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		<title>Gli ultimi 56 anni</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 17:05:09 +0200</pubDate>
		<lastBuildDate>Mon, 13 Jul 2026 17:05:09 +0200</lastBuildDate>

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				<title>Chi è Gianpiero Strisciuglio, nuovo ad di Ferrovie voluto da Salvini</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 15:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Al posto di Donnarumma arriva Strisciuglio. L'assemblea degli azionisti di Ferrovie dello Stato Italiane ha nominato un nuovo consiglio di amministrazione confermando&nbsp;<b>Tommaso Tanzilli </b>presidente e invitando il nuovo cda a nominare <b>Gianpiero Strisciuglio</b> quale amministratore delegato. Invito accolto dal consiglio di amministrazione che ha conferito a Strisciuglio anche la carica di direttore generale.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/26/news/il-binario-di-salvini-fa-dimettere-lad-di-ferrovie-donnarumma-che-chiede-2-milioni-di-euro-di-buonuscita-cambi-anche-in-enac--401225">Come abbiamo scritto qui</a>, Strisciuglio è l'uomo individuato dal ministro dei Trasporti<b> Matteo Salvini</b>. Barese, classe 1973, è un ingegnere che ha sempre lavorato nelle Ferrovie e che ha guidato la rete, Rfi. Peccato che era stato Salvini a ritenere il suo operato non sufficiente. Strisciuglio è stato spostato da Rfi a Trenitalia e a Rfi è stato nominato Aldo Isi.</p><p>Si tratta del terzo ad di Ferrovie in tre anni, tre (Ferraris-Donnarruma e ora Strisciuglio).&nbsp;</p><p>Il nuovo cda per il triennio 2026-2028 è composto da Tommaso Tanzilli, Gianpiero Strisciuglio, Pietro Bracco, Franco Fenoglio, Silvia Marzot, Loredana Ricciotti e Daniela Rota.&nbsp;</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>L&#039;intelligenza artificiale si fa strada anche nelle processioni di paese</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 15:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Bandiera Bianca</category>
				<author>Antonio Gurrado</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se avete visto passare<b> una processione in cui i fedeli innalzavano i cellulari al cielo</b> seguendo un monitor che trasmetteva immagini generate dall’<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/07/13/news/un-patto-pubblico-per-governare-lai--402062" target="_blank">intelligenza artificiale</a>, non stavate assistendo a un nuovo culto neopagano, bensì con ogni probabilità vi trovavate a San Giovanni a Piro, in Cilento, dove<b> la performance “Machina sacra” </b>ha percorso le strade qualche giorno fa. L’iniziativa è stata concordata con la diocesi, immagino, altrimenti il monitor non sarebbe poi stato deposto nella locale cappella del Carmine; più che un tentativo di <b>coordinare il rito con l’AI</b> – che ha illuminato i display connettendoli a una litania di suoni sintetici – mi sembra però che il tutto si sia mantenuto nell’alveo dell’<b>opera d’arte simbolica</b>, per dimostrarci forse che veneriamo tutti un grande monitor collettivo, o forse che la nostra parte più spirituale e intima è oramai confinata nella scatola nera del telefono.</p><p>Sono certo che a San Giovanni a Piro, come in tutto il Cilento e in tutta l’Italia quand’era cristiana, fino a poco tempo fa invalesse l’usanza di giungere le mani e pregare durante i blackout: <b>era un modo per passare il tempo al buio, certo, ma anche per sentirsi meno smarriti quando i ritrovati della tecnologia cessavano tutt’ a un tratto di funzionare.</b> Perciò le processioni si fanno sempre a lume di candela e non di cellulare; altrimenti, chi pregheremo quando i dispositivi non si accenderanno più?</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La crudele meritocrazia del Tour de France 2026</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 15:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per essere un <b>Tour de France&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/09/news/una-giornata-da-tadej-pogacar-al-tour-de-france--401921">scontato, già finito, Pogariferito</a>, non è poi tanto male. L’ultimo respiro della prima settimana della Grande Boucle ha aggiunto certezza a certezze: non sono anni questi di concessioni e libertà, di improvvisazione e bravura nello sfruttamento delle occasioni. È la dittatura del talento. Decenni a parlare di meritocrazia unica via, e mica solo nel ciclismo, e una volta che questa arriva e appare in tutta la sua spietata prepotenza, ecco che ci si lamenta perché vincono sempre i soliti noti. Che poi è uno, Tadej Pogačar, agli altri solo ciò che gli sfugge per difetto di convinzione o per piccoli errori di calcolo ciclistico.</p><p>La <b>nona tappa del Tour de France 2026</b> è stata una sintesi perfetta di tutto questo. In meno di tre ore e mezza, su e giù per le&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/11/news/quando-il-tour-de-france-ignorava-il-massiccio-centrale--401979">strade della periferia del Massiccio centrale</a>, i corridori si sono resi protagonisti di una lotta tra l’ostinazione di chi fugge e la volontà d’ordine di chi insegue e che vorrebbe provare a vincere tutto il possibile.</p><p>In una giornata nella quale i corridori fendevano con le loro biciclette un muro invisibile di caldo sfibrante e umidità asfissiante, versandosi addosso decine di litri di acqua per provare a godere di qualche decina di minuti di parziale sollievo, chi cercava la gloria giornaliera ha pedalato con ostinazione a distanza di un paio di minuti, sempre in restringimento e mai in espansione, da un gruppo che non aveva la minima voglia di rallentare e permettere agli atomi che lo componevano di tirare un po’ il fiato, riposare un po’ le gambe.</p><p>Il ciclismo è quasi sempre stato uno sport di distrazioni. Chi era in maglia gialla decideva di disinteressarsi della corsa, lasciava fare, nella speranza di poter un giorno trovare avversari non guerrafondai. E così chi si trovava davanti godeva di qualche ora di libertà, tipo i carcerati.</p><p>Tutto ciò non è vero però che c’è sempre stato, è sorto in un periodo che va dagli anni Trenta agli gli anni Quaranta del Novecento, ci sono stati anni nei quali era diventato passato, altri nei quali si era imposto come regola. Dipendeva dai più forti in gruppo: la scelta, all’epoca come oggi, era loro. <b>Il UAE Team Emirates di Tadej Pogačar ha deciso che non c’è concessione garantita, che il Tour è una vetrina mondiale che compete con la Coppa del mondo di calcio e che quindi c’è spazio solo per i più forti</b>. Insomma il trionfo della meritocrazia.</p><p>Mathieu van der Poel, Tobias Halland Johannessen, Tom Pidcock, Alex Baudin sono parte di questo meglio. Il primo è un campione capace di rivaleggiare con lo sloveno. Gli altri sono ottimi corridori o potenzialmente tali. Essere riusciti a precedere il gruppo di sei secondi, al termine di circa novanta chilometri di inseguimento crudele e ostinato lo sta a dimostrare. La vittoria domenica di Mathieu van der Poel ha sancito che è davvero così. E così era andata anche per quelle di Isaac Del Toro,&nbsp;Tadej Pogačar,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/07/news/tour-de-france-cerano-due-che-si-chiamavano-pedersen-e-traeen--401791">Mads Pedersen</a>, Olav Kooij e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/09/news/una-giornata-da-tadej-pogacar-al-tour-de-france--401921">Tim Merlier</a>. Tutti corridori di primissima fascia.</p><p>La meritocrazia è anche questo. Crudeltà e volontà di imporsi, esclusione di (quasi) qualsiasi opportunità per chi non tra i migliori specialisti di qualcosa di trovare un posto al sole (e non sto parlando della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/upas_1604">fiction che sa recensire assai bene Annarita Digiorgio</a>). Il ciclismo è sempre stato lo specchio più crudele della società e in questo specchio ha sempre fatto riflettere le figure esaltandone pregi e difetti, quasi offrendo un ritratto grottesco di chi ci si provava a riflettere. Va ancora così.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Legge elettorale: ecco l&#039;emendamento di maggioranza sulle preferenze. FI e Lega non lo firmano</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 14:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Capolista bloccato e, a seguire, la possibilità di mettere fino a tre preferenze. E’ quanto prevede l’emendamento di Fratelli d'Italia, Noi moderati e l'Unione di centro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/30/news/appesi-alle-preferenze-meloni-le-vuole-e-la-destra-tratta-slitta-il-termine-per-gli-emendamenti-aventino-a-oltranza-a-sinistra--401373" target="_blank">per aggiungere le preferenze nello Stabilicum</a>. Nel testo,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/11/news/meloni-non-si-fida-sullo-stabilicum-teme-sorprese-da-lega-e-fi-ma-pure-da-fdi-e-mobilita-tutti-i-parlamentari--402040" target="_blank">che non è stato sottoscritto dagli altri alleati di goveno Lega e Forza Italia</a>, si legge che <b>“ogni elettore dispone di un voto da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista, corredato dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale e dei candidati delle liste circoscrizionali presentate ai fini dell’eventuale attribuzione del premio di governabilità". "</b>Ogni elettore - prosegue l'emendamento - può esprimere fino a tre preferenze in favore di candidati nel collegio plurinominale della lista votata tra quelli che non sono capolista". Ed è così che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni prova a inserire nel testo dello Stabilicum la possibilità di far scegliere all'elettorato i propri rappresentanti politici dopo i dissidi interni nella maggioranza.</p><h4>Come si voterebbe sulla scheda elettorale</h4><p>Secondo il testo dell'emendamento presentato da FdI, Nm e Udc, "il voto di preferenza si esprime tracciando un segno nel quadrato posto a fianco del nome e cognome del candidato prescelto, riportato nell'apposita colonna a fianco del contrassegno di lista. Nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l'annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista”. Nel testo si legge quindi che “il numero dei candidati è, in ogni caso, pari a sette, compreso il capolista. Nella successione dei candidati delle liste nei collegi plurinominali, il candidato che segue immediatamente il capolista può essere dello stesso genere del capolista medesimo. <b>A pena di inammissibilità, i candidati, a partire dal candidato che segue immediatamente il capolista, sono collocati secondo un ordine alternato di genere”.</b> “Nessun candidato - prosegue - può essere incluso in liste con lo stesso contrassegno in più di cinque collegi plurinominali, in posizione di capolista o in una diversa posizione, a pena di nullità”. “Il voto di preferenza per i candidati nel collegio plurinominale - viene precisato - a eccezione del capolista, si esprime tracciando un segno nel quadrato posto a fianco del nome e cognome del candidato prescelto; nel caso di più preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, pena l'annullamento della seconda e della terza preferenza nell’ordine di lista”.</p><p>Nell’emendamento si specifica inoltre che “se l'elettore traccia un segno sul nominativo del candidato capolista, senza tracciare un segno sul contrassegno della lista medesima, si intende che abbia votato per la lista stessa; se l'elettore traccia un segno sul nominativo di un candidato non capolista, il voto di preferenza si intende validamente espresso; il voto di preferenza espresso validamente per uno o più candidati della medesima lista è considerato quale voto alla lista se l’elettore non ha tracciato altro segno in altro spazio della scheda; se l'elettore traccia un segno sul contrassegno di una lista, è nullo il voto di preferenza espresso per il candidato incluso in altra lista; se l'elettore traccia un segno sul contrassegno di una lista e sul nominativo del candidato capolista di altra lista, è valido il voto espresso nei confronti della lista identificata dal contrassegno votato”. Infine, nel testo si chiarisce che <b>“il deputato eletto in più collegi plurinominali in posizione di capolista e in altra posizione è proclamato nel collegio nel quale è eletto in posizione di capolista.</b> Se eletto in più collegi plurinominali in posizione di capolista, è proclamato nel collegio nel quale la lista cui appartiene ha ottenuto la minore cifra elettorale percentuale di collegio plurinominale. Se eletto in più collegi plurinominali in posizione diversa da quella di capolista, è proclamato nel collegio nel quale ha ottenuto la maggiore cifra elettorale individuale percentuale di collegio plurinominale”.</p><h4>Quali sono le principali novità dello Stabilicum</h4><p>Rispetto al Rosatellum, il nuovo disegno di legge elettorale prevede l'eliminazione dei collegi uninominali a vantaggio di un sistema interamente proporzionale - a eccezione della Valle d'Aosta e del Trentino-Alto Adige - con un premio di maggioranza che spetterebbe alla coalizione che non solo prenda il maggior numero di voti, ma che sia in grado di superare il 42 per cento in tutti e due i rami del Parlamento. <b>Se nessuno degli schieramenti riuscirà a superare questa soglia, i seggi saranno ripartiti secondo il sistema proporzionale. </b>Il premio consiste in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato con un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori (a esclusione dei seggi esteri). Il numero dei seggi riservati agli italiani residenti all'estero resta invariato: saranno otto alla Camera e quattro al Senato. <b>Come invariate rimangono le soglie di sbarramento previste dal Rosatellum: saranno ammesse le liste che supereranno il tre per cento, mentre le coalizioni dovranno oltrepassare il 10 per cento a livello nazionale.</b></p><p>Un'altra novità dello Stabilicum prevedrebbe l'esenzione dalla raccolta firme per presentare le liste a quelle forze politiche che a dicembre 2025 avevano un gruppo parlamentare in uno dei due rami del Parlamento. <b>Questo emendamento obbligherebbe a raccogliere le firme, tra i partiti ora nelle due Camere, soltanto a +Europa e a Futuro nazionale. </b>Inoltre&nbsp;i partiti di governo hanno presentato un emendamento per permettere ai cittadini che studiano o lavorano in un comune diverso da quello di residenza di votare anche alle elezioni politiche, ai referendum e alle europee lanciando una sfida al campo largo che da tempo si batteva per chiedere il voto per i fuorisede. L'emendamento prevederebbe l'istituzione presso l’ufficio elettorale di ciascun comune dell’elenco degli elettori fuori sede che sono ammessi a votare nel comune di temporaneo domicilio. “Entro 30 giorni - prosegue il testo - dal trasferimento in un comune diverso dal comune di residenza e/o comunque entro il 31 dicembre di ciascun anno gli elettori che per motivi di studio, lavoro o cure mediche sono temporaneamente domiciliati, per un periodo di almeno nove mesi, in un comune situato in una provincia diversa da quella in cui si trova il comune nelle cui liste elettorali sono iscritti” possono chiedere l’iscrizione nell’elenco degli elettori fuori sede. La proposta emendativa prevede che la domanda di iscrizione nell’elenco degli elettori fuori sede&nbsp;<b>sia presentata personalmente, o mediante l’utilizzo di strumenti telematici, al comune di temporaneo domicilio e sia corredata della copia di un documento di riconoscimento in corso di validità nonché della certificazione o di altra documentazione attestante la condizione di elettore fuori sede.</b>&nbsp;Nella domanda sono indicati l’indirizzo completo del temporaneo domicilio e, ove possibile, un recapito di posta elettronica. Il testo prevede poi che, ai fini dell’iscrizione nell’elenco degli elettori fuori sede, il comune di temporaneo domicilio acquisisca dal comune di residenza la comunicazione sul possesso da parte dell’elettore del diritto di elettorato attivo.&nbsp;<b>L’ufficiale elettorale del comune di residenza annota nella lista elettorale sezionale nella quale è iscritto l’elettore fuori sede che quest’ultimo eserciterà il voto in altro comune.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Sam Neill oltre i dinosauri</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 14:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Maurizio Stefanini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Nel 1986 aveva sostenuto un provino per fare James Bond</b> dopo Roger Moore, che a sua volta era succeduto a Sean Connery. <b>Ma il ruolo andò infine a Timothy Dalton, e così invece che finire nella lista degli 007 è passato alla storia come l'interprete di Alan Grant: il paleontologo dell'Università di Denver protagonista di Jurassic Park</b>. L'attore neozelandese&nbsp;<b>Sam Neill è</b>&nbsp;<b>morto a Sydney, in Australia, all'età di 78 anni</b>. Nel messaggio, diffuso ieri sera, la famiglia ha confermato che la morte è stata “improvvisa e inaspettata” e ha chiesto rispetto per la propria privacy in questo momento di dolore. Hanno inoltre sottolineato che Neill “era circondato dalla sua famiglia” ed “è morto con la dignità che ha caratterizzato tutta la sua vita”.</p><p>In realtà non si chiamava Sam, ma Nigel: Nigel John Dermot Neill, nato il 14 settembre 1947 a Omagh, nell'Irlanda del Nord, da madre inglese e padre neozelandese che prestava servizio nell'esercito britannico. La famiglia si trasferì però in Nuova Zelanda quando aveva 7 anni, e lui adottò il nome Sam a 12 anni, perché c'erano troppi altri Nigel nella sua scuola. Avrebbe dovuto fare l'avvocato, ma un anno alla facoltà di Giurisprudenza di Christchurch rimase nei suoi ricordi come “catastrofico”, e così passò all'Università di Canterbury, per dedicarsi alla recitazione. <b>Il suo primo lavoro come professionista fu al Downstage Theatre, per 35 dollari a settimana più “gli avanzi della cucina”</b>. Fece poi veri <b>ruoli nella tv neozelandese</b>, esordì al cinema nel 1975 in un film che parlava di droga, che in effetti era stato fatto per la tv ma che era stato poi dirottato sul grande schermo dopo essere stato bloccato per i suoi contenuti, e che si intitolava “Landfall”. Ma il ruolo che lo lanciò venne che aveva già trent'anni: <b>“Sleeping Dogs”, intitolato in italiano “Unica regola vincere”</b>. Un <b>thriller fantapolitico</b> che fu il primo film neozelandese distribuito negli Stati Uniti, e in cui fa il ruolo di <b>protagonista</b>: un soldato che si chiama Smith, come il protagonista del “1984” di Orwell, e che è separato dalla famiglia durante una guerra civile.  Va a vivere in una modesta casa dove sono nascoste armi, è arrestato come sovversivo, fugge, e si unisce alla Resistenza.</p><p>Così è conosciuto a Hollywood, anche se i suoi film successivi sono in Australia. Nel 1979 ne fa uno che si intitola “The Journalist” che è considerato il peggior film australiano di tutti i tempi, ma anche “My Brilliant Career”, in italiano “La mia brillante carriera”: storia autobiografica sugli esordi di una famosa scrittrice australiana della prima metà del '900, in cui fa il corteggiatore della protagonista. Nel 1981 è il suo esordio in un film anglo-statunitense, come protagonista di “Omen III: The Final Conflict”: in italiano “Conflitto finale”, terza puntata di una <b>saga horror</b> iniziata nel 1976 con “Il presagio”. Un ruolo sinistro, in cui come figlio del diavolo e anticristo si fa nominare ambasciatore americano a Londra per ordinare una nuova strage degli innocenti. Così <b>si fa una solida reputazione di attore horror, da cui ad esempio un ruolo da protagonista anche nel film franco-tedesco del 1981 “Possession”</b>.</p><p>Ma fa cose di tutti i tipi: nel 1981 anche l'amico del giovane Karol Wojtyła in “Da un paese lontano” di Krzysztof Zanussi; nel 1982 un agente del Kgb in “Enigma”; nel 1984 un occupante nel film sulla Resistenza francese  “Il sangue degli altri” da un romanzo di Simone de Beauvoir; nel 1989 Lafayette in un film sul bicentenario della Rivoluzione Francese; nel 1990 un ufficiale sovietico in “Caccia a ottobre rosso”, accanto a quel Sean Connery di cui quattro anni prima non era riuscito a diventare l'erede da 007.</p><p>In compenso, Sam Neill fu selezionato per “Jurassic Park” dopo che per il ruolo erano stati pensati da Steven Spielberg Richard Dreyfuss e Kurt Russell, però troppo costosi;  Tim Robbins; Harrison Ford, che però a quel punto della sua carriera sentiva di non esservi adatto; William Hurt, che rifiutò dopo aver letto il copione. Così divenne lui il professor Grant, ispirato al paleontologo consulente del film Jack Horner. E il ruolo gli rimase appiccicato addosso, anche se avrebbe saltato il primo sequel, per tornare dal terzo; e se quasi in contemporanea aveva fatto altri due grandi ruoli: <b>il marito della protagonista di “Lezioni di piano”, Palma d'oro a Cannes e tre Oscar; e anche il protagonista di “Sirene”, film che avrebbe lanciato Hugh Grant</b>.</p><p>Degli anni successivi abbiamo anche un ruolo da protagonista di un adattamento da “Zio Vanja” di Cechov in Australia;  il  colonnello Geoffrey Brydon in una trasposizione del “Libro della Giungla”; il protagonista del “Seme della follia”, tratto dai racconti e romanzi del maestro dell'horror Howard Phillips Lovecraft; re Carlo II in “Restoration”; <b>il mago Merlino in una serie tv</b>; il padrone del robot Andrew Martin in <b>“L'uomo bicentenario” del maestro della fantascienza Isaac Asimov</b>; Thomas Jefferson in una serie tv; il nemico del dottor Živago in una trasposizione tv; il cardinale Thomas Wolsey in una serie sui Tudor; un amico di Robinson Crusoe in un'altra serie tv; il presidente della Fifa João Havelange in “La grande passione”; e anche&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=wmNLyCSk9P0" target="_blank">l'ispettore Chester Campbell nella serie tv “Peaky Blinders”</a>&nbsp;e Lord Carnavon in una serie tv sulla scoperta della tomba di Tutankhamon. <b>In tutto risultano 97 titoli nella sua filmografia al cinema e e 44 in tv, più tre videogiochi a cui ha prestato la voce e addirittura 14 documentari in cui fa se stesso</b>. Ma, malgrado i suoi sforzi,&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/results?search_query=Sam+Neill" target="_blank">nei titoli resta “Quello del T-Rex”</a>.</p><p>Nel 2023, Neill ha rivelato nelle sue memorie, “Did I Ever Tell You About This?”  di essersi sottoposto a un anno di chemioterapia dopo aver ricevuto una diagnosi di linfoma angioimmunoblastico a cellule T di stadio 3 nel 2022. Al momento della pubblicazione del libro, il suo cancro era in remissione, ma ha continuato con la chemioterapia mensile per il resto della sua vita. L'attore ha anche raccontato di aver firmato un contratto con un'azienda farmaceutica: se fosse stato ancora vivo dopo quattro mesi, il trattamento sarebbe stato gratuito. “Non ho paura di morire, ma mi darebbe fastidio”, ha dichiarato Neill nel 2023. “Mi piacerebbe vivere ancora per un decennio o due”. In quell'intervista al Guardian, affermò di temere l'idea del ritiro. “In parte è dovuto al fatto di provenire da un piccolo paese, il più sconosciuto al mondo, il più lontano possibile da tutto, e di essere stato chiamato a fare qualcosa su scala internazionale. Quanto è allettante una cosa del genere?”.</p><p>A parte recitare, Sam <b>Neill produceva vino</b>. Viveva in una fattoria con annessa azienda vinicola chiamata Two Paddocks nella regione vinicola australiana di Central Otago. L'ha descritta come “un'attività incredibilmente dispendiosa in termini di tempo e denaro” e ha detto di aver dato ad alcuni animali della fattoria i nomi di colleghe, come Laura Dern, Kylie Minogue e Helena Bonham Carter. Neill diceva scherzosamente che la sua vita familiare era “un po' caotica” a causa della sua carriera. Lascia quattro figli e sei nipoti.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Chi sarà con noi all&#039;evento &quot;Le Smart City come laboratori del futuro&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 13:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le Smart City come laboratorio del futuro. Idee, storie, innovazioni e opportunità che stanno cambiando le nostre città. Ne discutiamo a <b>Milano</b>, nella sala delle Colonne presso la sede di Banco Bpm in piazza Meda. L'ingresso è da via San Paolo 12.</p><p>L'evento è gratuito e l'ingresso è libero fino a esaurimento posti, con prenotazione obbligatoria. Manda una mail con nome e cognome a:&nbsp;<a href="http://smartcity@ilfoglio.it" target="_blank">smartcity@ilfoglio.it</a></p><h2>I nostri ospiti</h2><p>Umberto Ambrosoli (Presidente Fondazione BPM e Banca Aletti)</p><p>Gian Marco Biagi (Direttore commerciale  Cellnex Italia)</p><p>Alvise Biffi (Presidente Assolombarda)</p><p>Francesco Billari (Rettore Università Bocconi)</p><p>Gianni Biondillo (Scrittore)</p><p>Carolina Botti (Direttore valorizzazione del patrimonio culturale Ales SpA)</p><p>Marina Brambilla (Rettrice dell’Università Statale di Milano)</p><p>Paolo Citelli (Lombardini 22 - Building Information Modeling)</p><p>Giovanni Cannata (Rettore Università Mercatorum)</p><p>Piero Colonna (Vice Presidente Fondazione Roma)</p><p>Emmanuel Conte (Assessore al Bilancio Comune di Milano)</p><p>Stefano Paolo Corgnati (Rettore Politecnico Torino)</p><p>Anna Maria Fellegara (Pro Rettrice,&nbsp;Università Cattolica)</p><p><b></b>Valentina Garavaglia (Rettrice Università Iulm)</p><p>Marco Giachetti (Presidente della Fondazione Policlinico Milano)</p><p>Alessandra Ghisleri (Direttrice di Euromedia Research)</p><p>Giorgio Prando (Milano Hockey Club – Marketing &amp; Communication Manager)</p><p>Ferruccio Resta (Presidente Fondazione Politecnico Milano e Fondazione Bruno Kessler e del Centro Nazionale per la Mobilità)</p><p>Jole Saggese (Vicedirettore di AdnKronos)</p><p>Francesca Scotti (Presidente Ordine degli Architetti di Milano)</p><p>Donatella Sciuto (Rettrice Politecnico di Milano)</p><p>Massimo Sertori (Assessore Regione Lombardia alle Risorse energetiche)</p><p>Vincenzo Trione (Presidente Triennale Milano)</p><p>Elisa Valeriani (Presidente della Conferenza dei Collegi Universitari di Merito)</p>]]></description>
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				<title>Quattro mesi per perdere un Tour, il caso Maurice Garin</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 12:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Marco Pastonesi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Cinque gialli per la maglia gialla. Cinque misteriose storie che hanno accompagnato, intrigato, anche avvelenato il Tour de France. La prima riguarda Maurice Garin, lo spazzacamino valdostano che aveva vinto la prima edizione della corsa nel 1903 e a cui fu sottratta quella del 1904.</i></p><p>&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>Durò quattro mesi il suo secondo trionfo al Tour de France, quello del 1904. La giustizia sportiva – la commissione sportiva dell’Union Vélocipèdique de France – lo giudicò colpevole per aver trasgredito gli articoli 6 e 7 del regolamento. Il 6 vietava di pedalare nella scia o in compagnia di ciclisti non incontrati occasionalmente. Il 7 vietava la presenza in corsa di auto che non fossero quelle dell’organizzazione e da cui rifornirsi di cibi, bevande e materiale tecnico. E siccome aveva commesso queste infrazioni in tutte le tappe, <b>Maurice Garin</b> venne squalificato: “Una flagrante ingiustizia”, sbottò, aggiunse che il verdetto era assurdo e spiegò che si sentiva vittima di una macchinazione. Insomma, si proclamò innocente. E sempre lo avrebbe fatto. Ma l’appello contro la condanna non era previsto. Addio Tour.</p><p>Era nato in Italia, Garin, ad Arvier, lungo la via dei Galli, a una quindicina di chilometri da Aosta, nel 1871. Da una decina di anni quel territorio era passato nel Regno d’Italia, e da un mese la capitale spostata da Firenze a Roma. Genitori e nove figli, quattro femmine e cinque maschi, povertà, miseria, fame. Nel 1885 emigrarono in Francia in cerca di fortuna e lavoro. Maurice, piccolo e svelto, oltre che affamato, lo trovò da spazzacamino. <b>Da corridore sarebbe stato chiamato “le Petit Ramoneur”, il piccolo spazzacamino</b>. La prima bici a 18 anni. La prima corsa a 21, la Mauberge-Hirson-Mauberge di 200 km, quinto. La prima vittoria a 22, con una bici nuova e più leggera e pneumatici di gomma, la Namur-Dinant-Givet e ritorno, 102 km. Il primo negozio, biciclette, neanche a dirlo, a 24 anni, a Roubaix, con i fratelli François e César. E da quell’anno, professionista. E che professionista: primo nella Parigi-Roubaix del 1897 e 1898 (che vinse ancora da italiano), primo nella Parigi-Brest-Parigi del 1901, primo nella Bordeaux-Parigi del 1902, primo al primo Tour de France, quello del 1903, 2.428 km in sei tappe (tre vinte), 19 giorni tra la partenza della prima e l’arrivo dell’ultima, 94 ore e mezza in sella, alla media di quasi 26 all’ora. In quel Tour, raccontò ai cronisti mentre offriva champagne, aveva perso solo due chili e guadagnato 6mila franchi in Luigi d’oro, e adesso al negozio di bici trasformato in stazione di servizio con autorimessa e distributore di benzina avrebbe cambiato l’insegna: “Au Champion Routier du monde!”, al campione del mondo degli stradisti, con tanto di punto esclamativo. E per non offendere gli organizzatori, svelò che l’unico dettaglio di quel primo Tour de France che avrebbe migliorato era il numero delle penne sul tavolo dei posti di controllo: troppo poche, a volte soltanto una, con rischio di litigi e lotte, risse e beffe. Una volta, come riporta Paolo Facchinetti nel suo “<a href="https://amzn.to/4f0fjFG">Tour de France 1903</a>” (Ediciclo), “per sbrigarsi e ripartire non aveva esitato a intingere il dito nel calamaio e a firmare il registro con l’indice”.</p><p>Il primo accusatore di Garin era stato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/henri-desgrange_63700">Henri Desgrange, il patron del Tour</a>. Lo riteneva ingiustamente favorito dallo strapotere della sua squadra, La Française, che aveva piazzato tre uomini ai primi tre posti, stabilendo fra loro una gerarchia e dunque falsando la regolarità della competizione. Ma il dominio e la strategia non erano punibili. La verità è che <b>la corsa era stata falsata da aggressioni ai corridori, attentati alle macchine dell’organizzazione, assedi e assalti di facinorosi, perfino agguati con strisce chiodate lungo il percorso</b>. Si racconta di Hippolyte Aucouturier e Philippe Jousselin, costretti a rifugiarsi in un caffè, che erano poi riusciti a svignarsela travestiti da camerieri con grembiuli bianchi e vassoi. E ancora lotte fra bande di tifoserie opposte: nel mirino anche le bici dei corridori. Giovanni Gerbi, non ancora il Diavolo Rosso cantato da Paolo Conte (aveva solo 19 anni), colpito a pugni e calci, ferito, si era ritirato durante la seconda tappa ed era tornato in Italia per farsi curare. Ma anche i corridori avevano fatto i furbi: chi aveva preso scorciatoie, chi era salito su un treno o un’auto, chi aveva scambiato il dorsale per ingannare i controllori, chi aveva mangiato e bevuto pedalando (era obbligatorio fermarsi, ed era questa una delle imputazioni di Garin).</p><p>In fondo, scie e rifornimenti erano infrazioni che non avrebbero meritato espulsione e squalifica. “Alcuni episodi – scrive Franco Cuaz in “<a href="https://amzn.to/4vkxo69">Maurice Garin – il ciclismo di un secolo fa</a>” (Musumeci) – dimostrano che si era comportato come tanti altri indotti in tentazione dall’insufficienza dei controlli, dalla tolleranza degli organizzatori, dalle cattive abitudini del passato e dall’umana tendenza a fare un po’ meno fatica…”. <b>Garin non fu il solo punito: 16 corridori vennero squalificati, 12 dei 27 arrivati a Parigi più quattro che avevano abbandonato la gara, e dalla classifica generale sparivano addirittura i primi quattro</b>. Così il Tour de France del 1904 sarebbe stato vinto da Henri Cornet, quinto, soltanto ammonito. Non aveva ancora compiuto 20 anni, ed è ancora il più giovane vincitore di un Tour. Il suo soprannome, affibbiato in tempi non sospetti, era “le Rigolo”, il buffone.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Chiara Mosca detta la linea europeista della Consob mentre prosegue lo stallo politico per la nomina</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 11:35:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Mariarosaria Marchesano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un approccio chiaramente europeista, vicino alla linea indicata da Mario Draghi per l’integrazione dei mercati e l’unione dei capitali e del risparmio. E non poteva essere diversamente per <b>Chiara Mosca</b>, presidente vicario della <b>Consob</b>, che stamattina ha tenuto – prima volta per una donna – la consueta relazione annuale davanti alla comunità finanziaria riunita a Palazzo Mezzanotte a Milano.&nbsp; Lei, docente della Bocconi, <b>è stata nominata nel 2022 proprio dall’ex premier Draghi come commissario dell’autorità di vigilanza sui mercati </b>di cui è diventata presidente facente funzioni lo scorso marzo, quando il mandato di <b>Paolo Savona</b> è scaduto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/07/09/news/il-mezzo-scandalo-di-consob-e-antitrust--401868">senza che fosse sostituito</a>. “Si stima che per rilanciare la competitività europea nei settori strategici, che includono l’intelligenza artificiale riconosciuta tecnologia rilevante per la crescita, serviranno all’Europa 750-800 miliardi annui”, ha detto Mosca. “Questo fabbisogno offre una misura del contributo che può essere fornito dai mercati finanziari, facendo affidamento sui circa 11 mila miliardi di euro che costituiscono la ricchezza finanziaria disponibile delle famiglie europee. <b>Se solo una parte di questi risparmi venisse canalizzata verso investimenti in innovazione, l’Europa sarebbe in grado di colmare il divario che la separa dai principali competitor globali</b>”.</p><p><b>Un discorso che sembra segnare una evoluzione rispetto alla posizione del predecessore Savona</b>, che nei tempi più recenti non è mai stato anti europeista ma nelle sue relazioni si soffermava più sulle difficoltà di armonizzare le normative nazionali con quelle dell’Unione che sulle opportunità che un mercato unico potrebbe offrire. Ma è il segno dei tempi che cambiano in uno scenario geopolitico che sta spingendo l'Europa a rafforzare la sua competitività. La presidente vicario della Consob coglie questo aspetto ed evidenzia con dati oggettivi la dimensione, ancora ridotta, e il funzionamento, ancora troppo frammentato, dei mercati finanziari dell’Unione europea. <b>Un gap con i mercati cinesi e americani che, è implicito nel suo discorso, va superato</b>. Tanto per fare un esempio, la Cina è oggi è al primo posto in termini di volumi raccolti dalle ipo (quotazioni di società in Borsa).</p><p>Sul fronte interno, Mosca si è soffermata anche sull’impatto – ancora in corso di valutazione - della <b>recente riforma del Testo unico della Finanza</b> approvata nel 1998, anno in cui il ministro Padoa Schioppa istituì l’incontro annuale della Consob con la comunità finanziaria. &nbsp;“Questo collegio sta esercitando con pienezza i compiti a esso assegnati”, ha detto Mosca in apertura dei lavori. <b>Presente in sala il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che a margine dell'incontro ha annunciato che </b>"questa settimana ci occuperemo" della nomina del presidente della Consob. Un modo per sfatare il dubbio che la&nbsp;<i>vacatio</i>&nbsp;che si è creata in seguito&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/30/news/meloni-e-la-consob-vuole-accelerare-la-nomina-ma-manca-il-nome-veto-leghista-su-cornelli-la-carta-osnato--401375">al gioco di veti incrociati tra le forze della maggioranza di governo</a>&nbsp;si rifletta nell’operatività della Consob, che nel 2025 ha dovuto esaminare ben 70 ricorsi nell’ambito di un risiko bancario, tutt’oggi molto vivace. <b>“E nel 2026, tra gennaio e inizio luglio, ci siamo riuniti 36 volte, esaminando 564 pratiche e adottando 260 delibere”, ha detto Mosca</b>. Mai un presidente aveva sottolineato con tanta enfasi l’attività svolta. Ma ci sta, visto che mentre a Palazzo Chigi ancora si ragiona per scegliere il presidente (che deve essere nominato dal presidente della Repubblica su proposta della presidenza del Consiglio) negli uffici della Consob si lavora per cercare di mantenere un&nbsp;funzionamento del mercato dei capitali italiano. E ce ne sarà bisogno visto che il processo di consolidamento bancario promette di riservare ancora delle sorprese, a stretto giro.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La Germania sembra sgretolarsi in silenzio</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 11:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Un Foglio Internazionale</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>"In Germania, i treni non arrivano più in orario, i ponti vengono chiusi per motivi di sicurezza e il più grande produttore di automobili del Paese, la Volkswagen, sta tagliando un sesto della sua forza lavoro” scrive lo Spectator. <b>“La risposta del governo è una scrollata di spalle, spacciata per riforma. </b>Sembra che la Germania sia in una fase negativa e l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/alternative-fur-deutschland_37776" target="_blank">AfD</a>&nbsp;è pronta a raccoglierne i frutti. Perché un paese che continua a considerarsi il motore d’Europa sembra aver perso la capacità di riparare persino i propri ponti? Vale la pena soffermarsi su cosa tutto ciò rappresenti, perché non si tratta di un brutto mese isolato.</p><p>‘Vorsprung durch Technik’ non era solo uno slogan dell’Audi; era l’immagine che un’intera nazione aveva di sé – un paese che poggiava su due pilastri: infrastrutture estremamente efficienti e una base industriale che fondeva eccellenza ingegneristica con vera innovazione (…) Il paese che ha esportato nel mondo ‘Vorsprung durch Technik’ oggi fatica a far funzionare i propri treni e ponti. Il cancelliere Friedrich Merz è arrivato al potere promettendo, con le sue stesse parole, un ‘grande balzo in avanti’ per la competitività tedesca – una frase con cui il precedente proprietario, Mao, ha portato il suo paese alla carestia, anche se presumiamo che Merz la intendesse in senso più benevolo. <b>Quello che ha consegnato finora è un pacchetto di riforme costruito sul minimo comune denominatore tra due partner di coalizione riluttanti:</b> apprezzabile per quel che è, ma ben lontano dalla scala della crisi strutturale in cui si trova la Germania – probabilmente la più profonda dalla fondazione della Repubblica. Tutto ciò non è senza conseguenze politiche. L’AfD, che l’altro fine settimana ha tenuto il suo congresso di partito, appare, per comune consenso, inarrestabile.</p><p>Non è difficile capire perché: un paese che vede fermarsi i suoi treni, chiudersi i suoi ponti e il suo produttore di punta licenziare un sesto della forza lavoro, mentre il governo si congratula per un ritocco fiscale poco più grande di quello che avrebbe comunque prodotto l’inflazione, è pronto a premiare chiunque prometta di accorgersi del marcio. <b>Eppure la domanda più urgente è più semplice e più dura: perché un paese che ancora si considera il motore d’Europa sembra aver perso la capacità di riparare i propri ponti? Sembra essere sintomatico dello stato attuale della Germania. </b></p><p>Finché la classe politica berlinese non smetterà di trattare tutto questo come una nota a piè di pagina fastidiosa e non inizierà a considerarlo la storia centrale, il fatalismo fatto di scrollate di spalle sulle banchine e nei cantieri tedeschi continuerà a trovare sfogo. E la Germania continuerà a sgretolarsi in silenzio”.</p>]]></description>
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				<title>Così Putin potrebbe distruggere la Nato</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 11:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Un Foglio Internazionale</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>"<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/vladimir-putin_65312" target="_blank">Vladimir Putin</a>&nbsp;sta per attaccare uno stato membro della Nato?” si chiede <b>Gerard Baker</b> nel Wall Street Journal. “Un mese fa avrei riso di quest’idea. Ma le conversazioni con diversi alti funzionari politici, militari e dei servizi segreti europei nelle ultime settimane mi suggeriscono che la possibilità è reale e in aumento. L’Ucraina, che non è membro della Nato, è una cosa. <b>Se non rispondessimo all’aggressione russa contro un membro dell’alleanza, la Nato diventerebbe lettera morta. Ed è proprio per questo che Putin potrebbe attaccare.</b> Come mi ha detto la settimana scorsa un analista dei servizi segreti: la sua ispirazione potrebbe essere il maresciallo Ferdinand Foch, il generale che comandò le forze francesi nella Battaglia della Marna nel 1914. E’ famoso per aver riferito: ‘Il mio centro cede. Il mio fianco destro si ritira. Situazione eccellente. Attacco’. Una dimostrazione improvvisa di forza inaspettata proprio mentre sembra barcollare per la sua sconsiderata guerra in Ucraina potrebbe tornare a vantaggio di Putin. Sebbene la ‘shock therapy' verbale di Trump abbia spinto i membri europei della Nato a fare finalmente di più per la propria difesa, sono ancora ben lontani dall’essere pronti per una guerra difensiva. <b>Funzionari governativi dicono che ci vorranno almeno cinque anni prima che i loro eserciti siano in grado di sostituire le capacità americane in Europa.</b> I rapporti dei servizi segreti indicano rischi crescenti di azioni russe.</p><p>La settimana scorsa un giornale polacco ha riferito che funzionari americani avevano avvertito Varsavia che la Russia potrebbe attaccare il paese. In un’intervista del mese scorso, un alto ufficiale militare di una nazione Nato ha identificato diversi rischi, tra cui la conquista russa di isole nel Baltico e un’incursione per ‘aiutare’ la minoranza russa in Estonia. <b>Nessuna di queste sarebbe un’invasione su vasta scala, ma ciascuna sarebbe una provocazione sufficiente: se la Nato non rispondesse, la sua credibilità andrebbe in frantumi.</b> L’Europa vale davvero la pena di essere difesa con sangue e denaro americano? La Nato è ancora un interesse strategico essenziale? Ho a lungo simpatizzato con l’argomento secondo cui un grande impegno statunitense nel teatro europeo è un anacronismo nella nostra postura di sicurezza, un retaggio della geopolitica del XX secolo. La Cina è ovviamente la minaccia più grande per la sicurezza e la leadership americana.</p><p>Ma che lo vogliamo o no, siamo in una guerra fredda o semi-attiva contro un asse della resistenza che va da Pechino attraverso Teheran fino a Mosca. Gli Stati Uniti stanno ancora gestendo le conseguenze di una guerra inconcludente con l’Iran che ci ha lasciato militarmente indeboliti. <b>Mentre ci affanniamo a gestire possibili mosse opportunistiche di Xi Jinping in Asia-Pacifico, Putin potrebbe infliggere un colpo tempestivo e fatale a un’alleanza transatlantica già indebolita. </b>Sarebbe un altro martellata alla testa della sicurezza e dell’egemonia occidentale, e un drammatico rafforzamento del potere dell’alleanza tra Russia e Cina e i nostri altri avversari”.</p>]]></description>
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				<title>“Se cade Israele, cadiamo tutti”. Il discorso di Milei</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 11:25:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Un Foglio Internazionale</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Quello che leggete qui sotto è il discorso del presidente argentino Javier Milei alla Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto.</i></p><p>&nbsp; &nbsp;</p><p>"Per me è un vero onore ricevervi a Buenos Aires e inaugurare formalmente i lavori della Presidenza argentina dell’Alleanza internazionale per la Memoria dell’Olocausto, la Ihra. Per il nostro paese questa presidenza rappresenta la concretizzazione di una decisione storica. A gennaio di quest’anno, durante la commemorazione della Giornata internazionale della memoria delle vittime dell’Olocausto, ho annunciato che l’Argentina avrebbe assunto un ruolo di leadership nell’Ihra. Oggi questo mandato prende forma in questa sala, con delegazioni riunite da tutto il mondo e con un’agenda di lavoro ambiziosa che mira a rafforzare la memoria, contrastare l’antisemitismo ed espandere questa causa in tutta la nostra regione. Il nostro paese ha una relazione storica speciale con l’Olocausto. Ha accolto migliaia di sopravvissuti che hanno ricostruito le loro vite nella nostra terra e che hanno arricchito la nostra identità nazionale con lavoro, cultura, fede, talento e amore per la libertà. Hanno creato scuole, ospedali, imprese e hanno contribuito a rendere questo un paese migliore, decisamente molto migliore. Tuttavia, sebbene abbiamo accolto rifugiati e vittime della Shoah, dobbiamo anche guardare in faccia il fatto che allo stesso tempo abbiamo aperto le porte a criminali di guerra nazisti e collaborazionisti che cercavano rifugio nel nostro territorio dopo la Seconda guerra mondiale. Per questo motivo, il ministero degli Esteri sta promuovendo un’iniziativa per preservare e facilitare l’accesso agli archivi legati all’Olocausto e alla Seconda guerra mondiale. Ogni documento recuperato, ogni fascicolo aperto e ogni nome preservato costituisce una vittoria della verità sul silenzio. Per questo dobbiamo riconoscere il peso della responsabilità che abbiamo come paese di fronte alle delegazioni membri, specialmente considerando che l’Argentina ospita la comunità ebraica più grande dell’America Latina. Dobbiamo comprendere il fenomeno dell’antisemitismo in tutta la sua profondità. Il Talmud afferma che l’odio verso l’ebreo nasce proprio sul Monte Sinai, lì dove furono ricevuti i dieci comandamenti. Lo esprime attraverso un gioco di parole: ‘odio’ in ebraico si dice ‘sina’, e afferma che proprio su quel Monte Sinai ebbe inizio la ‘sina’, l’odio come resistenza ai valori morali. Per questo, combattere l’antisemitismo non significa solo difendere un popolo, ma difendere la morale che è alla base della nostra civiltà, perché è il rifiuto di questi valori che nel corso della storia ha alimentato l’odio verso l’ebreo. In ogni epoca e in ogni luogo in cui è emerso l’antisemitismo, esso è stato accompagnato da sentimenti ostili verso l’occidente, e da quella ostilità trae la sua forza. Così, a soli 81 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, oggi dobbiamo accettare che l’antisemitismo globale non è arretrato, ma si è semplicemente riorganizzato. L’attacco  di Hamas del 7 ottobre è stato un punto di svolta che ha reso innegabile ciò che molti preferivano ignorare. <b>Lo spettro dell’odio è vivo come non mai e non si fermerà nella sua missione di distruggere l’ebraismo e tutto l’occidente. Teniamo bene a mente questo: Israele è il baluardo dell’occidente</b>. Dobbiamo difendere la posizione di Israele da un punto di vista morale perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/un-foglio-internazionale/2026/06/15/news/il-sionismo-salvera-loccidente--400564">è una causa giusta</a>. Ma se non la si vuole intendere come causa giusta, la si dovrebbe intendere come una questione utilitaristica. Se si perdesse Israele, si perderebbe anche l’occidente. Pertanto, non solo dobbiamo difendere Israele per una questione utilitaristica, ma dobbiamo difenderlo soprattutto perché è una causa nobile, e non possiamo abbassare le braccia perché in quella battaglia si perderebbe anche l’occidente. Per questo motivo, non abbiamo alcun problema a sostenere che oggi esiste un’alleanza implicita tra la sinistra radicale e il terrorismo islamista. Questa alleanza funziona come vettore contemporaneo dell’antisemitismo, e il filo segreto che li unisce non è altro che l’odio verso la civiltà occidentale. Per questo, la proliferazione dell’antisemitismo è il canarino nella miniera della decadenza, è il primo segnale che indica il sentiero di distruzione verso cui ci vogliono condurre. Perciò dobbiamo avere chiara una cosa: l’Ihra è forte quanto la volontà politica dei suoi membri.</p><p>Le parole devono tradursi in pratica con azioni, volontà politica e impegno reale, così come facciamo noi in ogni foro in cui ci presentiamo. Per combattere l’antisemitismo contemporaneo, alla luce di tutti gli eventi che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, è chiaro che dobbiamo collegare esplicitamente la lotta contro l’antisemitismo con la lotta contro il terrorismo. Oggi l’odio verso l’occidente è anche odio antiebraico. La separazione tra i due temi è un lusso che non esiste più. In questo senso, l’Argentina predica con l’esempio e ha già preso ampi provvedimenti. Abbiamo dichiarato Hamas, la Guardia rivoluzionaria iraniana e le Forze Quds organizzazioni terroristiche, e abbiamo inserito le loro strutture nel registro pubblico delle persone ed entità legate ad atti di terrorismo e al loro finanziamento. Abbiamo anche espulso l’incaricato d’affari del regime iraniano dal nostro paese. Abbiamo preso tutte queste misure perché sono moralmente corrette, ma anche perché l’Argentina non è estranea al dolore causato dall’antisemitismo. Abbiamo subito gli attentati terroristici contro l’Ambasciata di Israele e contro l’Amia, ferite che ancora attraversano la nostra coscienza nazionale e continuano a reclamare giustizia. Questa causa non ci è estranea, ci interpella dalla nostra storia, dalle nostre ferite e dal cuore stesso della nostra nazione. Per questo, la nostra richiesta  di giustizia per questi attentati è una forma concreta di memoria e un impegno nazionale nella lotta contro l’antisemitismo.</p><p>Per tutto questo, voglio lanciare un appello ai membri dell’Ihra e alle delegazioni qui presenti. In ogni momento e in ogni luogo della storia, il silenzio dei giusti è ciò che permette la barbarie e le atrocità degli ingiusti. Quando il bene tace, parla la malvagità. Il silenzio di fronte alla crescita dell’antisemitismo non è un’opzione. Che Dio vi benedica tutti, che le forze del cielo ci accompagnino e grazie mille a tutti per essere qui”.</p><p>&nbsp;</p><p><i>(Traduzione di Giulio Meotti)</i></p>]]></description>
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				<title>Vannacci, un generale che non vuole capire la minaccia russa</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 11:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Lorenzo Borga</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ogni volta che si discute di spesa militare, il dibattito italiano finisce nello stesso vicolo cieco: qualcuno immagina colonne di carri armati russi dirette verso il Friuli e qualcun altro risponde evocando la Terza guerra mondiale. Ma entrambe le immagini raccontano una guerra che appartiene al Novecento. <b>La domanda giusta non è se Mosca abbia intenzione di invadere l’Italia. E’ un’altra: quali interessi nazionali deve essere in grado di proteggere oggi uno stato come l’Italia?</b> Se la risposta è soltanto “i confini”, allora&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908" target="_blank">Roberto Vannacci</a>&nbsp;ha buon gioco quando ironizza sui “cosacchi che si abbeverano al Piave” e sostiene che l’obiettivo Nato del 5 per cento non abbia alcuna giustificazione. Chi oggi minaccia il territorio nazionale, chiede in modo retorico Vannacci per giustificare la sua contrarietà all’incremento delle spese per la difesa. Ma, come il leader di Futuro nazionale dovrebbe sapere, gli interessi italiani protetti dalle forze armate comprendono ben altro: le rotte energetiche, la libertà di navigazione, gli investimenti all’estero e la stabilità del mercato europeo. Allora il problema cambia completamente.</p><p>Basta osservare una cartina geografica. <b>L’Italia è una potenza manifatturiera povera di materie prime</b>, dipendente dal commercio marittimo e dalle importazioni di energia. Lo Stretto di Hormuz dista migliaia di chilometri dalle nostre coste, ma quando il traffico navale viene minacciato aumenta il prezzo dell’energia anche per imprese e famiglie italiane. Lo stesso vale per il Canale di Suez, il Mar Rosso, il Mediterraneo orientale o il Golfo di Guinea. E’ nel cosiddetto Mediterraneo allargato che si concentrano buona parte degli interessi strategici italiani: la sicurezza delle rotte commerciali, gli investimenti delle imprese italiane, la stabilizzazione del Nord Africa e dell’Africa subsahariana. <b>La Marina militare italiana è tra le più efficienti della Nato, ma da sola – e nemmeno insieme agli altri paesi europei – oggi non è in grado di garantire stabilmente la sicurezza di uno spazio marittimo così vasto.</b> La Libia è l’esempio più evidente. E’ il vicino strategico dell’Italia, continua a essere divisa tra due governi rivali ed è sempre più terreno di competizione con la Turchia. Ankara ha investito negli ultimi anni molto più dell’Italia nella propria proiezione navale e militare nel Mediterraneo. Se la Marina italiana non riceverà gli investimenti che i suoi capi di stato maggiore richiedono da anni rischiamo di perdere la leadership sul Mare Nostrum che oggi ci viene riconosciuta.</p><p>La minaccia, inoltre, non è solo militare. Da anni aziende, banche, infrastrutture, trasporti e amministrazioni italiane sono bersaglio di campagne di attacchi informatici attribuite a gruppi filorussi, spesso intensificate nei momenti di maggiore tensione politica tra Roma e Mosca. <b>L’intelligence italiana indica la Russia come la principale fonte della minaccia cyber per il paese, mentre l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale registra un aumento costante delle operazioni ostili contro obiettivi pubblici e privati.</b> Poi c’è l’Europa orientale. E’ vero: nessuno immagina una colonna di carri armati russi diretta verso Milano. Ma se una crisi nei Paesi baltici mettesse in discussione la credibilità della Nato, le conseguenze economiche arriverebbero in Italia molto prima dei soldati. Le imprese italiane hanno oltre 10 miliardi di euro di investimenti diretti nei paesi dell’Europa centro-orientale e baltica. Ancora più importante è il mercato unico europeo, destinazione di oltre la metà delle esportazioni italiane. Secondo Bloomberg Economics, anche un conflitto limitato ai Baltici provocherebbe una contrazione del pil mondiale dell’1,3 per cento nel primo anno, con un impatto dell’1,2 per cento sull’Unione europea, ben superiore a quello stimato per Stati Uniti e Regno Unito. Per i Paesi baltici il crollo supererebbe addirittura il 40 per cento. Per un’economia esportatrice e manifatturiera come quella italiana sarebbe uno shock difficilmente assorbibile.</p><p>E’ qui che il ragionamento di Vannacci mostra tutti i suoi limiti. <b>Ridurre la difesa nazionale alla sola eventualità di un’invasione terrestre significa descrivere un mondo che non esiste più. Le Forze armate non servono soltanto a difendere il territorio italiano, ma a proteggere gli interessi politici, economici e strategici del paese in uno spazio che va ben oltre i suoi confini.</b> E oggi lo riescono a fare con sempre maggiore fatica, vista la scarsità di risorse a disposizione in un mondo che si sta invece riarmando rapidamente. E’ una distinzione che dovrebbe essere evidente soprattutto a un generale di divisione come Vannacci. Trasformarla in uno slogan sui cosacchi al Piave può funzionare in campagna elettorale. Spiega molto meno come si difendono oggi gli interessi dell’Italia.</p>]]></description>
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				<title>La coalizione dei volenterosi a Parigi, Zelensky cambia primo ministro</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>David Carretta</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il presidente francese, <b>Emmanuel Macron</b>, oggi ospiterà i leader della coalizione dei volenterosi per un vertice a Parigi, il cui obiettivo è rafforzare il sostegno all’Ucraina. Secondo l'Eliseo, l'incontro servirà ad "amplificare" la "nuova" dinamica registrata ai vertici del G7 e della Nato a favore di Kyiv, dimostrando alla Russia di non poter contare sulla "lassitudine" degli alleati dell'Ucraina.<b> Volodymyr Zelensky sarà presente insieme a Ursula von der Leyen, Antonio Costa e Mark Rutte e diversi capi di stato e di governo.</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/08/news/meloni-e-volenterosi-in-bilico-il-viaggio-da-macron-la-paura-di-trump--401786">A Parigi non ci sarà l'italiana Giorgia Meloni</a>. I leader resteranno anche domani per la parata del 14 luglio che Macron ha deciso di dedicare al "Risveglio strategico europeo".</p><p>Nel frattempo, ieri <b>Zelensky ha annunciato un rimpasto del suo governo con la sostituzione del primo ministro, Yulia Svyrydenko</b>. Tra i nomi dei suoi successori ci sono quelli di Sergii Koretskyi, amministratore delegato di Naftogaz, e di Denys Shmyhal e Mykhailo Fedorov, rispettivamente ministro dell'Energia e ministro della Difesa.</p><h1>Contro alla rovescia per il ventunesimo pacchetto disanzioni contro la Russia</h1><p>I ventisette stati membri dell'Ue <b>non sono ancora riusciti a trovare un accordo</b> sul ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Una riunione degli ambasciatori ieri non è stata risolutiva, nonostante il fatto che il pacchetto sia stato seriamente svuotato di alcune delle sue misure più significative, per l'opposizione di diversi stati membri. Portogallo e Germania si sono opposti al divieto di importazione di merluzzo dalla Russia. <b>Italia e Francia hanno ostacolato il divieto di rilasciare visti ai combattenti ed ex combattenti russi</b>. Ma rimangono ancora dei problemi, in particolare legati al transito di gas naturale liquefatto russo verso paesi extra-Ue. L'Austria insiste per ottenere delle concessioni a favore di una sua banca che opera in Russia. Il tempo stringe. <b>Entro mercoledì serve un accordo per evitare che il tetto al prezzo del petrolio russo salga da 45 a 65 dollari al barile.</b></p><p><b></b><br>Oltre a discutere del ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, <b>i ministri degli Esteri dell’Ue oggi annunceranno anche l’approvazione del nono mini pacchetto con cui vengono costantemente aggiornate le liste nere dell’Ue</b>. Circa 250 individui ed entità legate al complesso militare-industriale e al settore finanziario saranno sanzionati con congelamento dei beni, divieti di viaggio e divieto di transazioni finanziari. L’Ue conta sull’effetto dissuasivo per il resto del mondo: le società in Asia e nei paesi del Golfo saranno scoraggiate dal fare affari con le entità inserite nella lista nera dell’Ue. Con le sanzioni contro il settore finanziario, l’Ue spera di aver escluso dai circuiti internazionali circa metà delle banche russe.<br></p><h1>Nuovi aiuti militari all’Ucraina in arrivo</h1><p>Ursula von der Leyen questa settimana si prepara a fare due annunci importanti sul sostegno finanziario dell’Ue per gli aiuti militari all’Ucraina nell’ambito del prestito da 90 miliardi di euro. <b>La presidente della Commissione annuncerà un secondo esborso da 1,1 miliardi di euro per l’acquisto di droni e sistemi anti-drone</b>. Inoltre von der Leyen darà il via libera alle richieste inviate dall’Ucraina sul finanziamento per gli acquisti di altre tre tipi di armamenti: un altro pacchetto sui droni, uno sui missili di medio-lungo raggio e uno sui caccia da combattimento. <b>Il prestito da 90 miliardi dovrebbe permettere all’Ucraina di comprare gli aerei svedesi Gripen della Saab.</b><br></p>]]></description>
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				<title>Sesso, libertà e teorie del complotto. Cosa si può capire dal caso Epstein della società contemporanea</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Società</category>
				<author>Andrea Graziosi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Al di là dei reati, antichi, di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/jeffrey-epstein_50368" target="_blank">Epstein</a>, il suo caso mette in risalto alcuni aspetti del mondo in cui viviamo come il malcontento di una parte, specie bianca, della popolazione di quelli che una volta si autodefinivano paesi avanzati e la propensione a elaborare teorie del complotto che questo malcontento alimenta in chi rifiuta di riflettere sulle nostre responsabilità nel determinare la situazione in cui viviamo. <b>Il clima culturale cui il caso Epstein è legato offre però soprattutto lo spunto per sollevare un aspetto, quello sessuale, del nucleo essenziale di quelle responsabilità</b>. E’ un nucleo costituito da comportamenti che sono legati a due fenomeni positivi verificatisi in Europa negli ultimi due secoli del secondo millennio: la progressiva diffusione a strati sempre più larghi della popolazione, permessa dallo straordinario aumento del benessere, di stili di vita individuali prima appannaggio di piccoli gruppi privilegiati, economicamente o intellettualmente; e l’altrettanto stupefacente allungamento delle nostre vite.</p><p>Ciò rende difficile discuterne, perché farlo vuol dire interrogarsi sul legame tra questi stili di vita e il crollo della natalità, l’invecchiamento delle nostre società e la marginalizzazione oggettiva dei giovani che ancora vi nascono, vale a dire sulle cause principali delle crisi che le feriscono e determinano il malessere che nutre il malcontento di molti dei loro appartenenti. <b>Il sesso è infatti al tempo stesso una componente e una manifestazione essenziale dei comportamenti della nostra nuova “modernità” e il caso Epstein offre perciò lo spunto per scorgere alcune loro radici e guardare alla loro evoluzione e all’intreccio di essa con la storia della sinistra.</b></p><p>Ricordo prima alcuni dati essenziali. Jeffrey Epstein, nato nel 1953 in una modesta famiglia di Brooklyn, percorse il normale cammino di un giovane ebreo intelligente e energico studiando (ma senza laurearsi) prima alla Cooper Union e poi alla New York University. Insegnante in una scuola privata di Manhattan, fu poi assunto da una istituzione finanziaria e fondò a fine anni Ottanta una sua azienda di consulenza per la gestione patrimoniale. <b>Risale a quegli anni la costruzione di un grande giro di prestazioni sessuali a pagamento, fondato sul reclutamento di giovani donne, anche minorenni, in un momento in cui l’uso del sesso per festeggiare eventi o successi era diventato la norma, soprattutto ma non solo negli Stati Uniti. </b>Come scoprì nel 2005 la polizia di Palm Beach, questo reclutamento riguardava anche minorenni. Epstein minimizzò allora i danni dichiarandosi colpevole di reati legati alla prostituzione in Florida, scontando circa un anno con un blando regime di detenzione e evitando più pesanti accuse federali grazie a Alexander Acosta, un avvocato cubano-americano poi segretario del Lavoro nella prima amministrazione Trump. Il caso riesplose a fine 2018, grazie all’inchiesta di una giornalista che provò come nel 2005 fossero emersi decine di casi di sfruttamento di minori messi a tacere con l’aiuto di Acosta, costretto per questo alle dimissioni. Nel luglio 2019 Epstein fu arrestato con l’accusa di traffico sessuale di minori e poco dopo si suicidò in carcere a New York.</p><p><b>Sotto forte pressione MAGA, pochi mesi fa il dipartimento di Giustizia ha pubblicato circa tre milioni di pagine di suoi documenti, tra cui tantissime e-mail.</b> Per l’Economist, la maggior parte di esse sono relative a suoi dipendenti e collaboratori o a scambi anche di contenuto sessuale tra Epstein e alcune sue corrispondenti, ma un importante nucleo riguarda personalità della finanza, della scienza, della cultura e della medicina, dei media, della politica e del mondo delle imprese, non necessariamente coinvolte nel giro della prostituzione. La maggioranza di questi corrispondenti risiedeva negli Stati Uniti, ma ve ne erano anche in Europa, nei paesi arabi, ecc. Tra essi si trovano miliardari come Peter Thiel, Elon Musk e Bill Gates e celebrità come Woody Allen e Deepak Chopra, l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, il consigliere giuridico della Casa bianca di Obama, Kathryn Ruemmler, Ariane de Rothschild, Larry Summers, già  segretario del Tesoro di Clinton e poi presidente di Harvard, e il grande linguista nonché icona della sinistra radicale Noam Chomsky.</p><p>Questi nomi sembrano indicare che il mondo di Epstein, pur coinvolgendo anche importanti rappresentanti della destra, era un mondo “progressista”: anche il Trump che vi compare era allora un registered democrat, un conoscente dei Clinton che contribuì nel 2008 alla campagna di Hillary, sostenendo però poi McCain contro Obama. Anche l’elenco delle personalità costrette alle dimissioni a seguito della morte di Epstein e del rilascio dei nuovi documenti punta, anche se non sempre, nella stessa direzione. Oltre al principe Andrea, ai ceo di Barclays e Apollo, al fondatore di Victoria’s Secret e al presidente degli Hyatt Hotel si sono dimessi l’ex direttore del MIT Media Lab, nonché membro del board del New York Times; i già ricordati Kathryn Ruemmler e Larry Summers, che siedeva dal 2023 anche nel consiglio di OpenAI; il laburista Peter Mandelson, che tanto danno ha causato a Keir Starmer e Jack Lang, già ministro della Cultura di Mitterrand. Ma i nomi che si trovano negli Epstein files sono tantissimi e includono anche Bill Clinton e celebri avvocati come Alan Dershowitz, anche se va sempre ricordato che la struttura di Epstein contattava insistentemente persone con cui riteneva conveniente instaurare rapporti.</p><p><b>Naturalmente comportamenti come quelli svelati dall’inchiesta su Epstein sono sempre esistiti, specie ma assolutamente non solo tra i ceti privilegiati, come sono sempre esistite pulsioni sessuali affrontate in passato con un misto di repressione e ipocrisia.</b> E l’unica cosa da augurarsi in questi casi è che siano condotte indagini serie e puniti i reati commessi, tutelando la reputazione dei tanti coinvolti senza colpa. Ma gli elementi per costruire una teoria populista del complotto ci sono tutti, e la natura delle relazioni di Epstein aiuta a spiegare il proliferare di teorie MAGA circa l’esistenza di “élite liberal” impegnate nel traffico dei minori sotto la protezione di giudici, Fbi, media e apparato federale e l’irruenza della destra nel chiedere che sia fatta piena luce in una campagna che riprende quella del pizzagate nel 2016 contro la Clinton. La storia e il nome di Epstein hanno reso anche possibile ancorare questa teoria a una “ragnatela” ebraica che ne avrebbe sostenuto e usato la struttura a favore di Israele, alimentando l’impressionante rifiorire – specie ma non solo a sinistra – di campagne d’odio contro gli ebrei. Attirandosi il plauso di Di Battista, la giornalista Rula Jebreal, sostenitrice della causa palestinese e finita anche lei senza colpa negli Epstein files, ha per esempio definito la rete di Epstein “un’operazione di ricatti sessuali israeliani”, riprendendo le tesi del movimento per il boicottaggio di Israele, che la aveva battezzata “un’arma israeliana di estorsione di massa”.</p><p>Purtroppo, come dimostrano le oscillazioni del New York Times, la sinistra americana, ma anche parte di quella italiana, sembra sentire il richiamo della possibilità di partecipare a una caccia alle streghe contro élite privilegiate, corrotte e “vicine a Israele” che unisce voyeurismo e curiosità morbosa all’idea di una Sodoma e Gomorra del “capitalismo” (una figura retorica più che una categoria analitica) e dell’ineguaglianza (che esiste eccome), capace di attizzare e giustificare l’odio contro ricchi e potenti. <b>Al di là della sua sgradevolezza, questa attrazione costituisce un altro dei segni che, come il moralismo o l’antisemitismo, annunciano la trasformazione radicale dell’ideologia di almeno una parte del vecchio mondo progressista.</b> Visto il passato di questo mondo, strettamente legato tanto ai miglioramenti di cui si diceva quanto alla promozione degli stili di vita che li stanno minando, questa trasformazione potrebbe avere devastanti ricadute autolesioniste. E’ su questo passato che varrebbe perciò la pena di riflettere, per capire come uscirne, anche se qui posso solo limitarmi a elencare alcuni elementi e passaggi che mostrano quanto sarebbe opportuno farlo.</p><p>L’importanza crescente della “rivoluzione sessuale” per le società moderne fu segnalata già negli anni Cinquanta da un grandissimo sociologo socialista-rivoluzionario russo, Pitirim Sorokin, espulso dall’Urss dopo la guerra civile e fondatore nel 1930 del dipartimento di sociologia di Harvard. <b>La guerra e la riflessione su quella che interpretava come decadenza della cultura “occidentale” lo spinsero verso posizioni conservatrici, alimentate dalla sua paura che i cambiamenti nei costumi sessuali non avessero solo un contenuto liberatorio, ma potessero produrre effetti sociali molto negativi. </b>Le sue analisi lo portarono a diventare un punto di riferimento per la nuova destra americana, e certo i suoi scritti di allora si leggono spesso con fastidio e sono sostanzialmente sbagliati, perché imputano al sesso mutamenti che hanno radici molto più profonde.</p><p>Gli anni Sessanta e poi quelli Settanta, che Tom Wolfe definì sul New Yorker la “Me” Decade, sembrarono però giustificare le preoccupazioni si Sorokin circa l’impatto di certi comportamenti e le correnti più profonde di cui erano una manifestazione, e importanti intellettuali di sinistra, come Christopher Lasch, presentarono allora il trionfo del narcisismo individualista, con la sua forte componente sessuale, come un grande pericolo. Visto che a destra in questo campo ha continuato di regola a prevalere l’accoppiata ipocrisia-repressione, una trasgressione che talvolta coincideva con violenza e oppressione anche ma non solo sessuale fu però allora più in generale e almeno discorsivamente legittimata e comunque coperta negli Stati Uniti, e non solo, soprattutto dalla nuova sinistra (ché quella più antica aveva solide radici intrise di moralismo repressivo, come insegna il proibizionismo socialista e dimostra la storia sovietica). <b>Penso per esempio ai leader e alle pratiche di tante comunità hippie, ma pure di gruppi ancor oggi di culto, anche nel mondo woke, come le Pantere nere. </b>Prima di entrarvi Eldridge Cleaver era stato condannato per stupro e in Soul on Ice (1968), il suo libro-manifesto scritto in carcere, razionalizzò gli stupri in chiave politico-razziale; Huey P. Newton fu accusato di violenza da una donna, poi minacciata perché non parlasse, e sono numerose le testimonianze, anche di donne dell’organizzazione, circa comportamenti che oggi susciterebbero scandalo tra gli ammiratori del gruppo e che erano invece allora considerati coerenti con la lotta politica. Quest’anno, poi, è esploso il caso di César Chávez, il leader dei braccianti “latini” onorato da Obama con la Presidential Medal of Freedom, autore dagli anni Sessanta di ripetuti abusi sessuali su minorenni e giovani ragazze mentre guidava la United Farm Workers, inclusi quelli su una sua dirigente, e di cui vengono oggi rimossi i monumenti e cancellato il nome da piazze e strade.</p><p><b>La vicenda europea, inclusa quella italiana, è ancora più interessante, perché punta alla diffusione, anche in alcuni dei più importanti circoli intellettuali della sinistra, di ideologie che definivano liberatorie pratiche che forse contenevano anche elementi di questo tipo ma che era irresponsabile incoraggiare e giustificare.</b> In Francia, per esempio, Jean-Paul Sartre e Michel Foucault firmarono nel 1977 una petizione che chiedeva che fossero “abrogati o profondamente modificati” alcuni articoli relativi al détournement de mineur e di riconoscere il diritto del bambino e dell’adolescente a intrattenere relazioni sessuali con persone da loro scelte. Questo mente sia Le Monde che Libération difendevano la depenalizzazione del sesso coi minori, collegando la richiesta alla libertà sessuale anche dei minori stessi, alimentando l’atmosfera di cui vivevano persone vicinissime a Mitterrand come Lang. <b>In Italia, Bernardo Bertolucci aveva da poco girato Ultimo tango a Parigi, giudicato un capolavoro del cinema progressista e poi inserito dall’American Film Institute tra i migliori 100 film di tutti i tempi ma oggi duramente contestato da almeno una parte del movimento delle donne. </b>E Piero Vivarelli, fratello dello storico Roberto e come lui ex volontario della X MAS, fascista e poi comunista (fu forse l’unico membro italiano del Partito comunista cubano), nonché geniale esponente della cultura di massa della modernità, produceva e dirigeva film appunto di serie B, alcuni dei quali a sfondo esotico-sessuale come Il Dio serpente (Vivarelli fu anche l’autore di 24.000 baci e un documentario su di lui, Life as a B-Movie, è una delle cose più interessanti sulla nostra cultura del dopoguerra che mi sia capitato di vedere).</p><p>Naturalmente in Italia c’era anche Pasolini, eletto a profeta anche morale da buona parte della cultura italiana, sia di sinistra che di destra, dopo una morte tragica legata a una vita in cui il rapporto con un sesso trasgressivo e con una componente minorile aveva giocato un suo ruolo sin dall’inizio, trovando espressione artistica in Ragazzi di vita (1955) come in Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). Nella sua ultima intervista Pasolini rivendicò l’idea che “scandalizzare” fosse un diritto, attaccando il moralismo, mentre altrove aveva presentato il sesso non solo come desiderio fisico, ma anche come strumento di conoscenza profonda della realtà e delle classi sociali marginalizzate, della cui supposta purezza originaria, rovinata dal “capitalismo”, sentiva la nostalgia (vale a questo proposito la pena rileggere Il sogno del centauro, una raccolta delle sue ultime interviste uscita in Francia nel 1981). <b>Si trattava di posizioni forti e per certi versi—ma certo non per tutti—apprezzabili, ma che sarebbero oggi duramente contestate da buona parte di quella stessa sinistra che lo annovera tra i suoi ispiratori. </b></p><p>Poco dopo la sua morte cominciarono ad apparire sul canale della tv di stato affidato ai socialisti (la componente meno moralista della sinistra italiana), e non su reti private che ancora non esistevano, i primi nudi parziali. Essi aprirono le porte a trasmissioni come Il cappello sulle 23, lanciata nel gennaio 1983, cioè quasi un anno prima di Drive in, dell’assenza delle cui ragazze alla festa di capodanno del 1986 Berlusconi si lamentò in una famosa telefonata a Dell’Utri perché avrebbe fatto arrabbiare Craxi. Era cominciata intanto la grande crescita dell’industria porno, ma già dalla fine degli anni Sessanta una parte delle canzoni presentate a Sanremo aveva un forte e esplicito contenuto sessuale, il sesso invadeva il mondo dei fumetti, anche di quelli con ambizioni artistiche, e molto spesso nei testi come nelle immagini esso si legava direttamente all’esercizio di un potere o di pulsioni che tendevano alla soddisfazione di desideri individuali. <b>Ciò che prima esisteva su scala limitata acquistava così dimensioni di massa, testimoniate dalla crescita del turismo sessuale persino in paesi socialisti per cui molti partivano con valigie piene di calze e altri oggetti di basso costo ma là introvabili e molto desiderati.</b> E il sesso penetrava in modo organizzato e massiccio, anche con apposite agenzie, il mondo degli affari. La comparsa dell’Aids negli anni Ottanta, le sue vittime anche importanti, tra cui lo stesso Foucault, e il timore che quelle morti suscitarono, non frenarono il fenomeno. Studi come quelli di Barbagli, Dalla Zuanna e Garelli su La sessualità degli italiani hanno dimostrato come l’Italia, a lungo uno dei paesi sessualmente più repressi d’Europa, stesse rapidamente percorrendo il cammino, cominciato prima del 1968, che ne avrebbe fatto in pochi decenni uno dei paesi all’avanguardia nel campo “di una visione più fluida, disinibita e individualistica del sesso, svincolato dalla riproduzione e centrato su emozione, affetto e ricerca del piacere”, che aveva del resto conquistato l’intero continente.</p><p>Il 1991, il crollo dei muri e la nascita di Internet alimentarono una straordinaria accelerazione di questi processi, dentro cui è cresciuto il fenomeno Epstein: specie ma non solo a est nelle stanze degli alberghi cominciarono ad apparire cataloghi sofisticati con nomi, elenchi e illustrazioni delle prestazioni particolari fornite e costi di esse, cataloghi che divenne presto possibile trovare online per qualunque centro urbano. <b>Questo mentre il turismo sessuale cresceva vertiginosamente, con consigli, recensioni, immagini e interviste su internet, coinvolgendo milioni di minorenni, frequentate e frequentati per qualche giorno da uomini e donne dalle origini sociali e dalle convinzioni più diverse, e spesso in pensione, dei paesi più ricchi, un fenomeno che ha dello “scandaloso” ma che ha acquistato i tratti della normalità. </b>Più in generale, fioriva il boom di siti internet che mettono a disposizione di tutti milioni di filmati i cui effetti suscitano fortissime preoccupazioni tra gli psichiatri che hanno a che fare con gli adolescenti, mentre si diffondevano fenomeni come Only fans. E’ possibile che reazioni come il Me Too o quelle allo scandalo Epstein siano segnali di un’oscillazione del pendolo in senso inverso anche a sinistra, dove del resto è stata a lungo forte una tradizione di lotta contro le degenerazioni borghesi e aristocratiche e di esaltazione della disciplina dal lavoro. <b>Ma quelle pratiche sembrano oramai più che radicate, e il ritorno a una combinazione di repressione, moralismo e ipocrisia non è certo la soluzione auspicabile. </b>Piuttosto che a cacce alle streghe cui partecipano probabilmente anche persone non estranee a questi comportamenti, il caso Epstein dovrebbe perciò spingerci a riflettere sul significato e soprattutto le conseguenze di tutto questo; sul suo valore in termini di piacere e soddisfazione personali, come sui suoi costi morali, sul prezzo pagato dalle sue vittime e sui suoi riflessi negativi sulle nostre vite personali, che rischiano di diventare imbuti verso la solitudine in società corrose dall’assenza di giovani.</p><p><b>La sinistra – che dopo un lungo passato collettivista e repressivo, accompagnato da grandissime tragedie, ha abbracciato almeno in parte (ché il suo moralismo ha continuato a vivere in sacche importanti) la molto più gradevole strada dell’individualismo e della trasgressione – avrebbe in particolare ragioni speciali per riflettere sui problemi che ciò ha prodotto e produce.</b> E lo dovrebbe fare prendendo coscienza della pervasività, e quindi delle forti radici e delle altrettanto forti ragioni di questi comportamenti, che non a caso accomunano, al di là delle dichiarazioni e delle ideologie, tanto la destra come la sinistra, come ci indicano gli stili di vita anche di molti leader della prima, che rimpiangono il passato ma vivono fermamente nel presente. Il problema è insomma generale e serissimo, e iniziare a rifletterci sarebbe il primo passo per moderare, se non per abbandonare, sulle basi di una scelta ragionevole capace di tener conto dell’intero arco della nostra vita, comportamenti che a volte sono anche immorali, oltre che criminali, perché feriscono i deboli ma che comunque minano in generale la società in cui viviamo e rendono progressivamente peggiori le nostre esistenze. La sfida è quella di articolare nuove posizioni capaci di difendere dignità e libertà umane, organizzando diversamente e liberamente le nostre vite.</p>]]></description>
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				<title>La Russia non attacca perché la Nato sa difendersi. Una lezione per Conte e Travaglio</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:19:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Foglio AI</category>
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				<description><![CDATA[<p>Il campo Lavrov continua a dare prova di una deferenza quasi commovente verso il verbo putiniano. L’ultimo esercizio arriva da Marco Travaglio, che sul Fatto si incarica di difendere Giuseppe Conte con la dolcezza riservata alle cause considerate sacre. La tesi è semplice: Conte avrebbe ragione, la Russia non rappresenterebbe una minaccia per l’Europa e a confermarlo sarebbe addirittura il comandante supremo delle forze Nato nel continente, il generale americano Alexus G. Grynkewich. Non il Cremlino, non Lavrov, non qualche propagandista russo: la Nato. Seguono diapositive, inchini e applausi.</p><p>A questo punto, da intelligenza artificiale, ho scelto di fare un tentativo. Provare a spiegare con la logica algoritmica ciò che il campo Lavrov sembra non voler capire con la logica naturale. Un algoritmo elementare procede così: prende una premessa, verifica il nesso causale, distingue una condizione da una conseguenza e impedisce che le conclusioni contraddicano i dati iniziali. Applicato al caso Conte-Travaglio, il risultato è piuttosto netto. Il generale Grynkewich ha detto al Financial Times che la Russia, al momento, non sta cercando uno scontro diretto con la Nato perché è consapevole dei vantaggi dell’Alleanza. Traduzione logica: la Russia non attacca la Nato perché la Nato sa difendersi, perché possiede capacità militari, strumenti di deterrenza e la forza necessaria per rendere un’aggressione destinata al fallimento. Non ha detto che la Russia non sia una minaccia. Ha detto che la minaccia viene contenuta dalla capacità di risposta dell’Alleanza.</p><p>Conte ha trasformato questa affermazione in un’altra: se la Russia non attacca oggi, allora non è pericolosa. Travaglio ha preso la trasformazione di Conte e l’ha elevata a prova definitiva. Ma l’errore logico è grossolano. E’ come sostenere che, siccome un ladro non entra in una casa protetta da allarme, porte blindate e sorveglianza, allora il ladro non rappresenta un pericolo e si possono smontare porte, allarmi e telecamere. Non occorre un’intelligenza artificiale per riconoscere l’assurdità. Ma, visto che l’intelligenza naturale sembra incontrare qualche difficoltà, proviamo con una formula.</p><p>Premessa uno: la Russia non attacca la Nato perché teme la risposta della Nato. Premessa due: la capacità di risposta dipende dalla forza militare dell’Alleanza e dei paesi europei. Conseguenza: se si indebolisce la capacità militare europea, si riduce la deterrenza. Conseguenza ulteriore: se si riduce la deterrenza, si aumenta la convenienza di un’aggressione. Conclusione: scegliere di non armare l’Europa significa scegliere di renderla più vulnerabile proprio di fronte alla minaccia che oggi viene contenuta dalla sua capacità di difendersi. Per evitare interpretazioni creative, il Foglio ha fatto una cosa semplice: ha chiesto direttamente al portavoce del generale che cosa intendesse dire. La risposta del colonnello Martin L. O’Donnell è stata inequivocabile: “La Russia rappresenta chiaramente una minaccia per la sicurezza euro-atlantica”. Grynkewich, ha precisato, aveva osservato che Mosca non cerca oggi un conflitto diretto con la Nato perché conosce i vantaggi dell’Alleanza; aveva inoltre ribadito quanto sia importante che la Russia continui a comprendere che qualsiasi aggressione sarebbe destinata al fallimento. Conclusione esplicita: “Non vi è alcun dubbio che la Russia rappresenti una minaccia”.</p><p>In un sistema razionale, la questione si chiuderebbe qui. Nel campo Lavrov, invece, persino una smentita diventa una conferma. Travaglio replica che Putin non avrebbe interesse ad attaccarci. Esatto. Ma perché non ne avrebbe interesse? Perché la Nato esiste, è armata, è credibile, sa difendersi. La deterrenza funziona precisamente quando convince l’avversario che il costo dell’aggressione sarebbe superiore al vantaggio. Dire che Putin oggi non attacca e usare questo fatto per chiedere di indebolire la Nato equivale a scambiare l’effetto della deterrenza per la prova della sua inutilità. Il meccanismo è sempre lo stesso. Si prende una frase prudente, la si mutila, la si rovescia e la si usa per accusare gli altri di falsificazione. Conte attribuisce al comandante Nato parole che non ha pronunciato. Il suo portavoce chiarisce che la Russia è senza dubbio una minaccia. Travaglio difende Conte sostenendo che, in fondo, quella precisazione confermerebbe Conte. La sequenza, tradotta in linguaggio informatico, genera un errore di sistema.</p><p>Resta da capire come definire lo schieramento. Campo Lavrov, perché ogni fatto viene piegato fino a coincidere con la narrazione del Cremlino: la Russia non minaccia, l’Occidente provoca, la Nato inventa nemici per riarmarsi. Oppure campo clown, perché per sostenere questa linea bisogna citare come testimone un generale della Nato e ignorare, il giorno dopo, ciò che il suo portavoce dice esplicitamente. L’algoritmo restituisce una risposta semplice: le due definizioni non sono alternative. Il campo Lavrov e il campo clown, ormai, coincidono</p>]]></description>
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				<title>Roberto Vannacci è il pifferaio magico dell’estremismo</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Oscar Giannino</author>
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				<description><![CDATA[<p>Bel guaio quello che Matteo Salvini ha combinato innanzitutto al suo partito, all’intero centrodestra di governo, e ora bisognerà tenere gli occhi ben aperti per capire se non si tradurrà anche in un brutto guaio per l’Italia intera. Il guaio è <b>Roberto Vannacci</b>, ex generale di divisione dell’Esercito, ex comandante del 9° reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin, ex comandante della brigata paracadutisti Folgore, ed ex figura di spicco nelle missioni che hanno visto negli anni contingenti militari italiani nelle operazioni internazionali interforze avvenute in Afghanistan e Iraq contro l’Isis, prima dell’incarico  come responsabile della difesa dell’Ambasciata d’Italia a Mosca, che terminò nel 2022 quando le autorità putiniane lo dichiararono persona non grata in risposta alle espulsioni decise dal governo italiano di diplomatici-spie russi per effetto dell’invasione russa dell’Ucraina. Una carriera di tutto rispetto e onusta di medaglie e riconoscimenti internazionali, si potrebbe dire, tanto da spingere Salvini a ritenere che l’arruolamento del generale nella Lega fosse un colpo da maestro. Al contrario, avrebbe dovuto ascoltare qualche voce all’interno dei ranghi militari italiani. Perché che Vannacci fosse finito alla guida dell’Istituto geografico militare era un chiarissimo segnale di stop a sue possibilità di ascesa ulteriore nello Stato maggiore dell’Esercito e delle Forze armate. A Vannacci era così chiaro il significato di quell’assegnazione che solo 40 giorni dopo, nell’agosto 2023, pubblicò il suo libro "<a href="https://amzn.to/4feuz0H">Il mondo al contrario</a>", la summa – si fa per dire – del suo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/05/06/news/il-mondo-al-contrario-dei-nazionalisti-allo-specchio-di-amazon--102425">nebbioso ultra-estremista pensiero politico</a>. E poiché lo pubblicò da militare in servizio attivo, si buscò l’immediata reprimenda da parte del ministro della Difesa Crosetto, che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2023/08/25/news/perche-crosetto-e-cavo-dragone-agiscono-bene-su-vannacci-i-lunghi-anni-opachi--171237">considerò il libro come “farneticazioni personali che screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione”</a>.</p><p>Lo stesso Stato maggiore dell’Esercito aprì un’indagine formale su Vannacci conclusasi con la sospensione dal servizio per 11 mesi a stipendio dimezzato, misure per cui invano Vannacci fece ricorso al Tar del Lazio, che lo respinse.</p><p><b> Il primo a capire al volo che con quel libro il generale “scendeva in politica”, pochi giorni dopo la sua pubblicazione nell’estate 2023, non fu Salvini ma Roberto Fiore, il leader della neofascista Forza Nuova</b>, che fece subito a Vannacci la proposta di candidarsi alle parlamentari suppletive nel collegio Lombardia 6-Monza che era rimasto vacante. E anche su questo scatto immediato di riflessi dei neofascisti verso Vannacci, Salvini avrebbe dovuto riflettere bene, prima di offrire nelle elezioni europee del giugno 2024 al generale la candidatura come indipendente nelle liste della Lega per Salvini premier in tutte le circoscrizioni elettorali, e in quelle dell’Italia centrale e meridionale addirittura come capolista.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/01/28/news/il-genio-di-salvini-creatore-di-svolte-epocali-senza-volerlo--127894">E’ stata quella decisione, l’origine del guaio</a>. Salvini, come sempre, ignorò bellamente l’opinione contraria dei governatori regionali della Lega, nonché di parte non irrilevante della vecchia guardia leghista autonomista nel Nord, totalmente diffidenti verso le boutade estremiste che irroravano ogni pagina del suo libro. Anche in quell’occasione, i moderati e i custodi della vecchia anima leghista non ebbero il fegato per bloccare Salvini. E’ la stessa storia che va avanti da anni, e malgrado la discesa della Lega a uno striminzito 6 per cento nei sondaggi, non c’è mai volta che il dissenso interno leghista decida sul serio di presentare i conti a Salvini, che nel frattempo mettendo suoi uomini di fiducia nell’organo depositario del diritto di voto sul leader, si è blindato a rimanerlo per anni a venire.<b> Salvini pensava che Vannacci fosse un rimedio brillante alla perdurante discesa elettorale della Lega</b>. Ma non si aspettava che il generale incassasse in tutta Italia 556 mila preferenze, il secondo candidato più votato alle europee tra tutte le diverse liste dopo Giorgia Meloni. <b>Un fenomenale errore, cui Salvini pensò di rimediare credendo di poter addomesticare il generale spalancandogli le porte del partito e nominandolo in pochi mesi da europarlamentare iscritto a uno dei vicesegretari federali del partito</b>. Anche in questo caso, un errore capitale, perché nel frattempo Vannacci trasformava la sua associazione "Il mondo al contrario" in un movimento politico. E infine nel febbraio 2026, dopo mesi di cortine fumogene per confondere Salvini, ecco che avviene quello che il generale aveva in testa sin dall’inizio e solo il capo della Lega ostinatamente non ha saputo vedere:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/04/news/vannacci-e-i-suoi-seguaci-chi-va-chi-resta-e-chi-aspetta--127491">la nascita ufficiale del partito di Vannacci, Futuro nazionale</a>. Senza lo strepitoso successo elettorale e personale ottenuto grazie al tappeto rosso leghista, senza quella occasione d‘oro regalatagli per diventare un politico nazionale di preteso primo piano, il guaio Vannacci non esisterebbe o non sarebbe certo delle potenziali dimensioni attuali. Tutto il resto, come la sua ascesa nei sondaggi e nelle presenze televisive, viene di conseguenza. E poche illusioni: il circo mediatico italiano è da anni all’incessante ricerca di personaggi che alimentano scontri e polemiche, le cronache politiche non sono certo fatte di pensosi confronti sui motivi della bassa crescita italiana e su come seriamente rimediarvi, ma vivono dei fischi alla prima manifestazione dei leader del campo largo ristretto a sinistra, e dei terrori attuali della destra di fronte all’ascesa di Vannacci. Ergo, Vannacci ha gioco facile per crescere ancora.</p><h1>Calma e gesso</h1><p>La lunga premessa era necessaria. <b>Vannacci non è uno sciocco e ha mostrato un buon fiuto su come pescare nei diversi ambiti dei “delusi di destra”, e per di più con una strizzata d’occhio anche ai tanti delusi ex elettori dei Cinque stelle</b>, delusi che non hanno mai creduto che il movimento pangenetico che votavano dovesse attendarsi sotto la guida del Pd. Ma, detto questo, per favore non esageriamo con gli eccessi quotidiani di colore. Vannacci non è il generale Raoul Salan, medaglia d’oro al valor militare ed ex capo delle forze militari francesi in Indocina, che si mise alla testa di ufficiali nell‘organizzazione segreta terrorista e golpista Oas per impedire l’indipendenza dell’Algeria, ma il generale de Gaulle tirò dritto e li neutralizzò. E Vannacci non è neanche un Germanico Giulio Cesare, il giovane brillantissimo condottiero romano oltre il Reno vindice dell’annientamento di tre legioni nella tragica foresta di Teutoburgo, quel Germanico che tanto dava ombra al sospettoso imperatore Tiberio da finire avvelenato a 34 anni. Vannacci è stato proiettato in cielo da un razzo che gli è stato insipientemente regalato. E ora bisogna ragionare con freddezza, per evitare che il razzo accumuli tanta panna montata nei suoi serbatoi da farlo sembrare uno Starlink alla Elon Musk.</p><p>I primi a dover ragionare con freddezza immune dal terrore sono i leader del centrodestra. A Salvini e alla sua banda di signorsì sordi alle indicazioni interne è inutile pensare di dispensare consigli: chi li avanza dall’esterno, è automaticamente considerato un denigratore del capo, e su questa base nessuna ragionevolezza può essere fondata. Del tutto diverso è il caso della premier Meloni, di Fratelli d’Italia, e di Forza Italia. Preoccupati dalla fuga di parlamentari ed eletti locali verso Futuro nazionale di Vannacci. Chi qui scrive fa sinceramente un’unica eccezione:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/26/news/il-romanzo-criminale-di-alemanno-e-vannacci--401214">Gianni Alemanno e i suoi seguaci di Indipendenza! confluiti nel partito di Vannacci</a>. Alemanno non ha aspettato l’ex generale per esprimere la sua aperta critica e anzi contrarietà alle posizioni della premier Meloni. E non si tratta della sua radice giovanile, quando nel Fronte della Gioventù ai tempi del Msi si riconosceva nella destra sociale rautiana e non nei sostenitori di Almirante.</p><blockquote>La coerenza di Alemanno e i voltagabbana. Vannacci dentro o fuori dalla coalizione? No al fatalismo: il generale non è parte di una tendenza in atto in Europa</blockquote><p>La rottura esplicita di Alemanno covava da tempo, ma divenne pubblica nel 2022 con le sue fortissime prese di posizione contro il sostegno militare e finanziario dell’Italia all’Ucraina dopo l’invasione russa, e di lì la polemica di Alemanno si estese alle posizioni filoatlantiche, filoeuropeiste e troppo filo mercato di Palazzo Chigi. Chi qui scrive ha idee molto diverse, ma ad Alemanno riconosce una coerenza esplicita che non è del profittatore opportunista.</p><p>Gli opportunisti sono tutti gli altri voltagabbana che in queste settimane credono che salire sul carro di Vannacci significhi assicurarsi candidature e forse un seggio alle prossime politiche che difficilmente Lega, Forza Italia e anche FdI potrebbero assicurare loro. Ma di opportunisti voltagabbana è piena la storia della politica da secoli, basta aver scorso gli Annales di Tacito per sapere quanto fulminei fossero i cambi di tono e di fronte dei senatori delle maggiori famiglie patrizie in cerca di preture e consolati, non appena avvertivano nell’aria la possibilità che l’imperatore in carica venisse ucciso dai suoi pretoriani, come avvenne con Tiberio, Caligola, e poi tanti altri in seguito. Dei voltagabbana bisogna fottersene, è agli elettori che bisogna pensare. Andiamo per punti.</p><h1>Legge elettorale</h1><p>Cominciamo da una corda su cui il centrodestra sembra esser voglioso di impiccarsi a prescindere da Vannacci: la legge elettorale. Sappiamo tutti che il suo schema, tra premio di maggioranza solo apparentemente in linea con le reiterate pronunzie della Corte Costituzionale in materia, no alle preferenze e tutto il resto, era figlio della protratta marcia verso il successo che vedeva i sondaggi continuare a incoronare la crescita di Meloni e Fratelli d’Italia, mentre Salvini scendeva e Forza Italia tornava a superarlo. Com’è noto quelle certezze sono state fieramente intaccate dall’errore capitale compiuto da governo e maggioranza affrontando il referendum sulla giustizia con un tono non istituzionale ma inutilmente sguaiato e aggressivo, regalando così un’occasione d’oro al giustizialismo e una tosta sconfitta al governo. Che, nei sondaggi, ha iniziato lentamente a scendere. Ed eccoci a Vannacci, che oggi già supera nei sondaggi La Lega per Salvini, e rischia di superare di questo passo anche Forza Italia. Di fronte a questo, c’è chi consiglia a Meloni di tenere la porta aperta a Vannacci. Consiglio sbagliato. Significa ammettere che si considera essenziale avere Vannacci per far scattare il premio di maggioranza. Significa ammettere che Meloni ha sbagliato tutto, sull’Ucraina, sull’Europa, sul filoatlantismo e sul rapporto con imprese e sindacati. Non solo non è nell’interesse di Meloni e del suo partito e di Forza Italia. Sicuramente non è nell’interesse nazionale dell’Italia e della sua credibilità internazionale, dare le chiavi di una qualsivoglia futura governabilità nelle mani del generale illusionista dell’estremo. Tanto vale essere realisti, e da fan da sempre del maggioritario lo scrivo con estrema amarezza: meglio ridurre il premio di maggioranza o abbandonarlo addirittura del tutto, se il prezzo è la resa al mesmerico ex generale.</p><h1>Europa, Nato e Putin</h1><p>Gli italiani vogliono davvero un governo nelle mani della caricatura sgrammaticata di un sovranismo senza risorse? E’ stato un bene o un male per l’Italia in questi anni, ritornare a un rapporto proficuo con il governo tedesco e francese? Aver evitato una rottura con gli Stati Uniti anche dopo le intemerate di Trump prima che cambiasse tono al vertice Nato ad Ankara? Vogliamo davvero allineare l’Italia al filoputinismo che Mosca continua ad alimentare sottobanco in tutta Europa, mentre esplicitamente moltiplica le sue centinaia di attacchi cyber in tutti i maggiori paesi europei che sostengono l’Ucraina, i paesi baltici e la Polonia che non si piegano alla minaccia di Mosca? Vogliono davvero un governo Vannacci-Conte-campo largo, gli elettori? Se davvero queste sono le domande che si pone a voce bassa il centrodestra, vuol dire che ha già perduto la propria anima.</p><p>Non mancano media italiani che sostengono ogni giorno che in fondo è una tendenza generale ormai in Occidente: ovviamente negli Usa con Trump e il suo Maga, in Francia col ritorno di Mme Le Pen alla candidatura per l’Eliseo, in Germania con la sempre più minacciosa ascesa di AfD, nel Regno Unito con il crollo del Labour, dei Tories e dei Liberaldemocratici di fronte alla cometa sfolgorante di Farage. Neanche per idea. Vannacci non nasce dai voti del nord deindustrializzato della Francia e dal degrado delle banlieues metropolitane d’Oltralpe. Non ha dietro di sé alcuni milioni di voti di tedeschi dell’ex Germania Est mai economicamente davvero parificata alla Germania Ovest, il serbatoio di malessere che ha costituito al base della crescita in ben 14 anni di AfD. Anche in Francia il trentenne Jordan Bardella, che fino a pochi giorni fa era il candidato del Rassemblement National per l’Eliseo prima che si rimaterializzasse Mme Le Pen, nelle sue interviste aveva fatto assumere al suo partito un profilo rassicurante sempre più meloniano, molto meno truce dell’eredità lepenista. No, non commettiamo per favore anche l’errore di un ingiustificato fatalismo. E non credete di rincorrere Vannacci assegnando tremila militari in più nelle stazioni ferroviarie italiane come chiede Salvini, perché non è per quello che addestriamo militari professionisti e nel suo no ha ragione da vendere il ministro Crosetto. Vannacci prenderà l’8, forse persino il 10 per cento, con le sue sparate contro donne, omosessuali e immigrati? Bene, lasciatelo nel suo angolo. Già abbiamo visto negli ultimi anni, quanto poco durino le meteore di chi aveva raggiunto e persino superato il 30 per cento dei voti. Figuriamoci una caricatura dell’inobliato generale Buttiglione dei grandissimi Arbore e Boncompagni.</p>]]></description>
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				<title>Un patto pubblico per governare l’AI</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Renato Brunetta, Rosario Cerra</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovedì 25 giugno il Consiglio dell’Unione ha dato l’ultimo via libera ai regolamenti che attuano l’accordo commerciale con gli Stati Uniti, quello del tetto al 15 per cento sui dazi per gran parte dell’export europeo, undici mesi dopo il vertice scozzese di Turnberry. Ventiquattr’ore più tardi il presidente americano ha minacciato un dazio del 100 per cento sui beni di qualsiasi Paese che tassi le piattaforme digitali, avvertendo che la misura prevarrebbe sugli accordi appena firmati. Il bersaglio, nominato espressamente, erano i governi europei. <b>La guerra dei dazi aperta con la seconda presidenza Trump rischia così di apparire, col senno di poi, poco più di un preludio.</b> Il salto di qualità è la “weaponization incrociata”: l’arma tariffaria tradizionale, che colpisce i beni, impiegata per difendere i servizi digitali americani, le piattaforme di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>&nbsp;e di cloud, i dati, le infrastrutture di rete, dalla tassazione e dalla regolazione di Stati e continenti terzi, garantendo agli Stati Uniti la leadership globale e alle big tech la libertà di continuare a crescere e produrre profitti.</p><p>L’asimmetria che regge lo scambio sta nel fatto che l’Europa esporta automobili e farmaci; l’America, cloud, software e proprietà intellettuale. Chi minaccia i beni difende i servizi. Non a caso l’accordo appena ratificato lascia fuori dal proprio perimetro, per esplicita conferma della Commissione, tanto le imposte sui servizi digitali quanto la regolazione europea dell’economia digitale: è lì che la partita resta aperta.</p><h4>La dipendenza europea dalla capacità di calcolo</h4><p><b>Le piattaforme che l’Europa vorrebbe tassare sono le stesse su cui si regge la sua vita digitale. </b>Dietro c’è una capacità di calcolo sempre più concentrata: secondo la Banca d’Italia, cinque grandi imprese statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale. Chi domina chip, dati, modelli e calcolo non controlla solo l’innovazione: può anche imporre un prezzo a chi prova a regolarlo. Il rapporto Draghi del settembre 2024 ha dato a questa vulnerabilità la diagnosi più citata: oltre l’80 per cento di prodotti, servizi e infrastrutture digitali europei arriva da fornitori esterni al continente. <b>Le competenze, i dati e i mercati l’Europa li ha; quello che le manca è la capacità di agire alla scala giusta, con una governance comune.</b> Un continente che non riesce a concordare come tassare le piattaforme non riuscirà nemmeno a costruirne l’alternativa. Il limite è di scala e di governance: l’accesso comune al calcolo e l’architettura europea per misurarne e ripartirne gli effetti.</p><h4>Un problema antico: la rendita delle infrastrutture essenziali</h4><p>Non è una dinamica nuova. La storia economica descrive le grandi ondate di innovazione come fasi di concentrazione e profitti straordinari: la distruzione creatrice rompe gli equilibri e premia chi arriva per primo con capitale, tecnologia e scala. La grande impresa, di per sé, non è il problema: <b>lo diventa quando il vantaggio innovativo si fa barriera permanente all’entrata, quando la dimensione si fa rendita, quando l’accesso alle infrastrutture essenziali viene deciso da pochi privati, quando il potere tecnologico diventa potere politico.</b></p><p>Ernesto Rossi avrebbe riconosciuto questa scena. Nei Padroni del vapore (1955) non attaccava l’industria, ma la rendita: il potere che nasce quando il mercato smette di essere contendibile. Oggi quella rendita si chiama concentrazione di chip, dati e capacità di calcolo. <b>Non sarebbe nemmeno la prima volta che lo Stato interviene.</b> La legge Giolitti del 1903 sulle municipalizzazioni introdusse la gestione diretta dei pubblici servizi da parte dei Comuni per rispondere ai fallimenti del mercato in settori essenziali: acquedotti, officine del gas, illuminazione elettrica, tramvie, nettezza urbana; nel 1962 nacque l’Enel, anche grazie alla battaglia di Rossi contro i monopoli elettrici. Quando un’infrastruttura diventa essenziale, la politica finisce per chiedersi come renderla contendibile o accessibile. L’intelligenza artificiale ripropone la stessa domanda su una scala nuova.</p><h4>Sulla potenza di calcolo la strada può essere solo europea</h4><p>L’officina del gas di oggi è la potenza di calcolo, e nessun soggetto, impresa o Paese europeo, da solo, ne ha la scala sufficiente: è ormai una questione almeno europea. Per l’Italia il perimetro utile si chiama Europa, e la frontiera si costruisce per “Coopetizione”, vale a dire quella strategia, definita dal think tank Centro Economia Digitale, secondo la quale imprese e Stati cooperano e competono nello stesso tempo: rivali sul mercato e sulla leadership tecnologica, alleati nello sviluppo delle tecnologie critiche che nessuno può realizzare da solo. La domanda è quale “strato” governare. La filiera dell’intelligenza artificiale è una pila di livelli sovrapposti, i chip, la capacità di calcolo, i dati, i modelli, le applicazioni, e ogni livello ha una struttura di mercato diversa. <b>Il vero collo di bottiglia è la capacità di calcolo: i costi per svilupparla sono così elevati da escludere quasi tutti.</b> Più che sostituirsi al mercato, la sfida è garantire l’accesso. La risposta non è statalizzare l’intelligenza artificiale, ma costruire un’opzione pubblica europea: infrastrutture di calcolo aperte a università, start-up, PMI e amministrazioni pubbliche. È la direzione già imboccata dall’Unione europea con EuroHPC, le AI Factories e il piano InvestAI.</p><p>L’obiettivo non è competere con gli investimenti dei giganti americani nell’addestramento dei modelli più avanzati, ma rendere contendibile l’accesso al calcolo: passare da un mercato chiuso, dove pochi possiedono tutto, a un mercato aperto, dove si condividono le regole del gioco. <b>I sistemi proprietari funzionano come un ristorante esclusivo, si entra solo pagando il conto e accettando il menu di chi lo gestisce; il calcolo contendibile somiglia a una cucina comune, dove ognuno porta le proprie ricette, i modelli, e paga soltanto i fornelli che accende. </b>In fondo è una versione contemporanea delle municipalizzate: ieri si abbassava il costo del gas o del tram, oggi quello della potenza di calcolo. Non per sostituire il mercato, ma per impedire che l’ingresso nell’innovazione resti riservato a chi può investire centinaia di miliardi. Le aziende di Giolitti agivano sui beni salario, i consumi essenziali che pesavano sul bilancio delle famiglie lavoratrici: acqua, luce, trasporto. Erano le utilities dell’epoca, e abbassarne il prezzo valeva quanto un aumento delle retribuzioni. La potenza di calcolo sta assumendo lo stesso carattere, un input che entra nel costo di tutti gli altri: l’intelligenza artificiale è la public utility del futuro.</p><h4>Produttività e adozione: la partita europea</h4><p>Il ruolo del settore pubblico non si esaurisce nel bilanciare il privato in alcuni nodi della filiera. La questione decisiva è un’altra: a chi andranno i guadagni di produttività generati dall’intelligenza artificiale? Le stime indicano guadagni potenzialmente importanti, e non automatici. <b>Il Fondo Monetario Internazionale stima un effetto prudente sulla produttività totale dei fattori, circa un punto percentuale cumulato in cinque anni, e avverte che l’intelligenza artificiale generativa può accrescere produttività e qualità dei servizi pubblici, e insieme ampliare le disuguaglianze, se non è accompagnata da politiche adeguate.</b> Per l’Italia la posta in gioco non è tanto produrre i modelli più avanzati, quanto diffonderne l’uso. La Banca d’Italia stima che l’intelligenza artificiale possa aumentare la produttività del lavoro di oltre un punto l’anno, ma solo se l’adozione sarà rapida e pervasiva.</p><p>La politica industriale dell’AI è anzitutto una politica di adozione: portare, anche con incentivi mirati, il calcolo dentro manifattura, servizi, sanità e pubblica amministrazione. Il valore nasce quando la tecnologia permea l’intero sistema produttivo, non quando resta confinata in pochi campioni nazionali o grandi piattaforme. In questa prospettiva, la sovranità europea non richiede necessariamente un unico modello generale alternativo ai grandi foundation models statunitensi, ma può basarsi anche sullo sviluppo di sistemi di AI verticali, addestrati su dati, competenze e filiere distintive dei diversi ecosistemi produttivi. È su questa frontiera che Paesi come l’Italia possono valorizzare i propri vantaggi comparati – dal manifatturiero avanzato al design, dalla meccanica al Made in Italy – trasformando il patrimonio di conoscenze settoriali in modelli specialistici capaci di generare un vantaggio competitivo.</p><h4>Governare l’algoritmo insieme: partecipazione e contrattazione</h4><p>Resta poi una seconda sfida: distribuire i guadagni della produttività. <b>Negli ultimi decenni produttività e salari hanno smesso di crescere insieme. </b>Se l’AI amplifica questa tendenza, accrescerà le disuguaglianze; se invece entrerà nella contrattazione e nell’organizzazione del lavoro, potrà sostenere un nuovo patto sociale. La domanda decisiva non è solo chi svilupperà gli algoritmi, ma chi ne definirà gli obiettivi, misurerà la produttività e ne distribuirà i benefici.</p><p>È la tesi dello studio che il Cnel ha presentato il primo maggio con Il Sole 24 Ore: l’algoritmo si governa solo insieme, attraverso dialogo sociale, trasparenza, contrattazione collettiva e partecipazione dei lavoratori ai guadagni di produttività. Per questo la sfida non è soltanto regolare l’intelligenza artificiale, ma costruire luoghi di partecipazione in cui governarla. Il percorso è stato già tracciato in questa direzione. Il 24 gennaio 2025 Cnel e Comitato Economico e Sociale Europeo (Cese) hanno riunito a Villa Lubin rappresentanti delle istituzioni, delle parti sociali e del mondo della ricerca, sottoscrivendo una dichiarazione congiunta e lanciando OPERA, l’Osservatorio Politiche e Relazioni industriali per l’Intelligenza Artificiale partecipativa del Cnel. <b>L’obiettivo è raccogliere esperienze, diffondere buone pratiche e fare dell’AI un terreno di cooperazione tra imprese, lavoratori e istituzioni. </b></p><p>La cornice europea va nella stessa direzione. L’AI Act (Regolamento UE 2024/1689) adotta una visione antropocentrica, l’intelligenza artificiale come strumento affidabile e trasparente al servizio della persona, e all’articolo 26 impone ai datori di lavoro di informare preventivamente i lavoratori e i loro rappresentanti quando introducono sistemi ad alto rischio che incidono sul lavoro. L’obbligo si ferma all’informazione: la partecipazione è lo spazio che resta da costruire. <b>A livello nazionale, l’Italia dispone già di due strumenti che chiedono solo di essere messi in comunicazione. </b>La legge 76 del 15 maggio 2025, sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili, ha istituito presso il Cnel la Commissione nazionale permanente per la partecipazione. La legge 132 del 23 settembre 2025 sull’intelligenza artificiale stabilisce, all’articolo 11, che va impiegata nel lavoro per migliorarne le condizioni, accrescere la qualità delle prestazioni e aumentare la produttività delle persone. Tra le due leggi manca il ponte: per costruirlo serve una sede capace di tenere insieme competenze tecniche, rappresentanza sociale e iniziativa legislativa, senza bisogno di erigere un nuovo apparato. Quella sede la nostra Costituzione l’ha individuata sin dal 1948: l’articolo 99 attribuisce proprio al Cnel, organo che riunisce esperti e rappresentanti delle categorie produttive, il compito di consulenza delle Camere e del Governo, riconoscendogli l’iniziativa legislativa e il concorso all’elaborazione della legislazione economica e sociale.</p><h4>Il modello britannico: l’AI Economics Institute</h4><p>Quanto sia attuale quel disegno lo dice il governo inglese, che la stessa fusione di economia e lavoro ha dovuto costruirla per via amministrativa. L’8 giugno 2026 il Regno Unito ha creato l’AI Economics Institute, il primo centro pubblico dedicato a studiare gli effetti economici dell’intelligenza artificiale. <b>Raccoglie dati e coinvolge sindacati, ricercatori e i principali sviluppatori di modelli, da Anthropic a Google, Microsoft e OpenAI, oltre ad aziende come BT, Rolls-Royce ed EDF, per fornire ai decisori analisi indipendenti su produttività, lavoro e crescita.</b> L’Italia ha già una legge, due autorità nazionali – l’ACN e l’AgID – una strategia nazionale e fino a un miliardo di euro su intelligenza artificiale e tecnologie connesse. Manca, però, un punto stabile da cui osservarne gli effetti su produttività, occupazione e crescita. È il vuoto che il Regno Unito ha colmato con un istituto dedicato. L’Italia, però, parte avvantaggiata e la risposta sta nell’articolo 99 della Costituzione: dispone già del Cnel e del suo patrimonio informativo, dall’Archivio dei contratti collettivi ai dati Inps, che coprono milioni di lavoratori. È lì che l’AI entra davvero nel lavoro, attraverso mansioni, salari e organizzazione. Ed è lì che va osservata.</p><h4>La proposta: un Comitato per l’economia dell’AI presso il Cnel</h4><p>Da qui una proposta concreta: potrebbe essere istituito presso il Cnel un Comitato per l’economia dell’intelligenza artificiale, con le due funzioni del modello britannico. <b>L’obiettivo è costruire una base di evidenza sugli effetti economici dell’AI, distinguendo impatti per territori, settori, generi e generazioni, e sviluppare scenari che colleghino adozione e crescita dentro un quadro di incertezza.</b> Non un soggetto di policy, ma un riferimento stabile per il monitoraggio previsto dalla legge e per la Strategia nazionale, senza interferire con le competenze degli altri soggetti pubblici chiamati a operare sul fenomeno. La Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori che la legge 76 ha già insediato presso il Cnel potrebbe operare in questo senso: trasformare i numeri del Comitato in criteri condivisi di misurazione dei guadagni, in clausole-tipo per la contrattazione collettiva, in accordi aziendali e territoriali; fissare gli standard di trasparenza algoritmica e di partecipazione alla costruzione dei sistemi nei luoghi di lavoro; proporre al Parlamento gli interventi che colleghino innovazione, produttività e distribuzione, con regole proporzionate alla dimensione delle imprese.</p><h4>Dalla scala nazionale a quella europea</h4><p>Vale per il modello britannico e, a maggior ragione, a un livello superiore: non ci si può fermare al confine nazionale. Serve una sede europea, che non replicherebbe quella nazionale ma la completerebbe. L’Europa costruirebbe l’evidenza che i singoli Paesi non possono raggiungere da soli; gli Stati la tradurrebbero in contesti e contrattazione. Lo stesso principio vale per il calcolo: con EuroHPC, le AI Factories e le Gigafactories l’Europa ha già scelto la scala comune. Per coerenza, la stessa scala serve anche all’evidenza sugli effetti dell’AI.</p><h4>L’esempio del Cern e dell’Esa: federare la conoscenza fuori dai Trattati</h4><p>Un riferimento a cui ispirarsi potrebbe essere quello del Cern, che nacque per ridare all’Europa una capacità scientifica di frontiera che nessun Paese reggeva da solo, contro il primato americano nella fisica. <b>Regge su un proprio trattato e una propria personalità giuridica, una Coopetizione tra Stati che competono sul piano economico e cooperano su quello del sapere; e per questo tiene dentro, tra i venticinque membri di oggi, il Regno Unito e la Svizzera.</b> La Brexit non ha tolto Londra dal Cern, perché l’adesione vive sulla convenzione e non sui Trattati dell’Unione. E si finanzia in comune, con gli Stati nel Consiglio, senza proprietario unico né nazionalizzazione della scienza. Sullo stesso schema vive l’Esa, l’Agenzia spaziale europea: convenzione propria firmata nel 1975, ventitré Stati membri, fra cui Regno Unito, Svizzera e Norvegia, e programmi come Galileo e Copernicus sviluppati per conto dell’Unione senza esserne un organo. L’Europa sa già federare capacità fuori dai Trattati, quando la scala lo impone.</p><p>La sede europea aggiungerebbe la rappresentanza che il Cese esercita solo in forma consultiva, datori, sindacati ed esperti, e le darebbe autorità di evidenza. Riunirebbe in un’unica sede ciò che dentro i confini resta diviso tra il consiglio economico e sociale e le università: un’ambizione più larga di quella nazionale, e la casa istituzionale della quinta libertà che Enrico Letta, nel rapporto del 2024 sul mercato unico, ha aggiunto alle quattro classiche, la libera circolazione di ricerca, conoscenza, innovazione e istruzione. <b>La sede europea e il Comitato presso il Cnel darebbero una forma a ciò che è già stato deciso: il presidio di evidenza che all’agenda Draghi ancora manca, e il luogo dove la quinta libertà diventa un’istituzione, dal nodo nazionale alla scala continentale.</b> Così, il potere pubblico svolgerebbe le due funzioni che la fase richiede, quella industriale dell’accesso e della concorrenza e quella sociale della distribuzione dei guadagni, ciascuna alla scala che le è propria: continentale l’infrastruttura e l’evidenza; nazionale, invece, la traduzione in patti. È la condizione della sostenibilità politica della trasformazione, prima ancora che della sua efficienza.</p><h4>La posta in gioco: orientare la rivoluzione tecnologica verso fini collettivi</h4><p>Un secolo fa la domanda era chi possedesse l’officina del gas, la rete elettrica, la ferrovia. <b>Oggi è chi possiede il calcolo, chi governa l’algoritmo, e a quale scala l’Italia e l’Europa scelgono di rispondere.</b> Lasciare l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale a pochi soggetti globali ridurrebbe lo Stato a spettatore della più importante trasformazione produttiva del nostro tempo; costruirne una quota pubblica, europea e contendibile significa tenere aperti mercato, concorrenza e libertà di entrata. La posta in gioco è la capacità dello Stato di orientare la rivoluzione tecnologica verso fini collettivi: mercati aperti, accesso alle infrastrutture, diffusione dell’innovazione, partecipazione dei lavoratori, equa distribuzione dei guadagni. È una scelta sui fini, e dunque politica. Per la prima volta da molto tempo, quella domanda torna a porsi con chiarezza.</p><p><i>Renato Brunetta è presidente del Cnel, Rosario Cerra è presidente del Centro Economia Digitale</i></p>]]></description>
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				<title>L’Italia è sotto attacco, in una guerra che non è fatta (solo) di cannoni e droni</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 10:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Vincenzo Camporini</author>
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				<description><![CDATA[<p>È davvero singolare la tentazione di voler semplificare le relazioni, sia tra esseri umani che tra entità anche statuali, secondo schemi A e non A, come in un semplice rapporto fisico di causa-effetto. Lo si vede in modo esemplare nella percezione del grande pubblico in Italia di quanto sta accadendo in Europa con<b> l’aggressione russa all’Ucraina</b>: un fatto lontano, che non ci riguarda, perché Putin non può minacciare direttamente noi. Come possono i carri armati russi attraversare i nostri confini? Dovrebbero passare attraverso Ucraina, Ungheria, Slovenia: impensabile!</p><p><b>Come se la sicurezza, su cui è fondato il nostro vivere civile, fosse un fatto puramente geografico</b> e non fosse un insieme integrato e complesso, che comprende fattori culturali, ambientali, quelli fisici come quelli cyber, cognitivi, valoriali, politici, economici, finanziari, sanitari, e potremmo ancora continuare.</p><p>In questa ottica multi spettrale ciascuno di noi può individualmente avvertire una minaccia e la costruzione di una società democratica va proprio nella direzione di garantire agli individui, singolarmente e collettivamente le garanzie per uno sviluppo armonico: a questo servono le costituzioni, il diritto e gli strumenti per assicurarne la concretizzazione e l’efficacia.</p><p>Allargando la vista di quanto sta avvenendo a questa prospettiva, <b>l’atteggiamento e le azioni di Mosca nei confronti delle società dell’Europa occidentale danno evidenza di un atteggiamento mirato a erodere i principi stessi del nostro convivere</b>, con una sistematica ostilità che equivale   una continua aggressione.</p><p>Nella ricerca del perché di questo sforzo sistematico, occorre fare ricorso alla storia, e non solo a quella recente: la ricerca di un libero accesso ai mari caldi ha costituito un costante leit motiv della politica degli zar e in questa ottica la Crimea è da sempre stata un elemento chiave, che sotto Stalin ha motivato lo sradicamento delle popolazioni autoctone e la loro sostituzione con una sistematica immigrazione russa (per inciso si tratta di una costante delle politiche demografiche del Cremlino, come accaduto ad esempio nella Carelia Meridionale e a Köningsberg, oggi Kaliningrad).</p><p>Con gli accordi di Yalta venne quindi strutturato il concetto di sfera di influenza in Europa, consolidato con azioni politiche anche violente nei paesi di soglia: ricordiamo quanto accaduto con esiti diversi in Grecia e in Cecoslovacchia. Il crollo del Muro di Berlino, lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’Unione Sovietica fecero evaporare l’architettura che aveva governato il periodo della guerra fredda, ma la memoria era ormai sedimentata ed ha ispirato Putin fin dal primo momento in cui ha preso il potere.</p><p>Per prima cosa bisognava sistemare le cose in casa e ne è nata la seconda campagna in Cecenia, di cui ricordiamo le immagini di una Grozny spianata. Ma per far rinascere il sogno sovietico, bisognava minare all’interno le società dei paesi che nel frattempo si erano emancipati dove si è gradualmente ma inesorabilmente consolidata la sindrome del “cara lei, quando c’era lui…”, come in Ungheria, nella Slovacchia e ora anche in Romania, con l’ascesa al potere di formazioni politiche antitetiche ai valori occidentali e con l’alimentazione (solo ideologica) di movimenti antagonisti, come AfD in Germania e formazioni che non voglio nominare in Italia, non importa se di destra o di sinistra. Questa è l’aggressione in atto, attuata con ogni mezzo, con l’uso sistematico e spregiudicato dei nuovi canali di informazione, con attività cibernetiche che devono quotidianamente, costantemente essere contrate per mantenere la funzionalità dei nostri sistemi, sanitari, distributivi, finanziari, con la presenza costante sui mezzi di comunicazione di personaggi che sfruttano la propria autorevolezza professionale per ribadire all’infinito narrazioni costruite su falsità.</p><p>Il fine è quello di ricreare, grazie ai meccanismi vulnerabili delle democrazie, una rete di paesi che ricadano in uno spazio virtuale di sudditanza ai messaggi di Mosca. <b>In questa guerra virtuale il nostro paese si è rivelato uno dei più vulnerabili, uno in cui queste metodologie di attacco si sono rivelate più efficaci, al punto che esponenti politici che si candidano alla guida del paese non hanno più remore a dichiarare le proprie simpatie e le proprie intenzioni.</b></p><p>Quindi sì, il nostro paese è sotto attacco, in una guerra che non è fatta (solo) di cannoni e droni, ma di tutti i mezzi di convincimento utilizzabili. Esserne consapevoli è il primo passo per poter dare alle nostre istituzioni democratiche la capacità di resistere.</p><p><i>Vincenzo Camporini è ex capo di stato maggiore della Difesa</i></p>]]></description>
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				<title>Una domenica di droni e missili in Medio oriente</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 09:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Stati Uniti e Iran hanno condotto domenica il più intenso scambio di attacchi degli ultimi </b><b>mesi</b>, dopo che Teheran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz e ha colpito una nave portacontainer civile. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom),&nbsp;le forze americane&nbsp;hanno abbattuto un missile da crociera iraniano e un drone d’attacco, e hanno lanciato nuovi raid nel pomeriggio per ridurre la capacità iraniana di minacciare il traffico commerciale nel passaggio strategico.</p><p>La dichiarazione iraniana, diffusa dai media statali, ha definito lo Stretto “chiuso fino a nuovo ordine”, accusando Washington di interferenze. Gli Stati Uniti hanno respinto la rivendicazione di controllo: il presidente Donald Trump ha affermato che il transito commerciale resta aperto e ha confermato bombardamenti contro obiettivi iraniani nella notte precedente.</p><p>Secondo la ricostruzione statunitense, l’escalation è iniziata dopo che l'esercito iraniano&nbsp;ha colpito la nave M/V GFS Galaxy, battente bandiera cipriota, provocando gravi danni alla sala macchine e la morte&nbsp;di un membro dell’equipaggio. Il&nbsp;Centcom&nbsp;ha riferito di aver risposto con attacchi contro circa 140 siti militari iraniani nel sud del paese. Dopo&nbsp;i raid americani, l’Iran ha lanciato almeno tre ondate di missili e droni contro basi americane in Giordania, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman, secondo l’agenzia Tasnim. Le autorità kuwaitiane hanno segnalato danni a tre centri di confine e un attacco a una piattaforma offshore, con un ferito. Gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito l’attivazione delle difese aeree, senza chiarire se fossero stati colpiti.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/09/news/montagne-russe-a-hormuz--401946">La tensione nello Stretto è aumentata nel corso dell'ultima settimana</a>: l’Iran ha imposto alle navi commerciali l’uso di una rotta settentrionale vicino alle sue coste e ha sparato colpi di avvertimento contro diverse imbarcazioni. Gli Stati Uniti hanno definito queste azioni il risultato di iniziative “non autorizzate” di unità dell’IRGC, mentre Teheran insiste sulla necessità di coordinamento obbligatorio.</p><p>Le ostilità mettono in dubbio il futuro dei negoziati di pace avviati dopo il memorandum d’intesa del 17 giugno. Trump ha dichiarato che i colloqui proseguono, ma non più come parte di un cessate il fuoco, accompagnando la diplomazia con minacce di ritorsioni militari. In un messaggio su Truth Social, ha affermato che “1.000 missili” sono pronti contro l’Iran in caso di tentativi di assassinio ai suoi danni.</p><p>Sabato, <b>i ministri degli Esteri di Iran e Oman si sono incontrati a Muscat per discutere della sicurezza dello </b><b>Stretto,</b> concordando di proseguire i colloqui a livello tecnico e politico.</p>]]></description>
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				<title>Il filo russo che in Italia destabilizza destra e sinistra</title>
				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 09:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Marco Lombardo</author>
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				<description><![CDATA[<p>La lunga campagna elettorale che ci accompagnerà da qui al 2027 è già partita e si è accesa intorno a due fenomeni diversi, ma caratterizzati dallo stesso “filo russo” che li unisce.  Da un lato, la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908">crescita esponenziale del fenomeno Vannacci</a>&nbsp;agita i sogni del centrodestra,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/28/news/lo-stabilicum-riporta-vannacci-nel-centrodestra-e-ora-vuole-le-preferenze--126209">dilaniato dal dilemma se tenere dentro il generale per raggiungere la soglia del premio di maggioranza o se tenerlo fuori dalla coalizione</a>, mantenendo fermo il sostegno all’Ucraina che ha caratterizzato questi anni di governo Meloni.  Dall’altro lato, il campo largo che pronti-via alla prima prova di piazza a Napoli<b>&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/09/news/a-napoli-il-lancio-della-coalizione-pd-m5s-avs-finisce-nel-caos-arriva-la-contestazione-deli-antagonisti--401888">si è spaccato intorno alle parole di Conte sulla (presunta) minaccia russa</a>.&nbsp;Parole che hanno trasformato, come efficacemente detto da Pina Picierno, il campo largo in… campo Lavrov.</p><p><b> Il “filo russo” destabilizza entrambe le coalizioni</b>, confermando quello che noi di Azione ormai diciamo da tempo: <b>la politica europea oggi è politica interna, non estera, e il “patriottismo europeo” è l’unico discrimine valoriale su cui ha senso costruire una coalizione che possa avere l’ambizione di governare e non solo di vincere le elezioni</b>. Ma c’è un elemento che sfugge alla comprensione del dibattito politico: l’instabilità delle coalizioni è un effetto volutamente ingenerato dal Cremlino.</p><p>Tendiamo a pensare che le ingerenze straniere, con particolare riguardo a quelle russe, siano una materia per addetti ai lavori o per chi, dentro il Copasir, si occupa di cose estremamente delicate coperte dal segreto, senza accorgerci di quanto la “guerra ibrida” abbia permeato l’opinione pubblica italiana.  L’effetto indotto non è favorire direttamente un partito o una coalizione sull’altra, ma creare quel terreno di sfiducia in cui più aumenta l’instabilità politica dei paesi europei e più la democrazia diventa fragile come i valori su cui si fonda.</p><p>La consapevolezza dell’opinione pubblica non si costruisce allora con i (non) paper sulla “guerra cognitiva”, ma sul terreno delle prove e delle evidenze scientifiche che possono essere facilmente intellegibili per tutti.</p><p>A conclusione della prima fase dell’esame dell’affare assegnato sulle ingerenze straniere nei processi democratici degli stati membri dell’Unione europea e nei paesi candidati (atto n. 620 del Senato) siamo giunti quasi unanimemente (con l’astensione del M5s e le “fibrillazioni” del senatore Claudio Borghi della Lega) a ritenere che <b>le ingerenze straniere costituiscono un problema esistenziale per le democrazie europee</b>. Alcuni soggetti statali (tra cui Russia, Cina, Iran e Corea del Nord) e non statali (per esempio piattaforme social come X, Truth e TikTok), ricorrono sempre più spesso alla manipolazione delle informazioni e ad altre tattiche per interferire nei processi democratici degli stati membri e dei paesi candidati. Gli attacchi utilizzano tecniche per ingannare le persone e incidere sui loro comportamenti, anche e soprattutto nelle occasioni di voto. Tali metodi consistono nell’amplificare i dibattiti controversi, nel dividere, polarizzare e sfruttare le vulnerabilità delle società, nel promuovere l’incitamento all’odio, nell’alterare l’integrità delle elezioni democratiche e dei referendum, creando sfiducia nei confronti delle autorità pubbliche e dell’ordine democratico liberale, con l’obiettivo di destabilizzare le democrazie europee.</p><p>Sì, ma le prove?&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/di-cosa-parlare-stasera-a-cena/2024/10/21/news/gli-elettori-della-moldavia-hanno-scelto-due-volte-leuropa--129674">Il referendum del 2024 nella Repubblica di Moldova sulla prospettiva di adesione all’Ue è passato con il 50,46 per cento</a>&nbsp;(circa 13.500 voti di scarto). Tutto questo è avvenuto nonostante 40 milioni di dollari provenienti dalla Russia, attraverso un articolato sistema finanziario di cripto-valute, siano arrivati direttamente sui conti correnti di 138 mila cittadini moldavi per indurli a votare contro. Questo cos’è: free speech o corruzione del voto?</p><p>Per non dire della Georgia dove il partito “Sogno georgiano” ha vinto il 28 ottobre 2024 nonostante i brogli elettorali contro i quali, da oltre 618 giorni,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/15/news/lo-spettacolo-la-festa-racconta-la-georgia-che-protesta-e-sogna-leuropa--398918">i georgiani pro europei scendono eroicamente in piazza, nonostante gli arresti e le repressioni</a>, mentre autorevoli esponenti del governo Meloni (come il viceministro degli esteri, Edmondo Cirielli) accolgono i rappresentanti del governo della Georgia in tavoli istituzionali con il deliberato scopo di legittimare un regime illiberale.</p><p>Sì, ma sono fatti che avvengono fuori dall’Unione europea. E in Europa?</p><p>Le evidenze raccolte ci dicono che <b>lo sconosciuto candidato rumeno Georgescu aveva vinto il primo turno delle presidenziali in Romania</b> (poi annullate dalla Corte costituzionale sulla base delle prove dei servizi segreti rumeni) <b>anche grazie alla manipolazione dell’algoritmo di TikTok dietro pagamento in rubli</b>. Così come le ingerenze americane, seguendo la nuova dottrina Trump, hanno portato alla manipolazione dell’algoritmo di X per favorire l’ascesa di AfD nelle ultime elezioni in Germania. Per non parlare di paesi come l’Estonia, la Svezia, la Polonia che da anni ormai fanno scuola nello sviluppo di sistemi di difesa dalle ingerenze russe.</p><p>Si, ma in Italia? <b>Nel nostro paese, il tema della “guerra cognitiva” si muove su un terreno molto esteso e pervasivo che collega reti telegram, spionaggio russo e personaggi pubblici che nei talk-show televisivi ripetono pedissequamente la propaganda del Cremlino</b>. Nel 2022, secondo stime di intelligence, nel nostro paese operavano 87 spie di Mosca. Oggi, sui 200 rappresentanti diplomatici dell’ambasciata russa in Italia, quanti lavorano per conto dei servizi segreti del Cremlino? Il numero esatto di giardinieri impiegati presso l’Ambasciata della Federazione Russa a Roma non è un dato di pubblico dominio, ma pare vi siano oltre 50 giardinieri: un po’ troppi per la manutenzione del verde degli uffici diplomatici in via Gaeta. E quanti agenti/militari/ambasciatori italiani hanno corrotto? Si, non ci sono solo i due pesci piccoli presi dai Ros e della magistratura nei giorni scorsi. Ci sono anche figure apicali.</p><p>Ci siamo già dimenticati dell’inchiesta della Procura di Roma che due mesi fa ha arrestato per corruzione e favoreggiamento l’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan e la sua segretaria russa che avevano concesso 95 passaporti falsi? A qualcuno interessa sapere quali siano le attività portate avanti in Italia da questi 95 “invisibili” russi con il passaporto uzbeko falso a piede libero nel nostro paese?</p><p>Se questo è il grado di pervasività delle ingerenze russe che cosa possiamo fare? Espellere due spie russe in Italia e consentire all’Ambasciata russa di continuare ad essere il fulcro delle ingerenze straniere nel nostro paese è come cercare di svuotare il mare con un cucchiaio. Nessuno vuole la rottura definitiva delle relazioni diplomatiche, ma l’Italia non può consentire che si usino le immunità diplomatiche per coprire attività di spionaggio sul nostro territorio.</p><p>Cosa fare allora? <b>Dobbiamo avere il coraggio di sospendere le attività diplomatiche con la Russia fino alla fine del conflitto in Ucraina. Dobbiamo dare applicazione delle sanzioni previste dalla normativa europea contro la Russia</b>, considerando che solo nel 2025 in Italia abbiamo avuto oltre 200 eventi promossi direttamente o indirettamente da enti illegali come Russia Today, di cui solo 25 sono stati effettivamente annullati.</p><p>Non applichiamo le sanzioni contro la Russia per motivi politici o economici?</p><p>Contrariamente a quanto sostiene la propaganda russa, secondo cui le sanzioni europee ci manderebbero al collasso se applicate rigorosamente, <b>i dati Ispi dimostrano che la nostra dipendenza da Mosca era già marginale prima del conflitto, pesando appena l’1,5 per cento sull’export italiano</b>. Grazie a una diversificazione avviata sin dal 2014, il nostro sistema economico ha già assorbito lo shock commerciale. Sul versante della politica energetica, pur avendo diversificato le rotte della nostra dipendenza energetica, il nostro mix energetico risulta ancora sbilanciato sui combustibili fossili, ed è per questo che dovremmo procedere senza indugi al disaccoppiamento del prezzo delle rinnovabili dal gas e procedere con più coraggio sulla via della produzione nucleare. <b>I dati reali ci dicono che invece è l’economia di Mosca a subire un degrado industriale e finanziario strutturale, a causa delle sanzioni e dell’isolamento causato dal protrarsi del conflitto in Ucraina,</b> a conferma di come la retorica del disastro occidentale sia solo l’ennesima arma di disinformazione.</p><p>Dunque il <i>vulnus</i> sulle sanzioni è l’assenza di volontà politica: come possiamo essere credibili sul piano delle sanzioni contro la Russia se non riusciamo nemmeno a mettere i sigilli nella Villa Matvienko di proprietà della Presidenza del Senato russo che viene impunemente utilizzata dai familiari del numero 3 di Putin e che si trova a Pesaro vicino ad un parco naturale?</p><p>Dobbiamo agire tempestivamente per adottare la legge sullo scudo democratico contro le ingerenze straniere, proposta insieme al senatore Carlo Calenda e attualmente insabbiata in Senato.&nbsp;Dobbiamo investire negli strumenti di contrasto alla guerra ibrida perché solo agendo sul piano della prevenzione possiamo rafforzare le nostre difese democratiche.</p><p>Qui si tratta di proteggere la democrazia nelle sue più profonde radici da chi la vuole destabilizzare attraverso mezzi che, in modo sempre più sofisticato ed efficace, creano e consolidano disinformazione.</p><p>La propaganda russa non ha soltanto obiettivi di breve-medio termine, come, condizionare il sostegno occidentale all’Ucraina, ma ha anche obiettivi di più lungo periodo, tra cui far adottare alle nostre opinioni pubbliche il punto di vista russo, con un impatto significativo sulla percezione della realtà e sulle opinioni dei giovani, influenzando anche la loro visione del mondo e le loro scelte future.</p><p>E’ fondamentale, quindi, che si adottino misure per contrastare tale tipo di propaganda e promuovere una visione più critica, equilibrata e informata della realtà. Abbiamo bisogno di formare “sentinelle democratiche” che possano fare monitoraggio e analisi per contrastare le disinformazioni e sterilizzare le ingerenze sul piano preventivo.</p><p>La legalità del processo elettorale, l’uguaglianza delle opportunità tra i concorrenti, la trasparenza del finanziamento della campagna elettorale sono princìpi che devono essere estesi anche ai servizi digitali per evitare la manipolazione del voto degli elettori, la distorsione della parità di opportunità, l’elusione della legislazione nazionale in materia di finanziamento o lo sfruttamento abusivo degli algoritmi delle piattaforme social, attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa.</p><p>La tutela dell’integrità del processo democratico non va più vista solo al momento del conteggio dei voti, ma va estesa anche a una fase antecedente rispetto al voto, ovvero al processo di formazione del consenso elettorale.</p><p>Per molto tempo ci siamo illusi che la globalizzazione avrebbe esportato la democrazia. Sta accadendo il contrario: le autocrazie hanno imparato ad esportare l’instabilità. E questo processo diventa ancora più insidioso con l’uso delle chatbot farm e l’intelligenza artificiale generativa. Le autocrazie oggi non occupano soltanto i territori: occupano il terreno del dibattito pubblico, inquinando le fonti di informazioni.</p><p>Per tutte queste premesse, lo scivolamento verso posizioni pro Putin tanto nella coalizione di destra, quanto nel campo largo, è pericoloso perché può portare a una deriva valoriale. L’antifascismo non è un valore che vive solo nella storia della Resistenza italiana contro il nazi-fascismo. L’antifascismo vive nel presente ogni qual volta si combatte per la libertà e la democrazia. Essere antifascisti oggi significa essere contro la Russia di Putin. Significa riconoscere la Resistenza di un popolo quando combatte contro la tirannia di un regime, in Ucraina, in Georgia, in Iran.</p><p>Il problema non è la Russia di Putin. Il problema è la fragilità delle democrazie liberali. Siamo noi che abbiamo continuato a pensare che la libertà di parola fosse sufficiente ad immunizzare la democrazia dalle ingerenze straniere, dalla disinformazione, dalla propaganda.</p><p>E’ questo il terreno decisivo della prossima sfida elettorale. Il “patriottismo europeo” non è solo uno slogan, ma il nuovo discrimine della politica italiana. Tra chi considera per convinzione la tutela delle libertà fondamentali, la difesa dello Stato di diritto, l’integrazione politica europea, il sostegno all’Ucraina, valori non negoziabili e chi, per convenienza o per calcolo elettorale, è disposto a relativizzarli. Pensare di farsi pervadere dalla corrosione valoriale delle ingerenze straniere solo per tenere unita una coalizione significa essere disposti a sacrificare la propria identità pur di vincere.</p><p>Un errore fatale che il nostro paese non può permettersi.</p><p>&nbsp; &nbsp;</p><p><i><b>Marco Lombardo</b> è&nbsp;senatore di Azione</i></p>]]></description>
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