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		<title>Giustizia</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:21:47 +0200</pubDate>
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				<title>Perché ci interessa così tanto il delitto di Garlasco</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Edoardo Camurri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Durante l’epoca d’oro della dinastia Tang, intorno all’Ottocento dopo Cristo, un taoista di nome Hiuan Kiai, dopo una lunga permanenza a corte, aveva espresso il desiderio di tornare al Mare orientale. L’Imperatore, per dimostrargli che questo viaggio era impossibile, lo portò a contemplare una scultura in legno, dipinta e ornata e incastonata di perle e di giade, che rappresentava le Tre Montagne del Mare. “A meno di essere un immortale superiore – disse l’Imperatore al taoista indicando con il dito l’isola di P’eng-lai – è impossibile raggiungere quella regione”. Hiuan Kiai si mise a ridere; per lui quelle tre isole scolpite con così tanta perfezione misuravano solo un piede, e le distanze erano facilmente colmabili, e allora saltò in aria e divenne progressivamente sempre più piccolo e di colpo entrò per le porte d’oro e d’argento che cingevano quella scultura in miniatura. Per dieci giorni non si ebbero più notizie di Hiuan Kiai, all’Imperatore vennero delle eruzioni sulla pelle, e ogni mattina, all’alba, qualcuno bruciava dell’incenso, il prezioso “Cervello di fenice”, proprio davanti a quell’isola. Passarono così dieci giorni, quando a palazzo arrivò un rapporto da T’sing-tcheou secondo il quale Hiuan Kiai aveva attraversato il mare a cavallo di una giumenta gialla.</p><p><b>“In un solo granello di polvere c’è tutto l’universo”, era questa la verità profonda che Hiuan Kiai aveva colto</b>, <b>ed è questa stessa verità quella che si può trovare ovunque</b>, persino a distanze diverse rispetto a quelle che separavano Hiuan Kiai dal Mare orientale, <b>per esempio in provincia di Pavia, nella Lomellina, a Garlasco</b>.</p><p>Garlasco è questo universo in piccolo, una scultura in cui ogni miniatura e ogni particolare sono un mondo nel mondo nel mondo. <b>Saltare dentro Garlasco, miniaturizzarsi dentro questa storia circoscritta e dolorosa, è un viaggio</b> – per ricordare un’altra espressione con cui in Oriente si esprime lo stesso concetto – <b>dentro quel “poro della pelle dove sono raccolti novantamila immortali”</b>.</p><p>Si sente il bisogno di moltiplicare i piani per cercare di comprendere il motivo per cui&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/contro-mastro-ciliegia/2026/05/07/news/garlasco-e-lincubo-dei-media-che-risvegliano-la-voglia-di-democrazia-diretta--398488">Garlasco ci interessa così tanto</a>&nbsp;e, nello stesso tempo e nello stesso spazio, si avverte anche la necessità di collocarli uno accanto all’altro, uno dentro l’altro, senza escludere nulla, senza preoccuparsi di forzarli in un’idea un po’ parodistica di coerenza; occorre insomma, ci pare, uno sforzo di comprensione capace di tenere insieme anche elementi in contrasto e in contraddizione tra di loro, un po’ come l’universo fa con la vita che contiene e sostiene.</p><p>In un arco temporale ridottissimo, una mattina del 13 agosto del 2007, all’interno di una villetta col garage adiacente al tinello, opera di quei geometri gioiosamente laboriosi e pigramente squadrati che sono gli artefici dei sopravvalutati paesaggi della provincia italiana, in via Pascoli, a Garlasco, qualcuno, forse in mezzora o poco più, ha ucciso Chiara Poggi.</p><p><b>In questo anno di riapertura delle indagini, tutti noi siamo tornati a varcare le porte di questo inferno in piccolo e lo abbiamo fatto per un moto di familiarità</b>, riconoscendo, nel dramma di questa miniatura, qualcosa che ci appartiene e che ci riguarda e che sentiamo la necessità, vai a capire come, di aggiustare.</p><p>Quante ragazze come Chiara Poggi abbiamo conosciuto, incontrato, magari amato; quante di quelle porte abbiamo oltrepassato e quanto ci risulta naturale evocare e riconoscere come nostro l’odore di quelle stanze, il sapore dei pasti, i discorsi che li accompagnavano, la gentilezza forse un po’ brusca e imbarazzata degli adulti, la noia di un gatto. Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed<b> è anche l’ingresso</b> – ma sembra più la voragine che si apre in una ferita, la fenditura di una roccia che ci porta all’interno di una caverna in cui troveremo i resti di antichi sacrifici – <b>verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi</b>.</p><p>Siamo Alberto Stasi, l’attuale condannato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, perché sappiamo che c’è sempre una parte di noi che, come un destino che non abbiamo scelto e come una corda tesa a terra che ci fa inciampare, ci dirige e ci espone alla possibilità, al di là di ogni controllo e di previsione, di essere ritenuti colpevoli di una cosa che non abbiamo fatto: una telefonata ai carabinieri ritenuta chissà perché indizio di colpevolezza; l’impegno per concludere la tesi di laurea interpretata non come la disperazione di provare a normalizzare l’inconcepibile ma come indifferenza per la morte della fidanzata; una certa timidezza e durezza per rimanere in piedi dopo un evento devastante che non si sa – e non c’è nessuno in grado di insegnarcelo – come affrontare.</p><p>Siamo Andrea Sempio, l’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, e siamo tutti gli indagati del mondo, innocenti o colpevoli che siano, perché tutti noi, nessuno escluso, siamo abitati dall’ombra e a volte sentiamo, se abbiamo la forza di osservarlo senza tremare troppo, che il confine che separa il nostro dolore dal trasformarsi in violenza verso noi stessi o verso altre persone è fragile e imprevedibile come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore che ci risveglia dal nostro torpore.</p><p>Continuiamo allora a sprofondare ancora, un po’ come fece Hiuan Kiai con la scultura delle Tre Montagne del Mare, dentro questo mondo in piccolo in cui tutto l’universo e tutti noi siamo racchiusi; e proviamo a tratteggiare una minima parte di questa mise en abyme.</p><p>C’è tanto dolore in questo gioco di specchi e se il cuore sente una stretta nel descriverlo, la mente, in questa dinamica di miniaturizzazione e di compressione, si cuoce invece nel forno del delirio.</p><p>E ciò che <b>gli attuali investigatori ritengono di aver trovato nella vita di Andrea Sempio ci trascina verso qualcosa che risveglia in noi non solo la semplice raccolta di alcuni frammenti della vita di un ragazzo di Garlasco</b>; il fatto, per esempio, che leggiamo che per anni Sempio abbia frequentato degli improbabili e inquietanti corsi da seduttore perché soffriva di non aver successo con le ragazze, i messaggi sconvolgenti che scriveva su forum on line vicini a quelli che oggi si richiamano alla manosfera, il tentativo di dare forma alla sua inquietudine incontrando il nichilismo elegante (e un po’ piacione) di Cioran, nel silenzio di una piccola casa in cui il padre, una volta all’anno, faceva le conserve di salsa di pomodoro, ricevono e riflettono un po’ di luce dal quadro generale in cui accade il mondo. Il potere, insegnava un grande maestro come Nietzsche, di cui Sempio stesso studiava come poteva la dinamite racchiusa nei suoi libri, si nutre di risentimento. E quasi tutte le forme di potere sono lo sfogo di un desiderio represso che si traduce in vendetta. Da questo punto di vista, estremizzando, Putin invade l’Ucraina perché in lui si agita ancora il sogno infantile e frustrato di un insuccesso a cui tentare di porre rimedio: rifare l’Impero degli Zar per poi godersi la scemenza delle parate e il funereo sventolio delle bandiere. Zuckerberg fonda Facebook, cioè quello che oggi è, in chiave digitale, il più popoloso stato del pianeta, per cercare di intercettare l’interesse delle ragazze del college che lo ignoravano. Poi: l’America in cui Trump trionfa è l’America descritta da J.D. Vance, in cui la rabbia White Trash, indignata per non avere ciò che pensa di meritarsi e invidiosa di persone sfortunate almeno quanto loro – immigrati, esclusi, diversi – è stata fatta improvvisamente esplodere per rendere possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava inimmaginabile. Peter Thiel, dopo aver studiato a Stanford con René Girard i concetti di capro espiatorio, di sacrificio, di risentimento e di invidia e averli, anche lui, miniaturizzati nella forma della macchina algoritmica che ci governa e ci controlla, è finalmente riuscito a realizzare il sogno di una gioventù confusamente dotta, fumettistica e marginale: girare il mondo per parlare dell’Anticristo alle incredule classi dirigenti del pianeta che ora si sentono obbligate a ascoltarlo perché il suo potere, come ogni cosa sacra, attrae e fa molta paura insieme. E allo stesso modo, ma solo abbandonandoci ancora alla vertigine paradossale di questo labirinto di specchi, la magia del caos e l’orizzonte satanico che, a quanto si legge, sembrano aver appassionato Sempio e alcuni dei suoi amici di Garlasco, sono gli stessi interessi praticati e teorizzati da uno dei filosofi più influenti dei nostri tempi da chi detiene le chiavi nel mondo delle criptovalute, il teorico dell’Illuminismo oscuro Nick Land, un ragazzo che ha iniziato la sua fortuna come reietto del dipartimento di Warwick, in Inghilterra, tra il disagio settario di studi cyber, riti voodoo e anfetamine. Il caos dentro cui siamo sprofondati finisce così con l’assomigliare a una partita andata a male di Dungeons &amp; Dragons giocata da degli adolescenti che nel frattempo, da Incel e da nerd, sono diventati adulti di successo i cui vecchi sortilegi sono identici alla realtà a cui tutti, o quasi, crediamo. Ciò che si agita in Garlasco – sentimenti, prospettive, frustrazioni dei ragazzi di provincia di quegli anni – e le forme che poi tutto questo prende nel delirio della mise en abyme, può arrivare a farci tracciare una linea visiva di fuga che, nell’infinitarsi degli specchi, prima di farci crollare a terra per la vertigine, in nome del risentimento che accomuna ogni punto di questa prospettiva, sembra legittimare un verdetto folle e grottesco: Zuckerberg e Peter Thiel sono solo due degli innumerevoli Andrea Sempio che, rimasti invece a stagnare qua e là nella provincia globale che siamo diventati, ce l’hanno fatta.</p><p>Prima di raggiungere il Mare orientale a cavallo di una giumenta gialla, Hiuan Kiai ha affrontato tutti i mostri del suo viaggio interiore, cercando di rimanere fermo nel suo proposito nonostante l’immillarsi delle immagini riflesse nel suo mondo in piccolo. Il suo desiderio era il ritorno a casa; il desiderio di chi si interessa a Garlasco è provare a aggiustare l’universo che vive in questo granello di polvere della Lomellina.</p><p>Insomma, è possibile sostenere che non occorra credere all’antropologia nera, cioè all’idea che gli umani siano guasti per natura, come ragione alla base del fatto che Garlasco ci coinvolga così tanto: <b>Garlasco ci interessa non perché siamo per natura morbosi</b> (ogni tanto possiamo diventarlo per debolezza, ma solo come conseguenza non voluta, preterintenzionale, per dirla con il linguaggio giuridico che è il codice di questo racconto collettivo che abbiamo ripreso a fare da più di un anno); Garlasco ci interessa non perché siamo facilmente manipolabili e il caso di Chiara Poggi viene usato come una distrazione da problemi più grandi (idea che pare un poco paranoica e superficiale: come se struggersi per la sorte di una ragazza non fosse invece, di per sé, il nobile archetipo di ogni fiaba eterna); Garlasco ci interessa non perché vogliamo approfittare dell’importanza del caso perché, parlandone, ci fa uscire dall’anonimato (lo è senz’altro per qualcuno, ma non per le migliaia di persone che ogni giorno sentono il richiamo di questa foresta e provano a esplorarla senza avere altra pretesa se non quella di provare a contribuire a riassestare nei cardini la porta di questo inferno che si è spalancato); Garlasco ci interessa non perché, per natura, siamo animati di spirito di vendetta e vogliamo vedere scorrere altro sangue (a Garlasco ci si appassiona invece&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/08/news/garlasco-e-limmagine-perfetta-dei-guai-della-giustizia-italiana--398525">in nome dello stato di diritto</a>: liberare dalla prigione un condannato su cui ormai è diventato irrazionale non avere dubbi sulla sua colpevolezza passata in giudicato; non solo, Garlasco sta anche diventando l’emblema di una magistratura che trova la forza, sempre in nome dello stato di diritto, di mettere in discussione sé stessa).</p><p><b>Garlasco ci interessa perché a noi umani</b> – ed ecco l’antropologia bianca – <b>dopotutto piace molto la verità e piace molto il bene</b>.&nbsp;Non c’è alcun segreto al di là di questo segreto, se non la fatica e i pericoli che l’impresa comporta.</p><blockquote>“Chi ha ucciso Chiara Poggi?”, è il ripercuotersi della domanda, ricorrente in ogni tempo e disarmante nella sua sincerità, sulla verità: dov’è la verità? Come possiamo trovarla? E come ci farà diventare quando, magari, la incontreremo?  Un racconto che più ci avvicina al vero più si tinge, come per l’inconscio, di menzogna e sortilegio</blockquote><p>Il mondo in piccolo di Garlasco è il teatro cosmico della ricerca del vero e del bene. E’ la volontà di affrontare il dolore e lo spaventoso che pervadono quell’elemento familiare, e perciò perturbante, che riconosciamo come nostro. La spinta che interroga una moltitudine di persone, “Chi ha ucciso Chiara Poggi?”, è il ripercuotersi della domanda, ricorrente in ogni tempo e disarmante nella sua sincerità, sulla verità: dov’è la verità? Come possiamo trovarla? E come ci farà diventare quando, magari, la incontreremo?</p><p>La verità è il Graal in nome del quale i cavalieri partono all’avventura, è l’obiettivo per cui gli eroi si sottopongono a fatiche mortali, rischiando di smarrirsi sull’incerto confine che separa l’epico dal picaresco: e allora ecco comparire, in questa ricerca collettiva, un paesaggio che non dovrebbe sorprenderci e ancor meno indignarci: una calca tipo Bruegel, polifonica, spesso disordinata, confusa, scoreggiona, stravagante, folle, ingenua, liberamente indisciplinata e quasi sempre generosa, che ci accompagna.</p><p>La verità è un dramma. E’ il dramma del diritto che non può fare altro – guardando dentro l’abisso nichilista che lo abita (e che ha studiato bene un grande giurista come Natalino Irti) – che ribadire, con lo scetticismo proprio di chi ha conquistato la saggezza a fronte di tanta amarezza, la differenza tra la verità processuale e la verità fattuale: la verità della legge non può mai essere la verità totale delle cose che cerchiamo, perché la legge, attraverso i suoi codici e il gioco linguistico che le è proprio, può soltanto stabilire la verità che di volta in volta decide che le appartiene come suo regno parziale, ma sovrano e autonomo, all’interno della variegata esperienza umana.</p><p><b>La sentenza passata in giudicato che condanna Alberto Stasi è la verità processuale; e potrebbe non corrispondere alla verità in senso assoluto che ciascuno di noi sacrosantamente brama</b>; solo attraversando questo passaggio necessario, ma anche ontologicamente arbitrario (perché ogni diritto è il frutto di contrattazioni che risentono del tempo e dei valori che informano di volta in volta le società umane), la verità delle cose può trovare uno spazio di dialettica legittimità.</p><p>Come la tartaruga di Zenone che non potrà mai essere raggiunta dal velocissimo Achille perché l’eroe non riuscirà mai a colmare il vantaggio iniziale che le ha concesso, la verità è sempre un passo oltre la nostra ricerca della verità.</p><p>Continuando a stare sul granello di polvere di Garlasco, questo riassunto del mondo in cui sprofondiamo per provare a comprendere noi stessi, ci accorgiamo che la verità assomiglia quindi a una lotta, a una gara, e non solo, come siamo abituati a ritenere, al semplice rispecchiamento di qualcosa. Ecco perché tutti noi, nel tentativo di rispondere alla domanda su chi ha ucciso Chiara Poggi, sentiamo il peso e l’indicibilità di questa situazione particolare che coincide con la nostra condizione umana. Lo scontro, per esempio, tra perizie scientifiche che si contraddicono tra di loro nel provare a stabilire la semplice attribuibilità di un’impronta sulla scena del crimine, ribadisce a ogni istante il concetto: l’aspetto polemico e persuasivo che soggiace a ogni tentativo di descrivere il reale è una delle fatiche più difficili da affrontare una volta che si è partiti alla ricerca del vero.</p><p>La contrapposizione tra verità in lotta tra di loro in nome della verità ci insegna anche che la pretesa di verità si trasforma spesso in un affare da sofisti, da retori, da imbroglioni che più esibiscono e innalzano la verità nei loro discorsi più sembrano disprezzarla. E’ pericolosissimo indugiare troppo a lungo su questo inganno che già Socrate segnalava: persino una banda di briganti, afferma nella Repubblica di Platone, ha bisogno di una sua verità e di una sua idea di giusto.</p><p>Si arriva così al paradosso: tutti coloro che, su Garlasco,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/05/news/il-festival-di-garlasco-persino-il-delitto-rischia-di-scomparire-dietro-al-folle-show-mediatico--394868">criticano il circo mediatico</a>&nbsp;lo fanno con le parole del circo mediatico all’interno del circo mediatico perché appartengono o finiscono con l’appartenere al circo mediatico stesso.</p><p>I nemici in lotta tra di loro si scoprono così molto più affratellati di due amici che godono l’uno della compagnia dell’altro. Lo sono perché gli opposti si rinforzano e si strutturano in nome della contrapposizione che li lega. “Ti combatto perché c’è qualcosa in te che riconosco in me e che mi unisce a te”, ripete il vero al falso, il bene al male, il bianco al nero, il servo al padrone.</p><p>Questa confusione, questo garbuglio, è la forma che sta assumendo il caso Garlasco e che ancora riassume, nel riverbero degli specchi che questo microcosmo miniaturizza, l’aspetto grottesco che è la cifra di ogni discesa agli inferi.</p><p>Quando Freud visitò le miniere di Skocjan, nella Slovenia meridionale, una volta giunto nella profondità della terra, consapevole che la discesa nelle grotte era da sempre una metafora della discesa negli inferi dell’inconscio, improvvisamente trasalì quando incontrò la verità che si aspettava sotto la forma burlesca del sindaco di Vienna, il dottor Karl Lüger, anche lui lì in visita, noto demagogo di destra, cristiano populista che, nel suo cognome, ulteriore scherzo grottesco dell’inconscio, portava il segno della parola Lüge, che in tedesco significa menzogna.</p><p><b>Garlasco ci interessa perché rappresenta la discesa profonda in noi stessi alla ricerca di una verità e di un bene che, prima di essere incontrati, assumono le sembianze di un’Idra spaventosa, menzognera e grottesca da sconfiggere</b>. E più ci inoltriamo nel piccolo mondo di Garlasco, più veniamo a contatto con questo elemento allucinatorio e surreale: ascoltiamo le intercettazioni in cui un importante avvocato del luogo, per difendere la fragilità della propria famiglia esposta al circo mediatico applicando la strategia di telefonare a alcuni dirigenti del circo mediatico stesso, si lamenta con la moglie di una cotoletta che gli è andata di traverso; vediamo programmi televisivi che hanno il pavimento dello studio trasformato in uno schermo che trasmette le fotografie della casa di Chiara Poggi ricoperta di macchie di sangue che il conduttore e gli ospiti calpestano senza darsi troppi pensieri; conosciamo l’ex avvocato dell’attuale indagato ribadire, prima di essere inseguito dalle televisioni in Albania per una dentiera ottenuta grazie alla sponsorizzazione di uno studio dentistico di Tirana, di essere un personaggio d’invenzione di nome Jerry la Rana; vediamo criminologhe prendere quasi a calci la porta che conduce alla scala della cantina dove è stato trovato il corpo di Chiara Poggi per dimostrare non si è ancora capito bene che cosa; ascoltiamo ex generali in televisione che per il nervoso, in una specie di estasi pentecostale, si mettono a parlare in inglese con degli interlocutori italiani; e si potrebbe andare avanti ancora a lungo, in questo racconto che più ci avvicina al vero più si tinge, come per l’inconscio, di menzogna e sortilegio.</p><p>Il mondo in piccolo di Hiuan Kiai, a questo punto del nostro parallelo sprofondare nella vicenda di Garlasco, assomiglia a una fuga musicale. Ogni contrappunto si avviluppa in un altro contrappunto, e ogni contrappunto è a sua volta composto da frasi che vengono rielaborate, ripetute, trasformate e sovrapposte secondo diversi modelli strutturati di mise en abyme. Il risultato è un pasticcio sonoro simile al gorgonzola, sublime e disgustoso insieme, proprio come menzogna e sortilegio sono gli approdi, fino a ora, di questa vicenda dolorosa.</p><p>In quella che è forse l’ultima grande fuga composta nella storia della musica, e cioè il finale del Falstaff di Giuseppe Verdi, i cantanti ripetono “Tutto nel mondo è burla” e portano questa sublime consapevolezza filosofica, girandola e rigirandola nei modi previsti da quella aberrazione musicale, in ogni meandro sonoro. “Tutto nel mondo è burla”.</p><p>“Tutto”, appunto; con questo “Tutto” che contiene ogni cosa e che è simile al recinto delle porte d’oro e d’argento della scultura di legno che cingeva le Tre Montagne del Mare dentro cui Hiuan Kiai, per somma burla, riuscì a entrare.</p><p>Quando si precipita così tanto in noi stessi, la scoperta che tutto è burla, e cioè che persino il dramma che attraversiamo ne è una sua provincia, è un fatto che più che sconcertarci dovrebbe aprirci a una forma di liberazione possibile.</p><p>E’ la consapevolezza che la nostra ricerca della verità, finché non si accompagna a un’idea di bene, non riuscirà a emanciparsi dal suo aspetto grottesco, allucinatorio e burlesco. <b>La verità che noi bramiamo, in nome di quel vero e di quel bene che ci agita come umani, procede, fuga contro fuga, in contrappunto con le verità che pensiamo di riuscire ad accertare, per esempio, in chiave processuale e di diritto</b>.</p><p>Il dubbio e l’incertezza che ci accompagnano in ogni passo non sono in nessun modo eliminabili. La regola magnifica secondo cui si può condannare soltanto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/il-bi-e-il-ba/2026/05/23/news/il-dubbio-e-ragionevole-quando-non-e-irragionevole--399385">“al di là di ogni ragionevole dubbio” trova già, nell’aggettivo “ragionevole”, la delicata e tremolante smentita del suo assunto</a>. Procediamo per approssimazioni, tentativi, e ogni grande verità è tale solo se sappiamo che potrà essere, prima o poi, “ragionevolmente” falsificata.</p><p>La risposta alla domanda “Chi ha ucciso Chiara Poggi?” non sarà mai colmata definitivamente da alcuna indagine perché non è sufficiente conoscere il nome del suo assassino per dare giustizia al dolore di una persona detenuta da più di dieci anni, di un indagato a cui, giorno dopo giorno, si piegano sempre più le spalle, di tre famiglie chiuse in tre capannelli diversi al cui centro, a naso in giù, si continua a contemplare una fossa.</p><p>Il resto assomiglia alla muta delle formiche che corre a ricoprire il cadavere e che, nel mentre il corpo si decompone, prova a ripararne qualche brandello nel magazzino del termitaio.</p><p>Allo stesso modo, la pena di chi ha ucciso Chiara Poggi, la giustizia che così dovrebbe trionfare alla fine dei suoi accertamenti processuali, non potrà mai essere la prigione che lo attende. La pena è l’atto stesso del delitto. Chi uccide, per il fatto che uccide, per la circostanza insondabile della vita che lo ha reso omicida – e che ha portato quell’essere vivente che fu come noi bambino, e che sorrise e che si spaventò come ogni bambino, e che si scioglieva per un abbraccio, o che si sentiva avvampare di felicità in un gioco di pallone con un amico fino a quel momento sconosciuto, o che si riconosceva negli occhi di un gatto – trova già la sua assurda galera nel destino che, dopo tutto questo vivere, lo ha fatto assassino.</p><p>Nascere per poi, chissà perché, uccidere è la tragedia degli antichi. Ed è forse anche questo il senso dell’impresa taoista di Hiuan Kiai: si è disposti a attraversare le immagini di dolore, le maschere burlesche e grottesche, bugiarde e seducenti, di ogni universo, perché ci è insopportabile che ogni atomo di quella realtà, quel poro della pelle della totalità “dove sono raccolti novantamila immortali”, debba sopportare da solo il peso gigantesco della sofferenza senza che noi ne diventiamo testimoni e partecipi, come già sapeva il pubblico nel teatro dionisiaco greco.</p><p>In questo viaggio al termine della notte, di cui Garlasco è uno degli infiniti capitoli dell’avventura umana, la verità che abbiamo iniziato a cercare nella vertigine degli specchi che si moltiplicano, e che pensavamo di poter in un certo momento afferrare e agitare per riparare un danno che ci sembrava irrimediabile, è l’aurora che annuncia una verità che sia anche compassionevole: una verità che, se non è amica del bene, non è verità.</p>]]></description>
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				<title>Dopo 34 anni ancora processi sulla strage di Capaci. “I magistrati non devono fare storiografia”, dice Lupo</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il 23 maggio 1992 Cosa nostra uccideva Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della  scorta.</b> Trentaquattro anni dopo, i mandanti e gli esecutori della strage sono stati condannati in via definitiva, ma la vicenda continua a essere al centro di iniziative giudiziarie. <b>Solo nell’ultimo anno ben due processi sono nati a Caltanissetta per presunti depistaggi sulle indagini sulla strage.</b> Una sorta di controcanto rispetto alle inchieste condotte in precedenza a Palermo da Scarpinato, Di Matteo &amp; Co. che invece prefiguravano il coinvolgimento di pezzi deviati dello stato, servizi segreti e massoneria. <b>Dopo 34 anni, però, ci si chiede se tutto ciò sia proprio necessario. “La magistratura non deve sostituirsi alla storiografia”, dice al Foglio lo storico Salvatore Lupo.</b>&nbsp;</p><p><b> “Le ricostruzioni che attribuiscono a Cosa nostra la responsabilità di questi fatti terribili, inclusa la strage di Capaci, sono di gran lunga le più verosimili e sono state confermate da sentenze in ogni sede. Potrebbe bastare questo</b>, soprattutto dal punto di vista giudiziario, perché è evidente che con il passare del tempo i testimoni muoiono, le prove si perdono e le ipotesi tendono a prevalere sui fatti, quindi è difficile trovare altre soluzioni interpretative”, afferma Salvatore Lupo. “Anche perché – aggiunge – l’impressione è che non si cerchi di correggere con qualche particolare ciò che è stato abbondantemente appurato, ma di ribaltarlo”.</p><p>Per lo storico, il proliferare di indagini giudiziarie “genera un effetto paradossale, cioè la cancellazione della mafia dalla nostra storia”: “Non dubito che la maggior parte di coloro che propongono queste tesi alternative siano in buona fede e si sentano avversari della mafia. <b>Ma la frase con cui si aprono tutti questi ragionamenti è sempre ‘non è stata solo la mafia’. In questo modo il risultato finale diventa ‘non è stato affatto la mafia’. In altre parole, sarebbe stato qualcun altro, chissà chi. Qualcun altro che non vedremo mai”. </b></p><p>L’effetto finale, prosegue Lupo, è appunto paradossale: “Mentre dalle risultanze del maxiprocesso e da tutte le altre sentenze definitive possiamo individuare la mafia come protagonista della scena politico-criminale italiana degli anni Ottanta e Novanta, con quest’altro modo di procedere per congetture e ipotesi senza fondamento alla fine rischiamo di non sapere più niente. <b>Non ci rimane neanche la mafia: al posto della mafia storica che ha raggiunto il suo massimo protagonismo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, avremo una mafia sfumata in un insieme di poteri occulti.</b> E non sapremo mai più di chi è la responsabilità degli eventi”.</p><p>E’ avvenuto in passato con il processo sulla presunta “trattativa stato-mafia”, poi naufragata in Cassazione. E lo stesso è avvenuto con la strada, percorsa sempre dalla procura di Palermo, sul coinvolgimento di ambienti neofascisti nelle stragi. “La pista nera mi è sempre sembrata un tentativo di uscire dal seminato. Ma se si inventano altri complotti altrettanto inverosimili, che non portano a nessun esito, il risultato non cambia”, dice Lupo, riferendosi alla nuova pista seguita invece negli ultimi mesi dalla procura di Caltanissetta, quella dell’indagine mafia-appalti, condotta prima da Falcone e poi da Borsellino, e individuata come causa della loro uccisione. <b>“Quelle di Caltanissetta non sono più indagini sulla mafia, ma sulla magistratura di Palermo, che avrebbe fatto chissà quali cose terribili. Un disegno in cui coloro che sono stati i più determinati oppositori della mafia vengono dipinti come complici di Cosa nostra. Tutto è possibile, ma andrebbe provato”, ribadisce Lupo</b>. La commissione parlamentare Antimafia, invece, si è buttata a capofitto sul filone mafia-appalti (tanto da ospitare, in un’audizione non secretata, una sorta di requisitoria del procuratore nisseno Salvatore De Luca contro i magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento a Cosa nostra).</p><p>Insomma, alla fine, nota Lupo, “la maggioranza di centrodestra sta facendo proprio ciò che ha sempre rimproverato al centrosinistra, cioè andare dietro a delle ipotesi soltanto perché queste vanno a colpire persone politicamente sgradite”.</p><p>Una cosa è certa, sottolinea lo storico: <b>“Falcone fu ucciso essenzialmente perché la Cassazione aveva confermato le accuse del maxiprocesso. Non credo che esista un’altra spiegazione più forte di questa.</b> Nelle intercettazioni in carcere, Totò Riina disse: ‘Abbiamo fatto uno e due’, lasciando intendere che Falcone e Borsellino erano stati uccisi per la stessa ragione, cosa che è di logica evidenza. Se poi si scopre un’altra spiegazione altrettanto credibile è possibile accettarla, ma io finora non la vedo. E non credo che la vedrò mai”.</p><p>Insomma, <b>il rischio è di ritrovarsi tra quarant’anni con altre indagini in piedi sulle stragi, “in cui non si ragionerà più sulla mafia ma ci si concentrerà sulle più strane forme di complicità”. “Penso che questa storia, un giorno, dovrà finire”</b>, conclude in modo netto Lupo.</p>]]></description>
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				<title>“Protesi scadenti agli anziani”. Il chirurgo Claudio Manzini assolto dopo 9 anni</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“E’ la fine di un incubo. Sono felice per l’assoluzione da accuse infamanti, frutto di indagini superficiali compiute nella prima fase. Anche se sono passati nove anni e la vicenda ha impattato fortemente sulla mia vita e su quella dei miei famigliari”</b>. Lo dice al Foglio <b>Claudio Manzini, luminare della chirurgia ortopedica</b> della clinica Zucchi di Monza, <b>assolto nei giorni scorsi dalle accuse di associazione a delinquere e corruzione.</b> Insieme a Manzini sono stati assolti anche Marco Camnasio (ex responsabile commerciale dell’azienda francese di protesi Ceraver) e altri tre dirigenti transalpini della stessa società. La vicenda esplose nel 2017, quando i pm di Monza ipotizzarono l’esistenza di un giro di tangenti nella sanità tra medici compiacenti e l’azienda francese Ceraver, che avrebbe indotto i professionisti a utilizzare i suoi prodotti, anche se in certi casi non adatti al tipo di intervento da eseguire, in cambio di favori e regalie. Nell’ambito delle indagini <b>alcuni chirurghi, tra cui Manzini, vennero accusati di aver impiantato protesi scadenti ai pazienti più anziani</b>: una contestazione infamante, che venne enfatizzata dagli organi di informazione sul piano nazionale. Al termine del processo, la procura aveva chiesto per Manzini una condanna a 4 anni e 3 mesi di reclusione.<b> Il chirurgo, difeso dagli avvocati Lucilla Tassi e Claudio Schiaffino, è stato assolto da ogni accusa.</b></p><p><b>A causa della vicenda, nel settembre 2017 Manzini venne persino arrestato. Trascorse un mese in carcere e altrettanto ai domiciliari.</b> “Mi sono ritrovato in carcere a vedere in televisione, insieme agli altri detenuti, programmi dove giornalisti, dj o cuochi, senza alcuna esperienza, davano giudizi tecnici sulle protesi che impiantavo”, ricorda Manzini, denunciando la gogna mediatica subita: <b>“Non si può andare sulla stampa o in televisione a giocare con la vita professionale e umana delle persone”.</b></p><p>L’accusa sull’utilizzo di protesi “scadenti” era stata smontata già dopo le indagini da una consulenza prodotta dalla difesa di Manzini e realizzata dal <b>professor Paolo Cherubino</b>, altro chirurgo di fama nazionale e già presidente della Società italiana di ortopedia. Nella consulenza, si sottolineava<b> “la qualità delle protesi ortopediche prodotte da Ceraver e impiantate dal dott. Manzini negli anni 2015-2017, attestata da certificazioni internazionali e dalla più autorevole e recente letteratura scientifica, nonché dai risultati clinici”.</b> D’altronde, l’idea che potessero essere impiantate protesi “scadenti” contrastava con il fatto che le protesi utilizzate da Manzini, oltre a essere prodotte da una società leader internazionale nel settore, erano state autorizzate dal ministero della Salute.</p><p>Ma non è tutto: la consulenza, basata sull’analisi di tutte le cartelle cliniche dei pazienti operati da Manzini, evidenziava che le protesi Ceraver rappresentavano una percentuale irrisoria rispetto al totale delle protesi impiantate da Manzini (circa il 13 per cento). Ma soprattutto, si concludeva che “<b>in tutti i casi esisteva una corretta indicazione per l’intervento chirurgico di sostituzione protesica; in nessun caso emerge ‘forzatura’ all’intervento chirurgico</b>”, e “dai controlli postoperatori risulta che gli interventi sono stati eseguiti ad arte”.</p><p>Nonostante queste risultanze, la procura è andata avanti per la sua strada, imbastendo un processo e chiedendo la condanna di Manzini, poi assolto.</p><p>“Per fortuna sono un uomo resiliente e anche fideista. C’è chi dice che c’è qualcuno che mi ha voluto del male. Io credo che sia stato un destino della mia vita”, dice Manzini, ricordando però i danni patiti in questi nove anni a causa della vicenda giudiziaria: “Ho una moglie e due figli che fanno il mio mestiere. Improvvisamente sono passati da una vita rosea a una situazione drammatica”. <b>“Li vedevo fare i conti per capire come riuscire a pagare il mutuo della casa senza di me”, ricorda il chirurgo, commuovendosi.</b></p><p>“Abbiamo combattuto e alla fine ce l’abbiamo fatta – prosegue Manzini –. I miei pazienti non hanno mai smesso di avere fiducia in me. Questo mi ha permesso di continuare a lavorare”. Anche se le sofferenze rimangono. <b>L’esperienza in carcere? “Non la consiglio a nessuno, ma ha comunque portato a un arricchimento della mia anima”, conclude Manzini.</b></p>]]></description>
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				<title>Il populismo mediatico-penale ha ridotto i processi a una rissa da Var del calcio</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 05:52:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Perdonerete il paragone abusato, non è per abbassare ogni volta i temi gravi, giustizia o politica, ai livelli del calcio. Purtroppo però è il modello del calcio – facile, binario, vocato all’urlo selvaggio – ad avere da tempo occupato quegli spazi. La giustizia in primis. Dunque il modello Var. <b>Se la camera di consiglio degli arbitri dà rigore alla tua squadra, è inappellabile. Se lo dà agli altri, la contestazione è rumorosa e il sospetto è la naturale chiave di lettura.</b> Per citare ancora il giudice Garapon, è “il sogno di un accesso alla verità liberata di ogni mediazione procedurale”. Tutto il resto è “insopportabile”. Che si tratti di una metastasi innanzitutto del sistema mediatico e sociale lo ha ricordato ieri Gian Domenico Caiazza: siamo ormai a “un incivile Hellzapoppin’, un cabaret dell’inferno”. Gli esempi infiniti. La legittimità di essere informati, e anche di avere opinioni, su inchieste e sentenze non si discute.</p><p>Proprio ieri sul Foglio abbiamo segnalato come “opinabile”&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/05/21/news/vale-piu-la-forza-libera-di-davide-simone-delle-pene-esemplari--399233">la sentenza milanese che ha condannato a 20 anni l’autore del tentato omicidio di Davide Cavallo</a>. Forse, nella media delle sentenze su casi simili, un eccesso discutibile di esemplarità. Per contro molti hanno esultato per quella durezza, anzi ce ne voleva di più. E’ di questi giorni la polemica per l’assoluzione dei due accusati di stupro dell’atleta Fernanda Herrera, “il fatto non sussiste”. Ma in questo caso molta parte dell’opinione pubblica critica apertamente la risultanza del processo. Opaca e lassista.<b> A El Koudri non è stata contestata l’aggravante di terrorismo: ma in questo caso la mitezza del gip è stata accolta bene</b>. La riapertura delle indagini per la morte sul lavoro di Luana D’Orazio è stata salutata come un coraggioso atto di giustizia. Eppure una sentenza era già stata emessa. Perché allora non si dovrebbe riaprire Garlasco? Insomma si giudicano i giudici a squadre, esattamente come gli arbitri del pallone. Squadre non necessariamente coinvolte nei fatti, si badi: è lo spettacolo, il “ricorso selvaggio all’opinione pubblica”. Come dice Caiazza, un inferno.</p><p>Ma c’è ovviamente l’altro lato della medaglia, il processo al Var. Che succede infatti se l’arbitro, il giudice, o il sistema di giustizia in quanto tale presta il fianco ad accuse o sospetti – a semplici impressioni sociali – di parzialità, di non equilibrio? La sentenza sulla strage di Viareggio è  sommersa da critiche perché giudicata poco esemplare. La condanna dell’ex ad di Aspi Castellucci per il disastro autostradale di Avellino è apparsa a molti una forzatura “esemplare”, eppure proprio per questo è stata salutata da entusiasmi popolari (o populisti). Raffaele Sollecito dice di non credere più nella giustizia, dopo essere stato assolto  in Cassazione nel processo numero cinque. Che dovrebbe dire Stasi? <b>E che dire delle inchieste urbanistiche di Milano in cui i magistrati usano termini come “eversione”, “allarme sociale” per poi essere pesantemente smentiti (accuse “svilenti”) in giudizio?</b> Quanti sono i processi in cui le disparità di valutazioni hanno generato perplessità? Ovvio e legittimo, a decidere è il principio del libero convincimento del giudice, fino al punto che una prova schiacciante per un tribunale risulti insufficiente per un altro. E si torna alla true crime del momento, Garlasco. Difficile che i diretti interessati e il pubblico (non) pagante accettino serenamente la possibilità di giudizi opposti senza ululare. Come hanno capito nel calcio, il Var non sempre funziona.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/21/news/il-fatto-grida-al-bavaglio-inesistente-e-il-csm-batte-in-ritirata--399249</link>
				<title>Il Fatto grida al &quot;bavaglio&quot; inesistente e il Csm batte in ritirata</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il <b>bombardamento mediatico degli ultimi giorni da parte del Fatto sul presunto “bavaglio”</b> (in realtà inesistente) che il Consiglio superiore della magistratura avrebbe voluto imporre alle procure ha avuto successo: ieri <b>il plenum del Csm ha infatti deciso di rinviare la discussione sulle nuove “Linee guida per l’organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale”</b>. Il provvedimento era stato approvato all’unanimità dalla Settima commissione del Csm, ma la campagna messa in piedi dal quotidiano di Travaglio (con tanto di intervista al pm Nino Di Matteo, che ha sparato: “Con queste regole, Giovanni Falcone sarebbe finito sotto procedimento disciplinare”) ha indotto diversi consiglieri togati a chiedere modifiche al testo. Alla fine è stato il procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta a intervenire al plenum per chiedere un “rinvio di cortesia” dell’esame della circolare. Richiesta accolta dagli altri consiglieri del Csm. Se ne riparlerà il 3 giugno. Come detto, <b>il testo non prevede  alcun “bavaglio” sui pm, ma si limita ad aggiornare le linee guida adottate dal Csm nel 2018 alle riforme nel frattempo approvate in materia di comunicazione di procure e tribunali e di tutela della presunzione di innocenza.</b></p><p>La principale novità è rappresentata dal passaggio da una tutela incentrata esclusivamente sulla presunzione di innocenza a una tutela più ampia, che include in modo espresso la protezione reputazionale della persona: <b>“Il nuovo testo – si legge nel provvedimento elaborato dalla Settima commissione – prende atto del fatto che, nell’ecosistema digitale, una notizia giudiziaria diffusa nella fase iniziale delle indagini può produrre effetti reputazionali assai più rapidi e persistenti del successivo accertamento processuale.</b> Da qui la scelta di affermare che la comunicazione istituzionale deve essere non solo rispettosa della presunzione di non colpevolezza, ma anche vera, necessaria, proporzionata, riparabile e aggiornata, così da evitare che l’inevitabile provvisorietà della fase investigativa si traduca in una compromissione irreversibile della dignità personale”.</p><p>Da questa presa d’atto discende<b> la vera novità delle linee guida, cioè l’obbligo per le procure di aggiornare gli organi di informazione sull’esito di iniziative giudiziarie </b>sulle quali in precedenza si è intervenuti in modo pubblico: “Quando l’ufficio abbia diffuso una comunicazione relativa a indagini preliminari, misure cautelari o altri atti a forte impatto reputazionale, esso cura – tanto d’ufficio quanto su richiesta dell’interessato – <b>l’adozione di successivi comunicati di aggiornamento in presenza di archiviazioni, revoche, annullamenti, proscioglimenti, assoluzioni o altri sviluppi di segno significativamente diverso, secondo criteri di tempestività, visibilità e rigorosa simmetria informativa rispetto alla comunicazione iniziale</b>”.</p><p>Una semplice misura di civiltà per permettere a chi ha dovuto subire una detenzione ingiusta o un’accusa infondata di vedere diffusa la notizia della propria assoluzione.</p><p>Sul resto il testo non fa che adeguare le linee guida del Csm alle ultime riforme. Dunque, si stabilisce che il comunicato scritto costituisce la modalità ordinaria della comunicazione delle procure, mentre <b>la conferenza stampa rappresenta uno “strumento eccezionale”</b>. La comunicazione spetta al dirigente dell’ufficio, che però può delegare l’attività a un procuratore aggiunto. Si ricorda che “le relazioni con i media devono essere costruite sulla base del reciproco rispetto e della parità di trattamento”, e dunque “vanno evitati canali informativi riservati” con specifici organi di informazione.</p><p>Per quanto riguarda i contenuti della comunicazione si specifica (riprendendo la riforma Cartabia) che questa deve “indicare con chiarezza la fase del procedimento o del processo cui si riferisce”, “distinguere con chiarezza tra ipotesi investigativa, contestazione, decisione cautelare, esercizio dell’azione penale e accertamento definitivo di responsabilità”, <b>“limitarsi alle sole informazioni necessarie al soddisfacimento dell’interesse pubblico”, e soprattutto “adottare un lessico neutro, sobrio e basato sul presupposto di non colpevolezza”, evitando “aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui, denominazioni suggestive</b> delle operazioni e ogni elemento non indispensabile e suscettibile di amplificare indebitamente il pregiudizio reputazionale”.</p><p>Un provvedimento di buon senso, che solo il Fatto poteva trasformare in bersaglio di un’ennesima campagna mediatica basata sulla falsità.</p>]]></description>
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				<title>Paradosso Delmastro: condannato anche in appello dopo tre richieste di assoluzione</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 20:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Per tre volte l’accusa ha chiesto di scagionare l’imputato e per tre volte i giudici hanno deciso diversamente.</b> La conferma&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/20/news/delmastro-condannato-in-appello-per-il-caso-cospito--399211" target="_blank">da parte della Corte d’appello di Roma</a>&nbsp;della condanna a otto mesi nei confronti dell’ex sottosegretario alla Giustizia <b>Andrea Delmastro</b> per rivelazione di segreto d’ufficio sembra una sorta di spot contro la separazione delle carriere tra pm e giudici. Vale a dire la riforma delineata dal ministro Nordio e poi bocciata al referendum di marzo.  Delmastro è stato di nuovo riconosciuto colpevole di aver rivelato al suo collega di partito Giovanni Donzelli informazioni “a limitata divulgazione” su alcuni dialoghi dell’anarchico Alfredo Cospito in carcere con alcuni mafiosi al 41 bis. Informazioni poi utilizzate il 31 gennaio 2023 da Donzelli in un intervento alla Camera per attaccare duramente i parlamentari del Pd che avevano svolto un’ispezione nel carcere di Sassari, in cui era richiuso l’anarchico (“Voglio sapere se la sinistra sta dalla parte dello stato o dei terroristi con la mafia!”, gridò Donzelli).</p><p>Inizialmente, al termine delle indagini, i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione ritenendo sussistente la violazione del segreto amministrativo, ma escludendo la punibilità per “assenza dell’elemento soggettivo”, ritenendo cioè che Delmastro non fosse consapevole che l’atto fosse coperto da segreto. <b>Il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta della procura, disponendo l’imputazione coatta e obbligando i pm a formulare l’accusa.</b> Si è arrivati così al processo di primo grado, dove sono stati ascoltati diversi testimoni chiave del ministero della Giustizia e del mondo politico: l’allora capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), Giovanni Russo, il deputato Giovanni Donzelli, diversi ufficiali e dirigenti del Dap, del Gom e del Nic che hanno redatto le relazioni e le informative sulle conversazioni in carcere tra Cospito e i boss mafiosi. Al termine del processo di primo grado i pm romani hanno chiesto l’assoluzione per Delmastro sostenendo che le notizie “erano segrete per legge”, ma che mancasse l’elemento soggettivo (cioè il dolo), nel senso che Delmastro non sapeva che le informazioni da lui divulgate fossero segrete.</p><p><b>Nonostante la richiesta, il tribunale di Roma ha condannato l’ex sottosegretario a otto mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio, con in più un anno di interdizione dai pubblici uffici. </b>Nelle motivazioni, i giudici evidenziano come “le notizie comunicate dall’imputato all’onorevole Donzelli rientrassero e rientrino nell’ambito del segreto di ufficio e avessero la copertura penale prevista dall’art 326 c.p. (rivelazione di segreto, ndr); che la comunicazione di tali notizie abbia comportato un concreto pericolo per la tutela e l’efficacia della prevenzione e repressione della criminalità e che il Delmastro Delle Vedove non può essere ritenuto tanto leggero e superficiale, come per certi versi vorrebbero difesa e procura, da non aver considerato e non essersi reso conto della valenza e delicatezza, in definitiva della segretezza di quelle informazioni”. <b>Insomma, nessun dubbio sulla segretezza delle informazioni ricevute dal Dap né sulla consapevolezza da parte di Delmastro della natura segreta del materiale. </b></p><p>La sentenza di condanna è stata impugnata da Delmastro e, al termine del processo d’appello, il procuratore generale ha chiesto nuovamente l’assoluzione dell’ormai ex sottosegretario, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. In altre parole, a differenza del processo in primo grado, <b>la procura generale ha fatto un passo ulteriore: non ha sostenuto che Delmastro non fosse a conoscenza della segretezza delle informazioni ricevute dal Dap,</b> <b>ma ha affermato che non vi fosse certezza sulla natura segreta degli atti e che, pur in presenza di una loro limitata divulgazione, nessuno ne avesse formalmente segnalato la riservatezza. </b>Non una lettura convincente, a dire il vero, altrimenti non si comprenderebbe il senso di apporre sugli atti in questione l’espressione “a limitata divulgazione”.</p><p>Anche i giudici d’appello devono averla pensata così, e hanno confermato la condanna a otto mesi di reclusione e a un anno di interdizione dai pubblici uffici nei confronti di Delmastro. <b>“Non condivido la decisione della Corte d’appello, ma ne prendo atto”, ha detto l’ex sottosegretario.</b> “Non ho intenzione di fermarmi qui. Andrò fino in Cassazione, con quattro richieste assolutorie, nella certezza di riuscire finalmente a dimostrare la correttezza del mio operato, senza se e senza ma”, ha aggiunto Delmastro. Sarà la Cassazione, quindi, a mettere la parola fine sulla vicenda.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Delmastro condannato in appello per il caso Cospito</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 17:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Confermata in appello la sentenza di primo grado che condanna a otto mesi l'ex sottosegretario alla Giustizia,<b> Andrea&nbsp;Delmastro&nbsp;Delle Vedove</b>, nell'ambito del processo di secondo grado che lo vede imputato per <b>rivelazione di segreto d'ufficio</b>, in relazione alla vicenda dell'anarchico <b>Alfredo Cospito</b>. Lo hanno deciso giudici della terza sezione penale della Corte d'appello di Roma, dopo circa due ore di Camera di consiglio.&nbsp;"<b>Sicuramente andremo a Cassazione"</b>, ha commentato l'ex sottosegretario dopo la sentenza.</p><p>&nbsp;"È un caso per cui sono disposto ad andare fino in fondo", ha aggiunto il suo avvocato Andrea Milani. "Attendiamo le motivazioni della sentenza. Andremo sicuramente in cassazione. Siamo delusi e stupiti della sentenza di oggi pomeriggio. Alla luce delle parole della procura generale e della ricostruzione non c'era alcun dubbio. Le presunte notizie rivelate non erano segrete", ha precisato il difensore.&nbsp;</p><p>La procura generale, nel corso della scorsa udienza, <b>aveva chiesto l'assoluzione dell'imputato</b>, presente oggi in aula, con la formula "perché il fatto non costituisce reato". In primo grado, a febbraio dello scorso anno,&nbsp;Delmastro&nbsp;era stato condannato a otto mesi. All'ex sottosegretario erano state concesse le circostanze attenuanti generiche, ed era stata disposta la pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici per la durata di un anno.</p><p>Il Tribunale della capitale aveva inoltre respinto le richieste di risarcimento avanzate dalle parti civili, quattro parlamentari del Partito democratico, e concesso all'imputato il beneficio della sospensione condizionale della pena e la non menzione nel casellario.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Dal tortellino Pantone all’AI generativa: i nuovi rischi che le imprese non vedono ancora</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 10:56:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Nei giorni scorsi ha avuto ampia risonanza mediatica la sentenza con cui il Tribunale di Bologna ha riconosciuto tutela autorale alla ormai nota grafica del cd. “tortellino Pantone”, realizzata da un’illustratrice professionista e successivamente utilizzata (senza autorizzazione) da Ikea all’interno di un proprio punto vendita. La notorietà del caso è certamente legata anche alla forza narrativa del paradigma classico “Davide contro Golia”, oltre che alla rilevanza del soggetto soccombente.</p><p>Dal punto di vista giuridico, tuttavia, la decisione si colloca nel solco di principi ormai consolidati nel diritto d’autore italiano ed europeo. La tutela autorale non protegge l’idea in sé, ma la sua concreta espressione creativa. E ciò che rileva è l’originalità dell’opera, intesa – secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE – come espressione di scelte libere e creative che riflettano la personalità dell’autore.</p><p>Muovendo da tali principi, il Tribunale di Bologna ha chiarito che, nel caso in esame, a essere protetta non è l’idea di associare un alimento a palette cromatiche ispirate al sistema Pantone, bensì la specifica elaborazione grafica caratterizzata dal tratto, dalle proporzioni, dalle scelte cromatiche e dall’equilibrio visivo complessivo. Né le modifiche apportate da Ikea sono state ritenute sufficienti a escludere la contraffazione, poiché incapaci di alterare il nucleo creativo dell’opera originaria.</p><p>Sin qui, nulla di particolarmente innovativo.</p><p>Il caso diventa però particolarmente attuale se letto alla luce dell’utilizzo sempre più intenso dell’intelligenza artificiale generativa nei processi creativi aziendali. La stessa leggerezza con cui per anni molte imprese hanno considerato liberamente utilizzabili contenuti reperiti online rischia oggi di riprodursi nell’impiego di asset generati tramite AI, spesso senza una reale consapevolezza né delle criticità relative alla tutelabilità dei contenuti così creati, né dei possibili profili di violazione di diritti di terzi.</p><p>Se il fondamento della tutela autorale risiede nella protezione dell’apporto creativo umano, cosa accade quando l’opera viene realizzata, in tutto o in parte, mediante strumenti di AI generativa?</p><p>Le più recenti evoluzioni normative e giurisprudenziali sembrano convergere su un punto: la tutela autorale presuppone un contributo umano sostanziale. Negli Stati Uniti, tale principio è stato ribadito nel caso Thaler v. Perlmutter, nel quale è stata esclusa la registrabilità di un’opera generata autonomamente da un sistema di AI. Nel caso Zarya of the Dawn, invece, la tutela è stata riconosciuta esclusivamente con riferimento agli elementi selezionati e organizzati dall’autrice umana. Anche in Italia la Legge n. 132/2025 richiede un contributo umano sostanziale ai fini del riconoscimento della tutela autoriale delle opere realizzate con sistemi di AI. Lo stesso criterio viene utilizzato dagli uffici brevetti nazionali e dalla giurisprudenza per qualificare l’autore di una invenzione industriale brevettabile. L’uomo è -ancora- al centro.</p><p>Più l’intelligenza artificiale entra nei processi di <i>advertising, branding e content creation</i>, più diventa peraltro difficile distinguere tra attività creativa e mera elaborazione automatizzata. Il rischio per le imprese è duplice: da un lato, sviluppare asset che potrebbero non possedere i requisiti necessari per accedere alla tutela autorale; dall’altro, esporsi a contestazioni sulla titolarità dei diritti o sull’utilizzo non autorizzato di contenuti e dati di terzi impiegati nei processi generativi.</p><p>Per questo motivo è essenziale documentare il processo creativo <i>ex ante</i>. Alcune agenzie stanno già adottando <i>workflow</i> interni finalizzati a tracciare <i>prompt</i>, iterazioni, modifiche manuali e <i>versioning</i>, proprio per dimostrare che il risultato finale costituisce l’esito di scelte creative umane riconoscibili e non una mera produzione automatizzata del modello.</p><p>Parallelamente l’attenzione si è spostata nel determinare il limite della liceità dell’utilizzo di opere protette nell’addestramento dei modelli di AI, del <i>data scraping</i> e della distillation di modelli AI (in primis Open AI v. Deep Seek). La recente giurisprudenza europea sembra orientarsi verso una tendenziale ammissibilità del training dei modelli, ma con crescente attenzione agli output generati.</p><p>Nel caso Getty Images v. Stability AI, la High Court inglese ha escluso la violazione del <i>copyright</i>, ritenendo che il training del modello non comportasse la riproduzione delle opere utilizzate, ma soltanto l’elaborazione di <i>pattern</i> statistici. Di segno opposto la decisione Gema v. OpenAI del Tribunale di Monaco, che ha invece escluso l’applicabilità dell’eccezione sul text and data mining a modelli in grado di generare output sostanzialmente coincidenti con opere protette. Nella stessa direzione si colloca anche il caso Laion deciso dal Tribunale di Amburgo.</p><p>In questo contesto assumono crescente rilievo anche gli obblighi di trasparenza introdotti dall’AI Act europeo per i modelli di AI general purpose e gli strumenti di opt-out (= negare il consenso all’utilizzo dei propri dati) dal text and data mining.</p><p>Governare l’AI significa sempre più governare la provenienza, la tracciabilità e la legittima utilizzabilità dei contenuti, in azienda ed all’esterno. Chi non si è ancora dotato di regole interne, adeguati presidi contrattuali e processi di controllo interdisciplinari rischia di trovarsi presto a gestire contenziosi su asset centrali della propria comunicazione senza poter dimostrare né come quei contenuti siano stati creati, né chi ne detenga effettivamente i diritti.</p><p><i>Mattia Dalla Costa e Barbara Sartori, CBA Studio Legale e Tributario</i></p>]]></description>
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				<title>I mostri di Garlasco. Come riconoscere un’inchiesta in cui lo stato di diritto viene calpestato</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Giandomenico Caiazza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non dovrebbe essere difficile comprendere – ma evidentemente lo è – perché ciò che sta accadendo ormai da qualche mese intorno al processo Garlasco non sia altro che una gazzarra mediatica indecorosa, che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con il diritto di cronaca e con il diritto dei cittadini ad essere informati. I media e la pubblica opinione hanno il sacrosanto diritto di acquisire informazioni – ci mancherebbe altro – sulle indagini e sui successivi processi chiamati a decidere chi sia il responsabile di un delitto efferato. Ma quello che non può accadere è che in nome di questo diritto i media e l’opinione pubblica si attribuiscano il compito di celebrare indagini e processi paralleli negli studi televisivi o sui social. Lo schema di queste trasmissioni è infatti mutuato da quello del processo: esperti (o presunti tali) assumono il ruolo dei consulenti e dei periti di accusa e difesa; si cercano e si intervistano possibili testimoni diretti o indiretti del fatto; gli avvocati difendono le ragioni dei propri assistiti. Il conduttore fa in qualche modo le veci del giudice, anche se quasi mai imparziale, visto che sono ormai ben riconoscibili trasmissioni innocentiste e trasmissioni colpevoliste. I social fanno il resto. Si tratta di un incivile Hellzapoppin‘, un cabaret dell’inferno, del tutto incompatibile con un sistema ordinamentale che, non certo a caso, confina in un perimetro molto rigoroso sia la fase delle indagini, che dovrebbero essere segrete, sia la fase del processo, che è pubblico per fortuna, ma che ha regole molto precise e non derogabili. Il giudizio penale – ecco il punto – è il luogo della verifica delle competenze e delle responsabilità di tutti coloro che partecipano, nelle più varie forme, a questo tremendo rito laico che porterà al giudizio. Il testimone giura, ma soprattutto, dopo aver riferito il fatto al quale dice di aver assistito, viene esaminato e contro-esaminato da tutte le parti processuali e dal giudice, per saggiarne l’attendibilità. Lo stesso vale per i consulenti tecnici, che si impegnano a rendere la propria deposizione in scienza e coscienza, consapevoli che dovranno subire l’accurato controesame tecnico delle parti avverse: e questo vale per il perito trascrittore delle intercettazioni, per l’esperto di DNA, per lo psicologo, e così via. E’ esattamente questo che manca, direi concettualmente, nel parallelo processo mediatico, popolato come è da “esperti” con curricula non sempre verificati, lasciati liberi di esprimere valutazioni e giudizi, spesso su materiale probatorio scarsamente o niente affatto conosciuto, senza alcun profilo di responsabilità, e soprattutto al riparo da adeguati controesami confutativi. Così – per fare uno tra i cento esempi possibili – la criminologa Tizia può diffondersi senza freni sui gusti sessuali dell’imputato Caio o dell’indagato Sempronio, sulla natura “raccapriciante” delle loro privatissime navigazioni sui sito porno, suggerendo giudizi morali e (implicitamente o esplicitamente) criminali, sapendo che non dovrà affrontare alcuna prova di resistenza di quei propri giudizi, affrancata come è da ogni responsabilità in nome del preteso, insindacabile suo diritto di esprimere “la propria opinione”. Ma sono “opinioni” che concorrono, spesso in modo decisivo, alla sentenza mediatica, che perciò impattano sulla vita e sulla dignità del sospettato, quotidianamente analizzato, denudato e svergognato spesso in modo irrimediabile. Questo pare a me il nocciolo vero della questione: questo impazzimento di quotidiane aule mediatiche, ciascuna delle quali parteggia per l’uno o per l’altro dei sospettati, è costruito e radicato su un meccanismo narrativo che rivendica e pretende l’assoluta propria irresponsabilità, il diritto di parlare del processo senza che siano verificate la completezza delle conoscenze degli atti processuali, la qualità e la consistenza curriculare delle declamate competenze scientifiche, e dunque la verifica serrata e severissima che i protagonisti di quel rito mediatico quotidiano riceverebbero, invece, nell’aula di un Tribunale. Cosa avrebbe a che fare tutto ciò con il diritto di cronaca?</p>]]></description>
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				<title>Woodcock fa il garantista: &quot;Sì alla riforma sul sequestro degli smartphone&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“Sono favorevole alla riforma del sequestro degli smartphone”.</b> A pronunciare queste parole, per quanto possa sembrare incredibile, è stato il <b>pubblico ministero napoletano Henry John Woodcock</b>, venerdì scorso a Modena, nel corso di un dibattito organizzato nell’ambito del Festival della giustizia penale, con la collaborazione dell’associazione “Italiastatodidiritto”. <b>La dichiarazione fa notizia proprio perché espressa da un magistrato celebre per le sue indagini fondate sulla realizzazione massiccia di intercettazioni</b>. Persino lo stesso Woodcock ha scherzato su questo aspetto nel corso dell’evento: <b>“Qualche anno fa un mio collega per prendermi in giro mi diceva che l’Italia si divideva a metà tra quelli che avevo intercettato e quelli che non avevo ancora intercettato”</b>. Nonostante questa sua fama da “intercettatore”, persino Woodcock riconosce ora la necessità di una riforma che disciplini il sequestro degli smartphone e l’acquisizione dei dati contenuti, che oggi in Italia possono essere disposti dal pm senza alcuna autorizzazione del giudice delle indagini preliminari, come invece avviene normalmente con la realizzazione delle intercettazioni.</p><p><b>“Sono favorevole all’idea che ci sia un giudice che debba autorizzare l’intromissione in questa che è la scatola nera delle nostre esistenze”, ha detto Woodcock impugnando il suo smartphone</b>. “Più complicata – ha aggiunto – è l’idea di pretendere di inserire delle parole chiave per l’acquisizione delle conversazioni. Basti immaginare nei processi per traffico di stupefacenti le migliaia di espressioni che gli spacciatori e i trafficanti usano a proposito della droga. Però sono d’accordo con l’idea che debba essere un giudice, come per le intercettazioni, ad autorizzare l’acquisizione dei contenuti dello smartphone”.</p><p><b>E’ proprio questo il cuore di una direttiva europea del 2016 (la n. 680) che ancora non ha trovato attuazione nel nostro paese</b>, così come di diverse sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea, che impongono <b>un controllo preventivo da parte di un’autorità terza prima di consentire l’accesso a dati personali contenuti nei dispositivi elettronici</b>. Il tema è diventato ancora più attuale alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 170/2023, che ha equiparato i messaggi elettronici, “e-mail, sms, WhatsApp e simili”, a corrispondenza tutelata dall’articolo 15 della Costituzione.</p><p>Proprio per venire incontro a queste sollecitazioni, <b>nell’aprile 2024 il Senato ha approvato un disegno di legge con primi firmatari Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Giulia Bongiorno (Lega), con l’astensione del Pd e il voto contrario del M5s.</b> La riforma prevede, appunto, che il pm non possa più disporre in autonomia il sequestro di uno smartphone o di un dispositivo informatico, ma che debba chiedere l’autorizzazione del gip (salvo i casi urgenti). <b>Da oltre due anni, però, il testo è fermo alla commissione Giustizia della Camera.</b> Eppure basterebbe soltanto la volontà politica da parte della maggioranza di centrodestra, ancora frastornata dalla sconfitta al referendum. Una riforma, magari migliorata, potrebbe infatti trovare anche il consenso del Pd: nel corso dell’incontro di Modena, infatti, anche la vicepresidente del Senato Anna Rossomando (Pd) si è espressa a favore dell’adeguamento della normativa sul sequestro degli smartphone, pur evidenziando alcune criticità presenti nel testo Zanettin-Bongiorno.</p><p>Proprio per cercare di dare una scossa su questo fronte, nei giorni scorsi Guido Camera, avvocato e presidente dell’<b>associazione “Italiastatodidiritto”, ha inviato una lettera-appello al Guardasigilli Carlo Nordio e ai presidenti della Camera e della commissione Giustizia di Montecitorio, Lorenzo Fontana e Ciro Maschio, affinché venga data “attuazione urgente” alla delega europea </b>con l’introduzione di regole certe sull’“accesso ai dati digitali e sequestro dei dispositivi elettronici”. “Questa inerzia non è più sostenibile – si legge nella lettera –. Il Parlamento non può rinunciare al proprio ruolo su una materia che incide direttamente sulla libertà dei cittadini”. L’appello è stato sottoscritto da importanti figure del mondo giuridico e accademico, come Giorgio Spangher, Vittorio Manes, Adolfo Scalfati, Oliviero Mazza e Luca Luparia.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Il piano carceri del governo ha tolto posti, invece di aumentarli</title>
				<pubDate>Tue, 19 May 2026 10:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Commissario straordinario per l'edilizia penitenziaria Marco Doglio aveva annunciato, un anno e mezzo fa, oltre 10.900 nuovi posti detentivi entro il 2027, con una spesa di 1,3 miliardi. Il 6 maggio scorso è stato&nbsp;<a href="https://webtv.camera.it/evento/31203" target="_blank">audito alla Camera</a>: dai dati emersi in quella sede, i posti in cui i lavori sono concretamente avviati sono 2.823, cui si aggiungono&nbsp;<a href="https://www.mit.gov.it/comunicazione/news/carceri-il-mit-335-milioni-di-euro-di-lavori" target="_blank">1.516</a>&nbsp;di originaria competenza del ministero dei Trasporti. Il saldo reale, nel frattempo, è andato nella direzione opposta: dall'avvio del piano carceri, <b>i posti disponibili negli istituti italiani sono diminuiti di 537 unità</b>. Al 30 aprile 2026 le persone detenute erano 64.436, a fronte di 46.318 posti effettivamente fruibili. <b>Tasso di sovraffollamento reale: 139,1 per cento</b>. Sono 73 gli istituti in cui si supera il 150 per cento, 8 quelli oltre il 200. A Lucca si arriva al 240, a Foggia al 225. Gli istituti non sovraffollati, in tutta Italia, sono solo 22.</p><p>È il <b>XXII Rapporto di Antigone</b> sulle condizioni di detenzione –&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/ventiduesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/" target="_blank">titolo: “Tutto chiuso”</a>&nbsp;– a ricostruire questo quadro attraverso 102 visite di monitoraggio condotte nel 2025. Il punto politicamente più scomodo non è tanto che il piano carceri sia in ritardo, ma che funziona al contrario. La popolazione detenuta continua a crescere e i posti disponibili sono diminuiti. E <b>l'affollamento non dipende da un boom di criminalità ma dall'inflazione legislativa penale del governo Meloni</b>. In altre parole: <b>i reati sono calati dell'8 per cento nei primi sette mesi del 2025</b>, gli omicidi continuano a scendere, i furti pure. E <b>gli ingressi in carcere sono in calo</b>: <b>sono le pene più lunghe e il raffreddamento delle misure alternative a gonfiare le presenze</b>. Dall'inizio della legislatura, sono stati introdotti 55 nuovi reati, 60 aggravanti, 65 aumenti di pena, per un totale di oltre 400 anni di reclusione sommando i massimi edittali. <b>Più fattispecie e pene più lunghe portano, per forza di cose, a carceri più piene</b>.</p><p>C'è poi la questione della <b>chiusura interna agli istituti</b>, che il rapporto documenta in modo sistematico. Il meccanismo è semplice: ogni attività che prevede l'ingresso di persone esterne deve ottenere il nullaosta del Dap centrale, con il risultato che a Padova si ostacolano le iniziative di Ristretti Orizzonti, a Saluzzo si vieta un incontro con gli studenti nell'ambito del Salone del Libro, a Genova e Monza il teatro va in scena senza pubblico esterno. Circolare per circolare, a partire dal 2022, <b>oltre il 60 per cento dei detenuti è arrivato a trascorrere quasi l'intera giornata in cella</b>. Solo il 7,9 per cento frequenta corsi di formazione professionale. Solo il 4,9 per cento lavora per datori esterni. Per la prima volta, inoltre, <b>rallenta e in alcuni casi arretra il sistema delle misure alternative</b> alla detenzione: dal carcere si esce sempre meno.</p><p>Le conseguenze di questa logica non sono astratte: <b>chiudere il carcere non lo ha reso più sicuro</b>. E, come abbiamo più volte sottolineato, non solo per i detenuti. <b>Le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono cresciute del 12,4 per cento nel 2025</b>. Quelle tra detenuti del 73 per cento dal 2021 a oggi. L'anno scorso almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere, 24 già nei primi mesi del 2026: 106 suicidi in sedici mesi. Il tasso è di 13 ogni 10.000 detenuti (nel mondo libero, con gli stessi numeri, si conterebbero 78.000 morti l'anno). Un detenuto su cinque compie gesti di autolesionismo. Il 46,5 per cento fa uso di sedativi o ipnotici.</p><p>Il sistema fallisce su entrambe le estremità dell'età. <b>Solo il 40,8 per cento dei detenuti è alla prima carcerazione. Il 45,9 per cento è già stato in carcere tra una e quattro volte</b>. Il 2,7 per cento più di dieci: la recidiva non è un'anomalia, è la norma. Tra i più giovani il quadro non è migliore. Il decreto Caivano ha fatto crescere del 52,5 per cento la popolazione negli istituti penali per minorenni dal 2022, con tre nuovi Ipm aperti "precipitosamente", scrive Antigone, spesso senza spazi adeguati, e con due inchieste in corso per torture sistematiche al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma. I giovanissimi tra 18 e 20 anni, in calo per anni, tornano a salire: dall'1 all'1,6 per cento delle presenze.</p><p>Dal 2018 al 2024 i tribunali di sorveglianza hanno accolto <b>oltre 30.000 ricorsi per trattamenti inumani o degradanti</b>. La sentenza Torreggiani, quella che costrinse l'Italia a riformare il sistema, nacque da circa 4.000. Siamo a sette volte tanto, e nessuno sembra preoccuparsene.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Dalla “bottarella al governo” al “genocidio”. Bestiario dell’assemblea dell&#039;Anm</title>
				<pubDate>Tue, 19 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La vittoria del No al referendum sulla giustizia? E’ stata “una bottarella al governo”, che ora va fermato “sull’attuazione della riforma della Corte dei conti”</b>. “Ci siamo difesi, ma ora serve un cambio di passo”. <b>I voti del Sì? “Frutto di carenza di educazione civica”</b>. Il futuro? “Un’altra orda di Unni si presenterà alla nostra grande muraglia costituzionale”. E anche un pensiero al “genocidio in corso da oltre 75 anni in Palestina”. <b>Sono solo alcune delle esternazioni espresse dalle toghe all’assemblea generale dell’Associazione nazionale magistrati</b> svoltasi lo scorso fine settimana a Roma. L’incontro ha visto la partecipazione di decine di magistrati provenienti da tutta Italia, molti dei quali si sono lasciati andare a considerazioni discutibili, passate inosservate a causa della lunga durata dell’evento (più di otto ore).</p><p>Il leitmotiv dell’assemblea è stato la soddisfazione per aver “sventato l’attacco all’indipendenza della magistratura” con la vittoria del No al referendum di marzo sulla riforma Nordio. Ma c’è chi si è spinto oltre. <b>L’ex presidente Anm, Giuseppe Santalucia</b>, per esempio ha auspicato un intervento ancora più incisivo delle toghe sul piano politico: “<b>Sono 35 anni che ci esercitiamo nella difesa della cittadella assediata. Ora occorre un cambio di passo. Ora dobbiamo avere il coraggio di essere motore culturale per riscrivere la cornice politica in cui collocare riforme necessarie”</b>.</p><p><b>Giovanni Bachelet,</b> figlio di Vittorio Bachelet e presidente del Comitato “Società civile per il No”, è stato ancora più chiaro: “Sarebbe importante convogliare qualche energia sulla<b> riforma della Corte dei conti</b>, che è stata approvata con una legge delega in corso di attuazione. <b>Forse dopo questa bottarella del referendum è più resistibile o rallentabile la sua attuazione </b>di quanto lo fosse prima”. Insomma, un invito ai magistrati a vanificare l’attuazione di una legge approvata dal Parlamento.</p><p>La prospettiva della “cittadella assediata”, da difendere dagli attacchi della politica, è stata ripresa anche dal<b> giudice Umberto Ausiello</b>: “Il referendum non ci consente di cullarci sugli allori – ha detto –. Il referendum ci dà una responsabilità perché <b>fra pochi anni un’altra orda di Unni si presenterà alla nostra grande muraglia costituzionale”. Dove ovviamente gli “Unni” sarebbero i politici brutti e cattivi. </b></p><p>Singolare la lettura del referendum da parte di <b>Maria Teresa Pesca</b>, giudice al tribunale di Lanciano, secondo cui “<b>una delle cause del gran numero di voti favorevoli alla riforma può essere individuata nella generalizzata carenza di educazione civica</b>, nonché nell’assenza di piena consapevolezza sul funzionamento dello stato in generale e dell’amministrazione della giustizia civile e penale”. Come a dire che chi ha votato Sì, in sostanza, lo ha fatto solo perché ignorante (e menomale che la giudice in questione fa parte del gruppo “Giovani magistrati”).</p><p>C’è poi chi, come <b>Annamaria Frustaci</b> (pm alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro), ha ringraziato pubblicamente il procuratore di Napoli Nicola Gratteri: “Un ringraziamento dovuto”, ha detto Frustaci riferendosi all’impegno profuso da Gratteri nella campagna referendaria, per poi aggiungere però: “Noi tutti abbiamo dovuto compiere un’operazione di verità”. Un’affermazione paradossale se si considera che <b>durante la campagna referendaria proprio Gratteri ha letto in diretta televisiva un’intervista falsa in cui Giovanni Falcone </b>nel 1992 si sarebbe dichiarato contrario alla separazione delle carriere dei magistrati.</p><p>Sempre sul piano dei rapporti tra politica e magistratura <b>Michele Ciambellini</b>, ex consigliere del Csm e presidente della corrente Unicost, si è spinto a dire: “Non voglio più assistere a posizioni di opacità di persone che si occupano delle questioni della giustizia”. “<b>Non voglio più sapere di un sottosegretario che ha dei rapporti che non riesce a chiarire </b>e che lo costringono a prendere delle responsabilità politiche”, ha aggiunto riferendosi al caso dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro. “Non mi interessa l’accertamento giurisdizionale, mi interessa che questa cosa non si deve più verificare perché genera un clima di grave insicurezza nei magistrati italiani e si riflette sull’autorevolezza della giurisdizione”, ha proseguito, ergendosi a giudice morale della politica.</p><p>Infine c’è pure chi, come il magistrato in tirocinio <b>Giovanni Dore</b>, ha rivolto “<b>un deferente pensiero a tutte le vittime del genocidio che viene perpetrato da più di 75 anni in Palestina</b>”.</p><p>Più che un’assemblea, un circo. Con tratti inquietanti.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/05/18/news/la-sacralizzazione-di-una-costituzione-trattata-come-la-bibbia--398974</link>
				<title>La sacralizzazione di una Costituzione trattata come la Bibbia</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Pierluigi Battista</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il libro di <b>Antonio Polito</b>, “La Costituzione non è di sinistra” (<a href="https://www.silvioberlusconieditore.it/libri/antonio-polito-la-costituzione-non-e-di-sinistra/" target="_blank">Silvio Berlusconi editore</a>), finalmente riesce a spiegarmi perché io abbia talvolta la deprecabile sensazione di essere leggermente incostituzionale. Perché abbia molte remore e persino freni ideali a genuflettermi al cospetto della sacralità della Costituzione. Di provare fastidio per i panegirici sulla “Costituzione più bella del mondo” (ma quando mai? quella americana, che sancisce addirittura il diritto alla ricerca della felicità, è molto più bella). <b>Sento come una litania intimidatoria l’invocazione alla sua intoccabilità e inviolabilità, la mobilitazione per il rischio perenne di una truce “deriva autoritaria”, “l’allarme democratico” che suona se qualcuno, privo di pedigree vidimato, ne proponga la ragionevole riforma, sia pur nel rispetto pieno delle procedure sancite dalla Costituzione stessa nel suo articolo numero 138.</b> Tutto l’incenso sparso dagli intellettuali politicamente correttissimi un tempo insurrezionalisti e rivoluzionari e che adesso morbosamente tengono in braccio la Carta mistica come un catechismo, se la coccolano, la sfiorano, talvolta persino la sbaciucchiano come fosse una Sacra Scrittura, la reliquia di un santo, l’ultima trincea della nostra stessa convivenza civile. O la stravolgono e mutilano a loro uso e consumo se il testo costituzionale appare più complesso di uno slogan. Come l’omaggio monco all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa ad altri popoli”, dimenticando le parole successive: “Consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni, e dunque, come sottolinea Polito, “ci autorizza a stare dentro l’Onu, la Nato, l’Unione Europea e tutte le ‘organizzazioni internazionali’ che hanno il compito di assicurare la pace e la giustizia anche con l’uso della forza militare”. <b>Da sottolineare: “Anche con l’uso della forza militare”.</b></p><p>Questa leggera sensazione di estraneità, così mi illuminano le pagine di Polito, deriva dalla semplice constatazione storica che il testo costituzionale sia troppo scopertamente il frutto del Grande Compromesso tra le due culture allora dominanti che ne hanno ispirato la redazione, quella cattolica e quella socialcomunista. <b>Alle forze liberali restavano solo le briciole. Un sentore di compromesso, poco liberale, che infatti permea ogni singolo articolo della Costituzione che dovrebbe sancirne, come usa dire, l’impianto “valoriale”. </b>Da una parte i seguaci di Giuseppe Dossetti, maestro di integralismo cattolico e profondamente ostile allo spirito liberale, dall’altra i socialisti e i comunisti che spingevano perché ogni parola fosse promessa del sol dell’avvenire, prefigurazione di un approdo inesorabilmente socialista, dove il collettivo fa premio sull’individuale, la coesione sociale sulla libertà dei singoli, lo Stato sugli spiriti animali dell’economia di mercato. Parlarne esplicitamente è quasi un sacrilegio, ti sembra quasi di coltivare una tentazione eversiva, per cui meglio tacere. <b>Ma in interiore homine borbotta lo spirito incostituzionale di chi ha poca fede. E ama di più l’Habeas corpus e la Magna Charta, che infatti in origine si chiamava Charta Libertatum.</b></p><blockquote>Alle forze liberali restavano solo le briciole. Un sentore di compromesso, poco liberale, che infatti permea ogni singolo articolo della Costituzione che dovrebbe sancirne, come usa dire, l’impianto “valoriale”</blockquote><p><b>Piero Calamandrei disse che questa parte della Carta, quella dei valori e dei principi, “fu scritta per metà in latino e per metà in russo”: </b>solidarismo cattolico e collettivismo comunista temperato dall’umanesimo socialista. Come nel bilancino lessicale dell’articolo 3: “E’ compito della Repubblica democratica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori” eccetera eccetera. La “persona” accontentava i cattolici della Fuci, il vivaio della nuova classe dirigente democristiana; “i lavoratori” non c’è bisogno di spiegare (Togliatti voleva addirittura che nell’articolo 1 fosse scolpito “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”, mediò Fanfani e la formulazione, più tenue, è quella che conosciamo). <b>Mancava l’“individuo”, troppo sospetto, troppo liberal-individualista, e al massimo si poteva transigere sul “cittadino”, anche se faceva troppo Rivoluzione francese.</b> Del resto il cattolico Giorgio La Pira, in seguito sindaco santo di Firenze, ebbe a proclamare: “E’ in crisi lo Stato borghese capitalista: cioè quel tipo di Stato che ha una Costituzione ispirata al principio delle libertà individuali quale fu elaborato dalla dottrina illuminista inglese e francese”: più chiaro di così. E chi ha troppo a cuore il “principio delle libertà individuali”? Da considerare con sospetto.</p><blockquote>Mancava l’“individuo”, troppo sospetto, troppo liberal-individualista, e al massimo si poteva transigere sul “cittadino”, anche se faceva troppo Rivoluzione francese</blockquote><p>E la proprietà privata? Abolirla no, per carità, il Grande Compromesso non poteva permettersi toni troppo perentori. Ma ecco il dire e non dire, le limitazioni, le clausole, i lacci e lacciuoli: la proprietà privata è sì, “riconosciuta e garantita dalla legge che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti” ma poi, beninteso, “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”. E il lavoro, è forse un diritto? No, andiamoci piano con i diritti (l’apologia dei diritti di ogni tipo, descritta da Polito, conquisterà il dibattito pubblico molto più tardi, più o meno quando la sinistra perderà la sua tradizionale identità “laburista”). <b>Nel Grande Compromesso il lavoro è un dovere, il “dovere di scegliere… un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società” e se non concorre, e se recalcitra a farsi classificare come una “funzione”, si va contro lo spirito costituzionale. </b>Nota infatti con malizia Polito: “Se ne potrebbe allora dedurre che il reddito di cittadinanza - non una semplice forma di assistenza ai più poveri, ma il riconoscimento del diritto a un vero e proprio salario in cambio di nessuna prestazione - era in realtà contrario a uno dei principi fondamentali su cui si basa la nostra Repubblica”. Incostituzionali saranno loro!</p><p><b>Un paradosso. Ma la genericità dei principi, la loro ambiguità e persino le loro incongruenze hanno poi dato esiti talvolta paradossali. </b>Nella religione costituzionale si spalancano voragini di fraintendimenti, che Polito racconta con puntuale ironia: “La Costituzione era la stessa sia quando la Consulta nel 1961 ha dichiarato legittima la norma del codice penale che puniva solo l’adulterio delle donne, sia quando, appena qualche anno dopo, nel 1968, la stessa Corte ha invece completamente ribaltato la decisione precedente, che era fondata su un clima culturale e su valori che non erano più accettabili, secondo i quali si considerava più grave se fosse stata una donna a ‘concedere i suoi amplessi a un estraneo’”. Altro esempio: “Il reato di ‘incitamento a pratiche anticoncezionali’, ritenuto illegittimo in una sentenza del 1965 e successivamente dichiarato legittimo in una sentenza del 1971”. La Carta sarà bella e santa, ma quanto è influenzata dallo spirito del tempo?</p><blockquote>Un paradosso. Ma la genericità dei principi, la loro ambiguità e persino le loro incongruenze hanno poi dato esiti talvolta paradossali</blockquote><p>E a proposito di Corte Costituzionale e Consiglio superiore della magistratura, Polito ci fa scoprire che il Pci, in nome della sovranità popolare, era fieramente contrario a istituti che oggi i suoi legittimi eredi considerano quasi sacri e intoccabili. Uno dei costituenti comunisti, Renzo Laconi, molto apprezzato da Togliatti, affermava sul Csm: “Quando si fa dell’ordine giudiziario una specie di ordine chiuso, una casta separata; quando si lascia la regolamentazione della vita interna del potere giudiziario ai giudici stessi, può anche sorgere una questione di indipendenza, perché la carriera, le nomine, i trasferimenti saranno affidati allo stesso corpo”. <b>La “casta”, addirittura: e Beppe Grillo, del 1948, non era ancora nato.</b> E lo stesso Togliatti: “Si teme che domani vi possa essere una maggioranza che sia espressione libera e diretta di quelle classi lavoratrici le quali vogliono profondamente innovare la struttura politica, economica, sociale del Paese (…) da qui anche quella bizzarria della Corte Costituzionale, organo che non si sa che cosa sia e grazie alla istituzione del quale degli illustri cittadini verrebbero a essere collocati al di sopra di tutte le Assemblee e di tutto il sistema del Parlamento e della democrazia, per esserne i giudici. Ma chi sono costoro? <b>Da che parte trarrebbero essi il loro potere se il popolo non è chiamato a sceglierli? Tutto questo è dettato da quel timore che ho detto”. </b>Oggi Togliatti, con i nuovi parametri ideologici che si sono imposti, verrebbe considerato un po’ incostituzionale anche lui. E vagamente populista, pure.</p><p>Che poi il paradosso è che gli articoli più liberali, quelli per cui ci sarebbe da sentirsi fieri della nostra Costituzione, sono oggi tra i più negletti, trascurati, marginalizzati soprattutto nella sinistra (ma “la Costituzione non è di sinistra” come recita il titolo del libro di Antonio Polito) che oggi si fa vestale della purezza e inviolabilità costituzionale. Il meraviglioso articolo 15, quello che garantisce “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione”. E come la mettiamo con l’abuso delle intercettazioni? Con la divulgazione di messaggi whatsapp, che sono la forma moderna di corrispondenza visto che le lettere non si scrivono più? E con lo sputtanamento mediatico-giudiziario che fa a pezzi l’idea stessa di segretezza e di riservatezza? Qui sono molto più costituzionale io degli ipocriti sacerdoti della Carta. Oppure il comma 2 dell’articolo 27, “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. <b>Oggi il principio costituzionale della presunzione di innocenza viene irriso come una raccomandazione molesta: volete mettere quanto siano più gustose ed eccitanti le condanne via stampa e tv? </b>Dove sono gli incostituzionali in questo caso? E chi agita l’articolo 21 sull’integrità della libertà d’espressione (finalmente, bisognava attraversare 20 articoli prima di arrivarci) e poi inneggia a provvedimenti ad hoc – legge Mancino, la sinora fortunatamente stoppata legge Zan – che fanno a pezzi il principio della libertà d’opinione? Anche qui del resto, il testo scritto un po’ in latino e un po’ in russo deve contenere qualche eco delle sue origini non così apertamente liberali: “Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume”. Ecco, appunto.</p><blockquote>Oggi il principio costituzionale della presunzione di innocenza viene irriso come una raccomandazione molesta</blockquote><p>Poi c’è la seconda parte della Costituzione, quella che regola le forme dell’ordinamento della Repubblica, gli istituti che ne regolano le norme, l’esistenza politica e così via. Qui, racconta Polito, a segnare le linee guida non fu più l’ansia del compromesso, ma la paura. <b>La paura di perdere, la paura di regalare troppo potere al vincitore.</b> Perché nel frattempo Alcide De Gasperi, che aveva lasciato alla sinistra dossettiana il compito ideologico di disegnare la carta dei valori e dei principi insieme alla sinistra social-comunista, tornando da un proficuo viaggio americano ruppe nel 1947, mentre i costituenti erano impegnati a soppesare ogni parola, l’unità delle forze resistenziali estromettendo dal governo socialisti e comunisti. Ora i costituenti erano diventati nemici politici, e l’imperativo per ambedue gli schieramenti diventava quello di costruire un sistema che imbrigliasse il vincitore, lo imprigionasse in una ragnatela di limiti e di confini, sovraccaricando di pesi e contrappesi l’azione del governo. Si era alla vigilia delle elezioni decisive del ‘48, dove l’importante era certamente vincere ma soprattutto non perdere. Gli uni non si fidavano più degli altri e non era solo per quello che i costituzionalisti hanno chiamato il “complesso del tiranno”, la memoria ancora troppo fresca della dittatura fascista, del governo senza limiti. <b>Era la paura che perdere significasse perdere tutto, o comunque troppo.</b></p><p><b></b>Ecco la ragione, costituzionalmente sancita, della debolezza dei governi che qualunque schieramento oggi cerca di aggirare con l’abuso dei decreti legge per non farsi impantanare nell’inconcludenza. Ma la paura continua ancora oggi, quando il mondo è cambiato e la fine della Guerra fredda avrebbe dovuto contenere il terrore di una vittoria troppo netta delle forze che formano il governo. <b>Resta la sacralizzazione di un testo trattato come la Bibbia, difeso come una reliquia</b>. C’è perfino, racconta Polito, un “Rap della Costituzione inciso da un gruppo hip hop dal poco rassicurante nome di Assalti Frontali, nato dalle ceneri del collettivo musicale romano Onda Rossa Posse, e guidato da Militant A. Ne elenca gli articoli interpretandoli come un libro sacro dei diritti, e la invoca a difesa del rischio che, testuale, torni tra noi Benito Mussolini”. <b>Un paradigma “che ha preso la forza di senso comune”. Ecco perché, poi, in interiore homine e senza darlo troppo a vedere per non apparire eversivo, uno si sente un po’, soltanto un po’, incostituzionale.</b></p>]]></description>
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				<title>Il diritto si confronta con coscienza e diritti umani attraverso Antigone</title>
				<pubDate>Fri, 15 May 2026 15:49:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La figura di Antigone come strumenti di formazione per i magistrati</b>. È l'iniziativa promossa dalla Scuola Superiore di Magistratura, insieme alla formazione decentrata del distretto di Catania, che si è tenuta dal 13 al 15 maggio al Siracusa International Institute for Criminal Justice and Human Rights, storico centro di studi giuridici.</p><p>La tragedia di Antigone è stata utilizzata come chiave di lettura dei&nbsp;conflitti tra diritto, giustizia, coscienza individuale e diritti fondamentali, con riferimento ai grandi temi del diritto contemporaneo. La sessione inaugurale, dedicata al diritto costituzionale e alla filosofia del diritto, ha visto gli interventi dei professori Alberto Andronico, Giacomo D’Amico e Alessio Lo Giudice, che hanno offerto una rilettura moderna della figura di Antigone come simbolo della disobbedienza civile e del conflitto tra diritto positivo e diritto naturale.&nbsp;Al corso hanno partecipato magistrati provenienti da tutta Italia, i quali hanno potuto assistere anche a una rappresentazione teatrale della tragedia di Sofocle.</p><p>La riflessione del professor Andronico ha richiamato la lettura hegeliana della tragedia: Antigone non rappresenta semplicemente il bene contrapposto al male, ma un “dramma nel dramma”, nel quale entrambe le parti in conflitto – Antigone e Creonte – incarnano ragioni e torti insieme. Da una parte la giovane protagonista, che sfida l’editto del sovrano per dare sepoltura al fratello Polinice, in nome della giustizia dei padri e dei legami di sangue; dall’altra Creonte, rappresentante dell’ordine statuale e della legge costituita.&nbsp;</p><p>La seconda giornata si è invece concentrata sul diritto di famiglia. Tra i relatori il professor Nicolussi dell’Università Cattolica e la consigliera di Cassazione Rita Russo, che hanno affrontato temi di grande attualità come la procreazione medicalmente assistita, le pronunce della Corte costituzionale in materia di adozione e filiazione e i nuovi modelli familiari.</p><p>Un passaggio del corso è stato dedicato alla tutela dei minori, con&nbsp;l’intervento di Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i Minorenni. Si è discusso poi di diritto penale e penitenziario, con una sessione dedicata alla funzione rieducativa della pena, alle condizioni delle carceri alla luce dei parametri normativi e giurisprudenziali e ai diritti dei detenuti. A chiudere i lavori, la tavola rotonda in cui si è discusso del rispetto dei diritti umani nei conflitti contemporanei. Il tema è il difficile equilibrio tra diritto e forza negli stati di emergenza: fino a che punto, in tempo di guerra, i diritti fondamentali possano essere compressi in nome della sicurezza e della sovranità statale? Ne ha parlato il giudice della Corte europea dei Diritti dell’uomo, Raffaele Sabato, che si concentrato in particolare sul conflitto russo-ucraino e sulla tutela delle popolazioni civili. Insieme a lui anche&nbsp;il presidente emerito della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio, e il prof Antonio&nbsp; Ruggeri.</p>]]></description>
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				<title>Lezioni da Garlasco? Macché</title>
				<pubDate>Fri, 15 May 2026 05:34:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Guardasigilli <b>Carlo Nordio</b> ha cercato di uscire dal&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/11/news/a-garlasco-lultima-frontiera-della-giustizia-spettacolo--398654">bailamme mediatico del festival di Garlasco</a>&nbsp;per porre un problema di sistema: <b>come è possibile che venga condannato un indagato che è già stato assolto due volte?</b> Le assoluzioni precedenti non costituiscono, di per sé, un “ragionevole dubbio” sulla sua colpevolezza? Si tratta di una questione seria, già affrontata dal Parlamento che vent’anni fa aveva approvato una legge, proposta da Pecorella, che poneva limiti seri all’appellabilità delle sentenze di assoluzione, ma che fu poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta, in base a una discutibile considerazione sulla differenza che si creava in quel modo tra accusa e difesa, senza tener conto del principio garantista “in dubio pro reo”.</p><p>Gian Carlo Caselli replica cercando di riportare la questione di sistema, seria e rilevante, al livello caciaresco della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/delitto-di-garlasco_46204">vicenda Garlasco</a>, criticando Nordio perché, in questo modo, si sarebbe schierato per l’innocenza di Alberto Stasi, configurando così un’intromissione del ministro in una procedura in corso. E’ un modo un po’ furbesco di evitare di entrare nel merito di un problema reale. Nordio aveva detto che “questa situazione paradossale nasce da una legislazione che dovrebbe essere cambiata, ma è molto difficile”.</p><p>Piuttosto che alimentare polemiche infondate, Caselli dovrebbe dare un parere costruttivo sul modo in cui si possa superare questa “situazione paradossale”. Assumendo il ruolo di accusatore di chi ha sollevato il problema, sembra invece che ricada nella sua antica postura giustizialista, il che non è certo un passo nella direzione giusta, anche per lui. Se dalla visibilità esagerata del caso Garlasco uscisse, almeno, la creazione di uno spazio di discussione critica, ma orientata a cercare soluzioni che superino le evidenti incongruenze del sistema, dal male, come raramente accade uscirebbe qualcosa di buono, ma è difficile sperarlo se anche persone come Caselli scelgono la strada sbagliata.&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>L’“analisi criminologica” dei Carabinieri su Andrea Sempio è il trionfo surreale delle congetture</title>
				<pubDate>Wed, 13 May 2026 19:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un insieme di congetture e suggestioni, ammantate da un’aura di scientificità inesistente e scritte anche in un italiano zoppicante. A questo si riduce, nei fatti, “l’analisi criminologica” della personalità di Andrea Sempio elaborata dai Carabinieri di Milano, che tanto risalto ha avuto nei giorni scorsi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/11/news/a-garlasco-lultima-frontiera-della-giustizia-spettacolo--398654">sugli organi di informazione che si stanno occupando del caso Garlasco</a>. Da Sempio “risposte da copione”, “ghigno dissonante”, “zero emozioni”, è stato riportato, rafforzando la tesi della colpevolezza dell’indagato. Ma la lettura integrale della relazione restituisce una realtà ben diversa.</p><p><b> L’analisi del profilo criminologico di Sempio</b>, redatta dal colonnello dei Carabinieri Anna Bonifazi e basata sull’esame delle interviste televisive di Sempio, dei suoi “soliloqui” in auto, di alcuni suoi appunti e di alcuni messaggi da lui pubblicati su forum online, <b>risulta grottesca</b>. A parte gli innumerevoli errori grammaticali (come le virgole tra soggetto e verbo e i congiuntivi dimenticati), a colpire sono le conclusioni suggestive e allusive elaborate dall’esperta, che, pur presentando le proprie conclusioni come frutto di un metodo rigoroso e quasi scientifico, non a caso fa un continuo uso di espressioni meramente speculative (come “può essere letto come”, “potrebbero far riferimento”, “potrebbero rispondere alla necessità”, eccetera).</p><p>Ma cominciamo. L’esperta scrive: “Analizzando la comunicazione verbale, paraverbale e non verbale, gli atteggiamenti e l’eloquio di Andrea Sempio durante le interviste, è emerso che l’uomo – in linea generale – abbia sempre mantenuto un assetto controllato, rigido e senza evidenziare scostamenti di ‘colore’ emotivo. Tale compostezza è stata mantenuta anche durante la trasmissione ‘in diretta’ Quarto Grado mentre venivano proiettate immagini ad altissimo impatto emotivo raffiguranti le pozze di sangue sulla scena del crimine, le foto della povera Chiara Poggi, i vari ambienti della casa teatro dell’efferato omicidio e così via”. Insomma, il fatto che a distanza di 18 anni dall’omicidio Sempio non si sia impressionato di fronte alle immagini della scena del crimine sarebbe il segno di una “compostezza” sospetta.</p><p>Proseguiamo: “Le risposte fornite sono sempre state del medesimo tenore e contenuto, come se lo stesso abbia messo in atto una sorta di ‘copione’ accuratamente preparato in precedenza. Questo aspetto viene evidenziato dal fatto che, frequentemente, prima di rispondere ad alcune domande (legate ai temi focus dell’indagine) Sempio abbia alzato lo sguardo, come per recuperare informazioni dalla memoria che gli permettessero di rispondere in modo adeguato, evidenziando l’importante carico cognitivo che le domande stesse, elicitavano”. A parte l’italiano zoppicante, qui scopriamo che alzare lo sguardo prima di rispondere è un altro segnale che rafforza l’immagine di assassino.</p><p>L’esperta sottolinea poi che “alcune risposte sono state accompagnate da un inopportuno e dissonante sorriso tipo ‘ghigno’”, che “è apparso più come un segnale di forte disagio emotivo e di inquietudine interiore, piuttosto che un segnale di impassibilità”. Inopportuno secondo quali canoni? Apparso a chi? Non si comprende.</p><p>“Per quanto riguarda [le] gestualità di Sempio durante le varie interviste, in linea generale, si è notato che, nei video di Mediaset essa è apparsa molto coartata, mentre nei video di Sky è sembrata più sciolta e con movimenti più accentuati”, nota il colonnello del Racis (forse gli studi Sky hanno una temperatura più accogliente per gli ospiti?), che contesta a Sempio anche il riferirsi all’omicidio con espressioni come “la vicenda”, “il fatto”: “Utilizzare termini neutrali e sostantivi generici, riferiti ad un evento ad elevato impatto emotivo, può essere letto come un tentativo difensivo interno e inconsapevole che ha la finalità di allontanare da sé il fatto stesso, cercando di depotenziarlo nella sua gravità e antisocialità giungendo anche ad abbassare il senso di angoscia che potrebbe, invece, provocare una definizione più diretta, negativa e pregna di significato mortifero e mostruoso”.</p><p>L’apice viene raggiunto nella parte dedicata ai “soliloqui” di Sempio in auto: “Solitamente i contenuti del narrato, prodotti in un siffatto contesto (in solitudine, lontano da stimoli stressogeni, in un ambiente che contiene e protegge come l’abitacolo di un’autovettura e così via), potrebbero far riferimento a eventi effettivamente vissuti che vengono, quindi, rievocati nel dialogo tra sé e sé in un momento riflessivo e/o meditativo”, sottolinea l’esperta. “Tali rievocazioni, interne ma a voce alta, potrebbero rispondere alla necessità di abbassare il livello di stressor che i ricordi sollecitano. Il ripercorrere degli eventi mira a trovare una spiegazione o giustificazione al proprio agito con il conseguente lenimento dello stato di attivazione stressogena”.</p><p>E’ chiaro ormai che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/08/news/il-nuovo-mostro-sempio-innocente-fino-alla-cassazione-ma-nellorribile-ordalia-dei-medi-e-gia-il-killer--398605">si è di fronte al libero sfogo della fantasia, più che a un’analisi criminologica</a>&nbsp;(se mai questa possa esistere). E anche a un <b>avvertimento per tutti: non parlate da soli in auto, altrimenti vi danno l’ergastolo</b>.</p>]]></description>
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				<title>Nordio su Garlasco: &quot;Com&#039;è stato possibile condannare Stasi? La legge va cambiata&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 13 May 2026 12:49:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Se una persona può essere condannata solo al di là di ogni ragionevole dubbio, come puoi condannarla quando è già stata assolta due volte da una Corte d'Assise e da una Corte d'Appello?". Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio</b>, a margine di un convegno a Roma, sul <b>caso Garlasco</b> e in merito alla condanna di <b>Alberto Stasi</b>. "Questa situazione paradossale nasce da una legislazione che dovrebbe essere cambiata, ma è molto difficile, per la quale una persona assolta in primo grado e assolta in secondo grado può, senza l'intervento di nuove prove, poi essere condannata",&nbsp;ha aggiunto il ministro.</p><p>"Questo è accaduto sedici anni fa con il primo processo", ha proseguito il ministro sempre a proposito della vicenda Garlasco. "C'era stata una soluzione davanti alle corte d'Assise, una soluzione davanti alla Corte d'Appello, poi <b>una decisione della Cassazione che ha rinviato il processo, integrandolo con alcune, diciamo così, nuove considerazioni e si è arrivati a una condanna. </b>Nel sistema anglosassone tutto questo non solo non esiste ma è assolutamente inconcepibile", ha detto. "Oggi il cittadino italiano si domanda perplesso come possa esistere una situazione in cui una persona ha scontato una fortissima pena da colpevole mentre attualmente si indaga su un altro, sulla base di prove per le quali, sempre secondo l'accusa, l'autore del delitto sarebbe completamente diverso dal primo. <b>Ripeto: una situazione anomala che diciamo raramente si vede e io non l'ho mai vista</b>".&nbsp; Il Guardasigilli ha in ogni caso specificato che "nessuno, questo lo sappiamo bene, può ovviamente pronunciarsi su un procedimento in corso", aggiungendo: "È chiarissimo che io non ho la più pallida idea, e anche se l'avessi non lo direi, della dinamica del delitto e soprattutto del suo autore. Però ho un'idea invece chiara sulla dinamica della nostra legislazione che è sbagliata".</p><p>L'iter processuale che ha portato alla condanna di Stasi è d'altronde un vecchio pallino di Nordio che sull'argomento era già intervenuto in passato, dicendo cose non troppo diverse. "Senza entrare nel merito - aveva dichiarato - i cittadini assistono a un paradosso, ci sono delle inchieste parallele, una si è conclusa anni fa e una persona ha subito anni di prigione, e una adesso che va in direzione opposta. Ci sono processi e indagini che vanno avanti perché la verità non si è mai trovata.&nbsp; A un certo punto bisognerebbe avere il coraggio di arrendersi, è difficilissimo dopo 20-30 anni ricostruire una verità giudiziaria" aveva aggiunto Nordio sottolineando: "L'azione penale però è obbligatoria, i pm che stanno seguendo questa seconda inchiesta sono persone serissime, e se sorgono dubbi sulla colpevolezza del primo imputato è giusto indagare".</p>]]></description>
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				<title>L&#039;inquisizione su Garlasco non risparmia neanche la famiglia Poggi</title>
				<pubDate>Wed, 13 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è un dato che colpisce dalla lettura delle 310 pagine dell’<b>informativa dei Carabinieri di Milano che è alla base della riapertura, da parte della procura di Pavia, dell’indagine nei confronti di Andrea Sempio per il delitto di Garlasco</b>. Ben 40 pagine su 310, infatti, sono dedicate ai contatti tra <b>i famigliari della vittima, Chiara Poggi, anche loro sottoposti a intercettazioni telefoniche e ambientali</b>, e colui che viene ritenuto il vero presunto assassino della ragazza. A colpire è soprattutto il contenuto di queste pagine: i Carabinieri concentrano la loro attenzione sulle presunte contraddizioni emerse nelle testimonianze rese dai parenti di Chiara Poggi, sottolineano la presunta scarsa aderenza tra quanto da loro riferito e le risultanze investigative, si soffermano sui contenuti delle conversazioni intercettate tra i Poggi ed enfatizzano “l’atteggiamento oppositivo” mostrato dalla famiglia Poggi nei confronti degli inquirenti in seguito all’apertura dell’indagine contro Sempio. <b>L’immagine che emerge dall’analisi dei Carabinieri è quella di una famiglia che sa qualcosa sul presunto assassino (Sempio), ma non vuole dirlo, lo protegge per ragioni non ancora comprese, e si lancia in quella che viene definita addirittura una “difesa d’ufficio” di Sempio</b>. Tanto che al termine della lettura dell’informativa <b>ci si chiede come mai i genitori di Chiara (Giuseppe Poggi e Rita Preda) e suo fratello Marco non siano stati indagati dai pm per favoreggiamento dell’omicidio </b>che sarebbe stato commesso da Sempio (sarà questo il prossimo passo dei magistrati?). Insomma, l’animo inquisitorio che avvolge l’indagine della procura di Pavia su Sempio finisce per avvolgere, e triturare, persino i famigliari della vittima stessa, visti come dei complici dell’assassino.</p><p><b>I Carabinieri si soffermano in primo luogo sulla figura di Marco Poggi, fratello di Chiara, contestandogli “una modificazione del contenuto delle testimonianze rese nell’arco di 18 anni”.</b> La colpa sarebbe degli avvocati che da sempre assistono la famiglia Poggi. I Carabinieri sottolineano che il 19 maggio 2025, il giorno prima di essere ascoltato in procura, Marco Poggi  si recò nello studio legale Campagna. Qui parte l’affondo dei Carabinieri contro i legali, accusati nella sostanza di aver influenzato la testimonianza di Marco Poggi: “L’incontro con gli storici legali di parte civile ha un’immediata proiezione nella dinamica dell’assunzione testimoniale del giorno 20 maggio: la trascrizione integrale mostra un atteggiamento di Marco Poggi assolutamente differente da quello avuto nel corso degli anni, e addirittura poche settimane prima”.&nbsp;</p><p>L’informativa dei Carabinieri prosegue: “A lunghi tratti (Marco Poggi, ndr) mostra non solo – come è ovvio che sia – di conoscere nel dettaglio elementi della lunga vicenda giudiziaria, ma li utilizza per contestare gli inquirenti. Le parole testuali, del resto, evidenziano un atteggiamento oppositivo con il quale <b>il teste più che a rispondere in maniera circostanziata alle domande che gli venivano poste, le contesta in una costante difesa d’ufficio di Andrea Sempio</b>”.</p><p><b>Lo stesso avviene con i genitori di Chiara Poggi</b>, ai quali i Carabinieri contestano di aver dichiarato in un’intervista che “nel 2007 Marco e i suoi amici, tra i quali ovviamente Andrea Sempio, scendevano anche in cantina per poter prendere dei giochi di società, delle vecchie consolle e dei giochi per il computer con cui giocare al piano terra: circostanza mai emersa in 18 anni di dichiarazioni e interviste”.<b> Per gli investigatori, anche i genitori di Chiara Poggi si lanciano in una “difesa apodittica di Andrea Sempio e della sua totale estraneità alla dinamica omicidiaria”. </b></p><p>In realtà, ciò che emerge dalle conversazioni intercettate tra Giuseppe Poggi e Rita Preda è una legittima <b>sfiducia nei confronti della nuova indagine pavese contro Sempio</b>. Una prospettiva legittima se si prova a calarsi nei panni di <b>due genitori che, a distanza di 18 anni dall’omicidio della propria figlia, si ritrovano di nuovo al centro di un grande circo mediatico-giudiziario, segnato dalla diffusione delle fotografie del cadavere di Chiara, immagini della scena del delitto, ennesime voci sui video porno girati col fidanzato Alberto Stasi</b>, presunti segreti e relazioni parallele di Chiara e quant’altro la fantasia umana possa generare.</p><p><b>Non bastava riaprire le ferite di un dolore indicibile</b>. Per la procura di Pavia bisognava arrivare al punto da rappresentare la famiglia della vittima come complice del presunto assassino. Il tritacarne non risparmia nessuno.</p>]]></description>
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				<title>La Garlasco dei finti garantisti è uno sfregio allo stato di diritto</title>
				<pubDate>Wed, 13 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>La giustizia impazzita che condanna senza certezze e sputtana senza prove è solo uno dei tanti tentacoli del mostro incredibile&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/08/news/garlasco-e-limmagine-perfetta-dei-guai-della-giustizia-italiana--398525" target="_blank">che da diciannove anni cresce attorno a Garlasco</a>. La vergogna delle indagini fatte in modo approssimativo, dei magistrati che indagano in modo superficiale e dei giudici che condannano senza tenere conto del ragionevole dubbio è certamente un elemento osceno della saga di Garlasco, ma non è un elemento meno osceno rispetto a un’altra mostruosità che si sta manifestando da giorni attorno all’indagine più pazza d’Italia: <b>le ferite al garantismo create dai finti sostenitori dello stato di diritto.</b> Il fronte mediatico che in queste ore si sta visibilmente eccitando dinanzi alla possibilità che le indagini su Andrea Sempio possano riaprire il caso della condanna di Alberto Stasi è un fronte che negli anni ha dubitato con buone ragioni che l’ex fidanzato di Chiara Poggi fosse colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Stasi è stato assolto in primo grado e poi in appello, la condanna è arrivata solo nel giudizio d’appello bis, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione, ed è stata confermata nel 2015. La stessa Cassazione, pur confermando la condanna, ha riconosciuto che l’indagine ebbe un andamento “non limpido”, con errori e superficialità. <b>E la stessa condanna a Stasi non si fonda su confessione, arma del delitto, testimone oculare, traccia biologica inequivoca sulla scena dell’aggressione.</b> Si fonda su una lettura congiunta di elementi vari: orari, scarpe, bici, dispenser, racconto del ritrovamento, assenza di sangue sulle scarpe (se l’opinione pubblica italiana dedicasse un decimo dell’attenzione prestata negli ultimi diciannove anni a Garlasco a temi che riguardano il destino dell’Italia, avremmo forse meno plastici di Garlasco in tv e più visione sul futuro). Evidentemente, ci sono molte ragioni garantiste per sospettare che non vi siano prove sufficienti per ritenere Stasi colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi oltre ogni ragionevole dubbio. Ma tra coloro che in questi anni hanno portato avanti una battaglia garantista per difendere Stasi si sta diffondendo un morbo antigarantista micidiale, che sta spingendo Andrea Sempio nello stesso tunnel infernale in cui venne infilato Stasi all’inizio dell’indagine.</p><p>Una mostrificazione fino a prova contraria, con conseguente trasformazione di ogni sospetto in una condanna, di ogni speculazione in una prova, di ogni indizio in una sentenza di colpevolezza. <b>Lo schema di gioco è chiaro: usare ogni accusa mossa dai pubblici ministeri contro il nuovo sventurato di turno per dimostrare l’innocenza di Stasi. E quando in un processo mediatico si arriva alla formula vaga dell’“ecco, lo vedi”, di solito quel caso non è destinato a finire bene.</b> “Ecco, lo vedi: quell’appunto dimostra tutto”. “Ecco, lo vedi: quella telefonata è la prova inequivocabile”. “Ecco, lo vedi: quello scontrino è una confessione”. “Ecco, lo vedi: quelle telefonate sono la prova che è stato lui”. Lo sputtanamento assoluto di ogni principio garantista sta proprio qui: coloro che si considerano grandi difensori dello stato di diritto, e che per anni hanno sostenuto che non vi fossero prove sufficienti per condannare Stasi, oggi, per difendere Stasi, difendendolo con la stessa obiettività con cui un tifoso di calcio parla della propria squadra del cuore, calpestano lo stato di diritto mentre sostengono di volerlo difendere. <b>Quando però il garantismo diventa un’arma da usare contro qualcuno, e non per difendere qualcosa, il garantismo di solito finisce per essere fottuto.</b> La giustizia, lo sappiamo, vive di cura, di dettagli, di cultura del dubbio, e per quanto possa sembrare assurdo, e forse anche osceno, quando un’indagine viene fatta male, quando un magistrato non sa che pesci pigliare, quando le prove sono fragili, l’unico modo per essere garantisti non è cercare lo scalpo di qualcuno al posto di quello di qualcun altro, ma è sperare che vi siano magistrati e giudici così attenti e così responsabili da non sentirsi costretti a condannare qualcuno solo perché lo chiede il tribunale del popolo. L’oscenità del processo mediatico, che ha trasformato Stasi dal primo minuto in un colpevole fino a prova contraria e che sta trasformando oggi Sempio in un assassino fino a sentenza definitiva, è anche questa: <b>il processo mediatico influisce non soltanto sull’opinione pubblica, ma scarica sulle spalle degli inquirenti il peso di una responsabilità non sempre facile da gestire.</b></p><p>A volte, i magistrati usano il processo mediatico per dimostrare di avere prove che non si hanno. Altre volte, il processo mediatico spinge i giudici a condannare o ad assolvere un imputato a seconda di ciò che suggerisce l’applausometro del popolo della forca. Chi ha combattuto battaglie garantiste per dimostrare l’innocenza di Stasi oggi dovrebbe essere in prima linea anche a difendere Sempio, pur sapendo che difendere Sempio potrebbe rendere più difficile la revisione del processo a Stasi. <b>E chi oggi si stupisce che vi sia un processo mediatico che può trasformare un indagato in un colpevole fino a prova contraria dovrebbe chiedersi se il proprio mondo di riferimento abbia qualche responsabilità o no nell’aver trasformato la cultura dello scalpo in un’appendice infelice del nostro stato di diritto.</b> La vergogna delle indagini fatte in maniera approssimativa resterà, nel processo più pazzo del mondo. Ma la vergogna di vedere un garantismo usato come una trombetta per dare libero sfogo agli istinti di una tifoseria è uno sfregio non meno grave, che ci dimostra un punto semplice: chi usa la difesa delle garanzie solo come uno strumento per difendere qualcuno che ha a cuore non è un garantista, è uno sciacallo che usa lo stato di diritto come un asciugamano del bidet. La giustizia impazzita fa paura, il finto garantismo forse ancora di più.</p>]]></description>
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				<title>Nordio sfida Melillo sulle norme contro le intercettazioni a strascico</title>
				<pubDate>Tue, 12 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Altro che marcia indietro. Altro che contro-riforma. <b>Il centrodestra non ha alcuna intenzione di rimangiarsi la riforma garantista del 2023 contro la pratica delle intercettazioni a strascico</b>, nonostante <b>l’allarme lanciato dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo</b> nei giorni scorsi. Con una lettera inviata al Guardasigilli Carlo Nordio, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo – lettera poi finita magicamente sulle pagine del Corriere della sera – <b>Melillo ha denunciato che l’effetto della riforma delle intercettazioni (varata dal governo nell’agosto 2023) “si è rivelato oltremodo grave e allarmante</b>, in ragione dell’obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo”. Di conseguenza, il capo della Dna ha chiesto una “riflessione urgente sulle criticità riscontrate”. Al centro della denuncia di Melillo c’è la modifica al codice di procedura penale che ha ristretto le possibilità di utilizzo dei risultati delle intercettazioni per reati diversi da quelli per cui sono state disposte, con l’obiettivo di impedire la prassi delle intercettazioni a strascico.</p><p>I quotidiani hanno rilanciato con grande enfasi l’allarme di Melillo, così come i puntuali attacchi al governo da parte delle opposizioni (Pd, M5s e Avs hanno chiesto congiuntamente un’informativa urgente ai ministri Nordio e Piantedosi sulla questione).</p><p><b>C’è da ricordare però un aspetto, che è stato del tutto ignorato sia dai mezzi di informazione sia dal dibattito politico: il centrodestra non ha realizzato alcuna riforma per restringere le intercettazioni. Semplicemente, nell’agosto 2023 il governo con un decreto (il n. 105), poi convertito in legge, ha ripristinato la normativa che era  in vigore fino al 2020</b>, cioè fino a quando il secondo governo Conte (quello giallorosso), sull’onda manettara grillina, era intervenuto con un decreto per estendere oltremodo l’utilizzabilità dei risultati delle intercettazioni in procedimenti diversi. Nella sostanza, <b>M5s e Pd col decreto legge n. 161 del 2019, avevano dato riconoscimento legislativo alla pratica della “pesca a strascico”</b>, in cui i pm svolgono per mesi intercettazioni cercando prove su un determinato reato (chiedendo e ottenendo continue proroghe dai gip), e poi finiscono per trovare elementi di interesse per altri procedimenti penali già esistenti che nulla hanno a che vedere con le originarie ipotesi di reato che hanno portato ad autorizzare le intercettazioni. Così la prima autorizzazione del giudice diventa nella pratica una sorta di “autorizzazione in bianco” a eseguire intercettazioni.</p><p><b>Nel 2023, dunque, il centrodestra è intervenuto per riportare la materia nell’ambito della civiltà giuridica. Come? Semplicemente riportando le lancette dell’orologio alla normativa del 2020, cioè prima della riforma giallorossa</b>, stabilendo che i risultati delle intercettazioni possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali l’intercettazione è stata disposta soltanto se risultano “indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”.</p><p><b>L’allarme lanciato ora da Melillo appare quindi paradossale: non risulta, infatti, che con la normativa in vigore prima del 2020 – e ripristinata dal governo Meloni – la lotta alla mafia sia stata limitata (e infatti nessun allarme era stato lanciato). </b></p><p>Ben consapevole di tutto ciò, il ministro <b>Nordio ha risposto a Melillo dicendosi disponibile ad “affinare la normativa vigente”, sottolineando però che per farlo “è essenziale disporre anzitutto di dati </b>circa le fattispecie di reato, oggi escluse dalla utilizzabilità delle intercettazioni svolte in procedimenti diversi”. <b>Nordio sfida quindi Melillo a fornire i dati in questione, sapendo che l’allarme lanciato dal capo della Dna non è suffragato da numeri, non solo consistenti ma anche soltanto degni di nota. </b></p>]]></description>
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