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		<title>home</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 20:33:23 +0100</pubDate>
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				<title>E’ sempre “the economy, stupid”</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 20:20:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Elezioni Midterm 2026</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Su che cosa hanno votato ieri gli americani? Sull’Iran, sull’Ucraina, sul petrolio? Probabilmente resta sempre vero lo slogan di James Carville che fece vincere Bill Clinton nell’ormai lontanissimo 1992: “It’s the economy stupid”. Ma quale economia? E’ cambiata davvero tanto da allora a oggi. La barca va, produzione, occupazione, accumulazione della ricchezza, disponibilità di capitale, moneta liquida che gira in Borsa, tutto questo non manca. E allora perché lamentarsi? Il mistero dell’America Inc. passa in mezzo a due diverse espressioni: <i>trickle-down</i> e <i>affordability</i>. Cominciamo dalla prima, un mantra dell’èra Reagan fatto proprio dal trumpismo. Quando il presidente dice che non gli importa niente dell’inflazione non si limita a irridere i <i>Democrats</i>, la Federal Reserve e chi si allarma perché i prezzi al consumo continuano a correre e i tassi sui mutui vanno oltre il 7 per cento. The Donald non può non sapere che prima i dazi, poi lo choc del Golfo Persico hanno contribuito in modo determinante ad accendere una fiera alimentata da Joe Biden grazie a spesa pubblica per consumi e salari. No, <b>Trump enuncia una teoria economica che lo sappia o no.&nbsp;</b></p><p>Lasciate che Wall Street sfondi nuovi record, che la bolla tecnologica si gonfi, che i ricchi si arricchiscano, buona parte di quella bonanza colerà comunque giù giù fino al più povero dei poveri. Era il mantra dell’èra Reagan e nell’insieme ebbe successo. Sarà efficace anche oggi? Ci sono molte differenze: la più importante è che allora lo sgocciolamento venne aiutato dalla liberalizzazione dei mercati (sia finanza sia merci), oggi siamo invece in pieno neo protezionismo con una mano pubblica che entra nelle grandi imprese, sottomettendole al primato della politica. Non si tratta solo del complesso militar-industriale potente anche con Reagan tanto da contribuire a mettere in ginocchio l’Unione sovietica. Si tratta di <b>mescolare gli interessi del presidente e della sua famiglia con i magnati delle criptovalute, del petrolio, dell’oro, fino all’AI.</b></p><p>Ha funzionato il <i>trickle-down</i>? In base all’indice S&amp;P delle 500 maggiori imprese, in Borsa sono arrivati ben 17 mila miliardi di dollari dalla fine del 2024, ma il grasso è colato per il 90 per cento nelle tasche del 10 per cento delle famiglie che erano già le più ricche. Qualche goccia è scesa fino in fondo alla scala sociale, ma appena lo 0,6 per cento. Sono stime non dell’opposizione o dell’ala socialista dei <i>Democrats</i>, ma della Federal Reserve, la Banca centrale guidata da Kevin Warsh un conservatore nominato da Trump. L’Economist ha fatto i propri calcoli:<b> in un anno la Trumpnomics è costata 37 mila dollari al 10 per cento di famiglie più povere, il 10 per cento più ricco ha guadagnato mezzo milione di dollari</b>. Il paradosso è che gli uni e gli altri condividono una percentuale, gli uni hanno perso il 3 per cento del loro reddito, gli altri ne hanno guadagnato altrettanto.</p><p>Il boom dell’AI e della sua intera filiera (dai materiali ai chip passando per i call center) ha fatto volare Wall Street, senza distruggere posti di lavoro, sconfessando così tutti i gufi (ce ne sono sia a destra sia a sinistra), però ne ha creati pochi, appena 180 mila nelle imprese collegate all’AI. La produttività calcolata come prodotto orario per lavoratore ha cominciato ad aumentare. Negli ultimi cinque anni ha segnato una media del 2 per cento, non molto ma comunque il doppio rispetto al decennio precedente. L’ultimo trimestre mostra un +1,4 per cento, la manifattura in senso stretto ha fatto meglio (+1,9 per cento).<b> Siamo lontani dalle promesse dei sacerdoti dell’AI</b>, tuttavia il bicchiere è mezzo pieno perché l’indice continua a salire da cinque trimestri consecutivi. Potrebbe essere, insomma, una crescita progressiva fino ad arrivare a quella esponenziale della quale tanto si vagheggia. Si vedrà, noi possiamo aspettare, gli elettori no.</p><p>Uno sguardo alla macroeconomia ci dice che il pil sale del 2,2 per cento all’anno come quando nel 2024 Biden ha perso la Casa Bianca. L’occupazione va ancora bene e i senza lavoro sono appena il 4,2 per cento. La tenuta però è avvenuta a costo di un forte squilibrio nei conti pubblici con un deficit pari al 6,5 per cento del pil e un debito monstre non solo in quantità (40 mila 171 miliardi di dollari), ma anche rispetto al pil (123,3 per cento). Gli Stati Uniti si sono chiusi nella trappola dei deficit gemelli che è sempre costata molto cara: al disavanzo pubblico infatti si accompagna un rosso nella bilancia corrente con l’estero pari al 3,5 per cento. E questo è un chiaro fallimento delle “belle tariffe”. <b>Il neo protezionismo non è riuscito a riportare a casa le imprese. </b>La “rinascita manifatturiera” è stata deludente, la quota dell’occupazione nei settori industriali non agricoli è scesa al minimo dal 1947. Nel frattempo i salari sono cresciuti meno dell’inflazione, il 3 per cento in media con i prezzi sopra il 3,7 per cento come abbiamo scritto.</p><p>Tutto vento nelle vele dei <i>Democrats</i>? Calma. La teoria dell’<i>affordability </i>è confermata da tutti questi dati: la politica trumpiana ha reso meno sostenibile il costo della vita in senso lato. Tuttavia le proposte dell’opposizione, troppe, contraddittorie e soprattutto confuse, non sembrano in grado di invertire la tendenza. Senza contare che si vota non solo con il portafoglio o con il pallottoliere, ma con in mano la Bibbia, la bandiera (confederata molto spesso) e la pistola. E qui anche i teorici dell’economia comportamentale rischiano di perdere la testa se non introducono nei loro algoritmi tutto ciò che non è razionalmente calcolabile. C’è, dunque, il serio rischio che il <i>trickle-down</i> abbia la meglio perché il più povero degli americani si è sempre sentito un ricco momentaneamente sfortunato<b>. Ci rincuora ancora una volta Ronald Reagan</b>: nel 1980 vinse contro un Jimmy Carter non solo immolato sull’altare degli ayatollah iraniani, ma freddato in un dibattito televisivo quando Ronnie chiese a lui e all’elettore tipo: “Stai meglio oggi o quattro anni fa?”. Era nata allora anche l’<i>affordability</i>.</p>]]></description>
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				<title>Le urne di midterm. Voce ai sondaggisti: è un’onda blu o uno tsunami blu?</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:25:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Ani Chkhikvadze</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gli americani vanno alle urne arrabbiati per i prezzi del carburante, stanchi della guerra in Iran e sempre più delusi da un presidente il cui indice di gradimento è tra i più bassi della storia moderna. “Proietta la sua ombra, nel bene e nel male, su questa sfida”, dice al Foglio Lee Miringoff, direttore del Marist Institute for Public Opinion: “La tensione è altissima. L’America resta un paese 50 e 50”. Sondaggisti e politologi intervistati dal Foglio descrivono un presidente il cui endorsement garantiva un tempo la vittoria ai repubblicani e che oggi<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/02/news/la-guerra-civile-tra-i-repubblicani-e-gia-iniziata-e-non-sara-breve--412406"> è quasi un peso per i candidati</a>: <b>“Con un Donald Trump così impopolare, il Partito repubblicano ha davvero un peso morto da portare”</b>, dice Alexander Theodoridis, professore associato di Scienze politiche alla UMass Amherst e codirettore dell’UMass Amherst Poll.</p><p>“E’ facile correre contro un presidente in carica, soprattutto se il suo gradimento è intorno al 30 per cento”. Il partito del presidente quasi sempre perde terreno alle midterm, ma la vera partita è al Senato, dove i democratici hanno bisogno di un guadagno netto di quattro seggi. <b>“Nessuno pensava che il Senato sarebbe stato anche solo in gioco”</b>, dice Miringoff: “Non è che i repubblicani stiano abbandonando Trump, quanto piuttosto che gli elettori indipendenti sono scontenti di chi governa e scontenti dell’economia. E la colpa viene fatta ricadere su Trump. Nel frattempo, anche posti come il Michigan e il Minnesota, tradizionalmente democratici, sono in bilico. Quindi la narrazione è la stessa, ma le conclusioni sono diverse”.</p><p><b>Sette corse al Senato sono considerate incerte</b>: Texas, Maine, Ohio, Iowa, Kansas e Alaska, tutti seggi in mano ai repubblicani, più il Michigan, un seggio democratico lasciato libero. Il Nebraska, dove un indipendente è alla pari con il candidato repubblicano, completa il campo di battaglia. Quasi tutte le sfide sono dentro il margine d’errore, e in alcuni stati, come il Maine e l’Alaska, lo spoglio potrebbe richiedere tempo: il controllo del Senato potrebbe restare aperto per giorni, forse settimane. “Sarà un’onda blu o uno tsunami blu?”, si chiede Mark Cunningham, direttore dei sondaggi di Overton Insights: “Per il lettore italiano, direi che ci sono due sfide da seguire con attenzione: la corsa al Senato in Texas e quella in Maine. Se i democratici vincono entrambe, sono messi benissimo; ma se vincono entrambe i repubblicani, credo che sarà una vittoria democratica molto meno schiacciante”.</p><p><b> Il Partito democratico resta impopolar</b>e, e i sondaggisti descrivono un voto guidato dalla rabbia contro Trump più che dall’entusiasmo per i suoi avversari. “Nessuno vota per questi democratici nella maggior parte delle sfide”, dice Cunningham. “Votano soltanto contro Trump”. Nel 2016 e nel 2020 i sondaggi avevano sottostimato i repubblicani: Cunningham avverte che un margine di errore di due o tre punti a loro favore potrebbe permettere ai repubblicani di conservare il Senato. Nessuna sfida è più rappresentativa di quella del Texas, dove i democratici hanno vinto l’ultima volta un seggio al Senato nel 1988. Ken Paxton, procuratore generale dello stato, deve la nomination a Trump, ma il sondaggio di ottobre del Marist dà al democratico James Talarico il 47 per cento e a Paxton il 45. “Il Texas è uno stato saldamente repubblicano. Lo è da decenni”, dice Cunningham. “E la cosa notevole è che<b> non è solo il Texas a essere conteso.</b> Ci sono posti come l’Iowa, l’Ohio, sono tutti stati in cui i democratici sono favoriti al Senato o, nel peggiore dei casi, è un testa o croce”.</p><p><b>Gli scandali hanno accompagnato anche altre sfide chiave. </b>In Alaska, un articolo del New York Times secondo cui alleati della democratica Mary Peltola avrebbero contribuito a reclutare un secondo candidato con lo stesso nome del senatore repubblicano Dan Sullivan ha dato il via a indagini statali e federali. Peltola nega ogni coinvolgimento, e Trump ha chiesto che sia esclusa dalla scheda. In Maine, i democratici hanno sostituito il loro candidato originale, Graham Platner, dopo accuse di molestie sessuali. In Ohio, il senatore repubblicano Jon Husted sfida Sherrod Brown all’ombra di uno scandalo di corruzione in cui il primo è stato indicato come persona di interesse, pur senza essere mai stato incriminato. “In generale i candidati e le campagne non fanno molta differenza. Conta di più come le persone sentono che stanno andando le cose”, dice Theodoridis. Le guerre culturali delle ultime campagne elettorali sono passate in secondo piano, gli elettori hanno preoccupazioni più immediate, e “i temi importanti per gli elettori in queste elezioni favoriscono molto il partito all’opposizione”, osserva Theodoridis.</p><p>I prezzi sono in cima alla lista: benzina, generi alimentari, sanità e il costo dei dazi di Trump dominano le inquietudini degli elettori.<a href="https://www.ilfoglio.it/di-cosa-parlare-stasera-a-cena/2026/11/02/news/per-le-midterm-trump-gioca-la-carta-della-distensione-con-liran-forse-troppo-tardi--412400"> La guerra con l’Iran&nbsp;</a>segue a ruota, e gli elettori collegano direttamente le due cose, con la benzina ormai a circa 4,27 dollari al gallone, più o meno un euro al litro. Per molti che nel 2024 hanno votato Trump sulla promessa di porre fine alle guerre all’estero e di abbassare i prezzi, la guerra è diventata una promessa tradita. L’immigrazione, un tempo la sua carta migliore, è scesa nella lista man mano che calavano gli attraversamenti di frontiera. Stanno emergendo anche nuove ansie, dall’AI ai data center locali. <b>“L’economia resta la preoccupazione numero uno, ma la guerra viene subito dopo”</b>, spiega Tim Malloy, vicedirettore del Quinnipiac University Poll. “Il presidente ha detto che passerà tutto, ma gli americani non gli credono. La guerra continua, i dazi sono in vigore, i prezzi della benzina sono ancora alti, quindi per i repubblicani la strada è difficile in questo momento”. Tre settimane prima del voto, Trump ha concluso un accordo con Putin per comprare diesel russo e ha dato la colpa a Zelensky per i prezzi alti dei carburanti. “E’ stata una buona storia per un giorno”, dice Miringoff: “Trump è sempre stato un po’ così. Continua a cambiare la narrazione e l’agenda”.</p><p><b>L’Ucraina ha un ruolo marginale nella campagna</b>, anche se la maggior parte degli elettori repubblicani sta ancora con Kyiv contro Mosca. La guerra a Gaza attira più attenzione, soprattutto tra i progressisti, e gli arabo-americani e i musulmani americani, un tempo un elettorato silenzioso, sono diventati una forza in diversi stati in bilico, soprattutto Michigan e Minnesota. In Michigan, il candidato democratico al Senato, Abdul El Sayed, musulmano con posizioni filopalestinesi, potrebbe galvanizzare gli elettori arabi spingendo però alcuni democratici ebrei, tradizionalmente una componente affidabile della coalizione del partito, verso i repubblicani. “Trump è andato molto bene tra le comunità musulmane quando si è candidato presidente perché sostanzialmente ha detto: voglio porre fine a questa guerra – dice Cunningham – Credo che molti elettori musulmani che lo hanno votato nel 2024 oggi non siano molto contenti di lui”.</p><p>Gli elettori musulmani sono solo uno dei fili che si stanno sfilacciando nella coalizione di Trump del 2024. L’inversione più netta è tra gli ispanici. Trump ha conquistato quasi la metà del voto ispanico nel 2024, un record storico per un repubblicano, ma da allora il suo gradimento tra gli elettori ispanici è sceso al 24 per cento, il più basso di entrambi i mandati. Anche gli indipendenti si sono rivoltati contro di lui, così come i repubblicani che non hanno mai abbracciato fino in fondo il movimento Maga. Secondo il sondaggio della UMass Amherst, tra marzo e agosto la quota di repubblicani che si identificano con i Maga è scesa di 9 punti. <b>L’America resta profondamente divisa, più che dai temi, dalla fedeltà di partito.</b> Pochi elettori sono disposti a lasciarsi convincere. Per questo il voto si deciderà su chi andrà alle urne, e sul fronte di Trump l’entusiasmo sta calando. “Ci sono molti repubblicani scontenti di Trump come presidente”, dice Cunningham. “E non è che voteranno per il candidato democratico: il rischio è che restino semplicemente a casa”. Una Camera a guida democratica potrebbe aprire indagini sull’Amministrazione e mettere in discussione le sue spese, mentre un Senato democratico deciderebbe la sorte delle nomine di Trump. Insieme, i due rami potrebbero esaminare con attenzione l’allentamento delle sanzioni alla Russia, opporsi ai dazi e premere per un’uscita dalla guerra in Iran. Il loro potere di cambiare le politiche, tuttavia, resterebbe limitato.</p><p>Pesanti sconfitte martedì potrebbero trasformare Trump in un’anatra zoppa da un giorno all’altro. I repubblicani che durante la campagna hanno preso le distanze potrebbero continuare a farlo anche dopo il voto, e altri potrebbero unirsi a loro, soprattutto quelli che affronteranno gli elettori nel 2028, quando il nome di Trump non sarà più sulla scheda. Vance e il segretario di stato Marco Rubio, i principali candidati alla successione, comincerebbero a posizionarsi. “Il Partito repubblicano è il partito di Donald Trump almeno fino a martedì”, dice Miringoff. Se i repubblicani dovessero tenere, ci si aspetta che Trump resti una forza trainante. In ogni caso, “la campagna presidenziale del 2028 comincia mercoledì”.</p>]]></description>
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				<title>Inflazione, Europa, dazi, guerre, Cina. I clamorosi referendum già persi da Trump, fuori dall’America</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Donald Trump lo ha detto con chiarezza. Ha suggerito agli elettori di immaginare il suo nome sulla scheda. <b>E, nell’attesa di dire, se mai dovesse servire, che in verità non lo ha mai detto, ha suggerito di considerare le elezioni di medio termine come un gigantesco referendum sulla sua figura</b>. Non sappiamo come finirà il referendum, anche se sappiamo che le condizioni per un capitombolo dei repubblicani sia alla Camera (scontato) sia al Senato (meno scontato) ci sono tutte e lo sanno anche le vecchie volpi repubblicane, come Steve Bannon, che già suggeriscono al proprio popolo di indossare i copricapi con le corna, modello Capitol Hill, per resistere alla non impossibile rivolta interna dei repubblicani (dieci stati sui dodici più importanti in cui si andrà a votare per il Senato sono stati vinti nel 2024 da Donald Trump e oggi potrebbero essere vinti dai democratici).</p><p>Ma sappiamo che, a proposito di referendum, quelli che il presidente americano ha perso negli ultimi due anni alla Casa Bianca sono tanti e alcuni mettono persino di buon umore. Non mette di buon umore né la scommessa persa da Trump di <b>rovesciare il regime iraniano</b> (missione fallita, anche se prima di dire che l’Iran è più forte di prima conviene aspettare ancora un po’) né la scommessa di far <b>terminare la guerra in Ucraina in 24 ore</b> (cosa che Trump in questi mesi si è augurato di fare attraverso molteplici pressioni sull’aggredito e molteplici carezze all’aggressore). Mette però di buon umore qualche altro referendum fallito dal presidente americano.</p><p><b>Trump aveva scommesso sulla disintegrazione dell’Europa e sulla proliferazione dei populismi in tutti i paesi europei e due anni dopo il suo arrivo l’Europa non è più forte che mai, ma è certamente più forte di prima</b> (chiedere al Regno Unito di Burnham, mai come oggi tentato di riavvicinarsi all’Ue) e la spinta ai sovranismi europei è stata minimale (chiedere al pupillo di Trump, il signor Viktor di nome e Orbán di cognome, mandato ai giardinetti in Ungheria). Trump aveva scommesso sulla capacità dei suoi dazi di dettare le nuove regole della globalizzazione e il risultato dei dazi di Trump, di quelli non falcidiati dalle corti federali americane, è stato quello di aver spinto i grandi paesi del mondo a rafforzare i propri accordi di libero scambio, permettendo al commercio, proprio negli anni dei dazi di Trump, di arrivare a numeri da record (il Wto ha appena alzato la previsione di crescita del commercio mondiale di merci nel 2026 dall’1,9 al 3,9 per cento). Trump, ancora, aveva scommesso sulla capacità di utilizzare un’agenda economica basata sul protezionismo per intervenire sui processi inflattivi di un paese, nell’illusione che i prezzi dei prodotti possano essere calibrati più grazie alla mano dello stato che alla mano del mercato, e il risultato è che oggi il protezionismo trumpiano ha avuto un effetto importante nel far aumentare i costi di molti prodotti, come certificato da uno studio del Kiel Institute, secondo il quale circa il 96 per cento dell’onere dei dazi è ricaduto sugli acquirenti statunitensi, non sugli esportatori stranieri (l’inflazione prima di Trump era del 3 per cento, oggi è del 3,7 per cento l’anno).</p><p>Trump aveva detto che gli amici dell’America sarebbero stati protetti (chiedere ai paesi del Golfo). Aveva detto che sarebbe arrivata un’ondata mondiale di Maga (chiedere al Canada di Mark Carney, che ha sconfitto la destra canadese grazie alle minacce di Trump al Canada, e all’Italia di Meloni, che si è allontanata da Trump nonostante la vicinanza ostentata nel passato). <b>Aveva detto che avrebbe fatto di tutto per separare la Russia dalla Cina</b> (mai state così vicine), per far avvicinare l’India all’America (mai state così lontane), per togliere potere alla Cina (mai stata così influente). I referendum persi da Trump fuori dall’America ci ricordano dunque che l’età dell’oro, per il momento, appartiene più ai follower dell’anti trumpismo che agli sfiniti follower dell’agenda Maga. Chissà che il trend non si confermi presto anche in America. <b>Bollicine in fresco e dita incrociate</b>.</p>]]></description>
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				<title>La guerra civile tra i Repubblicani è già iniziata. E non sarà breve</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 19:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Terribili notizie per noi di destra. Martedì si sta delineando come uno tsunami blu (blu è il colore del Partito democratico, ndr). Tutto ciò che Trump doveva fare era lavorare per risolvere la crisi del costo della vita e non iniziare una nuova guerra, come aveva promesso. Ha iniziato una guerra che continua a mandare in tilt l’economia per la maggior parte delle persone. Fantastico, proprio fantastico”. <b>Rod Dreher</b>, cristiano di destra che più destra non si può – scelse di soggiornare a Budapest durante gli anni di Viktor Orbán, ha sfogato così la sua delusione mista a un bel po’ di rabbia su X, non appena il New York Times, nella notte italiana fra domenica e lunedì, <b>ha pubblicato l’ultima serie di sondaggi condotti con l’autorevole Istituto Siena</b>.&nbsp;</p><p>Ai sondaggi, soprattutto a quelli americani, non bisogna credere troppo (i repubblicani tendono a non rispondere e questa volta l’hanno fatto in massa), ma la tendenza appare mai come oggi chiara: ci sono tutte le premesse – almeno sulla carta – per un’onda blu, con la riconquista non solo della Camera dei rappresentanti ma pure del Senato. Dreher da tempo guarda scoraggiato quel che è diventata la destra americana: “Scioccato fin nel profondo”, si definì poco più di un anno fa al termine di un suo lungo viaggio nell’America rurale:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/11/14/news/rod-dreher-amico-di-vance-e-di-orban-denuncia-la-deriva-razzista-e-antisemita-del-gop--123412">“Sto assistendo, e in un tempo molto breve, alla profonda penetrazione del totalitarismo di destra, espresso perlopiù come antisemitismo”</a>. I post social dell’intellettuale conservatore sono stati subito ripubblicati da <b>Edward Feser</b>, filosofo cattolico tradizionalista che pochi mesi fa in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/04/18/news/che-dio-benedica-lamerica-o-forse-e-meglio-di-no--276797">un’intervista al Foglio</a>&nbsp;rilevava come “l’egomania” di Trump, “che è sempre stata un fattore centrale”, “nell’ultimo anno è davvero sfuggita al controllo”. Feser ha scritto che “le politiche di Trump sui dazi, sulla guerra con l’Iran e così via sono estremamente impopolari, eppure i suoi difensori sostengono che debbano essere portate avanti comunque. Poi, subito dopo, affermano che Trump non può promuovere la causa pro life perché è troppo impopolare.<b> Sostenitori della causa pro life, smettetela di farvi prendere in giro da questi impostori</b>”. Il tema pro vita, nonostante tutto e nonostante i mille e più problemi di oggi, a cominciare dal prezzo dei beni di prima necessità e della benzina, è ancora centrale. Almeno per una fetta di opinione pubblica chiamata poi a votare. “I sostenitori del diritto alla vita (pro life) possono continuare ad avere un’influenza politica solo se il Partito repubblicano (Gop) sa che perderà le elezioni qualora li tradisca. QUESTA (maiuscolo nel testo, ndr) è la cruda e innegabile realtà politica. Chiunque affermi il contrario o non capisce la politica, oppure non ha davvero a cuore la causa pro life”, ha postato Feser, un po’ scandalizzato pure dalla retorica del presidente che usa e abusa di Gesù Cristo. Pochi giorni fa, in un comizio, Trump ha detto: “Riuscite a crederci? Ho persino pubblicato un’immagine di me stesso nei panni di Cristo e loro mi hanno seguito lo stesso! Ora guardate un po’ cosa succede…”. Ha commentato il filosofo: “Non è impossibile che si stia divertendo a mettere alla prova la tesi secondo cui non esiste nulla che lui possa dire o fare per indurre i suoi seguaci cristiani più fanatici e adoranti ad abbandonarlo”.</p><p><b>A far sentire la sua voce è stato anche Robert P. George, conservatore “classico”,  il professore di Legge a Princeton che mai è entrato in sintonia con il populismo Maga</b> che negli anni ha radicalmente trasformato il vecchio Grand Old Party. Nel mirino dell’intellettuale è finito Mike Rogers, il candidato repubblicano che in Michigan si contrappone ad Abdul El Sayed. Prendendo spunto da un video di Rogers, George ha scritto che “quindi, in sostanza, lui sta dicendo che Abdul El Sayed e i democratici hanno ragione sull’aborto e che ora lui è dalla loro parte. E questo viene da un uomo che, quando era alla Camera dei rappresentanti, aveva un curriculum di voto quasi impeccabile a favore della vita (pro life). Non proprio un esempio di coraggio! Rogers avrebbe potuto dimostrare senso dello stato e coraggio opponendosi a El Sayed e ai democratici su questo tema, contestando l’estremismo abortista che ha portato a consentire l’aborto fino al momento della nascita in stati come il Massachusetts e il Minnesota. Invece, ha ceduto”. Steve Bannon, in un’intervista al Financial Times, ha detto che il giorno dopo le elezioni di medio termine, il Partito repubblicano sarà squassato da una guerra civile. A leggere le dichiarazioni degli intellettuali d’area, pare di sentire già il rullo dei tamburi. Ha scritto Robert George: “Ancora una volta, il presidente Trump voleva che queste elezioni di midterm fossero un referendum su di lui. Sta ottenendo ciò che voleva. E’ un referendum su di lui. Voleva che le persone votassero come se lui fosse sulla scheda elettorale. <b>E’ esattamente ciò che stanno facendo. Avremo presto il loro verdetto</b>”.</p>]]></description>
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				<title>Ossoff, El Sayed e Talarico. I democratici cercano un volto per il dopo Trump, e vincere non basta</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Marco Bardazzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tre nomi sopra tutti gli altri:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/en/tag/jon-ossoff_91572" target="_blank">Jon Ossoff</a>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/abdul-el-sayed_91354" target="_blank">Abdul El Sayed</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/james-talarico_47260" target="_blank">James Talarico</a>. E poi una raffica di emergenti, soprattutto democratici, che potrebbero diventare protagonisti di primo piano e alcune conferme che si preparano a imboccare la strada verso le elezioni presidenziali del 2028. <b>L’America va al voto oggi per rinnovare il Congresso e un gran numero di cariche statali</b>. Una lunga e accesa campagna elettorale consegna al paese nuovi personaggi che hanno le caratteristiche per poter emergere a livello nazionale nei prossimi anni. Certo, prima devono assicurarsi la vittoria, perché chi perde dopo essere stato sovraesposto rischia di non avere un’altra chance come quella di oggi.</p><p>E’ il caso di Talarico in Texas. A 37 anni, l’ex seminarista presbiteriano che fa sognare ai democratici la conquista di un seggio del Senato che da quelle parti manca dal 1988, è a un passo dal diventare una star nazionale. Gli ultimi sondaggi lo danno avanti di un paio di punti sul repubblicano Ken Paxton, imposto da Donald Trump agli elettori del suo partito nonostante un profilo pieno di contraddizioni. <b>Tra i giovani elettori, Talarico ha la preferenza del 69 per cento dei potenziali votanti e raccoglie interesse anche tra gli ispanici delusi da Trump</b>. Ma il Texas è già stato impietoso più volte per i democratici e se Talarico perde, potrebbe diventare l’ennesima nota a piè di pagina nella storia politica dello stato, come è accaduto in anni recenti a Beto O’Rourke.</p><p>Stessa sorte, in caso di sconfitta, minaccia di essere riservata a El Sayed, il candidato dei democratici per il delicatissimo seggio del Senato in Michigan. Se Trump ha fatto una scommessa rischiosa in Texas, i democratici l’hanno fatta nello stato dei Grandi Laghi, scegliendo un candidato anti establishment, visto con simpatia dalla quasi certa candidata presidenziale Alexandria Ocasio-Cortez e dall’ala più di sinistra del partito, ma inviso a buona parte della leadership di Washington. La scelta della sua avversaria alle primarie, Haley Stevens, di appoggiare il repubblicano Mike Rogers è stata la sorpresa più clamorosa alla vigilia del voto. <b>Se El Sayed vince, fa la storia e apre un dibattito importante sul posizionamento del partito, spostandolo verso le posizioni politiche di Ocasio-Cortez, Bernie Sanders e Zohran Mamdani</b>. Ma se perde ci sarà la corsa a prendere le distanze da lui e a farlo sparire dal radar.</p><p>Non corre questo pericolo Ossoff, forse la vera rivelazione di queste elezioni. Non è un volto nuovo – era già senatore e cerca una riconferma che sembra certa in Georgia – ma è quello che è cresciuto di più e che ha saputo attrarre i riflettori nazionali con i suoi attacchi diretti a Trump. Ha raccolto più soldi di qualsiasi altro candidato al Senato, ha riempito i social con la sua capacità retorica e sta per confermare il seggio in uno stato che Trump ha vinto nel 2024.<b> A 39 anni, con le sue radici paterne che affondano tra gli ebrei lituani e quelle materne in Australia, è un potenziale nuovo Obama</b> (anche la “O” del suo logo assomiglia a quella dell’ex presidente) e cresce la convinzione che voglia puntare alla Casa Bianca.</p><blockquote>Ossoff è  la vera rivelazione di queste elezioni,  ha saputo attrarre i riflettori nazionali con i suoi attacchi diretti a Trump&nbsp;</blockquote><p>Dietro al terzetto delle star democratiche c’è un gruppo di outsider della politica che si è guadagnato spazio e attenzioni. Anche qui, la differenza la faranno se riescono o meno a chiudere la partita conquistando un seggio. Il caso più curioso è quello di Adam Hamilton in Kansas. Fondatore della più grande Chiesa metodista d’America, ventiduemila fedeli alla periferia di Kansas City, sfida il senatore repubblicano Roger Marshall in uno stato che non manda un democratico al Senato dal 1932. Marshall lo ha liquidato come <b>“troppo woke per il Kansas”</b>, lui ha risposto che Marshall darebbe del woke anche a Gesù. Se eletto, continuerà a predicare una quindicina di volte l’anno. Con Talarico, è il volto di una sinistra religiosa che torna a sognare in grande, come ai tempi del reverendo Jesse Jackson.</p><p>In Maine c’è Troy Jackson, taglialegna di quinta generazione ed ex presidente del Senato statale, entrato in corsa quasi per caso. Il candidato vero era Graham Platner, l’allevatore di ostriche che alle primarie aveva umiliato la governatrice Janet Mills con il 72 per cento dei voti, prima di ritirarsi a luglio per un’accusa di violenza sessuale che ha sempre negato. <b>Jackson ne ha ereditato la base populista e un punto e mezzo di vantaggio su Susan Collins, che però ha costruito la carriera smentendo i sondaggi</b>.</p><p>Mary Peltola, prima nativa dell’Alaska eletta al Congresso, sembrava avviata a strappare il seggio a Dan Sullivan. Poi, mercoledì scorso, il New York Times ha pubblicato messaggi in cui membri della sua campagna discutevano di reclutare degli omonimi del senatore, fino a scegliere un insegnante in pensione di Petersburg, Dan J. Sullivan, finito davvero sulla scheda. Nello scambio c’erano anche funzionari del partito. La campagna nega e la fonte principale, la ex manager licenziata ad agosto, ha cercato di ritrattare. Ma Trump aveva già ordinato al dipartimento di Giustizia di chiedere il blocco della certificazione in caso di vittoria di Peltola. Se vince, sarà una vittoria con l’asterisco.</p><p>Nelle pianure, Dan Osborn ci riprova in Nebraska da indipendente. Ex sindacalista che guidò lo sciopero alla Kellogg’s, veterano della Marina, è alla pari con Pete Ricketts, tanto che Trump è dovuto correre a Grand Island per un comizio. <b>In Iowa Josh Turek, due ori paralimpici nel basket in carrozzina, si gioca all’ultimo voto il seggio contro Ashley Hinson</b>.</p><p>Più a sud, due donne sfidano la geografia. Annie Andrews, pediatra di Charleston, è appaiata a Darline Graham, la sorella di Lindsey nominata al suo posto dopo la morte del senatore, che in campagna ha ammesso che la sicurezza nazionale “non è il mio campo”. In Florida Angie Nixon, progressista di Jacksonville che alle primarie ha battuto Alexander Vindman, insegue Ashley Moody per il seggio che fu di Marco Rubio: un sondaggio la dà pari, un altro dieci punti sotto. In uno stato dove i democratici non vincono una corsa al Senato dal 2012, anche perdere di poco farebbe notizia.</p><p>Sul fronte repubblicano i volti nuovi sono pochi, e portano tutti la stessa firma, quella del presidente. Vivek Ramaswamy, già emerso nelle primarie del 2024 e nella breve stagione del Doge accanto a Musk, corre per il governo dell’Ohio contro Amy Acton, l’ex responsabile della sanità statale ai tempi del Covid. <b>Trump ha vinto l’Ohio di undici punti, eppure la media dei sondaggi dà avanti lei. Una sconfitta lì chiuderebbe parecchie porte</b>. In Florida Byron Donalds, fedelissimo del presidente, dovrebbe raccogliere l’eredità di Ron DeSantis e diventare il primo governatore nero dello stato, con un futuro politico interessante. In Kentucky Ed Gallrein, ex Navy Seal e agricoltore, è l’uomo che Trump ha reclutato per liberarsi di Thomas Massie: lo ha battuto nella primaria più costosa della storia della Camera, oltre 25 milioni di dollari in spot, e la sera della vittoria ha spiegato che la sua priorità è portare avanti l’agenda del presidente. Programma breve, ma chiaro.</p><blockquote>Sul fronte repubblicano i volti nuovi sono pochi, e portano tutti la stessa firma. L’eccezione in Iowa</blockquote><p>L’eccezione è Hinson in Iowa. Scelta da Trump per il seggio di Joni Ernst, a settembre ha chiesto pubblicamente la fine della guerra con l’Iran, che nelle campagne ha fatto impennare il prezzo del gasolio. Se batte Turek, avrà dimostrato che nel partito di Trump si può dissentire e sopravvivere. Se perde, la lezione sarà opposta, e in molti la impareranno a memoria.</p><p>Ma in casa repubblicana il risultato più istruttivo potrebbe arrivare dall’Arizona, e riguarda meno il candidato che chi lo ha spinto. Andy Biggs, veterano della Camera ed ex capo del Freedom Caucus, sfida la governatrice democratica Katie Hobbs con il sostegno di Trump e, soprattutto, di Turning Point, l’organizzazione fondata da Charlie Kirk. Kirk lo aveva benedetto già nel 2025, la vedova Erika ha confermato l’appoggio e il braccio politico del movimento ha fatto della cacciata di Hobbs la sua priorità nazionale, spendendo 18 milioni di dollari in spot in un solo mese. L’Arizona è casa loro: a Phoenix c’è la sede, a Phoenix si tiene ogni dicembre AmericaFest. Ed è lì che un anno fa Erika Kirk ha promesso di portare Vance alla Casa Bianca “nel modo più clamoroso possibile”. Turning Point sta già piazzando attivisti in tutte le 99 contee dell’Iowa per il 2028 e il vicepresidente pare non nascondere l’intenzione di fare di Turning Point la base operativa della sua prossima campagna. Il problema sono i sondaggi, che danno Hobbs avanti di oltre dieci punti. Nel 2022 l’organizzazione aveva puntato forte su Kari Lake e Blake Masters, perdendo con entrambi. Una seconda disfatta in casa porrebbe a Vance una domanda scomoda. A meno che Biggs perda di tre punti invece che di dodici: allora Turning Point dirà di aver mobilitato elettori che i sondaggi non vedono.</p><p>Infine ci sono i governatori con ambizioni presidenziali, che martedì sera non dovranno chiedersi se hanno vinto, ma di quanto. J. B. Pritzker in Illinois punta a un terzo mandato che nessun democratico nella storia dello stato ha mai ottenuto, contro lo stesso Darren Bailey sconfitto quattro anni fa. Il suo avversario sostiene che si candiderà alla presidenza il 4 novembre, e Pritzker non fa molto per smentirlo: il mese scorso era in South Carolina, lo stato che a gennaio 2028 aprirà le primarie democratiche. Wes Moore in Maryland vince facile, e la sua partita è un’altra: ancora a febbraio diceva “non mi candido”, oggi parla di voler essere “parte di una conversazione più ampia”.</p><p>Josh Shapiro in Pennsylvania ha 25 punti di vantaggio sulla repubblicana Stacy Garrity secondo Quinnipiac. <b>Nel 2022 aveva battuto Doug Mastriano di quasi 15 punti: tutto ciò che starà sopra quella soglia verrà letto come un trampolino</b>. Lui intanto si rifiuta di promettere che completerà il mandato. Per Shapiro, però, il numero più importante della notte potrebbe arrivare da fuori casa. Ebreo e vicino a Israele, punta a guidare un partito che in Michigan si è spaccato proprio su Israele. Se El Sayed vince, quel partito sarà un po’ meno suo.</p>]]></description>
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				<title>“Eravamo il campo largo”. La tela di D’Alema tra Schlein, Conte e Renzi</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da Elly Schlein a Giuseppe Conte, fino a Matteo Renzi e Nicola Fratoianni: “Eravamo il Campo largo”. E’ la tela di Massimo D’Alema, la spinta contro un governo di “truffatori”, per usare le parole del lider maximo. Protagonista della sinistra italiana, a suo modo, lo è sempre stato. Ma adesso, complice la promozione del suo ultimo libro “Eravamo comunisti”, D’Alema è tornato protagonista anche sul piano mediatico. Con apparizioni tv, interviste, soprattutto presentazioni alle quali parteciperanno nei prossimi giorni i leader dell’opposizione. Ne trarranno qualche considerazione? Nel suo libro c’è anche una lezione per l’opposizione? “Difficile rispondere in breve”, sorride D’Alema. “Ma soprattutto è una domanda che va rivolta a loro, se ritengano che ci sia qualche spunto utile. Non lo devo certo dire io”, ci risponde l’ex presidente del Consiglio, il primo (post) comunista a Palazzo Chigi. E’ in partenza per “l’expo di Shanghai, dove vado tutti gli anni”. Poi tornerà a occuparsi della sua ultima fatica letteraria. Il tour è cominciato da Genova con Silvia Salis (e Andrea Orlando), poi su e giù per l’Italia, e proseguirà con altre tappe nelle quali si scorge anche un che di politico. E così tra qualche giorno, a Roma (la data segnata in rosso dovrebbe essere il 19, sondati anche Michela Ponzani e Valter Weltroni), D’Alema sarà con la segretaria del Pd. Del resto sono le settimane in cui cui l’opposizione si confronta sul programma e sul perimetro dell’alleanza, nonostante veti e richieste di garanzie. Ragiona di primarie e prepara la battaglia sulla legge di Bilancio. Temi che saranno all’ordine del giorno della segreteria del Pd, convocata da Elly Schlein oggi pomeriggio. Dalle parti del Nazareno sono sempre convinti della necessità di allargare, non solo alle forze parlamentari ma anche alla società civile e ai corpi sociali, il cui contributo dovrebbe finire nel programma del campo largo: un tentativo di raggiungere e mobilitare il popolo del referendum, più volte richiamato anche da D’Alema nelle sue presentazioni. E della cui necessità, per vincere contro, è convinto anche Roberto Speranza che – in una sorta di amarcord della pandemia – sarà con Giuseppe Conte e lo stesso ex premier a Milano il 28 novembre. Per quella data il programma del centrosinistra dovrebbe essere ormai quasi ultimato. La discussione che riguarda il centro, i centri, chissà. Il leader M5s non ha dimenticato la caduta del Conte II, continua a chiedere garanzie. E chissà che qualche rassicurazione non arrivi da D’Alema, che di Renzi è stato grande avversario politico quando l’ex sindaco voleva rottamarlo. Altri tempi.</p><p>E infatti, per chiudere questo il cerchio – e forse anche quello del campo largo – i due saranno protagonisti di un altro appuntamento, proprio a Firenze, il due dicembre. Con loro, a presentare “Eravamo comunisti”, è stato invitato anche Nicola Fratoianni: un altro che condivide almeno un po’ i dubbi di Conte. E che in fondo si augura che Goffredo Bettini abbia ragione: “Mi hanno insegnato che in politica non conta il pensiero che sta dietro, conta quello che si vede. Renzi ha fatto una scelta di campo netta e io mi fido”.</p>]]></description>
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				<title>Parla il ministro Foti: &quot;Le Midterm non cambiano il mondo, Trump resta Trump. Salvini? Vota per Kyiv&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:27:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Foti e “voti”. Parla al Foglio, <b>Tommaso Foti</b>, il ministro per gli Affari europei, il “buon maestro” di FdI. Le&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/elezioni-midterm_49889">midterm</a>&nbsp;cambieranno il mondo? “Non cambieranno Trump. Rimarrà lo stesso.<b> Non sarà né più aggressivo né più moderato</b>. Non credo ci saranno effetti dirompenti. Una coabitazione con i democratici non sarebbe la prima volta”. Ministro, state affamando insegnanti e medici? “Quando sento la sinistra mi viene da citare un film: sotto il vestito niente”. <b>Schlein? “Alice nel paese delle meraviglie”</b>.</p><p>Dice “che la manovra andrebbe quantomeno letta ma a quanto pare alla sinistra piace dare una lettura distorta”. Ministro Foti, è “distorto” dire che state tagliando cattedre e sanità, e che al posto della fiamma avete le forbici? “Non vengono tagliate cattedre curriculari”. E allora che fate? “Abbiamo 800 mila insegnanti, 200 mila personale Ata. <b>C’è una parziale mancata sostituzione del turn over, ma sa perché? Perché in Italia non si fanno figli, perché la sinistra, e quanto mi piacerebbe sentirlo, anziché parlare di denatalità, preferisce una propaganda bassa</b>. Se dovessimo fare un rapporto in media, insegnanti-alunni, il rapporto di questo governo sarebbe il più favorevole in assoluto”. Perché De Pascale, il governatore della sua Emilia-Romagna, vuole lasciare la conferenza stato-regioni? E’ un disertore? “<b>In verità dice anche che il bonus di trecento euro agli anziani, oltre 75 anni, è vergognoso, anziché salutarlo con favore</b>. Evidentemente per la sinistra di De Pascale è importante curarsi solo nelle strutture pubbliche, strutture dove però la sinistra aumenta il ticket. Voglio essere educato. Le parole di De Pascale mi sembrano fuori luogo”.</p><p>Youssef scagionato, fuori dal carcere, anche per lei, come per Meloni, è una decisione vergognosa? “Le rispondo e le ricordo che è stata annullata una decisione di altri magistrati, non proprio dei passacarte”. <b>Mi risponde sul “vergognoso”? “Lo faccio senza problemi. Perché la magistratura può criticare le decisioni del legislatore e la politica non può farlo con i magistrati? Non vorrei che in questo paese, la critica valga solo se si indossa la toga e non l’impermeabile dei politici”</b>. Ministro, è rappresaglia cambiare la legge sugli aumenti dei magistrati? Vi volete vendicare? “E’ legittimo per il futuro evitare il perpetuarsi di questi aumenti automatici. Cosa direbbe un italiano, di fronte a un governo che con fatica trova 165 milioni per gli autotrasportatori, ma che liquida un miliardo per i magistrati?”. E però, il governo pagherà, c’è una sentenza. Perché rifiutarsi? “Perché quando si oppone una regione è un titolo di merito mentre è eversivo se a rifiutarsi di firmare un atto è Meloni? <b>E’ vero, la sentenza andrà rispettata ma lo farà un commissario ad acta, non questo governo</b>”.</p><p>Andiamo in America: si sente più sicuro con una coabitazione Trump-democratici o con Trump fuori controllo? “Non vorrei che in Italia si commettesse il solito errore. Le prerogative di Trump rimarranno le stesse. Non penso che ci saranno effetti dirompenti né se Trump perde né se vince”. Attaccherà l’Iran? “<b>E’ da tre mesi che si parla di un attacco in Iran… Non dipenderà tanto dalla misura del voto espresso, ma voglio ricordare che di solito, in America, lo abbiamo visto, chi ride per primo, ride per ultimo</b>”.</p><p>Foti, lei sorride quando sente Salvini parlare di Ucraina? “<b>Il sostegno all’Ucraina diventerà sempre più strategico</b>”. Salvini vi farà cadere? “Si troverà sempre una soluzione. Sostenere l’Ucraina equivale a sostenere gli interessi dell’Italia. Sono d’accordo a evidenziare che l’Europa, deve, ora, presto, subito, individuare una figura che a nome dei 27 possa parlare a un tavolo di pace”. Caro Foti, Vannacci non le fa più paura? Si è sgonfiato? “<b>Ho sempre evitato di impiegare tempo prezioso a commentare le avventure di chi è uscito, ha abbandonato il centro- destra</b>”. Calenda? “Vede, questa legge elettorale, toglie alibi a chi si ritiene diverso dal centrodestra e dal centrosinistra”. Ha sentito Meloni dire che non andrà al Colle? Foti chi ci manda? “La notizia è che Meloni con questa posizione annuncia che vuole governare altri cinque anni”.</p><p>La chiamano il “buon maestro di FdI”, lei non ascolta i giovani? “Ricordo la mia scuola, lo scantinato del liceo Respighi di Piacenza. Il Pnrr ha cambiato le scuole italiane. Criticare va bene, ma spaccare teste non c’entra nulla con le critiche. <b>Vorrei suggerimenti</b>”. A Schlein cosa suggerisce? “Di parlare meno di Meloni e più di Schlein, di quello che vuol fare. Mi piacerebbe un paese dove si chiacchiera meno e si ragiona di più”. Sarebbe una meraviglia? “Abbiamo anche un’Alice…”. Quando si vota? “Nel 2027”. A maggio o a ottobre? “<b>E non è sempre il 2027?</b>”.</p>]]></description>
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				<title>Il nero Jonghi Lavarini rovina la marcia di Vannacci a Milano</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:28:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Riccardo Carlino, Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il generale&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908" target="_blank">Roberto Vannacci</a>&nbsp;riparte da Milano. E Roberto Jonghi Lavarini gli convoca già il primo consiglio federale, al contrario. Lavarini è conosciuto anche come “barone nero”, quello che organizza cene per ricordare la marcia su Roma e da qualche giorno si è iscritto ufficialmente a Futuro nazionale. E subito manda segnali: “L’organizzazione di Fn a Milano va assolutamente rivista”.</p><p>La marcia s’è rallentata e per ritrovare il passo Vannacci organizza gazebo elettorali in piazza Oberdan con Carmelo Burgio, il suo candidato sindaco (un altro generale) nel capoluogo lombardo, e cene private. Non crede, il generale, ai sondaggi che lo hanno lanciato ma che ora lo danno in calo. “Sono ammaestrati. I sondaggi veri li faccio in strada”. Quello di ieri ha visto la partecipazione dei suoi militanti, ma anche qualche contestazione quando Vannacci ha deciso di andare a fare un giro in Duomo per portare solidarietà ai negozi devastati dagli scontri delle scorse settimane. Al gazebo per Burgio c’era anche Laura Ravetto, il coordinatore lombardo Luca Ferrazzi. E poi, certo, il neo tesserato Lavarini, noto esponente della destra radicale milanese e ufficiale di collegamento con l’ultranazionalista russo Aleksandr Dugin, con cui vanta rapporti: è stato anche sostenitore di un asse tra il generale e Fabrizio Corona. Mentre la sua adesione al partito è arrivata solo venerdì scorso, dopo mesi trascorsi certamente da “osservatore esterno” ma certo con voce in capitolo più che consistente. E ora, da iscritto con tutti i crismi, “pretendo ancora di più”, ha detto. Dalla partecipazione dei militanti alla gestione del partito fino alla “assoluta trasparenza e rigorosa meritocrazia” nel selezionare dirigenti e candidati. Elementi che, se ne deduce, fino a oggi sono stati poco presenti. Il barone chiede inoltre un incarico all’altezza: <b>“Per poter lavorare al meglio mi serve, senza falsa e ipocrita modestia, un ruolo degno e confacente”</b>. Vannacci prende appunti e ieri, rilanciando la questione della sicurezza, ha voluto far sapere che lui a una commemorazione per la marcia su Roma ci andrebbe: “Perché no?”. Piuttosto scanserebbe il 25 aprile che “è divisivo”.</p><p><b>Quanto a Jonghi Lavarini invece, non si può escludere del tutto che il generale non gli dia ascolto</b>. Nei mesi scorsi, del resto, la sua accesissima polemica via chat – svelata dal Foglio – con il direttore del ‘Centro studi Rinascimento nazionale’ Luca Sforzini (“Nazista autentico”, “Per me non è un’offesa”) si è conclusa con l’espulsione di quest’ultimo da Fn. Ma i movimenti proseguono. E se Vannacci pesca nell’ultra destra un po’ “nazista”, i fuoriusciti e gli espulsi si guardano intorno. Tanto più ora che il centrodestra cerca di allargare. Proprio Sforzini starebbe infatti parlando con Forza Italia, in Piemonte. E’ così? “Le interlocuzioni – ci risponde – sono in corso con tutti i soggetti del centrodestra, a livello nazionale e non territoriale”.</p>]]></description>
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				<title>Bandecchi in trattativa con Forza Italia. “Valgo più dell’uno per cento. Vi fa schifo?”</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“Ho incontrato ieri mattina dei senatori di Forza Italia, da solo valgo più dell’1 per cento”</b>. Il centrodestra corteggia&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/stefano-bandecchi_32457/page/1" target="_blank">Stefano Bandecchi</a>, imprenditore, sindaco di Terni e leader di Dimensione Bandecchi. “Fisseremo un altro appuntamento prossimamente e vediamo cosa mi vogliono proporre. Ci sono tante soluzioni a disposizione”, dice al Foglio. Con un “prestito” di parlamentari FdI ha aiutato Cateno De Luca ad aggirare l’aumento delle firme previsto dalla legge elettorale.<b> “E’ stata una mossa intelligente da parte di Meloni. Per ottenere un risultato positivo in Sicilia non poteva non fare un accordo con De Luca”</b>, ragiona Bandecchi. Lo sa bene il centrosinistra, che stringe mani con Carc e Rifondazione Comunista, così come il centrodestra. Venerdì in via della Scrofa il meloniano Giovanni Donzelli ha incontrato i rappresentanti di Alternativa popolare, di cui Bandecchi è stato coordinatore. “L’accordo col centrodestra lo stipulai io due anni fa – rivendica il sindaco – grazie al quale abbiamo corso insieme in Liguria e in Umbria”.</p><p>Stare da quelle parti per Bandecchi non sarebbe dunque inedito. “Il mio cuore batte nel centrodestra, e sicuramente sono molto più vicino a FI che a tutti gli altri partiti della maggioranza. Anche se – nota il sindaco – aver innalzato così tanto la raccolta delle firme per presentarsi alle elezioni non è un bel modo per dire che la democrazia è sovrana”. Malgrado le critiche, Bandecchi si mostra interessato a un’intesa. “Non credo che il mio partito da solo possa contare chissà quanto. Ma alle prossime elezioni ci sarà un fronte liberale di destra e uno socialista di sinistra.<b> Bisogna essere partigiani, stare da una parte. Riaffidare l’Italia alle sinistre che vedo oggi per me è spaventoso</b>”. Ed è qui che il suo partito, nato nel settembre 2025, secondo il suo leader ha più valore: “Oggi il nome di Stefano Bandecchi, in Italia, un uno e mezzo per cento lo vale da solo. Se gli fa schifo... ognuno facesse i propri conti. Ogni voto in queste elezioni è fondamentale”. Bene l’accordo, a una condizione: “<b>Vannacci va lasciato fuori</b>, lui è più socialista dei socialisti. Ma anche gli italiani se ne stanno accorgendo. Stanno tornando all’ovile”.</p>]]></description>
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				<title>Dice Cremaschi (ex Fiom): “Conte o Schlein? Meglio Silvia Salis. Landini? Moderato. Alle primarie sosterrà Elly”</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Parafrasando Nenni: se gareggi con un comunista puro, troverai sempre un comunista che ti epura. Potere al Popolo e (voce) a <b>Giorgio Cremaschi, ex presidente della Fiom: “Tra Conte, Schlein e Silvia Salis? Meglio Salis. È intelligente. È scesa in piazza con i portuali e con l’Usb, il sindacato vero”. Landini? “Un moderato che alle primarie farà votare Schlein”. Ucraina? “Si salva con il disarmo totale e lo scioglimento della Nato”. Candidare Youssef? “Meglio Moni Ovadia”. Shalom</b>.&nbsp;</p><p>I comunisti acerbi (e pure Acerbo di Rifondazione comunista) vogliono salire sul “Freccia Lenin”, il vagone rosso del Campo largo, ma lui no. E’ Cremaschi, l’infiammato, il metalmeccanico che non si imbullona al seggio. Cremaschi, di chi sono le piazze della protesta? “Di certo non sono del Pd. Quel partito, con le piazze, non c’entra nulla”. Potere al popolo, ma i voti a chi? “Questo Campo largo non si può votare, si va da Renzi ad Acerbo. Impossibile governare”. La sua Potere al Popolo, il partito che fischia il Pd, con chi sta? “Sta con l’Usb, il sindacato che, a differenza della Cgil, non sostiene la politica economica di Meloni”. Landini sostiene Meloni? “Non solo, anche le politiche di Confindustria. Landini è collaterale”. Landini, chi? “Un moderato che non si candiderà alle politiche. Per il momento”. Alle primarie la Cgil chi appoggia? “Il deep state della Cgil, penso al sindacato dei pensionati, si accorderà con il deep state del Pd”. Vincerà Schlein? “Penso di sì”. Cremaschi, fra Conte e Schlein? “Preferirei Conte”. Avs? “E’ una corrente esterna del Pd”. Insomma, non resta che Potere al Popolo, lei, e la leader Marta Collot? “Non solo noi. Ci sono ragazzi che partecipano alla lotta”. Con il Campo largo mai? “Non scherziamo. Il nostro programma è chiaro: rottura totale con Israele, no al riarmo, no all’austerità”. Non è simile al programma del Campo largo? “Il Campo largo favorisce il liberismo. Sento che si metteranno d’accordo sull’Ucraina. Ma quale sarà la mediazione? Boh o forse?”. Mentre voi? “Dobbiamo offrire alla Russia qualcosa e salvare l’Ucraina”. Cosa? “Il disarmo nucleare totale e lo scioglimento della Nato. Solo così potremo negoziare con Putin”. Perfetto. Avanti. Conte, Schlein o Salis di Genova? “Ecco, Salis ha dimostrato di essere intelligentissima. Ha partecipato alla commemorazione di Carlo Giuliani, è scesa in piazza con i portuali e l’Usb”. Il sindacato ancora più rosso della Cgil, che bloccherà l’Italia il 12 dicembre? “Un sindacato che lavora nella logistica e che chiederà a Meloni di lasciare”. Potere al popolo quale senatore si farà prestare? “Nessuno”. Quindi niente corsa alle elezioni? “Se la Consulta non cambia la legge, resteremo fuori. Non chiederemo aiuto”. Con la sinistra al governo? “Lo stato confusionale della sinistra può fare vincere la destra”. Duri, puri e di Salis (che ha tagliato pure i capelli, occhio). Abbiamo anche Potere a Silvia!</p>]]></description>
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				<title>I seggi in bilico alla Camera che dovrebbero preoccupare i repubblicani</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 17:32:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Mariana Alfaro, Anna Liss-Roy, Eric Lau</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ai democratici basta guadagnare tre seggi rispetto ai repubblicani per conquistare la maggioranza alla Camera. Oggi i repubblicani ne controllano 219 (compreso quello di un indipendente che aderisce al loro gruppo), contro i 214 dei democratici. Altri due seggi sono vacanti.</p><p>I repubblicani devono difendere anche collegi fino a poco tempo fa considerati sicuri, in stati come Indiana, Nevada e Texas. Il clima politico è diventato sfavorevole al partito, soprattutto per il caro vita, l'impopolarità della guerra in Iran e il calo dei consensi del presidente Donald Trump.</p><p>A settembre e ottobre avevamo già indicato i temi e le campagne elettorali da seguire sulla base delle valutazioni del Cook Political Report. Questa è la lista aggiornata, con i collegi diventati contendibili negli ultimi giorni e senza quelli in cui i democratici sono ormai nettamente favoriti.</p><h2>Le roccaforti repubblicane diventate contendibili</h2><p>Il Cook Political Report ha rivisto le proprie previsioni, aumentando le possibilità di vittoria dei democratici in questi collegi tradizionalmente repubblicani. Una novità che ha messo in allarme il partito.</p><p><b>5° collegio del Colorado: il deputato Jeff Crank (R) contro Jessica Killin (D)</b></p><ul><li>Crank affronta una democratica che ha raccolto molti fondi, Jessica Killin, ex militare dell'esercito ed ex capo di gabinetto di Doug Emhoff, marito dell'allora vicepresidente Kamala Harris. Il collegio si è spostato verso i democratici.</li></ul><p><b>13° collegio della Florida: la deputata Anna Paulina Luna (R) contro Leela Gray (D)</b></p><ul><li>I democratici avevano già provato, senza riuscirci, a battere Luna. Ma la deputata è una figura controversa alla Camera e stavolta sfida Gray, che dispone di ingenti fondi per la campagna e cerca di presentarla agli elettori come un'estremista.</li></ul><p><b>27° collegio della Florida: la deputata María Elvira Salazar (R) contro Eliott Rodriguez (D)</b></p><ul><li>La stretta di Trump sull'immigrazione è uno dei temi centrali in questo collegio, dove gli ispanici rappresentano il 74 per cento della popolazione. A settembre Salazar ha diffuso uno spot in cui diceva a Trump che le sue politiche sull'immigrazione si erano «spinte troppo oltre».</li></ul><p><b>5° collegio dell'Indiana: la deputata Victoria Spartz (R) contro J.D. Ford (D)</b></p><ul><li>Spartz, prima parlamentare del Congresso nata in Ucraina, difende il seggio che occupa dal 2021 contro il senatore statale democratico J.D. Ford. È nota per cambiare spesso idea all'ultimo momento prima delle votazioni più importanti.</li></ul><p><b>1° collegio del Minnesota: il deputato Brad Finstad (R) contro Jake Johnson (D)</b></p><ul><li>Finstad è deputato dal 2022 e finora ha vinto con ampi margini. Le accuse di frodi su larga scala, al centro di un caso che ha coinvolto il Minnesota e suscitato attenzione in tutto il paese, potrebbero favorire i repubblicani. Ma stavolta Finstad deve affrontare una sfida serrata contro l'insegnante Jake Johnson. Nel 2024 Trump ha vinto in questo collegio con quasi 13 punti di vantaggio.</li></ul><p><b>10° collegio dell'Ohio: il deputato Mike Turner (R) contro Kristina Knickerbocker (D)</b></p><ul><li>Turner, ex sindaco di Dayton, è deputato dal 2003 ed è stato più volte rieletto con un largo margine. Ora deve vedersela con Kristina Knickerbocker, ex militare dell'Aeronautica, in una sfida più incerta del solito. Anche i due principali candidati repubblicani nello stato, il senatore Jon Husted e l'aspirante governatore Vivek Ramaswamy, sono in difficoltà.</li></ul><p><b>15° collegio dell'Ohio: il deputato Mike Carey (R) contro Don Leonard</b></p><ul><li>Carey è stato eletto per la prima volta in una suppletiva nel 2021 e ora sfida Don Leonard, ex professore della Ohio State University. Come per Turner, un buon risultato dei democratici nelle elezioni per le cariche statali potrebbe compromettere la sua rielezione.</li></ul><p><b>1° collegio del Wisconsin: il deputato Bryan Steil (R) contro Mitchell Berman (D)</b></p><ul><li>Il collegio elegge deputati repubblicani da oltre trent'anni. Ma la redistribuzione dei collegi nel 2022 ha reso il seggio più contendibile, e il clima politico di quest'anno mette a rischio la rielezione di Steil.</li></ul><p><b>Alcuni dei collegi diventati contendibili più di recente sono quelli in cui il deputato uscente non si ricandida, anche se Trump vi aveva vinto con almeno dieci punti di vantaggio nel 2024.</b></p><ul><li>Nel 21° collegio di New York, lasciato libero da Elise Stefanik, l'allevatore Blake Gendebien (D) sfida Anthony Constantino, repubblicano, rapper dilettante e amministratore delegato di un'azienda che produce adesivi.</li></ul><ul><li>Nel 1° collegio della South Carolina, lasciato libero da Nancy Mace, l'ammiraglio della Marina in pensione Nancy Lacore (D) sfida Jenny Costa Honeycutt (R), consigliera della contea di Charleston.</li></ul><ul><li>Nel 6° collegio del Kentucky, lasciato libero da Andy Barr, l'ex parlamentare statale e responsabile della sanità del Kentucky Ralph Alvarado (R) affronta l'ex procuratore federale Zach Dembo (D).</li></ul><h2>Gli altri seggi lasciati liberi&nbsp;</h2><p>Quest'anno, più repubblicani del solito hanno deciso di non ricandidarsi alla Camera, scegliendo di ritirarsi dalla politica o di puntare ad altre cariche. I loro collegi sono diventati occasioni importanti per i democratici, anche perché chi cerca la rielezione parte di norma avvantaggiato.</p><p><b>I seggi lasciati liberi da repubblicani candidati ad altre cariche</b></p><ul><li>Dopo la decisione di John James, deputato del 10° collegio del Michigan, e David Schweikert, eletto nel 1° dell'Arizona, di candidarsi a governatore, il Cook Political Report considera ormai in bilico entrambe le sfide per la loro successione. In Arizona il democratico Amish Shah affronta il repubblicano Jay Feely, mentre in Michigan la democratica Christina Hines sfida il repubblicano Michael Bouchard. Nel 2° collegio dell'Iowa il repubblicano Joe Mitchell parte con un leggero vantaggio sulla democratica Lindsay James per il seggio lasciato libero da Ashley Hinson, candidata al Senato.</li></ul><p><b>Le occasioni create dalla ridefinizione dei collegi</b></p><ul><li>La ridefinizione dei collegi elettorali avviato a metà del decennio in molti stati ha spinto alcuni deputati a non ripresentarsi nelle circoscrizioni in cui erano stati eletti, facendo perdere ai loro partiti il vantaggio del candidato uscente. Lois Frankel (D-Florida) ha deciso di correre in un altro collegio dopo che il 22°, da lei rappresentato, è stato ridisegnato per favorire i repubblicani. A contendersi quel seggio saranno la democratica Pia Dandiya e il repubblicano Casey Askar. In California, Darrell Issa (R) ha scelto di lasciare il Congresso dopo che il suo 48° collegio è stato ridisegnato per favorire i democratici. Si sfideranno la democratica Marni von Wilpert e il repubblicano Jim Desmond.</li></ul><p><b>Due seggi aperti che potrebbero favorire i repubblicani</b></p><ul><li>Chuck Edwards ha interrotto la campagna per la rielezione nell'11° collegio della North Carolina dopo che un'indagine della Camera ha accertato «ripetuti comportamenti non professionali e inappropriati» nei confronti di due collaboratrici. I repubblicani hanno candidato al suo posto la parlamentare statale Jennifer Balkcom, che affronterà l'agricoltore Jamie Ager.</li></ul><ul><li>Il 7° collegio della Florida è diventato meno rischioso per i repubblicani dopo che Cory Mills, coinvolto in diversi scandali, fra cui accuse di molestie sessuali, ha perso le primarie contro Ryan Elijah. Quest'ultimo affronta il democratico Bale Dalton, ma il risultato resta incerto.</li></ul><h2>Le sfide segnate dagli scandali&nbsp;</h2><p><b>7° collegio del New Jersey: il deputato Tom Kean Jr. (R) contro Rebecca Bennett (D)</b></p><ul><li>Kean, eletto nel 2022, è stato criticato per le poche spiegazioni fornite durante i quattro mesi in cui, questa primavera, non ha partecipato alle votazioni della Camera. Quando è tornato a giugno, ha rivelato di essersi sottoposto a cure per la depressione.</li></ul><p><b>2° collegio del Nevada: Teresa Benitez-Thompson (D) contro David Flippo (R)</b></p><ul><li>Il deputato repubblicano Mark Amodei ha deciso di non ricandidarsi e si è rifiutato di sostenere il candidato scelto dal suo partito per sostituirlo. I democratici hanno schierato Teresa Benitez-Thompson, ex leader della maggioranza alla Camera del Nevada, contro il consulente finanziario David Flippo, finito al centro delle polemiche per aver esagerato il valore della Bronze Star, una decorazione militare ricevuta in passato. Su Flippo sono in corso anche verifiche sui rendiconti dei finanziamenti elettorali.&nbsp;</li></ul><p><b>7° collegio dell'Ohio: il deputato Max Miller (R) contro Brian Poindexter (D)</b></p><ul><li>L'ex moglie di Miller lo ha accusato di violenza domestica, ma lui respinge le accuse. È inoltre oggetto di un'indagine della commissione Etica della Camera. In passato entrambi i senatori repubblicani dell'Ohio, compreso Bernie Moreno, padre dell'ex moglie di Miller, gli hanno chiesto di farsi da parte, nonostante il collegio sia tradizionalmente una roccaforte repubblicana.</li></ul><h2>L'effetto boomerang della redistribuzione dei collegi</h2><p>In alcuni stati la ridefinizione dei collegi per favorire un partito rischia di ritorcersi contro chi lo ha voluto, o comunque potrebbe non bastare per vincere. Secondo gli analisti elettorali, diversi collegi ritagliati per avvantaggiare i repubblicani sono più contendibili del previsto, anche per il clima politico favorevole ai democratici.</p><h2>Il voto degli ispanici potrebbe cambiare gli equilibri in Texas</h2><p>Nei collegi del Texas modificati di recente si vedrà se gli elettori ispanici, che nel 2024 si erano spostati verso i repubblicani, torneranno a votare per i democratici. Nel 15° collegio Monica De La Cruz (R) affronta il popolare musicista messicano-americano Bobby Pulido. I nuovi confini hanno reso il collegio un po' meno favorevole ai repubblicani, trasferendo parte del loro elettorato in altre circoscrizioni. Il democratico Vicente Gonzalez si candida ora nel 34° collegio, dove con i nuovi confini Trump avrebbe vinto di dieci punti nel 2024. Johnny Garcia (D) e Carlos De La Cruz (R) si contendono invece il 35°, ridisegnato radicalmente e senza un deputato uscente in corsa.</p><ul><li>Nel 23° collegio del Texas, il repubblicano Tony Gonzales ha dovuto rinunciare alla rielezione dopo aver ammesso una relazione con una collaboratrice che in seguito si è tolta la vita. Poi si è anche dimesso. Il seggio, tradizionalmente repubblicano, è così rimasto vacante. I democratici sperano di conquistarlo con l'avvocata Katy Padilla Stout, mentre i repubblicani hanno candidato Brandon Herrera, personaggio dei social sostenitore del diritto di possedere armi e noto per le sue dichiarazioni provocatorie</li></ul><h2>I democratici della Florida possono ancora farcela</h2><ul><li>In Florida Kathy Castor e Jared Moskowitz, entrambi deputati democratici, restano in corsa per la vittoria nonostante il ridisegno dei rispettivi collegi. Le nuove circoscrizioni, prima favorevoli ai democratici, sono state tracciate in modo tale che Trump vi avrebbe vinto nel 2024 con nove e undici punti di vantaggio. Castor sfida Mike Beltran nel 14° collegio, Moskowitz affronta Scott Singer nel 25°.</li></ul><ul><li>Il democratico Darren Soto, da molti anni alla Camera, era considerato uno dei deputati più a rischio dopo che i repubblicani avevano ridisegnato il suo 9° collegio, dove gli ispanici erano la maggioranza e ora il gruppo più numeroso è quello dei bianchi. Soto ha cercato di mobilitare gli elettori ispanici contrari ai nuovi confini per battere il repubblicano Dan Green, ex militare della Marina.</li></ul><p><b>2° collegio dell'Alabama: Rhett Marques (R) contro il deputato Shomari Figures (D)</b></p><p>Una sentenza della Corte Suprema che ha indebolito una norma fondamentale del Voting Rights Act, la legge sul diritto di voto, ha reso più semplice per l'Alabama eliminare il secondo collegio dello stato a maggioranza nera, vinto da Figures nel 2024. I democratici sperano che il deputato riesca a conservare il seggio grazie a una forte mobilitazione degli elettori neri, contrari al ridisegno dei collegi.</p><p><b>1° collegio della North Carolina: Laurie Buckhout (R) contro il deputato Don Davis (D)</b></p><p>In North Carolina i repubblicani hanno modificato i confini del collegio di Davis per favorire il loro partito, riducendo dal 40 al 32 per cento la quota di elettori neri in età di voto. Davis conta di resistere grazie alle posizioni moderate assunte nelle votazioni alla Camera e ai rapporti costruiti nelle zone costiere entrate a far parte del suo collegio.</p><h2>I repubblicani nei collegi vinti da Harris</h2><p>Fra le occasioni migliori per i democratici ci sono i collegi che nel 2024 hanno votato per Kamala Harris, ma sono rappresentati da deputati repubblicani. Il Cook Political Report considera ormai probabile il passaggio ai democratici del 2° collegio del Nebraska, che figurava nella nostra lista precedente, dopo il ritiro del deputato repubblicano eletto lì da molti anni.</p><p><b>17° collegio di New York: il deputato Mike Lawler (R) contro Cait Conley (D)</b></p><ul><li>Lawler, un repubblicano moderato, ha partecipato ai comizi con Trump nonostante rappresenti un collegio in cui Harris ha vinto con meno di un punto di vantaggio. I democratici sono riusciti a schierare la candidata su cui puntavano, Cait Conley, ex militare dell'esercito che nel 2024 ha coordinato le iniziative federali per garantire la sicurezza delle elezioni.</li></ul><p><b>1° collegio della Pennsylvania: il deputato Brian Fitzpatrick (R) contro Bob Harvie (D)</b></p><ul><li>Fitzpatrick, repubblicano moderato, ha buone possibilità di conservare il seggio in un collegio vinto di misura da Harris. Alle elezioni ottiene regolarmente più voti degli altri candidati repubblicani e gode del sostegno di sindacati tradizionalmente vicini ai democratici. Questi ultimi, però, confidano che Bob Harvie, consigliere di contea, possa batterlo approfittando del clima sfavorevole al Partito repubblicano.</li></ul><h2>I democratici nei collegi vinti da Trump</h2><p>I democratici devono difendere diversi seggi in collegi vinti da Trump alle ultime presidenziali. Alcuni deputati democratici nel 2024 sono riusciti a farsi rieleggere solo di misura, ma oggi partono da una posizione migliore, in un anno che sembra favorire il loro partito e con Trump poco popolare. Ecco le sfide più incerte.</p><p><b>2° collegio del New Mexico: Greg Cunningham (R) contro il deputato Gabe Vasquez (D)</b></p><ul><li>Vasquez rappresenta un collegio al confine con il Messico e sull'immigrazione ha assunto posizioni più rigide rispetto a molti altri democratici. Affronta Cunningham, ex marine di origini ispaniche che ha messo la sicurezza e il rispetto della legge al centro della campagna elettorale.</li></ul><p><b>9° collegio dell'Ohio: Derek Merrin (R) contro la deputata Marcy Kaptur (D)</b></p><ul><li>Marcy Kaptur, la donna che ha trascorso più anni al Congresso nella storia americana, è abituata a farsi rieleggere nonostante i collegi siano stati ridisegnati per favorire i suoi avversari. Ci è riuscita almeno cinque volte. Quest'anno i nuovi confini rendono la sfida ancora più difficile. Nel collegio in cui si presenta, Trump nel 2024 ha vinto con 11 punti di vantaggio.</li></ul><p><b>3° collegio di Washington: John Braun (R) contro la deputata Marie Gluesenkamp Perez (D)</b></p><ul><li>Gluesenkamp Perez, che in alcune votazioni si è schierata con i repubblicani, nel 2024 ha battuto nettamente uno sfidante della destra radicale, anche se Trump aveva conquistato il collegio con circa tre punti di vantaggio. Stavolta però deve affrontare un senatore statale repubblicano più moderato.</li></ul><h2>La sfida dei candidati progressisti</h2><p>Quest'anno la maggior parte dei democratici progressisti e dei candidati vicini ai Democratic Socialists of America si presenta in collegi dove la vittoria democratica è quasi certa. Alcuni, però, corrono in collegi contesi e decisivi per la maggioranza, scommettendo sulla possibilità di vincere anche lì con un programma economico populista.</p><p><b>1° collegio del Montana: Aaron Flint (R) contro Sam Forstag (D)</b></p><ul><li>Forstag, un vigile del fuoco che si lancia con il paracadute per combattere gli incendi boschivi ed ex dirigente sindacale, affronta Flint, scelto come successore dal deputato uscente Ryan Zinke. Per quel seggio, senza un candidato uscente, fino a poche settimane fa il Cook Political Report riteneva probabile una vittoria repubblicana. Flint accusa Forstag di essere troppo a sinistra per il collegio, ricordando che alle primarie ha fatto campagna elettorale con il senatore Bernie Sanders (indipendente del Vermont) e la deputata Alexandria Ocasio-Cortez (democratica di New York).</li></ul><p><b>22° collegio della California: il deputato David G. Valadao (R) contro Randy Villegas (D)</b></p><ul><li>Valadao è riuscito a farsi eleggere più volte in California prendendo le distanze da Trump, anche se ha perso il seggio per una legislatura dopo la vittoria democratica del 2018. Villegas, esponente dell'ala progressista, ha battuto alle primarie un candidato più moderato sostenuto dal comitato elettorale dei democratici alla Camera.</li></ul><p><b>8° collegio del Colorado: il deputato Gabe Evans (R) contro Manny Rutinel (D)</b></p><ul><li>Evans, repubblicano moderato, affronta Rutinel, parlamentare statale progressista ed ex attivista per i diritti degli animali, che alle primarie ha battuto un democratico più centrista. In campagna elettorale Rutinel ha però ammorbidito alcune posizioni, fra cui quelle sulla sanità e sul fracking.</li></ul><p><b>2° collegio del Maine: Paul LePage (R) contro Matt Dunlap (D)</b></p><ul><li>Jared Golden, deputato democratico moderato, non si ricandida in uno dei collegi più favorevoli ai repubblicani fra quelli attualmente rappresentati dai democratici. Qui Trump nel 2024 ha vinto con quasi dieci punti di vantaggio. Matt Dunlap, revisore dei conti dello stato vicino all'ala progressista, ha battuto alle primarie un candidato sostenuto dai vertici del partito e ora affronta Paul LePage, ex governatore per due mandati.</li></ul><p><b>7° collegio del Michigan: il deputato Tom Barrett (R) contro William Lawrence (D)</b></p><ul><li>Lawrence, attivista progressista e cofondatore del Sunrise Movement, ha battuto alle primarie candidati democratici più moderati. Nel 2024 ha suscitato le proteste di esponenti politici neri definendoli «un pilastro, francamente, del potere americano dell'establishment, capitalista e imperialista». Lawrence, che è bianco, ha scritto su X che le sue parole erano state «goffe» ed estrapolate dal contesto, e che si riferiva alle posizioni contro la guerra nella comunità nera.</li></ul><h2>Le sfide dell'estrema destra&nbsp;</h2><p>Questi deputati dell'ala più radicale del Partito repubblicano cercano di conservare il seggio contro avversari più moderati. Il voto dirà se le loro posizioni troppo a destra finiranno per penalizzarli o se riusciranno a mobilitare gli elettori del movimento MAGA e a vincere.</p><p><b>4° collegio del Colorado: la deputata Lauren Boebert (R) contro Eileen Laubacher (D)</b></p><ul><li>Boebert, molto popolare fra i sostenitori del movimento MAGA, nel 2024 si è candidata in un collegio più favorevole ai repubblicani dopo aver rischiato la sconfitta nel 2022. Ma la democratica Eileen Laubacher, che ha raccolto oltre 13 milioni di dollari, è riuscita a rendere la corsa più incerta.</li></ul><p><b>Collegio unico dell'Alaska: il deputato Nick Begich (R) contro Bill Hill (I)</b></p><ul><li>Begich è uno dei parlamentari più conservatori di uno stato dove le preferenze politiche cambiano molto da un'elezione all'altra e dove spesso vincono candidati moderati. Per batterlo, i democratici hanno scelto di sostenere un indipendente centrista.</li></ul><p><b>2° collegio dell'Arizona: il deputato Elijah Crane (R) contro Jonathan Nez (D)</b></p><ul><li>Crane, ex membro delle forze speciali della Marina statunitense, ha fatto parlare di sé per aver eliminato dal sito elettorale i riferimenti a Trump. Nez, ex presidente della Navajo Nation, ha invece forti legami con la numerosa comunità di nativi americani del collegio.</li></ul><p><b>10° collegio della Pennsylvania: il deputato Scott Perry (R) contro Janelle Stelson (D)</b></p><ul><li>Perry, ex presidente del Freedom Caucus, la componente più conservatrice dei repubblicani alla Camera, ha avuto un ruolo di primo piano nei tentativi di Trump di ribaltare il risultato delle presidenziali del 2020. Stelson, ex conduttrice televisiva, nel 2024 è andata vicina a batterlo.</li></ul><p><b>3° collegio del Wisconsin: il deputato Derrick Van Orden (R) contro Rebecca Cooke (D)</b></p><ul><li>Van Orden, ex membro delle forze speciali della Marina, è stato criticato per la sua presenza fuori dal Campidoglio di Washington durante l'assalto del 6 gennaio 2021 e per alcune dichiarazioni senza fondamento dopo gli attacchi a colpi d'arma da fuoco contro esponenti democratici del Minnesota dello scorso anno. Cooke è una piccola imprenditrice che nel 2024 ha perso per meno di tre punti percentuali.</li></ul><h2>I repubblicani vicini alla linea tradizionale del partito</h2><p>Questi quattro deputati sono conservatori vicini alla linea tradizionale del Partito repubblicano e in genere votano con il proprio gruppo. Sono riusciti finora a conservare i seggi, ottenendo talvolta più voti di Trump nei rispettivi collegi o risultati migliori delle previsioni.</p><p><b>1° collegio dell'Iowa: la deputata Mariannette Miller-Meeks (R) contro Christina Bohannan (D)</b></p><ul><li>Miller-Meeks affronta per la terza volta consecutiva la stessa candidata democratica. Nel 2024 ha vinto con appena 799 voti di vantaggio in un collegio che comprende Iowa City, città di orientamento progressista, e alcune zone intorno all'Università dell'Iowa.</li></ul><p><b>4° collegio del Michigan: il deputato Bill Huizenga (R) contro Sean McCann (D)</b></p><ul><li>Nel 2024 Huizenga ha ottenuto sei punti percentuali in più di Trump nel suo collegio, risultando uno dei pochi repubblicani capaci di superare il presidente alle urne. I democratici, però, sperano di conquistare il seggio grazie allo spostamento del Michigan verso il loro partito.</li></ul><p><b>7° collegio della Pennsylvania: il deputato Ryan Mackenzie (R) contro Bob Brooks (D)</b></p><ul><li>Mackenzie è uno dei deputati repubblicani che rischiano di più. Nel 2024 ha vinto il seggio con un solo punto di vantaggio, mentre Trump nello stesso collegio aveva prevalso di circa tre punti. I democratici puntano su Brooks, ex sindacalista dei vigili del fuoco, per attirare gli elettori bianchi della classe lavoratrice che sostengono Trump.</li></ul><p><b>1° collegio della Virginia: il deputato Rob Wittman (R) contro Shannon Taylor (D)</b></p><ul><li>Wittman è abituato a vincere con facilità, ma quest'anno la sua rielezione è meno scontata. Trump ha conquistato il collegio con soli cinque punti di vantaggio nel 2024 e la candidata democratica a governatrice vi ha prevalso di due punti lo scorso anno. Inoltre, nei sobborghi di Richmond compresi nel collegio i consensi democratici sono cresciuti rapidamente.</li></ul><h2>I repubblicani moderati&nbsp;</h2><p>Questi deputati repubblicani relativamente moderati cercano di conservare il seggio conquistando anche i voti degli indipendenti e degli elettori più vicini ai democratici. Per farlo, su alcune questioni si spostano verso il centro e prendono le distanze dal partito, pur mantenendo posizioni conservatrici su altri temi.</p><p><b>6° collegio dell'Arizona: il deputato Juan Ciscomani (R) contro JoAnna Mendoza (D)</b></p><ul><li>Nel 2024 Ciscomani ha vinto di misura in questo collegio dell'Arizona, vicino al confine con il Messico e con una forte presenza ispanica. Ha sostenuto misure per regolarizzare la posizione di chi è stato portato illegalmente negli Stati Uniti da bambino.</li></ul><p><b>3° collegio dell'Iowa: il deputato Zach Nunn (R) contro Sarah Trone Garriott (D)</b></p><ul><li>Nunn non aderisce al Problem Solvers Caucus, il gruppo parlamentare bipartisan di cui fanno parte molti repubblicani moderati. Tuttavia è considerato uno dei deputati più disponibili a lavorare con l'altro partito ed è stato l'unico repubblicano dell'Iowa a votare per la proroga dei sussidi maggiorati previsti dall'Affordable Care Act, la riforma sanitaria nota come Obamacare.</li></ul><p><b>8° collegio della Pennsylvania: il deputato Rob Bresnahan (R) contro Paige Cognetti (D)</b></p><ul><li>Bresnahan cerca di conservare il seggio nell'area di Scranton, conquistato nel 2024 battendo di misura un deputato democratico in carica da molti anni. Ha cercato di farsi conoscere come un parlamentare capace di lavorare con entrambi i partiti, soprattutto su infrastrutture e agricoltura.</li></ul><p><b>2° collegio della Virginia: la deputata Jen Kiggans (R) contro Elaine Luria (D)</b></p><ul><li>Kiggans ritrova come avversaria Elaine Luria, deputata democratica per due mandati che aveva battuto nel 2022. È considerata una delle repubblicane più a rischio: nel suo collegio Trump ha vinto nel 2024 con appena 0,27 punti percentuali di vantaggio. Lo scorso anno Kiggans ha proposto insieme a esponenti democratici un piano per ampliare i sussidi maggiorati dell'Affordable Care Act.&nbsp;</li></ul><p><i>Hanno contribuito a questo articolo Ben Binday, Dan Merica e Karen Tumulty&nbsp;</i></p><p><i>Copyright Washington Post</i></p>]]></description>
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				<title>Il Congresso ucciso da Trump. Ecco che poteri potrebbe riprendersi con una maggioranza dem</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 14:48:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Supponete… un corpo legislativo composto in modo da rappresentare la maggioranza senza essere necessariamente schiavo delle sue passioni. Un potere esecutivo che abbia una sua forza propria. E poi un potere giudiziario indipendente dagli altri due poteri. Allora avrete ancora un governo democratico, ma non ci sarà quasi più rischio di tirannide”. Lo scriveva Alexis de Toqueville nel suo "<a href="https://link.amazon/B03LPOVE8" target="_blank">La democrazia in America</a>"<i>. </i>La grandezza dell’esperimento americano, secondo i costituzionalisti, si è sempre basata sull’equilibrio di poteri. Nessuno ha supremazia, nessuno sovrasta gli altri. Ma <b>Donald Trump ha provato a trasformare il Congresso in un’appendice</b>. Non solo <b>ha governato con un numero spropositato di decreti esecutivi </b>– firmando cerimoniosamente le pergamene con un pennarellone indelebile nero – ma <b>ha controllato la sua maggioranza repubblicana al Congresso come se senatori e deputai non fossero stati scelti dagli elettori, ma da lui</b>. Ha epurato il partito dai non-fedeli e ha spinto, nelle primarie, quelli che gli promettevano totale obbedienza.</p><p>In questi due anni di seconda e potenziata amministrazione, <b>Trump ha trasformato lo<i> speaker of the house</i> in un maggiordomo</b>. Lo speaker, leader della maggioranza alla camera e secondo in linea di successione alla presidenza dopo il vicepresidente, dovrebbe controllare l’agenda politica, proteggendo l’indipendenza e la centralità del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/congresso-americano_56271" target="_blank">Congresso</a>. Proprio perché Trump ha creato questo clima di terrore tra i banchi di Washington, Mike Johnson – che diceva che le elezioni del 2020 erano state rubate dai democratici – venne scelto come speaker a Mar-a-Lago dove Trump convinse i suoi fedeli Maga a votarlo. Johnson, distruggendo l’idea di <i>check and balances</i> al cuore della costituzione, ha lasciato che il ramo legislativo seguisse l’agenda impostata dalla Casa Bianca. Anche sulle decisioni di spesa pubblica definite dalla camera, Trump ha considerato le decisioni dei legislatori come raccomandazioni, non come obblighi vincolanti. Lo stesso è avvenuto, anche solo nei primi 100 giorni di presidenza, su temi come immigrazione, scolarizzazione, allocazione di risorse federali e smantellamento di agenzie governative. <b>Nel 2025 la camera ha passato un numero record minimo di leggi, mentre quello dei decreti presidenziali è stato il doppio del primo mandato iniziato nel 2016</b> (quando c’era ancora una forza conservatrice anti-Maga).</p><p>Il desiderio di presidenzialismo trumpiano non si è visto solo nel modo in cui ha trattato il Congresso, cioè come un potere di serie B, ma è qui che si è resa più evidente la tendenza tirannica di cui parlava Tocqueville e contro la quale i padri fondatori avevano definito la costituzione. Anche il modo in cui si sono raccontati i rapporti tra Capitol Hill e Casa Bianca mostrano che si è entrati in una narrativa presidenzialista.&nbsp;Si è parlato di “rivolta” quando sei senatori del GoP, che si sono dimostrati più indipendenti dei colleghi della camera, hanno osato mostrare disdegno per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/10/21/news/la-casa-bianca-sotto-le-ruspe-di-trump-quando-la-storia-cede-ai-progetti-presidenziali--124609">la costruzione della barocca sala da ballo e per la distruzione della East wing</a>. <b>Con una maggioranza democratica alla camera i deputati potrebbero ottenere tre forme di potere, togliendole all’influenza Maga-presidenziale</b>.</p><p>Potrebbero:</p><p>Uno: investigare membri dell’amministrazione Trump – soprattutto in relazione ad affari economici con aziende private, compresi gli impeachment, che però hanno bisogno poi di due terzi del senato.</p><p>Due: riprendere in mano il controllo della spesa pubblica e del budget.</p><p>E tre, nominando i capi delle commissioni, avere un controllo maggiore sull’agenda legislativa e sulle attività dei dipartimenti federali, cioè vedere se vengono effettivamente applicate le leggi approvate dal congresso, e come.</p><p>Nel peggiore dei casi la nuova camera si potrà riappropriare di un ruolo di controllo.</p><p><b>Un Senato in mano democratica potrebbe bloccare le nomine di giudici </b>– anche della corte suprema – <b>o di sostituzioni di membri del gabinetto</b>. Ma è più difficile aggiustare che distruggere, e tra veti e ordini esecutivi, il presidente potrebbe mantenere quel potere che è stato tolto al Congresso: regolare il commercio estero (i dazi!) e approvare le guerre (l’Iran!), due temi chiave di queste midterm.</p>]]></description>
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				<title>Perché Trump si spende per il presidente polacco Nawrocki. Oltre le proteste</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:10:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un anno fa il  presidente della Polonia, Karol Nawrocki, è arrivato  nel suo palazzo su Krakowskie Przedmiescie, dove sorge la residenza dei presidenti a Varsavia, con il compito dichiarato di creare una crisi governativa che portasse alla caduta del governo guidato da Donald Tusk. Non ha mai nascosto le sue intenzioni, a colpi di veti, che gli sono valsi il soprannome di Vetomat, ha bloccato ogni riforma della maggioranza, fino allo scontro istituzionale del fine settimana con la decisione del governo di sospendere il presidente del Tribunale costituzionale, Bogdan Swieczkowski, <b>e il suo vice, dopo che il capo dello stato  si era rifiutato di permettere il giuramento degli otto giudici costituzionali eletti dal Sejm, la Camera bassa del Parlamento polacco, che dovrebbero sostituire i colleghi sul punto di andare in pensione</b>.</p><p>Il fine settimana scorso è stato agitato dalle proteste, Nawrocki ha chiamato al colpo di stato, ha stimolato i tentativi di rivolta e, dopo l’appello di Tusk all’unità, ha comunque continuato a rifiutarsi di svolgere il suo compito e ratificare le nomine. Varsavia è bloccata e il personaggio del presidente è al centro di questo blocco, sta facendo quello che aveva promesso di fare: sabotare il governo che forse non cadrà prima del tempo, <b>le elezioni sono previste per il prossimo anno a ottobre, ma  il tentativo di Tusk di restaurare lo stato di diritto  che il PiS, il partito che ha sostenuto Nawrocki, aveva picconato in otto anni di governo, è pieno di ostacoli</b>.</p><p>La Polonia è immobile, Varsavia è agitata, gli istinti e le paure del paese sono usati dal presidente che ha vinto la campagna elettorale a giugno dello scorso anno giocando le sue credenziali di uomo del popolo. Nawrocki ha corso da indipendente ed è stato un modo astuto per prendere le distanze dal PiS, ma  questo storico di Danzica  sconosciuto è stato creato politicamente proprio da Jaroslaw Kaczynski, il leader del PiS. Ora Nawrocki   ha stravolto le fondamenta del partito e  i punti fermi, come l’atlantismo – ormai convertito al trumpismo – <b>e la resistenza alla Russia sono  stati strattonati, hanno perso forma e consistenza, tanto che il presidente  si trova  a suo agio con i partiti molto più a destra del Pis che ormai hanno ridotto a brandelli qualsiasi certezza sul posizionamento internazionale della Polonia</b>.&nbsp;</p><p>Il paese è centrale e cruciale, è il quinto per grandezza e popolazione all’interno dell’Unione europea, ha l’esercito più grande dentro all’Ue e il terzo dentro alla Nato, ha un pil che cresce mediamente del 3,6 per cento da dieci anni. E’ una storia di determinazione e successo che ha cambiato il cuore dell’Ue e per chi preme per un’Europa fragile, la Polonia è fra i bersagli da colpire. Dall’inizio della guerra contro l’Ucraina, la Russia si è concentrata sulla Polonia sia con la pressione militare sia con campagne mirate di disinformazione.  Nawrocki ha alimentato il sentimento antiucraino, giocando con la popolazione che accusava i rifugiati  dall’Ucraina di vivere sulle spalle dei polacchi, <b>ha poi aperto una crisi diplomatica con il presidente Volodymyr Zelensky, ha messo in dubbio il sostegno militare, ha fatto tutto ciò che piaceva al Cremlino</b>.</p><p>Nawrocki si è presentato come un uomo del popolo, un ex ragazzo di Danzica che si è fatto da solo, arrivato alla presidenza con risolutezza e contro tutti. In realtà il presidente ha radici profonde oltre a  un legame con la Casa Bianca che lo rende il favorito di Donald Trump al punto che il presidente americano ha tentato di sfasciare la coalizione di governo in Polonia per aiutare il suo alleato di Varsavia. In una delle ultime visite del ministro della Difesa polacco, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, <b>Trump gli si avvicinò per dirgli di lasciare la maggioranza, in questo modo sarebbe stato visto con più favore a Washington</b>. Secondo le ricostruzioni della stampa polacca sarebbe stato Nawrocki a suggerire la possibilità di una fuga del ministro dal governo. Kosiniak-Kamysz  rimane dov’è, ma il ruolo di Trump resta una grande ingerenza in un paese per cui il sostegno americano è determinante. Nella politica polacca, la Casa Bianca trumpiana entra ed esce continuamente, fa endorsement, giudica, sabota. Ogni disordine e scontro interno ha spettatori esterni, almeno due, interessatissimi.</p>]]></description>
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				<title>Cateno De Luca fa innervosire la Lega e litiga con Calenda. Il rimprovero di Cattaneo (FI): &quot;Serve stile. Così perdiamo elettori&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 17:03:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Neanche un mese di alleanza e già&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/cateno-de-luca_32956" target="_blank">Cateno De Luca</a>&nbsp;ha fatto arrabbiare la Lega e ha litigato con Carlo Calenda.</b> Forza Italia chiede più compostezza: "Per stare nella coalizione serve <i>gentleman agreement</i> reciproco e un certo stile. <b>Non ci rivediamo in questo metodo</b>", <b>dice al Foglio il deputato forzista&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/alessandro-cattaneo_36060" target="_blank">Alessandro Cattaneo</a>. </b>La scorsa settimana il leader di Sud Chiama Nord ha aperto le porte della sua convention nazionale a ex leghisti eccellenti come&nbsp;<b>Mario Borghezio e Paolo Grimoldi</b> (espulso dalla Lega nel 2024 e oggi alla guida di Patto per il Nord), poi si è detto pronto a candidare Renzo Bossi, figlio del Senatur: mosse che hanno provocato il malumore dei salviniani. Poco dopo, il sindaco di Taormina (negli ultimi giorni spesso in tv e nella capitale) si è messo a bisticciare con il leader di Azione, che dal Corriere ha ironizzato sulle sue "sedute spiritiche": "Annuncia la data delle elezioni indipendentemente da Mattarella". In risposta, il leader di Snc ha ricordato di quando&nbsp;"mi avevi cercato per fare l'accordo alle Europee, facendo poi saltare tutto. <b>Ancora non capisco perché, ma il danno te lo sei fatto da solo, non raggiungendo il 4 per cento</b>".</p><p>Uno scontro così acceso rischia però di compromettere le prove d'alleanza FI sta tentato di fare da settimane con Azione.&nbsp;"L'area di centro è il nostro spazio politico ed è dove dobbiamo allargare, specialmente noi di Forza Italia, e crediamo che sia opportuno non chiudere nessuna porta", dice Cattaneo, che avverte Cateno: "<b>Attaccando personalmente questo o quel leader si rischia anche di farci inimicare da quell'elettorato di centro</b>. Al di là della leadership, se un capo partito decide di non aderire all'alleanza, non ci si può precludere quel suo elettorato. Questo è quanto mai sbagliato".&nbsp;</p><p>Impresa ardua tentare di ammansire un politico conosciuto, non a caso, come "Scateno". Di cui la stessa premier Giorgia Meloni ha riconosciuto <b>"un pizzico di follia"</b>, ricordando forse di quando nel 2007 si è spogliato all’Ars per protestare contro Totò Cuffaro per la vendita degli immobili della regione, con la statuetta di Pinocchio in una mano e la Bibbia nell’altra. "Non l'ho conosciuto personalmente, ma ricordo quando è venuto al nord cercando al collegio senatoriale contro Adriano Galliani, di Forza Italia. <b>Anche lì – rammenta Cattaneo – aveva cercato di farsi notare</b>, di animare il dibattito in modo forte, con delle dichiarazioni altisonanti che richiamassero l'attenzione. Ma non ha funzionato nella sobria Lombardia". Qui però lo scenario davanti alla coalizione di centrodestra (che vorrebbe allearsi anche con un altro sindaco mediaticamente esplosivo come&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/03/news/bandecchi-in-trattativa-con-forza-italia-valgo-piu-delluno-per-cento-vi-fa-schifo--412426" target="_blank">Stefano Bandecchi</a>) è quello nazionale. "Per questo credo – conclude il deputato azzurro – che nelle dinamiche di coalizione ci sia una cifra distintiva di modo di fare, e anche una volontà di non precludersi oggi delle possibilità preziose".&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La faida di Più Europa contagia anche Radicali Italiani. Il segretario Blengino si dimette: &quot;Hallisey usa il partito come fosse suo&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 15:47:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Gianluca De Rosa</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“Ho deciso di rassegnare le mie dimissioni dalla carica di segretario nazionale di Radicali Italiani. È una scelta profondamente dolorosa, maturata di fronte a una degenerazione politica e a gravi irregolarità che impedisco la tenuta di un congresso regolare".&nbsp; Filippo Blengino, segretario di Radicali Italiani,</b> spiega la sua decisione con una nota alle agenzie e alcuni video postati poi sui social.</p><p>Il segretario denuncia gravi problemi in vista del prossimo congresso di uno dei partiti eredi dei Radicali di Marco Pannella:<b> "Le gravi opacità nella gestione delle iscrizioni e le anomalie che investono il XXIV Congresso mi impediscono di assumermi la responsabilità di convocare un’assise della cui regolarità non posso ritenermi garante" prosegue Blengino,</b> prima di scagliare un duro attacco su quello che sarebbe il responsabile di queste gravi opacità, il presidente del partito (ma anche presidente di Più Europa) <b>Matteo Hallissey</b>: "La questione - dice infatti ancora Blengino - è ben più profonda: in Radicali Italiani non è rimasto più nulla di radicale. Un movimento nato per combattere la partitocrazia ne è diventato una delle più grottesche rappresentazioni. <b>La trasparenza è ostacolata, le regole democratiche sono considerate un intralcio e chi dissente viene trattato come un nemico. Sotto la presidenza di Matteo Hallissey si è consolidata una concezione proprietaria del partito, ormai ostaggio di una setta politica nella quale la fedeltà personale prevale sulle competenze e gli organi statutari sono ridotti a strumenti di ratifica di decisioni assunte altrove". </b>Blengino entra anche nel dettaglio non solo sui tesseramenti opachi ma anche su alcune iniziative che hanno creato "criticità nella gestione delle risorse" e sulle quali ci sarebbe stata "scarsa trasparenza", come la campagna Stop Tassa Etica.</p><p>Ma la vera questione dietro l'attacco di Blengino è quello che lui definisce <b>il tentativo di Hallissey di "trasformare Radicali Italiani in uno strumento di guerra interna a Più Europa, al servizio di ambizioni personali che nulla hanno a che vedere con le nostre battaglie".</b> In pratica, l'accusa molto esplicita ad Hallissey è quella di usare anche Radicali italiani come strumento contro Riccardo Magi: "Per uccidere politicamente Magi", dice Blengino. E' noto infatti che il presidente di Più Europa,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/05/news/piu-europa-un-congresso-per-andare-con-renzi-della-vedova-accordo-con-hallissey-e-la-maggioranza--406662">d'accordo con l'ex segretario e deputato Benedetto Della Vedova, vorrebbe portare il partito alle prossime elezioni politiche nella Casa riformista di Matteo Renzi&nbsp;</a>- una strategia politica che non piace invece a Magi che vorrebbe&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/08/news/magi-piu-europa-nessun-veto-a-renzi-ma-non-usi-i-nostri-dirigenti-come-pedine--406836">trattare con Renzi "da pari a pari", senza consegnare al leader di Iv i voti di Più Europa "chiavi in mano"</a>&nbsp;-, e per questo nelle scorse settimane sono riusciti a far approvare all'assemblea di Più Europa una mozione per l'indizione di un nuovo congresso a dicembre, a pochi mesi dal voto, che dovrebbe scegliere linea politica e nuovo segretario. <b>Contro l'indizione del congresso, che Magi considera contro lo statuto, è stato presentato un ricorso in Tribunale dai fedelissimi dell'attuale segretario, che è ancora pendente. </b>Intanto, alla fine della scorsa settimana, <b>Hallissey e Della Vedova sono andati sotto in assemblea dove avevano presentato un nuovo atto per chiedere la&nbsp;convocazione di un' "assemblea straordinaria "per discutere le modalità di&nbsp;prosecuzione del percorso congressuale del partito".</b></p>]]></description>
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				<title>&quot;Primarie ognuno per sé, e per unirsi si vedrà&quot;, dice Onorato</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:23:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Prima andiamo alle primarie, ognuno con la propria specificità, e poi vediamo se ci sono le condizioni e lo spazio politico reale per unirsi. Altrimenti rischiamo di perdere i potenziali elettori che non votano più e che chiedono novità”. A parlare è il leader di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/10/27/news/affossato-il-gruppo-di-magi-e-tabacci-si-allontana-il-grande-centro--411900">Progetto Civico Italia</a>&nbsp;e assessore romano <b>Alessandro Onorato</b>. La sua visione del centro del centrosinistra – che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/10/23/news/il-primo-giorno-dellera-nuova-di-alessandro-onorato-agli-stati-generali-di-progetto-civico-italia--411603">Onorato non considera “centro” ma forza</a>&nbsp;(o insieme di forze) “nettamente riformista, capace di fare quello che finora ci hanno detto essere impossibile” – <b>è una visione in movimento</b>. Non si parte cioè dall’incontro di tutte le componenti del centro del centrosinistra, come chiede il leader di Più Uno Ernesto Maria Ruffini. Onorato dice che con Ruffini “parla spesso” e che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/10/09/news/il-m5s-presta-un-senatore-a-maraio-e-onorato-per-aggirare-il-muro-delle-firme--410126">“ha già fatto un passo</a>” unendosi con Avanti Psi di Enzo Maraio, ma che “<b>bisogna partire dal valore aggiunto che ognuno può portare al centrosinistra, declinato su proposte concrete. Solo dopo si può andare a vedere se e come presentarci uniti</b>”.</p><p>Le proposte, nel caso di Onorato, sono quelle lanciate duranti gli Stati generali del PcI: dall’emergenza abitativa alla sicurezza, dall’immigrazione al Daspo per gli stalker: “Dieci proposte, con le rispettive coperture già indicate”. <b>Se altri le condividessero, non si potrebbe aggregare un soggetto unico?</b> “Ripeto: presentiamoci anche divisi alle primarie ma solo per portare tutta la forza dei nostri rispettivi elettorati – una grande festa di popolo – <b>che coinvolga  tante persone disilluse. Durante questo anno, in cui abbiamo girato l’Italia, molti si sono interessati a noi perché hanno visto una moltitudine di amministratori e cittadini che vogliono aiutare il centrosinistra, ma che non si riconoscono nei partiti attuali e vogliono caratterizzarsi per la cultura del fare</b>”.</p><p>Fare che cosa? “Pensiamo per esempio si possa unire la solidarietà al rispetto delle regole, vedi su sicurezza e immigrazione. E sull’emergenza abitativa abbiamo una risposta rapida: se si investe il 50 per cento della tassa di soggiorno, come abbiamo fatto a Roma, per comprare case popolari dal mercato privato, si aiutano oltre 30 mila famiglie in 5 anni evitando di creare ghetti o di costruire nuove case, come vuole fare Meloni in un paese a basso tasso di natalità”. <b>Tra le proposte di Onorato, c’è quella sugli affitti calmierati</b>: “Creeremo ‘Abitare’, un’agenzia in capo a CdP, che recupererà sul mercato privato 200 mila alloggi da affittare a canone calmierato, al 25 per cento massimo dello stipendio”.</p><p>E poi c’è quella che prevede appunto il Daspo entro massimo 48 ore per gli stalker. Il concetto è: se ricevi una minaccia, non puoi aspettare secoli, rischiando di perdere la vita nel frattempo. Altri soggetti del centro riformista del centrosinistra, scommettiamo, sarebbero d’accordo. Perché unirsi soltanto dopo? “Un’unione non può essere fatta per semplificare”, dice Onorato. <b>I sondaggi però fotografano negativamente lo spezzettamento</b>. “I sondaggi mi sembrano sottostimare la portata delle nuove forze in campo nel centrosinistra, quando traslano i dati territoriali a livello nazionale. Non è detto che restando separati si faccia un danno al centrosinistra. Anzi. <b>Ognuno continui ad arate il suo campo, poi si vedrà</b>”.</p><p>C’è chi rimpiange il modello Terzo polo. “<b>Mi pare siano andati a sbattere, con quella formula</b>”. A destra invece ora si aggregano civici attorno al leader di ScN Cateno De Luca. “Pochi civici, in verità: è un’operazione non spontanea decisa al vertice da Giorgia Meloni. Se ci si unisce, ci si deve unire sulla base di due concetti: che cosa vogliamo fare per il paese e come preservare lo spirito di novità”. <b>Matteo Renzi non è abbastanza nuovo?</b> “Noi siamo diversi, veniamo dal basso, siamo civici. <b>Renzi è un’altra storia e comunque oggi non copre tutta la vastità del campo delle forze liberali, socialiste, popolari che sono decisive per la vittoria contro la Meloni</b>”. Primarie in tanti, dunque, e possibilmente, dice Onorato, “a turno unico e online: si usa la spid per tutto, possibile che non si possa usarla per le primarie?”.</p>]]></description>
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				<title>Nordio e Pinelli sulla violenza minorile: &quot;Rieducare è necessario&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 19:55:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>“E’ estremamente importante, oserei dire necessario, specie in questo momento storico, tener conto dei percorsi di rieducazione e di consapevolezza dell’errore da parte dei giovani detenuti. I quali, secondo questa nuova fotografia sociale, trovano riscatto nei tre pilastri fondamentali della famiglia, della scuola e della società”. Lo ha detto il ministro della Giustizia, <b>Carlo Nordio</b>, intervenendo oggi alla presentazione dello studio “#Introspezioni vol. II - Costruire il futuro in un mondo che cambia”. L’evento è stato promosso dal ministero della Giustizia, in particolare dalla capo segreteria del ministro, Gippy Rubinetti, in collaborazione con Fondazione Lottomatica e Fondazione Francesca Rava, e curato da SWG e Cuntura. Dall’indagine emergono dati interessanti.</p><p><b>Per gli italiani il senso della pena nei confronti di un minorenne è lontano dalla logica esclusivamente punitiva e di pubblica sicurezza</b>: il suo scopo principale dovrebbe essere far comprendere al minore la gravità del proprio errore (51 per cento degli intervistati) e aiutarlo a cambiare e a migliorarsi come persona (38 per cento), attraverso lo studio, il lavoro, le relazioni. Una solida maggioranza (il 58 per cento) si dice fiduciosa nel cambiamento di un giovane che ha commesso un reato. Inoltre, nel contrasto alla recidiva grande importanza viene attribuita ai servizi di accompagnamento del sistema della giustizia.</p><p>“I dati ci restituiscono una comunità che crede nel recupero dei ragazzi e nella possibilità di una seconda vita, ma che chiede anche sicurezza e responsabilità”, ha dichiarato il sottosegretario alla Giustizia, <b>Andrea Ostellari</b>. “Dati incoraggianti, che danno speranza”, li ha definiti <b>Rocco Maruotti</b>, segretario generale dell’Anm, mentre il capo del Dipartimento della giustizia minorile, Antonio Sangermano, ha sottolineato quanto sia attuale il tema della violenza minorile: “Dal 2017 a oggi gli ingressi negli istituti penali per minorenni sono costantemente aumentati, con una crescita esponenziale degli stranieri. C’è un problema di cui dobbiamo prendere atto”.Per il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, sulla criminalità giovanile “occorre evitare due rischi contrapposti: minimizzare la gravità dei fenomeni o rinunciare a comprenderne la complessità. Non dobbiamo farci ingannare da un lato dall’illusione permissiva e dall’altro dall’illusione repressiva”. “Dietro la categoria giuridica del ‘minore’ – ha ricordato – c’è una persona in formazione”, per questo “la privazione della libertà, quando necessaria, non può esaurirsi nella sua dimensione afflittiva”. Di conseguenza, ha spiegato Pinelli, “la risposta alla devianza minorile non dovrebbe limitarsi a contenere un comportamento, affermando il divieto o stigmatizzando la violazione della regola, ma accompagnare un ragazzo nella costruzione di una possibilità diversa”. Occorre quindi “educare, non giustificare, chiedere cioè a un ragazzo di confrontarsi con ciò che ha fatto, con le conseguenze delle proprie azioni e, quando possibile, con la sofferenza provocata. Fare in modo che la responsabilità non sia soltanto subita attraverso la pena, ma possa essere progressivamente compresa e assunta”, ha concluso Pinelli.</p>]]></description>
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				<title>L’invasione di campo dell’Anm</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il governo, come segnalato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/02/news/il-governo-mette-una-toppa-per-arginare-i-futuri-aumenti-di-stipendio-ai-magistrati--412358" target="_blank">ieri sul Foglio</a>, ha cambiato la norma sull’adeguamento automatico degli stipendi dei magistrati ristabilendo il metodo che si è sempre utilizzato, quello della media ponderata tra i rinnovi dei vari comparti pubblici, dopo che le sentenze innovative del Consiglio di stato avevano deciso che si dovesse usare la media semplice, comportando un costo da circa un miliardo di euro di arretrati da elargire ai magistrati. Rispetto a quelle sentenze, la premier Giorgia Meloni aveva fatto una sgrammaticatura istituzionale rifiutandosi di firmare il Dpcm con gli arretrati dovuti ai magistrati. Il governo, in uno stato di diritto, può criticare le sentenze ma deve rispettarle e attuarle. <b>Con la decisione di cambiare la norma, per farla tornare quella che è sempre stata, il governo svolge esattamente le sue funzioni per salvaguardare il bilancio pubblico da una formula statisticamente assurda</b> (benché abbia trovato una giustificazione giuridica).</p><p>Questo ha però provocato una reazione piccata dei magistrati, con un ribaltamento dei ruoli. <b>“Ci riserviamo una valutazione nel merito dopo aver approfondito la norma”, ha detto il presidente dell’Anm Giuseppe Tango</b>, ribadendo che “la tutela delle retribuzioni dei magistrati è condizione per la salvaguardia dell’indipendenza della giurisdizione”. Stessa opinione da parte del segretario generale dell’Anm, Rocco Maruotti, secondo cui non è un problema di soldi: “La questione è tecnica e ci riserviamo una valutazione più approfondita”. La questione tecnica è elementare: media ponderata anziché semplice. Se i magistrati  devono approfondire è proprio perché devono fare i conti: è quindi una questione di soldi. <b>Ma è anche una questione istituzionale</b>. Perché se il governo deve rispettare le sentenze, l’Anm deve rispettare l’autonomia dell’esecutivo e del legislativo: i magistrati non sono una controparte della politica nella produzione delle leggi. <b>E’ la separazione dei poteri, e bisogna ricordarsene sempre</b>.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;ufficio gip del tribunale di Milano è pro Pal. Numeri e problemi di opportunità</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Diciotto giudici sui trentacinque che compongono l’ufficio gip del tribunale di Milano, inclusa la presidente della sezione, Vincenza Maccora, hanno firmato l’appello per Gaza di cui si è tanto parlato dopo la scarcerazione di Youssef Siher. Il documento è finito al centro delle polemiche dopo la decisione della giudice per le indagini preliminari di Milano, Tiziana Landoni, di non convalidare il fermo e di respingere anche la custodia cautelare in carcere del ricercatore pro Pal, accusato di istigare alla violenza di piazza con finalità di terrorismo. E’ infatti emerso che Landoni aveva sottoscritto l’appello, presentato sul sito “Giustizia insieme” con la foto di persone a Gaza morti e avvolti in lenzuola bianche. L’appello “invoca il rispetto del diritto internazionale per la tutela dei diritti umani e la persecuzione dei crimini contro l’umanità”, e chiede agli aderenti di impegnarsi a leggere “ogni giorno”, nelle aule giudiziarie e universitarie, il preambolo allo Statuto della Corte penale internazionale. Una condanna indiretta, ma evidente, nei confronti del governo israeliano, accusato di realizzare “crimini contro l’umanità” (peraltro nel testo non si rintraccia neanche un riferimento al 7 ottobre).</p><p>Landoni, firmataria dell’appello, è stata accusata di essere una giudice pro Pal e quindi non imparziale. Chiaramente non basta la firma di un appello per compromettere la terzietà del giudice. L’iniziativa, però, appare certamente inopportuna sul piano dell’immagine esterna di imparzialità, che ogni magistrato dovrebbe tutelare, proprio per evitare ovvie polemiche come quelle puntualmente emerse nel caso Siher.</p><p>Ieri, intervistata dal Domani, la presidente della sezione gip del tribunale di Milano, Vincenza Maccora, ha risposto alle critiche rivolte dalla premier Meloni e dal governo contro la giudice Landoni, definendole “un salto di qualità pericoloso che delegittima tutta la magistratura e mina la fiducia dei cittadini nel suo operato”.</p><p>Ciò che Maccora si è dimenticata di dire, e che il Foglio è in grado di rivelare, è che anche lei è tra i firmatari dell’appello pro Gaza. Non solo: con lei, anche altri diciassette giudici dell’ufficio gip di Milano hanno sottoscritto l’appello: Francesca Ballesi, Manuela Castellabate, Lidia Castellucci, Maria Idria Gurgo di Castelmenardo, Luigi Iannelli, Emanuele Mancini, Sonia Mancini, Giulia Masci, Luca Milani, Angela Minerva, Fiammetta Modica, Patrizia Nobile, Maria Beatrice Parati, Lorenza Pasquinelli, Domenico Santoro, Chiara Valori e ovviamente Tiziana Landoni. Totale: diciotto su trentacinque. Praticamente la maggioranza dell’ufficio gip di Milano, inclusa la sua presidente, ha firmato l’appello pro Palestina.</p><p>Il dato è impressionante. Come ha ben ricordato su queste pagine proprio un ex gip di Milano, i magistrati dovrebbero evitare di firmare appelli che in qualche modo hanno una coloritura politica, soprattutto “quando operano in uffici nevralgici con il rischio di esporsi su temi su cui poi possono essere chiamati in qualche forma a decidere”. Un principio molto semplice, più volte ricordato dallo stesso capo dello Stato, ma che evidentemente fatica a imporsi al tribunale di Milano.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/11/03/news/il-protocollo-sulla-rappresentanza-e-fermo-e-intanto-decidono-i-giudici--412399</link>
				<title>Il protocollo sulla rappresentanza è fermo. E intanto decidono i giudici</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Marco Leonardi, Massimo Pallini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il nuovo protocollo sulle relazioni industriali che le confederazioni dei datori di lavoro, Cgil, Cisl e Uil stanno cercando di sottoscrivere è una buona notizia. Ma il protocollo è fermo, ostaggio di conflitti politici e interessi contrapposti. E adesso arriva anche la magistratura a complicare il quadro.</p><p>L’idea di fondo è riscrivere le regole della rappresentanza, stabilendo quali organizzazioni sindacali e datoriali siano effettivamente rappresentative e quali contratti collettivi debbano costituire il riferimento nei diversi settori produttivi.</p><p>Si propone di superare l’attuale frammentazione delle categorie contrattuali e utilizzare i settori economici individuati dai codici Ateco, che classificano le attività delle imprese. All’interno di ciascun settore si dovrebbe identificare il contratto collettivo sottoscritto dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Il suo Tec (il Trattamento economico complessivo), comprensivo del trattamento minimo e delle altre componenti economiche e di welfare, diventerebbe il parametro di riferimento per gli altri contratti dello stesso settore. L’obiettivo è impedire che imprese che svolgono la medesima attività possano scegliere contratti meno onerosi semplicemente cambiando categoria contrattuale.</p><p>Il protocollo rischia però di fallire per ragioni politiche. Come hanno raccontato su questo giornale Dario Di Vico e Nunzia Penelope, lo scontro è sulla riforma della legge sull’artigianato. Il governo intende ampliare i limiti dimensionali entro i quali un’impresa può continuare a essere considerata artigiana. Confindustria teme che aziende concorrenti possano applicare contratti e regimi contributivi diversi, con costi del lavoro inferiori.</p><p>Ora alle difficoltà politiche si aggiunge l’intervento della magistratura. Con la sentenza n. 27541 del 22 ottobre 2026, la Cassazione ha stabilito i criteri per individuare i sindacati comparativamente più rappresentativi che hanno diritto a costituire rappresentanze sindacali aziendali (Rsa). La questione nasce da una precedente sentenza della Corte costituzionale (n. 156/2025) che aveva esteso questo diritto anche ai sindacati rappresentativi che non partecipano alla contrattazione collettiva.</p><p>La Cassazione ha stabilito che il perimetro della rappresentatività deve essere individuato sulla base dell’attività economica effettiva dell’impresa, utilizzando indicatori oggettivi come il codice Ateco. Fin qui la logica coincide con quella del protocollo. Ma la Corte aggiunge un elemento decisivo: nello stesso settore possono esistere più organizzazioni sindacali comparativamente rappresentative, anche se non hanno firmato il contratto leader. La rappresentatività deve essere misurata attraverso la media tra iscritti e risultati elettorali, quando disponibili, e confrontata con quella dei sindacati firmatari del contratto principale. Non è necessaria la firma del contratto leader e non vale automaticamente neppure la tradizionale soglia del 5 per cento.</p><p>La sentenza riguarda direttamente il diritto a costituire Rsa e non stabilisce che tutti i contratti abbiano la stessa rilevanza giuridica. Ma è difficile immaginare che questi criteri rimangano confinati alle rappresentanze aziendali. La stessa nozione di sindacato comparativamente più rappresentativo è utilizzata dalla legge per attribuire rilevanza ai contratti collettivi nazionali.</p><p>Si apre così una contraddizione con il protocollo. Le parti sociali cercano di identificare un contratto leader per ciascun settore, il cui trattamento economico diventi il riferimento per tutti. La Cassazione riconosce invece che nello stesso settore possono operare più sindacati rappresentativi, anche estranei al contratto leader. Questo non attribuisce automaticamente identica efficacia a tutti i contratti, ma rende più difficile trasformare quello principale in un riferimento esclusivo.</p><p>Soprattutto, resta ai giudici la valutazione di quale sia la retribuzione sufficiente e proporzionata ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione. Il Tec del contratto leader può costituire un parametro, ma non eliminare il controllo giudiziario sull’adeguatezza del salario. La Cassazione non ha ancora riscritto le regole dei contratti nazionali, ma ha aperto una strada che rischia di sconfessare il principio su cui si costruisce il nuovo sistema.</p><p>La conclusione politica è che, se il parlamento continua a non approvare una legge sulla rappresentanza, saranno i giudici a stabilire quali sindacati sono rappresentativi, quali contratti devono essere presi a riferimento e quali retribuzioni sono sufficienti.</p><p>L’unica cosa che andrebbe approvata subito nel protocollo è la clausola di garanzia contro l’inflazione. Senza di essa, i prossimi rinnovi rischiano di ripetere quanto già accaduto negli ultimi anni: contratti rinnovati troppo tardi, aumenti insufficienti e un’ulteriore caduta del potere d’acquisto. Mentre si discute di chi debba firmare i contratti, si rischia di non garantire nemmeno che quei contratti proteggano i salari dall’inflazione.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/11/03/news/il-senso-dellasta-feltrinelli-vs-mondadori-a-milano-e-il-destino-delle-librerie-senza-retoriche--412455</link>
				<title>Il senso dell’asta Feltrinelli vs Mondadori a Milano e il destino delle librerie. Senza retoriche</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Volendo tenere ben teso il filo logico rivoluzionario che un responsabile della comunicazione di Feltrinelli illustrò al nostro giornale (se i maranza avessero una coscienza politica, “avrebbero scassinato una Mondadori”), si potrebbe arguire che Librerie Feltrinelli dovrebbe essere ben contenta del futuro trasloco: almeno alla prossima manifestazione in piazza Duomo potranno sfondare davvero le vetrine di Mondadori, e non le loro. Perché, seguendo lo strabiliante filo logico politico, Mondadori non è una casa editrice e catena di librerie commerciali, esattamente come Feltrinelli, ma un nemico politico. Del resto l’idea è stata corroborata da un titolo di Repubblica, pagine addirittura nazionali: <b>“Mondadori espugna la Galleria - Feltrinelli fa ricorso”</b>. Espugna, ohibò. Manco fossero arrivati i <i>cassueurs</i>. In realtà si è trattato di una regolarissima asta per l’assegnazione di spazi di proprietà del Comune da affittare.</p><p>E Mondadori ha semplicemente presentato un’offerta migliore. Ma la storia è gustosa anche perché apre una vetrina anche sul pessimo stato delle librerie in Italia. Che ha molti perché, in gran parte economici.</p><p>Prima la storia dell’espugnazione (ohibò). La meritoria politica iniziata dalle giunte Sala di adeguare ai valori di mercato i canoni di locazione dei suoi immobili commerciali ha già fruttato 90 e più milioni al Comune. Ora è arrivato il turno dei locali occupati da Feltrinelli Duomo. E si scopre che: la concessione di Feltrinelli, dal 2006, è scaduta nel 2018 e la libreria aveva richiesto un rinnovo automatico, come avvenuto in Galleria per altri negozi storici. Il Comune ha però respinto la proposta, e Feltrinelli ha fatto ricorso: ma<b> sia il Tar sia il Consiglio di Stato hanno dato ragione al Comune</b> (che tra l’altro chiede un indennizzo per i sei anni di occupazione illegittima dei locali). E si arriva all’asta, indetta dallo specialista assessore al Bilancio e al Demanio, Emmanuel Conte, che ha proposto una base d’asta persino agevolata: 434.090 euro l’anno, a patto di rispettare un vincolo di 18 anni per cui in quei locali si venderanno soltanto libri. Molto ragionevole e corretto. Alla fine Mondadori ha fatto l’offerta più alta. E ha vinto. Salvo che Feltrinelli ha annunciato un nuovo ricorso, sulla presunta irregolarità del bando.</p><p>A guardare con occhio distaccato, attraverso le luci delle vetrine, si direbbe una normale operazione di mercato, guidata con trasparenza dal Comune proprietario. Una disputa tra due catene commerciali per un punto vendita che ha, fondamentalmente, un solo pregio: i (non troppi) compratori di libri in quei locali ci cascano dentro. Nelle altre librerie, dove bisogna andarci apposta, ci vanno molti meno clienti, si fa prima su Amazon. Dall’altra parte della piazza, per esempio, c’è un altro store Mondadori, forse (ma è solo un’ipotesi) meno “sul passaggio”.  Pochi mesi fa ha chiuso a Milano, tra grandi proteste di cittadini e del mondo della cultura, la storica libreria Hoepli. Non per la barbarie dei tempi, ma perché <b>in libreria si va di meno, persino nella capitale riconosciuta dell’editoria e del consumo librario.</b></p><p>Qualche giorno fa è stato presentato il primo report sulle librerie italiane realizzato dalla Associazione librai italiani e dal Centro per il libro. Nonostante siano stati censiti 4.451 punti vendita, e un fatturato in leggera crescita, il dato che ha fatto i titoli è che l’83 per cento dei comuni italiani non ha una libreria, e contando i comuni sotto i 5.000 abitanti si arriva al 95 per cento. La verità, fuori dalle retoriche sul paese che non legge, è che non è un dato per cui strapparsi le vesti – nonostante il Piano Olivetti per la Cultura si sia meritoriamente impegnato a sostenere le librerie e le biblioteche dei piccoli centri. I libri sono una merce particolare (infatti i maranza non la riconoscono nemmeno per tale), ha un costo-punto vendita alto e una remunerazione bassissima. Davvero si può pensare che in un comune di tremila Anime un libraio si possa mantenere a furia di vendere tascabili? Ma se si fa fatica persino nel centro delle città? Sostenere il sistema delle biblioteche, anche scolastiche, ha una logica culturale. Per il resto, c’è Amazon.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/11/03/news/il-demone-di-enzo-tortora--412453</guid>
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				<title>Il demone di Enzo Tortora</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Guido Vitiello</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Pubblichiamo un estratto di “L’affaire Tortora”, il nuovo saggio di Guido Vitiello (Gramma Feltrinelli, 256 pp., 19 euro) da oggi in libreria.</i></p><p>Si tratta, prima di tutto, di assegnare gli incarichi. Le tribolazioni di Giobbe cominciarono quando Dio, il Giudice, autorizzò l’Accusatore – altro non vuol dire <i>satàn</i> in ebraico: oppositore in giudizio, pubblico ministero – a mettere alla prova il servo fedele: <b>“Eccolo nelle tue mani!”</b> comunicò al suo Vyšinskij. Ma è raro, all’Inferno come in terra, che sia il procuratore capo a condurre l’accusa; la prassi vuole che affidi il fascicolo a uno dei suoi innumerevoli sostituti. Quale dei demoni si occupò di perseguitare&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/enzo-tortora_35841" target="_blank">Enzo Tortora</a>?</p><p>Esiste al riguardo una storiella apocrifa. Quando san Michele scaraventò in terra Lucifero, racconta il filologo tedesco Rudolf Kleinpaul in un divertimento del 1886, <i>Der Druckfehlerteufel</i>, insieme a lui scacciò tutti gli angeli ribelli, che elessero in terra il proprio domicilio secondo le diverse inclinazioni: “Di questi uno finì nelle distillerie: era il demone dell’acquavite. L’altro andò nelle bische: era il demone del gioco. <b>E così si formarono i demoni della foresta, delle piante, dei confini, della guerra, del teatro. Infine uno andò nelle officine dove si stampavano i libri e questo era il cosiddetto demone dei refusi</b>”.</p><p>L’assegnazione era, nel nostro caso, perfino ovvia. Tortora era pressoché astemio, per quanto avesse prestato il suo volto alla pubblicità di una grappa, e bische non ne frequentava. Il demone dell’acquavite e il demone del gioco non potevano nulla contro di lui. Possedeva in compenso moltissimi libri, tanti da sbalordire Sebastiano Vassalli, che lo intervistò nella sua casa milanese in via dei Piatti (“ha più libri di me che di mestiere faccio lo scrittore”). Era fatale che il suo fascicolo finisse sulla scrivania del demone dei refusi, a cui un’antica tradizione monastica aveva dato anche un nome: Titivillus. Lo si raffigurava con un sacco ricolmo di lettere – le lettere omesse nelle trascrizioni dei copisti sbadati; le lettere saltate, per far prima, nelle orazioni biascicate dei monaci accidiosi; forse anche le lettere scambiate per altre nei verbali dei poliziotti frettolosi.</p><p>Il demone s’insinuò tra le righe della vita di Tortora, ancora beatamente ignaro, il 15 marzo 1983, durante una perquisizione della squadra mobile di Lecce. Neppure due mesi prima, a Roma, il tritolo aveva fatto saltare in aria la macchina di Vincenzo Casillo, detto <i>’o nirone</i> per la sua chioma corvina. Casillo era il braccio destro di Raffaele Cutolo, ma non era certo il solo: il grande boss ne aveva più di una divinità induista. La perquisizione dell’appartamento leccese era parte delle indagini che si diramarono dall’attentato. <b>Il verbale della squadra mobile dava atto del rinvenimento, in mezzo alle scartoffie, della pagina di un’agendina sulla quale erano annotati, tra gli altri, il nome e i numeri di telefono di Enzo Tortora</b>.</p><p>Dopo questo scherzo inaugurale, Titivillus si rintanò soddisfatto nella sua residenza tartarea a godersi lo spettacolo. <b>E non fu uno spettacolo breve</b>. Dovettero passare mesi, anni, prima che il refuso fosse corretto, e si accertasse che il nome segnato sull’agendina non era Tortora ma Tortona, con la <i>enne</i>, e che l’agendina non apparteneva neppure al camorrista Giuseppe Puca, detto <i>’o Giappone</i> – un altro dei bracci destri – ma alla sua amante Assunta Catone; dovettero passare mesi, anni, prima che si appurasse che quei numeri – sui quali gli inquirenti, in preda a un’ispirazione pitagorico-cabalistica insufflatagli da Pandico, avevano tentato combinazioni di ogni sorta pur di ricollegarli, vanamente, a Tortora – facevano capo a un piccolo imprenditore campano. Il <i>dénouement</i>, quando arriverà, sarà comico. Il signor Tortona, alla richiesta dei giudici di fornire una prova di essere proprio lui, e non Enzo Tortora, l’intestatario delle utenze, farà venire giù il teatro con una battuta: <i>Presidè, facite ‘o nummero, che io vi rispondo</i>.</p><p>Nel frattempo, la permutazione di una sola lettera aveva manomesso irrevocabilmente l’ordine delle cose, biforcato vite e destini, cacciato a forza un intruso in un romanzo sordido a cui non apparteneva. Dalla Questura di Lecce, infatti, la trascrizione imprecisa era volata fino all’Ufficio istruzione del Tribunale di Napoli, e nell’ultima decade di marzo del 1983 si era infine posata sotto gli occhiali spessi dell’uomo che più di ogni altro sapeva cosa farne, perché il nome di Tortora era segnato da anni nel fitto catalogo delle sue vendette da delibare. <b>Quest’uomo era Giovanni Pandico</b>.</p>]]></description>
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				<title>Ci sono due giudici a Varsavia. Lo stato di diritto sotto scorta</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un conflitto politico che non nasce venerdì ma più di dieci anni fa: le istituzioni giudiziarie occupate, i fondi europei sospesi, le sentenze delle corti europee. E una destra internazionale, da Mosca al movimento Maga, che racconta la stessa storia: quella di un golpe. La Polonia voterà il prossimo anno, e la crisi del Tribunale costituzionale riguarda insieme lo stato di diritto e il futuro dell’Unione europea. Ne parliamo con David Carretta sul Foglio.</p><p>Abbiamo citato:</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/02/news/in-polonia-il-golpe-e-contro-lo-stato-di-diritto-e-risale-al-2015--412346" target="_blank">In Polonia il golpe è contro lo stato di diritto e risale al 2015</a></p>]]></description>
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				<title>La copertina del Foglio Review, raccontata da Marianna Tomaselli</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 09:42:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Gaia Montanaro</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Qual è il processo creativo che l’ha portata a illustrare la cover del Foglio Review, dal titolo “Anne Carson 2026”?</i><i></i></p><p>Non conoscevo Anne Carson prima della vittoria del Nobel. Quando mi è stato chiesto di realizzarne un ritratto, ho iniziato a documentarmi, partendo dai suoi scritti e dalle sue poesie per poi passare alle fotografie. Emerge subito una personalità fortissima e ironica. Mi ha fatto molto sorridere la sua espressione nelle immagini dopo l’annuncio del premio, così come il racconto di lei in Islanda ad ascoltare il vento quando ha ricevuto la notizia.</p><p><i>Per ritrarre Anne Carson è partita da un’immagine presistente (una foto o altro)?&nbsp; Come ha scelto la postura della scrittrice e dei dettagli?&nbsp;</i></p><p>Ho cercato di trasferire nel disegno proprio i tratti della sua personalità che mi hanno colpita. Pur mantenendo una posa istituzionale, ho voluto far emergere la sua stravaganza attraverso l’abbigliamento, gli occhiali rossi, iconici e fortemente caratterizzanti e le scritte disordinate sullo sfondo. È un po’ così che immagino il suo processo creativo: libero, fatto di appunti e pensieri che si intrecciano. Sono partita da una fotografia esistente, reinterpretando i colori, i capelli e gli occhiali per mettere in risalto la personalità che avevo percepito.</p><p><i>Come ha lavorato dal punto di vista del colore e della risoluzione grafica?&nbsp;</i></p><p>Ho scelto un colore tenue per lo sfondo, in modo da far risaltare i rossi, che diventano gli accenti visivi attraverso cui raccontare la sua personalità. Gli occhi si intravedono appena e il trattamento è volutamente sporco e imperfetto: un modo per avvicinarmi a ciò che sento nel suo lavoro, così umano e personale.</p><p><i>Quali sono i riferimenti artistici che la ispirano nel suo lavoro?&nbsp;</i><i></i></p><p>Sono sempre alla ricerca di nuovi spunti, tendenze e immagini. La mia principale fonte d’ispirazione, però, rimane la grafica e l’illustrazione vintage, soprattutto quella tra gli anni Quaranta e Sessanta.</p>]]></description>
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				<title>L’innovazione aggiusta il mondo e l&#039;agricoltura (che è la base del mondo)</title>
				<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 15:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovedì <b>26 novembre dalle 9 alle 13</b>, nella Sala delle Colonne della sede milanese di Banco Bpm (ingresso da via San Paolo 12), il Foglio quotidiano in collaborazione con Banco Bpm presenta: "L’innovazione aggiusta il mondo e l'agricoltura (che è la base del mondo)". Una mattinata di confronti e talk per capire <b>come funziona davvero l'agricoltura di oggi (e di domani)</b>.</p><p>Si racconterà come, attraverso quali innovazioni, abbiamo migliorato l'agricoltura e perché non finisce qui: c'è tanto lavoro da fare e dobbiamo farlo insieme, con curiosità e inventiva (ps. poi, a fine evento insieme assaggeremo buoni prodotti della terra).</p><p>L'ingresso è libero con <b>registrazione obbligatoria</b> a agricoltura@ilfoglio.it</p><p><b>Con noi ci saranno: </b></p><p>Matilde Andolfo (Giornalista, tele A)<br></p><p>Alessandro Beduschi (Assessore all'Agricoltura, Sovranità alimentare e Foreste, regione Lombardia)</p><p>Massimiliano Beretta (R&amp;D Manager Plant Breeder)</p><p>Luigi Caricato (Direttore Olio Officina)</p><p>Stefania De Pascale (Ordinaria di Orticoltura e Floricoltura,  università Federico II di Napoli)</p><p>Antonia Golino (Architetto)</p><p>Elisabetta Guerrieri (Responsabile Aziende di Banco BPM)</p><p>Lodovica Gullino (Ordinaria di Patologia vegetale, festival ColtivaTo)</p><p>Pietro Iadicicco (Ais Caserta)</p><p>Jessica Iovane (Docente corso serale Giordani, Caserta)</p><p>Francesco Loolobrigida (Ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste)</p><p>Antonio Molinaroli (Milk Purchasing Director Italatte)</p><p>Francesco Pacchiarini (Presidente Confagricoltura Milano, Lodi e Monza Brianza)</p><p>Francesco Passerini (Sindaco di Codogno)</p><p>Simone Pollano (Direttore Generale Europa di Tevel)</p><p>Simone Sala (Direttore Generale, Varda Foundation ETS)</p><p>Donatello Sandroni (ecotossicologo)</p><p>Anna Scavuzzo (Vice Sindaco di Milano con delega all'Agricoltura)</p><p>Annalisa Spadola (direttrice marketing di Caffè Moak)</p><p>Matteo Vanotti (Agricoltore, CEO xFarm)</p><p>e tanti altri...&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il Foglio On Air: l’informazione del Foglio diventa video</title>
				<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 14:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Dal 12 ottobre sarà online <b>il Foglio On Air</b>, l'informazione del Foglio che diventa video.</p><p>Notizie, analisi e approfondimenti per raccontare e capire quello che succede in Italia e nel mondo. I nostri giornalisti e i nostri collaboratori, insieme a tanti ospiti, protagonisti ed esperti, seguiranno le storie e i temi che contano, mettendo a confronto idee e punti di vista.</p><p>Un nuovo modo di seguire il Foglio, con il nostro sguardo e le nostre domande. Sul&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/@ilfogliopuntoit">canale YouTube</a>&nbsp;e su ilfoglio.it.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Tutti gli eventi del Foglio nel 2026</title>
				<pubDate>Fri, 28 Nov 2025 15:07:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel corso dell'anno il Foglio organizza una serie di eventi aperti al pubblico su vari argomenti, dall'economia allo sport, dalla politica all'innovazione. A ospitarci sono alcuni degli spazi più interessanti e delle città più belle d'Italia: Firenze, Venezia, Milano... Ma, soprattutto, il cuore e l'anima di queste iniziative sono i nostri ospiti.</p><p>Ecco un calendario del 2026 per essere sempre aggiornati sulle novità in arrivo.</p><h2>28 marzo 2026. Festa dell’Economia e dell’attrattività</h2><p>La competizione non fa paura. Cercasi nuova agenda</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: economia@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 aprile 2026. Festa dello Sport Milano, Stadio Giuseppe Meazza</h2><p>Una giornata di dibattiti, incontri e ospiti speciali. Un altro modo di raccontare lo sport</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: sport@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>Maggio 2026. Evento Osservatorio Donne e Moda</h2><p><br></p><h2>6 giugno 2026. La Festa dell'Innovazione</h2><p>Per mettere a fuoco i temi più importanti dello sviluppo tecnologico e del suo impatto culturale sulle nostre vite</p><p>Venezia, The Home of the Human Safety Net</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: innovazione@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 luglio 2026. Smart City Italia, rivoluzioni immobiliari</h2><p>Come trasformare la città del futuro nella città del presente. Idee per una nuova agenda sulle Smart City. Tutte le rivoluzioni immobiliari che stanno cambiando le nostre città</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: smartcity@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>15 settembre 2026. Il futuro della mobilità</h2><p>Milano, Sede AC Milano</p><p>Che cosa cambierà nella mobilità nei prossimi anni? La strada imboccata verso l’elettrificazione è davvero senza ritorno? Come trasformare in una vera opportunità la trasformazione che ci attende? Con Umberto Zapelloni, curatore del Foglio Mobilità, e i giornalisti del Foglio</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: mobilita@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>10 ottobre 2026. Festa dell’ottimismo</h2><p>Una giornata di dibattiti con grandi nomi del panorama politico e culturale italiano e i giornalisti del Foglio, in uno dei più bei luoghi d'Italia</p><p>Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento</p><p>iscrizioni: ottimismo@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>26 novembre 2026. Festa agricoltura e sostenibilità</h2><p>L’agricoltura è cambiata e sta cambiando. Proviamo a ri-raccontarla, con uno sguardo serio, ampio e divulgativo</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede Banco BPM</p><p>iscrizioni: agricoltura@ilfoglio.it</p>]]></description>
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				<title>“Siamo i figli viziati del debito pubblico”. Parla la filosofa Chantal Delsol</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Società</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Lo scrittore estone <b>Hermann Keyserling</b>, cosmopolita e poliglotta, tracciò il carattere di ogni nazione europea. Per la Francia scrisse: “E’ un giardino e i francesi dei giardinieri”. Aggiunse però che il paese era “il più viziato d’Europa” e che sarebbe resistito meno bene ai grandi cambiamenti. “Abbiamo a che fare con una società in cui troppi adulti hanno rinunciato a esercitare la propria autorità sui figli per educarli e in cui le élite al potere hanno ripetuto per decenni che i liceali e gli studenti avevano diritto a tutto senza fare nulla e che sarebbero stati tutti élite senza meritare niente” dice al Foglio <b>Chantal Delsol</b>, la più nota pensatrice francese cattolica, autrice del libro “La France: prospérité et tourments”, che ha fondato l’Istituto Hannah Arendt ed è membro dell’Accademia di scienze morali e politiche, la “cupola” della cultura francese.</p><p>“Abbiamo generazioni che nuotano nell’ irrealtà” prosegue la filosofa Chantal Delsol al Foglio. “<b>Un bambino non può crescere senza imparare la frustrazione di integrarsi nel mondo in cui entra. E una società interamente composta da élite non esiste: è una contraddizione</b>. Acquisire tutto senza sforzo non esiste. Abbiamo generazioni a cui sono stati dati i voti alti per principio, a cui è stato dato il diploma di maturità per principio, a cui è stato promesso il bac+5 per principio. E si trovano di fronte a ParcoursSup, unico filtro che le autorità hanno trovato per impedire a intere generazioni, largamente analfabete, di riversarsi in corsi di laurea in Sociologia o Psicologia senza alcuno sbocco. Allora si agitano: come, gli si vieta qualcosa? Da qui la furia. Sono loro le vittime. Non perché i locali delle loro scuole siano deteriorati (lo sono sempre stati, in quarant’anni di insegnamento non ho mai visto carta igienica). Ma perché si è mentito loro su tutta la linea”.</p><p>I francesi sembrano poi eccellere nel ruolo dei famosi bambini viziati della prosperità occidentale, che avevano tutto e che pure si dicono così infelici. “I francesi sono viziati perché il paese è ricco, bello e largamente risparmiato dalle distruzioni del XX secolo. Sono viziati perché beneficiano di organizzazioni politiche e sociali molto egualitarie: sanità e scuola sono gratuite, le prestazioni sociali sono multiple a tutti i livelli, un francese su due non paga imposte dirette e i francesi abbienti pagano imposte più alte che in qualsiasi altro paese.<b> Ovunque si sentono professioni o categorie che fustigano l’immensa disuguaglianza che regnerebbe nel nostro paese, ma non esiste un paese più egualitario al mondo</b>. Eppure, si sente dire tutto il giorno che una gran parte dei francesi non mangia a sufficienza! Vedo in questo il segno di un paese così immerso nel socialismo egualitario che alla fine la popolazione lavora pochissimo e la povertà è ovunque: i regimi sovietici o di tipo sovietico alla fine della corsa”.</p><p>Il conte Alexis de Tocqueville lo aveva capito duecento anni fa: il desiderio di uguaglianza è sempre più insaziabile man mano che l’uguaglianza è maggiore. “Il paradosso di Tocqueville è una legge umana” dice Delsol. “<b>La legge del desiderio non conosce limiti, e questo è terribilmente vero per l’uguaglianza, perché l’invidia è un sentimento umano fondamentale</b>. Oggi si sente contestare persino l’avanzamento al merito, che è quanto di più giusto si sia trovato: sopprimere anche il criterio del merito significa arrivare al sovietismo, dove si divide tutto in modo uguale senza chiedere nulla in cambio”. La Francia non riesce a liberarsi dei suoi demoni. “La spesa pubblica senza fondo, inarrestabile, è conseguenza della sua codardia demagogica e ideologica. Deve consumare, deve dilapidare, perché i governanti non osano dire di no, perché i cittadini non smettono mai di lamentarsi. Il debito pubblico fuori controllo mostra l’incapacità dei governi di rifiutare qualsiasi cosa, di rispondere al meccanismo di vittimizzazione permanente. E la loro incapacità di mettere in atto riforme profonde, per mancanza di coraggio. <b>Appena un gruppo rivendica e si rivolta, il potere allunga soldi, incapace di fare altro. Questo non basta mai, perché ciò che servirebbe sono riforme profonde e autorità. E’ la botte delle Danaidi</b>”.</p><p>La demografia si è fermata e una società vecchia, sempre più vecchia, deve reggere di fronte a una pressione migratoria. “No, non può! Lo dice la storia. Tuttavia non bisogna credere che la crisi demografica sia occidentale: è mondiale e non è perché gli immigrati sono in maggioranza musulmani che continuano ad avere famiglie numerose. Nello stato attuale delle cose è vero che il nostro crollo demografico spinge ad accogliere popolazioni giovani che bussano alla porta. Ma bisogna anche notare che gli impieghi, per esempio negli ospedali, sono lungi dall’essere tutti coperti, mentre gran parte della popolazione immigrata è disoccupata e vive di sussidi. <b>Bisogna quindi diffidare delle affermazioni troppo categoriche, in ogni caso. La realtà è contrastante</b>”.</p><p>Ci abitueremo alla crisi. “Ci abitueremo a società post cristiane. Il peggio in questo caso è restare bloccati nella nostalgia e nell’amarezza. Dobbiamo far fronte a una nuova situazione tragica: forme di nichilismo, un islam conquistatore e fanatico, la stanchezza dell’occidente. Ma credete che la situazione dei nostri antenati non fosse tragica? La generazione che si trovava stretta tra il nazismo e il comunismo o la generazione che doveva partire nel 1914 per una guerra sterminatrice? <b>L’esistenza umana non è mai stata facile e la sua bellezza non deriva mai dall’agio né dalla disinvoltura, ma dalla difficoltà che viene superata</b>”.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Il Giro d&#039;Italia 2027 è un Giro piacione</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 15:45:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Maggio è lontano, maggio è più vicino. I primi freddi sono arrivati, ma è giunto già il profumo della primavera che punta all'estate. Forse. Non si sa mai in questi anni. Durerà poco, ma quanto meno c'è, il tempo che la&nbsp;<a href="https://www.giroditalia.it/il-percorso/" target="_blank">presentazione</a>&nbsp;del <b>Giro d'Italia 2027</b> smetta di essere attualità.</p><p>Oggi noi amanti del ciclismo, quelli che programmano gli impegni a seconda della diretta della tappa e che non si fanno problemi a farsi centinaia di chilometri per andare a vedere quei pochi secondi del passaggio dei corridori, abbiamo iniziato a segnare sul calendario quali giorni di maggio dobbiamo tenerceli liberi. E sono tanti.</p><p>Perché <b>il Giro d'Italia 2027 è un giro piacione</b>. Uno di quelli che a prima vista sembrano bellissimi, innovativi, che potrebbero essere entusiasmanti. Anche se qualcosa non torna a una osservazione più approfondita.</p><p>Senz'altro il 2027 segnerà il ritorno del Passo di Gavia. Era dal 2014 che i corridori non raggiungevano i 2.618 metri sul livello del mare del passo che mette in comunicazione&nbsp;la Val di Gavia (e quindi la Valfurva e la Valtellina) e l'alta Val Camonica. Troppo tempo, ma Mauro Vegni aveva nei giorni scorsi spiegato al<i> Foglio</i> il perché delle sue decisioni:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/multimedia/il-foglio-on-air/sport/scatti/2026/11/02/tv/il-giro-ditalia-dietro-le-quinte-intervista-a-mauro-vegni--3096" target="_blank">il rischio neve e valanghe è troppo alto a maggio, per questo ha preferito rinunciare al passaggio in vetta</a>.</p><p>Gli organizzatori hanno deciso di rischiare nella speranza che vada tutto bene. La speranza è che la fortuna li aiuti. Certo, la distanza dal traguardo è tanta, ma la doppia ascesa al Passo del Mortirolo, e per di più dal versante di Mazzo di Valtellina, è una gran bella notizia.</p><p>Per vedere il Gavia però toccherà aspettare la terza settimana, una settimana che si chiuderà domenica a Roma, e sabato sullo Zoncolan. Salita durissima, ma che messa alla penultima tappa potrebbe intimorire molti. Meritava forse una collocazione diversa nel percorso, certo non era facile, avrebbe comportato uno spostamento nella prima settimana. Un azzardo troppo grande. Forse sì, anche se ne valeva la pena.</p><p>Se l'ultimo arrivo in salita sarà sullo Zoncolan, il primo del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giro-ditalia_68676">Giro d'Italia</a>&nbsp;2027 è quello posto a Sassotetto al termine della quinta tappa. Non l'unico negli Appennini: alla settima tappa c'è la cronometro che si conclude a Campo di Giove, sopra Sulmona, alla nona si arriva in cima a Monte Livata, che&nbsp;<a href="https://girodiruota.com/giro-ditalia-next-gen-2026-guida/" target="_blank">a giugno ha offerto un gran bel spettacolo al Giro Next Gen</a>, la dodicesima al Passo due Santi, sopra Zeri, 8,7 chilometri all'8,7 per cento di pendenza media con gli ultimi 2.500 metri quasi costantemente sopra il 10 per cento. Era da un po' che gli Appennini non erano così protagonisti. Poi ci sono anche gli arrivi ai Piani di Bobbio alla quattordicesima tappa e a Madonna di Campiglio alla diciottesima. Otto tappe di montagna, più una cronoscalata, che terminano tutte in quota. Un po' troppo no? Una cancellazione sfrontata della discesa. Ma c'è a chi piace.</p><p>A provare a equilibrare le tante (troppe?) salite ci sono i 19,6 chilometri della cronoscalata e i 37,3 chilometri, tutti pianeggianti, della cronometro Monza-Milano.</p><p>E le molte insidie che sono state distribuite qua e là nelle prime due settimane. A partire dalla tre giorni giuliana-slovena-friulana-veneta. Tre tappe complicate, aperte a qualsiasi risultato ma con non molte possibilità di vedere una volatona di gruppo a ranghi compatti. Tre volte su tre ci sono salitelle negli ultimi chilometri, alcune dure. Come lo strappo di Markovec verso Koper e la salita di Ca' Mostaccin verso Possagno. Bella tappa la terza, potrebbe entusiasmare. Come è molto bella la decima, quella che termina a Norcia con le salite della Forca di Presta e della Forca Ventolosa a poche decine di chilometri dall'arrivo (posto al termine di una lunga discesa).</p>]]></description>
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				<title>La manata di Mike Maignan ha distrutto una duplice certezza</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 12:18:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ci sono parate che sono più parate delle altre, che hanno un effetto quasi apotropaico sulla partita e sugli avversari. Al 33esimo minuto di Milan-Inter sembrava che il pareggio dei nerazzurri fosse solo una questione di attimi. L'Inter giocava bene, con regolarità occupava l'area di rigore milanista e faceva piovere lì cross che quasi sempre trovavano poca opposizione da parte dei difensori rossoneri. Il Milan stava soffrendo, i due gol di vantaggio potevano diventare zero da un momento all'altro, le difficoltà palesate in tutta la prima parte della stagione stavano assumendo le dimensioni del rimpianto.</p><p>Al 33esimo minuto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/10/29/news/carlos-augusto-non-e-piu-un-brutto-anatroccolo--412043" target="_blank">Carlos Augusto</a>&nbsp;crossa al centro dell'area di rigore, Koni de Winter la buca, la palla procede spedita verso i piedi di&nbsp;Djed Spence che aveva tagliato verso la porta rossonera ignorato bellamente da Sankhoun Diawara. Il difensore francese ha un barlume di attenzione all'ultimo istante utile, riesce in qualche modo a contrastare l'avversario proprio nel momento del tiro. Diawara riesce a toccare la palla che prende una traiettoria infida, inaspettata. Tutto questo a una distanza di circa sei metri e mezzo dal portiere rossonero.</p><p>Mike Maignan è ben piazzato, nella migliore posizione possibile. Ma era pronto a tuffarsi sulla sua sinistra, mentre il pallone schizza verso la rete alla sua destra. Sugli spalti di San Siro, una duplice certezza si palesa: i tifosi interisti erano pronti a esultare per il gol del pareggio, quelli milanisti a disperarsi per un doppio vantaggio buttato al vento. Una duplice certezza che scompare in un secondo. Perché Mike Maignan fa ciò che non era lecito attendersi. Trova un equilibrio difficile da trovare, alza la mano destra e intercetta il pallone. E non solo riesce a fare questo, riesce pure a direzionarlo sopra l'incrocio dei pali. Una manata al pallone e alla partita che ha dato al Milan la consapevolezza di essere in ottime mani. Ancora una volta.</p><p>&nbsp;</p><h2>Le tre migliori parate della decima giornata di Serie A</h2><p>1. Mike Maignan al 33° minuto di Milan-Inter 3-1 – 5 punti</p><p>2.&nbsp;Guglielmo Vicario al 7° minuto di Juventus-Napoli 2-0 – 3 punti</p><p>3.&nbsp;Filip Stanković&nbsp;al 24° minuto di Como-Venezia 1-0 – 1 punti</p><h2>La classifica</h2><p><i>1.</i>&nbsp;David De Gea (Fiorentina), <b>13 punti</b><br><i>2.</i> Lorenzo Palmisani (Frosinone),&nbsp;Filip Stanković (Venezia),&nbsp;<b>12 punti</b><br><i>4.</i> Mike Maignan (Milan), <b>11 punti<br></b><i>5.</i>&nbsp;Guglielmo Vicario (Juventus), <b>9 punti</b><br><i>6.</i> Chrīstos Mandas (Lazio), <b>8 punti</b><br><i>7.</i>&nbsp;Vanja Milinković-Savić (Napoli), <b>6 punti</b><br><i>8.</i> Wladimiro Falcone (Lecce), <b>5 punti</b><br><i>9. </i>Justin Bijlow (Genoa), <b>4 punti</b><br><i>10.</i> Edoardo Corvi (Parma), Josep Martínez (Inter), Alex Meret (Napoli), Maduka Okoye (Udinese), Lucas Perri (Torino), <b>3 punti</b><br><i>15.</i> Elia Caprile (Cagliari), Pierluigi Gollini (Roma), <b>1 punto</b></p><p>&nbsp;</p><p><i>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico</i>.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
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				<title>Keep calm, amici italiani, perché la serie A somiglia a uno sketch di Benny Hill</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Jack O’Malley</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Keep calm</i>, amici italiani che siete costretti a seguire la serie A, oppure non arriverete vivi a fine stagione. Ho già brindato su queste colonne alla migliore innovazione introdotta quest’anno nel vostro inguardabile campionato, l’arbitraggio all’inglese e il sottoutilizzo del Var, che ha reso le partite tra squadre italiane finalmente più divertenti. L’obiettivo è dismetterlo del tutto, amici, dato che quando interviene fa più danni che altro – soprattutto se interviene a far cambiare idea a un arbitro donna che aveva miracolosamente azzeccato una decisione. Io non lo so se è per questo, ma <b>da fuori la serie A finora sembra uno sketch di Benny Hill</b>. Ad esempio, che ci fa la Lazio là in cima, se è vero come dicono i suoi tifos, che il presidente la sta ammazzando? E come è possibile che lo stadio sia ancora sempre semivuoto? Va bene che per un vero tifoso “non conta il risultato” e che c’è molto di più della semplice partita nell’appartenenza a determinati colori, ma il calcio resta uno sport in cui si prova a vincere, o almeno a dare tutto, non andare a vedere la propria squadra prima in classifica mi ricorda quello che non beve la birra per far dispetto al vicino di bancone al pub.</p><p><i>Keep calm</i>, perché non è possibile che prima del derby l’Inter fosse una squadra talmente superiore alle altre da poter concedere uno-due gol di vantaggio per poi ribaltare il risultato, e dopo il derby è descritta come una manica di dementi senza idee. <b>E vogliamo parlare di Amorim,</b> incapace a leggere le partite fino a sabato pomeriggio e da domenica sera genio della tattica? E che ci fa l’attaccante del Frosinone – forse la squadra più divertente in Italia oggi – in cima alla classifica cannonieri? <i>Keep calm</i>, amici giornalisti: avevate dato per spacciato Spalletti contro il redivivo Napoli e adesso che la Juventus ha battuto Allegri i ruoli nella narrazione si sono invertiti. Piano con l’eccitazione per le goleade di queste giornate, siete più gasati del tipico elettore progressista che vuole Gualtieri e Mamdani capi del mondo perché hanno fatto un video simpatico sui social, e rischiate di farvi male quando vi accorgerete che le promesse dei primi turni non verranno mantenute.</p><p>Certo non stasera a Manchester, però, dove la Roma affronta in Champions League i resti di una squadra dal passato glorioso e dal presente indecente e vincerà come chiunque l’abbia incontrata ultimamente. <b>Poveri tifosi dello United</b>, con le corde vocali talmente compromesse dalle bestemmie che dovrebbero farsi dieci flebo di erba dei cantanti e ricominciare a bestemmiare. <i>Keep calm</i>, amici, una pinta non fa una sbronza, e appena le cose torneranno al loro posto smetterete di autoconvincervi che la serie A pazzerella sia una cosa a cui fare l’abitudine. Nel frattempo potete sbizzarrirvi a leggere gli aneddoti sull’infanzia di Antonelli, le interviste alla sua maestra delle elementari che ricorda come il piccolo Kimi scrivesse più veloce di tutti e al vicino di casa che narra di quella volta che il futuro campione del mondo di Formula 1 gli aggiustò la coppa dell’olio soltanto con il pensiero.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Leo Ostigard e la &quot;condanna&quot; della difesa</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 16:40:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se&nbsp;<b>Leo Østigård</b> ha fatto il difensore centrale "la colpa" è di Fabio Cannavaro. Una "colpa" che va però condivisa con la sua lentezza. Non è mai stato veloce, non ha mai avuto lo scatto che lo avrebbe potuto far giocare altrove: il centro della difesa è sempre stato per lui una dolcissima condanna. La migliore che gli potesse capitare. Perché quando lo hanno messo a fare il difensore, a lui è subito piaciuto. Ha subito compreso la bellezza che si nasconde in un ruolo che ha come principale obbiettivo quello di rovinare ciò per il quale il calcio vive: il gol. Essere guastafeste e non festa ha un suo fascino unico, forse crudele, spesso sgradevole, senz'altro beffardo.</p><p>Vedendo giocare Fabio Cannavaro,&nbsp;Leo Østigård ha deciso che fare il difensore poteva essere una gran bella cosa. Ha subito capito però che diventare come il difensore della Nazionale era missione impossibile, perché di giocatori come Fabio Cannavaro ce ne sono stati pochi in tutta la storia del calcio, e allora ha deciso di smetterla di ragionare per emulazione e darsi all'interpretazione.</p><p>Un'interpretazione un po' <i>sui generis</i> quella di Leo Østigård, senz'altro sincera. Il norvegese ha capito subito i limiti che aveva: non era molto alto, non era molto veloce, non aveva lo scatto per giocare di anticipo. Ha agito non per migliorarli, ma per evitare che fossero palesi. Ha messo muscoli, ha lavorato sulla concentrazione, ha migliorato la capacità di passare e calciare il pallone. Ha capito soprattutto che spesso intimidire è fruttuoso tanto quanto anticipare. Il suo difendere è un insieme di intimidazioni, maniere forti e agonismo. Il tutto mescolato a una furbizia di prim'ordine. Perché la consapevolezza dei suoi limiti ha creato nel difensore norvegese una capacità fuori dal comune di osservare ciò che gli accade attorno. D'altra parte se ti senti in difetto hai tre strade: o accettare questo e farti piccolo, o non accettare questo con il rischio di fare la figura del pirla o del ganassa, oppure prenderne atto, fregartene, e trovare altre strade per poter sfruttare le tue qualità senza star troppo a pensare ai difetti.&nbsp;Leo Østigård ha scelto questa. Si è fatto radar, si è abituato a stare attento a tutto, provare a controllare ogni cosa e agire di conseguenza.</p><p>Ovunque è andato è riuscito a farsi apprezzare per questo atteggiamento. Anche a Napoli, prima nell'anno dello scudetto con Luciano Spalletti in panchina, quando faceva la riserva di&nbsp;Min-jae Kim e&nbsp;Amir Rrahmani, e poi in quello&nbsp;mesto dei tre allenatori in una stagione (Rudi Garcia, Walter Mazzarri e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2023/12/16/news/francesco-calzona-quando-il-secondo-e-diventato-primo--170424">Francesco Calzona</a>) si è fatto sempre trovare pronto e non ha mai fatto rimpiangere i titolari. Anzi. Le difficoltà della seconda stagione hanno condotto sia Rudi Garcia sia Francesco Calzona a puntare su di lui. Perché quando la situazione non è delle migliori, il talento non sempre è più utile della capacità di trovare soluzioni. E&nbsp;Leo Østigård è un uomo che una soluzione la trova sempre. A costo di costruirsela.</p><p>Da quando è al Genoa, Daniele De Rossi non ha mai nemmeno per un secondo pensato di fare a meno del centrale norvegese. L'allenatore ha dato a&nbsp;Leo Østigård la gestione della squadra in campo, ha cercato di modellare la sua difesa attorno a lui, mettendogli accanto non i migliori in assoluto, ma i compagni di ruolo capaci di giocare meglio con il centrale difensivo, quelli più in sintonia con il norvegese. L'inizio è stato duro. Poi tutto le difficoltà si sono attenuate e i risultati sono arrivati.&nbsp;</p><p>Anche quest'anno c'è<b> Olive</b>, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. <a href="https://www.ilfoglio.it/tag/olive/">Qui potete leggere tutti gli altri ritratti</a>.&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>L&#039;ultimo saluto ai militari italiani morti in Bosnia</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 16:19:00 +0100</pubDate>
																<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Le bare avvolte nel Tricolore fanno il loro ingresso per i funerali solenni dei quattro militari italiani morti nello schianto di un elicottero Chinook CH-47 in Bosnia-Erzegovina. Nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma, si celebra oggi, martedì 3 novembre, l'ultimo saluto a Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura Procacci, impegnati nella missione internazionale Eufor Althea. Presenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nel corso della cerimonia, i militari rendono onore ai caduti mentre risuona la tromba, in un momento di raccoglimento e commozione.</p>]]></description>
			</item>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/11/03/video/il-film-coreano-piu-costoso-di-sempre-e-il-ritorno-di-zelda--412499</guid>
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				<title>Il film coreano più costoso di sempre, e il ritorno di Zelda</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 15:53:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Nuovo appuntamento settimanale di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/10/20/video/look-back-matrix-e-castlevania-tre-storie-per-leggere-il-presente--411030">Decoder</a>, la rubrica de Il Foglio dedicata interamente alla cultura pop. Tre coordinate per orientarsi in questo multiverso di linguaggi diversi.</i></p><p>Per il <b>mondo del fumetto</b>, un'opera strana, sperimentale e geniale pubblicata dal collettivo indipendente Trincea Ibiza: <b>Cattivella: servitrice di due Fast Food</b>, di Martoz.&nbsp; Una storia visivamente lisergica nella quale l'artista prende precariato, capitalismo, catene commerciali e rapporti di classe e li deforma attraverso un fantasy grottesco che è sì una storia autonoma, ma contemporaneamente anche uno spin-off di Nove Maghi, progetto con cui Trincea Ibiza aveva dato origine al proprio “Magoverso”. Divertentissimo, geniale e imperdibile.&nbsp;</p><p>Per il <b>mondo dell'audiovisivo</b>, ci spostiamo in Corea con <b>Hope</b>, il nuovo film di Na Hong-jin, nei cinema italiani dal <b>5 novembre</b>, distribuito da MUBI. Un lungometraggio di fantascienza con un budget enorme e delle sequenze d'azione spettacolari, che parte inizialmente come un classico monster movie, ma che vede poi continui ribaltamenti di prospettive, in un progetto veramente ambizioso, forse un po' esagerato, ma che vale la pena guardare anche solo per la lunghissima sequenza iniziale.</p><p>Infine, il consiglio per <b>mondo del gioco</b> vede il ritorno di quello che viene considerato da molti il miglior videogioco della storia: è in arrivo, infatti, su Nintendo Switch 2 <b>The Legend of Zelda: Ocarina of Time Remake</b>, grande ritorno del gioco del 1998 in una veste completamente nuova. Questo titolo vede infatti grafica rifatta, colonna sonora orchestrale, dialoghi ampliati, sequenze e controlli modernizzati. Un'operazione che porta con sé una grande responsabilità, ma che consente di restituire anche a una nuova generazione il suo Ocarina of Time, scoprendolo con un linguaggio più facilmente digeribile anche per chi gioca quotidianamente ogni giorno. Da giocare, o rigiocare, senza se e senza ma.</p><p>Tre opere per orientarsi nel mondo dell'intrattenimento e della cultura pop fatto di grandi novità e grandi ritorni, icone immortali e trame innovative. <b>DECODER</b> è qui, per cercare di decodificare il presente attraverso anche i suoi nuovi miti popolari, componendo settimana dopo settimana, appuntamento dopo appuntamento, una grande mappa <b>che tracci più che mai le infinite sfumature e direzioni del nostro presente. Appuntamento alla prossima settimana, per un altro tridente di titoli da non perdere</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/11/01/video/lucca-comics-games-sessantanni-di-rivoluzione-nerd--412336</link>
				<title>Lucca Comics &amp;amp; Games, sessant&#039;anni di rivoluzione nerd</title>
				<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 17:33:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p>C'è stato un tempo in cui essere nerd non era esattamente qualcosa di cui vantarsi. Leggere fumetti, collezionare action figure, appassionarsi ai mondi fantastici o trascorrere interi pomeriggi tra videogiochi e giochi di ruolo significava spesso <b>appartenere a una nicchia</b>, oltre a essere considerati veri e propri outsider, additati come “strani”. Passioni da coltivare in piccoli circoli, talvolta quasi di nascosto, lontano dai riflettori di una cultura che faticava a riconoscerne il valore. Oggi, invece, essere nerd è diventato persino cool.<b> E Lucca Comics &amp; Games, che nel 2026 celebra sessant'anni di storia</b>, è probabilmente uno degli osservatori più significativi di questa straordinaria trasformazione.</p><p>Quando, nel settembre del 1966, il Salone Internazionale dei Comics approdava per la prima volta nella città toscana, il fumetto era ancora considerato da molti un linguaggio minore, un prodotto destinato prevalentemente all'infanzia. <b>Non a caso, proprio in quegli anni, studiosi e intellettuali come Umberto Eco contribuivano a rivendicarne la dignità culturale.</b> Sessant'anni dopo, quei linguaggi un tempo marginali occupano il centro dell'industria dell'intrattenimento, influenzano cinema, televisione, moda e costume, e contribuiscono a definire l'identità di milioni di persone.</p><p>Ma a cambiare non sono state soltanto le storie: è cambiato soprattutto il pubblico. Le comunità degli appassionati, un tempo relativamente separate, hanno progressivamente abbattuto le proprie barriere, diventando sempre più trasversali e intergenerazionali. <b>Oggi si può essere contemporaneamente lettori di manga, cinefili, videogiocatori e appassionati di giochi da tavolo</b>. E soprattutto, quelle passioni che in passato potevano generare imbarazzo sono diventate qualcosa da esibire con orgoglio.</p><p>Lo dimostra proprio l'edizione del sessantesimo anniversario, intitolata significativamente Legacy, l’eredità che questo mondo porta con sé generazione dopo generazione. <b>A Lucca si incontrano autentiche leggende del fumetto </b>come Frank Miller, che ha rivoluzionato l'immaginario supereroistico americano, e Go Nagai, padre di Devilman, Mazinger Z e Goldrake, accanto a Claudio Castellini, autore del manifesto ufficiale e primo italiano ad aver lavorato in America con la Marvel, e ancora il canadese Seth, protagonista del fumetto d'autore contemporaneo, ospite di Coconino Press. Per la prima volta c’è l'Artist Alley di Scott's Collectables, che porta a Lucca un nuovo spazio di incontro diretto tra artisti e pubblico, e poi infiniti altri editori: tra i molti, da citare Tunué che porta la sperimentazione grafica di Jesse Lonergan con il suo Drone, Panini Comics che celebra i trent'anni di PK, anche con la presenza di Corrado Mastantuono. E ancora Carmine Di Giandomenico che presenta invece il suo passion project Manaya con SaldaPress, e Hollow Press con artisti come Tetsunori Tawaraya, Spugna e Pastaacolazione, quest'ultimo vincitore del Premio Self Area 2026 con Dust Marrow. Autori, stili e generazioni differenti, accomunati da un riconoscimento artistico che soltanto pochi decenni fa sarebbe stato difficilmente immaginabile.</p><p>Ma la trasformazione della cultura nerd è ancora più evidente osservando ciò che accade al di fuori del fumetto. Il padiglione Funko è ormai immancabile, con i suoi oggetti da collezione diventati autentici fenomeni di costume, i trent'anni di Pokémon celebrati con una gigantesca area tematica nella Palestra Bacchettoni (e, per chi conosce questo mondo, il fatto che The Pokémon Company abbia scelto proprio una palestra per la location di quest’ano fa sorridere) e la spettacolare capsula del tempo di LEGO, un progetto destinato a essere riaperto nel 2086, raccontano un mondo in cui il gioco non appartiene più soltanto all'infanzia, ma accompagna intere generazioni. Così come immancabile è il vastissimo universo del gioco, dal videogioco al gioco di ruolo e da tavolo, e quello del cosplay, capace di trasformare le strade di Lucca in un palcoscenico collettivo.</p><p><b>Anche il cinema testimonia questa contaminazione</b>: dal premio Oscar giapponese Hirokazu Kore-eda, arrivato con Look Back, adattamento del manga di Tatsuki Fujimoto, all'universo di Harry Potter presente con una grande esperienza in piazza San Michele in attesa dell’arrivo della serie su HBO Max a Dicembre, fino alle inquietanti Backrooms, protagoniste dell'esperienza immersiva di I Wonder Pictures, senza dimenticare la serialità italiana della serie diponibile su Sky e Now Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883. Mondi differenti, ormai parte di un immaginario collettivo che supera generazioni e confini culturali.</p><p>Dietro questa complessa macchina c'è sempre il lavoro di tante persone e dell’organizzazione Lucca Crea, capace di trasformare ogni anno un'intera città in un luogo d'incontro tra industrie creative, autori e appassionati. Ma il riconoscimento forse più significativo di questa lunga evoluzione è arrivato proprio in questi giorni: il 29 ottobre, a Palazzo Guinigi, <b>il ministro della Cultura Alessandro Giuli</b>, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e il sindaco di Lucca Mario Pardini hanno firmato l'accordo per la nascita del nuovo <b>Museo del Fumetto</b>, che avrà sede nell'ex Manifattura Tabacchi. Un'istituzione dedicata non soltanto alla Nona Arte, ma anche all'illustrazione, al gioco, all'animazione e ai linguaggi multimediali, con l'obiettivo di conservarne e valorizzarne il patrimonio, in un passaggio dal valore fortemente simbolico che dimostra come ciò che un tempo veniva considerato una sottocultura trovi oggi pieno riconoscimento istituzionale, diventando patrimonio artistico da studiare e tramandare alle generazioni future.</p><p>Allora, andando a ricercare la più grande eredità di sessant'anni di Lucca Comics &amp; Games, forse è questa: non soltanto aver contribuito a trasformare passioni considerate marginali in fenomeni culturali riconosciuti, ma aver accompagnato un cambiamento ancora più profondo nel modo di vivere la propria identità<b>. Perché, in fondo, essere nerd non significa più necessariamente sentirsi diversi dagli altri.</b> Significa appartenere a una comunità, riconoscersi attraverso le storie e, soprattutto, non avere più paura di mostrare ciò che si ama. E quella che un tempo poteva sembrare una debolezza, oggi è diventata per davvero una forma di orgoglio collettivo.</p>]]></description>
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				<title>Minotaur - Nel labirinto del potere</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 04:54:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’impronunciabile regista è entrato nel nostro cuore con il suo primo film, “Il ritorno”. Vinse alla Mostra di Venezia del 2003 il Leone d’oro, a sorpresa perché allora era uno sconosciuto. “Leviathan”, ambientato in una cittadina di fantasia sul mare di Barents, nel nord della Russia, e “Loveless” (coppia di genitori sul punto di divorziare, quando il loro figlio dodicenne Alioscia scompare da casa) hanno confermato il suo talento. “Minotaur” -&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/cannes-2026_90630">gran premio della giuria al festival di Cannes 2026</a>&nbsp;– è un remake di “La moglie infedele”, film di Claude Chabrol girato nel 1969. Un dramma (alto) borghese di tradimenti, i coniugi vivono in campagna poco fuori Parigi. Trasportato in Russia, si arricchisce di risvolti storici e politici. Il marito tradito è un dirigente d’azienda, in una cittadina lontana da Mosca; la guerra con l’Ucraina è appena scoppiata e il governo impone di reclutare operai da mandare al fronte, almeno 14 robusti giovanotti (come quelli che esigeva il Minotauro nel labirinto, ucciso da Teseo). La coppia vive in una bella casa, la moglie Galina ha un amante con cui trascorre i pomeriggi. Il marito la scopre, va a trovare il rivale e lo uccide. Qui per lo spettatore finalmente il film comincia. Ma è già passata un’ora delle due a disposizione. Peccato, la vita di provincia russa, pur filmata in tutte le sfumature di grigio, non è poi così affascinante. A questo punto, finalmente, il film inizia. Ed è molto bello.</p>]]></description>
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				<title>Shaun, vita da pecora: operazione Z.U.C.C.A.</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 04:37:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le pecore più intelligenti del cinema, perfino più del gregge nel film “Pecore sotto copertura” di Kyle Balda. Gli ovini contribuiscono a risolvere il caso del pastore Hugh Jackman, che non è affatto morto d’infarto (succede quando alle pecore di sera si leggono libri gialli). Shaun la pecora intelligente, il suo gregge, lo stupido fattore, il cane da pastore che non guarda mai dove succedono le cose, sono creature in plastilina dello studio Aardman. Lo stesso di “Galline in fuga”, per ricordare un titolo che aveva sfondato il recinto dei film d’animazione. Plastilina, in stop motion: i pupazzi vanno spostati a mano. Nei primi film si vedevano le ditate degli animatori che muovevano le quattro zampe. Spesso le pecorelle sono ritte sulle zampe posteriori, per esempio quando trafficano in un laboratorio simile a quello di Frankenstein nel classico film di James Whale. C’era anche un Coniglio Mannaro, che si mangiava le carote da concorso. Qui abbiamo le zucche di Halloween, purtroppo il campo viene subito devastato. Per farle ricrescere, la pecorella intelligente prepara una pozione magica, che lo stupido fattore scambierà per la lozione che fa ricrescere i pochi capelli che ha in testa. Ha tirato fuori la divisa da rockettaro e invitato la veterinaria carina al ballo. Le zucche ingigantiscono. Il pastore sembra l’abominevole uomo delle nevi, peloso e color carota. Dopo 50 anni, da Bristol, i maghi della plastilina sono sempre strepitosi.</p>]]></description>
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				<title>Dio ride</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 19:30:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dio ride. Ne è convinto fra’ Leopoldo da Casamacchia, predicatore nell’Italia del Seicento. Ruolo da mattatore che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pierfrancesco-favino_39624" target="_blank">Pierfrancesco Favino</a>&nbsp;sfrutta a dovere, tra dialetto, stracci e occhioni sul mondo. I fedeli accorrono, non c’erano altri spettacoli per i poveracci dalla vita grama. Dio ride, molto più simile agli uomini di quanto dicano le Sacre Scritture. Ride anche il pubblico arrivato dalle campagne vicine: non è faccenda che la Curia romana possa tollerare senza reagire. Di raccontino in raccontino, tutti in umbro-italiano da Armata Brancaleone, va a finire che arriva l’inquisitore. Il Cardinale Vincenzo Maculani da Benevento – l’attore è Silvio Orlando, rispetto al resto del film assai misurato e quasi sottotono – inviato da Papa Innocenzo X. Deve indagare e riferire, in vista del processo. Ringraziamo gli sceneggiatori (numerosi) per non aver tratteggiato l’inquisitore come un retrogrado buzzurro che manda a morte per partito preso, senza capire cosa sta succedendo. Per dire: il Cardinale ha processato Galileo, lo ha costretto a abiurare, ma ne conserva il cannocchiale e scruta il cielo. Il frate dall’Umbria natìa si è spostato in Toscana dalle parti di Montalcino, sperando di cavarsela. Mossa inutile, viene processato per eresia. C’è anche un intermezzo “femminista” con la contessina e il marito violento (morto ammazzato). Non mettiamo in dubbio l’ispirazione, ma è davvero difficile immaginare un pubblico.</p>]]></description>
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				<title>Un tranquillo funerale di famiglia</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 19:26:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Scempio di capolavoro, ci sono gli estremi per la denuncia. <b>“Funeral Party”</b> (regia di Frank Oz, scritto dal geniale Dean Craig, anno 2007) <b>era un film strepitoso, spassosissimo e scorretto: qualità del tutto assenti in questo remake</b>. Erano invece presenti nella versione “all black” del 2010, diretta da Neil LaBute, con Chris Rock, Zoe Saldana, e Peter Dinklage – in entrambe le versioni, prima del grande successo in “Game of Thrones”.</p><p>Cosa è andato storto? Tutto, o quasi. A cominciare dai titoli di testa, che nell’originale erano disegnati e animati. Un carro funebre avanzava su una mappa, stradina dopo stradina, per arrivare alla villa in campagna dove era stato organizzato il funerale. Avanzava, curvava, ritornava indietro, e già lo spettatore rideva al pensiero della bara smarrita. Preparava la scena dei congiunti che non riconoscono il morto appena arrivato, quindi tutto ricomincia da capo – certe gag sono in due tempi, un regista che viene considerato in Italia un campione di comicità dovrebbe capirlo al volo. In sostituzione, i soliti dialetti che fanno sempre ridere, qui siamo dalle parti di Frosinone. Il prete officiante fa le dirette sul telefonino, con tanto di merchandising. La fidanzata da presentare in famiglia ha mandato giù, come tranquillante, una pozione allucinogena – e sale sui tetti, mezza spogliata. Il film originale è in streaming su Prime Video: la scorrettezza è un lavoro serio.</p>]]></description>
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				<title>Vanja Milinković-Savić ha sfidato la gravità e l&#039;ha battuta</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 17:35:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>I portieri solitamente sono atleti che hanno bisogno di tranquillità e non di competizione per dare il loro meglio. È gente che predilige il posto fisso, la sicurezza che non sarà un errore a inficiare sulla loro presenza o meno in campo. D'altra parte è un ruolo esposto all'errore più di un tetto alla pioggia.</p><p>Poi ci sono le eccezioni.&nbsp;<b>Vanja Milinković-Savić</b> è una di queste. Senza un rivale credibile il portiere serbo si adagia, si incricca, quasi si arrugginisce. Ha bisogno di sfide, di un ballottaggio continuo. Quando non gioca si ricarica, accumula bravura e concentrazione che perde, progressivamente, nei minuti di gioco. E così quando rientra in campo dopo un po' di panchina dà il suo meglio. Ne sanno qualcosa i tifosi del Napoli. Ne sa qualcosa il centrocampista del Monza&nbsp;Manga Foe Ondoa.</p><p>Al 53esimo minuto di Monza-Napoli, il giocatore francese ha provato a trasformare il caos in gol, ha calciato forte da fuori area e il pallone ha preso velocità, una direzione lineare e precisa passando a lato di tre giocatori che disturbavano la visuale al portiere del Napoli. La palla era diretta in porta.&nbsp;Vanja Milinković-Savić l'ha intercettata con la mano destra, scendendo dai suoi due metri e due rapidissimamente fino a toccare il suolo. Ha sfidato la gravità e l'ha battuta.</p><p>&nbsp;</p><h2>Le tre migliori parate della ottava giornata di Serie A</h2><p>1. Vanja Milinković-Savić al 53° minuto di Monza-Napoli 1-4 – 5 punti</p><p>2.&nbsp;David De Gea al 41° minuto di Fiorentina-Atalanta 2-2 – 3 punti</p><p>3.&nbsp;Justin Bijlow&nbsp;al 91° minuto di Genoa-Juventus 2-0 – 1 punti</p><h2>La classifica</h2><p><i>1.</i>&nbsp;David De Gea (Fiorentina), <b>13 punti</b><br><i>2.</i> Lorenzo Palmisani (Frosinone), <b>12 punti</b><br><i>3.</i> Filip Stanković (Venezia), <b>11 punti</b><br><i>4.</i> Chrīstos Mandas (Lazio), <b>8 punti</b><br><i>5. </i>Mike Maignan (Milan),&nbsp;Vanja Milinković-Savić (Napoli), Guglielmo Vicario (Juventus), <b>6 punti</b><br><i>8.</i> Wladimiro Falcone (Lecce), <b>5 punti</b><br><i>9. </i>Justin Bijlow (Genoa), <b>4 punti</b><br><i>10.</i> Edoardo Corvi (Parma), Josep Martínez (Inter), Alex Meret (Napoli), Maduka Okoye (Udinese), Lucas Perri (Torino), <b>3 punti</b><br><i>15.</i> Elia Caprile (Cagliari), Pierluigi Gollini (Roma), <b>1 punto</b></p><p>&nbsp;</p><p><i>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico</i>.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il Chinook caduto in Bosnia. Cosa sappiamo dell’incidente che ha ucciso quattro italiani di Eufor</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 11:10:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel tardo pomeriggio di giovedì 29 ottobre <b>un elicottero da trasporto CH-47F Chinook</b> dell’Esercito italiano, in forza al 1° reggimento “Antares” del Comando aviazione dell’Esercito (Aves) di Viterbo e impiegato nell’operazione europea Eufor Althea,&nbsp;<b>è precipitato</b>&nbsp;a Gorice, un villaggio di poche centinaia di abitanti nel distretto di Brčko, nel nord-est della Bosnia-Erzegovina, a ridosso della Sava e del confine con la Croazia. <b>A bordo c’erano quindici persone, tutte italiane: quattro sono morte, undici sono rimaste ferite</b>. Secondo il comando della missione si trattava di un addestramento di routine.</p><p>L’incidente è avvenuto in fase di decollo dall’aeroporto di Brčko o subito dopo, ha riferito l’ambasciatrice d’Italia a Sarajevo, Sarah Eti Castellani, arrivata sul posto in serata. Il Chinook era partito mercoledì mattina da Viterbo e, dopo uno scalo a Pratica di Mare, aveva raggiunto la Bosnia. È caduto in un’area disabitata, ma a poca distanza dalle prime case del villaggio: nessun civile è rimasto coinvolto e non ci sono danni a edifici o veicoli. Dai serbatoi si è riversata una grande quantità di cherosene, tanto che i vigili del fuoco sono rimasti a presidiare i rottami per tutta la notte. La fusoliera si è spezzata in tre tronconi e l’estrazione dei corpi è stata lunga e complicata.</p><p>Le prime notizie sono arrivate dai media bosniaci, a partire dal portale Klix, che citavano il sindaco del distretto, Siniša Milić. Per qualche ora il bilancio è oscillato: le fonti locali parlavano di tre morti sul colpo e dodici feriti, uno dei quali in condizioni critiche e poi deceduto in ospedale. Poco prima delle 21 Eufor ha confermato che si trattava di un Chinook italiano; in serata il ministero della Difesa ha fissato il bilancio a quattro morti e undici feriti, ricoverati negli ospedali di Brčko e Tuzla, nessuno dei quali – ha assicurato il ministro Guido Crosetto – in pericolo di vita. Roma ha inviato subito un’équipe di medici militari. Oggi Brčko osserva una giornata di lutto, con le bandiere a mezz’asta.</p><h2>Chi erano le vittime</h2><p>Due delle vittime appartenevano all’Esercito, due al Corpo militare volontario della Croce Rossa italiana.&nbsp;I nomi li ha resi noti il ministro Guido Crosetto – che oggi è in Bosnia con il capo di stato maggiore della Difesa – sui social, solo a tarda sera: il ministero ha atteso che le famiglie fossero avvisate, ha spiegato, per evitare ore di angoscia alle centinaia di famiglie di militari impegnati in Bosnia.</p><p>Il sergente <b>Simone Ruggia</b>, 30 anni, originario di Salerno, era il pilota. Prestava servizio all’Aves di Viterbo da almeno otto anni; lascia la fidanzata, i genitori e una sorella.</p><p>Il sergente <b>Claudio Marchesi</b>, 35 anni, era lo specialista di bordo. Originario di Orvieto, dove vive la sua famiglia, si era trasferito a Viterbo tre anni fa; lascia i genitori, un fratello e una sorella. La sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, ha espresso il cordoglio della città.</p><p><b>Laura Procacci</b>, 32 anni, Sergente Croce Rossa Italiana in forza al IX Centro di Mobilitazione di Roma, si era arruolata nel maggio del 2025. Laureanda in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza”, aveva una solida preparazione nella traumatologia e nella gestione del paziente critico, ed era l'esempio del forte impegno dei più giovani nel soccorso d’urgenza. In Croce Rossa si era qualificata come soccorritrice Tssa, operatrice <i>Mine Risk Education</i> e operatrice <i>Forward Medevac</i>.&nbsp;</p><p><b>Franco Adriano Zecchillo</b> avrebbe compiuto 65 anni domani, Tenente CRI del III Centro di Mobilitazione di Milano, aveva dedicato oltre quarant’anni alla sanità come infermiere professionale e tecnico di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare. Nel Corpo Militare dal 1984, all’esperienza clinica aveva sempre affiancato un’intensa attività accademica come docente universitario, relatore e autore di pubblicazioni scientifiche.</p><p>Con loro a bordo dell'elicottero viaggiava il terzo componente del team dedicato alle evacuazioni mediche (<i>Medevac</i>) della Croce Rossa Italiana, il Tenente Colonnello medico Flavio Favari, che figura tra i sopravvissuti ed è ricoverato all'ospedale di Tuzla. I feriti sono ricoverati negli ospedali di Brčko e di Tuzla, dove la Difesa ha inviato personale medico militare italiano. “Nessuno dei feriti rischia la vita”, ha detto Crosetto.&nbsp;</p><h2>La ricostruzione e le ipotesi</h2><p>Della dinamica esistono alcuni video girati da residenti e rilanciati sui social, oltre alle testimonianze raccolte dai media bosniaci. Le immagini mostrano il grande birotore che si solleva di una decina di metri, comincia a ruotare su se stesso più volte e scende a spirale fino all’impatto. Chi l’ha visto passare racconta di un elicottero che volava basso, faceva diverse virate e produceva forti colpi metallici: un automobilista di Brčko ha detto di aver pensato, in un primo momento, a un guasto della propria auto, e ha osservato che il Chinook aveva sorvolato quasi tutta la città prima di cadere fuori dall’abitato. Il sindaco Milić ha confermato il volo a bassa quota e la rotazione nei momenti precedenti lo schianto.</p><p>Due dettagli vengono considerati significativi. Le condizioni meteorologiche erano normali, con buona visibilità, e <b>il maltempo è escluso</b>. E il velivolo è stato trovato con i carrelli estratti, il che fa pensare che l’equipaggio abbia <b>tentato un atterraggio d’emergenza</b>.</p><p><b>Ufficialmente le cause sono “in corso di accertamento”</b>. Eufor ha annunciato un’indagine approfondita e la Difesa ha avviato le proprie verifiche. Sul tavolo, per ora, ci sono tre ipotesi.</p><p>La più accreditata è quella del <b>guasto tecnico</b>, indicato come quasi certo da fonti militari citate dal Corriere della Sera. Il movimento ripreso nei video, un avvitamento attorno all’asse verticale, è compatibile con un problema a uno dei due rotori o alla trasmissione che li sincronizza: nel Chinook i due rotori in tandem girano in senso opposto e si compensano a vicenda, se uno perde spinta l’equilibrio salta e la macchina tende a girare su se stessa. Anche un esperto di aviazione bosniaco, Omer Kulić, sentito da Klix, esclude il fattore umano: secondo lui si vede che il pilota ha cercato di reagire, ma in quella fase non poteva fare nulla. Il decollo, ricorda, è il momento più delicato di ogni volo. La seconda ipotesi, circolata fin dalla prima serata, è l’urto contro i cavi di una linea dell’alta tensione subito dopo il decollo. La terza, l’errore umano, non viene formalmente esclusa ma al momento nessuno la sostiene.</p><p>I tempi non saranno brevi: bisognerà ascoltare gli undici sopravvissuti, recuperare e analizzare i registratori e i rottami. Da Roma si parla di giorni solo per le prime indicazioni; per una ricostruzione completa serviranno settimane, probabilmente mesi.</p><h2>I precedenti</h2><p>Per Viterbo non è il primo lutto legato a un Chinook. Il 30 marzo 1980, all’aeroporto di Abu Dhabi, un CH-47 dell’Aviazione dell’Esercito impegnato nella missione “Ghibli”, che doveva dimostrare la tenuta del birotore nel caldo e nella sabbia del deserto, urtò un hangar con le pale del rotore posteriore durante un volo dimostrativo a bassissima quota. L’elicottero si capovolse e prese fuoco: morirono dieci militari, sei sul colpo e quattro nei due giorni successivi per le ustioni, e tre tecnici dell’Agusta. Con tredici vittime resta la sciagura più grave nella storia dell’Aves, e a Viterbo i nomi dei caduti vengono letti ogni anno.</p><p>Anche i Balcani hanno già visto morire aviatori italiani. Il 7 gennaio 1992 un MiG jugoslavo abbatté in Croazia un elicottero dell’Esercito al servizio degli osservatori europei sul cessate il fuoco: quattro italiani e un francese uccisi. Il 3 settembre dello stesso anno due missili colpirono, in Bosnia, il G-222 “Lyra 34” dell’Aeronautica che portava aiuti alla Sarajevo assediata: morirono i quattro membri dell’equipaggio.Non è il primo incidente aereo legato alle missioni internazionali in Bosnia. Nel giugno 2008 quattro militari di Eufor, due ufficiali tedeschi e due piloti spagnoli, morirono nello schianto di un elicottero spagnolo in una zona montuosa vicino a Travnik. Pochi mesi prima, nel gennaio dello stesso anno, un Mi-17 macedone che riportava a casa militari reduci dalla missione era precipitato vicino a Skopje: undici morti. E nel settembre 1997 lo schianto di un elicottero contro una montagna uccise dodici persone, fra cui il diplomatico tedesco Gerd Wagner, uno dei più alti rappresentanti internazionali nel paese.</p><h2>Le reazioni</h2><p>Cordoglio dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dalla premier Giorgia Meloni, dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dai leader dell’opposizione, a partire dalla segretaria del Pd Elly Schlein. Crosetto ha parlato di un dolore che nessuna parola può colmare e ha annunciato che la tragedia cambierà il programma della Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate del 4 novembre:<b> il “Villaggio Difesa” al Circo Massimo, che doveva essere inaugurato oggi, non aprirà come festa ma come luogo in cui lasciare un fiore, un biglietto, una preghiera per i quattro caduti</b>. Stamattina il ministro è partito per la Bosnia con il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, e un gruppo di medici militari specialisti, per visitare i feriti e incontrare il contingente.</p><h2>La missione e il voto di stasera all'Onu</h2><p><b>Eufor Althea</b> (Eufor sta per European Union Force, Althea è il nome dell’operazione) è attiva dal dicembre 2004, quando l’Unione europea ha rilevato dalla Nato la forza di stabilizzazione schierata dopo la guerra del 1992-1995. Il suo compito è sostenere l’attuazione degli aspetti militari degli accordi di Dayton e garantire un ambiente sicuro; conta circa 1.100 militari di una ventina di paesi. Dal 21 gennaio di quest’anno è sotto comando italiano: la guida il generale di divisione Maurizio Fronda, terzo italiano alla testa dell’operazione. Il contingente nazionale comprende anche medici e infermieri del Corpo militare volontario della Croce rossa.</p><p><b>L’incidente arriva alla vigilia di una scadenza politica</b>. Oggi a New York il Consiglio di sicurezza tiene il dibattito semestrale sulla Bosnia-Erzegovina e vota il rinnovo per un altro anno dell’autorizzazione a Eufor Althea, in scadenza a inizio novembre. <b>La bozza, preparata dal Regno Unito, è un rinnovo “tecnico”</b>, senza modifiche al mandato, ed è stata messa formalmente ai voti martedì. La presidenza di turno del Consiglio è greca.</p><p><b>Il rinnovo della missione è da anni l’unico terreno di intesa fra occidentali e russi sulla Bosnia</b>: l’anno scorso la risoluzione 2795 passò all’unanimità, Mosca compresa. Lo scontro riguarda piuttosto l’Ufficio dell’Alto rappresentante, che la Russia contesta e vorrebbe chiudere. Nel 2021 Mosca minacciò il veto sul rinnovo di Eufor se il testo avesse citato l’Alto rappresentante, e da allora il secondo dibattito annuale si tiene senza che l’Alto rappresentante intervenga. Quest’anno il quadro è cambiato: il tedesco Christian Schmidt si è dimesso in primavera e dal 1° luglio l’incarico è affidato <i>ad interim</i> all’americano Louis Crishock, senza che i paesi del Consiglio per l’attuazione della pace abbiano trovato un accordo su un successore. Crishock, per inciso, fino a luglio era il supervisore internazionale proprio del distretto di Brčko.</p><p><b>Nulla lascia pensare che lo schianto possa cambiare l’esito del voto, che tutti si attendono unanime</b>. Ma la seduta sarà inevitabilmente anche un momento di omaggio. Per Roma, che in Bosnia ha investito nel comando di Althea uno dei suoi principali impegni nei Balcani, la questione ora è un’altra: capire in fretta perché un Chinook decollato per un addestramento di routine si sia trasformato in una trappola.</p>]]></description>
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				<title>Roma ritrova Sant’Ivo alla Sapienza, il gioiello nascosto di Borromini</title>
				<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 15:43:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per vederla da vicino bisogna varcare il portone del Palazzo della Sapienza, in corso del Rinascimento, e attraversare il cortile. Eppure <b>Sant’Ivo</b> è una delle sagome più riconoscibili del panorama romano: basta alzare lo sguardo sopra i tetti del centro storico per scorgere <b>la sua lanterna e la cuspide a spirale che si avvita verso il cielo, come un faro</b>. Dopo anni di chiusura e <b>un lungo restauro</b>, il capolavoro di <b>Francesco Borromini</b> torna aperto al pubblico.</p><p>La storia della chiesa è legata a quella dell’antica università romana. Fu Borromini, nominato architetto della Fabbrica della Sapienza da Urbano VIII, a dare forma alla chiesa universitaria, consacrata da Alessandro VII nel 1660. Il palazzo che la circonda ha ospitato l’Università di Roma dal Quattrocento fino al 1935, quando è diventato sede dell’Archivio di stato.&nbsp;</p><p>Negli ultimi anni Sant’Ivo è rimasta perlopiù inaccessibile, a causa dei danni provocati dal <b>terremoto del 2016</b>. I lavori sono stati sostenuti con i fondi del Pnrr, nell’ambito dell’investimento Caput Mundi, e la riapertura è stata resa possibile da un accordo tra l’Archivio di stato e la Diocesi di Roma.&nbsp;</p><p>Il restauro restituisce l’interno nella sua veste originaria: un bianco quasi assoluto, giocato sui contrasti di luce e ombra, sulle profondità degli stucchi, su una geometria complessa e insieme rigorosa che ha fatto discutere per secoli studiosi e architetti. Uno spazio grandioso e discreto allo stesso tempo, che sembra moltiplicarsi a ogni passo verso il centro della cupola.</p>]]></description>
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				<title>La seconda morte di &quot;Ramón Mercader&quot; Pasolini</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:28:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Contro Mastro Ciliegia</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Lui lo sapeva, ma non aveva le prove. Nutrendo un leggerissimo pregiudizio sulle capacita da Miss Marple delle nostre magistrature – a Roma ancora stiamo aspettando la soluzione del caso Orlandi – scommetteremmo un <i>dime</i> che anche stavolta le prove non le avranno nemmeno loro. Ma <i>wait and see</i>, e buon lavoro ai pm. Che hanno una passione per i cold case superiore a quella di un talk del pomeriggio,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/11/02/news/la-procura-riapre-le-indagini-sulla-morte-di-pier-paolo-pasolini-verra-ascoltato-un-nuovo-testimone--412370">così hanno riaperto l’inchiesta sull’omicidio di Pasolini</a>. Cinquantuno anni fa ieri.</p><p>E dire che due precedenti istanze di riapertura indagini erano già state cassate nel 2016 e nel ’23, non c’era trippa per gatti. Stavolta dice di sì, ci sarebbe persino un testimone e “nuovi elementi emersi anche dalla visione delle immagini fornite dalla Rai”. Per adesso ci possiamo attestare su quel che immaginavamo tutti da 51 anni: Pino Pelosi era solo un angelo dalla faccia sporca. Ma l’unica cosa davvero interessante (trovassero un colpevole, varrà anche per lui l’attenuante del tempo passato?) è che la seconda morte di Pasolini, come quella di Ramón Mercader, è solo una fantasticheria politica, un romanzo enigmistico e un incubo notturno di cui tutti sappiamo, ma nessuno ha le prove: <b>lo hanno ucciso perché scriveva <i>Petrolio</i></b>. Poi abbiamo letto <i>Petrolio</i>: si sarebbe suicidato prima l’editor.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Dio salvi il contante</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Preghiera</category>
				<author>Camillo Langone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Dio salvi il contante, perché l’uomo da solo non ce la fa</b>. L’uomo contemporaneo ha la memoria di un pescetto e si è messo nelle mani del digitale senza riuscire a ricordare rischi e problemi. L’altro mese&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/revolut_49447" target="_blank">Revolut</a>&nbsp;ha sospeso i pagamenti digitali per molte ore a causa di un cloud? L’altro giorno il segretario britannico alla Difesa ha esortato i cittadini ad avere sempre denaro contante per ovviare agli attesi attacchi informatici? Adesso gli hacker hanno manomesso i&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/11/02/news/frigoriferi-hackerati-in-tutta-europa-decine-di-supermercati-costretti-a-gettare-il-cibo--412411" target="_blank">frigoriferi dei supermercati</a>&nbsp;di mezza Europa facendo sobbollire burro e yogurt, dimostrando che tutte le connessioni sono colabrodi? <b>Niente, gli uomini-pescetto tirano dritto, continuano a pagare col telefono</b>.</p><p>Ieri mi sono trovato al supermercato durante un blackout (nessun sabotatore, solo un po’ di vento, per dire quanto è fragile il sistema), alle casse c’erano due poverini senza contanti, tristemente arenati, <b>mentre io che pago con belle banconote li ho saltati, godendo moltissimo</b>, e sono uscito con la mia spesa mentre loro aspettavano il ritorno del bel tempo. Da domani, essendo uomini-pescetto, se ne saranno già dimenticati e andranno ancora in giro senza soldi veri. Solo Dio può salvare il contante dagli uomini-pescetto.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Se vuoi capire il mondo, fa’ prima i conti con quelli che non la pensano come te</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Uffa</category>
				<author>Giampiero Mughini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Era circolata la notizia che un potentato economico fosse interessato a comprare il Fatto, magari per correggerne la rotta, magari per togliergli ciò che ne costituisce la forza e la fisionomia. Quel quotidiano è uno dei cinque che compro ogni giorno, e ve benissimo così com’è. <b>E questo non perché io ne condivida appieno l’inclinazione politico-culturale – niente affatto –, ma perché è vivo, ben costruito, ne leggi volentierissimo i suoi giornalisti di punta. </b>Marco Travaglio a parte, io non mi perdo una riga di Andrea Scanzi, Massimo Fini, Pino Corrias e altri. Sarebbe ben triste se un utente di quotidiani leggesse solo quelli di cui condivide le idee al cento per cento. E’ il caso di quel che scrive Alessandro Orsini – un altro degli alfieri del Fatto – in tema di guerra Urss-Ucraina. Lo leggo e immancabilmente imparo, specie lì dove non sono pienamente d’accordo con lui.</p><p>Vale per il Fatto come per qualsiasi altro dei cinque quotidiani che leggo ogni giorno. <b>Leggi perché ti si allarghino gli orizzonti, perché passi in prima linea quello che credevi fosse di seconda linea, perché ti chiedi “e se avesse ragione lui?”.</b> Ovviamente non mi accade con tutti quello che mi accadeva con Mattia Feltri, di cui condividevo ogni riga di quello che firmava sulla prima pagina della Stampa, ed è un delitto contro il giornalismo il fatto che lui sia stato eluso da quel giornale, di cui io lo consideravo il direttore predestinato. Non credevo ai miei occhi quando non ho più trovato la sua rubrica sul quotidiano torinese.</p><p>Ma lasciamo perdere, sono tante le cose di cui non credo ai miei occhi nel leggerle e questo in tutti i campi. <b>Se vuoi capire il mondo, la prima cosa è fare i conti con quelli che non la pensano come te, e dunque con i giornali che sostengono le loro posizioni. </b>Non se ne esce. Tutti i giornali o quasi ne dicono di cotte e di crude su Matteo Renzi, che è di gran lunga il mio preferito nel “campo largo” della sinistra. E che dire, per tornare indietro ai campioni del giornalismo italiano, di Indro Montanelli? Potevi sì o no condividere quel suo determinato giudizio su un fatto o un personaggio della storia italiana del Novecento, ma era impossibile lasciare a metà un suo articolo. Comunque in quell’articolo c’era della polpa e quanta.</p><p>E’ un atteggiamento, il mio, che credo valga in tutti i campi. Le volte che mi fanno un’intervista, e dunque mi rivolgono delle domande, non sempre so bene che cosa risponderò. Dipende da chi è il mio interlocutore, dipende da quanto a fondo conosca l’argomento, dipende da qual è il mio umore in quel momento. Stiamo tutti come su un terreno mobile, dove tutto cambia continuamente e a velocità vertiginosa. <b>Cambia il dizionario delle parole che usiamo, cambia la geografia dei fatti e delle persone in campo, non sai mai se fra poco succederà qualcosa che metterà in ginocchio quello in cui credevi.</b> Io resto intontito dalla sicurezza con cui in tanti usano le parole/chiave “fascismo” e “antifascismo”, parole che ebbero un loro cruciale e drammatico significato nei primi anni Venti quando si dava da fare un certo Benito Mussolini, di cui non mi pare ci sia un odierno corrispondente. Un tempo in cui ci furono circa 400 antifascisti uccisi dai fascisti e poco più di 300 antifascisti uccisi dai fascisti, quando in tanti avevano la memoria di una guerra micidiale durata anni, altro che i quindicenni di oggi che si avventano coi coltelli contro quelli che reputano loro nemici, Quando non c’era il computer né il telefonino né non so quanti schermi televisivi accesi 24 ore al giorno. Quando la società e le sue partizioni erano infinitamente più semplici che non quelle di oggi. <b>O magari quel tempo di appena trent’anni fa quando un’edicola di giornali quotidiani ne aveva e ne vendeva tanti, laddove ho letto non ricordo dove di un’edicola odierna che ne vende 25 contro i 250 che vendeva un tempo.</b> Tanto per dirne una tra mille. O forse tra duemila.</p>]]></description>
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				<title>Un nipote moderno, civico e con il pensiero alla gruviera</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Andrea&#039;s Version</category>
				<author>Andrea Marcenaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mai diventare nonno di un tipastro sui dodici anni, incazzato ovviamente non solo con mamma e papà, anche con noi che gli parliamo di ’68, Berlinguer, Craxi, Berlusconi, Brigate Rosse e, raschiando il fondo, di Di Pietro, Montanelli, Borrelli, Gratteri e peggio. Poi certo che il ragazzino adocchia una vetrina. Si tenta una scusa: frequenta quella cazzo di scuola, una noia mortale. Pazienza. Si ritenta: se non diventa scemo così, travolto dalla barba di Garibaldi, individua come maestro quel mattacchione del professor Barbero, modo più allegro per diventar più fessi. Barbero è una creatura di Svongolo, certo, ma pazienza. Non vorrei essere nonno di una testa di legno che tira molotov e ce l’ha coi poliziotti come l’ebbero papà, mamma, i nonni, D’Alema, La Russa, Manconi, Veltroni (Veltroni non so, forse), Svongolo non direi, ma Bettini o Meloni sì, ancora imbecilli con dieci anni più del ragazzino. Vorrei un nipote per bene, un dodicenne istruito al civismo, alla vivacità, alla profondità e all’imprevedibilità del pensiero alla gruviera di Elly Schlein, indomabile ribelle. Ah, e moderna.</p>]]></description>
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				<title>La bocca della verità artificiale</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Il Bi e il Ba</category>
				<author>Guido Vitiello</author>
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				<description><![CDATA[<p>Maledetto liceo classico. A forza di compiacerci della nostra creatività rinascimentale, dell’originalità dello spirito italico, della superiorità delle nostre intuizioni sull’arido calcolo e la fredda ragione, vedrete che finiremo tutti in carcere. Ma proprio tutti: santi, poeti e navigatori. Leggevo ieri sul Dubbio la trascrizione di un bel dibattito che il quotidiano, per festeggiare il suo decennale, ha dedicato al tema dell’AI applicata alla giustizia. La domanda di partenza l’ha formulata il vicedirettore Errico Novi: se gli atti finiscono in una sorta di “bocca della verità artificiale”, c’è il rischio di produrre una giustizia disumanizzata? Avvocati, magistrati e giuristi hanno detto la loro: tutto molto interessante. Finché ha preso la parola Giuseppe Tango. Il presidente dell’Anm ha detto che “tra i tanti compiti che ha il giudice c’è anche quello di dare un’anima alla legge e questo non lo fa una macchina, per quanto evoluta sia”. E insieme all’anima, “ci perdiamo l’originalità”, perché “le macchine, anche quelle che hanno una capacità di autoapprendimento, comunque utilizzano dati preesistenti”. Ma allora, i nuovi diritti sanciti dal giudice “come potrebbero mai sorgere, se ci rifacessimo sempre, per quanto elaborate in maniera meravigliosa, a nozioni preesistenti?”. Ora, per non saper né leggere né scrivere (e men che mai far di conto: ho fatto il classico anch’io), mi pare che le “nozioni preesistenti” di cui parla Tango siano, in larghissima parte, quella cosa che noi profani chiamiamo “la legge”. Ebbene, se su un piatto della bilancia mi offrono una macchina che applica un po’ ottusamente la legge così com’è scritta, e sull’altro piatto mi propongono l’anima del giudice, le sue intuizioni originali, la sua giurisprudenza evolutiva e certe derive imprevedibili del libero convincimento, io nella “bocca della verità artificiale” non ci metto solo la mano. Ci infilo tutta la testa, per tacer del resto.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Le classi pollaio sono quelle dei prof</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 18:34:00 +0100</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Con un ritardo di almeno tre anni (l’allarme sulla stretta demografica delle cattedre l’aveva lanciato nel 2023 il ministro Valditara, corroborato da un’inchiesta di Tuttoscuola in cui si conteggiavano 2.600 istituti già chiusi nel decennio precedente, e inoltre i report della Fondazione Agnelli sono costanti da tempo) la Rete degli studenti in sciopero è riuscita a non capire neppure stavolta il senso delle cose: “Migliaia di studenti si sono mobilitati per chiedere una scuola pubblica più finanziata. La risposta del governo è invece quella di tagliare 7.000 posti”. A ricasco, i sindacati e l’opposizione: compatti nel denunciare i presunti tagli selvaggi della legge di Bilancio. Non è così, basterebbe leggere i numeri della demografia, che da oltre un decennio indicano la strutturale diminuzione degli alunni – il fenomeno si sente ormai in ogni ordine di scuole – e il conseguente esubero di sempre più insegnanti. I settemila tagli, di cui cinquemila docenti, sono in pratica un semplice mancato rimpiazzo del turnover. E il motivo è chiaro:<b> ci sono meno classi in cui insegnare </b>(spoiler: tra un po’ ci saranno anche edifici vuoti sul cui futuro rifletere).</p><p>Come ha spiegato a il presidente della Fondazione Agnelli Andrea Gavosto dal 2025 al 2030 la riduzione dei giovani in età scolare (3-18 anni) sarà di 796 mila unità, meno 10 per cento: “Circa 40 mila classi in meno, il che corrisponde di fatto a 70 mila docenti in meno… che fa più o meno 11 mila all’anno, spalmati su 5 anni. Quindi paradossalmente <b>la riduzione dei docenti dovrebbe essere addirittura doppia della legge di Bilancio</b>”. I sindacati dicono che si dovrebbero fare classi più piccole, in modo da spalmare gli esuberi. Ma, a parte che le “classi pollaio” esistono solo nella cattiva pubblicistica, andrebbe notato, come spiegano gli analisti, negli ultimi dieci anni, nonostante il calo di alunni, i docenti sono aumentati di 142 mila (124 mila di sostegno, a proposito di inclusione). E’ necessario ripensare la scuola per l’Italia che verrà, non scendere in piazza per rivendicare il posto fisso.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Con il quinto plenum, Xi si prepara a rafforzare il suo potere nel Partito</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il quinto plenum del Partito comunista cinese, aperto lunedì e chiuso giovedì, è servito a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/xi-jinping_32397" target="_blank">Xi Jinping</a>&nbsp;per preparare il terreno al prossimo Congresso, che si terrà a metà del 2027, in cui il leader punta ad assicurarsi il suo quarto mandato quinquennale. Dopo quattro giorni a porte chiuse, il comunicato pubblicato ieri certifica il record di epurazioni della sua campagna anticorruzione e apre di fatto il rimpasto dei vertici cinesi: 33 membri espulsi, di cui alcuni suoi fedelissimi, 16 provenienti dall’esercito. Nella lista ci sono anche Zhang Youxia, ex numero due di Xi nella gerarchia militare, e Ma Xingrui, ex segretario del Partito per lo Xinjiang.</p><p>Ciò che è saltato subito all’occhio degli esperti, nelle foto diffuse, sono le file di sedie vuote: circa un quarto dei 376 membri del Comitato centrale in carica all’inizio del mandato, quattro anni fa, non si è presentato – è la partecipazione più bassa a una riunione decisionale del Partito dai tempi di Mao Zedong. Molti degli assenti sono stati rimossi, la Commissione militare centrale è ormai quasi smantellata, con cinque dei sette membri nominati nel 2022 epurati: restano soltanto Xi e il vicepresidente Zhang Shengmin, responsabile anticorruzione dell’Esercito e promosso al Politburo. Gli altri vivono in un clima di paura, restii a decidere e concentrati soprattutto a non irritare Pechino. Per Xi la presa che ha sul Partito non è mai abbastanza salda. Il leader vuole rafforzare il controllo con un “autogoverno completo e rigoroso”, e dal plenum filtra che la leadership si è sentita più volte “indebolita o svuotata”. Il Partito deve fare di più per formare quadri capaci e zelanti e garantire che i funzionari “non osino, non siano in grado e non abbiano alcun desiderio di essere corrotti”. Dopo anni di purghe, Xi ammette che la lotta alla corruzione e al degrado burocratico resta una sfida complessa e grave, e nel comunicato del plenum promette di proseguire con determinazione l’eliminazione dei “gravi pericoli nascosti”, se serve anche “rivolgendo la lama verso l’interno per arginare il disordine”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il 9 novembre Novaya Gazeta lascerà la storica sede a Mosca e spegnerà i server</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 05:42:00 +0100</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Ci hanno uccisi”. Con queste parole Dmitri Muratov, premio Nobel per la Pace nel 2021, ha annunciato la fine di Novaya Gazeta, il giornale indipendente che per oltre trent’anni ha raccontato la Russia, sfidando il potere. Il 9 novembre la redazione spegnerà i server e abbandonerà la storica sede di Mosca, in vicolo Potapovskij. Fondata nel 1993, anche grazie al sostegno di Michail Gorbaciov, Novaya Gazeta era sopravvissuta alla progressiva involuzione autoritaria del regime putiniano. Aveva continuato a denunciare la corruzione, le violazioni dei diritti umani, le guerre in Cecenia. Aveva pagato un prezzo altissimo: sei giornalisti assassinati, tra cui Anna Politkovskaja, uccisa proprio vent’anni fa, nell’ottobre del 2006. Dopo l’invasione dell’Ucraina, la repressione si era intensificata: censura, perquisizioni, arresti, revoca della licenza, fino al blocco delle donazioni dei lettori in quanto agente straniero. <b>Ormai non restava che il samizdat, l’autopubblicazione clandestina dei tempi sovietici,</b> con una tiratura inferiore alle mille copie mensili. <b>Molti giornalisti hanno scelto l’esilio, dando vita a Novaya Gazeta Europe</b>, che continua dall’estero il lavoro della redazione originaria. Altri sono rimasti in Russia, Muratov incluso, rifiutando di abbandonare quello spazio sempre più angusto di dissenso. Insieme ad Aleksej Venediktov, storico direttore della radio Echo Moskvy e altra voce della stagione della perestrojka, Muratov continua a battersi per la liberazione dei prigionieri politici. Una testimonianza di resistenza civile che il regime ha per ora interesse a non cancellare. In attesa di riaprire forse in altra sede e sotto una forma diversa, Novaya Gazeta chiude i battenti. Si spegne un altro pezzo della Russia che avrebbe potuto essere, e che il regime ha scelto di non tollerare più.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il Mose salva Venezia ma la riempie di topi. E i derattizzatori festeggiano</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 19:42:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Alberto Mattioli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mosè annegò gli egizi nel mar Rosso; <b>il Mose</b>, quello senza accento, <b>non annega più i topi in laguna</b>, e di conseguenza Venezia sembra diventata Topolinia. Poiché le già vituperate paratie mobili funzionano,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2020/10/07/news/lezione-per-litalia-che-vuol-ripartire--217850">dal 2020 l’acqua alta che prima era la regola è diventata l’eccezione</a>. Ma<b> l’inondazione ricorrente faceva sì che i cuccioli di roditori morissero periodicamente affogati</b>, la famosa morte del sorcio. Adesso non più e, visto che una sorcia è un grado di generare in un anno fino a mille e cinquecento sorcetti, i ratti a Venezia sono diventati un problema, o lo sono più di prima.</p><p>La notizia l’ha data <i>La Nuova Venezia</i> (sempre sfogliare i giornali locali, ammonivano i capiredattori sì bravi e perduti di una volta), citando anche il dotto studio di un professore emerito di Idraulica dell’Università di Padova. E aggiungendo interessanti dettagli sui tipi di topi cittadini: si apprende così che<b> a Venezia imperversano soprattutto il Rattus rattus, alias ratto nero, e il Rattus norvegicus, vulgo pantegana, e il primo popola i piani alti, la seconda il pianoterra</b>. Molto meno diffuso, per mancanza di materia prima, il topino di campagna (e del resto, i veneziani l’hanno sempre detto: oltre il ponte, xe tuta campagna. Di qua, nisba). Se posso aggiungere una testimonianza personale, da frequentatore di calli e campielli, di pantegane adesso se ne vedono in effetti più di prima. Per un curioso fenomeno di mimetismo, si muovono con la stessa lenta ma sicura nonchalance delle poche, meravigliose dogaresse locali superstiti, quelle che parlano solo in dialetto, hanno ancora il palazzo con alle pareti i ritratti degli antenati caduti a Lepanto e Candia e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/04/26/news/la-fenice-licenzia-beatrice-venezi-annullate-tutte-le-collaborazioni--307644">sono scese in piazza per protestare contro la Venezi</a>&nbsp;a Venezia. Insomma, bisognerà aggiornare la vecchia boutade di Cocteau, sempre poi che fosse sua: a Venezia i leoni volano e i piccioni camminano, d’accordo, ma soprattutto i topi festeggiano.</p><p>La notizia suscita evidentemente delle interessanti speculazioni filosofiche. Il punto è che, dando l’ennesima ragione a chi dubitava delle magnifiche sorti e progressive degli uomini (e dei topi), la soluzione di ogni problema ne crea inevitabilmente un altro. Gutenberg inventa la stampa, e insieme il refuso. La Camerata de’ Bardi crea il melodramma, e nascono i tenori. Bossi fonda la Lega, e ci tocca Salvini.<b> Il Mose salva Venezia dalle acque ma la riempie di topi. C’è, naturalmente, anche il rovescio della medaglia: per i derattizzatori è una festa</b>, e il sempre provvido foglio veneziano dà conto anche di tariffe e frequenza degli interventi. E in ogni caso diciamolo, l’acqua alta era una seccatura maggiore di quanto non sia trovarsi davanti dei topi: i turisti sono più molesti, specie quelli mordi–e–fuggi (come i ratti, appunto). Comunque, non si può mai stare tranquilli. Troppo bella, Venezia liberata dall’acqua alta, senza che ci fosse qualche controindicazione. Lo dice anche l’amata Wislawa Szymborska: “A noi resta negata l’idiozia della perfezione”.</p>]]></description>
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				<title>Gli attacchi informatici ai supermercati e cosa manca all&#039;Italia in materia di cybersicurezza</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 11:22:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tra domenica e lunedì anche in Italia <b>in alcuni supermercati italiani i banchi frigo e freezer hanno smesso di refrigerare e hanno iniziato a scaldare</b>. Scene già viste in Europa, in gran parte dei paesi dell'Ue, nelle scorse settimane. Nella quasi totalità dei casi <b>la causa di questi malfunzionamenti è quella di un attacco informatico</b>. La chiamano&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guerra-ibrida_2253">guerra ibrida</a>&nbsp;o guerra cognitiva, l'idea è quella che si può intimorire o far paura alle persone anche senza bombe, ma colpendole nella vita di tutti i giorni.&nbsp;</p><p>Due casi, in Sicilia ed Emilia Romagna, sono sotto al centro delle indagini della polizia postale.</p><p>In mattinata si è svolta una riunione con il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano, il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il direttore dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn) e i direttori delle Agenzie di intelligence per fare luce sui fatti degli scorsi giorni. Una riunione che non ha lanciato alcun allarme. Secondo quanto riportato da una nota di Palazzo Chigi, "dai primi accertamenti emerge che in Italia l’impatto degli attacchi è al momento fortemente limitato: sono state interessate poche unità commerciali, a fronte delle migliaia presenti sull’intero territorio nazionale, per lo più munite ancora adesso di sistemi di sicurezza obsoleti, con interfacce esposte direttamente su Internet e carenze nei meccanismi di autenticazione. La gran parte della catena di distribuzione risulta invece dotata di sistemi di protezione aggiornati, in grado di respingere intrusioni malevole". La nota specifica che "non è emerso alcun caso di rischio per la salute dei cittadini riconducibile a fenomeni di scongelamento. Ogni eventuale segnalazione di anomalia viene peraltro notificata dall’Acn ai Nas dei Carabinieri, al fine di garantire tempestivi interventi. L’Acn sta inoltre incontrando i rappresentanti delle categorie interessate e gli amministratori dei principali operatori del settore". Il governo ha reso noto che "continuerà ad agire lungo quattro direttrici: monitoraggio e analisi della minaccia, attività peraltro avviata già da mesi; interlocuzione costante con i fornitori e i venditori della filiera alimentare; individuazione e tempestiva notifica dei soggetti esposti; diffusione su larga scala di comunicazioni preventive e indicazioni per la mitigazione dei rischi nei settori interessati".</p><p>"<b>Il paradosso è che l'Italia è in difficoltà perché è in ritardo sul tema della sicurezza informatica pur essendo stata a lungo in anticipo</b>", commenta al Foglio <b>Giuseppe Antonio Costantini</b>, per quasi un ventennio alla Polizia postale svizzera ora consulente di cybersicurezza per diversi grandi gruppi. "Una dozzina di anni fa, era stato redatto un piano che doveva prevedere la creazione di una figura di riferimento nelle grandi aziende addetta alla sicurezza informatica e di un piano di formazione continua per tutti i lavoratori che avevano a che fare con computer e dispositivi connessi alla rete aziendale. Un piano che anche noi in Svizzera abbiamo replicato", spiega. Un piano che però non è mai divenuto davvero realtà e, soprattutto, routine. "Il pericolo non è nuovo, è da oltre vent'anni che si parla e si discute di questo tema. Qualcosa è stato fatto, ma non tutto e soprattutto non a sufficienza. Quello che ancora non è chiaro è che non esiste un hacker genio dell'informatica che da un computer punta un obbiettivo, penetra le difese e manda in tilt un sistema. <i>Wargames</i> è un film del 1983, il problema è che c'è gente che è ancora convinta che quella sia la realtà", racconta Giuseppe Antonio Costantini. "Tutto è molto più semplice: vengono inoltrati in rete delle esche e si aspetta che il pesce abbocchi. E tu puoi avere il miglior programma di difesa, ma il punto critico non è il programma o i programmi che hai, è sempre chi ha a che fare con essi. <b>Il punto critico è l'uomo. Per questo serve la formazione continua</b>, <b>per questo serve incrementare la conoscenza e, soprattutto la consapevolezza, informatica</b>".</p><p>Giuseppe Antonio Costantini spiega che "i problemi capitati ai supermercati sono sempre, o quasi sempre, causati da un errore sciocco, una distrazione stupida, nel 98 per cento dei casi umana. Ciò non vuol dire che non sia in atto una strategia di destabilizzazione esterna, vuol dire che questa strategia di destabilizzazione potrebbe essere assai meno problematica se si fosse agito in maniera oculata".</p><p>Nei giorni scorsi il Guardian ha riportato che l'origine dei problemi avuti dalla catena svedese di supermercati Coop è stata la "manomissione non autorizzata" dei sistemi di refrigerazione, originata da un attacco subito da uno dei fornitori di sistemi, la Danfoss, che era la stessa azienda danese che aveva fornito i termoregolatori ai supermercati francesi messi ko a settembre. "Danfoss è un'azienda che ha un ottimo sistema di difesa informatico, eppure questo sistema è stato bucato. Probabilmente il motivo è un errore o una disattenzione di un dipendente. In un sistema interconnesso, serve un'attenzione molto maggiore, una conoscenza assoluta di ciò che si può e non si può fare. E questa si può ottenere soltanto grazie alla formazione continua". Per&nbsp;Giuseppe Antonio Costantini il rischio zero "è irraggiungibile, ma abbassare le soglie di rischio è possibile e non è nemmeno difficile, a patto però di prendere davvero in considerazione che la cosiddetta cybersicurezza non è una lotta tra nerd dove vince il più geniale, ma parte soprattutto dalla responsabilità individuale e dalla conoscenza di cosa non deve essere assolutamente fatto in una rete aziendale".</p>]]></description>
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				<title>Gas, stoccaggi Ue mai così bassi dal 2013. I numeri dell&#039;Aie</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 20:22:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Al 31 ottobre gli stoccaggi di gas dell’Unione europea sono stati riempiti per il 75 per cento della loro capacità complessiva</b>, che è di circa 100 miliardi di metri cubi. Si tratta, secondo il “Global gas security review” pubblicato oggi dall’<b>Agenzia internazionale dell’energia (Aie)</b>, del valore minimo registrato in questo periodo dell’anno dal 2013. L’avvertimento dell’Aie riguarda anche l’anno che verrà, perché <b>secondo l’agenzia è probabile che la tensione sui mercati si protrarrà anche nel 2027</b>. Assumendo che le interruzioni nel medio oriente proseguano almeno fino a fine anno 2026, l’Aie prevede per quest’anno un calo dell’offerta mondiale di Gnl del 3 per cento sul 2025: si tratta di circa 20 miliardi di metri cubi in meno, “la maggiore flessione annua” mai registrata dall’Aie, che inoltre stima per il quinquennio 2026-2030 una perdita cumulata di circa 150 miliardi di metri cubi di Gnl. <b>Ciò è di primaria importanza per l’Italia</b>, dove le centrali termoelettriche a gas determinano frequentemente il prezzo all’ingrosso dell’elettricità e dove,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/29/news/linverno-energetico-piu-difficile-dal-2022--405936">secondo un rapporto di Oxford Economics</a>, pesa sulla spesa delle famiglie italiane circa il 3 per cento nel paniere dei prezzi al consumo, il doppio rispetto alla media dell’Eurozona.</p><p>La guerra in medio oriente ha infatti interrotto le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz e danneggiato gli impianti di produzione. Tra marzo e ottobre i carichi dal Qatar ed Emirati, destinati all’Europa ma soprattutto all’Asia, sono diminuiti di oltre 60 miliardi di metri cubi rispetto agli stessi mesi del 2025, mentre <b>tra aprile e settembre sono passate per Hormuz solo circa dieci metaniere cariche al mese, contro la media di circa 95 di tutto l’anno scorso</b>.</p><p><b>In Europa, nello scenario favorevole dell’Aie</b>, con l’ipotesi più che ottimistica che i flussi da Hormuz inizino a recuperare i valore pre guerra da gennaio 2027, e che il prossimo sia un inverno mite, <b>le riserve chiuderebbero marzo 2027 al 33 per cento</b>. Con un inverno freddo e interruzioni dal Golfo protratte almeno fino alla primavera, invece, l’Ue arriverebbe in primavera con gli stoccaggi al 7 per cento, il minimo storico.  Lo scenario è chiaramente quello peggiorativo, ma il rischio è reale e le negoziazioni per la fine del conflitto nel medio oriente sono soggette all’instabilità e imprevedibilità dell’Amministrazione Trump.</p><p><b> Intanto però si è sbloccata nuova offerta proveniente da nuovi impianti nel resto del mondo</b> (da Plaquemines e Corpus Christi negli Stati Uniti fino alle minori produzioni dal Congo, Senegal e così via). La produzione di Gnl fuori dal Golfo è cresciuta rispetto al periodo marzo-ottobre 2025 di oltre 40 miliardi di metri cubi, compensando circa due terzi della perdita dal medio oriente. Anche la flessibilità dei nuovi accordi ha contribuito a contenere lo choc. Nei contratti di Gnl censiti dall’Aie, la quota dei volumi senza destinazione vincolata – da spedire dove servono – è passata dal 29 per cento nel 2016 a oltre il 50 per cento nel 2025, soprattutto grazie all’offerta americana, e ad approfittarne di più sono stati i paesi asiatici, che tra marzo e ottobre hanno raddoppiato gli arrivi dal bacino atlantico rispetto agli stessi mesi del 2025.</p><p><b>La pressione sui mercati ha anche alimentato le tensioni fra il governo italiano e quello tedesco</b>. Il 29 ottobre Alessandro Noce, un direttore generale del ministero dell’Ambiente, ha rivendicato una spesa italiana di 300 milioni di euro per gli stoccaggi e ha accusato la Germania: <b>“Stiamo pagando di più per il gas perché i tedeschi lo stanno comprando ora”</b>. Al 27 agosto l’Italia aveva già riempito l’82 per cento dei depositi di gas contro il 51,6 della Germania, che al 2 novembre ha gli stoccaggi pieni solo al 61 per cento. Il governo tedesco però ha respinto l’accusa di Noce, sostenendo che le importazioni future, insieme alle scorte, siano sufficienti a garantire gli approvvigionamenti durante l’inverno. Secondo il regolamento Ue, che prevede che gli stati membri debbano stoccare almeno il 90 per cento dei depositi fra il primo ottobre e il primo dicembre, riducibile all’80 in condizioni difficili, <b>la Germania non avrebbe infatti ancora commesso un’infrazione</b>. Inoltre, la flessibilità serve proprio a evitare acquisti obbligati concentrati nel tempo. Il gas disponibile durante l’estate era caro per le interruzioni delle forniture, mentre i prezzi per la consegna invernale riflettevano aspettative di miglioramento. Comprare al tempo il gas, pagare per conservarlo e venderlo in inverno offriva quindi per gli operatori tedeschi troppo poco margine, o una perdita.</p>]]></description>
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				<title>Zelensky a Berlino: “Oggi negli Usa si plasma il futuro”</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 20:03:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Lorenzo Monfregola</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Oggi il mondo guarderà a un solo paese: gli Stati Uniti. Lì oggi si vota, e queste elezioni plasmeranno il futuro”, anche per quelle persone che conservano ancora “un ricordo molto forte di un’America su cui potevano contare con fiducia, senza nemmeno doverci pensare”. Quell’America “è un sogno bellissimo, il suo orizzonte è il desiderio umano di libertà”, ma “abbiamo già visto giorni dopo i quali il mondo ha avuto la sensazione che questo quadro potesse non esistere più”. Il presidente ucraino Zelensky non parla direttamente di Donald Trump, almeno nel discorso che ha preparato, ma la sala gremita della Berlin Security Conference coglie in profondità le sue parole. “<b>La sicurezza è come l’aria</b>... Nessuno si sveglia chiedendosi se domani ci sarà abbastanza aria da respirare... Ma quando la sicurezza scompare, scompare con lei tutto ciò che rende possibile una vita normale. Perdere la sicurezza significa morte”.</p><p>Zelensky è arrivato martedì nella capitale tedesca, a sorpresa, come sempre. Prima di visitare la Conferenza, il presidente ucraino ha visto il cancelliere Merz. Uno dei temi principali dell’incontro: spingere per un coinvolgimento dell’Europa nei negoziati di pace previsti ad Abu Dhabi, dove, su iniziativa americana, i rappresentanti di Ucraina, USA e Russia dovrebbero trovarsi il 10-11 novembre. <b>“Nessuno può parlare dell’Ucraina senza l’Ucraina</b>. È come parlare della sicurezza in Europa senza l’Europa”, dice Zelensky. Davanti al pubblico di militari, politici e specialisti della Conferenza, il presidente ucraino ringrazia di nuovo Washington per l’aiuto dato a Kyiv, aggiungendo che è un grazie che vuole ripetere spesso: “giusto per essere sicuri che ci sentano anche quelli che a volte hanno l’impressione che non li abbiamo ringraziati abbastanza”. Altro chiaro messaggio, in questo caso a Vance.</p><p><b> Ma a Berlino Zelensky sembra voler ringraziare soprattutto l’Europa</b>, vuole parlare soprattutto di Europa, non senza preoccupazione. “Cosa succederebbe se la Germania sparisse dalla mappa della sicurezza europea e mondiale? E se sparisse la Francia? Che cosa resterebbe allora dell’architettura di sicurezza europea?” Altri chiari riferimenti. Alla possibilità di una Parigi in mano a Le Pen e, ancora di più, di una Berlino nelle mani dei filo-russi di AfD. “Troppo, davvero troppo dipende da ciò in cui la Germania crede e da coloro in cui crede. Il ruolo degli Stati Uniti nel mondo potrebbe ridursi ancora. Quindi il ruolo dell’Europa nel mondo deve diventare ancora più grande. E senza la Germania questo è impossibile. Impossibile”, afferma il presidente ucraino.</p><p>“Senza di voi la libertà perderà di sicuro. La libertà e la sicurezza in Europa non hanno alternativa al vostro impegno e alla vostra forza.<b> L’Europa non ha alternativa alla Germania</b>”. Un gioco di parole quasi certamente dedicato ad “Alternative für Deutschland”. Invece di parlare della difficile situazione sul campo per l’Ucraina – con un duro inverno in arrivo e i cieli ancora senza sufficiente protezione – Zelensky preferisce poi descrivere la guerra ibrida russa. Mosca “non agisce solo con la forza bruta evidente. I suoi metodi sono dei più diversi: dai droni all’aeroporto di Lipsia agli eserciti di bot che spingono sui social ogni genere di idea estrema. Perché lo fanno? Perché più le idee estreme sono forti, più ci sono conflitti, e meno spazio resta al centro. Meno spazio per il dialogo. Meno spazio per lavorare insieme, anche per lavorare insieme alla sicurezza”.</p><p>Il presidente ucraino insiste nel cercare quasi di motivare l’Unione Europea e le sue nazioni: <b>“A volte non capiamo nemmeno quanto siamo forti, e l’Europa è molto forte. </b>Sì, ci sono questioni interne [...], ma in ogni caso in Europa avete l’unità, avete capacità molto forti, l’industria, persone davvero brillanti, enormi produzioni”, ed è un’Europa unita che è anche “parecchie volte più forte della Russia”. Nel mezzo del discorso, anche una stoccata a Elon Musk: “quando si parla di nuove tecnologie come Starlink e sistemi simili, diversi paesi stanno costruendo le proprie versioni di Starlink. Anche la Germania sta costruendo il proprio sistema. Ed è la cosa giusta, perché la questione chiave è chi controlla i pulsanti di accensione e spegnimento”. Poi Zelensky se ne va, con la sua scorta, mentre in Ucraina sta per iniziare una nuova notte di guerra.</p><p><br></p><p><br></p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>La riabilitazione del vescovo alla gogna. Il nuovo incarico di Francesco Cavina</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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												<category>Chiesa</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ci sono voluti sette anni perché il torto fosse riparato. Ma, come recita l’adagio, meglio tardi che mai. I fatti: nel 2019, l’allora vescovo di Carpi, mons. <b>Francesco Cavina</b>, diede le dimissioni perché non ce la faceva più. Accusato di “corruzione elettorale”,<b> era finito nel ben noto tritacarne ricolmo di pettegolezzi da strada e sacrestia</b>. Uno stillicidio quotidiano di cui diede conto in una lettera alla diocesi:</p><blockquote>“Ho sempre rispettato la giustizia e i suoi operatori e sempre li rispetterò. Peraltro, l’aspetto più doloroso per quanto mi riguarda è che l’intera indagine si è contraddistinta per una diffusione mediatica, in tempo reale, di parte dell’attività degli inquirenti, anche quando si versava in pieno segreto istruttorio. Si è arrivati a pubblicare anche il contenuto di telefonate legate al mio ministero sacerdotale ed episcopale. Successivamente ottenuta la completa archiviazione della mia posizione (richiesta dallo stesso organo inquirente e avallata senza riserve dal giudice per le indagini preliminari per l’infondatezza delle accuse), la gogna mediatica a cui sono stato sottoposto non si è interrotta”.</blockquote><p>Impossibile andare avanti. <b>Quindi, le dimissioni</b>. Papa Francesco le accettò ma al vescovo che all’epoca aveva sessantaquattro anni non diede più alcun incarico. Pensione anticipata e senza spiegazioni. <b>Una vicenda molto simile a quella di mons. Michel Aupetit, arcivescovo di Parigi costretto alle dimissioni a seguito di un’inchiesta giornalistica  rivelatasi pura fuffa</b>. Sacrificato sull’altare delle chiacchiere, disse Francesco.</p><p>Ci ha pensato Papa Leone XIV, sabato, a sanare la ferita. Mons. Francesco Cavina è stato infatti nominato visitatore apostolico a carattere speciale per la Parrocchia di Medjugorje, <b>a tempo indeterminato e ad nutum Sanctae Sedis</b>. Un incarico tutt’altro che di facciata: mandato a sovrintendere il più “discusso” santuario mariano sul pianeta, con lo scontro sempiterno tra i francescani che difendono le apparizioni e la diocesi che da sempre è dubbiosa (eufemismo). Una bella gatta da pelare.</p>]]></description>
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				<title>La profonda crisi che scuote la Chiesa. Il nuovo libro del cardinale Sarah</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Robert Sarah</author>
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				<description><![CDATA[<p>La nostra epoca offre il desolante spettacolo di un mondo che pretende di costruire la città degli uomini senza Dio, o addirittura contro di Lui. L’Europa, in particolare, sembra aver reciso il legame con la propria memoria cristiana. Vive come un figlio prodigo che sperpera con leggerezza il tesoro spirituale ricevuto dai suoi padri. E’ questa, secondo le parole di Giovanni Paolo II, una vera e propria “apostasia silenziosa”: quella di un uomo sazio che vive come se Dio non esistesse <i>(Ecclesia in Europa, n. 9)</i>. Un’antropologia senza Dio e senza Cristo cerca oggi di dominare le menti. In essa l’uomo viene falsamente elevato a centro assoluto della realtà, usurpando il posto del Creatore. Si dimentica così che non è l’uomo a fare Dio, ma Dio a fare l’uomo. Da questa colpevole amnesia nascono l’abbandono dell’uomo a sé stesso, il nichilismo filosofico, il relativismo morale, il pragmatismo cinico e una concezione della libertà abbandonata a ogni desiderio.</p><p>La verità, privata del suo fondamento divino, diventa sospetta e la coscienza pubblica scivola verso un’indifferenza religiosa tanto sterile quanto pericolosa. Il rifiuto della verità, cioè di Dio, apre la porta a una moltitudine di confusioni. Le opinioni si scontrano, le ideologie proliferano, le contraddizioni si moltiplicano, ciascuna riflettendo i desideri disordinati e gli interessi particolari di coloro che le sostengono. Recidendo il legame con la sorgente divina, l’uomo distrugge sé stesso spiritualmente e finisce per ridursi a una macchina o a un animale.<b> L’idolatria dell’uomo conduce inevitabilmente alla sua stessa decadenza</b>. Ergendosi contro Dio, perde la dignità che il Creatore gli aveva conferito. I princìpi dell’antropocentrismo moderno, ancorati alla radice stessa della civiltà contemporanea, ne contaminano tutte le manifestazioni. Sarebbe vano voler riformare le istituzioni o apportare rimedi a una società i cui fondamenti sono corrotti. Non sono anzitutto le strutture, né semplicemente i costumi, a dover essere corretti, ma le anime, le menti e le coscienze.</p><p><b>La salvezza verrà da un cambiamento interiore</b>, da una conversione radicale, da un rinnovamento dei princìpi fondamentali. La Chiesa, in questa battaglia, non può tacere. La sua prima missione è chiamare il mondo alla conversione. Solo un ritorno a Gesù Cristo potrà restituirci la nostra vera umanità. Come insegna il salmista: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella” (Sal 127,1).</p><p>L’edificio moderno costruito senza Dio è destinato a crollare. Questo mondo che ha voluto emanciparsi dal Creatore non può sopravvivere se non tornando a Lui. La morte spirituale colpisce l’uomo che si allontana da Dio; la vita rinasce soltanto attraverso un ritorno umile e sincero. I princìpi che hanno corrotto la modernità si oppongono frontalmente a quelli dell’ordine cristiano. Non si può guarire un disordine senza indicare il vero ordine. Molti cattolici, lucidi e inquieti, avvertono con dolore la profonda crisi che scuote la Chiesa: perdita del senso del peccato, indebolimento dell’impegno sacerdotale e matrimoniale, indifferenza verso la dottrina, oblio del tesoro liturgico e disprezzo della tradizione che ha generato tanti santi.</p><p>A questa crisi interna si aggiunge l’aggressione esterna di ideologie ostili: il comunismo ateo, il nazismo, l’ideologia del genere, il transumanesimo. <b>L’occidente attraversa una notte culturale senza precedenti nella storia dell’umanità.</b></p><p>Dio è ormai escluso dalla coscienza pubblica, relegato al rango di opinione privata, priva di una reale incidenza sulla vita sociale. Il liberalismo morale e l’indifferenza religiosa minano le fondamenta stesse della società. E, tuttavia, Dio continua a intervenire. Il suo amore è più forte del peccato. Egli fa sorgere un ordine nuovo, superiore all’ordine antico distrutto dall’orgoglio umano. Per questo ha inviato il suo Figlio, Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Ogni atto di Cristo possiede un valore infinito, capace non solo di ottenere il perdono, ma anche di riparare sovrabbondantemente il disordine introdotto dal peccato. E tale atto divino è al tempo stesso pienamente umano, offerto a nome di tutta l’umanità.</p>]]></description>
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				<title>La lezione contro la democrazia di Papa Leone XIV</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 17:22:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Bandiera Bianca</category>
				<author>Antonio Gurrado</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nell’“Epistola sulla tolleranza”, ed era il 1689, John Locke ammoniva che un buon cittadino di una qualsiasi nazione non potesse essere al contempo cattolico: in quanto tale, infatti, sarebbe stato suddito anche del capo di uno Stato straniero, il Papa, e ciò avrebbe contraddetto la fedeltà al proprio sovrano e alla patria in cui viveva. Leone XIV, versato nella teoria dei giochi e quindi appassionato di arte combinatoria, si è divertito a invertire i termini della questione: un Papa, che è altresì cittadino di uno Stato diverso da quello di cui è stato eletto capo, ha diritto di votare nella nazione d’origine? Se la logica tentenna, la giurisprudenza risponde di sì, e difatti il cittadino Prevost, che per la legge americana si limita a svolgere un oneroso hobby oltreconfine, ha regolarmente votato per posta alle elezioni di mid-term. Più che interrogarsi su dove mai avrà apposto la fatale crocetta, magari è il caso di concentrarsi su quella lieve contraddizione che ci ha fatti esitare. La democrazia prevede infatti che tutti i cittadini abbiano eguale diritto al voto, con l’esclusione di alcune categorie (i minori, i condannati, ma non certo i pontefici) a scopo cautelativo o punitivo, poiché tutti insieme costituiscono la forza in grado di indirizzare la politica del governo e, nel caso degli Stati Uniti, le sorti del mondo in senso lato.</p><p>La logica, anzi la ragionevolezza, riconosce invece che<b> il Papa può sulle sorti del mondo e sulla politica del governo molto più di quanto possa forse la somma di tutti gli altri cittadini americani:</b> basta una buona parola, una saggia moral suasion, una rispostaccia ben assestata alle mattane del presidente di turno. Se il giorno delle elezioni il suo voto risulta uguale a quello altrui, ossia di per sé ininfluente, per i restanti trecentosessantaquattro giorni dell’anno la sua capacità politica, il suo influsso sociale e la sua dirittura morale (senza scomodare lo Spirito Santo) gli conferiscono un peso superiore a qualsiasi forza storica delle masse di elettori. Delle centinaia di milioni di americani chiamati al voto come il Papa, credo nessuno si senta in cuor proprio competente o decisivo quanto lui; la sua partecipazione al voto, la parcellizzazione del suo volere in un marasma di opinioni contrastanti e impotenti, è dunque di natura simbolica se non meramente rituale o ludica. Il Papa che vota alle elezioni di mid-term è una grande lezione di democrazia; intendo una lezione contro la democrazia, una lezione sui difetti più paradossali che non la fanno funzionare più.</p>]]></description>
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				<title>Tutti i piccoli e grandi dettagli che spiegano il fenomeno Kimi</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Umberto Zapelloni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ci sono due facce dello stesso campione. Da una parte c’è Andrea, o Andy, il ragazzo normale. Dall’altra c’è Kimi, il pilota che ha riscritto la storia. Il Mondiale di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/11/02/news/andrea-kimi-antonelli-e-il-campione-del-mondo-della-formula-1--412342" target="_blank">Kimi</a>&nbsp;è quello della gioventù. Ma anche quello della famiglia. In Formula 1 non aveva mai vinto il Mondiale un ragazzo della sua età (20 anni, 2 mesi, 7 giorni) e, soprattutto, nessuno aveva mai festeggiato a bordo pista con mamma, papà e sorellina. Kimi è il campione bambino che parla come un adulto. <b>Kimi è il campione che vive ancora con la paghetta dei genitori, anche se presto firmerà un contratto da una trentina di milioni di euro a stagione</b>. Kimi è quello che va a lavarsi la sua Mercedes stradale da solo e si diverte ad asciugarla a mano. Kimi è il ragazzo che ha insegnato agli italiani di una certa età che cosa sia il “letsgoski”, quel modo di esultanza con indice e pollice che un tempo conoscevano soprattutto i surfisti. Avremmo anche potuto farne a meno, ma per lui questo e altro. Kimi è anche un ragazzo che sa piangere quando serve e non nasconde le sue emozioni. L’anno scorso, dopo l’ennesima delusione in pista a Spa, si era messo a piangere perché temeva di non essere all’altezza. <b>Quest’anno ha pianto solo di gioia, fino al giro finale di Città del Messico: “Avevo così tante lacrime negli occhi che facevo fatica a vedere la pista”</b>.</p><p>“Kimi è il campione della porta accanto”, suggerisce&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/luca-cordero-di-montezemolo_67068" target="_blank">Luca Cordero di Montezemolo</a>, uno che di piloti (e di vittorie) se ne intende. “E’ semplice, sereno e sorridente oltre che velocissimo. Ha la fortuna di avere accanto una famiglia che, come quella di Sinner, non vuole essere protagonista e lo aiuta a restare con i piedi per terra. Per questo io credo che lo vedremo vincere ancora molto e poi, magari, un giorno andrà anche alla Ferrari”. D’altra parte per uno che è nato a Bologna e da bambino giocava con un’automobilina rossa, come ha sempre pensato e detto Enzo Ferrari, Maranello non può che essere il luogo del destino. Basta non affrettare troppo i tempi. <b>“Uno dei punti di forza di Kimi – racconta sempre Montezemolo – è stato quello di poter sbagliare senza troppe pressioni la scorsa stagione</b>. Penso a Lauda, ma anche a Schumacher e poi a Hamilton e Verstappen. Tutti hanno commesso degli errori alla loro prima stagione. Kimi ha potuto farlo senza eccessive pressioni, guidando una Mercedes che però non era obbligata a vincere. Ha avuto la forza di imparare dai suoi errori e la squadra è stata bravissima a proteggerlo”. La sua grande fortuna è stata quel no della Ferrari quando aveva 11-12 anni.</p><p><b>“La Ferrari non aveva la struttura per poter far crescere un ragazzo così giovane”</b>, ha spiegato spesso Maurizio Arrivabene che a quei tempi era il team principal. E poi se fosse andato in Ferrari non sarebbe mai arrivato così presto in prima squadra. Guardate Ollie Bearman, che continua a farsi le ossa alla Haas, rischiando di diventare vecchio. La stessa strada che ai tempi di Montezemolo fu fatta seguire a Massa, mandato a imparare alla Sauber. “Immaginatevi che cosa avreste detto e scritto se un ragazzo di 19 anni avesse esordito su una Ferrari andando a muro alla Parabolica al terzo giro della sua vita. Un italiano, un giovane, avrebbe avuto troppa pressione guidando subito una Ferrari, dobbiamo ammetterlo”, assicura Montezemolo che sa come funzionano certe cose. Lui stesso aveva dovuto difendere la scelta di Schumacher quando Michael, prima di cominciare a vincere, scivolò contro un guardrail a Monte Carlo. La pressione per chi veste in rosso è più alta che altrove. Lo ha capito anche Lewis Hamilton ancora prima di litigare con il suo compagno di squadra. Antonelli però è anche il pilota che quando sbaglia difficilmente ripeterà l’errore. A inizio stagione partiva male, spesso malissimo, scivolando dalla pole alla quarta posizione. Ora non sbaglia più. Fino a qualche gara fa sembrava allergico ai limiti di pista, li superava spesso prendendosi delle penalità. <b>Oggi ha capito dove mettere le ruote</b>.</p><p>“Se guardiamo agli ultimi anni, penso che Kimi assomigli a Max Verstappen. Anche lui è arrivato in Formula 1 dimostrando immediatamente di avere qualcosa di speciale da offrire. Kimi è uno di quei talenti che arrivano ogni vent’anni. E’ qualcosa di veramente speciale. Faccio persino fatica a trovare l’aggettivo giusto per descriverlo”, ha detto Mario Andretti, detto Piedone, l’ultimo campione del mondo di lingua italiana della storia (nel 1978). Americano di passaporto, ma italiano di cuore. Kimi ha saputo guadagnare in fretta il rispetto dei campioni che gli corrono accanto, quelli ai quali pochi anni fa a Monza chiedeva l’autografo. Vederlo celebrare il Mondiale sulle spalle di Hamilton e Verstappen è stata la perfetta chiusura del cerchio, undici titoli mondiali lo hanno accompagnato verso la gloria. Lui ci ha aggiunto il suo e sono diventati 12 mondiali in una fotografia che adesso diventerà un poster nella sua nuova casa a San Marino. Con quel numero 12, lo stesso di Senna, che lo accompagna da quando gareggia in monoposto e che non vuole abbandonare anche adesso che potrebbe indossare il numero uno di campione del mondo. “Tengo il 12 perché è un modo di restare con i piedi per terra, per restare concentrato sul prossimo anno”, ha spiegato, dandoci un altro esempio di come ragiona, di come sia qui per restare. “Questo è soltanto l’inizio”, ripete con il sorriso che non lo abbandonerà mai. “Una cosa che mi hanno insegnato è di cercare sempre di rimanere noi stessi. Non importa quanto successo tu abbia, dove ti trovi, dove corri. E’ importante rimanere sempre con i piedi per terra e godersi ogni momento”. Un insegnamento che arriva dalla famiglia.<b> “Kimi avrà corso un’ottantina di gare con me nei kart – racconta Dino Chiesa, l’uomo che ha traghettato altri grandi campioni come Hamilton o Rosberg – ma suo padre sarà venuto una decina di volte a vederlo. Era impegnato con la sua squadra e lo faceva accompagnare dalla mamma</b>. Ma Marco non è stato il classico papà italiano. Sa di corse, ma ha sempre lasciato fare a me, si è sempre fidato”. Un padre che faceva il pilota, ma non si intrometteva. Una madre che prima di tutto chiedeva al figlio di studiare e arrivare alla maturità. “Non siamo una famiglia da Mulino Bianco”, dicono Veronica e Marco. Ma sono certamente qualcosa che ci va molto vicino in un paese di genitori attaccati alle reti di stadi, palazzetti o piste di kart. “La grande capacità di Kimi è di adattarsi al mezzo che guida e arrivare subito a trovare il limite. Dopo un minuto lui ha già capito dove può arrivare. E anche quando è capitato, perché è capitato, che il suo compagno fosse più veloce, lui non si lamentava delle gomme, del motore o di altro. Voleva solo capire dove aveva sbagliato e dove poteva migliorare”, aggiunge Dino Chiesa rivelandoci un altro aspetto del suo carattere. Kimi non cerca scuse. “Kimi a dodici anni ragionava già come un ragazzo di vent’anni – aggiunge Gian Carlo Minardi che fu il primo a parlarne con Toto Wolff – ma non basta il cronometro per capire se un ragazzo ha qualcosa di speciale. <b>Bisogna vedere come si comporta nel retrobox, come reagisce alle difficoltà…</b>”. Tutti piccoli e grandi indizi che servono a spiegare il fenomeno Antonelli e come riesca a far passare in secondo piano i dolori provocati dalla Ferrari. Kimi piace a tutti e anche i tifosi della Rossa hanno capito che grazie a lui possono avere quelle soddisfazioni che la Scuderia non dà da quasi vent’anni. Il futuro è suo e chissà che un giorno non possa unirsi a quello del Cavallino. Quale migliore occasione per pensare al dopo Hamilton con il ragazzo, anzi l’uomo, che ha già preso il posto di Lewis in Mercedes?</p><p>L’unica domanda che resta senza risposta è: dove può ancora migliorare? Difficile da dire di un pilota che è quasi perfetto. C’è chi dice che dovrebbe imparare a essere un po’ più cattivo nel corpo a corpo. Chi si chiede come reagirà quando si ritroverà a lottare ruota a ruota con Max Verstappen. Qualche assaggio ce lo ha già fatto vedere. Pensate solo a come è andato a prendersi il podio di Città del Messico, con un sorpasso feroce e senza esitazioni a Charles Leclerc che era in crisi con le gomme, è vero, ma che nemmeno un ormai ex campione del mondo come Norris non è poi riuscito a superare. Insomma tanto tenero Kimi non lo è. <b>Chi lo ha seguito nelle formule minori può confermare che quando c’è da osare e attaccare lui non si tira indietro. Probabilmente siamo davvero in presenza di un fenomeno destinato a durare nel tempo</b>. Ha già riunito l’Italia dei ferraristi, ringiovanito il pubblico della Formula 1 e calamitato le lodi dei campioni di ogni sport, anche dei politici, sempre abilissimi a salire sul carro del vincitore. Kimi, naturalmente, non ha conosciuto Ascari, il suo predecessore nell’albo d’oro. Non ha visto correre Senna. Non era nato quando Michael Schumacher conquistava l’ultimo titolo con la Ferrari. C’è un filmato ormai famoso in cui, ancora bambino, chiede l’autografo a Hamilton. Eppure si è inserito nella loro storia con una naturalezza disarmante. Come se fosse sempre stato destinato a sedersi al loro tavolo. Il vero predestinato è lui.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;impresa di Kimi Antonelli ha avuto la meglio sulle intemperie del genere umano</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Piccola posta</category>
				<author>Adriano Sofri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Domenica l’impresa del ventenne&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/11/02/news/andrea-kimi-antonelli-e-il-campione-del-mondo-della-formula-1--412342" target="_blank">Kimi Antonelli</a>&nbsp;ha avuto la meglio sulle intemperie del genere umano. Prima di deplorare con parole taglienti come rasoi, com’è costume dei rubrichisti, la prontezza altrui a passar sopra a guerre e altri flagelli, ho avuto un vago ricordo, come se la cosa mi riguardasse. <b>E ho ripescato un brano da una piccola posta di un anno e mezzo fa, in cui senza far nomi, per discrezione, mi ero messo al passo coi tempi</b>. Se posso farlo con un prossimo campione del mondo di Formula 1, figuriamoci con il torneo delle ragazze e dei ragazzi delle piazze di oggi. Diceva così:</p><p>“Giorni fa, forse perché non ho mai avuto la patente, ero stato attratto dalle notizie sul talento di un giovane campione di automobilismo. E’ molto simpatico, a quel che ho letto. Ha assaporato, racconta, da piccolissimo l’odore della benzina e il mondo dei motori. A cinque anni guidava il kart. A 12 anni era nella Driver Academy della Mercedes. E così via. Ha esordito in Formula 1 quando ancora non aveva la patente per guidare su strada. Ora ha già 18 anni, corre in Formula 1. Ha appena preso la maturità. Ha appena raggiunto il podio al Gran Premio del Canada. <b>Dice cose intelligenti: ‘Sto ancora cercando quella linea sottile fra il massimo e l’eccesso’</b>. Gli succedono cose divertenti. In vacanza, in Costa Smeralda, alla guida di una moto d’acqua ha finito la benzina ed è stato rimorchiato a riva da una barca di passaggio. Sono un ragazzo normale, dice. ’Quando ti capita un incidente un po’ di paura ti prende’”.</p><p>Evviva.</p>]]></description>
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				<title>Nelle lacrime di Andrea Kimi Antonelli</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 13:45:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Cantava Claudio Lolli in <i>Villeneuve</i> che "<i>i piloti per esempio / Sanno di essere per metà uomini e per metà macchine / e per questo certo sono più uomini degli altri / ma certamente, certamente molto più macchine</i>". Sono cambiati i tempi da quando correva Gilles Villeneuve, è mutato tutto, tranne una cosa: soltanto uomini e soltanto macchine però i piloti non lo possono essere.&nbsp;Se le monoposto sono ancora la continuazione del pilota o se il pilota è diventato la continuazione della macchina è qualcosa di discusso. Il connubio però è reale.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/11/02/news/andrea-kimi-antonelli-e-il-campione-del-mondo-della-formula-1--412342" target="_blank">Al termine del Gran premio del Messico</a>, <b>Andrea Kimi Antonelli</b> ci ha fatto capire che i piloti non sono più uomini degli altri - nonostante guidino automobili velocissime tra altre automobili velocissime -, ma sono uomini e basta. Capaci di commuoversi. <b>I suoi occhi hanno iniziato a inumidirsi di gioia durante l'ultimo giro, si è concesso lacrime e singhiozzi dopo aver superato la linea d'arrivo</b>. Un pianto di soddisfazione e incredulità. La stessa che lo ha seguito salendo sul podio mentre guardava, da campione del mondo, chi gli stava accanto, ossia due pluricampioni del mondo come Max Verstappen e Lewis Hamilton. "Una stagione incredibile, come è incredibile condividere questo podio con Hamilton e Verstappen".</p><p>Il mito di Andrea Kimi Antonelli è Ayrton Senna,<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/01/news/ricordare-senna-nel-segno-di-antonelli--323885" target="_blank"> ma il pilota italiano Senna non lo ha mai visto correre</a>, non ha vissuto gli anni del brasiliano al volante, ha conosciuto solo il mito postumo.&nbsp;È stato testimone delle vittorie dell'olandese e dell'inglese. Trovarsi su un podio assieme a loro, gli ultimi grandi campioni della Formula 1, a festeggiare un Mondiale che nessuno aveva mai vinto prima di 20 anni e 68 giorni, dev'essere stato davvero qualcosa di "incredibile".</p><p>Andrea Kimi Antonelli è il più giovane pilota che è riuscito a vincere un Mondiale di Formula 1, in una notte di inizio novembre, ha fatto in modo di rendere esplicito in mondovisione che la gioia può essere incontenibile, è capace di rendere umanissimo anche un uomo che non si fa problemi a correre a oltre trecento chilometri all'ora su una macchina che è <i>non plus ultra</i> della tecnologia motoristica mondiale.</p>]]></description>
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				<title>L’Ilva e la tela di Urso</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La cordata  di Federacciai che aveva presentato manifestazione d’interesse per l’Ilva non parteciperà alla gara che scade l’8 novembre</b>. Dopo mesi di due diligenze, e numerose visite agli impianti, la cordata italiana guidata dall’ex presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha valutato che l’esame tecnico ed economico avrebbe restituito un quadro particolarmente complesso, inducendo la maggioranza delle società a <b>considerare l’operazione troppo onerosa e rischiosa rispetto alle proprie possibilità</b>.</p><p>Il ministro delle Imprese <b>Adolfo Urso</b> per mesi, anzi per due anni, <b>ha raccontato che c’era la fila di player mondiali interessati a partecipare alla sua gara</b>, e pronti a investire 10 miliardi per fare dell’Ilva il più grande polo siderurgico green d’Europa. Per due anni, puntualmente, ogni due mesi, un investitore spariva. Ma il ministro Urso non si perdeva d’animo, e subito rinviava i termini perché “è arrivato un quarto investitore interessato”. L’ultima volta è stata  il 25 agosto, quando la gara è stata rinviata per l’interesse di un player del Qatar, di cui non si è mai saputo il nome. Ma era già accaduto  il 1 aprile, data simbolica ed evocativa,  quando Urso aveva promesso che la gara sarebbe stata chiusa entro fine mese. La stessa cosa che aveva detto a marzo, e in precedenza altre dieci volte. <b>Tutto per non ammettere che la gara non stava in piedi</b>.</p><p>Flacks Group, Bedrock, Baku Steel, alla fine è rimasta solo Jindal, già esclusa un anno fa dal ministro che non apprezzava la proposta della “mini Ilva: solo area a freddo, con coils e materie prime portate dall’India. Per questo la scorsa estate la premier Meloni ha chiesto  a Federacciai di partecipare alla gara. Gli industriali hanno provato a presentare un’offerta solo per l’area a freddo, aa anche quella – dopo aver visto i conti – sarebbe un bidone”. In campo fino  all’8 novembre resta solo Jindal, sempre che non cambi idea). E sempre che Urso non prolunghi i termini di una gara ormai infinita, che somiglia sempre più a una tela di Penelope in cui, però, si temporeggia perché i pretendenti scappano.</p>]]></description>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/11/03/news/i-problemi-teorici-e-pratici-della-sinistra-che-punta-a-tassare-i-patrimoni-dei-ricchi--412474</guid>
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				<title>I problemi teorici e pratici della sinistra che punta a tassare i patrimoni dei ricchi</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:26:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Raffaello Lupi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La tassazione patrimoniale, di cui molto si parla in questi giorni, in parte già esiste e in parte è <b>irrealizzabile</b>: una sorta di manifesto politico destinato a scontrarsi con insuperabili difficoltà pratiche. Eppure al fondo c’è un’intuizione sensata, un’idea condivisibile, che si distorce trasformandosi in ideologia. Queste proposte colgono in- una caratteristica delle società sviluppate e complesse, dove paradossalmente le diseguaglianze aumentano. <b>Dove il tenore di vita è modesto per tutti, anche le diseguaglianze sono modeste, come nelle società basate sulla caccia-raccolta, l’agricoltura di sussistenza o al limite le società animali</b>.</p><p>L’uguaglianza può insomma essere, in altri termini, anche tarata al ribasso, con società in cui stanno tutti ugualmente male, come diceva Churchill sul socialismo come uguale distribuzione della miseria rispetto all’ineguale distribuzione della ricchezza dell’economia di mercato. Però è certamente vero che la riduzione della base industriale delle economie mature ne ha impoverito la classe media, <b>lasciando immutate le ricchezze precedenti e creando nuove ricchezze in chi riesce a organizzare produzioni ubicate nelle nuove economie o nel mondo della rete internet</b>.</p><p>Più che invocare una redistribuzione di queste ricchezze con lo strumento delle imposte, una soluzione è intervenire sulla loro distribuzione tra i vari partecipanti alla relativa catena del valore. Lo strumento delle imposte non dovrebbe perciò essere so-pravvalutato da una sinistra troppo preoccupata di prendere soldi, rispetto alla più importante preoccupazione di spenderli bene, che la legittimerebbe di più anche politicamente. Invece in Italia il modo in cui si è sedimentata la determinazione e la riscossione delle imposte è una testimonianza vivente dell’inefficienza di un intervento pubblico che va a rimorchio di soggetti privati. <b>La determinazione delle imposte in Italia si basa infatti sugli apparati contabili di industrie, banche, grande distribuzione, enti pubblici territoriali e non, commercialisti e altri intermediari fiscali di vario genere</b>. Gli uffici pubblici dovrebbero fare qualcosa di sinistra intervenendo dove questa determinazione giuridico-documentale delle imposte tramite terzi non funziona, e invece da quasi sessant’anni, intervengono sul regime giuridico di quello che i suddetti terzi hanno dichiarato.</p><p>Infatti le imposte patrimoniali e reddituali sulla ricchezza finanziaria già funzionano da sole attraverso le banche, che però possono intervenire solo sui depositi e i titoli di loro competenza. Oggi infatti le banche già gestiscono il cosiddetto bollo sulla ricchezza finanziaria, introdotto dal governo Monti. Una visione complessiva di tutti i beni del contribuente, con una personalizzazione e una progressività dell’imposta, richiederebbe di ricostruire il patrimonio complessivo, compito che spetterebbe all’amministrazione finanziaria. <b>Se si considera il patrimonio intestato a società di capitali, di persone, amministrato da fiduciarie, italiane o estere, trusts e via enumerando c’è ragionevolmente da prevedere che le prime a dimostrare freddezza verso simili imposte sul patrimonio complessivo sarebbero proprio l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza, rispetto all’enorme lavoro che sarebbe loro richiesto</b>. Anche le imposte patrimoniali su beni ad alta visibilità, come gli immobili, sarebbero molto più complesse se dovessero passare dall’applicazione ai singoli immobili al suddetto patrimonio immobiliare complessivo, magari con aliquote progressive.</p><p>Infine l’imposta sui paperoni, che però finirebbe per gravare sul valore delle imprese, che oggi consente di affermare che la ricchezza delle prime dieci famiglie italiane è pari a quella di vari milioni di individui più poveri: tale ricchezza è però puramente ipotetica e verrà monetizzata e tassata solo quando l’impresa sarà ceduta. Si tratta di ricchezza non realizzata, impiegata in attività produttive, dove lavorano milioni di operai e impiegati. Non a caso l’imposta sul patrimonio netto delle imprese fu eliminata nel 1998 dal primo governo Prodi; e<b>ssa comportebbe poi le distorsioni di tutte le imposte patrimoniali, cioè non distinguere tra patrimoni aumentati e diminuiti, nonché tra patrimoni costituiti con redditi tassati ovvero esenti, provenienti da tempi remoti oppure evasi</b>.</p><p>Quanto sopra consiglia di indirizzare l’attenzione ad altri aspetti del patrimonio, senza tassarlo come tale, ma guardando ai redditi che ne derivano, oggi trattati meglio, di quelli da lavoro, <b>dipendente o autonomo che sia</b>.</p>]]></description>
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				<title>Leonardo Del Vecchio vuole Delfin tutta per sé (e il magnate ceco pure)</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 18:44:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/leonardo-del-vecchio_36143">Leonardino</a>&nbsp;non si ferma, anzi rilancia. O meglio il rilancio è la sua strategia: mettere tanta, forse troppa, legna affinché il fuoco non si spenga. <b>Chi può spegnerlo è il debito</b>. Ma la legna da quale bosco viene?&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/05/news/dalla-fiat-a-luxottica-come-e-perche-crollano-gli-imperi--406598">Con una lettera a QN</a>&nbsp;(i tre giornali già di Pesenti-Riffeser dei quali è editore) il più audace degli eredi Del Vecchio vuole acquistare subito tutte le azioni della Delfin in mano agli altri componenti della famiglia. <b>“E’ la proposta più seria che abbia mai fatto”, sentenzia e sostiene di avere “la disponibilità di un primario istituto di credito internazionale a finanziare l’operazione”</b>. Agli altri soci lascia poco tempo: “Incontriamoci entro il 7 novembre (cioè sabato prossimo, <i>ndr</i>.) tutti insieme o singolarmente”. Il finanziamento, di ben 22 miliardi di dollari, verrebbe niente meno che da Citigroup la più grande banca dell’Occidente.</p><p>Mentre scriviamo non sappiamo quale sarà la risposta degli altri sei (la mamma Nicoletta Zampillo dovrebbe essere d’accordo) e immaginiamo Romolo Bardin l’amministratore delegato della cassaforte indaffarato a capire che fare. E’ stato più facile con la penultima sortita di Leonardino, l’offerta per comprarsi il Fatto quotidiano, anche perché Marco Travaglio e i suoi soci hanno alzato il ponte levatoio. Vox populi del resto era che volesse prendere il giornale che gli aveva fatto i conti in tasca per addomesticarlo. <b>La famiglia è divisa su come gestire la ricca quando pesante eredità di Leonardo senior. La madre si è schierata con Leonardino contro l’altro figlio Rocco Basilico che guida la resistenza</b>. Ma anche questi in sostanza vuole la piena disponibilità della sua quota per sviluppare il proprio percorso finanziario.</p><p>Certo è che la Delfin ha bisogno di risolvere un impasse proprietario che dura di fatto dalla morte di Leonardo, più di quattro anni fa, e ha finito per influire anche sulla strategia e sugli stessi risultati. La principale partecipazione, il 32 per cento in EssilorLuxottica continua a fornire la maggior parte degli utili (capitalizza ben 86 miliardi di euro), ma in un anno il valore azionario del gruppo degli occhiali ha perduto il 41 per cento alla Borsa di Parigi. E la confusione interna alla Delfin è in parte causa di questa caduta. <b>L’Economist di venerdì scorso registra il malumore tra i soci che finisce per ricadere anche sull’amministratore delegato, Francesco Milleri, già uomo di fiducia di Leonardo senior sfiduciato dallo junior che pure lo considerava un secondo padre</b>. Il suo mandato scade ad aprile, il cda gli ha rinnovato fiducia, ma se non avrà più dietro le spalle la Delfin la sua posizione diventerà per forza di cose più debole.</p><p>Tensioni dinastiche a parte è la consistenza finanziaria di Leonardino a preoccupare. Lmdv ha partecipazioni in 22 società. Controlla il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno) e ha il 30 per cento del Giornale. I conti 2025 della holding non sono disponibili. <b>Il bilancio 2024 dichiarava un utile netto esiguo, appena 31.917 euro, un attivo di 516 milioni e 358 milioni di debiti, metà verso Del Vecchio stesso e metà con i creditori. Leonardino ha dichiarato un’esposizione complessiva di 950 milioni. Lmdv Media è in pegno alle banch</b>e.</p><p>Il futuro della cassaforte è insidiato non solo dall’interno, ma anche dall’esterno con la proposta lanciata dal magnate ceco Michal Strnad nuovo socio forte della Pirelli (ha acquistato il 14 per cento dai cinesi della Sinochem), che ha ereditato dal padre un gruppo degli armamenti (in Italia possiede anche la Fiocchi munizioni e la Perazzi fucili) che è tra i maggiori fornitori dell’Ucraina. Strnad ha offerto 30 miliardi di euro per il 100 per cento della Delfin anche se potrebbe accontentarsi del 65 per cento secondo alcune indiscrezioni. <b>Un altro pezzo forte del capitalismo italiano cade in mani straniere? Se ci fosse ancora Enrico Cuccia avrebbe fatto in modo che la famiglia restasse proprietaria, cedendo a lui (o chi per lui) il controllo, modello</b> Fiat. Se ci fosse il suo sodale André Meyer avrebbe creato un pool di banchieri d’affari magari con una spruzzatina governativa attraverso la Cdc (la Cdp francese) con alla guida un Bolloré o un Arnault. Aspettando Godot prepariamoci per la prossima puntata nel fine settimana.</p>]]></description>
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				<title>William Nordhaus. L&#039;eredità del Nobel che studiò come conciliare crescita e tutela dell&#039;ambiente</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 17:29:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Venerdì 30 ottobre è scomparso <b>William D. Nordhaus</b>, premio Nobel per l’Economia nel 2018 per le sue ricerche sull’impatto economico del cambiamento climatico. Sebbene questo sia l’argomento su cui si è speso maggiormente, la sua produzione scientifica è ampia: dalla teoria della crescita all’innovazione, dall’economia dell’energia alla teoria della scelta pubblica.</p><p>Nato nel 1941 ad Albuquerque, New Mexico, si laurea a Yale nel 1963 e consegue il dottorato al Massachusetts Institute of Technology nel 1967. Qui studia con alcuni dei maggiori economisti dell’epoca, tra cui i Nobel Paul Samuelson, Robert Solow e Kenneth Arrow. Nello stesso anno torna a Yale, dove trascorrerà il resto della carriera accademica. <b>Inizialmente si occupa di crescita e innovazione. Nel 1972, insieme a James Tobin, Nobel pure lui, pubblica uno studio sui limiti del pil come misura del benesser</b>e. Un aspetto importante è il drastico calo dei costi reso possibile dall’innovazione, che la contabilità nazionale non sempre riesce a cogliere. In un celebre lavoro del 1996, stima che il costo reale dell’illuminazione sia crollato del 99,9 per cento tra l’epoca preindustriale e oggi. Tornerà sul tema nel 2004, stimando che gli innovatori si approprino appena del 2,2 per cento del surplus sociale generato dalle loro invenzioni. La parte prevalente ricade sui consumatori, sotto forma di prezzi più bassi e prodotti migliori. <b>L’altra grande idea riguarda il “ciclo politico-economico” (1975). Nordhaus contribuisce a rendere più realistica l’analisi del comportamento dei governanti: per essere rieletti, hanno un incentivo a stimolare l’economia in prossimità del voto, favorendo crescita e occupazione anche a costo di alimentare squilibri che si manifesteranno successivamente</b>.</p><p>Armato anche di queste intuizioni, Nordhaus è tra i primi economisti a occuparsi sistematicamente del cambiamento climatico. Dopo avere cominciato a studiare l’economia delle risorse energetiche, nel 1977 pubblica <i>“Economic Growth and Climate: The Carbon Dioxide Problem”</i>, un lavoro pionieristico, da cui nascerà un immenso filone di ricerca. <b>Per lui, il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale: è anche un problema economico, perché mette in relazione le decisioni di oggi con costi che ricadranno su altri soggetti nel futuro</b>.</p><p>Da qui prende avvio un lungo percorso di ricerca. Il primo passo è lo sviluppo di modelli integrati che collegano l’attività economica, il consumo di combustibili fossili, le emissioni, l’aumento delle temperature e i loro effetti sull’economia. Il più noto è il “Dice” (<i>Dynamic Integrated Climate-Economy model</i>), presentato nel 1992. <b>Il modello consente di confrontare i costi della riduzione delle emissioni con i danni economici del riscaldamento globale</b>.</p><p>La conseguenza è che, secondo Nordhaus, non si può assumere un obiettivo climatico a prescindere dai costi necessari per raggiungerlo: non basta che un target sia desiderabile dal punto di vista ambientale, occorre confrontarne i guadagni con i sacrifici che comporta. Da qui le sue riserve verso obiettivi di temperatura particolarmente ambiziosi, come quello di contenere il riscaldamento entro 1,5 gradi, e verso accordi internazionali che non affrontano il problema degli incentivi a lasciare agli altri l’onere della riduzione delle emissioni. La sua proposta è una carbon tax, fissata in modo da bilanciare i costi della mitigazione con i danni climatici evitati. Per superare la paralisi dei vertici internazionali, suggerisce i “club climatici”: <b>gruppi di paesi con regole comuni e conseguenze per chi resta fuori</b>.</p><p>Questo approccio ha esposto Nordhaus agli attacchi sia di quanti minimizzavano il riscaldamento globale, sia di chi lo considerava una questione sottratta alla valutazione economica. <b>Naturalmente, le sue conclusioni sono discutibili e lui stesso le ha riviste nel tempo</b>. Ma la lezione è che la lotta al cambiamento climatico non può essere impostata come un obiettivo puramente politico: occorre confrontare sistematicamente costi e benefici.</p><p>Al tema, Nordhaus ha dedicato anche diversi libri. Ma il suo nome è legato anche a un’operazione editoriale di enorme successo: dal 1985 è coautore, insieme a uno dei suoi maestri, Paul Samuelson, del più celebre manuale di economia del Novecento. <b>Pubblicato per la prima volta nel 1948, “Economics” è arrivato alla diciannovesima edizione nel 2009</b>. Dopo la scomparsa di Samuelson, Nordhaus ne ha continuato il lavoro. Ora toccherà ad altri raccoglierne l’eredità.</p>]]></description>
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