<?xml version="1.0" encoding="utf-8" ?>
<rss version="2.0" xmlns:google="http://schema.org/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/">
	<channel>
		<title>Esteri</title>
		<language>it</language>
					<link>https://www.ilfoglio.it/esteri</link>
				<description/>
		<copyright>Il Foglio</copyright>
					<ttl>60</ttl>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:38:20 +0200</pubDate>
		<lastBuildDate>Sun, 26 Jul 2026 10:38:20 +0200</lastBuildDate>

					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/25/news/il-trionfo-della-roja-signora-del-calcio-mondiale-come-metafora-della-spagna--403147</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/25/news/il-trionfo-della-roja-signora-del-calcio-mondiale-come-metafora-della-spagna--403147</link>
				<title>Il trionfo della Roja, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 16:41:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/56ad4039-740b-4f74-96d9-2bd6dfb10098.jpeg?v=1784901620" />
																					<category>Sport</category>
				<author>Maria Pia Farinella</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>La Coppa e la Corona.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/07/20/news/la-spagna-ha-vinto-i-mondiali-2026-argentina-battuta-per-1-0--402592" target="_blank">Il trionfo della Roja</a>, signora del calcio mondiale, come metafora della Spagna. <b>Un paese che con il re Juan Carlos I di Borbone ha seppellito – con tutti gli onori dovuti a un capo di stato, va da sé – il Caudillo Francisco Franco poco più di cinquant’anni fa.</b> Per poi voltare subito pagina. E “transitare” spediti da una dittatura lunga quarant’anni all’attuale democrazia costituzionale. Sembra un gioco del destino. Ma novanta minuti di partita, più i tempi supplementari, hanno marcato in mondovisione la distanza siderale tra la Spagna di oggi e quella di novant’anni fa. <b>Quella, per intenderci, del golpe fallito che diede inizio alla Guerra civile e a una violenza fratricida senza precedenti nel paese.</b></p><p>Neppure Jung avrebbe potuto ipotizzare una sincronicità di date tanto eloquente. Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali insorti contro il governo della Seconda Repubblica spezzò il paese in due. Novant’anni dopo, il 19 luglio 2026, è la Roja a unire la nazione e a incoronare i suoi calciatori Reyes del mundo. Non solo. L<b>a Spagna è la prima nazione a detenere contemporaneamente il titolo mondiale maschile e femminile. Hanno vinto tutto il possibile negli ultimi cinque anni. Sedici titoli internazionali Uefa e Fifa. Con gli adulti e coi ragazzi, anche under 17. Dieci trofei femminili e sei maschili. </b>Che sono di meno, ma – come sempre – valgono di più nella narrazione del deporte nacional e, soprattutto, nelle regole di ingaggio. Per il fútbol masculino, la Spagna nel 2024 si è affermata come campione d’Europa e come medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Parigi. Un dominio senza precedenti nel calcio contemporaneo. Arrivato tardi. Dopo decenni di occasioni mancate. Tra il 1950 e il 2008 la Spagna è stata considerata talentuosa e perdente. Con club di gran livello come il Real Madrid o il Barcellona. Ma sistematicamente incapace di superare lo scoglio dei quarti di finale nei tornei europei o mondiali. La maldición de cuartos, dicono ancora gli spagnoli, come se si trattasse di una sorta di leyenda negra applicata al calcio nazionale. <b>Una metafora pop come il soprannome di Furia española affibbiato alla squadra quando fece il suo debutto alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Vinse la medaglia d’argento, la Roja, in quell’occasione.</b> Ma giocò duro. Spingendo letteralmente palla e avversari dentro la porta. La partita fu così travolgente che i cronisti dell’epoca si ricordarono del Sacco di Anversa avvenuto secoli prima, nel 1576, durante la Guerra delle Fiandre. Si ricordarono dei soldati spagnoli che, affamati e ammutinati, avevano messo a ferro e fuoco Anversa. E rispolverarono la definizione coniata dagli storici fiamminghi per quell’episodio. De Spaanse Furie, scrissero. Cioè, la Furia spagnola. L’immagine dovette sembrare tanto appropriata, quanto meno allo stile del calcio, che persino gli spagnoli cominciarono a usarla.</p><blockquote>Il 18 luglio 1936, l’Alzamiento dei generali contro il governo della Repubblica. Il 19 luglio 2026, la nazione incorona i suoi calciatori</blockquote><p>Che abbia ragione Ignacio Peyró, giornalista e scrittore di lungo corso, direttore dell’Instituto Cervantes di Roma? Peyró dice che “la Spagna è un paese avvitato sul mito della propria decadenza, più cosciente delle sconfitte subite che delle vittorie ottenute. Un paese abituato a misurarsi coi propri fallimenti”. Poi, però, aggiunge che per fortuna il calcio è cambiato. “In una generazione siamo passati dai fallimenti al successo. Addirittura, alla normalizzazione del successo. Altro che Furia spagnola. Il nostro gioco colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”. Il merito sta nel metodo. Talento e vivai, che in Spagna si chiamano canteras. <b>Un sistema quasi autarchico di formazione calcistica e un modello di convivenza, al di là dell’appartenenza etnica o generazionale, che si applica già ai calciatori bambini scelti dai club. Il canterano per eccellenza è, ovviamente, il commissario tecnico Luis de la Fuente. Il quale ha iniziato nell’Athletic Club di Bilbao, una delle canteras più rigide al mondo, dove giocano soltanto calciatori di origine o formazione basca.</b> Gli spagnoli lo chiamano “Luis de la Gente”. E non è difficile capire perché. Luis de la Fuente è il prodotto perfetto del sistema che ha cambiato il calcio spagnolo. Un professionista cresciuto in casa che conosce a memoria il modello federale.</p><p>Bisognava vedere la fiesta a Madrid, la notte della finale contro l’Argentina giocata al MetLife Stadium di New York. Il boato che esplode quando l’attaccante Ferran Torres sfonda il bunker argentino. Il gol decisivo consegna alla Spagna la seconda Coppa del mondo della storia, dopo quella del 2010. Più di un milione di spagnoli che si riversa per strada, nei luoghi deputati per festeggiare trionfi calcistici e/o nazional popolari: la Puerta del Sol, la Calle de Alcalá, il Paseo de Recoletos che collega Plaza de Cibeles con Plaza Colón. Due piazze simbolo della capitale. <b>A Cibeles, la fontana dedicata alla Magna Mater sembra mischiarsi alla folla che cinge in un abbraccio il carro regale e la dea turrita con le chiavi della città.</b> Nella piazza dedicata a Cristoforo Colombo – eroe “nazionale” a tutti gli effetti; vagli a dire che era nato a Genova, il navigatore – sventola la Rojigualda, un’enorme bandiera, trecento metri quadrati circa, scelta come simbolo dello stato dall’approvazione della Costituzione nel 1978, tre anni dopo la morte di Franco.</p><p>La chiamarono la Costituzione de la Concordia. Fu approvata dagli spagnoli mediante referendum. Oggi ne è garante Felipe VI. E’ lui, nel suo ruolo, a rappresentare l’unità del paese. Come succede con la Roja, si parva licet. Il re non si offenderà per il paragone. E’ il primo tifoso della Roja. F<b>orse perché è uno sportivo nato e cresciuto, velista olimpico ai Giochi di Barcellona del 1992. Forse perché è consapevole di quanto lo sport sia il collante ideale per un paese con forti spinte indipendentiste. Certo, non è un caso che Felipe VI abbia voluto essere protagonista del video con cui la Federazione annunciava a fine maggio la lista dei 26 calciatori convocati da Luis de la Fuente. </b>Nel video, tre minuti assolutamente da non perdere, si offrono immagini e suggestioni che rappresentano il paese nella sua varietà e nella sua complessità, inclusa la memoria di chi non c’è più. Per ribadire che en cada rincón del país, nell’angolo più sperduto della nazione, quando gioca la Roja, gioca chiunque si senta spagnolo. Panettieri, pescatori, giudici e spazzini, insegnanti e scienziati, artisti e tassisti, librai e cuochi danno il loro contributo alla crescita del paese. Tutti, en todos los rincones del país, condividono una passione. “Sono la squadra, sono la Spagna”, conclude il re.</p><blockquote>La “Furia spagnola” alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma oggi il gioco “colpisce per quanto è educato, razionale, freddo, paziente e virtuoso”</blockquote><p>In effetti, che colpo d’occhio la marea umana che la notte del 19 luglio ha invaso le strade e le piazze del paese vestita con i colori della Rojigualda. Lo stesso rosso, benché senza giallo, indossato dalla regina Letizia, dall’erede al trono Leonor, principessa delle Asturie, e da sua sorella l’infanta Sofia, che hanno assistito alla finale a New York assieme al re Felipe VI. Grande tifo da parte loro. Soprattutto il re. Che non riusciva a stare fermo. E gioiva. E soffriva.<b> </b>Proprio come Sandro Pertini, il presidente italiano più amato di sempre, nell’unica finale di Coppa del mondo che io abbia visto da vicino. La mitica partita Italia-Germania del 1982 allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Giuro che da qualche parte ho ancora il biglietto, firmato da Cabrini.</p><p>Solo nei Paesi Baschi, manco a dirlo, ci sono stati tafferugli. Con oltre venti persone arrestate o indagate per intimidazioni o minacce ai tifosi che festeggiavano. A Bilbao, in Biscaglia, un gruppo di irriducibili indipendentisti incappucciati ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato dal Partido Popular nel parco privato di Doña Casilda per seguire in compagnia la finale della Coppa del mondo. Non ci sono riusciti per l’intervento di una donna, Esther Martínez, consigliera comunale in rotta con il Partido Nacionalista Vasco che governa la città. <b>E’ stata lei a mettersi di traverso prima dell’intervento della polizia e a proteggere con il suo corpo “la libertà di potere essere uguali al resto della Spagna”. </b>Bandiere bruciate e aggressioni a ragazzi con la maglia de la Roja anche nella provincia di Gipuzkoa, al confine tra Spagna e Francia, autentica roccaforte di Bildu, il partito marxista per l’indipendenza del País Vasco che è puntello dell’attuale governo di Pedro Sánchez e della sua risicata maggioranza parlamentare. Il segretario di Bildu, Arnaldo Otegi, condannato al carcere cinque volte nel passato per la sua appartenenza all’Eta, il gruppo terrorista basco che ha insanguinato il paese, si è espresso solo in occasione della semifinale Francia-Spagna dello scorso 14 luglio. “Né con la Francia, né con la Spagna”, ha sentenziato. <b>“Noi baschi vogliamo la nostra nazionale. Possiamo tifare solo per la squadra che vincerà l’altra semifinale, Inghilterra o Argentina che sia”.</b> Poi si è zittito. Certo, si sarà reso conto che nel frattempo l’83,6 per cento degli abitanti di Euskadi ha seguito in diretta la partita finale della Coppa, sintonizzandosi in prevalenza con il primo canale della TVE, l’equivalente spagnolo di RaiUno, quanto di più statale si possa immaginare.</p><blockquote>A Bilbao un gruppo di irriducibili indipendentisti ha provato a fare a pezzi il maxischermo installato per seguire in compagnia la finale</blockquote><p>D’altra parte, questa nazionale spagnola è molto “basca”, a cominciare dall’attaccante <b>Nico Williams</b>, dell’Athletic Bilbao. Nico “piè veloce” Williams, treccine rasta che guizzano sulla testa e piedi che dribblano anche l’aria, è nato a Pamplona nel 2002, figlio di migranti ghanesi approdati in Spagna dopo avere percorso a piedi mezza Africa. Passo dopo passo, dalle sabbie equatoriali del Golfo di Guinea fino al Marocco e a Melilla, enclave spagnola sul mare Mediterraneo. E’ il giocatore che ha commosso in mondovisione, con un gesto che per lui può valere più della vittoria. Ha aspettato la fine della premiazione, Nico. Poi ha attraversato rapido il campo per portare la medaglia d’oro, appena conquistata, alla mamma seduta sugli spalti. Un tributo alla donna che attraversò il Sahara incinta per dare ai figli un futuro. Con ottima riuscita. Sono entrambi calciatori di valore.</p><blockquote>Una nazionale molto “basca”, a cominciare dall’attaccante Nico Williams, figlio di migranti ghanesi che hanno percorso a piedi mezza Africa</blockquote><p>Sono loro i volti della “nuova” Spagna. Insieme con Lamine Yamal, talento del Barcellona, nato in Catalogna nel 2007 da padre marocchino e madre originaria della Guinea Equatoriale. <b>E’ lui la star più gettonata dei Mondiali. Il ragazzo veloce come il vento che, invitato alla Zarzuela, nella residenza privata della famiglia reale, si rifugia tra le braccia di Felipe VI, in barba al protocollo. </b>Col re che lo ricambia con infinita tenerezza. L’adolescente col fratellino di quattro anni sempre appresso, paffuta mascotte della Roja. Insieme con il difensore del Real Madrid, Marc Cucurella, che dopo ogni partita corre ad abbracciare il figlio autistico e non si taglia i capelli perché lui possa riconoscerlo in campo. E, per finire, col capitano Rodri, madrileno di trent’anni. Quello che durante la premiazione a New York ha invitato il presidente Trump a farsi da parte e lasciare spazio per una foto tutta spagnola.</p><p>La Coppa e la Corona. Perché in questa foto di famiglia c’è anche Leonor. La principessa che studia da regina con la stessa disciplina e la stessa tenacia con cui si sono allenati i suoi coetanei della Roja per diventare Reyes del mundo. Leonor che è volata a New York da sola. In quanto erede al trono, legittimata dalla Jura de la Constitución nel 2023 davanti alle Cortes riunite in sessione plenaria, può sostituire il padre in qualsiasi momento e per qualsiasi esigenza, anche temporanea, ma non può viaggiare con lui per ragioni di sicurezza e di protocollo. <b>Ne ha fatta di strada la bambina biondissima che nel 2010, a quattro anni, assieme alla sorellina minore Sofia, stringeva tra le mani la prima Coppa del mondo spagnola. Adesso Leonor è “la principessa del popolo” dei Borbone di Spagna.</b> Il futuro della dinastia. Il quotidiano El País, il più autorevole della Spagna, la elogia. Perché “incarna il meglio della sua generazione, il valore dello studio e della preparazione, la vocazione al servizio”. Fortuna che lei abbia accettato il peso di una vita da condurre in modo esemplare e di un’educazione di ferro. Tre anni di servizio militare, nell’esercito, nella marina e nell’aviazione, come suo padre Felipe e suo nonno Juan Carlos. Ma soltanto lei, donna, ha preso un brevetto di cazador paracaidista. Diventando, quindi, la prima esponente della famiglia reale spagnola a completare un corso di paracadutismo militare e lanciarsi da un aereo in volo. Finita la mili, il servizio militare, Leonor a settembre tornerà tra i banchi. <b>Si è iscritta all’Università Carlos III di Madrid, ateneo pubblico tra più prestigiosi della Spagna. Frequenterà il campus di Getafe, nell’hinterland della capitale. Come una ventenne spagnola qualunque.</b></p><p>E’ questo il terreno su cui si gioca il futuro della Corona di Spagna. In un paese attraversato da tensioni territoriali, da polarizzazioni sociali e da un sempre maggiore desencanto verso la politica, la monarchia può esistere solo se continua a svolgere la funzione che le assegna la Costituzione: essere punto di equilibrio super partes. Un’istituzione che non governa, ma garantisce la continuità dello Stato e la convivenza tra identità diverse. <b>Quando Leonor completerà il corso di studi giuridici e sociali, verrà il tempo di un nuovo Mondiale. Che si giocherà in Spagna, Marocco e Portogallo. Due regni e una repubblica.</b></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/american-communist-paure-vecchie-e-nuove--403144</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/american-communist-paure-vecchie-e-nuove--403144</link>
				<title>American communist. Paure vecchie e nuove</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/ef4f6721-3cd6-4e62-bf11-432b66287433.jpg" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Il 4 luglio, 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, Donald Trump ha usato una parola che sembrava ormai vintage nell’America post-guerra fredda: comunismo. “L’America non sarà mai un paese comunista”, ha dichiarato, assumendosi l’incarico di protettore della nazione dai nuovi bolscevichi. Qualche giorno dopo è tornato sulla questione ripetendo che: “Il comunismo è un cancro, e va tagliato via in fretta”. Non si è potuto fare a meno, in Italia, di ripensare quasi con nostalgia agli attacchi del Cav. quando gridava “siete ancora ed oggi come sempre dei poveri comunisti”, frase che oggi ritroviamo nel braccialetto di silicone che Gennaro Sangiuliano porta con orgoglio su La7. Era dai tempi di Ronald Reagan, e dalle sue barzellette sulla burocrazia sovietica e sulla mancanza di libertà, che un presidente degli Stati Uniti non tirava fuori il comunismo con questa foga. E l’ha fatto usando il vecchio trucco di dipingere come comunisti tutti quelli a sinistra di Barack Obama. George W. Bush, proprio per rendere omaggio al presidente cowboy aveva inaugurato nell’anniversario del discorso virale – “signor Gorbaciov, butti giù questo muro!” – un memoriale per le vittime del comunismo, che sembrava, appunto, chiudere un capitolo.</p><p>Dopo il ‘91 anche nel cinema di spionaggio – ottimo termometro geopolitico – i nemici, che prima erano i tovarich con l’uniforme verde oliva, divennero i terroristi rogue o i pazzi megalomani e, ovviamente, dopo l’11 settembre, ecco arrivare gli arabi, gli islamici, la jihad. Oggi cosa vuole dirci, Trump? Che i nemici dell’America sono di nuovo i comunisti? Non certo l’amico Xi Jinping, che tanto invidia per come lo trattano i sudditi, o l’amico Putin, che quasi venera. Forse i nuovi nemici dell’America sono i socialisti di Brooklyn, che hanno sostituito Karl Marx con Sally Rooney e il ciclostile con Instagram? E in effetti da un po’ il socialismo negli Stati Uniti non è più una parolaccia da extraparlamentari. Prima c’è stato Bernie Sanders, il vecchio senatore che ha sdoganato la parola con la S, cioè socialdemocrazia. Poi la cameriera ispanica precaria diventata deputata, Alexandria Ocasio-Cortez, che ha costruito una Squad di “ribelli” islamico-progressisti dentro la grande coalizione dem, tanto che nel 2018 il New York Times titolò: “I millennial hanno accolto il socialismo”. E infine il celebratissimo sorridente Zohran Mamdani che sta diventando quasi una divinità a New York, dopo la vittoria dei Knicks, la squadra di basket della città e, in secondo luogo, dopo aver pareggiato il bilancio e bloccato alcuni affitti. Ovviamente questa trinità è solo l’apice di un grosso movimento, e di tanti altri personaggi dell’agone politico che stanno emergendo, soprattutto puntato sulla lotta alle disuguaglianze sociali, ai monopoli del big tech e l’aumento del costo della vita. Mamdani ha voluto tranquillizzare Trump. “No, non sono un comunista”, ha detto un anno fa, ma un semplice “democratico-socialista che si ispira alle parole di Martin Luther King jr. sulla redistribuzione sociale della ricchezza”. Anche se Trump, in vista delle midterm di novembre, prova a demonizzare questi hipster pro Pal e soprattutto pro hummus, questi non somigliano ai vecchi comunisti delle favole, quelli che mangiavano i bambini, anche perché i compagni con le tote bag di Strand sono quasi tutti vegetariani. Bagel &amp; martello. Nomadi digitali di tutto il mondo unitevi. I Mamdani fanno più paura ai democratici non-socialisti, dato che per una volta rischiano di vincere contro un Trump ottantenne che è al minimo dei consensi, e hanno paura di perdere i centristi e gli elettori degli stati del Sud con la reinassance troskista e un rebranding anticapitalista del partito dei Clinton.</p><blockquote>Se la crisi del 1929 aveva fatto iscrivere le persone al partito comunista, quella del 2008 ha permesso di riconsiderare il socialismo</blockquote><p>Ma quella del comunismo in America non è una novità. New York ebbe due consiglieri comunali espressamente comunisti, prima e dopo l’ultima guerra. Il deputato Vito Marcantonio, che rappresentava East Harlem, e sodale del sindaco Fiorello La Guardia, fu membro della più importante organizzazione operaia statunitense, ufficiosamente affiliata ai comunisti. Perché i comunisti negli Stati Uniti ci sono sempre stati. Un po’ come a Livorno col Pci nel 1921, il partito comunista americano (Cpa) nacque nel 1919 a Chicago staccandosi dal partito socialista d’America, sulla scia della Rivoluzione d’ottobre. Invece di Bordiga e Togliatti c’erano figure come Charles Ruthenberg e John Reed – entrambi verranno seppelliti lungo le mura del Cremlino. Ma se Ruthenberg, ex agitatore socialista e pacifista nella Prima guerra mondiale, creò il Cpa facendo leva sui tanti immigrati, il giornalista di Harvard, Reed, fondò il suo partito - quello comunista dei lavoratori - per parlare ai proletari nati in America. Classico divisionismo della sinistra. I due partiti nacquero a distanza di dieci ore. Ma con il crollo della borsa del 1929 e le strade che si riempivano di disperati, il partito di Reed confluì in quello di Ruthenberg. In quegli anni il Cpa, legato a Mosca, funzionò soprattutto per organizzare e rafforzare le unions, i sindacati, che sembravano un concetto alieno nella patria del capitalismo, oltre a divenire un megafono dei disoccupati vittime della Great depression. Il partito raggiunse il suo apice di iscritti (45mila) nel 1942, mentre si entrava in guerra, proprio giocando sull’alleanza con i sovietici per battere i nazisti dopo anni di propaganda non-interventista. Parliamo di anni in cui i repubblicani dipingevano il presidente FDR come uno “Stalin d’America”, che col suo New Deal creava lavori pubblici pur di tenere occupati i cittadini. Negli anni successivi la fedeltà allo stalinismo – quello vero – del Communist party of America fece storcere il naso a molti simpatizzanti e scese il numero di iscritti al partito. Questo accadde di nuovo quando i crimini del baffone diventarono pubblici, grazie a Kruscev. Ma il partito era già stato decimato tra la fine degli anni Quaranta e metà anni Cinquanta, nel decennio della Red scare, attraversato dalla paura dei rossi, e quindi dal Maccartismo, con le continue espulsioni o uccisioni di spie sovietiche (o presunte tali). Emblematico, da sussidiario delle medie, il caso dei coniugi Rosenberg, che diedero al Kgb documenti segreti e che a Sing Sing vennero giustiziati sulla sedia elettrica. A spingere insistentemente per la pena di morte fu l’allora giovanissimo – ventiquattrenne – procuratore e futuro mentore di Trump e poi vittima dell’Aids, Roy Cohn. Il processo contro “i terribili comunisti” lo fece entrare nell’orbita del senatore Joseph McCarthy, protagonista di quella stagione. La sua caccia senza scrupoli faceva vedere i rossi dappertutto. E, bizzarramente, McCarthy fu aiutato da due matricole in congresso che anni dopo si sarebbero sfidati alle urne e in tv: John F. Kennedy e Richard Nixon. McCarthy e Kennedy, entrambi single e amanti dei party, andavano in giro insieme a bere e a rimorchiare a Washington, organizzando festini nella casetta di Georgetown che papà Joseph, supporter del senatore dell’inquisizione anti-bolscevica, aveva comprato al futuro presidente americano. Con il bipolarismo Usa-Urss chiunque mettesse in dubbio la superiorità ideologica e morale dell’occidente veniva subito visto come potenziale nemico della patria. Le purghe nel mondo dello spettacolo portate avanti dal melodrammatico McCarthy, che lo scrittore Sam Tanenhaus ha definito un “maligno emblema dell’ansia statunitense nei primi anni della Guerra fredda”, hanno segnato un’epoca, più dei comunisti stessi che bazzicavano nel paese, prendendo o raccogliendo soldi (e a volte documenti) per il Cremlino. Dalton Trumbo fu costretto a far firmare da un amico la sceneggiatura di Vacanze romane, Jules Dassin si autoesiliò in Europa, mentre Dashiell Hammett, autore de Il falcone maltese, si fece anche un po’ di galera per non aver detto i nomi di altri rossi di Hollywood. Una caccia alle streghe vera e propria che decimò il partito e spaventò molti fiancheggiatori. Ci si può immaginare oggi una nuova caccia Maga al comunista dove si va a vedere sui social se qualcuno ha ripostato un meme marxista, una foto di un sexy Fidel Castro (esistono davvero pagine del genere) o un tweet contro il triliardario Elon Musk con l’immagine della ghigliottina.</p><blockquote>Oggi il partito comunista dice di avere almeno 11 mila membri attivi, che sarebbero aumentati dopo la prima vittoria di Trump dieci anni fa</blockquote><p>Nell’ultimo libro di Enrico Deaglio Il novecento, sulle spalle dei giganti (Gribaudo, 2026) si parla dell’anarchico italiano Carlo Tresca, assassinato sulla 5th Avenue (forse addirittura dai compagni filosovietici che lo temevano). Per farne un ritratto il giornalista parte da un disco noto a tutti, The Freewheelin’ di Bob Dylan, del ‘63. Il futuro Nobel è lì in piedi: un ragazzo, con il giubbotto scamosciato e i jeans, su una strada ghiacciata del Greenwich Village. Aggrappata al suo braccio c’è una ragazza, Suze Rotolo. Figlia di comunisti stalinisti “attenzionati come agenti segreti sovietici” e comunista pure lei, lascerà Dylan per un operaio umbro della Perugina. Era stata lei, o almeno così dice, ad avvicinare il cantautore ai temi degli scioperi e del radicalismo. Fa pensare a quel monito molto maccartista, “un comunista può essere ovunque, si possono nascondere ovunque”, anche sulla copertina di uno degli album più famosi della storia. Il partito perderà poi altri membri prima con la frattura sinosovietica, dove molti si avvicinarono a gruppi maoisti, poi con la guerra in Vietnam – come si poteva esser pacifisti e supportare l’ipermilitarizzato stato di Breznev? – fino a un vero disastro, anche delle proprie casse, con il crollo dell’Urss nel ‘91. Oggi il partito comunista dice di avere almeno 11 mila membri attivi, che sarebbero aumentati dopo la prima vittoria di Trump dieci anni fa. Sul suo sito ufficiale la prima cosa che appare è un banner che dice “basta guerra in Iran” e sotto un quiz per testare le tue conoscenze sulla dottrina di Marx. Si parla anche di “classe dominante Maga vs. classe lavoratrice multirazziale”.</p><blockquote>Secondo Maurice Isserman la tragedia dei comunisti americani sta nell’essersi appoggiati a un modello “pieno di difetti e storicamente irrilevante”</blockquote><p>Gli ideali marxisti in America, anche quando non arrivano a Capitol Hill, arrivano nelle università e nella cultura, come sempre. E forse la più celebre comunista del dopoguerra è Angela Davis, che oggi ha 82 anni, e che non a caso oggi ricompare nelle vetrine delle librerie indipendenti, tra Giovanni’s room e Donna Haraway, nei corsi universitari dei college dell’Ivy League e nei murales di Scampia accanto a Pasolini. Davis, membro delle Black Panthers, riconoscibile con i suoi capelli afro, si candidò anche come vicepresidente nel ticket del partito comunista, non vinse mai un’elezione bensì il premio Lenin per la pace. La sua filosofia che univa Marx, pacifismo e femminismo ha contribuito a costruire il manuale di quella sinistra contemporanea americana che, arricchita dal wokismo, sta diventando mainstream (ma al posto dei pugni alzati oggi ci sono le angurie palestinesi, al posto della disobbedienza civile i post con le frasi di Mark Fisher, al posto delle comuni c’è Hinge, e al massimo la celebrazione di Luigi Mangione). Maurice Isserman, 70enne studioso del comunismo in America, autore di libri come Reds: the tragedy of American communism, dice che nel secolo scorso tra i comunisti a stelle e strisce ci sono state persone “di talento, visione e genuino idealismo”, ma la cui tragedia giace nell’essersi appoggiati a un modello “pieno di difetti e storicamente irrilevante”, quello della rivoluzione bolscevica e dello stato sovietico. “In questo modo”, scrive il professore, “hanno ritardato per generazioni l’opportunità che emergesse una sinistra americana genuina”. E adesso questa nuova vecchia sinistra che può dirsi socialista e che viene, come da tradizione, bollata da Trump come comunista, cosa vuole, e soprattutto, perché ha successo (in certi luoghi, come New York)? Non è per nulla un caso che il revival socialista che vediamo oggi in America segua quel successo del Cpa in chiave anti-fascista, oltre che nell’organizzazione di scioperi in un momento in cui i lavoratori si sentivano sfruttati. Se i vecchi comunisti degli anni Trenta e Quaranta avevano paura dei veri fascisti che provavano ad aprirsi un varco in Congresso e anche nelle Little Italy sparse per gli Usa sfruttando la fandom mussoliniana, oggi i mamdaniani, spesso di seconda generazione, sembrano spaventati dai neo-fascismi. Sia da quelli in odor di Silicon valley sia da quelli dei nazionalisti bianchi che il 4 luglio hanno marciato, mascherati, a Washington urlando white power. La tendenza rossa di oggi, che però usa il più soft epiteto di socialista, è tanto il frutto della paura delle nuove destre estreme tanto quanto degli effetti del capitalismo. Come poco meno di un secolo fa, nasce dalle condizioni di lavoro da una parte, e dalla crescita di un nemico ideologicamente opposto dall’altra. Basta sfogliare una delle bibbie degli hispter-leninisti, Jacobin, per vedere quanto quasi tutti si basi sui mali della mano invisibile di Adam Smith e sui ricconi col monocolo e con i razzi. Se la crisi del 1929 aveva fatto iscrivere nel ventennio successivo le persone al partito comunista, la crisi del 2008 ha portato la gente a riconsiderare il socialismo, a criticare il libero mercato, a chiedere più sanità pubblica, giustizia sociale, bus gratis, supermercati statali. Secondo un sondaggio del 2021 il 49% degli americani tra i 18 e i 34 anni vedeva il capitalismo positivamente, solo tre anni prima la percentuale era di dieci punti superiore. Nel 2025 è scesa di altri 7 punti. E se Trump questa ondata anticapitalista la può sfruttare nei comizi riaprendo il libro delle battute reaganiane e giocando sulla paura bolscevica di chi è cresciuto con M*A*S*H, sarà il partito democratico a dover decidere se è questa o no la strada vincente per tornare al potere.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/con-la-cultura-si-mangia-londra-pero-deve-riapparecchiare-la-tavola--402808</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/con-la-cultura-si-mangia-londra-pero-deve-riapparecchiare-la-tavola--402808</link>
				<title>Con la cultura si mangia, Londra però deve riapparecchiare la tavola</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/21/original/a9bf32ba-5566-4f87-8a28-cc1b6d8c7623.jpeg?v=1784653063" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Francesco Stocchi</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><b>La cultura ha una strana caratteristica, compare raramente nelle campagne elettorali e puntualmente emerge nei primi problemi di ogni governo.</b> Succede oggi anche nel&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/salute_68" target="_blank">Regno Unito</a>, dove il nuovo esecutivo eredita un sistema artistico tra i più autorevoli al mondo ma anche uno dei più esposti alle contraddizioni del presente. Londra rimane una capitale culturale globale, i suoi magnifici musei continuano a essere punti di riferimento internazionale, le università attraggono talenti da ogni continente e le industrie creative rappresentano una delle principali ricchezze del Paese. <b>Eppure il sistema mostra segni di affaticamento, manifestando una crisi di struttura che a seguito dello stop della pandemia non ha trovato soluzioni. </b>Anzi, le cose sono peggiorate. Con l’arrivo di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/andy-burnham_59249" target="_blank">Andy Burnham</a>&nbsp;a Downing Street e la formazione di un nuovo governo laburista, il nuovo ministero della Cultura dovrà affrontare diverse questioni decisive che influenzeranno il futuro delle arti.</p><p>La prima riguarda il destino dell’Arts Council, l’organismo che distribuisce i finanziamenti pubblici. Malgrado i cospicui fondi elargiti, da anni l’organismo è al centro di polemiche. <b>Troppo burocratico per alcuni, troppo centralizzato per altri quindi incapace di trovare un equilibrio convincente tra Londra e le regioni del Regno. </b>Riformarlo significa ridefinire il rapporto tra Stato e produzione culturale e più in generale risolvere l’ormai desueta dicotomia tra cultura come forma educativa e cultura come opportunità economica. Il secondo tema è di natura appunto economica. Dopo oltre un decennio di bilanci compressi, musei, teatri e biblioteche sono chiamati a fare sempre di più con sempre meno. Publico, publico, publico, mostre blockbuster! La miope visione come soluzione alla crisi di visitatori post-covid è rimasta tale: popolarizzare la cultura, abbassare le pretese del pubblico svilendo i contenuti. <b>La cultura continua a essere celebrata come motore di sviluppo ma raramente viene trattata come un’infrastruttura strategica. </b>Sembra che ci si rivolga a essa <i>dopo</i>, come forma di sostegno aggiuntivo o edulcorazione di un insieme, ma mai nella fase strutturale. Non bisogna dimenticare che conservare una collezione, produrre una mostra o formare un artista richiede tempi lunghi, investimenti costanti e una visione che difficilmente coincide con quella del ciclo elettorale. E questo l’Italia, ahimè, lo sa bene. Esiste poi un problema più silenzioso, ma forse ancora più decisivo: l’educazione, che a parole interessa tutti ma anch’essa troppo distante da necessità elettorali a breve termine. <b>Negli ultimi anni le discipline artistiche hanno progressivamente perso spazio nella scuola britannica, con il timore di “formare futuri disoccupati”, come se dipingere fosse un vezzo della domenica.</b> Ogni sistema culturale vive infatti di un ricambio continuo di artisti, curatori, restauratori, architetti, tecnici, studiosi. Ridurre l’investimento nella formazione significa compromettere il futuro della cultura prima ancora della sua economia.</p><p>Infine c’è la Brexit, che continua a produrre conseguenze meno appariscenti ma profonde. La mobilità degli artisti è divenuta più complessa, gli scambi istituzionali meno fluidi, la circolazione delle opere più onerosa. In un mondo dell’arte che vive, o dovrebbe vivere, di relazioni internazionali, ogni barriera amministrativa si traduce inevitabilmente in una barriera culturale. A tutto questo si aggiunge la questione che probabilmente definirà il prossimo decennio: l’intelligenza artificiale.<b> La discussione sul copyright non riguarda soltanto la tutela economica degli autori ma riguarda l’idea stessa di creatività. Se le opere diventano materia prima per addestrare algoritmi senza regole condivise, il rischio è quello di costruire l’innovazione impoverendo proprio coloro che la rendono possibile. </b>Pochi giorni fa, Anish Kapoor, intervistato dall’<i>Observer</i> in occasione della grande retrospettiva alla Hayward Gallery, ha espresso con franchezza il suo punto di vista. Dopo aver liquidato con distaccata ironia British l’<i>ArcelorMittal</i> <i>Orbit</i> (la torre-scultura realizzata per le Olimpiadi di Londra del 2012) come “non il mio lavoro migliore”, perché “l’ingegneria vi prevale sull’opera” (musica per le nostre orecchie e sollievo per la nostra anima, finalmente), ha rivolto un appello al nuovo primo ministro: restituire centralità alle industrie creative, un tempo secondo motore dell’economia britannica dopo la finanza. “Parlano ai giovani, al loro senso dell’avventura e all’inventiva di un Paese”, ha detto.&nbsp;<b>Perché senza una politica culturale ambiziosa, il rischio è quello di ritrovarsi in un mondo dove tutto finisce per assomigliare “a un enorme campo da golf”.</b></p><p>I quesiti del nuovo governo dunque non consistono semplicemente nell’aumentare i finanziamenti ma nel decidere quale ruolo assegnare alla cultura nella società britannica. <b>Se considerarla una voce di spesa da contenere oppure un investimento strategico, capace di generare ricerca, innovazione, diplomazia e crescita economica. </b>Le grandi nazioni raramente si riconoscono soltanto dal PIL ma dalla qualità delle loro istituzioni culturali e dalla fiducia che ripongono in esse. È una lezione che riguarda il Regno Unito, ma che dovrebbe interessare tutta l’Europa.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/dove-porta-la-spaccatura-del-pis-in-polonia--403248</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/dove-porta-la-spaccatura-del-pis-in-polonia--403248</link>
				<title>Dove porta la spaccatura del PiS in Polonia</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/386883be-6cde-44a5-a690-8ea16685bc99.jpeg?v=1784919220" />
																		<enclosure url="https://api.spreaker.com/v2/episodes/73155408" />
												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><b>Jaroslaw Kaczynski</b> ha scelto la strada sempre più a destra, sempre più estrema per il suo partito,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pis_168/page/4" target="_blank">il PiS</a>, che ha governato la Polonia dal 2015 al 2023 e  adesso ha iniziato una corsa lunga e aggressiva per togliere il governo al premier Donald Tusk nel 2027. il PiS però non è sempre stato un partito estremista e infatti al suo interno c’è chi ha tentato di creare una corrente alternativa, pur sotto il cappello e il controllo del padrone Kaczynski. Era stato l’ex premier Mateusz Morawiecki a dare inizio a questa corrente, Rozwoj plus (Sviluppo plus), nata come un “Consiglio di esperti” dentro al PiS. Morawiecki proponeva una coesistenza, Kaczynski ha invece deciso che si trattava di un tradimento e ha detto al suo ex premier e a tutti i componenti di Rozwoj plus: o me o la porta. Non hanno scelto lui, sono stati messi alla porta e il danno per il PiS è sostanzioso: i suoi seggi in Parlamento diminuiscono e si sfilaccia, per il momento, la coalizione per battere Tusk. Il cambiamento nel PiS è ormai  rappresentato dal presidente Karol Nawrocki che del vecchio partito  non ha più nulla, neppure il certo posizionamento internazionale. Erano anni che si attendeva una spaccatura nel partito da parte di tutti coloro che rivendicavano le sue origini e anche come conseguenza della sconfitta del modello di  Viktor Orbán in Ungheria. Kaczynski invece ha continuato a corteggiare Orbán, unico in un mondo che  ne prende le distanze. In Polonia gli analisti mantengono le aspettative basse, si dubita del coraggio di Morawiecki e dei suoi seguaci. Se il cambiamento ci sarà davvero, anche in Europa si sentirebbe: il PiS siede fra i Conservatori e riformisti, dove  Morawiecki potrebbe non sentirsi a casa, ma per lui sarebbe difficile raggiungere i Popolari, dove siede Tusk<b>. Tutto si rimescola: da tempo il primo ministro polacco mostra stima e interesse per la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che invece è compagna del PiS fra i Conservatori. Un gran rimescolamento che potrebbe riscrivere le alleanze di destra o finire in un nulla.</b></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/la-vittoria-degli-scarafaggi-su-modi--403245</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/la-vittoria-degli-scarafaggi-su-modi--403245</link>
				<title>La vittoria degli “scarafaggi” su Modi</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/b3bd42c3-db0a-44af-8c95-592141867e9c.jpeg?v=1784919055" />
																		<enclosure url="https://api.spreaker.com/v2/episodes/73155374" />
												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Ieri la National Testing Agency, cioè l’ente governativo indiano che organizza gli esami d’ammissione all’università, ha licenziato 47 funzionari dopo lo scandalo delle fughe di notizie nei test d’ingresso Neet, l’esame che ogni anno seleziona gli studenti di Medicina in India. L’agenzia ha annunciato che avvierà anche azioni legali nei loro confronti. La decisione arriva il giorno dopo che il primo ministro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/narendra-modi_32893" target="_blank">Narendra Modi</a>, in un videomessaggio notturno pubblicato su X, ha annunciato una bozza di legge con pene più severe e corsie giudiziarie accelerate per chi manipola i concorsi pubblici. Il Consiglio dei ministri del governo ha poi approvato in tempi record alcune modifiche al Public Examinations Act, la legge antifronde per gli esami pubblici, che inaspriscono le pene per chi la viola e che saranno presentate in Parlamento la prossima settimana. E’ una mezza vittoria per i manifestanti che da settimane protestano a Jantar Mantar, a Delhi, guidati dal Cockroach Janta Party, il “partito degli scarafaggi”, movimento studentesco nato dopo l’annullamento del Neet del 2026 per via dello scandalo dei quesiti trapelati, a cui sono seguiti diversi suicidi tra gli studenti. E del resto per Modi la pressione pubblica stava diventando insostenibile: la protesta “degli scarafaggi” era finita su tutti i giornali internazionali, compreso lo sciopero della fame dell’attivista Sonam Wangchuk, che si è concluso ieri dopo le trattative con due ministri del governo, e soprattutto le cariche della polizia di lunedì scorso – in quello che Sonia Gandhi sul The Hindu ha definito “il giorno dell’infamia” – contro gli studenti che marciavano pacificamente verso il Parlamento. <b>Modi deve aver capito che lo show diplomatico internazionale serve a poco se poi, internamente, il suo governo fa fatica a rispondere alle richieste della popolazione più fragile, “dagli studenti agli agricoltori”, come ha scritto Gandhi. Per gli “scarafaggi” non è finita: vogliono le dimissioni del ministro dell’Istruzione, e vogliono una classe politica in ascolto. Il rischio, altrimenti, è che la protesta, invece di essere sedata, si allarghi.</b></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/la-cina-mette-anche-due-aziende-italiane-nella-sua-lista-nera-contro-le-sanzioni-ue-alla-russia--403241</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/la-cina-mette-anche-due-aziende-italiane-nella-sua-lista-nera-contro-le-sanzioni-ue-alla-russia--403241</link>
				<title>La Cina mette anche due aziende italiane nella sua lista nera contro le sanzioni Ue alla Russia</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/6ceaf9f4-ff98-4fa2-8307-eab555b39f37.jpeg?v=1784918609" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulia Pompili</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Ieri la Cina ha annunciato di aver inserito quattordici aziende europee nella propria lista di controllo delle esportazioni. Si tratta di una risposta diretta – e senza precedenti – alla decisione dell’Unione europea di sanzionare altrettante imprese cinesi e di Hong Kong nel ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia approvato l’altro ieri. Lo squilibrio politico è piuttosto evidente: mentre l’Ue cerca di fermare la macchina della guerra di Mosca, aiutata e foraggiata dalle aziende cinesi, Pechino reagisce bloccando non il suo export verso la Russia, ma quello verso l’Ue. Agli esportatori cinesi è ora vietato fornire alle aziende sulla lista nera beni dual use, quelli cioè che potrebbero avere impieghi sia civili sia militari. L’azienda più grande colpita dalle sanzioni è il colosso tedesco della Difesa Rheinmetall. Ma l’attacco politico-economico è anche diretto all’Italia, perché sorprendentemente le prime due aziende della nuova lista nera del ministero del Commercio cinese sono due aziende italiane, la Lafert SpA e la Garnet srl.</p><p>Garnet è un’azienda con sede a Concorezzo, in provincia di Monza e Brianza. E’ stata fondata nel 1997 e si occupa di componentistica per l’automazione, robotica e automotive e soprattutto produce  magneti permanenti, che vengono realizzati con le terre rare, materiali di cui Pechino possiede un quasi-monopolio e che considera strategici. Nel 2025 Garnet ha raggiunto un fatturato di poco più di nove milioni di euro. Lafert è un gruppo veneto con sede a San Donà di Piave, vicino a Venezia, fondato nel 1962 e che progetta e produce motori elettrici e azionamenti industriali: è più grande di Garnet, e fa parte della galassia del gruppo giapponese Sumitomo. Produce motori elettrici per realtà industriali, e nel 2023 ha chiuso il bilancio con un fatturato di 225 milioni di euro, ha un migliaio di dipendenti nel mondo e circa settecento in Italia. Anche Lafert usa le terre rare cinesi per produrre i magneti permanenti che servono ai motori. Per seguire da vicino il mercato cinese delle terre rare e mantenere contatti diretti con i produttori locali, sia Garnet sia  Lafert hanno delle sedi in Cina: la prima a Ningbo, nella provincia dello Zhejiang, e Lafert ha una filiale produttiva a Suzhou, aperta nel 2012. La notizia dell’inserimento di Lafert nella lista nera cinese, arrivata ieri mattina a San Donà di Piave, “ci ha spiazzato”, dice al Foglio il ceo del gruppo, Cesare Savini. Anche perché Lafert, dice Savini, non ha “alcun legame, vicinanza al mondo della difesa e militare, niente a che fare con il dual use. Sapevamo di essere in difficoltà e di dover sottostare a certe restrizioni, e stavamo e stiamo lavorando per trovare delle soluzioni, ma la notizia di oggi non fa che peggiorare la situazione”. Di sicuro, nella scelta di bloccare l’export verso Lafert pesa il suo legame con il Giappone, su cui la leadership cinese da mesi sta applicando restrizioni e pressione economica per via delle accuse al governo della prima ministra Sanae Takaichi di un “nuovo militarismo”. Ma l’impatto economico delle misure cinesi rischia di essere molto concreto sull’Italia e anche pesante, su almeno il 40 per cento della produttività di Lafert. Garnet non ha risposto a una richiesta di commento. Secondo quanto risulta al Foglio, l’ambasciata italiana a Pechino si è messa in contatto con il ministero del Commercio cinese e con il governo a Roma, ma per il momento non ci sono state reazioni ufficiali da parte dell’esecutivo. La portavoce della Commissione europea Paula Pinho ha detto ieri, rispondendo a una domanda dei giornalisti, che l’Ue sta “analizzando le misure annunciate e ci metteremo in contatto con gli stati membri e, tramite questi, con le aziende interessate, per comprendere l’impatto di tali misure”. Naturalmente, ha detto Pinho, “chiederemo chiarimenti alle nostre controparti in Cina per capire meglio cosa sia effettivamente in gioco”.</p><p>Ma l’obiettivo politico di Pechino è ovviamente quello di avere una leva negoziale con i governi dei paesi membri dell’Ue, andando a colpire piccole aziende strategiche e magari attenuando future decisioni a Bruxelles – il metodo classico della coercizione economica che si fa non con i colossi come  Rheinmetall, che hanno una solidità economica tale da poter avere la protezione governativa, ma con più piccole realtà fondamentali per il tessuto produttivo.  Una mossa spregiudicata che segue mesi di tensioni fra Pechino e Bruxelles, con vertici annullati e porte chiuse – soprattutto da parte cinese – alle quali l’Ue ha sempre risposto con l’urgenza di riattivare il dialogo: solo giovedì scorso si è conclusa la missione a Pechino e Shanghai della Commissione esteri del Parlamento europeo, guidata da David McAllister, che ha incontrato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e i vertici del Congresso nazionale del popolo proprio per provare a tenere aperto un canale di dialogo su Ucraina, commercio e, non a caso, sul nodo dei beni a duplice uso che Bruxelles chiede a Pechino di interrompere. Un segnale di come l’Ue, anche di fronte a ritorsioni mirate come quella contro le aziende europee, continui a scegliere la strada del confronto istituzionale per timore di uno scontro aperto.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/fra-i-girasoli-e-le-mine-cosa-resta-dopo-loccupazione-di-mosca--403236</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/fra-i-girasoli-e-le-mine-cosa-resta-dopo-loccupazione-di-mosca--403236</link>
				<title>Fra i girasoli e le mine, cosa resta dopo l&#039;occupazione di Mosca</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/5e732ad7-5fc2-41df-9816-877f856ba70c.jpeg?v=1784918432" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Ternovyi Pody (oblast di Mykolaïv), dalla nostra inviata. La terra che si estende fra le regioni di Mykolaïv e di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/kherson-non-e-fatta-per-i-fantasmi--403060" target="_blank">Kherson</a>&nbsp;racconta la storia di una controffensiva riuscita e di una nuova fase della guerra in attesa. Le città sono per i monumenti, come Kherson in cui ogni casa bombardata è un simbolo di resistenza. I villaggi invece sono per le rovine, parlano la lingua dei ricordi quando non sono ancora passato. Per la strada che conduce verso il villaggio di Ljubomirivka oggi ci sono campi coltivati, distese di grano alternate a file di girasoli, ma più ci si avvicina a Ternovyi Pody più fra i campi spuntano spunzoni rossi e bianchi sormontanti da un cartello che in modo inequivocabile indica: pericolo. I russi si sono ritirati da queste strade nell’autunno del 2022, dopo una battaglia in cui i vari villaggi fra le regioni di Mykolaïv e di Kherson passavano da un esercito all’altro più volte nell’arco della stessa settimana. Si combatteva per centimetri di territorio, fino a quando l’esercito ucraino non iniziò a spingere i russi verso il fiume Dnipro. <b>All’esercito di Mosca non restava altro da fare che indietreggiare per non finire intrappolato con le spalle al fiume. Senza alternative, continuò a ritirarsi, villaggio dopo villaggio, lasciando distese di campi minati. </b>I cartelli rossi con il teschio che turbano la quiete degli steli lunghi dei girasoli indicano che le mine ci sono ancora, dopo quasi quattro anni dalla controffensiva – sono l’arma che non manca mai, nel disperderle si abbonda e questi campi lo sanno bene. Erano state lasciate per fermare i soldati ucraini, sono diventate il tormento delle mucche e la condanna dei contadini che per riprendere a lavorare con il raccolto hanno dovuto attendere le attività di sminamento e a volte, impazienti, si sono arrangiati da soli. A Ljubomirivka, che ormai ha ripreso una forma di vita, c’era un allevamento di ovini che durante l’occupazione e la controffensiva, rimasti senza cibo, iniziarono a uscire per cercare di nutrirsi di tutto ciò che era rimasto nei campi abbandonati. Non c’erano umani che potessero raccogliere, o erano andati via o era troppo pericoloso mettere piede in un campo, ma la mucca che non sa cosa sia una mina in quei mesi cercava cibo e trovava l’esplosione. Oggi la strada dissestata, di campagna, sembra essere tornata alla normalità, ma se al bivio per Ljubomirivka si svolta dalla parte opposta, verso una stradina ancora più incolta e sconnessa, dopo quel che rimane di un monumento della Seconda guerra mondiale che ricorda una battaglia fra eserciti molto diversi che si combatté fra queste campagne, si arriva a Ternovyi Pody, un via con case, o quel che di esse rimane, ai due lati. Sembra il fossile di un villaggio, invece è abitato non soltanto dalle storie dell’occupazione ma da una coppia che quell’occupazione l’ha vissuta quasi tutta e appena ha saputo che era finita, nonostante la distruzione, nonostante le mine, ha deciso di tornare. Olena e Volodymyr hanno gli occhi inquieti, mandano lampi di una tristezza accettata non con rassegnazione ma con saggezza.</p><p>Hanno nei lineamenti intrappolato il ricordo della loro bellezza. Sono cotti dal sole, forme umane fra ruderi bruciati invece dalla guerra. Lei parla molto, quando fa uscire la sua voce di anziana sembra che qualcuno la stia doppiando: il suo viso è liscio, fa a cazzotti con quei capelli bianchi e la camminata sbilenca. Lui medita, guarda, usa i fiammiferi per rianimare più volte la stessa sigaretta, non ha bisogno di sorridere per dimostrare di essere contento di avere ospiti inattesi, contrariamente a sua moglie, in lui tutto combacia: la voce, lo sguardo, il giacchino di jeans e anche il cappellino della Nike calcato in testa. Sembra che sia qui da sempre, da giorni, da anni, forse anche da secoli. Sembra che Ternovyi Pody siano loro, Volodymyr e Olena. Erano nel villaggio quando arrivarono i russi, “era terribile sia perché avevamo paura di loro sia perché non sapevamo come sopravvivere”, dice lei spiegando la natura della sua paura: non temeva di essere uccisa, temeva di rimanere senza nulla per sopravvivere. <b>I russi occupavano le case dei vicini rimaste vuote e per timore che i loro rifugi venissero colpiti dall’esercito ucraino scavavano delle fosse nel pavimento, si mettevano a vivere sottoterra.</b> Pretendevano il cibo da chi era rimasto a Ternovyi Pody che pure non sapeva come nutrirsi. Per i soldati di Mosca era pericoloso cucinare gli animali, senza cucine funzionanti serve un fuoco e il fuoco è un regalo al nemico, equivale a un invito: colpiscimi. Fra la paura e la mancanza di tutto, anche Volodymyr e Olena, ultimi nel villaggio, decisero di andarsene quando vennero uccise le loro mucche.</p><p>Tornarono a piedi da Mykolaïv non appena seppero che la breve strada che detta la dimensione del loro villaggio era stata liberata. Tornarono attraverso le vie minate e ritrovarono la casa bruciata per metà. E’ ancora così, Volodymyr e Olena attendono, ricordano, non chiedono risarcimenti, quelle pareti annerite sono diventate la loro normalità mentre osservano il ritorno di qualche vicino e danno rifugio a chiunque lo chieda: cani, capre, giornalisti sperduti.</p><p>“Ancora lavorano”, dice Olena parlando degli sminatori. In questi anni sono arrivate squadre da varie parti dell’Europa, tante si sono concentrate proprio in questa zona. I lavori procedono sia all’inizio sia alla fine del villaggio e a giugno un missile Iskander ha colpito una squadra di sminatori norvegesi che lavorava con i colleghi ucraini: sono morti in due. Volodymyr e Olena c’erano, hanno sentito e visto. Loro sono sempre qui, sono i custodi di un villaggio che fatica a ricominciare a vivere, accolgono le visite con gentilezza, hanno aneddoti, storie, non si curano delle speranze. “Quando abbiamo bisogno di qualcosa prendiamo la bicicletta e andiamo a Ljubomirivka”, dice Volodymyr. I cani che hanno accolto abbaiano, sembrano un esercito e fra i guaiti è molto difficile ascoltare le voci della coppia, ma loro due non ci fanno caso. Oltre ai cani, hanno molte capre, animali che, secondo Volodymyr, sono perfetti contro le mine: camminano senza affondare il passo, non calpestano nulla, hanno la leggiadria e l’accortezza che manca alle mucche di cui i campi hanno fatto stragi. Sono animali fatti per sopravvivere alla ritirata di Mosca che dopo tre anni ha lasciato i suoi danni. La vita ha faticato a riprendersi i campi, Volodymyr e Olena si sono ripresi la loro casa, anche loro sono perfetti per la sopravvivenza mentre tutto attorno c’è una distruzione per la quale esiste soltanto un rimedio: se l’uomo tornerà, passerà, ma l’uomo è ormai per lo più in città, cerca monumenti, rifugge i ruderi.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/convertita-sulla-via-di-kyiv-laura-loomer-sposta-un-po-di-america-trumpiana-verso-lucraina--403212</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/convertita-sulla-via-di-kyiv-laura-loomer-sposta-un-po-di-america-trumpiana-verso-lucraina--403212</link>
				<title>Convertita sulla via di Kyiv, Laura Loomer sposta un po’ di America trumpiana verso l’Ucraina</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/e21122b1-ba51-4b2b-9e7a-4719c083e61b.jpeg?v=1784915360" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Laura Loomer, influencer del mondo Maga con due milioni di follower, è andata in Ucraina per vedere con i suoi occhi una guerra che ammette di non aver compreso: <b>sono finita nella propaganda russa, racconta Loomer, ho detto che il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, è un nazista e “un falso ebreo”, ho sostenuto Vladimir Putin e partecipato alla sua campagna di disinformazione scrivendo per Rt, emittente del Cremlino</b>. La sua conversione – culminata ieri con un’intervista allo stesso Zelensky, il quale non si è fatto scappare l’occasione di parlare con una persona che ha un contatto diretto con Donald Trump e che potrebbe trascinare in questa resipiscenza molte persone – è iniziata per ragioni che non riguardano direttamente l’Ucraina: gli altri influencer Maga – quelli del “podcastistan” come li chiama lei – che intervistavano Putin o andavano a Mosca, magnificandola, sono diventati molto ostili a Israele e così Loomer ha iniziato a unire i puntini, anche i due visibilissimi a tutti da tempo, la Russia, l’Iran, la loro collaborazione militare e antiamericana.&nbsp;</p><p><b>Ora però Loomer è a Kyiv e smonta pezzo per pezzo la propaganda russa, ogni volta premettendo</b>: ci avevo creduto anche io. Ha incontrato Moshe Azman, il rabbino capo, ha scoperto che l’Ucraina ha leggi contro l’antisemitismo “più forti di quelle che ci sono negli Stati Uniti”, altro che nazisti; ha incontrato Sergiy Kyslytsya, che lavora nell’ufficio presidenziale di Zelensky, e ha notato sulla sua scrivania la copia del libro di Jared Kushner “Breaking History” e ha colto l’occasione per dire al genero e inviato di Trump, e all’altro inviato Steve Witkoff, di andare a Kyiv invece che a Mosca per cercare di porre fine all’aggressione russa; è andata nel McDonlad’s di Kyiv colpito più volte dai missili di Putin, ma funzionante, lo ha paragonato al “falso” McDonald’s in cui è andato Tucker Carlson, influencer filorusso e anti Israele, e ha detto: le sanzioni funzionano, quelle secondarie funzioneranno ancora meglio, invitando ad approvare la legge che le introduce e che è ferma da mesi al Senato americano nonostante abbia un sostegno bipartisan; e ha incontrato e intervistato Zelensky, hanno parlato del rapporto collassato e poi ricucito con Donald Trump, gli ha detto che spera che la prossima volta potrà indossare un cappellino trumpiano, perché vorrà dire che l’America è tornata a impegnarsi per la difesa dell’Ucraina – Trump ha condiviso le clip di Loomer commentando: “Very good”.</p><p>Intervistata da Julia Ioffe su Puck, Loomer ha detto che le sembra che qualcosa si stia muovendo a favore di Kyiv nell’Amministrazione di Trump e poi ha pubblicato i messaggi che ha ricevuto che dicono: grazie, mi accorgo ora anche io di essere caduto nella propaganda russa.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/quanto-e-cinico-e-disumano-il-conteggio-trumpiano-dei-soldati-morti-negli-attacchi-iraniani--403207</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/quanto-e-cinico-e-disumano-il-conteggio-trumpiano-dei-soldati-morti-negli-attacchi-iraniani--403207</link>
				<title>Quanto è cinico e disumano il conteggio trumpiano dei soldati morti negli attacchi iraniani</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/8a3f1657-bf44-4889-b054-3a3c58cd57ec.jpeg?v=1784915206" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Mercoledì, sul sito del Pentagono, erano riportati i nomi dei 18 soldati americani uccisi negli attacchi iraniani dal 28 febbraio scorso. Giovedì, il numero era sceso a 14: un errore tecnico da sistemare, ha detto sbrigativo un portavoce del dipartimento della Difesa; una scelta, hanno detto alcune fonti al New York Times, perché i quattro mancanti all’appello sono stati uccisi dopo che il presidente,<b> Donald Trump</b>, aveva firmato il cessate il fuoco, quindi non sono considerati caduti in guerra. E’ interessante quel che è accaduto dopo che il conteggio è cambiato. Intanto, questi sono i quattro soldati del cosiddetto errore tecnico: Isabella Gonzales, 19 anni, del Texas; Tyler Feehan, 25 anni, delle Hawaii; Angel Rampersad, 28 anni, di New York; Michael Emmanuel Swinton, 30 anni, della Carolina del nord. <b>I primi tre sono stati uccisi in un attacco iraniano contro una base americana in Giordania venerdì scorso; l’ultimo è stato ucciso a Erbil, in Iraq, ed è in corso un’inchiesta sulla dinamica della sua morte</b>.&nbsp;</p><p>L’Amministrazione Trump fornisce poche informazioni sugli obiettivi e sui danni degli attacchi iraniani, dice che sono informazioni riservate e che rivelare i dettagli potrebbe essere pericoloso per la sicurezza. C’è anche una questione giuridica sui tempi del conflitto: dopo 60 giorni di guerra, il presidente dovrebbe chiedere al Congresso i poteri per continuare il conflitto, cosa che non è avvenuta (e i voti non vincolanti che ci sono stati finora hanno visto molti repubblicani votare assieme ai democratici contro questo conflitto impopolare), anche perché il cessate il fuoco interrompe il conteggio dei giorni. Per questo diventa rilevante la distinzione tra guerra e cessate il fuoco, anche se si tratta di una questione tecnica: i soldati americani sono stati uccisi mentre erano in servizio, i loro corpi sono appena rientrati negli Stati Uniti, i parenti stanno organizzando i funerali, la mamma di Isabella Gonzales ha detto, composta tra le lacrime, che sua figlia stava servendo il suo paese, era orgogliosa del suo lavoro e lei lo è di Isabella. L’Amministrazione Trump, che è tanto cauta nei conteggi dei morti e dei feriti, non si era fatta nessun problema, in passato, ad accusare i presidenti democratici di avere le mani sporche di sangue a causa delle vittime in conflitti – o nel ritiro dall’Afghanistan – gestiti male. Oggi i toni sono diversi e il numero delle vittime contrasta con la retorica  sullo stato del regime iraniano: <b>i trumpiani hanno detto che le capacità militari sono state distrutte, eppure ammazzano soldati americani; i trumpiani chiedono altri fondi per un conflitto che dicono di aver già di fatto concluso</b>.</p><p>Poi ci sono i peggiori, quelli che puntualizzano che i quattro soldati uccisi e cancellati non servivano il loro paese: servivano Israele, che ha trascinato gli Stati Uniti in questa stupida guerra.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/07/25/news/lipocrisia-dei-milionari-patriottici--403203</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/07/25/news/lipocrisia-dei-milionari-patriottici--403203</link>
				<title>L’ipocrisia dei Milionari Patriottici</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/2fb9af36-725d-4aff-a061-3e89e9821500.jpeg?v=1784914603" />
																		<enclosure url="https://api.spreaker.com/v2/episodes/73153499" />
												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><b>Centoventi milionari britannici, tra cui il presentatore tv ed ex calciatore Gary Lineker e il produttore Brian Eno, hanno scritto al premier&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/andy-burnham_59249" target="_blank">Andy Burnham</a><b>&nbsp;per chiedere più tasse</b>. “Possiamo permettercelo – dicono i Patriotic Millionaires –. Non proponiamo di aumentare le tasse su chi ogni mattina va a lavorare per guadagnarsi il proprio reddito, ma sui cittadini più facoltosi, il cui reddito proviene principalmente dalla ricchezza che detengono”. La proposta è quella, condivisa  da Oxfam, di un’aliquota del 2 per cento sui patrimoni oltre 10 milioni di sterline. Poco prima di insediarsi a Downing Street, intervistato proprio da Lineker sulla Bbc, l’ex sindaco di Manchester non aveva escluso l’ipotesi di una patrimoniale: “Serve maggiore equità – aveva detto –. Dovremo lavorare sodo per garantire la sostenibilità dei conti pubblici. E, a un certo punto, potrebbe essere necessario chiedere ai cittadini un contributo maggiore. Ma non è una decisione da prendere oggi: sarà un tema da affrontare in futuro”.</p><p>Il rapporto tra il fisco e la ricchezza riemerge ciclicamente: che a lamentarsi del basso carico fiscale siano proprio i più benestanti ha, però, del paradossale. Da un lato, come ha commentato la leader dei Tory Kemi Badenoch, “sono liberissimi di pagare più tasse: <b>possono fare un bonifico al Tesoro, nessuno glielo impedisce</b>”. Dall’altro lato, l’intera questione deriva dalla complessità del sistema tributario, che consente ai paperoni di fare ottimizzazione fiscale, riducendo di fatto le tasse da pagare. Proprio Lineker ha recentemente vinto un contenzioso col fisco del valore di 4,9 milioni. La vittoria legale conferma che era un suo diritto: ma un diritto non è un dovere. Applicare a tutti i redditi, indipendentemente dalla provenienza e dalle architetture societarie, l’aliquota massima del 45 per cento farebbe già una bella differenza, sia per Lineker &amp; Co, sia per l’erario britannico. Prima di chiedere più tasse per gli altri, perché i milionari patriottici non cominciano a dare il buon esempio?</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/lucraina-nellue-e-un-obiettivo-alla-portata-ma-serve-unanimita--403197</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/lucraina-nellue-e-un-obiettivo-alla-portata-ma-serve-unanimita--403197</link>
				<title>L’Ucraina nell’Ue è un obiettivo alla portata, ma serve unanimità</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/fe76bbc2-2774-4b60-8a2f-407d02699354.jpeg?v=1784914034" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Daniel Mosseri</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Berlino. Europa avanti adagio, si riparte da Friedrich Merz. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/06/news/sullallargamento-lue-sventola-il-successo-del-montenegro-ma-poi-sceglie-la-cautela--400151" target="_blank">allargamento dell’Ue</a>&nbsp;torna al centro del dibattito grazie a un paper dello European Council on Foreign Relations (Ecfr), che riprende la proposta avanzata a maggio dal cancelliere tedesco Friedrich Merz di concedere all’Ucraina uno status di membro associato dell’Ue, consentendo ai rappresentanti di Kyiv di partecipare alle riunioni della Commissione e del Consiglio europeo senza un’adesione piena. Una soluzione respinta a caldo dal presidente Volodymyr Zelensky convinto che l’Ucraina debba ottenere una membership su un piano di parità con gli altri stati membri.</p><p>Il paper sviluppato attorno all’idea del cancelliere – il quartier generale dell’Ecfr è a Berlino – ricorda che l’allargamento è un nodo irrisolto e che alle porte dell’Ue bussano da tempo Montenegro, Albania, Kosovo, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, e la Macedonia del nord come pure la Moldavia. Le due esperte dell’Ecfr, Engjellushe Morina e Gabrielė Valodskait, premettono che laddove nessuno dei paesi candidati (con l’eccezione, forse, del Montenegro) è pronto ad aderire all’Ue oggi, “ora è proprio il momento per l’Ue e i suoi stati membri di agire”.<b> Il paradigma si rovescia: i candidati devono sì adeguarsi agli standard loro richiesti, ma sta ai padroni di casa raggiungere una posizione unanime.</b></p><p>La questione è di metodo e di contenuto: da un lato, scrivono, il dibattito è circoscritto alle élite europee – una situazione che dovrà cambiare coinvolgendo gli elettori “per non lasciare terreno fertile a narrazioni populiste e di estrema destra”. Dall’altro serve un quadro di adesione adeguato alle sfide geopolitiche e interne dell’Ue: “Dovrà formarsi una coalizione chiamata “Team Enlargement”, composta da dieci stati-chiave e guidata, ça va sans dire, dalla Germania. Il paper prevede “un calendario in quattro fasi per attuare questa strategia nei prossimi 18 mesi”. <b>La fretta (relativa) è presto spiegata: l’adesione all’Ue sarà essenziale per qualsiasi accordo di pace che Kyiv e il popolo ucraino accetteranno, e anche gli Stati Uniti hanno chiarito di vedere l’ingresso ucraino nell’Ue come indispensabile per la pace.</b> Non ne va però solo dell’Ucraina: oggi, ribadiscono, “non riuscire a integrare i paesi candidati che confinano con il blocco rappresenta una crescente vulnerabilità in termini economici, politici e strategici”. Morina e Valodskaitė riconoscono ai leader europei di comprendere “in gran parte” l’imperativo geopolitico dell’allargamento. “Dove esitano è la pratica”.</p><p>Le due autrici fanno dunque ordine in casa europea dove intravedono i “condizionalisti di principio” – Danimarca, Germania e Svezia – favorevoli a un allargamento basato sullo stato di diritto e le riforme istituzionali. Gli “scettici condizionali” – Austria, Francia, Italia e Paesi Bassi – il cui sostegno è più subordinato alle preoccupazioni nazionali. Poi ci sono “i massimalisti della sicurezza” – Lituania e Polonia – spinti soprattutto dalla loro esposizione alla Russia. Infine c’è l’Ungheria, “che rappresenta un caso a sé stante, pur essendo favorevole all’allargamento nei Balcani occidentali”. C’è chi teme le migrazioni incontrollate e chi la concorrenza dei beni agricoli oggi esterni all’Unione ma “l’unico vero punto comune a tutti e dieci gli stati membri esaminati è la condizionalità basata sul merito: è il collante che tiene insieme questo gruppo”. Serve dunque sostenere i piani della Commissione per evitare “regressioni” in stile Orbán nelle pratiche democratiche dopo l’adesione dei nuovi membri ma soprattutto bilanciare i bisogni, sovrapponibili, dei tre gruppi di Stati (più l’Ungheria) “per ideare una strategia di ampliamento credibile e a tenuta stagna che rispetti l’urgenza della questione”. Un esempio? Permettere al governo francese di dire che insiste su rigorosi standard europei, a quello olandese che sta applicando severi princìpi di prudenza fiscale. mentre Roma e Vienna assicureranno gli elettori di aver ricevuto garanzie sulle migrazioni. E poi via con quattro fasi: sviluppare la “lettera Merz” in un concetto completo; sviluppare una narrazione coinvolgente; far votare l’allargamento al Consiglio europeo; mettere in pratica il nuovo quadro. Per i primi tre punti c’è tempo fino alla fine di quest’anno; per l’ultimo c’è tutto il 2027. Il piano è fattibile, concludono le due autrici, ricordando che persino in Ungheria “il 64 per cento degli elettori è favorevole a un ulteriore allargamento dell’Ue, principalmente per ragioni pragmatiche”.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/trump-deve-decidere-se-passare-alla-storia-come-un-perdente-parla-benny-morris--403195</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/trump-deve-decidere-se-passare-alla-storia-come-un-perdente-parla-benny-morris--403195</link>
				<title>“Trump deve decidere se passare alla storia come un perdente”. Parla Benny Morris</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/4ab0662a-062e-4892-8a28-26392f182792.jpeg?v=1784913874" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Secondo la ricostruzione uscita ieri sul Wall Street Journal, Donald Trump è scettico sul fatto che i negoziati con l’Iran possano produrre una pace duratura e che l’unica cosa che Teheran capisce è la forza. “Credo che pensi di aver dato una possibilità alla pace”, ha detto Michael McCaul della commissione  esteri della Camera americana. “Sta tornando al piano A, l’operazione militare”. “Ci sono diverse possibilità e  tutte nella testa di Trump”. Parlando al Foglio, lo storico israeliano&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/benny-morris_36380" target="_blank">Benny Morris</a>&nbsp;spiega come potrebbe continuare la guerra. “<b>Una è che i bombardamenti a bassa intensità  contro le capacità iraniane di attaccare le navi nello Stretto di Hormuz continuino per una o due settimane</b>. L’altra  è che inizi un’escalation colpendo uno o due obiettivi, come Pickax Mountain, e   aspetti di vedere come reagiscono gli iraniani. La terza  è che attacchi   impianti  di petrolio e gas,   desalinizzazione,  centrali elettriche,   che porterebbe l’economia e il regime iraniani al collasso. Ci sarebbero rivolte e milioni di persone fuggirebbero. <b>L’Iran ha riserve   per due o tre mesi; dopo di che sarà il caos</b>”.</p><p>Finora Trump ha evitato di attaccare le infrastrutture economiche iraniane perché sa che porterebbe a una depressione e all’aumento dei prezzi in America e in tutto il mondo.</p><p>“Di certo, gli danneggerebbe le elezioni di medio termine” prosegue Benny Morris al Foglio. “Non lo vuole. Ma non vuole nemmeno passare alla storia come un perdente. Ed è questo che lo aspetta se l’Iran continua a fare ostruzionismo, rifiuta di fare concessioni e di rinunciare alla sovranità sul Golfo Persico e Hormuz. Quindi deve decidere”.</p><p>Poi c’è il problema di Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu incontrerà Trump martedì alla Casa Bianca. “Gli iraniani cercheranno di trascinare Israele nella guerra, anche se significherebbe l’attacco dell’aeronautica israeliana” dice Morris. “E Israele deve decidere cosa farà se gli iraniani tenteranno di coinvolgerli o se Trump cercherà di mobilitare l’aeronautica israeliana per aiutare quella americana sull’Iran”.</p><p>Questo è un dilemma per Netanyahu.</p><p>“I generali israeliani non vogliono un’altra guerra con l’Iran in cui gli americani potrebbero dire ‘basta’ a metà strada, cosa che hanno già fatto due volte. I generali israeliani non lo vogliono, nemmeno Netanyahu, anche per ragioni politiche: sembrerebbe di nuovo uno stupido per non aver vinto la guerra contro l’Iran e aver sprecato tante risorse israeliane”.</p><p>Il rischio è che Trump passi alla storia come un nuovo Carter. <b>“Carter tentò di liberare gli ostaggi nel 1979, fallì e perse le elezioni. Qui non parliamo di ostaggi, ma di qualcosa di molto più grande: la sopravvivenza del regime iraniano, la minaccia di un Iran nucleare e il caos economico globale”</b>.</p><p>Poi ci sono i paesi arabi, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait (quest’ultimo minacciato ieri di invasione dall’Iran).</p><p>“Vogliono due cose” ci dice Morris. “Nel lungo termine che il regime iraniano sia eliminato. Nel breve termine che l’Iran non colpisca i loro impianti petroliferi e di desalinizzazione. Vogliono che il regime sparisca, come America e Israele, ma non vogliono nemmeno essere bombardati e vedere le loro economie devastate”. Poi c’è lo scenario peggiore. “Che gli iraniani escano vincenti, continuino a controllare gli stretti e proseguano la produzione di uranio fino a essere in grado di assemblare una Bomba”.</p><p>Gli islamisti nel mondo intanto osservano. “Gli iraniani hanno una mentalità messianica e sono giocatori d’azzardo disposti a rischiare. L’intero progetto nucleare iraniano fin dall’inizio è stato una scommessa. Sapevano che America e Israele avrebbero opposto resistenza e hanno scommesso che America e Israele non avrebbero fatto ciò che era necessario per distruggere sia il regime sia il programma di armi atomiche. Era una grande scommessa e ora ne stanno facendo un’altra. Hanno dichiarato la sovranità sullo Stretto di Hormuz e a quanto pare stanno facendo lo stesso a Bab el Mandeb, sperando che questo persuada l’occidente a indietreggiare e a tenere Israele fuori. <b>Penso che l’occidente, con le spalle al muro – e con Trump è anche una questione psicologica, di come viene percepito – non indietreggerà</b>. Ma potrei sbagliarmi. Trump potrebbe cedere, Israele potrebbe non coinvolgersi e allora Israele dovrà aspettare qualche mese o anno per colpire da solo una volta che sentirà che gli iraniani si stanno avvicinando alla Bomba. Israele li attaccherà senza dubbio”.</p><p>C’è poi la questione di come ci vedono. “Vedono l’occidente come decadente, confuso e debole. Nasrallah lo espresse bene una volta quando descrisse Israele come una ragnatela: qualcosa che si sta sfaldando, come una tela di ragno, non davvero solida. Pensava che alla fine potesse essere sconfitta e che Israele sarebbe scomparso. Credo che sia così che gli iraniani e gli islamisti in generale considerano l’occidente. Vedono poi cosa succede nelle strade di Londra e Parigi, dove gli islamisti fanno un sacco di cose orribili e non vengono puniti o fermati”.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/continua-lindagine-sui-gioielli-di-zapatero--403186</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/25/news/continua-lindagine-sui-gioielli-di-zapatero--403186</link>
				<title>Continua l&#039;indagine sui gioielli di Zapatero</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/0efee194-f4a1-4c73-bf31-8ab8b4f5b7d3.jpeg?v=1784912506" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Marcello Sacco</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>La Procura spagnola anticorruzione ha chiesto al giudice José Luis Calama – titolare dell’inchiesta sul salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra, in cui risulta indagato l’ex primo ministro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/dalla-corruzione-ai-gioielli-zapatero-va-in-tv-e-respinge-le-accuse--403019" target="_blank">José Luis Rodríguez Zapatero</a>&nbsp;– di disporre un’altra perizia per determinare il valore dei gioielli sequestrati durante la perquisizione del 19 maggio scorso nell’ufficio personale dell’ex premier.</p><p>Una prima analisi era stata affidata a una prestigiosa gioielleria e casa d’aste di Madrid, la Ansorena, affiancata dall’Istituto gemmologico di Spagna. Il risultato è ormai noto: il valore stimato sarebbe di oltre 1,3 milioni di euro (per la precisione 1.323.915), ma la Procura sospetta che possa essere superiore. Ansorena e Istituto gemmologico, infatti, hanno valutato il costo della materia prima senza tener conto della manodopera necessaria alla produzione degli artefatti, né dei margini commerciali che verrebbero applicati nella vendita al pubblico. <b>Insomma, gli inquirenti vogliono capire il vero valore di mercato del tesoro di Zapatero.</b> Parliamo di un centinaio di pezzi di alta gioielleria, fra i quali spicca una collana in oro bianco con diamanti e due smeraldi naturali dello Zambia, prezzo stimato provvisorio: 278.000 euro.</p><p>La seconda perizia era già stata richiesta prima dell’intervista televisiva che Zapatero ha rilasciato giovedì, ma non si può certo dire che questa tanto attesa intervista abbia nel frattempo chiarito alcunché. Sulla provenienza di quei gioielli l’indagato insiste: si tratta di gesti “di cortesia” intorno ai quali esige discrezione. A suo tempo darà spiegazioni, garantisce, anche se per ora la sua linea difensiva su tutti i fronti è stata quella di chiedere la nullità del procedimento. Un’istanza che il giudice Calama ha respinto per decorrenza dei termini previsti per legge.&nbsp;</p><p>Nell’interrogatorio di garanzia del 17 giugno Zapatero aveva detto che gli sarebbero bastati al massimo dieci giorni per chiarire l’origine di quei gioielli, su cui intanto molta gente del suo entourage si esprimeva pubblicamente, evitando così che il diretto interessato si sbilanciasse dicendo falsità. Il politologo Luis Arroyo, per esempio, aveva detto che si trattava di un’eredità di famiglia del valore di non oltre 50 mila euro. Poi era saltata fuori la tesi del dono risalente al 2007 da parte dell’ex monarca saudita Abdullah, nel frattempo defunto.</p><p>Non a caso questa seconda perizia servirebbe anche a stabilire la data di incastonatura delle gemme per poi datare la donazione. Da ciò dipende anche la prescrizione del delitto, sebbene intorno ai gioielli le ipotesi di reato siano almeno due: evasione fiscale e contrabbando. Secondo il sindacato dei tecnici del Ministero delle Finanze, sentiti dal giornale El Independiente, la responsabilità penale per un eventuale reato tributario sarebbe prescritta se la donazione fosse precedente al maggio 2021. <b>Ad ogni modo, dice il sindacato, Zapatero dovrebbe cedere i gioielli al patrimonio dello Stato se venisse dimostrato che li ha ricevuti durante la sua presidenza del Consiglio. </b>Tanto più che il suo comportamento violava il suo stesso codice etico approvato due anni prima, secondo il quale non bisognava accettare regali “al di là delle consuetudini abituali”, mentre quelli “di maggiore rilevanza istituzionale” andavano appunto consegnati allo Stato. Ma naturalmente questo è solo uno spunto fra i tanti per le ironie che in Spagna ormai abbondano su come i socialisti preferiscano vivere liberi dalle regole del socialismo.</p><p>Si prenda ad esempio la legge sulla patrimoniale. In Spagna il tetto oltre il quale scatta l’imposta è di 700 mila euro. Alla vigilia delle elezioni del 2008, questa pietra filosofale di tanta parte della sinistra mondiale, l’imposta che da sola ristabilirebbe l’uguaglianza primigenia tassando i ricchi, Zapatero semplicemente decide di abolirla. Vincerà le elezioni, ma sarà costretto a ripristinarla nel 2011 come una delle misure che servono a evitare la bancarotta spagnola quando già Portogallo e Grecia erano sotto l’intervento della troika.&nbsp;Però la patrimoniale è un’imposta che in Spagna viene devoluta alle varie comunità autonome e Zapatero vive a Madrid, dove da 30 anni governa il centrodestra liberale. In particolare, dal 2019, governa Isabel Díaz Ayuso, che concede l’esenzione totale dall’imposta. Zapatero, dunque, non avrebbe pagato un centesimo, ma forse c’erano altre ragioni che gli consigliavano di evitare di dichiarare quei gioielli. È una delle cose che i magistrati stanno cercando di scoprire.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/24/news/tra-i-candidati-a-segretario-onu-non-ce-arlacchi-il-prof-sostenuto-dal-fatto--403123</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/24/news/tra-i-candidati-a-segretario-onu-non-ce-arlacchi-il-prof-sostenuto-dal-fatto--403123</link>
				<title>Tra i candidati a segretario Onu non c&#039;è Arlacchi, il prof sostenuto dal Fatto</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 15:09:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/16927a21-b908-437d-80f1-24e219ffdce2.jpeg?v=1784898018" />
																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Ieri nella sala dell’Assemblea generale dell’Onu si è tenuto un dibattito tra i sei candidati a Segretario generale delle Nazioni Unite. <b>Non c’era Pino Arlacchi</b>, professore Ordinario di Sociologia di cui avevamo scritto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/11/news/travaglio-presenta-arlacchi-come-candidato-per-succedere-a-guterres-ma-lonu-non-ne-sa-nulla--400403" target="_blank">qui</a>.&nbsp;Da qualche mese, l’ex parlamentare del Pds e dell’Idv sta portando avanti una campagna elettorale per prendere il posto di António Guterres al Palazzo di Vetro. E il Fatto quotidiano lo sostiene in questa ardua competizione, pubblicando addirittura&nbsp; un suo articolo-manifesto dal titolo: “La mia Onu avrebbe salvato l’Ucraina”. In questo componimento sul giornale di Travaglio, con la qualifica di “candidato a Segretario generale delle Nazioni Unite”, Arlacchi espone la sua “proposta di rifondazione dell’Onu”. Ad aprile, sempre il Fatto ha intervistato il suo editorialista, che spiegava di avere buone possibilità: “Il Sud del mondo potrebbe convergere su di me”. Ma il problema è che la candidatura di Arlacchi non esiste. E l'assenza al dibattito di ieri ne è un'ulteriore prova.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/07/24/news/scattano-i-nuovi-dazi-di-trump-per-oltre-60-partner-commerciali-ue-compresa--403091</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/07/24/news/scattano-i-nuovi-dazi-di-trump-per-oltre-60-partner-commerciali-ue-compresa--403091</link>
				<title>Scattano i nuovi dazi di Trump per oltre 60 partner commerciali, Ue compresa</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 10:50:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/3c5b233d-2718-437e-bee8-3b3ccc8f04fb.jpeg?v=1784882047" />
																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Da oggi gli Stati Uniti applicano <b>nuovi dazi tra il 10 e il 12,5 per cento su oltre 60 partner commerciali, Unione europea compresa</b>. I dazi, annunciati dall'Ufficio del Rappresentante per il Commercio americano guidato da Jamieson Greer, sostituiscono quelli temporanei del 10 per cento introdotti da Trump e in scadenza proprio oggi, dopo che la Corte Suprema aveva bocciato gran parte dei dazi globali imposti a febbraio.</p><p>Stavolta la base giuridica cambia: non più i poteri di emergenza contestati dai giudici, ma la sezione 301 del Trade Act del 1974, pensata per colpire pratiche commerciali sleali legate al lavoro forzato.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/22/news/trump-inizia-una-nuova-guerra-dei-dazi-lescamotage-per-aggirare-la-corte-suprema--402871" target="_blank">Come scrivevamo qui</a>, ciò consente al presidente americano misure di rappresaglia commerciale contro un governo straniero che danneggi il commercio degli Stati Uniti. Il criterio è binario: ai paesi dotati di leggi contro il lavoro forzato viene applicato un dazio del 10, agli altri una maggiorazione del 2,5, per un totale del 12,5.&nbsp;Greer ha rivendicato la misura sostenendo che gli Stati Uniti vietano da quasi un secolo l'importazione di manodopera forzata e che è ora che i partner commerciali facciano lo stesso.</p><p>Le nuove misure, diffuse dall'Ufficio di Greer, colpiscono secondo lo stesso ufficio oltre il 99 per cento del commercio americano. Ai paesi dotati di leggi contro il lavoro forzato un dazio del 10 per cento, agli altri una maggiorazione del 2,5 per cento, per un totale del 12,5. Secondo il Washington Post, tra i paesi colpiti dall'aliquota più alta figurano Cina, Regno Unito e Giappone, privi di leggi che vietino l'importazione di merci prodotte con lavoro forzato. L'India ha ottenuto l'aliquota del 10 dopo l'approvazione di una normativa a tutela dei lavoratori.&nbsp;Greer ha detto che&nbsp;la multa a Google da 890 milioni di euro annunciata il 23 luglio dall’Unione europea mette a rischio l’accordo sui dazi e minaccia, di conseguenza, la relazione transatlantica.</p><p>Secondo la ricostruzione del Financial Times, tra i partner coinvolti figurano anche Corea del Sud, Canada, Ue e Brasile. Esclusi dal nuovo pacchetto i beni già soggetti a dazi specifici per sicurezza nazionale: acciaio, alluminio, automobili e componentistica.&nbsp;</p><p>Australia e Brasile hanno definito le tariffe ingiustificate e promesso battaglia per la revoca, mentre la Norvegia ne ha negato ogni fondamento. L'Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas ha parlato di uno "shock". L'Unione Europea aveva già definito “ingiustificate” le nuove misure.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/tredicesima-notte-di-raid-americani-sulliran-trump-minaccia-confisca-dei-fondi-iraniani--403088</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/tredicesima-notte-di-raid-americani-sulliran-trump-minaccia-confisca-dei-fondi-iraniani--403088</link>
				<title>Tredicesima notte di raid americani sull&#039;Iran. Trump minaccia confisca dei fondi iraniani</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 08:43:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/24/original/867ebef0-6a2a-4262-8dfe-ec0541fd7f2c.jpeg?v=1784875442" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Il conflitto tra Stati Uniti e Iran si allarga al Mar Rosso, il greggio supera i 100 dollari e il Congresso americano si spacca sul controllo dei poteri di guerra di Trump.</p><p>Il Comando centrale delle forze armate americane ha annunciato di aver avviato, alle 18:45 ora della costa orientale (le 00:45 in Italia), la <b>tredicesima notte consecutiva di attacchi </b>contro obiettivi militari iraniani, conclusa alle 21:00 di Washington (le 3 in Italia). Il Centcom&nbsp;<a href="https://x.com/CENTCOM/status/2080463031289380910" target="_blank">scrive su X</a>&nbsp;di aver colpito centri di comando militari, depositi di droni, reti di comunicazione, postazioni di sorveglianza costiera e capacità marittime iraniane, precisando che oltre 50mila militari statunitensi restano operativi in medio oriente e che lo Stretto di Hormuz "rimane aperto al transito".&nbsp;Le esplosioni segnalate dai media iraniani hanno interessato più province nel corso della notte.&nbsp;Teheran ha risposto rivendicando <b>raid contro le basi statunitensi di Muwaffaq Salti in Giordania e Sheikh Isa in Bahrein</b>, oltre ad attacchi riportati da fonti irachene contro obiettivi in <b>Kuwait</b>.</p><p>A margine dei raid, <b>Trump ha scritto su Truth che "d'ora in poi tutti i danni causati alle navi, al carico o a qualsiasi elemento ad essi correlato saranno risarciti con i fondi iraniani che gli Stati Uniti detengono e controllano"</b>, definendo la misura "la soluzione più giusta ed equa". La replica del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivata su X poche ore dopo: l'appropriazione dei beni di un'altra nazione, ha scritto, costituisce <b>"un precedente esplosivo"</b>, perché "una volta che i governi normalizzano la confisca, i beni di nessuno sono al sicuro".&nbsp;Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha commentato con sarcasmo la strategia americana sui prezzi del petrolio, scrivendo su X che gli Stati Uniti "volevano punire l'Iran" e si sono invece "puniti da soli con prezzi del petrolio a tre cifre", definendola una "strategia 10 su 10".</p><p>In un'intervista esclusiva ad&nbsp;<a href="https://www.axios.com/2026/07/23/trump-axios-iran-interview" target="_blank">Axios</a>, Trump ha detto di essere "vicino a una decisione" su un "attacco massiccio", più grande di quello condotto durante l'operazione <i>Epic Fury</i>: "Siamo tutti pronti", ha dichiarato, e ha aggiunto che Israele "si unirebbe in due minuti" se richiesto, ma che gli Stati Uniti "non hanno bisogno di nessuno" per colpire l'Iran, avvertendo al tempo stesso di possibili "conseguenze" per Israele in caso di coinvolgimento diretto. Sull'ipotesi negoziale, Trump ha sostenuto che gli iraniani "vogliono negoziare" ma "non hanno ancora sofferto abbastanza".&nbsp;</p><p>Sia Axios sia il New York Times, che citano fonti locali, scrivono che <b>Teheran ha respinto una proposta di cessate il fuoco </b>mediata dal premier iracheno Ali al Sudani dopo il suo incontro con Trump alla Casa Bianca, perché l'Iran non intende accettare un'intesa temporanea che lasci irrisolto il controllo dello Stretto di Hormuz.&nbsp;Dall'Italia, il ministro della Difesa <b>Guido Crosetto</b> ha dichiarato nella notte che la tregua "mi sembra molto lontana", ricordando che nella precedente fase del conflitto l'Iran aveva scelto di allargare lo scontro oltre il perimetro atteso da Washington e che l'obiettivo di Teheran resta "creare il caos maggiore possibile". Un portavoce del governo britannico ha reso noto che le forze armate del Regno Unito restano "pronte 24 ore su 24, 7 giorni su 7" a difendere il paese, dopo un avvertimento delle Guardie rivoluzionarie iraniane sull'uso di basi britanniche da parte dei bombardieri statunitensi.</p><p>Gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran, hanno colpito ieri due petroliere saudite nel Mar Rosso, la Encelia e la Layla, accusandole di aver violato il blocco navale contro l'Arabia Saudita dichiarato dal gruppo armato pochi giorni prima. L'agenzia di stampa saudita Spa ha confermato che la Encelia ha preso fuoco a prua mentre navigava, precisando che l'equipaggio è rimasto illeso. Il portavoce houthi Yahya Saree ha rivendicato l'attacco a entrambe le navi. <b>È la prima volta, dall'inizio del conflitto, che gli attacchi alle navi si estendono oltre lo Stretto di Hormuz, aprendo un nuovo fronte nello stretto di Bab el Mandeb</b>, da cui transita ogni anno tra il 12 e il 15 per cento del commercio marittimo mondiale.</p><p>La reazione dei mercati è stata immediata. <b>Il Brent è salito giovedì fino a 100,66 dollari al barile</b>, con un balzo del 7 per cento in una sola seduta e un rialzo di quasi il 40 per cento nel mese di luglio: il livello più alto da fine maggio. Il Wti ha toccato 92,28 dollari, sopra i 90 per la prima volta dall'11 giugno. Secondo l'analista Ubs Giovanni Staunovo, citato dal&nbsp;<a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/26_luglio_24/petrolio-gas-mercati-prezzi-yanbu-2fd74926-7ec8-430a-9a66-642445b15xlk.shtml" target="_blank">Corriere</a>, il carico di greggio in uscita dal Golfo è sceso a 2,5 milioni di barili al giorno nell'ultima settimana, contro una media di 6 milioni nei trenta giorni precedenti, per effetto del blocco navale americano contro l'Iran e della riduzione delle esportazioni iraniane, passate da 1,5-2 milioni di barili al giorno a quasi zero. Goldman Sachs&nbsp;<a href="https://www.wallstreetitalia.com/petrolio-goldman-sachs-il-brent-puo-tornare-a-120-se-hormuz-resta-bloccato/" target="_blank">prevede</a>&nbsp;un Brent sopra i 120 dollari nel quarto trimestre se le interruzioni dell'offerta continueranno.</p><p>Sul fronte politico americano, intanto, <b>la Camera dei rappresentanti ha approvato</b> ieri, con 214 voti a favore e 208 contrari, <b>una risoluzione sui poteri di guerra promossa dalla deputata democratica Pramila Jayapal per vincolare l'azione militare di Trump in Iran</b>. A votare con i democratici sono stati quattro repubblicani, Warren Davidson, Brian Fitzpatrick, Tom Barrett e Thomas Massie. Il Senato ha invece bocciato poche ore dopo una risoluzione analoga con 49 voti contrari e 47 favorevoli. È la quinta volta che la Camera vota su un testo di questo tipo dall'inizio del conflitto e la seconda in cui lo approva. Trattandosi di una risoluzione concorrente, non ha valore vincolante e non arriverà sulla scrivania del presidente. Il deputato democratico Gregory Meeks, capogruppo alla commissione Esteri, ha annunciato l'intenzione di presentare una mozione per autorizzare la Camera a fare causa alla Casa Bianca per il mancato rispetto della precedente risoluzione, approvata a giugno.</p><p>Intanto il&nbsp;<a href="https://www.wsj.com/world/middle-east/satellite-images-show-iran-is-rebuilding-fast-199978f7" target="_blank">Wall Street Journal</a>, citando immagini satellitari di Planet Labs e Airbus, riporta che <b>l'Iran sta ricostruendo rapidamente le infrastrutture colpite dai raid, dai siti missilistici ai cantieri navali di Bandar Anzali sul Mar Caspio</b>. Un ponte danneggiato da tre bombe israeliane sarebbe stato riparato in pochi giorni. L'ex comandante della difesa aerea israeliana Ran Kochav ha parlato di "capacità industriali e di ricostruzione molto impressionanti". Il Pentagono, dal canto suo, ha rivisto al ribasso il bilancio dei militari statunitensi uccisi dall'inizio della guerra, da 18 a 14, attribuendo la correzione a "interruzioni temporanee nella trasmissione dei dati": secondo il&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/live/2026/07/23/world/iran-war-strikes-oil-trump" target="_blank">New York Times</a>, la modifica esclude quattro soldati morti lo scorso fine settimana in Giordania e Iraq, caduti dopo che Trump aveva dichiarato il cessate il fuoco di aprile.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/le-sanzionette-dellue-che-tanto-e-severa-con-zelensky-tanto-si-disunisce-con-putin--403048</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/le-sanzionette-dellue-che-tanto-e-severa-con-zelensky-tanto-si-disunisce-con-putin--403048</link>
				<title>Le sanzionette dell&#039;Ue, che tanto è severa con Zelensky, tanto si disunisce con Putin</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/23/original/9e3cbbb1-bd07-4006-b829-ba2c94b4d2d5.jpeg?v=1784828069" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>George Prokopiou, armatore greco miliardario, continua ad avere problemi con le sue petroliere nello Stretto di Hormuz – a volte riescono a transitare e a volte, come domenica scorsa vengono colpite dal regime iraniano: è scoppiato un incendio a bordo, l’equipaggio è stato evacuato – ma è riuscito a ottenere un’e<b>senzione dall’Unione europea, che approvando faticosamente l’annacquatissimo 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia ha concesso a Dynagas</b>, ancora per un anno almeno, <b>di vendere a paesi terzi il gas liquefatto russo</b>. Secondo il portale marittimo Equasis, un terzo delle 27 navi cisterna della flotta dell’azienda di proprietà di Prokopiou è costruito in  modo da poter navigare nelle acque ghiacciate dell’Artico attorno a Yamal, impianto russo di gas liquefatto. Secondo il Financial Times, le compagnie navali greche hanno guadagnato almeno 3,8 miliardi di dollari negli ultimi tre anni trasportando gas e petrolio russi, e in cima alla classifica c’è Dynacom, da cui dipende Dynagas, che dal giugno del 2023 al giugno scorso ha trasportato più di cento milioni di barili di risorse russe con un guadagno pari a 900 milioni di dollari. E’ dal 2023 che gli ucraini chiedono di inserire queste società nella lista delle sanzioni come “sponsor internazionali della guerra” putiniana, ma il governo greco lo ha sempre evitato. Lo ha fatto anche ieri,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/16/news/la-grecia-blocca-laccordo-sul-21esimo-pacchetto-di-sanzioni-alla-russia--402282">dopo aver tenuto in sospeso il negoziato europeo sul 21esimo pacchetto per più di una settimana</a>, acconsentendo in cambio all’estensione del <i>price cap</i> a 44,10 dollari al barile per i prossimi dodici mesi – senza accordo, il prezzo ieri sarebbe salito automaticamente  a 58 dollari al barile, che è ben più basso del prezzo effettivo di questi giorni  ma  è comunque un maggiore incasso che alimenta la furiosa macchina da guerra di Vladimir Putin.&nbsp;</p><p><b>Nel pacchetto di sanzioni sono anche state introdotte altre navi della flotta ombra della Russia </b>(che ovviamente non rispetta il price cap e che a volte fa i cosiddetti “attacchi ibridi” o di avvertimento, come è accaduto di recente nelle acque britanniche),<b> così sono circa 600 le navi che non possono attraccare nei porti europei</b>. In più sono presenti banche russe, piattaforme per le criptovalute e di commercio di petrolio, metalli e 250 persone e aziende che sostengono la guerra contro l’Ucraina, che fanno propaganda o che aiutano a ovviare alle sanzioni.</p><p>Ma l’effetto complessivo di questo negoziato è invero preoccupante: finché c’è stato l’ex premier ungherese Viktor Orbán a fare la parte del gradasso anti ucraino, gli interessi nazionali contrastanti degli altri paesi dell’Ue si camuffavano. Ora non lo fanno più e l’unità europea si ammacca di continuo. La pressione greca è certamente stata la più visibile, ma non è l’unica, e l’ambizione che c’era soltanto un mese fa, all’inizio del negoziato per il 21esimo pacchetto, quando anche i toni trumpiani  anti ucraini si erano un po’ smorzati e quando le “sanzioni che funzionano” degli ucraini, cioè gli attacchi nel territorio russo contro raffinerie e impianti, stavano dando quel colpo all’economia russa che dovrebbe spingere Putin al cessate il fuoco, è stata affossata. L’Estonia aveva proposto già a marzo di introdurre il divieto di ingresso nell’Ue per i combattenti ed ex combattenti russi in Ucraina, e la Svezia ha ripreso l’idea, visto che dal 2022 al 2025 i visti per i russi sono tornati a salire: in Francia più di 170 mila, in Italia quasi 160 mila, in Spagna quasi 100 mila. Ma Francia e Italia, che non vogliono rinunciare all’indotto del turismo, sono riuscite a svuotare questa proposta, contestandone la base giuridica: come si definisce un combattente, e chi ha l’onere della prova, gli uffici consolari? E se sbagliano, chi gestisce i ricorsi? Così la Commissione ha deciso di lasciare a ogni stato grande flessibilità nella concessione dei visti.</p><p>La stessa cosa è accaduta con le restrizioni alle importazioni di alcuni prodotti ittici dalla Russia, compreso il divieto per il merluzzo e per il pollock d’Alaska che gli assomiglia molto. Nel 2025, l’Ue ha importato circa 750 milioni di euro di questi prodotti dalla Russia, che per quel che riguarda il merluzzo, rappresenta circa un quarto delle importazioni totali dell’Ue. Ma il pollock è alla base dei bastoncini di pesce surgelati, così la Germania e altri paesi si sono opposti al bando; e il merluzzo è praticamente piatto nazionale in Portogallo, quindi anche Lisbona si è opposta. La Commissione ha proposto di passare dal divieto a un sistema di quote, ma non è stato abbastanza: il merluzzo e il pollock non sono più nel pacchetto (rappresentano il 2,7 per cento delle importazioni totali dell’Ue dalla Russia).</p><p>Ci sono state altre vittorie nazionali, come quella della Bulgaria che si è opposta alla presenza sulla lista delle sanzioni individuali del patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill  e del fondatore miliardario di Lukoil, Vagit Alekperov: nessuno dei due compare nel 21esimo pacchetto di sanzioni alla Russia. E se ci voltiamo indietro a guardare quest’ultima settimana, troviamo funzionari ed esperti europei estremamente preoccupati per il rimpasto di governo a Kyiv – ognuno con la propria teoria su Volodymyr Zelensky, il più calcolatore, sul suo ministro-star Mykhailo Fedorov, il più amato, e sul generale Oleksandr Syrsky, il più maltrattato – e anzi un po’ scocciati con il presidente ucraino, che si permette di mettere mano al proprio governo con tutti i soldi che gli europei gli danno, mentre gli strumenti che l’Ue ha per davvero, e che se usati bene funzionano eccome, andavano in mille pezzi. E’ così che l’Ue mette a repentaglio la tenuta ucraina, mentre pontifica su chi sia il ministro della Difesa o il generale migliore per Kyiv, e sul campo vivono e muoiono soltanto gli ucraini.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/kherson-non-e-fatta-per-i-fantasmi--403060</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/kherson-non-e-fatta-per-i-fantasmi--403060</link>
				<title>Kherson non è fatta per i fantasmi</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:57:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/23/original/0566969e-6f15-4d0e-99e8-3820aee1b7a9.jpeg?v=1784832527" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><i>Kherson, dalla nostra inviata</i>. E tu, perché rimani? E’ una curiosità  che pare inevitabile  per le strade di una città coperta da una fitta rete che serve a proteggere da alcuni tipi di droni, fra palazzi che non sono rimasti indenni, sulla riva di un fiume che guarda dritto dritto l’occupazione russa. Viktoria scoppia a ridere, la domanda se l’è fatta anche lei e per trovare una risposta, assieme alla sua famiglia, tre generazioni riunite, ha convocato una piccola seduta conclusasi rapidamente. Si sono detti: rimaniamo a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/kherson_40597">Kherson</a>, perché è qui che viviamo. Viktoria ride tantissimo, ride quando sente il suono di un’esplosione, tende l’orecchio e dice: “E’ lontano, è lontano”. La lontananza per una città sul fronte è un concetto relativo, ma è vero che le infinite esplosioni che si ripetono continue, insistenti, hanno suoni diversi e a volte è possibile rallegrarsi, non guardare il telefono per controllare il luogo dell’impatto, lasciare che sia l’orecchio a stabilire la pesantezza delle preoccupazioni. <b>Per le strade non si incontra molta gente, ma Kherson è una città che vive,  si muove. E’ una città in cui non ci si nasconde</b>. Prima che i russi arrivassero a invaderla nel 2022, contava  trecentomila abitanti, oggi a camminare per strade retate, ad abitare i palazzi feriti, sono rimaste circa sessantamila persone. Qualcuno è rimasto bloccato, non ha scelto, è qui  per mancanza di alternative, ma Kherson è una città con carattere e c’è chi, come Viktoria, è rimasto per volontà. “Certo, è una scelta”, e ride con una risata piena, rotonda, sfoggiando una modestia stracolma di ironia nel precisare: “Non siamo certo eroi, ci siamo ritrovati così e ci restiamo”.</p><p>A Kherson, a Viktoria e alla sua famiglia, è successo veramente di tutto. E’ stato il primo capoluogo di oblast a essere occupato nel 2022, i russi arrivarono svelti, senza troppe battaglie, agevolati da infiltrati nell’amministrazione locale. I cittadini, come Viktoria, si ritrovarono con i russi in casa da un giorno all’altro. Rimasero per otto mesi e Kherson si svuotò di abitanti. Anche chi c’era sembrava non esserci. Gli abitanti rimanevano in casa, coltivando la propria Ucraina domestica. “Volevano che pagassimo in rubli, ho continuato a usare le grivnie”, anche la moneta ucraina era uno strumento di lotta in quei giorni di invasione.</p><p><b>Kherson è sopravvissuta all’occupazion</b>e, sopravvive&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/11/13/news/putin-da-la-caccia-ai-civili-con-i-suoi-droni-la-strategia-del-terrore-russa-a-kherson--123494">alla vendetta quotidiana compiuta con bombe plananti, missili e droni di vario genere</a>&nbsp;che le vengono gettati addosso sia perché è vicina al fronte, quindi semplice da colpire, sia perché Kherson ha tradito, ha accolto la liberazione, l’ha cercata, quindi per Mosca merita la punizione, la pioggia di bombe, merita di consumarsi nello spazio che si assottiglia fra la vita e la morte. “Mio figlio esce soltanto con noi, la scuola continua a essere online. Mia figlia ogni tanto esce, le dico di prestare attenzione al cielo e di controllare spesso il telefono. Ma non lo fa”, Viktoria si preoccupa, aspetta con pazienza che finalmente sua figlia guardi il telefono e le faccia sapere di stare bene. Kherson è pure una città paziente, quando c’è la pioggia che confonde i droni si rallegra, quando si parla con i vicini si fa a gara a chi ha il palazzo o l’appartamento più malandato: sembra una questione di status, vince chi ha più finestre rotte, pare che nessuno abbia una casa integra. Viktoria racconta che durante uno degli ultimi bombardamenti si era messa con suo marito e il gatto in una stanza, stringeva il gatto che forse contrariamente a lei non coglie il senso rivoluzionario dell’esserci e quasi umanamente  a ogni boato trema. Passato l’attacco, Viktoria ha iniziato a ricevere telefonate che ponevano tutte la stessa domanda: “come state?”. Viktoria rispondeva come le sembrava opportuno – “bene”, “normalno” che non vuol dire semplicemente “normale” ma visto che tutto è nella norma va tutto bene – ma non si era accorta che ormai la maggior parte delle sue finestre era andata in frantumi: “E’ arrivato mio marito e mi ha detto: ‘certo, tu continua a dire che va tutto bene, ma intanto non abbiamo più finestre’. Comunque le ha riparate e non con del compensato, ma con della plastica, così abbiamo ancora  la luce”. Il compensato a Kherson è ovunque. Durante l’occupazione Viktoria non andava neppure a lavorare, aspettava che passasse, i suoi figli facevano lezione a casa, tutti attendevano. E’ passata e ogni giorno che va avanti, diventa sempre più insensato lasciare questa città che si svuota ma che continua a vivere. Ogni giorno a Kherson è un giorno di vittoria sulla Russia, andarsene non ha senso. Viktoria combatte con la sua presenza, esercitando con leggerezza quella forma di guerra che tanto dà fastidio ai russi: abitare è resistere.</p><p>Non tutti ridono come lei, c’è chi piange ma comunque non se ne va, chi è stato in vacanza a Vinnycja, sulle rive del fiume Bug, e gli è sembrato un altro mondo dove “non c’è la guerra”. Anche la guerra ha le sue gradazioni e per chi rimane a Kherson persino Vinnycja sembra lusso e tranquillità. C’è chi litiga costantemente con i vicini al mercato. Larissa e Aleksander si sfidano a suon di grida, lei lo accusa di passare la giornata a dare retta alla propaganda russa, “a cose alle quali non crederebbe neppure un bambino e sta tutto il tempo a parlare della sua Stella rossa, del suo Stalin, della sua Rusnja che non fa che uccidere, derubare e stuprare. Lì non sono tutti cattivi, ma…” e il “ma” di Larissa rimane sospeso, mentre indica come se si trovasse in un punto preciso della terra questa Rusnja, termine dispregiativo per indicare chi in Russia fa, ordina e sostiene questa guerra. Aleksander invece è un ex militare dell’esercito sovietico, insignito della Stella rossa, con la sua divisa della Marina ben esposta in casa, non lontano dal ritratto di Stalin. Quando gli invasori  russi sono entrati a perquisire anche casa sua sono rimasti a bocca aperta di fronte a quei cimeli: “Mi hanno abbracciato”. Aleksander ripete che la sua Marina era fortissima, lo disse anche il presidente dell’Egitto Hossni Mubarak: “Questi ragazzi di oggi combattono bene, ma noi combattevamo meglio”, non poteva essere altrimenti per Aleksander che vive voltandosi indietro. Larissa gli urla dietro, per placarsi ingoia due pasticche, una estratta dal suo astuccio rosso, un’altra portata con apprensione da una signora che le ripete “non agitarti, non agitarti”. Lei si agita e ricorda quando i russi sono entrati nella sua di casa, “cercavano dei ragazzi, iniziarono a guardare mio nipote di tre anni, mi si bloccava il cuore”. Larissa non se ne va, quando è molto stanca e ha bisogno di dormire va a Mykolaïv per un paio di notti, poi torna: “No, no, io resto. Questa è casa!”. Casa con le bombe, con le reti, con le pasticche per placare l’ansia e il nervoso.</p><p><b>Kherson è libera, lasciarla vorrebbe dire regalarla</b>. Larissa non ha alcuna nostalgia per il passato, Aleksander ne è pieno, se non temesse di sciuparla ci andrebbe anche in giro con la sua divisa della Marina sovietica che gli ha fatto guadagnare il rispetto degli invasori russi: “Ero come un varenik nel burro”, sospira. Senza insegne, in maglietta bianca e calzoncini passeggia per Kherson con un beagle, “Smilik, un po’ in inglese, sorrisetto. Si chiama così perché è impossibile guardarlo senza sorridere”. E’ vero, è impossibile. Mentre Larissa gli urla di stare zitto, di smetterla di “difendere gli assassini”, di andarsene nella sua Rusnja, lui alza gli occhi al cielo: “Devo pure controllare che la mia bocca rimanga chiusa, ma questa è casa mia”.</p><p>Per le strade di Kherson nessuno passa per caso. Ogni passo è una scelta nella città sopravvissuta che ha il suono delle bombe, in cui il cielo ha il colore delle reti antidroni, in cui ogni cittadino sa che la sua prima arma è essere ucraino e rimanere al suo posto. In Viktoria vince la risata; in Larissa il pianto rabbioso e a volte la commozione quando ringrazia “con cuore materno” chi a Kherson non è per restare ma per raccontare; in Aleksander vince un senso di nostalgia caparbia, ma nemmeno lui ha dubbi: è qui che resta, nella sua casa mezza distrutta: “Sai chi è che mi spara addosso oggi? I nipoti di quelli che un tempo combattevano con me”. Eccola la nostalgia, che si spacca e diventa dolore. Kherson soffre, si vede anche quando ride.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/e-il-premier-lecornu-lerede-diretto-di-marcon--403033</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/e-il-premier-lecornu-lerede-diretto-di-marcon--403033</link>
				<title>È il premier Lecornu l&#039;erede diretto di Marcon?</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:52:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/23/original/bf751ccc-9907-4ac7-836f-29d88c6ebda3.jpeg?v=1784824258" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Mauro Zanon</author>
				<google:isAccessibleForFree>false</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Parigi. Quando gli chiedono a cosa pensa quando legge il numero 27,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/03/news/come-ha-fatto-lecornu-dato-per-spacciato-a-dotare-la-francia-di-una-finanziaria--127581" target="_blank">Sébastien Lecornu</a>&nbsp;risponde con un sorriso ambiguo: “L’Eure”, il dipartimento in cui è stato sindaco e presidente del Consiglio dipartimentale, che ha come codice amministrativo quelle due cifre che oggi in Francia fanno subito pensare alle presidenziali del prossimo anno, quando Emmanuel Macron non potrà più presentarsi per sopraggiunti limiti di mandato. <b>Ma nonostante le risposte sibilline, nella macronia è ormai un segreto di Pulcinella: l’attuale primo ministro francese ha messo nel mirino l’Eliseo.</b> “Vuole assumersi la responsabilità di essere l’erede designato, rivendica pienamente di essere il delfino del presidente”, ha detto a Public Sénat un deputato di Renaissance, il partito macronista. “Alcuni suoi ministri dicono apertamente che ci sta pensando dal momento in cui ha varcato la soglia di Matignon”, ha aggiunto il deputato. In un panorama politico in cui nessun candidato centrista sembra scaldare i cuori dei francesi, né Édouard Philippe, leader di Horizons, né Gabriel Attal, segretario generale di Renaissance, e lo scenario di un secondo turno tra estremisti Mélenchon-Le Pen non è più fantapolitica, Lecornu è la terza via rassicurante che potrebbe convincere tutti, a partire dal presidente Emmanuel Macron che lo considera da tempo uno dei suoi fedelissimi. “E’ un monaco soldato. Ha dimostrato la sua capacità di federare, di far lavorare insieme le diverse famiglie politiche della maggioranza e oltre”, ha detto sempre  a Public Sénat un senatore centrista, elogiando le qualità di Lecornu, l’uomo che lo scorso anno è riuscito a dotare la Francia di un bilancio quando il commissariamento sembrava ormai inevitabile.</p><p>Lecornu è la “force tranquille” del governo francese, dicono alcuni riprendendo il celebre slogan mitterrandiano, l’uomo della conciliazione, dell’equilibrio, che smussa gli angoli lì dove altri suoi colleghi cercano di inasprire le tensioni. “Nello stesso periodo, nel 2016, Emmanuel Macron aveva appena fondato il suo partito En Marche!, ed era ancora al governo. Le riflessioni sul suo programma non erano nemmeno iniziate. La realtà è che possono succedere molte cose”, ha detto alla tv del Senato francese il deputato Marc Ferracci, macronista della prima ora. Ma che profilo ha Lecornu? “E’ una persona con anni di esperienza alle spalle, politicamente abile e dotata di un vero senso politico”, assicura Ferracci.</p><p>Nei giorni in cui le voci su una sua candidatura all’Eliseo si fanno più insistenti, Lecornu, mercoledì, ha rilasciato a Paris Match la prima intervista da dieci mesi a questa parte. Quando il settimanale gli chiede se si riconosce in uno dei candidati del campo centrale, risponde con queste parole: “Siamo a metà luglio. Quello che è certo è che il mandato del presidente della Repubblica terminerà nel maggio 2027. (…). Bisogna offrire delle prospettive per il futuro: è questo il ruolo delle elezioni presidenziali. I candidati stanno sviluppando poco a poco le loro idee, ma nonostante ciò i francesi non vedono ancora delinearsi una prospettiva concreta”. Per il prossimo bilancio, Lecornu promette “riforme strutturali, anche se modeste, ma che producano effetti duraturi”, e invoca “compromessi presidenziali, ossia compromessi a livello nazionale, perché “il prossimo presidente della Repubblica erediterà gli stessi francesi, gli stessi enti locali, gli stessi sindacati, le stesse imprese, gli stessi problemi, e forse anche un Parlamento che assomiglierà molto a quello di oggi”, ha detto Lecornu: <b>“bisogna quindi smettere di considerare ogni compromesso come un tradimento”</b>. Il primo ministro francese non sta preparando alcun libro sul suo passaggio a Matignon dopo gli anni nei dicasteri (Ecologia, Collettività territoriali, Territori d’Oltremare e Difesa), perché è “strano voler essere il narratore della propria storia mentre la si sta ancora scrivendo”, ha dichiarato al settimanale: un modo per dire che il bello deve ancora venire, che il prossimo capitolo sarà quello più succoso.</p><p>Un sondaggio Odoxa per il Figaro ha evidenziato la scorsa settimana che Lecornu è il preferito dagli elettori macronisti per rappresentare il campo centrale alle presidenziali. Nel 2027, secondo diversi osservatori, Macron sogna una figura che gli tenga il posto al caldo in vista di un suo ritorno nel 2032. E Lecornu sembra il profilo perfetto.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/lintelligence-americana-indaga-sul-sostegno-di-mosca-a-teheran-ma-rubio-minimizza--403086</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/24/news/lintelligence-americana-indaga-sul-sostegno-di-mosca-a-teheran-ma-rubio-minimizza--403086</link>
				<title>L’intelligence americana indaga sul sostegno di Mosca a Teheran, ma Rubio minimizza</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:50:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/07/23/original/174f833b-19b1-407e-8049-be22edb30f82.jpeg?v=1784832574" />
																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulia Pompili</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p>Prima e dopo l’incontro con il segretario di stato americano Marco Rubio a Manila, a margine della riunione dell’Asean, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha evitato accuratamente tutte le domande dei giornalisti. Prima facendo finta di non sentire (“parlate più forte!”, ha detto a chi gli stava già urlando alcune domande), dopo rispondendo a Kit Maher della Cnn, che gli chiedeva se la Russia stesse aiutando l’Iran a colpire le truppe americane in medio oriente: “Bel taglio di capelli”. Poche ore prima Reuters aveva pubblicato un’esclusiva menzionando un rapporto, che sta circolando fra le agenzie d’intelligence occidentali, secondo il quale gli attacchi di precisione dell’Iran contro strutture della Cia nel Golfo fanno sospettare un coinvolgimento attivo di Mosca nella condivisione di informazioni e tecnologia con Teheran.&nbsp;</p><p>Durante la conferenza stampa del segretario di stato americano, alla prima domanda se ci fossero stati progressi, Rubio ha risposto che la guerra non si risolve con un incontro di mezz’ora a Manila,  ha detto che si è trattato di “una buona conversazione, una conversazione franca”, ma non ha voluto entrare nei dettagli, per mantenere un certo riserbo sui negoziati – pratica piuttosto inusuale sotto la  presidenza Trump. Poi qualcuno gli ha chiesto delle notizie sull’aiuto russo agli iraniani per colpire le truppe americane, e Rubio è stato evasivo, in un certo senso anche contraddicendo quanto riferito l’altro ieri dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, che in audizione al Senato ha affermato che Russia e Cina stanno agevolando l’Iran “a vari livelli”. Il segretario di stato ha detto ieri che “se la notizia è sui media, si tratta di una fuga di notizie. Immaginiamo che sia vero: certamente non ne parlerei con la stampa”, e in ogni caso “nulla di ciò che chiunque stia facendo per aiutare l’Iran sta in alcun modo aumentando la sua capacità di colpire gli americani”.</p><p>Secondo Reuters, gli analisti dell’intelligence americana hanno iniziato a indagare sulla potenziale assistenza russa negli attacchi iraniani nel Golfo. Al momento non ci sarebbero conclusioni definitive, ma l’efficacia e la precisione degli attacchi, oltre al supporto tecnico russo già noto fornito all’Iran in passato, vengono citate come possibili indizi di un sostegno più concreto nelle operazioni. Del resto, secondo quanto raccolto da Reuters nelle ultime settimane l’Iran avrebbe colpito almeno sei diverse stazioni della Cia nel Golfo. Una fonte ha fatto sapere che la Russia avrebbe aiutato Teheran a migliorare la precisione dei suoi Shahed-136 anche fornendo il sistema di navigazione satellitare Kometa-M, descritto come molto più accurato e difficile da disturbare rispetto a quello di produzione iraniana. Secondo alcuni documenti iraniani svelati dal Financial Times a  metà aprile, i pasdaran hanno acquisito segretamente, alla fine del 2024, un satellite spia cinese che gli avrebbe permesso di individuare basi militari statunitensi in tutto il medio oriente.</p><p>Già nei primi giorni delle operazioni di America e Israele contro l’Iran, sia il Washington Post sia la Cnn avevano riportato che una base della Cia dentro alla struttura dell’ambasciata americana a Riad era stata colpita da droni iraniani, e che l’intelligence statunitense aveva già iniziato a sospettare di un aiuto da parte di Mosca a Teheran per localizzare personale e aerei americani nel Golfo. Nicole Grajewski, ricercatrice di Sciences Po che si occupa da tempo della collaborazione fra Russia e Iran, ha detto ieri ad al Jazeera che la nuova esclusiva di Reuters è realistica, perché “rispetto alla Russia, l’Iran non ha abbastanza satelliti militari per le operazioni di base”, e quindi “sembra probabile che abbiano stretto un accordo con i russi” anche per la raccolta delle informazioni dopo i bombardamenti, che servono a rendere più precisi gli attacchi successivi. Comunque, secondo la ricercatrice, non andrebbe sottovalutata la capacità iraniana di Humint, cioè di raccolta di informazioni attraverso l’interazione con fonti umane.</p><p>Nella notte di domenica scorsa, molti dei droni iraniani e dei missili balistici Zolfaghar hanno bucato le difese aeree delle basi americane in cinque paesi diversi, dal Qatar al Kuwait, dal Bahrein alla Giordania. Secondo le analisi di questi giorni, il motivo potrebbe venire, oltre che da Mosca, anche da Pechino: i missili sarebbero stati aggiornati per sfruttare il sistema satellitare cinese criptato BeiDou-3, rendendoli molto più difficili da neutralizzare e molto più costosi da abbattere. La ragione tecnica è che le difese “soft-kill”, cioè quelle che disturbano o ingannano il sistema di navigazione del missile invece di abbatterlo fisicamente, funzionano inviando segnali satellitari falsi che sovrastano quelli reali. Ma questo trucco smette di funzionare se chi attacca dispone delle chiavi di cifratura correnti del sistema satellitare usato, cosa che renderebbe i missili immuni allo spoofing e costringerebbe gli Stati Uniti a fare affidamento sui molto più costosi intercettori “hard kill”, come i Patriot e i Thaad, le cui scorte si stanno  esaurendo rapidamente (creando un vantaggio strategico, oltre che all’Iran, sia alla Russia sia alla Cina).</p>]]></description>
			</item>
			</channel>
</rss>
