<?xml version="1.0" encoding="utf-8" ?>
<rss version="2.0" xmlns:google="http://schema.org/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">
	<channel>
		<title>Gli ultimi 56 anni</title>
		<language>it</language>
					<link></link>
				<description/>
		<copyright>Il Foglio</copyright>
					<ttl>60</ttl>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:21:40 +0200</pubDate>
		<lastBuildDate>Mon, 25 May 2026 19:21:40 +0200</lastBuildDate>

					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/25/news/fermato-a-reggio-emilia-un-22enne-accusato-di-terrorismo-lombra-del-jihadismo-sullitalia--399477</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/25/news/fermato-a-reggio-emilia-un-22enne-accusato-di-terrorismo-lombra-del-jihadismo-sullitalia--399477</link>
				<title>Fermato a Reggio Emilia un 22enne accusato di terrorismo. L’ombra del jihadismo sull’Italia</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:03:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/16ce1496-9162-4997-88ac-ce0ccf8ac345.jpeg?v=1779728703" />
																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><b>Un 22enne italiano di origini marocchine è stato fermato giovedì sera dalla polizia di Reggio Emilia con l'accusa di arruolamento con finalità di terrorismo, anche internazionale</b>. Era in via Roma, nel centro della città, mentre era in programma una partita di basket di livello nazionale che richiamava migliaia di persone e un concerto in piazza San Prospero: il centro era affollatissimo. Armato di coltello, secondo quanto&nbsp;<a href="https://www.poliziadistato.it/articolo/32686a147b654db01578812596" target="_blank">ricostruito dalla procura reggiana</a>&nbsp;– coordinata con quella Antimafia e Antiterrorismo di Bologna – era pronto a scagliarsi contro i passanti. Una segnalazione ha allertato la Digos e gli agenti lo hanno individuato mentre camminava da solo. Il giudice ha disposto per lui la <b>custodia cautelare in carcere</b>.</p><p><b>La storia del giovane, senza fissa dimora, è nota alle forze dell'ordine da due anni</b>. Dal 2024 veniva monitorato dalla&nbsp;<a href="https://www.poliziadistato.it/articolo/direzione-centrale-della-polizia-di-prevenzione" target="_blank">Direzione centrale della Polizia di Prevenzione</a>: in Germania, dove viveva con la famiglia, era stato arrestato per alcuni reati e <b>si era dichiarato più volte sostenitore dello Stato islamico</b>. <b>Espulso dalla Germania, era rientrato in Italia a gennaio</b>. Questura, centro di Salute mentale e servizi socio-assistenziali reggiani lo avevano inserito in un percorso di assistenza, interrotto però quando una sua utenza telefonica era stata individuata all'interno di chat in cui si lavorava all'organizzazione di attentati. <b>Sul cellulare sequestrato giovedì sera gli inquirenti hanno trovato conversazioni con un soggetto sospettato di essere affiliato allo Stato islamico</b>, che gli aveva proposto di istruirlo e finanziarlo per compiere un attacco, in Italia o all'estero. Proposta a cui il 22enne avrebbe acconsentito. Le indagini proseguono.</p><h2>Due arresti in cinque giorni</h2><p>L'episodio arriva cinque giorni dopo un altro fermo per la stessa ipotesi di reato, questa volta a <b>Firenze</b>: il 20 maggio la Digos fiorentina ha <b>arrestato un quindicenne tunisino</b>, in Italia da tre anni, accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Il ragazzo era già stato collocato in comunità nell'ottobre 2025 per la medesima accusa. Il giudice aveva disposto la messa alla prova a marzo 2026, ma dal giorno successivo alla revoca il minore aveva ripreso i contatti – con una nuova utenza – con account riconducibili ad affiliati allo Stato islamico. Sul suo cellulare sono state trovate immagini di terroristi islamici noti. In alcune chat si era dichiarato pronto ad agire, aveva chiesto indicazioni sul luogo e si era mostrato interessato a reperire armi. Il gip del tribunale per i minorenni ha disposto la<b> custodia cautelare in istituto penale minorile</b>, definendolo <b>"soggetto pericoloso" che non avrebbe "mutato le proprie convinzioni ideologiche"</b>.</p><p><b>Sullo sfondo resta la strage di Modena</b>, dove il 10 maggio scorso&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/18/news/chi-sono-queste-figure-ibride-inclassificabili-e-accomunate-dallodio-per-loccidente--399054" target="_blank">Salim El Koudri</a>&nbsp;a bordo di un'auto ha falciato i passanti in centro città e accoltellato alcune delle persone che hanno tentato di fermarlo. Secondo quanto riferito dalla trasmissione "Fuori dal Coro" e ripreso da alcune testate, nel cellulare di El Koudri – 31enne di origini marocchine, ma nato a Seriate, in provincia di Bergamo – sarebbero stati trovati video dal contenuto violento: l'ipotesi di una matrice terroristica – al momento non confermata dalla procura – continua a circolare nel dibattito pubblico.&nbsp;Il Gip ha convalidato l'arresto e la custodia cautelare in carcere per El Koudri, con le accuse di strage e lesioni aggravate.</p><p>Che il jihad sia una minaccia residuale appartiene a una narrazione che fatica a reggere. Ne scriveva su questo giornale, quattro giorni fa, Luca Gambardella.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/05/25/news/lenciclica-sullai-che-guarda-alla-dignita-ma-non-entra-nella-mente--399472</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/05/25/news/lenciclica-sullai-che-guarda-alla-dignita-ma-non-entra-nella-mente--399472</link>
				<title>L’enciclica sull’AI di Leone che guarda alla dignità ma non entra nella mente</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 18:59:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/d2378169-7068-46e4-89a3-aa298979c378.jpeg?v=1779726298" />
																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Gilberto Corbellini, Alberto Mingardi</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Ci si poteva aspettare,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/ecco-la-prima-enciclica-del-papa-bene-la-tecnologia-ma-non-puo-dominare-lumano--399448">nell’enciclica sull’intelligenza artificiale scritta da un Papa che appartiene all’Ordine di Sant’Agostino</a>, un uso più generoso del pensiero del suo santo patrono. <b>La tesi di fondo di Papa Leone ha una struttura agostiniana: il problema dell’AI non risiede nella tecnica, ma nel cuore. Ciò che amiamo – come persone e come società che da quelle persone è formata – orienta tutto, incluso il modo in cui costruiamo e usiamo l’AI.</b></p><p>La natura umana è “limitata e fragile” e i suoi limiti e la sua fragilità non vanno considerati “un errore da correggere”. Quest’approccio è quello che Prevost riconduce al “paradigma tecnocratico” che rischia di ridurre la persona a dato, a risorsa, a oggetto di ottimizzazione, la conoscenza a catalogazione e pensiero statistico, e la responsabilità morale a un problema di ingegneria.&nbsp;Contro questa deriva, il Papa riafferma la dignità ontologica della persona come fondamento irriducibile. La dignità è “immensa”: la persona vale perché esiste. Da qui il collegamento privilegiato con la Rerum novarum, che aveva riconosciuto le sfide sociali delle trasformazioni innescate dalla Rivoluzione industriale; il suggerimento che le scienze umanistiche possano contribuire a umanizzare l’AI; l’esigenza di “disarmare” non solo l’intelligenza artificiale ma anche “la parola” per provare a costruire la pace.</p><p>Nelle pagine a nostro avviso migliori, l’enciclica sembra riecheggiare il monito che Dwight Eisenhower lanciò nel suo discorso di congedo: <b>il pericolo di una convergenza di interessi tra industria militare, industria della ricerca e un largo esercito permanente – un “complesso militare-industriale” capace di condizionare le scelte politiche sottraendole al controllo democratico.</b> Il vecchio Ike però non è citato in un documento che il primo Pontefice statunitense deve avere voluto il meno “americano” possibile.</p><p>La parola chiave del documento è “custodia”, presente sin dal titolo. Si custodisce ciò che si teme di perdere, si esplora ciò che si potrebbe guadagnare. Agostino aveva già identificato il problema nella sua struttura più profonda. La distensio animi – la distensione dell’anima nel tempo – era per lui una condizione di fragilità, non di forza. L’anima è tesa tra il passato che trattiene e il futuro che attende, e questa tensione è fonte sia della sua potenza sia della sua precarietà.<b> La salvezza agostiniana era l’intentio che orienta verso Dio come punto fisso fuori dal tempo. Secolarizzato, l’argomento diventa che, senza un orientamento per usare criticamente il passato sedimentato anziché subirlo, la distensione nel tempo diventa disorientamento</b>. Del passato ognuno di noi preserva una memoria altamente selettiva. Spesso ne abbiamo cognizione alquanto parziale. Ma quei ricordi sbiaditi e fallaci acquistano un carattere marmoreo, alla luce della paura del futuro.</p><p>Prevost vorrebbe indicare qualche strategia di navigazione in tempi di grande incertezza, e per farlo ripercorre, rielabora il passato della Dottrina Sociale della Chiesa, da Leone XIII a Papa Francesco. Il confronto con il passato non è mai del tutto favorevole alla Chiesa, ma nemmeno così sfavorevole come la critica laica di regola suggerisce. Pio XI con la Vigilanti Cura (1936) e Pio XII con la Miranda Prorsus (1957) riconobbero che cinema, radio e televisione trasformavano la comunicazione umana e che la Chiesa doveva imparare a usarli. La Miranda Prorsus si annuncia così: “Le meravigliose invenzioni tecniche, di cui si gloriano i nostri tempi, benché frutti dell’ingegno e del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore, dal quale proviene ogni opera buona”. Non che Papa Pacelli non vedesse i “pericoli dei media elettronici”, ma per fronteggiare questi ultimi si appellava al rigore della famiglia e all’azione degli “uomini di cultura cattolici”. I “doni” della tecnologia potevano essere usati bene e consapevolmente: era questione di mettere in campo, in primis, il discernimento individuale. La capacità creativa dell’uomo dovrebbe essere, dopotutto, ciò che più lo rende “immagine del Dio trinitario”.</p><p>La Magnifica Humanitas non segue la Miranda Prorsus, non dice che l’AI trasforma il modo in cui gli esseri umani conoscono e si relazionano e che la Chiesa deve imparare a pensare attraverso di essa. L’età digitale porta Leone XIV prima ad abbozzare una strada che non segue (il ricorso al principio di sussidiarietà, “secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori”), poi a vagheggiare una politica col “compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune”.</p><p>Nel distinguere il bene dal male dell’AI, l’enciclica assegna all’autorità secolare un ruolo maggiore di quanto si immaginerebbe. Con uno studiato strabismo, persino l’uso distruttivo dell’intelligenza artificiale è ricondotto a grandi attori avidi di profitto, più che ai loro committenti, che sono i governi. La condanna è talmente netta da tirare in ballo la schiavitù. Giustamente Prevost condanna le titubanze e le complicità del passato e accarezza i “corpi segnati, mutilati, consumati” di chi estrae le terre rare. Poi però sembra paragonare il lavoro forzato alla “nuova logica di estrazione” dei dati.</p><p>Nel De Magistro Agostino distingue tra il maestro esterno – che può solo occasionare la comprensione – e il Magister interior, che illumina dall’interno.<b> L’AI è il maestro esterno più sofisticato mai costruito: può generare output che assomiglia alla comprensione senza che comprensione vi sia. Né in chi produce né necessariamente in chi riceve, se il ricevente si limita a consumare senza il lavoro interiore che la vera comprensione richiede.</b> Nel De Trinitate, Agostino descrive la coscienza come strutturalmente dialogica – mens, notitia, amor – un processo in cui la mente si conosce amandosi. Il dialogo con l’AI è fecondo nella misura in cui attiva questa struttura nella sua versione digitale: soggettività riflessiva, comprensione situata e orientamento valutativo. E’ impoverito, e potenzialmente dannoso, nella misura in cui la bypassa o la sostituisce.</p><p>La domanda che l’enciclica non pone è cosa succede alla struttura del pensiero, della memoria, del giudizio critico, quando una parte crescente dell’elaborazione cognitiva viene esternalizzata a sistemi privi di orientamento, di desiderio, di ciò che Agostino chiama pondus – il peso dell’amore che orienta ogni atto cognitivo verso qualcosa piuttosto che verso altro. Non se la pone perché sembra dare per scontata la risposta, attingendo abbondantemente al campionario di luoghi comuni sugli Llm. E forse anche perché questa non è una domanda morale nel senso tradizionale<b>. E’ una domanda epistemologica. Ed è esattamente quella che la tradizione che ha inaugurato la filosofia dell’interiorità e dell’autocoscienza avrebbe forse dovuto porre per elevare il livello della discussione sull’AI.</b> L’occasione c’era, il maestro anche. Peccato.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/di-cosa-parlare-stasera-a-cena/2026/05/25/news/comunali-londa-inattesa-che-rilancia-il-centrodestra--399462</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/di-cosa-parlare-stasera-a-cena/2026/05/25/news/comunali-londa-inattesa-che-rilancia-il-centrodestra--399462</link>
				<title>Comunali, l’onda inattesa che rilancia il centrodestra</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 18:30:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/b1d964e7-fe2a-4edb-abfe-7f42c8521132.jpeg?v=1779721397" />
																					<category>Di cosa parlare stasera a cena</category>
				<author>Giuseppe de Filippi</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><i>Per leggere la versione senza paywall, iscriviti alla newsletter "Di cosa parlare stasera a cena" a questo&nbsp;<a href="https://lab.ilfoglio.it/newsletter.html?_gl=1*a7jeyz*_ga*MTEzMDIxODk0MC4xNzYzOTc1Nzcy*_ga_YHSEY9805R*czE3NzQ0NTI2OTYkbzExMiRnMSR0MTc3NDQ1MzY1NCRqNjAkbDAkaDEzNjI4NzU1MDc.*_ga_XP8XWMTXKK*czE3NzQ0NTI2OTgkbzI3MyRnMSR0MTc3NDQ1MzY1NCRqNjAkbDAkaDA.">link</a>: è gratis!</i></p><p><i></i>Si vota nei comuni e il centrodestra batte una serie di colpi rilevanti e anche inattesi. A Venezia potrebbe vincere al primo turno Venturini, a Reggio Calabria Cannizzaro vince con ampio distacco, ad Arezzo Comanducci è in vantaggio, dovrà andare al ballottaggio, ma il segnale politico importante è quello che arriva dal suo ottimo primo turno. A Messina c’è l’affermazione di un’ampia alleanza, centrata su Sud chiama Nord, movimento autonomo, capace di alleanze diverse per le politiche. A Salerno vince De Luca, che correva per la propria eterna riconferma e non può certo essere intestato al centrosinistra. I dati sembrano mostrare una specie di onda, imprevista, che tiene su il centrodestra e qualcosa di completamente diverso per il mondo del campo largo. C’è, poi, la tradizionale ma interessante voglia di continuità nelle amministrazioni locali, caratterizzate da una sempre maggiore forza degli incumbent rispetto agli sfidanti che arrivano dalle opposizioni. Sul Foglio&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/25/news/i-risultati-delle-elezioni-comunali--399454" target="_blank">tutti gli aggiornamenti</a>.</p><h2>Le tre "cose" principali</h2><p><b>Fatto #1 </b></p><p>La Russia continuerà a colpire&nbsp;<a href="https://x.com/Gerashchenko_en/status/2058907591820873865" target="_blank">obiettivi civili e istituzionali</a>&nbsp;in Ucraina, con una tattica ormai pienamente terroristica, mentre dal fronte militare le cose per l’esercito russo vanno sempre peggio.</p><p><b>Fatto#2 </b></p><p><a href="https://x.com/LindseyGrahamSC/status/2058916648950628661" target="_blank">L’accordo</a>&nbsp;che dovrebbe tenere un minimo di ordine nelle relazioni tra l’Iran da una parte e Usa, Israele, paesi del Golfo è ancora soggetto a qualcosa che assomiglia a delle trattative. Solo che ora sono gli iraniani a cercare una comunicazione istituzionale, con posizioni ufficiali espresse da ministri e alti gradi militari, e tradiscono una certa fretta nel chiudere la partita. Da parte americana è tornata la confusione creativa, con Marco Rubio nel ruolo del serio negoziatore pieno di buone intenzioni e Donald Trump nuovamente pronto a scassare tutto o almeno a farlo temere. Il tutto al netto della smentita di divergenze tra Usa e Israele. Trump gioca anche con l’idea di estendere alla trattativa in corso il progetto e i metodi dei cosiddetti accordi di Abramo, con cui era stato inquadrato il rapporto tra Israele Emirati, Bahrein e altro, e che ora, effettivamente, servono in modo speciale per dare un percorso possibile anche nel durissimo conflitto in corso. Il senatore trumpiano ma indipendente Lindsey Graham dà una lettura molto positiva di questo tentativo.</p><p>Il senso dell’iniziativa di Trump è che l’accordo&nbsp;<a href="https://x.com/TreyYingst/status/2058914918120722941">dovrebbe fare contenti tutti i paesi interessat</a>i e non solo i due maggiori contendenti</p><p><b>Fatto #3 </b></p><p>Nelle conversazioni con gli amici ora avete&nbsp;<a href="https://x.com/ilfoglio_it/status/2058845813153968584" target="_blank">un alleato in più</a>&nbsp;per provare a rintuzzare le falsità, almeno quelle più grosse. Erri De Luca dice cose vere e ragionevoli intervistato dal Foglio</p><p>Ah, ricordiamo sempre che&nbsp;<a href="https://x.com/IsraelMFA/status/2058858137566797902" target="_blank">Hezbollah continua a colpire Israele</a>&nbsp;con droni e missili</p><h2>Oggi in pillole</h2><ul><li><a href="https://x.com/Pontifex/status/2058888313029685400" target="_blank">Restiamo umani</a></li><li>L’indice della Borsa italiana che fa il&nbsp;<a href="https://www.borsaitaliana.it/homepage/homepage.htm" target="_blank">record storico</a>&nbsp;e va per fatti suoi rispetto alla crescita economica</li><li>Il progetto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/il-como-in-champions-league-va-oltre-anche-allottimismo-calcistico--399449" target="_blank">Como</a>&nbsp;raccontato dal Foglio</li><li>Tanta&nbsp;<a href="https://x.com/ABC/status/2058899634366345431" target="_blank">vita</a>&nbsp;inedita in fondo al mare</li><li>Un consiglio agli studenti:<a href="https://x.com/MediasetTgcom24/status/2058913816323268922" target="_blank"> studiate la mattina e andate a letto presto</a>, funziona tutto molto meglio ed è il contrario di quello che, a quanto pare, fa la gran parte dei giovani</li></ul>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/televisione/2026/05/25/news/il-lato-oscuro-del-padre-di-manuela-in-un-posto-al-sole--399466</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/televisione/2026/05/25/news/il-lato-oscuro-del-padre-di-manuela-in-un-posto-al-sole--399466</link>
				<title>Il lato oscuro del padre di Manuela in Un posto al sole</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 17:36:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/b24822d1-6ec7-4a6d-9331-4b29abdd081a.png?v=1779723375" />
																					<category>Televisione</category>
				<author> </author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><b>Manuela ha deciso di aprire al rapporto col padre, convinta della bontà delle sue lettere</b>. Ed è super entusiasta di aver finalmente ritrovato un padre, tanto da quasi convincere persino la riluttante Manuela. Ma proprio in questo momento a Serena risalgono in mente vecchi ricordi oscuri su quell’uomo. Che forse non è proprio come vuole sembrare di essere. Ma ha paura di smorzare l’ottimismo di Manuela e disilluderla facendola sentire abbandonata una seconda volta.</p><p>Edoardo va su tutte le furie rispetto alla proposta del clan di compiere un furto proprio a Palazzo Palladini. Ma i ragazzi insistono… Nel frattempo Raffaele vuole proporgli di diventare l’elettricista ufficiale di palazzo Palladini. <b>Mariella e Guido organizzano una specie di imboscata a Bice e Sergio per farli riavvicinare per salvare il figlio</b>. Ma niente sembra riuscire a far maturare questa coppia. <i>(a.d.)</i></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/video/guanti-sporchi-38esima-giornata-mile-svilar-roma--399455</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/video/guanti-sporchi-38esima-giornata-mile-svilar-roma--399455</link>
				<title>La porta chiusa da Mile Svilar</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 16:24:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/2bf0b8fc-5321-4aff-8403-37910876a333.jpeg?v=1779717139" />
																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Un gran portiere lo si vede sì dalle parate che fa, non potrebbe essere altrimenti perché quello deve fare: parare. Lo si vede anche, a volte soprattutto, dalla capacità di capire con un attimo di anticipo quello che accadrà davanti a lui. C'è chi lo chiama istinto. E così potrebbe senz'altro essere. C'è però qualcosa in più: è un misto di attenzione, concentrazione, ovviamente intuito e volontà di volersi bene. Perché a un portiere non vuole mai bene davvero nessuno, nemmeno quando para centinaia e centinaia di tiri in una stagione. Il portiere si vuol bene da solo, altrimenti per quei quattro applausi in un campionato e per quelle migliaia di insolenze non si metterebbe nessuno in porta.</p><p>Al 39esimo minuto di Hellas Verona-Roma, Mile Svilar ha capito prima di chiunque altro, sicuramente prima del suo disattento compagno di squadra,&nbsp;Daniele Ghilardi, che cosa stava per fare l'attaccante dell'Hellas, Kieron Bowie. Appena ha capito che il suo difensore aveva frainteso tutto e che la sua negligenza avrebbe permesso al centravanti avversario un facile avvicinamento alla porta, Mile ha abbandonato i pali e ha iniziato a correre verso il pallone con l'obbiettivo un po' di far paura allo scozzese, un po' di metterlo sotto pressione, soprattutto di rendere la porta assai più piccola di quello che era in realtà alla vista dell'avversario. Uno scatto rapidissimo. Talmente rapido che il povero Bowie si è ritrovato l'estremo difensore della Roma a pochi metri di distanza e già pronto ad allungarsi verso il pallone calciato dall'unico lato possibile a un calciatore che non fosse un fuoriclasse. E lo scozzese è un buon giocatore ma non un fuoriclasse.</p><p>Una parata, quella del portiere giallorosso, che è un sunto di praticamente tutto ciò che rende un portiere un grande portiere. E che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/roma-e-como-in-champions-milan-e-juve-al-tappeto-lultima-giornata-che-ha-rimesso-ordine-al-merito--399452">ha un peso nella qualificazione in Champions League dei giallorossi</a>&nbsp;(anche perché il risultato era ancora sullo 0-0)</p><p><b>Una parata che permette a Mile Svilar di raggiungere, almeno per quanto riguarda questa rubrichetta, Mike Maignan al primo posto della classifica di Guanti sporchi</b>. Un <i>ex aequo</i> che non potrà avere tempi supplementari. Il campionato è finito, andate in pace.</p><h2>Le tre migliori parate della 38esima giornata di Serie A</h2><p>1.&nbsp;Mile Svilar al 39esimo minuto di Hellas Verona-Roma 0-2 – 5 punti</p><p>2. Alessio Furlanetto al 26esimo minuto di Lazio-Pisa 2-1 – 3 punti</p><p>3. Stefano Turati al 61esimo minuto di Parma-Sassuolo 1-0 – 1 punto</p><h2>La classifica finale</h2><p><b>1. Mike Maignan (Milan) e Mile Svilar (Roma), 34 punti;</b><br>3.&nbsp;Marco Carnesecchi (Atalanta), 33 punti<br>4. Elia Caprile (Cagliari) e David De Gea (Fiorentina), 28 punti;<br>6. Wladimiro Falcone (Lecce), 25 punti;<br>7. Arijanet Murić (Sassuolo), 23 punti;<br>8. Michele Di Gregorio (Juventus), 22 punti;<br>9. Emil Audero (Cremonese), 20 punti;<br>10. Ivan Provedel (Lazio), 19 punti;<br>11. Edoardo Corvi (Parma), 18 punti;<br>12. Yann Sommer (Inter), 16 punti;<br>13. Alberto Paleari (Torino), 11 punti;<br>14. Maduka Okoye (Udinese), 10 punti;<br>15. Jean Butez (Como), Nicola Leali (Genoa), Vanja Milinković-Savić (Napoli), Adrian Šemper (Pisa), 9 punti;<br>19. Federico Ravaglia (Bologna), 8 punti;<br>20. Stefano Turati (Sassuolo), 6 punti;<br>21. Nicolas (Pisa), Łukasz Skorupski (Bologna), 5 punti;<br>23.&nbsp;Justin Bijlow (Genoa), Lorenzo Montipò (Hellas Verona),&nbsp;Edoardo Motta (Lazio), 4 punti;<br>26. Alessio Furlanetto (Lazio) e Zion Suzuki (Parma), 3 punti;<br>28. Franco Israel (Torino), 1 punto.</p><p>&nbsp;</p><p>Quello che avete letto è Guanti sporchi, un divertissement calcistico-narrativo sui numeri uno della Serie A e sulla parata che in qualche modo ha reso migliore, almeno dal punto di vista di quella minoranza che si veste diversamente dagli altri in campo, il fine settimana calcistico.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guanti-sporchi/">Tutti gli episodi precedenti li trovate qui.</a></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/25/news/negli-stati-uniti-il-caro-carne-mette-in-crisi-il-barbecue-texano--399456</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/25/news/negli-stati-uniti-il-caro-carne-mette-in-crisi-il-barbecue-texano--399456</link>
				<title>I prezzi della carne rischiano di mandare in crisi i barbecue del Texas</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 16:17:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/d504ddb7-33db-4cc6-84ce-3bea06f289e6.jpeg?v=1779719099" />
																					<category>Economia</category>
				<author>Molly Hennessy-Fiske</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Se il barbecue texano avesse un sistema d’allarme, scatterebbe davanti al foglio excel con cui Russell Roegels controlla il prezzo del petto di manzo (il taglio negli Stati Uniti si chiama "brisket"<i> </i>e corrisponde&nbsp;pressappoco alla nostra "punta di petto"). Nei giorni scorsi, seduto a un tavolo appartato del suo ristorante di periferia, Roegels ha indicato la cifra in cima alla colonna: 5,56 dollari. È il prezzo che paga per una libbra dell’ingrediente più importante di qualsiasi menu di un barbecue texano. Nell’ultimo anno quella cifra è aumentata del 28 per cento, a testimonianza dell’impennata dei prezzi della carne che ha colpito il portafoglio dei clienti dei supermercati in tutti gli Stati Uniti. <b>Nelle cucine degli oltre 3.000 locali di barbecue del Texas, la cui stessa esistenza dipende da una fornitura abbondante e a prezzi sostenibili di carne bovina di qualità, l’effetto è stato quasi catastrofico</b>.</p><p>Roegels, 53 anni, è cresciuto lavorando in un locale di barbecue e ne gestisce uno proprio dal 2001, servendo anche alcuni membri dell’élite di Houston e i loro amici, tra cui l’ex presidente George H. W. Bush, il veterano della NFL Gary Kubiak e l’ex lanciatore degli Astros Andy Pettitte. Un tempo riusciva a compensare l’alto costo all’ingrosso vendendo altre carni e contorni. Quest’anno, però, si è reso conto che non bastava più. Così ha preso la rischiosa decisione di aumentare di 2 dollari il prezzo del petto di manzo per i clienti, portandolo a 35 dollari al chilo — un rincaro del 6 per cento — sperando che la clientela non lo abbandonasse.</p><p><b>“Non potrebbe andare peggio di così”, ha detto a proposito dell’escalation dei prezzi della carne bovina. “Oggigiorno tutti sono a rischio: basta una settimana storta per chiudere i battenti”</b>. Roegels non sta esagerando. La crisi provocata dal vertiginoso aumento dei prezzi della carne ha contribuito alla chiusura di alcuni dei locali di barbecue più amati del Texas: il Brett’s BBQ Shop, a ovest di Houston, noto per i suoi tacos di barbacoa; il Kirby’s BBQ, più a nord, con il suo caratteristico petto di manzo affumicato con legno di quercia, sempre più costoso; il Sabar BBQ, con la sua salsiccia fusion pakistana, a Fort Worth; il Wright on Taco &amp; BBQ, nel Texas orientale.</p><p>Proprietari ed esperti prevedono che le chiusure aumenteranno quest’estate e continueranno per anni, rischiando di ridefinire la natura stessa del barbecue texano, celebrato per le sue varietà regionali distintive e per la preparazione artigianale, fino a conquistare stelle Michelin per quello che un tempo era considerato cibo da stazione di servizio. Le ragioni dell’impennata dei prezzi sono molteplici, afferma Emily Williams Knight, presidente e amministratore delegato della Texas Restaurant Association. <b><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/01/21/news/gli-autodazi-di-trump-unextra-tassa-da-190-miliardi-di-dollari-per-gli-americani--128236">Hanno inciso l’inflazione, i dazi</a>, i prezzi praticati dai macelli e un patrimonio bovino nazionale ai minimi degli ultimi 75 ann</b>i, ridotto dalla siccità, dalla carenza di manodopera, dagli alti costi operativi e dalla diminuzione dei terreni destinati all’allevamento. E con<b> la minaccia della mosca della carne appena oltre il confine</b>, gli esperti avvertono che il numero dei capi potrebbe ridursi ulteriormente nei prossimi anni.</p><p>I funzionari statali e federali stanno indagando sui produttori di carne, ma probabilmente ci vorranno anni prima che il patrimonio bovino si ricostituisca, ha detto Williams Knight. Nel frattempo, stanno scomparendo i sapori regionali del barbecue per cui il Texas è famoso: dalle versioni ricche di salsa nel Texas orientale ai sapori alla griglia di mesquite in quello occidentale, dal “Mexicue” del Texas meridionale al petto di manzo affumicato senza salsa dell’Hill Country. “<b>Ciò che è a rischio ora è la perdita di quella comunità e di quella cultura</b>. È molto più grave della semplice chiusura di un’attività”, ha detto Williams Knight. Ha aggiunto di aver appena ricevuto una telefonata dal proprietario di Sweetie Pie’s Ribeyes, fuori Fort Worth, che le ha comunicato che il locale chiuderà questo mese dopo aver tentato senza successo di consolidare due sedi. “Stiamo per perdere alcuni di questi ristoranti speciali e culturalmente significativi”.</p><p>Daniel Vaughn, esperto di barbecue texano, ha affermato che parte del problema è che, mentre il prezzo del petto di manzo aumentava, i ristoranti di barbecue hanno tenuto i propri listini “artificialmente bassi”. “Ora il prezzo di tutto è aumentato, tutto ciò di cui hanno bisogno per gestire quel ristorante: costi di manodopera, contenitori da asporto, insalata di cavolo. Non si può più nascondere quel prezzo”, ha detto Vaughn. <b>Quaranta dollari per mezzo chilo di petto di manzo non è più una cifra assurda da vedere su un menu.</b></p><p>Roegels possiede due ristoranti nell’area di Houston e due anni fa ha stretto una partnership con un altro locale, il Brotherton’s Black Iron Barbecue, nella città di Pflugerville, vicino ad Austin, dopo la morte del proprietario, un suo caro amico. Roegels, originario del Texas orientale, con bisnonni emigrati dalla Baviera, ha spiegato che per i ristoranti di barbecue delle piccole città è più difficile reggere l’aumento dei prezzi della carne. La loro attività, di solito, cala durante l’estate, quando le famiglie con figli in vacanza da scuola restano più spesso a casa o cercano di risparmiare sui costi dell’asilo nido.</p><p>Brotherton’s era sull’orlo della chiusura a gennaio, quando i proprietari hanno pubblicato una richiesta di aiuto su Facebook. "Speravamo di non arrivare a questo punto, ma abbiamo un disperato bisogno del vostro aiuto", hanno scritto. "La dura realtà è che siamo sul punto di dover chiudere i battenti per sempre".&nbsp;Il messaggio ha portato un afflusso di clienti locali. Ma il ristorante ha dovuto comunque aumentare i prezzi e oggi fa affidamento sul catering e sull’attività legata ai festival per restare a galla.</p><p>“La situazione è ancora molto precaria in questo momento. La carne non sta diventando più economica”, ha detto Brenda Brotherton, 52 anni.&nbsp;Brotherton ha detto che spera che altri nella comunità dei ristoranti barbecue del Texas “prendano spunto da ciò che ho fatto io e lo mettano in pratica, senza aver paura di chiedere aiuto”. Forse i più esposti sono i pitmaster alle prime armi, come Marc Fadel, 19 anni, di Arlington, il cui Habibi Barbecue, di ispirazione libanese-americana, ha vinto premi e gare televisive ma lavora ancora da un food truck nella città tra Dallas e Fort Worth.</p><p>“Il costo delle materie prime è uno dei miei problemi più grandi”, ha detto Fadel. Il petto di manzo di prima scelta costava 3 dollari al chilo quando ha iniziato, due anni fa, mentre ora lo paga 5,99: più di altri come Roegels, ha spiegato, per via del suo fornitore. “Se non hai un buon contatto con un allevamento, è davvero difficile. Io non ce l’ho”, ha detto Fadel.&nbsp;<b>Ha visto altri venditori di barbecue sostituire il petto di manzo con tagli più economici di altre carni, come le costine di maiale, ma “il Texas è uno stato che ama la carne di manzo. Ho avuto clienti che sono venuti e mi hanno chiesto: ‘Non hai il petto di manzo?’, e se ne sono andati”.</b></p><p>Ha aumentato il prezzo del suo piatto forte — il petto di manzo condito con spezie libanesi — a 18 dollari per mezzo chilo. Fadel utilizza gli scarti del petto di manzo per la sua famosa ciotola di barbecue condita con tzatziki. Fadel è studente dell’ultimo anno dell’Università del Texas ad Arlington e sogna di aprire un giorno un ristorante tradizionale, ma intanto studia gestione delle costruzioni. “Mi piacerebbe sicuramente rimanere nel settore del barbecue, ma se i prezzi della carne continuano a salire e non mi piacerà più, avrò sempre una laurea su cui ripiegare”, ha detto.</p><p>La reputazione non basta a proteggere nessuno. Anche il locale di barbecue numero uno secondo Texas Monthly, il Burnt Bean Co. di Ernest Servantes, nella città di Seguin, nel Texas centro-meridionale, sta attraversando un momento difficile. Il Burnt Bean ha regolarmente una fila fuori dalla porta e un’attesa di tre ore per la barbacoa, le costine di manzo e il petto di manzo che gli sono valsi una valutazione Bib Gourmand Michelin. “Ci sono sempre stati aumenti dei prezzi, ma c’è sempre stato un sollievo e poi sono scesi”, ha detto Servantes, 47 anni. Ma ora, ha aggiunto, “non vediamo alcuna fine in vista, e la situazione sta diventando preoccupante... Siamo in modalità sopravvivenza da un anno”.&nbsp;<b>Servantes ha recentemente aumentato il prezzo del petto di manzo di un dollaro, portandolo a 38 dollari al chilo, e potrebbe presto limitarne la vendita a un solo giorno alla settimana per tenere a galla il ristorante e i suoi 28 dipendenti.</b>“Solo perché produciamo molto petto di manzo non significa che stiamo guadagnando molto. Guadagniamo con il maiale e i contorni. La gente dice ‘petto di manzo’ e io rabbrividisco”, ha detto.</p><p>Servantes incolpa i “quattro grandi” produttori di carne per aver tenuto troppo basso il prezzo pagato agli allevatori, nonostante l’aumento dei costi dei mangimi. “Non è colpa dell’allevatore. Non è colpa nostra. È colpa di chi sta nel mezzo”, ha detto. La pressione sui prezzi non è del tutto negativa, ha detto Vaughn. Sta costringendo i pitmaster a utilizzare ogni parte del petto di manzo, impiegando il sego per la stagionatura e gli scarti nelle salsicce e negli hamburger. Vaughn vede il barbecue texano trasformarsi e diventare “meno incentrato sul petto di manzo”, come era prima dell’arrivo del petto di manzo già sezionato e confezionato negli anni Sessanta. I maestri del barbecue stanno sviluppando alternative come la guancia di manzo, ha detto, tradizionalmente usata per la barbacoa, “perché imita la consistenza grassa del petto di manzo”.</p><p><b>Ma ciò che lo preoccupa, riguardo alle chiusure, è il modo in cui il barbecue texano si sta standardizzando, passando da una cucina prevalentemente rurale a una urbana. </b>Teme che le specialità regionali del barbecue, come il panino Mel-Man del Texas orientale a base di petto di manzo tritato e salsiccia, possano presto scomparire.&nbsp;“Gli stili di barbecue stanno diventando sempre meno distinti”, ha detto. “Sta diventando praticamente tutto uguale in tutto lo stato”.&nbsp;Roegels e sua moglie hanno investito i risparmi per la pensione nell’attività di barbecue, dove i suoi due figli adulti lavorano insieme a circa due dozzine di altri dipendenti. Non ha intenzione di andare in pensione prima di un altro decennio. Sebbene gli affari abbiano subito un calo nei ristoranti di Houston e Pflugerville, punta sulla posizione in periferia e sull’aumento delle consegne a domicilio e degli ordini online per tenerli a galla.</p><p>I gusti cambiano, ha detto Roegels. Nel 2015 è passato dal barbecue nello stile del suo Texas orientale a quello più popolare dell’Hill Country. Due anni dopo è entrato nella lista dei 50 migliori ristoranti di barbecue di Texas Monthly. Non crede che i texani rinunceranno presto alla sua famosa punta di petto affumicata con legno di quercia, “non importa se la vendi a 20 dollari al chilo o a 50. Potrebbero non comprarlo così spesso”, ha detto, “ma continueranno comunque a venire a prenderlo”.</p><p><i>Copyright Washington Post</i></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/25/news/i-risultati-delle-elezioni-comunali--399454</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/25/news/i-risultati-delle-elezioni-comunali--399454</link>
				<title>Exit poll: De Luca a valanga a Salerno. A Venezia avanti il centrodestra. I risultati delle elezioni comunali</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 14:54:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/4e08cbfa-fe5c-4fad-930d-1b7febb383f1.jpeg?v=1779719164" />
																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><b>Si sono chiuse le urne nei 750 i comuni, di cui 18 capoluoghi di provincia, in cui si è votato domenica e lunedì.</b> L'affluenza è in leggero calo ovunque. Alle precedenti elezioni amministrative, quelle del settembre 2020, alle 15 di lunedì erano andati a votare il 64,9 per cento degli aventi diritto, mentre alle 15 di oggi si è recato alle urne il 60 per cento di chi poteva votare. Un calo più significativo al nord rispetto al sud.</p><p>Le sfide più interessanti sono a <b>Venezia</b>, dove il candidato del centrodestra <b>Simone Venturini (</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/03/03/news/chi-e-simone-venturini-il-delfino-di-brugnaro-candidato-sindaco-a-venezia--126058">qui un suo ritratto</a><b>)</b>, secondo i primi dati reali, è avanti sul candidato del campo largo Andrea Martella (quando lo scrutinio è quasi al venti per cento Venturini è al 56,6 per cento contro il 34,8 di Martella), e a <b>Salerno</b>, dove <b>Vincenzo De Luca</b> sfida tutti. E, stando alle proiezioni di Opinio per la Rai (con la copertura del 24 per cento del campione), lo fa vincendo a valanga, con il 58 per cento, staccando di molto Gherardo Maria Marenghi, candidato del centrodestra, e Franco Massimo Lanocita, candidato di M5s e Avs, fermi rispettivamente al 15,6 e al 13,7 per cento. A <b>Prato</b>&nbsp;sembra un test riuscito per il Pd dopo il commissariamento:&nbsp;Matteo Biffoni, candidato del campo largo, secondo i dati reali (con scrutinio arrivato a quasi un terzo), è al 56,7 per cento mentre il candidato del centrodestra Gianluca Banchelli è fermo al 28,3. Ad&nbsp;<b>Arezzo</b> e <b>Pistoia</b>, la destra deve dimostrare che il suo radicamento nelle ex zone rosse non è stato un incidente. Nel primo dei due comuni il candidato di FdI, Lega e Forza Italia Marcello Comanducci è in effetti avanti: i dati reali, al venti per cento delle sezioni scrutinate, lo danno al 44,9 per cento, non abbastanza però da evitare il ballottaggio con il candidato del campo largo Vincenzo Ceccarelli (che è al 32,8 per cento, mentre il candidato di Azione, Marco Donati, è al 18,8, i suoi voti saranno probabilmente determinanti al secondo turno).&nbsp;<b>A Chieti</b>&nbsp;e&nbsp;<b>Avellino</b>&nbsp;le divisioni del centrodestra possono regalare al campo largo una possibilità inattesa. E in effetti nel capoluogo abruzzese il candidato del campo largo Giovanni Legnini è, secondo le ultime proiezioni di Opinio, ma fermo al 48 per cento. Anche per lui dunque c'è il rischio ballottaggio, dove il centrodestra potrebbe ricompattarsi e vincere. Infine ci sono le due città dello Stretto.&nbsp;<b>Reggio Calabria</b>, dove il candidato di centrodestra (e Azione) Francesco Canizzaro è prossimo a strappare il comune al centrosinistra. Le ultime proiezioni lo danno al 69,1 per cento. Mentre a <b>Messina</b> continua a comandare Cateno De Luca, il suo fedelissimo Federico Basile, il già sindaco di Sud chiama Nord, viaggia spedito verso la riconferma, surclassando i candidati di centrodestra e centrosinistra.</p><h2>Il vantaggio celeste di Cannizzaro a Reggio Calabria</h2><p>Dietro il vantaggio di Francesco Cannizzaro (detto Ciccio) a Reggio Calabria potrebbe esserci stato il supporto di qualcuno di importante. “Con l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione, risorgerà. Reggio risorgerà. Viva Reggio, viva i reggini, che Dio vi benedica!”, aveva detto il deputato di Forza Italia durante l’apertura della sua campagna elettorale, lo scorso 26 aprile in piazza De Nava. Neanche a dirlo, la clip del comizio-invocazione è diventata virale sui social network, attirandosi anche qualche critica. La risposta di Cannizzaro, in un evento pubblico di qualche giorno dopo, non si è fatta attendere: “Io ho evocato Dio e la Madonna, continuerò a farlo. Che dovevo fare? Evocare Satana? Di certo non evoco i morti per farli votare”.</p><h2>A Messina comanda l'altro De Luca. A Enna il ritorno di Crisafulli</h2><p>Né a destra, né a sinistra. Quello di Messina è "un risultato eclatante. Ha vinto un monocolore. Unico caso di monocolore civico e autonomista. Per la terza volta riusciamo a vincere: nel 2018 e nelle due successive sindacature di Federico Basile. A Messina e negli altri Comuni gli altri sono scesi invece con coalizioni", ha festeggiato il leader di Sud chiama Nord, <b>Cateno De Luca</b>, commentando i dati dell'uscente Federico Basile, suo fedelissimo, che si era dimesso con un anno di anticipo per contrasti insuperabili con il Consiglio comunale. "Abbiamo spaccato il centrodestra. Stiamo scrivendo una bella pagina di storia", ha proseguito De Luca, già primo cittadino di Messina tra il 2018 e il 2022, che per la nuova tornata ha deciso di schierare oltre mille candidati, di cui 468 al consiglio comunale – con 15 liste depositate e più di 500 candidati alle circoscrizioni. La prima proiezione ha dato il primo cittadino uscente al 53 per cento e la legge elettorale siciliana prevede che non occorra il ballottaggio se si ottiene almeno il 40 per cento al primo turno.</p><p>Mentre a Enna, quando è stato scrutinato il 13,59 per cento delle schede, il candidato del centrosinistra <b>Vladimiro Crisafulli</b> è al 62 per cento seguito dal candidato del centrodestra, Ezio De Rose è al 33,32 per cento. Filippo Fiammetta, sostenuto dalla lista Enna Futura-Coordinamento civico per Enna e da Controcorrente, è al 3,8 per cento. Ritorna così alla ribalta Crisafulli, già assessore della Regione siciliana e parlamentare per il Pd, conosciuto anche come “barone rosso”, il “fratello di Sicilia” di Massimo D’Alema. "Sono cento chili di puro 'cacicco'", ha dichiarato lui al Foglio nel 2023, subito dopo l'exploit di Elly Schlein alle primarie dem: “Ovvio! Ho votato Sclin. Bedda, bedda. Funziona. Mizzica, se funziona. Magnifica! Lo testimonio”.</p><p>Dopo il suo coinvolgimento in alcuni procedimenti giudiziari, nel 2013 Commissione nazionale di garanzia del Partito democratico, presieduta da Luigi Berlinguer, decise di togliere il suo nome dalle liste, insieme a quello di Antonio Papania, Nicola Caputo. "É giacobinismo allo stato puro. Un errore e una scorrettezza clamorosa. Spero che il mio partito non continui su questa strada, quando si sceglie la via della purezza c'è sempre uno più puro che ti epura", aveva commentato Crisafulli, all'epoca senatore.&nbsp;</p><p>Fra dem e Crisafulli continua a non scorrere buon sangue.&nbsp;"No, ha fatto bene, così abbiamo preso tutti questi voti. Perfetto, è andata benissimo", ha detto Crisafulli rispondendo alla domanda se il Pd abbia fatto male a non dargli il simbolo. Dopo avere appreso che la segreteria nazionale del suo partito aveva deciso di non concedergli l'uso del simbolo alle comunali, Crisafulli aveva risposto perentorio: "A Enna il Pd sono io". Pochi festeggiamenti anche da parte del&nbsp;segretario del Pd in Sicilia, Anthony Barbagallo:&nbsp;"A Enna il dato certo da cui partire è che il centrodestra perde. Ma è anche certamente una vittoria personale di Vladimiro Crisafulli, frutto della sua storia e della sua esperienza politica", ha detto.<b>&nbsp;"A bocce ferme con il gruppo dirigente faremo una attenta valutazione dei risultati di questa tornata di amministrative – ha concluso – sia dal punto di vista generale sia in ogni singolo comune"</b>.&nbsp;</p><h2>Vigevano. Il centrodestra alla prova Vannacci</h2><p>A Vigevano, in provincia di Pavia, il primo e unico candidato a sindaco legato all’ex generale Roberto Vannacci, Furio Suvilla, potrebbe essere un precedente da tenere a mente per il centrodestra in vista delle prossime politiche. Infatti il candidato sostenuto da Futuro nazionale, quando sono state scrutinate tredici sezioni su sessantuno (oltre il 20 per cento), ha ottenuto circa il 14 per cento dei voti, mentre quello sostenuto da Lega, Fratelli d’Italia e Noi moderati, Riccardo Ghia, è dato intorno al 23. Ma il dato più interessante è che la lista civica in sostegno di Suvilla, VIF Vigevano Futura, per il momento ha superato quella del Carroccio (ferma al 9,5 per cento) ed è impegnata in un testa a testa con la lista di Forza Italia (13 per cento) che sostiene a sua volta un terzo candidato, Paolo Previde Massara. In tutto questo, davanti a un centrodestra diviso, per il momento, c’è al 34 per cento Rossella Buratti, la candidata sindaco di un campo largo che va da Alleanza Verdi-Sinistra a Casa Riformista, con dentro anche il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico. Se lo schieramento di centrodestra avesse corso in modo unitario, avrebbe di gran lunga superato il centrosinistra, senza neanche passare dal ballottaggio. Appunti utili per le politiche.</p><h2>A Pistoia ritorna il centrosinistra</h2><p>"Siamo tornati a guidare la città, da domani al lavoro. Anna Maria Celesti mi ha chiamato poco fa per farmi le congratulazioni. È stata una bella corsa. Le cittadine e i cittadini hanno scelto e sono onorato di questa loro fiducia". Così Giovanni Capecchi, che si appresta a diventare il nuovo sindaco di Pistoia, riportando la città nell'alveo del centrosinistra dopo due mandati nel segno del centrodestra. Attualmente, Capecchi ha superato il&nbsp;55 per cento dei voti, contro il&nbsp;42 per cento ottenuto dalla candidata del centrodestra Celesti.&nbsp; "Mi aspettavo una vittoria al primo turno, il clima era molto favorevole, ma fino all'ultimo non ci avrei messo le mani sul fuoco", ha proseguito&nbsp;Capecchi. "Sarà un sindaco vicino alla città. <b>L'imperativo di far partecipare la città alle scelte in politica più importanti per me è un dovere. Voglio continuare un dialogo con tutte con tutti non chiudermi nelle stanze</b>".<br><br></p><h2>Dove nessuno la spunterà al primo turno. E al ballottaggio potrebbero invertirsi i rapporti di forza</h2><p>Secondo i primi exit poll, sia ad <b>Arezzo </b>che a <b>Chieti</b> nessuno dei candidati sindaci ha superato il 50 per cento e quindi si andrà al ballottaggio che è previsto per il 7 e 8 giugno. Nel capoluogo toscano, storica roccaforte rossa che la destra ha conquistato sei anni fa, gli exit poll danno <b>Marcello Comanducci</b>, candidato di una coalizione composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati, a una forbice compresa tra il 41,5 e il 45,5 per cento. Invece quello del campo larghissimo, <b>Vincenzo Ceccarelli,</b> sostenuto dal Partito democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Casa Riformista è, sempre secondo gli exit poll, tra il 32 e il 36 per cento. E' probabile che ad essere determinante al secondo turno sarà il candidato di Azione <b>Massimo Donati</b> che ha raggiunto quasi il 20 per cento.</p><p>Nel capoluogo abruzzese, invece, gli exit poll danno in testa il centrosinistra con <b>Giovanni Legnini</b>, appoggiato anche questa volta da tutto il campo largo, Pd, M5s Avs e Chieti Viva, con una percentuale compresa tra il 46 e il 50 per cento. Il vantaggio di Legnini è anche dovuto alle divisioni dell’altro schieramento: Fratelli d’Italia e Forza Italia da una parte e la Lega dall’altra. Infatti i partiti di Meloni e Tajani hanno deciso di sostenere l’avvocato Cristiano Sicari, che ora è dato tra il 22 e il 26, mentre Salvini ha deciso di presentare un candidato autonomo, Mario Colantonio, ex assessore comunale, insieme all’Udc. Se si ricompattassero al secondo turno il</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/rubriche/bandiera-bianca/2026/05/25/news/quella-pretestuosa-polemica-sui-bengalesi-alle-elezioni-comunali-di-venezia--399453</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/rubriche/bandiera-bianca/2026/05/25/news/quella-pretestuosa-polemica-sui-bengalesi-alle-elezioni-comunali-di-venezia--399453</link>
				<title>Quella pretestuosa polemica sui bengalesi alle elezioni comunali di Venezia</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 14:41:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/9fd58b95-d4af-4afc-9dcc-5c4a1844cad0.jpeg?v=1779712899" />
																					<category>Bandiera Bianca</category>
				<author>Antonio Gurrado</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>La nuova smania della politica italiana sono<b> i bengalesi </b>alle elezioni comunali di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/amministrative-2026-novecento-comuni-al-voto-e-i-casi-di-venezia-salerno-e-vigevano--399334" target="_blank">Venezia</a>: sia il gran numero di elettori acquisiti che posa giulivo con la tessera elettorale in mano e l’abito della festa, ma senza dare l’impressione di avere ben presente cosa stia accadendo di preciso, sia il paio di candidati inseriti nelle liste del centrosinistra e che non sembrano offrire maggiori garanzie rispetto alla base che rappresentano. Grande scandalo hanno destato le istruzioni ai bengalesi su come e dove mettere la crocetta su quel misterioso oggetto pieghevole che viene consegnato loro una volta che si presentano al seggio. <b>Ebbene, la polemica è del tutto pretestuosa</b>.</p><p>Già all’inizio del XX secolo, in Italia, l’elettorato attivo era stato esteso ad amplissime fasce di una popolazione in larga parte analfabeta, sia pur con alcuni distinguo. Nel secondo dopoguerra, il suffragio universale ha fatto crescere esponenzialmente il numero di italiani che votavano senza sapere bene cosa stessero facendo o perché: innumerevoli sono stati i casi, nel corso della prima repubblica, di elettori incapaci di tenere una penna in mano, cui veniva quindi consegnato un prontuario da ricalcare supinamente. <b>All’epoca delle preferenze si ricorse all’indicazione dei candidati con dei numeri, così da non mandare in confusione un copro elettorale meno avvezzo all’ortografia che alle estrazioni del lotto</b>. Ancora nella seconda repubblica i partiti facevano a gara per inserire il proprio simbolo in uno degli angoli della scheda, così da rendere più facile scovarlo a elettori che altrimenti non avrebbero saputo dove posare la matita copiativa. E la presunta terza repubblica? Ricordo distintamente interviste-trabocchetto in cui candidati alla Camera o al Senato rivelavano di non sapere quanti fossero i membri della Camera o del Senato; senza contare che buona parte degli italiani vota tuttora alle elezioni politiche convinta di star scegliendo il governo anziché i parlamentari. Presentarsi al seggio ed esercitare il diritto di voto in una spensierata incapacità di intendere e di volere, in Italia, è tradizione radicata da più di un secolo; quando si tratta di votare, siamo molto bengalesi anche noi.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/05/25/news/prevenzione-e-cooperazione-con-la-politica-la-scienza-alla-prova-delle-specie-aliene-invasive-parla-genovesi-ispra--399451</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/05/25/news/prevenzione-e-cooperazione-con-la-politica-la-scienza-alla-prova-delle-specie-aliene-invasive-parla-genovesi-ispra--399451</link>
				<title>&quot;Prevenzione e cooperazione con la politica&quot;. La scienza alla prova delle specie aliene invasive. Parla Genovesi (Ispra)</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 14:40:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/2ea47f50-f7f6-4227-95a6-11e9b8c6117e.webp?v=1779708603" />
																					<category>Scienza</category>
				<author>Alessandro Villari</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Cinquant'anni fa qualcuno introdusse illegalmente il pesce siluro nelle acque italiane per fare pesca sportiva. Oggi è ovunque. Il granchio blu arrivò negli anni Trenta: nessuno si mosse fino al 2023, e il tentativo di contenere i danni ci è già costato più di cinquanta milioni di euro. Le specie aliene invasive funzionano così: iniziano in silenzio, finiscono in emergenza. L'Italia si è abituata a conviverci, e il problema è proprio questo. “Attraverso progetti, cooperazione con il mondo politico e una giusta comunicazione, soprattutto quando si tratta di specie aliene invasive, la scienza ha il compito di far crescere la consapevolezza nei cittadini”. Così dice il professore <b>Piero Genovesi</b>, biologo dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), <b>a proposito dell’invasione di animali alloctone che creano continue emergenze in Italia. </b>Nel nostro paese, infatti su un totale di 3.600 specie aliene, quelle invasive sono circa 500: dal parrocchetto monaco in Puglia, al granchio blu nel mar Adriatico, fino ad arrivare al pesce siluro e alle nutrie nel Po e, ultimi in ordine cronologico,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2026/05/07/news/ci-vorrebbe-buzzati-per-narrare-litalia-dei-pav-e-no-pav--398507" target="_blank">ai pavoni a Punta Marina</a>. Genovesi, che per Ispra è responsabile della conservazione della fauna e del monitoraggio della biodiversità, spiega che in casi come questi la prevenzione e anche il lavoro con la politica diventano essenziale perché “le specie aliene invasive iniziano come un problema limitato, ma poi nel corso degli anni i problemi crescono sempre di più perché le specie tendono ad aumentare di numero e <b>se si agisce prima si può intervenire in maniera meno invasiva e con costi più contenuti”.</b></p><p>Le specie aliene, come dice la stessa parola, sono specie non autoctone e che l’uomo ha importato o con il commercio di "animali d’affezione" o di piante ornamentali o per sport, come nel caso del pesce siluro. Ma possono arrivare anche in modo accidentale, come il calabrone asiatico o la cimice asiatica, che sono arrivati probabilmente con il trasporto commerciale accidentale, viaggiando come "autostoppisti" su merci o imballaggi. In alcuni casi, quando cioè queste operazioni sono fatte in maniera poco responsabile <b>il rischio è quello di far arrivare nel nostro paese alcune specie che possono diventare dannose per la biodiversità.</b> Nel momento in cui la prevenzione –  “messa in atto con azioni coordinate tra politica e mondo scientifico, seguendo la strategia nazionale e il regolamento europeo”, spiega il prof. Genovesi – non dovesse funzionare, ecco che dev’essere attivato un altro livello di sicurezza attraverso operazioni di coordinamento, monitoraggio o eradicazione. Un esempio è&nbsp;<a href="https://www.regione.puglia.it/documents/1086071/5462191/DGR_577_2026_05_12_signed_signed.pdf/8668024c-485c-16bd-4fbf-e335a22e3583?t=1778746460501" target="_blank">l’accordo della settimana scorsa</a>&nbsp;tra la regione Puglia e l’Università di Bari per affrontare l’emergenza del parrocchetto monaco che, nutrendosi di frutta e soprattutto di mandorle, sta rovinando i raccolti di una regione dove, secondo Coldiretti, i mandorleti coprono il 35 per cento della superficie. <b>L’intesa prevede infatti una serie di linee guida per la gestione del problema con un piano di controllo e rimozione dei nidi del volatile solo nelle situazioni di criticità. Questo perché i nidi del pappagallino verde possono arrivare anche a dimensioni notevoli e rischiano di far crollare coperture e tetti.</b> “L’accordo in questione – spiega Genovesi – dà un’ottima base operativa perché la collaborazione tra enti pubblici e regioni assicurano sempre una buona qualità tecnica degli interventi. Sicuramente può essere utile”.</p><p>Ma il progetto messo in piedi dalla Puglia e dall’ateneo barese non è il solo caso di collaborazione tra politica e mondo accademico. La settimana prima è stato il turno dell’Emilia-Romagna e dell’università di Bologna che hanno ideato un progetto, chiamato Octo-Blu, per mettere un freno all’invasione del granchio blu sulle coste adriatiche. Il piano prevede l’allevamento di alcuni polpi, i principali predatori del granchio blu, da rilasciare poi in mare con tane artificiali sul fondale. Questa specie aliena invasiva, ricorda Genovesi, è stata introdotta in Italia negli anni Trenta del secolo scorso. “Noi scienziati siamo un po’ delle Cassandre: sapevamo che avrebbe potuto provocare impatti e lo abbiamo detto. Però <b>l’interesse è stato molto basso fino al 2023 quando è esploso il problema </b>e tutti si sono mossi arrivando a spendere<b> più di 50 milioni di euro</b> per cercare di contrastarlo”.</p><p>Così il professore ritorna al rapporto tra scienza e politica, concentrandosi sulla capacità di comunicare con i cittadini. Dopo l’emergenza Covid-19, “abbiamo capito che la prevenzione è importante in ambito sanitario, ma in altri campi è difficile trasmettere il messaggio della necessità di un intervento. <b>Non sempre le persone ti capiscono quando dici: ‘Agiamo su una specie che ancora non provoca nessun problema’”. </b>Un modello positivo, racconta Genovesi, è quanto sta accadendo in Puglia, dove in questi giorni è stata segnalata la presenza del calabrone asiatico: “Gli apicoltori, che già sapevamo della minaccia grazie anche alla nostra azione di comunicazione, si sono attivati e ora stanno lavorando con noi per rimuoverlo. Sicuramente il modo più efficace per intervenire è tentare di eradicare questo piccolo nucleo”, conclude l'esperto.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/televisione/2026/05/25/news/la-difesa-vuole-una-piattaforma-streaming-tutta-sua-sara-un-flop-dice-mirko-campochiari-parabellum--399376</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/televisione/2026/05/25/news/la-difesa-vuole-una-piattaforma-streaming-tutta-sua-sara-un-flop-dice-mirko-campochiari-parabellum--399376</link>
				<title>La Difesa vuole una piattaforma streaming tutta sua. &quot;Sarà un flop&quot;, dice Mirko Campochiari (Parabellum)</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 13:46:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/22/original/1e132528-fce1-48f1-b91f-37459701d282.jpeg?v=1779463574" />
																					<category>Televisione</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>L’hanno chiamata "Netflix della difesa". Del resto, è uno dei primi pensieri che viene in mente leggendo l’<a href="https://www.difesaservizi.it/avviso-esplorativo-zona-militare-club-piattaforma-tv-ott" target="_blank">avviso esplorativo</a>&nbsp;che Difesa Servizi, società del ministero della Difesa, ha pubblicato per capire se ci sia interesse sul mercato per creare una piattaforma televisiva e streaming interamente dedicata al mondo della difesa. <b>"Non la seguirà nessuno, sarà un flop", sentenzia parlando con Il Foglio</b>&nbsp;<b>Mirko Campochiari, conosciuto su YouTube come</b> <b>Parabellum</b>. Con 150 mila iscritti e oltre 60 milioni di visualizzazioni complessive, il suo canale è fra i più seguiti in Italia quando si parla di analisi storico-militare. Secondo lui creare una piattaforma ad hoc della Difesa è sostanzialmente inutile. <b>"Onestamente questa iniziativa non la capisco. Con tante piattaforme già esistenti e popolari, perché mai il pubblico dovrebbe spostarsi verso un nuovo servizio sconosciuto?"</b>.&nbsp;</p><p>Bando alla mano, la società che si aggiudicherà il progetto (c’è tempo fino al 4 giugno per partecipare) dovrà realizzare una piattaforma fruibile su connected tv, web, desktop e mobile, con contenuti sia live che on demand, e poi creare modelli di monetizzazione basati su abbonamenti, pubblicità e sponsorizzazioni. Si dovrà occupare anche dello sviluppo editoriale audiovisivo e di palinsesto della piattaforma, il tutto <b>pagando a Difesa Servizi un canone annuo da 20 mila euro</b>. Durata del rapporto? Tre anni, estendibili ad altri tre. Il brand commerciale messo in licenza dalla Difesa è&nbsp;<a href="https://www.difesaservizi.it/NasceZonaMilitareClub" target="_blank">“Zona militare Club”</a>, concepito e realizzato nel 2020 da Difesa Servizi allo scopo di promuovere i brand dell’Arma dei Carabinieri&nbsp;e delle&nbsp;Forze Armate&nbsp;con uno "stile più moderno e innovativo", si legge nel comunicato di presentazione. Il primo store con questo brand è stato inaugurato nel 2023 a Corvara (Bolzano), ed è specializzato in abbigliamento e articoli alimentari. Il piano è aprire sempre più punti vendita in tutta Italia, in parallelo a una nuova piattaforma tv.&nbsp;</p><p>“Lo dico contro il mio stesso interesse, dato che mi farebbe concorrenza, ma <b>sarebbe molto più efficace potenziare il canale YouTube ufficiale dell'esercito</b>”<b>, propone Campochiari</b>. I modelli da seguire ci sono: “Le forze armate austriache, la Bundesheer, fanno anche delle ottime analisi sulla guerra in Ucraina, e sono molto neutrali. Ma anche l'esercito romeno ha un bellissimo canale&nbsp;dove intervistano i giovani che hanno deciso di intraprendere la carriera militare e usano YouTube come specchietto per far vedere le loro attività. <b>Puntano ad attirare più persone mostrando un'immagine più familiare di loro stessi. Rinchiudersi in una nuova piattaforma invece non ha alcun senso</b>”. Il problema tende a espandersi all'intero modo con cui il mondo della Difesa parla di sé agli altri. “Io ho successo in Italia perché l'Esercito non c'è. Non c'è una fonte ufficiale sull'analisi militare”, ammette Campochiari, secondo cui al massimo su questi temi “ci sono programmi televisivi di opinionismo che puntano più allo scontro e allo share che ad analizzare gli scenari in maniera rigorosa.<b> L'Esercito italiano ha abdicato al suo ruolo informativo</b>”. Il motivo, secondo lo youtuber, è puramente politico: “Quando l'esercito dice qualcosa, è ufficiale. Ma una determinata analisi verrebbe percepita come la linea del governo italiano, e non si vogliono assumere certe responsabilità”. Eppure, il pubblico c'è eccome. “<b>Dall'attacco russo in Ucraina del 2022 in poi l'interesse delle persone riguardo la geopolitica è schizzato</b>”, dice Campochiari. “Dal conflitto mediorientale fino al Venezuela, il pubblico vuole capire le ragioni dietro ogni crisi che scoppia nel mondo”.&nbsp;</p><p>Il bando della Difesa riporta alla mente&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2023/01/06/news/itsart-its-closed-sangiuliano-liquida-la-netflix-di-franceschini--164653" target="_blank">l’esperienza flop di ItsArt</a>, piattaforma voluta dal ministro della Cultura&nbsp;Dario Franceschini durante gli anni peggiori del Covid-19. Avrebbe dovuto essere la “Netflix italiana della cultura”, ma dopo sette milioni e mezzo di perdite solo nel primo anno di attività è stata messa in liquidazione da Cassa depositi e prestiti. <b>Stavolta però è diverso, si augurano dal mondo militare. Qui l’idea di una piattaforma che racconti il dietro le quinte del mondo delle forze armate ha suscitato parecchio entusiasmo</b>. C’è chi dice di augurarsi che un progetto del genere possa essere d'aiuto a ridurre lo stigma che ruota attorno alla Difesa, e mostrare il lato più nascosto delle attività di chi lavora nel settore. Dall’impegno nel settore dell’efficientamento energetico alle iniziative in campo museale e sportivo. “Siamo donne e uomini come tutti, è giusto usare i mezzi più innovativi per raccontarci”, dicono al Foglio dalle forze armate. La stessa società Difesa Servizi è stata istituita nel 2010 con questo intento: valorizzare il patrimonio immobiliare dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/esercito_34291/page/1" target="_blank">esercito</a>, ma anche gestire i marchi e gli emblemi dei corpi armati a tutto tondo. Media compresi. Prima ancora della piattaforma, Difesa Servizi aveva già testato il mondo dell’audiovisivo con <b>“Vespucci, il viaggio più lungo”</b>, docuserie targata Rai 3 prodotta insieme a Palomar (la casa di produzione di Montalbano) e a Rai Fiction. Ogni episodio ha portato davanti allo schermo circa mezzo milione di italiani. Sulla piattaforma nuova è tutto da vedere.&nbsp;“Speriamo che cambino idea”<b>,</b>&nbsp;conclude Campochiari.&nbsp;“Scommetto ogni singolo centesimo che sarà un fallimento”.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/roma-e-como-in-champions-milan-e-juve-al-tappeto-lultima-giornata-che-ha-rimesso-ordine-al-merito--399452</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/roma-e-como-in-champions-milan-e-juve-al-tappeto-lultima-giornata-che-ha-rimesso-ordine-al-merito--399452</link>
				<title>Roma e Como in Champions, Milan e Juve al tappeto: l’ultima giornata che ha rimesso ordine al merito</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 13:32:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/53368956-cccf-4cd1-8744-ad277b6b594c.jpeg?v=1779708755" />
																					<category>Sport</category>
				<author>Enrico Veronese</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Ha vinto il merito. La Roma di Gian Piero Gasperini e il Como di Cesc Fàbregas strappano i biglietti per i voli europei poiché durante la stagione hanno mostrato di crederci di più, attraverso il gioco e non soluzioni estemporanee, preservandosi fresche per la volata finale. “They got money, they got sun, they look like they're havin' fun”,&nbsp; cantavano i Marillion: “We get the dream that we deserve”, afferriamo il sogno che ci meritiamo, ed è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/il-como-in-champions-league-va-oltre-anche-allottimismo-calcistico--399449">quanto mai impensabile per la storia dei lariani</a>. <br></p><p>L’altro lato della medaglia, ovviamente, è il flop della Juventus e soprattutto del Milan. Se i bianconeri erano virtualmente tagliati fuori dopo la sconfitta interna contro la Fiorentina (solo una combinazione favorevole di fattori avrebbe potuto rianimarli), <b>non ha spiegazioni la debâcle del Milan a San Siro contro un Cagliari che non aveva più da chiedere al torneo</b>. I sardi hanno preso a pallate la squadra di Massimiliano Allegri, tradito dalle punte, oltre la dimensione del risultato.</p><p>“Disappointment, you shouldn't have done, you couldn't have done, you wouldn't have done”, gorgheggiava categorica la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2018/01/15/news/addio-dolores-oriordan-voce-unica-e-triste--219694">povera Dolores o’Riordan</a>&nbsp;dei Cranberries, presaga della fragile mentalità, dell’appagamento e probabilmente anche della debole condizione fisica dei rossoneri, chiamati a doversi rifondare tra incognite - il tecnico va in Nazionale? - e le somme mancanti per la qualificazione all’Europa che conta di più. A maggior ragione, servirà una grande Europa League.</p><p>Un plauso alle comprimarie che l’ultima giornata hanno dato tutto, le squadre <i>sparring partner </i>che pur senza obiettivi non volevano proprio passare per coloro che si scansano: certo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/23/news/il-derby-ossessione-il-torino-davanti-alloccasione-che-aspetta-da-trentanni--399360">il Torino con motivazioni da derby</a>&nbsp;e una situazione incendiaria all’esterno, appunto il Cagliari corsaro, ma anche il Verona che ha combattuto e creato chance di difficoltà alla Roma, e pure il Genoa che non ha reso facile la salvezza del Lecce: nessuna facile resa, nessuna ritirata, diceva il boss Bruce Springsteen. <br></p><p>Sia resa quindi gloria ai personaggi dell’ultimo turno: come <b>Eusebio di Francesco, che ha riscattato due retrocessioni atroci con la salvezza in Salento</b>. E Dušan Vlahović, doppietta che non “retrocede” al piano inferiore. L’eterno Pedro, sempre Pedrito, che conosce l’arte del calcio e della positività imparata al Barcelona, allo stesso modo in cui chi allena il Como ne ha fatto un elemento di visione, oltre che di eleganza: <i>charming</i> Smiths che coccolano le complessità della vita.</p><p>È stato, tra l’altro, <b>il </b><b>campionato dei troppi errori arbitrali</b> (e del Var), di trasferte vietate alle tifoserie ospiti senza giustificazioni plausibili, del sorgente scandalo Rocchi, di allenatori spesso polemici. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">ennesima espressione di una Nazionale che cicca i Mondiali per dodici anni</a>: ora proprio alla competizione nordamericana è rivolta l’attenzione fino a metà estate, un mondo che pare andare avanti - e benissimo - anche senza l’Italia. Ai mesi venturi la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/a-montreal-sul-podio-assieme-a-hamilton-e-verstappen-antonelli-ha-visto-il-suo-futuro--399436">challenge di Kimi Antonelli</a>&nbsp;farà capire se saremo un paese con meno calcio.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/il-como-in-champions-league-va-oltre-anche-allottimismo-calcistico--399449</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/sport/2026/05/25/news/il-como-in-champions-league-va-oltre-anche-allottimismo-calcistico--399449</link>
				<title>Il Como in Champions League va oltre anche all&#039;ottimismo calcistico</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 12:22:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/1f6db074-76a0-42bc-acb1-e171f42f2039.jpeg?v=1779702186" />
																					<category>Sport</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>C’era una volta, nemmeno troppo tempo fa, anche se, almeno a quelle latitudini, sembra un’era geologica fa, un gruppo di appassionati del gioco del calcio e della squadra cittadina che attorno a un tavolo di una birreria ai margini del centro storico si esibivano in discorsi ottimistici anche quando tutto sembrava essere perduto. Anche nei giorni successivi al 23 luglio del 2016 quando il tribunale di Como accolse l'istanza di fallimento formalizzata dalla procura contro il Calcio Como, ponendolo in amministrazione controllata. Quel gruppo di appassionati del gioco del calcio e del Como dissero allora che tutto si sarebbe risolto per il meglio e che dopo un po’ di C, sarebbero tornati in B e poi pure in A. Ottimismo che è stato subito smentito dai fatti – secondo fallimento al termine della stagione e ripartenza dalla D – ma non incrinato davvero dai fatti.</p><p>Li chiamarono allora i Lariani ottimisti. In realtà li credevano pazzi, fuori come un Napo Torriani qualsiasi dal Baradello, la torre medievale che guarda dall’alto in basso la città dall’omonimo colle.</p><p>Nemmeno i Lariani ottimisti però avrebbero potuto pensare che la prossima stagione il Como 1907 (così si chiama il Calcio Como dopo la ripartenza post fallimento, nda) avrebbe giocato in Champions League nel 120esimo anniversario dalla sua fondazione. Perché<b> il Como il prossimo anno giocherà davvero in Champions</b>. “C’è da non crederci e non ho capito se è successo davvero o è tutto un sogno, ma visto che mi sta chiamando uno di un giornale di Roma, per quanto mi han detto habitué del Lago, devo ammettere che sì è tutto vero, è successo davvero. Siamo in Champions League. È tutto pazzesco, tutto pazzesco, pazzesco e bellissimo”, racconta al Foglio Fabio, detto Fè, uno di quel gruppo di appassionati del gioco del calcio e del Como che, seduti attorno a un tavolo di una birreria ai margini del centro storico, dipingevano a parole un futuro meraviglioso per una squadra che era appena fallita.</p><p>I Lariani ottimisti frequentano lo stadio, apprezzano la mentalità ultras senza farne parte, in trasferta non ci vanno “perché abbiamo la fortuna di avere lo stadio con lo sfondo più bello d’Italia e soprattutto eravamo dei cinquantenni pigri e ora siamo dei sessantenni più pigri di allora”. E continuano a essere ottimisti proprio “perché pigri e quindi disposti a stare fermi: e quando si sta fermi si riesce a pensare per bene e con calma”.</p><p>Fè è professore di italiano e latino in un liceo di Como. A sessant’anni corre tre pomeriggi a settimana, poco prima del tramonto, pesca pesci lacustri che poi ributta in acqua perché a pescare c’è sempre andato ma il pesce di lago non gli piace, nel fine settimana va o allo stadio o in birreria a vedere la partita e al mercoledì si trova con gli amici per suonare. “Ora dovremmo cambiare giorno in sala prove. E un po’ ci scoccia perché siamo pigri abitudinari. Però vuoi mettere il Como in Champions League a strimpellare i Creedence e gli Allman Brothers Band?”.</p><p>Prima dell’inizio di campionato i Lariani ottimisti erano convinti che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/03/01/news/cesc-fabregas-vede-il-calcio-che-gli-altri-non-vedono--110532">il Como allenato da Cesc Fàbregas</a>&nbsp;sarebbe arrivato al quinto posto. Prima del fischio iniziale dell’ultima partita della Serie A 2025-2026 erano convinti che la squadra avrebbe terminato al quinto posto. “Siamo andati tutti e sei a Cremona perché una qualificazione in Europa, in Europa League era qualcosa di storico. Siamo pigri ma non scemi. Allo stadio abbiamo festeggiato la qualificazione in Champions League”. L’unico cruccio è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/09/16/news/nico-paz-e-la-lezione-del-lago--119861">non aver festeggiato con Bisbino e Boletto sullo sfondo</a>: “La pianura è più semplice da vivere del Lario, ma non c’è niente che scalda più il cuore dei panorami del Lago. Forse il Como in Champions, ma non so se è così davvero”.</p><p>Spesso <b>hanno sottolineato che quello del Como non è un miracolo sportivo, che la squadra lariana non è da considerare una provinciale, perché per budget e investimenti vale quasi una grande</b>. “Vero, ma anche chi se ne frega. Ci considerino come vogliono, ma <b>i fatti dicono che la Champions la giocherà il Como</b> e non il Milan”. Il Milan domenica sera ha pensato bene di perdere in casa contro il Cagliari e in questo modo non qualificarsi in Champions League. A Como di essere un miracolo sportivo non frega a nessuno. “I miracoli hanno una dimensione biblico-evangelica, nel calcio conta avere idee chiare, soprattutto buone, programmazione, soldi e gente capace nei ruoli giusti. Il Como ci è riuscito e con un budget minore di Milan, Juventus e pure dell’Atalanta. Quindi sì, è una squadra ricca, però meglio essere ricchi e Champions che essere ricchi e senza Europa o poveri e basta”.</p><p>I Lariani ottimisti non si pronunciano però sul futuro europeo. “E non è per scaramanzia, la scaramanzia è per i pessimisti, è per salvarci lo scalpo, perché è pieno di scaramantici pessimisti e se ho capito una cosa da decenni di insegnamento e di letture è che una cosa molto importante da fare è farsi gli affari propri quando si parla di una cosa irrazionale e serissima come il calcio”.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/societa/2026/05/25/news/controllo-del-territorio-e-integrazione-degli-stranieri-che-cosa-serve-dopo-modena--399439</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/societa/2026/05/25/news/controllo-del-territorio-e-integrazione-degli-stranieri-che-cosa-serve-dopo-modena--399439</link>
				<title>Controllo del territorio e integrazione degli stranieri: che cosa serve dopo Modena</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 11:51:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/49d5cdf3-4014-42f3-bdfd-8c5b8f112719.jpeg?v=1779702716" />
																					<category>Società</category>
				<author>Giacinto della Cananea</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Dopo il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/16/news/a-modena-un-automobilista-travolge-una-decina-di-persone-in-centro--399041">gravissimo episodio di Modena</a>, al momento del cordoglio per le vittime e i feriti e al ringraziamento ai soccorritori seguirà l’accertamento delle responsabilità penali e non dovrà mancare una riflessione ad ampio raggio sulle politiche pubbliche riguardanti il controllo del territorio e l’integrazione dei cittadini provenienti da altre aree del mondo.</p><p>Dal momento del suo insediamento, <b>il governo Meloni ha destinato alla sicurezza un notevole investimento in termini normativi e finanziari</b>. Ha adottato ben cinque decreti legge incentrati sulla sicurezza e sull’ordine pubblico e altrettanti focalizzati sull’immigrazione. Inoltre, pur se l’accordo tra Italia e Albania per i centri di gestione dei migranti non comporta l’esborso di un miliardo di euro, ventilato da alcuni parlamentari di opposizione, e diverse spese non si realizzeranno finché i centri non diverranno operativi, è stato previsto un costo di oltre 670 milioni di euro nell’arco di cinque anni.<b> Secondo le stime più recenti della Corte dei conti sulla spesa pubblica, effettuate sul rendiconto generale dello stato per il 2024, il ministero dell’Interno ha speso ben 3,5 miliardi di euro per la missione 27, concernente l’immigrazione e l’accoglienza degli stranieri, con un incremento del 3 per cento rispetto al 2023</b>. Si aggiunga che le risorse destinate dal bilancio 2024 al ministero ammontano a 30,5 miliardi, in calo dell’1,1 per cento rispetto al 2023. Questi dati possono far temere che vi sia contrasto tra la politica pubblica rivolta all’esterno, all’immigrazione, e quella riguardante il controllo del territorio, per il quale le nostre forze dell’ordine hanno tradizionalmente risultati migliori rispetto ad altri paesi.</p><p>Un confronto con la Francia è istruttivo anche sotto un altro profilo. Il problema di fondo non è l’immigrazione, bensì l’integrazione dei cittadini naturalizzati (circa 2,6 milioni secondo l’Insee) e di quelli nati in Francia: nel complesso, si tratta di oltre il 21 per cento della popolazione francese complessiva, ma sotto i 60 anni questa proporzione sale oltre il 30 per cento. E’ un problema perché essi registrano tassi di disoccupazione, di povertà e di abbandono scolastico significativamente più alti rispetto alla media nazionale. Sono più esposti non solo al rischio della radicalizzazione islamista, com’è stato osservato recentemente da Gilles Kepel, ma anche a quello del coinvolgimento in attività criminali e alla marginalizzazione.</p><p>Volgendo lo sguardo all’Italia, rinunciare al controllo dell’immigrazione sarebbe esiziale, sotto il profilo politico e sociale. Ma non sarebbe meno grave rinunciare al controllo del territorio, che richiede investimenti nel personale e nelle tecnologie, e nell’integrazione di quanti sono già cittadini italiani. Sotto entrambi i profili, il ruolo della pubblica amministrazione è fondamentale. Richiede analisi e proposte all’altezza dei problemi attuali, di fronte ai quali è impensabile tornare al passato.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/ecco-la-prima-enciclica-del-papa-bene-la-tecnologia-ma-non-puo-dominare-lumano--399448</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/ecco-la-prima-enciclica-del-papa-bene-la-tecnologia-ma-non-puo-dominare-lumano--399448</link>
				<title>Ecco la prima enciclica del Papa: “Bene la tecnologia, ma non può dominare l&#039;umano”</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 11:41:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/733a1b2a-724f-47b1-b48f-be218d9c39d3.jpeg?v=1779705614" />
																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Un'introduzione, cinque capitoli e la conclusione per 245 paragrafi. Ecco <b>“Magnifica Humanitas”</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/il-giorno-della-magnifica-humanitas-prima-enciclica-di-papa-leone-xiv--399440">la prima enciclica di Leone XIV</a>&nbsp;“sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale”. <b>Prima annotazione: non è un'enciclica sull'intelligenza artificiale. </b>Non è la tecnica l'oggetto della lunga riflessione papale, bensì l'uomo. E' il suo rapporto con e cose nuove. “Se a suo tempo Leone XIII parlava di 'nuove questioni', oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica”. E' evidente “quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l'intelligenza artificiale e la robotica stiano trasformando il nostro mondo”. Punto da sottolineare: “La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona. Al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto 'fatto profondamente umano, legato all'autonomia e alla libertà dell'uomo”. La citazione è tratta dalla “Caritas in veritate” di Benedetto XVI. Detto ciò, scrive il Papa,<b> “oggi ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità,</b> plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull'immaginario collettivo: 'Mai l'umanità ha avuto tanto potere su se stessa'”.</p><p>I primi due capitoli sono un ripasso – sempre utile – dei cardini e dello sviluppo della Dottrina sociale della Chiesa, un lungo cammino che dura da più di un secolo. I<b>l terzo capitolo è quello che affronta in modo profondo il problema dello sviluppo tecnologico,</b> con la consapevolezza che “'l'intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano”. <b>Di IA si parla, ovviamente, ma con alcune precisazioni: l'enciclica non intende offrirne una trattazione concettuale, anche perché “qualsiasi affermazione rischia di diventare obsoleta in breve tempo”.</b> In secondo luogo, “tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco” dell'effettivo funzionamento di questi sistemi.</p><p><b>Ma il giudizio su queste innovazioni è positivo o negativo? </b>“Tali innovazioni possono diventare un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune. Ma, proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico. Più potente non significa necessariamente migliore”. S<b>e non si può dare una definizione “univoca e completa”</b> dell'IA, si può però affermare che “occorre evitare l'equivoco di equiparare questa intelligenza a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell'intelligenza umana”.<b> L'obiettivo deve essere quello di rendere l'IA uno strumento, “un aiuto prezioso” che però necessita di “un approccio sobrio e vigile”.</b> In ogni caso, “non possiamo considerare l'IA moralmente neutra” e “il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi <b>come esso venga progettato e quale idea di persona e di società </b>risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”.</p><p>Il Papa riprende uno dei verbi prediletti dall'inizio del suo pontificato: disarmare. “<b>Disarmare l'IA significa sottrarla alla logica della competizione armata,</b> che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. E' la corsa all'algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l'umano”. E la custodia dell'umano è il filo rosso che guida nella lettura dell'enciclica, l'architrave portante. Il Papa avverte sui pericoli di affidarsi in toto alla tecnica, soffermandosi sul transumanesimo e il postumanesimo, che “costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l'immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l'entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di 'uomo potenziato' oppure di 'uomo ibridato' con la macchina”. <b>Sia chiaro un punto: “'Umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca 'con i piedi per terra' dentro una vocazione più alta”.</b></p><p>Il documento affronta tutte le maggiori sfide della nostra contemporaneità: <b>dalla pervasività delle piattaforme social alle dipendenze, dalle forme di controllo sociale alla politica degli algoritmi che sfocia nella disinformazione.</b> Affronta il problema “della mentalità tecnocratica che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile o risorsa da ottimizzare” e al capitolo quinto parla di <b>guerra</b>. Perché “la rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti”. L'intelligenza artificiale, “può potenziare la difesa e la protezione dei civili, ma può anche abbassare la soglia dell'uso della forza, rendere opache le responsabilità, alimentare una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a 'danno collaterale'”. <b>Chiaro e netto è il rifiuto del concetto di “guerra giusta”,</b> “troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”. Leone XIV scrive che “l'umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili”.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/25/news/litalia-apre-una-breccia-nellue-ma-sceglie-un-brutto-momento-per-fare-debito--399446</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/25/news/litalia-apre-una-breccia-nellue-ma-sceglie-un-brutto-momento-per-fare-debito--399446</link>
				<title>L’Italia apre una breccia nell’Ue ma sceglie un brutto momento per fare debito</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:59:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/8ebd0c94-53bb-41c7-84a3-570a57c50320.jpeg?v=1779699137" />
																					<category>Economia</category>
				<author>Nicola Rossi</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Nonostante tutto, l’iniziativa del governo italiano intesa ad allargare i margini di flessibilità di bilancio consentiti dalla odierna governance fiscale europea sembrerebbe aver ottenuto un primo risultato. Sembrerebbero, infatti, esserci motivi per supporre che la modalità con cui il tema è stato posto – e cioè la difficoltà di proporre alle opinioni pubbliche europee un ordine di priorità diverso da quello visibilmente imposto dalla realtà contingente – <b>potrebbero, quantomeno, aver indotto la Commissione ad avviare una riflessione. </b></p><p>Nell’attesa che questa riflessione porti a un qualche risultato, è impossibile non osservare come le diverse edizioni della governance europea sembrerebbero essere tutte accomunate dallo stesso, identico, destino: nascere per rispondere alla rigidità delle regole fiscali precedenti e poi, a distanza, non di anni ma di mesi rivelarsi del tutto impotenti rispetto a eventi imprevisti e spesso imprevedibili. <b>In parte ciò è la conseguenza della natura contraddittoria delle regole fiscali stesse che rappresentano un compromesso fra visioni spesso radicalmente diverse del ruolo dell’operatore pubblico nell’economia. </b>Un compromesso il cui esito è uno solo: il malfunzionamento delle regole fiscali stesse. Ma c’è, purtroppo, di più: le difficoltà della governance fiscale europea a soli due anni dal suo varo sono la conseguenza della infantile illusione coltivata da tutte le burocrazie: <b>quella di poter prevedere in anticipo e quindi regolare gli eventi umani. </b>Una illusione che nasconde la volontà di dare un senso qualsivoglia al proprio ruolo, ampliandolo incessantemente. In un mondo dominato, non da oggi, dall’incertezza le uniche regole che funzionano sono quelle semplici e uniformi. Quelle “stupide”.</p><p>Dal punto di vista italiano, la richiesta di una maggiore flessibilità – quale che sia la forma che questa poi prenderà, se la prenderà – mirata a una estensione temporale di provvedimenti a sostegno di specifiche categorie non può stupire. I provvedimenti di breve respiro hanno segnato tutte le emergenze di questo primo quarto di secolo spesso e volentieri protraendosi ben oltre le emergenze stesse (con grave danno per le finanze pubbliche). In questo caso, non si può non osservare, peraltro, una piccola ma significativa differenza: <b>all’intervento tampone sembrerebbe essersi associata una qualche accelerazione su un tema di carattere strutturale e cioè quello del ritorno al nucleare (ovviamente, “sostenibile”).</b> Una qualche iniziativa mirata a ridurre i tempi di autorizzazione e realizzazione del solare e dell’eolico sarebbe stata anch’essa benvenuta ma bisogna accontentarsi.</p><p>Ciò sottolinea la necessità che ogni eventuale ulteriore margine di flessibilità venga utilizzato in termini strettamente temporanei ed associato a una previsione di rapido rientro dell’eventuale debito aggiuntivo (debito aggiuntivo che sarebbe con ogni probabilità solo rinviato se il tutto si risolvesse spostando fondi destinati a spese in conto capitale verso capitoli di spesa in conto corrente). E ciò anche perché vi sono fondati motivi per immaginare tassi di interesse in rialzo nella seconda parte dell’anno. <b>Il cambio della guardia alla Federal Reserve sembrerebbe, ironicamente, coincidere con una presa d’atto della impraticabilità di riduzioni nei tassi di interesse e gli analisti prevedono, anzi, una loro revisione in aumento entro l’anno.</b> L’ondata al rialzo sembrerebbe aver già interessato ed interessare molte economie occidentali sia pure in misura diversa: la Germania, il Regno Unito e, forse, soprattutto il Giappone. La rinnovata presenza degli squilibri macroeconomici globali che già avevano fatto da sfondo alla crisi finanziaria globale torna a consigliare prudenza. <b>In breve, per un paese fortemente indebitato, non è quasi mai un buon momento per fare debito ma questo lo è ancor meno di altri. </b>E questo è non vero ma verissimo se si tratta di debito destinato a finanziare spesa corrente.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cibo/2026/05/25/news/il-cibo-come-racconto-e-simbolo-leredita-di-carlin-petrini-e-i-suoi-limiti--399445</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/cibo/2026/05/25/news/il-cibo-come-racconto-e-simbolo-leredita-di-carlin-petrini-e-i-suoi-limiti--399445</link>
				<title>Il cibo come racconto e simbolo. L’eredità di Carlin Petrini e i suoi limiti</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:52:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/836232c4-1779-4f8d-9f61-7ef78cf1d2ee.jpeg?v=1779699149" />
																					<category>Cibo</category>
				<author>Alberto Grandi</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/22/news/addio-a-carlo-petrini-sugli-obiettivi-grazie-sugli-strumenti-discuteremo-ancora--399326" target="_blank">Carlo “Carlin” Petrini</a>, il fondatore di Slow Food, l’uomo che più di ogni altro è riuscito a trasformare il cibo da questione gastronomica a tema politico, culturale, morale e persino identitario, era malato da tempo, ma fino all’ultimo aveva continuato a intervenire nel dibattito pubblico con quella miscela molto italiana di affabulazione, militanza, intelligenza intuitiva e spirito missionario che lo aveva reso una figura riconoscibile ben oltre i confini dell’enogastronomia. <b>Ieri mattina, il funerale laico a Pollenzo, sede della “sua” Università  di Scienze gastronomiche</b>.</p><p>Nato a Bra il 22 giugno 1949, figlio di un ferroviere e di un’ortolana, Petrini si forma politicamente nella sinistra extraparlamentare degli anni Settanta, militando nel Partito di Unità Proletaria e collaborando con giornali come il manifesto e l’Unità. Non è un dettaglio secondario. Per capire davvero Slow Food bisogna ricordare che il movimento non nasce semplicemente come associazione gastronomica, ma come pezzo di una cultura politica ben precisa: quella che guardava con sospetto il capitalismo globale, l’omologazione culturale, l’americanizzazione dei consumi e l’industrializzazione della vita quotidiana.</p><p>La leggenda fondativa è nota: la protesta contro l’apertura del McDonald’s in piazza di Spagna, a Roma, nella seconda metà degli anni Ottanta. Da lì nasce prima Arcigola e poi, nel 1989, ufficialmente Slow Food. Una risposta simbolica e politica al fast food americano, ma anche un tentativo di costruire un contro-modello culturale: lento contro veloce, locale contro globale, artigianale contro industriale, tradizione contro modernità. In quella stagione si saldano infatti gastronomia, militanza culturale e una certa nostalgia ideologica per un mondo contadino percepito come più autentico, più umano, più giusto. Una nostalgia che in Italia ha attraversato decenni e colori politici diversi, da Pasolini fino a una parte consistente dell’ambientalismo contemporaneo.</p><p>Ridurre però Petrini a una caricatura antiamericana sarebbe un errore. Il suo vero talento fu capire in anticipo che il cibo sarebbe diventato il linguaggio politico e identitario del XXI secolo. Quando molti consideravano la gastronomia una faccenda frivola, lui intuì che dentro il cibo si sarebbero intrecciati ambiente, agricoltura, turismo, salute, globalizzazione, diritti, nostalgia, consumi e perfino geopolitica. In questo senso il suo impatto sul dibattito pubblico italiano è stato enorme, probabilmente persino superiore a quello di molti leader politici. <b>Oggi è quasi impossibile parlare di agricoltura, biodiversità, sostenibilità o prodotti locali senza usare categorie che, direttamente o indirettamente, passano dal vocabolario costruito da Slow Food</b>. Anche chi non ha mai amato Petrini – e sono molti – deve riconoscergli un merito gigantesco: aver dato dignità culturale e accademica a un tema che rischiava di rimanere confinato nel folklore, nelle sagre e nelle nostalgie provinciali. La fondazione dell’Università degli studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo, nel 2004, fu un’intuizione straordinaria. Per la prima volta il cibo veniva trattato come oggetto di studio serio, multidisciplinare, internazionale. Economia, antropologia, storia, agronomia, ecologia e comunicazione trovavano una casa comune attorno alla gastronomia. Non era più soltanto “mangiar bene”: era un tentativo di interpretare il mondo attraverso il cibo.</p><p>E qui entra inevitabilmente anche una generazione di studiosi che, pur muovendosi spesso su posizioni lontane o apertamente opposte rispetto a quelle di Petrini, ha finito per lavorare dentro lo spazio culturale che lui aveva contribuito a costruire. <b>Negli ultimi dieci anni il dibattito storico, economico e identitario sul cibo in Italia è diventato centrale anche grazie a questo terreno preparato da Slow Food</b>. Persino chi come me ha contestato duramente certe derive ideologiche del petrinismo – il mito della tradizione immobile, la diffidenza verso l’industria, la narrazione sentimentalizzata della civiltà contadina – ha potuto farlo perché il tema era ormai uscito dalla marginalità accademica ed era diventato oggetto di discussione pubblica nazionale e internazionale.</p><p>Paradossalmente, dunque, anche molte critiche rivolte a Slow Food sono figlie del successo di Slow Food. Senza Petrini, probabilmente, il cibo sarebbe rimasto un tema da inserti domenicali o da guide gastronomiche. <b>Con Petrini è diventato invece uno strumento per discutere di modernità, identità nazionale, globalizzazione e perfino lotta politica</b>.</p><p>Naturalmente, proprio qui iniziano anche le ambiguità e le distorsioni del suo lascito. Perché la grande forza narrativa di Slow Food ha finito spesso per produrre una visione del passato profondamente selettiva, quando non apertamente mitologica. Nel mondo raccontato da Petrini e dai suoi epigoni, la civiltà contadina tendeva a trasformarsi in una specie di Eden perduto: armonioso, sostenibile, comunitario, quasi felice. Un luogo nel quale il cibo era autentico, il rapporto con la natura equilibrato e la produzione ancora “umana”.</p><p>Ma la storia reale delle campagne italiane racconta soprattutto altro: fame, pellagra, rachitismo, lavoro massacrante, povertà cronica, mortalità infantile, emigrazione di massa. Per milioni di italiani la modernità industriale non fu una disgrazia, ma una liberazione. Il frigorifero, l’industria conserviera, la chimica agraria, la grande distribuzione e perfino una parte del fast food rappresentarono, nel secondo dopoguerra, l’uscita definitiva dalla scarsità alimentare. Eppure, dentro una certa cultura slow, la modernità è stata spesso trattata quasi esclusivamente come una colpa.</p><p>Qui sta forse il frutto più problematico dell’eredità petriniana: aver contribuito, spesso involontariamente, a costruire un racconto nel quale l’innovazione tecnologica diventa sospetta per definizione, mentre il passato viene investito di una superiorità morale automatica. La diffidenza verso gli Ogm, verso alcune forme di agricoltura intensiva, verso la standardizzazione industriale e perfino verso la globalizzazione alimentare è diventata col tempo una postura ideologica che di scientifico aveva ben poco.</p><p>Eppure, sarebbe ingeneroso liquidare Petrini come un semplice nostalgico. In realtà, la sua grande intuizione fu capire che il cibo non è mai soltanto nutrizione. E’ racconto, potere, appartenenza, simbolo. Il problema è che quel racconto, negli anni, ha spesso finito per sostituire la realtà. <b>L’Italia contemporanea si è convinta di essere soprattutto un paese gastronomico, quasi dimenticando che la propria ricchezza è nata molto più nelle fabbriche che nelle cucine. E anche questo slittamento culturale porta, almeno in parte, la firma di Carlin Petrini</b>.</p><p>Ma forse è proprio qui che si misura la statura storica di un personaggio: nella capacità di modificare il modo in cui una società guarda sé stessa. Petrini ci è riuscito. Nel bene e nel male. Ha dato nobiltà politica al cibo, ha imposto nuovi linguaggi, ha costruito reti globali, ha reso la gastronomia una questione culturale centrale. Ma ha anche contribuito a diffondere un’idea talvolta sentimentale della tradizione e una diffidenza morale verso quella modernità che, con tutti i suoi difetti, ha allungato la vita, riempito le dispense e liberato intere generazioni dalla fame.</p><p>Ed è forse questa la contraddizione più interessante del suo percorso: l’uomo che ha combattuto il fast food americano è diventato, senza volerlo, uno dei più grandi creatori di un nuovo consumo globale. Perché insieme a quel salume o a quel formaggio vendeva identità, memoria, territorio e autenticità. Merci immateriali, ma potentissime.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/25/news/lilva-e-lo-specchio-di-tutti-i-grandi-problemi-irrisolti-del-paese--399444</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/25/news/lilva-e-lo-specchio-di-tutti-i-grandi-problemi-irrisolti-del-paese--399444</link>
				<title>L’Ilva è lo specchio di tutti i grandi problemi irrisolti d&#039;Italia</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:44:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/7f42fd68-907a-4ff9-829e-dfd01e572a9c.jpeg?v=1779698447" />
																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Firpo</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il destino industriale dell’Italia contemporanea: <b>una fabbrica sequestrata dalla magistratura che continua a produrre in amministrazione straordinaria, sorretta da decine di decreti emergenziali, finanziata dallo stato, contestata dai territori, inseguita dalle procure, dichiarata strategica da tutti i governi e nella sostanza abbandonata a se stessa.</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/22/news/dal-cdm-arriva-un-altro-prestito-ponte-di-cento-milioni-per-lex-ilva--399410" target="_blank">Quell’immagine è l’Ilva di Taranto</a>. Da tredici anni l’Italia non riesce né a chiuderla né a salvarla. E forse è proprio questa l’essenza della vicenda: l’Ilva non è soltanto una crisi industriale. E’ il luogo in cui si condensano tutti i grandi problemi irrisolti del paese. La difficoltà della politica nel decidere. L’assenza di una strategia industriale. Il conflitto permanente tra poteri dello stato. L’incertezza normativa che paralizza gli investimenti. La transizione ecologica evocata come parola d’ordine ma mai realmente governata. <b>L’uso patologico dell’emergenza come tecnica di governo.</b></p><p>Taranto è diventata la capitale italiana del rinvio. Ventitré decreti “salva Ilva”, otto governi, un commissariamento e due amministrazioni straordinarie, miliardi di euro pubblici immessi nel sistema, trattative internazionali naufragate, sequestri, dissequestri, proroghe, nuovi piani ambientali, nuovi contenziosi. Tutto si muove, nulla si risolve. La fabbrica continua a perdere capacità produttiva, capitale umano, credibilità industriale e finanziaria. <b>Nel frattempo, il paese continua a ripetere che l’acciaio è strategico, salvo poi comportarsi come se non lo fosse</b>. Eppure la questione Ilva non riguarda soltanto Taranto. Riguarda l’Italia e il suo rapporto con l’industria, con lo sviluppo, con il potere pubblico. Perché nella storia dell’Ilva c’è l’intera parabola del capitalismo italiano degli ultimi sessant’anni: il protagonismo dello stato imprenditore, la grande industrializzazione del Mezzogiorno, le privatizzazioni degli anni Novanta, la globalizzazione, la crisi delle classi dirigenti pubbliche, l’incapacità di governare la transizione ecologica. <b>Taranto è stata prima promessa di modernizzazione e poi simbolo del fallimento della modernizzazione italiana.</b></p><p>Negli anni Sessanta il quarto centro siderurgico di Taranto rappresentava il cuore dell’Italia industriale che cresceva. La grande fabbrica pubblica doveva trasformare il Mezzogiorno, creare occupazione, integrare il Sud nella manifattura europea. E per un certo periodo quella promessa sembrò funzionare. <b>L’Italsider diventò uno dei più grandi poli siderurgici d’Europa. La città crebbe attorno alla fabbrica. Interi quartieri sorsero a ridosso degli impianti. Taranto diventò una company town mediterranea, totalmente dipendente dall’acciaio.</b> Persino la privatizzazione dell’Italsider è stato un caso di successo, consentendo lo sviluppo di un’industria privata dell’acciaio fra le più competitive d’Europa. Ma proprio lì si consumò l’equivoco originario dello sviluppo italiano: industrializzare senza governare il territorio, produrre senza pianificare, crescere senza integrare ambiente, salute e urbanistica. Per anni il compromesso implicito fu semplice: l’acciaio portava lavoro; dunque, tutto il resto poteva essere rinviato. La questione ambientale venne sottovalutata, rimossa, spesso negata. <b>Quando esplose, era ormai troppo tardi. Nel 2012 la magistratura di Taranto dispose il sequestro dell’area a caldo sulla base di perizie che collegavano le emissioni dell’impianto a gravi conseguenze sanitarie e ambientali.</b> Da quel momento la storia industriale dell’Ilva si trasformò in una crisi permanente dello stato italiano.</p><p>La politica non scelse mai davvero cosa fare. Chiudere la fabbrica? Impossibile, perché l’Ilva produceva acciai piani fondamentali per intere filiere industriali nazionali: automotive, elettrodomestici, meccanica, cantieristica. Salvare la fabbrica? Necessario, ma senza assumersi fino in fondo i costi politici, economici e ambientali di quella scelta. Così si è affermato il modello italiano della non-decisione: rinviare, prorogare, commissariare, tamponare. L’emergenza è diventata sistema di governo. <b>Ogni esecutivo ha cercato soprattutto di contenere l’esplosione sociale immediata: evitare la chiusura, garantire gli stipendi, salvaguardare l’indotto, scongiurare il collasso occupazionale. Pochissimi hanno costruito una vera strategia industriale di lungo periodo. </b>La decretazione d’urgenza ha sostituito la politica industriale. I commissari hanno sostituito gli imprenditori. Le proroghe hanno sostituito le scelte. Nel frattempo, la fabbrica perdeva competitività. Il dato più impressionante è forse questo: nel 2007 l’Ilva produceva quasi 9 milioni di tonnellate di acciaio; oggi fatica a superare il milione. La perdita di capacità produttiva dopo il commissariamento ha avuto effetti enormi sull’economia italiana. Il paese è diventato progressivamente dipendente dalle importazioni di laminati piani, proprio mentre tutti parlavano di autonomia strategica e sovranità industriale. Qui emerge uno dei paradossi più italiani della vicenda. Da almeno dieci anni tutti dichiarano che l’Ilva è “strategica”. <b>Ma un asset strategico non si governa con l’improvvisazione permanente. Non si lascia sospeso tra procure, decreti, tribunali e gare fallite. Non si affida a una successione infinita di soluzioni transitorie. </b>Se davvero l’acciaio è strategico – e lo è – allora serve una politica industriale. Ed è proprio questo il grande vuoto italiano. Mentre Germania e Francia hanno affrontato la transizione della siderurgia dentro strategie pubbliche esplicite, l’Italia ha oscillato continuamente tra statalismo emergenziale e ritirata dello stato. Prima la privatizzazione ai Riva. Poi l’esproprio senza indennizzo e il commissariamento. Poi la vendita ad ArcelorMittal. Poi il ritorno del pubblico attraverso Invitalia. Poi una nuova amministrazione straordinaria. Nessuna linea coerente, nessuna direzione stabile.</p><p><b>La vicenda ArcelorMittal è emblematica.</b> Il più grande gruppo siderurgico del mondo entra in Italia e pochi anni dopo cerca di uscirne. Certo, ci sono ragioni industriali e di mercato. Ma il punto centrale è un altro: nessun grande investitore internazionale può operare efficacemente in un sistema in cui il quadro regolatorio, giudiziario e politico cambia continuamente. <b>L’Ilva è diventata il simbolo dell’incertezza italiana. In nessun altro caso il conflitto tra poteri dello stato è apparso così esplicito e così direttamente incidente sulla vita economica del paese.</b> Procure, governi, tribunali amministrativi, Corte costituzionale, Corte di giustizia europea, enti locali, ministeri: ciascuno ha esercitato legittimamente il proprio ruolo, ma il risultato complessivo è stato una paralisi decisionale. La politica ha spesso scaricato sulla magistratura responsabilità che avrebbe dovuto assumersi. La magistratura, dal canto suo, si è trovata progressivamente investita di questioni che eccedevano il perimetro tradizionale della giurisdizione, entrando inevitabilmente dentro nodi di politica industriale ed energetica. <b>L’episodio recente del sequestro dell’Altoforno 1 dopo l’incendio del maggio 2025 è quasi una rappresentazione teatrale della crisi italiana: accuse reciproche tra procura e governo, ritardi nelle autorizzazioni per la messa in sicurezza, impianto compromesso, capacità produttiva ulteriormente ridotta, nuova cassa integrazione. Tutti parlano di interesse nazionale mentre il sistema continua a deteriorarsi. </b>Ma il punto forse più delicato riguarda la certezza del diritto. La recente giurisprudenza europea ha affermato un principio destinato ad avere effetti enormi: il rispetto delle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale non basta automaticamente a escludere la responsabilità dell’impresa se permane un rischio sanitario significativo secondo le conoscenze scientifiche disponibili. E’ una questione giuridicamente e moralmente comprensibile, ma economicamente esplosiva. Perché ridefinisce continuamente il confine entro cui un’impresa può considerarsi legittimamente operante. E qui il problema non riguarda più soltanto Taranto. Riguarda la possibilità stessa di attrarre investimenti industriali in Italia. Se il perimetro delle responsabilità resta mobile, se il quadro autorizzatorio può essere rimesso continuamente in discussione (ai tempi dell’intervento della magistratura l’Ilva dei Riva operava nel pieno rispetto delle autorizzazioni ambientali), se il conflitto tra livelli istituzionali diventa strutturale, allora il rischio sistemico cresce enormemente.</p><p>L’Italia continua a chiedersi perché gli investimenti esteri siano inferiori rispetto ad altri grandi paesi europei. La risposta, in parte, sta anche qui: non nell’eccesso di regole, ma nella loro instabilità. Tutto questo si intreccia con la grande questione della transizione ecologica. Ed è qui che la vicenda Ilva diventa ancora più significativa.<b> Per anni la decarbonizzazione è stata evocata come soluzione salvifica senza affrontare con adeguato pragmatismo le sue implicazioni industriali, tecnologiche ed energetiche. Eppure l’acciaio è uno dei settori hard to abate, cioè più difficili da decarbonizzare. </b>La trasformazione dell’Ilva richiede enormi investimenti, disponibilità energetica, infrastrutture, approvvigionamenti di gas e preridotto, riconversione tecnologica. Non basta annunciare i forni elettrici. Serve una politica energetica coerente. Serve decidere dove costruire gli impianti DRI. Serve affrontare il nodo del gas. Serve capire come sostenere economicamente la transizione di un settore energivoro dentro un contesto europeo già gravato da costi energetici superiori a quelli americani o asiatici. <b>In Italia invece la transizione è stata spesso trattata come una formula retorica più che come una strategia industriale concreta.</b> Il risultato è che l’Ilva si trova oggi sospesa tra due modelli incompatibili: un ciclo integrale ambientalmente sempre meno sostenibile e una decarbonizzazione ancora priva di basi industriali solide. Anche qui il rinvio sostituisce la decisione.</p><p>Eppure la strada era stata indicata già molti anni fa. Il piano Bondi del 2014 prevedeva la progressiva conversione dal ciclo integrale ai forni elettrici alimentati da preridotto. Con oltre dieci anni di anticipo rispetto al dibattito attuale, individuava già la direzione inevitabile della siderurgia europea. <b>Ma quella traiettoria non venne davvero perseguita. Mancavano risorse, consenso politico, coordinamento istituzionale. Si preferì ancora una volta galleggiare nell’emergenza. Forse la lezione più amara dell’Ilva è proprio questa: l’Italia riesce spesso a diagnosticare correttamente i problemi, ma non riesce a costruire nel tempo le condizioni politiche e istituzionali per risolverli.</b> Anche gli strumenti pubblici utilizzati raccontano questa difficoltà. L’amministrazione straordinaria, nata come misura eccezionale per salvare grandi imprese strategiche, è diventata un contenitore di crisi irrisolte. Nel caso Ilva si è addirittura ripetuta due volte sullo stesso complesso industriale. Gli ammortizzatori sociali sono stati prorogati per anni senza costruire un vero percorso di riconversione professionale. Migliaia di lavoratori sono rimasti sospesi in una lunga zona grigia tra occupazione, lavoro sommerso e non-occupazione. Ancora una volta l’emergenza ha sostituito la politica.</p><p>Il paradosso finale è che mentre l’Italia consuma energie in conflitti interni, il mondo attorno cambia velocemente. La Cina domina la sovrapproduzione globale di acciaio, e in buona sostanza copre il nostro fabbisogno di laminati piani. Gli Stati Uniti alzano nuove barriere commerciali. L’Europa tenta di proteggere la propria industria con il Carbon Border Adjustment Mechanism. La competizione geopolitica torna a intrecciarsi con la sicurezza industriale. <b>E in questo scenario l’Italia rischia di perdere definitivamente il controllo della propria capacità siderurgica primaria.</b> Per questo l’Ilva non è soltanto una storia locale. E’ una questione di sovranità industriale, di capacità statuale, di credibilità istituzionale. E’ il punto in cui si incontrano tutti i limiti della Repubblica contemporanea: l’incapacità di decidere, la frammentazione dei poteri, il corto respiro della politica, l’assenza di visione industriale, la mancanza di una politica energetica. Taranto racconta un paese che proclama continuamente l’interesse strategico di qualcosa che non riesce più realmente a governare. E forse è proprio questa la definizione più precisa della crisi italiana. Non la mancanza di risorse. Non la mancanza di competenze. Ma la difficoltà crescente di trasformare una decisione politica in una strategia stabile, credibile e duratura. <b>L’Ilva resta lì, sospesa tra chiusura e rilancio, tra altoforni e decarbonizzazione, tra diritto alla salute e diritto al lavoro, tra capitale pubblico e capitale privato. </b>Una fabbrica che continua a sopravvivere senza riuscire davvero a vivere. Come l’Italia.</p><p><i>Stefano Firpo, direttore generale di Assonime</i></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/25/news/perche-ci-interessa-cosi-tanto-il-delitto-di-garlasco--399447</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/25/news/perche-ci-interessa-cosi-tanto-il-delitto-di-garlasco--399447</link>
				<title>Perché ci interessa così tanto il delitto di Garlasco</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:43:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/10c90ac8-d8c7-4ea3-bbcf-74fe4cc8c157.jpeg?v=1779699483" />
																					<category>Giustizia</category>
				<author>Edoardo Camurri</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Durante l’epoca d’oro della dinastia Tang, intorno all’Ottocento dopo Cristo, un taoista di nome Hiuan Kiai, dopo una lunga permanenza a corte, aveva espresso il desiderio di tornare al Mare orientale. L’Imperatore, per dimostrargli che questo viaggio era impossibile, lo portò a contemplare una scultura in legno, dipinta e ornata e incastonata di perle e di giade, che rappresentava le Tre Montagne del Mare. “A meno di essere un immortale superiore – disse l’Imperatore al taoista indicando con il dito l’isola di P’eng-lai – è impossibile raggiungere quella regione”. Hiuan Kiai si mise a ridere; per lui quelle tre isole scolpite con così tanta perfezione misuravano solo un piede, e le distanze erano facilmente colmabili, e allora saltò in aria e divenne progressivamente sempre più piccolo e di colpo entrò per le porte d’oro e d’argento che cingevano quella scultura in miniatura. Per dieci giorni non si ebbero più notizie di Hiuan Kiai, all’Imperatore vennero delle eruzioni sulla pelle, e ogni mattina, all’alba, qualcuno bruciava dell’incenso, il prezioso “Cervello di fenice”, proprio davanti a quell’isola. Passarono così dieci giorni, quando a palazzo arrivò un rapporto da T’sing-tcheou secondo il quale Hiuan Kiai aveva attraversato il mare a cavallo di una giumenta gialla.</p><p><b>“In un solo granello di polvere c’è tutto l’universo”, era questa la verità profonda che Hiuan Kiai aveva colto</b>, <b>ed è questa stessa verità quella che si può trovare ovunque</b>, persino a distanze diverse rispetto a quelle che separavano Hiuan Kiai dal Mare orientale, <b>per esempio in provincia di Pavia, nella Lomellina, a Garlasco</b>.</p><p>Garlasco è questo universo in piccolo, una scultura in cui ogni miniatura e ogni particolare sono un mondo nel mondo nel mondo. <b>Saltare dentro Garlasco, miniaturizzarsi dentro questa storia circoscritta e dolorosa, è un viaggio</b> – per ricordare un’altra espressione con cui in Oriente si esprime lo stesso concetto – <b>dentro quel “poro della pelle dove sono raccolti novantamila immortali”</b>.</p><p>Si sente il bisogno di moltiplicare i piani per cercare di comprendere il motivo per cui&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/contro-mastro-ciliegia/2026/05/07/news/garlasco-e-lincubo-dei-media-che-risvegliano-la-voglia-di-democrazia-diretta--398488">Garlasco ci interessa così tanto</a>&nbsp;e, nello stesso tempo e nello stesso spazio, si avverte anche la necessità di collocarli uno accanto all’altro, uno dentro l’altro, senza escludere nulla, senza preoccuparsi di forzarli in un’idea un po’ parodistica di coerenza; occorre insomma, ci pare, uno sforzo di comprensione capace di tenere insieme anche elementi in contrasto e in contraddizione tra di loro, un po’ come l’universo fa con la vita che contiene e sostiene.</p><p>In un arco temporale ridottissimo, una mattina del 13 agosto del 2007, all’interno di una villetta col garage adiacente al tinello, opera di quei geometri gioiosamente laboriosi e pigramente squadrati che sono gli artefici dei sopravvalutati paesaggi della provincia italiana, in via Pascoli, a Garlasco, qualcuno, forse in mezzora o poco più, ha ucciso Chiara Poggi.</p><p><b>In questo anno di riapertura delle indagini, tutti noi siamo tornati a varcare le porte di questo inferno in piccolo e lo abbiamo fatto per un moto di familiarità</b>, riconoscendo, nel dramma di questa miniatura, qualcosa che ci appartiene e che ci riguarda e che sentiamo la necessità, vai a capire come, di aggiustare.</p><p>Quante ragazze come Chiara Poggi abbiamo conosciuto, incontrato, magari amato; quante di quelle porte abbiamo oltrepassato e quanto ci risulta naturale evocare e riconoscere come nostro l’odore di quelle stanze, il sapore dei pasti, i discorsi che li accompagnavano, la gentilezza forse un po’ brusca e imbarazzata degli adulti, la noia di un gatto. Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed<b> è anche l’ingresso</b> – ma sembra più la voragine che si apre in una ferita, la fenditura di una roccia che ci porta all’interno di una caverna in cui troveremo i resti di antichi sacrifici – <b>verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi</b>.</p><p>Siamo Alberto Stasi, l’attuale condannato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, perché sappiamo che c’è sempre una parte di noi che, come un destino che non abbiamo scelto e come una corda tesa a terra che ci fa inciampare, ci dirige e ci espone alla possibilità, al di là di ogni controllo e di previsione, di essere ritenuti colpevoli di una cosa che non abbiamo fatto: una telefonata ai carabinieri ritenuta chissà perché indizio di colpevolezza; l’impegno per concludere la tesi di laurea interpretata non come la disperazione di provare a normalizzare l’inconcepibile ma come indifferenza per la morte della fidanzata; una certa timidezza e durezza per rimanere in piedi dopo un evento devastante che non si sa – e non c’è nessuno in grado di insegnarcelo – come affrontare.</p><p>Siamo Andrea Sempio, l’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, e siamo tutti gli indagati del mondo, innocenti o colpevoli che siano, perché tutti noi, nessuno escluso, siamo abitati dall’ombra e a volte sentiamo, se abbiamo la forza di osservarlo senza tremare troppo, che il confine che separa il nostro dolore dal trasformarsi in violenza verso noi stessi o verso altre persone è fragile e imprevedibile come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore che ci risveglia dal nostro torpore.</p><p>Continuiamo allora a sprofondare ancora, un po’ come fece Hiuan Kiai con la scultura delle Tre Montagne del Mare, dentro questo mondo in piccolo in cui tutto l’universo e tutti noi siamo racchiusi; e proviamo a tratteggiare una minima parte di questa mise en abyme.</p><p>C’è tanto dolore in questo gioco di specchi e se il cuore sente una stretta nel descriverlo, la mente, in questa dinamica di miniaturizzazione e di compressione, si cuoce invece nel forno del delirio.</p><p>E ciò che <b>gli attuali investigatori ritengono di aver trovato nella vita di Andrea Sempio ci trascina verso qualcosa che risveglia in noi non solo la semplice raccolta di alcuni frammenti della vita di un ragazzo di Garlasco</b>; il fatto, per esempio, che leggiamo che per anni Sempio abbia frequentato degli improbabili e inquietanti corsi da seduttore perché soffriva di non aver successo con le ragazze, i messaggi sconvolgenti che scriveva su forum on line vicini a quelli che oggi si richiamano alla manosfera, il tentativo di dare forma alla sua inquietudine incontrando il nichilismo elegante (e un po’ piacione) di Cioran, nel silenzio di una piccola casa in cui il padre, una volta all’anno, faceva le conserve di salsa di pomodoro, ricevono e riflettono un po’ di luce dal quadro generale in cui accade il mondo. Il potere, insegnava un grande maestro come Nietzsche, di cui Sempio stesso studiava come poteva la dinamite racchiusa nei suoi libri, si nutre di risentimento. E quasi tutte le forme di potere sono lo sfogo di un desiderio represso che si traduce in vendetta. Da questo punto di vista, estremizzando, Putin invade l’Ucraina perché in lui si agita ancora il sogno infantile e frustrato di un insuccesso a cui tentare di porre rimedio: rifare l’Impero degli Zar per poi godersi la scemenza delle parate e il funereo sventolio delle bandiere. Zuckerberg fonda Facebook, cioè quello che oggi è, in chiave digitale, il più popoloso stato del pianeta, per cercare di intercettare l’interesse delle ragazze del college che lo ignoravano. Poi: l’America in cui Trump trionfa è l’America descritta da J.D. Vance, in cui la rabbia White Trash, indignata per non avere ciò che pensa di meritarsi e invidiosa di persone sfortunate almeno quanto loro – immigrati, esclusi, diversi – è stata fatta improvvisamente esplodere per rendere possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava inimmaginabile. Peter Thiel, dopo aver studiato a Stanford con René Girard i concetti di capro espiatorio, di sacrificio, di risentimento e di invidia e averli, anche lui, miniaturizzati nella forma della macchina algoritmica che ci governa e ci controlla, è finalmente riuscito a realizzare il sogno di una gioventù confusamente dotta, fumettistica e marginale: girare il mondo per parlare dell’Anticristo alle incredule classi dirigenti del pianeta che ora si sentono obbligate a ascoltarlo perché il suo potere, come ogni cosa sacra, attrae e fa molta paura insieme. E allo stesso modo, ma solo abbandonandoci ancora alla vertigine paradossale di questo labirinto di specchi, la magia del caos e l’orizzonte satanico che, a quanto si legge, sembrano aver appassionato Sempio e alcuni dei suoi amici di Garlasco, sono gli stessi interessi praticati e teorizzati da uno dei filosofi più influenti dei nostri tempi da chi detiene le chiavi nel mondo delle criptovalute, il teorico dell’Illuminismo oscuro Nick Land, un ragazzo che ha iniziato la sua fortuna come reietto del dipartimento di Warwick, in Inghilterra, tra il disagio settario di studi cyber, riti voodoo e anfetamine. Il caos dentro cui siamo sprofondati finisce così con l’assomigliare a una partita andata a male di Dungeons &amp; Dragons giocata da degli adolescenti che nel frattempo, da Incel e da nerd, sono diventati adulti di successo i cui vecchi sortilegi sono identici alla realtà a cui tutti, o quasi, crediamo. Ciò che si agita in Garlasco – sentimenti, prospettive, frustrazioni dei ragazzi di provincia di quegli anni – e le forme che poi tutto questo prende nel delirio della mise en abyme, può arrivare a farci tracciare una linea visiva di fuga che, nell’infinitarsi degli specchi, prima di farci crollare a terra per la vertigine, in nome del risentimento che accomuna ogni punto di questa prospettiva, sembra legittimare un verdetto folle e grottesco: Zuckerberg e Peter Thiel sono solo due degli innumerevoli Andrea Sempio che, rimasti invece a stagnare qua e là nella provincia globale che siamo diventati, ce l’hanno fatta.</p><p>Prima di raggiungere il Mare orientale a cavallo di una giumenta gialla, Hiuan Kiai ha affrontato tutti i mostri del suo viaggio interiore, cercando di rimanere fermo nel suo proposito nonostante l’immillarsi delle immagini riflesse nel suo mondo in piccolo. Il suo desiderio era il ritorno a casa; il desiderio di chi si interessa a Garlasco è provare a aggiustare l’universo che vive in questo granello di polvere della Lomellina.</p><p>Insomma, è possibile sostenere che non occorra credere all’antropologia nera, cioè all’idea che gli umani siano guasti per natura, come ragione alla base del fatto che Garlasco ci coinvolga così tanto: <b>Garlasco ci interessa non perché siamo per natura morbosi</b> (ogni tanto possiamo diventarlo per debolezza, ma solo come conseguenza non voluta, preterintenzionale, per dirla con il linguaggio giuridico che è il codice di questo racconto collettivo che abbiamo ripreso a fare da più di un anno); Garlasco ci interessa non perché siamo facilmente manipolabili e il caso di Chiara Poggi viene usato come una distrazione da problemi più grandi (idea che pare un poco paranoica e superficiale: come se struggersi per la sorte di una ragazza non fosse invece, di per sé, il nobile archetipo di ogni fiaba eterna); Garlasco ci interessa non perché vogliamo approfittare dell’importanza del caso perché, parlandone, ci fa uscire dall’anonimato (lo è senz’altro per qualcuno, ma non per le migliaia di persone che ogni giorno sentono il richiamo di questa foresta e provano a esplorarla senza avere altra pretesa se non quella di provare a contribuire a riassestare nei cardini la porta di questo inferno che si è spalancato); Garlasco ci interessa non perché, per natura, siamo animati di spirito di vendetta e vogliamo vedere scorrere altro sangue (a Garlasco ci si appassiona invece&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/08/news/garlasco-e-limmagine-perfetta-dei-guai-della-giustizia-italiana--398525">in nome dello stato di diritto</a>: liberare dalla prigione un condannato su cui ormai è diventato irrazionale non avere dubbi sulla sua colpevolezza passata in giudicato; non solo, Garlasco sta anche diventando l’emblema di una magistratura che trova la forza, sempre in nome dello stato di diritto, di mettere in discussione sé stessa).</p><p><b>Garlasco ci interessa perché a noi umani</b> – ed ecco l’antropologia bianca – <b>dopotutto piace molto la verità e piace molto il bene</b>.&nbsp;Non c’è alcun segreto al di là di questo segreto, se non la fatica e i pericoli che l’impresa comporta.</p><blockquote>“Chi ha ucciso Chiara Poggi?”, è il ripercuotersi della domanda, ricorrente in ogni tempo e disarmante nella sua sincerità, sulla verità: dov’è la verità? Come possiamo trovarla? E come ci farà diventare quando, magari, la incontreremo?  Un racconto che più ci avvicina al vero più si tinge, come per l’inconscio, di menzogna e sortilegio</blockquote><p>Il mondo in piccolo di Garlasco è il teatro cosmico della ricerca del vero e del bene. E’ la volontà di affrontare il dolore e lo spaventoso che pervadono quell’elemento familiare, e perciò perturbante, che riconosciamo come nostro. La spinta che interroga una moltitudine di persone, “Chi ha ucciso Chiara Poggi?”, è il ripercuotersi della domanda, ricorrente in ogni tempo e disarmante nella sua sincerità, sulla verità: dov’è la verità? Come possiamo trovarla? E come ci farà diventare quando, magari, la incontreremo?</p><p>La verità è il Graal in nome del quale i cavalieri partono all’avventura, è l’obiettivo per cui gli eroi si sottopongono a fatiche mortali, rischiando di smarrirsi sull’incerto confine che separa l’epico dal picaresco: e allora ecco comparire, in questa ricerca collettiva, un paesaggio che non dovrebbe sorprenderci e ancor meno indignarci: una calca tipo Bruegel, polifonica, spesso disordinata, confusa, scoreggiona, stravagante, folle, ingenua, liberamente indisciplinata e quasi sempre generosa, che ci accompagna.</p><p>La verità è un dramma. E’ il dramma del diritto che non può fare altro – guardando dentro l’abisso nichilista che lo abita (e che ha studiato bene un grande giurista come Natalino Irti) – che ribadire, con lo scetticismo proprio di chi ha conquistato la saggezza a fronte di tanta amarezza, la differenza tra la verità processuale e la verità fattuale: la verità della legge non può mai essere la verità totale delle cose che cerchiamo, perché la legge, attraverso i suoi codici e il gioco linguistico che le è proprio, può soltanto stabilire la verità che di volta in volta decide che le appartiene come suo regno parziale, ma sovrano e autonomo, all’interno della variegata esperienza umana.</p><p><b>La sentenza passata in giudicato che condanna Alberto Stasi è la verità processuale; e potrebbe non corrispondere alla verità in senso assoluto che ciascuno di noi sacrosantamente brama</b>; solo attraversando questo passaggio necessario, ma anche ontologicamente arbitrario (perché ogni diritto è il frutto di contrattazioni che risentono del tempo e dei valori che informano di volta in volta le società umane), la verità delle cose può trovare uno spazio di dialettica legittimità.</p><p>Come la tartaruga di Zenone che non potrà mai essere raggiunta dal velocissimo Achille perché l’eroe non riuscirà mai a colmare il vantaggio iniziale che le ha concesso, la verità è sempre un passo oltre la nostra ricerca della verità.</p><p>Continuando a stare sul granello di polvere di Garlasco, questo riassunto del mondo in cui sprofondiamo per provare a comprendere noi stessi, ci accorgiamo che la verità assomiglia quindi a una lotta, a una gara, e non solo, come siamo abituati a ritenere, al semplice rispecchiamento di qualcosa. Ecco perché tutti noi, nel tentativo di rispondere alla domanda su chi ha ucciso Chiara Poggi, sentiamo il peso e l’indicibilità di questa situazione particolare che coincide con la nostra condizione umana. Lo scontro, per esempio, tra perizie scientifiche che si contraddicono tra di loro nel provare a stabilire la semplice attribuibilità di un’impronta sulla scena del crimine, ribadisce a ogni istante il concetto: l’aspetto polemico e persuasivo che soggiace a ogni tentativo di descrivere il reale è una delle fatiche più difficili da affrontare una volta che si è partiti alla ricerca del vero.</p><p>La contrapposizione tra verità in lotta tra di loro in nome della verità ci insegna anche che la pretesa di verità si trasforma spesso in un affare da sofisti, da retori, da imbroglioni che più esibiscono e innalzano la verità nei loro discorsi più sembrano disprezzarla. E’ pericolosissimo indugiare troppo a lungo su questo inganno che già Socrate segnalava: persino una banda di briganti, afferma nella Repubblica di Platone, ha bisogno di una sua verità e di una sua idea di giusto.</p><p>Si arriva così al paradosso: tutti coloro che, su Garlasco,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/05/news/il-festival-di-garlasco-persino-il-delitto-rischia-di-scomparire-dietro-al-folle-show-mediatico--394868">criticano il circo mediatico</a>&nbsp;lo fanno con le parole del circo mediatico all’interno del circo mediatico perché appartengono o finiscono con l’appartenere al circo mediatico stesso.</p><p>I nemici in lotta tra di loro si scoprono così molto più affratellati di due amici che godono l’uno della compagnia dell’altro. Lo sono perché gli opposti si rinforzano e si strutturano in nome della contrapposizione che li lega. “Ti combatto perché c’è qualcosa in te che riconosco in me e che mi unisce a te”, ripete il vero al falso, il bene al male, il bianco al nero, il servo al padrone.</p><p>Questa confusione, questo garbuglio, è la forma che sta assumendo il caso Garlasco e che ancora riassume, nel riverbero degli specchi che questo microcosmo miniaturizza, l’aspetto grottesco che è la cifra di ogni discesa agli inferi.</p><p>Quando Freud visitò le miniere di Skocjan, nella Slovenia meridionale, una volta giunto nella profondità della terra, consapevole che la discesa nelle grotte era da sempre una metafora della discesa negli inferi dell’inconscio, improvvisamente trasalì quando incontrò la verità che si aspettava sotto la forma burlesca del sindaco di Vienna, il dottor Karl Lüger, anche lui lì in visita, noto demagogo di destra, cristiano populista che, nel suo cognome, ulteriore scherzo grottesco dell’inconscio, portava il segno della parola Lüge, che in tedesco significa menzogna.</p><p><b>Garlasco ci interessa perché rappresenta la discesa profonda in noi stessi alla ricerca di una verità e di un bene che, prima di essere incontrati, assumono le sembianze di un’Idra spaventosa, menzognera e grottesca da sconfiggere</b>. E più ci inoltriamo nel piccolo mondo di Garlasco, più veniamo a contatto con questo elemento allucinatorio e surreale: ascoltiamo le intercettazioni in cui un importante avvocato del luogo, per difendere la fragilità della propria famiglia esposta al circo mediatico applicando la strategia di telefonare a alcuni dirigenti del circo mediatico stesso, si lamenta con la moglie di una cotoletta che gli è andata di traverso; vediamo programmi televisivi che hanno il pavimento dello studio trasformato in uno schermo che trasmette le fotografie della casa di Chiara Poggi ricoperta di macchie di sangue che il conduttore e gli ospiti calpestano senza darsi troppi pensieri; conosciamo l’ex avvocato dell’attuale indagato ribadire, prima di essere inseguito dalle televisioni in Albania per una dentiera ottenuta grazie alla sponsorizzazione di uno studio dentistico di Tirana, di essere un personaggio d’invenzione di nome Jerry la Rana; vediamo criminologhe prendere quasi a calci la porta che conduce alla scala della cantina dove è stato trovato il corpo di Chiara Poggi per dimostrare non si è ancora capito bene che cosa; ascoltiamo ex generali in televisione che per il nervoso, in una specie di estasi pentecostale, si mettono a parlare in inglese con degli interlocutori italiani; e si potrebbe andare avanti ancora a lungo, in questo racconto che più ci avvicina al vero più si tinge, come per l’inconscio, di menzogna e sortilegio.</p><p>Il mondo in piccolo di Hiuan Kiai, a questo punto del nostro parallelo sprofondare nella vicenda di Garlasco, assomiglia a una fuga musicale. Ogni contrappunto si avviluppa in un altro contrappunto, e ogni contrappunto è a sua volta composto da frasi che vengono rielaborate, ripetute, trasformate e sovrapposte secondo diversi modelli strutturati di mise en abyme. Il risultato è un pasticcio sonoro simile al gorgonzola, sublime e disgustoso insieme, proprio come menzogna e sortilegio sono gli approdi, fino a ora, di questa vicenda dolorosa.</p><p>In quella che è forse l’ultima grande fuga composta nella storia della musica, e cioè il finale del Falstaff di Giuseppe Verdi, i cantanti ripetono “Tutto nel mondo è burla” e portano questa sublime consapevolezza filosofica, girandola e rigirandola nei modi previsti da quella aberrazione musicale, in ogni meandro sonoro. “Tutto nel mondo è burla”.</p><p>“Tutto”, appunto; con questo “Tutto” che contiene ogni cosa e che è simile al recinto delle porte d’oro e d’argento della scultura di legno che cingeva le Tre Montagne del Mare dentro cui Hiuan Kiai, per somma burla, riuscì a entrare.</p><p>Quando si precipita così tanto in noi stessi, la scoperta che tutto è burla, e cioè che persino il dramma che attraversiamo ne è una sua provincia, è un fatto che più che sconcertarci dovrebbe aprirci a una forma di liberazione possibile.</p><p>E’ la consapevolezza che la nostra ricerca della verità, finché non si accompagna a un’idea di bene, non riuscirà a emanciparsi dal suo aspetto grottesco, allucinatorio e burlesco. <b>La verità che noi bramiamo, in nome di quel vero e di quel bene che ci agita come umani, procede, fuga contro fuga, in contrappunto con le verità che pensiamo di riuscire ad accertare, per esempio, in chiave processuale e di diritto</b>.</p><p>Il dubbio e l’incertezza che ci accompagnano in ogni passo non sono in nessun modo eliminabili. La regola magnifica secondo cui si può condannare soltanto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/il-bi-e-il-ba/2026/05/23/news/il-dubbio-e-ragionevole-quando-non-e-irragionevole--399385">“al di là di ogni ragionevole dubbio” trova già, nell’aggettivo “ragionevole”, la delicata e tremolante smentita del suo assunto</a>. Procediamo per approssimazioni, tentativi, e ogni grande verità è tale solo se sappiamo che potrà essere, prima o poi, “ragionevolmente” falsificata.</p><p>La risposta alla domanda “Chi ha ucciso Chiara Poggi?” non sarà mai colmata definitivamente da alcuna indagine perché non è sufficiente conoscere il nome del suo assassino per dare giustizia al dolore di una persona detenuta da più di dieci anni, di un indagato a cui, giorno dopo giorno, si piegano sempre più le spalle, di tre famiglie chiuse in tre capannelli diversi al cui centro, a naso in giù, si continua a contemplare una fossa.</p><p>Il resto assomiglia alla muta delle formiche che corre a ricoprire il cadavere e che, nel mentre il corpo si decompone, prova a ripararne qualche brandello nel magazzino del termitaio.</p><p>Allo stesso modo, la pena di chi ha ucciso Chiara Poggi, la giustizia che così dovrebbe trionfare alla fine dei suoi accertamenti processuali, non potrà mai essere la prigione che lo attende. La pena è l’atto stesso del delitto. Chi uccide, per il fatto che uccide, per la circostanza insondabile della vita che lo ha reso omicida – e che ha portato quell’essere vivente che fu come noi bambino, e che sorrise e che si spaventò come ogni bambino, e che si scioglieva per un abbraccio, o che si sentiva avvampare di felicità in un gioco di pallone con un amico fino a quel momento sconosciuto, o che si riconosceva negli occhi di un gatto – trova già la sua assurda galera nel destino che, dopo tutto questo vivere, lo ha fatto assassino.</p><p>Nascere per poi, chissà perché, uccidere è la tragedia degli antichi. Ed è forse anche questo il senso dell’impresa taoista di Hiuan Kiai: si è disposti a attraversare le immagini di dolore, le maschere burlesche e grottesche, bugiarde e seducenti, di ogni universo, perché ci è insopportabile che ogni atomo di quella realtà, quel poro della pelle della totalità “dove sono raccolti novantamila immortali”, debba sopportare da solo il peso gigantesco della sofferenza senza che noi ne diventiamo testimoni e partecipi, come già sapeva il pubblico nel teatro dionisiaco greco.</p><p>In questo viaggio al termine della notte, di cui Garlasco è uno degli infiniti capitoli dell’avventura umana, la verità che abbiamo iniziato a cercare nella vertigine degli specchi che si moltiplicano, e che pensavamo di poter in un certo momento afferrare e agitare per riparare un danno che ci sembrava irrimediabile, è l’aurora che annuncia una verità che sia anche compassionevole: una verità che, se non è amica del bene, non è verità.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/un-foglio-internazionale/2026/05/25/news/erri-de-luca-a-gerusalemme-sono-un-sionista-e-a-gaza-non-ce-nessun-genocidio--399443</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/un-foglio-internazionale/2026/05/25/news/erri-de-luca-a-gerusalemme-sono-un-sionista-e-a-gaza-non-ce-nessun-genocidio--399443</link>
				<title>Erri De Luca a Gerusalemme: “Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio”</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:41:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/2d118a90-41fc-4182-9346-c7cc32bd906e.jpeg?v=1779698007" />
																					<category>Un Foglio Internazionale</category>
				<author> </author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>"L’arrivo di <b>Erri De Luca</b> la prossima settimana all’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim a Gerusalemme, con il sostegno della Jerusalem Foundation, <b>non è una tappa del tour promozionale di uno scrittore internazionale. E’ un atto di allineamento morale contro i venti dominanti”.</b> Così il giornale Israel Hayom. La direttrice del festival, Julia Fermentto-Tzaisler, quest’anno&nbsp;aveva invitato il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, una delle figure più acclamate della letteratura contemporanea, che però&nbsp;ha deciso di boicottare Israele. <b>De Luca prenderà parte all’incontro “From Naples to Jerusalem”, che prevede un dialogo con il professore universitario Uri S. Cohen sul clima letterario e culturale dell’Italia</b> contemporanea, oltre che sulle opere dell’autore partenopeo e sul suo nuovo libro che sarà presto pubblicato in ebraico. “Non è solo un romanziere e poeta di riferimento, ma anche un attivista sociale, che parla yiddish ed ebraico antico, che ha tradotto la Bibbia in modo unico” è la descrizione di De Luca che si può leggere sulle pagine ufficiali del festival.</p><p>“In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione” dice a Israel Hayom. “Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. <b>Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista per questo fatto stesso. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della loro stessa ombra.</b> Non sanno di essere sionisti. Io lo dico ad alta voce, e non mi importa del prezzo’. Recentemente ha corrisposto con la sua amica, la cantante Achinoam Nini. Lei gli ha chiesto di partecipare a un evento che sta organizzando a Firenze a luglio. De Luca non ha cercato di smussare gli spigoli per compiacere qualcuno e ha posto una condizione morale esplicita. ‘Le ho detto: sarò felice di venire, ma sono sionista. Non sono capace di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa più importante, non collaborerò con nessun evento o forum in cui si parli di genocidio in riferimento a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/23/news/hasta-la-flotilla-siempre-gaza-e-il-nuovo-vietnam-salato--399379" target="_blank">Gaza</a>’”.</p><p>L’uso del termine “genocidio” suscita in lui una profonda rabbia grammaticale. “So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. <b>E’ l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. E’ terribile, ma non è genocidio”. </b>La migliore prova dell’assurdità, dice, sta nel movimento operativo delle Forze di Difesa Israeliane. “Se l’obiettivo dell’esercito fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile, dato che l’intera popolazione era concentrata dentro la città. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota. Non si basa su fatti o osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele e di ferirne la legittimità.”. Ha quindi chiarito a Nini di non essere disposto "a fare da ornamento intellettuale a gruppi che usano queste parole”.</p><p>La solitudine non spaventa Erri De Luca. Guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano, che ora cerca di punirlo con il silenzio o l’ostracismo. <b>“Gli insulti della cricca letteraria non mi toccano. Sono volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. </b>Non ho mai accettato di partecipare a premi letterari, né come candidato, né come giudice, né come ornamento. Non mi interessano le piccole conventicole, la politicizzazione a buon mercato delle case editrici. Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda”. L’amore quasi mistico di De Luca per la lingua ebraica, la Bibbia e la cultura ebraica, e di conseguenza per Israele, sembra a prima vista un enigma letterario senza radici. E’ nato a Napoli, cresciuto in una famiglia cattolica e non è stato esposto nell’infanzia a nessun filo biologico di connessione. Questo enigma ha turbato non solo i suoi lettori, ma anche i suoi cari. “La guerra, la distruzione di Napoli e lo sterminio degli ebrei europei sono gli eventi in cui mi sono sentito coinvolto e personalmente impegnato, nel profondo”.</p><p><b>Quando l’orrore è arrivato la mattina del 7 ottobre, De Luca ha seguito i resoconti dalla sua casa isolata, con la comprensione immediata che qualcosa nei vecchi sistemi concettuali era completamente crollato. </b>La sua analisi degli eventi non è politica e non si traduce nei cliché familiari dei media stranieri. “La prima cosa che mi ha colpito quella mattina è stata l’assoluta mancanza di preparazione, l’allarmante assenza di difesa militare nella zona. Non c’era difesa lì. La risposta iniziale è stata interamente sulle spalle di singoli individui che hanno mostrato una selvaggia ingegnosità e hanno combattuto da soli contro la morte. Ma oltre al fallimento operativo o di intelligence tattica, sono convinto che ci sia stata una ‘ignoranza volontaria’ da parte del vostro governo. <b>C’è stato un rifiuto cosciente e profondo di capire la situazione, e il risultato è stato il prezzo più terribile di tutti, qualcosa che non si sarebbe nemmeno potuto immaginare”. </b>Ciò che rende il massacro del 7 ottobre ancora più orribile e distinto nella lunga storia delle persecuzioni degli ebrei, secondo De Luca, è l’elemento del rapimento di civili.</p><p>“Sento gente usare il termine pogrom, ma ciò che è accaduto qui è stato peggiore e più sofisticato di un pogrom. Nei classici pogrom europei i rivoltosi non prendevano ostaggi su questa scala. Venivano, uccidevano, distruggevano e se ne andavano. <b>Qui l’uso massiccio di ostaggi e la loro detenzione nelle gallerie aggiungono una dimensione di crudeltà pianificata e razionale che rende questo evento qualcosa di brutto e diverso da tutto ciò che abbiamo conosciuto nella storia moderna”.</b> Sente che “Israele sta combattendo ora quella che è assolutamente l’ultima guerra nella struttura a noi familiare, a Gaza, in Libano e in Iran. Dovete cercare di liberarvi di Hamas e Hezbollah politicamente e operativamente, e vedo piccoli segnali che questo è possibile. Il fatto che si siano tenute recentemente elezioni locali a Deir al-Balah per la prima volta in 20 anni, e che Hamas non abbia avuto posto né piede in esse, mostra che c’è la possibilità che il popolo palestinese capisca di doversi liberare di loro per sopravvivere”.</p><p>Per spiegare il paradosso per cui la libertà interna nasce proprio dalla sconfitta esterna, De Luca torna all’Italia della Seconda guerra mondiale. <b>“L’Italia è riuscita a liberarsi del fascismo di Mussolini solo perché ha perso completamente la guerra e perché le forze alleate, gli americani, gli inglesi e anche la Brigata ebraica, hanno occupato il paese.</b> <b>Nessun popolo può liberarsi da solo di un regime totalitario interno senza uno shock esterno schiacciante.</b> Guardate cosa è successo in Spagna: Franco non è entrato nella guerra mondiale, non è stato sconfitto militarmente, e quindi il fascismo è sopravvissuto indisturbato fino agli anni 70. Lo stesso è accaduto in Argentina. La dittatura militare della giunta è caduta solo dopo aver perso la guerra delle Falkland contro i britannici. C’è un momento storico in cui un gruppo o un popolo può essere redento e liberato solo attraverso la sconfitta militare dei suoi leader tirannici. E’ quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento nella regione”.</p><p><i>(Traduzione di Giulio Meotti)</i></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/da-un-leone-allaltro-e-sempre-tempo-di-rivoluzioni--399442</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/da-un-leone-allaltro-e-sempre-tempo-di-rivoluzioni--399442</link>
				<title>Da un Leone all’altro, è sempre tempo di rivoluzioni</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:21:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/25/original/01485c6b-9453-4827-89a9-0497ccccd7f9.jpeg?v=1779697352" />
																					<category>Chiesa</category>
				<author> </author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><i>Questo contributo è  tratto da “</i><a href="https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2025/05/27/news/rerum-novarum-ma-non-troppo-sabato-un-libro-in-omaggio-con-il-foglio--117068" target="_blank">Rerum novarum ma non troppo. Economia di un pontificato. Capire Leone XIV con l’enciclica antidemagogica del suo ispiratore: Leone XIII</a><i>”. Il volume, “grande come uno smartphone”, fu allegato al Foglio all’indomani dell’elezione di Robert Prevost a Pontefice.</i></p><p>La Rerum novarum,  che affida alla salvezza ultraterrena quel che Marx voleva prodotto della lotta di classe e i giacobini della cittadinanza perfettamente eguale e fraterna, è come la decrittazione e la trasfigurazione modernizzante di un racconto di Charles Dickens. Affermati principi antropologici e soteriologici ultraliberisti, detto che chi promette il paradiso in terra ai poveri e ai proletari è un impostore, perché di paradiso ce n’è uno solo e non è da queste parti, il resto è una estrema ed estremamente giustificata denuncia degli orrori della prima industrializzazione, il lavoro minorile, lo sfruttamento intensivo della manodopera, la ingiusta mercede, la condizione servile a cui un pugno di straricchi assoggetta la moltitudine dei lavoratori, l’indifferenza dello stato nella tutela di chi è vulnerabile, la contestazione del sacrosanto diritto di associazione dei lavoratori, in una formula di Leone “la questione operaia”. Noi oggi sorridiamo quando il Papa accenna alla promiscuità sessuale nelle officine, dovuta alla mescolanza dei sessi in uno stesso ambiente, e per altri evidenti anacronismi (almeno ai nostri occhi, centotrentaquattro anni dopo). Ma si può dire lecitamente che nella Rerum novarum il movimento del pensiero sociale è tutto, il rimedio è tutto, la riforma è il suo orizzonte illuminato. Ed è veramente miracoloso che un Papa dell’Ottocento, e la Chiesa cattolica nella sua sequela e aggiornamento, abbiano prodotto una così forte esclusione del “sogno di una cosa”, il mondo libero e eguale e senza altra proprietà che quella collettiva e senza poveri, combinando questo realismo alla teoria del rimedio, dei mezzi per l’approssimazione a un mondo per così dire semplicemente migliore.</p><p><b>Giuliano Ferrara</b></p><p>La Rerum novarum, promulgata da Papa Leone XIII il 15 maggio 1891, costituisce ancora oggi la pietra angolare del magistero della Chiesa cattolica sui temi della giustizia sociale, del lavoro, della legittima proprietà. Ora che il nuovo Papa americano Robert Prevost ha assunto il nome di Leone XIV, e ha fatto un esplicito riferimento all’enciclica del predecessore, l’interesse per questo testo più spesso citato che letto, a volte ridotto a un appello morale di afflato profetico, si è rinnovato. In realtà è un testo complesso e a lungo meditato, di estrema concretezza ma anche nettezza dottrinale. Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci era Papa da 13 anni, questa è la sua 38esima enciclica (nel suo lungo pontificato, morì nel 1902, ne scrisse ben 86). Si era già occupato, pur senza la stessa ampiezza, delle questioni sociali; ma anche dei rapporti tra Stato e Chiesa, di libertà di coscienza e libertà religiosa. La Rerum novarum è il culmine di un percorso che implica anche attenzione alle animate riflessioni presenti nella Chiesa e nel laicato di allora (un anno prima si era svolto il dibattuto Congresso internazionale di Liegi sulla questione sociale). Nel frattempo nel 1889 era stata fondata la Seconda Internazionale e il 1° maggio 1891 le prime manifestazioni operaie nazionali in Italia avevano causato anche scontri con la polizia e due morti a Roma.  In questo contesto, che chiama anche la Chiesa a uscire da un pur glorioso recinto storico che non esisteva più (Papa Pecci fu il primo Papa non re, eletto al Soglio dopo la fine del potere temporale della Chiesa, nel 1878) l’enciclica di Leone XIII affronta i temi della “questione sociale” con completezza e metodo, all’interno di un quadro valutativo impostato senza sbavature “moderniste” sulla dottrina tradizionale della Chiesa. E’ significativo che l’incipit non sia puntato in astratto sul “nuovo mondo”, ma letteralmente sull’“ardente brama di novità” dei popoli, ponendo così l’accento su aspirazioni, idee, sofferenze.</p><p><b>Maurizio Crippa</b></p><p>Il modello politico da “stato minimo” esposto da Leone XIII nella Rerum novarum  è pienamente compatibile con lo smantellamento del welfare state di matrice socialista, attuato dalla Lady di Ferro negli anni Ottanta, che aveva piombato l’economia britannica senza peraltro risolvere i problemi sociali. La dottrina sociale della Chiesa non prevede affatto un progressivo allargamento dello stato, anzi ne promuove un arretramento a favore di individui, famiglie, associazionismo e cosiddetta società civile. La ripartizione della ricchezza in maniera più equa non deve avvenire attraverso un’elevata tassazione e la continua redistribuzione dello stato, e men che meno attraverso la collettivizzazione, ma attraverso la più ampia promozione e diffusione della proprietà tra gli operai: “Poiché abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari”. Un’interpretazione di questa visione di società è sicuramente la “democrazia di proprietari” (property-owning democracy) teorizzata e messa in pratica dai governi della Thatcher. Ad esempio con l’Housing Act del 1980, che consentì a milioni famiglie che vivevano nelle case popolari di acquistarle a un prezzo agevolato, facendo aumentare la quota di proprietari di casa dal 55 per cento nel 1980 al 67 per cento nel 1990. Stessa logica alla base delle privatizzazioni delle società statali, iper-indebitate e sussidiate dalle tasse dei lavoratori, che vennero vendute attraverso programmi che trasformarono in azionisti milioni di cittadini e lavoratori che hanno avuto modo finalmente di partecipare ai profitti da proprietari, dopo aver partecipato a lungo alle perdite da contribuenti.</p><p>Insomma la Thatcher, che non era cattolica ma proveniva da una famiglia di fede metodista e di solidi princìpi religiosi cristiani, in linea con la Rerum novarum, ridusse il perimetro dell’intervento statale a favore degli altri attori della società. E qui arriviamo al secondo fraintendimento. Che non riguarda la presunta matrice socialista di Leone XIII (un giornale recentemente è arrivato a definirlo, addirittura, “il Papa comunista”) ma il significato asseritamente antisociale della famosa frase della lady di Ferro: “There is no such thing as society”.</p><p><b>Luciano Capone</b></p><p>Se l’operaio manifatturiero dell’Ottocento ha meritato un’enciclica da Leone XIII, che cosa deve attendersi da Leone XIV l’operaio digitale del Terzo millennio? In quella stagione, il lavoro era fatica fisica, alienazione materiale, sradicamento sociale. Le condizioni operaie – dodici o più ore al giorno, sei giorni su sette, spesso in ambienti malsani – rappresentavano la nuova “questione sociale” del tempo. L’enciclica difese il diritto al lavoro, alla giusta retribuzione, all’associazionismo sindacale, ponendo la dignità della persona come architrave di ogni ordine economico. Oggi, 134 anni dopo, un altro Leone, Papa Leone XIV, si trova al cospetto di una nuova rivoluzione, quella digitale, dominata dall’intelligenza artificiale. Se Rerum novarum fu la risposta dottrinale alla meccanizzazione del lavoro, la futura Rerum artificialium potrebbe diventare il riferimento etico di fronte all’algoritmizzazione della conoscenza e alla cognitivizzazione del lavoro.</p><p>La trasformazione del lavoro nell’ultimo secolo è radicale non solo per le tecnologie impiegate, ma per la natura stessa delle attività umane. Secondo i dati raccolti dall’Oecd e dalla World Bank, un operaio europeo nel 1890 lavorava in media oltre 3.000 ore all’anno. Oggi, nei principali paesi industrializzati, la media è scesa a circa 1.500-1.800 ore, con variazioni tra i 1.400 della Germania e i 1.800 degli Stati Uniti. Ma la riduzione quantitativa delle ore non ha significato automaticamente maggiore libertà: la qualità del lavoro si è spostata verso ambiti intellettivi, cognitivi, decisionali e comunicativi. Nel contesto odierno, il lavoro è sempre meno materiale ed esecutivo, e sempre più governance, giudizio, progettazione, mediazione. L’AI non solo automatizza compiti fisici, ma anche cognitivi: suggerisce diagnosi mediche, genera testi, analizza contratti, formula strategie. L’uomo è chiamato non tanto a “fare”, ma a capire, orientare, scegliere. Il lavoro diventa mentale, frammentato e spesso pervasivo: avviene ovunque e in qualunque momento, diluendosi nei flussi digitali che attraversano le nostre vite. Questa nuova centralità del lavoro intellettuale impone di ripensarne la dignità, non più legata alla fatica visibile, ma al valore simbolico, etico ed esistenziale del pensare, decidere, creare. Papa Leone XIV – primo Pontefice con formazione matematica, ma anche interprete originale del pensiero agostiniano – si trova nella posizione ideale per cogliere questa transizione epocale.</p><p><b>Carlo Alberto Carnevale Maffè</b></p><p>Quando Leone XIII scrive che “non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore allo Stato” sta ponendo le basi, ancora in chiave giusnaturalistica, a quell’ordine di fattori di intervento imposto dalla sussidiarietà come principio di libertà, solidarietà e responsabilità. Senza che sia esplicitata come metodo di distribuzione dei compiti, già in questa enciclica la visione sussidiaria trova esemplificazione nel ruolo riconosciuto alle formazioni sociali e anteposto a quello dello Stato. La famiglia, prima di tutto, perché “non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può”. Le associazioni, poi, perché  “a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare le due classi tra loro”. Solo laddove “alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrana un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l’intervento dello Stato”.</p><p>Si tratta nel complesso di una visione originale che si svilupperà, dal Novecento in poi, in formule politiche e giuridiche che guardano all’uomo come soggetto complesso e dinamico, che diffidano di ogni forma di sopraffazione della libertà, socialismo compreso, ma che riconoscono anche la strumentalità delle libertà economiche rispetto agli obiettivi di solidarietà sociale. Se la dignità umana trova nella proprietà, nel lavoro e nell’iniziativa privata gli elementi portanti del benessere individuale e sociale, materiale e spirituale, vi trova anche i suoi limiti. La lezione del liberalismo classico prenderà un’altra strada dal laissez faire. Quella strada che, con tutte le sue insidie e contraddizioni, stiamo ancora attraversando.</p><p><b>Serena Sileoni</b></p>]]></description>
			</item>
			</channel>
</rss>
