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		<title>Giustizia</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:39:11 +0200</pubDate>
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				<title>Cairo smonta il teorema dei pm di Firenze sulle stragi di mafia</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ma quali pressioni da parte di Silvio e Paolo Berlusconi, preoccupati per le “rivelazioni” di Salvatore Baiardo in tv da Massimo Giletti sui presunti rapporti tra i due imprenditori e Cosa nostra. “Nel 2023 ho chiuso il programma ‘Non è l’Arena’ perché in sei anni ci ha fatto perdere 21 milioni di euro, e con le otto puntate tagliate in anticipo abbiamo risparmiato 1 milione e mezzo di euro”. Parole di <b>Urbano Cairo</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/10/news/i-pm-di-firenze-tirano-dentro-pure-urbano-cairo-nel-teorema-sulle-stragi-mafiose--400306">ascoltato ieri come testimone al tribunale di Firenze nel processo a carico di Salvatore Baiardo</a>, accusato di calunnia aggravata dall’agevolazione a Cosa nostra. Convocato in tribunale alle nove e mezza del mattino, il presidente di La7 e Rcs   ha dovuto attendere fino alle due del pomeriggio prima di testimoniare. Dopo oltre quattro ore di attesa, Cairo sale sul banco dei testimoni con sguardo serio, quasi spazientito, e <b>inizia a elencare una serie di dati e informazioni che smontano tutto l’impianto accusatorio dei pm</b>. Per la procura, l’editore di La7 decise di interrompere la messa in onda del programma di Giletti in seguito alle dichiarazioni fatte da Baiardo in tv su un incontro avuto nel 2011 con Paolo Berlusconi, e dopo essere venuto a sapere della vicenda della presunta fotografia mostrata da Baiardo a Giletti nel 2022 ritraente Silvio Berlusconi insieme al boss Giuseppe Graviano e all’ex generale Francesco Delfino.</p><p><b>Cairo demolisce una per una le ipotesi avanzate dai pm</b>. Smentisce di aver sentito Silvio Berlusconi dopo la messa in onda di quelle puntate, di aver raccolto sue lamentele, e poi di aver incontrato Giletti nel marzo 2023 suggerendogli di incontrare a sua volta il leader di Forza Italia. È stato Giletti a riferire questa circostanza e a raccontarla anche al magistrato Nino Di Matteo, pure lui sentito ieri come teste. “Ma cosa sta combinando Giletti?”, avrebbe detto Silvio Berlusconi a Cairo. Che però ha smentito di aver mai ricevuto telefonate dal suo ex datore di lavoro in Publitalia. “Quanto detto da Giletti è una falsità. Peraltro io non ho più incontrato Giletti dopo il 15 febbraio 2023. Questo è un fatto. Non potete verificarlo? Voi potete arrivare a fare qualsiasi cosa...”, ha detto Cairo ieri rivolgendosi ai pm Lorenzo Gestri e Leopoldo De Gregorio.</p><p>Cairo ha anche smentito di aver subìto pressioni da Paolo Berlusconi. “Mi inviò un messaggio con scritto ‘Vergognati’. Lo chiamai e gli dissi che non dovevo vergognarmi di niente. Io non intervengo sugli ospiti dei miei conduttori, punto. Non lo lasciai neanche parlare”. D’altronde, pur essendo legato da un rapporto di amicizia alla famiglia Berlusconi, Cairo spiega di non essere al servizio di quest’ultima: “Ho lavorato con Berlusconi per 14 anni, nel 1995 sono stato licenziato. Poi nel tempo abbiamo recuperato un bel rapporto, ma io sono un imprenditore autonomo e libero”, ha detto in modo deciso l’editore di La7.</p><p>Cairo ha spiegato che le ragioni dell’interruzione della messa in onda di “Non è l’Arena” furono semplicemente economiche. “Il programma è passato dal 7,1 per cento di share nel 2017 al 4,9 per cento nell’aprile 2023. Questo ha significato un calo dei ricavi pubblicitari e un aumento delle perdite”, ha detto Cairo, entrando poi ancora di più nel dettaglio: “Ogni singola puntata costava 160 mila euro, più 25 mila per gli ospiti, più 40 mila euro di compenso a Giletti. Ogni puntata costava 228 mila euro e raccoglieva nell’ultimo anno mediamente 78 mila euro sul piano pubblicitario”. Risultato: “Il primo anno abbiamo perso 2 milioni di euro, il secondo anno 3 milioni, il terzo anno 4 milioni e mezzo, il quarto anno 3,3 milioni, il quinto anno 4,2 milioni e il sesto anno 4 milioni con 25 puntate. In sei anni abbiamo perso 21 milioni e 300 mila euro”.</p><p>Non avendo ricevuto alcuna disponibilità da parte di Giletti sulla riduzione dei costi, esigenza più volte fatta presente al conduttore, alla fine si è giunti alla decisione di chiudere il programma: “Con le otto puntate tagliate abbiamo risparmiato 1 milione e 480 mila euro”.</p><p>I pm hanno manifestato un certo fastidio per le risposte  di Cairo, arrivando a battibeccare con lui in un paio di occasioni. “Ha sciorinato una serie di dati con una memoria che le invidio”, ha affermato Gestri, per poi rivolgere a Cairo alcune domande piuttosto singolari: “Di ciò che avrebbero fatto le persone che lavoravano per Giletti non le interessava niente?”, “Glielo ha detto anche a Giletti che era dispiaciuto?”, “Quindi dopo che gli ha chiuso improvvisamente il programma non ha sentito il bisogno di dargli una giustificazione?”.</p><p>Di fronte alle difficoltà dei pm è stata la presidente del collegio giudicante, Anna Favi, a prendere in mano la situazione, improvvisandosi una sorta di analista televisiva in stile Aldo Grasso: “L’andamento dello share di ‘Non è l’Arena’ ha visto cali e risalite. Ciò che è strano è che il programma non è stato chiuso quando ha avuto un calo notevole, ma quando era risalito al 6 per cento dopo le ospitate di Baiardo...”. “Quello che conta è avere un programma che abbia una sua forza, indipendentemente dai picchi di share che solitamente sono irripetibili”, ha spiegato Cairo. La giudice ha insistito: “Ma nello stesso periodo risulta un calo costante per ‘Piazzapulita’, che è partito dal 6 per cento di share ed è arrivato al 5,1 per cento, però non è stato chiuso”. “La trasmissione ci costava molto di meno e attraeva molta più pubblicità. Quindi lo abbiamo tenuto”, ha risposto Cairo.</p><p>Insomma, il tentativo della procura di Firenze di tirare dentro pure Cairo nel grande teorema da fantagiustizia sulle stragi mafiose per ora è fallito.</p><p>Resta il paradosso di dover assistere a un processo basato formalmente su un’accusa di calunnia, ma finalizzato sostanzialmente a portare avanti l’accusa contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri di essere i mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993-1994. Prima o poi qualcuno (magari il ministro della Giustizia Nordio) dovrà spiegare agli italiani se tutto questo è normale.</p>]]></description>
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				<title>“Bentornata Giusi”: Bartolozzi si fa rivedere al ministero. Feste, amici e rapporti</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Rieccola. “Cara  Giusi, come stai?”. “Bentornata”.  L’ultima volta l’hanno vista una decina di giorni fa. E’ tornata al ministero della Giustizia per la festa di addio di un collega, ma  raccontano che  questa non sia stata l’unica occasione in cui <b>Giusi Bartolozzi </b>s’è fatta rivedere in Via Arenula. Forse per ricordare che   da quelle parti ha ancora un qualche peso. Del resto  non si diventa “zarina” per caso, oltre gli organigrammi ufficiali c’è di più. Ci sono  legami e relazioni.   S’era dimessa da capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio all’indomani della disfatta referendaria, dopo una campagna di cui era stata una delle menti, spingendo per lo scontro totale coi giudici, culminato in quell’improvvida dichiarazione rilasciata proprio da Bartolozzi a  un tv locale siciliana: la magistratura è un “plotone d’esecuzione”. Di mezzo anche il caso Almasri che la insegue (per ora è stata “scudata” dalla Camera, che ha sollevato il caso alla Consulta). Così alla fine da Palazzo Chigi hanno spinto perché lasciasse.</p><p>Dietro di sé ha lasciato macerie e tensioni, con il suo piglio (fin troppo) decisionista aveva messo in fuga dirigenti e collaboratori.  In molti allora hanno tirato un sospiro di sollievo. Eppure l’altra sera è stata accolta da baci e abbracci, di circostanza forse.  Ma anche da qualche nostalgia, perché al ministero qualcuno  lamenta pure come oggi l’ingranaggio sia  peggiorato. Bartolozzi nel frattempo è stata sostituita da Antonio Mura, ma una certa influenza pare averla mantenuta. O comunque ci prova,  continua ad avere rapporti con varie personalità che nelle stanze della Giustizia hanno  un ruolo non secondario.  Come   il vicecapo di gabinetto Vittorio Corasaniti e Alfredo Federici, che guida la segreteria del capo di gabinetto, oppure Roberto Rovello, un dirigente di polizia penitenziaria al vertice del cerimoniale del ministero. Sono rapporti che non si esauriscono con le dimissioni, tanto più per chi come Bartolozzi ha lasciato un segno. E d’altra parte anche il meloniano Andrea Delmastro, pure lui dimissionario dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia, ha lasciato un’impronta da quelle parti. Federico Carrai, che era capo della sua segreteria al ministero, è ancora lì, nella stessa carica, collaborando oggi con il neo sottosegretario Alberto Balboni. Delmastro, dopo le polemiche e le bistecche,  è tornato a fare il parlamentare semplice. Bartolozzi invece sta cercando di capire quale sarà il suo futuro. E’ una magistrata, con un passato anche da eletta in Parlamento con FI,  e ad aprile il Csm ha deliberato il suo ritorno in servizio, presso la Corte d’appello di Roma. L’iter non si è ancora concluso, mentre per lei si è parlato anche di un incarico a Londra come magistrato di collegamento. Un’ipotesi gradita alla “zarina”, ma intanto  sfumata. Potrebbe chissà essere destinata  a un’altra sede, in Italia,  ma ancora non è chiaro se e dove.   Un’altra strada potrebbe essere la nomina in qualche partecipata,  ma all’orizzonte non se ne vedono. Così l’ex capo di Gabinetto di Nordio attende, alla finestra. E, in attesa di definire il  futuro, di tanto in tanto ripassa in Via Arenula,  o nei  dintorni, per un pranzo,  un saluto ai colleghi o una festa.                     <b>Se n’è andata, certo, ma al ministero se la ricordano bene.  E   a quanto pare Bartolozzi non deve esserne troppo dispiaciuta.</b></p>]]></description>
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				<title>I pm di Firenze tirano dentro pure Urbano Cairo nel teorema sulle stragi mafiose</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando <b>Urbano Cairo, editore di La7</b>, <b>nell’aprile 2023 decise di sospendere la messa in onda della trasmissione “Non è l’Arena”, condotta da Massimo Giletti</b>, lo fece veramente per ragioni economiche oppure <b>cercò di impedire al giornalista di continuare a trattare i temi che riguardavano presunti rapporti tra Silvio Berlusconi </b>(con cui Cairo era legato da una lunga amicizia) <b>e Cosa nostra?</b> Sarà questa la domanda al centro della testimonianza che <b>Cairo renderà oggi al tribunale di Firenze nel processo in corso a carico di Salvatore Baiardo</b>, accusato di calunnia aggravata dall’agevolazione a Cosa nostra.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/09/news/la-persecuzione-contro-berlusconi-e-dellutri-sulle-stragi-non-si-ferma--400253">Come abbiamo raccontato ieri su queste pagine</a>, si tratta di un processo singolare, attraverso cui <b>i pm fiorentini sono riusciti a far rientrare “dalla finestra” l’accusa contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri di essere i mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993-1994</b>. Questa accusa era al centro di un’indagine riaperta per l’ennesima volta dalla procura di Firenze e archiviata lo scorso gennaio. I pm, però, sono riusciti con un’abile iniziativa a stralciare dal filone principale il fascicolo su Baiardo e, attraverso questo, a rilanciare le accuse contro il Cavaliere, nel frattempo deceduto, e il suo storico collaboratore. Senza che questi possano neanche difendersi.</p><p>Il trucco dei pm fiorentini (che hanno raccolto il testimone da Luca Tescaroli, oggi procuratore di Prato, e da Luca Turco, andato in pensione) sta tutto nell’aggravante contestata a Baiardo, condannato trent’anni fa per favoreggiamento dei boss Giuseppe e Filippo Graviano. Il processo ruota intorno alla <b>fotografia che Baiardo avrebbe mostrato in un incontro privato a Giletti nel 2022. La foto risalirebbe ai primi anni Novanta e ritrarrebbe Silvio Berlusconi insieme al boss Giuseppe Graviano e all’ex generale Francesco Delfino.</b> Chiamato dai magistrati a chiarire la vicenda, Baiardo ha negato tale circostanza e per questo è stato accusato di calunnia con l’aggravante di aver favorito Cosa nostra. Nella prospettiva dei pm fiorentini, infatti, <b>Baiardo ha negato di aver mostrato la foto a Giletti per screditare l’ipotesi accusatoria, portata avanti dalla stessa procura di Firenze, secondo cui Berlusconi sarebbe legato alla stagione delle stragi di Cosa nostra del 1993 e 1994 come mandante esterno.</b></p><p>Prima dell’episodio, ospite (retribuito) in tv della trasmissione di Giletti, Baiardo aveva raccontato di aver incontrato Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, nel febbraio del 2011 negli uffici milanesi del Giornale, lasciando nell’ombra le ragioni dell’incontro. I pm fiorentini sono convinti che il colloquio servisse a stabilire un contatto con Silvio Berlusconi per conto del boss mafioso Giuseppe Graviano. Paolo Berlusconi ha invece riferito ai magistrati che Baiardo si era recato da lui per screditare suo fratello Silvio.</p><p>Ai pm Giletti ha raccontato che, dopo la messa in onda della puntata, Cairo gli riferì che Paolo Berlusconi “non era proprio contento” del fatto che a Baiardo fosse stato permesso di avanzare quelle gravi allusioni.</p><p><b>Questi due episodi – le parole di Baiardo sull’incontro con Paolo Berlusconi e la vicenda della fotografia (di cui nel frattempo Cairo sarebbe venuto a conoscenza, non si sa in che modo) – per i pm avrebbero indotto Cairo a sospendere la messa in onda della trasmissione di Giletti, così da impedire a quest’ultimo di approfondire ulteriormente il tema dei rapporti con la mafia di Silvio Berlusconi</b>, con cui l’editore di La7 aveva lavorato per tanti anni per poi diventarne amico. Insomma, Cairo avrebbe mentito quando pubblicamente ha spiegato che la ragione della sospensione del programma era economica (la trasmissione costava circa 150 mila euro a puntata, per una perdita complessiva stimata in circa 5 milioni di euro all'anno).</p><p><b>I pm di Firenze ne sono convinti: anche Cairo ha svolto un ruolo nella grande strategia volta a impedire che si facesse verità sui rapporti tra Berlusconi e Cosa nostra. Tanto che viene da chiedersi, ironicamente ma non troppo, quando i magistrati fiorentini indagheranno direttamente per favoreggiamento della mafia anche Urbano Cairo</b>, suo malgrado vittima del circo mediatico-giudiziario alimentato da Giletti proprio su La7. Nella fantagiustizia dei pm di Firenze tutto è possibile.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Ponte sullo Stretto, tre indagati per corruzione dalla procura di Roma</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 13:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
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				<description><![CDATA[<p>La procura di Roma indaga per <b>corruzione e rivelazione del segreto di ufficio</b> nell'ambito del progetto per la realizzazione del <b>Ponte sullo Stretto di Messina</b>. In base a quanto emerge da una nota diffusa dall'ufficio giudiziario i carabinieri del Ros stanno eseguendo perquisizioni a carico di tre persone, tra cui <b>un ex presidente aggiunto dalla Corte di Conti </b>(in quiescenza dal febbraio scorso), <b>un avvocato già Consigliere di amministrazione della società "Stretto di Messina Spa"</b> e <b>un imprenditore</b>. Le indagini hanno documentato le condotte dei tre indagati tese a condizionare l'esame di legittimità della Corte dei Conti sull'approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell'opera pubblica.</p><p>"Abbiamo accolto con sorpresa le notizie riportate dai media sulle indagini per le quali <b>la società è totalmente estranea</b>", ha detto l'amministratore delegato della Stretto di Messina, <b>Pietro Ciucci</b>. "Confermiamo la massima la disponibilità a collaborare con le Autorità inquirenti e prenderemo tutte le misure necessarie a tutela degli interessi aziendali e del progetto. La società – ha assicurato Ciucci – prosegue nel suo impegno di realizzare il Ponte sullo Stretto con massima trasparenza per adempiere alla missione affidatale dal Parlamento e dal governo conformandosi a tutti i rilievi espressi dalla Corte dei conti nelle sue delibere così come dettagliatamente definito dal DL 'Commissari' dell'11 marzo 2026".</p><h2>Le indagini</h2><p>Secondo quanto emerge dalla nota diffusa dalla procura capitolina, l'avvocato e l'imprenditore indagati "al fine di condizionare il citato esame della Corte dei Conti in favore della società 'Stretto di Messina Spa', avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell'esigenza citata". Secondo l'impianto accusatorio i "due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell'opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest'ultimo, dal canto suo, avrebbe offerto - si legge nella nota - la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull'andamento della procedura condotta dalla Corte Contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa".</p><p>Inoltre il magistrato contabile "avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre del 2025, impegnandosi a predisporre, nell'interesse della 'Stretto di Messina Spa', una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l'interesse a diventare Presidente dell'Antitrust o di una società partecipata". Nel corso delle perquisizioni, svolte a Roma, nella provincia di Reggio Calabria e in quella di Frosinone sono stati "rinvenuti e sequestrati diversi disposivi elettronici e documenti che verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate".</p><h2>Le reazioni dell'opposizione</h2><p>Immediate le reazioni dal centrosinistra. L'indagine della procura di Roma "scoperchia un pentolone di forzature e pesanti opacità che il Partito Democratico denuncia da mesi", ha detto <b>Anthony Barbagallo</b>, capogruppo del Pd in commissione Trasporti alla Camera. "Le perquisizioni del Ros a carico di figure chiave, tra cui un ex consigliere di amministrazione della società 'Stretto di Messina Spa', confermano l'esistenza di zone d'ombra inquietanti attorno a quella che il ministro Salvini ha trasformato in una bandiera ideologica, ignorando deliberatamente i rischi e i pareri tecnici". Secondo&nbsp;</p><p>Per <b>Angelo Bonelli</b>,<b>&nbsp;</b><b>"quanto emerge dall'inchiesta della procura è di una gravità inaudita"</b>. Secondo il&nbsp;deputato di Avs, infatti, l'esecutivo "ha gestito tutto nella segretezza, arrivando a negare a un parlamentare gli atti intercorsi con la magistratura contabile. In questi anni – ha aggiunto – il governo, a partire da Salvini, ha forzato ogni passaggio per arrivare alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della delibera Cipess. Una scelta che avrebbe fatto maturare diritti in capo alla società costruttrice, esponendo lo stato al rischio di penali miliardarie, nonostante un progetto vecchio, valutato nel 1997, e senza valutazioni sismiche aggiornate. <b>Parliamo di 14 miliardi di euro pubblici"</b>, ha proseguito Bonelli.</p><p>Dello stesso avviso <b>Barbara Floridia</b>,&nbsp; senatrice messinese del M5s, che vede nell'inchiesta "l'ennesimo squarcio di un percorso, quello del Ponte sullo Stretto, che il governo Meloni ha portato avanti con forzature assurde e bypassando ripetutamente i territori. Pieno rispetto per il lavoro dei magistrati, ma tra le figure coinvolte nell'inchiesta c'e' anche un ex consigliere di amministrazione della societa' 'Stretto di Messina Spa', a rendere tutto più inquietante. <b>A questa lunga sfilza di opacità è ora di dire basta: Meloni sancisca il 'game over' definitivo all'opera</b>".&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La persecuzione contro Berlusconi e Dell’Utri sulle stragi non si ferma</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La persecuzione trentennale contro Berlusconi e Dell’Utri sulle stragi mafiose non è affatto finita.</b> Archiviata l’ennesima indagine aperta dai pm fiorentini, l’accusa  è rientrata dalla finestra, grazie a un’abile iniziativa proprio della procura di Firenze. Dallo scorso maggio, infatti, a Firenze sta andando in scena un <b>processo a carico di Salvatore Baiardo</b>, già condannato per favoreggiamento ai boss Giuseppe e Filippo Graviano. <b>I pm sono riusciti a far rientrare nel processo le accuse rivolte a Berlusconi e Dell’Utri di essere i mandanti delle stragi </b>e a dedicare a queste ampio spazio.</p><p>La vicenda trae spunto proprio dall’indagine sui mandanti esterni delle stragi. Durante le indagini, <b>il giornalista Massimo Giletti ha riferito ai pm fiorentini di aver incontrato nel 2022 Baiardo</b> (più volte ospite alla trasmissione di Giletti “Non è l’Arena”, su La7), <b>che gli avrebbe mostrato una fotografia risalente ai primi anni Novanta ritraente Silvio Berlusconi insieme al boss Giuseppe Graviano</b> e all’ex generale Francesco Delfino. Chiamato dai magistrati, <b>Baiardo ha negato tale circostanza e per questo è stato accusato di calunnia con l’aggravante</b> <b>di aver favorito Cosa nostra</b>. In altre parole, per i pm fiorentini Baiardo ha negato di aver mostrato la foto a Giletti per screditare l’ipotesi accusatoria, portata avanti dalla stessa procura di Firenze, secondo cui <b>Berlusconi sarebbe legato alla stagione delle stragi di Cosa nostra del 1993 e 1994 come mandante esterno. </b></p><p>Lo scorso luglio, così, i pm fiorentini hanno stralciato dal filone principale la parte relativa all’accusa di calunnia contro Baiardo, che è stato rinviato a giudizio a dicembre.</p><p>Come è emerso nei giorni scorsi, <b>a gennaio il gip di Firenze ha archiviato il procedimento principale </b>aperto dalla procura in cui Berlusconi e Dell’Utri erano accusati di essere i mandanti occulti delle stragi. <b>Una parte delle accuse, però, è rimasta in piedi grazie al processo contro Baiardo, che è cominciato il 6 maggio.</b> I pm fiorentini non si sono fatti sfuggire l’occasione e alle prime udienze hanno chiamato a testimoniare il<b> luogotenente Dario Carbone della Direzione investigativa antimafia di Firenze, il quale per ore ha riferito in tribunale tutte le presunte risultanze raccolte che dimostrerebbero che Berlusconi e Dell’Utri sono i mandanti delle stragi mafiose. </b></p><p>Carbone ha infatti riportato <b>le parole scambiate da Giuseppe Graviano in carcere col camorrista Umberto Adinolfi</b> nel 2016 e 2017, in cui il primo sosteneva di aver incontrato e cenato più volte con Silvio Berlusconi in un appartamento a Milano 3 durante il periodo della sua latitanza nel 1993. Il luogotenente Carbone ha anche riportato quanto riferito da Graviano nel processo “’ndrangheta stragista”, in cui il boss di Brancaccio ha raccontato che suo nonno avrebbe investito e consegnato negli anni Settanta ingenti somme di denaro a Berlusconi per conto di imprenditori palermitani attivi nel nord Italia. Non solo, <b>Carbone ha anche sostenuto che Graviano e Silvio Berlusconi si sarebbero incontrati in Sardegna durante le vacanze estive del 1993 e in quelle occasioni “si sarebbero praticamente siglati gli accordi per l’ascesa in politica di Silvio Berlusconi”. </b></p><p><b>Il “patto” sarebbe consistito nella realizzazione delle stragi mafiose da parte di Cosa nostra per dare il colpo finale alla Seconda repubblica e favorire l’ascesa di Forza Italia</b>, in cambio di leggi meno dure nel contrasto alla mafia.</p><p>In un’altra corposa udienza del processo a Graviano, Carbone ha testimoniato sulle donazioni effettuate nel corso degli anni da Berlusconi a favore di Dell’Utri. Queste, nell’ottica degli inquirenti, sarebbero servite al Cav. per garantirsi il silenzio del suo storico amico proprio sulle stragi. Anche Giletti ha testimoniato al processo, dichiarando però di aver riconosciuto, nella foto mostratagli da Baiardo, Berlusconi e Delfino, ma non Graviano.</p><p><b>Non è noto se a maggio la procura di Firenze fosse già al corrente dell’archiviazione (avvenuta a gennaio) del fascicolo principale. Se così fosse, risulterebbe a dir poco discutibile la decisione dei pm fiorentini di non comunicare ai legali di Baiardo l’archiviazione dell’indagine e di dedicare ampio spazio del processo a carico di Baiardo proprio alle accuse contro Berlusconi e Dell’Utri sulle stragi mafiose</b>, nel frattempo demolite dal gip. Una cosa è certa: la persecuzione contro il defunto ex leader di Forza Italia e il suo storico collaboratore continua.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>L&#039;Unione fa la forza, di pace</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 11:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Sabino Cassese</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’ultimo a unirsi al coro dei critici è stato il presidente della Confindustria,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/26/video/lassemblea-di-confindustria-alla-nuvola-con-meloni-e-mattarella--399517" target="_blank">Emanuele Orsini</a>&nbsp;(Assemblea Confindustria, 26 maggio 2026), che l’ha fatto con giudizio, dicendo che <b>“l’Europa è sempre più necessaria, ma deve cambiare strada e marcia”. </b> Ha notato che nessuno Stato europeo dispone da solo della massa critica necessaria per competere con Stati Uniti e Cina, ma che l’Unione Europea sta perdendo competitività a causa di costi energetici elevati, eccesso di regolazione e insufficienza degli investimenti. Ha criticato la burocrazia europea: “L’accumulo di regole, modifiche frequenti, sovrapposizioni e oneri eccessivi continua” (116 proposte legislative della Commissione nel 2025; 741 atti delegati; 72 condizioni richieste da Bruxelles per l’approvazione del Decreto bollette italiano). Ha aggiunto che l’Unione dovrebbe concentrarsi su tre grandi riforme strutturali: mercato unico dell’energia, mercato unico dei capitali, debito comune europeo. Ha proposto strumenti finanziari comuni europei per finanziare infrastrutture energetiche, nucleare, reti digitali, intelligenza artificiale, materie prime critiche, difesa. <b>La conclusione del ragionamento è che l’Europa dovrebbe evolvere verso una struttura più federale, ma che i tempi della riforma istituzionale sono troppo lenti rispetto all’urgenza della competizione industriale globale.</b> Per questo Orsini suggerisce anche forme di cooperazione rafforzata tra gli Stati membri più disponibili ad agire rapidamente.  Quindi, l’Europa è indispensabile, ma per sopravvivere economicamente deve passare da un’Unione regolatoria a un’Unione della competitività, dell’energia, degli investimenti comuni e della politica industriale. Questo punto di vista equilibrato, critico ma positivo, è stato subito trasformato dai media in uno dei soliti stereotipi, di cui essi sono prigionieri, anti burocrazia, anti Europa, alimentando il piagnisteo consueto.</p><h3>Valutare con distacco e ricordare</h3><p>Per poter giudicare successi e crisi dell’Unione europea, bisogna valutare con distacco ed esercitare il ricordo. L’hanno insegnato <b>Voltaire</b> e <b>Kierkegaard</b>. Il primo, nelle Lettere inglesi (1733) (tr. it. Milano, Silvio Berlusconi Editore, 2024, p. 54) ha osservato che “in Inghilterra la libertà è nata dalle dispute dei tiranni: i baroni costrinsero re Giovanni Senzaterra e re Enrico III ad accordare la famosa Magna Charta, il cui principale scopo era in verità di mettere i re alle dipendenze dei lord; in essa tuttavia il resto della nazione fu un po’ favorito, così che nel caso potesse schierarsi dalla parte dei suoi presunti protettori. Questa Magna Charta, che è considerata l’origine sacra delle libertà inglesi, mostra essa stessa quanto poco fosse nota la libertà”. <b>Insomma, quell’atto fondamentale, che doveva redistribuire il potere al centro, fu di giovamento per la libertà dei sudditi. Anche le dispute sull’equilibrio dei poteri al vertice dell’Unione e le soluzioni adottate sono contributi preziosi per ridare voce ai cittadini degli Stati.</b> Questo può essere un effetto non voluto di quelle.</p><p>La condizione per farlo è, però, seguire l’insegnamento di Søren Kierkegaard (In vino veritas (1854),  trad. it. Roma - Bari, Laterza, 1983, p. 10), per cui “il ricordare non è in nessun modo identico al tenere nella memoria. Si può pertanto aver buona memoria di un accadimento, per filo e per segno, senza per questo ricordarlo. La memoria è solo una condizione evanescente. Per mezzo della memoria il vissuto si colloca nella mente in una certa posizione per riceverne la consacrazione del ricordo”. “La memoria è immediata e immediatamente si viene in suo aiuto, il ricordo è soltanto riflesso”. <b>Dunque, non basta la memoria, occorre anche il ricordo dei tempi passati, nei quali l’Europa era il teatro preferito di guerre. </b>Distacco nei confronti di ciò che accade oggi e ricordo di ciò che accadeva nel passato servono oggi per una rilettura non solo dell’Unione, ma anche dei suoi difficili rapporti con l’America e con tutto l’Occidente.</p><h3>I punti di forza dell’Unione europea</h3><p>Si può essere soddisfatti dell’Unione europea per molti motivi: unità geografica e culturale, peso del passato, velocità di aggregazione, dimensioni della popolazione rispetto al territorio, velocità di crescita della popolazione, punti di partenza dell’unificazione, grado di coesione interna, comunanza di valori fondamentali, scambi tra culture diverse, forza militare, peso finanziario e regolatorio, valore della produzione. Se considerata per questi aspetti, in una prospettiva comparata e storica, e a una certa distanza, si può dire che l’Unione Europea è molto progredita (S. Cassese, Europa e America a confronto, in Corriere della sera, 6 maggio 2026). <b>Ma qui desidero sottolineare quattro punti: le dimensioni sopra statali, la promozione della pace, un diritto che nasce dal basso, la costituzione di una rete di convergenze.</b></p><h3>Le dimensioni pluristatali</h3><p>Come giustamente osservato dal presidente di Confindustria,  ciascuno degli Stati nazionali che fa parte dell’Unione europea avrebbe pochissimo peso da solo nel concerto mondiale. Si ripete la vicenda della costituzione degli Stati nazionali, in particolare dei “new-comers”, l’Italia e la Germania, nell’Ottocento. <b>Questi due paesi si unirono in una nazione non solo perché avevano tradizioni, lingue, storia comune, ma anche perché non avrebbero contato nulla rispetto agli Stati della tradizione, quali la Francia o l’Inghilterra. Mazzini lo notò più volte. </b>Oggi l’Unione europea, con 450 milioni di abitanti, in un mondo che ha più di 8 miliardi di abitanti, può dialogare con gli Stati Uniti d’America, con la Cina o con l’India.</p><h3>La promozione della pace</h3><p>La Costituzione italiana, all’articolo 11, dispone che la Repubblica “ripudia la guerra”. L’Unione europea va molto più avanti: non si limita a ripudiare la guerra, ha per scopo di “promuovere la pace”. Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati europei cercarono di creare istituzioni comuni per rendere impossibile un nuovo conflitto tra le nazioni del continente. Questo obiettivo compare già nei trattati che hanno dato origine al processo di integrazione europea. Il Trattato di Parigi mise sotto un’autorità comune la produzione di carbone e acciaio, risorse essenziali per l’industria bellica. <b>I Trattati di Roma favorirono la cooperazione economica tra gli Stati membri, considerata uno strumento per garantire la pace. Il Trattato di Maastricht rafforzò l’obiettivo di promuovere la pace, la stabilità e la cooperazione tra i popoli europei. Il Trattato di Lisbona ha confermato che l’Unione ha come finalità la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei suoi cittadini.</b> In particolare, l’articolo 3 del Trattato sull’Unione europea dispone: “L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”. Quindi, nei trattati europei la pace non è soltanto assenza di guerra, ma anche cooperazione politica, integrazione economica, tutela dei diritti fondamentali e solidarietà tra gli Stati membri. Se il grande storico Charles Tilly (Coercion, Capital, and European States, AD 990–1992. Cambridge, MA, Blackwell, 1990) ha scritto che “States made war, wars made the State”, possiamo, parafrasando quella frase, dire oggi che l’Unione promuove la pace, la pace promuove l’Unione.</p><h3>Il diritto nazionale come diritto europeo</h3><p>L’art. 4, paragrafo 3, del Regolamento (Ue) n. 1024/2013, che istituisce il Meccanismo di vigilanza unico (Single Supervisory Mechanism), rappresenta uno dei punti più significativi per comprendere la natura composita dell’ordinamento europeo nel settore della vigilanza bancaria. <b>Tale disposizione prevede che la Banca centrale europea, nell’esercizio delle funzioni di vigilanza che le sono attribuite, applichi non soltanto il diritto dell’Unione, ma anche le norme nazionali adottate in attuazione delle direttive europee e, in alcuni casi, ulteriori disposizioni nazionali che conferiscono specifici poteri alle autorità di vigilanza.</b> Ne deriva una situazione giuridica particolarmente interessante: l’autorità che adotta la decisione è un’istituzione dell’Unione europea, ma la disciplina applicata può essere, almeno in parte, di origine nazionale. Questa circostanza rende evidente come l’Unione bancaria non abbia realizzato una completa sostituzione degli ordinamenti nazionali con un sistema integralmente europeo, bensì abbia costruito un modello nel quale fonti e autorità appartenenti a livelli diversi convivono e interagiscono.</p><p>Ancora prima, l’art. 6 del Trattato sull’Unione europea (TUE) ha disposto che i diritti fondamentali risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali. Quindi, i principi che derivano dalle tradizioni costituzionali degli Stati membri confluiscono nell’ordinamento dell’Unione attraverso il richiamo operato dall’art. 6 TUE. Si realizza così una dinamica circolare particolarmente significativa. I principi elaborati negli ordinamenti costituzionali degli Stati membri vengono individuati dalla Corte di giustizia come espressione di tradizioni costituzionali comuni; tali principi entrano a far parte del diritto dell’Unione in forza dell’art. 6 TUe e diventano il parametro attraverso il quale viene giudicata la legittimità degli atti dell’Unione. <b>Le decisioni sono adottate da un’autorità sovranazionale, ma il quadro normativo di riferimento e i princìpi che ne orientano l’esercizio derivano dall’intreccio tra diritto dell’Unione e diritto nazionale. </b>Questo moto inverso, per cui – per adoperare una metafora –  i padri obbediscono ai figli rappresenta uno dei più nuovi e interessanti sviluppi del diritto europeo.</p><h3>L’Unione europea come rete di convergenze</h3><p>Il quarto aspetto interessante è costituito dallo sviluppo dell’Unione europea come una rete di convergenze, perché l’interesse nazionale non può essere distaccato da quello sovranazionale e la mistura dei due tipi di interessi diventa sempre più forte. L’Unione europea è diventata una piattaforma nella quale gli Stati si sono abituati a cercare un punto d’incontro e quindi a sviluppare una cultura del negoziato o del compromesso allo scopo di produrre un accordo positivo per tutte le parti in causa, soddisfacendo ogni singola posizione negoziale, come ha dimostrato  Nicola Verola,  Il punto di incontro. Il negoziato nell’Unione europea, Roma, Luiss University Press, 2020. Questa funzione non intenzionale dell’Unione come punto di incontro, oltre a costituire un incentivo al pluralismo, diventa un fattore di mitigazione dei poteri pubblici nazionali.</p><h3>L’Europa vive di crisi</h3><p>Ma come può progredire l’Europa se passa da una crisi all’altra? Anche per questo c’è una risposta. L’ha data per primo l’allora ministro delle Finanze tedesco <b>Helmut Schmidt</b> in una conferenza tenuta a Londra nel 1974 ed è stata ripresa e sviluppata da Jean Monnet, che ha scritto nelle Mémoires (Paris, Arthème Fayard, 1976): “L’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a queste crisi”. Da qui l’idea che “bisogna approfittare di una buona crisi”, perché le grandi crisi permettono di compiere passi nella direzione dell’integrazione che in tempi normali sarebbero politicamente impossibili. Nella storia dell’Unione europea questa interpretazione viene spesso collegata a eventi come la crisi petrolifera degli anni 70; la caduta del Muro di Berlino e l’unificazione tedesca; la crisi finanziaria e dell’euro (2008-2012); la pandemia di Covid-19, che ha portato alla creazione del programma europeo Next Generation Eu (si vedano gli articoli su L’Unione europea e le crisi, in “Rivista trimestrale di diritto pubblico”, 2016, n. 3).</p><p><i>Helmut Schmidt, “L’Europa vive di crisi?”, Discorso al Royal Institute of International Affairs a Londra il 29 gennaio 1974, da Helmut Schmidt, Bundestagsreden und Zeitdokumente, Bonn, 1975, pag. 249 ss., in Discorsi per l’Europa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Direzione generale dell’informazione, dell’editoria e della proprietà letteraria artistica e scientifica, pp. 246-251.</i></p><p>Permettetemi di cominciare con un’osservazione un po’ ironica: l’Europa vive, ma, mi sembra, vive di crisi. Dicendo questo, penso, per esempio, a quel 15 gennaio di quest’anno, quando, alle tre del mattino il ministro dell’Agricoltura francese ha lasciato per protesta la riunione del Consiglio dell’Agricoltura, perché né la Commissione europea, né i restanti ministri erano d’accordo con le proposte francesi sul prezzo della carne bovina. E così si è avuta la crisi agraria numero… avete tenuto il conto? <b>Penso anche ai ministri degli Esteri, la cui riunione si è svolta parallelamente a quella dei ministri dell’Agricoltura, ma che, grazie a Dio, hanno finito prima delle tre del mattino, non condividendo, per fortuna, il parere di questi ultimi che ritengono esser le ore del mattino le migliori per trovare delle soluzioni.</b> Anche loro non hanno avuto sorte migliore: nessun accordo sulla politica regionale comune. Permettetemi inoltre di ricordare la faticosa ricerca di un comune accordo per l’energia. Qui bisogna chiedersi se la bilateralità sia il giusto modo di procedere. Pochi giorni fa ha subito un’amputazione anche il “serpente”, questo sensibile animale domestico dell’unione monetaria europea, simbolo di un impegno particolarmente rigoroso per una politica europea comune. Non ci resta che la speranza che ricrescano le parti perdute e che nuove se ne aggiungano, parti che ancora non vi aderiscono, come, ad esempio, la Gran Bretagna.</p><p>Perché succedono queste cose? Perché il clima europeo è così? Viene spontanea la domanda: perché la situazione è così problematica, nonostante la felice apertura della comunità a tre nuovi membri e le lungimiranti deliberazioni per il suo futuro potenziamento? Abbiamo mirato forse troppo in fretta allo scopo? […] I vari esempi che ho addotto per chiarire lo stato assai preoccupante della Comunità non devono però dare l’impressione che non esistano possibilità di ulteriore sviluppo. <b>Ce ne sono, ma non ci sono soluzioni sicure. Quando ho detto che la Comunità vive di crisi, ciò vuole dire che le crisi in fin dei conti contribuiscono a un progressivo sviluppo. Ma non bisogna illudersi troppo, perché le crisi non si risolvono da sole. </b>Le crisi sono un’esortazione a prendere decisioni. Vedo possibilità d’integrazione progressiva nei compiti classici di un ministro delle Finanze, cioè nel bilancio di previsione e consuntivo delle Comunità europee. Ecco: non si sono mai potute misurare le Comunità europee con il metro delle consuete organizzazioni internazionali. Esse erano, per quanto riguarda gli obiettivi e i compiti, sempre più associazioni con finalità precise, tenute in vita dai contributi finanziari dei loro membri.</p><p>L’Europa fu concepita fin da principio come un’entità politica sovrannazionale e fu anche subito chiaro che questa nuova entità politica avrebbe dovuto avere le proprie entrate. Adesso ci troviamo proprio a metà strada, in un periodo di transizione dagli originari contributi finanziari dei membri al sistema di entrate proprie. <b>Dal 1975 in poi la Comunità avrà il suo cespite d’entrate nei prelievi agricoli e nei dazi doganali e inoltre l’1 per cento al massimo di una calcolazione [sic] base unitaria dell’Iva, su cui pertanto non esiste ancora accordo unanime.</b> Il nuovo regolamento significa due cose: 1) le entrate sono limitate; 2) le entrate sono dinamiche, perché attraverso l’Iva dipendono dall’attività economica. Proprio per questa dinamicità delle entrate sarà a disposizione un volume finanziario che crescerà teoricamente di anno in anno. A sua volta tale volume avrà bisogno di una struttura politica e di un controllo, in altre parole dovrà essere dinamicamente limitato, perché avrà una notevole influenza sulle finanze nazionali e sull’adempimento di compiti che arrivano fino alle fondamenta delle strutture federali. Il fatto che il volume finanziario teoricamente possibile non venga ancora esaurito dagli impegni presenti può indurre a un comportamento incline alle spese. Viene a mancare la costrizione di porre delle priorità. <b>Però si dimentica troppo facilmente che ogni quota dell’Iva, che viene inviata a Bruxelles, fa diminuire le entrate del bilancio nazionale, senza alleggerire necessariamente le spese.</b></p><p>Inoltre il bilancio della Comunità ha raggiunto dimensioni tali che lo rendono interessante anche dal punto di vista della politica congiunturale. Anche quest’aspetto è stato trascurato fino a oggi. Si è dovuti arrivare agli shock, salutari a dire il vero, dei quattro bilanci consuntivi del 1973, che furono approvati a Bruxelles, per rendersi conto finalmente di queste connessioni. <b>Le aggiunte hanno gravato sul bilancio tedesco per quasi un miliardo di marchi in versamenti supplementari che nel bilancio di previsione nazionale non erano contemplati e che sono stati disposti con provvedimento straordinario. </b>L’effetto di tale shock è stato la consapevolezza della necessità di rendere più responsabili del proprio operato, finanziariamente parlando, gli organi della Comunità. Vogliamo che in futuro, prima di presentare il bilancio di previsione, vengano indicate le priorità degli impegni da assolvere politicamente, naturalmente su proposta della Commissione. Per ogni impegno deve essere presentato il preventivo delle spese. Quindi – fissata la scala delle priorità – devono essere fissate le entrate della Comunità, cioè, per es., dazi doganali e prelievi e lo 0,5 per cento dell’Iva.</p><p>Tali cifre devono essere impegnative, cioè né il Consiglio né la Commissione devono nel corso dell’anno finanziario decretare di propria iniziativa provvedimenti che comportino un aumento del bilancio. Nuovi provvedimenti devono essere presi solo nel caso che siano a disposizione nello stesso tempo fondi supplementari. Per adesso un controllo più severo delle finanze della Comunità resterà di competenza del Consiglio dei ministri, cui dovrà aggiungersi però, secondo la mia opinione, una riorganizzazione della Commissione con la nomina di un commissario delle Finanze, che sarà in grado di assumere le proprie responsabilità solo se non avrà funzioni collegate direttamente alle spese. Questo commissario dovrebbe essere il correttivo interno a un eccesso di spese. Proponiamo inoltre un controllo esterno e indipendente delle finanze attraverso una Corte dei Conti delle Comunità europee con vere e proprie funzioni di controllo. <b>Riteniamo anche giusto e inevitabile che il Parlamento europeo nella sua qualità di organo democratico della Comunità venga rafforzato nella sua autorità. Questo significa per me: intervenire in ogni decisione a ogni livello. Solo così possiamo migliorare la legittimazione democratica di ciò che oggi avviene in Europa.</b> Penso che queste proposte dimostrino il proposito di portare ordine nelle finanze europee e, come logica conseguenza, quello di prendere maggiormente in considerazione la questione della politica europea comune. Per quanto riguarda l’Europa – non mi faccio illusioni – resta ancora molto da fare anche se, dopo le esperienze fatte, siamo disposti a dedicarle più tempo. […]</p><p><b>Se l’Europa vuole avere un ruolo di rilievo nel concerto delle potenze mondiali, fra gli Usa, l’Urss e la nascente potenza della Cina, deve cercare di trovare un accordo su progetti comuni.</b> L’offerta di cooperazione e di una giusta parità di interessi all’esterno risulta tanto più convincente quanto più è dettata da un unanime comportamento all’interno. Nella Comunità europea nessuno ha dubbi sul fatto che non esiste alternativa all’Europa. Solo che questa affermazione di principio non serve a niente finché continuiamo a domandarci: che cosa fa l’Europa per noi? mentre dovremmo chiederci: che cosa possiamo fare noi per l’Europa?</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Garlasco prima di Garlasco: cantanti, discoteche, gioia di vivere. Un reportage</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 11:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Masneri, Andrea Minuz</author>
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				<description><![CDATA[<p>Siamo qui nella splendida cornice di Milano Rogoredo, tra il boschetto dei tossici e il palazzo di Sky, pronti a partire per  questa&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/garlasco_42855" target="_blank">Garlasco</a>&nbsp;che ossessivamente rimbalza tra tv, giornali e soprattutto podcast, tanti podcast. <b>Epicentro del delitto, la crime city italiana, Garlascoland, la nostra Twin Peaks</b>. Vorremmo capire, a quasi vent’anni dal fattaccio, che ne è di questo posto  che ormai ha assunto una seconda vita televisiva, digitale, fantasmatica – un santuario del delitto con la sua sacerdotessa, la sua madonna, la criminologa Bruzzone, tra meme e TikTok di  sconosciuti che commentano a caso brani di intercettazioni che fluttuano nell’etere. <b>Tra i vari fantasmi, qualcuno giura che a Garlasco  venne un tempo la vera Madonna, Louise Veronica Ciccone.   Andiamo a verificare allora, in un’auto in affitto sfasciata e lercia, verso la grande Lomellina</b>.</p><p>A bordo della Citroën vandalizzata e con aria condizionata rotta passiamo da Pantigliate, e un pensiero deferente va al  grande Tommaso Labranca, sono 10 anni dalla sua morte quest’estate, e quanto ci manca il Flaiano dell’hinterland milanese, che compagno di viaggio fantastico sarebbe stato in questa scorribanda tra cartelloni e capannoni nell’ennesima variante della “sterminata provincia italiana”.</p><p>Proseguiamo e usciamo finalmente in luoghi arbasiniani, tra insegne di Mortara, Voghera, Vigevano, distributori deserti, un autogrill “Pizza &amp; Champagne”. Il nostro Io letterario dovrebbe dire, ecco la terra di Gianni Brera, bolliti, rane, risotti, vini dell’Oltrepò, sembra invece di essere finiti in una canzone degli 883. E’ comunque un grande epicentro: non solo Arbasino, Max Pezzali, Gianni Brera, ma anche Maria De Filippi, anche Mastronardi, quello del Maestro di Vigevano, cantore dello spleen lombardo, “il catrame”, lo chiamava il povero Mastronardi, che di catrame morì, buttandosi di sotto da un ponte del Ticino una mattina del ’79. <b>Ma eccoci arrivati.  Vorremmo farci un selfie un po’ cafonal sul ciglio della strada, sotto il cartello “Garlasco”, come tutti, però abbiamo un camion alle spalle, non ci si può fermare</b>. Si entra in città, direzione “centro”, che comunque è lì, il navigatore non serve.</p><p>Parcheggiamo. Tra i vari oggetti che “abbiamo rinvenuto”, direbbe un pm, nell’auto Share Now  ci sono: un ombrello, una lattina di Red Bull, anche una cartella clinica di un gatto. A Garlasco parcheggiamo sulla piazza principale, davanti alla polizia municipale. “Occhio allo scontrino”, fa Minuz. Conserviamo tutto. Un po’ per i rimborsi del Foglio, un po’ per  paura, la psicosi da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/andrea-sempio_42853" target="_blank">Sempio</a>, incastrato dai ticket. Per esempio, la cartella clinica del gatto sarà  pure  una potenziale prova contro di noi? Nella cittadina dove da vent’anni sono chi più chi meno tutti indagati? Anche le molte bici parcheggiate sui muri, fuori dai negozi, davanti ai bar, sembrano tutte quella di Alberto Stasi. Però in bici non ci va  nessuno. E neanche a piedi. Se ne vanno tutti in giro su grandi macchinoni. Anche nel nostro Airbnb l’host offre il pacchetto “due notti a Garlasco + Noleggio Auto Tesla Model 3  e ricarica omaggio”. Una Garlasco che non ti aspetti. Postmoderna, pulita, deserta, high-tech, losangelina.</p><p>Arriviamo nella controra, poca gente in giro, nessun posto dove mangiare, pensiamo: il solito paese morto, magari piegato per sempre dal delitto. Ghost town. Puntiamo su McDonald’s, in un centro commerciale: camion targati Lituania ci fanno passare sulle strisce.  Odore d’erba tagliata, molti muretti, cancelli, tantissimi cancelli e inferriate in tutti gli stili – déco, brutalisti, minimal, fatiscenti e arrugginiti o all’avanguardia, con allarmi, videocamere, droni pronti a decollare. Muri non sporcati di scritte. Nessuna bandiera della Palestina sui balconi come a Roma o a Milano, ma tante dell’Inter, campione d’Italia. Decoro, molto decoro. E un ronzio continuo: tutti, dietro ogni tipo di cancello, tagliano l’erba. Tra i negozi si fa notare una delle più belle ferramenta mai viste, forse la Prada delle ferramenta della Lomellina, vaste vetrine di  decespugliatori, tute, elmetti, abbigliamenti da bricoman, e un robottino tagliaerba che gira su se stesso in un vorticare inquietante.</p><p>Non manca un festival letterario a km zero: passeggiando sotto i portici di piazza Repubblica si scopre che proprio oggi ci sarà la premiazione<b> “Provincia in giallo”</b>, concorso letterario, sponsorizzato dal Rotary. Possono concorrere romanzi che appartengano “al genere ‘giallo noir’, di autori italiani o in lingua italiana, che abbiano scelto l’ambientazione provinciale”. Quest’anno in lizza  ci sono: Giovanni Cocco, con “Il mistero della cascata” (Piemme Editore); De Bellis e Fiorillo, “Dove si mangia la nebbia” (Piemme editore); Emanuela Valentini, “Morte di un Dio” (Piemme editore). Giustamente, a Garlasco, tutto un Piemme, o PM.</p><p>Insomma ci sembra proprio che Garlasco sia per sempre condannata a rivivere il suo cliché, la città del delitto. Ma davanti al McDonald’s si erge qualcosa di inaspettato. Un’enorme cupola a pagoda di calcestruzzo e un grande Buddha:<b> la discoteca-pizzeria-acquasplash “Le Rotonde” fa parte della storia rock di Garlasco, perché prima dei delitti, la cittadina pavese era famosa appunto per le sue discoteche, per la vita notturna, per i cantanti</b>. Alle Rotonde si sono esibiti negli anni personaggi come Umberto Smaila e Jerry Calà, e prima Celentano, Bobby Solo, Iva Zanicchi. Si fa prima a dire chi non è mai venuto, ed è Mina. Perché, ci raccontano, il fratello era morto in un incidente d’auto proprio dopo un concerto qui, il 28 maggio 1965, all’età di 22 anni. Cantante anche lui, meno fortunato, con lo pseudonimo di Geronimo.</p><p>Ma qui, in questa discoteca ancor oggi molto in voga, cantò qualcuno  ancora più importante, se possibile, di Mina. Dicono che si esibì… Madonna. Pensiamo subito alla mitomania di provincia, invece è tutto vero. Su YouTube c’è, sgranata, l’esibizione di una giovane Louise Veronica Ciccone nel 1983 con “Holiday”, sullo sfondo il logo al neon “Le Rotonde Garlasco”. Altro che Bruzzone! La Madonna a Garlasco è venuta davvero. <b>Chissà dove avrà dormito, se avrà assaggiato le rane, se è stata la sua prima data italiana</b>. Madonna a Garlasco sarebbe anche un gran titolo per un romanzo gaddiano su questo brutto pasticciaccio. C’è tutto un seguito nostalgico, su Facebook, che rievoca questa dolce vita garlaschese: “ti ricordi, alle Rotonde”, c’è chi lì ha dato il primo bacio, chi ha fatto le prime serate,  ma poi oltre Le Rotonde si ricordano anche locali come  il Pepe Club, o la Palanca, o l’Exclusive, o Il Pellicano (da non confondersi con quello all’Argentario, altro microclima). <b>Ma insomma Garlasco prima di essere Garlasco era un posto con la sua vitalità: lo chiamavano “La Las Vegas della Lomellina”. Ron, Rosalino Cellamare,  è di qui, c’è una foto in bianco e nero di lui in bici  in paese con Lucio Dalla</b>. E se fai la ricerca “Garlasco” sull’archivio delle foto di Getty Images ti escono solo concerti alle Rotonde, e niente omicidi.</p><p>Don’t cry for me Lomellina: “Era la zona lombarda con più locali notturni per numero di abitanti”, ci racconta Adriano Agatti, leggendario giornalista garlaschese, oggi collaboratore del Corriere, e il primo in assoluto a dare la notizia del delitto nel 2007. Entriamo di soppiatto alle Rotonde, dove tagliano l’erba, puliscono l’acqua della piscina, pitturano muri. Pensiamo che qualcuno ci dica qualcosa e ci fermi, ma non ci si fila nessuno, è come se non ci vedessero. In generale tutti sembrano non vedere, a Garlasco.   Alle Rotonde stava anche una delle gemelle Cappa quando viene raggiunta dalla notizia della morte della cugina, il 13 agosto 2007. Pare che le gemelle poi vi operassero da cubiste. “Alle Rotonde andavo anche io da ragazzo”, ci dice Agatti. Ha una sua teoria sul delitto ma ha deciso di non occuparsi più del caso, non ne vuole più sentir parlare, come tutti qui.<b> Stufi di inviati, strilli, complotti, revisioni di processi. Un paese di tutti assassini, un paese di nessun assassino</b>. Molta voglia di tornare a essere  Las Vegas o anche niente.</p><p>Però ognuno  ce l’ha, la sua teoria.  “Per me sono state più persone...” dice la cassiera del McDonald’s mentre ci serve dell’ottima crema di caffè, “Ma chi? “Eh questo non posso dirlo”. Sorride.  Nella vecchia edicola del centro, negozio storico, pieno di attrezzi da mare, materassini, secchielli, anche se il mare non c’è, qualcuno chiede  “Giallo” e lo piega dentro “La Lomellina”, settimanale con sede a Garlasco. Come una volta “Playboy” dentro “Il Sole24Ore”. Su “Giallo”, ecco dieci pagine su Garlasco, con nuove rivelazioni, nuovi periti, nuove teorie, nuove facce. In copertina, tipo “Cioè”, o vecchio disco  degli 883, “gli amici di Sempio”, con lui versione capellone, un po’ boy band, un po’ Sandy Marton, sembra “Il delitto di Radio Deejay”. Un cast che si rinnova continuamente. “Ormai non teniamo più il conto delle teorie”, dice l’edicolante. “Tra un po’ salterà fuori che sono stata io, del resto ero una delle poche ad avere aperto il negozio quel 13 agosto”, scherza. Su “Giallo”, Cairo editore, dopo il servizio su Garlasco, pagina di pubblicità di “Ansiben Relax”, ansiolitico, e te credo. Lo dice anche la cameriera del ristorantino-tipico dove ceniamo la sera, nel gran fresco della Garlasco by night, di fronte alla casa di Sempio: <b>“Troppe teorie, troppi personaggi, abbiamo perso il filo”. Garlasco come una soap complicata che anche il cast non capisce più. Al referendum sulla magistratura, il sì ha ottenuto uno share da prima serata sanremese: 62 per cento</b>.</p><p>Camminiamo verso il santuario della Madonna della Bozzola per la pista satanica. Sì, perché negli anni c’è stata pure la pista satanica (!). Ma già Arbasino raccontava delle “sataniste di Mortara”, affiancate alla “Casalinga di Voghera / in attesa della corriera / con le sataniste di Mortara / e i fidanzatini di Novara / quando scende il tiggì della sera / sul cavalcavia di Cava Manara” (scritta nel 2001: preveggenza? Troppo tardi per inquisire pure lui).  Insomma il santuario fu una delle tante piste battute negli anni, col parroco don Gregorio che pare fosse esperto in esorcismi,  curando anche l’anoressia, e Chiara Poggi avesse fatto ricerche online su questo. Poi il prete fu coinvolto a sua volta in un’estorsione da parte di due romeni che avevano dei filmati forse sexy, e vennero condannati e non se ne parlò più.</p><p>Per andare al santuario  si passa dalla stazione ferroviaria, si traversa  un passaggio a livello, con i campi a perdita d’occhio accanto e belle ville liberty. Finalmente ragazzi in bicicletta. E’ davvero la nostra Twin Peaks, anche un po’ Stranger Things. Una Garlasco soprannaturale. Anche perché prima del fattaccio, prima pure di Madonna, ci fu un’altra apparizione. Era il 1961 e il diciottenne Luigi M., intento a cacciare fagiani, scorge uno strano essere, alto, muscoloso, dal lungo pelo nero che urla e ciondola come un gorilla, poi sparisce. Partì la caccia al “mostro di Garlasco”. Anche qui testimoni che vedono e ritrattano, strane impronte simili a piedi umani ma più grandi. Nasce la leggenda del “Bigfoot di Garlasco”.</p><p>Garlasco si fa tutta a piedi, ci sono le ciclabili, “walking distance”, certo cinque minuti a piedi da cosa? Al santuario deserto, vagamente inquietante, ci sono solo cartelli per pellegrinaggi a Fatima,  e una più innovativa “Pellegrigita”, insomma pellegrinaggio light, più gita, il 4 luglio, alla Madonna del Frassino con passeggiata a Lazise sul Garda, “Primo comune d’Italia”, essendo stato fondato, dice il dépliant, nientemeno che nel 983 d.C. Il prezzo è 57 euro con pranzo al ristorante vista lago o 32 con pranzo al sacco.</p><p>Ma tornando dal santuario, a pomeriggio inoltrato, la cittadina sembra rinata e rianimata. Un’altra Garlasco. I bar sono pieni, anziani, certo, alcuni che  leggono il bugiardino dei farmaci con la stessa attenzione di chi consulta il New Yorker. Ma anche famigliole, e un sacco di bambini, prime generazioni, seconde. Carrozzine.  Kebab turco, “Turkish Garlasco”. No spleen. <b>Oggi, sarebbe il vero  sabato del villaggio di Garlasco, tra l’altro. Da rimanere il weekend, che prevede tripudio di eventi</b>: parte infatti la due giorni di Risomania, festival “diffuso”, del resto siamo in zona di risaie storiche, alla sua quarta edizione, “dove il cereale è protagonista”. Su TikTok la comunicazione è martellante. Show cooking, banchetti, degustazioni, anche con la partecipazione di “Rubina Rovini, concorrente alla quinta edizione di Masterchef Italia”, e prima edizione del concorso “Miss Mondina”. L’idea è quella di far dimenticare la Garlasco “gialla”, sostituendola con quella dello zafferano. C’è anche un pride dei trattori, Party cool tratür.  E poi sempre oggi,  alle  Rotonde,  “Espuma Party” con latin beach e balli di gruppo (“aperto anche in caso di pioggia”).</p><p><b>Giriamo in  macchina, nella cittadina del pm diffuso e partecipato, dove “il caso” ha cambiato anche l’urbanistica, ci sono zone interdette, e cartelli in cui sono raffigurati come degli animaletti dotati di grandi occhi, “zona a sorveglianza di vicinato”, sorte dopo il fattaccio</b>.  Molti gatti perduti, si offrono ricompense. Arriviamo in via Pascoli, dove sorge  la villetta fatale. Sono i Parioli di Garlasco - la strada più bella, elegante, signorile. Non si potrebbe entrare per via dell’ordinanza del sindaco appiccicata sopra le transenne, ma ci affacciamo lo stesso. La villetta dei Poggi è in fondo alla strada, prato all’inglese, veranda, sdraio, tutto calato in un grande silenzio irreale. Però che impressione, che aria sinistra, lugubre. Come si sente anche dopo vent’anni la disgrazia… sarà la suggestione? Overdose da “Quarto Grado”? Troppi plastici di “Porta a Porta”? Comunque scappiamo via prima che ci vedano. Si va in via Carducci, tra le trame letterarie di questo delitto. Lì c’è la casa di famiglia di Alberto Stasi, villozzo acquattato in un punto cieco, torre conica, ma senza  l’eleganza, la privacy di via Pascoli. Tutto un po’ più ammassato. Un cartello: vietato il sorvolo con droni. La villa è da anni in vendita a 610.000 euro – francamente vista così non li vale. Ma la pista immobiliare, una delle nostre preferite di sempre, va approfondita. Andiamo a parlare con le agenzie. “A Garlasco il mercato è in crescita, i prezzi sono saliti, anche quelli degli affitti, con bilocali che stanno sui cinquecento euro al mese”, ci spiega Chiara Prenga di Gabetti. Ma il pezzo forte di Garlasco è sempre “la villetta”, 100 mq, pezzo di giardino intorno, veranda, cantina, box. Pensavamo che ci fosse il rifiuto, per il fattaccio. Invece, questo simbolo dell’eterna provincia italiana è richiestissimo. “Ne vendiamo molte, il boom soprattutto è stato durante il Covid, quando dall’hinterland milanese in tanti hanno mollato la città e si sono trasferiti qui”. Certo, “il milanese che prende casa a Garlasco non è quello di Moscova, semmai di Cernusco sul Naviglio”. Prezzi? “Trecentocinquantamila euro, se è nuova, o ben tenuta. Ma ce ne sono molte fatiscenti, abbandonate, vecchi villini liberty ereditati da gente che non ne vuol sapere di rimetterli a posto e restano lì”. Però si continua a costruire. Molti cantieri. Villette di ultima generazione. Villetta continua.</p><p>La sera torniamo nell’Airbnb, e ci sono un sacco di ragazzi in giro, bar aperti, musica. Garlasco pensavo peggio. Ci  mettiamo a compulsare il TikTok  che sputa qualunque cosa: spezzoni di “Quarto Grado”, Bruzzone, Stasi, sconosciuti che commentano Stasi, mamma di Stasi, mamma di Poggi, mamma di Sempio. Che ansia. Avremo chiuso bene la porta? Non dormiamo.</p><p>“Una volta ero in vacanza con le mie figlie gemelle  e sentendo che eravamo di Garlasco un tizio mi fa: ah, ecco le gemelle Cappa”, ci racconta davanti al caffè sotto i portici il mattino dopo ancora il decano dei giornalisti di “nera” Agatti. Come  Annabella era solo a Pavia, e Aiazzone a Biella, Garlasco era e sarà per sempre il delitto.  La sensazione però è di essere come  sotto il  ripetitore telefonico, che emana il segnale ovunque tranne che dove si sta:  qui non interessa più a nessuno. Importa solo a noi di fuori, attirati come a una sagra, a un sabba del crimine. Soprattutto, ai più anziani. Per “i giovani”, Garlasco è solo un meme. “Ah, siete a Garlasco? Non dimenticate di andare alla Casa della Brioche”, ci dicono su Instagram. Alla casa di che?  La Casa della Brioche  è un piccolo fenomeno social, che mischia food con crime, tra “bada come la fuma” e “io so ma non ho le prove”. Però in maniera gentile, come si addice a questi luoghi. Kevin Gjergji ha 20 anni e fa il pasticciere, e declama in favore di telefono le qualità delle sue brioche, al motto di “la brioche è la cosa più famosa di Garlasco, no?”.<b> Un gioco sottile, senza mai nominare il delitto, per quello ci pensano i follower. I commenti sono infatti tutti a senso unico: facci un eSempio delle migliori brioche! Mi raccomando lo scontrino! Sono eSTASIato dalle paste. Vengo a piedi, la bici la lascio a casa”</b>. Raggiungiamo dunque la Casa della Brioche, a piano terra di un palazzo sgarrupato qualunque. Dentro è in piena attività. Kevin è dietro, in laboratorio. Ha vent’anni ed è figlio di albanesi arrivati qui con gli sbarchi degli anni Novanta. E’ sorridente e felice. A Garlasco sta benissimo, a Milano non vorrebbe mai abitare, “qui ci conosciamo tutti”. Non si annoia? “E perché? La sera si esce,  si sta in giro”. L’idea dei video gli è venuta prima che riaprissero le indagini, ci racconta, e il successo è stato immediato, ormai ne fa 4-5  alla settimana e ha raggiunto i 5-6 milioni di visualizzazioni mensili su TikTok. La gente viene a farsi i selfie, anche i turisti che magari si fanno la foto sotto il cartello stradale “Garlasco” come una volta si faceva col sasso della Costa Smeralda, e poi si spingono fin qui.“Vengono tutti, la domenica c’è la fila. La brioche più cara è quella al cioccolato di Dubai, 4 euro” (ah, la brioche al cioccolato di Dubai a Garlasco, quanto sarebbe piaciuta a Labranca). “Poi c’è la frutta realistica, nuovo tormentone alimentare, gelatoni con la forma del frutto, “siamo stati i primi a proporla qua in zona”. L’accusano di sfruttare il caso Poggi? “Ma io non sfrutto niente, anzi, facciamo una comunicazione ironica: qualcuno mi dice: perché non fai la villetta realistica di gelato, o  un dolce a forma di coltello, ma non mi va”. In America ci sarebbero, in una Garlasco a stelle e strisce, mille ristoranti e parchi e attrazioni a tema, ma nella placida Lomellina non si fa. “In generale  la mia generazione, quella nata dopo il delitto, è stufa, non ci pensiamo, non ho nessuna teoria su chi è stato”, dice il baldo Kevin. Ci va piuttosto alle Rotonde? “Certo. Ci son stato anche lunedì scorso”. Poi torna a impastare e postare. <b>Garlasco, vent’anni dopo, è pronta a tornare, se non Las Vegas, almeno un posto qualunque, tra la  Lomellina e il West</b>.</p>]]></description>
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				<title>Nordio: “Berlusconi e Dell’Utri? Un’indagine che dura trent’anni è contraria allo stato di diritto”</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 17:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
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				<description><![CDATA[<p>“L’attacco, si capiva benissimo, non era contro di me, ma contro il capo dello Stato”, dice Carlo Nordio, ministro della Giustizia, intervistato da Ermes Antonucci alla Festa dell’Innovazione del Foglio a Venezia. Si parte dal caso della grazia a Nicole Minetti, ex consigliera regionale della Lombardia, dalle accuse dell’opposizione, dal ruolo del ministero e da quello del Quirinale. Nordio spiega di aver letto subito tutti gli atti e che già da quei documenti “si capiva che era tutto regolare”. Il punto politico, però, per lui è un altro: “La cosa che mi ha stupito di più è che l’opposizione sia caduta in questo tranello, accusando subito il ministro della Giustizia delle peggiori nefandezze. Mentre l’attacco a un ministro può anche essere comprensibile da parte dell’opposizione, <b>quello che ho trovato indecoroso è l’attacco al capo dello Stato</b>”. Dopo un mese di indagine della procura di Milano, aggiunge, “la questione ora è risolta”. Resta, dice Nordio, “stupefacente come un partito serio <b>come il Pd sia caduto nel tranello di queste sconsiderate accuse del tutto infondate”, accuse che “li stanno coprendo di ridicolo</b>”.</p><p>Il discorso si sposta su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, indagati per anni con l’accusa di aver sollecitato le stragi di Cosa nostra. È normale, chiede Antonucci, che due cittadini vengano indagati per decenni, con fascicoli chiusi e riaperti più volte? “<b>Un’indagine che dura venti o trent’anni è contraria allo stato di diritto</b>”, risponde Nordio. Secondo il ministro, questo accade per tre ragioni: l’obbligatorietà dell’azione penale, la mancanza di un vero controllo sull’attività del pubblico ministero e l’impossibilità di cambiare pm durante l’indagine. “Sono tutte cose legittime e giuste in sé”, dice, ma messe insieme possono produrre effetti distorti. Il meccanismo della “clonazione del fascicolo”, per Nordio, andrebbe smontato, anche prevedendo il cambio del pm. <b>“Servirebbe una modifica del codice di procedura penale”, ma dopo il referendum e con il tempo che resta alla legislatura, ammette, sarà difficile.</b></p><p>Il referendum sulla giustizia è il passaggio inevitabile. Dopo la sconfitta, c’è ancora spazio per le altre riforme? Nordio dice che il governo era convinto di vincere, anche perché su alcuni punti c’erano convergenze tra le opposizioni e sperava in un voto compatto e ampio degli elettori di centrodestra. Ora restano in parlamento i dossier sulle intercettazioni e sul sequestro degli smartphone. Sulla questione della responsabilità civile dei magistrati, anch’essa in Parlamento, il ministro spiega:<b> sanzionare economicamente un magistrato che sbaglia “non ha senso perché solitamente ha un’assicurazione che lo copre</b>”. La sanzione efficace, per Nordio, dovrebbe pesare sulla carriera.</p><p>Poi <b>Garlasco</b>, il caso che da mesi &nbsp;riempie giornali e televisioni. Da una parte <b>Alberto Stasi</b>, condannato; dall’altra <b>Andrea Sempio</b>, indagato e già trasformato in un mostro da buona parte dei media. Il titolare della Giustizia definisce “una stranezza” quanto accaduto nel primo processo, quello di Stasi: due assoluzioni, poi il rinvio della Cassazione e la successiva condanna in appello. “Ma come fai a condannare una persona se due corti l’hanno assolta nel merito riconoscendo un ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza?”, chiede il ministro. Una revisione di una sentenza può esserci, <b>ma allora bisognerebbe rifare il processo “ex novo”</b>, come nel mondo anglosassone. Sul secondo filone, quello che riguarda Sempio, Nordio non si pronuncia sui fatti. Ma sul metodo sì: “L’accanimento del processo mediatico rovina la vita di chi lo subisce”.</p><p>In chiusura, Antonucci chiede se, dopo il referendum, la giustizia italiana sia destinata a restare irriformabile per i prossimi anni. Il ministro risponde partendo da ciò che, a suo giudizio, è già cambiato: fino a pochi anni fa, ricorda, “molte sentenze erano ancora scritte a mano; oggi invece la giustizia è entrata in una fase di dematerializzazione e di maggiore uso della tecnologia”. Quanto alla riforma, Nordio difende ancora l’impianto bocciato dal referendum: non avrebbe indebolito la magistratura, dice, ma l’avrebbe resa più libera e più forte. La sconfitta al referendum, ammette, “<b>ha sicuramente rallentato il percorso di riforma della giustizia</b>”.</p>]]></description>
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				<title>FI rilancia sulla giustizia in vista del vertice di maggioranza. Parlano Cattaneo e Ronzulli</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Ruggiero Montenegro</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;Si rivedranno di nuovo martedì per fare il punto sulla Giustizia, per superare l’impasse di qualche giorno fa. “Ci sono battaglie garantiste che vanno portate avanti. Esistono criticità conclamate che vanno affrontate”, dice la senatrice azzurra <b>Licia Ronzulli</b>. “Proseguire sulle riforme della giustizia è assolutamente giusto, è coerente con il programma di governo che abbiamo scritto come tutto centrodestra per le politiche del 2022 ed è anche un modo per proseguire un tema su cui milioni di italiani si sono espressi positivamente”, gli fa eco il collega<b> Alessandro Cattaneo</b>. Rilanciano. Mandano un messaggio anche agli alleati. Per Forza Italia la giustizia resta centrale, è un punto su cui connotare il nuovo corso. Un modo per restare agganciati ai molti elettori, ai comitati e alle associazioni che negli scorsi mesi si sono spesi per una svolta sulla giustizia. E’ anche per questo che da settimane chiedono a Carlo Nordio – i capigruppo Costa e Craxi avevano scritto una lettera al Guardasigilli –  di dare un segnale, di riprendere quel cammino delle riforme che sembra essersi arrestato dopo la vittoria del No. “Con il voto al referendum gli italiani non hanno detto che il nostro sistema giudiziario funziona bene così com’è e non va toccato. Per questo la spinta riformatrice non si può e non si deve fermare. Ci sono battaglie garantiste che vanno portate avanti, a cominciare dalle riforme che sono già incardinate in Parlamento”, dice Ronzulli al Foglio elencando le priorità dell’agenda azzurra. “Penso alla prescrizione, perché un processo non può durare all’infinito, o alle norme sul sequestro degli smartphone, che ormai contengono tutta la nostra vita. Allo stesso tempo, c’è un altro tema ormai ineludibile, ossia la responsabilità civile dei magistrati, perché chi sbaglia sulla pelle dei cittadini deve pagare. Riformare la giustizia resta una priorità e una battaglia di civiltà che deve costituire uno degli assi dell’ultima parte di legislatura”.</p><p><b>Eppure nel tavolo di maggioranza che si è tenuto in Via Arenula solo pochi giorni fa c’è stato un nulla di fatto</b>. Le risposte chieste da Forza Italia non sono arrivate, il vertice non è andato come ci si aspettava. Nel frattempo però è arrivata  la sentenza su Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, che ha archiviato le accuse, fissando un altro punto fermo: non ci sono elementi concreti su rapporti diretti tra Cosa nostra e il fondatore di FI. Un’altra prova, per Cattaneo, che “sono ancora molte le battaglie da portare avanti, l’abbiamo visto con questo recente pronunciamento sul Cav”. Il deputato quindi aggiunge: “Quello è un caso eclatante che dimostra come nel grande, ma anche nel piccolo, ci siano tanti aspetti da affrontare: tempi della giustizia, equità”. E così come Ronzulli, anche Cattaeno sottolinea che è arrivato il momento di “cominciare  a parlare di responsabilità civile dei magistrati”. E’ una questione su cui Marina Berlusconi è tornata a insistere. Due giorni fa anche il leader della Lega Matteo Salvini si è espresso in questa direzione, chiedendo  una legge entro fine legislatura. Più freddo invece è sembrato nelle scorse settimane il ministro Nordio, così come Fratelli d’Italia, forse nel timore di riaprire un fronte con i magistrati. Tanto più dopo la scoppola referendaria. “Nessuno vuole alimentare alcuno scontro, nessuno vuole creare un clima di contrapposizione. Anche durante la campagna referendaria siamo stati estremamente attenti a rimanere nel merito della riforma”, mette agli atti Cattaneo. “Inoltre tanti i magistrati sono ben consapevoli che è urgente e necessario intervenire per migliorare la qualità del sistema giudiziario”. Alcune provvedimenti, tra quelli cari agli azzurri, sono già all’esame del Parlamento. Si tratta adesso di arrivare fino in fondo. “Andiamo avanti, l’Italia ha dei gap da recuperare che paghiamo non solo sui temi strettamente legati ai provvedimenti giudiziari, ma anche su aspetti di carattere economico. Con i tempi e l’incertezza del nostro sistema ostacoliamo gli investimenti dall’estero e quelli dei nostri imprenditori”. Adesso si tratta di convincere gli alleati di maggioranza, a partire dal tavolo della prossima settimana. In ogni caso, assicurano tutti in Forza Italia, “andremo avanti”.</p>]]></description>
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				<title>Ritratto di Patrizia Martucci e Francesca Nanni, gip e pm a prova di circo mediatico</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una, <b>Patrizia Martucci, è la gip del Tribunale di Firenze</b> che ha disposto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/04/news/archiviate-le-accuse-nei-confronti-di-dellutri-e-berlusconi-per-le-stragi-del-1993--400034" target="_blank">l’archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell’Utri</a>, nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti delle stragi di mafia del ’93. L’altra, <b>Francesca Nanni</b>, è la procuratrice generale di Milano (ma lei preferisce sentirsi chiamare “procuratore”, con buona pace del  politicamente corretto) che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/03/news/caso-minetti-la-procura-generale-conferma-il-parere-positivo-notizie-non-corrispondono-al-vero--399963" target="_blank">ha confermato il parere positivo sulla grazia a Nicole Minetti</a>. Entrambe  – con parallela decisione non contemporanea (Martucci ha archiviato Dell’Utri cinque mesi fa, ma il fatto è emerso solo oggi) – piombano con poche righe secche di motivazione nel vortice mediatico giudiziario, uscendone dall’altro lato: quello dove i teoremi e le suggestioni, le supposizioni e le prove non provate senza ombra di dubbio restano distinte dalla volontà di accertare senza ombra di dubbio la realtà dei fatti.</p><p>Un altro teorema potrebbe dire: Martucci e Nanni saranno vicine alla parte politica che sostiene gli accusati ora scagionati. Invece no. Martucci non era schierata con i “magistrati per il Sì” al referendum (“anzi”, dice chi la conosce), e Nanni ha criticato pubblicamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio, definendo la riforma “inutile e punitiva”. Il circo mediatico lambiva entrambe, come a volerle risucchiare. Ma loro si sono scansate. Nel caso di Martucci con la frase con cui il 15 gennaio scorso la gip ha archiviato: “Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”. I detrattori dicono: archiviazione non vuol dire assoluzione, il fascicolo si può riaprire. Intanto però Martucci così ha deciso, per mancanza di riscontri. Ed è qui che la coincidenza smentisce la suggestione, ché la storia professionale e personale della gip si interseca con quella delle inchieste su mafia e politica cresciute nella procura di Caltanissetta, quella dove lavorava da giovane il pm Luca Tescaroli, punto di riferimento del filone che, per trent’anni, ha visto Dell’Utri accusato e archiviato a ripetizione, e dove lavoravano anche Martucci (allora al Tribunale dei minorenni locale) e suo marito Michele Barillaro, giudice che ha redatto la sentenza sulla strage di via D’Amelio e quella nel processo a Totò Riina per l’attentato contro Giovanni Falcone e che poi, a Firenze, si è occupato di mafia cinese, prima dell’incidente stradale mortale del 2012, in Namibia, avvenuto mentre Patrizia era in tribunale a Pistoia (dove si erano poi trasferiti entrambi, da sposati e con due figlie piccole). In un attimo, tutto finito: un camion che corre nella direzione opposta lungo una strada africana già percorsa da Barillaro tante volte, con o senza familiari, per raggiungere i luoghi amati e l’area dov’erano autorizzate le battute di caccia, sua passione. Un attimo, il buio, la notizia che lascia tutti sgomenti. “Michele ha raggiunto i suoi amici”, aveva detto allora il parroco durante l’omelia, riferendosi a Falcone e a Borsellino, la cui foto spiccava dietro alla bara. Tutto questo avrebbe potuto orientare diversamente la gip Patrizia, nata a Roma nel 1965 e cresciuta professionalmente a Caltanissetta, il luogo dove le inchieste sulle stragi hanno avuto origine? Chissà, fatto sta che non è avvenuto. E ora il circo mediatico si trova a ribattere non tanto a lei, gip che si è occupata anche di sospetti appalti pubblici truccati, ma a Marina Berlusconi – che oggi polemicamente si domanda: e se Martucci avesse deciso diversamente, ci avrebbe messo cinque mesi, a uscire, la notizia?</p><p>Invece a Nanni, magistrata lodata a suo tempo da Walter Veltroni sul Corriere della Sera, risponde direttamente il direttore e co-fondatore del Fatto Marco Travaglio, replicando alla nota in cui la procuratrice, nel confermare il parere pro-grazia, definisce “false” le rivelazioni del Fatto sul caso Minetti. Nota di Nanni: “I fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero” e “non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito sulla domanda di grazia”. Risposta di Travaglio: “Egregia procuratrice, lei è libera di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna su reati gravissimi senza che abbia scontato un minuto di pena...Ciò che lei non può fare, perché non è nei suoi poteri, è infangare e diffamare con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto, in un comunicato che non ammette contraddittorio”. E pensare che il faro di Francesca Nanni è Francesco Saverio Borrelli e il suo “resistere, resistere, resistere”, e che uno dei suoi pallini è contestare la cosiddetta “dottrina Mitterrand” (per riportare in Italia gli ex terroristi rossi estradati in Francia). Occhialetti neri, capelli biondi, la procuratrice ha studiato le carte di vari processi famosi. Partendo dalla fine, sarà lei a valutare se proporre la revisione del processo che ha condannato Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi. Era l’uomo sbagliato? Si vedrà, ma un “uomo sbagliato” Nanni, nella sua carriera, l’ha già incontrato e fatto condannare, ma poi anche fatto scagionare: si tratta di Michele Barillà, poi soggetto di una fiction con Beppe Fiorello, come ha raccontato Nanni stessa a Elvira Serra, sul Corriere della Sera. Ed è sempre lei, la sessantaseienne sportivissima Nanni, la donna che ha fatto riaprire, studiando le carte e riscontrando incongruenze nella testimonianza chiave, il processo Zuncheddu, il pastore sardo ingiustamente detenuto per 33 anni. Non lavorano insieme, Martucci e Nanni, ma insieme indicano una via: la verità spesso non sta dove sta la suggestione (e il polverone).</p>]]></description>
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				<title>Nel mondo di Sigfrido. Si condanna senza prove, si diffama senza verificare. E’ il metodo Travaglio</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Gian Domenico Caiazza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gran finale della telenovela Minetti: la grazia è confermata, Cipriani e consorte intentano risarcimenti milionari contro il Fatto quotidiano (oltre a Report e Mediaset), e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/05/news/lultima-bravata-di-travaglio-su-minetti--400118" target="_blank">Travaglio</a><b>&nbsp;minaccia querele contro la procuratrice generale di Milano che ha osato smentire la fondatezza della “controinchiesta” giornalistica</b>. Salvo – ha precisato – che la dott.ssa Nanni non voglia profondersi nelle sue più sentite e contrite scuse. Non è fantastico? Alla base di questa pièce tragicomica c’è una idea del diritto di cronaca tanto malsana quanto inestirpabile, invocando la quale si rivendica – per dirla in breve – la incoercibile libertà di pubblicare qualunque notizia giunga all’orecchio del giornalista (meglio ancora se costui ha un nome che sembra creato dalla penna di Conan Doyle), e che sia utile a disvelare – in questo caso –  il torbido retroscena della vituperata grazia.</p><p>Una massaggiatrice uruguagia confessa che la signora Minetti, lungi dall’aver cambiato vita, seleziona le chicas (“esta me gusta, esta non me gusta”) per marito e ospiti, e tanto basta per sparare la bomba. Quanto all’adozione del figliolo, ovviamente frutto di non meglio precisate trastule amministrative (poi tutte smentite dalla procura), fa brodo anche raccontare che l’avvocato che l’avrebbe avversata è misteriosamente morto carbonizzato. <b>Un bel tocco di crime non guasta. Il fatto è che il diritto di cronaca, come ci insegna la Cassazione, non funziona così</b>. Se riferisci una dichiarazione altrui, hai il dovere di verificarne la rispondenza al vero (la massaggiatrice ha davvero lavorato lì? Per quanto tempo?  Ha maturato motivi di contrasto con i padroni di casa? Ci sono altri dipendenti o frequentatori del ranch che confermano la storia delle chicas?).</p><p>Se introduci la notizia (vera) dell’avvocato carbonizzato, devi ben spiegare il nesso con il tema principale dell’inchiesta, altrimenti stai compiendo una operazione gravemente manipolativa, che la Cassazione ha efficacemente stigmatizzato definendolo “accostamento suggestionante”: è stato forse assassinato – si chiederà inevitabilmente il lettore – per facilitare l’adozione? Di fronte a un simile disastro, il direttore rilancia e pretende le scuse degli inquirenti, visto che costoro non avrebbero verificato le inconfutabili fonti della inchiesta giornalistica (ma perché allora, direttore, non le avete tempestivamente messe voi a disposizione degli inquirenti?). Esattamente la stessa logica reattiva di Sigfrido Ranucci, che ha rabbiosamente qualificato “articolo killer” una recente, documentata cronaca, su questo giornale, di Ermes Antonucci, che raccontava nel dettaglio il naufragio di una vicenda giudiziaria innescata da una “inchiesta” di Report. Conosco bene la vicenda, avendo difeso (con il collega Fabrizio Costarella) lo sventurato imprenditore accusato, da Report e a seguire dalla procura di Milano, di aver ordito una fantasmagorica truffa, vendendo diamanti farlocchi a migliaia di risparmiatori, con il concorso delle banche. Undici mesi di carcere, altri di arresti domiciliari, azienda confiscata, danni per centinaia di milioni, per essere poi assolto in primo e secondo grado per insussistenza del fatto. La truffa, in sintesi, era fondata sull’idea che i diamanti valessero molto meno del valore dichiarato.</p><p><b>L’errore dei nostri “segugi”? Aver calcolato quel valore sul listino dei prezzi all’ingrosso, non al dettaglio</b>. Vi sembrerà incredibile, ma è proprio così, basta leggere le due sentenze assolutorie, che trasudano stupore e anche una certa dose di irritazione. E tuttavia, per Ranucci il killer è Antonucci, come per Travaglio la diffamazione è opera della procuratrice generale Nanni. Questo capovolgimento della logica e delle regole è una esclusiva mondiale del sedicente “giornalismo d’inchiesta” italico, che pensa di assolvere i propri doveri inseguendo con la telecamera in spalla persone che si chiudono in macchina o che, banalmente, si rifiutano di rispondere per strada, o pubblicando notizie – come ha detto senza imbarazzo Ranucci a proposito di Nordio nel ranch uruguagio di Cipriani – “che stiamo verificando”. <b>Prima diamo la notizia, poi la verifichiamo, e tu che sei oggetto della notizia non hai da lamentarti, perché ho precisato che la notizia “è in corso di verifica”</b>. E’ il mondo al contrario, direbbe Vannacci: ma qui, per una volta, avrebbe ragione da vendere.</p>]]></description>
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				<title>Crolla il maxi processo antimafia “Gotha”. Assolto (nel merito) pure un morto</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nei giorni scorsi è stata diffusa, seppur timidamente, la notizia dell’<b>assoluzione in appello dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ottenuta dall’ex senatore Antonio Caridi</b> (Forza Italia), di cui il Senato autorizzò l’arresto chiesto dalla procura di Reggio Calabria nel lontano agosto 2016. Ciò di cui non si è parlato è il contesto in cui si è inserita l’assoluzione di Caridi. Si tratta del <b>maxi processo denominato “Gotha”</b>, istruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, all’epoca guidata da Giovanni Bombardieri (oggi procuratore di Torino), e nato dalla riunificazione di numerose inchieste dai titoli altrettanto allusivi (alla faccia della presunzione di innocenza): “Mamma Santissima”, “Reghion”, “Fata Morgana”, “Alchimia” e “Sistema Reggio”. Con quelle indagini, la procura riteneva di aver fatto luce sulla componente riservata della ’ndrangheta, un direttorio capace di dettare gli indirizzi politici degli enti pubblici, attraverso intrecci tra mafia, politica e massoneria. Il maxi processo è crollato in maniera clamorosa in appello, non solo per l’assoluzione di Caridi (che era già stato assolto in primo grado). <b>I giudici della Corte d’appello di Reggio Calabria, infatti, hanno anche assolto: l’ex deputato socialdemocratico Paolo Romeo, condannato in primo grado addirittura a 25 anni</b> di reclusione per associazione mafiosa; <b>l’avvocato Antonio Marra, anche lui condannato in primo grado a 17 anni </b>di carcere con l’accusa di associazione mafiosa; <b>Francesco Chirico, condannato in primo grado a 16 anni </b>di reclusione; pure un prete, <b>don Pino Strangio, che era stato condannato a 9 anni e 4 mesi</b> per concorso esterno in associazione mafiosa; e infine <b>persino un imputato nel frattempo morto, l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, deceduto improvvisamente un mese fa, condannato in primo grado a 13 anni</b> (i giudici hanno deciso di entrare nel merito e assolverlo anziché dichiarare estinto il reato per morte dell'imputato). Oltre ottanta anni di carcere spazzati via in un colpo solo.</p><p>Insomma, <b>del maxi processo non è rimasto quasi nulla, a parte le sofferenze patite in tutti questi anni dagli imputati.</b> In un’intervista al Corriere della sera, <b>Caridi ha parlato dei 18 mesi trascorsi in carcere “con i topi che mi venivano tra i piedi quando ero in bagno”. “Ho avuto pensieri suicidi ma ne sono venuto a capo”</b>, ha raccontato, ricordando le modalità con cui il Senato diede il via libera al suo arresto: “La richiesta di autorizzazione a procedere nei miei confronti fu votata in meno di otto giorni. Solo l’ordinanza di arresto erano seimila pagine. Poi vi erano le informative. Nessuno poteva leggere un atto di accusa monumentale in un tempo così breve. Cinque Stelle, Pd e Lega decisero il mio arresto. Li ricordo mentre giocavano distratti con gli smartphone. Quella sera uscii dall’aula e andai a Rebibbia a consegnarmi”. <b>“C’è più umanità a Rebibbia che nell’aula del Senato”</b>, ha affermato Caridi.</p><p>Don Pino Strangio, già rettore del Santuario di Polsi, attualmente parroco a Careri, paesino dell’entroterra nella Locride, si è lasciato andare a un pianto liberatorio dopo la lettura della sentenza che lo ha assolto. Poi ha scelto di non commentare e di osservare il silenzio, come ha fatto fin dall’inizio della vicenda giudiziaria che ha stravolto la sua vita.</p><p>Danilo Sarra ha ricordato suo fratello Alberto, ex consigliere regionale, morto un mese fa ma assolto nel merito: “Alberto era convinto della sua innocenza e della sua assoluzione. <b>Dispiace a me e a tutti noi familiari che non abbia potuto gioire quando era ancora in vita. Sarebbe bastato poco e sarebbe stata una consolazione”. </b></p><p>L’avvocato <b>Antonio Marra</b>, anche lui assolto, ha invece posto la domanda cruciale su cui tutte le istituzioni e l’opinione pubblica dovrebbero interrogarsi: <b>“E’ accettabile un sistema che consente che, a distanza di dieci anni, si accerti l’innocenza di una persona dopo averne di fatto distrutto la vita professionale e umana? Non è forse doveroso interrogarsi su un modello che fa acqua da tutte le parti?”. </b></p>]]></description>
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				<title>Il duetto psichedelico Sannino-Tescaroli per evitare di ammettere che l’inchiesta stragi era fuffa</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Voi non ve li ricordate, ma i Delirium erano un gruppo progressive all’italiana di alcuni decenni fa: <b>più o meno tanti decenni quanti sono durate le millemila inchieste su&nbsp;Dell’Utri e Berlusconi per le “stragi del ’93”</b>. Ora su Repubblica Conchita Sannino e il procuratore di Prato Luca Tescaroli si sono esibiti in una lunga suite psichedelica ispirata all’archiviazione decretata dal gip di Firenze dell’ultima versione (<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/04/news/leterna-persecuzione-contro-berlusconi-e-dellutri-per-le-stragi-mafiose--400085" target="_blank">sei inchieste ma forse anche di più, ha spiegato Ermes Antonucci</a>) della trentennale inchiesta. Conchita Sannino, prima firma della giudiziaria, evidentemente cresciuta alla scuola della Nuova Oggettività e del suo distaccato realismo, prende subito la nota più alta: “Procuratore Tescaroli, la destra è insofferente, vuole riscrivere la storia del suo federatore?”.<b> L’oggettività vorrebbe che sia stato un giudice, e non “la destra”, a stabilire un’archiviazione tombale, ma Tescaroli non si fa scappare l’accordo.</b></p><p>“Un problema esiste. Siamo ancora qui, dopo un trentennio, ad attendere che ci sia il rispetto dell’azione e delle verifiche che prima i pm e poi i giudici hanno il dovere di compiere”. Ripetiamo: lo ha stabilito il gip; ma il procuratore è baritonale:<b> “La politica non accetta il sindacato che la magistratura deve svolgere quando di mezzo ci sono figure che esercitano un grande potere”. </b></p><p>Le decisioni, pure dei gip, si possono commentare (anche se farlo in qualità di procuratore aggiunto di Firenze che aveva aperto l’inchiesta ora bocciata è un poco irrituale), e ai magistrati che commentano la politica siamo purtroppo abituati dai tempi in cui Ivano Fossati cantava Jesahel. Si può persino scrivere come Lirio Abbate (stesso giornale) che “le stragi del 1993 continuano a produrre una domanda che la magistratura non è mai riuscita a chiudere” – in realtà per almeno sei volte la magistratura ha chiuso una domanda perché era priva di riscontro o mal posta, visto che ha riguardato due e due sole “figure che esercitano un grande potere”, per usare la circonlocuzione di Tescaroli. <b>Si può addirittura insistere sullo stesso spartito come fa Attilio Bolzoni, veterano della Grande Armée mafiologica ora di stanza al Domani, il quale Berlusconi non lo nomina nemmeno, usa direttamente il “lui” dell’antonomasia.</b> Ma da lì a scavalcare del tutto il problema posto dalla gip Patrizia Martucci, “mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri”, il salto di tastiera è spericolato. Ma l’ensemble Sannino-Tescaroli non perde il ritmo: “Vede un’onda di revisionismo per Berlusconi grande vittima?”. Il famoso revisionismo del gip. E il procuratore: “Posso solo dire che eravamo abituati, ma l’intolleranza sta crescendo a dismisura, lo abbiamo visto anche durante la campagna referendaria, con le offese, la sistematica volontà di demolire la credibilità dei magistrati”. Cosa c’entrino il revisionismo e l’intolleranza – verso i magistrati, si evince: o non sarà invece solo la legittima critica a inchieste trentennali senza costrutto ed esito? – è difficile capire, siamo alla psichedelia piena di azzardati acuti: <b>“E’ come se il responso dei cittadini, con la vittoria del No, non fosse stato accettato fino in fondo...”.</b></p><p>Dunque, nel pensiero del procuratore capo di Prato, il responso di un referendum dovrebbe servire per validare ex post (post tre decenni) un’inchiesta indiziaria e insistita oltre ogni ragionevole motivo.<b> Un crescendo degno del miglior rock sinfonico, che riga dopo riga si allontana dalla banale realtà del fatto – un’inchiesta politica figlia di una lunga collana di inchieste identiche è stata giudicata priva di fondamento – per passare a considerazioni, o speculazioni, politiche di nessuna pertinenza.</b> Sannino: “Il clima è peggiore di quello aperto da Berlusconi contro i pm?”. (Ma che c’entra?). “Sì, ravviso un differenziale non positivo. Oggi siamo in una campagna continuativa, direi senza tregua. Ogni giorno c’è un atto di delegittimazione… Un periodo di tale perdurante aggressività non lo ricordo”. La magistratura, pochi mesi fa, ha stravinto un referendum contro la “delegittimazione” voluta da (certa) politica, dunque i magistrati dovrebbero essere ancora più legittimati di prima, ma Sannino certifica: “Se quello che lei osserva è vero, c’è il rischio di ingessare o intimidire nuove generazioni di magistrati?”. Tescaroli: “Tornerei al punto: c’è l’intolleranza ormai esibita al controllo di legalità”. <b>La famosa intolleranza esibita del gip che boccia un’inchiesta di cui non ha riscontrato la validità. I Delirium. Applausi.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>L’ultima bravata di Travaglio su Minetti</title>
				<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 16:14:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Anziché ammettere di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/04/17/news/il-fatto-e-gli-avvoltoi-la-politica-fa-festa-quando-un-giornale-va-male--276739">aver commesso errori sull’inchiesta, o meglio, sul romanzo fantasy/noir messo in piedi attorno alla grazia concessa a Nicole Minetti</a>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/03/news/notizie-false-cosi-la-procura-ha-demolito-il-romanzo-del-fatto-sulla-grazia-a-minetti--400009">smontato pezzo per pezzo dalla procura generale di Milano</a>, <b>Marco Travaglio</b> è passato al contrattacco. Prima in televisione e poi con una lettera pubblicata sul Fatto, <b>Travaglio si è scagliato contro la procuratrice generale Francesca Nanni</b>, colpevole di aver “infangato e diffamato con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto che ho l’onore di dirigere, in un comunicato che non ammette contraddittorio, ma permette alla peggior feccia di darci dei falsari come se l’avesse accertato una sentenza definitiva (la famosa presunzione d’innocenza)”.</p><p>A parte l’evocazione della presunzione di innocenza da parte di un quotidiano che ogni giorno calpesta questo principio ai danni di chiunque sia coinvolto in vicende giudiziarie, a far ancora più ridere è il fatto che Travaglio abbia persino minacciato cause per diffamazione nei confronti della procura. L’ammissione dell’errore sembra inconcepibile nell’idea di informazione di Travaglio, che da due giorni ripete: “Le indagini su Minetti le ha fatte Minetti”. Ciò che si contesta alla procura generale è di non aver ascoltato la massaggiatrice che aveva rilasciato un’intervista al Fatto in cui si accusava Minetti e il compagno Cipriani di organizzare festini a base di sesso e droga, ma di aver ascoltato “soltanto i testimoni della difesa”, cioè di Minetti stessa.</p><p>Il paradosso è che si è di fronte all’ennesima <i>fake news</i>: nel comunicato, la procura generale spiega che le affermazioni della massaggiatrice al Fatto “risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai carabinieri da persone informate sui fatti”. Insomma, Travaglio omette furbescamente una parte del comunicato della pg Nanni persino nel momento in cui sfida Nanni a verificare fino in fondo la veridicità delle notizie rivelate dal Fatto. La macchina della gogna non ammette alcun passo indietro.</p>]]></description>
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				<title>Un gran gip fa a pezzi trent’anni di balle sul Berlusconi mafioso</title>
				<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 06:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Giuseppe Sottile</author>
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				<description><![CDATA[<p>E ora che cosa diranno i pubblici ministeri che per trent’anni lo hanno inchiodato all’albero della gogna? Che cosa diranno quei magistrati coraggiosi che per trent’anni lo hanno trascinato per i capelli nel fango dell’accusa più infamante: quella di essere stato il mandante occulto delle stragi del 1993? Diranno, c’è da giurarci, che lo hanno impalato perché cercavano la verità. E se un giornalista – se ne trovano ancora – farà osservare a quei diligenti inquisitori che Marcello Dell’Utri aveva già collezionato, prima della sesta inchiesta, cinque archiviazioni, la risposta sarà che era comunque sopraggiunto un nuovo indizio e che un magistrato ha sempre il dovere di andare fino in fondo. E di sfiorare, se gli aggrada, anche la tortura o la crocifissione del povero cristo sciaguratamente finito tra le sue mani.</p><p>I magistrati coraggiosi, del resto, sono capacissimi – quando vogliono – di trovare un indizio o un pentito che gli offre la possibilità di incardinare un’inchiesta, a riaprire fascicoli o a formulare nuovi capi d’accusa. Poi magari non riescono a trasformare l’indizio in una prova, ma che importa. Intanto s’impancano a riscrivere la storia d’Italia. Intanto guadagnano sui giornali titoli e titoloni. Intanto vengono intervistati a reti unificate dai telegiornali. Intanto arriva puntualmente un editore che li invita a scrivere un libro sulle trame oscure o sui servizi deviati.</p><p>Intanto il governo gli garantisce delle scorte sicure e non dissimili a quelle dei capi di stato. Intanto girano in lungo e in largo per scuole e dibattiti, e intanto raccolgono pure dieci, venti, cento cittadinanze onorarie. E’ il loro trionfo. E’ la loro santificazione. Con la conseguente e non trascurabile prospettiva di una futura e più folgorante carriera.</p><p><b>L’ultima archiviazione per Dell’Utri</b>, 84 anni, ex senatore di Forza Italia e collaboratore tra i più stretti di Silvio Berlusconi, <b>è stata decisa nel gennaio scorso dal gip del tribunale di Firenze, Patrizia Martucc</b>i. La quale, non appartenendo alla parrocchia dei magistrati che vogliono redimere l’umanità dai propri peccati, ha avuto il coraggio di scrivere nero su bianco che nell’inchiesta promossa dai reverendissimi pm Luca Turco &amp; Luca Tescaroli “mancano elementi concreti sui contatti/rapporti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”. In meno di due righe la dottoressa Martucci&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/04/news/leterna-persecuzione-contro-berlusconi-e-dellutri-per-le-stragi-mafiose--400085">ha demolito anni di sospetti, di sfregi e di campagne violente non solo contro Dell’Utri ma anche e soprattutto contro Berlusconi</a>&nbsp;il quale, oltre a essere stato un grande imprenditore, ha avuto la pazza idea nel ’94 di scendere in politica, di sconvolgere i piani della sinistra e di entrare, col consenso degli elettori, a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio.</p><p><b>Le anime belle della magistratura e del cosiddetto giornalismo d’inchiesta non gliel’hanno perdonata. Ed è cominciata la persecuzione</b>. Ha aperto le danze Gian Carlo Caselli, procuratore di Palermo, che sui primi fatui sospetti ha schierato un esercito di pentiti e ha messo in moto la procura di Caltanissetta, titolare delle indagini sulle stragi del ’92, quelle che hanno massacrato i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Poi s’è fatto avanti il trittico giudiziario più audace del Palazzo di giustizia palermitano, quello composto dai coraggiosissimi Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che, pur di affermare la “boiata pazzesca” della trattativa tra lo stato e i boss di Cosa Nostra – preludio e movente dell’agguato a Paolo Borsellino – hanno fatto in modo che Dell’Utri sedesse sul banco degli imputati accanto a Totò Riina e a Leoluca Bagarella, spietati boss dei sanguinari corleonesi. Ma, dopo sette anni di processi in Corte d’assise, in Corte di appello e in Cassazione è andato in fumo anche quest’ultimo teorema. Ed è a quel punto che si sveglia la procura di Firenze.</p><p>Il principe degli inquirenti affacciati sull’Arno è Luca Tescaroli, un pm proveniente da Caltanissetta, che, a giudicare dai tempi della sua principale indagine, non vedeva l’ora di riannodare i fili dei misteri mafiosi e di scavare tra le macerie delle stragi del ’93, prima fra tutte quella dei Georgofili a Firenze, per incastrare finalmente mandanti ed esecutori, boss e colletti bianchi.</p><p>La scintilla che ha acceso il fuoco del suo impegno antimafia è stata l’intercettazione di un colloquio avvenuto nel 2017 in carcere&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2020/02/24/news/i-teatranti-della-mafia--196332">tra il boss di Cosa nostra, Giuseppe Graviano e il compagno di cella Umberto Adinolfi</a>. I due, in piacevole conversazione, sostenevano che gli attentati mafiosi erano finalizzati a creare nel paese un clima di terrore favorevole all’ascesa di Forza Italia, il partito di Berlusconi, fondato da Dell’Utri. Tescaroli non si lascia sfuggire l’occasione e dà il via a una fitta serie di avvisi, di convocazioni, di interrogatori. Un rito che si prolunga per quasi sei anni ma che Tescaroli non chiude perché nel 2024 viene promosso al ruolo di procuratore capo e trasferito a Prato. <b>A mettere il sigillo al flop della sua inchiesta ci ha pensato il 15 gennaio di quest’anno Patrizia Martucci, giudice per le indagini preliminari</b>.</p><p>Il dottor Tescaroli – ma, precisiamo subito, non era nei suoi doveri – si è guardato bene dall’informare gli amici giornalisti. Motivo per cui l’archiviazione è venuta fuori solo ieri. Dopo sei mesi. Le volpi argentate della cronaca giudiziaria – quelli dalla schiena dritta – non hanno avuto lo scatto felino come ai vecchi tempi e non hanno artigliato subito la notizia. Forse le due righe vergate dalla dottoressa Martucci hanno seppellito, assieme all’inchiesta di Turco &amp; Tescaroli, anche lo zelo salvifico di quella stampa che ha pattugliato in questi ultimi trent’anni i corridoi dei Palazzi di Giustizia e non si è lasciata sfuggire neanche una pagliuzza se quella pagliuzza riguardava Berlusconi. Ricordate l’incipit? Il Cav. si era appena insediato come capo del governo e nel novembre del ’94, mentre imperversava Tangentopoli, si trovava a Napoli per presiedere la Conferenza mondiale dell’Onu sulla criminalità organizzata e fu allora che una manina manona della procura di Milano passò sottobanco a un giornalista del Corriere della Sera la notizia dell’avviso di garanzia che lo toccava personalmente e lo sderenava politicamente. Il documento nasceva dall’inchiesta sulle presunte tangenti alla Guardia di Finanza. Magistrati coraggiosi e giornalisti dalla schiena dritta si erano ritrovati insieme su una manovra che, data la risonanza internazionale, avrebbe, nel dicembre successivo, spinto Umberto Bossi, leader della Lega, a dichiarare la crisi di governo; e per raggiungere lo scopo avevano messo a punto uno scoop a orologeria che di fatto segnava l’inizio di uno scontro permanente tra Berlusconi e una parte della magistratura: quella, va da sé, fiancheggiata perinde ac cadaver da una pattuglia di giornalisti diventati nel frattempo cassa di risonanza per ogni verbale o atto delle procure. Ma non dei gip, si badi bene; specie se un gip come Patrizia Martucci – senza chiasso e senza medaglie al petto – fa a pezzi le inchieste portate avanti con tanto clamore e tanto furore dagli irriducibili magistrati coraggiosi.</p>]]></description>
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				<title>Il caso Minetti e i gli anni di fango sul Cav. mostrano come funziona la fabbrica dei sospetti senza prove</title>
				<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il circo mediatico-giudiziario funziona così. Si prende un’accusa che può far comodo. Si disumanizza il soggetto accusato rendendolo il simbolo di qualcosa da combattere. Si trasforma rapidamente quell’accusa in verità assoluta. Si utilizza quell’accusa per dimostrare la bontà delle proprie idee. Si usano i sospetti per cercare di ottenere benefici politici. E il gioco è fatto. <b>Per provare a combattere con la forza delle parole quel mostro chiamato circo mediatico-giudiziario occorre avere non solo amore per lo stato di diritto, ma anche un po’ di memoria</b>. L’amore per lo stato di diritto, che poi è anche amore per la famosa Costituzione più bella del mondo, suggerisce di non farsi abbindolare dai professionisti del rancore, delle allusioni, dei sospetti, del fango – ieri il capo dello stato ha diffuso un comunicato per ribadire che non vi sono ragioni, dopo le valutazioni della procura generale, per ridiscutere della grazia – e di considerare sempre un’accusa come un fatto da verificare, non come una condanna semplicemente da confutare.</p><p>Chi ama lo stato di diritto, e incidentalmente anche chi ama la Costituzione più bella del mondo, che all’articolo 27 ricorda che ogni cittadino va considerato innocente fino a prova contraria, di fronte al caso della grazia concessa a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/nicole-minetti_55418" target="_blank">Nicole Minetti</a>&nbsp;– ma se vogliamo anche di fronte al caso delle indagini infinite sul Berlusconi mandante occulto delle stragi mafiose insieme con&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/04/news/archiviate-le-accuse-nei-confronti-di-dellutri-e-berlusconi-per-le-stragi-del-1993--400034" target="_blank">Dell’Utri</a>, accusa nuovamente caduta ieri dopo trent’anni di balle – non poteva che comportarsi in modo lineare: <b>le accuse, senza prove, restano accuse, spesso solo allusioni, e quando vi è un’accusa non dimostrata bisogna avere la pazienza di sfidare il mainstream manettaro per provare a ristabilire un minimo di verità</b>.</p><p>Il caso della grazia a Nicole Minetti, con le polemiche montate a seguito delle inchieste non solidissime del Fatto quotidiano, che ha tentato in tutti i modi di dimostrare che Minetti avrebbe organizzato un complotto internazionale, con tanto di avvocati carbonizzati, tribunali gabbati, presidenze della Repubblica raggirate, per adottare un bambino malato unicamente per poter essere graziata, ha permesso di ricordare quali sono gli ingranaggi diabolici che muovono il circo mediatico-giudiziario. Ma allo stesso tempo, non incidentalmente, ha permesso anche di far emergere un pezzo di classe dirigente che, di fronte alla possibilità di accarezzare lo stato di diritto o di piegarlo ai propri interessi, ha scelto di seguire la seconda strada piuttosto che la prima. <b>Per provare a combattere il mostro chiamato circo mediatico-giudiziario bisogna avere a cuore la Costituzione, lo stato di diritto, la presunzione di innocenza, e questo lo sappiamo</b>. Ma a volte bisogna anche avere semplicemente un po’ di memoria. La memoria, nel caso specifico, è utile per non dimenticare, per non far passare tutto in cavalleria, per ricordare che cosa succede quando si trasformano i pettegolezzi in sentenze, quando si trasformano le illazioni in condanne, quando si sceglie di non sfidare la macchina del fango per paura di essere considerati complici degli accusati di turno (vale sul caso Minetti e vale sul caso Berlusconi, of course: con il Cav., da vivo e da morto, il mascariamento del circo mediatico-giudiziario è stato sempre alla luce del sole, bastava solo vederlo).</p><p>E dunque, sul caso Minetti, piccolo ripasso, minimo. Nei giorni del fango riversato contro il Quirinale, il ministero della Giustizia e la procura generale di Milano è andato in onda un sabba del giustizialismo. Accuse trasformate in sentenze, illazioni trasformate in condanne, innocenti considerati colpevoli fino a prova contraria. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, ha chiesto a Meloni che Nordio facesse “un passo indietro”, parlando di “gravità inaudita”, “istruttorie improprie o superficiali”, “sciatteria a Via Arenula”. I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato – Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato – hanno chiesto a Nordio di “fare una cosa sola”: “Dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni”. Il leader di Avs Nicola Fratoianni ha detto che, “in attesa delle doverose verifiche richieste dal Quirinale e dei necessari e urgenti chiarimenti del ministro della Giustizia, è del tutto evidente che siamo di fronte all’ennesimo disastro istituzionale, politico ed etico firmato Nordio”. Angelo Bonelli, Avs, ha chiesto le dimissioni immediate di Nordio, accusandolo di aver messo “in imbarazzo il capo dello stato”. Tomaso Montanari, rettore e intellettuale, ha invitato Meloni a dimettersi, sostenendo che Travaglio e Mackinson, autore degli “scoop” del Fatto, avrebbero dovuto fare il ministro e il capo di gabinetto, perché erano “gli unici capaci di fare un’istruttoria”. <b>Sigfrido Ranucci ha rilanciato a “E’ sempre Cartabianca” una pista secondo cui una fonte avrebbe visto Nordio nel ranch di Giuseppe Cipriani in Uruguay: Nordio ha smentito in diretta e poi Ranucci si è scusato parlando di “eccesso”</b>.</p><p>Il circo mediatico-giudiziario funziona così. Si prende un’accusa che può far comodo. Si disumanizza il soggetto accusato trasformandolo nel simbolo di qualcosa da combattere. Si trasforma rapidamente quell’accusa in verità assoluta. Si utilizza quell’accusa per dimostrare la bontà delle proprie idee. Si usano i sospetti per cercare di ottenere benefici politici. E infine si getta gratuitamente fango sul prossimo senza pagare alcuna conseguenza, sapendo che ciò che conta nel dibattito pubblico non è ciò che viene dimostrato da un tribunale, ma ciò che viene affermato dal tribunale del popolo. <b>Niente male: il giornale dei magistrati che ha fatto campagna per l’autonomia della magistratura ora dice che i magistrati hanno ragione solo quando fanno quello che dice il Fatto</b>. Si potrebbe dire che in fondo tutto è finito in modo positivo, perché la procura generale di Milano ha confermato il parere positivo sulla grazia, ha smentito le illazioni da cui era nato il caso, chi si è sentito colpito nella propria reputazione prenderà i provvedimenti che ritiene opportuni, chi ha lavorato alla grazia ha visto confermata la bontà delle proprie procedure. Ma quando un paese vive sotto lo schiaffo del circo mediatico-giudiziario, quando un paese si alimenta a processi mediatici, quando un paese sceglie di affidarsi al culto del tribunale del popolo, il problema non è il modo in cui si conclude un’indagine o un processo. Il problema è l’assenza di anticorpi in grado di tenere lontana la classe dirigente politica, intellettuale e giornalistica da un rischio costante:<b> trasformare la fuffa in un fatto, fare del fango la bussola dello stato di diritto, creare macchie che resistono a qualsiasi iter giudiziario, costruire carriere  sulla cultura dello scalpo</b>, come è accaduto per anni con Berlusconi, e inquinare il dibattito pubblico attraverso la distruzione sistematica delle vite degli altri. Il caso Minetti passerà, la cultura della gogna, fino a quando i giornalisti e i magistrati non impareranno a separare le loro carriere, purtroppo rimarrà a lungo ancora con noi. E’ lo scalpo, bellezza.</p>]]></description>
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				<title>L’inchiesta Galleria, l’ex pm Siciliano e il populismo ambrosiano</title>
				<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 05:49:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>A questo punto mancherebbe solo la titolarità di una rubrica sul Fatto, à la Barbacetto. Poi il giro dell’oca mediatico-giudiziario-politico del populismo di rito ambrosiano avrebbe raggiunto il traguardo. Manca solo il bacio di Travaglio, ma lei non è Nicole Minetti. La storia è strabiliante e pure divertente, a patto di non essere voi a finire strangolati dal boa constrictor dei pm. <b>La Guardia di Finanza si presenta con un “ordine di esibizione” a Palazzo Marino per un’inchiesta su presunti reati contro la Pubblica amministrazione, relativi agli affitti dei negozi in Galleria</b> (proprietà del Comune di Milano) e a “installazioni di grande impatto” di pubblicità e/o eventi di moda o cinema. L’unica cosa che si capisce è che l’inchiesta nasce da un esposto di Massimiliano Lisa, personaggio noto alle cronache, come direbbe un Ranucci, in quanto gestore di una sorta di spazio museo alquanto pop in Galleria, dedicato a Leonardo.</p><p>L’esposto è contro il Comune che nel 2024 – con parere del demanio – ha dato disdetta al museo per l’affitto. Il Tar ha dato ragione al Comune, e Lisa è stato pure querelato per diffamazione dall’Amministrazione. Ma questo è solo il primo giro dell’oca. Infatti, non contento, ora<b> Lisa si candida sindaco per lottare contro la malapianta della politica, assieme a una ex magistrata. Il programma della sua lista “Milano libera” è velleitario e populista, manco Dibba da giovane.</b> Dalla denuncia contro il Comune alla discesa in campo contro il Comune. Ma c’è un particolare ancora più strepitoso, e indicativo del rapporto malato tra giustizia e politica che da tempo sta minando una città come Milano. Il particolare è che l’inchiesta sulla Galleria nata dall’esposto di Lisa contro Palazzo Marino era passata lo scorso anno tra le mani della ex procuratrice aggiunta (ora pensionata)&nbsp;Tiziana Siciliano, la super magistrata di tutte le inchieste sull’urbanistica&nbsp;e contro l’Amministrazione, la grande teorica della “democrazia urbanistica” da ripristinare contro le malefatte del “sistema Milano” basato sulla corruzione (<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/05/09/news/le-inchieste-fermano-i-cantieri-e-milano-torna-a-discutere-del-salvamilano--398442">per ora non è stato individuato un euro</a>) tra Amministrazione e imprenditori.</p><p>Solo che ora&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/29/news/lex-pm-siciliano-si-candida-a-milano-dopo-aver-sconquassato-la-citta-con-le-indagini-urbanistiche--399716">Siciliano ha annunciato di candidarsi nella lista di Lisa</a>: e il giro dell’oca si chiude. Per non sembrare pregiudiziali, lo lasciamo spiegare al sempre misurato Luigi Ferrarella del Corriere della Sera, a cui si deve il lancio in grande stile della nuova inchiesta sulla Galleria. Ha scritto Ferrarella: “Lisa pochi giorni fa ha annunciato la propria candidatura alle elezioni 2027 per il Comune con una lista civica, Milano libera, che in caso di affermazione indicherebbe vicesindaco la magistrata in pensione Tiziana Siciliano. Ciò significa che l’ex (sino al 20 dicembre 2025) procuratrice aggiunta di Milano ha accettato l’impegno politico con Lisa pur sapendo di aver proprio lei, in qualità di capo nel 2025 del pool reati contro la pubblica amministrazione, assegnato a una pm del pool l’esposto di Lisa; e che si è resa disponibile alla candidatura senza considerarne l’inopportunità proprio anche nei confronti della sua ex procura, che sapeva stesse valutando l’esposto di Lisa”. La prosecuzione della lotta giudiziaria con altri mezzi.</p><p>Che destino possa avere una simile inchiesta si vedrà, ma qualche dubbio sulla sua consistenza è lecito: se tutto ruota, come pare, sugli affitti degli spazi commerciali di proprietà del Comune e su una presunta corruzione e turbativa d’asta attorno agli spazi pubblicitari concessi. Sarebbero  indagate già otto persone, in maggioranza funzionari del Comune ma anche della Soprintendenza delle belle arti, a cui si contesterà probabilmente il reato estetico di eccessiva cartellonistica prospiciente la piazza del Duomo. Ciò che per il momento è noto a tutti, come cornice delle scelte del comune, è però altro. <b>Fin dal 2012 (èra Pisapia) Palazzo Marino ha intrapreso alla luce del sole una politica di rialzo degli affitti attraverso bandi (anche con aste) che hanno portato ingenti benefici alle casse comunali.</b> Nel 2020 Dior firmò un contratto d’affitto record in Galleria da 5 milioni l’anno, con una gara pubblica che fece epoca: ben 38 rilanci. Nell’aprile 2025 Montblanc ha vinto un altro bando per un canone di 950 mila euro all’anno. La Gdf, ora, avrebbe chiesto l’esibizione di atti proprio sulle concessioni ai due marchi. Ma in totale sono oltre quaranta i negozi affittati con questo metodo a brand del lusso. Tiffany paga 3,5 milioni, poco meno Balenciaga e Loro Piana. E l’assessorato al Demanio (quello finito nel mirino della nuova inchiesta) retto da Emmanuel Conte stima per il 2026 introiti di oltre 80 milioni di euro, 30 milioni in più rispetto all’inizio del secondo mandato di Sala. Va inoltre detto che, negli anni, ci sono stati molti ricorsi da parte di ex affittuari o concorrenti battuti, oltre a quello di Lisa, ma il Comune ha sempre avuto ragione. Perché mai ora una inchiesta dovrebbe cambiare le evidenze rispetto a bandi formalizzati, procedure trasparenti e ricorsi vinti, è da scoprire. Per ora di chiara c’è un’altra zeppa giudiziaria che la procura di Milano prova a mettere negli ingranaggi del Comune in base al solito fumus della corruzione. Ma la cosa davvero strabiliante, e grave, è la prosecuzione del populismo giudiziario con altri mezzi.</p>]]></description>
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				<title>L’eterna persecuzione contro Berlusconi e Dell’Utri per le stragi mafiose</title>
				<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 20:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Ermes Antonucci</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le agenzie che hanno dato la notizia, e persino Marina Berlusconi che l’ha commentata, hanno parlato di sesta archiviazione per <b>Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri </b>dall’accusa grottesca di essere stati i <b>mandanti occulti delle stragi mafiose del 1992-1994</b>, ma la verità è che <b>nessuno sa precisamente quante volte l’indagine è stata aperta, chiusa e riaperta negli ultimi decenni. </b>Misteri della giustizia italiana, determinati dal <b>ricorso sistematico dei pubblici ministeri alla pratica della clonazione dei fascicoli di indagine</b>. Un “trucco”, o per meglio dire un abuso, che ha consentito alla magistratura di indagare il Cav. e Dell’Utri per ben trent’anni con accuse infamanti. <b>La prima indagine venne aperta a Firenze nel 1996.</b> La procura dispose l’iscrizione nel registro degli indagati di Berlusconi e Dell’Utri, sotto le sigle <b>“Autore 1” e “Autore 2”</b>, in un procedimento relativo alle stragi commesse a Roma, Firenze e Milano dal maggio 1993 all’aprile 1994. <b>I pm ipotizzarono che le stragi commesse da Cosa nostra rientrassero in una strategia finalizzata ad aprire  la strada per la discesa in campo di Berlusconi, la sua elezione a premier e poi l’ottenimento di riforme che indebolissero il contrasto alla mafia. Più che un’ipotesi di indagine, una sceneggiatura fantasy</b>, che però sarebbe stata  ripresa negli anni successivi da numerosi altri pm. <b>Nel 1998 il gip di Firenze archiviò l’indagine</b> su richiesta della stessa procura per assenza di riscontri.&nbsp;</p><p><b>Sempre nel 1998 entrò in scena la procura di Caltanissetta, con i pubblici ministeri Luca Tescaroli e Nino Di Matteo</b>. In questa nuova indagine, Berlusconi e Dell’Utri vennero ribattezzati <b>“Alfa” e “Beta”</b>, e l’accusa divenne persino più infamante: quella di aver agito come <b>mandanti esterni delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio del 1992, in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino</b>. Berlusconi e Dell’Utri avrebbero partecipato all’assassinio dei due magistrati per mettere in ginocchio il paese, salire al potere e ripagare Cosa nostra con leggi favorevoli ai mafiosi. <b>Anche questa indagine finì nel nulla, con l’archiviazione nel 2002 da parte del gip</b>, che sottolineò “la friabilità del quadro indiziario”.</p><p>Dopo la parentesi nissena, <b>fu di nuovo la procura di Firenze a tornare alla carica. Nel 2008 i pm riaprirono un’indagine a carico di Berlusconi e Dell’Utri per le stragi</b> in seguito alle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. <b>Anche questa inchiesta venne archiviata. </b></p><p><b>Nell’ottobre 2017, alla vigilia delle elezioni regionali in Sicilia, il pm Tescaroli (intanto trasferitosi a Firenze) riaprì l’indagine contro il Cavaliere e il suo storico collaboratore</b> basandosi sulle intercettazioni dei colloqui in carcere del boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, raccolte nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa stato-mafia (poi naufragata in sede giudiziaria). Anche questa indagine si basava sull’ipotesi che Berlusconi, tramite Dell’Utri, avesse sollecitato le stragi mafiose per favorire un nuovo scenario politico e l’ascesa di Forza Italia.</p><p>Il fascicolo è rimasto nel limbo per tutti questi anni. <b>I magistrati, infatti, sono riusciti a eludere i termini massimi di conclusione delle indagini (che in teoria non potrebbero essere eterne) attraverso il metodo della clonazione dei fascicoli</b>, cioè chiedendo l’archiviazione dell’indagine principale ma trattenendo un piccolo stralcio per svolgere ulteriori accertamenti e riprendere le indagini sulla stessa persona. Nell’ottobre 2024, ad esempio,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2024/10/04/news/dellutri-indagato-da-trentanni-per-le-stragi-mafiose-grazie-a-un-trucco-dei-pm-di-firenze--108454">su queste pagine rivelammo che dalle carte di una nuova indagine fiorentina nei confronti di Dell’Utri, quest’ultimo risultava iscritto nel procedimento sulle stragi dal dicembre 2022.</a>&nbsp;<b>In altre parole l’indagine del 2017 era stata archiviata, per poi essere riaperta, con la stessa accusa, nel dicembre 2022. </b></p><p>Insomma, <b>è difficile, se non impossibile, calcolare quante volte siano state avviate e archiviate le indagini contro Berlusconi e Dell’Utri per le stragi. </b></p><p><b>Ieri si è scoperto che anche l’ennesima indagine di Firenze è stata archiviata dal gip lo scorso 15 gennaio.</b> Come ha giustamente notato <b>Marina Berlusconi</b>, “stupisce, e molto, che il decreto di archiviazione del tribunale di Firenze <b>risalga a gennaio e che se ne sappia qualcosa soltanto oggi.</b> Viene da chiedersi: se l’esito fosse stato opposto, per leggerlo sui giornali ci sarebbero voluti cinque mesi o sarebbero bastate cinque ore, se non cinque minuti?”. La risposta a questa domanda  la consegna la storia: <b>il fango ci mette cinque minuti a raggiungere le prime pagine dei giornali, le notizie di archiviazione o assoluzione invece non arrivano mai o lo fanno con mesi di ritardo</b>, come in questo caso.</p><p>La formula usata dal gip per archiviare l’indagine è lapidaria: “Mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi e quindi Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Berlusconi”. Ma <b>non è da escludere che domani qualche pm decida di ripartire da capo, con l’ennesimo fascicolo fotocopia. Tanto non paga nessuno. </b></p>]]></description>
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				<title>Il Quirinale sul caso Minetti: &quot;Prendiamo atto delle indagini. Da Mattarella nessuna segretezza&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 15:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Il presidente della Repubblica, che aveva chiesto pubblicamente al ministero della Giustizia – che ringrazia per avervi sollecitamente provveduto – di far disporre nuovi accertamenti, <b>ha preso atto con rispetto delle conclusioni della procura generale di Milano</b>, in base alle quali non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato, ribadendo la propria fiducia nella Magistratura". È quanto si legge in una&nbsp;<a href="https://www.quirinale.it/it/notizie/grazia-minetti-presidente-prende-atto-conclusioni-procura-generale-milano-1" target="_blank">nota</a>&nbsp;del Quirinale sul caso della grazia a Nicole Minetti, dopo che ieri la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/03/news/caso-minetti-la-procura-generale-conferma-il-parere-positivo-notizie-non-corrispondono-al-vero--399963" target="_blank">procura di Milano</a>&nbsp;ha confermato che "non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito" che ha portato alla "concessione della grazia" all'ex consigliera della Lombardia. E soprattutto che le notizie pubblicate dal Fatto Quotidiano sul caso&nbsp;<b>"non corrispondono al vero"</b>.<b>&nbsp;</b></p><p>La procura generale, "su presunti fatti raffigurati in notizie di stampa, ha disposto accurate verifiche in ogni direzione necessaria, per il tramite degli organismi di polizia italiani e dell’Interpol, giungendo alla conclusione che essi non corrispondono al vero", prosegue il comunicato. E alla luce di tali conclusioni, "non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato", e anzi si ribadisce la fiducia del presidente nella magistratura. Inoltre, aggiunge il Quirinale, "si ricorda – per corretta e autentica informazione – che, da oltre undici anni, quando una domanda di grazia è accompagnata dal parere favorevole degli organi giudiziari competenti, <b>il presidente della Repubblica concede abitualmente la grazia, senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie della grazia</b>".</p><p>"Per il decreto di grazia in questione, il Quirinale non si è discostato dai comportamenti abituali, <b>senza alcuna inconsueta segretezza</b>: nella maggior parte dei casi di concessione di grazia non viene emesso comunicato da parte del Quirinale, in ragione della presenza di dati sensibili – malattie, vicende e relazioni familiari, coinvolgimento di bambini e altri aspetti delicati – che vanno doverosamente tenuti al riparo da forme di divulgazione", si legge ancora nella nota. Di conseguenza, "per offrire un preciso elemento di valutazione, nel mandato presidenziale in corso da oltre quattro anni sono state concesse 42 grazie: per 12 di esse vi è stato un comunicato che le ha rese note, mentre non vi è stato comunicato per 30 casi perché questi coinvolgevano dati sensibili. La Presidenza della Repubblica osserva il rispetto del divieto della loro diffusione", conclude il comunicato.</p>]]></description>
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				<title>Archiviate le accuse nei confronti di Dell&#039;Utri e Berlusconi per le stragi del 1993</title>
				<pubDate>Thu, 04 Jun 2026 13:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il gip del Tribunale di Firenze</b> Patrizia Martucci <b>ha disposto l'archiviazione delle accuse nei confronti di Marcello Dell'Utri</b>, indagato nell'ambito dell'inchiesta sui presunti <b>mandanti occulti delle stragi di mafia del 1993</b>. Secondo il giudice, <b>"mancano elementi concreti su contatti/rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi e quindi Dell'Utri, stretto collaboratore di Berlusconi".</b> Per questo motivo, lo scorso 15 gennaio ha firmato il decreto di archiviazione.</p><p>Immediate le reazioni dal mondo della politica.&nbsp;L’archiviazione disposta dal tribunale di Firenze "rappresenta l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile: dopo decenni di indagini e processi, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata".&nbsp;Così la presidente del Consiglio <b>Giorgia Meloni</b>. "Silvio Berlusconi è stato il fondatore del centrodestra e per quattro volte presidente del Consiglio – ha ricordato –. Per trent’anni, insieme a lui, un’intera comunità politica, composta da milioni di italiani che esprimevano liberamente il proprio voto, è stata <b>ingiustamente posta davanti al sospetto infamante che il consenso raccolto nelle urne poggiasse su finanziamenti mafiosi o dinamiche illegali</b>. I fatti e le decisioni giudiziarie spazzano via definitivamente ogni ombra: quel dubbio non aveva fondamento allora e non lo ha oggi".&nbsp;Il centrodestra italiano, ha poi ribadito la premier, "non si fonda sull’illegalità e non accetta che la propria storia venga letta attraverso teoremi costantemente smentiti nel tempo. Rivendico con fermezza e orgoglio il ruolo politico e istituzionale di questa comunità: il centrodestra è, ed è sempre stato, una forza della legalità e per la legalità in Italia", ha concluso.</p><p>Dello stesso avviso anche il leader di Forza Italia Antonio Tajani. "È indegna di questo paese la lentezza con cui si è arrivati a questa conclusione, e disgustoso l'accanimento con il quale si è cercato di neutralizzare politicamente il fondatore di Forza Italia e il suo partito", ha commentato il vicepremier. "<b>Finalmente giustizia è fatta, ma è incredibile che una decisione presa il 15 gennaio diventi pubblica soltanto adesso</b>. Tutto questo dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, quanto sia fondamentale la nostra battaglia per una giustizia giusta ed efficiente per tutti i cittadini", ha concluso.</p><h2>La sesta archiviazione dopo&nbsp;trent'anni di indagini</h2><p>Dopo trent'anni di indagini, si tratta della sesta archiviazione. Come scriviamo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2024/10/04/news/dellutri-indagato-da-trentanni-per-le-stragi-mafiose-grazie-a-un-trucco-dei-pm-di-firenze--108454" target="_blank">qui</a>, dal 1996 i pm fiorentini indagano su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2023/03/29/news/l-inchiesta-fuffa-di-firenze-contro-berlusconi-e-dell-utri-per-le-stragi-di-mafia-5114107/">accusandoli nientedimeno che di essere i mandanti esterni delle stragi di Cosa nostra del 1993-1994</a>&nbsp;di Firenze, Milano e Roma. La prima indagine venne archiviata due anni dopo, senza alcun risultato. Per poi essere riaperta e archiviata di nuovo nel 2011. E infine di nuovo riaperta nel 2017. Secondo gli inquirenti, la campagna stragista era finalizzata a favorire l'affermazione politica di Forza Italia e l'ascesa di Berlusconi. Dell'Utri, in particolare, era indagato per aver istigato e sollecitato il boss mafioso Giuseppe Graviano a organizzare la campagna stragista. Avrebbe svolto, secondo l'accusa, un ruolo di "indicatore dei luoghi" dove effettuare gli attentati, con l'obiettivo di creare un clima di terrore utile al nuovo progetto politico. La difesa di Dell'Utri, la cui casa di Milano venne perquisita nel luglio 2023, <b>ha sempre definito queste ipotesi "fantasiose"</b>, contestando l'attendibilità dei collaboratori di giustizia e sottolineando la mancanza di riscontri, ora confermata dal giudice che ha disposto l'archiviazione del procedimento.</p><p>Come ricordiamo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2025/10/21/news/la-cassazione-esclude-qualsiasi-legame-tra-dellutri-berlusconi-e-cosa-nostra--124632" target="_blank">qui</a>, nell'ottobre del 2025 la Corte di Cassazione ha escluso definitivamente ogni legame tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra.&nbsp;La Suprema Corte ha infatti respinto il ricorso presentato dalla procura generale di Palermo contro la decisione della Corte d’appello palermitana che aveva rigettato la richiesta di sorveglianza speciale e della confisca dei beni nei confronti di Dell’Utri e dei suoi famigliari.&nbsp;Stessa decisione era stata adottata dal tribunale palermitano.</p>]]></description>
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