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		<title>Giustizia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:40:11 +0200</pubDate>
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				<title>Il procuratore di Palermo contro Nordio: &quot;Le carceri non sono più in mano allo stato&quot;. Il ministro: &quot;Gravità inaudita&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 20:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Le carceri non sono più sotto il controllo dello stato. Vi sono call conference tra chi sta fuori, chi sta dentro e chi è in un altro carcere"</b>. Lo ha detto il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia. "I detenuti sono più della capienza possibile, non abbiamo un adeguato sistema di assistenza ai condannati, molti sono tossicodipendenti e non dovrebbero stare in carcere. Il controllo dei penitenziari appartiene solo alle organizzazioni criminali, che vogliono lasciare le cose per come sono". Immediata la reazione del ministro della Giustizia&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/carlo-nordio--891" target="_blank">Carlo Nordio</a>: "<b>È De Lucia che ha perso il controllo di sé stesso</b>. È di una gravità inaudita che un procuratore offenda l'intero corpo della polizia penitenziaria che svolge il proprio dovere con il rischio della vita. Se qualche fenomeno patologico è avvenuto, un magistrato non può estenderlo all'intero territorio nazionale", ha concluso il Guardasigilli.</p>]]></description>
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				<title>Due mesi prima della rapina a Roggero, i carabinieri chiesero l’arresto di uno dei rapinatori. Esclusiva</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Due mesi prima della rapina alla gioielleria di Mario Roggero, i carabinieri di Alba chiesero alla procura di arrestare uno dei tre futuri rapinatori (Andrea Spinelli, poi ucciso da Roggero) perché aveva commesso un’estorsione ai danni di un imprenditore, schiaffeggiandolo e minacciandolo di morte</b>. <b>La procura, che già aveva fatto perquisire la casa di Spinelli, non condivise l’idea dei carabinieri e non avanzò alcuna richiesta di misura cautelare al tribunale</b>, nella convinzione che la perquisizione sarebbe bastata a spingere Spinelli a non commettere più reati. Così non andò: poche settimane dopo Spinelli, già noto negli ambienti giudiziari per la sua attività di truffatore, fece un ulteriore salto di “qualità” criminale e si unì al gruppo che assaltò la gioielleria di Roggero, finendo per essere ucciso per strada da quest’ultimo. <b>Questa notizia, che il Foglio è in grado di dare in esclusiva, non cancella ovviamente la gravità delle azioni compiute dopo la rapina da Roggero</b>, autore non di una legittima difesa bensì di un duplice omicidio e di un tentato omicidio, per i quali è stato giustamente condannato dai giudici in tutti i gradi di giudizio, ma aiuta a comprendere il contesto in cui si inserì la vicenda, evidenziando anche una certa indulgenza degli inquirenti nei confronti dei diffusi episodi di criminalità nel territorio.</p><p>Ovviamente non è possibile affermare che, qualora Spinelli fosse stato arrestato, come richiesto dai carabinieri, la rapina ai danni di Roggero non sarebbe avvenuta. Un certo grado di probabilità però c’è, anche perché <b>nella rapina Spinelli rivestì un ruolo operativo importante, addirittura entrando per primo nella gioielleria.</b> Non il semplice palo, insomma. Senza rapina, inutile dirlo, non ci sarebbe stata alcuna reazione violenta da parte di Roggero, e di conseguenza nessun processo e nessuna condanna nei suoi confronti.</p><p>Ma torniamo al retroscena su Spinelli. <b>L’8 febbraio 2021 Spinelli venne “ingaggiato” da una terza persona per estorcere denaro a un imprenditore. </b>Spinelli prese appuntamento con la vittima e lo convinse a incontrarsi in un’abitazione nel comune di Bra, facendogli credere che avrebbe voluto parlare dello svolgimento di alcuni lavori di ristrutturazione. Spinelli condusse l’imprenditore nel garage, dove trovò il complice, che pretendeva di ricevere soldi per dei lavori che, a suo dire, aveva svolto ma che l’imprenditore non aveva pagato. <b>Spinelli chiuse l’imprenditore nel garage, impedendogli di fuggire, e lo colpì con due schiaffoni sul volto. Poi impugnò un bastone e disse: “Oggi ti rompiamo un ginocchio se non fai quello che ti diciamo”</b>. A quel punto il complice sottrasse il marsupio all’imprenditore e prese 600 euro in contanti. Poi intimò all’imprenditore di firmare delle cambiali. Di fronte alla resistenza della vittima, Spinelli con il bastone in mano proseguì con le minacce dicendo: <b>“Non le firmi? Vuoi scommettere che le firmi? Se non basta il bastone vado a prendere una pistola e da qui non esci vivo”.</b> Accortosi ormai di non avere possibilità di fuggire, l’imprenditore firmò le cambiali. I due lo costrinsero poi ad andare a prendere un aperitivo con loro e a scattare alcune foto insieme (per dare  l’idea in giro che nulla fosse avvenuto). Poi lo lasciarono andare.</p><p>Il giorno dopo, l’imprenditore denunciò i fatti ai carabinieri di Alba e venne aperta un’indagine per estorsione.<b> Il 1° marzo 2021 la procura di Asti dispose perquisizioni nelle abitazioni di Spinelli e del terzo soggetto che confermarono il quadro indiziario</b>: nella casa del complice di Spinelli vennero trovati tutti i documenti a cui aveva fatto riferimento la vittima (cioè cambiali e fatture) e anche il bastone usato da Spinelli.</p><p><b>A quel punto i carabinieri suggerirono alla procura di chiedere l’adozione di misure cautelari nei confronti dei due indagati, ma la procura non diede seguito a questo suggerimento</b>, nella convinzione che la perquisizione fosse sufficiente a dissuadere i due dal compiere altri reati.</p><p>Purtroppo questo non è avvenuto: <b>il 28 aprile 2021, a poco meno di due mesi dalla perquisizione, Spinelli prese parte all’assalto alla gioielleria, per poi essere ucciso fuori dal negozio a colpi di pistola da Roggero. </b>Il gioielliere uccise anche un secondo rapinatore, Giuseppe Mazzarino, e ne ferì un terzo, Alessandro Modica.</p><p>Un pubblico ministero di Asti, messo al corrente dal nostro giornale della vicenda che poche settimane prima aveva coinvolto Spinelli, afferma ora che avrebbe senz’altro chiesto l’adozione di una misura cautelare, soprattutto alla luce della gravità del reato contestato, cioè l’estorsione. Non la pensò così il collega titolare del fascicolo. <b>Per una volta si può dire che il carcere o gli arresti domiciliari, paradossalmente, avrebbero salvato Spinelli (e forse anche Roggero). </b></p>]]></description>
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				<title>Via libera dal Cdm alla norma &quot;anti maranza&quot;. Come cambia l&#039;imputabilità dei minori</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 20:08:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Approvato in Consiglio dei ministri un disegno di legge contro la criminalità minorile. Già ribattezzate "anti-maranza", l'intervento del governo<b>&nbsp;punta a contrastare fenomeni ampiamenti diffusi come quello delle baby gang soprattutto nelle grandi città</b>.&nbsp;"La fermezza senza alternative non basta ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema", ha affermato la presidente del Consiglio&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgia-meloni_429" target="_blank">Giorgia Meloni</a>&nbsp;in un video, poco dopo il termine del Cdm.</p><h2>Come funzionano le nuove norme</h2><p>Le nuove norme modificano l'articolo 98 del codice penale, che regola l'imputabilità dei minori. Attualmente è previsto che i ragazzi tra i 14 e i 18 anni siano ritenuti penalmente responsabili solo se, al momento del fatto, avevano la capacità d'intendere e di volere. In caso di condanna, la pena è sempre diminuita. Diversamente dagli adulti, per i quali la capacità di intendere e volere è presunta dalla legge, per i minori dai 14 ai 17 anni il giudice deve sempre accertare caso per caso se avessero la reale maturità per comprendere il disvalore del loro gesto. <b>Attualmente quindi per i minori tra i 14 e i 18 anni l'imputabilità non è automatica. Con le modifiche del governo al Codice penale lo diventa: l'incapacità di intendere e di volere dovrà essere dimostrata caso per caso</b>. Resterà comunque ferma la diminuzione della pena stabilita dall'articolo 98 che stabilisce che oltre alla riduzione della pena principale, ci sono limiti per le pene accessorie. Se la pena detentiva è inferiore a 5 anni o si tratta di una pena pecuniaria, non si applica alcuna pena accessoria.</p><h2>Le parole di Meloni</h2><p><b>"Oggi il governo ha approvato un provvedimento che cambia le regole sull'imputabilità dei minori"</b>, una norma che "colpisce soprattutto chi crede di essere intoccabile, sfrutta i minori come manovalanza per i proprio affari ma serve anche a punire quei ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla". Così Meloni in un video pubblicato sui social dopo il Cdm. "Chi aggredisce, chi rapina chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni, per questo abbiamo agito e continuiamo ad agire, arresto per i minorenni sorpresi con un'arma, norme severe contro la diffusione dei coltelli pene più dure per i danneggiamenti di gruppo. Oggi un passo ulteriore – dice la premier – Il nostro ordinamento prevede attualmente che un minore tra i 14 e i 18 anni risponda del reato solo se un giudice accerta che fosse capace di intendere e di volere. <b>Con questo provvedimento quella capacità si presume sempre</b>. Significa che si potrà ancora dimostrare il contrario davanti a un giudice, ma il punto di partenza cambia, prima si presumeva l'incapacità oggi si presume la responsabilità".</p><p>"È chiaro, – dice ancora Meloni – la norma da sola non risolve il problema, né quando si parla di giovanissimi si può ragionare solo sul piano della repressione. Questo provvedimento – aggiunge – è un tassello in un percorso molto più difficile e spesso silenzioso. <b>Perché un ragazzo di 15-16 anni che diventa violento e commette reati quasi mai ci arriva da solo</b>. Molto spesso c'è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c'è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto. La fermezza senza alternative non basta&nbsp; – conclude – ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema".&nbsp;</p><p>Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio, "<b>è il tassello finale di tutta una serie di provvedimenti</b>, a cominciare dal decreto Caivano che sono stati adottati in seguito all'aumento della delinquenza minorile. Si tratta di una sorta di facilitazione del processo" perché "anche tutte le norme per quanto riguarda l'età e l'imputabilità sono datate dal codice Rocco, dal codice fascista, quando era diversa la delinquenza minorile, quantitativamente e anche qualitativamente", ha detto in conferenza stampa. Ribadendo che si tratta di "una presunzione soggetta a prova contraria. Non è una presunzione assoluta, è una presunzione relativa". Immediate le critiche da parte del leader di Avs Angelo Bonelli: "Invece di investire nella scuola, negli educatori, nei servizi sociali, nella salute mentale, nei centri culturali e sportivi delle periferie, Meloni e Nordio scelgono di rispondere al disagio giovanile con il carcere e con una deriva autoritaria che sostituisce la prevenzione con il sospetto e le politiche sociali con il diritto penale", ha commentato.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Assassinio&quot; al posto di &quot;omicidio&quot;: la proposta woke del Pd (che però va in tilt)</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Sostituire la parola “omicidio” con “assassinio” nel codice penale</b> e obbligare la Pubblica amministrazione a concordare nelle sue comunicazioni i titoli accademici, professionali e istituzionali al sesso della persona: basta con “ministro”, “direttore”, “ingegnere” e “architetto”; via libera a “ministra”, “direttrice”, “ingegnera” e “architetta”. Sono alcune delle misure contenute nel <b>disegno di legge depositato da alcune senatrici di punta del Pd </b>(Valeria Valente, Anna Rossomando, Cecilia D’Elia e Simona Malpezzi), intitolato <b>“Disposizioni in materia di linguaggio non discriminatorio in ambito giuridico e amministrativo”</b>, illustrato nei giorni scorsi al Senato. Il testo propone di modificare i testi giuridici, gli atti amministrativi e i titoli funzionali “al fine di assicurare alle donne la piena cittadinanza ed eliminare dannosi stereotipi linguistici che ancora rendono le donne invisibili”. Un’opera monumentale, nell’ottica delle senatrici dem, ma che in realtà prende le forme di <b>un’iniziativa sterile, utile solo a strizzare l’occhio al mondo femminista, e che finisce per generare innumerevoli paradossi.</b></p><p>Un primo modo per rendere le donne “visibili”, secondo il Pd, sarebbe quello di <b>imporre alla Pubblica amministrazione di concordare i titoli istituzionali, professionali e accademici al femminile quando le comunicazioni riguardano le donne.</b> Stop al maschile neutro (che, nella visione delle senatrici dem, neutro non è). Insomma, Giorgia Meloni non dovrebbe mai più ricevere una pec indirizzata a “il presidente del Consiglio”, ma per forza a “la presidente del Consiglio”. Bene: ma se la persona destinataria della comunicazione non dovesse sentirsi a suo agio col proprio sesso biologico e, anziché sentirsi chiamata “ingegnera”, pur essendo donna preferisse il neutro “ingegnere”?<b> Dopo aver passato decenni a dare retta alle tendenze woke e a spiegarci che il linguaggio deve essere inclusivo e che il genere dipende dalle sensibilità di ognuno, la sinistra finisce proprio per violare queste sensibilità.</b></p><p>Lo fa anche quando propone di <b>sostituire in tutte le leggi vigenti l’espressione “violenza di genere” con “violenza maschile contro le donne in tutti i casi di atti compiuti da un uomo in danno di una donna”. E se la persona che subisce violenza non si riconoscesse nel suo sesso biologico?</b> Non era meglio mantenere la formula che fa riferimento al “genere”? Di nuovo l’ideologia woke va in tilt.</p><p>Quasi inutile soffermarsi sulla proposta di sostituire la parola “omicidio” nel codice penale con “assassinio”, perché “il termine omicidio deriva dal latino homicidium, composto da homo, uomo, e -cidium, uccisione, cioè ‘uccisione di un uomo’”. Come se dal 1930 in poi il codice penale non avesse permesso di perseguire l’uccisione delle donne.</p><p>In un altro passaggio della proposta, si propone di sostituire all’articolo 61 del codice penale (quello che elenca le circostanze aggravanti comuni) <b>l’espressione “persona in stato di gravidanza” con “donna in stato di gravidanza”. Un’altra previsione che, paradossalmente, immaginiamo non sarà accolta molto bene dal mondo lgbtqia+</b>: da anni si sostiene, in modo surreale, che bisogna evitare il riferimento esclusivo alle “donne” quando si parla di gravidanza o parto, in favore di espressioni come “persone incinte”, “persone in attesa” o addirittura “persone con utero”, e ora improvvisamente il Pd si schiera in favore della formula “donna in stato di gravidanza”? Il centrodestra, comprensibilmente, potrebbe dirsi d’accordo con la proposta.</p><p><b>Ma nel disegno di legge delle senatrici del Pd è presente anche un errore marchiano.</b> Capita quando ci si concentra sulle minuzie (no a “il colpevole”, sì a “chi è colpevole”; no al “conducente”, sì a “chi conduce”; no a “l’autore del fatto”, sì a “chi commette il fatto”) e si perde di vista il quadro generale. L’errore è marchiano perché riguarda l’articolo 583-bis del codice penale, che punisce le pratiche di <b>mutilazione degli organi genitali femminili</b>. Il quinto comma attualmente recita: “Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia”. Il testo dei dem propone non soltanto di sostituire la parte finale con l’espressione “(in danno, ndr) di cittadina italiana o di straniera”, ma anche la prima parte con l’espressione “da cittadina italiana o da straniera”, non rendendosi conto che questa riguarda chi commette il reato.<b> In altre parole, il Pd propone di punire le mutilazioni genitali femminili solo se a farlo sono donne nei confronti di altre donne! Un disastro. </b></p>]]></description>
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				<title>Caso Delmastro. No della Giunta all&#039;acquisizione delle chat tra lui e Caroccia. Il M5s occupa i banchi del governo</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 12:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati ha ha bocciato la richiesta della&nbsp;Procura di Roma&nbsp;di acquisire le chat tra&nbsp;Andrea Delmastro&nbsp;e il ristoratore&nbsp;Mauro Caroccia</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/26/news/delmastro-il-locale-dei-caroccia-era-simpatico-grave-leggerezza-non-consultare-google--399532">coinvolto in un'inchiesta per riciclaggio e false intestazioni e ritenuto legato al clan di camorra Senese</a>. Lo stop alla richiesta dei pm arriva con l'approvazione della relazione della maggioranza: il centrodestra ha votato a favore della proposta del relatore del testo, l'azzurro <b>Pietro Pittalis</b>, negando l'autorizzazione al sequestro della corrispondenza. Il centrosinistra ha votato contro.&nbsp;<b>Dopo il voto della giunta la pratica passa all'Aula di Montecitorio che emetterà il verdetto definitivo: se ne discuterà il 30 giugno.</b></p><p><b>Intanto è scoppiata la polemica e il Movimento 5 stelle ha occupato i banchi del governo nell'Aula del Senato: "Le giunte delle autorizzazioni di Camera e Senato sono diventate organi scudificio per i politici del centrodestra</b>, la maggioranza respinge qualsiasi richiesta dei magistrati a prescindere da ogni valutazione di merito", hanno detto i componenti pentastellati. Ieri il presidente del Movimento <b>Giuseppe Conte</b> aveva "sfidato" la maggioranza a non scudare il deputato, oggi è intervenuto con un video: "È incredibile! Hanno messo lo scudo. Lo scudo per proteggere i cittadini contro il crollo degli stipendi? Contro il carovita? Contro il carburante alle stelle? Ma figuriamoci! Poco fa in Parlamento la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha scudato Delmastro di Fratelli d'Italia". E lancia l'hashtag: #FUORILECHAT: "<b>Ci facciano almeno una cortesia: la smettano di parlare di legalità, di trasparenza! La smettano di dire che la loro azione politica si ispira alle idee e al pensiero di Borsellino!</b> Dopo il salvataggio della Santanchè avete perso un'altra volta la faccia. Vi aspettiamo in Aula su questa vergognosa decisione. Vi daremo battaglia".</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Perché Lavitola ha ragione a chiedersi come sia possibile che non sia stato arrestato</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Valter Lavitola non si spiega due cose: perché è indagato e perché non sia stato arrestato.</b> Il neoristoratore e veterofaccendiere, sospettato dalla procura di Roma di essere il mandante della bomba al caro amico Sigfrido Ranucci, lo dice chiaramente in ogni intervista. Al ristorante Cefalù, dove riceve i giornalisti, dopo la premessa di rito, ribadisce ai giornalisti – gli ultimi quelli di “Filorosso” su Rai 3 – di essere innocente, ma anche che nell’attuale situazione il suo posto dovrebbe essere in una cella. “Sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere”. Anzi, <b>Lavitola dice che in carcere dovrebbe esserci da un pezzo</b>: “Se vuoi la sincera verità io quando sono andato in procura ero sicuro che dopo l’interrogatorio mi arrestassero. Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare. Mi sono portato pure lo zainetto con me”. E, indirettamente, spiega anche la motivazione giuridica delle esigenze cautelari, quando racconta che vorrebbe tanto parlare con l’amico Ranucci ma “l’avvocato continua a dire che sarebbe inquinamento delle prove”. Ma questo è esattamente ciò che è già accaduto.</p><p><b>Durante la perquisizione</b>, che tra l’altro prevedeva il sequestro dei telefoni cellulari,<b> Lavitola ha inviato dei messaggi alla sua presunta vittima</b>. E dopo la perquisizione i due hanno parlato per ore al telefono. Lavitola parla con tutti: con la presunta vittima, con il presunto complice ora in Camerun che avrebbe ingaggiato i bombaroli e con i giornalisti pressoché quotidianamente. Ma non con i pm, che non hanno chiesto le misure cautelari di Lavitola e da qualche giorno si lamentano – attraverso i giornali, come Lavitola – che il loro sospettato principale starebbe depistando le indagini attraverso le interviste che rilascia dal suo ristorante.</p><p>E’ una situazione abbastanza singolare, o meglio, surreale. <b>Si tratta dell’unico caso nella storia italiana di un indagato per strage aggravata dal metodo mafioso in libertà</b>, non perché latitante ma perché a piede libero e a bocca aperta. Il presunto commando di bassa manovalanza che ha messo la bomba al conduttore di “Report” è agli arresti, mentre il loro presunto mandante no: è libero di comunicare con la vittima e con il resto del mondo, mandando messaggi sinceri o interessati, più o meno trasversali, a mezzo stampa.</p><p><b>Alla fine le cose che di questa indagine non si spiega Lavitola sono le stesse che non si spiega il resto del paese</b>. Perché due sono le ipotesi: o la procura l’ha indagato e perquisito sulla base di indizi evanescenti che non giustificano l’arresto, dandolo in pasto all’opinione pubblica come attentatore dell’amico, oppure se l’indagine è seriamente fondata su delle prove non si comprende perché non siano scattate anche le misure cautelari. Non ci sono altre opzioni. E purtroppo non c’è una spiegazione della procura a nessuna di queste due alternative.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Dalla pena &quot;sproporzionata&quot; ai risarcimenti: tutte le fake news sul caso Roggero</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pochi casi di cronaca sono stati circondati – nel dibattito pubblico e politico – da un numero così elevato di notizie false come quello che ha coinvolto il gioielliere <b>Mario Roggero</b>. <b>Una prima falsità è che, prima dell’assalto al suo negozio del 28 aprile 2021 (sfociato nella sparatoria in strada e l’uccisione di due rapinatori), Roggero avesse già subìto cinque, sei o addirittura sette rapine</b>, più altri assalti nella sua abitazione privata. Lo confermano le carte del processo che lo hanno riguardato: <b>prima del 2021 la gioielleria di Roggero era stata oggetto di un’unica rapina, avvenuta nel 2015, cioè sei anni prima. </b>La difesa di Roggero non ha segnalato altri furti, né in gioielleria né in casa.</p><p>Questo dato si lega alla seconda fake news, secondo la quale i giudici, che hanno condannato Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione, <b>non avrebbero tenuto in considerazione la situazione di stress vissuta all’epoca da Roggero</b>. <b>In realtà, la rapina del 2015 è stata oggetto di approfondita valutazione da parte dei magistrati. Aderendo alle conclusioni del perito nominato dal tribunale, i giudici hanno concluso che la rapina del 2015 avesse probabilmente causato “un disturbo post traumatico da stress” in Roggero, che però era da ritenersi “risolto” il giorno della rapina del 2021</b>: lo confermano “le abitudini di vita dell’imputato”, che “è tornato immediatamente al lavoro” e “non si è rivolto ad alcuno specialista al fine di curare la presunta patologia psicologica che lo avrebbe afflitto”.</p><p><b>Terza falsità, rilanciata anche dalla premier Meloni: i giudici non avrebbero valutato “stress, paura e trauma vissuti durante l’aggressione”. Tutti questi aspetti sono invece stati esaminati dai giudici</b>, che hanno evidenziato come Roggero, sia durante la sparatoria, sia nella fase successiva, “è stato in preda a uno stato emotivo di forte rabbia e frustrazione”, ma <b>ha “agito in modo lucido”</b>. In particolare, “ha chiamato il numero di soccorso e ha dimostrato di essere particolarmente cosciente di quello che era appena accaduto”, dopo aver preso i beni sottratti dai rapinatori, li ha riposti nella loro automobile. Inoltre è stato lo stesso Roggero, nelle interviste immediatamente successive al fatto, ad affermare che aveva “agito per fermare i rapinatori e per assicurarli alla giustizia”.</p><p><b>Neanche si può sostenere, come fa qualcuno, che Roggero abbia agito sull’onda della paura.</b> Solo in un secondo momento, infatti, il gioielliere ha sostenuto di temere che i rapinatori potessero tornare indietro. Eppure, notano in giudici, “non vi sono elementi per ritenere che vi fosse il pericolo di un ritorno dei rapinatori. Di ciò l’imputato non può non essersi reso conto, in ogni caso, nel momento in cui è uscito e li ha visti allontanarsi velocemente”. Dall’altra parte, <b>Roggero ha sostenuto di aver avuto timore che i rapinatori avessero rapito la moglie: “Una convinzione – scrivono i giudici – smentita obiettivamente dalla parte del filmato, antecedente all’uscita di Roggero dalla gioielleria, in cui si vede chiaramente che, dopo avere preso la pistola, si scontra con la moglie”</b>.</p><p>Per tutte queste ragioni risulta impossibile applicare le norme sulla legittima difesa, anche perché queste fanno riferimento all’uso di “un’arma legittimamente detenuta”, mentre <b>Roggero usò un’arma che deteneva illegalmente, poiché gli era stato ritirato il porto d’armi a seguito di un’aggressione da lui compiuta nel 2005 nei confronti dei famigliari dell’allora fidanzato della figlia. </b></p><p>Un’altra affermazione molto in voga è quella secondo cui la pena emessa dalla Corte d’appello, e confermata dalla Cassazione, sarebbe <b>“sproporzionata”</b>. Qui la demagogia arriva a vette altissime. <b>Il codice penale prevede che l’omicidio volontario sia punito con una pena non inferiore ai 21 anni. Roggero, ritenuto colpevole di duplice omicidio volontario e di un tentato omicidio, è stato condannato a 14 anni e 9 mesi, grazie all’applicazione delle attenuanti generiche e anche di quelle della provocazione.</b> Insomma, i giudici non avrebbero potuto ridurre ulteriormente la pena.</p><p><b>L’ultima fake riguarda il risarcimento: non è vero che Roggero è stato condannato a risarcire i famigliari dei rapinatori con tre milioni di euro. Il tribunale ha rinviato a un processo in sede civile il compito di stabilire le somme precise da versare ai famigliari, ai quali per il momento è stata riconosciuta solo una provvisionale di 480 mila euro</b> (da dividere tra 14 congiunti delle tre persone), oltre ai 300 mila già versati da Roggero in sede di udienza preliminare. I giudici hanno specificato di aver stabilito i risarcimenti facendo riferimento ai minimi previsti dalle norme. Nel 2024 nel conto corrente creato da Roggero per raccogliere fondi per la sua causa erano arrivate donazioni pari a quasi 500 mila euro. Cinquantamila euro erano poi stati dirottati su un conto tunisino, sequestrato dalla magistratura.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>&quot;No alla grazia a Roggero. Ha ucciso due rapinatori in fuga in stile corleonese&quot;, dice Calderone (Forza Italia)</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“Roggero ha ucciso due rapinatori in fuga, in stile corleonese, quando ormai né lui né la sua famiglia correvano il benché minimo pericolo. Siamo di fronte a un duplice omicidio volontario, altro che legittima difesa”</b>, dice al Foglio <b>Tommaso Calderone, deputato di Forza Italia, vicepresidente della commissione Giustizia alla Camera</b>. Una voce fuori dal coro nel centrodestra e anche in FI. “Per la grazia a Roggero non c’è stata alcuna raccolta firme tra noi parlamentari – aggiunge –. <b>Se ci dovesse essere, io non firmerò. La grazia è prerogativa del presidente della Repubblica, è una questione seria, non stiamo mica parlando della raccolta firme per organizzare una festa di paese</b>”.&nbsp;</p><p>Calderone parla in modo calmo, ma consapevole di pronunciare frasi impopolari (i social si sono schierati in difesa del gioielliere di Grinzane Cavour, i capigruppo di tutti i partiti di maggioranza hanno annunciato una raccolta firme per chiedere la grazia a Mattarella, la Lega di Salvini starebbe addirittura pensando di candidare Roggero alle prossime elezioni politiche): “Dopo che i malviventi erano andati via, Roggero doveva chiudere la porta e chiamare i carabinieri. Poi dovevano pensarci le forze dell’ordine ad assicurare i malviventi alla giustizia, non certamente Roggero, che li ha inseguiti, ha sparato e ne ha anche preso a calci uno mentre era a terra moribondo. Se vogliamo fare ragionamenti rozzi li possiamo pure fare, ma <b>se dobbiamo parlare di diritto quello è un duplice omicidio volontario, che non ha niente a che vedere, ma proprio neanche alla lontana, con la legittima difesa</b>”, afferma Calderone.</p><p>C’è chi – inclusa la premier Giorgia Meloni – sostiene che i giudici avrebbero dovuto valutare lo stato di stress, paura e trauma vissuti da Roggero durante l’aggressione. Questi elementi, in realtà, sono stati presi in considerazione nelle motivazioni delle condanne, sia quella di primo grado, sia quella in appello poi confermata in Cassazione. “Eccome se è stata presa in considerazione”, conferma Calderone. “I<b> giudici hanno concesso due attenuanti, le generiche e la provocazione, tant’è che Roggero è stato condannato a 14 anni e 9 mesi”.</b> “L’articolo 52 del codice penale prevede che per configurare la legittima difesa ci debba essere attualità del pericolo – aggiunge –. Nel caso di Roggero l’attualità non esisteva più perché i rapinatori si erano dati alla fuga, erano andati via. In punto di diritto la sentenza è inappuntabile. Per questo <b>considero l’attacco alla magistratura completamente fuori luogo, e lo dice uno che è stato in prima linea nella campagna per la separazione delle carriere</b>. Ho 35 anni di esperienza da avvocato penalista e penso con la mia testa”.</p><p><b>Ma è necessario ritoccare la legge sulla legittima difesa? “Assolutamente no – replica Calderone –. La legge c’è e va bene così. Se si dovesse pensare di modificare la legge, anche in questo caso non voterei a favore. Il rischio deve essere sempre attuale e la reazione proporzionata, altrimenti diventa il far west”. </b></p><p>Le fa un po’ paura questa pancia del paese così indignata per la condanna di Roggero? “Mi fa paura il populismo, o per meglio dire mi inquieta”, risponde il deputato azzurro. “Bisognerebbe sempre leggere e studiare prima di commentare, e invece questo non accade. Credo che stiamo vivendo un momento sociale particolare. <b>C’è gente che magari va a battersi il petto in Chiesa e poi dice ‘li dobbiamo ammazzare tutti’. Non funziona così. </b>Io sono per il rigore, ma bisogna rispettare le regole. Se attacchiamo la magistratura di fronte a sentenze come queste delegittimiamo lo stato di diritto, questa è la cosa più grave di tutta la vicenda”.</p><p>Senza considerare la richiesta di grazia a Mattarella avanzata da tutti i partiti di maggioranza, inclusa Forza Italia. Scelta da cui Calderone si smarca: “Dopo la sentenza, la politica avrebbe dovuto stare zitta. Poi <b>l’idea di raccogliere le firme per la grazia… Sembra di assistere a una raccolta fondi per organizzare la festa paesana, ma stiamo scherzando? La raccolta firme è un’offesa assoluta nei confronti del presidente della Repubblica,</b> che tuttavia sicuramente non si farà condizionare, ma agirà secondo scienza e coscienza”, conclude Calderone.</p>]]></description>
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				<title>Chi è Sergio Novani, capo del team legale di Roggero, ma anche dell&#039;ufficio legislativo di Futuro Nazionale</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Qualcuno protegga i Roggero dagli avvocati</b>, dai Carlo Taormina con paletta e secchiello. Il nuovo, l’ultimo, è <b>Sergio Novani</b>. Lo chiamano “avvocato”, ma si scopre che preferisce la parola “professore”, insomma, <b>è il “perito”, il capo del team legale del gioielliere Roggero, ma anche il capo dell’ufficio legislativo di Futuro Nazionale. </b>Mentre il suo assistito entrava in carcere, a Bollate, mentre gli veniva assicurato che sarebbe andato tutto bene, Novani spiegava la sentenza con la politica, come un parlamentare, come Laura Ravetto, e scriveva sui social: <b>“Mentre Roma discute, Roggero andrà in carcere a causa della mancata riforma sulla legittima difesa che questo governo poteva già fare, accogliendo l’emendamento Ziello di Futuro Nazionale”.</b></p><p><b></b> Novani è il solo che può avere presto un seggio al posto di Roggero. Chi è? <b>E’ di Viareggio, come Vannacci, perché Viareggio è ormai la nostra nuova Normale di Pisa, il serbatoio della fantasia nazionale.</b> Insegna procedura penale all’università dell’Insubria e <b>ha fatto parte del team legale di Bossetti </b>e dunque parla “il consulente del caso Gambirasio”. <b>Preferisce farsi chiamare professore perché la professione di avvocato, da quanto dice, ha smesso di esercitarla da tempo</b> per dedicarsi alla docenza. <b>Va ospite in tv da anni e alterna al titolo “professore”, quello di “consulente”. </b>Con il titolo di consulente è stato intervistato da “Quarto Grado”. Nel 2017 era ospite fisso a Tgcom 24 a “Il giallo della settimana”. Si è occupato anche del caso Ragusa e si scopre, sempre dai suoi video a “Quarto Grado”, che Novani<b> insegna anche Logica e filosofia della Scienza Criminale all’Ipus Istituzione Alta Formazione di Chiasso (Svizzera). </b>Colleziona collegi difensivi. Nel 2016 ha fatto parte del Collegio difensivo nel processo per l’omicidio di Guerrina Piscaglia.  E’ il nuovo virologo della legittima difesa: qui  la solo grazia è  trovare una telecamera.</p>]]></description>
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				<title>Lo sciacallaggio sulla cronaca nera</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La morte di una persona durante un arresto, indipendentemente dalla sua nazionalità, dalla sua professione e dalle circostanze che hanno preceduto l’intervento della polizia, suscita interrogativi inevitabili e inquietanti. A Bologna, l’arresto di un facchino marocchino che aveva dato in escandescenze e danneggiato un’auto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/07/20/news/a-bologna-un-uomo-e-morto-durante-un-fermo-di-polizia--402619" target="_blank">è finito in tragedia</a>. <b>Si parla di una possibile crisi asmatica, si dovranno verificare le modalità dell’immobilizzazione e i tempi dell’intervento sanitario. Esistono un video, inchieste interne e un’indagine della magistratura.</b> È esattamente così che deve funzionare uno stato di diritto: raccogliere prove, stabilire i fatti, individuare eventuali responsabilità. Ciò che non serve, anzi ostacola la ricerca della verità, è trasformare immediatamente un caso di cronaca in una bandiera politica. A sinistra, una parte del dibattito ha già deciso che la polizia bolognese si sarebbe comportata come l’Ice americana, come se la nazionalità della vittima fosse sufficiente a dimostrare la natura razzista dell’intervento. <b>A destra, la reazione speculare consiste nel sostenere che le forze dell’ordine abbiano ragione per definizione, che chi viene arrestato sia automaticamente responsabile anche della propria morte e che ogni domanda equivalga a un’accusa contro la polizia.</b></p><p>E’ lo stesso cortocircuito visto nel caso di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/15/news/la-norma-salva-roggero-non-salva-roggero--402207" target="_blank">Mario Roggero</a>, ma a parti invertite. Lì una parte della destra non ha atteso le sentenze, non ha distinto la legittima difesa dall’inseguimento e dalla vendetta, non ha accettato che la ricostruzione dei fatti spettasse ai giudici. <b>Ha scelto il commerciante contro i rapinatori e, sulla base di questa divisione morale, ha stabilito in anticipo chi avesse ragione. </b>A Bologna una parte della sinistra rischia di fare lo stesso: sceglie la vittima contro la polizia e ricava dall’identità dei protagonisti il verdetto. La simmetria è evidente. Da una parte si trasforma la paura in assoluzione preventiva; dall’altra si trasforma il sospetto in condanna preventiva. In entrambi i casi la sicurezza viene regolata dalla forza delle emozioni, non dalla forza dello stato di diritto. Roggero diventa l’eroe perché ha sparato ai rapinatori; il facchino marocchino diventa la prova di un abuso razzista prima che le indagini abbiano chiarito come sia morto. Ma i fatti non diventano più veri perché confermano il pregiudizio della nostra parte.</p><p><b>La politica dovrebbe avere il coraggio di fermarsi un passo prima del tribunale improvvisato.</b> Difendere la polizia significa anche pretendere che ogni suo intervento sia controllabile. Difendere una vittima significa anche non usarla come materiale propagandistico. La giustizia non consiste nello scegliere subito da che parte stare. Consiste nel lasciare che prove, testimonianze e responsabilità vengano accertate senza il rumore della tifoseria.</p>]]></description>
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				<title>Parla Alemanno: “Roggero? Racconti il carcere come ho fatto io”</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p>“<a href="https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2026/07/20/news/perche-nel-caso-roggero-bisogna-ascoltare-lo-stato-di-diritto-e-non-i-social-ascolta-il-foglio-daily--402630" target="_blank">Mario Roggero</a>? <b>Mi auguro che faccia sentire la sua voce,  da normale cittadino, come ho fatto io</b>, e faccia capire a tutti come sono le carceri italiane oggi: una follia”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/gianni-alemanno_2283" target="_blank">Gianni Alemanno</a>&nbsp;parla al Foglio mentre il gioielliere piemontese prende le misure con la vita da detenuto in una cella del carcere di Bollate. “Quello è uno dei migliori in Italia. Si tratta dell’istituto con più attività culturali, di formazione e avviamento al lavoro. E lo si nota anche dal basso tasso di recidiva”, assicura l’ex sindaco di Roma, uscito da meno di un mese dal carcere di Rebibbia. “Ma per Roggero il discorso è un altro: ha più di 70 anni e la sua condanna è chiaramente sproporzionata. Quattordici anni e 9 mesi si danno per omicidio premeditato, non per una situazione così complicata come la sua”. Che consigli può dare al gioielliere per cercare di vivere in cella? <b>“Deve fare il più possibile, impegnarsi in qualsiasi attività trattamentale e non finire ‘brandizzato’, ossia di buttarsi in branda”, dice Alemanno</b>. “Deve capire, nel rallentamento della vita quotidiana che avviene in carcere, i valori essenziali della vita. <b>E renderla un’esperienza di rigenerazione spirituale</b>”. E nel farlo, anche raccogliere il testimone dell’ex sindaco e dalle tantissime lettere scritte durante la sua esperienza detentiva: “Se il tribunale di sorveglianza si comporta in maniera adeguata, fra pochi mesi Roggero potrebbe essere messo agli arresti domiciliari, che è il modo migliore caso di detenzione possibile per una persona di più di 70 anni. Ma nel frattempo mi auguro che faccia comunque sentire la sua voce. Spero che racconti i molti aspetti paradossali della vita carceraria. E che dimostri sostanzialmente che le condizioni del carcere non sono né dure, né morbide, sono semplicemente folli. E questo – prosegue – si lega a un dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che è diretto in maniera chiaramente inadeguata, soprattutto dopo il passaggio di Delmastro”.</p><p>C’è chi, come Matteo Salvini, vorrebbe addirittura candidare Roggero. “<b>Su questo la penso come Roberto Vannacci: la situazione non si risolve in questa maniera</b>. Servono piuttosto nuove leggi che sostengano di più i cittadini nel momento in cui si trovano nelle condizioni di doversi difendere”. Sempre la Lega ha messo a punto un ddl per estendere la legittima difesa, prevedendo la non punibilità di “qualsiasi reazione” nella immediatezza di una aggressione a mano armata in casa o in negozio “indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”. Alemanno dice di non averla ancora letta, “ma credo che debbano essere comunque costruiti un sistema di attenuanti, perché a volte i cittadini si trovano ad agire in condizioni estreme e paradossali come le sue. Roggero – dice – ha subìto una serie di violenze e di rapine interminabili, ha subìto l’umiliazione della prepotenza dentro la gioielleria. <b>Una reazione come la sua sicuramente non è legittima difesa, ma credo sia largamente comprensibile, e dovrebbe avere un ben altro trattamento dal punto di vista della pena</b>”.</p><p>A tappare il <i>vulnus</i>, magari, potrebbe essere Futuro nazionale, di cui Alemanno è ormai esponente di spicco. Ma i lavori procedono a rilento. “Col generale non abbiamo ancora definito nulla nel programma sul fronte della giustizia. Ma nei prossimi giorni incontrerò il professor&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/16/news/lideologo-di-vannacci-platone-e-aristotele-sono-di-destra-via-i-bagni-neutri-dalle-scuole-il-migliore-ministro-sarebbe-stato-veneziani--400646" target="_blank">Lorenzo Gasperini</a>&nbsp;che si sta occupando del programma, per cercare di definire la situazione”. Una cosa certa c’è: “Io non sono per un carcere buonista o facile, come si potrebbe pensare. Io sono per un carcere umano sulla strada della rieducazione, che abbia senso, che abbia logica. <b>E credo su questi temi di incontrare anche l’atteggiamento di una persona come Vannacci – chiosa –, che non ha avuto la mia esperienza e che a parole potrebbe apparire molto più dura</b>”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Non sparate sullo stato di diritto. Lezioni dal caso Roggero</title>
				<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 10:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Gian Domenico Caiazza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Vedere “Odissea”, lo strepitoso film di Nolan, nei giorni della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/15/news/la-norma-salva-roggero-non-salva-roggero--402207" target="_blank">vicenda Roggero</a>, aiuta a schiarirsi le idee. Ci ricorda, innanzitutto, che la vendetta è un sentimento umano formidabile, un impulso naturale e inestinguibile, perché nasce, per definizione, dall’aver subito un torto. Inutile alzare il ditino e fare lezioni di moralità: sono entrati nel mio negozio, mi hanno picchiato la moglie, terrorizzato la figlia, puntato una pistola in testa, portato via il frutto del mio lavoro. Nella Grecia di Omero, la vendetta privata era un obbligo d’onore (timè), il rifiuto di farlo un marchio di infamia. Ulisse che fa orrenda strage dei Proci perché costoro gli hanno invaso la casa, insidiato la moglie, umiliato il figlio, è l’eroe di tutti noi. Poi arriverà Eschilo, nel Quinto secolo avanti Cristo, a incaricarsi di spiegare all’umanità che la vendetta, come diranno poi giganti come Seneca e Platone, è “la malattia dell’anima”. Oreste si sente in dovere di uccidere sua madre Clitennestra perché costei insieme all’amante gli aveva ucciso il padre Agamennone. <b>Occorre porre fine a una spirale di morte e di violenza senza soluzione, e perciò Atena istituisce il Tribunale dell’Areopago, stabilendo che da quel momento la giustizia non sarà più privata, ma sarà amministrata da un giudice. </b>La nostra civiltà, sissignori la civiltà occidentale, nasce allora, nel Quinto secolo avanti Cristo, anche se la strage dei Proci continua a entusiasmarci, e vogliamo vederla e rivederla e rivederla ancora. Dunque non mi stupisce affatto che questa bestia informe, acefala e senza identità che sui social rovescia quotidianamente gli umori gastrici di tutte le più invereconde pulsioni di giustizia sommaria, di frustrazione e di sete di vendetta sociale che ribollono nelle viscere della “opinione pubblica”, tifi per il gioielliere pistolero. Ci sta. La tragedia non è questa, la tragedia è la politica che gli corre dietro, che blandisce e ammicca alla bestia nella illusione di conquistarne il consenso, ignorando peraltro che quella bestia è semplicemente insaziabile. Puoi darle in pasto tutte le controriforme più immaginifiche, vorrà sempre altro. Forse non le basterà neppure il varo di un articolo unico: “Non è punibile chi abbia commesso un qualsivoglia reato per reagire a qualsivoglia torto subito”.</p><p>E così Salvini, che nel 2019 aveva annunciato trionfante urbi et orbi  la epocale riforma della legittima difesa, oggi dice che quella sua stessa riforma non basta più, bisogna dare ancora più spazio a chi subisce un torto, bisogna garantire impunità al galantuomo che vendica un torto. E facendo cosa, di grazia? Lo scandalo al quale si grida in questi giorni infuocati quale sarebbe, allora? Vi è chiaro o no che il Tribunale dell’Areopago, preso atto della impossibilità di applicare l’esimente del diritto di difesa al Roggero, per la accecante evidenza della assenza di ogni minaccia in atto alla vita e alla incolumità propria e dei propri cari al momento degli omicidi, gli ha inflitto la pena minima prevista dalle norme di legge? Perché è questo ciò che è accaduto. La presidente Meloni, più accorta di Salvini, lascia perdere la legittima difesa e parla di “pena sproporzionata”. Mi chiedo come sia possibile che nessuno le abbia sussurrato all’orecchio che il reato di omicidio volontario semplice è punito dalla legge con pena “non inferiore ad anni 21”. Qui gli omicidi volontari sono due, più un tentato omicidio. Possibile che si continui, anche da parte chi ha la responsabilità istituzionale di guidare il paese, e con essa il dovere di spiegare ai cittadini la forza e le ragioni della legge proprio quando è più difficile che esse vengano comprese, a lamentare la presunta, mancata considerazione da parte dei giudici dello stato d’animo del Roggero sconvolto dalla ingiuria subita, quando basta leggere la sentenza per comprendere che i giudici invece lo hanno fatto al massimo delle possibilità consentite, concedendo sia le attenuanti generiche (prima diminuzione di un terzo della pena) che l’attenuante della provocazione, cioè dell’aver agito in modo incontrollato a causa dello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto altrui (secondo abbattimento di un terzo della pena)? La pena sarebbe dunque sproporzionata rispetto a cosa, presidente Meloni? <b>14 anni e 6 mesi per due omicidi e un terzo per fortuna solo tentato, è la pena minima irrogabile, è una pena mite e – aggiungo – giustamente e sacrosantamente mite.</b> Poteva avere di meno, Roggero? Sissignore, avrebbe potuto vedere diminuita ulteriormente di un terzo la pena, se avesse scelto di procedere con rito abbreviato (l’omicidio semplice non è ostativo). Non lo ha fatto e avrà avuto le sue ottime ragioni, che magari vorrà raccontarci se crede, ma se Roggero non ha avuto una pena ancora più mite ( a quel punto inferiore ai 10 anni) è stato per una sua scelta processuale; quel che è certo è che i giudici hanno fatto tutto ciò che potevano e dovevano fare.</p><p>Quale norma si vorrebbe cambiare, in questa corsa frenetica a chi la spara più grossa per ingraziarsi “la Bestia” social: diminuire la pena minima per l’omicidio? Prevederne pene diverse se l’omicida è ultra settantenne? Mi chiedo allora come sia possibile alimentare, con tale irresponsabile insistenza, le pulsioni peggiori del paese, dell’animo umano, delle nostre viscere. Si discuta semmai – ve ne è tutto il tempo – del tema risarcitorio. Qui sì, è giusto attendersi dal giudice civile una doverosa considerazione del fatto che i richiedenti il risarcimento hanno concorso in modo decisivo, con azione violenta e illecita, all’innesco della catena causale che ha condotto all’omicidio. Pensare addirittura di eliminare il diritto al risarcimento dei danni, come previsto dall’ennesimo decreto sicurezza, pare a me uno sproposito destinato a sopravvivere il tempo di qualche mese alla mannaia della Corte costituzionale; attendersi invece dal giudice una liquidazione dei danni severamente contenuta pare a me conforme ai più elementari sentimenti di giustizia. Perciò è giusto sentirsi ed essere vicini alla famiglia Roggero, così come è giusto dire a gran voce che i giudici (soprattutto del secondo grado) hanno tenuto in considerazione la tragedia vissuta e interpretata da quest’uomo con la massima considerazione che la legge consentisse loro. Per il resto, Ulisse, il nostro eroe, che fa strage dei maledetti Proci, continuiamo ad amarlo senza riserve e senza freni, ma preferiamo vederlo solo al cinema.</p>]]></description>
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				<title>“Lavitola in diretta”, il nuovo show di Ranucci principe di garantismo</title>
				<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 05:53:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se i curatori dei palinsesti televisivi avessero un po’ di sfrontatezza, un po’ di senso della provocazione e un briciolo di ironia, e anche di autoironia, avrebbero dovuto inaugurare da giorni uno spazio tematico quotidiano dedicato alle grandi lezioni di garantismo, di rispetto dello stato di diritto e di lotta forsennata contro la cultura della gogna offerte dal caso Ranucci, in uno show formidabile facilmente sintetizzabile con l’unico titolo adatto a rappresentare degnamente il tema: Lavitola in diretta. Lavitola in diretta offre da giorni, grazie al contributo straordinario di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sigfrido-ranucci_40285">Sigfrido Ranucci</a>, memorabili lezioni sul necessario rispetto delle garanzie all’interno del sistema giudiziario. E in questo meraviglioso ribaltamento dei ruoli, <b>con Ranucci dall’oggi al domani passato dall’essere il principe del tribunale del popolo all’essere il principe del foro del garantismo</b>, il conduttore di “Report”, con passione, dedizione e abnegazione, nel nuovo format della Lavitola in diretta che ci auguriamo la Rai gli offra quanto prima, ha iniziato a muoversi come un grande accusatore di un sistema di gioco a cui spesso lui stesso si è prestato:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/14/news/sul-caso-ranucci-i-fatti-convincerebbero-litalia-benpensante-e-manettara-a-mollare-i-pregiudizi-ideologici--402104">la legittimazione della cultura dello scalpo</a>.</p><p>L’impegno encomiabile con cui Ranucci in questi giorni si è battuto per il garantismo ha permesso di accendere una serie di luci su alcune pratiche che siamo certi che Ranucci continuerà a combattere anche quando si chiarirà la vicenda dei mandanti dell’attentato. Ranucci, lo sappiamo, nonostante l’accusa pesante nei confronti di Valter Lavitola, indagato come mandante dell’attentato a Ranucci,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/07/16/news/lavitola-ora-tace-ma-il-cocktail-di-scampi-parla-per-lui--402253">ha continuato a definire Lavitola un amico, ha continuato a sostenere le ragioni della sua innocenza</a>, ha denunciato per diffamazione chi, attraverso “congetture e allusioni”, ha provato a trasformare la vittima dell’attentato nel suo possibile beneficiario. Grazie all’eroica lezione quotidiana di garantismo offerta da Ranucci, Lavitola in diretta ne avrebbe di argomenti per fare ascolti. <b>Sappiamo che anche per Ranucci finalmente la fuga di notizie è un problema</b> (lunedì scorso ha denunciato la rivelazione di atti coperti da segreto riguardanti le indagini sull’attentato). <b>Sappiamo che anche per Ranucci le amicizie opache non sono prova di una colpevolezza</b> (citofonare Lavitola). <b>Sappiamo che seguire le indagini utilizzando l’armamentario delle allusioni, pratica che nel recente passato Ranucci ha sempre adottato con una certa coerenza, chiedere a Carlo Nordio, è da considerarsi un atto deplorevole</b> e ora dunque, grazie a Ranucci, ce ne ricorderemo anche nel futuro. Sappiamo che anche il purissimo fronte dei giustizieri della notte considera pericolose le suggestioni se non hanno pezze d’appoggio diverse dalle semplici allusioni. Sappiamo, ancora, che criticare un magistrato che indaga, mettendone in discussione l’operato, come ha scelto di fare Ranucci scagliandosi a testa bassa contro il pm che sta indagando Lavitola come mandante dell’attentato – “Lo conosco”, dice Ranucci, “non lo farebbe mai, è un amico” – non è un atto eversivo ma è un diritto di chi vuole esercitare una libertà di critica e anche di pensiero (elemento di cui ricordarsi quando il partito di Ranucci tornerà un domani a trasformare ogni ditino alzato per commentare ed eventualmente criticare un’indagine nella prova di una torsione autoritaria del paese). <b>Sappiamo, ancora, che violare la privacy non è un problema se a violarla è il paladino del bene</b> (Ranucci ha rivelato una malattia del figlio di Lavitola, chissà che fine ha fatto l’ordine dei giornalisti). <b>Sappiamo, ancora, che frequentare un pregiudicato, come Lavitola, non è un reato</b>, semmai un peccato, e che si può essere onesti, specchiati, puri, anche se si sceglie di frequentare un impuro, perché un conto sono i peccati, un altro sono i reati, e almeno in questo caso, nel format della Lavitola in diretta, le categorie tra peccatori e criminali si possono separare. Sappiamo che avere amici massoni non è un dramma (Lavitola lo è). S<b>appiamo che considerare innocente fino a prova contraria un indagato è un dovere</b> (Lavitola lo è). <b>Sappiamo che interferire nelle indagini non è depistaggio ma è anch’esso un diritto</b> (Lavitola e Ranucci parlano delle indagini ad alta voce da giorni, se lo avessero fatto altri chissà cosa sarebbe successo). <b>Sappiamo che intrattenersi con un massone non è una prova di colpevolezza, non è un indizio sul tuo essere criminale, non produce fenomeni di osmosi, ma è un diritto come un altro in un paese libero</b> dove non si può considerare un rapporto d’amicizia come possibile spia di un sistema criminale in fase embrionale. <b>Sappiamo che una chat isolata non racconta necessariamente una relazione tra due persone</b>. Sappiamo che la coincidenza temporale non è una prova causale: se qualcosa accade dopo che una persona ha incontrato un’altra persona non significa che il primo fatto abbia prodotto il secondo. Sappiamo che tutelare la propria reputazione non significa intimidire la stampa e sappiamo che chiedere il rispetto delle garanzie nella fase delle indagini preliminari non significa imbavagliare il diritto di cronaca, significa proteggere lo stato di diritto. Sappiamo che minacciare denunce ai giornali che giocano con le allusioni non è un attentato alla libertà di stampa ma è un atto finalizzato a proteggere la propria reputazione. E sappiamo, infine, che l’onere della prova spetta a chi accusa, non a chi si difende, e il garantismo su Lavitola è, anche se ipocrita, il manifesto del rispetto dello stato di diritto.</p><p>E’ ancora difficile farsi un’idea su cosa è davvero successo sull’asse Lavitola-Ranucci. E’ difficile capire quanto solide siano le prove contro Lavitola. E’ difficile capire le ragioni dell’attentato a Ranucci. E’ difficile capire, nella difesa di Lavitola da parte di Ranucci, dove cominci l’amicizia e dove inizi la paura che dalla rottura dell’amicizia possa nascere qualcosa di pericoloso. Ma quello che non si dovrebbe avere difficoltà a dire è che la difesa di Ranucci dell’amico Lavitola non è solo la demolizione del modello Report. E’ qualcosa di più: è un manuale improvvisato ma a suo modo efficace di resistenza alla cultura della gogna, di lotta senza quartiere contro il circo mediatico giudiziario. Se poi Ranucci volesse sapere come abbia fatto la cultura del sospetto a diventare così virale in Italia, potrebbe fare un salto su Rai Play e riguardare con attenzione se esista una qualche trasmissione che in questi anni ha fatto di tutto per far diventare le amicizie un indizio di colpevolezza, le allusioni una pratica investigativa e il tribunale del popolo lo spazio adatto per giudicare le vite degli altri e far saltare teste con metodi giacobini contro cui eroicamente da giorni combatte il nostro format preferito: Lavitola in diretta.</p>]]></description>
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				<title>“Roggero non si è difeso, ha ucciso. Sulla grazia Forza Italia sbaglia”, dice Pecorella</title>
				<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Non credo che consegnare allo Stato due cadaveri abbia molta utilità, né per la giustizia né per la società, a meno che non si voglia <b>tornare alla pena di morte. Questa è l’idea che sostanzialmente sta dietro a tutto questo vociare vergognoso che si è sviluppato attorno al caso Roggero. L’idea che tanto i delinquenti, prima o poi, vadano ammazzati.</b> Allora lo dicano chiaramente: non parlino di legittima difesa, ma dicano che ciascuno ha il diritto di ammazzare quando ritiene di essere vittima di un torto da parte di qualcuno. Credo che però nessuno avrà mai il coraggio di dirlo”. Lo afferma al Foglio <b>Gaetano Pecorella, avvocato, giurista, ex parlamentare di Forza Italia, commentando la vicenda di Mario Roggero</b>, condannato in via definitiva per l’uccisione di due rapinatori e il tentato omicidio di un terzo che avevano assaltato la sua gioielleria. “Attorno a questa vicenda si sentono cose vergognose e assurde – prosegue Pecorella –. <b>Ciò che è legittima è la difesa, non l’omicidio. La difesa è legittima nel momento in cui io devo difendere i miei diritti. Se quel momento è finito o superato è chiaro che non è una legittima difesa, ma un’azione che non ha alcun rapporto di giustificazione rispetto a quanto accaduto prima. Sostanzialmente ci si sostituisce alla giustizia dello Stato con la giustizia privata, ammazzando la gente</b>”.</p><p>C’è chi giustifica il gesto di Roggero riferendosi al suo stato psicologico e alle rapine subite in precedenza. “Questo può dar luogo all’attenuante della provocazione, che peraltro gli è stata riconosciuta, ma certamente non legittima l’omicidio”, replica Pecorella. “C’è una legge sulla legittima difesa, oltretutto introdotta dal centrodestra, che è chiarissima:<b> io posso difendermi quando il pericolo è attuale. Quando quel momento è passato, nessuna norma mi autorizza a farmi giustizia da solo</b>. Invece ora<b> si sta cercando di far passare per eroe una persona che, dopo aver subito una rapina, ha preso una pistola, ha inseguito i rapinatori per strada e li ha ammazzati come cani</b>”.</p><p>“Considero la sentenza della Cassazione tecnicamente e anche umanamente ineccepibile”, aggiunge Gaetano Pecorella. “I<b>l fatto che in molti pensino che la condanna sia sbagliata vuol dire che in questo Paese c’è una buona parte di persone che ha perso il senso della civiltà, della convivenza e della solidarietà”. </b></p><p>Pecorella, parlamentare per Forza Italia per quattro legislature, rivolge critiche anche nei confronti del partito azzurro, che si è unito alla richiesta di grazia per Roggero, inseguendo e aderendo alle posizioni più estreme della Lega e anche di Vannacci: “Credo che sia prima di tutto un errore politico, perché in questo modo si consolidano le posizioni ideologiche di partiti che sono profondamente diversi da Forza Italia. <b>Sostenendo che ciò che ha fatto Roggero è giusto, e va pure perdonato, non si portano voti a Forza Italia, ma ai partiti estremi. Siamo di fronte proprio a un errore di prospettiva politica”. </b></p><p>“Cosa ha fatto Roggero per esser graziato?”, si chiede Pecorella. “<b>Ha ammazzato due persone per strada. La grazia deve essere giustificata da qualcosa e io non vedo alcun elemento su cui si possa fondare una richiesta di grazia. Anche perché il rischio è di diffondere un esempio terribile: se io ammazzo qualcuno tanto poi mi danno la grazia.</b> Non ci si rende conto dei danni che si fanno nel momento in cui si diffondono questi messaggi. Non si ha la prospettiva politica di quello che si dice”.</p><p><b>“Il futuro che penso avesse in mente Berlusconi per Forza Italia era quello di un partito di centro, liberale e impegnato nella tutela dei diritti delle persone</b>”, insiste Pecorella. “Forza Italia aveva una sua forza autonoma, che era quella di essere un partito che apparteneva allo schieramento di destra ma con una posizione liberale che gli altri partiti non avevano. In questo modo, invece, si fa un grandissimo errore politico. Chiedendo la grazia per Roggero si fa un grande favore all'estrema destra e si perdono consensi”, conclude Pecorella.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Antimafia troppo distratta per accorgersi che qualcuno sta mettendo a ferro e fuoco Palermo</title>
				<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 05:27:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Riccardo Lo Verso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dov’è finita la prima linea dell’antimafia. Tutti, o quasi, in tutt’altre faccende affaccendati, inghiottiti da politica e carriere tanto da non sentire il rumore dei kalashnikov. Perché è questo che da mesi accade a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/fillmore_1345" target="_blank">Palermo</a>.<b> Troppo distratti per accorgersi che qualcuno sta mettendo a ferro e fuoco la città. Firmano i raid con il rumore delle sventagliate di mitra e l’odore acre degli incendi.</b> Seminano paura come non succedeva da decenni per convincere i commercianti a pagare il pizzo. Emissari di messaggi intimidatori per saldare vecchi conti aperti quando neppure erano nati. Agiscono e tornano sul luogo del delitto, sfrontati come sono. E’ la Cosa nostra stracciona che alza il tiro provando a cambiare pelle. Dalla cella di un carcere o da uno dei boss liberi per fine pena parte l’ordine rivolto a un manipolo di picciotti della malandata periferia dello Zen che si sentono onnipotenti.</p><blockquote>La Cosa nostra stracciona alza il tiro provando a cambiare pelle. I boss si rivolgono a picciotti della periferia dello Zen che si sentono onnipotenti</blockquote><p>Già, lo Zen, forse è proprio questo il punto chiave. L’antimafia mediatica e salottiera con il suo stuolo di santoni e campioni ha tutto da perdere e nulla da guadagnare dal confronto con le nuove leve che gli anziani boss chiamano in maniera sprezzante “cani con la barba”. Barbe lunghe appunto, collane pacchiane, vestiti griffati o taroccati, musica neomelodica a palla, linguaggio violento, il mito di Totò Riina e “Gomorra” sono gli ingredienti dei video postati sui social. Di giorno vanno su TikTok, di notte sparano. <b>I picciotti non si nascondono, ostentano la loro appartenenza. Questa mafia obbliga a misurarsi con le macerie sociali, a sporcarsi le mani nella melma. A farlo sono rimasti i preti di borgata, i volontari delle associazioni e qualche politico locale.</b> E’ l’ombra di ciò che è stata l’antimafia. La stagione della presa di coscienza collettiva è lontana. Ci vollero le bombe per svegliarsi dal torpore, ma arrivarono i lenzuoli bianchi, le catene umane, i cortei. Era una ribellione vera, fatta di carne e sangue.</p><blockquote>Questa mafia obbliga a misurarsi con le macerie sociali, a sporcarsi le mani. A farlo sono rimasti preti di borgata e volontari delle associazioni</blockquote><p>Poi sono arrivati i professionisti dell’antimafia che a forza di dare la caccia ai fantasmi hanno smarrito il contatto con la realtà. Oggi che non ci sono più i nemici di un tempo è sparita l’antimafia dei massimi sistemi che si era radunata attorno al magistrato Antonino Di Matteo. Il collante era la trattativa stato-mafia. <b>Le trame dei patti oscuri in giacca e cravatta o in divisa, indimostrabili ma affascinanti, muovevano le masse e stordivano le coscienze via cavo. E’ andata com’è andata, il nulla di fatto processuale ha spento l’interesse.</b> Sopravvivono rivoli di resistenza posticcia. Un tempo c’era bisogno di sgomitare per farsi largo sull’affollato palco della notorietà. C’era la fila per iscriversi alla confraternita dell’antimafia e dei “sistemi criminali” teorizzati da un altro magistrato in servizio a Palermo, Roberto Scarpinato, che oggi li ripropone di tanto in tanto da senatore del Movimento 5 stelle grazie alle porte girevoli fra magistratura e politica. C’era sempre un fantomatico traditore di stato da sacrificare (o sputtanare) nella giostra delle interviste, dei libri e delle sceneggiature. Le aule dei Tribunali erano una fastidiosa parentesi. L’orizzonte odierno, l’ultima ancora di salvezza prima dell’oblio, è la confluenza fra la mafia stragista e il terrorismo nero. <b>Qualcuno fa finta di non vedere che nel frattempo le nuove indagini sull’intreccio “mafia e appalti”, a cui stava lavorando Paolo Borsellino prima di essere ammazzato, hanno fatto già emergere una verità. </b>Non sappiamo, e forse mai sapremo, se sia stata la causa dell’eccidio, ma ci fu quanto meno una sottovalutazione da parte di chi liquidò quel fascicolo frettolosamente.</p><p>I campioni dell’antimafia militante, autoproclamatisi detentori della verità, sono in affanno e preferiscono rimanere nelle retrovie. Non una sola parola su ciò che accade oggi. Niente a che vedere rispetto alle cavalcate trionfali a braccetto di Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo. <b>Era l’icona dell’antimafia, come lo aveva definito un altro magistrato, Antonio Ingroia, l’ideologo della Trattativa. Massimuccio si fece prendere la mano e rifilò ai pm che si guardavano allo specchio documenti taroccati e spacciati per il papello scritto dal capo dei corleonesi per fermare le bombe.</b> Certo si può sempre attendere fiduciosi la milionesima inchiesta, con contestuale archiviazione, su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi quali mandanti delle stragi. Un evergreen, scivolano sul velluto. Il primo ha il bollo di mafiosità sancito da sentenze irrevocabili, il secondo è morto da un pezzo. Certo si fa durissima la scalata alle prime pagine dei giornali e alle edizioni serali dei Tg. Persino Totò Cuffaro, il cui nome ormai consente di superare a mala pena lo Stretto, è diventato démodé. Dopo avere scontato una condanna per favoreggiamento alla mafia, l’ex governatore democristiano della regione siciliana è finito al centro delle peggiori trame della politica e ha patteggiato una nuova condanna per corruzione. E’ venuto meno un altro nemico che metteva d’accordo l’antimafia che non parla più di mafia. <b>Ha ripiegato su altri argomenti, legittimi e in alcuni casi persino di interessante attualità, ma pur sempre divagazioni dal tema principale di cui per decenni si sono nutriti dispensando la ricetta per risolvere i problemi. </b>Hanno guardato solo al passato disinteressandosi di ciò che la mafia era diventata. Ogni tanto sorge il dubbio che restino in silenzio perché non sanno cosa dire.</p><p>Il segno dei tempi è la presenza qualche settimana fa di Di Matteo a Palermo per parlare di genocidio a Gaza alla presentazione del libro di Francesca Albanese, relatrice Onu per il Territorio palestinese occupato. Nel frattempo truppe nuove, e feroci, si sono fatte avanti. Rispondono agli arresti con altri raid e richieste di pizzo. Sfrontati e pericolosi. Servirebbe un sussulto, un’analisi, un confronto sulla Cosa nostra di oggi. Altro che silenzi. Ci sono voci di cui non si percepisce neppure un bisbiglio. <b>Dov’è finito Leoluca Orlando, cresciuto nel ventre molle della Dc che si rivoltò contro Salvo Lima e Giulio Andreotti e conquistò il comune di Palermo. Oggi è lontano, e non solo per via dei chilometri che separano la sua città da Strasburgo dove siede al Parlamento europeo.</b> Altrettanto marcata è la distanza di Caterina Chinnici, pure lei magistrato ed eurodeputata, che la mafia rese orfana del padre Rocco a cui si deve l’istituzione del pool antimafia. Assessore regionale nella giunta dell’autonomista Raffaele Lombardo, passata dal Pd di cui è stata eurodeputata e candidata alla presidente della regione, infine approdata a Forza Italia quando la politica cercava simboli di sangue e dolore con la convinzione che bastasse per presentarsi con una patente di credibilità agli occhi degli elettori. Le accuse di trasformismo non l’hanno scalfita, è passata sopra con nonchalance al dilemma se accasarsi nel partito di Berlusconi e Dell’Utri e del governatore siciliano Renato Schifani, appoggiato anche dalla Democrazia cristiana di Cuffaro.</p><blockquote>Marcata è la distanza di Leoluca Orlando e di Caterina Chinnici. Manca il nemico identificativo. Ci si limita a comunicatini stampa</blockquote><p>Manca il nemico potente e identificativo. Cosa nostra è diventata un problema di altri. Dei pubblici ministeri attuali, del governo Meloni e del ministro Matteo Piantedosi innanzitutto che annuncia come iniziale contromossa alle mitragliate l’installazione di una manciata di telecamere e l’arrivo di nuovi agenti (molti dei quali a rimpiazzare i pensionati). Un po’ pochino, per la verità. La premier suona corde diverse e non esclude di mandare l’esercito in strada come avvenne dopo le stragi. <b>Altri cercano di colmare gli spazi lasciati vuoti dai vecchi militanti dell’antimafia. Si fa largo Ismaele La Vardera, ex inviato delle “Iene” e volto emergente della politica siciliana. Sa il fatto suo e qualcuno, come si diceva un tempo, non lo ha visto arrivare.</b> Ci mette energia, impegno e tanta capacità mediatica approfittando di una politica ammorbata dalle vecchie logiche di partito che si mostra incapace di adottare contromisure. La sostanza che serve a chi si candida alla guida della regione? Si vedrà, in fin dei conti sono dettagli. Qualche malefatta l’ha pure smascherata e qualche altra l’ha cavalcata. Il suo appeal elettorale ha fatto sbocciare l’amore di alcuni rappresentanti dell’antimafia che si sono fatti avanti. Hanno puntato la loro fiche su La Vardera.</p><blockquote>Qualcuno cerca di colmare gli spazi lasciati vuoti dai vecchi militanti dell’antimafia. Si fa largo Ismaele La Vardera, ex inviato delle “Iene”</blockquote><p>Come Sonia Alfano, ex eurodeputata di Italia dei Valori, figlia di un cronista ucciso trent’anni fa dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto, che ha lasciato Carlo Calenda. Resta da capire se il suo approdo a Controcorrente, il movimento di La Vardera, risponda più a calcoli politici che a una reale spinta antimafia. Come Piera Aiello, ex moglie di un boss mafioso, che per ventitré anni ha collaborato con la giustizia. <b>La sua storia è legata a quella di Rita Atria, la giovane di Partanna che si tolse la vita dopo la strage di via D’Amelio. Aiello era la moglie di Nicola Atria, fratello di Rita, ucciso davanti ai suoi occhi. Allora decise di raccontare ai magistrati tutto ciò che sapeva sulla mafia trapanese. </b>Nel 2018 Aiello fu eletta per il Movimento 5 stelle a Montecitorio al termine di una campagna elettorale a volto coperto per ragioni di sicurezza. Quindi i tentativi non andati in porto con l’Unione popolare di Luigi De Magistris e con l’autonomista Cateno De Luca. Oggi anche lei è al fianco di La Vardera, tutti a caccia del migliore posizionamento in vista delle prossime tornate elettorali. Come Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, altro simbolo dell’antimafia militante al grido di “fuori la mafia dallo stato”, arroccato nelle sue certezze, mai messe in crisi. Neppure di fronte all’evidenza delle menzogne di Ciancimino jr. Il loro abbraccio a una cerimonia del 2014 è probabilmente l’immagine più deleteria di una certa antimafia. Nei giorni scorsi è arrivato l’endorsement di Salvatore Borsellino a La Vardera. <b>Ogni tanto si rivedono volti scomparsi dai radar come Tano Grasso, meritevole fondatore e presidente del movimento antiracket italiano, a ricordarci che contro il pizzo è importante la collaborazione dei commercianti e che a Palermo c’è un vuoto di potere mafioso. Troppo poco.</b></p><p>“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. La Sagunto espugnata è Palermo, sommersa dai riti simbolici ed evanescenti dell’antimafia e dalle chiacchiere. Si canta e si balla alle cerimonie, si brinda alla legalità come è avvenuto il 23 maggio – giorno della commemorazione di Falcone – a casa del presidente della commissione regionale antimafia, Antonello Cracolici, il quale ha ammesso la più amara delle verità. La commissione, a cui va riconosciuto il merito di essersi riunita allo Zen, non riesce a stare dietro a tutte le inchieste giudiziarie aperte in Sicilia. <b>Ha smarrito la capacità di “prevenire o anticipare scenari che poi hanno sviluppi penalistici”.</b> E’ la politica distratta, in questo caso impegnata nei tribunali paralleli delle commissioni che hanno finito in alcune circostanze per distorcere la prerogativa di fare indagini sostituendosi alla magistratura, a volte persino scavalcandola. Si consumano battaglie durissime, scontri tra fazioni. C’è chi accusa la presidente della commissione nazionale, Chiara Colosimo, di usare le indagini sulle stragi di mafia per consumare una vendetta e silenziare i tentativi di smascherare i veri interessi che ci furono dietro le stragi. Come? Brandendo il dossier “mafia e appalti” come arma di distrazione. <b>Chi lo afferma dimentica che per 30 anni l’antimafia dura e pura ha avuto carta bianca, senza limitazioni di uomini e mezzi per sviluppare i suoi teoremi.</b> Mente sapendo di mentire. Scandagliare “mafia e appalti”, tema caro alla famiglia Borsellino, è un dovere.</p><p>Senza “trame oscure” e “mandanti occulti” i professionisti dell’antimafia tacciono. Non si indignano, non scendono in piazza, non alzano il ditino da inquisitori. Restano nelle confortevoli stanze della politica e della magistratura. Si affacciano sul mondo reale solo per affidare il loro pensiero al comunicatino stampa di ringraziamento alle forze di polizia che hanno messo a segno l’ennesimo blitz. O per un post sui social che sa molto di politica moderna. Ogni tanto il transito di un corteo di auto blindate ci ricorderà che esistono. <b>Sarà per presenziare alla prossima cerimonia di commemorazione o all’importantissimo convegno in cui si parleranno addosso. O magari per salire a bordo dello yacht dell’ambasciatore americano a Roma, Tilman Fertitta, ormeggiato a largo di Cefalù, su invito della Fondazione Falcone.</b> L’importante è restare lontani dal tonfo dei kalashnikov nella Palermo dell’antimafia dimenticata.</p>]]></description>
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				<title>La Consulta bastona la procura di Milano</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 21:09:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nuova batosta per la procura di Milano, e stavolta arriva nientedimeno che dalla <b>Corte costituzionale</b>, che ha dichiarato inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal gip di Milano, su richiesta dei pm, in merito alla natura della <b>Fondazione Milano-Cortina</b>, incaricata della gestione, dell’organizzazione e della promozione dei Giochi olimpici e paralimpici invernali tenutisi a febbraio. Nella primavera del 2024 la procura di Milano ha aperto un’indagine nei confronti di sette persone, tra cui l’ex amministratore delegato della fondazione, Vincenzo Novari, e vari imprenditori, ipotizzando i reati di corruzione e turbativa d’asta per due appalti relativi ai servizi digitali. Il punto è che, fin dalla sua istituzione nel 2019, la fondazione è stata concepita come ente di diritto privato, così da permetterle di agire rapidamente nel settore delle gare. Di conseguenza, non avendo natura di organismo pubblico, non è possibile ipotizzare ai danni dei manager della fondazione e degli imprenditori i reati di corruzione (che richiede la presenza di un pubblico ufficiale) né di turbativa d’asta (che implica l’esistenza di gare d’appalto secondo specifici criteri). La procura di Milano, però, con un’interpretazione creativa delle norme, ha insistito sostenendo che la fondazione Milano-Cortina 2026 avesse in realtà natura di organismo pubblico. Nel giugno 2024, così, il governo si è spinto ad adottare un decreto di interpretazione autentica della legge, in cui si ribadiva che la fondazione era privata. Il provvedimento venne definito dalla procura un’interferenza di “gravità inaudita” perché bloccava le indagini. Da qui il ricorso alla Consulta. I giudici costituzionali hanno però bocciato la linea della procura, affermando che questa si basava su un’“erronea ricostruzione del quadro normativo” perché già nel 2020 c’era una norma che aveva stabilito come la fondazione  fosse un ente privato. Insomma, di gravità inaudita c’è stata solo l’azione della procura di Milano, basata – ancora una volta – su una concezione di giustizia creativa.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Meloni sul caso Roggero: &quot;Nessun risarcimento a chi delinque. Basta paradossi&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 13:23:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto. Con l’ultimo Ddl Sicurezza&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/15/news/la-norma-salva-roggero-non-salva-roggero--402207" target="_blank">introduciamo una regola di puro buon senso</a>: <b>chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non può chiedere alcun risarcimento, né possono farlo i suoi familiari".</b> La presidente del Consiglio <b>Giorgia Meloni</b>&nbsp;interviene sui social dopo le polemiche&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/15/news/la-vendetta-non-e-legittima-difesa-la-cassazione-condanna-roggero-e-da-uno-schiaffo-alla-destra--402288" target="_blank">sul caso Roggero</a>, a cui intanto è arrivato l'ordine di carcerazione firmato alle 12.45 dalla Procura di Asti, e le richieste di indennizzo da parte dei parenti dei ladri uccisi dal gioielliere."Chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso. Lo Stato sta dalla parte delle persone perbene. Non dei criminali", ha scritto in un post su X accompagnato dalla scritta: <b>"Basta paradossi! Chi commette un reato non può pretendere un risarcimento per i danni subiti mentre delinque".</b></p><p>L'intervento di Meloni arriva nel pieno delle polemiche nate dopo che la Corte di Cassazione&nbsp;ha <b>confermato in via definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi</b> inflitta in appello a Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, nel Cuneese, condannato per aver ucciso a colpi di pistola due rapinatori e ferito un terzo dopo l’assalto al suo negozio il 28 aprile 2021. Da quando sono avvenuti i fatti, ripresi da un video delle telecamere della gioielleria, Roggero <b>è diventato un simbolo per una parte della destra italiana, che ha parlato di “legittima difesa”.</b>&nbsp;E tra Vannacci e Salvini è partita una corsa alla strumentalizzazione, con il segretario della Lega che dopo la condanna si è spinto a chiedere la grazia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre l'ex generale ha espresso pubblicamente la sua vicinanza. Nel frattempo il ministro della Giustizia Carlo Nordio&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/16/news/la-telefonata-dei-vannacciani-a-roggero-la-vera-destra-che-ti-difende-siamo-noi--402340" target="_blank">ha avviato un’istruttoria&nbsp;per concedergli la grazia</a>, ma&nbsp;Mattarella, dopo un colloquio col Guardasigilli, ricevuto ieri al Quirinale, ha ricordato come la facoltà di concessione della grazia sia "esclusivamente" del capo dello stato. Anche perché c'è una questione ancora più semplice:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/16/news/il-richiamo-di-mattarella-sul-caso-roggero-non-e-solo-di-metodo-e-anche-politico--402404" target="_blank">sul caso Roggero non sono state depositate le motivazioni della Cassazione</a>.<b>&nbsp;Prima di discutere di grazia bisognerebbe almeno conoscere le ragioni della sentenza definitiva e capire se esistano elementi tali da giustificare un atto eccezionale.&nbsp;</b>Al momento, queste ragioni non sono note.</p><p>Nel dibattito è intervenuto anche il vicepremier e ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani</b>: "Dipende dal presidente della Repubblica concedere la grazia, però io credo che quest'uomo (Mario Roggero ndr) abbia sbagliato, però ha sbagliato anche per difendere la propria famiglia e credo che, avendo 72 anni, possa avere il perdono della nostra società. Credo che sia un sentimento che alberga nella grande maggioranza" degli italiani.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ranucci e Tarallo, vite e processi paralleli di due giornalisti</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>In Italia c’è un giornalista che va a processo per quello che ha fatto Sigfrido Ranucci</b>. E la cosa paradossale è che non si tratta di uno scambio di persona. La vicenda è quella, ormai nota, del caso Boccia-Sangiuliano: a dicembre del 2024, Report manda in onda un servizio con la famigerata telefonata tra Gennario Sangiuliano e sua moglie, acquisita sotto ricatto dall’allora amante, in cui l’allora ministro della Cultura fu costretto a confessare la relazione con la Boccia. Otto mesi dopo l’uscita su Rai3, alcune parti di quella conversazione privata vennero diffuse sui canali social di un  sito locale campano, Anteprima24, durante un’intervista rilasciata dalla Boccia al giornalista Carlo Tarallo. <b>Sangiuliano denunciò Ranucci e Tarallo per interferenze illecite nella vita privata,  il reato che punisce chiunque acquisisca o diffonda registrazioni che riguardano la vita personale effettuate in luoghi privati. </b></p><p>Stessi fatti, stesso reato, stessi magistrati, ma destini completamente diversi per i due giornalisti. Il 2 ottobre 2025 i pm della procura di Roma Giulia Guccione e Barbara Trotta dispongono la rimozione degli audio sostenendo che il giornalista Tarallo “non poteva sicuramente ignorare l’origine delittuosa della registrazione lui consegnata dalla Boccia” sebbene, come emerge dagli stessi atti delle indagini,  Anteprima24 avesse diffuso alcuni frammenti dei video mandati in onda da Report. <b>Quelle registrazioni Boccia non le aveva consegnate a Tarallo, ma a Ranucci</b>. Un mese dopo, l’11 novembre 2025, gli stessi pm della procura di Roma chiedono, invece, l’archiviazione di Ranucci e del suo inviato Luca Bertazzoni per assenza dell’elemento soggettivo del reato: i giornalisti di Report, al contrario di Tarallo, potevano non sapere dell’origine illegale della registrazione. Nel frattempo, in parallelo, proseguiva il contenzioso  tra Report e il garante della Privacy  che si conclude il 22 gennaio 2026 con l’annullamento della multa da 150 mila inflitta dall’Authority alla Rai perché, secondo il Tribunale civile di Roma, la diffusione dell’audio era di interesse pubblico ed espressione del diritto di cronaca.</p><p>Si arriva così al 9 aprile 2026, quando il Gip Rosamaria De Lellis dispone l’archiviazione di Ranucci e Bertazzoni, accogliendo le argomentazioni della procura di Roma sulla non dimostrata consapevolezza dei giornalisti di Report rispetto alle modalità delittuose in cui è avvenuta la registrazione della telefonata in possesso della Boccia. <b>A questo punto, anche per Tarallo la strada sembra spianata. E invece no.</b> Il 25 giugno, due mesi dopo, gli stessi pm della procura di Roma che hanno chiesto e ottenuto l’archiviazione di Ranucci, dispongono la citazione diretta a giudizio di Tarallo per aver diffuso su un sito locale una parte della registrazione che Report aveva diffuso in prima serata sulla tv di stato. In sostanza Ranucci che ha ricevuto le registrazioni dalla Boccia poteva  non sapere che erano illegali, mentre Tarallo che le ha prese da Report non poteva non sapere che erano illegali. E per questo  merita di essere processato: certe cose non si fanno, a meno che non le faccia Report.  Così, secondo la procura di Roma, se  c’è qualche giornalista che deve pagare per lo scoop di Ranucci, che ha spiattellato sulla Rai la telefonata privata tra Sangiuliano e consorte, è giusto che sia Tarallo di Anteprima24.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La condanna a Castellucci è dura ma non è una replica del caso Moretti</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 20:25:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La sentenza di primo grado&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/16/news/ponte-morandi-nella-sentenza-di-primo-grado-dodici-anni-a-castellucci-e-cinque-a-coletta--402333" target="_blank">per il crollo del ponte Morandi di Genova</a>&nbsp;arriva dopo otto anni dalla sciagura, il che induce a interrogarsi ancora una volta sui tempi della giustizia, e consiste in una serie di condanne per amministratori e tecnici di Autostrade per l’Italia. Questa volta, a differenza di altri casi, come quello della discussa condanna dell’ex amministratore delegato delle Ferrovie&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/27/news/il-caso-moretti-e-le-derive-di-una-giustizia-moralizzatrice--401305" target="_blank">Mauro Moretti</a>, non si è trattato di un uso spregiudicato del concetto di “responsabilità oggettiva”. <b>In questo caso erano stati lanciati allarmi sull’esigenza di controlli periodici della stabilità della struttura, allarmi che erano stati sistematicamente ignorati, e questo è un elemento che non può essere trascurato.</b> Insomma, non è il caso di parlare in generale di una ricerca di capri espiatori. Ciò detto, naturalmente, bisognerà vedere, nelle motivazioni della sentenza, come sia stata identificata la causa specifica del crollo rovinoso, se gli omessi controlli avrebbero potuto evitarlo e quale sia il grado di responsabilità personale di ciascuno degli imputati ieri condannati.</p><p>Tutte queste questioni saranno nuovamente esaminate nei successivi gradi di giudizio, che si spera si svolgano in tempi ragionevoli. Il compito della giustizia non è quello di dare soddisfazione alla comprensibile ansia di punizione dei parenti delle vittime e di una città così profondamente ferita, ma quello di accertare e sanzionare responsabilità personali. <b>Questa volta ci sono ragioni per pensare che a questo principio si sia uniformata la decisione del tribunale, in attesa delle eventuali precisazioni che si potranno avere nelle fasi successive del procedimento.</b> La responsabilità degli amministratori di una società non è solo quella di far quadrare i conti, ma anche quella di controllare la sicurezza delle strutture, specialmente in presenza di allarmi specifici. Questa è una responsabilità soggettiva, della quale è giusto rispondere, non una generica responsabilità “oggettiva”, che non si capisce nemmeno che cosa sia, almeno sul piano di uno stato di diritto.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/16/news/il-richiamo-di-mattarella-sul-caso-roggero-non-e-solo-di-metodo-e-anche-politico--402404</link>
				<title>Il richiamo di Mattarella sul caso Roggero non è solo di metodo: è anche politico</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 19:57:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il richiamo non è stato formale: è stato soprattutto politico. Ricevendo Carlo Nordio al Quirinale, Sergio Mattarella ieri ha rimesso in ordine una&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/15/news/la-vendetta-non-e-legittima-difesa-la-cassazione-condanna-roggero-e-da-uno-schiaffo-alla-destra--402288" target="_blank">vicenda</a>&nbsp;che il governo aveva cominciato a trattare con troppa fretta e troppa disinvoltura. La grazia è una prerogativa del presidente della Repubblica. Il ministro della Giustizia può svolgere l’istruttoria, trasmettere gli atti, esprimere valutazioni, ma non può comportarsi come se la decisione spettasse a lui. E quando la domanda non viene presentata dal condannato, l’iniziativa può partire direttamente dal capo dello stato. E’ questo il punto ricordato dalla Corte costituzionale e ribadito ora dal Quirinale. C’è poi una questione ancora più semplice. <b>Sul caso Roggero non sono state depositate le motivazioni della Cassazione. </b>Prima di discutere di grazia bisognerebbe almeno conoscere le ragioni della sentenza definitiva e capire se esistano elementi tali da giustificare un atto eccezionale. Al momento, queste ragioni non sono note. Annunciare una possibile grazia prima ancora di conoscerle significa trasformare un potere delicatissimo in uno strumento di propaganda.</p><p>E’ difficile poi non leggere nell’iniziativa di Nordio anche una mossa politica. Meloni non voleva lasciare a Salvini e a Vannacci il monopolio della campagna in difesa del gioielliere (condannato in Cassazione  a 14 anni e 9 mesi per l’uccisione di due rapinatori e per il ferimento di un terzo uomo dopo l’assalto al suo negozio) e ha provato a intestarsi quella battaglia attraverso il ministro. Ma il tentativo finisce per indebolire proprio l’idea di destra che il governo dice di voler rappresentare. <b>Una destra legalitaria dovrebbe distinguere tra difesa e vendetta. Roggero non è stato condannato per essersi difeso nel momento della rapina, ma per avere inseguito e ucciso persone che stavano fuggendo.</b> Mattarella ieri ha ricordato due cose. Direttamente, che ciascuna istituzione deve rispettare i propri limiti. Indirettamente, che la sicurezza non si difende confondendo la giustizia con il Far West. Una lezione utile, soprattutto per chi governa.</p>]]></description>
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