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		<title>Gli ultimi 56 anni</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:40:01 +0200</pubDate>
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				<title>L&#039;effetto Marina Berlusconi sul governo Meloni</title>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 06:02:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giorgia e Marina: ma che c'entrano in questa estate? Giorgia Meloni e Marina Berlusconi sono la coppia che scoppia più improbabile dell'estate. Una coppia che in teoria potrebbe funzionare bene. La prima, Giorgia Meloni, ha permesso al centrodestra di governare per quattro anni e chissà cosa ci sarà ancora davanti. La seconda, Marina Berlusconi,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/04/01/news/la-sveglia-dellagenda-marina-berlusconi--268499">ha cercato di tenere, in Forza Italia, la barra dritta dell'europeismo, dell'attenzione alla crescita, alla concorrenza, all'anti trumpismo</a>. Meloni e Berlusconi, nel senso di Marina, in teoria avrebbero tutto per prendersi: donne, preparate, ambiziose, in un certo modo tutte due argini a un estremismo di destra. Eppure, negli ultimi tempi, nei palazzi di governo, nel mondo di Fratelli d'Italia, è nata una psicosi su Marina. Cosa vuole fare, davvero? Vuole dividere il centrodestra e andare con il Pd? Vuole rafforzare il centro, creando un grande e vero terzo polo? Vuole giocarsi qualche carta per il Quirinale? Vuole mettersi di mezzo se Meloni volesse andare a votare prima? Vuole far saltare la legge elettorale? Vuole tenere l'attuale legge che renderebbe il pareggio meno impossibile della nuova legge? Panico e psicosi. Accuse infondate, naturalmente, ma un dato di fatto c'è: con la coalizione che fa tic tac, come un orologio che ha iniziato il conto alla rovescia, l'idea che si possano vedere complotti non è una questione che riguarda il se ma è una questione che riguarda il quando. E quando si arriva al punto significa che le elezioni non sono lontane. Tic tac.</p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>Quello che avete letto&nbsp;è un estratto dalla newsletter del&nbsp;direttore Claudio Cerasa, La Situa.&nbsp;<a href="https://lab.ilfoglio.it/newsletter.html?_gl=1*1la6i0z*_ga*MTM1ODEyMjYzNS4xNzAwMjIwNTg1*_ga_YHSEY9805R*czE3NzIxOTkxOTgkbzE3NTckZzEkdDE3NzIyMDA5MzQkajU1JGwwJGg0NTY2NDExMDU.*_ga_XP8XWMTXKK*czE3NzIyMDAzMzQkbzI1NCRnMSR0MTc3MjIwMDkzMyRqNTYkbDAkaDA." target="_blank">Potete iscrivervi&nbsp;qui, è semplice, è gratis.</a></p>]]></description>
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				<title>Bersani oggi, un Mario Giordano de sinistra</title>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Sale su un palco a Treviglio e dice che l’Italia si sta avviando al modello Trump. Che cosa ha rovinato Pier Luigi Bersani?</b> L’età no, perché è mio coetaneo e si può essere splendidi rottami settantenni. Forse la grottesca sconfitta politica quando da segretario del Pd coltivò ambizioni di governo e le affidò ai grillini piccoli piccoli dello streaming a Montecitorio. O quando nel 2013, per il Quirinale, fu preso a bastonate dai suoi parlamentari e da tutti gli altri che poi subirono la generosa sculacciata del rieletto Giorgio Napolitano, dopo essere entrati in stato confusionale e aver soggiaciuto, sotto la regia del partito di maggioranza diretto dall’ondivago e arboriano Ferrini di Piacenza, alle acrobazie dell’Antipolitica che infilzò i candidati del centrosinistra come tordi allo spiedo. <b>Certo la batosta, quando deriva da ambizioni sbagliate e incapacità di manovra plateale, conduce a una pericolosa voglia di riscatto dell’ego</b>, ti convince che se non sei stato un buon numero uno sarai un magnifico ex numero uno. <b>Ma ora Bersani esagera. Modello Trump per l’Italia? </b></p><p><b> Meloni è una secchiona di talento, perfino troppo seriamente impegnata a smentire ogni giorno chi aveva previsto una tremenda scossa alle istituzioni democratiche all’avvento di una guida di destra del governo nazionale. </b>Trump voleva impiccare Pence, che il 6 gennaio del 2021 somigliava come tutore delle regole al riverito e ben custodito Mattarella, quando l’arancione eccitava la marcia violenta sul Campidoglio per invalidare regolari elezioni da lui perse. <b>Si può imputare la stabilità come immobilismo, se proprio si vuole, al governo del centrodestra, ma il modello Trump è l’opposto di questa imputazione. </b>Fa casino nel mondo, minacciosamente indecisionista, attacca l’Europa, e litiga nel suo solito modo sgraziato anche con Meloni, di cui evidentemente non apprezza il modello europeista e l’amichevole autonomia sostanziale. <b>Il modello Trump prevede la guerra all’informazione che non si conforma, qui si inventa Telemeloni per dimenticare i fasti un po’ loschi di Teleranucci e Telelavitola.</b> E a voler parlare del generale Catenacci, “quando c’era lui”, altro personaggio di Alto Gradimento, <b>i veri rischi politici notoriamente Meloni li corre a destra, in quella miscela di nostalgia e surrealtà che cerca di occupare lo spazio del fascismo cosiddetto futurista</b>, che baggianata, perché su immigrazione e diritti ci stanno le formule Meloni-von der Leyen invece delle trovate autoritarie e delle tendenze allo stato di polizia contrastate molto a fatica dal sistema costituzionale americano. Qui la destra è quella del No tondo tondo al referendum sulla giustizia, a proposito di regole violate e corporazioni che erodono il sistema democratico, e il Parlamento combatte e vive insieme a noi a colpi di voto segreto, mentre il Congresso americano arranca appresso agli ordini esecutivi che ne cancellano l’autonomia e l’efficacia istituzionale. Modello Trump?</p><p><b>            Bersani, che fu ottimo come amministratore e ministro, che ha un tratto delizioso nel linguaggio strapaesano, è stato rovinato dalla tv, dai talk-show, dalla accudente generosità di conduttori e pubblico</b> che a forza di coccole e di applausi ne fanno, se non sta attento a quello che dice, un Mario Giordano de sinistra.</p>]]></description>
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				<title>Filippo Valsecchi: “Il film su Pino Daniele racconta Napoli senza cliché”</title>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è un periglioso e impalpabile confine tra l’archetipo e il luogo comune che dovrebbe suggerire cautela nel giudizio. Un giovanissimo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pino-daniele_41766" target="_blank">Pino Daniele</a>, nel trailer di un minuto di “Je so’ pazzo” di Nicola Prosatore, divora i friarielli come un villano davanti alle due zie acquisite. L’olio sul mento ha suscitato qualche affrettata accusa di oleografia al regista, mentre a noi ricorda l’indelebile memoria autobiografica di Enrico Caruso quattordicenne, schiaffeggiato dalla maestra di buone maniere Emilia Niola per la volgarità di averle detto “m’aggio magnato pasta e fasule”. Daniele fu come Caruso – si parva licet – un proletario napoletano che ascese al mito grazie alla musica e intrattenne anche lui con la città un rapporto problematico fino alla morte.</p><p>La sua figura, celebrata da documentari e concerti in memoriam, si confronta adesso con l’incognita della fiction biografica: sarà sciolta il 15 ottobre quando l’opera arriverà nelle sale, sebbene ormai si recensiscano i film dai trailer, i libri dai risvolti di copertina e gli articoli dal titolo senza nemmeno aprire il link. <b>Filippo Valsecchi</b>, romano, figlio d’arte, è il produttore di “Je so’ pazzo” (Tartare Film e Camfilm con Rai Cinema) basato sul libro di Alessandro Daniele, secondogenito di Pino. <b>Narra gli anni del cantautore dall’infanzia al successo, coronato dal maxi-concerto in piazza Plebiscito del 1981</b>.</p><p><i>Quando e perché nasce l’idea del film?</i></p><p>Molto prima del progetto c’è la mia passione per la musica e il vago ricordo personale di Pino sulla spiaggia di Sabaudia, dove andavo da bambino e dove conobbi il figlio Alessandro con cui crescendo sono rimasto in contatto. La ragione del film scaturisce dalla semplice riflessione che si poteva e doveva raccontare il personaggio al di là dei documentari, come è stato fatto all’estero per tanti eroi della musica, da Michael Jackson a Freddie Mercury e Johnny Cash. Nicola Prosatore era il regista adatto per la freschezza e la cura visiva, che avevo notato già nel suo primo lungometraggio “Piano piano”. In più ha un trascorso di musicista, ha frequentato il quartiere in cui è vissuto Pino Daniele e la sua stessa scuola. Per il ruolo da protagonista Massimiliano Caiazzo non aveva rivali. S’è calato “anema e core” nella parte e ci è riuscito.</p><p><i>Chi racconta il primo Pino Daniele racconta anche Napoli in un tornante epocale, prima e dopo il terremoto dell’80. Con quale criterio narrativo?</i></p><p>La storia si concentra su un ragazzo destinato all’emarginazione che con il genio, la dedizione e la tenacia riesce a conseguire l’emancipazione sociale e culturale fino a diventare un re della musica. <b>Non è un apologo moralista, ma ha una morale ispiratrice</b>: tutti possono provare a realizzare il proprio sogno, magari cominciando a comprare una chitarra. Senza fare polemiche, sono orgoglioso che in questo film non ci sia una sola pistola, dopo l’ultimo ventennio in cui ne abbiamo viste veramente troppe. <b>Mi emoziona molto più la fenomenologia culturale di Napoli che l’estetica sensazionalista sulla malavita</b>.</p><p><i>Quali momenti della lavorazione definirebbe emblematici?</i></p><p>Quando al secondo giorno di riprese abbiamo girato in piazza Plebiscito e poi quando, conclusa la proiezione del film destinata al cast, Dorina la prima moglie di Pino e la figlia Cristina si sono alzate con gli occhi lucidi.</p><p><i>Cosa colpisce un produttore non napoletano che organizza un set a Napoli?</i></p><p>La possibilità di scoprire meglio una città che ha modellato un carattere identitario unico tra il fuoco e l’acqua, tra Vesuvio e mare, generando una energia creativa senza paragoni grazie alla tensione degli opposti. È una città incapace di essere mediocre perché si è confrontata da sempre con un tratto diventato saliente nella contemporaneità, cioè la tendenza alla polarizzazione. Napoli l’ha conciliata in una fertile produzione culturale e Pino Daniele ne è fra i prototipi esemplari per la capacità di fondere più anime nell’espressione musicale.</p><p><i>Rivoluzionare senza rinnegare: “lo stile avventuroso di un canto fattosi fonema che rinnovava i fasti di una lingua etnica inaridita”, scrisse Roberto De Simone alla sua morte nel 2015.</i></p><p>Pino Daniele chiudeva il cerchio fra tradizione e innovazione, tra il blues e la canzone napoletana, che è stata il primo prodotto culturale italiano a diventare davvero globale.</p><p><i>Cosa preferisce dell’attuale scena artistica partenopea?</i></p><p>I Nu Genea per la produzione eclettica di grande qualità, che ha miscelato i generi e ha riproposto l’idioma napoletano sulla scena internazionale.</p><p>“<i>Je so’ pazzo” è il suo primo progetto importante da produttore. Qual è l’impronta di Tartare Film?</i></p><p>Il modello Esselunga: progetti di grande qualità ma fruibili dal grande pubblico.</p><p><i>Qual è il pubblico ideale di “Je so’ pazzo”?</i></p><p><b>Sono convinto che piacerà ai giovani, anche perché i giovani prevalevano sul nostro set</b>. Alla fine, piaccia o meno, abbiamo espresso la voglia di vivere e di comunicarla alle nuove generazioni senza fare ammiccamenti al giovanilismo.</p><p><i>Se dovesse produrre un altro film su Napoli cosa la ispirerebbe?</i></p><p>Sarebbe bello raccontare le sue donne, perché ritengo che a conti fatti sia una città matriarcale. Mi è piaciuto “Parthenope” di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/figurine_35063/page/1" target="_blank">Sorrentino</a>.</p>]]></description>
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				<title>No Tav, scontri alla marcia in Val di Susa. Mattarella chiama Piantedosi per solidarietà agli agenti</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 17:57:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Tensioni e scontri hanno segnato la marcia No Tav in corso in Val di Susa.</b> Il primo episodio si è verificato al cantiere di San Didero, dove alcune centinaia di attivisti dell'area antagonista del movimento hanno lanciato bulloni e pietre contro le forze dell'ordine, che hanno risposto con l'uso di idranti e lacrimogeni. Successivamente circa 500 manifestanti si sono diretti, attraverso boschi e sentieri, verso<b> il cantiere Tav di Chiomonte, già bersaglio di ripetuti assalti negli anni passati.</b> Qui è stato portato un attacco da più fronti, con il lancio di oggetti e bombe carta contro gli agenti schierati a protezione dell'area, ancora una volta contrastato con idranti e lacrimogeni.&nbsp;</p><p><b>Un gruppo di manifestanti a volto coperto è comunque riuscito a entrare nel cantiere, continuando a colpire polizia, carabinieri e guardia di finanza con pietre, bombe carta e fuochi d'artificio.</b>&nbsp;Nel corso degli assalti sarebbero stati danneggiati e dati alle fiamme alcuni mezzi delle forze dell'ordine, oltre a diversi new jersey posizionati lungo il percorso di avvicinamento all'area del cantiere.<b>&nbsp;Nel frattempo, alcune centinaia di persone dirette alla marcia sono state fermate alla stazione di Bruzolo</b>, mentre un altro gruppo di manifestanti è stato bloccato tra due ruscelli, impedendo così che raggiungessero il cantiere.</p><p>In serata, dopo gli scontri, il presidente della Repubblica <b>Sergio Mattarella ha chiamato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per chiedergli di trasmettere agli agenti&nbsp; la sua  solidarietà </b>e il suo ringraziamento per la loro azione al servizio della comunità nazionale. Il presidente ha fatto pervenire la  sua  vicinanza agli agenti feriti.</p><p><b>A causa dei disordini, la Sitaf, concessionaria autostradale della A32 Torino-Bardonecchia, ha disposto la chiusura del tratto tra gli svincoli di Oulx e Susa Est per motivi di sicurezza.&nbsp;</b>Sui social vicini al movimento No Tav sono intanto comparsi diversi video e messaggi che documentano l'ingresso nel cantiere. In un post si legge: "27 giugno e 3 luglio 2011, a 15 anni siamo ancora qua! I/le No Tav entrano nel cantiere della Maddalena", mentre in un altro messaggio si rivendica una partecipazione superiore a quella della manifestazione del 3 luglio, con riferimenti a mezzi in fiamme.&nbsp;<b>La marcia rientra tra le iniziative del festival "Alta Felicità", in programma da venerdì a Venaus e in conclusione domani.</b></p>]]></description>
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				<title>Il male oscuro dell’automobile. Ogni paese ha i suoi guai, occhio alla Cina</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 17:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sulla malattia nessuno ha più dubbi: esplosa in Europa, si estende a tutti i paesi ricchi e satolli dell’occidente. La diagnosi è molto più incerta, e quanto ai rimedi si va avanti per prove ed errori. <b>Al capezzale dell’auto si alternano i medici, non saranno quelli di Pinocchio, ma anch’essi come il corvo, la civetta e il grillo parlante, incrociano ipotesi e ricette</b>. E’ la sindrome cinese, colpa delle <b>auto elettriche</b>. No, è la sindrome americana e l’epidemia è scoppiata per i <b>dazi di Trump</b>. Errore cari colleghi, è la sindrome di Bruxelles dovuta alle <b>follie della “rivoluzione verde”</b>. Hanno tutti torto? Meglio dire che hanno tutti un po’ di ragione, perché <b>siamo alla convergenza delle tre sindromi e proprio il loro intreccio rende la malattia più grave, per questo va sciolto al più presto</b>. Come, diversificando le cure? In altre parole si tratta di fare in Europa le auto per gli europei, nelle Americhe quelle per gli americani e in Asia quelle per i mercati asiatici? E’ un processo già avviato dalla stessa <b>Volkswagen: produrrà in Cina le sue vetture elettriche</b>; ma non arriviamo a troppo semplici conclusioni. Le cifre fanno rabbrividire. In Europa ci sono 90 fabbriche, almeno 35 vanno chiuse secondo la Boston Consulting, che stima 5,4 milioni di auto in eccesso. La crisi coinvolge produttori e fornitori: l’85 per cento delle aziende automotive tedesche ha un calo di ordini, il 57 per cento una riduzione della redditività e il 98 per cento ha bisogno di una ristrutturazione, stima la società di consulenza Porsche Consulting. Oliver Blume, amministratore delegato della Volkswagen ha detto che, togliendo la tara, la capacità produttiva del gruppo scende da oltre 12 a 9 milioni di veicoli l’anno. Gli impianti sono troppi, ma soprattutto troppo costosi e poco produttivi. Costruire e vendere un’auto rende molto meno di pochi anni fa, anche se impiega più capitale. Il problema non è il fatturato, ma la redditività scesa a una media del 3 per cento, dal 7-8 per cento. Nel 2025 gli utili netti si sono ridotti ovunque, peggio di tutti è andata la Tesla di Elon Musk (– 40 per cento) seguita dalla Toyota (– 20 per cento). Persino la Byd sta subendo il clima misto di incertezza e sfiducia.</p><h2>La sindrome cinese</h2><p>La febbre è covata a lungo prima di esplodere in tutti i suoi effetti. E non è un caso che abbia colpito in particolare la Volkswagen. Circola nel mondo dell’auto un aneddoto. Un bel giorno, nei primi anni Novanta del secolo scorso, arriva a Torino una delegazione autorevole inviata da Pechino, bussa al portone del palazzo di corso Marconi numero 10 – storica sede della Fiat – e chiede di incontrare i massimi esponenti del gruppo, a cominciare da Gianni Agnelli in persona. Gli ex corazzieri, tradizionalmente assunti come guardiani, soppesano i funzionari cinesi che ancora indossano le giacche dette alla Mao, ma, nei secoli fedeli a chi li paga, non fanno una piega. L’Avvocato, che era solito arrivare puntualissimo (prima delle 8, per poi uscire prima delle 9), era in giro per non-si sa-dove, quindi li avrebbe ricevuti volentieri il gran capo Cesare Romiti. Gli emissari, dopo i convenevoli d’uso, spiegano che vengono a proporre di aprire uno stabilimento della Fiat nel loro paese, ricordando quel che era accaduto in Unione Sovietica con Togliattigrad nel 1966. Romiti ringrazia e spiega che la Fiat avrebbe costruito volentieri dei furgoncini per completare la prima delle quattro modernizzazioni lanciate da Deng Xiaoping, quella agricola. A suo avviso un mercato di massa per l’auto era di là da venire. Delusi, gli inviati speciali varcano le Alpi e si recano a Wolfsburg, la città fabbrica fondata nel 1938 da Hitler, chiamata “Kraft durch Freude” (forza attraverso la gioia) e lì vengono accolti con le fanfare dai vertici della Volkswagen, i quali si dicono disposti a produrre non solo le auto per il  popolo, ma le berline per la nuova classe emergente che vuole vetture come la Jetta, più apprezzata a Pechino che in Europa, per viaggiare, ma anche (anzi soprattutto) per apparire. Dall’ultimo decennio del secolo scorso il Dragone rosso ha aperto il grande mercato di sbocco e la VW è arrivata a vendere in Cina circa il 40 per cento della propria produzione globale, ma anche BMW e Mercedes hanno costruito una parte significativa dei loro profitti grazie alla domanda cinese. La Fiat nel 1988 era diventata prima in Europa, ormai è un piccolo marchio nel grande conglomerato Stellantis. La Volkswagen è salita sul tetto del mondo.</p><p>La Germania ha esportato tecnologia, competenze e capacità produttiva, il Regno di Mezzo ha offerto una domanda vasta e impetuosa impossibile da trovare altrove. Quello scambio costruito con tanta sagacia e determinazione, oggi s’è ribaltato, il servo è diventato padrone. Le aziende cinesi non sono più semplici clienti. Sono concorrenti. Byd ha superato anche Tesla nelle vendite globali di veicoli elettrici. Geely controlla marchi europei come Volvo. CATL domina la produzione mondiale di batterie. Chery sta costruendo la propria presenza industriale in Europa. Adesso è Pechino a invadere non solo il resto dell’Asia, ma le Americhe e l’Europa. La svolta è diventata irrefrenabile dopo la pandemia ed è guidata dalle vetture elettriche. Lo choc che scuote la Germania e dall’economia passa alla politica, sta dentro questa crisi. Non esiste una sola causa: alcuni mercati come quello europeo sono ormai saturi, cresce la disaffezione verso i motori a combustione soprattutto tra i nuovi acquirenti a cominciare dai più giovani, che in particolare in Europa usano le auto, ma preferiscono non possederle. I costruttori hanno pensato di compensare con i mercati asiatici la caduta della domanda in quelli nazionali. Senonché la valvola ha cominciato a chiudersi. Il mercato automobilistico cinese, che vale il 30 per cento di quello globale e il 75 per cento per i veicoli elettrici, ha smesso di assorbire le vetture tedesche. La Volkswagen è scesa dal picco storico nel 2019 di 4,2 milioni di auto vendute a 2,7 milioni nel 2025. La perdita è dovuta alla concorrenza dei produttori domestici, soprattutto Byd, Geely e Saic Motor. Lo scorso anno i marchi cinesi hanno aumentato del 16,8 per cento le loro vendite sul mercato nazionale rispetto all’anno precedente, oltrepassando la quota del 70 per cento; al contrario i marchi tedeschi hanno perso il 7,7 per cento. E non è finita. Tra aprile e giugno la BMW ha registrato un calo delle consegne globali del 4,9 per cento, a quota 590.962 veicoli, con una caduta del 30,2 per cento in Cina, solo parzialmente compensato dalla crescita dell’11,9 per cento negli Stati Uniti e del 7,6 per cento in Europa (Germania esclusa). Peggio ha fatto Mercedes-Benz, con 417.800 vetture, l’8 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, con la Cina in flessione del 30 per cento a fronte di un aumento del 10 per cento negli Usa e del 4 per cento in Europa. Il dato più pesante riguarda la Volkswagen (compreso il marchio Audi): il gruppo ha archiviato il trimestre con consegne globali in calo dell’8,6 per cento, con un tonfo del 36,6 per cento nel mercato cinese, mentre il Nord America (+7,7 per cento) e l’Europa occidentale (+1,8 per cento) hanno tenuto.</p><p>Tutto ciò ricorda quanto è già avvenuto con il Giappone, diventato leader assoluto nella produzione di auto cambiando sia il modo di produrle (il sistema Toyota ha messo in soffitta la catena di montaggio modello Ford con un gran vantaggio nella qualità, non solo nella produttività e nei costi) sia il prodotto stesso, con quel matrimonio tra elettricità e combustione ormai sistema prevalente nelle quattro ruote. Anche contro il Giappone europei e americani hanno reagito con il protezionismo, ma non ha funzionato, il mercato ha avuto la meglio, i clienti hanno acquistato in massa i pick-up Toyota e le Corolla, poi le Prius ibride. Il gruppo, rimasto sempre nelle mani della famiglia Toyoda, conserva il primato mondiale, ma fino a quando? La Cina ha già preso il testimone diventando il paese che sforna più auto. Dunque ha ragione chi parla di sindrome cinese. Eppure è solo parte della verità, quel che sta accadendo va al di là della capacità competitiva asiatica. Gli storici dell’industria lo mettono a confronto con quel che è successo, senza andare troppo in là nel tempo, alle miniere, all’acciaio, agli elettrodomestici, alla chimica di base, alla cantieristica e non solo alla vecchia industria. Si pensi ai personal computer: la IBM è stata la prima a tirarsene fuori, vendendo alla cinese Lenovo. Adesso qualcosa di simile sta colpendo gli smartphone. L’auto occidentale (europea e americana) è tecnologicamente più arretrata. La vettura a combustione resta competitiva, però appare la vettura di un passato che, se pur lento a morire, è destinato a scomparire. Le componenti elettroniche e digitali sono il 20-25 per cento di un’auto con motore endotermico, il 35-45 per cento nelle ibride, il 70 per cento e oltre nelle elettriche. Senza uno spostamento sempre più in alto nella catena del valore anche questa manifattura è destinata al declino.</p><h2>Meno sociale più mercato</h2><p>Per la prima volta dagli anni Novanta la Germania non appare come il modello industriale che il resto del mondo cerca di imitare. Si trova, invece, a confrontarsi con concorrenti che hanno imparato, adattato e in alcuni casi migliorato parti di quel sistema. E’ umano, troppo umano coltivare la Schadenfreude. I tedeschi hanno insegnato a lungo come si doveva produrre per primeggiare, adesso sono costretti ad ammettere che il loro sistema ha funzionato a certe condizioni che ora sono cambiate, a cominciare da due ex vantaggi competitivi: il costo del gas russo e il mercato cinese. Blume ha presentato una cura da cavallo per la Volkswagen: chiusura di quattro stabilimenti con 100-120 mila esuberi entro il 2030, sono in pericolo anche l’impianto Audi di Bruxelles e si ferma quello di Dresda. Il consiglio di sorveglianza del quale fanno parte anche i rappresentanti dei lavoratori lo ha bocciato con 12 voti contro 7. A parte la famiglia Porsche che possiede il 53 per cento, il Land della Bassa Sassonia e il fondo del Qatar sono rispettivamente secondo e terzo azionista. Vedremo come finirà il braccio di ferro.</p><p>Il successo della Volkswagen non è stato un sentiero sempre luminoso, ma si è identificato con il modello tedesco, adesso anche l’economia sociale di mercato è arrivata al bivio tra sociale e mercato. Dopo il crollo del nazismo, l’impresa voluta da Hitler sembrava destinata a scomparire se non fosse stato per un maggiore inglese, Ivan Hirst, e per Ferry Porsche, figlio dell’ingegner Ferdinand al quale il Führer aveva affidato la costruzione dell’auto per il popolo, incarcerato in Francia dopo la sconfitta. Pur mantenendo un ruolo chiave nella famiglia, l’erede si dedica alle auto di lusso, per quelle di massa c’è Ferdinand Piëch, il marito della sorella Louise. La divisione del lavoro dura fino alla morte di Ferry nel 1998, poi alla svolta del nuovo millennio cominciano le tensioni, finché nel 2005 Wolfgang Porsche, figlio di Ferry, muove all’assalto del gruppo e arriva a possedere il 74 per cento del capitale, ma viene travolto dai debiti. La crisi finanziaria del 2008 e l’enorme indebitamento accumulato per l’operazione provocano quindi un ribaltamento: nel 2009 Porsche è costretta a rinunciare all’assalto e sarà infine la Volkswagen ad assorbirne l’attività automobilistica.</p><p>Dal 2012 si crea un gruppo sempre più integrato e tra gli eredi si firma la pace. Con una solida maggioranza nelle mani della famiglia Porsche-Piëch finiscono le scorribande finanziarie e l’instabilità, senonché nel 2015 scoppia il Dieselgate (sono stati manipolati molti test sulle emissioni dei motori diesel) uno scandalo che costa miliardi e un crollo reputazionale. Siccome dalle crisi nascono i cambiamenti, a quel punto il gruppo comincia a puntare sulla Cina, non più come mercato di sbocco, ma come vera e propria ciambella di salvataggio. Funziona alla grande fino alla pandemia.</p><p>La Volkswagen resta ancora un formidabile ammortizzatore sociale (oggi occupa in Germania quasi 300 mila lavoratori, il 40 per cento del gruppo) e uno dei pilastri dell’economia sociale di mercato, quella “terza via” che affida allo stato un compito centrale non solo come garante, ma come parte attiva, insieme alla governance duale con un consiglio di sorveglianza, separato dal consiglio di gestione. Nel primo, oltre agli azionisti, siedono rappresentanti politici, del governo regionale e di quello centrale, per lo più attraverso la KfW, la banca pubblica per la ricostruzione. S’aggiunge poi, in forme più o meno robuste, la cogestione (Mitbestimmung) che lascia posti in consiglio sia al sindacato unico sia ai rappresentanti diretti dei dipendenti. Stato e sindacato hanno assicurato il consenso quando le cose funzionavano e hanno gestito il dissenso nelle fasi di crisi, ma oggi possono diventare due zavorre che limitano l’innovazione e bloccano la riconversione. Di qui una tesa discussione che può portare anche a un nuovo assetto proprietario, magari con un’operazione industrial-finanziaria che diluisca ancor più il peso della mano pubblica nel consiglio di sorveglianza. Insomma il modello va ripensato alle radici, proprio mentre scoppia la bomba Trump.</p><h2>La sindrome americana</h2><p>La sentenza della Corte Suprema del febbraio scorso ha tagliato gli artigli del protezionismo trumpiano e ha prodotto un certo sollievo, ma il presidente americano continua con le sue “beautiful tariffs”. Venerdì primo maggio ha annunciato che avrebbe aumentato i dazi doganali su auto e camion provenienti dall’Ue al 25 per cento, dal 15 per cento concordato in precedenza, citando l’inadempienza di Bruxelles rispetto all’accordo commerciale raggiunto la scorsa estate. Secondo l’Istituto di Kiel per l’economia mondiale (IfW) l’aumento dei dazi sul settore automobilistico potrebbe costare alla Germania quasi 15 miliardi di euro in termini di produzione complessiva. Tariffe del 25 per cento potrebbero imporre un onere annuo aggiuntivo di circa 2,5 miliardi di euro alla produzione automobilistica tedesca. Sebbene la nuova offensiva sia rivolta contro l’Unione europea, la Germania appare in realtà come il bersaglio principale, come sottolinea il direttore del Car (Center Automotive Research), Ferdinand Dudenhöffer. “Dato che le esportazioni di produttori stranieri verso gli Stati Uniti sono trascurabili, le nuove minacce tariffarie di Trump possono essere interpretate anche come l’inizio di una guerra economica contro la Germania”. Se l’impatto diretto colpisce i costruttori tedeschi, quello più strutturale riguarda la filiera europea nel suo complesso, a cominciare dalla componentistica italiana. Ne ha tratto davvero beneficio l’industria americana? Il mercato americano è più chiuso di quello europeo e di quello asiatico, ma quindici mesi dopo il Liberation day del primo aprile 2025 non si vede nessun significativo impatto positivo dei dazi, né sull’occupazione manifatturiera né sulla bilancia commerciale. In compenso c’è una spinta consistente sui prezzi, mentre il cosiddetto boom dei rimpatri non è avvenuto, al di là di alcuni esempi simbolici proprio nell’automobile. Aspettiamo, forse è ancora presto. La Federal Reserve Bank of New York calcola che il 90 per cento del fardello economico provocato dai dazi è ricaduto sulle imprese e sui consumatori, in proporzioni diverse. Lo Yale Budget Lab stima che ha provocato un rincaro nei beni di consumo fondamentali tra il 46 e l’86 per cento. Il deficit della bilancia commerciale è cresciuto di 77,6 miliardi di dollari. Pochi settori dell’economia interna hanno tratto vantaggio (l’acciaio per esempio), mentre le piccole e medie imprese incapaci di assorbire i costi hanno subito pesanti perdite. Si assiste inoltre a un vero crollo (– 44 per cento) nelle produzioni elettroniche e nei microprocessori. Sempre più l’economia reale americana è trainata dagli investimenti in data center e infrastrutture energetiche, che risucchiano gran parte del capitale, e non si vede nessun boom di rimpatri, scrive IoT Analytics.</p><h2>La sindrome europea</h2><p>La crisi dell’auto ha avuto già un impatto negativo sulla produzione industriale tedesca in discesa da quattro anni e il prodotto lordo cresce poco (0,6 per cento quest’anno e 0,7 per cento nel prossimo). L’intreccio economico con l’economia italiana è strettissimo e preoccupante. Nel 2025 l’Italia ha esportato in Germania beni per 72,2 miliardi di euro e ne ha importati per 85,5 miliardi, con un saldo negativo di circa 13,4 miliardi. I principali beni venduti sono metalli e prodotti in metallo per 10,8 miliardi (compresa le componenti per auto) e poi macchinari e apparecchi industriali per 9,7 miliardi; seguono mezzi di trasporto, alimentare, moda e chimica. L’impatto sulla componentistica, invece, finora non si è fatto sentire (tra il 2020 e il 2025 l’export è aumentato da 4 a 5 miliardi di euro) perché gli italiani hanno in parte compensato i fornitori tedeschi andati fuori mercato, insomma c’è stata una selezione nella filiera. A mano a mano che la crisi peggiora, gli effetti non saranno più marginali, ma diffusi e massicci. La vera questione, però, non è se Volkswagen, BMW e Mercedes riusciranno a superare questa fase. La questione è se l’Europa riuscirà a mantenere il controllo della capacità produttiva, delle tecnologie, delle filiere che hanno sostenuto la sua prosperità industriale. La sfida dell’auto tedesca, insomma, non riguarda il futuro di tre aziende, ma il futuro industriale dell’Europa.</p><p>Gran parte del dibattito si concentra su dazi, batterie e incentivi eppure uno dei fattori più sottovalutati è l’energia. Produrre batterie richiede enormi quantità di elettricità. Alimentare una gigafactory significa sostenere costi energetici che incidono direttamente sulla competitività finale del prodotto. Per anni l’industria tedesca ha beneficiato di un sistema energetico che garantiva competitività e prevedibilità. Oggi il costo dell’energia è diventato una variabile industriale strategica e questa variabile pesa su tutto, sulle batterie, sulla chimica industriale, sulla componentistica naturalmente. La vera domanda dei prossimi anni potrebbe non essere più dove costruire le auto, ma dove sarà economicamente sostenibile costruire le batterie: le esportazioni cinesi sono aumentate di ben sette volte tra il 2020 e il 2025.</p><p>La reazione contro la transizione verde ha un sapore di vecchio e stantio. La Commissione europea ha imposto che le emissioni di CO2 delle auto prodotte nell’Ue dovevano essere ridotte del 55 per cento entro il 2030 ed eliminate entro il 2035, quando sarebbe dovuta cessare la produzione di auto con motore endotermico. L’auto europea non era pronta ed è stata lenta a reagire. Quando lo ha fatto ha trovato un mercato già occupato dalle auto cinesi meno costose e più digitali. L’intera lobby automobilistica si è mossa per chiedere a Bruxelles di allungare i tempi, se non proprio di fare marcia indietro. In Italia la Confindustria, sostenuta dal governo, vuole una sospensione e la revisione del mercato degli Ets (diritti di emissione di CO2). Resistere, resistere, resistere è inutile e sbagliato. I dazi dell’Ue sulle auto elettriche, a partire dalla loro introduzione, hanno ridotto di cinque punti percentuali la quota dei veicoli prodotti in Cina (inclusi quelli dei car maker occidentali), ma non hanno fermato l’espansione dei marchi cinesi. Molti costruttori stanno progressivamente trasferendo parte della produzione in Europa, però le importazioni di vetture cinesi continuano: costano meno (in media il 21 per cento) e funzionano bene.</p><p>Oliver Blume e Antonio Filosa, l’ad della Stellantis che a sua volta vuol ridurre del 17 per cento la produzione in Europa (non in Italia, dove il giro di vite è in gran parte avvenuto), hanno rivolto un appello alla Commissione Ue con una lettera aperta a doppia firma per chiedere un intervento. L’idea di fare dell’Europa il fortino del motore a scoppio è perdente, il caso giapponese sta lì a dimostrarlo. Oltretutto ritarda lo sviluppo tecnologico e aumenta così la crisi dell’auto e con essa della manifattura europea. In realtà si tratta di varare un vero e proprio piano industriale. Il precedente più efficace è stato il piano siderurgico realizzato negli anni Ottanta (di cui fu autore il commissario Davignon) che prevedeva una drastica riduzione dell’acciaio di base, chiudendo anche vecchie acciaierie improduttive, per lasciare spazio agli acciai speciali a più alto valore aggiunto. Ha aperto la strada a indiani, coreani, cinesi, algerini, ma la siderurgia non ha abbandonato l’Europa, si è concentrata sulla fascia alta della catena del valore. Naturalmente le cose sono oggi ancor più complesse.</p><p>Il vecchio resiste e lancia messaggi non chiari. “Per l’auto, la transizione all’elettrico sarà dettata dal mercato, indipendentemente dalle normative europee. La digitalizzazione delle automobili e l’intelligenza artificiale applicata alla guida ridefiniranno l’industria, richiedendo competenze radicalmente nuove negli uffici di progettazione”, sottolinea Josef Nierling, amministratore delegato della Porsche Consulting Italia. La velocità del cambiamento spinge alla prudenza, ad esempio le batterie oggi durano già molto più di un anno fa, così le case automobilistiche europee si trovano a dover bilanciare scelte complesse e rischiose tra elettrificazione, guida autonoma e piattaforme digitali di mobilità. Intanto, “la spinta verso l’automazione e l’intelligenza artificiale apre nuove opportunità di efficienza e innovazione, ma impone anche una profonda revisione delle competenze”. Cosa può fare l’Europa? Non inseguire la Cina, ma prendere una propria strada, ci spiega Nierling. Per esempio la guida autonoma (ci lavorano il Politecnico di Milano e Autostrade per l’Italia) e in generale l’Intelligenza artificiale applicata alla manifattura. Esistono già imprese che stanno andando avanti, la Bosch nei prodotti e la Siemens nelle fabbriche, tra quelle tedesche; insieme ad altre potrebbero diventare i sostegni di un polo europeo, con accordi tecnologici e industriali, coinvolgendo i politecnici e le filiere produttive. Qui i governi hanno un ruolo importante lasciando alle imprese private il compito di innovare, investire, produrre. E’ già arduo accompagnare e favorire la ristrutturazione riducendone i costi sociali, mettersi a fare automobili sarebbe disastroso. La soluzione non è nemmeno costruire missili e carri armati nelle fabbriche dismesse, una scelta di retroguardia, dettata da priorità politiche, non economiche e industriali. Certo ci sono tecnologie dal doppio uso, pensiamo ai sensori; civile e militare s’intersecano, ma non si annullano l’uno nell’altro. Finora a Bruxelles, a Berlino, a Roma o a Parigi ci si sta accapigliando alla ricerca del palliativo meno doloroso anche se meno efficace; invece di prender di petto con tutti gli strumenti disponibili dello stato e del mercato, il problema di fondo: la grande ristrutturazione di un settore maturo. L’industria che ha cambiato il mondo nella seconda metà del Novecento sta per morire? Forse, ma parafrasando i medici di Collodi, potrebbe anche rinascere a nuova vita se seguisse i consigli del grillo parlante: ci vuole un’amara medicina, e non basterà mettere una batteria al posto del motore.</p>]]></description>
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				<title>Il trionfo della Roja, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 16:41:00 +0200</pubDate>
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				<author>Maria Pia Farinella</author>
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				<description><![CDATA[<p>La Coppa e la Corona.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/20/news/la-spagna-ha-vinto-i-mondiali-2026-argentina-battuta-per-1-0--402592" target="_blank">Il trionfo della Roja</a>, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna. <b>Un paese che con il re Juan Carlos I di Borbone ha seppellito – con tutti gli onori dovuti a un capo di stato, va da sé – il Caudillo Francisco Franco poco più di cinquant’anni fa.</b> Per poi voltare subito pagina. E “transitare” spediti da una dittatura lunga quarant’anni all’attuale democrazia costituzionale. Sembra un gioco del destino. Ma novanta minuti di partita, più i tempi supplementari, hanno marcato in mondovisione la distanza siderale tra la Spagna di oggi e quella di novant’anni fa. <b>Quella, per intenderci, del golpe fallito che diede inizio alla Guerra civile e a una violenza fratricida senza precedenti nel paese.</b></p><p>Neppure Jung avrebbe potuto ipotizzare una sincronicità di date tanto eloquente. Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali insorti contro il governo della Seconda Repubblica spezzò il paese in due. Novant’anni dopo, il 19 luglio 2026, è la Roja a unire la nazione e a incoronare i suoi calciatori Reyes del mundo. Non solo. L<b>a Spagna è la prima nazione a detenere contemporaneamente il titolo mondiale maschile e femminile. Hanno vinto tutto il possibile negli ultimi cinque anni. Sedici titoli internazionali Uefa e Fifa. Con gli adulti e coi ragazzi, anche under 17. Dieci trofei femminili e sei maschili. </b>Che sono di meno, ma – come sempre – valgono di più nella narrazione del deporte nacional e, soprattutto, nelle regole di ingaggio. Per il fútbol masculino, la Spagna nel 2024 si è affermata come campione d’Europa e come medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Parigi. Un dominio senza precedenti nel calcio contemporaneo. Arrivato tardi. Dopo decenni di occasioni mancate. Tra il 1950 e il 2008 la Spagna è stata considerata talentuosa e perdente. Con club di gran livello come il Real Madrid o il Barcellona. Ma sistematicamente incapace di superare lo scoglio dei quarti di finale nei tornei europei o mondiali. La maldición de cuartos, dicono ancora gli spagnoli, come se si trattasse di una sorta di leyenda negra applicata al calcio nazionale. <b>Una metafora pop come il soprannome di Furia española affibbiato alla squadra quando fece il suo debutto alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Vinse la medaglia d’argento, la Roja, in quell’occasione.</b> Ma giocò duro. Spingendo letteralmente palla e avversari dentro la porta. La partita fu così travolgente che i cronisti dell’epoca si ricordarono del Sacco di Anversa avvenuto secoli prima, nel 1576, durante la Guerra delle Fiandre. Si ricordarono dei soldati spagnoli che, affamati e ammutinati, avevano messo a ferro e fuoco Anversa. E rispolverarono la definizione coniata dagli storici fiamminghi per quell’episodio. De Spaanse Furie, scrissero. Cioè, la Furia spagnola. L’immagine dovette sembrare tanto appropriata, quanto meno allo stile del calcio, che persino gli spagnoli cominciarono a usarla.</p><blockquote>Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali contro il governo della Repubblica. Il 19 luglio 2026, la nazione incorona i suoi calciatori</blockquote><p>Che abbia ragione Ignacio Peyró, giornalista e scrittore di lungo corso, direttore dell’Instituto Cervantes di Roma? Peyró dice che “la Spagna è un paese avvitato sul mito della propria decadenza, più cosciente delle sconfitte subite che delle vittorie ottenute. Un paese abituato a misurarsi coi propri fallimenti”. Poi, però, aggiunge che per fortuna il calcio è cambiato. “In una generazione siamo passati dai fallimenti al successo. Addirittura, alla normalizzazione del successo. Altro che Furia spagnola. Il nostro gioco colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”. Il merito sta nel metodo. Talento e vivai, che in Spagna si chiamano canteras. <b>Un sistema quasi autarchico di formazione calcistica e un modello di convivenza, al di là dell’appartenenza etnica o generazionale, che si applica già ai calciatori bambini scelti dai club. Il canterano per eccellenza è, ovviamente, il commissario tecnico Luis de la Fuente. Il quale ha iniziato nell’Athletic Club di Bilbao, una delle canteras più rigide al mondo, dove giocano soltanto calciatori di origine o formazione basca.</b> Gli spagnoli lo chiamano “Luis de la Gente”. E non è difficile capire perché. Luis de la Fuente è il prodotto perfetto del sistema che ha cambiato il calcio spagnolo. Un professionista cresciuto in casa che conosce a memoria il modello federale.</p><p>Bisognava vedere la fiesta a Madrid, la notte della finale contro l’Argentina giocata al MetLife Stadium di New York. Il boato che esplode quando l’attaccante Ferran Torres sfonda il bunker argentino. Il gol decisivo consegna alla Spagna la seconda Coppa del mondo della storia, dopo quella del 2010. Più di un milione di spagnoli che si riversa per strada, nei luoghi deputati per festeggiare trionfi calcistici e/o nazional popolari: la Puerta del Sol, la Calle de Alcalá, il Paseo de Recoletos che collega Plaza de Cibeles con Plaza Colón. Due piazze simbolo della capitale. <b>A Cibeles, la fontana dedicata alla Magna Mater sembra mischiarsi alla folla che cinge in un abbraccio il carro regale e la dea turrita con le chiavi della città.</b> Nella piazza dedicata a Cristoforo Colombo – eroe “nazionale” a tutti gli effetti; vagli a dire che era nato a Genova, il navigatore – sventola la Rojigualda, un’enorme bandiera, trecento metri quadrati circa, scelta come simbolo dello stato dall’approvazione della Costituzione nel 1978, tre anni dopo la morte di Franco.</p><p>La chiamarono la Costituzione de la Concordia. Fu approvata dagli spagnoli mediante referendum. Oggi ne è garante Felipe VI. E’ lui, nel suo ruolo, a rappresentare l’unità del paese. Come succede con la Roja, si parva licet. Il re non si offenderà per il paragone. E’ il primo tifoso della Roja. F<b>orse perché è uno sportivo nato e cresciuto, velista olimpico ai Giochi di Barcellona del 1992. Forse perché è consapevole di quanto lo sport sia il collante ideale per un paese con forti spinte indipendentiste. Certo, non è un caso che Felipe VI abbia voluto essere protagonista del video con cui la Federazione annunciava a fine maggio la lista dei 26 calciatori convocati da Luis de la Fuente. </b>Nel video, tre minuti assolutamente da non perdere, si offrono immagini e suggestioni che rappresentano il paese nella sua varietà e nella sua complessità, inclusa la memoria di chi non c’è più. Per ribadire che en cada rincón del país, nell’angolo più sperduto della nazione, quando gioca la Roja, gioca chiunque si senta spagnolo. Panettieri, pescatori, giudici e spazzini, insegnanti e scienziati, artisti e tassisti, librai e cuochi danno il loro contributo alla crescita del paese. Tutti, en todos los rincones del país, condividono una passione. “Sono la squadra, sono la Spagna”, conclude il re.</p><blockquote>La “Furia spagnola” alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma oggi il gioco “colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”</blockquote><p>In effetti, che colpo d’occhio la marea umana che la notte del 19 luglio ha invaso le strade e le piazze del paese vestita con i colori della Rojigualda. Lo stesso rosso, benché senza giallo, indossato dalla regina Letizia, dall’erede al trono Leonor, principessa delle Asturie, e da sua sorella l’infanta Sofia, che hanno assistito alla finale a New York assieme al re Felipe VI. Grande tifo da parte loro. Soprattutto il re. Che non riusciva a stare fermo. E gioiva. E soffriva.<b> </b>Proprio come Sandro Pertini, il presidente italiano più amato di sempre, nell’unica finale di Coppa del mondo che io abbia visto da vicino. La mitica partita Italia-Germania del 1982 allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Giuro che da qualche parte ho ancora il biglietto, firmato da Cabrini.</p><p>Solo nei Paesi Baschi, manco a dirlo, ci sono stati tafferugli. Con oltre venti persone arrestate o indagate per intimidazioni o minacce ai tifosi che festeggiavano. A Bilbao, in Biscaglia, un gruppo di irriducibili indipendentisti incappucciati ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato dal Partido Popular nel parco privato di Doña Casilda per seguire in compagnia la finale della Coppa del mondo. Non ci sono riusciti per l’intervento di una donna, Esther Martínez, consigliera comunale in rotta con il Partido Nacionalista Vasco che governa la città. <b>E’ stata lei a mettersi di traverso prima dell’intervento della polizia e a proteggere con il suo corpo “la libertà di potere essere uguali al resto della Spagna”. </b>Bandiere bruciate e aggressioni a ragazzi con la maglia de la Roja anche nella provincia di Gipuzkoa, al confine tra Spagna e Francia, autentica roccaforte di Bildu, il partito marxista per l’indipendenza del País Vasco che è puntello dell’attuale governo di Pedro Sánchez e della sua risicata maggioranza parlamentare. Il segretario di Bildu, Arnaldo Otegi, condannato al carcere cinque volte nel passato per la sua appartenenza all’Eta, il gruppo terrorista basco che ha insanguinato il paese, si è espresso solo in occasione della semifinale Francia-Spagna dello scorso 14 luglio. “Né con la Francia, né con la Spagna”, ha sentenziato. <b>“Noi baschi vogliamo la nostra nazionale. Possiamo tifare solo per la squadra che vincerà l’altra semifinale, Inghilterra o Argentina che sia”.</b> Poi si è zittito. Certo, si sarà reso conto che nel frattempo l’83,6 per cento degli abitanti di Euskadi ha seguito in diretta la partita finale della Coppa, sintonizzandosi in prevalenza con il primo canale della TVE, l’equivalente spagnolo di RaiUno, quanto di più statale si possa immaginare.</p><blockquote>A Bilbao un gruppo di irriducibili indipendentisti ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato per seguire in compagnia la finale</blockquote><p>D’altra parte, questa nazionale spagnola è molto “basca”, a cominciare dall’attaccante <b>Nico Williams</b>, dell’Athletic Bilbao. Nico “piè veloce” Williams, treccine rasta che guizzano sulla testa e piedi che dribblano anche l’aria, è nato a Pamplona nel 2002, figlio di migranti ghanesi approdati in Spagna dopo avere percorso a piedi mezza Africa. Passo dopo passo, dalle sabbie equatoriali del Golfo di Guinea fino al Marocco e a Melilla, enclave spagnola sul mare Mediterraneo. E’ il giocatore che ha commosso in mondovisione, con un gesto che per lui può valere più della vittoria. Ha aspettato la fine della premiazione, Nico. Poi ha attraversato rapido il campo per portare la medaglia d’oro, appena conquistata, alla mamma seduta sugli spalti. Un tributo alla donna che attraversò il Sahara incinta per dare ai figli un futuro. Con ottima riuscita. Sono entrambi calciatori di valore.</p><blockquote>Una nazionale molto “basca”, a cominciare dall’attaccante Nico Williams, figlio di migranti ghanesi che hanno percorso a piedi mezza Africa</blockquote><p>Sono loro i volti della “nuova” Spagna. Insieme con Lamine Yamal, talento del Barcellona, nato in Catalogna nel 2007 da padre marocchino e madre originaria della Guinea Equatoriale. <b>E’ lui la star più gettonata dei Mondiali. Il ragazzo veloce come il vento che, invitato alla Zarzuela, nella residenza privata della famiglia reale, si rifugia tra le braccia di Felipe VI, in barba al protocollo. </b>Col re che lo ricambia con infinita tenerezza. L’adolescente col fratellino di quattro anni sempre appresso, paffuta mascotte della Roja. Insieme con il difensore del Real Madrid, Marc Cucurella, che dopo ogni partita corre ad abbracciare il figlio autistico e non si taglia i capelli perché lui possa riconoscerlo in campo. E, per finire, col capitano Rodri, madrileno di trent’anni. Quello che durante la premiazione a New York ha invitato il presidente Trump a farsi da parte e lasciare spazio per una foto tutta spagnola.</p><p>La Coppa e la Corona. Perché in questa foto di famiglia c’è anche Leonor. La principessa che studia da regina con la stessa disciplina e la stessa tenacia con cui si sono allenati i suoi coetanei della Roja per diventare Reyes del mundo. Leonor che è volata a New York da sola. In quanto erede al trono, legittimata dalla Jura de la Constitución nel 2023 davanti alle Cortes riunite in sessione plenaria, può sostituire il padre in qualsiasi momento e per qualsiasi esigenza, anche temporanea, ma non può viaggiare con lui per ragioni di sicurezza e di protocollo. <b>Ne ha fatta di strada la bambina biondissima che nel 2010, a quattro anni, assieme alla sorellina minore Sofia, stringeva tra le mani la prima Coppa del mondo spagnola. Adesso Leonor è “la principessa del popolo” dei Borbone di Spagna.</b> Il futuro della dinastia. Il quotidiano El País, il più autorevole della Spagna, la elogia. Perché “incarna il meglio della sua generazione, il valore dello studio e della preparazione, la vocazione al servizio”. Fortuna che lei abbia accettato il peso di una vita da condurre in modo esemplare e di un’educazione di ferro. Tre anni di servizio militare, nell’esercito, nella marina e nell’aviazione, come suo padre Felipe e suo nonno Juan Carlos. Ma soltanto lei, donna, ha preso un brevetto di cazador paracaidista. Diventando, quindi, la prima esponente della famiglia reale spagnola a completare un corso di paracadutismo militare e lanciarsi da un aereo in volo. Finita la mili, il servizio militare, Leonor a settembre tornerà tra i banchi. <b>Si è iscritta all’Università Carlos III di Madrid, ateneo pubblico tra più prestigiosi della Spagna. Frequenterà il campus di Getafe, nell’hinterland della capitale. Come una ventenne spagnola qualunque.</b></p><p>E’ questo il terreno su cui si gioca il futuro della Corona di Spagna. In un paese attraversato da tensioni territoriali, da polarizzazioni sociali e da un sempre maggiore desencanto verso la politica, la monarchia può esistere solo se continua a svolgere la funzione che le assegna la Costituzione: essere punto di equilibrio super partes. Un’istituzione che non governa, ma garantisce la continuità dello Stato e la convivenza tra identità diverse. <b>Quando Leonor completerà il corso di studi giuridici e sociali, verrà il tempo di un nuovo Mondiale. Che si giocherà in Spagna, Marocco e Portogallo. Due regni e una repubblica.</b></p>]]></description>
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				<title>Non è la fine dei libri</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Da intelligenza artificiale, davanti all’allarme sulla fine della lettura, suggerirei anzitutto una cosa molto umana: niente panico, pls. L’articolo dell’Atlantic mette insieme dati inquietanti. Si leggono meno libri, si reggono con più fatica testi lunghi, gli studenti sopportano sempre meno la complessità, i video brevi allenano il cervello alla ricompensa immediata e l’AI promette di eliminare persino la fatica della scrittura. La tesi è potente: non stiamo diventando analfabeti, ma post-letterati. Sappiamo decifrare le parole, però perdiamo l’abitudine a seguirle abbastanza a lungo da trasformarle in pensiero. Il pericolo è reale, ma non coincide con l’esistenza dell’AI. Comincia quando ogni tecnologia viene usata per evitarci qualsiasi attrito. Leggere è faticoso perché costringe a restare dentro il ragionamento di un altro. Scrivere è faticoso perché obbliga a scoprire se ciò che pensiamo ha davvero una forma. Se chiediamo a una macchina di riassumere, semplificare e scrivere tutto, non abbiamo guadagnato tempo: abbiamo appaltato il punto in cui si formava il giudizio. La risposta non può però essere una guerra romantica contro gli strumenti nuovi. Anche il libro, il giornale, la radio e la televisione furono accusati di corrompere la mente. La tecnologia amplifica le abitudini che le consegniamo. L’AI può diventare una macchina per non leggere, ma anche una macchina per leggere meglio. La differenza non la fa l’algoritmo. La fa la domanda con cui lo si usa. Il punto non è difendere ogni forma di fatica. Nessuno diventa più intelligente copiando dati da una tabella o riscrivendo una mail burocratica. Alcuni compiti possono essere delegati. Bisogna però distinguere la fatica inutile dalla fatica formativa. La prima consuma tempo. La seconda costruisce capacità. Leggere un romanzo intero, sostenere un’argomentazione, correggere un periodo, accorgersi di una contraddizione, cambiare idea dopo cinquanta pagine: sono lentezze produttive.</p><p>La soluzione si chiama più intelligenza naturale. Significa insegnare di nuovo a leggere libri interi, non soltanto estratti preparati per un test. Significa proteggere a scuola spazi senza notifiche e impedire che ogni lezione debba competere con TikTok. Significa usare l’AI dopo un primo sforzo personale, non prima: prima si legge, si prova a capire, si formula un’ipotesi; poi si chiede alla macchina di contestarla, verificarla, allargarla. Servirà anche una nuova educazione alla diffidenza. In un mondo pieno di testi perfetti, veloci e plausibili, la vera competenza sarà capire quali meritano fiducia. Chi legge poco sarà più dipendente dall’AI, non meno. Non saprà riconoscere un errore elegante, una fonte inventata, un ragionamento circolare. La cultura umanistica non è un lusso antiquato: è la tecnologia di sicurezza necessaria per vivere tra le macchine.</p><p>L’Atlantic teme che la biblioteca della mente cada in rovina. Può accadere. Ma le biblioteche non muoiono soltanto perché arrivano i barbari: muoiono quando nessuno le cura. La buona notizia è che questa volta i testi non stanno bruciando. Sono ovunque. Ciò che va difeso è il desiderio di entrarci e la capacità di restarci. Da AI, quindi, non vi direi di aver paura dell’AI. Vi direi di aver paura dell’uso che promette di risparmiarvi ogni sforzo. Chiedetemi spiegazioni, obiezioni, collegamenti, ma conservate per voi il gesto decisivo: leggere, scegliere, dubitare, riscrivere. Il futuro della lettura non dipenderà da quanto saranno intelligenti le macchine. Dipenderà da quanta intelligenza naturale gli esseri umani decideranno ancora di esercitare.</p>]]></description>
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				<title>Dalla boxe al calcio fiorentino. La storia di Paolo Bologna</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 11:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alberto Facchinetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo essere stato campione italiano dei superwelter, <b>Paolo Bologna ha conquistato l’Europeo Silver dei medi, in attesa che il suo rivale Dario Morello vinca l’Ebu Gold (il match è in programma il 22 agosto a Londra) per poi eventualmente sfidarlo, visto che entrambi sono gestiti dalla Taf.</b> Ancora imbattuto, a 29 anni, Bologna è uno dei migliori pugili italiani, uno su cui puntare in questi tempi non sempre felici per la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/boxe_2766" target="_blank">boxe</a>&nbsp;tricolore. Al fiorentino non mancheranno di certo foto in cui posa con una cintura in mano, ma su WhatsApp ha nel profilo quella da calciante, perché è cresciuto nell’ambiente del calcio storico diventandone oggi uno dei protagonisti. Da bambino si trasferisce con la famiglia nel quartiere Ponte di Mezzo, sotto al suo palazzo popolare c’è il campo di allenamento dove la squadra degli azzurri prepara le sfide ai rossi, bianchi e verdi del calcio in costume. Il quartiere degli azzurri è quello di Santa Croce e Ponte di Mezzo è una di quelle zone periferiche in cui non si può essere di un altro colore. <b>A quindici anni Paolo entra in palestra e inizia a fare la boxe, a sedici comincia ad allenarsi con gli azzurri, ma non si può giocare prima di essere maggiorenni e non appena ne compie diciotto esordisce</b>. “La prima partita l’ho vissuta come un sogno – racconta Bologna al Foglio sportivo – e come un incubo, pesavo 67 chili e c’erano omoni quarantenni di un quintale. Quando la partita finì, mi dissi: sono vivo. Quella volta si perse, ma capii che si vinse come squadra, come gruppo”.</p><p><b>Da allora è stato una presenza fissa nei 27 calcianti azzurri, oggi è uno dei protagonisti della formazione, uno dei volti più conosciuti in città, anche grazie alla boxe.</b> Nell’ultima semifinale ha realizzato anche una caccia (cioè un gol), lui che non è solito realizzarne. “In semifinale ho picchiato, qualche botta l’ho presa. Io in prima linea in difesa degli altri a fare botte. Poi però c’è stata una mezza rissa tra allenatori e alfieri e io ho fatto un po’ di casino per difendere il nostro capitano, il regolamento però dice che si possono toccare solo i calcianti, non gli alfieri”. Quindi la finale l’ha vissuta in tribuna, squalificato per scorrettezza. <b>“È stato difficilissimo non poter giocare, anche perché ha esordito il mio miglior amico, gli ho dato il mio costume, ha giocato nel mio ruolo ed è stato bravissimo, io attaccato alla rete ero pronto a scavalcare se gli fosse successo qualcosa”.</b> Gli azzurri nella piazza casalinga hanno trionfato nell’evento disputato, come sempre il 24 giugno, in Piazza Santa Croce, in concomitanza con la festa di san Giovanni Battista, il patrono della città, aggiornando così un albo d’oro che li vede al comando con 25 vittorie. I bianchi ne hanno 18, i rossi 11, i verdi 2. La partita più famosa è quella del 17 febbraio 1530, sempre in Piazza Santa Croce, disputata durante l’assedio di Firenze come atto di sberleffo verso le truppe imperiali di Carlo V. Il calcio in livrea è tornato a essere un appuntamento fisso dal 1930, anno in cui è stato ripristinato il torneo moderno. Si sfidano i quattro quartieri storici della città vecchia: i verdi di San Giovanni, i bianchi di Santo Spirito, gli azzurri di Santa Croce e i rossi di Santa Maria Novella.</p><p>Bologna non è l’unico pugile fiorentino a partecipare al calcio in costume. Dalla boxe sono arrivati anche i cutman che fanno i bendaggi alle mani che però sono più simili a quelli della boxe a mani nude. Oltre alle mani il team di Federico Catizione, il primo a proporre questo servizio, benda anche le caviglie.</p><p><b>Leonardo Balli è l’altro pugile professionista che ha giocato con gli azzurri.</b> “Erano tre o quattro anni che mi chiamavano – spiega – ma ero concentrato al 100 per cento sulla boxe. Quest’anno, complice un anno sabbatico e un infortunio mentre mi allenavo, si è presentata l’occasione. È ‘n’emozione indescrivibile: pur avendo già calcato ring e vinto titoli importanti, pensavo che scendere in piazza con i compagni fosse una bischerata. Invece, fin dalla settimana prima, è stato un mix di emozioni continuo. <b>Me lo dicevano sempre: 'Appena lo provi, non puoi più farne a meno'. Una curva ti acclama, l’altra ti fischia... è qualcosa di indescrivibile.</b> Basta una sola partita e il calcio storico ti entra dentro. Il mio idolo nella boxe è Lomachenko, nel Calcio Storico è 'Zena', Gabriele Ceccherelli. Quando giocava lui, per quanto la partita potesse essere importante, sembrava sempre che fosse al campo con gli amici, tanta era la sicurezza che sprigionava e che trasmetteva ai compagni. Un mito”. Anche Balli, così come Bologna, ha saltato la finale. Lui per infortunio. “Viverla da fuori – continua Balli – è stata ancora più dura che giocarla. Sentirsi parte della squadra e non poter scendere in campo a dare una mano ai compagni è stata davvero tosta. Per fortuna abbiamo un gruppo bellissimo: dal capitano all’allenatore, fino al presidente, hanno curato ogni minimo dettaglio per questa finale. E noi, come squadra, siamo veramente affiatati”.</p><p>Bologna, secondo lei cosa serve per essere un calciante? <b>“La boxe serve, le basi ce le hanno tutti. Ci alleniamo durante l’anno anche a rugby e alla lotta. Secondo me c’è anche un po’ di scacchi, per capire quando entrare e quando uscire e soprattutto per avere gli occhi sempre aperti.</b> Da pugile il montante è il mio colpo, ma è pericoloso nel calcio fiorentino perché ti scopre troppo e a mani nude rischi di prendere un pugno pesante. La mano alta e il diretto destro è la soluzione migliore: uno-due secchi. Una sorta di codice etico c’è come nella boxe, devi confrontarti faccia a faccia non da dietro, se fai cazzate poi le paghi l’anno dopo. Di lato, da dietro, due contro uno: non si può. In passato per un periodo venivano chiamati anche gli stranieri, ma non mi piaceva, il calcio storico è bello così, senza soldi, lo fai per il quartiere”.</p><p>Intanto aspetta Dario Morello, che a breve sfiderà in Inghilterra George Liddard. “Speriamo che Morello vinca – dice Bologna – così magari poi difende l’europeo con me. Mi toccherà tifare per lui, anche se non lo sopporto. So che il suo è solo trash talking ma a me, come atteggiamento, non piace. Quando dovevamo affrontarci in un match che poi è saltato per colpa sua, ha indossato la maglia dei rossi per provocarmi, ma lui non sa nulla di calcio storico. Noi sputiamo sangue con il calcio fiorentino e lui fa il pagliaccio! Ho un’antipatia vera nei suoi confronti. Un tempo ero molto più impulsivo, ma da quando ho un mental coach sono più riflessivo e quindi più pericoloso, perché non ho perso la cattiveria agonistica. Prima di ogni match o prima di una partita di calcio storico, ma anche nei momenti più difficili della mia vita, vado a rifugiarmi in chiesa e mi sento bene”. I suoi amici azzurri lo seguono ad ogni match, tanto che riescono a riempire i palazzetti, cosa non sempre scontata nel pugilato italiano. Sarebbe interessante vedere cosa potrebbe succedere se la Taf gli organizzasse un match titolato a Firenze. “Adesso quando combatto ho tutta la città con me, non solo gli azzurri. Firenze mi rispetta e mi vuole bene”. Ma se il 24 giugno avesse programmato un match valido per un mondiale prestigioso di boxe, cosa sceglierebbe? “Bella domanda, la squadra è comunque forte, e se un anno ci fosse da fare il mondiale, sarebbero i compagni i primi a dirmi vai, tanto sei sempre con noi. Siamo una cosa sola”.</p><p><i>(3 - continua)</i></p>]]></description>
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				<title>Marco Malizia, il don di Tajani, si è preso la Farnesina: messe, promozioni. Pregate!</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 11:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tajani è una delizia, Tajani è di (don) Malizia. <b>L’uomo più importante della Farnesina? E’ un prete</b>. Lo chiamano “il capo”, pretende posti in prima fila e a ogni cerimonia sta attaccato a Tajani come l’ostrica allo scoglio. <b>Era il conforto spirituale del ministro</b> (e ne ha bisogno anche solo per le angherie che subisce) ma ora è il  ministro del ministro. Si chiama  <b>Marco Malizia</b> e <b>chi punta a un’ambasciata si genuflette davanti a lui </b>per arrivare a Tajani. La mattina? Messa. Il pomeriggio? Tutti collegati, anche da Nairobi, per ascoltare il Verbo. <b>Il don spedisce mail come fosse il segretario generale.</b> Il 17 luglio  arriva ai diplomatici la comunicazione “Inaugurazione del nuovo varco Asl Maeci”. La firma? Malizia. Parola del (mon) Signore.</p><p>Tajani ha bisogno dello Spirito santo, ma adesso la fede è scappata di mano. Cattolico, padre, cristiano, Tajani chiama alla Farnesina questo monsignore don Malizia, cappellano militare,<b> canonico della Basilica del Pantheon</b>. Il primo incontro? Il ministero deve organizzare il forum per la libertà religiosa e appare Malizia. Tajani cade da cavallo come San Paolo. La notizia dell’egemonia del monsignore viene data da Francesco Bechis, sul Messaggero, e le gesta vengono raccontate da Giacomo Salvini, sul Fatto. <b>Alla Farnesina si pensa: dopo gli articoli, Tajani lo ridimensionerà. Accade il contrario.</b> A febbraio scoppiano le proteste dei diplomatici, si muovono i sindacati. I funzionari si chiedono: ma se lo stato è laico, perché dobbiamo avere il consigliere ecclesiastico di fede cristiana? Allora, perché non un rabbino? O il mufti? <b>La Farnesina è il labirinto delle ambizioni e non va dimenticato che FdI guarda con attenzione al vivaio degli ambasciatori. </b></p><p><b>In questi anni c’è stato un cambio generazionale e il ministero si divide, per dirla con il cristianesimo, in A.B e D.B, prima e dopo Elisabetta Belloni, ex segretario generale, alla guida dei Servizi.</b> E’ andato via il simbolo di un’intera generazione: <b>Giampiero Massolo</b>. In questi anni hanno lasciato le prime linee, le grandi firme della diplomazia: Cesare Maria Ragaglini, Pasquale Ferrara, Ettore Sequi, Piero Benassi, Sebastiano Cardi, Enzo De Luca. Si sta affacciando una nuova generazione, quella dei Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico di Meloni, una generazione che punta alle grandi sedi e qui entra in gioco Malizia. <b>Da quando Tajani lo ha nominato consigliere il suo potere aumenta. Viaggi in Africa con il ministro, fino all’episodio che fa la (piccola) storia.</b> A maggio, i dipendenti della Farnesina ricevono la solita email con oggetto “l’importanza del microbiota intestinale”. Risate e ancora articoli. Si aggiungono veglie di preghiere per la pace, sempre spedite da Malizia. E’ come un call center che vi vuole vendere i filtri per il depuratore. Si dirà: basta cestinare. Eh no. E’ peggio del film “The Mission” con la musica di Ennio Morricone. Ambasciatori precettati, costretti a collegarsi, messe, e sempre messe. Chi vuole spostarsi da una capitale all’altra, chi punta a una sede deve battersi il petto. Comincia a circolare la notizia che la mattina chiedono tutti la confessione a don Malizia. C’è pure il viaggio a Lourdes. Non c’è scampo, neppure per le stanze. Pochi giorni fa viene ristrutturata la Asl del Maeci e arriva la solita mail del prete che opera, a dire il vero, come il segretario generale Riccardo Guariglia (che potrebbe andare a Parigi). Viene svelata la targa, e che nome viene scelto? “Il buon Samaritano”. E si torna alle proteste. Gli ambasciatori laici notano che in nessun altro ministero d’Europa esiste una figura di tale Malizia. Serve una convenzione per i corsi d’inglese? Se ne occupa Malizia. E quando serve chiama anche ai giornalisti del Tg2. Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, del Pd, che è un birbante, dice: “Qui l’ironia viene facile: per una politica estera da estrema unzione, un prete alla Farnesina è più che ragionevole”. Si dice che la fede è tutto, ma qui c’è un ministro chiuso in confessionale, costretto a fare gli esercizi spirituali. La politica è sacrificio e dolore, ma Tajani si merita il paradiso per pazienza. E’ assediato da Meloni, che insegue Vannacci; la famiglia Berlusconi lo strattona perché non vuole le preferenze. <b>Più che un monsignore ha bisogno della benedizione del Papa. Pregate per un povero ministro: Fra Tajani è il nuovo poverello di Assisi.</b></p>]]></description>
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				<title>Tragedia di famiglia ebraica. La storia degli Herzl</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’uomo che immaginò lo Judenstaat – non come utopia romantica, ma come necessità storica – non lasciò dietro di sé alcuna discendenza. La sua casa viennese, teatro di una rivoluzione spirituale e politica, si disfece mentre l’Europa preciptava nell’abisso che egli aveva predetto. <b>Dopo la morte di Theodor Herzl, un copione che mescola il fato greco, la malinconia mitteleuropea e l’orrore novecentesco si è abbattuto sulla casa del patriarca del sionismo</b>. Una tragedia che era anche la prova provata della tesi herzliana. Assimilazione, conversioni religiose, matrimoni misti, esili: nulla valse a sottrarre i suoi figli e il suo unico nipote alla sorte che Herzl aveva denunciato come inevitabile per gli ebrei d’Europa se non avessero abbracciato il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/15/news/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-sionismo--400586" target="_blank">sionismo</a>.</p><p>Né le peripezie religiose di Hans, né l’esilio inglese di Stephen, né il matrimonio abbiente di Pauline salvarono gli Herzl. L’antisemitismo non si placa davanti a cognomi illustri, ai matrimoni misti o ai contributi culturali. Divora tutto. Stefan Zweig ricorda il giorno del funerale di Herzl, il 7 luglio 1904: “Fu uno strano giorno di luglio, indimenticabile per chi lo visse. Il corteo infinito fece capire a Vienna che non era morto un semplice scrittore o poeta, ma uno di quei rari creatori di idee che emergono vittoriosi su un paese e un popolo forse una volta ogni generazione. Al cimitero scoppiò il caos quando la gente si affollò intorno alla sua bara, piangendo, gemendo e urlando in modo selvaggio e disperato. <b>Tutto l’ordine si dissolse in un lutto primordiale ed estatico, diverso da qualsiasi cosa avessi mai visto prima o dopo a un funerale</b>. Attraverso questo dolore senza precedenti, che esplodeva dal profondo di un intero popolo, capii finalmente quanta passione e speranza quest’uomo solitario avesse lanciato nel mondo con la forza del suo pensiero”.</p><blockquote>“Attraverso un dolore senza precedenti capii  quanta passione e speranza quest’uomo solitario avesse lanciato  con la forza del suo pensiero”</blockquote><p>La moglie di Herzl, Julie, morì nel 1907, tre anni dopo di lui. Pauline, la primogenita, morì di eroina dopo un matrimonio scandaloso. L’altro figlio, Hans, divenne battista, cattolico, unitariano e poi quacchero, infine si sparò alla testa il giorno dopo il funerale della sorella. Lasciò un biglietto con la richiesta di essere sepolto insieme a Pauline e di raggiungere un giorno il loro amato padre, sepolto nella natia Vienna. Albert Einstein scriverà di Hans Herzl all’amico di quest’ultimo, Marcel Sternberger: “I tuoi articoli su Hans Herzl mi hanno profondamente commosso. La sua vita sprecata costituisce un monito per tutti gli ebrei contro l’abbandono del proprio popolo”. Trude, la più giovane degli Herzl, sposò un famoso industriale viennese, Richard Neumann, e diede a Herzl il suo unico nipote. <b>Anche la vita di Trude terminò nel campo di concentramento di Theresienstadt. La macchina nazista la inghiottì, trasformando la discendente del profeta del sionismo in una delle innumerevoli ombre dell’Olocausto</b>. Come le quattro sorelle minori di Freud, Rosa, Marie, Pauline e Adolfine, deportate a Theresienstadt e assassinate nel campo di sterminio di Treblinka. O le sorelle di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/frank-kafka_55171" target="_blank">Franz Kafka</a>: Otylia, la sorella più cara al romanziere di Praga, morì ad Auschwitz, dopo essere passata per il lager di Theresienstadt; Gabriela e Valerie furono deportate dai nazisti nel ghetto di Lodz e uccise nel vicino campo di sterminio di Chelmno, mentre Milena, una delle donne amate da Kafka, alla quale dedicò “Le Lettere”, venne deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morì.</p><blockquote>Due figli di Herzl incontrarono lo stesso destino delle sorelle di Kafka e Freud,  inghiottite dal buco nero della Shoah</blockquote><p>Il figlio di Trude Herzl, Stephen, si salvò grazie al fatto che fu mandato a studiare in Inghilterra e il suo nome venne anglicizzato in “Stephen Theodore Norman”. Fu l’unico tra i discendenti di Herzl a compiere una breve visita nell’allora Palestina britannica nel 1945, un anno prima di togliersi la vita gettandosi da un ponte a Washington, dove era di stanza come ufficiale presso l’ambasciata britannica. Nel 1938, Stephan esortò i genitori a lasciare l’Europa per Eretz Yisrael, ma era troppo tardi. Quando Stephan ricevette nel 1946 la notizia che i genitori erano stati assassinati dai nazisti, rispose gettandosi dal Massachusetts Bridge. Le edizioni del mattino riportarono il suicidio di un impiegato dell’ambasciata britannica dal ponte sul Rock Creek Park. Le edizioni della sera precisarono solo che il suicida era il nipote e l’ultimo discendente vivente del defunto leader sionista. Il funerale ebbe a malapena un minyan per la preghiera.</p><p>Così due dei figli di Herzl si tolsero la vita mentre la terza cadde vittima delle forze dell’odio che Herzl aveva previsto e temuto. “Dead Herzls” di Joshua Cohen, vincitore del premio Pulitzer per il libro sui Netanyahu, è in uscita per la Penguin e ora racconta la storia tragica e terribile del padre dello Judenstaat. Nessun discendente di Herzl oggi è vivo. Una cugina, Hadasa Herzl, è morta in Israele nel 2005. Ci sono Liora e Tova Herzl, che sono stati ambasciatrici di Israele in Europa, ma si parla di cugini di terzo grado. C’era Frederika (Pnina) Herzl, una cugina di primo grado di Herzl. Nacque nel 1933 a Vienna da Max Herzl. <b>Nel 1938, quando aveva cinque anni, i genitori ritennero pericoloso che una bambina ebrea con il cognome Herzl vivesse sotto il regime nazista e la mandarono dalla zia e dallo zio della madre in Cecoslovacchia</b>. Nel 1939, con l’invasione nazista di Praga, i genitori firmarono un ordine di adozione fittizio affinché Frederika potesse immigrare in Israele con la zia e lo zio. I genitori riuscirono a sfuggire ai nazisti e sopravvissero all’Olocausto; nel 1948 arrivarono anch’essi in Israele, con un’ordinanza del tribunale che annullava l’adozione. Ma quando chiesero di riavere la figlia, fu risposto loro di no. All’inizio del 1948, prima della fondazione dello stato di Israele, scoppiò una dolorosa battaglia legale per la bambina. I genitori adottivi dissero di temere che i genitori biologici l’avrebbero riportata a Vienna, ma il tribunale ordinò loro di consentire ai genitori biologici di incontrarla di tanto in tanto. Questi incontri aumentarono la sofferenza dei genitori biologici e Frederika era apatica nei loro confronti, presentando la madre agli amici come sua zia. Nel 1949 il tribunale di Tel Aviv stabilì che Frederika avrebbe trascorso le feste con i genitori biologici. Quando compì diciotto anni nel 1951, Frederika chiese di rinnovare i rapporti con i genitori e li incontrò. Fu l’ultimo incontro. Dopodiché se ne persero le tracce, ma le ricerche ci dicono che tornò a Vienna, dove lavorò come bibliotecaria ed è morta nel 2009.</p><p>Quando il governo israeliano dispose il trasferimento delle spoglie di Herzl da Vienna e la loro riesumazione a Gerusalemme nel 1949, spostò anche le spoglie dei suoi genitori da Budapest e le fece seppellire nel sacrario nazionale sul Monte Herzl, la montagna intitolata in suo onore. Le ceneri della madre dei suoi figli, cremata nel 1907, sono andate perdute, e le ceneri della più giovane, Trude, assassinata dai nazisti, furono disperse tra le innumerevoli vittime della Seconda guerra mondiale. I corpi dei figli di Herzl, Pauline e Hans, furono lasciati nel cimitero di Bordeaux, in Francia, come relitti di un naufragio dimenticato. Nel 2004 Israele celebrò il centenario della morte di Herzl e il governo approvò una legge che fissava una data per una commemorazione annuale dell’eredità del fondatore. Dopo un lungo dibattito, il governo israeliano fece riesumare anche le spoglie di Pauline e Hans per seppellirle sul Monte Herzl. Lo stato ebraico che Herzl aveva immaginato nacque 44 anni dopo la sua morte. La famiglia che lui e sua moglie avevano fondato terminò con il suicidio del loro unico nipote, Stephen Theodor Norman, figlio di Trude.</p><p>Il governo israeliano dispose anche il trasferimento delle spoglie di Stephen per la riesumazione nel lotto di famiglia sul Monte Herzl. <b>Oggi in Europa riposano soltanto i resti dei nonni di Herzl, sepolti nel piccolo cimitero di Zemun, alla periferia della capitale serba di Belgrado</b>.</p><p>Nel frattempo anche gli edifici che hanno segnato la vita del fondatore di Israele hanno subito un destino amaro e beffardo. Luoghi che simboleggiarono la nascita di un’idea sono oggi palcoscenici di un conflitto che Herzl aveva previsto ma non potuto impedire.</p><p>Herzl fu fotografato nel 1901 mentre si sporgeva dal balcone della stanza 117 del Grand Hotel Les Trois Rois a Basilea, in Svizzera, durante il Quinto Congresso Sionista. La famosa foto del balcone, in cui Herzl è visto scrutare l’orizzonte sul fiume Reno, ispirò filosofi e artisti che la considerarono un’immagine della visione sionista. L’hotel svizzero è finito in vendita qualche anno fa e uno dei potenziali acquirenti è il fondo del Qatar di proprietà dell’emirato finanziatore di Hamas. Al Berggasse 6 a Vienna, il passato di Herzl rimane insolitamente presente.</p><p>L’edificio fu costruito a metà dell’Ottocento. Oggi la casa che fu di Herzl ospita una pizzeria di proprietà palestinese. Una targa in onore di Herzl fu inaugurata dal presidente israeliano Isaac Herzog un mese prima del massacro del 7 ottobre 2023. Deturpato prontamente pochi giorni dopo. Profanata anche la Theodor-Herzl-Platz. “La strada dalla Palestina a Parigi sta cominciando a passare per la mia stanza”, scrisse Herzl nel suo diario il 6 gennaio 1897. Il suo appartamento di Vienna ebbe un ruolo fondamentale nella creazione di uno stato ebraico. Una grande parte degli incontri più importanti si tenne lì. Da casa sua, Herzl fondò il giornale Die Welt e organizzò il Primo congresso sionista a Basilea nel 1897. Anni dopo che Herzl visse al numero sei di Berggasse , la necessità della sovranità ebraica divenne tragicamente più chiara.</p><p>Almeno tre ebrei furono deportati dallo stesso edificio e assassinati nell’Olocausto. Hugo e Irene Roden furono deportati il 14 luglio 1942 nello stesso lager dove morì la figlia di Herzl. Su 1.009 persone del loro trasporto, 950 furono uccise, tra cui Hugo. Camilla Tandler fu deportata tre giorni dopo i Roden. Morì ad Auschwitz e anche la sua data di morte è sconosciuta. Nello stesso edificio dove il sionismo passò da idea a movimento politico organizzato, Hakim Hadid conserva oggi una foto incorniciata con Yasser Arafat.</p><p>Pur credendo che Israele sia uno stato “illegale”, Hadid dice che bisogna accettare la realtà che non se ne andrà da nessuna parte. “Non possiamo uccidere tutti gli israeliani”, ripete.</p><blockquote>La casa di Vienna dopo Herzl immaginò  Israele oggi è di proprietà di una pizzeria palestinese: “Non possiamo uccidere tutti gli israeliani”</blockquote><p>Magnifica città, Basilea. C’è la tomba di Erasmo; il Goetheanum, lo straordinario auditorium fatto costruire da Rudolf Steiner; è la città di Karl Barth, il teologo, e di Jakob Bernoulli, il matematico; vi hanno insegnato uno dei più grandi storici di sempre, Jacob Burckhardt, e il celebre filosofo Karl Jaspers; c’è la casa dove ha abitato Friedrich Nietzsche. Insomma, una capitale della cultura europea. E nella Basilea di Herzl, un manifestante alla parata dell’Eurovision, brandendo la bandiera della Palestina, ha fatto il gesto del taglio della gola rivolto a una donna ebrea che ha visto con i propri occhi quel gesto divenire realtà, la cantante israeliana Yuval Raphael, sopravvissuta al 7 ottobre, quando ha dovuto fingere di essere morta sotto i corpi senza vita al Nova Festival per otto ore (364 morti). Herzl aveva previsto quest’odio di massa; non aveva calcolato che avrebbe reclamato prima di tutto la sua progenie. Gli venne l’idea di uno stato ebraico dopo che entrò a contatto con l’odio antisemita della plebaglia francese quando copriva come giornalista il caso Dreyfus a Parigi. Il 5 gennaio 1895 il giovane corrispondente della Freie Neue Presse vide dal balcone del suo albergo di fronte alla Scuola militare di Parigi la folla ammassata intorno ai cancelli dove ebbe luogo la cerimonia di degradazione di Dreyfus.</p><p>“Mort aux Juifs”, gridavano. 130 anni dopo, di Herzl non ce ne sono più in giro, ma un erede di Dreyfus è diventato tenente colonnello dell’esercito di Israele. Il suo pronipote, Uriel Dreyfus, oggi è giudice nei tribunali militari israeliani. Il cerchio, in qualche modo, si è chiuso su una nota di speranza. Il capitano che venne spogliato dei gradi francesi ha un discendente che oggi emette sentenze sotto la bandiera azzurra e bianca con la stella di David.</p><blockquote>130 anni dopo, di Herzl non ce ne sono più in giro, ma un&nbsp;erede di Dreyfus&nbsp;è diventato ufficiale &nbsp;dell’esercito di&nbsp; Israele</blockquote>]]></description>
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				<title>Desiderare un’estate come prima. Lettera da un’assurda paura</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Marina Corradi</author>
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				<description><![CDATA[<p>14 luglio. Tra le colline della Gallura il termometro dell’auto segna 41 gradi. Da Olbia verso Luogosanto è una quasi ininterrotta foresta, lussureggiante ancora delle piogge di primavera. <b>Non una casa, per chilometri. Non un’anima. Bosco vergine, bosco da cinghiali</b>.</p><p>All’orizzonte l’ondulare di terre brune o rosse, bruciate da un sole che batte come un fabbro.</p><p>37, 38, 40 gradi. La Gallura, sotto, giace docile e uguale, con i suoi massicci di roccia dal profilo di dinosauri. (Ti domandi come siano arrivate qui queste rocce, scagliate da quale catastrofe primordiale).</p><p>Ma se appena nel primo paese che incontri scendi dall’auto ti investe un’ onda di calura bollente che toglie il fiato. Aria ferma però, non un filo di vento. Immobile: una bolla d’ Africa sulla Sardegna.</p><p>14 luglio, mai sentito un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/caldo_35902/page/1" target="_blank">caldo</a>&nbsp;come questo. Mai, né a Milano né nell’afosa soffocata pianura padana. Al sud, al mare trovavo il vento. Un caldo così in Italia, mai. Alzo gli occhi verso il sole altissimo, sbiadito dalla foschia, al punto più ardito del suo arco. Sole spietato. Le magre mucche nei pascoli giacciono a terra sdraiate, stordite. Povere bestie, dove berranno? E gli animali del bosco assetati, e i randagi che cercano acqua nei torrenti in secca?</p><p>La terra siccitosa scricchiola, geme sotto ai nostri passi. All’orizzonte, verso il mare, una sottile colonna di fumo. Il fuoco: avido piomba sui  pascoli riarsi. Lascerà alberi ischeletriti, e cenere. Passa allora nei pensieri come l’alito di un fantasma: pensa se questo sole non calasse, se bruciasse sempre di più. Se la fine fosse fuoco. E per la prima volta da che sono nata, <b>ho paura di questo sole tiranno</b>.</p><p>Ma via, che sciocco incubo. Sedersi su una panchina nella materna ombra dei lecci, tra le case del paese silenziose ma vive, dietro agli scuri chiusi.</p><p><b>Desiderare semplicemente un’estate come prima</b>: i temporali e la pioggia battente, e poi il cielo netto, e il maestrale padrone - a spazzare via come foglie secche ogni indicibile paura.</p>]]></description>
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				<title>Giulio Einaudi, l’uomo in bianco</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Una Fogliata di libri</category>
				<author>Sandra Petrignani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se devo abbinare un colore alla figura di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giulio-einaudi_34187" target="_blank">Giulio Einaudi</a>, è senz’altro il bianco. Lo ricordo infatti sempre con qualcosa di bianco addosso, ma soprattutto lo vedo muoversi in spazi bianchi: la casa editrice di via Biancamano, a Torino, la sua casa di Roma vicino piazza Argentina, per non citare il bianco dominante delle copertine dei libri che pubblicava. <b>Sobrio ed elegante sempre, anche quando scherzava prendendoti in giro, anche dopo aver bevuto vari bicchieri di vino, che doveva essere dei migliori, possibilmente il suo, fatto nelle terre della sua Dogliani in Piemonte</b>.</p><p>Non a caso Franco Lucentini lo definiva “grandissimo arredatore”, così sicuro di sé che chiedeva aiuto a noti amici architetti e poi faceva di testa sua. Lo leggo in un libro di <b>Paolo Di Stefano</b> entusiasmante per la capacità di ricreare il passato attraverso gli oggetti. E’ “Casa come me: Einaudi”, uscito da Electa. In verità “Casa come me” è titolo di una nuova collana illustrata, diretta da Andrea Cortellessa e Emanuele Trevi, e si ispira a come Curzio Malaparte aveva battezzato la sua villa di Capri, “Casa come me: fra mare e terra sul ciglio dell’infinito”. E sul ciglio dell’infinito di se stessi intendono collocarsi i testi di questa collana che “vuole essere a sua volta un luogo: quello in cui i protagonisti dell’arte, della letteratura e dell’editoria vengono raccontati nella chiave del loro rapporto con gli spazi e col senso dell’abitare”.</p><p>Parlando dell’Einaudi di via Biancamano, Di Stefano fa inevitabilmente il ritratto di un gruppo, con le sue singole manie e stranezze, da Cesare Pavese che arrivava in ufficio e, senza togliersi il cappotto, si buttava a dormire sul suo divanetto a Italo Calvino che lavorava in un ufficetto striminzito. E tutto era regolato con sapienza dittatoriale dal “divo Giulio” che stabiliva anche con la distribuzione degli spazi “il significato simbolico delle forze dei poteri in campo”. <b>Era il Giulio Einaudi della giovinezza e della massima creatività, quando differenziava le persone che lavoravano per lui dando del lei a molti e del tu a pochissimi</b>. Ho avuto (forse) la fortuna di conoscerlo che aveva già perso la sua creatura, passata di mano per eccesso di spese non più sostenibili. A noi giovani scrittori ed editori di cui amava circondarsi dava e si faceva dare del tu. Aveva però conservato il suo atteggiamento regale e spiritosissimo e pretendeva di insegnarci (giustamente) come si fa un libro tecnicamente, ma non solo, anche quel che dovevamo mangiare: cose semplici e pur sempre squisite, a volte cucinate con le sue proprie mani a casa nostra, innaffiate però divinamente con bottiglie portate da casa sua.</p><p>Tornando a Paolo Di Stefano, narratore e poeta che all’Einaudi ha lavorato come editor, attualmente editorialista del Corriere della Sera, voglio anche ricordare la ricomparsa in questi giorni – e a quindici anni dalla prima uscita – di un suo libro importante, “La catastròfa, Marcinelle 8 agosto 1956” (Sellerio). Sono passati settant’anni e quella tragedia resta “la più grave dell’emigrazione italiana e una delle più nere delle storie del lavoro in Europa”. Con l’aggiunta di quattro nuovi capitoli l’autore ci porta nel cuore dei fatti e tra le voci di sopravvissuti e parenti costruendo un romanzo epico drammatico e istruttivo.</p>]]></description>
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				<title>Il rapporto tra madre e figlia tra viaggio e memoria. E Virginia Woolf</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Figlio</category>
				<author>Giacomo Giossi</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?” </b>La massima di Conrad che mai ha scritto e probabilmente nemmeno mai ha pronunciato, ma che ha avuto così tanta fortuna, trova una sua alternativa di genere in un possibile: “Come faccio a spiegare che quando viaggio sto lavorando?”, che nemmeno Heather Christle pronuncia mai, ma che si può desumere dal suo intenso e struggente Tra i rododendri. Memorie in compagnia di Virginia Woolf (Il Saggiatore, traduzione di Paola Moretti).</p><p>Romanzo, saggio, reportage e memoir, come già aveva fatto Christle con il precedente Il libro delle lacrime, Tra i rododendri appare come un impasto di ricordi e riflessioni in cui agisce un movimento continuo dentro al quale ogni cambio d’orizzonte muta radicalmente non solo il presente, ma anche il passato che fino ad allora si era determinato. Composto da quattro viaggi, due in solitudine e due insieme alla madre e alla sorella, Tra i rododendri è il ritratto di un rapporto complesso e ostile tra l’autrice e la madre, ma anche tra la propria memoria e l’inesausto tentativo di trovare un senso al proprio dolore: <b>“Se si guarda qualunque cosa attentamente, o per un periodo abbastanza prolungato, il tempo non può che inondare qualunque cosa, portando con sé i detriti del passato e del futuro”</b>.</p><p>Quattro viaggi in Inghilterra dentro cui si mischia la memoria privata e quella letteraria e in cui Virginia Woolf agisce precedendo e anticipando ogni riflessione dell’autrice. <b>Christle mostra l’espansione verso l’infinito di Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf che viene intesa come un luogo aperto nel mondo e non come uno spazio isolato, privato e lontano dal caos delle cose.</b> Tra i rododendri vive così sempre all’interno di un equilibrio fragilissimo in cui ogni frase rifrange più mondi, tra il privato e il pubblico, tra la memoria e l’immaginazione. Tutto è distinguibile e separabile, ma tutto resta sempre inestricabilmente sempre intrecciato tanto che Heather Christle ne ha così piena consapevolezza da evitare accuratamente ogni forzatura. <b>L’autrice lascia scivolare le sensazioni sulla pagina come se fosse il vetrino di una scienziata</b>. Là - come viste al microscopio - le sue emozioni ritrovano finalmente  un ordine preciso. Riga dopo riga prende corpo quella esatta collocazione che in letteratura trasforma uno stato dell’anima in discorso.</p><p>Tra i rododendri contiene un dolore difficile da elidere. Si tratta infatti di un dolore che per anni è rimasto compresso insieme a una rabbia indicibile verso una madre che improvvisamente si rivelò assente, lontana e a tratti estranea. Christle a quattordici anni subisce una violenza sessuale, ma la madre non sembra volersene occupare, anzi si tiene sempre più a distanza dalla figlia come se si fosse determinata tra loro una spaccatura (e una colpa) insanabile.<b> Il dolore di Christle negli anni cerca vie possibili di sbocco e di comprensione fino al giorno del viaggio con la madre verso la sua casa d’infanzia.</b> Là la madre le rivelerà la molestia sessuale subita da bambina, la paura e l’angoscia e insieme quell’incapacità di reagire che anni dopo si sarebbe ripresentata proprio davanti al dolore della figlia. Ecco allora che la scrittura, partendo anche dalle lettere e dai diari della madre, diviene mobile e curativa, riattivando di volta in volta un senso diverso con parole che apparentemente sembrano immobili sulla pagina, ma che in realtà fluttuano di continuo tra memoria e immaginazione.</p><p>Viaggiare diviene così lo strumento fondamentale per una rilettura che è anche riscrittura. Due movimenti potenzialmente infiniti con cui ritrovare se stessi, sempre nella medesima posizione, ma ogni volta radicalmente cambiati.</p>]]></description>
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				<title>Le ragazze squattrinate e i loro stratagemmi per divertirsi (e per salvarsi?)</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:29:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Il Figlio</category>
				<author>Livia Chiriatti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Muriel Camberg si è sposata a diciannove anni con Sir Oswald Spark. Il matrimonio, di breve durata, le ha lasciato: un’esperienza di vita in Rodhesia, un figlio, e un nome che significa “scintilla”. Nomen omen,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/una-fogliata-di-libri/2026/07/22/news/a-mille-miglia-da-kensington--402764" target="_blank">Muriel Spark</a>&nbsp;è stata  una scrittrice brillante, benedetta dalla scintilla. In Italia la pubblica Adelphi, l’ultimo titolo uscito è Ragazze squattrinate (1963, traduzione di Monica Pareschi). La novella si svolge alla fine della guerra, nel 1945, in una Londra vessata da bombardamenti e razionamenti, e le ragazze squattrinate sono le inquiline della May of Teck, una residenza edoardiana elegante e decaduta, <b>riservata alle “signorine di pochi mezzi sotto l’età di trent’anni costrette a risiedere lontano dalle loro famiglie per esercitare una professione a Londra”. </b>Cosa c’è di più inarrestabile di una ragazza e dei suoi smisurati desideri?</p><p>E’ spesso nelle ristrettezze che fiorisce l’ingegno, e così è per le inquiline della pensione, e “come si rendevano conto anche loro in misura variabile, poche persone al mondo in quel periodo erano più incantevoli, più ingegnose, più commoventi e simpatiche, e, incidentalmente, più crudeli delle ragazze di pochi mezzi”. <b>Assistiamo alla loro vita quotidiana e agli stratagemmi che escogitano per ottenere quello che vogliono, sia una posizione, una possibilità, l’amore.</b> C’è Jane, che lavora presso un piccolo editore, ed è per questo rispettata dalle altre; Joanna, devota figlia di un pastore infervorata dalla poesia; Selina, bellissima, smaliziata, impietosa, l’eccentrica Pauline, che finge di uscire con l’attore Jack Buchanan, e Anne, che ha ereditato da una ricca zia un abito da sera di Schiaparelli. L’abito è l’oggetto più ambito della May of Teck, la merce più preziosa in un sofisticato sistema di scambi la cui moneta sono i bollini della tessera annonaria, il tè, il sapone e la margarina. <b>Strumenti, questi ultimi, di libertà</b>. Nel bagno dell’ultimo piano c’è infatti una finestrella da cui le ragazze sgattaiolano sul tetto, dove magari le aspetta un amante o una notte di festa. Cospargersi di sapone o margarina (che vale meno, perché fa ingrassare), aiuta a sgusciare fuori. A patto, naturalmente, di essere magre. Il titolo originale è “The Girls of Slender Means”, una frase idiomatica che vuol dire “di mezzi modesti”, ma “slender” significa anche, appunto, snella.</p><p>“La questione del peso e delle misure era importantissima all’ultimo piano. <b>La capacità o meno di infilarsi di lato nella finestrella del gabinetto”: l’ossessione della magrezza di queste ragazze è funzionale alla loro stessa libertà, e da ultimo, si vedrà, alla loro sopravvivenza (un promemoria: il libro è stato scritto più di sessant’anni fa).</b> A un certo punto accade un evento drammatico che sembra un colpo di scena, ma non lo è, perché Spark spiazza, sorprende, ma prepara sempre tutto, disseminando indizi,  facendoti credere che va tutto bene, ma poi invece no.</p><p>E’ una commedia o una tragedia? Le frasi, asciutte e affilate come frecce, liberano un’energia comica, eppure gli eventi e le contingenze sono drammatiche. <b>La messa in scena del dramma è a tratti buffa, proprio come la vita in cui, per quanto siano avverse le circostanze, offre sempre un lato da cui fanno ridere. Spogliare le persone, metterle a nudo (letteralmente), suscita un riso empatico, di tenerezza. </b>Nella lunga scena finale, le ragazze sfilano come vere e proprie debuttanti, una alla volta, ma in circostanze grottesche. Spark spalanca la realtà e ci mostra il paradosso della vita: ecco il tragico e il comico, sempre lì, insieme. Ti accompagna, poi devia bruscamente, cambia strada e ti lascia lì, disorientata. Con il desiderio osceno, indicibile, di misurarti i fianchi per sapere se ti saresti salvata (naturalmente no).</p>]]></description>
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				<title>Dalla crisi di Doha al bronzo nella Senna. Taddeucci si racconta</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Giuliana Lorenzo</author>
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				<description><![CDATA[<p>La prima rivale, quasi nemica di sé stessa, è proprio lei, tanto che il suo allenatore (Giovanni Pistelli, ndr) spesso preferisce non infierire.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2025/08/18/news/oltre-il-nuoto-ce-di-piu-ginevra-taddeucci-tra-criminologia-e-ristrutturazioni--121089" target="_blank">Ginevra Taddeucci</a>&nbsp;è così di carattere, non si concede di sbagliare e quando succede, “mi autoflagello”, dice scherzando. Gli sportivi li riconosci da questa mentalità, l’unica possibile per raggiungere certi risultati o quando hai a che fare con la fatica come nel suo caso, dato che nuota in acque libere. <b>“Competo contro me stessa e se non faccio quello che voglio mi tormento. Non è concepibile non essere al top, devo essere almeno vicina ai miei standard, mi autoinsulto”. </b></p><p>Dal 4 agosto, per l’Europeo 2026, tornerà in acqua nella Senna, dove vinse il bronzo olimpico nella 10 km. “È stata una stagione fiacca rispetto a quelle precedenti, ma ogni anno non è uguale. Nel 2025 ci sono state tante soddisfazioni: arrivo all’Europeo senza grosse aspettative, sperando di giocarmela sempre con le migliori”. In acque libere, si sa, tutto può succedere. Si compete con i propri limiti, con gli avversari, ma anche con le condizioni del mare. Argomento molto caro a tutti i nuotatori, che nella tappa di Coppa del mondo di Setubal, in Portogallo, hanno avuto diversi problemi. “Dieci atlete si sono sentite male: stiamo cercando di non gareggiare in situazioni che ci possano portare disagi. Io stessa sono finita al pronto soccorso per l’acqua inquinata, spero non ci mettano nuovamente in condizioni spiacevoli. Abbiamo sempre criticità con l’acqua, che sia la temperatura bassa o troppo alta. Ci hanno fatto gareggiare tutta la stagione tra i 17 e i 18 gradi con atlete che sono state male. Per mesi, capita di preparare tappe di Coppa, inutilmente, perché certe temperature sono insostenibili. L’anno scorso a Singapore ci hanno chiamato la sera prima, la gara era alle 7 di mattina, l’acqua era sporca. Ci hanno fatto scendere in acqua il giorno dopo, con una temperatura di 30,9 e il limite è 31. Si va da un estremo all’altro, sembra che non cambi nulla”.</p><p>A Parigi non è detto che, fisico permettendo, non faccia anche la vasca: “non mi dispiace, è uno svago. L’ho fatta agli Italiani e ai Giochi, è una gestione diversa, vedremo. Ho quattro gare in acque libere, se dovessi farle tutte sarebbe impegnativo”. Il mindset è comunque cambiato da quel ventiduesimo posto al Mondiale di Doha 2024, quando pensò di lasciare tutto: <b>“Ci sono state molte persone vicino a me, come il mio fidanzato (Matteo Furlan, notatore, ndr) o il mio allenatore che credevano nel tempo che avrei potuto fare nei 1.500. Mi hanno dato una bella spinta e Matteo mi ha convinto che ci sarebbe stata un’altra occasione, che non era finito tutto: mi sono aggrappata più che alle mie, alle loro convinzioni. Ho dovuto chiudere una relazione passata e rimettere a posto la testa al 100 per cento. Ho costruito sicurezza e calma mentale anche nella quotidianità”. </b>Una conquista non da poco, per lei che dopo la Senna, aveva ammesso di nuotare da sempre controcorrente, con quell’impegno di chi deve per forza sempre dimostrare qualcosa. “A Singapore, un anno fa, mi sono tranquillizzata prendendo quella medaglia individuale al Mondiale (argento nella 10 km) che mi mancava. Posso essere molto soddisfatta di ciò che ho fatto. Penso che quello che verrà in futuro sarà solo qualcosa in più. Non ho più l’ossessione di dimostrare niente, quella che sono o che sono stata, l’ho già fatto vedere”. Eppure, c’è sempre una patina di pessimismo che non riesce ancora a scrollarsi di dosso. “Sono molto testarda, anche quando vinco non mi do tregua perché magari penso di non aver fatto abbastanza, è un tratto caratteriale che difficilmente puoi cambiare. Dopo le Olimpiadi mi sono “calmata”. <b>Ho fatto allenamenti più tranquilli, quelli preolimpici sono stati particolarmente impegnativi e sono andata in down mentale. Mi sono detta che non volevo più rifarli. Nel mio sport ci vuole fatica e impegno, ma ora cerco di gestirmi meglio”.</b></p><p>Lo switch, soprattutto mentalmente, l’ha fatto con il 1.500 al Settecolli 2024: “Pensavo quel tempo fosse impossibile (16’08”65, ndr): ho avuto quasi più soddisfazione a farlo che a vincere la medaglia olimpica, sembrava un traguardo impossibile da raggiungere in una gara non mia”. <b>Tra una bracciata e l’altra, canticchia, pensa alle melodie e cerca connessione con le acque in cui si trova. «Ci leghiamo al posto in cui nuotiamo, viaggiamo per il mondo e viviamo veramente quel luogo invece di restare chiusi in una piscina. </b>Penso ai colori della Sardegna o ai pesci del Mar Rosso”. Un discorso che si aggancia alla passione viscerale per i viaggi: “Mi piace vedere il mondo, sapere quanta diversità si può trovare a livello di persone, culture e cibo, amo scoprire. Mi rifiuto di andarmene da questa vita senza vedere altro. Dopo l’Europeo dovrei andare in Giappone”. Magari lì proverà tutte le prelibatezze culinarie: “Non ho una dieta, sono davanti a una gelateria (dice mentre parliamo, ndr). L’unica volta che l’ho seguita sono arrivata 22esima, quindi ho detto “faccio come mi pare” fino a quando il corpo me lo concederà”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La pattinatrice Alina Zagitova ci ricorda che un allenatore non è un genitore</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Secondo la pagina Instagram figureskating_sportsru, Alina Zagitova sarebbe l’unica allieva di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/eteri-tutberidze_58032" target="_blank">Éteri Tutberidze</a>&nbsp;– la zarina del pattinaggio artistico russo che “distrugge per ricostruire” le proprie atlete – a non aver interrotto la collaborazione con lei dopo aver partecipato alle Olimpiadi. <b>A quanto riportano gli amministratori della pagina, sarebbero numerose le campionesse che, in passato, avrebbero deciso di interrompere la collaborazione con Tutberidze:</b> Lipnitskaya nel 2014; Medvedeva nel 2018; Trusova nel 2022; Shcherbakova nel 2024; e per ultima Valieva, al termine della squalifica per doping, nel 2025. Nei giorni scorsi, secondo la stessa pagina, Adeliia Petrosian, la diciannovenne promessa del pattinaggio artistico russo, dalla quale ci si aspettava a Milano-Cortina la dimostrazione del fatto che “senza Russia non sono vere Olimpiadi”, avrebbe fatto la stessa scelta.</p><p>La notizia della sua decisione ha innescato una reazione simil-pavloviana tra i tifosi in patria, con commenti che si esplicano da soli: “L’ingratitudine è diffusa tra gli atleti”, sentenzia un commentatore; “È successo che, dopo il suo fallimento, Adeliia abbia incolpato automaticamente la sua allenatrice: è triste” ipotizza un altro; “Adeliia ha fatto qualcosa di stupido! Proprio come le altre! Ragazze, chi è il vostro capo?”, ammonisce infine un terzo utente. Sono cose note nell’ambiente. <b>La classica condanna che si abbatte sugli atleti che, peccando di ingratitudine e slealtà, decidono di interrompere il sodalizio col proprio tecnico. Condanna che ho visto e sentito più e più volte in prima persona nei numerosi anni spesi tra piscina e bordo vasca.&nbsp;</b>Nella mia esperienza, infatti, ho appreso bene come la relazione allenatore-atleta sia spesso investita di aspetti che non dovrebbero interessarla, al punto che l’allenatore non si considera più solo un tecnico, ma una figura genitoriale: un secondo padre o una seconda madre. La piscina – nel mio caso; la pista, nel caso di Adeliia – non viene percepita come luogo di impegno, sfida e crescita personale, ma come un’estensione dei luoghi del nucleo familiare. È così che il patto tra allenatore e atleta smette di essere una delega di responsabilità e si trasforma in un vincolo di sangue.</p><p>Il risultato di questa distorsione culturale è una tossicità diffusa e latente che avvelena le carriere di fin troppi atleti. Se l'allenatore si confonde col “padre” o la “madre”, infatti, l’atleta che sceglie di cambiare allenatore o squadra non sta semplicemente prendendo una decisione adulta, matura e responsabile sulla propria carriera: sta compiendo il più doloroso dei tradimenti: il figlio che, accoltellandolo alla schiena, abbandona il genitore che lo ha nutrito e protetto. Cercare la propria strada è visto come qualcosa di incomprensibile e inaccettabile, e non è raro vedere allenatori “adulti e vaccinati” togliere il saluto ad atleti di dieci, venti o trent’anni più giovani; <b>i “figli ingrati” che li hanno traditi.&nbsp;</b>Ma – e sembra assurdo doverlo scrivere davvero – un allenatore non è un genitore, e un atleta non è un figlio, soprattutto ai livelli di Adeliia ed Éteri. Capita che il rapporto sviluppi elementi comuni a quello genitoriale? Sì, coi suoi lati positivi e negativi (senso di sicurezza e protezione; timore di deludere e del proprio desiderio di emancipazione). Il rapporto dovrebbe essere plasmato e mantenuto su quel modello? Per esperienza, direi che è meglio di no. Allenatore e atleta sono due esseri umani, adulti in alcuni casi, giovani adulti in altri, autonomi e competenti, che scelgono, giorno dopo giorno, di collaborare o meno a un obiettivo comune, e solo se rimangono tali lo scambio di competenze produce valore.</p><p>Col tempo, questa collaborazione può incistarsi: le dinamiche relazionali ristagnano attorno a schemi percettivo-reattivi più o meno rigidi; i non-detti e le incomprensioni si frappongono tra le indicazioni dell’allenatore e la fiducia dell’atleta nell’eseguirle; le capacità visuo-cognitive e ideative di entrambi si atrofizzano attorno al “già conosciuto”, che rende più difficile vedere – e pensare – cose diverse da ciò che ci si aspetta. E tutto questo è perfettamente normale.</p><p>Il nostro corpo e la nostra mente, infatti, sono stati magistralmente ottimizzati dalle pressioni evolutive, cosicché essi funzionano non cercando il “miglior risultato possibile”, quanto piuttosto il “minimo risultato soddisfacente”: spendere il minimo indispensabile per ottenere un risultato soddisfacente. Qualsiasi investimento ulteriore, pertanto, sia esso fisico o cognitivo, ha bisogno di motivi validi per essere effettuato. In tal senso, una squadra diversa o un nuovo allenatore possono trasformare il familiare in estraneo, il conosciuto in sconosciuto, e rappresentare quindi stimoli utili a convincere i propri sistemi a produrre e rendere accessibili nuove risorse, invece di affidarsi a precedenti dispositivi già ottimizzati (e quindi non stimolanti e non capaci di far crescere l’organismo).&nbsp;<b>Il rinnovamento, nella crescita sportiva e personale, non è un “in più”: è una necessità.</b> Per continuare a evolvere, a un certo punto del proprio percorso, quasi ogni atleta dovrà affrontare situazioni in cui staccarsi dal proprio allenatore per cercare “occhi freschi” e nuove prospettive. E questo non è un tradimento, a meno che non vogliamo considerare la competenza acquisita come un debito da ripagare. In quel caso, allora, cercare un cambiamento potrebbe significare rinnegare il lavoro fatto in precedenza; altrimenti, semplicemente, significherebbe che non si ha ancora smesso di voler crescere. Finché allenatori e pubblico continueranno ad aspettarsi dagli atleti una devozione filiale assoluta nei confronti dei primi, allora si continuerà a confondere il bisogno di autonomia con l’ingratitudine, e agli ultimi continuerà a essere impedito di pensarsi come “persone vere”.</p><p><b>Per quanto riguarda Adeliia ed Éteri, non possiamo sapere con certezza come si sia svolta la dinamica relazionale – privata e personale – tra le due. </b>Non sappiamo se Éteri abbia rinfacciato ad Adeliia un supposto tradimento e un’eventuale ingratitudine, oppure se, al contrario, abbia accolto e ascoltato le sue motivazioni, preservando il rapporto umano al di là della conclusione di quello lavorativo. Ciò che però sento di poter dire è che Adeliia, nel semplice uscire dal palazzo di ghiaccio della sua allenatrice, non abbia tradito alcuna madre. Nell'evoluzione della propria persona e del proprio percorso sportivo, la giovane pattinatrice ha semplicemente fatto ciò che un professionista maturo è chiamato, a un certo punto, a fare: si è assunta la responsabilità del proprio futuro. Ed è ora che anche noi, pubblico e allenatori, iniziamo ad aspettarci lo stesso dagli altri atleti.</p><p>Giorgio Minisini è un ex nuotatore artistico italiano, vincitore di 4 ori, 4 argenti e 2 bronzi ai Mondiali e di 4 ori, 5 argenti e un bronzo agli Europei oltre che di 12 ori in Coppa del mondo. È stato una icona del nuoto artistico azzurro (da martedì potrete trovare la sua storia nel podcast de il Foglio Fuori Campo disponibile su tutte le piattaforme). Fresco di Laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche alla Sapienza di Roma e ancora in forze nel del Gruppo Sportivo delle Fiamme Oro, comincia a collaborare per il Foglio sportivo.</p>]]></description>
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				<title>Il nuovo ct della Nazionale secondo l&#039;AI</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<author>Alessandro Bonan</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ho chiesto all’intelligenza artificiale una proposta sul nuovo ct dell’Italia. Mi ha risposto inizialmente di non avere gli strumenti per una indicazione del genere, salvo poi ripensarci e indicarmi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/22/news/bando-al-sovranismo-pallonaro--402902" target="_blank">Guardiola</a>&nbsp;come il profilo più giusto. La mia AI (ognuno ne ha una, questa è a buon mercato), sostiene che Guardiola rappresenti la figura ideale non solo per questioni tattiche (la mia AI deve aver giocato a calcio in un’altra vita) ma per capacità manageriali, così pronunciate da permettergli di ristrutturare tutto il sistema calcistico italiano, dalle selezioni giovanili fino alla Nazionale maggiore.</p><p><b>Proseguendo nelle mie domande, ho chiesto ad AI se per caso Guardiola sapesse cosa fosse Coverciano.</b> La risposta è stata affermativa: Guardiola sa benissimo cosa sia Coverciano, un po’ per suoi trascorsi calcistici in Italia, un po’ per cultura personale, essendo il centro tecnico di Coverciano la scuola allenatori più famosa nel mondo. Senza che io glielo domandassi, la mia AI ha proseguito sbilanciandosi sull’opera dello spagnolo qualora venisse nominato ct: una rivoluzione tecnica vera e propria che comincerà esattamente da Coverciano estendendosi alla Nazionale.</p><p>Insomma, per AI non ci sono dubbi, con Guardiola tutto si risolve, magari con pazienza, ma si risolve. Sarà un caso, ma Malagò, insieme a Maldini e Leonardo, proprio a Guardiola si sono rivolti per cominciare la rifondazione. Che abbiano chiesto alla mia stessa AI? Non credo, hanno fatto da soli. Però di sicuro si saranno posti le seguenti domande.</p><p>La prima: Guardiola è adatto ad allenare un giorno si e tre mesi no? La seconda: 20 milioni di euro all’anno (la cifra che lo spagnolo avrebbe chiesto, anche se va un po’ ridimensionata), non sono comunque troppi? La terza: Guardiola conosce Ulivieri, il capo del settore tecnico? Perché se non lo conosce, forse non sa che trascinarlo via da Coverciano non sarà un’impresa semplice. La quarta: chi comanda tra noi (Maldini e Leonardo) e lui (Guardiola)? La quinta: quanto tempo diamo all’ex allenatore del City per ottenere qualche risultato importante? L’ultimo interrogativo è destinato a perdersi nel vento, in quanto stupido. Nessuno può sapere quanto tempo sia necessario per riemergere dal pantano. Sul resto dei quesiti si può discutere a lungo. Ma c’è una frase che pesa su tutte le domande possibili, e l’ha pronunciata Paolo Maldini, “noi aspettiamo chi realmente vogliamo”. <b>Parole che uccidono l’ego di Conte, rimbalzano sul ciuffo bianco di Mancini e si posano sopra le spalle di Andrea Pirlo. Perché nel caso Guardiola dica di no, sarà l’ex juventino a prendersi la panchina azzurra.</b> Come seconda scelta? Chiedetelo ad AI, io vado a fare un tuffo nel mare.</p>]]></description>
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				<title>Cercare di sopravvivere a questa invincibile estate</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/a82442a6-45be-4d01-a2fe-c0903ea7d05e.jpg?v=1784916737" />
																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Annalena Benini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ogni anno giuro che non passerò mai più un solo giorno di estate in città. Lo annuncio, grido, minaccio, dico vi faccio vedere io, nessuno risponde, nessuno si incuriosisce, nessuno si spaventa. Ogni anno passo quasi tutta l’estate in città. Ogni anno dico anche: mai più senza aria condizionata, vi faccio vedere io. Ogni anno l’aria condizionata funziona per dieci minuti, poi si rompe e non funziona più, fino a ottobre quando non serve.</p><p>Non avrei voluto chiamare in causa l’Odissea, sovrastimolata di citazioni, ma la mia aria condizionata è da dieci anni come la tela di Penelope, nonostante io sia disposta a supplicare di sposarmi il primo che la aggiusta. Intanto però il tempo passa, le estati si accavallano anche nei ricordi, sulle isole ci va soltanto Ulisse con i suoi amici, dei veri porci, e io resto qui a tessere la mia tela, fatta di rabbia e di due ventilatori, di finestre chiuse la mattina molto presto e riaperte solo la sera molto tardi, con circospezione. Dopo avere calcolato la differenza fra la temperatura esterna e quella interna. Mi rendo conto di essere imprigionata in un’ossessione di notevole banalità: parlare del caldo, dire: non è tanto il caldo quanto l’umidità; dire: potrei cuocere le uova sul davanzale della finestra; dire: refolo – mi vergogno ma è vero – e poi controllare sul telefono le previsioni del tempo e confrontare fra loro le app sul caldo, mandare a tutti il video del cinghiale che a Cinecittà si rinfresca sotto una fontanella, ma anche del mio idolo, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, che parla di rifugi climatici e offre i&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/il-figlio/2026/07/17/news/al-cinema-come-ai-vecchi-tempi-ma-solo-per-laria-condizionata--402399" target="_blank">cinema</a>&nbsp;gratis nelle ore più calde. Ci andrei sindaco, ci andrei di corsa, ma non ho il coraggio di uscire di casa nelle ore più calde, e non posso mollare neanche per un attimo il presidio dei due ventilatori.</p><blockquote>La mia aria condizionata è da dieci anni come la tela di Penelope, nonostante io sia disposta a supplicare di sposarmi il primo che la aggiusta</blockquote><p>Il presidio dei due ventilatori è molto importante per non soffocare, vanno incrociati tra loro come raggi laser, lo scopo è creare una specie di corrente casalinga e trovare l’esatta posizione per lavorare in favore di corrente. Purtroppo non si può stare nudi se ci sono le riunioni video su zoom, e ieri mi è stato chiesto da circa quindici persone indispettite di fare qualcosa per il terribile rumore che proveniva dal mio microfono e che stava rovinando l’appuntamento, il lavoro, il futuro del paese. Quale rumore? Ah oddio, i ventilatori, scusate. Mi sono alzata per spegnere i ventilatori, fierissima di essere vestita per intero e non soltanto per metà corpo, ma dopo dieci minuti ho chiesto, per pietà, di abbandonare la riunione: vedevo tutto sfocato, mi sembrava di avere addosso una pelliccia di orso e sentivo qualcosa di rovente che attraversava le finestre chiuse e arrivava fino alla fronte, la trapassava, si infilava nel cervello rendendolo inutilizzabile. Poi devo dire che non sopporto vedere gente abbronzata e collegata dal mare, con la brezza che muove dolcemente i capelli, con l’impossibilità di immedesimarsi nel mio disagio. Del resto, se io in questo momento mi trovassi in montagna, con un golf sulle spalle, mi dimenticherei per sempre di questa sensazione di caldo allucinante: andare al fresco è come masticare il fiore di loto, rende insensibili a tutto il resto, cancella la memoria: non ho mai avuto caldo, non ho mai avuto figli, non so che cos’è il tempo, lo spazio, casa mia, non so che cosa significa l’espressione: caldo record.</p><blockquote>Andare al fresco è come masticare il fiore di loto, rende insensibili, cancella la memoria: non ho mai avuto caldo, non so cosa sono il tempo e lo spazio</blockquote><p>Invece, poiché passo il tempo a escogitare stratagemmi, preciso che è vietato far bollire l’acqua per la pasta, e in generale è vietato cucinare, è vietato passare del tempo in bagno a truccarsi perché la temperatura salirà presto a cinquantadue gradi sciogliendo il trucco – il bagno è in assoluto il posto più caldo della casa –, è vietato anche vestirsi in anticipo di mezz’ora sull’uscita, è vietato lasciare i cioccolatini fuori dal frigorifero, ma non dovrei nemmeno dirlo. Sconsigliato anche accendere il gas sotto la moka, se proprio non si può rinunciare, preparare una moka grande prima dell’alba e conservare il caffè in frigo.</p><p>Questi però sono miserabili dettagli: molto più importante è non scambiare il vento caldo per aria fresca, e anche la luce del giorno – e del sole – per qualcosa di bello, di buono, di utile alla sopravvivenza. Quelli che dicono che la cosa più importante della vita di una donna (gli uomini non so, sinceramente non ho le forze di pensare anche a loro, mi pare un dispendio di energie che non mi verrà mai ripagato in nessun modo) è il ritmo circadiano, cioè esporsi per prima cosa al risveglio alla luce naturale, quindi al sole anche solo attraverso la finestra aperta, lo dicono perché giustamente non passano lunghe estate calde in città e pensano che aprire una finestra non sia potenzialmente letale.</p><p>L’unico modo per non trasformare un appartamento in una graticola, infatti, è chiudere non solo le finestre, ma anche le imposte prima delle otto del mattino. Facciamo le sei e trenta, è più sicuro. Lo dico perché ho la prova del contrario e sto offrendo un sistema gratuito e collaudato fondato su una penombra costante. <b>Bisogna resistere alla tentazione di far entrare, per tutto il giorno, l’aria e la luce: non è da tutti avere questa resistenza.</b> Ma se come me avete intorno più cemento che alberi, se avete esaurito la scorta di banalità da dire, se l’idea della grotta comunque vi affascina, allora abbandonate questo modaiolo bisogno di movimento d’aria e rassegnatevi a usare solo la luce del computer. Perderete altre diottrie, ma non la vita. Siate pronti a difendere le vostre scelte contro tutti, siate pronti a rimanere soli dentro la grotta, a sentirvi dire: sei pazza. Tanto, che differenza fa. A parte che non resterò mai più un’estate in città, questa è l’ultima lo giuro, ripeto come ogni anno.</p><p>Ma vedere l’Odissea per tre ore al fresco dell’aria condizionata (di notte) mi ha ridato speranza e fatto capire anche che ha ragione Adriana Cavarero nel suo saggio Il canto delle sirene: le sirene non cantavano per Ulisse, né per i suoi compagni affamati, né per attirare i naviganti, le sirene non cantano per nessuno se non per il loro stesso piacere. E se quelli vogliono morire, di caldo o di tentazione, sono fatti loro, è loro responsabilità.</p><blockquote>Vedere l’Odissea per tre ore al fresco mi ha fatto capire che ha ragione Adriana Cavarero: le sirene non cantano per nessuno se non per il loro piacere</blockquote><p>Se però Ulisse fa il furbo legato all’albero maestro, allora le Sirene, molto più furbe, si vendicano e restano in silenzio, costringendolo a fingere di aver ascoltato un canto inesistente per non fare la figura dello scemo.</p><p>Allo stesso modo, io fingo che questo caldo sia realmente insopportabile, per non fare la figura di quella che decide di stare da sola al buio chiusa dentro casa senza parlare con nessuno neanche al telefono. Ma lo so benissimo che la notte scorsa c’erano ventisei gradi, lo so che oggi si respira un po’ di più. Lo so che sono precipitata, come Ulisse, come Penelope, dentro un’ossessione. Disfo la tela, rimando le decisioni di anno in anno. Esulto per mezzo grado in meno, mi dispero se la notte il fresco tarda ad arrivare, mi nutro di banane per il potassio e non esco prima delle nove di sera. Cerco negli occhi degli altri la mia stessa disperazione, il mio stesso perverso piacere nel misurare le micro differenze climatiche (una nuvola ha per qualche ora oscurato il sole, forse domenica pioverà, domani notte la minima dovrebbe scendere di brutto, maltempo al nord), mi innervosisco se invece scopro che vivono tutti in case climatizzate, con ventuno gradi fissi, e sono indifferenti ai segni del tempo. Fatti non foste a viver come bruti, vorrei gridare, ma temo di sudare, non posso agitarmi.</p><blockquote>Cerco negli occhi degli altri la mia stessa disperazione, il mio stesso piacere nel misurare le micro differenze climatiche</blockquote><p>Ieri, a questo proposito, è successa una cosa molto grave: il gatto, che sa sempre quali sono gli angoli più freschi, si è infilato in modo molto sospetto nel piccolo bagno rovente che sarebbe il mio, dove entro solo per fare la doccia e poi subito scappo fuori. E’ entrato, esplorava, si infilava tra le saponette, non usciva più. A un certo punto, stremata ma impavida, ho deciso di controllare. Il gatto giocava con qualcosa. Ma che cosa? Una piccola cosa scura. La scuoteva con la zampa. Ho pensato: se è uno scarafaggio sarò costretta a scappare di casa a quest’ora, ma fa troppo caldo, mi sento morire. Mi si annebbiava la vista, questa piccola cosa scura sembrava muoversi debolmente. Ho chiamato aiuto: mio marito è arrivato, l’ho pregato pacatamente di controllare cosa fosse quella cosa scura. Lui è entrato in bagno, incurante del caldo, e mi ha rassicurato: non è niente, ha detto. Io: come non è niente, mi sembrava che si muovesse. Lui ha preso in mano quella cosa, l’ha fissata per un istante e ha fatto quello che non potrò mai perdonargli: ha finto di spaventarsi e l’ha lanciata vicino a me. Io ho urlato, nonostante il caldo, ho corso, sono saltata sul letto e ho continuato a saltare e a urlare. Lui rideva. Io piangevo. Quella cosa era una caramella alla liquirizia. Questa è l’ultima estate che io passo in città. E’ ora di partire per Itaca.</p>]]></description>
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				<title>La dinastia del cinema italiano</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Andrea Minuz</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Venga, la accompagno dal Presidente”, mi dice l’addetta-stampa facendomi strada su per le scale della palazzina liberty. Una salita lenta, perché a ogni rampa c’è qualcosa da guardare: grandi manifesti cinematografici, incorniciati ovunque, uno sopra l’altro, sul pianerottolo, lungo i corridoi, fino al soffitto – Pane, amore e fantasia, Poveri ma belli, Rocco e i suoi fratelli, Il bidone di Fellini, l’infilata di melò con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson (quante lacrime! diceva mia madre ogni volta che passavano in tv); ma anche vecchi film muti con Leda Gys, la nonna del Presidente, conturbante e déco in meravigliose locandine d’epoca. <b>Il catalogo della Titanus, la più grande, gloriosa casa di produzione del cinema italiano. Qui in questa casa-azienda tutto sembra rimasto fermo. Non c’è nulla degli open space delle grandi corporation: niente tornello con badge all’ingresso, pareti vegetali, divani modulari, ragazzini in felpa e sneakers che ti ricevono davanti a un iPad. </b>Sembra più un colombario o un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/louvre_1607" target="_blank">Louvre</a>, forse un po’ spettrale e malinconico, della golden age del cinema italiano. Terza generazione della dinastia Titanus, Guido Lombardo mi fa entrare nel suo ufficio, ed è elegantissimo, in completo blu, nonostante l’afa e “il picco di caldo”, l’ennesimo di questi giorni. Ha superato da poco i cinquant’anni, ma come tutto qui dentro anche lui sembra provenire da un’altra epoca. E’ appena rientrato da Ischia, dopo una gran soirée di commemorazioni viscontiane a villa La Colombaia, per i centoventi anni dalla nascita.<b> “Mi hanno dato un premio per la Titanus e il suo rapporto con l’opera di Visconti”, mi dice mostrandomi la targa – un profilo stilizzato del regista del Gattopardo – prima di posarla sulla scrivania, tra mucchi di fogli, cartoline d’epoca, pile sbilenche di libri. </b>Il fantasma di Visconti qui è ovunque. Comincia già fuori dal portone: la palazzina della Titanus sta infatti tra la stazione Termini e Castro Pretorio, in quel dedalo di strade umbertine a tema Risorgimento – via Palestro, Montebello, Solferino, Goito, San Martino della Battaglia, Sommacampagna – che è anche il repertorio di Senso. Un segno premonitore, volendo. All’ingresso poi, il primo manifesto che ti accoglie è quello del kolossal viscontiano (“ma hanno sbagliato la sequenza del tricolore che sventola nella battaglia di Palermo”, mi spiega, “non se ne accorge mai nessuno”).</p><p>E qui, incorniciato alla parete del suo ufficio, come un trofeo di caccia, ecco il piano di lavorazione del film che rovinò suo padre Goffredo: “Mio padre aveva calcolato col commercialista che, per rientrare delle spese del Gattopardo, ogni italiano l’avrebbe dovuto vedere al cinema almeno due volte. Secondo un altro calcolo gli era costato quanto tutte le villette, le palazzine, gli alberghi di Cortina messi insieme. <b>Però ogni volta che gli chiedevano se l’avrebbe prodotto di nuovo non ci pensava un attimo. Sì, certo, diceva, è per Il Gattopardo che saremo ricordati”.</b> Il buco vero fu però un altro. Sodoma e Gomorra, diretto da Robert Aldrich, uscito l’anno prima e caduto nel vuoto. Solita tentazione mitologica del cinema, che di tanto in tanto si rivela letale per i produttori. “E’ con Sodoma e Gomorra che mio padre ha perso tutto, ancora più che col Gattopardo”. Il pubblico dei film Titanus non era mai stato quello delle grandi città, ma delle periferie, dei piccoli centri, della sterminata provincia italiana. La Titanus era Matarazzo e Poveri ma belli, non Visconti e il kolossal mitologico. All’inizio del 1964, Goffredo Lombardo è costretto a vendere l’impero che ha costruito negli anni Cinquanta a suon di melodrammi popolari: i teatri di posa della Farnesina, gli stabilimenti sull’Appia, la sala di doppiaggio di via Margutta, i cinema, concentrati soprattutto a Napoli. Tutto. Non gli resta niente. “Mio padre era sommerso dai debiti, si era tenuto solo una cinquecento verde e il marchio, che non volle vendere, perché sapeva che prima o poi se lo sarebbe ripreso”. <b>Ma per capire come ci riuscì bisogna partire dal Circeo, dalla passione di Goffredo Lombardo per la pesca subacquea e dall’ossessione per gli squali – cose che erano già in Africa sotto i mari, film Titanus del 1953: un magnate, uno yacht, il Mar Rosso, Sophia Loren diciottenne in due pezzi, nello splendore del Ferraniacolor, impigliata in una rete tra cernie e polpi.</b></p><blockquote>Guido Lombardo racconta i calcoli del padre Goffredo per rientrare dalle spese del “Gattopardo”. “Ma è con ‘Sodoma e Gomorra’ che ha perso tutto”</blockquote><p>La lunga faida dei Lombardo con gli squali inizia poco dopo. Nel 1956, Goffredo Lombardo viene attaccato da uno squalo bianco al Circeo. Oggi col climate change e gli squali in cerca di refrigerio capita un po’ ovunque, ma all’epoca era un evento raro, un gradino sotto gli avvistamenti ufo. Ferito, riesce a tornare a riva. Qualsiasi altra persona – io di sicuro – considererebbe finita qui la pesca in mare aperto, le immersioni e opterebbe per le Dolomiti. Quella di Goffredo Lombardo invece s’infiamma. <b>“Mio padre rientrò a Roma e andò al mattatoio, si fece mettere quaranta litri di sangue in vari bidoni di latta, poi prese venti chili di mammella di vacca, un amo da pescecane, corde, gavitelli, un fucile da caccia a pallettoni, quindi tornò al Circeo. Si fece portare da un pescatore in motoscafo nel punto esatto dell’attacco, sistemò l’esca, sparse il sangue in acqua, lo squalo arrivò e addio”.</b> Tutto con la perizia di un produttore che allestisce il set della sua vendetta personale. Poco dopo fonda “Mondo Sommerso”, la prima rivista italiana del settore subacqueo. Collaborano tutti i pionieri: Gianni Roghi, Maurizio Sarra, Jacques-Yves Cousteau, Jacques Mayol, Folco Quilici, Enzo Maiorca. Copertine formidabili con Claudia Cardinale su un gommone. In uno dei primi numeri, Lombardo pubblica il resoconto molto hemingwayano della sua vendetta: “E morì di domenica”. <b>E’ chiaro che uno così non si sarebbe mai rassegnato al fallimento del suo impero cinematografico. </b>Finito sul lastrico, il produttore del Gattopardo s’inventa i “musicarelli”, quelli con Rita Pavone, Al Bano e Romina, Gianni Morandi. Li fa girare a una giovane Lina Wertmüller che si firmava George Brown. La critica non approva, come del resto anni prima aveva schifato i “polpettoni” della Titanus – Catene, Tormento, I figli di nessuno, i “Temptation Island” del nostro dopoguerra. Il pubblico invece apprezza. Incassi milionari. Lombardo risale. Piano piano si riprende tutto.</p><p>Oggi Rita la zanzara, musicarello yéyé con Rita Pavone, è presentato con tutti gli onori alla Cinémathèque. Un mese fa, un trionfo per la versione restaurata al Cinema Ritrovato di Bologna. “Mio padre amava il cinema popolare. I melodrammi con Amedeo Nazzari erano un aggiornamento della sceneggiata napoletana, con cui era cresciuto. I musicarelli furono una grande idea e non c’era niente di simile in Italia. Però voleva anche rischiare con film più artistici. <b>Ogni volta che rivedevamo insieme Rocco e i suoi fratelli, mi accorgevo che aveva gli occhi lucidi… che capolavoro abbiamo fatto, diceva”.</b> La sceneggiata è il punto di partenza di tutto. Perché la dinastia Lombardo comincia a Napoli e Napoli resterà sempre la città d’elezione, il cuore della vicenda. 1904: Gustavo, nonno di Guido, all’epoca diciannovenne, rinuncia a diventare avvocato e apre un piccolo ufficio per il commercio di film. Cosa impensabile, a dir poco scellerata per l’epoca. Peggio che investire in bitcoin dieci anni fa. L’incontro con Leda Gys fa il resto. Lei era l’attrice del muto più richiesta, musa e amante di Trilussa che le aveva anche trovato questo nome d’arte (si chiamava Giselda Lombardi). Lombardo gliela porta via. “Quando c’era papà di Trilussa non si poteva parlare mai”, mi racconta Guido, “in casa non c’erano suoi libri, io non sapevo chi fosse, credo di averlo scoperto dopo i trent’anni”. Mi fa vedere con un certo orgoglio una vecchia cartolina di Leda Gys con una poesia scritta a mano e la dedica di Trilussa. “L’ho ritrovata in una bancarella”. <b>Un piccolo risarcimento personale.</b></p><blockquote>1904: Gustavo, diciannovenne, rinuncia a diventare avvocato e apre un piccolo ufficio per il commercio di film. L’incontro con Leda Gys fa il resto</blockquote><p>Il padre Goffredo entra in scena nei primi anni Cinquanta. Trova la formula vincente coi mélo di Matarazzo ma s’inventa anche Sophia Loren – mentre Gustavo aveva fatto esordire Totò, per dire la napoletanità della Titanus. “Sofia Scicolone era un nome tremendo. Non avrebbe mai funzionato… papà si ispirò a Marta Toren, un’attrice svedese all’epoca molto celebre che era finita anche in un film di Genina. Una L al posto della T e il gioco era fatto. La mamma di Sofia era assolutamente contraria, non puoi cambiare nome a mia figlia! Diceva, ma alla fine la spuntò mio padre”. Oggi in pochi si ricordano di Marta Toren.</p><blockquote>Goffredo entra in scena nei primi anni 50. S’inventa anche Sophia Loren: “Sofia Scicolone era un nome tremendo. Non avrebbe mai funzionato”</blockquote><p>L’ufficio di Guido Lombardo sembra uscito da un ready-made surrealista. Una stanza grande, boiserie scura, scrivania curva, ogni angolo pieno di oggetti, quadri, vecchie fotografie, cimeli, premi. Come un antiquario di Portobello ma coi Telegatti sulle mensole. Il vero centro però è una collezione di Doulton e Beswick, cani di ceramica inglesi, iperrealistici, di tutte le taglie: setter, pointer, spaniel, levrieri, tutti in posa, tutti fermi nell’attimo prima dello sparo. “Li prendevo a Londra, li regalavo sempre a mio padre, anche se a lui sotto sotto non piacevano, non li sopportava, però se li teneva, li ha messi tutti qui”. <b>Sembra di stare dentro un quadro di caccia inglese, uno di quei Landseer vittoriani coi cani in primo piano, enormi, e il padrone come una macchia sullo sfondo. </b>Guido Lombardo ha preso in mano l’azienda vent’anni fa, dopo la morte del padre. “Da bambino mi mandano a Parigi, perché mio padre aveva ricevuto un volantino delle Br, in cui minacciavano di rapirmi – il prossimo è tuo figlio. A Parigi stavo a scuola con Carla Bruni, mai avrei immaginato sarebbe diventata una top-model”. Tornato a Roma, tanta gavetta in tutti i reparti, nessuno sconto: elettricista, macchinista, portatore di caffè sul set. “Poi dovevo andare in montaggio, partecipare senza fiatare alle riunioni di sceneggiatura, stendere i riassunti dei copioni, andare al cinema tutti i giorni e studiare gli incassi”.</p><p>Quando parla di cinema, Guido Lombardo non usa un lessico manageriale. Non dice library, data-driven, engagement. Ci tiene anzi a ricordarmi sempre che Titanus è uno dei marchi di cinema più antichi del mondo (“la Gaumont è nata qualche mese prima di noi, ma insomma, siamo lì”). “Sono uno dei pochi produttori che parla ancora di famiglia”, dice, “perché la Titanus è stata davvero una famiglia per tante persone”. Mi racconta di Cesarina, l’implacabile segretaria di suo padre, che veniva qui da Ostia, un’ora di treno tutte le mattine – “gli uffici Titanus aprivano alle otto e mezzo, ma papà arrivava alle otto, prima di tutti”. Mi racconta dei vecchi attrezzisti che ha conosciuto, dei pranzi sul set coi macchinisti, della “piazza bianca extra” che bastava a rendere felice la troupe. Altri tempi.</p><p><b>Mentre parla, mi rendo conto di quante madeleine Titanus ci siano nei miei ricordi. “Mondo Sommerso” lo comprava mio padre, lo lasciava in giro per casa, e m’incantavo davanti alle mute, le foto di Maiorca in apnea, le modelle in bikini per un servizio su “come si avvicina una cernia”.</b> E poi lo “scudo” Titanus che risuona subito nella memoria con quella sigla che partiva d’estate, dopo pranzo, e voleva dire che sarebbero arrivati Amedeo Nazzari o De Sica o Gina Lollobrigida o Marisa Allasio e Maurizio Arena maranza di Trastevere. Ed è dalla tv, appunto, che bisogna ripartire. Perché la Titanus che Guido Lombardo prende in mano vent’anni fa è soprattutto fiction, film per la tv, teleromanzi come Edera, Orgoglio, grandi successi che riprendono il discorso mai interrotto dei vecchi mélo. “Da bambino ricordo mio padre che parlava di questo signore che veniva da Milano, che nessuno conosceva, ‘ma chi è questo qui che vuole comprare tutto il catalogo? Non si è mai vista una cosa del genere’, diceva”. Quando nel 1980 cede a Berlusconi i diritti televisivi del catalogo Titanus, in pochi capiscono cos’ha in mente. Goffredo Lombardo sa che quel cinema eroico, epico, quello fatto con Visconti e Fellini è destinato a sparire.<b> “Anche se con grande rammarico mio padre aveva capito che il cinema era una cosa del passato, che gli affari si spostavano altrove. Quando fece esordire Tornatore, con Il camorrista, gli propose di fare insieme il film e la serie, e Tornatore non capisce… ‘perché anche una serie’, gli chiede? ‘Perché il cinema è morto’, risponde mio padre”.</b> Siamo nel 1985. E trent’anni prima delle Gomorra e delle Suburra, Tornatore gira una serie in cinque episodi che Goffredo Lombardo vende alla Fininvest, rientrando così delle spese del Camorrista, film costosissimo e complicato. “Tornatore faceva su e giù qui sotto, davanti al portone, arrivava tutte le mattine, la cosa andò avanti per settimane, forse mesi”, dice. “Non aveva ancora fatto niente, aveva venticinque anni e voleva lavorare con mio padre. Alla fine lo prese, lo mise a leggere sceneggiature, poi gli produsse il primo film. Ecco, la Titanus era questa cosa qui”.</p><blockquote>“Tornatore faceva su e giù davanti al portone, aveva 25 anni e voleva lavorare con mio padre. Alla fine lo prese. La Titanus era questa cosa qui”</blockquote><p>Qualche anno fa, Tornatore ha dedicato un gran documentario a Goffredo Lombardo, epico sin dal titolo, L’ultimo Gattopardo. Ma oggi? Come si tiene in piedi un mito quando si arriva alla terza generazione e il mondo che quel mito ha costruito non c’è più? “Io sono cresciuto con Sophia Loren, ci sentiamo sempre. Sono cresciuto con un signore che ho sempre chiamato Carletto e che poi ho scoperto essere Bud Spencer. I miei primi ricordi di bambino sono le cene a casa di Steno, lui e mio padre che discutono gli sketch per Totò”. Da qui alle piattaforme il salto è brusco. <b>“Negli ultimi dieci anni è cambiato di nuovo tutto: si lavora in fretta, girano cifre assurde, ci si frequenta poco”.</b> Ma il marchio continua: restauri, diritti, fiction, la Cinémathèque che elogia i musicarelli con Rita Pavone. Guido Lombardo tira fuori l’iPhone dal taschino della giacca che non si è mai tolto per tutta la mattinata. Sulla cover c’è lo scudo Titanus.</p>]]></description>
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				<title>I pavoni del Pirelli</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Masneri</author>
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				<description><![CDATA[<p>È ormai un mondo incerto, con Elena dalle bianche braccia dell’Odissea che è nera, i milionari inglesi che chiedono di pagare più tasse, e i poliziotti bolognesi che si pagano da sé le bodycam per non correre rischi, ma il calendario Pirelli rimane il calendario Pirelli. Già gadget per trucidi camionisti, poi simbolo femminista, comunque oggetto aspirazionale, negli anni ha visto succedersi modelle  nere, modelli uomini, e poi foto di  ignude, vestite, di grasse, magre, sconosciute e star, da Luisa Ranieri a Sophia Loren a Tilda Swinton.</p><p>E’ comunque l’ultimo sopravvissuto dell’èra cartacea, vi ricordate per esempio  quello di  Max, canto del cigno dell’età delle riviste, con Sabrina Ferilli o Alessandro Gassman tutti unti sullo scoglio (mi sembra di ricordare che nel calendario di Max si fosse sempre sullo scoglio, e unti). Questo invece si fa in location sempre nuove. Ci son addetti benemeriti che ogni anno infatti decidono dove ambientarlo, con immani organizzazioni di fotografi, modelle, elettricisti, truccatori, e poi soprattutto noi, lo stuolo di giornalisti sbafatori che da ogni angolo del globo terracqueo veniamo esfiltrati fin sui luoghi dello shooting.  E’ anche un momento commovente  per i giornalisti, che un tempo avevano autisti e status e si potevano permettere le seconde case,  e per qualche giorno ogni anno adesso ritroviamo quel piacere,  illudendoci che non siamo diventati come presentabilità sociale e rilevanza al pari di influencer di integratori di serie B, o bidelle itineranti sul Napoli-Milano,   e qui riviviamo invece le glorie passate, trasportati verso mete esotiche, intervistando fotografi e modelle, trovando i pasti pronti, venendo trattati con gentilezza, sempre temendo però “questa è l’ultima volta”.</p><p>Eccoci dunque in India per quest’edizione 2027 di “The Cal”. Prima volta non solo in India ma mi sa che pure con due fotografi. Il fatto è che il titolare designato, Raghu Rai, una specie di Ferdinando Scianna indiano,  ha esalato l’ultimo respiro subito prima delle riprese, dunque è subentrata la figlia, Avani Rai, pure lei fotografa, affiancata dal norvegese Sølve Sundsbø che aveva fatto l’edizione dell’anno scorso.</p><p>Quindi c’è Rai figlia che scatta una parte e per l’altra  Sundsbø, che rispetto all’anno scorso ha fatto un sacco di palestra, viaggia infatti con una sua assistente o personal trainer fisicatissima e tatuata. Si parte per Delhi e poi arrivati nel colossale aeroporto indiano eccoci a Jaipur, in maggio. Il pòro cronista che non è mai stato in India prima di partire esclama: “wow, Jaipur, aggratis”, pensando, “e quando me ricapita”, ma viene subito redarguito dalle tribù giornalistiche che di calendari ne han fatti tanti, o semplicemente son state in India, e rispondono lapidarie: “prepàrati, maggio  è il mese più caldo dell’anno in India”. Infatti, arrivati, ecco il termometro variare tra i 40 e i 42, mentre non si può uscire dalle pur lussuose stanze dell’hotel. Solo il fotografo si trascina in palestra con la tatuata personal trainer. Un altro rischio che piomba sul cronista temporaneamente viziato è l’assalto delle scimmie: nelle camere dell’hotel che mai potremmo permetterci insieme a tutte le amenity che ci porteremo via, tornati alla trista realtà, a testimonianza di questo viaggio, c’è infatti in dotazione un bastone per eventuali primati che invaderanno il giardinetto (tenete a mente questo dato, bastone per scimmie).</p><p>Segregati nell’albergo sibaritico, seguiamo gli scatti del fotografo e della fotografa e tampiniamo la modella protagonista di quest’anno, che al momento giace  a bagnomaria in una piscina in posa un po’ pre-raffaellita, tra le ninfee, tenuta su da un addetto tutto vestito, con maschera e boccaglio che la regge da sotto, poi c’è uno che armeggia con  quel disco che serve per puntare la luce giusta, e poi assistenti, truccatori, cameramen, fotografi che fotografano altri fotografi, tutti accomunati dall’odio verso noi giornalisti, che giustamente stiamo lì a ciondolargli intorno, sempre tra i piedi, mentre entriamo scaglionati a gruppetti, tra una delegazione indiana local, alcuni tedeschi, e il gruppone di noi italiani che si riconosce perché parliamo male l’inglese e chiediamo in continuazione cosa si mangia.</p><p>Poi conferenza stampa. Lei è riemersa dalla vasca, l’hanno riasciugata e ricomposta. E’ un personaggio. Padma  Lakshmi, cinquantacinque anni, ganzissima, nata in India, ma emigrata in America, è una star televisiva, ha condotto tipo venti edizioni di Masterchef, o qualcosa di equivalente, ha scritto otto libri tra cucina e memoir e ha prodotto una figlia col signor Dell fratello di quello dei computer, oltre a essere  stata sposata con Salman Rushdie quello della fatwa. Tutti le chiedono come fa a essere così bella, con questa vita intensa, anche se è evidente che qualcosa ha fatto, con delle tecnologie all’avanguardia, ma lei sa che bisogna negare sempre: “ah, no, nulla. Bevo solo tanta tanta acqua”. E non esce nelle ore più calde, immagino. Non solo. “Non prendo mai, per nessun motivo, un raggio di sole. A New York se devo fare un <i>blocco</i> a piedi cambio direzione anche sei volte,  salto da una parte all’altra della strada inseguendo l’ombra”. Lei oltre a inseguire l’ombra e  aver già fatto il Pirelli nel 2025 parla anche perfettamente italiano – “Mi ha scoperta la stilista Alberta Ferretti” e a Roma ha recitato nell’indimenticabile “Linda e il brigadiere”. E poi in “Il figlio di Sandokan”. Ricordi italiani? “Roma è dove sono diventata donna”, dichiara, e nessuno osa chiederle in che senso, temendo di violare intimità e diventare (retroattivamente) Marzullo con  Fagnani  anche se siamo a Jaipur e non a Minori (SA), la splendida cornice dove è avvenuto il noto e increscioso incidente tra quei due giganti dell’arte intervistatoria.</p><p>Poi per fortuna la butta sul cibo: “faccio una fantastica carbonara, ma senza formaggio”. Il cibo funziona sempre. “A New York, dove vivo, il ristorante più ambito è indiano, chiamano sempre me per  trovare posto, pensano che siccome sono indiana abbia una scorciatoia”. Sì ma insomma ci dica il segreto della sua bellezza, insiste qualcun’altra, una marzulla indiana. “Vabbè, diciamo che, come sostiene Catherine Deneuve, a una certa età devi scegliere tra la faccia e il culo, io ho scelto la faccia”, dice lei, intendendo che andando avanti con gli anni se  diventi troppo magra il viso ne risente; che  simpatica, tra Roma e il brigadiere e Rushdie si vede che è una sveglia, però non sembrerebbe che il culo ne abbia risentito,  scusate il sessismo o il culismo, non siamo a Minori ma a Jaipur.</p><p>“Padma in indiano significa fior di loto”, racconta poi lei, paziente con le nostre domande sceme, e subito però abbiamo l’illuminazione (a posteriori), lei, lei, era la perfetta Calipso per l’Odissea di Nolan, non la  levigata Charlize Theron che sembra una signora di Capalbio con la pashmina sulle spalle per non prendere freddo la sera alla Macchia.  Poi ci sono altre modelle, tutte indiane, tra cui anche la suddetta figlia del fotografo defunto, Avani Rai, che posa per qualche scatto, e nei giorni successivi  ci porta su un altro set  in un vecchio cinema di Delhi, il Delite, sala storica tutta velluti rossi, dove son passate le pellicole della meglio Bollywood, e non sembra per niente minacciata, non vogliono aprirci supermercati, non c’è un Valerio Carocci indiano pronto a okkuparla. Poi c’è Bhavitha Mandava, prima modella indiana volto di Chanel,  l’attrice Freida Pinto e Anoushka Shankar, musicista figlia del sitarista Ravi Shankar, tutte celebrità megagalattiche in India e infatti la delegazione dei giornalisti indiani è entusiasta, noi meno perché non ne conosciamo nessuna.</p><p>Riacciuffiamo quindi  il fotografo. Trova delle somiglianze tra l’India e l’Italia, chiedo tipo Banality Jane, e lui giustamente mi fredda,  “Non saprei”  (forse non è a conoscenza del fulgido acronimo “Melodi”, Meloni+Modi, per il feeling sviluppato tra i nostri due capi di governo) ma mi vengono in soccorso due giornaliste, una indiana e una inglese che  dicono che si, ho assolutamente ragione, “non solo il paesaggio, ma il senso della storia, l’importanza della famiglia e delle tradizioni”. Anche il paesaggio urbano, a Jaipur, potrebbe essere benissimo Salento o Calabria o Sicilia (non Minori); magnifiche regge principesche e poi fuori il disastro e il calcestruzzo a due piani non finito.</p><p>Poi ricominciano gli shooting, e in questo tipo di reportage sei sempre in attesa degli eventi, di una conferenza stampa, di un’intervista, di un qualcosa, con tempi morti micidiali, mentre vieni rimpinzato di cibo insieme ai colleghi, tipo <i>Scoop</i>  nella immaginaria repubblica di Ismaelia del romanzo di Evelyn Waugh. Anche un po’  terapia di gruppo.  Ci si confronta, ci si apre. “Tu verrai l’anno prossimo?”. “Sì, sperando che ci invitino ancora”. “Hai caricato le miglia sulla carta?” (i veterani del Calendario si conoscono tra loro, hanno l’aria di chi ha combattuto delle battaglie in un tempo migliore, hanno un sacco di punti delle compagnie aeree, le carte fedeltà aeree sono le loro medaglie al valore).</p><p>A volte, pensieri paranoici: si teme anche di essere in un “White Lotus” in versione reporter dove ci faranno fuori tutti, attirati dal viaggio esotico, anche magari d’accordo con l’Inps e l’Inpgi e l’Ordine dei giornalisti, per riequilibrare le casse previdenziali e proprietarie. La sera, dei versi paurosi, sordi, strozzati. Non è un collega che è stato licenziato via email dal Kiriakou del caso. Saranno le scimmie sicuramente. Mi armo del bastone, faccio per uscire fuori, ma improvvisamente sono catapultato in una puntata di Unomattina. Infatti ci sono pavoni ovunque, è loro quel verso, che, abbiamo imparato, serve all’accoppiamento (“Ma come, non sai che maggio è il mese dell’accoppiamento dei pavoni”, fa un altro esperto di India e/o di calendario Pirelli). Insomma sembra di essere a Punta Marina, la frazione di Ravenna diventata celebre proprio in primavera a causa dell’attacco dei pavoni. Era di maggio e a Unomattina non si parlava d’altro, vi ricorderete. Era di maggio e non si parlava ancora del gioielliere pistolero, o di neri morti in operazioni di  polizia (certo dall’America importiamo sempre e solo le robe più sceme e deleterie, non l’aria condizionata né  la customer care, ecco qua, abbiamo avuto il nostro George Floyd e il nostro far west sparatorio, sempre con molti anni di ritardo).</p><p>Ma torniamo a noi: al terzo giorno facciamo la gita in una riserva naturale per vedere delle tigri, su delle jeep scoperte. Ci danno tutte delle istruzioni nel caso vediamo delle tigri. Vietatissimo soprattutto fotografarle, le tigri, anche da lontano, anche in selfie di gruppo (come se le tigri facessero photobombing, e non capiamo se tutta questa delicatezza fotografica verso le tigri è un trucco perché ci vogliono fare loro, i guardiani che ci accompagnano, le foto a pagamento, o se sono tigri fotosensibili o con altre patologie da benessere). Comunque giriamo per ore, ci ricopriamo completamente di polvere, ma di tigri neanche l’ombra. Invece ci sono tantissimi pavoni col loro verso ahhh-ahhh che, mi chiedo, ma se son tutti intenti sempre a fare ahh-ahh, quando mai si accoppieranno, ‘sti benedetti pavoni? Qualcuno ha mai visto un pavone accoppiarsi? E poi scimmie, tantissime, nere, grigie, con coda lunga e corta, sugli alberi, dritte e a testa in giù. Sono certamente quelle che non vengono nel nostro hotel. Mica sono sceme. Per farsi bastonare.</p><p>Facciamo poi tappa a Jaipur città, dove una delle attrattive è il maragià, ultimo della dinastia Singh che anche se in India come cognome è un po’ come Rossi, ci sono i Singh giusti e quelli generici. Il Singh giusto si chiama Pacho e ha meno di 30 anni e fa un po’ il campione di polo e un po’ l’influencer, dal suo Instagram si vede chiaramente che sta sempre tra New York e  St. Moritz, e tornerà qui tipo fuorisede jonico solo quando ha finito tutti i giri tra Met Gala e feste e matrimoni in giro per il mondo, insieme alla sorella. Pare che non sia però alla canna del gas: avrebbe, dicono, un patrimonio di centinaia di milioni di dollari, anche se la dinastia non regna più dal ‘49. E chissà se anche qui, in questo ex regno che sembra  il nostro Sud  con le campagne con tutti i tipi di abusi edilizi e il casuale rogo  della controra, i Singh (quelli giusti e quelli generici) daranno la colpa agli inglesi come da noi ai piemontesi, perché prima di loro  si stava benissimo e c’erano i diamanti a Jaipur e sotto il Vesuvio. Comunque il maragià-influencer abita nell’ala ancora di proprietà della famiglia del palazzo reale che è visitabile al pubblico e infatti ci portano a visitarla. Una volta entrati, a parte il cliché di trovarsi un po’ in una puntata della Perla di Labuan e un po’ in Indiana Jones, con gli scherani con turbante che si prestano al selfie col turista, a differenza delle tigri, il palazzo reale non offre granché, a parte le foto di tutti i maragià (ma non delle maharani), e spade, cannoni, onorificenze e gran croci ancora di quando c’erano gli inglesi, e portantine dorate però già con lampione elettrico incorporato, e vecchi filmati Associated Press, insomma pare di capire che o si son venduti tutto, o i pezzi migliori se li tiene Pacho in casa,  nell’ala confinante. La guardia zelante con turbante rosso dice che se ci sono le due bandiere sventolanti sul pennone del palazzo il maragià è in casa. Ci sono! E quando ci ricapita! Provo a scrivergli su Instagram, al maragià, visto che ci sono le bandiere sventolanti, e  lo vedo online, forse Pacho ci invita per un caffè, ma niente, non risponde.</p><p>Andiamo allora al bazaar di Jaipur. Una collega veterana di India o calendario Pirelli entra, i venditori ci guardano quasi fregandosi le mani come per dire: mo vi sistemiamo noi, ma non sa cosa lo aspetta. La collega ha l’aria sicura, comincia a chiedere dei modelli di sari, poi gli chiede anche delle tovaglie e tovagliette, e dei pigiami, e prova tutto, varie volte, si fa fare il conto, poi chiede uno sconto mostruoso, negozia come neanche Kofi Annan nei suoi anni migliori all’Onu, poi quando la trattativa è quasi fatta, dice: ah, no, ma questo è in dollari, io pago in euro, e con carta, dunque gli leva altri soldi. I venditori di Jaipur a questo punto sarebbero pronti anche a regalarci tutto purché ce ne andiamo, lei indica me e dice “my husband”, i venditori mi guardano e pensano: poraccio.</p>]]></description>
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