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		<title>Gli ultimi 56 anni</title>
		<language>it-IT</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 12:35:19 +0200</pubDate>
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				<title>Meloni va dai Volenterosi per provare a sbloccare Hormuz</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 12:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<description><![CDATA[<p>Venerdì 17 aprile la premier <b>Giorgia Meloni parteciperà alla conferenza sulla navigazione marittima nello stretto di Hormuz al palazzo dell'Eliseo, a Parigi</b>. Il vertice sarà co-presieduto dal presidente francese Emmanuel Macron, dal primo ministro britannico Keir Starmer e dal cancelliere tedesco&nbsp; Friedrich Merz, per discutere la <b>riapertura dello Stretto</b>, snodo cruciale per petrolio e gas, chiuso dall'Iran all'inizio della guerra.&nbsp;L'appuntamento al vertice della coalizione dei Volenterosi (formata da oltre 40 paesi) potrebbe essere letto come <b>un nuovo segnale di allontanamento di Meloni da Donald Trump</b>, più volte entrato in polemica con la premier negli ultimi giorni. “Non abbiamo più lo stesso rapporto con chiunque si sia rifiutato di aiutarci – ha detto il presidente americano&nbsp;in un’intervista a&nbsp;Fox News, riferendosi proprio a Meloni&nbsp;–. L’Italia riceve molto petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz”.&nbsp;&nbsp;</p><p>Sul tavolo del vertice un piano di sminamento pronto da mettere in campo. L'obiettivo di ritornare presto alla libertà di navigazione nello Stretto, anche se persiste l'incognita sul ruolo degli Stati Uniti, rimasti finora fuori dalla coalizione. Così come l'atteggiamento di Teheran:&nbsp;<b>"Qualsiasi mossa o interferenza a Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione"</b>, ha sottolineato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei, sottolineando che "la sicurezza dello Stretto è garantita da decenni e, con l'aiuto degli stati regionali: l'Iran è in grado di assicurare la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l'attuale guerra".</p>]]></description>
				<author>Redazione</author>
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				<title>Dalle mine ai boteh, il tessuto dei re: la Persia tra conflitto e memoria. Trame e legami</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 12:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Moda</category>
				<description><![CDATA[<p><i>Mentre l’Iran, secondo quanto hanno riferito funzionari Usa al “New York Times”, non risulta essere in grado di riaprire completamente lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo perché non riesce a individuare e a rimuovere tutte le mine posizionate durante la guerra e anche le rotte considerate sicure, indicate dai Guardiani della Rivoluzione, restano limitate a causa di una posa non particolarmente programmata degli ordigni, che la dice lunga sul valore per la vita umana del regime oggi e in futuro, e sull’altro fronte preoccupa la fragilissima tregua, chi ha a cuore l’immenso patrimonio culturale e artistico della Persia, non può che pregare perché i sti più importanti vengano risparmiati, e questo nonostante, secondo il Ministero iraniano del Patrimonio Culturale, del Turismo e dell’Artigianato almeno cinquantasei musei, monumenti storici e siti culturali sono stati danneggiati dall’inizio dell’attacco statunitense-israeliano, incluso il meraviglioso Palazzo Golestan, un complesso monumentale risalente all’epoca Qajar e inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco. Per questo, bisogna ricordare la rilevanza fondamentale delle immagini, dei simboli, ma anche dell’artigianato, dei tessuti, dello stile persiano (che ben poco ha a che vedere con l’Islam) nella nostra idea della bellezza e del vestire. Analisi.</i></p><p>Il 26 ottobre 1967, a Teheran, lo Shah Mohammed Reza Pahlavi si incoronava imperatore degli Iraniani e, poco dopo, posava la corona imperiale anche sul capo della moglie, la shabanou Farah Diba.</p><p>I preparativi della cerimonia, cui erano state invitate le teste coronate di tutta Europa e i rappresentanti politici del mondo intero, erano cominciati molti mesi prima. Farah Diba in prima persona, a detta delle cronache dell’epoca, sovrintese all’organizzazione della cerimonia e soprattutto alla scelta degli abiti da indossare per l’occasione. Donna moderna di ventinove anni, prima del matrimonio aveva studiato architettura a Parigi, ed evidentemente comprendeva bene il valore mediatico di una cerimonia come quella: sarebbe stata una dimostrazione di sfarzo senza eguali, ma anche un richiamo alle tradizioni e ai motivi decorativi dell’antica Persia.&nbsp;</p><p>Per sé, scelse per l’incoronazione una semplice tunica dalle maniche lunghe a imbuto, di pesante raso doppio bianco, sormontata da un mantello senza maniche che costituisce il coup de théâtre dell’insieme: di velluto verde scuro bordato di visone bianco, con uno strascico lungo quattordici metri interamente ricamato con perle e pietre preziose nei colori bianco rosso e verde della bandiera dell’Iran, era stato creato su disegno di Marc Bohan, all’epoca direttore creativo della Maison Dior, e confezionato a Teheran nei sotterranei del Circolo Ufficiali trasformato per l’occasione in atelier sotto la supervisione di Pierre Krattiger, un iraniano di origine svizzera che nella capitale aveva aperto una sartoria licenziataria dei modelli di Christian Dior. Una schiera di sarte e ricamatrici lavorò ininterrottamente per tre mesi, due settimane e quarantasei ore per portare a termine l’opera, che alla fine pesava ben venticinque chili.&nbsp;</p><p>Quello che colpisce ancora oggi è il disegno del ricamo: nelle intenzioni della shabanou, doveva essere un evidente richiamo alle tradizioni persiane, probabilmente familiare alla popolazione iraniana che assistette alla cerimonia lungo le strade di Teheran, dove si assieparono più di due milioni di persone, o in televisione; un riferimento che però, almeno stando alle cronache dell’epoca, non venne colto dai cronisti occidentali. Per esempio, Anita Pensotti, presente all’incoronazione come inviata del settimanale “Oggi”, parlò genericamente di “motivi di fiori” che decoravano sia lo strascico sia la straordinaria corona, creata per l’occasione da Van Cleef &amp; Arpels utilizzando pietre preziose e perle provenienti dal tesoro imperiale.</p><p>In realtà, il ricamo del manto rappresentava un intricato e armonioso snodarsi di boteh, quelle mandorle allungate dalla punta ricurva che costituiscono il motivo orientale più noto al mondo occidentale, conosciuto anche come cashmere o, in ambito anglosassone, Paisley (dal nome della cittadina inglese che verso la metà dell’Ottocento iniziò a replicarli per le classi borghesi) e sullo stesso tema era impostato il manto indossato dallo Shah, su cui gli articoli di giornale si soffermarono a stento, perché senza dubbio meno spettacolare di quello della consorte; a quanto si può capire invece dalle fotografie dell’epoca, era un meraviglioso tessuto di cashmere “lavorato a motivi iraniani” e poi ricamato d’argento, appartenuto al padre di Reza Pahlavi. Mantelli come quello indossato dallo Shah, dalla tipica forma trapezoidale e decorati a boteh, sono presenti in molte fotografie di cerimonie ufficiali agli inizi del Novecento e quindi familiari alla popolazione iraniana.</p><p>Questo, più del manto di Farah Diba, rappresentava davvero l’eredità tessile della Persia, un paese che per la sua posizione geografica fu, almeno fino all’apertura delle rotte marittime che circumnavigavano l‘Africa alla fine del Quattrocento, un crocevia obbligato di carovane commerciali tra Estremo Oriente e Mediterraneo, attraverso cui transitavano per vie di terra e fluviali merci pregiate di ogni genere, dalle spezie, alle pietre preziose, ai tessuti e i tappeti, per raggiungere i porti di imbarco del Mar Caspio, Mar Nero e Mar Mediterraneo.&nbsp;</p><p>I territori dell’antica Persia coprivano un’area più estesa dell’attuale, comprendendo zone che ora fanno parte di Iraq, Armenia, Georgia, Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Afghanistan, Pakistan e una porzione della Cina; le popolazioni portatrici di volta in volta di differenti civiltà e religioni che attraversarono, conquistarono o governarono queste terre contribuirono a una stratificazione di motivi e saperi artigianali che costituiscono il fascino della cultura tessile persiana. Anche tralasciando l’argomento tappeti, nel cui settore l’Iran ha espresso capolavori ineguagliati presenti nei più importanti musei del mondo, fin dall’Impero Sasanide (224 - 651 d.C.) la tessitura dei leggendari sciamiti rappresenta uno dei punti di forza della tradizione tessile: sete dalla struttura complessa con un disegno double face bicolore, erano per lo più decorati da medaglioni circolari in cui sono iscritti animali fantastici affrontati, i senmurv, o pavoni, melograni e gli immancabili boteh. Spesso al centro dei medaglioni, a dividere specularmente la composizione, campeggia l’albero della vita, un altro dei motivi ricorrenti nella cultura medio ed estremo orientale carico di significati simbolici, di cui ritroveremo la costante presenza nei secoli successivi; la tecnica dello sciamito e i suoi decori viaggiarono nel tempo e nello spazio, costituendo tra l’altro il punto di forza delle tessiture lucchesi del tardo medioevo.&nbsp;</p><p>La cultura tessile iraniana ha il suo fondamento nel fatto che l’area fin dall’epoca Safavide (1501-1722) era un’importantissima produttrice di seta grezza, con circa 20mila balle annue, di cui ne venivano trattenute solo mille per uso interno; il resto era esportato in Occidente attraverso il vicino impero Ottomano, con cui i rapporti erano spesso conflittuali, ottenendo ricavi economici che permettevano il prosperare di un’industria tessile di altissimo livello rivolta sia al mercato interno sia soprattutto all’esportazione.&nbsp;</p><p>Shah Abbas il Grande, sovrano illuminato che regnò dal 1587 al 1629, resta una figura fondamentale per lo sviluppo della Persia; formulò una nuova politica economica mettendo al centro il commercio della seta e ponendo sotto il suo diretto controllo la produzione nelle provincie di Gilan e Mazanderan, affacciate sul Mar Caspio, che potevano vendere solo ai magazzini reali di Isfahan anziché direttamente ai mercanti stranieri.&nbsp;</p><p>Rinsaldò rapporti diplomatici con la Repubblica di Venezia tramite invio di ambasciatori che portarono ricchissimi doni, volti a mostrare cosa potevano creare gli opifici iraniani nelle lavorazioni seriche: memorabile l’ambasciata del 1603, ricordata in una bella mostra tenutasi a Palazzo Ducale nel 2013 curata da Elisa Gagliardi Mangili, in cui furono esposti spettacolari pezzi identificati grazie ai documenti conservati negli archivi veneziani. Si trattava di “un manto tessuto con oro. Un tapedo di veluto tessuto con oro et argento. Un panno di veluto tessuto con oro, con figure di Christo et di sua Madre Maria”: quest’ultimo, prodotto a Isfahan a opera di maestranze armene, è conservato oggi a Palazzo Mocenigo.</p><p>Il “panno di veluto” citato nei documenti è una stoffa tecnicamente molto complessa, scelta per mostrare le capacità dei tessitori persiani ma, a causa del tema religioso che lo confina a un uso ecclesiastico, piuttosto lontano dai gusti europei dell’epoca. È un tessuto molto simile, per esecuzione e decoro, a un altro velluto broccato a grandi disegni di figure umane e fiori con cui fu confezionato un manto, mandato a Mosca con un’ambasceria, a dimostrazione di quanto Shah Abbas non avesse limiti geografici nel voler estendere i suoi commerci. Il manto fu poi donato da Alessandro I Michailovic a Cristina di Svezia (1628-1689), regnante di gusti stravaganti per l’epoca, dato che spesso si vestiva da uomo.</p><p>Hanno gli stessi decori gli abiti indossati da Sir Robert Shirley nel celebre ritratto di Van Dyck del 1622; vissuto tra Inghilterra e Iran, di cui fu ambasciatore, assorbì a tal punto la cultura persiana da indossarne le tipiche vesti anche nel quotidiano. Quattrocento anni fa, dunque, il concetto di marketing era ben chiaro al sovrano iraniano: accanto ai “tessuti-immagine” venivano però prodotte anche stoffe meno complesse ma di sicuro mercato. Per esempio, le sete a metraggio decorate da composizioni di fiori disposte in file regolari, in cui fanno capolino cerbiatti e uccellini (a ben vedere, ancora un’interpretazione dell’albero della vita), che compaiono spesso nei pastelli di Etienne Liotard e che, pur nel loro aspetto esotico, potevano avere un successo commerciale più vasto di quello locale. O ancora sete ikat broccate d’oro, dove la geometria sfumata della tessitura di fondo gioca a contrasto con le curve dei motivi floreali luccicanti, o fusciacche di seta operata che alternano righe di piccoli motivi floreali ai boteh: indossate dagli uomini arrotolate più volte attorno alla vita, furono popolarissime anche in Europa dove ebbero grande successo soprattutto nei paesi nordici. E poi scialli dagli alti bordi decorati con boteh, tessuti in loco o importati dalle vicine regioni montuose del Kashmir, un prodotto simile a quello indossato da Reza Pahlavi il giorno dell’incoronazione. Difficile distinguere tra produzione indiana e persiana, proprio per quella circolazione dei motivi e delle maestranze che sono la caratteristica del mondo tessile. Gli scialli, per l’appunto, “scoperti” dall’esercito di Napoleone durante la campagna d’Egitto, furono la merce di maggior successo in Europa, l’oggetto che rese familiare l’elegante disegno curvo del boteh, che dagli scialli migra su qualunque superficie, dalle stoffe a metraggio per abbigliamento e arredo, alle sciarpe e più tardi alle cravatte, facendo la fortuna ancor oggi di tante aziende tessili italiane.</p><p>E per finire, ci sono i cotoni stampati, usati sia nell’abbigliamento sia in un curioso modo tutto orientale: i qanat sono grandi e robusti teli rettangolari, decorati quasi sempre con una nicchia a mirhab entro cui campeggia un albero della vita; cuciti uno all’altro, costituivano il perimetro degli accampamenti ove sostavano gli eserciti reali o le carovane: una consuetudine di cui parlano tutte le cronache di viaggio fin dai tempi più remoti, ma che si è mantenuta fino a epoche recenti, tanto da essere immortalata in foto della fine dell’Ottocento. Il fatto che siano prodotti nella vicina India, ma usati comunemente in Iran, conferma la circolarità e la diffusione del disegno tessile in passato, circolarità che possiamo riscontrare ancor oggi, sia nelle stoffe sia nella moda.</p><p><i>* L'autrice è una storica del tessuto e curatrice. È stata docente presso l’Università Statale di Milano e collabora con lo IULM. Ha diretto il Museo della Fondazione Antonio Ratti di Como.</i></p>]]></description>
				<author>Margherita Rosina</author>
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				<title>Santificati dai flash. Lunga riflessione con il super-stylist Tom Eerebout</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 11:56:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Moda</category>
				<description><![CDATA[<p>Per manifestarsi, imporsi, rivelarsi ai mortali, il divino ha sempre adoperato lo strumento dell’apparizione. Dei, santi, mistici sono sempre comparsi agli umani, magari circonfusi da una luminosità irreale, al culmine di un percorso che annovera l’attesa e la sorpresa come elementi essenziali perché quel momento resti assoluto e mistico, sconvolgente eppure commovente, indelebile nello sguardo dei prescelti e nella tradizione (orale, scritta, iconografica) di quel mitico episodio.&nbsp;</p><p>Forse quell’incanto, quell’esaltazione e quell’unicità sono giunti fino a noi e si sono trasferiti nel rituale profano e modernissimo, assai poco spirituale e molto corporeo, che si consuma a ogni evento che contempla la presenza di un red carpet: anche qui ansimante attesa, sorpresa, una divinità che si rivela al mondo e un’immagine da venerare in ricordo di quell’apparizione.&nbsp;</p><p>“Mi piace questa comparazione con i santi”, dice lo stylist belga Tom Eerebout, è un’analogia molto interessante: in fondo, potremmo dire che le immagini dei red carpet siano una sorta di derivazione delle icone della Madonna o di San Francesco, perché le celebrities sono come delle moderne santità che preghiamo nella speranza di diventare come loro, che è ciò che eravamo soliti fare con le immagini dei santi. Noi stylist siamo come i sacerdoti o i profeti di queste nuove icone, ne traduciamo l’essenza, e oggi l’altare è lo schermo di uno smartphone”. Eerebout sa bene di cosa parla, per due motivi. Il primo è che da quasi vent’anni si muove tra red carpet, set di videoclip musicali, tour internazionali, set di campagne pubblicitarie diventando una star dello styling: su Instagram lo adorano, se vogliamo restare nel solco del gergo religioso, più di 75mila fedeli. Il secondo è quello che lo vede curatore della mostra “Exposure. Quando il mondo ti guarda. Da Harry Styles a Lady Gaga”, aperta fino al 3 gennaio 2027 a Trieste negli spazi di ITS Arcademy Museum of Art in Fashion, la cui sede già vale la visita, essendo ospitata dall’ex Cassa di Risparmio, meraviglia neorinascimentale e neobarocca di fine Ottocento dell’architetto Enrico Nordio.</p><p>Un percorso espositivo che descrive, rigorosamente al contrario, quel momento della cultura visuale dei giorni nostri che è, appunto, il red carpet: il fatto che siano nati dei green carpet, dei white carpet, dei rainbow carpet e via di questo cromatico passo non fa altro che confermare la centralità di questo luogo nell’immaginario collettivo. Si parte dal punto più esposto, come promette il titolo dell’evento, per scoprire le fasi creative e organizzative che precedono quei pochi secondi di isteria e sfrontatezza, di calcolata protervia e marketing dell’immagine. Ci sono in gioco le quotazioni di una star, che da quell’uscita può guadagnare nuova visibilità o perdere la sua reputazione, il lavoro di uno staff di professionisti (stylist, appunto, truccatori, parrucchieri, assistenti, addetti alla comunicazione) che può durare mesi (tra ricerche, contatti, bozzetti, fitting), e le aziende che coinvolgono le celebrities – quasi mai a titolo di amicizia – per promuovere moda, gioielli, accessori con la speranza che le foto scattate a Cannes o a Los Angeles viaggino in fretta verso i consumatori, e resistano allo scorrere del tempo restando eterne o, termine ormai noto anche a chi possiede un vocabolario poverissimo, iconiche. “Questa mostra racconta una storia – precisa il curatore - appena si entra, si viene catapultati su un red carpet, con effetti luminosi che rievocano i flash delle macchinette dei fotografi, per far vivere ai visitatori questo tipo di esperienza. Ma questo è solo l’inizio, perché immediatamente si viene trasportati dietro le quinte, nella calma di una camera di hotel: questa mostra intende far fare un cammino al contrario, dal momento finale a quello in cui comincia tutto: è lì che si sprigiona il fascino di una musa, nel momento in cui viene costruita l’immagine che verrà presentata sul tappeto rosso”.</p><p>La storia personale di Tom Eerebout è affascinante, e spiega la scelta della sua professione e il suo stile. A partire dall’infanzia trascorsa in un campeggio a Ostenda, ma assai diverso da quello delle Giovani Marmotte. “Era un posto molto speciale, che è stato raccontato anche nel film “Camping Cosmos. La vie sexuelle des Belges”. In una roulotte potevi trovarci una prostituta, in un’altra un tatuatore, e c’era un viavai continuo di persone. Mi ha mostrato come, pur interpretando personaggi diversi, siamo tutti uguali e abbiamo tutti gli stessi bisogni. Era come vivere in un film, anzi, in un musical”. Dopo essersi accostato alla moda e alla fotografia ad Anversa, a due ore di treno da casa, e aver conosciuto futuri protagonisti della moda come Demna Gvasalia e Glenn Martens, è arrivata l’epifania a un concerto di Kylie Minogue in cui i costumi erano tutti abiti couture di Jean Paul Gaultier. “Accadde proprio ad Anversa, nel 2008, credo che fosse il mese di maggio. Stranamente non ho un dvd dello show, dovrei, visto che è stato un momento che ha cambiato la mia vita: sono rimasto incantato da come tutti gli elementi estetici si fondessero l’un l’altro e fossero capaci di raccontare una storia. Dissi all’amico che era con me “Entro i trent’anni voglio vestire Kylie Minogue”. Avevo capito che sarei potuto diventare uno stylist”.</p><p>E l’ha vestita ben prima, a ventiquattro anni, per il tour “Kiss me once” che si è tenuto tra il 2014 e il 2015. Ma la collaborazione in cui deve essersi divertito parecchio è certamente quella con Lady Gaga, che ha seguito nelle sue residency a Las Vegas e per la quale è stato fashion director del “Chromatica Ball” nel 2022. C’è il tocco di Eerebout dietro il mini-show che ha inaugurato le Olimpiadi di Parigi del 2024, in cui Gaga omaggiava i numeri très charmant di Zizi Jeanmaire in un tripudio di piume rosa. Lei deve essere gioia pura per uno stylist, certe sue uscite sul red carpet potrebbero essere catalogate come altrettante performance artistiche.</p><p>“È una delle prime persone con cui ho lavorato: ho imparato tantissimo da lei, mi ha lasciato un sacco di spazio per crescere, ed è una persona incredibilmente stimolante. Lavorare con lei crea una sinergia fantastica, è un continuo dare e ricevere, ti ispira come solo una grande artista sa fare”.</p><p>La mostra triestina comprende anche abiti indossati dalla popstar, e da Beyoncé, da Damiano David, dall’iperbolica Björk, dall’astuta Madonna e altre star, creazioni realizzate dalla maison Schiaparelli, da Gucci o Gaultier o Maison Margiela, ma anche – e qui subentra la parte più fresca e interessante dell’esposizione che spiega perché si tenga proprio in quella sede – da designer come Thomasine Barnekow, Justin Smith, Rebar Aziz: si tratta di giovani stilisti emersi dall’ITS Contest, il concorso che dal 2002 ne ha individuati di notevolissimi. Tutte le immagini sono presenti nel catalogo, i cui testi vedono dialogare il curatore, il filosofo Emanuele Coccia e lo storico della moda Olivier Saillard.</p><p>Ma l’oggetto della celebrazione non è la star in quanto tale, ma la relazione che tra questa intercorre con lo stylist: tocca a questa figura professionale conciliare la propria visione e le esigenze della celebrity, tenendo conto delle aspettative dei brand, spesso irrigidite dalle richieste di PR e uffici marketing. È questa la parte più dura per chi fa questo lavoro?</p><p>“In realtà, è la logistica. A ben pensarci, avrei dovuto inserire nella mostra una sezione con valigie, scatole da spedizione, perché è quella la parte più complicata di questo lavoro: far quadrare la logistica, le spedizioni. È un lavoro creativo, ma ha a che fare anche con l’organizzazione di un intero ufficio, di un team di assistenti, con la gestione di un budget… Forse si aspettava una risposta più romantica, legata alla collaborazione con i brand e alla creazione di un progetto, ma è questa la parte più dura per chi fa questo lavoro”.&nbsp;</p><p>Lei è una star tra gli stylist, nell’epoca in cui gli stylist sono delle star. “Credo che abbia molto a che fare con i social media. Adesso si tende a chiamare uno stylist o una modella guardando quanti follower e quanti like collezionano sui loro profili, ed è un peccato: c’è gente che si espone meno ma è bravissima e meriterebbe più attenzione. Credo che faccia parte del lavoro, ma non dovrebbe essere così, anche se sfortunatamente oggi funziona in questo modo. Io mi sento molto fortunato, perché in questo momento noi stylist abbiamo molto potere anche se questa è una parola che non amo utilizzare di solito. Un tempo, la figura più influente di questo processo era rappresentata dal fotografo. Oggi lo sono gli stylist e credo che dipenda dal fatto che sono le figure più vicine agli artisti, ai brand, ma anche al mondo circostante, alla realtà, agli talenti emergenti”.</p><p>Sicuramente la fama, i tappeti rossi e una folla che urla il suo nome, non erano ciò che cercava quando ha intrapreso questa professione. “Alla gente interessa molto la fama, che non sempre è la parte preferita di chi è al centro di questo interesse. Molto spesso ti basta amare il tuo lavoro, essere un cantante o un’attrice, il semplice fatto di poterlo fare è un autentico privilegio. Inoltre, la gente ossessionata con la celebrità ignora che dietro quell’immagine dorata ci sono rinunce, impegno, lavoro, ovvero il prezzo da pagare per arrivare in quel punto preciso. Io, personalmente, non vivrei benissimo quella forma di esposizione. Mi sentirei quasi minacciato, con tutta quella gente di fronte che urla il tuo nome. Le star che vediamo in foto sono bellissime, ma guardandole non sappiamo che mentre vengono ritratte sono circondate da mille impulsi e una folla che ti urla contro, caos, sudore, agitazione. E tutto questo per due secondi di follia, dopo i quali sei nuovamente da solo nella tua camera d’albergo”. Solo, e con i tuoi sogni: Eerebout ne ha uno. Lavorare con il più bravo di tutti, “l’unico designer che, al contempo, è il miglior stilista del mondo: John Galliano. È uno storyteller. Lui sa come ottenere la foto perfetta, come devi camminare e muoverti, non è solo uno stilista. E non credo che esista qualcun altro che possa avvicinarsi a lui in questo senso”.</p><p>Ci sono degli artisti, tra quelli che non ha ancora incontrato, con cui le piacerebbe collaborare?</p><p>“Adorerei lavorare con Nicole Kidman e Isla Johnston, ma sono ossessionato da Stevie Nicks, Tori Amos e PJ Harvey: le ragazze del rock degli anni Novanta, insomma. E mi piace molto Zoë Bleu Arquette, che ha recitato in “Dracula. L’amore perduto” di Luc Besson. Amo le personalità forti e definite. Loro sono le mie sante, che prego sperando di poterci lavorare un giorno”.</p>]]></description>
				<author> Tony di Corcia </author>
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				<title>Quattro conti sui costi veri di un capo. E perché la gente li fa sbagliati</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 11:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Moda</category>
				<description><![CDATA[<p>È tutto troppo caro. Non ci si può più permettere di acquistare un abito del proprio brand preferito o una borsa di pregio. I temi che riecheggiano nelle conversazioni non sono frutto di percezioni personali ma di un dato allarmante per clienti e brand, con il ceo di Prada, <b>Andrea Guerra</b>, tra i primi a dichiararlo. Cosa si può fare dall’interno della filiera produttiva, a partire proprio dalla fase creativa? Per non lasciarsi sopraffare dal senso di colpa di fronte agli amici e ai consumatori tutti, o al contrario ignorarne le rimostranze, si tenta di arginare la corsa al rialzo attraverso una “progettazione responsabile ed economicamente sostenibile”:<b> è una bellissima definizione in sé, ma non è detto che sia facilmente applicabile.</b> La presa di coscienza del problema e la paura degli invenduti tocca tutti, e in un settore polarizzato tra altissima fascia e low cost, il segmento più fragile è quello medio, in entrambi i sensi, sia per i produttori sia per i milioni di consumatori esclusi dall’accesso allo shopping. A latere, ma non troppo, oltre alla difficoltà economica, sulla disaffezione verso il prodotto abbigliamento influiscono le analisi dei media, spesso distorsive e parziali, che assumono come riferimento il prezzo di un’unica operazione di manifattura a sostegno dell’incongruità dei prezzi finali. Prezzi che sono il risultato di una somma infinita di costi intermedi e coefficienti di ricarico sui quali chi lavora alle collezioni può intervenire marginalmente.</p><p>La tentazione è quella di scaricare l'onere del contenimento del listino su tessuti, lavorazioni, finissaggi, stampe, decorazioni e accessori di rifinitura (i campioni e le prove necessariamente costano), limando dove e come si può, perché anche il fornitore di ogni singolo bottone ha un'azienda da mandare avanti e un campionario da sviluppare che richiede spese e investimenti.&nbsp;<b>Se intervenire sui materiali, quindi, non è efficace, neppure ricorrendo all’importazione e a scapito della qualità che anima una narrazione teoricamente votata al made in Italy, che cosa altro rimane?</b> Si tenta di limitare le operazioni interne: ridurre i modelli e la loro complessità (ma la modellistica è una scienza esatta di cui ogni designer ha un sacro rispetto ed è un peccato mortificarla), ridurre i fitting, uno, massimo due, e se un capo richiede altre verifiche meglio annullarlo; infine ridurre (verbo di nuovo “salvifico”) il numero di operazioni necessarie alla confezione. Purtroppo però aumenta proporzionalmente il tempo impiegato nelle infinite riunioni che decidono il destino di due tasche in più o in meno da applicare su un paio di pantaloni.&nbsp;</p><p>A costo di trovarsi con più domande che risposte è legittimo chiedersi se abbia senso spendere ore e risorse aziendali nel cercare una fibbia forse risolutiva che costi ben 40 centesimi in meno di un’altra. <b>Sì, ragionando sui grandissimi numeri, ma intanto i capi perdono in qualità intrinseca, sono ugualmente cari, e viene meno una delle ragioni d'essere della moda, il permettersi un margine per sperimentare, per ricercare il dettaglio e andare oltre l'indicazione dei colori di stagione</b>. Una battuta che si sente spesso durante le valutazioni dei prototipi è che riducendo sistematicamente i costi, il passaggio successivo sarà di mettere in vendita capi non finiti, allegando le istruzioni per ultimarli a casa. Del resto la Baguette Fendi in cotone perforato venduta con kit per il ricamo a mano è già esaurita, e se in questo caso il valore aggiunto è l’esperienza della personalizzazione in autonomia, questo potrebbe essere un esperimento replicabile, pur con minori ambizioni di status.</p><p>Fuor d’iperbole il problema dei prezzi resta ed è presente lungo tutta la filiera, nel sistema di distribuzione e nei tempi strettissimi che richiedono previsioni al buio o quasi, e preordini senza paracadute. <b>Tagliare i costi sulle materie prime e sulla manifattura è una scorciatoia rischiosa che per di più disabitua i clienti a quella qualità che gli è successivamente indicata come segno distintivo</b>. Non c'è una soluzione facile e attuabile in tempi brevi, se non la considerazione che lo slancio verso l'alto dei marchi di lusso e premium ha lasciato scoperto uno spazio enorme potenzialmente a disposizione del prodotto intermedio che, da “segmento fragile” nel ricalcare gli schemi del lusso, riesca a rimodellare la propria proposta con meno collezioni e meno modelli, target di nicchia e ben studiati: ci vorrà tempo, ma sicuramente l'alternativa, <b>fermare l'onda alta dei prezzi con la diminuzione del numero dei bottoni, non potrà essere una strategia premiante.</b></p>]]></description>
				<author>Claudia Vanti</author>
			</item>
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				<title>Hormuz, lo stretto necessario per mettere alla prova e rafforzare la moda</title>
				<link>https://www.ilfoglio.it/moda/2026/04/16/news/hormuz-lo-stretto-necessario-per-mettere-alla-prova-e-rafforzare-la-moda--276680</link>
				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 11:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Moda</category>
				<description><![CDATA[<p>Si chiude, poi riapre e dopo rallenta, e con lui si muovono i mercati globali. L’effetto della tensione nello<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/14/news/ora-hormuz-e-un-problema-anche-per-liran-il-costo-del-blocco-americano--276484" target="_blank"> Stretto di Hormuz</a>&nbsp;è immediato su petrolio e gas, mentre nella moda rischia di arrivare con un tempo diverso. Il punto non è se il settore sarà colpito, ma come. E quanto sia preparato a reagire. <b>A più di un mese dall’inizio della crisi, il quadro resta meno lineare di quanto si pensi</b>. L’impatto c’è, ma è distribuito. “Oggi le conseguenze sono ancora limitate”, osserva <b>Stefano Beraldo</b>, amministratore delegato del gruppo OVS. “Gli effetti più visibili si concentrano in alcune aree, soprattutto in Medio Oriente. Nei mercati come gli Emirati Arabi si registra una riduzione del traffico nei mall, legata al calo del turismo, e questo si traduce in un calo dei fatturati”. Una fotografia circoscritta, perché “nei mercati principali per noi, ovvero Spagna, Europa continentale, Grecia e Italia, al momento non vediamo effetti negativi sui consumi legati allo scenario geopolitico”.</p><p>Il primo equivoco è pensare che tutto passi dalle rotte. Non è così. “Direi di no, almeno per il nostro settore. Hormuz è cruciale per il petrolio, ma non è una rotta rilevante per l’approvvigionamento dei prodotti moda”, chiarisce Beraldo. <b>“Utilizziamo rotte alternative e non passiamo né da Suez né da Hormuz, quindi il problema non si pone”.</b> La logistica si adatta, come ha già fatto. Ma ridurre tutto a una questione di traffici è limitante. “Non è solo una questione di energia, anzi. Ridurre tutto al petrolio è fuorviante”, spiega <b>Luca Sburlati</b>, presidente di Confindustria Moda. “La prima conseguenza è commerciale: l’area del Golfo è stata uno dei pochi motori di crescita per molti settori occidentali, moda inclusa”. Se quella domanda rallenta, l’effetto si propaga. “Se questi hub rallentano, una parte consistente di quel flusso non arriva più in Europa. E questo si riflette sulle vendite, soprattutto nel lusso”. Nel frattempo le aziende fanno quello che il settore sa fare meglio: assorbire. I grandi retailer stanno gestendo lo shock con pragmatismo. Next, la catena che controlla oltre 500 negozi in Uk, ha stimato circa 15 milioni di sterline di costi extra, chiarendo che verranno inizialmente assorbiti. H&amp;M parla di pressioni ancora contenute, mentre Fast Retailing ha messo in sicurezza le forniture fino all’estate.</p><p>La logica è difendere il cliente nel breve e guadagnare tempo. Perché è la durata la variabile decisiva. “Sul breve periodo gli impatti sono limitati. Sul medio-lungo dipende da quanto durerà”, dice Beraldo.<b> “Se i costi energetici salgono troppo e troppo a lungo, si riduce il potere d’acquisto e quindi i consumi”. È qui che l’energia torna centrale, come fattore macro.</b> Anche sul fronte produttivo il sistema regge. “Anche dove ci sono difficoltà legate al carburante non si registrano problemi produttivi. I lavoratori continuano ad andare in fabbrica, magari cambiando mezzo. Ma la produzione non si ferma”. La filiera rallenta, si adatta, ma non si interrompe. Questo non significa che nulla cambierà. La crisi accelera trasformazioni già in atto, a partire dai materiali: oggi quasi il 70 per cento delle fibre tessili prodotte a livello globale deriva da idrocarburi, rendendo il prezzo del petrolio una componente interna (e non esterna) per la moda. <b>“È vero per chi utilizza molto acrilico e poliestere”, osserva Beraldo. “Nel nostro caso stiamo facendo il contrario: abbiamo ridotto queste fibre e aumentiamo cotone, lino, viscosa e lana”.</b> Una scelta industriale e strategica: “Alzare la qualità del prodotto e posizionarci come alternativa intelligente per un consumatore con meno potere d’acquisto”. Parallelamente si rafforza la diversificazione. “È un processo naturale. Negli ultimi trent’ anni si è delocalizzato in Asia per ridurre i costi. Oggi, con l’aumento dei salari, il vantaggio competitivo si riduce e alcune produzioni torneranno più vicino ai mercati”.</p><p>La geopolitica accelera, ma non determina. Anche la logistica cambia ruolo: non più solo efficienza, ma continuità. In un contesto di rotte più lunghe e tempi dilatati, la flessibilità diventa un asset. <b>Come sintetizza la ceo di DHL Express Italy Nazzarena Franco, “la capacità di adattarsi in tempo reale ai cambiamenti del sistema” è ciò che fa la differenza.</b> Sul fronte prezzi, il vero impatto deve ancora arrivare. “Gli aumenti sono già in arrivo, ma non sono ancora visibili perché i prodotti oggi in vendita sono stati realizzati prima della crisi”, osserva Sburlati. “La vera partita sarà capire quanto verrà trasferito al consumatore e quanto assorbito dai brand”. Eppure, dentro questa fase incerta, emerge un dato chiaro: la moda non si ferma. <b>“Il sistema ha dimostrato di sapersi adattare: rotte alternative, supply chain flessibili, modelli in evoluzione”,</b> dice Beraldo. Forse è questa la chiave: non evitare gli shock, ma integrarli. Sul finale resta la variabile più imprevedibile: quanto turerà la crisi? “Se la Borsa è una buona proxy delle aspettative, allora il mercato non si aspetta una crisi lunga”, conclude il ceo di Ovs. Concorda Sburlati, che però avverte: “Se purtroppo si prolungherà, cambieranno davvero le regole del gioco”.</p>]]></description>
				<author>Andrea Bigozzi</author>
			</item>
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				<title>Malagò alla Figc? &quot;Ci sto riflettendo&quot;, &quot;la politica si occupi di sport, ma non lo occupi&quot;</title>
				<link>https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/16/news/malago-alla-figc-ci-sto-riflettendo-la-politica-si-occupi-di-sport-ma-non-lo-occupi--276687</link>
				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 11:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<description><![CDATA[<p>Aveva vagheggiato una vacanza. Invece,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/01/31/news/siamo-pronti-ai-giochi-mancano-solo-tonnellate-di-dettagli-intervista-a-giovanni-malago--127703">a Olimpiadi e Paralimpiadi appena finite</a>, il telefono di <b>Giovanni Malagò</b> ha iniziato a squillare. Erano i presidenti della Lega Serie A, alla ricerca di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/15/news/malago-abete-o-altri-per-riformare-il-calcio-servira-pure-la-politica--276566">qualcuno che rilanci il calcio italiano</a>. “Più di qualcuno mi aveva chiamato già prima della Bosnia”, rivela all'evento del Foglio a San Siro.</p><p>Si può già parlare dell'ex presidente del Coni come candidato alla Federcalcio? “No, ci sto riflettendo”, giura il diretto interessato. “Ma quando, in un ambiente tradizionalmente diviso come il calcio italiano, ti vengono a cercare 19 presidenti, è doveroso cogliere il segnale”.</p><p>La riflessione si accompagna a una campagna elettorale già abbozzata: “Ho già incontrato allenatori e giocatori, a breve sarà la volta dei presidenti delle altre leghe dopo averli già contattati telefonicamente. L'impressione è che le componenti tecniche siano propositive”. Anche perché l'interlocutore non chiude affatto al coinvolgimento di un giocatore: “Non ho pensato a nessuno nello specifico, ma non mi vengono in mente presidenti federali che non abbiano coinvolto ex atleti, anche per un semplice fatto tecnico. Credo che gli ex calciatori abbiano qualcosa da dare”.</p><p>Calciatori sì dunque. E i politici? Claudio Lotito, parlamentare di Forza Italia, è l'unico presidente di Lega a essersi opposto alla mozione Malagò. Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha  detto che servono più cambi di sistema che non di uomini. “Condivisibile, una persona non può incidere se attorno a lui resta tutto inalterato. È un dato oggettivo che il sistema vada rivisitato, <b>non credo però che le persone passate finora in Federazione abbiano fatto solo del male</b>”. Nessun attacco diretto a Gravina, presidente dimissionario. D'altronde Angelo Binaghi, presidente della Federtennis, ha detto che Malagò è troppo simpatico per fare le riforme che servono. “Lo ringrazio, è una delle prime volte che mi fa un complimento”, la replica. Simpatica ma ferma: “Le cose si possono fare a colpi d'ascia o, come ho sempre dimostrato, con l'abilità di convincere qualcuno a fare un passo indietro e qui entra in gioco la mia credibilità”.</p><p>Una credibilità rafforzata da Milano-Cortina 2026: “Al Cio mi hanno fatto i complimenti per come abbiamo resistito a quattro governi e ministri diversi. Ma io sempre ho sostenuto che la politica si deve occupare dello sport, senza però occuparlo. Vale soprattutto per il calcio”. Anche se la politica è quella che non lo ha confermato al Coni: “Io al mattino penso sempre a come andare d'accordo con qualcuno, altri più ad aprire un fronte, a costo di andare contro gli interessi generali. Ma io ho lavorato benissimo con molti esponenti dell'attuale governo, al massimo è solo qualcuno che ce l'ha con me”. Altrimenti, se non sarà il calcio, saranno altre Olimpiadi: “Il presidente della Lombardia Fontana ha già detto che conta su di me per il 2036”.</p>]]></description>
				<author>Bernardo Cianfrocca</author>
			</item>
					<item>
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				<title>L’arte di saper fare della moda un’arte</title>
				<link>https://www.ilfoglio.it/moda/2026/04/16/news/larte-di-saper-fare-della-moda-unarte--276676</link>
				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 11:49:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Moda</category>
				<description><![CDATA[<p>Sul progetto di analisi e ricognizione del rapporto fra moda e arte che abbiano sviluppato con Deloitte in pre-apertura di miart e che abbiamo presentato ieri pomeriggio nella galleria della multinazionale della consulenza presso l’ex chiesa di san Paolo Converso di corso Italia (fino a domenica, tutti al Portello e nelle gallerie d’arte e alle vernici, il 20 si inizia già la mattina presto con il design e con l’installazione di Demna per Gucci ancora ai chiostri di san Simpliciano, Milano è una showroom eterna e forse è quello che la tiene viva, mah), a qualcuno verrà sicuramente da dire che, essendo la moda in crisi come i dati delle ultime trimestrali denunciano senza possibilità di smentita, per far parlare di sé non abbia altra scelta che buttarsi sull’arte. Le cose non stanno così, ed è arrivato il momento per un breve ripasso della storia da un lato, e per una chiara valutazione su quali siano state, siano tuttora e sempre più saranno le relazioni fra la produzione artistica e la moda che, fino a qualche decennio fa, entrava nel migliore e più sofisticato dei casi nel novero delle arti applicate. Leggete la storia del Bauhaus, l’esperienza di arte e sviluppo sociale per altro più affine alla contemporanea Cittadellarte di Michelangelo Pistoletto a Biella, e con questa definizione un po’ riduttiva, d’arte di un dio minore, trovate per esempio le meravigliose creazioni tessili di Anni Albers che oggi sono entrate nei musei con la A maiuscola. Dunque, ieri ci siamo ritrovati, per l’ incontro “Mecenati di moda: eclettismi creativi, collezioni, fondazioni, residenze d’artista, musei” che, pur promosso e curato dal “Foglio della Moda”, ha coinvolto tutte le grandi testate d’arte, le sezioni specializzate dei quotidiani, grandissimi artisti, presidenti di fondazioni e musei, stilisti e curatori, per una prima ricognizione e una approfondita ricerca su un fenomeno dalle molte declinazioni, miracolosamente complementari, e pronto a un ulteriore sviluppo non tanto entro i limiti dell’arte o del mecenatismo o, ancora, del collezionismo, quanto della sostenibilità sociale. L’abbiamo fatto mettendo a confronto, con l’assessore alla cultura di Milano Tommaso Sacchi e il presidente di Camera Nazionale della Moda Carlo Capasa, nomi che ci sono sembrati affini, o appunto complementari, attorno a temi come "L'arte come modello sociale. Eclettismo e rigenerazione" (Michelangelo Pistoletto, che scrive anche l’editoriale di questo numero, e Astrid Welter, docente IULM per il corso Fondazioni d’arte e moda, senior director kaufmann repetto, già head of programs di Fondazione Prada), l’industriale del tessile d’eccellenza e grande collezionista Giovanni Bonotto con Fabrizio Plessi, moderati dal responsabile ricerche e progetto “Economia della Bellezza” di Banca Ifis, Carmelo Carbotti attorno al tema "Lavoro e seduzione artistica. I mille volti dell'atelier", quindi ci siamo occupati di “contaminazioni museali” con la presidente del MAXXI Maria Emanuela Bruni e il vicedirettore di Gallerie d’Italia, Milano, Giovanni Morale, in dialogo con il vicedirettore del “Foglio” Maurizio Crippa e ancora di "fondazione: heritage e sperimentazione artistica" con Beatrice Trussardi e l’artista Marcello Maloberti, in dialogo con Jacopo Bedussi, head of content di “Rivista studio”, Antonio Marras e Gian Maria Tosatti, artista e curatore, già presidente della Quadriennale di Roma, che hanno parlato di contaminazioni fra arte e moda e di quell’eclettismo che li accomuna “senza soluzione di continuità". Infine, ecco Carla Sozzani e Kris Ruhs, in dialogo con il direttore di “Arte”, Michele Bonuomo, attorno a un tema affine a tutti e tre, "L'arte della rigenerazione urbana e culturale" e Angela Missoni e Alessandra Roveda, in dialogo con Alessio Vannetti, strategic advisor di “Vernissage”, il supplemento del “Giornale dell’Arte” che è stato appena presentato a Milano in nuova versione, collezionabile, sull’argomento solo in apparenza più semplice, in realtà quello più facilmente passibile di fraintendimenti: "Collezionisti e mecenati: raccontare l'arte". Per l’occasione, la galleria di questo meraviglioso complesso monastico manierista, fra i pochissimi di Milano, è stata arricchita con due opere:&nbsp;“Liturgica” di Giuseppe Lo Schiavo, concepita in relazione all’architettura della Galleria e pensata come gesto inaugurale del percorso e “Capita Aurea”&nbsp;di&nbsp;Fabrizio Plessi: una testa imperiale digitale che si dissolve lentamente in oro liquido, evocando il fluire del tempo, la caducità del potere e la natura effimera della gloria, tema che potrebbe essere valido tanto per i tempi attuali come per quelli di sempre e in particolare, per la morale cattolica è un punto fermo, per la vanitas di cui la moda fa parte e che è certamente alla base di qualche pregiudizio che è ora di sfatare. La ricerca condotta da Ida Palombella, global leader Fashion &amp; Luxury di Deloitte, e Barbara Tagliaferri, head of art&amp;culture di Deloitte, mette bene in luce questo particolare, e suggerisce anche i correttivi necessari perché se ne superino le asperità, come dice quest’ultima: “Oggi la cura del patrimonio e l’impegno in arti e cultura non sono più un elemento accessorio: costituiscono una leva strategica. Questo vale soprattutto nel settore Moda e lusso. Non a caso, il 68 per cento delle aziende analizzate supporta artigianalità e cultura dei mestieri, il 66 per cento promuove iniziative artistiche e culturali e il 54 per cento svolge entrambe le attività. Le imprese che investono in arte, cultura e formazione stanno ridefinendo il loro ruolo, integrando heritage, arti e cultura nel cuore della strategia aziendale.” Forse è duro da riconoscere e siamo tentati di credere che solo il mecenate si arricchisca dalla vicinanza con l’arte, si ammanti dell’aura di prestigio che l’opera di un grande artista gli conferisce, del suo valore anche politico modello Giulio II con Michelangelo Buonarroti, ma il buon posizionamento di un brand ammanta di un’aura positiva anche le sue iniziative nell’arte o nell’impegno nello sviluppo di iniziative di formazione o di sostegno dei territori. Potrete anche dire che Brunello Cucinelli abbia creato a Solomeo il sogno di una bellezza architettonica perfetta, ideale cioè ricostruita, come un secolo e mezzo fa venne fatto da Giuseppe Visconti di Modrone con il borgo neogotico di Grazzano Visconti, però non ci sono dubbi che dalla valle umbra ai piedi del borgo i brutti capannoni abbandonati siano spariti e al loro posto crescano vigne e giardini curati. Forse preferivate i capannoni? C’è l’Oasi Zegna ai piedi del Monte Rosa, dove ogni anno noi della moda manchiamo la fioritura delle centinaia di migliaia di rododendri perché siamo impegnati con le sfilate cruise, fino a quando ci saranno naturalmente visto che di solito si tengono in luoghi favolosi e al momento metà di questi sono impossibili da raggiungere per via dei conflitti, ma centinaia di famiglie vi trascorrono domeniche fantastiche con le loro mountain bike. C’è il Parco Gessi, in via di ampliamento, in Valsesia, che ha gli stessi scopi. E quindi, infinite realtà grandi e piccole, lungo tutta la Penisola, alle quali chi può contribuisce come può.&nbsp;</p><p>Qualcuno potrà dire, e infatti lo dice salvo poi accomodarsi nella prima fondazione o nel primo pertugio privato ben pagato che gli venga offerto, fosse pure un archivio di porcellane, che di tutto questo dovrebbe occuparsi lo stato. Ma lo Stato italiano, così come quello francese, non ha le risorse per la manutenzione di un patrimonio così vasto. Non ha nemmeno la vasta progettualità necessaria per capire quali siano le esigenze di ogni singolo territorio, come può averlo per esempio Giovanni Bonotto con la sua fabbrica lenta ricca di opere d’arte contemporanea o Renzo Rosso che rafforza il suo impegno con l’accademia interna, lungo un filone inaugurato sette secoli fa in tutta Italia, quando nelle botteghe d’arte si imparava certamente la pittura, ma anche a mescolare i colori, a lavorare su legno e foglia d’oro, insomma a sperimentare quello che oggi definiamo eclettismo e di cui Antonio Marras è uno dei grandi esponenti, caso pressoché unico, nella contemporaneità, di ottimo artista e grande curatore di mostre che abbia saputo infondere con successo il proprio pensiero all’abito e che infatti, affastellando retoricamente i verbi e gli elementi del fare creativo proprio dell’arte e della moda (“mescolare, incastrare, armonizzare, accostare, unire, assecondare, mischiare, intervenire, scartare, scegliere, combinare, cogliere, interpretare, fondere, creare”, perché “si può fare tutto con i tessuti, uniti, pennellati, colorati, fiorati, con le rose, con i boccioli, con i rami, con il verde. Stoffe ricamate, con le&nbsp;piume, le spille, le perle, i decori,&nbsp;gli intarsi, fili, paillettes, jais”), spiega come questo equilibrio di gesti e di modi sia “flebile e indefinito”&nbsp; e difficile stabilire “il confine verso il contrasto violento che diventerebbe disturbante. Il confine verso il cattivo gusto che potrebbe diventare kitsch senza essere divertente”, perché è “l’armonia che conta e tutto deve risultare naturale, come già esistente in natura”. È questo il punto fondamentale, questo l’argomento che – bisogna ammetterlo – non tutti i brand hanno ancora imparato a maneggiare, scivolando spesso nella tentazione di trasformare ogni tela in una borsetta, ed è forse per questo che, come osserva Palombella, “se il rapporto tra artisti e case di moda è una delle espressioni più vitali del mecenatismo contemporaneo, perché questa relazione produca valore nel tempo, il contratto è lo strumento essenziale: non un limite alla creatività, ma la cornice che tutela la visione dell'artista e gli interessi delle case di moda, definisce i confini dello sfruttamento commerciale e allinea gli interessi di entrambe le parti su basi chiare e condivise”. È la voce di un legale, che sa come la definizione fra le parti sia essenziale per la tutela. Eppure, non possiamo dimenticare quanto questi rapporti siano nati innanzitutto dalla passione. Sebbene si possa credere che i sarti si siano sempre circondati di opere pittoriche, architettoniche e scultoree importanti per valorizzare il proprio commercio, e può anche darsi che sia così, non sappiamo quale sarebbe stata la parabola di Pablo Picasso se uno di questi maestri dell’ago, Jacques Doucet, non avesse scelto di pagare 25mila franchi per una tela tratta da un’incisione che avrebbe dovuto intitolarsi “Le bordel d’Avignon” e che invece sarebbe passato alla storia come “Les demoiselles d’Avignon”, dietro supplica dell’organizzatore Andrè Salmon sconvolto dalla volgarità della prima versione, al termine di una visita alla galleria messa peraltro a disposizione peraltro da un altro sarto collezionista, Paul Poiret. Potremmo continuare così fino a oggi, senza ovviamente tralasciare le grandi fondazioni d’arte sovvenzionate dalla moda: Cartier, Vuitton, Pinault, in Italia Prada, Maramotti, Furlanetto, Trussardi, in assoluto fra i primissimi ad approcciare questa forma di inclusione sociale, anche di sé stessi, che sarebbe troppo riduttivo considerare alla stregua di un investimento di marketing, e come peraltro la ricerca mette bene in evidenza. L’arte per l’arte è una filosofia di pura invenzione, bellissima per carità e che ci consola quando pensiamo al mondo cinico e baro dove tutto si fa per denaro e per fama e gloria, ma l’artista senza committente non si dava nemmeno quando il fratello scapestrato delle sorelle Bronte, Branwell, le ritraeva per il salotto di casa e che è peraltro l’unico loro ritratto che possediamo dove sono tutte insieme, essendo gli altri in circolazione quasi tutti brutte stampe di fantasia. L’arte ha bisogno di sovvenzione: per essere prodotta, conosciuta, anche desiderata. Meglio, pare evidente, che questo sostegno sia il più possibile affine al percorso dell’artista e basato su regole chiare. Ma rispetto a un tempo, la ricerca di Deloitte rende evidente quanto l’idea contemporanea, e la stessa pratica, del mecenatismo, oggi non si possa restringere alla sola mostra, al solo sostegno artistico, a qualunque scopo sia, ma si estenda al rafforzamento delle filiere locali, alla formazione, alle collaborazioni con le istituzioni culturali, in dialogo con il territorio. Questo dato emerge non solo dalla ricerca sul territorio italiano, che è stata condotta su cinquanta aziende distribuite prevalentemente a nord (ovest ed est) e centro, ma anche dall’analisi dei principali attori internazionali, dai quali emerge un rafforzamento del legame con l’Italia, in particolare da parte delle Maison francesi, attraverso produzione, filiere e heritage, accompagnati da investimenti strategici in arte e cultura. La valorizzazione dell’heritage, come osserva Palombella, non è più solo branding e posizionamento, ma parte integrante della strategia industriale dell’impresa. Il 66 per cento delle aziende del campione promuove iniziative artistiche e culturali. Di queste, il 57,5 per cento lo fa in modo pluriennale e continuativo, mettendo appunto al centro degli obiettivi la formazione, che non a caso è stata anche al centro di questa edizione della “Giornata del Made in Italy”, attraverso un progetto documentaristico sviluppato da Camera Nazionale della Moda. La trasmissione delle competenze, attraverso academy, percorsi formativi e programmi di specializzazione, favorisce il ricambio generazionale, preserva il know-how e sostiene la qualità manifatturiera nel lungo periodo. Se il grande tema di questi anni è lo sviluppo di professionalità altamente specializzate e a ogni occasione ci viene ricordato quanto sia fondamentale il rapporto fra industria e sistema educativo, considerare il mecenatismo della moda nell’arte come un mero scambio i favori attorno alla pittura equivarrebbe a non rendere omaggio a una tradizione ormai millenaria nella formazione. Come aggiunge Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia, “il rapporto fra moda, arte e mecenatismo ha radici profonde, ma oggi sta evolvendo in modo molto significativo.&nbsp;</p><p>Se in passato era prevalentemente legato a iniziative individuali, oggi è sempre più un impegno condiviso, che coinvolge anche il mondo delle imprese,&nbsp; in particolare nella moda e nelle imprese della moda, che operano in un ambito in cui creatività, cultura e identità sono elementi fondanti”. Eppure, solo il 20 per cento delle aziende analizzate include una rendicontazione autonoma delle attività artistiche e culturali, spesso qualitativa e poco approfondita, il che smentisce un altro po’ i pregiudizi sul rapporto prezzolato fra arte e moda. Par di capire, che lo scopo finale sia ancora quello di Giulio II: gloria, per sé e per la propria casata/brand. E anche la semplice passione, e la gioia, di estendere la propria relazione col bello.&nbsp;</p>]]></description>
				<author>Fabiana Giacomotti</author>
			</item>
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				<title>È uscita la V edizione dell’Annuario del Foglio della Moda. Ecco dove trovarlo</title>
				<link>https://www.ilfoglio.it/moda/2026/04/16/news/e-uscita-la-v-edizione-dellannuario-del-foglio-della-moda-ecco-dove-trovarlo--276682</link>
				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 11:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Moda</category>
				<description><![CDATA[<p>I fatti, le interviste, le riflessioni, le analisi e le ricerche che – detestiamo l’aggettivo, ma in questo caso è d’obbligo – definiremmo esclusive. Curate e realizzate per noi, da grandi istituti di ricerca, e corredate da commenti e editoriali tradotti anche in inglese. Arriva nelle edicole e in alcune librerie selezionate di Milano e di Roma la nuova edizione dell’Annuario del “<a href="https://www.ilfoglio.it/moda" target="_blank">Foglio della Moda</a>”. Grazie ancora al sostegno di Banca Ifis e del progetto “Economia della bellezza”, di cui siamo parte attiva ormai da quattro anni, troverete nelle cento-e-qualcosa pagine tutto quello che è successo di davvero importante nell’anno, tirato in mille copie numerate, da collezionare, e commentato da grandi firme, docenti, scrittori, artisti e professionisti di grande levatura, che hanno dedicato tempo, creatività, cultura e grande generosità a questo libro.</p><p>Come da anni a questa parte – il nostro è mobile, inizia ad Aprile – quello appena terminato, <b>sul quale gravano, vera cartina di tornasole,</b> <b>le perdite in borsa del gruppo Lvmh nel primo trimestre e una grave incertezza a causa dei molti conflitti in corso e in particolare quello che tocca il Medio Oriente,</b> l’area fino ad oggi intoccata e sempre ricca e attenta alla spesa, vorremmo condividere un paio di riflessioni sulle dinamiche in corso. Riteniamo sia arrivato il momento che questo sistema capisca di dover convivere con l’incertezza costante. Che non è necessariamente un male. Imparare a gestire la non-certezza del domani è tecnica che si apprende: le nostre nonne lo fecero per anni, continuando a desiderare il bello, la gioia, a cercare la felicità.</p><p>L’instabilità non può voler dire mandare tutto al macero, e cioè per le imprese smettere di investire, di effettuare un migliore controllo sui costi e per il vasto pubblico di desiderare il bello, il ben fatto, la gratificazione dell’estetica. Dunque, e per citare la prima battuta rivelatrice di quel fenomeno mondiale che fu il primo “Diavolo veste Prada “ (sul secondo in uscita abbiamo qualche dubbio, troppo marketing, troppe rivelazioni) Gird your loins: serrate le fila. <b>Che vuol dire saper cambiare, rinnovarsi, guardare avanti. </b>Dunque, eliminare schematismi e modelli comportamentali logori e un po’ grotteschi sull’esclusione, una narrativa di molte locuzioni ritrite (l’insofferenza per l’aggettivo “iconico” è ormai pari solo a quella per i “codici della maison”, soprattutto quando non di maison o atelier si tratta ma di multinazionali con duemila fornitori e la “casa” è giusto una showroom) e di prezzi fuori misura, non sostenuti da effettiva qualità e da una vera attenzione per le condizioni di lavoro di chi produce capi e accessori. <b>Chi spende per un capo Chanel è lo stesso che acquista da Cos: sa quando valga la pena di riconoscere al marchio un sovrapprezzo, anche importante, e quando no.</b></p><p>Nessuno “deve” più niente, le poche fashion victim rimaste suscitano compassione, gli influencer sono al tramonto. Almeno da questa parte del globo, la moda ha smesso di essere status e sta tornando ad essere quello che è stata e che nel mondo ideale dovrebbe continuare ad essere, cioè un mezzo di espressione personale e di interrelazione con gli altri, come raccontava Tilda Swinton, massima interprete della filosofia, a bordo passerella da Chanel. Senza idolatrie, senza guardie del corpo, senza miliardi di euro in ballo a ogni stagione e stilisti in burn out, senza finanza a dettarne le regole. Dunque, per questa edizione dell’Annuario che segna l’ingresso del “Foglio della Moda” nel suo sesto anno mobile di pubblicazione, come augurio al sistema che seguiamo con tanta passione e interesse critico, abbiamo scelto una dichiarazione di <b>Dries Van Noten</b> (intervistato a pagina 5) e <b>Patrick Vangheluwe</b> che, fra pochi giorni, inaugureranno la prima Presentazione della fondazione che hanno avviato nel loro Palazzo Pisani Moretta, a Venezia: “The only True Protest is beauty”, un'esplorazione della bellezza intesa non come risoluzione ma come tensione. Un invito a guardare più a lungo, ad accogliere l’incertezza e a riconoscere il fare come atto profondamente umano, nel quale pensiero e artigianato si incontrano. “Ci interessa la bellezza, ma come domanda”</p><h2>Ecco dove lo trovate:</h2><p>Edicole:</p><p>Sacchi, Foro Bonaparte 18, Milano</p><p>Benites Zerpa, Largo Augusto 7, Milano</p><p>SanBabila S.N.C., Piazza San Babila, Milano</p><p>Edicola Dolce e Gabbana, Corso Venezia ang. Via della Spiga, Milano</p><p>Bud S.R.L., Corso Garibaldi 83, Milano</p><p>Bud S.R.L., Via Brera 23, Milano</p><p>Quisco R.R.L., Via Plinio ang. via Morgagni, Milano</p><p>Mannelli, Piazza Duomo 21, Milano</p><p>Feltrinelli, Stazione Centrale, Milano</p><p>Feltrinelli, Via Pasubio 11, Milano</p><p>Pola, Via di Sant’Andrea delle Fratte, Roma</p><p>Cristofori, Largo di Torre Argentina, Roma</p><p>Eastwest Consulting S.R.L., Lungotevere dei Mellini, Roma</p><p>Antica Edicola di Roma S.N.C., Via del Babuino 150, Roma</p><p>Ferri, Piazza Lorenzo in Lucina, Roma</p><p>D'Itri, Piazza Giovine Italia, Roma</p><p>Edicola di Piazza Di Spagna, Piazza Mignanelli 1, Roma</p><p>Librerie:</p><p>Corso Como 10, Corso Como 10, Milano</p><p>Fondazione Sozzani, Via Bovisasca 87, Milano</p><p>Armani Libri, Via Manzoni 31, Milano</p><p>Fahrenheit, Campo dei Fiori 44, Roma</p>]]></description>
				<author> </author>
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				<title>Buonfiglio: “La crisi del calcio? La Figc dovrà trovare l’assetto per ricostruire entro 4-5 anni”</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 10:37:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sport</category>
				<description><![CDATA[<p>C’è un bagaglio olimpico da custodire con orgoglio, ma anche una delusione mondiale da smaltire. “La crisi del nostro calcio? La grande forza degli sportivi è reagire alle difficoltà”, dice il presidente del Coni,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/luciano-buonfiglio_45413">Luciano Buonfiglio</a><b>,</b> all’evento del Foglio a San Siro. “Noi in quanto Italia siamo condannati a vincere e a essere competitivi: bisogna dimostrarsi equilibrati, cercare di capire come ripartire in base all’esperienza”.</p><p><b>Il presidente del Coni ammette di aver ricevuto “molte pressioni per commissariare la Federcalcio</b>. Ora faccio il tifo affinché le componenti della Figc riescano a eleggere il presidente migliore per ricostruire, insieme a una squadra all’altezza e a un programma condiviso”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/15/news/malago-abete-o-altri-per-riformare-il-calcio-servira-pure-la-politica--276566">I nomi in ballo sono soprattutto Malagò e Abete</a>. “Da parte mia, l’errore più grande sarebbe esporsi: il Coni è garanzia dello sport, monitora e quando viene consultato deve saper rispondere”. Anche in sinergia con la cosa pubblica, che per il calcio ultimamente sembra sia venuta meno. “Rappresentiamo oltre 115mila società, 14 milioni di tesserati: una componente importante della nostra vita sociale, economica e sportiva. È necessario mantenere il giusto equilibrio e rispetto fra gli addetti ai lavori e le istituzioni, con le quali si può lavorare bene. La nostra competenza sul territorio deve accompagnare la politica a fare le scelte giuste”.</p><p>Negli altri sport è successo così, risultati alla mano. “Altrimenti è impossibile spiegare 70 medaglie complessive fra Parigi 2024 e Milano Cortina 2026”, dice Buonfiglio, ripensando a un febbraio sulle nevi da incorniciare. “Una serie di emozioni incredibili, specialmente regalateci dalle nostre donne. Non si centrano certi traguardi senza strutture e competenze professionali per la coltivazione del talento. Ci stiamo affermando a livello globale grazie a un certo metodo di preparazione di cura dei dettagli. Non solo negli sport invernali: possiamo dire lo stesso per il tennis, il volley, il basket, ora anche il baseball.<b> Il sistema Italia funziona</b>. E viaggia spedito verso Los Angeles 2028”. <b>Sognando di ospitare i Giochi estivi nel 2036, dal nord ovest a Roma. “Ben vengano più candidature, poi il Coni deciderà</b>. Certo è che l’esperienza di Milano-Cortina 2026 ha rafforzato l’immagine dell’Italia: senza l’intervento del Governo e di Simico, queste infrastrutture durevoli non si sarebbero potute realizzare. Vuol dire che quando si lavora in sinergia, all’interno di un piano economico coeso, possiamo costruire qualcosa di vincente”.</p><p>E si ritorna così al calcio. “Cito una frase di Fabio Capello: quando noi impareremo a correre, a far viaggiare la palla e a vincere i contrasti, allora avremo fatto un bel passo. Questo è un mondo sempre più complesso e livellato verso l’alto. Auguro a chiunque rileverà la Figc di intraprendere un percorso che in 4-5 anni possa portare a risultati visibili”. È tutta l’Italia a chiederlo.</p>]]></description>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<title>Il Foglio a San Siro 2026</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 09:14:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<description><![CDATA[<p>Giovedì 16 aprile ci ritroveremo tutti nella sala executive dello stadio dove sono stati inaugurati i Giochi di Milano-Cortina 2026 per parlare con i protagonisti di quei Giochi come Arianna Fontana, Francesca Lollobrigida, Laura Pirovano, Sara Conti e Niccolo Macii. Loro che a San Siro hanno sfilato il 6 febbraio dietro al tricolore che poi hanno fatto sventolare sulle tribune, ci racconteranno le emozioni di quei giorni e i piani per il loro futuro.</p><p>Ripartiamo da quella festa per poi addentrarci nella crisi del calcio italiano ospitando gli uomini che stanno lavorando per costruire una futuro migliore: il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, il ministro per lo Sport e i giovani, Andrea Abodi, il probabile candidato alla presidenza Figc ed ex numero 1 del Coni e della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò, il presidente della Fip e ex numero uno del Coni Gianni Petrucci, il presidente di Sport e Salute, Marco Mezzaroma, il presidente della Lega Calcio Serie A, Ezio Simonelli, i presidenti di Inter e Milan Marotta e Scaroni, il numero uno del Sassuolo, Carnevali.</p><p>Nel pomeriggio poi spazio ai ct di volley e basket: Julio Velasco, Fefè De Giorgi, Luca Banchi e Andrea Capobianco. Ai quali seguirà un fuori programma con il mitico Dan Peterson. Ci sarà anche un ospite particolare come Ilaria d’Amico, per tanti anni signora dello sport. Di giornalismo si parlerà anche con Alberto Brandi, Paolo Maggioni e Alessando Bonan, padroni delle serate televisive su Mediaset, Rai e Sky.</p><p>Ma non mancheranno le incursioni in altri sport con Stefano Domicali, ceo della Formula 1 che racconterà come si sta muovendo Liberty in questo mese senza gare e ci racconterà da italiano che cosa ne pensa di Kimi Antonelli. A proposito di piloti italiani, ci sarà Nadia Alboreto per ricordare Michele a 25 anni dalla scomparsa dell’ultimo pilota italiano che ha lottato per il titolo. Parleremo di boxe con Dario Morello e Irma Testa e di vela con il nuovo ceo dell’America’s Cup Marzio Perrelli e Max Sirena, ad di Luna Rossa. Tra vela, Formula 1 e calcio, sarà tutto da sentire l’intervento di Marco Tronchetti Provera, il presidente di Pirelli. Lanceremo poi uno sguardo verso il futuro con Michele Uva, appena nominato direttore esecutivo Uefa per l’Europeo 2032. Si parlerà anche di calcio femminile con una rappresentanza juventina con Stefano Braghin, Carola Coppo e la capitana della Primavera, Arianna Gallina.</p><p>Si comincia alle 9.30 e si finisce nel tardo pomeriggio. Per tutti in regalo a fine giornata un tour dello stadio con la visita dei mitici spogliatoi di Milan e Inter.</p><h2>I nostri ospiti</h2><p>Nadia Alboreto (moglie di Michele, storico pilota Ferrari)</p><p>Luca Banchi (Ct Nazionale maschile di basket)</p><p>Stefano Braghin (Women's Football Director Juventus)</p><p>Alberto Brandi (Direttore Sport Mediaset)</p><p>Luciano Buonfiglio (Presidente Coni)</p><p>Andrea Capobianco (Ct nazionale femminile di basket)</p><p>Giovanni Carnevali (Ad Sassuolo Calcio)</p><p>Sara Conti e Niccolò Macii (Pattinatori, bronzo olimpico nel team event)</p><p>Ilaria d'Amico (Conduttrice televisiva)</p><p>Fefè De Giorgi (Ct nazionale maschile di volley)</p><p>Attilio Fontana (Presidente Regione Lombardia)</p><p>Arianna Fontana (Pattinatrice, vincitrice di 14 medaglie olimpiche)</p><p>Gianluca Galliani (Ceo di Fantamaster)Geronimo La Russa (Presidente Aci)</p><p>Francesca Lollobrigida (Bicampionessa olimpica di pattinaggio)</p><p>Giovanni Malagò (Presidente Fondazione Milano Cortina)</p><p>Giuseppe Manfredi (Presidente Feder volley)</p><p>Marco Mezzaroma (Presidente di Sport &amp; Salute)</p><p>Dario Morello (Pugile Campione Nazionale e WBO Global Pesi Welter)</p><p>Paolo Maggioni (Conduttore DS Rai)</p><p>Giuseppe Marotta (Presidente Inter)Dan Peterson (ex Coach Olimpia Milano)</p><p>Marzio Perrelli (Ceo America's Cup Partnership)</p><p>Gianni Petrucci (Presidente Feder basket)</p><p>Federica Picchi (Sottosegretario alla Presidenza della Regione Lombardia con delega a Sport e Giovani)<br></p><p>Marco Riva (Presidente Coni Lombardia)</p><p>Martina Riva (Assessora allo Sport, Turismo e Politiche Giovanili del Comune di Milano)</p><p>Paolo Scaroni (Presidente Milan)</p><p>Max Sirena (Team leader Luna Rossa)</p><p>Ezio Simonelli (Presidente Lega Calcio Serie A)</p><p>Marco Tronchetti Provera (Presidente Pirelli)</p><p>Julio Velasco (Ct nazionale femminile di volley)</p>]]></description>
				<author> </author>
			</item>
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				<title>Xu Zewei dovrà essere estradato, dice la Cassazione. Ora però sta al governo decidere</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 08:53:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<description><![CDATA[<p><b>Ieri la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa nel caso di Xu Zewei, il cittadino cinese arrestato a Malpensa nel luglio 2025 su richiesta degli Stati Uniti, confermando il via libera all’estradizione già disposto dalla Corte d’Appello di Milano a gennaio.</b></p><p>Con la pronuncia della Cassazione si esaurisce il percorso giudiziario. Da questo momento, <b>l’eventuale consegna di Xu alle autorità americane diventa una decisione politica</b>, nelle mani del governo Meloni e del ministro Nordio.</p><p><b>I giudici milanesi, nella decisione del 27 gennaio scorso, avevano ritenuto fondate le accuse americane</b> – hacking e frode informatica – escludendo che si trattasse, come sostenuto dalla difesa, di un reato politico mascherato. Erano state inoltre respinte le obiezioni legate al rischio di trattamenti sproporzionati negli Stati Uniti. Xu Zewei, secondo l’indictment del Dipartimento di Giustizia americano, sarebbe coinvolto in attività di intrusione informatica legate a operazioni di spionaggio tecnologico e industriale, riconducibili – secondo Washington – a strutture collegate al ministero della Sicurezza dello stato cinese.<b> L’accusa sostiene che Xu abbia partecipato, insieme ad altri soggetti, a campagne di hacking contro obiettivi stranieri, con finalità di acquisizione di dati sensibili e proprietà intellettuale.</b></p><p>La difesa, affidata agli avvocati Enrico Giarda e Simona Candido, ha costruito la propria linea su due punti principali: la contestazione dell’identità (Xu non sarebbe la persona indicata dagli Stati Uniti) e la natura politica della richiesta di estradizione, inserita nel contesto dello scontro strategico tra Washington e Pechino.</p><p><b>Attorno al caso si era sviluppata anche una dimensione meno visibile: quella della manipolazione della narrazione.</b> Nei mesi successivi all’arresto, alcuni giornalisti italiani – tra cui chi scrive – avevano ricevuto comunicazioni sospette che proponevano una lettura precisa del caso: Xu sarebbe vittima di un procedimento politico e, in quanto tale, non estradabile secondo l’articolo 26 della Costituzione.</p><p>Il caso Xu Zewei, in effetti, è politico anche solo mediaticamente. Per gli Stati Uniti si tratta del primo presunto hacker cinese arrestato, e considerano il processo contro di lui un test importante; Pechino ha mostrato parecchia attenzione diretta alla vicenda anche attraverso iniziative diplomatiche a Milano, chiedendo garanzie su un “processo equo e giusto”.</p><p><b>Ora che la magistratura italiana ha chiuso il dossier, e la decisione passa al governo.</b> E arriva in un momento tutt’altro che neutro: proprio in queste ore il ministro degli Esteri Antonio Tajani è in missione in Cina, <b>mentre la relazione fra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il capo della Casa Bianca si è complicata.&nbsp;</b></p><p>&nbsp;</p>]]></description>
				<author>Giulia Pompili</author>
			</item>
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				<title>Non aiutare Kyiv costa all’America</title>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/04/16/news/non-aiutare-kyiv-costa-allamerica--276674</link>
				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 08:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<description><![CDATA[<p>Il vicepresidente americano, J. D. Vance, ha detto che la cosa di cui va più fiero, delle tante fatte dall’Amministrazione Trump, è il taglio all’assistenza americana all’Ucraina. Vance parlava a un incontro semideserto organizzato da Turning Point e ha raccontato del suo incontro a Cleveland, in Ohio, quando era in campagna elettorale come senatore, con un ucraino-americano “molto agitato”: in quel momento Vance non stava parlando dell’Ucraina, stava spiegando che gli americani che non sono nati negli Stati Uniti dovrebbero sentire un’appartenenza più forte per l’America che per il loro paese di origine. Questa era la premessa al suo ragionamento e anche la conclusione, ma in mezzo il vicepresidente ha detto che questo ucraino-americano molto agitato, con un dito accusatorio alzato verso di lui, “e che probabilmente non avrà votato per me dopo quello scambio”, gli diceva che l’America avrebbe dovuto continuare a sostenere l’Ucraina contro l’aggressione russa. <b>“Stavo dicendo che avremmo dovuto smettere di finanziare la guerra ucraina, che è quello che abbiamo fatto, ed è la cosa di cui sono più fiero, e abbiamo detto agli europei: se volete acquistare armi, va bene, ma gli Stati Uniti non compreranno armi e non le invieranno in Ucraina.</b> Siamo semplicemente usciti da questo affare, ed è davvero una buona cosa”.<b> La conversazione tra Vance e uno dei tanti ucraini che vivono in Ohio è finita con l’ucraino che diceva: il mio paese va difeso, e Vance che gli rispondeva: “Con tutto il rispetto, il tuo paese è l’America”.</b></p><p>Il vicepresidente ha confermato ancora una volta il suo disprezzo, ampiamente condiviso dal resto del governo, nei confronti specifici dell’Ucraina, perché <b>con le operazioni militari in Iran è crollata gran parte dell’ideologia antiguerra di Vance</b>: è questa guerra, quella che subisce l’Ucraina, che non gli piace, di cui non si sente partecipe, che non considera nell’interesse americano, al punto da trasformare gli Stati Uniti in mediatori che equiparano aggressori e aggrediti, con una propensione a fidarsi più dei primi – nemici storici – che dei secondi.&nbsp;</p><p>La specificità dell’ostilità al sostegno dell’Ucraina ricorre in tutte le azioni e le dichiarazioni dell’Amministrazione Trump, dalla Casa Bianca al Pentagono: ieri <b>Pete Hegseth</b>, segretario alla Difesa, ha ancora una volta snobbato l’Ukraine Defence Contact Group, il gruppo di circa cinquanta paesi che dall’aprile del 2022 coordina l’aiuto militare a Kyiv, che si è tenuto ieri a Berlino con la guida della Germania e del Regno Unito. Non è la prima volta che Hegseth non partecipa agli incontri in cui si discute del sostegno all’Ucraina, ancora prima che ci fosse il fronte mediorientale di cui occuparsi. E pure questo effetto di sostituzione – la priorità è nel Golfo – non ha senso alla luce delle continue informazioni che filtrano sul sostegno della Russia all’Iran e sull’aiuto pratico che l’Ucraina sta fornendo agli alleati dell’America per difendersi dai droni iraniani che conosce molto bene. <b>Soltanto l’Amministrazione Trump si rifiuta di riconoscere questo asse, e anzi insiste con le falsità sugli arsenali americani svuotati dalla guerra in Ucraina.</b> Alla riunione di Berlino ha partecipato da remoto <b>Elbridge Colby</b>, il sottosegretario al Pentagono da tempo in allarme per lo stato degli arsenali americani, al punto che l’estate scorsa decise in autonomia di fermare le forniture militari all’Ucraina già in transito in Europa. <b>Come ha commentato su X il brillante analista Michael Weiss: “Mandare Colby è peggio che non mandare nessuno”</b>, sintesi perfetta del fatto che l’assenza americana si può in qualche modo compensare – gli europei lo hanno già fatto – ma la sua ostilità, il suo allineamento con Vladimir Putin sono invece un guaio, non soltanto per la difesa ucraina, ma soprattutto per la Russia che grazie al disimpegno americano pensa di poter vincere la guerra contro l’Ucraina, e non si ferma.</p><p><b>Quando gli ucraini avranno infine vinto, si potrà calcolare quanto questa ostilità strategica sia costata all’America.</b> Intanto stiamo già assistendo alle conseguenze dell’errore dei trumpiani di non aver accettato l’aiuto tecnologico offerto dall’Ucraina nei mesi scorsi, in particolare sui droni. Ieri il sito Axios, che è un grande produttore di notizie esclusive, ha raccontato che <b>a febbraio gli Stati Uniti hanno lanciato un concorso per produttori di droni che è stato vinto da Skycutter, che ha presentato un drone Fpv, lo Shrike 10-F, che viene gestito con fili in fibra ottica che contrasta il jamming elettronico e lo spoofing, e che è un’invenzione ucraina.</b> Skycutter è <b>un’azienda britannica</b> che produce ad Atlanta, in Georgia, e <b>che per produrre questo drone si è avvalsa del preziosissimo aiuto di SkyFall, una delle più grandi aziende belliche dell’Ucraina. </b>Il direttore operativo di Skycutter, Vincent Gardner, ha detto ad Axios che SkyFall produce “un drone ogni 23 secondi, 123 mila unità al mese” e che <b>in questa collaborazione gli Shrike 10-F sono stati “ridisegnati in modo da escludere ogni componente cinese, perché così era richiesto dal programma Drone Dominance”.</b> Questo programma è stato deciso del Pentagono, Hegseth ha stanziato 1,1 miliardi di dollari per produrre 300 mila droni entro il 2028, o almeno questo era l’obiettivo iniziale che, secondo alcune fonti, è cambiato perché la domanda di droni si è fatta molto più urgente. Dopo questa vittoria, Skycutter ha ottenuto un contratto per produrre 2.500 droni, il che <b>significa che infine l’Amministrazione Trump si rafforzerà (e aumenterà i posti di lavoro, visto che si produce in America) grazie proprio all’innovazione ucraina</b>, cioè quell’esperienza, quella tenacia, quella tecnologia che i trumpiani hanno voluto ignorare, sciaguratamente orgogliosi di aver tolto il sostegno a Kyiv, proprio nel momento in cui l’Ucraina ha smesso di chiedere e ha iniziato a dare, l’alleato migliore che ci sia, al contrario dell’America.</p>]]></description>
				<author>Paola Peduzzi</author>
			</item>
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				<title>L&#039;agonia dell&#039;Ilva: sindaco e sindacati vogliono sabotare la vendita</title>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/16/news/lagonia-dellilva-sindaco-e-sindacati-vogliono-sabotare-la-vendita--276673</link>
				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 08:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<description><![CDATA[<p><i>Taranto</i>. <b>La centrale elettrica Ilva deve essere spenta entro 30 giorni e, di conseguenza, tutto lo stabilimento.</b> Lo stabilisce l’ultima ordinanza del sindaco di Taranto, <b>Piero Bitetti</b>, indirizzata ai commissari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria.<b> Le ragioni risiedono nel solito “principio di precauzione”.</b> Mentre ancora la chiusura dopo il 26 agosto imposta dal tribunale di Milano in caso di mancati interventi ambientali che i commissari non hanno ancora attuato.  <b>Ordinanze che certamente, come in passato, verranno rigettate dal Tar.</b> Con la sola conseguenza di aver riabilitato l’immagine del sindaco agli occhi della città che da anni chiede di chiudere il siderurgico, pur essendo la prima in Italia per numero di cassintegrati.</p><p>Me<b> il vero effetto dell’ordinanza sindacale sarà quello di spaventare ulteriormente i possibili investitori.</b> A suggerire il provvedimento infatti sono stati i <b>sindacati</b> (a cui il sindaco Bitetti è molto sensibile) contrari alla vendita dello stabilimento. E con loro anche <b>Confindustria</b>, perché con il privato per le ditte dell’indotto cesserebbero le commesse garantite. Ma una gestione statale non garantirebbe una ripresa produttiva a<b> 8 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, break event point </b>per l’equilibrio finanziario dell’azienda. Lo stabilimento è già sotto la gestione pubblica, attraverso l’amministrazione straordinaria, e la situazione economica è disastrosa: l’azienda ha 8 miliardi di debiti, e continua a perdere. Quasi 600 milioni solo negli ultimi sei mesi del 2025.</p><p>I <b>costi ammontano a 1,3 miliardi</b>, di cui 757 milioni  per i servizi (manutenzioni, trasporti, pulizie) e 333 milioni per le materie prime. Il risultato è una perdita operativa lorda di 415 milioni. Aggiungendo gli ammortamenti degli impianti e gli interessi sui debiti, la perdita netta del semestre raggiunge i 582,5 milioni. I debiti accumulati durante la gestione commissariale ammontano a 1,33 miliardi, tra cui i finanziamenti pubblici da restituire (420 milioni), 200 milioni verso Ilva in as (proprietaria degli impianti), 167 milioni verso le banche. La liquidità disponibile al 31 dicembre 2025 era di 156,5 milioni di euro. Nel semestre, i commissari hanno speso 3,15 milioni per la crisi: 1,73 milioni per le consulenze e 1,43 milioni per gli studi legali che difendono l'azienda nel mare di cause in corso.</p><p><b>Il ministro delle Imprese Adolfo Urso non ha mai spiegato  chi dovrà coprire questi debiti. </b>Ma è chiaro che un’azienda con 8 miliardi di debiti e altri 8 almeno da investire (secondo il piano presentato dal ministro) non è appetibile per nessun imprenditore al mondo. <b>Del resto persino il presidente di Cassa depositi e presiti ha detto che, da statuto, non può investire in una società senza margini di guadagno. Perché allora dovrebbe farlo un privato?</b> A maggior ragione sapendo che da un momento all’altro la politica o la magistratura possono chiuderla.</p><p>La gara indetta da Urso , aldilà delle  dichiarazioni roboanti, si è rivelata un fallimento. Alla fine sono rimaste interessate solo due società. <b>Flacks group, un fondo d’investimento americano a conduzione familiare</b>, che in promette di produrre 6 milioni di tonnellate d’acciaio con un investimento di 5 miliardi che, però, vuole dallo stato. E <b>Jindal, acciaiere indiano</b> che vuole produrre a Taranto solo 2 milioni di tonnellate costruendo un forno elettrico da alimentare con materie prime da far arrivare dall’Oman, riducendo l’occupazione dagli attuali 10 mila dipendenti a meno di 5 mila. Un bagno di sangue che il governo gestirebbe, come già fa da dodici anni, attraverso la cassa integrazione straordinaria (Cigs). <b>Proprio oggi  al ministero del Lavoro è convocato l’incontro per il rinnovo della Cigs a 4.500 dipendenti di Acciaierie d’Italia in as</b>. A cui si aggiungono i 1.300 di Ilva in as.</p><p><b> Urso dice che entro aprile si vende</b>, ma nelle ultime dichiarazioni <b>è passato dalla promessa di fare di Ilva “il più grande impianto siderurgico green d’Europa” a farne “un grande impianto siderurgico green”. Finirà che non ci sarànno più né l’impianto né il siderurgico né il green. </b>Resteranno i debiti.</p>]]></description>
				<author>Annarita Digiorgio</author>
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				<title>Ecco i groypers, i giovani antisemiti che ora hanno un candidato</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 06:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<description><![CDATA[<p>Durante uno dei suoi lunghi monologhi live, l’influencer di estrema destra antisemita&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/nick-fuentes_39884" target="_blank">Nick Fuentes</a>&nbsp;ha affermato che bisognerebbe “non votare alle elezioni di metà mandato oppure sostenere i democratici”. Questo per dare un segnale all’Amministrazione Trump, che non avrebbe fatto altro che “appropriarsi indebitamente di denaro, andare in guerra con l’Iran e seppellire gli Epstein files”. <b>Secondo Fuentes, ci troviamo di fronte a “una guerra di aggressione a favore di Israele, in cui gli americani moriranno in attacchi terroristici così che lo stato ebraico possa espandere i propri confini”. E conclude: “Trump, Rubio e Vance ci hanno venduto”</b>.</p><p>Le  opinioni di Fuentes, considerato ai margini del mondo repubblicano, sono condivise da sempre più giovani suoi adepti, i cosiddetti <b>groypers</b>. Un tempo si trattava di una piccola sottocultura della destra americana, più presente su internet che alle riunioni di partito, ma oggi secondo vari analisti i groypers hanno colonizzato il mondo repubblicano, anche al Congresso. Lo scrittore conservatore Rod Dreher ha affermato che il 40 per cento degli assistenti più giovani che lavorano coi parlamentari repubblicani si autodefinisce così. Stiamo parlando per lo più di maschi, nichilisti, senza nessun piano politico se non quello della distruzione, e per questo Dreher  avrebbe avvisato il vicepresidente J. D. Vance, suo caro amico, del pericolo che il partito starebbe correndo. <b>Secondo i groypers è in corso una guerra civile nel mondo Maga, in cui bisogna sconfiggere la vecchia guardia favorevole a Israele</b>.</p><p>Le posizioni di sostegno allo stato ebraico all’interno del Partito repubblicano, soprattutto tra i più giovani, sono radicalmente cambiate. Secondo un nuovo sondaggio del Pew Research Center, il 57 per cento dei repubblicani di età compresa tra i 18 e i 49 anni ha un’opinione negativa di Israele, rispetto al 24 per cento di chi ha più di 50 anni. Durante un focus group del Manhattan Institute condotto tra repubblicani della Gen Z, invece, solo uno dei partecipanti ha criticato Hitler senza riserve. <b>I più radicali tra questi giovani smettono di identificarsi come Maga, una parola associata alla lealtà a Donald Trump, preferendo definirsi sostenitori dell’America First</b>, una frase tradizionalmente più vicina all’isolazionismo. Come ha detto il podcaster nazionalista cristiano Joel Webbon, vicino al movimento dei groypers, “abbiamo sconfitto la wokeness nell’esercito per essere sicuri che proprio i bianchi cristiani andassero a morire per Israele”.</p><p><b>L’ingresso sottotraccia delle idee di Fuentes tra i più giovani esponenti repubblicani è rintracciabile in alcuni scandali che hanno colpito il partito negli scorsi mesi</b>. Su tutti, l’emergere di chat di un circolo dei giovani repubblicani, ottenute da Politico, in cui si scrivevano frasi come “Io amo Hitler”, si discettava di chi dovesse finire nelle “camere a gas” e si definivano gli afroamericani “scimmie”. Messaggi che ricalcano le idee di Fuentes, il quale afferma apertamente che “gli ebrei governano il mondo” e una volta ha addirittura definito il vicepresidente Vance “traditore della razza” per aver sposato la moglie Usha, di origine indiana.</p><p>Può un movimento non coordinato e basato sulle opinioni di un influencer confrontarsi con le urne? E’ quello che sta cercando di fare James Fishback, che ha accettato l’endorsement di Nick Fuentes e di chi si definisce groyper e si è candidato alle primarie repubblicane per il governatore della Florida. La sua campagna è costruita su messaggi razzisti: è contro gli studenti stranieri e ha definito il suo principale avversario, l’afroamericano Byron Donalds, uno “schiavo” dei suoi donatori. In un video ha addirittura affermato che “farà arrivare i treni in orario”, in un esplicito riferimento a Mussolini. <b>Oggi è solo al 6 per cento dei consensi, ma il pubblico che lo segue è molto giovane, e la sua candidatura rende evidente lo strappo generazionale sul sostegno a Israele e la guerra in Iran, entrambi temi su cui Fishback si definisce contrario</b>.</p><p>Se fino a oggi il Partito repubblicano ha portato avanti la tesi di non avere nemici a destra, facendo convogliare tutti all’interno, questa strategia non sta dando gli effetti sperati. Nick Fuentes  sta mettendo in difficoltà l’Amministrazione, oltre a danneggiare l’immagine del partito, che accoglie giovani sempre più radicali  che ascoltano Fuentes, che di recente ha dichiarato: “Il mio problema con Trump non è che è Hitler, ma che non lo è”.</p>]]></description>
				<author>Marco Arvati</author>
			</item>
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				<title>Patibolo per Bita, la prima ragazza iraniana. Ma per lei zero copertine e UN Women</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 06:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<description><![CDATA[<p>“UN Women, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, ci ricorda che la guerra in Iran colpisce prima di tutto le donne, le ragazze, le bambine. Chiediamo scusa a loro, in nome dell’umanità”. A giudicare dal programma di Marco Damilano su Rai3, le donne iraniane sono oppresse dagli eserciti a stelle e strisce e con la stella di Davide, mica sono mandate al patibolo in nome di Allah. L’ultimo accenno all’Iran dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/01/15/news/per-lente-dellonu-che-si-occupa-dei-diritti-delle-donne-le-iraniane-non-esistono-khamenei-ringrazia--128546" target="_blank">agenzia&nbsp;Onu&nbsp;per le donne</a>&nbsp;risale al 5 ottobre 2022: “Al fianco delle donne iraniane, libere di esercitare l’autonomia sul proprio corpo”. <b>Forse quelli di UN Women pensavano di scrivere di qualche stato americano che ha ristretto il diritto all’aborto.</b> Nell’ultimo mese, l’agenzia Onu per le donne ha scritto di povertà e guerra in Sudan, di donne libanesi vittime delle bombe di Israele, di misoginia online, dello sport come inclusione e dell’empowerment di Christina Koch (prima donna in missione lunare), Dolores Huerta (leader sindacale e femminista), Jane Goodall, Maya Angelou e Aretha Franklin (il famoso “R-E-S-P-E-C-T”). Zero sull’Iran.</p><p><b>Zero su Bita Hemmati, la prima donna iraniana condannata a morte dal regime per le proteste di gennaio assieme ad altri tre manifestanti e durante le quali il regime ha ucciso trentamila persone.</b> Tra le accuse che gravano sui condannati a morte, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Human Rights Activists News Agency, ci sarebbe anche quella di&nbsp;“collaborazione con gli Stati Uniti”, oltre che di  “moharebeh”,  presente in un verso coranico e che indica “chi fa la guerra a Dio”. Il regime l’ha accusata del lancio di oggetti, della partecipazione a manifestazioni di protesta e di essere una “minaccia alla sicurezza nazionale”. Nella teocrazia iraniana, la donna non è un corpo sovrano, è solo un territorio da conquistare e un simbolo da sottomettere. Da Sakineh Ghasemi, detta “la fata alta”, giustiziata nel luglio 1979 insieme ad altre donne anche lei con l’accusa di moharebeh per aver osato esercitare la propria sessualità in un quartiere a luci rosse dato alle fiamme dalla rivoluzione khomeinista, fino a Bita Hemmati, il filo rosso è lo stesso: il regime degli ayatollah punisce con la morte l’esistenza femminile che sfugge al controllo totale. <b>L’esecuzione di Sakineh, insieme a quella di altre “donne di vita”, fu un messaggio chiarissimo: il nuovo ordine non ammetteva economie del piacere sottratte allo stato teocratico.</b></p><p>Quarantasette anni dopo, la logica non è cambiata, solo si è raffinata. Le statistiche sono agghiaccianti e parlano una lingua che nessun eufemismo occidentale può addolcire. <b>Nel 2025 l’Iran ha eseguito ufficialmente 1.630 condanne a morte, il numero più alto di sempre. </b>Il regime degli ayatollah  ha dunque mandato a morte  per impiccagione  almeno quattro cittadini al giorno. I reati punibili con la pena capitale, in Iran, vanno dal traffico di droga all’omosessualità (migliaia i gay uccisi dal 1979 a oggi), dalla pornografia alla “guerra contro Dio” e alla “corruzione sulla Terra”, due accuse molto usate come imputazioni per i manifestanti delle proteste degli ultimi anni. Bita Hemmati sarà la prima impiccata esplicitamente per aver partecipato alle proteste di gennaio 2026. Hemmati era apparsa in un video trasmesso dalla televisione di stato a gennaio, mentre veniva interrogata dalle forze delle Guardie rivoluzionarie e “confessava” le sue colpe.&nbsp;</p><p><b>Il regime usa il patibolo come pedagogia del terrore: processi-farsa, confessioni estorte sotto tortura, giudici che emettono verdetti “in nome di Allah”. Come nel caso del campione di lotta Saleh Mohammadi,   giustiziato a diciannove anni.</b> Dove sono finite le grandi marce femministe? Dove sono le influencer che urlano “my body, my choice” quando si tratta di corpi bianchi e borghesi, ma si ammutoliscono davanti ai corpi iraniani frustati, accecati dal piombo o impiccati per aver rivendicato lo stesso principio? Il femminismo contemporaneo, almeno nella sua versione mainstream, ha scelto con cura i propri nemici: il patriarcato bianco, il colonialismo, l’islamofobia. Il patriarcato teocratico sciita viene invece assolto con la scusa dell’anticolonialismo o della “complessità geopolitica”, mentre le università occidentali ospitano conferenze sul “queer islam” o sul velo come atto di resistenza. Il relativismo culturale, un tempo critica sofisticata all’etnocentrismo come lo voleva Claude Lévi-Strauss, è diventato così un alibi per la viltà. Sulla copertina dell’Espresso, Bita Hemmati ci sarebbe stata meglio del soldato israeliano col ghigno satanico: giovane, bionda, senza velo, libera. Ma il regime iraniano ride della nostra viltà. E sarebbe ora di smettere di regalargli questo piacere.</p><p><br></p>]]></description>
				<author>Giulio Meotti</author>
			</item>
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				<title>Il Kazakistan vuole essere il re del mercato energetico mondiale</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 06:19:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<description><![CDATA[<p>La frenesia diplomatica attorno al conflitto in medio oriente non diminuisce d’intensità e una soluzione negoziale potrebbe prima o poi concretizzarsi. E’ probabile però che la grande instabilità legata alla guerra tra Iran e Stati Uniti abbia innescato una dinamica energetica che si protrarrà anche dopo la fine del confronto militare.<b>&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/03/02/news/lo-stretto-di-hormuz-quei-pochi-chilometri-che-tengono-in-ostaggio-leconomia-globale--126128">La chiusura dello Stretto di Hormuz</a><b>&nbsp;sta mettendo in luce una fragilità sistemica potenzialmente dirompente. Alcuni paesi stanno reagendo prima di altri per provare a correre ai ripari, anche se gli equilibri e alcuni vincoli strutturali sono difficilmente modificabili nel mondo dell’energia.</b> Uno dei pochi che ancora deve fare i conti con il peso della geografia.</p><p><b>Il capo di gabinetto presidenziale della&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/03/11/news/la-guerra-alliran-arriva-fino-allindo-pacifico--263977">Corea del sud</a><b>, Kang Hoon-sik, ha appena annunciato che il paese asiatico si è assicurato da qui alla fine dell’anno oltre 273 milioni di barili di petrolio da fornitori mediorientali e dal Kazakistan. </b>E’ stato sottolineato con grande enfasi che le vie di consegna non toccheranno lo Stretto di Hormuz. La repubblica centroasiatica, uno dei giganti del settore a livello globale, fornirà circa 20 milioni di barili di petrolio sul totale. Si tratta di una mossa che garantisce alla Corea del sud di vivere i prossimi mesi con relativa tranquillità, a prescindere da come si chiuderà il tavolo diplomatico mediato dal Pakistan. La necessità di diversificazione per Seul è urgente: circa il 60 per cento delle sue importazioni di petrolio, infatti, passa dallo Stretto di Hormuz.</p><p><b> Le stime indicano che il Kazakistan rappresenta circa l’1,5-2 per cento dell’offerta mondiale di petrolio.</b> L’alternativa kazaca è sicuramente valida ma non è immune da ostacoli. Il Kazakistan è un attore di primissimo piano sul fronte petrolifero ma sconta una dipendenza logistica dalla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/04/15/news/dopo-il-festival-di-russia-today-a-bologna-bruxelles-contatta-litalia-per-far-rispettare-le-sanzioni--276634">Russia</a>. La principale condotta di esportazione per il paese è l’oleodotto che va sotto al nome di <b>Caspian Pipeline Consortium</b> (CPC), che dall’area occidentale dell’immenso territorio kazaco deve attraversare il territorio russo per raggiungere il Mar Nero e i mercati mondiali. Da esso passa l’80 per cento delle esportazioni kazache. Questo non sta impedendo a molti paesi di interessarsi agli idrocarburi di Astana. Grazie anche al ritorno alla piena operatività del giacimento di Tengiz, la vendita di petrolio da parte del Kazakistan attraverso il CPC sta tornando a livelli molto alti. Una crescita che potrebbe dare respiro anche alle raffinerie europee. Oltre alla logistica che tira in ballo la Russia, sulle esportazioni kazache pesano anche gli attacchi dell’Ucraina ai terminal della CPC, che mirano a mettere in difficoltà Mosca ma che hanno l’effetto collaterale di causare danni anche al Kazakistan.</p><p>Quando si parla di lungimiranza energetica non si può non menzionare la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/04/14/news/trump-mette-la-cina-davanti-al-bivio-iran--276485">Cina</a>. Pechino è presente da più di due decenni nella regione e il vicepremier cinese Ding Xuexiang si trova in questi giorni in Turkmenistan, gigante mondiale del gas naturale. Il funzionario di Pechino è nel paese soprattutto per presenziare all’inizio dei lavori per una nuova fase di sfruttamento del maxi-giacimento di Galkynysh. La repubblica centroasiatica fornisce attualmente circa 40 miliardi di metri cubi di metano all’anno alla Repubblica popolare, sulla base di un accordo che risale addirittura al 2006 e che fa sì che la vendita avvenga utilizzando una condotta che attraversa il territorio dell’Uzbekistan e del Kazakistan, che a loro volta contribuiscono al flusso. <b>L’obiettivo ufficiale è aumentare tale livello fino a oltre 60 miliardi di metri cubi, per arrivare a coprire una quota più alta del fabbisogno di gas naturale cinese, che attualmente su base annua è di circa 430 miliardi di metri cubi.</b> Come termine di paragone, la Russia nel 2025 ha fornito alla Cina quasi 40 miliardi di metri cubi. Si tratta di due forniture complementari, considerando che quelle russe coprono la parte orientale della Cina mentre quelle turkmene l’area occidentale del paese.</p><p><br></p>]]></description>
				<author>Davide Cancarini</author>
			</item>
					<item>
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				<title>Make Milano Greater again (come Londra). Ora serve una legge</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 06:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<description><![CDATA[<p>La primavera del 2027 fa presto ad arrivare, nessun dubbio che i<b> milanesi voteranno ancora per un sindaco solo di Milano, mentre i cittadini della Città metropolitana di Milano non voteranno per nessun sindaco: se lo troveranno imposto con una elezione “di secondo livello”</b>, che sarà sempre il sindaco (la sindaca) di Milano. Solo che non avrà poteri sulla Città metropolitana e – giocoforza – se ne disinteresserà. Spiace dirlo, ma è così da sempre, dalla legge Delrio del 2014 – sciaguratamente mai attuata – che introduceva il suffragio diretto per il sindaco metropolitano. I milanesi metropolitani si mettano dunque l’animo in pace, anche per questo giro; i milanesi “de Milàn” potranno invece continuare a lagnarsi dei problemi della “loro” città – dalla casa ai trasporti al welfare – senza però riflettere che molti di quei problemi nascono dal fatto che due terzi della Milano reale viene tenuta fuori dal perimetro delle decisioni.</p><p><i>That’s all folks</i>. O anche no. Perché qualcosa, lentamente ma con la costanza che scava la pietra, si muove. Così che il sindaco (di Milano)&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/beppe-sala--1245">Beppe Sala</a>&nbsp;si ritrova allo stesso tavolo di Attilio Fontana, con Cristina Rossello parlamentare di Forza Italia e con Emilio Del Bono, con Elena Becalli rettrice della Cattolica e con Giorgio Gori, con Sergio Scalpelli del Centro studi Gran Milano e Antonio Calabrò, presidente della Fondazione Assolombarda. Un bel confronto coordinato lunedì scorso da Daniela Mainini, presidente del Centro studi Grande Milano, con un titolo volutamente operativo: “Una legge speciale per Milano: più autonomia e competenze”. E la cosa notevole è che il sindaco Sala e il governatore Fontana, Gori e gli altri, dicono più o meno le stesse cose: servono maggiori risorse e strumenti per rafforzare il ruolo della città “a rappresentare l’Italia anche a livello internazionale.</p><p>Dice Daniela Mainini: “Una legge per Milano non implica un privilegio, ma una responsabilità: dotare la città di strumenti più efficaci per affrontare sfide cruciali… Oggi Milano non compete più con le altre città italiane; compete con Parigi, Berlino, Madrid, che hanno un’autonomia speciale integrata nel sistema nazionale”. Sono discorsi che si ascoltano da almeno vent’anni, e non certo per colpa dei tanti riformisti impegnati: qualche colpa in più può essere imputata alla Legge Delrio che ha istituito le Città metropolitane, ma in sostanza come sacchi vuoti. Nel frattempo in Parlamento è in discussione una legge addirittura costituzionale per modificare lo statuto e i poteri di Roma Capitale (iter molto inceppato, va detto), che gode comunque già di una legge speciale. Per Milano nulla è stato fatto. Anzi qualcosa sì: “Il nostro incontro arriva dopo che a metà gennaio il Consiglio regionale ha approvato una mozione che chiede al Parlamento di avviare un iter in questa direzione”.</p><p>Il testo della mozione è stato approvato il 13 gennaio scorso, un <b>invito a elaborare una proposta di legge da sottoporre al Parlamento. Alla base un accordo bipartisan, più che altro l’impegno a trovare una proposta comune</b>. Nella mozione si legge che “Milano rappresenta un polo urbano di rilevanza internazionale, punto di riferimento per l’economia nazionale, l’innovazione, la finanza, la cultura e le relazioni internazionali; il suo consolidato inserimento nei circuiti europei e globali, unito alla complessità e specificità delle funzioni che è chiamata a svolgere, impone un assetto istituzionale che le consenta maggiore efficacia decisionale, semplificazione amministrativa e flessibilità normativa”. Fin qui tutto bene. Poi molto dipende da come la si immagina, questa legge per Milano. I consiglieri regionali promotori, centrodestra, sottolineano “che la città di Milano come capoluogo della regione Lombardia è già inserita in una rete di dinamiche sia competitive, ma anche di cooperazione, con le realtà più sviluppate su scala europea e internazionale: si pensi non solo alla Regio Insubrica, ma anche a Eusalp, ai ‘Quattro motori d’Europa’ (insieme a Baden-Württemberg, Catalogna e Alvernia–Rodano-Alpi)” e che ha “la necessità di tenere il passo con queste realtà, da una parte, e di continuare a svolgere quel ruolo di ‘Locomotiva del paese’, dall’altra”. Ma non tutte le forze politiche concordano su tutto, ovviamente. Del resto la sinistra sta litigando con sé stessa anche sul sostegno o meno della legge per Roma. Ma alcune cose dovrebbero essere chiare a tutti: i politici soprattutto, ma anche agli <i>stakeholder</i> lombardi e non solo: come ha giustamente detto Sala occorre muoversi con una prospettiva di interesse nazionale. La sinistra è più orientata verso un sostanziale rafforzamento dei poteri della Città metropolitana, senza iscrivere il progetto nella cornice autonomista che piace alla Lega (e un po’ a Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia sembra assai lontana dal tema).</p><p>Queste le strettoie politiche. Ma <b>che una legge sia ormai urgente lo spiegano i fatti</b>. Il primo che emerge dai dati del Servizio studi del Senato sul confronto fra Roma Capitale e altre città Europa, ripresi dal Riformista in occasione del convegno di lunedì, è il dislivello con le altre metropoli europee. A partire da Londra, il modello ritenuto più funzionale per una città come Milano: dal 2000 è stata istituita la Greater London, su un’area di 8 milioni di abituanti. <b>Il sindaco di Londra eletto a suffragio diretto e ha poteri che in Italia sarebbero divisi tra Comune,  area metropolitana, regione e i ministeri di volta in volta implicati</b>. Parigi dal 2017 ha rafforzato la Metropole du Grand Paris – 7 milioni – con decisive competenze su sviluppo territoriale e mobilità. Ha insistito Beppe Sala che Milano è “una metropoli ha necessita di poter decidere l proprie politiche urbanistiche e abitative”. Ed è palese a tutti che – ad esempio – il gravoso problema abitativo sarebbe, se non risolto, certo di molto alleggerito se esistesse una politica urbanistica coordinata, e un sistema di trasporti potenziato con “strumenti di area vasta”. Un altro dato emerso è interessante, perché va in controtendenza con le retoriche sulla città ricca ed escludente: nel bilancio di previsione 2026 di Milano il gettito da addizionale Irpef salirà di 30 milioni. Non solo per l’aumento delle aliquote, ma perché una parte dei nuovi milanesi è più ricca e paga aliquote Irpef maggiori. “Milano si arricchisce perché attrae persone ricche”. Il problema è chi avrà facoltà di usare quei fondi.</p>]]></description>
				<author>Maurizio Crippa</author>
			</item>
					<item>
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				<title>Se J.D. Vance dà lezioni di teologia al Papa</title>
				<link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/04/16/news/se-jd-vance-da-lezioni-di-teologia-al-papa--276636</link>
				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 06:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<description><![CDATA[<p><i>Roma. </i>“Come valuto l’attacco di Donald Trump contro Papa Leone XIV? Come tutto il resto in Trump, anche questo attacco è guidato dal suo enorme ego. Non è un uomo complicato. Le sue parole e il suo comportamento nel corso di molti decenni mostrano chiaramente che orgoglio e vanagloria sono le sue motivazioni principali, e tutto ciò che ritiene possa accrescere la propria gloria prevale su ogni altra considerazione”. A dirlo, in una conversazione con il Foglio, è <b>Edward Feser</b>, filosofo americano, cattolico e conservatore. Uno di quelli convinti che lo stato liberale abbia concluso la sua parabola. Insomma, non certo un pericoloso obamiano iscritto d’ufficio alla lista dei “perdenti”, per dirla con Trump, che anche ieri ha ribadito di saperne più del Pontefice quantomeno in politica estera. Trump che “quando mostra moderazione – dice Feser – lo fa solo per interesse personale. E nell’ultimo anno ha mostrato molta meno moderazione proprio perché non deve affrontare una rielezione ed <b>è interessato a lasciare il segno nella storia nel tempo che gli resta</b>. Questa è la ragione di <b>azioni bizzarre e avventate</b> come il tentativo di annettere la Groenlandia, il piano tariffario estremamente drastico di un anno fa, guerre o minacce di guerra in Venezuela, Iran e altrove, l’intitolazione di cose a suo nome e grandi progetti edilizi, e così via. E l’egomania è ormai arrivata a un punto tale che è disposto a mostrare disprezzo per il Papa e a rappresentarsi come Gesù Cristo”. Da cosa deriva tutto ciò? “<b>Se sia malato mentalmente è difficile dirlo, ma è certamente molto malato spiritualmente, e i cortigiani che lo circondano, che lo adulano continuamente e minimizzano o giustificano i suoi eccessi, stanno arrecando un grave danno alla sua anima</b>. I molti cristiani che fanno questo sono particolarmente riprovevoli. Se credono davvero a ciò che affermano, dovrebbero capire che stanno contribuendo alla sua mancanza di pentimento e al rischio della dannazione. Non sono suoi veri amici. E incoraggiando il suo cattivo comportamento, danneggiano non solo lui, ma anche il paese e il mondo”. Il problema, però, non è solo Trump. Il suo vice, <b>J. D. Vance</b>, dà eco all’attacco domenicale del presidente. Se Trump passava da riflessioni sulla “debolezza” di Leone sul fronte della criminalità e lo accusava di ingratitudine per non aver riconosciuto il ruolo di The Donald in Conclave, a Vance è affidato il compito di dare struttura “teologica” all’assalto. Con risultati discutibili, vista l’argomentazione.</p><p>Dopo aver detto che il Pontefice dovrebbe occuparsi di morale e non di politiche pubbliche americane – torna il vecchio principio della libera Chiesa in libero stato, dove<b> la Chiesa diventa un alleato se fa e dice quel che vuole il detentore del potere laico</b> – in un altro intervento ha approfondito la questione: il Papa “dice che Dio non è mai dalla parte di coloro che brandiscono la spada”, ma “c’è una tradizione di più di mille anni della teoria della guerra giusta. Nello stesso modo in cui è importante per il vicepresidente degli Stati Uniti essere cauto quando parlo di questioni di politica pubblica, penso che sia molto, <b>molto importante per il Papa essere cauto quando parla di questioni di teologia</b>. E penso che uno di questi problemi qui sia che c’è stato – se stai per esprimere un’opinione su questioni di teologia, devi essere cauto, devi assicurarti che sia ancorata alla verità, e questa è una delle cose che cerco di fare, ed è certamente qualcosa che mi aspetterei dal clero, che siano cattolici o protestanti”.</p><p>Ieri pomeriggio, intanto, <b>il Papa è giunto in Camerun</b>, seconda tappa del suo viaggio africano che lo terrà lontano da Roma fino al prossimo 23 aprile. Lasciata l’Algeria  – il Pontefice ha rimarcato l’attualità e la forza ancora viva di sant’Agostino –, è atterrato a Yaoundè, dove nel suo primo discorso ufficiale, al Corpo diplomatico e alle autorità locali, ha auspicato ancora una volta la pace che però “<b>non può essere ridotta a slogan</b>: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza. La pace, ha detto Leone XIV, non si decreta: si accoglie e si vive”.</p>]]></description>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<title>Il patto di Lupi. Il congresso di Noi moderati sembra il lancio della corsa a sindaco</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 06:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gran Milano</category>
				<description><![CDATA[<p>Diciassette punti di differenza. E’ quello che separa il No dal Sì al referendum, nella città di Milano. A favore della sinistra, che però è alle prese con le sue scelte interne. Nel centrodestra invece quei 17 punti sono una batosta e basta. Inattesa, pesantissima. Tanto da dare per perdente chiunque, tra i bookmaker, nella corsa per il prossimo sindaco.</p><p>Eppure, proprio dopo il referendum, a Milano sono iniziati ad apparire dei giganteschi cartelloni. C’è il volto di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/01/15/news/maurizio-lupi-sindaco-ideale-in-eterna-attesa-di-una-coalizione--128553">Maurizio Lupi.</a>&nbsp;E – tra i vari slogan – uno che sembra preludere a un nuovo attivismo: “Milano merita risposte”.<b> In effetti è il payoff del congresso regionale di Noi Moderati il 18 aprile, al Marriott Hotel di via Washington. Ma sembra – oltre che una convention di partito – l’inizio di una campagna elettorale da parte del leader di Noi Moderati. Anche il congresso ha persone e titoli di panel quantomai evocativi di un progetto cittadino</b>. Apre<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/03/16/video/la-russa-vedra-la-famiglia-nel-bosco-ma-dopo-il-referendum-stupito-dalle-polemiche--263755"> Ignazio La Russa</a>, primo vero e grande sponsor di Maurizio Lupi, seguito da Attilio Fontana (che ha dichiarato recentemente di aver partecipato anche al lancio dell’associazione di Antonio Civita perché “chiunque si metta in gioco merita attenzione”). Poi, sempre nel programma, i segretari regionali dei vari partiti. E’ importante il titolo (e soprattutto il punto di domanda): “Il centrodestra torna protagonista?”. Così come è importante il focus su Milano e il lavoro, con i sindacati e la Cdo. E poi, ancora, gli enti che rendono importante questa città (Fondazione Fiera, Fondazione Cariplo, le università e la Chiesa, Fondazione Feltrinelli). E poi, ancora, il focus sulla casa, sia popolare sia invece legata al caos urbanistica. Insomma, se vuole essere un antipasto della campagna elettorale, gli ingredienti ci sono tutti.</p><p>Rimane il quesito: ma perché mai Maurizio Lupi vorrebbe cimentarsi in una campagna per lui difficilissima? Quesito da aggiungere al velenoso ex Formigoni che a ogni piè sospinto gli ricorda il consenso del suo partito “uno zero virgola”. Secondo i fini analisti della politica meneghina sta nel fatto che Lupi sa far di conto sui tempi delle elezioni. Prima delle amministrative previste per la primavera 2027 è difficile che si possano tenere le politiche: i parlamentari matureranno la pensione a metà aprile. Dopo le amministrative, dunque. A scadenza naturale: ottobre 2027. <b>Quale miglior traino per il partito di Maurizio Lupi di una campagna elettorale in un feudo della sinistra, ma di grandissima visibilità, una battaglia nella quale Lupi potrebbe giocare su un campo larghissimo (l’idea è evidentemente che tutto il centrodestra lo appoggerebbe unito: forse un tantino azzardata, sussurrano gli osservatori più cinici) ma anche in splendida solitudine (difficile pensare che i leader nazionali ci metteranno la faccia).</b> Tanto più che – altro calcolo ipotetico – se di fronte ci fosse Pierfrancesco Majorino potrebbe far valere il confronto tra moderazione e radicalismo (e non a caso i manifesti di oggi già preannunciano: “Moderati per natura”).</p><p>Infine, terzo dato: la debolezza del centrodestra. <b>Ad oggi in campo sono in due. Da una parte il civico Antonio Civita. Dall’altra, il politico Maurizio Lupi. Forza Italia, terremotata dalla diatriba Tajani-Marina continua a propendere per un civico.</b> E non è un caso che all’evento presso Galdus di Civita ci fosse tutto lo stato maggiore locale degli azzurri. Fratelli d’Italia, da parte sua, insiste per un politico, tirando la volata a Maurizio Lupi. Poi c’è la Lega, che aveva provato a gettare nella mischia il nome di Ferruccio Resta. L’ex rettore del Politecnico tuttavia non è disponibile, in queste condizioni, a correre una partita non difficile ma impossibile. Non è un caso che abbia dato il suo endorsement proprio a Civita. Il Carroccio però un altro nome molto spendibile ce lo potrebbe avere, quello di Marco Giachetti. Architetto, presidente della Fondazione Ca’ Granda, che sta ultimando in questi mesi il nuovo Policlinico: un’opera gigantesca, parte della quale realizzata con i fondi dei privati, di persone o aziende che hanno voluto donare – come avveniva un tempo – per il principale ospedale cittadino. Il Policlinico dovrebbe essere pronto entro i prossimi mesi. Vale tuttavia per Marco Giachetti la domanda di tutti gli altri: ma davvero il gioco vale la candela? Oppure è già persa in partenza?</p>]]></description>
				<author>Fabio Massa</author>
			</item>
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				<title>Senza svolte su Kyiv, la leadership di Schlein non uscirà dalla fase gruppettara</title>
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				<pubDate>Thu, 16 Apr 2026 06:06:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<description><![CDATA[<p><b>La sconfitta al referendum, prima, e le bordate di Trump, dopo, sommate alle difficoltà economiche registrate dall’Europa, e ovviamente anche dall’Italia, e sommate a loro volta alle conseguenze del conflitto in Iran, sono tutti elementi che hanno costretto negli ultimi giorni la politica a rivedere alcuni piani</b>, a ricalibrare i messaggi, a trovare nuovi equilibri e a ragionare sul futuro con uno sguardo molto diverso rispetto a quello avuto fino a qualche mese fa. Per Giorgia Meloni la sfida, neanche a dirlo, è trovare una chiave per trasformare i molti ceffoni ricevuti nell’ultimo mese (referendum sulla giustizia affossato, bocciatura di Orbán su cui aveva puntato, rottura con Trump con modalità non esattamente calcolate) in <b>un’occasione per ripartire</b>, per provare a muoversi come se ci fosse un altro governo senza cambiare granché rispetto al governo attuale (un “Meloni bis” senza un vero cambio di linea, più di postura che di sostanza): sfida non facile, che rischia di trasformarsi semplicemente in un tentativo di aumentare la spesa pubblica andando a sforare il deficit.</p><p><b>Per i suoi oppositori, evidentemente, la sfida è trasformare i prossimi mesi in un’occasione utile per avvicinarsi alle elezioni uscendo dalla stagione della semplice lotta ed entrando nella stagione della postura di governo. </b>Giuseppe Conte, a modo suo, è già entrato in questa modalità, tornando a indossare la pochette,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/04/14/news/conte-presenta-il-nuovo-libro-andranno-speranza-gualtieri-e-guerini-mistero-schlein-renzi-non-invitato--276522">scrivendo un libro</a>, presentandosi come l’alternativa di “esperienza” alla Schlein, evocando anche l’ipotesi delle primarie per la leadership, unico modo peraltro che potrebbe avere Conte per essere il candidato del centrosinistra. Elly Schlein, da quando si trova alla guida del Pd, ha sempre avuto  una certa difficoltà (eufemismo) a fare quello scatto necessario per passare dalla stagione della<b> leader movimentista e gruppettara</b> a quella della leader che si candida a muoversi come un presidente del Consiglio in pectore. Nell’ultima settimana però qualcosa è cambiato. Non è ancora una svolta, ma è il primo segnale di una possibile correzione di rotta. Si tratta di un pezzo di una piccola storia, che tuttavia merita di essere raccontata. Scena numero uno: la scorsa settimana, alla Camera, Elly Schlein che per la prima volta si contrappone a Meloni in Aula con un discorso che non passa inosservato: stile asciutto, poche supercazzole, qualche frase a effetto e un messaggio diverso dalla solita e vuota retorica antifascista. Tema di Schlein: l’errore di Meloni, in questi anni, è stato aver fatto troppo poco, quattro anni di occasioni sprecate, e a prescindere dal merito è un messaggio molto diverso dal dire che in quattro anni l’Italia è diventata come l’Ungheria di Orbán. Il passaggio più interessante però – scena seconda – è quello che si è registrato martedì alla Camera quando, a sorpresa, mentre gli alleati di Schlein infierivano su Meloni a seguito delle parole di Trump, dove per alleati si intendono Giuseppe Conte e Matteo Renzi, la leader del Pd, come avete visto,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/04/14/news/lopposizione-difende-meloni-da-trump-schlein-attacco-inaccettabile-m5s-solidarieta-ma-premier-prona--276563">ha preso la parola per esprimere solidarietà alla premier</a>. Schlein ha detto che “nessun capo di stato straniero può permettersi di attaccare, minacciare o mancare di rispetto al governo italiano”.&nbsp;</p><p>Ha detto: “Noi siamo all’opposizione di questo governo, e lo siamo con convinzione... Ma qui non è in gioco il confronto politico tra maggioranza e opposizione. <b>Qui è in gioco il rispetto dovuto al nostro paese, alle nostre istituzioni democratiche e alla sovranità dell’Italia</b>. Per questo vogliamo esprimere la nostra ferma condanna di quanto accaduto. E chiediamo che questa condanna sia condivisa da tutte le forze politiche presenti in quest’Aula”. E ha poi concluso arrivando persino a esagerare (Trump lo si può detestare, e su questo giornale abbiamo dato spesso prova di non amore, ma criticare un governo per essere timido nel sostegno alla lotta contro gli ayatollah è lesa maestà?): “Noi – ha detto Schlein – non accettiamo che il nostro paese venga trattato come un soggetto debole o subordinato. Non lo accettiamo oggi e non lo accetteremmo con nessun governo. (…) E proprio perché siamo un’opposizione seria, oggi diciamo con nettezza che quegli attacchi non sono tollerabili. E che difendere le istituzioni italiane non è un favore al governo: è un dovere verso i cittadini che rappresentiamo. Per questo rinnoviamo la nostra richiesta di una presa di posizione chiara e unitaria da parte di tutto il Parlamento. L’Italia merita rispetto. E il rispetto si difende insieme”.</p><p>Per la prima volta da quando Schlein è segretaria del Pd,<b> l’Aula intera le ha tributato un applauso</b>, elemento non scontato, e per la prima volta da quando Schlein è segretaria del Pd la sua postura è apparsa diversa dal voler essere solo la sesta stella del Movimento 5 stelle. Per la prima volta, in altre parole, Schlein si è mossa da leader di opposizione istituzionale, non da competitor interno a Conte. Schlein ha capito che il piano di gioco sta cambiando, ed evidentemente non le deve essere sfuggito il fatto che nel piano di gioco che sta cambiando i movimenti fuori e dentro il Pd sono lì a indicare un tentativo diffuso di cercare alternative alla sua leadership. <b>Un buon intervento alla Camera non basta a cancellare tre anni di leadership opaca, vuota, durante i quali la sinistra modello Schlein ha scelto di accontentarsi dell’algebra (stiamo tutti insieme e tanto ci basta per essere considerati un’alternativa) regalando agli avversari ogni battaglia possibile e immaginabile presente sul terreno politico</b> (battaglia per il garantismo, lotta contro l’antisemitismo, politiche contro l’immigrazione illegale, agenda per la crescita, difesa dell’Ucraina). E Schlein, in questo senso, dovrebbe sapere che per potersi presentare alle elezioni con un profilo più di governo che di lotta, più da premier in pectore che da capo di un’assemblea studentesca, come ha provato a fare in fondo mostrando un briciolo di vicinanza al mondo industriale andando al Vinitaly, ha il dovere di investire su tre temi che oggi sono drammaticamente lontani dall’agenda del Pd: <b>difesa dell’Ucraina, battaglia per la crescita, svolta sull’ambiente</b>.</p><p>Tre assi su cui si misura la credibilità di una forza di governo: politica estera, politica economica, politica industriale. Tre assi i cui deficit possono essere sintetizzati con qualche domanda per niente retorica.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/03/31/news/schlein-e-la-caldaia-a-gas-perche-il-vero-punto-debole-del-pd-e-leconomia--268445">Può il Pd permettersi di avere come unica proposta economica il salario minimo</a>, trovando un’unità sull’economia solo con elenchi della spesa che si trasformano in semplici richieste al governo di spendere di più in violazione di qualsiasi norma sul deficit? Può il Pd permettersi sui temi ambientali di avere <b>una totale incapacità di declinare una visione industriale</b>, con molte chiacchiere sul clima e politiche che sul campo poi sono antitetiche e restrittive sulle rinnovabili, come in Sardegna, o ostili allo smaltimento dei rifiuti via termovalorizzatori o contrarie ideologicamente a ogni forma di neutralità tecnologica, vedi il nucleare? <b>Può il Pd permettersi di essere percepito come un partito che tra la difesa degli estremismi pro Pal e la lotta contro l’antisemitismo sceglie di schierarsi dalla  parte degli estremismi?</b> E soprattutto può il Pd continuare a permettersi di essere tra le famiglie socialiste europee <b>la più timida sulla difesa dell’Ucraina</b>, la meno espansiva nell’abbraccio a Volodymyr Zelensky, la meno attenta a fare della difesa dell’antifascismo più importante che riguarda l’Europa, ovvero l’antiputinismo e la difesa armata dell’Ucraina, una battaglia esistenziale?</p><p>Al referendum gli elettori hanno detto no al governo, e questo è evidente, e ci sono milioni di elettori che cercano alternative al modello Meloni, anche se quegli elettori non sono necessariamente elettori di centrosinistra, ma se Schlein vuole uscire dalla modalità assemblea di istituto e provare a muoversi da leader, e non da follower di Giuseppe Conte, ha queste strade di fronte a sé. Il contesto è cambiato, la competizione è aperta, la necessità di trasformare il movimentismo in leadership sarà un elemento centrale dei prossimi mesi. <b>Meloni è riuscita a trasformarsi in leader nel 2022, quando l’Ucraina venne invasa dalla Russia</b>. Oggi la misura della credibilità non passa solo dalle parole ma anche dai gesti. Andare a Kyiv, rompendo l’imbarazzo del campo largo, potrebbe essere un primo modo per dimostrare che la competizione a sinistra può produrre qualche effetto positivo.&nbsp;</p>]]></description>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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