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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:32:53 +0200</pubDate>
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				<title>Pier Silvio Berlusconi coinvolto in un violento incidente stradale. È illeso</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ieri sera, tornando a casa dal suo ufficio di Cologno Monzese, <b>Pier Silvio Berlusconi è stato coinvolto in un violento incidente stradale</b>. A quanto si apprende, <b>nonostante la forza dell'impatto, ne è uscito praticamente illeso, riportando solo lievi ferite. </b>Le sue condizioni sono tali per cui oggi non risultano variazioni agli impegni previsti, a partire dalla celebrazione del terzo anniversario della scomparsa di suo padre, Silvio Berlusconi, in programma questa sera nella sede di Mediaset e che coinvolge tutti i collaboratori del Gruppo.</p><h2>La dinamica dell'evento</h2><p>Intorno alle 21.30, mentre rientrava a casa dopo una giornata di lavoro, Berlusconi si trovava al volante della propria autovettura sulla provinciale tra Villasanta e Arcore. Una vettura proveniente dalla corsia opposta ha poi perso il controllo in piena accelerazione, invadendo la carreggiata e finendo nel senso di marcia contrario. <b>L'impatto, praticamente frontale, ha causato la distruzione della parte anteriore del veicolo e l'apertura di tutti gli airbag</b>. Nonostante la dinamica dello scontro, Berlusconi, grazie alla cintura di sicurezza e ai sistemi di protezione della vettura, è uscito illeso dall'incidente. I soccorritori intervenuti sul posto lo hanno sottoposto ai primi controlli sanitari.</p>]]></description>
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				<title>Bufera sulla frase sessista del M5s a Meloni: &quot;Indossa le ginocchiere&quot;. Lei: &quot;Questi mi danno sempre una mano&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Questi mi danno sempre una mano". Giorgia Meloni concede una battuta ai cronisti uscendo dall'Aula della Camera. Il riferimento è al M5s. Poco prima in Aula il deputato&nbsp;</b><b>Francesco Silvestri</b>, capogruppo M5s in commissione Esteri, era intervenuto così durante le comunicazioni&nbsp;in vista del prossimo Consiglio europeo:&nbsp;<b></b>"Dopo il referendum si è detto che la linea del governo era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Netanyahu e di Trump, lei non ha rialzato la schiena, <b>ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda</b>. Noi abbiamo bisogno di un leader in una condizione sociale completamente diversa e spero che tra qualche mese arriverà".&nbsp;</p><p>Nella replica, forse nell'unica occasione in cui la premier ha alzato davvero la voce, <b>Meloni ha risposto così: "Vi dà fastidio che la prima donna sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci di proporla. Non ho mai indossato ginocchiere".&nbsp;</b></p><p>Fischietta il leader del M5s<b> Giuseppe Conte, che intercettato dal Foglio prima di entrare in Aula per il suo intervento dice</b><b>: </b><b>"Ginocchiere? Non so di cosa si stia parlando".&nbsp;</b></p><p>L'intervento del deputato ha fatto irritare anche i colleghi del Pd, che nei capanelli in Transatlantico esprimono il loro disappunto sulle parole di Silvestri. <b>Lia Quartapelle</b> ha espresso la sua solidarietà con una nota: "Scurrile invitare la presidente del Consiglio a usare le ginocchiere, come ha fatto Ricciardi. Ci sono molti modi, duri ed efficaci, per criticare Giorgia Meloni, le espressioni sessiste non sono tra questi. Solidarietà alla Presidente del Consiglio".&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Scontro Meloni-vannacciani alla Camera: &quot;Siete funzionali alla sinistra&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Alla Camera dei deputati va in scena lo scontro tra Giorgia Meloni e i nuovi deputati vannacciani </b>con la premier che approfitta delle comunicazioni in Aula in vista del Consiglio Ue della prossima settimana per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. “Per ben sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo insieme a Schlein, Conte e compagnia. <b>Votare contro la fiducia a un governo significa votare per mandarlo a casa, io penso che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale e quindi di grazia non mi si parli di vera destra perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra”</b>. Così ha risposto la presidente del Consiglio&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/video/le-comunicazione-di-meloni-in-vista-del-consiglio-europeo-la-diretta--400411" target="_blank">Giorgia Meloni</a>&nbsp;al deputato di Futuro nazionale <b>Emanuele Pozzolo</b> in replica alla discussione generale. Il riferimento è alle parole che il giorno prima il leader di Fn Roberto Vannacci&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/io-di-destra-autentica-il-prevedibile-show-di-vannacci-dalla-gruber--400413" target="_blank">aveva detto ospite a Otto e mezzo</a>: "Io non sono di estrema destra, ma di destra autentica. Anche Meloni lo è ancora, ma dovrebbe dimostrarlo un po' di più. E' una destra che ha perso la trebisonda". “Mi dispiace che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, ha proseguito la premier in replica, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è scritto nel nostro programma, <b>programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle file del centrodestra in questo Parlamento”.</b></p><p>Ma lo scontro con i vannacciani in Aula non è finito qui. Durante le dichiarazioni di voto, la neo deputata di Fn, l’ex (da poco) leghista&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/19/news/laura-ravetto-lascia-la-lega-per-il-partito-di-roberto-vannacci--399128" target="_blank">Laura Ravetto</a>, ha annunciato che lei e gli altri non avrebbero votato la fiducia a questo governo, <b>“non per fare un favore alla sinistra ma perché questo governo ha tradito la fiducia degli elettori. Chi tradisce il programma per cui e stato votato favorisce la sinistra”.</b> "Chi vota col Pd non fa gli interessi dell’Italia?”, si è poi chiesta ironicamente Ravetto ripetendo le parole di Meloni, "lo dica ai suoi alleati, che in Europa continuano a votare col Pd”.</p><p>Per l'esponente vannacciana, il prossimo Consiglio europeo "è tutto incentrato sulle priorità di Bruxelles, <b>un governo veramente sovranista porta le priorità dell'Italia in Europa, non le priorità dell'Europa in Italia". Invece "si deve giungere alla totale cessazione del sostegno finanziario e di armi all'Ucraina, che viola l'articolo 11 della nostra Costituzione.</b> E il gas va comprato dove costa meno, non dagli Usa pagandolo quattro volte più che dalla Russia, mentre altri paesi continuano a prenderlo da Mosca grazie a triangolazioni...". <b>Ha poi attaccato sull'immigrazione: "Meloni rivendica il 50 per cento in più di rimpatri, ma sono appena quattromila all'anno. </b>Il 50 per cento in più di ben poco, resta ben poco…". E ha ribadito di non poter "assolutamente sostenere la risoluzione della maggioranza, ma invitiamo la maggioranza a rileggersi la nostra risoluzione, che è il nostro manifesto, perché un <b>governo veramente sovranista la voterebbe: pur di non dare ragione a Futuro nazionale e a Roberto Vannacci state smentendo voi stessi".&nbsp;</b></p>]]></description>
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				<title>Meloni: &quot;Per mediare con la Russia serve una figura autorevole&quot;. Poi attacca l&#039;Ue: &quot;Burocrati non cambino decisioni politiche&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 09:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene a Montecitorio in vista del Consiglio Ue</b> di settimana prossima che avrà in agenda <b>Ucraina, medio oriente, difesa europea e bilancio pluriennale della Ue</b>. L'intervento della premier è partito dall'Ucraina. Meloni ha ribadito la necessità che l'Unione europea debba guidare il dialogo "tra Ucraina e Russia e non subirlo. Poi, ha criticato i vari formati con i quali l'Europa si riunisce sull'argomento (volenterosi, E5, E3 che esclude Italia e Polonia). <b>"Questi formati variabili - ha detto - non aiutano. </b>Nessun formato ha la legittimità di parlare a nome dell'Europa.<b> Sostengo da tempo la necessità di individuare una figura autorevole investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell'Europa ed è in questa direzione che continuo a lavorare".</b></p><p>Nel pomeriggio Meloni sarà in Senato. In entrambe le camere si voteranno anche le mozioni di maggioranza e opposizione. In dichiarazione di voto previsti gli interventi dei leader del centrosinistra Schlein e Conte. Il vertice cadrà pochi giorni dopo il G7 di Evian, in Francia, risultando dunque ancora più importante del solito.</p><h2>Meloni: "Sì all'ingresso dell'Ucraina nell'Ue, ma non prima dei Balcani"</h2><p>Durante le comunicazioni alla Camera sul prossimo Consiglio europeo, la presidente del Consiglio <b>Giorgia Meloni</b>, intervenendo sul tema Ucraina ha riconosciuto che Kyiv "ha compiuto progressi significativi e dovrà continuare nel percorso di riforme e l’Italia continuerà ad accompagnare e sostenere questo cammino", <b>ma, ha aggiunto, "il percorso di adesione dovrà proseguire nel rispetto del principio del merito e della parità di trattamento tra tutti i paesi candidati, inclusi la Moldova e i Paesi dei Balcani occidentali"</b>, sottolineando che la "solidarietà" italiana verso l'Ucraina "resta piena, convinta, concreta. Sosteniamo attivamente la sua difesa, la resilienza del suo sistema energetico, la sicurezza dei suoi impianti nucleari, i progetti per la ricostruzione". La linea, ha ribadito Meloni, "non cambia: sostenere Kyiv e mantenere la pressione su Mosca rappresentano ancora l’unico modo serio di creare condizioni che possano costringere all’apertura di una seria stagione negoziale. <b>Per questo sosteniamo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee, perché fino a quando la Russia rifiuterà un cessate il fuoco e l’avvio di trattative serie, sarà necessario mantenere alta la pressione politica ed economica".</b></p><p>La premier ha però dichiarato che contro la Russia "la fermezza da sola non basta più, se non è accompagnata anche da una visione di lungo periodo", spiegando che è necessario "contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando, insieme ai nostri alleati,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/cosa-pensano-i-partiti-su-ucraina-e-sul-suo-ingresso-in-ue-le-risoluzioni-dei-partiti--400412">a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo</a>". <b>Meloni ha aggiunto che "la nostra fermezza nei confronti della Russia non deve trasformarsi in cecità diplomatica o autoesclusione. Difendere i confini del diritto non ci impedisce di tenere aperti i canali necessari a raggiungere i nostri obiettivi: l’Unione europea deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo".</b> Ma per farlo, secondo la presidente del Consiglio, "occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale. Perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza. Cioè il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa". Per questo motivo la premier sostiene <b>"la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli stati membri per portare il punto di vista del’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare".</b></p><h2>Meloni: "L’Italia non è parte del conflitto in Iran, e non intende diventarne. Inaccettabile non garantire il libero transito di Hormuz"</h2><p>Sulla crisi mediorientale, la presidente del Consiglio ha ribadito in Aula che "la nostra linea è la stessa fin dall’inizio: l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarne. <b>Il nostro obiettivo è che la guerra termini al più presto, che si eviti un ulteriore allargamento della crisi e che si creino le condizioni per riportare il confronto dentro un percorso politico e diplomatico". </b>E qui voglio ribadire che consideriamo inaccettabile qualsiasi tentativo di alterare unilateralmente le regole che garantiscono il libero transito attraverso lo Stretto". La premier ha spiegato che in particolare su Hormuz "l’Italia è disponibile a contribuire agli sforzi internazionali necessari, ma sempre in un quadro post-conflitto, con finalità esclusivamente difensive, nel rispetto della Costituzione e delle prerogative del Parlamento, come dimostrano anche le informative dei Ministri Tajani e Crosetto". Sul piano diplomatico invece "continuiamo a sostenere l’altalenante dialogo tra Stati Uniti e Iran: si tratta di dare alla diplomazia una direzione chiara, e agli interlocutori un messaggio comprensibile: <b>la strada della cooperazione può produrre benefici, la strada della destabilizzazione produce conseguenze".</b></p><p>Da mesi ormai il blocco di Hormuz sta causando problemi nell'approvvigionamento delle risorse energetiche. Sul punto, la premier ha criticato l'Ue: "Le sintesi che la politica raggiunge all'esito di lunghissime discussioni non sono un esercizio di dialettica ma di democrazia. Ognuno di noi in Consiglio Ue ha alle spalle un mandato del proprio parlamento, che opera per mandato popolare.<b> Le decisioni che noi prendiamo devono essere rispettate e attuate, non possono essere messe in discussione o ribaltate da interpretazioni surreali ammantate come tecniche di burocrati che non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni e forse per questo hanno perso il contatto con la realtà".</b> E questo, ha continuato Meloni, "lo stiamo vedendo nelle prime anticipazioni della revisione organica del sistema Ets attesa per luglio: dal focus sulla riduzione dell'impatto sul prezzo dell'energia man mano stiamo passando alla possibile introduzione di nuovi meccanismi che potrebbe addirittura finire per complicare il meccanismo".</p><p>La premier ha poi detto che <b>"il Consiglio europeo dovrà riflettere sulla direzione delle relazioni tra l’Ue e Israele non soltanto per quanto avviene in Libano, ma anche per la situazione&nbsp;a Gaza e in Cisgiordania". </b>"Credo - ha poi aggiunto - che si debba chiaramente dire che Israele ha diritto a vivere in sicurezza, ma allo stesso modo, il governo, ed io personalmente, non ci siamo nascosti quando andava riconosciuta l’inaccettabile gravità della situazione umanitaria a Gaza e l’illegalità degli insediamenti in Cisgiordania". Per questo, "l’Italia intende sostenere misure mirate contro coloro che, come i coloni violenti, fomentano l’odio e l’estremismo, compromettendo la prospettiva dei due stati. O come il Ministro <b>Ben Gvir</b>, che abbiamo chiesto di sanzionare a fronte dell’inaccettabile comportamento di cui si è reso protagonista nei confronti di cittadini italiani", ha detto Meloni riferendosi al ministro israeliano&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/20/news/israele-ferma-la-flotilla-29-italiani-ad-ashdod-obiettivo-mediatico-raggiunto--399195" target="_blank">che aveva rivolto parole di scherno nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla</a>&nbsp;(intercettati in acque internazionali) mentre erano inginocchiati e con le mani legate dietro la schiena nel porto di Ashdod. "E approfitto anche per rispedire al mittente le dichiarazioni che lo stesso ministro ha fatto sulla nostra nazione qualche giorno fa. <b>Ma l’approccio al conflitto deve essere pragmatico, e deve privilegiare l’obiettivo a cui si tende. Io non credo che isolare Israele possa essere un obiettivo o una strategia europea", ha concluso la premier.</b></p><h2>Meloni: "La Difesa non è un orpello. Bisogna investire per decidere autonomamente"</h2><p>Il prossimo Consiglio europeo farà il punto anche sui temi della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/11/news/cosi-si-e-balcanizzata-lindustria-europea-della-difesa--400391" target="_blank">Difesa</a>: "Di fronte a una realtà sempre più imprevedibile, considerare la propria difesa e la propria sicurezza come un orpello, o come una materia da usare per garantirsi consenso facile, sarebbe miope e decisamente poco responsabile. <b>Oggi più che mai è necessario investire nella propria Difesa per garantire la capacità di decidere autonomamente, difendere i propri interessi", ha detto la premier.</b></p><p>Meloni ha spiegato che che bisogna <b>"investire di più, rafforzare la propria capacità industriale, sostenere l’Autonomia Strategica Aperta, che significa da una parte rafforzare la nostra base industriale nel settore della difesa e sviluppare le nostre capacità autonome, ma dall’altra promuovere partnership industriali e strategiche con i partner chiave.</b> A partire dagli altri membri della Nato, ma non solo. E qui penso soprattutto ai paesi del Golfo, al Giappone, all’India e alla Corea". "Sosteniamo - ha ribadito la premier - l’approccio e le iniziative volte a rafforzare la sicurezza e la difesa del continente. <b>Siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità, e fare quello che è necessario a proteggere l’Italia e i suoi cittadini, a partire dal tema della sicurezza.</b> E lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con una percentuale del 2,8 per cento del proprio pil investito in difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71 per cento che è garantito, però, soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio.</p><h2>Meloni: "Le entrate del bilancio Ue si possono incrementare, ma senza ripercussioni per imprese, cittadini e finanze pubbliche"</h2><p>Riguardo il negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale, cioè il bilancio dell'Ue, la presidente del Consiglio, nelle sue comunicazioni alla Camera, dice che "la strada da fare è ancora lunga, perché la proposta possa rappresentare un compromesso maturo e soddisfacente". <b>E ha ribadito che "il nostro principio guida sulle risorse proprie rimane lo stesso: le entrate del bilancio Ue si possono incrementare solo a patto che questo non si ripercuota su imprese, cittadini e finanze pubbliche".&nbsp;</b>Facendo riferimento al tema della condizionalità, "che può rappresentare un vero e proprio ostacolo ad un’attuazione efficace del prossimo bilancio", la premier ha detto che "siamo certamente a favore di regole chiare ma non siamo a pronti a consegnare a chicchessia strumenti di pressione indebita sull’attività di governi nazionali e sovrani".</p><p>Nelle intenzioni della Commissione, l'applicazione del principio “Do no significant harm”, letteralmente “non arrecare danni significativi”, secondo Meloni, "potrebbe tradursi nell’esclusione automatica dai fondi europei di intere categorie di investimenti ritenuti incompatibili con gli obiettivi ambientali. <b>Questo è esattamente quello che non vogliamo e che non siamo disposti ad accettare: in un mondo in cui Stati Uniti e Cina mobilitano miliardi e miliardi per incentivare la propria industria e la propria competitività, l’Europa non può fare la scelta diametralmente opposta, cioè quella di rappresentare essa stessa un ostacolo alla propria industria e alla propria competitività".</b>&nbsp;Poi la premier parla di un altro tema, quello della condizionalità legata al rispetto dello stato di diritto. Questo governo sa che nella civiltà occidentale il fondamento dello stato di diritto è l’uguaglianza di fronte alla legge.&nbsp;Quindi se di Stato di diritto vogliamo parlare, il principio va rispettato da tutti alla stessa maniera, Commissione europea inclusa. E deve far riflettere, colleghi, il fatto che paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo, pur rimanendo inalterate le leggi contestate".</p><p>"Intendiamo contrastare ogni proposta volta a fare aumentare i controlli e le condizionalità al crescere dei fondi europei assegnati", ha concluso la premier:<b> "La nostra posizione su questo è chiara: le regole devono valere per tutti allo stesso modo. </b>Si tratta di uno dei principi base iscritti nei Trattati. In definitiva continueremo a lavorare strenuamente per un bilancio efficace, che sostenga gli Stati membri senza diventare uno strumento di pressioni per finalità per cui i Trattati ed i Regolamenti europei vigenti prevedono già strumenti dedicati, a partire dalle procedure di infrazione e dal ruolo della Corte di Giustizia". In replica alla discussione generale, Meloni ha detto di non essere "d'accordo sul superamento dell'unanimità. Ribadisco che la politica alla fine le sue sintesi le sa trovare: le abbiamo trovate anche sui temi più divisivi. Il problema dell'Ue sta da un'altra parte. Il punto è quanto quelle sintesi politiche si rispettano. <b>Non sono d'accordo sul superamento dell'unanimità perché non credo che l'Ue debba essere un club in cui chi è più forte impone la propria volontà agli altri.</b> Però credo che il fatto che oggi si discuta di recuperare la cooperazione rafforzata sia una strada da esplorare".</p>]]></description>
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				<title>Schlein è pro Kyiv: il segnale ai riformisti. Conte: “Noi diversi dal Pd”</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;E’ la Schlein europea, che non insegue. <b>Svolta su Kyiv, manda un segnale al suo partito e pure fuori</b>. Lorenzo Guerini, l’ex ministro della Difesa, in prima fila per l’Ucraina, mette agli atti: “Bene la risoluzione, è stato fatto un buon lavoro”. Benedice il documento che oggi il Pd presenterà in Aula in occasione delle comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. Questa volta niente psicodrammi interni, al massimo qualche tensione poi rientrata.   Si legge nella bozza: “L’Italia e l’Europa devono continuare a sostenere l’Ucraina, non solo sul piano umanitario, economico e militare come ha fatto finora, ma anche sul piano politico e diplomatico, reiterando la richiesta, finalmente avanzata dai principali leader europei (in assenza della presidente Meloni) e dallo stesso Zelenksy, di veri colloqui di pace”. Si fa riferimento anche all’utilizzo dei beni russi congelati. L’adesione di Kyiv all’Ue? Rappresenta una “prospettiva fondamentale”, “strategica”, su cui il governo deve impegnarsi “insieme agli altri partner europei”.</p><p>Sono i passaggi di una risoluzione che alla fine soddisfa anche i riformisti, spesso critici sulla politica estera della segretaria. Assicurano i fedelissimi della segretaria che la linea è sempre stata chiara. Ma gli addii delle ultime settimane, da Gualmini a  Madia e Picierno, e le voci di altre defezioni – come Gori o Delrio –  evidentemente hanno contato, ribattono dalla minoranza. Il testo dem ribadisce intanto la distanza dall’alleato Giuseppe Conte, che tornerà a chiedere un’altra volta lo stop alle armi. Così da Bruxelles, dove ieri era impegnato in una iniziativa sul riarmo europeo con i giovani attivisti M5s, l’ex premier non ha potuto far altro che certificare: “<b>Sull’Ucraina c’è una diversità  di impostazione, di visione e di risoluzione dei problemi col Pd in particolare, non con Avs”</b>. E chissà che anche di questo Schlein non abbia parlato con i due leader della sinistra-sinistra con cui si è intrattenuta per un fitto colloquio nel corridoio fumatori della Camera.  Nella mozione dem, composta di 21 punti,  c’è spazio per l’embargo totale per  le armi da e per Israele, lo stop alla cooperazione militare.  Si chiede a  Meloni di adoperarsi a livello europeo per condannare e  fermare i crimini di Israele  in Palestina e nei territori occupati e dell’Iran. E ancora di lavorare per un Energy recovery fund e per un riarmo europeo, non nazionale. Al documento ci ha lavorato il capogruppo in Senato Francesco Boccia, di sponda con Guerini e Piero De Luca, fino alla sintesi trovata ieri mattina in una riunione. In cui, in realtà, c’è stata anche qualche scintilla tra Piero Fassino, strenuo difensore di Kyiv e Laura Boldrini che ha mostrato qualche perplessità sull’adesione dell’Ucraina, in relazione al meccanismo di veto a livello europeo.</p><p>Anche sul medio oriente, sul Libano, c’è chi avrebbe voluto parole più dure in riferimento a Hezbollah. Ma alla fine tutto rientra senza grossi intoppi. Sorridono i riformisti, che possono rispondere all’attacco che ieri Bettini  ha riservato loro dalle colonne del Corriere.  “Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé?  Sembrerebbe di sì”, è la stoccata di Lia Quartapelle, richiamando appunto la risoluzione  pro Kyiv.  Nel Pd prevale dunque l’unità e in Aula oggi dovrebbero intervenire, oltre a Schlein, anche  Provenzano e  Fassino. <b>Lo  psicodramma è per una volta rimandato, sebbene un altro fronte interno potrebbe presto aprirsi: nelle chat dei parlamentari dem ha cominciato a rimbalzare nelle ultime ore l’art. 8 dello statuto</b>. Prevede che sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario (dura 4 anni), il presidente del partito convochi  il congresso, nuove elezioni: Schlein è stata proclama il 12 marzo 2023,  eletta qualche giorno prima. Il congresso andrebbe dunque indetto  tra fine agosto e inizio settembre. Che farà Stefano Bonaccini, rimanderà? O diversamente, che tipo di contesa potrebbe essere? Ci sono ancora un paio di mesi, vero. Ma   non sono molti. Così tra i dem qualcuno ha iniziato già  a chiederselo.</p>]]></description>
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				<title>Schillaci sconfessato. Chiedeva “una quadra” sulla sua riforma. Ma la destra ha preferito rituffarsi nel processo alla pandemia</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Luca Roberto</author>
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				<description><![CDATA[<p>Riportano alla Camera il “processo alla pandemia” e nel frattempo affossano la riforma del loro ministro della Salute. Rischiando di compromettere uno degli obiettivi del Pnrr. E’ un po’ questo il capolavoro mandato in scena dal centrodestra nelle scorse ore. Nonostante ancora sabato, all’evento del Foglio a Venezia,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/06/news/schillaci-sulla-riforma-della-medicina-non-possiamo-tirarci-indietro-il-governo-trovera-una-soluzione--400188" target="_blank">il ministro Orazio Schillaci avesse rassicurato sulla volontà di “trovare una quadra” sulla riforma della medicina generale</a>, ieri il capo di gabinetto del ministero Marco Mattei ha comunicato alle regioni (favorevoli al decreto) il dietrofront, causa pressing dei partiti. Nelle stesse ore il centrodestra tornava a battagliare sulla commissione Covid.</p><p>E insomma è questa l’immagine che sintetizza più di mille parole lo stato dell’arte: <b>nell’Aula di Montecitorio il deputato del M5s Alfonso Colucci prende la parola per dire che “la commissione Covid è completamente delegittimata e abbiamo scritto ai presidenti di Camera e Senato per denunciare le gravi irregolarità che avvengono continuamente: i commissari esercitano pressione verso i cittadini auditi, urla, minacce, perfino il presidente che stacca il microfono. Cinque cittadini sono stati auditi in un commissariato di polizia da soggetti che non sono parlamentari ma consulenti nominati da FdI. Non abbiamo paura di nulla, non abbiamo nulla da nascondere”. Al che dai banchi dei meloniani iniziano a urlare: “O-ne-stà, o-ne-stà, o-ne-stà”. Con controreplica degli eletti del Movimento, il cui “onestà” è stato una specie di motto ufficiale di partito, a suon di “Ve-ri-tà, ve-ri-tà, ve-ri-tà”. La seduta a quel punto viene pure sospesa per qualche decina di minuti. Scene da 2020</b>. Sarebbe una bagarre come se ne vedono tante nelle aule parlamentari se non fosse che questo tuffo all’indietro nei mesi dell’emergenza Covid stride, e non poco, con un centrodestra che nel frattempo sembra essere molto più interessato al passato che al futuro, sul dossier Salute. Sempre ieri, infatti, s’è tenuta una riunione tra il capo di gabinetto del ministero della Salute, Marco Mattei, e tutti gli assessori regionali alla Salute, riuniti nella commissione competente della Conferenza delle regioni. Al centro del confronto la riforma dei medici di medicina generale, a cui il ministro della Salute Orazio Schillaci lavorava da mesi e che nel frattempo era riuscita a coagulare il consenso delle regioni, maggiormente sensibili alla destinazione di questi medici nelle case di comunità. Ebbene, come era emerso già alla fine della scorsa settimana, la maggioranza (anche nella persona della premier Meloni) ha chiesto al ministro un passo indietro, complici anche le forti pressioni della categoria interessata. E nonostante al Festival dell’Innovazione del Foglio a Venezia Schillaci avesse rassicurato sul fatto che il governo avrebbe “trovato una quadra”, il capo di gabinetto Marco Mattei alle regioni ha comunicato che quella riforma, in pratica, fatta per decreto ministeriale non esiste più. Una decisione che ha sconcertato a tal punto le regioni che l’assessore alla Salute della Lombardia, Guido Bertolaso, che siede in una giunta di centrodestra e che da quel mondo proviene, si è detto “avvilito” e ha lasciato il suo incarico da vicecoordinatore della commissione Salute, sempre in seno alla Conferenza delle regioni. La decisione di Bertolaso è legata anche al rischio che adesso non si riesca a destinare un numero sufficiente di medici di medicina generale alle cosiddette case di comunità, che rientrano tra gli obiettivi del rafforzamento della medicina territoriale tramite Pnrr e per cui sono stati stanziati per l’Italia 2 miliardi di euro.</p><p>Per non mancare completamente i target europei adesso il ministero sta cercando di portare avanti una norma molto light sulle “sei ore” che i medici di medicina generale dovrebbero obbligatoriamente destinare alle case di comunità. Ma non è affatto scontato che si riesca a inserirla in un provvedimento già esistente e in discussione in Parlamento e non si debba, invece, passare dall’Atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione della categoria, approvato all’inizio dell’anno e che avrebbe tempi di approvazione ben più lunghi. <b>Sempre a Venezia Schillaci aveva spiegato come la riforma fosse “un’occasione unica che non possiamo lasciarci sfuggire” e che sull’innovazione rappresentata dalle case di comunità s’era auspicato che nessuno, nella maggioranza, si tirasse indietro, “capendo quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale”</b>. Ebbene, a distanza di pochi giorni quello stesso centrodestra ha preferito far caracollare una riforma rivolta al domani, preferendo accapigliarsi su questioni relegate al passato. Esponendo un proprio ministro tecnico alle prevedibili richieste di dimissioni già piovute da parte delle opposizioni. L’unica o-ne-stà che ci vorrebbe è nel riconoscere che sulla sanità preferiscono fare casino. Altro che riforme.</p>]]></description>
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				<title>“Il modello societario Rai non può essere stravolto”. I paletti di Giorgetti</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 08:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;Giancarlo Giorgetti fissa i paletti, le opposizioni  vanno all’attacco al  grido di “Telemeloni” e  “procedura d’infrazione”. Ma, sulla riforma Rai, il ministro avverte: <b>“Il modello societario non può essere stravolto”</b>. Lo dice in audizione, molto attesa, nell’ottava commissione al Senato. La prima convocazione, prevista per il 26 maggio, era slittata e anche allora ci furono proteste. Lo stallo   va avanti da mesi – ci sarebbero perplessità anche nella maggioranza e dubbi a Palazzo Chigi –  mentre la commissione di Vigilanza risulta azzoppata da mesi e mesi.  Il testo in discussione  dovrebbe recepire le indicazioni europee contenute nell’European media freedom act. Ieri Giorgetti ha aggiunto un altro tassello al dibattito: “La Rai è una società per azioni e, come tale, non può che seguire la disciplina societaria e di diritto comune dettata dal codice civile”. Il titolare del Mef non ha escluso modifiche, purché siano  “compatibili con la disciplina”. Ovvero non siano tali da “annullare i tratti essenziali della disciplina generale che regola le società per azioni”. In questo solco, Giorgetti ha dunque rivendicato il ruolo del suo ministero nella tv pubblica, che non può essere marginalizzato. “Ricordo che, a normativa vigente, sono solo due su sette i componenti designati dal Consiglio dei ministri su proposta del Mef”. Prerogative che per Giorgetti non sono “ulteriormente comprimibili”.</p><p>La proposta di cui si discute in Commissione prevede che sei membri del Cda siano eletti dal Parlamento (tre per la Camera e tre per il Senato) mentre il settimo sia scelto dai dipendenti. Anche rispetto alla nomina dell’amministratore delegato, il ministro ha specificato, allo stesso modo,   che “comprimere le prerogative dell’azionista, che sono già di mera proposta, risulterebbe incoerente, anche funzionalmente”. Si tratta comunque di un aspetto su cui, in ogni caso, “da parte dei servizi tecnici della Commissione Ue non sono stati sollevati rilievi strutturali”. Il riferimento è alle indicazioni, alla lettera che da Bruxelles è arrivata in Via  XX settembre. Quanto ad  eventuali  riduzioni del canone, infine,  sarebbe  necessario “prevedere la riduzione, in misura corrispondente, degli obblighi di servizio pubblico e  dei costi operativi”, ha ricordato Giorgetti. Ma il suo intervento non ha affatto convinto le opposizioni, tornate subito sulle barricate.</p><p><b> Per il Pd la maggioranza  vuole solo “occupare la Rai, come stanno facendo con TeleMeloni”. A</b>nche Avs va nella stessa direzione, mentre il M5s con Barbara Floridia si scaglia contro il ministro: “Ma lo ha letto  il Media Freedom Act?”. La senatrice chiede quindi una nuova audizione in commissione di Vigilanza (da lei presieduta). Per la maggioranza è Maurizio Gasparri a parlare, “con un approccio laico”, assicurando: “Se Giorgetti dice che le norme Rai non contrastano con l’Ue ne terremo conto”. Quindi aggiunge: “Siamo aperti al confronto e vogliamo rispettare le nuove regole europee”. I pareri di Giorgetti (e quelli della settimana scorsa in commissione Bilancio) erano necessari per superare l’impasse. Almeno a livello tecnico. Il dibattito politico ora va avanti.  E le polemiche pure. (</p>]]></description>
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				<title>Rinaldi: &quot;La Lega mi ha candidato ed è sparita, con Vannacci ora troviamo l&#039;anti Gualtieri&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Roma Capoccia</category>
				<author>Gianluca De Rosa</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Dopo quattro o cinque giorni dal lancio della candidatura ci sono state tracce di eventi della Lega a supporto? A me non risultano. Neanche mezzo evento del partito a sostegno di 'Rinaldi sindaco'". Antonio Maria Rinaldi non nasconde una certa frustrazione. Era il 23 gennaio e la Lega annunciava la candidatura dell'ex europarlamentare, chiamato affettuosamente dagli amici "Bombolo", come sindaco di Roma. Solo che poi, dice lui, il Carroccio se lo è dimenticato. "In genere quando si lancia una candidatura di una persona all'interno del proprio partito, poi la si supporta materialmente. Si fanno conferenze stampe, convegni, incontri… a me invece è stato detto 'armiamoci... e poi parti tu'".</p><p>Adesso comunque il problema è risolto. Alla fine della scorsa settimana Rinaldi ha abbandonato la Lega e Matteo Salvini ed è approdato in Futuro nazionale. Novello luogotenente capitolino del generale Vannacci. Sarà lui, proviamo dunque a chiedergli, a portarla alla guida del Campidoglio? "No, non c'è nessun tipo di mia corsa all'interno di Futuro nazionale. Siamo pronti a candidare qualcuno a Roma, ma non sarò io", ci ferma subito lui.</p><p>Quindi non aveva l'ambizione di indossare la fascia tricolore? "Qui c'è un grosso equivoco", risponde l'ex leghista. "La Lega mi aveva chiesto la disponibilità a esser il candidato di bandiera per stimolare gli amici del centrodestra a darsi una mossa e non arrivare all'ultimo momento con la candidatura. A queste condizioni io avevo accettato, solo che poi mi hanno lasciato solo".</p><p>C'entra anche questo con il suo passaggio dalla Lega al partito di Vannacci? Salvini l'ha fatta arrabbiare? "No, il 99,9 per cento della mia decisione è dovuto al fatto che la Lega ha tradito i tratti identitari che ci avevano portato a prendere il 34 per cento alle europee del 2019. Non mi sono più riconosciuto in questo nuovo corso. E' legittimo cambiare linea, legittimissimo, lo fanno tutti i partiti, ma è anche legittimo che chi non ci si riconosce più dica 'grazie, e arrivederci'", dice l'ex europarlamentare che per anni ha rappresentato l'anima più genuinamente e folcloristicamente No euro del partito.</p><p>E invece su Roma lei adesso non è più candidato? Lo conferma? Siamo sicuri che il generale non la voglia per sfidare Gualtieri? "Guardi, a parte che tra l'attuale situazione e la precedente non vedo grande differenza, visto che al di là delle dichiarazioni ufficiali, nonostante io abbia sollecitato moltissimo il partito, mi sia addirittura dimesso da presidente di una società quotata per serietà, la Lega non ha fatto nulla e dietro di me non c'era nessuno; ma in ogni caso posso garantire al mille per mille che non sarò io il candidato di Fn a Roma".</p><p>E chi allora? "Il generale sta cercando una figura forte da presentare qui come è già stata individuata a Milano. Si stanno scandagliando diversi profili. La nostra proposta arriverà presto".</p><p>Ma così non rischiate di far rivincere il sindaco uscente e candidato del centrosinistra Roberto Gualtieri? "'Sfilacciate il fronte', ci accusate voi. Ma io invece dico un'altra cosa: il centrodestra a Roma vuole vincere? Qual è il loro candidato? Semplicemente non c'è. E dato che in politica il vuoto non esiste, noi lo riempiamo e presentiamo il nostro", se vorranno poi potranno seguirci e sostenerlo. "Sono così tanti i profili che non sappiamo neppure più come prenderli tra le nostre fila".</p>]]></description>
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				<title>La Bce rompe gli indugi e alza i tassi di 25 punti base</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Non c’era molta suspense sulle scelte di politica monetaria dell’Eurozona. Così, oggi,<b> il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di alzare di 25 punti base i tre tassi di riferimento</b>: il tasso sui depositi sale al 2,25 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40 per cento, e quello sui prestiti marginali al 2,65 per cento.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/06/news/perche-per-la-bce-alzare-i-tassi-e-una-scelta-inevitabile--400122">I mercati lo davano per certo</a>. Infatti, alla vigilia il rialzo era prezzato al 100 per cento, e gli stessi mercati prevedono la possibilità di <b>un’altra stretta sui tassi, dopo quella odierna, entro la fine del 2026</b>.</p><p>Quello di oggi è il primo rialzo dal settembre del 2023, e quello chiude la finestra di attesa aperta ad aprile, quando la Bce aveva lasciato i tassi invariati riservandosi la possibilità di valutare l’impatto e la persistenza dello <b>choc energetico legato alla guerra in medio oriente</b>. Anche la recente esperienza del 2022 ha avuto un peso sulla decisione: quattro anni fa la Bce considerò temporaneo il rincaro dell’energia seguito all’invasione russa dell’Ucraina, e poi vide l’inflazione salire sopra il 10 per cento. Ma stavolta anche le colombe del Consiglio, dal governatore maltese<b> Alexander Demarco</b> all'italiano <b>Fabio Panetta</b>, avevano riconosciuto nelle scorse settimane le ragioni di una “ricalibrazione” della politica monetaria, pur senza impegnarsi in un percorso predefinito.</p><p>Così, a spingere la decisione del Consiglio, sono stati anche i dati di maggio e le proiezioni interne per il prossimo futuro. <b>L’inflazione dell’eurozona è risalita al 3,2 per cento, il livello più alto dal settembre 2023</b>, spinta soprattutto dall’energia, aumentata del 10,9 per cento dopo il balzo del Brent provocato dalle&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/04/23/news/la-mappa-di-chi-si-fa-piu-male-con-lo-stretto-di-hormuz-bloccato--282146">interruzioni nello Stretto di Hormuz</a>. A preoccupare è stata anche la componente di fondo: l’inflazione core, al netto di alimentari ed energia, è salita dal 2,2 al 2,5 per cento, mentre quella dei servizi è passata dal 3,0 al 3,5. Un segnale che l'aumento dei prezzi non resta confinato ai prezzi dell’energia, ma comincia a propagarsi al resto dell’economia.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/11/news/tomahawk-contro-liran-tehehran-annuncia-di-chiudere-hormuz-trump-non-avremo-pieta--400408</link>
				<title>Tomahawk contro l&#039;Iran, Tehehran annuncia di chiudere Hormuz. Trump: &quot;Non avremo pietà&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 08:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Nuova notte di bombardamenti da parte degli Stati Uniti contro l'Iran, che ha risposto prendendo di mira le basi americane in Bahrein, Kuwait e Giordania e minacciando di colpire qualsiasi nave in transito attraverso lo Stretto di Hormuz</b>.&nbsp;Donald <b>Trump</b> ha rivelato a Fox News che l'operazione ha comportato il dispiegamento di <b>49 missili Tomahawk </b>insieme a caccia, con l'obiettivo di distruggere sistemi radar e di difesa aerea. Gli attacchi sarebbero stati diretti contro posizioni a circa 65 chilometri da Teheran e lungo la costa sud-occidentale dell'Iran, affacciata sul Golfo Persico. Il presidente ha anche dichiarato che alti funzionari iraniani lo hanno contattato direttamente per chiedere la cessazione dei bombardamenti. La risposta di Washington è stata netta, ha detto <b>Trump: "Ci fermiamo, ma ricominceremo la prossima notte se non accetteranno le nostre condizioni". E ancora : "Domani li bombarderemo senza pietà".</b></p><p>"Le forze del Comando centrale degli Stati Uniti - si legge in un post su X del <b>CentCom</b> - hanno condotto attacchi contro le capacità di sorveglianza militare iraniana, i sistemi di comunicazione e i siti di difesa aerea dislocati su tutto il territorio iraniano". Un'azione definita dallo stesso Comando americano "risposta all'aggressione ingiustificata e persistente dell'Iran".</p><p>La seconda notte consecutiva di scontri è scattata dopo le dichiarazioni dello stesso Trump, secondo cui gli iraniani "continuano a prenderci in giro", proprio nel momento in cui si era "davvero vicini alla conclusione di un accordo".&nbsp;</p><p><b>Sul fronte iraniano, il comando militare centrale Khatam al-Anbia ha annunciato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz</b>. Riporta l'agenzia Tasnim: "Da questo momento, a causa dell'insicurezza nella regione, lo Stretto di Hormuz è dichiarato chiuso al transito di qualsiasi imbarcazione, incluse petroliere e navi commerciali. Ogni traffico sarà preso di mira». <b>Il CentCom ha tuttavia smentito la chiusura effettiva dello stretto, precisando su X che "le navi commerciali continuano a transitare dentro e fuori dallo Stretto di Hormuz questa notte".</b> Il Comando americano ha anche respinto le notizie diffuse da fonti mediatiche iraniane secondo cui l'Iran avrebbe colpito una nave da guerra statunitense: "Falso. Nessuna nave da guerra statunitense è stata colpita".</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/il-medio-oriente-e-pronto-per-la-guerra-a-singhiozzo--400394</link>
				<title>Il medio oriente è pronto per la guerra a singhiozzo</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 20:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>L’accordo con la Repubblica islamica dell’Iran non è più “vicino” e il presidente americano Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti potrebbero presto colpire le centrali elettriche iraniane e i ponti</b>. I combattimenti attivi sono  tornati, le minacce di Trump fanno da sfondo a una situazione a cui il medio oriente si sta abituando: la guerra continuerà a singhiozzo, il lunghissimo cessate il fuoco proclamato da Trump più di quaranta giorni fa e costantemente rinnovato verrà intervallato da attacchi, bombe e minacce continue. La Cnn aveva contato con diligenza quante volte il presidente americano aveva annunciato che l’accordo con gli iraniani fosse vicino. Ne era uscito un numero alto, quasi pari ai giorni di cessate il fuoco in vigore: Trump ha annunciato che un accordo fosse questione di poco tempo almeno trentasette volte. Prima di dire di essere sul punto di ordinare nuovi attacchi “molto forti” contro l’Iran, il presidente americano aveva però rilasciato un’intervista all’Abc in cui, parlando del futuro politico del suo alleato Benjamin Netanyahu ed esprimendo i dubbi su possibili nuovi successi elettorali del leader del Likud aveva detto: “Netanyahu è un premier di guerra e presto in un modo o nell’altro la guerra la vinceremo”. Il presidente americano voleva dire che un leader di guerra non funziona in tempi di pace e ancora una volta si è esposto, indicando che il conflitto finirà presto.</p><p>Sul campo sta accadendo il contrario e <b>il medio oriente si prepara a un periodo lungo di ripresa di combattimenti continui, in cui varie forme di negoziato proseguono sotto traccia</b>. Questa settimana,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/09/news/con-lattacco-a-israele-teheran-voleva-imporre-una-nuova-regola-e-ha-fallito--400242">la Repubblica islamica ha colpito Israele come ritorsione per i bombardamenti di Tsahal a Beirut, contro Hezbollah</a>. Gli attacchi fra Iran e Israele sono durati qualche ora, fino al primo pomeriggio di lunedì.&nbsp;</p><p>Durante la notte, gli iraniani&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/i-nuovi-attacchi-degli-stati-uniti-contro-liran-dopo-labbattimento-di-un-apache--400343">hanno poi abbattuto un elicottero americano Apache</a>, gli Stati Uniti hanno risposto e sono seguite ore di attacchi di rappresaglia. Stranamente la <i>leadership</i> iraniana ha presentato l’abbattimento dell’Apache come un incidente e gli americani hanno fatto sapere di aver risposto in modo moderato. Dopo i colpi degli Stati Uniti, Teheran ha lanciato la sua di rappresaglia, colpendo il Kuwait, il Bahrein e la Giordania, che finora era rimasta fuori dalla traiettoria dei droni che la Repubblica islamica ha lanciato contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Teheran ha l’obiettivo dichiarato di far sentire ai paesi del medio oriente che l’alleanza con Washington è costosa e pericolosa, vuole che facciano pressione sugli americani, che caccino le loro basi e questo tentativo finora, nonostante i droni, la distruzione, le vittime, i problemi economici, non ha però portato nessuno nella regione a prendere una chiara posizione contro Washington. Teheran ha fatto sapere che i paesi del Golfo hanno la “responsabilità morale” di impedire gli attacchi americani e israeliani. Colpire il Golfo per far male a Washington è una strategia che Teheran usa dall’inizio della guerra.</p><p><b>Trump ha trascorso la giornata a parlare dell’occasione perduta dagli iraniani, che hanno sabotato l’accordo quando ormai era sul tavolo, pronto per la firma</b>: “Eravamo davvero vicini a un accordo, ma loro continuano a prenderci in giro, continuano a prenderci per fessi”. Gli iraniani hanno risposto: “Ogni volta che Trump parla, l’Iran risponde con maggiore fermezza, e  continuerà. Le nostre risposte stanno diventando più energiche, più potenti e più aggressive. Non ci sottometteremo mai a quella che definiamo l’arroganza globale di Trump e Netanyahu. Gli Stati Uniti non sono più la superpotenza di un tempo. Il mondo ha assistito alla forza dell’Iran”.</p><p>La presenza americana in medio oriente, dall’inizio del cessate il fuoco, non è mai diminuita. Le basi  nei paesi del Golfo sono a pieno regime e in Israele, l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv è talmente pieno di mezzi militari americani da creare disagio al normale funzionamento dei voli e alle compagnie aeree. L’idea che il conflitto possa andare avanti a lungo, smettere e riprendere, infiammarsi e sfiammarsi, sembra ben radicata nella regione. Non ci sono cenni di cedimento, nonostante i trentasette annunci di accordo di Trump gli Stati Uniti  non si sono mossi. La sfida continua a essere una pressione continua, sperando che sia l’altro a stancarsi per primo. In Israele alcuni analisti ritengono che sia tutto calcolato: si va avanti a colpire per il tempo necessario, non può che essere l’Iran in bancarotta a stancarsi per primo.</p>]]></description>
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				<title>Molte minacce e poca azione, cosa resta della forza degli houthi</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Fiammetta Martegani</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Tel Aviv</i>. Lunedì scorso gli houthi hanno detto di essere pronti a bloccare lo Stretto di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/dopo-hormuz-il-rischio-ora-e-bab-el-mandeb-ma-non-per-la-cina-parlano-nicolazzi-isab-e-lanza-eni-mattei--400332" target="_blank">Bab el Mandeb</a>&nbsp;e in Israele, per la prima volta dopo molti mesi, Israele si è svegliato con le sirene che annunciavano un  attacco missilistico proveniente proprio  dallo Yemen. L’attacco  rivendicato dal gruppo  descrive il progressivo ingresso degli houthi nel   confronto fra Teheran e Washington. Il Foglio ne ha discusso con <b>Uzi Rabi</b>, professore di Storia del medio oriente presso l’Università di Tel Aviv e direttore del Moshe Dayan Center for Middle Eastern Studies, dove  si occupa di Iran, Penisola Arabica e Yemen.</p><p>Secondo le rivendicazioni diffuse dal portavoce del gruppo Yahya Saree, l’operazione avrebbe preso di mira obiettivi nell’area di Jaffa e dell’aeroporto Ben Gurion, inserendosi nel quadro delle azioni coordinate dell’asse della resistenza, il sistema di alleati iraniani che comprende Hezbollah in Libano, <b>milizie sciite irachene e diversi gruppi palestinesi</b>.</p><p>Come sottolinea l’analista, questo attacco va analizzato in and out, poiché arriva in un momento particolarmente delicato, in cui gli houthi rappresentano uno degli strumenti  a disposizione dell’Iran per esercitare pressione sui propri avversari, senza esporsi necessariamente in prima persona.</p><p>Pur mantenendo una significativa autonomia decisionale, il movimento yemenita condivide con Teheran la stessa visione strategica e la stessa narrativa anti israeliana. Non è un caso che la leadership degli houthi abbia presentato l’attacco come parte integrante del sostegno alla causa palestinese.  Fin dall’inizio della guerra a  Gaza, il movimento ha cercato di accreditarsi come uno dei principali difensori della popolazione della Striscia, trasformando il conflitto in un potente strumento di legittimazione politica regionale dove per gli houthi la questione palestinese non rappresenta soltanto una questione ideologica, bensì è il collante che consente di unire, sotto un’unica bandiera, le diverse componenti dell’asse della resistenza, e di giustificare operazioni che si estendono ben oltre i confini yemeniti.  <b>Eppure, il vero potenziale degli houthi non risiede nei missili diretti verso Israele. L’arma più efficace del movimento si trova a migliaia di chilometri dal territorio israeliano, nelle acque che separano la penisola arabica dal Corno d’Africa</b>. E’ qui che si apre lo stretto di Bab el Mandeb, uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale, porta d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. Da mesi gli houthi minacciano di limitare o impedire il passaggio delle navi dirette a Eilat, principale porto commerciale israeliano.  La domanda che molti osservatori esterni si pongono è perché, se dispongono di questa capacità, non abbiano ancora tentato una chiusura totale dello Stretto.</p><p>La risposta più probabile è che non siano in grado di bloccare fisicamente Bab el Mandeb in modo permanente, poiché non possiedono una marina militare capace di controllare l’intero passaggio e impedire il transito a tutte le imbarcazioni. Tuttavia, potrebbero ottenere un risultato quasi equivalente, semplicemente rendendo la navigazione talmente rischiosa da spingere armatori e compagnie assicurative a evitare l’area.</p><p>Per il momento la minaccia sembra più utile dell’azione. Una chiusura effettiva dello Stretto provocherebbe, infatti, una reazione internazionale di ampiezza difficilmente prevedibile: non soltanto gli Stati Uniti, ma anche le monarchie del Golfo, l’Egitto e numerosi paesi europei dipendono dalla sicurezza di questa rotta, ragion per cui gli houthi rischierebbero di trasformare un vantaggio strategico in un casus belli contro di loro. In tal senso, secondo Rabi, l’attacco  di lunedì appare come un segnale calibrato: abbastanza forte da dimostrare la partecipazione dallo Yemen al fronte anti-israeliano, ma non ancora tale da innescare quella escalation marittima che potrebbe trascinare l’intera regione in una crisi ancora più vasta.  In altre parole, gli houthi stanno ricordando a Israele, agli Stati Uniti ma soprattutto ai loro alleati del Golfo che il vero punto vulnerabile non è soltanto il cielo sopra Tel Aviv, ma anche il corridoio marittimo attraverso cui passa una parte essenziale dell’economia globale. <b>Questa è la loro più grande forza negoziale, anche nei confronti di Teheran</b>. E, forse, la ragione per cui continuano a brandire la minaccia di Bab el Mandeb senza arrivare, almeno per ora, a chiuderne davvero le acque.</p>]]></description>
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				<title>L’Iran sta copiando dalla Russia la strategia negoziale. Parla Coffey</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Ani Chkhikvadze</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>New York. </i><b>La diplomazia e la politica interna pesano entrambe sul problema iraniano dell’Amministrazione Trump.</b> Un cessate il fuoco condizionale è in vigore, prorogato fino alla conclusione dei colloqui, eppure lo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/stretto-di-hormuz_88297" target="_blank">Stretto di Hormuz</a>&nbsp;rimane di fatto chiuso alla navigazione commerciale, i mercati energetici globali restano instabili e Teheran continua a minacciare una più ampia escalation regionale se Washington spingerà troppo.</p><p>Nonostante mesi di negoziati non abbiano portato da nessuna parte, <b>Luke Coffey</b>, senior fellow all’Hudson Institute dove si occupa di politica estera americana e competizione geopolitica, vede un potenziale accordo come lo sbocco più probabile, principalmente per via degli istinti dello stesso Trump. <b>“Alla fine ci sarà un accordo che porrà fine a qualsiasi confronto”, dice al Foglio Coffey.</b> “Questo principalmente perché il presidente Trump vuole disperatamente un accordo. Vuole percorrere la strada diplomatica piuttosto che quella militare, senza alcun dubbio”. Coffey prevede che Teheran si accontenterà di sopravvivere, spacciandolo per una vittoria. “Tutto quello che devono fare è sopravvivere”, dice. “Per loro, è già una vittoria”. Coffey interviene in un dibattito che divide profondamente Washington su cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti: accettare un accordo o abbandonare il tavolo. Anche se le infrastrutture militari di Teheran sono state ridotte dai bombardamenti aerei, la Guida suprema è stata uccisa e i proventi petroliferi sono stati compressi dal blocco navale americano imposto ad aprile, il regime sembra stia copiando il manuale della Russia: <b>prolungare i colloqui, evitare impegni concreti, pur mantenendo l’apparenza della diplomazia, così da far lievitare i costi politici per la Casa Bianca nel tempo. </b>Finora i danni subiti non sembrano aver convinto l’Iran, che ha costruito la propria identità attorno all’ambizione nucleare e alla resistenza all’America, ad accettare il disarmo. Per Teheran quello rappresenterebbe una resa. <b>Nel frattempo Washington continua a pretenderlo, tenendo aperta l’opzione di riprendere le ostilità.</b></p><p>“La realtà è che non sappiamo davvero a che punto siano le posizioni”, dice Coffey. “Sappiamo quello che è stato riportato dai media. Conosciamo le informazioni trapelate. Ma non conosciamo lo stato reale dei negoziati. Molte persone hanno un’agenda, quindi ognuno cerca di leggere la situazione attraverso la propria lente. Ognuno cerca di proiettare sul dibattito ciò che vorrebbe. <b>Ma nessuno sa davvero cosa sta succedendo. L’amministrazione non è stata molto trasparente su questa questione, e questo è lo stile di Trump quando si tratta di negoziati: non ama scoprire le proprie carte”</b>. Coffey si aspetta che gli iraniani offrano sospensioni temporanee del programma nucleare, limiti all’arricchimento per una decina d’anni, restrizioni ad attività specifiche e una struttura che rispecchi il Piano d’azione globale congiunto (“Jcpoa”) del 2015, dal quale Trump si era ritirato durante il suo primo mandato e che considera una strada già percorsa e senza uscita. La sua critica riecheggia un argomento repubblicano di lunga data: l’accordo originale era imperniato sull’accesso ai siti dichiarati, mentre quelli non dichiarati rimanevano irraggiungibili, lasciando a Teheran margine sufficiente per temporeggiare. Lasciava inoltre fuori dal nucleo dell’accordo il programma missilistico balistico dell’Iran e il sostegno alle milizie proxy regionali, prevedendo la riduzione delle sanzioni prima dell’effettivo rispetto degli impegni. <b>“Questo era il peccato originale del Jcpoa. Era un cattivo accordo allora”, ha detto Coffey, “e qualsiasi cosa gli assomigli sarà un cattivo accordo anche oggi”. </b>Trump, teme però Coffey, potrebbe accettare un’intesa limitata, presentarla come storica e fare affidamento sui suoi sostenitori per difenderla. “Qualsiasi cosa è politicamente possibile per Donald Trump. Accetterà un accordo e dirà a tutti che è il migliore di sempre, anche se non lo è”.</p><p>La stagione estiva dei viaggi, l’aumento del prezzo della benzina e le elezioni di metà mandato alle porte rendono tuttavia politicamente costoso per Trump un confronto prolungato. <b>“Man mano che la situazione si trascina, che i prezzi della benzina continuano a salire negli Stati Uniti e che ci avviciniamo alle elezioni di metà mandato, il presidente Trump diventerà sempre più disposto ad accettare un accordo che forse non è il migliore”,</b> ha osservato Coffey. La campagna militare ha indebolito l’Iran, ma quei danni da soli non hanno prodotto il risultato politico che Washington sperava. Coffey sostiene che il potere aereo americano ha mostrato una portata impressionante, colpendo obiettivi a vastissima distanza e distruggendo gran parte delle capacità militari iraniane. “Tutti possono vedere la potenza della sola campagna aerea. Il numero di obiettivi colpiti, il numero di strutture distrutte. L’intera marina iraniana annientata. La maggior parte della sua aeronautica distrutta. Una grossa fetta della sua capacità produttiva distrutta. <b>E tutto questo è stato fatto dall’America, che si trova a migliaia di chilometri dall’Iran. Il problema è che bisogna collegare gli obiettivi politici a quelli militari. Ed è lì che credo ci sia stato un problema”.</b></p><p>La Casa Bianca sostiene di aver raggiunto il suo obiettivo fondamentale: impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare, presentando il cambio di regime come un effetto auspicato piuttosto che un fine in sé. <b>Tuttavia, mentre Trump cerca una via d’uscita, la portata di ciò che ha già messo in campo rischia di rendere quella uscita politicamente impossibile.</b> La sua credibilità, e quella dell’America, fissa un limite minimo a qualsiasi accordo possibile: un presidente che ha costruito tutto questo non può facilmente presentare all’opinione pubblica americana condizioni che un osservatore qualunque faticherebbe a distinguere dall’accordo che lui stesso ha smantellato nel primo mandato.</p>]]></description>
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				<title>Rinasce la ferrovia dell’Hejaz, che fa di Damasco la porta del medio oriente</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Luca Gambardella</author>
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				<description><![CDATA[<p>La locomotiva del treno ottomano che  nel 1917 Lawrence d’Arabia fece saltare in aria assieme ai suoi alleati beduini sta ancora lì, abbandonata in mezzo alla sabbia del deserto di Abu Na’am, 130 chilometri a nord della città santa di Medina. Lunga 1.300 chilometri da Damasco fino alla città dell’Egira di Maometto, la <b>ferrovia dell’Hejaz</b>, ideata per la prima volta nel 1900 sotto il sultano di Costantinopoli Abdulhamid II, sembra essere prossima a tornare in attività. Martedì scorso a Riad i ministri dei Trasporti della Turchia e dell’Arabia Saudita hanno siglato un accordo per completare entro l’anno gli studi di fattibilità di un progetto lungo oltre un secolo. <b>Al cuore della ferrovia c’è Damasco, tornata a essere snodo vitale del medio oriente</b>.</p><p>Il progetto è molto più concreto oggi di quanto non lo fosse all’inizio del Ventesimo secolo, quando per la prima volta si sentì parlare della ferrovia dell’Hejaz. L’idea “sembrava a me e ad altri talmente improbabile, per non dire fantastica, che mi sono astenuto dal riferirne a Vostra Eccellenza”, commentò all’epoca il console britannico di Damasco in una lettera inviata all’ambasciatore di Sua Maestà a Costantinopoli. Poi la ferrovia entrò in funzione, diventando un’arteria vitale per le province ottomane e per gli approvvigionamenti delle truppe del sultano in Arabia. E oggi, a distanza di oltre un secolo, larghi tratti della ferrovia distrutti dopo la Prima guerra mondiale sono ancora attivi, seppure frammentati tra diversi stati e a scartamento ridotto.</p><p>L’obiettivo di turchi e sauditi è quello di creare una rete di infrastrutture all’avanguardia tra il Golfo e il Mediterraneo per tentare di aggirare la chiusura degli stretti, quello di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/stretto-di-hormuz_45398" target="_blank">Hormuz</a>&nbsp;e quello di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/dopo-hormuz-il-rischio-ora-e-bab-el-mandeb-ma-non-per-la-cina-parlano-nicolazzi-isab-e-lanza-eni-mattei--400332" target="_blank">Bab el Mandab</a>, causata dalla guerra in Iran. Vogliamo “migliorare l’integrazione regionale, sostenere gli scambi commerciali e sviluppare un sistema di trasporto terrestre sostenibile tra i paesi della regione”, aveva dichiarato ad aprile scorso Saleh al Jasser, ministro dei Trasporti saudita. Per l’omologo turco Abdulkadir Uraloglu, il primo passo sarebbe ammodernare il tratto siriano già esistente, quello che da Aleppo corre verso Damasco e quindi in Giordania. Da lì, andrà ridata vita alla tratta saudita. <b>Ma il progetto non si fermerebbe lì, perché dalla Mecca, termine della ferrovia, dovrebbe partire nei piani degli ideatori un altro tratto diretto a est, fino all’Oman, tagliando in due la penisola arabica tra il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz</b>. A quel punto, il corridoio terrestre e alternativo a quello marittimo diverrebbe realtà.</p><p>Per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/04/04/news/il-piano-di-sharaa-per-esportare-petrolio-dalla-siria-alleuropa--268705" target="_blank">Ahmed al Sharaa</a>&nbsp;non potrebbe esserci notizia migliore per dare forma a ciò che da tempo auspica: sfruttare la posizione geografica della Siria per accreditare Damasco come porta del medio oriente. Lo ha detto lo scorso marzo a proposito dell’energia, quando ha dichiarato che la Siria si propone di “diventare il nuovo hub energetico” verso l’Europa. Il progetto per l’ammodernamento dell’oleodotto che da Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, va a Baniyas, sulla costa mediterranea della Siria, è già partito a febbraio. <b>L’obiettivo è arrivare a 350 mila barili al giorno</b>, abbastanza per dare un’alternativa all’oleodotto che dall’Iraq arriva in Turchia, a Cehyan. Già da mesi, colonne con migliaia di camion carichi di greggio fanno la spola tra l’Iraq e la Siria, in attesa di imbarcare il petrolio verso l’Europa.</p><p><b>Ora, con la ferrovia dell’Hejaz, la centralità di Damasco si potenzierebbe</b>. Tramutando l’instabilità regionale innescata dalla guerra in Iran in una opportunità per la Siria, alla disperata ricerca di ricostruire la propria economia post bellica, al Sharaa vede nel progetto uno strumento prezioso per la sua propaganda velata di nazionalismo: diventare il presidente che a distanza di un secolo ha collegato di nuovo due delle città sante dell’islam, Damasco e la Mecca.</p><p>La ferrovia dell’Hejaz va oltre l’investimento economico. <b>Dietro a quei 1.300 chilometri c’è un asse politico sunnita ormai consolidato – quello tra Siria, Giordania, Turchia e Arabia Saudita – che non a caso estromette gli Emirati Arabi Uniti e permette di aggirare Israele</b>.  Così, la ferrovia è già diventata un simbolo della retorica antisionista di turchi e sauditi. “La riduzione dell’influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in medio oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia”, ha affermato il ministro del Commercio turco, Ömer Bolat. In Arabia Saudita, una pagina Facebook di sostenitori del principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha definito il progetto della ferrovia dell’Hejaz “un colpo fatale a uno dei progetti economici più strategicamente importanti di Israele”, riferendosi al Corridoio economico India-medio oriente-Europa, noto come Imec. Quando l’Imec fu presentato, nel settembre 2023, il premier israeliano Benjamin Netanyahu pressato dagli americani prefigurò persino la possibilità che la ferrovia potesse unire Israele all’Arabia Saudita, in quello che doveva essere un ulteriore passo verso la normalizzazione delle relazioni tra Gerusalemme e Riad. Poi arrivò il 7 ottobre.</p>]]></description>
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				<title>A Herat i talebani sparano sulle proteste contro la polizia morale</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 19:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Shelly Kittleson</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Istanbul</i>. “Le forze militari sono schierate in ogni piazza e incrocio, e le persone non escono più di casa nemmeno per le necessità quotidiane”, dice al Foglio una donna di Herat, in Afghanistan: “Martedì c’è stata una protesta nel quartiere di Jebrail, ma è stata repressa dalle forze militari talebane”, dice, aggiungendo che tra i manifestanti c’erano sia uomini che donne, e “sarebbero stati colpiti da fuoco diretto da parte delle forze militari”.</p><p><b>La protesta è scoppiata dopo l’arresto di un numero imprecisato di donne e ragazze, pare perché non avevano rispetto  il rigido codice di abbigliamento imposto dal governo in carica</b>. Un portavoce della polizia di Herat ha sostenuto che alcune persone avevano tentato di “creare tensioni con il pretesto” di protestare contro le norme sull’abbigliamento. Un comunicato del ministero ha precisato che le donne musulmane sono tenute a coprirsi completamente, in quanto si tratta di “un comandamento divino”.</p><p>Una fonte afghana che lavora in ambito sanitario ha riferito al Foglio mercoledì, tramite messaggi cifrati, che la protesta era iniziata martedì mattina da parte di locali contro i recenti arresti fatti dalle forze per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio dei talebani, ufficialmente noti come Emirato islamico dell’Afghanistan (Eia). “I manifestanti scandivano slogan contro l’arresto delle donne, e la polizia dell’Eia presente nella zona ha cominciato a colpirli con bastoni, calci di fucile e canne delle armi”, ha spiegato, aggiungendo che “in seguito alcuni degli agenti dell’Eia hanno aperto il fuoco”, <b>causando la morte di una donna e di una ragazza e il ferimento di “diverse altre persone</b>. Alcuni dei feriti sono stati portati negli ospedali della città, mentre altri” hanno preferito non farlo per evitare di essere arrestati dalle forze dell’Eia. Un’altra protesta potrebbe tenersi venerdì, ha detto la donna di Herat. “In questo momento non sono in buone condizioni mentali ed emotive. La mia famiglia e io siamo esposti a gravi minacce e le nostre vite sono in pericolo”, ha aggiunto, precisando di non voler “esprimere opinioni o commenti in questo momento”. al di là della semplice esposizione dei fatti.</p><p>Un’altra donna a Kabul ha riferito al Foglio che circolava la voce che dietro le proteste ci fosse Mohammad Ismail Khan, ex signore della guerra, ex ministro e uomo forte locale, nonché in passato governatore provinciale di Herat. Ha tuttavia precisato che una sua conoscente a Herat le aveva detto che “le persone hanno, in una certa misura, perso fiducia in figure come l’ex governatore Ismail Khan”.</p><p><b>L’Italia ha mantenuto una presenza militare nella città di Herat per quasi vent’anni</b>. Le ultime forze sono state ritirate nel giugno del 2021, circa due mesi prima che l’Eia prendesse il controllo della capitale afghana, Kabul. Khan e i suoi sostenitori erano rimasti per tentare di combattere l’Eia, ma non ci erano riusciti  e l’ex governatore era stato successivamente catturato dall’Eia e costretto a rilasciare dichiarazioni di adesione alle sue forze. Si ritiene che Khan viva attualmente in Iran. La città di Herat si trova a circa 120 chilometri a est del valico di frontiera iraniano di Islam Qala.</p><p>La donna di Kabul ha inoltre aggiunto che “anche Ismail Khan non si sta esprimendo con forza”, presumibilmente perché “i talebani gli hanno sequestrato la casa e altri beni”. Sebbene Ismail Khan possa ancora esercitare una certa influenza, “non ha la capacità di affrontare o resistere” alle forze dell’Eia. Una valutazione condivisa, a quanto si dice, da molti afghani sia nel paese sia nella regione. Khan, oggi ottantenne, è stato citato dai media afghani vicini all’opposizione – in gran parte all’estero – come autore di una dichiarazione del 9 giugno in cui affermava che “il silenzio di fronte all’ingiustizia contro le donne è un tradimento”, oltre che una violazione dei “valori islamici”. Ha esortato le donne afghane a “resistere”, senza tuttavia spiegare in che modo una tale resistenza possa essere praticabile per donne disarmate e in gran parte prive di istruzione, alla mercé di uomini pesantemente armati e addestrati.</p>]]></description>
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				<title>A Herat i talebani sparano sulla folla, a Bruxelles siedono ai tavoli dell’Ue</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:14:00 +0200</pubDate>
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				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mentre la polizia dei talebani a Herat spara sulla folla che protesta contro gli arresti di massa delle donne accusate di non indossare correttamente il velo, <b>l’invito della Commissione Ue per fare arrivare a Bruxelles una delegazione del governo afghano è ancora valido</b>. La notizia era stata confermata a metà maggio da un portavoce del Berlaymont. Markus Lammert aveva detto che si trattava di una riunione per discutere della possibilità di rimpatriare migranti in Afghanistan. “Ma non si tratta in alcun modo di un riconoscimento” del regime islamista dei talebani, aveva rassicurato il funzionario europeo. Secondo Lammert, l’incontro era stato anticipato da altre riunioni tecniche, quindi l’invito era un semplice “follow up”.</p><p>A sponsorizzare il dialogo con i talebani sono in particolare Svezia e Regno Unito, che avevano spinto la Commissione ad approfondire i negoziati con Kabul. Destinatari dei provvedimenti di rimpatrio in Afghanistan dovrebbero essere solamente “persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza”. Pericolosi o meno, <b>l’iniziativa dell’Ue getta ombre sulla politica dei rimpatri che Bruxelles intende sponsorizzare in stati dove vige la sharia</b>. All’indomani della dura repressione delle proteste a Herat, che hanno causato due morti tra i civili, un gruppo di 47 europarlamentari ha inviato una lettera al ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, affinché rifiuti di concedere il visto a qualsiasi membro della delegazione dei talebani. Ma a colpire è la schizofrenia dell’Ue. Appena un paio di mesi prima delle aperture diplomatiche, il Servizio europeo per l’azione esterna aveva condannato le “violazioni sistematiche dei diritti delle donne e delle ragazze” da parte dei talebani, avvertendo che “potrebbero configurarsi come persecuzione di genere”. Ora invece si attende che i rappresentanti di un gruppo terroristico sbarchino in Europa a tranquillizzare Bruxelles, perché penseranno loro ai migranti più pericolosi. Con buona pace dei valori fondativi democratici e liberali dell’Ue.</p>]]></description>
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				<title>Kyiv testa con successo i Patriot europei alternativi a quelli di Trump</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>L’Ucraina ha testato con successo un missile che è pensato come una versione più economica degli intercettori Patriot</b>, che servono contro i missili balistici della Russia ma che sono prodotti soltanto dagli americani, che non li stanno più consegnando poiché servono a loro in medio oriente. Fire Point, intraprendente azienda militare ucraina che ha già dotato l’esercito dei Fp-5 Flamingo, può iniziare la produzione di questi Fp-7.x, che dovrebbero costare circa 700 mila dollari l’uno, molto meno dei circa 3,8 milioni di dollari che servono per un Patriot Pac-3. Il cofondatore di Fire Point, Denys Shtilerman, ha detto al Financial Times che la produzione può iniziare ad agosto, ma mancano ancora alcune componenti che devono essere fornite dai partner europei.<b> In particolare la tedesca Diehl Defence deve fornire i sensori a infrarossi che servono per la guida, e Fire Point li sta aspettando</b>, anche se ha intenzione di iniziare comunque la produzione – a un ritmo di tre al giorno.</p><p>Il resto di questo sistema di difesa aereo – che si chiama Freyja, la signora, la dea – verrà prodotto assieme ai partner europei. <b>Shtilerman non dice quali, ma secondo fonti europee e ucraine Hensoldt e Thales dovrebbero fornire i radar, l’italiana Leonardo i sistemi di tracciamento e la norvegese Kongsberg la tecnologia di comando del proiettile</b>. Il Telegraph britannico ha rivelato ieri che anche il Regno Unito sta aiutando l’Ucraina per lo sviluppo di quello che viene chiamato “il Patriot europeo”. Il presidente ucraino&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/cosi-zelensky-ha-cambiato-il-modo-di-fare-diplomazia--400323" target="_blank">Volodymyr Zelensky</a>&nbsp;ha detto che sta sviluppando il sistema di difesa aereo balistico con i partner europei, ma aveva chiesto con una lettera indirizzata al presidente americano Donald Trump e al Congresso di poter ricevere i Patriot, perché la Russia sa di questa carenza e sta scaricando i suoi missili balistici sull’Ucraina oltre a migliaia di droni.</p><p>I Patriot sono l’ultima dipendenza militare che Kyiv ha ancora nei confronti degli Stati Uniti, i quali però stanno boicottando anche il sistema Purl – il meccanismo introdotto nell’autunno dell’anno scorso per cui gli europei comprano le armi americane e le inviano in Ucraina: è finita la fornitura gratuita degli Stati Uniti delle armi per la difesa del suo alleato – perché dicono di aver bisogno delle armi a disposizione in medio oriente (e che l’Amministrazione Biden aveva svuotato gli arsenali). <b>Ma l’Ucraina non ha tempo</b>: gli Fp-7.x saranno pronti nel 2027, se gli europei non si impantanano, e intanto Putin continua i suoi attacchi aerei visto che a terra le sue Forze armate avanzano poco o addirittura indietreggiano. Nella lettera a Trump, Zelensky scriveva: “Dopo tutto quello che abbiamo affrontato insieme, non ci siamo guadagnati un posto tra i vostri alleati?”.</p>]]></description>
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				<title>Così si è balcanizzata l’industria europea della difesa</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>David Carretta</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Bruxelles</i>. Tutta la retorica sulla volontà dell’Unione europea di costruire la difesa europea rafforzando la base industriale e l’autonomia strategica si è andata a schiantare con il fallimento del progetto franco-tedesco di caccia di sesta generazione&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/10/news/macron-crede-ancora-nel-progetto-fcas-ma-e-lunico-problemi-e-piani-b--127171" target="_blank">Fcas</a>. Nato nel 2017 su iniziativa di Emmanuel Macron e Angela Merkel,<b> il “Future combat air system” (Fcas) è stato seppellito lunedì a Berlino a causa dei disaccordi fra la tedesca Airbus Defense and Space e la francese Dassault Aviation</b>. Berlino e Parigi si scambiano accuse sulla responsabilità del fallimento. Dassault pretendeva la direzione tecnica del progetto – scelta dell’architettura, concezione del caccia, integrazione delle tecnologie – vantando la superiorità del Mirage. Airbus non voleva essere relegata a un ruolo di secondo piano. Le esigenze operative di Francia e Germania differivano: la prima voleva un aereo in grado di trasportare testate nucleari, la seconda un caccia convenzionale adattato ai bisogni della Bundeswehr. Di fronte agli sviluppi tecnologici della guerra della Russia in Ucraina, diversi analisti si sono messi a dubitare che il progetto sia ancora adatto alla realtà dei nuovi conflitti. Ma la fine di un programma da 100 miliardi, destinato a produrre i caccia eredi dei Mirage e degli Eurofighter all’orizzonte 2040, a cui era associata anche la Spagna, <b>illustra la balcanizzazione dell’industria della difesa in Europa e l’incapacità dei governi di uscire da una visione nazionale</b>. La Germania non ha perso tempo sul caccia del futuro. Secondo il Financial Times, Airbus potrebbe annunciare la creazione di Team Gen 6: un consorzio tutto tedesco. In alternativa Airbus potrebbe rivolgersi alla svedese Saab o al progetto Gcap portato avanti da Regno Unito, Italia e Giappone.</p><p>Altre grandi iniziative industriali franco-tedesche, che dovevano far avanzare la sovranità europea sulla difesa, sono in difficoltà. Il destino del carro-armato Mgcs (Main ground combat system), che dovrebbe sostituire il francese Leclerc e il tedesco Leopard 2, è sempre più incerto. Ad aprile la Francia ha abbandonato il programma Eurodrone, che era stato promosso con Germania, Italia e Spagna.<b> La Germania ha lanciato la “European sky shield initiative”, uno scudo aereo per proteggersi dalle minacce balistiche, ma Francia, Italia e Spagna non hanno aderito</b>. Parigi contesta il progetto perché fa affidamento sui sistemi americani e israeliani. Nel settore della difesa “è impossibile allineare le priorità politiche, militari e industriali”, spiega al Foglio un diplomatico europeo. “Il nazionalismo industriale entra in diretta contraddizione con l’obiettivo della sovranità europea”, conferma una seconda fonte. Sul fallimento del Fcas il commento più duro è arrivato dal primo ministro belga, Bart De Wever. “Abbiamo scelto di essere irrilevanti un una parte cruciale della difesa area, non solo ora ma anche nel decennio a venire. Questa è pura stupidità”, ha detto De Wever.</p><p>La Commissione si è mostrata rassicurante. “Abbiamo un obiettivo per il 2030” per rendere l’Europa in grado di difendersi, aumentando “gli investimenti nelle nostre aziende della difesa” con il programma di prestiti Safe da 150 miliardi, ha detto un suo portavoce. <b>Ma il tentativo di incoraggiare la cooperazione industriale, favorire l’interoperabilità militare e allineare le priorità sulla difesa, attraverso gli acquisti congiunti di Safe non sta andando a buon fine</b>. Alcuni governi che hanno chiesto i prestiti li hanno destinati in gran parte ad aziende nazionali. Il premier polacco, Donald Tusk, ha assicurato che l’80 per cento dei 40 miliardi di Safe destinati al suo paese sarà speso in Polonia. I governi nazionali ieri sono riusciti ad annacquare la proposta della Commissione sull’Omnibus difesa. Il provvedimento doveva semplificare le regole per favorire la nascita di un vero mercato unico nel settore. “E’ estremamente preoccupante che gli stati membri rimangano restii ad andare oltre i ristretti interessi nazionali, anche quando è in gioco la nostra sicurezza collettiva”, ha detto l’eurodeputato socialista Yannis Maniatis.</p>]]></description>
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				<title>Nessuno ascolta gli appelli alla calma nel Regno Unito che mastica e sputa rabbia, da Belfast a Southampton</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 18:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La famiglia di Stephen Ogilvie, l’uomo cui un sudanese ha cavato l’occhio sinistro mentre cercava di decapitarlo con un coltello in mezzo a una strada di Belfast, ha chiesto di non strumentalizzare questa tragedia, proprio&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/04/news/contro-le-politiche-identitarie-tutte-bianche-e-nere-la-lezione-conservatrice-di-kemi-badenoch--399992">come aveva fatto la settimana scorsa la famiglia di Henry Nowak</a>, il diciottenne ucciso a Southampton a dicembre da un sikh che aveva fatto passare il suo omicidio per un’aggressione a sfondo razziale subita, e la polizia aveva creduto a lui e non ai propri occhi – Nowak era per terra, non riusciva a respirare per le coltellate, è stato ammanettato, ed è morto poco dopo. È un paese già sgretolato, il Regno Unito, hanno detto questi parenti scioccati e sofferenti, non creiamo altre divisioni, altre violenze. Le loro parole straziate non sono state ascoltate, chi invita alla calma è un negazionista dell’implosione del Regno Unito, bisogna protestare, urlare, lanciare sassi, bruciare tutto: fate sentire la vostra rabbia, ha detto il nazionalista Nigel Farage.</p><p>A Southampton era andata quasi bene: più di una decina di agenti della polizia feriti, quattro agitatori arrestati. A Belfast no, a Belfast, <b>dopo che il video di Hadi Alodid</b> – così si chiama il richiedente asilo trentenne arrivato dal Sudan via Irlanda nel 2023 e con un permesso per restare cinque anni che devasta con un coltello la faccia e il collo di Ogilvie, quasi sessantenne: un uomo con una mazza da hurling l’ha salvato – è<b> diventato pubblico, una ronda di un centinaio di uomini e ragazzi a volto coperto è piombata sulla “strada degli stranieri”, una via nella parte est di Belfast in cui abitano famiglie immigrate</b>:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/belfast-brucia-dopo-un-accoltellamento-caccia-agli-stranieri-nella-notte--400348">gridava ai neri di uscire di casa, poi si è messa a tirare pietre e bottiglie spaccando le finestre, infine ha appiccato il fuoco alle case e alle automobili</a>. Pompieri e ambulanze sono arrivati per evacuare le famiglie asserragliate – la casa bruciata interamente è di un nordirlandese – mentre anche la polizia intervenuta veniva attaccata. La mobilitazione era iniziata su account X che dicevano: venite col volto coperto, siate pronti a essere colpiti o arrestati.</p><p><b>La rabbia ha preso il sopravvento, la rabbia “giusta”, come la chiama Farage e come la chiama il neofascista Tommy Robinson che in questo momento si trova a Mosca</b> – è andato a vedere, ammirato, come funziona bene la società russa – e che ha detto che è stata fatta giustizia. Elon Musk posta e riposta denunciando l’immigrazione fuori controllo e i governi europei che non sanno proteggere i loro cittadini, e il governo è particolarmente offeso da questa ingerenza, ma la rabbia è una lama a doppio taglio, è causa ed è effetto, in una spirale di orrore contagiosa – ci sono state proteste e scontri anche a Glasgow – che travolge ogni cosa. L’immigrazione deve essere trattata come una questione di sicurezza nazionale, hanno detto alcuni parlamentari al dibattito ai Comuni, mentre si guardano i numeri in calo degli ingressi di immigrati, ci si rimpalla le responsabilità per il mancato controllo, si spulcia nei conti della società privata che gestisce gli alloggi degli irregolari, si contano le scritte razziste sui muri, e non si trova il modo di governare la rabbia – perché è giusta quanto eccessiva, un equilibrio nella furia non c’è – che diventa  il combustibile di una società che rifiuta la convivenza e rifiuta gli appelli alla calma: è tutto rotto.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Cairo smonta il teorema dei pm di Firenze sulle stragi di mafia</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ma quali pressioni da parte di Silvio e Paolo Berlusconi, preoccupati per le “rivelazioni” di Salvatore Baiardo in tv da Massimo Giletti sui presunti rapporti tra i due imprenditori e Cosa nostra. “Nel 2023 ho chiuso il programma ‘Non è l’Arena’ perché in sei anni ci ha fatto perdere 21 milioni di euro, e con le otto puntate tagliate in anticipo abbiamo risparmiato 1 milione e mezzo di euro”. Parole di <b>Urbano Cairo</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/10/news/i-pm-di-firenze-tirano-dentro-pure-urbano-cairo-nel-teorema-sulle-stragi-mafiose--400306">ascoltato ieri come testimone al tribunale di Firenze nel processo a carico di Salvatore Baiardo</a>, accusato di calunnia aggravata dall’agevolazione a Cosa nostra. Convocato in tribunale alle nove e mezza del mattino, il presidente di La7 e Rcs   ha dovuto attendere fino alle due del pomeriggio prima di testimoniare. Dopo oltre quattro ore di attesa, Cairo sale sul banco dei testimoni con sguardo serio, quasi spazientito, e <b>inizia a elencare una serie di dati e informazioni che smontano tutto l’impianto accusatorio dei pm</b>. Per la procura, l’editore di La7 decise di interrompere la messa in onda del programma di Giletti in seguito alle dichiarazioni fatte da Baiardo in tv su un incontro avuto nel 2011 con Paolo Berlusconi, e dopo essere venuto a sapere della vicenda della presunta fotografia mostrata da Baiardo a Giletti nel 2022 ritraente Silvio Berlusconi insieme al boss Giuseppe Graviano e all’ex generale Francesco Delfino.</p><p><b>Cairo demolisce una per una le ipotesi avanzate dai pm</b>. Smentisce di aver sentito Silvio Berlusconi dopo la messa in onda di quelle puntate, di aver raccolto sue lamentele, e poi di aver incontrato Giletti nel marzo 2023 suggerendogli di incontrare a sua volta il leader di Forza Italia. È stato Giletti a riferire questa circostanza e a raccontarla anche al magistrato Nino Di Matteo, pure lui sentito ieri come teste. “Ma cosa sta combinando Giletti?”, avrebbe detto Silvio Berlusconi a Cairo. Che però ha smentito di aver mai ricevuto telefonate dal suo ex datore di lavoro in Publitalia. “Quanto detto da Giletti è una falsità. Peraltro io non ho più incontrato Giletti dopo il 15 febbraio 2023. Questo è un fatto. Non potete verificarlo? Voi potete arrivare a fare qualsiasi cosa...”, ha detto Cairo ieri rivolgendosi ai pm Lorenzo Gestri e Leopoldo De Gregorio.</p><p>Cairo ha anche smentito di aver subìto pressioni da Paolo Berlusconi. “Mi inviò un messaggio con scritto ‘Vergognati’. Lo chiamai e gli dissi che non dovevo vergognarmi di niente. Io non intervengo sugli ospiti dei miei conduttori, punto. Non lo lasciai neanche parlare”. D’altronde, pur essendo legato da un rapporto di amicizia alla famiglia Berlusconi, Cairo spiega di non essere al servizio di quest’ultima: “Ho lavorato con Berlusconi per 14 anni, nel 1995 sono stato licenziato. Poi nel tempo abbiamo recuperato un bel rapporto, ma io sono un imprenditore autonomo e libero”, ha detto in modo deciso l’editore di La7.</p><p>Cairo ha spiegato che le ragioni dell’interruzione della messa in onda di “Non è l’Arena” furono semplicemente economiche. “Il programma è passato dal 7,1 per cento di share nel 2017 al 4,9 per cento nell’aprile 2023. Questo ha significato un calo dei ricavi pubblicitari e un aumento delle perdite”, ha detto Cairo, entrando poi ancora di più nel dettaglio: “Ogni singola puntata costava 160 mila euro, più 25 mila per gli ospiti, più 40 mila euro di compenso a Giletti. Ogni puntata costava 228 mila euro e raccoglieva nell’ultimo anno mediamente 78 mila euro sul piano pubblicitario”. Risultato: “Il primo anno abbiamo perso 2 milioni di euro, il secondo anno 3 milioni, il terzo anno 4 milioni e mezzo, il quarto anno 3,3 milioni, il quinto anno 4,2 milioni e il sesto anno 4 milioni con 25 puntate. In sei anni abbiamo perso 21 milioni e 300 mila euro”.</p><p>Non avendo ricevuto alcuna disponibilità da parte di Giletti sulla riduzione dei costi, esigenza più volte fatta presente al conduttore, alla fine si è giunti alla decisione di chiudere il programma: “Con le otto puntate tagliate abbiamo risparmiato 1 milione e 480 mila euro”.</p><p>I pm hanno manifestato un certo fastidio per le risposte  di Cairo, arrivando a battibeccare con lui in un paio di occasioni. “Ha sciorinato una serie di dati con una memoria che le invidio”, ha affermato Gestri, per poi rivolgere a Cairo alcune domande piuttosto singolari: “Di ciò che avrebbero fatto le persone che lavoravano per Giletti non le interessava niente?”, “Glielo ha detto anche a Giletti che era dispiaciuto?”, “Quindi dopo che gli ha chiuso improvvisamente il programma non ha sentito il bisogno di dargli una giustificazione?”.</p><p>Di fronte alle difficoltà dei pm è stata la presidente del collegio giudicante, Anna Favi, a prendere in mano la situazione, improvvisandosi una sorta di analista televisiva in stile Aldo Grasso: “L’andamento dello share di ‘Non è l’Arena’ ha visto cali e risalite. Ciò che è strano è che il programma non è stato chiuso quando ha avuto un calo notevole, ma quando era risalito al 6 per cento dopo le ospitate di Baiardo...”. “Quello che conta è avere un programma che abbia una sua forza, indipendentemente dai picchi di share che solitamente sono irripetibili”, ha spiegato Cairo. La giudice ha insistito: “Ma nello stesso periodo risulta un calo costante per ‘Piazzapulita’, che è partito dal 6 per cento di share ed è arrivato al 5,1 per cento, però non è stato chiuso”. “La trasmissione ci costava molto di meno e attraeva molta più pubblicità. Quindi lo abbiamo tenuto”, ha risposto Cairo.</p><p>Insomma, il tentativo della procura di Firenze di tirare dentro pure Cairo nel grande teorema da fantagiustizia sulle stragi mafiose per ora è fallito.</p><p>Resta il paradosso di dover assistere a un processo basato formalmente su un’accusa di calunnia, ma finalizzato sostanzialmente a portare avanti l’accusa contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri di essere i mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993-1994. Prima o poi qualcuno (magari il ministro della Giustizia Nordio) dovrà spiegare agli italiani se tutto questo è normale.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/rubriche/andreas-version/2026/06/11/news/fate-uno-sconto-a-travaglio--400396</link>
				<title>Fate uno sconto a Travaglio</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Andrea&#039;s Version</category>
				<author>Andrea Marcenaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>E andiamo, su. Qui da noi non si possono pretendere 250 milioni di dollari da un giornaletto come il Fatto, nemmeno se l’ha fatta fuori dall’ennesimo vaso per l’ennesima volta. 250 milioni, ma come si fa? <b>Un giornalino che con quella cifra pagherebbe per più di mille anni, note spese a parte, la sua bravissima Selvaggia Lucarelli</b>. E va là. Non amiamo Travaglio, qui, ma questa volta stiamo con lui. Con lui e con le sei libertarie ong europee che lo hanno difeso da subito puntando il dito su quei 250 milioni come cappio, come forma nemmeno mascherata di attentato alla facoltà di scrivere l’osceno pur pagandone un prezzo severo, non però così assurdo. <b>Cercate di capirlo, spettabilissimi giudici della Corte di New York City</b>. Scendete a un risarcimento di 50 milioni, per la famiglia Minetti-Cipriani. Praticatene ben 200 di sconto: sarebbe una sentenza ineccepibile, renderebbe tutti sereni.</p>]]></description>
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				<title>Meloni ricorda Enrico Berlinguer: &quot;Protagonista della storia politica della Repubblica&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 08:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Con un post su X di prima mattina la presidente del Consiglio Giorgia Meloni - che arriverà a breve alle Camere per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo della prossima settimana - sceglie di ricordare lo storico segretario del partito comunista Enrico Berlinguer, nel giorno dell'anniversario della sua morte, avvenuta tragicamente 42 anni fa, nel giugno del 1984, dopo un malore subito quattro giorni prima durante un comizio a Padova.&nbsp;</p><p><b>"Voglio ricordare con rispetto una figura che ha rappresentato un punto di riferimento per la sinistra italiana e uno dei protagonisti della storia politica della Repubblica, Enrico Berlinguer"</b>, scrive la premier. "Ricordo anche il gesto di Giorgio Almirante, che volle rendere omaggio al feretro del suo avversario politico. Un segno di rispetto umano e istituzionale che ancora oggi richiama il valore di un confronto politico fermo negli ideali ma rispettoso delle persone.&nbsp;Perché <b>si può fare politica secondo visioni diverse, anche diametralmente opposte, senza per forza demonizzare l'avversario</b>. Meloni poi conclude così: "Il nostro compito è servire l'Italia e gli italiani.&nbsp;L'ho sempre pensato e sostenuto: le idee forti non temono il confronto".</p><p>Non è la prima volta che la premier utilizza la figura di Berlinguer per esprimere questa idea. <b>Due anni fa</b>, era il febbraio del 2024, quando fu inaugurata all'ex Mattatoio di Roma la mostra dedicata al segretario del Pci, <b>con grande sorpresa&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/02/08/news/meloni-visita-la-mostra-su-berlinguer-lunica-soluzione-ai-problemi-e-la-politica--95731">la premier si recò lì per visitarla</a>, guidata dal presidente dell'associazione Berlinguer Ugo Sposetti. </b>Sul libro delle firme della mostra, Meloni lasciò questa scritta:&nbsp;"Il racconto di una storia, politica. E la politica è l'unica possibile soluzione ai problemi. Giorgia Meloni".</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Franchino er Criminale lascia i social: anatomia di influencer</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Roma Capoccia</category>
				<author>Andrea Venanzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Alessandro Bologna,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/roma-capoccia/2025/07/26/news/franchino-er-criminale-e-tornato-a-magnasse-roma--113271" target="_blank">Franchino er Criminale</a>&nbsp;per chi fosse rimasto in coma negli ultimi tre anni, <b>ha annunciato che gradualmente si ritirerà dalle scene social.</b> E l’annuncio, accompagnato dalla limitazione della visibilità dei suoi contenuti passati e da spiegazioni fornite per podcast e in diretta streaming, ha creato un piccolo tsunami virtuale.</p><p>Ha altri progetti, certo, la sua attività di ristorazione avviata a Torino, lontano da quella Roma amata e odiata al tempo stesso. Quella Roma che continua ad attrarlo per nuove aperture, in compagnia dell’esperto pizzaiolo Massimiliano Ceccarelli, conosciuto come Max Crunch e che pure, però, rimane un non-luogo ombelicalmente avvitato in sé, tanto da averlo professionalmente spinto a nord. Roma, dove tutto è immobile e dove persino le, tante, attività che hanno beneficiato della enorme esposizione offerta dai video di Franchino si sono dimostrate scarsamente riconoscenti. Non in senso economico, intendiamoci, ma in quello di semplice, metaforica e pur importante pacca sulla spalla. <b>La stessa community che ha costruito, lamenta Franchino, ha perso mordente, soprattutto in un momento delicato in cui il creator si sente sotto assedio.</b></p><p>Perché la frontiera elettronica sa essere un posto orribile. Come nelle ripide salite sui passi montani dello Utah, coi pionieri che presero a mangiarsi tra loro, l’aggressività della comunicazione digitale e le faide, dissing riprendendo il lessico dell’hip hop, riproducono ormai un tasso non meno feroce di cannibalismo. Ci si accapiglia furibondi, ci si minaccia, ci si porta in tribunale, per un panino o per un kebab o per un trancio di pizza. E quindi ne emerge chiaro che una semplice dimostrazione di vicinanza o di prossimità può avere la sua rilevanza. Proprio psicologica. Perché no, non chiamateli solo panini, come prima non erano solo canzonette. <b>Sono nati, grazie anche a Franchino, il “processo di Norimburger”, geniale copy dello streamer Mr. Flame che conduce il podcast “Non è il Cerbero” e il “Foodgate” portato avanti dal Senza Luci, con al posto di Nixon kebabbari e panini scintillanti e vacui come neon di Las Vegas. </b>Franchino, oltre che scopritore di locali orizzontalmente nascosti nel marasma urbanistico di Roma, è stato pure un pugnace nemico dei food blogger e della loro industria raccapricciante di pubblicità occulte e ingannevoli, di marchette pietosamente celate da lacrimevoli recensioni. E queste non sono più facezie. Perché dietro iniziano a celarsi interessi economici, società, spesso labirinticamente intersecate in conglomerati che appaiono più complessi di una holding dubaina. E i consumatori, quelli che banalmente vanno a mangiarsi kebab o panini o pizzette, vengono presi all’amo. Lo fanno spinti dai loro idoli virtuali, ma senza gli Idoru di William Gibson e lo fanno perché polarizzati da faide digitali, da narrazioni sempre più atroci, che appaiono più simili a “I guerrieri della notte” col ketchup al posto del sangue piuttosto che sana imprenditoria dell’alimentazione.</p><p>E, come accade a tutti quelli che scoperchiano verminai, anche a Franchino è stato presentato un conto salato. Denunce, cause, ed ebbene sì, nelle aule di giustizia, nelle ordinanze, nelle sentenze, ormai si parla anche il lessico “criminale” dei non ci siamo proprio e dei de laboratorissimo, il peso economico e mentale di dover stare dietro ad elezioni di domicilio, spese di avvocati, ansia. E se già il digitale, professione influencer, macina il cervello e produce strutturali burnout, questo ulteriore aggravio è un peso che fa vacillare. <b>Quindi più che ritiro per raggiunti limiti, di età o di sopportazione, o pensione, si tratta dell’esasperazione da accerchiamento.</b> Magari ci ripenserà, ombre da sconforto passeggero, oppure no e la decisione diventerà irrevocabile. Ad ogni modo, mai darla vinta ai prepotenti, perché come insegnava Seneca “saldo e forte è solo l’albero che subisce il frequente assalto del vento”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Nessun miracolo nel 2025 per l’economia del Lazio. I dati di Bankitalia</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>&nbsp;Il 2025 doveva essere l’anno della spinta eccezionale per il Lazio</b>, perché il suo motore principale, Roma, dove si concentra oltre il 60 per cento del reddito regionale e dove risiedono metà delle famiglie, aveva tutte le spinte che un’economia urbana può sperare: il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/01/04/news/ha-ancora-senso-il-giubileo--129032" target="_blank">Giubileo</a>, i cantieri del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), e un afflusso di turisti stranieri cresciuto del 27,8 per cento, contro il 2,3 della media nazionale. Invece, secondo il rapporto annuale sul Lazio della Banca d’Italia, uscito ieri, tutte queste spinte si sono tradotte in una crescita del pil regionale in termini reali, quindi al netto dell’inflazione, dello 0,6 per cento, poco sopra la media nazionale (0,5), e comunque meno di quanto registrato l’anno precedente (0,9). Riavvolgendo il nastro degli ultimi due decenni la situazione non è migliore, anzi. Il pil reale del Lazio, nel 2025, risulta inferiore di 1,4 punti rispetto al livello del 2007 (il trend è analogo per le regioni del centro Italia), mentre quello nazionale, sempre rispetto al 2007, è salito di 1,9 punti.</p><p><b>Ma allora, quali sono stati i principali traini dell’economia del Lazio? </b>Sicuramente una parte della tenuta arriva anche dal farmaceutico, che da solo vale la metà dell’export regionale. Poi i flussi di turisti, con un terzo della crescita citata all’inizio riconducibile all’anno santo, e la spesa degli stranieri cresciuta del 19,2 per cento. I servizi nel complesso  hanno registrato un aumento del valore aggiunto dello 0,4 per cento, e il settore più dinamico è stato quello delle costruzioni, cresciuto del 3,6 per cento, sostenuto proprio dai cantieri del Giubileo e del Pnrr, anche se, a maggio 2026, risultava completato solo il 22 per cento del valore delle opere previste per l’anno santo, e per gli interventi rinviabili i lavori finiti erano al 3 per cento.</p><p>Nel 2025 gli occupati sono aumentati dello 0,6 per cento e il tasso di occupazione è salito al 64,2 per cento, ma l’aumento riguarda i lavoratori con almeno 50 anni, cresciuti del 5,3 per cento, mentre nella fascia 15-49 anni la flessione si è accentuata, registrando un calo del 2,7 per cento.</p><p><b>Per le buste paga, invece, il 2025 è stato sicuramente un anno migliore, seppur dentro un trend di lunga data negativo.</b> Secondo le stime preliminari, infatti, gli adeguamenti contrattuali sono stati in linea con quelli nazionali, pari al 3,2 per cento contro un’inflazione dell’1,7, segnando così un buon recupero reale dopo la caduta del 2021-23.</p><p>Nel 2022 il reddito familiare medio equivalente era pari a 31 mila euro a Roma, il 40 per cento in più rispetto al resto del Lazio. Nella stessa città la distanza interna si è allargata: tra il 2015 e  il 2022 il rapporto tra il 10 per cento più ricco e più povero è leggermente aumentato, mentre nel resto del Lazio, invece, quello stesso rapporto si è leggermente ridotto. A proposito Bankitalia sottolinea che seppur la città attragga lavoro ad alta qualifica e retribuzione, a  pesare in misura particolare nel caso romano ci sono le rendite immobiliari. La regione resta comunque prospera, con una ricchezza netta a fine 2024 di 1.177 miliardi di euro, pari a 206 mila euro circa pro capite.</p><p><b>Insomma, nell’anno in cui aveva tutto, il Lazio è cresciuto quanto basta per restare dov’era.</b> Il 2026 sarà migliore? Per ora, avverte Palazzo Koch, non si è aperto nel migliore dei modi, con le imprese che prevedono investimenti in calo, mentre il caro energia minaccia i redditi reali, complici gli sviluppi geopolitici. Detto ciò la spesa per investimenti pubblici, ancora sotto la media nazionale, è in forte recupero dal 2019. Se quei cantieri si chiuderanno davvero, potrà arrivare la spinta che è mancata. All’anno prossimo, dunque.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il gran metodo La Russa, balcanizza la destra e sceglie il sindaco</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Fabio Massa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una confusione unica, incredibile.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/06/06/news/tutto-un-mondo-di-segnali-deboli-e-civismi-in-attesa-della-politica--399977" target="_blank">Il centrodestra pare in pieno subbuglio</a>. Nelle ultime ore – complice il super attivismo del presidente del Senato <b>Ignazio La Russa</b>, vero kingmaker delle candidature su Milano – è successo di tutto. La Russa si presenta in Consiglio comunale, attacca la giunta Sala ma non Sala. E’ un dettaglio importante: di Sala dice che è l’unico che salva nell’attuale maggioranza di governo milanese, lo definisce “un ostaggio”. <b>Difficile sia una pax interista (vista la passione bruciante e condivisa tra i due potrebbe anche essere…), quanto – per un fine calcolatore come La Russa – un modo per dividere il campo del centrosinistra, già è ampiamente balcanizzato di suo.</b> La Russa sottolinea differenze che possono tornare utili in futuro. Come a dire: Sala lo salviamo perché ciò che di buono c’è in città è ascrivibile a lui, che però non è veramente di sinistra sinistra. Tutto il resto lo buttiamo a mare perché è colpa di chi ha osteggiato Sala (e per parti della maggioranza questo è pure vero) e ha generato la situazione di stallo in cui ci si trova adesso. Ignazio La Russa sa che i milanesi sono scontenti della sicurezza e delle baby gang. Ma sa che sono scontenti della produzione culturale e dei trasporti. Sono scontenti della viabilità (ma non tutti: quelli del centro sono invece assai contenti) e scontenti dell’inquinamento. In effetti, niente di nuovo. Dati che sono stati confermati dalla ricerca di Renato Mannheimer presentata al lancio della candidatura civica di Antonino La Lumia, presidente dell’Ordine degli Avvocati. Un lancio al quale – ancora una volta – Ignazio La Russa ha presenziato commentando proprio i dati del sondaggio, che indica come ci sia un grande pessimismo sul futuro da parte dei milanesi.</p><p>E proprio al Centro Internazionale Brera, storica casa dei socialisti milanesi, dove lunedì si teneva l’evento, La Russa ha dato le altre stoccate. Prima alla Lega, andando a criticare la “gazebata“ messa su dal Carroccio. “Roba elettorale”, ha detto. Non percorso politico, per intenderci. <b>Il sottinteso è semplice: con le primarie dei gazebo andrebbe a vincere facile Silvia Sardone, contro la quale La Russa non dice una parola negativa, ma che sicuramente è espressione della Lega mentre in questo momento nessuno dei tre partiti maggiori del centrodestra è in campo direttamente.</b> Non è un caso che La Russa abbia spinto fortemente Maurizio Lupi. Paradossalmente proprio il basso consenso di Noi Moderati è garanzia che il candidato sia terzo (anzi quarto) rispetto ad azzurri, Lega e Fratelli.</p><p>La seconda zampata, o meglio, gioco di prestigio, La Russa lo fa rivolgendosi proprio ad Antonino La Lumia. Gli augura di essere lui il candidato. E vira il proprio pensiero da “meglio un politico” a “meglio scegliere subito, che sia politico o civico non importa purché sia bravo”. Solo che una parte degli azzurri continua a non volere Lupi (Licia Ronzulli sì invece: è la vice di Ignazio ed era seduta al suo fianco da La Lumia), e così la Lega, che con Samuele Piscina ormai spara a palle incatenate sia sul centrista che sul presidente del Senato. Tra un’intervista di fuoco e l’altra il carretto va avanti un altro po’, con mille polemiche sui giornali e ben poche decisioni. Ma con una differenza sostanziale rispetto a cinque anni fa. <b>Ai tempi il centrodestra semplicemente non aveva candidati, né potenziali né reali, per sfidare Beppe Sala al secondo mandato. Oggi invece ci sono già due candidature civiche (Antonio Civita e Nino La Lumia), una candidatura politica e molti altri nomi che continuano a girare, anche di peso e valore come quello di Alessandro Spada e Silvia Sardone</b>. Ogni tanto viene fuori anche Carlo Fidanza, anche se tutti sanno da lungo tempo che l’europarlamentare non ha mai voluto correre a Milano. Per la Lombardia è un altro discorso, da fare più avanti: la partita vera per il centrodestra – non sfugge a nessuno – sarà quella.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Movida, criminalità e residenti, arriva l’ordinanza estiva del Comune (cornuto e mazziato)</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Daniele Bonecchi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ricomincia la sarabanda della movida estiva e il Comune di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/milano_50383" target="_blank">Milano</a>&nbsp;corre ai ripari con una specie di ultimatum, sotto forma di ordinanza, in vigore da oggi 11 giugno al 2 novembre. Obiettivo – ubriachi semplici, professionisti dello spaccio, gang baby o semplicemente criminali di ogni etnia permettendo – <b>tutelare la tranquillità e garantire l’uso degli spazi pubblici, nonché il riposo dei residenti, in equilibrio con la cascata di spritz e gli interessi degli esercenti: una scommessa.</b></p><p><b></b>Le aree interessate dal provvedimento “soft” (stop vendita alcolici da asporto dalle 22, stop totale dalle 24, chiusi i dehors dalle 2 di notte nel fine settimana) sono: NoLo, Isola, Sarpi, Cesariano, Arco della Pace, Como-Gae Aulenti, Garibaldi (esclusa l’area tra via Moscova e via Marsala e largo La Foppa dove resta in vigore una specifica ordinanza), Brera, Ticinese, Darsena e Navigli, Cinque Vie e Bicocca. Mentre nella zona di Porta Venezia dove, dopo un lungo tira e molla tra residenti e Comune gli abitanti del quartiere che hanno ottenuto soddisfazione dal Tar (250 mila euro di risarcimenti) il che ha convinto il Comune ad accentuare i divieti: dehors chiusi a mezzanotte. <b>Paradosalmente, con un pezzo del Pd che protesta e scende in campo a favore degli esercenti, mettendo il Comune – già richiamato dal Tar a mettere ordine – in una posizione difficile e assurda: cornuto e mazziato.</b> Ci sarebbe anche un divieto dalle ore 20 alle ore 6 al commercio in forma itinerante su area pubblica e di qualsiasi forma di somministrazione di alimenti e bevande anche a titolo gratuito o promozionale. Ma la chiusura dei dehors a mezzanotte spingerà i nottambuli a fare scorta di bevande per accamparsi in strada. Per la gioia e il sonno dei residenti.</p><p>Poi ci sono l’ordine pubblico e la sicurezza. <b>La classifica delle aggressioni e dello spaccio mette in evidenza corso Como e Porta Venezia.</b> Una pezza ce la metteranno gli uomini di via Fatebenefratelli e piazza Beccaria, chiamati ad affrontare un problema emergente, rappresentato dai giovani delle periferie, con le gang ora note coi nomignoli di maranza o pandillas. Milano è pronta a un’estate di festa e dolore.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Le esecuzioni sommarie di Hamas, ma per questi palestinesi nessuno fiata</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Seine-Saint-Denis, place Victor-Hugo, con la basilica cattedrale a fare da scenografia. Al comizio della sinistra  della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/la-france-insoumise_33484" target="_blank">France Insoumise</a>, prende la parola il premio Nobel per la letteratura, <b>Annie Ernaux</b>. Indossa la kefiah, che come scrive il romanziere algerino Kamen Daoud sul Point è il nuovo abito maoista: “Come un tempo con il colletto cinese, si ripropongono poco a poco non il comunismo idealizzato, ma le sue esclusioni, i suoi processi, i suoi tribunali delle intenzioni. Si divide il mondo in due campi, si alimenta  la giudeofobia. Si esce dall’aeroporto gridando vittoria dopo una flottiglia di selfie; <b>allora questa falsa vittoria la pagano i palestinesi, mentre i figuranti si pagano in storie.</b> Si proclama Hamas ‘movimento di liberazione’, la sua violenza ‘legittima’, la sua utopia religiosa ‘inclusiva’, chiudendo gli occhi sulle prigioni a cielo aperto, le purghe, le esecuzioni”. Esecuzioni di Hamas?</p><p>A uccidere a Gaza sarebbero solo gli israeliani e mai per legittima difesa. <b>Terroristi di Hamas e unità di polizia a Gaza hanno invece mutilato e ucciso pubblicamente decine di palestinesi durante la guerra con Israele, in atti che costituiscono crimini di guerra, secondo un rapporto delle Nazioni Unite. </b>Un altro rapporto finito subito nel dimenticatoio mediatico. “Esecuzioni, gambizzazioni, fratture ossee con tubi di metallo e mattoni di cemento, percosse”, si legge nel rapporto.</p><p>108 le uccisioni certificate dal agosto 2024 al gennaio 2026. Uccisioni e torture  eseguite anche all’interno di complessi ospedalieri, tra cui il Nasser Medical Complex a Khan Younis. Il rapporto dell’Onu non può fare a meno di scrivere che anche i morti palestinesi per mano di Hamas sono colpa dell’“ambiente creato da Israele”. <b>Come dire che se lo stato ebraico non esistesse e non di difendesse nella guerra del 7 ottobre, quei palestinesi sarebbero vivi e felici.</b> Conclude Kamel Daoud citando George Orwell: “Alcune idee sono talmente assurde che solo gli intellettuali possono crederci”. La più assurda è che Gaza vada liberata da Israele e non da Hamas. Nessuna flottiglia umanitaria ha solcato il Mediterraneo per denunciare queste prigioni a cielo aperto gestite dagli stessi “resistenti”. Nessun  Nobel ha indossato la kefiah per piangere questi martiri interni. Nessuna piazza europea si è riempita di bandiere per invocare sanzioni contro i boia islamisti.</p><p><b>“A Gaza non esiste una stampa libera, non c’è libertà di riunione, di stampa, di formazione di partiti né di un sistema giudiziario indipendente” scrive il romanziere olandese Leon de Winter sul Telegraaf.</b> “I media hanno ripreso con avidità la propaganda di Hamas come se le fonti fossero indipendenti e attendibili, e come se il jihadismo fosse un’ideologia allegra, ecologista, adatta a femministe e trans. Nel 1948 c’erano 1,3 milioni di arabi che oggi definiamo palestinesi, e oggi in medio oriente vivono almeno tredici milioni di palestinesi, più altri un milione nel resto del mondo. Il genocidio dei palestinesi è il primo genocidio della storia in cui il popolo genocidato si è decuplicato numericamente. Al Jazeera è il nuovo ministero mondiale dell’illuminazione popolare e della propaganda”. Queste esecuzioni pubbliche di Hamas non turbano i sonni di chi, in nome di un certo “progressismo”, giustifica ogni barbarie purché diretta contro lo stato ebraico. Ogni barbarie.</p><p>Come Israa Jaabis, l’aspirante esplosiva palestinese appena accolta con ovazioni a Berkeley. Sì, la fallita attentatrice suicida palestinese ha tenuto un discorso agli studenti dell’Università della California ricevendo applausi fragorosi. Jaabis, rilasciata dal carcere israeliano nel 2023 come parte di uno scambio di prigionieri legato agli attacchi del 7 ottobre, ha parlato agli studenti della facoltà di Legge dell’ateneo californiano. L’esplosione l’ha sfigurata gravemente e ha ustionato l’agente. Jaabis non è celebrata nonostante il suo tentativo di fare una strage di ebrei, ma proprio per esso. <b>Chi tenta di massacrare  israeliani non è un terrorista, ma un corpo che porta  le stigmate dell’oppressione sionista e occidentale.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Travaglio presenta Arlacchi come candidato a segretario generale delle Nazioni Unite. Ma il mondo non ne sa nulla</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ogni tanto sui giornali italiani compare la figura mitica e mitomane del sedicente “candidato al Nobel”, in genere incarnata da personaggi squalificati in cerca di visibilità e legittimità per le proprie teorie strampalate. L’autoattribuzione cialtronesca ha un vantaggio, per chi vuole farla credere e per chi vuole fingere di crederci, ed è che la lista dei candidati al Nobel può essere rivelata solo dopo 50 anni. Così ognuno può dire quello che gli pare senza paura di essere smentito entro mezzo secolo.</p><p>Ora però la megalomania fa un salto di qualità con la figura del  sedicente “candidato a Segretario generale delle Nazioni Unite”: l’evoluzione della specie è incarnata da Pino Arlacchi e a dargli corda è il Fatto quotidiano. Da qualche mese, l’ex parlamentare del Pds e dell’Idv sta portando avanti una campagna elettorale per prendere il posto di António Guterres al Palazzo di Vetro. E il giornale di Travaglio lo sostiene in questa ardua competizione: ieri ha pubblicato un   suo articolo-manifesto   dal titolo: “La mia Onu avrebbe salvato l’Ucraina” in cui, con la qualifica di “candidato a Segretario generale delle Nazioni Unite”, Arlacchi espone  la sua “proposta di rifondazione dell’Onu”. Ad aprile, sempre il Fatto, fece un’intervista al suo editorialista  in cui spiegava di avere buone possibilità: “Il Sud del mondo potrebbe convergere su di me”. Ma il problema è che la  candidatura di Arlacchi non esiste. O meglio, esiste solo nella sua testa e sulle pagine del Fatto.&nbsp;</p><p>Nessuno nel resto del mondo – neppure nel sud – è al corrente della candidatura di Arlacchi. Non c’è traccia del suo nome in nessun articolo della stampa internazionale sulla nomina del prossimo Segretario generale. Perché è una candidatura che non esiste. Non è semplicemente il fatto che la sua elezione sarebbe impossibile per l’esistenza di una regola non scritta che prevede una rotazione regionale: pertanto è certo che il successore del portoghese Guterres non sarà un europeo. Ma l’ostacolo insormontabile, dal punto di vista formale, è che Arlacchi non è proprio candidato. E verificarlo è più semplice che riscontrare le presunte rivelazioni di una massaggiatrice uruguayana: basta andare sul sito delle Nazioni Unite.</p><p>Sul portale dell’Onu c’è una pagina specifica sul processo di selezione e nomina del prossimo Segretario generale in cui, oltre a tutta la descrizione della procedura con i vari riferimenti normativi, è presente l’elenco dei candidati in corsa. Ci sono l’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, l’ex vicepresidente del Costa Rica Rebeca Grynspan, l’argentino Rafael Mariano Grossi attuale direttore generale della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), l’ex presidente del Senegal Macky Sall e, infine, María Fernanda Espinosa Garcés, ex presidente dell’Assemblea generale dell’Onu ed ex ministro degli Esteri dell’Ecuador. Nell’elenco compare anche il nome della diplomatica argentina Virginia Gamba, che però è stata ritirata dalla corsa. Ma non c’è quello di Pino Arlacchi, perché non è candidato a un bel nulla. Soprattutto perché nessuno lo ha candidato a nulla.</p><p>La procedura, aggiornata con una risoluzione a fine 2025, prevede infatti che per essere candidati alla carica di  Segretario generale serve una lettera di supporto di uno stato membro; che ogni candidato deve presentare una dichiarazione programmatica (“statement vision”) che viene pubblicata sul sito dell’Onu; che il presidente dell’Assemblea generale organizzi delle audizioni con tutti i candidati. Ad aprile i favoriti Michelle Bachelet e Rafael Grossi, oltre a Rebeca Grynspan e Macky Sall, hanno risposto ognuno per tre ore alle domande dei rappresentanti degli stati membri. Il 15 giugno toccherà a María Fernanda Espinosa Garcés, che è stata l’ultima a presentare la candidatura (l’11 maggio).</p><p>Arlacchi non farà alcuna audizione perché la candidatura non l’ha presentata all’Onu, ma al circolo Arci Centofiori di Roma e poi sul Fatto quotidiano. Entrambe modalità non riconosciute dalla procedura prevista dalle Nazioni Unite, che pone un requisito necessario e insuperabile: una lettera di nomina da parte di almeno uno stato membro. La candidatura di Bachelet, ad esempio, è supportata da Cile, Messico e Brasile; quella di Grossi dall’Argentina; quella di Espinosa da Antigua; quella di Grynspan dalla Costa Rica e quella di Sall dal Burundi; mentre Gamba contava sulle Maldive, che però poi hanno tolto il supporto alla diplomatica argentina costringendola al ritiro).</p><p>Arlacchi sostiene di essere “il candidato del Sud del mondo, cioè della maggioranza degli stati che fanno parte dell’Onu” ma non ne ha trovato neppure uno disposto a scrivere una lettera di sostegno alla sua candidatura.  Avrebbe potuto contare sull’appoggio del Venezuela, visto che era un consulente di Nicolás Maduro di cui riconosceva le piene credenziali democratiche, ma purtroppo il dittatore chavista è stato arrestato e a Caracas la musica è cambiata. Arlacchi ha buoni rapporti anche con il regime del Nicaragua, la cui ambasciatrice era presente al lancio della candidatura al circolo Arci, ma neppure il dittatore Daniel Ortega lo sostiene. Arlacchi potrebbe ricevere l’endorsement dell’Afghanistan, visto che dal 1997 al 2002 da direttore dell’Agenzia dell’Onu per il controllo della droga (carica da cui fu costretto a dimettersi a seguito delle denunce di cattiva gestione dei Radicali) strinse vari accordi finanziari con i talebani, ma neppure il regime islamico è riconoscente. Potrebbe farvalere  le lodi sperticate a Putin e Xi Jinping rifilate al pubblico italiano nei suoi libri e nei suoi articoli, ma Russia e Cina non possono sostenere apertamente un candidato essendo membri permanenti del Consiglio di sicurezza.</p><p>Così nel mondo a credere nell’autocandidatura di Arlacchi a Segretario generale dell’Onu è rimasto solo Marco Travaglio, presidente della repubblica autonoma del Fatto. Ma purtroppo non è uno stato riconosciuto dalle Nazioni Unite.</p>]]></description>
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				<title>Federale Lega di urla e nomine rimandate. Zaia contro Siri. Giorgetti a Salvini: “Devi tornare al Viminale, ora!”</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si tengono&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/matteo-salvini_32491" target="_blank">Salvini</a>, non vogliono Salvini.  Niente. Un dramma.  Quattro ore di Federale con Giorgetti e Romeo che gli suggeriscono: “Per contenere&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908" target="_blank">Vannacci</a>&nbsp;devi andare al Viminale, ora!, così possiamo recuperare. Bisogna dirlo a Meloni”. Il Viminale è la loro perestrojka. Niente. <b>E’ il mezzo golpe, il mezzo assedio: è il mezzogiorno delle (mezze) scope Lega</b>. Urla, porte sbattute da Attilio Fontana, il primo a lasciare, ad andare via. Le nomine di Fedriga e Zaia vice sono rimandate.  Viene bocciata l’idea della doppia Lega,  ma Zaia la rilancia e, dopo aver ascoltato Siri, chiede: “Ma  chi è? L’ideologo?”. Giorgetti parla di Piantedosi: “Io non capisco quello che dice in Cdm”. Vannacci, il nero, li ha fatti imbiancare.</p><p><b>Il Federale finisce con la promessa di un altro Federale, mercoledì prossimo, per presentare la nuova squadra, nuovi nomi e anche un sindaco della Lega in segreteria</b>. Ancora una settimana, ma per fare cosa? La trattativa Salvini-Zaia-Fedriga salta prima di cominciare. Niente nomine. Sono precipitati per le decisioni del capo, si sono consegnati a Vannacci, che ora li irride, ma giungono alla conclusione che la “situazione è compromessa”. Ed è una grande presa di coscienza, una novità epocale. Si toccano vette altissime con Armando Siri che spiega, parlando di filosofia e cervello, che tornare alla Lega nord non è praticabile, e Zaia gli risponde: “Ma ti occupi di anatomia o di economia? Nella vita che hai fatto?” e Siri: “Sono l’inventore della più grande proposta economica della Lega, la flat tax”. La linea è negare. Salvini fa un’introduzione di oltre mezz’ora, roba alla Elly Schlein quando si porta dietro il pc in direzione Pd, e si difende con: “E’ stato fatto molto, ma è stato comunicato male”.</p><p>In Italia quando un leader è disarmato, si rifugia ancora nel “non abbiamo saputo comunicare”. Non succede niente, succede tutto. <b>Salvini non vuole la doppia Lega che propongono Zaia e Romeo perché, dice Salvini, “esiste solo la Lega attuale”. Ma quale, quella che Vannacci fa sembrare vecchia di quarant’anni?</b> I giornalisti chiedono a Silvia Sardone, la vicesegretaria, se segue Vannacci, dato che a ogni Federale ripropone: “Bisogna fare come Vannacci”, ma Sardone smentisce l’addio perché “io resto con Matteo Salvini”, salvo ripetere a Salvini “fare come Vannacci!” e che Piantedosi è un disastro. La difesa più disperata del capo è sempre di Siri che attacca i governatori ed ex, Fedriga, Fontana, Zaia, “che non hanno aiutato il segretario, che non si sono candidati alle europee, ecco perché Salvini ha dovuto candidare Vannacci”, e continua con la solita sputazzata al governo Draghi. La sala esplode, batte i piedi, tanto che perde la calma perfino un arciduca come Fedriga. Zaia replica a Siri: “Quanti voti ha portato? Dimmi!”. In sala c’è Ceccardi, la prima che aveva osato sfidare Vannacci, quando era intoccabile, che viene rimproverata da Salvini perché si è intrattenuta con le televisioni e parlato di Vannacci, ancora. Ceccardi, a muso duro, gli risponde che bisogna farlo: <b>“Vannacci è un fenomeno gonfiato dai giornali, lo seguono solo i minus …”</b>. Sono stracci. Romeo si scatena contro il senatore Marti, la Lega frisella, la corrente sud, perché “Meloni ha valorizzato più il sud del nord”. Anche da fuori si sente il vocione di Romeo: <b>“Abbiamo perso credibilità, non dobbiamo inseguire Vannacci, dobbiamo dire qualcosa che ci caratterizza”</b>. E continua, ancora, parlando dell’immagine Lega: “Ci siamo logorati, non siamo più quelli della notte delle scope”.</p><p>Durigon e Paganella, i due soldati di Salvini, protestano. Riprende la parola Ceccardi e si porta avanti. Se si dovesse scorporare la Lega, anticipa Ceccardi, la Toscana deve andare con il nord perché la Toscana “è una regione che ha fondato la Lega”. I leghisti del nord si danno di gomito e ridono. Quattro ore, quattro ora di Federale. Salvini intima che non “vuole più sentire l’espressione doppia Lega”, perché “non se n’è mai parlato. E’ una fantasia”. Zaia è costretto allora a smentirlo: “Questo non lo puoi dire, perché ne abbiamo parlato io e te”. Niente. Se non ottiene quello che vuole, Zaia non farà neppure il vice. Niente. Giorgetti, con i suoi toni, prova a far capire a Salvini che “abbiamo bisogno di leader che hanno consenso al nord” e vuole far capire che adesso è Zaia. Niente. Zaia esce e cita Carducci: “La Lega è una come la mamma”. I salviniani fanno spirito: “Ma come? Un veneto che cita Carducci di Pietrasanta?”. La vera notizia non è più il futuro di Zaia ma quello di Salvini. Preferiscono mandarlo al Viminale piuttosto che accompagnarlo fuori e rischiano di avere Salvini ministro degli Interni e ancora segretario. <b>Al posto di Salvini-Zaia, rischiamo il ballottaggio  Salvini-Vannacci al Viminale. Dalla “Notte delle scope” al notturno nazionale.</b></p>]]></description>
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				<title>Nuova figuraccia della procura di Milano, dissequestrato il cantiere Zecca Vecchia</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Beppe Sala si è finalmente svegliato (in ritardo) e ha detto chiaro che in procura c’è chi fa politica sull’edilizia.</b> Bene. Avrebbe potuto aggiungere che c’è anche ci fa pure grandi pasticci, ormai ripetuti e sotto gli occhi di tutti. L’ultima figuraccia della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/procura-milano_44956" target="_blank">procura</a>&nbsp;retta – un po’ distrattamente, in materia – da Marcello Viola è di qualche giorno fa. Il dissequestro del cantiere di via Zecca Vecchia, alle Cinque Vie, dove dovrebbe o avrebbe dovuto sorgere, un hotel sull’area di un ex garage. La storia era già di per sé paradossale e assurda,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/06/news/milano-in-mano-ai-pm-ennesimo-cantiere-sequestrato--394870" target="_blank">il Foglio l’aveva raccontata</a>: i pm avevano ottenuto il sequestro del cantiere in base all’accusa di lottizzazione abusiva con la consueta ordinanza del gip Mattia Fiorentini a fronte della richiesta della pm Marina Petruzzella. Una coppia ormai nota alle cronache, come direbbe Ranucci.</p><p>Tutto questo nonostante i lavori non fossero mai iniziati, per il semplice fatto che il Comune non ha mai rilasciato i permessi. “Un salto di livello per la maxi inchiesta sull’urbanistica della procura, che ora punisce l’intenzione di costruire, nemmeno la costruzione”, ha scritto Ermes Antonucci, “e soprattutto contesta al Comune di essere inerte, cioè di non seguire fino in fondo l’interpretazione delle norme (la Legge) stabilita dalla procura stessa”. <b>Ora il tribunale del Riesame ha bocciato su tutta la linea il sequestro etico-preventivo di un cantiere che nemmeno è stato mai avviato né autorizzato.</b> Il combinato disposto di pm e gip è sempre lo stesso: la “prospettazione accusatoria” è che ci sia stata una violazione delle normative senza i necessari piani attuativi, o anche con atti “falsi” su cui la famosa Commissione Paesaggio aveva chiuso gli occhi. Giova ripetere che di tanta corruzione non si è trovato un euro. Ma Milano ha perso decine di milioni di investimenti. <b>Chissà se prima o poi in procura si renderanno conto del cantiere cieco in cui si sono cacciati. Per politica, o per pura protervia.</b></p>]]></description>
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				<title>Come distruggere col populismo lo Spirit de Milan. Ma c’è lo Spig</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se c’è un modo perfetto per decretare la fine dello Spirit de Milan – bel localone di musica dal jazz al tango alla mala milanese con tavoloni e cucina lombarda, un “presidio culturale” come si dice adesso, nato un decennio fa negli spazi post industriali fané e persino art decò e di una ex cristalleria alla Bovisasca, periferia ancora scassata del nord Milano – è metterci sopra la pietra tombale di un vincolo di Sovrintendenza. Rendendolo un moloc intoccabile. <b>Ed è quel che ha subito pensato di fare, ahinoi, la presidente del Municipio 9, Anita Pirovano (Verdi-Sinisra) che ha annunciato l’intenzione di avviare a “strettissimo giro” l’iter per chiedere una “dichiarazione di interesse culturale” sulla ex cristalleria, sorta negli anni Venti del Novecento.</b> Le ha fatto eco il confinante Municipio Otto, guidato da Giulia Pelucchi (Pd). “Basta dire che non si può fare, il finale non è già scritto: faremo di tutto per salvare un luogo che non può essere sacrificato, né dal punto di vista culturale né da quello sociale”.</p><p>Con un vincolo che impedisse qualsiasi intervento – i proprietari dell’intera area, la Prestige logistic degli eredi Livellara già famiglia della cristalleria progettano la vendita in vista di futuri interventi di rigenerazione urbana (si dice così) – Lo Spirit de Milan resterebbe lì, probabilmente chiuso, dacché i proprietari hanno dato sfratto ai gestori del locale, e sarebbe difficile trovare qualcuno che mettesse i soldi. Perché l’area andrà in ristrutturazione. <b>Mettere un vincolo: e poi chi mantiene il monumento? Il Comune? Valeva, in grande, anche per l’assurdo vincolo di intangibilità che qualcuno voleva imporre al Meazza. </b></p><p>Beppe Sala è infatti intervenuto subito, annunciando possibili interventi in extremis con una mediazione tra proprietà, locale e possibili sviluppatori dell’area (ad ora risulta solo l’interesse di Coima, che però non è in nessun modo parte in causa dell’attuale vertenza). <b>Ha detto Sala “lo Spirit è un servizio di prossimità riconosciuto dal Comune. Milano non può perdere un modello di rigenerazione culturale”.</b> Ma il sindaco sa bene che non può certo prendersi in accollo uno spazio privato, per quanto di destinazione culturale e sociale, e tanto peggio con sopra il cappello della Sovrintendenza: chi paga? Domanda che forse non si pone Pierfrancesco Majorino, che è intervenuto sottolinenando la necessità di mano pubblica: “E’ una storia che non riguarda solo i privati ma l’idea pubblica della città. Il Comune non ha strumenti diretti, tanti altri spazi hanno chiuso in questi mesi e l’idea di città passa anche da quello che ci accade. Non ci si può arrendere”. Il vincolo, o un subentro da parte del pubblico, sarebbero il disastro. <b>In realtà, non è vero che il comune non abbia strumenti. Anzi li ha per trattare proprio per i privati in favore del bene pubblico. </b>Di fatto, è il meccanismo che già ha permesso la nascita e il successo di un altro spazio in certo senso analogo allo Spirit, il Mare Culturale Urbano, che ha in gestione dal Comune la’antica Cascina Torrette a Trenno.</p><p>Lo strumento si chiama Spig - Servizi privati di interesse pubblico o generale – ed è un modello di intervento-accordo previsto dal  Pgt del Comune di Milano (Piano dei Servizi). Si tratta di edifici che possono ospitare servizi che vanno dal welfare (asili nido, residenze per anziani) ai centri culturi o sportivi o ricreativi. <b>Si tratta nello specifico (e potrebbe esser il caso) di “edifici o porzioni di edifici la cui superficie di pavimento non viene conteggiata nell’edificabilità” attribuita a ciascun immobile o area.</b> Detto in soldoni: se un’edificazione o una ristrutturazione  accoglie una porzione dedicata agli Spig (il Comune ha già previsto alcune tipologie e interventi realizzati: tra i principali SPIG attuati negli anni dagli operatori privati, si possono menzionare gli studentati, i centri di studio e ricerca, le attività culturali, museali, di istruzione e sportive, gli incubatori di impresa e le attività commerciali di vicinato) può ottenere uno scomputo sui costi o meglio sulle metrature.</p><p><b>Potrebbe essere la formula applicata allo Spirit del Milan, chiunque decidesse di intervenire, all’interno della categoria degli spazi socioculturali.</b> Tramite insomma una convenzione tra privato e Comune. Perché nessuno ne parla? Lo strumento esiste, ma la difficoltà principale è nella definizione – trasparente, oggettiva. Quantificabile – del canone per la concessione  degli spazi a chi gestirà lo SPIG e il bilanciamento tra pubblici e investitore privato, ad esempio anche sui parametri di densificazione edificabili (insommanessuno costruirebbe un grattacielo sopra lo Spirit). Ci sono altre strettoie burocratiche e di legge che andrebbero precisate. Ma lo strumento per salvare lo Spirito de Milan esiste, bisogna mettersi al lavoro. <b>L’importante è evitare di metterci sopra una pietra tombale populista.</b></p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Il Loggione protesta per i rincari, ma la Filarmonica della Scala regala sé stessa alla città</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Mario Leone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mentre il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/05/09/news/la-scala-rinata-un-concerto-per-ricordare-gli-80-anni-della-riapertura-dopo-la-guerra-verdi-e-la-citta--398443" target="_blank">Teatro alla Scala</a>&nbsp;cerca di gestire le polemiche per il rincaro dei biglietti e degli abbonamenti – con tanto di lancio di volantini dal Loggione alla prima della “Carmen” diretta da Chung Myung-whun – la Filarmonica si appresta a celebrare il “Concerto per Milano” (sabato 13 alle ore 21 in Piazza Duomo). <b>L’evento, giunto alla tredicesima edizione, coinvolge un pubblico eterogeneo per età e gusti musicali, attratto dai grandi nomi della classica e da un’orchestra che è simbolo della città.</b></p><p>La storia della Filarmonica è legata a un grande milanese. Claudio Abbado, nel 1982, volle una nuova realtà musicale per la città e per il suo teatro, con autonomia organizzativa e artistica, sul modello delle prestigiose istituzioni europee. “Se lo hanno fatto i Wiener, perché non dovreste farcela anche voi?”. <b>Con queste parole rivolte ai musicisti, Abbado diede un impulso decisivo a una realtà che negli anni ha visto alternarsi grandi bacchette, accogliere solisti e aprirsi a una mentalità internazionale, conservando però un suono tipicamente italiano, capace di spaziare dal repertorio operistico a quello sinfonico. </b>“E’ un’orchestra eclettica, con un’attività intensa e una cultura musicale molto forte – dice Riccardo Chailly, direttore principale dell’orchestra – che negli anni ha permesso di ampliare notevolmente il repertorio, arrivando ad affrontare le pagine più ostiche del Novecento, come i “GurreLieder” di Schönberg o “DisKontur” di Wolfgang Rihm”. La struttura organizzativa della Filarmonica ha, sin dalla sua fondazione, mantenuto un’autonomia economica rispetto ai fondi pubblici; attualmente UniCredit è main partner istituzionale. <b>L’orchestra ha un rapporto stretto con la Fondazione Teatro alla Scala, con cui condivide musicisti e partecipa alla stagione sinfonica del teatro, collaborando anche in attività congiunte.</b></p><p><b></b>Negli anni sono state molte le iniziative per rafforzare il legame con la cittadinanza: le “Prove aperte”, progetti educativi come “Sound, Music!”, attività benefiche e il Concerto per Milano. “Per me e per l’orchestra – continua Chailly – il concerto in Piazza è l’occasione per ampliare il repertorio e intercettare un pubblico non sempre avvezzo a certa musica. Quest’anno, poi, la presenza di un giovane pianista allarga ancora di più la platea coinvolta”. E’ il giapponese <b>Hayato Sumino</b>, semifinalista nel 2021 al “Concorso Chopin” di Varsavia e seguito sui social da milioni di follower che ascoltano le sue esecuzioni. <b>“Penso sia un bene che esistano artisti come Sumino, perché offrono la possibilità a molti di avvicinarsi a grandi opere anche solo tramite il telefono”.</b> Il programma spazia dall’opera russa, con “Aleko” di Sergej Rachmaninov, al musical americano con le danze sinfoniche da “West Side Story” di Leonard Bernstein: mondi sonori diversi che seguono un unico arco espressivo. Al centro il “Concerto in fa maggiore” di George Gershwin, dove convergono linguaggio sinfonico e jazz, accanto alle musiche che Dmitrij Šostakovicčscrisse per il film d’animazione “La storia del sacerdote e del suo operaio Balda”, tratto da una favola di Puškin.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>La produzione industriale sorprende tutti e offre speranze per la crescita</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Dario Di Vico</author>
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				<description><![CDATA[<p>Bisognerà trovare un sinonimo di sorpresa perché ormai sono più le volte che i dati di produzione industriale dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/lindustria-italiana-cresce-per-il-terzo-mese-di-seguito-spinta-dallauto--400347" target="_blank">Istat</a>&nbsp;spiazzano le previsioni degli analisti, il cosiddetto consensus. Anche ieri è andata così: <b>l’istituto di statistica ha comunicato per aprile una crescita dello 0,5 per cento della produzione contro una previsione addirittura negativa degli addetti ai lavori (-0,1 per cento)</b>. La crescita del mese è dovuta ai beni strumentali (+1 per cento) e ai beni intermedi (+0,8 per cento), entrambi segnalati in aumento per il terzo mese di seguito. In flessione, da un trimestre anche in questo caso, l’energia e invece per il quinto mese consecutivo calano i beni di consumo. Questa mappa fa dire a Paolo Mameli, economista del gruppo Intesa Sanpaolo, che “la crisi geopolitica sembra pesare più sui consumi che sugli investimenti, che invece potrebbero continuare a beneficiare degli incentivi fiscali e della spinta dovuta alla transizione tecnologica ed energetica”. Quanto ai consumi va segnalato che non crescono nonostante il carrello della spesa sia sostanzialmente rimasto fermo e che c’è il rischio che gli stessi consumi si contraggano ulteriormente visto che da fine giugno è probabile che far la spesa nella grande distribuzione costerà di più. Per quanto concerne gli investimenti le cronache economiche ci raccontano del veloce incremento dei data center e della crescita degli hub logistici come si segnalano imprese, Leonardo/Enel/Prysmian per fare qualche esempio, che hanno in corso interessanti programmi di spesa. Insomma gli investimenti non sono fermi nonostante i ritardi degli incentivi legati all’iperammortamento.</p><p>Ma veniamo in dettaglio ai dati riguardanti i singoli settori della manifattura. C’è un robusto incremento della chimica, addirittura +8,7 per cento mese su mese e un andamento ancora positivo per i mezzi di trasporto (+1,6 per cento mese su mese ma +18,7 anno su anno) e i macchinari. In sofferenza invece sono tessile e abbigliamento, carta ed elettronica. La crescita dei mezzi di trasporto merita un approfondimento perché, secondo alcuni analisti, la chiave della ripresa della produzione industriale sarebbe tutta qui. <b>Del resto i dati Istat collimano con quelli forniti dall’associazione di categoria dell’automotive, l’Anfia, che aveva stimato nel primo trimestre del ‘26 una produzione superiore del 19,1 per cento</b>. In più, a valle del ciclo, si segnala una discreta vivacità del mercato che ha portato, per esempio, Stellantis a vendere nel primo trimestre 120 mila tra vetture e veicoli commerciali con un promettente +9,5 per cento sullo stesso periodo del ‘25. A fronte di questi entusiasmi c’è un caveat però: <b>il ‘25 è stato un anno di crollo vertiginoso della produzione automobilistica e di conseguenza quello in corso sarebbe più un rimbalzo che una vera crescita</b>.</p><p>A spiegare i dati positivi della produzione industriale concorre un altro fenomeno che “gonfia” le cifre (e che trova d’accordo nell’analisi Intesa e Csc). Mameli la individua come “la tendenza delle imprese a costituire scorte per evitare problemi di approvvigionamento derivanti dal permanere di un sostanziale blocco dello stretto di Hormuz”. In questo caso ovviamente il supporto che ne sta derivando alla produzione sarebbe solo temporaneo. Scontati tutti questi ragionamenti l’industria dovrebbe comunque dare un contributo positivo al Pil del trimestre in corso a fronte invece di un apporto negativo di costruzioni e servizi. <b>E come conseguenza Intesa Sanpaolo segnala la possibilità di rialzo della sua stima dell’intero Pil 2026 rimasta per ora ancorata allo 0,5 per cento</b>. Nei giorni aveva un certo scalpore la previsione dell’ufficio studi Confcommercio spintasi a prevedere addirittura un +0,9 per cento, mentre per il Centro Studi confindustriale si può parlare di uno +0,7 per cento.</p><p>Chiudiamo con il tormentone dell’iperammortamento. La misura di incentivo agli investimenti in beni strumentali e robot è ancora all’esame della Corte dei Conti. <b>Quando la Corte darà semaforo verde arriverà un successivo decreto direttoriale che disporrà l’apertura della piattaforma informatica necessaria alle imprese per registrarsi</b>. Seguiranno apposite FAQ e circolari operative per assicurare l’applicazione della norma. Per quanto riguarda poi l’estensione a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/26/news/lintervento-di-meloni-allassemblea-di-confindustria-leuropa-pensi-alla-crescita-e-vede-g-letta--399529" target="_blank">software e cloud</a>, promessa da Giorgia Meloni, all’assemblea Confindustria, il Mimit e il Mef stanno lavorando per trovare soluzione normativa e coperture. Auguri e figli maschi.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Tanto Pnrr, poco pil. Cosa ci dicono i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:25:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se si misura il Piano nazionale di ripresa e resilienza con uno sguardo macroeconomico – ossia, qual è stato il contributo al&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/05/news/la-crescita-italiana-tiene-ma-il-motore-del-pnrr-perde-forza-e-linflazione-sale-la-nota-dellistat--400112" target="_blank">pil</a>? -, il bilancio è meno positivo della retorica che lo ha accompagnato, specialmente nelle sue prime fasi. Infatti, secondo le stime contenute nel Rapporto sulla politica di bilancio dell’Ufficio parlamentare di bilancio, presentato ieri dalla presidente Lilia Cavallari, nel 2026 il pil italiano sarà più alto dell’1,8 per cento di quanto sarebbe stato senza il Piano. <b>Nel quadriennio 2021-2024, invece, gli investimenti addizionali del Pnrr avevano alzato il livello del prodotto di circa un punto.</b></p><p>Quello in corso è però l’anno di massimo effetto del Pnrr, e da qui in poi, man mano che la spesa si esaurisce, il vantaggio si assottiglierà, fino a ridursi a 1,1 punti nel 2030– ecco, questo è il lascito di quasi 193 miliardi di spesa pubblica, e  seppur senza Pnrr  la crescita del 2026 sarebbe stata nulla, val la pena ricordarlo. <b>L’eredità permanente del Piano sembra invece un’altra, e va rintracciata nell’efficienza della Pa italiana.</b> Nella sua relazione, Cavallari ha osservato che il lascito del Pnrr dal lato dell’offerta potrebbe non limitarsi alle infrastrutture fisiche, perché le innovazioni organizzative, digitali e procedurali introdotte dal Piano “sembrano aver migliorato l’efficienza delle Amministrazioni locali”, con affidamenti più rapidi (32 giorni risparmiati in media) e più comuni che affidano le gare a centrali di committenza, piuttosto che gestirle da soli. E’ la stessa conclusione di un recente paper di Bankitalia sull’impatto del Pnrr sugli appalti comunali: quando i fondi sono condizionati al raggiungimento degli obiettivi, con scadenze e un rischio di perderli molto credibile, la pubblica amministrazione italiana riesce a comprimere i tempi e   le inerzie.<b> Infatti, le gare dentro il Piano sono andate in porto nell’88 per cento dei casi, contro il 69 di quelle fuori, e il metodo ha contagiato anche le gare non-Pnrr.</b> La sfida sarà dunque non lasciare che ciò si perda con il tempo.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ottimismo italiano, nonostante le guerre</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Carlo Sangalli</b>, presidente di Confcommercio, cioè della principale organizzazione italiana del commercio, del turismo, dei servizi, dei trasporti e delle professioni, ha offerto nella sua&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/meloni-a-confcommercio-no-alla-patrimoniale-e-meno-tasse-al-ceto-medio--400349" target="_blank">relazione</a>&nbsp;un antidoto utile al catastrofismo. Guerre, dazi, crisi energetiche e tensioni sulle materie prime pesano, ma non cancellano i fondamentali dell’Italia. Primo numero: dal 1995 a oggi il terziario di mercato ha creato quasi 4 milioni di nuovi posti di lavoro e oggi vale il 53 per cento del valore aggiunto. Secondo numero: l’occupazione ha superato i 24,3 milioni di lavoratori. A questo si aggiungono il reddito disponibile delle famiglie, tornato sopra i livelli del 2019 in termini di potere d’acquisto, consumi che reggono e turismo da record. <b>L’ottimismo di Sangalli non è ingenuità: è l’idea che raccontarci peggio di come siamo sia un danno economico, perché la fiducia, in un paese pieno di imprese diffuse, è già una forma di crescita.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Chi sarà con noi all&#039;evento &quot;Smart City Italia, rivoluzioni immobiliari&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 14:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Come trasformare la città del futuro nella città del presente. Idee per una nuova agenda sulle Smart City. Tutte le rivoluzioni immobiliari che stanno cambiando le nostre città.&nbsp;</p><p>Ne discutiamo a Milano, nella sala delle Colonne presso la sede di Banco Bpm in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12. L'evento è gratuito e l'ingresso è libero fino a esaurimento posti, con prenotazione obbligatoria. Manda una mail con nome e cognome a:&nbsp;<a href="http://smartcity@ilfoglio.it" target="_blank">smartcity@ilfoglio.it</a></p><h2>I nostri ospiti</h2><p>Francesco Billari (Rettore Università Bocconi)</p><p>Gianni Biondillo (Scrittore)</p><p>Marina Brambilla (Rettrice dell’Università Statale di Milano)</p><p>Paolo Citelli (Lombardini 22 - Building Information Modeling)</p><p>Emmanuel Conte (Assessore al Bilancio Comune di Milano)</p><p>Stefano Paolo Corgnati (Rettore Politecnico Torino)</p><p>Valentina Garavaglia (Rettrice Università Iulm)</p><p>Marco Giachetti (Presidente della Fondazione Policlinico Milano)</p><p>Alessandra Ghisleri (Direttrice di Euromedia Research)</p><p>Christof Leitner (Presidente Milano Hockey Club)</p><p>Ferruccio Resta (Presidente Fondazione Politecnico Milano e Fondazione Bruno Kessler e del Centro Nazionale per la Mobilità)</p><p>Jole Saggese (Vicedirettore di AdnKronos)</p><p>Francesca Scotti (Presidente Ordine degli Architetti di Milano)</p><p>Donatella Sciuto (Rettrice Politecnico di Milano e Cda Triennale)</p><p>Massimo Sertori (Assessore Regione Lombardia alle Risorse energetiche)</p><p>Vincenzo Trione (Presidente Triennale Milano)</p><p>Elisa Valeriani (Presidente della Conferenza dei Collegi Universitari di Merito)</p><p><br><br></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>La copertina del Foglio Review, raccontata da Valeria Biasin</title>
				<pubDate>Fri, 29 May 2026 10:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Gaia Montanaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>La cover della Review di questo mese parla di natura, di piante e animali, della vita che rifiorisce e si mostra nella sua discreta bellezza. L’ha realizzata Valeria Biasin che ci ha raccontato la sua visione della natura.&nbsp;</p><p><i>Qual è stato il processo creativo che l’ha portata a illustrare la cover del Foglio Review, dal titolo “Natura rigogliosa”?</i></p><p>Avevo in testa l’immagine di una sorta di <i>caos ordinato: </i>un caos vitale e rigoglioso fatto di crescita ma anche di deterioramento, in cui insetti e animali interagiscono con fiori e piante, succhiandone il nettare o rosicchiandone qualche foglia.</p><p><i>La natura rappresentata in copertina appare come una giustapposizione sintetica di fiori e piante. Come ha lavorato per creare una relazione tra gli elementi?</i></p><p>Ho utilizzato una griglia immaginaria sulla quale ho disposto tutti gli elementi. Inoltre, mi piaceva l’idea di disegnare gli elementi vegetali come delle immagini sintetiche viste attraverso un caleidoscopio; quindi, ho utilizzato diversi tipi di simmetria per rappresentarli. Poi ci sono i vari insetti e animali che interagiscono con fiori e piante, facendo da collante.</p><p>Il tutto è racchiuso in una “quinta vegetale” che funge da finestra su questo giardino rigoglioso.</p><p><i>Come ha lavorato dal punto di vista compositivo e della scelta cromatica?</i></p><p>Per me relazione e composizione avvengono di pari passo mentre disegno. Nel momento in cui ragiono su come creare una composizione penso anche a come mettere (o anche, non mettere) gli elementi in relazione tra loro.&nbsp;</p><p>Nel caso di questa illustrazione, ho scelto di lavorare come se stessi giocando a tetris.</p><p>Ho scelto dei colori vividi e vibranti, su fondo scuro, per rinforzare l’idea di una natura lussureggiante.</p><p><i>C’è qualcosa da cui si è lasciata ispirare per il disegno di questa cover?&nbsp;</i></p><p>Guardo e ricerco molto anche mentre non sono sul tavolo a disegnare, girando e visitando luoghi. Quindi per me è un po’ difficile dire con lucidità cosa mi abbia veramente influenzato. In questo periodo ho una fissa per i tessuti, quindi chissà forse inconsciamente mi sono immaginata di realizzare un giardino per un tessuto!</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Scegli Il Foglio come fonte preferita su Google</title>
				<pubDate>Thu, 07 May 2026 16:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da qualche giorno hai la possibilità di&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=890d2accc4&amp;e=c8616e606c" target="_blank">dire tu a Google</a>&nbsp;<b>quali sono le tue fonti preferite, avendo così un maggiore controllo sulle notizie visualizzate tra i risultati di ricerca.</b> Cliccando&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=d3adde16a1&amp;e=c8616e606c" target="_blank">questo link</a>&nbsp;puoi selezionare le testate e i siti che desideri far apparire più frequentemente tra le notizie principali, compreso Il Foglio. Per farlo ci vuole pochissimo: basta che accedi con il tuo account Google e&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=ab3ecd0ad2&amp;e=c8616e606c" target="_blank">aggiungi Il Foglio</a>&nbsp;tra le fonti di informazione che preferisci seguire.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ascolta Il Foglio daily, il nostro podcast quotidiano</title>
				<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 10:55:26 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dal lunedì al venerdì, la mattina, sulle principali piattaforme audio arriva il nostro podcast quotidiano: <a href="https://linktr.ee/ilfogliodaily"><strong>Il Foglio daily</strong></a>, condotto da <strong>Massimo Brugnone</strong>.</p><p>Non sarà una rassegna stampa, ma il canale audio della produzione giornalistica della redazione del Foglio. Con le voci dei nostri giornalisti e la stessa qualità di sempre. In audio.</p><p>Scopri qui tutti gli altri <a href="https://podcast.ilfoglio.it/">podcast</a> della redazione del Foglio.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Tutti gli eventi del Foglio nel 2026</title>
				<pubDate>Fri, 28 Nov 2025 15:07:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel corso dell'anno il Foglio organizza una serie di eventi aperti al pubblico su vari argomenti, dall'economia allo sport, dalla politica all'innovazione. A ospitarci sono alcuni degli spazi più interessanti e delle città più belle d'Italia: Firenze, Venezia, Milano... Ma, soprattutto, il cuore e l'anima di queste iniziative sono i nostri ospiti.</p><p>Ecco un calendario del 2026 per essere sempre aggiornati sulle novità in arrivo.</p><h2>28 marzo 2026. Festa dell’Economia e dell’attrattività</h2><p>La competizione non fa paura. Cercasi nuova agenda</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: economia@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 aprile 2026. Festa dello Sport Milano, Stadio Giuseppe Meazza</h2><p>Una giornata di dibattiti, incontri e ospiti speciali. Un altro modo di raccontare lo sport</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: sport@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>Maggio 2026. Evento Osservatorio Donne e Moda</h2><p><br></p><h2>6 giugno 2026. La Festa dell'Innovazione</h2><p>Per mettere a fuoco i temi più importanti dello sviluppo tecnologico e del suo impatto culturale sulle nostre vite</p><p>Venezia, The Home of the Human Safety Net</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: innovazione@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 luglio 2026. Smart City Italia, rivoluzioni immobiliari</h2><p>Come trasformare la città del futuro nella città del presente. Idee per una nuova agenda sulle Smart City. Tutte le rivoluzioni immobiliari che stanno cambiando le nostre città</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: smartcity@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>15 settembre 2026. Il futuro della mobilità</h2><p>Milano, Sede AC Milano</p><p>Che cosa cambierà nella mobilità nei prossimi anni? La strada imboccata verso l’elettrificazione è davvero senza ritorno? Come trasformare in una vera opportunità la trasformazione che ci attende? Con Umberto Zapelloni, curatore del Foglio Mobilità, e i giornalisti del Foglio</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: mobilita@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>10 ottobre 2026. Festa dell’ottimismo</h2><p>Una giornata di dibattiti con grandi nomi del panorama politico e culturale italiano e i giornalisti del Foglio, in uno dei più bei luoghi d'Italia</p><p>Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento</p><p>iscrizioni: ottimismo@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>26 novembre 2026. Festa agricoltura e sostenibilità</h2><p>L’agricoltura è cambiata e sta cambiando. Proviamo a ri-raccontarla, con uno sguardo serio, ampio e divulgativo</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede Banco BPM</p><p>iscrizioni: agricoltura@ilfoglio.it</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/io-di-destra-autentica-il-prevedibile-show-di-vannacci-dalla-gruber--400413</link>
				<title>&quot;Io di destra autentica&quot;. Il prevedibile show di Vannacci dalla Gruber</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 12:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Roberto Vannacci ha scelto il salotto di Lilli Gruber come trampolino. Questo fine settimana Futuro Nazionale terrà la sua assemblea costituente, dove verrà presentato il manifesto del partito. E così il generale si è recato a Otto e Mezzo per lanciarsi: farsi attaccare, per farsi amare.&nbsp;</b>Come da copione, Gruber ha incalzato Vannacci su<b> donne, omosessuali e immigrati</b>, aspettandosi risposte in grado di generare indignazione. E lui ha ampiamente soddisfatto le aspettative. Sull'immigrazione, è noto, la parola d'ordine è <b>"remigrazione" </b>e, alla domanda se i clandestini vadano deportati, ha risposto: <b>"Se con deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo"</b>. Sui diritti Lgbtq+ ha spiegato che <b>"il frutto di un orientamento sessuale - quindi di un gusto personale - non deve dare luogo a diritti". </b>Sulle donne ha rivendicato la proposta di eliminare le quote rosa: "Le donne valgono per quello che sono, non per il sesso che hanno". <b>E quando la conduttrice gli ha chiesto se fosse un marito fedele - fissa del generale da un po' di tempo a questa parte - lui ha risposto di sì. </b>Non solo</p><p>Oggi tra i <b>vari post con i quali il generale ha rilanciato "l'effetto Gruber" sui suoi social</b> c'è anche una foto con la moglie ricondivisa da entrambi.</p><p>Poi comunque sempre in tema familiare ha aggiunto che se una figlia gli rivelasse di essere omosessuale "è libera di amare chi vuole, ma non avrà una famiglia, che è un'altra cosa". <b>Discorso analogo su paternità e maternità: "Non sono diritti, al massimo sono un privilegio".</b></p><p>Il problema, per chi sperava di vederlo affondare, è che questo tipo di indignazione produce spesso l'effetto opposto. Vannacci non è nuovo al meccanismo: è già successo col libro, con le polemiche da europarlamentare, con l'uscita dalla Lega. <b>Ogni volta che il mainstream insorge, i suoi consensi crescono. E poi, con le note bacchettate indignate della conduttrice, anche chi non apprezza le sparate del generale si ritrova a provare un sentimento inedito di umana solidarietà.</b></p><p><b>Nel corso della trasmissione comunque il generale non ha risparmiato attacchi anche a Salvini e Meloni.</b> Sul segretario della Lega ha detto: "Non l'ho usato, semmai lui ha usato me per prendere cinquecentomila voti". Mentre sulla premier è andato più cauto: "Io non sono di estrema destra, ma di destra autentica. Anche Meloni lo è ancora, ma dovrebbe dimostrarlo un po' di più. E' una destra che ha perso la trebisonda". Per questo Vannacci rivendica per sé il ruolo di "sestante che fa il punto nave. <b>I miei (compagni di partito, ndr) - dice - sono i rifiuti degli altri, quello che avanza. A me sta bene, voglio la sporca dozzina.</b> Mi accontento di questo, quelli bravi li lasciamo al Pd e al M5S che almeno avranno la possibilità di salvare l'universo. Con la mia sporca dozzina voglio fare solo gli interessi degli italiani e delle italiane, e ce la faremo".<b>  Sulle alleanza però non si sbilancia: "Il centrodestra è così titubante nei miei confronti ed ogni giorno c'è qualcuno che dice che non vuole Vannacci mentre gli andavo bene quando ero vicesegretario della Lega?". E anzi punzecchia Marina Berlusconi: "Spiegherà a che titolo parla, non ha un ruolo politico".</b> E d'altronde è Forza Italia il partito davvero messo nel mirino da Vannacci: "Molte posizioni che vengono prese in Europa da alcuni partiti di questa coalizione di centrodestra sono le stesse che prende il Pd".</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Vannacci è di sinistra</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Contro Mastro Ciliegia</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Heri dicebamus che c’è un bipopulismo che tiene insieme, nemmeno troppo misteriosamente, il grillismo ora riverginato Cinque stelle e il vannaccismo, la forma al momento più estrema di destrismo sovranista, roba che il Salvini dei tempi delle ruspe era una barzelletta dei Puffi. <b>E infatti, Salvini non fa che perdere sanguinosamente personale che corre da Vannacci</b>. Ma oggi si può fare un ulteriore passo avanti: Vannacci è anche di sinistra, ormai un leader totale. Ieri, per bocca di un suo caporalmaggiore, Gianangelo Bof, fresco transfuga salviniano, il fiero manipolo di Futuro Nazionale ha dichiarato che è pronto <b>“a lavorare con le opposizioni sul salario minimo”.</b> Anzi, in clima perfettamente bipartisan: “Noi guardiamo alle esigenze dei cittadini, non abbiamo preconcetti ideologici”. Pensa come ci rimarranno male, a sinistra, quelli come Arturo Scotto che s’è fatto una ragione di vita del litigare con Vannacci proprio sul tema del lavoro. <b>Gli toccasse votare insieme sul salario minimo? Popcorn</b>. (Maurizio Crippa)</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Rai, figure esterne per mettere la palla in studio (ed è pure bucata)</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. Questa volta si può dire: la Rai è nel pallone. <b>Vuole pubblicizzare i Mondiali 2026 con una palla di calcio ma i dipendenti interni si rifiutano di poggiarla sulle scrivanie</b> (e la palla è pure bucata). Una televisione pubblica sta ridendo per questa storia. Cosa pensa di fare la Rai in vista dei mondiali, un mondiale senza Italia? Pensa di ricordare l’evento posizionando in bella vista un pallone di calcio sulle scrivanie dei programmi e dei tg. Facile a pensare, difficile a farsi: gli assistenti di studio si rifiutano e si deve ricorrere a figure esterne. Dove sta il guardalinee, chi fa l’assist e mette la sfera sul bancone?<b> E’ un dilemma, un compito delicatissimo, una sforbiciata di competenza</b>. Pochi giorni fa, alle ore 20, al Tg1, esplode il panico. Si deve andare in onda, in studio c’è Laura Chimenti, ma il rebus non è risolto. Chi posiziona la palla sul dischetto? Partono raffiche di mail tra i vari uffici Rai, la foresta Rai, che si occupa di questioni tecniche e si decide infine che il gravoso lavoro deve essere eseguito da figure esterne chiamate “Labor”. Sono figure vestite come i vecchi arbitri degli anni Novanta, tutte di nero, collaboratori che spostano scrivanie, sgomberano studi, muovono poltrone.</p><p>Per fortuna, per quella sera, per quel quarto di finale, si trova un poverocristo che posiziona lo sciagurato pallone. Peccato che il giorno dopo si ricomincia e qui arriviamo all’apologo. <b>Chi afferra la palla scopre con sgomento che la palla si è ammosciata</b>. In breve: il pallone è sgonfio, semi bucato. Come intervenire? Ma soprattutto: chi è stato a bucare il pallone? Sarà stato Milo Infante che abbandona la Rai per Mediaset? Dove era stato conservato? In quale spogliatoio Rai? Sono stati momenti drammatici e non è escluso che parta una seria indagine interna per capire come la palla si bucò e in rete non andò. Tranquilli, sono stati richiesti nuovi palloni. Non abbiamo il Mondiale, ma abbiamo la Rai, la tv campione del mondo di allegria (e burocrazia). Milo Infante, la palla!</p>]]></description>
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				<title>Sarà un Mondiale fantastico, se volete fare i malmostosi girate su La7</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il secondo Mondiale fortunatamente senza di noi, Qatar 2022, doveva essere il disastro sportivo nonché la condanna morale al girone infernale della merda di tutti noi occidentali,  i partecipanti che non boicottarono e persino il pubblico pagante. <b>Operai che morivano a grappoli trattati come schiavi, donne impacchettate col velo e trascinate in tribuna ma senza poter guardare quei bei manzi in mutande</b>, maschi con biglietti da millemila dollari ma che non sapevano chi tifare perché di calcio non capiscono un cazzo. Sete per tutti e manco una birra. E poi lo spettacolo scarso: come vuoi che giochino a ottanta gradi all’ombra, ammesso che c’è l’ombra nel deserto? Bene, è stato uno dei Mondiali più combattuti e belli – visti da qui sul divano –, ci sono state le consacrazioni di campioni come Julián Álvarez o Bellingham, la Pulce Messi ha finalmente avuto la consacrazione di un Mondiale vinto, battendo in finale la Francia di Mbappé, che del resto era stato la rivelazione vincente di Russia 2018, altro strepitoso Mondiale, <b>Putin a parte: la democrazia non serve allo sport</b>.</p><p>Ora è il momento delle prefiche previsionali, e del birignao moralistico-politico di tutti quelli che dicono che sarà il Mondiale più brutto della storia. Ovviamente per motivi politici: <b>è il Mondiale di Trump</b>. Non potendo criticare soltanto lui, alla fine si annoia persino Gramellini, a processo hanno messo anche Infantino, il boss della Fifa. Persino Platini è uscito dal bidone dei palloni sgonfiati e annuncia denunce contro di lui. <b>Poi c’è l’arbitro somalo respinto alla frontiera </b>(<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/09/news/mondiali-2026-le-politiche-di-trump-stanno-facendo-infuriare-il-settore-turistico-americano--400283">bel casino delle ambasciate somale, ha spiegato il prode Battistuzzi</a>)<b> e i controlli antidroga pure a Cannavaro</b>. Di schiavi ammazzati non si ha notizia, ma arriveranno. E attendiamo i bibitari sugli spalti mitragliati dall’Ice che li scambia per iraniani. Ma, a parte che il torneo si gioca anche in Messico e in quel faro della democrazia che è il Canada, gli stadi sono bellissimi, l’organizzazione sarà a livello dello sport americano – no stadi ciofeche da Notti Magiche – e le squadre di gran livello. <b>Sarà il mondiale di Yamal, di Haaland, ancora di Mbappé e di Messi e di quell’antipaticone di Vinicius</b>.E potremo persino tifare èer don Carlo Ancelotti: sempre meglio di Baldini. Sarà un Mondiale fantastico, e se dovete fare per forza i malmostosi, girate su La7.</p>]]></description>
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				<title>Anche nei Mondiali senza Italia, dovremo schierarci per qualcuno</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Vedere il calcio e non tifare è qualcosa di innaturale o per esteti, dandy, insomma bislacche creature del genere. Si tifa per una squadra, diffidare da chi ne tifa due, in modo quasi mai ragionato. Poi c’è la Nazionale. E quello per la Nazionale è un tifo secondario e per questo incline al nazionalismo, forte o morigerato è indifferente. Si tiene per la Nazionale, non si tifa per la Nazionale. Perché il “tifo” proviene dal greco typhos, che significa “fumo, vapore, torpore” e i medici antichi usavano questo termine per descrivere quello stato di offuscamento mentale, delirio e febbre altissima. Quella calcistica, febbre a 90. Minuti, non gradi. E sempre salvo recupero o tempi supplementari. Per una Nazionale si tiene perché non si sceglie, capita alla maniera di un padre, una madre, fratelli e sorelle.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/06/news/che-cosa-ci-raccontera-il-mondiale-senza-litalia--400101">La Nazionale italiana non disputerà i Mondiali nemmeno quest’anno</a>. Va così da un po’. Questa è la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">seconda estate mondiale che gli Azzurri passeranno lontani dai campi di gioco</a>, in mezzo c’è stata quella cosa altrettanto innaturale come il vedere il calcio e non tifare che è stata la Coppa del mondo invernale in Qatar. Sarà&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/06/10/news/il-calcio-visto-dallamerica--400353">un’estate di calcio alla tv</a>, a volte a orari bizzarri per noi europei, orari da discoteche, club o portieri di notte. Un’estate che per alcuni sarà senza pallone. <b>Chi al calcio non vuole invece rinunciare dovrà scegliere: tenere per qualcuno, scegliere una Nazionale con una maglia che non sarà azzurra e che non avrà il tricolore verdebiancorosso</b>. Tenere per nessuno è impossibile. A dirlo è la scienza. “Nell’assistere a una partita di calcio, o di un altro sport di squadra, la nostra mente fa una scelta di vicinanza: sceglie da che parte stare, se sostenere una o l’altra compagine. Insomma, anche in una partita tra due squadre che non consideriamo la ‘nostra’ squadra, si attivano gli stessi circuiti cerebrali legati al senso di appartenenza che si formano nell’infanzia e che si attivano quando vediamo i colori per i quali tifiamo”, spiega al Foglio <b>Antonello Toneutti</b>.</p><p>Toneutti è ricercatore associato a Yale, “anzi in prestito, come succede nel calcio”. E’ nel gruppo di ricerca interuniversitario che ha da pochi giorni concluso una ricerca psico-neurologica sul tifo, “tifo sportivo, non la malattia, per quanto gli effetti del tifo sul corpo e sulla mente di diverse persone sono vicini alla malattia, probabilmente l’unica malattia meravigliosa che esiste”. I risultati saranno pubblicati tra pochi mesi, ci ha però già anticipato qualcosa. “<b>Negli sport di squadra la neutralità è impossibile</b>. E va così perché è il nostro cervello a schierarsi, ‘accendendo’ o meno un circuito cerebrale – il ricercatore specifica di utilizzare un termine non del tutto corretto, ma facilmente comprensibile, nda – nei confronti di una delle due formazioni in campo. Questo avviene in ogni partita che vediamo. Accade soprattutto in competizioni che decidiamo con raziocinio di vedere, qualunque siano le squadre in campo”.</p><p>A questi Mondiali, qualunque partita vedremo, il nostro cervello farà quindi una scelta di campo. “Per ottimizzare il suo lavoro è dunque consigliato scegliere prima, anche a caso, estraendo un nome da un sacchettino, tanto comunque lui lo farà indipendentemente”.</p><p>Antonello Toneutti dice che per lui è semplice scegliere tra le 48 squadre che giocheranno ai Mondiali: “Non posso che tenere per la Svezia: mia moglie è svedese, uno dei miei figli è nato a Visby. Quindi anche se a me della Coppa del mondo frega di solito poco, non potrò non vederla”.</p>]]></description>
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				<title>Oltre le gufate c’è di più. Guida totalmente non necessaria ai Mondiali</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:27:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Arrivano i Mondiali, lo sappiamo, arrivano&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">con dolore, per chi tifa Italia</a>, arrivano con un po’ di piangina, come si dice, con molte cartucce pronte a essere utilizzate, per i tifosi tristi, sconsolati e abbandonati, e il massimo della vita, anche quest’anno, per molti di noi sarà gufare contro chi non si ama (come si dice in francese tanti auguri, cugini belli?). I tifosi italiani, oltre che godersi lo spettacolo, quando ci sarà, e vedere sfilare ai Mondiali Qatar, Haiti, Capo Verde, Curaçao e non l’Italia sanno che sarà uno spettacolo un po’ così, e per questo cercheranno di trovare un po’ di Italia sparpagliata qua e là. Non si può non tifare per il Brasile di Carlo Ancelotti, naturalmente. Si può guardare con un po’ di diffidenza ma non troppa antipatia la Turchia di Vincenzo Montella e l’Uzbekistan di Fabio Cannavaro. Ma se ci si concentra un istante e si ha la pazienza di scorrere tra le liste dei convocati ai Mondiali si troveranno in giro piccole e meravigliose storie che ci offriranno l’occasione di scaricare il nostro tifo represso verso obiettivi diversi dal patriottismo strozzato.</p><p>Abbiamo cercato, con la lente di ingrandimento dell’antimoralismo, ragioni non sportive, e totalmente non necessarie, unnecessary, per innamorarci di qualcuno, per seguire i Mondiali con uno sguardo extracalcistico. E la nostra pazza e irresponsabile ricerca ci ha consegnato alcune piccole storie da sballo su cui scaricare la nostra attenzione, per tifare qualcuno in assenza di un tifo patriottico, sovrano, nei momenti di tristezza. Bisogna naturalmente tifare per <b>Luka Modric</b>, capitano della Croazia, cresciuto nella guerra balcanica, che davanti all’invasione russa dell’Ucraina quando ne ebbe l’occasione, nel 2022, non fece il neutrale da salotto: “Ho vissuto la guerra e non la auguro a nessuno. Fermiamo questa follia”. Bisogna tifare per <b>Thomas Tuchel</b>, oggi commissario tecnico dell’Inghilterra, che nel 2022, da allenatore del Chelsea, rimproverò pubblicamente i tifosi della sua squadra che, in un’occasione, durante un minuto di silenzio in solidarietà dell’Ucraina, dopo l’invasione, usarono il tributo all’Ucraina per cantare “Abramovich-Abramovich”, proprietario russo del Chelsea: “It was not the moment to do this”, disse.  Bisogna tifare per <b>Harry Kane</b>, capitano dell’Inghilterra, attaccante del Bayern Monaco, che da anni si spende in prima persona non solo genericamente contro il razzismo ma contro l’antisemitismo dilagante (già nel 2020 accettò di prestare il suo volto per un video per l’Holocaust Memorial Day, prodotto dal National Holocaust Centre and Museum e da Jewish News, in cui alcuni grandi nomi del calcio inglese invitarono a non restare in silenzio davanti a razzismo e antisemitismo).</p><p>Bisogna tifare anche per <b>Alphonso Davies</b>, capitano del Canada, nato in un campo profughi in Ghana da genitori liberiani fuggiti dalla guerra civile, cresciuto in Canada, diventato stella del Bayern, ambasciatore Unhcr, pronto a far impazzire i Vannacci del calcio (oltre che il nostro amico Jack O’Malley: qualcuno li ha mai visti insieme in una stessa stanza? Noi no).  Bisogna tifare per <b>Marc Guéhi</b>, che è diventato un caso in Premier perché, sulla fascia arcobaleno, tempo fa, ha scritto messaggi cristiani come “I love Jesus” e “Jesus loves you”, e quando la FA lo ha richiamato all’ordine è rimasto sul punto: ha detto di non volersi vergognare della propria fede, la fede cattolica, e ha rivendicato uno spazio pubblico di dissenso, tra la politica dell’inclusione, senza sfumature, e la libertà di manifestare una forma di dissenso civile, non estremista.</p><p>Bisogna osservare con interesse il caso di <b>Lucas Paquetá</b>, brasiliano, travolto da un caso scommesse, caso poi ridimensionato, che Ancelotti ha scelto di convocare, sfidando il pensiero unico manettaro e moralista. Bisogna osservare con interesse anche il caso di <b>Achraf Hakimi</b>, terzino destro fenomenale, ex Inter ora Psg, convocato dal Marocco nonostante un processo per un’accusa di stupro che lui respinge: la presunzione di innocenza funziona meglio in Marocco che in Italia.  Bisogna poi osservare con necessaria simpatia antimoralista l’Inghilterra che ha rivendicato,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/06/03/news/la-lezione-di-de-gregori-sulle-vuote-prese-di-posizione--399931">in perfetto stile De Gregori</a>, con i vertici della sua Federazione, il diritto di non sentirsi in dovere di prendere posizione su qualsiasi cosa riguardi Trump. Non per simpatia trumpiana, ma per rifiuto del ricatto: o denunci tutto o sei complice.</p><p>Bisogna poi ovviamente tifare per <b>Neymar</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/20/news/neymar-torna-in-nazionale-il-sabato-del-villaggio-di-o-ney--399199">il fenomeno non atletico, acciaccato, geniale, irregolare, considerato, dai moralisti, troppo divo, troppo poco serio</a>, troppo poco simile a un Ronaldo, a un Messi, troppo estroverso, dunque, ma che incarna, sempre se riuscirà a giocare, un piccolo antidoto contro il puritanesimo atletico, per così dire, un argine contro l’idea del calcio in cui l’atletismo viene prima del talento e l’essere sbandati non possa essere compatibile con l’essere campioni.</p><p>Non vedere l’Italia ai Mondiali non sarà semplice, lo sappiamo, siamo frignoni e non ci vergogniamo. Ma trovare qualche scusa per innamorarci dei Mondiali anche per ragioni non sportive, totalmente non necessarie, può aiutarci a trovare qualche ragione in più per superare la frustrazione e goderci lo spettacolo. Viva il Mondiale. Se è antimoralista ancora di più.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Var e fulmini, partono male questi Giochi senza frontiere (ops)</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Jack O’Malley</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il brandy è pronto, la bionda è fredda, <b>comincia il Mondiale ma già cominciamo malissimo</b>. Non per l’invasione di serpenti a sonagli nel ritiro della Svizzera (mi pare il minimo, sono svizzeri), e non soltanto perché bisogna aspettare quasi una settimana per vedere una partita decente a un orario decente (giochiamo noi, of course), ma perché la Fifa, oltre a mettersi a pecora con l’Amministrazione Trump in modalità scimmietta che non vede non sente non parla, ha introdotto ulteriori novità nel regolamento. <b>La battaglia di Gianni Infantino per trasformare il calcio in uno show di infotainment (là dove la info è il risultato), continua</b>. Non contenta di tutti i danni fatti dal Var in questi anni, infatti, la Fifa ha deciso di dare ancora più poteri agli arbitri chiusi nella stanza davanti ai monitor, nella sciocca convinzione che una legge sbagliata si migliora aggiungendo commi ed eccezioni: al Mondiale il Var potrà correggere le decisioni prese sul campo dagli arbitri sul secondo cartellino giallo, sull’assegnazione degli angoli, sui falli commessi a gioco fermo e sugli scambi di persona.</p><p>In sostanza aumenteranno i casi che faranno discutere e si perderà un sacco di tempo. <b>Ecco perché si prevedono sanzioni per i giocatori che la fanno lunga</b>: 10 secondi per uscire dal campo – e chi sgarra sta fuori un minuto tipo Giochi senza frontiere –, 5 per battere un fallo laterale, tutti i giocatori fermi nelle loro posizioni se il portiere sta a terra rantolando, guai avvicinarsi alla panchina a chiedere acqua o indicazioni – qui siamo in zona Squid Game – e calciatori fuori un minuto se soccorsi da medici e massaggiatori in campo. I<b>n onore del Grande Fratello, invece, i calciatori non potranno più parlare con la mano davanti alla bocca</b>: labiali visibili e punibili, ecco la ricetta per debellare il razzismo dal calcio. Con la scusa del caldo, poi, ci saranno pause ristoro da tre minuti che Infantino ha già venduto agli sponsor più facoltosi, e la finale sarà un dettaglio trascurabile tra un balletto, un concerto e una televendita. La variabile più surreale è quella dei fulmini, valida soltanto negli Stati Uniti: <b>se viene rilevato un fulmine nel raggio di 8 miglia dallo stadio, la partita dovrà essere interrotta</b>; se nei successivi 30 minuti non cadrà un altro fulmine si potrà riprendere, in caso contrario il countdown ricomincerà di nuovo da 30. Come disse il buon Enzo Maresca quando il suo Chelsea fu costretto ad aspettare due ore per riprendere il gioco, “questo non è calcio, è una barzelletta”. E pensare che stava giocando quella pagliacciata del Mondiale per club. Insomma si parte male, malissimo, ma per fortuna succederà qualcosa che salverà tutto: la vittoria dell’Inghilterra. O no?</p>]]></description>
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				<title>Zaia dopo il federale fiume di quasi quattro ore: &quot;Di Lega ce n&#039;è solo una&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 15:49:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Di Lega ce n'è solo una, non ne esistono due". Lo dice <b>Luca Zaia</b> ai cronisti che lo aspettano fuori Palazzo Montecitorio dopo la riunione del Consiglio federale della Lega in merito a una possibile scissione del Carroccio. Riunione fiume: in tutto la seduta è durata quasi quattro ore. Presenti il segretario <b>Matteo Salvini</b>, i governatori Attilio Fontana, Massimiliano Fredriga, Alberto Stefani. Le eurodeputate Susanna Ceccardi e Silvia Sardone. E i ministri Giancarlo Giorgetti, Giuseppe Valditara e Roberto Calderoli.</p><p>Sul tavolo della riunione&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/zaia-e-il-suo-partito-libro-con-piemme-sardone-guarda-a-vannacci--400336">la questione Zaia, il suo ruolo nel partito e l'ipotesi di una divisione del Carroccio sul modello bavarese della Cdu-Csu: un partito nazionale che abbia una sua sezione territoriale</a>. "<b>Non c'è stata nessuna nomina</b>", ha detto l'ex governatore del Veneto. E ha proseguito: "Abbiamo fatto un bellissimo federale, tutti hanno potuto esporre le proprie idee e penso che sia stato costruttivo visto e considerato che moltissimi interventi sono stati in linea con l'idea di essere vicini ai cittadini. <b>Più identità c'è e più consenso c'è</b>". Poi la precisazione: "Di Lega ce n'è solo una. Quando hanno chiesto a Carducci bambino di scrivere un tema su sua mamma ha scritto 'mia madre è mia madre'".&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/gli-eventi-del-foglio/2026/06/06/video/rossi-rai-minoli-presidente-della-raie-una-figura-che-potrebbe-farlo--400196</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/gli-eventi-del-foglio/2026/06/06/video/rossi-rai-minoli-presidente-della-raie-una-figura-che-potrebbe-farlo--400196</link>
				<title>Rossi (Rai): &quot;Minoli presidente della Rai?E&#039; una figura che potrebbe farlo&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 19:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"TeleMeloni non esiste, è una grande operazione di marketing. </b>La Rai oggi si mantiene come uno dei più importanti broadcaster pubblici in Europa, uno straordinario hub industriale in grado di tenere in vita l’intero indotto dell’audiovisivo italiano. La Rai non è la polemica giornalistica o il gusto estetico di qualche critico: è un’industria complessa che fa informazione, divulgazione culturale, intrattenimento e tiene in piedi il cinema e la fiction italiana. Senza il servizio pubblico, l’intera industria del nostro immaginario non esisterebbe e saremmo invasi solo dai prodotti americani dei grandi player globali". <b>E' iniziata con una grande difesa aziendale l'intervista di questo pomeriggio a Giampaolo Rossi, ad della Rai</b>, alla Festa dell'innovazione a Venezia. Pungolato dall'intervistatore - il vicedirettore del Foglio Salvatore Merlo - Rossi rispondeva a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gli-eventi-del-foglio/2026/06/06/video/grasso-la-televisione-non-e-morta-ma-e-finito-un-rito-la-tv-non-e-piu-il-totem-familiare--400185">una battuta fatta poco prima sul palco della festa del Foglio dal critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso</a>: "TeleMeloni non esiste perché non la sanno fare".</p><p>L'ad di Viale Mazzini ha poi risposto a una proposta che è stata lanciata&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/06/news/trasformerei-raidue-in-un-canale-all-news-non-si-capisce-cose-il-servizio-pubblico-parla-giovanni-minoli--394872">qualche tempo fa proprio sul Foglio da Giovanni Minoli</a>: <b>trasformare Rai 2 in una rete all News. "Ascolto sempre con attenzione i grandi maestri come Minoli o Freccero - ha risposti Rossi - ma non possiamo non tener conto che la televisione è cambiata tantissimo.</b> Non dobbiamo correre il rischio di applicare modelli degli anni '90 o primi 2000 che non hanno più attinenza con la realtà. Oggi dobbiamo competere con Netflix, Amazon, Disney Plus, Mediaset, La7 e Discovery.&nbsp;Trasformare Rai 2 in un canale di sola informazione potrebbe soddisfare criteri di estetica politica, ma difficilmente intercetterebbe un pubblico adeguato". Merlo è quindi tornato su <b>Minoli</b> con una domanda diretta:&nbsp;<b>potrebbe fare il presidente della Rai </b>(la carica resta sospesa da tempo per le divisioni del centrodestra)? <b>"Non lo nomino io, ma penso che Giovanni sia una figura che potrebbe farlo", ha risposto. </b>Mentre sul suo futuro Rossi ha detto: "Non so se sarò confermato. Credo che la Rai sia un’azienda straordinaria, uno degli spazi di costruzione dell’immaginario più importanti. Significa fare il più grande show televisivo in Europa, il Festival di Sanremo, che probabilmente nemmeno la Bbc sarebbe in grado di organizzare in un luogo simbolico ma arcaico come il Teatro Ariston. È un’azienda in cui tutti vorrebbero lavorare, anche Giampaolo Rossi.</p><p>Merlo ha quindi chiesto a Rossi delle recenti dichiarazioni del direttore del Tg La7 Enrico Mentana che ha detto che la <b>Rai ha "chiuso" Rai 3 e che questa si è trasferita su La7. Una sconfitta o una vittoria? "Io - ha risposto Rossi - lo rivendico come un grande successo.</b> La Rai 3 degli ultimi 15 anni era un’anomalia del servizio pubblico, quella che i giornalisti chiamavano 'Telekabul'. Si era trasformata da canale del sociale a canale dell’ideologia. Oggi Rai 3 è un canale da servizio pubblico, plurale nei racconti: convivono Ranucci e Giletti, Salvo Sottile e Gomez, Roberto Inocchi e Marco Damilano. <b>Una rete appaltata a un blocco ideologico ma finanziata con soldi pubblici non era corretta".</b></p><p>Merlo ha quindi citato le recenti dichiarazioni dell'ad della Rai che ha definito il giornalismo d'inchiesta "a teorema" come cancerogeno per la democrazia. <b>Si riferiva a Ranucci? "Mi riferivo al giornalismo d’inchiesta in genere, ha svicolato Rossi. </b>"Il giornalismo d'inchiesta è fondamentale, ma non deve diventare un giornalismo di teorema. Abbiamo visto casi in cui inchieste si sono dimostrate non vere, come il caso Minetti o i processi a Berlusconi, che hanno costruito un immaginario falsificato per 30 anni, producendo un danno enorme alla nostra democrazia e all’immagine del Paese all’estero".&nbsp;</p><p>L'intervista ha poi virato sul&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/televisione/2026/04/29/news/vendere-il-teatro-delle-vittorie-buona-idea-ma-solo-se-i-soldi-non-vanno-per-tappare-i-debiti--315984">tema Teatro delle Vittorie</a>. La Rai vorrebbe venderlo, ma contro questa scelta si è scatenata una grande polemica. Persino Fiorello si è battuto contro questa ipotesi. Rossi però ha confermato: <b>"&nbsp;Il Teatro delle Vittorie rimane nel pacchetto di vendita degli immobili. C’è una contraddizione nel comportamento di Fiorello perché lui stesso non ha voluto farci i suoi programmi, capendo che logisticamente non era adatto.</b> È un richiamo romantico a una tv che non c'è più. È un teatro degli anni '40, non ha le condizioni per la televisione contemporanea. Inaugureremo a Saxa Rubra due nuovi studi da 2 mila metri quadri super tecnologici".</p><p>Sul personale elefantesco dell'azienda di Viale Mazzini Rossi invece si difende:<b> "I numeri sono in linea con i grandi broadcaster europei.&nbsp;</b>Abbiamo portato il bilancio in attivo attraverso la riorganizzazione della produzione e dei modelli lavorativi, non tagliando il perimetro occupazionale ma usando incentivi all'esodo e assumendo giovani".</p><p><b>Si è tornati poi sui nomi: torna Amadeus in Rai? "Non mi risulta", ha replicato Rossi. </b>"Ha fatto una scelta netta due anni fa. La Rai ha straordinari talenti: abbiamo affidato Sanremo a Carlo Conti e abbiamo investito su Stefano De Martino, una delle grandi rivelazioni".</p>]]></description>
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				<title>La satira di Osho: ridere nonostante i droni e gli Stretti chiusi</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 18:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Da Papa Francesco al Covid 19, fino alla regina Elisabetta. La politica, la cultura e la società lette attraverso la lente della satira di <b>Federico Palmaroli</b>, che alla Festa dell'Innovazione del Foglio, intervistato da Matteo Matzuzzi, ha regalato al pubblico una carrellata delle sue migliori vignette. Tra accento romano e freddure stringate, nessuno è escluso.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Il cinema, l&#039;America e il pil di Crema. Intervista a Luca Guadagnino</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 18:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Giuseppe Fantasia</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gli americani? "Oggi più che mai sono cattivi", dice&nbsp;<b>Luca Guadagnino</b>&nbsp;a Venezia, sul palco del&nbsp;<b>Festival dell’Innovazione del Foglio 2026</b>. Sono tutti trumpiani?, gli chiede Michele Masneri. "Non lo so - risponde lui, senza pensarci più di tanto - fatto sta che fanno solo ciò che gli serve", ricordando anche la forte ascesa e l'impatto che hanno avuto personaggi come Zuckerberg e Musk. "In realtà sono loro i vincitori&nbsp; rispetto a Trump, perché controllano le informazioni e i desideri delle persone. Tutto l’immaginario - aggiunge - è costruito sulla questione della nostalgia, anche la politica. Quando stavo girando&nbsp;<i>Challengers</i>, andavo a vedere&nbsp;<i>Top Gun:&nbsp;</i><i>Maverik</i>&nbsp;e la gente urlava e applaudiva.&nbsp;<b>L’economia della nostalgia è l’unica merce che si riesce a dominare su tutti i tipi di mercato</b>. Un giorno sarebbe bello fare un film sulla politica italiana e la nostalgia, chissà (ride, ndr)".</p><p>"Mia madre è algerina, ho una formazione un po’ apolide, ma il territorio che mi ha sempre affascinato - aggiunge - è stato il cinema, in particolar modo quello americano, che ha un impatto sugli immaginari potentissimo. Lo ebbe su di me, tanto che il mio unico film italiano è&nbsp;<i>Io sono l’amore</i>. In questo momento la situazione è diversa,&nbsp;<b>in America l’economia è molto tesa e gli americani sono pieni di tensioni</b>, si pensi a quello che succede a San Francisco". Vivrebbe a Hollywood? "Impossibile,&nbsp; perché amo il buon cibo (ride,ndr). Non si può mangiare sempre dell’ottimo giapponese, come faccio quando sono lì. Preferisco stare a casa mia in ciabatte e pigiama a cucinare per il mio compagno". "Una&nbsp;<i>mansion</i>”, dice Masneri. “No - precisa lui - una casa di campagna che se fosse a Los Angeles sarebbe un monolocale".</p>]]></description>
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				<title>Nordio: “Berlusconi e Dell’Utri? Un’indagine che dura trent’anni è contraria allo stato di diritto”</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 17:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>“L’attacco, si capiva benissimo, non era contro di me, ma contro il capo dello Stato”, dice Carlo Nordio, ministro della Giustizia, intervistato da Ermes Antonucci alla Festa dell’Innovazione del Foglio a Venezia. Si parte dal caso della grazia a Nicole Minetti, ex consigliera regionale della Lombardia, dalle accuse dell’opposizione, dal ruolo del ministero e da quello del Quirinale. Nordio spiega di aver letto subito tutti gli atti e che già da quei documenti “si capiva che era tutto regolare”. Il punto politico, però, per lui è un altro: “La cosa che mi ha stupito di più è che l’opposizione sia caduta in questo tranello, accusando subito il ministro della Giustizia delle peggiori nefandezze. Mentre l’attacco a un ministro può anche essere comprensibile da parte dell’opposizione, <b>quello che ho trovato indecoroso è l’attacco al capo dello Stato</b>”. Dopo un mese di indagine della procura di Milano, aggiunge, “la questione ora è risolta”. Resta, dice Nordio, “stupefacente come un partito serio <b>come il Pd sia caduto nel tranello di queste sconsiderate accuse del tutto infondate”, accuse che “li stanno coprendo di ridicolo</b>”.</p><p>Il discorso si sposta su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, indagati per anni con l’accusa di aver sollecitato le stragi di Cosa nostra. È normale, chiede Antonucci, che due cittadini vengano indagati per decenni, con fascicoli chiusi e riaperti più volte? “<b>Un’indagine che dura venti o trent’anni è contraria allo stato di diritto</b>”, risponde Nordio. Secondo il ministro, questo accade per tre ragioni: l’obbligatorietà dell’azione penale, la mancanza di un vero controllo sull’attività del pubblico ministero e l’impossibilità di cambiare pm durante l’indagine. “Sono tutte cose legittime e giuste in sé”, dice, ma messe insieme possono produrre effetti distorti. Il meccanismo della “clonazione del fascicolo”, per Nordio, andrebbe smontato, anche prevedendo il cambio del pm. <b>“Servirebbe una modifica del codice di procedura penale”, ma dopo il referendum e con il tempo che resta alla legislatura, ammette, sarà difficile.</b></p><p>Il referendum sulla giustizia è il passaggio inevitabile. Dopo la sconfitta, c’è ancora spazio per le altre riforme? Nordio dice che il governo era convinto di vincere, anche perché su alcuni punti c’erano convergenze tra le opposizioni e sperava in un voto compatto e ampio degli elettori di centrodestra. Ora restano in parlamento i dossier sulle intercettazioni e sul sequestro degli smartphone. Sulla questione della responsabilità civile dei magistrati, anch’essa in Parlamento, il ministro spiega:<b> sanzionare economicamente un magistrato che sbaglia “non ha senso perché solitamente ha un’assicurazione che lo copre</b>”. La sanzione efficace, per Nordio, dovrebbe pesare sulla carriera.</p><p>Poi <b>Garlasco</b>, il caso che da mesi &nbsp;riempie giornali e televisioni. Da una parte <b>Alberto Stasi</b>, condannato; dall’altra <b>Andrea Sempio</b>, indagato e già trasformato in un mostro da buona parte dei media. Il titolare della Giustizia definisce “una stranezza” quanto accaduto nel primo processo, quello di Stasi: due assoluzioni, poi il rinvio della Cassazione e la successiva condanna in appello. “Ma come fai a condannare una persona se due corti l’hanno assolta nel merito riconoscendo un ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza?”, chiede il ministro. Una revisione di una sentenza può esserci, <b>ma allora bisognerebbe rifare il processo “ex novo”</b>, come nel mondo anglosassone. Sul secondo filone, quello che riguarda Sempio, Nordio non si pronuncia sui fatti. Ma sul metodo sì: “L’accanimento del processo mediatico rovina la vita di chi lo subisce”.</p><p>In chiusura, Antonucci chiede se, dopo il referendum, la giustizia italiana sia destinata a restare irriformabile per i prossimi anni. Il ministro risponde partendo da ciò che, a suo giudizio, è già cambiato: fino a pochi anni fa, ricorda, “molte sentenze erano ancora scritte a mano; oggi invece la giustizia è entrata in una fase di dematerializzazione e di maggiore uso della tecnologia”. Quanto alla riforma, Nordio difende ancora l’impianto bocciato dal referendum: non avrebbe indebolito la magistratura, dice, ma l’avrebbe resa più libera e più forte. La sconfitta al referendum, ammette, “<b>ha sicuramente rallentato il percorso di riforma della giustizia</b>”.</p>]]></description>
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				<title>Da Empoli: &quot;C&#039;è un&#039;asimmetria tra la conoscenza che i cinesi hanno di noi e quella che noi abbiamo di loro&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 17:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
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				<description><![CDATA[<p><b>"C'è un'asimmetria molto forte tra la nostra conoscenza della Cina e la conoscenza che loro hanno di noi.</b> Gli studiosi cinesi guardano molto a cosa si fa negli Usa, ma anche in Europa. Noi, invece, sappiamo poco, anche gli europei più informati", dice lo scrittore <b>Giuliano Da Empoli</b>, intervistato dalla vicedirettrice del Foglio <b>Paola Peduzzi</b>, nel corso della Festa dell'Innovazione del Foglio a Venezia. Da Empoli, con la sua rivista <b>Le Gran Continent</b>, ha provato ad affrontare questa lacuna in diversi modi. L'ultimo numero è dedicato proprio a questo.&nbsp; "Anche i grandi giornali francesi - ha detto Da Empoli nel corso dell'intervista - hanno magari un solo corrispondente per spiegare tutta la Cina. E così abbiamo riflettuto sul fatto che in Cina ci sono decine di ricercatori europei in diverse università che nessuno si fila. L'idea dunque era fare leva su questa rete di giovani ricercatori, di tradurli, anche ripulendoli dagli eccessi accademici, e in questo modo fare un nuovo mezzo di informazione". Non solo. "Inoltre - ha proseguito Da Empoli - abbiamo iniziato a tradurre dei testi che per loro sono dei classici, come Huntington e Fukuayama. E il risultato è una prospettiva molto diversa".</p><p><b>Lo scrittore ha quindi fatto alcuni esempi. "Abbiamo preso anche ideologi di regime ed escono fuori cose molto interessanti:</b> c'è ad esempio un massimalista industriale che sostiene che loro non debbano rallentare, ma continuare ad accelerare perché mai nella storia una potenzia finanziaria, come gli Stati Uniti, ha battuto nel medio o lungo periodo una potenza industriale come la Cina. Un altro, un importante rettore, dice che lo stato nazione non esiste e ricostruisce l'organizzazione politica umana sulla base degli imperi, sottolineando che in realtà anche nella storia recente gli stati nazione esistono solo sotto copertura di una qualche forma imperiale. E ha l'intelligenza di dire 'in realtà noi stiamo costruendo l'impero 2.0' perché quello 1.0 è già stato fatto da inglesi e americani".</p><p>Da Empoli ha anche parlato di Cina e Ai. <b>"La sfida sull'Ai non è solo una sfida tecnologica, è una sfida di potere. I cinesi lo hanno capito.</b> E l'appropriazione del partito comunista cinese del mondo delle start-up del loro paese, che è stato un grande rischio, dimostra quanto loro ne siano consapevoli.&nbsp;Anche l'Europa dovrebbe avere una sua idea dell'Ai, come la hanno americani e cinesi".</p>]]></description>
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				<title>Usare l&#039;AI per migliorare il giornalismo. Parla Alessandra Galloni, direttrice di Reuters</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 15:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
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				<description><![CDATA[<p>“Il governo dell’AI è un tema importantissimo. Per noi è una opportunità per il potenziamento del flusso di lavoro e l’automazione di altre attività”. Così la direttrice di Reuters,&nbsp;<b>Alessandra Galloni</b>, ha raccontato come l'intelligenza artificiale sta cambiando il lavoro della redazione, intervistata dalla vicedirettrice del Foglio Paola Peduzzi alla Festa dell’Innovazione. L’agenzia britannica ha accolto l’AI sempre sotto la guida dei “principi di fiducia e indipendenza. <b>La usiamo sia per il potenziamento interno che per la creazione di prodotti per il pubblico esterno, ossia i nostri clienti, come il pubblico e altre testate giornalistiche"</b>.&nbsp;</p><p>Reuters spende circa 200 milioni l’anno per vari strumenti AI creati dalla testata stessa. Utili per “<b>analizzare dati, sintetizzare, estrarre notizie, o fare cross check dei nomi</b>. Ma in un sistema chiuso usiamo anche strumenti come ChatGpt e Claude. Abbiamo anche implementato corsi di formazione sull’AI. Tuttavia – precisa Galloni – non pubblichiamo mai senza verificare, senza la parte umana”.</p><p>Come sfruttare l’AI in modo concreto ed efficace nel giornalismo? “La usiamo ad esempio per gestire i grandi dati, funzione molto utile nel giornalismo d’inchiesta”, risponde Galloni. “Di recente abbiamo realizzato inchieste su Facebook e sull’amministrazione Trump, ma anche sul consumo di fentanyl, e abbiamo utilizzato molto l’AI. Grazie alla quale siamo riusciti a esaminare con grande velocità i flussi di import ed export, i casi della Corte suprema, ma anche i documenti sul caso Epstein”. Secondo la direttrice di Reuters, <b>“non sarebbe stato possibile fare tutti questi articoli senza usar l’AI per esaminare tutti questi documenti che il dipartimento di giustizia ha pubblicato”</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Aldo Grasso: &quot;La televisione non è morta, ma è finito un rito: la tv non è più il totem familiare&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 13:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"L'annuncio della morte della televisione è fortemente esagerato. Solo che è cambiato molto lo scenario con la quale la guardiamo.</b> Coesistono da una parte la cosiddetta televisione lineare, con i palinsesti e l'orario dei programmi, dall'altra le piattaforme, con le quali uno può scegliersi il tempo e il modo con cui guardare quello che vuole. La domanda da farsi non è più 'qual è il canale più visto', ma 'come la gente guarda la tv'". E' iniziata com queste considerazioni <b>l'intervista del critico televisivo del Corriere della Sera Aldo Grasso alla festa dell'Innovazione</b> del Foglio a Venezia. Sul palco con il vicedirettore del Foglio <b>Maurizio Crippa,</b> Grasso ha sottolineato come però sia "finita una certa ritualità. <b>La tv&nbsp;non è più il totem domestico intorno al quale le famiglie si riunivano, e quel totem era una sorta di orologio sociale. </b>Non solo dava le notizie, ma allo stesso tempo creava un rito collettivo per cui tutti insieme si guardava la stessa cosa. Tutto questo è in qualche modo svanito, ed è diventata una visione sostanzialmente solitaria: ognuno guarda ciò che gli piace guardare".</p><p>E proprio le modalità di fruizione sono secondo il critico del Corriere "il vero cambiamento" di questi anni. <b>"La vecchia televisione - ha detto Grasso - era fondamentalmente basata sulla nostra cultura libresca: i programmi si guardavano nella loro interezza</b>, mentre&nbsp;il cambiamento conoscitivo e antropologico è che invece oggi si guarda per frammenti. Quello che si sta perdendo dal punto di vista culturale è la contestualizzazione. <b>Le piattaforme offrono frammenti che è difficile contestualizzare. </b>Un frammento lo si fa circolare su internet e diventa una parola come un'altra.&nbsp;Accanto a questo - ha proseguito il critico - c'è questo <b>sviluppo dei podcast che è un ritorno alla cultura orale, un cambiamento incredibile dove la tv è ancora molto viva e interessante, e però è tutto il modo di guardare la televisione che cambia completamente".</b></p><p>Grasso ha quindi risposto a una domanda su TeleMeloni che in Italia non decolla, mentre Trump negli Usa è riuscito praticamente a chiudere la storica trasmissione politica della Cbs "60 minutes". <b>"In Italia - ha replicato con una battuta - non sono riusciti a fare teleMeloni perché non sono capaci a farla.</b> Da sempre la Rai è considerata il bottino di guerra di chi vince le elezioni. Chi lo fa, si prende la Rai". E qui Grasso sottolinea un aspetto molto interessante. <b>"La verità - dice - è che il servizio pubblico non è mai esistito, è una favola che ci raccontiamo da anni. </b>Esiste formalmente, ma non è mai esistito nella sostanza. Quando si parla nostalgicamente della forza educativa e trasformativa della società che la tv ha davvero avuto, si dimentica di dire che questo è avvenuto in tutto il mondo nella stessa identica maniera: dagli Usa all'Austrialia. Da noi però abbiamo deciso di coltivare questo mito del servizio pubblico che io <b>ho il sospetto che altro non sia che la forma democratica della radio e della tv di stato delle dittature"</b>. Insomma il potere di trasformazione sociale della tv non deriverebbe dalla sua funzione di "servizio pubblico", ma semplicemente dalla tecnologia.</p><p>Grasso, incalzato da Crippa, è quindi tornato su <b>TeleMeloni. Qualcosa in effetti in Rai è avvenuto con la destra a Palazzo Chigi? "L'intervento di quest'ultima gestione di governo è stato soprattutto sui tg</b>, sui programmi si può dire che siano meno belli, ma non è avvenuto nulla di sostanziale. Sui tg invece qualcosa è successo. Sono intervenuti sui tg con un lavoro di disintermediazione molto fastidioso. E' diventato una sorta di televisione dell'accesso. Non sono più i giornalisti che intervistano i politici, ma questi ultimi che si imparano a memoria un intervento breve che viene dato in modo molto assertivo come fosse un vocale telefonico. <b>Questo ha riportato in campo vecchi format usurati come il 'pastone' e 'panino', ma in versione aggiornata da smartphone".&nbsp;</b></p><p>Il critico del Corriere ha anche commentato le recenti dichiarazioni del direttore del Tg di La7, Enrico Mentana, che ha detto che il canale è diventato una sorta di nuova Rai 3.<b> "E' un'operazione di marketing quella avvenuta a La 7.</b> Sono stati espulsi dalle altre reti i programmi caratterizzanti di Rai 3 e sono confluiti su La 7. Siccome fanno ascolto l'imprenditore (Cairo, ndr) non si pone troppi problemi ideologici: se funziona la reta va bene. E' una delle reti in cui gli ascolti sono sempre cresciuti in questi anni. Anche perché le altre reti sono diventate monoideologiche e uno va a cercare la diversità".&nbsp;</p><p>Grasso ha quindi concluso la sua intervista parlando del <b>ruolo della critica oggi. "Questo - ha detto - è veramente uno dei problemi più importanti da affrontare: il ruolo della critica è praticamente sparito. </b>E' una delle pulsioni intellettuali più importanti che vediamo sparire. Da un lato perché c'è un'ampia facilità di accesso che ha permesso a tutti di diventare critici. Ma è un grande errore perché il compito principale della critica&nbsp;non è giudicare un film, un libro o un programma televisivo. Ma è tenere accesa la fiammella del senso critico e quindi giudicare avendo gli strumenti per potere affrontare tutto questo, avendo un percorso formativo alle spalle. Tutto questo non esiste più. La perdita della competenza è la più grande perdita degli ultimi anni nel mondo della comunicazione e dei media".</p>]]></description>
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				<title>&quot;Calenda? Il centrodestra deve parlare al centro&quot;, dice Simone Venturini</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 13:24:00 +0200</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p><b>Aprire a Calenda e chiudere a Vannacci.</b> “C’è tanta gente che non si riconosce nei partiti, non fidelizzata, cambia voto di continuo e aspetta proposte di contenuto. Il centrodestra è in pole position per parlare a quel tipo di mondo”. Così <b>Simone Venturini</b><i>, </i>sindaco di Venezia, intervistato da Marianna Rizzini alla Festa dell’innovazione del Foglio. Nonostante le aperture,<i> </i>“con Calenda non ci siamo sentiti, neanche con Renzi, che però mi stava simpatico prima”.</p><p>Si parla poi di Venezia, che ospita la Festa dell'Innovazione, la città dove Venturini ha trionfato al primo turno alle ultime elezioni amministrative. Il segreto? “Parlare col territorio, e pragmatismo. Non utilizzare i ruoli locali per lanciare messaggi nazionali, ma provare a dare risposte concrete”, è la linea del sindaco. <b>Sul piano nazionale, "la premier Giorgia Meloni ha ben interpretato questo pragmatismo non ideologico.&nbsp;</b>In questi anni ha fatto un buon lavoro su questo, con la responsabilità di farsi carico di una coalizione difficile complicata in tempi difficili”, conclude Venturini.</p>]]></description>
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				<title>Pichetto Fratin: “Il motore elettrico è il futuro, ma l’Europa ha sbagliato i tempi”</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 12:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
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				<description><![CDATA[<p>Si parte dall’ambientalismo classico, qualità dell'aria e dell'acqua, ma si arriva presto al cuore più politico della transizione: energia, rifiuti, nucleare, industria. “Com’è cambiata la qualità dell’aria in Italia negli ultimi quattro anni?”, chiede Giuseppe De Filippi a <b>Gilberto Pichetto Fratin</b>, ministro dell’Ambiente, dal palco della Festa dell’Innovazione del Foglio a Venezia. La risposta non può che partire dalla Pianura padana, dove “la situazione era peggiore” e dove, dice il ministro, c’è stata una presa di coscienza da parte delle istituzioni locali e nazionali. L’orografia della pianura non aiuta, con le Alpi a nord e l'Appennino che bloccano il ricircolo dell'aria, ma <b>“l’industria ha raggiunto gli obiettivi sulla decarbonizzazione”</b> e questo ha aiutato il miglioramento dell'aria nel nord Italia, ha spiegato Pichetto Fratin.</p><p><b>Poi il sistema idrico</b>. L’Italia, dice il ministro, era convinta di non avere un problema serio sulla qualità dell’acqua. “Invece i problemi ci sono. <b>Bisogna ridurre il numero dei gestori, arrivando a 100 o 150 di dimensioni sufficienti da avere risorse per fare manutenzione sugli impianti</b>". Gli acquedotti italiani continuano infatti a perdere circa il 40 per cento dell’acqua.&nbsp;<br></p><p>Il tema dei <b>rifiuti </b>arriva discutendo del termovalorizzatore di Roma. Dopo il sì dell’amministrazione comunale, "<b>il governo ha sostenuto la scelta</b>. Questo è il modo per evitare nuove discariche modello Malagrotta", dice il ministro.&nbsp;</p><p>Il passaggio più divisivo è il <b>nucleare</b>.<b> </b>Come si contrastano i no ideologici? Pichetto Fratin risponde con i dati della domanda elettrica, <b>destinata a crescere soprattutto per i datacenter</b>. L’Italia importa “40-50 miliardi di chilowattora”, soprattutto dalla Francia. Le rinnovabili vanno aumentate, dice, ma non bastano da sole perché non garantiscono continuità negli afflussi energetici e “non possiamo lastricare il territorio italiano di pannelli e pale eoliche”. Nel mix, per il ministro, <b>serve anche una quota di nucleare</b>. Resta il nodo delle scorie. “Produciamo ogni giorno rifiuti radioattivi ospedalieri”, ricorda Pichetto Fratin. Bisogna avere il coraggio di dire dove andranno, meglio ancora se ci saranno territori pronti ad autocandidarsi. Ma il punto, dice, è spiegare che quei rifiuti, se stoccati correttamente, “non sono pericolosi”.</p><p><b>Sulle rinnovabili il caso Sardegna resta aperto.</b> Davanti ai no locali, il ministro dice che può fare soprattutto “moral suasion ma bisogna spiegare ai territori anche i vantaggi". Sul <b>gas </b>dell’Adriatico, invece, il titolare dell'Ambiente rivendica le nuove autorizzazioni: <b>il governo ha dato circa cinquanta nuove concessioni o riattivazioni di vecchie concessioni</b>, mentre proseguono le valutazioni scientifiche sulle aree più sensibili.</p><p>Si passa all’ex Ilva. La sua chiusura sarebbe una vittoria o una sconfitta per l’ambiente? <b>“Una sconfitta”, risponde il ministro</b>. A Taranto, dice, c’è ancora la possibilità di fare “l’acciaieria elettrica più moderna d’Europa”, con una produzione di 6, 8 o 10 milioni di tonnellate, a seconda dei progetti. Chiudere vorrebbe dire "<b>dipendere dall’estero anche sull’acciaio</b>". E con l’energia, ricorda, abbiamo visto quanto costa dipendere dagli altri.</p><p><b>Infine l’auto elettrica. </b>Pichetto Fratin non mette in discussione la direzione di marcia: “<b>Il motore elettrico è il motore del futuro”</b>, dice, anche perché è più semplice da costruire rispetto al termico. Il problema è stato il metodo scelto dall’Europa. L’impostazione voluta dall'ex vicepresidente della commissione Frans Timmermans, con lo stop al motore endotermico nel 2035, ha imposto tempi troppo stretti e ha messo in difficoltà l’automotive europeo, “che vuol dire prevalentemente tedesco e italiano”.<b> Servono tempi più lunghi, dice il ministro</b>. Il futuro resta elettrico, ma non può essere deciso contro l’industria che dovrebbe arrivarci.</p>]]></description>
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				<title>L’avventura federatrice di Pina Picierno</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Bi e il Ba</category>
				<author>Guido Vitiello</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non manco mai al varo di un’iniziativa che abbia qualcosa di vagamente laico o liberale o (la dico, la parolaccia) riformista. <b>Auguro dunque ogni bene a Spazio pubblico, l’avventura federatrice di Pina Picierno</b>. Lo faccio, beninteso, senz’ombra di ironia: Iddio mi è testimone che ero lì sul molo, come la Serbelloni Mazzanti Viendalmare, quando salpò la nave di Luigi Marattin, e prima ancora quella del Terzo Polo, e prima ancora (vado a memoria) quelle di Più Europa, di Azione, di Voce libera, di Italia viva, di Scelta civica, di Fare, della Rosa nel pugno.<b>&nbsp;E'&nbsp;una tradizione di famiglia, del resto</b>: mio padre fece lo stesso prima di me, e il passaggio del testimone generazionale avvenne più o meno nell’interludio tra il naufragio del Polo laico (europee 1989) e lo sfortunato cantiere navale di Alleanza democratica (1993, mi pare). Certo, una scorsa ai diari di bordo non mi fa inclinare all’ottimismo.</p><p><b>Di solito si parte con l’idea di mettere insieme tutti</b>, sennonché anche gli altri vorrebbero mettere insieme tutti, ma sotto le proprie insegne, e litigando su quale debba essere la nave ammiraglia la flotta si mette in mare in ordine sparso, schiantandosi sui faraglioni dello sbarramento proporzionale, oppure (quando va bene) issa una vela indecifrabile con sopra un mosaico di simboletti, che tornano a sparpagliarsi il giorno dopo le elezioni.<b> Il frazionismo è la malattia senile del nostro sistema dei partiti, e di tutti i partiti, non solo di quelli leninisti</b>. Guai a disperare, però. I compagni, in questo più navigati di noi, ci indicano la rotta. Male che vada, seguiremo un’intuizione strategica di Fausto Bertinotti (non quello vero, quello imitato da Corrado Guzzanti). Preso atto che gli uomini oggi non hanno più paura dei leoni, che stanno laggiù nella savana, ma dei virus, “noi dobbiamo continuare a scinderci sempre di più e creare migliaia di microscopici partiti comunisti, indistinguibili l’uno dall’altro, che cambiano continuamente nome e forma, e attaccare la destra come gli insetti”. Faremo lo sciame liberale?</p>]]></description>
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				<title>Cronache alcolemiche dal fronte</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Piccola posta</category>
				<author>Adriano Sofri</author>
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				<description><![CDATA[<p>A volte le cronache alcolemiche italiane si intrecciano con le notizie dal fronte.</p><p>“La Lettonia ha deciso di consegnare all’Ucraina un lotto di veicoli confiscati a guidatori ubriachi”.</p>]]></description>
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				<title>A Belfast preferiscono Agostino a Robert Francis</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Preghiera</category>
				<author>Camillo Langone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sant’Agostino a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/belfast-brucia-dopo-un-accoltellamento-caccia-agli-stranieri-nella-notte--400348" target="_blank">Belfast</a>. C’è chi sul cielo di un’Irlanda squassata dalla rivolta dei nativi contro gli alieni vede volteggiare Farage.<b> Io invece sento riecheggiare la “Città di Dio”</b>: “Anzitutto l’uomo deve avere cura dei suoi”. Su questo punto era più agostiniano Leone XIII, che agostiniano formalmente non era, di Leone XIV. Secondo Papa Pecci “la legge naturale ci ordina di amare di un amore di predilezione e di dedizione il Paese in cui siamo nati e cresciuti”. Mentre alle Cortes, nel passaggio sul tema, <b>Papa Prevost si è prestato a dare voce al solito immigrazionismo</b>, con gli stranieri dipinti come vittime e gli autoctoni come fornitori obbligati di “protezione e accoglienza”. A Belfast preferiscono Agostino a Robert Francis, la legge naturale all’utopia artificiale: agostiniani ad honorem.</p>]]></description>
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				<title>Riscoppia la grana delle piscine chiuse, Pacini attacca le scelte di Riva e i privati</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Giovanni Seu</author>
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				<description><![CDATA[<p>Che una città meta di flussi turistici sempre più consistenti e in cui è finito da tempo l’esodo estivo possa contare su appena tre piscine mette tutti d’accordo: <b>è una situazione del tutto inaccettabile</b>. Il discorso si fa più complicato quando si affrontano i possibili rimedi, perché si tratta di esaminare la linea adottata da Martina Riva che per rilanciare un settore in grave sofferenza (il Lido e la Scarioni sono chiuse dal 2019) ha aperto alla gestione dei privati sottraendo alcuni impianti a Milanosport. Una linea, quella dell’assessora allo Sport nonché esponente della Lista Sala, che non ha mai suscitato entusiasmi nel Pd e che vede ora rimontare le critiche: a farsi interprete di questa posizione è stato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/02/12/news/lorenzo-pacini-giovane-dem-a-sinistra-di-tutti-i-dem-idee-toste-non-tutte-da-applausi--127066" target="_blank">Lorenzo Pacini</a>, già leader dei giovani Pd, sinistra-sinistra e ambizioni da candidato sindaco, in un post sui social in cui chiede di cambiare rotta.</p><p><b>Per assicurare un servizio adeguato, scrive, occorre fermare subito il partenariato pubblico-privato in quanto “viene costruito in modo tale che il rischio venga scaricato sul pubblico e i benefici economici si concentrino sul concessionario</b>. In questi casi il risultato è una riduzione dell’accessibilità e un progressivo allontanamento della funzione sociale dell’impianto. Questo è vero in assoluto, ma a maggior ragione oggi che l’offerta pubblica è ridotta al lumicino”. Trattandosi di un possibile candidato alle primarie del centrosinistra la posizione potrebbe diventare tema di campagna elettorale, lo si evince dal modo esplicito oltreché enfatico con cui chiude il suo intervento: <b>“La rivoluzione di Milano passa anche dalle piscine pubbliche”</b>. Una difesa della giunta arriva invece dal capogruppo Pd in Consiglio comunale Beatrice Uguccioni, che spiega al Foglio “di non avere nessuna contrarietà alle partnership con i privati, va valutato caso per caso quando ci sono le condizioni per realizzarle tenendo presente che deve essere garantita sempre l’accessibilità dell’impianto e che la regia deve restare pubblica”. Buona estate.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Tutti gli occhi su Unicredit (e Delfin)</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/chi-perde-chi-vince-e-cosa-cambia-nella-finanza-con-la-mossa-di-messina-e-cimbri-oggi-siena-domani-trieste--400264" target="_blank">mossa di Intesa Sanpaolo su Mps</a>&nbsp;ha, tra l’altro, l’effetto di mettere in discussione alcune traiettorie del risiko bancario che sembravano ben impostate. Per esempio, mette Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, nella posizione di scegliere se aderire all’opas di Intesa, che vuol dire mettersi in tasca un premio cash e a diventare socio di minoranza della prima banca italiana, oppure valutare altre opzioni che hanno a che fare con Unicredit. Non è un mistero che qualche mese fa si sia vociferato della vendita della quota di Delfin in Montepaschi (pari a circa il 17 per cento) proprio al gruppo guidato ad Andrea Orcel. L’operazione sarebbe sfumata solo per una questione di prezzo. Di fatto, Unicredit e Delfin sono legate da un rapporto storico che risale ai tempi in cui Leonardo Del Vecchio investì nel Credito italiano. <b>E non è un caso che sempre Unicredit sia la principale banca del pool che finanzierà il riassetto di Delfin con un prestito di 10-11 miliardi al giovane Leonardo Maria</b>.</p><p>Con queste premesse, non sarà semplice per il cda presieduto da Francesco Milleri prendere una decisione sull’offerta di Intesa perché equivale a fare una scelta di campo mentre c’è in ballo un’operazione così delicata. Certo, per ora Delfin può dirsi in una “comfort zone” perché ha diverse alternative sul tavolo e tutte con prospettive di guadagno. L’aria che tira in ambienti vicini alla società è di attesa per vedere se per caso su Mps arriverà un’offerta concorrente. <b>Ma chi potrebbe farla? Unicredit che è impegnata in Germania e se proprio si dovesse muovere lo farebbe su Banco Bpm?</b> La stessa banca milanese, per unirsi a Siena e realizzare il famigerato terzo polo in cui neanche più il ministro Giancarlo Giorgetti sembra più credere? Insomma, per adesso l’opas di Intesa (e Unipol) sembra difficilmente battibile. <b>E Delfin dovrà scegliere</b>, magari pensando a come schierarsi nella partita Generali dove si preparano nuove alleanze guidate da due grandi banche: Intesa Sanpaolo e Unicredit, appunto.</p>]]></description>
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				<title>A Trump ritorna la fissa dei brogli e molti gli credono</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo una settimana di conteggi si sono decise le principali sfide in California: <b>secondo una proiezione di Decision Desk, sarà il repubblicano Steve Hilton, commentatore di Fox News ed ex stratega politico di David Cameron nel Regno Unito, a sfidare il democratico Xavier Becerra. </b>Per il sindaco di Los Angeles, invece, a contendere il posto all’uscente Karen Bass non sarà il repubblicano Spencer Pratt, in vantaggio durante la notte elettorale, ma la candidata dei socialisti democratici Nithya Raman, che ha recuperato i punti di distacco iniziali grazie ai voti per posta arrivati a ridosso delle elezioni. <b>E’ bastato questo trambusto perché Donald Trump tornasse a parlare di elezioni rubate.</b></p><p>Il presidente ha affermato che “non è possibile per Pratt non andare al ballottaggio a Los Angeles visto tutto il vantaggio che aveva, è un paese del terzo mondo” e che “ora lavoreranno per far perdere anche Steve Hilton” (che alla fine ha vinto). <b>Era, invece, uno scenario ampiamente previsto: siccome i democratici avevano tanti candidati a governatore, i loro elettori hanno tenuto la scheda fino all’ultimo, indecisi su cosa votare, a differenza dei repubblicani che avevano meno scelta.</b> Una volta iniziato lo scrutinio, i voti arrivati prima sono stati subito conteggiati, generando un vantaggio parziale per i candidati repubblicani. Nonostante non ci sia alcuna prova di frode, Trump alimenta la sfiducia dei cittadini semplicemente facendo credere che il processo sia truccato. Durante un’intervista a “Meet the Press”, il presidente ha lasciato lo studio prima della fine perché è stato apertamente contraddetto dalla giornalista sulla veridicità delle sue affermazioni in merito alle elezioni. <b>Ma secondo un sondaggio Reuters-Ipsos ben otto repubblicani su dieci ritengono che ci sia un gran numero di non aventi diritto che vota illegalmente, falsificando il processo elettorale.</b></p>]]></description>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/06/09/news/parmitano-sara-il-pilota-di-artemis-iii-anche-la-nasa-ha-bisogno-di-noi--400324</guid>
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				<title>Parmitano sarà il pilota di Artemis III: anche la Nasa ha bisogno di noi</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 20:04:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Anche Donald Trump ha bisogno dell’Europa per andare sulla Luna. In questo caso, in particolare, dell’Italia. Come pilota, ci sarà infatti&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/06/09/news/luca-parmitano-torna-nello-spazio-la-missione-artemis-iii-da-il-via-alla-nuova-corsa-alla-luna--400317" target="_blank">anche l’italiano Luca Parmitano tra i quattro membri dell’equipaggio della Artemis III</a>, assieme agli statunitensi Randolph Bresnik, Frank Rubio e Andre Douglas. Nato a Paternò, in Sicilia, nel 1976, e colonnello dell’Aeronautica (mentre i suoi tre compagni di viaggio provengono rispettivamente da Marine, Esercito e Guardia costiera), Parmitano rappresenta l’Agenzia spaziale europea (Esa), che fornirà inoltre il suo terzo European service module (Esm-3) per questo volo di prova con equipaggio. <b>Il modulo europeo sarà fondamentale per l’obiettivo della missione: testare le capacità di rendez-vous e attracco (docking) in vista delle future missioni di allunaggio del programma Artemis.</b></p><p><b></b>“L’incarico di pilota affidato all’astronauta dell’Esa Luca Parmitano riflette la profondità delle competenze europee nel volo spaziale umano e si basa sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di alta pressione”, ha fatto sapere il direttore generale dell’agenzia europea <b>Josef Aschbacher.</b> “La notizia arrivata oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna e un significativo passo avanti nella nostra partnership con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio”.  Parmitano ha già trascorso 366 giorni nello spazio in due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, e da quando è tornato sulla Terra ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa allo Johnson Space Center della Nasa a Houston. <b>Il volo su Artemis III è un riconoscimento anche all’Italia: il biglietto per entrare nel consorzio a guida Nasa, durante la prima Amministrazione Trump, fu subordinato all’uscita dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana, da una collaborazione con la stazione spaziale orbitante cinese. </b>Ed è una dimostrazione del fatto che il campo largo occidentale della conquista spaziale, cioè stare dalla parte giusta, alla fine paga.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Sull’AI non si vive di sole regole</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:14:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La buona notizia è che l’Italia comincia a prendere sul serio l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>. <b>La cattiva notizia è che, come spesso accade, rischia di prenderla sul serio soprattutto dal lato della paura.</b> Gli schemi di decreto legislativo con cui il governo ieri ha adeguato la normativa nazionale all’AI Act europeo sono necessari: servono a stabilire chi controlla, chi vigila, chi autorizza, chi sanziona, chi risponde quando un sistema di intelligenza artificiale produce danni. Servono a chiarire il ruolo delle autorità nazionali. Servono a mettere paletti sull’uso dell’IA nella formazione, nella pubblica amministrazione, nella polizia, nella responsabilità civile e penale. Tutto giusto. Tutto inevitabile. Tutto, però, ancora incompleto.</p><p><b>Perché una buona legge sull’intelligenza artificiale non può essere soltanto una legge per evitare guai. Deve essere anche una legge per attrarre futuro. </b>E se l’ambizione si ferma qui, avremo fatto il classico errore  europeo: costruire un magnifico codice della strada e poi scoprire che le automobili le producono altrove. Il punto politico è questo. L’AI Act fissa il perimetro. I decreti italiani devono trasformare quel perimetro in una strategia. Una volta messe a punto le regole, serve creatività sull’attrattività. Servono sandbox veri, non finte stanze d’attesa burocratiche. Servono tempi rapidi per autorizzare le sperimentazioni. Servono incentivi fiscali mirati per startup, data center, laboratori, centri di calcolo, ricerca applicata. Serve un uso intelligente degli appalti pubblici, perché lo stato non può limitarsi a controllare l’innovazione: deve anche comprarla, sperimentarla, farla crescere. Serve accesso sicuro ai dati pubblici, energia competitiva, università collegate alle imprese, talenti stranieri messi nelle condizioni di venire qui e non di scappare altrove. <b>L’Italia non deve diventare il paese che spiega all’intelligenza artificiale tutto ciò che non può fare. Deve diventare il paese che, dopo aver fissato regole chiare, dice alle imprese migliori: venite qui, provate qui, crescete qui.</b> Le regole ci sono, idee sull’attrattività ancora no.</p>]]></description>
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				<title>Se Madrid e Barcellona litigano, significa che il viaggio del Papa sta andando bene</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> A Barcellona, appena arrivato,  il Papa ha parlato in latino mentre a Madrid l’hanno costretto al solito castigliano, da provinciali quali sono. E poi, volete mettere le atmosfere gotiche respirate nella cattedrale di Sant’Eulalia, capolavoro del XIII secolo, al confronto della quale l’Almudena madrilena, consacrata da Giovanni Paolo II poco più di trent’anni fa, risulta una chiesetta come tante? La galassia social è invasa da un profluvio di commenti come questi: Leone XIV, che senza sosta invoca pace e dialogo, <b>è finito suo malgrado nel mezzo della solita disputa fra le due grandi capitali del regno iberico</b>, ciascuna delle quali sostiene di aver vinto la “guerra”.&nbsp;</p><p><b>Non sono battute, divertissement per occupare i tempi morti tra i vari appuntamenti del lungo viaggio del Papa in Spagna. Sono questioni che finiscono sui giornali, con articoli ed editoriali: chi ha fatto meglio? </b>A Madrid gongolano. Intanto per il numero di fedeli scesi in piazza per i vari appuntamenti, dal mezzo milione per la Veglia (a Barcellona erano quarantamila), al milione e duecentomila per la processione del Corpus Domini. Dalla Catalogna rispondono che i quarantamila della Veglia allo Stadio olimpico erano il massimo consentito e che le prenotazioni sono state esaurite in venti minuti. A Madrid pubblicano le foto del Papa con la maglia del Real Madrid mentre visita gaudente il museo del Bernabeu, a Barcellona rispondono con una vecchia foto di Wojtyla pro Barça. Bazzecole, fino a un certo punto: la questione catalana è centrale. La Vanguardia ha fatto notare che mentre il presidente della Generalitat dava il benvenuto al Papa nella “nazione” catalana, più tardi Prevost parlava di “regione” e invitava gli astanti a farsi “costruttori di unità”. Prevost che <b>si è pure sforzato di parlare catalano</b> – alla veglia intervallava, nelle risposte alle domande che gli venivano fatte, le due lingue – con risultati non proprio memorabili. Al di là di questa disfida che mai perirà, confrontare piazze piene e stadi oranti è il segno del successo del viaggio. Forse insperato dagli stessi organizzatori. <b>Dopo anni di cronache dalla Spagna ipersecolarizzata, con le chiese vuote e il crollo della partecipazione ai sacramenti e con il macigno degli abusi su cui anche in questi giorni la stampa locale ha indugiato</b>, lo scenario non prometteva niente di buono. E invece. Saranno maggioranze silenziose che non godono della ribalta della stampa o minoranze creative che mantengono viva la fiamma della fede in Europa? Stiamo assistendo a un risveglio insperato i cui segnali in pochi hanno avvertito? I battesimi in Francia, le conversioni in Svezia e Norvegia, il boom cattolico in Gran Bretagna. Ora la Spagna. Più che casi isolati, pare una tendenza. <b>Flebile, certo. Ma evidente. </b>Anche di questo si parlerà domenica prossima a Caorle, nell’ambito di “Chiamare le cose con il loro nome”, la tre giorni di incontri organizzata da Tempi nella località veneta (si aprirà venerdì alle 21 con Alessandro Sallusti). Alle 11, in piazza Vescovado,  sarà assegnato il Premio Luigi Amicone (il presidente del Comitato che conferisce il riconoscimento è Giuliano Ferrara) e  Premio Cultura Città di Caorle alla vaticanista portoghese Aura Miguel, che dialogherà sulla Chiesa al tempo di Papa Leone XIV con il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia. Un risveglio di cui lo stesso Pontefice aveva parlato allo Stadio olimpico di Barcellona, martedì sera, quando aveva osservato che “<b>numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio</b>. Si tratta di un passo davvero importante. Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare gli spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio”. Un dialogo che non ha risparmiato storie di dolore e drammi personali. “Anche noi siamo come Nicodemo”, ha detto il Papa: “Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi. Cerchiamo una luce che illumini il cammino”. Ieri sera, dopo la messa celebrata nella Sagrada Família, Leone XIV ha inaugurato la Torre di Gesù Cristo e ha assistito a uno spettacolo pirotecnico. <b>Oggi si parte per le Canarie, dove il tema dei migranti sarà centrale. In discorsi e omelie.</b></p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/06/11/news/la-figuraccia-sui-medici-di-famiglia--400398</link>
				<title>La figuraccia sui medici di famiglia</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Salute</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La riforma della medicina generale rischia di essere ricordata come una delle occasioni mancate più significative per la sanità italiana. <b>Non perché il testo fosse perfetto, ma perché rappresentava il tentativo più concreto per affrontare un problema che tutti riconoscono e che nessuno, alla fine, sembra disposto a risolvere.</b> Per oltre un anno il Ministero della Salute ha lavorato a una revisione della medicina territoriale. Non era una proposta calata dall’alto: nasceva dal confronto con le regioni, la maggior parte delle quali governate dal centrodestra.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/06/news/schillaci-sulla-riforma-della-medicina-non-possiamo-tirarci-indietro-il-governo-trovera-una-soluzione--400188" target="_blank">Schillaci</a>&nbsp;aveva cercato una sintesi difficile tra esigenze organizzative, autonomia professionale e sostenibilità. Il risultato era una bozza capace almeno di affrontare il nodo centrale: come integrare i medici di famiglia nella nuova rete finanziata dal Pnrr. A quel punto, però, la politica si è fermata. Le resistenze dei sindacati dei medici di famiglia meritavano di essere ascoltate. <b>Ma ascoltare non significa rinunciare. </b>E invece, di fronte alla prospettiva di uno scontro, la maggioranza ha scelto la strada più semplice: accantonare il problema.</p><p>Il paradosso è evidente. Le stesse forze politiche che governano gran parte delle regioni e che avevano chiesto una riorganizzazione hanno finito per bloccare il progetto quando è arrivato il momento di assumersene la responsabilità. <b>Le dimissioni di Guido Bertolaso dal ruolo di vice coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni sono il segnale più evidente di questa frattura: un dissenso interno allo stesso campo politico.</b> Alla fine, della riforma è rimasto poco. L’obbligo di alcune ore settimanali nelle Case della Comunità difficilmente può essere considerato un cambiamento strutturale. Soprattutto non risponde alla domanda fondamentale: chi garantirà il funzionamento delle strutture territoriali che l’Italia sta costruendo con le risorse europee? Senza professionisti integrati nei nuovi modelli organizzativi, molte di quelle strutture rischiano di restare sottoutilizzate. <b>Per questo la decisione assunta in queste settimane va oltre il destino di un singolo provvedimento.</b> Riguarda la credibilità della politica quando si confronta con riforme difficili ma necessarie.</p>]]></description>
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				<title>L’agopuntura non si salva cambiando nome. Controreplica alla Fisa</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Salute</category>
				<author>Enrico Bucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>FISA, cioè la Federazione Italiana delle Società di Agopuntura,<a href="https://agopuntura-fisa.it/una-doverosa-specificazione-risposta-ad-un-recente-articolo-pubblicato-su-il-foglio/"> ha risposto</a>&nbsp;&nbsp;a un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/04/14/news/in-oncologia-il-ricorso-alla-medicina-complementare-si-associa-a-una-mortalita-piu-alta--276435">mio articolo del 14 aprile sul Foglio</a>, dedicato agli studi che collegano l’uso di medicina complementare in oncologia a una minore completezza delle cure efficaci e a una sopravvivenza peggiore.</p><p>Me ne sono accorto per caso, e quindi con notevole ritardo, perché nessuno mi ha indirizzato nulla, ma devo dire che la replica è interessante perché espone un dispositivo ricorrente nella promozione delle pseudoscienze in ambito medico: si prende una pratica nata dentro un sistema prescientifico, la si colloca in un ambiente istituzionale, la si affida a professionisti con laurea e iscrizione all’Ordine, poi si usa questa cornice per schermare il problema principale, <b>apparentemente modernizzandosi nel ricorso a possibili meccanismi di funzionamento basati sulla ricerca più recente</b>. La pratica conserva però in realtà una parte del proprio apparato simbolico originario, e quell’apparato entra nel rapporto di cura con un vantaggio competitivo: sembra umano, antico, mite, rispettoso del corpo, mentre la medicina efficace appare spesso dura, tossica, faticosa, burocratica. Così entra la pseudoscienza: non perché manchi letteratura scientifica recente sui possibili benefici dell’agopuntura e soprattutto sui possibili meccanismi di funzionamento – e di quanto questa letteratura sia solida ci occuperemo separatamente – ma perché, in realtà, questi si usano quasi in chiave difensiva di fronte alla comunità scientifica, mentre ai pazienti si continuano a raccontare frottole di ogni tipo, e, al contempo, nel nome dell’integrazione si espande la pratica ad ambiti che mancano di qualunque validazione, per poi negare la correlazione con effetti come l’abbandono delle terapie e l’aumento di mortalità in oncologia – effetti che la letteratura prova.</p><p>Ma andiamo in argomento.&nbsp;La replica FISA funziona così. Il mio articolo discuteva risultati clinici documentati in letteratura: rifiuto o incompletezza delle terapie, ritardi, sopravvivenza. <b>La risposta sposta il discorso sulla definizione dell’agopuntura italiana: atto medico, formazione, ambulatori pubblici, uso sintomatico, sostegno dell’aderenza</b>. È una sostituzione del piano di giudizio. La domanda reale e utile cui rispondere riguarda ciò che accade dopo l’ingresso della pratica nel percorso oncologico: il paziente completa meglio le cure efficaci, le completa ugualmente, oppure ne perde qualche pezzo? La replica risponde descrivendo ciò che l’agopuntura italiana dichiara di voler essere. In medicina, però, l’autodescrizione di una pratica non vale, di fronte a dati che dimostrano la correlazione con minore aderenza e maggiore mortalità bisogna rispondere con altri dati, non con auspici.</p><p>Questo passaggio va isolato perché è il cuore della faccenda. FISA rivendica l’integrazione, e <b>l’integrazione è diventata una parola molto protettiva e amata dai pazienti, perché evoca collaborazione e prudenza</b>, e viene connessa ad altre parole (di cui peraltro sembra quasi si voglia rivendicare l’esclusiva, a confronto della medicina “tradizionale”) come ascolto, qualità della vita. Il concetto di integrazione permette di distinguersi dalle forme più rozze di medicina alternativa, quelle che per esempio in oncologia pretendono di sostituire chirurgia, radioterapia, chemioterapia o terapia endocrina, portando i pazienti alla morte.</p><p>La distinzione ha certo un suo valore concettuale, ma può diventare un modo per evitare il problema empirico. Sappiamo tutti benissimo come il paziente oncologico può cominciare un percorso corretto, spesso duro, e perderne parti decisive lungo la strada, accettando una terapia e rifiutandone un’altra. Il paziente, cioè, può distribuire la fiducia fra medicina efficace e pratiche di conforto in modo clinicamente svantaggioso, senza avere nessuna corretta percezione dei rischi – e comunque ovviamente guidato da umanissimi e comprensibilissimi bias. Il danno, quando emerge, può passare da decisioni parziali, progressive, poco visibili, senza la scena caricaturale del guaritore che ordina di abbandonare l’ospedale – ed è un danno che gli articoli che ho citato nel mio scritto originario documentano con solidità.</p><p>La replica di FISA usa anche un secondo spostamento: cita linee guida sull’agopuntura per alcune forme di dolore oncologico. Questo argomento ha un perimetro chiaro. Il <b>dolore </b>è un sintomo; la sopravvivenza è un esito. Il controllo del dolore, quando documentato, può giustificare un intervento sintomatico entro limiti definiti ed è benvenuto. <b>Da qui però non discende la prova che l’agopuntura migliori l’aderenza alle terapie oncologiche decisive</b>. Per sostenere questa tesi servono dati su completamento delle cure, interruzioni, ritardi, omissioni, follow-up, confronto con pazienti comparabili. Se FISA vuole difendere l’oncologia integrata come strumento di protezione del percorso oncologico, deve mostrare che il percorso viene protetto davvero. L’intenzione di sostenere l’aderenza resta una dichiarazione fino a quando non viene misurata – sono certo che i medici di FISA porteranno quindi dati, a sostegno del fatto che l’agopuntura non sia fra le pratiche complementari che influiscono su sopravvivenza e aderenza in oncologia, insieme a tutte quelle raggruppate nella letteratura che a suo tempo citavo.</p><p>Il terzo passaggio riguarda un artificio retorico classico. FISA insiste sul fatto che in Italia l’agopuntura è praticata da medici. Questo elemento può avere importanza per la sicurezza procedurale e per il coordinamento con gli oncologi. Riduce alcuni rischi pratici, soprattutto rispetto a pratiche somministrate fuori dal sistema sanitario. Poi però può diventare anche uno schermo improprio. La qualifica del professionista non trasforma automaticamente una cornice concettuale prescientifica in una cornice scientifica. Un medico può usare una procedura con prudenza e insieme lasciare passare parole, immagini e categorie che modificano la percezione del paziente. In oncologia questa distinzione pesa. <b>La tradizione agopunturale porta con sé meridiani, Qi, vuoti, pieni, energie, riequilibri, organi della medicina cinese – e FISA ne è ben cosciente</b>. Quando questo linguaggio viene criticato da FISA, viene ricondotto a metafora, ma questa è una soluzione debole che serve proprio a non esprimere condanne troppo forti della pseudoscienza. Una metafora medica serve a rendere più comprensibile un processo reale; una metafora senza referente biomedico controllabile produce un secondo linguaggio della malattia, e soprattutto rafforza concetti prescientifici e vitalistici che sono proprio le tossine cognitive di cui parlo spesso. Se una formula tradizionale non corrisponde a un organo anatomico, a una lesione, a un biomarcatore, a una via fisiopatologica validata o a una diagnosi formulabile con criteri verificabili, va condannata senza mezzi termini, dal momento che introduce una raffigurazione della malattia e del corpo che è alternativa, non integrabile, con la medicina, e pertanto può portare e porta i pazienti ad affidarsi a realtà immaginarie. Il problema riguarda il trasferimento di credibilità: <b>il medico presta alla categoria tradizionale una quota della propria autorevolezza.</b></p><p>Questo è il punto in cui la pseudoscienza diventa più efficace nel penetrare il nostro sistema sanitario, con l’appoggio legale del riconoscimento di pratica medica. Fuori dalla medicina ufficiale può essere riconosciuta più facilmente; dentro un ambulatorio, con il linguaggio dell’integrazione e la supervisione di un medico, diventa più difficile da separare dal resto. Le parole prescientifiche perdono l’aspetto folklorico e acquistano rispettabilità. Il paziente infatti non può distinguere, salvo una preparazione specifica, fra una procedura sintomatica e l’uso di un placebo e un sistema di spiegazione alternativo. Questa confusione, che non richiede una menzogna esplicita, avviene per prossimità e mancanza di netta demarcazione fra ciò che è provato e ciò che viene giustificato come “metafora”.</p><p>FISA avrebbe potuto rispondere al mio scritto in modo molto più forte, e ho qualche speranza che lo farà. Trattandosi di agopuntura, e non di omeopatia, medicina antroposofica ed altre pratiche le cui descrizioni sono del tutto scollegate dalla realtà, avrebbe potuto dimostrare, dati alla mano: <b>nei nostri percorsi oncologici integrati i pazienti completano radioterapia, endocrinoterapia, chemioterapia e chirurgia almeno quanto i controlli</b>; abbiamo dati su ritardi, interruzioni, rifiuti e follow-up; abbiamo verificato il linguaggio usato nei colloqui; abbiamo escluso spiegazioni tradizionali capaci di confondere il paziente sulla natura della malattia; abbiamo misurato gli esiti. Una risposta di questo tipo avrebbe spostato la discussione sul terreno giusto. La replica pubblicata sceglie invece il terreno che meglio dà sponda a tutte le pseudoscienze: identità professionale, indicazioni sul dolore, intenzione di sostegno, distinzione astratta fra integrazione e alternativa.</p><p>Il risultato è un testo rivelatore.<b> FISA non confuta il problema sollevato dagli studi; lo ricolloca in un’area dove l’agopuntura appare più presentabile.</b> Il lettore viene invitato a guardare il contesto medico, mentre la questione riguarda l’effetto complessivo sul percorso terapeutico.</p><p>L’oncologia non è il luogo adatto per esperimenti semantici beneducati, <b>tenendo conto che la giusta comunicazione può tranquillamente portare un paziente a sopportare mesi di terapia dura perché ha capito che quella fatica modifica la prognosi, ma può anche abbandonare una parte del percorso perché un altro linguaggio gli ha reso più accettabile una scelta diversa</b>. Per questo ogni pratica inserita nel percorso oncologico deve essere valutata anche per l’effetto che produce sulla gerarchia mentale delle cure. Un sistema di parole prescientifiche, portato accanto al letto del malato con l’autorevolezza del medico, richiede prove molto più solide della propria innocuità, prove almeno in grado di contrastare i dati sin qui pubblicati e che ho citato.</p><p>Questo è un dibattito tecnico, naturalmente, che non si pretende di svolgere sul Foglio; ho provato ad affrontarlo&nbsp;<a href="https://cattiviscienziati.com/2026/06/10/una-doverosa-controreplica/">con maggiore accuratezza e rigore altrove</a>, e qui ricorderò solo che, nelle scuole in cui si rilasciano gli attestati di FISA, si insegnano cose come “Sindromi di QI, XUE, JING e JINYE: fisiopatologia, clinica e terapia&nbsp; - 8 REGOLE DIAGNOSTICHE”, o le “SINDROMI DEGLI ZANG FU: fisiopatologia, clinica e terapia”, o l’inefficace e pseudoscientifica moxibustione;&nbsp;<a href="https://www.scuoladiagopuntura.it/corso-di-agopuntura/corso-triennale-di-agopuntura-2022-2023">altro che metafore</a>, quindi.</p><p>Vorrei ricordare per chiudere solo un ultimo punto: il paziente oncologico ha diritto al sollievo, ma ha soprattutto diritto a un percorso in cui nessuna parola, nessuna metafora, nessuna pratica e nessuna corporazione professionale lo sottragga alle cure che possono davvero salvargli la vita, come i dati mostrano avvenire sin troppo spesso.</p>]]></description>
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