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		<title>Giustizia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:00:44 +0200</pubDate>
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				<title>L’assurda condanna (annullata) di un sindaco per la morte di una turista travolta da un’onda</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovanni Di Martino, ex sindaco di Praiano, in provincia di Salerno, è stato assolto in appello dall’accusa di omicidio colposo per la morte di una turista travolta dalle onde del mare nel 2018. La vera notizia non è l’assoluzione, arrivata a distanza di ben otto anni, ma che in primo grado il sindaco fosse stato condannato (sei mesi di reclusione con pena sospesa). Il primo cittadino venne infatti ritenuto responsabile a livello penale perché un gruppo di turisti, nel bel mezzo di una mareggiata evidente, decise in totale autonomia di avventurarsi su un ponticello a ridosso dell’acqua per scattare delle foto a effetto.</p><p>I fatti risalgono al 2 gennaio 2018. Una comitiva veneta arriva a Marina di Praia, nel cuore della costiera amalfitana. Le condizioni meteorologiche e marine sono decisamente proibitive e le onde sommergono integralmente l’intera spiaggia. I turisti decidono comunque di andare su un sentiero che consente di fare una passeggiata a ridosso del mare. L’obiettivo, candidamente ammesso in seguito in tribunale, è scattare fotografie dall’alto per immortalare il panorama e la spuma del mare. Per accedere al sentiero, l’unico passaggio possibile per i pedoni è un piccolo ponticello. E’ in questo fazzoletto di cemento che si materializza il cortocircuito logico e giudiziario di questa inchiesta.</p><p>Il giudice di primo grado aveva condannato il sindaco basandosi interamente sulla presunta inadeguatezza posizionale di un cartello di pericolo. Dagli atti emerge però una realtà ben diversa. Il cartello di pericolo c’era, recitava a chiare lettere in italiano e in inglese il divieto di transito in caso di mare agitato, e ce n’era pure un altro identico collocato alla fine del percorso. L’accusa, però, ha sostenuto la singolare tesi che il segnale fosse troppo distante dal punto in cui le onde colpivano la banchina di cemento. Il difensore di Di Martino, l’avvocato Antonio Zecca, ha dovuto penare in aula per spiegare una logica lapalissiana: se si piazza un cartello direttamente nel punto in cui battono le onde, alla prima mareggiata il mare lo divelle e se lo porta via senza pietà. Il segnale va ovviamente collocato prima del pericolo, all’imbocco del percorso e non dove il rischio è già ampiamente in atto. Sarebbe come pretendere di segnalare una curva pericolosa quando si è già in piena curva.</p><p>Non solo. Durante il dibattimento, i turisti hanno ammesso senza troppi giri di parole di non aver minimamente percepito il rischio della mareggiata in corso. Oltre la cartellonistica, hanno ignorato anche i moniti verbali e accorati dei residenti presenti sul posto, che avevano esplicitamente sconsigliato loro di avventurarsi sul quel sentiero.</p><p>Di Martino, da parte sua, non aveva trascurato le proprie funzioni amministrative. In qualità di sindaco aveva formalmente delegato il controllo e la manutenzione della cartellonistica alla polizia municipale e all’ufficio tecnico, come previsto dalla legge. Anche perché il sindaco non può certo trasformarsi in un guardiano del faro, pronto a posizionarsi su ogni luogo potenzialmente pericoloso della città. La Corte d’appello ha per fortuna riconosciuto questa solare evidenza, ribaltando la sentenza e assolvendo l’imputato con formula piena.</p><p>Resta il paradosso tutto italiano di un sistema culturale e giudiziario che fa ricadere la responsabilità penale per le libere scelte, spesso incaute, dei cittadini su chi amministra il territorio. Il sindaco è ormai concepito dalla burocrazia e da una certa giurisprudenza come il capro espiatorio universale, il parafulmine chiamato a rispondere penalmente di eventi naturali straordinari e di comportamenti individuali sprezzanti di ogni logica.</p><p>E la domanda di fondo, al netto di assoluzioni tardive che non ripagano in alcun modo del fango mediatico e giudiziario accumulato negli anni, resta sempre la stessa: ma in queste condizioni, chi lo vuole fare più il sindaco?</p><p>Ermes Antonucci</p>]]></description>
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				<title>Intervista alla pm Teresi: “Si dice che le utilitarie sono usate dalle famiglie, ma non è così”</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Riusciamo a parlare con Ida Teresi, pm della procura nazionale antimafia e componente del direttivo dell’Anm, prima che esploda definitivamente la polemica politica per il post da lei pubblicato giovedì mattina su Facebook (“Le auto piccole sono tipicamente utilizzate da ricchi narcotrafficanti e ricchi mafiosi… e quasi sempre le uniche formalmente intestate. Quelle grosse, chiaramente, a prestanomi”). Parole che sono state  interpretate come una critica alla misura sul bollo auto varata dal governo la sera prima. “Si dice in giro che le auto piccole sono utilizzate dalle famiglie, ma non è così. Era una considerazione del modo con cui si muove la criminalità che non ha nessun riferimento alle scelte finanziarie”, ci dice Teresi. “Ma l’ha scritta il giorno dopo l’approvazione della misura”, notiamo.&nbsp;“Sì ha ragione, ma in questo caso era solo il pubblico ministero che faceva una riflessione sulla questione generale. Comunque ho appena eliminato il post”, risponde Ida Teresi, che nell’Associazione nazionale magistrati riveste – curiosamente, a questo punto – l’incarico di presidente della commissione “Strategie comunicative”.</p><p>Il nostro tentativo di avere chiarimenti sul post, comunque prosegue, facendo di nuovo notare a Teresi la tempistica singolare con cui ha avanzato un’analisi sulle automobili utilizzate da narcotrafficanti e mafiosi proprio poche ore dopo che la premier Meloni ha annunciato l’esenzione per il 2027 del bollo auto per le vetture di piccola e media potenza (fino a 80 kW), quelle in gran parte utilizzate dalle famiglie per gli spostamenti quotidiani, e anche per i motocicli. “Il motivo per cui ho eliminato il post è proprio perché ho compreso che il contesto attuale può determinare questa lettura – risponde Teresi –. Invece, ribadisco, la mia riflessione si inserisce in varie analisi che stiamo facendo su strumenti per fare le indagini che risentono della lettura delle modalità con cui la criminalità organizzata si muove. In questo ampio osservatorio, ascoltando una serie di commenti della società civile, notavo che l’idea che le auto di piccola cilindrata siano delle famiglie mi ha fatto pensare a quante volte noi invece ci mettiamo le intercettazioni ambientali perché le usano i narcotrafficanti. Era una considerazione su un dato di lettura di realtà, a prescindere dal perché oggi sono venute in rilievo queste auto di piccola cilindrata. Non so se mi sono spiegata”.</p><p>Più che una spiegazione sembra una frase pronunciata dal conte Mascetti in “Amici miei”.</p><p>Nel frattempo sulle  parole di Teresi esplode la polemica politica. Fratelli d’Italia rilancia sui social il post della pm definendolo “un delirio”: “Un’affermazione che finisce per essere uno schiaffo a tutti quegli italiani che, per scelta o per necessità, utilizzano un’auto di piccole dimensioni. Secondo la lettura del pm, il provvedimento sarebbe addirittura un favore ai mafiosi. Ormai, pur di attaccare il governo Meloni, c’è chi arriva a stravolgere la logica e il buon senso”.</p><p>Pochi minuti dopo,  Teresi pubblica un altro post, stavolta di presunto chiarimento: “Il post che avevo pubblicato stamattina non era in alcun modo riferito alla decisione adottata dal governo di abolire il bollo auto. Era una riflessione più ampia sulle abitudini di narcotrafficanti ed esponenti della criminalità organizzata, e non c’era ovviamente nessun nesso con le scelte finanziarie dell’esecutivo, argomento del tutto lontano e separato dall’attività giudiziaria”. Insomma, quel che Ida Teresi sembra voler dire è che ieri mattina si è alzata dal letto col pensiero delle auto di piccola cilindrata e ci ha costruito su una riflessione sul contrasto alla criminalità organizzata. Chi, d’altronde, non si è mai svegliato con questo pensiero?</p><p>In poco tempo la vicenda diventa tragicomica. Sotto al post di Teresi infatti c’è chi chiede ironicamente maggiori dettagli al magistrato: “Non vorrei mai ostacolare l’attività di contrasto alla criminalità organizzata acquistando un veicolo tipicamente usato dai criminali, perché questo poi imporrebbe alle Forze dell’ordine di destinare tempo e risorse scarsi per controllarmi. Urge una whitelist di modelli non sospetti”, scrive un utente. “Devo cambiare vettura e adesso oltre al dubbio tra ibrida e benzina ho anche quello tra ‘vettura da narcotrafficante’ e ‘vettura da prestanome’”, aggiunge un altro.</p><p>Intervengono in modo sarcastico anche due colleghe. Natalia Ceccarelli (giudice della Corte d’appello di Napoli): “Scusa Ida, ma se avevi questo popo’ di ispirazione riflessiologica, perché lo hai cancellato? Potevamo aprire un dibattito!”. Clementina Forleo (giudice della Corte d’appello di Roma): “Io per cautela prendo l’autobus”.</p>]]></description>
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				<title>Il falso scandalo sugli esami ai magistrati</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 05:52:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Prepariamoci al riflesso condizionato:<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/16/news/il-csm-approva-la-delibera-che-introduce-i-test-psicoattitudinali-per-i-magistrati--407799"> i test psicoattitudinali per i magistrati&nbsp;</a>come nuova prova dell’accanimento della politica contro le toghe, si dirà oggi, come tentativo di mettere sotto esame chi dovrebbe soltanto amministrare la giustizia. Ma la delibera approvata ieri dal plenum del Csm, con sei astensioni, racconta una storia più complicata. Il decreto del 2024 ha introdotto i test soltanto per l’accesso in magistratura, non durante la carriera, affidando proprio al Csm la loro elaborazione secondo gli standard internazionali di psicometria. Partiamo da un dato semplice. <b>Test di questo tipo non sono “un’umiliazione” inventata per i magistrati: accertamenti psicoattitudinali sono già previsti per chi entra nelle forze dell’ordine, nelle forze armate, nei vigili del fuoco e in altri concorsi pubblici. Il punto, dunque, non è chiedersi perché mai un magistrato possa essere sottoposto a una verifica alla quale vengono già sottoposti molti altri servitori dello stato. Il punto vero è capire che cosa quella verifica misurerà. </b></p><p>Ed è qui che la vicenda diventa interessante. Quando il governo introdusse i test, il ministro Carlo Nordio spiegò che l’obiettivo era intercettare eventuali disturbi psichici o di personalità. Il Csm, dopo aver ascoltato diciannove esperti, ha invece escluso i test sulla personalità, giudicandoli scarsamente predittivi, e ha spostato l’attenzione sulle capacità cognitive, sul ragionamento, sulla soluzione dei problemi e sull’adattamento a situazioni nuove. La delibera approvata ieri aggiunge tra le aree da valutare anche quella emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. Si può quindi discutere molto dell’opportunità dei test. Ma prima di gridare alla delegittimazione conviene osservare il paradosso: la questione concreta non è che ai magistrati venga imposto chissà quale esame psicologico invasivo. E quasi l’opposto. Il rischio da verificare dopo il passaggio al Csm di ieri non è dunque quello di avere un test troppo aggressivo. E’ l’opposto. E’ quello di avere un test così prudente da diventare innocuo. E dunque forse inutile.</p>]]></description>
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				<title>Il Csm approva la delibera che introduce i test psicoattitudinali per i magistrati</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 19:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Via libera del Csm alla delibera con cui si individuano le "condizioni di inidoneità alla funzione giudiziaria", in relazione ai test psico-attitudinali per i magistrati, previsti dalla riforma del 2024.</b> Il plenum, con 6 astensioni, ha approvato il documento proposto dalla sesta commissione all'unanimità. La misura sarà preceduta da una fase di sperimentazione: una commissione di docenti, si legge nella delibera, predisporrà le prove che dovranno poi essere approvate dal Consiglio. I test entreranno anche nella prova orale del prossimo concorso. <b>La valutazione riguarderà cinque aree: cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. La disciplina, frutto del lavoro di esperti, sarà applicata a regime nel 2028.</b></p><p>Il provvedimento ha l'obiettivo di individuare, in vista della futura elaborazione dei test,<b> "quelle condizioni di inidoneità a cui il legislatore fa riferimento e all'accertamento delle quali i test dovranno essere finalizzati".</b> Le condizioni di inidoneità, che dovrebbero impedire l'accesso alla carriera di pubblico ministero o giudice, dovranno essere accertate "all'esito di un percorso che inizia con la somministrazione test, si sviluppa nel colloquio diretto dal presidente della seduta con l'ausilio di un esperto psicologo e si conclude con una sintesi valutativa operata dall'intera commissione (o sottocommissione) esaminatrice". <b>Nella delibera approvata dal plenum si sottolinea che i test psicoattitudinali, elaborati con la collaborazione di quattro esperti psicologi, sono uno strumento "volto ad accertare l'assenza di condizioni di inidoneità, non a diagnosticare condizioni patologiche".</b></p>]]></description>
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				<title>L&#039;assurdo caso dei dieci medici indagati, sulla base del “senno di poi”, per aver negato un suicidio assistito</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Potremmo chiamarlo il paradosso sul fine vita. Per la prima volta in Italia, dieci medici sono indagati per non aver permesso nel 2023 un suicidio assistito a una malata terminale, ma l’indagine si basa su un’interpretazione fornita dalla Corte costituzionale solo nel 2024, cioè dopo che la donna era già morta. La vicenda riguarda Sibilla Barbieri, regista e scrittrice romana, affetta da una patologia oncologica irreversibile. Nell’estate del 2023 chiese all’Asl Roma 1 di verificare se potesse accedere al suicidio medicalmente assistito. I medici diedero un responso negativo, ritenendo che mancasse una delle condizioni indicate dalla Consulta nella sentenza del 2019 che regola la materia in assenza di una legge: essere tenuta in vita da un “trattamento di sostegno vitale”. Barbieri decise allora di andare in una clinica in Svizzera, dove morì il 31 ottobre 2023 sottoponendosi al suicidio assistito. Fu accompagnata dal figlio e dall’ex senatore Marco Perduca, con l’aiuto di Marco Cappato, poi indagati e prosciolti per aiuto al suicidio. A quasi tre anni di distanza, a essere indagati sono dieci medici dell’Asl Roma 1.&nbsp;</p><p>All’indagine contro i medici si è arrivati dopo una denuncia presentata dalla famiglia di Barbieri nei confronti dell’Asl. Al termine delle indagini la  procura di Roma aveva chiesto l’archiviazione, ma il gip ha accolto l’opposizione presentata dalla famiglia di Barbieri e ha fissato per il 16 dicembre l’udienza nella quale dovrà decidere come procedere. Le ipotesi di reato comprendono, a vario titolo, il rifiuto e l’omissione di atti d’ufficio, la violenza privata e la tortura.</p><p>Il grande paradosso di tutta la vicenda è che all’epoca la giurisprudenza costituzionale non aveva affatto chiarito il concetto di “trattamento di sostegno vitale” (che, peraltro, rimane non pienamente definito ancora oggi).</p><p>Nel 2019 la Corte costituzionale aveva stabilito che l’aiuto al suicidio può non essere punibile, in determinate condizioni, quando la persona è affetta da una patologia irreversibile, sottoposta a sofferenze intollerabili, capace di prendere decisioni libere e consapevoli e “tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale”. Quella sentenza, però, non aveva definito in modo preciso che cosa dovesse rientrare in questa categoria. Il requisito era dunque già previsto, ma restavano incerti i confini entro i quali un trattamento potesse essere considerato indispensabile per mantenere in vita il paziente.</p><p>La questione è stata affrontata dalla Consulta nel 2024. Con la sentenza n. 135, la Corte ha chiarito che un trattamento di sostegno vitale non deve necessariamente essere una macchina o un apparecchio, ma può comprendere anche alcune procedure svolte dal personale sanitario o dai famigliari, come il cateterismo urinario, l’evacuazione manuale dell’intestino o l’aspirazione del muco, quando siano necessarie per garantire funzioni vitali e la loro interruzione possa portare alla morte in tempi brevi.</p><p>Sibilla Barbieri non era tenuta in vita da ventilatori o respiratori meccanici, ma da malata oncologica terminale era sottoposta a trattamenti farmacologici. Quando è andata in Svizzera, era diventata dipendente dall’ossigenoterapia e assumeva dosi importanti di analgesici. Per la famiglia di Barbieri, la Asl avrebbe dovuto rivalutare la situazione alla luce di quel peggioramento.</p><p>Il primo paradosso è evidente: i medici dell’Asl Roma 1, per una decisione presa nel 2023, sono indagati penalmente sulla base di una precisazione della Corte costituzionale arrivata nel 2024, secondo una sorta di giurisprudenza retroattiva affidata al senno di poi. Ma c’è un secondo aspetto problematico. Anche se la precisazione della Consulta fosse arrivata prima della richiesta avanzata da Barbieri all’Asl Roma 1, non è detto che la valutazione dei medici sarebbe stata scontata. Barbieri assumeva farmaci legati alla sua patologia ed era diventata dipendente dall’ossigenoterapia, ma stabilire se e quali di questi trattamenti integrassero il requisito del “sostegno vitale” avrebbe richiesto comunque una valutazione concreta da parte dei medici.</p><p>La stessa giurisprudenza della Corte costituzionale non appare affatto chiara. Basti pensare che con una sentenza depositata nel luglio 2026, la Consulta ha chiarito che il concetto di “sostegno vitale” include vari tipi di sostituzione di funzioni corporee, ma non si estende in modo automatico a chi assume semplici terapie o farmaci non immediatamente salvavita. Insomma, il fatto che un paziente assuma oppioidi ad alto dosaggio per sopportare il dolore non significa, da solo, che quegli oppioidi lo stiano “tenendo in vita”. Più complessa la valutazione sul ricorso all’ossigenoterapia, ma anche in questo caso va ricordato che questa può avere caratteristiche da trattamento di sostegno vitale soltanto senza di essa il paziente non riesce a mantenere una funzione respiratoria compatibile con la vita.</p><p>Il punto, allora, è semplice: si può discutere se la Asl abbia sbagliato nel valutare il caso di Sibilla Barbieri, ma trasformare quella decisione in un’ipotesi di reato sulla base di una nozione di “sostegno vitale” che la stessa Consulta avrebbe precisato soltanto dopo significa affidare al senno di poi un peso che, nel diritto penale, dovrebbe avere ben poco spazio.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>&quot;Perché Meloni dovrebbe accettare l&#039;invito ad andare al congresso dell&#039;Anm&quot;. Parla l&#039;ex Guardasigilli Palma</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Meloni dovrebbe accettare l’invito dell’Associazione nazionale magistrati e partecipare al congresso delle toghe di novembre”. Nitto Palma, ministro della Giustizia nel quarto governo Berlusconi e già presidente della commissione Giustizia del Senato, non ha dubbi: la presidente del Consiglio dovrebbe accogliere l’invito lanciatole dal presidente del sindacato togato, Giuseppe Tango, a presentarsi al congresso dei magistrati del prossimo 27-29 novembre, anche sapendo che l’accoglienza potrebbe essere tutt’altro che calorosa. Anzi, proprio per questo. Perché il congresso dell’Anm può diventare l’occasione per mettere sul tavolo, direttamente davanti alle toghe, una questione che da anni avvelena i rapporti tra politica e giustizia: quali sono i confini tra i poteri dello Stato. “Se fossi Meloni, andrei”, dice Palma. “Non spenderei una parola sul referendum – aggiunge –. L’esito è noto, il popolo si è espresso. Riportarlo al centro oggi non avrebbe alcun senso. Il tema vero è un altro. Bisogna tornare a parlare di correttezza istituzionale, di rispetto reciproco e dei territori di competenza”.</p><p>E’ qui che l’ex ministro vede il nodo della crisi tra politica e magistratura. “Fino a trentacinque anni fa c’era una distinzione molto più netta. La vera frattura arriva con Mani Pulite”. Da allora, secondo Palma, una parte della magistratura ha progressivamente assunto “un ruolo quasi politico, o comunque para-politico”, entrando sempre più spesso nel terreno del confronto politico e legislativo.</p><p>Un esempio riguarda il diritto di critica. “Non vedo perché un politico dovrebbe avere meno diritto di critica di qualsiasi altro cittadino nei confronti di una decisione giudiziaria”, afferma Palma. Cita il caso recente dell’uomo accusato di molestie  nei confronti di una minore e scarcerato sulla base dell’impegno a non ripetere il comportamento. “Non entro nel merito della correttezza di quella ordinanza, ma è legittimo che abbia suscitato perplessità. Così come è legittimo che un politico lo dica pubblicamente”. Anche perché, sottolinea l’ex Guardasigilli, se una decisione è stata presa applicando correttamente la legge, la politica può comunque intervenire sulle norme, cioè “può cambiare le regole che hanno consentito quella decisione, quindi è legittimo che ne parli”.</p><p>Palma contesta anche le polemiche sollevate dall’Anm contro le ispezioni disposte dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Il ministro non può mandare gli ispettori a verificare la bontà o il merito di una decisione giudiziaria. Può però mandare gli ispettori per verificare se quella decisione sia stata adottata nel pieno rispetto della legge e se ci siano state violazioni disciplinari. Nordio ha detto chiaramente che l’iniziativa non mira a sindacare il merito della decisione, dunque non vedo dove sia lo scandalo”.</p><p>Un altro punto su cui Meloni dovrebbe porre l’attenzione è l’opportunità che i magistrati intervengano per influenzare l’iter di approvazione delle riforme. “Il Consiglio superiore della magistratura – ricorda Palma – ha il compito di esprimere pareri sulle leggi che riguardano l’ordinamento giudiziario, non sul mondo della giustizia, come invece spesso accade”. I magistrati possono certamente criticare una riforma in discussione, ma “devono farlo con correttezza e molto garbo”. Quello che non possono fare, aggiunge Palma, è trasformare la critica in un attacco a chi sta esercitando la funzione legislativa, “altrimenti diventa un caos”. E’ proprio questo caos che l’ex ministro considera il prodotto di una “caduta pesante di stile e di comportamento da parte di tutti”. Le istituzioni, dice, sono come le persone: “Se ci si comporta con educazione e si spiegano civilmente le proprie ragioni, c’è sempre spazio per il confronto”. Ma i territori di competenza “sono ben delimitati: quando uno invade quello dell’altro, si crea il conflitto”.</p><p>E allora Meloni dovrebbe andare. Non per riaprire la battaglia referendaria e nemmeno per cercare una rivincita davanti alle toghe. Dovrebbe andarci per dire, direttamente all’Anm, che la politica non accetta di essere relegata al silenzio sulle sentenze, che il ministro della Giustizia non può essere privato degli strumenti che la legge gli attribuisce e che anche la magistratura deve rispettare il perimetro delle proprie funzioni. Una presidente del Consiglio che accetta di entrare nella casa delle toghe per dirlo avrebbe molto più da guadagnare che da perdere. E se invece rifiutasse, osserva Palma, l’Anm avrebbe una replica fin troppo facile: “Vi avevamo invitato in un gesto di apertura e voi avete rifiutato”.</p><p>Ermes Antonucci</p>]]></description>
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				<title>Violenza sessuale, o il danno delle norme che vogliono essere anche un messaggio</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 11:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Gian Domenico Caiazza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le virulente polemiche sorte intorno all’episodio della 13enne aggredita sessualmente dal commesso bengalese, e soprattutto le modalità di diffusione mediatica della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/02/news/il-violentatore-di-torino-e-straniero-ma-i-giornali-si-autocensurano-il-trionfo-del-woke-giudiziario--406233" target="_blank">notizia</a>, costituiscono il segno più lampante dei danni catastrofici causati da norme penali segnate dalla insana pretesa di assolvere (anche) finalità ideologiche e di “messaggio” politico-culturale. La riforma del reato di violenza sessuale del 1996 rappresentò per molti versi una svolta storica nel progresso civile del nostro paese, soprattutto per aver finalmente collocato quel genere di reati nel capo dei delitti contro la persona e non più dei delitti contro la morale pubblica. <b>Ma la scelta, sistematica e semantica, di qualificare con la sola e comune dizione di “violenza sessuale” sia le “violenze carnali” che gli “atti di libidine violenti” fino ad allora vigenti, piegò invece impropriamente la norma al tributo ideologico e simbolico</b>.</p><p>Quando le norme sono scritte con lo stesso spirito con il quale si scrive uno slogan, causano solo guai. Si volle dire: qualunque atto sessuale posto in essere senza consenso è una violenza sessuale, e ogni distinzione anche solo semantica ci riporterebbe agli intollerabili cascami culturali del codice penale fascista. Senonché, qualunque titolazione si voglia dare alla rubrica di un reato, nella esperienza umana di ciascuno di noi appare inconfutabile che non tutti i comportamenti riconducibili a quella ipotesi di reato vengano percepiti con eguale giudizio di disvalore. E questo è talmente ovvio che la stessa riforma del 1996, sotto il cappello di quella ottusa forzatura ideologica, contemplò e regolò comunque questa incancellabile verità, prevedendo la riduzione della pena nientedimeno che “fino a due terzi” in caso di violenze sessuali di “minore gravità”.</p><p>Un pastrocchio, perché la medesima norma dice: non azzardatevi a chiamare altrimenti che violenza sessuale anche quei comunque riprovevoli comportamenti che fino ad allora la giurisprudenza descriveva come “toccamenti intrusivi, baci forzati, palpeggiamenti non consentiti” etc; ma poi affida alla totale discrezionalità del giudice di applicare esattamente ad essi (a quali altri, sennò?) una diminuzione della pena (“fino a due terzi”) addirittura superiore a quella che il codice fascista prevedeva per i c.d. “atti di libidine violenta” rispetto alla “violenza carnale” (un terzo). <b>Ipocrisia e stupidità populistica in purezza</b>. Se non bastasse, è utile sapere che inevitabilmente l’anno scorso la Corte costituzionale, dopo aver preso atto che questa formidabile diminuente può trovare applicazione anche per violenze sessuali aggravate (ad es. se commesse – guarda tu – in danno di minorenni), ne ha esteso l’applicabilità – rimessa ancora una volta alla discrezionale valutazione giudiziaria del caso concreto – perfino alla violenza sessuale di gruppo, che è quella, tra tutte, la più gravemente sanzionata. <b>Possono dunque accadere, norme alla mano e come è del tutto ovvio che sia, anche violenze sessuali di gruppo “di minore gravità”, con pena diminuibile fino a due terzi</b>. Insomma, ecco a voi, in tutto il suo splendore, un fulgido esempio di irredimibile ottusità del <i>politically correct</i>: in nome della ortodossia semantica, si è preferito affidare ambiti di discrezionalità davvero giganteschi al giudice, piuttosto che prevedere definizioni normative testuali più rigorose e soprattutto vincolanti per il giudice medesimo. Se queste nozioni elementari che mi sono qui limitato a riassumere fossero state doverosamente approfondite in occasione della vicenda del commesso bengalese, sarebbe rimasto del tutto immutato e legittimo il diritto di criticare la scelta cautelare del gip torinese del solo obbligo di firma e non del carcere come richiesto dal pm (questione ora infatti al vaglio dei giudici del Riesame); <b>ma almeno ci saremmo risparmiati il vergognoso ricorso alla metodica, cinica e volgare manipolazione della verità, che ha sobillato gli animi, inferocito la pubblica opinione, seminato odio e veleno</b>.</p><p>L’ordinanza della gip di Torino descrive in modo inequivocabile una condotta consistita – uso qui la vecchia terminologia giurisprudenziale – in “palpeggiamenti non consentiti” verso la povera ragazza. Quindi “violenza sessuale su minore” – e di questo odioso reato il responsabile pagherà certamente il fio – ma nessuno “stupro di una bambina”, come ho sentito urlare o scrivere a caratteri cubitali non dai soliti leoni da tastiera, ma innanzitutto da direttori di quotidiani – come dire – fatti e rifiniti, da opinionisti di prima fascia e da esponenti della politica ai suoi massimi livelli anche istituzionali. La responsabilità primaria, come ho qui cercato di raccontare, è certamente della <b>sciagurata scelta normativa di negare distinzioni semantiche a comportamenti la cui diversa gravità vien poi riconosciuta dalla stessa legge, “nascosta” dalla previsione di una attenuante addirittura demolitoria</b>. Ma la scelta di chi, per responsabilità e funzioni assolte, non ha esitato un secondo a venire meno al proprio dovere di informare la pubblica opinione nel rispetto minimo della verità dei fatti, ha scritto una delle tante pagine umilianti della politica che ci tocca ormai vivere, in questi tempi così difficili.</p>]]></description>
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				<title>Gaia Tortora: &quot;Dall’aborto alla giustizia, con la morte di Emma si chiude un’epoca fondamentale sui diritti&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Con la morte di Emma Bonino si chiude veramente un’epoca sui diritti civili che è stata fondamentale. Mi riferisco all’aborto, al divorzio, alla giustizia, all’Europa. Senza voler fare una santificazione, anche perché Emma era allergica a ogni tipo di retorica, piagnisteo o vittimismo, quando ho letto la notizia della sua morte ho avvertito una sensazione particolare: se con la morte di Pannella la luce si era dimezzata, con la morte di Bonino la luce si è spenta definitivamente. Perché oggi in politica non c’è nessuno in grado di portare avanti quelle battaglie. L’ultimo baluardo sui diritti era lei e io adesso ho un po’ più paura”. Lo dice al Foglio Gaia Tortora, vicedirettrice del Tg La7, figlia di Enzo Tortora.</p><p>“Pur essendo minoranza politica – aggiunge Tortora – Bonino e i radicali hanno vinto battaglie enormi. Hanno vinto sul divorzio e sull’aborto in un paese cattolico: cosa c’è di più? Purtroppo non è andata così bene anche con le battaglie per una giustizia giusta. Evidentemente la giustizia rappresenta un ambito più complesso, ancora oggi, sia perché il garantismo non ci appartiene culturalmente sia perché ci si deve scontrare con un apparato di potere molto ben organizzato”.</p><p>Proprio la vicenda di Enzo Tortora rappresentò per Bonino una cesura politica e culturale. Il presentatore, arrestato nel 1983, accusato sulla base delle dichiarazioni dei pentiti e poi assolto con formula piena, divenne per i radicali il simbolo di una giustizia capace di trasformare un’accusa in una condanna collettiva prima ancora della sentenza. Nel 2020 Bonino definì il conduttore di “Portobello” come “la prima vittima celebre del giustizialismo, della spettacolarizzazione”, aggiungendo con amarezza che “quei giudici hanno fatto carriera”.</p><p>Da quella vicenda nacque una parte decisiva della battaglia radicale sulla responsabilità civile dei magistrati. Il referendum del 1987, al quale parteciparono oltre 20 milioni di italiani e che raccolse circa l’80 per cento di Sì, avrebbe dovuto introdurre un principio elementare: chi subisce un danno ingiusto a causa della giustizia deve poter ottenere una riparazione effettiva. La legge Vassalli avrebbe poi fortemente limitato la concreta applicazione di quel principio, e Bonino continuò a considerare la questione tutt’altro che chiusa.</p><p>Nel 2006, parlando della separazione delle carriere, la collegò esplicitamente proprio al caso Tortora e al referendum sulla responsabilità civile: “Anche questa è una battaglia molto antica”. Nel 2022 Bonino pronunciò forse la sintesi più efficace della sua idea della giustizia: “La battaglia per una giustizia giusta è la battaglia delle battaglie”. Non una battaglia specialistica per addetti ai lavori, ma il punto da cui passavano “i diritti umani, le libertà economiche e civili, la difesa dei più deboli” e, soprattutto, “lo stato di diritto e quindi la democrazia del nostro paese”.</p><p>Il suo garantismo comprendeva naturalmente il carcere. Bonino si schierò contro l’abuso della custodia cautelare, ricordando che nelle carceri italiane c’erano persone “non ancora condannate ma solo indagate o processate”. La custodia preventiva, diceva, “non può essere la regola”.</p><p>Ma il bersaglio di Bonino non era soltanto la custodia cautelare. Nel 2021, presentando i referendum radicali sulla giustizia, individuava ancora “macigni” che nessuna riforma sembrava avere il coraggio di affrontare: “l'obbligatorietà dell’azione penale, la responsabilità civile dei magistrati” e “la riforma del Consiglio superiore della magistratura”. Erano, nelle sue parole, questioni che la politica continuava a rimandare da decenni.</p><p>Il 19 marzo 2026 Bonino si schierò pubblicamente per il Sì al referendum costituzionale sulla giustizia promosso dal governo Meloni: “La separazione delle carriere è sempre stata una battaglia mia e di Marco Pannella. Voterò e voterò sì alla riforma”, disse. La leader radicale, però, intervenne soltanto una volta durante la campagna referendaria, come a manifestare la non adesione completa alla riforma Nordio.</p><p>Sono seguiti poi mesi fatti spesso di silenzi. “Ho sempre avuto rispetto per questa sua riservatezza, fino alla fine – dice Gaia Tortora –. Secondo me avrebbe voluto che la sua uscita di scena si concentrasse sulle cose concrete da lei fatte, senza retorica né santificazioni. Il tema vero, già emerso con la morte di Pannella ma che diventa ancora di più attuale ora dopo la morte di Emma, è: chi è in grado di raccogliere questa eredità? Io non vedo nessuno”, conclude la giornalista di La7.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Processo Torri, crolla la procura</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 18:34:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando in giugno ci fu la prima sentenza per il primo processo delle famose inchieste urbanistiche di Milano, quello per la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/16/news/tutti-assolti-al-processo-su-torre-milano-cosi-e-crollato-il-teorema-dei-pm--400709" target="_blank">Torre Milano</a>&nbsp;di via Stresa, il botto fu sonoro: <b>otto assoluzioni su otto. </b>Un castello di carte crollato. Il presidente del tribunale di Milano, Fabio Roia, si premurò però, in modo un po’ irrituale, di anticipare il senso della sentenza, spiegando in una nota che in sostanza tutti gli imputati avevano agito in buona fede e dunque “per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato”. Che c’era. Oggi sono state pubblicate le motivazioni della sentenza e, con buona pace del presidente Roia e dei minimizzatori (“i reati restano”, dissero in molti) sono molto più pesanti. Soprattutto su come fu condotta l’inchiesta. Per i giudici è “evidente che la condotta dei funzionari del Comune imputati e dei costruttori” non fosse “il frutto di un accordo criminoso volto a eludere le norme edilizie ed urbanistiche in materia, secondo l’assunto accusatorio rimasto indimostrato”. <b>Indimostrato. </b>“Nessun elemento probatorio è stato indicato a sostegno della tesi del complotto criminoso”, come invece “pugnacemente ritenuto dalla procura, per ottenere un titolo abilitativo illegittimo per intraprendere le opere edilizie progettate”.</p><p>I giudici affermano, diversamente da quanto sostenuto dall’accusa e da molta cattiva stampa, che “non si può ritenere che fossero comunque dolose, connotate cioè dalla volontà di eludere il dettato normativo, le condotte del privato costruttore e del progettista per il solo fatto di essersi avvantaggiati del sistema vigente”. Nulla, nemmeno di doloso. E i funzionari del Comune “si sono sempre mossi nella assoluta convinzione circa la piena corrispondenza del proprio operato al diritto”. <b>Questo è l’esito – di primo grado, va specificato – del primo processo arrivato a giudizio in una montagna di inchieste e accuse fatte in fotocopia in base a una costante forzatura interpretativa delle leggi e dei fatti.</b> E’ solo il primo processo, ma l’unica cosa a crollare fragorosamente non sono le torri, ma la credibilità della procura di Milano.</p>]]></description>
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				<title>Tutte le fake sui mafiosi trasferiti in Sardegna. Anche Bonafede disse sì</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>La Sardegna invasa dai mafiosi. Le carceri che scoppiano. Gli agenti penitenziari costretti a fronteggiare l’ennesima emergenza. E poi la mafia che, dalle celle del 41-bis, si espande sull’isola, inquinando il territorio circostante. Sulla vicenda degli 88 detenuti trasferiti al carcere di Cagliari-Uta si è costruita una narrazione da invasione criminale, alimentata soprattutto dalla governatrice sarda Alessandra Todde (M5s), che ha attaccato il governo Meloni per avere deciso di trasferire i detenuti senza coinvolgere la regione. Peccato che buona parte di quello che viene raccontato non corrisponda ai fatti, che smentiscono clamorosamente anche la ricostruzione politica della vicenda. Primo. Gli 88 detenuti al 41-bis, secondo la rappresentazione offerta in questi giorni, avrebbero aggravato ulteriormente il problema del sovraffollamento del carcere di Uta, ma non è così. I detenuti sono stati trasferiti in una sezione 41-bis inaugurata lo scorso luglio, composta complessivamente da 91 camere di pernottamento. Si tratta di una palazzina autonoma, separata dalle sezioni ordinarie dell’istituto. Gli 88 detenuti, dunque, non sono stati sistemati negli spazi già occupati dagli altri reclusi. Sono stati trasferiti in una struttura realizzata precisamente per ospitare detenuti sottoposti al regime di carcere duro.</p><p>Secondo. Si sostiene che l’arrivo dei mafiosi avrebbe scaricato un ulteriore peso sulle spalle degli agenti penitenziari, già alle prese con una cronica carenza di organico. In questi giorni, però, sono arrivate a Uta 70 unità di Polizia penitenziaria del Gruppo operativo mobile, il reparto specializzato nella vigilanza dei detenuti sottoposti al 41-bis. Le 70 unità resteranno permanentemente a Cagliari per occuparsi della vigilanza del nuovo reparto. Quindi non c’è l’aggravio sul personale già in servizio.</p><p>Terzo: la sicurezza dell’isola. C’è chi ha scritto che portare 88 mafiosi in Sardegna significhi portare la mafia fuori dal carcere, favorendo contatti, relazioni e infiltrazioni sul territorio. E’ una previsione che viene presentata quasi come una conseguenza automatica del trasferimento. La situazione risulta piuttosto diversa. Secondo quanto riferito al Foglio da autorevoli fonti del governo, proprio l’apertura del nuovo reparto si accompagnerà a un potenziamento della sicurezza perimetrale del carcere, con volanti e vigilanza armata sul muro di cinta. A questo si aggiungerà l’impiego pianificato di operatori della Direzione generale delle specialità del Dap (che coordina i reparti speciali della polizia).</p><p>Ma il paradosso più evidente riguarda la polemica politica. Todde ha contestato al governo di avere deciso unilateralmente di concentrare in Sardegna i mafiosi. Ma il progetto della sezione 41-bis di Uta risale al 2009. Non è una trovata del governo Meloni, né del ministro della Giustizia Carlo Nordio. L’opera venne approvata sotto il governo Berlusconi e poi è stata portata avanti da tutti i governi successivi, incluso quello guidato da Giuseppe Conte e dal Movimento 5 stelle, lo stesso partito dal quale proviene Todde.</p><p>Basti pensare che il 30 settembre 2020, durante un’audizione al Senato, l’allora ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, parlò proprio dei lavori per il reparto destinato ai detenuti al 41-bis: “Sottolineo ancora che sono ripresi i lavori di completamento del reparto 41-bis di Cagliari Uta, per 92 posti, che dovrebbe essere ultimato entro il corrente anno”.</p><p>Quello che oggi viene raccontato come il colpo di mano del governo Meloni è quindi il risultato di un progetto vecchio di quasi vent’anni. Todde, come chiunque altro, può certamente contestare la scelta di destinare a Uta 88 detenuti al 41-bis, ma ciò che appare difficile da sostenere è che il governo abbia inventato dal nulla un carcere per mafiosi senza che nessuno, prima di Meloni, sapesse che esisteva un progetto per realizzarlo.</p><p>Per non spargere notizie false sulla vicenda dei mafiosi trasferiti in Sardegna, insomma, servirebbe ricordare quello che è successo prima del governo Meloni. Compreso quello che diceva Alfonso Bonafede.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Lavitola resta in carcere. I giudici confermano l&#039;aggravante del metodo mafioso</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 13:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Valter Lavitola resta in carcere</b>. Il tribunale del Riesame di Roma, respingendo le istanze delle difese, ha confermato la misura cautelare in carcere per l'ex editore, mandante reo confesso dell'attentato davanti all'abitazione di Sigfrido Ranucci. I giudici hanno confermato anche l'aggravante del metodo mafioso.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/valter-lavitola_90801" target="_blank">Lavitola</a>, nel corso dell'udienza di lunedì scorso, ha reso dichiarazioni spontanee, affermando che con Ranucci ''c'era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me''. Il faccendiere si è nuovamente assunto ''tutte le responsabilità" come mandante dell'attentato, spiegando che<b> ''l'idea della bomba'' è stata di Clesio Gomes Tavares</b>, al quale aveva dato ''<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/07/news/lavitola-lidea-della-bomba-e-stata-di-gomes-tavares-volevo-solo-proteggere-ranucci--406768" target="_blank">un mandato in bianco</a>, specificando che non doveva fare male a nessuno''. Nella loro istanza i difensori di Lavitola, gli avvocati Sergio e Arturo Cola, avevano chiesto per il loro assistito i domiciliari in una casa in Basilicata, ma la richiesta è stata respinta dal Riesame.&nbsp;</p><p>I legali hanno annunciato di voler fare ricorso. "Il tribunale del Riesame ha confermato l'ordinanza cautelare, chiaramente noi rispettiamo in pieno quelle che sono le decisioni della magistratura, anche se non le condividiamo assolutamente sia in fatto che in diritto", ha affermato Cola. "Ora attenderemo che siano depositate le motivazioni che arriveranno entro 45 giorni ma <b>già oggi presenteremo ricorso in Cassazione</b>, quindi per saltum, contro l'ordinanza del gip che ha rigettato la nostra richiesta sulla perdita di efficacia della custodia cautelare che riteniamo sia ampiamente fondata".</p><p>Nel frattempo, proseguono le indagini sull'attentato a Ranucci avvenuto il 16 ottobre del 2025. In base a quanto sta emergendo dall'indagine della procura di Roma, ci sarebbero presunti <b>buchi temporali</b> nelle comunicazioni tra Lavitola e il giornalista. Dato confermato dall'analisi dei telefoni cellulari e dal pc sequestrato al faccendiere accusato e reo confesso di essere il mandante dell'azione dinamitarda. <b>Si tratterebbe in sostanza di cancellazioni sospette nelle chat, sia nella fase precedente all'attentato che dopo</b>: elementi che stanno portando gli inquirenti, che hanno affidato le indagini ai Nuclei Investigativi dei carabinieri di Roma e Frascati, a ulteriori verifiche.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>L’Ilva come autobiografia della nazione</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Quattro lettere, una storia locale, un dramma nazionale e un filo conduttore che forse esiste anche se in pochi lo vogliono vedere</b>: se si chiude lì, perché non chiudere Milano? Nel novembre del 1922, nel famoso “Elogio della ghigliottina”, Piero Gobetti, giornalista, filosofo, editore e volto chiave dell’antifascismo italiano, la cui storia è stata spesso rievocata in questi mesi anche per le celebrazioni legate ai cento anni dalla sua morte, definì il fascismo “l’autobiografia della nazione”. Provare a immaginare oggi quale possa essere una vera e rappresentativa autobiografia di una nazione non è semplice. Ma se volessimo per un istante allontanarci dalla suggestione di voler considerare come perfetta fotografia dell’Italia la storia delle bombe d’amore recapitate a casa di un celebre conduttore televisivo o la storia di un generale descamisado che promette di tenere banco per i prossimi mesi di campagna elettorale per i suoi occhi a cuoricino per Putin potremmo provare a sostenere che la vera, profonda, angosciante ma necessaria autobiografia di una nazione, oggi, corrisponde a una parola di quattro lettere contro la quale, da quattordici anni, sbatte le corna la politica italiana:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/ilva_50620" target="_blank">Ilva</a>.</p><p><b>Ilva è l’autobiografia di una nazione perché incarna, in un’unica storia, tutti i principali vizi e tutti gli irremovibili tabù del nostro paese</b>. Magistratura che esonda, sindacati che dormono, politica che ronfa, imprenditori che sonnecchiano, investitori che fuggono, deindustrializzazione che galoppa. Non è, purtroppo, Ilva, una storia di quelle che piacciono a noi, una storia di ottimismo, una storia che sprizza energia da tutti i pori. Ma è una storia necessaria da capire per chiunque voglia tentare, in qualche modo, di costruire un’Italia migliore rispetto a quella vista in questi anni. Quando si parla di Ilva, o meglio dell’ex Ilva, di quella che è stata una delle acciaierie più importanti d’Europa, è difficile trovare un filo d’Arianna per entrare con facilità in una storia pazzotica, complicata, irrisolvibile. Ma ogni volta che si ragiona attorno al tema dell’Ilva bisognerebbe avere il coraggio di ricordare una piccola verità che tiene insieme tutte le altre: <b>l’Ilva non è solo l’autobiografia di una nazione ma è l’immagine perfetta di ciò che accade in un paese in cui l’ambientalismo ideologico perde ogni briglia, perde ogni freno</b>, e in cui con la complicità di una magistratura senza bussola, un sindacato senza visione, una politica incompetente la deindustrializzazione non diventa un male da evitare ma diventa un orizzonte da perseguire per poter avere un ambiente migliore. La storia di Ilva, se la vogliamo raccontare con onestà riavvolgendo il nastro, arrivando ai primi anni Duemila, è una storia drammatica, di un impianto siderurgico attorno al quale una politica scellerata lasciò che città e fabbrica crescessero fino quasi a saldarsi, e di una fabbrica che nei primi anni Duemila avrebbe certamente potuto fare molto di più per rispettare la salute dei cittadini.</p><p>Ma la storia della distruzione di Ilva è una storia all’interno della quale la riduzione della produzione è stata da sempre considerata come l’unico modo per arrivare a una fabbrica sostenibile per l’ambiente. Beppe Grillo lo diceva esplicitamente, sognava di vedere Ilva svuotata, per trasformarla in un parco giochi, e i passaggi con cui la magistratura ha tentato di rendere impossibile a Ilva avere un futuro, perché dare un futuro a Ilva è sempre stato considerato come una minaccia all’ambiente, sono tanti. Nel 2012, nel procedimento che portò al primo sequestro dell’Ilva furono utilizzate anche le Bat, cioè le “migliori tecniche disponibili” per ridurre l’inquinamento. In sintesi: standard più severi rispetto a quelli utilizzati, standard che all’epoca non erano ancora stati recepiti come obbligatori nell’ordinamento italiano. Nel 2013, come ricorderete, vennero sequestrati 8,1 miliardi ai Riva calcolando come profitto del reato ciò che, secondo l’accusa, la famiglia aveva risparmiato non realizzando interventi ambientali: pochi mesi dopo la Cassazione annullò il sequestro. Nel 2022, i commissari dicono di aver realizzato il 90 per cento delle prescrizioni ambientali. <b>Ma per i giudici neppure il 90 per cento basta: ritengono che il presupposto del sequestro non sia ancora superato e gli impianti restano confiscati. Il filo è sempre lo stesso: Ilva, per non inquinare, deve morire</b>.</p><p>Nel 2026, pochi mesi fa, l’ultima chicca. La Corte d’appello di Milano riconosce che i limiti di legge sulle polveri non sono stati superati, dice però che quei limiti non garantiscono abbastanza la salute e ordina lo stop stabilendo che Ilva potrà ripartire quando le polveri saranno ricondotte entro “limiti di sicurezza”, nessuno sa quali, e in aggiunta, nonostante l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale avesse affermato che l’amianto residuo era pienamente contenuto e che le zone interessate non rappresentavano allo stato una fonte di rischio, la Corte giudica insufficiente quella valutazione, disapplica su questo punto l’Aia – l’Autorizzazione integrata ambientale, cioè il permesso pubblico che stabilisce a quali condizioni una fabbrica può produrre – e sostituisce al criterio del contenimento quello della rimozione totale prima della ripartenza. Risultato: se prendiamo come metro la produzione, nel 2025 Ilva ha prodotto circa un quarto dell’acciaio prodotto nel 2012, circa due milioni di tonnellate contro oltre otto milioni. Effetto sugli altiforni: Afo1 è ancora sequestrato, Afo4 è fermo per manutenzione e Afo2, pur dopo il nuovo incidente di agosto, è rimasto l’unico altoforno in marcia. E non è un caso che i quattordici acciaieri italiani che hanno manifestato interesse per Ilva lo abbiano fatto soltanto per l’area a freddo.</p><p>Sintesi: <b>Taranto può avere un futuro solo lavorando acciaio prodotto altrove, senza più produrre acciaio primario</b>. Ma per capire bene in che modo Ilva, in questi anni, sia diventata lo specchio perfetto di un’Italia ostaggio dei suoi demoni e delle sue ideologie c’è un passaggio che va isolato, nel decreto della Corte d’appello. Un passaggio che si sviluppa tra le pagine 33 e 37 e arriva alle sue conseguenze a pagina 44, quando la Corte in modo esplicito sostiene che vadano fissati nuovi limiti per le polveri sottili – sia quelle fino a 10 micrometri, Pm10, sia quelle ancora più fini fino a 2,5 micrometri, Pm2,5 – perché considera insufficienti i limiti oggi previsti dalla legge per escludere rischi sanitari. Secondo i dati Arpa sulla qualità dell’aria, nel 2025, nella centralina Tamburi-Orsini, quella che misura l’aria nel quartiere più vicino all’Ilva, la concentrazione media annua di Pm10 è stata di 22 microgrammi per metro cubo e la concentrazione media annuale di Pm2,5, cioè le polveri più fini e più penetranti, è stata di 12 microgrammi per metro cubo. A Milano, nello stesso periodo, i valori sono stati rispettivamente di 35 e 21 microgrammi per metro cubo. Significa che nel quartiere più vicino all’Ilva il Pm10 è stato del 37 per cento più basso che a Milano e il Pm2,5 del 43 per cento più basso (la legge fissa i limiti annuali a 40 microgrammi per il Pm10 e 25 per il Pm2,5). Il punto è chiaro: se la magistratura considera Ilva fuori controllo, bisogna chiudere non solo l’acciaieria di Taranto ma anche tutta Milano. E se si considera questa opzione come una follia forse varrebbe la pena chiedersi quando l’Italia ha iniziato a considerare legittimo avere un ambientalismo, coccolato dai sindacati, abbracciato dalle procure, non arginato dalla politica che ha trasformato la deindustrializzazione <b>nell’unico orizzonte possibile per avere un paese migliore, con molti parchi giochi, meno lavoro, meno industria e meno futuro</b>.</p>]]></description>
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				<title>Libero l&#039;aggressore dei due poliziotti a Roma. &quot;Frattura tra sicurezza e giustizia&quot;, dice Pianese (Coisp)</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Nel nostro paese c’è un disallineamento tra l’attività delle forze di polizia e il sistema giudiziario. Non c’è un problema di sicurezza ma di giustizia: gli agenti arrestano continuamente soggetti che commettono reati di particolare pericolosità sociale, ma questi vengono rimessi in libertà subito dopo. I magistrati sottovalutano per ragioni anche ideologiche l’elemento della gravità sociale dei reati, parlano di reati bagatellari quando in realtà sono quelli più avvertiti dai cittadini. Così insinuano nei cittadini una sensazione di insicurezza profonda e ledono anche la fiducia degli agenti di polizia nel sistema”. Lo dice al Foglio Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di Polizia Coisp, che nei giorni scorsi ha diffuso il video dell’aggressione subita da due poliziotti durante l’arresto di un uomo in via Cavour, a Roma. I due agenti feriti hanno riportato sette giorni di prognosi ciascuno, mentre l’uomo è stato arrestato per aggressione, resistenza, oltraggio e lesioni. E’ stato condotto davanti al tribunale di Roma per il giudizio direttissimo: l’arresto è stato convalidato, ma l’uomo è stato subito rimesso in libertà. Nei suoi confronti non sono state adottate misure cautelari.</p><p>Il video è stato rilanciato sui social dalla premier Giorgia Meloni, che ha commentato: “Il governo continuerà a rafforzare tutele e strumenti per le forze dell’ordine. Ma quando, dopo comportamenti di questa gravità e dopo un'aggressione a chi rappresenta lo stato, si torna liberi nel giro di poche ore, non è soltanto difficile da comprendere. E’ francamente inaccettabile, perché indebolisce la credibilità dello stato nel suo complesso”. E’ la seconda volta nel giro di pochi giorni che la presidente del Consiglio commenta in modo critico decisioni adottate dalla magistratura, dopo la vicenda della tredicenne molestata a Torino da un uomo di origini del Bangladesh, rimesso in libertà dal gip due giorni dopo il fermo. Anche quella decisione è stata criticata da Meloni (così come da altri esponenti della maggioranza), determinando la reazione dell’Associazione nazionale magistrati, che ha parlato di “attacchi scomposti da parte di autorevoli esponenti del governo”.</p><p>“Ogni anno noi agenti arrestiamo sette o otto volte gli autori di borseggi, furti, persino molestie. Li fermiamo, ma poi vengono rimessi in libertà perché i reati vengono ritenuti di scarsa pericolosità sociale”, aggiunge il segretario del Coisp, Domenico Pianese, in servizio nella Polizia da 36 anni. “In questo modo si crea una frattura nel paese tra i bisogni di sicurezza dei cittadini e la giustizia. Come si può infatti definire bagatellare il reato di furto? Se qualcuno ci entra in casa, anche se ruba pochissimo, distrugge quello che è il luogo dove noi dovremmo sentirci più al sicuro. E questo incide profondamente sulla sensazione di sicurezza dei cittadini”.</p><p>“In alcuni settori della magistratura i reati che colpiscono di più i cittadini vengono definiti in modo improvvido come ‘bagatellari’, di scarsa rilevanza. Si tratta invece dei reati che colpiscono maggiormente le fasce più deboli e indifese della cittadinanza”, prosegue Pianese. “Una parte della magistratura sembra inoltre non rendersi conto anche del rischio che affrontano quotidianamente gli operatori delle forze di polizia per assicurare alla giustizia i soggetti responsabili dei reati. L’uomo fermato a Roma ha sferrato calci e pugni, ma se avesse avuto un coltello avrebbe potuto provare ad accoltellare un agente, come è avvenuto in altre occasioni”.</p><p>L’Anm non sembra gradire il diritto di critica sulle decisioni giudiziarie. Chissà, forse arriverà un “richiamo” del sindacato delle toghe anche nei confronti di chi ha espresso perplessità sulla vicenda di Roma. “Io sono un poliziotto, quindi per me le sentenze si rispettano sempre e comunque, ma evviva Dio se in questo paese esiste ancora il diritto dei cittadini di criticare una sentenza dell’autorità giudiziaria. Altrimenti passeremmo veramente da una democrazia a una dittatura giudiziaria”, conclude Pianese.</p><p>Ermes Antonucci</p>]]></description>
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				<title>La minestra riscaldata di Brusca</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 05:09:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovanni Brusca è tornato ieri in un’aula giudiziaria, per la prima volta da persona libera, per parlare dei presunti rapporti tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e Cosa nostra. E,<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/09/news/brusca-torna-in-aula-da-uomo-libero-per-parlare-di-dellutri-ma-e-ritenuto-inattendibile--406982"> come preannunciato su queste pagine</a>, ha servito <b>la solita minestra riscaldata e poco credibile</b>. Sentito al tribunale di Firenze nel processo contro Salvatore Baiardo, l’ex boss mafioso (autore della strage di Capaci), ha dichiarato che le stragi del 1992-1993 dovevano essere usate “come strumento politico, come se fossero suggerite dalla sinistra”, così da “agevolare Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica”. Per arrivare a Berlusconi, ha spiegato Brusca, sarebbe stato contattato da Vittorio Mangano, “per dargli l’incarico”. “Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto, che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano”.</p><p>Brusca ha poi aggiunto che “in un secondo momento gli mandammo anche una minaccia velata qualora l’aiuto non fosse arrivato: avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà”.<b> Insomma, più che da mafiosi la cupola di Cosa nostra sarebbe stata governata da raffinati politologi.</b> Ma il problema della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2025/06/05/news/linsostenibile-duplicita-e-complicita-di-giovanni-brusca-boss-pentito-che-falcone-non-aveva-previsto--116665">testimonianza di Brusca</a>&nbsp;è duplice. Da un lato, non si comprende come l’idea di utilizzare le stragi per “agevolare Berlusconi” si concili con la prospettiva di utilizzarle immediatamente dopo per “metterlo politicamente in difficoltà”. Dall’altro, come abbiamo ricordato ieri, le “rivelazioni” di Brusca sui contatti tra Cosa nostra e Berlusconi sono già state ritenute inattendibili da numerosi giudici. La censura più severa è giunta dal gup che assolse Mannino nel processo sulla trattativa stato-mafia: Brusca, ha evidenziato, tende ad “arricchire le sue dichiarazioni di connessioni tra fatti da lui conosciuti e fatti appresi dai processi e dai mezzi di informazione”. Non proprio una testimonianza su cui fare affidamento.</p>]]></description>
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				<title>Brusca torna in aula da uomo libero per parlare di Dell’Utri, ma è ritenuto inattendibile</title>
				<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovanni Brusca torna in tribunale da uomo libero. L’ex boss mafioso che azionò il telecomando della strage di Capaci e che ha confessato decine di omicidi sarà sentito oggi al tribunale di Firenze come testimone nel processo contro Salvatore Baiardo. Sarà la sua prima apparizione pubblica dopo la fine della libertà vigilata nel maggio 2025. E parlerà di un tema sul quale le sue dichiarazioni sono già state valutate come inattendibili dai giudici, cioè i presunti rapporti tra Dell’Utri, Silvio Berlusconi e Cosa nostra.&nbsp;</p><p>Ormai, lo abbiamo evidenziato da tempo, il processo contro Baiardo per favoreggiamento e calunnia aggravata ai danni del giornalista Massimo Giletti (il primo ha negato di aver mostrato al giornalista una fotografia dei primi anni Novanta che ritrarrebbe Silvio Berlusconi insieme al boss Giuseppe Graviano e all’ex generale Francesco Delfino) è stato trasformato dai pm fiorentini nell’ennesimo palcoscenico da cui gettare fango sull’ex premier e il suo braccio destro. Grazie allo stratagemma dell’aggravante mafiosa, infatti, i pm sono riusciti a far rientrare “dalla finestra” l’accusa contro Berlusconi (nel frattempo deceduto) e Dell’Utri di essere i mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993-1994: nella surreale prospettiva dei pm fiorentini, Baiardo avrebbe negato di aver mostrato la foto a Giletti per screditare questa ipotesi accusatoria. Così la procura di Firenze è riuscita a ottenere dal tribunale la possibilità di far sfilare in aula alcuni mafiosi simbolo della stagione stragista, come Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè (anche lui verrà sentito oggi), Giuseppe Graviano, Gaspare Spatuzza e Cristoforo Cannella.</p><p>Come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, Graviano ha già fatto sapere che sfrutterà l’occasione per svelare al paese le sue “verità” sul periodo stragista, anche se non si sa quali possano essere visto che è stato ritenuto “totalmente inattendibile” dai pm di Caltanissetta.</p><p>Oggi tocca a Brusca, la cui attendibilità sulla vicenda dei presunti rapporti tra Berlusconi e la mafia è già stata pesantemente smentita dai giudici, sia nel processo per concorso esterno ai danni di Dell’Utri sia nel processo sulla fantomatica trattativa stato-mafia.  Nel processo contro Dell’Utri, ad esempio, i giudici del tribunale di Palermo definirono le dichiarazioni di Giovanni Brusca come caratterizzate da “fortissima ambiguità” e “in rotta di collisione e in stridente contrasto con alcuni dati processuali incontrovertibili e inoppugnabili”. Il tribunale concluse affermando che Brusca “non aveva voluto fornire uno spontaneo e leale contributo all’accertamento della verità”.</p><p>Anche nel processo sulla Trattativa il giudizio dei magistrati sulle dichiarazioni di Brusca fu severo. Nella sentenza che assolse Calogero Mannino, il gup rilevò che Brusca tendeva ad “arricchire le sue dichiarazioni di connessioni tra fatti da lui conosciuti e fatti appresi dai processi e dai mezzi di informazione”, fornendo interpretazioni “ad ampio raggio”. Tanto che nel 2001, durante un interrogatorio, il pm fiorentino Gabriele Chelazzi richiamò Brusca ricordandogli che non doveva comportarsi come “un consulente della procura”, ma limitarsi a riferire ciò che sapeva.</p><p>Non è chiaro, dunque, per quale motivo un collaboratore di giustizia ritenuto “inattendibile” sulle vicende che riguardano Dell’Utri e i suoi presunti rapporti con Cosa nostra debba essere chiamato a riferire nuovamente su questi fatti.</p><p>La stessa perplessità riguarda il pentito Antonino Giuffrè: nel processo contro Dell’Utri, la Corte d’appello di Palermo evidenziò come, durante le indagini, Giuffrè non aveva rivolto alcuna accusa nei confronti dell’ex senatore: soltanto successivamente, nel dibattimento, Giuffrè aveva attribuito a Dell’Utri la patente di “persona molto vicina a Cosa nostra” e “autore di garanzie politiche in favore dell’associazione mafiosa”. Per queste ragioni, alla fine  la Corte “non ha ritenuto di potere attribuire credibilità alle dichiarazioni apertamente accusatorie rese da Giuffrè in dibattimento e in insanabile contrasto con quelle formulate durante le indagini”.</p><p>La domanda resta la stessa: quale credibilità potranno avere i racconti di Giuffrè sui presunti rapporti tra Dell’Utri e Cosa nostra? Nessuno lo sa, ma evidentemente non è questo ciò che importa veramente alla procura.</p>]]></description>
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				<title>Libertà, o quantomeno i domiciliari, per Lavitola</title>
				<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/16/news/lavitola-indagato-a-piede-libero-per-la-bomba-a-ranucci-parla-con-tutti-tranne-che-con-i-pm--402307">Circa un mese fa, il Foglio è stato il primo giornale a chiedere le misure cautelari nei confronti di Valter Lavitola</a>: si trattava del primo caso della storia di un indagato per strage con metodo mafioso a piede libero.</p><p>Il trattamento anomalo riservato dalla procura di Roma nei confronti dell’amico di Sigfrido Ranucci, vittima della “bomba d’amore”, non aveva alcuna logica visto che Lavitola era stato fermato mentre stava per prendere un volo per l’Africa per raggiungere il suo complice Clesio Gomes Tavares e visto che, attraverso  le sue continue interviste, Lavitola stava condizionando altre persone (tra cui lo Ranucci) e depistando le indagini. Pericolo di fuga e di inquinamento delle prove, quindi. Ora quelle esigenze cautelari non ci sono più, o quantomeno non sono più così forti.&nbsp;</p><p>Subito dopo l’arresto, avvenuto il 10 agosto con oltre un mese di ritardo rispetto alla perquisizione del 4 luglio, Lavitola ha  confessato nell’interrogatorio di garanzia di aver commissionato l’azione contro  Ranucci “per il suo bene, per consentirgli di ottenere un livello di scorta maggiore”: un attentato finto per salvarlo da uno vero. La Gip, con la condivisione della procura, ha respinto la richiesta dei domiciliari perché le dichiarazioni di Lavitola sono state ritenute “fumose, assolutamente generiche e prive qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro”. Ieri Lavitola ha confermato, arricchendola, la stessa versione ai giudici del Riesame: l’attentato era per proteggere Ranucci da un attentato.</p><p><b>Il tema, però, non è se il movente  sia “verosimile”, ma se permangono le esigenze cautelari</b>:  Lavitola ha confessato e finirebbe ai domiciliari in Basilicata, con divieto di comunicazione, da dove non può fuggire né inquinare le prove. La detenzione in carcere non è una misura che serve a estorcere una confessione né una pena anticipata per un reo confesso. Se la procura ha sbagliato (e rischiato) a chiedere l’arresto di Lavitola con un mese di ritardo, ora i giudici non farebbero una cosa giusta a tenerlo in carcere per un giorno in più.</p>]]></description>
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				<title>Lavitola: &quot;L&#039;idea della bomba è stata di Gomes Tavares. Volevo solo proteggere Ranucci&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 14:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>''L'attentato con la bomba è un'idea di Clesio Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutte le responsabilità del caso. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, <b>io gli avevo dato un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno</b>''. È quanto ha sostanzialmente affermato Valter Lavitola,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/08/12/news/lavitola-confessa-al-gip-di-essere-il-mandante-dellattentato-a-ranucci--404700" target="_blank">mandante reo-confesso dell'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci</a>, nel corso di <b>dichiarazioni spontanee&nbsp;davanti ai giudici del Riesame</b>, secondo quanto riferito dai suoi legali, gli avvocati Sergio e Arturo Cola. L'udienza è durata poco più di tre ore, e il faccendiere si è videocollegato dal carcere di Rebibbia.</p><p>''Ho fatto tutto questo per proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale avevo avuto notizie. C'era la necessità di proteggerlo, tanto che ho chiamato Ranucci per due mesi per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata'', ha proseguito il faccendiere. ''L'elemento importante – hanno dichiarato i difensori al termine dell'udienza – è che<b> il movente politico che la procura ipotizza è insussistente</b>; in base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi in politica e anzi si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l'argomento''.</p><p>Sempre secondo quanto riferito dai difensori, con Ranucci "c'era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me", ha proseguito Lavitola davanti ai giudici. Il Riesame si è riservato di decidere in merito alla richiesta di domiciliari che i legali hanno individuato in un casa in Basilicata nella disponibilità dell'indagato.&nbsp;</p><h2>I legali del faccendiere: "Per Lavitola scarcerazione o arresti domiciliari"</h2><p>I due penalisti&nbsp;hanno chiesto la scarcerazione del loro assistito, o in subordine, la concessione degli arresti domiciliari. E ieri hanno depositato una memoria difensiva di 72 pagine ''il cui contenuto sarà oggetto del nostro intervento difensivo''. Prima che Lavitola fosse ascoltato, Cola ha spiegato che la difesa si sarebbe soffermata su tre questioni di diritto, a cominciare dalla inefficacia dell'ordinanza di custodia cautelare, l'aggravante del metodo mafioso e la competenza territoriale. Che, secondo i legali, spetta alla procura di Avellino e non a quella di Roma, "poiché è in terra irpina che l’ipotesi di reato avrebbe avuto inizio".</p><p>L'arresto degli esecutori materiali, si legge&nbsp;nella memoria dai legali del faccendiere, "non può aver ingenerato nel Lavitola alcun timore di essere arrestato perché, come emerso dagli atti di indagine e dagli interrogatori dei coindagati,<b> detti esecutori avevano avuto rapporti con il solo Clesio Tavares e non conoscevano l'identità</b>&nbsp;<b>del mandante</b>, del quale, infatti, parleranno in carcere solo dopo la pubblicazione della notizia della perquisizione patita dall'odierno ricorrente". La richiesta della concessione dei domiciliari è inoltre&nbsp;motivata dagli avvocati con il fatto che, "in ragione della sua confessione, il Lavitola è stato aggredito da detenuti, e che circa l'aggressione subita avrebbe redatto una annotazione la Polizia penitenziaria presso il carcere di Rebibbia e avrebbe reso dichiarazioni anche il coindagato D'Avino nel corso del suo ultimo interrogatorio al pm", si legge nell'atto.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Corrado, l’immancabile “grande vecchio” che spunta dietro Lavitola</title>
				<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 10:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Gian Domenico Caiazza</author>
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				<description><![CDATA[<p>La breve ma intensa storia di “Corrado”, un inesistente signore divenuto per alcune settimane protagonista immaginario della grande macchinazione contro <b>Sigfrido Ranucci e Report,</b> ci offre l’occasione di una duplice riflessione. Perché innanzitutto oggi sappiamo (grazie a un ficcante approfondimento del Domani) che questa clamorosa bufala nasce dalla erronea trascrizione della intercettazione ambientale di una conversazione tra gli ormai confessi manovali dell’attentato farlocco, e questo è già un gran bel tema, che dovrebbe pur insegnarci qualcosa (ma non accadrà) su questo totem intoccabile per investigatori e giornalisti (“d’inchiesta”, innanzitutto). E poi perché il signor Corrado è puntualissimamente divenuto, agli occhi dello stesso Ranucci, e a seguire di tutti i più scatenati teorici del “chi c’è dietro Lavitola”, l’immancabile grande vecchio di questa ormai esilarante commedia all’italiana che stiamo vivendo in questi nostri disgraziati tempi. Quindi anche questo è un bel tema: in ogni vicenda, giudiziaria, criminale o politica che si rispetti, deve necessariamente esserci <b>un “grande vecchio”,</b> la cui letale esistenza noi comuni mortali nemmeno immagineremmo se non grazie alla provvidenziale opera del manipolo di eletti, i giornalisti d’inchiesta appunto, abituati per talento naturale ad andare ben oltre il nostro pigro orizzonte cognitivo. Senza un grande vecchio, non c’è storia che meriti di essere raccontata.</p><p>Bene. Iniziamo allora dall’errore di ascolto del maresciallo, in verità messo alla prova, a quanto pare, da uno slang dell’entroterra campano incomprensibile anche per un campano. Lui scrive più o meno che gli attentatori convengono tra di loro che, mentre impazzano le indagini della Procura di Roma, <b>si debba urgentemente parlare con “Corrado”</b>, e l’ordinanza cautelare importa lo strafalcione. Qui innanzitutto vorrei fosse chiaro che di errori trascrittivi del genere, anche molto più gravi, è piena la storia giudiziaria del nostro paese. Lancio anzi al direttore di questo giornale l’idea di una raccolta nazionale, rigorosamente documentata, di trascrizioni decisivamente errate, da pubblicare a futura memoria: sarebbe peraltro una lettura gustosissima, anche se spesso tragica. Nel processo tarantino “Ambiente svenduto”, tanto per fare un esempio, un autorevole avvocato amministrativista di fiducia del gruppo Riva è stato coinvolto e travolto dall’inchiesta, in base principalmente a una intercettazione nella quale, secondo il maresciallo, lo sventurato diceva, con grande soddisfazione degli inquirenti, “abbiamo inquinato gli atti” (ma si può?!), mentre – si accerterà definitivamente in dibattimento – aveva ovviamente detto “abbiamo impugnato gli atti”. Ma insomma, ogni avvocato penalista potrebbe raccontarne a centinaia. Diamo per scontata la buona fede dei marescialli (ma non è sempre facile, né noi –come si dice a Roma – scendiamo dalla montagna del sapone), e traiamo però l’unica conseguenza sensata da queste storie: <b>le intercettazioni, e le loro trascrizioni, sono lo strumento di ricerca della prova probabilmente più inaffidabile che ci sia</b>, non fosse altro perché la traduzione in scrittura del linguaggio parlato è, perciò solo, una forma di autentica falsificazione di quel dato; e anche perché occorrerebbe una formazione professionale adeguata per chi è chiamato ad ascoltare e trascrivere (per il futuro, confidiamo magari nei prodigi dell’AI). Dovrebbe bastare questa consapevolezza per porre fine alla strabordante idolatria della conversazione intercettata, preda prelibata dei giornalisti segugi, e soprattutto troppo spesso approdo investigativo conclusivo soprattutto per pm e gip, invece che prudente punto di partenza, bisognevole di duplici o triplici riscontri, oltre che di una robusta scorta di buon senso. Dovrebbe dicevo, ma dubito accadrà.</p><p><b>Torniamo allora al nostro signor Corrado, che ci regala altresì la radiografia del riflesso naturale del giornalismo d’inchiesta alle vongole.</b> Prima ancora di compiere la benché minima verifica sulla trascrizione (gli atti di Polizia, le trascrizioni delle intercettazioni e le dichiarazioni dei pentiti per questa categoria di giornalisti rappresentano verità scolpite nella pietra), Sigfrido Ranucci, aiutato dal suo fiuto investigativo, dice a colui che in quello stesso momento egli ignora essere il mandante del suo attentato “dai retta a me, bisogna andare a cercare chi è Corrado”, e la vicenda sarà risolta. Poi svolge rapidamente i suoi approfondimenti, e dichiara al Fatto Quotidiano (e a chi altri, sennò?) che Corrado era il soprannome, o forse il nome di copertura, nientedimeno che di Marco Mancini, gran visir dei Servizi nostrani (il quale nega e querela). Tutto chiaro, no? <b>Ecco il grande vecchio, ecco spiegata la macchinazione per assassinare il libero giornalismo d’inchiesta.</b> “Sapevatelo”, direbbe un Corrado in carne e ossa (Guzzanti, per i pochi ignari). Dietro questa felice intuizione, questo grande colpo del maestro, tutta una sfilza di epigoni si esibirà nei giorni successivi, sui social, sui giornali e nelle trasmissioni di approfondimento, nelle più fantasmagoriche e assertive ricostruzioni della identità del grande vecchio, che sia Mancini o chi per lui non importa. Ciò che conta è la conferma della esistenza del “mandante del mandante”, ce lo abbiamo ormai, gli stiamo con il fiato sul collo, presto il grande complotto sarà disvelato. Si chiama, o viene chiamato, “Corrado”, ce lo garantisce – tenetevi forte – una santa intercettazione, ce lo conferma e assicura il Maresciallo. Sipario.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Sull’urbanistica ora i pm di Milano si scontrano con l’Agenzia delle entrate</title>
				<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>A Milano ormai basta un avviso di conclusione delle indagini per trasformare un’ipotesi accusatoria in una specie di tavola della legge. E se l’indagato, dopo averlo ricevuto, continua a comportarsi come se quell’accusa fosse soltanto una contestazione ancora da dimostrare, la procura può perfino leggerlo come un indizio della sua colpevolezza. E’ uno dei passaggi più singolari dell’ennesimo capitolo dell’inchiesta sull’urbanistica milanese, quello che ha portato mercoledì al sequestro di circa 12,5 milioni di euro nei confronti di Bluestone Crescenzago, la società di Andrea Bezziccheri che ha realizzato le Park Towers di Via Crescenzago. Si tratta di due edifici da 81 e 59 metri realizzati di fronte al Parco Lambro.</p><p>La costruzione è già al centro di un procedimento penale basato, come tanti altri, sul reato di abuso edilizio e lottizzazione abusiva, in quanto, secondo i pubblici ministeri, i due edifici non rientrerebbero nella categoria di “ristrutturazione edilizia”, bensì in quella di “nuova costruzione”. L’accusa, che ha portato all’apertura di decine di inchieste simili, si basa su un’interpretazione “innovativa” delle norme che regolano l’autorizzazione delle opere edilizie, radicalmente diversa da quella seguita per oltre vent’anni dagli uffici tecnici del comune e avallata dalla giustizia amministrativa.</p><p>Il sequestro scattato mercoledì ai danni di Bluestone si innesta sul procedimento principale. Agli indagati viene contestato il reato di truffa aggravata perché Bluestone avrebbe usufruito di circa nove milioni di euro di crediti d’imposta “Sismabonus” senza averne diritto, e questo sempre perché il complesso residenziale sarebbe in realtà una nuova costruzione mascherata da ristrutturazione.</p><p>Il ragionamento contenuto nel decreto di sequestro è curioso. Le modalità di condotta degli indagati, affermano i pm, “non lasciano spazi a dubbi sulla loro consapevole partecipazione alla condotta truffaldina”. Perché? Perché la costruzione delle Park Towers sarebbe stata ultimata “in una data successiva alla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini” sul procedimento penale principale. Dunque gli indagati avrebbero ricevuto la contestazione della procura e, anziché comportarsi come se quella contestazione fosse già una sentenza passata in giudicato, avrebbero “perseverato nell’azione criminosa”.</p><p>Il concetto è formidabile: se la procura ti contesta un reato, devi comportarti come se il reato fosse già stato accertato. Altrimenti dimostri di essere consapevole di commetterlo.</p><p>E’ una concezione piuttosto originale del procedimento penale. L’avviso di conclusione delle indagini dovrebbe informare l’indagato delle accuse che gli vengono mosse e consentirgli di difendersi. Nella logica milanese sembra assumere invece una funzione quasi pedagogica: una volta che il pm ha deciso che una determinata condotta è illecita, l’indagato dovrebbe adeguarsi alla ricostruzione accusatoria. Se non lo fa, la sua insistenza diventa la prova della sua intenzione criminale (e pazienza se nel frattempo, lo scorso giugno, tutti gli imputati del primo processo sull’urbanistica milanese, quello su Torre Milano, incentrato sulle stesse accuse, sono stati assolti).</p><p>Ma c’è un secondo dettaglio, che il Foglio è in grado di rivelare, che rende la vicenda ancora più singolare. In una circolare del 2023 (la n. 17/E), l’Agenzia delle entrate afferma esplicitamente che la fruizione della detrazione fiscale “Sismabonus” è “consentita a prescindere dalla circostanza che il titolo abilitativo sia emesso ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. d), del TUE”, cioè a prescindere dalla sua qualificazione come “ristrutturazione edilizia”, proprio ciò che contesta la procura di Milano. La circolare specifica che questo deve avvenire "nel presupposto che l’intervento sia effettuato all’interno dei limiti e nel rispetto di quanto consentito dagli strumenti urbanistici vigenti”, e aggiunge che l’accesso ai crediti “Sismabonus” è consentito “anche nell’ipotesi in cui la demolizione e ricostruzione dell’edificio abbia determinato un aumento volumetrico rispetto a quello preesistente, non rilevando, ad esempio, la circostanza che il fabbricato ricostruito contenga un numero maggiore di unità immobiliari rispetto al preesistente”.</p><p>Difficile capire come si possa parlare di frode in termini certi senza prima fare i conti con una circolare dell’Agenzia delle entrate che sembra dire l’esatto contrario.</p>]]></description>
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				<title>I guanti di velluto dei pm di Roma sul caso Lavitola-Ranucci</title>
				<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è qualcosa di molto curioso nel modo in cui la procura di Roma sta conducendo l’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci. Riguarda i tempi con cui sono state adottate alcune decisioni cruciali (in particolare l’arresto del presunto mandante, Valter Lavitola) e, soprattutto, i tempi con cui altre decisioni altrettanto importanti ancora non arrivano (come l’acquisizione delle chat sullo smartphone di Ranucci).</p><p>Il 4 luglio i carabinieri perquisiscono Lavitola e gli sequestrano tre telefoni, pen drive, manoscritti e materiale informatico. E’ un momento decisivo dell’inchiesta. Lavitola è ormai sotto la lente degli investigatori. Sa di essere indagato. Sa che i suoi dispositivi sono stati acquisiti e sa che gli investigatori stanno ricostruendo i suoi rapporti con Ranucci e con gli altri protagonisti della vicenda. Eppure rimane libero per altri 37 giorni.</p><p>Trentasette giorni nei quali ha potuto continuare a telefonare, incontrare persone, parlare dell’inchiesta, organizzare la propria difesa e coltivare i propri rapporti. E infatti Lavitola ha parlato, anche con Ranucci. Nella notte tra il 4 e il 5 luglio, poche ore dopo la perquisizione, Lavitola conversa per circa due ore con l’allora conduttore di Report. La telefonata viene captata attraverso un’intercettazione ambientale. I due discutono dell’inchiesta, dei sospetti degli investigatori e della presenza di Lavitola e di Gomes Clesio Tavares nei pressi della casa di Ranucci a Torvaianica. Cercano spiegazioni, ricostruiscono percorsi, ragionano su possibili giustificazioni.</p><p>Due giorni dopo, il 6 luglio, Lavitola parla con Tavares, che per gli investigatori rappresenta il collegamento con gli esecutori materiali dell’attentato. Tavares è in Camerun. Lavitola gli comunica informazioni sull’accusa e lo indirizza verso i propri avvocati. In una delle conversazioni emerge anche la preoccupazione per ciò che i due potrebbero dirsi e per il rischio che parlare possa danneggiarli. Tutto questo accade mentre Lavitola è libero. La procura lo arresta il 10 agosto.</p><p>E’ una scelta investigativa piuttosto singolare. Per 37 giorni, infatti, il presunto mandante dell’attentato è stato lasciato libero di parlare con chiunque, inclusa la persona offesa e un altro soggetto ritenuto centrale nell’inchiesta, con ovvie ripercussioni sul quadro probatorio.</p><p>Negli ultimi giorni questa singolare strategia investigativa ha fatto emergere un altro problema. Da un’analisi dei telefoni sequestrati a Lavitola gli investigatori avrebbero appreso che molte delle conversazioni avute dal faccendiere con Ranucci sulle applicazioni Signal e WhatsApp sono state cancellate. Nei dispositivi non vi è quasi traccia dei contatti tra Lavitola ed esponenti dei servizi segreti, legami che la polizia giudiziaria ha invece documentato attraverso canali paralleli e inoltre figurano pochissimi elementi sulla vicenda dei carbon credit e sugli affari in Africa, con cui l’ex direttore dell’Avanti si era spesso confrontato con Ranucci. In altre parole, sapendo di essere finito al centro dell’inchiesta, Lavitola avrebbe cancellato dai propri smartphone moltissime chat e lasciato solo ciò che desiderava venisse trovato.</p><p>Da qui la domanda ovvia: perché i pm non vanno a vedere se quei messaggi sono ancora sul telefono di Ranucci? Le conversazioni che Lavitola ha cancellato dal proprio dispositivo potrebbero infatti essere ancora presenti sullo smartphone di Ranucci. Una copia forense dello smartphone dell’ex conduttore di Report consentirebbe di verificare quali comunicazioni siano sopravvissute, ricostruire la cronologia dei rapporti, confrontare le versioni e soprattutto stabilire che cosa si siano realmente detti i due. Ciò anche a tutela della persona offesa, cioè Ranucci. Invece la procura di Roma preferisce non muoversi, di nuovo.</p>]]></description>
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