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		<title>Giustizia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
					<ttl>60</ttl>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 22:17:09 +0200</pubDate>
		<lastBuildDate>Mon, 05 Oct 2026 22:17:09 +0200</lastBuildDate>

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				<title>La Rai sospende per 10 giorni Sigfrido Ranucci</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 17:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Televisione</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>A quanto si apprende, <b>la Rai ha comminato una sospensione di 10 giorni nei confronti di Sigfrido Ranucci</b>.&nbsp;Alla base della decisione, ci sarebbero <b>quattro contestazioni disciplinari: una cinquantina di ingressi di Laura Cianfoni, già sindacalista Cisl, nella sede aziendale; i contenuti della conversazione con il parlamentare M5s Dario Carotenuto; le mail aziendali inoltrate a Valter Lavitola, la denigrazione di colleghi</b>, in particolare Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, indicati in un primo momento per succedere al giornalista alla guida di Report. I primi due punti erano emersi anche in una&nbsp;<b>lettera di contestazione disciplinare inviata dalla Rai</b>&nbsp;e anticipata dal Fatto quotidiano. “Risulta che l’on. Carotenuto le abbia chiesto se ci fossero&nbsp;<b>elementi concreti a sostegno dell’inchiesta&nbsp;</b>e che lei abbia accennato a&nbsp;<b>contesti definiti ‘inquietanti’</b>&nbsp;e proposto un incontro di persona per spiegargli i dettagli”, si legge nella lettera. Comportamento che, nella contestazione della Rai, viene considerato “in contrasto con i principi di fedeltà, riservatezza, imparzialità e prudente gestione” che si devono tenere in presenza di informazioni che non sono ancora state divulgate.&nbsp;</p><p>Ranucci ha risposto annunciando le date del suo tour: "Tuttavia, sabato sarò a Bologna al Duse a presentare la mia storia, 'Diario Di Un Trapezista', alle ore 20.45. Il 17 ad Albenga al teatro Ambra tra gli amici, i Fieui di Caruggi, il 24 ottobre Reggio Calabria, 29 ottobre Calcinato. <b>Sempre e per sempre dalla vostra parte mi troverete</b>", ha scritto il giornalista&nbsp;ripostando su Facebook la notizia della sua sospensione.</p><p>Prima ancora, raggiunto da Fanpage.it, il giornalista ha risposto seccamente:&nbsp;&nbsp;<b>"Nessun provvedimento sulle frasi e gli attacchi contro di me di Corsini, Cerno, Monteleone, Sottile". </b>E subito dopo: "Il codice etico solo con Bortone, Saviano e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sigfrido-ranucci_40285" target="_blank">Ranucci</a>". Uno dei riferimenti è alle parole usate da oggi dal direttore dell'Approfondimento Rai <b>Paolo Corsini</b> a margine della conferenza stampa a Milano:&nbsp;"Ranucci reintegrato? Speriamo non accada, non pensiamo possa accadere, è ucronia", ha detto riguardo la possibilità che il Tribunale del lavoro di Roma decida per il suo reintegro alla conduzione di Report. "Io quello che dovevo fare l'ho fatto. Stiamo lavorando serenamente, pensiamo di essere nel giusto e di avere fatto tutto correttamente", ha aggiunto.</p><p><b>La notizia arriva in prossimità della decisione del Tribunale del lavoro chiamato a esprimersi sul reintegro di Ranucci a Report</b>.&nbsp;Potrebbe infatti arrivare a ore, forse già domani, la decisione del giudice del Tribunale del Lavoro di Roma sul ricorso d'urgenza presentato dai legali del giornalista contro la rimozione dalla conduzione del programma decisa dalla Rai a fine agosto. Al termine dell'udienza del 23 settembre scorso la giudice Donatella Casari aveva dato alle parti il termine del 30 settembre per il deposito delle note, che sia Rai che difesa del giornalista hanno presentato, <b>ma ci sarebbe stata la necessità di autorizzare il deposito di altre entro oggi</b>. Dopo la scadenza di oggi potrà arrivare la pronuncia. Una decisione attesa in ogni caso questa settimana alla luce del termine dato dalla Rai all'ex conduttore di Report per la scelta fra le tre opzioni offerte dall'azienda, che è stato prorogato fino al 13 ottobre.</p><p><b>"Il provvedimento sarà impugnato"</b>, ha annunciato l'avvocato Roberto De Vita, coordinatore del team legale di Ranucci, in merito alla sospensione annunciata dalla Rai. "Proprio mentre il Tribunale del Lavoro di Roma sta decidendo sul ricorso cautelare di Sigfrido Ranucci nei confronti del provvedimento di rimozione da Report, la Rai gli comunica una nuova sanzione: dieci giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione – ha sottolineato l'avvocato –. Una decisione che interviene a pochi giorni dalla presentazione di articolate difese, con le quali sono state contestate nel merito e nel metodo le accuse formulate dalla Rai. In attesa della decisione del Giudice non commentiamo la coincidenza temporale".</p>]]></description>
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				<title>Scarpinato, i &quot;depistaggi&quot; e la polemica politica. Un riepilogo punto per punto</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 15:49:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il senatore del M5s&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-scarpinato_40289" target="_blank">Roberto Scarpinato</a>&nbsp;è ritornato al centro della polemica, intrecciando politica e giustizia intorno a uno dei periodi più drammatici della storia italiana. Ma andiamo con ordine. Al centro di tutto<b> c'è la "attività depistante" che Scarpinato (già magistrato)&nbsp;avrebbe posto in essere nei confronti dell'ex pm Gioacchino Natoli secondo il gip di Caltanissetta Santi Bologna</b>, che sabato ha depositato il provvedimento di archiviazione del filone di indagine a carico di ignoti sulle stragi del '92 (Il procedimento 2098 del 2022) relativo al cosiddetto dossier mafia-appalti.</p><p><b>Il riferimento è alle conversazioni, intercettate, avvenute tra Scarpinato e Natoli – per anni colleghi in Procura a Palermo – prima della audizione di quest'ultimo all'Antimafia</b>, commissione di cui il senatore fa parte. La circostanza, già nota, sollevò molte polemiche e il parlamentare fu accusato di aver imbeccato l'ex magistrato. Il gip ha precisato "di non poter (e dover) prendere posizione sul fatto che un membro della commissione nazionale Antimafia (il senatore Scarpinato) possa concordare e/o anticipare a un soggetto che dovrà essere audito (Natoli) le domande che avrà intenzione di porgli e che "si tratta di un giudizio di opportunità squisitamente politico che è rimesso a sedi diverse da quella giurisdizionale. Quello che però qui è doveroso segnalare – ha concluso –&nbsp;<b>è l'attività depistante posta in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del dott. Natoli</b>". Chiarito il fatto più recente, è utile ora andare indietro nel tempo e osservare punto per punto i nodi dell'intera vicenda.</p><h2>Il dossier mafia-appalti</h2><p>Il punto di partenza è l’indagine denominata “mafia-appalti”, sviluppata a Palermo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta a partire dal lavoro dei carabinieri del Ros. <b>Il dossier riguardava i rapporti fra Cosa nostra, imprenditori, politici e grandi opere pubbliche, e interessava particolarmente Giovanni Falcone e, dopo la sua morte, Paolo Borsellino</b>. Lo attestano il lavoro investigativo svolto e le numerose dichiarazioni pubbliche rilasciate dai due magistrati, entrambi operativi in un clima di ostilità e isolamento, lasciati ai margini anche dai colleghi.</p><p><b>È in questo contesto, secondo il gip di Caltanissetta, che maturarono le stragi nelle quali Falcone e Borsellino persero la vita</b>. Tuttavia, il giudice ha deciso archiviare, accogliendo la richiesta dei pm, il filone contro ignoti dell’inchiesta sugli attentati ai due magistrati, nel quale il dossier mafia-appalti era stato indicato come possibile movente della loro eliminazione. Perchè? L'interesse dei due magistrati per mafia-appalti "costituisce concausa (non causa unica), ascrivibile al momento preventivo, comune a entrambe le stragi".&nbsp;Tuttavia, nessun elemento consente di iscrivere magistrati o esponenti del mondo politicoimprenditoriale come concorrenti degli omicidi.&nbsp;</p><h2>La richiesta di archiviazione del 1992</h2><p>Nonostante l’attenzione riposta da Borsellino all’indagine mafia-appalti, il 13 luglio 1992, con il magistrato ancora in vita, i sostituti procuratori Lo Forte e Scarpinato stilarono la richiesta di archiviazione, vistata dal procuratore Giammanco e depositata il 22 luglio, solamente tre giorni dopo l’assassinio di Borsellino. Come spieghiamo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2019/07/16/news/paolo-borsellino-e-la-verita-ritrovata--185872" target="_blank">qui</a>, l’indagine venne poi archiviata a tempo record, il 14 agosto, quindi in pieno periodo ferragostano, dal gip Sergio La Commare. <b>Da allora nulla è stato chiarito, nonostante gli appelli avanzati da Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato, soprattutto dopo la scoperta dell’epocale depistaggio</b>: “Un tema che stava molto a cuore a mio padre era il rapporto tra la mafia e gli appalti. Infatti mi chiedo come mai il suo dossier fu archiviato il giorno dopo l’uccisione”.</p><p><b>Il nodo è proprio se Borsellino fosse stato informato di quella richiesta e del suo contenuto</b>. Il 14 luglio 1992 (cinque giorni prima dell’uccisione del pm palermitano), si tenne una riunione in Procura a Palermo su varie questioni di interesse generale, fra cui mafia-appalti, la ricerca dei latitanti e il racket delle estorsioni. Vi parteciparono diversi magistrati, tra cui proprio Borsellino, e Lo Forte fu chiamato a relazionare sull’indagine, ma dalle testimonianze dei presenti risulta che la parola “archiviazione” non venne mai pronunciata. Non solo. Emergono il forte interesse riposto da Borsellino all’indagine, il suo malcontento per le modalità con cui l’indagine era stata gestita, e la sua profonda fiducia nei confronti dell’operato dei carabinieri del Ros.</p><p>La ricostruzione del gip Santi Bologna è netta: <b>il giudice Borsellino ''né prima né nel corso della riunione che si tenne il 14 luglio 1992 fu volutamente informato del fatto che il giorno precedente era stata firmata richiesta di archiviazione'' dell'inchiesta su mafia-appalti</b>.&nbsp;Per il gip il magistrato Lo Forte "ha mentito" al Csm quando disse che Falcone aveva ricevuto il dossier mafia-appalti solo due giorni prima di andar via da Palermo e non, molto prima, direttamente dal Ros dei Carabinieri che questa preziosa informativa avevano redatto. Così come ha detto il "falso" nel processo per il depistaggio di via D’Amelio quando disse che ignorava completamente le indagini del sostituto catanese Felice Lima sul pentito Giuseppe Li Pera, che a Palermo avevano completamente scelto di ignorare quando cominciò a parlare.</p><h2>Il ruolo di Natoli</h2><p><b>Gioacchino Natoli</b> era un magistrato della Procura di Palermo e, all’epoca dei fatti, faceva parte del gruppo di colleghi che lavoravano sulle indagini di mafia. Nel 2024, è stato aperto un procedimento a carico suo e di un altro noto pm, Giuseppe Pignatone: sorprendentemente indagati per un presunto reato di favoreggiamento, aggravato per di più dal fine di agevolare la mafia, che sarebbe consistito nell’insabbiare (o comunque nell’omettere di svolgere sul serio) alcune indagini rientranti sempre nel filone mafia-appalti.&nbsp;</p><p>In un'intercettazione del 18 gennaio 2024, il senatore Scarpinato (che, ricordiamo, è membro della Commissione antimafia), parla con Natoli, che dovrà essere audito. Secondo quanto ricostruito nel decreto, Scarpinato invitò Natoli a riferire in Commissione sulla riunione del 14 luglio 1992 e, in particolare, sul fatto che in quella sede Lo Forte avrebbe parlato della richiesta di archiviazione, illustrandone contenuti e caratteristiche.</p><p>Una delle frasi attribuite a Scarpinato è la seguente:<br></p><blockquote>“Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione, con tutti i contenuti, eccetera eccetera”.</blockquote><p>Il primo febbraio 2024, in Commissione, alla domanda se Borsellino conoscesse l'archiviazione, la risposta è stata: "Certo". Il gip Bologna precisa di non poter né dover valutare se sia lecito che un commissario anticipi le domande a un audito. Si tratta di "un giudizio di opportunità squisitamente politico", rimesso a sedi diverse da quella giurisdizionale. Si limita però a segnalare<b> "l'attività depistante posta in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del Dott. Natoli</b>". Per il gip si tratta dunque di "un'attività di inquinamento della ricostruzione dei fatti (in senso a sé favorevole)", compiuta da chi aveva firmato quell'archiviazione e sedeva nella Commissione chiamata a fare chiarezza. E si è "in concreto verificata".</p><h2>La replica di Scarpinato</h2><p>Il senatore ha respinto integralmente la ricostruzione del gip. <b>Ha bollato l’accusa di attività depistante “gravemente falsa”</b>, aggiungendo che, paradossalmente, sarebbe proprio quella formulazione a essere “depistante”.</p><p>Scarpinato ha inoltre contestato l’utilizzo delle intercettazioni. Ha detto di essere stato intercettato 33 volte nelle conversazioni con Natoli e ha sostenuto che tali conversazioni siano state utilizzate processualmente senza l’autorizzazione del Senato.&nbsp;"È evidente che tutti i mezzi sono buoni per tentare di chiudere la bocca e condannare al silenzio le voci critiche e scomode", ha concluso. "Ma non si illudano di intimidirmi, non mi arrenderò mai e continuerò il mio impegno per la ricerca della verità, costi quel che costi".</p><h2>La reazione del centrodestra</h2><p>Le parole del gip hanno provocato una reazione immediata del centrodestra, soprattutto dentro la Commissione Antimafia. "Quanto emerge dal provvedimento di archiviazione del gip di Caltanissetta sulla vicenda 'Mafia e appalti' è di una&nbsp;<b>gravità che non può essere ignorata</b>, soprattutto alla luce del ruolo che oggi Roberto Scarpinato ricopre all'interno della Commissione parlamentare Antimafia",&nbsp; ha dichiarato Raoul Russo, capogruppo di Fratelli d'Italia in Commissione parlamentare Antimafia. "Per questo – ha proseguito – riteniamo che dovrebbe fare un passo indietro dalla Commissione, così da poter essere finalmente audito e dare tutte le risposte necessarie agli italiani". L'invito a fare chiarezza è arrivato anche da Maurizio Gasparri. "Il documento prodotto dal gip di Caltanissetta ha una valenza storica che non può essere assolutamente ignorata", ha detto il senatore di Forza Italia e componente della commissione Antimafia. Ancora più dura&nbsp;Sara Kelany, deputata di Fratelli d'Italia: "Fuori Scarpinato dalla Commissione Antimafia – ha detto –.&nbsp;<b>Liberi l'Antimafia da una presenza che ne mette in dubbio l'autorevolezza e la smetta una volta per tutte con i suoi teoremi e i suoi complotti".&nbsp;</b></p><p><b></b>Posizioni che sono confluite in una&nbsp;<b>lettera</b>&nbsp;con cui i capigruppo di FdI al Senato e alla Camera, Lucio Malan e Galeazzo Bignami, chiedono al Movimento 5 Stelle di sostituire il senatore nella commissione parlamentare Antimafia. La missiva è indirizzata ai colleghi pentastellati Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi&nbsp;e, per conoscenza, alla presidente dell'Antimafia, Chiara Colosimo, e a tutti i componenti della commissione. "E' del tutto evidente l'impossibilità di lavorare con serenità, oltre che di tutelare la piena attendibilità istituzionale" della commissione se tra i suoi componenti siede chi "un giudice della Repubblica ha indicato come autore di un'attività depistante proprio sui fatti che la commissione indaga", sostengono i due esponenti di FdI, chiedendo di "<b>sostituire il senatore con un altro esponente del vostro gruppo</b>. Avete sempre dichiarato rispetto per le parole dei magistrati impegnati nella lotta alla mafia. Questa – si legge – è l'occasione per dimostrarlo coi fatti".</p><h2>La difesa del Movimento 5 Stelle</h2><p>Il Movimento 5 Stelle ha reagito in senso opposto. "Pretendete di darci lezioni di rispetto delle istituzioni mentre la vostra maggioranza tiene sotto chiave le chat di Delmastro e un prestanome della Camorra come Caroccia. Qualsiasi persona di buon senso avrebbe utilizzato maggiore prudenza, evidentemente la vergogna non è un sentimento coltivato a via della Scrofa", hanno scritto Pirondini e Ricciardi. "Veniamo al punto. Improvvisamente avete scoperto il 'rispetto per i magistrati'. Gli stessi che attaccate ogni qualvolta vi fa comodo.&nbsp;<b>Alla luce della vostra missiva attendiamo con impazienza un vostro sussulto di coerenza: le dimissioni di tutti gli esponenti di FdI dalla Commissione Antimafia che hanno votato per nascondere le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia</b>, condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l'aggravante di aver agevolato il clan Senese – si legge nella lettera – Caldeggiamo che quelle dimissioni riguardino in particolare la presidente Chiara Colosimo, anche alla luce dei rapporti pubblicamente documentati con l'ex terrorista nero Luigi Ciavardini".</p><p>A rispondere è stato anche Giuseppe Conte.&nbsp;"Cari Fratelli d'Italia permettetemi di essere franco:&nbsp;<b>siete proprio spudorati!</b>&nbsp;Chiedete le dimissioni di Scarpinato perché la Procura di Caltanisetta ha origliato una trentina di sue conversazioni con il suo vecchio amico e collega Natoli, nel corso delle quali lo incitava a riferire in Commissione antimafia tutto quel che sapeva e che gli aveva già riferito in merito alla famosa riunione alla Procura di Palermo del 14 luglio 1992"- Così in una nota il leader del M5s. <b>"Vi ricordo – ha aggiunto – che tutte quelle intercettazioni a un senatore sono state fatte senza autorizzazione di Palazzo Madama".&nbsp;Conte ha posto poi a FdI una domanda: "Perché avete scudato le chat tra il vostro Delmastro e il prestanome del clan camorristico Senese?</b> Perché state intralciando un'indagine contro un clan camorristico?".</p>]]></description>
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				<title>La Corte d&#039;appello di Milano conferma il blocco degli altoforni dell&#039;ex Ilva: &quot;Il diritto alla salute prevale su interesse economico&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 13:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La Corte d’appello di Milano</b>, sezione imprese, <b>ha confermato per la seconda volta il provvedimento che impone lo spegnimento degli altoforni dell’ex Ilva di Taranto entro fine ottobre</b>, respingendo la seconda istanza sospensiva presentata da Ilva in amministrazione straordinaria e da Acciaierie d’Italia (AdI) in vista dell’udienza in Cassazione fissata per il 20 ottobre.&nbsp;<b>Resta quindi esecutivo l’ordine di spegnimento dell’area a caldo entro il 28 ottobre</b>,<b> </b>con le operazioni da completare entro 90 giorni dall’ultima comunicazione del provvedimento.</p><p>Il collegio di giudici Ondei, Del Vecchio e Cortelloni ha rigettato i ricorsi con cui le società chiedevano la sospensione dell’efficacia esecutiva del decreto emesso a luglio, che ordina la “sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo” dello stabilimento tarantino, con termine per completare le operazioni fissato al 28 ottobre sotto la sorveglianza dell’autorità di controllo. In motivazione è stato precisato che la ripresa dell'attività "potrà avvenire solo quando essi avranno<b> rimosso integralmente l'amianto ancora presente negli impianti</b>" e "adottato le misure necessarie per ricondurre l'emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all'anno e comunque nell'ambito della cornice procedimentale amministrativa prevista".</p><p>Nel provvedimento si legge che il "pericolo" che consegue "all’eventuale 'spegnimento' degli altiforni" deve cedere "rispetto al preminente diritto alla salute nell’ottica del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi". <b>La tutela "del diritto alla salute", infatti, è "comunque prevalente, nel doveroso rispetto dell’interpretazione data in sede comunitaria, oltre che delle stesse previsioni costituzionali"</b>.  Sulla stessa linea il commento dell’avvocato Ascanio Amenduni, legale dei cittadini di Taranto che hanno intentato la causa civile davanti ai giudici milanesi: <b>"La salute vince ancora su un pregiudizio economico giudicato sempre più cedevole e pretestuoso"</b>, ha commentato.</p><p>Il 30 settembre, davanti ai giudici, si era tenuta la discussione delle parti. <b>Anche il sostituto pg Angelo Renna aveva chiesto di respingere la nuova istanza di sospensiva</b>, dopo quella rigettata già l'<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/11/news/larea-a-caldo-dellex-ilva-resta-spenta-dice-la-corte-dappello--407276" target="_blank">11 settembre</a>. I legali della ex Ilva e di AdI, invece, avevano ribadito le loro ragioni, ossia il danno irreparabile dovuto allo spegnimento e avevano chiesto tempo fino a dopo il giudizio della Cassazione, fissata per il 20 ottobre. L'avvocato Amenduni, invece, aveva spiegato che, essendo ora "l'impianto al minino", non c'era nemmeno alcun "pregiudizio irreparabile". Secondo la Corte, come si legge nell'ordinanza di 12 pagine, "la fissazione dell'udienza" della Suprema Corte non cambia nulla, rispetto ai precedenti provvedimenti che hanno indicato la prevalenza del diritto alla salute, date le emissioni nocive degli impianti e la presenza di amianto. Non cambia nulla, si legge, "rispetto al passato in ordine alla tutela sostanziale degli interessi coinvolti" e la fissazione di quell'udienza è solo "meramente consequenziale alla presentazione dei ricorsi straordinari avanti alla Suprema Corte di Cassazione".&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>FdI su Scarpinato: &quot;Via dalla commissione Antimafia&quot;. La risposta del M5s: &quot;Dimettetevi voi&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 11:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Fra meloniani e pentastellati è scontro incrociato di lettere e accuse</b>. Al centro di tutto c'è il senatore del M5s&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-scarpinato_40289" target="_blank">Roberto Scarpinato</a>&nbsp;e l'attività depistante che avrebbe posto in essere nei confronti dell'ex pm Gioacchino Natoli secondo il gip di Caltanissetta, che sabato ha depositato il provvedimento di archiviazione del filone di indagine a carico di ignoti sulle stragi del '92 relativo al cosiddetto dossier mafia-appalti. Il riferimento è alle conversazioni, intercettate, avvenute tra Scarpinato e Natoli – per anni colleghi in Procura a Palermo – prima della audizione di quest'ultimo all'Antimafia, commissione di cui il senatore fa parte. La circostanza, già nota, sollevò molte polemiche e il parlamentare fu accusato di aver imbeccato l'ex magistrato. Il gip ha precisato "di non poter (e dover) prendere posizione sul fatto che un membro della commissione nazionale Antimafia (il senatore Scarpinato) possa concordare e/o anticipare a un soggetto che dovrà essere audito (Natoli) le domande che avrà intenzione di porgli e che "si tratta di un giudizio di opportunità squisitamente politico che è rimesso a sedi diverse da quella giurisdizionale. Quello che però qui è doveroso segnalare – ha concluso – <b>è l'attività depistante posta in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del dott. Natoli</b>".&nbsp;</p><p>Per Scarpinato, quella del gip è <b>"un'affermazione non solo gravemente falsa, ma essa stessa depistante"</b>, ha detto in un'intervista al <i>Fatto Quotidiano</i>. "Un'altra gip dello stesso ufficio, Graziella Luparello, ha già bollato questa pista come affetta da 'severa miopia' e 'approccio mistico e dogmatico', ordinando nuove indagini in ben 43 punti per colmare le gravi lacune della Procura di Caltanissetta", ha proseguito l'ex procuratore di Palermo. Di tutt'altro avviso i parlamentari di centrodestra. "Quanto emerge dal provvedimento di archiviazione del gip di Caltanissetta sulla vicenda 'Mafia e appalti' è di una <b>gravità che non può essere ignorata</b>, soprattutto alla luce del ruolo che oggi Roberto Scarpinato ricopre all'interno della Commissione parlamentare Antimafia",&nbsp; ha dichiarato Raoul Russo, capogruppo di Fratelli d'Italia in Commissione parlamentare Antimafia.  "Per questo – ha proseguito – riteniamo che dovrebbe fare un passo indietro dalla Commissione Antimafia, così da poter essere finalmente audito e dare tutte le risposte necessarie agli italiani". L'invito a fare chiarezza è arrivato anche da Maurizio Gasparri. "Il documento prodotto dal gip di Caltanissetta ha una valenza storica che non può essere assolutamente ignorata", ha detto il senatore di Forza Italia e componente della commissione Antimafia. Ancora più dura&nbsp;Sara Kelany, deputata di Fratelli d'Italia: "Fuori Scarpinato dalla Commissione Antimafia – ha detto –.&nbsp;<b>Liberi l'Antimafia da una presenza che ne mette in dubbio l'autorevolezza e la smetta una volta per tutte con i suoi teoremi e i suoi complotti".&nbsp;</b></p><p><b></b>Posizioni che sono confluite in una <b>lettera</b> con cui i capigruppo di FdI al Senato e alla Camera, Lucio Malan e Galeazzo Bignami, chiedono al Movimento 5 Stelle di sostituire il senatore nella commissione parlamentare Antimafia. La missiva è indirizzata ai colleghi pentastellati Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi&nbsp;e, per conoscenza, alla presidente dell'Antimafia, Chiara Colosimo, e a tutti i componenti della commissione. "E' del tutto evidente l'impossibilità di lavorare con serenità, oltre che di tutelare la piena attendibilità istituzionale" della commissione se tra i suoi componenti siede chi "un giudice della Repubblica ha indicato come autore di un'attività depistante proprio sui fatti che la commissione indaga", sostengono i due esponenti di FdI, chiedendo di "<b>sostituire il senatore con un altro esponente del vostro gruppo</b>. Avete sempre dichiarato rispetto per le parole dei magistrati impegnati nella lotta alla mafia. Questa – si legge – è l'occasione per dimostrarlo coi fatti".</p><p>"Dimettetevi voi", hanno replicato dal M5s in una lettera di risposta. "Pretendete di darci lezioni di rispetto delle istituzioni mentre la vostra maggioranza tiene sotto chiave le chat di Delmastro e un prestanome della Camorra come Caroccia. Qualsiasi persona di buon senso avrebbe utilizzato maggiore prudenza, evidentemente la vergogna non è un sentimento coltivato a via della Scrofa", hanno scritto Pirondini e Ricciardi. "Veniamo al punto. Improvvisamente avete scoperto il 'rispetto per i magistrati'. Gli stessi che attaccate ogni qualvolta vi fa comodo. <b>Alla luce della vostra missiva attendiamo con impazienza un vostro sussulto di coerenza: le dimissioni di tutti gli esponenti di FdI dalla Commissione Antimafia che hanno votato per nascondere le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia</b>, condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l'aggravante di aver agevolato il clan Senese – si legge nella lettera – Caldeggiamo che quelle dimissioni riguardino in particolare la presidente Chiara Colosimo, anche alla luce dei rapporti pubblicamente documentati con l'ex terrorista nero Luigi Ciavardini". A rispondere è stato anche Giuseppe Conte.&nbsp;"Cari Fratelli d'Italia permettetemi di essere franco: <b>siete proprio spudorati!</b> Chiedete le dimissioni di Scarpinato perché la Procura di Caltanisetta ha origliato una trentina di sue conversazioni con il suo vecchio amico e collega Natoli, nel corso delle quali lo incitava a riferire in Commissione antimafia tutto quel che sapeva e che gli aveva già riferito in merito alla famosa riunione alla Procura di Palermo del 14 luglio 1992"- Così in una nota il leader del M5s. "Vi ricordo – ha aggiunto – che tutte quelle intercettazioni a un senatore sono state fatte senza autorizzazione di Palazzo Madama".&nbsp;Conte ha posto poi a FdI una domanda: "Perché avete scudato le chat tra il vostro Delmastro e il prestanome del clan camorristico Senese? Perché state intralciando un'indagine contro un clan camorristico?".</p><p>Sulla vicenda è intervenuto anche&nbsp;il generale&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/mario-mori--2551" target="_blank">Mario Mori</a>, l'ex capo dei Ros che catturò il boss di Cosa nostra Totò Riina. "Forse non sta a me dirlo. Però, da cittadino, penso che ora il senatore Scarpinato, che fa parte della commissione Antimafia, farebbe bene a muovere un passo indietro", ha detto in una intervista a Il Giornale. A Palermo, negli anni Novanta, Mori è stato protagonista di quel filone di indagine noto come mafia-appalti. "Se ci avessero consentito di andare avanti – dice – e se non fossero morti Falcone e Borsellino, si sarebbe dato un colpo micidiale al sistema mafioso". Borsellino fu ucciso per questo? "Per me sì – ha risposto il generale – Sicuramente, come dicono sia il procuratore sia il gip di Caltanissetta, questa è stata quantomeno una concausa della morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino". E alla domanda se si fosse accorto che nella procura di Palermo alcuni elementi ostacolavano la giustizia, ha risposto: "Inizialmente no. L'ho capito quando ho visto la resistenza su Mafia-appalti. Dopo che Falcone aveva raggiunto Roma".</p>]]></description>
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				<title>Il paese della gogna. L’errore giudiziario e il suo brodo di coltura</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Gian Domenico Caiazza</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/garlasco_42855" target="_blank">Garlasco</a>&nbsp;è la parabola in grado di raccontarci fedelmente cosa accade nella quotidiana amministrazione della giustizia nel nostro paese, ancor più quando su una vicenda giudiziaria, per le più varie ragioni, si accendono i riflettori e la vorace attenzione della pubblica opinione. Nella quotidianità silenziosa e anonima della vita giudiziaria italiana, molte delle dinamiche che in queste vicende a forte esposizione mediatica appassionano, stupiscono e indignano la pubblica opinione, si ripetono in realtà molto spesso, solo che nessuno lo sa. Per capirci: è un evento assolutamente eccezionale che un pubblico ministero e i suoi investigatori, terminate le indagini e depositati gli atti alla difesa perché questa possa finalmente confutare l’ipotesi accusatoria, o almeno sollecitarne una parziale riscrittura, facciano anche solo un piccolo passo indietro. <b>Non parliamo poi della prova scientifica: reparti specializzati di polizia e consulenti tecnici del pubblico ministero fissano verità che, di regola, non prevedono ripensamenti</b>. Nella mia esperienza professionale, non ho memoria di consulenti tecnici dell’accusa che ad un certo punto dicano “forse abbiamo sbagliato”. Sarà un giudice nei vari gradi di giudizio a valutare limiti e fondatezza dell’indagine, giammai un autonomo ripensamento da parte della pubblica accusa, soprattutto dopo che questa abbia reso pubblica la propria ricostruzione dei fatti. La conclusione delle indagini, insomma, è normalmente un punto di non ritorno nella vita giudiziaria quotidiana, un approdo non negoziabile, una verità da difendere con le unghie e con i denti, nonostante il codice preveda, non certo a caso, l’apertura di una fase interlocutoria con la difesa volta proprio a sottoporre l’ipotesi accusatoria a una prima prova di resistenza. Questa radicata e diffusa attitudine dell’investigatore, il quale evidentemente vive come un’onta la prospettiva di dover eventualmente riconoscere una verità diversa da quella ipotizzata e ricostruita dalla propria indagine, è esattamente il brodo di coltura privilegiato dell’errore giudiziario, più che mai se la vicenda abbia assunto sin dall’origine una forte esposizione mediatica.</p><p><b>Se ripensare la ricostruzione dei fatti è già un evento inconsueto nella realtà quotidiana dell’investigatore, è addirittura impensabile che ciò possa accadere coram populo</b>. Cos’altro è stato il caso&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/enzo-tortora_35841" target="_blank">Tortora</a>, se non la difesa strenua di una incredibile topica investigativa, costruita – con quel clamore mediatico quasi planetario – sulla scelta di conferire credito assoluto alle accuse di uno squilibrato già in precedenti sentenze qualificato come calunniatore seriale patologico, senza compiere un solo atto investigativo a riscontro (non uno solo!), prima dell’ordine di cattura?</p><p>Eccoci allora ai recentissimi colpi di coda della indagine-bis sull’omicidio di Chiara Poggi. L’indagato Stasi viene all’epoca incastrato dalle ormai famose tracce di sangue sui pedali della bicicletta con la quale sarebbe ritornato a casa dopo aver massacrato, senza un movente accertato, la donna amata. Tracce –  gli investigatori – riferibili al Dna di Chiara “oltre ogni ragionevole dubbio”. Oggi la Procura di Pavia ci informa che, dopo quel primo esame positivo, la stessa polizia scientifica ne aveva effettuati altri due, entrambi di esito radicalmente opposto; e che questi due esami –circostanza che ci viene presentata come documentalmente incontrovertibile – non furono mai resi noti alle parti e, a quanto pare di capire, nemmeno al pm titolare dell’inchiesta. <b>La notizia deflagra, e ora tutti a chiedersi perché e per come, a parlare apertamente di depistaggio e a indagarne le recondite ragioni</b>. Si tratta di uno sviluppo certamente clamoroso delle indagini, e a quelle domande dovranno dare risposta gli inquirenti patavini, non noi dal divano di casa. Se verranno scoperte oscure ragioni ispiratrici di un depistaggio volto ad attribuire a un innocente quell’efferato omicidio, ne prenderemo atto con sgomento. Nel frattempo io mi limito, per tutte le ragioni che ho prima ricordato, a non stupirmi affatto di quanto accaduto, e oggi ricostruito dalla Procura di Pavia.</p><p>E’ frequentissimo che gli investigatori, dopo i primi risultati rassicuranti, restino prigionieri dei propri sospetti e della propria ipotesi accusatoria, orientando quasi istintivamente tutte le successive evidenze investigative verso la loro conferma, e perciò depotenziando, trascurando o addirittura ignorando ogni possibile indizio di segno contrario. Se poi quella ricostruzione accusatoria diventa patrimonio della pubblica opinione, questa dinamica diventa inesorabile, perché entra in gioco la credibilità dell’indagine e di chi la sta conducendo. Certo, il sistema affida al pubblico ministero il controllo dell’operato della polizia giudiziaria (che nel caso delle due prove negative sui pedali della bicicletta di Stasi, a quanto apprendiamo, sarebbe stato addirittura eluso). Ma se questo controllo, per convincimento o anche solo per pigrizia professionale, si traduce in piena condivisione delle indagini di polizia giudiziaria (il che avviene, credetemi, molto frequentemente), difficilmente si torna indietro. L’indagine si è sbilanciata verso un sospetto, lo ha coltivato e fatto proprio, lo ha indicato alla pubblica opinione come la soluzione dell’enigma delittuoso: il dado è tratto. <b>Nella vicenda del popolare presentatore di “Portobello”, si arrivò icasticamente a dire che “l’innocenza delle indagini esigeva la colpevolezza di Tortora”</b>.</p><blockquote>E’ frequentissimo che gli investigatori, dopo i primi risultati rassicuranti, restino prigionieri dei propri sospetti e della propria ipotesi accusatoria, orientando tutte le successive evidenze investigative verso la loro conferma</blockquote><p>Occorre dire che, nella vicenda di Garlasco, quel granitico convincimento sulla responsabilità di Alberto Stasi non ebbe la forza di resistere a ben due gradi di giudizio di merito, che si risolsero in una doppia conforme assolutoria, anche senza le clamorose scoperte investigative di questi giorni; ma francamente dubito che, se quelle due analisi negative sui pedali fossero state rese note, si sarebbe mai arrivati anche solo al rinvio a giudizio. <b>Eppure, la forza del sospetto sulla responsabilità di Stasi è stata tale da vincere perfino una doppia conforme assolutoria, il vero scandalo – a mio giudizio – di questa vicenda</b>. E forse non solo a mio giudizio, visto che, poco tempo dopo, il legislatore ha ritenuto di dover modificare la norma, che ora finalmente impedisce al pm di poter impugnare per Cassazione una doppia conforme assolutoria con censure di illogicità della motivazione, come appunto accaduto nei confronti di Stasi. In altri termini, a normativa oggi vigente, Alberto Stasi sarebbe un cittadino giudicato definitivamente innocente da due successive sentenze assolutorie.</p><blockquote>La forza del sospetto sulla responsabilità di Stasi è stata tale da vincere perfino una doppia conforme assolutoria. Ora in tv, sui social, due squadre contrapposte, ciascuna alla ricerca famelica del proprio colpevole</blockquote><p>Ora la difesa darà impulso a un giudizio di revisione, che comunque non potrà mai restituire a Stasi la lunga detenzione patita, e la distruzione della sua vita. Tuttavia, <b>faccio fatica a pensare che questa dolorosa vicenda, nonostante il suo impatto mediatico clamoroso, abbia seminato nella pubblica opinione almeno una maggiore comprensione del principio costituzionale della presunzione di innocenza</b>, e della necessità di porre un limite al potere di impugnazione del pubblico ministero. Guardo le trasmissioni tv, scorro i social infuocati, e vedo in realtà due squadre contrapposte, ciascuna alla ricerca famelica del proprio colpevole: chi Stasi, chi Sempio. Per il quale ultimo, la gran parte dei critici giustamente implacabili di queste disvelate omissioni investigative, non esitano a farsi sostenitori, senza fare un plissé, di una ipotesi accusatoria costruita sulla idea che una impronta di scarpa 42 possa essere stata impressa da chi oggi porta una taglia 44. <b>La verità è che il nostro è il paese che subisce l’irresistibile fascino della forca</b>, è il paese delle tricoteuses, è il paese che è innanzitutto pronto a chiedere più galera per tutti; è il paese disposto a fare fuoco e fiamme in difesa di un innocente ingiustamente accusato e condannato, alla imprescindibile condizione che, contestualmente, gli si dia in pasto, più o meno a qualunque costo, un nuovo colpevole.</p>]]></description>
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				<title>Pentiti, servizi e veleni: la storia di Contorno, il Corvo e le ombre dell’antimafia</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Gery Palazzotto</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pentiti che vanno, pentiti che tornano. Una compagnia di giro che li accompagna e talvolta li gestisce. Un irritante equivoco che stronca ogni tentativo di ragionamento: chi solleva qualche dubbio (su pentiti e compagnia di giro) viene automaticamente inchiodato alla croce dell’anti-antimafia o catalogato d’ufficio come reazionario e nemico della Legalità (quella, con la elle maiuscola, brandita da pochi eletti e differente dall’altra, con la elle minuscola, che è semplicemente patrimonio di tutti).</p><p>Il ritorno sulle scene di Giovanni Brusca che da uomo libero ha “alzato il velo” (tenete a mente questa metafora) sulle stragi di mafia del ’92 e ’93 è uno spunto prezioso per esplorare un incredibile buco nero nella storia della lotta a Cosa Nostra: quello del rapporto tra collaboratori di giustizia e rappresentanti dello stato.</p><p>Secondo Brusca gli eccidi di 34 anni fa furono usati “come strumento politico, come se fossero stati suggeriti dalla sinistra” per dare una mano a Berlusconi. Quindi tornando alla metafora, il velo lo ha alzato sì, ma sul corpo senza vita di una tesi – piaccia o non piaccia – abbondantemente stroncata dalle sentenze. Il tutto alla faccia della legge contro le dichiarazioni a rate che impone al pentito un limite di sei mesi dall’inizio della collaborazione per dire tutto quello che sa. Brusca, che ha avuto riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia nel 2000, non aveva mai parlato del Cavaliere: chissà, magari tra il ricordo di un picciriddo sciolto nell’acido e la rimembranza di un dito sul telecomando di Capaci, un miracolo ha riacceso la sua memoria.</p><blockquote>Da uomo libero Brusca ha “alzato il velo” sulle stragi di mafia del ’92 e ’93. Secondo lui furono uno “strumento politico” per aiutare Berlusconi</blockquote><p>Suo storico avvocato è Luigi Li Gotti che è stato anche difensore di altri collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo. E’ l’uomo chiave del rapporto tra procure e pentiti che gli firmavano una nomina fiduciaria spesso su formale suggerimento degli organi inquirenti e del Servizio centrale di protezione. Un ruolo delicato che Li Gotti ha accordato con il La della sua propensione per la politica. Gli inizi nel Msi, la militanza in An, il passaggio a Italia dei valori, la carica di sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi testimoniano la sua vocazione di instancabile esploratore di palazzi e palazzacci.</p><p>Tra i clienti di Li Gotti c’è stato anche il pentito Salvatore “Totuccio” Contorno che è il vero protagonista di questa storia. Oggi chi si scandalizza per il ritorno di Brusca e per l’attenzione riservata alle sue tesi decotte evidentemente non ricorda o non conosce le gesta di Contorno che sfociarono nella vicenda più imbarazzante e più silenziata dell’epopea dell’antimafia. La storia del misterioso ritorno in armi di un pentito in Sicilia e di un anonimo che troverà un nome grazie a una tazzina di caffè, che lo perderà grazie a un’impronta cancellata, e che sparirà per sempre grazie all’imperizia di chi gli ha dato la caccia. Per raccontarla dobbiamo tornare alla Palermo della fine degli anni ’80 e alla sua pericolosissima giungla: dove c’erano serpi, talpe, corvi, e un Falcone.</p><p>“Prima luce” – Negli anni Ottanta, a Palermo, molti esponenti di Cosa nostra cadono per mano dei “corleonesi” che scatenano la guerra di mafia. Nell’aprile del 1981 viene assassinato, tra gli altri, il “Principe di Villagrazia” Stefano Bontate, mafioso salottiero, formazione dai gesuiti del Gonzaga e forti aderenze massoniche. Salvatore Contorno, soprannominato “Coriolano della Floresta” dall’omonimo personaggio del romanzo “I Beati Paoli” di Luigi Natoli, di Bontate è stato guardiaspalle e sa che il prossimo a morire sarà lui. Infatti, di lì a un mese, sfugge all’agguato di via Giafar: da solo, con un bambino accanto, contro nove sicari.</p><p>Totuccio non è uno stratega, ma è un soldato determinato. La sua raffinatezza di pensiero è tutta in un pendolo logico che oscilla tra voglia di vendetta e istinto di sopravvivenza. Ogni tanto prevale la prima, ma senza influenzare il secondo. Non serve un cervello fino per vivere nel sangue, serve abilità affinché il sangue sia sempre quello degli altri.</p><blockquote>Totuccio viene arrestato in una villa di Bracciano. Con il commissario Ninni Cassarà inizia a parlare. Gli viene affibbiato il nome “Prima luce”</blockquote><p>Contorno scappa da Palermo e cerca malamente di riorganizzare l’armata dei sopravvissuti, di quelli che ancora non sono passati per il ferro di Riina e compari. Nel marzo del 1982 finisce per farsi arrestare in una villa di Bracciano nella quale ha messo su il suo quartier generale con armi e droga. Passano pochi mesi e incontra il commissario di polizia Ninni Cassarà: con lui inizia a parlare. Gli viene affibbiato un nome in codice: “Prima luce”.</p><p>Dopo il blitz di San Michele che il 29 settembre porterà all’arresto di 366 affiliati a Cosa Nostra, Contorno viene portato segretamente al cospetto di Buscetta, fresco di pentimento. L’incontro fra i due mafiosi sembra la scena di un film di Francis Ford Coppola. Davanti ai respiri sospesi dei poliziotti don Masino accoglie Contorno, che gli bacia la mano. Il boss dei due mondi lo guarda e gli dice solennemente: “Totuccio, puoi parlare”. E Totuccio parla. Conferma le dichiarazioni di Buscetta, innanzitutto. Puntella con la sua testimonianza la struttura portante del maxiprocesso che con 475 imputati alla sbarra diventa il più importante atto di accusa alla maggiore organizzazione criminale del mondo. Poi vola negli Stati Uniti dove aiuta gli investigatori americani per la Pizza Connection, l’inchiesta sul maxi affare della droga e del riciclaggio della mafia da esportazione. E a poco a poco Totuccio Contorno, l’ex “Prima luce”, si dissolve, se non dalla memoria, dalla cronaca. Sino all’alba di venerdì 26 maggio 1989.</p><p>Sabbia – “L’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera mi raccontò di operazioni di manipolazione delle armi per far sì che venissero modificate. Mi parlò di pistole, fucili portati a Ostia, riempiti di sabbia affinché poi non vi fosse corrispondenza con gli esiti balistici delle ogive che erano state rinvenute sui cadaveri degli omicidi avvenuti prima della cattura di Contorno". Trentacinque anni dopo, nel 2024, a parlare davanti ai giudici è l’ex poliziotto ed esperto informatico Gioacchino Genchi che si occupò delle intercettazioni che portarono all’arresto di Contorno. Quello delle armi sabbiate è il capitolo più inquietante di questa storia. La storia di un mafioso che doveva rimanere oltre l’oceano e che invece si è ritrovato proprio dove non doveva stare: la terra da cui era fuggito per non finirci seppellito anzitempo.</p><p>Accade che nella primavera del 1989 i poliziotti di Palermo, guidati da Arnaldo La Barbera (personaggio chiave dei misteri palermitani e non solo), cercano Gaetano Grado, un boss latitante e potente, il cui peso nell’organigramma mafioso è noto solo agli addetti ai lavori. Grado non è un nome altisonante. E’ un mafioso che si muove sottotraccia, ma la mancanza di effetti speciali non ne fa un criminale meno pericoloso. Insomma Gaetano Grado è uno che conta in Cosa nostra. La mattina del 26 maggio 1989 gli agenti fanno irruzione in una villa di San Nicola l’Arena, frazione del comune di Trabia a meno di trenta chilometri da Palermo. Grado è in camera da letto con la sua convivente. Intanto da una roulotte parcheggiata a poca distanza dalla villa un uomo fugge attraverso l’agrumeto che circonda la zona e cerca di guadagnare la via del mare. Gli agenti che lo bloccano non credono ai propri occhi. E’ Totuccio Contorno. Dice di trovarsi in quel posto perché è venuto a far visita a suo cugino Gaetano Grado. Subito dopo il blitz nella villetta di San Nicola l’Arena la polizia effettua una perquisizione della casa. Ma nella roulotte che ospitava il pentito l’ispezione è condotta sommariamente e viene fuori solo un fucile a canne mozze. Passano due giorni e grazie a un’altra perquisizione, stavolta condotta dai carabinieri, spunta un arsenale.</p><p>Le perquisizioni a rate sono una specialità di quei tempi. Servono a spacciare per distrazione disegni strategici più complessi e meno confessabili. Accadrà ancora quattro anni dopo, con il covo di Riina che resterà intonso per giorni e sul cui caso si innescherà un estenuante scambio di accuse tra la Procura di Gian Carlo Caselli e i carabinieri del ROS di Mario Mori.</p><p>Ma torniamo al blitz di San Nicola l’Arena: gli investigatori pensano di aver messo le mani su una storia tutta da scrivere.</p><p>Il triangolo della morte – Gaetano Grado, come Contorno, è uno dei sopravvissuti nella schiera dei perdenti della seconda guerra di mafia. Il sospetto è che abbia riorganizzato gli affari (soprattutto droga, nel cui traffico è specializzato) e che abbia architettato un piano per vendicarsi dei “corleonesi”. Non è un caso che in quei mesi siano caduti una decina di mafiosi schierati con gli uomini di Riina. E sono morti tutti lì in quella zona, tra Bagheria, Altavilla Milicia e Casteldaccia nel cosiddetto “triangolo della morte”. Insomma, ci sono tutti i numeri per avviare un’indagine dai possibili effetti dirompenti. Soprattutto ci sono quelle pistole e quei fucili da esaminare per capire se sono collegati ai morti ancora caldi di quelle contrade. Ma questa pratica si sbriga facilmente. Come? Azzerando tutto. Rovinando le armi con la sabbia, come racconterà nel 2024 l’ex poliziotto Genchi durante il processo di Caltanissetta per il depistaggio delle indagini di via D’Amelio: “Le armi furono portate a Ostia e sabbiate…”. Una dichiarazione dirompente, messa a verbale. Eppure le quelle parole scorrono via nei rivoli della cronaca ordinaria, non suscitano più di un tenue sussulto.</p><blockquote>Contorno doveva essere in America per motivi giudiziari e di sicurezza. “E’ solo una questione di soldi, devo campare la famiglia” si giustifica lui</blockquote><p>Che ci fa Contorno in Sicilia? Non era in America per motivi giudiziari e di sicurezza? “E’ solo una questione di soldi, devo campare la famiglia” si giustifica lui. In principio, negli Stati Uniti, Contorno riceve un contributo di milletrecento dollari al mese. Con lui vivono la moglie e il figlio adolescente. Nel settembre del 1988 il collaboratore manifesta l’intenzione di tornare in Italia, e ciò perché gli Stati Uniti gli hanno detto che a partire da novembre non lo stipendieranno più: per guadagnare dovrà sgobbare come chiunque altro. Ma lui dice che non riesce a trovare lavoro. Nonostante le autorità americane e italiane sconsiglino vivamente il suo rientro in Italia, il 18 novembre il collaboratore di giustizia e la sua famiglia rientrano con un volo della Pan Am.</p><p>Perché questa fretta? Perché le autorità italiane e quelle americane sono così accondiscendenti? In Italia Salvatore Contorno non ha particolari obblighi, tranne quello di chiamare ogni giorno i suoi referenti della Criminalpol per comunicare dove si trova: infatti si intrattiene per ore al telefono col superpoliziotto Gianni De Gennaro che di lì a poco diventerà capo del Servizio centrale operativo. Si muove pressoché libero. Del suo rientro vengono informati il Ministero di Grazia e giustizia e quello dell’Interno, la magistratura di Palermo e i giudici dei processi che lo riguardano. Ma la notizia non filtra attraverso la barriera di riservatezza degli addetti ai lavori. Nessuno si cura troppo di lui. Poi, il 18 maggio 1989, Contorno fa perdere le sue tracce. Lo arrestano otto giorni dopo in una consecutio di eventi che, se si trattasse di fiction, darebbe vita a una narrazione poco credibile.</p><p>La polizia di La Barbera che sta dando la caccia al latitante Gaetano Grado non è stata informata del ritorno del pentito. Per via di alcuni movimenti sospetti in una villetta di San Nicola l’Arena, e in particolare attorno a una cabina telefonica nei pressi della stazione ferroviaria lì vicino, gli agenti cominciano gli appostamenti. E’ così che si rendono conto della presenza di Contorno e della linea diretta tra lui e De Gennaro. E’ da quel momento che prende corpo un’ipotesi inquietante che non troverà mai conferme ma nemmeno versioni convincenti per una smentita: Salvatore Contorno sarebbe rientrato in Sicilia per assassinare Totò Riina, allora latitante numero uno. Per farlo, avrebbe sfruttato la sua parentela col boss Gaetano Grado, che avrebbe dovuto convocare Riina per un vertice di mafia in modo da far scattare l’agguato mortale. Ma qualcuno avrebbe avvisato della trappola il capo di Cosa nostra, che infatti non si sarebbe presentato all’appuntamento, facendo fallire il progetto criminale.</p><p>Di tutto questo Giovanni Falcone era a conoscenza? Non lo sappiamo. Di certo Contorno parlava al telefono con De Gennaro, un poliziotto molto vicino a Falcone, e usava parole in codice per indicare movimenti di persone in una zona chiamata non a caso “il triangolo della morte” dove, proprio in quel periodo, c’erano stati molti omicidi nella fazione criminale avversa a quella del pentito.</p><p>Lo spettro sul Maxiprocesso – Per le armi ritrovate nel covo di San Nicola l’Arena furono celebrati due distinti processi. Uno a carico di Grado e della sua convivente, che vennero condannati. Un altro contro Contorno che venne assolto per insufficienza di prove. Perché dividere le posizioni? Perché la prima perquisizione della roulotte fu fatta frettolosamente?</p><p>A fronte di questi interrogativi, l’alba di un’ipotesi spaventa i magistrati in prima linea nella lotta alla mafia. E’ un’alba fredda e livida come la paura che tutto il lavoro fatto fino a quel momento possa andare sprecato. Lo spettro incombe sul Maxiprocesso.</p><p>Il 16 dicembre 1987 il presidente Alfonso Giordano, dopo 349 udienze, 1314 interrogatori e 635 arringhe difensive, aveva letto la sentenza del primo grande processo alla mafia: 346 condanne di cui diciannove all’ergastolo, 2665 anni di carcere, 114 assoluzioni. Salvatore Contorno è con Tommaso Buscetta uno dei pilastri dell’impianto di accusa che fin lì ha retto perfettamente. Ma si tratta pur sempre di una sentenza di primo grado e la mafia sta “investendo” in omicidi, pressioni politiche e intimidazioni per correre ai ripari. Il processo d’appello è iniziato nel febbraio del 1989, proprio l’anno del tumultuoso caso del rientro in Sicilia di Coriolano. Non è solo Cosa nostra a odiare i pentiti. In Italia una corrente di opinione, che ha santoni nella politica, soprattutto nella Dc, vede nei collaboratori di giustizia e nei metodi d’indagine rivoluzionari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino il rischio di una deriva antidemocratica. Quell’arresto e la coda di drammatici interrogativi che si porta appresso mettono a rischio la tenuta di una sentenza che è solo un primo passo in una strada disseminata di ostacoli. Falcone è già da tempo sotto attacco da parte di molti giornali. E il fuoco di fila da lì al 23 maggio 1992, quando il cratere di Capaci inghiottirà un pezzo di storia d’Italia insieme ai corpi di cinque esseri umani, sarà continuo.</p><blockquote>Sei lettere anonime contengono accuse sulla gestione del pentito, “un killer di stato”. Non le ha scritte un orecchiante. È il Corvo di Palermo</blockquote><p>L’ora dei veleni – Intanto il Corvo ha spiccato il volo. Le lettere anonime sono sei, scritte a macchina, il tipo di carta non è lo stesso per tutte. I destinatari sono: il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica, il presidente della Commissione parlamentare antimafia Gerardo Chiaromonte, il segretario del Partito comunista Achille Occhetto, e due figure di spicco dei carabinieri, Mario Mori e Antonio Subranni. Le lettere contengono accuse pesanti a Falcone per la gestione del pentito Contorno, che secondo l’estensore sarebbe stato un vero killer di Stato. Le ha scritte qualcuno che di sicuro non è un orecchiante. I riferimenti sono precisi, e solo chi è dentro a certe stanze può averli raccolti e impilati come pietre pronte per una lapidazione. È il Corvo di Palermo.</p><p>L’anonimo scrive che Gianni De Gennaro e i vertici della Criminalpol erano perfettamente a conoscenza del fatto che Contorno si recava a Palermo per colpire i “corleonesi” e stanare Totò Riina. “Tutto ciò era stato peraltro concordato anche con dei magistrati e in particolare con i giudici Falcone, Ayala e Giammanco, con i quali in questi ultimi tempi De Gennaro si è incontrato a Palermo […]. De Gennaro, quindi, e i magistrati suddetti hanno inviato Contorno a Palermo ben sapendo che avrebbe commesso dei gravi reati. Si tratta di gravissime responsabilità se si considera che Contorno ha ucciso Mineo, Baiamonte, Aspetti, Messicati e Cerva […]. Sono veri e propri omicidi di Stato […]”.</p><p>L’anonimo sa di spostamenti riservati di uomini delle istituzioni, sa di intercettazioni segrete, sa di contatti di cui pochissimi sono a conoscenza. C’è poi un truce capitolo, nel quale non si risparmia sul veleno, interamente dedicato a Falcone che, secondo il Corvo, “fino ad oggi vi ha preso per i fondelli facendovi credere di essere un paladino dell’antimafia laddove si è rivelato uno squallido opportunista”.</p><p>Il Corvo gongola. Giovanni Falcone soffre in silenzio.</p><p>Nel frattempo sulla scena è entrato gradualmente un nuovo personaggio che di lì a poco assumerà sempre più importanza, sino a diventare un protagonista della stagione dei veleni palermitani.</p><p>Il 5 agosto 1988 Domenico Sica viene nominato Alto commissario per la lotta alla mafia. L’incarico gli viene affidato tra le polemiche, dato che quel posto sembrava destinato a Giovanni Falcone, che di mafia si intende molto più di Sica. La stessa istituzione di un Alto commissariato è vista come un errore da molti magistrati e investigatori esperti di criminalità organizzata. Sica, soprannominato “Nembo Sic” per via di una sua naturale inclinazione a inserirsi in inchieste di grande effetto mediatico, deve la sua fortuna a uno sponsor di eccezione: il democristiano Antonio Gava, che in quel momento è ministro dell’Interno. Grazie a lui è riuscito a bruciare Falcone per il posto di alto commissario, e ciò peserà fortemente sui loro rapporti. Per Falcone è il secondo smacco, o meglio il secondo segnale di isolamento, dopo che qualche mese prima il Csm ha bocciato la sua candidatura alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo, preferendogli Antonino Meli, che più di lui ha anni sul groppone e non una riga di curriculum.</p><p>Le lettere del Corvo di Palermo sembrano a Sica un’occasione preziosa per rilanciarsi. Se le fa dare tutte d’imperio e le esamina. A rafforzare l’ipotesi che l’autore sia qualcuno addentro alle questioni giudiziarie c’è che in almeno un paio di quelle missive è stata utilizzata una macchina per scrivere in dotazione al palazzo di giustizia di Palermo: una Triumph Adler. È un modello molto diffuso in quegli anni, ma è quanto basta per accendere la voglia di riscatto di Sica. Per la perizia sulle impronte digitali, però, l’alto commissario fa una scelta inusuale, che gli costerà cara: anziché rivolgersi come di prassi al Cis, il Centro carabinieri investigazioni scientifiche (oggi RaCIS, Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche), manda tutto al Sismi, i servizi segreti militari.</p><blockquote>L’Alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica è convinto che il Corvo sia Alberto Di Pisa. Che sarà assolto, e il Corvo mai identificato</blockquote><p>La tazzina di caffè – Si trovano otto impronte sulla lettera del Corvo inviata a Sica. Su una di esse si scatena un giro estenuante di perizie, controperizie, conferme e smentite. A un certo punto la manovra maldestra di un tecnico del Sismi la danneggia irrimediabilmente. E di quell’impronta resta solo una foto. Sica attira con l’inganno il magistrato Alberto Di Pisa nel suo studio e gli prende un’impronta dal tavolo di vetro sul quale tamburella con le dita. Non contento, gli offre un caffè al bar e fa prelevare di nascosto la tazzina dai suoi collaboratori. Nonostante l’incertezza dei risultati delle analisi, l’Alto commissario è convinto che il Corvo sia Di Pisa. Tanto è vero che lui stesso telefona al presidente della Repubblica Francesco Cossiga per dargli la notizia bomba. Contemporaneamente l’indiscrezione striscia sino alla redazione del settimanale “Epoca”, che per la prima volta fa il nome di Alberto Di Pisa indicandolo come il Corvo di Palermo.</p><p>In quei giorni la Procura apre un’inchiesta sull’anonimo. Di Pisa dichiara di essere a disposizione dei colleghi che lo hanno messo sotto indagine con l’accusa di calunnia aggravata e si fa prendere volontariamente le impronte digitali.</p><p>Per uno scherzo del destino, Di Pisa entra in aula proprio mentre Contorno esce dal carcere dopo l’arresto per il blitz di San Nicola l’Arena. Diciotto mesi dopo il magistrato palermitano viene condannato a un anno e mezzo per calunnia aggravata. La sentenza di appello arriva due anni dopo, il 14 dicembre 1993, in un’altra Italia, in un’altra èra, in un’altra orografia sociale in cui i crateri delle stragi di mafia sono ancora fumanti. Di Pisa viene assolto.</p><p>Nelle motivazioni della sentenza i giudici sono durissimi: “L’alto commissario Sica e i suoi collaboratori non si sono limitati a una mera attività di rilevamento, né ad assicurare e conservare le fonti prova, ma si sono spinti fino al punto di creare e ricavare con modalità quanto mai irrituali e fraudolente le impronte papillari del dottor di Pisa che hanno segnato l’inizio della vicenda giudiziaria illegittima e arbitraria sin dalla sua origine […]. Attraverso il meccanismo messo avanti dal tribunale si trasforma in elemento di prova utilizzabile in sede giudiziaria quello che non si sarebbe mai potuto […] ossia si fa entrare nel processo una perizia o una parte di perizia extragiudiziaria effettuata da periti che per la loro appartenenza al Sismi sono stati e sono alle dipendenze del potere politico”.</p><p>Insomma, oltre a essere l’assoluzione di Di Pisa, è la condanna in toto dell’operato di Sica.</p><p>Nel 2016, in un’intervista a “la Repubblica”, Alberto Di Pisa dà una sua versione del caso che lo ha visto protagonista. Ha settantadue anni e da pochi giorni è in pensione, dopo aver lasciato l’ufficio di procuratore di Marsala che fu di Paolo Borsellino. “Nell’89 c’era una profonda faida negli ambienti della Criminalpol. C’era la squadra di De Gennaro e quella di Contrada. Il Corvo bisognava cercarlo lì, ma nessuno lo fece. L’anonimo diceva la verità, come avevo sottolineato io stesso in una riunione in Procura con tutti i colleghi. C’erano Giammanco, Falcone, Sciacchitano, Signorino. Sarei stato un idiota poi a scrivere quell’anonimo”. Cosa aveva detto Di Pisa in quella riunione? “Che bisognava indagare per capire cosa stava dietro a quello stranissimo arresto di Contorno a San Nicola l’Arena. Ma qualcuno pensò di approfittare dell’occasione confezionando l’anonimo che fu subito attribuito a me, nonostante fosse scritto su carta intestata della Criminalpol (disponibile solo negli uffici romani dove io non ero mai stato) e con una macchina da scrivere che fu appurato non essere la mia. La verità è che ci fu una convergenza di interessi, politica, servizi, poteri forti, che avevano l’obiettivo di togliermi le inchieste scottanti che avevo in mano, quella su mafia e appalti, sulla morte dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, sulla massoneria, sugli omicidi di Beppe Montana e Ninni Cassarà”.</p><p>Alberto Di Pisa il 31 dicembre 2015 ha lasciato la magistratura per limiti d'età. E’ morto dopo una lunga malattia nel 2022. Il Corvo non è mai stato identificato.</p><p>Salvatore Contorno, la cui “missione siciliana” è stata alla fine considerata quasi una gita, dopo essere stato liberato con tante scuse, sfuggirà a un attentato ordito nell’aprile 1994 da Matteo Messina Denaro. Negli anni a seguire verrà arrestato due volte, per spaccio di droga e per estorsione: gli verrà revocato il programma di protezione.</p>]]></description>
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				<title>La tragica farsa dei pm di Firenze: al processo Baiardo il boss Graviano usato ancora per sporcare Berlusconi</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 06:10:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ieri il boss <b>Giuseppe Graviano</b> ha raccontato ai giudici di Firenze, in collegamento video, che suo nonno Filippo Quartararo fece una società con <b>Silvio Berlusconi</b> nel 1969-70. È l'ennesimo atto, e probabilmente non l'ultimo, di un processo grottesco che dovrebbe riguardare Salvatore Baiardo, accusato di favoreggiamento e di calunnia aggravata ai danni di Massimo Giletti, e che invece è diventato la riedizione dei processi a Marcello Dell'Utri e a Silvio Berlusconi, che nel frattempo è morto e non può rispondere.</p><p>Graviano ha parlato di un investimento da 20 miliardi di lire e di una carta privata con i nomi degli investitori, aggiungendo però di non poterli confermare bene. <b>Ha ricordato incontri con Berlusconi, ma non da chi fosse accompagnato nel dicembre 1993</b>. Ed è sempre la stessa storia che Graviano aveva già raccontato nel 2020, anche allora senza riscontro, e giudicata dai pm di Caltanissetta totalmente inattendibile. Contro quel racconto inattendibile ci sono invece gli atti dei processi e una sentenza definitiva, emessa in nome del popolo italiano.</p><p>C'è il 2004, quando la procura di Palermo escluse un ingresso di capitali esterni in Fininvest sulla base di una consulenza di un funzionario della Banca d'Italia, e c'è il 16 ottobre 2025, quando la Cassazione ha reso definitiva una sentenza secondo cui <b>a oggi non risulta mai processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa nostra nelle imprese berlusconiane</b>.</p><p>Graviano riporta le medesime vicende di sempre ripetute con qualche dettaglio diverso, e a questo punto si può ritenere che servano soltanto a sporcare. Che cosa c'entri infatti tutto ciò con la presunta calunnia a Giletti resta il mistero del processo. <b>Non è un mistero, invece, il meccanismo</b>. Un morto non ha fretta di difendersi, e lo si può processare indirettamente quante volte si vuole, in qualunque aula, sotto qualunque capo d'imputazione che riguardi un altro.</p>]]></description>
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				<title>La Corte dell’Ue e il diritto d’asilo</title>
				<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La Corte di Giustizia dell’Ue potrebbe diventare il principale ostacolo al tentativo della Commissione, del Partito popolare europeo e di alcuni stati membri di indurire ulteriormente le politiche migratorie, sospendendo il diritto all’asilo nelle situazioni di crisi con il pretesto di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/ceuta_54516" target="_blank">Ceuta</a>. <b>Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione a settembre, Ursula von der Leyen ha annunciato l’intenzione di proporre un nuovo “meccanismo di risposta di emergenza” per permettere agli stati membri di affrontare “scenari nei quali i movimenti di massa vengono orchestrati e strumentalizzati”.</b> Una delle deroghe immaginate riguarda il diritto individuale all’asilo, che potrebbe essere sospeso per procedere a rimpatri ed espulsioni immediati.</p><p>I dettagli non sono ancora conosciuti. Ieri ne hanno discusso i ministri dell’Interno in una riunione a Lussemburgo. <b>Ma il commissario responsabile delle migrazioni, Magnus Brunner, non ha incluso il diritto di asilo tra le “linee rosse” che l’Ue non intende superare.</b> I criteri per stabilire quando c’è una strumentalizzazione dei flussi migratori e per far scattare il meccanismo di emergenza potrebbero essere molto ampi. Brunner ha indicato il ruolo giocato a Ceuta dai trafficanti di esseri umani, che sono dietro a ogni movimento irregolare. “L’Europa ha bisogno dei mezzi per proteggere le sue frontiere in ogni occasione. Questa non è una questione solo di migrazione, ma una questione di sicurezza”, ha detto Brunner: “Non faremo mai compromessi”. I giudici di Lussemburgo potrebbero non essere d’accordo. <b>In una sentenza pubblicata ieri hanno confermato che la sospensione automatica dell’esame delle domande di asilo viola il diritto dell’Ue. Il caso è diverso da Ceuta. Ma il messaggio è chiaro: una sospensione generalizzata e automatica del diritto di asilo, a causa del fatto che uno stato membro ha delle difficoltà, non è consentita dal diritto dell’Ue.</b></p>]]></description>
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				<title>La sentenza della Cassazione sui pm di Eni-Nigeria cela una logica di casta</title>
				<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si rintraccia un principio singolare nelle motivazioni della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha assolto i due pm Fabio De Pasquale (nel frattempo andato in pensione) e Sergio Spadaro dall’accusa di aver nascosto prove favorevoli agli imputati del processo Eni-Nigeria. I due magistrati erano stati condannati sia in primo grado sia in appello per rifiuto di atti d’ufficio. Nella sentenza si afferma che i due pm non sono colpevoli anche perché la loro decisione di non depositare le chat falsificate di Vincenzo Armanna (il principale accusatore di Eni), che erano state trasmesse dal collega Paolo Storari, venne valutata anche dai loro superiori – all’epoca il procuratore di Milano Francesco Greco e l’aggiunto Paola Pedio – che condivisero la scelta di non introdurre quei materiali nel processo Eni-Nigeria. “Salvo non voler ipotizzare una generale violazione dei doveri di lealtà e correttezza” anche da parte dei vertici della procura, le dichiarazioni di Greco e Pedio “depongono in senso contrario alla tesi accusatoria”, scrivono i giudici di Cassazione. Insomma, poiché la scelta di non depositare le chat che dimostravano palesemente l’inattendibilità di Armanna venne avallata anche dai dirigenti della procura di Milano, allora questo confermerebbe che i pm non hanno commesso alcun reato. Come se i vertici di una procura fossero un’autorità infallibile e le loro valutazioni costituissero una patente di legittimità dell’operato dei magistrati dell’ufficio.</p><p>Una visione singolare, soprattutto se si considera la particolarità del caso al centro della diatriba: la procura di Milano ha investito ben sette anni (tra indagine e processo) e tutta la sua credibilità nella vicenda Eni-Nigeria, arrivando a ipotizzare l’esistenza della più grande corruzione internazionale della storia: una tangente da oltre un miliardo di dollari. L’accusa è crollata clamorosamente in tutti i suoi filoni processuali, a partire da quello principale, con l’assoluzione di tutti e 15 gli imputati, tra cui l’ad di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni. La tangente non è mai esistita, nonostante gli sforzi profusi dalla procura a partire proprio dal procuratore Greco. Per avere un’idea del livello di coinvolgimento dei dirigenti della procura milanese attorno al processo Eni-Nigeria basterebbe ricordare un episodio riferito da Storari ai pm bresciani. Storari raccontò di aver partecipato a una riunione con Greco, Pedio, De Pasquale e Spadaro, in cui questi ultimi chiesero a Storari la trasmissione dei verbali in cui Piero Amara parlava di presunte interferenze di Eni sul presidente del collegio giudicante, Marco Tremolada: “Dissero che bisognava far astenere Tremolada perché aveva un atteggiamento di appiattimento sulle difese e mi diedero del ‘corporativo’ nel senso che volevo difendere il collega Tremolada”, ha riferito Storari. A fine gennaio 2020, in pieno dibattimento del processo Eni, Greco e Pedio trasmisero le dichiarazioni di Amara su Tremolada ai colleghi di Brescia (competenti sui magistrati di Milano), i quali aprirono un’inchiesta, poi archiviata in virtù dell’inattendibilità di Amara. In altre parole, i vertici della procura di Milano tentarono di far saltare il collegio giudicante del processo Eni-Nigeria.</p><p>Di fronte a questi fatti, ritenere – come fa la Cassazione – “intoccabili” e “immacolati” i dirigenti della procura milanese, tanto da ritenere la loro condotta sulle chat di Armanna come la certificazione della legittimità dell’operato di De Pasquale e Spadaro appare quantomeno bizzarro.</p><p>Sul piano giuridico, la Cassazione ha chiarito che l’obbligo di svolgere accertamenti a favore dell’indagato (art. 358 c.p.p.) è una regola di condotta propria della fase delle indagini preliminari, finalizzata al corretto esercizio dell’azione penale e non al principio di parità delle parti in dibattimento. L’attività integrativa d’indagine nel corso del dibattimento costituisce una facoltà discrezionale del pm. I giudici affermano che “non vi fu un atto di rifiuto penalmente rilevante” da parte di De Pasquale e Spadaro, “perché la decisione fu sostanzialmente rimessa al procuratore della Repubblica di Milano e al procuratore aggiunto di quello stesso ufficio, che di fatto avallarono il convincimento dei ricorrenti”. Inoltre i giudici ritengono “non decisivo” il materiale inviato da Storari, in quanto “la credibilità di Armanna era stata già inficiata e compromessa nel corso del processo”. Alla fine, la logica sembra quella di una casta che si autocertifica: il silenzio dei vertici diventa la prova della correttezza dei pm. Un controllo interno trasformato in una certificazione di infallibilità.</p>]]></description>
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				<title>“La svolta su Ustica è storica. Va riconosciuta l’efficacia di Meloni”. Parla Verini (Pd)</title>
				<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 20:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non ancora un traguardo, “ma una tappa importante”, dice Walter Verini. “Oggi è stato un bel giorno, per la memoria delle vittime della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/30/news/ustica-il-procuratore-chiede-di-non-archiviare-linchiesta-sulla-strage-si-apre-un-nuovo-filone--409157" target="_blank">strage di Ustica</a>&nbsp;e per la dignità dello Stato italiano. <b>Non si recupera il dolore, ma ci guadagna la democrazia: così possiamo rimarginare la ferita civile di un Paese che deve sapere”. </b>La svolta è arrivata dopo che la procura di Roma ha ritirato la richiesta di archiviazione dell’indagine su una delle pagine più sinistre della storia repubblicana, quando il volo di linea IH870 venne abbattuto in circostanze mai chiarite il 27 giugno 1980, provocando la morte di tutte le 81 persone a bordo. Oggi le prospettive cambiano: per la prima volta la Francia – di cui si sospetta il coinvolgimento accidentale nella tragedia – si è detta disponibile a collaborare, grazie all’intercedere dei famigliari delle vittime, del governo italiano e di chi come il senatore dem non ha mai smesso di battersi per arrivare alla verità. Anche dialogando proficuamente con Giorgia Meloni, “perché in situazioni del genere è doveroso che maggioranza e opposizione remino insieme dalla stessa parte.</p><p>“La nostra parola è sempre stata non archiviare”, premette Verini, parlando con il Foglio. “Eppure, già diversi mesi fa, quando la procura formulò la richiesta lo fece sottolineando un concetto chiaro: quella sera ci fu un’azione di guerra, c’erano degli aerei alleati che si resero protagonisti di una manovra non autorizzata in cielo italiano che provocò la caduta del velivolo; siccome la Francia non collabora – ecco il punto fermo degli inquirenti –, ci si è ritrovati costretti a richiedere l’archiviazione. Già all’interno di questa richiesta c’era una motivazione importante: mancano i dati per poter procedere, pur riconoscendo l’atto di guerra. Fu Cossiga per primo, nel 2008, ad ammettere la responsabilità degli aerei francesi sulle tracce del Mig libico in cui avrebbe dovuto viaggiare Gheddafi – avvertito per tempo di non volare su quel velivolo. Poi, quindici anni dopo, è arrivata quella famosa intervista di Giuliano Amato, che dichiarò a Repubblica: ‘La Francia deve parlare e dire quello che sa’. Due ex presidenti del Consiglio, che spinsero la procura di Roma alla rogatoria verso la Francia”.</p><p>Eppure si sarebbe risolta ancora una volta in un nulla di fatto, senza “la pressione di tante persone che chiedevano la formalizzazione acclarata dei fatti”, continua Verini, rimarcando il ruolo attivo di Daria Bonfietti: già senatrice per i Ds, cofondatrice dell’associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica e sorella di Alberto, morto durante il disastro. “Un paio di mesi fa era previsto il vertice di Antibes. Allora Bonfietti ha lanciato l’appello, realizzando che sarebbe stata un’importante occasione diretta: io ho fatto alcuni passi riservati con la presidente del Consiglio, a nome dei parlamentari che da tempo seguono la vicenda. Dopo Hormuz, dopo i dazi, Meloni avrebbe potuto menzionare la questione davanti a Macron. Un bilaterale presenta la flessibilità giusta per farlo con incisività. <b>E così Meloni questo fece: il 27 giugno scorso, giorno dell’anniversario della strage, ha informato sia me che Bonfietti.</b> Tramite Mantovano”, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, “ha inoltre spinto la procura a opporsi all’archiviazione. Eravamo al corrente della contestuale apertura da parte di Macron, ma d’accordo con Meloni ritenemmo opportuno mantenere l’informazione riservata. Fino a oggi”.</p><p><b>Ci è voluta tutta la sinergia delle istituzioni, a prescindere dal colore politico.</b> “Seguo la questione di Ustica sin dal ’96, quando ero capo-segretario dell’allora ministro Walter Veltroni”, spiega il dirigente dem. “Fu lui a presentarmi Bonfietti, a incaricarmi di occuparmi di questo dossier. La Nato cominciò a collaborare già allora, ma sempre entro certi limiti. E così altri governi italiani. Oggi il ruolo di Meloni in questa vicenda va riconosciuto: l’altro giorno Bonfietti le ha telefonato per ringraziarla. E vanno ricordati anche gli sforzi di Mattarella, sempre di forte spessore istituzionale. Su certe tematiche si va oltre le logiche di partito. È giusto che sia così – senza contare che Meloni e la destra sono da sempre orientati a sostenere la tesi della battaglia aerea. In questo caso la presidente del Consiglio ha fatto quel che doveva fare, spinta da noi parlamentari e dagli input incoraggianti di Macron. A volte i risultati con la perseveranza arrivano. Finora ci sono stati soltanto suicidi sospetti, tanta opacità e depistaggi. Ma l’unica cosa certa è che quella sera di 46 anni fa furono silenziati tutti i siti radar. E che 81 persone morirono”.</p>]]></description>
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				<title>Ustica, il procuratore chiede di non archiviare l’inchiesta sulla strage: &quot;Si apre un nuovo filone&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 12:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>L'apertura da parte dell'autorità francesi di collaborazione "apre un nuovo filone e nuove prospettive" all'indagine sulla&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/strage-di-ustica_62510" target="_blank">strage di Ustica</a>. Lo ha detto il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, chiedendo al gip la revoca della richiesta di archiviazione alla luce della disponibilità arrivata dalle autorità francesi a trasferire all'Italia tutta la documentazione relativa alla strage avvenuta la sera del 27 giugno 1980, quando il Dc-9 Itavia precipitò nel mar Tirreno, provocando la morte di 81 persone. ''È arrivata la disponibilità da parte delle autorità francesi a riaccendere la cooperazione che c'era stata negli anni passati", ha detto Lo Voi nell'udienza in programma questa mattina davanti al gip Livio Sabatini. "Questo rappresenta per la procura una forma di riattivazione che apre un filone con nuove prospettive. Tutto questo ci porta a ritirare la richiesta di archiviazione''. <b>La quale riguardava due fascicoli, riunificati, aperti nel 2008 e nel 2022 dai pm di piazzale Clodio, entrambi contro ignoti</b>.</p><p>I documenti messi a disposizione coprono un lungo periodo, fino a primi anni Novanta, e tra questi ci sarebbero anche quelli del ministero della Difesa francese e file informatici. Nella nota dell'ambasciata francese inviata al ministero degli Esteri e trasmessa tramite la presidenza del Consiglio al ministero della Giustizia e a sua volta alla procura di Roma, <b>si dà inoltre atto della disponibilità ad assecondare ulteriori richieste qualora arrivassero</b>.&nbsp;</p><p>La decisione di oggi arriva dopo decenni di richieste rimaste senza riscontro e rogatorie inevase fin dagli anni Novanta. L'ufficio inquirente di piazzale Clodio produrrà oggi una corposa documentazione che abbraccia un arco temporale compreso tra il 1981 e il 1994, attingendo anche a vecchie istanze di cooperazione giudiziaria internazionale. Tra i materiali che verranno forniti ai pm romani figurano i tracciati dei radar operativi durante le ore in cui avvenne la tragedia, le rotte delle portaerei Clemenceau e Foch, i piani di volo dei velivoli militari diretti in territorio libico e la controversa traccia denominata LL004, intercettata all'epoca dalla postazione di Poggio Ballone in prossimità dello scalo militare sardo di Solenzara.</p>]]></description>
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				<title>Appello, prescrizione e risarcimenti: tutti i nodi della sentenza Regeni</title>
				<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. “Presenteremo appello contro la sentenza di primo grado sul caso Regeni”, annuncia al Foglio l’avvocato Tranquillino Sarno, legale d’ufficio di Athar Kamel Mohamed Ibrahim, uno dei tre agenti egiziani condannati per il sequestro del ricercatore italiano. “Lo faremo da una parte impugnando l’ordinanza della Corte d’assise sulla dichiarazione di assenza degli imputati, visto che ciò è possibile anche senza la procura speciale degli imputati. Inoltre solleveremo questione di legittimità costituzionale della norma che non ci consente di presentare appello nel merito in questo specifico processo”. Ma intanto si apre il tema della prescrizione. (Antonucci segue a pagina quattro)</p><p>“La Corte costituzionale – spiega l’avvocato Sarno – ha creato una norma che stabilisce che in questo specifico caso l’imputato può essere processato anche senza prova della sua chiamata in giudizio. Visto che questo è un <i>unicum</i>, chiederemo alla Consulta se almeno in questo caso è incostituzionale anche la norma che prevede l’impossibilità per il difensore d’ufficio di impugnare la sentenza, se non munito di procura speciale dell’imputato”.</p><p>Insomma, le difese si preparano a far valere le proprie ragioni di fronte a una sentenza giunta al termine di un processo “segnato da una palese compromissione del diritto di difesa”. Come abbiamo evidenziato ieri, infatti, i difensori d’ufficio degli agenti egiziani sono stati costretti a difendere persone che non hanno mai potuto incontrare (non si sa se ancora vivi o morti), non hanno potuto citare testimoni, svolgere effettivi controesami, produrre altri verbali che non fossero già contenuti nel fascicolo della procura. Alla fine la Corte d’assise di Roma ha prodotto una sentenza che accontenta e scontenta tutti contemporaneamente. Sono infatti stati condannati tre imputati su quattro, ma a dieci anni rispetto alle pesanti richieste avanzate dalla procura (un ergastolo e 17 anni e mezzo). Soprattutto, i giudici hanno riconosciuto soltanto il reato di sequestro di persona ma non anche quelli di lesioni e omicidio, così come le aggravanti configurate dai pm. Per questo, anche la procura di Roma attenderà il deposito delle motivazioni per valutare se impugnare la sentenza.</p><p>Nel frattempo, però, si aprono scenari inediti. Innanzitutto, la caduta dei reati di omicidio, lesioni e di alcune aggravanti del sequestro di persona rende concreto il rischio che possano scattare i termini di prescrizione (non previsti invece nel caso di omicidio): per il sequestro di persona commesso da pubblici ufficiali è previsto un termine di 10 anni, che aumenta a 12 anni e mezzo in virtù dell’aumento di un quarto conseguente agli atti interruttivi. In altre parole, il reato di sequestro di persona “semplice” potrebbe andare in prescrizione nell’agosto 2028: difficile pensare che si possa svolgere un processo di appello entro quella data.</p><p>La seconda questione tecnica, ma ancora più rilevante nella sostanza, riguarda la stessa possibilità di continuare a celebrare il processo. Per far iniziare il dibattimento è stata necessaria una sentenza della Corte costituzionale del 2023 che stabilisse che per i reati assimilabili alla tortura (all’epoca non ancora previsto nel nostro ordinamento) il processo può svolgersi in assenza dell’imputato anche quando non sia possibile dimostrare che abbia avuto conoscenza della sua pendenza, se ciò dipende dalla mancata cooperazione dello stato di appartenenza. Ma ora che il reato di lesioni e le aggravanti (come sevizie e crudeltà) che potevano assimilare i reati a quello di tortura sono venuti meno, la celebrazione del processo può ancora ritenersi legittima?</p><p>Un altro aspetto delicato riguarda le provvisionali esecutive assegnate dalla Corte d’assise in favore delle parti civili per complessivi 650 mila euro, di cui 150 mila euro in favore della presidenza del Consiglio. C’è chi ha sostenuto che, vista l’irreperibilità degli imputati, il governo italiano dovrà chiedere la somma al Cairo, aprendo un problema diplomatico. In realtà i risarcimenti sono a carico dei tre imputati condannati, non dell’Egitto. Per accollare all’Egitto il risarcimento occorrerebbe eventualmente un’altra sentenza di un giudice civile.</p><p>Ermes Antonucci</p>]]></description>
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				<title>Chiedere giustizia su Garlasco è giusto, farlo giocando con il linciaggio senza prove no</title>
				<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Lo vedete ogni giorno anche voi: il processo Garlasco, negli ultimi tempi, è stato trasformato da molti osservatori in un involontario laboratorio di garantismo. Il garantismo, sul caso Poggi, nasce da un sentimento genuino, dall’idea cioè che una persona condannata in Cassazione, finita in galera dopo essere stata assolta due volte, non possa essere considerata colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, e parliamo naturalmente di Alberto Stasi. Ma attorno a questo sentimento genuino si è andata a consolidare nei mesi una nutrita “curva Stasi” che, come capita spesso quando ci si trova di fronte a una tifoseria, ha iniziato a utilizzare lo stesso metodo balordo utilizzato contro Stasi nei confronti del nuovo soggetto finito al centro del frullatore Garlasco: Andrea Sempio. E il risultato è quello che sapete:<b> la tifoseria che difende Stasi ha scelto di derogare al principio della difesa delle garanzie per dimostrare che è stato Sempio e non Stasi a uccidere Chiara Poggi. </b></p><p>L’ultimo caso che ha galvanizzato la curva Stasi ha riguardato il famoso comunicato diffuso due giorni fa dalla procura di Pavia. La procura di Pavia ha chiuso nuove indagini a carico di Sempio. Nel depositare i nuovi atti, ha dato conto di alcuni rilievi effettuati. Tra questi rilievi ha messo in evidenza che nei dati grezzi dei carabinieri del Ris esiste un dettaglio non valorizzato in questi anni, che ha a che fare con la presenza di due analisi secondo le quali, sul materiale prelevato dai pedali della bici di Stasi, non risulta Dna attribuibile a Chiara Poggi. Ovvero <b>una delle prove più importanti della colpevolezza di Stasi.</b> Il comunicato della procura di Pavia allude a una qualche rimozione malandrina. E il sospetto della procura, ieri, è stato prontamente trasformato in verità acclarata: i carabinieri, è la lettura data da molti giornali, hanno nascosto in modo criminale quei rilievi solo per incastrare Stasi e con quelle prove sarebbe stato possibile già diciannove anni fa scagionare l’ex fidanzato di Chiara Poggi.</p><p>La distorsione è evidente: una tesi della difesa di Stasi, ripresa e valorizzata dai pm che indagano Sempio, entra in un comunicato della procura di Pavia e, per effetto dell’autorevolezza della fonte che la ospita, <b>quella verità parziale diventa una verità certificata</b>. La verità è parziale non solo perché è una verità di parte ma perché, andando a leggere con attenzione le carte, si può scoprire facilmente (a) che le analisi di cui stiamo parlando non erano nascoste in un cassetto, secondo la ricostruzione di chi contesta la versione della procura, ma erano a disposizione delle parti e che (b) a fronte dei risultati negativi relativi alla presenza di Dna di Chiara Poggi sui famosi pedali esistono tre risultati positivi (uno parziale con sei marcatori e due completi con tutti i marcatori) che dimostrano la presenza del Dna di Chiara Poggi sui pedali della bici di Stasi. Ad alcuni rilievi è stato dato peso, ad altri no. Tutto questo non per provare a entrare in una discussione spericolata su chi sia innocente, su chi sia il colpevole, su quale sia il vero mandante, su quale sia il vero responsabile dell’omicidio.</p><p>Tutto questo lo scriviamo per provare a illuminare una piccola verità che meriterebbe di non sparire nel dibattito tra le tifoserie: <b>se si vuole considerare Stasi vittima di un processo caratterizzato da lacune, misteri, incertezze, non si può adottare nei confronti di altri soggetti, come Sempio, o degli stessi uomini del Ris, lo stesso metodo della gogna, del linciaggio, della forca, che si chiede giustamente di non adottare contro Stasi.</b> Il caso Garlasco è lì da diciannove anni a mostrarci il peggio del nostro sistema giudiziario. Per non replicare gli errori commessi in questi diciannove anni basterebbe ripartire dalle basi e ricordare magari che in uno stato di diritto le prove contano più delle allusioni, che il processo che si tiene in un’aula di tribunale conta più di quello che si tiene sulle prime pagine dei giornali e che alla tesi di una procura non basta un buon titolo di un giornale per diventare verità.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Tre agenti egiziani condannati per l’uccisione di Regeni. Ma la verità è un’altra cosa</title>
				<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 19:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/28/news/caso-regeni-condannati-a-dieci-anni-tre-007-egiziani-uno-assolto-i-genitori-siamo-soddisfatti--408962" target="_blank">condanna</a>&nbsp;a <b>dieci anni di tre agenti dei servizi segreti egiziani per l’uccisione di Giulio Regeni</b> (Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) e l’assoluzione del quarto imputato, il generale Tariq Sabir, chiudono un processo nel quale, fin dall’inizio, la magistratura italiana ha cercato in tutti i modi di arrivare a una sentenza, forzando progressivamente le regole del processo pur di celebrarlo. <b>Resta da capire quale “verità” possa consegnare un processo costruito in questo modo</b>. I quattro imputati non erano presenti, non avevano nominato avvocati di fiducia e non era stato possibile notificare loro gli atti. Per consentire che il processo cominciasse <b>è stata necessaria una sentenza della Corte costituzionale dal contenuto piuttosto discutibile</b>.&nbsp;Da allora si è sviluppato un dibattimento che ha ben poco di ordinario.</p><p>I quattro imputati non sono mai comparsi davanti alla Corte, non si sa neppure se siano vivi, dove si trovino e se abbiano mai ricevuto notizia del processo. I testimoni sono stati protetti e indicati con lettere dell’alfabeto greco (Alfa, Beta, Gamma, Delta) e in gran parte dei casi si sono rifiutati di venire in aula a riferire, adducendo rischi per la propria sicurezza. I difensori d’ufficio sono stati costretti a difendere persone che non hanno mai potuto incontrare, non hanno potuto citare testimoni, svolgere effettivi controesami, produrre altri verbali che non fossero già contenuti nel fascicolo della procura.</p><p>Ma è il castello accusatorio, basato sulle dichiarazioni di testimoni di dubbia credibilità, a mostrare i punti più fragili. Per esempio il teste Delta, uno dei pochi ad avere deposto direttamente in aula, ha raccontato di essere stato arrestato il 25 gennaio 2016, di avere incontrato Regeni al commissariato di Dokki e di averlo poi sentito mentre veniva torturato. Delta ha sostenuto di essere stato messo in macchina insieme a Regeni nel primo pomeriggio, ma secondo tutte le ricostruzioni il ricercatore italiano scomparve invece nel tardo pomeriggio. Delta ha anche detto di essere passato per piazza Tahrir quella mattina e di averla trovata in condizioni normali, quando però all’epoca la piazza era blindata con imponenti schieramenti dell’esercito per impedire proteste.</p><p>Poi c’è Gamma, testimone sul quale l’accusa ha costruito uno dei passaggi più importanti della propria ricostruzione: la presunta confessione di Sharif. La circostanza in cui avrebbe raccolto quella confessione è già di per sé surreale: nel 2017, in un ristorante di Nairobi, <b>Gamma avrebbe ascoltato per caso una conversazione proveniente dal tavolo di Sharif, senza parteciparvi e senza registrarla</b>. Eppure, secondo il suo racconto, da quella conversazione avrebbe ricavato una serie di frasi precisissime sulla sorte di Regeni: “Lo abbiamo fatto a pezzi”, “lo abbiamo distrutto”.</p><p>Ci sono poi i <b>due ex detenuti palestinesi, presentati come testimoni oculari delle torture subite da Regeni</b>. Anche qui, però, il processo assume contorni discutibili. I due non sono mai comparsi davanti alla Corte e non sono mai stati interrogati dai difensori: a parlare al posto loro sono stati due video, estratti da un documentario di Al Jazeera e proiettati in aula nel novembre 2024. Nei filmati raccontano di avere visto Giulio bendato e ammanettato, sfinito dopo gli interrogatori e portato in cella a spalla dai carcerieri. Ma la Corte non ha mai potuto rivolgere loro una sola domanda, né la difesa ha potuto contestare una sola delle loro risposte. Le loro dichiarazioni sono così entrate nel processo già confezionate.</p><p>Stessa sorte per il teste Z, che ha riferito di una conversazione dalla quale sarebbe emerso <b>il presunto depistaggio sul passaporto di Regeni</b>: i documenti di Giulio sarebbero stati portati nella casa degli uomini uccisi il 24 marzo 2016 per far ricadere su di loro la responsabilità del sequestro e dell’omicidio. Anche il teste Z non ha deposto in udienza, affermando di avere timore per la propria incolumità. Anche in questo caso i giudici hanno ammesso l’acquisizione delle sue dichiarazioni rese in fase d’indagine.</p><p>Insomma, si è assistito a un processo straordinario, non perché straordinario sia l’esito del procedimento, ma perché <b>straordinario è il modo in cui si è arrivati al giudizio</b>.</p><p><b>La morte di Giulio Regeni esige chiarezza, ma una sentenza non coincide con la verità soltanto perché arriva dopo undici anni di indagini</b>. La condanna dei tre agenti egiziani non basta a trasformare in verità una ricostruzione che questo processo ha costruito pezzo dopo pezzo, superando l’assenza degli imputati, aggirando l’impossibilità di ascoltare alcuni testimoni e affidandosi, in passaggi decisivi, a testimonianze tutt’altro che solide. La magistratura italiana voleva arrivare a una sentenza e ci è arrivata. Il problema è capire se, insieme alla sentenza, sia arrivata anche la verità. Dubitarne è lecito.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/28/news/caso-regeni-condannati-a-dieci-anni-tre-007-egiziani-uno-assolto-i-genitori-siamo-soddisfatti--408962</link>
				<title>Caso Regeni, condannati a dieci anni tre 007 egiziani, uno assolto. I genitori: &quot;Siamo soddisfatti&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 19:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>I giudici della Prima Corte di Assise di Roma, dopo una camera di consiglio durata oltre otto ore, hanno <b>condannato tre 007 egiziani</b> imputati nel processo per il sequestro e l'omicidio di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giulio-regeni_68320" target="_blank">Giulio Regeni</a>, il ricercatore friulano torturato e ucciso in Egitto nel 2016. <b>Il tribunale ha fatto cadere l'accusa di omicidio </b>che era contestata al "capo A".<b> I tre imputati condannati quindi sono stati riconosciuti colpevoli dell'accusa di sequestro avvenuto al Cairo il 25 gennaio di dieci anni fa. </b>Ai colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati inflitti dieci anni mentre il generale Tariq Sabir è stato assolto. In aula, oltre alla famiglia Regeni e al loro legale, l'avvocato Alessandra Ballerini, e al pm titolare dell'inchiesta, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, era presente alla lettura del dispositivo anche il procuratore capo Francesco Lo Voi, che ha dichiarato: "Dovremmo attendere le motivazioni per riuscire ad avere il quadro completo del ragionamento della Corte d'Assise, credo si possa dire che la parte sostanziale dell'impianto accusatorio ha retto".<b>&nbsp;</b>Ai giornalisti, uscendo da un'aula gremita, i genitori di Giulio dicono soltanto: "Siamo soddisfatti".</p><p>Per i tre condannati è stata disposta anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni. I tre sono stati inoltre condannati in solido al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali nei confronti delle parti civili, da liquidare in separato giudizio. La Corte ha assegnato provvisionali immediatamente esecutive per complessivi 650 mila euro: 200 mila a Claudio Regeni, 200 mila a Paola Deffendi, 100 mila a Irene Regeni e 150 mila alla presidenza del Consiglio dei ministri.&nbsp;<b>La sentenza di primo grado non ha tenuto conto delle richieste avanzate dal procuratore Sergio Colaiocco, che aveva chiesto l'ergastolo per il primo e 17 anni e 6 mesi per il secondo. </b>Il processo si è celebrato<b> in assenza degli imputati</b>, a cui non è stato possibile notificare gli avvisi di garanzia e gli altri atti del procedimento poiché <b>"irreperibili"</b>. Le autorità del Cairo hanno rifiutato di trasmettere i loro indirizzi di domicilio alla magistratura italiana.</p><p>"Al di la delle singole condanne è evidente che l'impianto probatorio della procura ha superato il vaglio della Corte. Dovremo leggere le motivazioni. <b>Ora anche il governo deve prenderne atto, reclamare il risarcimento del danno stabilito dall'avvocatura dello Stato e rompere i rapporti con un Paese che lungi dall'essere sicuro, tortura e uccide anche i cittadini degli stati cosiddetti amico".</b> Lo ha detto l'avvocata della famiglia di Giulio, Alessandra Ballerini, uscendo dall'aula dopo la lettura della sentenza.</p><p>Il corpo senza vita del ricercatore di 28 anni, in Egitto per condurre una ricerca sui sindacati locali, venne ritrovato lungo l'autostrada Il Cairo-Alessandria il 3 febbraio del 2016, a dieci giorni dalla sua sparizione.</p>]]></description>
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				<title>Garlasco, Rossi, Bergamini: tre casi in cui le verità giudiziarie finiscono sotto accusa</title>
				<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 18:39:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tre notizie emerse nelle ultime ventiquattro ore impongono una domanda scomoda: <b>quante verità giudiziarie possono essere sbagliate prima che qualcuno abbia il coraggio di rimetterle in discussione?</b></p><p>La prima arriva da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/20/news/lindagine-su-garlasco-e-un-colabrodo-fughe-di-notizie-continue-e-impunite--400923" target="_blank">Garlasco</a>&nbsp;ed è clamorosa. Nel 2007 i Ris di Parma trovarono sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi materiale “altamente cellulato”, ricondotto al sangue di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007. Da quella traccia fu ricavato un profilo genetico attribuito alla vittima, uno dei sette elementi della condanna di Stasi. Ora, però, <b>dai dati grezzi recuperati negli archivi del Ris sono emersi due test di controllo sullo stesso materiale: entrambi negativi. Quei risultati non comparvero negli atti e non furono discussi nei cinque processi. Se quei test mettevano in dubbio una prova della condanna, perché non furono depositati? </b>Se si accertasse un occultamento deliberato, non sarebbe un semplice errore giudiziario.</p><p>La seconda notizia riguarda <b>la morte di&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/david-rossi_58043" target="_blank">David Rossi</a>, avvenuta il 6 marzo 2013. <b>Una nuova simulazione ha rimesso in discussione il suicidio</b>: secondo i consulenti della commissione parlamentare d’inchiesta, il manager di Mps <b>avrebbe tentato di difendersi da un’aggressione e sarebbe stato trattenuto prima della caduta</b>.</p><p>La terza riguarda <b>Denis Bergamini</b>. È in corso il processo d’appello contro Isabella Internò, ex fidanzata del calciatore, condannata in primo grado a 16 anni per omicidio. Ieri la procura di Castrovillari ha<b> indagato per concorso in omicidio anche il fratello di Isabella</b>. A quasi trentasette anni dalla morte, il caso continua dunque a produrre nuovi possibili responsabili.</p><p>Tre vicende diverse, una domanda comune: cosa succede quando una ricostruzione giudiziaria viene assunta come verità e anni dopo emergono elementi che la contraddicono? Bisogna chiedersi se siamo di fronte a un errore giudiziario, chi lo abbia commesso e chi non lo abbia visto. <b>La giustizia non deve avere paura di scoprire di essersi sbagliata, ma di non volerlo scoprire</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/28/news/contro-il-giornalismo-che-e-diventato-cronaca-delle-inchieste-altrui-di-una-procura-o-dellintelligence--408896</link>
				<title>Contro il giornalismo che è diventato cronaca delle inchieste altrui: di una procura o dell’intelligence</title>
				<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 14:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Rosaria Capacchione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non c’è un testimone incappucciato, un microfono che insegue il sospettato, una intercettazione telefonica spuntata da un’inchiesta ancora segreta. Eppure quell’articolo – un reportage, un retroscena, la cronaca ragionata destinata a un rotocalco settimanale – senza volerlo essere, è la prima inchiesta giornalistica del dopoguerra. <b>E’ il 16 aprile del 1950 quando Tommaso Besozzi firma sull’Europeo la ricostruzione, piena di ombre, dell’omicidio di Salvatore Giuliano</b>: dubbi su dubbi, testimonianze, ancora dubbi, fino a smontare la ricostruzione ufficiale. Trent’anni dopo, Joe Marrazzo racconterà vita e misfatti di Raffaele Cutolo affidando alle telecamere della Rai la voce dello stesso capocamorra e dei suoi amici e sodali. Interviste, come quelle de “La notte della Repubblica” di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sergio-zavoli_38418" target="_blank">Sergio Zavoli</a>, in cui i protagonisti parlano in presa diretta, senza mediazioni, rispondendo (o non rispondendo affatto) alle domande del giornalista. Anche in questo caso, niente inseguimenti, niente cappucci, niente frazioni di brogliacci di incerta provenienza. Ma la ricostruzione di pezzi di storia italiana svincolata dalle logiche dei processi penali, nei quali si parla di fatti-reato e non di tutti i fatti, di contesti, di sentimenti. Una pretesa ben più nobile e ambiziosa, certamente più funzionale alla ricerca della verità storica.</p><p>Eppure. Eppure <b>a un certo punto il giornalismo d’inchiesta si è trasformato, prima per gradi, poi del tutto, nella cronaca delle inchieste altrui</b>: degli uffici di Procura quando va bene; dell’intelligence poi. Senza possibilità di verifica, senza possibilità di analisi critica, con il rischio altissimo di diventare inconsapevoli portatori di depistaggi. Chiunque si sia occupato di cronaca giudiziaria ha in agenda i numeri di qualche spia, di qualche fonte opaca, di testimoni ambigui. Contatti da maneggiare con grande cautela o non maneggiare affatto, al massimo da trattare come una lettera anonima, da leggere e cestinare se non è possibile una verifica rafforzata. Eppure a un certo punto queste fonti hanno preso il sopravvento, e non si spiegherebbe altrimenti il proliferare di agenzie private di informazioni raccolte illegalmente, e non necessariamente vere, certamente parziali, finite poi sui giornali o nei programmi televisivi. E a molti è sembrato addirittura un fatto buono, a fronte del proliferare di comunicati stampa inutili – le cronache locali e i piccoli siti web ne sono pieni – privi anche delle informazioni essenziali (chi, come, dove, quando, perché) in nome di una teorica presunzione d’innocenza. Che gli uffici investigativi, nella comunicazione istituzionale, devono declinare con la moderazione del linguaggio e una clausola di stile che ricorda la parzialità delle notizie diffuse; ma i giornalisti con la verifica, l’approfondimento autonomo, il confronto con i difensori, l’ascolto dei testimoni e, perché no, la smentita di dettagli che risultano fuori registro o addirittura sbagliati. A volte è sufficiente attingere all’archivio personale, altre alla memoria, altre ancora alla curiosità professionale.</p><p>Un esempio? E’ contenuto negli atti dell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci, un baco che possiamo chiamare “Corrado”. E’ un nome che compare nelle intercettazioni tra gli autori materiali del fatto, e di cui si è discusso per giorni. Fino a quando il Domani ha svelato il mistero: Corrado non esiste, è un errore di trascrizione. Ebbene, qualunque cronista di giudiziaria si è imbattuto in errori analoghi, scoperti solo durante il dibattimento quando un perito ha supervisionato le conversazioni telefoniche o ambientali. Il testo sbobinato dal poliziotto (carabiniere, finanziere) aveva già provocato un danno gravissimo, magari l’arresto dell’indagato. E non si tratta di casi rari, anzi. “Corrado” sta lì a ricordarci che il materiale investigativo che circola prima dei processi è materiale grezzo, da utilizzare con molta attenzione e doveroso distacco. Non è, insomma, la prova di una verità rivelata.</p><p>Pensate, per esempio, alle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi e all’audio di Alberto Stasi che chiama il 118: nasce dall’interpretazione del tono della voce la leggenda del freddo e algido biondino dagli occhi di ghiaccio (banalmente celeste chiaro). La storia di questi ultimi mesi racconterà altro. Nel frattempo, la vivisezione quotidiana di indizi, foto, immagini, vocali, intercettazioni, ha definitivamente affossato ogni residua fiducia nella macchina della giustizia, consegnando ai posteri la disarmante consapevolezza che, come titolò Besozzi, “l’unica cosa certa è che è morto”.</p><p>&nbsp; &nbsp;</p><p><i><b>Rosaria Capacchione</b>, giornalista, è nata a Napoli. Nel 2008 ha pubblicato il libro inchiesta “L’oro della camorra”. Più volte minacciata di morte, da allora  vive sotto scorta. Dal  2013 al 2018 è stata senatrice, eletta nelle liste del Pd.</i></p>]]></description>
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				<title>“No al catastrofismo: l’AI può migliorare la giustizia”. Parla la giudice Fernanda Iannone</title>
				<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Sono un’indomabile ottimista dell’intelligenza artificiale e dei valori che può portare nel mondo della giustizia”. Fernanda Iannone, giudice della Corte d’Appello di Napoli, digital ambassador dell’European Judicial Training Network (la rete europea per la formazione giudiziaria) e candidata alle prossime elezioni del Csm, non appartiene al partito degli apocalittici dell’algoritmo. “L’uso corretto dell’AI può anche migliorare l’igiene decisionale del giudice”, dice. Per igiene decisionale si intende la qualità del percorso con cui il magistrato forma autonomamente il proprio convincimento, al riparo da condizionamenti esterni. Il punto fermo, per lei, è che sia sempre il magistrato a governare la macchina, e non il contrario.</p><p>La questione, dunque, non è se l’AI entrerà nel lavoro giudiziario, ma a quali condizioni: può aiutare a leggere meglio gli atti e a verificare le ipotesi, purché non sostituisca il percorso autonomo della decisione. “Immaginiamo che il giudice chieda a un sistema generativo di analizzare un fascicolo e riceva una risposta ben strutturata, con ricostruzione dei fatti, argomenti a favore e contro e una conclusione suggerita”, dice Iannone. A quel punto l’output può produrre un “ancoraggio”: orientare l’attenzione del giudice, facendo apparire centrali alcuni fatti e marginali altri.</p><p>Da qui discendono quattro rischi. Il primo è la “reinterpretazione”: l’AI non restituisce semplicemente i dati, ma li seleziona, li ordina, li gerarchizza e li collega. Il secondo è l’“ancoraggio algoritmico”: la macchina prospetta una soluzione prima che il giudice abbia formato autonomamente la propria ipotesi. Il terzo è la “delega cognitiva”: “Il magistrato continua a firmare e a motivare, ma delega alla macchina la selezione delle questioni e la ricerca delle alternative”. Il quarto è “l’illusione del controllo umano”: il giudice interviene solo alla fine, per correggere o scegliere tra soluzioni costruite dalla macchina.</p><p>Per ridurre questi rischi, secondo Iannone, “serve un controllo continuo: verificare le fonti, confrontare ipotesi alternative e distinguere tra acquisizione delle informazioni e loro valutazione. L’obiettivo è evitare che l’output diventi una scorciatoia cognitiva e preservare l’autonomia del convincimento del magistrato”.</p><p>Questa distinzione tra uso analitico e uso decisorio è anche la linea su cui si gioca il nuovo equilibrio delle regole.</p><p>Con la delibera del 22 luglio il Csm ha aggiornato le raccomandazioni sull’AI e ampliato l’uso di Microsoft 365 Copilot: lo strumento può essere impiegato anche su atti giudiziari, purché resti nella fase analitica e ricostruttiva. Può classificare atti, sintetizzare documenti e ricostruire le posizioni delle parti. Restano escluse la valutazione delle prove, la redazione dei provvedimenti e la formazione del convincimento.</p><p>Iannone giudica quello di luglio un cambio di passo: da una disciplina “prevalentemente prudenziale” si passa a una regolazione che “concede un po’ di spazio in più ai magistrati”. Ma l’apertura non è stata ancora accompagnata da una formazione uniforme. “Siamo a settembre e molti non hanno ancora letto la delibera di luglio, altri non hanno avuto formazione. C’è ancora un po’ di confusione”, dice. Insomma, la cassetta degli attrezzi c’è, ma non tutti sanno usarla.</p><p>Per Iannone non basta la formazione teorica. Servono training on the job, laboratori ed esercitazioni concrete: “E’ l’unico modo per consentire al collega, mentre sta usando l’intelligenza artificiale, di capire perché quel tipo di prompt va bene e l’altro no, quale condiziona l’igiene decisionale e quale no”.</p><p>E la giustizia predittiva? “L’espressione evoca un giudice sostituito da un algoritmo ed è un’immagine fuorviante. La statistica dei precedenti descrive il passato, non decide il caso concreto: è un dato di contesto, mai un criterio di giudizio”. Il nodo, per Iannone, sono i dati. “Dagli archivi dei provvedimenti si possono inferire stili decisionali e orientamenti del singolo magistrato: una profilazione incompatibile con l’indipendenza. E anonimizzare non significa solo cancellare un nome: anche dati anonimizzati possono essere reidentificati incrociandoli con altre fonti”. L’uso più promettente è un altro: “Quando il giudice ha già formato autonomamente la propria ipotesi, può chiedere al sistema quali elementi degli atti la contraddicono. La macchina non suggerisce la decisione, la costringe a reggere l’obiezione”.</p><p>Per Iannone, dunque, la direzione è segnata: “L’intelligenza artificiale è uno strumento ineludibile”. Il compito, ora, è preparare chi dovrà utilizzarla: “Dobbiamo comprenderla fino in fondo. Altrimenti non potremo governarla”.</p>]]></description>
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				<title>Il passo indietro dell&#039;ex pm Tiziana Siciliano per le comunali di Milano: &quot;Troppi attacchi e falsità&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 11:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La magistrata Tiziana Siciliano</b>&nbsp;<b>rinuncia a candidarsi alle prossime elezioni comunali</b>. "Avevo messo in conto di essere coinvolta nelle normali polemiche, anche le più aggressive, delle campagne elettorali, ma i gravi attacchi a base di falsità e insinuazioni legati alla mia passata professione, seguiti alla sola dichiarazione di disponibilità, mi hanno imposto una riflessione alle cui conclusioni sono giunta ora", ha detto l'ex magistrata a Open. Da procuratrice aggiunta di Milano, Siciliano coordinava il pool che nel 2025 iscrisse il sindaco Beppe Sala nel registro degli indagati nell'ambito della maxi-inchiesta sull'urbanistica.&nbsp;</p><p>Come ricordiamo<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/29/news/lex-pm-siciliano-si-candida-a-milano-dopo-aver-sconquassato-la-citta-con-le-indagini-urbanistiche--399716" target="_blank"> qui</a>, Siciliano è andata in pensione nel dicembre 2025. Poco prima&nbsp;<b>ha guidato le inchieste sull’urbanistica che da tre anni hanno sconquassato la vita politica ed economica della città meneghina</b>.</p><p><b>A inizio estate è arrivata la notizia della sua candidatura a vicesindaca nella lista civica&nbsp;</b><b>&nbsp;'Milano Libera',&nbsp;</b><b>promossa</b><b>&nbsp;</b><b>da Massimiliano Lisa (</b><b>titolare di Leonardo3, museo situato nella Galleria Vittorio Emanuele II)</b><b>&nbsp;che sarà comunque in lizza.&nbsp;</b><b></b>“Posso solo dire che non è una sorpresa”, aveva commentato ai tempi il&nbsp;sindaco di Milano, Beppe Sala.</p><p>La notizia, del resto, aveva suscitato diverse polemiche. Come scriveva Luigi Ferrarella del Corriere, citato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/05/news/linchiesta-galleria-lex-pm-siciliano-e-il-populismo-ambrosiano--400093" target="_blank">qui</a>, l’ex procuratrice aggiunta di Milano aveva accettato l’impegno politico con Lisa "pur sapendo di aver proprio lei, in qualità di capo nel 2025 del pool reati contro la pubblica amministrazione, assegnato a una pm del pool l’esposto di Lisa; e che si è resa disponibile alla candidatura senza considerarne <b>l’inopportunità</b> proprio anche nei confronti della sua ex procura, che sapeva stesse valutando l’esposto di Lisa”. <b>La prosecuzione della lotta giudiziaria con altri mezzi</b>.</p><p>Lungo la sua carriera, Siciliano ha seguito processi di grande rilevanza mediatica: dal caso Ruby a quello sulla clinica Santa Rita, ribattezzata la 'clinica degli orrori', a quello sul disastro ferroviario di Pioltello del 2018, dal processo a Marco Cappato per il caso Dj Fabo all'incendio della Rsa Casa per coniugi.&nbsp;"C'è chi ha voluto vederci la finalizzazione di una volontà di carriera politica già esistente quando ancora ero in magistratura", ha raccontato al quotidiano online la ex pm. Che ha optato per un passo indietro, per "non coinvolgere in malsane polemiche l'istituzione di cui sono onorata di avere fatto parte per 40 anni e a cui sento ancora, moralmente, di appartenere", e "preservare da ogni strumentalizzazione l'attività di chi continua in modo imparziale a operare al servizio della cosa pubblica e in particolare i colleghi della Procura che hanno lavorato con serietà e impegno".</p>]]></description>
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				<title>Nel processo contro Baiardo (e la memoria del Cav.), pm e giudici stanno calpestando il diritto di difesa</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il processo a carico di Salvatore Baiardo per calunnia ai danni di Massimo Giletti in corso a Firenze, trasformato dalla procura nell’ennesimo processo per mafia contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, è sempre più un mistero dal punto di vista della regolarità processuale. Ciò che sta avvenendo ha dell’incredibile e meriterebbe l’attenzione del ministro della Giustizia Carlo Nordio.</p><p>Nel 2017 la procura di Firenze apre l’ennesima indagine contro Berlusconi e Dell’Utri, ipotizzando addirittura che siano i mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993-1994. I pm non ricavano un ragno dal buco, così il procedimento viene archiviato. Nel dicembre 2022, però, i pm  aprono un nuovo fascicolo sempre contro il Cavaliere e Dell’Utri e sempre con le stesse accuse. Il numero del procedimento è il 16249/2022. Anche questo tentativo si conclude con un nulla di fatto: nel giugno 2026 il procedimento viene definitivamente archiviato per l’assenza di elementi a sostegno della tesi secondo cui i massacri mafiosi sarebbero stati orchestrati per favorire l’ascesa politica di Forza Italia nel 1994.</p><p>Nel frattempo, però, si apre un secondo fronte. La procura avvia un’indagine a carico di Baiardo con l’accusa di calunnia ai danni di Giletti. Inizialmente, la posizione di Baiardo viene inserita proprio all’interno del procedimento 16249/2022. Quando quest’ultimo si avvia verso l’archiviazione, la posizione dell’ex gelataio di Omegna viene stralciata per proseguire autonomamente. Qui si registra la prima grande anomalia procedurale: nel nuovo fascicolo contro Baiardo non viene inserito un enorme volume di atti raccolti nell’indagine precedente. Vengono infatti esclusi i verbali di ben 16 testimoni chiave (tra cui Giovanni Brusca, Gaspare Spatuzza e Antonino Giuffrè), le informative della Dia seguite alle perquisizioni contro Dell’Utri del luglio 2023 e la  consulenza finanziaria disposta dai pm sulle origini di Fininvest e sui flussi di denaro tra Berlusconi e Dell’Utri.</p><p>All’udienza preliminare Baiardo viene rinviato a giudizio. Una volta arrivati al dibattimento la procura compie una mossa quantomeno singolare: avvalendosi dell’articolo 430 del codice di procedura penale, chiede e ottiene dal tribunale l’autorizzazione a depositare come “atti integrativi di indagine” l’intero malloppo di documenti precedentemente escluso. Questa manovra pone un problema evidente sul piano del diritto di difesa. Se i legali di Baiardo avessero avuto piena conoscenza di quel materiale fin dall’inizio, avrebbero infatti potuto impostare la linea strategica in modo del tutto differente: valutare l’accesso a riti alternativi, citare testimoni o calibrare diversamente l’esame dell’imputato.</p><p>Così, durante le udienze, sfilano i testimoni sentiti dalla procura durante le indagini e vengono sentiti anche i consulenti tecnici incaricati di elaborare la relazione nel procedimento ormai archiviato contro Berlusconi e Dell’Utri. Per quale motivo? Nessuno lo sa. In questo modo però la procura riesce a dare risalto alle accuse di soggetti come Brusca, Spatuzza e Giuffrè contro Berlusconi e anche ai risultati della consulenza tecnica. Secondo la relazione, sui quasi 17 miliardi di lire che hanno finanziato Fininvest tra il febbraio 1977 e l’agosto 1978, circa 13 miliardi sarebbero arrivati “in denaro contante” e “allo stato degli atti non è possibile individuarne l’origine”. La consulenza pone poi dubbi sui versamenti di Berlusconi a Dell’Utri: gli “elementi, nel loro complesso, appaiono supportare una natura e finalità dei flussi finanziari in esame difficilmente coniugabile con meri gesti di liberalità”, cioè con la spiegazione dell’“amicizia” fornita da Berlusconi. Le conclusioni nella sostanza non dicono nulla (né che quei soldi provenissero dalla mafia né che Berlusconi e Dell’Utri avessero commesso reati), ma tanto basta ai giornali dell’antimafia militante per spargere di nuovo fango sul Cavaliere.</p><p>In questo contesto, acquista un significato particolare anche quanto accaduto nell’ultima udienza. Come abbiamo raccontato su queste pagine, il 21 settembre la procura di Firenze ha citato Giuseppe Graviano come testimone ma si è dimenticata di informare il tribunale e la difesa del fatto che l’ex boss di Brancaccio era già stato sentito dai pm durante le indagini, e si è dimenticata anche di depositare nel fascicolo del dibattimento i relativi verbali. La procura ha parlato di un “disguido” e il tribunale non ha battuto di nuovo ciglio. Ma il fatto è la spia definitiva di un problema ben più generale, che investe direttamente la regolarità processuale e le garanzie della difesa.</p>]]></description>
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