<?xml version="1.0" encoding="utf-8" ?>
<rss version="2.0" xmlns:google="http://schema.org/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">
	<channel>
		<title>Gli ultimi 56 anni</title>
		<language>it</language>
					<link></link>
				<description/>
		<copyright>Il Foglio</copyright>
					<ttl>60</ttl>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 09:44:23 +0100</pubDate>
		<lastBuildDate>Wed, 04 Nov 2026 09:44:23 +0100</lastBuildDate>

					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/elezioni-midterm-2026/2026/11/04/news/la-caduta-di-susan-collins-lultima-repubblicana-del-new-england--412609</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/elezioni-midterm-2026/2026/11/04/news/la-caduta-di-susan-collins-lultima-repubblicana-del-new-england--412609</link>
				<title>La caduta di Susan Collins, l’ultima repubblicana del New England</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 09:38:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/04/original/fcd4cf82-dca8-4fa2-a0a0-cbf8f81706ca.jpeg?v=1793781569" />
																					<category>Elezioni Midterm 2026</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Era l’ultima senatrice repubblicana del <b>New England</b>, sopravvissuta a cambi di presidenti e di maggioranze, all’èra obamiana e all’avvento trumpiano. Alla fine, però, dopo trent’anni al Congresso, anche <b>Susan Collins</b> si è dovuta arrendere. In tanti, in queste tre decadi, hanno provato a farla fuori, a scalzarla da quel seggio che sovente ha determinato il via libera o l’affossamento di nomine federali e provvedimenti controversi. Il Partito Democratico, dal 1996 in poi, ha investito milioni di dollari nella ricerca di candidati forti da contrapporle. Ci sono riusciti, ma lei ha sempre vinto. Anche l’ultima volta, sei anni fa, quando sulle macerie della prima presidenza trumpiana sovvertì tutti i sondaggi che la davano perdente: doveva soccombere di cinque, sei punti. Vinse di otto. <b>Ironia della sorte, a chiudere la sua stagione al Senato è stato il più improbabile dei rivali, un taglialegna populista detestato come pochi altri dai suoi stessi compagni di partito</b>. Decenni nelle legislature locali e una serie infinita di fiaschi. La governatrice uscente, democratica pure lei, si è rifiutata di dargli l’endorsement.<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/per-sistemare-il-disastro-in-maine-i-dems-scelgono-un-taglialegna--403006"> Troy Jackson era entrato in campo in estate</a>, all’ultimo minuto: bisognava trovare il sostituto di Graham Platner, il vincitore delle primarie, invischiato in casi di violenza e di simpatie per il nazismo. Non proprio l’ideale per uno stato della costa occidentale, molto vittoriano e antitrumpiano. Jackson ce l’ha fatta, anche se il “merito” non è suo. E’ di Trump e per capirlo bastava ascoltare quel che dicevano intervistati alla tv gli elettori all’uscita dai seggi: <b>Susan è ottima, l’ho sempre votata, ma bisogna dire No all’agenda Trump</b>. Dopotutto, The Donald ha passato mesi a dire che bisognava votare come se sulla scheda ci fosse il suo nome, e l’elettorato l’ha preso in parola. Bocciandolo. A farne le spese, però, sono i candidati del suo partito. Sia quelli improponibili da lui strenuamente voluti, come Ken Paxton in Texas, sia i moderati dal record bipartisan come Collins.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/elezioni-midterm-2026/2026/11/04/video/davide-ha-vinto-contro-golia-il-discorso-di-vittoria-di-james-talarico-in-texas--412608</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/elezioni-midterm-2026/2026/11/04/video/davide-ha-vinto-contro-golia-il-discorso-di-vittoria-di-james-talarico-in-texas--412608</link>
				<title>Davide ha vinto contro Golia. Il discorso di vittoria di James Talarico in Texas</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 09:03:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/04/original/710e71fb-389c-4e5e-aa3f-ed6b7b77d466.jpeg?v=1793779395" />
																					<category>Elezioni Midterm 2026</category>
				<author> </author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Ci siamo appena ripresi il Texas.</p><p>Abbiamo appena dimostrato che tutti i soldi del mondo non possono competere con il popolo del Texas.</p><p>Abbiamo appena dimostrato che una politica della divisione non può competere con una politica dell'amore.</p><p>E abbiamo appena mandato un messaggio a ogni miliardario grande finanziatore, a ogni grande finanziatore con patrimoni da migliaia di miliardi, a ogni difensore corrotto di questo sistema politico che non funziona più.</p><p>In questo stato, in questo paese, il potere appartiene al popolo.</p><p>Mi viene in mente una storia delle Scritture, quella di un giovane pastore che affronta un gigante. Per quaranta giorni Golia lo provoca e lo schernisce. Il giorno dello scontro si presenta con un'armatura completa. Porta così tante armi che ha bisogno di qualcun altro per reggergli lo scudo.</p><p>In questa campagna elettorale abbiamo affrontato i nostri Golia: l'uomo più ricco del mondo, l'uomo più potente del mondo e l'intero establishment di Washington.</p><p>Davide non era grande né forte quanto Golia. Non aveva altrettante armi. Ma aveva la speranza. Aveva la fede. E aveva una fionda.</p><p>Voi siete stati la mia fionda. Il popolo del Texas è stato la mia fionda. E questa sera abbiamo sconfitto Golia.</p><p>Le Scritture mi hanno insegnato, e la mia stessa vita mi ha insegnato, a scommettere sempre su chi parte sfavorito.</p><p>Prima di diventare un politico, ero un insegnante della scuola pubblica. Insegnavo lingua e letteratura alla Rhodes Middle School, nella zona ovest di San Antonio. E, come dico sempre, insegnare alle scuole medie è la migliore preparazione possibile per la politica.</p><p>La zona ovest è un quartiere bellissimo, ricco di storia. Ma è anche una delle aree con il reddito più basso di tutto il Texas.</p><p>Ogni giorno i miei studenti lottavano eroicamente per superare gli ostacoli di un sistema truccato. I miei studenti non erano soltanto ragazzini. Erano sopravvissuti, sognatori, combattenti.</p><p>Lo vedevo nei loro occhi ogni giorno: quella determinazione incrollabile, quello spirito indomabile.</p><p>Crescendo, avevo visto la stessa capacità di lottare. L'avevo vista in mia madre, figlia di un predicatore di Laredo, che lasciò casa a diciannove anni.</p><p>Si trasferì ad Austin e conobbe il mio padre biologico, un ragazzo di ventun anni che aveva abbandonato le superiori e il cui problema con l'alcol sfociava talvolta nella violenza.</p><p>Una sera diventò di nuovo violento. Ma quella sera l'amore di mia madre trovò la forza di opporsi a quella violenza.</p><p>Caricò tutte le nostre cose sulla sua piccola Ford Escort. Mi portò nell'albergo dove lavorava. Supplicò il direttore di lasciarci stare in una delle camere finché non trovammo un piccolo appartamento nella zona est di Austin.</p><p>Non c'era spazio per una cameretta, così dormivo in una culla dentro il suo armadio.</p><p>E lei era così orgogliosa di quell'armadio. Lo aveva decorato con fotografie e giocattoli. Nessuno avrebbe potuto convincerla che quella non fosse una cameretta.</p><p>Scommettete sempre su chi parte sfavorito.</p><p>Eravamo noi gli sfavoriti in questa corsa.</p><p>Abbiamo affrontato quasi quarant'anni di dubbi e disillusioni. Abbiamo affrontato più di 300 milioni di dollari, più di quanto sia mai stato speso in qualsiasi campagna per il Senato nella storia americana.</p><p>Abbiamo affrontato tutte le pubblicità negative, le campagne diffamatorie, i bot stranieri e i deepfake realizzati con l'intelligenza artificiale che il denaro può comprare.</p><p>Quegli attacchi erano gli ultimi ululati di un establishment morente. Il rantolo di uno status quo che sa di avere i giorni contati.</p><p>Hanno giocato sporco perché erano disperati.</p><p>Ma noi non abbiamo mai perso la speranza. Non abbiamo mai perso la fede. E contro il grande denaro, contro ogni pronostico, ci siamo ripresi il nostro potere.</p><p>Scommettete sempre su chi parte sfavorito.</p><p>Abbiamo costruito un movimento diverso da qualsiasi altro questo stato abbia mai visto. Abbiamo unito texani di ogni provenienza e convinzione in un'unica squadra, per affrontare questo sistema politico corrotto e incapace di funzionare.</p><p>Persone che votavano per la prima volta, persone che avevano votato tre volte per Trump, lavoratori di ogni angolo dello stato, stanchi e pronti al cambiamento.</p><p>Questa vittoria è per tutti quelli che sono stati dati per sconfitti e lasciati indietro.</p><p>Questa vittoria è per ogni insegnante e ogni infermiere, per ogni agricoltore e ogni allevatore, per ogni giovane che cerca di comprare una casa, per ogni genitore che cerca di mettere il cibo in tavola.</p><p>Questa vittoria è per ogni texano che si sia mai chiesto se qualcuno lo stesse ascoltando.</p><p>Io vi ho ascoltati. Noi vi abbiamo ascoltati.</p><p>E questa sera il mondo vi ascolta.</p><p>Ai texani che hanno sostenuto questo movimento voglio dire che la vostra fiducia mi riempie di umiltà. E lavorerò ogni giorno per esserne degno.</p><p>E ai texani che non hanno votato per me voglio dire: sarò anche il vostro senatore.</p><p>Sarò sempre al vostro servizio. Mi batterò sempre per voi.</p><p>Questa vittoria non riguarda il Partito democratico o il Partito repubblicano. È qualcosa di molto più grande.</p><p>C'è qualcosa che non funziona in America.</p><p>Il nostro sistema economico non funziona. Il nostro sistema politico non funziona. Persino i rapporti tra di noi sembrano essersi spezzati.</p><p>Ed è così perché le persone più potenti del mondo vogliono che sia così.</p><p>Mio nonno era un predicatore battista nel Texas meridionale. E quando ero piccolo mi diceva che seguiamo un rabbino scalzo che ci ha dato due comandamenti: ama Dio e ama il prossimo.</p><p>Perché non può esserci amore per Dio senza amore per il prossimo.</p><p>Ogni singola persona porta in sé l'immagine del sacro. Ogni singola persona è santa.</p><p>Non soltanto il prossimo che mi somiglia. Non soltanto il prossimo che prega come me. Non soltanto il prossimo che vota come me.</p><p>Sono chiamato ad amare tutti i miei prossimi come amo me stesso.</p><p>Perché, nonostante le nostre differenze, vogliamo tutti le stesse cose.</p><p>Un quartiere sicuro. Un buon lavoro. Una scuola pubblica di qualità, adeguatamente finanziata. E la possibilità di andare dal medico quando ne abbiamo bisogno.</p><p>Ma i miliardari che possiedono gli algoritmi dei social media, che possiedono le reti televisive di informazione via cavo, che possiedono i politici che vediamo litigare sui nostri schermi, vogliono che ci saltiamo alla gola a vicenda.</p><p>Vogliono che ci concentriamo su ciò che ci rende diversi, invece che su ciò che ci rende simili.</p><p>Vogliono che guardiamo a destra e a sinistra, gli uni contro gli altri, invece di guardare in alto, verso di loro.</p><p>Il vero scontro in questo paese non è tra destra e sinistra. È tra chi sta in alto e chi sta in basso.</p><p>Le persone al vertice si impegnano così tanto a mantenerci arrabbiati e divisi perché la nostra unità è una minaccia alla loro ricchezza e al loro potere.</p><p>Lo abbiamo visto in questa campagna elettorale. Lo abbiamo visto in ogni pubblicità d'attacco finanziata dai miliardari.</p><p>Le persone al vertice ci dividono per partito, per razza, per genere, per religione, per cultura, così che non ci accorgiamo che ci stanno svuotando le tasche.</p><p>Che stanno togliendo fondi alle nostre scuole. Che stanno smantellando la nostra assistenza sanitaria. Che stanno aumentando le tasse a tutti noi mentre le tagliano a sé stessi.</p><p>È la strategia più antica del mondo: dividere per conquistare.</p><p>Ma questa sera abbiamo mandato un messaggio chiarissimo a chi sta al vertice.</p><p>Non ci lasceremo conquistare.</p><p>Credo si possa dire con certezza che siamo stanchi di essere messi gli uni contro gli altri. Siamo stanchi che ci venga detto di odiarci a vicenda.</p><p>Sono dieci anni che viviamo questo tipo di politica.</p><p>La politica come sport sanguinario. La politica come provocazione e umiliazione dell'avversario. La politica come wrestling professionistico.</p><p>Distrugge le famiglie. Mette fine alle amicizie. E ci lascia tutti con una sensazione di malessere, continuamente.</p><p>Le persone di ogni orientamento politico hanno fame di una politica diversa.</p><p>Non una politica dell'odio. Non una politica della paura. Non una politica della divisione.</p><p>Ma una politica dell'amore.</p><p>La mia fede mi insegna che l'amore è la forza più potente dell'universo.</p><p>L'amore non è passivo. L'amore non è neutrale. L'amore non è debole.</p><p>L'amore richiede che ci mettiamo tra i prepotenti e le loro vittime.</p><p>L'amore richiede che guardiamo il male negli occhi senza battere ciglio.</p><p>Quel tipo di amore è sempre stato una minaccia per chi detiene il potere.</p><p>Quel tipo di amore è rivoluzionario.</p><p>Quel tipo di amore è creativo.</p><p>L'odio è prevedibile. L'odio è noioso. L'odio non è una cosa buona. L'odio è odio.</p><p>L'odio non può abbassare le nostre bollette energetiche.</p><p>L'odio non può insegnare a leggere a un bambino.</p><p>L'odio non può costruire un futuro.</p><p>Ma ciò che l'odio non può fare, l'amore può farlo.</p><p>L'amore può trasformare uno studente in uno studioso.</p><p>L'amore può trasformare un armadio in una cameretta.</p><p>L'amore può trasformare un nemico in un amico.</p><p>L'amore può trasformare una campagna elettorale in un movimento.</p><p>L'amore può guarire ciò che si è spezzato in America.</p><p>Non possiamo sconfiggere la politica della divisione con altra divisione.</p><p>Non possiamo vincere a quel gioco. Dobbiamo cambiare il gioco.</p><p>Nella mia esperienza, quando tendi una mano aperta invece di mostrare un pugno chiuso, rimarrai sorpreso da chi sarà disposto ad afferrarla.</p><p>Non abbiamo vinto questa campagna alienandoci i nostri vicini, facendoli vergognare o ridicolizzandoli.</p><p>Abbiamo incarnato un nuovo tipo di politica, una politica radicata in un amore profondo per il nostro stato, per il nostro paese e, soprattutto, per tutti i nostri vicini.</p><p>Abbiamo mobilitato i nostri 60 mila volontari in ogni angolo dello stato e insieme abbiamo consegnato acqua in bottiglia a Sandbranch, una comunità a sud di Dallas che non ha acqua corrente.</p><p>Abbiamo donato materiale scolastico a una scuola elementare di El Cenizo, una piccola città al confine.</p><p>Abbiamo raccolto più di 20 mila libbre di generi alimentari, oltre novemila chili, per le famiglie di Fort Worth che fanno fatica a sostenere l'alto costo della vita.</p><p>Prima che il mondo cambi nei modi che vedete in televisione o di cui leggete sui giornali, il mondo cambia da persona a persona, da vicino a vicino.</p><p>In ogni momento in cui scegliamo di essere gentili. In ogni vicino che scegliamo di amare. In ogni preghiera che rivolgiamo a qualcuno che non pregherebbe per noi in cambio.</p><p>È così che abbiamo vinto il Texas.</p><p>Questa è una vittoria grande quanto il Texas.</p><p>E ora abbiamo un mandato grande quanto il Texas.</p><p>Queste elezioni sono state una corsa verso una visione di ciò che questo stato può diventare.</p><p>Scuole pubbliche texane che siano l'invidia della nazione.</p><p>Un'economia texana che non sia seconda a nessuno.</p><p>E famiglie texane più forti e più sane di quanto siano mai state.</p><p>Non accadrà dall'oggi al domani. Ma uno stato gigantesco merita sogni giganteschi.</p><p>E noi sappiamo come arrivarci.</p><p>Dobbiamo togliere il grande denaro dalla politica, affinché nessun miliardario, nessuna persona con patrimoni da migliaia di miliardi possa comprare le nostre elezioni.</p><p>Dobbiamo liberare il nostro sistema economico dai meccanismi truccati che avvantaggiano soltanto l'uno per cento più ricco.</p><p>Dobbiamo approvare un sistema sanitario universale, affinché nessuno finisca in bancarotta soltanto perché si ammala.</p><p>Dobbiamo investire nei nostri insegnanti e nei nostri studenti, affinché chiunque parta svantaggiato abbia una possibilità concreta di farcela.</p><p>Dobbiamo mettere fine a queste guerre infinite e corrotte, che fanno aumentare i prezzi e uccidono i nostri coraggiosi uomini e donne in uniforme.</p><p>E dobbiamo guarire la profonda corruzione spirituale che è alla radice di tutte queste crisi.</p><p>Dobbiamo superare le divisioni che ci separano e ricostruire i legami che ci uniscono.</p><p>Qui, nello Stato della Stella Solitaria, abbiamo forgiato un nuovo tipo di politica.</p><p>Una risposta a questo decennio di divisioni.</p><p>Abbiamo dimostrato che, quando i lavoratori si uniscono superando ogni linea di divisione, possiamo fare cose straordinarie.</p><p>Abbiamo vinto questa campagna perché le persone che desiderano disperatamente un cambiamento adesso lo otterranno.</p><p>Quella vecchia politica sta morendo. E sta nascendo una nuova politica.</p><p>Attraverso ciascuno di noi. Attraverso ogni persona data per sconfitta. Attraverso ogni Davide che affronta ogni Golia. Attraverso ogni texano che ha creduto nel nostro stato e ha creduto in questo movimento.</p><p>Adesso comincia il vero lavoro.</p><p>Duemila anni fa, quando le persone al vertice facevano del male al prossimo, quel rabbino scalzo non rimase nella sua stanza a pregare.</p><p>Entrò nel luogo del potere e rovesciò i tavoli dell'ingiustizia.</p><p>Mentre questo movimento si dirige verso il luogo del potere, mentre ci dirigiamo verso il Senato degli Stati Uniti, sappiamo che cosa questo momento ci chiede."</p><p>Texas, è arrivato il momento di cominciare a rovesciare i tavoli.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/la-notte-tutta-blu-degli-stati-uniti--412606</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/la-notte-tutta-blu-degli-stati-uniti--412606</link>
				<title>La notte tutta blu degli Stati Uniti</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 07:12:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/04/original/f54a53d5-f1a5-4a0f-9ab1-06233594c45e.jpeg?v=1793774796" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>È successo quello che doveva succedere. E che è successo nelle 13 delle ultime 15 midterm: <b>il partito del presidente ha perso il controllo del Congresso</b>. Ma anche le previsioni dei sondaggisti che con Hillary Clinton e Kamala Harris non ci avevano preso e la cui credibilità era scesa, sono andate oltre. <b>Più che un’ondata blu – una blue wave – c’è stato un blue tsunami. </b>Se questo era un referendum su<b> Donald Trump</b>, come l’ha definito lui, allora Trump ha perso.</p><p><b>Ha perso il trumpismo,</b> ha perso un presidente che abbandona l’Ucraina, che attacca l’Iran senza fare un regime change, che non sa gestire l’economia. Ha perso il presidenzialismo sfrontato e prepotente, e l’idea che si possa incolpare l’amministrazione precedente sul prezzo della benzina anche dopo due anni. Ha perso un presidente che manda le truppe dell’Ice ad arrestare i presunti immigrati illegali nelle scuole e li spedisce in centro America.</p><p>In stati dove il presidente aveva vinto con ampi margini nel 2024,<b> i democratici si sono presi seggi che non controllavano da almeno trent’anni</b>. In <b>Kansas </b>era dal 1932 che non c’era un senatore dem, dalla Grande depressione, da quando l’America era quella raccontata da John Steinbeck.</p><p>I democratici in queste elezioni di metà mandato hanno conquistato il Senato e la Camera, portando a Capitol Hill una nuova generazione di legislatori democratici, che hanno spesso dovuto sfidare volti ormai già vecchi del trumpismo. E sono stati raggiunti anche tanti primati che piacciono ai progressisti: il primo senatore dichiaratamente gay, la prima governatrice nera di sempre, il primo governatore latino in California, il primo speaker della camera afroamericano… Ma i grossi segnali sono appunto quelli legati alle roccaforti conservatrici, dove i donatori come Elon Musk hanno investito piccole fortune per spingere il candidato del GoP. Come il <b>Texas&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/09/24/news/la-formula-di-james-talarico-giovane-cristiano-dialogante-e-di-sinistra--119502">dove il religioso James Talarico</a>&nbsp;– “Dio è non-binario!”, diceva – ha vinto, e dove ha vinto anche la candidata governatrice dem, l’ispanica <b>Gina Hinojosa</b>. O in <b>North Carolina</b>, dove <b>Richard Ojeda II</b> ha mandato a casa il deputato repubblicano Richard Hudson, presidente della National Republican Congressional Committee, ovvero il responsabile per la campagna elettorale dei candidati del GoP alla camera.</p><p>Anche in stati come Louisiana, Florida e Mississippi, nonostante siano stati vinti dai repubblicani, il margine è sottile. In Maine <b>Susan Collins</b>, senatrice in carica, è stata bocciata da un candidato dem recuperato all’ultimo in sostituzione di un ostricaro pazzo. Talarico ha parlato di uno scontro Davide vs Golia, dove, dice, la sua fionda “sono state le persone del Texas”. Anche la nuova ondata dentro la coalizione dem dei DSA, i socialisti-democratici, festeggia risultati definiti, da NPR “storici”, con almeno 5 deputati eletti.&nbsp;</p><p>Il presidente Trump ha telefonato alla sua adorata Fox News e commentando i risultati ha detto: <b>“Sono un po’ sorpreso. Pensavo che avrebbero fatto meglio”</b>. E’ sembrato moscio, senza quella verve da coup d’état, da 6 gennaio. Aveva detto all’elettorato di immaginare che lui fosse sulla scheda elettorale. Le persone l’hanno fatto. Non hanno certo aiutato pessimi candidati come l’imprenditore Vivek Ramaswamy in Ohio o Ken Paxton in Texas. Il Washington Post, avvicinatosi al presidente negli ultimi anni, ha titolato: “Trump subisce uno storico ripudio”. Ma ci si chiede se i repubblicani abbandoneranno Trump, dopo averlo usato per vincere, facendosi mettere i piedi in testa per dieci anni e cercheranno da domani di costruire un nuovo GoP. <b>O se ormai il siero Maga ha avvelenato l’elefantino.</b>&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/i-risultati-delle-elezioni-di-midterm-negli-stati-uniti-in-tre-grafici-senato-camera-e-nuovi-governatori--412558</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/i-risultati-delle-elezioni-di-midterm-negli-stati-uniti-in-tre-grafici-senato-camera-e-nuovi-governatori--412558</link>
				<title>I risultati delle elezioni di midterm negli Stati Uniti in tre grafici: Senato, Camera e nuovi Governatori</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 07:08:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/d5fb4220-cb54-4470-b02b-5f7f6df3f366.jpeg?v=1793777350" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Il 3 novembre gli Stati Uniti sono stati chiamati alle urne per le <b>elezioni di metà mandato</b>, un appuntamento cruciale per gli ultimi due anni di Donald Trump alla Casa Bianca.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/la-notte-tutta-blu-degli-stati-uniti--412606">Già dai primi risultati</a>&nbsp;emerge con chiarezza che <b>i democratici prendono il controllo di Camera e Senato</b> con una maggioranza schiacciante.&nbsp;</p><p>A testimonianza dell'importanza di queste elezioni, quasi 58 milioni di elettori avevano votato in anticipo: un record per le midterm. In palio tutti i 435 seggi della Camera, oltre un terzo dei 100 del Senato e 36 governatori. I tre grafici sono aggiornati in tempo reale.&nbsp;</p><h2>Il voto al Senato</h2><h2>Il voto alla Camera dei rappresentanti</h2><h2>I nuovi Governatori eletti</h2>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/11/04/news/il-decreto-bollette-sbatte-sotto-il-tetto--412584</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/11/04/news/il-decreto-bollette-sbatte-sotto-il-tetto--412584</link>
				<title>Il decreto Bollette sbatte sotto il tetto</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:26:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/3f7df6df-1ec0-4bc5-9688-e74fc96b39b9.jpeg?v=1793733851" />
																		<enclosure url="https://api.spreaker.com/v2/episodes/76160315" />
												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>L’iter del dl Bollette 2 si fa sempre più accidentato. La revisione del provvedimento di febbraio, che dovrebbe recepire gli esiti del negoziato tra governo e Commissione Ue, era prevista nel Consiglio dei ministri della settimana scorsa: all’ultimo momento è slittata per “verifiche tecniche”. Adesso pare che neppure questa settimana arriverà a Palazzo Chigi: il titolare del Mase Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo a Ecomondo, ha detto che “i miei uffici stanno lavorando sulle modalità tecniche del cosiddetto ribaltamento”. Alla domanda su quando sarà pronto il nuovo testo, ha replicato tautologicamente: “Quando avranno finito gli uffici, e quando mi consegneranno il lavoro fatto”. Il meccanismo ricalca il <b>“tope al precio del gas” </b>rimasto in vigore in Spagna nel 2022-23. Prevede, in pratica, la corresponsione di un sussidio ai produttori termoelettrici, in modo che la riduzione dei loro costi trascini verso il basso tutta la curva dei prezzi.</p><p>Il problema è: chi paga il sussidio? Pichetto ha detto più volte che i clienti con contratti a prezzo fisso dovrebbero esserne esclusi; invece l’Arera ha proposto, in un documento di giugno, di ribaltarlo uniformemente su tutti i clienti finali attraverso il cosiddetto corrispettivo di dispacciamento. Non è chiaro se davvero sia su questo che gli uomini del Mase stanno cercando la quadra. Se così fosse, basterebbe seguire il modello iberico: <b>fare in modo che a pagare il sussidio siano gli acquirenti all’ingrosso </b>(industriali e utility che rivendono l’energia al dettaglio). In tal modo, questi da un lato contribuiranno ai costi delle centrali a gas, e dall’altro godranno dello “sconto” sul prezzo dell’energia: e poiché questo è teoricamente più elevato del rimborso, porteranno a casa un risparmio da riversare a valle secondo le specificità dei contratti con i clienti. Mischiare i due livelli, ingrosso e dettaglio, rischia solo di generare confusione e sussidi incrociati tra categorie di clienti. Il meccanismo del dl Bollette è già abbastanza complesso di suo: non c’è ragione di renderlo ulteriormente complicato.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/la-candidata-alla-guida-dellonu-lana-nusseibeh-continua-a-tacere-sul-sudan--412581</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/la-candidata-alla-guida-dellonu-lana-nusseibeh-continua-a-tacere-sul-sudan--412581</link>
				<title>La candidata alla guida dell’Onu, Lana Nusseibeh, continua a tacere sul Sudan</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:26:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/2a130cec-26dd-4407-b24a-c2e630da5dae.jpeg?v=1793733690" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Pare che la candidata emiratina al ruolo di prossimo segretario generale dell’Onu, l’ex ministra degli Esteri <b>Lana Nusseibeh</b>, resti in una posizione di vantaggio rispetto agli altri nomi che girano. Gli Stati Uniti, scriveva Politico, bocciano i suoi concorrenti. Voci di corridoio intercettate dal quotidiano americano dicono che Nusseibeh intrighi la Casa Bianca e del resto la storia recente dice che l’Amministrazione Trump ha sempre avuto un debole per gli Emirati Arabi Uniti. L’ultimo capitolo di una lunga special relationship tra Washington e Abu Dhabi è stato descritto di recente da Matthew Cole nel suo ultimo libro, “Principi e ladri”, <b>in cui il giornalista ha messo in relazione due miliardi di dollari provenienti da fondi neri di leader di stati del Golfo con il genero di Trump, Jared Kushner, nel tentativo di influenzare la politica statunitense</b>.</p><p>Ma c’è dell’altro, qualcosa di molto più concreto e provato, a mettere in difficoltà la candidatura di Nusseibeh: il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/10/28/news/a-un-anno-dal-massacro-la-comunita-internazionale-chiude-gli-occhi-sul-sudan--411820">Sudan</a>. Le domande dirette alla candidata sul perché non abbia mai condannato l’aiuto emiratino alle Rapid Support Forces (Rsf) sudanesi, le milizie paramilitari accusate di genocidio dall’Onu, restano ostinatamente inevase. L’ex ministra dice di non essere più la voce del governo di Abu Dhabi. Lo ha ripetuto anche ieri rispondendo a Politico, che era tornato sul coinvolgimento emiratino in Sudan e sul silenzio di Nusseibeh: “Ho chiaro che le Rsf devono rendere conto delle atrocità commesse e sosterrei una missione investigativa dell’Onu – ha detto –. <b>La situazione in Sudan è orribile e sarebbe una mia priorità da segretario generale dell’Onu</b>”.</p><p><b>Nascondendosi dietro alla necessaria “imparzialità” richiesta da una carica tanto prestigiosa, Nusseibeh nemmeno stavolta ha citato gli Emirati</b>. Di contro, c’è chi ricorda il suo ruolo nell’attività di lobby del paese del Golfo per impedire, nel 2025, che l’Europarlamento approvasse una risoluzione di condanna degli Emirati in Sudan. Oggi, un rapporto degli esperti Onu è ancora in attesa di essere approvato, proprio per le pressioni emiratine. Perché in fondo, il silenzio è da sempre l’arma più potente di Abu Dhabi.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/04/news/reddito-patrimoniale-e-armi-entreranno-nel-programma-del-centrosinistra-con-un-altro-nome--412575</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/04/news/reddito-patrimoniale-e-armi-entreranno-nel-programma-del-centrosinistra-con-un-altro-nome--412575</link>
				<title>Reddito, patrimoniale e armi entreranno nel programma del centrosinistra (con un altro nome)</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:13:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/e06f2536-2728-4f1d-838f-8d7296364e7d.jpeg?v=1793733006" />
																					<category>Politica</category>
				<author>Salvatore Merlo</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Apprendiamo dal Corriere della Sera che il Pd ha deciso di accettare nel programma il “reddito di cittadinanza” che chiede Giuseppe Conte, oltre a tutto il resto. Ma sapete come lo chiamano? “Forma di sostegno al reddito per chi non lavora ma anche per pensionati e giovani precari con una particolare attenzione a che non ci siano truffe”. Testuale. Il Nazareno, nella sua immensa saggezza politica, ha evidentemente deciso di ricordarci che oggi viviamo tutti in un mondo di eufemismi. Per esempio, adesso l’uomo che vi sotterra si chiama necroforo. Tutti, tranne forse la salma, sanno che è un becchino, ma quel nome estroso aiuta a convincere i dolenti che il loro caro in realtà non è morto, si è soltanto assentato per alcuni milioni di anni. Così la “patrimoniale” – a proposito di becchini – quella che Nicola Fratoianni pretende e che secondo Conte invece non funziona e che il Pd troverà il modo di accettare, diventerà probabilmente una “forma di sostegno ai conti pubblici da parte di chi possiede moltissimo ma anche di chi possiede molto, senza escludere del tutto quelli che posseggono abbastanza, purché non si configuri come una patrimoniale e non venga chiamata tassa”.</p><p>D’altra parte, come sanno bene al Nazareno, chi si guadagna utilmente la vita ramazzando le strade non è più uno spazzino, bensì un “operatore ecologico”. E il callista è adesso un “podologo”. Il proctologo invece? Lasciamo perdere. Allo stesso modo – e qui è la genialità moderna del Pd – non è difficile immaginare che, dizionario alla mano, <b>anche le armi all’Ucraina troveranno presto una definizione più contemporanea</b>, più consona, più esatta, più adatta al contesto dell’alleanza. Cosa sono i missili, infatti, se non “dispositivi di persuasione a gittata variabile finalizzati alla ripresa del dialogo”? E la contraerea non è forse un “presidio di protezione civile ad alta quota”? Non c’è dubbio. E il tutto, c’è da scommetterci, confluirà in un unico capitolo di programma sottoscritto da M5s, Avs, Iv, Pd e +Europa intitolato “forma di sostegno materiale alla legittima difesa di un popolo aggredito, per chi combatte ma anche per chi negozia, nell’auspicio condiviso che non esploda niente”. Lo stesso “campo largo”, del resto, si è già ribattezzato “alleanza progressista”, ed è solo questione di tempo perché il nome si distenda fino alla sua forma compiuta, ovvero “coalizione progressista ma anche moderata, larga ma anche stretta, aperta a Matteo Renzi ma pure no”. Sarà un successo. Igor Taruffi, responsabile organizzazione del Pd, ha spiegato che l’obiettivo è avere il programma di coalizione pronto entro sei mesi prima del voto. Non sappiamo bene perché ma temiamo che sei mesi saranno appena sufficienti a leggerlo, questo programma.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/gli-scontri-a-kyiv-e-quel-che-sta-accadendo-davvero-con-la-mobilitazione-ucraina--412556</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/gli-scontri-a-kyiv-e-quel-che-sta-accadendo-davvero-con-la-mobilitazione-ucraina--412556</link>
				<title>Gli scontri a Kyiv e quel che sta accadendo davvero con la mobilitazione ucraina</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:13:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/971a33e0-f9b0-4b98-aaf4-0d7dec5085ff.jpeg?v=1793730491" />
																					<category>Esteri</category>
				<author> </author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Lunedì sera ci sono stati degli scontri nella periferia di Kyiv dopo che è circolata la notizia di alcune decine di uomini, tra cui alcuni membri della Guardia nazionale ucraina, erano detenuti nello scantinato di una casa privata. <b>“Li stanno torturando!”, gridava la folla, e subito queste parole sono passate di bocca in bocca sui social, vedete cosa fanno gli ucraini?</b>, finendo anche su quella della leader della destra estrema tedesca dell’AfD, Alice Weidel, che ha detto: visto che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è qui a Berlino, spero che qualcuno gli chieda conto di quel che sta accadendo con il reclutamento.</p><p><b>Francis Farrell,</b> giornalista del Kyiv Independent che era tra i pochi a essere presenti allo scontro, ha pubblicato una spiegazione su X molto dettagliata, che riportiamo. “L’edificio era usato dalla Guardia nazionale come punto di transito per trattenere gli uomini mobilitati nel periodo che intercorre tra il momento in cui vengono fermati dai funzionari della leva e sottoposti alla visita medica, e il momento in cui vengono portati all’addestramento di base. Sì, l’Ucraina ha una mobilitazione forzata, e quel ‘forzato’ implica che le persone vengano prese e trattenute, spesso contro la loro volontà, dai funzionari della leva, e che l’ulteriore limitazione della libertà dei reclutati di andarsene prosegua spesso fino all’addestramento di base e anche durante. Nulla di tutto ciò è nuovo né dovrebbe sorprendere: è la realtà di un paese che combatte una guerra esistenziale. Fare la mobilitazione e assegnare i reclutati è un’operazione logistica complessa, “e luoghi di detenzione temporanea come questo sono soluzioni comuni quando i pezzi del puzzle non combaciano perfettamente – scrive il giornalista – Purtroppo questa tappa del percorso del reclutato si colloca in una zona grigia dal punto di vista legale” e “può essere teatro di abusi”. Era accaduto anche lì, ed era stata chiamata un’“ambulanza privata”.</p><p>“Quando sono arrivato – scrive Farrell – circa 100 persone urlavano contro i poliziotti e i soldati della Guardia nazionale che presidiavano l’edificio. Per lo più uomini giovani, qualche donna e alcuni adolescenti, più due operatori di questa ‘ambulanza privata’ con il loro mezzo. Ogni volta che si tentava un dialogo, la situazione degenerava, in un modo che sembrava artificiale. Sono state lanciate uova, poi petardi e bengala, bottiglie d’acqua, contro le forze dell’ordine e i militari. Ciò che mi ha colpito è che c’erano alcuni personaggi principali, come se avessero ruoli ben definiti da recitare: i pochi uomini in abiti civili che aggredivano e provocavano; <b>l’adolescente con la maschera antigas che è salito sulla recinzione, ha cominciato a lanciare mattoni ed è stato poi esibito come una vittima; l’‘attivista locale’ al centro degli scontri, a caccia di qualsiasi occasione per parlare a una telecamera delle presunte ‘torture’ all’interno; e i paramedici della ‘ambulanza privata’ che cercavano di dirigere gli eventi, e la cui azienda sembra aver cessato l’attività nel 2023</b>”.</p><p>Farrell poi descrive il contesto: “La tensione sulla mobilitazione forzata in Ucraina sta crescendo: ignorarla o negarla significa essere fuori dalla realtà. Accadrebbe in qualsiasi paese che attraversi ciò che sta attraversando l’Ucraina, ammesso che quel paese fosse riuscito a resistere a una guerra russa abbastanza a lungo da arrivare a questo punto. La ragione principale è l’incapacità dello stato di guardare in faccia la questione della mobilitazione, di parlarne apertamente con la società e di riformare il processo dall’inizio alla fine”. Il vuoto che ne deriva viene riempito dall’esercito in modo improvvisato, con luoghi come questo. <b>“La mobilitazione in Ucraina deve essere fatta meglio, e vanno applicati meccanismi adeguati di diritto e giustizia militare”, continua Farrell, “ma nulla di tutto ciò cambia il fatto che, senza mobilitazione, la Russia vincerà presto questa guerra”</b>. Inoltre, “la rabbia verso la mobilitazione quando riguarda sé stessi o i propri cari, esacerbata dal risentimento per la corruzione, non equivale alla volontà che l’Ucraina capitoli o accetti le condizioni della Russia. A livello di società, quella volontà non si è spostata”.</p><p>Infine, c’è lo spazio informativo: “Tutto questo è musica per le orecchie della Russia e, che il Cremlino abbia o meno avuto un ruolo attivo nell’inscenare e alimentare lo scontro, le tradizionali voci della resa lo stanno già amplificando come un riflesso condizionato. Ma anche se fosse una provocazione costruita ad arte, ciò non significa che le tensioni non esistano, che le riforme non siano necessarie e che lo stato non abbia responsabilità”. Il giornalismo internazionale su questi temi, conclude Farrell, <b>“pur spesso animato da buone intenzioni, manca molto spesso delle sfumature che l’argomento richiede”, e si offre di aiutare a comprendere</b>.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/04/news/veltronis-band-sogna-il-colle-passando-per-la-cultura-il-ministero--412554</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/04/news/veltronis-band-sogna-il-colle-passando-per-la-cultura-il-ministero--412554</link>
				<title>Veltroni&#039;s band, sogna il Colle passando per la Cultura (il ministero)</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:12:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/82c1ef98-dfa4-46bd-a2f4-ed51997e5880.jpeg?v=1793729699" />
																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>C’è un solo modo per limitarlo, premiarlo: <b>eleggere Veltroni presidente della Repubblica</b>, nominarlo ministro della Cultura (sta lavorando per questo). Il documentario? <b>E’ di Walter Veltroni</b>. L’ospite di La 7? Veltroni. Il presidente della Fondazione Morricone? Veltroni. Chi apre la festa dell’Anci 2026? Veltroni. Serve una lettera? L’ha già scritta Veltroni, ma alla nipotina, ed è un libro edito da Rizzoli (di Marina Berlusconi). L’intervista sul settimanale (a Vanity Fair)?  E’ di Veltroni. Ci sarebbe anche l’editoriale sul Corriere, che è di Veltroni. <b>Quando dorme, Veltroni scrive almeno una sceneggiatura, due bozzetti e quando  sente la parola pensione, Veltroni potrebbe minacciare di girare un ulteriore documentario che uno stato democratico deve sempre finanziare</b>.</p><p>Quando Claudio Durigon parla di quota 64, pensione anticipata, dovrebbe riflettere sulla vita bellissima di Veltroni, il comunista che non fu mai, l’esodato che torna. C’è stato un momento in cui tutta Roma doveva partecipare alle prime dei suoi film, c’è stato un tempo in cui bisognava acquistare il suo ultimo libro, leggere il suo ultimo elzeviro, ma c’è stato un secondo momento in cui anche i veltroniani per necessità hanno chiesto la grazia: <b>per questa domenica resto a casa e mi vedo un film comico</b>. Ah, sì? E che fa Veltroni? Gira un documentario sul trio comico, Gialappa’s Band dal titolo “L’assurda storia della Gialappa’s Band”. Infaticabile.</p><p>Lo presenta in anteprima all’ultimo Festival del Cinema di Roma ma purtroppo il pubblico bruto e insensibile non si riversa in massa in sala. Il documentario raccoglie centomila euro in tre settimane e adesso è scomparso dalla programmazione. <b>Ma questo è un paese di poeti, registi e vicepremier</b>. Per girare questo documentario sulla Gialappa’s giace una richiesta di tax credit al ministero della Cultura.  Di quanto? 850 mila euro. La richiesta è stata respinta nella prima sessione selettiva ma la speranza, a sinistra, è testardamente unitaria. Solo una destra becera può parlare di flop. I documentari di Veltroni sono finora quattro, i film sono due, e sono tutte opere che la critica definisce “necessaria”. La fatica di Veltroni è sempre “necessaria”. <b>Chi meglio di lui, dopo tale esperienza, può riformare il cinema italiano? </b>Stabilire cosa va finanziato e cosa no?</p><p>E qui si arriva alla notizia che ci ha passato un musicista che ha lavorato con la buonanima di Morricone: “<b>Veltroni potrebbe fare il ministro della Cultura e poi puntare al Quirinale</b>”. Ovviamente sarà un musicista a cui il babbo ha imposto da piccolo di leggere l’Unità (caro Leonardino Maria Del Vecchio, al posto del Fatto Quotidiano fonda un giornale di sinistra dal nome semplice: Bella Ciao!). <b>Siamo ai titoli di coda</b>.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/03/news/eravamo-il-campo-largo-la-tela-di-dalema-tra-schlein-conte-e-renzi--412477">Dunque, D’Alema scrive libri</a>, Veltroni libri e film, <b>Gentiloni vola alto e parla d’Europa</b>. Per arrivare al Colle si sta facendo strage di carta e di celluloide. Sapete qual è la beffa? Mentre Veltroni fa il regista, Schlein parla con Gianni Cuperlo, il suo vero quirinabile. Per chi ama l’arte ed è stanco di portare  le copie di Veltroni al Libraccio, non resta che firmare la petizione “Veltroni presidente”. <b>Cerca il Quirinale, inseguendo l’oscar e al posto dei voti, raccoglie dvd</b>.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/04/news/luca-mercuri-sara-il-nuovo-direttore-dei-musei-del-mic--412552</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/04/news/luca-mercuri-sara-il-nuovo-direttore-dei-musei-del-mic--412552</link>
				<title>Luca Mercuri sarà il nuovo direttore dei Musei del Mic</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:11:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/77bb5c77-2a68-4b39-a5f8-f3c2a1e289f1.jpeg?v=1793729138" />
																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>E’ Luca Mercuri il nuovo direttore generale Musei del ministero della Cultura (Mic). Mercuri, 46 anni, archeologo e critico dell’arte, attualmente direttore del Pantheon e di Castel Sant’Angelo – Direzione nazionale musei di Roma, succede a Massimo Osanna, nominato a giugno  scorso direttore del Dipartimento per le attività culturali (che comprende anche il settore cinema). L’avvicendamento è stato annunciato dallo stesso ministro Alessandro Giuli ed era nell’aria da tempo. La nomina viene letta come una scelta di “continuità”, visto che Mercuri è considerato un allievo di Osanna</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/11/04/news/il-piccolo-roman-polanski-nel-ghetto-regalo-i-suoi-francobolli--412546</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/11/04/news/il-piccolo-roman-polanski-nel-ghetto-regalo-i-suoi-francobolli--412546</link>
				<title>Il piccolo Roman Polanski nel ghetto regalò i suoi francobolli</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:11:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/51eb60ab-eca2-49e7-bdc2-dfec7dd5ee82.jpeg?v=1793726722" />
																					<category>Cultura</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Nel 2002 Roman Polanski vinse il Festival di Cannes con “Il pianista”, tratto dall’autobiografia del pianista ebreo Wladyslaw Szpilman. <b>Raccontava l’invasione nazista della Polonia, l’occupazione di Varsavia, il ghetto, la fuga e la stentata sopravvivenza, fino all’arrivo dell’Armata Rossa</b>. Pareva un’autobiografia per interposta persona, tanto i dati biografici coincidevano. Il regista non aveva mai parlato di quei tragici anni, vissuti da bambino solo al mondo. I genitori erano stati entrambi deportati – la madre morirà a Auschwitz. Il figlio ormai adulto era stato sempre scarso di parole sugli anni difficili (quelli, e quelli che seguiranno, compresa l’indecente, e fuori tempo massimo, galera in Svizzera).</p><p>Il futuro regista era nato nel 1933 a Parigi. Nel 1936, temendo il crescente antisemitismo francese, la famiglia Polanski tornò a in patria: pareva un posto più sicuro e relativamente tranquillo, c’erano parenti su cui contare. <b>Finché furono alzati i muri del ghetto, prima a Varsavia e poi a Cracovia, e iniziarono le deportazioni. Il padre urlò al giovane Roman</b> – di 9 anni – di allontanarsi, quando le SS lo presero e portarono via. Si rivedranno nel 1945, dopo che il campo di Mauthausen sarà liberato dagli americani.</p><p>Questo e poco altro sapevamo. Fino al “Pianista” e molto oltre. Prima di leggere <i>Non correte! Andate piano!</i>, appena uscito da Adelphi. Lo firmano Roman Polanski e suo padre Ryszard. La prima sezione, che dà il titolo al volume, è la testimonianza resa dal regista nel 2006, per il progetto “Mémoires de la Shoah” (trascritta nel 2024). <b>Sulla copertina, una fotografia di Roman bambino, con un fucilino a tracolla. A pagina 17, un’altra fotografia scattata a Parigi, la prima</b>. Mostra un bambino con i boccoli, nel suo completino di lana lavorato a maglia, stivaletti bianchi, e a fianco un orsetto. Forse quello di cui – più avanti – il piccolo Roman racconta la perdita.</p><p>Comincia una vita tra Varsavia e Cracovia, soffrendo la fame. La nonna si suicida, la madre viene deportata. Il padre, prima di venire portato via, aveva affidato il rampollo a una famiglia, perché lo portasse al sicuro in campagna – <b>luoghi, ricorda Roman, che erano rimasti al Medioevo</b>. Dopo un paio di tentativi, il piano riesce – nei primi, spariscono soldi e gioielli di famiglia.</p><p>Racconta papà Ryszard di aver incontrato – dopo la guerra – qualcuno di questi individui, senza parlare mai del comune passato. Non ne parleranno neanche padre e figlio. Fino al 1973. Quando il genitore arrabbiato, per un paio di frasi dette dal figlio, scriverà di getto le prime venti pagine che compaiono in questo libro. Poi arriveranno le altre, una novantina. Queste, su richiesta del figlio che nel 2002 aveva trovato, all’Istituto Yad Yashem di Israele, la scheda paterna. Scoprendo che il genitore si era ringiovanito di sei anni. “Gli ho detto che lo avrei pagato”, fa notare Roman Polanski. Il padre sta al gioco – “la cosa comincia a farsi interessante”, in famiglia avevano lo stesso senso dell’umorismo. <b>Le restanti pagine del libro raccontano, quasi senza emozione e quindi più agghiaccianti, la vita prima e durante il campo. Con qualche ritrattino dei nazisti che Ryszard Polanski ebbe la sfortuna di incontrare lungo la strada. Il paese era piccolo, tutti si conoscevano</b>.</p><p>Intanto Roman scopre la sua vocazione. <b>Un ragazzo nel ghetto aveva un proiettore a manovella</b>. E qualche spezzone di pellicola, dei Lumière. Roman gli regalò la sua collezione di francobolli per una proiezione nel bagno, sull’asciugamano.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/salute/2026/11/04/news/con-il-morbillo-non-si-scherza--412573</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/11/04/news/con-il-morbillo-non-si-scherza--412573</link>
				<title>Con il morbillo non si scherza</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:10:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/52624203-e833-437c-b3a1-381fe83df7e5.jpeg?v=1793732940" />
																		<enclosure url="https://api.spreaker.com/v2/episodes/76160176" />
												<category>Salute</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Un bambino è morto di morbillo nello stato di New York. Non accadeva da trent'anni.<b> Non è morto perché la medicina non avesse gli strumenti per proteggerlo, ma in un Paese che quegli strumenti li ha progressivamente messi in discussione</b>. Al 29 ottobre i Cdc contavano 4.852 casi confermati, il dato più alto dal 1990. Il 96 per cento delle persone contagiate era non vaccinato o aveva uno stato vaccinale sconosciuto. Il morbillo non è quindi diventato più pericoloso, ma si è indebolita la barriera che per decenni ne aveva impedito la circolazione.</p><p>Non è per caso: <b>la copertura vaccinale è scesa, in alcune comunità è molto al di sotto della soglia necessaria a garantire l'immunità collettiva</b>. Ma soprattutto, negli Stati Uniti, il dubbio sui vaccini ha smesso di essere una posizione marginale per diventare una voce ascoltata, legittimata e infine promossa dalle istituzioni. I protagonisti hanno nomi e cognomi: Donald Trump e Robert F. Kennedy Jr. I<b>l segretario alla Salute ha costruito una parte rilevante della propria notorietà alimentando sospetti sulla sicurezza dei vaccini</b>. La Casa Bianca ha tradotto quella cultura del sospetto anche in scelte di politica sanitaria, come la raccomandazione di separare le dosi del vaccino MMR, senza evidenze scientifiche a sostegno.</p><p>La vaccinazione non è però una questione di fede, né un atto di obbedienza a un'autorità. <b>E’ una misura di sanità pubblica fondata su evidenze, efficacia e protezione reciproca. Quando la politica la trasforma in una bandiera identitaria, il virus non distingue tra repubblicani e democratici, tra complottisti e scettici</b>. Colpisce dove trova spazio. Quel bambino è morto per le conseguenze generate da una cornice politica precisa. E la domanda che resta è perché si sia scelto di mettere in discussione una delle conquiste più solide della medicina moderna, come se la sfiducia fosse una politica sanitaria e non la causa del suo fallimento.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/lettere-al-direttore/2026/11/04/news/prendete-il-ddl-sullantisemitismo-e-approvatelo-please--412569</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/lettere-al-direttore/2026/11/04/news/prendete-il-ddl-sullantisemitismo-e-approvatelo-please--412569</link>
				<title>Prendete il ddl sull’antisemitismo e approvatelo, please</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:10:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/f638da85-708e-413d-87f2-60aab83ee36e.jpeg?v=1793732649" />
																					<category>Lettere al direttore</category>
				<author> </author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Al direttore<i> - Stamani (2 novembre) il buon Mariano Giustino nella sua consueta corrispondenza su Radio Radicale evidenziava che fra Repubblica dell’Azerbaigian e Repubblica turca (una nazione con due stati) le relazioni non sono più così armoniose. Fra i vari punti di frizione il recente divieto nella prima di portare l’hijab nelle scuole, una scommessa sulla laicità e, in cauda venenum, un’ottima intesa, anche militare, con Israele.</i></p><p><b>Nicola Federici</b></p><p>Al direttore<i> - Secondo un vecchio adagio, “quando gli Stati Uniti starnutiscono, il mondo prende un raffreddore” (“When the United States sneezes, the world catches a cold”). Speriamo che oggi gli americani votino con naso e bocca tappati.</i></p><p><b>Michele Magno</b></p><p>Il trumpismo in America vedremo come sta, il trumpismo nel mondo sappiamo già come sta: in ritirata strategica, anche laddove il nazionalismo coltiva speranze per il proprio futuro.</p><p>Al direttore - <i>Non si parla più del ddl sull’antisemitismo. Con l’apertura della sessione di bilancio, l’approvazione rischia di slittare all’anno prossimo. Se poi alla Camera ci fossero delle modifiche, il ddl dovrebbe tornare al Senato, in zona di fine legislatura. Con l’aria che tira dobbiamo vigilare.</i></p><p><b>Giuliano Cazzola</b></p><p>Dopo aver abituato i propri follower a considerare la difesa degli ebrei come un tentativo di chiudere gli occhi di fronte alle azioni del governo israeliano, oggi un pezzo della politica italiana fa una gran fatica a riconoscere una verità elementare: difendere gli ebrei da chi li vuole colpire non significa difendere chi governa in Israele. Se persino la lotta contro l’antisemitismo è diventata divisiva, la responsabilità non è di Israele, ma anche di chi, in questi mesi, ha utilizzato con disinvoltura le famose tre D individuate da Natan Sharansky: demonizzazione, doppio standard, delegittimazione. Prendete questo ddl e approvatelo, please.</p><p>Al direttore - <i>Un consiglio a Lorenzo Pacini: se è davvero convinto che le vetrine rotte dai manifestanti hanno solo dato lavoro ai vetrai, faccia ancora un passettino e potrà tranquillamente teorizzare che un poliziotto morto, in fondo, dà lavoro alle pompe funebri. Battute a parte, il consiglio vero al giovane esponente del Pd è di riflettere, e tanto, prima di parlare.</i></p><p><b>Luca Rocca</b></p><p>Al direttore - <i>Il caso Ilva è l’esempio lampante di quali disastri possano compiere i giudici che decidono in settori strategici per l’economia, per le politiche sociali e del lavoro, per la salute pubblica senza essere eletti e senza responsabilità alcuna. I giudici decidono come se detenessero un potere assoluto, senza alcun contro limite come argine. Cordialità.</i></p><p><b>Ilaria Colombo</b></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/dissidenti-iraniani-censurati-e-rifiutati-in-occidente-dagli-editori-travestiti-da-mullah--412567</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/dissidenti-iraniani-censurati-e-rifiutati-in-occidente-dagli-editori-travestiti-da-mullah--412567</link>
				<title>Dissidenti iraniani censurati e rifiutati in Occidente dagli editori travestiti da mullah</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:09:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/424a69e2-f27f-425d-94aa-25a67b9fdf44.jpeg?v=1793732523" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>L’artista iraniana <b>Taravat Talepasand</b> doveva esporre al Macalester College, nel Minnesota, la scultura che recita “Donna, vita, libertà” (lo slogan della rivolta delle donne iraniane) <b>e una satira di Khomeini e delle donne che indossano il niqab mentre si tirano su le vesti</b>. Ma è stata censurata. Ora la poetessa e traduttrice iraniana <b>Bänoo Zan</b> racconta nell’Index of censorship che case editrici e riviste letterarie occidentali censurano il dissenso iraniano. L’Index on censorship è la rivista fondata dal poeta Stephen Spender negli anni Settanta per difendere i dissidenti sovietici, ospitando Václav Havel, Nadine Gordimer, Salman Rushdie, Doris Lessing e altri. “<b>Come poetessa e traduttrice iraniano-canadese ho avuto recentemente incontri allarmanti con editor e accademici” scrive Zan</b>.</p><p>“Nessuna delle mie poesie critiche della Repubblica islamica è apparsa su riviste riconosciute. A luglio, una rivista negli Stati Uniti ha rifiutato una poesia ispirata a un attivista iraniano. <b>Non importava che fosse contrario alla guerra. ‘Il bene superiore’, hanno detto, ‘è la sconfitta del sionismo e dell’imperialismo’</b>”. In un altro incontro recente, una rivista ha inizialmente accettato le traduzioni di Bänoo Zan di un poeta iraniano dissidente, Sina Behmanesh, per rifiutarle successivamente.</p><p>“L’editor ha spiegato di aver cambiato idea a causa della guerra” scrive Zan nell’Index of censorship. “Per giustificare la sua decisione, ha scritto: ‘Ora è il momento di restare in silenzio e cercare la riconciliazione. Parlare non aiuterà nessuno’”. Zan racconta di un vulnus ideologico profondo che a suo dire determina questa censura. “Sono stata in giurie letterarie e ho assistito al fatto che i miei colleghi preferiscono opere che non criticano sistemi politici e religiosi nel Sud globale. Alcuni di questi giurati insegnano inglese e scrittura creativa nelle università. Lettori di riviste, giudici di concorsi letterari, editor ed editori sono prodotti di questa estetica non impegnata”. Zan cita la poetessa e attivista per i diritti civili afroamericana Audre Lorde: “Il tuo silenzio non ti proteggerà”. “<b>E’ anche vero che silenziare gli altri non li protegge” conclude la Zan</b>.</p><p>“Silenziare scrittori, giornalisti e attivisti li espone a un pericolo maggiore. Potenzia i dittatori e i perpetratori di crimini contro l’umanità e consente loro di continuare le loro azioni violente con impunità”. Nel raccontare che oggi un libro e un film come “Persepolis” della compianta regista iraniana Marjane Satrapi non verrebbe pubblicato e prodotto, il romanziere algerino Kamel Daoud ha scritto sul Point: “Ciò che denunciava l’unico film di Satrapi, inizialmente come un ‘male iraniano’ o un ‘male musulmano’, è diventato ormai anche un male occidentale, se non mondiale. <b>La lenta discesa dell’Iran nel Medioevo politico e nell’intolleranza dal ritorno di Khomeini, che ‘Persepolis’ mostrava come un destino lontano, è diventata una realtà occidentale, diffusa, quotidiana</b>.</p><p>Capovolgimento epocale: ecco l’Iran che lotta per liberarsi, e noi, qui in occidente, che ci mobilitiamo per asservirci”. &nbsp;Il mese scorso, un rapporto dell’Anti-defamation league americana ha esaminato “<b>la cacciata di ebrei e israeliani dalla cultura dopo il 7 ottobre</b>”. Ora scopriamo che, in nome dell’antimperialismo che è il nuovo socialismo degli imbecilli, anche il dissenso iraniano merita un po’ di censura.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/11/04/news/altro-che-sinistradestra-e-conservatoredissipatore-la-vera-dicotomia--412501</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/11/04/news/altro-che-sinistradestra-e-conservatoredissipatore-la-vera-dicotomia--412501</link>
				<title>Altro che sinistra/destra. È conservatore/dissipatore la vera dicotomia</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:05:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/fa9952e6-4ab7-42ee-8fb4-dbb099ce7c9a.jpeg?v=1793718360" />
																					<category>Cultura</category>
				<author>Camillo Langone</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Conservatore non è il contrario di progressista, è il contrario di dissipatore: colui che dilapida un patrimonio culturale preferendo l’abbraccio con il nulla. Se poi questo tizio si autodefinisce progressista è per l’errore a cui è soggetto chi a qualsivoglia tipo di progresso ciecamente crede: sentirsi avanguardia quando sei pecora del gregge. Il conservatore, che è uno scettico, agli idoli non crede. <b>E’ uno scettico e un apota, come diceva Prezzolini, ossia uno che non la beve: né la favola del futuro di per sé radioso né la leggenda del passato in quanto tale aureo</b>. Quella fra conservazione e dissipazione è la dicotomia effettiva, indispensabile per distinguere le persone e ancor più le loro azioni, insomma per comprendere il senso di quanto avviene ora. Mentre invece destra/sinistra esprime una dualità retorica, utile solo a eccitare i tifosi e a rassicurare gli attardati (numerosissimi) che vivono mentalmente nel Novecento.</p><p>Il conservatore vuole conservare la dignità, la libertà, il senso della realtà. Innanzitutto sé stesso ma anche qualcosa di più grande di sé stesso: la propria cultura. Potrei anche dire identità ma preferisco cultura che è termine meno militante: il vero conservatore è tendenzialmente impolitico, trova i partiti respingenti, le elezioni repellenti. <b>E’ troppo adulto per divertirsi con i ludi cartacei. Il conservatore sedicente invece dalla politica è attratto, spesso finisce col farla e tale disdicevole attività lo costringe a diventare ideologico e dunque a smentire sé stesso perché il conservatorismo è realismo</b>. Il conservatore non ha in tasca soluzioni preconfezionate e pur stimandosi sa di non essere onnisciente. Ma se non credi di avere sempre ragione come fai a fare politica? Nemmeno il giornalista, l’editorialista, l’opinionista puoi fare bene se non avanzi corazzato da tale ottusa convinzione.</p><p>Chiaramente il vero conservatore sono io, “un personaggio molto particolare” come mi ha definito una ragazza. Eppure tutti sono conservatori almeno in parte e anche chi è meno particolare, più normale di me, è conservatore in qualcosa di essenziale: riguardo le persone e le cose che ama. Magari non ne è consapevole oppure, qualora si vanti di essere di sinistra (la sinistra è una vanteria), non può ammetterlo. Nick Cave, il massimo australiano vivente (può esserci del buono anche agli antipodi), ha illuminato il punto: “<b>Non sono politicamente conservatore. Ma sono conservatore per le piccole cose e non ho paura a dirlo. Conservatore è qualcuno che capisce la natura della perdita perché sa che è molto facile perdere qualcosa</b>”. Si capisce che il conservatore è un sentimentale e il conservatorismo uno stato d’animo. Intimo come l’amore perché è una componente dell’amore. Se ami qualcuno o qualcosa, e credo sia impossibile non amare nulla e nessuno, desideri custodire questo qualcuno o qualcosa, tenerlo vicino, non perderlo. Di più: desideri che non si perda, che prolunghi la propria esistenza oltre la tua.</p><p>Il presente libro contiene teoria in modicissima quantità, forse anche meno del minimo indispensabile, e invece molti esempi pratici: da conservatore preferisco di gran lunga la vita alle astrazioni. I capitoli sono basati su citazioni perché credo nella memoria e nei maestri, di ogni epoca e luogo. Non soffro di complessi di inferiorità ma solo un pazzo, o un barbaro cancellatore culturale (tre parole per dire vandalo), può disdegnare la saggezza accumulata in millenni di pensiero. Il mio peccato non è la tracotanza bensì un vizio che si avvicina al suo contrario ovverosia l’accidia, l’idea che ogni sforzo sia vano. Per una volta sono riuscito a vincerla e ho scritto <i>Il vero conservatore</i> avendo capito che un conservatore da solo può conservare ben poco. <b>Per quanto sia un individualista irriducibile, un misantropo viscerale, so bene che la mia cultura non è solo mia, è anche del lettore: contribuisca a salvarla e si salverà</b>.</p><p><i>E’ da oggi in libreria “Il vero conservatore. Manuale teorico-pratico”, di Camillo Langone. Del libro, edito da Liberilibri (208 pp., 17 euro) pubblichiamo l’Introduzione, dal titolo “Il contrario di dissipatore”.</i></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/04/news/la-scuola-di-meloni-fa-litigare-lega-e-governo--412599</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/11/04/news/la-scuola-di-meloni-fa-litigare-lega-e-governo--412599</link>
				<title>La “scuola” di Meloni fa litigare Lega e governo. Il miliardo che serve a Ilva</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:03:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/283aa6f6-6385-47bf-bca6-d3f4698caa3f.jpeg?v=1793735940" />
																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>O finisce in FdI con Meloni, Fratello Giorgetti, o finisce male. Una legge di Bilancio viene manipolata dalla Lega, dice FdI, “per regolare i conti interni,  per tentare di cacciare Giorgetti”. Il ministroValditara, leghista, lamenta tagli alla scuola  che per Meloni tagli non sono, ma misure di “assoluta logica”. Descrivono Giorgetti come “avvelenato” perché “Durigon, Valditara, tutti sapevano tutto”. E’ sotto fuoco amico, difeso, al solito da Meloni, da FdI, il suo “nuovo” partito (e chissà che non lo diventi) e perfino da Forza Italia. E’ “commissariato” da Durigon e Salvini che chiedono quattro miliardi per quota 64 e che lo disconoscono in una nota, che sa tanto di “Giorgetti, addio”: “Tecnici e parlamentari della Lega sono al lavoro per individuare risorse”.<b> Vogliono occupare la Ragioneria dello Stato come Ilaria Salis occupa le case</b>.</p><p>Dice Maurizio Casasco, il responsabile economico di FI: “Se rompi i coglioni al tuo ministro, e Giorgetti è un leghista, lo aiuti o gli fai del male?”. Si ripete la stessa polemica dell’anno precedente,  sulle pensioni, ma questa volta siamo alla manovra di fine legislatura e con Lega che deve recuperare, ritrovarsi. Da Trieste, dicono che la delusione è tale che Fedriga rinuncerà alla candidatura alle politiche: è così deluso che preferisce andarsene in Europa. All’ultimo vertice dei leader, quello della stretta di mano sulla manovra, hanno chiesto a Maurizio Lupi: ma quota 64 della Lega, si farà? E Lupi: “Mai”. Ci sono 800 milioni per un anno ma la Lega chiede quattro miliardi, finanziare la misura per tre anni. In Lega accusano al solito il cigno di stato, la ragioniera, Daria Perrotta, di averli imbrogliati come l’Azzeccagarbugli con Renzo, solo che i capponi sono loro. Raccontano di un sondaggio (oroscopi che se pagati vi dicono che sarete belli e forti) che darebbe la Lega al 7,5 per cento con questa battaglia di quota 64. Da qui la furia, <b>questo desiderio di strappare una libbra di Giorgetti.</b></p><p>Prima, hanno sostituito la giorgettiana<b> Silvana Comaroli</b> (ha firmato al Congresso della Lega per Garavaglia), la relatrice che da sempre segue la manovra per conto della Lega (e del ministro) e dopo hanno mandato avanti Valditara. E’ tra i ministri più scatenati e più si scatena e più infastidisce Meloni che non vuole sentire parlare di “taglio”, ma solo di turn over, perché “se non abbiamo studenti, dobbiamo forse pagare un reddito di docenza?”. Spiega Marco Osnato, il più tosto, la punta che Meloni sta mandando avanti per difendere la manovra: “In Italia la media è un insegnante ogni sette studenti, le classi sono già piccole. Di che parliamo? Sento  sobillare sulla rivalutazione delle pensioni che penalizza, e in maniera minima, solo le pensioni elevate. Di che parliamo? Valditara parla di taglio, ma non è un taglio e mi dispiace sentire questa parola”.</p><p>Nessuno ha notato, tranne l’economista di FdI, <b>Ylenja Lucaselli</b>, una che merita la fascia da viceministro in un prossimo Meloni II, che la quota 64 che sogna la Lega penalizza al solito le donne. Ricorda sempre Sabino Cassese: <b>“La pensione? E’ un’idea orribile.</b> Si sta a casa e diventi presto un problema per tua moglie, che ti deve sopportare, e per il sistema sanitario, che deve ascoltare le tue paturnie”. E’ da dieci anni almeno che Salvini si è fissato con le pensioni (e  la fissazione è peggio della malattia) ma Meloni non vuole accontentarlo e forse per una ragione nobile. Insieme a Giorgetti è preoccupata per Ilva e pensa che un miliardo possa servire per i prepensionamenti, accompagnare quella comunità che resterà con l’amianto e disoccupata. Non vuole perché i quattro miliardi di Durigon rischiano di fare uscire l’Italia dalla traiettoria di rientro, e perché quella quota è una spesa che si perpetuerà.</p><p>Domandano a FdI: e se invece la Lega continua? La risposta è: “Vogliono andare al voto subito? Andiamo!”. Sono passati quattro anni e in maggioranza c’è chi non ha capito come funziona. La norma sulla exit tax, che è già stata definita la tassa sui ricchi, criticata dall’Ft, è stata pensata da Palazzo Chigi. E’ una risposta alla patrimoniale che agita la sinistra. Ha un impatto economico basso, ma a Meloni serve per mostrare: vedete? Con me i super ricchi pagano. Anche il condono in Campania (ne aveva parlato questo giornale) serve per stanare la sinistra campana. <b>E’ Meloni che canta, Giorgetti mette solo in musica.</b> Rischia di finire davvero in FdI. Stanno  proliferando su Giorgetti  manovre di qualsiasi tipo: c’è chi dice, spaccherà la Lega, si farà un partito, appoggerà un prossimo governo, simil Draghi. Chi non può fischiare Meloni fischia Giorgetti, chi non può fischiare Giorgetti fischia Perrotta. Sparano tutti sull’economista.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/11/04/news/la-exit-tax-introdotta-dalla-manovra-disincentivera-gli-investimenti-senza-produrre-gettito-fermarsi--412559</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/11/04/news/la-exit-tax-introdotta-dalla-manovra-disincentivera-gli-investimenti-senza-produrre-gettito-fermarsi--412559</link>
				<title>La exit tax introdotta dalla manovra disincentiverà gli investimenti senza produrre gettito. Fermarsi</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:02:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/13c68210-db20-4b82-92f1-eb39b6952d01.jpeg?v=1793730788" />
																					<category>Economia</category>
				<author>Andrea Tavecchio</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>In Italia è passato un po’ sottotraccia, ma all’estero ne hanno parlato in tanti a partire dal Financial Times e non ne hanno parlato benissimo, bisogna aggiungere. L’articolo 17 del disegno di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/legge-di-bilancio_1339">legge di bilancio 2027</a>&nbsp;introduce, senza che vi fossero state discussioni sul tema, una vera novità per il nostro paese: <b>una exit tax</b>. Semplificando molto, viene prevista una tassazione sulle plusvalenze latenti (cioè non ancora realizzate) su partecipazioni, titoli e altri strumenti finanziari per le persone fisiche, le società semplici e gli enti non commerciali (come i trust) che, <b>essendo stati residenti in Italia per almeno sei dei dieci periodi d’imposta precedenti, trasferiscono la residenza fiscale all’estero a partire dal 1° gennaio 2027</b>.</p><p>E’ previsto un meccanismo di differimento del pagamento, più favorevole per i trasferimenti verso stati dell’Unione europea e stati con adeguati accordi di scambio di informazioni, evidentemente pensato per cercare di prevenire una censura sul piano delle libertà fondamentali dell’Unione. Anche in questi casi, però, il differimento (puoi pagare più tardi rispetto a quanto previsto normalmente, beneficiando di condizioni migliori) richiederebbe il versamento immediato di un acconto del 50 per cento <b>e la prestazione di una garanzia: un punto su cui ci saranno comunque tanti problemi di tenuta se la norma dovesse effettivamente essere approvata</b>.</p><p>La ipotizzata tassazione in uscita si applicherebbe a chi detiene un patrimonio di valore complessivo almeno pari a 800.000 euro: una soglia che, con un tocco di populismo o forse di ottimismo, alcune agenzie di stampa hanno associato ai “super ricchi”. <b>Da ultimo, ma non per ultimo, secondo la relazione tecnica il gettito atteso è di 3,37 milioni di euro nel 2027 e di 6,74 milioni annui dal 2028 al 2031, per tornare a 3,37 milioni dal 2032 al netto dei rimborsi. Non è un errore di battitura: milioni, non miliardi</b>.</p><p>Nei prossimi giorni siamo certi che ne scriveranno in tanti, evidenziando le criticità pratiche e sistematiche di questa norma, anche alla luce dell’esperienza maturata nei paesi in cui una exit tax sulle persone fisiche è già in vigore e dove il tema non ha mai smesso di generare contenzioso, anche davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. <b>E’ prassi che in sede parlamentare vengano apportati correttivi e non è da escludere nemmeno uno stralcio, come avvenne, anche se solo ex post, per l’ipotizzata modifica della tassazione dei dividendi per le holding</b>. Ne avevamo parlato.</p><p>Usciamo dai temi tecnici e facciamo una riflessione sul tipo di conseguenze che una norma così porta con sé. La presenza o meno di una exit tax è un argomento ricorrente quando gli operatori del mondo “tax and legal” valutano un paese. Cambiamenti introdotti in questo modo, senza un dibattito e senza condivisione con gli operatori, sono chiaramente una strategia legislativa, ma possono apparire come una modalità poco amichevole verso gli investitori e i contribuenti, attuali o potenziali. <b>Non è difficile immaginare che questa norma agisca da freno agli investimenti e ai trasferimenti in Italia di persone fisiche e strutture, perché dà un messaggio di instabilità, anche se parzialmente attenuato per chi si è trasferito nel nostro paese con il cosiddetto forfait: la norma, pur se il punto andrebbe precisato meglio, sembra escluderli per una serie di motivi tra cui, banalizzando, che fa riferimento alle “disposizioni ordinariamente applicabili”</b>.</p><p>Insomma, per andare a colpire pochi, con un gettito di pochi milioni, si rischia di scoraggiare i molti che stavano valutando di entrare, e che valgono molto di più di quanto la relazione tecnica stimi di incassare. Inoltre si dà un forte messaggio di instabilità del sistema Italia in generale e si crea in alcuni l’impressione, ad avviso di chi scrive infondata, che il governo si stia preparando a una “vera patrimoniale”. <b>Una buona sintesi potrebbe essere tanto rumore e poco gettito</b>.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/11/04/news/lex-capo-dei-vescovi-tedeschi-fa-la-ramanzina-al-papa-chiarisca-sugli-abusi--412540</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/11/04/news/lex-capo-dei-vescovi-tedeschi-fa-la-ramanzina-al-papa-chiarisca-sugli-abusi--412540</link>
				<title>L&#039;ex capo dei vescovi tedeschi fa la ramanzina al Papa: &quot;Chiarisca sugli abusi&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:02:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/a104be69-1ca4-4e0b-9b8d-e862dd307246.jpeg?v=1793725301" />
																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> E’ <b>un attacco senza precedenti</b> quello che mons. Georg Bätzing, fino a pochi mesi fa presidente della Conferenza episcopale tedesca, di cui è stato negli anni una sorta di curatore fallimentare (prova ne è che dopo la sua guida illuminata un sondaggio ha rilevato che per il 44 per cento dei cattolici in Germania sarebbe auspicabile una fusione con le Chiese protestanti), ha diretto contro il Papa. Con un comunicato in bella mostra sul sito della sua diocesi (Limburgo), si è detto “irritato” rispetto a quanto Leone XIV ha osservato di ritorno dal viaggio in Francia sulla crisi determinata da come la Chiesa ha risposto agli abusi sessuali. Il Papa “non ha voluto confermare l’affermazione di alcune persone colpite secondo cui avrebbe riconosciuto il carattere sistemico dell’abuso sessuale nella Chiesa cattolica. Ha detto di preferire un’altra formulazione. Nel colloquio con le persone colpite a Lourdes, ha affermato di aver parlato di determinate organizzazioni all’interno della Chiesa che talvolta avrebbero agito in modo <i>abusivo</i> come sistema. Allo stesso tempo ha dichiarato: ‘L’abuso sessuale è in primo luogo un problema umano’. Naturalmente – scrive Bätzing – l’abuso sessuale è un fenomeno che va ben oltre la Chiesa cattolica. Avviene in famiglia, nelle associazioni, nelle scuole e in altre istituzioni. <b>Ma proprio per questo dobbiamo osservare con precisione quali condizioni specifiche lo rendano possibile o lo favoriscano nei rispettivi contesti</b>. La questione delle cause sistemiche non è un sofisma linguistico. Da essa dipende se trarremo o meno le giuste conseguenze dai crimini del passato”.&nbsp;</p><p>Quindi, il vescovo elenca tutto quel che si è discusso e messo in pratica in Germania, sostenendo che dal processo sviluppato lì “è emerso con chiarezza che non basta perseguire gli autori, svolgere formazioni sulla prevenzione e migliorare i regolamenti procedurali. Tutto questo è necessario, ma non è sufficiente. Dobbiamo anche cambiare le strutture in cui si esercita il potere, si assume la responsabilità e si prendono le decisioni. L’autorità sacrale non deve far sì che le persone possano sottrarsi al controllo. La guida ecclesiale ha bisogno di obblighi vincolanti di rendicontazione, di processi decisionali trasparenti e di meccanismi di controllo efficaci e, per quanto possibile, indipendenti. Non è una richiesta astratta. Deve tradursi nel nostro stesso agire”. <b>Ma Leone XIV cosa aveva detto?</b> Semplicemente, non dando corda ai tanti manigoldi brandenti cappi e manette, osservava che molte delle vittime incontrate a Lourdes “hanno parlato di abuso sistemico. Personalmente, preferisco esprimerlo in modo diverso, anche se ho parlato di alcune organizzazioni all’interno della Chiesa che, a volte, per così dire, come sistema, hanno agito in modo abusivo. Ma <b>credo sia importante fare questa distinzione</b>. L’abuso sessuale è innanzitutto un problema umano. Quando avviene all’interno della Chiesa, assume in realtà un’altra dimensione, perché la vita di fede delle persone viene profondamente ferita e talvolta persino distrutta”. <b>All’ex presidente Bätzing non è piaciuto</b>: “Ritengo l’affermazione secondo cui l’abuso sessuale sarebbe in primo luogo un problema umano insufficiente e, nelle sue possibili conseguenze, estremamente problematica. L’abuso sessuale è un grave crimine. Distrugge la fiducia, ferisce le persone nella loro dignità e può segnare la loro vita in modo duraturo. Dove responsabili ecclesiali hanno coperto o taciuto tali atti, o ne hanno impedito il chiarimento, essi portano una propria grave responsabilità. Nella Chiesa si aggiunge un’ulteriore dimensione: l’abuso dell’autorità spirituale e della fiducia religiosa può danneggiare profondamente, o addirittura distruggere, anche la fede di una persona. Papa Leone ha affrontato esplicitamente questa particolare ferita e la responsabilità della Chiesa nei confronti delle persone colpite. Lo riconosco. Proprio per questo mi auguro da lui un altrettanto inequivocabile riconoscimento delle cause sistemiche della violenza sessualizzata. Non voglio insinuare che il Papa rifiuti in linea di principio le conoscenze scientifiche. Ma le sue dichiarazioni lasciano aperta una domanda decisiva: riconosce che non solo singole persone e organizzazioni, ma anche strutture specifiche della Chiesa cattolica hanno favorito l’abuso e la sua copertura? Questa domanda è di importanza fondamentale. Perché, se non nominiamo chiaramente le cause, non saremo nemmeno in grado di superarle con coerenza”. Quindi, l’altolà: “Anche la Curia romana e le strutture di governo della Chiesa universale devono lasciarsi misurare sul fatto che il potere sia esercitato in modo trasparente, la responsabilità verificata e il controllo garantito efficacemente. Per quanto riguarda la Curia romana, finora vedo ancora troppo poco di quel cambiamento culturale radicale di cui abbiamo bisogno”.</p><p>Bisogna prendere atto che “<b>la Chiesa cattolica ha causato, con l’abuso sessuale e la sua copertura durata decenni, una sofferenza incommensurabile e ha perso molta fiducia</b>. Questa fiducia non si riconquista con delle dichiarazioni. Servono un agire credibile, la disponibilità all’autocritica e il cambiamento coerente delle condizioni che hanno favorito l’abuso. Se la Chiesa dovesse relativizzare o negare le cause sistemiche della violenza sessualizzata, sarebbe una grave battuta d’arresto. Ferirebbe nuovamente le persone colpite e metterebbe a rischio la credibilità dell’elaborazione”. Proprio per questo, scrive l’ex presidente della Conferenza episcopale tedesca, “<b>ritengo urgentemente necessario un chiarimento da parte di Papa Leone</b>. Il riconoscimento delle cause sistemiche non è una peculiarità del dibattito ecclesiale tedesco. E’ una conseguenza delle conoscenze scientifiche e delle esperienze delle persone a cui nella nostra Chiesa è stata inflitta una grave sofferenza. Dobbiamo a queste persone di non edulcorare nulla, di non relativizzare nulla e di non rimuovere nessuna scomoda verità. Una Chiesa che vuole annunciare credibilmente il Vangelo deve essere pronta a interrogarsi criticamente anche sulle proprie strutture. Non deve anteporre i propri interessi istituzionali alla dignità dell’essere umano. E deve accettare che l’autorità spirituale non dispensa mai dalla rendicontazione e dal controllo”. Il vescovo ha ponderato bene i tempi per il suo attacco: il Papa sarà chiamato a risponderne tra qualche giorno, interrogato dai giornalisti al suo seguito, fra l’Uruguay, l’Argentina e il Perù. Una inattesa e non richiesta <i><b>november surprise</b></i>.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/ecco-come-la-cina-sta-strappando-lamerica-latina-a-trump--412526</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/ecco-come-la-cina-sta-strappando-lamerica-latina-a-trump--412526</link>
				<title>Ecco come la Cina sta strappando l&#039;America latina a Trump</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:02:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/94038483-0910-4304-a860-f061fc68273f.jpeg?v=1793722690" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Angela Nocioni</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>L'ultima battaglia tra Cina e Stati Uniti per le vie navigabili strategiche e per il litio, il niobio ed altre prelibatezze minerali di cui è golosa l'industria hi tech, è avvenuta all'estremo sud occidentale dell'emisfero australe. In Cile. È una lunga guerra, va avanti da decenni.<b> Il gioco ultimamente sembra condotto da Pechino, almeno da quando s'è fatto largo, nelle relazioni internazionali del regime, un gruppo di diplomatici dallo stile aggressivo con linguaggio più da social network che da Deng Xiaoping (riposto in soffitta il suo motto "nascondi la tua forza, attendi il tuo momento")</b>. Stavolta a sferrare il primo colpo è stato invece l'ambasciatore americano in Cile, Brandon Judd, un tipaccio che sembra scappato da un film di Clint Eastwood, rude ex agente di frontiera in servizio dal 1997 al 2024 nell'US Border patrol in Arizona e in California, nominato da Donald Trump a capo dell'ambasciata di Santiago il 10 novembre del 2025. Infilandosi a gomitate in una vecchia disputa tra Cile e Argentina per lo Stretto di Magellano, territorio cileno secondo un trattato del 1881 confermato nel 1984, Brandon Judd ha detto che Santiago può scordarsi la protezione di Washington, incluso l'accordo tra polizia cilena e Fbi, se non abbandona il progetto di cavi sottomarini cinesi per collegare il Cile a Hong Kong e se non accetta le condizioni americane per sviluppare l'industria del rame di cui il Cile è ricchissimo.</p><p>Il cavo, che per ora esiste solo sulla carta, ha un nome esplicito: Chile-China Express ed è sostenuto da un consorzio cinese tra cui China Mobile, Hmn Technologies e Hengton Optic-Electric. L'idea è di collegare direttamente la costa di Concón, vicino a Valparaíso, a Hong Kong. Washington dice di temere per la sicurezza delle telecomunicazioni nell'emisfero. La disputa è già costata al Cile nel febbraio scorso la revoca dei visti di tre funzionari tra cui il ministro dei Trasporti e delle Telecomunicazioni Juan Carlos Muñoz. Judd non c'è andato leggero, ha detto al governo cileno: non sarete voi i proprietari del cavo e noi non ci possiamo fidare nemmeno della protezione dei dati di intelligence condivisi. <b>A fine settembre il governo cileno ha detto che il piano è fermo, senza alcuna approvazione concessa. Rassicurazione abbastanza vaga, considerata da Washington insufficiente</b>.</p><p>Il conflitto si innesta sulla questione del rame cileno che Santiago estrae e vende sui mercati asiatici e che l'amministrazione Trump vorrebbe venisse prima venduto agli Stati uniti. <b>La gara tra Washington e Pechino s'è infiammata ora in Cile ma riguarda il sottosuolo di tutto il continente. In America latina non c'è solo il 20 per cento del greggio mondiale, ci sono le infinite riserve di gas venezuelane e i bacini d'acqua dolce della Triple frontera</b>. C'è il 35 per cento del rame di tutto il pianeta e c'è soprattutto il Triangolo del litio, quell'enorme fetta di terra tra Argentina, Bolivia e Cile al quale le industrie di alta tecnologia sia americane sia cinesi non possono rinunciare. Poi c'è la grafite naturale, lo stagno, un'infinità di terre rare.</p><p>Tostissimo sarà per Washington forzare la mano sul niobio, un metallo di transizione i cui giacimenti si trovano quasi esclusivamente in Brasile, nella regione di Araxà, nello stato di Minas Gerais. Il niobio serve per rinforzare le leghe d'acciaio rendendole più leggere e resistenti al calore, è indispensabile all'industria aerospaziale e nella petrolchimica. Il 15 per cento dei giacimenti di niobio si trova in Quebec e in Russia. Il resto, tutto il resto, è nel sottosuolo dello stato brasiliano di Minas Gerais ed è interamente nelle mani della Companhia Brasileira da Metalurgia e Mineracao (Cbmm). Proprietari della Cbmm, sono i proprietari della Itaù, la principale banca privata latinoamericana: <b>i fratelli Moreira Salles, discendenti cineasti di una dinastia di accademici e diplomatici dall'infinito patrimonio e sostenitori generosi del Partido dos trabalhadores</b>.</p><p>Il Brasile di Lula, di cui la Cina è il primo partnr commercale, ha aumentato gli scambi a livelli record con Pechino nel 2026: sono cresciute del 12 per cento le esportazioni e dell'8,9 le importazioni su base annua. La Cina è il secondo partner commerciale di tutta l'America Latina e il primo in Sud America. Un rapporto irrinunciabile che il ministro degli Esteri cileno Francisco Pérez Mackena ha spiegato all'ambasciatore di Trump così: "Non siamo né antiamericani né anticinesi, siamo pro cileni". <b>E che l'ambasciatore di Pechino a Santiago, Niu Qingbao, intervenendo a un seminario per i 20 anni del trattato di libero commercio tra Cina e Cile ha liquidato ricordando che "per Pechino i legami economici non dipendono dalla stagione politica"</b>. Trump passa ma il litio resta, detto in cinese.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/le-midterm-vissute-a-kyiv--412603</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/11/04/news/le-midterm-vissute-a-kyiv--412603</link>
				<title>Le midterm vissute a Kyiv</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/03/original/24e98fde-ec4c-4b1a-b2af-41f4ac198ece.jpeg?v=1793736121" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><i>Kyiv, dalla nostra inviata</i>.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Donald Trump</a>&nbsp;ha cercato di trasformare l’Ucraina e Volodymyr Zelensky nei capri espiatori dei suoi errori nella guerra in Iran, della crisi energetica e degli arsenali americani sguarniti per riconquistare consenso nel voto di metà mandato, ma “non ci è riuscito”, dice al Foglio <b>Yaroslav Trofimov</b>, capo degli inviati del Wall Street Journal, appena rientrato dalla conferenza sulla sicurezza a Manama, in Bahrein, dove non si è parlato che della guerra che verrà in medio oriente, di nuovo.</p><p>L’Ucraina ha pagato un prezzo altissimo per il voltafaccia americano. Kyiv è segnata dagli attacchi russi, cicatrici sparse qui e là in questa splendida ed europeissima capitale, che si è ritrovata nelle scorse settimane più nuda di sempre, senza le allerte dell’intelligence americana, l’unica in grado di avvertire del lancio di missili balistici russi contro le città: palazzi sbeccati, buchi, sirene. Negli ultimi cinque giorni, le bombe russe hanno colpito prima la stazione ferroviaria di Dnipro, diciotto morti, <b>e due giorni fa una scuola utilizzata come rifugio e distribuzione di aiuti umanitari nella regione di Zaporizhzhia, trenta morti, si scava ancora tra le macerie</b>.&nbsp;</p><p>I numeri della violenza di Vladimir Putin sono impressionanti, anche se ormai si finisce per liquidare le decine di missili balistici ogni giorno, le decine di missili da crociera ogni giorno e le centinaia di droni ogni giorno come la nuova normalità. Non c’è nulla di normale in questo accanimento sui civili, l’intensificazione degli attacchi russi risale al giugno del 2025 e va di pari passo con la presunzione di Putin di avere in pugno Trump. Nell’ultimo mese si sono avverate le speranze del presidente russo e le preoccupazioni degli ucraini: la fornitura di armi occidentali è stata sospesa anche attraverso il meccanismo di acquisto europeo, il Purl; l’intelligence preventiva è stata sospesa per almeno due giorni; i Patriot non arrivano; Starlink e Starshield sono stati manomessi al fronte. Il tutto perché Trump si è agitato per il voto di metà mandato, in cui la sua popolarità è andata collassando a causa in particolare dell’aumento dei prezzi del carburante, e ha pensato bene di dare la colpa agli ucraini che colpivano le raffinerie russe. Putin ha preso la palla al balzo, ha negoziato un accordo di vendita di diesel agli Stati Uniti, si è fatto togliere alcune sanzioni e si è persino reso disponibile a una mediazione con l’Iran, dopo aver fornito finora all’alleato di Teheran le informazioni per colpire gli obiettivi americani nel Golfo.</p><p>Ma il tentativo trumpiano è fallito: “<b>La Russia e il suo presidente rimangono molto impopolari negli Stati Uniti – dice Trofimov – Non soltanto tra gli elettori democratici, ma anche tra i repubblicani e persino tra i repubblicani che si definiscono Maga</b>. Aiutare il nemico, perché così è visto quel che ha fatto Trump con Putin, non ha portato niente al presidente americano, anzi: in questa campagna elettorale l’apertura nei confronti di Putin è stata una delle rare occasioni in cui molti candidati repubblicani hanno preso le distanze dal loro presidente”. Il voltafaccia non ha portato nulla dal punto di vista politico, ma nemmeno da quello economico. Il prezzo del diesel non si è abbassato, “ma non è nemmeno chiaro se il diesel messo in circolazione dall’accordo di Trump con Putin potrà essere venduto – dice Trofimov – Nonostante le sanzioni tolte dal presidente americano, esiste una legislazione formale del Congresso che proibisce l’importazione dei prodotti petroliferi russi. <b>Molti deputati e senatori hanno inviato lettere ufficiali alle società finanziarie, alle assicurazioni</b>, ai porti e agli importatori americani in cui ricordano che accettando il diesel russo si vìola la legge americana. Secondo alcuni report, alla fine questo diesel sarà dirottato verso il Brasile”.</p><p>Il Congresso, che da gennaio cambierà la sua composizione dopo il voto di ieri, ha fatto resistenza contro il voltafaccia di Trump. Sulla questione di Starlink e Starshield, cioè la riduzione della velocità del funzionamento del sistema di informazione satellitare sul fronte ucraino, è calato uno strano silenzio da parte americana. L’entità del danno per i soldati ucraini non lo conosciamo, alcuni hanno detto: cadevano i droni dal cielo, per darci un’idea di che cosa accade in una guerra tecnologica quando un pilastro viene arbitrariamente levato, ma molte operazioni sono state sospese. Anche gli attacchi ucraini alle raffinerie sono stati sospesi per quasi dieci giorni, proprio come voleva Trump – Putin non ha mai smesso, la notte scorsa ha colpito i siti energetici un po’ ovunque, il paese funziona a singhiozzo, eppure funziona. “Per me è molto istruttivo il fatto che nessuno abbia voluto prendersi la responsabilità del rallentamento di Starshield – dice Trofimov – Elon Musk ha detto che la decisione è stata della Casa Bianca, la Casa Bianca ha detto che non era vero e il Pentagono pure ha detto di non aver deciso nulla. Alla fine, dopo la promessa di inchieste che probabilmente ci saranno dopo il voto di metà mandato, il sistema è stato ripristinato. E questo è il segnale che fare pressioni sull’Ucraina ha un prezzo politico che alla fine non vale la pena pagare per nessuno: la realtà è che la guerra in Iran è la guerra di Trump, è la guerra che ha un prezzo politico per lui, è la guerra che Trump deve finire, in un modo o in un altro. La guerra contro l’Ucraina non è una guerra di Trump, e questa iniziativa con Putin potrebbe rivelarsi un boomerang: è addirittura possibile che costi a Trump qualche punto elettorale nelle urne”.</p><p>Questa non è una guerra esistenziale per il presidente americano, però la sua simpatia per Putin e l’accettazione di un’eventuale sconfitta dell’Ucraina l’hanno deformata. Ma se l’ingegno ucraino e la strategia della compensazione europea hanno fatto capire a Trump che la sconfitta non è un’opzione, resta il problema degli intercettori Patriot, che è poi anche il legame più diretto tra la resistenza ucraina, la guerra in Iran e gli errori di Washington. “Il problema dei Patriot non è soltanto che gli americani non li vogliono vendere agli ucraini – dice Trofimov – Il problema è che gli americani non ce li hanno proprio. Il magazzino dei Patriot è vuoto, non ne hanno abbastanza nemmeno i sauditi per difendersi, non ce ne hanno abbastanza nemmeno i soldati americani. L’industria militare americana dormiva in piedi e il paese non è pronto per una guerra di queste dimensioni. Per gli europei la situazione è persino peggiore, perché l’Europa non produce ancora i missili per la difesa antibalistica. I tedeschi e i greci stanno comprando sistemi israeliani, Francia e Italia forse il prossimo anno cominceranno a produrre missili di nuova generazione Aster che pare saranno capaci di intercettare missili balistici, ma bisogna vedere in quale quantità. Questo è il problema di fondo. Perciò se anche Trump desse agli ucraini 30 Patriot invece che i 15 che dà oggi circa ogni mese, non sarebbero sufficienti, perché Putin lancia centinaia di missili balistici”. <b>L’aritmetica della produzione è impietosa: per ogni missile Patriot prodotto dagli americani, i russi producono 3 4 missili balistici e servono 2 Patriot per intercettare un missile balistico</b>. Per questo gli ucraini hanno iniziato a colpire la fonte primarie della macchina da guerra russa, i ricavi dalle risorse energetiche, colpendo le raffinerie. Per questo il voltafaccia trumpiano ha avuto un costo enorme per Kyiv, perché ha creato un’ulteriore asimmetria, con i russi che hanno continuato a colpire e gli ucraini che hanno rispettato la volontà del loro principale alleato – un alleato volubile e che non si è preparato alla guerra moderna, rimanendo oggi sguarnito.</p><p>L’elezione americana di metà mandato è un fardello pesantissimo in Ucraina, dal 9 ottobre scorso, quando Trump e Putin si sono parlati al telefono, è precipitato tutto. Molti esponenti del Partito democratico dichiarano che, se dovessero riprendere il controllo del Congresso, riapriranno agli aiuti all’Ucraina, questo sarà un tema cruciale nei negoziati sul budget americano con il presidente e il suo partito: “L’Ucraina è diventata una causa dei democratici – dice Trofimov – Ma anche se Trump ha deciso di mettersi in affari con Putin non ha trascinato con sé l’opinione pubblica americana, e questo è un fattore fondamentale. Gli americani non amano Putin e sostengono l’Ucraina, forse oggi ancora più di qualche anno fa, perché ora non sono più loro a pagare per la difesa ucraina”. Sono gli europei a farlo, gli europei stritolati dalla guerra ibrida russa e dall’ostilità trumpiana, gli europei che oggi incontreranno Zelensky a Bruxelles, assieme agli americani, nell’ambito della Nato, gli europei che sono gli alleati che non hanno cambiato idea. “Tra oggi e le elezioni francesi – dice Trofimov – gli europei hanno trovato il modo di finanziare l’Ucraina e lo faranno anche per il prossimo anno. Poi si vedrà che cosa accadrà soprattutto in Francia, ma anche Marine Le Pen, la candidata dell’estrema destra, dice che vuole continuare a sostenere militarmente l’Ucraina. Vuole fermare l’aiuto finanziario civile ma crede nel diritto degli ucraini a difendersi dall’aggressione russa. E questo è molto importante, perché i francesi hanno contribuito molto a rimpiazzare gli americani, in particolare per quel che riguarda l’intelligence. In sostanza la posizione dell’estrema destra francese è molto diversa da quella dell’AfD tedesca, che è apertamente filorussa”. In Germania le elezioni però saranno nel 2028, per questo Trofimov non è catastrofico, <b>“sarà tutto difficile”</b>, dice, “ma non catastrofico, perché c’è anche un nocciolo duro di paesi europei in cui il sostegno per l’Ucraina è completamente bipartisan, come i paesi nordici, come il Regno Unito, come i Paesi Bassi. E soltanto l’economia, per dire, dei paesi nordici insieme con la Polonia, che considerano la difesa dell’Ucraina una questione di sicurezza nazionale, è più grande di quella russa: i soldi ci sono”.</p><p>L’obiettivo immediato dell’Ucraina è raggiungere un cessate il fuoco energetico, in modo che la guerra continui magari sulla linea del fronte ma non contro le città ucraine: “Putin continua a pensare che non gli convenga fermarsi perché si crede più forte – dice Trofimov – Ma sul fronte le cose per i russi non vanno bene, non avanzano e anzi hanno perso territorio strategico nel Donbas”. La convenienza, con Putin, è un concetto strano, “oggi ha una speranza con Trump, domani ce l’avrà con Le Pen, vede sempre un’opportunità all’orizzonte, come un giocatore che pensa che la fortuna cambi sempre a suo favore”.</p><p>La misura di questa guerra, di questo voto di metà mandato americano, delle scommesse di Putin, della forza dell’unità europea si ritrova nella piazza centrale di Kyiv, il Maidan delle rivoluzioni e delle proteste: le aiuole con le bandiere, i ceri, i volti dei caduti in guerra sono sempre più ampie, sempre più piene di anno in anno. <b>L’ingiustizia di questa guerra è racchiusa qui, in un angolo che Trump non ha mai voluto guardare da vicino, e che sanguina</b>.</p>]]></description>
			</item>
			</channel>
</rss>
