogno assoluto di tirarsi fuori da un globo uniforme su cui sembra non esserci più presa reale, a cui non si riesce a dare significato. <b>Del resto, l’anonimo è anche ciò che non ha forma, ciò che è qualcosa di non definito, che non possiamo nominare né dire.</b> E’ il contrario esatto di ciò che facciamo vivendo: dare nomi alle cose, tracciare confini, e così donare senso. Ogni attività umana è un dare forma, è il tentativo di creare una qualche identità.</p><p>E’ quindi naturale che una tale questione, che fa tutt’uno con la nostra esistenza, diventi anche così determinante a livello politico. L’imperitura domanda sul “chi siamo?” diviene decisiva. Ma questa domanda è sempre una domanda oppositiva. Prima, infatti, di poter definire chi siamo, compito lungo una vita intera, e forse impossibile, ci si definisce in negativo, ossia chi non siamo, chi non vogliamo essere. <b>L’esperienza dell’identità è quindi strutturalmente una esperienza di contrasto. Si forgia nel confronto e quindi anche nello scontro. </b></p><p>E’ un principio che parte dall’esclusione, è di per sé un meccanismo discriminatorio, perché si assume dicendo, innanzitutto, no. Negando, separando, imparando che non si può essere “tutto”, o che non si può essere un giorno questo e un giorno quello, e il giorno dopo quell’altro. Si tratta quindi di qualcosa di drammatico perché alza muri. Eppure, senza identità ogni cosa si disfa, si liquefà, come diceva quel sociologo. Allo stesso tempo, l’identità non si può darsela, non si può imporsela. L’identità emerge.</p><p><b>Il fatto che l’occidente, l’Europa in particolare, non abbia più identità appare essere nella “ordinarietà” delle cose. Qui ci ha condotto la nostra storia. </b>Se è vero che il “passato” o la “tradizione” non si possono restaurare per decreto, né tantomeno si possono resuscitare cadaveri, ciò non toglie che questa deprivazione di identità sia qualcosa con cui è necessario confrontarsi nel modo più immediato. Da un lato, è come se la nostra società minasse le fondamenta stesse della sua impalcatura creando questo anonimato. <b>Eppure, dall’altro, questa perdita di identità è certo anche il suo successo, perché toglie il conflitto più diretto, lo sublima.</b> Genera quella situazione di apertura e tolleranza generale in cui una società prospera. Si potrebbe persino credere che questa “perdita di identità” sia l’identità effettiva del nostro occidente contemporaneo. Però poi, nei modi più inattesi, il bisogno di identità si ripropone, perché è qualcosa che ha a che fare strutturalmente, e inevitabilmente, con la nostra stessa esistenza, e con la nostra inesausta ricerca di senso per la nostra vita. E tutto ciò è straordinariamente “politico”.</p>]]></description>
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				<title>Le lingue nazionali, l’universalità dello spirito umano e una via per la convivenza</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Sergio Belardinelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>E’ nel linguaggio che si giocano le partite decisive per l’uomo. Un po’ come diceva MacIntyre, sentirsi qualcuno, sentirsi liberi equivale senz’altro a sapersi raccontare, a saper raccontare la propria storia. Quando non si hanno le parole, la nostra identità vacilla, è un’identità soltanto numerica, e non si è liberi. Prendere la parola è forse il più importante gesto di libertà. Nell’azione e nei discorsi, diceva Hannah Arendt, gli uomini manifestano chi sono, la loro identità. Di qui l’urgenza di coltivare le nostre parole, allestendo luoghi (la scuola) dove questo sia possibile. Ma dove si trovano le parole con le quali ci raccontiamo? Si trovano nel mondo culturale umano che gli uomini hanno costruito e nel quale siamo nati. Non a caso la lingua ha rappresentato pressoché da sempre il tratto identificativo più immediato di ogni cultura. Pluralità delle lingue e pluralità delle culture si richiamano vicendevolmente. Ma anche la pluralità degli individui ha a che fare con la lingua. Ogni individuo parla la stessa lingua in modo inconfondibile e per certi versi unico. <b>In questo senso davvero la pluralità è la legge della terra, anche se, su questo punto, non tutti la pensano allo stesso modo. Herder, per fare un esempio, era convinto che fosse Dio stesso a volere la pluralità delle lingue per abbellire il mondo di una pluralità di colori.</b> Ma già Fichte prende questa pluralità per affermare il primato della lingua e della cultura tedesca su tutte le altre. Anziché motivo di una irriducibile apertura di tutte le lingue l’una all’altra, la pluralità delle lingue diventa motivo per affermare la chiusura, l’intraducibilità, il primato della lingua tedesca su tutte le altre: un nazionalismo linguistico che è forse l’esempio più significativo di quella sacralizzazione della propria lingua nella quale, come ho avuto modo più volte di sottolineare anche su questo giornale, consiste il vero peccato di Babele.</p><p>Chi imposta il problema correttamente è Wilhelm von Humboldt. <b>Questi non perde mai di vista il legame tra la “particolarità” delle diverse lingue e l’“universalità” dello spirito umano che in ciascuna di esse si incarna.</b> Nel suo pensiero non c’è traccia di alcun nazionalismo linguistico. La pluralità, anzi, la diversità delle lingue è per Humboldt la forma ineludibile attraverso la quale si esprime l’universalità dello spirito umano in un gioco straordinario tra identità e differenza, che, anziché “appianare” quest’ultima, la esalta al pari della propria identità. A suo avviso, la diversità delle lingue è analoga alla diversità che si riscontra tra individui. E’ solo nell’esperienza della diversità e dell’alterità che l’individuo e le diverse lingue diventano sempre più consapevoli di sé stessi. L’altra lingua (altra, ma non totalmente altra) diventa il tramite di una migliore comprensione della propria (propria, ma non totalmente propria), all’interno di una polarità: quella tra universale e individuale, i cui termini sono sempre connessi, ma mai completamente sovrapposti, quasi che l’uno, l’universale, possa esprimersi totalmente nell’altro, l’individuale. <b>Detto in altre parole, nessuna lingua nazionale può pretendere di esprimere tutto l’umano o il linguaggio nella sua universalità.</b> Di qui la strutturale apertura di ogni lingua all’altra, combinata tuttavia con una sorta di coazione di ogni lingua e di ogni cultura a rimanere sé stesse, quindi con un potenziale di conflittualità-intraducibilità.</p><p>Come ha mostrato Antoine Berman, esiste una sorta di tentazione etnocentrica in ogni cultura. Essa tuttavia non si manifesta allo stesso modo in tutte le culture. Alcune di queste sono più aperte di altre; hanno acquisito una maggiore dimestichezza con la capacità di prendere le distanze da sé – un’operazione, quest’ultima, che considero fondamentale per poter entrare veramente in dialogo con l’estraneo. Si tratta insomma di imparare dall’altro senza rinunciare a sé stessi e senza nessuna certezza che tutto ciò che l’altro dice sia traducibile nella nostra lingua. <b>Nel rapporto tra lingue e culture diverse vanno sempre messe nel conto zone più o meno ampie di intraducibilità e di possibili conflitti; il rischio del fraintendimento e dell’errore è sempre presente, come peraltro accade anche con coloro che parlano la nostra stessa lingua.</b> Ma ciò non toglie che la traduzione sia possibile, che cioè tutte le lingue possano arricchirsi, grazie al nuovo e all’imprevisto che ogni volta scaturisce dal concreto incontro con l’altro. A spingerci avanti nei nostri tentativi di comprensione è la fondata certezza di avere a che fare con un uomo che è uomo allo stesso modo in cui lo sono io, appartenente alla mia stessa specie, e quindi, per quanto estraneo, mai espressione di un’estraneità assoluta, assolutamente intraducibile.</p><p>Dicevo all’inizio della necessità di coltivare le nostre parole, la nostra lingua. E’ l’unico modo che abbiamo per convivere decentemente con noi stessi e con gli altri.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>In che senso “la cultura fa paura”?</title>
				<pubDate>Sat, 16 May 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Antonio Gurrado</author>
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				<description><![CDATA[<p>Abbiate pazienza: qualsiasi cosa avessi in animo di scrivere quest’oggi è sopraffatta dalla circostanza che qui sotto stia passando un corteo del comparto scuola, scandendo in protesta il reiterato grido: “La cultura / fa paura”. Più dunque delle motivazioni specifiche relative alle indicazioni sui programmi o alla riforma degli istituti tecnici, è necessario che io mi interroghi – non volevo, ma loro urlano – sul senso stesso dello slogan rimato, non immemore dell’antico “Corona / non perdona”. <b>Dire “la cultura fa paura” penso sottintenda che il ministero vuol tenere gli studenti in uno stato di ignoranza coatta, impedendo loro di prendere d’assalto viale Trastevere sobillati dal teorema delle tre perpendicolari o dalla caduta tendenziale del saggio di profitto.</b></p><p><b></b>La questione, tuttavia, mi sembra più sottile. Per istinto e abitudine tendo a ridurre la cultura al materiale fondamentale che la trasmette, ossia i libri e, in senso lato, la lettura e la scrittura. Ora, l’istituzione scuola manovra i libri con estrema cautela: impone tetti di spesa per l’adozione dei manuali, propone letture tramite lo strumento totalitario dell’obbligo, acquista a peso copie di volumi presentati dinanzi a studenti inermi, tiene accuratamente chiuse le biblioteche d’istituto e riprende gli alunni che leggano per conto proprio sottobanco; <b>non contenta, ingabbia la scrittura in formulazioni artificiali assurde (ricordate il saggio breve?), la deturpa in circolari che sembrano vergate da un brigadiere stilnovista, la sublima in un profluvio di riunioni mirate a stilare verbali volti a essere approvati in altre riunioni finalizzate a stilare altri verbali. </b>Sottrae così ai docenti il tempo per leggere e instilla negli alunni la certezza che farlo sia una perdita di tempo, se non una sofferenza che i docenti impongono loro pur sottraendosene con lo stratagemma di stilare verbali. Ad avere paura della cultura sembra quindi anzitutto il corpaccione della scuola, di cui il ministero non è che effetto e specchio. Parlo di quello stesso corpaccione che adesso sta sfilando qui sotto: in fondo, se l’obiettivo dello sciopero era di non farmi né leggere né scrivere, allora è perfettamente riuscito.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Caso Delmastro. No della Giunta all&#039;acquisizione delle chat tra lui e Caroccia. Il M5s occupa i banchi del governo</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 12:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati ha ha bocciato la richiesta della&nbsp;Procura di Roma&nbsp;di acquisire le chat tra&nbsp;Andrea Delmastro&nbsp;e il ristoratore&nbsp;Mauro Caroccia</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/26/news/delmastro-il-locale-dei-caroccia-era-simpatico-grave-leggerezza-non-consultare-google--399532">coinvolto in un'inchiesta per riciclaggio e false intestazioni e ritenuto legato al clan di camorra Senese</a>. Lo stop alla richiesta dei pm arriva con l'approvazione della relazione della maggioranza: il centrodestra ha votato a favore della proposta del relatore del testo, l'azzurro <b>Pietro Pittalis</b>, negando l'autorizzazione al sequestro della corrispondenza. Il centrosinistra ha votato contro.&nbsp;<b>Dopo il voto della giunta la pratica passa all'Aula di Montecitorio che emetterà il verdetto definitivo: se ne discuterà il 30 giugno.</b></p><p><b>Intanto è scoppiata la polemica e il Movimento 5 stelle ha occupato i banchi del governo nell'Aula del Senato: "Le giunte delle autorizzazioni di Camera e Senato sono diventate organi scudificio per i politici del centrodestra</b>, la maggioranza respinge qualsiasi richiesta dei magistrati a prescindere da ogni valutazione di merito", hanno detto i componenti pentastellati. Ieri il presidente del Movimento <b>Giuseppe Conte</b> aveva "sfidato" la maggioranza a non scudare il deputato, oggi è intervenuto con un video: "È incredibile! Hanno messo lo scudo. Lo scudo per proteggere i cittadini contro il crollo degli stipendi? Contro il carovita? Contro il carburante alle stelle? Ma figuriamoci! Poco fa in Parlamento la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha scudato Delmastro di Fratelli d'Italia". E lancia l'hashtag: #FUORILECHAT: "<b>Ci facciano almeno una cortesia: la smettano di parlare di legalità, di trasparenza! La smettano di dire che la loro azione politica si ispira alle idee e al pensiero di Borsellino!</b> Dopo il salvataggio della Santanchè avete perso un'altra volta la faccia. Vi aspettiamo in Aula su questa vergognosa decisione. Vi daremo battaglia".</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/07/21/video/mistico-west-isole-maledette-e-pirati--402321</link>
				<title>Mistico west, isole maledette e pirati</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Nel vastissimo mondo della cultura pop, ogni settimana c’è un universo in cui perdersi tra decine di fumetti, film, serie tv, anime, carte collezionabili, videogiochi, giochi da tavolo e di ruolo. Ecco quindi un nuovo appuntamento settimanale di <b>DECODER</b>, la rubrica de Il Foglio condotta da Gianluca De Angelis, pensata come un atlante per orientare in questo mondo grandissimo e sempre più vasto. Ogni settimana tre consigli, tre porte, tre cooordinate che possano darvi delle direzioni per questo multiverso di linguaggi diversi che oggi così tanto del nostro mondo.&nbsp;</i></p><p>Per il <b>mondo del fumetto</b>, questa settimana vi consigliamo “Belmiele”, opera realizzata dal fumettista Simone Pace e pubblicata in Italia de Edizioni BD, che catapulta in un mondo perennemente in guerra dal sapore squisitamente western, ma senza tralasciare una spruzzata di misticismo e di magia. Un fumetto che colpisce soprattutto per l’ottimo worldbuilding e per la lore di un mondo molto stratificato di cui viene davvero voglia di sapere di più. Da leggere per chi cerca grandi leggende, avventure e mondi davvero ben progettati.</p><p>Per il <b>mondo dell’audiovisivo</b> si parla invece di “Widow’s Bay”, serie horror-comedy disponibile su Apple TV+ che racconta le vicissitudini di un sindaco che vorrebbe attrarre nuovi turisti su un’isola… che però è maledetta. Una serie scritta divinamente che cita il cinema dell’orrore, muovendosi in un confine sottilissimo tra umorismo nero e cliche tipici dell’horror, senza però mai sbilanciarsi troppo né da una parte né dall’altra. Una delle serie più interessanti dell’anno, in attesa di una seconda stagione (dato che è già stata rinnovata).&nbsp;</p><p>Infine, il consiglio dal <b>mondo del gioco</b> è “Assassin’s Creed Black Flag Resynced”, videogioco Ubisoft disponibile su PlayStation 5, Xbox Series X e S e PC che è qualcosa in più di una semplice rimasterizzazione: è infatti una modernizzazione ricostruita e con moltissime novità di uno dei capitoli più amati della saga, unendo la furtività e gli assassinii iconici del mondo di Assassin’s Creed con il sapore di un’avventura piratesca ai massimi livelli. &nbsp;</p><p>Se la cultura pop non è più soltanto intrattenimento ma è un vero mondo fatto di immaginari, nostalgie, desideri collettivi, <b>DECODER</b> è qui, quindi, proprio per cercare di decodificare il presente attraverso i suoi nuovi miti popolari. Componendo settimana dopo settimana, puntata dopo puntata, una grande mappa che tracci più che mai le infinite sfumature e direzioni del nostro presente. Appuntamento alla prossima settimana, per un altro tridente di titoli da non perdere.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/17/video/la-festa-dellestate-di-italia-viva-renzi-si-rende-indispensabile-per-il-campo-largo-senza-di-noi-si-perde--402426</guid>
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				<title>La festa dell&#039;estate di Italia Viva. Renzi si rende indispensabile per il campo largo: &quot;Senza di noi si perde&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 07:56:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il kraken in festa. È la festa dell'estate di Italia viva, la festa dell'estate di <b>Matteo Renzi</b>. A ospitarla il Satyrus, un locale che affaccia sulla Galleria borghese, al centro del più famoso parco della capitale. Trentacinque gradi alle sette di sera, l'ex presidente del Consiglio arriva in camicia bianca, propone gelato per tutti (che ci sarà, a spese del partito) e si scusa: "Fa un caldo, ma che caz... cavolo!". Via alle domande.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/16/news/cosi-un-emendamento-permette-a-renzi-di-essere-lunico-federatore-di-tutti-i-centrini-del-campo-largo--402305">Legge elettorale</a>: "Meloni ha perso la fiducia dei cittadini con il referendum e ha perso la fiducia del palazzo con il voto a scrutinio segreto sulle preferenze".&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/01/news/renzi-fermare-meloni-vuole-il-quirinale-la-sinistra-non-faccia-tafazzi-o-con-noi-o-perde--401449">Vannacci</a>: "Se Meloni lo imbarca, perdono la faccia tutti e due. Se non lo imbarca, perdono le elezioni".&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/14/video/la-maggioranza-va-sotto-alla-camera-per-un-voto-e-il-campo-largo-festeggia-meloni-a-casa--402199">Campo largo</a>: "Senza di noi si perde. Non mettiamo veti, apriamo le porte".</p><p>All'evento Matteo Renzi chiama a raccolta i suoi. E chiama alla mobilitazione. "Avete quarantacinque giorni per godervi le vacanze e vedere i vostri cari, poi dal primo settembre si scatena l'inferno". Segna la data per l'inizio della campagna elettorale, la sua e quella di tutti gli altri. Ed è anche la data nella quale uscità il suo nuovo libro, "Quando c'era lei – L'Italia dopo Giorgia Meloni". <b>L'ex premier spalanca le porte agli alleati e a chiunque vorrà aiutare, scommettendo sulla vittoria del centrosinistra: "Qui si rischia, chi ha paura resti a casa"</b>. Anche la sua poltrona, ricorda, potrebbe non essere riconfermata. E pone la sua condizione di vittoria certa: l'alleanza di centrosinistra deve avere una componente riformista: "Io non faccio parte del campo largo, sono un'altra roba. Ma senza Casa riformista il campo largo arriva al quaranta per cento e con solo il quaranta per cento il campo largo perde".</p><p>Risponde anche agli attacchi di chi non lo vuole,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/17/video/ha-il-tradimento-nel-sangue-programma-senza-di-lui-le-5-stelle-maiorino-baldino-e-appendino-contro-renzi--400735">il Movimento 5 stelle</a>: "<b>Chi è che dà patenti di affidabilità?</b>". E risponde a tono: "Vogliamo parlare del passato? Sono pronto perché rivendico tutto quello che ho fatto. Io non ho mandato Salvini al Viminale, non ho sottoscritto i decreti sicurezza. Io sono quello che ha cacciato Salvini con il governo Conte II e ha mandato Mattarella al Colle e Draghi a Palazzo Chigi".&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/13/video/appendino-m5s-renzi-e-inaffidabile-e-ci-fa-perdere-voti-di-battista-un-grande-amico--402101">E risponde a Chiara Appendino</a>: "Se qualcuno vuole parlare di passato, ripeto che siamo pronti. Gualtieri puo' spiegare qualcosa su come si organizzano gli eventi, visto il concerto di Ultimo. Chiara Appendino non credo sia nelle condizioni di poter spiegare granche' su come si organizzano gli eventi in piazza...".&nbsp;</p><p>Il bar riformista ha accolto quasi tutti i parlamentari di Italia viva: <b>Maria Elena Boschi</b>, <b>Robeto Giachetti</b>, <b>Marianna Madia</b>, <b>Ivan</b> <b>Scalfarotto</b>, <b>Raffaella</b> <b>Paita</b>. C'era anche <b>Benedetto</b> <b>Della</b> <b>Vedova</b>, di +Europa, vicino a Renzi – appunto –, motivo per cui sta litigando con l'altra anima del partito europeista, Riccardo Magi. Nessun'altra forza politica è passata a salutare, tranne il sindaco di Roma <b>Roberto Gualtieri</b>, che ha suonato due accordi di chitarra.</p><p>La Leopolda è convocata il prossimo ottobre, l'estate passerà e servirà a riposarsi. Nel discorso dal palco Renzi si è infervorato e ha spiegato l'agenda. "Sapete che succede se si perde? Che Meloni va al Quirinale e Vannacci a Palazzo Chigi. <b>Io questo scenario lo considero da film horror e voglio evitarlo</b>. Per farlo servono i voti, e oltre al Campo Largo serve il voto riformista di chi crede nello sviluppo e nell'europeismo". C'è molto da fare, moltissimo.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>L’Ucraina scende in piazza e grida: Fedorov non si tocca</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 19:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Kristina Berdynskykh</author>
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				<description><![CDATA[<p>Kyiv. Dopo essere tornato da Parigi la mattina del 15 luglio, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha tenuto numerosi incontri con leader stranieri e partecipato a diversi eventi per celebrare la Giornata della statualità ucraina. Solo nel tardo pomeriggio  è tornato a occuparsi di questioni di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/16/news/togliere-fedorov-non-rafforza-la-difesa-ucraina--402295" target="_blank">politica interna</a>. Dopo aver avviato un rimpasto di governo il 12 luglio e dopo che il 14 il Parlamento aveva confermato le dimissioni della premier Yulia Svyrydenko, non era ancora chiaro se il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov sarebbe entrato a far parte del nuovo governo. Da tre giorni circolavano voci allarmanti sulle sue dimissioni. Molti speravano però che il presidente, dopo aver visto la reazione del pubblico sui social media, dove molti influencer criticavano le possibili dimissioni di Fedorov, avrebbe cambiato idea.</p><p>Era ieri sera quando  Zelensky e Fedorov si sono finalmente incontrati. Alle 21.15, il ministro ha pubblicato un post su Facebook: “E’ stato un grande onore servire il popolo ucraino come ministro della Difesa”, ha scritto, elencando nel post 20 obiettivi raggiunti e concludendo:  “Ma dovevamo essere ancora più decisi nel licenziare coloro che ostacolavano il cambiamento”. Mezz’ora dopo, il veterano Dmytro Kozyatynsky ha indetto  un raduno vicino al Teatro Ivan Franko a Kyiv per la mattina seguente: “Non possiamo sconfiggere la Russia finché la   totale inerzia e la corruzione regnano nel nostro esercito e nei nostri ministeri”. La risposta è stata immediata, alle 8.45 di stamattina, le persone si sono dirette lentamente verso il teatro lungo via Gorodetsky. Questa volta non c’era bisogno di inventare nulla di nuovo; l’esperienza delle proteste dell’anno scorso si è rivelata utile e  i manifestanti portavano già con loro scatole di cartone,  pacchi  postali strappati e una volta arrivati  in Piazza del Teatro, vi hanno scritto sopra: “Rivogliamo Fedorov”, “Anche i droni si dimettono?”, “Al nemico questo è piaciuto”, “Adoro Deepstrike” (riferendosi alla campagna di bombardamenti nel territorio russo).</p><p>Tetyana Serhieva, 43 anni, racconta al Foglio che nel 2022 lei e suo marito sono tornati in Ucraina dalla Cina, dove lavoravano, per arruolarsi nell’esercito ucraino e difendere il paese, ma sono stati respinti. “E ora danno la colpa a Fedorov per tutti i problemi della mobilitazione”, si lamenta. Suo marito poi è andato a combattere, mentre lei è rimasta a gestire  un’attività a Kyiv. <b>La sua città natale, Melitopol, è occupata dalle truppe russe dal 2022. “Voglio che Fedorov resti e che Syrsky se ne vada”, spiega, motivando così la sua partecipazione alla protesta.</b> Oleksandr Syrsky è il comandante in capo dell’esercito ucraino, ha 60 anni e ha assunto l’incarico dopo le dimissioni di Valeri Zaluzhny. Nel 2022 ha guidato l’operazione per liberare le regioni di Kharkiv e Kherson. Ma da allora la guerra è cambiata radicalmente e nel 2026 si presenta completamente diversa.</p><p>Alle 11.30, Fedorov ha riunito i giornalisti nel seminterrato di un hotel di Kyiv per fare il punto sul suo mandato come ministro della Difesa. All’incontro hanno partecipato anche molti parlamentari di diversi partiti politici. Tra questi, Mykyta Poturaev, membro del partito del presidente, Servitore del Popolo, che ha deciso di dimettersi dal suo mandato  per protestare contro la rimozione del ministro. I deputati si sono presentati al briefing subito dopo che la Verkhovna Rada, il Parlamento ucraino,  ha votato con 289 voti a favore della nomina a primo ministro di Serhiy Koretsky, un tecnocrate con una comprovata esperienza nel settore privato e nelle aziende statali, a capo di Naftogaz. <b>Koretsky dovrà ora preparare l’Ucraina a un inverno difficile.</b> Mykhailo Fedorov ha parlato con una franchezza senza precedenti durante il briefing. Ha affermato di essere stato un fedele alleato del presidente per sette anni, membro della sua squadra, e di non aver mai perseguito una carriera politica. Il ministro della Difesa attribuisce le sue dimissioni al fatto che Syrsky abbia  posto un ultimatum al presidente, chiedendone la rimozione. Il loro rapporto è stato teso fin dall’inizio e  il ministro lo accusa di aver bloccato molte delle sue iniziative. “Invece di capire come sconfiggere la Russia con attacchi  asimmetrici, che è il compito del comandante in capo, ha capito come dividere il paese, ed è per questo che ci troviamo qui oggi”, ha affermato. Il ministro è convinto che l’Ucraina debba continuare a sviluppare la tecnologia, i droni e intensificare gli attacchi contro la Russia.</p><p>Syrsky però non era l’unico a volere le dimissioni di Fedorov. Il ministro della Difesa ha combattuto attivamente la corruzione all’interno del ministero e nel sistema degli appalti pubblici, attraverso il quale vengono acquistati i droni. Voleva passare a gare d’appalto eque e non è piaciuto a molte aziende che ne traevano profitti eccessivi. In seguito agli sforzi di Fedorov, il canale telegram anonimo Trukha, con oltre 3 milioni di iscritti, ha iniziato ad attaccare il ministro. <b>Inoltre, una fonte vicina al ministro ha riferito al Foglio che anche David Arakhamia, capo di Servitore del Popolo, ha consigliato al presidente di rimuovere Fedorov dal suo incarico.</b> “Mi ha detto di essere fuori dalla questione”, ha affermato l’ex ministro davanti ai giornalisti. Le proteste pubbliche e le manifestazioni di piazza hanno impedito alla Verkhovna Rada di votare per la nomina del sostituto di Fedorov. Zelensky, nel frattempo, ha dichiarato che continuerà a valutare i possibili candidati, ma il Parlamento è entrato nella sua pausa estiva che durerà fino al 18 agosto e fino ad allora sarà il generale Yevhenii Khmara a ricoprire la carica di ministro della Difesa.</p>]]></description>
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				<title>La Camera approva la legge elettorale anti pareggio. Meloni ha deciso: vuole Schlein come avversario</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 10:52:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Con 217 voti a favore e 152 contrari la Camera approva in prima lettura la legge elettorale.</b>&nbsp;E quindi dopo una sconfitta sull’emendamento sulle preferenze, alla fine, sul provvedimento complessivo, la maggioranza incassa il sì nonostante, come avvenuto per gli emendamenti, il testo sia stato votato a scrutinio segreto.</p><p><b>Tra gli iscritti a parlare alle dichiarazioni di voto c'erano tutti i leader delle opposizioni dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein al presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte</b> e Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi-Sinistra, eccezion fatta per Lega e Forza Italia che affidano la dichiarazione ufficiale della posizione del loro gruppo a chi il "Melonellum" ha portato avanti in commissione: il presidente della commissione Affari Costituzionali di FI Nazario Pagano e il deputato leghista Andrea Barabotti. Stessa scelta fa Noi Moderati: iscritto a parlare è Alessandro Colucci. Per Fratelli d'Italia c'è <b>Giovanni Donzelli</b>,&nbsp;responsabile organizzazione del partito, che ieri, sempre in Aula, è ritornato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/16/news/la-legge-elettorale-e-morta-meloni-o-va-a-casa-o-e-una-premier-dimezzata-parla-mancini-pd--402309" target="_blank">sull'emendamento sulle preferenze</a>&nbsp;presentato da FdI, Nm e Udc e che è stato bocciato per un solo voto, complici una cinquantina di franchi tiratori sparsi tra Fratelli d'Italia e gli altri due partiti della coalizione, Carrocio e Forza Italia: "Il Parlamento è sovrano, sempre e comunque. Sicuramente c'è qualcuno, anche di centrodestra, che in modo segreto ha deciso di non seguire le indicazioni di voto. Vorrei che un parlamentare ci mettesse sempre la faccia".</p><p>Nel suo intervento, Giovanni Donzelli ha ribadito che con questa legge "non torneremo a maggioranza che hanno una stabilità inferiore alle coppie di Temptation island, un Parlamento debole porta una democrazia debole. Una legge che consente un Parlamento forte è una legge di democrazia". E poi rivolgendosi alle opposizioni ha detto che "nel gioco degli intrighi avete segnato un colpo, avete fatto bene a festeggiare la vostra risposta, sarebbe stato traumatico confrontarsi con il popolo italiano che tutti i giorni lavora, riuscirete a essere eletti con le liste bloccate e a prendere in giro gli italiani un’altra volta". <b>Fratelli d'Italia, ha continuato, "avrebbe votato anche per i vostri emendamenti, vigliaccamente li avete ritirati, tradendo il popolo italiano ancora una volta", ha aggiunto, difendendo anche la riforma proposta, con cui, ha detto, "per la prima volta le opposizioni sono garantite con una soglia minima"</b>. Al termine del suo intervento ci sono stati momenti di tensione con le opposizioni che hanno esposto dei cartelli con scritto: "Meloni ha fallito" e "la maggioranza non esiste più. A casa".</p><p>"Quanta ipocrisia, oggi, da chi ha sfiduciato Giorgia Meloni, in un voto segreto due giorni fa" sulle preferenze, "chi ha tradito? Questa è l'unica ossessione da un paio di giorni della presidente del Consiglio, che non ci dorme la notte. Siete stati sfiduciati". Lo ha detto la deputata e segretaria del Partito democratico&nbsp;<b>Elly Schlein</b>&nbsp;nell'Aula della Camera in dichiarazione di voto finale.&nbsp;"Meloni ha tradito anche i suoi alleati per rincorrere Vannacci", ha ribadito riferendosi al voto favorevole di FdI al'emendamento dei deputati di Fn: "Non c’è più una maggioranza, è un colabrodo, prendetene atto e traetene le conseguenze per il paese. Questa legge elettorale è irricevibile e inemendabile, con gravi profili di incostituzionalità"</p><p>Nel suo intervento <b>Giuseppe Conte</b> ha rimarcato la posizione contraria del suo partito e rivolgendosi alla maggioranza ha detto: <b>"Questa legge è fatta per potervi imbullonare alle poltrone e per restituire ancor più potere al capo.</b> È una legge truffa e l'accordo che avete raggiunto in maggioranza è truffaldino perché non c'è nessun potere agli italiani di scelta dei propri rappresentanti. È fatta per passare da stabilità a inamovibilità". E ha nuovamente attaccato l'emendamento bocciato sulle preferenze dicendo che si trattava di "un emendamento in cui se tutto andava bene forse si poteva eleggere il 5 per cento dei candidati, ma da moduli prestampati nelle segreterie di partito", sottolineando che "il soffitto di cristallo" della parità tra uomo e donna "non viene abbattuto, ma viene cementato con il cemento armato".</p><p>Nelle dichiarazioni di voto sulla legge elettorale, il deputato di Futuro nazionale <b>Edoardo Ziello</b> ha annunciato che i vannacciani - che hanno votato a favore dell'emendamento di maggioranza sulle preferenze con tanto di ripresa video - avrebbero<b> votato no a una legge che contiene "marchette elettorali schifose" e che contava su "emendamenti meticci per prendere in giro gli italiani" sulle preferenze.</b> Ma ha poi auspicato che "che Meloni al Senato possa far riflettere gli alleati per far reintrodurre le preferenze, allora saremo ponti a votare a favore in terza lettura alla Camera", riferendosi all'ipotesi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/15/news/alla-camera-riprende-lesame-della-legge-elettorale-schlein-pronti-al-voto-ciriani-il-governo-va-avanti--402208" target="_blank">fatta ventilare alcuni membri della maggioranza</a>&nbsp;come il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti e il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo:&nbsp;<b>ripresentare lo stesso emendamento sulle preferenze anche a Palazzo Madama, dove non è previsto il voto segreto, a differenza di quanto accade con il regolamento della Camera.</b></p>]]></description>
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				<title>Le Smart City come laboratori del futuro. Rivedi l&#039;evento del Foglio</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 08:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Le Smart City come laboratorio del futuro. Idee, storie, innovazioni e opportunità che stanno cambiando le nostre città. Ne discutiamo a&nbsp;Milano, nella sala delle Colonne presso la sede di Banco Bpm in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12.</p><h2>I nostri ospiti</h2><p><b><i>Maurizio Crippa</i></b><i> (Vicedirettore de Il Foglio) – Saluti e presentazione</i></p><p><b><i>Umberto Ambrosoli </i></b><i>(Presidente Fondazione BPM e Banca Aletti)&nbsp;</i></p><p><b><i>Donatella Sciuto </i></b><i>(Rettrice Politecnico di Milano)&nbsp;</i></p><p><b><i>Francesco Billari </i></b><i>(Rettore Università Luigi Bocconi)</i></p><p><b><i>Anna Maria Fellegara </i></b><i>(Pro Rettrice Università Cattolica)</i></p><p><b><i>Massimo Sertori (</i></b><i>Assessore Regione Lombardia alle risorse Energetiche)</i></p><p><b><i>Marina Brambilla </i></b><i>(Rettrice Università Statale di Milano)</i></p><p><b><i>Francesca Scotti </i></b><i>(Presidente Ordine degli Architetti di Milano)</i></p><p><b><i>Gaetano Manfredi </i></b><i>(Sindaco di Napoli e Presidente ANCI)&nbsp;</i></p><p><b><i>Piero Colonna (</i></b><i>Vice Presidente Fondazione Roma)</i></p><p><b><i>Emmanuel Conte </i></b><i>(Assessore al Bilancio Comune di Milano)</i></p><p><b><i>Giuliana Mattiazzo </i></b><i>(Vice Rettore all’Innovazione del Politecnico di Torino)</i></p><p><b><i>Marco Giachetti</i></b><i> (Presidente della Fondazione Policlinico Milano)&nbsp;&nbsp;</i></p><p><b><i>Carolina Botti </i></b><i>(Direttore valorizzazione del patrimonio culturale ALES)</i></p><p><b><i>Valentina Garavaglia </i></b><i>(Rettrice Università IULM)&nbsp;</i></p><p><b><i>Gianni Biondillo </i></b><i>(Scrittore)</i></p><p><b><i>Giorgio Prando </i></b><i>(Communication Manager Milano Hockey Club)</i></p><p><i><b>Paolo Citelli </b>(</i><i>Director Integrated Design, Information Management, Digital Reality Lombardini22)</i></p><p><b><i>Gian Marco Biagi </i></b><i>(Commercial Enterprise &amp; PA Director Cellnex)&nbsp;</i></p><p><b><i>Jole Saggese </i></b><i>(Vicedirettore di ADNKronos)&nbsp;</i></p><p><b><i>Alessandra Ghisleri </i></b><i>(Direttrice Euromedia Research)</i></p><p><b><i>Alvise Biffi (</i></b><i>Presidente Assolombarda)&nbsp;</i></p><p><b><i>Giovanni Cannata </i></b><i>(Rettore Università Mercatorum)</i></p><p><b><i>Vincenzo Trione </i></b><i>(Presidente Triennale di Milano)</i></p><p><b><i>Elisa Valeriani </i></b><i>(Presidente della Conferenza dei Collegi Universitari di Merito)</i></p><p><b><i>Ferruccio Resta </i></b><i>(Presidente Fondazione Politecnico Milano e Fondazione Bruno Kessler)</i><i></i></p>]]></description>
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				<title>Il campo largo festeggia dopo il voto sulle preferenze: &quot;Meloni a casa&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 21:08:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Doveva essere una veglia, si è trasformata in una festa</b>. La maggioranza di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/14/video/i-franchi-tiratori-bocciano-lemendamento-sulle-preferenze-maggioranza-sotto--402182">centrodestra è andata sotto alla Camera dei deputati</a>&nbsp;nel voto sull'importante&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/14/news/gli-alleati-di-meloni-affossano-le-preferenze-e-fanno-ballare-il-governo--402204">emendamento sulle preferenze</a>&nbsp;in seno al disegno di legge elettorale.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/14/news/fumata-bianca-sulla-legge-elettorale-fi-e-lega-fanno-dietro-front-ce-lintesa-sulle-preferenze--402145">I giochi sembravano fatti</a>: la quadra, dopo settimane di trattative, aveva portato alla presentazione di un emendamento a firma di Fratelli d'Italia, Noi Moderati e Unione di centro condiviso dalle altre due forze di governo: Lega e Forza Italia. Ma i franchi tiratori sono stati troppi e la coalizione è stata sconfitta con un voto. Il boeato del centrosinistra per la sorpresa si è innalzato dentro Montecitorio. E subito dopo le dichiarazioni in Aula dove hanno chiesto le dimissioni immediate di Giorgia Meloni, i leader del campo largo si sono ritrovati fuori, davanti all'obelisco, a un evento organizzato da Riccardo Magi qualche giorno prima.</p><p>Il segretario di +Europa aveva organizzato una "veglia" per la democrazia: anche lui, come tutto il centrodestra, pensava che non ci fossero intoppi all'approvazione dell'emendamento sulle preferenze, così come in generale al disegno di legge elettorale. Ma ecco che la veglia intitolata "la notte della democrazia" si trasforma in una serata di festa: <b>Elly Schlein</b>, <b>Giuseppe Cont</b>e, <b>Nicola Fratoianni</b> e <b>Angelo Bonelli</b> si riuniscono per la prima volta dopo l'evento flop di Napoli e rilanciano l'alleanza "più uniti che mai" (smentendo, allo stesso tempo, che l'approvazione del disegno di legge elettorale rappresentasse un rischio democratico, messaggio che voleva far passare inizialmente lo stesso Magi con il suo evento). Per terra margherite bianche, in aria cartelloni: "No al <i>Melonellum</i>".</p><p>"Meloni prenda atto di quello che è successo oggi e vada a casa", ha detto Schlein. "Oggi il governo ha beccato un voto di sfiducia, oggi è venuta giù la maggioranza, è venuta giù per l'arroganza con cui ha provato a imporre a questo Parlamento una legge elettorale", ha proseguito la segretaria dem. Lo stesso concetto ripetuto in coro anche da Giuseppe Conte: "Ci avete messo la faccia e avete sfiduciato la presidente del Consiglio. Ora se lei ha senso istituzionale apra la crisi e vada dal presidente Mattarella a dimettersi". <b>Angelo Bonelli invece è più ironico: "Oggi la maggioranza è andata sotto di un voto, quello di Meloni: se fosse venuta in Aula avrebbe potuto ribaltare la situazione"</b>.</p><p>La richiesta ora è di elezioni, a settembre. E al coro si è aggiunto anche il leader di Italia Viva <b>Matteo Renzi</b>, a distanza, con un post sui social: "Siamo da sempre a favore delle preferenze. E riteniamo una vergogna che a scrutinio segreto i parlamentari della destra abbiano bocciato un emendamento che migliorava la pessima legge elettorale". E attacca anche lui la premier: "A questo punto però il dato di fatto è semplice: la maggioranza non c’è più. Meloni vada al Quirinale subito e si dimetta. Non ha la fiducia del popolo e oggi ha perso anche quella del palazzo".</p>]]></description>
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				<title>I franchi tiratori bocciano l&#039;emendamento sulle preferenze alla legge elettorale. Meloni sconfitta. Conte e Schlein: &quot;Ora a casa&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 19:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Clamoroso colpo di scena a Montecitorio. Con un solo voto di scarto l'Aula ha bocciato l'emendamento di FdI, Nm e Udc per introdurre un sistema misto di preferenze alla legge elettorale.</b>&nbsp;L'intesa raggiunta in extremis in mattinata con Lega e Forza Italia, che non avevano inizialmente sottoscritto l'emendamento, non ha retto allo scrutinio segreto richiesto anche per gli emendamenti dalle opposizioni. A votare contro l'emendamento 188 deputati, contro i 187 che hanno votato a favore. Il voto è stato accolto dal boato dell'Aula. <b>Le opposizioni hanno cominciato a intonare due cori eloquenti: "Elezioni, elezioni, elezioni" e "Dimissioni, dimissioni, dimissioni". </b></p><p><b>Che il voto segreto potesse essere un grande rischio lo si era capito </b>già nel primo pomeriggio<b> quando Giorgia Meloni era intervenuta </b>sui social per mettere le mani avanti:<b>&nbsp;"Sfido le opposizioni&nbsp; a non chiedere il voto segreto</b>. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze, no al voto segreto".<b> </b>Insomma, la presidente del Consiglio aveva provato a dire che il problema del voto segreto non era il rischio di mancata tenuta della maggioranza, ma l'opposizione che vuole occultare il suo no alle preferenze. <b>E invece, per un solo voto, la maggioranza non ha retto.</b></p><p>Il primo a intervenire dopo il voto per attaccare il governo è stato il deputato <b>vannacciano Edoardo Ziello: "Quest'aula ha dato un'immagine indegna con questo voto che di fatto mostra una spaccatura all'interno della maggioranza perché è evidente, lo dico agli amici di FdI, che i deputati di Lega e Forza Italia hanno tradito il vostro accordo nel voto segreto.</b> E celandosi nell'oscurità di questa pulsantiera hanno affossato le preferenze che il generale Vannacci aveva invocato. Se questa è la dimostrazione di gestire il paese ci fate capire che siete totalmente inadatti". Subito dopo anche il deputato e capo del M5s <b>Giuseppe Conte è andato all'attacco: "Ci sono dei momenti in cui quando si ha un alto incarico di governo bisogna anche assumersi la responsabilità della situazione delle proprie decisioni.&nbsp;</b>Meloni - ha proseguito citando l'intervento della premier sui social nel pomeriggio - ha lanciato una sfida a metterci la faccia, ce l'avete messa e avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio". <b>Dunque Conte ha concluso chiedendo di: "aprire la crisi di governo e andare a casa perché tocca a noi".&nbsp;</b>Sulla stessa linea subito dopo anche la segretaria del Pd <b>Elly Schlein: "E' il momento di tornare a casa e di dare al paese un governo in grado di risolvere i problemi degli italiani. Prendete atto del fallimento e andate a casa".</b></p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Paranoie, Odissee e dinosauri</title>
				<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 06:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p>Anche questa settimana un nuovo appuntamento con <b>DECODER</b>, l’atlante condotto da Gianluca De Angelis che vi guida ogni martedì nel vastissimo multiverso della <b>cultura pop</b>. Ogni volta, tre video-consigli, tre coordinate, tre porte d’ingresso perfette sia per chi conosce già questi mondi ma ha bisogno di qualche spintarella per essere orientato, ma anche per chi si sente un po’ perso ed escluso da tutte le infinite conversazioni che popolano ogni giorno il mondo del web. Tutto questo sempre esplorando opere appena uscite, novità sulla cresta dell’onda, fenomeni globali che dovete conoscere obbligatoriamente, ma anche grandi classici e pietre miliari da scoprire (o riscoprire).</p><p>E cominciamo con il <b>mondo del fumetto</b>, con la nuova opera di uno dei maestri assoluti del fumetto underground: <b>Tales of Paranoia</b> di Robert Crumb, pubblicato in Italia da COMICON Edizioni. E anche quest’opera, proseguendo il discorso artistico del fumettista è un volume inquieto, lucidissimo e disturbante, che entra letteralmente nella testa di Crumb, oggi ottantenne, alle prese con sospetti, paure, memoria, vecchiaia, sfiducia verso le istituzioni, cronaca della pandemia e ricerca del senso di un mondo che sembra essere sempre più opaco.  La paranoia contemporanea, insomma, racchiusa in una singola opera, che prende vita tramite un disegno che scava nella carta e che si racconta senza filtri, in un autoriteratto estremo di un uomo che ha passato la vita a diffidare di qualunque cosa.</p><p>Passiamo al <b>mondo dell’audiovisivo</b>, perché al cinema questa settimana c’è un unico grande titolo, tra i più attesi dell’anno: ovviamente stiamo parlando di <b>Odissea</b>, di Christopher Nolan, distribuito da Universal Pictures. Il film vede Matt Damon nei panni di Ulisse, con un cast enorme che include Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Zendaya, Lupita Nyong’o, Charlize Theron, Jon Bernthal e altri nomi di primo piano. Uno dei grandi eventi cinematografici del 2026, anche per la proverbiale scelta tecnica ormai molto cara a Nolan di girare il film con cineprese IMAX. Da guardare assolutamente in sala.</p><p>E infine, per quanto riguarda il <b>mondo del gioco</b>, in questo caso ci soffermiamo sul collezionismo con <b>Release the Creatures: Dinosaurs</b>, il nuovo set di carte collezionabili pubblicato da Tomodachi Press. Una mole di illustrazioni originali enorme (stiamo parlando di una collezione composta da 150 carte realizzate da 130 artisti) per quella che sembra essere pronta a essere una specie di grande e nuova enciclopedia visiva. Raccontando con il linguaggio contemporaneo delle carte una fascinazione fatta da sempre di fantasia e di immagini, unendo divulgazione e meraviglia.</p><p>Anche tra paranoie, mitologia e dinosauri, la cultura pop non è più soltanto intrattenimento ma è un vero mondo fatto di immaginari, nostalgie, desideri collettivi.&nbsp;<b>Decoder</b>&nbsp;è qui, quindi, per cercare di decodificare il presente attraverso i suoi nuovi miti popolari, componendo appuntamento dopo appuntamento, settimana dopo settimana, una mappa straordinaria che rappresenta più che mai le infinite sfumature del nostro tempo. Appuntamento alla prossima settimana, per un altro tridente di titoli da non perdere.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Appendino (M5s): &quot;Renzi è inaffidabile e ci fa perdere voti. Di Battista? Un grande amico&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 17:53:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Lo ribadisco, Renzi è inaffidabile e dal punto di vista elettorale ci fa perdere voti. In più c'è un perimetro, che è quello della Costituzione sancito dall'articolo 3". </b>Lo dice&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/chiara-appendino_52649">Chiara Appendino</a>&nbsp;rispondendo a una domanda del Foglio a margine della presentazione del libro di Riccardo Stagliano "Tassare i milionari", un evento dedicato all'introduzione della patrimoniale (dove hanno presenziato anche Elisabetta Piccolotti, di Avs e Maria Cecilia Guerra del Partito democratico). La deputata del Movimento 5 stelle (a favore della patrimoniale, in contrasto con Giuseppe Conte),<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/17/video/ha-il-tradimento-nel-sangue-programma-senza-di-lui-le-5-stelle-maiorino-baldino-e-appendino-contro-renzi--400735"> parla del campo largo e dell'alleanza progressista escludendo il centro</a>: "L'articolo 3 spiega dice che dobbiamo costruire un paese in cui c'è dignità, in cui c'è un lavoro che permette alle persone di sopravvivere, in cui garantiamo alle persone di potersi curare. <b>È  in quel solco quindi che dobbiamo avanzare delle proposte radicali". </b></p><p>Traccia il perimetro, anche sulla politica estera. "<b>Non è una novità che ci siano differenze tra noi forze progressiste"</b>, dice Appendino. "Noi siamo orgogliosamente <b>contrari alla politica bellicista di von der Leyen"</b> perché "questa strategia di continuo riarmo che scommette sulla sconfitta militare della Russia non sta funzionando", quindi "penso che se qualcuno debba interrogarsi e su cambiare strategia quelli non dobbiamo essere noi".</p><p>Appendino parla anche di<b> Alessandro Di Battista</b>. <b>"Siamo grandi amici"</b>, dice. "Abbiamo condiviso battaglie comuni in passato ma la mia casa è il Movimento". Conte non ha chiuso a un'alleanza con&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/11/news/pd-m5s-avs-temono-di-battista-e-la-cosa-rossa-e-rispolverano-la-patrimoniale--402046">la sua "cosa"</a>&nbsp;rossa, Schierarsi. Ma non ci sono  avvicinamenti per fini elettorali: "<b>Lui farà le sue scelte, noi dobbiamo continuare ad avanzare proposte per chi si sente ai margini</b>".</p>]]></description>
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				<title>Cento anni di Route 66. La leggendaria “Mother Road” racconta ancora l’America</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p><br></p><p>Tutti hanno sognato, almeno una volta, di guidare per le lande sterminate dell’entroterra degli Stati Uniti. Di perdersi nelle sue strade interminabili che trasudano avventura, ricerca dell’ignoto, grandi racconti e grandi storie. E, tra tutte queste strade, una risuona nell’immaginario che ha fatto accarezzare per anni ai viaggiatori l’idea di percorrerla, almeno una volta nella vita: la Route 66. Nel 2026, questa strada leggendaria compie cent’anni, ma la prima cosa da sapere è che in realtà, ufficialmente,&nbsp; non esiste quasi più. O meglio: non esiste più come strada unica, federale, continua: la linea mitologica, invece, resiste ancora, trasformando ancora, nei suoi tratti sopravvissuti e lungo i suoi cartelli “Historic Route 66”, il viaggio in automobile in una delle grandi narrazioni americane. Un immaginario che risuona tutt’ora nelle vecchie stazioni di servizio, nei motel sgangherati, nei diner dove le cameriere si rivolgono a te chiamandoti “Honey” o “Sweetheat”, nelle insegne al neon.</p><p>Dopo la sua fondazione nel 1926 e la sua storia iniziale fatta di lavoro, di ombre, di grande disperazione ma anche di grandi speranze, durante la quale fu davvero un passaggio cruciale per moltissime persone che desideravano cambiare lavoro, Stato, vita, la Route 66 è poi diventata nel tempo indimenticabile soprattutto grazie all’immaginario arrivato anche oltreoceano e alla cultura pop. Un immaginario fatto di canzoni, film, serie tv, cartoline, fumetti, echi indelebili che sembra a tutti di conoscere pur non essendoci mai stati. La Route è diventata, in fondo, uno dei tanti modi tramite i quali l’America ha raccontato all’esterno (e anche un po’ a sé stessa) la propria idea di libertà: la possibilità di partire, di cambiare vita, di inseguire l’orizzonte a cavalcioni di una moto rombante che macina chilometri sull’asfalto bollente.&nbsp;</p><p>Oggi, tra le velocissime autostrade e mille strade alternative, asfaltate e nuove di zecca, scegliere di percorrere un tratto della “Historic Route 66” in tutti i suoi infiniti frammenti significa scegliere deliberatamente di rallentare. Significa uscire dalla traiettoria più rapida e guardare ciò che normalmente il viaggio contemporaneo salta: le insegne scolorite, le pompe di benzina dismesse, i drive-in, le piccole strade cittadine e gli agglomerati di case con poche centinaia di abitanti. Vedendo il paesaggio mutare costantemente, valicando un confine dopo l’altro e ricordando che l’America è anche (e forse soprattutto) questo: una pluralità di immaginari sociali e culturali ben lontani dalle grandi città e dalle autostrade. Infiniti luoghi dove la vita scorre spesso molto lenta, rifuggendo la velocità.</p><p>Una fascinazione, quella della Route 66, che continua a stregarci ancora oggi, forse ancora di più anche nell’eco di quel che ne rimane: racimolando le storie che scorrono su questa strada infinita, accarezzando l’idea mollare tutto, fare lo zaino e partite, accelerando e lasciando indietro per sempre la vita quotidiana, il progresso, la routine, la monotonia. Guardando avanti, verso la speranza di un’altra vita.</p>]]></description>
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				<title>Aurelio Picca guida tra i laghi e le fraschette dei Colli Albani, la vera gita fuori porta</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Roma Capoccia</category>
				<author>Gianluca Roselli</author>
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				<description><![CDATA[<p>"A Ostia e Fregene non metto piede da anni. Per carità…Se devo prendere un po' di fresco vado ai Castelli…". Un amico ci aveva messo la pulce nell'orecchio anni fa e noi i consigli degli amici li seguiamo sempre. Così per sfuggire alla calura dei 40 gradi romani mettiamo il muso dell'automobile verso i <b>Castelli</b>. "Anzi dei Colli Albani, questa sarebbe la dicitura più corretta…", ci rimbrotta subito lo scrittore <b>Aurelio Picca</b>, che da queste parti vive e spesso ha utilizzato questi luoghi come palcoscenico dei suoi romanzi.</p><p>Arriviamo al lago di Albano e passiamo una bella giornata ai Quadri, ristorante-bar con spiaggia annessa qui fin dagli anni '80. È più spartano rispetto agli altri beach club più recenti, ma è un'istituzione. Si fa il bagno, l'acqua è fresca e pulita, si mangia pesce, si prende il sole, si ammira il panorama. Lassù s'intravede il palazzo dei Papi di Castel Gandolfo, dove Leone IV è tornato a villeggiare dopo le assenze di Francesco. <b>Dall'altro lato, più nascosta, c'è Albano</b>. "La gita fuori porta ai Castelli è la classica gita popolare romana, come pure Ostia, ma qui vengono più da Roma sud, perché a Roma nord da quando hanno scoperto Capalbio vanno lì o all'Argentario. O a Santa Marinella. Prima, però, venivano tutti qui, non solo in giornata, ma a fare la villeggiatura. E qualcuno ha scelto pure di venirci a vivere…", spiega Aurelio Picca.</p><p>La gita ai Castelli come una gita a Chiasso al contrario, qui non c'è la Svizzera e la provincia ti inghiotte. E dire che sul lago di Albano, così come in quello più piccolo di Nemi, le spiagge prima non c'erano, sono nate perché il lago si sta ritirando e ci hanno portato terra e sabbia per esigenze turistiche. Adesso tra gli stabilimenti c'è ampia scelta. Il bello è che, nonostante sia pieno week end, non sono troppo affollati: la clientela è composta in prevalenza da locali, i romani sono pochissimi, i lettini sono disposti in file ordinate su un elegante prato all'inglese. <b>Non c'è sabbia e non ci si sporca i piedi, altro vantaggio non da poco. E non c'è traffico. Il pensiero va a quei disgraziati imbottigliati sull'Aurelia, sulla Via del Mare o sulla Colombo nella transumanza per Ostia e Fregene</b>. A morire di caldo. E a Fregene manco il bagno si possono fare, con quell'acqua color marrone. Ai laghi, invece, si sta da Dio. Anche perché sui Colli Albani è più fresco. "A Rocca di Papa, ai campi di Annibale, siamo quasi a 900 metri. A Nemi la sera ci vuole il maglioncino di lana. Anche Marino è molto fresca. Quando a Roma ci sono più di 30 gradi, qui se ne contano 10 in meno…", racconta lo scrittore.</p><p>Ma gli abitanti dei Castelli si sentono romani? "Quelli di Albano, la più vicina alla città, sì. Gli altre se ne fregano. E poi c'è forte campanilismo tra di loro: tra Genzano e Marino, che stanno a 5 km di distanza, si parlano dialetti diversi. Questa rivalità li indebolisce politicamente: i comuni dei Colli Albani dovrebbero farsi comunità, magari organizzarsi in un consorzio…", osserva Aurelio Picca. <b>La rivalità ha origini antiche, dalle famiglie che qui avevano le loro magioni: i Colonna, i Farnese, i Chigi, i Borghese</b>. Nel suo romanzo "Il più grande criminale di Roma è stato amico mio", dove si narrano le gesta di Laudovino De Sanctis, ci sono situazioni ambientate da Benito al Bosco, un'istituzione, e al Vecchio Fico, un'ex stazione di posta per i cavalli sulla via per Anagni. Qualche vecchia trattoria scompare, ma ne sorgono di nuove. Ad Ariccia c'è Sintesi, una stella Michelin. A Marino c'è Avus. A Frascati c'è Dopolavoro Ricreativo e a Grottaferrata L'Oste della Bon'Ora. Ma resistono pure le fraschette. Roma. Degna di nota è La Selvotta, un'osteria dove si mangia su panche di legno dentro a un bosco, nella frescura sotto le stelle.</p><p>Si fa un po' di fila, ma ne vale la pena. Ma non diventeranno fichetti pure i Castelli? "Non direi, qualche osteria tradizionale chiude, ma aprono nuove realtà, con uno sguardo più contemporaneo e va bene così. Non bisogna restare ancorati al passato. L'importante che il nuovo sia di qualità…", ancora Picca. I Castelli ricorrono anche nelle storie di "Arsenale di Roma distrutta" e di "Roma mia, non morirò più". <b>E poi, volendo, da qui si può sempre fuggire verso il mare. Da Velletri a Nettuno sono una quarantina di minuti. Per chi proprio non ne può fare a meno</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Dove porta la spaccatura del PiS in Polonia</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Jaroslaw Kaczynski</b> ha scelto la strada sempre più a destra, sempre più estrema per il suo partito,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pis_168/page/4" target="_blank">il PiS</a>, che ha governato la Polonia dal 2015 al 2023 e  adesso ha iniziato una corsa lunga e aggressiva per togliere il governo al premier Donald Tusk nel 2027. il PiS però non è sempre stato un partito estremista e infatti al suo interno c’è chi ha tentato di creare una corrente alternativa, pur sotto il cappello e il controllo del padrone Kaczynski. Era stato l’ex premier Mateusz Morawiecki a dare inizio a questa corrente, Rozwoj plus (Sviluppo plus), nata come un “Consiglio di esperti” dentro al PiS. Morawiecki proponeva una coesistenza, Kaczynski ha invece deciso che si trattava di un tradimento e ha detto al suo ex premier e a tutti i componenti di Rozwoj plus: o me o la porta. Non hanno scelto lui, sono stati messi alla porta e il danno per il PiS è sostanzioso: i suoi seggi in Parlamento diminuiscono e si sfilaccia, per il momento, la coalizione per battere Tusk. Il cambiamento nel PiS è ormai  rappresentato dal presidente Karol Nawrocki che del vecchio partito  non ha più nulla, neppure il certo posizionamento internazionale. Erano anni che si attendeva una spaccatura nel partito da parte di tutti coloro che rivendicavano le sue origini e anche come conseguenza della sconfitta del modello di  Viktor Orbán in Ungheria. Kaczynski invece ha continuato a corteggiare Orbán, unico in un mondo che  ne prende le distanze. In Polonia gli analisti mantengono le aspettative basse, si dubita del coraggio di Morawiecki e dei suoi seguaci. Se il cambiamento ci sarà davvero, anche in Europa si sentirebbe: il PiS siede fra i Conservatori e riformisti, dove  Morawiecki potrebbe non sentirsi a casa, ma per lui sarebbe difficile raggiungere i Popolari, dove siede Tusk<b>. Tutto si rimescola: da tempo il primo ministro polacco mostra stima e interesse per la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che invece è compagna del PiS fra i Conservatori. Un gran rimescolamento che potrebbe riscrivere le alleanze di destra o finire in un nulla.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>La vittoria degli “scarafaggi” su Modi</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ieri la National Testing Agency, cioè l’ente governativo indiano che organizza gli esami d’ammissione all’università, ha licenziato 47 funzionari dopo lo scandalo delle fughe di notizie nei test d’ingresso Neet, l’esame che ogni anno seleziona gli studenti di Medicina in India. L’agenzia ha annunciato che avvierà anche azioni legali nei loro confronti. La decisione arriva il giorno dopo che il primo ministro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/narendra-modi_32893" target="_blank">Narendra Modi</a>, in un videomessaggio notturno pubblicato su X, ha annunciato una bozza di legge con pene più severe e corsie giudiziarie accelerate per chi manipola i concorsi pubblici. Il Consiglio dei ministri del governo ha poi approvato in tempi record alcune modifiche al Public Examinations Act, la legge antifronde per gli esami pubblici, che inaspriscono le pene per chi la viola e che saranno presentate in Parlamento la prossima settimana. E’ una mezza vittoria per i manifestanti che da settimane protestano a Jantar Mantar, a Delhi, guidati dal Cockroach Janta Party, il “partito degli scarafaggi”, movimento studentesco nato dopo l’annullamento del Neet del 2026 per via dello scandalo dei quesiti trapelati, a cui sono seguiti diversi suicidi tra gli studenti. E del resto per Modi la pressione pubblica stava diventando insostenibile: la protesta “degli scarafaggi” era finita su tutti i giornali internazionali, compreso lo sciopero della fame dell’attivista Sonam Wangchuk, che si è concluso ieri dopo le trattative con due ministri del governo, e soprattutto le cariche della polizia di lunedì scorso – in quello che Sonia Gandhi sul The Hindu ha definito “il giorno dell’infamia” – contro gli studenti che marciavano pacificamente verso il Parlamento. <b>Modi deve aver capito che lo show diplomatico internazionale serve a poco se poi, internamente, il suo governo fa fatica a rispondere alle richieste della popolazione più fragile, “dagli studenti agli agricoltori”, come ha scritto Gandhi. Per gli “scarafaggi” non è finita: vogliono le dimissioni del ministro dell’Istruzione, e vogliono una classe politica in ascolto. Il rischio, altrimenti, è che la protesta, invece di essere sedata, si allarghi.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>L’ipocrisia dei Milionari Patriottici</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																		<enclosure url="https://api.spreaker.com/v2/episodes/73153499" />
												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Centoventi milionari britannici, tra cui il presentatore tv ed ex calciatore Gary Lineker e il produttore Brian Eno, hanno scritto al premier&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/andy-burnham_59249" target="_blank">Andy Burnham</a><b>&nbsp;per chiedere più tasse</b>. “Possiamo permettercelo – dicono i Patriotic Millionaires –. Non proponiamo di aumentare le tasse su chi ogni mattina va a lavorare per guadagnarsi il proprio reddito, ma sui cittadini più facoltosi, il cui reddito proviene principalmente dalla ricchezza che detengono”. La proposta è quella, condivisa  da Oxfam, di un’aliquota del 2 per cento sui patrimoni oltre 10 milioni di sterline. Poco prima di insediarsi a Downing Street, intervistato proprio da Lineker sulla Bbc, l’ex sindaco di Manchester non aveva escluso l’ipotesi di una patrimoniale: “Serve maggiore equità – aveva detto –. Dovremo lavorare sodo per garantire la sostenibilità dei conti pubblici. E, a un certo punto, potrebbe essere necessario chiedere ai cittadini un contributo maggiore. Ma non è una decisione da prendere oggi: sarà un tema da affrontare in futuro”.</p><p>Il rapporto tra il fisco e la ricchezza riemerge ciclicamente: che a lamentarsi del basso carico fiscale siano proprio i più benestanti ha, però, del paradossale. Da un lato, come ha commentato la leader dei Tory Kemi Badenoch, “sono liberissimi di pagare più tasse: <b>possono fare un bonifico al Tesoro, nessuno glielo impedisce</b>”. Dall’altro lato, l’intera questione deriva dalla complessità del sistema tributario, che consente ai paperoni di fare ottimizzazione fiscale, riducendo di fatto le tasse da pagare. Proprio Lineker ha recentemente vinto un contenzioso col fisco del valore di 4,9 milioni. La vittoria legale conferma che era un suo diritto: ma un diritto non è un dovere. Applicare a tutti i redditi, indipendentemente dalla provenienza e dalle architetture societarie, l’aliquota massima del 45 per cento farebbe già una bella differenza, sia per Lineker &amp; Co, sia per l’erario britannico. Prima di chiedere più tasse per gli altri, perché i milionari patriottici non cominciano a dare il buon esempio?</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/07/25/news/tragedia-di-famiglia-ebraica-la-storia-degli-herzl--403150</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/07/25/news/tragedia-di-famiglia-ebraica-la-storia-degli-herzl--403150</link>
				<title>Tragedia di famiglia ebraica. La storia degli Herzl</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’uomo che immaginò lo Judenstaat – non come utopia romantica, ma come necessità storica – non lasciò dietro di sé alcuna discendenza. La sua casa viennese, teatro di una rivoluzione spirituale e politica, si disfece mentre l’Europa preciptava nell’abisso che egli aveva predetto. <b>Dopo la morte di Theodor Herzl, un copione che mescola il fato greco, la malinconia mitteleuropea e l’orrore novecentesco si è abbattuto sulla casa del patriarca del sionismo</b>. Una tragedia che era anche la prova provata della tesi herzliana. Assimilazione, conversioni religiose, matrimoni misti, esili: nulla valse a sottrarre i suoi figli e il suo unico nipote alla sorte che Herzl aveva denunciato come inevitabile per gli ebrei d’Europa se non avessero abbracciato il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/15/news/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-sionismo--400586" target="_blank">sionismo</a>.</p><p>Né le peripezie religiose di Hans, né l’esilio inglese di Stephen, né il matrimonio abbiente di Pauline salvarono gli Herzl. L’antisemitismo non si placa davanti a cognomi illustri, ai matrimoni misti o ai contributi culturali. Divora tutto. Stefan Zweig ricorda il giorno del funerale di Herzl, il 7 luglio 1904: “Fu uno strano giorno di luglio, indimenticabile per chi lo visse. Il corteo infinito fece capire a Vienna che non era morto un semplice scrittore o poeta, ma uno di quei rari creatori di idee che emergono vittoriosi su un paese e un popolo forse una volta ogni generazione. Al cimitero scoppiò il caos quando la gente si affollò intorno alla sua bara, piangendo, gemendo e urlando in modo selvaggio e disperato. <b>Tutto l’ordine si dissolse in un lutto primordiale ed estatico, diverso da qualsiasi cosa avessi mai visto prima o dopo a un funerale</b>. Attraverso questo dolore senza precedenti, che esplodeva dal profondo di un intero popolo, capii finalmente quanta passione e speranza quest’uomo solitario avesse lanciato nel mondo con la forza del suo pensiero”.</p><blockquote>“Attraverso un dolore senza precedenti capii  quanta passione e speranza quest’uomo solitario avesse lanciato  con la forza del suo pensiero”</blockquote><p>La moglie di Herzl, Julie, morì nel 1907, tre anni dopo di lui. Pauline, la primogenita, morì di eroina dopo un matrimonio scandaloso. L’altro figlio, Hans, divenne battista, cattolico, unitariano e poi quacchero, infine si sparò alla testa il giorno dopo il funerale della sorella. Lasciò un biglietto con la richiesta di essere sepolto insieme a Pauline e di raggiungere un giorno il loro amato padre, sepolto nella natia Vienna. Albert Einstein scriverà di Hans Herzl all’amico di quest’ultimo, Marcel Sternberger: “I tuoi articoli su Hans Herzl mi hanno profondamente commosso. La sua vita sprecata costituisce un monito per tutti gli ebrei contro l’abbandono del proprio popolo”. Trude, la più giovane degli Herzl, sposò un famoso industriale viennese, Richard Neumann, e diede a Herzl il suo unico nipote. <b>Anche la vita di Trude terminò nel campo di concentramento di Theresienstadt. La macchina nazista la inghiottì, trasformando la discendente del profeta del sionismo in una delle innumerevoli ombre dell’Olocausto</b>. Come le quattro sorelle minori di Freud, Rosa, Marie, Pauline e Adolfine, deportate a Theresienstadt e assassinate nel campo di sterminio di Treblinka. O le sorelle di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/frank-kafka_55171" target="_blank">Franz Kafka</a>: Otylia, la sorella più cara al romanziere di Praga, morì ad Auschwitz, dopo essere passata per il lager di Theresienstadt; Gabriela e Valerie furono deportate dai nazisti nel ghetto di Lodz e uccise nel vicino campo di sterminio di Chelmno, mentre Milena, una delle donne amate da Kafka, alla quale dedicò “Le Lettere”, venne deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morì.</p><blockquote>Due figli di Herzl incontrarono lo stesso destino delle sorelle di Kafka e Freud,  inghiottite dal buco nero della Shoah</blockquote><p>Il figlio di Trude Herzl, Stephen, si salvò grazie al fatto che fu mandato a studiare in Inghilterra e il suo nome venne anglicizzato in “Stephen Theodore Norman”. Fu l’unico tra i discendenti di Herzl a compiere una breve visita nell’allora Palestina britannica nel 1945, un anno prima di togliersi la vita gettandosi da un ponte a Washington, dove era di stanza come ufficiale presso l’ambasciata britannica. Nel 1938, Stephan esortò i genitori a lasciare l’Europa per Eretz Yisrael, ma era troppo tardi. Quando Stephan ricevette nel 1946 la notizia che i genitori erano stati assassinati dai nazisti, rispose gettandosi dal Massachusetts Bridge. Le edizioni del mattino riportarono il suicidio di un impiegato dell’ambasciata britannica dal ponte sul Rock Creek Park. Le edizioni della sera precisarono solo che il suicida era il nipote e l’ultimo discendente vivente del defunto leader sionista. Il funerale ebbe a malapena un minyan per la preghiera.</p><p>Così due dei figli di Herzl si tolsero la vita mentre la terza cadde vittima delle forze dell’odio che Herzl aveva previsto e temuto. “Dead Herzls” di Joshua Cohen, vincitore del premio Pulitzer per il libro sui Netanyahu, è in uscita per la Penguin e ora racconta la storia tragica e terribile del padre dello Judenstaat. Nessun discendente di Herzl oggi è vivo. Una cugina, Hadasa Herzl, è morta in Israele nel 2005. Ci sono Liora e Tova Herzl, che sono stati ambasciatrici di Israele in Europa, ma si parla di cugini di terzo grado. C’era Frederika (Pnina) Herzl, una cugina di primo grado di Herzl. Nacque nel 1933 a Vienna da Max Herzl. <b>Nel 1938, quando aveva cinque anni, i genitori ritennero pericoloso che una bambina ebrea con il cognome Herzl vivesse sotto il regime nazista e la mandarono dalla zia e dallo zio della madre in Cecoslovacchia</b>. Nel 1939, con l’invasione nazista di Praga, i genitori firmarono un ordine di adozione fittizio affinché Frederika potesse immigrare in Israele con la zia e lo zio. I genitori riuscirono a sfuggire ai nazisti e sopravvissero all’Olocausto; nel 1948 arrivarono anch’essi in Israele, con un’ordinanza del tribunale che annullava l’adozione. Ma quando chiesero di riavere la figlia, fu risposto loro di no. All’inizio del 1948, prima della fondazione dello stato di Israele, scoppiò una dolorosa battaglia legale per la bambina. I genitori adottivi dissero di temere che i genitori biologici l’avrebbero riportata a Vienna, ma il tribunale ordinò loro di consentire ai genitori biologici di incontrarla di tanto in tanto. Questi incontri aumentarono la sofferenza dei genitori biologici e Frederika era apatica nei loro confronti, presentando la madre agli amici come sua zia. Nel 1949 il tribunale di Tel Aviv stabilì che Frederika avrebbe trascorso le feste con i genitori biologici. Quando compì diciotto anni nel 1951, Frederika chiese di rinnovare i rapporti con i genitori e li incontrò. Fu l’ultimo incontro. Dopodiché se ne persero le tracce, ma le ricerche ci dicono che tornò a Vienna, dove lavorò come bibliotecaria ed è morta nel 2009.</p><p>Quando il governo israeliano dispose il trasferimento delle spoglie di Herzl da Vienna e la loro riesumazione a Gerusalemme nel 1949, spostò anche le spoglie dei suoi genitori da Budapest e le fece seppellire nel sacrario nazionale sul Monte Herzl, la montagna intitolata in suo onore. Le ceneri della madre dei suoi figli, cremata nel 1907, sono andate perdute, e le ceneri della più giovane, Trude, assassinata dai nazisti, furono disperse tra le innumerevoli vittime della Seconda guerra mondiale. I corpi dei figli di Herzl, Pauline e Hans, furono lasciati nel cimitero di Bordeaux, in Francia, come relitti di un naufragio dimenticato. Nel 2004 Israele celebrò il centenario della morte di Herzl e il governo approvò una legge che fissava una data per una commemorazione annuale dell’eredità del fondatore. Dopo un lungo dibattito, il governo israeliano fece riesumare anche le spoglie di Pauline e Hans per seppellirle sul Monte Herzl. Lo stato ebraico che Herzl aveva immaginato nacque 44 anni dopo la sua morte. La famiglia che lui e sua moglie avevano fondato terminò con il suicidio del loro unico nipote, Stephen Theodor Norman, figlio di Trude.</p><p>Il governo israeliano dispose anche il trasferimento delle spoglie di Stephen per la riesumazione nel lotto di famiglia sul Monte Herzl. <b>Oggi in Europa riposano soltanto i resti dei nonni di Herzl, sepolti nel piccolo cimitero di Zemun, alla periferia della capitale serba di Belgrado</b>.</p><p>Nel frattempo anche gli edifici che hanno segnato la vita del fondatore di Israele hanno subito un destino amaro e beffardo. Luoghi che simboleggiarono la nascita di un’idea sono oggi palcoscenici di un conflitto che Herzl aveva previsto ma non potuto impedire.</p><p>Herzl fu fotografato nel 1901 mentre si sporgeva dal balcone della stanza 117 del Grand Hotel Les Trois Rois a Basilea, in Svizzera, durante il Quinto Congresso Sionista. La famosa foto del balcone, in cui Herzl è visto scrutare l’orizzonte sul fiume Reno, ispirò filosofi e artisti che la considerarono un’immagine della visione sionista. L’hotel svizzero è finito in vendita qualche anno fa e uno dei potenziali acquirenti è il fondo del Qatar di proprietà dell’emirato finanziatore di Hamas. Al Berggasse 6 a Vienna, il passato di Herzl rimane insolitamente presente.</p><p>L’edificio fu costruito a metà dell’Ottocento. Oggi la casa che fu di Herzl ospita una pizzeria di proprietà palestinese. Una targa in onore di Herzl fu inaugurata dal presidente israeliano Isaac Herzog un mese prima del massacro del 7 ottobre 2023. Deturpato prontamente pochi giorni dopo. Profanata anche la Theodor-Herzl-Platz. “La strada dalla Palestina a Parigi sta cominciando a passare per la mia stanza”, scrisse Herzl nel suo diario il 6 gennaio 1897. Il suo appartamento di Vienna ebbe un ruolo fondamentale nella creazione di uno stato ebraico. Una grande parte degli incontri più importanti si tenne lì. Da casa sua, Herzl fondò il giornale Die Welt e organizzò il Primo congresso sionista a Basilea nel 1897. Anni dopo che Herzl visse al numero sei di Berggasse , la necessità della sovranità ebraica divenne tragicamente più chiara.</p><p>Almeno tre ebrei furono deportati dallo stesso edificio e assassinati nell’Olocausto. Hugo e Irene Roden furono deportati il 14 luglio 1942 nello stesso lager dove morì la figlia di Herzl. Su 1.009 persone del loro trasporto, 950 furono uccise, tra cui Hugo. Camilla Tandler fu deportata tre giorni dopo i Roden. Morì ad Auschwitz e anche la sua data di morte è sconosciuta. Nello stesso edificio dove il sionismo passò da idea a movimento politico organizzato, Hakim Hadid conserva oggi una foto incorniciata con Yasser Arafat.</p><p>Pur credendo che Israele sia uno stato “illegale”, Hadid dice che bisogna accettare la realtà che non se ne andrà da nessuna parte. “Non possiamo uccidere tutti gli israeliani”, ripete.</p><blockquote>La casa di Vienna dopo Herzl immaginò  Israele oggi è di proprietà di una pizzeria palestinese: “Non possiamo uccidere tutti gli israeliani”</blockquote><p>Magnifica città, Basilea. C’è la tomba di Erasmo; il Goetheanum, lo straordinario auditorium fatto costruire da Rudolf Steiner; è la città di Karl Barth, il teologo, e di Jakob Bernoulli, il matematico; vi hanno insegnato uno dei più grandi storici di sempre, Jacob Burckhardt, e il celebre filosofo Karl Jaspers; c’è la casa dove ha abitato Friedrich Nietzsche. Insomma, una capitale della cultura europea. E nella Basilea di Herzl, un manifestante alla parata dell’Eurovision, brandendo la bandiera della Palestina, ha fatto il gesto del taglio della gola rivolto a una donna ebrea che ha visto con i propri occhi quel gesto divenire realtà, la cantante israeliana Yuval Raphael, sopravvissuta al 7 ottobre, quando ha dovuto fingere di essere morta sotto i corpi senza vita al Nova Festival per otto ore (364 morti). Herzl aveva previsto quest’odio di massa; non aveva calcolato che avrebbe reclamato prima di tutto la sua progenie. Gli venne l’idea di uno stato ebraico dopo che entrò a contatto con l’odio antisemita della plebaglia francese quando copriva come giornalista il caso Dreyfus a Parigi. Il 5 gennaio 1895 il giovane corrispondente della Freie Neue Presse vide dal balcone del suo albergo di fronte alla Scuola militare di Parigi la folla ammassata intorno ai cancelli dove ebbe luogo la cerimonia di degradazione di Dreyfus.</p><p>“Mort aux Juifs”, gridavano. 130 anni dopo, di Herzl non ce ne sono più in giro, ma un erede di Dreyfus è diventato tenente colonnello dell’esercito di Israele. Il suo pronipote, Uriel Dreyfus, oggi è giudice nei tribunali militari israeliani. Il cerchio, in qualche modo, si è chiuso su una nota di speranza. Il capitano che venne spogliato dei gradi francesi ha un discendente che oggi emette sentenze sotto la bandiera azzurra e bianca con la stella di David.</p><blockquote>130 anni dopo, di Herzl non ce ne sono più in giro, ma un&nbsp;erede di Dreyfus&nbsp;è diventato ufficiale &nbsp;dell’esercito di&nbsp; Israele</blockquote>]]></description>
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				<title>Sabato e domenica sul Foglio. Cosa c&#039;è negli inserti del fine settimana</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 21:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Questo fine settimana nel giornale ci sono dodici pagine di inserto culturale. Ecco cosa trovate in edicola (<a href="https://edicoladigitale.ilfoglio.it/?_gl=1*1ljymqe*_ga*MjA5NzA0NTg1MS4xNzY2NDI0Nzcw*_ga_YHSEY9805R*czE3ODQ5MTk5NDAkbzIzNCRnMSR0MTc4NDkxOTk2MSRqMzkkbDAkaDE0ODYxNjk3OTc.*_ga_XP8XWMTXKK*czE3ODQ5MTk5NDEkbzE0NSRnMCR0MTc4NDkxOTk0MSRqNjAkbDAkaDA.">e potete scaricare qui anche dalle 22:30 di venerdì</a>)&nbsp;</p><p>Questa invincibile estate. Ossessioni e perversioni di una stagione intollerabile, in cui diventiamo tutti più banali. Ogni anno ripetersi: “E’ l’ultima che passo in città”, e poi restare imprigionati. Ma ora è davvero tempo di partire per Itaca - <i>di Annalena Benini</i><br><br>American communist. Trump rispolvera il linguaggio degli anni Cinquanta mentre la sinistra punta sull’anticapitalismo. Paure vecchie e nuove - <i>di Giulio Silvano</i></p><p><br>Tragedia di&nbsp; famiglia ebraica. Herzl ha dato un paese al suo popolo, ma non ai suoi figli. Si sono tutti suicidati o sono stati uccisi dai nazisti - <i>di Giulio Meotti</i></p><p><br>Tra coppa e corona. Il trionfo della Roja al Mondiale è anche politico. La Spagna spezzata di novant’anni fa e quella di oggi, tenuta insieme dalla monarchia - <i>di Maria Pia Farinella</i></p><p><br>La dinastia del cinema italiano. Vita e opere della famiglia che ha costruito la gloriosa Titanus. Chiacchierata con Guido Lombardo, terza generazione - <i>di Andrea Minuz</i></p><p><br>L’altro Titanic. L’Andrea Doria non era la più veloce né la più grande, ma voleva essere&nbsp;la nave più bella. Settant’anni dal naufragio, la fine di un’età dell’oro - <i>di Maurizio Stefanini</i></p><p><br>Gli integratori della salvezza. Non curano le malattie, ma promettono benessere a una società che ne è affamata. Mode, illusioni e pericoli - <i>di Nicola Mirenzi</i></p><p><br>Non solo Volkswagen. Il male oscuro dell’automobile. Ogni paese ha i suoi guai, occhio alla Cina. E’ colpa dell’elettrico? Dei dazi di Trump? Della “follia verde” di Bruxelles?&nbsp; Una causa sola non esiste e tornare indietro è impensabile. Ma in gioco c’è il futuro dell’Europa. Cercasi strategia - <i>di Stefano Cingolani</i></p><p><br>Ermes &amp; Afrodite. L’origine mitologica dell’ermafrodito e la storia giuridica e sociale di una condizione perturbante. Uno studio di Michel Foucault - <i>di Michele Magno</i></p><p><br>I&nbsp; pavoni del pirelli. Dietro le quinte dell’edizione 2027 di “The&nbsp; Cal”, scattato&nbsp; in India tra&nbsp; Jaipur e Nuova Delhi. Reportage - <i>di Michele Masneri</i><br></p>]]></description>
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				<title>I pavoni del Pirelli</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Masneri</author>
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				<description><![CDATA[<p>È ormai un mondo incerto, con Elena dalle bianche braccia dell’Odissea che è nera, i milionari inglesi che chiedono di pagare più tasse, e i poliziotti bolognesi che si pagano da sé le bodycam per non correre rischi, ma il calendario Pirelli rimane il calendario Pirelli. Già gadget per trucidi camionisti, poi simbolo femminista, comunque oggetto aspirazionale, negli anni ha visto succedersi modelle  nere, modelli uomini, e poi foto di  ignude, vestite, di grasse, magre, sconosciute e star, da Luisa Ranieri a Sophia Loren a Tilda Swinton.</p><p>E’ comunque l’ultimo sopravvissuto dell’èra cartacea, vi ricordate per esempio  quello di  Max, canto del cigno dell’età delle riviste, con Sabrina Ferilli o Alessandro Gassman tutti unti sullo scoglio (mi sembra di ricordare che nel calendario di Max si fosse sempre sullo scoglio, e unti). Questo invece si fa in location sempre nuove. Ci son addetti benemeriti che ogni anno infatti decidono dove ambientarlo, con immani organizzazioni di fotografi, modelle, elettricisti, truccatori, e poi soprattutto noi, lo stuolo di giornalisti sbafatori che da ogni angolo del globo terracqueo veniamo esfiltrati fin sui luoghi dello shooting.  E’ anche un momento commovente  per i giornalisti, che un tempo avevano autisti e status e si potevano permettere le seconde case,  e per qualche giorno ogni anno adesso ritroviamo quel piacere,  illudendoci che non siamo diventati come presentabilità sociale e rilevanza al pari di influencer di integratori di serie B, o bidelle itineranti sul Napoli-Milano,   e qui riviviamo invece le glorie passate, trasportati verso mete esotiche, intervistando fotografi e modelle, trovando i pasti pronti, venendo trattati con gentilezza, sempre temendo però “questa è l’ultima volta”.</p><p>Eccoci dunque in India per quest’edizione 2027 di “The Cal”. Prima volta non solo in India ma mi sa che pure con due fotografi. Il fatto è che il titolare designato, Raghu Rai, una specie di Ferdinando Scianna indiano,  ha esalato l’ultimo respiro subito prima delle riprese, dunque è subentrata la figlia, Avani Rai, pure lei fotografa, affiancata dal norvegese Sølve Sundsbø che aveva fatto l’edizione dell’anno scorso.</p><p>Quindi c’è Rai figlia che scatta una parte e per l’altra  Sundsbø, che rispetto all’anno scorso ha fatto un sacco di palestra, viaggia infatti con una sua assistente o personal trainer fisicatissima e tatuata. Si parte per Delhi e poi arrivati nel colossale aeroporto indiano eccoci a Jaipur, in maggio. Il pòro cronista che non è mai stato in India prima di partire esclama: “wow, Jaipur, aggratis”, pensando, “e quando me ricapita”, ma viene subito redarguito dalle tribù giornalistiche che di calendari ne han fatti tanti, o semplicemente son state in India, e rispondono lapidarie: “prepàrati, maggio  è il mese più caldo dell’anno in India”. Infatti, arrivati, ecco il termometro variare tra i 40 e i 42, mentre non si può uscire dalle pur lussuose stanze dell’hotel. Solo il fotografo si trascina in palestra con la tatuata personal trainer. Un altro rischio che piomba sul cronista temporaneamente viziato è l’assalto delle scimmie: nelle camere dell’hotel che mai potremmo permetterci insieme a tutte le amenity che ci porteremo via, tornati alla trista realtà, a testimonianza di questo viaggio, c’è infatti in dotazione un bastone per eventuali primati che invaderanno il giardinetto (tenete a mente questo dato, bastone per scimmie).</p><p>Segregati nell’albergo sibaritico, seguiamo gli scatti del fotografo e della fotografa e tampiniamo la modella protagonista di quest’anno, che al momento giace  a bagnomaria in una piscina in posa un po’ pre-raffaellita, tra le ninfee, tenuta su da un addetto tutto vestito, con maschera e boccaglio che la regge da sotto, poi c’è uno che armeggia con  quel disco che serve per puntare la luce giusta, e poi assistenti, truccatori, cameramen, fotografi che fotografano altri fotografi, tutti accomunati dall’odio verso noi giornalisti, che giustamente stiamo lì a ciondolargli intorno, sempre tra i piedi, mentre entriamo scaglionati a gruppetti, tra una delegazione indiana local, alcuni tedeschi, e il gruppone di noi italiani che si riconosce perché parliamo male l’inglese e chiediamo in continuazione cosa si mangia.</p><p>Poi conferenza stampa. Lei è riemersa dalla vasca, l’hanno riasciugata e ricomposta. E’ un personaggio. Padma  Lakshmi, cinquantacinque anni, ganzissima, nata in India, ma emigrata in America, è una star televisiva, ha condotto tipo venti edizioni di Masterchef, o qualcosa di equivalente, ha scritto otto libri tra cucina e memoir e ha prodotto una figlia col signor Dell fratello di quello dei computer, oltre a essere  stata sposata con Salman Rushdie quello della fatwa. Tutti le chiedono come fa a essere così bella, con questa vita intensa, anche se è evidente che qualcosa ha fatto, con delle tecnologie all’avanguardia, ma lei sa che bisogna negare sempre: “ah, no, nulla. Bevo solo tanta tanta acqua”. E non esce nelle ore più calde, immagino. Non solo. “Non prendo mai, per nessun motivo, un raggio di sole. A New York se devo fare un <i>blocco</i> a piedi cambio direzione anche sei volte,  salto da una parte all’altra della strada inseguendo l’ombra”. Lei oltre a inseguire l’ombra e  aver già fatto il Pirelli nel 2025 parla anche perfettamente italiano – “Mi ha scoperta la stilista Alberta Ferretti” e a Roma ha recitato nell’indimenticabile “Linda e il brigadiere”. E poi in “Il figlio di Sandokan”. Ricordi italiani? “Roma è dove sono diventata donna”, dichiara, e nessuno osa chiederle in che senso, temendo di violare intimità e diventare (retroattivamente) Marzullo con  Fagnani  anche se siamo a Jaipur e non a Minori (SA), la splendida cornice dove è avvenuto il noto e increscioso incidente tra quei due giganti dell’arte intervistatoria.</p><p>Poi per fortuna la butta sul cibo: “faccio una fantastica carbonara, ma senza formaggio”. Il cibo funziona sempre. “A New York, dove vivo, il ristorante più ambito è indiano, chiamano sempre me per  trovare posto, pensano che siccome sono indiana abbia una scorciatoia”. Sì ma insomma ci dica il segreto della sua bellezza, insiste qualcun’altra, una marzulla indiana. “Vabbè, diciamo che, come sostiene Catherine Deneuve, a una certa età devi scegliere tra la faccia e il culo, io ho scelto la faccia”, dice lei, intendendo che andando avanti con gli anni se  diventi troppo magra il viso ne risente; che  simpatica, tra Roma e il brigadiere e Rushdie si vede che è una sveglia, però non sembrerebbe che il culo ne abbia risentito,  scusate il sessismo o il culismo, non siamo a Minori ma a Jaipur.</p><p>“Padma in indiano significa fior di loto”, racconta poi lei, paziente con le nostre domande sceme, e subito però abbiamo l’illuminazione (a posteriori), lei, lei, era la perfetta Calipso per l’Odissea di Nolan, non la  levigata Charlize Theron che sembra una signora di Capalbio con la pashmina sulle spalle per non prendere freddo la sera alla Macchia.  Poi ci sono altre modelle, tutte indiane, tra cui anche la suddetta figlia del fotografo defunto, Avani Rai, che posa per qualche scatto, e nei giorni successivi  ci porta su un altro set  in un vecchio cinema di Delhi, il Delite, sala storica tutta velluti rossi, dove son passate le pellicole della meglio Bollywood, e non sembra per niente minacciata, non vogliono aprirci supermercati, non c’è un Valerio Carocci indiano pronto a okkuparla. Poi c’è Bhavitha Mandava, prima modella indiana volto di Chanel,  l’attrice Freida Pinto e Anoushka Shankar, musicista figlia del sitarista Ravi Shankar, tutte celebrità megagalattiche in India e infatti la delegazione dei giornalisti indiani è entusiasta, noi meno perché non ne conosciamo nessuna.</p><p>Riacciuffiamo quindi  il fotografo. Trova delle somiglianze tra l’India e l’Italia, chiedo tipo Banality Jane, e lui giustamente mi fredda,  “Non saprei”  (forse non è a conoscenza del fulgido acronimo “Melodi”, Meloni+Modi, per il feeling sviluppato tra i nostri due capi di governo) ma mi vengono in soccorso due giornaliste, una indiana e una inglese che  dicono che si, ho assolutamente ragione, “non solo il paesaggio, ma il senso della storia, l’importanza della famiglia e delle tradizioni”. Anche il paesaggio urbano, a Jaipur, potrebbe essere benissimo Salento o Calabria o Sicilia (non Minori); magnifiche regge principesche e poi fuori il disastro e il calcestruzzo a due piani non finito.</p><p>Poi ricominciano gli shooting, e in questo tipo di reportage sei sempre in attesa degli eventi, di una conferenza stampa, di un’intervista, di un qualcosa, con tempi morti micidiali, mentre vieni rimpinzato di cibo insieme ai colleghi, tipo <i>Scoop</i>  nella immaginaria repubblica di Ismaelia del romanzo di Evelyn Waugh. Anche un po’  terapia di gruppo.  Ci si confronta, ci si apre. “Tu verrai l’anno prossimo?”. “Sì, sperando che ci invitino ancora”. “Hai caricato le miglia sulla carta?” (i veterani del Calendario si conoscono tra loro, hanno l’aria di chi ha combattuto delle battaglie in un tempo migliore, hanno un sacco di punti delle compagnie aeree, le carte fedeltà aeree sono le loro medaglie al valore).</p><p>A volte, pensieri paranoici: si teme anche di essere in un “White Lotus” in versione reporter dove ci faranno fuori tutti, attirati dal viaggio esotico, anche magari d’accordo con l’Inps e l’Inpgi e l’Ordine dei giornalisti, per riequilibrare le casse previdenziali e proprietarie. La sera, dei versi paurosi, sordi, strozzati. Non è un collega che è stato licenziato via email dal Kiriakou del caso. Saranno le scimmie sicuramente. Mi armo del bastone, faccio per uscire fuori, ma improvvisamente sono catapultato in una puntata di Unomattina. Infatti ci sono pavoni ovunque, è loro quel verso, che, abbiamo imparato, serve all’accoppiamento (“Ma come, non sai che maggio è il mese dell’accoppiamento dei pavoni”, fa un altro esperto di India e/o di calendario Pirelli). Insomma sembra di essere a Punta Marina, la frazione di Ravenna diventata celebre proprio in primavera a causa dell’attacco dei pavoni. Era di maggio e a Unomattina non si parlava d’altro, vi ricorderete. Era di maggio e non si parlava ancora del gioielliere pistolero, o di neri morti in operazioni di  polizia (certo dall’America importiamo sempre e solo le robe più sceme e deleterie, non l’aria condizionata né  la customer care, ecco qua, abbiamo avuto il nostro George Floyd e il nostro far west sparatorio, sempre con molti anni di ritardo).</p><p>Ma torniamo a noi: al terzo giorno facciamo la gita in una riserva naturale per vedere delle tigri, su delle jeep scoperte. Ci danno tutte delle istruzioni nel caso vediamo delle tigri. Vietatissimo soprattutto fotografarle, le tigri, anche da lontano, anche in selfie di gruppo (come se le tigri facessero photobombing, e non capiamo se tutta questa delicatezza fotografica verso le tigri è un trucco perché ci vogliono fare loro, i guardiani che ci accompagnano, le foto a pagamento, o se sono tigri fotosensibili o con altre patologie da benessere). Comunque giriamo per ore, ci ricopriamo completamente di polvere, ma di tigri neanche l’ombra. Invece ci sono tantissimi pavoni col loro verso ahhh-ahhh che, mi chiedo, ma se son tutti intenti sempre a fare ahh-ahh, quando mai si accoppieranno, ‘sti benedetti pavoni? Qualcuno ha mai visto un pavone accoppiarsi? E poi scimmie, tantissime, nere, grigie, con coda lunga e corta, sugli alberi, dritte e a testa in giù. Sono certamente quelle che non vengono nel nostro hotel. Mica sono sceme. Per farsi bastonare.</p><p>Facciamo poi tappa a Jaipur città, dove una delle attrattive è il maragià, ultimo della dinastia Singh che anche se in India come cognome è un po’ come Rossi, ci sono i Singh giusti e quelli generici. Il Singh giusto si chiama Pacho e ha meno di 30 anni e fa un po’ il campione di polo e un po’ l’influencer, dal suo Instagram si vede chiaramente che sta sempre tra New York e  St. Moritz, e tornerà qui tipo fuorisede jonico solo quando ha finito tutti i giri tra Met Gala e feste e matrimoni in giro per il mondo, insieme alla sorella. Pare che non sia però alla canna del gas: avrebbe, dicono, un patrimonio di centinaia di milioni di dollari, anche se la dinastia non regna più dal ‘49. E chissà se anche qui, in questo ex regno che sembra  il nostro Sud  con le campagne con tutti i tipi di abusi edilizi e il casuale rogo  della controra, i Singh (quelli giusti e quelli generici) daranno la colpa agli inglesi come da noi ai piemontesi, perché prima di loro  si stava benissimo e c’erano i diamanti a Jaipur e sotto il Vesuvio. Comunque il maragià-influencer abita nell’ala ancora di proprietà della famiglia del palazzo reale che è visitabile al pubblico e infatti ci portano a visitarla. Una volta entrati, a parte il cliché di trovarsi un po’ in una puntata della Perla di Labuan e un po’ in Indiana Jones, con gli scherani con turbante che si prestano al selfie col turista, a differenza delle tigri, il palazzo reale non offre granché, a parte le foto di tutti i maragià (ma non delle maharani), e spade, cannoni, onorificenze e gran croci ancora di quando c’erano gli inglesi, e portantine dorate però già con lampione elettrico incorporato, e vecchi filmati Associated Press, insomma pare di capire che o si son venduti tutto, o i pezzi migliori se li tiene Pacho in casa,  nell’ala confinante. La guardia zelante con turbante rosso dice che se ci sono le due bandiere sventolanti sul pennone del palazzo il maragià è in casa. Ci sono! E quando ci ricapita! Provo a scrivergli su Instagram, al maragià, visto che ci sono le bandiere sventolanti, e  lo vedo online, forse Pacho ci invita per un caffè, ma niente, non risponde.</p><p>Andiamo allora al bazaar di Jaipur. Una collega veterana di India o calendario Pirelli entra, i venditori ci guardano quasi fregandosi le mani come per dire: mo vi sistemiamo noi, ma non sa cosa lo aspetta. La collega ha l’aria sicura, comincia a chiedere dei modelli di sari, poi gli chiede anche delle tovaglie e tovagliette, e dei pigiami, e prova tutto, varie volte, si fa fare il conto, poi chiede uno sconto mostruoso, negozia come neanche Kofi Annan nei suoi anni migliori all’Onu, poi quando la trattativa è quasi fatta, dice: ah, no, ma questo è in dollari, io pago in euro, e con carta, dunque gli leva altri soldi. I venditori di Jaipur a questo punto sarebbero pronti anche a regalarci tutto purché ce ne andiamo, lei indica me e dice “my husband”, i venditori mi guardano e pensano: poraccio.</p>]]></description>
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				<title>Desiderare un’estate come prima. Lettera da un’assurda paura</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Marina Corradi</author>
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				<description><![CDATA[<p>14 luglio. Tra le colline della Gallura il termometro dell’auto segna 41 gradi. Da Olbia verso Luogosanto è una quasi ininterrotta foresta, lussureggiante ancora delle piogge di primavera. <b>Non una casa, per chilometri. Non un’anima. Bosco vergine, bosco da cinghiali</b>.</p><p>All’orizzonte l’ondulare di terre brune o rosse, bruciate da un sole che batte come un fabbro.</p><p>37, 38, 40 gradi. La Gallura, sotto, giace docile e uguale, con i suoi massicci di roccia dal profilo di dinosauri. (Ti domandi come siano arrivate qui queste rocce, scagliate da quale catastrofe primordiale).</p><p>Ma se appena nel primo paese che incontri scendi dall’auto ti investe un’ onda di calura bollente che toglie il fiato. Aria ferma però, non un filo di vento. Immobile: una bolla d’ Africa sulla Sardegna.</p><p>14 luglio, mai sentito un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/caldo_35902/page/1" target="_blank">caldo</a>&nbsp;come questo. Mai, né a Milano né nell’afosa soffocata pianura padana. Al sud, al mare trovavo il vento. Un caldo così in Italia, mai. Alzo gli occhi verso il sole altissimo, sbiadito dalla foschia, al punto più ardito del suo arco. Sole spietato. Le magre mucche nei pascoli giacciono a terra sdraiate, stordite. Povere bestie, dove berranno? E gli animali del bosco assetati, e i randagi che cercano acqua nei torrenti in secca?</p><p>La terra siccitosa scricchiola, geme sotto ai nostri passi. All’orizzonte, verso il mare, una sottile colonna di fumo. Il fuoco: avido piomba sui  pascoli riarsi. Lascerà alberi ischeletriti, e cenere. Passa allora nei pensieri come l’alito di un fantasma: pensa se questo sole non calasse, se bruciasse sempre di più. Se la fine fosse fuoco. E per la prima volta da che sono nata, <b>ho paura di questo sole tiranno</b>.</p><p>Ma via, che sciocco incubo. Sedersi su una panchina nella materna ombra dei lecci, tra le case del paese silenziose ma vive, dietro agli scuri chiusi.</p><p><b>Desiderare semplicemente un’estate come prima</b>: i temporali e la pioggia battente, e poi il cielo netto, e il maestrale padrone - a spazzare via come foglie secche ogni indicibile paura.</p>]]></description>
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				<title>Tra predicatori e assassini trovi il cuore ardente di Flannery O’Connor</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Matteo Moca</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tra le pagine di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/flannery-oconnor_44452" target="_blank">Flannery O’Connor</a>&nbsp;c’è una rappresentazione del divino che segna come un basso continuo ogni vicenda: per O’Connor infatti, cattolica tra i protestanti nel sud “infestato da Cristo” degli Stati Uniti, la cosiddetta Bible Belt dove la religione ha un valore decisivo in ogni frangente dell’esistenza, Dio agisce in maniera inconoscibile, la fede non è garanzia di salvezza e la Grazia, qualcosa di simile a una versione più feroce della Provvidenza manzoniana, può arrivare in ogni momento. Se tale è il cuore ardente dell’opera di O’Connor, “eroica come una santa” la definì Robert Lowell, e a questo aggiungiamo una vita vissuta in semi-reclusione tra gli animali in una fattoria in Georgia (in particolare i suoi adorati pavoni, “intrusioni della grazia nel territorio del diavolo”), il lupus erimatoso che ne infesterà l’esistenza fino alla morte precoce e narrazioni dure e inattuali che lasciano pochi spiragli di luce, sembra impossibile riconoscere, in un presente sprofondato nella mondanità, la portata attuale di uno sguardo che risponde a un’autentica urgenza di raccontare. <b>Benedetta Centovalli ha curato una serie di incontri a Milano sull’opera e l’eredità della scrittrice che trovano una forma definitiva in Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor (Mimesis) che testimonia proprio l’afflato eterno di predicatori e assassini, bambini violenti e razzisti incalliti, personaggi uniti da esistenze diverse che però parlano, pur nella loro distanza, a noi.</b> Romana Petri parte proprio dagli occhi diversi di O’Connor, lo strumento che “ogni scrittore deve possedere per vedere la realtà altra, quella vera”, per spiegare la sua peculiare visione di Dio (“O’Connor diceva che la religione non poteva essere una coperta per la nostra poca fede e che non ci si rivolge a Dio per chiedergli aiuto bensì per autentico amore, per essere quanto più possibile in comunicazione con chi ci ha redenti”), la poetessa Angela O’Donnell illumina il modo ambivalente in cui O’Connor tratta la questione razziale (le problematiche ma anche la profetica visione di Punto Omega in cui “nonostante i progressi compiuti nella creazione di una società più giusta ed equa, il razzismo affligge ancora il paese e ha ancora un posto nell’anima e nel pensiero americani”), Sandra Petrignani invece spiega come sia diventata un’autrice di culto senza che il femminismo “abbia dovuto minimamente lottare per imporla”.</p><p>In una delle due interviste inedite O’Connor riassume i nuclei della sua poetica, “la fede, la morte e la grazia e anche il diavolo”: si tratta di temi all’apparenza lontani dal mondo digitalizzato e iper-connesso di oggi eppure nelle pagine della scrittrice americana risiede un’inquietudine che permette di oltrepassare il tempo facendosi, nella sua inattualità, eterna, come emerge dal racconto giovanile Il geranio (incentrato su un uomo che lascia il Sud e segue la figlia a New York in uno spaesamento geografico ed esistenziale che ricorda il legame di O’Connor con le sue terre così intrise di sacro e peccato) o nel celebre Un brav’uomo è difficile da trovare (dove alcuni criminali incrociano una famiglia inconsapevole e mentre si consuma una violenza inaudita il dialogo tra la nonna e uno di loro si trasforma in una disputa teologica che racchiude l’inevitabilità della sofferenza e l’impossibilità di padroneggiare la propria esistenza).</p><p>All’interno di una letteratura come quella contemporanea incapace di incidere il proprio segno nel tempo, il mondo grottesco e popolato da freaks e diseredati di O’Connor mostra, come scrive Centovalli, “quello che siamo, che siamo stati e che potremmo diventare”. Non si può chiedere alla letteratura più di questo: la verità.</p>]]></description>
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				<title>“Più libri più liberi” e le pericolose ovvietà</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Uffa</category>
				<author>Giampiero Mughini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Confesso di essere rimasto allibito quando ho letto che per accedere a una grande e meritoria manifestazione sui libri che si tiene ogni anno a Roma  (“Più libri più liberi”), gli editori che volevano esporre e far valere i propri libri dovevano presentare una sorta di “<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/07/07/news/il-patentino-antifascista-era-inutile-ammette-piu-libri-piu-liberi--401759" target="_blank">patentino</a>” a rassicurare gli eventuali lettori che i loro libri erano di stampo “antifascista”, o per meglio dire aderivano ai “valori dell’antifascismo”. Alcuni di questi editori si sono rifiutati di rispondere con un secco “sì” o “no”, ad esempio gli editori come&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/06/15/news/leditore-di-settecolori-non-sottoscrive-il-patentino-di-piu-libri-piu-liberi-e-ci-spiega-perche-la-lettera--400592" target="_blank">Settecolori</a>&nbsp;(che pubblicano libri magnifici). Non so bene come siano andate le cose con una casa editrice che ha nome Idrovolante di cui non conosco il catalogo e che alla  fine non è stata ammessa alla manifestazione. <b>Gli organizzatori dicono che sono stati quelli di Idrovolante a fare la loro richiesta in ritardo. </b></p><p>Da qualche parte ho letto che la Idrovolante ha pubblicato un libro di Italo Balbo e una ponderosa biografia di un personaggio tanto famigerato quanto eccezionale della storia culturale rumena, Corneliu Zelea Codreanu, il capintesta della Guardie di ferro rumene tra le due guerre, un’organizzazione di destra effettivamente atroce. Come atroce fu la fine di Codreanu e degli altri leader delle Guardie di ferro, catturati dalle forze governative, fatti montare su delle auto con le mani legate dietro la schiena e via via tutti strangolati. <b>Una storia politica che va nascosta al lettore odierno? Penso proprio di no. </b>Tutto il contrario se vuoi capire che cos’è stato il Novecento in fatto di orrori ideologici. Quanto al libro di Balbo – che non ho letto – è vero che lui all’inizio della sua traiettoria politica era stato uno squadrista che non andava tanto per il sottile, però è stato anche l’aviatore che comandò gli aerei che volarono dall’Italia agli Stati Uniti, tanto che a Chicago c’è ancora un viale che porta il suo nome. Né va dimenticato che Balbo si era opposto, per quanto possibile, all’abbraccio tra il fascismo mussoliniano e il nazismo hitleriano.</p><p><b>A farla breve: la cosa migliore che si possa fare con qualsiasi libro è leggerlo e non vietarlo.</b> Sono in tanti quelli che dicono che a suo tempo il Mein Kampf di Hitler andava letto e non deriso, e questo perché si sarebbe capito meglio con quale criminale l’Europa stava per avere a che fare da lì a poco. Fascismo o antifascismo? Non è così semplice, così netto. Più ne leggi e più sai  come andarono effettivamente le cose dalla Prima alla Seconda guerra mondiale, del perché Mussolini godé così a lungo di un tale e largo consenso. <b>Ma ce le avete presenti le immagini ributtanti di quella Piazza Venezia assiepata fino all’ultimo metro quadro da gente che lo osanna dopo che lui ha annunciato di avere consegnato la dichiarazione di guerra agli ambasciatori di Francia e d’Inghilterra? Da inorridire.</b> Stavano osannandolo gli amici e i parenti dei fanti italiani che si apprestavano ad andare a morire sulle spianate dell’Unione Sovietica, della Grecia, della Libia. Ricordo che fra amici della mia famiglia siciliana c’era una signora che ancora aspettava il ritorno del figlio dall’Urss, alla cui aggressione lui aveva partecipato senza sapere minimamente che cosa lo aspettasse a Leningrado o a Stalingrado.</p><p>Che la nostra Costituzione sia improntata ai valori dell’antifascismo è ovvio e non va dimenticato neppure un attimo. <b>Ma il punto della storia italiana degli ultimi cento anni non sta in questo, sta semmai nel capire com’è che il fascismo a un certo punto avesse vinto per poi annidarsi così a fondo in quello che l’Italia dei nostri padri era e faceva.</b> Io ho adorato mio padre, che era stato fascista e che era il tipo di persona quanto di più lontano dalla tipologia fascista. Nella loro gioventù erano stati fascisti personaggi quali Romano Bilenchi, Mino Maccari, Pietro Maria Bardi, Vitaliano Brancati. Che cosa si aspettavano dal loro essere fascisti? E infine. Se un imbecille è un antifascista, pesa più il fatto che sia un imbecille o che sia un antifascista?</p>]]></description>
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