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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:21:40 +0200</pubDate>
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				<title>Exit poll: De Luca a valanga a Salerno. A Venezia avanti il centrodestra. I risultati delle elezioni comunali</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 14:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Si sono chiuse le urne nei 750 i comuni, di cui 18 capoluoghi di provincia, in cui si è votato domenica e lunedì.</b> L'affluenza è in leggero calo ovunque. Alle precedenti elezioni amministrative, quelle del settembre 2020, alle 15 di lunedì erano andati a votare il 64,9 per cento degli aventi diritto, mentre alle 15 di oggi si è recato alle urne il 60 per cento di chi poteva votare. Un calo più significativo al nord rispetto al sud.</p><p>Le sfide più interessanti sono a <b>Venezia</b>, dove il candidato del centrodestra <b>Simone Venturini (</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/03/03/news/chi-e-simone-venturini-il-delfino-di-brugnaro-candidato-sindaco-a-venezia--126058">qui un suo ritratto</a><b>)</b>, secondo i primi dati reali, è avanti sul candidato del campo largo Andrea Martella (quando lo scrutinio è quasi al venti per cento Venturini è al 56,6 per cento contro il 34,8 di Martella), e a <b>Salerno</b>, dove <b>Vincenzo De Luca</b> sfida tutti. E, stando alle proiezioni di Opinio per la Rai (con la copertura del 24 per cento del campione), lo fa vincendo a valanga, con il 58 per cento, staccando di molto Gherardo Maria Marenghi, candidato del centrodestra, e Franco Massimo Lanocita, candidato di M5s e Avs, fermi rispettivamente al 15,6 e al 13,7 per cento. A <b>Prato</b>&nbsp;sembra un test riuscito per il Pd dopo il commissariamento:&nbsp;Matteo Biffoni, candidato del campo largo, secondo i dati reali (con scrutinio arrivato a quasi un terzo), è al 56,7 per cento mentre il candidato del centrodestra Gianluca Banchelli è fermo al 28,3. Ad&nbsp;<b>Arezzo</b> e <b>Pistoia</b>, la destra deve dimostrare che il suo radicamento nelle ex zone rosse non è stato un incidente. Nel primo dei due comuni il candidato di FdI, Lega e Forza Italia Marcello Comanducci è in effetti avanti: i dati reali, al venti per cento delle sezioni scrutinate, lo danno al 44,9 per cento, non abbastanza però da evitare il ballottaggio con il candidato del campo largo Vincenzo Ceccarelli (che è al 32,8 per cento, mentre il candidato di Azione, Marco Donati, è al 18,8, i suoi voti saranno probabilmente determinanti al secondo turno).&nbsp;<b>A Chieti</b>&nbsp;e&nbsp;<b>Avellino</b>&nbsp;le divisioni del centrodestra possono regalare al campo largo una possibilità inattesa. E in effetti nel capoluogo abruzzese il candidato del campo largo Giovanni Legnini è, secondo le ultime proiezioni di Opinio, ma fermo al 48 per cento. Anche per lui dunque c'è il rischio ballottaggio, dove il centrodestra potrebbe ricompattarsi e vincere. Infine ci sono le due città dello Stretto.&nbsp;<b>Reggio Calabria</b>, dove il candidato di centrodestra (e Azione) Francesco Canizzaro è prossimo a strappare il comune al centrosinistra. Le ultime proiezioni lo danno al 69,1 per cento. Mentre a <b>Messina</b> continua a comandare Cateno De Luca, il suo fedelissimo Federico Basile, il già sindaco di Sud chiama Nord, viaggia spedito verso la riconferma, surclassando i candidati di centrodestra e centrosinistra.</p><h2>Il vantaggio celeste di Cannizzaro a Reggio Calabria</h2><p>Dietro il vantaggio di Francesco Cannizzaro (detto Ciccio) a Reggio Calabria potrebbe esserci stato il supporto di qualcuno di importante. “Con l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione, risorgerà. Reggio risorgerà. Viva Reggio, viva i reggini, che Dio vi benedica!”, aveva detto il deputato di Forza Italia durante l’apertura della sua campagna elettorale, lo scorso 26 aprile in piazza De Nava. Neanche a dirlo, la clip del comizio-invocazione è diventata virale sui social network, attirandosi anche qualche critica. La risposta di Cannizzaro, in un evento pubblico di qualche giorno dopo, non si è fatta attendere: “Io ho evocato Dio e la Madonna, continuerò a farlo. Che dovevo fare? Evocare Satana? Di certo non evoco i morti per farli votare”.</p><h2>A Messina comanda l'altro De Luca. A Enna il ritorno di Crisafulli</h2><p>Né a destra, né a sinistra. Quello di Messina è "un risultato eclatante. Ha vinto un monocolore. Unico caso di monocolore civico e autonomista. Per la terza volta riusciamo a vincere: nel 2018 e nelle due successive sindacature di Federico Basile. A Messina e negli altri Comuni gli altri sono scesi invece con coalizioni", ha festeggiato il leader di Sud chiama Nord, <b>Cateno De Luca</b>, commentando i dati dell'uscente Federico Basile, suo fedelissimo, che si era dimesso con un anno di anticipo per contrasti insuperabili con il Consiglio comunale. "Abbiamo spaccato il centrodestra. Stiamo scrivendo una bella pagina di storia", ha proseguito De Luca, già primo cittadino di Messina tra il 2018 e il 2022, che per la nuova tornata ha deciso di schierare oltre mille candidati, di cui 468 al consiglio comunale – con 15 liste depositate e più di 500 candidati alle circoscrizioni. La prima proiezione ha dato il primo cittadino uscente al 53 per cento e la legge elettorale siciliana prevede che non occorra il ballottaggio se si ottiene almeno il 40 per cento al primo turno.</p><p>Mentre a Enna, quando è stato scrutinato il 13,59 per cento delle schede, il candidato del centrosinistra <b>Vladimiro Crisafulli</b> è al 62 per cento seguito dal candidato del centrodestra, Ezio De Rose è al 33,32 per cento. Filippo Fiammetta, sostenuto dalla lista Enna Futura-Coordinamento civico per Enna e da Controcorrente, è al 3,8 per cento. Ritorna così alla ribalta Crisafulli, già assessore della Regione siciliana e parlamentare per il Pd, conosciuto anche come “barone rosso”, il “fratello di Sicilia” di Massimo D’Alema. "Sono cento chili di puro 'cacicco'", ha dichiarato lui al Foglio nel 2023, subito dopo l'exploit di Elly Schlein alle primarie dem: “Ovvio! Ho votato Sclin. Bedda, bedda. Funziona. Mizzica, se funziona. Magnifica! Lo testimonio”.</p><p>Dopo il suo coinvolgimento in alcuni procedimenti giudiziari, nel 2013 Commissione nazionale di garanzia del Partito democratico, presieduta da Luigi Berlinguer, decise di togliere il suo nome dalle liste, insieme a quello di Antonio Papania, Nicola Caputo. "É giacobinismo allo stato puro. Un errore e una scorrettezza clamorosa. Spero che il mio partito non continui su questa strada, quando si sceglie la via della purezza c'è sempre uno più puro che ti epura", aveva commentato Crisafulli, all'epoca senatore.&nbsp;</p><p>Fra dem e Crisafulli continua a non scorrere buon sangue.&nbsp;"No, ha fatto bene, così abbiamo preso tutti questi voti. Perfetto, è andata benissimo", ha detto Crisafulli rispondendo alla domanda se il Pd abbia fatto male a non dargli il simbolo. Dopo avere appreso che la segreteria nazionale del suo partito aveva deciso di non concedergli l'uso del simbolo alle comunali, Crisafulli aveva risposto perentorio: "A Enna il Pd sono io". Pochi festeggiamenti anche da parte del&nbsp;segretario del Pd in Sicilia, Anthony Barbagallo:&nbsp;"A Enna il dato certo da cui partire è che il centrodestra perde. Ma è anche certamente una vittoria personale di Vladimiro Crisafulli, frutto della sua storia e della sua esperienza politica", ha detto.<b>&nbsp;"A bocce ferme con il gruppo dirigente faremo una attenta valutazione dei risultati di questa tornata di amministrative – ha concluso – sia dal punto di vista generale sia in ogni singolo comune"</b>.&nbsp;</p><h2>Vigevano. Il centrodestra alla prova Vannacci</h2><p>A Vigevano, in provincia di Pavia, il primo e unico candidato a sindaco legato all’ex generale Roberto Vannacci, Furio Suvilla, potrebbe essere un precedente da tenere a mente per il centrodestra in vista delle prossime politiche. Infatti il candidato sostenuto da Futuro nazionale, quando sono state scrutinate tredici sezioni su sessantuno (oltre il 20 per cento), ha ottenuto circa il 14 per cento dei voti, mentre quello sostenuto da Lega, Fratelli d’Italia e Noi moderati, Riccardo Ghia, è dato intorno al 23. Ma il dato più interessante è che la lista civica in sostegno di Suvilla, VIF Vigevano Futura, per il momento ha superato quella del Carroccio (ferma al 9,5 per cento) ed è impegnata in un testa a testa con la lista di Forza Italia (13 per cento) che sostiene a sua volta un terzo candidato, Paolo Previde Massara. In tutto questo, davanti a un centrodestra diviso, per il momento, c’è al 34 per cento Rossella Buratti, la candidata sindaco di un campo largo che va da Alleanza Verdi-Sinistra a Casa Riformista, con dentro anche il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico. Se lo schieramento di centrodestra avesse corso in modo unitario, avrebbe di gran lunga superato il centrosinistra, senza neanche passare dal ballottaggio. Appunti utili per le politiche.</p><h2>A Pistoia ritorna il centrosinistra</h2><p>"Siamo tornati a guidare la città, da domani al lavoro. Anna Maria Celesti mi ha chiamato poco fa per farmi le congratulazioni. È stata una bella corsa. Le cittadine e i cittadini hanno scelto e sono onorato di questa loro fiducia". Così Giovanni Capecchi, che si appresta a diventare il nuovo sindaco di Pistoia, riportando la città nell'alveo del centrosinistra dopo due mandati nel segno del centrodestra. Attualmente, Capecchi ha superato il&nbsp;55 per cento dei voti, contro il&nbsp;42 per cento ottenuto dalla candidata del centrodestra Celesti.&nbsp; "Mi aspettavo una vittoria al primo turno, il clima era molto favorevole, ma fino all'ultimo non ci avrei messo le mani sul fuoco", ha proseguito&nbsp;Capecchi. "Sarà un sindaco vicino alla città. <b>L'imperativo di far partecipare la città alle scelte in politica più importanti per me è un dovere. Voglio continuare un dialogo con tutte con tutti non chiudermi nelle stanze</b>".<br><br></p><h2>Dove nessuno la spunterà al primo turno. E al ballottaggio potrebbero invertirsi i rapporti di forza</h2><p>Secondo i primi exit poll, sia ad <b>Arezzo </b>che a <b>Chieti</b> nessuno dei candidati sindaci ha superato il 50 per cento e quindi si andrà al ballottaggio che è previsto per il 7 e 8 giugno. Nel capoluogo toscano, storica roccaforte rossa che la destra ha conquistato sei anni fa, gli exit poll danno <b>Marcello Comanducci</b>, candidato di una coalizione composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati, a una forbice compresa tra il 41,5 e il 45,5 per cento. Invece quello del campo larghissimo, <b>Vincenzo Ceccarelli,</b> sostenuto dal Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Casa Riformista è, sempre secondo gli exit poll, tra il 32 e il 36 per cento. E' probabile che ad essere determinante al secondo turno sarà il candidato di Azione <b>Massimo Donati</b> che ha raggiunto quasi il 20 per cento.</p><p>Nel capoluogo abruzzese, invece, gli exit poll danno in testa il centrosinistra con <b>Giovanni Legnini</b>, appoggiato anche questa volta da tutto il campo largo, Pd, M5s Avs e Chieti Viva, con una percentuale compresa tra il 46 e il 50 per cento. Il vantaggio di Legnini è anche dovuto alle divisioni dell’altro schieramento: Fratelli d’Italia e Forza Italia da una parte e la Lega dall’altra. Infatti i partiti di Meloni e Tajani hanno deciso di sostenere l’avvocato Cristiano Sicari, che ora è dato tra il 22 e il 26, mentre Salvini ha deciso di presentare un candidato autonomo, Mario Colantonio, ex assessore comunale, insieme all’Udc. Se si ricompattassero al secondo turno il</p>]]></description>
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				<title>Quella pretestuosa polemica sui bengalesi alle elezioni comunali di Venezia</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 14:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Bandiera Bianca</category>
				<author>Antonio Gurrado</author>
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				<description><![CDATA[<p>La nuova smania della politica italiana sono<b> i bengalesi </b>alle elezioni comunali di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/amministrative-2026-novecento-comuni-al-voto-e-i-casi-di-venezia-salerno-e-vigevano--399334" target="_blank">Venezia</a>: sia il gran numero di elettori acquisiti che posa giulivo con la tessera elettorale in mano e l’abito della festa, ma senza dare l’impressione di avere ben presente cosa stia accadendo di preciso, sia il paio di candidati inseriti nelle liste del centrosinistra e che non sembrano offrire maggiori garanzie rispetto alla base che rappresentano. Grande scandalo hanno destato le istruzioni ai bengalesi su come e dove mettere la crocetta su quel misterioso oggetto pieghevole che viene consegnato loro una volta che si presentano al seggio. <b>Ebbene, la polemica è del tutto pretestuosa</b>.</p><p>Già all’inizio del XX secolo, in Italia, l’elettorato attivo era stato esteso ad amplissime fasce di una popolazione in larga parte analfabeta, sia pur con alcuni distinguo. Nel secondo dopoguerra, il suffragio universale ha fatto crescere esponenzialmente il numero di italiani che votavano senza sapere bene cosa stessero facendo o perché: innumerevoli sono stati i casi, nel corso della prima repubblica, di elettori incapaci di tenere una penna in mano, cui veniva quindi consegnato un prontuario da ricalcare supinamente. <b>All’epoca delle preferenze si ricorse all’indicazione dei candidati con dei numeri, così da non mandare in confusione un copro elettorale meno avvezzo all’ortografia che alle estrazioni del lotto</b>. Ancora nella seconda repubblica i partiti facevano a gara per inserire il proprio simbolo in uno degli angoli della scheda, così da rendere più facile scovarlo a elettori che altrimenti non avrebbero saputo dove posare la matita copiativa. E la presunta terza repubblica? Ricordo distintamente interviste-trabocchetto in cui candidati alla Camera o al Senato rivelavano di non sapere quanti fossero i membri della Camera o del Senato; senza contare che buona parte degli italiani vota tuttora alle elezioni politiche convinta di star scegliendo il governo anziché i parlamentari. Presentarsi al seggio ed esercitare il diritto di voto in una spensierata incapacità di intendere e di volere, in Italia, è tradizione radicata da più di un secolo; quando si tratta di votare, siamo molto bengalesi anche noi.</p>]]></description>
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				<title>Chi è Simone Venturini, il delfino di Brugnaro a Venezia</title>
				<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 16:47:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Lo chiamano il delfino di Brugnaro, il civico di centrodestra pronto a blindare la “rossa” Venezia dal ritorno dell’opposizione. Simone Venturini però, assessore con deleghe alla Coesione sociale e allo Sviluppo economico, preferisce definirsi “l’evoluzione di una decennale esperienza amministrativa”. Quella nel solco del sindaco-imprenditore, che dal 2015 governa il capoluogo veneto. Se Alberto Stefani – urne alla mano – si è dimostrato il volto nuovo e rassicurante per il dopo-Zaia in regione, Venturini punta a un analogo risultato nella città lagunare: a 38 anni, sarebbe il più giovane sindaco della sua storia. E già parla da nuovo inquilino di Ca’ Farsetti: “Vinceremo le elezioni al primo turno”.</p><p>Sarebbe un risultato clamoroso, in una roccaforte progressista come Venezia – dove il centrosinistra, seppur per uno zero virgola, figurava in testa anche alle ultime regionali. Eppure Venturini ha la confidenza di chi conosce la partita che andrà a giocare. Il nodo più intricato è ormai alle spalle: la convergenza sul candidato, tramontata la suggestione Zaia – fra i due c’è stima reciproca – e incontrate le varie istanze dei partiti. Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia avrebbero tutte voluto esprimere qualcosa in più – soprattutto FdI, dopo la rinuncia al Veneto. Ma il rischio era alto: i simboli e i nomi della destra convenzionale da queste parti non attaccano e la formula di Brugnaro si è rivelata vincente. Venturini dice di essere un profilo più politico e meno imprenditoriale del suo predecessore, ma preferisce insistere sul concetto di “impegno amministrativo”. Anche perché l’etichetta del civismo, al di là della lista che presenterà nelle prossime settimane, sarebbe difficile da attribuirgli. Ha esordito nella cosa pubblica già nel 2008, appena 18enne, da segretario di sezione nell’Udc di Ugo Bergamo – sindaco di Venezia nei primi anni Novanta. E ha ricoperto questo ruolo a Marghera, la frazione più operaia e tradizionalmente di sinistra della terraferma veneziana. Lui invece faceva il boy scout, il parrocchiano, trascorrendo l’adolescenza nell’associazionismo locale prima di laurearsi in giurisprudenza a Padova, “studiando per gli esami tra una commissione e l’altra”.</p><p>Poi lo scandalo Mose rimischia le carte e separa le strade: Bergamo si schiera contro Brugnaro, Venturini segue il patron di Umana sin dalle prime battute, diventando uno dei volti-simbolo della nuova giunta. Uno dei più moderati: anni fa aveva firmato per il Foglio, insieme ad altri amministratori locali, un appello “per un partito europeista che unisca le forze liberali e popolari” – e a giudicare dal non tesseramento, lo sta ancora cercando. Inoltre è rimasto estraneo ai fatti dell’inchiesta Palude, e anche questo in vista del voto avrà un certo peso. Al contempo, dietro le quinte si è progressivamente avvicinato a forzisti e meloniani, senza esporsi per nessuno in particolare: a chi sostiene che la tavola sia già apparecchiata – a FdI gli assessori di peso in cambio della mancata candidatura – lui ribatte che “la squadra del futuro sarà la fotografia del risultato elettorale”. Ci sarebbero insomma degli accordi di massima, ma nulla di definito. Il mandato che gli dà la coalizione è chiaro: allargare il centro e fare da interlocutore accogliente, dialogando con le tante anime civiche presenti in città.</p><p>Un ruolo che Venturini accetta volentieri, punzecchiando i punti deboli dell’opposizione. A un politico esperto come Andrea Martella infatti non contesta la competenza: “Sarebbe un ottimo sindaco, ma di Portogruaro”, afferma l’avversario tra il serio e il faceto, accusando il senatore del Pd – natio della provincia – di assenteismo laddove ha scelto di candidarsi. “In questi anni qui non c’è stato: è espressione dell’apparato di partito”. E se Brugnaro ha fatto molta fatica a strappare consenso oltre la terraferma, Venturini in questo senso cerca la sfida nella sfida: da Marghera negli ultimi anni si è trasferito nel centro storico che si spopola. La prima immagine affidata ai social da candidato sindaco arriva dall’edicola di campo Sant’Angelo. “Ognuno vive dove vuole, l’importante è vivere la città”. Ricette per Venezia poche e chiare. Facili a dirsi e un po’ meno a realizzarsi: esprimere la capitale della contemporaneità, rinvigorire il ceto medio, porre un freno all’overtourism potenziando il contributo d’accesso introdotto dall’attuale amministrazione. Rendere dunque Venezia “una realtà per giovani”. Se in termini di programma è un rebus, come slogan funziona benissimo.</p>]]></description>
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				<title>Fermato a Reggio Emilia un 22enne accusato di terrorismo. L’ombra del jihadismo sull’Italia</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Un 22enne italiano di origini marocchine è stato fermato giovedì sera dalla polizia di Reggio Emilia con l'accusa di arruolamento con finalità di terrorismo, anche internazionale</b>. Era in via Roma, nel centro della città, mentre era in programma una partita di basket di livello nazionale che richiamava migliaia di persone e un concerto in piazza San Prospero: il centro era affollatissimo. Armato di coltello, secondo quanto&nbsp;<a href="https://www.poliziadistato.it/articolo/32686a147b654db01578812596" target="_blank">ricostruito dalla procura reggiana</a>&nbsp;– coordinata con quella Antimafia e Antiterrorismo di Bologna – era pronto a scagliarsi contro i passanti. Una segnalazione ha allertato la Digos e gli agenti lo hanno individuato mentre camminava da solo. Il giudice ha disposto per lui la <b>custodia cautelare in carcere</b>.</p><p><b>La storia del giovane, senza fissa dimora, è nota alle forze dell'ordine da due anni</b>. Dal 2024 veniva monitorato dalla&nbsp;<a href="https://www.poliziadistato.it/articolo/direzione-centrale-della-polizia-di-prevenzione" target="_blank">Direzione centrale della Polizia di Prevenzione</a>: in Germania, dove viveva con la famiglia, era stato arrestato per alcuni reati e <b>si era dichiarato più volte sostenitore dello Stato islamico</b>. <b>Espulso dalla Germania, era rientrato in Italia a gennaio</b>. Questura, centro di Salute mentale e servizi socio-assistenziali reggiani lo avevano inserito in un percorso di assistenza, interrotto però quando una sua utenza telefonica era stata individuata all'interno di chat in cui si lavorava all'organizzazione di attentati. <b>Sul cellulare sequestrato giovedì sera gli inquirenti hanno trovato conversazioni con un soggetto sospettato di essere affiliato allo Stato islamico</b>, che gli aveva proposto di istruirlo e finanziarlo per compiere un attacco, in Italia o all'estero. Proposta a cui il 22enne avrebbe acconsentito. Le indagini proseguono.</p><h2>Due arresti in cinque giorni</h2><p>L'episodio arriva cinque giorni dopo un altro fermo per la stessa ipotesi di reato, questa volta a <b>Firenze</b>: il 20 maggio la Digos fiorentina ha <b>arrestato un quindicenne tunisino</b>, in Italia da tre anni, accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Il ragazzo era già stato collocato in comunità nell'ottobre 2025 per la medesima accusa. Il giudice aveva disposto la messa alla prova a marzo 2026, ma dal giorno successivo alla revoca il minore aveva ripreso i contatti – con una nuova utenza – con account riconducibili ad affiliati allo Stato islamico. Sul suo cellulare sono state trovate immagini di terroristi islamici noti. In alcune chat si era dichiarato pronto ad agire, aveva chiesto indicazioni sul luogo e si era mostrato interessato a reperire armi. Il gip del tribunale per i minorenni ha disposto la<b> custodia cautelare in istituto penale minorile</b>, definendolo <b>"soggetto pericoloso" che non avrebbe "mutato le proprie convinzioni ideologiche"</b>.</p><p><b>Sullo sfondo resta la strage di Modena</b>, dove il 10 maggio scorso&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/18/news/chi-sono-queste-figure-ibride-inclassificabili-e-accomunate-dallodio-per-loccidente--399054" target="_blank">Salim El Koudri</a>&nbsp;a bordo di un'auto ha falciato i passanti in centro città e accoltellato alcune delle persone che hanno tentato di fermarlo. Secondo quanto riferito dalla trasmissione "Fuori dal Coro" e ripreso da alcune testate, nel cellulare di El Koudri – 31enne di origini marocchine, ma nato a Seriate, in provincia di Bergamo – sarebbero stati trovati video dal contenuto violento: l'ipotesi di una matrice terroristica – al momento non confermata dalla procura – continua a circolare nel dibattito pubblico.&nbsp;Il Gip ha convalidato l'arresto e la custodia cautelare in carcere per El Koudri, con le accuse di strage e lesioni aggravate.</p><p>Che il jihad sia una minaccia residuale appartiene a una narrazione che fatica a reggere. Ne scriveva su questo giornale, quattro giorni fa, Luca Gambardella.</p>]]></description>
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				<title>Edward Weston e la materia segreta delle forme</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Arte</category>
				<author>Vittorio Bongiorno</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un peperone è più di un peperone anche quando sembra solo un peperone. E’ un “peperone potenziato”. E una conchiglia non è solo una conchiglia. Persino un cesso, un bellissimo water di ceramica bianca, non è solo un cesso ma una “intensificazione della sua stessa forma e della sua consistenza essenziale”, come scriveva nel 1932 Edward Weston, il fotografo americano che ha elaborato un nuovo modo di vedere la realtà e l’oggetto in sé.</p><p><b>Nato nel freddo Illinois nel 1886 e morto nella calda e irrequieta California nel 1958, Weston è uno dei più importanti fotografi moderni.</b> Il suo prolifico testamento artistico (circa 10000 scatti, 2000 stampe d’epoca, 1400 negativi ufficiali, più due volumi dei suoi diari “Daybooks”) spazia nel bianco e nero di ritratti, nudi, paesaggi e nature morte. Fotografare oggetti inanimati, da un certo punto in poi, diventa la sua ossessione, indagando con il suo banco ottico la pura essenza delle cose grazie a lavori di straordinaria nitidezza e ricchezza di dettagli. <b>Ancora per qualche settimana (fino al 2 giugno) 171 di quelle luminosissime fotografie sono in mostra a Camera – Centro italiano per la Fotografia di Torino con il titolo “La materia delle forme”. </b></p><blockquote>“Tutto dipende (...) dalla mia intuizione nell’istante cruciale, che se si perde non si può più ripetere”, scrive Weston nel suo diario</blockquote><p>“La macchina fotografica può registrare soltanto ciò che ha davanti a sé, quindi devo aspettare e saper cogliere il momento giusto quando mi si presenta sul vetro smerigliato”, scriveva Weston il 23 aprile 1927 nel suo diario, “Fino a un certo punto, quando realizzo nature morte, posso avere la percezione della mia visione prima ancora di iniziare il lavoro, ma nel ritratto, nelle figure, nelle nuvole – quando cerco di registrare il movimento e l’espressione in continuo cambiamento – tutto dipende dalla chiarezza della mia visione, dalla mia intuizione nell’istante cruciale, che se si perde non si può più ripetere. Questo è un grande limite e al tempo stesso un problema affascinante della fotografia”.</p><p>Per Weston vedere e comprendere un oggetto nel suo senso più profondo comportava uno sforzo enorme. Significava catturarlo su costose lastre 8x10 pollici dopo averlo pre-visualizzato mentalmente prima di aprire l’otturatore della pesante macchina. La qualità delle stampe vintage delle foto esposte nel bel museo sabaudo è impressionante: molti degli scatti hanno cento anni o più, ma non lo dimostrano. L’occhio del fotografo è stato capace di svelare la geometria nascosta in volti, corpi, oggetti, deserti e mari in tempesta con una potenza e una nitidezza rara. Il lascito della sua magnifica opera è quasi filosofico: il soggetto è irrilevante rispetto alla visione che lo anima. Il fascino e il mistero della fotografia dipendono solo dall’attenzione con cui chi sta dietro l’obiettivo e guarda la realtà.</p><p>Il sedicenne Edward riceve dal padre una Kodak Bulls-Eye n.2 ma è fondamentalmente un autodidatta. Qualche anno dopo si trasferisce a vivere con la sorella May a Los Angeles dove conosce una sua amica, Flora Chandler, nata in una facoltosa famiglia californiana, che sposa poco dopo, nel 1909, a ventidue anni. A venticinque, nel 1911, apre finalmente il suo studio a Tropico, l’odierna Glendale, e si guadagna da vivere come ritrattista: le sue prime foto sono nello stile “pittorialista” molto in voga negli anni ‘20, ricordano la pittura vittoriana, e Weston ritrae nudi e paesaggi bucolici con atmosfere sognanti e una leggera sfocatura, manipolando le immagini in camera oscura. Nonostante il matrimonio con Flora duri ufficialmente a lungo, sancito anche dalla nascita di ben quattro amatissimi figli, è l’incontro con la prima di tante muse e amanti a scardinare la sua esistenza. Edward incontra Margrethe Mather nel 1912 nello studio ribattezzato “Tropico”, ha bisogno di una assistente che possa anche posare nuda per i suoi esperimenti.</p><blockquote>E’ grazie a Margrethe Mather, di cui si innamora, che inizia a sperimentare un linguaggio autonomo. Lei diventa la sua maestra, e firma alcune sue foto</blockquote><p>La presenza magnetica di una donna emancipata, bohemienne, bisessuale e ben introdotta nei circoli culturali della sinistra hollywoodiana ha un’influenza dirompente su un uomo borghese del Midwest, sposato con una donna altrettanto borghese. Innamoratosi follemente della bellissima Margrethe, è grazie al lavoro insieme a lei, come due veri partner artistici, che Weston inizia a transitare dal pittorialismo verso una fotografia moderna e un linguaggio autonomo. Lei diventa la sua maestra firmando persino le foto a quattro mani.</p><p>Sfortunatamente di lì a poco lui distruggerà i diari di quegli anni, ma alla fine della sua vita se ne pente amaramente e scrive un ritratto molto toccante della sua prima musa: “<b>Mi pento persino di aver distrutto il mio diario prima del Messico: per quanto scritto male, documentava un periodo fondamentale, tutta la mia vita con M. M., la prima persona importante della mia vita; e forse anche adesso, sebbene il contatto personale sia venuto meno, la più importante. Potrò mai scriverne a posteriori? O ci sarà un giorno un rinnovato contatto? E’ stata una vita e un amore folle ma bellissima!”</b></p><p>Il cuore della scena artistica però è a New York, dove Weston nel 1922 incontra due influenti e importanti fotografi come Alfred Stieglitz e Paul Strand, amici e rivali, che lo traghettano verso quella che viene definita straight photography, cioè il rifiuto di ogni tipo di manierismo e di manipolazione tecnica a favore di una rappresentazione esatta del soggetto in sé. Un punto di svolta per la sua carriera e da questo momento la fotografia pura diventa per Weston una missione. Ma quando nella vita di Weston avviene un cambiamento, scrive la critica Nancy Newhall, “quasi sempre assume le sembianze di una donna”. Infatti nel 1921 Edward conosce la coppia di artisti bohemienne Roubaix de l’Abrie Richey detto Robo e la moglie Tina Modotti e immediatamente scatta una nuova scintilla, prima artistica tra i due uomini, poi passionale tra Weston e la Modotti.</p><p>Senza nulla togliere a tutte le sue muse-amanti, che si meriterebbero un intero romanzo, la figura dell’artista italiana è quella che segna più di tutti la sua vita: Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini, detta Assuntina, poi diventata Tina, nasce a Udine nel 1896 ma emigra nel 1913 a San Francisco per raggiungere il padre e la sorella. Impara a fotografare nello studio dello zio ma in America fa prima la sarta, poi l’attrice nel cinema muto, infine l’attivista nel Messico post-rivoluzione. Donna passionale dalla personalità esplosiva, a Los Angeles sposa l’artista Robo Richey che, da amico di Weston, gli organizza una mostra in Messico. Tina diventa la sua nuova musa-modella e, allo stesso tempo, cerca di carpire i segreti artistici di Weston. Lo scrittore Pino Cacucci, che alla Modotti ha dedicato due bellissimi libri, la descrive così in “Tina” (Feltrinelli, 2005): “Chiede, studia, osserva, non perde una sola parola delle intere giornate che Weston le dedica. La brama con cui lei si getta in ogni attività cattura l’estrema sensibilità di Weston. Non solo per la sua bellezza, ma anche per il naturale ardore che Tina trasmette, se ne innamora in maniera così totalizzante da fargli dimenticare per qualche giorno ogni altra cosa”.</p><blockquote>Il sodalizio con Tina Modotti.  Ma mentre Weston si dedica a pietre, sabbia e conchiglie, lei fotografa operai, bandiere, falce e martello&nbsp;</blockquote><p>A questo punto però il destino gioca un brutto scherzo a Weston e alla Modotti, perché mentre sono in viaggio per il Messico Robo Richey muore improvvisamente. Tina rimane da sola con l’amico-amante fotografo. A Città del Messico si ritrova al centro di un circolo di artisti del calibro di Frida Kahlo e dal grande muralista Diego Rivera, suo marito, la cui visione del mondo cambierà radicalmente il corso della sua vita. Dal 1923 al 1926 Tina e Edward sono una coppia fissa nonostante la presenza di Chandler, uno dei quattro figli che lui porta sempre con sé. L’intesa e la collaborazione tra i due sono totali: lui fotografa il paesaggio messicano, il deserto ma soprattutto lei, Tina, nuda sul tetto del loro appartamento, trasformando il suo corpo sinuoso in quello che Rivera definisce, osservando le stampe, “la matematica dell’universo”. Lei, imparato il mestiere, si dedica invece a una fotografia di denuncia sociale e politica, sviluppando il suo stile autonomo: mentre Weston comincia a fotografare pietre, sabbia, conchiglie e peperoni, la Modotti fotografa operai, bandiere, falce e martello poggiati su un sombrero. Si amano molto ma più le loro vite si intrecciano, più le loro esistenze si separano. “Tina indossava blue jeans che erano molto inusuali per le donne di quell’epoca”, scrive Cacucci nel suo romanzo, e la bellezza della donna scatena gelosie sia negli uomini che nelle donne, tanto che Weston annota nel suo diario “la prossima volta mi sceglierò un’amante brutta come l’inferno”. Ma la ricerca della forma pura per Weston non contempla una visione politica, è un’ossessione mentale introspettiva e i loro cammini cominciano a farsi distanti. Fotografare, per lui, significa scattare la stessa roccia, la stessa duna, lo stesso cactus, lo stesso legno trasportato dalla corrente come un atto di fedeltà alla realtà, non a un ideale politico. A lui non interessa vedere altro ma vedere di più, oltre la superficie, per cogliere la forza essenziale delle cose. Pur continuando ad amare Tina sente molto la lontananza dei figli e l’esperienza messicana, seppur fondamentale, non gli trasmette più le sensazioni di un tempo: nel 1926 i due si separano, dedicandosi lettere strazianti, e lui torna in California.</p><p>In mostra a Torino ci sono molti dei nudi realizzati con altre muse-amanti, compresi quelli di Charis Wilson, scrittrice, sua autista (Weston non guidava) e poi anche moglie per qualche anno: in un’epoca in cui il corpo femminile è ostentato, esposto, truccato, fatto a pezzi, nella fotografia di Weston colpiscono invece la brillantezza formale e il suo sguardo, che comunicano una purezza abbagliante. Nancy Newhall ha scritto che Weston usava la luce “come uno scalpello”, enfatizzando il gioco delle forme delle donne che posavano per lui. In base all’inquadratura, alla luce e alla composizione che Weston pre-immagina, i corpi nudi diventano contemporaneamente pura astrazione, architettura naturale e ovviamente intimità erotica, come quelli di Charis nuda nel deserto o i “nudi danzanti” in studio.</p><p><b>Attraversando le stanze di Camera Torino affollate di giovani che catturano con gli iPhone il memorabile Peperone N.30, le conchiglie, i meravigliosi canyon di arenaria della Death Valley, le risacche dei mari di Point Lobos, è chiara la portata dell’eredità della fotografia di Weston alla cultura visiva contemporanea.</b> La sua visione unica e l’intensità del suo sguardo fanno sì che ogni fotografo che catturi la geometria nascosta in un oggetto comune celebri la sua memoria. Un omaggio in tal senso si è visto anche nella recente mostra “The New American West: Photography in Conversation” di Maryam Eisler e Alexei Riboud, dove gli scatti che i due fotografi hanno realizzato nel 2024 tra Arizona e Texas dialogano con foto storiche selezionate dall’archivio della Howard Greenberg Gallery, tra cui quelle di Paul Strand, Ansel Adams e, ovviamente, Edward Weston.</p><p>Maryam Eisler, londinese di origini iraniane, si è spinta oltre: nel 2017 ha viaggiato fino a Carmel, California, per visitare la casa dove Weston è morto e dove ora abita il nipote Kim, anche lui fotografo. Nella camera oscura dove sono ancora appesi al muro gli appunti con le formule chimiche scritte a mano per lo sviluppo delle straordinarie immagini che oggi tutti conosciamo, la fotografa ha vissuto una sorta di momento spirituale: “Qui Edward aveva stampato il famoso Nudo sulla soglia di Charis del 1936 (il manifesto della mostra di Torino) e Peperone N. 30”, racconta Eisler a Il Foglio, “Sul bordo del caminetto ho trovato i candelieri di terracotta messicana che Edward aveva portato dal Messico dopo aver lasciato Tina.<b> Da allora vengono accesi per i raduni di famiglia e sono ancora lì, dritti e silenziosi, esattamente dove lui li aveva lasciati</b>. Quei piccoli frammenti di storia mi hanno ricordato che l’arte non riguarda solo le immagini: riguarda le storie, gli oggetti, e le vite che continuano a risuonare attraverso di loro”. Quel viaggio e le foto che lei ha realizzato a Carmel, Big Sur e Point Lobos sono diventati la mostra e il libro “Imagining Tina: A Dialogue with Edward Weston”, dove le ombre e le luci e forse anche i fantasmi di Edward e Tina si incontrato sotto l’obiettivo della sua macchina fotografica.</p><blockquote>Maryam Eisler ha visitato la casa in cui Weston è morto: “Ho trovato i candelieri che Edward aveva portato dal Messico dopo aver lasciato Tina”</blockquote><p>Weston smette di fare foto nel 1947, quando scopre di essere affetto dal morbo di Parkinson, e dopo aver insegnato agli amatissimi figli Cole e Brett a stampare le sue foto secondo le sue rigorose formule. Il suo ultimo scatto “Rocce e ciottoli, Point Lobos” è del 1948. Muore dieci anni dopo all’età di 72 anni guardando lo stesso mare. Il suo amico e fotografo Ansel Adams dice, nel discorso commemorativo: “Edward non fotografava la natura. Fotografava la sua comprensione della natura. E quella comprensione era così profonda che le due cose diventarono indistinguibili”. <br>Dopo la commemorazione i quattro figli disperdono le sue ceneri tra le acque e le rocce e i ciottoli di Point Lobos, luogo a cui Edward Weston aveva dedicato la sua vita.</p>]]></description>
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				<title>Cos&#039;è il katechon di Peter Thiel</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Michele Silenzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La peculiarità di una figura come quella di <b>Peter Thiel</b> sta in un duplice aspetto. Da un lato è il magnate del tech che si pone dinanzi al mondo per estrarne il massimo guadagno possibile, dall’altro si pone dinanzi alla nostra epoca con idee che vogliono ripensarla. Perché ritiene che questo nostro tempo non sia un tempo qualsiasi. Si potrebbe dire che egli riproponga, a suo modo, la celeberrima undicesima tesi su Feuerbach di Karl Marx: <b>i filosofi fino a ora hanno interpretato in vari modi il mondo, adesso è il momento di trasformarlo. </b></p><p>Thiel ha una formazione filosofica. <b>Nelle teorie di René Girard (ma non solo!) ha trovato anche il motore della sua attività imprenditoriale</b>. Non importa quanto i “filosofi di professione” prendano sul serio il suo pensiero.  Ciò che conta è il fatto che Thiel sa che il mondo è fatto innanzitutto di idee, e che le cose, le tecnologie, seguono le idee.</p><p>Si è parlato fin troppo del ciclo di conferenze romane di Thiel sull’Anticristo, spesso in modo folcloristico e grossolano. Poco male. Il punto che non si è voluto cogliere è che, al di là delle solite spinte complottare date un po’ dal tema e un po’ dal personaggio, Thiel vede la nostra epoca come un’epoca “apocalittica”, ossia come un momento di rivolgimento radicale del mondo, dell’ordine fin qui raggiunto. Quindi, per cogliere la caratura dell’epoca non bastano le categorie della sociologia e della psicologia. Figuriamoci! <b>Occorre, invece, attingere al meglio della tradizione filosofica e spirituale.</b></p><p>Questa idea della nostra epoca come epoca apocalittica viene senz’altro a Thiel dagli studi girardiani. In Origine della cultura e fine della storia, il pensatore francese scrive: “Ogni esperienza cristiana è apocalittica, perché ci si rende conto che, dopo la decomposizione dell’ordine sacrificale, niente più si frappone tra noi e la possibilità della nostra distruzione. In che modo questo possa materializzarsi però non lo saprei dire”.</p><p>Per chi non ha familiarità con Girard, vanno spiegate queste parole. Secondo Girard il cristianesimo è arrivato nel mondo interrompendo il meccanismo di violenza/sacro che teneva insieme le società attorno a un omicidio fondatore, all’uccisione di un capro espiatorio che poi veniva innalzato a simbolo sacro del nuovo ordine raggiunto. Tale era l’ordine sacrificale. Il cristianesimo rompe questo ordine, perché mostra che la vittima, la vittima per eccellenza, l’agnello, ovvero Cristo, è effettivamente una vittima. La luce della figura di Cristo si espande così sulla storia mostrando le vittime in quanto tali, e non come capri espiatori che possono essere sacrificati per riportare ordine nel momento in cui la società precipita nel caos. <b>Girard sostiene che oggi siamo in un tempo pienamente “cristianizzato”</b>, ossia in cui la figura della vittima è posta davvero al centro del sistema politico e della nostra percezione del mondo: “Il principio della difesa delle vittime è il nuovo assoluto”.</p><p>Tuttavia, in questa nuova, e totalmente inedita, condizione “post-sacrificale”, Girard percepisce un problema: <b>tra questa rivelazione sulla vittima e l’Ultimo Giorno in cui, in prospettiva cristiana, il Signore farà ritorno per giudicare i vivi e i morti, bisogna pur vivere</b>. Bisogna pur “produrre ordine”. Ma come si produce questo ordine se il meccanismo sacrificale non funziona più? Si capirà, per chi vuole capire, che non è un problema da poco perché ha a che fare, per dirla sempre con Girard, con le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo.</p><p>Thiel si pone, a suo modo, dinanzi a questi problemi. Li vede, li avverte. In tale ottica, è utile leggere uno dei punti conclusivi del suo libro teorico, <i>Il momento straussiano</i>, in cui l’idea tra cambiamento dell’ordine mondiale, pericolo dello scatenarsi della violenza e utilizzo della tecnologia sono parte di una riflessione sul moderno e sul destino del mondo che ci aspetta. Un mondo che “potrebbe differenziarsi dal mondo moderno in modo molto peggiore o molto migliore: la violenza illimitata di una mimesi incontrollabile o la pace del regno di Dio”.</p><p><b>La mimesi incontrollabile, tipico concetto girardiano, è il momento del massimo scatenarsi della violenza</b>, della guerra di tutti contro tutti in cui non vi è più un momento sacrificale capace di scongiurarla (visto che siamo in epoca cristiana). L’altra opzione, è ovvio, è <b>l’Ultimo Giorno del Signore</b>. Scongiurare la “mimesi incontrollabile” è l’obiettivo di Thiel. Egli parla dell’Anticristo (figura misteriosa che causa il Male operando un seducente e ingannevole bene – è, infatti, l’immagine speculare di Cristo) per riflettere sul katechon, ossia su quella forza frenante che, secondo San Paolo, trattiene il trionfo dell’Anticristo ma che, allo stesso tempo, rallenta la venuta dell’Ultimo Giorno del Signore, la pace di Dio, perché quest’ultima arriverà dopo che l’Anticristo avrà preso il dominio sulla Terra. Il katechon, quindi, è una figura che fa del bene, frenando la forza dell’Anticristo. Però deve essere figura provvisoria, e qui sta la sua possibile “duplicità”, perché qualora il katechon si facesse esso stesso “dominio” frenerebbe in maniera indefinita la venuta del Signore (intesa come ciò che è Bene). Si dovrebbe iniziare a capire da questo breve ragionamento cosa vi è in palio nel pensiero di un personaggio come Thiel.</p><p><b>La forza del katechon non è una “forza astratta”, ma una forza politica</b>, che sta nel mondo, che opera nel mondo. In tal senso, si può pensare a Palantir come a quel sistema di tecnologie globali di sicurezza che si pone come katechon, come “forza frenante” che evita il caos assoluto della mimesi incontrollabile, della guerra di tutti contro tutti, fornendo appunto sicurezza che dà stabilità. Ponendosi in una tale prospettiva, che meriterebbe ovviamente maggiore approfondimento, si può iniziare a capire come la riflessione e la prassi portate avanti da Thiel siano qualcosa di unico rispetto al nostro mondo. Qualcosa su cui discutere, che può anche inquietare, ma che, allo stesso tempo, prende sul serio questa nostra epoca in cui il bromuro delle buone intenzioni della stragrande maggioranza della politica occidentale non solo è inutile per operare, ma insignificante persino per provare a capire.</p>]]></description>
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				<title>Isaak Babel’, che da Odessa reinventava il mondo</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 11:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Marco Archetti</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Isaak Babel’,</b> ovvero: il russo che sapeva ridere. Forse perché era nato a Odessa, città indomita, verso la fine del Diciannovesimo secolo. Aveva gli occhiali sul naso ma non l’autunno nell’anima. E una zucca grossa, tonda, calva. Amava i cavalli, non conosceva l’avarizia, prestava denaro a destra e a manca ed era convinto di due cose: che si sbagliassero tutti, compreso Dio, per esempio quando aveva mandato gli ebrei in Russia perché ci soffrissero come all’inferno, e che si dovesse bere una bottiglia di vino al giorno.<b> “Non siamo nati per essere infelici”, scriveva</b>. Il paradiso per lui era la Francia, Parigi, che amava per interposto Maupassant, suo scrittore di riferimento, e nonostante nella capitale francese vivessero sua moglie e sua figlia, in una lettera ammetteva “è qui che io devo lavorare”.</p><p>Isaak Babel’ è tutto in questo “qui” che significava Odessa, o meglio la Moldavanka, “che è ancora più di Odessa”, <b>quartiere ebraico a ridosso del porto, protagonista di quasi tutti i suoi racconti</b> e di almeno quattro dei nove, tutti autobiografici, che compongono questa bellissima raccolta intitolata <i>Storia della mia colombaia</i> (pp. 148, 13 euro) che Quodlibet manda in libreria e che non bisogna farsi scappare.</p><p>La prima ragione è la grande vitalità che ciascun racconto trasmette, la pura gioia della lingua di un grande scrittore che rifà il mondo e anzi, lo raddoppia e lo triplica, lo reinventa in nome del realismo romanticizzante di cui fu maestro, servendosi spesso di iperboli smaglianti per celebrare quell’estasi tutta babeliana dello stare al mondo – <b>stiamo parlando dell’unico responsabile del fatto che nella letteratura russa esistano descrizioni del sole davvero gioiose e limpide.</b></p><p>Un’altra ragione è che compongono quasi un romanzo breve, essendo cronologicamente consequenziali: <b>due raccontano l’infanzia, tre l’adolescenza, quattro la giovinezza</b>. Il più divertente è Risveglio, storia di come non si diventa bambini prodigio in una città che, invece, sfornava bambini prodigio e futuri geni della musica. “Non appena un bambino compiva quattro o cinque anni, questa gracile e minuscola creatura era condotta dal signor Zagurskij. Zagurskij capeggiava una fabbrica di bambini prodigio, una fucina di nanerottoli ebrei coi colletti di merletto e le scarpe di vernice. Andava a scovarli nelle catapecchie della Moldavanka”.</p><p>I capolavori della raccolta sono due: quello che la intitola, cioè <i>Storia della mia colombaia</i>, <b>che racconta lo scoppio di un progrom nel 1905</b>, proprio mentre il protagonista, che ha nove anni, torna a casa coi suoi agognati colombi, per farsi regalare i quali ha studiato come un pazzo così da poter superare l’esame e accedere alla classe preparatoria del ginnasio di Nikolaev, col suo misero cinque per cento di posti a disposizione degli ebrei; e Il mio primo onorario, di cui <i>Dichiarazione</i> è la versione breve – la bozza iniziale? la versione finale? – e che racconta di un’iniziazione sessuale e artistica:<b> in una sola notte un giovane scrittore andrà con una prostituta e troverà, una volta per tutte, il significato di scrivere</b>. (Fidarsi a occhi chiusi di uno scrittore che racconta storie postribolari e non ci ricama su, paragonando la letteratura ai favori di una puttana. E poi il racconto ha un incipit indimenticabile, questo: “Vivere in primavera a Tbilisi, avere vent’anni e non essere amato è una sciagura, e questa sciagura era capitata a me”).</p><p>Fucilato nel gennaio del 1940 dopo anni di persecuzioni, sequestri di materiale e volgari intimidazioni e riabilitato nel 1954 dopo la morte di Stalin, Babel’ è una benedizione per il lettore, purtroppo impartita solo a metà. <b>Il sequestro e la distruzione delle sue carte ci permettono solamente di immaginare le possibilità letterarie che covavano nella sua penna</b>. E quanto ancora avrebbe potuto scrivere, con quell’amore ardente e carnale, mai concettuale e in alcun modo astratto, per la vita e le leggi di questo mondo, leggi che uno come lui è stato capace di farci accettare, tenendo insieme, vicine e quasi sovrapposte, giovinezza e morte, volgarità e bellezza, turpitudine e candore. Isaak Babel’ aveva capito la vita – tutta la vita – e aveva solo cominciato a raccontarla.</p>]]></description>
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				<title>L’antidoto alla nostalgia: lo stupore</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Marina Corradi</author>
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				<description><![CDATA[<p>12 maggio. Di cieli come questo, a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/03/28/news/la-mia-vita-nascosta-tra-quei-cementi-lettera-dal-diciannovesimo-piano--260022" target="_blank">Milano</a>&nbsp;se ne vedono pochi. Cielo terso, gonfio di vento e di mute promesse. <b>Al mercato i tendoni si gonfiano come vele di vascelli, i primi abiti estivi sventolano dalle grucce.</b> Colorati e leggeri ammiccano alle donne, che si fermano a guardarli. Un cielo così puro a Milano ti costringe a uscire, e coraggiosamente a inoltrarti per vie una volta abituali. Una volta: quando a Santa Maria presso San Celso, in corso Italia,  con il passeggino giravo nel deambulatorio attorno alla navata, adagio. Il bambino incantato dalla fiamma tremula delle candele, e io in pace, finalmente, in quella penombra uterina. <b>Meravigliose mattine. Passate.</b></p><p>Anche il passato, ha detto Benedetto XVI, può diventare un idolo. Tuttavia stamattina il cielo è troppo bello, e occorre andare. Al Ticinese, dove alla fiera di Senigallia nel vociare della folla ritrovavi la tua bici rubata. <b>Che silenzio, ora. </b>Il campanile di Sant’Eustorgio svetta nel blu dell’orizzonte. Lì mi sono sposata, lì è stato battezzato il primo figlio. Distolgo lo sguardo, alla prima fitta di dolore.</p><p>Ma in fondo alla via, a una cancellata, mi blocco, stupita. Un unico solitario fiore, bianco e viola. Strano: ha una forma da astronave. Due vistosi pistilli, come antenne spaziali. <b>Resto immobile a guardarlo: la fantasia di Dio non smette di meravigliarmi. Ecco l’antidoto alla nostalgia: lo stupore, lo thauma degli antichi.</b> Lo stupore si tramanda: a me lo ha insegnato mia madre, davanti alle faglie rosa della Dolomiti (“Sono fatte di conchiglie di tanto tempo fa”, mi diceva. Io, sbalordita. Tanto tempo fa? Ma il tempo, cos’era?)</p><p>Stupore per questo fiore, raro a Milano. Passiflora, mi è tornato in mente il nome. La passiflora solitaria si dondola al vento. La lascio con rammarico. A casa, impigliato nei capelli trovo un seme, come un chicco di riso. Seme di chissà cosa. Lo interro in un vaso sul balcone, lo annaffio. Attendo che germogli. Chissà chi è, il seme regalato dal vento di una mattina di maggio.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>La Difesa vuole una piattaforma streaming tutta sua. &quot;Sarà un flop&quot;, dice Mirko Campochiari (Parabellum)</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 13:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Televisione</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’hanno chiamata "Netflix della difesa". Del resto, è uno dei primi pensieri che viene in mente leggendo l’<a href="https://www.difesaservizi.it/avviso-esplorativo-zona-militare-club-piattaforma-tv-ott" target="_blank">avviso esplorativo</a>&nbsp;che Difesa Servizi, società del ministero della Difesa, ha pubblicato per capire se ci sia interesse sul mercato per creare una piattaforma televisiva e streaming interamente dedicata al mondo della difesa. <b>"Non la seguirà nessuno, sarà un flop", sentenzia parlando con Il Foglio</b>&nbsp;<b>Mirko Campochiari, conosciuto su YouTube come</b> <b>Parabellum</b>. Con 150 mila iscritti e oltre 60 milioni di visualizzazioni complessive, il suo canale è fra i più seguiti in Italia quando si parla di analisi storico-militare. Secondo lui creare una piattaforma ad hoc della Difesa è sostanzialmente inutile. <b>"Onestamente questa iniziativa non la capisco. Con tante piattaforme già esistenti e popolari, perché mai il pubblico dovrebbe spostarsi verso un nuovo servizio sconosciuto?"</b>.&nbsp;</p><p>Bando alla mano, la società che si aggiudicherà il progetto (c’è tempo fino al 4 giugno per partecipare) dovrà realizzare una piattaforma fruibile su connected tv, web, desktop e mobile, con contenuti sia live che on demand, e poi creare modelli di monetizzazione basati su abbonamenti, pubblicità e sponsorizzazioni. Si dovrà occupare anche dello sviluppo editoriale audiovisivo e di palinsesto della piattaforma, il tutto <b>pagando a Difesa Servizi un canone annuo da 20 mila euro</b>. Durata del rapporto? Tre anni, estendibili ad altri tre. Il brand commerciale messo in licenza dalla Difesa è&nbsp;<a href="https://www.difesaservizi.it/NasceZonaMilitareClub" target="_blank">“Zona militare Club”</a>, concepito e realizzato nel 2020 da Difesa Servizi allo scopo di promuovere i brand dell’Arma dei Carabinieri&nbsp;e delle&nbsp;Forze Armate&nbsp;con uno "stile più moderno e innovativo", si legge nel comunicato di presentazione. Il primo store con questo brand è stato inaugurato nel 2023 a Corvara (Bolzano), ed è specializzato in abbigliamento e articoli alimentari. Il piano è aprire sempre più punti vendita in tutta Italia, in parallelo a una nuova piattaforma tv.&nbsp;</p><p>“Lo dico contro il mio stesso interesse, dato che mi farebbe concorrenza, ma <b>sarebbe molto più efficace potenziare il canale YouTube ufficiale dell'esercito</b>”<b>, propone Campochiari</b>. I modelli da seguire ci sono: “Le forze armate austriache, la Bundesheer, fanno anche delle ottime analisi sulla guerra in Ucraina, e sono molto neutrali. Ma anche l'esercito romeno ha un bellissimo canale&nbsp;dove intervistano i giovani che hanno deciso di intraprendere la carriera militare e usano YouTube come specchietto per far vedere le loro attività. <b>Puntano ad attirare più persone mostrando un'immagine più familiare di loro stessi. Rinchiudersi in una nuova piattaforma invece non ha alcun senso</b>”. Il problema tende a espandersi all'intero modo con cui il mondo della Difesa parla di sé agli altri. “Io ho successo in Italia perché l'Esercito non c'è. Non c'è una fonte ufficiale sull'analisi militare”, ammette Campochiari, secondo cui al massimo su questi temi “ci sono programmi televisivi di opinionismo che puntano più allo scontro e allo share che ad analizzare gli scenari in maniera rigorosa.<b> L'Esercito italiano ha abdicato al suo ruolo informativo</b>”. Il motivo, secondo lo youtuber, è puramente politico: “Quando l'esercito dice qualcosa, è ufficiale. Ma una determinata analisi verrebbe percepita come la linea del governo italiano, e non si vogliono assumere certe responsabilità”. Eppure, il pubblico c'è eccome. “<b>Dall'attacco russo in Ucraina del 2022 in poi l'interesse delle persone riguardo la geopolitica è schizzato</b>”, dice Campochiari. “Dal conflitto mediorientale fino al Venezuela, il pubblico vuole capire le ragioni dietro ogni crisi che scoppia nel mondo”.&nbsp;</p><p>Il bando della Difesa riporta alla mente&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2023/01/06/news/itsart-its-closed-sangiuliano-liquida-la-netflix-di-franceschini--164653" target="_blank">l’esperienza flop di ItsArt</a>, piattaforma voluta dal ministro della Cultura&nbsp;Dario Franceschini durante gli anni peggiori del Covid-19. Avrebbe dovuto essere la “Netflix italiana della cultura”, ma dopo sette milioni e mezzo di perdite solo nel primo anno di attività è stata messa in liquidazione da Cassa depositi e prestiti. <b>Stavolta però è diverso, si augurano dal mondo militare. Qui l’idea di una piattaforma che racconti il dietro le quinte del mondo delle forze armate ha suscitato parecchio entusiasmo</b>. C’è chi dice di augurarsi che un progetto del genere possa essere d'aiuto a ridurre lo stigma che ruota attorno alla Difesa, e mostrare il lato più nascosto delle attività di chi lavora nel settore. Dall’impegno nel settore dell’efficientamento energetico alle iniziative in campo museale e sportivo. “Siamo donne e uomini come tutti, è giusto usare i mezzi più innovativi per raccontarci”, dicono al Foglio dalle forze armate. La stessa società Difesa Servizi è stata istituita nel 2010 con questo intento: valorizzare il patrimonio immobiliare dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/esercito_34291/page/1" target="_blank">esercito</a>, ma anche gestire i marchi e gli emblemi dei corpi armati a tutto tondo. Media compresi. Prima ancora della piattaforma, Difesa Servizi aveva già testato il mondo dell’audiovisivo con <b>“Vespucci, il viaggio più lungo”</b>, docuserie targata Rai 3 prodotta insieme a Palomar (la casa di produzione di Montalbano) e a Rai Fiction. Ogni episodio ha portato davanti allo schermo circa mezzo milione di italiani. Sulla piattaforma nuova è tutto da vedere.&nbsp;“Speriamo che cambino idea”<b>,</b>&nbsp;conclude Campochiari.&nbsp;“Scommetto ogni singolo centesimo che sarà un fallimento”.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Guida minima per capire chi potrà dire di aver vinto le amministrative</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:06:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>La tentazione, guardando&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/amministrative-2026-novecento-comuni-al-voto-e-i-casi-di-venezia-salerno-e-vigevano--399334" target="_blank">le amministrative del fine settimana</a>, è dire: <b>tutto si decide a Venezia.</b> E in parte è vero. Venezia è la città più importante, la copertina nazionale, il laboratorio più visibile, la sfida in cui il centrosinistra sogna di chiudere il ciclo Brugnaro e il centrodestra prova a dimostrare che la stagione civica nata nel 2015 non è stata una parentesi. Ma il voto nei diciotto capoluoghi di provincia (15 nelle regioni a statuto ordinario e tre in Sicilia, in tutto sono coinvolti 744 comuni,  totale di 6,4 milioni di elettori) dice qualcosa di più interessante:<b> racconta lo stato reale delle coalizioni  quando devono smettere di fare dichiarazioni e  scegliere compromessi. Il primo dato è che il centrosinistra arriva unito, sì, ma spesso  a fatica.</b></p><p>La formula del campo largo esiste, e in molte città funziona. Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza verdi e sinistra, civiche e Italia viva si ritrovano insieme più spesso di quanto accadesse qualche anno fa. <b>Questa è una novità politica non piccola. Il Movimento 5 Stelle, che per anni ha costruito la propria identità sull’incompatibilità con i partiti tradizionali, ormai accetta con crescente naturalezza di stare in coalizioni guidate o partecipate dal Pd.</b> E Italia viva, che dopo la rottura con il Pd sembrava destinata a essere una forza strutturalmente laterale, è diventata quasi una presenza costante del campo largo: non sempre con il simbolo, non sempre in posizione dominante, ma quasi sempre dentro l’area riformista che accompagna il centrosinistra. Naturalmente questa unità non è una fusione. E’ una convivenza. In alcune città il campo largo c’è davvero; in altre è un campo allargabile; in altre ancora è un campo rattoppato. La differenza è decisiva. <b>Un conto è presentarsi uniti perché si condivide un progetto urbano, un conto è farlo perché l’aritmetica del ballottaggio lo impone.</b> Venezia, Prato, Fermo, Chieti, Avellino sono prove diverse dello stesso esperimento: il centrosinistra può essere competitivo solo se riesce a sommare culture politiche che fino a ieri si guardavano con sospetto. Ma la somma, da sola, non basta. Serve un candidato credibile, serve un’agenda, serve la sensazione che non si tratti solo di un cartello elettorale contro la destra.</p><p><b>Il centrodestra, al contrario, si presenta mediamente più compatto.</b> E’ il vantaggio naturale di una coalizione che governa insieme a livello nazionale e che, alle amministrative, conosce meglio l’arte della disciplina. Ma anche qui il quadro è meno granitico di quanto sembri. A Chieti e Avellino le divisioni sono reali, con pezzi della coalizione che corrono separati. A Fermo, Forza Italia si muove fuori dallo schema principale. A Crotone, l’unità c’è, ma passa attraverso liste civiche e presenze meno esposte. <b>Sono scricchiolii, non terremoti.</b> Però servono a ricordare che anche il centrodestra, quando scende sui territori, non è un monolite: è una coalizione di partiti con ambizioni diverse, classi dirigenti locali gelose, rapporti di forza da ridefinire.</p><p>Poi c’è il centro. E qui il caso più interessante è Azione. Carlo Calenda ha scelto una linea che si può descrivere in due modi. Il primo, più nobile: autonomia. Azione decide città per città, candidato per candidato, senza farsi arruolare né dalla destra né dalla sinistra. Il secondo, meno nobile: i due forni. <b>A Venezia e Reggio Calabria sta con candidati di centrodestra; a Chieti e Andria con il centrosinistra; altrove prova soluzioni autonome o terzopoliste. Il problema non è la libertà di scelta, che per un partito centrista è persino fisiologica.</b> Il problema è la leggibilità. Se l’elettore non capisce qual è il criterio, l’autonomia rischia di sembrare ambiguità. E Venezia, da questo punto di vista, è la prova più delicata: nella città più importante, Azione poteva provare a imporre un’agenda liberale su turismo, residenza, Porto, Mose, industria culturale, terraferma. Scegliendo il candidato del centrodestra, rischia invece di essere percepita più come stampella che come motore, specie se il centrodestra dovesse perdere la sfida.</p><p>Oltre Venezia, le città da guardare sono almeno cinque. <b>Reggio Calabria</b>, perché è la partita che il centrodestra vuole strappare al centrosinistra e perché misura il peso di Forza Italia nel Sud. <b>Salerno</b>, perché lì non si vota semplicemente per un sindaco ma per capire se il deluchismo è ancora più forte dei partiti che lo hanno accompagnato e poi subìto. <b>Prato</b>, perché il centrosinistra prova a ricostruire credibilità dopo il trauma del commissariamento e perché la città è un concentrato di temi nazionali: lavoro, immigrazione, sicurezza, distretto produttivo. <b>Chieti</b> e <b>Avellino</b>, perché sono i due luoghi in cui le divisioni del centrodestra possono regalare al campo largo una possibilità inattesa. E poi ci sono Arezzo e Pistoia, dove la destra deve dimostrare che il suo radicamento nelle ex zone rosse non è stato un incidente.</p><p>Il voto, dunque, non dirà solo chi vince e chi perde. <b>Dirà chi è più capace di allargarsi senza snaturarsi. Il centrosinistra deve dimostrare che il campo largo non è solo una formula romana buona per i comunicati.</b> Il centrodestra deve dimostrare che la compattezza nazionale regge anche davanti alle ambizioni locali. Il centro deve dimostrare che non è un taxi che porta voti ora di qua ora di là, ma una forza che cambia l’agenda. Venezia sarà il titolo. Ma il vero articolo lo scriveranno tutte le altre città.</p>]]></description>
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				<title>Erri De Luca a Gerusalemme: “Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio”</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Un Foglio Internazionale</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>"L’arrivo di <b>Erri De Luca</b> la prossima settimana all’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim a Gerusalemme, con il sostegno della Jerusalem Foundation, <b>non è una tappa del tour promozionale di uno scrittore internazionale. E’ un atto di allineamento morale contro i venti dominanti”.</b> Così il giornale Israel Hayom. La direttrice del festival, Julia Fermentto-Tzaisler, quest’anno&nbsp;aveva invitato il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, una delle figure più acclamate della letteratura contemporanea, che però&nbsp;ha deciso di boicottare Israele. <b>De Luca prenderà parte all’incontro “From Naples to Jerusalem”, che prevede un dialogo con il professore universitario Uri S. Cohen sul clima letterario e culturale dell’Italia</b> contemporanea, oltre che sulle opere dell’autore partenopeo e sul suo nuovo libro che sarà presto pubblicato in ebraico. “Non è solo un romanziere e poeta di riferimento, ma anche un attivista sociale, che parla yiddish ed ebraico antico, che ha tradotto la Bibbia in modo unico” è la descrizione di De Luca che si può leggere sulle pagine ufficiali del festival.</p><p>“In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione” dice a Israel Hayom. “Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. <b>Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista per questo fatto stesso. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della loro stessa ombra.</b> Non sanno di essere sionisti. Io lo dico ad alta voce, e non mi importa del prezzo’. Recentemente ha corrisposto con la sua amica, la cantante Achinoam Nini. Lei gli ha chiesto di partecipare a un evento che sta organizzando a Firenze a luglio. De Luca non ha cercato di smussare gli spigoli per compiacere qualcuno e ha posto una condizione morale esplicita. ‘Le ho detto: sarò felice di venire, ma sono sionista. Non sono capace di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa più importante, non collaborerò con nessun evento o forum in cui si parli di genocidio in riferimento a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/23/news/hasta-la-flotilla-siempre-gaza-e-il-nuovo-vietnam-salato--399379" target="_blank">Gaza</a>’”.</p><p>L’uso del termine “genocidio” suscita in lui una profonda rabbia grammaticale. “So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. <b>E’ l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. E’ terribile, ma non è genocidio”. </b>La migliore prova dell’assurdità, dice, sta nel movimento operativo delle Forze di Difesa Israeliane. “Se l’obiettivo dell’esercito fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile, dato che l’intera popolazione era concentrata dentro la città. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota. Non si basa su fatti o osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele e di ferirne la legittimità.”. Ha quindi chiarito a Nini di non essere disposto "a fare da ornamento intellettuale a gruppi che usano queste parole”.</p><p>La solitudine non spaventa Erri De Luca. Guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano, che ora cerca di punirlo con il silenzio o l’ostracismo. <b>“Gli insulti della cricca letteraria non mi toccano. Sono volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. </b>Non ho mai accettato di partecipare a premi letterari, né come candidato, né come giudice, né come ornamento. Non mi interessano le piccole conventicole, la politicizzazione a buon mercato delle case editrici. Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda”. L’amore quasi mistico di De Luca per la lingua ebraica, la Bibbia e la cultura ebraica, e di conseguenza per Israele, sembra a prima vista un enigma letterario senza radici. E’ nato a Napoli, cresciuto in una famiglia cattolica e non è stato esposto nell’infanzia a nessun filo biologico di connessione. Questo enigma ha turbato non solo i suoi lettori, ma anche i suoi cari. “La guerra, la distruzione di Napoli e lo sterminio degli ebrei europei sono gli eventi in cui mi sono sentito coinvolto e personalmente impegnato, nel profondo”.</p><p><b>Quando l’orrore è arrivato la mattina del 7 ottobre, De Luca ha seguito i resoconti dalla sua casa isolata, con la comprensione immediata che qualcosa nei vecchi sistemi concettuali era completamente crollato. </b>La sua analisi degli eventi non è politica e non si traduce nei cliché familiari dei media stranieri. “La prima cosa che mi ha colpito quella mattina è stata l’assoluta mancanza di preparazione, l’allarmante assenza di difesa militare nella zona. Non c’era difesa lì. La risposta iniziale è stata interamente sulle spalle di singoli individui che hanno mostrato una selvaggia ingegnosità e hanno combattuto da soli contro la morte. Ma oltre al fallimento operativo o di intelligence tattica, sono convinto che ci sia stata una ‘ignoranza volontaria’ da parte del vostro governo. <b>C’è stato un rifiuto cosciente e profondo di capire la situazione, e il risultato è stato il prezzo più terribile di tutti, qualcosa che non si sarebbe nemmeno potuto immaginare”. </b>Ciò che rende il massacro del 7 ottobre ancora più orribile e distinto nella lunga storia delle persecuzioni degli ebrei, secondo De Luca, è l’elemento del rapimento di civili.</p><p>“Sento gente usare il termine pogrom, ma ciò che è accaduto qui è stato peggiore e più sofisticato di un pogrom. Nei classici pogrom europei i rivoltosi non prendevano ostaggi su questa scala. Venivano, uccidevano, distruggevano e se ne andavano. <b>Qui l’uso massiccio di ostaggi e la loro detenzione nelle gallerie aggiungono una dimensione di crudeltà pianificata e razionale che rende questo evento qualcosa di brutto e diverso da tutto ciò che abbiamo conosciuto nella storia moderna”.</b> Sente che “Israele sta combattendo ora quella che è assolutamente l’ultima guerra nella struttura a noi familiare, a Gaza, in Libano e in Iran. Dovete cercare di liberarvi di Hamas e Hezbollah politicamente e operativamente, e vedo piccoli segnali che questo è possibile. Il fatto che si siano tenute recentemente elezioni locali a Deir al-Balah per la prima volta in 20 anni, e che Hamas non abbia avuto posto né piede in esse, mostra che c’è la possibilità che il popolo palestinese capisca di doversi liberare di loro per sopravvivere”.</p><p>Per spiegare il paradosso per cui la libertà interna nasce proprio dalla sconfitta esterna, De Luca torna all’Italia della Seconda guerra mondiale. <b>“L’Italia è riuscita a liberarsi del fascismo di Mussolini solo perché ha perso completamente la guerra e perché le forze alleate, gli americani, gli inglesi e anche la Brigata ebraica, hanno occupato il paese.</b> <b>Nessun popolo può liberarsi da solo di un regime totalitario interno senza uno shock esterno schiacciante.</b> Guardate cosa è successo in Spagna: Franco non è entrato nella guerra mondiale, non è stato sconfitto militarmente, e quindi il fascismo è sopravvissuto indisturbato fino agli anni 70. Lo stesso è accaduto in Argentina. La dittatura militare della giunta è caduta solo dopo aver perso la guerra delle Falkland contro i britannici. C’è un momento storico in cui un gruppo o un popolo può essere redento e liberato solo attraverso la sconfitta militare dei suoi leader tirannici. E’ quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento nella regione”.</p><p><i>(Traduzione di Giulio Meotti)</i></p>]]></description>
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				<title>Se sei nato in Mali, nel salotto di Fazio diventi malese</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 09:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Pulci di notte</category>
				<author>Stefano Lorenzetto</author>
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				<description><![CDATA[<p>• <b>Geografia.</b> Ospite di Fabio Fazio a <i>Che tempo che fa</i>, su Nove, Annalisa Cuzzocrea, editorialista e inviata della <i>Repubblica</i>, parla del povero bracciante ucciso a Taranto da un gruppo di teppisti e, senza che il conduttore faccia una piega, afferma: “Mi volevo fermare su Bakari Sako, che è il <i>malese</i>, il bracciante <i>malese</i>, perché, vedi, mi sono occupata di quella storia perché sono rimasta sconvolta invece dalla mancanza di reazioni politiche”. Noi invece siamo rimasti sconvolti dalla somaraggine di Cuzzocrea e Fazio. L’ucciso non era originario della Malesia o Malaysia (Asia), bensì del Mali (Africa), quindi era maliano, non malese. [17 maggio 2026]</p><p>• <b>Gelo.</b> Titolo dalla <i>Repubblica</i>: “Giuli sbarca alla Biennale / <i>resta il gelo con Buttafuoco</i>”. Titolo dal <i>Fatto Quotidiano</i>, stesso giorno: “Blitz a Venezia, <i>pace tra Giuli e Buttafuoco</i>”. Si è interrotta la catena del freddo. [22 maggio 2026]</p><p>• <b>Ricercato.</b> Elly Schlein, segretaria del Pd, intervistata sulla <i>Repubblica</i> da Giovanna Vitale, dichiara: “Le immagini dei maltrattamenti inflitti agli attivisti, prima sequestrati con un atto di pirateria <i>praticamente in Europa</i>, poi ammanettati, inginocchiati e sbeffeggiati dal <i>ricercato della Corte dell’Aia</i> Ben-Gvir sono agghiaccianti”. La giornalista avrebbe dovuto far notare a Schlein che, per quanto disprezzabile, il ministro israeliano Itamar Ben‑Gvir al momento non risulta colpito da alcun mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale dell’Aia, pertanto non è un ricercato. Inoltre, l’espressione “praticamente in Europa” è del tutto cervellotica, dal punto di vista sia geografico che giuridico: le acque internazionali davanti a Gaza non sono Europa. [20 maggio 2026]</p><p>• <b>Venezia.</b> Parlando di Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, Marco Cremonesi scrive sul <i>Corriere della Sera</i>: “È uomo di talento ed estro impareggiabili. Ma è anche un libero pensatore: per dire, ha appena proposto di celebrare i 1.200 anni dell’Emirato di Sicilia. Ci starebbe magari anche celebrare i <i>quasi mille anni</i> di storia della Serenissima, ma tant’è”. Il primo doge, Paoluccio Anafesto, fu eletto 697 anni dopo Cristo. La Repubblica di Venezia cadde nel 1797, quindi durò 1.100 anni tondi, non “quasi mille”. [28 aprile 2026]</p><p>• <b>Scemi. </b>Tommaso Cerno, direttore del <i>Giornale</i>, nell’editoriale di prima pagina, intitolato “Meglio scemi che conniventi”: “Poi c’è la realpolitik. E che le procure scelgano la via dell’indagine per <i>strage per motivi tecnici</i> e perché temono che magari i giudici politicizzati lo rimettano subito a piede libero per qualche cavillo o per un problema di forma, lo capisco benissimo”. Quello che noi invece non capiamo è in che cosa consista una “strage per motivi tecnici”. Da scemi, avremmo adottato la seguente sintassi: “E che le procure per motivi tecnici scelgano la via dell’indagine per strage...”. [20 maggio 2026]</p><p>• <b>Tagliare.</b> Titolo dalla <i>Verità</i>: “Corsa per <i>tagliare ancora la benzina</i>”. Con l’acqua? [28 aprile 2026]</p><p>• <b>Rebus.</b> Titolo principale sulla prima pagina di <i>Avvenire</i>: “Italia al carcere duro”. È già tanto che non sia apparsa l’indicazione “Frase (6, 2, 7, 4)”. [20 maggio 2026]</p><p>• <b>Ombra. </b>“‘Dice il vero chi dice ombra’. Paul Celan (da ‘Parla anche tu’)”, è il consueto distico altisonante con cui Andrea Malaguti, direttore della <i>Stampa</i>, introduce il suo editoriale. Non contento, nel testo si avventura a riportarlo nella lingua originale: “Come ha scritto magnificamente Paul Celan, ‘die <i>Wahrheit</i> spricht, wer Schatten spricht’, ‘dice il vero chi dice ombra’”. Mal gliene incoglie, perché il verso esatto della poesia <i>Sprich auch du</i> di Celan, inclusa nella raccolta <i>Von Schwelle zu Schwelle</i> (1955), è diverso: “Wahr spricht, wer Schatten spricht”, come correttamente riportato in decine di saggi, fra cui <i>Paul Celan. Eine Biographie</i> di John Felstiner (C.H. Beck). “Friedrich Hölderlin si domandava a che cosa <i>servano</i> i poeti in questo tempo di miseria”, aggiunge Malaguti, incurante del fatto che con “si domandava” (indicativo imperfetto) l’italiano sorvegliato richiede la consecutio con il congiuntivo imperfetto: “servissero”. [18 maggio 2026]</p><p>• <b>Salis.</b> Maurizio Belpietro, direttore di <i>Panorama</i>, nel suo editoriale rivela come la trasformazione di Silvia Salis, sindaco di Genova, “da atleta <i>olimpica</i> a politica sia recentissima”. L’affermazione è errata sul piano lessicale e sportivo. <i>Olimpico</i> si usa solo per ciò che è relativo alle Olimpiadi antiche e moderne. In questo caso bisognava scrivere “olimpionica”, che designa chi ha vinto una gara alle Olimpiadi. Ma Salis, contrariamente a quanto affermato da Belpietro, non è mai stata campionessa olimpionica, ma solo campionessa nazionale (10 volte) di lancio del martello. Gli unici suoi podi internazionali sono stati un primo e un terzo posto ai Giochi del Mediterraneo (rispettivamente nel 2009 e nel 2013), mentre alle Olimpiadi del 2008 (Pechino) si piazzò al 42° posto e a quelle del 2012 (Londra) al 36°. [22 aprile 2026]</p><p>• <b>Oroscopo.</b> Dalla prima pagina del <i>Messaggero</i>, rubrica <i>Il Segno di Luca</i>: “Il Sole è ora nel tuo segno, da dove per un mese ti porterà la sua carica di luce, calore e vitalità”. Eravamo fermi al Sole che invece porta buio, freddo e mortalità. Per fortuna è arrivato l’oroscopista del <i>Messaggero</i> a regalarci un futuro. [21 maggio 2026]</p><p>• <b>Asfalto.</b> Due fidanzati muoiono in un incidente nel Lodigiano dopo aver perso il controllo dello scooter. I corpi vengono ritrovati in un fossato. Sul sito del <i>Corriere della Sera</i>, Carlo d’Elia spiega che stavano “percorrendo una strada <i>sterrata</i>” e precisa: “Lungo il tratto di strada, completamente senza lampioni e isolata, è visibile una lunga strisciata sull’<i>asfalto</i>”. Lo sterrato bitumato ci mancava. [3 maggio 2026]</p><p>• <b>Futuro.</b> Sulla <i>Repubblica</i>, Francesco Merlo risponde a una lettrice nella rubrica della posta: “È vero, nel catalogo delle maschere italiane reclutate da Putin c’è Vannacci che senza i pudori di Conte e di Salvini dice: ‘tra Putin e Zelensky sto con Putin’. I sondaggi danno in crescita <i>Fare Futuro</i>, il suo nuovo partito”. Dev’essere nuovissimo, perché il partito di Roberto Vannacci sino a ieri si chiamava Futuro nazionale. [22 maggio 2026]</p>]]></description>
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				<title>Per Trump c’è solo una via d’uscita: l’uranio</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ai parametri per dichiarare la vittoria contro la Repubblica islamica dell’Iran è rimasta una sola unità di misura: l’uranio. La guerra iniziata il 28 febbraio dagli americani con il sostegno degli israeliani aveva tre obiettivi che coincidevano con tre eliminazioni: eliminazione dei programmi nucleare e missilistico e del sistema delle alleanze di Teheran con i gruppi finanziati per destabilizzare il medio oriente. Delle tre, soltanto una è veramente rimasta sul tavolo dei negoziati ed è il minimo di cui il presidente americano Donald Trump può accontentarsi per concludere un accordo con gli iraniani. Riguarda proprio la consegna delle scorte di uranio arricchito oltre il 60 per cento, circa quattrocentoquaranta chili, che il regime di Teheran dovrebbe cedere affinché la guerra possa essere dichiarata conclusa. Per ora è un piano, una meta da raggiungere nei&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/24/news/tra-stati-uniti-e-iran-altri-60-giorni-di-tregua-verso-la-finalizzazione-di-un-accordo-sullo-stretto-di-hormuz--399427">sessanta giorni di cessate il fuoco che il presidente americano ha annunciato sabato e che dovrebbero incominciare dopo che le parti avranno raggiunto un memorandum d’intesa</a>, una cornice che per il momento rimane vuota e che andrà riempita con i dettagli di un accordo serio. Trump ha detto di non avere fretta, “il tempo è dalla nostra parte”, ha scritto sul suo social Truth, promettendo: “Il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace finché non si raggiungerà un accordo, certificato e firmato. Entrambe le parti devono prendersi il loro tempo e farlo bene. La nostra relazione con l’Iran sta diventando molto più professionale e produttiva”. Il messaggio di Trump non è di giubilo, non è minaccioso. E’ temporeggiatore, pacato e leggero in modo insolito: gli iraniani “devono tuttavia comprendere che non possono sviluppare o procurarsi un’Arma Nucleare o una Bomba”. <b>Si sta preparando l’atmosfera per festeggiare il <i>memorandum</i> d’intesa, che potrebbe prendere il nome di “Dichiarazione di Islamabad”, ma la parte difficile rimane ancora tutta sul tavolo, non c’è un accordo</b>, nessun dettaglio è stato chiarito e agli iraniani resta un’arma che non è in produzione, come il programma nucleare, ma che hanno già in mano, usano e potranno usare in futuro a piacimento:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/03/02/news/lo-stretto-di-hormuz-quei-pochi-chilometri-che-tengono-in-ostaggio-leconomia-globale--126128">lo Stretto di Hormuz</a>. <b>Il <i>memorandum</i> prevede che la navigazione verrà riaperta temporaneamente senza pedaggio e il regime sta vendendo la riapertura di Hormuz come una concessione</b>, non si tratta di una vittoria americana, o di un obiettivo raggiunto tramite pressione.&nbsp;</p><p>Il giornalista israeliano Amit Segal, considerato sufficientemente vicino al governo di Benjamin Netanyahu da avere fonti importanti, nei mesi precedenti aveva sempre raccontato il completo coordinamento fra il premier israeliano e il presidente americano. Ieri, per la prima volta, ha messo alla sua newsletter un titolo amaro: “L’arte del cattivo accordo”. Il coordinamento non manca, Trump ha chiamato Netanyahu, si è coordinato anche con i paesi del Golfo. Rimane però la percezione che la Casa Bianca stia giocando al ribasso rispetto alle premesse della guerra e nessuno in medio oriente può in questo momento invertire la tendenza. Israele rimane scettico rispetto all’accordo che gli americani hanno in mente, tanto che il primo ministro, ieri, ha continuato a mandare messaggi, tra foto, fotomontaggi e dichiarazioni, per sottolineare quanto sia irrinunciabile la questione nucleare. Trump dice di pensarla allo stesso modo, cerca il tempo per negoziare e assicura agli israeliani la soluzione anche della questione libanese, dove il confronto definitivo  contro Hezbollah è visto come inevitabile. Il capo della Casa Bianca ha promesso che ci saranno nuove adesioni future agli Accordi di Abramo “e chi lo sa, forse anche la Repubblica islamica dell’Iran vorrà unirsi”. Israele lo sa già, con il regime di Teheran non possono esserci compromessi. Il timore che unisce Gerusalemme e le capitali del Golfo è di scivolare in una nuova epoca di “pace calda”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>I prezzi della carne rischiano di mandare in crisi i barbecue del Texas</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 16:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Molly Hennessy-Fiske</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se il barbecue texano avesse un sistema d’allarme, scatterebbe davanti al foglio excel con cui Russell Roegels controlla il prezzo del petto di manzo (il taglio negli Stati Uniti si chiama "brisket"<i> </i>e corrisponde&nbsp;pressappoco alla nostra "punta di petto"). Nei giorni scorsi, seduto a un tavolo appartato del suo ristorante di periferia, Roegels ha indicato la cifra in cima alla colonna: 5,56 dollari. È il prezzo che paga per una libbra dell’ingrediente più importante di qualsiasi menu di un barbecue texano. Nell’ultimo anno quella cifra è aumentata del 28 per cento, a testimonianza dell’impennata dei prezzi della carne che ha colpito il portafoglio dei clienti dei supermercati in tutti gli Stati Uniti. <b>Nelle cucine degli oltre 3.000 locali di barbecue del Texas, la cui stessa esistenza dipende da una fornitura abbondante e a prezzi sostenibili di carne bovina di qualità, l’effetto è stato quasi catastrofico</b>.</p><p>Roegels, 53 anni, è cresciuto lavorando in un locale di barbecue e ne gestisce uno proprio dal 2001, servendo anche alcuni membri dell’élite di Houston e i loro amici, tra cui l’ex presidente George H. W. Bush, il veterano della NFL Gary Kubiak e l’ex lanciatore degli Astros Andy Pettitte. Un tempo riusciva a compensare l’alto costo all’ingrosso vendendo altre carni e contorni. Quest’anno, però, si è reso conto che non bastava più. Così ha preso la rischiosa decisione di aumentare di 2 dollari il prezzo del petto di manzo per i clienti, portandolo a 35 dollari al chilo — un rincaro del 6 per cento — sperando che la clientela non lo abbandonasse.</p><p><b>“Non potrebbe andare peggio di così”, ha detto a proposito dell’escalation dei prezzi della carne bovina. “Oggigiorno tutti sono a rischio: basta una settimana storta per chiudere i battenti”</b>. Roegels non sta esagerando. La crisi provocata dal vertiginoso aumento dei prezzi della carne ha contribuito alla chiusura di alcuni dei locali di barbecue più amati del Texas: il Brett’s BBQ Shop, a ovest di Houston, noto per i suoi tacos di barbacoa; il Kirby’s BBQ, più a nord, con il suo caratteristico petto di manzo affumicato con legno di quercia, sempre più costoso; il Sabar BBQ, con la sua salsiccia fusion pakistana, a Fort Worth; il Wright on Taco &amp; BBQ, nel Texas orientale.</p><p>Proprietari ed esperti prevedono che le chiusure aumenteranno quest’estate e continueranno per anni, rischiando di ridefinire la natura stessa del barbecue texano, celebrato per le sue varietà regionali distintive e per la preparazione artigianale, fino a conquistare stelle Michelin per quello che un tempo era considerato cibo da stazione di servizio. Le ragioni dell’impennata dei prezzi sono molteplici, afferma Emily Williams Knight, presidente e amministratore delegato della Texas Restaurant Association. <b><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/01/21/news/gli-autodazi-di-trump-unextra-tassa-da-190-miliardi-di-dollari-per-gli-americani--128236">Hanno inciso l’inflazione, i dazi</a>, i prezzi praticati dai macelli e un patrimonio bovino nazionale ai minimi degli ultimi 75 ann</b>i, ridotto dalla siccità, dalla carenza di manodopera, dagli alti costi operativi e dalla diminuzione dei terreni destinati all’allevamento. E con<b> la minaccia della mosca della carne appena oltre il confine</b>, gli esperti avvertono che il numero dei capi potrebbe ridursi ulteriormente nei prossimi anni.</p><p>I funzionari statali e federali stanno indagando sui produttori di carne, ma probabilmente ci vorranno anni prima che il patrimonio bovino si ricostituisca, ha detto Williams Knight. Nel frattempo, stanno scomparendo i sapori regionali del barbecue per cui il Texas è famoso: dalle versioni ricche di salsa nel Texas orientale ai sapori alla griglia di mesquite in quello occidentale, dal “Mexicue” del Texas meridionale al petto di manzo affumicato senza salsa dell’Hill Country. “<b>Ciò che è a rischio ora è la perdita di quella comunità e di quella cultura</b>. È molto più grave della semplice chiusura di un’attività”, ha detto Williams Knight. Ha aggiunto di aver appena ricevuto una telefonata dal proprietario di Sweetie Pie’s Ribeyes, fuori Fort Worth, che le ha comunicato che il locale chiuderà questo mese dopo aver tentato senza successo di consolidare due sedi. “Stiamo per perdere alcuni di questi ristoranti speciali e culturalmente significativi”.</p><p>Daniel Vaughn, esperto di barbecue texano, ha affermato che parte del problema è che, mentre il prezzo del petto di manzo aumentava, i ristoranti di barbecue hanno tenuto i propri listini “artificialmente bassi”. “Ora il prezzo di tutto è aumentato, tutto ciò di cui hanno bisogno per gestire quel ristorante: costi di manodopera, contenitori da asporto, insalata di cavolo. Non si può più nascondere quel prezzo”, ha detto Vaughn. <b>Quaranta dollari per mezzo chilo di petto di manzo non è più una cifra assurda da vedere su un menu.</b></p><p>Roegels possiede due ristoranti nell’area di Houston e due anni fa ha stretto una partnership con un altro locale, il Brotherton’s Black Iron Barbecue, nella città di Pflugerville, vicino ad Austin, dopo la morte del proprietario, un suo caro amico. Roegels, originario del Texas orientale, con bisnonni emigrati dalla Baviera, ha spiegato che per i ristoranti di barbecue delle piccole città è più difficile reggere l’aumento dei prezzi della carne. La loro attività, di solito, cala durante l’estate, quando le famiglie con figli in vacanza da scuola restano più spesso a casa o cercano di risparmiare sui costi dell’asilo nido.</p><p>Brotherton’s era sull’orlo della chiusura a gennaio, quando i proprietari hanno pubblicato una richiesta di aiuto su Facebook. "Speravamo di non arrivare a questo punto, ma abbiamo un disperato bisogno del vostro aiuto", hanno scritto. "La dura realtà è che siamo sul punto di dover chiudere i battenti per sempre".&nbsp;Il messaggio ha portato un afflusso di clienti locali. Ma il ristorante ha dovuto comunque aumentare i prezzi e oggi fa affidamento sul catering e sull’attività legata ai festival per restare a galla.</p><p>“La situazione è ancora molto precaria in questo momento. La carne non sta diventando più economica”, ha detto Brenda Brotherton, 52 anni.&nbsp;Brotherton ha detto che spera che altri nella comunità dei ristoranti barbecue del Texas “prendano spunto da ciò che ho fatto io e lo mettano in pratica, senza aver paura di chiedere aiuto”. Forse i più esposti sono i pitmaster alle prime armi, come Marc Fadel, 19 anni, di Arlington, il cui Habibi Barbecue, di ispirazione libanese-americana, ha vinto premi e gare televisive ma lavora ancora da un food truck nella città tra Dallas e Fort Worth.</p><p>“Il costo delle materie prime è uno dei miei problemi più grandi”, ha detto Fadel. Il petto di manzo di prima scelta costava 3 dollari al chilo quando ha iniziato, due anni fa, mentre ora lo paga 5,99: più di altri come Roegels, ha spiegato, per via del suo fornitore. “Se non hai un buon contatto con un allevamento, è davvero difficile. Io non ce l’ho”, ha detto Fadel.&nbsp;<b>Ha visto altri venditori di barbecue sostituire il petto di manzo con tagli più economici di altre carni, come le costine di maiale, ma “il Texas è uno stato che ama la carne di manzo. Ho avuto clienti che sono venuti e mi hanno chiesto: ‘Non hai il petto di manzo?’, e se ne sono andati”.</b></p><p>Ha aumentato il prezzo del suo piatto forte — il petto di manzo condito con spezie libanesi — a 18 dollari per mezzo chilo. Fadel utilizza gli scarti del petto di manzo per la sua famosa ciotola di barbecue condita con tzatziki. Fadel è studente dell’ultimo anno dell’Università del Texas ad Arlington e sogna di aprire un giorno un ristorante tradizionale, ma intanto studia gestione delle costruzioni. “Mi piacerebbe sicuramente rimanere nel settore del barbecue, ma se i prezzi della carne continuano a salire e non mi piacerà più, avrò sempre una laurea su cui ripiegare”, ha detto.</p><p>La reputazione non basta a proteggere nessuno. Anche il locale di barbecue numero uno secondo Texas Monthly, il Burnt Bean Co. di Ernest Servantes, nella città di Seguin, nel Texas centro-meridionale, sta attraversando un momento difficile. Il Burnt Bean ha regolarmente una fila fuori dalla porta e un’attesa di tre ore per la barbacoa, le costine di manzo e il petto di manzo che gli sono valsi una valutazione Bib Gourmand Michelin. “Ci sono sempre stati aumenti dei prezzi, ma c’è sempre stato un sollievo e poi sono scesi”, ha detto Servantes, 47 anni. Ma ora, ha aggiunto, “non vediamo alcuna fine in vista, e la situazione sta diventando preoccupante... Siamo in modalità sopravvivenza da un anno”.&nbsp;<b>Servantes ha recentemente aumentato il prezzo del petto di manzo di un dollaro, portandolo a 38 dollari al chilo, e potrebbe presto limitarne la vendita a un solo giorno alla settimana per tenere a galla il ristorante e i suoi 28 dipendenti.</b>“Solo perché produciamo molto petto di manzo non significa che stiamo guadagnando molto. Guadagniamo con il maiale e i contorni. La gente dice ‘petto di manzo’ e io rabbrividisco”, ha detto.</p><p>Servantes incolpa i “quattro grandi” produttori di carne per aver tenuto troppo basso il prezzo pagato agli allevatori, nonostante l’aumento dei costi dei mangimi. “Non è colpa dell’allevatore. Non è colpa nostra. È colpa di chi sta nel mezzo”, ha detto. La pressione sui prezzi non è del tutto negativa, ha detto Vaughn. Sta costringendo i pitmaster a utilizzare ogni parte del petto di manzo, impiegando il sego per la stagionatura e gli scarti nelle salsicce e negli hamburger. Vaughn vede il barbecue texano trasformarsi e diventare “meno incentrato sul petto di manzo”, come era prima dell’arrivo del petto di manzo già sezionato e confezionato negli anni Sessanta. I maestri del barbecue stanno sviluppando alternative come la guancia di manzo, ha detto, tradizionalmente usata per la barbacoa, “perché imita la consistenza grassa del petto di manzo”.</p><p><b>Ma ciò che lo preoccupa, riguardo alle chiusure, è il modo in cui il barbecue texano si sta standardizzando, passando da una cucina prevalentemente rurale a una urbana. </b>Teme che le specialità regionali del barbecue, come il panino Mel-Man del Texas orientale a base di petto di manzo tritato e salsiccia, possano presto scomparire.&nbsp;“Gli stili di barbecue stanno diventando sempre meno distinti”, ha detto. “Sta diventando praticamente tutto uguale in tutto lo stato”.&nbsp;Roegels e sua moglie hanno investito i risparmi per la pensione nell’attività di barbecue, dove i suoi due figli adulti lavorano insieme a circa due dozzine di altri dipendenti. Non ha intenzione di andare in pensione prima di un altro decennio. Sebbene gli affari abbiano subito un calo nei ristoranti di Houston e Pflugerville, punta sulla posizione in periferia e sull’aumento delle consegne a domicilio e degli ordini online per tenerli a galla.</p><p>I gusti cambiano, ha detto Roegels. Nel 2015 è passato dal barbecue nello stile del suo Texas orientale a quello più popolare dell’Hill Country. Due anni dopo è entrato nella lista dei 50 migliori ristoranti di barbecue di Texas Monthly. Non crede che i texani rinunceranno presto alla sua famosa punta di petto affumicata con legno di quercia, “non importa se la vendi a 20 dollari al chilo o a 50. Potrebbero non comprarlo così spesso”, ha detto, “ma continueranno comunque a venire a prenderlo”.</p><p><i>Copyright Washington Post</i></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Non solo Maga. Anche i dem scoprono i loro candidati “weird”, in corsa per le primarie</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il segretario alla salute che ha caricato sulla sua auto la carcassa di una balena. La governatrice che ha sparato al suo cane “troppo aggressivo” e che si fa le dirette dalle prigioni per terroristi in El Salvador. Il dottore televisivo di origine turca che spinge medicinali miracolosi per perdere peso (Wanna Marchi del New Jersey). Lo sbirro anti-immigrazione che si veste da nazista. Il direttore dell’Fbi accusato di alcolismo sul lavoro che crea la sua linea di whiskey col logo dell’agenzia federale. Il segretario della guerra con tatuata addosso la parola araba che significa “infedele”. Le influencer cospirazioniste convinte che gli immigrati africani mangino i gatti e i cani in Ohio. Il vicepresidente ex marine che ha cambiato diverse volte il suo nome e che fa gli agguati a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/volodymyr-zelensky--163" target="_blank">Zelensky</a>&nbsp;nello Studio Ovale. <b>Gli ultimi dieci anni di trumpismo ci hanno abituati a un’enciclopedia di personaggi bizzarri, estremi, caricaturali. Il mondo Make America Great Again è stato un ricettacolo di figure capaci di produrre frasi a effetto che hanno regalato materiale sterminato ai comici dei Late Show e ai creatori di meme. </b>L’immagine del serioso partito di Nixon, Reagan e di Bush padre è ormai stata distrutta e sostituita con quella del presidente proveniente dai reality. E si è creata una linea netta di separazione con il partito democratico, che è invece diventato nell’immaginario pubblico grigio, noioso, burocratico. “Make Politics Boring Again”, titolava l’Atlantic nel 2022, raccontando di come Joe Biden, allora alla Casa Bianca, cercasse di dire agli Americani: <b>“Voglio fare in modo che il circo della politica non occupi la vostra testa 24 ore al giorno”. </b>Con il consueto ritardo la frase è arrivata anche in Italia, apparendo sopra una T-shirt indossata da Carlo Calenda in una foto di Instagram.</p><blockquote>“Make Politics Boring Again”, titolava l’Atlantic per descrivere l’approccio di Joe Biden. La stessa frase che compare sulla T-shirt di Calenda</blockquote><p>E’ vero. I dem in questi anni sono stati soprattutto quelli col ditino alzato, quelli che mettevano le procedure parlamentari davanti al populismo da social. <b>E quelli che definirono gli avversari repubblicani “weird” – copyright del già dimenticato candidato vicepresidente alle scorse elezioni, Tim Walz. </b>“Weird” vuol dire strani, e anche un po’ sinistri. Una definizione che contiene derisione e spavento insieme. “Questi tizi sono proprio strani”, aveva detto Walz, e dal suo punto di vista aveva senso, dato che lui era un normalissimo boomer bianco, etero e cattolico, cresciuto in Nebraska, senza legami con la alt-right tech di filosofi-guru tedeschi-sudafricani, senza programmi televisivi, senza legami con Jeffrey Epstein, senza idee complottiste in testa su una setta che beve il sangue dei bambini nel seminterrato di una pizzeria di Connecticut Avenue, e senza ossessioni sulla sessualità delle mascotte delle M&amp;Ms. <b>“Weird”, aveva scritto il New Yorker, “è polivalente, un’etichetta omnicomprensiva per le cose estreme o intense che i Repubblicani fanno o dicono”</b>. Ma siamo sicuri che non ci siano dei tipi un po’ pazzi, “weird” o sciroccati anche dentro la grande coalizione democratica? Figuri con ambizione politica che distruggono un po’ l’etichetta del progressista per bene?</p><p>E’ iniziata la stagione delle primarie, il grandissimo test politico – l’ultimo, se ci fidiamo della Costituzione – di Donald Trump. Non che lui sia direttamente nella scheda elettorale, e per questo è disinteressato, ma le midterm di novembre per rinnovare il Congresso e per eleggere 36 governatori sono anche un giudizio sul suo secondo mandato. E in questa grande battaglia elettorale, ci sono alcuni dem che rovinano, o modificano almeno un po’, l’immagine del partito dell’asinello. Uno di questi è <b>Graham Platner</b>, che si è candidato nel Maine come millennial rude della working class. La patria della Signora in Giallo e di Stephen King non incorona un presidente repubblicano dal 1988, è un feudo sicuro per i progressisti. Eppure lo stato è rappresentato da cinque legislature da una senatrice del GoP, la moderata Susan Collins, considerata “l’ultima repubblicana del New England”. Ora il suo seggio è minacciato da due democratici: la governatrice settantottenne Janet Mills, che rappresenta l’establishment e, appunto, Platner. Nato nel 1984, <b>Platner è un coltivatore di ostriche. Il volto segnato dalle intemperie e i muscoli coperti di tatuaggi lo hanno fatto paragonare, dal New York Times, a “un Braccio di ferro in carne e ossa”, rappresentante del machismo proletario, tra magliette non stirate e cappellini da baseball scoloriti.</b> I suoi rally sembrano spettacoli di stand-up. In felpa e jeans slabbrati grida contro il nemico numero uno: “L’oligarchia!”. Ha detto che il genocidio di Gaza è stato “il test morale della nostra epoca”.</p><blockquote>Graham Platner è un allevatore di ostriche e pistolero professionista. Aveva un tatuaggio sul petto col teschio delle SS, che poi ha coperto</blockquote><p>Nel suo annuario scolastico era stato definito “il più propenso a iniziare una rivoluzione”. Otto anni nei militari, di cui tre in Iraq, anche se da giovanissimo protestava contro George W. Bush alle manifestazioni. Come mai partire dopo aver criticato la guerra? gli hanno chiesto. “Forse ho letto troppo Ernest Hemingway”, ha risposto lui. Rifiuta l’etichetta di liberal, anche perché, come ricorda lui stesso, è un pistolero professionista: il weekend il suo hobby è andare a sparare, e ha anche lavorato come istruttore al poligono. “Sono cresciuto nel Maine rurale, le pistole sono parte della nostra esistenza”, dice. E critica i soldi spesi all’estero dall’amministrazione: “Perché finanziamo guerre infinite e bombardiamo i bambini?”. <b>Le sue domande a volte assomigliano a quelle dell’ala America First del Trumpworld, di esponenti come la fuoriuscita isolazionista Marjorie Taylor Greene. Platner sembra più arrabbiato con la vecchia guardia dem che non con Trump. </b>Manco fosse il Vietnam, Platner ha definito l’operazione militare in Iran “antiamericana” e ha organizzato una “protesta d’emergenza” nella sede di un sindacato. “Nessuno vuole questa guerra”, ha gridato, dicendo che l’azione aggressiva è spinta da Israele e dall’Arabia Saudita e usata dalla Casa Bianca per distrarre il popolo dagli Epstein files. Platner però è entrato nell’occhio del ciclone per dei vecchi post sulla piattaforma Reddit: in uno diceva che è assurdo pensare di sconfiggere il fascismo senza imbracciare il fucile. E poi per un suo tatuaggio con il teschio delle SS sul petto. Prima ha negato di averlo, poi ha detto che non sapeva che era un simbolo nazista, e poi si è scusato dicendo che le sue idee sono cambiate da allora, che quel tatuaggio se l’era fatto in Croazia mentre era fuori a bere con la sua squadra di marines. Ora avrebbe coperto il teschio, il “totenkopf”, con qualcosa di meno controverso. Ha anche rinnegato alcuni vecchi post che inneggiavano ad Hamas. <b>Per la sua campagna senatoriale il coltivatore di ostriche si è preso due strateghi che hanno lavorato uno con il socialista-bobò sindaco di New York, Zohran Mamdani, e uno col senatore in felpa John Fetterman. E questo spiega la lotta di classe in salsa Bernie Sanders unita al non-conformismo da uomini duri, un mix tra socialismo e risse da bar.</b> I critici, anche colleghi di partito, dicono che lui è un allevatore di ostriche come chiunque pianti in giardino delle rose è un fioraio, perché in realtà, i suoi soldi li fa con la pensione dell’esercito. Il New York Times, per distruggere la sua allure da proletario che sfida la palude di Washington, ha ricordato che suo padre è un avvocato che ha studiato a Dartmouth, e suo nonno un importante architetto del Connecticut. Prima di candidarsi lui offriva tour eco-turistici della sua zona. Ora Platner, oltre che sull’odio per i miliardari, sta giocando la campagna sulla bolletta elettrica, dicendo che i costi energetici “dovrebbero essere congelati dallo stato per i prossimi 4 anni” e vuole tassare maggiormente i produttori di petrolio, una proposta che l’editorial board del Washington Post ha definito “una fantasia”. Le primarie in Maine si terranno il 9 giugno e l’ostricaro veterano dell’Iraq è dato in grandissimo vantaggio, a più 36 punti.</p><p>Un’altra candidata sta facendo parlare di sé – e anche qui c’è un pizzico di antisemitismo e di teorie della cospirazione ebraica che spaventa la leadership dem – si chiama <b>Maureen Galindo</b>, e corre per le primarie in Texas per un posto alla Camera. E’ una terapeuta sessuale dai capelli rossi, attivista per il diritto alla casa. Nella sua bio di Instagram si descrive come “antisionista e anti stato di polizia dell’AI”, cioè la proposta di integrare il sistema giudiziario-carcerario all’intelligenza artificiale. Nelle dirette che fa dalla macchina grida: “I miliardari sionisti hanno paura di me!”. Meno di un anno fa aveva postato su Facebook un video in cui spiegava che “tutti gli ebrei che possiedono Hollywood usano film e libri per creare delle realtà”, e invitava i suoi follower a cercare il “vero” Gesù, quello che duemila anni fa “combatteva questa chiesa di Satana, e che esiste ancora”. Ha promesso che, se eletta, porterà in Congresso una proposta di legge che deliberi che “qualsiasi supporto al sionismo è in realtà antisemita, perché i sionisti stanno letteralmente uccidendo i semiti in medio oriente”. I<b>l 26 maggio sfiderà Jerry Garcia, un moderato vicesceriffo. Sul New York Times l’editorialista Michelle Goldberg ha sottolineato che, quando ha chiesto delucidazioni a Galindo via mail, le è stato risposto con il versetto Apocalisse 3,9: “Ecco, farò in modo che i seguaci della sinagoga di Satana, i quali dicono di essere Giudei ma mentono e non lo sono, li farò venire a prostrarsi ai tuoi piedi”. </b>Goldberg spiega che spesso la candidata ammicca a una teoria secondo cui “gli ebrei di oggi non sono gli ebrei della Bibbia, ma degli impostori”. Si parla di antisemitismo Maga, ma ogni tanto questo vizio vecchio come il mondo viene fuori anche dall’altra parte.</p><blockquote>Maureen Galindo ha spiegato in un video su Facebook che “tutti gli ebrei che possiedono Hollywood usano film e libri per creare nuove realtà”</blockquote><p>Oltre a Platner e Galindo, c’è un altro nome che vale la pena segnalare per far vedere alcune derive della coalizione, per quanto molto diverso dai primi due. Il dottor <b>Adam Hamawy</b> è un chirurgo plastico. Non di quelli che rifanno le labbra alle starlette, ma che ricostruiscono i volti di chi finisce su una mina antiuomo (anche se poi, tornato dalla guerra, ha anche collaborato come esperto con Hollywood Reporter). <b>Figlio di immigrati egiziani, è stato a lungo in Iraq come medico militare. Una senatrice dell’Illinois, anche lei a Fallujah in servizio, dice che Hamawy le ha salvato la vita, e ha evitato che le venissero amputate braccia e gambe. Hamawy a maggio del 2024 è partito con una brigata di volontari a Gaza, per aiutare la popolazione civile.</b> In passato aveva fatto il medico volontario nella guerra civile siriana, nell’assedio di Sarajevo e ad Haiti durante il terremoto. Hamawy, per la sua forte posizione contro il governo israeliano sugli orrori visti a Gaza, ha ricevuto l’appoggio di alcuni membri della Squad islamico-ispanico-progressista – politici come Ilhan Omar e Jamaal Bowman – oltre che del memetico Bernie Sanders, ora eroe anche del Salone del Libro di Torino e del Pd. Hamawy si oppone alla vendita dei sistemi anti-missili statunitensi a Israele per tenere in piedi il suo Iron dome. Il medico, che si candida per uno dei distretti del suo New Jersey, ha raccolto moltissimi fondi per la campagna elettorale, più di tutti gli altri candidati, che quest’anno sono tantissimi. Alle primarie, il 2 giugno, dovrà sfidare anche il sindaco della cittadina di Plainfield, che ha detto che ha sentito Hamawy fare commenti antisemiti, che avrebbe definito Hezbollah e Hamas “combattenti per la libertà”. “Non puoi descrivere Adam Hamawy come un progressista. E’ quello che io definirei un estremista radicale”, ha spiegato il sindaco, afroamericano, che si dice, comunque, a favore della soluzione a due stati.</p><p>Un duro proletario con tatuaggi nazisti cancellati, una terapeuta sessuale con teorie complottiste sugli ebrei, un medico eroico che si candida per portare avanti le sue istanze sulla questione palestinese. Con le primarie alle porte, alcuni dem, a Washington, hanno paura di una possibile deriva tossica che fa somigliare il partito dei Clinton a qualcosa di nuovo, un contenitore – anche – di casi umani che però, o per come funzionano i social o per come funziona l’attivismo intorno a temi caldi, hanno una chance. <b>Con il ritiro di un Joe Biden balbettante e poi con la candidatura, e sconfitta, di Kamala Harris, dentro alla coalizione si è creato un vuoto. Anche perché i possibili candidati per il 2028 non vogliono scoprirsi troppo presto. </b>Ma c’è la possibilità che, come è successo a destra, anche qui si possa aprire una strada dove conta la rabbia più del riformismo, dove contano il carattere e la bio dei candidati più del loro programma. C’è un discorso meramente populista, a livello anche identitario. “Non sono mai stato vicino ai soldi o al potere”, dice Platner. “Sono autentico”. <b>Oltre a questo posizionamento di “autenticità”, che è quasi sempre la vera radice della demagogia, c’è anche il comune denominatore su Gaza, Hamas, o, in generale, sugli ebrei. </b>Quando alcuni giornali hanno accusato la candidata texana Galindo di antisemitismo lei ha risposto: “I miliardari sionisti e i loro giornalisti-burattini sono ebrei FINTI che creano l’antisemitismo per colpire e sfruttare i veri ebrei”. Qualche tempo fa sull’Atlantic Tom Nichols diceva che “il partito repubblicano ha un problema col nazismo”. Anche i dem dovrebbero fare un piccolo controllo sulle teorie cospirazioniste che girano tra i loro candidati, soprattutto se vogliono riprendere il controllo del paese.</p>]]></description>
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				<title>Netanyahu di fronte al nuovo bestiario della crudeltà</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>Kristof sul New York Times scrive che gli ebrei di Israele, maiali e scimmie per il losco mondo islamista che li circonda, addestrano i cani per stuprare i palestinesi. Il ministro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/lettere-al-direttore/2026/05/22/news/indignarsi-per-ben-gvir-e-giusto-farlo-per-chi-minaccia-israele-pure--399393" target="_blank">Ben-Gvir</a>&nbsp;crede di rispondere irridendo persone legate e inginocchiate sotto custodia dell’esercito. In questo bestiario della crudeltà, che le bestie da me conosciute giudicherebbero con una certa severità, nasce il problema politico di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/benjamin-netanyahu--1164" target="_blank">Netanyahu</a>, capo di guerra abile e intransigente negli obiettivi sacrosanti che la situazione gli ha imposto, criminale di guerra per i benpensanti umanitari e gli antisemiti irriducibili, leader di una destra istituzionale alleata con una destra fanatica fino alla miserabilità, che gli ha consentito di sopravvivere nella tempesta del 7 ottobre.</p><p><b>Avrebbe dovuto licenziare Ben-Gvir su due piedi, altro che “errore”, dopo avere giustamente intentato causa al columnist e Pulitzer di New York, altro che “errore”, ma il sistema politico e parlamentare israeliano e la condizione di guerra in corso non glielo hanno consentito</b>. Ciò non toglie che la caccia al voto e alla maggioranza alla Knesset devono forzatamente essere rese compatibili non con la decenza, che alla fine è categoria moralistica, ma con l’estrema, intima, linearità dell’obiettivo finale che Netanyahu si è prefisso e che può ottenere solo con un dosaggio attento, dunque anche decente, delle sue alleanze interne e internazionali.</p><p>Con gli erratici e i mascalzoni si può ottenere un pezzo, forse quello decisivo, del ridisegno a favore dello stato-guarnigione assediato degli ebrei. Forza, coesione e fortuna sono elementi cruciali di ogni grande impresa storica. C’è però un altro pezzo, altrettanto importante: sottrarsi alla condizione avvilente di chi umilia tutti gli altri, dal raccoglitore di olive palestinese in Cisgiordania, dove i coloni accanto ai loro diritti devono riconoscere dei doveri, ai diportisti flottiglieri amici degli amici di Hamas, detestabili propagandisti e piangina incorreggibili. Non so quale combinazione politica possa tirare fuori da questo imbroglio il progetto di Netanyahu, forse il salto della quaglia e una nuova alleanza conquistata al centro oppure la rivendicazione della vocazione maggioritaria del Likud, ma credo che il tempo di una linea rossa politica sia arrivato anche sull’onda dei sacrifici, dei successi e dei drammi infernali creati dall’indispensabile iniziativa militare contro il nemico assoluto e dai suoi costosissimi successi.<b> Netanyahu è tutt’altro che uno stupido. Ha sulle spalle l’orrore della responsabilità politica diplomatica e militare, un peso che non so come un umano possa mai reggere, e per così tanto tempo. Deve applicare la regola durissima della politica come arte del possibile, eppure non dell’impossibile.  L’ho osservato bene in un paio di occasioni a Roma, e non mi è sembrato nemmeno un uomo vanitoso e di potere nel senso tradizionale del termine</b>. Disprezzo buona parte dei suoi odiatori professionali. Però questo problema di Israele, che vince in terra e in cielo ma perde nel mondo, per quanto fradicio di pregiudizio e di ideologia sia diventato il mondo di mezzo, il nostro accanito mondo della menzogna, è il suo problema, e mi auguro che lo sappia e sappia come affrontarlo.</p>]]></description>
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				<title>Hasta la flotilla, siempre. Gaza è il nuovo Vietnam salato</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 11:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Navigando verso Gaza, la storia può essere distorta da una Fata Morgana e sembrare un magazzino di analogie da saccheggiare senza pudore. <b>Edward Peck</b>, che fu ambasciatore americano di lungo corso in medio oriente e uno dei volti pubblici della prima Flottilla salpata dalla Turchia di Erdogan, sugli schermi di Fox News <b>alla domanda se Hezbollah fosse un’organizzazione terroristica rispose citando i soldati americani paracadutati in Germania durante la Seconda guerra mondiale.</b> I terroristi sciiti come i ragazzi dell’82esima Divisione aviotrasportata? Greta Berlin, una delle fondatrici del Free Gaza Movement dietro la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/19/news/lumanitarismo-modello-flotilla-e-legittimo-ma-non-fa-linteresse-di-gaza-ed-e-una-sfida-allonu-prima-che-a-israele--399096" target="_blank">Flotilla</a>, mesi fa ha detto che i palestinesi giustiziati da Hamas dopo il cessate il fuoco con Israele erano dei “traditori”, insinuando che la loro punizione fosse paragonabile a quella inflitta dai francesi ai collaborazionisti nazisti. Paragoni che richiedono una dose impressionante di malafede. E la malafede, insieme alla buona volontà, abbonda spesso nelle stive delle flottiglie per Gaza.</p><p>Passeranno da poppa Annette Groth della Linke tedesca, un nipote di Nelson Mandela, la sorella della presidente irlandese Catherine Connolly, l’assistente del Segretario dell’Onu Denis Halliday e Mairead Corrigan-Maguire con il suo Nobel per la Pace nordirlandese. Un bel campionario di credenziali impeccabili. <b>Il compianto giallista Henning Mankell e l’autrice del “Colore viola” Alice Walker avrebbero portato il prestigio letterario (e  proibito le traduzioni in ebraico dei loro romanzi), mentre Liam Cunningham, l’attore di “Game of Thrones”, e Gustaf Skarsgård, una certa aura hollywoodiana.</b> Un bel mix di conscience washing, fra cui ex funzionari internazionali che non sono riusciti a riformare l’Onu ma credono di poter riformare il medio oriente dal ponte di una nave e pure una nobile inglese, Alexandra Lort-Phillips, discendente dei visconti di Cobham. Senza dimenticare un famoso vescovo, Hilarion Capucci, lo stesso che nel 1974, poco dopo essere stato nominato massimo vescovo della Chiesa melchita (legata al rito latino) a Gerusalemme, venne arrestato dalle truppe israeliane sul ponte di Allenby mentre stava trasportando sulla sua Mercedes armi per i terroristi dell’Olp (Capucci si fece due anni di carcere prima della richiesta del Vaticano a Israele di liberarlo).</p><blockquote>Nipoti di Mandela, funzionari Onu, premi Nobel, scrittori, attori e anche un vescovo che trasportava armi per l’Olp</blockquote><p>Le flottiglie sono barche noleggiate da collettivi contrari al blocco israeliano, che battono bandiere europee e sono ornate di bandiere palestinesi. Le sigle si perdono: Ship to Gaza Sweden, Ship to Gaza Norway, Canadian Boat to Gaza, Freedom Flotilla Italy, Rumbo a Gaza Spain, US Boat to Gaza, Free Gaza Australia e Global Sumud. <b>Uno dei filantropi del movimento si chiama Neville Roy Singham, che ha venduto la sua compagnia di software e incassato 785 milioni di dollari. </b>Ha detto che il Venezuela sotto Hugo Chávez era un “luogo fenomenale e democratico” e che le politiche economiche della Cina dovrebbero servire da modello per le economie capitaliste occidentali. Racconta la Free Press di Bari Weiss che Singham ha sposato Jodie Evans, ex attivista politica democratica, in una cerimonia sulla spiaggia a Runaway Bay, in Giamaica. “Figure di spicco della sinistra, tra cui la scrittrice di ‘Monologhi della Vagina’ Eve Ensler e Ben Cohen del gelato Ben &amp; Jerry’s, hanno partecipato all’evento di tre giorni, che prevedeva un codice di abbigliamento ‘festivo radical chic’ e una tavola rotonda di tre ore su ‘Il futuro della sinistra’”. <b>C’è anche Medea Benjamin, la fondatrice di Code Pink e presidente della Arc of Justice Foundation, organizzazione benefica con a disposizione 51 milioni di dollari.</b> Benjamin ha compiuto numerosi viaggi a Gaza tra il 2009 e il 2012, dove ha incontrato funzionari di Hamas, tra cui l’allora leader Ismail Haniyeh. Di sé Benjamin dice di essere “semplicemente una cittadina americana che crede nella diplomazia e nella pace”.</p><p>La prima e più famosa flottiglia partì nel 2010. Sei navi, tra cui la leggendaria Mavi Marmara. Obiettivo: rompere il blocco navale israeliano di Gaza, creato due anni prima. <b>Il 31 maggio 2010 le forze israeliane abbordarono le navi in acque internazionali. </b>Un incidente terribile e uno scontro a fuoco in cui morirono nove attivisti. Da quel momento, il copione si ripete con regolarità: proclami di rottura del blocco di Gaza, appelli alla comunità internazionale, raccolta fondi via crowdfunding, saluti alla stampa dai porti, dirette social, l’intercettazione della marina israeliana. <b>“Credo che le persone che oggi si imbarcano su queste barche stiano salvando l’onore della Francia”, ha dichiarato Manuel Bompard, coordinatore nazionale della France insoumise, il partito di sinistra di Jean-Luc Mélenchon. </b></p><p>Ogni fallimento  è venduto come una vittoria morale per trasformare l’impotenza in martirio mediatico. “Al loro ritorno, alcuni membri dell’equipaggio della Sumud per Gaza, intercettata da Israele, orchestrano una messa in scena con gesti sincronizzati, quasi come in una commedia musicale” scrive sul Point francese il romanziere algerino Kamen Daoud. “Questa effusione mi colpisce: pone la questione della parte di spettacolo nell’impegno. Una ‘diplomazia dello spettacolo’, dove i media e i social network diventano i veri teatri dell’azione umanitaria.<b> E’ un po’ la faccia festosa e sicura di sé dell’occidente che si sogna salvatore, Superman, eroe, e che riduce l’altro, nella sua tragedia reale, a un semplice sfondo, una comparsa accessoria. </b>Quelli della Flotilla ballano, ridono, tornano a casa, mentre la morte resta sul posto. Al loro ritorno, ‘sono stato torturato’; ‘ho sofferto per le cimici dei letti’; ‘mi hanno tirato i capelli’. Bisogna davvero subire questo spettacolo aggiuntivo? E’ questo che chiedono i palestinesi? Una squadra di comparse che attraversa il mare per farsi fotografare, fremere sotto un drone, e tornare da saltimbanchi, servendo, per alcuni, una diplomazia dello spettacolo tinta di opportunismo elettorale? Da dove viene questa indecenza, amplificata dalle dinamiche interne delle democrazie dove l’immagine pubblica pesa molto nelle urne?”.</p><blockquote>“Una messa in scena con gesti sincronizzati, dove i media e i social sono i veri teatri dell’azione umanitaria” (Kamel Daoud)</blockquote><p><b>Gaza resta Gaza e l’ego europeo brilla di luce riflessa, dalle ereditiere tedesche discendenti di dinastie chimiche tristemente note che ora veleggiano verso il blocco navale sionista, alle attiviste queer che scoprono, con sincero stupore, che certi coordinatori islamisti a bordo preferiscono la sharia alla rainbow flag. </b>Se gli dei esistono, sembra che amino dare lezioni. E così le attiviste woke ballano sul ponte di una delle barche della Flotilla ormeggiata in Grecia, perché se lo facessero a terra Hamas non sarebbe clemente con loro. L’anno dopo ci riprovarono con la Freedom Flotilla, la prima. Diverse navi furono bloccate dalle autorità greche; nessuna raggiunse Gaza. Trascorrono quattro anni e parte un’altra flottiglia internazionale. La nave principale, la Marianne of Gothenburg, grande nome, viene intercettata dalla Marina israeliana prima di arrivare a destinazione. Un anno e ripartono<b>. Stavolta è la Women’s Boat to Gaza, missione composta da attiviste internazionali e parlamentari donne.</b> Poi entra in scena la Just Future for Palestine Flotilla, che comprendeva le navi al Awda (“Il ritorno”) e Freedom. Entrambe vengono abbordate dalla Marina israeliana, gli attivisti arrestati ed espulsi dal paese. Fino al 2025 non ci riprovano. Parte la nave “Conscience”. Salpa dalla Tunisia verso Malta per caricare aiuti e attivisti. Un presunto attacco con droni e la missione è interrotta.</p><p>Poi arriva la Madleen con a bordo Greta Thunberg. La nave è intercettata da Israele nel giugno di un anno fa. Tutti vennero rimessi nel primo volo di ritorno in Europa. In questa Flotilla era coinvolta anche Marlene Engelhorn, che fa parte di un’associazione internazionale di ricchi, “Millionaires for Humanity”, che chiedono ai governi di tassare le grandi eredità e fortune. La sua dinastia familiare fu fondata da Friedrich Engelhorn nel 1865 e fu uno dei grandi esempi di capacità scientifica e imprenditoriale tedesca. <b>Nel 1925, la Basf si fonde con altre società del settore e forma la Ig Farben. Quest’ultima diventerà tristemente famosa per lo Zyklon B, usato nelle camere a gas. </b></p><p>I progressisti europei salgono a bordo convinti di portare diritti e aiuti; gli islamisti salgono convinti di portare la sharia. Così un coordinatore della Flotilla, Khaled Boujemaa, ha lasciato la missione per la presenza a bordo di Saif Ayadi, che si presenta come “attivista queer”. E’ coinvolta nella Flottilla anche Lauren Booth, la cognata dell’ex premier inglese Tony Blair e fra le principali anime del Free Gaza Movement. Già contestatrice contro la guerra in Iraq che avrebbe segnato il destino politico di Blair, diva del programma “I’m A Celebrity... Get Me Out of Here”, la Booth si è pure convertita all’islam e oggi vive a Istanbul. Si è convertita, come uno skipper italiano della Sumud Flotilla, che all’aeroporto di Fiumicino è stato accolto da abbracci, cori e bandiere palestinesi. Tommaso è partito cattolico ed è tornato musulmano. “Ho detto la shahada, l’ho scelto per me, sono nato di nuovo e sono molto felice”. Per i profani, la shahada recita: “Testimonio che non c’è dio all’infuori di Allah e testimonio che Maometto è il Suo Messaggero”. <b>Dovrebbero insegnare qualcosa quindici anni di fallimenti a cui hanno preso parte un centinaio di barche e oltre quattromila attivisti. Gaza non è stata liberata da nessuna Flotilla spalleggiata da Open Arms, da Greenpeace con la nave rompi ghiacci “Alba artica” e con la benedizione di Amnesty International.</b> Gli aiuti umanitari,  dopo il sequestro, passano solo attraverso i valichi controllati da Israele e dall’Egitto. Il blocco navale esiste perché Hamas ha trasformato Gaza in una base militare, scavando migliaia di tunnel, costruendo missili e rubando aiuti per armarsi, preparandosi al 7 ottobre. Ma ammetterlo rovinerebbe la narrazione del “ghetto di Gaza a cielo aperto”. Meglio ripetere il mantra dell’“occupazione israeliana” ignorando che Israele si ritirò unilateralmente da Gaza nel 2005 e ricevette in cambio migliaia di razzi.</p><p>Al “turismo equo-solidale” e al “turismo responsabile” che promuove viaggi della speranza (c’è chi sceglie di occuparsi degli animali e chi  di orfanotrofi e bidonville) subentra il “turismo rivoluzionario”. E al posto dei safari etici, il selfie con la kefiah davanti alla terrificante motovedetta israeliana. Singham ed Evans hanno attivato una rete globale che oggi conta duemila organizzazioni di estrema sinistra che organizzano viaggi all’estero facilitati da CodePink per agitatori, tra cui Venezuela, Iran, Gaza, Cina e Cuba. <b>I flottillisti si flagellano per procura e preferiscono esaltare un’umanità immaginaria piuttosto che riconoscere la realtà, come se qualsiasi lucidità equivalesse a un tradimento.</b> Figli dell’occidente resi orfani volontari di una storia che considerano criminale. La loro lotta è un teatro morale, una pièce in cui interpretano il ruolo dei giusti condannando gli oppressori immaginari.</p><blockquote>Una rete globale che conta duemila organizzazioni che fanno viaggi all’estero per agitatori, tra cui Venezuela, Iran, Gaza, Cina e Cuba</blockquote><p>Gaza è diventata così il nuovo Vietnam salato, l’ultimo grande racconto romantico per un progressismo che ha perso ogni altra causa. Ogni nave si chiama “Conscience”, “Freedom”, “Sumud” (resistenza), “Madleen”. Nomi altisonanti legati a concetti che non esistono dove vogliono arrivare i flottillisti e in operazioni che finiscono invariabilmente con i partecipanti che rilasciano dichiarazioni indignate dagli hotel di Tel Aviv prima del volo di rimpatrio (rigorosamente in seconda classe e con Israele che si diverte anche a metterli vicino alla toilette). <b>Il martirio dura il tempo di un volo low cost, poi si torna a casa con la kefiah ben piegata nel bagaglio a mano e una storia terribile da raccontare</b>. Ma ogni intercettazione è ossigeno mediatico per Hamas, ogni espulsione degli attivisti un nuovo capitolo del mito della “resistenza palestinese”.</p><blockquote>Ogni intercettazione è ossigeno mediatico per Hamas, ogni espulsione degli attivisti un nuovo capitolo del mito della “resistenza palestinese”</blockquote><p>L’oppressore ebraico immaginario, nel frattempo, continua a esistere e il turismo rivoluzionario ha trovato la sua meta definitiva: un luogo da cui tornare a casa da eroi e lasciare che la tragedia continui senza di loro. Gaza, purtroppo, continua a soffrire sotto una leadership islamica di cui la Flotilla non si cura e che preferisce la guerra santa contro lo stato ebraico alla costruzione di uno proprio. Stato che dovrebbe essere democratico, pluralista e civile, ma tre aggettivi che non entrano nelle stive delle flottiglie, sempre vuote di soluzioni concrete ma piene di retorica e di odio. <b>La Flottilla non ha portato alcun aiuto a Gaza, ma molti specchi all’Europa.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ecco la prima enciclica del Papa: “Bene la tecnologia, ma non può dominare l&#039;umano”</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 11:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un'introduzione, cinque capitoli e la conclusione per 245 paragrafi. Ecco <b>“Magnifica Humanitas”</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/il-giorno-della-magnifica-humanitas-prima-enciclica-di-papa-leone-xiv--399440">la prima enciclica di Leone XIV</a>&nbsp;“sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale”. <b>Prima annotazione: non è un'enciclica sull'intelligenza artificiale. </b>Non è la tecnica l'oggetto della lunga riflessione papale, bensì l'uomo. E' il suo rapporto con e cose nuove. “Se a suo tempo Leone XIII parlava di 'nuove questioni', oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica”. E' evidente “quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l'intelligenza artificiale e la robotica stiano trasformando il nostro mondo”. Punto da sottolineare: “La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona. Al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto 'fatto profondamente umano, legato all'autonomia e alla libertà dell'uomo”. La citazione è tratta dalla “Caritas in veritate” di Benedetto XVI. Detto ciò, scrive il Papa,<b> “oggi ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità,</b> plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull'immaginario collettivo: 'Mai l'umanità ha avuto tanto potere su se stessa'”.</p><p>I primi due capitoli sono un ripasso – sempre utile – dei cardini e dello sviluppo della Dottrina sociale della Chiesa, un lungo cammino che dura da più di un secolo. I<b>l terzo capitolo è quello che affronta in modo profondo il problema dello sviluppo tecnologico,</b> con la consapevolezza che “'l'intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano”. <b>Di IA si parla, ovviamente, ma con alcune precisazioni: l'enciclica non intende offrirne una trattazione concettuale, anche perché “qualsiasi affermazione rischia di diventare obsoleta in breve tempo”.</b> In secondo luogo, “tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco” dell'effettivo funzionamento di questi sistemi.</p><p><b>Ma il giudizio su queste innovazioni è positivo o negativo? </b>“Tali innovazioni possono diventare un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune. Ma, proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico. Più potente non significa necessariamente migliore”. S<b>e non si può dare una definizione “univoca e completa”</b> dell'IA, si può però affermare che “occorre evitare l'equivoco di equiparare questa intelligenza a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell'intelligenza umana”.<b> L'obiettivo deve essere quello di rendere l'IA uno strumento, “un aiuto prezioso” che però necessita di “un approccio sobrio e vigile”.</b> In ogni caso, “non possiamo considerare l'IA moralmente neutra” e “il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi <b>come esso venga progettato e quale idea di persona e di società </b>risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”.</p><p>Il Papa riprende uno dei verbi prediletti dall'inizio del suo pontificato: disarmare. “<b>Disarmare l'IA significa sottrarla alla logica della competizione armata,</b> che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. E' la corsa all'algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l'umano”. E la custodia dell'umano è il filo rosso che guida nella lettura dell'enciclica, l'architrave portante. Il Papa avverte sui pericoli di affidarsi in toto alla tecnica, soffermandosi sul transumanesimo e il postumanesimo, che “costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l'immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l'entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di 'uomo potenziato' oppure di 'uomo ibridato' con la macchina”. <b>Sia chiaro un punto: “'Umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca 'con i piedi per terra' dentro una vocazione più alta”.</b></p><p>Il documento affronta tutte le maggiori sfide della nostra contemporaneità: <b>dalla pervasività delle piattaforme social alle dipendenze, dalle forme di controllo sociale alla politica degli algoritmi che sfocia nella disinformazione.</b> Affronta il problema “della mentalità tecnocratica che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile o risorsa da ottimizzare” e al capitolo quinto parla di <b>guerra</b>. Perché “la rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti”. L'intelligenza artificiale, “può potenziare la difesa e la protezione dei civili, ma può anche abbassare la soglia dell'uso della forza, rendere opache le responsabilità, alimentare una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a 'danno collaterale'”. <b>Chiaro e netto è il rifiuto del concetto di “guerra giusta”,</b> “troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”. Leone XIV scrive che “l'umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>L’enciclica sull’AI di Leone che guarda alla dignità ma non entra nella mente</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 18:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Gilberto Corbellini, Alberto Mingardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ci si poteva aspettare,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/ecco-la-prima-enciclica-del-papa-bene-la-tecnologia-ma-non-puo-dominare-lumano--399448">nell’enciclica sull’intelligenza artificiale scritta da un Papa che appartiene all’Ordine di Sant’Agostino</a>, un uso più generoso del pensiero del suo santo patrono. <b>La tesi di fondo di Papa Leone ha una struttura agostiniana: il problema dell’AI non risiede nella tecnica, ma nel cuore. Ciò che amiamo – come persone e come società che da quelle persone è formata – orienta tutto, incluso il modo in cui costruiamo e usiamo l’AI.</b></p><p>La natura umana è “limitata e fragile” e i suoi limiti e la sua fragilità non vanno considerati “un errore da correggere”. Quest’approccio è quello che Prevost riconduce al “paradigma tecnocratico” che rischia di ridurre la persona a dato, a risorsa, a oggetto di ottimizzazione, la conoscenza a catalogazione e pensiero statistico, e la responsabilità morale a un problema di ingegneria.&nbsp;Contro questa deriva, il Papa riafferma la dignità ontologica della persona come fondamento irriducibile. La dignità è “immensa”: la persona vale perché esiste. Da qui il collegamento privilegiato con la Rerum novarum, che aveva riconosciuto le sfide sociali delle trasformazioni innescate dalla Rivoluzione industriale; il suggerimento che le scienze umanistiche possano contribuire a umanizzare l’AI; l’esigenza di “disarmare” non solo l’intelligenza artificiale ma anche “la parola” per provare a costruire la pace.</p><p>Nelle pagine a nostro avviso migliori, l’enciclica sembra riecheggiare il monito che Dwight Eisenhower lanciò nel suo discorso di congedo: <b>il pericolo di una convergenza di interessi tra industria militare, industria della ricerca e un largo esercito permanente – un “complesso militare-industriale” capace di condizionare le scelte politiche sottraendole al controllo democratico.</b> Il vecchio Ike però non è citato in un documento che il primo Pontefice statunitense deve avere voluto il meno “americano” possibile.</p><p>La parola chiave del documento è “custodia”, presente sin dal titolo. Si custodisce ciò che si teme di perdere, si esplora ciò che si potrebbe guadagnare. Agostino aveva già identificato il problema nella sua struttura più profonda. La distensio animi – la distensione dell’anima nel tempo – era per lui una condizione di fragilità, non di forza. L’anima è tesa tra il passato che trattiene e il futuro che attende, e questa tensione è fonte sia della sua potenza sia della sua precarietà.<b> La salvezza agostiniana era l’intentio che orienta verso Dio come punto fisso fuori dal tempo. Secolarizzato, l’argomento diventa che, senza un orientamento per usare criticamente il passato sedimentato anziché subirlo, la distensione nel tempo diventa disorientamento</b>. Del passato ognuno di noi preserva una memoria altamente selettiva. Spesso ne abbiamo cognizione alquanto parziale. Ma quei ricordi sbiaditi e fallaci acquistano un carattere marmoreo, alla luce della paura del futuro.</p><p>Prevost vorrebbe indicare qualche strategia di navigazione in tempi di grande incertezza, e per farlo ripercorre, rielabora il passato della Dottrina Sociale della Chiesa, da Leone XIII a Papa Francesco. Il confronto con il passato non è mai del tutto favorevole alla Chiesa, ma nemmeno così sfavorevole come la critica laica di regola suggerisce. Pio XI con la Vigilanti Cura (1936) e Pio XII con la Miranda Prorsus (1957) riconobbero che cinema, radio e televisione trasformavano la comunicazione umana e che la Chiesa doveva imparare a usarli. La Miranda Prorsus si annuncia così: “Le meravigliose invenzioni tecniche, di cui si gloriano i nostri tempi, benché frutti dell’ingegno e del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore, dal quale proviene ogni opera buona”. Non che Papa Pacelli non vedesse i “pericoli dei media elettronici”, ma per fronteggiare questi ultimi si appellava al rigore della famiglia e all’azione degli “uomini di cultura cattolici”. I “doni” della tecnologia potevano essere usati bene e consapevolmente: era questione di mettere in campo, in primis, il discernimento individuale. La capacità creativa dell’uomo dovrebbe essere, dopotutto, ciò che più lo rende “immagine del Dio trinitario”.</p><p>La Magnifica Humanitas non segue la Miranda Prorsus, non dice che l’AI trasforma il modo in cui gli esseri umani conoscono e si relazionano e che la Chiesa deve imparare a pensare attraverso di essa. L’età digitale porta Leone XIV prima ad abbozzare una strada che non segue (il ricorso al principio di sussidiarietà, “secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori”), poi a vagheggiare una politica col “compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune”.</p><p>Nel distinguere il bene dal male dell’AI, l’enciclica assegna all’autorità secolare un ruolo maggiore di quanto si immaginerebbe. Con uno studiato strabismo, persino l’uso distruttivo dell’intelligenza artificiale è ricondotto a grandi attori avidi di profitto, più che ai loro committenti, che sono i governi. La condanna è talmente netta da tirare in ballo la schiavitù. Giustamente Prevost condanna le titubanze e le complicità del passato e accarezza i “corpi segnati, mutilati, consumati” di chi estrae le terre rare. Poi però sembra paragonare il lavoro forzato alla “nuova logica di estrazione” dei dati.</p><p>Nel De Magistro Agostino distingue tra il maestro esterno – che può solo occasionare la comprensione – e il Magister interior, che illumina dall’interno.<b> L’AI è il maestro esterno più sofisticato mai costruito: può generare output che assomiglia alla comprensione senza che comprensione vi sia. Né in chi produce né necessariamente in chi riceve, se il ricevente si limita a consumare senza il lavoro interiore che la vera comprensione richiede.</b> Nel De Trinitate, Agostino descrive la coscienza come strutturalmente dialogica – mens, notitia, amor – un processo in cui la mente si conosce amandosi. Il dialogo con l’AI è fecondo nella misura in cui attiva questa struttura nella sua versione digitale: soggettività riflessiva, comprensione situata e orientamento valutativo. E’ impoverito, e potenzialmente dannoso, nella misura in cui la bypassa o la sostituisce.</p><p>La domanda che l’enciclica non pone è cosa succede alla struttura del pensiero, della memoria, del giudizio critico, quando una parte crescente dell’elaborazione cognitiva viene esternalizzata a sistemi privi di orientamento, di desiderio, di ciò che Agostino chiama pondus – il peso dell’amore che orienta ogni atto cognitivo verso qualcosa piuttosto che verso altro. Non se la pone perché sembra dare per scontata la risposta, attingendo abbondantemente al campionario di luoghi comuni sugli Llm. E forse anche perché questa non è una domanda morale nel senso tradizionale<b>. E’ una domanda epistemologica. Ed è esattamente quella che la tradizione che ha inaugurato la filosofia dell’interiorità e dell’autocoscienza avrebbe forse dovuto porre per elevare il livello della discussione sull’AI.</b> L’occasione c’era, il maestro anche. Peccato.</p>]]></description>
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				<title>L’AI può fare paura ma non va fermata: ha solo bisogno di noi</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 05:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella nuova e spaventosa agenda del catastrofismo universale, un’agenda all’interno della quale ogni rischio diventa un pericolo, ogni novità diventa una minaccia, ogni problema diventa un allarme, ogni innovazione diventa uno spauracchio, c’è un tema che di giorno in giorno conquista sempre più posizioni all’interno della scala dell’indignazione permanente. E quel tema, lo avrete capito, tende sempre di più a coincidere con due parole divenute sempre più minacciose: <b>intelligenza artificiale</b>. Oggi, lo sapete, è un giorno speciale per parlare di intelligenza artificiale perché <b>è il giorno in cui Papa Leone XIV svelerà i contenuti della sua prima enciclica</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-ai/2026/05/23/news/papa-leone-prepara-una-commissione-vaticana-sullai-e-unenciclica-per-affrontare-il-tema--399123">al centro della quale vi sarà, a quanto pare, anche il tema del rapporto con l’AI</a>. La presenza al Soglio pontificio di un Papa non antioccidentale, americano, che ha sempre criticato il capitalismo senza mai demonizzarlo, suggerisce  la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/bandiera-bianca/2026/05/19/news/lenciclica-di-leone-sullai-e-in-verita-ordinaria-amministrazione-per-la-chiesa--399133">possibilità di un testo all’interno del quale la tecnologia non verrà demonizzata</a>; semmai a essere demonizzata potrebbe essere l’idea di fare di quella tecnologia una nuova religione, non al servizio dell’essere umano ma con l’essere umano al servizio della tecnologia.</p><p>Nell’attesa di poter leggere il testo papale, vale la pena provare a spendere due parole preventive sulle <b>ragioni sballate che negli ultimi tempi hanno trasformato l’intelligenza artificiale in un sinonimo di catastrofe, di terrore, di angoscia assoluta verso il futuro</b>. Avere paura delle novità è razionale, naturalmente, ma trasformare la paura in un motore automatico di repulsione è quanto di più pericoloso e di irrazionale vi possa essere per provare a non diventare ostaggio della tecnologia. <b>Eric Schmidt</b>, ex amministratore delegato e presidente di Google, uno dei manager che hanno trasformato il motore di ricerca in un impero tecnologico globale, oggi investitore, filantropo e voce influente nei dibattiti su intelligenza artificiale, sicurezza e futuro dell’occidente, qualche giorno fa <b>ha tenuto in un’università americana un’importante lezione sull’AI che ha fatto notizia per le ragioni sbagliate</b>. La notizia su cui si sono concentrati molti giornali internazionali è il boato di fischi che alcuni studenti hanno rivolto a Schmidt durante il suo discorso, nei passaggi dedicati all’intelligenza artificiale. La notizia più trascurata, però, è che<b> il discorso di Schmidt è stato un primo tentativo, da parte di un grande esperto della tecnologia, di non offrire una lezione sull’intelligenza artificiale basata sull’utopia che tutto andrà bene, che il progresso è solo fonte di positività, che la tecnologia non potrà che offrire benefici</b>. Schmidt, più semplicemente, ha offerto agli studenti, anche a quelli che lo hanno fischiato, un vocabolario minimo per declinare un ottimismo non ingenuo. Schmidt dice che la paura va presa sul serio, ovvio, ma dice anche che la paura non basta come progetto strategico: <b>per dominare l’AI, occorre costruire il futuro del nostro rapporto con l’AI</b>.</p><p>Schmidt dice una cosa non scontata per un ex capo di Google: pensavamo di aggiungere pietre a una cattedrale della conoscenza, ma il mondo costruito si è rivelato più complicato e dobbiamo riconoscere che gli stessi strumenti che ci hanno connesso ci hanno anche isolato, le stesse piattaforme che hanno dato voce a tutti hanno degradato lo spazio pubblico, la stessa tecnologia che avrebbe potuto dare opportunità a tutti ha creato problemi a ripetizione. Un ottimismo tecnologico con la testa sulle spalle parte da qui, non parte dall’idea che sia andato tutto bene, ma parte dall’idea che qualcosa in questi anni è andato storto e vale la pena dunque non ripetere quegli errori. Il primo punto da comprendere, dice Schmidt, è che l’AI non può essere trattata come un settore tra gli altri. <b>Non è “il digitale”, non è “la Silicon Valley”, non è “il software”: è una nuova infrastruttura cognitiva</b>. “Oggi – ha detto Schmidt – ci troviamo sull’orlo di un’altra trasformazione tecnologica, una trasformazione che sarà più grande, più rapida e più consequenziale di tutto ciò che è venuto prima. Toccherà ogni professione, ogni aula, ogni ospedale, ogni laboratorio, ogni persona e ogni relazione che avete. So cosa molti di voi provano al riguardo. Vi sento. C’è una paura, c’è una paura nella vostra generazione che il futuro sia già stato scritto, che le macchine stiano arrivando, che i posti di lavoro stiano evaporando, che il clima stia cedendo, che la politica sia frantumata, e che stiate ereditando un disastro che non avete creato”. Schmidt, naturalmente, suggerisce di sperimentare l’AI, di dominarla, di guidarla, di coglierne le opportunità. Ma Schmidt, per declinare il suo ottimismo con la testa sulle spalle, ricorda che la tecnologia è neutrale, non è né buona né cattiva, è solo uno strumento, e che il valore di quella tecnologia deriva da ciò che gli umani riusciranno a metterci dentro. E se è vero che l’intelligenza artificiale democratizza le conoscenze, è anche vero che per poterla dominare fino in fondo sarà sempre più importante riempirla di contenuti che possano guidarla senza farla andare fuori strada. Schmidt insiste sul fatto che la tecnologia “da sola” è uno strumento. Dice che il valore viene da ciò che gli esseri umani ci mettono dentro: libertà, dibattito, diversità, uguaglianza, apertura. Ricorda che lo scienziato che deciderà quale domanda porre potreste essere voi, che l’architetto che deciderà quale progetto realizzare potreste essere voi, che il cittadino che deciderà che tipo di paese vorrà potrebbe essere uno di voi. E mette di fronte a noi, e agli studenti dell’Arizona, due verità. Più l’intelligenza artificiale andrà avanti e più sarà importante coltivare talenti. E più l’intelligenza artificiale sarà forte, e sarà uno strumento nelle mani potenzialmente di tutti, più sarà importante avere studenti formati a coltivare il dissenso, a difendere la libertà, a non chiudersi nelle proprie bolle. Perché <b>l’AI non sostituirà automaticamente la politica, la cultura, l’etica, le istituzioni: le costringerà semmai a diventare più forti</b>. L’AI, dice in definitiva Schmidt, farà paura finché sarà raccontata come una forza che toglie destino alle persone. Diventerà invece una possibilità e un veicolo di opportunità se verrà raccontata come qualcosa che chiede più cultura, più politica, più università, più libertà, più occidente. Messaggio chiaro: non fermare l’AI, ma umanizzarne la direzione. Speriamo sia lo stesso messaggio contenuto nell’enciclica.</p>]]></description>
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				<title>Chi sarà con noi a Venezia per la Festa dell&#039;Innovazione 2026</title>
				<pubDate>Tue, 19 May 2026 20:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sabato 6 giugno 2026, il Foglio torna a Venezia per la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/festa-dell'innovazione/">Festa dell'Innovazione</a>. Una giornata di incontri e dibattiti per mettere a fuoco i temi più importanti dello sviluppo tecnologico e del suo impatto culturale sulle nostre vite. ,</p><p>La Festa dell'Innovazione si terrà presso La casa di The Human Safety Net in Piazza San Marco, 128 (all'interno delle Procuratie Vecchie). Si parte la mattina alle 8,30 con la nostra RASSEGNA STAMPA LIVE. I cornetti li offriamo noi.</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria:&nbsp;<a href="http://innovazione@ilfoglio.it/">innovazione@ilfoglio.it</a></p><h2>Ecco i nostri ospiti:</h2><p>Simone Bemporad (Responsabile comunicazione Generali)</p><p>Paolo Benanti (Docente etica dell'AI)</p><p>Pietrangelo Buttafuoco (Presidente Biennale di Venezia)</p><p>Maurizia Campobassi (Direttrice carcere femminile di Venezia)</p><p>Manuela Carra (Responsabile finance di CDP)</p><p>Gianluca Cavalletti (chief information officer Gruppo San Donato)</p><p>Giuseppe Cavo Dragone (Presidente Comitato Militare NATO)</p><p>Diego Ciulli (Head of public policy Google Italy)</p><p>Giuliano Da Empoli (Scrittore e saggista)</p><p>Michele De Pascale (Presidente Emilia Romagna)</p><p>Francesca Florio (Avvocato)</p><p>Alessandra Galloni (Direttrice Reuters)</p><p>Davide Ghiotto (Olimpionico)</p><p>Aldo Grasso (Critico televisivo)</p><p>Gabriella Greison (Fisica e divulgatrice)</p><p>Luca Guadagnino (Regista)</p><p>Francesco Lotoro (Musicista e Direttore d'orchestra)</p><p>Enrico Marchi (Manager e imprenditore)</p><p>Angelo Mazzetti (Public policy director di Meta)</p><p>Damiano Michieletto (Regista teatrale e d'opera)</p><p>Maurizio Milani (Comico)</p><p>Gennaro Nunziante (Regista)</p><p>Federico Palmaroli (Autore satirico – Osho)</p><p>Antonio Pascale (Il Foglio)</p><p>Gilberto Pichetto Fratin (Ministro dell'ambiente)</p><p>Alessandro Pradelli (AD Peyrano)</p><p>Saverio Raimondo (Comico)</p><p>Luca Romano (L'Avvocato dell'atomo)</p><p>Lisa Roscioni (Divulgatrice e docente di storia moderna)</p><p>Giampaolo Rossi (Ad RAI)</p><p>Orazio Schillaci (Ministro della Salute)</p><p>Agostino Scornajenchi (Ceo Snam)</p><p>Alberto Stefani (Presidente della Regione Veneto)</p><p>Vahe Ter Nikogosyan (Cio &amp; Cdo Gruppo A2A)</p><p>Michele Tornielli (Vp Digital Lab, Fincantieri)</p>]]></description>
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				<title>Ascolta Il Foglio daily, il nostro podcast quotidiano</title>
				<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 10:55:26 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dal lunedì al venerdì, la mattina, sulle principali piattaforme audio arriva il nostro podcast quotidiano: <a href="https://linktr.ee/ilfogliodaily"><strong>Il Foglio daily</strong></a>, condotto da <strong>Massimo Brugnone</strong>.</p><p>Non sarà una rassegna stampa, ma il canale audio della produzione giornalistica della redazione del Foglio. Con le voci dei nostri giornalisti e la stessa qualità di sempre. In audio.</p><p>Scopri qui tutti gli altri <a href="https://podcast.ilfoglio.it/">podcast</a> della redazione del Foglio.</p>]]></description>
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				<title>Scegli Il Foglio come fonte preferita su Google</title>
				<pubDate>Thu, 07 May 2026 16:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da qualche giorno hai la possibilità di&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=890d2accc4&amp;e=c8616e606c" target="_blank">dire tu a Google</a>&nbsp;<b>quali sono le tue fonti preferite, avendo così un maggiore controllo sulle notizie visualizzate tra i risultati di ricerca.</b> Cliccando&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=d3adde16a1&amp;e=c8616e606c" target="_blank">questo link</a>&nbsp;puoi selezionare le testate e i siti che desideri far apparire più frequentemente tra le notizie principali, compreso Il Foglio. Per farlo ci vuole pochissimo: basta che accedi con il tuo account Google e&nbsp;<a href="https://ilfoglio.us20.list-manage.com/track/click?u=505dbb2649bf5a5584dc95dbc&amp;id=ab3ecd0ad2&amp;e=c8616e606c" target="_blank">aggiungi Il Foglio</a>&nbsp;tra le fonti di informazione che preferisci seguire.</p>]]></description>
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				<title>Tutti gli eventi del Foglio nel 2026</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 15:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel corso dell'anno il Foglio organizza una serie di eventi aperti al pubblico su vari argomenti, dall'economia allo sport, dalla politica all'innovazione. A ospitarci sono alcuni degli spazi più interessanti e delle città più belle d'Italia: Firenze, Venezia, Milano... Ma, soprattutto, il cuore e l'anima di queste iniziative sono i nostri ospiti.</p><p>Ecco un calendario del 2026 per essere sempre aggiornati sulle novità in arrivo.</p><h2>28 marzo 2026. Festa dell’Economia e dell’attrattività</h2><p>La competizione non fa paura. Cercasi nuova agenda</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: economia@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 aprile 2026. Festa dello Sport Milano, Stadio Giuseppe Meazza</h2><p>Una giornata di dibattiti, incontri e ospiti speciali. Un altro modo di raccontare lo sport</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: sport@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>Maggio 2026. Evento Osservatorio Donne e Moda</h2><p><br></p><h2>6 giugno 2026. La Festa dell'Innovazione</h2><p>Per mettere a fuoco i temi più importanti dello sviluppo tecnologico e del suo impatto culturale sulle nostre vite</p><p>Venezia, The Home of the Human Safety Net</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: innovazione@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 luglio 2026. Smart City Italia, rivoluzioni immobiliari</h2><p>Come trasformare la città del futuro nella città del presente. Idee per una nuova agenda sulle Smart City. Tutte le rivoluzioni immobiliari che stanno cambiando le nostre città</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: smartcity@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>15 settembre 2026. Il futuro della mobilità</h2><p>Milano, Sede AC Milano</p><p>Che cosa cambierà nella mobilità nei prossimi anni? La strada imboccata verso l’elettrificazione è davvero senza ritorno? Come trasformare in una vera opportunità la trasformazione che ci attende? Con Umberto Zapelloni, curatore del Foglio Mobilità, e i giornalisti del Foglio</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: mobilita@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>10 ottobre 2026. Festa dell’ottimismo</h2><p>Una giornata di dibattiti con grandi nomi del panorama politico e culturale italiano e i giornalisti del Foglio, in uno dei più bei luoghi d'Italia</p><p>Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento</p><p>iscrizioni: ottimismo@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>26 novembre 2026. Festa agricoltura e sostenibilità</h2><p>L’agricoltura è cambiata e sta cambiando. Proviamo a ri-raccontarla, con uno sguardo serio, ampio e divulgativo</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede Banco BPM</p><p>iscrizioni: agricoltura@ilfoglio.it</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>La copertina del Foglio Review raccontata da Andrea Bettega</title>
				<pubDate>Tue, 21 Apr 2026 13:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Gaia Montanaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>La cover della Review di questo mese ci porta nel bosco, luogo misterioso e dall’atmosfera rarefatta in cui è possibile perdersi. Ma dove si possono anche incontrare figure salvifiche ad indicarci la via. Abbiamo chiesto ad Andrea Bettega di raccontarci della sua illustrazione.</p><p><i>&nbsp;</i></p><p><i>Qual è stato il processo creativo che l’ha portata a illustrare la cover del Foglio Review, dal titolo “Nel bosco”?</i><i></i></p><p>Quando ho iniziato a progettare la cover di questo numero di Review ho pensato subito alla sensazione che si prova di solito quando si è immersi in un bosco. È spesso un senso di spaesamento, i sensi si attivano per trovare punti di riferimento, per mappare lo spazio. Rappresentare il paesaggio di solito è più facile con proporzioni orizzontali, quindi la verticalità di una copertina ti costringe a rivedere gli standard, a capire come esaltare alcune forme a discapito di altre, ed è quello che ho fatto con questi alberi: ho sacrificato le chiome superiori per concentrarmi sulla texture che formano i tronchi, spingendo sulla verticalità e creando una composizione geometrica complessa.</p><p><i>La natura rappresentata in copertina appare misteriosa e densa. Come ha lavorato per creare una relazione tra il bosco e chi vi abita o lo percorre?</i><i></i></p><p>La densità di un bosco è simile alle pieghe di un sipario, ho lavorato pensando a questo: le figure appaiono come uscite da una fessura tra una tenda e l’altra. Figure fuggevoli, che in un attimo possono essere di nuovo inghiottite dal tessuto narrativo.</p><p><i>Come ha lavorato dal punto di vista compositivo e della scelta cromatica?</i><i></i></p><p>Cerco sempre di creare un punto di interesse nelle mie illustrazioni, e qui la scelta cromatica ha avuto un ruolo fondamentale: i protagonisti della narrazione vivono di luce propria, come se avessero un riflettore caldo puntato, mentre il resto della scena è avvolta in una palette più fredda e misteriosa.</p><p><i>Qual è il significato della volpe a cinque code e che tipo di legame c’è con la ragazza in copertina? </i></p><p>La volpe è una guida, un’apparizione che viene in aiuto alla ragazza che sta cercando un punto di riferimento nel bosco. Le code multiple sono come un cartello segnavia, possono indicare varie direzioni da prendere, e rendono l’animale qualcosa di metaforico, di non tangibile, quasi magico. Da lì si capisce che la volpe diventa simbolo astratto: le vie sono tante, sta a noi trovare la nostra per uscire dalle situazioni intricate di tutti i giorni.<br> <br></p>]]></description>
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				<title>L’Ucraina è il portale del futuro della guerra</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Un Foglio Internazionale</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>La guerra può essere inferno, ma è anche affascinante” scrive Walter Russell Mead sul Wall Street Journal. “La settimana scorsa, durante la mia terza visita in Ucraina dall’inizio dell’aggressione e della guerra di conquista lanciata da Vladimir Putin nel febbraio 2022, ho incontrato persone straordinarie. Ho conosciuto medici che non curano più ferite da proiettile perché i droni stanno soppiantando i fucili sul campo di battaglia. C’era il volontario georgiano allegro che combatte i russi da quando, a 14 anni, è scappato di casa per raggiungere il padre in guerra. C’erano gli anziani volontari che intrecciano reti mimetiche in un centro comunitario di Odessa. C’erano operatori di droni ventenni che trasformano abilità affinate con i videogiochi nell’arte di uccidere soldati nemici e far saltare in aria carri armati russi. C’erano madri e nonne a Leopoli che innaffiavano i fiori sulle tombe fresche di un cimitero militare in rapida espansione. C’erano chef famosi che reinventano la cucina ucraina per creare alta gastronomia basata su piatti tradizionali, usando solo ingredienti coltivati in Ucraina. C’erano ospiti del cinque stelle InterContinental che cercavano di dormire su pouf in una sezione del parcheggio dell’hotel trasformata in rifugio antiaereo, mentre missili e droni russi riempivano i cieli di Kyiv. Funzionari dell’intelligence e militari ci hanno illustrato gli aspetti economici, energetici, militari e di risorse umane di questa guerra di logoramento. E c’era il carismatico presidente, che dopo più di quattro anni di guerra riesce ancora a trasmettere quella vitalità e quel coraggio che hanno incantato il mondo e, molto probabilmente, salvato la sua nazione quando ha chiamato gli ucraini a resistere all’invasione di Putin. Una settimana non basta per capire una guerra, ma mentre il vostro columnist di Global View assimila una valanga di impressioni e informazioni, tre cose appaiono chiare. Primo, la natura della guerra è cambiata e sta cambiando molto più velocemente e radicalmente di quanto la maggior parte degli osservatori – e della maggior parte degli eserciti del mondo – comprenda. Fucili, mortai e carri armati stanno andando nella stessa direzione dei duelli con la spada e delle cariche di cavalleria. Secondo, il cambiamento dell’equilibrio tecnologico nella guerra ha finora favorito l’Ucraina. I fondamenti della guerra con droni premiano la difesa rispetto all’attacco, il che significa che le forze armate ucraine, più ridotte, possono tenere a bada numeri maggiori di attaccanti russi e far pagare un prezzo altissimo per ogni ettaro di terreno conquistato. Infine, il fuoco rovente della guerra ha permesso o forse costretto l’Ucraina a forgiare qualcosa che prima le mancava: uno stato potente e competente. Gli oligarchi, molti dei quali avevano fortune basate sull’industrializzato Donbass ora in gran parte sotto occupazione russa, sono più deboli che mai. Se l’Ucraina sopravvivrà alla guerra, emergerà probabilmente come una grande potenza nella tecnologia militare e come un fattore significativo nell’equilibrio di potere eurasiatico. La vittoria ucraina non è affatto assicurata. Kyiv rimane dipendente dagli aiuti economici europei e dall’accesso alle difese aeree americane, ma l’Ucraina sembra acquisire coerenza, capacità ed energia proprio mentre combatte per la sua sopravvivenza”.</p><p><i>(Traduzione di Giulio Meotti)</i></p>]]></description>
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				<title>Kyiv cerca i suoi morti fra le macerie delle bombe di Putin. Non è una “rappresaglia”, è il metodo russo</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 09:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>I russi la chiamano “rappresaglia”, per gli ucraini è la quotidianità, la scarica di missili e droni che si abbatte sulle città e che ieri ha colpito anche la capitale, Kyiv. “Hanno iniziato questa guerra – ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – <b>Quando rispondiamo ai loro attacchi colpiamo obiettivi militari. Quando loro attaccano, uccidono i civili</b>”.</p><p>Le reazioni di Mosca non sono speculari. Nelle ultime settimane i russi subiscono attacchi quotidiani contro arsenali, raffinerie, depositi di carburante, rispondono, come accaduto nella notte fra sabato e domenica, colpendo i quartieri residenziali, prediligendo Kyiv, la città più popolosa dell’Ucraina. In questa risposta non c’è nulla di simmetrico, c’è solo furia contro la popolazione, un attacco che sa di punizione collettiva, il tentativo di far sentire agli ucraini che il costo per il vantaggio acquisito con la precisione dei loro colpi nel territorio russo è alto e mortale.</p><p>Ieri fra i novanta missili – tra i quali gli Oreshnik – e i seicento droni scaricati su Kyiv, alcuni erano destinati anche ai luoghi della cultura nel centro della capitale. Sono morte più di quattro persone, probabile che il bilancio salga, gli ucraini comunicano il numero dei morti soltanto quando estraggono i corpi dalle macerie e spesso il numero definitivo viene reso noto più di ventiquattro ore dopo l’attacco. Per rispetto delle vittime, dei loro parenti e della serietà pagano il prezzo della distrazione generale.</p><p>&nbsp;&nbsp;</p><p>Qui puoi vedere il videoreportage di&nbsp;Kristina Berdynskykh da Kyiv</p>]]></description>
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				<title>Berto, lo scrittore oscuro</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Masneri e Andrea Minuz</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mentre la legislatura finisce, assai dolcemente, piovono pezzi di egemonia culturale  dove meno te li aspetti. Se la Biennale di Venezia dopo le polemiche pre-apertura ora che è aperta non se la fila  nessuno, potrebbero esserci esposti solo quadri di Teomondo Scrofalo e nessuno se ne accorgerebbe, ecco che Giuseppe Berto viene ristampato. Il grande scrittore veneto del <i>Male oscuro</i> passa alle edizioni Settecolori, come annunciato al Salone del Libro di Torino. Salone peraltro miracolosamente privo di  polemiche (è un bene o è un male?). Del resto la raffinata casa editrice calabro-milanese sfiora di sguincio quel  sulfureo e variegato novero i cui stand generalmente provocano le grandi indignazioni, le varie Passaggio al Bosco, GOG, insomma quelle accusate di <i>fassismo</i>, quelle di cui scopriamo l’esistenza solo ai saloni e saloncini polemizzati, quelle che, chi più chi meno, attivano l’algoritmo “raccolta firme-pericolo democratico-Zerocalcare ritira partecipazione”. Quest’anno però niente polemiche, forse perché c’è Hormuz, forse perchè è iniziata l’estate e fa caldo, la bambina mi ha vomitato sul tappeto ecc. Ma intanto Berto, uno che in un mondo normale starebbe saldamente nel canone della grande letteratura italiana del Novecento, uno che avrebbe dovuto essere einaudizzato o adelphizzato da mò, finisce invece in una specie di business class  di Atreju,  in una nicchia di un   fantomatico pantheon “di destra”, qualunque cosa voglia dire  (perseguitato anche post mortem dal suo destino di “irregolare”:  “non l’hanno visto arrivare”, né allora né oggi).</p><p>Andrea Minuz: Definizioni di Berto in voga all’epoca: “fascista”, “anarchico di destra”, “provocatore”, “narcisista”, “scrittore borghese”, “uno stronzo” (Dacia Maraini).</p><p>Michele Masneri: La “società letteraria” fece di tutto per osteggiarlo. Altro che le “conventicole” del prof. Iacovoni di “Caterina va in città”. La Maraini gli dà appunto dello “stronzo”. Non “solito stronzo” nella famosa tripartizione arbasiniana sul  tipico scrittore italiano, proprio stronzo e basta. Era un’epoca in cui dare dello stronzo era abbastanza grave, non come oggi che il presidente degli Stati Uniti si traveste da Papa. Pure la “società letteraria” era una cosa seria. Ecco come vanno le cose:  lei nel 1962 vince il premio Formentor, battendo Luciano Bianciardi e la sua <i>Vita agra</i>. Berto denuncia il “capomafia letterario” Moravia, che aveva sponsorizzato la vittoria della sua protetta: lei gli dà dello  “stronzo”, appunto, pubblicamente, lui la querela, lei viene assolta.</p><p>AM: Berto muore di cancro nel 1978 dopo un lungo soggiorno in una clinica di Innsbruck. Nel necrologio uscito sull’Unità si vagheggiava di “un’opera da tempo in declino”, “tristemente approdata al neomisticismo”, di una “falsa immagine di libertà tradotta in schemi di sconcertante rozzezza”. Ci si indignava per alcune sue frasi invecchiate però molto meglio del pezzo sull’Unità: “Sono convinto che Marx ha costruito una colossale trappola per l’uomo, pensando di liberarlo”, diceva Berto, quando a dirlo erano in pochi. “Sono partito da un collettivismo nel quale mi sarei volentieri annullato pur di servire gli altri – anche il mio fascismo, con la sua forte componente nazionalistica, ebbe questo carattere – e sono arrivato a un accanito individualismo, persuaso che servire me stesso è l’unico modo che io ho per servire gli altri”.</p><p>MM: Quelle su Berto sembrano le recensioni d’epoca su Gadda. “Non sempre egli scherza”; “ironia oziosa”, scrivevano i critici trattandolo come un caso umano. Come Berto, irregolari sempre. Berto è un traditore per i fascisti, e fascista per gli intellettuali ufficiali. Lui  si raccontava così: “Sono nato prima della Prima guerra mondiale e ho fatto tutte le guerre che alla mia generazione è stato concesso di fare, guadagnandomi un paio di medaglie al valor militare. Caduto prigioniero degli Alleati, ho dato un definitivo addio alle armi per intraprendere la carriera di scrittore. Odiato dalla critica e dai colleghi, ma amato dalle signore, ho ottenuto con alcuni romanzi altissimi indici di vendita. Altri romanzi sono stati sfortunati, ma mi propongo di riscriverli tali e quali, per ritentare la sorte”.</p><p>AM: Berto prendeva di mira la sinistra intellettuale con un furore che allora aveva una carica dirompente. Forse il Berto di oggi farebbe la vittima di professione. Arruolato nelle fila dei piagnoni, quelli che pensano che il mondo ce l’abbia con loro e vedono complotti ovunque. Vittima del sistema, dell’establishment, delle “conventicole”. Sarebbe andato a “Belve” a denunciare il “circoletto”. Avrebbe litigato con Moravia su Instagram.</p><p>MM: Ma all’epoca, grazie al cielo, non c’erano i social. E poi il fatto è che Berto era sì isolato, però vendeva, e anche tanto (altra colpa da espiare, semmai).</p><p>AM: Molto letto, molto venduto. Però non si poteva infilare Il male oscuro tra i più grandi romanzi italiani del dopoguerra – mentre bastano le prime dieci pagine per rendersene conto (ma neanche il film di Monicelli con Giannini e Emmanuelle Seigner, del 1990, gli renderà giustizia). Berto era letto ma intorno a lui calava il silenzio. Questa è sempre stata la strategia più raffinata: non la censura che trasforma lo scrittore in eroe vittimario, ma fingere che non esisti. Non vorrei battere sempre su questo tasto, ma gli effetti di quell’egemonia lì li vedi bene oggi: i miei studenti non hanno mai sentito nominare Berto. Mentre i Moravia, Morante, Pasolini, Calvino magari non li leggono ma sanno che esistono.</p><p>MM: Speriamo in una bella polemica, allora,  nonostante il caldo. Ma se rinascesse, Berto oggi sarebbe  intervistato soprattutto sulla sua depressione.  Parleremmo  del suo disagio. Di salute mentale. Oggi sarebbe chiaramente  bipolare, ma all’epoca si parlava al massimo di esaurimento nervoso. Non poteva  prendere il treno, né l’aereo né la nave. Negli anni peggiori non riusciva neanche ad alzarsi dal letto. Oggi un Berto 2.0 darebbe in pasto questa depressione, oltre che alla letteratura,  ai social e ai podcast, passando poi alla cassa con un romanzo che “interroga” il nostro malessere, una autofiction straziante, tutta dolenze e benzodiazepine. Invece all’epoca la risolveva con autoironia. Il male oscuro che davvero è un romanzo pazzesco, una Cognizione del dolore romana made in Calabria, è un flussone di coscienza e di sogni: c’è quello celebre “della libreria Rossetti” (una famosa libreria di via Veneto, <i>location</i> all’epoca per intellettuali e primarie presentazioni di libri, una specie di Spazio Sette  oggi). Nel sogno della libreria Rossetti c’è un signore che porta in mano un quadro che mostra a tutti, tranne al povero Narratore. Lo mostra a tutti gli intellettuali, i “padreterni di quella trapassata epoca intellettuale”, scrive Berto, “coincidente col fascismo prima e subito dopo con l’antifascismo, ed erano gente magari senza volerlo boriosa tanto che non si sapeva mai se salutarli o no per non correre il rischio di salutare a vuoto, alle volte incontrandoli si aveva l’impressione di non essere visti per niente”. “I don’t feel seen”, scriverebbe il Berto d’oggi sul suo Substack.</p><p>AM: Invece lui scriveva anche molto per il cinema. Anche lì con un certo successo e molte  angosce.  Fa naturalmente “Anonimo veneziano”, il romanzo e la sceneggiatura. Al cinema lo trascina Leopoldo Trieste, folgorato dopo aver letto qualche racconto. Come tutti gli scrittori, Berto al cinema ci lavora malvolentieri ma è pur sempre una grande “fonte di guadagno per sopravvivere” – specie in quegli anni, coi soldi che giravano sul serio. “Berto accetta di fare di tutto: il comandante, il caporale, il soldato della bassa forza” – diceva Brunetta, lo storico del cinema, non l’ex ministro.  Lavora per la Lux di Ponti e De Laurentiis. Scrive soggetti, sceneggiature. Ha una rubrica di critica cinematografica su Rotosei, rivista romana. Va al cinema ogni giorno, vede tutto, recensisce tutto: Fellini, Visconti, western e drammoni hollywoodiani. Non ha il ditino alzato. Non vuole “riscattare il cinema” o spiegare perché è una “forma d’arte”. Come Irene Brin, come Flaiano, Berto scrive avendo in mente lo spettatore, fregandosene del nome del regista. E’ tra i pochissimi a non disprezzare la nascente commedia all’italiana. Intuisce subito il potenziale di questi film che portano al cinema “un’intera attualissima zona della realtà nazionale”. Del Monicelli di “I soliti ignoti”, uscito nel ’58, quando Berto chiude la sua rubrica, dirà: “Le dita di una mano sono sufficienti e anche avanzano a contenere i registi italiani capaci di raccontare una storia senza fermarsi a pascolare le loro pecore e le loro vanità nei prati”. Con Visconti, invece, “a ogni dubbio o perplessità, si ha l’impressione che salti fuori a dire: vergognatevi, voi che non capite! non avete la sensibilità per arrivare a me!”.</p><p>MM: Poi naturalmente come tutti gli scrittori prestati al cinema, da Fitzgerald in giù, ne esce devastato. Nel <i>Male oscuro</i>, memorabili le pagine sui produttori romani. Il produttore del caso convoca lo scrittore, che gli ha mandato 50 pagine di una sceneggiatura,  all’hotel Excelsior, e poi  non si fa trovare. Lo scrittore nota che in un cestino giacciono però i fogli del suo lavoro.  Lo scrittore ha appena avuto una figlia, e non ha i soldi per pagare la clinica; e quando il commendatore finalmente  arriva, quello gli dice: “Ah sì me n’ero dimenticato, i figli sono l’unica consolazione della vita, la cosa più importante del mondo”, e poi  sempre il cumenda (che era poi Peppino Amato) gli propone un film su una sua assurda idea: “Un soggetto  che si svolge nell’aldilà e quindi ci vuole un dialogo delicato come soltanto io so fare, e io dico ‘Commendatore dipende da quanto mi paga’ e lui dice ‘ci metteremo d’accordo anche questa volta come sempre ci siamo messi d’accordo da buoni amici’, e mi congeda da gran signore dopo avermi messo in mano i due fogli da diecimila così posso comprare un regalino alla mia signora”.</p><p>AM: Siamo a metà tra “Una vita difficile” e “La cognizione del dolore”.</p><p>MM: Alla Balduina, Gadda era un vicino di casa, erano amici.</p><p>AM: Entrambi considerati marginali, entrambi molto nevrotici…</p><p>MM: Gadda riscoperto ormai anziano, Berto che rappresenta  una sottonicchia dell’intellettuale di destra italiano. Autore acclamato, che vende, che guadagna e prende i premi, ma comunque  non entra nel canone. Diciamo il modulo Zeffirelli.</p><p>AM: Chissà poi se oggi questa destra gli avrebbe affidato una Biennale, un ministero, una sottocommissione cultura.</p><p>MM: E i russi, li avrebbe fatti entrare o no?</p><p>AM: Boh! Ma almeno l’avrei usato come testimonial del referendum. Ecco cosa scriveva sulla “rovinosa condizione della nostra magistratura” in quel piccolo gioiello swiftiano che è <i>Modesta proposta per prevenire</i> (1972) – pamphlet ironico e disperato dove si immagina una controrivoluzione della borghesia italiana: “Per uno stesso delitto uno può venire condannato od esaltato, dipende dal giudice davanti al quale capita e dalla sua personale appartenenza ad una data categoria, e perfino razza. Capitalista o borghese o proletario. Settentrionale o meridionale”. C’è dentro anche Garlasco.</p><p>MM: Poi a un certo punto scappa da tutto (come biasimarlo). Scappa da Roma e dalla società letteraria, si rifugia al sud. Anche qui, però, abbastanza un disastro. Arriva nella Calabria pre-boom che considera e doveva essere un paradiso, ma dura veramente pochissimo. Bad timing! Tipo quelli che nel 1912 per rilassarsi si comprano un bel biglietto per una crocierina sul Titanic o si mettono a investire in borsa all’alba del ’29... Ma lì scriverà pagine memorabili, alcune delle quali confluiscono poi in Il mare da dove nascono i miti, primo volume che uscirà a giugno per Settecolori.  “La Calabria sarebbe potuta diventare il paese di un turismo nuovo, colto, civile, un luogo di recupero spirituale per tutta la gente estenuata dalle nevrosi, dalle intossicazioni, dagli arrampicamenti”,  riflette, “invece i calabresi appena tirata fuori la testa dalla miseria, si sono messi a distruggere il proprio passato – anche gli alberi, le case, il paesaggio – con un accanimento che l’avidità, l’ignoranza e l’ansia di portarsi al più presto all’altezza di Jesolo e Busto Arsizio non bastano da sole a spiegare. Bisogna cercare nell’inconscio”.  Ecologista senza ideologia, anche qui in anticipo sui tempi, e del resto basta atterrare oggi al rinnovato aeroporto o alla stazione di Lamezia Terme, e i locali ti diranno tutti quanto amano la loro terra, quanto sono attaccati alla loro terra, quanto adorano la loro terra. E il forestiero, davanti a tutto quell’amore, in mezzo a quel parco a tema dell’abuso, del non finito, coi ruderi di calcestruzzo e i secondi piani mai terminati, conclude dentro di sé: pensa se non l’amavano, la loro terra!</p><p>AM: In Calabria Berto si mette a parlare col cane, un biondo cocker spaniel di nome Cocai. Escono questi dialoghi col cane sul Resto del Carlino che poi diventano un libretto. Parlano di tutto: di Marcuse, del Vietnam, della contestazione, del capitalismo, di Mao, dell’ossessione comunista degli studenti. Parlano di Calabria e di Sud. Berto parla col cane perché ormai ha capito che nessuno l’avrebbe seguito.</p><p>MM: Ma oggi Leonardo Maria Del Vecchio, nuovo editore del Carlino, glieli avrebbe pubblicati?</p><p>AM: Gli avrebbero proposto un podcast: Cani Sciolti. Con Edoardo Prati. Con questo cane Berto parlava anche di “industrializzazione e Sud”. E qui Berto dà il suo meglio. Era uno dei pochi scrittori a non cadere nella retorica del Mezzogiorno.  Del contadino distrutto dalla modernità che piaceva tanto agli intellettuali gramsciani che però vivevano a Roma o Milano.  Come scrive Claudio Giunta, mentre Pasolini dà la colpa della “distruzione della civiltà contadina” alla volontà e opera del “Potere” (il Potere, commenta Berto, “per i marxisti ha sostituito il dio degli Eserciti”), Berto non pensa a complotti. Più semplicemente s’identifica con l’umano desiderio di migliorare le proprie condizioni materiali: per i calabresi “la civiltà contadina è simbolo di miseria, di scarso cibo e di molte malattie, di disprezzo, vero o supposto, da parte di altre popolazioni economicamente e tecnicamente più progredite”. Come non comprenderli? Come vietare a coloro che accedono alla modernità la loro dose di automobili, telefoni, elettrodomestici, case nuove? Ma anche: “Come impedire che questa trasformazione così repentina distrugga l’ambiente nel quale essa si è svolta sino ad ora, e corrompa le anime dei suoi abitanti?”.</p><p>MM: La storia di Berto in Calabria è stupenda. Io vorrei farci un documentario o una serie, ma sarà considerata troppo di destra? Troppo poco di destra? Più o meno valevole di contributi pubblici rispetto a un doc su Regeni? E al doc delle fettuccine Alfredo?  Berto comunque a Roma non stava bene. Prima, all’attico alla Balduina, soffriva, e dunque vuol fare a cambio col portiere, trasferendosi a piano terra. Poi, va in vacanza in costiera amalfitana, e scende sempre di più. Ama il sud, aveva fatto il militare in Sicilia. E’ alla ricerca di un posto… ma non può essere un’isola, perché sta male pure in nave. Così, a Capo Vaticano, scova quell’angolo di paradiso. Voleva un fazzoletto di terra, ma gli rispondono: o compri tutto, o niente. Dunque si prese qualche ettaro di bosco, in cui costruì, con le sue mani e studiando l’architettura locale, una serie di casette, in quella che oggi è probabilmente una delle poche zone non cementificate della costa calabrese. Perché poi nel frattempo esce Il Male oscuro, che è un successo pazzesco, vince il premio Viareggio e il Campiello… Lui sta meglio, e diventa una celebrità, e anche i cementificatori non possono andare lì a cementificargli in giardino… Si porta la figlia&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2018/08/27/news/i-mostri-di-berto--233274">Antonia, che ancor oggi abita lì e ospita un festival letterario e un premio dedicato al padre (Estate a Casa Berto)</a>, ma all’epoca era una bambina, e passa da Roma Nord alla Calabria degli anni Sessanta, con le scuole senza bagni… la pipì nel campo...</p><p>AM: Oggi arriverebbero i servizi sociali, altro che Famiglia nel Bosco.</p><p>MM: Oppure la Rohrwacher, a farci subito un film del filone neorurale. Lì, con Berto interpretato da un sensibile Josh O'Connor, l’egemonia arriva in un attimo, vabbè.</p>]]></description>
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				<title>La porta chiusa da Mile Svilar</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 16:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un gran portiere lo si vede sì dalle parate che fa, non potrebbe essere altrimenti perché quello deve fare: parare. Lo si vede anche, a volte soprattutto, dalla capacità di capire con un attimo di anticipo quello che accadrà davanti a lui. C'è chi lo chiama istinto. E così potrebbe senz'altro essere. C'è però qualcosa in più: è un misto di attenzione, concentrazione, ovviamente intuito e volontà di volersi bene. Perché a un portiere non vuole mai bene davvero nessuno, nemmeno quando para centinaia e centinaia di tiri in una stagione. Il portiere si vuol bene da solo, altrimenti per quei quattro applausi in un campionato e per quelle migliaia di insolenze non si metterebbe nessuno in porta.</p><p>Al 39esimo minuto di Hellas Verona-Roma, Mile Svilar ha capito prima di chiunque altro, sicuramente prima del suo disattento compagno di squadra,&nbsp;Daniele Ghilardi, che cosa stava per fare l'attaccante dell'Hellas, Kieron Bowie. Appena ha capito che il suo difensore aveva frainteso tutto e che la sua negligenza avrebbe permesso al centravanti avversario un facile avvicinamento alla porta, Mile ha abbandonato i pali e ha iniziato a correre verso il pallone con l'obbiettivo un po' di far paura allo scozzese, un po' di metterlo sotto pressione, soprattutto di rendere la porta assai più piccola di quello che era in realtà alla vista dell'avversario. Uno scatto rapidissimo. Talmente rapido che il povero Bowie si è ritrovato l'estremo difensore della Roma a pochi metri di distanza e già pronto ad allungarsi verso il pallone calciato dall'unico lato possibile a un calciatore che non fosse un fuoriclasse. E lo scozzese è un buon giocatore ma non un fuoriclasse.</p><p>Una parata, quella del portiere giallorosso, che è un sunto di praticamente tutto ciò che rende un portiere un grande portiere. E che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/roma-e-como-in-champions-milan-e-juve-al-tappeto-lultima-giornata-che-ha-rimesso-ordine-al-merito--399452">ha un peso nella qualificazione in Champions League dei giallorossi</a>&nbsp;(anche perché il risultato era ancora sullo 0-0)</p><p><b>Una parata che permette a Mile Svilar di raggiungere, almeno per quanto riguarda questa rubrichetta, Mike Maignan al primo posto della classifica di Guanti sporchi</b>. Un <i>ex aequo</i> che non potrà avere tempi supplementari. Il campionato è finito, andate in pace.</p><h2>Le tre migliori parate della 38esima giornata di Serie A</h2><p>1.&nbsp;Mile Svilar al 39esimo minuto di Hellas Verona-Roma 0-2 – 5 punti</p><p>2. Alessio Furlanetto al 26esimo minuto di Lazio-Pisa 2-1 – 3 punti</p><p>3. Stefano Turati al 61esimo minuto di Parma-Sassuolo 1-0 – 1 punto</p><h2>La classifica finale</h2><p><b>1. Mike Maignan (Milan) e Mile Svilar (Roma), 34 punti;</b><br>3.&nbsp;Marco Carnesecchi (Atalanta), 33 punti<br>4. Elia Caprile (Cagliari) e David De Gea (Fiorentina), 28 punti;<br>6. Wladimiro Falcone (Lecce), 25 punti;<br>7. Arijanet Murić (Sassuolo), 23 punti;<br>8. Michele Di Gregorio (Juventus), 22 punti;<br>9. Emil Audero (Cremonese), 20 punti;<br>10. Ivan Provedel (Lazio), 19 punti;<br>11. Edoardo Corvi (Parma), 18 punti;<br>12. Yann Sommer (Inter), 16 punti;<br>13. Alberto Paleari (Torino), 11 punti;<br>14. Maduka Okoye (Udinese), 10 punti;<br>15. Jean Butez (Como), Nicola Leali (Genoa), Vanja Milinković-Savić (Napoli), Adrian Šemper (Pisa), 9 punti;<br>19. Federico Ravaglia (Bologna), 8 punti;<br>20. Stefano Turati (Sassuolo), 6 punti;<br>21. Nicolas (Pisa), Łukasz Skorupski (Bologna), 5 punti;<br>23.&nbsp;Justin Bijlow (Genoa), Lorenzo Montipò (Hellas Verona),&nbsp;Edoardo Motta (Lazio), 4 punti;<br>26. Alessio Furlanetto (Lazio) e Zion Suzuki (Parma), 3 punti;<br>28. Franco Israel (Torino), 1 punto.</p><p>&nbsp;</p><p>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
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				<title>Roma e Como in Champions, Milan e Juve al tappeto: l’ultima giornata che ha rimesso ordine al merito</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 13:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Enrico Veronese</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ha vinto il merito. La Roma di Gian Piero Gasperini e il Como di Cesc Fàbregas strappano i biglietti per i voli europei poiché durante la stagione hanno mostrato di crederci di più, attraverso il gioco e non soluzioni estemporanee, preservandosi fresche per la volata finale. “They got money, they got sun, they look like they're havin' fun”,&nbsp; cantavano i Marillion: “We get the dream that we deserve”, afferriamo il sogno che ci meritiamo, ed è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/il-como-in-champions-league-va-oltre-anche-allottimismo-calcistico--399449">quanto mai impensabile per la storia dei lariani</a>. <br></p><p>L’altro lato della medaglia, ovviamente, è il flop della Juventus e soprattutto del Milan. Se i bianconeri erano virtualmente tagliati fuori dopo la sconfitta interna contro la Fiorentina (solo una combinazione favorevole di fattori avrebbe potuto rianimarli), <b>non ha spiegazioni la debâcle del Milan a San Siro contro un Cagliari che non aveva più da chiedere al torneo</b>. I sardi hanno preso a pallate la squadra di Massimiliano Allegri, tradito dalle punte, oltre la dimensione del risultato.</p><p>“Disappointment, you shouldn't have done, you couldn't have done, you wouldn't have done”, gorgheggiava categorica la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2018/01/15/news/addio-dolores-oriordan-voce-unica-e-triste--219694">povera Dolores o’Riordan</a>&nbsp;dei Cranberries, presaga della fragile mentalità, dell’appagamento e probabilmente anche della debole condizione fisica dei rossoneri, chiamati a doversi rifondare tra incognite - il tecnico va in Nazionale? - e le somme mancanti per la qualificazione all’Europa che conta di più. A maggior ragione, servirà una grande Europa League.</p><p>Un plauso alle comprimarie che l’ultima giornata hanno dato tutto, le squadre <i>sparring partner </i>che pur senza obiettivi non volevano proprio passare per coloro che si scansano: certo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/23/news/il-derby-ossessione-il-torino-davanti-alloccasione-che-aspetta-da-trentanni--399360">il Torino con motivazioni da derby</a>&nbsp;e una situazione incendiaria all’esterno, appunto il Cagliari corsaro, ma anche il Verona che ha combattuto e creato chance di difficoltà alla Roma, e pure il Genoa che non ha reso facile la salvezza del Lecce: nessuna facile resa, nessuna ritirata, diceva il boss Bruce Springsteen. <br></p><p>Sia resa quindi gloria ai personaggi dell’ultimo turno: come <b>Eusebio di Francesco, che ha riscattato due retrocessioni atroci con la salvezza in Salento</b>. E Dušan Vlahović, doppietta che non “retrocede” al piano inferiore. L’eterno Pedro, sempre Pedrito, che conosce l’arte del calcio e della positività imparata al Barcelona, allo stesso modo in cui chi allena il Como ne ha fatto un elemento di visione, oltre che di eleganza: <i>charming</i> Smiths che coccolano le complessità della vita.</p><p>È stato, tra l’altro, <b>il </b><b>campionato dei troppi errori arbitrali</b> (e del Var), di trasferte vietate alle tifoserie ospiti senza giustificazioni plausibili, del sorgente scandalo Rocchi, di allenatori spesso polemici. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">ennesima espressione di una Nazionale che cicca i Mondiali per dodici anni</a>: ora proprio alla competizione nordamericana è rivolta l’attenzione fino a metà estate, un mondo che pare andare avanti - e benissimo - anche senza l’Italia. Ai mesi venturi la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/a-montreal-sul-podio-assieme-a-hamilton-e-verstappen-antonelli-ha-visto-il-suo-futuro--399436">challenge di Kimi Antonelli</a>&nbsp;farà capire se saremo un paese con meno calcio.</p>]]></description>
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				<title>Il Como in Champions League va oltre anche all&#039;ottimismo calcistico</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 12:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’era una volta, nemmeno troppo tempo fa, anche se, almeno a quelle latitudini, sembra un’era geologica fa, un gruppo di appassionati del gioco del calcio e della squadra cittadina che attorno a un tavolo di una birreria ai margini del centro storico si esibivano in discorsi ottimistici anche quando tutto sembrava essere perduto. Anche nei giorni successivi al 23 luglio del 2016 quando il tribunale di Como accolse l'istanza di fallimento formalizzata dalla procura contro il Calcio Como, ponendolo in amministrazione controllata. Quel gruppo di appassionati del gioco del calcio e del Como dissero allora che tutto si sarebbe risolto per il meglio e che dopo un po’ di C, sarebbero tornati in B e poi pure in A. Ottimismo che è stato subito smentito dai fatti – secondo fallimento al termine della stagione e ripartenza dalla D – ma non incrinato davvero dai fatti.</p><p>Li chiamarono allora i Lariani ottimisti. In realtà li credevano pazzi, fuori come un Napo Torriani qualsiasi dal Baradello, la torre medievale che guarda dall’alto in basso la città dall’omonimo colle.</p><p>Nemmeno i Lariani ottimisti però avrebbero potuto pensare che la prossima stagione il Como 1907 (così si chiama il Calcio Como dopo la ripartenza post fallimento, nda) avrebbe giocato in Champions League nel 120esimo anniversario dalla sua fondazione. Perché<b> il Como il prossimo anno giocherà davvero in Champions</b>. “C’è da non crederci e non ho capito se è successo davvero o è tutto un sogno, ma visto che mi sta chiamando uno di un giornale di Roma, per quanto mi han detto habitué del Lago, devo ammettere che sì è tutto vero, è successo davvero. Siamo in Champions League. È tutto pazzesco, tutto pazzesco, pazzesco e bellissimo”, racconta al Foglio Fabio, detto Fè, uno di quel gruppo di appassionati del gioco del calcio e del Como che, seduti attorno a un tavolo di una birreria ai margini del centro storico, dipingevano a parole un futuro meraviglioso per una squadra che era appena fallita.</p><p>I Lariani ottimisti frequentano lo stadio, apprezzano la mentalità ultras senza farne parte, in trasferta non ci vanno “perché abbiamo la fortuna di avere lo stadio con lo sfondo più bello d’Italia e soprattutto eravamo dei cinquantenni pigri e ora siamo dei sessantenni più pigri di allora”. E continuano a essere ottimisti proprio “perché pigri e quindi disposti a stare fermi: e quando si sta fermi si riesce a pensare per bene e con calma”.</p><p>Fè è professore di italiano e latino in un liceo di Como. A sessant’anni corre tre pomeriggi a settimana, poco prima del tramonto, pesca pesci lacustri che poi ributta in acqua perché a pescare c’è sempre andato ma il pesce di lago non gli piace, nel fine settimana va o allo stadio o in birreria a vedere la partita e al mercoledì si trova con gli amici per suonare. “Ora dovremmo cambiare giorno in sala prove. E un po’ ci scoccia perché siamo pigri abitudinari. Però vuoi mettere il Como in Champions League a strimpellare i Creedence e gli Allman Brothers Band?”.</p><p>Prima dell’inizio di campionato i Lariani ottimisti erano convinti che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/03/01/news/cesc-fabregas-vede-il-calcio-che-gli-altri-non-vedono--110532">il Como allenato da Cesc Fàbregas</a>&nbsp;sarebbe arrivato al quinto posto. Prima del fischio iniziale dell’ultima partita della Serie A 2025-2026 erano convinti che la squadra avrebbe terminato al quinto posto. “Siamo andati tutti e sei a Cremona perché una qualificazione in Europa, in Europa League era qualcosa di storico. Siamo pigri ma non scemi. Allo stadio abbiamo festeggiato la qualificazione in Champions League”. L’unico cruccio è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/09/16/news/nico-paz-e-la-lezione-del-lago--119861">non aver festeggiato con Bisbino e Boletto sullo sfondo</a>: “La pianura è più semplice da vivere del Lario, ma non c’è niente che scalda più il cuore dei panorami del Lago. Forse il Como in Champions, ma non so se è così davvero”.</p><p>Spesso <b>hanno sottolineato che quello del Como non è un miracolo sportivo, che la squadra lariana non è da considerare una provinciale, perché per budget e investimenti vale quasi una grande</b>. “Vero, ma anche chi se ne frega. Ci considerino come vogliono, ma <b>i fatti dicono che la Champions la giocherà il Como</b> e non il Milan”. Il Milan domenica sera ha pensato bene di perdere in casa contro il Cagliari e in questo modo non qualificarsi in Champions League. A Como di essere un miracolo sportivo non frega a nessuno. “I miracoli hanno una dimensione biblico-evangelica, nel calcio conta avere idee chiare, soprattutto buone, programmazione, soldi e gente capace nei ruoli giusti. Il Como ci è riuscito e con un budget minore di Milan, Juventus e pure dell’Atalanta. Quindi sì, è una squadra ricca, però meglio essere ricchi e Champions che essere ricchi e senza Europa o poveri e basta”.</p><p>I Lariani ottimisti non si pronunciano però sul futuro europeo. “E non è per scaramanzia, la scaramanzia è per i pessimisti, è per salvarci lo scalpo, perché è pieno di scaramantici pessimisti e se ho capito una cosa da decenni di insegnamento e di letture è che una cosa molto importante da fare è farsi gli affari propri quando si parla di una cosa irrazionale e serissima come il calcio”.</p>]]></description>
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				<title>A Montreal, sul podio assieme a Hamilton e Verstappen, Antonelli ha visto il suo futuro</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 08:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fabio Tavelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sul podio di Montreal c’erano 11 titoli di campione del mondo. Sette per Lewis Hamilton e quattro per Max Verstappen. Ma al di sopra di queste bacheche di lusso c’era un ragazzo che, al momento, di titoli ancora deve conquistarne. Eppure, <b>la sensazione è che siamo di fronte all’inizio di una storia che potrebbe non essere troppo dissimile da quelle dei suoi compagni di podio in Canada</b>. Impossibile non caricarlo di grandi aspettative. Questo ragazzo è di diritto il favorito numero uno per il mondiale piloti. Antonelli saluta tutti e se ne va. A Montreal come in classifica generale. <b>Quattro vittorie consecutive sono un timbro non contestabile</b>. Anche con qualche errore, anche con qualche sbavatura e tutto quel carico di giovinezza che si porta dietro un ragazzo che a fine agosto compirà vent’anni.</p><p>Kimi in Canada ha dimostrato di averne molto più del suo compagno di squadra, George Russell. Ne aveva di più sabato nella sprint e anche in gara ha sempre dato l’impressione di essere nettamente superiore all’inglese. Che può, e ci mancherebbe, rammaricarsi per uno “zero” causato da un problema elettronico. I due, va ricordato, se le sono suonate di santa ragione per quasi 30 giri. Dimostrando che le insopportabili regole papaya degli scorsi anni con la McLaren sono qualcosa di tremendamente lontano. Chiaramente Toto Wolff ha perso qualche anno di vita nei ripetuti corpo a corpo tra i suoi due galletti. E ne perderà ancora in futuro perché Russell non mollerà la presa tanto facilmente, si farà sentire in pista e probabilmente anche fuori. Provando, magari, a far valere il suo passaporto inglese in un mondo che è e rimane a forte “trazione” UK. Ma questo Kimi, al momento, non si batte. Lui, come la Mercedes. Arrivata a Montreal con il primo pacchetto di aggiornamenti e letteralmente imprendibile.</p><p><b>Bene, molto bene la Ferrari. Principalmente grazie al miglior Lewis Hamilton da quando veste di rosso</b>. Il suo secondo posto, con sfida d’altri tempi con Verstappen, è un incentivo fortissimo per lui. Chiaro, le McLaren si sono messe fuori da sole con una scellerata scelta di montare le gomme intermedie in partenza, oltre ad una serie inenarrabile di problemi e di errori dei piloti. E manca all’appello una delle due Mercedes. Ma questo non deve togliere nulla a Hamilton. <b>Incolore invece Leclerc, sempre in difficoltà e mai in feeling con la sua vettura</b>.</p><p>Ora per la Formula 1 si aprono due partite. La prima è di calendario, con (finalmente) l’arrivo in Europa per i Gran Premi più classici, a partire dal prossimo a Montecarlo. La seconda riguarda ADUO, il sistema che la F1a ha architettato per consentire alle scuderie in ritardo prestazionale di recuperare. Un dato: <b>a Montreal solo 4 piloti a pieni giri</b>. Gli altri, tutti doppiati o ritirati. F1, abbiamo un problema. Quattro o cinque scuderie sono impresentabili. Così si rischia di guardare solo al podio, scoprendo di avere altrove solo macerie. In mezzo a questa “partita” c’è anche lo scontro tra chi vorrebbe passare dal 2027 ad un rapporto 60-40 tra motore endotermico e motore elettrico e chi invece vorrebbe restare 50-50. Battaglia squisitamente politica e industriale. Nella quale Verstappen ha già detto come la pensa. Con 50-50 lui potrebbe andarsene. E per come ha guidato anche in Canada sarebbe davvero un peccato.</p>]]></description>
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				<title>La Russia scarica su Kyiv novanta missili e seicento droni nella notte</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 11:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>La Russia ha lanciato nella notte del 24 maggio un massiccio attacco con missili e droni su Kyiv e la regione circostante, uccidendo due persone e ferendone oltre 80. L’aeronautica militare ucraina ha reso noto che la Russia ha lanciato 90 missili e 600 droni. Il sindaco di Kyiv Vitali Klitschko ha riferito di danni “in ogni quartiere della città”, con i missili e i droni che hanno colpito l’intera capitale, comprese le zone centrali. Il Museo Nazionale d’Arte, uno dei più antichi e importanti musei dell’Ucraina, è stato danneggiato. Anche le vetrate dell’ingresso della Casa Ucraina, importante istituzione culturale situata sulla centrale via Khreshchatyk, sono state danneggiate nell’attacco. Il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha dichiarato che per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale l’edificio del Ministero degli Esteri ha subito danni in seguito a un attacco. Nell’attacco sono stati presi di mira anche abitazioni civili e infrastrutture.</p><p>Questa è la situazione nei luoghi più colpiti dai missili e droni russi.</p><p>Le immagini da Kyiv</p><p><i>I video e le foto</i><i> di questo articolo sono di&nbsp;Kristina Berdynskykh</i></p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/05/23/video/ladies-first--399370</link>
				<title>Ladies first</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Film al cinema non ne escono. O son fondi di magazzino, inutile che i distributori neghino. Senza pregiudizi, diamo una guardatina a Netflix. Sacha Baron Cohen vale sempre la pena, e anche Rosamund Pike è una brava attrice. La regista Thea Sharrock viene dal teatro, dove è stata una regista prodigio: a 24 anni era direttrice artistica del Southwark Playhouse. Dieci anni fa è passata al cinema, senza lasciare il teatro, e ora ha diretto questo promettente “Ladies First”, remake di un film francese. Sacha Baron Cohen perde la sua aria da Borat per il ruolo di  Damien Sachs, direttore di un’agenzia pubblicitaria londinese. Sciupafemmine e tutto il resto. Una botta in testa, e si ritrova in una realtà parallela dove le donne comandano. E si prendono qualche soddisfazione collaterale. Per esempio, vengono giudicati per il loro aspetto fisico. La sua ex dipendente Rosamund Pike, che lui maltrattava, è il capo dell’azienda, decisa a restituirgli tutto con gli interessi (era la terza moglie di Barney Panofski, nel film tratto da “La versione di Barney” di Mordecai Richler). La trama non è nuova e neppure originale – del resto neanche la parità è ancora in vista, pensate a quando i maschi pretenderanno di scrivere anche loro i romance – ma offre molti spunti da commedia. Gli attori fanno il resto, che di questi tempi non è sempre garantito. O questo, o l’ultimo film di Pedro Almodóvar, dritto dritto dal Festival di Cannes.</p>]]></description>
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				<title>Star Wars: the Mandalorian &amp;amp; Grogu</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 16:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Serve un riassunto delle puntate precedenti, che erano in streaming e hanno trasformato un fenomeno globale in un circolo di appassionati, pronti a discutere ogni snodo di trama. In attesa del prossimo film del filone principale, con Daisy Ridley, le spade laser, i cavalieri Jedi, titolo: “<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/star-wars_39743">Star Wars</a>: il nuovo ordine Jedi”. Almeno agli appassionati, un domani, non ci sarà bisogno di spiegare cos’è il manierismo – e neanche come sfruttare fino il fondo un prodotto di successo – un prodotto, non una filosofia, e tantomeno una religione, basata su “che la forza sia con voi”. Per fare un minimo di riassunto: il Mandaloriano Din Djarin è stato arruolato dalla Nuova Repubblica con il compito di dare la caccia agli sconfitti dell’Impero nascosti negli angoli più remoti dalla Galassia. Nuova impresa, per questo film, al servizio di due gemelli Hutt – spiace dirlo, ma sono gli enormi lumaconi. Deve ricuperare il figlio di Jabba, ostaggio su un pianeta con gladiatori e arene per combattere. A salvare il film c’è Grogu, l’adorabile creatura – chiamata all’inizio anche Baby Yoda, che non parla – quindi non ci rifila altre perle di saggezza. Ma già sa usare la forza, per cavarsela da solo nella foresta popolata sa strane creature. Tutte in animatronic, niente grafica computerizzata che appiattisce. Uno degli Hutt ha la voce di Jeremy Allen White, il cuoco della serie “The Bear”. Martin Scorsese doppia un venditore di kebab.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Amarga Navidad</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 16:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Saccheggiare le propria vita è autofiction. E rubare le vite di chi ti sta vicino e ti fa confidenze? E Marcel Proust che trasformò l’autista Alfred Agostinelli nel personaggio di Albertine, nella “Recherche”? Questa è letteratura al massimo grado, sicuro. Nella zona grigia,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pedro-almodovar_39068">Pedro Almodóvar&nbsp;</a>si diverte a trafficare, a interrogarsi, a scambiare i ruoli, a mettere in difficoltà la sua controfigura sullo schermo, l’attore argentino Leonardo Sbaraglia, scrittore in crisi d’ispirazione. E il cinema? non soffrirà magari della stessa malattia? (il titolo internazionale del film è “Autofiction”, per non lasciare dubbi). “Amarga Navidad” – crudele Natale – inizia con Elsa, regista di spot pubblicitari che ha da poco perso la madre, e si tuffa nel lavoro per superare il lutto. L’accompagna un premuroso fidanzato, pompiere e a tempo perso spogliarellista – galeotto fu uno spot di mutande. Parte con un’amica, lasciando il fidanzato a Madrid. Intanto lo scrittore scrive e scrive, la crisi sembra passata, le sofferenze ora stanno nel manoscritto. E scrive anche la regista Elsa, che aveva deciso di tornare al cinema dopo due “film di culto” – pochi spettatori fissati, succede – che non hanno incassato quasi nulla. Da qui la svolta verso la pubblicità delle mutande. Seguono complicazioni, e un finale meraviglioso, quando le persone diventate personaggi si ribellano. Potrebbe arrivare la Palma d’oro a Cannes, stasera.</p>]]></description>
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				<title>Cannes guarda a Tokyo. Il mercato del cinema parla giapponese</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:29:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se credete che il <b>Festival di Cannes</b> sia soltanto fatto dei film in concorso, dei red carpet, dei vestiti sfavillanti e delle palme della Croisette, vi sbagliate di grosso. Perché accanto alla dimensione più visibile della manifestazione, infatti, il vero cuore pulsante del mondo del cinema che prende vita qui è celato nel <b>Marché du Film</b>, il grande mercato internazionale dove produttori, distributori, piattaforme, venditori e operatori dell’audiovisivo si incontrano per comprare, vendere, finanziare e far viaggiare i film nel mondo.</p><p>Quest’anno però, il Marché ha una caratteristica peculiare: perché <b>paese d’onore è il Giappone</b>. Una scelta che va oltre l’omaggio a una delle cinematografie più importanti della storia, trasformandosi in un simbolo del peso crescente che l’immaginario nipponico ha assunto nell’industria globale, non solo attraverso il cinema d’autore, ma anche grazie ad anime, manga, franchise e proprietà intellettuali capaci di attraversare linguaggi e generazioni.</p><p>Il programma del Marché dedica ampio spazio proprio a questi temi, tra panel e incontri che vedono personaggi di spicco come l’executive vice president di Crunchyroll Matthew Berger, il presidente di Sony Stanford Panitch, il general manager di Toei Yosuke Asama e molti e altri protagonisti del settore, confermando come l’animazione giapponese sia ormai uno degli assi strategici dell’audiovisivo contemporaneo.</p><p>Il Festival di Cannes, attraverso il suo mercato, intercetta così un passaggio significativo: quello che ricorda che<b> l’animazione non è un comparto laterale dell’industria audiovisiva, ma uno dei suoi centri propulsivi.</b>&nbsp;La sfida, ora, è capire se il mercato internazionale saprà avvicinarsi a questo patrimonio senza ridurlo a semplice bacino di proprietà intellettuali da adattare. Perché il successo globale di anime e manga non nasce dalla loro genericità, ma dalla loro forte riconoscibilità culturale, estetica e narrativa.</p>]]></description>
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				<title>Tajani tiepido sulla proposta di Merz sull&#039;Ucraina in Ue: &quot;Paese candidato, ma avanti coi Balcani&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 17:08:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>"<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/21/news/nardella-pd-il-governo-sostenga-la-proposta-per-merz-per-avvicinare-kyiv-alla-ue--399270">La proposta Merz?</a>&nbsp;L'Ucraina è un paese candidato ma bisogna andare avanti anche con i Balcani". Lo ha detto il ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani</b> rispondendo a una domanda del Foglio. A margine dell'edizione del 2026 del Festival del lavoro, in corso alla Nuvola a Roma, il vicepremier commenta la proposta del cancelliere tedesco&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/21/news/la-proposta-di-merz-kyiv-subito-in-ue-come-membro-associato--399265">di dare a Kyiv lo status di "membro associativo"</a>&nbsp;dell'Unione europea in attesa di farla entrare ufficialmente. "Parlando di Ucraina non dobbiamo però dimenticare i Balcani", ha detto l'azzurro, ricordando: "<b>Sono candidati da prima e per i quali c'è un percorso importante da portare avanti</b>". Di queste cose e di altre proposte, ha concluso, "ne ho parlato anche con il presidente Zelensky l'ultima volta che sono stato a Kyiv".</p>]]></description>
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				<title>&quot;Inaccettabili le immagini&quot; degli attivisti della Flotilla arrestati in Israele, dice Crosetto</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 16:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>"È inaccettabile che qualcuno pubblichi quelle immagini e abbia questo atteggiamento nei confronti di cittadini che sono stati prelevati in acqua internazionale e poi portati contro la loro volontà e contro ogni tipo di diritto in quel paese", ha detto il ministro della Difesa, <b>Guido Crosetto</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/20/news/israele-ferma-la-flotilla-29-italiani-ad-ashdod-obiettivo-mediatico-raggiunto--399195">commentando le immagini del video postato dal ministro israeliano Ben Gvir</a>, con scritto "Benvenuti in Israele", che riprendevano le donne e gli uomini che erano a bordo della Flottilla in stato di fermo inginocchiati e bendati.</p><p>Crosetto ha sottolineato che il video è "una cosa di cui avrebbe dovuto vergognarsi e non sicuramente esaltarsi o sorridere. Noi abbiamo l'abitudine di trattare in modo diverso tutti i cittadini che vengono in Italia, non abbiamo l'abitudine di catturare nessuno illegalmente in acqua internazionale. Forse dovrebbe imparare qualcosa da noi, dal nostro modo di accogliere tutte le nazionalità, il ministro Ben Gvir, perché forse alla lunga servirebbe a Israele". E conclude: "Non penso che atti di questo tipo o di azioni o questo tipo di video postati faccia bene Israele. <b>Siccome io voglio bene Israele e auguro pace, serenità e prosperità a Israele, vorrei che&nbsp; capisse che con questo modo di fare non si costruisce un futuro di pace, di libertà e di serenità</b>".</p>]]></description>
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				<title>Dopo Modena FdI e FI frenano sui rimpatri per chi delinque. Parlano Donzelli, Mulè e Barelli</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 17:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Rimpatrio per chi delinque? Lo facciamo già, con gli accordi internazionali e l'ottimo lavoro del governo Meloni. E infatti i rimpatri sono aumentati. Oltre per chi è irregolare, la priorità è per chi ha dimostrato di non saper rispettare le regole sociali". A dirlo è il responsabile dell'organizzazione di Fratelli d'Italia <b>Giovanni Donzelli</b>. A margine di una conferenza stampa,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/18/news/come-rispondere-agli-orrori-della-nostra-contemporaneita--399048">dopo i fatti di Modena</a>, il deputato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/18/news/dopo-modena-si-ricompone-lasse-lega-vannacci-sasso-fn-salvini-ha-ragione-sulla-stretta-alla-cittadinanza--399066">commenta la proposta del leader della Lega Matteo Salvini</a>&nbsp;(che ha&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/18/news/il-caso-modena-divide-il-governo-salvini-insegue-vannacci-meloni-e-tajani-prendono-le-distanze--399062">diviso il governo</a>)&nbsp;di una stretta&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/18/news/le-prime-ipotesi-sulla-matrice-dellattacco-di-modena-e-qualche-scomposta-reazione-politica--399053">sui rimpatri per gli immigrati</a>&nbsp;che delinquono e la revoca della cittadinanza: "Siamo tutti d'accordo ma lo stiamo già facendo", dice.</p><p>A commentare la proposta è anche il deputato di Forza Italia <b>Giorgio Mulè</b>: "Il problema sul tavolo è quello di gestire meglio e bene l'immigrazione, essendo duri sugli irregolari e su chi delinque. Il caso in sé è un campanello d'allarme che dice: non bisogna occuparsene solo in maniera episodica". E continua: "Non se ne può parlare solo quando succede una tragedia". L'azzurro sembra scettico riguardo a quello che vogliono fare nella Lega. E gli fa eco anche il sottosegretario ai Rapporti col Parlamento, sempre in quota FI, <b>Paolo Barelli</b>: "Serve un punto di demarcazione tra i diritti acquisiti e il rispetto delle norme", dice. Ma sono temi "che vanno approfonditi che non possono lasciarsi a dichiarazioni del momento".</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Adrian Semper ha reso reale l&#039;improbabile</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 15:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>A chi indossa i guanti capita più spesso di quello che si è portati a credere di essere soli contro tutti. E anche quando gli avversari sono pochi, ma chi ti sta davanti e dovrebbe avere cura di te sparisce, quei pochi diventano tantissimi, senz'altro uno di troppo.</p><p>Al 37esimo minuto di Pisa-Napoli, Adrian Šemper si è trovato nella peggior situazione possibile: abbandonato dai propri uomini, solo con davanti a&nbsp;Eljif Elmas pronto a calciare forte per far entrare il pallone un'altra volta in rete. La squadra allenata da Antonio Conte era già in vantaggio di due gol, i difensori del Pisa si erano prodigati nell'ennesima dormita collettiva di una stagione infelice e al portiere croato non restava che sperare nell'errore del centrocampista macedone.</p><p>Elmas non ha commesso nessun errore. Ha calciato forte, ha impresso al pallone un effetto subdolo, l'ha indirizzato all'incrocio dei pali. Gol sicuro, hanno pensato tutti.&nbsp;Adrian Šemper però ha deciso di fare quello che nessuno si aspettava: si è allungato nemmeno fosse&nbsp;Tiramolla, ha messo tutta la forza che aveva nelle dita, ha deviato il pallone.</p><p>Il Pisa il prossimo anno giocherà in Serie B. I tifosi del Pisa però potranno dire di aver visto l'improbabile diventare reale.</p><h2>Le tre migliori parate della 37esima giornata di Serie A</h2><p>1.&nbsp;Adrian Šemper al 37esimo minuto di Pisa-Napoli 0-3 – 5 punti</p><p>2. ex aequo Yann Sommer al 21esimo minuto di Inter-Hellas Verona 1-1 – 3 punti</p><p>2. ex aequo&nbsp;Justin Bijlow al 99esimo minuto di Genoa-Milan 1-2&nbsp;– 3 punti</p><p>3. Marco Carnesecchi al 39esimo minuto di Atalanta-Bologna 0-1 – 1 punto</p><h2>La classifica dopo 37 giornate</h2><p>1. Mike Maignan (Milan), 34 punti;<br>2.&nbsp;Marco Carnesecchi (Atalanta), 33 punti<br>3. Mile Svilar (Roma), 29 punti;<br>4. Elia Caprile (Cagliari) e David De Gea (Fiorentina), 28 punti;<br>6. Wladimiro Falcone (Lecce), 25 punti;<br>7. Arijanet Murić (Sassuolo), 23 punti;<br>8. Michele Di Gregorio (Juventus), 22 punti;<br>9. Emil Audero (Cremonese), 20 punti;<br>10. Ivan Provedel (Lazio), 19 punti;<br>11. Edoardo Corvi (Parma), 18 punti;<br>12. Yann Sommer (Inter), 16 punti;<br>13. Alberto Paleari (Torino), 11 punti;<br>14. Maduka Okoye (Udinese), 10 punti;<br>15. Jean Butez (Como), Nicola Leali (Genoa), Vanja Milinković-Savić (Napoli), Adrian Šemper (Pisa), 9 punti;<br>19. Federico Ravaglia (Bologna), 8 punti;<br>20. Nicolas (Pisa), Łukasz Skorupski (Bologna) e Stefano Turati (Sassuolo), 5 punti;<br>23.&nbsp;Justin Bijlow (Genoa), Lorenzo Montipò (Hellas Verona),&nbsp;Edoardo Motta (Lazio), 4 punti;<br>26. Zion Suzuki (Parma), 3 punti;<br>27. Franco Israel (Torino), 1 punto.</p><p>&nbsp;</p><p>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Al Festival di Cannes, la commedia umana della Croisette</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 13:19:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Durante i giorni del Festival, Cannes più che una (bellissima) città della Costa Azzurra diventa un grande set a cielo aperto</b>. E se il cinema resta il centro di tutto, tra film, <i>première</i>, star internazionali e tappeti rossi, c’è anche un’altra Cannes fatta di volti, attese, piccoli rituali e persone. È quella composta da coloro che aspettano per ore dietro una transenna nella speranza di vedere da vicino un attore. Di chi si presenta elegantissimo per tentare l’ingresso <i>last-minute</i> o per elemosinare un biglietto, provando il colpo di fortuna.  Di chi fotografa, filma, racconta, di chi cerca un’inquadratura, un autografo, una foto. Ma anche di chi continua a lavorare nei bar, negli hotel, nei ristoranti, sulle spiagge, facendo parte ogni giorno di una macchina imponente che per due settimane cambia completamente il volto della città.</p><p>Il Festival di Cannes è anche questo: una trasformazione urbana e umana che rende la Croisette una passerella permanente e i marciapiedi veri punti di osservazione. Una dimensione nella quale il confine tra spettacolo e vita quotidiana si fa sottile, spostando il focus e analizzando <b>il Festival non solo come evento culturale e industriale, ma come fenomeno collettivo in cui ciascuno interpreta una parte</b>. Perché a Cannes tutti sembrano davvero avere un ruolo: chi sale le scale del <i>Palais des Festival</i>, ma anche chi le guarda da lontano.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Controllo del territorio e integrazione degli stranieri: che cosa serve dopo Modena</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 11:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Società</category>
				<author>Giacinto della Cananea</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/16/news/a-modena-un-automobilista-travolge-una-decina-di-persone-in-centro--399041">gravissimo episodio di Modena</a>, al momento del cordoglio per le vittime e i feriti e al ringraziamento ai soccorritori seguirà l’accertamento delle responsabilità penali e non dovrà mancare una riflessione ad ampio raggio sulle politiche pubbliche riguardanti il controllo del territorio e l’integrazione dei cittadini provenienti da altre aree del mondo.</p><p>Dal momento del suo insediamento, <b>il governo Meloni ha destinato alla sicurezza un notevole investimento in termini normativi e finanziari</b>. Ha adottato ben cinque decreti legge incentrati sulla sicurezza e sull’ordine pubblico e altrettanti focalizzati sull’immigrazione. Inoltre, pur se l’accordo tra Italia e Albania per i centri di gestione dei migranti non comporta l’esborso di un miliardo di euro, ventilato da alcuni parlamentari di opposizione, e diverse spese non si realizzeranno finché i centri non diverranno operativi, è stato previsto un costo di oltre 670 milioni di euro nell’arco di cinque anni.<b> Secondo le stime più recenti della Corte dei conti sulla spesa pubblica, effettuate sul rendiconto generale dello stato per il 2024, il ministero dell’Interno ha speso ben 3,5 miliardi di euro per la missione 27, concernente l’immigrazione e l’accoglienza degli stranieri, con un incremento del 3 per cento rispetto al 2023</b>. Si aggiunga che le risorse destinate dal bilancio 2024 al ministero ammontano a 30,5 miliardi, in calo dell’1,1 per cento rispetto al 2023. Questi dati possono far temere che vi sia contrasto tra la politica pubblica rivolta all’esterno, all’immigrazione, e quella riguardante il controllo del territorio, per il quale le nostre forze dell’ordine hanno tradizionalmente risultati migliori rispetto ad altri paesi.</p><p>Un confronto con la Francia è istruttivo anche sotto un altro profilo. Il problema di fondo non è l’immigrazione, bensì l’integrazione dei cittadini naturalizzati (circa 2,6 milioni secondo l’Insee) e di quelli nati in Francia: nel complesso, si tratta di oltre il 21 per cento della popolazione francese complessiva, ma sotto i 60 anni questa proporzione sale oltre il 30 per cento. E’ un problema perché essi registrano tassi di disoccupazione, di povertà e di abbandono scolastico significativamente più alti rispetto alla media nazionale. Sono più esposti non solo al rischio della radicalizzazione islamista, com’è stato osservato recentemente da Gilles Kepel, ma anche a quello del coinvolgimento in attività criminali e alla marginalizzazione.</p><p>Volgendo lo sguardo all’Italia, rinunciare al controllo dell’immigrazione sarebbe esiziale, sotto il profilo politico e sociale. Ma non sarebbe meno grave rinunciare al controllo del territorio, che richiede investimenti nel personale e nelle tecnologie, e nell’integrazione di quanti sono già cittadini italiani. Sotto entrambi i profili, il ruolo della pubblica amministrazione è fondamentale. Richiede analisi e proposte all’altezza dei problemi attuali, di fronte ai quali è impensabile tornare al passato.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cibo/2026/05/25/news/il-cibo-come-racconto-e-simbolo-leredita-di-carlin-petrini-e-i-suoi-limiti--399445</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/cibo/2026/05/25/news/il-cibo-come-racconto-e-simbolo-leredita-di-carlin-petrini-e-i-suoi-limiti--399445</link>
				<title>Il cibo come racconto e simbolo. L’eredità di Carlin Petrini e i suoi limiti</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:52:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cibo</category>
				<author>Alberto Grandi</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/22/news/addio-a-carlo-petrini-sugli-obiettivi-grazie-sugli-strumenti-discuteremo-ancora--399326" target="_blank">Carlo “Carlin” Petrini</a>, il fondatore di Slow Food, l’uomo che più di ogni altro è riuscito a trasformare il cibo da questione gastronomica a tema politico, culturale, morale e persino identitario, era malato da tempo, ma fino all’ultimo aveva continuato a intervenire nel dibattito pubblico con quella miscela molto italiana di affabulazione, militanza, intelligenza intuitiva e spirito missionario che lo aveva reso una figura riconoscibile ben oltre i confini dell’enogastronomia. <b>Ieri mattina, il funerale laico a Pollenzo, sede della “sua” Università  di Scienze gastronomiche</b>.</p><p>Nato a Bra il 22 giugno 1949, figlio di un ferroviere e di un’ortolana, Petrini si forma politicamente nella sinistra extraparlamentare degli anni Settanta, militando nel Partito di Unità Proletaria e collaborando con giornali come il manifesto e l’Unità. Non è un dettaglio secondario. Per capire davvero Slow Food bisogna ricordare che il movimento non nasce semplicemente come associazione gastronomica, ma come pezzo di una cultura politica ben precisa: quella che guardava con sospetto il capitalismo globale, l’omologazione culturale, l’americanizzazione dei consumi e l’industrializzazione della vita quotidiana.</p><p>La leggenda fondativa è nota: la protesta contro l’apertura del McDonald’s in piazza di Spagna, a Roma, nella seconda metà degli anni Ottanta. Da lì nasce prima Arcigola e poi, nel 1989, ufficialmente Slow Food. Una risposta simbolica e politica al fast food americano, ma anche un tentativo di costruire un contro-modello culturale: lento contro veloce, locale contro globale, artigianale contro industriale, tradizione contro modernità. In quella stagione si saldano infatti gastronomia, militanza culturale e una certa nostalgia ideologica per un mondo contadino percepito come più autentico, più umano, più giusto. Una nostalgia che in Italia ha attraversato decenni e colori politici diversi, da Pasolini fino a una parte consistente dell’ambientalismo contemporaneo.</p><p>Ridurre però Petrini a una caricatura antiamericana sarebbe un errore. Il suo vero talento fu capire in anticipo che il cibo sarebbe diventato il linguaggio politico e identitario del XXI secolo. Quando molti consideravano la gastronomia una faccenda frivola, lui intuì che dentro il cibo si sarebbero intrecciati ambiente, agricoltura, turismo, salute, globalizzazione, diritti, nostalgia, consumi e perfino geopolitica. In questo senso il suo impatto sul dibattito pubblico italiano è stato enorme, probabilmente persino superiore a quello di molti leader politici. <b>Oggi è quasi impossibile parlare di agricoltura, biodiversità, sostenibilità o prodotti locali senza usare categorie che, direttamente o indirettamente, passano dal vocabolario costruito da Slow Food</b>. Anche chi non ha mai amato Petrini – e sono molti – deve riconoscergli un merito gigantesco: aver dato dignità culturale e accademica a un tema che rischiava di rimanere confinato nel folklore, nelle sagre e nelle nostalgie provinciali. La fondazione dell’Università degli studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo, nel 2004, fu un’intuizione straordinaria. Per la prima volta il cibo veniva trattato come oggetto di studio serio, multidisciplinare, internazionale. Economia, antropologia, storia, agronomia, ecologia e comunicazione trovavano una casa comune attorno alla gastronomia. Non era più soltanto “mangiar bene”: era un tentativo di interpretare il mondo attraverso il cibo.</p><p>E qui entra inevitabilmente anche una generazione di studiosi che, pur muovendosi spesso su posizioni lontane o apertamente opposte rispetto a quelle di Petrini, ha finito per lavorare dentro lo spazio culturale che lui aveva contribuito a costruire. <b>Negli ultimi dieci anni il dibattito storico, economico e identitario sul cibo in Italia è diventato centrale anche grazie a questo terreno preparato da Slow Food</b>. Persino chi come me ha contestato duramente certe derive ideologiche del petrinismo – il mito della tradizione immobile, la diffidenza verso l’industria, la narrazione sentimentalizzata della civiltà contadina – ha potuto farlo perché il tema era ormai uscito dalla marginalità accademica ed era diventato oggetto di discussione pubblica nazionale e internazionale.</p><p>Paradossalmente, dunque, anche molte critiche rivolte a Slow Food sono figlie del successo di Slow Food. Senza Petrini, probabilmente, il cibo sarebbe rimasto un tema da inserti domenicali o da guide gastronomiche. <b>Con Petrini è diventato invece uno strumento per discutere di modernità, identità nazionale, globalizzazione e perfino lotta politica</b>.</p><p>Naturalmente, proprio qui iniziano anche le ambiguità e le distorsioni del suo lascito. Perché la grande forza narrativa di Slow Food ha finito spesso per produrre una visione del passato profondamente selettiva, quando non apertamente mitologica. Nel mondo raccontato da Petrini e dai suoi epigoni, la civiltà contadina tendeva a trasformarsi in una specie di Eden perduto: armonioso, sostenibile, comunitario, quasi felice. Un luogo nel quale il cibo era autentico, il rapporto con la natura equilibrato e la produzione ancora “umana”.</p><p>Ma la storia reale delle campagne italiane racconta soprattutto altro: fame, pellagra, rachitismo, lavoro massacrante, povertà cronica, mortalità infantile, emigrazione di massa. Per milioni di italiani la modernità industriale non fu una disgrazia, ma una liberazione. Il frigorifero, l’industria conserviera, la chimica agraria, la grande distribuzione e perfino una parte del fast food rappresentarono, nel secondo dopoguerra, l’uscita definitiva dalla scarsità alimentare. Eppure, dentro una certa cultura slow, la modernità è stata spesso trattata quasi esclusivamente come una colpa.</p><p>Qui sta forse il frutto più problematico dell’eredità petriniana: aver contribuito, spesso involontariamente, a costruire un racconto nel quale l’innovazione tecnologica diventa sospetta per definizione, mentre il passato viene investito di una superiorità morale automatica. La diffidenza verso gli Ogm, verso alcune forme di agricoltura intensiva, verso la standardizzazione industriale e perfino verso la globalizzazione alimentare è diventata col tempo una postura ideologica che di scientifico aveva ben poco.</p><p>Eppure, sarebbe ingeneroso liquidare Petrini come un semplice nostalgico. In realtà, la sua grande intuizione fu capire che il cibo non è mai soltanto nutrizione. E’ racconto, potere, appartenenza, simbolo. Il problema è che quel racconto, negli anni, ha spesso finito per sostituire la realtà. <b>L’Italia contemporanea si è convinta di essere soprattutto un paese gastronomico, quasi dimenticando che la propria ricchezza è nata molto più nelle fabbriche che nelle cucine. E anche questo slittamento culturale porta, almeno in parte, la firma di Carlin Petrini</b>.</p><p>Ma forse è proprio qui che si misura la statura storica di un personaggio: nella capacità di modificare il modo in cui una società guarda sé stessa. Petrini ci è riuscito. Nel bene e nel male. Ha dato nobiltà politica al cibo, ha imposto nuovi linguaggi, ha costruito reti globali, ha reso la gastronomia una questione culturale centrale. Ma ha anche contribuito a diffondere un’idea talvolta sentimentale della tradizione e una diffidenza morale verso quella modernità che, con tutti i suoi difetti, ha allungato la vita, riempito le dispense e liberato intere generazioni dalla fame.</p><p>Ed è forse questa la contraddizione più interessante del suo percorso: l’uomo che ha combattuto il fast food americano è diventato, senza volerlo, uno dei più grandi creatori di un nuovo consumo globale. Perché insieme a quel salume o a quel formaggio vendeva identità, memoria, territorio e autenticità. Merci immateriali, ma potentissime.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Prevenzione e cooperazione con la politica&quot;. La scienza alla prova delle specie aliene invasive. Parla Genovesi (Ispra)</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 14:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Scienza</category>
				<author>Alessandro Villari</author>
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				<description><![CDATA[<p>Cinquant'anni fa qualcuno introdusse illegalmente il pesce siluro nelle acque italiane per fare pesca sportiva. Oggi è ovunque. Il granchio blu arrivò negli anni Trenta: nessuno si mosse fino al 2023, e il tentativo di contenere i danni ci è già costato più di cinquanta milioni di euro. Le specie aliene invasive funzionano così: iniziano in silenzio, finiscono in emergenza. L'Italia si è abituata a conviverci, e il problema è proprio questo. “Attraverso progetti, cooperazione con il mondo politico e una giusta comunicazione, soprattutto quando si tratta di specie aliene invasive, la scienza ha il compito di far crescere la consapevolezza nei cittadini”. Così dice il professore <b>Piero Genovesi</b>, biologo dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), <b>a proposito dell’invasione di animali alloctone che creano continue emergenze in Italia. </b>Nel nostro paese, infatti su un totale di 3.600 specie aliene, quelle invasive sono circa 500: dal parrocchetto monaco in Puglia, al granchio blu nel mar Adriatico, fino ad arrivare al pesce siluro e alle nutrie nel Po e, ultimi in ordine cronologico,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2026/05/07/news/ci-vorrebbe-buzzati-per-narrare-litalia-dei-pav-e-no-pav--398507" target="_blank">ai pavoni a Punta Marina</a>. Genovesi, che per Ispra è responsabile della conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità, spiega che in casi come questi la prevenzione e anche il lavoro con la politica diventano essenziale perché “le specie aliene invasive iniziano come un problema limitato, ma poi nel corso degli anni i problemi crescono sempre di più perché le specie tendono ad aumentare di numero e <b>se si agisce prima si può intervenire in maniera meno invasiva e con costi più contenuti”.</b></p><p>Le specie aliene, come dice la stessa parola, sono specie non autoctone e che l’uomo ha importato o con il commercio di "animali d’affezione" o di piante ornamentali o per sport, come nel caso del pesce siluro. Ma possono arrivare anche in modo accidentale, come il calabrone asiatico o la cimice asiatica, che sono arrivati probabilmente con il trasporto commerciale accidentale, viaggiando come "autostoppisti" su merci o imballaggi. In alcuni casi, quando cioè queste operazioni sono fatte in maniera poco responsabile <b>il rischio è quello di far arrivare nel nostro paese alcune specie che possono diventare dannose per la biodiversità.</b> Nel momento in cui la prevenzione –  “messa in atto con azioni coordinate tra politica e mondo scientifico, seguendo la strategia nazionale e il regolamento europeo”, spiega il prof. Genovesi – non dovesse funzionare, ecco che dev’essere attivato un altro livello di sicurezza attraverso operazioni di coordinamento, monitoraggio o eradicazione. Un esempio è&nbsp;<a href="https://www.regione.puglia.it/documents/1086071/5462191/DGR_577_2026_05_12_signed_signed.pdf/8668024c-485c-16bd-4fbf-e335a22e3583?t=1778746460501" target="_blank">l’accordo della settimana scorsa</a>&nbsp;tra la regione Puglia e l’Università di Bari per affrontare l’emergenza del parrocchetto monaco che, nutrendosi di frutta e soprattutto di mandorle, sta rovinando i raccolti di una regione dove, secondo Coldiretti, i mandorleti coprono il 35 per cento della superficie. <b>L’intesa prevede infatti una serie di linee guida per la gestione del problema con un piano di controllo e rimozione dei nidi del volatile solo nelle situazioni di criticità. Questo perché i nidi del pappagallino verde possono arrivare anche a dimensioni notevoli e rischiano di far crollare coperture e tetti.</b> “L’accordo in questione – spiega Genovesi – dà un’ottima base operativa perché la collaborazione tra enti pubblici e regioni assicurano sempre una buona qualità tecnica degli interventi. Sicuramente può essere utile”.</p><p>Ma il progetto messo in piedi dalla Puglia e dall’ateneo barese non è il solo caso di collaborazione tra politica e mondo accademico. La settimana prima è stato il turno dell’Emilia-Romagna e dell’università di Bologna che hanno ideato un progetto, chiamato Octo-Blu, per mettere un freno all’invasione del granchio blu sulle coste adriatiche. Il piano prevede l’allevamento di alcuni polpi, i principali predatori del granchio blu, da rilasciare poi in mare con tane artificiali sul fondale. Questa specie aliena invasiva, ricorda Genovesi, è stata introdotta in Italia negli anni Trenta del secolo scorso. “Noi scienziati siamo un po’ delle Cassandre: sapevamo che avrebbe potuto provocare impatti e lo abbiamo detto. Però <b>l’interesse è stato molto basso fino al 2023 quando è esploso il problema </b>e tutti si sono mossi arrivando a spendere<b> più di 50 milioni di euro</b> per cercare di contrastarlo”.</p><p>Così il professore ritorna al rapporto tra scienza e politica, concentrandosi sulla capacità di comunicare con i cittadini. Dopo l’emergenza Covid-19, “abbiamo capito che la prevenzione è importante in ambito sanitario, ma in altri campi è difficile trasmettere il messaggio della necessità di un intervento. <b>Non sempre le persone ti capiscono quando dici: ‘Agiamo su una specie che ancora non provoca nessun problema’”. </b>Un modello positivo, racconta Genovesi, è quanto sta accadendo in Puglia, dove in questi giorni è stata segnalata la presenza del calabrone asiatico: “Gli apicoltori, che già sapevamo della minaccia grazie anche alla nostra azione di comunicazione, si sono attivati e ora stanno lavorando con noi per rimuoverlo. Sicuramente il modo più efficace per intervenire è tentare di eradicare questo piccolo nucleo”, conclude l'esperto.</p>]]></description>
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				<title>L’Academy si affanna per salvare il cinema dall’AI, ma è una battaglia persa</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Damiano Michieletto</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>E’ di qualche giorno fa la notizia che l’Academy ha chiarito che solo la recitazione e la sceneggiatura realizzate da esseri umani saranno considerate idonee per la candidatura all’Oscar.</b> L’Academy, che controlla il premio più prestigioso dell’industria cinematografica statunitense, ha pubblicato un regolamento aggiornato sui tipi di lavoro in film e documentari che saranno considerati idonei per l’Oscar, alla luce del crescente utilizzo della tecnologia dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>. Nei requisiti di ammissibilità aggiornati, ha specificato che solo la recitazione “dimostrabilmente eseguita da esseri umani” e la sceneggiatura “opera di un essere umano” avranno i requisiti per poter essere nominate per un premio. Dopo casi come The Brutalist o Emilia Pérez, dove si è discusso del ruolo dell’AI in alcune fasi della produzione, <b>l’Academy probabilmente ha sentito il bisogno di mettere un paletto prima che le ambiguità diventassero ingestibili.</b> Se non lo facesse, si arriverebbe a situazioni paradossali: chi vince davvero, lo sceneggiatore o il modello che ha generato metà dei dialoghi?</p><blockquote>La recitazione e la sceneggiatura dei film ammissibili agli Oscar dovranno essere dimostrabilmente opera di esseri umani</blockquote><p>Questa rincorsa per porre limiti e divieti mi sembra però affannosa ed inutile: è una gara persa in partenza. Il cinema è tecnica e ora la tecnica, oggi, è questa qua. <b>L’attore Val Kilmer, scomparso nel 2025, verrà ricreato con la tecnologia dell’intelligenza artificiale per interpretare il ruolo principale in un prossimo film.</b> Più semplicemente, è cosa ormai ampiamente utilizzata anche la possibilità di doppiare un attore con l’intelligenza artificiale, facendolo parlare con la sua vera voce ma in lingue diverse, come se fosse proprio lui a parlare. Nel suo famoso saggio, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin sostiene che la possibilità di riprodurre e diffondere a livello di massa l’opera artistica, ha radicalmente cambiato l’atteggiamento verso l’arte sia degli artisti sia del pubblico. Ma non siamo tornati indietro di un passo. E’ andata così. <b>La stampa, la litografia, la fotografia hanno impresso cambiamenti radicali che sempre più hanno svincolato il prodotto artistico dalla manualità, accelerando in modo drastico il processo produttivo. </b>Il concetto di unicità e irripetibilità dell’opera d’arte è finito e con questo anche il confine tra vero e falso.  Ora qualcuno dovrà scrivere un nuovo saggio, oltre a Benjamin, perché non si tratta più di “riproducibilità” tecnica, ma di netta “producibilità”.</p><blockquote>Dopo l’opera di Benjamin qualcuno dovrà scrivere un nuovo saggio, perché non si tratta più di “riproducibilità” tecnica, ma di netta “producibilità”</blockquote><p>Quando il sindacato degli sceneggiatori di Hollywood ha scioperato due anni fa, una delle questioni chiave della protesta era l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte degli studi cinematografici e televisivi per la scrittura delle sceneggiature. <b>Nel frattempo, la base di tutti gli strumenti di AI sono i modelli linguistici su larga scala, addestrati su testi, immagini e video creati da esseri umani nel corso dei decenni per produrre i loro risultati.</b> Studi di Hollywood, attori e autori hanno intentato cause legali per violazione del copyright contro diverse aziende di intelligenza artificiale. Tuttavia, l’Academy non ha emesso un divieto più ampio sull’uso dell’AI nei film. Al di fuori della recitazione e della sceneggiatura, se un regista utilizza strumenti di AI nel suo lavoro, tali strumenti “non favoriscono né ostacolano le possibilità di ottenere una nomination”, ha scritto l’Academy. In questo scenario, come in tutti gli scenari in cui si ha paura di perdere qualcosa, l’atteggiamento dell’Academy è quello protezionistico. <b>Come nei casi degli animali in via di estinzione. Proteggiamo la categoria degli sceneggiatori, proteggiamo la categoria degli attori.</b></p><p>E perché invece per quanto riguarda la scenografia abbiamo sempre accettato di buon grado che le scene generate con computer graphic potessero essere utilizzate? Fondali creati da zero al computer, mentre sul set c’è solo un pannello verde. La tecnologia è parte integrante della produzione cinematografica da molti anni, e l’uso della computer grafica (Cgi) è ampiamente diffuso sin dagli anni Novanta. Mentre la Cgi è generalmente considerata un processo manuale, qualcosa che viene fatto e perfezionato dagli esseri umani per creare elementi di un film, gli strumenti di intelligenza artificiale sono generalmente progettati per automatizzare completamente il lavoro tramite semplici comandi. <b>Con la produzione generata dall’intelligenza artificiale l’attore al cinema è destinato a perderà la sua aura.</b> <b>E questo fa tremendamente paura.</b> <b>Fa paura ad una industria basata sullo star system. L’aura di cui parla Benjamin è quella sensazione di trovarsi a contatto con la presenza materiale dell’esemplare originale. Questo contatto crea un effetto mistico/religioso</b>.</p><blockquote>Perché per la scenografia abbiamo sempre accettato di buon grado che le scene generate con computer graphic potessero essere utilizzate?</blockquote><p>Così avviene per lo star system: avere davanti agli occhi, in carne ed ossa, i Beatles generava scene deliranti tra il pubblico, così come oggi può avvenire quando Leonardo DiCaprio viene riconosciuto in pubblico. <b>Ma come si fa a dire se una sceneggiatura è stata scritta con l’ausilio dell’AI? E’ tempo perso.</b> Già oggi, e siamo solo all’inizio di questo processo, gli sceneggiatori costantemente fanno uso dell’AI se non altro per scalettare e rivedere quando non per scrivere, digitando dei prompt. Allo stesso modo dirimere il vero dal falso diventerà sempre più un’operazione sofistica. Basti pensare a quello che è stato fatto con Tilly Norwood: non essendo un personaggio reale il tema è controverso, perché solleva domande come: gli attori umani verranno sostituiti? Chi possiede i diritti di un volto generato da AI? E’ etico creare “persone finte” credibili? <b>Ma, ci si può spingere oltre e chiedere: ha senso parlare di qualcosa di reale al cinema?</b> Il cinema oggi sono pixel, mentre reale è quello che esiste fisicamente nel mondo (una persona, un oggetto, un evento). Cos’è vero? Cos’è falso? La rincorsa dell’Academy, che si sente portare via il terreno da sotto ai piedi, è comprensibile. Ma la storia non si nutre di prudenze e di timori, piuttosto è un processo inesorabile.</p><p>Stockfish è generalmente considerato il motore scacchistico più forte al mondo, open source e gratuito. Analizza milioni di posizioni al secondo, batte costantemente tutti gli altri motori nei test ufficiali. In pratica: su un computer moderno,  Stockfish gioca a un livello molto superiore al miglior umano (tipo Magnus Carlsen). <b>Ma tu hai voglia di giocare contro Stockfish, sapendo che hai già perso in partenza, o hai voglia di giocare contro qualcuno che sai di poter battere perché, come te, è limitato. La seconda, senza dubbio.</b> Perciò è nei nostri limiti e nella nostra incompiutezza, nella nostra fragile vulnerabilità che sta il concetto di “umano”. E di questo abbiamo bisogno per riconoscerci, per sentirci vivi e per emozionarci. Personalmente non riesco più a emozionarmi di fronte alle foto premiate nei concorsi fotografici. Non ci credo più. Per me quel mondo lì ha perso molta della sua magia, della sua aura. L’anno scorso il premio del National Geographic è stato vinto da un’immagine che mostra una iena che si aggira in una città fantasma abbandonata, un tempo sede di miniere di diamanti in Namibia. E’ un’immagine che osservo ma che non mi dà nessuna emozione. Oppure il premio Pulitzer 2025 per la fotografia è stato assegnato all’immagine dell’attentato a Donald Trump in Pennsylvania, con uno scatto che viene descritto come “straordinario” perché sembra catturare la scia di un proiettile in volo vicino alla testa dell’ex presidente. <b>Non saprei dire se corrisponde a una realtà fisica oppure se è una elaborazione grafica. Perciò, nel dubbio, mi raffreddo e mi distacco.</b></p><p>Il cinema sta nelle mani di chi lo fa, di chi lo pensa e di chi lo produce.  N<b>essuno si sogna più di disegnare i cartoni animati come faceva Walt Disney con Biancaneve e i sette nani, con fogli e fogli pieni di schizzi fatti a mano e colorati a mano. Guardi Biancaneve e ti senti davanti a un classico. </b>Ma nessuno più disegna a mano. Disney nel 2006 ha comprato la famosa azienda “Pixar”, che è stata la prima casa cinematografica ad aver sviluppato un lungometraggio interamente in computer grafica (Toy Story, 1995). Il nome “Pixar” deriva ovviamente da pixel, solo che non sono più i puntini accostati col pennello, pazientemente e ossessivamente, dalla mano di Georges Seurat nella sua grande tela della Grande-Jatte, ma sono i puntini che nella grafica computerizzata producono l’immagine digitale. Forse nel mondo del cinema nessuno pensava che le cose sarebbero cambiate così rapidamente. Ma del resto, come ha brillantemente sintetizzato Harvey Sachs, forse soltanto i più pessimisti tra i profeti avrebbero predetto che entro venticinque anni dopo la morte di Verdi nel 1901 il repertorio operistico italiano sarebbe giunto a un ristagno, o che la scomparsa di Verdi prefigurasse la morte dell’opera come forma d’arte raffinata con un richiamo di massa. <b>Così come durante la guerra di Sarajevo il teatro era l’arte che continuava a essere praticata perché non ha bisogno di nulla se non di esseri umani, allo stesso modo l’attore teatrale non risente della tecnica, perché la sua mimesis si pone sostanzialmente fuori dallo sviluppo tecnologico, ed è unplugged. </b>Lo spinotto è staccato, nessuno può intervenire. Ed è lì che quando succede, accade la magia.</p><blockquote>A Sarajevo il teatro era l’unica arte che continuava a essere praticata durante la guerra, perché non ha bisogno di nulla se non di esseri umani</blockquote><p>In conclusione, la mossa difensiva dell’Academy rischia di diventare rapidamente obsoleta. La storia del cinema è fatta di tecnologie inizialmente viste come “non pure”, dal sonoro al Cgi, che poi sono diventate standard. Se l’AI resterà uno strumento e non un autore, la distinzione reggerà. Ma se inizierà a contribuire in modo sostanziale e riconoscibile, l’Academy dovrà probabilmente evolvere le sue categorie invece di escludere a priori.</p>]]></description>
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				<title>Premi sdoppiati e sorprese: Cannes non sa scegliere, ma sceglie il film di Mungiu</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 09:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Colpo di scena finale, dopo una premiazione che mostra tutte le sue incertezze nei premi sdoppiati. Così abbiamo due migliori attrici, la francese <b>Virginie Efira</b> e la giapponese <b>Tao Okamoto</b>, per il film molto lodato di Ryusuke Hamguchi, “All of a Sudden”. Sono la direttrice di un ospizio per anziani e una commediografa giapponese. Si incontrano per caso, l’amicizia scoppia improvvisa, dopo notti di chiacchiere.</p><p>Anche il premio per il miglior attore è stato “spartito”, tra due attori dello stesso film. E’ andato a <b>Valentin Campagne</b> e <b>Emmanuel Macchia</b>, giovani attori di “Coward”, diretto dal regista belga Lucas Dhont. Due soldati che durante la prima guerra mondiale si innamorano: una recluta, e un commilitone che tiene allegre le truppe con spettacoli di travestimento. Lucas Dhont, a dispetto dei premi ricevuti e della giovane età - è nato nel 1991 - ha un modo sdolcinato di affrontare i drammi che si aggrava di film in film.</p><p>Terzo <i>ex aequo</i>, il premio per la regia. Diviso tra due film che non potrebbero essere più diversi. Il rigoroso, nel senso di punitivo per lo spettatore, <b>“Fatherland” di Pawel Pawlikowski</b>, regista polacco con studi di letteratura e filosofia, specializzato a Oxford in letteratura tedesca.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/05/22/news/lamerica-che-alla-croisette-entra-solo-da-indipendente--399282">Era in cima ai punteggi dei critici</a>, che quando si possono mostrare acculturati non perdono l’occasione. Bianco e nero, Thomas Mann che non versa una lacrima per Klaus, il figlio suicida (proprio a Cannes). E invece si strugge: durante la guerra è fuggito negli Usa, forse i concittadini - dell’Est e dell’Ovest - non lo festeggeranno più.&nbsp;L’altro vincitore nella categoria “migliore regia” è "La bola negra”, da un testo teatrale che Federico Garcia Lorca non finì mai. Diretto da due registi, Javier Calvo e Javier Ambrossi che si fanno chiamare los Javis, come un duo musicale. Il loro film racconta tre storie di maschi, in tre periodi storici diversi. Discontinuo, a tratti noioso, sembra l’ultimo affronto a Pedro Almodovar, che aveva un bel film in gara - già nei cinema italiani - e non è stato premiato con la Palma d’oro che sempre gli sfugge. Prima perché era troppo audace, ora perché riflette sul suo lavoro.</p><p>Rullo di tamburi, per la <b>seconda Palma d’oro al regista rumeno Cristian Mungiu</b>, quasi venti anni dopo “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2026/05/21/news/cristian-mungiu-sfido-lindifferenza-morale-sullaborto-ora-ci-delizia-con-le-famiglie-nel-bosco--399229">Ha vinto con un film feroce ma senza proclami, ambientato in Norvegia: “Fjord”</a>. Una coppia mista, lui rumeno, lei norvegese, e i loro 5 figli tornano in Norvegia dalla Romania. I genitori religiosi e conservatori - niente videogiochi, telefonini, e altre diavolerie moderne - si scontrano con la protezione dei minori. Una ragazza ho un livido, a scuola se ne accorgono e accusano i genitori. Non certe lezioni di ginnastica dove fanno la lotta, e neanche le amiche manesche.</p>]]></description>
			</item>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/terrazzo/2026/05/23/news/macche-morto-dio-sta-benone--399081</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/terrazzo/2026/05/23/news/macche-morto-dio-sta-benone--399081</link>
				<title>Macché morto, Dio sta benone</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Terrazzo</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Anche quest’anno alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/biennale_51890" target="_blank">Biennale</a>&nbsp;il padiglione Vaticano è stato in Laguna il talk of the town, sarà che dentro c’erano il sommo curatore Hans Ulrich Obrist, e pure Brian Eno, e all’inaugurazione è arrivata a sorpresa Patti Smith. Ma chi l’avrebbe mai detto, un ventennio fa, che il Vaticano sarebbe stato così cool. Allora sembrava esserci un’avanzata del nuovo ateismo guerrigliero, capitanato da quegli accademici con gli occhialetti come Richard Dawkins che, in uno stile à la Charlie Kirk, andavano negli auditorium a dibattere i preti e gli imam cercando la dimostrazione fisica della non-esistenza di Dio. Dawkins, insieme all’adorato Cristopher Hitchens, a Daniel Dennett e Sam Harris, erano stati battezzati “i quattro cavalieri dell’ateismo”, in riferimento all’apocalisse. Scrivevano bestseller come L’illusione di Dio, o Dio non è grande, o La fine della fede. <b>Ma è successo come con il povero Francis Fukuyama, che aveva predetto la fine della storia, e basta aprire i giornali per vedere come è andata</b>. Stiamo rivivendo un ritorno alla spiritualità, alla religione organizzata come soluzione ai mali del mondo, alla mistica come medicina? I segnali ci sono. C’è Santa Ildegarda di Bingen madrina della Biennale, e il presidente Buttafuoco che porta Venezia a celebrare il teologo domenicano Meister Eckhart e il filosofo-presbitero-dissidente Pavel Florenskij.</p><p>C’è l’archistar Stefano Boeri che disegna il nuovo monastero ambrosiano “luogo di dialogo tra spiritualità, ricerca scientifica, innovazione tecnologica”, un monastero dentro a Mind, “il più grande polo italiano dedicato alle scienze della vita”, all’Ai e alla genomica. L’arcivescovo Delpini, quello del funerale del Cavaliere – “Bisogna essere contenti e amare le feste, godere il bello della vita ed essere felici...” – ha detto che in fondo i ricercatori di oggi sono un po’ come i cistercensi medievali. Alle cene si sente parlare di Ravasi come un tempo si sentiva parlare di Pasolini o di Eco. Tra i libri più venduti ci sono quelli su San Francesco. E poi c’è il Papa di Chicago, diventato il vero oppositore simbolo del titanismo trumpiano, e senza show populisti. L’ha scritto anche il nostro Matteo Matzuzzi nel suo libro in uscita per Mondadori, Dio non è morto, il mondo non è mai stato così pervaso dalla dimensione spirituale come in questi ultimi decenni. Ignorare il fenomeno religioso, dice, oggi significa fraintendere il nostro tempo. <b>Ci sono anche lati deprimenti, certo, come di ogni medaglia, e cioè i preti influencer come don Fiscer che su TikTok scrive “dai raga preghiamo” e posta immagini generate dall’intelligenza artificiale dove lui fa fotobombing nelle scene bibliche</b>.</p><p>Se gli evangelici influenzano la Casa Bianca repubblicana dai tempi reaganiani, non ci sono limiti nel mondo Maga e c’è la telepredicatrice ufficiale che urla che Trump è l’unto del signore. L’avvinazzato ministro della guerra, ex Fox News, vorrebbe poi partire per le crociate. Ma almeno su questo fronte il popolo dem a prova a ribattere. Sta nascendo un attivismo progressista legato alle parrocchie che cerca di riportare la Gen Z in chiesa, e a votare. <b>Il New York Times ha pubblicato un sondaggio: nel 2023 gli uomini under-30 che dicevano che “la religione è molto importante per me” erano il 28 percento. Ora hanno superato il 42 percento</b>. Un “rinascimento silente della fede” tra i giovanissimi, l’ha chiamato la Bbc. I pastori filo-dem usano slogan da 8xMille per creare dei “safe space antirazzisti pro-accoglienza”. Si intravede una sorta di Azione Cattolica bideniana, che vuole che l’idea dei “valori cristiani” non sia più legata solo ai Wasp bacchettoni, ai redneck bigotti o ai nazionalisti bannoniani. L’abbiamo visto con una delle nuove star dem in Texas,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/james-talarico_47260" target="_blank">James Talarico</a>, che si candida in senato con una piattaforma politica basata sulla propria fede. Make God Progressive Again?</p>]]></description>
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				<title>Baltici nel mirino della propaganda: il copione già visto in Ucraina</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il primo a dire che i paesi baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia, siano sul punto di preparare un’aggressione contro la Russia organizzata dall’Ucraina è stato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, dopo che le capitali baltiche avevano rivelato che alcuni droni di Kyiv avevano fatto irruzione nel loro spazio aereo a causa di attività di jamming elettronico da parte della Russia: <b>l’Ucraina manda i suoi droni contro le infrastrutture di Mosca che, anziché abbatterli, in alcuni casi li ridirige verso lo spazio aereo di paesi europei di confine. Il Cremlino ha riscritto la vicenda, sostenendo di essere invece vittima di piani ostili</b>. La propaganda russa è stata presto ripresa per esempio dall’ex ambasciatrice <b>Elena Basile</b>, che fino a qualche anno fa vergava articoli sul Fatto quotidiano con lo pseudonimo Ipazia, aderendo con devozione alla linea di Mosca. Prontamente, dopo Peskov, Basile ha registrato un video per allertare: “Quante persone nell’opinione pubblica europea e italiana sanno che stanno partendo attacchi dai paesi baltici verso la Russia?”. <b>Mosca è sempre la vittima. La propaganda ricalca  quanto è avvenuto dal 2014 in Ucraina, quando la Russia attraverso le sedicenti repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk aprì il conflitto che poi si sarebbe diventato l’invasione  del 2022</b>. Allora il Cremlino parlava di  operazioni sotto falsa bandiera per provocare Mosca, di soprusi contro la popolazione russa che abitava nelle regioni orientali dell’Ucraina. Così la Russia costruì la giustificazione ideologica della sua guerra e le stesse parole del Cremlino venivano ripetute in Italia e in altri paesi europei, sempre con il messaggio: le cose non stanno come ve le  raccontano. <b>C’è uno schema che si ripete:  il Cremlino, prima di agire prepara il terreno della narrazione. È accaduto con l’Ucraina, può accadere con i baltici</b>, Peskov parla, le truppe autoctone amplificano e si perde il senso di urgenza  che  dovremmo avere. La verità, ahinoi, non è che le cose non stanno come ve le raccontano, ma stanno molto peggio.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>L’Unione europea non sa come fare con la Cina</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per anni l’espressione era stata evitata con cura diplomatica, <b>ma nelle ultime settimane si sente sempre più spesso parlare di guerra commerciale tra Ue  e Cina. </b>Non è solo retorica: nel primo trimestre del 2026 la Cina ha registrato il più grande surplus commerciale di sempre con l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/unione-europea_60" target="_blank">Ue</a>, che da sola rappresenta  il 31 per cento dell’intero surplus commerciale cinese. Il commissario al Commercio Maros Šefcovicč ha definito il disavanzo (360 miliardi di euro solo nell’ultimo anno) “chiaramente insostenibile nel medio e lungo periodo”.</p><p>Ieri a Bruxelles c’era Li Jian, direttore del dipartimento per gli Affari europei del ministero degli Esteri cinese, che ha elencato uno per uno tutti gli argomenti dell’Europa contro Pechino (sovracapacità, sussidi, surplus) per smontarli. Il tono era quello di chi sa di dover difendere una posizione: giovedì  la Commissione europea terrà finalmente il dibattito d’orientamento sulla politica verso la Cina: era già stato convocato ad aprile, poi rinviato. <b>Sul tavolo c’è un nuovo strumento contro la sovracapacità industriale cinese.</b> A giugno, il Consiglio europeo dovrà approvare un approccio più assertivo verso Pechino, con l’uso rafforzato di misure di salvaguardia d’emergenza. Secondo il South China Morning Post, a fine giugno arriverà a Bruxelles Wang Wentao in persona, il ministro del Commercio cinese, per un negoziato con Šefcovic. Ma mentre si annunciano strumenti più duri, la realtà industriale spiega quanto sia difficile mantenere una linea coerente. <b>La Commissione è pronta a sospendere temporaneamente le sanzioni appena imposte al produttore cinese di semiconduttori Yangzhou Yangjie Electronic Technology.</b> Motivo: i costruttori di automobili europei hanno fatto sapere che senza quei chip le loro catene di fornitura si fermano. Nelle sue politiche con la Cina, l’Ue è costretta a sintetizzare una frattura piuttosto incurabile al suo interno: i singoli stati membri, Germania in testa, vogliono tenere aperte le corsie commerciali con Pechino, mentre la Commissione e il Parlamento spingono per regole più dure e per la sicurezza economica. E in questo caos, a guadagnarci è sempre e solo Pechino.</p>]]></description>
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				<title>Tutte le critiche a Israele, nessuna ai suoi vicini brutali</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:20:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Chiediamo al governo di Israele di porre fine all’espansione degli insediamenti e dei poteri amministrativi, di garantire la responsabilità per le violenze perpetrate dai coloni e di indagare sulle accuse contro le forze israeliane, di rispettare la custodia hashemita dei luoghi santi di Gerusalemme e gli accordi  sullo status quo, e di revocare le restrizioni  all’Autorità Palestinese e all’economia palestinese”.&nbsp;E’ quanto si legge in una <b>dichiarazione congiunta di Italia, Regno Unito, Francia e Germania</b> dopo le proteste dei giorni scorsi per il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/20/news/israele-ferma-la-flotilla-29-italiani-ad-ashdod-obiettivo-mediatico-raggiunto--399195">trattamento degli attivisti occidentali della Flotilla da parte delle autorità israeliane e di Itamar Ben-Gvir</a>. C’è sempre più aria di sanzioni contro alcuni ministri israeliani. Va da sé che è legittimo per l’Europa esercitare la propria moral suasion nei confronti d’Israele. Ma va da sé che qui c’è all’opera anche il famoso “razzismo delle basse aspettative”.</p><p>Dove sono le sanzioni per i ministri sauditi che approvano le decapitazioni pubbliche? Dove sono le sanzioni per i ministri turchi che mettono in carcere scrittori e giornalisti in numeri da record? Dove sono le sanzioni per i dirigenti della Repubblica islamica dell’Iran, tutti liberi di entrare in Europa?</p><p>Si critica e mette sotto scacco politico Israele perché è la sola democrazia in un arco che va da Casablanca a Mumbai. Bel paradosso: <b>quanto più uno stato incarna i valori che l’occidente dichiara di difendere</b> – stato di diritto, libertà di espressione, alternanza democratica, tutela delle minoranze – t<b>anto più è sottoposto a scrutinio, condanne rituali e minacce di sanzioni</b>. Israele viene sanzionato proprio perché non può essere liquidato come l’ennesimo regime tribale o teocratico mediorientale. Ehud Barak, ministro della Difesa e premier d’Israele, definì lo stato ebraico la “villa nella giungla”. E a tutti, anche ai suoi critici più militanti, piace stare dentro la villa e non fuori.</p>]]></description>
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				<title>Perché ci interessa così tanto il delitto di Garlasco</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Edoardo Camurri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Durante l’epoca d’oro della dinastia Tang, intorno all’Ottocento dopo Cristo, un taoista di nome Hiuan Kiai, dopo una lunga permanenza a corte, aveva espresso il desiderio di tornare al Mare orientale. L’Imperatore, per dimostrargli che questo viaggio era impossibile, lo portò a contemplare una scultura in legno, dipinta e ornata e incastonata di perle e di giade, che rappresentava le Tre Montagne del Mare. “A meno di essere un immortale superiore – disse l’Imperatore al taoista indicando con il dito l’isola di P’eng-lai – è impossibile raggiungere quella regione”. Hiuan Kiai si mise a ridere; per lui quelle tre isole scolpite con così tanta perfezione misuravano solo un piede, e le distanze erano facilmente colmabili, e allora saltò in aria e divenne progressivamente sempre più piccolo e di colpo entrò per le porte d’oro e d’argento che cingevano quella scultura in miniatura. Per dieci giorni non si ebbero più notizie di Hiuan Kiai, all’Imperatore vennero delle eruzioni sulla pelle, e ogni mattina, all’alba, qualcuno bruciava dell’incenso, il prezioso “Cervello di fenice”, proprio davanti a quell’isola. Passarono così dieci giorni, quando a palazzo arrivò un rapporto da T’sing-tcheou secondo il quale Hiuan Kiai aveva attraversato il mare a cavallo di una giumenta gialla.</p><p><b>“In un solo granello di polvere c’è tutto l’universo”, era questa la verità profonda che Hiuan Kiai aveva colto</b>, <b>ed è questa stessa verità quella che si può trovare ovunque</b>, persino a distanze diverse rispetto a quelle che separavano Hiuan Kiai dal Mare orientale, <b>per esempio in provincia di Pavia, nella Lomellina, a Garlasco</b>.</p><p>Garlasco è questo universo in piccolo, una scultura in cui ogni miniatura e ogni particolare sono un mondo nel mondo nel mondo. <b>Saltare dentro Garlasco, miniaturizzarsi dentro questa storia circoscritta e dolorosa, è un viaggio</b> – per ricordare un’altra espressione con cui in Oriente si esprime lo stesso concetto – <b>dentro quel “poro della pelle dove sono raccolti novantamila immortali”</b>.</p><p>Si sente il bisogno di moltiplicare i piani per cercare di comprendere il motivo per cui&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/contro-mastro-ciliegia/2026/05/07/news/garlasco-e-lincubo-dei-media-che-risvegliano-la-voglia-di-democrazia-diretta--398488">Garlasco ci interessa così tanto</a>&nbsp;e, nello stesso tempo e nello stesso spazio, si avverte anche la necessità di collocarli uno accanto all’altro, uno dentro l’altro, senza escludere nulla, senza preoccuparsi di forzarli in un’idea un po’ parodistica di coerenza; occorre insomma, ci pare, uno sforzo di comprensione capace di tenere insieme anche elementi in contrasto e in contraddizione tra di loro, un po’ come l’universo fa con la vita che contiene e sostiene.</p><p>In un arco temporale ridottissimo, una mattina del 13 agosto del 2007, all’interno di una villetta col garage adiacente al tinello, opera di quei geometri gioiosamente laboriosi e pigramente squadrati che sono gli artefici dei sopravvalutati paesaggi della provincia italiana, in via Pascoli, a Garlasco, qualcuno, forse in mezzora o poco più, ha ucciso Chiara Poggi.</p><p><b>In questo anno di riapertura delle indagini, tutti noi siamo tornati a varcare le porte di questo inferno in piccolo e lo abbiamo fatto per un moto di familiarità</b>, riconoscendo, nel dramma di questa miniatura, qualcosa che ci appartiene e che ci riguarda e che sentiamo la necessità, vai a capire come, di aggiustare.</p><p>Quante ragazze come Chiara Poggi abbiamo conosciuto, incontrato, magari amato; quante di quelle porte abbiamo oltrepassato e quanto ci risulta naturale evocare e riconoscere come nostro l’odore di quelle stanze, il sapore dei pasti, i discorsi che li accompagnavano, la gentilezza forse un po’ brusca e imbarazzata degli adulti, la noia di un gatto. Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed<b> è anche l’ingresso</b> – ma sembra più la voragine che si apre in una ferita, la fenditura di una roccia che ci porta all’interno di una caverna in cui troveremo i resti di antichi sacrifici – <b>verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi</b>.</p><p>Siamo Alberto Stasi, l’attuale condannato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, perché sappiamo che c’è sempre una parte di noi che, come un destino che non abbiamo scelto e come una corda tesa a terra che ci fa inciampare, ci dirige e ci espone alla possibilità, al di là di ogni controllo e di previsione, di essere ritenuti colpevoli di una cosa che non abbiamo fatto: una telefonata ai carabinieri ritenuta chissà perché indizio di colpevolezza; l’impegno per concludere la tesi di laurea interpretata non come la disperazione di provare a normalizzare l’inconcepibile ma come indifferenza per la morte della fidanzata; una certa timidezza e durezza per rimanere in piedi dopo un evento devastante che non si sa – e non c’è nessuno in grado di insegnarcelo – come affrontare.</p><p>Siamo Andrea Sempio, l’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, e siamo tutti gli indagati del mondo, innocenti o colpevoli che siano, perché tutti noi, nessuno escluso, siamo abitati dall’ombra e a volte sentiamo, se abbiamo la forza di osservarlo senza tremare troppo, che il confine che separa il nostro dolore dal trasformarsi in violenza verso noi stessi o verso altre persone è fragile e imprevedibile come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore che ci risveglia dal nostro torpore.</p><p>Continuiamo allora a sprofondare ancora, un po’ come fece Hiuan Kiai con la scultura delle Tre Montagne del Mare, dentro questo mondo in piccolo in cui tutto l’universo e tutti noi siamo racchiusi; e proviamo a tratteggiare una minima parte di questa mise en abyme.</p><p>C’è tanto dolore in questo gioco di specchi e se il cuore sente una stretta nel descriverlo, la mente, in questa dinamica di miniaturizzazione e di compressione, si cuoce invece nel forno del delirio.</p><p>E ciò che <b>gli attuali investigatori ritengono di aver trovato nella vita di Andrea Sempio ci trascina verso qualcosa che risveglia in noi non solo la semplice raccolta di alcuni frammenti della vita di un ragazzo di Garlasco</b>; il fatto, per esempio, che leggiamo che per anni Sempio abbia frequentato degli improbabili e inquietanti corsi da seduttore perché soffriva di non aver successo con le ragazze, i messaggi sconvolgenti che scriveva su forum on line vicini a quelli che oggi si richiamano alla manosfera, il tentativo di dare forma alla sua inquietudine incontrando il nichilismo elegante (e un po’ piacione) di Cioran, nel silenzio di una piccola casa in cui il padre, una volta all’anno, faceva le conserve di salsa di pomodoro, ricevono e riflettono un po’ di luce dal quadro generale in cui accade il mondo. Il potere, insegnava un grande maestro come Nietzsche, di cui Sempio stesso studiava come poteva la dinamite racchiusa nei suoi libri, si nutre di risentimento. E quasi tutte le forme di potere sono lo sfogo di un desiderio represso che si traduce in vendetta. Da questo punto di vista, estremizzando, Putin invade l’Ucraina perché in lui si agita ancora il sogno infantile e frustrato di un insuccesso a cui tentare di porre rimedio: rifare l’Impero degli Zar per poi godersi la scemenza delle parate e il funereo sventolio delle bandiere. Zuckerberg fonda Facebook, cioè quello che oggi è, in chiave digitale, il più popoloso stato del pianeta, per cercare di intercettare l’interesse delle ragazze del college che lo ignoravano. Poi: l’America in cui Trump trionfa è l’America descritta da J.D. Vance, in cui la rabbia White Trash, indignata per non avere ciò che pensa di meritarsi e invidiosa di persone sfortunate almeno quanto loro – immigrati, esclusi, diversi – è stata fatta improvvisamente esplodere per rendere possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava inimmaginabile. Peter Thiel, dopo aver studiato a Stanford con René Girard i concetti di capro espiatorio, di sacrificio, di risentimento e di invidia e averli, anche lui, miniaturizzati nella forma della macchina algoritmica che ci governa e ci controlla, è finalmente riuscito a realizzare il sogno di una gioventù confusamente dotta, fumettistica e marginale: girare il mondo per parlare dell’Anticristo alle incredule classi dirigenti del pianeta che ora si sentono obbligate a ascoltarlo perché il suo potere, come ogni cosa sacra, attrae e fa molta paura insieme. E allo stesso modo, ma solo abbandonandoci ancora alla vertigine paradossale di questo labirinto di specchi, la magia del caos e l’orizzonte satanico che, a quanto si legge, sembrano aver appassionato Sempio e alcuni dei suoi amici di Garlasco, sono gli stessi interessi praticati e teorizzati da uno dei filosofi più influenti dei nostri tempi da chi detiene le chiavi nel mondo delle criptovalute, il teorico dell’Illuminismo oscuro Nick Land, un ragazzo che ha iniziato la sua fortuna come reietto del dipartimento di Warwick, in Inghilterra, tra il disagio settario di studi cyber, riti voodoo e anfetamine. Il caos dentro cui siamo sprofondati finisce così con l’assomigliare a una partita andata a male di Dungeons &amp; Dragons giocata da degli adolescenti che nel frattempo, da Incel e da nerd, sono diventati adulti di successo i cui vecchi sortilegi sono identici alla realtà a cui tutti, o quasi, crediamo. Ciò che si agita in Garlasco – sentimenti, prospettive, frustrazioni dei ragazzi di provincia di quegli anni – e le forme che poi tutto questo prende nel delirio della mise en abyme, può arrivare a farci tracciare una linea visiva di fuga che, nell’infinitarsi degli specchi, prima di farci crollare a terra per la vertigine, in nome del risentimento che accomuna ogni punto di questa prospettiva, sembra legittimare un verdetto folle e grottesco: Zuckerberg e Peter Thiel sono solo due degli innumerevoli Andrea Sempio che, rimasti invece a stagnare qua e là nella provincia globale che siamo diventati, ce l’hanno fatta.</p><p>Prima di raggiungere il Mare orientale a cavallo di una giumenta gialla, Hiuan Kiai ha affrontato tutti i mostri del suo viaggio interiore, cercando di rimanere fermo nel suo proposito nonostante l’immillarsi delle immagini riflesse nel suo mondo in piccolo. Il suo desiderio era il ritorno a casa; il desiderio di chi si interessa a Garlasco è provare a aggiustare l’universo che vive in questo granello di polvere della Lomellina.</p><p>Insomma, è possibile sostenere che non occorra credere all’antropologia nera, cioè all’idea che gli umani siano guasti per natura, come ragione alla base del fatto che Garlasco ci coinvolga così tanto: <b>Garlasco ci interessa non perché siamo per natura morbosi</b> (ogni tanto possiamo diventarlo per debolezza, ma solo come conseguenza non voluta, preterintenzionale, per dirla con il linguaggio giuridico che è il codice di questo racconto collettivo che abbiamo ripreso a fare da più di un anno); Garlasco ci interessa non perché siamo facilmente manipolabili e il caso di Chiara Poggi viene usato come una distrazione da problemi più grandi (idea che pare un poco paranoica e superficiale: come se struggersi per la sorte di una ragazza non fosse invece, di per sé, il nobile archetipo di ogni fiaba eterna); Garlasco ci interessa non perché vogliamo approfittare dell’importanza del caso perché, parlandone, ci fa uscire dall’anonimato (lo è senz’altro per qualcuno, ma non per le migliaia di persone che ogni giorno sentono il richiamo di questa foresta e provano a esplorarla senza avere altra pretesa se non quella di provare a contribuire a riassestare nei cardini la porta di questo inferno che si è spalancato); Garlasco ci interessa non perché, per natura, siamo animati di spirito di vendetta e vogliamo vedere scorrere altro sangue (a Garlasco ci si appassiona invece&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/08/news/garlasco-e-limmagine-perfetta-dei-guai-della-giustizia-italiana--398525">in nome dello stato di diritto</a>: liberare dalla prigione un condannato su cui ormai è diventato irrazionale non avere dubbi sulla sua colpevolezza passata in giudicato; non solo, Garlasco sta anche diventando l’emblema di una magistratura che trova la forza, sempre in nome dello stato di diritto, di mettere in discussione sé stessa).</p><p><b>Garlasco ci interessa perché a noi umani</b> – ed ecco l’antropologia bianca – <b>dopotutto piace molto la verità e piace molto il bene</b>.&nbsp;Non c’è alcun segreto al di là di questo segreto, se non la fatica e i pericoli che l’impresa comporta.</p><blockquote>“Chi ha ucciso Chiara Poggi?”, è il ripercuotersi della domanda, ricorrente in ogni tempo e disarmante nella sua sincerità, sulla verità: dov’è la verità? Come possiamo trovarla? E come ci farà diventare quando, magari, la incontreremo?  Un racconto che più ci avvicina al vero più si tinge, come per l’inconscio, di menzogna e sortilegio</blockquote><p>Il mondo in piccolo di Garlasco è il teatro cosmico della ricerca del vero e del bene. E’ la volontà di affrontare il dolore e lo spaventoso che pervadono quell’elemento familiare, e perciò perturbante, che riconosciamo come nostro. La spinta che interroga una moltitudine di persone, “Chi ha ucciso Chiara Poggi?”, è il ripercuotersi della domanda, ricorrente in ogni tempo e disarmante nella sua sincerità, sulla verità: dov’è la verità? Come possiamo trovarla? E come ci farà diventare quando, magari, la incontreremo?</p><p>La verità è il Graal in nome del quale i cavalieri partono all’avventura, è l’obiettivo per cui gli eroi si sottopongono a fatiche mortali, rischiando di smarrirsi sull’incerto confine che separa l’epico dal picaresco: e allora ecco comparire, in questa ricerca collettiva, un paesaggio che non dovrebbe sorprenderci e ancor meno indignarci: una calca tipo Bruegel, polifonica, spesso disordinata, confusa, scoreggiona, stravagante, folle, ingenua, liberamente indisciplinata e quasi sempre generosa, che ci accompagna.</p><p>La verità è un dramma. E’ il dramma del diritto che non può fare altro – guardando dentro l’abisso nichilista che lo abita (e che ha studiato bene un grande giurista come Natalino Irti) – che ribadire, con lo scetticismo proprio di chi ha conquistato la saggezza a fronte di tanta amarezza, la differenza tra la verità processuale e la verità fattuale: la verità della legge non può mai essere la verità totale delle cose che cerchiamo, perché la legge, attraverso i suoi codici e il gioco linguistico che le è proprio, può soltanto stabilire la verità che di volta in volta decide che le appartiene come suo regno parziale, ma sovrano e autonomo, all’interno della variegata esperienza umana.</p><p><b>La sentenza passata in giudicato che condanna Alberto Stasi è la verità processuale; e potrebbe non corrispondere alla verità in senso assoluto che ciascuno di noi sacrosantamente brama</b>; solo attraversando questo passaggio necessario, ma anche ontologicamente arbitrario (perché ogni diritto è il frutto di contrattazioni che risentono del tempo e dei valori che informano di volta in volta le società umane), la verità delle cose può trovare uno spazio di dialettica legittimità.</p><p>Come la tartaruga di Zenone che non potrà mai essere raggiunta dal velocissimo Achille perché l’eroe non riuscirà mai a colmare il vantaggio iniziale che le ha concesso, la verità è sempre un passo oltre la nostra ricerca della verità.</p><p>Continuando a stare sul granello di polvere di Garlasco, questo riassunto del mondo in cui sprofondiamo per provare a comprendere noi stessi, ci accorgiamo che la verità assomiglia quindi a una lotta, a una gara, e non solo, come siamo abituati a ritenere, al semplice rispecchiamento di qualcosa. Ecco perché tutti noi, nel tentativo di rispondere alla domanda su chi ha ucciso Chiara Poggi, sentiamo il peso e l’indicibilità di questa situazione particolare che coincide con la nostra condizione umana. Lo scontro, per esempio, tra perizie scientifiche che si contraddicono tra di loro nel provare a stabilire la semplice attribuibilità di un’impronta sulla scena del crimine, ribadisce a ogni istante il concetto: l’aspetto polemico e persuasivo che soggiace a ogni tentativo di descrivere il reale è una delle fatiche più difficili da affrontare una volta che si è partiti alla ricerca del vero.</p><p>La contrapposizione tra verità in lotta tra di loro in nome della verità ci insegna anche che la pretesa di verità si trasforma spesso in un affare da sofisti, da retori, da imbroglioni che più esibiscono e innalzano la verità nei loro discorsi più sembrano disprezzarla. E’ pericolosissimo indugiare troppo a lungo su questo inganno che già Socrate segnalava: persino una banda di briganti, afferma nella Repubblica di Platone, ha bisogno di una sua verità e di una sua idea di giusto.</p><p>Si arriva così al paradosso: tutti coloro che, su Garlasco,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/05/news/il-festival-di-garlasco-persino-il-delitto-rischia-di-scomparire-dietro-al-folle-show-mediatico--394868">criticano il circo mediatico</a>&nbsp;lo fanno con le parole del circo mediatico all’interno del circo mediatico perché appartengono o finiscono con l’appartenere al circo mediatico stesso.</p><p>I nemici in lotta tra di loro si scoprono così molto più affratellati di due amici che godono l’uno della compagnia dell’altro. Lo sono perché gli opposti si rinforzano e si strutturano in nome della contrapposizione che li lega. “Ti combatto perché c’è qualcosa in te che riconosco in me e che mi unisce a te”, ripete il vero al falso, il bene al male, il bianco al nero, il servo al padrone.</p><p>Questa confusione, questo garbuglio, è la forma che sta assumendo il caso Garlasco e che ancora riassume, nel riverbero degli specchi che questo microcosmo miniaturizza, l’aspetto grottesco che è la cifra di ogni discesa agli inferi.</p><p>Quando Freud visitò le miniere di Skocjan, nella Slovenia meridionale, una volta giunto nella profondità della terra, consapevole che la discesa nelle grotte era da sempre una metafora della discesa negli inferi dell’inconscio, improvvisamente trasalì quando incontrò la verità che si aspettava sotto la forma burlesca del sindaco di Vienna, il dottor Karl Lüger, anche lui lì in visita, noto demagogo di destra, cristiano populista che, nel suo cognome, ulteriore scherzo grottesco dell’inconscio, portava il segno della parola Lüge, che in tedesco significa menzogna.</p><p><b>Garlasco ci interessa perché rappresenta la discesa profonda in noi stessi alla ricerca di una verità e di un bene che, prima di essere incontrati, assumono le sembianze di un’Idra spaventosa, menzognera e grottesca da sconfiggere</b>. E più ci inoltriamo nel piccolo mondo di Garlasco, più veniamo a contatto con questo elemento allucinatorio e surreale: ascoltiamo le intercettazioni in cui un importante avvocato del luogo, per difendere la fragilità della propria famiglia esposta al circo mediatico applicando la strategia di telefonare a alcuni dirigenti del circo mediatico stesso, si lamenta con la moglie di una cotoletta che gli è andata di traverso; vediamo programmi televisivi che hanno il pavimento dello studio trasformato in uno schermo che trasmette le fotografie della casa di Chiara Poggi ricoperta di macchie di sangue che il conduttore e gli ospiti calpestano senza darsi troppi pensieri; conosciamo l’ex avvocato dell’attuale indagato ribadire, prima di essere inseguito dalle televisioni in Albania per una dentiera ottenuta grazie alla sponsorizzazione di uno studio dentistico di Tirana, di essere un personaggio d’invenzione di nome Jerry la Rana; vediamo criminologhe prendere quasi a calci la porta che conduce alla scala della cantina dove è stato trovato il corpo di Chiara Poggi per dimostrare non si è ancora capito bene che cosa; ascoltiamo ex generali in televisione che per il nervoso, in una specie di estasi pentecostale, si mettono a parlare in inglese con degli interlocutori italiani; e si potrebbe andare avanti ancora a lungo, in questo racconto che più ci avvicina al vero più si tinge, come per l’inconscio, di menzogna e sortilegio.</p><p>Il mondo in piccolo di Hiuan Kiai, a questo punto del nostro parallelo sprofondare nella vicenda di Garlasco, assomiglia a una fuga musicale. Ogni contrappunto si avviluppa in un altro contrappunto, e ogni contrappunto è a sua volta composto da frasi che vengono rielaborate, ripetute, trasformate e sovrapposte secondo diversi modelli strutturati di mise en abyme. Il risultato è un pasticcio sonoro simile al gorgonzola, sublime e disgustoso insieme, proprio come menzogna e sortilegio sono gli approdi, fino a ora, di questa vicenda dolorosa.</p><p>In quella che è forse l’ultima grande fuga composta nella storia della musica, e cioè il finale del Falstaff di Giuseppe Verdi, i cantanti ripetono “Tutto nel mondo è burla” e portano questa sublime consapevolezza filosofica, girandola e rigirandola nei modi previsti da quella aberrazione musicale, in ogni meandro sonoro. “Tutto nel mondo è burla”.</p><p>“Tutto”, appunto; con questo “Tutto” che contiene ogni cosa e che è simile al recinto delle porte d’oro e d’argento della scultura di legno che cingeva le Tre Montagne del Mare dentro cui Hiuan Kiai, per somma burla, riuscì a entrare.</p><p>Quando si precipita così tanto in noi stessi, la scoperta che tutto è burla, e cioè che persino il dramma che attraversiamo ne è una sua provincia, è un fatto che più che sconcertarci dovrebbe aprirci a una forma di liberazione possibile.</p><p>E’ la consapevolezza che la nostra ricerca della verità, finché non si accompagna a un’idea di bene, non riuscirà a emanciparsi dal suo aspetto grottesco, allucinatorio e burlesco. <b>La verità che noi bramiamo, in nome di quel vero e di quel bene che ci agita come umani, procede, fuga contro fuga, in contrappunto con le verità che pensiamo di riuscire ad accertare, per esempio, in chiave processuale e di diritto</b>.</p><p>Il dubbio e l’incertezza che ci accompagnano in ogni passo non sono in nessun modo eliminabili. La regola magnifica secondo cui si può condannare soltanto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/il-bi-e-il-ba/2026/05/23/news/il-dubbio-e-ragionevole-quando-non-e-irragionevole--399385">“al di là di ogni ragionevole dubbio” trova già, nell’aggettivo “ragionevole”, la delicata e tremolante smentita del suo assunto</a>. Procediamo per approssimazioni, tentativi, e ogni grande verità è tale solo se sappiamo che potrà essere, prima o poi, “ragionevolmente” falsificata.</p><p>La risposta alla domanda “Chi ha ucciso Chiara Poggi?” non sarà mai colmata definitivamente da alcuna indagine perché non è sufficiente conoscere il nome del suo assassino per dare giustizia al dolore di una persona detenuta da più di dieci anni, di un indagato a cui, giorno dopo giorno, si piegano sempre più le spalle, di tre famiglie chiuse in tre capannelli diversi al cui centro, a naso in giù, si continua a contemplare una fossa.</p><p>Il resto assomiglia alla muta delle formiche che corre a ricoprire il cadavere e che, nel mentre il corpo si decompone, prova a ripararne qualche brandello nel magazzino del termitaio.</p><p>Allo stesso modo, la pena di chi ha ucciso Chiara Poggi, la giustizia che così dovrebbe trionfare alla fine dei suoi accertamenti processuali, non potrà mai essere la prigione che lo attende. La pena è l’atto stesso del delitto. Chi uccide, per il fatto che uccide, per la circostanza insondabile della vita che lo ha reso omicida – e che ha portato quell’essere vivente che fu come noi bambino, e che sorrise e che si spaventò come ogni bambino, e che si scioglieva per un abbraccio, o che si sentiva avvampare di felicità in un gioco di pallone con un amico fino a quel momento sconosciuto, o che si riconosceva negli occhi di un gatto – trova già la sua assurda galera nel destino che, dopo tutto questo vivere, lo ha fatto assassino.</p><p>Nascere per poi, chissà perché, uccidere è la tragedia degli antichi. Ed è forse anche questo il senso dell’impresa taoista di Hiuan Kiai: si è disposti a attraversare le immagini di dolore, le maschere burlesche e grottesche, bugiarde e seducenti, di ogni universo, perché ci è insopportabile che ogni atomo di quella realtà, quel poro della pelle della totalità “dove sono raccolti novantamila immortali”, debba sopportare da solo il peso gigantesco della sofferenza senza che noi ne diventiamo testimoni e partecipi, come già sapeva il pubblico nel teatro dionisiaco greco.</p><p>In questo viaggio al termine della notte, di cui Garlasco è uno degli infiniti capitoli dell’avventura umana, la verità che abbiamo iniziato a cercare nella vertigine degli specchi che si moltiplicano, e che pensavamo di poter in un certo momento afferrare e agitare per riparare un danno che ci sembrava irrimediabile, è l’aurora che annuncia una verità che sia anche compassionevole: una verità che, se non è amica del bene, non è verità.</p>]]></description>
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				<title>Parla Ilya Somin, il primo a muoversi contro i dazi di Trump</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Donald Trump può essere un’aberrazione: ma il fenomeno di cui è protagonista non comincia con lui e non finirà dopo di lui”. <b>Il fenomeno è l’accentramento dei poteri nelle mani del governo federale</b>. Chi parla è <b>Ilya Somin</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/20/news/i-check-and-balance-funzionano-per-trump-altri-guai-in-arrivo--126615">l’uomo che per primo ha intuito le ragioni dell’incostituzionalità dei dazi del presidente americano, e che con un post sul suo blog ha messo in moto il processo conclusosi con la bocciatura delle “tariffe reciproche” da parte della Corte Suprem</a>a. Somin insegna Diritto alla George Mason University e collabora con il Cato Institute. In questa conversazione con il Foglio, spiega la decisione della Corte e la colloca nel contesto più generale dell’evoluzione del sistema politico americano.</p><p>Tutto comincia il 2 febbraio 2025: il giorno prima la Casa Bianca aveva annunciato tariffe del 25 per cento sul Canada e il Messico e del 10 per cento sulla Cina. Somin scrive un post sul blog “The Volokh Conspiracy”, spiegando perché – a suo avviso – i dazi sono illegittimi. Pochi giorni dopo, viene contattato dal Liberty Justice Center (Ljc), un’organizzazione di orientamento libertario che patrocina cause in difesa delle libertà economiche e civili. Intanto, Trump tira dritto per la sua strada e il 2 aprile proclama i dazi molto più ampi del Liberation Day. Somin scrive un altro post per offrirsi di rappresentare, a titolo gratuito e col supporto del Ljc, aziende importatrici di beni colpiti dai dazi (le uniche titolate ad agire in giudizio). Riceve molte email, tra cui quella di un tale Victor Owen Schwartz. “Il nipote di Victor è stato un mio studente – racconta Somin – Era lui che aveva letto il post. Sapeva che suo zio era molto arrabbiato per i dazi, perché la sua azienda, VOS Selections, importa vino e altre bevande alcoliche da molti paesi del mondo, Italia inclusa. Dopo alcune discussioni, invitammo lui e la sua azienda a essere i ricorrenti principali”. Alla causa si uniscono altre quattro aziende, che congiuntamente presentano un ricorso alla Corte del Commercio Internazionale, un tribunale specializzato nelle questioni di commercio internazionale. Da lì il caso sale fino al livello più alto, la Corte Suprema, che vi mette la parola fine circa un anno dopo, il 20 febbraio 2026.</p><p>Il team legale contesta alla radice il presupposto dei dazi. Trump si era avvalso di una legge del 1977, l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), che conferisce al Presidente poteri straordinari in situazioni di “emergenza” e in cui vi sia “una minaccia insolita e straordinaria” alla “sicurezza nazionale, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti”. Nel caso del Canada e del Messico, l’emergenza consisterebbe nel traffico di fentanyl; per tutti gli altri paesi investiti dal Liberation Day, nel persistente squilibrio commerciale che la maggior parte di essi ha verso gli Usa. Spiega Somin: “Il potere di imporre restrizioni commerciali appartiene al Congresso, che difficilmente avrebbe dato il via libera. I dazi sono, infatti, di un’immensa tassa sui cittadini americani”. Trump si è avvalso dello Ieepa proprio per aggirare le Camere: “Il problema – prosegue Somin – è che né il fentanyl, né il deficit commerciale sono ‘emergenze’ né si tratta di questioni ‘insolite e straordinarie’: il deficit commerciale, peraltro, non è neanche una minaccia, mentre le importazioni di fentanyl dal Canada sono limitate, dal Messico sono in gran parte effettuate da cittadini americani che vanno a procurarselo oltreconfine e poi tornano in patria”. Insomma, “non basta dichiarare un’emergenza, come ha fatto Trump, per esercitare i poteri straordinari dello Ieepa: bisogna dimostrarne l’esistenza. Altrimenti sarebbe una delega in bianco. Può essere difficile definire cosa sia, in concreto, un’emergenza o quando precisamente una minaccia sia ‘insolita o straordinaria’: l’onere della prova spetta all’Amministrazione. Se davvero la nostra sicurezza fosse messa a repentaglio, non dovrebbe essere difficile provarlo”.</p><p>La Corte Suprema ha accolto il ricorso sui dazi, rigettando le argomentazioni della Casa Bianca sia sul fentanyl, sia sul deficit commerciale. Il ragionamento giuridico della Corte – a maggioranza repubblicana – poggia su due pilastri. In primo luogo, lo Ieepa non autorizza in alcun modo l’imposizione di tariffe: questo potere spetta al Congresso, non al Presidente, e ciò a prescindere dalla sussistenza o meno di un’emergenza. Secondariamente, tre dei sei giudici che hanno aderito all’opinione di maggioranza (mentre altri tre hanno espresso dissenso) si sono appellati alla dottrina delle “major questions”, secondo cui – quando il Congresso delega alla Casa Bianca poteri “di vasta rilevanza economica e politica” – deve farlo in modo chiaro ed esplicito. Non si può dedurre un’autorità così ampia come quella rivendicata dall’Amministrazione da riferimenti vaghi o ambigui. E adesso? “Trump ha introdotto nuovi dazi sulla base della sezione 122 del Trade Act, che però pone un tetto del 15 per cento e può essere utilizzata solo in presenza di un serio problema con la bilancia dei pagamenti: è una vecchia norma pensata per il mondo di cambi fissi di Bretton Woods, che è ormai finito”. Quindi, secondo Somin, “è probabile che perderà anche su questo”. Il Presidente può appellarsi ad altre sezioni del Trade Act, ma sono tutte soggette a vincoli più stringenti e non consentono in alcun modo la libertà di azione che egli sperava di ottenere dallo Ieepa. Insomma, grazie alla Corte Suprema, Trump potrà ancora tentare sortite protezionistiche, ma su una scala molto minore di quanto fatto lo scorso anno.</p><p>Pericolo scampato, allora? “Sì e no – dice Somin – La centralizzazione del potere alla Casa Bianca, sia rispetto agli stati sia rispetto al Congresso, è una tendenza in atto da tempo, che è stata in parte legittimata da alcune decisioni della stessa Corte Suprema nel passato”. Il dibattito è antico e risale almeno agli anni Trenta del Novecento, quando il New Deal fu oggetto di un intenso contenzioso costituzionale. “Più recentemente – spiega Somin – è capitato che i vincoli costituzionali siano stati forzati: basti pensare all’intervento militare in Libia nel 2011, sotto Barack Obama. Ma non c’è dubbio che il bombardamento delle barche venezuelane accusate di trasportare droga o le operazioni in Iran portino l’abuso a un livello senza precedenti”. Per fare un altro esempio, le pressioni dell’Amministrazione Biden sui social network perché contrastassero la presunta ‘disinformazione’ era una sfida al Primo emendamento, che protegge la libertà di espressione dei cittadini americani: “Ma le minacce della Federal Communication Commission [equivalente al nostro Garante delle comunicazioni, ndr] alle principali reti televisive è un abuso molto peggiore”. In entrambi i casi, peraltro, queste manovre non hanno impedito alle opinioni sgradite di diffondersi: “E’ l’ennesima prova che dovremmo sbarazzarci di ogni regolamentazione dei contenuti. Il presupposto della regolamentazione, cioè la scarsità delle frequenze, è del tutto infondato, come aveva intuito il Nobel Ronald Coase già negli anni Cinquanta”.</p><p>E’ però vero che questi anni sono stati segnati da circostanze senza precedenti, a partire dal Covid. In condizioni emergenziali i governi non devono disporre degli strumenti per intervenire rapidamente? “Forse sì – riflette Somin – ma la legge già lo consente. Tuttavia, impone delle procedure che servono a garantire i diritti di tutti. Un’emergenza non solo deve essere dimostrata, ma non può diventare un pretesto per perseguire altre finalità”. Questo non significa esporre la politica alle lungaggini o persino all’arbitrio della magistratura, alimentando quel senso di frustrazione che è alla base dei populismi? “Non credo: i tribunali, del resto, possono disporre, quando necessario, procedure ultrarapide. La revisione giudiziaria degli atti dell’esecutivo è un fondamentale presidio di tutte le nostre libertà”. Secondo Somin, proprio le vicende degli ultimi anni dimostrano la solidità del sistema: per esempio, la Corte Suprema, che non ha esitato a bocciare i dazi di Trump, facendo imbufalire i Repubblicani, pochi anni fa aveva cassato il piano di Biden per cancellare il debito studentesco, mandando su tutte le furie i Democratici. In entrambi i casi la Casa Bianca si era arrogata un potere di cui non disponeva: la Corte ha fatto chiarezza, Costituzione alla mano.</p><p>Resta il dubbio su quale eredità lascerà questa fase storica. “Trump rappresenta un evento eccezionale, per la quantità e la gravità dei suoi abusi, che ovviamente non si limitano ai dazi. Ma in entrambi i partiti c’è una grande dose di ipocrisia: condannano gli abusi dei rivali ma poi non si trattengono dal praticarne loro stessi, quando vincono le elezioni”. E’ difficile, quindi, dire se e quanto il trumpismo verrà archiviato: “A parole i Democratici e una parte dei Repubblicani sono contrari a molti degli eccessi di Trump. Quindi è probabile che ne smantelleranno alcuni, oltre a quelli già cancellati in tribunale. Ma è possibile che qualcosa resterà: per esempio, Biden mantenne i dazi della prima Amministrazione Trump e non escludo che una parte di quelli più recenti, se sopravvivranno alla revisione giudiziaria, rimarranno al loro posto, nonostante siano oggi estremamente impopolari”. La montante insofferenza degli elettori verso gli effetti del protezionismo trumpiano, che ha alimentato l’inflazione, ha facilitato la Corte nel prendere una decisione contro la Casa Bianca. Questo è un bene ma anche un limite. “Quando i giudici valutano un abuso di potere – spiega Somin – corrono tre rischi: il primo è che potrebbero non riconoscerne la natura abusiva; il secondo è che le complessità tecniche o procedurali possono vanificare o mitigare l’efficacia dell’intervento giudiziario; il terzo è che il governo potrebbe semplicemente ignorarne gli ordini”. E cosa succede in tal caso? “La risposta legale è semplice: il governo non ha tale autorità. Ma la risposta ultima è più profonda: alla base di qualunque sistema politico c’è la volontà delle persone di rispettarne le regole e le decisioni delle istituzioni preposte”. Per questo “il supporto politico è una componente importante della revisione giudiziaria degli atti dell’esecutivo: quando una corte impone dei limiti al governo, questa è normalmente una buona cosa, sia per sbarazzarsi di politiche sbagliate sia per evitare di lasciare al governo troppa discrezionalità”. La Costituzione americana venne congegnata proprio per arginare i capricci di chi occupa pro tempore posizioni di potere attraverso il principio della separazione: orizzontale, tra esecutivo, legislativo e giudiziario, e verticale, tra governo federale e Stati. I poteri emergenziali sono spesso il cavallo di Troia per consolidare un potere autoritario. “Oggi la minaccia più grave arriva dai nazionalisti di destra”, conclude Somin, ma domani i rischi potrebbero giungere da altri. “Per questo, bisogna garantire che i poteri emergenziali siano usati solo quando c’è una vera emergenza, e solo nella misura necessaria a contrastarla”.</p>]]></description>
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				<title>L’Italia apre una breccia nell’Ue ma sceglie un brutto momento per fare debito</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Nicola Rossi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nonostante tutto, l’iniziativa del governo italiano intesa ad allargare i margini di flessibilità di bilancio consentiti dalla odierna governance fiscale europea sembrerebbe aver ottenuto un primo risultato. Sembrerebbero, infatti, esserci motivi per supporre che la modalità con cui il tema è stato posto – e cioè la difficoltà di proporre alle opinioni pubbliche europee un ordine di priorità diverso da quello visibilmente imposto dalla realtà contingente – <b>potrebbero, quantomeno, aver indotto la Commissione ad avviare una riflessione. </b></p><p>Nell’attesa che questa riflessione porti a un qualche risultato, è impossibile non osservare come le diverse edizioni della governance europea sembrerebbero essere tutte accomunate dallo stesso, identico, destino: nascere per rispondere alla rigidità delle regole fiscali precedenti e poi, a distanza, non di anni ma di mesi rivelarsi del tutto impotenti rispetto a eventi imprevisti e spesso imprevedibili. <b>In parte ciò è la conseguenza della natura contraddittoria delle regole fiscali stesse che rappresentano un compromesso fra visioni spesso radicalmente diverse del ruolo dell’operatore pubblico nell’economia. </b>Un compromesso il cui esito è uno solo: il malfunzionamento delle regole fiscali stesse. Ma c’è, purtroppo, di più: le difficoltà della governance fiscale europea a soli due anni dal suo varo sono la conseguenza della infantile illusione coltivata da tutte le burocrazie: <b>quella di poter prevedere in anticipo e quindi regolare gli eventi umani. </b>Una illusione che nasconde la volontà di dare un senso qualsivoglia al proprio ruolo, ampliandolo incessantemente. In un mondo dominato, non da oggi, dall’incertezza le uniche regole che funzionano sono quelle semplici e uniformi. Quelle “stupide”.</p><p>Dal punto di vista italiano, la richiesta di una maggiore flessibilità – quale che sia la forma che questa poi prenderà, se la prenderà – mirata a una estensione temporale di provvedimenti a sostegno di specifiche categorie non può stupire. I provvedimenti di breve respiro hanno segnato tutte le emergenze di questo primo quarto di secolo spesso e volentieri protraendosi ben oltre le emergenze stesse (con grave danno per le finanze pubbliche). In questo caso, non si può non osservare, peraltro, una piccola ma significativa differenza: <b>all’intervento tampone sembrerebbe essersi associata una qualche accelerazione su un tema di carattere strutturale e cioè quello del ritorno al nucleare (ovviamente, “sostenibile”).</b> Una qualche iniziativa mirata a ridurre i tempi di autorizzazione e realizzazione del solare e dell’eolico sarebbe stata anch’essa benvenuta ma bisogna accontentarsi.</p><p>Ciò sottolinea la necessità che ogni eventuale ulteriore margine di flessibilità venga utilizzato in termini strettamente temporanei ed associato a una previsione di rapido rientro dell’eventuale debito aggiuntivo (debito aggiuntivo che sarebbe con ogni probabilità solo rinviato se il tutto si risolvesse spostando fondi destinati a spese in conto capitale verso capitoli di spesa in conto corrente). E ciò anche perché vi sono fondati motivi per immaginare tassi di interesse in rialzo nella seconda parte dell’anno. <b>Il cambio della guardia alla Federal Reserve sembrerebbe, ironicamente, coincidere con una presa d’atto della impraticabilità di riduzioni nei tassi di interesse e gli analisti prevedono, anzi, una loro revisione in aumento entro l’anno.</b> L’ondata al rialzo sembrerebbe aver già interessato ed interessare molte economie occidentali sia pure in misura diversa: la Germania, il Regno Unito e, forse, soprattutto il Giappone. La rinnovata presenza degli squilibri macroeconomici globali che già avevano fatto da sfondo alla crisi finanziaria globale torna a consigliare prudenza. <b>In breve, per un paese fortemente indebitato, non è quasi mai un buon momento per fare debito ma questo lo è ancor meno di altri. </b>E questo è non vero ma verissimo se si tratta di debito destinato a finanziare spesa corrente.</p>]]></description>
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				<title>L’Ilva è lo specchio di tutti i grandi problemi irrisolti d&#039;Italia</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Firpo</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il destino industriale dell’Italia contemporanea: <b>una fabbrica sequestrata dalla magistratura che continua a produrre in amministrazione straordinaria, sorretta da decine di decreti emergenziali, finanziata dallo stato, contestata dai territori, inseguita dalle procure, dichiarata strategica da tutti i governi e nella sostanza abbandonata a se stessa.</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/22/news/dal-cdm-arriva-un-altro-prestito-ponte-di-cento-milioni-per-lex-ilva--399410" target="_blank">Quell’immagine è l’Ilva di Taranto</a>. Da tredici anni l’Italia non riesce né a chiuderla né a salvarla. E forse è proprio questa l’essenza della vicenda: l’Ilva non è soltanto una crisi industriale. E’ il luogo in cui si condensano tutti i grandi problemi irrisolti del paese. La difficoltà della politica nel decidere. L’assenza di una strategia industriale. Il conflitto permanente tra poteri dello stato. L’incertezza normativa che paralizza gli investimenti. La transizione ecologica evocata come parola d’ordine ma mai realmente governata. <b>L’uso patologico dell’emergenza come tecnica di governo.</b></p><p>Taranto è diventata la capitale italiana del rinvio. Ventitré decreti “salva Ilva”, otto governi, un commissariamento e due amministrazioni straordinarie, miliardi di euro pubblici immessi nel sistema, trattative internazionali naufragate, sequestri, dissequestri, proroghe, nuovi piani ambientali, nuovi contenziosi. Tutto si muove, nulla si risolve. La fabbrica continua a perdere capacità produttiva, capitale umano, credibilità industriale e finanziaria. <b>Nel frattempo, il paese continua a ripetere che l’acciaio è strategico, salvo poi comportarsi come se non lo fosse</b>. Eppure la questione Ilva non riguarda soltanto Taranto. Riguarda l’Italia e il suo rapporto con l’industria, con lo sviluppo, con il potere pubblico. Perché nella storia dell’Ilva c’è l’intera parabola del capitalismo italiano degli ultimi sessant’anni: il protagonismo dello stato imprenditore, la grande industrializzazione del Mezzogiorno, le privatizzazioni degli anni Novanta, la globalizzazione, la crisi delle classi dirigenti pubbliche, l’incapacità di governare la transizione ecologica. <b>Taranto è stata prima promessa di modernizzazione e poi simbolo del fallimento della modernizzazione italiana.</b></p><p>Negli anni Sessanta il quarto centro siderurgico di Taranto rappresentava il cuore dell’Italia industriale che cresceva. La grande fabbrica pubblica doveva trasformare il Mezzogiorno, creare occupazione, integrare il Sud nella manifattura europea. E per un certo periodo quella promessa sembrò funzionare. <b>L’Italsider diventò uno dei più grandi poli siderurgici d’Europa. La città crebbe attorno alla fabbrica. Interi quartieri sorsero a ridosso degli impianti. Taranto diventò una company town mediterranea, totalmente dipendente dall’acciaio.</b> Persino la privatizzazione dell’Italsider è stato un caso di successo, consentendo lo sviluppo di un’industria privata dell’acciaio fra le più competitive d’Europa. Ma proprio lì si consumò l’equivoco originario dello sviluppo italiano: industrializzare senza governare il territorio, produrre senza pianificare, crescere senza integrare ambiente, salute e urbanistica. Per anni il compromesso implicito fu semplice: l’acciaio portava lavoro; dunque, tutto il resto poteva essere rinviato. La questione ambientale venne sottovalutata, rimossa, spesso negata. <b>Quando esplose, era ormai troppo tardi. Nel 2012 la magistratura di Taranto dispose il sequestro dell’area a caldo sulla base di perizie che collegavano le emissioni dell’impianto a gravi conseguenze sanitarie e ambientali.</b> Da quel momento la storia industriale dell’Ilva si trasformò in una crisi permanente dello stato italiano.</p><p>La politica non scelse mai davvero cosa fare. Chiudere la fabbrica? Impossibile, perché l’Ilva produceva acciai piani fondamentali per intere filiere industriali nazionali: automotive, elettrodomestici, meccanica, cantieristica. Salvare la fabbrica? Necessario, ma senza assumersi fino in fondo i costi politici, economici e ambientali di quella scelta. Così si è affermato il modello italiano della non-decisione: rinviare, prorogare, commissariare, tamponare. L’emergenza è diventata sistema di governo. <b>Ogni esecutivo ha cercato soprattutto di contenere l’esplosione sociale immediata: evitare la chiusura, garantire gli stipendi, salvaguardare l’indotto, scongiurare il collasso occupazionale. Pochissimi hanno costruito una vera strategia industriale di lungo periodo. </b>La decretazione d’urgenza ha sostituito la politica industriale. I commissari hanno sostituito gli imprenditori. Le proroghe hanno sostituito le scelte. Nel frattempo, la fabbrica perdeva competitività. Il dato più impressionante è forse questo: nel 2007 l’Ilva produceva quasi 9 milioni di tonnellate di acciaio; oggi fatica a superare il milione. La perdita di capacità produttiva dopo il commissariamento ha avuto effetti enormi sull’economia italiana. Il paese è diventato progressivamente dipendente dalle importazioni di laminati piani, proprio mentre tutti parlavano di autonomia strategica e sovranità industriale. Qui emerge uno dei paradossi più italiani della vicenda. Da almeno dieci anni tutti dichiarano che l’Ilva è “strategica”. <b>Ma un asset strategico non si governa con l’improvvisazione permanente. Non si lascia sospeso tra procure, decreti, tribunali e gare fallite. Non si affida a una successione infinita di soluzioni transitorie. </b>Se davvero l’acciaio è strategico – e lo è – allora serve una politica industriale. Ed è proprio questo il grande vuoto italiano. Mentre Germania e Francia hanno affrontato la transizione della siderurgia dentro strategie pubbliche esplicite, l’Italia ha oscillato continuamente tra statalismo emergenziale e ritirata dello stato. Prima la privatizzazione ai Riva. Poi l’esproprio senza indennizzo e il commissariamento. Poi la vendita ad ArcelorMittal. Poi il ritorno del pubblico attraverso Invitalia. Poi una nuova amministrazione straordinaria. Nessuna linea coerente, nessuna direzione stabile.</p><p><b>La vicenda ArcelorMittal è emblematica.</b> Il più grande gruppo siderurgico del mondo entra in Italia e pochi anni dopo cerca di uscirne. Certo, ci sono ragioni industriali e di mercato. Ma il punto centrale è un altro: nessun grande investitore internazionale può operare efficacemente in un sistema in cui il quadro regolatorio, giudiziario e politico cambia continuamente. <b>L’Ilva è diventata il simbolo dell’incertezza italiana. In nessun altro caso il conflitto tra poteri dello stato è apparso così esplicito e così direttamente incidente sulla vita economica del paese.</b> Procure, governi, tribunali amministrativi, Corte costituzionale, Corte di giustizia europea, enti locali, ministeri: ciascuno ha esercitato legittimamente il proprio ruolo, ma il risultato complessivo è stato una paralisi decisionale. La politica ha spesso scaricato sulla magistratura responsabilità che avrebbe dovuto assumersi. La magistratura, dal canto suo, si è trovata progressivamente investita di questioni che eccedevano il perimetro tradizionale della giurisdizione, entrando inevitabilmente dentro nodi di politica industriale ed energetica. <b>L’episodio recente del sequestro dell’Altoforno 1 dopo l’incendio del maggio 2025 è quasi una rappresentazione teatrale della crisi italiana: accuse reciproche tra procura e governo, ritardi nelle autorizzazioni per la messa in sicurezza, impianto compromesso, capacità produttiva ulteriormente ridotta, nuova cassa integrazione. Tutti parlano di interesse nazionale mentre il sistema continua a deteriorarsi. </b>Ma il punto forse più delicato riguarda la certezza del diritto. La recente giurisprudenza europea ha affermato un principio destinato ad avere effetti enormi: il rispetto delle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale non basta automaticamente a escludere la responsabilità dell’impresa se permane un rischio sanitario significativo secondo le conoscenze scientifiche disponibili. E’ una questione giuridicamente e moralmente comprensibile, ma economicamente esplosiva. Perché ridefinisce continuamente il confine entro cui un’impresa può considerarsi legittimamente operante. E qui il problema non riguarda più soltanto Taranto. Riguarda la possibilità stessa di attrarre investimenti industriali in Italia. Se il perimetro delle responsabilità resta mobile, se il quadro autorizzatorio può essere rimesso continuamente in discussione (ai tempi dell’intervento della magistratura l’Ilva dei Riva operava nel pieno rispetto delle autorizzazioni ambientali), se il conflitto tra livelli istituzionali diventa strutturale, allora il rischio sistemico cresce enormemente.</p><p>L’Italia continua a chiedersi perché gli investimenti esteri siano inferiori rispetto ad altri grandi paesi europei. La risposta, in parte, sta anche qui: non nell’eccesso di regole, ma nella loro instabilità. Tutto questo si intreccia con la grande questione della transizione ecologica. Ed è qui che la vicenda Ilva diventa ancora più significativa.<b> Per anni la decarbonizzazione è stata evocata come soluzione salvifica senza affrontare con adeguato pragmatismo le sue implicazioni industriali, tecnologiche ed energetiche. Eppure l’acciaio è uno dei settori hard to abate, cioè più difficili da decarbonizzare. </b>La trasformazione dell’Ilva richiede enormi investimenti, disponibilità energetica, infrastrutture, approvvigionamenti di gas e preridotto, riconversione tecnologica. Non basta annunciare i forni elettrici. Serve una politica energetica coerente. Serve decidere dove costruire gli impianti DRI. Serve affrontare il nodo del gas. Serve capire come sostenere economicamente la transizione di un settore energivoro dentro un contesto europeo già gravato da costi energetici superiori a quelli americani o asiatici. <b>In Italia invece la transizione è stata spesso trattata come una formula retorica più che come una strategia industriale concreta.</b> Il risultato è che l’Ilva si trova oggi sospesa tra due modelli incompatibili: un ciclo integrale ambientalmente sempre meno sostenibile e una decarbonizzazione ancora priva di basi industriali solide. Anche qui il rinvio sostituisce la decisione.</p><p>Eppure la strada era stata indicata già molti anni fa. Il piano Bondi del 2014 prevedeva la progressiva conversione dal ciclo integrale ai forni elettrici alimentati da preridotto. Con oltre dieci anni di anticipo rispetto al dibattito attuale, individuava già la direzione inevitabile della siderurgia europea. <b>Ma quella traiettoria non venne davvero perseguita. Mancavano risorse, consenso politico, coordinamento istituzionale. Si preferì ancora una volta galleggiare nell’emergenza. Forse la lezione più amara dell’Ilva è proprio questa: l’Italia riesce spesso a diagnosticare correttamente i problemi, ma non riesce a costruire nel tempo le condizioni politiche e istituzionali per risolverli.</b> Anche gli strumenti pubblici utilizzati raccontano questa difficoltà. L’amministrazione straordinaria, nata come misura eccezionale per salvare grandi imprese strategiche, è diventata un contenitore di crisi irrisolte. Nel caso Ilva si è addirittura ripetuta due volte sullo stesso complesso industriale. Gli ammortizzatori sociali sono stati prorogati per anni senza costruire un vero percorso di riconversione professionale. Migliaia di lavoratori sono rimasti sospesi in una lunga zona grigia tra occupazione, lavoro sommerso e non-occupazione. Ancora una volta l’emergenza ha sostituito la politica.</p><p>Il paradosso finale è che mentre l’Italia consuma energie in conflitti interni, il mondo attorno cambia velocemente. La Cina domina la sovrapproduzione globale di acciaio, e in buona sostanza copre il nostro fabbisogno di laminati piani. Gli Stati Uniti alzano nuove barriere commerciali. L’Europa tenta di proteggere la propria industria con il Carbon Border Adjustment Mechanism. La competizione geopolitica torna a intrecciarsi con la sicurezza industriale. <b>E in questo scenario l’Italia rischia di perdere definitivamente il controllo della propria capacità siderurgica primaria.</b> Per questo l’Ilva non è soltanto una storia locale. E’ una questione di sovranità industriale, di capacità statuale, di credibilità istituzionale. E’ il punto in cui si incontrano tutti i limiti della Repubblica contemporanea: l’incapacità di decidere, la frammentazione dei poteri, il corto respiro della politica, l’assenza di visione industriale, la mancanza di una politica energetica. Taranto racconta un paese che proclama continuamente l’interesse strategico di qualcosa che non riesce più realmente a governare. E forse è proprio questa la definizione più precisa della crisi italiana. Non la mancanza di risorse. Non la mancanza di competenze. Ma la difficoltà crescente di trasformare una decisione politica in una strategia stabile, credibile e duratura. <b>L’Ilva resta lì, sospesa tra chiusura e rilancio, tra altoforni e decarbonizzazione, tra diritto alla salute e diritto al lavoro, tra capitale pubblico e capitale privato. </b>Una fabbrica che continua a sopravvivere senza riuscire davvero a vivere. Come l’Italia.</p><p><i>Stefano Firpo, direttore generale di Assonime</i></p>]]></description>
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