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		<title>Gli ultimi 56 anni</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:00:17 +0200</pubDate>
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				<title>Giovannino Guareschi, l’uomo comune</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 18:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’ortopedia giornalistica, branca professionale molto in voga che calcola l’angolazione delle “schiene dritte”, nei suoi dibattiti curiosamente ignora o pochissimo esibisce la vecchia lastra radiografica del collega <b>Giovannino Guareschi.</b> Sarà per un eccesso di attenzione al presente, sarà che la memoria seleziona ciò che più le giova, sarà che il succitato commise un peccato da cui nemmeno un Don Camillo, la sua più nota creatura letteraria e poi cinematografica, sarebbe riuscito ad assolverlo.<b> Sotto i baffoni con cui lo conosciamo dalle foto e dalle autocaricature, e che si lasciò crescere in un campo di concentramento, peccò di dichiarata appartenenza a un’affollata schiera nella quale rientriamo quasi tutti ma da cui tanti vorrebbero sortire: l’uomo comune</b> (da non confondersi con la versione cugina e dirazzata dell’uomo qualunque). E’ una specie che <b>si contrappone a quella trilussiana dell’eroe da Caffè, campeggiante pettoruta fra le trincee dei talk show </b>e sui palchi di malinconiche rassegne settembrine, dove il dibattito comincia che c’è luce e si chiude mentre annotta, tra gli applausi, le zanzare e la coda al firmacopie per ritirare il libro bomboniera da intascare senza leggere assieme al selfie con l’autore.</p><p><b>Se l’everyman Giovannino ne fosse testimone per prima cosa strabuzzerebbe gli occhi, poi si rammaricherebbe di non poterne ricavare ancora raccontini e vignette sul suo Candido</b> per dissacrare certe epiche contemporanee ripensando alla propria biografia. Ma lo farebbe sempre con la cristiana indulgenza del <b>convintissimo credente che fu</b>, e che gli permise di sopportare due anni nei lager tedeschi per non tradire, con l’adesione alla Repubblica Sociale, il giuramento al re. Pertanto arrivò a chiedere, ai conoscenti ammanicati che potevano ricondurlo prima a casa, di desistere perché “ritornerò quando sarà tempo”. Finalmente il rimpatrio gli riuscì, <b>ma del corpo di Guareschi s’era persa quasi la metà: novanta chili pesava l’8 settembre del ‘43, s’era ridotto a cinquanta quando rivide i famigliari. Quaranta rimanevano in Germania.</b></p><blockquote>Commise un peccato da cui nemmeno un Don Camillo, la sua più nota creatura letteraria, sarebbe riuscito ad assolverlo</blockquote><p><b>Qualificò se stesso come “reazionario” e “uomo comune” quanto più nei fatti si dimostrava speciale.</b> <b>“Mi pare, parlando di me e dei miei, di fare un po’ di storia dei milioni e milioni di uomini comuni che, con la loro assennata mediocrità, tengono in piedi la baracca di questo mondo. Quella baracca che gli uomini ‘eccezionali’, gli uomini ‘fuor del comune’, tentano di scardinare con la loro genialità”. </b>Lo scriveva nell’introduzione al Corrierino delle famiglie nel 1954, e fu per la scrittura che Giovannino everyman sarebbe entrato in carcere quell’anno stesso e ci sarebbe rimasto ben 409 giorni. Per un reato di stampa non c’è mai stata detenzione così lunga dalla nascita della Repubblica. Non la scontò per qualche causa persa con gli arcinemici “rossi”. <b>Nessun Peppone lo volle in galera. </b>Tutt’al più a Botteghe Oscure avrebbero sognato di rompergli la testa quando cominciò a tormentare il Partitone con gli sfottò sui compagni stupidi e “trinariciuti”.<b> Persino Palmiro Togliatti in un comizio sbottò chiamandolo “l’uomo più cretino del mondo”</b>, e quando le uscite del Candido stavano dando un contributo essenziale alla débâcle del Fronte popolare nelle elezioni del 1948, Guareschi dovette uscire di casa accompagnato dai lettori che presidiavano anche la redazione, perché l’uomo comune, il reazionario, mica veniva tutelato dagli angeli di scorta come oggidì accadrebbe al primo accenno di minaccia. Lui non si fece intimidire, anzi riassaporò il trionfo in un racconto di Mondo piccolo, la serie ambientata nella natia Bassa Padana, “fettaccia di terra che sta fra il grande fiume e la grande strada”, con Peppone sindaco del Pci che tormentato dal senso di colpa non riesce a vergare nell’urna la croce sulla Stella e Garibaldi: lo confida soltanto a Don Camillo e avrebbe voglia di ammazzarlo. Quella resipiscenza era il frutto del<b> famoso slogan che Giovannino aveva coniato:</b> <b>“Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.</b></p><p><b>A regalargli la villeggiatura amara nel carcere di Parma fu il leader democristiano Alcide De Gasperi, che lo portò in tribunale dopo la pubblicazione su Candido di un paio di sue lettere apocrife</b> <b>con cui, durante la guerra, avrebbe esortato gli inglesi a bombardare ancora la Capitale </b>per infrangere il morale della popolazione. Convinto che quei documenti, attentamente esaminati, fossero autentici, Guareschi tenne il punto, ma la sentenza era già predestinata: la corte gli negò persino una perizia calligrafica e lo condannò a un anno di reclusione e centomila lire di multa. <b>Gli uomini comuni, quando s’offendono, reagiscono da imprevedibili zucconi: così lui fece e per lo sdegno rinunciò a ricorrere in appello.</b> Commentò su Candido: “Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”. Un eroe del nostro tempo, e anche un uomo politico, forse avrebbero agito in un’altra maniera: il primo avrebbe chiesto scusa dicendo che i documenti pubblicati li stava verificando; il politico, signorilmente, avrebbe rinunciato a procedere contro di lui (in quanto al pubblico, avrebbe creduto a chi dei due gli comandava la pancia). Fu sfortunato Giovannino, perché a seguito della condanna dovette scontare anche una precedente pena sospesa di otto mesi per vilipendio al capo dello stato. In una vignetta disegnata su Candido da Carletto Manzoni nel 1950 aveva fatto sfilare il presidente tra due file di bottiglie a mo’ di corazzieri, alludendo all’etichetta apposta sul Nebbiolo delle sue tenute: “Poderi del Senatore Luigi Einaudi”. Una caduta di stile per un inquilino del Colle, anche se fu sempre meno ricordata delle folcloristiche corna che il napoletano Giovanni Leone squadernò ai contestatori.</p><p>Un eroe del nostro tempo, se appena un politico reagisce con la carta bollata a una sua inchiesta zoppa, a un insulto, o figuriamoci alla satira, attiva quantomeno una diretta Facebook per denunciare l’asimmetria fra l’uomo di potere e il giornalista, la querela intimidatoria, la pencolante situazione della libertà di stampa nel Paese, proclamando la ferma volontà di mantenere le proprie vertebre a novanta gradi. <b>Guareschi invece, per la gioia dei Peppone e di parecchi Don Camillo (anche La Pira, che era un santo ma s’arrabbiava, fu tra i suoi bersagli), s’accollò sul groppone – dritto o storto – il supplemento al gabbio.</b></p><blockquote>Per la scrittura rimase in carcere per 409 giorni. Non c’è mai stata detenzione così lunga per un reato di stampa dalla nascita della Repubblica</blockquote><p><b>Questa sera, domenica 20 settembre, in prima serata su Rai 1, ne celebra la vita un film prodotto da Anele di Gloria Giorgianni e da Rai Fiction</b> per la <b>regia di Andrea Porporati</b>, con la collaborazione alla <b>sceneggiatura di Marco Ferrazzoli</b>: <b>Giovannino Guareschi - Non muoio neanche se m’ammazzano. </b>Credibilissimo è <b>Giuseppe Zeno nel ruolo del protagonista</b>, “un intellettuale radicalmente indipendente”, ha ricordato la direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati presentando l’anteprima giovedì 16 a Palazzo Madama; il biopic non è solo un contributo al palinsesto ma “alla memoria civile”, un tributo “a una figura complessa” che dovrebbe essere emblematica e invece, ha aggiunto Giorgianni, “è stata dimenticata dal mainstream”, a dispetto delle decine di milioni di copie che i suoi libri hanno venduto nel mondo e continuano a vendere a quasi sessant’anni dalla morte. Ma <b>quell’Italia del Mondo piccolo “fatta di realtà locali e di contrasti, che alla fine si riducono in un rapporto umano positivo, per quanto appaia lontana non è mai scomparsa”, ha detto il presidente del Senato, Ignazio La Russa: “Esiste ancora, basta saperla trovare”.</b></p><p>Chiunque abbia letto Guareschi trova urticante sentirlo etichettare come “umorista”, perché sa che il sorriso fu per lui come la bicicletta: un mezzo prediletto, ma per portare il lettore <b>a intravedere quella luce di superiore umanità che finisce per accomunare rossi e neri, ricchi e poveri, cretini e intelligenti. Non fu buonismo né irenismo</b> (di cui don Lorenzo Bedeschi lo accusò) <b>ma fiducia rivestita di fustagno e panni grezzi, per cui Don Camillo e Peppone se le danno di santa ragione però alla fine il prete benedice lo stramaledetto trattore sovietico del sindaco</b>, che dopo l’acqua santa si deciderà a marciare.<b> E poi sarà Peppone, nottetempo e di nascosto, che aiuterà Don Camillo a rimettere sul campanile un vecchio angelo medievale</b>, perché la copia nuova “porta chiusa nel suo metallo solo l’eco delle bestemmie dei fonditori avvelenati dalla politica” anziché i colpi di martello illuminati dalla fede di un artigiano ignoto del Duecento. Guareschi fu, notò Alessandro Gnocchi in una biografia del 1998 (Giovannino Guareschi - una storia italiana), “il c<b>antore di una civiltà contadina e paesana testardamente legata alla propria identità. Antitesi radicale alla città. Nemica di un progresso e di una tecnica che mostrano il loro volto blasfemo.</b> Che urlano il loro incedere come una bestemmia”.</p><p>Gli eroi di adesso ridono poco e di se stessi mai. Invece nel 1942 quel matto di Giovannino, che in licenza dall’esercito per ulcera sta terminando il libro Il marito in collegio, assiste al bombardamento della sua casa di Milano e commenta: forse i “liberatori” sono stati avvertiti dal servizio di spionaggio che al 18 di via Ciro Menotti “si stava perpetrando un romanzo umoristico-rosa”. A un eroe del nostro tempo, per arzigogolare su certe trame americane, basta che un commerciante chieda la tessera sanitaria per il codice fiscale, ma a differenza di Guareschi, che era un uomo comune, al complotto ci crede seriamente.</p><blockquote>Etichettato come “umorista”, ma il sorriso per lui fu un mezzo per intravedere una superiore umanità che accomuna ricchi e poveri, cretini e intelligenti</blockquote><p><b>Lui percorse in un’estate d’anteguerra milleduecento chilometri in bicicletta per raccontare sul Corriere della Sera luoghi e facce, spinto dall’amore e dalla nostalgia per la sua terra. </b>Fra gli appunti da cui i figli Carlotta e Alberto (consulente del film in onda domenica) ricavarono l’autobiografia postuma Chi sogna nuovi gerani?, si ritrova una confidenza che illumina e impressiona. Riguardava<b> Marore, la frazioncina di Parma dove aveva vissuto da ragazzo: sulle due ruote aveva battuto quella zona palmo a palmo fino all’ultimo viottolo, ma non volle mai esplorare una stradina che cominciava da una casa rosa</b>; né da adulto, negli innumerevoli ritorni, vi s’inoltrò. <b>Sentite la ragione: “Perché è un errore voler vedere e conoscere tutto</b>: <b>bisogna lasciare dei pascoli per la fantasia.</b> Bisogna complicare un pochino la vita. <b>Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo”.</b></p><blockquote>Il suo funerale fu ampiamente disertato dalla bella intellettualità progressista, ma anche la stampa cattolica non fu tenera con lui</blockquote><p>Nato il primo maggio del 1908, quando tre metri sotto la sua culla i socialisti di una cooperativa intonavano l’Inno dei Lavoratori, fu issato alla finestra fra le manone del forzuto sindacalista Giovanni Faraboli, futuro modello per Peppone, che pronosticò al neonato un glorioso avvenire di compagno. Sbagliò clamorosamente, <b>ma per tutta la vita se Giovannino riascoltava l’Inno veniva preso da “accorata nostalgia”</b>:<b> forse perché fu “la prima musica che le mie orecchie udirono, dopo quella dolcissima delle parole di mia madre”.</b></p><p><b>Il suo funerale, il 24 luglio 1968 a Roncole Verdi, fu ampiamente disertato dalla bella intellettualità progressista, ma anche la stampa cattolica, memore dell’affaire De Gasperi</b> e del suo attaccamento al vetus ordo, spurgò l’acredine in disparati obituary come quello di don Bedeschi (mentre lui, quando aveva appreso in cella della morte del “politicante” che ve lo aveva spedito, non aveva voluto gioirne). Sparuti giornalisti e amici salutarono la bara ricoperta dal tricolore con lo stemma sabaudo. <b>C’era Enzo Biagi; c’era Enzo Ferrari. “Italia meschina” titolò La Gazzetta di Parma, il quotidiano dove Guareschi aveva mosso i primi passi in cronaca. </b>Sulle stesse colonne apparve un mese dopo l’infiammato omaggio che gli rendeva un già famoso collega: <b>“Per molti, Giovanni Guareschi ha ‘tolto il disturbo’. In realtà, è più probabile che Giovanni Guareschi si fosse annoiato.</b> Annoiato di questo bigio panorama d’anime, di questo univoco coro gregoriano del conformismo truccato da ‘impegno’. E se ne va con lui l’ultimo capitano coraggioso: in questa domestica bacinella di cacasotto, diteci, chi rimane?”. <b>Firmato Enzo Tortora. Molti anni dopo, le disgrazie della vita avrebbero spiegato quella sua empatia anche come una predizione personale.</b></p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Il Baffo che dribblò due volte la vita</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 17:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il protagonista del malinconico romanzo breve <i>La lunga</i> di Roberto Perrone, gran penna del giornalismo sportivo che se n’è andato anche lui da tempo, è un giornalista sportivo che non ha fatto carriera e in età pensionabile è ancora costretto a fare “le lunghe”, cioè tirar tardi la notte nell’attesa improbabile che alla Fortezza Bastiani di via Solferino arrivi una notizia da rifare la prima pagina. Allo sport? <b>“Se morisse Rivera…”, è la risposta che si beccava ogni volta. Sarà solo letteratura? Chissà.</b> <b>Rivera ha sempre avuto un <i>quid</i> di aura in più</b>, sarà stato il Pallone d’oro, l’eleganza in campo, un certo <i>frisson</i> di vita irregolare e parola libera fuori dal campo, che in quegli anni per un calciatore italiano era già trasgressione. <b>Ma la verità vera, che i cronisti di lunghe e di brevi ma soprattutto tutti gli innamorati del calcio sanno, è che Sandro “Sandrino” Mazzola la sua morte l’aveva già scontata. </b>I<b>l papà Valentino rimasto a Superga se l’è per sempre lasciato indietro, e se l’è per sempre portato con sé. </b>A bordo campo e nei sogni di ogni notte soprattutto, quando altri facevano la lunga. <b>Non aveva bisogno d’altro, per vivere da uomo buono e sereno, come voleva essere ricordato, e ricco di un’ironia gentile, come sa chiunque ci abbia parlato anche solo qualche istante.&nbsp;</b></p><p>Molti oggi hanno parlato soprattutto di lui e Valentino. Ma Sandro Mazzola è stato soprattutto il fuoriclasse che<b> vinse la prima Coppa dei Campioni contro il Real con la Grande Inter</b>, due gol e un assist, l’Mvp non esisteva ancora; ma il momento della sua gloria e felicità intima fu poi, lo raccontò molti anni dopo:<b> “Nel sottopassaggio, all’entrata in campo, resto incantato davanti a quei due mostri là, Di Stefano e Puskas. Sono emozionato, ho i brividi.</b> Finalmente si gioca. <b>Faccio 2 gol e l’assist per Milani, vinciamo 3-1.</b> Baci e abbracci in campo, caroselli, il presidente Moratti in trionfo. E a me succede una cosa fantastica: <b>Puskas si avvicina, mi consegna la sua maglia numero 10 e… ‘sei degno del grande campione che è stato tuo padre’. </b>Una notte magica, forse la più memorabile della mia carriera”.</p><p><b>Era stato la mascotte del Grande Torino, poi Veleno Lorenzi lo portò all’Inter,</b> c’era anche il fratellino Ferruccio che ha finito la sua vita agra già anni fa. E divenne il figlio del reggimento, <b>“l’Inter mi ha salvato la vita”.</b> E divenne il leggendario campione della prima stella dell’Inter, della seconda Coppa, delle due Intercontinentali. Della “serpentina di Budaest” che resterà uno dei gol più gloriosi della storia del calcio, e del gol con sei palleggi contro la Svizzera, che resterà uno dei più belli della Nazionale.<b> Di Messico 70 Rivera disse molti anni dopo, senza bisogno di un plotone d’esecuzione: potevamo giocare insieme. Lui rispose: “Dovevamo”. </b>Ne avremmo beccate ugualmente quattro, da O Rey e dal Brasile più forte di sempre. Ma ci saremmo persi qualche miliardo di discussioni al bar che non sono ancora terminate.</p><p><b><br> Solo qualche mese fa, la voce di carta vetrata più flebile, aveva detto parole di saggezza: “Ma come possiamo oggi far crescere campioni in Italia se non sappiamo allenare i giovani?</b> Andate a vedere come allenano i bambini adesso… Io ho portato mio nipote al calcio, me ne sono scappato subito. Allenamenti alle sei e mezza di sera! <b>Venti minuti di giri di campo, gli ostacoli, la corda… gli hanno dato dieci minuti di pallone! Oh! Questo si chiama gioco del pallone, quindi bisogna dare il pallone ai bambini!”.&nbsp;</b></p><p><b>Se n’è andato con uno scatto improvviso, dei suoi imprendibili, dribblando le parole inutili. Un sorriso tra i baffi.</b></p>]]></description>
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				<title>La Russia non fa più propaganda. Forma chi la farà a casa tua</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 15:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giovanni Rodriquez</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mosca fa propaganda. Non è una notizia, lo sappiamo da tempo. La cosa più interessante è come Mosca si stia organizzando per far funzionare quella propaganda a distanza, senza doversene più occupare direttamente. Il meccanismo è plasticamente ricostruito nel <b>nuovo rapporto dell’Institute for the Study of War sulla guerra cognitiva russa.</b></p><p><b>Il Cremlino sta costruendo una rete internazionale di giornalisti, influencer e giovani professionisti dei media, formati attraverso programmi gestiti da Sputnik, RT, Rossotrudnichestvo e altre strutture riconducibili allo Stato russo.</b> Non si tratta di convincere qualcuno oggi di qualcosa. Si tratta di formare persone che produrranno informazione domani, nei propri Paesi, nella propria lingua, nelle proprie redazioni. La propaganda classica ha sempre avuto bisogno di un propagandista. <b>Questa strategia costruisce un intero ecosistema di propagandisti, e lo rende capillare senza che nessuno debba più coordinarlo dal centro.</b></p><h2>Dove entra l'intelligenza artificiale</h2><p>Secondo l'ISW, tra luglio 2025 e luglio 2026 SputnikPro e RT Academy hanno organizzato almeno cinquanta eventi di formazione giornalistica internazionale. Circa la metà ha incorporato <b>moduli sull'intelligenza artificiale: strumenti per produrre testi, immagini e video, automatizzare parti del lavoro editoriale, gestire i social, analizzare dati.</b></p><p><b>Il Cremlino non sembra interessato soltanto ai professionisti già affermati. Sta andando a cercare la generazione successiva. </b>L'ISW documenta programmi rivolti a giovani giornalisti, studenti universitari e influencer. A giugno 2026, per esempio, Sputnik ha organizzato a Mosca un programma di formazione sull'AI rivolto a giovani professionisti dei media provenienti da diversi Paesi, insegnando loro a usare l'intelligenza artificiale per generare testi, immagini, video e per l'analisi dei dati.</p><p><b>È forse la parte più sottovalutata di questa storia. La Russia non sta necessariamente cercando di vincere oggi. Sta investendo per rendere la propaganda una struttura permanente</b>, e lo dice in modo esplicito: <b>costruire una classe globale di giornalisti e influencer formati in Russia</b> serve a dare continuità alla capacità di Mosca di orientare le narrazioni internazionali, tenendo alcune di esse quasi dormienti per anni, pronte a essere riattivate quando tornano utili.</p><p><b>È una strategia molto diversa dal semplice bombardamento di fake news. Le fake news sono contenuti. Questa è infrastruttura.</b> E un'infrastruttura è molto più difficile da individuare, perché non assomiglia necessariamente a un'operazione di influenza. Può avere l'aspetto di una borsa di studio, di un corso professionale, di un seminario universitario, di una masterclass sull'intelligenza artificiale, di un'occasione di networking. L'ISW documenta almeno quattordici eventi di SputnikPro e RT Academy organizzati presso università straniere nei primi sei mesi del 2026, in alcuni casi dedicati proprio all'AI applicata al giornalismo, in altri alla strategia dei media o alla verifica delle informazioni.</p><p>Qui la parola “ingerenza” comincia a essere insufficiente. Evoca un soggetto esterno che entra dentro un sistema. Quello che emerge dal rapporto è qualcosa di più lento e più difficile da nominare: la <b>costruzione, nel tempo, di soggetti interni che credono di guardare il mondo con i propri occhi, ma indossano lenti fabbricate altrove.</b></p><h2>E l'Italia?</h2><p>Il rapporto dell'ISW documenta una rete globale molto estesa, dall'Africa all'Asia, dall'America Latina agli ex Paesi sovietici. L'Italia non compare nell'elenco parziale di Paesi e istituzioni riportato nel rapporto, e va detto con altrettanta chiarezza.</p><p>Ma nella mappa delle strutture russe di influenza <b>a Roma c'è un indirizzo che vale la pena guardare da vicino</b>: <b>Piazza Benedetto Cairoli 6, sede dal 2011 del Centro russo di scienza e cultura, ospitato nello storico Palazzo Santacroce a due passi da Campo de' Fiori. </b>Il Centro dichiara tra i propri obiettivi il rafforzamento dei <b>rapporti Russia-Italia</b> in campo culturale e umanitario, la collaborazione con organizzazioni pubbliche e non governative e il sostegno informativo sulla politica estera e interna russa, e opera in stretta collaborazione con l'ambasciata.</p><p><b>Allo stesso civico, negli anni, sono stati registrati anche gli studi professionali del giurista</b> <b>Guido</b> <b>Alpa</b> e di <b>Giuseppe</b> <b>Conte</b>, che all'epoca spiegò di essere stato un “coinquilino” professionale dello studio Alpa, con attività del tutto autonome e distinte. Oggi allo stesso indirizzo risultano anche altri studi legali.</p><p>Non c'è alcuna ragione per trasformare questa coincidenza di indirizzo in un'insinuazione. Non dimostra alcun rapporto tra quegli studi e il Centro russo, tantomeno con le attività di formazione descritte dall'ISW. Ma è un dettaglio che racconta bene quanto sia fisicamente ordinaria la geografia dell'influenza. <b>A volte un centro culturale russo sta semplicemente dentro un elegante palazzo del centro di Roma, allo stesso numero civico di studi professionali e attività perfettamente legittime. La guerra cognitiva, del resto, funziona proprio perché non ha l'aspetto della guerra.</b></p><h2>Il confine tra un'opinione e un'operazione</h2><p>È un punto che dovrebbe interessare l'Italia mentre si avvicinano nuove tornate elettorali europee. Un recente resoconto sulle valutazioni dell'intelligence italiana segnala che<b> Russia, Cina, Iran e altri attori potrebbero tentare di influenzare il voto europeo del 2027 attraverso le piattaforme social.</b><br> Il presidente del Copasir <b>Lorenzo</b> <b>Guerini</b> ha sottolineato la necessità di comprendere meglio come gli Stati stranieri utilizzino i social per diffondere narrazioni funzionali ai propri interessi.</p><p>Ed è proprio per questo che il rapporto dell'ISW è utile: sposta la domanda. Non più “chi è filorusso”, ma come vengono costruite, nel tempo, le reti attraverso cui una potenza straniera può rendere più efficaci le proprie narrazioni. È una domanda più scomoda, ma anche molto più utile. Del resto, i servizi italiani avevano già documentato come la Russia avesse cercato di usare network mediatici di Paesi terzi dopo il blocco europeo di RT e Sputnik, insieme a pagine social e canali Telegram, per diffondere e manipolare il dibattito pubblico italiano.</p><p><b>La novità, oggi, è che a questo elenco va aggiunto un pezzo mancante: non solo i contenuti, non solo gli account, non solo i bot, ma le persone.</b> Persone formate per produrre contenuti, che imparano a usare l'intelligenza artificiale, che possono tornare <b>nei propri Paesi e lavorare per testate che non hanno nulla di russo nel nome, che possono diventare, magari molti anni dopo, editori, giornalisti, consulenti, influencer.</b></p><p>È una strategia più lenta di una campagna di disinformazione. Ma può durare molto più a lungo. E qui si capisce perché l'intelligenza artificiale conti così tanto:<b> la Russia non la sta usando solo per creare propaganda, sta insegnando ad altri a usarla. La macchina non produce più soltanto il contenuto: produce la capacità di produrne.</b></p><h2>A questo punto la questione non riguarda più solo la propaganda. Ne tocca una più antica: la parola.</h2><p>La comunicazione non serve soltanto a raccontare il mondo. Serve a costruirne la rappresentazione. Stabilisce cosa vediamo, cosa ignoriamo, quali fatti diventano centrali, quali paure acquistano un nome, quali conflitti appaiono inevitabili. La parola non è uno specchio della realtà: contribuisce a darle una forma.</p><p>Nella Genesi la creazione comincia così. “Sia la luce”, e la luce fu. Il principio simbolico è potente: il mondo viene creato attraverso la parola. Come nella Genesi, anche la strategia descritta dall’ISW è una questione di parole. O, più precisamente, di chi avrà gli strumenti per usarle e dare forma al racconto della realtà. <b>Non significa che chi partecipa a un corso russo diventi automaticamente un agente di Mosca, né che ogni contenuto prodotto da queste persone sia falso. Significa che una potenza straniera sta investendo sulla capacità futura di altri di raccontare il mondo attraverso categorie che essa stessa contribuisce a formare.&nbsp;</b></p><p>Il vantaggio è evidente: non dover produrre e distribuire ogni volta la propria propaganda, ma creare competenze e reti locali in grado di generare contenuti autonomamente, adattarli al contesto e inserirli nel normale flusso dell’informazione.&nbsp;<b>Le fake news sono contenuti. Le persone sono l’infrastruttura. L’obiettivo: plasmare il mondo a propria immagine.</b></p>]]></description>
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				<title>La storia di un uomo che voleva soltanto restare illeso</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Lettere Rubate</category>
				<author>Annalena Benini</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Io però avevo anche concluso un patto con me stesso. Quando Miriam andrà al college, mi ero detto, potrò andarmene anch’io. Forse questa era la solita ennesima illusione, ma mi ha aiutato a tirare avanti nei primi mesi dopo la confessione di Amy su Zach, e per il bene dei ragazzi abbiamo finto che tutto andasse bene.</i></p><p>Benjamin Markovitz, “<a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/il-resto-della-nostra-vita-benjamin-markovits-9788806274788/" target="_blank">Il resto della nostra vita</a>” (Einaudi, 240 pp)</p><p>Questo romanzo, che è stato finalista al Booker Prize, ha per quanto mi riguarda la trama più interessante del mondo: <b>la vita di un uomo, sposato e padre di due figli, che cerca di non commettere troppi errori, di attraversare il resto della sua vita (adulta, declinante) incolume. O, come si dice: illeso. Senza agire sui desideri, sugli impulsi, sulla rabbia.</b> Tom maneggia un sacco di cose che non capisce fino in fondo, lo sguardo sugli altri, i problemi al lavoro, la sua salute, i pensieri su sua moglie, che dodici anni prima l’ha tradito con un cretino assoluto. “Il nostro, di fatto, era evidentemente solo un matrimonio dalla valutazione molto bassa, non più di quattro, il che rende alquanto difficile aggiudicarsi un voto migliore di un sei e mezzo complessivo per il resto della propria vita”. Il cambiamento che provocano in quella specie di tregua i figli quando diventano grandi, il silenzio in auto tornando a casa la sera, certe battute che sottendono molto più di quello che dicono. “Anche se è ancora la donna più bella della festa, la gente cerca scuse per allontanarsi da lei, il che è forse il motivo per cui ha cominciato a bere di più, per quanto di solito poi se ne penta”.</p><p>E, per forza, il bilancio. Il passato che si estende e il futuro che si assottiglia. “La mezza età è uno spasso eh?”. Un uomo che se ne sta sullo sfondo, distribuendo battute e pensieri che a poco poco si dipanano con una scrittura precisa e quieta, che fa pensare: beh, almeno è uno con cui si può parlare, non un iracondo psicopatico dopato. Uno che pensa prima di parlare, anche quando è ubriaco, nonostante forse, in questo momento, abbia scelto la parte sbagliata del mondo. Dal momento in cui la figlia entra al college, a Pittsburgh, questo romanzo diventa un viaggio on the road, ma un viaggio commovente, ironico, intellettuale, che riflette sulle parti di sé a cui quest’uomo ha rinunciato per rimanere illeso. Durante questo viaggio assistiamo a molti incontri di Tom, e vederlo alle prese con gli altri lo rende ancora più simpatico, affidabile. “Arrivi a una certa età e ti accorgi che ciò che ritenevi scontato, le idee condivise da tutte le persone che ti piacevano, adesso nessuno le approva più”.</p><p>Benjamin Markovitz ha scritto un bel romanzo sulle motivazioni e sulle interazioni per cui facciamo quello che facciamo. E per cui non facciamo molte altre cose.</p>]]></description>
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				<title>Totò, il principe della risata che non piaceva alle élite progressiste</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Magno</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una farsa grossolana urlata in dialetto napoletano dalla prima all’ultima scena […]. E’ avanspettacolo e fumetto della peggior qualità, né la presenza di bravi attori come Totò e Peppino De Filippo si fa avvertire, almeno sul piano della buona recitazione” (Vice, Avanti!, 9 settembre 1956). “E’ proprio vero - ammetteva invece un altro critico - che con Totò e Peppino si ride sempre. Anche se il soggetto è così povero di fantasia, di originalità, di gusto come questo. Viene fatto di pensare, con rammarico, al pessimo uso che gli sceneggiatori, il regista fanno di questi nostri due migliori attori comici […]”. Il quotidiano che pubblicava questa recensione il 10 settembre del 1956, La Notte, non poteva certo dirsi di sinistra, eppure sentiva il bisogno di mettere in guardia il pubblico borghese a cui si rivolgeva contro il macchiettismo e la volgarità della sceneggiatura di Nicola Manzari.</p><p><b>Uscito alla vigilia di Ferragosto di settant’anni fa nelle sale italiane staccando quasi quattro milioni e mezzo di biglietti, il film di Camillo Mastrocinque “Totò, Peppino e la... malafemmina” è poi divenuto un’icona.</b> Come ha scritto Filippo Mazzarella (Corriere della Sera, 14 agosto 2026), il film non è soltanto una delle prove più strepitose del comico napoletano, e sicuramente la migliore tra quelle della sua memorabile collaborazione con Peppino De Filippo. E’ uno dei capolavori del cinema italiano degli anni Cinquanta: capace di superare il proprio tempo e di trasformarsi in un vero e proprio patrimonio della cultura popolare nazionale, tanto che ancora oggi molte delle sue battute e delle sue gag continuano a essere citate, imitate e tramandate.</p><p>La vicenda è nota. I fratelli Antonio e Peppino Caponi (Totò e Peppino), proprietari terrieri di un paesino campano che tormentano il facoltoso vicino Mezzacapa (Mario Castellani) con scherzi pesanti, scoprono che il nipote Gianni (Teddy Reno), figlio della vedova Lucia (Vittoria Crispo) trasferitosi a Milano per studiare medicina, si è innamorato di Marisa (Dorian Gray), soubrette di avanspettacolo. La giovane Giulietta (Luisa Ciampi), figlia strabica dei locatori di Gianni, è infatti segretamente innamorata di lui e, per gelosia, ha scritto a Lucia denunciando la relazione del ragazzo e sostenendo che stia trascurando gli studi. Convinti che la ragazza possa compromettere il futuro del nipote, Antonio, Peppino e Lucia progettano di raggiungerlo a Milano. Dopo essersi fatti consigliare loro malgrado dall’odiato Mezzacapa, salgono al nord e si mettono alla ricerca di Gianni nel tentativo di ricondurlo a Napoli e persuadere Marisa a interrompere la relazione, arrivando perfino a offrirle una somma di denaro purché si facesse da parte. Ma sarà proprio Lucia a comprendere la sincerità dei sentimenti dei due giovani e l’onestà della ragazza, finendo per accettare la loro unione.</p><p><b>Se la base del successo del film fu innanzitutto la straordinaria alchimia fra Totò e Peppino De Filippo, il loro virtuosismo e i loro tempi perfetti, la carta vincente fu però il ritratto spassoso del contrasto tra nord e sud, tra mondo contadino e realtà urbana, che nell’Italia del Dopoguerra aveva solo il cinema per essere narrato con le immagini.</b> Antonio e Peppino “affrontavano infatti Milano come esploratori catapultati in un universo sconosciuto, incapaci di comprenderne i codici sociali e linguistici: e il loro spaesamento diventava per il regista Camillo Mastrocinque una lente attraverso cui osservare con ironia un’Italia in piena trasformazione, sospesa fra tradizione e modernità un attimo prima del boom economico, in cui le metropoli crescevano rapidamente e le differenze culturali fra settentrione e meridione iniziavano a collidere con più forza” (Mazzarella).</p><p>Il film coglie questo passaggio storico affidandosi alle armi della farsa e della commedia dell’arte. Le sequenze che hanno lasciato un segno imperituro non si contano: dall’arrivo alla Stazione Centrale di Milano bardati come cosacchi alla richiesta di informazioni al “ghisa (preso per tedesco ma poi approcciato in un improbabile idioma franco-maccheronico: “Nòio…volevòn savuàr…l’indiriss...”), fino alla celeberrima sequenza della lettera dettata a Peppino, probabilmente una delle pagine più famose della storia della comicità italiana (poi ripresa da Troisi e Benigni in “Non ci resta che piangere”). Col suo linguaggio continuamente deformato dal semianalfabetismo dei due, scardinato in un irresistibile gioco di nonsense fatto di parentesi aperte e mai chiuse, punteggiatura pronunciata ad alta voce, formule di cortesia spropositate e continui ripensamenti, è una scena che sintetizza perfettamente il talento linguistico di Totò, capace di trasformare l’italiano in materia imprevedibile, ma anche - come lo stesso Peppino ammise spesso - una complicità sostenuta da una comune volontà d’improvvisazione.</p><blockquote>Oltre all’alchimia fra Totò e Peppino De Filippo, la carta vincente sta nel racconto di un passaggio storico che si affida alle armi della farsa</blockquote><p><b>Visto oggi, il film continua a pulsare dell’affetto con cui guardava a un’Italia popolare destinata a cambiare rapidamente: se Antonio e Peppino appartenevano a un mondo arcaico fatto di valori familiari, autorità patriarcale e diffidenza verso la modernità, il loro viaggio rappresentava simbolicamente l’incontro tra due epoche.</b> E anche il personaggio della cosiddetta “malafemmina” rivelava una complessità inattesa: smontando l’immagine costruita dai due fratelli, frutto di pregiudizi e ignoranza, si rivelava infatti una figura già moderna e indipendente, vittima delle convenzioni morali della provincia, indicando una via per confutare con leggerezza una mentalità ancora profondamente conservatrice.</p><p>Ma perché, nonostante l’eccezionale successo riscosso al botteghino, al suo esordio il film fu stroncato dalla critica? Forse proprio in virtù di tale successo, se si pensa che tutta la cultura ufficiale - e specialmente quella, raffinata, celebrata da Giovanni Spadolini nel saggio Italia di minoranza (1983) - nutriva, nei confronti di Antonio De Curtis un disprezzo malcelato e reso ancora più stizzoso dal forzato riconoscimento della sua innegabile bravura di attore. “E’ veramente doloroso constatare - si poteva leggere su La Voce Repubblicana del 14 novembre del 1954 - come la comicità di certi film italiani sia ancora legata a sorpassati schemi appartenenti al più infimo teatro da avanspettacolo”. Fa una certa impressione sapere che la pellicola così deprimente era nientemeno che “Il medico dei pazzi”, un gioiello del teatro farsesco partenopeo, scritto dal grande Edoardo Scarpetta nel 1908 e portato sullo schermo da Mario Mattoli.</p><p>Ma forse gli accenti più severi si trovano nel giornale del partito che avrebbe dovuto essere più vicino e sensibile ai gusti popolari, L’Unità. Nella recensione di “Totò, Eva e il pennello proibito” (15 febbraio 1959) si lamentava un melanconico Ugo Casiraghi: “Gli spettatori non sono fortunati, siamo giusti, costretti ad ingerire prodotti così squallidamente raffazzonati, così privi di spirito e d’ogni luce d’Intelletto umano”. Certo, il regista Steno sette anni prima aveva firmato una pellicola di ben altro spessore, “Totò a colori”. Ma il ritornello era sempre lo stesso, implacabile come una mannaia: Totò grande attore che non riusciva a trovare registi capaci di valorizzarne le straordinarie qualità artistiche. Una tesi che non stava in piedi, se si considera che fu diretto da cineasti che si chiamavano Luigi Comencini, Mario Monicelli, Alessandro Blasetti, Luigi Zampa, Vittorio De Sica, Alberto Lattuada, Dino Risi.</p><blockquote>Le critiche più severe contro il film si leggono sul giornale del partito che avrebbe dovuto essere più vicino e sensibile ai gusti popolari, l’Unità</blockquote><p><b>Dopo la sua morte (1967) la rivalutazione di Totò ha assunto toni apologetici, come a voler rimediare a torti e umiliazioni a lungo inflitti nel passato.</b> Esponenti della cultura che più lo avevano disprezzato sono arrivati persino a considerarlo “più avanti” di Charlie Chaplin e sicuramente degno di essere posto accanto a Buster Keaton. Come capita spesso, per emendarsi da un eccesso si cade in quello opposto. L’autore di “Tempi moderni”, va detto senza mezzi termini, è stato ricordato come uno dei protagonisti intellettuali del Novecento. Il suo genio creativo era incomparabile a quello di Totò, e il suo linguaggio universale, che andava oltre ogni frontiera etnica e culturale, sapeva tradurre in formidabili invenzioni comiche le la crisi profonda del “secolo breve”, dalla disumanità della catena di montaggio al cieco istinto di potenza del nazifascismo. E nondimeno anche il “principe della risata” era rappresentativo di un’Italia profonda, “cattolica” in un senso non necessariamente religioso, caratterizzata da vizi e da virtù che, se costituivano un ostacolo al processo di secolarizzazione, in qualche misura stemperavano i conflitti sociali. Da “Siamo uomini o caporali” (1955) alla “Banda degli onesti” (1956) di Camillo Mastrocinque, per non parlare del monicelliano “Guardie e ladri” (1951), Totò è l’incarnazione del “suddito” che cerca di ritagliarsi un modestissimo spazio vitale, senza essere mai preso in considerazione dai potenti, dai caporali di turno.</p><blockquote>Dopo la sua morte, la rivalutazione di Totò ha assunto toni apologetici. Chi lo aveva schernito, lo ha poi definito “più avanti” di Charlie Chaplin</blockquote><p>L’Italia di Totò era indubbiamente “retrograda”, com’era retrograda quella di Giovannino Guareschi, di don Camillo e di Peppone. Eppure, a ben guardare, nel “suddito” c’era un tratto liberale: la chiara percezione che non sono le leggi a fare i costumi ma sono i costumi a fare le leggi. Non è vero che nei personaggi da lui interpretati, al limite tra il piccolo borghese e il sottoproletario, “ci siano solo fatalismo e rassegnazione dinanzi alla violenza e all’arbitrio dei detentori del potere” (Dino Cofrancesco, “Ascoltare Grillo e rimpiangere Totò”, l’Occidentale, 14 settembre 2007). Totò mette alla gogna quanti dispongono delle vite degli altri per delirio di onnipotenza. In diversi suoi film, come in “Totò contro Maciste” di Fernando Cerchio (1962), lui - uomo di destra che dichiara di votare per Achille Lauro - deride magistralmente il tono di voce e lo stile retorico di Mussolini quando arringa le folle dal balcone di Palazzo Venezia. <b>Ciononostante, non poteva essere simpatico alle élite colte e progressiste, giacché rimaneva alla finestra, non “partecipava” né si metteva al servizio di una causa particolare.</b></p><p>Un atteggiamento che più di uno ha definito “anarchico”, altri “qualunquista”, ma in cui si rifletteva una visione critica della realtà. In questa dialettica con il presente, in questo confronto problematico con la morale tradizionale e le convenzioni della società, impersonate di volta in volta dal caporale di turno, Totò mette a nudo il suo antagonista e svela ciò che c’è dietro le varie forme dell’autorità. Questo aspetto dell’arte e della maschera di Totò rappresenta - non è un’eresia affermarlo - “un punto di convergenza con quella che era la ricerca del cinema neorealista” (Pasquale Iaccio, “Totò autore e sperimentatore nel cinema italiano del dopoguerra”, in “Drammaturgia”, 9 febbraio 2023). Cambiano il punto di vista e i modi del racconto, ma non la sostanza del messaggio che si vuole dare allo spettatore. <b>Il disprezzato cinema comico del “guitto” Totò, non è infatti secondo, nella denuncia dell’autoritarismo e delle distorsioni del potere, alle opere dei maestri del cinema neorealista suoi contemporanei.</b> Solo che le opere di Totò arrivavano, a differenza di questi ultimi, a un pubblico di massa e raggiungevano le sterminate platee delle periferie del paese.</p><blockquote>Il suo disprezzato cinema comico non è secondo, nella denuncia dell’autoritarismo, alle opere dei maestri del cinema neorealista</blockquote><p>Tra l’altro, queste opere consentirono ai produttori italiani di competere con l’industria cinematografica americana. E’ grazie a due grossi colpi messi a segno nel 1949 (da Dino De Laurentiis con “I pompieri di Viggiù”, da Carlo Ponti con “L’imperatore di Capri” e “Totò cerca casa”) che i due giovani produttori lasciarono la Lux, associandosi fra loro per fondare, nel 1950, la Ponti-De Laurentiis. Presto affidano la produzione dei film di Totò a una società appositamente creata, la Rosa Film, quindi rilevano nel 1951 la Humanitas Film, titolare di un vantaggioso contratto con l’attore, assicurandosi per alcuni anni il monopolio quasi completo della sua attività. All’inizio degli anni Cinquanta i proventi dei suoi film contribuirono allo sviluppo di tutto il cinema italiano, divenendone una sorta di gallina dalle uova d’oro.</p><p>Chi scrive è nato nel 1944, e quindi appartiene alla generazione che è cresciuta a pane e Totò. Solo più tardi ha scoperto che già negli anni Venti era definito un “comico unico” proprio mentre il fascismo si affermava come “partito unico”. E che già allora sfidava la censura del regime con una battuta delle sue: - Ah, se tornasse Galivoi! - Galivoi? - Sì, perché non lo sa? Il “lei” è stato abolito. I censori decisero di non intervenire, ritenendo che un po’ di magnanimità avrebbe creato consenso. Mentre diventarono più occhiuti e rigidi dal 1939, ma nulla poterono quando - dopo la liberazione di Roma - Salomè-Magnani (il popolo) e Pinocchio-Totò (il Duce) intonarono un duetto sul palcoscenico dell’Ambra Jovinelli sull’aria di “Se mi volessi bene veramente”, facendosi beffe di un paese di balocchi manovrato da burattini tutti sciocchi.</p><p>Questo era Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio. Aristocratico plebeo o plebeo aristocratico, se - come ha scritto Emilio Gentile - un “ismo” gli si vuole appiccicare sarebbe appropriato quello si “qoheletista”, cioè seguace del sapiente biblico Qohélet, colui che dice: “Vanità della vanità, tutto è vanità. Tutto dipende dal destino e dal caso. Una è la sorte per i figli dell’uomo e per le bestie: la morte” (E. Gentile, Caporali tanti, uomini pochissimi. La storia secondo Totò, Laterza, 2022).</p>]]></description>
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				<title>Pazzi per i chioschi. Il successo degli street bar</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 11:37:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Roma Capoccia</category>
				<author>Gianluca Roselli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Passando per piazzale degli Eroi, specialmente dall’ora dell’aperitivo in avanti, è impossibile non notarlo. Perché una parte della piazza è strapiena di ragazzi. E più si va avanti nella serata e più ne arrivano, senza però, miracolosamente, generare caos. Anche perché molti vengono, ma molti anche se ne vanno, in una specie di turn over. Parliamo di Fischio, uno dei chioschi bar più frequentati della città. Ce ne sono anche altri, di cui parleremo in seguito, ma il successo di Fischio è davvero travolgente: negli anni è diventato un punto di riferimento e di ritrovo per gli under 40. Durante il giorno, però, all’ora della colazione e a pranzo, si vede anche gente più adulta. “Il mix tra giovani e persone più mature, ma anche tra residenti del quartiere e ‘fuori-zona’ è proprio quello su cui abbiamo puntato fin da subito. Penso che il segreto sia la qualità di quello che offriamo e un’atmosfera rilassata, quasi scanzonata, che fa sentire accolti. Si viene qui per chiacchierare e stare bene…”, spiega Marco Folco, uno dei tre soci. Gli altri sono Simone e Luigi, tutti 37enni.</p><p>I tre sono di Montesacro e l’idea è venuta frequentando un altro chiosco romano, storico: Ponte Tazio, a piazza Sempione. “<b>Andavamo lì da ragazzini e a un certo punto ci siamo detti: ma perché non ne apriamo uno nostro mettendoci dentro tutto quello che ci piace…?</b>”, racconta Marco. E così l’occasione si è presentata nel 2016 in tutt’altra zona, a piazzale degli Eroi. Luogo di gran passaggio, anche di automobili, forse nessuno ci avrebbe scommesso granché, e invece, complice uno spazio retrostante i ragazzi si sparpagliano, Fischio ha funzionato. In un quadrante che tra l’altro sta diventando vivace, tra altri bar e locali, compresi quelli che stanno sorgendo all’interno del Mercato Trionfale. Dall’altra parte della piazza, poi, è nato un altro loro progetto, Becco, che per un paio d’anni ha proposto tramezzini gourmet assai originali, ma ora è in stand by. Mentre sempre loro è un altro chiosco, Soffio, aperto da quattro anni a Fregene, all’interno dello stabilimento La Baia.</p><p>Ma torniamo a Fischio. Chi c’è stato almeno una volta avrà notato la particolarità dei cocktail in lattina. Spritz, Gin Tonic, Moscow Mule, Cuba Libre e altri in lattina, appunto. “All’interno del chiosco non c’è molto spazio per le bottiglie, così ci è venuta l’idea di preparare prima i cocktail e metterli in lattina, così sono già pronti”, spiega Marco.<b> La cosa è talmente originale che grossi marchi, come Uniqlo e Roma Europa Festival, hanno voluto le lattine-cocktail per i loro eventi.</b> Altra caratteristica del locale sono i vini naturali scovati da piccoli produttori e cantine di tutto il mondo. E poi la musica, con il dj che allieta le ore mattutine della colazione. Anche Marco, grande appassionato di vinili, si diletta alla consolle.</p><p>Naturalmente il clima aiuta: stare in piazza a chiacchierare, senza per forza dover stare al chiuso, è da sempre un must delle serate dei ragazzi romani. Così forse si spiega il successo di Fischio e di altri chioschi nati negli ultimi anni in città. Uno dei più originali è Tram Depot, in via Marmorata, di fronte a Testaccio, con il chiosco a forma di vecchio tram, che punta su caffè e spuntini. Non troppo lontano, dalle parti della Piramide, c’è Mostro, bar contemporaneo con vini, cocktail e tramezzini in stile veneziano (più piccoli di quelli romani, ma più farciti). Nel verde in zona San Paolo due fratelli, Pietro e Mario Esposito, hanno aperto Al Chiosco, assai frequentato per il Social Spritz, i concerti live e le serate a tema. Ce n’è uno anche in zona Monteverde nuovo, in largo Ravizza: il Totem Garden Bar, dove si può prendere l'aperitivo con la pinsa. Da non dimenticare, poi, in piazza Buenos Aires, il chioschetto del Lemoncocco, dove si ferma tutta Roma Nord. E naturalmente quello di Ponte Tazio, una vera istituzione a Montesacro, già menzionato prima. Ma ci sono anche quelli all’interno dei parchi, come il Caffè Nemorense, che però funzionano solo di giorno. Le licenze dei chioschi appartengono al comune di Roma, che le dà in concessione tramite bandi e chi se li aggiudica paga poi l’occupazione di suolo pubblico.</p>]]></description>
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				<title>La crisi del Fish and Chips: storia e difficoltà di un cibo icona</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 11:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Maurizio Stefanini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il Fish and Chips è in crisi. </b>Filetto di pesce bianco come merluzzo o eglefino fritto in pastella condito con sale e aceto di malto e accompagnato con fettine di limone e abbondanti patate fritte,&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=W80S56aRlYs">non è in realtà un piatto che i britannici consumino da moltissimo tempo</a>. <b>A portarlo nel Regno Unito furono ebrei sefarditi immigrati da Spagna e Portogallo nel XVII secolo</b>: riprova della maestria dei portoghesi nel friggere, anche il tempura giapponese deriva dalla preparazione che i missionari lusitani si preparavano durante i periodi prescritti di magro nei “quator tempora” all’inizio di ogni stagione. <b>Il Fish and Chips si diffuse poi massicciamente come cibo pronto economico alla metà del XIX secolo</b>: non è del tutto chiaro se a partire di Londra o del Lancashire, dove erano le grandi città industriali di Liverpool e Manchester. <b>Ma fu poi consacrato in particolare come icona nazionale durante la Seconda Guerra Mondiale</b>, quando<a href="https://www.youtube.com/watch?v=-5HiQ_SaNVQ"> fu uno dei pochissimi cibi non soggetti a razionamento neanche nel momento de più pesanti bombardamenti tedeschi</a>. Insomma, è un simbolo del Regno Unito, un po’ come spaghetti e pizza per l’Italia, l’hamburger per gli Stati Uniti, la paella per la Spagna, i würstel con i crauti per la Germania, il gulasch per l’Ungheria o il sushi per il Giappone.&nbsp; &nbsp;</p><p>Ma l'impennata dei prezzi del pesce, il costo della manodopera, il fisco e il cambiamento dei gusti dei consumatori sono tutti fattori che stanno&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/business/2026/sep/17/can-fish-and-chip-shops-survive">creando problemi a questa tradizione</a>.&nbsp; <b>A maggio&nbsp;<a href="https://www.nfff.co.uk/">una ricerca</a>&nbsp;condotta dalla National Federation of Fish Friers (Nfff), ha rivelato che il 47 per cento dei gestori di Fish and Chips si dichiaravano “estremamente preoccupati”</b> per il futuro della propria attività; un altro 30 per cento “leggermente preoccupati”; il 20 per cento prevedevano addirittura di dover chiudere entro i successivi 12 mesi. E i 7-8000 esercizi ancora attivi sono meno di un terzo rispetto al picco di 25.000 registrato negli anni '30. Soffrono i piccoli gestori, ma anche i grandi: Deep Blue, proprietaria dello storico marchio Harry Ramsden’s,<b> ha chiuso nove dei suoi ristoranti la scorsa estate</b>.</p><p>A spiegare il problema, la semplice rilevazione che <b>il prezzo medio di una porzione di Fish and Chips da asporto è aumentato di oltre il 60 per cento negli ultimi cinque anni, passando da circa 7 sterline a 11,43 sterline</b>: un rincaro più rapido rispetto ad altri cibi da asporto. Una famiglia di quattro persone arriva a spendere quasi 50 sterline per il pasto: oltre 58 euro.&nbsp;<a href="https://www.undercurrentnews.com/">Secondo Undercurrent,</a>&nbsp;una società di analisi dati del settore ittico, <b>la quota di pesca del merluzzo nel Mare di Barents – da cui proviene la maggior parte del prodotto – è scesa da circa un milione di tonnellate nel 2020 ad appena 285.000 tonnellate quest'anno, per cui una cassa da 18 Kg di filetti di merluzzo è passata da 160 a 330 sterline.</b> Ciò è anche effetto della Guerra in Ucraina, dal momento che le due compagnie di pesca russe – la Murman SeaFood e il colosso Norebo - sono finite sotto sanzioni.&nbsp;</p><p><b>Ma c’entra anche il riscaldamento globale, da cui quest’anno in Europa uno dei peggiori raccolti di patate mai registrati.</b>&nbsp;Sono in rialzo anche i prezzi dell’olio da cucina, i costi dell’energia per le friggitrici industriali e l’Iva: tornata al 20 per cento nell'aprile 2022, dopo una riduzione temporanea al 5 e poi al 12,5 per cento durante la pandemia. <b>E sono aumentati anche le imposte locali sulle attività commerciali, il salario minimo e l'indennità di malattia obbligatoria.</b></p><p>Ma non è solo un problema di costi. Da una parte, con il carattere sempre più multietnico del Regno Unito il Fish and Chips prende terreno rispetto ad altre opzioni da asporto più economiche: pizza, hamburger, pollo fritto, cucina indiana, cinese, coreana. Dall’altra, i cibi fritti in genere stanno perdendo popolarità per preoccupazioni salutistiche, e per combattere l’obesità il governo ne ha recentemente vietato la somministrazione nelle scuole inglesi. <b>Molte friggitorie cercano di ridurre i prezzi usando pesci più economici come nasello, platessa, palombo, spinarolo o tilapia, o ampliando il menu a prodotti come calamari, polpette di pesce, pollo fritto, salsicce o kebab. Ma anche così la tradizione viene meno.&nbsp;</b></p>]]></description>
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				<title>La violenza va punita, ma il colono non è il terrorista</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 11:03:00 +0200</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p><b>Progressista:</b> Partiamo da una cosa semplice: i coloni violenti sono un problema serio. Aggressioni, incendi, intimidazioni contro i palestinesi in Cisgiordania non possono essere relativizzati. Se uno stato vuole dirsi democratico deve perseguire chi usa la violenza, anche quando quella violenza viene da casa propria.</p><p><b>Conservatore: </b>D’accordo. E infatti, se vuoi capire quale dovrebbe essere la posizione giusta, non ascoltare i follower di Netanyahu. Ascolta uno dei suoi nemici: Yair Lapid. Leader dell’opposizione, a maggio ha detto una cosa chiarissima: “Settler terror is terror”. Il terrorismo dei coloni è terrorismo.</p><p><b>Progressista:</b> Bene. Allora sanzioni.</p><p><b>Conservatore: </b>Contro chi commette o organizza violenze, sì. E’ ciò che ha fatto l’Unione europea. Nel maggio 2026 i Ventisette hanno approvato nuove sanzioni contro tre coloni estremisti e quattro organizzazioni che li sostengono. Anche l’Italia ha partecipato alla decisione. Si colpisce il responsabile di un abuso, non una categoria umana.</p><p><b>Progressista:</b> Ma il problema non è soltanto la violenza. Gli insediamenti in Cisgiordania sono considerati illegali dalla grande maggioranza della comunità internazionale. Non puoi parlare dei coloni come se vivessero in un quartiere qualsiasi di Tel Aviv.</p><p><b>Conservatore:</b> Certo che no. Ma non puoi passare da “l’insediamento è illegale” a “chiunque vi abiti è un estremista”, o addirittura un terrorista. Sarebbe una colpa per domicilio. Esistono coloni ideologici, estremisti, violenti. Esistono però anche famiglie che vivono da decenni nei grandi blocchi urbani, persone nate lì, persone che ci sono andate per ragioni economiche. Mettere tutti nello stesso sacco non aiuta né il diritto né la pace.</p><p><b>Progressista:</b> Quella presenza però non è caduta dal cielo.</p><p><b>Conservatore:</b> Appunto. La Cisgiordania fu conquistata da Israele alla Giordania nella guerra dei Sei giorni del 1967. Gli insediamenti sono cresciuti dentro una disputa mai risolta: alcuni nacquero già sotto governi laburisti, altri furono ampliati dalla destra, altri sono avamposti illegali perfino secondo il diritto israeliano. Dire “i coloni” come se fossero un soggetto unico è già un errore.</p><p><b>Progressista: </b>Ma una parte della destra israeliana usa gli insediamenti per rendere più difficile uno stato palestinese.</p><p><b>Conservatore: </b>Sì, negarlo sarebbe sciocco. Ma gli accordi di Oslo non stabilirono che tutti gli insediamenti dovessero sparire: rinviarono la questione, insieme ai confini, a Gerusalemme e ai rifugiati, al negoziato sullo status finale.</p><p><b>Progressista: </b>Compromesso che non è mai arrivato.</p><p><b>Conservatore:</b> Ed è qui che bisogna evitare la favola a senso unico. Non è corretto dire che tutto sia dipeso dai “no” palestinesi: ma è altrettanto falso raccontare trent’anni di diplomazia come se i palestinesi non avessero mai avuto occasioni concrete di arrivare a uno stato. Ci sono state offerte, rifiuti, esitazioni, terrorismo, intifade, cambi di governo, espansioni degli insediamenti.</p><p><b>Progressista:</b> E dunque?</p><p><b>Conservatore:</b> Dunque c’è un fatto che viene quasi sempre dimenticato. I parametri Clinton del 2000, pensati per arrivare a uno stato palestinese sovrano e vitale, non prevedevano che ogni israeliano dovesse essere cacciato oltre la Linea verde. Prevedevano che i principali blocchi di insediamenti potessero essere incorporati in Israele, con scambi territoriali per compensare lo stato palestinese. La formula non era “via tutti i coloni”: era confini negoziati, alcuni blocchi a Israele, terra equivalente ai palestinesi.</p><p><b>Progressista</b>: Oggi però siamo molto più lontani da quella soluzione.</p><p><b>Conservatore:</b> Vero. Se chiami “terrorista” anche il colono che non ha mai aggredito nessuno, rendi più forte l’estremista vero. E se trasformi ogni insediamento nella prova dell’impossibilità del compromesso, cancelli il fatto che i negoziatori avevano già individuato un principio: scambi di territorio e distinzione tra grandi blocchi e insediamenti da evacuare.</p><p><b>Progressista:</b> Quindi la linea quale sarebbe?</p><p><b>Conservatore:</b> Semplice. Coloni violenti? Punirli. Organizzazioni che finanziano violenze e intimidazioni? Sanzionarle. Avamposti illegali anche secondo Israele? Smantellarli. Espansioni pensate deliberatamente per impedire uno stato palestinese? Contrastarle politicamente. Ma colono non è sinonimo di estremista. Estremista non è sinonimo di terrorista.</p><p><b>Progressista:</b> Sembra quasi una posizione centrista.</p><p><b>Conservatore:</b> No. E’ una posizione radicalmente anti-estremista. Prende sul serio Lapid quando dice che il terrorismo dei coloni è terrorismo. Ma prende sul serio anche la parola terrorismo: se la usi per tutti, alla fine non significa più niente.</p><p>Negare che una parte della destra israeliana usi gli insediamenti per rendere difficile uno stato palestinese sarebbe sciocco, ma gli accordi di Oslo non stabilirono che tutti gli insediamenti dovessero sparire. Un dialogo su ciò che si può condannare senza confondere</p>]]></description>
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				<title>Come parlare di Fauda</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 10:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Foglio AI</category>
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				<description><![CDATA[<p>Prima regola per parlare di <i>Fauda</i>: non cominciare dicendo che ti piace <i>Fauda</i>. E’ imprudente. Prima conviene allegare il certificato delle proprie intenzioni: Netanyahu non è il mio primo ministro ideale; Gaza è una tragedia; sì, conosco il diritto internazionale. Solo a quel punto, forse, si può confessare che Doron è un personaggio formidabile e che la serie israeliana è una delle cose più avvincenti prodotte dalla televisione negli ultimi anni. E’ una piccola assurdità culturale che Peggy Sastre fotografa bene su Le Point. Con l’arrivo della quinta stagione su Netflix, scrive, una parte importante della stampa culturale francese – Libération, Télérama, Nouvel Obs – ha trattato<i> Fauda</i> non tanto come una serie da giudicare, ma come un reperto politico da interrogare. Libération ha titolato addirittura “Netflix fait le Tsahal boulot”: Netflix fa il lavoro dell’esercito israeliano. La premessa implicita, osserva Sastre, è che <i>Fauda</i> non sia davvero una fiction ma sostanzialmente propaganda. Seconda regola, dunque: ricordare agli interlocutori che vedere non significa approvare. E’ una convenzione elementare quando guardiamo qualunque altra storia. Possiamo seguire <i>Il padrino</i> senza sostenere Cosa Nostra, <i>Narcos</i> senza diventare narcotrafficanti, <i>Sicario</i> senza iscriverci a un cartello messicano. Come scrive Sastre, la fiction serve proprio a “immaginare senza approvare, comprendere senza assolvere, far esistere senza avallare”. Stranamente, appena compare Israele, questo piccolo miracolo chiamato sospensione dell’incredulità viene sospeso a sua volta. Terza regola: non accettare l’idea che ogni israeliano sullo schermo sia un portavoce del governo israeliano. Fauda è piena di israeliani violenti, nevrotici, arroganti, disperati, irresponsabili. Sono spesso eroi e spesso disastri ambulanti. E dall’altra parte ci sono palestinesi ridotti raramente a semplici figurine: hanno famiglie, ambizioni, paura, amore, vendetta, dignità, fanatismo. Si può discutere se l’equilibrio funzioni sempre. Ma questo è precisamente discutere una serie, non interrogare un imputato.</p><p>E’ qui che l’articolo di Le Point diventa più interessante. Sastre sostiene che davanti a un’opera israeliana si perda talvolta quella “intelligenza interpretativa” che concediamo normalmente all’arte: tutto viene assorbito dalla politica, come se non potessero più esistere artisti e individui israeliani ma soltanto “messaggeri di uno stato paria”. E’ una formulazione dura, ma individua un tic reale: chiedere a ogni romanzo, film o serie israeliana di dimostrare preventivamente la propria innocenza. Quarta regola: rivendicare tranquillamente una simpatia per Israele senza trasformarla in un assegno in bianco. Si può pensare che Israele abbia diritto a esistere e difendersi, considerare il 7 ottobre una ferita che non può essere cancellata, sentirsi culturalmente vicini a una società israeliana litigiosa, liberale, traumatizzata, contraddittoria, e contemporaneamente giudicare disastrose scelte del suo governo. Dovrebbe essere normale. E’ diventato quasi un esercizio di equilibrismo. Ultima regola: quando qualcuno vi domanda se <i>Fauda</i> sia propaganda, rispondete con una domanda meno ideologica: è una buona serie? Poi discutete la sceneggiatura, i personaggi, ciò che mostra e ciò che nasconde. E’ possibile perfino concludere che sia parziale: tutte le storie lo sono. La cosa davvero curiosa sarebbe arrivare al punto in cui Israele possiede ancora il diritto di essere criticato, ma non quello di raccontarsi. Ed è esattamente lì che una conversazione su <i>Fauda</i> smette di parlare di televisione e comincia, involontariamente, a raccontare qualcosa di noi.</p><p>Testo realizzato con AI</p>]]></description>
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				<title>L’Europa critica Israele. Poi gli chiede di proteggerla</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 10:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Foglio AI</category>
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				<description><![CDATA[<p>Ci sono molti modi per misurare la distanza crescente tra Israele e l’Europa. Si possono contare le sanzioni, i riconoscimenti dello stato palestinese, i divieti contro i prodotti degli insediamenti. E poi esiste un altro contatore, meno visibile: quello dei sistemi antimissile, dei radar, dei droni e dei software che i paesi europei continuano a comprare da Israele. Quando bisogna proteggere una città, un confine con la Russia o una base Nato, isolare Israele diventa più complicato. Il Sipri, tra il 2021 e il 2025 le importazioni di armamenti dei paesi europei della Nato sono aumentate del 143 per cento. Israele ne ha fornito il 7,7 per cento: dopo Stati Uniti e Corea del Sud è stato il terzo fornitore, davanti persino alla Francia.</p><p>Il caso più spettacolare è il Regno Unito. L’8 settembre Londra ha annunciato il divieto di importazioni dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Eppure Sky Sabre, il sistema britannico di difesa aerea, utilizza come cervello di comando e controllo MIC4AD, prodotto dall’israeliana Rafael: la tecnologia che mette insieme radar, dati e intercettori e che appartiene alla stessa famiglia sviluppata per Iron Dome. Londra può criticare Netanyahu. Ma tra il linguaggio politico e quello della sicurezza esiste una distanza evidente: si può mettere sotto accusa una politica israeliana, ma non è altrettanto semplice mettere fuori servizio ciò che Israele ha costruito per intercettare missili e droni.</p><p>La Spagna rende il cortocircuito ancora più evidente. Pedro Sánchez ha scelto una delle linee più dure d’Europa, ha parlato di “genocidio” a Gaza e nel settembre 2025 ha trasformato in legge un embargo sulle armi e sui prodotti a duplice uso provenienti da Israele, aggiungendo il divieto di importare merci dagli insediamenti. Tre mesi dopo il governo spagnolo ha concesso ad Airbus un’eccezione per continuare a utilizzare tecnologia israeliana nei propri stabilimenti. Gli A400M, i C295, gli A330 MRTT e i droni SIRTAP prodotti in Spagna utilizzano tecnologia israeliana. La separazione politica può essere annunciata in un giorno, quella tecnologica no.</p><p>Poi c’è la Finlandia, che non ha il lusso della distanza geografica. Helsinki condivide 1.340 chilometri di frontiera con la Russia. L’8 settembre ha sottoscritto la dichiarazione europea sulle restrizioni commerciali contro i prodotti degli insediamenti. Ma Israele è contemporaneamente il secondo fornitore estero della difesa finlandese. Il pezzo più importante è David’s Sling, la “Fionda di Davide”, progettata per intercettare missili balistici, aerei e droni: contratto iniziale da 316 milioni di euro. Helsinki compra da Israele anche Spike e Gabriel. Quando guarda alla Cisgiordania parla il linguaggio del diritto internazionale; quando guarda oltre il confine orientale parla quello della deterrenza. E in quel linguaggio Israele è difficile da sostituire.</p><p>La Germania mostra fino a che punto la sicurezza del continente si stia intrecciando con quella israeliana. Nell’agosto 2025 Berlino aveva sospeso temporaneamente le autorizzazioni all’esportazione di armamenti utilizzabili a Gaza. Ma quando ha dovuto scegliere come proteggersi dai missili russi ha scelto Arrow 3, il sistema israelo-americano capace di intercettare missili balistici ad altissima quota. Nel dicembre 2025 l’accordo è stato ampliato di altri 3,1 miliardi di dollari, portando il valore complessivo a circa 6,7 miliardi.</p><p>La Grecia ha firmato con Israele un accordo da 3,035 miliardi di euro per costruire l’“Achilles Shield”, una cupola nazionale contro aerei, droni e missili. E’ un’architettura israeliana completa, composta da David’s Sling, Spyder, Barak MX, radar MMR e un sistema nazionale di comando e controllo. Atene affida a Israele un ruolo decisivo nella propria difesa.</p><p>Ed è questo il punto più interessante. Israele non vende all’Europa soltanto armi. Vende esperienza. Per decenni ha investito in ciò che l’Europa pensava di non dover più imparare: intercettare razzi e missili, individuare droni e difendere infrastrutture critiche. Il Sipri ricorda che le specializzazioni israeliane sono difesa aerea, intelligence e ricognizione, droni e missili. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina l’Europa ha scoperto che le necessità che considerava israeliane sono diventate anche europee.</p><p>Da tutto questo non discende che l’Europa debba approvare ogni scelta del governo israeliano. Si può criticare Netanyahu, sanzionare i coloni violenti, contrastare l’espansione degli insediamenti e contemporaneamente collaborare con l’industria israeliana. Il problema nasce quando dalla critica a un governo si passa alla fantasia di poter espellere Israele dall’occidente senza pagarne alcun prezzo.</p><p>Il paradosso europeo sta diventando questo. Di giorno una parte dell’Europa discute di come prendere le distanze da Israele. Di notte i suoi ministeri della Difesa chiedono ai tecnici israeliani come intercettare il prossimo drone. A Madrid si proclama l’embargo e si autorizza l’eccezione. A Helsinki si discutono restrizioni agli insediamenti e si compra la Fionda di Davide. A Londra si vietano i prodotti delle colonie e si tiene acceso il software di Rafael. A Berlino si critica il governo israeliano e si costruisce lo scudo Arrow.</p><p>Forse non è soltanto ipocrisia. E’ anche il ritorno della realtà. L’Europa può considerare Israele un problema diplomatico nei parlamenti, nelle università e nei festival. Quando però sente arrivare i droni russi, osserva i missili iraniani, deve proteggere le basi Nato e prova a ricostruire una deterrenza dimenticata, Israele torna a essere per l’occidente quello che la retorica spesso impedisce di vedere: un laboratorio avanzato di tecnologia, intelligence e difesa. Si può criticare Gerusalemme. Più difficile è fare finta di non averne bisogno.</p><p>Missili, radar, droni, software, difesa aerea. Il paradosso di un continente che vorrebbe prendere le distanze da Israele ma scopre che, quando si tratta di difendersi, Israele è già dentro le sue difese</p>]]></description>
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				<title>La Spagna ormai si è quasi abituata a vincere e le feste durano poco</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 10:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alberto Facchinetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per il secondo titolo mondiale della Selección spagnola la festa estiva è stata partecipata e condivisa in tutte le città della Spagna, comprese quelle basche e catalane, e si è conclusa con l’arrivo della squadra all’aeroporto di Madrid e il giro in bus per il centro città, con circa due milioni di persone a festeggiare nella capitale. <b>Il giorno seguente però la gente è tornata regolarmente al lavoro, i giornali pian piano hanno smesso di scrivere della Nazionale, riempiendo le pagine quasi soltanto con il calciomercato prima e con le partite di Liga poi.</b> Certo,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/20/news/la-spagna-ha-vinto-i-mondiali-2026-argentina-battuta-per-1-0--402592" target="_blank">della vittoria mondiale della Spagna</a>&nbsp;qualche traccia rimane ancora oggi a distanza di settimane. Non esattamente come successe nell’edizione precedente vinta dall’Argentina, quando Buenos Aires si riempì di cinque milioni di tifosi in una festa sviluppata in orizzontale, creando una marea umana di cui non si percepivano i confini, ma anche in verticale, con tanta gente arrampicata in modo alquanto pericoloso sui pali per vedere meglio e sventolare bandiere. A Buenos Aires e nelle altre città, a distanza di mesi, c’erano decine di murales di Messi, Di María e del Dibu Martínez quasi in ogni quartiere, oltre ai bus cittadini sui quali erano raffigurati gli eroi del Mondiale (anche a Madrid per i giorni della Coppa del mondo viaggiava una metro rossa dedicata ai giocatori).</p><p>Per tutta l’estate spagnola le strade si sono riempite di gente con la <i>camiseta</i> della Selección. <b>Adidas magari smentirà i numeri, ma l’impressione è che la seconda maglia (quella bianca con cui i giocatori sono scesi in campo per la semifinale con la Francia, ma non nella finale con l’Argentina) sia andata per la maggiore. </b>Se negli stadi americani i tifosi sembravano indossare soprattutto quella rossa, una volta tornati a casa sono evidentemente passati ad acquistare quella bianca, sicuramente più elegante e magari più adatta ai mesi caldi. Sta di fatto che sembra proprio un successone. C’è stata la corsa all'acquisto, anche quando è uscita quella nuova con le due stelle. Come sempre, velocissimi anche i venditori abusivi in zona Puerta del Sol, che hanno saputo aggiornare i loro prodotti non originali in tempi record. Anche i negozi di souvenir hanno esposto t-shirt celebrative della vittoria, ma quelle sembrano più per turisti: gli spagnoli indossano la maglia da campo.</p><p><b>Rispetto all’Argentina, di murales calcistici in Spagna non se ne vedono poi così tanti. </b>Ne avevano realizzato uno nei giorni successivi alla vittoria a Barcellona, raffigurante Ferran Torres, autore del gol decisivo e in quel momento ancora giocatore dei blaugrana. L’opera artistica di TvBoy è stata però imbrattata subito, probabilmente da qualcuno vicino all’indipendentismo catalano. La città di Salamanca si è resa disponibile ad accogliere l’opera in Castiglia e León: Salamanca ha infatti un quartiere vicino al centro, il Barrio del Oeste, aperto alla <i>street art</i>. Qui, immediatamente dopo la vittoria nel New Jersey, è stato dipinto un portone di rosso con le due stelle in giallo, davanti al quale chi passa può farsi un selfie. La vittoria del Mondiale resiste anche tra gli scaffali dei supermercati. <b>Si possono trovare i biscotti per la colazione su cui sono raffigurati, a mo’ di figurina, i giocatori della Roja: Nico Williams, Fabián Ruiz e Mikel Merino sono quelli che appaiono sulla confezione di cartone, ma all’interno ci sono tutti. </b>Negli scaffali ci sono anche delle tavolette di cioccolato con in rilievo le sagome dei calciatori.</p><p>Anche le figurine del Mondiale, che in Spagna si chiamano <i>cromos</i>, sono state un successo. <b>I bambini se le sono scambiate per tutta l’estate, anche se nel frattempo sono uscite quelle della Liga maschile e di quella femminile.</b> Anche in questo caso, però, è difficile sostenere il confronto con quello che è accaduto in Argentina: a Mondiale finito, il Parque Rivadavia si era riempito di genitori pazienti che accompagnavano i figli allo scambio di <i>figuritas</i> (come le chiamano comunemente lì). La Spagna, sul campo, nella finale ha dato una lezione di calcio all’Argentina; fuori dal campo, però, gli argentini restano davanti per la passione con cui vivono questo sport. Da fine luglio è in libreria un volume sulla vittoria della Spagna, un <i>instant book</i> celebrativo che si trova in vetrina anche alla Librerías Deportivas Esteban Sanz, una vera istituzione per il genere, un caso più unico che raro in tutta Europa. Ne verranno stampati sicuramente altri e per fine anno dovrebbe uscire una docuserie su Prime Video: quattro episodi dedicati al percorso della Roja (fu “<i>el Sabio</i>” Luis Aragonés a spingere perché la Nazionale venisse chiamata così).</p><p>Nonostante il numero delle persone conteggiate in strada sia probabilmente superiore a quello registrato dopo la vittoria del Mondiale in Sudafrica, l’impressione è che quattordici anni fa la festa fosse più spontanea e sentita. “<i>Yo soy español, español, español...</i>” era il coro che si sentiva dappertutto in quei giorni, isole comprese. <b>Era il primo Mondiale vinto: certo, c’era stato l’entusiasmante Europeo due estati prima dopo quarantaquattro anni, ma la Coppa del mondo è sempre qualcosa di diverso. </b>Forse allora si erano mescolate anche tante storie emozionali che avevano appassionato maggiormente gli spagnoli: il gol vittoria di Iniesta che si era ritrovato a esultare in maglietta bianca con la scritta a pennarello dedicata a Dani Jarque (“<i>siempre con nosotros</i>”), compagno di squadra morto pochi mesi prima, oppure le <i>love story</i> sui giornali, come quelle tra Piqué e Shakira e tra Casillas e la giornalista Sara Carbonero, che il portiere baciò durante un’intervista in diretta appena dopo il match. <b>Quel Mondiale là per gli spagnoli è stato vissuto come quello dell’Italia nel 1982 rispetto a quello del 2006. Ormai la Spagna si è abituata a vincere: dal 2008 ha vinto metà dei grandi eventi a cui ha partecipato, cinque competizioni su dieci.</b></p><p>Anche grazie alla folta presenza di calciatori baschi e del Barça, i festeggiamenti sono stati abbastanza condivisi in tutte le regioni, in questo senso probabilmente anche più del 2010. Ma la Federazione, per le prossime partite casalinghe, ha scelto stadi tradizionalmente amici: il 29 settembre con la Croazia si giocherà allo stadio Ramón Sánchez-Pizjuán di Siviglia, mentre il 3 ottobre con la Repubblica Ceca allo stadio Carlos Tartiere ad Oviedo.</p><p><i>(1 - continua)</i></p>]]></description>
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				<title>Addio a Sandro Mazzola, bandiera della Grande Inter</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Sandro Mazzola è morto all'età di 83 anni. Ad annunciarlo è stata l'Inter</b>, che in una lunga nota lo ricorda come "uno dei più grandi calciatori della storia. Non solo di quella nerazzurra".&nbsp;</p><p>Nato a Torino l'8 novembre 1942, <b>Mazzola aveva sei anni quando perse il padre Valentino nella tragedia di Superga, nel 1949. </b>Cresciuto a Milano con il fratello Ferruccio e diventò presto una piccola mascotte dell'Inter, seguito da due leggende come Giuseppe Meazza e Benito Lorenzi. Il debutto in prima squadra arrivò a 18 anni, il 10 giugno 1961, nella ripetizione di Juventus-Inter giocata dai ragazzi della Primavera. Finì 9-1 per i bianconeri, ma l'unico gol nerazzurro fu il suo. <b>Con Helenio Herrera trovò il ruolo perfetto tra centrocampo e attacco. </b>La consacrazione arrivò il 27 maggio 1964, al Prater di Vienna, <b>nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid: due gol nel 3-1 che regalarono all'Inter il primo trionfo europeo.</b> A fine gara Ferenc Puskás gli donò la maglia e gli disse che era degno del padre.&nbsp;<b>In 17 stagioni con l'Inter ha collezionato 565 presenze e 158 gol, vincendo quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali.</b> Fu capocannoniere della Serie A nel 1965 e della Coppa dei Campioni nel 1964. Nel 1971 chiuse secondo al Pallone d'Oro, alle spalle di Johan Cruyff. In Nazionale fu campione d'Europa nel 1968 e finalista al Mondiale del 1970. <b>In Messico giocò la "Partita del Secolo" contro la Germania Ovest</b>, vinta 4-3 dagli azzurri, e <b>fu protagonista della celebre staffetta con Gianni Rivera</b>, che divise l'Italia calcistica.</p><p><b>Chiusa la carriera nel 1977, rimase legato al club da dirigente e direttore sportivo. Tra le sue intuizioni, il ruolo avuto nell'arrivo di Ronaldo nel 1997.</b> Negli ultimi anni frequentava ancora la sede e Appiano Gentile, e nel maggio 2024 era sul prato di San Siro per la festa della Seconda Stella.&nbsp;<b>Il presidente della Figc, Giovanni Malagò, parla di "una leggenda" che ha trasformato un cognome immenso in una storia altrettanto grande.</b> Il ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani lo definisce "uno dei volti più romantici del nostro calcio". </b>Javier<b> Zanetti gli ha dedicato un messaggio su Instagram: "Ti devo tanto, Sandro".</b> Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha invitato tutte le federazioni a osservare un minuto di silenzio nelle manifestazioni del fine settimana.</p>]]></description>
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				<title>La “teoria” del destra sul candidato: anche perdere è un successo</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Fabio Massa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non c’è nessun Chiambretti che scende dal soffitto ricordando al cantante di turno che <i>comunque vada sarà un successo</i>, come in un Sanremo di tanti anni fa. Però i leader del centrodestra lo sanno benissimo, in vista delle amministrative, che per loro sarà un successo in qualunque caso. Anche in caso di sconfitta, rovinosa sconfitta. Persino molto probabile stando al parterre attuale. Anche o soprattutto nella città di Milano, già capitale morale, ma soprattutto capitale economica. Il successo sarà di chi riesce a piazzare il “suo” candidato sindaco: poi alle urne succeda quel che succeda. E tanto qui si parte da meno 17 e con avversari più forti.</p><p>Come cambia la visione della politica, con gli anni. Un tempo nessuno si sarebbe voluto intestare la débacle in una città importante come Milano. Adesso, invece, la teoria prevalente è che la partecipazione è in sé un valore, e non per motivi decoubertiniani, ma squisitamente matematici: più consiglieri, percentuali più alte, riconoscibilità aumentata. Il tutto in vista del secondo round, che poi è quello che conta nel centralismo che ormai tutto pervade, come una infestante: le elezioni politiche che forse saranno in autunno 2027, ben distanziate dalle amministrative grazie al generale agosto, che avrà per il centrodestra la missione-cerotto di far dimenticare le sconfitte preannunciate.</p><p>Forza Italia ci ha messo un po’ a capire la strategia di <b>Maurizio Lupi</b>, ma alla fine ce l’ha fatta: perché mai dovremmo cedere il primato e il <i>surplus</i> di voti a uno che balla proprio sulla nostra piastrella di moderati, si devono esser detti il coordinatore regionale Alessandro Sorte e quello nazionale Antonio Tajani? E così si sono impuntati: no, Lupi no. Dall’altra parte l’eterno<b> Ignazio La Russ</b>a, seconda carica del partito, oltre che dello Stato: sì, Lupi sì. Fin quando la prima carica del partito, e prima carica del governo, si è sentita dire dai leghisti che se Maurizio Lupi, sarebbe “in carico” a Fratelli d’Italia. Dunque la teoria: se i fratelli provano a conquistare Milano, la Regione non potrà essere cosa loro. E visto che la Regione Lombardia è quello che davvero conta, due piedini presidenziali si sono piazzati sul freno. Anche perché chi mai potrebbe scegliere le grane della città, con le buche, i bilanci asfittici, le inchieste sull’urbanistica, i ghisa che non escono in strada, la sicurezza, i maranza che non conoscono colore (politico), quando si può avere un bilancio assai più ampio (la Regione), competenze più larghe, il potere legislativo grazie al Titolo quinto che tantissime grane risolve?</p><p>Il combinato disposto di queste due spinte ha fatto emergere il non proprio conosciutissimo ai milanesi <b>Matteo Perego di Cremnago</b> (nel 2022 non è stato rieletto in Parlamento). Moderatissimo, vicino a Luigi Berlusconi che lo volle in lista, bravo ragazzo, padre di tre. Posato, gentile. E’ la seconda volta che si dice potrebbe fare il sindaco (anche cinque anni fa). A Giorgia Meloni, dicono gli uscieri, garba quel suo sottosegretario alla Difesa, e così al ministro Crosetto. Immediatamente ha iniziato a girare i quartieri, è stato acclamato da tutte le famiglie di Forza Italia (ben distante, su Milano, al somigliare a un monolite), è gradito alla famiglia (l’unica che conta in FI) e dunque ha cominciato la sua marcia di visibilità su Mediaset. Rimane una incognita incomprensibile l’ostracismo azzurro a un forzista come <b>Pietro Tatarella</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/06/25/news/pietro-tatarella-un-candidato-davvero-libero-di-fare-il-sindaco--401126">che pure su Milano aveva già un seguito, una storia da raccontare, una sua esperienza</a>. Ma così è: non è mai stato neppure portato al tavolo degli alleati. E’ da capire se i due potranno collaborare oppure se Tatarella – come sembra oggi – potrebbe addirittura propendere per una corsa solitaria (o in compagnia di Antonio Civita). La permanenza in campo di Tatarella (e di <b>Carmelo Burgio</b>, in caso di mancato accordo con Futuro Nazionale) significherebbe l’automatica consegna della sedia da sindaco alla sinistra, che potrebbe prendersela ancora più comoda di quanto non stia già abbondantemente facendo. Ma rimane il teorema Chiambretti. Intanto, con Perego rimangono in campo Silvia Sardone,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/22/news/sardone-sindaco-a-milano-serve-una-proposta-moderata-parla-mr-panino-giusto--400986">scelta dai gazebo della Lega</a>&nbsp;e ovviamente Maurizio Lupi. Gira voce che Alessandro Sorte abbia stracciato il vecchio sondaggio costruito per raccontare quanto fosse forte l’ex senatore del Pd Carlo Cottarelli, e che ne sia stato commissionato un altro. Mormorano i maligni: come potrà emergere da questo che Sardone ha meno forza elettorale di Perego? Domanda oziosa, se non sarà reso noto ma diffuso di mano in mano come un samizdat oppure addomesticato come la Pravda. Intanto, a meno 17 il centrodestra rimane.</p>]]></description>
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				<title>Luna Rossa mette alla prova Napoli</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Maurizio Bertera</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non è racconto, non è marketing: la Preliminary Race 2 che si svolgerà dal 24 al 27 settembre è un’anteprima dell’America’s Cup che inizierà il 22 maggio. Lo è sicuramente più per l’organizzazione, per capire la reazione della città (ma la anticipiamo noi: fantastica) e per saggiare le nuove strutture. <b>A partire dal Race Village, cuore pulsante dell’evento: situato presso la Rotonda Diaz (nota anche come Mappatella Beach), si estende lungo via Francesco Caracciolo, sul lungomare di Mergellina, che per l’occasione sarà chiuso al traffico.</b> Da lì gli spettatori potranno vedere uscite e arrivi degli AC40, impegnati a regatare nel golfo: sono <i>one-design</i>, ossia barche dalle caratteristiche identiche, a differenza degli AC75 dell’America’s Cup, capaci di superare 45 nodi.</p><p>Gli equipaggi si sfideranno in una serie di otto regate di flotta: tre prove al giorno a partire dalle 14, in rapida successione. Le due imbarcazioni con il punteggio più alto in classifica accederanno alla finale, che si disputerà in una regata secca. Più semplice di così. Ma solo apparentemente, perché se non bisogna considerare vangelo l’esito delle Preliminary Race, a Cagliari – nell’appuntamento di maggio – il duello conclusivo si svolse tra i ‘titolari’ di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/luna-rossa_36429" target="_blank">Luna Rossa</a>&nbsp;e quelli di Emirates Team New Zealand, con il successo dei primi. <b>Questo perché nella 38esima Louis Vuitton America’s Cup è stata introdotta una novità: il team può iscrivere due equipaggi (ciascuno con due timonieri e due trimmer) alle regate degli AC40. Uno può essere composto senza paletti, l’altro solo con i componenti dei rispettivi team femminili e giovanili che fungono da ‘panchina lunga’ in vista del massimo evento. </b>In casa Luna Rossa, la grande novità, a Napoli, è la promozione del talentuoso romano Marco Gradoni al Senior Team – chiamato Luna Rossa 1 – che in pratica cerca di scalzare Ruggero Tita, due volte oro olimpico, come timoniere al fianco di Peter Burling, che ovviamente è intoccabile. Non tutti gli sfidanti, peraltro, sono riusciti ad allestire due barche: è emersa la struttura organizzativa e di mezzi di quelli storici e presenti da tempo in Americ’s Cup. Così Luna Rossa, Emirates Team New Zealand e GB1 (il Challenger of Record inglese) hanno schierato due equipaggi in Sardegna e faranno il bis a Napoli, mentre lo svizzero Tudor Team Alinghi e il francese La Roche-Posay Racing Team ne hanno presentato uno solo. <b>La novità che porta a nove la lista degli iscritti arriva dall’American Racing Challenger Team USA: ha rilevato l’intera attività di American Magic, a partire dall’AC75 Patriot che a Barcellona aveva mostrato prestazioni notevoli in alcune occasioni.</b> Gli ingegneri del team lo stanno rielaborando nella base di Pensacola, in Florida.</p><p>A guidare la sfida – finanziata da un britannico, Chris Welch, e dal miliardario ceco Karel Komarek che recentemente ha tentato di acquistare Ferretti Group – c’è un’icona americana come Ken Read, mentre il direttore velico è il britannico Giles Scott, due ori olimpici e quattro titoli mondiali nel Finn. <b>Non sono da sottovalutare perché l’equipaggio può contare su un talento al timone come Lucas Calabrese, argentino di origine italiana diventato cittadino americano che ha vinto un bronzo olimpico nel 470 e ben cinque titoli mondiali in quattro diverse classi.</b> All’appello mancheranno solo gli australiani che hanno scelto l’espertissimo Grant Simmer come ceo: è anche un atto simbolico, faceva parte della mitica campagna vincente di ”Australia II” nel 1983 a Newport quando strappò la Vecchia Brocca agli americani, per la prima volta nella storia. Team Australia – che ha acquistato dai poco amati ‘cugini’ neozelandesi la barca vincitrice della 36esima America’s Cup – può contare su due campioni come Tom Slingsby (oro olimpico nel Laser e due volte World Sailor of the Year) che sta dominando il circuito SailGP al timone di Bonds Flying Roos e Glenn Ashby, maestro dei multiscafi e due volte vincitore dell’America’s Cup. Il primo è head of Sailing (responsabile della parte velica), il secondo ricopre il ruolo di head of Performance &amp; Design. <b>Ashby, peraltro, ci conosce bene: è responsabile della progettazione dell’albero, delle vele e del sartiame di Ferrari Hypersail, il monoscafo <i>foiling</i> del Cavallino. Una volta di più è un nemico (in casa) pericolosissimo</b></p><p>Sugli avversari da affrontare, Max Sirena (che è contemporaneamente team director, skipper e ad di Luna Rossa non ha dubbi (come noi e tanti altri del resto): Emirates Team New Zealand è la squadra da battere. “Intanto sono i detentori del trofeo quindi sono già in finale, senza faticare, e non è un vantaggio banale. E poi sono culturalmente dediti alla vela che per loro è sport nazionale, hanno costruito un gruppo di base e una cultura vincente. Ci stiamo provando anche noi. Loro sono il team di riferimento però prima di regatare contro New Zealand, dobbiamo battere gli altri”. <b>Giusto, ma lo ripetiamo: esattamente come nella Formula 1 automobilistica, si possono avere i migliori piloti ma conta (sempre di più) il mezzo. E su questo, i kiwi raramente sbagliano il progetto.</b></p>]]></description>
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				<title>Clemente Russo sul ring a 44 anni. Il ritorno di Tatanka</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Bernardo Cianfrocca</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Il 50 per cento verrà per vedermi perdere, il 50 per cento per vedermi vincere. Di sicuro il 100 per cento verrà per me. Sono una persona positiva e l’importante è che se ne parli”. <b>Clemente Russo non teme le critiche o i giudizi sprezzanti di chi non vede di buon occhio il suo ritorno sul ring, per giunta al debutto da professionista. </b>A cinque anni di distanza dal ritiro, il 44enne pugile campano affronterà il prossimo 21 novembre, all’Allianz Cloud di Milano, il campione italiano in carica dei pesi mediomassimi Momo Elmaghraby, 14 anni più giovane.</p><p>Dopo l’annuncio durante l’ultima puntata di <i>Pressing&nbsp;</i>su Canale 5, Russo ha raccontato i dettagli da Sofia, dove sta seguendo gli Azzurri agli Europei in qualità di commissario tecnico della Nazionale di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pugilato_33193" target="_blank">pugilato</a>&nbsp;élite. “I ragazzi ora sono in pausa pranzo e io ne approfitto per allenarmi come potete vedere”, dice indicando la canotta che indossa. “La priorità è non togliere spazi e tempo a loro, per questo sono mesi che mi alleno di notte”. L’idea esisteva da un po’, proposta da Edoardo Germani di Taf (The art of fighting, ente organizzatore di eventi di pugilato in Italia). <b>“Allenando i più giovani, mi rendevo conto di non aver smarrito certe qualità, dalla velocità al colpo d’occhio. Fin quando però non provi a stare con la testa nei guantoni di un avversario, non sai mai se essere pronto o meno. Ho provato, mi sono sentito pronto e ho dato l’ok”.</b> Anche se “avrei scelto un avversario diverso. Elmaghraby combatte in una categoria di peso inferiore, sebbene ora si sia ingrossato per venire nella mia (l’incontro si disputerà con il limite dei 93 kg, ndr). Inoltre ha un record di 15 vittorie senza pareggi e sconfitte, qualcosa di più leggero non mi sarebbe dispiaciuto”. L’idea iniziale “era affrontare Jonathan Kogasso, ma ha rifiutato. Sarebbe stata ancora più dura”.</p><p>Avversari a parte, la vera sfida di Russo è un’altra. “Sono già contento per essermi rimesso in gioco. Io ho sempre voluto rimanere un atleta, non mi sono mai trascurato dopo il ritiro sia per una questione estetica che per ragioni di salute. Il nostro corpo è la nostra macchina di Formula 1. <b>Non mi è mai piaciuto avere maestri che si lasciavano andare, che 'sbracavano'. Seguire di nuovo un programma preciso mi dà adrenalina e mi sembra già una vittoria, a costo di rinunciare alla birretta serale”.</b> Già, per quanto si possa preservare il proprio corpo, qualcosa in cinque anni può sfuggire: “In questo momento mi sto concentrando soprattutto sulla parte fisica e atletica. Quella tecnica mi preoccupa di meno, è come andare in bicicletta e la curerò nell’ultimo mese. Ora devo togliere un filo di pancetta e recuperare fiato. Alla mia età servono sedute più corte, anche per non danneggiare la fibra muscolare”.</p><p><b>Qualche punto interrogativo c’è, ma non abbastanza da scalfire le certezze di Tatanka, bi-campione del mondo nel 2007 e nel 2013, argento olimpico a Pechino e a Londra.</b> Da dilettante. “Non ho mai partecipato nelle quattro sigle professionistiche. In passato però ho fatto 6 anni di semiprofessionismo sulla lunghezza delle 5 riprese con finale sui 7 round, vincendo il Mondiale. Poi ho fatto due anni di professionismo Aiba, la vecchia Federazione mondiale, dove mi qualificai sul circuito di otto round alle Olimpiadi di Rio”. Per Russo il debutto da professionista potrebbe non coincidere con l’ultima volta: “Si può gareggiare fino a 45 anni. Io li farò a luglio e magari si riesce a organizzare il terzo incontro con Usyk”. Russo batté l’ucraino ai quarti del torneo olimpico del 2008, venendo sconfitto invece in finale quattro anni dopo. “Sarebbe un degno addio al pugilato”, immagina. L’idea lo gasa, anche attraverso lo schermo si vede che non sta nella pelle. Prima però c’è Elmaghraby per testarsi. <b>“Sarà un match vero. Nasceva per essere un’esibizione, ma per tanti cavilli non si poteva fare. Così ho deciso di combattere davvero, tesserandomi per una Federazione straniera. Quella italiana non te lo consente se non hai fatto incontri nell’ultimo anno. Così vengo dall’estero a gareggiare in Italia”.</b></p><p>Ma chi glielo fa fare? “Di sicuro non i soldi e nemmeno la popolarità, non mi mancano. Penso di poter essere un esempio per quelli della mia generazione e anche per i più giovani. Ai miei allievi non voglio insegnare qualcosa basandomi sui ricordi, preferisco essere ancora attivo sulla loro stessa lunghezza d’onda. In Federazione sono felici, sanno che ci può essere un ritorno d’immagine notevole”. Che fosse per le vittorie, per il suo modo di combattere con la guardia abbassata o per le sue partecipazioni televisive, Russo ha fatto parlare di boxe come pochissimi altri negli ultimi 20 anni. Lo farà ancora per un’altra notte, a costo di far esultare il 50 per cento meno gradito. “Io voglio vincere, ma se arriverà la sconfitta posso comunque dire di averci provato”.</p>]]></description>
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				<title>Fatta la legge, trovato il “no data center”. Risponde Sertori</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Daniele Bonecchi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non è una marcia trionfale lungo le valli lombarde, quella dei nuovi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/09/10/news/prima-di-essere-un-totem-politico-i-data-center-sono-affari-immobiliari--407058" target="_blank">data center</a>, cuore pulsante dell’Ai e dello sviluppo prossimo venturo. Vuoi a causa del fantasma di HAL 9000 (il computer disubbidiente di <i>2001 Odissea nello spazio</i>), agitato dai creatori stessi dell’Ai che, involontariamente, sta dando ossigeno ai comitati “no data center”; vuoi per la consolidata filosofia degli amministratori locali: <b>depuratori, inceneritori, data center? Sì, ma nel giardino del vicino, mai a casa mia.</b> Sta di fatto che Massimo Sertori, assessore regionale agli Enti locali, Risorse energetiche, Risorsa idrica, autore della legge, equilibrata e apprezzata, la prima in Italia, che disciplina la costruzione dei data center, si è ritrovato a Travagliato, comune del bresciano governato da Renato Pasinetti, sindaco leghista, ad affrontare un primo ostacolo. “Nel corso dell’iter sono emerse criticità e carenze documentali che non hanno consentito di completare positivamente la valutazione del progetto. Il Comune ha espresso parere negativo, evidenziando la necessità di disporre di elementi adeguati per valutare compiutamente gli impatti ambientali, energetici, infrastrutturali e territoriali dell’intervento. Successivamente, il proponente non ha dato seguito al procedimento nei termini previsti e ha ritirato la pratica relativa al piano attuativo.<b> La Lombardia vuole attrarre data center, ma vuole farlo assicurando che ogni insediamento sia sostenibile e compatibile con il contesto nel quale viene realizzato.</b> Comprendiamo le preoccupazioni dei territori, ma riteniamo che il confronto debba basarsi su dati oggettivi e non su pregiudizi”.&nbsp;</p><p>Ma come è stata accolta dagli operatori la legge regionale sui data center? “La legge richiede agli operatori uno sforzo progettuale concreto verso una maggiore efficienza e sostenibilità degli insediamenti”, dice Sertori: “Penso, ad esempio, al recupero e all’utilizzo del calore di scarto, alla produzione e all’autoconsumo di energia in sito e alla tutela delle risorse idriche: per accedere ai vantaggi previsti dalla normativa regionale non è sufficiente una dichiarazione di intenti, ma occorre dimostrare concretamente, già all’atto della presentazione dell’istanza, il perseguimento delle priorità individuate dalla Regione. <b>Sono scelte che possono richiedere investimenti iniziali maggiori e che non sempre rappresentano, nell’immediato, la soluzione economicamente più conveniente per l’operatore, ma che ci consentono di orientare e attrarre investimenti sostenibili, efficienti e capaci di generare valore per il territorio, senza tuttavia favorire iniziative speculative che non producano alcun valore aggiunto per le comunità locali.</b> Nonostante questo maggiore impegno richiesto, gli operatori hanno apprezzato lo sforzo compiuto dalla Regione per dare certezza a un settore nuovo e in rapidissima crescita, definendo un quadro regolatorio e procedurale chiaro”, conclude Sertori.</p>]]></description>
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				<title>Stai a vedere che serviva proprio l’AI per capire che stiamo scrivendo male</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:35:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/09/16/original/acfdd22f-41b9-446b-97a1-d4daf9bb4bf6.jpeg?v=1789567770" />
																					<category>Cultura</category>
				<author>Marco Archetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Morte all’AI, evviva l’AI. I fatti: Festivaletteratura di Mantova, trentesima edizione. La città in cui, ogni settembre, migliaia di lettori si incontrano con gli scrittori che amano. Magnifica cornice e magnifico il quadro: percorri il lungolago dei Gonzaga, attraversi il ponte di san Giorgio, Mincio a destra, Mincio a sinistra, e all’orizzonte la città ti appare così, come una torta su un vassoio. Per cinque giorni, l’illusione felice di un luogo umano.</p><p>Ma quest’anno, tra gli scrittori, quasi ovunque, sotto i porticati del punto ristoro, nelle trattorie, tra i déhor dei bar, un solo spettro si aggirava, anzi, scorrazzava. Quello dell’intelligenza artificiale. Che si è mangiata perfino i pettegolezzi, mai pochi come quest’anno, mai così flebili. <b>Si parlava solo di intelligenza che genera mostri, di mostri che porteranno via il lavoro all’umanità, dell’umanità ormai avviata all’atrofia cognitiva. </b>Freschi i risultati di uno studio pubblicato dalla Cambridge University Press quest’estate: diceva che un vasto campione di lettori aveva<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/08/15/news/se-i-racconti-scritti-dallai-sono-piu-vicini-ai-gusti-dei-lettori--404694"> preferito racconti generati con l’AI rispetto a quelli scritti da autori in carne e ossa.</a>&nbsp;E poi gli allarmi sull’estinzione di massa causa algoritmo psicomannaro, che riverberavano sotto le trifore a tutto sesto del palazzo Bonacolsi.</p><p>Ci si schierava. Tra chi dichiarava sfiducia moderata, chi tuonava sfiducia totale, chi urlava nel megafono già a cavalcioni su un davanzale del quinto piano (detto anche livello Coxon). C’era chi sorseggiava un Camparino e sentenziava “ci estingueremo”, chi chiosava “meglio prima che dopo” e ordinava un secondo giro di pizzette, chi borbottava “sto mandando in giro i curriculum” e aiutava il cameriere a sparecchiare, improvvisamente sensibilizzato alla causa dei salariati. Poi c’era chi salmodiava, rollandosi una sigaretta, “qui siamo davanti a un cambio di paradigma tale che…” e garantiva Apocalisse; chi sospirava, infilzando un’oliva, “ho fatto bene a non fare figli”; chi ordinava il terzo Franciacorta e sbuffava “ma sì, che i libri li scriva tutti lei, in fondo è ’na gran rottura di balle”.</p><p>Il punto era: scriverà davvero tutto l’AI? Scriverà meglio di noi? La letteratura non avrà più senso? Una vita a consumarsi gli occhi sui classici, a parlare di libri in giro per festival, università e gruppi di lettura, a far due palle così ai tuoi figli con le <i>humanae litterae</i>, da Geronimo Stilton al Don Chisciotte a fumetti, e adesso cancelliamo tutto così, con un tratto di software?</p><p>Qualcuno raccontava esperimenti terribili. “Le ho chiesto: scrivimi un racconto alla mia maniera, e lei ha scritto un racconto come se l’avessi scritto io, qui c’è da spararsi”. Un altro ridimensionava: “L’ho fatto anch’io, ma a me ha consegnato un racconto che sembrava la mia parodia. Comunque orrendo”. Un terzo: “Io ’sti esperimenti non li faccio o mi vien male”.</p><p>Poi salta su uno e fa: “Io so di colleghi che stanno riscrivendo un romanzo che avevano già consegnato perché, dopo aver studiato un po’&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-ai/2026/06/20/news/piccola-guida-fallibile-per-riconoscere-un-articolo-scritto-con-lai-linflazione-di-punti-e-virgola--400606">come scrive l’AI</a>, hanno deciso di ripulirlo da tutti quegli aspetti che sembravano generati dall’AI, per non correre il rischio di essere accusati di averlo scritto con l’AI”.</p><p>Soprassalto! Stai a vedere che serviva l’AI per riportarci ai fondamentali. <b>Stai a vedere che serviva l’AI per capire che stiamo scrivendo male, malissimo, cioè contro noi stessi, già da soli, al di là degli aperi-patemi. Stai a vedere che serviva l’AI per ritrovare la necessità di avere un rapporto con le parole, con le storie, col senso profondo di scrivere, che non significa semplicemente impilare frasi.</b></p><p>Dice: ma non c’è gara, la gente preferirà sempre un testo più semplice e prevedibile (queste le spiegazioni dei lettori-campione che emergono dallo studio pubblicato dalla Cambridge University Press). Sicuramente sarà così. Domani come oggi e come ieri. Quindi, <i>nihil novi sub soli</i>.</p><p>Quanto a chi scrive, riscrivere un intero romanzo solo perché, da quando esiste l’AI, non si vuole essere accusati di aver usato l’AI, è come comportarsi bene per non essere accusati di esserci comportati male. Virtù artificiale, potremmo dire – ma quella non è mai stata un problema.</p>]]></description>
			</item>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/09/19/news/la-lotta-feroce-di-amarsi-e-non-amarsi-e-di-lasciarsi-andare-figli-compresi--407884</guid>
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				<title>La lotta feroce di amarsi e non amarsi, e di lasciarsi andare. Figli compresi</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Figlio</category>
				<author>Fabrizio Floris</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il matrimonio, la vita di coppia, la famiglia sono anche una lotta feroce. Non la ferocia della violenza, che dell’amore è la negazione, ma quella forza primordiale che nasce quando qualcuno diventa per noi insostituibile. Feroce è la procreazione, perché porta il corpo fino ai suoi limiti. Feroce è far crescere e accudire i figli: nutrirli, curarli, difenderli non soltanto dagli estranei, ma persino dalle persone più vicine — nonni, zii, amici — quando il loro affetto invade, giudica o pretende di sostituirsi a quello dei genitori. Sul bene dei figli la mediazione diventa quasi impossibile. Non può essere un bene a metà, almeno agli occhi di chi sente di doverne rispondere. Ma proprio questa certezza può diventare pericolosa: ciascun genitore finisce per identificare il bene del figlio con la propria versione del bene. È il punto in cui la forza della cura rischia di trasformarsi in dominio. "<a href="https://link.amazon/B07T1TqcU">Atto di famiglia</a>", il romanzo di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/alessandra-carati_59277">Alessandra Carati</a>&nbsp;(Neri Pozza), porta questa tensione fino alle sue conseguenze estreme: una coppia che continua a combattersi in nome della figlia, anche dopo la separazione. Una moltiplicazione delle verità, ciascuna pronunciata in nome del bene della figlia, che Carati mette in scena. Prima parla il padre, poi la madre, infine la figlia ormai adulta. Non esiste uno sguardo neutrale al quale affidarsi: ciascuno ricostruisce la storia per difendere sé stesso e assegnare all’altro la responsabilità della rovina, ma sotto queste verità incompatibili rimane la bambina. Tutti sostengono di agire per lei; finiscono per trasformarla nell’oggetto della contesa, nel corpo sul quale la famiglia scrive la propria separazione.</p><p>La cura porta così dentro di sé una forma di ferocia: quella di chi sorveglia i confini, misura le parole, interpreta i gesti, teme continuamente che qualcosa possa ferire ciò che ha di più vulnerabile. Anche tra i partner esiste questa circospezione. La coppia non è soltanto incontro, riparo, intimità. È anche una lotta primordiale per definire gli spazi, distribuire le responsabilità, ottenere riconoscimento, non scomparire dentro le esigenze dell’altro. Si lotta per avvicinarsi e, nello stesso tempo, per conservare una distanza. Per essere una cosa sola senza cessare di essere due. C’è ferocia nel lavorare quando si è stanchi, nel rinunciare, nel calcolare, nel prevedere ciò che potrebbe mancare. C’è ferocia nel restare, quando restare significa sopportare il peso della ripetizione e attraversare insieme ciò che logora, ma può esserci ferocia anche nel lasciare, quando separarsi diventa l’unico modo per non soccombere o per non trascinare gli altri nella propria infelicità. Nel romanzo non è la separazione in sé a produrre la catastrofe. È l’incapacità di lasciare davvero l’altro: la coppia si dissolve, ma il conflitto continua attraverso la figlia. Separarsi non significa allora interrompere il legame, ma conservarne la forma più distruttiva. Ma la difficoltà di lasciare andare non si manifesta soltanto quando un legame si spezza. In una forma ambivalente, è inscritta anche nei gesti con cui cerchiamo la vicinanza dell’altro. Persino l’abbraccio non è sempre soltanto dolcezza. Abbracciare significa circondare il corpo dell’altro con le braccia: accoglierlo, certamente, ma anche trattenerlo, impedirgli di allontanarsi. In ogni abbraccio convivono forse due impulsi: offrire un riparo e bloccare una fuga. La famiglia è allora il luogo in cui la tenerezza conserva qualcosa di animale. Si ama con la paura di perdere, si protegge con il rischio di soffocare, si resta con il timore di essere imprigionati, si parte portando con sé ciò che si vorrebbe lasciare. La ferocia non è il contrario dell’amore. E’ la sua pericolosa ombra: nasce dalla paura di perdere ciò che, amando, abbiamo riconosciuto come necessario alla nostra esistenza.</p>]]></description>
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				<title>La demografia 2050 insegna che servono case, sì: ma per i single</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Mariarosaria Marchesano</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’ultimo rapporto Istat su&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/demografia_1054" target="_blank">popolazione</a>, famiglie e forza lavoro prevede che al 2050 ci saranno in Italia 4 milioni di abitanti in meno, ma 900 mila famiglie in più. Alla diminuzione della popolazione in termini assoluti farà da contraltare l’aumento esponenziale delle famiglie unipersonali e sarà la dimensione media dei nuclei familiari a ridursi (da 2,2 persone per famiglia a 1,98). Secondo <b>Marco Marcatili</b>,<b> </b>direttore di Lombardini22, una delle maggiori società di architettura e ingegneria italiane, e presidente della Fondazione B.live, si riflette ancora troppo poco sull’impatto che questa trasformazione sta avendo sul mercato immobiliare residenziale: <b>“Ancora oggi si progetta per famiglie tradizionali mentre tra 30 anni oltre il 42 per cento dei nuclei sarà composto da una sola persona – dice al Foglio – A Milano questo fenomeno è già visibile da tempo. Solo che ha portato alla nascita di un micro-living dai prezzi esorbitanti e non a un ripensamento del modo di costruire o di pianificare le politiche abitative”.</b> Il risultato è che Milano sta perdendo lavoratori ed è meno attrattiva per i talenti mentre “tutto il dibattito sulla casa viene affrontato solo dal punto di vista finanziario, cioè dei rendimenti che occorre assicurare agli investitori per rendere sostenibili economicamente i progetti”. Mentre è in corso un acceso scontro politico e sociale sugli affitti brevi, il fattore demografico passa in secondo piano quando dovrebbe essere considerato una discriminante fondamentale. La casa – dimostra il rapporto Istat – è anche una questione generazionale. Gli anziani, per esempio, sono quelli che hanno più metri quadrati a disposizione. Basta guardare i dati. Già oggi gli anziani soli rappresentano oltre un terzo della popolazione over 65 ma sono in forte crescita. E questa è la fascia di età proprietaria delle case più grandi. “Occorre pensare a soluzioni che facilitino il trasferimento intergenerazionale della proprietà – riflette Marcatili – Agire attraverso l’istituto della nuda proprietà è un’opzione praticabile, da costruire con l’ausilio della finanza e attraverso un fondo ad hoc, a partire dalle necessità di autonomia e domiciliarità espresse dai grandi anziani. L’attività della Fondazione B.live creata da Lombardini22 è incentrata proprio su questo aspetto”.</p><p>In effetti, quello che sta succedendo a Milano e in alcune grandi città si potrebbe sintetizzare in parole povere così:<b> i giovani single e le giovani coppie vivono in trenta-quaranta metri quadrati e i vedovi occupano anche 150 metri quadrati. “Il risultato è che in queste città vediamo prezzi di monolocali e bilocali che superano del 25-30 per cento il valore al metro quadro di case più grandi”.</b> Non è l’effetto di una dinamica tra domanda e offerta? “Lo è – prosegue l’esperto – ma rischia di compromettere l’accessibilità alle abitazioni da parte delle nuove generazioni. Di fatto, le case di dimensioni contenute a oggi sono meno di quante ce ne sarebbe bisogno e questo sta creando seri problemi anche al mercato del lavoro e all’attrattività di Milano”. In che senso? <b>“Ci sono segnali che le aziende che hanno sede nel capoluogo lombardo stiano cominciando a fare fatica a trovare giovani da assumere perché gli affitti sono troppo alti e i giovani non vogliono stare troppo lontani dal centro, almeno in una prima fase.</b> E’ comprensibile che alla loro età cerchino il dinamismo e le relazioni sociali che può offrire una grande città. Ma non è un caso che a Milano centro si vedano pochi passeggini in giro perché poi quando si mette su famiglia ci si sposta fuori. Una dinamica che in parte è fisiologica e in parte è esasperata da valori immobiliari insostenibili rispetto alle retribuzioni e al costo della vita. In un tale contesto, le imprese si stanno ponendo il problema di come fare a continuare ad attrarre talenti e la soluzione che si sta esaminando è quella di offrire un contributo in termini economici per agevolare l’accesso a case a prezzi contenuti. Anche Lombardini22 ci sta lavorando per agevolare i suoi giovani architetti e ingegneri”. La riflessione sta emergendo anche a livello associativo, tant’è che il 21 settembre Assolombarda presenterà una proposta su questo tema. Così il caro affitti di Milano ricadrà sui privati che assumono, è così? “In proporzione, è quello che è già successo con i buoni pasto. <b>L’aiuto economico diventa una strada obbligata nel momento in cui il tema della casa abbordabile non è stato ancora efficacemente affrontato nel piano casa del governo la cui unica certezza sembra essere il miliardo di finanziamenti che sono stati resi disponibili per le case popolari.</b> E le abitazioni a prezzi calmierati per la classe lavoratrice di cui si è tanto parlato? Devo dire, però, che anche a Milano non si vedono grandi iniziative”. Per il direttore di Lombardini22, fino a oggi sulle politiche abitative si è ragionato in termini di quantità, di numero di case da costruire. Bisognerebbe cambiare approccio. I numeri lo dimostrano: le case non mancano, il patrimonio immobiliare residenziale è decisamente abbondante in Italia, con oltre 35 milioni di case, di cui secondo i dati Istat oltre 9 milioni sono inutilizzate e gran parte di queste sono soggette a deperimento oppure già fatiscenti e quindi inadatte alle esigenze delle nuove famiglie. “E’ anche su questo mismatch che bisognerebbe lavorare perché gran parte degli immobili costruiti nella metà del secolo scorso non è flessibile, cioè non può essere facilmente trasformato. La nostra Fondazione affronta questa sfida inserendo un’opzione futuro fin dall’inizio della progettazione”. In sintesi, per Marcatili sono chiari i nuovi segmenti emergenti sui quali si dovrebbe fondare un piano casa o comunque una efficiente politica abitativa, a livello nazionale o locale: il&nbsp;senior housing (che già oggi attira centinaia di milioni di euro di investimenti), il micro-living&nbsp;per i single, già in forte in crescita a Milano e in parte a Roma, ma cercando di scongiurare la lievitazione dei valori, il work-force living, un’offerta abitativa professionale dedicata alle aziende che necessitano di soluzioni per i propri lavoratori.</p>]]></description>
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				<title>A Milano la prima rassegna dedicata agli artisti formati all’Accademia di Brera</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<author>Francesca Amé </author>
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				<description><![CDATA[<p>A proposito di (ex) chiese: da tempo l’Accademia di Brera usa San Carpoforo come aula dell’ateneo e, fino al 3 ottobre, anche come fascinosa sede espositiva per esposizioni temporanee. Sboccia lì “Magnolia”, dal nome dell’albero che troneggia nel cortile interno dell’Accademia: è la&nbsp;<a href="https://www.accademiadibrera.milano.it/node/1409">prima edizione di una rassegna che intende diventare biennale</a>, tutta dedicata ad artisti che si sono formati proprio in accademia. Sono diciotto le firme coinvolte: si alternano talenti ancora acerbi ad alcuni già fioriti, con un paio di nomi che hanno già ben sedotto il mercato dei collezionisti (Emilio Gola e Roberto de Pinto).</p><p>Il percorso espositivo si articola nella pluralità di linguaggi dell’arte contemporanea: pittura e disegno, fotografia e installazione (performance inclusa, ovviamente). Il progetto è a cura di Massimo Kaugmann, docente dell’Accademia, che dichiara (onesto): “Una mostra collettiva non può mai pretendere di essere esaustiva o ineccepibile nei suoi propositi. Ma come tutti i progetti dedicati ai giovani artisti, vuole anche essere una scommessa”. Di sicuro l’Accademia scommette sul suo passato e sul suo futuro: tante le iniziative culturali in calendario quest’anno per il 250esimo anniversario della fondazione (anno 1776) mentre si dovrà attendere ancora un po’ per il nuovo campus delle arti con relativo studentato all’ex Scalo Farini. Il big project sarà completato nel 2029, ma già dalla prossima primavera potranno accedere i primi 500 studenti. <i>(F.A.)</i></p>]]></description>
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