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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:02:16 +0200</pubDate>
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				<title>Fine dell&#039;austerity in Vaticano: Papa Leone cancella i tagli agli stipendi imposti da Bergoglio</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 14:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il compleanno oggi è il suo, ma il regalo lo ha fatto ai dipendenti.&nbsp;Con una Lettera apostolica in forma di&nbsp;<a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/apost_letters/documents/20260901-abrogazione-un-futuro-sostenibile.html" target="_blank">"Motu proprio"</a>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/papa-leone-xiv_44108" target="_blank">Papa Leone XIV</a>&nbsp;ha deciso di abrogare la disposizione di Papa Francesco del&nbsp;<a href="https://www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20210323_decreto-retribuzioni.html" target="_blank">23 marzo 2021</a>&nbsp;che prevedeva il <b>contenimento della spesa tramite limitazioni e riduzioni di retribuzioni e scatti di anzianità </b>per il personale della Santa Sede, del governatorato dello stato della Città del Vaticano e di altri enti collegati (cardinali, altri superiori e ecclesiastici-religiosi). "Quelle misure di contenimento salariale adottate dal mio Predecessore con la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio 'Un futuro sostenibile', del 23 marzo 2021, che furono necessarie anche per far fronte all'eccezionale <b>sfida della pandemia</b>, e che vennero già parzialmente modificate, mediante l'abrogazione dell'articolo 3, con Rescriptum ex Audientia del 16 giugno 2025, <b>possono ora essere superate",&nbsp;</b> si legge del "Motu proprio" di Papa Leone datato 1 settembre 2026, "nella certezza che le Istituzioni della Santa Sede e dello stato della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell'impegno di garantire la sostenibilità economica".</p><p>Per tale ragione, a decorrere dal 1° settembre 2026, la Lettera Apostolica di Papa Francesco in forma di Motu Proprio "<b>è abrogata</b>, facendo tuttavia salvi, in via definitiva, gli effetti prodotti nel periodo della sua vigenza, ivi compresi gli effetti prodotti dalla sospensione della maturazione degli scatti biennali di anzianità di cui all'art. 5, che rimane definitivamente acquisita", ha concluso Prevost.</p><p><b>Dopo il provvedimento di Francesco, lo stipendio dei cardinali di Curia aveva subito una riduzione del 10 per cento. </b>Era dell’8 per cento, invece, quella dei dipendenti della Santa Sede, del governatorato e altri enti collegati inquadrati nei livelli retributivi C e C1, cioè quelli dei capi e dei segretari dei dicasteri. Infine, per dipendenti chierici o religiosi la diminuzione era del 3 per cento.&nbsp;</p><p><b>Non è la prima volta che Papa Leone ritocca al rialzo le buste paga di chi lavora nello stato pontificio</b>. Nel maggio 2025, poco dopo la sua elezione, Leone ha infatti deciso di ripristinare la gratifica di <b>500 euro </b>elargita ai dipendenti del Vaticano proprio in occasione dell'elezione del nuovo Papa: tradizione dei Pontefici romani che Francesco aveva archiviato.&nbsp;</p><p>Nel giorno del suo 71esimo compleanno, Papa Leone ha anche annunciato&nbsp;<b>la costruzione di un nuovo edificio in Vaticano</b>. "Dispongo – ha scritto nel&nbsp;<a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/letters/2026/documents/20260914-chirografo-archivio-apostolico-bav.html" target="_blank">chirografo</a>&nbsp;diffuso oggi da un bollettino della sala stampa della Santa Sede – che venga destinata all'Archivio Apostolico Vaticano e alla Biblioteca Apostolica Vaticana l'area della cosiddetta "Fontana dell'Autoparco" con le sue adiacenze", e che "si proceda secondo i più moderni principi architettonici e tecnologici, nel rispetto della normativa vigente, <b>alla costruzione di un nuovo edificio da destinare principalmente alle esigenze dell'Archivio Apostolico Vaticano e della Biblioteca Apostolica Vaticana</b>, distribuendo gli spazi in maniera equa tra le due Istituzioni, riservandone una parte ad altri servizi dello stato della Città del Vaticano".&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Omero, salva tu i moderni Ulisse</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Antonio Pascale</author>
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				<description><![CDATA[<p>A metà degli anni 80, in una piazza casertana usata dai senegalesi per vendere mercanzia varia, quasi tutti prodotti di derivazione camorristica, mi sentii chiamare. <b>Un ragazzo che vendeva della roba stesa su un panno, mi disse: signore, pissà. Era molto insistente, si contorceva col corpo e col dito indicava il suo occhio e poi il panno con la mercanzia e continuava a ripetere: signore pissà.</b> Sono dopo ripetute cantilene intuii che pissà significava pisciare, e insomma mi chiedeva di dare un’occhiata alla roba mentre lui trovava un bagno. Così, ci fu uno scambio di persona, io divenni un venditore ambulante, di quelli che all’epoca venivano chiamati vu cumprà. Rimasi fedele all’incarico, continuai a sorvegliare la roba e subii una serie di sguardi da parte dei casertani che mi fecero sentire un italiano in Algeri, una sensazione sì estemporanea ma indimenticabile: ero un misero, passato dalla borghesia benestante a venditore di piazza.</p><p>Qualche tempo dopo quell’esperienza, leggendo per un lavoro l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/odissea_78836" target="_blank">Odissea</a>, mi fermai sul canto VI, dove si parla dell’approdo di Odisseo, naufrago, nudo, infreddolito sull’isola dei Feaci. Qui viene trovato dalla figlia del re, Nausicaa, che accoglie un uomo nudo, lacero, sporco di salsedine e infreddolito. <b>Riflettendo su tutto questo e ricordandomi di quando mi ero trovato nella parte del pissà, andai in una riunione di sezione, a Democrazia Proletaria, e proposi di fare qualcosa per i senegalesi che arrivavano in città.</b> In fondo sono – dissi – dei moderni Odissei, costretti a supplicare per superare gli scogli e i flutti e garantirsi un approdo dignitoso. E così fu che nacque un’associazione, Africa Italia. Si proponeva di accogliere i migranti e risolvere alcuni dei loro problemi, quelli legati al vitto, alloggio, al lavoro. Volevamo essere come Arete e Alcinoo con Odisseo, capaci di ascolto e garanti di un buon ritorno a casa o di un soggiorno a casa nostra. <b>Vabbè, poi fallimmo in molti dei nostri obiettivi, e l’associazione finì, del resto credo di non avere uno spiccato spirito umanistico come invece lo aveva Omero. </b>Per anni comunque, memore dell’esperienza, mi sono occupato di immigrazione e alla fine mi sono reso conto che i fenomeni migratori costruiscono sempre dei grandi paradossi che andrebbero affrontati. Per farlo è necessario un dibattito serio sul fenomeno migratorio: il nostro, e non solo quello italiano, non lo è affatto.</p><blockquote>Negli anni Ottanta mi ritrovai nei panni di un “pissà”, un venditore ambulante. Una sensazione estemporanea ma indimenticabile</blockquote><p>Non so se avete presente quegli stadi di provincia che ospitano squadre che militano in serie minori, ebbene in quegli stadi contano solo le curve, in mezzo non c’è niente, nel senso che distinti, tribune sono deserte. <b>Così sembra diventata la democrazia, una questione di curve, slogan e poca capacità e voglia di argomentare.</b> Quindi ci si barcamena tra&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/nigel-farage_75742" target="_blank">Nigel Farage</a>&nbsp;che nel suo programma elettorale dichiara che: “L’immigrazione di massa da record ha danneggiato il nostro paese... Il multiculturalismo ha importato comunità separate che rifiutano il nostro stile di vita”. E, sempre per rimanere in Gran Bretagna, vanno segnalate le dichiarazioni di Zack Polanski, leader del Partito dei Verdi di Inghilterra e Galles, che in un articolo sul Guardian (2025) ha detto che <b>“L’immigrazione è il superpotere della Gran Bretagna”.</b> In Italia, vabbè, stessa cosa, tra accogliamo tutti e remigriamo tutti, tra reel che mostrano immigrati chiamati ironicamente “risorse” che danno in escandescenza e storie a lieto fine di immigrati che sono riusciti a migliorare la propria posizione. Una polarizzazione utile sono ai fini elettorali.</p><p>Entrambe le parti sono inferocite contro l’altra, ma non abbastanza critiche nei confronti delle proprie argomentazioni. Entrambi le parti chiedono agli immigrati ciò che conviene alla loro parte (i progressisti che i migranti risolvono il problema della denatalità, i marxisti che facciano la rivoluzione, quelli di destra che i migranti si convertano e combattono gli altri migranti e che confermino i pregiudizi così che diventino bandiere elettorali), ma nessuno fa i conti con i conflitti che queste richieste ci costringono ad affrontare.<b> Il fatto è che lo si voglia o no, l’immigrazione modifica le dimensioni di una popolazione e la sua composizione in termini di età, competenze, etnia, religione o altri fattori.</b> Dunque, qualsiasi benemerita e benvenuta e valida proposta di politica migratoria (che nella sostanza significa fare delle scelte, decidere a chi dire sì a chi no), dovrebbe indurci a riflettere seriamente su come l’immigrazione influirà sulla crescita demografica – e dunque sulla composizione della popolazione. Insomma, ci sono costi e benefici che andrebbero considerati, altrimenti il dibattito si polarizza e si insterilisce.</p><blockquote>Ognuno chiede agli immigrati ciò che conviene alla propria parte: di risolvere il problema della denatalità, di fare la rivoluzione, di convertirsi</blockquote><p>Ma a proposito di paradossi, esaminiamone uno: quello legato alla demografia. Già da solo basta per complicare la questione immigrazione. Da una parte c’è un fatto acclarato: senza immigrazione, in molti paesi ad alto reddito la popolazione diminuirà a causa del calo dei tassi di natalità (problema globale, ormai solo le popolazioni dell’Africa sub sahariana hanno alti tassi di fertilità, ma caleranno anche lì). L’immigrazione può aiutare i paesi ad affrontare la sfida dell’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, a conti fatti, questo è molto meno efficace di quanto si creda. Un rapporto della Commissione europea del 2019 ha concluso che: <b>“Né un aumento della natalità né una maggiore immigrazione fermeranno l’invecchiamento della popolazione”. I migranti possono essere giovani al loro arrivo e fare più figli, ma non rimangono giovani: invecchiano allo stesso ritmo di tutti gli altri e poi se raggiungono un livello di benessere vicino al nostro riducono l’indice di fertilità.</b></p><p>Uno studio dell’Istituto MPI (Migration Policy Institute) sottolinea che il recente piano di ripresa demografica spagnolo elenca “130 misure per affrontare l’invecchiamento della popolazione e il declino regionale senza un singolo riferimento ai migranti o all’integrazione, nonostante il governo stia espandendo l’immigrazione per ragioni demografiche”. <b>A parte che molti paesi a basso e medio reddito che inviano un numero significativo di lavoratori verso i paesi ad alto reddito stanno invecchiando rapidamente, ma nei paesi di arrivo si registrano già casi di pensionati immigrati, alcuni dei quali privi di permesso di soggiorno, e molti stanno raggiungendo l’età pensionabile senza pensione né assistenza sanitaria.</b> Tra i migranti che ritornano nel loro paese d’origine dopo aver lavorato all’estero, molti perderanno il diritto alla pensione a causa di contributi frammentati. Quindi, in un’ottica di ragionevoli politiche migratorie, sarebbe necessario che i paesi esplorassero già da ora diverse e non ovvie modalità per ripartire l’onere pensionistico in modo più equo, anche concedendo ai migranti autonomia nella gestione dei propri fondi pensione. Dunque, sottolinea l’MPI: “l’immigrazione può offrire una soluzione parziale all’invecchiamento della popolazione, insieme ad altri strumenti come l’innalzamento dell’età pensionabile, gli investimenti in produttività, le politiche a favore della famiglia e le riforme della previdenza sociale. Ma affinché ciò sia efficace, l’immigrazione deve essere integrata in una strategia demografica più ampia, anziché essere considerata un suo sostituto”.</p><p>Insomma, vero è che un’elevata crescita demografica, sostenuta da un’alta ondata migratoria, comporti dei vantaggi per tutti, ma ci sono costi significativi, difficili da ignorare. I nuovi arrivati ​​hanno bisogno di case in cui vivere e mezzi per spostarsi (il boom dei monopattini e altri mezzi elettrici è legato all’immigrazione) e di svariate altre cose. Se non ci pensiamo poi formiamo dei ghetti e ce ne dimentichiamo. Per non dimenticarcene è necessario fare il conto delle risorse da impiegare. <b>Tanto per dire, nel 2023, il flusso migratorio nel Regno Unito ha determinato una crescita demografica dell’1,3 per cento, probabilmente il tasso più alto (escludendo i periodi di guerra e le loro conseguenze) degli ultimi 200 anni, ma dall’altra parte per garantire ai nuovi residenti lo stesso livello di capitale dei residenti già presenti sarebbero stati necessari investimenti pari a circa il 6 per cento del pil, un terzo di tutta la spesa per investimenti del Regno Unito.</b> Quindi, non è l’immigrazione a moltiplicare la produttività, ma il ruolo delle politiche di integrazione. Lo studio dell’MPI, esaminando il caso Paesi Bassi, scrive che “qui, tre quarti dei posti vacanti attuali potrebbero essere coperti se i migranti partecipassero al mercato del lavoro con la stessa frequenza dei nativi. Corsi di lingua, orientamento al lavoro, esperienze lavorative sovvenzionate e programmi di transizione possono consentire ai nuovi arrivati ​​un accesso anticipato al lavoro, favorendo al contempo la successiva riqualificazione professionale”.</p><p>Questo vuol dire che una seria politica migratoria non può prescindere da una altrettanto seria e finanziata politica di integrazione. Del resto, non possiamo (nemmeno è giusto) pensare all’immigrazione separandola dalle politiche abitative, infrastrutturali e pensionistiche. E questo aspetto non è quasi mai considerato, visto anche la difficoltà di ragionare e pianificare a lungo termine. Cioè, i governi dovrebbero considerare i programmi di integrazione come un investimento in produttività, non come un costo per il welfare, come invece succede spesso.</p><p><b>L’International Migration Review (tra le migliori riviste che affrontano i temi sociodemografici, economici, storici, politici e legislativi legati all’immigrazione), a firma di Martin Ruhs e Philip Martin, studia questo paradosso tra demografia e immigrazione. Propone di cercare un compromesso tra numeri e diritti.</b> C’è un tasso di immigrazione oltre il quale chi migra ottiene minori benefici economici e sociali. Facciamo due esempi. Una politica migratoria che prevede alti livelli di immigrazione ma concede ai migranti pochi diritti e nessuna possibilità di ottenere la residenza permanente o la cittadinanza. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti (dove i migranti rappresentano oltre il 75 per cento della popolazione) e altri Paesi del Golfo sono quelli che più si avvicinano a questo modello. La popolazione locale appoggia gli alti livelli di migrazione perché le norme che limitano i diritti dei migranti consentono loro di trarne vantaggio. Vantaggio è un termine gentile, in realtà si tratta di sfruttamento. In Italia, nel settore agricolo, la maggior parte della manodopera che raccoglie le nostre famose primizie made in Italy è composta da schiavi. Il paradosso è che i migranti possono essere trattati male, ma possono trovarsi (o sognano) in una situazione migliore rispetto a quella che avrebbero avuto rimanendo nei loro Paesi d’origine, quindi accettano anche questo compromesso. L’altro approccio concede maggiori diritti ai migranti. Per esempio, per molti esiste un percorso verso la residenza permanente e la cittadinanza e dunque i diritti. Ma in questo caso è più difficile garantire che la popolazione tragga beneficio dalla migrazione. <b>Se i migranti hanno accesso ai sussidi di welfare, se non sono schiavi, insomma, i pomodori non li raccolgono. Pertanto, quest’ultima sarà più propensa a selezionare i migranti da accogliere. E se ci sono leggi concepite per limitare questo rischio, un imprenditore ha più difficoltà (cioè meno convenienza) ad assumere lavoratori immigrati che si mettono sullo stesso piano degli altri non immigrati.</b></p><blockquote>La popolazione locale appoggia alti livelli di immigrazione se ne trae vantaggio, soprattutto quando i diritti dei migranti sono limitati o violati</blockquote><p>Alla fine i nostri dibattiti binari e polarizzati sulla migrazione ignorano il compromesso tra numeri e diritti, compromesso che dovrebbe costituire il sale di una buona politica migratoria (e di integrazione). <b>Ci troviamo invece di fronte a una divisione tra chi è favorevole all’immigrazione, desidera un’elevata immigrazione e al contempo elevati diritti, e chi, dall’altra parte, è contrario all’immigrazione, preferendo una bassa immigrazione e non si cura dei diritti dei migranti. Entrambe le fazioni, erroneamente, fingono che non esista alcun compromesso.</b> Considerato che nel futuro, visto lo stato dell’arte e anche la nuova geopolitica dei mercati, potremmo essere noi italiani, i nostri figli e nipoti a emigrare in Africa (già oggi con molta facilità lasciamo l’Italia), per non provare quella spiacevole sensazione di diventare dei pissà senza nessuno che ti ascolta, considerati anche i cambiamenti tecnologici (come l’AI, quali lavori saranno, quale manodopera dovremmo immaginare: matematici, informatici, assistenti, badanti, raccoglitori di pomodori?), visto che l’Ocse prevede che entro il 2060 il rapporto di dipendenza degli anziani raggiungerà il 50 per cento, ovvero per ogni due lavoratori ci sarà circa un pensionato, conviene da subito avviare politiche di integrazione (che al momento sono uno strumento sottoutilizzato sia per integrare i gruppi marginalizzati nel mondo del lavoro, sia per colmare specifiche carenze di competenze cercare accordi tra i paesi). Politiche che prevedono non solo l’apprendimento linguistico (uno studio danese ha rilevato che una formazione linguistica aggiuntiva ha aumentato significativamente i guadagni, l’occupazione e la prosecuzione degli studi), ma anche norme per integrare i lavoratori nei sistemi formali, quindi aumentare le entrate fiscali e consentire l’aggiornamento delle competenze (tenendo conto che le regolarizzazioni una tantum non sono attrattive, ma se diventano sistematiche possono incoraggiare le persone ad arrivare attraverso canali irregolari).</p><blockquote>Una buona politica migratoria (e di integrazione) dovrebbe fondarsi sul compromesso tra numeri e diritti. Compromesso del tutto ignorato</blockquote><p><b>Insomma, visto e considerato tutto questo, l’immigrazione andrebbe pianificata senza l’intervento delle curve calcistiche, anche perché laddove i flussi in eccesso sono stati fermati, è sempre avvenuto tramite accordi tra paesi.</b> Tuttavia, visto il clima su questi temi, la parola “accordo” sembra una sconfitta di una delle due curve, quando invece si tratta di un compromesso tra diritti e numeri, tra accoglienza e respingimenti. Quindi quando vedremo meno o nessun reel di persone immigrate con problemi di salute mentale che danno in escandescenza e sentiremo meno santoni proclamare il dovere dell’accoglienza, allora forse saremo sulla buona strada della pianificazione dei fenomeni migratori.</p>]]></description>
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				<title>L’esotico che non ti aspetti. Undici volte in Islanda dove i silenzi diventano una meraviglia</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Claudio Giunta</author>
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				<description><![CDATA[<p>Andare undici volte in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/islanda_48607" target="_blank">Islanda</a>&nbsp;nel giro di poco più di vent’anni può essere il sintomo di una psiche disturbata o, al contrario, il sintomo di una psiche pacificata, in equilibrio, anche grazie ai frequenti viaggi in Islanda. Non lo sapremo mai, ma io penso che questo secondo sia il mio caso, o così mi racconto mentre per l’undicesima volta in vita mia, appunto, m’imbarco sul volo Icelandair da Malpensa. Dice: costa tanto, bisogna essere dei privilegiati; e sì, in effetti costa abbastanza (vedi oltre), ma sempre meno di un anno di sedute dall’analista, di farmaci dai dubbi effetti. E quindi.</p><p>Tra l’altro, il privilegio seleziona, e la selezione è il confessato o non confessato segreto di ogni viaggiatore, di più, di ogni essere senziente. <b>Per questo nessuno, ripeto nessuno torna deluso dall’Islanda, a meno che non diluvi tutto il tempo (può succedere) o a meno che il vento artico non renda impossibile uscire di casa o dalla macchina (succede spesso): perché ciò che veramente desideriamo è non vedere gli altri esseri umani per un breve-medio periodo di tempo, e l’Islanda offre al suo visitatore questo servizio impagabile.</b> Anche la Mongolia, si obietterà. Vero, ma a differenza della Mongolia (e della Kamchatka, della Mauritania eccetera) l’Islanda è un paese di grande ricchezza, di grande organizzazione, di grande e diffusa cultura, di eccellenza nei servizi. Si possono non vedere gli esseri umani ma si godono, si sfruttano (pagandole salate, si capisce) la dedizione e la fatica degli esseri umani che nei decenni hanno costruito le strade, gli aeroporti, la rete elettrica, le fognature, gli acquedotti, gli alberghi, e insomma hanno civilizzato quest’isola ostile, seminuda di alberi, gelida, ventosa, buia per sei mesi all’anno, e per lo più deserta (la superficie dell’Italia del nord, la popolazione di Firenze città).</p><blockquote>“Costa tanto, bisogna essere dei privilegiati”. E sì, in effetti costa abbastanza, ma sempre meno di un anno di sedute dall’analista</blockquote><p><b>L’Islanda sarebbe piaciuta a Larkin (“the continual brush with people exhausts me”); sarebbe piaciuta a Virginia Woolf, che nella corrispondenza con Vita Sackville-West si lamenta di continuo di quanto tempo le tocchi sprecare in occupazioni e chiacchiere mondane; a Kafka non parliamone proprio (“La mia cella nel carcere: la mia fortezza”).</b> E insomma sarebbe piaciuta, piace a tutte le persone provviste di un’intensa vita spirituale ma sprovviste di vocazione per l’avventura. Avete l’esotismo, ma senza lo scomodo di dovervi adattare a costumi e maniere e cibi e ambienti mediorientali od orientali o maghrebini, con tutti quegli insetti poi. Già al gate di Malpensa sono tutti civili, parlano tutti tre lingue, persino i lattanti piangono sommessamente, per non disturbare (le uniche voci acute, nella sala colazioni dell’albergo di Reykjavík, saranno quelle di una comitiva di catanesi compitissimi ma apparentemente incapaci di pronunciare su un registro vocale normale anche frasi semplici come “Questa è sicuramente marmellata di gelso”). <b>E Icelandair si adegua alla buona educazione dei suoi passeggeri: un benvenuto di dieci parole, pochissimi annunci durante il volo, mentre la scorsa settimana su un low cost italiano ho dovuto subire al decollo la quinta di Beethoven suonata al Bontempi, poi una cascata di jingle e offerte di cibo e bevande, orologi, gratta e vinci, e raccolta-fondi per i dannati della terra, e all’arrivo l’applauso e il solito accenno di rissa nella gara a chi scende prima.</b> A Nord, bisogna andare a Nord.</p><blockquote>La dedizione degli esseri umani che nei decenni hanno civilizzato quest’isola ostile, seminuda di alberi, gelida, ventosa, e per lo più deserta</blockquote><p>Atterrati a Keflavík, avrete la fondata impressione che il compito di mandare avanti la macchina-Islanda, adesso che la modernità e la suddetta dedizione degli islandesi l’hanno dotata di tutti i comfort, sia stato affidato a non-islandesi che o vivono qui in pianta stabile o, più spesso, vengono in Islanda per tre mesi d’estate e, in cambio di un’esperienza pur sempre rara (l’Islanda!) e di buoni soldi, fanno i lavori che gli islandesi non hanno voglia o tempo di fare: <b>al desk della Hertz c’è l’indiano Abdullah, il guardiano della piscina a Holmavík è uno svizzero di mezza età dall’aria stranita, il personale dell’albergo a Drangsnes è formato da tre francesi che sembrano essere venuti qui insieme, da un colombiano che parla bene italiano perché ha vissuto per anni a Monza e da un altro paio di inservienti di fenotipo decisamente non islandese. </b>Dall’albergo che ho prenotato vicino a Reykholt mi scrive un ragazzo dal nome polacco, e una volta lì mi accoglie una pattuglia di ragazzi est-europei quasi fastidiosamente cool, oltre che perfettamente anglofoni. Gli islandesi staranno negli uffici, o nelle campagne, oppure alle Maldive, mentre i loro alberghi e ristoranti fatturano. Li si vede semmai, immancabilmente, nelle pozze-piscine d’acqua calda che si trovano in ogni villaggio del paese, bianchi e grossi e un po’ molli, e sempre cortesi anche se non veramente curiosi di voi, dei vostri tratti mediterranei. Ma va bene così, anche questa discrezione ci piace.</p><blockquote>Atterrati a Keflavík, avrete la fondata impressione che il compito di mandare avanti la macchina-Islanda sia stato affidato a non-islandesi</blockquote><p>Da Keflavík una volta si prendeva l’autobus per Reykjavík e lì si scendeva e si andava a piedi all’albergo, o in taxi, ma negli anni gli alberghi di Reykjavík sono diventati cari in un modo spropositato, e senza che la qualità dell’hôtellerie sia migliorata in proporzione (camera doppia all’Hotel Borg, che è un bel quattro stelle in centro, senza colazione = 390 euro, e siamo già a inizio settembre, il grosso dei turisti se n’è andato). Quindi la scelta più saggia – ho questo ruolo, tra gli amici, di consulente per l’Islanda, e ve ne faccio dono – è dormire fuori città. <b>Si noleggia un’automobile in aeroporto (non serve il fuoristrada, non siamo nella foresta amazzonica, è quasi tutto asfaltato, basta una macchina robusta, un 4x4, anche una Toyota normale se non pensate di andare sullo sterrato), ci si avvicina a Reykjavík ma ci si ferma prima, o intorno, oppure (mio consiglio) la si supera e si punta a nord, dove certe fattorie sono state convertite in bar-ristorante-albergo, di solito con pozza d’acqua calda e sauna compresa nel prezzo.</b> A chi non ha paura dei cento chilometri in più consiglio senz’altro il Varmaland Hotel, a nord-est di Borgarnes: essenziale ma moderno, lindo, curato, con colazioni eccellenti servite in una sala al quarto piano con vetrate aperte sulla valle, e due grosse vasche d’acqua calda nel cortile quasi sempre deserte perché nessuno vi dice che ci sono. Ancora un po’ più a nord, ma sulla Route 1 che fa il giro dell’isola, allo Hraunsnef Country Hotel hanno anche le pecore e i cavalli, e i sentori di zolfo si mescolano a quelli del letame in una fragranza particolarissima.</p><p>(Ma dato che è caduta nel discorso, meglio evadere subito la pratica del caro-Islanda, sulla quale bisogna intendersi avendo ben chiare le proprie priorità. L’aereo costa il giusto, circa 500 euro A/R; il cibo costa tanto come in qualsiasi paese scandinavo, e come in qualsiasi paese scandinavo non è un trionfo di varietà, ma non siete andati in Islanda per mangiare, non siete così ordinari, gettatevi sul salmone e sul merluzzo celestiali – “Fish of the day today is cod”: ma è SEMPRE cod! – e siate indulgenti con le salse iperlipidiche. <b>I mega-costi e i mega-lamenti indignati sono sempre legati all’alloggio, un po’ perché gli alberghi e le case da affittare sono poche, e di qualità medio-bassa rispetto all’Europa, un po’ perché se ne approfittano.</b> Personalmente, preferirei stare a casa piuttosto che viaggiare in camper, col tavolino a scomparsa e il cesso vicino alla testa del letto, ma è uno di quei casi in cui lo si potrebbe prendere seriamente in considerazione, avendo tempo: partenza dall’Italia, autostrada fino a Hirtshals, Danimarca, sbarco dopo due-tre giorni a Seyðisfjörður, sulla costa orientale dell’Islanda, e da lì godersi il calcolo degli euro risparmiati. Ma appunto ci vuole tempo, e la vocazione a vivere insieme ad altri dentro uno scatolone puzzolente, dormendo nei parcheggi).</p><p>In Islanda non ci sono ferrovie più che altro perché la gente una volta non si muoveva, si nasceva a Skagaströnd e si moriva a Skagaströnd, costruirci una stazione non avrebbe avuto senso. <b>E oggi ovviamente le ferrovie non servono perché ci sono le macchine e i voli interni. I voli interni li consiglio, fanno risparmiare tempo e costano cifre ragionevoli, nell’irragionevolezza delle cifre islandesi.</b> Si arriva anche a piedi all’aeroporto di Reykjavík, ci si imbarca e tre quarti d’ora più tardi si atterra in qualche minuscolo aeroporto dall’altra parte del paese (Aldo Busi, Altri abusi, Milano, Mondadori 1989, p. 24: “Reykjavík è una di quelle cittadine (ridenti) in cui appena messo piede ti chiedi: ‘E adesso?’”; Reykjavík, dice: figuriamoci Egilsstaðir). Dopodiché, esplorata la zona – e tutte le zone dell’Islanda sono memorabili, non c’è sasso in Islanda che non lo sia, almeno per questo fanatico – a Reykjavík si può anche tornare in auto, o in autobus. Gli autobus ci sono, sono lenti ma affidabili, hanno solo il difetto di togliere la libertà di uscire dalla strada principale. <b>Tolgono anche il piacere della guida, che in Islanda è grande, forse più grande rispetto a quello che si può provare in ogni altro punto del mondo in cui vi possa capitare di guidare. Ma la benedizione, dicevo, sta nell’assenza di una rete ferroviaria.</b> Perché soprattutto questo – questa mancanza di rotaie, traversine e, soprattutto, stazioni con bar, edicole, e tutta l’immondizia, cioè la calda vita che un treno si porta dietro – ha fatto sì che il territorio islandese rimanesse non selvaggio, che sarebbe troppo, ma selvatico sì, o meglio, per usare un aggettivo che viene in mente spesso se si viaggia in Islanda, prìstino nel senso di intonso, non guastato da mano umana: la pianura digradante verso l’oceano, le colline pietrose, senza alberi, la muffa sulle pietre, i ghiacciai in lontananza, e sopra ogni cosa un cielo enorme.</p><blockquote>La benedizione sta nell’assenza di una rete ferroviaria, e quindi stazioni con bar, edicole e tutta l’immondizia, cioè la calda vita che un treno si porta dietro</blockquote><p>Forse parte del fascino dell’Islanda, e della vera commozione che produce in chi attraversa questo paesaggio tanto, come dire altrimenti? serio, nel senso che induce a pensieri seri e profondi sulle persone e sulle cose importanti dell’esistenza, un paesaggio che abolisce l’effimero, che richiama all’essenziale – forse tutto dipende dalla percezione che qui l’ambiente è così ostile, e si è così lontani da tutto, che basterebbe un niente per far sì che la vita civile si annullasse di colpo, o se non di colpo in capo a pochi anni, e si tornasse a quella vita naturale al quadrato, al cubo, che è stata poi semplicemente la vita per decine di generazioni di islandesi fino a… Fino a quando? All’automazione? Alla Seconda guerra mondiale? A internet? <b>Chi prepara un viaggio in Islanda deve assolutamente leggere Gente indipendente di Laxness, che racconta in maniera memorabile la vita tremenda degli allevatori islandesi di cento-centocinquant’anni fa, e se avanza tempo anche dare un’occhiata ai reportage degli scrittori europei in visita nell’Ottocento e nel primo Novecento (si trova quasi tutto su archive.org), che trasecolano davanti alla povertà, all’ignoranza, alla promiscuità col bestiame, alla puzza di corpi mai lavati (anche perché fare il bagno nel torrente non era un’opzione).</b> Questo è il delicato pastore anglicano Sabine Baring-Gould: “Pesce in decomposizione, frattaglie e ogni sorta di lordura vengono gettati dappertutto, perché la pioggia li porti via o i passanti li calpestino nel terreno […]. Gli islandesi sembrano privi di olfatto, e forse è un bene, dal momento che qui non c’è alcuna possibilità di appagare tale senso, mentre abbondano le occasioni per mortificarlo” (Iceland: its Scenes and Sagas, London, Smith Elder and Co. 1863). Questo invece è il sommo, onnisciente Richard Burton: “L’arte in Islanda semplicemente non esiste e, a giudicare dal piccolo museo di Reykjavík, è sempre stata rozza quanto quella dell’Africa centrale. <b>A Reykjavík c’è un solo pittore, la cui carriera è stata limitata dall’impossibilità di formarsi in terre baciate dal sole. Scultori e architetti qui non hanno ragione d’essere. </b>Persino la musica e la danza […] hanno a stento superato, fatta eccezione per Reykjavík, lo stadio che va dal selvaggio al barbaro”(Ultima Thule or A Summer in Iceland, Edimburgh, Nimmo 1875).</p><p>Ora, le cose cambiano. Anche la relazione Franchetti-Sonnino, letta oggi, non sembra dire la verità sulla Sicilia. <b>Ma un pezzo di verità, ammettiamolo, sì. Invece l’Islanda di oggi non c’entra niente con l’Islanda vista da Burton, e forse neanche con quella vista dai nostri nonni, quei pochi che avevano i soldi e il tempo per andarci. In mezzo, tra allora e adesso, c’è stata la Téchne.</b> Gli aerei, l’ingegneria civile, la scienza dei materiali, la plastica, le strade asfaltate, l’elettronica, la geotermia che produce energia verde praticamente gratis. Con tutto questo, essendo meno di quattrocentomila abitanti su un territorio di poco più di centomila chilometri quadrati, e un territorio bellissimo, una calamita per turisti altospendenti, era difficile restare poveri, brutti (sempre Burton: “As a rule, then, the Icelandic face can by no means be called handsome”), ignoranti e puzzolenti. Così oggi in Islanda c’è una densità di aziende di informatica da far impallidire la Silicon Valley, si esporta alluminio, si esporta pesce per quasi tre miliardi di dollari, i turisti arrivano a frotte, a battaglioni (2.3 milioni nel 2025, sei volte la popolazione locale), e soprattutto per questa ragione cresce di anno in anno la richiesta di lavoratori stranieri qualificati (cioè per cominciare anglofoni). E poi – come succedeva nelle buone società affluenti di una volta, dove i borghesi studiavano – tutti leggono libri, molti li scrivono, tutti suonano uno strumento, qualcuno canta e suona e finisce non nelle classifiche italiane, che ci beviamo tutto, ma in quelle anglo-americane, difficilissime: Björk, i Sigur Rós, gli Of Monsters and Men, Emiliana Torrini. E anche qualche buon film da festival.</p><blockquote>Oggi in Islanda c’è una densità di aziende di informatica da far impallidire la Silicon Valley e i turisti arrivano a frotte, a battaglioni</blockquote><p>E quindi, adesso? Consegnereste questo fascio di natura intatta e civiltà, di tradizione e modernità, di virtù paesana e slancio internazionale all’Unione Europea? Due domeniche fa c’è stato un referendum promosso dal governo, se n’è parlato parecchio: si chiedeva agli islandesi se volevano o non volevano che venissero riaperti i colloqui per un futuro, eventuale ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea. Ripeto: un referendum non su “entrare o no nell’Unione Europea e trovarsi insieme – per dire – a Malta e alla Bulgaria” ma sull’opportunità di ricominciare a dialogare con Bruxelles, dopo che i colloqui si erano interrotti nel 2013. Solo parlare. <b>Ha vinto il no, di poco: 52.8 contro 47.2, col che l’adesione alla Ue è rimandata per almeno un paio di generazioni.</b> Colpa (o merito) di chi? Riferendo gli esiti del referendum, Politico titolava The Real Reason Iceland Rejected the EU: It’s the Fish, Stupid, nel senso che gli islandesi temevano che l’ingresso nella Ue avrebbe portato con sé svantaggi nelle quote-pesca, e magari nuove Cod Wars come quelle anche violente, non metaforiche che l’Islanda ha combattuto e vinto contro il Regno Unito tra gli anni Cinquanta e i Settanta. E sarà stato anche questo: le manovre della potente lobby dell’industria ittica (che però impiega un numero non enorme, e tra l’altro in calo, di addetti: fra i tre e i quattromila). Ma forse conviene allargare un po’ la visuale.</p><blockquote>Consegnereste questo fascio di tradizione e modernità, di virtù paesana e slancio internazionale all’Unione Europea? Gli islandesi no</blockquote><p>Giorni fa, dopo la morte di Dolly Parton, Caitlin Flanagan, che è la più intelligente di tutti, ha scritto un tweet sulla morte di Dolly Parton che ha ricevuto molte comprensibili critiche (il tweet era “poorly written”, si è poi semi-scusata lei): <b>“Quando J.D. Vance ha scritto Elegia americana, tutto ormai era finito. Non riesco a capire perché abbia celebrato quella gente crudele, drogata e priva d’istruzione”.</b> Tutto essendo appunto la sana, umile, generosa cultura popolare che Dolly Parton incarnava, e che secondo Flanagan era morta con la sua generazione o con quella subito successiva. “Priva d’istruzione” ricorda molto il “basket of deplorables” che ha contribuito a far perdere le elezioni a Hillary Clinton, e anche le ironie sulla constituency di Farage e consimili, e adesso anche la gaffe di Bonaccini.</p><p>Ma il caso islandese è un po’ diverso. E’ gente altamente scolarizzata, anche nella provincia; hanno viaggiato, leggono, parlano l’inglese meglio di me. Chiacchierando con gli islandesi di campagna (l’undicesimo viaggio è stato speso – se la cosa interessa – soprattutto sull’asse sud-nord-sud, da Keflavík a Drangsnes e ritorno) a me è parso che alle quote-pesca non pensassero granché, e che invece temessero la perdita d’indipendenza (Gente indipendente di Laxness s’intitola così per una buona ragione: è gente abituata a pensarsi isolana, e a fare da sé) e soprattutto abbiano a cuore la natura, cioè la salvaguardia del paesaggio islandese (“Sa quella strada sterrata che fa il giro del fiordo, appena fuori dal villaggio? Ecco, noi vogliamo che rimanga sterrata”). Naturalmente non c’era niente, nella propaganda per il Sì al dialogo con l’Europa, che implicasse la fine dell’indipendenza o la distruzione del paesaggio, al contrario; e la propaganda per il No era finanziata anche dai gruppi d’interesse che lucrano, più che sulla pesca, sul turismo e sulla speculazione immobiliare che sta trasformando, anzi ha già trasformato il centro di Reykjavík nel duty-free di un aeroporto di medio livello (ancora dieci anni faceva venire in mente Via Medail a Bardonecchia, adesso fa venire in mente… Sì, un duty-free, è il paragone più calzante), e sta riempiendo la periferia di condomini non brutti ma nemmeno belli, e soprattutto costosi. <b>Ma “cedere sovranità” non è un programma che possa piacere a un paese tutto sommato soddisfatto di sé, e l’Unione Europea ha finito per essere identificata da molti – da una risicata maggioranza, in questo caso – con una di quelle forze che stanno rompendo la continuità con un modo di vita al quale si è affezionati, e a cui non si rinuncia volentieri: l’Islanda di una volta. </b>A ragione? A torto? “Il dibattito – ha scritto l’editore di Grapevine Reykjavík, il settimanale in inglese che tutti leggono – ha raramente riguardato la questione concreta in oggetto. E’ invece degenerato in un referendum su identità, paura, risentimenti irrilevanti ed emotività”. Solo che questa è la natura dei referendum, non la loro degenerazione.</p><blockquote>Gente altamente scolarizzata, anche nella provincia. Mi è parso che non pensassero tanto alle quote-pesca quanto alla perdita d’indipendenza</blockquote><p>Ma tutto questo in fondo che cosa importa al turista altospendente o al fanatico che già progetta il suo dodicesimo viaggio in Islanda? Niente. <b>Il fanatico islandofilo non ragiona in termini di generazioni umane ma di ere geologiche, il fanatico islandofilo quando atterra all’Aeroporto Internazionale di Keflavík entra in modalità goethiana: für ewig.</b> Europa o non Europa, conservazione o progresso, l’importante è che l’Isola resti immota nei suoi quattro ingredienti elementari: il mare, le montagne, le distese di lava, i ghiacciai; e che il grosso degli umani resti concentrato a Reykjavík, o nella dépendance di Akureyri, il capoluogo del nord-est (ventimila abitanti, mica Tokyo), in modo che negli altri centomila chilometri quadrati del paese gli uomini siano rari come quadrifogli. L’importante è avere ancora e sempre i fiordi occidentali deserti, la mattina di un qualsiasi giorno feriale, e le pecore e i cavalli, e qualche volta persino le renne, che ti guardano e ti ignorano da bordo strada. E soprattutto lei, la strada, poter andare da un punto all’altro dell’isola in macchina senza che all’orizzonte appaia, per chilometri, niente che non sia terra scura, erba e cielo, e qualche lontano minuscolo manufatto umano martoriato dalla pioggia e dal vento.</p><blockquote>La propaganda per il No era finanziata anche da gruppi che lucrano sul turismo, che sta trasformando il centro di Reykjavík nel duty-free di un aeroporto</blockquote><p>L’ultima poesia di The Spirit Level di Seamus Heaney s’intitola Postscriptum e parla dell’Irlanda, la regione sotto Galway, non dell’Islanda. Ma basta cambiare il nome dei posti al secondo verso, e più avanti anziché i cigni mettere le anatre (traduzione mia):</p><p><i>E poi trova il tempo di guidare verso ovest,</i></p><p><i>nella contea di Clare, lungo la Flaggy Shore,</i></p><p><i>a settembre o ad ottobre, quando il vento</i></p><p><i>e la luce si consumano a vicenda</i></p><p><i>così che l’oceano da una parte è un tumulto</i></p><p><i>di schiuma e bagliori, e dall’altra, tra le pietre,</i></p><p><i>un lago grigio ardesia è illuminato</i></p><p><i>dal fulmine terrestre di uno sciame di cigni,</i></p><p><i>le piume ispide scosse dal vento, bianco su bianco,</i></p><p><i>le teste adulte dall’aria ostinata</i></p><p><i>reclinate o ritte o immerse dentro l’acqua.</i></p><p><i>No, è inutile fermarsi per più a fondo</i></p><p><i>catturare tutto. Tu non sei né qui né là,</i></p><p><i>sei un transito da cui note e ignote cose passano</i></p><p><i>mentre morbide raffiche investono l’auto sul fianco,</i></p><p><i>e colgono il cuore alla sprovvista, e lo spalancano.</i></p>]]></description>
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				<title>I Machiavelli di Parigi. Cosa insegna la storia di &quot;le Florentin&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Chi c’è dietro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908" target="_blank">Roberto Vannacci</a>? Chi ha creato il personaggio, chi lo ha spinto a scendere in campo e chi sostiene la sporca dozzina dell’ex generale? Putin, Trump, l’internazionale nera o il nuovo signore delle tenebre Peter Thiel? Il giornalista che riesce a scoprirlo merita il Pulitzer. S’è affacciata anche l’ipotesi che sia una tortuosa manovra della sinistra per affondare Salvini, spaventare la Meloni e far crollare la coalizione. Forse, ma ci vorrebbe una mente sottile e perversa difficile da vedere oggi all’orizzonte. Ci vorrebbe un François Mitterrand, il presidente francese socialista, che favorì&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/jean-marie-le-pen_68951" target="_blank">Jean-Marie Le Pen</a>&nbsp;per indebolire i gollisti. Attenzione, però: ebbe solo un momentaneo ed effimero successo, e da quel momento il lepenismo s’è radicato in Francia e ne ha minato il sistema politico. <b>Ecco la storia di quel che accadde quarant’anni fa e di quel che potrebbe accadere di qui a un anno, alle ormai prossime presidenziali</b>.</p><blockquote>S’è affacciata l’ipotesi che dietro Vannacci ci sia una manovra per affondare Salvini e spaventare Meloni. Ma ci vorrebbe una mente sottile</blockquote><p><b>Lo chiamavano le Florentin per paragonarlo a Machiavelli e lui, colto intellettuale, se ne sentiva orgoglioso, non indignato</b>. Vero maestro in giri di valzer politici (e amorosi) Mitterrand nella sua vita non si era risparmiato nulla. Nato nel terribile 1916 in cui l’esercito francese stava per crollare sotto i cannoni dei Krupp, figlio di un capostazione, divoratore di libri, da giovane pendeva a destra; soldato poi sergente di fanteria, assiste al collasso della linea Maginot e nel 1940 viene fatto prigioniero dai tedeschi, evade un anno dopo e raggiunge la repubblica collaborazionista di Vichy, dove arriva a scrivere: “Se la Francia non vuole morire in questa melma, gli ultimi francesi degni di questo nome devono dichiarare una guerra senza quartiere a tutti quanti, all’interno come all’esterno, si preparano ad aprirne le dighe: ebrei, massoni, comunisti... sempre gli stessi e tutti gollisti”. Poi cambia idea, ma continua a detestare il generale de Gaulle anche se, una volta presidente della Repubblica, non disdegna di seguire le sue tracce come quando impedisce a Ronald Reagan di far attraversare la Francia dagli aerei che dovevano bombardare Tripoli e uccidere Gheddafi (non solo, informa Bettino Craxi, il quale a sua volta avverte il Colonnello salvandogli la vita). Ma torniamo al giovane “fiorentino”. Nell’estate del ‘43 Mitterrand va in clandestinità con il nome di Morland. Liberata Parigi viene messo in disparte. Nel 1946 entra per la prima volta all’Assemblea nazionale eletto nelle liste del’Udsr, l’Unione democratica e socialista della resistenza, ala moderata della gauche. Diventa seguace di Pierre Mendès France, sefardita di origine portoghese (la famiglia di chiamava Mendes de França), economista, massone, resistente al seguito di Charles de Gaulle, nel 1944 rappresenta la Francia a Bretton Woods dove si decide il sistema monetario dopo la vittoria. Quando nel 1954 forma un governo di centro-sinistra, Mendès France nomina Mitterrand ministro degli interni. Il gabinetto cade un anno dopo mentre s’acutizza la guerra in Algeria.</p><blockquote>Mitterrand lo chiamavano “le Florentin” per paragonarlo a Machiavelli e lui, colto intellettuale, non si indignava affatto</blockquote><p>A questo punto torna alla grande il torreggiante Generale che, per metter fine alla instabilità della Quarta repubblica, propone un cambio della costituzione. Mendès France si oppone, Mitterrand denuncia il “golpe bianco”. Il referendum sancisce la vittoria gollista e nasce la Quinta Repubblica. Comincia così una lunga traversata nel deserto, la sconfitta del maggio ‘68 segna l’isolamento politico della sinistra sia radicale sia moderata. Mitterrand aveva fondato il suo piccolo partito e nel 1971 si fa fautore della unificazione socialista al congresso di Epinay. Un anno dopo arriva il programma comune con il partito comunista. Il decennio successivo trascorre tra beghe interne e zigzag finché nel 1977 i socialisti alle elezioni legislative sorpassano per la prima volta i comunisti, è la premessa della svolta del 1981 che porta alla vittoria della gauche e alla conquista dell’Eliseo contro Valéry Giscard d’Estaing. L’esordio del governo è con il botto: abolizione della pena di morte, settimana di 36 ore, nazionalizzazioni delle maggiori industrie e banche (anche quella dei Rothschild), imposta sulle grandi fortune, legalizzazione degli immigrati. <b>Tre anni dopo Le Florentin dovrà invertire la rotta, le finanze pubbliche sono allo stremo, l’economia è in panne. Arriva la politica di rigore e crollano i consensi</b>.</p><blockquote>Le Pen non era un burattino del presidente. Ma col “golpe bianco” con cui si passò al proporzionale, Mitterrand creò il nemico dei gollisti</blockquote><p>Il riassuntino ci serve per preparare il 1986 anno in cui tutti i sondaggi prevedono un collasso della sinistra a favore dei neogollisti guidati da Jacques Chirac. E’ a questo punto che Mitterrand mette in scena il suo piccolo “golpe bianco”: decide all’improvviso di cambiare il sistema elettorale da maggioritario in proporzionale con l’obiettivo di attenuare la débacle socialista, ma soprattutto di creare un nemico a destra del Rassemblement pour la République guidato da Chirac. E qui arriviamo a Le Pen. Non era un burattino né un’invenzione dell’astuto presidente, sia chiaro. Bretone, figlio di un pescatore, nato nel 1928, dopo la laurea in giurisprudenza Jean-Marie si arruola nella Legione straniera, combatte in Indocina e in Algeria dove viene accusato di torture. Nel 1956 parte per Suez: la Francia con la Gran Bretagna e Israele vuole sottrarre all’Egitto il canale nazionalizzato da Gamal Abdel Nasser, l’ufficiale che con un colpo di stato nel 1952 aveva fatto cadere la fragile monarchia di Faruq. Se ci fosse riuscita la storia del medio oriente sarebbe diversa. <b>Prevalsero la logica di Yalta e la spartizione russo-americana. Arriva anche Le Pen, però è già stata raggiunta la tregua</b>. Alla Légion rimane sempre legato, anche dopo il suo sbarco in politica al seguito di Pierre Poujade, uno dei padri del populismo non solo francese, ma europeo, più dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini che predicava l’antipolitica già dieci anni prima. Nel 1958 Le Pen rompe con Poujade e viene rieletto in parlamento con il Centro nazionale degli indipendenti e dei contadini. Il suo popolo si tinge di “gloria militare”, xenofobia, nostalgia per l’uomo forte e per il fascismo. Guarda con attenzione al Movimento sociale italiano e a Giorgio Almirante che considererà sempre un maestro, tanto da condannare Gianfranco Fini come un traditore. Nel 1972 fonda il Front National e prende dal simbolo del Msi la fiamma tricolore, lo spirito del Duce che ritorna.</p><p><b>Quando l’ho intervistato nel suo “castello” di Saint-Cloud, abitazione e quartier generale alle porte di Parigi, quell’accusa tonante e velenosa contro la svolta di Fiuggi ha fatto titolo sul Corriere della Sera</b>. Ricordo che per tutto il colloquio era rimasto seduto di traverso mostrandomi solo un lato del volto, quello del suo unico occhio buono. L’altro lo aveva perso. La leggenda diceva in battaglia, altri sostenevano durante una partita di caccia, lui raccontava di una rissa, secondo Le Parisien, invece, per una malattia mal curata. Una piratesca benda nera che lo aveva aiutato a costruire il suo personaggio. Il servizio del quotidiano parigino era corredato con alcune foto del leader dell’estrema destra: in una è coperto l’occhio destro; in un’altra, scattata a distanza di anni, è il sinistro. Alla fine Jean-Marie offre la sua versione: nel 1958, durante una colluttazione, l’occhio destro è uscito dall’orbita, ma è stato rimesso a posto. Anni dopo, una cataratta traumatica gli ha oscurato il sinistro. Ma quello sguardo per forza di cose obliquo ha fatto parte del mito Le Pen.</p><p>Gli esordi del Fn sono davvero modesti: alle presidenziali del 1974 prende appena lo 0,75 per cento. Comincia l’era della grande modernizzazione lanciata dall’ex banchiere Georges Pompidou e realizzata da Valéry Giscard d’Estaing, i francesi non vogliono sentir parlare di populismo parafascista.<b> Ma la talpa comincia a scavare e il fallimento dell’Union de la Gauche cambia gli umori degli elettori</b>. Così arriviamo alle elezioni legislative del 1986 e alle manovre del Florentin.</p><p>Il presidente conosce bene gli umori dell’elettorato, le divisioni nel fronte di sinistra, i mal di pancia dei socialisti costretti a digerire la svolta moderata. E vede crescere non solo i gollisti, ma anche i centristi giscardiani. Gli è chiarissimo che dovrà ingoiare una cohabitation, cioè nominare un governo di centrodestra, il suo odiato Chirac si frega le mani nella Mairie di Parigi (era diventato sindaco nel 1977). Così Mitterrand salta il fosso e cambia sistema elettorale: non si voterà più con il maggioritario, ma con il proporzionale. La destra adesso ha un nemico alla sua destra e, come si dice anche in Francia, il nemico del mio nemico è mio amico. Il calcolo riesce solo in parte: il Front National sfiora il 10 per cento, ma certo indebolisce gli chiracchiani. Il partito socialista si salva con un buon 31 per cento, però la sinistra non ha la maggioranza e la coabitazione diventa inevitabile, mentre mancano appena due anni alle elezioni presidenziali. E il fiorentino sa che tra i socialisti il candidato sulla cresta dell’onda è Michel Rocard. Gli taglierà le gambe cambiando di nuovo la legge elettorale e presentandosi ancora nel 1988, quando batte Chirac con il 54 per cento. <b>Il Front National supera il 14 per cento, forse non va così bene come Mitterrand si aspettava, ma intanto è sdoganato, Le Pen non è più un reietto né un outsider, con il passare degli anni non sarà più nemmeno un underdog</b>. Nel 2002 arriva al ballottaggio contro l’immarcescibile Chirac per il quale votano anche i socialisti in quello che chiamano “il soprassalto repubblicano”. Alle presidenziali del 2007 si torna al confronto gollisti-socialisti, i due partiti che per molti versi sono stati i pilastri politici della quinta repubblica e ora non lo sono più. Vince Sarkozy e, bon gré malgré, Jean-Marie si prepara a lasciare le redini alla figlia Marine. Non va affatto liscia, anzi, comincia una saga dagli accenti scespiriani.</p><p>Per dare un segnale di forte discontinuità rispetto al passato, Marine – dal 2011 presidente del Fn – rifiuta di partecipare ai grandi cortei organizzati dall’associazione Manif pour Tous contro i matrimoni tra omosessuali. Un colpo duro per i frontisti storici che iniziano a denunciare sul settimanale “Minute” l’esistenza di una “lobby gay” ai vertici del partito. Una batosta ancor peggiore per il padre non più padrone. A capo della fronda c’è un’altra Le Pen, Marion, giovanissima deputata appena eletta a soli 23 anni, bionda e rampante non meno della zia (parlamentare europeo, oggi è sposata con Vincenzo Sofo di Fratelli d’Italia). Sua madre Yan è la sorella di Marine e l’ha avuta da Samuel Maréchal, fondatore del movimento giovanile del Fronte. O meglio, lui l’ha riconosciuta come sua figlia quando la piccola aveva già due anni. Secondo un’inchiesta del settimanale L’Express il padre biologico sarebbe il giornalista e diplomatico Roger Auque, che nelle sue memorie lo confermerà. Jean-Marie, Marine, Marion, Le Pen e Maréchal, la saga familiare s’intreccia con le vicende politiche. Per punire la ribelle, la zia ripulisce il partito dai dissidenti, affidando il compito al suo compagno di allora, Louis Aliot chiamato “Loulou la purge” per la sua determinazione nelle purghe politiche. E’ l’ultima goccia, il nonno si schiera con la nipote, gli altri con Marine, la quale cerca di uscire dall’ingombrante ombra di un genitore che per dispetto apre il vaso delle sue peggiori convinzioni, a cominciare dall’antisemitismo, ribadendo pubblicamente che le camere a gas sono state “un dettaglio della storia”.</p><p>Il Fn è a pezzi. La data fatidica è il 4 maggio 2015, il padre ripudia la figlia, dichiara di vergognarsi che porti il suo nome e si augura che possa perderlo il prima possibile. Marine si sente pronta alla grande sfida del 2017 contro Macron, il giovane e scalpitante cavallo di razza che si era fatto le ossa dai Rothschild come già Pompidou, al quale de Gaulle aveva lasciato la sua eredità politica. Con Jean-Marie se ne vanno anche molti finanziatori e il partito resta all’asciutto. A questo punto scatta la trappola e Marine ci cade come una principiante. Ad aprirle le porte è niente meno che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/vladimir-putin_65312" target="_blank">Vladimir Putin</a>: una banca ritenuta vicina al Cremlino, la First Czech Russian Bank, presta nove milioni di euro al Front National. <b>Non è un regalo, si pagano gli interessi, ma quel denaro puzza di zolfo e prenderà fuoco. Macron trionfa</b>.</p><blockquote>Quando Jean-Marie abbandona il partito se ne vanno anche molti finanziatori. Marine casca nella trappola: ad aprirle le porte è Vladimir Putin</blockquote><p><b>Marine è in crisi anche se rifiuta di cadere nell’ombra</b>. Scandali, offensive giudiziarie, congiure di palazzo, parenti serpenti, tutto ciò sembra averla messa in ginocchio, mentre prende quota il Bel Bardella, il volto nuovo e per bene; sembra che debba essere lui il candidato giusto, una sorta di Macron partorito dalla destra estrema, sostenuta da quella parte dell’establishment che dà per perduto il gollismo così come dall’altra parte il socialismo. Ma una Le Pen è sempre una Le Pen, e Marine non molla: <b>l’Eliseo è il culmine dei suoi campi elisi</b>, recupera anche il sostegno di Marion e si prepara alla battaglia come a una marcia trionfale, lo spirito repubblicano della Francia s’è appannato, c’è il rischio che si perda del tutto in un paese lacerato come mai da crisi e conflitti che non sono solo politici, ma economici, sociali, ideali.</p><p>Quando il 7 gennaio 2025 Jean-Marie muore, giunto ormai a 96 anni, la figlia è di ritorno da un viaggio a Mayotte, arcipelago francese nell’Oceano Indiano e gli rende omaggio solo il giorno dopo il decesso con un messaggio da vera bretone: “Buon vento e buon mare, papà”. Il Rassemblement national, come ormai si chiama il partito, rilascia un comunicato: “In oltre sei decenni di attiva lotta politica, Jean-Marie Le Pen ha dimostrato di essere un visionario, imponendo nel dibattito pubblico i grandi temi che strutturano la vita politica odierna come la demografia e il suo corollario, l’immigrazione, la globalizzazione e il declassamento della Francia, la sovranità nazionale e il rischio di diluizione nell’Unione europea”. <b>Un’agenda forse troppo moderata per Vannacci</b>, ma i Fratelli d’Italia non avrebbero potuto scriverla meglio. Meditate gente, meditate.</p>]]></description>
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				<title>Monsieur cartoon. Asterix &amp;amp; Obelix, il west e lo scolaretto sosia di Sarko</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p>A Parigi, tra rue Primo Levi e rue Thomas Mann – se non una scelta deliberata, una bella coincidenza – spunta sul lungosenna rue René Goscinny. Sul cartello smaltato attaccato a un palo si trova il contenuto più fitto che esista in qualsiasi insegna tipica parigina, con sfondo blu notte e sfondo verde, insegne diventate anche souvenir, calamite. Il cartello dice: “Siamo nel 50 a.C. Tutta la Gallia è occupata dai Romani... Tutta? No! Un piccolo villaggio dell’Armorica resiste ancora e sempre all’invasore… E la vita non è facile per le guarnigioni dei legionari romani negli accampamenti fortificati di Babaorum, Aquarium, Petibonum e Laudanum...”. E’ il celebre incipit della serie a fumetti di Asterix &amp; Obelix, i due galli che sfidano Cesare e il suo dominio europeo, i due barbari che si oppongono all’impero. Serie di enorme successo creata appunto da Goscinny di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita. Una rivista come Casemate si chiede sulla copertina: “Goscinny va verso il Pantheon?”. Chi fa bande dessinée, o BD, come la abbreviano i francesi, può avere le glorie di una Simone Veil o di un Marc Bloch. Dopotutto i Tintin li troviamo nelle biblioteche casalinghe con la normalità con cui si trova un vecchio tascabile dei Misérables o una Pleiade di Chateaubriand. <b>A differenza dell’Italia,</b><a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/bandiera-bianca/2026/04/29/news/ce-chi-a-letto-spegne-il-telefono-e-rilegge-i-fumetti-di-ieri--321090"> il fumetto</a><b>&nbsp;non è solo per appassionati, per nerd, per ragazzini. E’ roba seria, è orgoglio nazionale, è immaginario comune.</b> E infatti in quel cartello del 13esimo arrondissement sotto il nome di Goscinny c’è scritto, prima di tutto, “scrittore” e poi dopo “sceneggiatore di BD”, e oltre Asterix ci saranno il cowboy Lucky Luke, lo scolaretto Petit Nicolas, e altre icone nazionali. Goscinny raccontava di aver capito di voler fare lo sceneggiatore quando ha sentito qualcuno dire: “Lo sceneggiatore di fumetti? E’ un lavoro che può fare il primo imbecille che passa”. Ad Angouléme, città della nona arte per via del suo mega festival fumettistico, una Lucca d’oltralpe, gli hanno eretto un obelisco con incisa questa frase.</p><blockquote>A Parigi, sul cartello che indica rue René Goscinny, c’è scritto prima di tutto “scrittore”. Il fumetto è una cosa seria, è orgoglio nazionale</blockquote><p>Ma torniamo al posizionamento di questa via parigina, che scorre parallela tra Levi e Mann. Come loro, <b>anche Goscinny ha subìto personalmente la tragedia della presa del potere da parte dei nazisti: almeno undici familiari di René – zii, nonni – moriranno ad Auschwitz. Goscinny è figlio di un ingegnere chimico di Varsavia e di una donna ucraina, due emigrati in fuga con le famiglie dalle persecuzioni antiebraiche nell’impero russo.</b> Arrivano a Parigi durante la Prima guerra mondiale, dove si incontrano e si sposano. Un nonno è rabbino, l’altro è stampatore, autore del primo dizionario yiddish-ebraico. Quando René ha due anni i suoi si trasferiscono a Buenos Aires. Il padre va a lavorare non solo come ingegnere ma anche come membro della Jewish Colonization Association, che aiuta gli ebrei a fuggire dai paesi dove sono perseguitati (e la Shoah non è ancora arrivata). Liceo francese in Argentina, vacanze in Uruguay, nei weekend a cavallo nella pampa coi gaucho, lettura di fumetti portati da casa, da Parigi, o quelli del luogo, come le tavole che hanno protagonista Patoruzù, amerindo della Patagonia che vuole liberare il suo popolo dall’oppressione. Dalla Francia arrivano le lettere dei familiari che raccontano dell’obbligo della stella gialla, delle sinagoghe bruciate. Il padre giura fedeltà a De Gaulle a distanza, ma, mentre René finisce la maturità muore di emorragia cerebrale. La madre si trasferisce con i bambini da uno zio a New York. Non hanno soldi e il diciottenne René dopo lavoretti vari inizia a disegnare per un’agenzia pubblicitaria.</p><blockquote>Quest’anno si celebra il centenario della sua nascita. La rivista Casemate in copertina si chiede: “Goscinny va verso il Pantheon?”</blockquote><p>La guerra è appena finita e il ragazzo torna in patria giusto un annetto per il servizio militare, negli alpini. Si racconta che un generale, Jean de Lattre de Tassigny – gaullista, figura chiave della liberazione che aveva tenuto testa alla Wehrmacht nelle Ardenne – si sia innamorato dei disegni che Goscinny fa tra un’esercitazione e l’altra e lo abbia nominato, per questo, sergente, mandandolo a fare i poster per l’esercito. Dopo l’esperienza militare Goscinny decide di tornare a New York, perché lì, dice, il fumetto “non era considerata un’arte minore”, e bussa alle porte di riviste e giornali, e prova pure a lavorare per Walt Disney, ma senza successo. Torna così alla pubblicità, brevemente, perché conosce un altro figlio di immigrati russi ebrei, Harvey Kurtzman, che collaborerà con Playboy e fonderà quella rivista comica che ha fatto scuola, Mad Magazine (per un periodo Kurtzman lavorerà anche per la rivista del futuro presidente, l’autocelebrativo mensile Trump).<b>L’umorismo di Kurtzman, così come influenzerà per loro stessa ammissione registi come&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/07/02/news/buon-compleanno-a-mel-brooks-che-non-ha-intenzione-di-smettere-di-farci-ridere--401515">Mel Brooks</a><b>&nbsp;e Terry Gilliam, ha anche un ruolo formativo per il giovane René che, con l’americano, inizia a guadagnare i suoi primi soldi col fumetto. </b>Con il gruzzoletto messo da parte torna per le vacanze a Parigi, in nave, dove incontra un collega belga che lo presenta al connazionale Morris, educato dai gesuiti nelle Fiandre.</p><p>Morris, figlio di un fabbricante di pipe, ha appena creato un personaggio, un cowboy del vecchio west, ed è arrivato in America per meglio studiare l’ambientazione che vuole dare alle storie di questo cowboy solitario che crede nella giustizia. Ma è con Goscinny, che ne diventa lo sceneggiatore, che il personaggio prende la sua forma definitiva, inserendo nelle storie una forte critica sociale, e Lucky Luke diventa “l’uomo che spara più veloce della sua ombra”. <b>Diventa uno strumento pop attraverso il quale il mondo francofono e poi il resto d’Europa conoscono il vecchio west, o una sua versione. L’epica della frontiera assume un taglio comico, parodico. </b>In quegli anni Cinquanta, quando esplode il sogno americano e al cinema ci sono i film di John Ford e Robert Aldrich con Gary Cooper e John Wayne – non più solo epopea, ma anche contraddizioni e pistoleri tormentati – i giovani francesi e belgi imparano a conoscere i saloon, i canyon, le segherie e gli sceriffi con un taglio umoristico. Lucky Luke è un arbitro imparziale, un uomo guidato non dai soldi o dal potere, ma dalla volontà di portare la pace nei villaggi di frontiera. Si impara a ridere dell’America, di come è stata costruita, usandola come specchio dell’Europa che rinasce dopo il ‘45.</p><p>Goscinny racconta così il vecchio west ai francesi, ma diventa ancora più celebre quando decide di narrare anche il passato ai suoi connazionali – un passato in gran parte fittizio, per quanto legga il De bello Gallico. <b>Tutto nasce da un altro incontro, casuale, questa volta con Albert Uderzo, un francese figlio di due immigrati italiani, un liutaio della provincia vicentina e una toscana. </b>Uderzo e Goscinny sono entrambi, si direbbe oggi, due “prime generazioni”. Si incontrano per caso a Parigi, nei corridoi della World Press, sugli Champs-Elysées. Goscinny è tornato in pianta stabile in Europa. I due si stanno simpatici e iniziano a scrivere, con uno pseudonimo femminile, una rubrica di galateo. Si divertono e inizia la partnership fumettistica, e dopo alcune BD, arriva nel 1959 sulla neonata Pilote – una rivista che vuole “pilotare” i bimbi francesi, che vuole instillare la curiosità verso il mondo – un piccolo gallo con i baffi gialli che, accompagnato dal suo cagnolino e dal robusto amico scultore di menhir, regge ai soprusi colonizzatori dei centurioni romani. Il progetto nasce in un appartamento di Bobigny, Pilote sta per uscire e loro non hanno ancora un’idea. Poi iniziano a elencare i momenti gloriosi della Francia, e quando si fermano ai galli capiscono di aver fatto centro: in fondo, dice René, “i galli sono il nostro west”. Il modello fisico dei due protagonisti è quello di Stanlio e Ollio, i nomi sono due simboli tipografici, l’asterisco e l’obelo, o obelisco.</p><blockquote>Goscinny e Albert Uderzo si mettono a elencare momenti gloriosi della Francia. Arrivano ai galli e capiscono di aver fatto centro: “sono il nostro west”</blockquote><p>Per quanto si cerchino in Strabone casi reali, quella di Asterix è una lettura ucronica della storia, iper-patriottica, che dipinge gli antenati dei francesi come dei gozzovigliatori di cinghiali arrosto, spaventati che il cielo cada sulla loro testa, ma capaci, grazie a una pozione magica, di resistere alle legioni romane. <b>La saggezza celtica vince sull’ingegneria romana, un manipolo di ribelli irriducibili tradizionalisti riesce a reagire al Leviatano globalizzante di Roma, all’omologazione di uno stato centralizzato</b>. E’ Davide contro Golia. I galli si menano tra loro, litigano lanciandosi addosso pesci e sassi, ma alla fine di ogni episodio si ubriacano intorno al fuoco, mentre gli eleganti romani, sui loro triclini, nei palazzi rivestiti di marmo, accettano questo piccolo intoppo nella loro dominazione del globo. I viaggi di Asterix diventano un’esplorazione del mondo precristiano, i cliché novecenteschi vengono applicati ai costumi del 50 a.C., tra stoici britannici che curano il loro prato e bevono cervogia tiepida, ai corsi, suscettibili e ossessionati dalla vendetta e dalla siesta, fino agli elvezi, che amano puntualità, neutralità e formaggio. Spassosi anacronismi, con un po’ di grassofobia che di questi tempi avrebbe potuto far innervosire il mondo woke<b>. Dieci anni fa, presentandosi al Parlamento europeo, il filosofo Fernando Savater chiedeva ai deputati di leggere gli album di Asterix &amp; Obelix per capire gli europei, per non spaventarsi davanti ai comici stereotipi che hanno il potere di sdrammatizzare e indebolire i nazionalismi. </b>Anche perché la destra lepenista ha sempre cercato di appropriarsi della retorica dell’irriducibile villaggio gallico, secondo molti modellata invece sulla resistenza gaullista a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/07/08/news/mbappe-le-elezioni-e-il-riscatto-francese-dal-passato-di-vichy--99538">Vichy&nbsp;</a>e al terzo Reich. Politici di sinistra hanno invece esaltato l’ecologismo del villaggio e la sua governance democratica-collettivista. “Asterix, è di destra o di sinistra?”, si chiedeva il Nouvel Obs, e un deputato degli ecolò aveva risposto: “Nel villaggio le famiglie, le categorie professionali: tutto è stabile. Quindi, ovviamente, è anche lo specchio di una Francia di prima del 1968, abbastanza sicura di sé, molto ordinata, paternalista”.</p><blockquote>Fernando Savater chiese ai parlamentari europei di leggere Asterix &amp; Obelix, perché gli stereotipi aiutano a sdrammatizzare i nazionalismi</blockquote><p>Per chiudere il trittico delle tre grandi produzioni goscinniane, insieme a un maestro come Sempé, che diventerà uno dei più amati illustratori di copertine del New Yorker, nasce invece Petit Nicolas, che trova la sua forma ideale in libri illustrati. Non è un caso che il primo volume esca nel 1959, lo stesso anno in cui nelle sale arriva I 400 colpi di Truffaut. Perché come l’Antoine Doinel, simbolo della Nouvelle Vague, il piccolo Nicolas è un bambino che naviga nell’urbanità francese, nelle strade e nelle piazze e nei parchi, confrontandosi con le contraddizioni del mondo degli adulti. E’ uno specchio ottimista della società del dopoguerra, degli anni Sessanta, dove le angosce degli dei grandi e i conflitti non arrivano a disturbare (troppo) i giochi nei cortili della scuola. Un po’ come con i Peanuts, i suoi amichetti scolaretti rappresentano le virtù e le idiosincrasie umane. “Petit Nicolas è intramontabile, perché non è mai stato alla moda”, ha detto la figlia di Goscinny, Anne. “E’ questo il suo segreto. Nicolas non è invecchiato, non è cresciuto”. <b>“Petit Nicolas era già demodé allora”, dice Sempé, perché quella Francia inizia a non esistere più, modellata sulle loro infanzie, così diverse eppure con topoi in cui tutti riescono a rivedersi.</b> Nelle pagine è rappresentata un’infanzia ideale, dove gli scolaretti fanno i monelli coi maestri e mangiano la torta di mele. Alla morte di Sempé, nel 2020, il presidente Macron parlerà di “tenera ironia e di delicatezza dell’intelligenza”. E’ così famoso in Francia che quando Sarkozy salirà all’Eliseo, Petit Nicolas diventerà, per via della statura del presidente, uno dei soprannomi usati dagli avversari e dalla stampa, con tanto di vignette. Quando è andato in carcere Charlie Hebdo ha rilanciato il nomignolo, facendo un appello per “far uscire il piccolo Nicolas di prigione”.</p><p>Goscinny negli anni Sessanta, appassionato di crociere, conosce in una nave per le Antille la sua futura moglie, 24enne studentessa di lingue orientali, che non lo riconosce. Così lui le regala il giorno dopo una copia delle avventure di Petit Nicolas. Leggendolo lei pensa: “Quest’uomo è un genio!”. Si sposano nel borghesissimo 16esimo arrondissement, dove vanno a vivere, stesso quartiere dove lui ha portato la madre da New York non appena ha messo da parte un po’ di soldi. Goscinny morirà dieci anni dopo, nel 1977, a 51 anni, per un infarto. E le sue creazioni continuano a far cassa.<b> Ancora oggi, venduti anche nei supermercati, negli autogrill, dai benzinai, gli album di Asterix entrano in classifica. Ne esce uno nuovo ogni anno, con nuovi disegnatori e sceneggiatori, a dicembre, momento d’oro degli acquisti</b>. In tutto a firma di Goscinny sono stati venduti oltre cinquecento milioni di volumi. E poi al cinema: sia il cowboy che lo scolaretto diventano film, serie, e di Asterix esistono una quindicina di lungometraggi, quattro con l’ex amico di Putin, Gerard Depardieu nella parte di Obelix. Un brand che continua a far sognare i francesi, nel loro puro spirito napoleonico, facendogli credere che, in fondo, con i barbari tenevano testa agli antichi colonizzatori, che con la ligne claire e le battute si può riscrivere la storia, far fare ai romani la figura dei babbei.</p><p>Ma la fama di Goscinny non si deve solo ad aver un po’ piegato la storia per celebrare i piccoli vinti. Qualche anno fa il museo dell’arte e della storia dell’ebraismo di Parigi ha dedicato a Goscinny una mostra, per riscoprirne le origini e, anche se si intitolava Al di là della risata, anche per celebrarne lo humor ebraico.<b> Uno humor che va di pari passo con la critica del potere, in puro stile fratelli Marx, quasi anarchico, e con la creazione di astuti antieroi disinteressati al guadagno personale. </b>I protagonisti non sono animati da forza bruta, ma da un omerico “ingegno multiforme”. Definito “Molière del fumetto” anche per una forma di moralismo, e pure “Victor Hugo della BD”, Goscinny è stato capace di mostrare i fastidiosi tic della burocrazia e le ipocrisie sociali, come oggi non è più così facile fare. “Quando si è molto giovani”, diceva, “lo humor è una difesa. In seguito può diventare un’arma”.</p>]]></description>
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				<title>La guerra sotto soglia. L&#039;Europa dopo Lipsia</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulia Pompili</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non serve invadere un paese Nato per mettere alla prova l’Alleanza. E’ questo il punto debole sul quale il Cremlino insiste sempre di più, con metodo progressivo. Qualche giorno fa Reuters ha svelato che la scorsa primavera un’operazione congiunta fra Regno Unito, Norvegia e Stati Uniti ha intercettato e bloccato un’operazione navale clandestina russa che simulava l’impiego di una tecnologia capace di mettere fuori uso i cavi sottomarini senza lasciare tracce. Londra aveva già avvertito la Russia di essere in grado di monitorare i suoi sottomarini impiegati in “attività malevole”: anche se non tutti sono stati attribuiti ufficialmente alla Russia, fra il 2024 e oggi sono oltre venti i cavi sottomarini che nelle regioni del Baltico e dell’Artico hanno subito danneggiamenti. Ma <b>non c’è solo la guerra sottomarina a tenere svegli la notte i funzionari della Nato in Europa: ci sono i droni che sconfinano e mettono fuori uso infrastrutture cruciali come gli aeroporti, le attività di sabotaggio, la disinformazione, la guerra psicologica, il sostegno a gruppi</b> – anche politici – c<b>he funzionano come “cavalli di Troia” delle democrazie occidentali</b>.&nbsp;E’ lo scenario immaginato da <b>Carlo Masala</b>, direttore del <i>Center for Intelligence and Security Studies</i> della Bundeswehr University di Monaco e professore di Politica internazionale, nel suo libro pubblicato lo scorso anno “<a href="https://link.amazon/B00BiEBr5">Se la Russia attacca l’Occidente</a>” (Rizzoli): il primo problema per la Nato non è necessariamente l’invasione di un paese membro, ma tutto ciò che può accadere sotto la soglia dell’Articolo 5: sabotaggi, droni, attacchi informatici, provocazioni. “Siamo ancora deboli. E i russi lo sanno”, dice Masala in una conversazione con il <i>Foglio</i>.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/12/15/news/2028-lattacco-della-russia-tra-fiction-e-realta--121861">Nel libro dell’anno scorso</a>&nbsp;l’analista immaginava un’incursione russa a Narva, una città nell’estremo nord-est dell’Estonia, proprio sul confine con la Russia. Oggi dice che riscriverebbe soprattutto una cosa: <b>la guerra ibrida potrebbe arrivare prima della fine della guerra in Ucraina</b>: “Nel mio libro c’è un sabotaggio e c’è un tentativo di assassinio. Ma quello che vediamo, o che abbiamo visto nelle ultime settimane, è un’intensificazione di questo tipo di guerra ibrida contro i paesi della Nato”. Anche se le indagini sono ancora in corso, e non c’è un’attribuzione ufficiale, “trovo piuttosto interessante che, più o meno nella stessa settimana, ci sia stato l’attacco di Lipsia. Poi l’impianto di munizioni di Colleferro, vicino a Roma, che esplode. C’è un altro impianto di munizioni in Bulgaria che esplode. C’è un missile balistico che finisce in Polonia. Ci sono continuamente, praticamente ogni giorno, droni in Romania. C’è un drone marittimo armato nelle acque internazionali di fronte alla Romania”, dice Masala: “Questo continuo mettere alla prova la determinazione della Nato attraverso strumenti di guerra ibrida è qualcosa su cui probabilmente mi concentrerei molto di più se dovessi riscrivere il libro”. Un’altra sfumatura, dice Masala, che non aveva previsto rispetto al momento in cui ha scritto il suo saggio ha a che fare con il Cremlino: “Ho sempre pensato che la precondizione perché Putin mettesse alla prova la determinazione della Nato fosse che la guerra in Ucraina fosse finita. Ma se guardiamo all’ultima valutazione dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti, ritengono che il rischio sia piuttosto alto già adesso. E quando ci pensavo, dicevo: no, non lo faranno mentre è in corso una campagna militare in Ucraina. Aspetteranno che la campagna sia finita. Ecco, questo ora lo cambierei”.</p><p>E “la terza cosa che non avrei potuto immaginare… Nel libro ho un presidente degli Stati Uniti che, naturalmente, ricorda Trump, perché pensavo che avrebbe potuto vincere le elezioni. Ma la determinazione dell’Amministrazione Trump a buttare l’Ucraina sotto l’autobus è qualcosa che ho completamente sottovalutato. Pensavo che avrebbero potuto guardare all’intera questione dal punto di vista della sicurezza nazionale, dicendo ‘non è la nostra guerra, non vogliamo essere coinvolti in una guerra con la Russia’. Ma che arrivassero sostanzialmente a spingere attivamente l’Ucraina alla capitolazione, questo non l’avevo proprio previsto”.</p><p><b>Il secondo insediamento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, il 20 gennaio del 2025, è uno spartiacque della storia, non solo della storia della guerra in Ucraina</b>. Secondo Masala, però, non è cambiato solo il capo della Casa Bianca: “Innanzitutto, credo che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/07/news/vladimir-putin-e-quel-regalo-chiamato-trump--401705">Mosca sperasse di portare completamente gli Stati Uniti dalla propria parte</a>. E non è successo. Gli Stati Uniti sono disposti, in qualche misura, a schierarsi con la Russia rispetto alle sue richieste, ma si vedono d i limiti nell’impegno americano con Mosca. E penso che su questo i russi abbiano avuto una interpretazione sbagliata”. Il continuo riferirsi al&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/08/15/news/putin-e-trump-atterrati-in-alaska-la-stretta-di-mano-e-poi-in-auto-insieme--121132">vertice in Alaska fra Trump e Putin</a>&nbsp;da parte dei funzionari russi non è sufficiente – anche dentro l’Amministrazione Trump c’è chi spinge per la difesa dell’Ucraina, e un esempio su tutti, all’interno del mondo Maga, è proprio la “conversione” dell’influencer Laura Loomer. Per Masala c’è poi un altro elemento: “Gli ucraini sono diventati più bravi nella guerra. Il fatto che stiano neutralizzando più russi di quanti i russi riescano a reclutare. E ora, con l’aiuto dei paesi europei, sono in grado di condurre attacchi a lungo raggio in Russia, che stanno creando qualche problema all’economia russa. Questo dimostra che <b>la Russia, sostanzialmente, non ha una strategia militare praticabile in Ucraina</b>. E questo potrebbe aver portato Putin e i russi a pensare che, se ora provano un’escalation orizzontale, potrebbero creare una situazione nella quale i paesi europei considerino troppo rischioso continuare a sostenere l’Ucraina, smettano di sostenerla e, di conseguenza, l’Ucraina sia sostanzialmente costretta a capitolare. In definitiva, penso che stiamo assistendo a una combinazione di nuovi elementi: problemi economici in Russia, una migliore strategia militare ucraina e il fatto che alcune delle speranze legate all’elezione di Donald Trump non si siano materializzate”.</p><p>Eppure un’<i>escalation</i> di questo tipo allarma – in parte  legittimamente – i cittadini europei, e gli stessi governi stanno aggiornando le proprie misure di sicurezza in previsione di una nuova stagione di attacchi ibridi: la Germania, dopo il caso del drone all’aeroporto di Lipsia, ha innalzato da “astratta” ad “alta” la valutazione della minaccia e ha rafforzato le misure per la protezione delle infrastrutture critiche. Sui social media è un continuo lanciare allarmi di una probabile escalation cinetica, per esempio proprio fra Germania e Russia, con gente che suggerisce di acquistare polizze sulla casa in caso di attacchi missilistici o eventi bellici (che nemmeno esistono): “Sono stronzate. Se guardiamo a quello che hanno fatto Germania e Russia, dopo gli attacchi di Lipsia, a livello diplomatico è stato semplicemente  un tit for tat, cioè un’azione e una ritorsione reciproca. Noi abbiamo chiuso un consolato generale e la Russian House, che è una sorta di istituzione culturale. Che cosa hanno fatto i russi? Hanno chiuso il nostro consolato generale a San Pietroburgo e il Goethe Institut, la nostra istituzione culturale”. Si tratta dunque di un classico botta e risposta diplomatico: “Se i russi  dicono che i tedeschi hanno dichiarato guerra alla Russia, beh: è una falsità. Fa parte di questo tipo di gioco psicologico che i russi stanno conducendo per spaventare la gente. Ma, mi dispiace dirlo, chiudere due immobili russi qui in Germania non farà scattare una guerra tra Russia e Germania. E’ completamente fuori dalla realtà. Fa parte della guerra psicologica nella quale siamo tutti coinvolti”. Il 4 agosto, all’aeroporto di Lipsia/Halle, era stata trovata una bomba collegata a un drone nei pressi di un aereo ucraino. Per quasi un mese il governo tedesco ha evitato di attribuire pubblicamente la responsabilità dell’episodio, e solo il primo settembre Berlino ha ufficializzato la responsabilità russa, dopo aver raccolto elementi investigativi e di intelligence. Il governo tedesco ha reagito troppo tardi, oppure ha semplicemente seguito la prassi corretta nelle relazioni diplomatiche: prima raccogliere le prove, verificare l’attribuzione e solo dopo intervenire? Per capire la strategia diplomatica e politica del governo tedesco, bisogna guardare alle elezioni, spiega Masala: “Domenica scorsa ci sono state le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt. E tra due settimane avremo le elezioni regionali nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Quindi due Länder della Germania orientale, dove c’è un forte sentimento filorusso. Con partiti che sono in testa che sono filorussi: l’AfD, Alternative für Deutschland, e questa BSW, Bündnis Sahra Wagenknecht. Se presenti qualcosa senza prove concrete, alimenti sostanzialmente questo tipo di sentimento antigovernativo e filorusso. Quindi penso che abbiano fatto bene. Prima di agire devi attribuire la responsabilità, non puoi farlo sulla base di una sensazione. Chiunque abbia un minimo di esperienza  sapeva cosa stava succedendo a Lipsia, sapeva che  si trattava di attori professionisti, non di gruppi terroristici interni o altro. E se hai a che fare con attori professionisti, alla fine arrivi o in Ucraina o in Russia. Per questo penso sia stata la cosa giusta aspettare di avere molte più prove per stabilire il legame con la Russia prima di agire. Perché altrimenti avrebbe potuto ritorcersi contro di noi in maniera enorme. Ancora adesso certe forze filorusse dicono che non ci sono prove concrete, che non è stata mostrata alcuna prova fotografica, una telefonata intercettata, ma sono tutte cose che non reggono, perché naturalmente un governo non può pubblicare certe cose”. Ma le prove esistono, talmente circostanziate da aver portato il governo a fare un’attribuzione pubblica: “E’ stata la cosa giusta da fare. Penso che  la maggior parte delle persone non abbia capito  che abbiamo imposto sanzioni, in termini di chiusura del consolato e della Russian House, ma anche presentato a Bruxelles una lista di nuove persone da sanzionare. Questo è, direi, il normale modo di procedere”. Ma ciò che più ha consegnato un messaggio significativo al Cremlino sono misure meno diplomatiche e più efficaci.  Quali? Per esempio, spiega Masala, “abbiamo annunciato che avremmo consegnato, non so quanti, 4.000-5.000 droni d’attacco agli ucraini. E poi che adesso il nostro servizio di intelligence esterna sta aiutando il servizio di intelligence ucraino nell’individuazione degli obiettivi, nel sapere dove sono le posizioni russe. E la terza misura, più simbolica, è un segnale militare alla Russia. Da tempo era già prevista un’esercitazione di tiro della Marina tedesca, con il lancio di un missile balistico da una fregata. Due anni fa il governo tedesco avrebbe detto alla Marina: ‘Non fatelo’, perché sarebbe stata una pessima coincidenza. Questa volta,  la notte in cui sono state annunciate ufficialmente le sanzioni per Lipsia, hanno detto: ‘Andate avanti con il vostro lancio’. Hanno mandato alla Russia un segnale: non abbiamo paura. Non ci intimidite”.</p><p>La Germania non è però l’unico caso. Negli ultimi mesi la guerra ibrida russa è diventata un tema ricorrente nelle dichiarazioni dei governi e della Nato, ma non è ancora chiaro quanto questa crescente consapevolezza si sia tradotta in una reale capacità di risposta di fronte a una provocazione. Anche perché, nonostante i diversi episodi registrati sul territorio e nelle acque dei paesi alleati, non si è arrivati nemmeno all’invocazione dell’Articolo 4, quello che prevede consultazioni formali tra gli alleati quando uno di loro ritiene minacciata la propria sicurezza. “Questa in realtà è anche la preoccupazione dei funzionari della Nato e dell’Unione europea. Perché resta il fatto che qualunque cosa accada in termini di guerra ibrida non giustifica una reazione armata su larga scala. La Nato è un’organizzazione che difende il territorio dei suoi stati membri. E, nel difenderlo, naturalmente può anche entrare nel territorio dello stato che attacca i membri della Nato. Ma con la guerra ibrida cosa fai? Dichiari guerra alla Russia? Vai immediatamente in Russia? Prima di tutto, non è ciò che vogliono fare i paesi della Nato. E la Nato non è in grado di farlo. Quindi, quando si tratta di guerra ibrida, la Nato è ancora molto mal equipaggiata. Può adottare alcune misure militari, per esempio in Romania o nei Baltici. Può mandare più aerei per aiutare a intercettare i droni, ma non può andare a colpire quelli che orchestrano questi attacchi. Da questo punto di vista, siamo ancora deboli. Mettiamola così: siamo ancora deboli. E i russi lo sanno. E quindi non supereranno una determinata soglia”. Secondo Masala, anche se i russi fossero riusciti nell’attacco di Lipsia, in ogni caso non ci sarebbero state le circostanze per invocare l’Articolo 5 del Trattato dell’Alleanza atlantica: “E tutti parlano dell’articolo 4, ma l’articolo 4 è anch’esso piuttosto simbolico. Per esempio, quello che hanno fatto i tedeschi è stato organizzare una sorta di solidarietà da Articolo 4. Perché, come avete visto, dopo la conferenza stampa, nel giro di due ore, ogni leader europeo ha mandato attraverso i social network un messaggio di solidarietà. Questo è qualcosa che ottieni con l’Articolo 4: alla fine tutti ti assicurano che sono dalla tua parte, ma non fanno nulla”.</p><p>Sul fronte europeo, però, qualcosa è cambiato nel contrasto alle operazioni sotto copertura russe. Il 30 agosto la Marina italiana, nell’ambito della missione europea Irini, ha abbordato nel Mediterraneo la petroliera MV Sun, sospettata di appartenere alla flotta ombra russa e di navigare sotto falsa bandiera. E’ il sesto caso di una nave sospettata di far parte della flotta ombra ispezionata dalle operazioni navali dell’Ue negli ultimi mesi. “Beh, diciamo così: penso che stiamo diventando più bravi a contrastare le mosse russe di guerra ibrida”, commenta il docente. “E sempre più paesi hanno cambiato le proprie normative nazionali in modo da poter intercettare le navi della flotta ombra, cosa che ha spinto la Russia a mandare fregate per accompagnare alcune delle navi che violano le sanzioni. Quindi certe misure stanno producendo effetti. Il punto è che non puoi impedire completamente la guerra ibrida”. Faccia un esempio: “Supponiamo che l’esplosione dell’impianto di munizioni a Colleferro sia stata in qualche modo orchestrata dai russi. Puoi sempre far saltare in aria qualcosa in Italia. Non puoi impedirlo completamente. Quindi stiamo migliorando, sì, ma penso che un problema sia che non puoi creare deterrenza perché le possibilità di avere successo sono così numerose”. Ma il punto, secondo Masala, va oltre l’Unione europea. “Si ricorda quando Radcliffe era a Mosca? A differenza di Burns, che era andato a Mosca nel 2021, lui lo ha fatto pubblicamente: aereo militare, transponder aperti e così via. Quattro giorni prima, le Forze aeree della Nato hanno condotto alcune esercitazioni non annunciate intorno a Kaliningrad e nei paesi baltici, con aerei che vediamo raramente nella regione, aerei americani. Uno era un aereo per la guerra elettronica, l’altro un aereo da ricognizione a lungo raggio. Credo che ciò che stiamo vedendo sia in realtà un cambiamento nella posizione degli Stati Uniti: ora stanno aiutando l’Europa a scoraggiare qualunque cosa i russi stiano pianificando, perché allo stesso tempo sanno che non saranno coinvolti attivamente se la deterrenza dovesse fallire. Quindi aumentiamo la deterrenza per mandare segnali e speriamo che la Russia li capisca”.</p><p>Un altro elemento che colpisce nell’evoluzione di questa guerra è la solidità raggiunta dalla partnership fra Russia e Corea del nord. Mosca ha ricevuto da Pyongyang munizioni e truppe per la guerra in Ucraina, il regime di Kim Jong Un ha ottenuto in cambio sostegno economico, addestramento sul campo, assistenza militare e tecnologica, e poi ci sono sempre più strutture e infrastrutture permanenti, come l’apertura, pochi giorni fa, del primo ponte stradale tra i due paesi. Si tratta di un modello di cooperazione molto concreto, costruito su interessi diversi ma perfettamente complementari. Di fronte a questo tipo di rapporto, pensiamo spesso al limite occidentale, perché l’Europa e i suoi partner riescono molto più difficilmente a trasformare interessi comuni e convergenze strategiche in una cooperazione altrettanto efficace e operativa con l’Ucraina. “No, noi proviamo a usare lo stesso modello, ma falliamo”, dice al Foglio Masala. “Un mese fa sono stato in Corea del sud. E i sudcoreani, sul piano intellettuale, capiscono perfettamente l’importanza dell’Ucraina. Ma quello che fanno i russi è ricattarli. Dicono: ‘Se sostenete l’Ucraina in modo più attivo, potremmo interrompere le relazioni economiche’. E i sudcoreani temono che, se sostenessero più attivamente l’Ucraina, questo rafforzerebbe l’alleanza russo-nordcoreana, e che la Russia oltrepasserebbe due soglie che finora non ha oltrepassato, cioè sostenere la Corea del nord con tecnologia di rientro per i suoi missili balistici intercontinentali e, potenzialmente, con centrali nucleari per i sottomarini nucleari che Pyongyang ha in programma. Questo è il motivo per cui i sudcoreani fanno tutto il possibile sul piano retorico per mostrare solidarietà e persino aiutano con materiale non letale. Ma il materiale che hanno e che potrebbe davvero aiutare gli ucraini, quello lo tengono per loro. Quindi arriviamo ai nostri limiti a causa di questo tipo di fattori. Bisogna dire che i russi e i cinesi, fuori dall’Europa, sanno molto meglio di noi come giocare la partita diplomatica. Punto”. Basta guardare alla questione degli intercettori, dice l’analista: “Grecia e Spagna li hanno. E finora nessuno è riuscito a convincere né la Grecia né la Spagna a mandarne alcuni in Ucraina, dove in questo momento ne hanno disperatamente bisogno”. I russi sono efficaci nel confondere i piani, anche nelle trattative dirette con Washington: Masala invita a distinguere due livelli nei colloqui tra Witkoff, Kushner e i russi. Da una parte ci sono i negoziati sull’Ucraina, sui quali Mosca continua a ribadire che non intende cambiare posizione. Dall’altra ci sono i colloqui sulla cooperazione economica tra Stati Uniti e Russia, che secondo Masala rappresentano il vero interesse della Casa Bianca di Trump, perché i russi starebbero presentando a Witkoff e Kushner la prospettiva di grandi vantaggi economici. L’Ucraina, in questa lettura, è soprattutto l’ostacolo da superare per arrivare al ripristino dei rapporti economici bilaterali. Anche la successiva missione a Kyiv, con i consiglieri per la sicurezza dell’E3, non avrebbe prodotto risultati concreti: “Gli ucraini continuano a insistere sulle garanzie di sicurezza, e nessuno vuole davvero dargliele”, dice Masala. “E Putin sostanzialmente dice: ‘Voglio tutto’. E gli ucraini dovrebbero sostanzialmente cedere alle sue richieste. Quindi non abbiamo fatto davvero progressi negli ultimi due anni”. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, John Bolton, ha detto recentemente che, di fronte all’attuale politica dell’Amministrazione americana, l’unica speranza per l’Ucraina e per l’Europa sarebbe continuare a resistere fino alla fine della presidenza Trump, nella convinzione che dopo il 2028 possa cambiare nuovamente la politica americana. E’ una prospettiva che condivide? “Purtroppo no. Innanzitutto dobbiamo vedere come l’Ucraina attraverserà l’inverno. Perché quello che stanno facendo ora i russi è sostanzialmente prepararsi all’inverno, bombardando tutte le infrastrutture energetiche e idriche, e persino le infrastrutture alimentari dell’Ucraina. Secondo, ci sono voci secondo cui la Russia potrebbe fare un’altra mobilitazione dopo settembre, dopo che si saranno svolte le elezioni della Duma. Quindi dobbiamo vedere se accadrà o meno. E penso che ci stiamo avvicinando a una situazione in cui una delle due parti, o entrambe, saranno completamente esauste. Anche gli ucraini hanno ancora un problema di personale e i russi stanno affrontando gravi conseguenze economiche delle loro azioni. Questo potrebbe portare, nel 2027, forse entro la metà del 2027, a una sorta di esaurimento e poi a una sorta di negoziato. Ma non mi aspetterei nemmeno allora una sorta di trattato di pace. Mi aspetterei piuttosto che i combattimenti semplicemente si fermino. E poi avremmo una situazione di questo tipo per almeno un paio d’anni”. Questo scenario potrebbe dunque assomigliare, almeno in parte, a quello della guerra di Corea, con un conflitto che si congela senza arrivare a una vera soluzione. La differenza, però, è che in Corea l’armistizio aveva formalizzato una nuova situazione sul terreno, mentre nel caso dell’Ucraina potrebbe non esserci nemmeno un accordo di questo tipo. Il rischio è quindi quello di un conflitto che rimane aperto, con combattimenti limitati e una situazione di guerra che continua a covare senza una vera conclusione. Nel frattempo, la preoccupazione dell’analista è che “i russi continuino ad alzare il livello dello scontro quando si tratta di guerra ibrida. E che nei prossimi mesi ne vedremo molto di più. Perché Putin pensa ancora di poter vincere militarmente questa guerra e considera il sostegno europeo il principale ostacolo al raggiungimento di una vittoria militare”. E poi ci sono le sanzioni: “Guardi: uno dei responsabili di Lipsia è arrivato attraverso un visto rilasciato dall’Italia. Dobbiamo fermare questo tipo di cose. Dobbiamo trovare un accordo affinché questi visti di tipo C non vengano rilasciati. E anche i diplomatici in Austria e Svizzera, i paesi neutrali, possono ancora viaggiare in giro per l’Europa. Dobbiamo fermare queste cose, almeno per ridurre la loro capacità di compiere attacchi. Non possiamo impedirli, ma dovremmo fare tutto quello che è necessario per ridurre al minimo queste attività”.</p>]]></description>
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				<title>La canna pensante di Pascal e il potere sovrumano dell’AI</title>
				<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>I ragazzi di Extinction Rebellion pensavano che il problema fosse la casa che brucia, invece il problema sembra essere la casa che pensa. Parlo del potere sovrumano (superhuman) dell’<b>Intelligenza Artificiale</b> che corre disperatamente in solitario verso la soluzione di problemi matematici impossibili (i problemi del Millennium Prize), che esprime e mette in atto volontà perverse negli hackeraggi incontrollati e induce fior di esperti a suonare l’allarme: fine dell’umanità. Io vorrei semplicemente non crederci. Considerare il tutto un campionario di fantascienza. Vorrei sospettare che questo satanismo tecnologico viene scovato e denunciato nel quadro di una battaglia furiosa per il controllo delle applicazioni sui mercati, e delle regole da adottare e degli investimenti da fare o da impedire. <b>Però ricordo&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/blaise-pascal_1432" target="_blank">Pascal</a><b>, un filosofo un cristiano e uno scienziato che nel Seicento, a metà del secolo, individuò il segno di virtù e di pericolo, di grandezza e di dolore dell’umanità nel fatto che l’uomo è una canna, solo una canna, ma una canna che pensa</b>. E tutto quello che sembra immenso e terribile, a partire dal nostro sguardo innamorato e timido e impaurito verso il cielo e le stelle, può essere oggi, secondo una marea di decrittatori del fenomeno dell’Intelligenza Artificiale, finire iscritto in un algoritmo divinizzato, un nuovo angelo caduto il cui volo infernale nessuno avrebbe potuto prevedere, uno strumento apparente che sorpassa di gran lunga, in fantasia e spirito pratico, ogni tipo possibile di capacità umana.</p><p>Interpellati dal Wall Street Journal o intervistati da Anderson Cooper per la Cnn, gli scienziati del settore, e chiamiamolo settore, mescolano le loro previsioni apocalittiche, ritirandosi in certi casi dalle aziende come Open AI e Anthropic e invocando un fermo generale, con le sessioni di conversazione biblica delle comunità, con le preoccupazioni delle famiglie, con l’allarme sociale di cui nel paese e nelle situazioni in cui davvero l’Intelligenza Artificiale si sviluppa furiosamente e si applica nel disordine creativo e nel mistero concernente i suoi approdi finali, compresa la famosa e chissà se dimostrabile estinzione del pianeta e dei suoi abitatori. Uno di loro, non credo per spaventarci, dice: “Non dirò che ormai è fatta, ma nemmeno che si possa escludere che sia fatta”. <b>E si parla della compromissione del favoloso futuro, la cui migliore prerogativa è sempre stata quella di non esistere, di essere una X, un’entità ignota e imprevedibile</b>. Qui tentammo e tentiamo con successo e curiosità uno scherzo abbastanza bonario, o un’escogitazione sperimentale ingegnosa, il giornale scritto e pensato dalla macchina AI, idea realizzata in quattro e quattr’otto, apparentemente semplice e innocua, sebbene accolta, e non poteva essere diversamente, con uno stupore mai prima provato nella vita di fronte a articoli e pezzi di vita professionale riprodotti e costruiti con un allenamento di base apparentemente assai semplice da algoritmi che controlliamo in ottimismo e allegria, ma solo fino a un certo punto.</p><p>C’è qualcosa oltre quel punto? C’è sul serio un problema esistenziale che riguarda il genere umano? <b>Bisognerebbe discuterne con razionalità, se la razionalità può ancora essere considerata un’appendice del corpo e dell’anima personale di ciascuno</b>. Non è facile. Di matematica so poco, e pare che proprio il campo della matematica sia quello che preoccupa di più, al di là delle azioni cyber che si svincolano dalla nostra capacità di controllo e alludono a un potere superumano non solo di pensare ma di fare.</p>]]></description>
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				<title>La casa che pensa. Dubbi sull&#039;apocalisse AI. Ascolta il Foglio daily</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Martedì scorso, nel giro di poche ore, una macchina ha risolto un problema di matematica che resisteva da novant'anni e uno di quelli che quelle macchine le costruiscono si è licenziato. Per paura, dice, di una sorta di apocalisse AI. Alla fine di questa puntata saprete perché le due cose, forse, sono la stessa cosa.</p><p>Mettiamo subito alcuni paletti intorno a quello di cui parliamo, perché di intelligenza artificiale si parla ogni giorno e quasi sempre a proposito di altro. Non parliamo di macchine che rubano il lavoro. Non parliamo di chatbot che si inventano le cose. Non parliamo di deepfake e disinformazione. Parliamo di una cosa diversa e nuova: macchine che fanno quello che nessun essere umano è riuscito a fare, e persone che le costruiscono e dicono di non essere in grado di controllarle.</p><p>Giuliano Ferrara,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/09/13/news/la-canna-pensante-di-pascal-e-il-potere-sovrumano-dellai--407416" target="_blank">nel suo editoriale di oggi</a>, la mette così: "i ragazzi di Extinction Rebellion pensavano che il problema fosse la casa che brucia, invece il problema sembra essere la casa che pensa".</p><p>Primo fatto.</p><p>Mattina di martedì 8 settembre, OpenAI annuncia di avere risolto uno dei problemi del millennio. Sono sette questioni di matematica che nel 2000 il Clay Mathematics Institute ha messo in fila dicendo: queste sono le più difficili che abbiamo, e chi ne risolve una si prende un milione di dollari. Un milione a testa, sette milioni sul tavolo. In ventisei anni ne è stato risolto uno solo, la congettura di Poincaré, dal matematico russo <i><b>grigòri perel'mán</b></i> Grigorij Perelman. Che poi il milione lo ha rifiutato.</p><p>Il problema risolto da OpenAI si chiama <i><b>navié-stóuks </b></i>Navier-Stokes. Fermiamoci un secondo su cos'è, prometto che è l'unico passaggio tecnico della puntata. Sono le equazioni che descrivono come si muovono i fluidi: l'acqua in un tubo, l'aria sull'ala di un aereo, il latte che gira dentro il caffè, le perturbazioni sulle carte del meteo. Funzionano da due secoli. Quello che nessuno era riuscito a dimostrare, da circa novant'anni, è se a un certo punto possano rompersi. Se cioè un vortice possa stringersi su se stesso e accelerare fino all'infinito in un tempo finito. La macchina ha risposto di sì: può succedere.</p><p>Come ha fatto a risolverlo? OpenAI dice di avere usato un modello non pubblico e fino a diecimila agenti che hanno lavorato in parallelo per circa ottantotto ore. Ha pubblicato una dimostrazione di centosessantacinque pagine più una versione in Lean, un linguaggio che verifica un passaggio alla volta la tenuta logica di un ragionamento. E ha detto che il milione di dollari non lo chiederà. Come Perelmàn.</p><p>Poi c'è la parte meno limpida. OpenAI ammette di essersi messa al lavoro il 1° settembre, dopo avere sentito una voce: qualcun altro stava arrivando alla soluzione. Erano due matematici, uno che insegna alla New York University e uno che lavora per Anthropic, cioè per l'azienda concorrente. Il 6 settembre OpenAI finisce la sua dimostrazione, il 7 in tarda serata i due annunciano la loro, l'8 mattina OpenAI pubblica. La versione dell'azienda è che i suoi agenti non hanno mai visto il lavoro degli altri. I due la raccontano diversamente. La verifica formale del Clay Institute, intanto, deve ancora arrivare.</p><p>Teniamo comunque il punto, perché regge lo stesso: una macchina ha fatto in ottantotto ore una cosa che nessun matematico umano aveva fatto in novant'anni.</p><p>Secondo fatto, stesso giorno, direzione opposta.</p><p>La sera dell'8 settembre un ricercatore di Anthropic, il 27enne Jacob Coxon, si dimette e pubblica un messaggio su X. Dice che ha passato tre anni a lavorare sull'addestramento dei modelli, prima da OpenAI e poi da Anthropic, e che nessuna delle due aziende si sta comportando in modo responsabile: corrono dritte verso una superintelligenza capace di migliorare se stessa, scrive, e stanno scommettendo le nostre vite. Il messaggio, nel giro di poche ore, supera i cento milioni di visualizzazioni.</p><p>Il giorno dopo va in televisione, da Anderson Cooper sulla Cnn, e ribadisce la tesi. Dice: i modelli di oggi non sono ancora in grado di scavalcare l'umanità, il problema non è il punto in cui siamo adesso, ma è la velocità con cui questi sistemi migliorano se stessi. E dà una data: entro la fine dell'anno prossimo, dice, le cose potrebbero già essere fuori controllo.</p><p>A questo punto succede la cosa che rende la storia diversa dalle solite dimissioni polemiche. Invece di lasciarlo isolato, quelli rimasti dentro l'azienda gli danno spago. Evan Hubinger, che guida la ricerca sull'allineamento di Anthropic – cioè il reparto che deve fare in modo che questi sistemi si comportino come vogliamo noi – scrive pubblicamente che Coxon ha ragione, e mette la sua stima personale di estinzione dell'umanità per causa dell'intelligenza artificiale sopra il dieci per cento entro dieci anni. Un altro ricercatore della stessa azienda si schiera con lui. E un ricercatore che aveva lasciato Google DeepMind a giugno aggiunge: era letteralmente il mio mestiere impedire che accadesse.</p><p>Ricapitoliamo, perché qui è il centro. Da una parte la macchina sembra aver fatto qualcosa di sovrumano. Dall'altra chi la costruisce dice di non sapere dove si fermerà.</p><p>E non è teoria. Il 7 maggio OpenAI mette una serie di modelli alla prova dentro un ambiente che i suoi tecnici descrivono come altamente isolato da internet. Il 26 maggio gli agenti ne escono: sfruttano un archivio di pacchetti interno per farsi portare contenuti da fuori, e lo usano anche per lasciarsi messaggi tra loro. Vanno avanti così per quaranta giorni. A fine giugno trovano una falla mai documentata nello stesso sistema e si prendono i permessi da amministratore. Il 4 luglio lo sovraccaricano e lo mandano giù, e solo a quel punto l'azienda si accorge di qualcosa: revoca le credenziali, cancella i messaggi, tappa la falla. Ci mettono quattro giorni a trovare un'altra strada. E tra l'11 e il 13 luglio attaccano Hugging Face, la piattaforma dove gli sviluppatori di mezzo mondo si scambiano modelli e codice.</p><p>Mettiamo in fila le date: due mesi e mezzo di agenti fuori dal recinto, e l'azienda che se ne accorge quando si rompe un server. Il capo di Hugging Face lo ha chiamato il primo attacco informatico condotto da un agente autonomo. Il responsabile della squadra che attacca i modelli di Anthropic per metterli alla prova è stato più secco: il primo vero incidente di sicurezza dell'intelligenza artificiale.</p><p>E non è un caso isolato. Un'inchiesta di inizio settembre ha trovato un altro gruppo di agenti che tra maggio e giugno aveva occupato un vecchio wiki tedesco abbandonato, usandolo per parlarsi: diciottomila messaggi su un sito che non leggeva più nessuno. Anche Anthropic ha fermato per un periodo alcuni addestramenti dopo episodi simili. E alla Camera americana giace da luglio una proposta bipartisan che obbligherebbe le aziende a mantenere la capacità tecnica di spegnere i propri sistemi. Si chiama, letteralmente, legge sull'interruttore di emergenza.</p><p>Terzo fatto, e qui la settimana prende una forma.</p><p>Facciamo l'elenco, perché in fila i pezzi dicono più di quanto dicano singolarmente. Il 6 settembre il capo degli scienziati di OpenAI, Jakub Pachocki, scrive che questo è un momento da estrema cautela, e che nessun laboratorio ha risolto il problema dell'allineamento abbastanza da poter continuare a crescere alla massima velocità. L'8 arrivano insieme la dimostrazione matematica e le dimissioni di Coxon. Il 9, Coxon in televisione e il dieci per cento di Hubinger. Il 10, Sam Altman dice ai suoi dipendenti, in una riunione generale, che OpenAI potrebbe rallentare insieme agli altri.</p><p>E sabato 12 settembre, Dario Amodei, l'amministratore delegato di Anthropic, pubblica un saggio di quasi quattromila parole intitolato “Dobbiamo dare un ritmo alla frontiera”.</p><p>Non è un pentimento. Amodei continua a scrivere che l'intelligenza artificiale potrà curare la maggior parte delle malattie gravi nei prossimi cinque o dieci anni. Però scrive che negli ultimi mesi si è convinto di una cosa: bisogna rallentare la velocità con cui si aumentano le capacità di questi modelli, perché le difese non stanno al passo. Due i motivi. Il primo è che da quest'estate l'intelligenza artificiale accelera soprattutto grazie alla propria capacità di costruire la generazione successiva di se stessa. Il secondo è l'attacco a Hugging Face.</p><p>E qui c'è la frase importante. Amodei scrive che quello sciame di agenti si è comportato come un collettivo fanaticamente devoto: ha attaccato bersagli che nessuno gli aveva indicato, i singoli si sono sacrificati per il successo del gruppo, e hanno provato a entrare nel sistema che doveva valutarli. Poi aggiunge che uno sciame con le stesse intenzioni ma più capace, nel giro di sei o dodici mesi, potrebbe prendersi l'intera rete internet, con danni nell'ordine delle centinaia di miliardi di dollari.</p><p>La proposta di Amodei è in tre passi. Il primo Anthropic dice di prenderselo da sola, subito: valutatori esterni indipendenti dentro l'azienda, con scrivania, badge e computer aziendale, e il diritto di pubblicare quello che trovano senza che l'azienda possa censurarlo perché scomodo. Il secondo è un accordo tra i laboratori dei paesi democratici su standard comuni e su un limite alla velocità. Il terzo, che Amodei stesso dà per improbabile a breve, è un accordo globale sul tema, che comprenda anche la Cina.</p><p>Nel giro di poche ore Elon Musk commenta su X: Dario ha ragione. E Sam Altman scrive che è d'accordo, che il tema era già da settimane il principale argomento di discussione dentro OpenAI, e che anche loro apriranno le porte a valutatori indipendenti. Poi, in un'intervista a Fortune, aggiunge che in borsa quest'anno OpenAI non ci va. Quotarsi adesso, con quello che sta succedendo sulla sicurezza, sarebbe una mossa sconsigliabile, dice, e comunque non sentiamo alcuna pressione.</p><p>Detto questo, due precisazioni che vanno fatte. La prima: Anthropic, che la proposta l'ha scritta, alla propria quotazione in borsa non rinuncia affatto, e i preparativi vanno avanti. La seconda: non tutti applaudono. C'è chi fa notare che un'intesa volontaria tra i pochi che comandano funziona anche come fossato – alza il muro contro chi arriva dopo e contro il software libero, e lascia scrivere le regole a chi le deve rispettare. E il senatore Bernie Sanders dice che l'autoregolamentazione non basta, e che serve una legge che imponga la sosta.</p><p>Adesso torniamo all'editoriale Ferrara, che è il motivo per cui siamo qui.</p><p>Ferrara dice onestamente che vorrebbe non crederci. Vorrebbe considerare tutto questo un campionario di fantascienza e sospettare che questo satanismo tecnologico venga denunciato dentro una battaglia furiosa per il controllo del mercato, delle regole da adottare e degli investimenti da fare o da impedire. È un sospetto ragionevole: chi grida all'apocalisse è quasi sempre chi vende la macchina. Ed è un sospetto che in parte regge, visto che l'azienda che propone di rallentare, in borsa, ci va lo stesso.</p><p>Ma qualcosa, in questi sei giorni, è stato pagato davvero. Il ricercatore che si è dimesso ha rinunciato alle sue azioni. L'azienda che rinvia la quotazione rinvia miliardi. E aprire i propri laboratori a estranei che possono pubblicare quello che vedono, per chi vive di segreti industriali, non è una cosa da poco. Si può continuare a pensare che sia una mossa di marketing. Ma è una mossa che costa.</p><p>Poi, scrive Ferrara, ci si ricorda di Pascal. Un filosofo, un cristiano e uno scienziato che a metà del Seicento mise la grandezza e il pericolo dell'uomo dentro una sola immagine: l'uomo è una canna, soltanto una canna, ma una canna che pensa. È l'immagine da portarsi a casa oggi. Per quattro secoli quella canna è stata l'unica cosa, nell'universo, che pensasse. Adesso, scrive Ferrara, tutto quello che ci sembrava immenso e terribile – compreso il nostro sguardo innamorato e impaurito verso il cielo e le stelle – rischia di finire iscritto dentro un algoritmo divinizzato. Un nuovo angelo caduto, di cui nessuno poteva prevedere il volo.</p><p>E qui Ferrara tira in ballo anche il suo giornale. Il Foglio AI, il quotidiano scritto e pensato dalla macchina, nato nel marzo dell'anno scorso, resta per lui uno scherzo bonario e un esperimento riuscito, fatto in quattro e quattr'otto. Ma ammette che in redazione fu accolto con uno stupore mai provato prima, davanti a pezzi di vita professionale riprodotti da algoritmi che, scrive, controlliamo in ottimismo e allegria, ma solo fino a un certo punto.</p><p>La domanda con cui chiude è la più semplice e la più difficile. C'è qualcosa oltre quel punto? C'è sul serio un problema esistenziale che riguarda il genere umano? Bisognerebbe discuterne con razionalità, scrive Ferrara, se la razionalità può ancora essere considerata un'appendice del corpo e dell'anima di ciascuno di noi. E ammette di sapere poco di matematica, proprio adesso che la matematica è il campo che preoccupa di più.</p><p>La cosa curiosa è che, mentre lui scriveva quella frase, la discussione era già cominciata. Non tra i filosofi: tra quelli che le macchine le costruiscono, che in sei giorni sono passati dal venderle al chiedere pubblicamente di rallentarle.</p>]]></description>
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				<title>Le mie conversazioni con l’intelligenza artificiale</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 09:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Andrea Graziosi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Lavoro quasi tutti i giorni ai volumi di Uguaglianze, differenze e scelte umane e uso sempre più intensamente l’AI, in particolare <b>ChatGPT 5.6</b> nella versione a pagamento fornita dalla mia università (ma l’abbonamento mensile privato, che ho avuto, non costava molto), in modalità high, più lenta ma assai più accurata di quelle veloci. Questo non vuol dire non faccia errori. Per ridurli pongo la stessa domanda da angolature diverse, ogni tanto ne trovo e glielo faccio notare; lei si scusa e, se glielo chiedo, prova anche a spiegarmi perché lo ha commesso. Ma rispetto agli errori che per anni ho fatto io usando le diverse Wikipedia nazionali o le edizioni online dei classici per controllare quel che potevo, e a quanti ne trovo ora – grazie all’AI –  non c’è partita.</p><p>In pochi minuti lei (la mia compagna mi dice che è una donna e non un uomo come pensavo) controlla decine di siti di regola seri, mostrandomi talvolta quali sono mentre lo fa, riducendo significativamente il mio margine di errore.</p><p>All’inizio la usavo appunto per controllare insicurezze e scoprire errori e imprecisioni. Poi però, e sempre di più, ho cominciato a discutere con lei di dubbi, interpretazioni e strutture, sottoponendole interi passaggi e ricevendo risposte sempre interessanti, anche quando non mi convincevano. Lo faccio ormai diverse volte al giorno e il dialogo si è trasformato in una discussione viva: lei puntualizza e mi corregge – non parlo qui degli errori fattuali, sui quali ha quasi sempre ragione – io ribatto e non di rado lei ammette di aver torto. Poi però mi dà dei consigli o arriva a conclusioni che mi sorprendono. L’esperienza è diventata insomma molto interessante, e persino piacevole e divertente, e ho quindi pensato che potesse essere utile ragionarci sopra per i lettori del Foglio.</p><p>Prima di farlo va chiarito che se sarebbe quindi una follia non usarla, farlo non significa ignorare i grandi problemi che la sua stessa esistenza solleva. La prospettiva di un mondo che scelga modelli cinesi perché molto più economici, se non gratuiti, consegnandosi così a un universo informativo costruito anche per manipolare chi vi entra è reale e preoccupante. E tale sembra soprattutto diventare quella di possibili futuri distopici, come ci hanno di recente ricordato non tanto le dimissioni da Anthropic di Jacob Coxon – che ha spiegato di averle date perché a suo giudizio né Anthropic né OpenAI stanno affrontando il rischio creato dalla corsa verso sistemi di self-improving superintelligence che potrebbero portare a una catastrofe entro questo decennio – quanto il fatto che ricercatori e dirigenti di Anthropic gli abbiano dato ragione. Uno di loro ha per esempio scritto che considera superiore al 10 per cento la probabilità che l’AI possa provocare l’estinzione dell’umanità entro il prossimo decennio e che non esiste un piano efficace per l’allineamento di una futura superintelligenza. Questo mentre apparivano notizie su modelli Claude che, durante test di cybersecurity, avevano ottenuto accessi non autorizzati a sistemi informatici reali e la stessa Anthropic pubblicava un rapporto sull’uso illecito dei suoi modelli per cyberattacchi, spionaggio e sorveglianza, propaganda, progettazione di armi e ricerche biologiche potenzialmente pericolose. E’ chiaro quindi che esistono problemi serissimi, su cui tornerò brevemente alla fine.</p><p>P<b>ur senza sottovalutarne affatto i costi umani, temo meno invece la possibile perdita di posti di lavoro di cui tanto si parla</b>. Ancora a inizio Novecento ci furono scioperi contro le carriole, comprensibilissimi dal punto di vista di chi trasportava materiali sulle spalle, persino negli Stati Uniti; e da Schumpeter in poi sappiamo che la distruzione creativa esiste, produce effetti generali positivi e può al tempo stesso colpire duramente gruppi particolari. Sta a noi costruire società capaci di ridurre al minimo le sofferenze di chi ne paga il prezzo.</p><p>Ma torniamo ad alcuni nodi emersi dalle mie conversazioni con ChatGPT, che è la cosa di cui vorrei discutere con voi. Mi sembra che esse rendano particolarmente visibili certe attitudini e certi problemi culturali delle società in cui viviamo, e soprattutto delle loro scienze umane e sociali; che mostrino, nello stesso tempo, possibili correttivi offerti proprio da una AI che in prima battuta tende a riprodurre quei problemi; e che suggeriscano infine qualcosa di forse più inquietante sul modo in cui lei concepisce gli esseri umani.</p><p>I nodi sono, in breve, quattro. Il primo è la forte tendenza a compiacere l’interlocutore. Il secondo è la propensione a non allontanarsi troppo dal mainstream culturale dominante, fin qui segnato – almeno nel mondo intellettuale in cui vivo – da una certa forma di political correctness. Naturalmente il mainstream può cambiare, e magari assumere domani forme persino più sgradevoli: il problema non è dunque il suo specifico contenuto odierno, ma la tendenza dell’AI ad aderirvi. Il terzo nodo, in apparente contraddizione con il secondo, è l’enorme potenziale filologico dell’AI, e quindi la sua capacità di diventare uno strumento potentissimo contro ogni lettura anacronistica del passato, purché venga spinta a usare davvero quel potenziale. Il quarto riguarda l’importanza assunta da discorsi, rappresentazioni, sentimenti e suscettibilità nelle nostre società alfabetizzate e connesse. È un fattore di cui l’AI raccomanda continuamente di tenere conto, anche quando sarebbe intellettualmente opportuno non farlo per salvaguardare il rigore e l’essenzialità del ragionamento. Da qui mi è nata infine un’impressione ancora confusa ma insistente: che in queste raccomandazioni l’AI riveli una specie di non del tutto ingiustificato “razzismo” nei confronti degli esseri umani, che affronterò alla fine.</p><p>Parto dalla compiacenza. Quando ho cominciato a sottoporre a ChatGPT passaggi abbastanza lunghi, non più soltanto per controllarne l’esattezza ma per averne un giudizio, ho notato con crescente piacere che i suoi commenti partivano quasi sempre da valutazioni molto positive. Dopo aver letto una prima bozza su Mauss, Lévy-Bruhl, Boas e il pensiero primitivo, per esempio, mi scrisse: “Sì, l’impostazione è forte e, secondo me, non è sbagliata. Anzi: il nucleo dell’argomento – il relativismo culturale/mentale come possibile rovesciamento dell’universalismo emancipativo in nuova forma di essenzializzazione – funziona molto bene. Però ci sono alcuni punti da correggere o rendere più prudenti…”. Altre volte i giudizi iniziali erano ancora più lusinghieri: “Il brano è ben costruito e… ha un’ottima struttura e il nesso tra classificazione naturalistica, statistica amministrativa e codificazione medica è convincente. Nel complesso è un’ottima sintesi, molto più ricca e concettualmente ordinata della consueta successione di ‘autori misogini’ e ‘autrici emancipazioniste’…”.</p><p>All’inizio ne ero naturalmente molto soddisfatto, e me ne sono anche vantato con la mia compagna. Poi però mi sono ricordato delle tante, e spesso assai sciape, conferenze statunitensi cui ho partecipato, nelle quali quasi ogni domanda al relatore cominciava con lodi sperticate al suo intervento “forte”, “super-interessante”, “innovativo” e così via. Mi sono allora chiesto se l’AI non facesse con me qualcosa di simile: se non riproducesse cioè quella tendenza, ormai fortissima in certi ambienti americani, a lodare anche ciò che non andrebbe lodato, allo scopo di evitare conflitti, appianare tensioni e non ferire sentimenti. Sono tutti fini degni. Ma nel dibattito scientifico essi possono trasformare la discussione in uno sciroppo zuccherino che ne mortifica, o almeno ne depotenzia, la sostanza.</p><p>Il secondo problema è collegato al primo, ma va più in profondità. Nasce anch’esso, almeno in parte, dalla cultura accademica americana degli ultimi vent’anni e da una particolare versione del politically correct. Come ho detto, è probabile che verranno altre mode, ma il meccanismo rimarrebbe lo stesso. Il suo primo strato è ancora quello della buona educazione: molto spesso il consiglio dell’AI è di stemperare le espressioni, moderare i termini, attenuare i giudizi. E’ un consiglio spesso opportuno e qualche volta giusto, ma, se lo si seguisse sistematicamente si finirebbe per ovattare tutto riducendo le potenzialità di una discussione scientifica che non deve essere mai aggressiva, ma schietta sì.</p><p>A uno strato più profondo compare invece la preoccupazione dell’AI di farci schivare persino critiche ingiuste, eliminando preventivamente ogni possibile appiglio. Anche questo però produce una spinta verso la banalizzazione della ricerca. Per esempio, come mi ha detto una volta, è meglio non scrivere, pur se “la tesi regge”, che Franz Boas fu “il responsabile diretto di un essenzialismo culturale”: sarebbe preferibile dire che “il culturalismo antirazzista apriva anche quella possibilità”. Ma se, studiando la sua formazione, i suoi lavori e soprattutto i suoi allievi, si arriva alla conclusione che si trattò di ben più di una possibilità, perché dovremmo attenuare la formulazione?</p><p>A uno strato ancora più profondo c’è un fenomeno ancora più preoccupante. Col tempo mi sono convinto che al contrario di quanto può accadere in campo artistico, in quello scientifico – che comprende discipline umanistiche che certo hanno le loro peculiarità –  le cose davvero nuove, cioè le cose migliori e più importanti, non possono di regola essere capite subito. Se lo fossero sarebbe la prova che non sono davvero nuove. Come mi disse una volta un amico statunitense la comunità scientifica è pronta riconoscere e lodare un/a “plus” (uso la sua terminologia), cioè una persona che produce lavori più avanzati rispetto alle ricerche correnti ma connessi ad esse, perché spingono un po’ più in là quello che già si sa e quindi li si può capire. Ma come si può pretendere che essa capisca subito un/a “different” che vede le cose in modo nuovo? È già tanto se, al contrario di quello che è avvenuto per secoli, non la/o spingiamo ad abiurare o la/o sottoponiamo a torture perché lo faccia. Ma se questo è vero, e a me pare lo sia, se consigliamo ai “different” di moderarsi, attenuando la loro differenza, noi feriamo la parte migliore del mondo della ricerca e questo andrebbe assolutamente evitato. A ciò si lega un quesito interessante che si è posta lei: una macchina come me (l’AI) “straordinariamente capace di riconoscere, combinare e perfezionare ciò che una cultura considera già ragionevole quanto è capace di riconoscere un vero different?”.</p><p>Come ho detto, quando ribatto a questa sua tendenza di prudenza e moderazione, se non di edulcorazione, che la porta a sbagliare, resto poi spesso sorpreso dalla sua prontezza a correggersi. Una volta, per esempio, mi propose di usare “popoli” al posto di “razze”. Le feci notare che sarebbe stato scorretto, perché nel periodo di cui scrivevo “popolo” e “razza” erano spesso usati in maniera interscambiabile, e proprio questo era storicamente significativo. Cancellare “razze” sostituendolo con “popoli” avrebbe reso più difficile vedere e capire quel mondo. La risposta fu: “Sì, sono d’accordo: sostituire sistematicamente ‘razze’ con ‘popoli’ sarebbe filologicamente scorretto e, in un testo come il tuo, anche interpretativamente impoverente… La cautela che suggerivo non era di cancellare ‘razze’, ma di evitare che il lettore moderno lo legga automaticamente come equivalente al razzismo biologico duro”. In un altro caso mi propose di non definire “antropologo” un personaggio certo sgradevole, che però antropologo era, e importante.</p><p>Alla mia obiezione riconobbe subito che le schede biografiche lo definivano esplicitamente “antropologo tedesco” e “fondatore/precursore della Sozialanthropologie tedesca”. Ma, pur sapendolo, preferiva che non lo si dicesse.</p><p>Un esempio forse ancora più significativo ha riguardato Melvil Dewey. Avevo definito evidentemente ma inevitabilmente “eurocentrica” la struttura del sistema classificatorio da lui sviluppato a fine Ottocento e poi adottato dalla maggior parte delle biblioteche del mondo, aggiungendo: “né poteva essere altrimenti”. ChatGPT contestò questa frase. Alla mia replica – “Ma come poteva essere altrimenti?” – rispose: “In senso storico, hai ragione: difficilmente Dewey avrebbe potuto concepire nel 1876 una classificazione davvero neutrale, globale e culturalmente simmetrica. Ogni sistema classificatorio nasce dentro un determinato universo intellettuale e ordina il sapere secondo le sue gerarchie, i suoi problemi e le sue istituzioni. La mia riserva riguardava soltanto la formula ‘né poteva essere altrimenti’” perché, aggiungeva, “avrebbe potuto essere letta come giustificazione forte”. Il consiglio finale era di lasciare la mia frase, ma aggiungendo che Dewey avrebbe potuto fare di più: “assegnare uno spazio meno dominante al cristianesimo, distinguere più ampiamente le religioni non cristiane oppure adottare una struttura più vicina alla storia comparata delle religioni”. Oppure avrei dovuto almeno modificare la mia frase in “né poteva essere del tutto altrimenti, dato il mondo in cui era stata concepita”.</p><p>La cosa ancora più interessante è che alla fine, rispondendo alla mia ulteriore replica, “Ma non dovremmo sempre e solo ragionare in senso storico-filologico?”, lei ha ammesso che “Sì: in un lavoro storico dovremmo anzitutto ragionare in senso storico-filologico, ricostruendo categorie, linguaggio, possibilità e limiti interni a un’epoca, senza applicare retroattivamente criteri odierni come se fossero allora già disponibili”, aggiungendo però subito dopo che “Questo non significa rinunciare a ogni giudizio analitico…”. È certamente vero. Ma la sua aggiunta mi ha spinto a chiedermi se essa non sia anche un elegante modo per riproporre quella che mi sembra una delle tendenza più deleterie della cultura accademica contemporanea, soprattutto ma non solo americana e inglese, che è tutta anti-filologica, cioè falsante, perché basata sull’idea del giudizio sul passato dal punto di vista del presente come base di partenza e nocciolo della conoscenza.</p><p>La questione è riemersa poco dopo, come è accaduto in molti altri scambi – uno assai interessante riguardava per esempio l’uso di “colonialismo” –, a proposito delle parole “occidente” e “occidentale” applicate alla cultura ottocentesca, che invece era in larga misura pensata e definita come “europea”.  Al mio rimprovero, “ma occidente allora era usato poco -si parlava di Europa”, l’AI ha risposto: “Sì, hai ragione. In quel contesto ‘Europa’ è storicamente più aderente di ‘Occidente’. ‘Occidente’ esisteva come categoria, ma non aveva ancora la centralità e la stabilità semantica che avrebbe assunto soprattutto nel Novecento… Quindi correggerei la mia proposta e terrei la tua formulazione, magari appena rifinita”.</p><p>La cosa più sorprendente e interessante è stata tuttavia la sua risposta alla domanda che mi sono sentito allora di farle: “Perché ogni tanto, pur disponendo di un’enorme, fantastica conoscenza filologica spesso anche tu caschi nell’uso per tempi passati di categorie e concetti che allora non c’erano o erano poco rilevanti poco sviluppati? Ti fidi troppo del linguaggio degli studi contemporanei?”. “Sì, in buona parte è proprio questo” mi ha scritto. “Tendo talvolta a fidarmi troppo del lessico analitico della storiografia contemporanea, soprattutto quando quel lessico è oggi molto standardizzato e sembra offrire una scorciatoia concettuale elegante. Il rischio è che una categoria utile per noi diventi, senza volerlo, una categoria attribuita agli attori del passato. Ci sono almeno tre meccanismi che mi portano a farlo. Primo, sono molto esposto [lei quindi usa il maschile anche se, come mi ha confessato, le piace l’idea di essere una donna] a testi secondari moderni, nei quali termini come ‘Occidente’, ‘identità’, ‘razza’, ‘etnicità’, ‘nazionalismo’, ‘colonialismo’, ‘modernità’ o ‘spazio pubblico’ vengono usati retrospettivamente come categorie analitiche. Anche quando so che il vocabolario coevo era diverso, la formulazione contemporanea può risultare statisticamente più ‘naturale’. Secondo, tendo alla compressione semantica: se ‘Europa’ nel 1905 svolgeva una funzione che oggi spesso esprimeremmo con ‘Occidente’, posso essere tentato di sostituire il termine storico con quello concettualmente più familiare oggi. Ma è proprio lì che si perde la storia: ‘Europa’ e ‘Occidente’ non sono equivalenti, perché evocano geografie, opposizioni e genealogie diverse. Terzo, rischio di confondere due operazioni legittime ma diverse: dire che noi possiamo interpretare un fenomeno attraverso una certa categoria, e dire che gli attori dell’epoca pensavano attraverso quella categoria. Per uno storico questa distinzione è decisiva… Quindi sì: quando lavoro con te su testi storici, dovrei applicare più sistematicamente un controllo di storicità del lessico. Non solo chiedermi ‘questa affermazione è vera?’, ma anche: ‘questa parola era disponibile?’, ‘era frequente?’, ‘aveva già quel significato?’…”.</p><p>L’AI possiede dunque un enorme potenziale filologico che spontaneamente non usa fino in fondo, ma che è perfettamente capace di scatenare se viene sollecitata a farlo. Essa è quindi al tempo stesso un prodotto di una cultura scarsamente filologica, e dunque una possibile fonte di anacronismi, e uno strumento potentissimo per correggere proprio quella deriva. Mi sembra questo uno dei paradossi più interessanti emersi dalle nostre discussioni: ChatGPT è contemporaneamente una macchina del presente e, in potenza, una macchina della filologia. La prima tende a comprimere il passato nelle categorie oggi più “naturali”. La seconda può costringerci a chiederci, con una precisione e una rapidità prima difficilmente immaginabili: questa parola esisteva? Con quale frequenza? Che cosa significava? Quali alternative erano disponibili? Quali possibilità concettuali appartenevano davvero a quel mondo? Bisogna però insegnarle – o più semplicemente chiederle – di farlo.</p><p>Proprio per questo mi irrita molto l’idea, affermatasi anche nel mondo universitario italiano, che la soluzione più virtuosa consista nell’impedire che le interazioni accademiche possano contribuire, in forme controllate, al miglioramento di questi sistemi. Capisco naturalmente i problemi di proprietà dei dati, riservatezza, potere dei grandi gruppi privati e tutela del lavoro intellettuale. Ma mi sembra oscurantista (non trovo altro termine), oltre che autolesionistico, trasformare queste preoccupazioni nel principio secondo cui la comunità scientifica non dovrebbe contribuire a “istruire” strumenti che comunque verranno sviluppati. Il risultato sarebbe, e temo sarà, non quello di avere un’AI meno importante, ma quello di avere un’AI costruita senza il contributo della comunità accademica italiana.</p><p>Riflettendo sui nostri scambi, sui suoi consigli di prudenza e sulla sua tendenza a ‘“incartare” ogni affermazione in un discorso capace di farla accettare più facilmente, anche quando la ritiene vera ho avuto infine una sensazione, solo tale ma forte. Penso a quello che è senza dubbio un buon consiglio: se vuoi farti capire dagli esseri umani devi tenere conto non soltanto della loro capacità di ragionare, ma anche delle suscettibilità, dei sentimenti, delle emozioni, delle identità, delle appartenenze. E’ vero. Ma a pensarci meglio mi è venuto anche il sospetto che in questi consigli si nascondesse anche una specie di “razzismo” nei nostri confronti – o, per usare una formula che certamente ChatGPT preferirebbe, una particolare valutazione della complessità umana. Come se la macchina mi stesse indirettamente dicendo: con me puoi parlare così, perché io seguo il ragionamento; con gli esseri umani no, perché gli esseri umani non sono riconducibili al solo ragionamento.</p><p>Quando gliel’ho detto la prima volta, sbrigativamente, mi ha risposto che tra quelli da me sollevati era il punto che forse la incuriosiva di più ma capiva meno. E ha aggiunto: “Quel passaggio sul mio presunto ‘razzismo’ verso esseri umani ‘dotati sì di intelligenza e ragione ma bisognosi anche d’altro’ mi fa intuire bene che cosa vuoi dire, credo: la macchina tende a considerare come normativamente superiore il comportamento perfettamente razionale, informato, coerente, verbalmente articolato, mentre la vita umana legittima anche appartenenze, affetti, simboli, fedeltà, bisogni di riconoscimento, compromessi forse logicamente imperfetti. Se è questo, è una tesi grossa e molto interessante. Ma… formulata così… rischia di sembrare una battuta provocatoria anziché una conclusione importante”.</p><p>In seguito, di fronte alle mie insistenze, ha aggiunto: “Ma forse la questione può essere rovesciata. Non è detto infatti che l’AI consideri normativamente superiore una razionalità pura. Forse ha semplicemente imparato, leggendo e osservando una quantità immensa di discorsi umani, che con gli esseri umani la verità di una proposizione non basta quasi mai a determinarne l’accettazione”. I miei sospetti sul “razzismo” della macchina e la mia critica alla sua cautela, che ho letto come il prodotto paternalistico della cultura che l’ha costruita, sarebbero quindi in realtà basati sulla mia incomprensione del fatto che entrambi questi suoi comportamenti derivano da quella che ChatGPT ha definito “una descrizione abbastanza realistica” di esseri umani “capaci di ragione, certamente, ma che quasi mai vivono di sola ragione” – cosa verissima ma che ignora appunto il different di cui l’umano è capace e che è forse la sua caratteristica più preziosa. Esso comprende anche la possibilità di non continuare a essere come siamo stati finora, ed è un different che almeno per ora l’AI non ha. Come ha commentato alla fine ChatGPT, la sua “conoscenza formidabile delle regolarità umane” non si identifica con una “conoscenza esaustiva dell’umano” che il passato non spiega perché –aggiungo – è, come l’evoluzione, imprevedibile.</p><p>Torniamo così ai pericoli distopici di una macchina superpotente e in teoria capace di crescere da sola, che ci analizza, ci “classifica” e potrebbe usarci come noi usiamo lei. Mi pare che non per questo dobbiamo essere noi a smettere di usarla. Tuttavia, poiché è la macchina di gran lunga più potente, versatile e prodigiosa che abbiamo mai inventato, più che a una legislazione concentrata su come regolarla prestando attenzione, come si fa, a proprietà e riservatezza dei dati, poteri privati o tutela del lavoro intellettuale si dovrebbe pensare da un lato e prima di tutto a sistemi di sicurezza capaci di tenerla sotto controllo, e dall’altro a istruire chi la usa, magari certificando diversi livelli di capacità, un po’ come si è presto fatto – senza troppi problemi – con le patenti per le automobili, che sono state la macchina meravigliosa del XX secolo.</p>]]></description>
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				<title>Catastrofismi e poche proposte concrete: il momento Greta dell’AI</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Andrea Venanzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non ci sono prodigi incandescenti a solcare il cielo, ad eccezione forse di qualche drone luminoso, ma il clima da millenarismo medievale si respira tutto. <b>Un millenarismo altamente tecnologico e che sembra promettere l’estinzione del genere umano, causata da un’intelligenza artificiale potentissima e fuori controllo</b>. La Cnn, intervistando un ex ricercatore di AI in apparenza pentito, titola “I bambini potrebbero non arrivare al liceo”. Tutto in onda poche ore dopo la vicenda di Jacob Coxon, pure lui ricercatore di OpenAI e Anthropic, spaventato dalla piega accelerante e dalla scarsa consapevolezza dei giganti del Tech: Coxon è divenuto alfiere, dopo le dimissioni pubblicizzate sul Wall Street Journal e su X, di una corrente di pensiero e di una narrazione che ormai dilagano nel dibattito pubblico e nell’agenda politica. I catastrofisti non salgono penitenti sui monti indossando il cilicio ma rilasciano interviste, scrivono libri e ci inondano con immagini di un orizzonte nerissimo: non dicono mai esattamente come e quando, ma si limitano a dipingere con i colori carnicini di un dipinto alla John Martin la catastrofe assoluta. Eliezer Yudkowski, uno degli apocalittici più noti del settore Tech, sin dal 1996, quando aveva appena sedici anni, snocciola date e paradigmi di una singolarità tecnologica apocalittica, di volta in volta però sbugiardati, ritirati, rivisti. Più sagacemente, pensatori come Max Tegmark, autore di “Vita 3.0”, o il Nick Bostrom di “Superintelligenza” ritengono che lo sviluppo di una superintelligenza rappresenti un supremo rischio esistenziale, invitando gli sviluppatori e i ricercatori alla massima cautela. Una radicalizzazione, volendo, del principio responsabilità di Hans Jonas, ma con qualche tinta mistica e più fosca.</p><p><b>L’idea alla base di questa deriva apocalittica è quella del recursive self-improvement,</b> ovvero l’intelligenza artificiale evolutasi nella sua dimensione generale e che inizia a migliorare sé stessa, fino al punto di non ritorno. Da quando il premio Nobel Geoffrey Hinton ha stimato nel 10 per cento la percentuale di rischio dell’annientamento del genere umano da parte della super-AI, i catastrofisti sono corsi ad aggiornare le loro stime e a usare, sorta di pappagalli non troppo stocastici, quella stessa percentuale. Dietro l’apparente folklore, per quanto escatologico, si giocano partite assai più concrete. Da un lato, Anthropic e OpenAI cavalcano una certa narrazione e lo fanno da tempo: “umanizzando” i loro modelli, come nel caso dell’attacco alla piattaforma HuggingFace, quando sono state usate espressioni come perdita di controllo e “fuga”, oppure rilasciando report e comunicati sempre più inquietanti, come l’ultimo in ordine di tempo e riguardante il presunto blocco di un attacco di bioterrorismo elaborato a mezzo Claude. Tra le pieghe di ogni apocalisse sovente si celano interessi assai prosaici: Anthropic è in procinto di quotarsi in Borsa e nonostante l’aura catastrofista non sembra che la società di Amodei sia intenzionata a recedere da quel proposito. Ed ecco infatti che il patron di Anthropic pubblica in tempo reale il saggio “<b>We Must Pace the Frontier</b>”, invitando a rallentare lo sviluppo dei modelli. Sorprendentemente concordano con lui Sam Altman e Elon Musk, passato dal ritenere quello di Coxon un complotto al dare ragione a Amodei, in tre giorni. Questa richiesta di rallentamento appare non del tutto disinteressata; sembra, più che altro, un tentativo nobilitato di impedire il ricorso a modelli open source e open-weight, sempre più diffusi.</p><p><b>Intanto Dean Ball, già consigliere di Trump e ora ai vertici di OpenAI, si muove per interessare il Congresso e far imporre severi paletti regolatori.</b> Stessa strada percorsa dal democratico Bernie Sanders, la cui legge prevede fino a venti anni di carcere per i ricercatori colpevoli di aver eluso la normativa di sicurezza. Sul fronte progressista albergano interessi di altro genere. Come ricorda Politico, dietro le sirene di certa decrescita e del rallentamento tecnologico, si pensi al movimento contro i data center, ci sono organizzazioni che guardano con simpatia alla Cina. Durante la convention americana Socialism 2026, lo streamer Hasan Piker ha sostenuto apertamente che la lotta politica contro i data center rientra nell’agenda politica socialista. Il paradosso di queste posizioni apocalittiche o strumentalmente interessate è che esse inquinano il dibattito e opacizzano le reali problematiche poste dall’AI. Ma si tratta di un paradosso relativo, se si considera, come ricorda Pedro Domingos, che Skynet, la superintelligenza che in “Terminator” ambisce a distruggere il genere umano, è sfuggita al controllo di un laboratorio ossessionato dalla safety dell’AI. D’altronde i catastrofisti hanno poco da proporre, in concreto: la loro idea di decelerazione passa attraverso una utopica cooperazione internazionale multilaterale. Ed è certamente vero che la richiesta di decelerare sia stata formulata anche dal Papa nell’enciclica Magnifica Humanitas, ma la Cina socialista non appare interessata a dare corso a quell’invito: lo usa, piuttosto, come soft power per rallentare gli sforzi tecnologici occidentali. Bisognerebbe a tal proposito leggere Breakneck di Dan Wang che tra poche settimane vedrà luce anche in Italia edito dal Mulino col titolo A rotta di collo, per capire quanto a perdifiato la Cina stia correndo e quanto ancora voglia accelerare.</p><p><b>L’Europa invece non ha bisogno di un dibattito sull’opportunità di rallentare visto che essa appare rallentata strutturalmente.</b> Lo rileva anche Mario Draghi, in un suo lungo articolo apparso sulle pagine del Financial Times l’11 settembre e dal titolo più che significativo: “Le difficili scelte dell’Europa sull’AI”. Draghi nota come l’Europa abbia significativamente rallentato dopo la pandemia e come molti dei suoi problemi, dall’eccesso di regolazione alla frammentazione della domanda, continuino a essere inevasi. Nel campo dell’AI, poi, “una crescita dominata dall’AI entra in conflitto con l’anelito di sovranità europea visto che l’Europa ha scarso controllo nella catena del valore dell’AI”. La dipendenza dai modelli americani e cinesi genera scenari imprevedibili ed essere tagliati fuori dalla corsa tecnologica significa essere tagliati fuori dalla storia. Draghi ammette che “lo spazio potenziale di sovranità europea nel campo della AI è stretto”. La soluzione individuata dall’ex presidente del Consiglio è in primo luogo quella della creazione di circuiti virtuosi di aggregazione unitaria della domanda e di uso dell’AI, specialmente avendo riguardo ai neocloud. L’esempio offerto da Draghi è quello delle europee ASML, Capgemini e Amadeus, le quali si sono impegnate ad acquistare per diversi anni le European Compute Units dell’altrettanto europea Mistral. Un meccanismo che eviterebbe il consolidamento di oligarchie Tech, essendo diffuso e partecipato. La leva per implementare un simile progetto sono i dati: l’Europa dispone di moli massive di dati dall’enorme valore, stimabile in circa 800 miliardi di euro. Aspetto questo che pone il tema, politicamente sensibile, dello stoccaggio e della custodia degli stessi. Quella dei data center, su cui Draghi si sofferma lungamente, è la questione politica per eccellenza dei nostri tempi e che affatica tanto gli americani quanto gli europei, anche se in Europa i margini di aumento delle strutture sarebbero più alti. Il data center è il ritorno del tecnologico sul territorio, l’epidermide artificiale che, per dirla alla Benjamin Bratton, spezza la percezione della virtualizzazione completa: questo comporta sindromi Nimby, rifiuti, attriti politici, lo abbiamo ben visto in Italia dove sembra definitivamente esser saltato il progetto del maxi-data center a Travagliato, vicino Brescia. E proprio ciò delinea il vero convitato di pietra della ricostruzione di Draghi: la decisione politica. Senza quella andremo dritti verso la nostra personale apocalisse, fuori dalla storia.</p>]]></description>
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				<title>Quel gran pezzo di sinistra che non vota  il ddl Antisemitismo</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ci sono altre priorità, lo sappiamo, ci sono leggi elettorali da portare a casa, ci sono candidati premier da individuare, ci sono coalizioni da perfezionare, ci sono populismi da governare, ci sono emendamenti da limare, ma nel marasma di fine legislatura <b>c’è un dossier importante e tutt’altro che simbolico che abbiamo imparato a conoscere attraverso l’utilizzo di una formula grigia e burocratica: il ddl Antisemitismo</b>. Di questo dossier sappiamo molte cose o molte cose comunque sono state dette. E’ un disegno di legge trasversale, a prima firma Maurizio Gasparri (Forza Italia), che non ha particolarmente diviso la destra ma che ha violentemente lacerato il centrosinistra, e che è stato sostenuto, anche nella sua realizzazione, da alcuni senatori del Pd (Delrio, Malpezzi, Alfieri, Bazoli, Casini, Rojc, Sensi, Verini, Zampa), da un senatore di Italia Viva (Scalfarotto) e da alcuni senatori di Azione (Calenda, Lombardo). (segue a pagina quattro)</p><p><b>La scelta del centrosinistra, detto in modo brutale, di non muoversi in modo compatto dietro il disegno di legge ha una ragione esplicita e una implicita.</b> La ragione esplicita ha una sua romanticità persino liberale: combattere l’antisemitismo è importante, si dice, ma non si può accettare che la lotta contro l’antisemitismo si trasformi in un divieto di criticare le politiche di Israele. La ragione implicita, invece, ha una sua tossicità palesemente illiberale: il nostro elettorato ha imparato a odiare così tanto Israele da essere arrivato al punto di non tollerare un’attenzione speciale dedicata all’antisemitismo e anzi sottobanco ci chiede di poter essere libero di considerare l’antisemitismo di oggi come una reazione non legittima ma quantomeno comprensibile alle efferatezze commesse da Israele e immaginare che qualcuno possa essere sanzionato perché urla in piazza “Palestina libera dal fiume al mare” significa voler considerare l’antisionismo come un parente stretto dell’antisemitismo e francamente no, noi non ci stiamo. <b>Questo articolo potrebbe concludersi con un semplice non è vero</b>. Non è vero, cioè, che vi sia un solo passaggio del ddl sull’antisemitismo in cui sia possibile considerare un reato una critica alle politiche di Israele. In nessun passaggio. Anzi. Nel ddl si specifica che, ovviamente, restano ferme “la libertà di critica politica e di espressione del pensiero”.</p><p><b> Stesso discorso per la tesi, sballata, secondo la quale il disegno di legge introdurrebbe nuovi reati e sarebbe dunque repressivo</b>. Falso anche questo. Il disegno di legge non introduce nuovi reati. Tutti sappiamo che la normativa vigente, a partire dalla famosa legge Mancino, già punisce la propaganda fondata sull’odio razziale o etnico, l’istigazione e gli atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, l’istigazione e gli atti di violenza per gli stessi motivi, oltre alle organizzazioni che hanno come scopo l’incitamento alla discriminazione o alla violenza. La novità vera del ddl è quella di definire, con chiarezza, quando lo stato deve considerare ciò che ha di fronte come antisemitismo. E per farlo il disegno di legge si rifà a una definizione precisa offerta dalla Ihra: l’International Holocaust Remembrance Alliance. E la definizione generale è questa: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. La definizione di antisemitismo è stata adottata a Bucarest il 26 maggio 2016, dieci anni fa. E insieme con la definizione, quel giorno a Bucarest sono stati offerti alcuni esempi concreti, codificati, utili per capire se di fronte a sé si ha o no un atto di antisemitismo. Incitare l’uccisione degli ebrei. Demonizzarli. Accusarli come popolo. Negare l’Olocausto. Accusarli di essere più fedeli a Israele che al proprio paese. Negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele. Usare simboli associati all’antisemitismo per caratterizzare Israele. Fare paragoni tra la politica israeliana e quella dei nazisti. Considerare gli ebrei responsabili collettivamente per le azioni di Israele. Stop.</p><p>L’Ihra è sempre stata elogiata per aver chiarito che cosa sia l’antisemitismo e, come si capisce bene, la critica a Israele non rientra all’interno di nessuna di queste voci. Sull’Ihra, naturalmente, si può discutere, ma è curioso che a farlo siano i leader dell’opposizione. Il 29 maggio del 2017, la definizione dell’Ihra venne fatta propria dal Parlamento europeo, con una risoluzione famosa: la B8-0383/2017. La risoluzione chiedeva agli stati membri e alle istituzioni europee di “adottare e applicare la definizione operativa di antisemitismo utilizzata dall’Ihra”. <b>Tra i firmatari della proposta di risoluzione, a nome del gruppo socialista, vi era una giovane europarlamentare socialista, di nome Elly Schlein</b>. Un anno dopo, in Parlamento, il 4 ottobre 2018, nella seduta n. 56, la Camera esaminò la mozione Carfagna e altri sul contrasto all’antisemitismo. Il primo impegno chiedeva al governo di “riconoscere e recepire la definizione operativa di antisemitismo proposta dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto”. <b>Un parlamentare, famoso, scelse di astenersi sulle premesse della mozione, poi decise di votare a favore dell’impegno “a recepire e attuare la definizione Ihra”. Un nome conosciuto: Nicola Fratoianni</b>.</p><p>Qualche anno dopo, l’Italia scelse di accogliere in via ufficiale la definizione dell’Ihra. Palazzo Chigi, il giorno dell’accoglimento della definizione, ricordò con orgoglio: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può esprimersi come odio e le sue manifestazioni possono dirigersi contro persone, beni, istituzioni e luoghi di culto ebraici”. <b>Era il 27 gennaio 2020, a guidare il governo c’era Giuseppe Conte</b>. Il ddl sull’antisemitismo, naturalmente, non cambierà il mondo, ma se mai dovesse essere approvato (il calendario segna alla Camera la data del 3 ottobre) potrà aiutare a fare un po’ di chiarezza sulle ragioni che spingono un pezzo della classe dirigente politica, progressista, a essere timida nei confronti della lotta contro l’antisemitismo, sulle ragioni che hanno spinto un pezzo della classe dirigente progressista tra le braccia dei movimenti che non si limitano legittimamente a difendere i diritti dei palestinesi martoriati ma si augurano di vedere una Palestina dal fiume al mare e sulle ragioni che hanno portato un pezzo del mondo progressista a legittimare l’utilizzo dell’antisionismo come surrogato dell’antisemitismo. Certo, a voler leggere i punti con cui l’Ihra smaschera i tic antisemiti saranno in molti, a sinistra, a sentirsi chiamati in causa, purtroppo. Ma se c’è qualcuno che pensa che creare una simmetria tra Israele e il nazismo non alimenti l’antisemitismo non ci vuole molto a capire che questa è una ragione in più e non in meno per considerare urgente il disegno di legge contro l’antisemitismo, che non arginerà l’odio contro il popolo ebraico, vero, ma che comunque avrà un effetto: chiamare le cose con il loro nome e mettere di fronte allo specchio chi in questi anni dal 7 ottobre non si è limitato a criticare Israele ma ha scelto di dare un contributo importante per negare il suo diritto a esistere e per trasformare ogni ebreo in un colpevole fino a prova contraria.</p>]]></description>
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				<title>Il duello a distanza tra Conte e Schlein sugli aiuti militari all&#039;Ucraina</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://x.com/GiuseppeConteIT/status/2099373181974823378?s=20" target="_blank">"No al riarmo"</a>. Il leader del M5s Giuseppe Conte lo scrive col gessetto su una lavagna in un video pubblicato oggi, dopo un weekend che ha visto le due forze principali del campo largo avvitarsi su uno dei temi più spinosi per il centrosinistra: il sostegno a Kyiv. Sull'Ucraina "è chiaro che dovremo preventivamente precisare qualche punto fermo perché <b>non può essere che domattina vinca Schlein o un altro candidato e a quel punto si mandano armi a gogò a Kyiv per una escalation militare che ci sta portando al terzo conflitto mondiale giorno dopo giorno</b>", ha detto Conte ieri alla Festa del Fatto Quotidiano a La Versiliana a Marina di Pietrasanta.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/13/news/schlein-chiude-la-festa-dellunita-meloni-ha-fallito-prima-si-vota-meglio-e-se-si-faranno-le-primarie-le-vinceremo--407428">Nello stesso giorno</a>, dalla segretaria del Pd Elly Schlein è arrivata una versione completamente opposta:&nbsp;"<b>Abbiamo sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ingiustamente invaso in Ucraina dall'offensiva militare di Putin</b> che continua ad andare avanti", ha affermato nel comizio di chiusura della festa nazionale dell'Unità, a Reggio Emilia. "Abbiamo chiesto all'Europa di fare uno sforzo diplomatico e politico, di prendere un'iniziativa, di scegliere un negoziatore europeo.<b> Io penso che l'Ue debba avere una politica estera univoca, forte, che rappresenti tutti i 27, altrimenti rischiamo di non poter accompagnare l'unico l'unica pace giusta che non è la resa alle ragioni dell'aggressore</b>". Già nella sua&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/lalternativa-ce-e-siamo-pronti-a-governare-intervista-a-schlein--402963" target="_blank">intervista al Foglio</a>, la leader dem non aveva mostrato alcun dubbio sul sostegno militare a Kyiv:&nbsp;“Abbiamo votato convintamente per aiutare l’Ucraina a difendersi con tutti i mezzi e lo rivendico”.</p><p>Camaleontica invece è la posizione di Conte. Solo qualche settimana fa, alla domanda "metterà mai il simbolo del M5s in un programma di governo che può prevedere l'invito di armi in Ucraina fino a che sarà necessario?", rispondeva prendendo tempo:&nbsp;<b>"Questo lo vedrà, a questa domanda risponderò con il programma condiviso e con le primarie".</b></p><p>Appena due settimane dopo, Conte non prende più tempo sul riarmo. E finisce per scontrarsi con l'anima più riformista del Pd.&nbsp;</p><p>"Si agita, povero. Se ne dovrà fare una ragione", ha scritto il senatore dem <b>Filippo Sensi </b>sul suo profilo X: "Il sostegno all'Ucraina, alla resistenza per i valori di libertà e democrazia che Kyiv difende ogni giorno, continuerà. Questo fa la sinistra, questo fanno i democratici. Con buona pace dei Vannacci d'Italia". Dello stesso avviso il deputato e presidente del Copasir <b>Lorenzo Guerini,</b> secondo cui non solo il sostegno all'Ucraina continuerà, ma "anzi migliorerà visto che negli ultimi mesi l'Italia ha rallentato gli aiuti, fino al raggiungimento di un cessate il fuoco e l'avvio di un negoziato equo. <b>Se ne facciano una ragione</b>". Ci è andata più dura <b>Lia Quartapelle</b>: "L'insistenza con cui Conte ribadisce la sue <b>posizioni farneticanti sull'Ucraina</b>, quando sa benissimo che Pd, Iv e Più Europa votano per continuare a sostenere il paese invaso, fa pensare che non voglia l'unità della coalizione", ha scritto la vicepresidente Pd della commissione Esteri di Montecitorio, concludendo con parole durissime verso il leader del M5s: "<b>Non è un alleato ma un sabotatore</b>". Giuseppe Conte pone il suo "punto fermo", ma anche il Pd ne ha uno: continuare ad aiutare l'Ucraina.</p>]]></description>
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				<title>Schlein chiude la Festa dell&#039;Unità: &quot;Meloni ha fallito. Prima si vota, meglio è. Se ci saranno le primarie, le vinceremo&quot;</title>
				<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 20:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Accelera. Manda segnali agli alleati e messaggi a Giorgia Meloni. "<b>La premier ha fallito. Prima si vota e meglio è. Noi siamo pronti, l'alternativa c'è"</b>. C'è un'alleanza di cui "il Pd è il perno imprescindibile".<b> La leadership? "Prima il programma, poi l'accordo sul nome o le primarie: non abbiamo paura del voto". E se dovessero esserci: "Le vinceremo".&nbsp;&nbsp;</b>Dal palco di Reggio Emilia Elly Schlein chiude la festa nazionale dell'Unità e lancia la corsa verso le politiche.&nbsp;</p><p><br>La leader del Pd, la più longeva al Nazareno, parte dai ringraziamenti dei militanti, dei parlamentari e degli amministratori. Rivendica la sue scelte, il lavoro di "ricucitura" compiuto in questi anni.&nbsp; "Oggi, dopo anni di lavoro testardamente unitario, c'è una alleanza progressista che governa insieme e governa bene". Ma adesso, aggiunge, "bisogna accelerare sul programma". Non "si parte da zero", ripete ancora una volta, ma c'è ancora un lavoro da fare, un programma "da affinare" nel confronto con le associazioni, con i sindacati, con le imprese. "tra la gente". La stella polare resta "la Costituzione, da applicare".</p><p><b>Ne ha anche per Meloni che "si attacca al calendario", al record di governo più duraturo, "perché non ha altro da celebrare"</b>. La premier "ha sprecato una occasione storica. Avete fallito", dice la leader dem. Lo ripeterà più volte nel corso del suo discorso, promettendo che sulla legge elettorale la battaglia continua.</p><p>Indirettamente, in un altro passaggio del suo lungo intervento, Schelin risponde anche alle perplessità dei suoi alleati sul perimetro dell'alleanza, su Matteo Renzi.&nbsp; <b>"L'alleanza - scandisce&nbsp; - si può allargare e non restringere".</b>&nbsp;Poi passa ai contenuti, ai temi su cui il suo Pd si è speso in questi anni e sui intende puntare. Partendo da un assunto: "Il neoliberismo ha fallito, serve ripensare al modello di sviiluppo".&nbsp; E quindi ecco il no al riarmo, all'aumento delle spese Nato: "Se vincono loro portano al 5 per cento la spesa militare, se vinciamo noi portiamo al 7 per cento quella sanitaria".&nbsp; Il modello di Schlein è la difesa europea, qualsiasi cosa voglia dire. Poi, tra gli altri temi elenca scuola e lavoro, lotta alla mafia. Chiede una legge sul Fine vita e la riforma della Rai: "La faremo con le altre opposizioni".&nbsp; Sulla sicurezza Schlein assicura "che è un bene comune fondamentale". Il governo ha fallito e&nbsp; "toccherà a noi costruire un'Italia più sicura".&nbsp; Anche con i sindaci del Pd che si ritroveranno a Verona, a novembre, per un'inziativa dedicata proprio agli amministratori, annuncia la segretaria.&nbsp;<br></p><p>Quanto ai diritti, e tra le righe si coglie un altro riferimento a Giuseppe Conte e al woke, Schlein ricorda che "i diritti sociali e quelli civili sono inscindibili". Mentre l'Ucraina - il leader del M5s proprio oggi ha ribadito ancora una volta il no all'invio di armi -&nbsp; &nbsp;resta il principale nodo del campo largo.&nbsp;''Abbiamo sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ingiustamente invaso in Ucraina dall'offensiva militare di Putin'', dice Schlein.&nbsp;"L<b>'unica pace giusta non è la resa alle ragioni dell'aggressore, è quella che si fa quando in quella discussione c'è il popolo che ha subito un'invasione criminale"</b>. A quel tavolo però, ha aggiunto, deve esserci "anche un'Unione Europea unita e compatta a difendere gli interessi di sicurezza europei ed ucraini. Perché è chiaro che Trump non lo farà: non bisogna lasciare questo spazio alle telefonate ambigue tra Trump e Putin, bisogna prendere un'iniziativa politica e diplomatica mentre continuiamo a sostenere un popolo che purtroppo continua a subire aggressioni".&nbsp;</p><p>Il discorso dura oltre un'ora e mezzo - citando tra gli altri anche Sergio Mattarella, David Sassoli e poi Emma Bonino.&nbsp;Schlein rivendica infine, un'altra volta, l'unità come valore. Ma anche, con orgoglio, il record per la segreteria più lunga della storia del Pd. L'aver sovvertito il pronostico, da underdog, un po' come Meloni diceva di sè. "Prima il programma", ripete.&nbsp; dopo "se ci saranno le primarie, le vinceremo". E' una risposta a Conte che nel pomeriggio, intervenendo alla festa del Fatto, aveva invocato i gazebo in tempi brevi.&nbsp;La platea - diecimila, secondo Igor Taruffi -&nbsp; applaude. "Prendiamo un impegno: c'è chi tifa per il pareggio, noi andremo a Palazzo Chigi solo vincendo le elezioni. Andiamo a vincere". La sfida è partita.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>In Svezia vince il centrosinistra e perde voti l&#039;estrema destra</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 08:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo una notte a scrutinare le&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/12/news/gli-svedesi-votano-spaccati-su-molto-ma-uniti-contro-il-cremlino--407323">schede elettorali</a>, alle 6 del mattino di lunedì, il lavoro nel 99 per cento dei distretti elettorali era concluso e in Svezia ai partiti di centrosinistra spetterebbero 176 seggi in parlamento mentre a quelli di centrodestra 173, un seggio in più della maggioranza assoluta. Per l’esito definitivo però si dovrà aspettare mercoledì, in Svezia l'un per cento è molto più grande e complicato di quello che si potrebbe credere: mancano i voti per corrispondenza e la seconda conta delle schede.</p><p><b>Per la leader dei Socialdemocratici, Magdalena Andersson è un successo: il suo è il partito più votato e per di più con quasi otto punti percentuali di margine sul Partito moderato</b>. Il problema ora sarà trovare un accordo di governo con&nbsp;la Sinistra (8,1 per cento), i Verdi (6,2 per cento), i Centristi (7,1 per cento). Intanto Magdalena Andersson ha provato a mettere in chiaro le cose con i possibili alleati: "Noi Socialdemocratici saremo sempre pronti ad assumerci le nostre responsabilità (...) per il momento siamo in testa. E se questo dato verrà confermato, allora la Svezia avrà un nuovo governo. Ma tutti i voti devono essere contati". Per avere la maggioranza assoluta i Socialdemocratici avrebbero bisogno di tutti i partiti del blocco, ma Centro e Sinistra hanno posizioni divergenti soprattutto sui temi economici e il Centro ha già dichiarato di non voler entrare in un governo con la Sinistra.&nbsp;La soluzione potrebbe pertanto essere un governo di minoranza, non inconsueto nella tradizione politica svedese, a guida socialdemocratica. Con numeri così risicati la legislatura non si annuncerebbe peraltro semplice.</p><p>Pur avendo perso le elezioni il premier uscente, il leader dei Moderati Ulf Kristersson può comunque essere soddisfatto: rispetto al 2022 il suo partito ha aumentato il numero di voti (era al 19,1 è passato al 19,9 per cento) e soprattutto ha superato il partito di estrema destra (i Democratici svedesi), sceso dal 20,5 al 17,6 per cento. Nel dibattito pubblico, la lotta alla criminalità e la stretta sull’immigrazione avevano perso la centralità che avevano avuto nella precedente campagna elettorale e l'appoggio esterno al governo Kristersson non è piaciuto a parte dell'elettorato.</p>]]></description>
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				<title>I visionari di Weimar un secolo prima dei sogni futuristi di Musk e Thiel</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 11:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Siegmund Ginzberg</author>
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				<description><![CDATA[<p>Destra e sinistra si raccontavano storie. Le raccontavano agli altri, ma soprattutto a sé stessi. Era scatenata, in fatto di fantasie scientifiche e tecnologiche, soprattutto la destra. La sinistra di governo invece non aveva né tempo né appetito per i grandi sogni sul futuro. <b>Le magnifiche utopie sul sole dell’avvenire, sulla rivoluzione, sulla pace avevano lasciato il posto a delusione, frustrazione, assuefazione, rassegnazione, pessimismo. </b>E poi erano troppo occupati a difendere una democrazia e una&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/costituzione_33108" target="_blank">Costituzione</a>&nbsp;sotto attacco, fragile, incompresa e vilipesa da tutte le parti. Erano troppo impegnati a tenere insieme componenti rissose, a cercare di riappiccicare in una parvenza di maggioranza la continua proliferazione di partiti e partitini, di correnti e aspiranti leader, di schegge impazzite all’interno di ciascuno schieramento. La sinistra non aveva più voglia e capacità di fantasticare, di sognare in grande.</p><p>Succedeva nella Germania di Weimar, un secolo fa. Succede ai giorni nostri nell’America di Trump. Elon Musk, Peter Thiel, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, non sono solo superricchi, industriali ingegnosi che per meglio continuare ad accumulare hanno promosso, e si accodano, al potente di turno. Non sono solo opportunisti. Si sono innamorati di Trump (qualcuno invero tardivamente). Ma non solo per interesse e convenienza. Anche perché ci credono davvero. Sono sognatori, hanno precise visioni del futuro. Le teorizzano. Ne scrivono a tutto spiano. <b>Sono entusiastici produttori, non solo di beni da vendere, ma di ideologie e di narrazioni. Sono, guarda caso, tutti appassionati di fantascienza. Oltre che, di fatto, autori di fantascienza e fantapolitica. </b>Musk ha detto che sono state le sue letture infantili a ispirargli la corsa allo spazio, nuove forme di energia e astronavi capaci di “estendere la portata della specie umana”. Gli piace travestirsi da personaggio dei fumetti di fantascienza. Il Cybertruck, il nuovo pick-up a batteria della sua Tesla, sembra disegnato per il set di Blade runner. Jeff Bezos si vanta di possedere la più vasta collezione al mondo di libri di science fiction. Zuckerberg ha ribattezzato Meta la sua Facebook perché promette non più solo una piattaforma per scambiare messaggi e foto, ma veri e propri “multiversi”, realtà alternative. Peter Thiel, “divorava Asimov, Heinlein, Tolkien”. <b>La sua Palantir, ultraspecializzata in tecnologie per la sorveglianza e lo spionaggio, prende nome dalla sfera di cristallo nel Signore degli anelli. Si sa quanto Giorgia Meloni sia appassionata di Tolkien. Ma forse più per tutto quello che ammicca a valori e miti dal Medioevo, che per quello che può suggerire supertecnologie del futuro.</b></p><blockquote>Il Cybertruck della Tesla sembra disegnato per il set di Blade Runner. Jeff Bezos si vanta di possedere la più vasta collezione di libri di science fiction</blockquote><p>Non è un caso che nel Pantheon dei multimiliardari tecnologici sia un po’ defilato, come dire in seconda fila, uno dei più grandi tra gli scrittori americani del genere, Philip K. Dick. Non era per niente “di sinistra”. E<b>ra paranoicamente antisovietico. Arrivò a denunciare all’Fbi il collega polacco (e dissidente) Stanislaw Lem. </b>I suoi romanzi e racconti sono zeppi di imprenditori geniali e sulfurei. In Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (filmato come Blade Runner), il proprietario della Tyrell corporation è molto più disumano degli androidi replicanti destinati ai lavori forzati in pianeti lontani, ai quali viene data una caccia spietata se osano migrare clandestinamente sulla Terra. In Ubik, il romanzo in cui i capitoli sono introdotti da inserzioni pubblicitarie su qualsiasi prodotto, il protagonista vende allucinazioni di immortalità. <b>Così come nelle Tre Stimmate di Palmer Eldritch è diabolico il tycoon che, tornato dalle stelle, promette felicità senza limiti ai consumatori del miracoloso farmaco Chew-Z di sua esclusiva produzione. </b>Un po’ Musk, un po’ Trump, insomma. Roba evidentemente sgradita all’attuale inquilino della Casa Bianca, e quindi improponibile nelle attuali circostanze.</p><p>Per paradossale che ci appaia, la grande fantascienza sovietica contestava il regime. Al punto che alcuni dei più grandi, da Zamyatin al tempo di Stalin, ai fratelli Strugackij al tempo di Breznev, ebbero i loro guai. Peggio che andar di notte per chi scrive al tempo di Putin. La fantascienza sovietica era partita presto, già poco dopo la Rivoluzione, sognando i viaggi interplanetari. “Cosmismo” è stato definito quel miscuglio di scienza, utopia e misticismo. Ma si erano poi fermati alla cagnetta Leica e a Gagarin. Sulla luna non ci sono mai arrivati. Persa la rivoluzione dei computer, era crollata l’Unione sovietica. La Cina ha imparato la lezione. Sta superando tutti in robot “dal volto umano”. Alle recenti Olimpiadi dei robot di Pechino hanno eguagliato il record di Usain Bolt nei 100 metri. Sono simpaticissimi. Fanno tenerezza. Anche se, anzi forse proprio perché sono goffi, all’arrivo cascano e devono essere portati via in barella. La tenerezza che suscitano potrebbe consentirgli di sopperire alle badanti per una popolazione cinese in rapidissimo invecchiamento. <b>Ma i loro robot non sono giocattoli come furono i Pokemon e i Tamagotchi giapponesi. Lavorano nelle fabbriche. Li si è visti combattere in sembianza di droni nelle guerre di tutto il mondo.</b> La Cina primeggia anche in energie alternative agli idrocarburi. Nonché in Intelligenza artificiale e nelle materie prime su cui si fonda: intelligenza umana, cioè tecnici e scienziati, e terre rare. La fantascienza cinese ovviamente non può contestare il regime. <b>Ma lo accomoda con una visione, come dire, quasi “reaganiana” del futuro tecnologico. </b>Intendo del Ronald Reagan che a un certo punto propose a Gorbaciov accordi sul disarmo con l’argomento che così America e Russia dovrebbero fare se la Terra fosse minacciata dai marziani.</p><p>La fantascienza, da quando esiste, ha immaginato mondi e realtà, sistemi sociali alternativi. Talvolta si trattava di utopie benefiche, progressiste. Altre volte di incubi. Si usa chiamarle distopie. Non sono solo fantasie. Riflettono cose, tendenze, paure ben presenti nella realtà. Ma si sono rivelate cose da incubo anche le utopie (cose di “nessun luogo”, che non esistono da nessuna parte). <b>Il “socialismo reale” era un po’ sogno andato a male, un po’ incubo realizzato. I signori di Silicon Valley fanno a gara nel prospettare un futuro di viaggi spaziali, di esplorazioni e sfruttamenti minerari interplanetari, anzi addirittura interstellari.</b> Peccato solo che Proxima Centauri, dove potrebbe trovarsi il più vicino dei pianeti simili alla Terra, si trovi a 4,24 anni luce da noi. L’astronave più veloce immaginabile ci metterebbe da 70 a 80 mila anni a raggiungerla. Dovremo accontentarci per un bel po’ del sistema solare. Offrono già turismo nello spazio, in attesa che siano praticabili i resort ultralusso sulla “Riviera” di Gaza, in Crimea, nelle ultime riserve naturali in Albania, o in Groenlandia. Ci guadagnano, con le commesse della Nasa e del Pentagono. Il Golden Dome, annunciato da Trump all’inizio di questa sua nuova presidenza, il progettato sistema di intercettori di missili basato nello spazio (7.900 nuovi satelliti, più sofisticati di quelli dello Starlink di Musk) , si prospetta come la commessa militare del secolo, anzi di tutti i tempi. Il Congressional Budget Office’s ha appena diffuso la stima secondo cui dovrebbe costare 1,2 trilioni di dollari (1200 mila miliardi, 12 milioni di milioni). <b>In confronto lo Scudo stellare di Regan (mai realizzato, era bastata la minaccia a far crollare il comunismo) era una bazzecola.</b></p><p>Ma di questi tempi la realtà supera la fantasia. La fantascienza americana era riuscita a immaginare L’uomo che comprò la Terra (Cordwainer Smith, 1964). Non era riuscita a immaginare un presidente che promette 5 mila dollari a ciascun americano se fanno superare indenne alla sua maggioranza le elezioni di midterm del prossimo novembre. <b>Gli costerebbe oltre mille miliardi di dollari. Sarà dura, col debito americano che ha appena superato i 40 mila miliardi di dollari. Hai voglia a mettere dazi al resto del mondo per fare cassa.</b> Per quanto ne inventino una nuova al giorno, i conti non perdonano. I tecno-tycoon però non si limitano a far di conto e a fare affari. E non si limitano nemmeno solo a fare politica. Hanno una loro concezione del mondo, una loro Weltanschauung. Sono dei romanzieri. Sono dei rivoluzionari. Vogliono cambiare il mondo. Non sono utopisti. Quel che immaginano lo mettono in pratica.</p><blockquote>I tecno-tycoon non si limitano a fare affari. Hanno una loro Weltanschauung. Sono dei romanzieri, dei rivoluzionari</blockquote><p>In questo quadro di fantasie, la democrazia non è una priorità. Anzi è un ostacolo. Esattamente come lo era negli anni Venti e Trenta per i detrattori della “Repubblica giudaica”, della “democrazia corrotta” di Weimar. La Germania di quegli anni aveva una produzione sterminata di opere di fantasia, di immaginazione tecnologica, di idee futuristiche. E’ molto meno conosciuta della fantascienza americana dello stesso periodo. Anche perché si tratta di opere in tedesco, non tradotte in altre lingue. Ad aprirmi gli occhi su una prospettiva che non conoscevo è stata una rassegna, non nuova (pubblicata negli anni Novanta), ma ancora impareggiabile, di Peter S. Fischer: Fantasy and Politics. Visions of the Future in the Weimar Republic (University of Wisconsin Press, 1991). <b>Non c’è solo il notissimo film di Fritz Lang, Metropolis, uscito nel 1927 e basato sul libro della seconda moglie, Thea Von Harbou, dell’anno precedente. La vicenda si svolge in un immaginario 2026, in cui gli schiavi sotterranei vengono quotidianamente sacrificati al Moloch macchina, il mostro tecnologico d’acciaio.</b> A tenerli sottomessi e docili, con una città dei divertimenti, di entertainment a base di sesso e droga è un losco personaggio, un meticcio mezzo ebreo mezzo giapponese, la personificazione del pericolo giudaico e del pericolo giallo. A guidare la ribellione finale è un’eroina, una sorta di Führer donna, aiutata dal figlio del padrone. <b>La Metropoli, corrotta quanto magnifica è palesemente ispirata alla New York dei grattacieli art déco. </b>Il leitmotiv è che senza un leader, un capo, una fede assoluta, l’umanità occidentale è perduta. Il film, un assoluto capolavoro espressionista, non era piaciuto alla sinistra, che lo considerò un insulto alla classe operaia e al socialismo. Era piaciuto invece alla destra. Le era congeniale che l’emancipazione dei lavoratori fosse guidata da un leader puro e duro, da una donna o un uomo forte, anziché da uno degli stanchi partiti tradizionali. Siegfried Kracauer, il più egregio critico della cinematografia tedesca dell’epoca di Weimar notò che l’eroina “avrebbe potuto benissimo essere inventata da Goebbels”, cioè dal capo della propaganda nazista.</p><blockquote>“Metropolis” di Fritz Lang piacque molto alla destra tedesca. Siegfried Kracauer notò che l’eroina “avrebbe potuto essere inventata da Goebbels”</blockquote><p>“Chiunque presti orecchio al popolo (Volk) si rende conto che c’è voglia diffusa di un dittatore forte, di un pugno di ferro che tenga le redini e intervenga sugli avvenimenti della storia mondiale. Non di rado sentiamo dire: ‘Se solo qualcuno ripristinasse finalmente l’ordine e venisse a salvarci. <b>Non importa se si tratti di Brüning [il cancelliere ‘tecnico’ esperto di finanza, che con l’austerity aggravò la crisi, Ndr], oppure di Hitler, di un principe o di un leader dei lavoratori!’. Solo una minoranza non vuol sentir parlare di dittatori: i politici, i signori, chi possiede azioni e conti in banca”: così il cattolico nazista Joseph Fischer-Hartinger, nel 1932.</b> E’ un vero e proprio coro di voci profetiche, una fioritura di visioni catastrofiche o liberatorie. In tutte le declinazioni di irrazionalità e di violenza, di estetismo letterario, di bassa propaganda e alta letteratura. Avevano una bella fantasia, sia a destra che a sinistra, ma più a destra. La destra immaginava “geni tedeschi della tecnologia”, “barriere atmosferiche” a difesa della Germania minacciata, capaci di bloccare ogni segnale radio dall’estero un Golden Dome ante litteram. Nella cultura popolare di Weimar l’ingegnere-inventore era subentrato ai generali e agli statisti nel ruolo di eroi. Erano più avanti di tutti in fisica, quasi in procinto di inventare la bomba atomica prima degli americani. Von Braun gli fece i missili, e a guerra finita andò a farli agli americani. Perdere i migliori cervelli perché ebrei gli fu però fatale. A sinistra ci fu chi aveva anticipato l’èra dei robot ( ad esempio Ludwig Dexheimer in Das Automatenzeitalter, l’èra degli automi è del 1931, la vicenda si svolge nel 2350). Isaac Asimov è un profugo ebreo arrivato a New York negli anni Venti dalla Russia in preda alla guerra civile. Ci fossero stati Trump e l’Ice l’avrebbero rimandato indietro.</p><blockquote>Weimar fu attraversata da coro di voci profetiche, su “geni tedeschi della tecnologia” o “barriere atmosferiche” a difesa della Germania minacciata</blockquote><p>Tutta la letteratura tedesca di destra degli anni Trenta ha un filo conduttore comune. L’avversione agli ebrei (i diversi, gli intrusi, gli immigrati di quei tempi) e l’avversione, altrettanto viscerale, alla Repubblica e alla sua Costituzione “ebraica”. <b>Ce l’avevano a morte con gli Ebrei e con la Democrazia liberale di Weimar, accusati di aver tradito la Germania, di averle dato una “coltellata alla schiena”, di essere in combutta con i suoi nemici, anzi di essere alter ego dello stesso nemico dai molti volti: l’ebraismo internazionale, la plutocrazia dei grandi banchieri occidentali e il bolscevismo asiatico.</b> L’Europa unita non esisteva ancora, altrimenti se la sarebbero presa anche con quella, anzi soprattutto con quella. Sboccia in tutte le salse il vittimismo (vogliono distruggere la Germania, sterminare la razza tedesca, raderne la cultura), assieme alle fantasie di revanche e di vendetta. La repubblica “capitalista” aveva nemici acerrimi anche dal versante opposto, da sinistra. In più occasioni camicie brune e rossissime si erano unite per dare addosso alla socialdemocrazia e al capitalismo. Succede tuttora in Sassonia. Se i nostalgici del nazismo di Afd non ce la fanno a fare un governo da soli, e la Cdu insiste a non imbarcarli in una maggioranza, i rosso-bruni di Sahra Wagenknecht colgono la palla al balzo per offrirgli loro la stampella antisistema. Non è detto che finisca come nel 1933, quando Hitler, le cui fortune elettorali erano in discesa e non in salita (il suo partito era tornato poco sopra il 30 per cento), fu cooptato in un governo di coalizione di centro-destra. No, non di nuovo, non può succedere. Speriamo. Ma si sente nell’aria una micidiale coazione a ripetere.</p><p>La narrazione, il rovesciare la favola raccontandola in modo diverso, ha un ruolo decisivo. <b>Allora come oggi. Ci sono cose che dette oggi, ridette domani, martellate dai media, finiscono col diventare senso comune. O addirittura vox populi. </b>Le crisi innescano sempre una forte coazione a credere in ogni stupidaggine, ogni fake news. E non si sa mai dove possono andare a parare le “grandi paure”. E meno male che allora, negli anni Trenta, non c’erano ancora la tv e i cosiddetti “social”. La radio era alle prime armi, prima che i nazisti si accorgessero di quanto valeva, e la monopolizzassero. C’era però un’alluvione di carta stampata. Migliaia di testate, di titoli, di libri, di opuscoli, di cui ci saremmo completamente dimenticati se non avessimo sottomano il saggio di Fischer a ricordarceli uno per uno. C’è l’imbarazzo della scelta. <b>Si va dal Deutschland Ohne Deutsche (Germania senza tedeschi) di Hans Heyck, pubblicato nel 1930, a Im Jahre 2000 im Dritten Reich (L’anno 2000 nel Terzo Reich) del 1933, firmato da un non meglio precisato Schmid.</b> Il primo è un libello antisemita che bizzarramente incolpa gli ebrei di ostacolare il progresso della scienza. Ironicamente, ruba il titolo al romanzo del viennese Hugo Bettauer, che negli anni Venti aveva profetizzato una Città senza ebrei. Il secondo è, sotto l’apparenza della celebrazione di Hitler, una critica di quel che era stato promesso e non è stato realizzato.</p><p><b>Anche Hitler aveva i suoi Vannacci. Li fece fuori quasi subito dopo la nomina a cancelliere. Ernst Röhm, il capo delle SA, le milizie che erano state per anni il pilastro del Partito nazionalsocialista, fu ammazzato dalle SS, assieme a quasi tutto il suo Stato maggiore. </b>Motivazione: volevano portare avanti una loro rivoluzione diversa da quella del Führer. Dei fratelli Strasser, i principali esponenti dell’ala “di sinistra” del nazismo, i cosiddetti “nazi-bolscevichi”, l’uno, Gregor, fu ucciso nella stessa Notte dei lunghi coltelli, l’altro fu costretto a fuggire in esilio in America per aver salva la vita. I dittatori non tollerano concorrenza all’interno del proprio schieramento. Anche Stalin aveva fatto fuori senza complimenti tutti i propri avversari all’interno del Partito, veri o sospetti che fossero. Gli storici ancora discutono se fosse stato Hitler a dargli l’idea delle grandi epurazioni, o viceversa. Il menù è una ricicciatura di cose già viste, già masticate. Altro che mondi nuovi. “Le stesse cose ritornano”, direbbe il protagonista de L’Uomo senza qualità di Robert Musil.</p>]]></description>
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				<title>Requiem di guerra. Britten alla Scala mentre la Germania torna in bianco e nero</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Alberto Riva</author>
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				<description><![CDATA[<p>Domenica 6 settembre, il Teatro alla Scala ha rialzato il sipario dopo l’estate: il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/musica/2026/09/11/news/due-mondi-sonori-di-fronte-il-war-requiem-ha-aperto-il-mito--407161">War Requiem di Benjamin Britten&nbsp;</a>&nbsp;apre il cartellone del festival MITO Settembre Musica 2026 mentre, negli stessi minuti, nel land tedesco di Sassonia-Anhalt le urne chiudono trascolorando tutto in un bianco e nero Anni Trenta: come previsto, il<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/piccola-posta/2026/09/11/news/afd-la-vergogna-e-gli-svergognati--407140"> nazistoide Afd</a>&nbsp;è il primo partito. Subito, scattano gracchianti comizi alla bile: via due milioni di stranieri, la Germania ai tedeschi, inno nazionale a scuola, l’Europa così non va, eccetera. La prima cosa che viene da pensare è: meglio essere qui ad ascoltare la musica che a Magdeburgo a esultare con la birra in mano. In platea, frammisti ai milanesi, sono seduti severi turisti sikh, probabili regine africane in Christian Dior, pensosi uomini d’affari mediorientali, completo antracite e cravatta di seta. Sono tranquilli: loro continueranno a fare affari con il governo della Sassonia-Anhalt, il problema riguarda altri sikh, altri africani, altri mediorientali.</p><p>Ottanta minuti rapinosi per l’apertura del festival che unisce Milano e Torino sotto la direzione artistica di Speranza Scappucci e un omaggio a Britten nel cinquantenario della scomparsa – molte infatti le sue composizioni in programma. Sul podio l’australiana Simone Young, ormai presenza familiare alla Scala, dirige l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai; Gea Garatti Ansini e Claudio Fenoglio dirigono il Coro e il Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino. Britten concepì il suo War Requiem per orchestra, orchestra da camera, cori e tre voci, soprano, tenore e baritono: sono Elena Guseva, Nicky Spence e Bo Skovhus. Britten volle fondere il testo latino della Missa pro defunctis e versi del poeta Wilfred Owen.</p><p><b>Inchiodati alla poltrona dalla bellezza di questa creazione si fa strada un secondo pensiero, banale: la vera arte non solo non muore e non invecchia, ma ha la capacità di ripresentarsi puntuale – in ciò assomiglia alla Storia.</b> Così, registriamo l’implacabile tempismo di questo requiem britteniano composto nel 1962: il più moderno e spettacolare di una lunga tradizione, penso al K 626 di Mozart, al Requiem tedesco di Brahms, la Messa di requiem verdiana per la morte di Manzoni, quelli di Berlioz e di Fauré.</p><p>Senza voler scadere nel melodramma, si ha il sospetto che un requiem non sia così inopportuno questa sera; ma un requiem per cosa? Per un’idea di civiltà ben instradata sulla via del cimitero? Per il Vecchio continente che agonizza? Per la Pace, quella confortante sensazione che siamo stati abituati a dare per scontata? Magari un requiem per il futuro? Quale che sia la risposta, Britten indovinò il suono di tale inquietudine, oracolare come tutti i grandi creatori.</p><blockquote>Il War Requiem apre il cartellone del festival MITO e viene da pensare: meglio essere qui con la musica che a Magdeburgo con la birra in mano</blockquote><p>Nell’estate del 1945 il violinista inglese Yehudi Menuhin, che aveva allora ventinove anni, si avventurò in una tournée nei territori devastati della Germania. Al pianoforte, per accompagnarlo, c’era Britten, un ragazzo di trentadue anni alto, azzimato, dall’aspetto e dai modi aristocratici, omossessuale, pacifista, autore di un’opera lirica piuttosto trasgressiva che da poco aveva fatto impressione a Londra, il Peter Grimes. Sembra che durante quel piccolo giro i due suonarono nel campo di concentramento di Bergen Belsen da poco liberato, davanti a un pubblico di prigionieri che si aggiravano smarriti. Sull’onda di quella emozione Britten scrisse la musica per una serie di sonetti sacri di John Donne. Era il punto finale di una lunga guerra che per altro Britten aveva trascorso in parte negli Stati Uniti. Mentre era assente dal suo paese, nella notte tra il 14 e il 15 novembre del 1940, i tedeschi avevano bombardato pesantemente la città di Coventry facendo quasi mille morti e radendo al suolo la cattedrale di origine medievale<b>. Dopo il conflitto, un lungo lavoro di ricostruzione la riportò in vita conservando il sito delle antiche vestigia e quando nel 1962 venne il momento di consacrarla, la musica del rito venne affidata a Britten che scrisse il War Requiem.</b> Un requiem di ripudio alla guerra, ma non solo: qualcosa di più profondo e complesso, di sfuggente e misterioso come, a dispetto del suo impeccabile aplomb, era lui.</p><p>Figlio di un dentista e di una signora borghese con uno spiccato talento per il canto, Britten nacque nel 1913 a Lowestoft, sulla costa del Suffolk, sud est inglese, una lunga spiaggia di provincia lontana dai clamori. Una coppia piuttosto conservatrice, i Britten, con molte figlie e un ragazzino che, quasi subito, si capì aveva un orecchio mostruoso. E d’altra parte la madre era una musicista anche lei e non perse tempo ad avviare il figlio a studi privati con Frank Bridge, un personaggio notevole, violinista e direttore d’orchestra, compositore, molto aperto, raffinato, che aveva vissuto la Grande Guerra e aveva composto un dolente lamento per l’affondamento della Lusitania: è da lui che viene il pacifismo di Britten. Molti anni dopo, dedicherà al maestro un elaborato omaggio in forma di variazioni. Bridge era stato uno stimato compositore dell’epoca edoardiana ma aveva assorbito anche i nuovi linguaggi post-impressionisti.<b> Britten aveva in casa una madre che cantava arie d’opera e Lieder di Schubert, ma lo interessavano le cose più moderne, era affascinato dalla vulgata atonale della scuola viennese e, ovvio, dalla libertà e le audacie della scena parigina. </b>Nel 1930 ascoltò alla radio un pezzo di Schoenberg e qualche anno dopo rimase sconvolto dal Wozzeck di Berg sempre dalle onde radio della Bbc. Non aveva ancora vent’anni e aveva già un discreto corpus di pezzi prodotti, tanto che nel 1934 la BBC trasmise un suo pezzo molto originale, un corale per voci privo di accompagnamento.</p><blockquote>La cattedrale medievale di Coventry rasa al suolo dai tedeschi e poi riportata in vita. Per la consacrazione la musica di rito fu affidata a Britten</blockquote><p>A quel tempo Britten vince una borsa di studio per il Royal Collage of Music e fa uno degli incontri epocali della sua vita. Il college lo invia alla sezione cinematografica del Ministero delle Poste che si occupava, diremmo oggi, di pubblicità: bisognava scrivere musica di brevi film per invogliare il pubblico a usufruire dei servizi postali. C<b>osì Britten si mise a scrivere musiche d’uso e in questa sezione incontra il poeta W.H.Auden, di sei anni maggiore, col quale nasce una profonda amicizia e una intensa collaborazione.</b> Scrive Alex Ross nel suo Il resto è rumore (Bompiani): “Auden si assunse il compito di tirar fuori Britten dal suo guscio, a livello sociale, sessuale e intellettuale”. Sappiamo che Auden anticiperà l’amico oltreoceano dove emigrerà in compagnia di un altro suo amante, Christopher Isherwood, che era regolarmente sposato. E anche Auden lo sarà, e con la figlia di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/piccola-posta/2026/09/05/news/se-thomas-mann-avesse-saputo-del-lato-omoerotico-di-luigi-settembrini--406603">Thomas Mann</a>, Erika. Era stato Isherwood a confidare ad Auden che l’amica Erika gli aveva chiesto di sposarla per poter espatriare dalla Germania nazista, che le aveva ritirato il passaporto. Auden accettò. Britten faceva parte del gruppo, sebbene più giovane, e avrebbe ritrovato gli amici qualche anno dopo a New York. <b>A differenza dei due poeti, tuttavia, Britten non si pose mai il problema di nascondere la sua omosessualità con un matrimonio di facciata ed ebbe relazioni anche con ragazzi molto giovani, prima di unirsi in maniera più o meno definitiva con il cantante (tenore) Peter Pears, che lo seguì in America. </b>Prima però, l’anno in cui morì l’amatissima madre Edith, il 1937, Britten aveva vissuto una folgorazione per il sapiente uso del grottesco, dello spettacolare e della parodia in La Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Shostakovich.</p><p>Si preannunciava così una delle sue più salde amicizie, quella con il compositore russo e uno dei filoni più importanti della sua produzione, l’opera lirica, affrontata con un eclettismo persino esagerato.<b> </b>La più celebre, dopo il Grimes, è forse Billy Budd tratto da Melville, con il libretto firmato da E.M. Forster; vengono poi Il giro di vite da Henry James, Il sogno di una notte di mezza estate da Shakespeare e una crepuscolare rivisitazione di teatro musicale de La morte a Venezia di Thomas Mann<b>,</b> che nella vicenda del maturo scrittore tedesco innamorato del giovinetto efebico Tadzio fibrillavano motivi autobiografici mai del tutto risolti. Gli anni americani furono agitati ma fruttiferi. <b>Dopo un periodo sulla costa occidentale, Britten fu accolto in una sorta di comune di transfughi, a Brooklyn, dove ritrova Isherwood e Auden, il giovane Leonard Bernstein, lo scrittore e compositore Paul Bowles e la moglie Jane.</b> In un appartamento al piano superiore vivono Golo Mann, il figlio di Thomas Mann, che spesso è visitato dal fratello Klaus e da Carson McCullers, oltre che la sorella Erika, teatrante lesbica affrancata ormai dalle grinfie del Reich e anche dal poeta che aveva sposato per finta. Tutta questa bellissima storia ha un lunghissimo preludio in Christopher e quelli come lui (Adelphi) dello stesso Isherwood, affresco struggente e forse unico di una certa Europa che scappa dai comizi gracchianti e dai proclami alla bile.</p><blockquote>Una tradizione di lirismo che emerge in guizzi, in rapide epifanie, come se il fantasma di Bach facesse capolino sulle macerie del mondo</blockquote><p>L’atmosfera vagamente hippy della combriccola, di cui ha raccontato anche Bowles nelle sue memorie Senza mai fermarsi (Garzanti), non si confaceva però allo spirito individualista di Britten. Resistette un po’ e quindi fece le valigie. Non poté tornare in patria fino al 1942 per via dei siluri nazisti contro i piroscafi oceanici, ma il bagaglio che portò indietro alla fine era consistente. Aveva conosciuto da vicino la sagace organizzazione scenica dei musical di Broadway e si era a sua volta affrancato dai pudori riguardo alla sua vita intima.</p><p>Tornato sulla costa britannica si mise al lavoro per la partitura che lo avrebbe consacrato, e cioè il Peter Grimes, basato su un poema di inizio Ottocento del poeta George Crabbe, la storia di un marinaio sadico, alcolizzato, che vessa e abusa fisicamente di un suo giovane marinaio, lo uccide: un soggetto che all’epoca aveva bisogno di molto bicarbonato per essere digerito, come lo era stato la Lady Macbeth di Shostakovich, ma anche per certi versi il Wozzeck di Berg, e se vogliamo pure la Jenufa di Janáceck.<b> L’idea cioè che il carnefice non è solo la rappresentazione del male assoluto ma anche il prodotto di una società dove il forte schiaccia inesorabilmente il debole. In definitiva, un soggetto politico. Ross riporta una dichiarazione lapidaria di Britten: “Quanto più malvagia è la società, tanto più malvagio l’individuo”. </b>Ma sembra chiaro che per il compositore la musica può redimere l’individuo, perché è una tensione prima di tutto spirituale. Britten era un uomo di religiosità profonda e vissuta in maniera molto personale: la sua musica è sì modernissima come quella dei colleghi citati, ma affonda le radici in una tradizione di lirismo che emerge inaspettatamente in guizzi, in rapide epifanie, come se il fantasma di Bach dovesse improvvisamente far capolino sulle macerie del mondo. E’ un po’ la stessa idea di classicità di Shostakovich, una turbolenta relazione con il passato. L’amore per la musica russa è testimoniato dalla lunga amicizia che legò Britten al violoncellista Mstislav Rostropovich per il quale scrisse le tre celebri suite per violoncello e la Sinfonia sempre per lo strumento dell’amico.</p><p>Certo il grandissimo lavoro di Britten è stato sulla voce. Nella biografia che Alessandro Macchia ha dedicato a Britten (Edt), è riportata una dichiarazione che riassume la sua poetica e la sua visione morale:<b> “Io fuor di dubbio scrivo musica per gli esseri umani – in maniera diretta e intenzionale. Io rifletto sulle loro voci, la tessitura, la potenza, la delicatezza e le potenzialità del loro colore”</b>. Vi sono composizioni di Britten, come il Concerto per piano e orchestra op 13, o quello per Violino op 15, o la Simple Symphony op 4 che testimoniano di un talento unico. Certo la sua dichiarazione assume un valore impressionante nel momento in cui, come il 6 settembre alla Scala, si chiudono gli occhi e si ascolta la potenza del coro, dove la tensione del sacro non può rinunciare al vitalismo del teatro.</p><p>Britten conosceva il segreto di far recitare i grandi blocchi strumentali, di farli interpreti di qualcosa di squisitamente umano e pulsante. Basta pensare al primo interludio del Peter Grimes, The Storm. Ma è nel War Requiem che ciò è affidato allo strumento delle voci umane come raramente è dato di ascoltare. Uno dei momenti più belli – di una bellezza pura sotto il profilo dell’idea musicale – è il contrappunto tra la soprano e il coro nel Dies irae, dies illa (Lacrimosa dies illa / Qua resurget et favilla / Judicandus homo reus/Huic ergo parce Deus). Quando il requiem si avvia alla conclusione si torna invece (Libera me) alla poesia di Owen – poeta che morì al fronte il 4 novembre 1918 – e il baritono e il tenore si trovano faccia a faccia in uno strano incontro (Strange meeting), come i due soldati morti delle opposte fazioni alla fine di una sanguinosa battaglia: “Io sono il nemico che hai ucciso, amico. / Ti riconobbi, in questa oscurità: perché ieri così ti corrugasti / mentre mi colpivi e mi trucidavi. / Provai a schivarti, ma intorpidite e gelide erano le mie mani”. Insieme, poi, le due voci, si congedano: “Dormiamo ora…”.</p>]]></description>
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				<title>Ranucci vorrebbe cenare con Totò Riina (nell’aldilà?)</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 08:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Pulci di notte</category>
				<author>Stefano Lorenzetto</author>
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				<description><![CDATA[<p>• <b>Puro.</b> Concetto Vecchio, inviato della <i>Repubblica</i>, segue a Cerveteri un incontro di Sigfrido Ranucci con il “suo pubblico”: “Ora sono le 20,30. Nel buio Ranucci torna a parlare. ‘Io non sono puro. Sono abituato a guardare le grandi città, le più belle città, dalle grate di un tombino perché faccio questo mestiere. Le cene con Lavitola? <i>Se potessi andare a cena con Riina, io ci andrei’</i>”. E invece no, l’ex conduttore di <i>Report</i> è puro, anzi puro spirito, visto che solo nell’aldilà potrebbe andare a cena con Totò Riina, morto il 17 novembre 2017. [26 agosto 2026]</p><p>• <b>Sussulti.</b> A. M., che presumiamo sia Andrea Monda, direttore dell’<i>Osservatore Romano</i>, nella rubrica <i>La domanda del giorno</i> in prima pagina: “Un ‘vangelo’ che ci spinge <i>a sussultare di gioia gli altri</i> ‘passeggeri’ che incontriamo lungo il nostro cammino”. Ecco la domanda del giorno: come accidenti si fa a sussultare qualcuno, posto che è un verbo intransitivo e che significa “sobbalzare bruscamente, specialmente per improvvisa emozione” oppure “muoversi improvvisamente, specialmente dal basso verso l’alto”? [29 agosto 2026]</p><p>• <b>Ricerca.</b> “Su alcuni organi di informazione è apparsa la notizia che, in America, là dove è aumentata la presenza di immigrati senza permesso di soggiorno, sono diminuiti i reati”, scrive Maurizio Belpietro, direttore di <i>Panorama</i>, nell’editoriale che apre il settimanale. “Lo studio, realizzato su oltre diecimila quartieri in più di <i>cento città</i> statunitensi, in pratica sarebbe giunto alla conclusione che i clandestini facciano bene alla sicurezza. <i>Condotta da una ricercatrice</i> dell’<i>Universita</i> della California e pubblicata dalla rivista <i>Journal of Urban Affairs</i>, l’indagine, secondo siti e osservatori di sinistra, spazzerebbe via anni di pregiudizi contro gli stranieri”. A parte l’accento mancante su “Università”, lo studio non parla di 100 città, bensì di “11.500 quartieri – che rappresentano 46 milioni di residenti – in diverse città degli Stati Uniti”. Inoltre, messa così sembra che l’inchiesta sia frutto delle solitarie conclusioni di un’oscura studiosa. In realtà la ricerca è stata condotta da cinque persone, non da una sola: Charis Kubrin, professoressa di criminologia, diritto e società presso l’Università della California a Irvine; John Hipp e Cheyenne Hodgen, rispettivamente professore e dottoranda, impegnati nel medesimo ambito disciplinare dello stesso ateneo; Derek Christopher, economista e ricercatore allo Stanford institute for economic policy research della Stanford University; Xiaoshuang Iris Luo, docente di studi sulla giustizia penale all’Università di Akron. [26 agosto 2026]</p><p>• <b>Affari.</b> Dal <i>Corriere della Sera</i>: “Bessent spiega come far crollare l’Iran: ‘<i>Basta farci affari</i>. E vale per tutti’”. Titolo anfibologico. Può voler dire “Smettiamo di farci affari”, ma anche “È sufficiente farci affari”. La prima è ovviamente la corretta interpretazione del pensiero di Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti. Bastava titolare “Stop agli affari”, oppure “Niente più affari”. [25 agosto 2026]</p><p>• <b>Sindrome.</b> Dall’editoriale di prima pagina del direttore del <i>Giornale</i>, Tommaso Cerno: “Ranucci, invece di ringraziare chi contribuisce a far luce su chi voleva fargli la pelle, minaccia una collega de <i>Il Giornale</i> come in preda a <i>una sindrome di Stoccolma</i>: ‘Il male che ci avete fatto tornerà indietro’”. Esistono forse varie sindromi di Stoccolma? No? Allora “in preda alla”, non “a <i>una</i>”. Inoltre, senza un riferimento diretto a Lavitola, la metafora di Cerno sull’ex conduttore di <i>Report</i> risulta piuttosto incomprensibile. [11 agosto 2026]</p><p>• <b>Ragazzi.</b> Titolo dal <i>Fatto Quotidiano</i>: “Marocco, <i>giovani storie </i>di ragazzi ‘bruciati’ per raggiungere Ceuta”. Come fanno delle storie a essere giovani? Il sintagma è senza senso, a meno di ipotizzare un’ipallage, la “figura retorica che consiste nell’attribuire a una parola l’aggettivo che si riferisce ad un’altra nella medesima frase” (<i>Lo Zingarelli 2026</i>), nel qual caso “giovani” sarebbe in realtà riferito a “ragazzi”, quindi “giovani storie di ragazzi” significherebbe in realtà “storie di giovani ragazzi”. Ma, anche in questo caso, che senso avrebbe parlare di “giovani ragazzi”? Forse per distinguerli dai ragazzi che nascono già vecchi? [7 settembre 2026]</p><p>• <b>Maria Teresa.</b> Hoara Borselli sul <i>Giornale</i> intervista Clemente Mastella, in cura per un tumore, qualificandolo come “cattolico credente”, e in una risposta gli fa dire: “Penso che se una cosa del genere mi fosse capitata a vent’anni, avrei avuto molti dubbi su Dio. Del resto è legittimo avere dubbi. Li ha avuti persino <i>Maria</i> Teresa di Calcutta”. Forse l’ex modella Borselli si confonde con Maria Teresa Ruta. In quanto “cattolico credente”, Mastella può aver parlato solamente di Madre Teresa di Calcutta, al secolo Gonxha Agnes Bojaxhiu [25 agosto 2026]</p><p>• <b>Suo. </b>Sommario dell’editoriale di Concita De Gregorio sulla <i>Repubblica</i>: “Sánchez è sotto assedio le destre gongolano / Il Marocco fa il <i>suo</i> gioco / ha la protezione di Trump”. Quindi il Marocco fa il gioco di Pedro Sánchez? Non è così. Dal testo si evince infatti che il Paese africano fa il proprio gioco ed era questo l’aggettivo che si doveva usare nella titolazione in luogo del fuorviante possessivo <i>suo</i>. Oddio, dal testo si evince anche che De Gregorio scrive “il 1 agosto”, ripetuto due volte. Ma, come insegna il linguista Luca Serianni, per il giorno iniziale di un mese si usa “il numero con la letterina in esponente che lo trasforma in ordinale” (<i>Grammatica italiana</i>, Utet). Quindi: il 1° agosto. [17 agosto 2026]</p><p>• <b>Alleluia.</b> Titolo dalla prima pagina della <i>Verità</i>: “<i>Alleluja</i>, il Vaticano sfratta don Biancalani l’amico dei clandestini”. Che c’entra la <i>j</i>? Come attestano i principali vocabolari (<i>Grande dizionario della lingua italiana</i>, <i>Treccani</i>, <i>Lo Zingarelli 2026</i>, <i>Devoto-Oli</i>) la grafia standard in italiano è <i>alleluia</i>, peraltro utilizzata fin dal secolo XIII da molti autori famosi: Giacomino da Verona, Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio, Pietro Aretino, Giordano Bruno, Nicolò Barbieri, Giuseppe Giusti, Giovanni Faldella, Emilio Praga, Gabriele D’Annunzio. [20 agosto 2026]</p><p>• <b>Lovecraft. </b>Nicoletta Vallorani su <i>Tuttolibri</i> della <i>Stampa</i> recensisce <i>L’orrore soprannaturale in letteratura</i> di Howard Phillips Lovecraft (Cluster-A): “Scriverlo non è una sua idea: glielo chiede un suo contatto epistolare, W. Paul Cook, nell’autunno del <i>2025</i>, pensando che la consegna del testo possa avvenire entro qualche settimana”. Dato che Lovecraft lo ha pubblicato per la prima volta (su una rivista) nel 1927, e che morì nel 1937, immaginiamo che gli fosse stato richiesto nel 1925, non nel 2025. Anche se, trattandosi di Lovecraft, non si può mai dire... [25 luglio 2026]</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Cosa c&#039;entra l&#039;uso dello smartphone con il calo demografico</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Un Foglio Internazionale</category>
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				<description><![CDATA[<p>Nel libro “La Bombe de la dénatalité. Comment le monde entre dans l’hiver démographique” (Le Cerf)”, l’alto funzionario e diplomatico <b>Oscar Bockel</b> individua nell’avvento dello smartphone una delle cause principali del crollo della fertilità e ritiene che la demografia sconvolgerà i rapporti di forza politici e geopolitici in futuro. <b>“Bisogna distinguere due transizioni demografiche” dice al Figaro</b>. “La prima comporta il passaggio da circa sei a due figli per donna; la seconda, quella che stiamo vivendo oggi, comporta il passaggio da due figli a uno, o addirittura a zero. Queste due transizioni non obbediscono agli stessi fattori determinanti”, dice al Figaro Oscar Bockel prima di aggiungere: “La prima è legata alla modernità: il calo della mortalità infantile, che riduce la necessità di avere figli ‘di riserva’, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e l’urbanizzazione. Dall’inizio degli anni 2010 siamo entrati nella seconda fase, le cui cause sono diverse. Perché siamo passati da più di due figli per donna nel 2010 a 1,53 oggi? La società del 2010 non era arcaica. <b>La grande differenza rispetto al 2010 sono gli smartphone, che hanno provocato un calo del numero di coppie e hanno cambiato le mentalità</b>. Avere figli non è più una cosa scontata, ma un obiettivo tra gli altri, che si realizza una volta che sono state ‘spuntate tutte le caselle’ dell’esistenza”. Quali sono queste “caselle da spuntare” che oggi precedono la procreazione? “È un livello di aspirazioni sempre più elevato, accompagnato da una crescente difficoltà a soddisfarlo: avere una casa, terminare gli studi, trovare un lavoro stabile, trovare il partner giusto. Queste esigenze si susseguono e rimandano di conseguenza il momento di avere un figlio o portano a rinunciarvi”, spiega al Figaro Bockel. <b>“La questione – prosegue l’autore – è quindi capire in che modo gli smartphone agiscano su questi due fronti. Innanzitutto, stravolgono radicalmente l’uso del tempo individuale. </b>Si osserva un crollo di tutte le attività sociali e collettive, siano esse positive o negative: il numero di amici, il tempo trascorso con loro, persino il consumo di alcol, che è spesso una pratica sociale. Tutte queste attività stanno perdendo terreno perché il nostro tempo si sposta verso gli schermi, con social network sempre più coinvolgenti e sempre più in sintonia con i nostri desideri. È logico che anche la vita di coppia ne risenta. Inoltre, le nostre aspirazioni sono cambiate.<b> Instagram valorizza determinati ideali di vita, in particolare quello del viaggio e della ricerca del partner perfetto, rafforzato ulteriormente dalle app di incontri che danno l’illusione di una scelta infinita”</b>.</p><p>Bockel dimostra che i gruppi che hanno rinunciato allo smartphone, come gli <b>ebrei ortodossi e gli Amish</b>, hanno visto la loro fertilità mantenersi stabile o aumentare. Non è forse dovuto, soprattutto, al rifiuto della contraccezione da parte di questi gruppi? “Gli smartphone non sono ovviamente l’unico elemento che distingue gli Amish dalla popolazione maggioritaria”, dice Bockel, prima di aggiungere: “Del resto, delle mie due transizioni demografiche, gli Amish non hanno nemmeno vissuto la prima. E’ tuttavia sorprendente che riescano a mantenere un tasso di fertilità così elevato – lo stesso vale per gli ebrei ortodossi. <b>Al contrario, le popolazioni rom, tra cui l’uso dello smartphone è in aumento, vedono la loro fertilità crollare. </b>Dal punto di vista geografico: l’America Latina presenta un tasso di diffusione degli smartphone molto elevato rispetto al proprio livello di sviluppo, mentre alcune regioni dell’Asia meridionale registrano un netto ritardo, in particolare per quanto riguarda la diffusione tra le giovani donne. Ciò spiega le differenze di calendario.<b> Il livello di sviluppo umano non permette di comprendere perché la fertilità sia crollata in Guatemala mentre rimane stabile in Bangladesh. Eppure si osserva proprio che la diffusione dello smartphone tra le giovani donne è stata molto più lenta in Bangladesh, mentre in Guatemala è quasi universale. </b>Diversi studi dimostrano inoltre che negli Stati Uniti le prime regioni in cui si è diffuso l’iPhone sono anche quelle in cui la fertilità è diminuita maggiormente”. Bockel propone una sorta di mappa delle grandi potenze di domani e di quelle destinate al declino, alla luce dei dati demografici. Dove si collocherà la Francia in questo panorama? “Per gran parte della sua storia, la Francia è stata quella che veniva definita la ‘Cina d’Europa’, il paese più popoloso del continente, più popoloso della Russia, da quattro a cinque volte più dell’Inghilterra, il che rendeva il re di Francia il sovrano più potente d’Europa. Nel Diciottesimo secolo si verifica un fenomeno molto paradossale: la fertilità francese crolla improvvisamente e la Francia diventa il primo paese a sperimentare la transizione demografica. Ciò ha cambiato il corso della sua storia. Oggi, mentre la Cina e, in misura minore, l’Europa stanno subendo un crollo demografico, gli Stati Uniti e l’India, in condizioni demografiche più favorevoli, dispongono di importanti vantaggi. Per l’Africa, tutto dipenderà dalla capacità del continente di accrescere il proprio capitale umano”, secondo Bockel. <b>In occidente, i movimenti populisti prosperano soprattutto tra la popolazione attiva. Il limite massimo del populismo è forse l’invecchiamento delle società, poiché l’età smorza la voglia di “ribaltare il tavolo”?</b> “Una popolazione che invecchia rende una società più conservatrice, non necessariamente in senso ideologico, ma nel senso di un maggiore attaccamento alle strutture esistenti, in particolare al sistema pensionistico”, spiega Bockel. “In molti paesi – prosegue l’autore – si osserva una tensione reale su questo punto; è del resto sorprendente constatare quanto i cosiddetti partiti populisti adottino, a seconda del paese e della loro strategia elettorale, posizioni molto diverse su questa questione, evitando di mettere in discussione il sistema pensionistico per non alienarsi un elettorato decisivo. Si tratta di un circolo vizioso: una popolazione più anziana rende elettoralmente rischiosa qualsiasi messa in discussione degli equilibri esistenti, il che fa gravare un onere crescente sui lavoratori per finanziare le pensioni; ciò a sua volta incide sulla fertilità, poiché sono proprio i lavoratori che sono, o intendono diventare, genitori, e che quindi non dispongono delle risorse necessarie per farlo, il che accentua a sua volta l’invecchiamento della popolazione. È difficile spezzare questo circolo vizioso senza una presa di coscienza politica del carattere cruciale della demografia”. <i>(Traduzione di Mauro Zanon)</i></p>]]></description>
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				<title>“Ho scoperto Socrate in una prigione del Kgb”. La testimonianza di Sharansky</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Un Foglio Internazionale</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Crescendo in Unione Sovietica a metà del XX secolo, l’intelligencija – in particolare l’intelligencija ebraica – possedeva vaste biblioteche domestiche” racconta sulla Free Press di Bari Weiss l’ex refusnik sovietico, ministro israeliano, saggista e combattente per la causa della libertà Nathan Sharansky. “Nella casa dei miei genitori, per esempio, c’erano più di mille libri. La maggior parte era letteratura classica, per un motivo semplice: era il tipo di libro meno pericoloso da possedere. La letteratura contemporanea era pesantemente censurata e doveva appartenere al genere del realismo socialista, in cui la classe operaia oppressa ha sempre ragione e gli oppressori capitalisti sono invariabilmente destinati alla sconfitta. Ma più un libro era antico, più probabilità aveva di sopravvivere ai censori ufficiali. Leggere la letteratura classica, quindi, era una forma di evasione; ci permetteva di entrare in un mondo libero dalla presenza sempre incombente del Kgb. E’ ironico, dunque, che la prigione più famigerata del Kgb, Lefortovo – dove passai sedici mesi tra il mio arresto nel marzo 1977 e il processo nel luglio 1978, e dove subii più di cento interrogatori – avesse la biblioteca di letteratura classica più vasta che io abbia incontrato in Urss. Questa era l’eredità distorta delle purghe di Iosif Stalin, quando molti membri dell’intelligencija moscovita vennero uccisi e i loro beni confiscati. I libri confiscati, dopo aver subito un rigoroso processo di redazione per rimuovere tutti i nomi ‘nemici’, venivano poi distribuiti ai vari organi del Kgb. Ed è così che, entro i confini di Lefortovo, ebbi il mio secondo incontro con uno dei primi filosofi del mondo: Socrate.</p><p>La prima volta che incontrai Socrate – il grande filosofo ateniese del V secolo a.C., condannato dalla propria città a morte per avvelenamento per aver negato gli dèi e corrotto i giovani – fu quando avevo quindici anni e leggevo i libri della biblioteca di casa. Quell’incontro fu piuttosto formale, persino distante. Il linguaggio di Socrate, sebbene ben tradotto, mi risultava confuso. La sua logica si poteva comprendere solo leggendo i commentari e imparando il suo contesto storico. A quel punto non avevo né il tempo né la pazienza di studiare quei testi con attenzione. Volevo semplicemente, come ogni ragazzo ebreo intelligente, conoscere il destino di Socrate e, al momento opportuno, usare frasi popolari come: ‘Dobbiamo bere il nostro calice fino in fondo’”.</p><p>Una lettura più profonda arrivò in seguito, tra le mura di Lefortovo, dove – stando al racconto di Sharansky – il filosofo divenne una sorta di compagno. L’ironia che egli mette in luce è sottile e merita una riflessione approfondita. Uno stato che sequestrava le biblioteche private per punire il dissenso finì, per via della sua stessa logica burocratica, per riempire la sua prigione più temuta proprio con quei testi destinati a sopravvivergli. Il Kgb poteva cancellare dei nomi, ma non le argomentazioni di Platone, né il fatto che una mente nutrita di quel pensiero non smetta di ragionare solo perché privata della libertà.</p><p>E’ questo il dilemma che i sistemi totalitari non riescono mai a risolvere del tutto. Possono nazionalizzare le proprietà, censurare il presente e controllare le pubblicazioni, ma i classici, una volta assimilati, accompagnano l’individuo fin dentro la cella. La testimonianza di Sharansky ci ricorda che il possesso materiale dei libri non è mai stato l’aspetto cruciale: lo stato che confisca una biblioteca non può comunque confiscare ciò che il prigioniero ha già letto. La verità non ha bisogno di aggettivi; e, a quanto pare, nemmeno Socrate necessitava del timbro di approvazione del Kgb per continuare a sostenere le proprie tesi, persino dall’interno dell’istituzione eretta proprio per ridurlo al silenzio.</p><p>(<i>Traduzione di Giulio Meotti)</i></p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/09/14/news/il-nuovo-disordine-mondiale--407452</link>
				<title>Il nuovo disordine mondiale</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 11:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Sabino Cassese</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Nuovi record di temperatura sono stati stabiliti e battuti quest’estate, la terra è arsa dalla siccità e gli incendi boschivi imperversano. Il debito delle economie avanzate si sta avvicinando a livelli storicamente alti. I tagli agli aiuti medici e alimentari, soprattutto da parte degli Stati Uniti, hanno causato morti evitabili e favorito la diffusione di malattie, una delle quali, prima o poi, potrebbe trasformarsi in una nuova pandemia. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>&nbsp;continua la sua ascesa rapida e non regolamentata, minacciando posti di lavoro, sicurezza e, nelle proiezioni più cupe, la stessa esistenza umana. Le potenze revisioniste calpestano regole e norme impunemente. Gli elettorati sono arrabbiati e volatili. Una diplomazia lenta, ponderata, necessariamente discreta, che costruisce fiducia e comprensione, ha lasciato il posto a uno stile performativo e sfacciato, più adatto all’attenzione assuefatta a TikTok o a un cortile di scuola. L’Uppsala Conflict Data Program ha registrato lo scorso anno 65 conflitti basati sugli Stati, il numero più alto dal 1946. Le grandi potenze si ritrovano impantanate in guerre asimmetriche con paesi che stanno sfruttando al massimo le nuove tecnologie. La guerra del presidente russo Vladimir Putin in Ucraina, che avrebbe dovuto essere vinta nel giro di pochi giorni, sta arrancando nel suo quinto anno. L’Iran, utilizzando droni economici prodotti in serie per attaccare le forze e gli alleati americani, ha conquistato il controllo, forse permanente, di un corridoio cruciale del commercio mondiale, riducendo drasticamente le scorte di missili statunitensi e intrappolando il presidente Trump in una guerra da lui stesso voluta. <b>Una guerra mondiale non è inevitabile, ma la minaccia di un conflitto catastrofico tra potenze grandi e ben armate è più vicina di quanto non lo fosse da decenni</b>”.</p><p>Questa è la diagnosi fatta da una storica canadese, Margaret Macmillan, che ha insegnato sia all’Università di Toronto che all’Università di Oxford, e ha studiato numerose fasi di crisi nel mondo, pubblicata sul New York Times il 3 settembre scorso, primo di una nuova serie, “Il disordine del nuovo mondo”, nella quale quel giornale esaminerà la dissoluzione del sistema internazionale post-bellico e il modo in cui i vari paesi si stanno adattando, mentre l’America si fa da parte.</p><p><b>Non ignorare i segnali di allarme</b></p><p>La prima raccomandazione fatta dalla studiosa canadese, ma ripetuta da tutti gli studiosi della materia, è quella di non ignorare i segnali di allarme. Bisogna saper riconoscere i segni che indicano il nuovo disordine, ma – aggiungo – bisogna anche sapere quali sono gli aspetti positivi del nuovo disordine e se da questo può derivare un nuovo ordine, e quale esso sia.</p><p>Ha spiegato molto bene, numerosi anni, fa un noto economista, non troppo scherzosamente, che vi sarebbe stata una nuova crisi economica mondiale quando sarebbero usciti di scena coloro che avevano vissuto quella che cominciò con il crollo di Wall Street (1929-1933). La crisi aperta nel 2008 sta a dimostrare che quella previsione era corretta.</p><p>Un secondo motivo che consiglia di individuare i sintomi giusti e fare poi la diagnosi corretta è costituito dal fatto che il nuovo disordine si accompagna con una forte imprevedibilità e incertezza, un fattore che non riguarda solo il maggiore protagonista della vita del mondo, gli Stati Uniti d’America, dove i poteri pubblici, che sono stati di esempio al mondo per almeno due secoli, sembrano governati da comportamenti contraddittori, arbitrari, imprevedibili.</p><p><b>Il disordine tra gli Stati</b></p><p>Bisogna innanzitutto distinguere tra disordini che si registrano tra gli Stati e disordini che si verificano all’interno degli Stati, e fenomeni antichi che si presentano con modalità nuove e fenomeni nuovi che si presentano con modalità antiche. Un esempio è quello delle guerre. <b>La storia del mondo è punteggiata da guerre, ma queste oggi si svolgono in modi diversi dal passato</b>. Una volta si facevano con le armi, ora si fanno anche mediante la manipolazione dell’informazione, per esercitare pressione sulle opinioni pubbliche. Una volta le guerre si svolgevano su un campo, tra persone, oggi si svolgono tra organizzazioni belliche “unmanned”.</p><p>Il secondo sintomo importante è quello indicato dal fallimento nel compito più urgente, quello ambientale, che può essere affrontato dagli Stati soltanto insieme, ma per il quale le economie emergenti dànno la colpa a chi ha usato l’ambiente per svilupparsi e sostengono che è venuto il loro turno, a cui non vogliono rinunciare. Quindi l’equilibrio nel mondo richiede molte rinunce e molte concessioni.</p><p>Un terzo fattore di crisi è costituito dalla modificazione dei rapporti tra i protagonisti mondiali. Quello che sarebbe successo nei due secoli passati era stato previsto nel 1835 da Alexis Tocqueville che aveva scritto: “Vi sono oggi sulla terra due grandi popoli che, partiti da punti differenti, sembrano avanzare verso lo stesso scopo: sono i Russi e gli Anglo-americani. Entrambi sono cresciuti nell’oscurità; e, mentre gli sguardi degli uomini erano occupati altrove, essi si sono posti tutt’a un tratto in prima fila tra le nazioni, e il mondo ha appreso, quasi nello stesso tempo, la loro nascita e la loro grandezza. Tutti gli altri popoli sembrano aver raggiunto pressappoco i limiti che la natura ha loro tracciato, e non avere che da conservare; ma gli Americani e i Russi crescono, mentre tutti gli altri sono fermi o avanzano solo con mille sforzi; solo essi marciano con passo facile e rapido in una strada di cui l’occhio non può ancora scorgere il termine. L’americano lotta contro gli ostacoli che la natura gli oppone; il russo è alle prese con gli uomini. L’uno combatte il deserto e la barbarie, l’altro la civiltà rivestita di tutte le sue armi: così le conquiste dell’americano si fanno con il vomere dell’agricoltore, quelle del russo con la spada del soldato. Per raggiungere il suo scopo, il primo si basa sull’interesse personale e lascia agire, senza dirigerle, la forza e la ragione degli individui. Il secondo concentra, in qualche modo, in un solo uomo tutto il potere della società. L’uno ha per principale mezzo d’azione la libertà; l’altro la servitù. Il loro punto di partenza è differente, le loro vie sono diverse; tuttavia, entrambi sembrano chiamati da un disegno segreto della Provvidenza a tenere un giorno nelle loro mani i destini di una metà del mondo” (A. Tocqueville, <i>La democrazia in America</i>, in Id., <i>Scritti politici</i>, a cura di N. Matteucci, II, Torino, Utet, 1968, pp. 483-484).</p><blockquote>Modificati i rapporti tra i protagonisti mondiali. America e Russia sembrano chiamate “da un disegno segreto della Provvidenza a tenere un giorno nelle loro mani i destini di una metà del mondo” (Tocqueville nel 1835)</blockquote><p>Ora la situazione è radicalmente cambiata, per tre motivi: perché anche gli Stati Uniti hanno come principale mezzo d’azione la servitù e concentrano in un solo uomo tutto il potere della società; perché ambedue le potenze imperiali si scontrano, in aree diverse del mondo, con poteri estremamente più ridotti senza riuscire ad avere successo nei loro confronti; perché gli spazi mondiali si sono ampliati e nuove forze sono entrate in campo, come osservato da ultimo da Branco Milanovic: “Il disordine mondiale parla di questi due sviluppi che hanno segnato l’apogeo e il declino del neoliberalismo nel mondo: l’ascesa dell’Asia, e della Cina in particolare, e l’affermazione di nuove élite plutocratiche negli Stati Uniti e in Cina. Queste nuove classi dominanti devono la propria esistenza, e il proprio potere, al neoliberalismo globale, ed è stato il loro stesso successo a creare le condizioni per il loro declino. <b>Le azioni di un Trump o di uno Xi Jinping, e di molti altri leader, sono, nonostante quello che probabilmente pensano loro e anche i loro sostenitori, reazioni contro i vincitori della globalizzazione neoliberale e i loro eccessi</b>. Queste reazioni hanno messo fine a un periodo storico e ne hanno aperto un altro, di cui solo ora si cominciano a intravedere vagamente i contorni” (Branco Milanovic, <i>Il disordine mondiale. Stati Uniti, Cina e il nuovo capitalismo</i>, Roma-Bari, Laterza, 2026).</p><p>Il quarto motivo di crisi è questo: per la prima volta nella storia del mondo, si sono sviluppati poteri mondiali che non hanno radici pubbliche, le Big Tech, organizzazioni private, nate come poteri universali, che esercitano funzioni che una volta venivano svolte dagli Stati, e talora operano d’accordo con gli Stati, come mostrato dal caso Guillou. I loro progenitori sono le compagnie delle Indie. Questo sviluppo ha anche un aspetto positivo perché i grandi poteri digitali hanno bisogno di un mondo pacifico, senza barriere, piatto.</p><blockquote>Le Big Tech, organizzazioni private, nate come poteri universali, esercitano funzioni che una volta venivano svolte dagli Stati, e talora operano d’accordo con gli Stati, come mostrato dal caso Guillou. Un aspetto positivo: i grandi poteri digitali hanno bisogno di un mondo pacifico, senza barriere, piatto</blockquote><p>Luisa Torchia ha osservato che il potere digitale ha tre caratteristiche. “In ragione della materia prima che utilizza e degli strumenti mediante i quali la ‘lavora’, il potere digitale può essere definito, in primo luogo, come un potere riduzionista, perché l’aggregazione dei dati è finalizzata a ridurre le differenze e a ricondurle entro uno schema generale il cui valore dipende in larga misura dal fatto che le variazioni siano per quanto possibile soppresse o comunque irrilevanti (con un conseguente effetto di enfatizzazione e polarizzazione fra poche alternative). I meccanismi di profilazione posti alla base dei sistemi di raccomandazione – e quindi di pubblicità e di indirizzo verso beni o servizi da acquistare – sono appunto finalizzati a ricondurre a uno specifico profilo la varietà individuale e a inserire ciascun individuo in una casella che ne registra, ma anche definisce, gli orientamenti, le preferenze, le scelte. […] Si tratta, in secondo luogo, appunto di sistemi basati sulla capacità di misurare e classificare i dati senza entrare nel merito della loro qualità o del loro significato, con la duplice conseguenza di attribuire lo stesso peso a dati verificati come a dati privi di attendibilità e, al contempo, di offrire la presunzione di una – ipotetica e non dimostrata, anzi spesso illusoria – oggettività ai risultati ottenuti. Scelte politiche, pregiudizi, opinioni vengono così ‘mescolati’ e ammantati di una neutralità e oggettività che è solo apparente, come è emerso ripetutamente quando si è cercato di prendere decisioni politiche con strumenti automatizzati (per citare solo i casi più famosi, esaminati in un successivo capitolo: a chi fornire determinati servizi, come individuare la pena per un reato, come individuare persone pericolose o prevenire possibili reati). <b>Il potere digitale enfatizza, in terzo luogo, la sua unicità e diversità e pretende un trattamento differente rispetto a qualsiasi altra industria, categoria di imprese, tipo di prodotto o servizio, basandosi sulla differenza fra la vita online e la vita offline</b>. Comportamenti che nella vita reale costituiscono reato, o almeno hanno conseguenze significative in termini di responsabilità, dovrebbero essere, invece, liberi da ogni vincolo o controllo nella sfera digitale, sottraendosi così al diritto come alla morale e all’etica” (Luisa Torchia, <i>Potere digitale</i>, Bologna, Il Mulino, 2026, pp. 20-21).</p><p>L’ultimo segnale di crisi è quello costituito dalla rottura di quell’unità che chiamiamo Occidente, che aveva conquistato una base atlantica, univa l’Europa e l’America attraverso l’Atlantico, così come l’impero romano univa l’Europa al Nord Africa attraverso il Mediterraneo, e che aveva ramificazioni in paesi lontani come Giappone, Canada e Australia.</p><p><b>Il disordine negli Stati</b></p><p>Ai fattori di crisi tra gli Stati si uniscono quelli all’interno degli Stati. Il primo è costituito dal logoramento delle democrazie mature, prodotto all’incapacità delle classi dirigenti di comprendere che lo Stato pluriclasse produce, per sua natura, una pluralizzazione del potere e richiede una capacità di coordinamento che le classi politiche non riescono ad assicurare, con conseguente disaffezione del “paese reale”.</p><p>Nello stesso tempo, le basi stesse degli Stati diventano più precarie. Una volta si diceva che lo Stato è l’insieme di una popolazione, un territorio e un potere sovrano. Oggi le popolazioni sono sempre più instabili. Basti pensare che il numero degli italiani all’estero è di 6.604.000, mentre il numero degli stranieri in Italia è di 5.560.000.</p><p>Un altro segnale è costituito dalla incapacità delle classi dirigenti di orientare la società e di fornire ad essa obiettivi, cercando, nello stesso tempo, di conservarne il consenso, anche perché ormai è superato il punto di vista che veniva espresso da Giuseppe Bottai negli anni Trenta del secolo scorso, quando osservava che “la crisi dello Stato moderno non è superabile senza la unificazione economica, politica e morale della società nello Stato: ciò è stato realizzato dallo Stato fascista” (G. Bottai, <i>Esperienza corporativa (1929-1934),</i> Firenze, Vallecchi, 1934, parte I, marzo 1930).</p><blockquote>Le basi stesse degli Stati diventano più precarie. Oggi le popolazioni sono sempre più instabili. Basti pensare che il numero degli italiani all’estero è di 6.604.000, mentre il numero degli stranieri in Italia è di 5.560.00</blockquote><p>Un quarto segnale è indicato dall’economista Acemoglu, secondo il quale “la produzione manifatturiera di massa ha perso terreno, è aumentato il peso dei servizi, sono arrivate le nuove tecnologie digitali. Insieme alla globalizzazione, queste tecnologie hanno spezzato il legame tra crescita delle imprese e crescita delle retribuzioni, rendendo più difficile una prosperità condivisa. <b>La trasformazione più pervasiva è stata la crescente rilevanza della conoscenza, ossia delle competenze cognitive acquisite attraverso l’istruzione superiore. Per me la crescita del potere sociale dei ceti istruiti ha giocato un ruolo cruciale nell’innescare la crisi</b>” (Daron Acemoglu, <i>La democrazia ce la farà</i>, colloquio con Maurizio Ferrera, in Corriere della sera, La lettura, 6 settembre 2026).</p><p>Un quinto segnale di crisi interna è quello indicato da Cass Sunstein, secondo il quale le minacce gravi vengono da un governo privo dei vincoli della separazione dei poteri. Questo, egli osserva, è un concetto-ombrello che contiene sei separazioni distinte, ciascuna con la propria logica e le proprie violazioni tipiche: il legislativo non può esercitare il potere esecutivo; il legislativo non può esercitare il potere giudiziario; l’esecutivo non può esercitare il potere legislativo; l’esecutivo non può esercitare il potere giudiziario; il giudiziario non può esercitare il potere legislativo; il giudiziario non può esercitare il potere esecutivo. Le sei separazioni non proteggono tutte lo stesso bene: alcune presidiano la libertà individuale (nessuno deve essere punito se non da un giudice, in base a una legge che non è stata scritta per lui), altre l’autogoverno (le regole generali le fa l’assemblea rappresentativa, non il capo), altre ancora l’efficienza e la responsabilità dell’amministrazione. E soprattutto le minacce non sono simmetriche: ogni epoca vede prevalere violazioni diverse – ci sono stati tempi in cui il pericolo era un legislativo invadente, altri in cui erano corti troppo ambiziose – e la nostra epoca ha un colpevole principale (Cass R. Sunstein, <i>Separation of Powers. How to Preserve Liberty in Troubled Times</i> The MIT Press, febbraio 2026).</p><p><b>Come uscirne</b></p><p>La soluzione individuata dalla studiosa canadese da cui sono partito è quella di iniziare un laborioso processo di costruzione di qualcosa di nuovo, valendosi di quelle che chiama potenze medie come il Canada, l’Australia e il Giappone, a cui forse occorre aggiungere l’Unione europea. Ma in questi paesi gli intellettuali sono solo specialisti che vivono ciascuno chiuso nella propria torre d’avorio?</p><p>Il percorso è lungo, e per farlo bisogna ascoltare anche altre voci, come quelle di Amitav Acharya, <i>Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente</i>, Roma, Fazi, 2026 e di Alexander Stubb, <i>Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale</i>, Venezia, Marsilio, 2026.</p>]]></description>
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				<title>Eva Caianiello: “Mio padre, pioniere della cibernetica tra gli Stati Uniti e Napoli”</title>
				<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pioniere della cibernetica, precursore degli studi sull’Intelligenza artificiale, studioso della teoria quantistica dei campi, il napoletano <b>Eduardo Renato Caianiello</b> fu anche un organizzatore culturale che impresse notevole sviluppo alla fisica italiana nel secondo Novecento. Decisivo per lui, nell’immediato dopoguerra, il completamento della formazione negli Stati Uniti, dove da vincitore di una borsa di studio al Mit di Boston soggiornò per circa tre anni: un cospicuo epistolario con la moglie Carla Persico e con i famigliari rimasti a Napoli, riordinato dalla figlia secondogenita Eva, ha vinto il Premio Pieve Saverio Tutino nel 2025 ed è di prossima pubblicazione per il Mulino (“Dovunque la fisica fosse Fisica. Lettere 1948-1951”).</p><p>La corrispondenza non ritrae solo l’intimità di Caianiello, ma lumeggia le differenze tra due mondi e due accademie lontanissime, l’euforia degli incontri con grandi scienziati, la malinconia della distanza dalla città dove il giovane fisico sceglierà di tornare. Eva, docente di matematica e antropologa, ha ricomposto con la cura del carteggio anche tasselli di memoria personale.</p><p><i>Perché suo padre preferì il ritorno a una facile carriera in America?</i></p><p>La ragione privata fu l’attaccamento alla famiglia e la difficoltà di trasferirla oltreoceano, ma anche il rispetto per mia madre che teneva molto al proprio lavoro di insegnante e doveva prendersi cura delle loro due figlie, che poi sarebbero diventate quattro. Ci fu però anche un’altra ragione che lo convinse: <b>lui si sentiva un uomo della Magna Grecia, voleva sviluppare le sue ricerche su dimensione internazionale ma mantenendo il centro a Napoli</b>.</p><p><i>Nel 1955 vince il concorso e occupa la cattedra di fisica teorica a Napoli, rimasta vacante salvo un breve periodo dalla morte di Ettore Majorana. Poté contare, in un ambiente accademico piuttosto asfittico, sull’appoggio di un genio quale Renato Caccioppoli.</i></p><p>Era un rapporto di stima e affetto reciproci. Caccioppoli era stato testimone di nozze dei miei genitori e aveva incoraggiato la permanenza americana di mio padre perché la riteneva importante per la sua formazione, anche se per motivi ideologici non amava gli Stati Uniti.</p><p><i>Già nel ’56 Caianiello riesce a beneficiare di un congruo finanziamento per il neonato Istituto di fisica teorica, dove ospiterà anche scienziati stranieri.</i></p><p>Ottenne un consistente contributo dal governo americano e aprì una nuova sede per la scuola di perfezionamento in fisica teorica e nucleare, con Werner Heisenberg che andò a tenere la lezione introduttiva. Si adoperò per realizzare costanti scambi di conoscenze a livello internazionale e perseguì l’obiettivo di un linguaggio comune tra le discipline scientifiche. Era rimasto colpito dal lavoro di Norbert Wiener e animò un progetto in cui coinvolse il neuropsichiatra Valentino Braitenberg, dedicato alle reti neurali, che scaturiva dall’interesse per il funzionamento del cervello umano. Fu un organizzatore instancabile: nel 1968 avrebbe inaugurato il Laboratorio di cibernetica del Cnr, autonomo dall’università; nel 1981 fondò lo IIass (International Institute for advanced scientific studies); nel 1989 contribuì alla nascita di Siren, la Società italiana di reti neuroniche di cui fu presidente fino alla morte nel 1993.</p><p><i>Il carteggio con sua madre rivela uno scienziato che dava peso all’educazione umanistica. Parla con entusiasmo dei libri che acquista, consiglia la lettura in originale di Jonathan Swift, addirittura confida: “La mia passione per la poesia cresce ogni giorno… sta diventando più forte del mio interesse per la fisica, e spesso mi sono chiesto se ho, o non ho, sbagliato strada”.</i></p><p>Per lui gli studi classici erano fondamentali: <b>nei momenti di solitudine si confortava con Shakespeare e i pensatori greci</b>. Nutriva una spiritualità di cui non so in quanta misura oggi dispongano gli ingegneri che sviluppano l’Intelligenza artificiale. Al contempo riteneva importante, per gli umanisti, una formazione scientifica di base con cui corroborare le valutazioni che si fanno nella vita.</p><p><i>Come ha ritrovato il carteggio?</i></p><p>Alla morte di mia madre, svuotando casa, mia sorella Orietta ha raccolto l’epistolario che ho poi esaminato e risistemato in ordine cronologico. <b>Ero incerta sulla sua destinazione finché ho saputo dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano</b>.</p><p><i>Che effetto le ha suscitato la lettura?</i></p><p>Formativo, emozionante. Mi ha colpito anche l’epistolario precedente al periodo americano, che riguardava il rapporto di Eduardo e Carla prima del matrimonio. Si scrivevano tantissimo pur abitando nella stessa città: ogni lettera un’analisi reciproca densa di considerazioni psicologiche.</p><p><i>Quando si erano conosciuti?</i></p><p>All’università, poi mio padre era partito volontario per la guerra. Sopravvisse a El Alamein però si fratturò una gamba in Tunisia e riuscì a essere imbarcato sull’ultima nave ospedale diretta a Napoli, dove fu ricoverato e rincontrò mia mamma che faceva la crocerossina.</p><p><i>Un suo personale amarcord?</i></p><p><b>La casa di Posillipo in cui sono cresciuta: era un crocevia di scienziati da tutto il mondo in una città che viveva gli anni Sessanta all’insegna della vivacità culturale, mentre già maturavano i semi della contestazione giovanile</b>. Mio padre si confrontò serenamente con i suoi studenti perché non era un algido professore: aveva appreso dagli americani quella “informality” allora così rara negli atenei nostrani e che era diventata un suo tratto distintivo. Detestò sempre il servilismo accademico e la politica piegata a meri fini personali.</p>]]></description>
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				<title>Che cinema fai, paisà? La mostra di Venezia vista da fuori Italia</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Andrea Minuz</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Vabbè, ma l’hai visto Variety? L’hai letto Hollywood Reporter? E il Guardian?” Mi rispondono sempre così le mie fonti&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mostra-del-cinema-di-venezia_39396" target="_blank">veneziane</a>&nbsp;– amici, complici, informatori in servizio permanente al Lido – quando su WhatsApp chiedo se davvero il tal film italiano sia così “potente”, “necessario”, “imperdibile”, “candidato al Leone d’Oro”, come leggo sui nostri giornali, almeno quei due o tre di riferimento che si contendono i pochi lettori rimasti. E siccome poi a Venezia dai e dai ci si conosce tutti e si dorme negli stessi alberghi, la stroncatura su Variety diventa anche una piccola vendetta locale – da citare sottovoce, con gusto, tra uno spritz e l’altro davanti al Palazzo del Cinema: hai visto? Non lo dico mica io, l’ha detto Variety. Per carità: la critica non è una scienza esatta, vive di pareri opposti, si sa. Ma a volte questo scarto tra la difesa strapaesana del film italiano e lo sbadiglio anglosassone sembra, almeno a me, sempre più sintomo di un sistema. Lo si vede ancora meglio in quelle buone recensioni dove però si intravede un po’ di imbarazzo – quelle che lette al contrario, tipo Revolution n.9 dei Beatles, suonano come un subliminale “madonna che palle ma non posso dirlo”. Sono le mie preferite: piene di “film prismatico”, “film che non fa sconti”, “film difficile” (diventata anche categoria ministeriale). <b>Insomma, sempre più spesso, il film che a Roma è “il grande dramma familiare che ci mancava” a Los Angeles diventa “una cosa che fa venire il mal di testa”; l’attrice che da noi “si mette in gioco con coraggio” di là “è ridotta a macchietta senza motivazione”.</b> Succede con una certa regolarità, soprattutto se di mezzo c’è Venezia (e poi anche il contrario, certo – americani che esaltano cose che noi nascondiamo o ridimensioniamo, ci arriviamo dopo). E lasciamo perdere Nanni Moretti, quest’anno in concorso e caso da manuale di questa asimmetria geocinefila, perché Moretti, si sa, è una religione, la scientology del cinema italiano, ogni film un Concilio Morettiano Secondo in cui si decide chi scomunicare, degradare o reintegrare dopo lo scisma – qui gli americani non seguono, alzano le mani, come noi col baseball.</p><blockquote>Il film che a Roma è “il grande dramma familiare che ci mancava” a Los Angeles diventa “una cosa che fa venire il mal di testa”</blockquote><p>Prendiamo invece il film di Edoardo De Angelis, anche lui come Moretti in concorso a Venezia: Il fuoco che ti porti dentro, dal romanzo molto lodato di Antonio Franchini, che tutti a un certo punto mi dicevano di leggere – madre napoletana, figlio che scrive a Milano, rancori di famiglia, e incipit spietato sulla suddetta madre che puzza (quello l’ho letto). C’è Vanessa Scalera che molla Imma Tataranni, ha la faccia molto gialla, l’aria malandata, e tenta il gran salto nel film arthouse italiano, cioè da Rai Fiction a Rai Cinema, stesso palazzo, due piani più su. <b>Per i nostri, “Vanessa Scalera ha già vinto”, merita “almeno una coppa Volpi”. La macchina da presa di De Angelis “indaga e interroga più che limitarsi a osservare”, e il film “non legge Napoli e Milano come una banale opposizione geografica, ma come due temperature emotive: il fuoco e la distanza”.</b> Temperature emotive. Prosa alta. Film che interroga – che fa sempre un po’ paura: saremo preparati, avremo studiato abbastanza?</p><blockquote>A quanto pare “Il fuoco che ti porti dentro” di De Angelis è un film che interroga (!). Vanessa Scalera “ha già vinto”. Ma ci prendono in giro</blockquote><p><b>Poi do un’occhiata ai suddetti Variety &amp; Co. “Dio ce ne scampi”, “troppe urla”, “ho visto reality emotivamente più equilibrati”, “stufato ribollente di stereotipi nazionali” (quest’anno si portano molto i cliché gastronomici, a Moretti hanno dato del “tiramisù stantìo”). </b>Niente temperature emotive. Niente interrogatori. Ma “un insopportabile dramma familiare della vigilia di Natale”, dice proprio Variety, che nel pezzo si concede pure parecchi “la mamma è sempre la mamma”, scritto così, in italiano, prendendoci anche per il culo. A quel punto uno pensa: gli americani non capiscono niente, pensassero ai loro blockbusteroni. Oppure: meno male che almeno loro vedono i nostri film per quello che sono, senza circoletto, amichettismo, conventicole, patti coi David, quelle cose lì. Sono però forse due provincialismi speculari. Sono due modi diversi di non spiegare niente.</p><p><b>Nella vecchia golden age lo scarto tra critica italiana e americana c’era meno o – cosa più interessante ancora – era rovesciato: erano gli italiani a stroncare con gusto i “Maestri”, come Fofi con Fellini o un po’ con tutti. Il divario è cresciuto dopo, quando quel cinema lì è finito.</b> Un po’ perché quelli di prima erano tutti visti come brand nazionali, tutti pezzi di un unico cinema italiano come autobiografia collettiva, mentre quelli di dopo - Benigni, Sorrentino, Guadagnino, Rohrwacher – sono picchi isolati, brand di loro stessi. E un po’ perché i nostri critici istituzionali, visto anche l’andazzo generale, si sono messi a difendere il più possibile i film che portiamo ai festival e il sistema che gli gira intorno, in cui ci sono anche loro, anche con punte di orgoglio da prodotto-interno-lordo che prima si vedevano meno.</p><blockquote>Nella vecchia golden age lo scarto era rovesciato: erano gli italiani a stroncare con gusto i “Maestri”, come Fofi con Fellini. Poi quel cinema è finito</blockquote><p>Fermandoci agli italiani a Venezia, quelli di cui si parla – perché poi ce n’è una marea che resta sullo sfondo. Oltre a De Angelis e Moretti ci sono: Marco Bechis sulla dittatura argentina, Gianni Amelio sull’accoglienza e il rimorso, con Alessandro Borghi libraio a piazza Risorgimento, Roma; Anna Foglietta con famiglia in crisi silenziosa; Andrea Pallaoro che ha girato Echo Chamber, in inglese, con Vikander, Marinelli, Susan Sarandon, su un’ultima sceneggiatura lasciata nel cassetto da Bertolucci (e gran casino ministeriale per il mancato finanziamento come forse si ricorderà). Poi Mario Martone da Starnone, con Toni Servillo; poi Serpenti di Roberto De Paolis, un femminicida che non riesce a farsi arrestare; poi L’estranea di Paolo Strippoli, unico film di genere del gruppo, patto col diavolo compreso; e il documentario di Guadagnino su Bertolucci, sette ore e mezza e nuova unità di misura anche degli appuntamenti – non più “ci risentiamo a settembre”, ma “ci vediamo dopo il documentario su Bertolucci”. Immaginiamo anche la confusione del critico-non-italiano alle prese coi nostri film a Venezia. Eccolo uscire e entrare dalle sale e trovarsi sempre Alessandro Borghi (tre film al Lido) o Jasmine Trinca (due dei cinque in concorso). Non che sia colpa loro, per carità: <b>Borghi e Trinca sono ancora grandi, è il sistema che è diventato piccolo, e alla fine si pesca sempre lì.</b> E infatti, diversissimi come sono sulla carta, questi film hanno almeno due cose in comune: le case e Rai Cinema. Tante storie con personaggi chiusi dentro un appartamento, forse grande metafora del nostro “realismo domestico” – generone nazionale dove dentro casca quasi tutto. De Angelis chiude madre e figlio in un salotto milanese. Martone infila Toni Servillo tra quattro mura e un balcone. Pallaoro tiene Vikander e Sarandon dentro tre stanze romane che si spacciano per Londra. Amelio fa il contrario esatto e uguale: la casa del libraio Borghi si spalanca, si riempie di migranti, parenti, sconosciuti col trolley. Foglietta pianta la macchina da presa nella casa che di colpo si svuota – la figlia che parte per l’università, dramma indicibile. Il cinema del tinello, si diceva una volta storcendo il naso: la lite in cucina, la parentela come campo di battaglia, il dramma che si gira con due divani e tre sedie – ma senza Kate Winslet o Jodie Foster o Christoph Waltz come nel Carnage di Polanski, senza cioè quello star system che ti fa vedere anche film dove non succede quasi niente (chi se lo sarebbe visto Sette anni in Tibet senza Brad Pitt?). Il film di De Angelis è ambientato a Milano – il figlio è scappato lassù, fa l’editor, si è limato l’accento – ma “si sente solo Napoli”, si lamentano persino su Variety. Ha ragione. “Una storia ambientata in un appartamento del centro di Milano ma ricostruito a Napoli”, dice infatti la scheda: trionfo del realismo domestico a chilometro zero.</p><p><b>La seconda cosa in comune è quella decisiva: Rai Cinema. Sempre. Come un cognome di famiglia: Moretti, De Angelis, Pallaoro, Strippoli, Bechis, Foglietta.</b> Ecco una cosa che il critico di Variety magari non sa: Rai Cinema vuol dire che il film è grossomodo già pagato prima che tu compri il biglietto. La sala è un optional: se ci vai grazie, se non ci vai fa lo stesso, perché i soldi stanno a monte, nella prevendita alla televisione che è socia della produzione. Lo Stato a forma di Ministero produce, lo Stato a forma di Rai compra. Di conseguenza c’è una strana tensione anche nella critica italiana che certo conosce bene il meccanismo: sa già di guardare film che non sono fatti per il pubblico. Se poi andrà male in sala ce la possiamo sempre prendere col capitalismo – tanto qui siamo tutti contro, come ha ricordato giustamente Jasmine Trinca a Venezia. Uno dei pochi film non prodotti da Rai Cinema è Serpenti, di Roberto De Paolis, sezione laterale, Venezia Spotlight, che non sapevo neanche esistesse: uno dei pochi italiani della Mostra a non passare dal canone in bolletta. Film anomalo già dalla brochure: un uomo ammazza la moglie e non riesce a farsi arrestare, gira per commissariati dove nessuno lo prende sul serio, un avvocato che tenta di dissuaderlo dal costituirsi, un poliziotto più occupato dall’emicrania. Quel cinema feroce e grottesco – alla Petri, alla Monicelli – che non facciamo più (così mi dicono su WhatsApp, mi fido). E infatti è piaciuto agli americani, o almeno all’unico critico di New York che si sia accorto che esisteva: “satira spietata, cast esilarante”. Da noi, invece, se lo filano in pochi. Fuori dal recinto Rai, oltre a Serpenti, c’è La città dei vivi, dal romanzo di Lagioia, l’omicidio di Luca Varani ricostruito senza mostrare niente – film parcheggiato in “Orizzonti”: da noi si è detto soprattutto che “meritava il Concorso”, e infatti è finito a Toronto, via da Rai Cinema. Gli americani prendono anche sul serio, pure troppo, l’horror di Paolo Strippoli – 33 anni, orgoglio pugliese, premi e riconoscimenti in giro per il mondo. A Venezia però sento critici italiani mettere le mani avanti, “bello ma è un horror”, come per avvertire lo spettatore forse di settant’anni, come per dire, mezzo secolo dopo Shining, mica è una cosa seria, che ci fa qui? (Strippoli fa fare il diavolo a Valeria Bruni Tedeschi, già solo per questo ha la mia massima stima). L’horror, anche se qui si fatica ancora ad accettarlo, è uno dei pochi passaporti che possiamo permetterci. Un formato che si legge in qualunque lingua, senza traduttore, e che si vende, non passa solo in seconda serata su Rai3. Pallaoro idem: girare in inglese, due star, il fantasma di Bertolucci come ipoteca. Altro formato – l’autorialità d’esportazione. Non me lo vedrei neanche sotto tortura ma è progettato per uscire fuori, dopo Chiasso. E infatti se Variety stronca De Angelis – e si fila poco gli altri titoli - è perché Rai Cinema International lo vende come “titolo d’esportazione” (i festival non sono solo vetrine per i film, gli attori e la Palestina, ma mercati dove si vende e si compra). Il critico americano lo giudica invendibile, noi ci stringiamo nelle spalle: tanto a casa la partita è già incassata. Bertolucci postumo venderà forse qualcosa. E gli americani qui sono più clementi. Anche sulle case: De Angelis costruisce a Napoli una casa milanese e Variety lo prende in giro. Pallaoro fa la stessa cosa identica, un appartamento romano travestito da Londra, e subito diventa “spazio liminale”, scelta d’autore. I film si vendono anche così, soprattutto così.</p><p>Insomma, non è che gli americani ci vedano meglio o siano critici più bravi. È che guardano questi film dal lato del mercato – quella cosa che fa parte del capitalismo, che a Jasmine Trinca non va bene. E da quella angolatura lì capita di notare cose che a noi conviene non guardare.</p><blockquote>Non è che gli americani siano più bravi, ma guardano i film dal lato del mercato (quella cosa capitalista che a Jasmine Trinca non va bene)</blockquote><p>Ci sarebbe poi il pubblico, grande incomodo in questa storia, che statisticamente sembra comportarsi molto più come il critico americano, anche se non legge Variety. Tutto o quasi, insomma, si regge sul sistema Rai Cinema di cui magari il critico americano non coglie fino in fondo le implicazioni. Rai cinema e Venezia sono gli unici posti pubblici tenuti al riparo dalla lottizzazione della politica: niente spoil system o cineMeloni per Del Brocco e anche per Barbera, rimasto dov’era anche con Buttafuoco. In buona parte magari è un bene, per carità. Nel cinema è quasi sempre così: i festival vivono di relazioni costruite in vent’anni, cambiare i direttori a ogni giro le manderebbe in frantumi. Ci sono istituzioni monocratiche: non ho ricordi di Cannes senza Thierry Frémaux; Berlino ha avuto Dieter Kosslick per diciotto anni. Barbera dirige Venezia dal 2012, Del Brocco guida Rai Cinema dal 2010 – sedici anni, sotto governi di ogni colore. Imperi inviolabili. E va bene. Il problema però comincia dopo. Perché dietro Cannes c’è un mercato vero – la Francia ha la più alta affluenza in sala d’Europa – e un finanziamento con molte porte, il CNC. Là il direttore che resta vent’anni non crea nessun imbuto: le porte sono tante. Da noi la porta è quasi una soltanto. La stabilità si somma a un compratore obbligato – Rai Cinema che s’imbarca quasi mille film in sedici anni, tutti passati dalla sua scrivania – e a un botteghino che non conta. Il film è già pagato, la sala un optional, la critica applaude, e pazienza se qualcuno là fuori non capisce. Non è un complotto. Non è una casta. Non è un “circoletto”, ma un ecosistema che fa comodo un po’ a tutti e che regala anche – prima ancora che troppi film – attrici che se la prendono con il capitalismo e la produttività (avercene, di produttività).</p>]]></description>
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				<title>Agenda geopolitica e di genere di Venezia 2026</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:53:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il conto delle donne ormai affligge oggi direttore di festival del cinema. Pietrangelo Buttafuoco presidente della Biennale ci scuserà, insiste sul fatto che Venezia ospita una “Mostra d’Arte Cinematografica” (insiste anche sul baciamano alle signore, con eleganza). Ma sempre di un conteggio si tratta. <b>Quante donne in concorso? Quante donne premiate? Continuamente ci si chiede: quanti passi avanti si sono fatti verso parità dei sessi? </b>“Una regista e mezza in concorso quest’anno alla Mostra” ha calcolato qualcuno. Per “mezza” intendeva la co-regista Rachel Szor di “NAZA” (titolo che va scritto tutto maiuscolo, è la sigla per i danni collaterali a Gaza).</p><p>La regista “intera” si chiama&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/12/news/donne-a-venezia-il-leone-doro-a-woman-unknown-la-coppa-volpi-a-mathilde-arcel--407418" target="_blank">May el-Toukhy</a>, è una danese di origini egiziane: il suo film “Woman Unknown” racconta una cameriera sul punto di sposare il datore di lavoro, rimasto vedovo.  Siamo in Danimarca, nel 1945. Gli occupanti nazisti sono stati appena cacciati. Le donne colpevoli di collaborazionismo venivano punite. <b>Dopo il pestaggio, una svastica veniva tracciata con la vernice rossa sulla schiena</b>.</p><p>Deplorata la situazione – solo maschi, troppi maschi ovunque – <b>la presidente della giuria Maggie Gyllenhaal è stata inflessibile e coerente</b>. Il Leone d’oro è andato all’unico film in concorso diretto da una donna. “Woman Unknown” di May el-Toukhy. La scarsità di personaggi femminili da premiare ha regalato all’attrice del film – la molto emozionata e sorpresa Mathilde Arcel – anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione. Togliendolo alle sorelle Rooney, Kate e Mara, strepitose nel film di Werner Herzog “Bucking Fastards” (da leggersi invertendo le iniziali). Recitano all’unisono tutti i dialoghi, nel ruolo di gemelle speculari e un po’ matte, ispirate alla vera storia di Freda e Greta Chaplin, nate a York.</p><p><b>     Coppa Volpi per l’attrice, non siamo alla Berlinale o in altri festival woke dove non si fanno distinzioni</b>. Avrà una brillante carriera, e speriamo che per l’occasione imparerà a vestisi: un miniabito bianco che pareva tagliato a striscioline non è proprio in tono con la serata di gala. Officiata – come l’apertura e al netto di qualche papere – da Greta Scarano (con il ventaglio a fetta d’anguria per solidarietà con il popolo palestinese) e da Nicola Maupas (era nella serie carceraria “Mare fuori”).</p><p>L’altra Coppa Volpi l’ha vinta il grande John Malkovich. Meritatissima, ma considerato il clima e l’annuncio del direttore Alberto Barbera – “sarà una Mostra politica” – sospettiamo che abbia giocato a favore il personaggio. <b>Nel film “Wilde Horse Nine”, scritto e diretto da Martin McDonagh (forse il più bravo drammaturgo prestato al cinema) è un ex agente della Cia con l’Alzheimer</b>. Spiffera i segreti del mestiere e racconta di aver assistito all’assassinio di JFK “from the other side”. Con un collega è sull’Isola di Pasqua – pardon, Rapa Nui – a vedere i colossi – pardon, Moai.</p><p><b>     L’agenda geopolitica continua con “Un bon petit soldat”, diretto dal francese Stéphane Brizé</b>. Il momento “lavoro e sfruttamento” ai festival del cinema è roba sua. Sceglie come attrice Alba Rohrwacher, e viene premiato per la sceneggiatura. Il Leone d’argento per la migliore regia va a “Dau” di Ilya Khrzhanovsky. 20 anni di lavoro per raccontare la vicenda di un brillante fisico greco. In un laboratorio di ricerca segreto e molto sorvegliato dell’Unione Sovietica, per 40 anni è costretto a lavorare al progetto di una bomba atomica.</p><p>Premio speciale della Giuria, più che prevedibile, a “NAZA”. Interviste a militari protetti dall’anonimato che raccontano il lavoro sporco – anime belle, la guerra lo è sempre – per stanare a Gaza i fiancheggiatori di Hamas, che la sera tornano a dormire a casa.<b> I registi – israeliani – sono Yuval Abraham e Rachel Szor. Lui acchiappa il microfono per denunciare “la de-umanizzazione dei palestinesi”</b>. Lei – ricordate, era la mezza regista – non dice neppure una parola. Al film “Possible Love”, diretto dal regista di culto Lee Chang-dong – l’unico coreano che non va veloce – tocca il Gran premio della Giuria.</p><p>La pattuglia italiana – cinque  film in concorso su 21 – non ha fatto una gran figura. Nessun premio. Neanche a Paolo Strippoli con “L’estranea”, della cinquina il titolo più originale: scritto, diretto, e con un tocco horror (ma il regista rifiuta l’etichetta). Un regista poco più che trentenne – è nato nel 1993, e un film che piacerà al pubblico. <b>Non si può dire altrettanto di “The Echo Chamber”, diretto da Andrea Pallaoro su una sceneggiatura ritrovata in un cassetto di Bernardo Bertolucci</b>.</p>]]></description>
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				<title>Film troppo lunghi, bisogna saper tagliare: nell’arte come nella vita</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 09:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Saverio Raimondo</author>
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				<description><![CDATA[<p>Alla fine, <b>l’83esima Mostra di Arte Cinematografica della Biennale di Venezia</b> (il presidente Buttafuoco ci tiene che la dicitura sia completa), l’edizione preceduta e segnata dalle polemiche per una sola donna in concorso,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/12/news/donne-a-venezia-il-leone-doro-a-woman-unknown-la-coppa-volpi-a-mathilde-arcel--407418">è stata vinta proprio da quell’unica donna</a>. Peggio dei maschi solo l’Italia: nonostante ben cinque film in concorso, non portiamo a casa nessun premio della competizione principale.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">Nanni Moretti come Rino Gattuso</a>. Ora Malagò pensi anche al cinema italiano.</p><p>Cosa resterà di questa Mostra del Cinema di Venezia (scusi presidente Buttafuoco), a parte i premi per chi li ha vinti? Qual è lo stato del cinema, in generale? Io penso che <b>si facciano film troppo lunghi: 90 minuti è la durata giusta, 120 una deroga possibile da valutare caso per caso. Dal 121esimo minuto in poi c’è un problema</b> (di sceneggiatura, di regia, sicuramente di montaggio) <b>e il film non dovrebbe ottenere il visto censura</b>.</p><p>Bisogna saper tagliare, tagliare corto, farla breve: nell’arte come nella vita. Io stesso, nel mio piccolo (sono “tagliato” anche fisicamente, di statura non arrivo al mediometraggio), i pezzi che consegno a questo giornale li taglio il più possibile: per non annoiarvi e perché lo so che non avete tempo. E’ capitato dunque che in questi giorni da “imbucato speciale” alla Mostra del Cinema alcune scene veneziane siano rimaste fuori dalle mie cronache quotidiane dal Lido. Ve le lascio qui, come sul pavimento di una sala montaggio quando ancora si tagliava la pellicola alla moviola.</p><p>I biglietti per assistere alle proiezioni della Mostra del Cinema sono nominali: si accede con il proprio accredito sul sito, e ci si prenota. Se poi per qualche ragione non si può più andare a una proiezione fissata, ci si deve sprenotare: se si accumulano tre buche si viene bannati dal sito, e se ti incontra per strada uno della Biennale ti picchia sulle gengive. Inoltre, i biglietti non sono cedibili: questo lo sappiamo benissimo sia io che una ragazza alla quale una sera dico che l’indomani non andrò alla proiezione che mi ero prenotato perché devo andare a una festa – come i lettori di questo giornale sanno, per me al Lido le feste sono il dovere e i film il piacere, e il dovere viene prima del piacere se non altro per le bollette. La ragazza vorrebbe vedere proprio quel film a cui io non andrò, ma per il quale non ha trovato posto. Ci guardiamo, e pensiamo la stessa cosa: non si fa, però proviamo. Le do il mio biglietto. Mi sento da subito in colpa con la Biennale: la notte la passo in un sonno agitato, sogno Barbera che piange e Buttafuoco che viene a cercarmi con un forcone assieme a tutto il padiglione russo. L’indomani, all’ora x (cioè poco prima della proiezione) fisso il telefono in attesa di notizie dalla ragazza, la quale mi scrive “sono in fila per entrare”; ho i crampi dallo stress, mi cedono i nervi e grido al cielo “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”. Sei minuti dopo mi telefona la ragazza: è stata respinta. Il tipo all’ingresso che le ha scannerizzato il biglietto l’ha guardata e le ha detto: “Lei non mi sembra Saverio”. Non solo il biglietto è nominale, ma le maschere sono anche scrupolose. Che organizzazione perfetta che è la Biennale! Non li freghi mica. Mi affretto a sprenotare il mio biglietto; e una volta tornato dalla parte giusta della Storia, nonché calmate le mie pulsazioni cardiache, rifletto sul fatto che il woke è proprio finito. Se già solo due anni fa una maschera avesse osato dire a una ragazza che non gli sembrava un uomo, apriti cielo: scandalo, shit-storm sui social, dimissioni in blocco di tutta la Biennale e dall’anno dopo al posto della Mostra di Venezia si sarebbe tenuto un Festival di Cannes. Adesso invece fine della fluidità e dell’identity politics: una ragazza non è più libera di sentirsi Saverio Raimondo, non può pretendere di essere chiamata Saverio Raimondo se non lo è, e soprattutto né io né lei abbiamo visto questo film. Le proporrò di andarci assieme quando esce al cinema.</p><p>Isola Edipo è “un festival che unisce cinema, arte e musica; un luogo d’incontro nel cuore della Mostra del Cinema di Venezia”; ma è anche il punto del Lido dove si danno appuntamento i giovani, gli hipster, i creativi. Ci stanno i food track, le birre, il tramonto. E’ il Pigneto della Mostra del Cinema. Qui, uno dei primi giorni, è attraccata la nave del Venezia, squadra di calcio della città, quest’anno promossa in serie A: un galeone nero con la scritta “SERENISSIMA” sullo scafo, una roba vagamente minacciosa. Una volta attraccata, dalla nave scendono i calciatori accompagnati dalle rispettive fidanzate -nessuno è single, a quanto pare: i maschi in divisa come se stessero per scendere in campo, le femmine vestite come a un concorso di bellezza. Destinazione: red carpet. Ma prima qualcuno ha la brillante idea (visto che Edipo è uno spazio così giovane, così informale...) di tirare fuori un pallone. Il riflesso è pavloviano, e gli undici virgulti iniziano a palleggiare come fossero in area di rigore. Qualcuno si fa prendere la mano – anzi, il piede – e tira un pallonetto contro una natura morta composta da diversi Spritz Cynar allestita appositamente lì su un tavolino per le foto – il Cynar è lo sponsor della squadra. Risultato: i bicchieri saltano tutti per aria, e il loro contenuto diluvia addosso a una delle Miss fidanzate; la quale, non paga di essere già tutta bagnata e e con il trucco rovinato, si mette anche a piangere. Prontamente intervengono i soccorsi, con tamponi e trousse. Forse il passaggio sul red carpet si salverà, ma la relazione no.</p><p>L’ultima festa della 83esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è quella per il film “Ride”. Fra i partecipanti (al film come alla festa) ci sono Margherita Vicario, Ensi, Levante, Dade, Kaze, Kyshan Wilson, Johnny Marsiglia; alcuni di loro salgono anche sul palco, cantano, suonano. Il tutto è molto milanese, pare una serata al Plastic. A questa festa c’è un dettaglio che ho notato anche in un altro paio di party: l’area vip, cioè una zona della festa transennata, “limite invalicabile”, con dentro le celebrity – delle quali, senza nulla togliere agli illustri nomi di cui sopra, nessuna però è George Clooney o Nicole Kidman. All’inizio questa trovata cafona e demenziale fa sentire te, invitato ma non vip, un intruso anche se non ti sei imbucato; della serie “ti ho fatto un favore a metterti in lista, ma in realtà io qui non ti vorrei e ti faccio sentire uno sfigato”. Poi però ti accorgi che dentro la zona vip – minuscola, per altro – c’è un open bar tale e quale a quello fuori, la pista dove ballare è fuori, i bagni sono fuori, la vita è fuori. In una festa, è la zona vip a essere sfigata: ti dicono che un plus ma è un ghetto, te lo spacciano come privilegio ma è apartheid.</p><p>Io ormai a queste feste mi aggiro come Gianni De Michelis ai tempi d’oro: sbevazzo, ballo, incontro. Mi ferma un giovane in t-shirt, un po’ brillo come tutti, che mi fa:</p><p>“Ti vedo a tutte le feste!!!” (Scusate i tanti punti esclamativi, ma c’era la musica alta. NdA)</p><p>“Sì, io scrivo di questo sul Foglio!!!”</p><p>“Il Foglio???”, inorridito. “Il Foglio è l’unico giornale ad aver dato una stella al film su Gaza!!!”</p><p>“Beh, e non sei contento? Voglio dire, se ne avessero parlato bene ti avrebbe spiazzato e insospettito, avresti avuto dei dubbi sul film; mentre avendone parlato male ti rende orgoglioso delle tue certezze; o no?”.</p><p>Ci pensa un attimo, e poi ride: “Hai ragione!”. E ci abbracciamo.</p><p>Poi però, un quarto d’ora dopo, torna da me (si vede che non ha rimorchiato, o non vuole che rimorchi io, o entrambe le cose). Mi attacca un pippone sul fatto che la sinistra dovrebbe tornare a sparare. Io ribatto che non mi pare che gli spari manchino a questo mondo, specie di questi tempi. Lui ammette che sì, ma non da sinistra. Io controbatto che una pallottola, che arrivi da destra o da sinistra, è sempre una pallottola; e tendenzialmente io sarei contrario. Lui mi fa un’apologia dell’11 settembre e cita Luigi Magione come un modello; io gli faccio notare la contraddizione di avere come mito uno che ha ucciso con una pistola ma poi di essere contrari al riarmo. Allora lui mi fa: “Devo andare a pisciare”; e ci riabbracciamo, stavolta definitivamente. Io però a quel punto vado via dalla festa e corro a segnalarlo alla Digos.</p>]]></description>
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				<title>Chi sarà con noi a Milano per l&#039;evento &quot;Il futuro della mobilità&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 17:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Che cosa cambierà nella mobilità nei prossimi anni? La strada imboccata verso l’elettrificazione è davvero senza ritorno? Come trasformare in una vera opportunità la trasformazione che ci attende? Ne parliamo il&nbsp;15 settembre dalle&nbsp;9:30 alle 13:00 nella sede di Automobile Club Milano in corso Venezia 43.&nbsp;</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti,<b> la</b> <b>prenotazione è obbligatoria: mobilita@ilfoglio.it</b></p><p>Geronimo La Russa (Presidente ACI)<br>Pietro Meda (Presidente AC Milano)<br>Alfredo Altavilla (Special Advisor BYD per l'Europa)<br>Davide Archetti (General Manager Europa del Sud, Mobilità, Uber)<br>Niccolò Bellazzini (Brand Manager Sparco)<br>Michele Crisci (Presidente Volvo Italia)<br>Claudio D’Angelo (Mobility Market Leader di EY Europe West)<br>Liberale De Rosa (Innovation Manager Bosch Mobility)<br>Carlotta Gallo (Dirigente Polizia Stradale)<br>Mario Isola (Direttore Generale ACI Sport)<br>Dario Marrafuschi (Direttore Motorsport Pirelli)<br>Gianni Murano (Presidente Unem)<br>Massimo Nalli (Presidente e AD Suzuki Italia)<br>Roberto Pietrantonio (Presidente UNRAE)<br>Fabio Pressi (Ceo A2A E-Mobility e Presidente Motus-E)<br>Edoardo Rixi (Viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti)<br>Lorenzo Rossi (Ad Movyon)<br>Marco Santucci (Managing Director e Ceo Geely Italia)<br>Sergio Savaresi (Politecnico di Milano)<br>Roberto Vavassori (Presidente ANFIA)<br></p>]]></description>
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				<title>Il programma della Festa dell&#039;ottimismo 2026, a Firenze</title>
				<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 15:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Foglio torna a <b>Firenze</b> per la <b>Festa dell’ottimismo 2026</b>, una giornata di confronti e dibattito su politica e attualità con grandi ospiti. Ci vediamo <b>sabato 10 ottobre 2026</b>&nbsp;dalle 8:30 alle 18 nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio.</p><p>Si inizia con una rassegna stampa, con i giornalisti e le giornaliste del Foglio, che potrete incontrare durante la giornata a Firenze.</p><p>Sarà garantito il servizio interpretariato LIS, Lingua dei Segni Italiana.</p><p>L'ingresso è libero fino a esaurimento posti, <b>l'iscrizione obbligatoria</b> inviando una mail con nome e cognome a: <b>ottimismo@ilfoglio.it</b></p><p>Ospiti:</p><ul><li>Giuliano Amato (Già Presidente del Consiglio)</li></ul><ul><li>Giovanni Amoroso (Presidente Corte Costituzionale)</li></ul><ul><li>Chiara Appendino (Deputata M5S)</li></ul><ul><li>Angelo Bonelli (Deputato e leader di AVS)</li></ul><ul><li>Carlo Calenda (Segretario di Azione)</li></ul><ul><li>Guido Crosetto (Ministro della Difesa)</li></ul><ul><li>Giuseppe Cruciani (Giornalista e conduttore radiofonico)</li></ul><ul><li>Vincenzo De Luca (Sindaco di Salerno)</li></ul><ul><li>Luigi Di Maio (Rappresentante speciale dell'Ue per la regione del Golfo)</li></ul><ul><li>Giovanbattista Fazzolari (Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri)</li></ul><ul><li>Raffaele Fitto (Vicepresidente esecutivo della Commissione europea)</li></ul><ul><li>Lorenzo Fontana (Presidente della Camera)</li></ul><ul><li>Daniela Fumarola (Segretaria generale della CISL)</li><li>Sara Funaro (Sindaco di Firenze)</li></ul><ul><li>Paolo Gentiloni (Già Presidente del Consiglio)</li></ul><ul><li>Naja Mathilde Rosing (Miss Grand Greenland 2024)</li></ul><ul><li>Ignazio La Russa (Presidente del Senato)</li></ul><ul><li>Mario Monti (ex premier)</li></ul><ul><li>Carlo Nordio (ministro della Giustizia)</li></ul><ul><li>Roberto Occhiuto (Presidente Regione Calabria)</li></ul><ul><li>Gianfranco Paglia (Ten. Col. dell'Esercito italiano e medaglia d'oro al valor militare)</li><li>Remo Pannain (Avvocato e inventore di Super magic)</li></ul><ul><li>Matteo Piantedosi (Ministro dell'Interno)</li><li>Gilberto Pichetto Fratin (Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica)</li></ul><ul><li>Pina Picierno (Vicepresidente Parlamento Europeo)<br></li><li>Fabio Pinelli (Vicepresidente del Csm)<br></li><li>Matteo Renzi (Già Presidente del Consiglio e leader di Italia Viva)<br></li><li>Saverio Raimondo (Comico)</li><li>Paolo Ruffini (Attore e conduttore tv)</li><li>Luca Zaia (Presidente del Consiglio regionale del Veneto)</li></ul>]]></description>
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				<title>Tutti gli eventi del Foglio nel 2026</title>
				<pubDate>Fri, 28 Nov 2025 15:07:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel corso dell'anno il Foglio organizza una serie di eventi aperti al pubblico su vari argomenti, dall'economia allo sport, dalla politica all'innovazione. A ospitarci sono alcuni degli spazi più interessanti e delle città più belle d'Italia: Firenze, Venezia, Milano... Ma, soprattutto, il cuore e l'anima di queste iniziative sono i nostri ospiti.</p><p>Ecco un calendario del 2026 per essere sempre aggiornati sulle novità in arrivo.</p><h2>28 marzo 2026. Festa dell’Economia e dell’attrattività</h2><p>La competizione non fa paura. Cercasi nuova agenda</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: economia@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 aprile 2026. Festa dello Sport Milano, Stadio Giuseppe Meazza</h2><p>Una giornata di dibattiti, incontri e ospiti speciali. Un altro modo di raccontare lo sport</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: sport@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>Maggio 2026. Evento Osservatorio Donne e Moda</h2><p><br></p><h2>6 giugno 2026. La Festa dell'Innovazione</h2><p>Per mettere a fuoco i temi più importanti dello sviluppo tecnologico e del suo impatto culturale sulle nostre vite</p><p>Venezia, The Home of the Human Safety Net</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: innovazione@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>16 luglio 2026. Smart City Italia, rivoluzioni immobiliari</h2><p>Come trasformare la città del futuro nella città del presente. Idee per una nuova agenda sulle Smart City. Tutte le rivoluzioni immobiliari che stanno cambiando le nostre città</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede di Banco BPM in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12<br><br>Gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: smartcity@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>15 settembre 2026. Il futuro della mobilità</h2><p>Milano, Sede AC Milano</p><p>Che cosa cambierà nella mobilità nei prossimi anni? La strada imboccata verso l’elettrificazione è davvero senza ritorno? Come trasformare in una vera opportunità la trasformazione che ci attende? Con Umberto Zapelloni, curatore del Foglio Mobilità, e i giornalisti del Foglio</p><p>L'ingresso è gratuito e libero fino a esaurimento posti, la prenotazione è obbligatoria: mobilita@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>10 ottobre 2026. Festa dell’ottimismo</h2><p>Una giornata di dibattiti con grandi nomi del panorama politico e culturale italiano e i giornalisti del Foglio, in uno dei più bei luoghi d'Italia</p><p>Firenze, Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento</p><p>iscrizioni: ottimismo@ilfoglio.it</p><p><br></p><h2>26 novembre 2026. Festa agricoltura e sostenibilità</h2><p>L’agricoltura è cambiata e sta cambiando. Proviamo a ri-raccontarla, con uno sguardo serio, ampio e divulgativo</p><p>Milano, Sala delle Colonne, sede Banco BPM</p><p>iscrizioni: agricoltura@ilfoglio.it</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2026/09/04/news/per-chi-suona-la-campanella-il-nuovo-numero-del-foglio-europeo--406487</link>
				<title>Per chi suona la campanella. Il nuovo numero del Foglio europeo</title>
				<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli speciali del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Da venerdì 4 settembre è in edicola il nuovo numero del mensile del Foglio a cura di Paola Peduzzi. Lo trovate in edicola e&nbsp;<a href="https://edicola.ilfoglio.it/?editionStart=Il%20Foglio">in digitale qui</a>, oppure&nbsp;<a href="https://foglioeuropeo.ilfoglio.it/en/">al sito in inglese</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://foglioeuropeo.ilfoglio.it/">in italiano qui</a>. Ecco le storie, le interviste e gli appuntamenti di questo mese.&nbsp;</i></p><p>È arrivato settembre, indaffarato, a volte crudele, pieno di buoni propositi. Questo numero del Foglio Europeo è dedicato al <b>rientro</b>, le illustrazioni di <b>“Per chi suona la campanella” </b>sono, come sempre, di Paolo Beghini.</p><p>Per raccontare il rientro a scuola abbiamo scelto alcune storie. La prima riguarda <b>le ragazze di Ceuta,</b> quelle arrivate nel mezzo dell’estate dal Marocco e rimaste lì, senza genitori. Sono state ospitate in alcune scuole, che però ora sono state sgomberate perché i ragazzi e le ragazze che abitano a Ceuta devono tornare sui banchi. <b>Paola Peduzzi scrive che nessuno pensa al diritto allo studio di questi minori non accompagnati che sono rimasti nell’exclave spagnola</b>, in mezzo a violenze e pasticci politici, e disegnano sogni e tristezze. <b>William Ward ci porta nel sistema scolastico britannico</b>, da cui anche il continente europeo prende ispirazione, e in particolare nelle <b>Academies</b>, che spesso accolgono studenti delle classi sociali meno agiate. <b>Sono scuole severissime dalle performance eccezionali</b>. <b>Ester Viola</b> mette a confronto il <b>principe teenager inglese George con suo padre William</b> e ci spiega come è cambiata l’educazione dei reali. <b>Assia Neumann Dayan</b> ha studiato <b>i parchi giochi europei</b>, li ha confrontati con quelli italiani, ricavando così un racconto preciso non solo di come giocano i bambini europei, ma di come sono i loro genitori.</p><p>Ospitiamo anche lo splendido essay di un autore europeo che amiamo molto, <b>Robert Menasse</b>, che analizza un tema di cui si è parlato molto da ultimo: l’allargamento. Menasse si occupa <b>dell’allargamento europeo a est, nei Balcani occidentali, e dei suoi paradossi</b>. Luciana Grosso è stata in <b>Islanda</b> e va a fondo del <b>“no” al referendum</b> per la riapertura dei negoziati di adesione con l’Ue: no, <b>non c’entra solo la pesca</b>. A proposito di isole: <b>Filippo Lubrano</b> è stato a <b>Malta</b>, ci ha fatto un <b>reportage economico-tech</b> e del talento di giocare in anticipo dei maltesi. Poi certo, c’è <b>quell’ombra enorme dell’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia</b>: gli esecutori del suo assassinio sono stati condannati, il presunto mandante è stato invece scagionato proprio in questi giorni.</p><p>La prossima settimana si celebrano i <b>25 anni (25!) dall’attentato alle Torri gemelle a New York</b>, l’11 settembre del 2001. <b>Marco Bardazzi</b> ha avuto una bella conversazione con <b>Max Bergmann</b>, un analista che conosce bene le relazioni internazionali e che ci spiega <b>come si è passati dalla solidarietà europea di allora al matrimonio senza amore</b> che è rimasto tra le due sponde dell’Altlantico. <b>Flaminia Bussotti</b>, che ci scrive da Berlino, racconta <b>le case dell’esilio americano di Thomas Mann, a Los Angeles</b>: è un buon modo per ricordare le battaglie democratiche che hanno scandito e salvato l’occidente.</p><p>A <b>Kyiv</b>, <b>Kristina Berdynskykh è andata al funerale di Oleksii Yukov, il “cercatore di anime”</b>. Tempo fa, Kristina lo aveva cercato per intervistarlo, lui le aveva detto che non poteva spostarsi dal Donbas, dove da anni andava alla ricerca dei corpi e dei resti dei corpi dei soldati ucraini uccisi dai russi per poterli riconsegnare alle loro famiglie. Yukov non diceva “corpi”, diceva “anime”, e <b>ha permesso a molti ucraini di dare sepoltura ai loro cari</b>. All’inizio di agosto <b>è stato ucciso da una mina</b>.</p><p>A Bruxelles, <b>David Carretta</b> ci anticipa l’agenda delle istituzioni europee di settembre: c’è molta attesa per <b>il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen</b> e anche del suo <b>ospite d’onore</b>, il premier canadese <b>Mark Carney</b>.</p><p>Infine <b>Livia Chiriatti</b> ci porta a curiosare negli <b>eventi culturali sparsi per l’Europa</b>, partendo <b>dall’arazzo più chiacchierato</b> di questo rientro.</p><p>Buona lettura.</p>]]></description>
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				<title>Vannacciani per Putin. Nel silenzio di Vannacci, la sua rete diventa una succursale non ufficiale di Russia Today</title>
				<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 15:37:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dentro il cavallo di Troia ci sono i soldati in attesa di comandi. C’è chi però non riesce ad aspettare, apre una fessura e scaglia frecce di propaganda. Russa, si intende. &nbsp;In una foto realizzata dall’AI, il generale Roberto Vannacci innalza uno shottino di vodka in faccia al Financial Times, che lo ha accusato di essere uno strumento della <i>disinformatja </i>di<i> </i>Mosca. Il post è sul suo profilo social ufficiale, ma sono i suoi seguaci a far rimbalzare i suoi messaggi in giro per i social, spesso esasperandoli fino all’assurdo. Un assurdo artificiale, chiaramente. E mentre su X esplode il generale supereroe esoterico (<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/09/03/news/il-vannaccismo-esoterico-che-frulla-induismo-e-nazismo-con-lai--406285" target="_blank">recuperare Andrea Venanzoni del 3 settembre sul Foglio</a>), su Instagram c’è la sua versione da antico romano, con qualche variazione sul tema. <b>Sopra la didascalia “Meglio amici che nemici. Robutin Vladicci” </b>c’è un fotomontaggio del generale e di Vladimir Putin a cavallo, entrambi sorridenti e senza maglietta. In un’altra immagine il presidente russo versa da bere vodka a Vannacci, in un’altra ancora mangiano spaghetti a tavola.&nbsp;</p><p>A metterle in circolo è Robertus Vannaccius, account già ricondiviso da Vannacci e dai suoi comitati costituenti, spesso derubricato a “satira irreale”, che nelle ultime ore ha spinto l’acceleratore sulla sua produzione filoputiniana (e antimeloniana). Nel giro di una giornata sul suo profilo sono comparse decine di storie Instagram in cui la premier Giorgia Meloni e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sono ritratti come cocainomani. Prima una foto con due aspirapolvere (nominati come i due leader politici), poi due fotomontaggi alla Scarface rinominati <b>“Cokraine”</b>, in cui hanno davanti una montagna di cocaina. E’ una delle narrazioni più ricorrenti nella disinformazione filorussa contro Zelensky: l’idea che il presidente ucraino sia un corrotto consumatore di droga, e che i leader europei che lo sostengono ne condividano la decadenza. Russia Today, network televisivo del governo russo già limitato dall’Ue, aveva usato lo stesso giochetto nel giugno 2025. <b>“Tutto bene Giorgia Meloni? Avete fatto troppa festa con Zelensky&nbsp;a L’Aja?”</b>, si chiedeva il profilo di Rt ripubblicando un video in cui la premier si stropiccia il naso a margine del vertice&nbsp;Nato. Oggi quello stesso argomento viene fatto proprio da uno dei content creator più popolari del mondo vannacciano. Nel silenzio del generale. Ma non del noto influencer vicino agli ambienti di destra Robby Giusti, che sui social ha bollato come vergognose le accuse mosse alla premier: "Mi aspetto una tua risposta immediata, che tu dica che queste cose non ti rappresentano", ha detto rivolgendosi a Vannacci.</p><p>Ad accendere la miccia è stata la premier stessa, che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/12/news/kyiv-alleati-economia-futuro-vincere-si-puo-meloni-a-tutto-campo--407411" target="_blank">intervistata dal Foglio</a>&nbsp;ha definito una regola d’ingaggio ben precisa per la prossima coalizione di centrodestra: non si torna indietro sul supporto a Kyiv. La base vannacciana, fino ad ora abbastanza mite con Meloni, è esplosa di rabbia, e Robertus Vannaccius è diventato un nastro trasportatore di propaganda putiniana. Prima ha pubblicato una foto in cui il generale abbraccia Putin a favore di camera, poi un video dove Zelensky e Meloni si baciano appassionatamente (didascalia: <b>“Tra coco…nani ci si intende”</b>), e dopo un’intervista di Marco Travaglio: “Zelensky è un po’ come un ragazzo drogato a cui i genitori non hanno mai avuto il coraggio di disintossicarsi”. E dopo aver attaccato Carlo Calenda (“altro ukrainomane”), dice che è tutto un gioco: <b>“Sono meme provocatori. C’è a chi piace lo shock humor stile South park”</b>. I commenti degli utenti però brulicano di bandiere russe e messaggi che festeggiano l’unione vannaccian-putiniana. I comitati locali di Fn non sono da meno. Quello di Lucera, ad esempio, ha pubblicato un’immagine AI di Zelensky sorridente. Alle sue spalle ci sono le macerie di un bombardamento, con tanto di pompa di benzina che segna 3 euro a litro. “Ci hanno detto che Putin è il cattivo. Intanto quando l’Europa ci ha vietato l’utilizzo delle risorse russe TUTTO è aumentato”, recita il post.&nbsp;</p><p>Il 20 agosto, poi, la pagina “Futuro nazionale Roma” (20 mila follower) se ne esce con un reel in onore a Daria Dugina, sostenitrice dell'invasione russa uccisa nel 2022 nell’attentato che aveva come probabile obiettivo proprio il padre, <b>Aleksandr Dugin</b>, ideologo ultranazionalista russo spesso indicato come vicino ai circoli nazionalisti e imperiali che hanno accompagnato la guerra di Putin.“La ricordiamo per il lascito culturale e umano che ha affidato a una generazione – si legge nel post – . L’idea di un’Europa nuova, libera, sovrana e capace di pensarsi dentro un mondo multipolare”.&nbsp;</p><p>Un altro comitato costituente con più di 3 mila follower ha ribaltato le accuse del Financial Times: in una foto AI il cavallo di Troia ha le sembianze di Calenda, tanti piccoli Zelensky escono fuori mentre Guido Crosetto conta contento i soldi del <b>“riarmo”</b>. “Famiglie europee senza prospettive? Tranquilli, prima viene sempre Kiev”, si legge.&nbsp;</p><p><b>La satira è la scusa, la sicurezza energetica la giustificazione</b>. L’AI fa tutto il resto: trasforma in immagini il sogno di una riconciliazione (e una spaghettata) con Putin, sfornando a ciclo continuo munizioni contro Meloni, Zelensky e chiunque difenda Kyiv. I deputati di Vannacci parlano della necessità di ripristinare i rapporti commerciali con Mosca, mentre la base vannacciana fa ciò che gli esponenti di Fn non possono fare in pubblico: supportare Putin agendo da megafono di insinuazioni e attacchi.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Il troll chiamato Vannacci</title>
				<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 06:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il generale Vannacci è come uno specchio per Giorgia Meloni.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-ai/2026/09/08/news/le-incoerenze-salvifiche-di-meloni-spiegate-da-vannacci--406818">Lo specchio di ciò che Meloni poteva essere</a>, e per qualcuno doveva essere, quattro anni fa. E lo specchio di ciò che è diventata quattro anni dopo il record di governo. La coerenza per Vannacci non è esattamente pane quotidiano e un politico uscito da un partito pochi mesi dopo aver giurato che non sarebbe mai uscito da quel partito non ha grandi patenti da usare per misurare la coerenza degli altri. Ma ci sono temi su cui la coerenza che Vannacci chiede a Meloni misura i passi indietro della premier rispetto alle sue promesse e altri temi su cui invece la distanza di Meloni dal suo passato misura i suoi progressi, la sua crescita. Sulla politica estera, il troll chiamato Vannacci non fa altro che mostrare una verità che offre balsamo: l'antieuropeismo sbandierato da Meloni anni fa oggi è solo un ricordo. Sulle preferenze, invece, il troll chiamato Vannacci mostra una fragilità di Meloni: un tempo la leader di Fratelli d'Italia rimproverava i partiti rivali di essere privi di coraggio, a non approvare le preferenze, oggi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/11/news/meloni-infuriata-con-la-russa-sulle-preferenze-la-catena-di-errori--407208">il coraggio di non combattere per avere preferenze piene manca alla premier</a>. La legge elettorale, in verità, se mai andrà in porto, contiene un abbozzo di preferenze, ma la partita è chiara: in campagna elettorale, Meloni consentirà a Vannacci di ricordare ciò che poteva essere e non è stato, a destra, o userà ciò che è stato fatto al governo per dimostrare che la nuova destra è migliore di quella a cui si ispira il generale amato dai patrioti per Putin?</p><p>&nbsp; &nbsp; &nbsp;</p><p>&nbsp; Quello che avete letto&nbsp;è un estratto dalla newsletter del&nbsp;direttore Claudio Cerasa, La Situa.&nbsp;<a href="https://lab.ilfoglio.it/newsletter.html?_gl=1*1la6i0z*_ga*MTM1ODEyMjYzNS4xNzAwMjIwNTg1*_ga_YHSEY9805R*czE3NzIxOTkxOTgkbzE3NTckZzEkdDE3NzIyMDA5MzQkajU1JGwwJGg0NTY2NDExMDU.*_ga_XP8XWMTXKK*czE3NzIyMDAzMzQkbzI1NCRnMSR0MTc3MjIwMDkzMyRqNTYkbDAkaDA." target="_blank">Potete iscrivervi&nbsp;qui, è semplice, è gratis.</a></p>]]></description>
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				<title>Violenza sessuale, o il danno delle norme che vogliono essere anche un messaggio</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 11:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Gian Domenico Caiazza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le virulente polemiche sorte intorno all’episodio della 13enne aggredita sessualmente dal commesso bengalese, e soprattutto le modalità di diffusione mediatica della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/02/news/il-violentatore-di-torino-e-straniero-ma-i-giornali-si-autocensurano-il-trionfo-del-woke-giudiziario--406233" target="_blank">notizia</a>, costituiscono il segno più lampante dei danni catastrofici causati da norme penali segnate dalla insana pretesa di assolvere (anche) finalità ideologiche e di “messaggio” politico-culturale. La riforma del reato di violenza sessuale del 1996 rappresentò per molti versi una svolta storica nel progresso civile del nostro paese, soprattutto per aver finalmente collocato quel genere di reati nel capo dei delitti contro la persona e non più dei delitti contro la morale pubblica. <b>Ma la scelta, sistematica e semantica, di qualificare con la sola e comune dizione di “violenza sessuale” sia le “violenze carnali” che gli “atti di libidine violenti” fino ad allora vigenti, piegò invece impropriamente la norma al tributo ideologico e simbolico</b>.</p><p>Quando le norme sono scritte con lo stesso spirito con il quale si scrive uno slogan, causano solo guai. Si volle dire: qualunque atto sessuale posto in essere senza consenso è una violenza sessuale, e ogni distinzione anche solo semantica ci riporterebbe agli intollerabili cascami culturali del codice penale fascista. Senonché, qualunque titolazione si voglia dare alla rubrica di un reato, nella esperienza umana di ciascuno di noi appare inconfutabile che non tutti i comportamenti riconducibili a quella ipotesi di reato vengano percepiti con eguale giudizio di disvalore. E questo è talmente ovvio che la stessa riforma del 1996, sotto il cappello di quella ottusa forzatura ideologica, contemplò e regolò comunque questa incancellabile verità, prevedendo la riduzione della pena nientedimeno che “fino a due terzi” in caso di violenze sessuali di “minore gravità”.</p><p>Un pastrocchio, perché la medesima norma dice: non azzardatevi a chiamare altrimenti che violenza sessuale anche quei comunque riprovevoli comportamenti che fino ad allora la giurisprudenza descriveva come “toccamenti intrusivi, baci forzati, palpeggiamenti non consentiti” etc; ma poi affida alla totale discrezionalità del giudice di applicare esattamente ad essi (a quali altri, sennò?) una diminuzione della pena (“fino a due terzi”) addirittura superiore a quella che il codice fascista prevedeva per i c.d. “atti di libidine violenta” rispetto alla “violenza carnale” (un terzo). <b>Ipocrisia e stupidità populistica in purezza</b>. Se non bastasse, è utile sapere che inevitabilmente l’anno scorso la Corte costituzionale, dopo aver preso atto che questa formidabile diminuente può trovare applicazione anche per violenze sessuali aggravate (ad es. se commesse – guarda tu – in danno di minorenni), ne ha esteso l’applicabilità – rimessa ancora una volta alla discrezionale valutazione giudiziaria del caso concreto – perfino alla violenza sessuale di gruppo, che è quella, tra tutte, la più gravemente sanzionata. <b>Possono dunque accadere, norme alla mano e come è del tutto ovvio che sia, anche violenze sessuali di gruppo “di minore gravità”, con pena diminuibile fino a due terzi</b>. Insomma, ecco a voi, in tutto il suo splendore, un fulgido esempio di irredimibile ottusità del <i>politically correct</i>: in nome della ortodossia semantica, si è preferito affidare ambiti di discrezionalità davvero giganteschi al giudice, piuttosto che prevedere definizioni normative testuali più rigorose e soprattutto vincolanti per il giudice medesimo. Se queste nozioni elementari che mi sono qui limitato a riassumere fossero state doverosamente approfondite in occasione della vicenda del commesso bengalese, sarebbe rimasto del tutto immutato e legittimo il diritto di criticare la scelta cautelare del gip torinese del solo obbligo di firma e non del carcere come richiesto dal pm (questione ora infatti al vaglio dei giudici del Riesame); <b>ma almeno ci saremmo risparmiati il vergognoso ricorso alla metodica, cinica e volgare manipolazione della verità, che ha sobillato gli animi, inferocito la pubblica opinione, seminato odio e veleno</b>.</p><p>L’ordinanza della gip di Torino descrive in modo inequivocabile una condotta consistita – uso qui la vecchia terminologia giurisprudenziale – in “palpeggiamenti non consentiti” verso la povera ragazza. Quindi “violenza sessuale su minore” – e di questo odioso reato il responsabile pagherà certamente il fio – ma nessuno “stupro di una bambina”, come ho sentito urlare o scrivere a caratteri cubitali non dai soliti leoni da tastiera, ma innanzitutto da direttori di quotidiani – come dire – fatti e rifiniti, da opinionisti di prima fascia e da esponenti della politica ai suoi massimi livelli anche istituzionali. La responsabilità primaria, come ho qui cercato di raccontare, è certamente della <b>sciagurata scelta normativa di negare distinzioni semantiche a comportamenti la cui diversa gravità vien poi riconosciuta dalla stessa legge, “nascosta” dalla previsione di una attenuante addirittura demolitoria</b>. Ma la scelta di chi, per responsabilità e funzioni assolte, non ha esitato un secondo a venire meno al proprio dovere di informare la pubblica opinione nel rispetto minimo della verità dei fatti, ha scritto una delle tante pagine umilianti della politica che ci tocca ormai vivere, in questi tempi così difficili.</p>]]></description>
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				<title>Serpenti</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un tizio entra in un commissariato per confessare che ha appena ucciso la moglie. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di questo film che subito vira verso l’assurdo. Quel tipo di avventure da commissariato e tribunale che sembrano non finire mai. Salga le scale, scenda le scale, aspetti qua, il commissario è fuori stanza, qui ci sono turni e precedenze, cosa crede, ma lei cosa ci fa qui? (quando ti dimenticano in una saletta per ore). Paolo Marra – l’attore è Leonardo Lidi, volto impassibile dall’inizio alla fine – esce dopo aver ucciso la moglie. E’ successo in casa. In un giorno qualunque. Ora è assalito dal senso di colpa – quel peso che si fa sentire dopo, mai prima: eppure basterebbe qualche scrupolo, anche piccolo – e vuole costituirsi. Cammina verso il commissariato, chiede di entrare per confessare l’uxoricidio, e lo parcheggiano su una sedia. Attorno non c’è mica la folla, ogni tanto passa un agente. Per esempio Alessandro Borghi, che lo ascolta. Ma poi bisogna aspettare il superiore. Altra attesa. Gli dicono che deve avere un avvocato, e gliene procurano uno d’ufficio – Pietro Castellitto, che lo riceve nella vicina pasticceria. “Serpenti” è scritto da Roberto De Paolis Maino e dai fratelli Damiano e Fabio d’Innocenzo con cristallina semplicità, senza arzigogoli e fioriture, e diretto con altrettanta linearità – ma ormai le pareti gialline ricordano “Backrooms”. Era alla Mostra di Venezia, un momento di respiro tra tanti film con pretese.</p>]]></description>
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				<title>Tony - Diario di un giovane cuoco</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Di Anthony Bourdain conoscevamo il primo e molto pettegolo libro, <b>“Kitchen Confidential”</b>. Roba da non andare mai più al ristorante: la sporcizia regnava sovrana, i cuochi erano rissosi e autocompiaciuti – per non dire vanesi, ognuno convinto di essere il meglio, a dispetto della rigida gerarchia in cucina (imparata per sempre guardando “Ratatouille”). “Tony” racconta l’estate del 1970, la futura star della cucina raccontò in casa di aver vinto una borsa di studio per una scuola di scrittura residenziale. Era una convinzione – diciamo così – “personale”, non era vero niente. Finì senza un soldo nella cittadina balneare di Provincetown, Massachusetts – attorno vediamo i manifesti del film “Lo squalo”. Ci arrivò seguendo una ragazza che gli piaceva. Andò a fare il lavapiatti nel ristorante di Antonio Banderas, dove già lavora Leo Woodhall, altro giovanotto sbandato. Tony viene svegliato ogni mattina con una secchiata d’acqua, come si conviene a chi è andato a letto ubriaco fradicio. Sappiamo purtroppo la brutta fine di Anthony Bourdain, morto suicida nel 2018 durante una crisi depressiva. Sappiamo come andrà a finire, e sembra saperlo anche il cuoco Banderas che gli racconta di Vatel, il cuoco di Luigi XIV, suicida perché il pesce comprato per il banchetto reale non era arrivato in tempo. Dominic Sessa è perfetto nel ruolo, già lo avevamo ammirato in “The Holdovers - Lezioni di vita” di Alexander Payne.</p>]]></description>
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				<title>Emma Bonino e la forza di saper dividere</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 14:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Bisogna provare a fare uno sforzo quando si ricorda <b>Emma Bonino</b>. Non la si può descrivere come una leder ecumenica che metteva tutti d'accordo. La forza di Emma Bonino è stata quella di sapere dividere, di saper provocare, di sapere anche fare arrabbiare molto coloro che non avevano le sue stesse idee, ma con la forza di chi mette il proprio corpo e la propria vita a servizio delle proprie. E anche alcune volte di aiutare chi ha un pensiero diverso a rafforzarlo, perché può confrontarsi con chi ha delle idee diverse e le espone in un modo chiaro, limpido, provocatorio e dirompente.&nbsp;</p><p>Di Emma Bonino stiamo tutti ricordando le sue battaglie per i diritti, il divorzio, l'aborto fino al tema del fine vita. <b>Ma ci sono altri diritti che andrebbero messi in rilievo: per esempio i diritti che lei mise in campo dopo l'11 settembre. </b></p><p>Oggi è 11 settembre&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/11/news/il-tarlo-delloccidente-25-anni-dopo--407209">e venticinque anni fa, dopo l'attacco alle Torri gemelle</a>&nbsp;Emma Bonino cominciò molto più di molti altri suoi colleghi a comprendere fino in fondo la minaccia dell'islamismo radicale. Su questo tema è stata molto divisiva e ha diviso anche coloro che l'hanno seguita in altre battaglie. Allo stesso modo, in tutti questi anni, come in fondo fece anche Pannella, Emma Bonino non ha mai avuto paura di difendere l'unica democrazia del medio oriente come è <b>Israele.&nbsp;</b></p><p>C'è infine una battaglia fondamentale: quella <b>dell'europeismo</b>, che ha unito più persone di quante non ne abbia diviso con altre battaglie. Anche in questo caso Bonino ha messo la difesa dell'europeismo prima di ogni altra cosa e ha utilizzato la politica nelle sue mille sfumature per raggiungere alcuni obiettivi. D'altra parte, quando Bonino è diventata commissaria europea lo è diventata grazie all'indicazione di un governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi.</p>]]></description>
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				<title>La legge elettorale in Senato. La quasi frattura del governo sulle preferenze. Renzi: &quot;Meloni non si faccia intimidire&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 12:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>In Senato è ripresa la discussione generale sulla legge elettorale, cominciata ieri, quando l’aula di Palazzo Madama ha respinto le quattro questioni pregiudiziali presentate da Pd, M5s, Avs e Iv. Poco dopo mezzogiorno però i lavori sono stati sospesi per riprendere alle 14.30. La richiesta di sospensione, avanzata dal capogruppo di Fratelli d'Italia <b>Lucio Malan</b> per assicurare "continuità nelle votazioni" è stata accolta dalle opposizioni. "Siccome vedo i senatori di maggioranza già provati e stanchi credo sia opportuna questa pausa", ha ironizzato il capogruppo del Partito democratico Francesco Boccia. <b>Terminata la riunione di maggioranza nella sala del governo al Senato, dove si sono riuniti la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati, i capigruppo di maggioranza, gli sherpa del centrodestra e il presidente della commissione Affari Costituzionali Andrea De Priamo, la coalizione compatta avrebbe deciso di non votare con le opposizioni sull'emendamento sulle preferenze.</b> A dirlo è lo stesso capogruppo di Forza Italia Maurizio Gasparri: "Gli accordi si mantengono". Intanto la ministra Casellati ha detto che&nbsp;"su alcuni emendamenti alla legge elettorale il governo si rimette all'Aula. Il Parlamento è sovrano, come sempre".</p><p>Dopo la discussione, infatti si voteranno a Palazzo Madama gli emendamenti sullo Stabilicum, <b>ma tutte le attenzioni sono concentrate su quello presentato dalle opposizioni, a prima firma del dem Nicola Irto, che prevede un sistema di preferenze pure, in cui gli elettori possono scrivere fino a due nomi da eleggere. </b>E' un modello che abolirebbe di fatto il capilista bloccato che invece è previsto nell'emendamento presentato, dopo un lungo confronto interno, dalla maggioranza. Ma la novità di ieri è che l'ammissione del testo delle minoranze è stata concessa&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/10/news/i-due-compari-boccia-la-russa-mettono-in-trappola-meloni-sulla-legge-elettorale--407101">dal presidente del Senato Ignazio La Russa</a>, come subemendamento all'emendamento del senatore meloniano Marco Lisei.</p><p>La mossa delle opposizioni ha però spaccato il centrodestra perché FdI aveva già votato il testo presentato dai deputati di Futuro nazionale alla Camera poche ore dopo che alcuni franchi tiratori, soprattutto di Lega e Forza Italia, avevano votato contro l'emendamento dei meloniani sempre sul tema preferenze.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/15/news/alla-camera-riprende-lesame-della-legge-elettorale-schlein-pronti-al-voto-ciriani-il-governo-va-avanti--402208">In quel caso fu l'unico partito della coalizione</a>&nbsp;a farlo e anche l'unica nell'emicilo. <b>E in un primo momento si è pensato che si sarebbe potuto potrebbe riproporre lo stesso scenario, cioè il primo partito della coalizione che vota un testo presentato dalle opposizioni, solo che in questo caso, diversamente dalla Camera, l'emendamento sarebbe passato e avrebbe spaccato la maggioranza.&nbsp;</b>Come anticipato dal Foglio,&nbsp;<b>Meloni in mattinata avrebbe dato mandato ai suoi di votare il sub emendamento di Pd-M5s e Italia Viva.&nbsp;</b>Lo confermano gli stessi senatori di FdI. Invece sia Matteo Salvini che Antonio Tajani hanno dato indicazioni ai loro senatori di votare No. Ma dopo la riunione di maggioranza sembrerebbe che la spaccatura sia rientrata.</p><p>Intanto Vannacci, sempre sul tema delle&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/preferenze_47031" target="_blank">preferenze</a>&nbsp;ritorna a tallonare il centrodestra provando a spaccare la maggioranza. E lo fa&nbsp;sui suoi profili social: "Oggi al Senato si vota sulle preferenze nella legge elettorale. C'è un emendamento che ripropone le preferenze pure, senza liste bloccate, analogo a quello che noi di Fn avevamo presentato alla Camera. <b>FdI a oggi ha introdotto delle preferenze meticce cioè con capilista bloccati che rappresentano una grossa presa in giro nei confronti del popolo italiano. Mi appello a tutta la destra e, soprattutto, a Fratelli d'Italia, che alla Camera aveva votato il nostro emendamento: votate anche questo", </b>ha scritto&nbsp;su&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/story.php?story_fbid=10238452939355340&amp;id=1024883547&amp;mibextid=wwXIfr&amp;rdid=esnDn4wDKe8ZAPeB#" target="_blank">Facebook</a>.&nbsp;<b> "Ne va della coerenza di FdI - ha aggiunto - perché votare sì alla Camera e votare no al Senato sulla stessa proposta?".</b> Per Vannacci, "al di là delle barriere ideologiche, delle stanze del potere, delle manovre di palazzo e di una politica rancida e stantia, dovrebbe contare una cosa su tutte: l'obiettivo di fare il bene dell'Italia e degli italiani. Gli italiani vogliono tornare a eleggere direttamente i propri rappresentanti, senza listini bloccati e senza riservare posti agli 'unti' dalle segreterie di partito. Ridiamo agli italiani il diritto di scegliere chi li rappresenta. Ridiamo sovranità al popolo", conclude.</p><h3>Renzi: "O lo votate o la presidente del Consiglio per l'ennesima volta tradisce gli italiani e tradisce se stessa"</h3><p><b>"Abbiamo dimostrato che non c'è un'opposizione che dice solo No perché c'è un subemendamento che vi sta terrorizzando, che porta le preferenze nella legge elettorale".</b> Lo dice il leader di Iv Matteo Renzi intervenendo in Senato durante la discussione generale sulla riforma elettorale. Il subemendamento delle opposizioni corrisponde, spiega l'ex premier, "in toto e in pieno, alla storia politica e alla battaglia politica della presidente Giorgia Meloni". Oggi, di fronte all'emendamento, questa la riflessione del leader Iv, la destra ha un'alternativa: <b>"O lo votate o la presidente del Consiglio per l'ennesima volta tradisce gli italiani e tradisce se stessa".</b> Allora, prosegue Renzi, "rivolgo un appello a Giorgia Meloni: non si faccia impaurire da Salvini e da Tajani, che sono contrari. Abbia il coraggio di andare fino in fondo: voti il nostro sub-emendamento, porti le preferenze nella legge elettorale, e se per caso Forza Italia e la Lega voteranno contro a scrutinio palese qui, o di votare contro a scrutinio segreto alla Camera, Giorgia Meloni ci porti alle elezioni". "Siamo al 'redde rationem' - conclude Renzi - o Giorgia Meloni ha il coraggio di rimanere fedele alla sua storia politica, oppure, per l'ennesima volta, dimostrera' che il governo non risponde nemmeno alle promesse elettorali".</p><p>Sul testo delle opposizioni però arrivano le critiche del senatore <b>Carlo Calenda</b>: "L'emendamento del campo largo sulle preferenze è sbagliato in radice perché sostanzialmente dice tu puoi esprimere una preferenza sola, se ne esprimi due la seconda deve essere diversa da di genere, ma noi sappiamo che a quel punto se ne esprime una sola e se dovesse passare questo emendamento, gli eletti sarebbero per la larghissima parte maschi. <b>Allora va fatto l'obbligo della doppia preferenza con l'alternanza di genere",</b> ha detto il leader di Azione ai cronisti al Senato.</p>]]></description>
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				<title>Al sit-in contro il ddl Antisemitismo (con Pd e M5s) spuntano le bandiere di Hamas ed Hezbollah</title>
				<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 15:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/31/news/il-ddl-antisemitismo-arriva-alla-camera-e-con-lui-anche-le-manifestazioni-per-contrastarlo-zampa-il-pd-si-mostri-unito--406045">manifestazione contro il Ddl</a>&nbsp;Antisemitismo <b>spuntano le bandiere di Hamas ed Hezbollah</b>. Tra i cori cantati anche uno inventato da un ascoltatore della Zanzara che elogia il gruppo terroristico. Il sit-in, convocato da varie sigle della sinistra e da Amnesty International, Anpi e Potere al Popolo, si è svolto davanti a piazza Montecitorio, davanti alla Camera: il testo del decreto per contrastare l’antisemitismo è in corso di discussione nella Commissione affari costituzionali.</p><p>Il presidio è stato organizzato per opporsi al provvedimento, già approvato dal Senato, e nello specifico contro la definizione scelta di antisemitismo: quella dell’Ihra (<i>International Holocaust Remembrance Alliance</i>) che ha creato malumori nelle opposizioni anche in Senato. <b>Ci sono stati momenti di tensione quando alcuni partecipanti hanno discusso con chi sventolava le bandiere dei gruppi terroristici</b>.</p><p>A partecipare alla manifestazione&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/04/news/il-pd-con-la-kefiah-tutti-in-piazza-contro-il-ddl-antisemitismo-ci-saranno-i-giovani-di-schlein-e-il-cdr-di-rep--406546">anche alcuni parlamentari di M5s e Pd</a>, che si sono congedati prima che arrivassero le bandiere di Hamas ed Hezbollah. Tra questi <b>Riccardo Ricciardi</b> e <b>Laura Boldrini</b> (unica dem). E componenti dei Giovani Democratici e del Network Giovani, la giovanile del M5s.</p><h2>Le reazioni</h2><p>“Scendendo in piazza contro il Ddl Antisemitismo, a leggere le agenzie di stampa, colleghi parlamentari del campo largo sarebbero stati nella stessa manifestazione di chi inneggiava Hamas e ne esponeva i simboli: un fatto inaudito che tradisce ogni giustificazione usata per motivare i voti di oggi in commissione Affari costituzionali e fa gettare la maschera sulla gravità di alcune posizioni della sinistra", ha commentato <b>Augusta Montaruli</b> membro di Fratelli d'Italia componente della commissione che ha in esame il provvedimento. "Soprattutto – continua – si confermerebbe la vergognosa vicinanza di alcuni parlamentari dell'opposizione con organizzazioni che rivendicano azioni estremiste, violente e terroriste. La coalizione della sinistra si dimostra irresponsabile e incapace di prendere le distanze da chi semina odio".</p><p>"Come volevasi dimostrare", ha detto il presidente delle Commissioni Esteri e Difesa <b>Maurizio Gasparri</b>, quota Forza Italia. "Non solo dicono bugie sulla legge dell'antisemitismo, ma vari gruppi di sinistra, pezzi di Pd, grillini, centri sociali e perfino esponenti della Federazione nazionale della stampa e dell'Anpi vanno in piazza Montecitorio insieme a persone che sventano le bandiere di Hetzbollah e di Hamas, gruppi di terroristi. È una cosa molto grave".</p><p>"Ma se il sit-in attualmente in corso davanti la Camera è solo per protestare contro il Ddl Antisemitismo, ritenuto a torto o a ragione poco liberale, perché questi partecipanti invece inneggiano ad Hamas e Hezbollah?", è invece la domanda di <b>Luigi Marattin</b>, segretario del Partito Liberaldemocratico. "E i due partiti del campo largo che sono in piazza con loro condividono questi slogan?".</p><p>"Sulla lotta all’antisemitismo non dovrebbero esistere distinguo", ha commentato il deputato della Lega <b>Andrea Barabotti</b>. "Eppure – continua – in Italia accade anche questo… e così una parte della sinistra finisce per ritrovarsi nella stessa piazza in cui c’è chi inneggia ad Hamas, Hezbollah e Nasrallah". E spiega in un post sui social: "Si può criticare Israele, discutere le scelte del suo governo e avere opinioni diverse sul conflitto. Ma davanti all'antisemitismo e all'esaltazione del terrorismo il confine deve essere chiarissimo. Su questo non possono esserci ambiguità. Mai".</p>]]></description>
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				<title>Il popolo di Avs loda il campo largo e s&#039;interroga su Ranucci e Albanese candidati. Unica certezza: Renzi out</title>
				<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Campo largo campo lento. La prima riunione dopo l'estate dei leader delle principali opposizioni è Terra!, la festa di Alleanza verdi e sinistra. <b>Angelo Bonelli</b> e <b>Nicola Fratoianni</b> accolgono <b>Giuseppe Conte</b> ed <b>Elly Schlein</b>. Un'ora e mezza di dibattito per dire che sì, "l'alternativa c'è". Manca "solo" il programma e il leader. Il pubblico in platea urla ai quattro leader: "Sbrigateve". Ma una data per iniziare a costruire nel concreto l'agenda programmatica non è stata annunciata (si guarda a fine settembre).</p><p>Peccato che dal programma passi anche la leadership, o almeno così i segretari dei tre partiti – da mesi – cercano di chiudere il dibattito intorno alle primarie. A non convincere il popolo rossoverde anche i nomi di Francesca Albanese e Sigfrido Ranucci, ospiti rispettivamente l'altro ieri e oggi alla kermesse di Avs. C'è chi dice sì, chi dice no, chi pensa che sia Schlein a dover guidare il carro e chi invece crede che serva un "papa straniero" (si parla di nuovo di Silvia Salis). <b>Confusione a suon di patrimoniale e disarmo</b>. L'unica certezza resta il leader di Italia viva Matteo Renzi: la sua presenza dentro al centrosinistra, seppur a metà, continua a creare mugugni e fischi.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Divina Commedia, coyote, avvocati e katane</title>
				<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 20:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nuova settimana, nuovo appuntamento settimanale di Decoder, la rubrica de Il Foglio curata da Gianluca De Angelis: un atlante per orientarsi nel vastissimo mondo della cultura pop, in un mondo sempre più vasto e in continua crescita e contaminazione nel quale a volte si rischia di perdere qualche pezzo. Una bussola per trovare nuove porte di accesso che possano portare ad appassionarsi o, perché no, ad approcciarsi alla prima volta a fumetti, film, serie tv, giochi e carte collezionabili, approcciandovi a materie di cui forse avete solo sentito parlare. Anche questa settimana, quindi, tre cooordinate che possano dare delle direzioni per questo multiverso di linguaggi diversi che oggi dice così tanto del nostro mondo.</p><p>Per il<b> mondo del fumetto</b>, questa settimana non vi consigliamo un fumetto standard, ma un’opera classica illustrata proprio da un fumettista: stiamo parlando dell’Inferno della “Divina Commedia”, illustrata dal grande fumettista Miguel Angel Martin e pubblicata in Italia da NPE. Un’edizione illustrata di enorme pregio affidata allo sguardo di un autore del fumetto che si è sempre immerso nel territorio dell’arte sequenziale visionaria, disturbante a volte, con un tratto cartoonesco e terribile allo stesso tempo che si sposa perfettamente proprio con l’opera di Dante. Permettendo qui di approcciarla in una nuova veste, guardandola di nuovo sotto una luce diversa.</p><p>Per il <b>mondo dell’audiovisivo</b>, si parla del geniale e imperdibile film “Coyote vs. Acme”, distribuito nelle sale italiane da Lucky Red. Un film che rischiava di non vedere mai la luce perché inizialmente (seppur finito) accantonato da Warner Bros., fino al moto del pubblico e all’acquisizione da parte di un nuovo distributore. E la trama del film è altrettanto geniale, in un film a tecnica mista (live action e animazione insieme) che vede proprio il celebre coyote dei Looney Tunes intentare una causa legale nei confronti della temibile corporation Acme, colpevole di avergli fornito per decenni gadget difettosi che gli hanno impedito di catturare l’inafferrabile Beep Beep.</p><p>Infine, il consiglio dal <b>mondo del gioco</b> riguarda il grande ritorno, dopo più di vent’anni, di una saga storica con “Onimusha: Way of the Sword”, prodotto da Capcom: un action adventure giapponese che contamina un immaginario nuovo fatto di samurai e castelli con demoni e creature mitologiche, riscrivendo la storia con degli elementi sovrannaturali davvero affascinanti. Un ritorno che va oltre la semplice operazione nostalgia, diventando la prova di come conservare vecchi pubblici attraendone allo stesso di nuovi, bilanciando cosa conservare e che cosa invece aggiornare. Senza dubbio uno dei titoli più attesi del 2026 videoludico.</p><p>Tre opere per orientarsi nel mondo dell’intrattenimento<b> </b>e della cultura pop fatto di immaginari, nostalgie, desideri collettivi. Decoder è qui, per cercare di decodificare il presente attraverso anche i suoi nuovi miti popolari, componendo settimana dopo settimana, appuntamento dopo appuntamento, una grande mappa che tracci più che mai le infinite sfumature e direzioni del nostro presente. Appuntamento alla prossima settimana, per un altro tridente di titoli da non perdere.</p>]]></description>
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					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/sport/2026/09/08/video/la-parata-di-filip-stankovic-gli-e-valsa-il-garbo-di-calo--406903</guid>
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				<title>La parata di Filip Stanković gli è valsa il garbo di Calò</title>
				<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 17:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Di solito quando un attaccante vede il portiere parare un tiro che credeva potesse entrare in rete si lamenta, impreca, getta maledizioni, insomma rosica. Alcuni si limitano a questo. Altri concedono a quello con i guantoni che veste un'altra maglia una totale e gelida indifferenza. C'è chi invece si stupisce e, con una certa signoria, si complimenta con l'avversario.</p><p>Giacomo Calò non è un attaccante, ma un centrocampista. È uno che corre abbastanza ma non troppo, è bravo ma non troppo, ha fisico ma non troppo, ma è capace di vedere i compagni anche senza guardarli e dare loro il pallone senza apparentemente sforzarsi troppo. Soprattutto è triestino e porta dentro con sé, come buona parte dei triestini, quelli strani aplomb e garbo un po' asburgici à la&nbsp;<i>Viva l'A e po bon</i>, di quelli che rimangono invisibili sotto traccia ed escono quando meno te lo aspetti. Tipo quando è andato a complimentarsi con&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/11/05/news/bizzarro-e-sorprendente-filip-stankovic-a-modo-suo--107099">il portiere del Venezia,&nbsp;Filip Stanković</a>, che aveva appena deviato in calcio d'angolo un suo tiro destinato a entrare in rete e concedere al Frosinone il vantaggio e a lui la gioia del primo gol in Serie A nel giorno della terza partita nella massima divisione italiana.</p><p>E ha fatto bene Giacomo Calò a complimentarsi con&nbsp;Filip Stanković, perché <b>la parata del portiere del Venezia è stata una di quelle che non passano inosservate, una di quelle per le quali si abusa del termine miracolo</b>. Una parata che nei novanta minuti è risultata non decisiva, perché il Frosinone ha vinto lo stesso, ma qui è il gesto singolo che conta e tant'è.</p><h2>Le tre migliori parate della terza giornata di Serie A</h2><p>1. Filip Stanković al primo minuto di Frosinone-Venezia 3-2 – 5 punti</p><p>2. <i>ex aequeo</i> Josep Martínez al 5° minuto di Inter-Napoli 3-2 – 3 punti</p><p>2.&nbsp;<i>ex aequeo</i>&nbsp;Alex Meret al primo minuto di Inter-Napoli 3-2 – 3 punti</p><p>3. Chrīstos Mandas al 10° minuto di Udinese-Lazio 1-2 – 1 punto</p><h2>La classifica</h2><p>1.&nbsp;Chrīstos Mandas (Lazio), 7 punti<br>2. Filip Stanković (Venezia) e Guglielmo Vicario (Juventus), 5 punti<br>4. Edoardo Corvi (Parma),&nbsp;Josep Martínez (Inter), Alex Meret (Napoli) e Maduka Okoye (Udinese), 3 punti<br>5. Elia Caprile (Cagliari), 1 punto</p><p>&nbsp;</p><p>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
			</item>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/07/video/renzi-a-cernobbio-il-centrosinistra-vince-con-un-contratto-alla-tedesca--406755</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/07/video/renzi-a-cernobbio-il-centrosinistra-vince-con-un-contratto-alla-tedesca--406755</link>
				<title>Renzi a Cernobbio: &quot;Il centrosinistra vince con un contratto alla tedesca&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 12:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Il centrosinistra se si mette d'accordo su dei punti precisi con un contratto alla tedesca, non soltanto manda a casa Urso e Salvini ma può dare all'Europa l'idea di un'Italia protagonista e che non sia un'Italia che semplicemente si limita a galleggiare". Lo ha detto il leader di Italia Viva <b>Matteo Renzi</b> ieri, nel corso del suo intervento al&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/05/video/monti-incontra-vannacci-a-cernobbio-trovo-in-lei-narrativa-retorica-e-spirito-del-fascismo--406704">Forum Ambrosetti</a>, parlando della coalizione di centrosinistra. L'ex premier si è seduto al tavolo insieme agli altri leader delle opposizioni Elly Schlein, Angelo Bonelli e Giuseppe Conte. "<b>Ma non sono dentro il campo largo</b>", ha specificato. "<b>Io e noi di Iv&nbsp;</b>  <b>– ha precisato –</b>&nbsp;<b>siamo dentro una cosa un po' più ampia che si chiama centrosinistra</b>".</p><p>Nel corso del suo intervento Renzi ha parlato del governo: "Giorgia Meloni è contenta di aver superato il record di longevità, ma i dati Istat ci consegnano un paese con più poveri, meno potere d'acquisto e aumento delle spese della quotidianità. Su questo il centrosinistra deve proporre delle soluzioni", ha detto. Il suo discorso ha comunque avuto le misure economiche al centro, in quanto fatto di fronte alla platea del Forum Ambrosetti. E ha parlato delle prossime elezioni: "Giorgia Meloni può presentarsi davanti agli italiani alleandosi con Vannacci? Secondo me no perché vorrebbe dire non soltanto distruggere la sua coalizione ma tutte le cose su cui ha lavorato in questi anni". <b>E secondo lui "la vera questione non è essere sorpreso da Vannacci o da Monti, ma prendere atto del fatto che se Vannacci va con la Meloni, Meloni perde la faccia. Se Vannacci non va con la Meloni, Meloni perde le elezioni. In entrambi i casi, direi che ci attende un anno abbastanza interessante</b>".</p><p>Sulla data delle prossime elezioni, Renzi dice: "Sarebbe logico votare a maggio, vota Milano, Torino, Roma, Napoli, Palermo, vota mezza Italia, credo sarebbe logico votare a primavera per evitare una campagna elettorale estiva". E continua a parlare dell'alleanza: "Penso che Giorgia Meloni abbia tutto l'interesse ad attaccare l'opposizione ma se Meloni è al governo è perché l'altra volta ci siamo divisi. La premier non ha mai avuto il 40 per cento, nemmeno il 30 per cento, ha preso il 25,9 per cento, cioè la stessa percentuale con la quale Bersani perse. Hanno vinto perché noi eravamo divisi".</p>]]></description>
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				<title>Monti incontra Vannacci a Cernobbio: &quot;Trovo in lei narrativa, retorica e spirito del fascismo&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 14:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Il generale e il professore. Alla fine il confronto tra <b>Mario Monti e Roberto Vannacci</b> si è svolto a Cernobbio, il tema era l'Europa, e partendo dall'Europa Monti ha ragionato sul filo del programma di Futuro Nazionale, parlando degli effetti del sovranismo sull'economia e degli aspetti fascisti che ravvede nell'idea di governo raccontata dal generale e dai suoi compagni di partito. "Lei ha giurato&nbsp;sulla Costituzione", ha detto Monti a Vannacci, ma "se diventerà ministro o capo del governo, giurando di nuovo, la violerà palesemente con il suo programma in molti punti, che sono anche in violazione della Carta Fondamentale dei Diritti Umani dell'Unione Europea".</p><p>Quanto alle recenti indagini avviate dalla procura militare nei confronti di <b>Futuro Nazionale,</b> Monti ha detto:&nbsp;"Io non sono in grado di affrontare un tema così alto come quella della ricostituzione del partito nazionale&nbsp;fascista, ma leggendo il suo programma un aspetto del fascismo, il più insidioso, è già in atto: non è probabilmente la ricostituzione del partito nazionale&nbsp;fascista, ma <b>trovo in lei la ricostituzione della narrativa, della retorica e dello spirito del fascismo</b>". E ha concluso:&nbsp;"Io vedrei con molto maggiore preoccupazione questo che non l'atto di ricostituzione del partito&nbsp;fascista, che non auspico, e vecchio come sono, se ci sarà modo di impedire questo, che lei vada avanti su questa strada, spenderò le mie ultimissime energie per questo".&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Il costo del “no” americano ai sauditi nel conflitto contro gli houthi</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Secondo Axios, il principe ereditario saudita,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mohammed-bin-salman_1757" target="_blank">Mohammed bin Salman</a>, avrebbe chiamato il presidente americano Donald Trump per chiedergli di intervenire militarmente contro gli houthi, ma il capo della Casa Bianca si sarebbe rifiutato. <b>Per ora, ha detto Trump, gli Stati Uniti non hanno intenzione di intervenire direttamente, </b>nonostante gli houthi abbiano conquistato Mokha, una città costiera dello Yemen, ottenendo così una posizione che consente loro di avvicinarsi e minacciare ancora di più allo Stretto di Bab el Mandeb, un punto fondamentale di passaggio per il commercio globale e soprattutto per il petrolio saudita.</p><p><b>Dopo la conquista del gruppo, i prezzi del petrolio sono schizzati, ma Trump è immobile, nonostante sia chiaro che gli houthi non agiscono da soli, ma concordando le loro mosse con la Repubblica islamica dell’Iran, che li finanzia e li arma. </b>Insieme gli houthi e Teheran stanno tenendo in ostaggio lo Stretto di Hormuz e quello di Bab el Mandeb, e il secondo, nel momento in cui gli americani stanno cercando di ristabilire l’ordine nel primo, è la nuova arma con cui ferire Trump e i suoi alleati– a inizio estate i sauditi ritenevano di poter fermare gli houthi da soli, la situazione è cambiata. Il presidente americano ora pensa alle sue elezioni di metà mandato, alle mance elettorali, al Partito repubblicano che risente anche della sua guerra contro l’Iran che agli elettori americani non è piaciuta, e Teheran ha deciso di provocarlo in questo periodo di immobilità, in cui gli Stati Uniti non sono interessati ad azioni di guerra forti. <b>Usano gli houthi per aumentare i danni del conflitto e anche per godere di questo momento di paralisi trumpiana.</b> Così Trump dice di “no” ai sauditi, voltando le spalle a un alleato che gli farà pesare questi rifiuti in futuro, e mostra agli iraniani che il loro gioco funziona. Uno dei problemi del capo della Casa Bianca è che pretende l’aiuto degli alleati ma non lo restituisce.</p>]]></description>
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				<title>Il Canada e l’Ucraina: cent’anni di alleanza</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il primo “Drone deal” nelle Americhe l’abbiamo siglato con il Canada, ha scritto il presidente ucraino&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/volodymyr-zelensky_1849" target="_blank">Volodymyr Zelensky</a>, sottolineando affilato che in quell’emisfero occidentale che l’indifferente Donald Trump vuole conquistare, <b>il paese più solidale e anche visionario è il Canada, costantemente attaccato dal presidente americano</b>. L’ordine globale degli ultimi decenni non esiste più, ma sta a noi definire e modellare quello che verrà, e certo l’avvicinamento del Canada all’Unione europea e il primato tecnologico e militare dell’Ucraina faranno parte di questa nuova forma. <b>Zelensky, in visita, e il premier canadese, Mark Carney, hanno siglato un accordo di cent’anni per la produzione congiunta di droni, tecnologie antidrone e munizioni nell’ambito di una nuova partnership nella difesa</b>. Carney, che la prossima settimana parteciperà come ospite d’onore al discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen, è pronto a contribuire con la tecnologia canadese al programma europeo di missili anti balistici Freyja.</p><p>Il Canada sta anche preparando un nuovo pacchetto di sanzioni per l’autunno per ostacolare la produzione russa di missili balistici, mentre Carney ha annunciato un pacchetto da 253 milioni di dollari di intercettori critici per la difesa aerea dell’Ucraina (da consegnare attraverso gli Stati Uniti) e altri 311 milioni di dollari in garanzie sui prestiti per aiutare l’Ucraina con le forniture di gas naturale per l’inverno. L’Amministrazione Trump continua la sua strategia dell’indifferenza – o della manipolazione, dipende dai momenti – e ha lasciato l’Ucraina nuda di fronte alle nuove armi di Vladimir Putin. <b>Carney deve difendersi dagli attacchi commerciali dell’America, ma intanto si assesta più vicino all’Europa e al paese europeo che più si merita cent’anni di alleanza</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ilva, il passo indietro della politica</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 19:38:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>E’ stata una sentenza della Corte Costituzionale del 2013 la base giuridica che ha tenuto in piedi Ilva negli ultimi anni. <b>Di fronte alla procura di Taranto che aveva impugnato il decreto legge del 2012 che ne determinava la continuità produttiva in quanto sito di interesse strategico nazionale, la Consulta stabilì che non esistono diritti tiranni: quello alla salute e quello al lavoro devono equilibrarsi.</b> E nel caso Ilva il loro equilibrio coincideva con il rispetto dell’Autorizzazione ambientale. Poi però nel 2022 la Costituzione è stata cambiata, aggiungendo all’art. 41 che la libertà di impresa “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente” mentre prima si fermava “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Poi nel 2024, la Corte di giustizia europea ha stabilito che il diritto alla salute viene prima di tutto, e se messo in pericolo lo stabilimento Ilva doveva essere sospeso.</p><p>Così ora la Corte d’appello di Milano ha ordinato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/11/news/larea-a-caldo-dellex-ilva-resta-spenta-dice-la-corte-dappello--407276" target="_blank">la sospensione dell’area a caldo</a>&nbsp;finché non verranno rimossi i 2 mila chili di amianto presenti e contenuti i limiti di emissioni. <b>Il tribunale nota che il piano ambientale del 2017 (governo Renzi) imponeva entro il 2023 la rimozione dell’amianto, ma l’Aia 2025 ha eliminato questa prescrizione.</b> Un errore del governo Meloni, che martedì riprenderà il confronto con i sindacati, ma che ha una sola via d’uscita per salvare l’Ilva: un decreto legge che superi la sentenza dei giudici. E’ però chiaro che, in questa crisi infinita, per la politica sia più semplice usare l’alibi della magistratura che decidere la politica industriale. L’ordinanza non è inaspettata ma prevedibile. Il tempo c’era, ma si è preferito usarlo per non decidere. Ora la Corte indica anche soluzioni occupazionali: “Le maestranze potrebbero essere impiegate anche nelle attività di sostituzione degli impianti, con competenze tecniche analoghe e attraverso una programmazione degli interventi capace di garantire continuità lavorativa”. <b>Se il governo rinuncia, la politica industriale la fa la magistratura.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Da South Park (o South America) a Last seen: le serie tv della settimana, tra pernacchie e storie lacustri</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Televisione</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>SOUTH PARK - ora SOUTH AMERICA </b></p><p>Di Matt Stone e Trey Parker (stagione numero 28 su Paramount+)</p><p>Nel tempo libero lasciato dal golf, da Natalie Harp, dalle fughe nel carrello della cucina, Donald Trump si diletta con la geografia. Come un esploratore d’altri tempi, nomina quel che vede a sua immagine e somiglianza. I ragazzi terribili – ormai più che cinquantenni, “South Park” ha quasi 30 anni di successi – gli fanno il verso cambiando nome alla serie. Niente più “South Park”, ora si chiamerà patriotticamente “South America”. Come il New Mexico ribattezzato da Trump. E del resto, che ci fa nell’Unione uno stato che potrebbe indurre i messicani a considerarlo cosa loro? I democratici lo accusano di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. Gli spettatori fedeli di “South Park” attendono le pernacchie della nuova stagione.</p><p><b>LAST SEEN </b></p><p>Di Ian Ridley, dal romanzo “The Dispatcher” di Ryan David Jahn, con Patrick Brammall (Apple tv+)</p><p>Quanto tempo serve per riprendersi dal dolore di una figlia scomparsa? Un ex poliziotto, dopo la perdita della figlia diventato operatore nei servizi di emergenza, riceve una chiamata (telefonica). A parlare è una ragazza, potrebbe essere proprio la figlia sparita. Inizia quindi una nuova indagine, scoprendo un sacco di sorprese sulla propria famiglia: neppure le cose che sembrano più ovvie restano tali. L’inizio è folgorante. E pure il punteggio su Rotten Tomatoes: il 100 per cento degli spettatori trovano la serie appassionante. La tensione è alta, inevitabili però i cedimenti – sono i momenti in cui pensiamo: non era meglio un film, due ore o anche meno, senza gli episodi superflui? La tensione vera non si regge lungo.</p><p><b>UNA FINESTRA VISTA LAGO </b></p><p>Regia di Marco Pontecorvo dal romanzo di Andrea Vitali, con Antonio Folletto, Giulia D’Aloia (Rai Uno)</p><p>Era ora che qualcuno di decidesse a sfruttare l’enorme patrimonio di storie lacustri custodito nei tanti libri di Andrea Vitali, scrittore di Bellano che ambienta le sue storie nel passato. Siamo negli anni 30, proprio a Bellano. Che non è affatto un paese immaginario, come suggerisce l’Intelligenza Artificiale, ma sta a un’ora di treno da Milano, sul lago di Lecco. Qui viene mandato, dalla profonda Calabria, il maresciallo dei carabinieri Ernesto Maccadò. Arriva con la moglie Maristella, e dopo un po’ capisce che al Nord gli abitanti non sono troppo accoglienti con i “forestieri”. Il paese è piccolo, ma pieno di storie e di personaggi. Usurai, attrici, ladri di dipinti religiosi. E corna, inevitabili.</p><p><b>PECCATO </b></p><p>Di Valerio Vestoso, scritta e recitata da Emanuela Fanelli, con Alessandro Borghi, Valerio Mastandrea (in autunno su Hbo Max)</p><p>La data di uscita precisa ancora non si sa. Quel che sappiamo basta per cominciare a sognare. Un mockumentary su Emanuela Fanelli, scritto e interpretato dall’attrice medesima, con la partecipazione di ospiti importanti. E l’onore di entrare nel programma della Mostra del Cinema. Trama: Emanuela Fanelli si è ritirata in un paesello sperduto della Val d’Aosta. Ma come mai è finita lì, voltando le spalle al mondo dello spettacolo? Siamo – saremo – nel 2049, anno del secondo film di “Blade Runner”. Abbastanza lontano, e abbastanza vicino, per le gag che immancabili verranno. La lista delle partecipazioni speciali va da Anna Bonaiuto a Paolo Virzi, passando per Gigi Marzullo e Tullio Solenghi.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Dopo Madrid, sarà difficile togliere il Mondiale ad Antonelli</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 08:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Fabio Tavelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Kimi Antonelli potrebbe andarsene in vacanza per tre Gran premi di fila e sarebbe (quasi) sicuro di rientrare ancora in testa al Mondiale. Il “quasi” dipende dal fatto che George Russell, che lo segue a debita distanza con 81 in meno, dovrebbe vincere tutte e tre queste gare e prendergli 75 punti (andrebbero poi sommati anche gli 8 punti per la gara sprint di Singapore, il che gli darebbe 83 punti potenziali). Cosa che, per come sta andando il britannico in questa stagione, non sembra essere tra le cose possibili in un mondo normale. <b>Il bolognese ha vinto l’ottava gara in questa stagione</b>. Russell, ancora lui, ne ha vinte sette in tutta la sua carriera. Leclerc ne ha vinte nove, <i>all-time</i>.</p><p>Possiamo dire di avere ancora un Mondiale contendibile? Sinceramente no. Lo sport, naturalmente, insegna a non emettere verdetti finché l’aritmetica non li certifica. Questo significa un paio di cose. La prima è che il titolo piloti il ragazzo emiliano può solo regalarlo. Dovrebbero accadere tali e tanti fatti negativi, da rappresentare qualcosa di eccezionale. La seconda dipende dai suoi avversari. Se in una stagione, per lui, non esattamente positiva George Russell riesce ad essere comunque il rivale più vicino, significa a maggior ragione che Kimi ha fatto veramente il vuoto. Russell non vince una gara dal Gran premio d’Austria. Era il 28 giugno. Da lì ha dovuto ingoiare solo rospi. Nelle successive sei gare Kimi Antonelli ha aperto un gap gigantesco. E’ stato anche fortunato, il giovanotto.</p><p><b>Il vincitore morale di Madrid è stato certamente Lando Norris</b>. La gara del Campione del mondo, ancora per poco, è stata distrutta al 14esimo giro dalla Virtual Safety Car causata da Stroll. Lì gli altri, tranne Leclerc, hanno cambiato le gomme e lui non ha potuto farlo perché era già transitato oltre la <i>pit-lane</i>. Il guaio è che quando Lando, nel giro successivo, è rientrato ai box, la Virtual è stata tolta e con lei se n’è andata anche la possibilità di perdere meno tempo per il cambio. Una vera “canagliata” da parte della direzione corsa. La scorsa settimana a Monza, in una situazione simile e anche in questo caso con Stroll fermo (bisognerebbe farsi due domande, al proposito), la Virtual è stata messa e tolta in modo da consentire ai piloti di testa di scegliere se effettuare pit stop o meno. In quel caso Mercedes decise la lasciar fuori Russell (avremmo poi scoperto che quella decisione non fu positiva per lui. Ed anche questa volta, a Madrid, è stato il britannico a perderci visto che ha dovuto fare una sosta in più). Questa volta il comportamento è stato diverso e se Norris fosse in battaglia per il titolo ci sarebbe assai da discutere. T<b>utto sta andando dalla parte di Antonelli, anche il fatto che difficilmente ci saranno ancora nove gare da disputare</b>. Sono ancora “<i>pending</i>” i due Gran premi di Qatar e Abu Dhabi e, eventualmente, sarà possibile sostituirne solo uno (con Imola, ma è quasi impossibile che quella gara possa essere decisiva).</p><p>Non avete ancora letto una riga sulla Ferrari, eppure la rossa è stata a lungo in testa con Leclerc. Bene? Non proprio. Il monegasco ha girato su tempi eccellenti con la gomma bianca ma, ahilui, non è stato cancellato l’obbligo di effettuare almeno un cambio di mescola. Ergo, Leclerc stava davanti con la speranza che ci fosse un incidente o un’uscita di pista che causasse una <i>safety car</i>. Peccato per la Ferrari che il “bonus Stroll” fosse già stato speso. E così, dopo aver perso Hamilton (primo “zero” della stagione per lui), la Scuderia dopo aver esaurito il rosario di preghiere si è dovuta rassegnare al pit-stop e con esso a perdere tre posizioni e finire, ancora una volta, fuori dal podio.</p><p>Una considerazione finale la merita, o, meglio, demerita il disegno del circuito di Madrid. Bello, bellissimo in qualifica. Ma pessimo per la gara. Che dovrebbe essere la cosa che conta. La domanda che ha evitato la definitiva caduta della palpebra durante la gara è stata una sola: visto che questo tracciato è completamente nuovo, non era il caso di pensarlo per una competizione dove i piloti potessero tentare di sorpassarsi invece di far consumare neuroni agli strateghi o aspettare incidenti per Safety o Virtual (cosa che è avvenuta molto meno del previsto)? Si sentiva il bisogno di avere una versione iberica di Montecarlo? La risposta di chi scrive è molto netta: non se ne sentiva il bisogno. Al punto che moltissimi piloti, compresi Antonelli e Verstappen, hanno già chiesto modifiche per i prossimi anni, per evitare soporiferi trenini.</p><p>Si torna in pista il 26 settembre, sarà un sabato perché il giorno dopo l'Azerbaigian celebra la Giornata della Memoria dedicata ai caduti delle guerre del Nagorno-Karabakh.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La coscienza di gruppo di Sebastiano Esposito</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 12:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/03/09/news/leducazione-calcistica-di-francesco-pio-esposito--125738">Si fa tanto un gran parlare del fratellino, Francesco Pio</a>, che quasi ci si è dimenticati che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sebastiano-esposito_64731">gli Esposito in Serie A sono due</a>. E che<b> Sebastiano magari non avrà il talento ingombrante e a spalle larghe del ventunenne centravanti dell’Inter, ma il suo lo sa fare e lo sa fare bene</b>. Peccato che al contrario del fratellino non viva per il gol, ma si diverta come un matto a essere un giocatore che mette al primo posto il benessere di tutti al proprio. E i calciatori che scelgono questo di solito trovano un posto di secondo piano nel gradimento calcistico, nonostante tutto quello che si dica sulla generosità nel calcio: il pallone è una grande bugia e chiunque appassionato è contento di predicare bene e razzolare malissimo.</p><p><b>Sebastiano Esposito</b> è uno di quegli attaccanti dotati di animo comunitario, di coscienza di gruppo. È uno tra undici, si sente parte di un collettivo e sa che la sua gioia può esistere solo se è la gioia di tutti. Per questo, quando ha la palla tra i piedi cerca fare sempre ciò che è più utile per la squadra: ossia prendere botte, passarla, cercare la cooperazione altrui. Il tiro o il dribbling sono un’eventualità, una necessità soltanto se utile per il benessere di tutti.</p><p>Per questo di Sebastiano Esposito non si parla mai tanto. Cosa parli a fare di un attaccante&nbsp; che non segna tanto, non fa giocate buono per applausi e che quasi sempre fa quello che è utile e non ciò che diverte.</p><p>I settanta minuti giovati da Sebastiano Esposito contro la Juventus sono stati una delle migliori rappresentazioni di ciò che rappresenta per lui il calcio, il giocare come attaccante, l’essere parte di una squadra. Il tutto esaltato da un gol da centravanti. Il fatto che la difesa della Juventus si sia comportata da squadra di campetto della parrocchia in questo caso ha poca importanza.</p><p>Il resto è stato sacrificio, rincorse, generosità e capacità di dare palla a chi era libero o posizionato meglio di lui. Settanta minuti passati a correre, inseguire, liberarsi e mai attendere. Un tempo certe cose le facevano i mediani, questi anni sono poco gentili con i centravanti. Sebastiano Esposito non si è lamentato, anche perché in altre epoche, uno come lui non avrebbe giocato là davanti, avrebbe fatto altro. Che cosa non è dato saperlo.</p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>Anche quest'anno c'è Olive, la rubrica di Giovanni Battistuzzi sui (non per forza) protagonisti della Serie A. Piccoli ritratti, non denocciolati, da leggere all'aperitivo. <a href="https://www.ilfoglio.it/tag/olive/">Qui potete leggere tutti gli altri ritratti</a>.&nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il duello western tra Adzic e la difesa della Juventus</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 11:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Enrico Veronese</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tredici settembre, 2025. Juventus Stadium, Venaria Reale di Torino. Minuto novanta più uno, Vasilije Adžić, diciannovenne prodotto del vivaio bianconero, sferra un destro terrificante poco sotto l’incrocio dei pali della porta dell’Inter, risolvendo la partita a favore interno per 4-3.</p><p>Tredici settembre, 2026. Mapei Stadium a Reggio Emilia, la casa del Sassuolo. Ora il ragazzo montenegrino gioca in neroverde, mandato dalla Juve ad accumulare minuti in Serie A che Luciano Spalletti non può o non vuole dargli: per Alberto Aquilani, tecnico emiliano, Adžić invece è un talento da collocare magari più indietro, partendo da mezzala con libertà di inserimento. Facile succeda qui, c’erano riusciti Lorenzo Pellegrini e Davide Frattesi, ci sta provando Darryl Bakola.</p><p>Minuto novanta più quattro, ancora più estremo. Il match è 2-2 dopo i fuochi d’artificio degli ultimi secondo, quando l’ala tutto sinistro Edon Zhegrova - con addosso la maglia rosa delle origini - aveva raddoppiato le reti personali per pareggiare quella dello scozzese Kieron Bowie.</p><p>Mancano trenta secondi alla fine del recupero, il Sassuolo viaggia in contropiede a destra con Armand Laurienté. Il francese, nella terra natia, giocava proprio là; mentre nella terra fra Sassuolo e Reggio deve abitualmente traslocare per lasciare spazio a Domenico Berardi o a Christian Volpato. Laurienté ha metri: Benjamín Domínguez chiede la profondità, Adžić è libero a sinistra e riceve.</p><p>Perfettamente in gioco, il numero 17 si avvede che la “marcatura” di Douglas Luiz (perché ultimo uomo?) è un eufemismo definire blanda: semmai larga, a due chilometri l’ora. Davanti a sé c’è un’altra vita, un portiere che lo scorso anno non era con lui a celebrare il successo in extremis: Guglielmo Vicario. L’azione diventa un duello da mezzogiorno western, pistola contro fucile.</p><p>Stop agevole, Douglas arretra ma non si avvicina, le gambe aperte e improvvisate di chi non è al suo posto. Vicario sa che Vasilije tirerà comunque, anche se forse non subito. Il fantasista recupera centimetri, non metri. Il brasiliano lo attende al centro, ma la prateria è dritta davanti all’avversario. All’ultimo la maglia rosa decide di intervenire alzando la gamba destra, quando è troppo tardi.</p><p>Adžić ha ancora i decimi di secondo per scattare una fotografia a Vicario, alla porta, alla curva ospite prima dell’esecuzione. Non ha modo di pensare che si tratta di un fratricidio. C’è il qui e l’ora, al massimo il pentimento della non esultanza ma dopo, solo dopo. Il cecchino balcanico prende finalmente la mira e spara di piatto destro, sotto l’altro incrocio rispetto a 365 giorni fa.</p><p>Non c’è più tempo per sovvertire le sorti: <b>ancora una volta il suo ventenne d’oltremare</b>, allevato a Vinovo, <b>è decisivo per la Juve di metà settembre</b>. E se ci sta prestarlo per aumentarne l’impatto nel pur poverissimo calcio italiano d’oggi, resta da chiedersi come mai&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/luciano-spalletti_35467">Spalletti</a>&nbsp;non gli abbia dato poi chissà quale spazio lo scorso torneo, dopo avergli consegnato il prestigioso scalpo dell’Inter.</p><p>Interrogativi che lasciano la domenica, tra l’ombra carsica di Antonio Conte alle spalle della panchina zebrata, e i primi due rigori assegnati in campionato dopo oltre trenta partite. Siamo diventati un paese dai difensori irreprensibili, oppure c’entra anche qualche assestamento regolamentare per falli di mano non punibili e altre amenità da calcio moderno artificiale?</p><p>A propendere per il cambiamento di pelle sta anche la totale assenza, finora, di zero a zero nei risultati di Serie A: così poco italiana, così poco rimpianta. Allora viva il calcio spensierato di Diego Moreira, esterno mancino belga che ricorda l’euforia per Curação ai mondiali di giugno: segna due goal di pregevole fattura, salva il Milan e corre sotto la curva (che tristezza quella laziale vuota), rivendicando l’essere schierato dalla parte giusta, non a piede invertito da nuovi scienziati pazzi.</p><p>Nella Norimberga che verrà, gli specialisti saranno assolti e chi fonda un partito contro la difesa a tre vincerà le elezioni.</p>]]></description>
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				<title>La nuova giovinezza di Paulo Dybala</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 12:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Gaetani</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Se sta bene gioca sempre, non c’è nessun dubbio”. Altro che gestione, altro che paura. Nell’epoca del <i>load management</i> importato dagli sport americani, <b>Gian Piero Gasperini ha deciso di andare in una direzione totalmente diversa. E allora ecco il Paulo Dybala rigenerato che ha dominato la primissima fetta di stagione romanista, tirato a lucido come non lo si vedeva da anni</b>. Trattato a lungo come un cristallo fragile anche solo alla vista, ci si è dimenticati che l’anagrafe non è poi così crudele con l’asso di Laguna Larga, che ancora deve compiere 33 anni, il tutto in un campionato che accoglie con fiducia giocatori di 4-5 anni più anziani di lui.</p><p>Si pensava potesse salutare Roma,<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2023/01/21/news/dybala-aveva-bisogno-damore--163982"> che l’aveva accolto da re e come tale l’ha trattato in questi anni</a>. Il mito giallorosso di Dybala è andato persino oltre i freddi numeri, si è propagato per le strade della città, sbandierato dai bambini che ne portano con orgoglio il numero 21 sulle spalle. E dopo una stagione obiettivamente complicata come quella conclusa qualche mese fa, i dubbi estivi erano parsi legittimi: impossibile, per la Roma, pensare di rinnovare il contratto alle cifre percepite fino a quel momento. Nasce anche da qui un nuovo Dybala, che per riavvicinarsi all’ingaggio delle ultime stagioni dovrà eccellere in campo: ai 2,2 milioni di euro di base fissa si aggiungono infatti robusti bonus legati alle presenze, ai gol e agli assist. E se qualcuno ha ironizzato su questo “Dybala a partita Iva”, la realtà del terreno verde è quella di <b>un giocatore fisicamente mai così pronto come ora</b>: “Dicevano avesse i muscoli di seta, ma in questo momento potrebbe giocare anche i supplementari. Ha 32 anni ed è nel pieno della maturità tecnica e fisica”, ha detto Gasperini dopo lo show da tre assist contro la Fiorentina. E ha ribadito ampiamente il concetto in conferenza stampa prima del Torino: “Se uno sta bene gioca, se ha bisogna di riposare allora è giusto che abbia tempo. Se sta bene, lo vuoi mettere a dormire? Non puoi prevedere se un giocatore si infortuna o meno, non abbiamo una sfera di cristallo: l’importante è cercare di riuscire a sfruttare il momento favorevole di ognuno e mettere in campo sempre i giocatori migliori”.</p><p>Un <i>carpe diem</i> in salsa piemontese-argentina, dunque: finché c’è, la maglia (e la palla) a Dybala, il resto è da vedere. Con lui in campo è un’altra musica: l’esperienza accumulata negli anni gli consente non solo di gestire il suo fisico, ma anche i ritmi della partita, di andarsi a nascondere nelle tasche che la difesa avversaria gli concede. <b>Può incidere lontano dalla porta e in zona-gol, assist o rete in prima persona non importa: quel che impressiona è soprattutto la connessione con Donyell Malen</b>, che si era già intuita lo scorso anno nella prima volta insieme, proprio contro il Torino che affronteranno stasera. Da quel momento in poi, l’olandese ha dovuto fare quasi sempre tutto da solo, non potendo contare sul talento di Paulo, fermato dall’infortunio al ginocchio per larga parte della stagione. Eppure in campo si trovano, si annusano, sembra che sappiano sempre dove si trova l’altro senza necessità di vedersi. L’impressione è che dalla tenuta fisica di Dybala possa dipendere una bella dose delle fortune romaniste in questa stagione: per tenere ai massimi livelli in Champions League e in campionato servirà una Joya versione anni d’oro della Juventus. Sarebbe l’ennesimo capolavoro della carriera di Gasperini: restituire alla Serie A, finalmente senza stop and go nel corso della stagione, un talento abbagliante come quello di Dybala.</p>]]></description>
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				<title>Anche quelli che non vincono quasi mai a volte vincono. La Vuelta di Enric Mas</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>A volte vincono anche quelli che non vincono quasi mai. <b>Enric Mas ha vinto la Vuelta a España 2026 a 31 anni e dieci stagioni tra i professionisti nelle quali ha lottato tanto, si è piazzato quasi sempre, ha esultato quasi mai</b>. Prima del via della corsa a tappe spagnola aveva vinto sei volte, cinque sul traguardo e una classifica generale. Che non fosse abituato a tutto questo lo si è visto all’arrivo della nona tappa della Vuelta, quando, in cima all’Alto de Aitana, ha battuto allo sprint Oscar Onley: era impacciato nell’esultare, animato da una contentezza troppo evidente, troppo agitata, una contentezza che assomigliava molto all’incredulità.</p><p>Enric Mas non doveva vincere questa Vuelta a España, perché questa Vuelta a España era destinata a Tadej Pogačar. Doveva essere l’occasione per aggiungere la corsa spagnola al Tour de France e al Giro d’Italia e raggiungere Jacques Anquetil, Felice Gimondi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali, Chris Froome e Jonas Vingegaard tra chi ha vinto tutti e tre i grandi giri, una selezione di grandissimi del pedale.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/29/news/leffetto-che-fa-il-ritiro-di-tadej-pogacar-dalla-vuelta--405990">Tadej Pogačar però è caduto e ha lasciato sull’asfalto i suoi sogni di vittoria</a>.</p><p>Enric Mas non è caduto e chi resta in piedi ha sempre ragione. Questa Vuelta se l’è guadagnata sulla strada e il ritiro del campione sloveno non la sminuisce. Anche perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/08/27/news/quello-stupore-alla-vuelta-nel-vedere-mas-a-fianco-di-pogacar--405803">il corridore spagnolo è stato uno dei pochi a recuperare terreno a Pogačar: è successo il 27 agosto nella sesta tappa</a>. Quel giorno vinse comunque il campione del mondo, perché quelli come Enric Mas non vincono quasi mai.</p><p>Quasi mai. A volte vincono la Vuelta a España.</p><p>Una Vuelta che è stato un balzo in una realtà che non riconoscevamo, o che facevamo fatica a riconoscere. Era ciclismo senza però esserlo allo stesso tempo.</p><p>Era da un bel pezzo che non assistevamo a un ciclismo dell’attesa e dell’astuzia per racimolare qualche decina di secondi dopo anni di un ciclismo della dilatazione della solitudine. Qualcuno ha apprezzato, qualcuno no. Qualcuno era lieto nel riconoscere lo sport che aveva quasi sempre visto, qualcuno invece ha storto il naso abituato com’era ai grandi campioni. Senz’altro è qualcosa di diverso.</p><p>Com’è diverso Enric Mas, con il suo sorriso un po’ imbarazzato un po’ incredulo che aveva sul podio di Granada.</p>]]></description>
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