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		<title>Esteri</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:56:02 +0200</pubDate>
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				<title>La guerra sotto soglia. L&#039;Europa dopo Lipsia</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulia Pompili</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non serve invadere un paese Nato per mettere alla prova l’Alleanza. E’ questo il punto debole sul quale il Cremlino insiste sempre di più, con metodo progressivo. Qualche giorno fa Reuters ha svelato che la scorsa primavera un’operazione congiunta fra Regno Unito, Norvegia e Stati Uniti ha intercettato e bloccato un’operazione navale clandestina russa che simulava l’impiego di una tecnologia capace di mettere fuori uso i cavi sottomarini senza lasciare tracce. Londra aveva già avvertito la Russia di essere in grado di monitorare i suoi sottomarini impiegati in “attività malevole”: anche se non tutti sono stati attribuiti ufficialmente alla Russia, fra il 2024 e oggi sono oltre venti i cavi sottomarini che nelle regioni del Baltico e dell’Artico hanno subito danneggiamenti. Ma <b>non c’è solo la guerra sottomarina a tenere svegli la notte i funzionari della Nato in Europa: ci sono i droni che sconfinano e mettono fuori uso infrastrutture cruciali come gli aeroporti, le attività di sabotaggio, la disinformazione, la guerra psicologica, il sostegno a gruppi</b> – anche politici – c<b>he funzionano come “cavalli di Troia” delle democrazie occidentali</b>.&nbsp;E’ lo scenario immaginato da <b>Carlo Masala</b>, direttore del <i>Center for Intelligence and Security Studies</i> della Bundeswehr University di Monaco e professore di Politica internazionale, nel suo libro pubblicato lo scorso anno “<a href="https://link.amazon/B00BiEBr5">Se la Russia attacca l’Occidente</a>” (Rizzoli): il primo problema per la Nato non è necessariamente l’invasione di un paese membro, ma tutto ciò che può accadere sotto la soglia dell’Articolo 5: sabotaggi, droni, attacchi informatici, provocazioni. “Siamo ancora deboli. E i russi lo sanno”, dice Masala in una conversazione con il <i>Foglio</i>.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/12/15/news/2028-lattacco-della-russia-tra-fiction-e-realta--121861">Nel libro dell’anno scorso</a>&nbsp;l’analista immaginava un’incursione russa a Narva, una città nell’estremo nord-est dell’Estonia, proprio sul confine con la Russia. Oggi dice che riscriverebbe soprattutto una cosa: <b>la guerra ibrida potrebbe arrivare prima della fine della guerra in Ucraina</b>: “Nel mio libro c’è un sabotaggio e c’è un tentativo di assassinio. Ma quello che vediamo, o che abbiamo visto nelle ultime settimane, è un’intensificazione di questo tipo di guerra ibrida contro i paesi della Nato”. Anche se le indagini sono ancora in corso, e non c’è un’attribuzione ufficiale, “trovo piuttosto interessante che, più o meno nella stessa settimana, ci sia stato l’attacco di Lipsia. Poi l’impianto di munizioni di Colleferro, vicino a Roma, che esplode. C’è un altro impianto di munizioni in Bulgaria che esplode. C’è un missile balistico che finisce in Polonia. Ci sono continuamente, praticamente ogni giorno, droni in Romania. C’è un drone marittimo armato nelle acque internazionali di fronte alla Romania”, dice Masala: “Questo continuo mettere alla prova la determinazione della Nato attraverso strumenti di guerra ibrida è qualcosa su cui probabilmente mi concentrerei molto di più se dovessi riscrivere il libro”. Un’altra sfumatura, dice Masala, che non aveva previsto rispetto al momento in cui ha scritto il suo saggio ha a che fare con il Cremlino: “Ho sempre pensato che la precondizione perché Putin mettesse alla prova la determinazione della Nato fosse che la guerra in Ucraina fosse finita. Ma se guardiamo all’ultima valutazione dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti, ritengono che il rischio sia piuttosto alto già adesso. E quando ci pensavo, dicevo: no, non lo faranno mentre è in corso una campagna militare in Ucraina. Aspetteranno che la campagna sia finita. Ecco, questo ora lo cambierei”.</p><p>E “la terza cosa che non avrei potuto immaginare… Nel libro ho un presidente degli Stati Uniti che, naturalmente, ricorda Trump, perché pensavo che avrebbe potuto vincere le elezioni. Ma la determinazione dell’Amministrazione Trump a buttare l’Ucraina sotto l’autobus è qualcosa che ho completamente sottovalutato. Pensavo che avrebbero potuto guardare all’intera questione dal punto di vista della sicurezza nazionale, dicendo ‘non è la nostra guerra, non vogliamo essere coinvolti in una guerra con la Russia’. Ma che arrivassero sostanzialmente a spingere attivamente l’Ucraina alla capitolazione, questo non l’avevo proprio previsto”.</p><p><b>Il secondo insediamento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, il 20 gennaio del 2025, è uno spartiacque della storia, non solo della storia della guerra in Ucraina</b>. Secondo Masala, però, non è cambiato solo il capo della Casa Bianca: “Innanzitutto, credo che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/07/news/vladimir-putin-e-quel-regalo-chiamato-trump--401705">Mosca sperasse di portare completamente gli Stati Uniti dalla propria parte</a>. E non è successo. Gli Stati Uniti sono disposti, in qualche misura, a schierarsi con la Russia rispetto alle sue richieste, ma si vedono d i limiti nell’impegno americano con Mosca. E penso che su questo i russi abbiano avuto una interpretazione sbagliata”. Il continuo riferirsi al&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/08/15/news/putin-e-trump-atterrati-in-alaska-la-stretta-di-mano-e-poi-in-auto-insieme--121132">vertice in Alaska fra Trump e Putin</a>&nbsp;da parte dei funzionari russi non è sufficiente – anche dentro l’Amministrazione Trump c’è chi spinge per la difesa dell’Ucraina, e un esempio su tutti, all’interno del mondo Maga, è proprio la “conversione” dell’influencer Laura Loomer. Per Masala c’è poi un altro elemento: “Gli ucraini sono diventati più bravi nella guerra. Il fatto che stiano neutralizzando più russi di quanti i russi riescano a reclutare. E ora, con l’aiuto dei paesi europei, sono in grado di condurre attacchi a lungo raggio in Russia, che stanno creando qualche problema all’economia russa. Questo dimostra che <b>la Russia, sostanzialmente, non ha una strategia militare praticabile in Ucraina</b>. E questo potrebbe aver portato Putin e i russi a pensare che, se ora provano un’escalation orizzontale, potrebbero creare una situazione nella quale i paesi europei considerino troppo rischioso continuare a sostenere l’Ucraina, smettano di sostenerla e, di conseguenza, l’Ucraina sia sostanzialmente costretta a capitolare. In definitiva, penso che stiamo assistendo a una combinazione di nuovi elementi: problemi economici in Russia, una migliore strategia militare ucraina e il fatto che alcune delle speranze legate all’elezione di Donald Trump non si siano materializzate”.</p><p>Eppure un’<i>escalation</i> di questo tipo allarma – in parte  legittimamente – i cittadini europei, e gli stessi governi stanno aggiornando le proprie misure di sicurezza in previsione di una nuova stagione di attacchi ibridi: la Germania, dopo il caso del drone all’aeroporto di Lipsia, ha innalzato da “astratta” ad “alta” la valutazione della minaccia e ha rafforzato le misure per la protezione delle infrastrutture critiche. Sui social media è un continuo lanciare allarmi di una probabile escalation cinetica, per esempio proprio fra Germania e Russia, con gente che suggerisce di acquistare polizze sulla casa in caso di attacchi missilistici o eventi bellici (che nemmeno esistono): “Sono stronzate. Se guardiamo a quello che hanno fatto Germania e Russia, dopo gli attacchi di Lipsia, a livello diplomatico è stato semplicemente  un tit for tat, cioè un’azione e una ritorsione reciproca. Noi abbiamo chiuso un consolato generale e la Russian House, che è una sorta di istituzione culturale. Che cosa hanno fatto i russi? Hanno chiuso il nostro consolato generale a San Pietroburgo e il Goethe Institut, la nostra istituzione culturale”. Si tratta dunque di un classico botta e risposta diplomatico: “Se i russi  dicono che i tedeschi hanno dichiarato guerra alla Russia, beh: è una falsità. Fa parte di questo tipo di gioco psicologico che i russi stanno conducendo per spaventare la gente. Ma, mi dispiace dirlo, chiudere due immobili russi qui in Germania non farà scattare una guerra tra Russia e Germania. E’ completamente fuori dalla realtà. Fa parte della guerra psicologica nella quale siamo tutti coinvolti”. Il 4 agosto, all’aeroporto di Lipsia/Halle, era stata trovata una bomba collegata a un drone nei pressi di un aereo ucraino. Per quasi un mese il governo tedesco ha evitato di attribuire pubblicamente la responsabilità dell’episodio, e solo il primo settembre Berlino ha ufficializzato la responsabilità russa, dopo aver raccolto elementi investigativi e di intelligence. Il governo tedesco ha reagito troppo tardi, oppure ha semplicemente seguito la prassi corretta nelle relazioni diplomatiche: prima raccogliere le prove, verificare l’attribuzione e solo dopo intervenire? Per capire la strategia diplomatica e politica del governo tedesco, bisogna guardare alle elezioni, spiega Masala: “Domenica scorsa ci sono state le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt. E tra due settimane avremo le elezioni regionali nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Quindi due Länder della Germania orientale, dove c’è un forte sentimento filorusso. Con partiti che sono in testa che sono filorussi: l’AfD, Alternative für Deutschland, e questa BSW, Bündnis Sahra Wagenknecht. Se presenti qualcosa senza prove concrete, alimenti sostanzialmente questo tipo di sentimento antigovernativo e filorusso. Quindi penso che abbiano fatto bene. Prima di agire devi attribuire la responsabilità, non puoi farlo sulla base di una sensazione. Chiunque abbia un minimo di esperienza  sapeva cosa stava succedendo a Lipsia, sapeva che  si trattava di attori professionisti, non di gruppi terroristici interni o altro. E se hai a che fare con attori professionisti, alla fine arrivi o in Ucraina o in Russia. Per questo penso sia stata la cosa giusta aspettare di avere molte più prove per stabilire il legame con la Russia prima di agire. Perché altrimenti avrebbe potuto ritorcersi contro di noi in maniera enorme. Ancora adesso certe forze filorusse dicono che non ci sono prove concrete, che non è stata mostrata alcuna prova fotografica, una telefonata intercettata, ma sono tutte cose che non reggono, perché naturalmente un governo non può pubblicare certe cose”. Ma le prove esistono, talmente circostanziate da aver portato il governo a fare un’attribuzione pubblica: “E’ stata la cosa giusta da fare. Penso che  la maggior parte delle persone non abbia capito  che abbiamo imposto sanzioni, in termini di chiusura del consolato e della Russian House, ma anche presentato a Bruxelles una lista di nuove persone da sanzionare. Questo è, direi, il normale modo di procedere”. Ma ciò che più ha consegnato un messaggio significativo al Cremlino sono misure meno diplomatiche e più efficaci.  Quali? Per esempio, spiega Masala, “abbiamo annunciato che avremmo consegnato, non so quanti, 4.000-5.000 droni d’attacco agli ucraini. E poi che adesso il nostro servizio di intelligence esterna sta aiutando il servizio di intelligence ucraino nell’individuazione degli obiettivi, nel sapere dove sono le posizioni russe. E la terza misura, più simbolica, è un segnale militare alla Russia. Da tempo era già prevista un’esercitazione di tiro della Marina tedesca, con il lancio di un missile balistico da una fregata. Due anni fa il governo tedesco avrebbe detto alla Marina: ‘Non fatelo’, perché sarebbe stata una pessima coincidenza. Questa volta,  la notte in cui sono state annunciate ufficialmente le sanzioni per Lipsia, hanno detto: ‘Andate avanti con il vostro lancio’. Hanno mandato alla Russia un segnale: non abbiamo paura. Non ci intimidite”.</p><p>La Germania non è però l’unico caso. Negli ultimi mesi la guerra ibrida russa è diventata un tema ricorrente nelle dichiarazioni dei governi e della Nato, ma non è ancora chiaro quanto questa crescente consapevolezza si sia tradotta in una reale capacità di risposta di fronte a una provocazione. Anche perché, nonostante i diversi episodi registrati sul territorio e nelle acque dei paesi alleati, non si è arrivati nemmeno all’invocazione dell’Articolo 4, quello che prevede consultazioni formali tra gli alleati quando uno di loro ritiene minacciata la propria sicurezza. “Questa in realtà è anche la preoccupazione dei funzionari della Nato e dell’Unione europea. Perché resta il fatto che qualunque cosa accada in termini di guerra ibrida non giustifica una reazione armata su larga scala. La Nato è un’organizzazione che difende il territorio dei suoi stati membri. E, nel difenderlo, naturalmente può anche entrare nel territorio dello stato che attacca i membri della Nato. Ma con la guerra ibrida cosa fai? Dichiari guerra alla Russia? Vai immediatamente in Russia? Prima di tutto, non è ciò che vogliono fare i paesi della Nato. E la Nato non è in grado di farlo. Quindi, quando si tratta di guerra ibrida, la Nato è ancora molto mal equipaggiata. Può adottare alcune misure militari, per esempio in Romania o nei Baltici. Può mandare più aerei per aiutare a intercettare i droni, ma non può andare a colpire quelli che orchestrano questi attacchi. Da questo punto di vista, siamo ancora deboli. Mettiamola così: siamo ancora deboli. E i russi lo sanno. E quindi non supereranno una determinata soglia”. Secondo Masala, anche se i russi fossero riusciti nell’attacco di Lipsia, in ogni caso non ci sarebbero state le circostanze per invocare l’Articolo 5 del Trattato dell’Alleanza atlantica: “E tutti parlano dell’articolo 4, ma l’articolo 4 è anch’esso piuttosto simbolico. Per esempio, quello che hanno fatto i tedeschi è stato organizzare una sorta di solidarietà da Articolo 4. Perché, come avete visto, dopo la conferenza stampa, nel giro di due ore, ogni leader europeo ha mandato attraverso i social network un messaggio di solidarietà. Questo è qualcosa che ottieni con l’Articolo 4: alla fine tutti ti assicurano che sono dalla tua parte, ma non fanno nulla”.</p><p>Sul fronte europeo, però, qualcosa è cambiato nel contrasto alle operazioni sotto copertura russe. Il 30 agosto la Marina italiana, nell’ambito della missione europea Irini, ha abbordato nel Mediterraneo la petroliera MV Sun, sospettata di appartenere alla flotta ombra russa e di navigare sotto falsa bandiera. E’ il sesto caso di una nave sospettata di far parte della flotta ombra ispezionata dalle operazioni navali dell’Ue negli ultimi mesi. “Beh, diciamo così: penso che stiamo diventando più bravi a contrastare le mosse russe di guerra ibrida”, commenta il docente. “E sempre più paesi hanno cambiato le proprie normative nazionali in modo da poter intercettare le navi della flotta ombra, cosa che ha spinto la Russia a mandare fregate per accompagnare alcune delle navi che violano le sanzioni. Quindi certe misure stanno producendo effetti. Il punto è che non puoi impedire completamente la guerra ibrida”. Faccia un esempio: “Supponiamo che l’esplosione dell’impianto di munizioni a Colleferro sia stata in qualche modo orchestrata dai russi. Puoi sempre far saltare in aria qualcosa in Italia. Non puoi impedirlo completamente. Quindi stiamo migliorando, sì, ma penso che un problema sia che non puoi creare deterrenza perché le possibilità di avere successo sono così numerose”. Ma il punto, secondo Masala, va oltre l’Unione europea. “Si ricorda quando Radcliffe era a Mosca? A differenza di Burns, che era andato a Mosca nel 2021, lui lo ha fatto pubblicamente: aereo militare, transponder aperti e così via. Quattro giorni prima, le Forze aeree della Nato hanno condotto alcune esercitazioni non annunciate intorno a Kaliningrad e nei paesi baltici, con aerei che vediamo raramente nella regione, aerei americani. Uno era un aereo per la guerra elettronica, l’altro un aereo da ricognizione a lungo raggio. Credo che ciò che stiamo vedendo sia in realtà un cambiamento nella posizione degli Stati Uniti: ora stanno aiutando l’Europa a scoraggiare qualunque cosa i russi stiano pianificando, perché allo stesso tempo sanno che non saranno coinvolti attivamente se la deterrenza dovesse fallire. Quindi aumentiamo la deterrenza per mandare segnali e speriamo che la Russia li capisca”.</p><p>Un altro elemento che colpisce nell’evoluzione di questa guerra è la solidità raggiunta dalla partnership fra Russia e Corea del nord. Mosca ha ricevuto da Pyongyang munizioni e truppe per la guerra in Ucraina, il regime di Kim Jong Un ha ottenuto in cambio sostegno economico, addestramento sul campo, assistenza militare e tecnologica, e poi ci sono sempre più strutture e infrastrutture permanenti, come l’apertura, pochi giorni fa, del primo ponte stradale tra i due paesi. Si tratta di un modello di cooperazione molto concreto, costruito su interessi diversi ma perfettamente complementari. Di fronte a questo tipo di rapporto, pensiamo spesso al limite occidentale, perché l’Europa e i suoi partner riescono molto più difficilmente a trasformare interessi comuni e convergenze strategiche in una cooperazione altrettanto efficace e operativa con l’Ucraina. “No, noi proviamo a usare lo stesso modello, ma falliamo”, dice al Foglio Masala. “Un mese fa sono stato in Corea del sud. E i sudcoreani, sul piano intellettuale, capiscono perfettamente l’importanza dell’Ucraina. Ma quello che fanno i russi è ricattarli. Dicono: ‘Se sostenete l’Ucraina in modo più attivo, potremmo interrompere le relazioni economiche’. E i sudcoreani temono che, se sostenessero più attivamente l’Ucraina, questo rafforzerebbe l’alleanza russo-nordcoreana, e che la Russia oltrepasserebbe due soglie che finora non ha oltrepassato, cioè sostenere la Corea del nord con tecnologia di rientro per i suoi missili balistici intercontinentali e, potenzialmente, con centrali nucleari per i sottomarini nucleari che Pyongyang ha in programma. Questo è il motivo per cui i sudcoreani fanno tutto il possibile sul piano retorico per mostrare solidarietà e persino aiutano con materiale non letale. Ma il materiale che hanno e che potrebbe davvero aiutare gli ucraini, quello lo tengono per loro. Quindi arriviamo ai nostri limiti a causa di questo tipo di fattori. Bisogna dire che i russi e i cinesi, fuori dall’Europa, sanno molto meglio di noi come giocare la partita diplomatica. Punto”. Basta guardare alla questione degli intercettori, dice l’analista: “Grecia e Spagna li hanno. E finora nessuno è riuscito a convincere né la Grecia né la Spagna a mandarne alcuni in Ucraina, dove in questo momento ne hanno disperatamente bisogno”. I russi sono efficaci nel confondere i piani, anche nelle trattative dirette con Washington: Masala invita a distinguere due livelli nei colloqui tra Witkoff, Kushner e i russi. Da una parte ci sono i negoziati sull’Ucraina, sui quali Mosca continua a ribadire che non intende cambiare posizione. Dall’altra ci sono i colloqui sulla cooperazione economica tra Stati Uniti e Russia, che secondo Masala rappresentano il vero interesse della Casa Bianca di Trump, perché i russi starebbero presentando a Witkoff e Kushner la prospettiva di grandi vantaggi economici. L’Ucraina, in questa lettura, è soprattutto l’ostacolo da superare per arrivare al ripristino dei rapporti economici bilaterali. Anche la successiva missione a Kyiv, con i consiglieri per la sicurezza dell’E3, non avrebbe prodotto risultati concreti: “Gli ucraini continuano a insistere sulle garanzie di sicurezza, e nessuno vuole davvero dargliele”, dice Masala. “E Putin sostanzialmente dice: ‘Voglio tutto’. E gli ucraini dovrebbero sostanzialmente cedere alle sue richieste. Quindi non abbiamo fatto davvero progressi negli ultimi due anni”. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, John Bolton, ha detto recentemente che, di fronte all’attuale politica dell’Amministrazione americana, l’unica speranza per l’Ucraina e per l’Europa sarebbe continuare a resistere fino alla fine della presidenza Trump, nella convinzione che dopo il 2028 possa cambiare nuovamente la politica americana. E’ una prospettiva che condivide? “Purtroppo no. Innanzitutto dobbiamo vedere come l’Ucraina attraverserà l’inverno. Perché quello che stanno facendo ora i russi è sostanzialmente prepararsi all’inverno, bombardando tutte le infrastrutture energetiche e idriche, e persino le infrastrutture alimentari dell’Ucraina. Secondo, ci sono voci secondo cui la Russia potrebbe fare un’altra mobilitazione dopo settembre, dopo che si saranno svolte le elezioni della Duma. Quindi dobbiamo vedere se accadrà o meno. E penso che ci stiamo avvicinando a una situazione in cui una delle due parti, o entrambe, saranno completamente esauste. Anche gli ucraini hanno ancora un problema di personale e i russi stanno affrontando gravi conseguenze economiche delle loro azioni. Questo potrebbe portare, nel 2027, forse entro la metà del 2027, a una sorta di esaurimento e poi a una sorta di negoziato. Ma non mi aspetterei nemmeno allora una sorta di trattato di pace. Mi aspetterei piuttosto che i combattimenti semplicemente si fermino. E poi avremmo una situazione di questo tipo per almeno un paio d’anni”. Questo scenario potrebbe dunque assomigliare, almeno in parte, a quello della guerra di Corea, con un conflitto che si congela senza arrivare a una vera soluzione. La differenza, però, è che in Corea l’armistizio aveva formalizzato una nuova situazione sul terreno, mentre nel caso dell’Ucraina potrebbe non esserci nemmeno un accordo di questo tipo. Il rischio è quindi quello di un conflitto che rimane aperto, con combattimenti limitati e una situazione di guerra che continua a covare senza una vera conclusione. Nel frattempo, la preoccupazione dell’analista è che “i russi continuino ad alzare il livello dello scontro quando si tratta di guerra ibrida. E che nei prossimi mesi ne vedremo molto di più. Perché Putin pensa ancora di poter vincere militarmente questa guerra e considera il sostegno europeo il principale ostacolo al raggiungimento di una vittoria militare”. E poi ci sono le sanzioni: “Guardi: uno dei responsabili di Lipsia è arrivato attraverso un visto rilasciato dall’Italia. Dobbiamo fermare questo tipo di cose. Dobbiamo trovare un accordo affinché questi visti di tipo C non vengano rilasciati. E anche i diplomatici in Austria e Svizzera, i paesi neutrali, possono ancora viaggiare in giro per l’Europa. Dobbiamo fermare queste cose, almeno per ridurre la loro capacità di compiere attacchi. Non possiamo impedirli, ma dovremmo fare tutto quello che è necessario per ridurre al minimo queste attività”.</p>]]></description>
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				<title>In Svezia vince il centrosinistra e perde voti l&#039;estrema destra</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 08:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo una notte a scrutinare le&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/12/news/gli-svedesi-votano-spaccati-su-molto-ma-uniti-contro-il-cremlino--407323">schede elettorali</a>, alle 6 del mattino di lunedì, il lavoro nel 99 per cento dei distretti elettorali era concluso e in Svezia ai partiti di centrosinistra spetterebbero 176 seggi in parlamento mentre a quelli di centrodestra 173, un seggio in più della maggioranza assoluta. Per l’esito definitivo però si dovrà aspettare mercoledì, in Svezia l'un per cento è molto più grande e complicato di quello che si potrebbe credere: mancano i voti per corrispondenza e la seconda conta delle schede.</p><p><b>Per la leader dei Socialdemocratici, Magdalena Andersson è un successo: il suo è il partito più votato e per di più con quasi otto punti percentuali di margine sul Partito moderato</b>. Il problema ora sarà trovare un accordo di governo con&nbsp;la Sinistra (8,1 per cento), i Verdi (6,2 per cento), i Centristi (7,1 per cento). Intanto Magdalena Andersson ha provato a mettere in chiaro le cose con i possibili alleati: "Noi Socialdemocratici saremo sempre pronti ad assumerci le nostre responsabilità (...) per il momento siamo in testa. E se questo dato verrà confermato, allora la Svezia avrà un nuovo governo. Ma tutti i voti devono essere contati". Per avere la maggioranza assoluta i Socialdemocratici avrebbero bisogno di tutti i partiti del blocco, ma Centro e Sinistra hanno posizioni divergenti soprattutto sui temi economici e il Centro ha già dichiarato di non voler entrare in un governo con la Sinistra.&nbsp;La soluzione potrebbe pertanto essere un governo di minoranza, non inconsueto nella tradizione politica svedese, a guida socialdemocratica. Con numeri così risicati la legislatura non si annuncerebbe peraltro semplice.</p><p>Pur avendo perso le elezioni il premier uscente, il leader dei Moderati Ulf Kristersson può comunque essere soddisfatto: rispetto al 2022 il suo partito ha aumentato il numero di voti (era al 19,1 è passato al 19,9 per cento) e soprattutto ha superato il partito di estrema destra (i Democratici svedesi), sceso dal 20,5 al 17,6 per cento. Nel dibattito pubblico, la lotta alla criminalità e la stretta sull’immigrazione avevano perso la centralità che avevano avuto nella precedente campagna elettorale e l'appoggio esterno al governo Kristersson non è piaciuto a parte dell'elettorato.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/09/14/news/lesotico-che-non-ti-aspetti-undici-volte-in-islanda-dove-i-silenzi-diventano-una-meraviglia--407294</link>
				<title>L’esotico che non ti aspetti. Undici volte in Islanda dove i silenzi diventano una meraviglia</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Claudio Giunta</author>
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				<description><![CDATA[<p>Andare undici volte in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/islanda_48607" target="_blank">Islanda</a>&nbsp;nel giro di poco più di vent’anni può essere il sintomo di una psiche disturbata o, al contrario, il sintomo di una psiche pacificata, in equilibrio, anche grazie ai frequenti viaggi in Islanda. Non lo sapremo mai, ma io penso che questo secondo sia il mio caso, o così mi racconto mentre per l’undicesima volta in vita mia, appunto, m’imbarco sul volo Icelandair da Malpensa. Dice: costa tanto, bisogna essere dei privilegiati; e sì, in effetti costa abbastanza (vedi oltre), ma sempre meno di un anno di sedute dall’analista, di farmaci dai dubbi effetti. E quindi.</p><p>Tra l’altro, il privilegio seleziona, e la selezione è il confessato o non confessato segreto di ogni viaggiatore, di più, di ogni essere senziente. <b>Per questo nessuno, ripeto nessuno torna deluso dall’Islanda, a meno che non diluvi tutto il tempo (può succedere) o a meno che il vento artico non renda impossibile uscire di casa o dalla macchina (succede spesso): perché ciò che veramente desideriamo è non vedere gli altri esseri umani per un breve-medio periodo di tempo, e l’Islanda offre al suo visitatore questo servizio impagabile.</b> Anche la Mongolia, si obietterà. Vero, ma a differenza della Mongolia (e della Kamchatka, della Mauritania eccetera) l’Islanda è un paese di grande ricchezza, di grande organizzazione, di grande e diffusa cultura, di eccellenza nei servizi. Si possono non vedere gli esseri umani ma si godono, si sfruttano (pagandole salate, si capisce) la dedizione e la fatica degli esseri umani che nei decenni hanno costruito le strade, gli aeroporti, la rete elettrica, le fognature, gli acquedotti, gli alberghi, e insomma hanno civilizzato quest’isola ostile, seminuda di alberi, gelida, ventosa, buia per sei mesi all’anno, e per lo più deserta (la superficie dell’Italia del nord, la popolazione di Firenze città).</p><blockquote>“Costa tanto, bisogna essere dei privilegiati”. E sì, in effetti costa abbastanza, ma sempre meno di un anno di sedute dall’analista</blockquote><p><b>L’Islanda sarebbe piaciuta a Larkin (“the continual brush with people exhausts me”); sarebbe piaciuta a Virginia Woolf, che nella corrispondenza con Vita Sackville-West si lamenta di continuo di quanto tempo le tocchi sprecare in occupazioni e chiacchiere mondane; a Kafka non parliamone proprio (“La mia cella nel carcere: la mia fortezza”).</b> E insomma sarebbe piaciuta, piace a tutte le persone provviste di un’intensa vita spirituale ma sprovviste di vocazione per l’avventura. Avete l’esotismo, ma senza lo scomodo di dovervi adattare a costumi e maniere e cibi e ambienti mediorientali od orientali o maghrebini, con tutti quegli insetti poi. Già al gate di Malpensa sono tutti civili, parlano tutti tre lingue, persino i lattanti piangono sommessamente, per non disturbare (le uniche voci acute, nella sala colazioni dell’albergo di Reykjavík, saranno quelle di una comitiva di catanesi compitissimi ma apparentemente incapaci di pronunciare su un registro vocale normale anche frasi semplici come “Questa è sicuramente marmellata di gelso”). <b>E Icelandair si adegua alla buona educazione dei suoi passeggeri: un benvenuto di dieci parole, pochissimi annunci durante il volo, mentre la scorsa settimana su un low cost italiano ho dovuto subire al decollo la quinta di Beethoven suonata al Bontempi, poi una cascata di jingle e offerte di cibo e bevande, orologi, gratta e vinci, e raccolta-fondi per i dannati della terra, e all’arrivo l’applauso e il solito accenno di rissa nella gara a chi scende prima.</b> A Nord, bisogna andare a Nord.</p><blockquote>La dedizione degli esseri umani che nei decenni hanno civilizzato quest’isola ostile, seminuda di alberi, gelida, ventosa, e per lo più deserta</blockquote><p>Atterrati a Keflavík, avrete la fondata impressione che il compito di mandare avanti la macchina-Islanda, adesso che la modernità e la suddetta dedizione degli islandesi l’hanno dotata di tutti i comfort, sia stato affidato a non-islandesi che o vivono qui in pianta stabile o, più spesso, vengono in Islanda per tre mesi d’estate e, in cambio di un’esperienza pur sempre rara (l’Islanda!) e di buoni soldi, fanno i lavori che gli islandesi non hanno voglia o tempo di fare: <b>al desk della Hertz c’è l’indiano Abdullah, il guardiano della piscina a Holmavík è uno svizzero di mezza età dall’aria stranita, il personale dell’albergo a Drangsnes è formato da tre francesi che sembrano essere venuti qui insieme, da un colombiano che parla bene italiano perché ha vissuto per anni a Monza e da un altro paio di inservienti di fenotipo decisamente non islandese. </b>Dall’albergo che ho prenotato vicino a Reykholt mi scrive un ragazzo dal nome polacco, e una volta lì mi accoglie una pattuglia di ragazzi est-europei quasi fastidiosamente cool, oltre che perfettamente anglofoni. Gli islandesi staranno negli uffici, o nelle campagne, oppure alle Maldive, mentre i loro alberghi e ristoranti fatturano. Li si vede semmai, immancabilmente, nelle pozze-piscine d’acqua calda che si trovano in ogni villaggio del paese, bianchi e grossi e un po’ molli, e sempre cortesi anche se non veramente curiosi di voi, dei vostri tratti mediterranei. Ma va bene così, anche questa discrezione ci piace.</p><blockquote>Atterrati a Keflavík, avrete la fondata impressione che il compito di mandare avanti la macchina-Islanda sia stato affidato a non-islandesi</blockquote><p>Da Keflavík una volta si prendeva l’autobus per Reykjavík e lì si scendeva e si andava a piedi all’albergo, o in taxi, ma negli anni gli alberghi di Reykjavík sono diventati cari in un modo spropositato, e senza che la qualità dell’hôtellerie sia migliorata in proporzione (camera doppia all’Hotel Borg, che è un bel quattro stelle in centro, senza colazione = 390 euro, e siamo già a inizio settembre, il grosso dei turisti se n’è andato). Quindi la scelta più saggia – ho questo ruolo, tra gli amici, di consulente per l’Islanda, e ve ne faccio dono – è dormire fuori città. <b>Si noleggia un’automobile in aeroporto (non serve il fuoristrada, non siamo nella foresta amazzonica, è quasi tutto asfaltato, basta una macchina robusta, un 4x4, anche una Toyota normale se non pensate di andare sullo sterrato), ci si avvicina a Reykjavík ma ci si ferma prima, o intorno, oppure (mio consiglio) la si supera e si punta a nord, dove certe fattorie sono state convertite in bar-ristorante-albergo, di solito con pozza d’acqua calda e sauna compresa nel prezzo.</b> A chi non ha paura dei cento chilometri in più consiglio senz’altro il Varmaland Hotel, a nord-est di Borgarnes: essenziale ma moderno, lindo, curato, con colazioni eccellenti servite in una sala al quarto piano con vetrate aperte sulla valle, e due grosse vasche d’acqua calda nel cortile quasi sempre deserte perché nessuno vi dice che ci sono. Ancora un po’ più a nord, ma sulla Route 1 che fa il giro dell’isola, allo Hraunsnef Country Hotel hanno anche le pecore e i cavalli, e i sentori di zolfo si mescolano a quelli del letame in una fragranza particolarissima.</p><p>(Ma dato che è caduta nel discorso, meglio evadere subito la pratica del caro-Islanda, sulla quale bisogna intendersi avendo ben chiare le proprie priorità. L’aereo costa il giusto, circa 500 euro A/R; il cibo costa tanto come in qualsiasi paese scandinavo, e come in qualsiasi paese scandinavo non è un trionfo di varietà, ma non siete andati in Islanda per mangiare, non siete così ordinari, gettatevi sul salmone e sul merluzzo celestiali – “Fish of the day today is cod”: ma è SEMPRE cod! – e siate indulgenti con le salse iperlipidiche. <b>I mega-costi e i mega-lamenti indignati sono sempre legati all’alloggio, un po’ perché gli alberghi e le case da affittare sono poche, e di qualità medio-bassa rispetto all’Europa, un po’ perché se ne approfittano.</b> Personalmente, preferirei stare a casa piuttosto che viaggiare in camper, col tavolino a scomparsa e il cesso vicino alla testa del letto, ma è uno di quei casi in cui lo si potrebbe prendere seriamente in considerazione, avendo tempo: partenza dall’Italia, autostrada fino a Hirtshals, Danimarca, sbarco dopo due-tre giorni a Seyðisfjörður, sulla costa orientale dell’Islanda, e da lì godersi il calcolo degli euro risparmiati. Ma appunto ci vuole tempo, e la vocazione a vivere insieme ad altri dentro uno scatolone puzzolente, dormendo nei parcheggi).</p><p>In Islanda non ci sono ferrovie più che altro perché la gente una volta non si muoveva, si nasceva a Skagaströnd e si moriva a Skagaströnd, costruirci una stazione non avrebbe avuto senso. <b>E oggi ovviamente le ferrovie non servono perché ci sono le macchine e i voli interni. I voli interni li consiglio, fanno risparmiare tempo e costano cifre ragionevoli, nell’irragionevolezza delle cifre islandesi.</b> Si arriva anche a piedi all’aeroporto di Reykjavík, ci si imbarca e tre quarti d’ora più tardi si atterra in qualche minuscolo aeroporto dall’altra parte del paese (Aldo Busi, Altri abusi, Milano, Mondadori 1989, p. 24: “Reykjavík è una di quelle cittadine (ridenti) in cui appena messo piede ti chiedi: ‘E adesso?’”; Reykjavík, dice: figuriamoci Egilsstaðir). Dopodiché, esplorata la zona – e tutte le zone dell’Islanda sono memorabili, non c’è sasso in Islanda che non lo sia, almeno per questo fanatico – a Reykjavík si può anche tornare in auto, o in autobus. Gli autobus ci sono, sono lenti ma affidabili, hanno solo il difetto di togliere la libertà di uscire dalla strada principale. <b>Tolgono anche il piacere della guida, che in Islanda è grande, forse più grande rispetto a quello che si può provare in ogni altro punto del mondo in cui vi possa capitare di guidare. Ma la benedizione, dicevo, sta nell’assenza di una rete ferroviaria.</b> Perché soprattutto questo – questa mancanza di rotaie, traversine e, soprattutto, stazioni con bar, edicole, e tutta l’immondizia, cioè la calda vita che un treno si porta dietro – ha fatto sì che il territorio islandese rimanesse non selvaggio, che sarebbe troppo, ma selvatico sì, o meglio, per usare un aggettivo che viene in mente spesso se si viaggia in Islanda, prìstino nel senso di intonso, non guastato da mano umana: la pianura digradante verso l’oceano, le colline pietrose, senza alberi, la muffa sulle pietre, i ghiacciai in lontananza, e sopra ogni cosa un cielo enorme.</p><blockquote>La benedizione sta nell’assenza di una rete ferroviaria, e quindi stazioni con bar, edicole e tutta l’immondizia, cioè la calda vita che un treno si porta dietro</blockquote><p>Forse parte del fascino dell’Islanda, e della vera commozione che produce in chi attraversa questo paesaggio tanto, come dire altrimenti? serio, nel senso che induce a pensieri seri e profondi sulle persone e sulle cose importanti dell’esistenza, un paesaggio che abolisce l’effimero, che richiama all’essenziale – forse tutto dipende dalla percezione che qui l’ambiente è così ostile, e si è così lontani da tutto, che basterebbe un niente per far sì che la vita civile si annullasse di colpo, o se non di colpo in capo a pochi anni, e si tornasse a quella vita naturale al quadrato, al cubo, che è stata poi semplicemente la vita per decine di generazioni di islandesi fino a… Fino a quando? All’automazione? Alla Seconda guerra mondiale? A internet? <b>Chi prepara un viaggio in Islanda deve assolutamente leggere Gente indipendente di Laxness, che racconta in maniera memorabile la vita tremenda degli allevatori islandesi di cento-centocinquant’anni fa, e se avanza tempo anche dare un’occhiata ai reportage degli scrittori europei in visita nell’Ottocento e nel primo Novecento (si trova quasi tutto su archive.org), che trasecolano davanti alla povertà, all’ignoranza, alla promiscuità col bestiame, alla puzza di corpi mai lavati (anche perché fare il bagno nel torrente non era un’opzione).</b> Questo è il delicato pastore anglicano Sabine Baring-Gould: “Pesce in decomposizione, frattaglie e ogni sorta di lordura vengono gettati dappertutto, perché la pioggia li porti via o i passanti li calpestino nel terreno […]. Gli islandesi sembrano privi di olfatto, e forse è un bene, dal momento che qui non c’è alcuna possibilità di appagare tale senso, mentre abbondano le occasioni per mortificarlo” (Iceland: its Scenes and Sagas, London, Smith Elder and Co. 1863). Questo invece è il sommo, onnisciente Richard Burton: “L’arte in Islanda semplicemente non esiste e, a giudicare dal piccolo museo di Reykjavík, è sempre stata rozza quanto quella dell’Africa centrale. <b>A Reykjavík c’è un solo pittore, la cui carriera è stata limitata dall’impossibilità di formarsi in terre baciate dal sole. Scultori e architetti qui non hanno ragione d’essere. </b>Persino la musica e la danza […] hanno a stento superato, fatta eccezione per Reykjavík, lo stadio che va dal selvaggio al barbaro”(Ultima Thule or A Summer in Iceland, Edimburgh, Nimmo 1875).</p><p>Ora, le cose cambiano. Anche la relazione Franchetti-Sonnino, letta oggi, non sembra dire la verità sulla Sicilia. <b>Ma un pezzo di verità, ammettiamolo, sì. Invece l’Islanda di oggi non c’entra niente con l’Islanda vista da Burton, e forse neanche con quella vista dai nostri nonni, quei pochi che avevano i soldi e il tempo per andarci. In mezzo, tra allora e adesso, c’è stata la Téchne.</b> Gli aerei, l’ingegneria civile, la scienza dei materiali, la plastica, le strade asfaltate, l’elettronica, la geotermia che produce energia verde praticamente gratis. Con tutto questo, essendo meno di quattrocentomila abitanti su un territorio di poco più di centomila chilometri quadrati, e un territorio bellissimo, una calamita per turisti altospendenti, era difficile restare poveri, brutti (sempre Burton: “As a rule, then, the Icelandic face can by no means be called handsome”), ignoranti e puzzolenti. Così oggi in Islanda c’è una densità di aziende di informatica da far impallidire la Silicon Valley, si esporta alluminio, si esporta pesce per quasi tre miliardi di dollari, i turisti arrivano a frotte, a battaglioni (2.3 milioni nel 2025, sei volte la popolazione locale), e soprattutto per questa ragione cresce di anno in anno la richiesta di lavoratori stranieri qualificati (cioè per cominciare anglofoni). E poi – come succedeva nelle buone società affluenti di una volta, dove i borghesi studiavano – tutti leggono libri, molti li scrivono, tutti suonano uno strumento, qualcuno canta e suona e finisce non nelle classifiche italiane, che ci beviamo tutto, ma in quelle anglo-americane, difficilissime: Björk, i Sigur Rós, gli Of Monsters and Men, Emiliana Torrini. E anche qualche buon film da festival.</p><blockquote>Oggi in Islanda c’è una densità di aziende di informatica da far impallidire la Silicon Valley e i turisti arrivano a frotte, a battaglioni</blockquote><p>E quindi, adesso? Consegnereste questo fascio di natura intatta e civiltà, di tradizione e modernità, di virtù paesana e slancio internazionale all’Unione Europea? Due domeniche fa c’è stato un referendum promosso dal governo, se n’è parlato parecchio: si chiedeva agli islandesi se volevano o non volevano che venissero riaperti i colloqui per un futuro, eventuale ingresso dell’Islanda nell’Unione Europea. Ripeto: un referendum non su “entrare o no nell’Unione Europea e trovarsi insieme – per dire – a Malta e alla Bulgaria” ma sull’opportunità di ricominciare a dialogare con Bruxelles, dopo che i colloqui si erano interrotti nel 2013. Solo parlare. <b>Ha vinto il no, di poco: 52.8 contro 47.2, col che l’adesione alla Ue è rimandata per almeno un paio di generazioni.</b> Colpa (o merito) di chi? Riferendo gli esiti del referendum, Politico titolava The Real Reason Iceland Rejected the EU: It’s the Fish, Stupid, nel senso che gli islandesi temevano che l’ingresso nella Ue avrebbe portato con sé svantaggi nelle quote-pesca, e magari nuove Cod Wars come quelle anche violente, non metaforiche che l’Islanda ha combattuto e vinto contro il Regno Unito tra gli anni Cinquanta e i Settanta. E sarà stato anche questo: le manovre della potente lobby dell’industria ittica (che però impiega un numero non enorme, e tra l’altro in calo, di addetti: fra i tre e i quattromila). Ma forse conviene allargare un po’ la visuale.</p><blockquote>Consegnereste questo fascio di tradizione e modernità, di virtù paesana e slancio internazionale all’Unione Europea? Gli islandesi no</blockquote><p>Giorni fa, dopo la morte di Dolly Parton, Caitlin Flanagan, che è la più intelligente di tutti, ha scritto un tweet sulla morte di Dolly Parton che ha ricevuto molte comprensibili critiche (il tweet era “poorly written”, si è poi semi-scusata lei): <b>“Quando J.D. Vance ha scritto Elegia americana, tutto ormai era finito. Non riesco a capire perché abbia celebrato quella gente crudele, drogata e priva d’istruzione”.</b> Tutto essendo appunto la sana, umile, generosa cultura popolare che Dolly Parton incarnava, e che secondo Flanagan era morta con la sua generazione o con quella subito successiva. “Priva d’istruzione” ricorda molto il “basket of deplorables” che ha contribuito a far perdere le elezioni a Hillary Clinton, e anche le ironie sulla constituency di Farage e consimili, e adesso anche la gaffe di Bonaccini.</p><p>Ma il caso islandese è un po’ diverso. E’ gente altamente scolarizzata, anche nella provincia; hanno viaggiato, leggono, parlano l’inglese meglio di me. Chiacchierando con gli islandesi di campagna (l’undicesimo viaggio è stato speso – se la cosa interessa – soprattutto sull’asse sud-nord-sud, da Keflavík a Drangsnes e ritorno) a me è parso che alle quote-pesca non pensassero granché, e che invece temessero la perdita d’indipendenza (Gente indipendente di Laxness s’intitola così per una buona ragione: è gente abituata a pensarsi isolana, e a fare da sé) e soprattutto abbiano a cuore la natura, cioè la salvaguardia del paesaggio islandese (“Sa quella strada sterrata che fa il giro del fiordo, appena fuori dal villaggio? Ecco, noi vogliamo che rimanga sterrata”). Naturalmente non c’era niente, nella propaganda per il Sì al dialogo con l’Europa, che implicasse la fine dell’indipendenza o la distruzione del paesaggio, al contrario; e la propaganda per il No era finanziata anche dai gruppi d’interesse che lucrano, più che sulla pesca, sul turismo e sulla speculazione immobiliare che sta trasformando, anzi ha già trasformato il centro di Reykjavík nel duty-free di un aeroporto di medio livello (ancora dieci anni faceva venire in mente Via Medail a Bardonecchia, adesso fa venire in mente… Sì, un duty-free, è il paragone più calzante), e sta riempiendo la periferia di condomini non brutti ma nemmeno belli, e soprattutto costosi. <b>Ma “cedere sovranità” non è un programma che possa piacere a un paese tutto sommato soddisfatto di sé, e l’Unione Europea ha finito per essere identificata da molti – da una risicata maggioranza, in questo caso – con una di quelle forze che stanno rompendo la continuità con un modo di vita al quale si è affezionati, e a cui non si rinuncia volentieri: l’Islanda di una volta. </b>A ragione? A torto? “Il dibattito – ha scritto l’editore di Grapevine Reykjavík, il settimanale in inglese che tutti leggono – ha raramente riguardato la questione concreta in oggetto. E’ invece degenerato in un referendum su identità, paura, risentimenti irrilevanti ed emotività”. Solo che questa è la natura dei referendum, non la loro degenerazione.</p><blockquote>Gente altamente scolarizzata, anche nella provincia. Mi è parso che non pensassero tanto alle quote-pesca quanto alla perdita d’indipendenza</blockquote><p>Ma tutto questo in fondo che cosa importa al turista altospendente o al fanatico che già progetta il suo dodicesimo viaggio in Islanda? Niente. <b>Il fanatico islandofilo non ragiona in termini di generazioni umane ma di ere geologiche, il fanatico islandofilo quando atterra all’Aeroporto Internazionale di Keflavík entra in modalità goethiana: für ewig.</b> Europa o non Europa, conservazione o progresso, l’importante è che l’Isola resti immota nei suoi quattro ingredienti elementari: il mare, le montagne, le distese di lava, i ghiacciai; e che il grosso degli umani resti concentrato a Reykjavík, o nella dépendance di Akureyri, il capoluogo del nord-est (ventimila abitanti, mica Tokyo), in modo che negli altri centomila chilometri quadrati del paese gli uomini siano rari come quadrifogli. L’importante è avere ancora e sempre i fiordi occidentali deserti, la mattina di un qualsiasi giorno feriale, e le pecore e i cavalli, e qualche volta persino le renne, che ti guardano e ti ignorano da bordo strada. E soprattutto lei, la strada, poter andare da un punto all’altro dell’isola in macchina senza che all’orizzonte appaia, per chilometri, niente che non sia terra scura, erba e cielo, e qualche lontano minuscolo manufatto umano martoriato dalla pioggia e dal vento.</p><blockquote>La propaganda per il No era finanziata anche da gruppi che lucrano sul turismo, che sta trasformando il centro di Reykjavík nel duty-free di un aeroporto</blockquote><p>L’ultima poesia di The Spirit Level di Seamus Heaney s’intitola Postscriptum e parla dell’Irlanda, la regione sotto Galway, non dell’Islanda. Ma basta cambiare il nome dei posti al secondo verso, e più avanti anziché i cigni mettere le anatre (traduzione mia):</p><p><i>E poi trova il tempo di guidare verso ovest,</i></p><p><i>nella contea di Clare, lungo la Flaggy Shore,</i></p><p><i>a settembre o ad ottobre, quando il vento</i></p><p><i>e la luce si consumano a vicenda</i></p><p><i>così che l’oceano da una parte è un tumulto</i></p><p><i>di schiuma e bagliori, e dall’altra, tra le pietre,</i></p><p><i>un lago grigio ardesia è illuminato</i></p><p><i>dal fulmine terrestre di uno sciame di cigni,</i></p><p><i>le piume ispide scosse dal vento, bianco su bianco,</i></p><p><i>le teste adulte dall’aria ostinata</i></p><p><i>reclinate o ritte o immerse dentro l’acqua.</i></p><p><i>No, è inutile fermarsi per più a fondo</i></p><p><i>catturare tutto. Tu non sei né qui né là,</i></p><p><i>sei un transito da cui note e ignote cose passano</i></p><p><i>mentre morbide raffiche investono l’auto sul fianco,</i></p><p><i>e colgono il cuore alla sprovvista, e lo spalancano.</i></p>]]></description>
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				<title>Catastrofismi e poche proposte concrete: il momento Greta dell’AI</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Andrea Venanzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non ci sono prodigi incandescenti a solcare il cielo, ad eccezione forse di qualche drone luminoso, ma il clima da millenarismo medievale si respira tutto. <b>Un millenarismo altamente tecnologico e che sembra promettere l’estinzione del genere umano, causata da un’intelligenza artificiale potentissima e fuori controllo</b>. La Cnn, intervistando un ex ricercatore di AI in apparenza pentito, titola “I bambini potrebbero non arrivare al liceo”. Tutto in onda poche ore dopo la vicenda di Jacob Coxon, pure lui ricercatore di OpenAI e Anthropic, spaventato dalla piega accelerante e dalla scarsa consapevolezza dei giganti del Tech: Coxon è divenuto alfiere, dopo le dimissioni pubblicizzate sul Wall Street Journal e su X, di una corrente di pensiero e di una narrazione che ormai dilagano nel dibattito pubblico e nell’agenda politica. I catastrofisti non salgono penitenti sui monti indossando il cilicio ma rilasciano interviste, scrivono libri e ci inondano con immagini di un orizzonte nerissimo: non dicono mai esattamente come e quando, ma si limitano a dipingere con i colori carnicini di un dipinto alla John Martin la catastrofe assoluta. Eliezer Yudkowski, uno degli apocalittici più noti del settore Tech, sin dal 1996, quando aveva appena sedici anni, snocciola date e paradigmi di una singolarità tecnologica apocalittica, di volta in volta però sbugiardati, ritirati, rivisti. Più sagacemente, pensatori come Max Tegmark, autore di “Vita 3.0”, o il Nick Bostrom di “Superintelligenza” ritengono che lo sviluppo di una superintelligenza rappresenti un supremo rischio esistenziale, invitando gli sviluppatori e i ricercatori alla massima cautela. Una radicalizzazione, volendo, del principio responsabilità di Hans Jonas, ma con qualche tinta mistica e più fosca.</p><p><b>L’idea alla base di questa deriva apocalittica è quella del recursive self-improvement,</b> ovvero l’intelligenza artificiale evolutasi nella sua dimensione generale e che inizia a migliorare sé stessa, fino al punto di non ritorno. Da quando il premio Nobel Geoffrey Hinton ha stimato nel 10 per cento la percentuale di rischio dell’annientamento del genere umano da parte della super-AI, i catastrofisti sono corsi ad aggiornare le loro stime e a usare, sorta di pappagalli non troppo stocastici, quella stessa percentuale. Dietro l’apparente folklore, per quanto escatologico, si giocano partite assai più concrete. Da un lato, Anthropic e OpenAI cavalcano una certa narrazione e lo fanno da tempo: “umanizzando” i loro modelli, come nel caso dell’attacco alla piattaforma HuggingFace, quando sono state usate espressioni come perdita di controllo e “fuga”, oppure rilasciando report e comunicati sempre più inquietanti, come l’ultimo in ordine di tempo e riguardante il presunto blocco di un attacco di bioterrorismo elaborato a mezzo Claude. Tra le pieghe di ogni apocalisse sovente si celano interessi assai prosaici: Anthropic è in procinto di quotarsi in Borsa e nonostante l’aura catastrofista non sembra che la società di Amodei sia intenzionata a recedere da quel proposito. Ed ecco infatti che il patron di Anthropic pubblica in tempo reale il saggio “<b>We Must Pace the Frontier</b>”, invitando a rallentare lo sviluppo dei modelli. Sorprendentemente concordano con lui Sam Altman e Elon Musk, passato dal ritenere quello di Coxon un complotto al dare ragione a Amodei, in tre giorni. Questa richiesta di rallentamento appare non del tutto disinteressata; sembra, più che altro, un tentativo nobilitato di impedire il ricorso a modelli open source e open-weight, sempre più diffusi.</p><p><b>Intanto Dean Ball, già consigliere di Trump e ora ai vertici di OpenAI, si muove per interessare il Congresso e far imporre severi paletti regolatori.</b> Stessa strada percorsa dal democratico Bernie Sanders, la cui legge prevede fino a venti anni di carcere per i ricercatori colpevoli di aver eluso la normativa di sicurezza. Sul fronte progressista albergano interessi di altro genere. Come ricorda Politico, dietro le sirene di certa decrescita e del rallentamento tecnologico, si pensi al movimento contro i data center, ci sono organizzazioni che guardano con simpatia alla Cina. Durante la convention americana Socialism 2026, lo streamer Hasan Piker ha sostenuto apertamente che la lotta politica contro i data center rientra nell’agenda politica socialista. Il paradosso di queste posizioni apocalittiche o strumentalmente interessate è che esse inquinano il dibattito e opacizzano le reali problematiche poste dall’AI. Ma si tratta di un paradosso relativo, se si considera, come ricorda Pedro Domingos, che Skynet, la superintelligenza che in “Terminator” ambisce a distruggere il genere umano, è sfuggita al controllo di un laboratorio ossessionato dalla safety dell’AI. D’altronde i catastrofisti hanno poco da proporre, in concreto: la loro idea di decelerazione passa attraverso una utopica cooperazione internazionale multilaterale. Ed è certamente vero che la richiesta di decelerare sia stata formulata anche dal Papa nell’enciclica Magnifica Humanitas, ma la Cina socialista non appare interessata a dare corso a quell’invito: lo usa, piuttosto, come soft power per rallentare gli sforzi tecnologici occidentali. Bisognerebbe a tal proposito leggere Breakneck di Dan Wang che tra poche settimane vedrà luce anche in Italia edito dal Mulino col titolo A rotta di collo, per capire quanto a perdifiato la Cina stia correndo e quanto ancora voglia accelerare.</p><p><b>L’Europa invece non ha bisogno di un dibattito sull’opportunità di rallentare visto che essa appare rallentata strutturalmente.</b> Lo rileva anche Mario Draghi, in un suo lungo articolo apparso sulle pagine del Financial Times l’11 settembre e dal titolo più che significativo: “Le difficili scelte dell’Europa sull’AI”. Draghi nota come l’Europa abbia significativamente rallentato dopo la pandemia e come molti dei suoi problemi, dall’eccesso di regolazione alla frammentazione della domanda, continuino a essere inevasi. Nel campo dell’AI, poi, “una crescita dominata dall’AI entra in conflitto con l’anelito di sovranità europea visto che l’Europa ha scarso controllo nella catena del valore dell’AI”. La dipendenza dai modelli americani e cinesi genera scenari imprevedibili ed essere tagliati fuori dalla corsa tecnologica significa essere tagliati fuori dalla storia. Draghi ammette che “lo spazio potenziale di sovranità europea nel campo della AI è stretto”. La soluzione individuata dall’ex presidente del Consiglio è in primo luogo quella della creazione di circuiti virtuosi di aggregazione unitaria della domanda e di uso dell’AI, specialmente avendo riguardo ai neocloud. L’esempio offerto da Draghi è quello delle europee ASML, Capgemini e Amadeus, le quali si sono impegnate ad acquistare per diversi anni le European Compute Units dell’altrettanto europea Mistral. Un meccanismo che eviterebbe il consolidamento di oligarchie Tech, essendo diffuso e partecipato. La leva per implementare un simile progetto sono i dati: l’Europa dispone di moli massive di dati dall’enorme valore, stimabile in circa 800 miliardi di euro. Aspetto questo che pone il tema, politicamente sensibile, dello stoccaggio e della custodia degli stessi. Quella dei data center, su cui Draghi si sofferma lungamente, è la questione politica per eccellenza dei nostri tempi e che affatica tanto gli americani quanto gli europei, anche se in Europa i margini di aumento delle strutture sarebbero più alti. Il data center è il ritorno del tecnologico sul territorio, l’epidermide artificiale che, per dirla alla Benjamin Bratton, spezza la percezione della virtualizzazione completa: questo comporta sindromi Nimby, rifiuti, attriti politici, lo abbiamo ben visto in Italia dove sembra definitivamente esser saltato il progetto del maxi-data center a Travagliato, vicino Brescia. E proprio ciò delinea il vero convitato di pietra della ricostruzione di Draghi: la decisione politica. Senza quella andremo dritti verso la nostra personale apocalisse, fuori dalla storia.</p>]]></description>
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				<title>Omero, salva tu i moderni Ulisse</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Antonio Pascale</author>
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				<description><![CDATA[<p>A metà degli anni 80, in una piazza casertana usata dai senegalesi per vendere mercanzia varia, quasi tutti prodotti di derivazione camorristica, mi sentii chiamare. <b>Un ragazzo che vendeva della roba stesa su un panno, mi disse: signore, pissà. Era molto insistente, si contorceva col corpo e col dito indicava il suo occhio e poi il panno con la mercanzia e continuava a ripetere: signore pissà.</b> Sono dopo ripetute cantilene intuii che pissà significava pisciare, e insomma mi chiedeva di dare un’occhiata alla roba mentre lui trovava un bagno. Così, ci fu uno scambio di persona, io divenni un venditore ambulante, di quelli che all’epoca venivano chiamati vu cumprà. Rimasi fedele all’incarico, continuai a sorvegliare la roba e subii una serie di sguardi da parte dei casertani che mi fecero sentire un italiano in Algeri, una sensazione sì estemporanea ma indimenticabile: ero un misero, passato dalla borghesia benestante a venditore di piazza.</p><p>Qualche tempo dopo quell’esperienza, leggendo per un lavoro l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/odissea_78836" target="_blank">Odissea</a>, mi fermai sul canto VI, dove si parla dell’approdo di Odisseo, naufrago, nudo, infreddolito sull’isola dei Feaci. Qui viene trovato dalla figlia del re, Nausicaa, che accoglie un uomo nudo, lacero, sporco di salsedine e infreddolito. <b>Riflettendo su tutto questo e ricordandomi di quando mi ero trovato nella parte del pissà, andai in una riunione di sezione, a Democrazia Proletaria, e proposi di fare qualcosa per i senegalesi che arrivavano in città.</b> In fondo sono – dissi – dei moderni Odissei, costretti a supplicare per superare gli scogli e i flutti e garantirsi un approdo dignitoso. E così fu che nacque un’associazione, Africa Italia. Si proponeva di accogliere i migranti e risolvere alcuni dei loro problemi, quelli legati al vitto, alloggio, al lavoro. Volevamo essere come Arete e Alcinoo con Odisseo, capaci di ascolto e garanti di un buon ritorno a casa o di un soggiorno a casa nostra. <b>Vabbè, poi fallimmo in molti dei nostri obiettivi, e l’associazione finì, del resto credo di non avere uno spiccato spirito umanistico come invece lo aveva Omero. </b>Per anni comunque, memore dell’esperienza, mi sono occupato di immigrazione e alla fine mi sono reso conto che i fenomeni migratori costruiscono sempre dei grandi paradossi che andrebbero affrontati. Per farlo è necessario un dibattito serio sul fenomeno migratorio: il nostro, e non solo quello italiano, non lo è affatto.</p><blockquote>Negli anni Ottanta mi ritrovai nei panni di un “pissà”, un venditore ambulante. Una sensazione estemporanea ma indimenticabile</blockquote><p>Non so se avete presente quegli stadi di provincia che ospitano squadre che militano in serie minori, ebbene in quegli stadi contano solo le curve, in mezzo non c’è niente, nel senso che distinti, tribune sono deserte. <b>Così sembra diventata la democrazia, una questione di curve, slogan e poca capacità e voglia di argomentare.</b> Quindi ci si barcamena tra&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/nigel-farage_75742" target="_blank">Nigel Farage</a>&nbsp;che nel suo programma elettorale dichiara che: “L’immigrazione di massa da record ha danneggiato il nostro paese... Il multiculturalismo ha importato comunità separate che rifiutano il nostro stile di vita”. E, sempre per rimanere in Gran Bretagna, vanno segnalate le dichiarazioni di Zack Polanski, leader del Partito dei Verdi di Inghilterra e Galles, che in un articolo sul Guardian (2025) ha detto che <b>“L’immigrazione è il superpotere della Gran Bretagna”.</b> In Italia, vabbè, stessa cosa, tra accogliamo tutti e remigriamo tutti, tra reel che mostrano immigrati chiamati ironicamente “risorse” che danno in escandescenza e storie a lieto fine di immigrati che sono riusciti a migliorare la propria posizione. Una polarizzazione utile sono ai fini elettorali.</p><p>Entrambe le parti sono inferocite contro l’altra, ma non abbastanza critiche nei confronti delle proprie argomentazioni. Entrambi le parti chiedono agli immigrati ciò che conviene alla loro parte (i progressisti che i migranti risolvono il problema della denatalità, i marxisti che facciano la rivoluzione, quelli di destra che i migranti si convertano e combattono gli altri migranti e che confermino i pregiudizi così che diventino bandiere elettorali), ma nessuno fa i conti con i conflitti che queste richieste ci costringono ad affrontare.<b> Il fatto è che lo si voglia o no, l’immigrazione modifica le dimensioni di una popolazione e la sua composizione in termini di età, competenze, etnia, religione o altri fattori.</b> Dunque, qualsiasi benemerita e benvenuta e valida proposta di politica migratoria (che nella sostanza significa fare delle scelte, decidere a chi dire sì a chi no), dovrebbe indurci a riflettere seriamente su come l’immigrazione influirà sulla crescita demografica – e dunque sulla composizione della popolazione. Insomma, ci sono costi e benefici che andrebbero considerati, altrimenti il dibattito si polarizza e si insterilisce.</p><blockquote>Ognuno chiede agli immigrati ciò che conviene alla propria parte: di risolvere il problema della denatalità, di fare la rivoluzione, di convertirsi</blockquote><p>Ma a proposito di paradossi, esaminiamone uno: quello legato alla demografia. Già da solo basta per complicare la questione immigrazione. Da una parte c’è un fatto acclarato: senza immigrazione, in molti paesi ad alto reddito la popolazione diminuirà a causa del calo dei tassi di natalità (problema globale, ormai solo le popolazioni dell’Africa sub sahariana hanno alti tassi di fertilità, ma caleranno anche lì). L’immigrazione può aiutare i paesi ad affrontare la sfida dell’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, a conti fatti, questo è molto meno efficace di quanto si creda. Un rapporto della Commissione europea del 2019 ha concluso che: <b>“Né un aumento della natalità né una maggiore immigrazione fermeranno l’invecchiamento della popolazione”. I migranti possono essere giovani al loro arrivo e fare più figli, ma non rimangono giovani: invecchiano allo stesso ritmo di tutti gli altri e poi se raggiungono un livello di benessere vicino al nostro riducono l’indice di fertilità.</b></p><p>Uno studio dell’Istituto MPI (Migration Policy Institute) sottolinea che il recente piano di ripresa demografica spagnolo elenca “130 misure per affrontare l’invecchiamento della popolazione e il declino regionale senza un singolo riferimento ai migranti o all’integrazione, nonostante il governo stia espandendo l’immigrazione per ragioni demografiche”. <b>A parte che molti paesi a basso e medio reddito che inviano un numero significativo di lavoratori verso i paesi ad alto reddito stanno invecchiando rapidamente, ma nei paesi di arrivo si registrano già casi di pensionati immigrati, alcuni dei quali privi di permesso di soggiorno, e molti stanno raggiungendo l’età pensionabile senza pensione né assistenza sanitaria.</b> Tra i migranti che ritornano nel loro paese d’origine dopo aver lavorato all’estero, molti perderanno il diritto alla pensione a causa di contributi frammentati. Quindi, in un’ottica di ragionevoli politiche migratorie, sarebbe necessario che i paesi esplorassero già da ora diverse e non ovvie modalità per ripartire l’onere pensionistico in modo più equo, anche concedendo ai migranti autonomia nella gestione dei propri fondi pensione. Dunque, sottolinea l’MPI: “l’immigrazione può offrire una soluzione parziale all’invecchiamento della popolazione, insieme ad altri strumenti come l’innalzamento dell’età pensionabile, gli investimenti in produttività, le politiche a favore della famiglia e le riforme della previdenza sociale. Ma affinché ciò sia efficace, l’immigrazione deve essere integrata in una strategia demografica più ampia, anziché essere considerata un suo sostituto”.</p><p>Insomma, vero è che un’elevata crescita demografica, sostenuta da un’alta ondata migratoria, comporti dei vantaggi per tutti, ma ci sono costi significativi, difficili da ignorare. I nuovi arrivati ​​hanno bisogno di case in cui vivere e mezzi per spostarsi (il boom dei monopattini e altri mezzi elettrici è legato all’immigrazione) e di svariate altre cose. Se non ci pensiamo poi formiamo dei ghetti e ce ne dimentichiamo. Per non dimenticarcene è necessario fare il conto delle risorse da impiegare. <b>Tanto per dire, nel 2023, il flusso migratorio nel Regno Unito ha determinato una crescita demografica dell’1,3 per cento, probabilmente il tasso più alto (escludendo i periodi di guerra e le loro conseguenze) degli ultimi 200 anni, ma dall’altra parte per garantire ai nuovi residenti lo stesso livello di capitale dei residenti già presenti sarebbero stati necessari investimenti pari a circa il 6 per cento del pil, un terzo di tutta la spesa per investimenti del Regno Unito.</b> Quindi, non è l’immigrazione a moltiplicare la produttività, ma il ruolo delle politiche di integrazione. Lo studio dell’MPI, esaminando il caso Paesi Bassi, scrive che “qui, tre quarti dei posti vacanti attuali potrebbero essere coperti se i migranti partecipassero al mercato del lavoro con la stessa frequenza dei nativi. Corsi di lingua, orientamento al lavoro, esperienze lavorative sovvenzionate e programmi di transizione possono consentire ai nuovi arrivati ​​un accesso anticipato al lavoro, favorendo al contempo la successiva riqualificazione professionale”.</p><p>Questo vuol dire che una seria politica migratoria non può prescindere da una altrettanto seria e finanziata politica di integrazione. Del resto, non possiamo (nemmeno è giusto) pensare all’immigrazione separandola dalle politiche abitative, infrastrutturali e pensionistiche. E questo aspetto non è quasi mai considerato, visto anche la difficoltà di ragionare e pianificare a lungo termine. Cioè, i governi dovrebbero considerare i programmi di integrazione come un investimento in produttività, non come un costo per il welfare, come invece succede spesso.</p><p><b>L’International Migration Review (tra le migliori riviste che affrontano i temi sociodemografici, economici, storici, politici e legislativi legati all’immigrazione), a firma di Martin Ruhs e Philip Martin, studia questo paradosso tra demografia e immigrazione. Propone di cercare un compromesso tra numeri e diritti.</b> C’è un tasso di immigrazione oltre il quale chi migra ottiene minori benefici economici e sociali. Facciamo due esempi. Una politica migratoria che prevede alti livelli di immigrazione ma concede ai migranti pochi diritti e nessuna possibilità di ottenere la residenza permanente o la cittadinanza. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti (dove i migranti rappresentano oltre il 75 per cento della popolazione) e altri Paesi del Golfo sono quelli che più si avvicinano a questo modello. La popolazione locale appoggia gli alti livelli di migrazione perché le norme che limitano i diritti dei migranti consentono loro di trarne vantaggio. Vantaggio è un termine gentile, in realtà si tratta di sfruttamento. In Italia, nel settore agricolo, la maggior parte della manodopera che raccoglie le nostre famose primizie made in Italy è composta da schiavi. Il paradosso è che i migranti possono essere trattati male, ma possono trovarsi (o sognano) in una situazione migliore rispetto a quella che avrebbero avuto rimanendo nei loro Paesi d’origine, quindi accettano anche questo compromesso. L’altro approccio concede maggiori diritti ai migranti. Per esempio, per molti esiste un percorso verso la residenza permanente e la cittadinanza e dunque i diritti. Ma in questo caso è più difficile garantire che la popolazione tragga beneficio dalla migrazione. <b>Se i migranti hanno accesso ai sussidi di welfare, se non sono schiavi, insomma, i pomodori non li raccolgono. Pertanto, quest’ultima sarà più propensa a selezionare i migranti da accogliere. E se ci sono leggi concepite per limitare questo rischio, un imprenditore ha più difficoltà (cioè meno convenienza) ad assumere lavoratori immigrati che si mettono sullo stesso piano degli altri non immigrati.</b></p><blockquote>La popolazione locale appoggia alti livelli di immigrazione se ne trae vantaggio, soprattutto quando i diritti dei migranti sono limitati o violati</blockquote><p>Alla fine i nostri dibattiti binari e polarizzati sulla migrazione ignorano il compromesso tra numeri e diritti, compromesso che dovrebbe costituire il sale di una buona politica migratoria (e di integrazione). <b>Ci troviamo invece di fronte a una divisione tra chi è favorevole all’immigrazione, desidera un’elevata immigrazione e al contempo elevati diritti, e chi, dall’altra parte, è contrario all’immigrazione, preferendo una bassa immigrazione e non si cura dei diritti dei migranti. Entrambe le fazioni, erroneamente, fingono che non esista alcun compromesso.</b> Considerato che nel futuro, visto lo stato dell’arte e anche la nuova geopolitica dei mercati, potremmo essere noi italiani, i nostri figli e nipoti a emigrare in Africa (già oggi con molta facilità lasciamo l’Italia), per non provare quella spiacevole sensazione di diventare dei pissà senza nessuno che ti ascolta, considerati anche i cambiamenti tecnologici (come l’AI, quali lavori saranno, quale manodopera dovremmo immaginare: matematici, informatici, assistenti, badanti, raccoglitori di pomodori?), visto che l’Ocse prevede che entro il 2060 il rapporto di dipendenza degli anziani raggiungerà il 50 per cento, ovvero per ogni due lavoratori ci sarà circa un pensionato, conviene da subito avviare politiche di integrazione (che al momento sono uno strumento sottoutilizzato sia per integrare i gruppi marginalizzati nel mondo del lavoro, sia per colmare specifiche carenze di competenze cercare accordi tra i paesi). Politiche che prevedono non solo l’apprendimento linguistico (uno studio danese ha rilevato che una formazione linguistica aggiuntiva ha aumentato significativamente i guadagni, l’occupazione e la prosecuzione degli studi), ma anche norme per integrare i lavoratori nei sistemi formali, quindi aumentare le entrate fiscali e consentire l’aggiornamento delle competenze (tenendo conto che le regolarizzazioni una tantum non sono attrattive, ma se diventano sistematiche possono incoraggiare le persone ad arrivare attraverso canali irregolari).</p><blockquote>Una buona politica migratoria (e di integrazione) dovrebbe fondarsi sul compromesso tra numeri e diritti. Compromesso del tutto ignorato</blockquote><p><b>Insomma, visto e considerato tutto questo, l’immigrazione andrebbe pianificata senza l’intervento delle curve calcistiche, anche perché laddove i flussi in eccesso sono stati fermati, è sempre avvenuto tramite accordi tra paesi.</b> Tuttavia, visto il clima su questi temi, la parola “accordo” sembra una sconfitta di una delle due curve, quando invece si tratta di un compromesso tra diritti e numeri, tra accoglienza e respingimenti. Quindi quando vedremo meno o nessun reel di persone immigrate con problemi di salute mentale che danno in escandescenza e sentiremo meno santoni proclamare il dovere dell’accoglienza, allora forse saremo sulla buona strada della pianificazione dei fenomeni migratori.</p>]]></description>
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				<title>I Machiavelli di Parigi. Cosa insegna la storia di &quot;le Florentin&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Chi c’è dietro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908" target="_blank">Roberto Vannacci</a>? Chi ha creato il personaggio, chi lo ha spinto a scendere in campo e chi sostiene la sporca dozzina dell’ex generale? Putin, Trump, l’internazionale nera o il nuovo signore delle tenebre Peter Thiel? Il giornalista che riesce a scoprirlo merita il Pulitzer. S’è affacciata anche l’ipotesi che sia una tortuosa manovra della sinistra per affondare Salvini, spaventare la Meloni e far crollare la coalizione. Forse, ma ci vorrebbe una mente sottile e perversa difficile da vedere oggi all’orizzonte. Ci vorrebbe un François Mitterrand, il presidente francese socialista, che favorì&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/jean-marie-le-pen_68951" target="_blank">Jean-Marie Le Pen</a>&nbsp;per indebolire i gollisti. Attenzione, però: ebbe solo un momentaneo ed effimero successo, e da quel momento il lepenismo s’è radicato in Francia e ne ha minato il sistema politico. <b>Ecco la storia di quel che accadde quarant’anni fa e di quel che potrebbe accadere di qui a un anno, alle ormai prossime presidenziali</b>.</p><blockquote>S’è affacciata l’ipotesi che dietro Vannacci ci sia una manovra per affondare Salvini e spaventare Meloni. Ma ci vorrebbe una mente sottile</blockquote><p><b>Lo chiamavano le Florentin per paragonarlo a Machiavelli e lui, colto intellettuale, se ne sentiva orgoglioso, non indignato</b>. Vero maestro in giri di valzer politici (e amorosi) Mitterrand nella sua vita non si era risparmiato nulla. Nato nel terribile 1916 in cui l’esercito francese stava per crollare sotto i cannoni dei Krupp, figlio di un capostazione, divoratore di libri, da giovane pendeva a destra; soldato poi sergente di fanteria, assiste al collasso della linea Maginot e nel 1940 viene fatto prigioniero dai tedeschi, evade un anno dopo e raggiunge la repubblica collaborazionista di Vichy, dove arriva a scrivere: “Se la Francia non vuole morire in questa melma, gli ultimi francesi degni di questo nome devono dichiarare una guerra senza quartiere a tutti quanti, all’interno come all’esterno, si preparano ad aprirne le dighe: ebrei, massoni, comunisti... sempre gli stessi e tutti gollisti”. Poi cambia idea, ma continua a detestare il generale de Gaulle anche se, una volta presidente della Repubblica, non disdegna di seguire le sue tracce come quando impedisce a Ronald Reagan di far attraversare la Francia dagli aerei che dovevano bombardare Tripoli e uccidere Gheddafi (non solo, informa Bettino Craxi, il quale a sua volta avverte il Colonnello salvandogli la vita). Ma torniamo al giovane “fiorentino”. Nell’estate del ‘43 Mitterrand va in clandestinità con il nome di Morland. Liberata Parigi viene messo in disparte. Nel 1946 entra per la prima volta all’Assemblea nazionale eletto nelle liste del’Udsr, l’Unione democratica e socialista della resistenza, ala moderata della gauche. Diventa seguace di Pierre Mendès France, sefardita di origine portoghese (la famiglia di chiamava Mendes de França), economista, massone, resistente al seguito di Charles de Gaulle, nel 1944 rappresenta la Francia a Bretton Woods dove si decide il sistema monetario dopo la vittoria. Quando nel 1954 forma un governo di centro-sinistra, Mendès France nomina Mitterrand ministro degli interni. Il gabinetto cade un anno dopo mentre s’acutizza la guerra in Algeria.</p><blockquote>Mitterrand lo chiamavano “le Florentin” per paragonarlo a Machiavelli e lui, colto intellettuale, non si indignava affatto</blockquote><p>A questo punto torna alla grande il torreggiante Generale che, per metter fine alla instabilità della Quarta repubblica, propone un cambio della costituzione. Mendès France si oppone, Mitterrand denuncia il “golpe bianco”. Il referendum sancisce la vittoria gollista e nasce la Quinta Repubblica. Comincia così una lunga traversata nel deserto, la sconfitta del maggio ‘68 segna l’isolamento politico della sinistra sia radicale sia moderata. Mitterrand aveva fondato il suo piccolo partito e nel 1971 si fa fautore della unificazione socialista al congresso di Epinay. Un anno dopo arriva il programma comune con il partito comunista. Il decennio successivo trascorre tra beghe interne e zigzag finché nel 1977 i socialisti alle elezioni legislative sorpassano per la prima volta i comunisti, è la premessa della svolta del 1981 che porta alla vittoria della gauche e alla conquista dell’Eliseo contro Valéry Giscard d’Estaing. L’esordio del governo è con il botto: abolizione della pena di morte, settimana di 36 ore, nazionalizzazioni delle maggiori industrie e banche (anche quella dei Rothschild), imposta sulle grandi fortune, legalizzazione degli immigrati. <b>Tre anni dopo Le Florentin dovrà invertire la rotta, le finanze pubbliche sono allo stremo, l’economia è in panne. Arriva la politica di rigore e crollano i consensi</b>.</p><blockquote>Le Pen non era un burattino del presidente. Ma col “golpe bianco” con cui si passò al proporzionale, Mitterrand creò il nemico dei gollisti</blockquote><p>Il riassuntino ci serve per preparare il 1986 anno in cui tutti i sondaggi prevedono un collasso della sinistra a favore dei neogollisti guidati da Jacques Chirac. E’ a questo punto che Mitterrand mette in scena il suo piccolo “golpe bianco”: decide all’improvviso di cambiare il sistema elettorale da maggioritario in proporzionale con l’obiettivo di attenuare la débacle socialista, ma soprattutto di creare un nemico a destra del Rassemblement pour la République guidato da Chirac. E qui arriviamo a Le Pen. Non era un burattino né un’invenzione dell’astuto presidente, sia chiaro. Bretone, figlio di un pescatore, nato nel 1928, dopo la laurea in giurisprudenza Jean-Marie si arruola nella Legione straniera, combatte in Indocina e in Algeria dove viene accusato di torture. Nel 1956 parte per Suez: la Francia con la Gran Bretagna e Israele vuole sottrarre all’Egitto il canale nazionalizzato da Gamal Abdel Nasser, l’ufficiale che con un colpo di stato nel 1952 aveva fatto cadere la fragile monarchia di Faruq. Se ci fosse riuscita la storia del medio oriente sarebbe diversa. <b>Prevalsero la logica di Yalta e la spartizione russo-americana. Arriva anche Le Pen, però è già stata raggiunta la tregua</b>. Alla Légion rimane sempre legato, anche dopo il suo sbarco in politica al seguito di Pierre Poujade, uno dei padri del populismo non solo francese, ma europeo, più dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini che predicava l’antipolitica già dieci anni prima. Nel 1958 Le Pen rompe con Poujade e viene rieletto in parlamento con il Centro nazionale degli indipendenti e dei contadini. Il suo popolo si tinge di “gloria militare”, xenofobia, nostalgia per l’uomo forte e per il fascismo. Guarda con attenzione al Movimento sociale italiano e a Giorgio Almirante che considererà sempre un maestro, tanto da condannare Gianfranco Fini come un traditore. Nel 1972 fonda il Front National e prende dal simbolo del Msi la fiamma tricolore, lo spirito del Duce che ritorna.</p><p><b>Quando l’ho intervistato nel suo “castello” di Saint-Cloud, abitazione e quartier generale alle porte di Parigi, quell’accusa tonante e velenosa contro la svolta di Fiuggi ha fatto titolo sul Corriere della Sera</b>. Ricordo che per tutto il colloquio era rimasto seduto di traverso mostrandomi solo un lato del volto, quello del suo unico occhio buono. L’altro lo aveva perso. La leggenda diceva in battaglia, altri sostenevano durante una partita di caccia, lui raccontava di una rissa, secondo Le Parisien, invece, per una malattia mal curata. Una piratesca benda nera che lo aveva aiutato a costruire il suo personaggio. Il servizio del quotidiano parigino era corredato con alcune foto del leader dell’estrema destra: in una è coperto l’occhio destro; in un’altra, scattata a distanza di anni, è il sinistro. Alla fine Jean-Marie offre la sua versione: nel 1958, durante una colluttazione, l’occhio destro è uscito dall’orbita, ma è stato rimesso a posto. Anni dopo, una cataratta traumatica gli ha oscurato il sinistro. Ma quello sguardo per forza di cose obliquo ha fatto parte del mito Le Pen.</p><p>Gli esordi del Fn sono davvero modesti: alle presidenziali del 1974 prende appena lo 0,75 per cento. Comincia l’era della grande modernizzazione lanciata dall’ex banchiere Georges Pompidou e realizzata da Valéry Giscard d’Estaing, i francesi non vogliono sentir parlare di populismo parafascista.<b> Ma la talpa comincia a scavare e il fallimento dell’Union de la Gauche cambia gli umori degli elettori</b>. Così arriviamo alle elezioni legislative del 1986 e alle manovre del Florentin.</p><p>Il presidente conosce bene gli umori dell’elettorato, le divisioni nel fronte di sinistra, i mal di pancia dei socialisti costretti a digerire la svolta moderata. E vede crescere non solo i gollisti, ma anche i centristi giscardiani. Gli è chiarissimo che dovrà ingoiare una cohabitation, cioè nominare un governo di centrodestra, il suo odiato Chirac si frega le mani nella Mairie di Parigi (era diventato sindaco nel 1977). Così Mitterrand salta il fosso e cambia sistema elettorale: non si voterà più con il maggioritario, ma con il proporzionale. La destra adesso ha un nemico alla sua destra e, come si dice anche in Francia, il nemico del mio nemico è mio amico. Il calcolo riesce solo in parte: il Front National sfiora il 10 per cento, ma certo indebolisce gli chiracchiani. Il partito socialista si salva con un buon 31 per cento, però la sinistra non ha la maggioranza e la coabitazione diventa inevitabile, mentre mancano appena due anni alle elezioni presidenziali. E il fiorentino sa che tra i socialisti il candidato sulla cresta dell’onda è Michel Rocard. Gli taglierà le gambe cambiando di nuovo la legge elettorale e presentandosi ancora nel 1988, quando batte Chirac con il 54 per cento. <b>Il Front National supera il 14 per cento, forse non va così bene come Mitterrand si aspettava, ma intanto è sdoganato, Le Pen non è più un reietto né un outsider, con il passare degli anni non sarà più nemmeno un underdog</b>. Nel 2002 arriva al ballottaggio contro l’immarcescibile Chirac per il quale votano anche i socialisti in quello che chiamano “il soprassalto repubblicano”. Alle presidenziali del 2007 si torna al confronto gollisti-socialisti, i due partiti che per molti versi sono stati i pilastri politici della quinta repubblica e ora non lo sono più. Vince Sarkozy e, bon gré malgré, Jean-Marie si prepara a lasciare le redini alla figlia Marine. Non va affatto liscia, anzi, comincia una saga dagli accenti scespiriani.</p><p>Per dare un segnale di forte discontinuità rispetto al passato, Marine – dal 2011 presidente del Fn – rifiuta di partecipare ai grandi cortei organizzati dall’associazione Manif pour Tous contro i matrimoni tra omosessuali. Un colpo duro per i frontisti storici che iniziano a denunciare sul settimanale “Minute” l’esistenza di una “lobby gay” ai vertici del partito. Una batosta ancor peggiore per il padre non più padrone. A capo della fronda c’è un’altra Le Pen, Marion, giovanissima deputata appena eletta a soli 23 anni, bionda e rampante non meno della zia (parlamentare europeo, oggi è sposata con Vincenzo Sofo di Fratelli d’Italia). Sua madre Yan è la sorella di Marine e l’ha avuta da Samuel Maréchal, fondatore del movimento giovanile del Fronte. O meglio, lui l’ha riconosciuta come sua figlia quando la piccola aveva già due anni. Secondo un’inchiesta del settimanale L’Express il padre biologico sarebbe il giornalista e diplomatico Roger Auque, che nelle sue memorie lo confermerà. Jean-Marie, Marine, Marion, Le Pen e Maréchal, la saga familiare s’intreccia con le vicende politiche. Per punire la ribelle, la zia ripulisce il partito dai dissidenti, affidando il compito al suo compagno di allora, Louis Aliot chiamato “Loulou la purge” per la sua determinazione nelle purghe politiche. E’ l’ultima goccia, il nonno si schiera con la nipote, gli altri con Marine, la quale cerca di uscire dall’ingombrante ombra di un genitore che per dispetto apre il vaso delle sue peggiori convinzioni, a cominciare dall’antisemitismo, ribadendo pubblicamente che le camere a gas sono state “un dettaglio della storia”.</p><p>Il Fn è a pezzi. La data fatidica è il 4 maggio 2015, il padre ripudia la figlia, dichiara di vergognarsi che porti il suo nome e si augura che possa perderlo il prima possibile. Marine si sente pronta alla grande sfida del 2017 contro Macron, il giovane e scalpitante cavallo di razza che si era fatto le ossa dai Rothschild come già Pompidou, al quale de Gaulle aveva lasciato la sua eredità politica. Con Jean-Marie se ne vanno anche molti finanziatori e il partito resta all’asciutto. A questo punto scatta la trappola e Marine ci cade come una principiante. Ad aprirle le porte è niente meno che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/vladimir-putin_65312" target="_blank">Vladimir Putin</a>: una banca ritenuta vicina al Cremlino, la First Czech Russian Bank, presta nove milioni di euro al Front National. <b>Non è un regalo, si pagano gli interessi, ma quel denaro puzza di zolfo e prenderà fuoco. Macron trionfa</b>.</p><blockquote>Quando Jean-Marie abbandona il partito se ne vanno anche molti finanziatori. Marine casca nella trappola: ad aprirle le porte è Vladimir Putin</blockquote><p><b>Marine è in crisi anche se rifiuta di cadere nell’ombra</b>. Scandali, offensive giudiziarie, congiure di palazzo, parenti serpenti, tutto ciò sembra averla messa in ginocchio, mentre prende quota il Bel Bardella, il volto nuovo e per bene; sembra che debba essere lui il candidato giusto, una sorta di Macron partorito dalla destra estrema, sostenuta da quella parte dell’establishment che dà per perduto il gollismo così come dall’altra parte il socialismo. Ma una Le Pen è sempre una Le Pen, e Marine non molla: <b>l’Eliseo è il culmine dei suoi campi elisi</b>, recupera anche il sostegno di Marion e si prepara alla battaglia come a una marcia trionfale, lo spirito repubblicano della Francia s’è appannato, c’è il rischio che si perda del tutto in un paese lacerato come mai da crisi e conflitti che non sono solo politici, ma economici, sociali, ideali.</p><p>Quando il 7 gennaio 2025 Jean-Marie muore, giunto ormai a 96 anni, la figlia è di ritorno da un viaggio a Mayotte, arcipelago francese nell’Oceano Indiano e gli rende omaggio solo il giorno dopo il decesso con un messaggio da vera bretone: “Buon vento e buon mare, papà”. Il Rassemblement national, come ormai si chiama il partito, rilascia un comunicato: “In oltre sei decenni di attiva lotta politica, Jean-Marie Le Pen ha dimostrato di essere un visionario, imponendo nel dibattito pubblico i grandi temi che strutturano la vita politica odierna come la demografia e il suo corollario, l’immigrazione, la globalizzazione e il declassamento della Francia, la sovranità nazionale e il rischio di diluizione nell’Unione europea”. <b>Un’agenda forse troppo moderata per Vannacci</b>, ma i Fratelli d’Italia non avrebbero potuto scriverla meglio. Meditate gente, meditate.</p>]]></description>
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				<title>L’Algeria rompe le relazioni con gli Emirati</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Luca Gambardella</author>
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				<description><![CDATA[<p>Abdelmadjid Tebboune aveva detto che riteneva gli Emirati Arabi Uniti “uno staterello” che “non appena arriva, fa scorrere il sangue”. <b>Il tono di scherno e sfida del presidente algerino si è trasformato giovedì in una decisione senza precedenti: la rottura delle relazioni diplomatiche con Abu Dhabi e l’ambasciatore emiratino costretto a lasciare Algeri entro 48 ore</b>. “Di fronte al crescente numero di azioni provocatorie e ostili da parte degli Emirati Arabi Uniti, l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/algeria_1681" target="_blank">Algeria</a>&nbsp;ha dimostrato grande moderazione e un elevato senso di responsabilità – dice un comunicato del ministero degli Esteri – Nel rispetto dei princìpi che regolano le relazioni tra gli stati, ha costantemente richiamato la loro attenzione e li ha avvertiti delle gravi conseguenze del loro deplorevole e ingiustificabile comportamento”. <b>La risposta degli Emirati Arabi Uniti finora è stata pacata. “Speriamo sia una decisione temporanea”, hanno fatto sapere da Abu Dhabi. Ma nella serata di giovedì il ministero della Difesa algerino ha interdetto lo spazio aereo ai voli militari e commerciali registrati negli Emirati.</b> Anwar Gargash, influente consigliere diplomatico del presidente Mohamed bin Zayed, ha usato i suoi consueti toni eleganti e taglienti: “Le relazioni diplomatiche si gestiscono con la ragione, la comunicazione e la chiarezza degli interessi, non con enigmi e segnali da decifrare”.</p><p><b>Pur non aggiungendo dettagli sulle motivazioni della rottura delle relazioni diplomatiche, i sospetti vanno al sostegno politico ed economico che, a giudizio dell’Algeria, gli Emirati danno al Movimento per l’autonomia della Cabilia, la regione berbera che da Algeri si estende verso est inglobando tutta la costa.</b> Il leader del movimento, Ferhat Mehenni, è in esilio in Francia e da lì ha autoproclamato l’indipendenza della Cabilia. Dal 2021 Algeri ha inserito il Movimento fra i gruppi terroristici e, secondo l’intelligence, gli Emirati starebbero facendo pressioni sulla Francia affinché dia a sua volta sostegno a Mehenni foraggiando l’indipendentismo della Cabilia. Gli algerini non hanno mai fornito prove concrete di questo piano, ma il tema dell’influenza emiratina sui movimenti indipendentisti nel mondo arabo è molto temuto. Abu Dhabi sostiene economicamente e militarmente gli indipendentisti tuareg in Mali, il governo non riconosciuto di Bengasi in Libia, il Consiglio di transizione del sud dello Yemen, il Somaliland e il Jubaland in Somalia, le Rapid Support Forces in Sudan. Laddove ci sono forze “secessioniste”, il paese del Golfo attiva la sua macchina diplomatica ed economica per sostenerle, in medio oriente e in Africa.</p><p>Le tappe che hanno portato alla fine delle relazioni con l’Algeria partono da lontano, almeno dal 2020. A novembre di quell’anno, Abu Dhabi ha deciso di aprire un consolato a El Aaiun, capoluogo del Sahara occidentale, riconoscendo di fatto la sovranità del Marocco sulla regione – sovranità contestata dall’Algeria che invece sostiene le rivendicazioni indipendentiste sahrawi del Fronte Polisario. Negli stessi mesi, gli Emirati e Israele hanno siglato gli Accordi di Abramo, una normalizzazione contestata da Algeri. Senza citare espressamente Abu Dhabi, Tebboune rilanciò qualche anno dopo, quando accusò il “micro stato” di destabilizzare il Sahel, dove i colpi di stato a ripetizione tra Mali, Niger e Burkina Faso, sostenuti dagli Emirati, avevano assestato un duro colpo all’influenza politica algerina nella regione. La prima conseguenza fu la decisione della giunta militare che aveva preso il controllo del Mali di ritirarsi dagli accordi di Algeri del 2015, quelli sottoscritti fra il governo precedente e i separatisti tuareg con la mediazione algerina. Una decisione dall’impatto devastante per la stabilità dei confini meridionali dell’Algeria, dove oggi al Qaida e i tuareg sono alleati in una guerra infinita contro la giunta militare di Bamako, sostenuta dagli Emirati. La stessa frattura si rinnova anche in Libia, dove Abu Dhabi sostiene l’est di Khalifa Haftar mentre Algeri appoggia il governo di Tripoli.</p><p>Si va dunque consumando uno scontro fra due visioni in fondo simili per finalità – parlare e trattare con tutti, pur di fare il proprio interesse – ma diverse nelle modalità – l’Algeria con il suo approccio tradizionalmente anti israeliano e terzomondista, da “non allineato”, gli Emirati con il potere del denaro, interlocutore prediletto dell’occidente. Tebboune spera che altri paesi seguano “‘l’esempio” dell’Algeria e rompano con Abu Dhabi. Una scommessa azzardata perché per ora, fra lui e bin Zayed, il più isolato sembra il presidente algerino.</p>]]></description>
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				<title>Caro Adriano, ecco il mio totale dissenso</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>Caro Adriano, siccome sai che stima e affetto sono il cuore esagerato della mia adesione senza riserve a tutto quello che rappresenti come amico e come persona, un tipo che usa la ragione senza compromessi ma senza boria, saprai anche valutare come si deve il mio dissenso radicale dai tuoi due articoli sulla vergogna, compresa la chiamata in causa del ricordo struggente di Carlo Ginzburg. Resto basito all’idea che tuoi ragionamenti e sentimenti possano associarsi alle ovazioni di Venezia, luogo veramente triste e non in metafora, per la denuncia filmata, “Naza”, del “genocidio” di Netanyahu. E all’idea che tu abbia scambiato per un discorso dignitoso di stato l’esibizione posh, snob, ridicola, di quel ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, che ci ha voluto commuovere, precisando oltre il tollerabile che lo ha fatto da fiero ebreo, sulla decisione di colpire Israele per il rifiuto della strategia dei due stati, palestinese ed ebraico, e per i crimini di guerra del suo esercito nella campagna di Gaza dopo il 7 ottobre, visto che per uno come lui è “illegal” o “unlawful” battersi per la propria vita. Non senza aggiungere che, questa volta da fiero politico laburista inglese, il suo paese assume la leadership della campagna internazionale scatenata contro l’esercito più morale del mondo, senza virgolette (il conquistatore della libertà e di Dresda si rivolta nella tomba).</p><p><b>Secondo me la vergogna, caro Adriano, è un sentimento decente e comprensibile, ma solo se riflette la coscienza in sé della colpa, altrimenti è un egotismo da indignazione che fa figura nel campionario deludente dell’eroismo etico</b>, non solo quello degli eroi alla caccia dell’onore e della gloria, anche quello dei renitenti e dei codardi che applaudono per venticinque minuti la filmografia umanitaria socialmente accreditata invece di ripassarsi le immagini dei kibbutz in fiamme e dei bambini e delle donne strangolati perché ebrei e solo perché ebrei, al grido premio Oscar di Allahu Akbar. Se la vergogna è rispetto, pudore, aidos nella classificazione storica e filologica di Robin Lane Fox quando parla dell’Iliade, è anche magnanima e non dipende dal giudizio degli altri, non è mai vergogna per altri o contrassegnata dagli altri.</p><p><b> La colpa invece è il senso circoscritto nella coscienza, impermeabile alle relazioni umane generiche, il senso preciso e aspro del nostro rapporto personale con il mondo, e se la vergogna scompare con noi, la colpa, come è noto, e non solo per ragioni omeriche o bibliche, ci segue nel sepolcro, non è il nostro ego ma il nostro sudario.</b> Il 7 ottobre fu il giorno della colpa, irrimediabilmente. E fu colpa collettiva, come quella dei campi della Seconda guerra mondiale, quella dei volenterosi carnefici e di tutti noi che abbiamo assistito alla cosa, quella alla cui memoria era stato eretto il monumento berlinese dannato dal neonazista svergognato che vince le elezioni. Altrimenti non parleremmo di pogrom, il simbolo plurisecolare della colpa collettiva, come sanno generazioni di tedeschi educati alla democrazia costituzionale e all’uso responsabile della loro storia.&nbsp;</p><p>E non dimenticheremmo così facilmente che non un solo palestinese è mai stato ucciso perché palestinese, e che i palestinesi uccisi, prima di tutto i bambini ma non solo, sono vittime della ferocia assassina di altri palestinesi che li hanno usati come scudi umani. Se un popolo vuole annientare un altro popolo, e la chiama resistenza, costruendo il rifiuto dei due stati in decenni di trame terroristiche sopra un reticolo sotterraneo dell’orrore, e se sul 7 ottobre distribuisce caramelle ai bambini per festeggiare, non merita alcuna punizione, quella come diceva Nietzsche se l’è presa Gesù Cristo, ma la colpa sì, e le colpe si espiano o si correggono anche con la guerra, che è un orrore al di là del bene e del male ma non è unlawful come pensa l’eroe che affetta la vergogna e l’ambizione elettorale a Westminster.</p><p>Ieri, qui, era apparsa la seconda puntata dei tuoi due articoli sulla vergogna. E dopo averti letto l’occhio mi è caduto su questa citazione di Simone Weil scelta da Matteo Marchesini in una polemica robusta e ineccepibile contro la vera essenza del wokismo: <b>“La libertà totale nel proprio ambito è essenziale all’intelligenza, e ovunque ci sia disagio dell’intelligenza c’è oppressione dell’individuo da parte del sociale, che tende a diventare totalitario”</b>. Secondo me, caro Adriano, siamo proprio in questa situazione, cervelli all’ammasso e sloganistica antisionista e antisemita anche in smoking, e chiunque come te è libero e intelligente deve rifiutarsi a questa oppressione del “sociale totalitario” che fa dell’umanitarismo, anche il più alto nelle intenzioni e nella volontà, uno strumento di rimozione della colpa e della coscienza della colpa per sé, sostituendolo con lo spazio troppo abbondante e facile della vergogna per gli altri.</p>]]></description>
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				<title>I missili degli houthi, lo spionaggio russo e cinese, la propaganda. Il report sugli utilizzi di Claude</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Priscilla Ruggiero</author>
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				<description><![CDATA[<p>Due giorni dopo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/09/10/news/un-altro-fuoriuscito-dal-settore-dice-lai-ci-distruggera-tutti--407060">le dimissioni del ricercatore di Anthropic Jacob Coxon,</a>&nbsp;che su X aveva  scritto  che  l’azienda di intelligenza artificiale e la sua rivale, OpenAI, stanno correndo a tutta velocità verso <b>una superintelligenza  che causerà l’estinzione dell’umanità entro il 2030,</b> l’azienda ha pubblicato per la prima volta  dall’inizio dell’anno&nbsp;<a href="https://www.anthropic.com/threat-intelligence-report-september-2026">un report di 154 pagine</a>&nbsp;in cui elenca  tutte <b>le attività dannose commesse negli ultimi otto mesi sul  suo chatbot basato sull’AI, Claude</b>.&nbsp;</p><p>Coxton, che in passato aveva lavorato anche per OpenAI, ha ribadito nella sua lettera di dimissioni alcuni dubbi già sollevati sulla possibilità che la tecnologia sfugga al controllo umano e che i sistemi possano    violare infrastrutture critiche o costruire<b> “armi biologiche in grado di causare l’estinzione di massa”. </b>Nel rapporto pubblicato giovedì, Anthropic, tra le varie minacce informatiche subite, scrive di aver individuato e contrastato proprio alcuni  tentativi di utilizzare il suo modello di AI <b>per “attività dannose” che potrebbero favorire lo sviluppo di armi biologiche.</b> I casi di studio in cui gli scienziati   hanno utilizzato il chatbot per ricerche biologiche sono cinque, tra questi uno scienziato  lavorava a una richiesta di finanziamento statale per studiare il virus trasmesso dalle zanzare chikungunya, il più preoccupante secondo le ricerche perché sarebbe stato condotto presso un istituto di ricerca militare.  “L’uso improprio di materiali biologici è uno dei rischi più gravi dei modelli di intelligenza artificiale all’avanguardia”, ha scritto l’azienda, e  <b>“senza le dovute garanzie, tali capacità potrebbero avere conseguenze catastrofiche”</b>, nonostante nei casi specifici non fosse certa delle intenzioni. Le ricerche potrebbero  essere utilizzate   per creare armi biologiche come per sviluppare vaccini o cure per le malattie e Jacob Klein, responsabile dell’intelligence sulle minacce di Anthropic, ha detto al New York Times: “Non si tratta di un personaggio dei fumetti che dice: ‘Ehi, voglio costruire un’arma biologica per uccidere tutti’: è molto più complesso di così”.</p><p>La sezione sullo sviluppo di armi biologiche è solo una parte del rapporto di Anthropic, preso di mira oltre che da scienziati da <b>attacchi hacker, da gruppi finanziati da stati, fornitori di spyware  e propagandisti.</b> “Gli attacchi sofisticati non richiedono più hacker altrettanto sofisticati”, avverte l’azienda, e infatti tra gli attori spesso presenti nei report sulle minacce straniere ne figurano di nuovi, come gli houthi, il gruppo yemenita finanziato e sostenuto dalla Repubblica islamica dell’Iran. Anthropic nel suo elenco non cita mai gli<b> houthi,</b> ma scrive di aver “identificato una cellula di attori ostili con base nello Yemen settentrionale” – controllata in gran parte dal gruppo ribelle – “che gestisce tre programmi di sviluppo di armi”. La milizia filoiraniana avrebbe utilizzato Claude “al posto di ingegneri informatici umani per sviluppare il software di guida, navigazione e controllo che manovra e stabilizza un veicolo volante” <b>per la produzione di razzi guidati, missili balistici e ipersonici.</b> L’azienda scrive di aver bloccato molte delle richieste fatte dal gruppo, ma non tutte, perché sono state utilizzate diverse tattiche per eludere le misure.   “Non abbiamo prove che gli attori siano riusciti a mettere in funzione un dispositivo operativo; tuttavia, hanno effettuato un test di lancio di un razzo guidato  sul campo, che  sembra essere fallito: nel giro di poche ore, gli attori sono tornati a Claude per capire il motivo del fallimento”.</p><p>Il caso yemenita fa parte di un tipo di minaccia che per l’azienda di intelligenza artificiale è nuova, cioè  il  tentativo di utilizzare Claude per sviluppare software per la progettazione e lo sviluppo di armi convenzionali, tra cui <b>armi da fuoco, missili, droni armati, bombe e altre munizioni</b>: oltre alla milizia ribelle, il report descrive in dettaglio  <b>tre casi di questo tipo dalla Cina e due dalla Russia</b>. Poi operazioni informatiche di spionaggio (la maggior parte sempre da parte del Cremlino)   per costruire sciami di droni assassini autonomi sfruttando i dati provenienti dai campi di battaglia ucraini,   campagne di propaganda filorussa in   Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, poi Malesia, Iran e Bangladesh. Un programma del governo cinese   utilizzava Claude per tracciare e <b>sorvegliare gli uiguri in Siria</b> e  i giornalisti della diaspora uigura, cardinali cattolici   in tutta l’Asia, i vertici della Chiesa presbiteriana di Taiwan, <b>membri della società civile buddista tibetana</b>,  l’amministrazione in esilio  e  i dissidenti interni. Anthropic definisce questi attori “gruppi sospettati di essere finanziati da stati, criminali a scopo di lucro, fornitori di spyware commerciali, istituzioni di propaganda statale e individui con motivazioni politiche. Pubblichiamo questo lavoro perché crediamo di avere la responsabilità di divulgare gli usi impropri e dannosi dei nostri servizi. Man mano che i modelli diventano  più sofisticati, i rischi aumenteranno, a meno che gli sviluppatori di AI e chi si batte per la sicurezza della società non intervengano   per renderli più sicuri”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Che faccia ha Hamas nell&#039;inchiesta di Haaretz</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si pensava che il 7 ottobre potesse finire lo scorso anno, quando un accordo per la liberazione di tutti gli ostaggi vivi e la restituzione dei corpi dei morti era stato concluso fra Israele e Hamas e con vari mediatori coinvolti dagli Stati Uniti. Invece il giorno atroce di Israele ha continuato a vivere nella quotidianità del paese e si è fatto fantasma e vicolo cieco della campagna elettorale per  il voto del  27 ottobre. Si è visto questa settimana con l’articolo pubblicato dal quotidiano Haaretz.&nbsp;</p><p>L’esclusiva, che racconta  l’avvertimento che Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto dal presidente degli Emirati Arabi Uniti, si è aggiunta al supplizio di una campagna elettorale diventata il barometro delle divisioni nel paese, delle rabbie accumulate, delle paure che da tre anni non si placano. Un’autoanalisi continua, una colpevolizzazione straziante incline all’autoflagellazione che sta cambiando i tratti di quello che avvenne quel giorno: un massacro perpetrato da Hamas che intendeva colpire cittadini israeliani e sorprenderli assopiti nei loro letti oppure sballati alla luce dell’alba nel deserto del Negev – i ragazzi del Supernova festival, in realtà, furono un dono inatteso per i piani di mattanza dei terroristi di Hamas che vedendo tanti giovani insonni si fermarono e tardarono l’assalto contro alcuni dei kibbutz. Uno dei problemi dell’inchiesta di Haaretz, giornale di opposizione dura al premier Benjamin Netanyahu, è che, per demonizzare il primo ministro, indulge nei confronti dell’organizzazione terroristica e del suo leader, Yahya Sinwar, che emerge come dedito ai negoziati economici e ansioso di concluderli prima dell’attacco e incline a rilasciare gli ostaggi quasi nell’immediato dopo il pogrom. Michael Milshtein, ex ufficiale dell’intelligence, capo del Forum per gli studi palestinesi del Centro Moshe Dayan, ha trascorso la sua vita professionale a studiare Hamas e, leggendo l’inchiesta, “non ho potuto non pormi delle domande”, ammette parlando con il Foglio. Le sue domande non sono sulle responsabilità del primo ministro, “credo che il cuore del rapporto sia vero,  che  un avvertimento da parte degli Emirati gli sia arrivato, riguardava qualcosa di preoccupante che accadeva a Gaza.  Ma dubito che Bin Zayed conoscesse i dettagli”. Per Milshtein non è ragionevole che Sinwar abbia cercato di comunicare a Israele le sue intenzioni, “credo piuttosto che gli avvertimenti arrivati fino agli Emirati fossero una ricostruzione fatta da Mohammed Dahlan – ex funzionario di Fatah, compagno di università di Sinwar, fuggito dalla Striscia perché diventato bersaglio degli islamisti – che parlando con i leader di Hamas ha iniziato a nutrire dei sospetti e li ha fatti arrivare fino a Bin Zayed. E’ questa la ricostruzione che credo più accurata, non penso che Sinwar abbia voluto far sapere le sue intenzioni a Israele”. Milshtein parte da un presupposto semplice: il 7 ottobre non è stato organizzato in due settimane o in un mese. Sinwar non si è messo a pensare a come ammazzare quanti più israeliani possibili quando Netanyahu smise di prestare attenzioni ai negoziati per la tregua nella Striscia, “ha passato anni ad architettare ogni singolo elemento e ora, secondo l’inchiesta, voleva che Israele sapesse e arrivasse a bloccare il suo piano? E lo manda a dire agli Emirati? Per Sinwar il 7 ottobre era la missione della sua vita, l’offensiva su cui ha messo la firma, è forse ragionevole credere che improvvisamente volesse rinunciarci per le relazioni economiche di Gaza, per i contratti dei lavoratori?”. Non è Sinwar l’uomo che manda un messaggio per veder fallire la sua offensiva distruttiva che tanto aveva pensato e di cui aveva parlato e che aveva promosso. “Dai documenti portati fuori da Gaza, si legge che non erano certo i lavoratori l’oggetto della sua attenzione. Alcune parti dell’articolo sono strane, a volte suonano ridicole”. E’ mentalità, è costruzione di una carriera, “Sinwar lavorava per il jihad, non per gli accordi economici”. Ha avuto pazienza, ha atteso, ha stravolto Israele e ha causato una guerra che ha distrutto la Striscia. “Pianificava tutto per motivi ideologici, un terrorista ragiona così, non cerca ragioni per essere fermato, non rinuncia alla sua guerra per il benessere economico”. Secondo l’inchiesta anche il capo dei servizi segreti dello Shabak era stato allertato, prima di Netanyahu, e comunque non avrebbe fatto nulla. Soltanto a quel punto, Bin Zayed si decise a chiamare il premier, “gli Emirati sapevano qualcosa, avevano più percezioni che evidenze. Non esiste che un capo dello Shabak rimanga immobile di fronte un forte avvertimento”.</p><p>Tutto il medio oriente guarda questa campagna elettorale che procede a schiaffi (figurati), anche i leader del mondo arabo hanno le loro preferenze, “vorrebbero un altro governo, pur sapendo che la politica estera sarebbe identica, ma Netanyahu è visto come un fattore di instabilità soprattutto interna. Nessuno si farà promotore di una politica estera diversa, questo lo sanno. Preferire chiunque basta che non sia l’attuale premier, per il mondo arabo vuol dire cercare la soluzione meno peggiore”. Quello che si capisce, anche dal canale diretto creato da Bin Zayed con Netanyahu, è che un Israele instabile ora non lo vuole nessuno, “se non le bande dei terroristi di Gaza”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il costo del “no” americano ai sauditi nel conflitto contro gli houthi</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Secondo Axios, il principe ereditario saudita,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mohammed-bin-salman_1757" target="_blank">Mohammed bin Salman</a>, avrebbe chiamato il presidente americano Donald Trump per chiedergli di intervenire militarmente contro gli houthi, ma il capo della Casa Bianca si sarebbe rifiutato. <b>Per ora, ha detto Trump, gli Stati Uniti non hanno intenzione di intervenire direttamente, </b>nonostante gli houthi abbiano conquistato Mokha, una città costiera dello Yemen, ottenendo così una posizione che consente loro di avvicinarsi e minacciare ancora di più allo Stretto di Bab el Mandeb, un punto fondamentale di passaggio per il commercio globale e soprattutto per il petrolio saudita.</p><p><b>Dopo la conquista del gruppo, i prezzi del petrolio sono schizzati, ma Trump è immobile, nonostante sia chiaro che gli houthi non agiscono da soli, ma concordando le loro mosse con la Repubblica islamica dell’Iran, che li finanzia e li arma. </b>Insieme gli houthi e Teheran stanno tenendo in ostaggio lo Stretto di Hormuz e quello di Bab el Mandeb, e il secondo, nel momento in cui gli americani stanno cercando di ristabilire l’ordine nel primo, è la nuova arma con cui ferire Trump e i suoi alleati– a inizio estate i sauditi ritenevano di poter fermare gli houthi da soli, la situazione è cambiata. Il presidente americano ora pensa alle sue elezioni di metà mandato, alle mance elettorali, al Partito repubblicano che risente anche della sua guerra contro l’Iran che agli elettori americani non è piaciuta, e Teheran ha deciso di provocarlo in questo periodo di immobilità, in cui gli Stati Uniti non sono interessati ad azioni di guerra forti. <b>Usano gli houthi per aumentare i danni del conflitto e anche per godere di questo momento di paralisi trumpiana.</b> Così Trump dice di “no” ai sauditi, voltando le spalle a un alleato che gli farà pesare questi rifiuti in futuro, e mostra agli iraniani che il loro gioco funziona. Uno dei problemi del capo della Casa Bianca è che pretende l’aiuto degli alleati ma non lo restituisce.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Spiegare l’Afd con le imprese e i governi immobili non con l’Europa cattiva</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Lorenzo Bini Smaghi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Scorrono in questi giorni fiumi di inchiostro per spiegare&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/06/news/non-si-scherza-con-londa-neonazista-afd-stravince-in-sassonia-anhalt--406722" target="_blank">il successo del partito neo-nazista Alternative für Deutschland</a>&nbsp;alle elezioni del Land tedesco della Sassonia-Anhalt. <b>L’aspetto più interessante, anche se non sorprendente, del dibattito in corso, è la facilità con cui le responsabilità vengono scaricate su altri, seguendo uno schema populista diventato ormai contagioso.</b> Come spesso avviene, il capro espiatorio preferito dalla classe politica, oltre che da quella imprenditoriale, è oramai l’Europa. Il ragionamento è semplice. La Sassonia-Anhalt è una delle regioni che hanno maggiormente sofferto della deindustrializzazione che colpisce il continente. E’ in queste regioni abbandonate che si sviluppa il sentimento antidemocratico e che viene rigettata la classe dirigente tradizionale. La responsabilità principale di tutto ciò dell’Europa e delle sue famigerate politiche, a cominciare dal Green Deal. Il settore automobilistico viene spesso citato come esempio dell’eccesso di regole europee e della mancanza di protezione rispetto alla spietata concorrenza cinese. <b>In sintesi, al cuore della questione democratica europea vi è l’incapacità di proteggere le imprese. Secondo questa tesi, la democrazia va difesa attraverso la reindustrializzazione dell’Europa.</b></p><p>La tesi è affascinante. Non è peraltro dissimile da quella sostenuta dal movimento Maga, che fa della deindustrializzazione del Midwest la causa di tutti i mali della democrazia americana. La tesi è però sbagliata, da molti punti di vista. <b>Innanzitutto, non è vero che l’industria sia il baluardo della democrazia.</b> In Germania, come mostra un recente articolo del <i>Financial Times</i>, i partiti populisti sono forti nelle regioni ad alta concentrazione industriale dell’Est, ma meno nei Land occidentali. In altri paesi, ad esempio in Francia o nei Paesi Bassi, questi movimenti anti-democratici sono presenti soprattutto nelle regioni rurali e nelle piccole città. Il fenomeno è dunque molto più complesso e non dipende dalla prevalenza di un determinato settore quanto dall’arretratezza del tessuto economico e sociale, che rende difficile l’adattamento ai cambiamenti tecnologici. Un problema che non sparirà con la diffusione dell’intelligenza artificiale. <b>Difendere l’industria a tutti i costi non è dunque una soluzione. Rischia al contrario di aggravare il problema.</b> Anche perché il disagio provocato dal calo dei redditi e dell’occupazione manifatturiera, in particolare nel settore automobilistico, non nasce dai vincoli europei ma dall’incapacità delle imprese di stare al passo con la concorrenza. Le automobili cinesi sono meno care, ma anche di migliore qualità, soprattutto nelle gamme più accessibili. <b>La competitività cinese nasce dagli ingenti investimenti effettuati per ammodernare i processi produttivi, ormai ampiamente robotizzati, e dalla massiccia riduzione di occupazione.</b> Negli ultimi vent’anni, la manifattura cinese ha perso circa 18 milioni di posti di lavoro.</p><p>Pensare, in questo contesto, di rimanere competitivi mantenendo costante il numero di occupati e sussidiando le vecchie tecnologie è stato, e rimane, una illusione delle classi politiche e imprenditoriali europee. Senza una politica industriale e energetica che incentiva l’innovazione, le aziende europee continueranno a produrre, con impianti antiquati, beni la cui domanda è in graduale contrazione. E qui veniamo al punto cruciale. In Europa, le politiche industriali sono una prerogativa dei governi nazionali. <b>Queste politiche sono state principalmente orientate a salvare le aziende in difficoltà – spesso su richiesta delle aziende stesse – piuttosto che a incentivare l’innovazione e la crescita dimensionale, come è avvenuto invece in Cina. Gli aiuti di Stato, pur limitati dalle norme comunitaria, vengono gestiti guardando al passato, invece di essere utilizzati per favorire la competitività.</b></p><p>Le politiche sociali, anch’esse di competenza nazionale, tendono a privilegiare la difesa dei posti di lavoro, anche nei settori che non hanno prospettive, invece di investire in capitale umano per usare le nuove tecnologie. La politica commerciale è invece di competenza comunitaria, ma per molti anni le imprese, in particolare quelle tedesche e italiane, si sono opposte all’introduzione di dazi selettivi nei confronti della Cina, preferendo continuare a esportare e ad investire in quel paese, fin quando era possibile, anche a costo di trasferirvi tecnologia. Ora che la tecnologia cinese è diventata migliore, gli imprenditori europei chiedono di essere protetti. <b>La causa del populismo non è delle istituzioni e delle politiche europee ma piuttosto nell’incapacità dei governi e del mondo imprenditoriale di adottare politiche di innovazione e di rafforzamento del tessuto sociale per aiutare i più deboli.</b> Certo, è più facile dare la colpa di tutti i misfatti all’Europa. Finora era lo sport preferito dei populisti. Ora è diventato anche quello delle élite.</p>]]></description>
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				<title>Il Canada e l’Ucraina: cent’anni di alleanza</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il primo “Drone deal” nelle Americhe l’abbiamo siglato con il Canada, ha scritto il presidente ucraino&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/volodymyr-zelensky_1849" target="_blank">Volodymyr Zelensky</a>, sottolineando affilato che in quell’emisfero occidentale che l’indifferente Donald Trump vuole conquistare, <b>il paese più solidale e anche visionario è il Canada, costantemente attaccato dal presidente americano</b>. L’ordine globale degli ultimi decenni non esiste più, ma sta a noi definire e modellare quello che verrà, e certo l’avvicinamento del Canada all’Unione europea e il primato tecnologico e militare dell’Ucraina faranno parte di questa nuova forma. <b>Zelensky, in visita, e il premier canadese, Mark Carney, hanno siglato un accordo di cent’anni per la produzione congiunta di droni, tecnologie antidrone e munizioni nell’ambito di una nuova partnership nella difesa</b>. Carney, che la prossima settimana parteciperà come ospite d’onore al discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen, è pronto a contribuire con la tecnologia canadese al programma europeo di missili anti balistici Freyja.</p><p>Il Canada sta anche preparando un nuovo pacchetto di sanzioni per l’autunno per ostacolare la produzione russa di missili balistici, mentre Carney ha annunciato un pacchetto da 253 milioni di dollari di intercettori critici per la difesa aerea dell’Ucraina (da consegnare attraverso gli Stati Uniti) e altri 311 milioni di dollari in garanzie sui prestiti per aiutare l’Ucraina con le forniture di gas naturale per l’inverno. L’Amministrazione Trump continua la sua strategia dell’indifferenza – o della manipolazione, dipende dai momenti – e ha lasciato l’Ucraina nuda di fronte alle nuove armi di Vladimir Putin. <b>Carney deve difendersi dagli attacchi commerciali dell’America, ma intanto si assesta più vicino all’Europa e al paese europeo che più si merita cent’anni di alleanza</b>.</p>]]></description>
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				<title>Gli svedesi votano spaccati su molto ma uniti contro il Cremlino</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Domani la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/svezia_985" target="_blank">Svezia</a>&nbsp;voterà per la prima volta da quando è entrata nella Nato. <b>Il paese si prepara a rinnovare il Parlamento ed è di fronte a un bivio “che potrebbe cambiare la sua storia, il suo futuro”, dice Magda Andersson</b>, leader della variegata coalizione di centrosinistra che sfida il governo di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/ulf-kristersson_2407" target="_blank">Ulf Kristersson</a>, orientato a spostarsi ancora più a destra. Fino a pochi giorni fa i sondaggi andavano verso un epilogo scontato, in netto favore dell’opposizione. Poi però i socialdemocratici hanno iniziato a perdere terreno: alla vigilia della chiamata alle urne il quadro si presenta piuttosto incerto, con il vantaggio delle forze di minoranza assottigliatosi fino ai 2,5 punti percentuali.</p><p><b>La corsa finale sarà decisiva e si gioca su tre fronti principali: sicurezza, welfare e minaccia russa</b>. Su cui a parole c’è preoccupazione bipartisan, e che pure potrebbe aver inquinato anche questa campagna, dopo molte altre in Europa. Il premier Kristersson guida il Partito moderato, sostenuto da una maggioranza di forze conservatrici ma anche dall’appoggio esterno dei Democratici svedesi: una formazione di estrema destra, populista e antisistema, che negli ultimi anni ha conquistato grosse fette di consenso ponendosi come argine all’immigrazione e alla presunta islamizzazione del paese. Era già stato il secondo partito più votato nel 2022, da lì è rimasto stabilmente attorno al 20 per cento. <b>La novità che scompagina il quadro parlamentare?</b> Questa volta e per la prima volta, ha annunciato Kristersson, i Democratici svedesi farebbero parte a tutti gli effetti della futura coalizione di governo.</p><p>Un’eventualità che ha allarmato ampie fette di opinione pubblica, nonostante le rassicurazioni dei diretti interessati – con annesse scuse per le loro radici neonaziste e antisemite, da cui si impegnano a dissociarsi. Dalla parte opposta, il problema dei socialisti di Andersson – lo scrive anche il Financial Times – è che in queste ultime battute di campagna elettorale il cavallo di battaglia è stato il cosiddetto <i>green reset</i>: una sorta di riposizionamento ecologico dell’agenda di governo, sfruttando l’ampia disponibilità di materie prime sul versante energetico e manifatturiero. Oltre agli slogan, anche una necessità determinata dagli eventi – come la recente bancarotta di Northvolt, produttore strategico in Europa di batterie al litio stritolato dalla concorrenza tecnologica cinese. Ma non si tratta di un tema che attrae i cittadini alle urne. Per questo stanno guadagnando terreno le forze di centro, che potrebbero ricoprire un ruolo chiave nelle prossime settimane. <b>Un paradosso, in Svezia: il Centerpartiet e i Liberali siedono fianco a fianco a Bruxelles, tra le file di Renew Europe, ma a Stoccolma hanno scelto destini opposti</b>. I primi si sono schierati con la sinistra, puntando a fare da cordone sanitario contro i Democratici svedesi ma anche da “voce saggia” all’interno di un eventuale esecutivo marcatamente ideologico. I secondi invece sono già al governo e a lungo si sono opposti all’ingresso dei sovranisti: alla fine, a fronte di un’inversione di rotta sui toni e sui contenuti, hanno ceduto anche loro.</p><p>La spaccatura sembra difficile da spiegare all’elettorato moderato, che al contempo però si è spostato a destra. Sta soprattutto al Centerpartiet, forte di un buon 7-8 per cento, diventare l’ago della bilancia in questa tornata. E indirizzare le forze progressiste verso un approccio più alle criticità di un modello di welfare chiamato ad affrontare i costi dell’integrazione etnica e dell’invecchiamento demografico. Sullo sfondo incombono le ingerenze del Cremlino. Rispetto alle nostre latitudini, in Svezia prevale un realismo dettato dalla geografia: la Russia è il pericolo più grande, l’Ucraina l’alleato da aiutare. Lo sostengono senza ambiguità tutti i partiti. Eppure la stessa Russia ne predilige alcuni rispetto ad altri: in questi giorni la socialdemocratica Andersson, citando un’indagine dell’associazione antirazzista Expo, ha chiesto al primo ministro Kristersson di “provvedere urgentemente alle infiltrazioni dei putiniani nell’estrema destra”. Un’apprensione diffusa a livello europeo, e che i Democratici svedesi, almeno a parole, non intendono rinnegare: <b>se i filorussi dovessero essere individuati, ha risposto il leader dei sovranisti Jimmie Akesson, saranno espulsi dal partito</b>.</p>]]></description>
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				<title>“Non vediamo il prossimo 11/9”</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>"L’Inghilterra è più in pericolo oggi che l’<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/11/news/il-tarlo-delloccidente-25-anni-dopo--407209" target="_blank">11 settembre 2001</a>”. Lo ha detto ieri Ken McCallum, il capo dell’MI5, l’agenzia di sicurezza britannica. I servizi di intelligence non devono soffermarsi sulle minacce del passato, ma accettare l’idea che un “nuovo shock strategico”, sulla falsariga degli attentati dell’11 settembre, potrebbe essere già in fase di preparazione in ambiti che sfuggono alla loro attenzione. “Sappiamo che il prossimo shock strategico, per definizione, non assomiglierà a quello precedente”, ha scritto McCallum sull’Independent. <b>“La scomoda verità è che il prossimo shock strategico potrebbe già prendere forma in un luogo dove non stiamo ancora guardando”.</b></p><p>McCallum ha fatto l’esempio di un complotto terroristico sventato negli scorsi mesi, volto a uccidere centinaia di persone attraverso attacchi armati contro la comunità ebraica di Manchester (dove c’è stato un attacco mortale alla sinagoga durante Yom Kippur).</p><p>Dopo che il governo Burnham ha approvato una serie di sanzioni contro gli insediamenti israeliani, l’ex ministro per la Sicurezza britannico, Tom Tugendhat, ha rivelato: “Israele è uno dei nostri più importanti partner nell’intelligence e lo è da moltissimi anni. Posso dirvi, in qualità di ministro della Sicurezza, che molti attacchi sono stati sventati grazie alla collaborazione con Israele, che ci ha aiutato a proteggere i cittadini britannici da attacchi terroristici”.</p><p><b>Eppure, sembra che noi europei dall’11 settembre non abbiamo imparato molto. </b>Si persiste nell’illusione di poter barattare la sicurezza collettiva con una coscienza irreprensibile. Israele insegna il contrario: la sopravvivenza delle democrazie esige il realismo, non l’autoindulgenza morale. E chi rinuncia agli alleati più efficaci in nome di una virtù ostentata non ottiene l’innocenza, ottiene soltanto una maggiore vulnerabilità.</p>]]></description>
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				<title>Trump stravolge la memoria dell’11 settembre. Il generale Caine la recupera, per tutti</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 05:53:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ieri New York ha ricordato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/09/07/news/il-giorno-in-cui-a-manhattan-la-storia-e-cambiata-per-sempre--406600">le vittime dell’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, venticinque anni fa</a>, con i minuti di silenzio, la parata solenne e composta, le lacrime che riaffiorano quando, come ogni anno, si ripetono i nomi, uno per uno, delle tremila e più persone uccise quel giorno. <b>Donald Trump</b> non c’era, è andato al Pentagono a fare la commemorazione, mentre da giorni mente su dove fosse e cosa facesse venticinque anni fa.</p><p><b>L’anniversario ha coinciso con la convention del Partito repubblicano che il presidente si è inventato in vista delle elezioni di metà mandato</b>: ha parlato due sere di fila, la prima più della seconda, dicendo sostanzialmente che gli elettori devono pensare che ci sia il suo nome sulla scheda – è lui la formula del successo, niente e nessun altro. Il primo giorno ha promesso una ricompensa improbabile di cinquemila dollari se il suo partito vince a novembre; il secondo giorno è stato più breve e più spiccio: chi non vota per il Partito repubblicano finirà all’inferno. Per il lutto nazionale non c’è stato spazio, forse Trump pensa che se fosse stato presidente nel 2001 Bin Laden non si sarebbe azzardato ad attaccare New York, proprio come pensa che con lui alla Casa Bianca Vladimir Putin non avrebbe invaso l’Ucraina, ma tutto quel che non lo riguarda personalmente non esiste.</p><p>Continua invece il logorio delle regole di convivenza democratica e delle istituzioni, promettendo soldi a chi lo vota, trattando i rivali politici peggio dei più brutali dittatori e terroristi del mondo e mentendo. Un esempio piccolo ma significativo: mentre parlava dal palco della convention di Dallas, Trump ha ringraziato il capo di stato maggiore, il generale <b>Dan Caine</b>, dicendo: dev’essere qui da qualche parte, salutiamolo. Il generale non era lì, i vertici militari non possono partecipare agli eventi dei partiti politici, sono servitori dello stato e della presidenza chiunque ne sia l’inquilino. In particolare, il generale Dan Caine era alla biblioteca del centro presidenziale di George W. Bush, che era alla Casa Bianca nel settembre del 2001, a celebrare l’anniversario dell’11 settembre. <b>Quella mattina, dopo che le Torri furono colpite, Caine fu uno dei quattro piloti militari incaricati di abbattere tutti gli aerei commerciali che entravano nello spazio aereo intorno a Washington</b>: non dovettero farlo, perché il volo 93 della United Airlines, l’ultimo aereo dirottato in volo dai terroristi diretto a Washington, si schiantò in un campo della Pennsylvania quando i passeggeri presero d’assalto la cabina di pilotaggio. Nei giorni successivi all’attacco, Caine fu a capo della squadra di piloti che pattugliò i cieli attorno alla capitale. Questo è quel che ha ricordato il generale, l’ex presidente Bush ha detto: è una fortuna che tu oggi sei dove sei. Cioè a provare a contenere Trump, a mantenere la memoria, la compostezza, l’unità di un’America irriconoscibile.</p>]]></description>
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				<title>Trump blocca l&#039;ambasciatore di Macron. Per un tweet</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 19:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Mauro Zanon</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Parigi.</i> <b>Aurélien Lechevallier </b>era atteso a Washington il 20 settembre per sostituire<b> Laurent Bili</b> come ambasciatore francese negli Stati Uniti. Ma la nomina dell’attuale capo di gabinetto del ministro degli Esteri francese <b>Jean-Noël Barrot </b>è bloccata: il dipartimento di stato non ha ancora concesso l’agrément, l’autorizzazione con cui Washington accetta formalmente un ambasciatore straniero. Il motivo? <b>Uno scontro nato da un tweet della missione francese all’Onu.</b></p><p>Il 25 luglio, dopo che gli Stati Uniti avevano votato contro la riconferma di Volker Türk alla guida dell’ufficio Onu per i diritti umani, <b>la missione francese aveva accusato Washington di non essere più un “faro dei diritti umani”</b>, mettendola sullo stesso piano di Russia, Corea del Nord e Nicaragua. E secondo fonti diplomatiche francesi citate dal sito americano Puck, l’amministrazione Trump avrebbe deciso di trasformare la polemica in una vendetta diplomatica. <b>La scelta di Lechevallier come bersaglio non sarebbe casuale. Il diplomatico è molto vicino al presidente francese Emmanuel Macron</b>: si conoscono dai tempi dell’Ena. Per Washington, quindi, colpire Lechevallier significa colpire indirettamente il presidente francese. A complicare ulteriormente la vicenda ci sono i rapporti tra Charles Kushner, ambasciatore americano in Francia, e Barrot. Kushner è già stato convocato due volte a Parigi per le sue dichiarazioni sulla politica interna francese, compresa una dura critica a Macron per la lotta all’antisemitismo. Francia e Stati Uniti hanno cercato di trovare un compromesso: Washington ha chiesto prima la cancellazione del tweet e poi delle scuse pubbliche; Parigi ha rifiutato, accettando infine l’idea di un nuovo messaggio che celebrasse i valori democratici condivisi. Ma il tweet non è mai arrivato. <b>Il Foglio ha contattato il Quai d’Orsay, che ha preferito non commentare nel dettaglio la vicenda</b>, rinviando al lancio dell’Afp in cui si evocano tentativi in corso tra Parigi e Washington per sbloccare la nomina.&nbsp;</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/11/news/la-costosa-scommessa-della-federal-reserve-sullinflazione--407141</link>
				<title>La costosa scommessa della Federal reserve sull’inflazione</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:19:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Riccardo Trezzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/federal-reserve_2665" target="_blank">Federal reserve</a>&nbsp;potrebbe alzare i tassi a settembre, con una decisione che rischia di restare incerta fino alla riunione, mentre una domanda meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito pubblico. <b>Perché le sue previsioni continuano ad annunciare un ritorno dell’inflazione al 2 per cento che puntualmente viene rinviato?</b> Il mio sospetto riguarda un’ipotesi adottata dallo staff del Board a fine 2023, che potrebbe contribuire a spiegare tanta fiducia in una disinflazione regolarmente rimandata.</p><p>Nel marzo 2023, la previsione mediana dei membri della Fed indicava per il 2025 un’inflazione Pce di fondo, depurata da alimentari ed energia, al 2,1 per cento; nel giugno 2024, il ritorno al 2 per cento era previsto per il 2026; nel marzo 2025, il traguardo si spostava nuovamente, questa volta al 2027. <b>Secondo i miei calcoli sulle proiezioni pubblicate dal 2023, le previsioni per l’anno successivo hanno generalmente sottostimato l’inflazione di circa mezzo punto percentuale o più, con errori arrivati intorno a un punto e senza miglioramenti sostanziali passando da marzo a dicembre.</b> Per quelle a due anni, la sottostima media sfiorava un punto, superandolo in alcuni casi.</p><p>Per una banca centrale con un obiettivo del 2 per cento, errori tanto ampi e persistenti richiedono una spiegazione, che potrebbe in parte risiedere nella sfortuna. <b>Guerre, dazi e interruzioni delle forniture hanno complicato le previsioni, mentre deficit federali elevati hanno reso più difficile contenere la domanda.</b> La Fed era in buona compagnia nel farsi sorprendere, ma già nel 2022 c’erano ragioni serie per considerare che l’economia americana fosse esposta a choc negativi di offerta più frequenti, ampi e persistenti rispetto al passato. Pretendere che prevedesse la guerra successiva sarebbe stato assurdo, mentre attribuire maggiore probabilità a un’inflazione ostinata, anche alla luce della dimensione e della persistenza del deficit, sarebbe stato ragionevole.</p><p>Una seconda spiegazione riguarda le ipotesi incorporate nei modelli, a partire dalla curva di Phillips utilizzata dalla Fed, nella quale l’inflazione dipende da una tendenza di fondo, dalla propria dinamica passata, dalle pressioni sul mercato del lavoro e da choc come i rincari dell’energia o delle importazioni. Quando gli choc si esauriscono e il mercato del lavoro torna in equilibrio, l’inflazione prevista converge verso la tendenza ipotizzata, con una velocità che dipende dalla dinamica del modello e dalla persistenza degli choc. Fissare quella tendenza al 2 per cento non garantisce automaticamente di raggiungerlo entro due anni, ma ne determina la destinazione quando si presume che anche le altre pressioni si attenuino.</p><p>Un lavoro di Ekaterina Peneva, Jeremy Rudd e Daniel Villar, pubblicato nell’agosto 2025, ricostruisce le scelte dello staff. Prima della pandemia, la tendenza era fissata all’1,7 per cento; nel dicembre 2021 fu introdotta una regola che permetteva alla tendenza di salire in risposta all’inflazione elevata, aggiungendo al massimo circa mezzo punto alle previsioni; nel dicembre 2023 si tornò invece a una tendenza costante, assumendo che fosse tornata al 2 per cento alla fine del 2022. <b>Detto in altri termini, lo staff ha dal 2023 assunto che il trend dell’inflazione fosse uguale al target, una scelta molto rilevante che avrebbe meritato un dibattito pubblico ben più approfondito.</b></p><p>Le proiezioni dei membri della Fed, ciascuna condizionata alla politica monetaria ritenuta appropriata dal singolo partecipante, vanno distinte dalle previsioni dello staff, e la loro somiglianza non dimostra che quell’ipotesi abbia causato gli errori. Merita però un esame serio come possibile fonte dell’ottimismo ricorrente, perché il trend dell’inflazione era ancora recentemente almeno intorno al 2,5 per cento, plausibilmente fra il 2,5 e il 3, con una persistenza significativa sopra l’obiettivo. E’ una grandezza non osservabile, quindi anche questa valutazione va sottoposta alla prova dei dati, considerando che gli errori possono derivare da una tendenza sottostimata, da choc più persistenti del previsto o da entrambi.</p><p>Non sappiamo se lo staff abbia successivamente modificato l’ipotesi, né possiamo dedurlo dalle sole proiezioni pubbliche, la cui convergenza al 2 per cento potrebbe riflettere anche gli effetti attesi della politica monetaria. Ma dopo oltre cinque anni di inflazione sopra l’obiettivo, tuttavia, assumere che la tendenza sia già al 2 per cento resta una scommessa empirica impegnativa, perché una stima troppo bassa può promettere ripetutamente una disinflazione che richiede più restrizione monetaria o più tempo del previsto. Al presidente <b>Kevin Warsh</b> andrebbe chiesto se l’ipotesi sia in revisione, quali prove la sostengano e quali indurrebbero ad abbandonarla, perché una banca centrale deve saper correggere le proprie convinzioni quando i dati continuano a smentirle.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Philippe tenta di unire i moderati dal centro alla destra, ma trova solo muri o indecisi</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Mauro Zanon</author>
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				<description><![CDATA[<p>Parigi.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/02/news/nellentropia-del-centro-destra-francese-si-fa-largo-un-nome-philippe--406192">Édouard Philippe</a>&nbsp;ci ha provato: proponendo a tutti i leader del centro e della destra moderata francesi di incontrarsi a inizio novembre, cercare i punti di convergenza e arrivare a una candidatura comune in vista delle presidenziali del prossimo anno, per evitare di presentarsi divisi e lasciare campo libero agli estremi. Ma l’iniziativa dall’ex primo ministro e leader di Horizons non ha trovato nessuna adesione, anzi ha inasprito ulteriormente le tensioni tra i pretendenti centristi alla successione di Emmanuel Macron. “Quando si invitano delle persone, bisogna avere la legittimità per farlo. Non si può dire: ‘Sono io il federatore’”, ha commentato ieri su BfmTv François Bayrou, ex premier e leader del MoDem. Secondo il quale l’unica soluzione per sbloccare l’impasse è l’organizzazione delle primarie, aperte a un “grande spazio democratico, repubblicano, riformista, umanista”, dal centrosinistra fino ai gollisti. Anche Bruno Retailleau, leader dei Républicains, ha risposto con un “no” secco.<b> Per il frontman del partito gollista, la riunione di novembre sarebbe soltanto “una riunione per i macronisti e tra macronisti”, e la destra repubblicana, secondo l’ex ministro dell’Interno, non può vincere cercando di prolungare l’esperienza macroniana.</b> David Lisnard, sindaco di Cannes e figura in ascesa della destra liberale, alla guida del partito Nouvelle Energie, ha liquidato l’idea di Philippe come “un accordo tra notabili”.</p><p>C’è poi Gabriel Attal, il presidente di<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/28/news/la-francia-e-il-coraggio-si-apre-il-primo-dibattito--405830"> Renaissance</a>, che non dice formalmente “no”, ma nemmeno “sì”, perché la priorità è parlare ai francesi, capire quali sono le loro aspirazioni, cosa vogliono per il paese, di riunioni tra partiti ce ne sono tutti i mesi, non sarà l’ennesima a risolvere il problema del candidato. <b>Dietro la prudenza diplomatica di Attal si cela anche la rivalità con Philippe, che gode di migliori sondaggi e secondo diverse combinazioni è l’unico al centro in grado di qualificarsi al ballottaggio contro la candidata del Rassemblement national Marine Le Pen, ormai certa di arrivare al secondo turno</b>. Attal non ha alcun interesse a riconoscere a Philippe il ruolo di regista dell’operazione che dovrebbe portare a un candidato unico: per ora, dunque, temporeggia. Philippe punta a costruire il rassemblement dall’alto, aggregando personalità, amministratori e pezzi delle diverse famiglie politiche. Martedì ha riunito il suo comitato politico, allargato anche a figure provenienti dall’ala destra di Renaissance, col titolare della Giustizia Gérald Darmanin e altri ministri tra i presenti. I<b>l disegno è chiaro: creare abbastanza massa politica attorno alla propria candidatura da rendere progressivamente superflue quelle degli altri, senza sottoporsi alle primarie invocate a gran voce da Bayrou e Lisnard (Attal non le ha escluse). La guerra al centro è figlia anche della rinuncia di Macron ad affrontare la questione della sua successione. </b></p><p>Attal, da leader di Renaissance, rivendica la continuità del campo presidenziale, ma prova contemporaneamente a emanciparsi da Macron e a presentarsi come qualcosa di diverso anche se nessuno, finora, ha capito ancora cosa sia l’attalismo. Philippe, che è stato il primo capo di governo della parentesi macroniana, ha scelto da tempo di costruire una propria identità e oggi cerca di accreditarsi come il punto di raccolta di un centro più largo, fino alla destra repubblicana. <b>Bayrou rivendica una posizione autonoma e contesta proprio a Philippe la legittimità per assumere il ruolo di federatore. E la destra gollista di Retailleau considera l’intera operazione come un tentativo di perpetuare, sotto altro nome, il macronismo. Anche a Bruxelles c’è parecchia inquietudine per l’assenza di un candidato di centro capace di mettere tutti d’accordo</b>. Perché la vittoria di Marine Le Pen o&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/21/news/cosa-vuol-dire-oggi-essere-di-sinistra-in-francia-il-ritmo-di-melenchon--405239">Jean-Luc Mélenchon&nbsp;</a>alle presidenziali del 2027 potrebbe avere conseguenze disastrose per l’Unione europea. Un funzionario Ue ha detto a Politico che sono due i candidati apertamente filoeuropei in lizza per l’Eliseo: Gabriel Attal e l’eurodeputato di centro-sinistra Raphaël Glucksmann. “Philippe è filoeuropeo, ma non con grande fervore”, ha affermato il funzionario, sottolineando le difficoltà, al momento, di tenere concentrati gli elettori sulle questioni europee. La campagna elettorale è agli inizi e la speranza di Bruxelles è che l’elettorato francese possa prendere coscienza dei rischi di una vittoria di Le Pen o Mélenchon per l’impalcatura europea man mano che le elezioni si avvicinano.</p>]]></description>
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				<title>Ma ve li ricordate i Brics?</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:05:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Fa quasi tenerezza pensare che poco più di dieci anni fa il Movimento cinque stelle organizzò alla Camera, alla presenza di Andrey Klimov, allora vicepresidente della commissione Affari esteri della Duma russa, un convegno sul “nuovo mondo con i&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/brics_2691" target="_blank">Brics</a>”. C’è da dire che l’acronimo che all’epoca raccoglieva le economie di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica non aveva risonanza internazionale, ed era noto per lo più ai gruppi anti atlantisti, all’élite antisistema, insomma alla prima fase del rossobrunismo. Dieci anni dopo sono state vergate pagine e pagine – soprattutto in Italia – sul favoloso mondo dei Brics, sul fatto che il gruppo delle grandi economie alternative avrebbe schiacciato l’occidente cattivo e colonialista. <b>C’era dietro una precisa strategia comunicativa di Pechino, che voleva ergersi a leader del cosiddetto Sud globale moltiplicando le associazioni e i gruppi accomunati da un unico obiettivo: ridurre l’influenza occidentale nelle regole del mondo.</b></p><p>Domani a Nuova Delhi, in India, si aprirà il 18esimo vertice dei capi di stato dei Brics, alla presenza perfino del leader cinese Xi Jinping (che non va in India da sette anni per via della crisi fra le due grandi potenze) e del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. L’Iran è parte dei Brics dal 2024 e va ospite di un paese, l’India, il cui primo ministro Narendra Modi ha avvicinato moltissimo il suo governo a Israele. Gli Emirati Arabi Uniti, parte dei Brics dal 2024, sono stati colpiti da missili iraniani nei mesi scorsi e hanno chiuso la collaborazione con Teheran, e perfino il Cremlino ha ammesso che le divergenze tra Abu Dhabi e Teheran rischiano di affossare la dichiarazione finale del vertice. <b>Insomma, i Brics dovevano cambiare il mondo, ma il vertice di Nuova Delhi si apre già carico di uno scarto quasi comico tra la retorica dell’“unità del Sud globale” e la realtà di un tavolo pieno di convitati che a stento si parlano.</b></p>]]></description>
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