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		<title>Esteri</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:26:44 +0200</pubDate>
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				<title>Si dimette il ministro della Difesa inglese perché la spesa per la difesa non è all’altezza delle minacce</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il ministro della Difesa britannico, <b>John Healey, ha lasciato il suo incarico “con grande rimpianto e riluttanza”</b>, ha scritto nella sua lettera di dimissioni, ma tirando un calmo colpo devastante al suo capo, il premier&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/keir-starmer_87653">Keir Starmer</a>, che certo non ne aveva bisogno, traballante com’è. Healey <b>ha detto che gli sono state imposte decisioni “che ridurrebbero la preparazione delle nostre forze  e aumenterebbero i rischi dei militari in missione, e potrebbero rendere il nostro paese meno sicuro”</b>.</p><p>Mentre in altre parti d’Europa si discute del fatto che la difesa – quindi le armi – ha preso il sopravvento sulla spesa per istruzione, sanità, lavoro e pensioni; mentre in altre parti d’Europa quel che i governi spendono nella difesa spesso viene nascosto per evitare polemiche e perdita di consenso, nel Regno Unito&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/john-healey_43126">il ministro</a>&nbsp;dice al premier: mi è stato presentato un documento di spesa non all’altezza delle minacce che dobbiamo affrontare, la decisione è della cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, ma lei, signor premier, non è riuscito, o non ha voluto, contraddirla.</p><p>Il Piano per l’investimento della difesa che Healey ha ricevuto lunedì prevede una spesa del 2,68 per cento del pil entro il 2030, “quando già l’anno prossimo raggiungeremo il 2,6 per cento con gli investimenti predisposti”. L’obiettivo previsto era almeno del 3 per cento, e c’era stato anche il sostegno di altri ministeri oltre che la collaborazione con altri paesi della Nato che vanno nella stessa direzione, ha detto Healey, così come Starmer è sempre stato il primo a dire che l’investimento era necessario, anche perché secondo l’intelligence britannica la Russia potrebbe attaccare la Nato entro il 2030. “Lei lo sa di che cosa la difesa ha bisogno”, scrive il ministro dimissionario, eppure il Piano presentato non rispecchia queste necessità. Così Healey se ne va,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/05/14/news/il-labour-se-fatto-male-da-solo--398854">lasciando Starmer in una crisi già profonda</a>&nbsp;e insinuando il sospetto che il Regno Unito non sia davvero pronto ad affrontare le minacce che incombono.&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Tomahawk contro l&#039;Iran, Tehehran annuncia di chiudere Hormuz. Trump: &quot;Non avremo pietà&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 08:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Nuova notte di bombardamenti da parte degli Stati Uniti contro l'Iran, che ha risposto prendendo di mira le basi americane in Bahrein, Kuwait e Giordania e minacciando di colpire qualsiasi nave in transito attraverso lo Stretto di Hormuz</b>.&nbsp;Donald <b>Trump</b> ha rivelato a Fox News che l'operazione ha comportato il dispiegamento di <b>49 missili Tomahawk </b>insieme a caccia, con l'obiettivo di distruggere sistemi radar e di difesa aerea. Gli attacchi sarebbero stati diretti contro posizioni a circa 65 chilometri da Teheran e lungo la costa sud-occidentale dell'Iran, affacciata sul Golfo Persico. Il presidente ha anche dichiarato che alti funzionari iraniani lo hanno contattato direttamente per chiedere la cessazione dei bombardamenti. La risposta di Washington è stata netta, ha detto <b>Trump: "Ci fermiamo, ma ricominceremo la prossima notte se non accetteranno le nostre condizioni". E ancora : "Domani li bombarderemo senza pietà".</b></p><p>"Le forze del Comando centrale degli Stati Uniti - si legge in un post su X del <b>CentCom</b> - hanno condotto attacchi contro le capacità di sorveglianza militare iraniana, i sistemi di comunicazione e i siti di difesa aerea dislocati su tutto il territorio iraniano". Un'azione definita dallo stesso Comando americano "risposta all'aggressione ingiustificata e persistente dell'Iran".</p><p>La seconda notte consecutiva di scontri è scattata dopo le dichiarazioni dello stesso Trump, secondo cui gli iraniani "continuano a prenderci in giro", proprio nel momento in cui si era "davvero vicini alla conclusione di un accordo".&nbsp;</p><p><b>Sul fronte iraniano, il comando militare centrale Khatam al-Anbia ha annunciato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz</b>. Riporta l'agenzia Tasnim: "Da questo momento, a causa dell'insicurezza nella regione, lo Stretto di Hormuz è dichiarato chiuso al transito di qualsiasi imbarcazione, incluse petroliere e navi commerciali. Ogni traffico sarà preso di mira». <b>Il CentCom ha tuttavia smentito la chiusura effettiva dello stretto, precisando su X che "le navi commerciali continuano a transitare dentro e fuori dallo Stretto di Hormuz questa notte".</b> Il Comando americano ha anche respinto le notizie diffuse da fonti mediatiche iraniane secondo cui l'Iran avrebbe colpito una nave da guerra statunitense: "Falso. Nessuna nave da guerra statunitense è stata colpita".</p>]]></description>
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				<title>Travaglio presenta Arlacchi come candidato a segretario generale delle Nazioni Unite. Ma il mondo non ne sa nulla</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ogni tanto sui giornali italiani compare la figura mitica e mitomane del sedicente “candidato al Nobel”, in genere incarnata da personaggi squalificati in cerca di visibilità e legittimità per le proprie teorie strampalate. L’autoattribuzione cialtronesca ha un vantaggio, per chi vuole farla credere e per chi vuole fingere di crederci, ed è che la lista dei candidati al Nobel può essere rivelata solo dopo 50 anni. Così ognuno può dire quello che gli pare senza paura di essere smentito entro mezzo secolo.</p><p>Ora però la megalomania fa un salto di qualità con la figura del  sedicente “candidato a Segretario generale delle Nazioni Unite”: l’evoluzione della specie è incarnata da Pino Arlacchi e a dargli corda è il Fatto quotidiano. Da qualche mese, l’ex parlamentare del Pds e dell’Idv sta portando avanti una campagna elettorale per prendere il posto di António Guterres al Palazzo di Vetro. E il giornale di Travaglio lo sostiene in questa ardua competizione: ieri ha pubblicato un   suo articolo-manifesto   dal titolo: “La mia Onu avrebbe salvato l’Ucraina” in cui, con la qualifica di “candidato a Segretario generale delle Nazioni Unite”, Arlacchi espone  la sua “proposta di rifondazione dell’Onu”. Ad aprile, sempre il Fatto, fece un’intervista al suo editorialista  in cui spiegava di avere buone possibilità: “Il Sud del mondo potrebbe convergere su di me”. Ma il problema è che la  candidatura di Arlacchi non esiste. O meglio, esiste solo nella sua testa e sulle pagine del Fatto.&nbsp;</p><p>Nessuno nel resto del mondo – neppure nel sud – è al corrente della candidatura di Arlacchi. Non c’è traccia del suo nome in nessun articolo della stampa internazionale sulla nomina del prossimo Segretario generale. Perché è una candidatura che non esiste. Non è semplicemente il fatto che la sua elezione sarebbe impossibile per l’esistenza di una regola non scritta che prevede una rotazione regionale: pertanto è certo che il successore del portoghese Guterres non sarà un europeo. Ma l’ostacolo insormontabile, dal punto di vista formale, è che Arlacchi non è proprio candidato. E verificarlo è più semplice che riscontrare le presunte rivelazioni di una massaggiatrice uruguayana: basta andare sul sito delle Nazioni Unite.</p><p>Sul portale dell’Onu c’è una pagina specifica sul processo di selezione e nomina del prossimo Segretario generale in cui, oltre a tutta la descrizione della procedura con i vari riferimenti normativi, è presente l’elenco dei candidati in corsa. Ci sono l’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, l’ex vicepresidente del Costa Rica Rebeca Grynspan, l’argentino Rafael Mariano Grossi attuale direttore generale della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), l’ex presidente del Senegal Macky Sall e, infine, María Fernanda Espinosa Garcés, ex presidente dell’Assemblea generale dell’Onu ed ex ministro degli Esteri dell’Ecuador. Nell’elenco compare anche il nome della diplomatica argentina Virginia Gamba, che però è stata ritirata dalla corsa. Ma non c’è quello di Pino Arlacchi, perché non è candidato a un bel nulla. Soprattutto perché nessuno lo ha candidato a nulla.</p><p>La procedura, aggiornata con una risoluzione a fine 2025, prevede infatti che per essere candidati alla carica di  Segretario generale serve una lettera di supporto di uno stato membro; che ogni candidato deve presentare una dichiarazione programmatica (“statement vision”) che viene pubblicata sul sito dell’Onu; che il presidente dell’Assemblea generale organizzi delle audizioni con tutti i candidati. Ad aprile i favoriti Michelle Bachelet e Rafael Grossi, oltre a Rebeca Grynspan e Macky Sall, hanno risposto ognuno per tre ore alle domande dei rappresentanti degli stati membri. Il 15 giugno toccherà a María Fernanda Espinosa Garcés, che è stata l’ultima a presentare la candidatura (l’11 maggio).</p><p>Arlacchi non farà alcuna audizione perché la candidatura non l’ha presentata all’Onu, ma al circolo Arci Centofiori di Roma e poi sul Fatto quotidiano. Entrambe modalità non riconosciute dalla procedura prevista dalle Nazioni Unite, che pone un requisito necessario e insuperabile: una lettera di nomina da parte di almeno uno stato membro. La candidatura di Bachelet, ad esempio, è supportata da Cile, Messico e Brasile; quella di Grossi dall’Argentina; quella di Espinosa da Antigua; quella di Grynspan dalla Costa Rica e quella di Sall dal Burundi; mentre Gamba contava sulle Maldive, che però poi hanno tolto il supporto alla diplomatica argentina costringendola al ritiro).</p><p>Arlacchi sostiene di essere “il candidato del Sud del mondo, cioè della maggioranza degli stati che fanno parte dell’Onu” ma non ne ha trovato neppure uno disposto a scrivere una lettera di sostegno alla sua candidatura.  Avrebbe potuto contare sull’appoggio del Venezuela, visto che era un consulente di Nicolás Maduro di cui riconosceva le piene credenziali democratiche, ma purtroppo il dittatore chavista è stato arrestato e a Caracas la musica è cambiata. Arlacchi ha buoni rapporti anche con il regime del Nicaragua, la cui ambasciatrice era presente al lancio della candidatura al circolo Arci, ma neppure il dittatore Daniel Ortega lo sostiene. Arlacchi potrebbe ricevere l’endorsement dell’Afghanistan, visto che dal 1997 al 2002 da direttore dell’Agenzia dell’Onu per il controllo della droga (carica da cui fu costretto a dimettersi a seguito delle denunce di cattiva gestione dei Radicali) strinse vari accordi finanziari con i talebani, ma neppure il regime islamico è riconoscente. Potrebbe farvalere  le lodi sperticate a Putin e Xi Jinping rifilate al pubblico italiano nei suoi libri e nei suoi articoli, ma Russia e Cina non possono sostenere apertamente un candidato essendo membri permanenti del Consiglio di sicurezza.</p><p>Così nel mondo a credere nell’autocandidatura di Arlacchi a Segretario generale dell’Onu è rimasto solo Marco Travaglio, presidente della repubblica autonoma del Fatto. Ma purtroppo non è uno stato riconosciuto dalle Nazioni Unite.</p>]]></description>
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				<title>Così si è balcanizzata l’industria europea della difesa</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>David Carretta</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Bruxelles</i>. Tutta la retorica sulla volontà dell’Unione europea di costruire la difesa europea rafforzando la base industriale e l’autonomia strategica si è andata a schiantare con il fallimento del progetto franco-tedesco di caccia di sesta generazione&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/10/news/macron-crede-ancora-nel-progetto-fcas-ma-e-lunico-problemi-e-piani-b--127171" target="_blank">Fcas</a>. Nato nel 2017 su iniziativa di Emmanuel Macron e Angela Merkel,<b> il “Future combat air system” (Fcas) è stato seppellito lunedì a Berlino a causa dei disaccordi fra la tedesca Airbus Defense and Space e la francese Dassault Aviation</b>. Berlino e Parigi si scambiano accuse sulla responsabilità del fallimento. Dassault pretendeva la direzione tecnica del progetto – scelta dell’architettura, concezione del caccia, integrazione delle tecnologie – vantando la superiorità del Mirage. Airbus non voleva essere relegata a un ruolo di secondo piano. Le esigenze operative di Francia e Germania differivano: la prima voleva un aereo in grado di trasportare testate nucleari, la seconda un caccia convenzionale adattato ai bisogni della Bundeswehr. Di fronte agli sviluppi tecnologici della guerra della Russia in Ucraina, diversi analisti si sono messi a dubitare che il progetto sia ancora adatto alla realtà dei nuovi conflitti. Ma la fine di un programma da 100 miliardi, destinato a produrre i caccia eredi dei Mirage e degli Eurofighter all’orizzonte 2040, a cui era associata anche la Spagna, <b>illustra la balcanizzazione dell’industria della difesa in Europa e l’incapacità dei governi di uscire da una visione nazionale</b>. La Germania non ha perso tempo sul caccia del futuro. Secondo il Financial Times, Airbus potrebbe annunciare la creazione di Team Gen 6: un consorzio tutto tedesco. In alternativa Airbus potrebbe rivolgersi alla svedese Saab o al progetto Gcap portato avanti da Regno Unito, Italia e Giappone.</p><p>Altre grandi iniziative industriali franco-tedesche, che dovevano far avanzare la sovranità europea sulla difesa, sono in difficoltà. Il destino del carro-armato Mgcs (Main ground combat system), che dovrebbe sostituire il francese Leclerc e il tedesco Leopard 2, è sempre più incerto. Ad aprile la Francia ha abbandonato il programma Eurodrone, che era stato promosso con Germania, Italia e Spagna.<b> La Germania ha lanciato la “European sky shield initiative”, uno scudo aereo per proteggersi dalle minacce balistiche, ma Francia, Italia e Spagna non hanno aderito</b>. Parigi contesta il progetto perché fa affidamento sui sistemi americani e israeliani. Nel settore della difesa “è impossibile allineare le priorità politiche, militari e industriali”, spiega al Foglio un diplomatico europeo. “Il nazionalismo industriale entra in diretta contraddizione con l’obiettivo della sovranità europea”, conferma una seconda fonte. Sul fallimento del Fcas il commento più duro è arrivato dal primo ministro belga, Bart De Wever. “Abbiamo scelto di essere irrilevanti un una parte cruciale della difesa area, non solo ora ma anche nel decennio a venire. Questa è pura stupidità”, ha detto De Wever.</p><p>La Commissione si è mostrata rassicurante. “Abbiamo un obiettivo per il 2030” per rendere l’Europa in grado di difendersi, aumentando “gli investimenti nelle nostre aziende della difesa” con il programma di prestiti Safe da 150 miliardi, ha detto un suo portavoce. <b>Ma il tentativo di incoraggiare la cooperazione industriale, favorire l’interoperabilità militare e allineare le priorità sulla difesa, attraverso gli acquisti congiunti di Safe non sta andando a buon fine</b>. Alcuni governi che hanno chiesto i prestiti li hanno destinati in gran parte ad aziende nazionali. Il premier polacco, Donald Tusk, ha assicurato che l’80 per cento dei 40 miliardi di Safe destinati al suo paese sarà speso in Polonia. I governi nazionali ieri sono riusciti ad annacquare la proposta della Commissione sull’Omnibus difesa. Il provvedimento doveva semplificare le regole per favorire la nascita di un vero mercato unico nel settore. “E’ estremamente preoccupante che gli stati membri rimangano restii ad andare oltre i ristretti interessi nazionali, anche quando è in gioco la nostra sicurezza collettiva”, ha detto l’eurodeputato socialista Yannis Maniatis.</p>]]></description>
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				<title>Kyiv testa con successo i Patriot europei alternativi a quelli di Trump</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>L’Ucraina ha testato con successo un missile che è pensato come una versione più economica degli intercettori Patriot</b>, che servono contro i missili balistici della Russia ma che sono prodotti soltanto dagli americani, che non li stanno più consegnando poiché servono a loro in medio oriente. Fire Point, intraprendente azienda militare ucraina che ha già dotato l’esercito dei Fp-5 Flamingo, può iniziare la produzione di questi Fp-7.x, che dovrebbero costare circa 700 mila dollari l’uno, molto meno dei circa 3,8 milioni di dollari che servono per un Patriot Pac-3. Il cofondatore di Fire Point, Denys Shtilerman, ha detto al Financial Times che la produzione può iniziare ad agosto, ma mancano ancora alcune componenti che devono essere fornite dai partner europei.<b> In particolare la tedesca Diehl Defence deve fornire i sensori a infrarossi che servono per la guida, e Fire Point li sta aspettando</b>, anche se ha intenzione di iniziare comunque la produzione – a un ritmo di tre al giorno.</p><p>Il resto di questo sistema di difesa aereo – che si chiama Freyja, la signora, la dea – verrà prodotto assieme ai partner europei. <b>Shtilerman non dice quali, ma secondo fonti europee e ucraine Hensoldt e Thales dovrebbero fornire i radar, l’italiana Leonardo i sistemi di tracciamento e la norvegese Kongsberg la tecnologia di comando del proiettile</b>. Il Telegraph britannico ha rivelato ieri che anche il Regno Unito sta aiutando l’Ucraina per lo sviluppo di quello che viene chiamato “il Patriot europeo”. Il presidente ucraino&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/cosi-zelensky-ha-cambiato-il-modo-di-fare-diplomazia--400323" target="_blank">Volodymyr Zelensky</a>&nbsp;ha detto che sta sviluppando il sistema di difesa aereo balistico con i partner europei, ma aveva chiesto con una lettera indirizzata al presidente americano Donald Trump e al Congresso di poter ricevere i Patriot, perché la Russia sa di questa carenza e sta scaricando i suoi missili balistici sull’Ucraina oltre a migliaia di droni.</p><p>I Patriot sono l’ultima dipendenza militare che Kyiv ha ancora nei confronti degli Stati Uniti, i quali però stanno boicottando anche il sistema Purl – il meccanismo introdotto nell’autunno dell’anno scorso per cui gli europei comprano le armi americane e le inviano in Ucraina: è finita la fornitura gratuita degli Stati Uniti delle armi per la difesa del suo alleato – perché dicono di aver bisogno delle armi a disposizione in medio oriente (e che l’Amministrazione Biden aveva svuotato gli arsenali). <b>Ma l’Ucraina non ha tempo</b>: gli Fp-7.x saranno pronti nel 2027, se gli europei non si impantanano, e intanto Putin continua i suoi attacchi aerei visto che a terra le sue Forze armate avanzano poco o addirittura indietreggiano. Nella lettera a Trump, Zelensky scriveva: “Dopo tutto quello che abbiamo affrontato insieme, non ci siamo guadagnati un posto tra i vostri alleati?”.</p>]]></description>
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				<title>Rinasce la ferrovia dell’Hejaz, che fa di Damasco la porta del medio oriente</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Luca Gambardella</author>
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				<description><![CDATA[<p>La locomotiva del treno ottomano che  nel 1917 Lawrence d’Arabia fece saltare in aria assieme ai suoi alleati beduini sta ancora lì, abbandonata in mezzo alla sabbia del deserto di Abu Na’am, 130 chilometri a nord della città santa di Medina. Lunga 1.300 chilometri da Damasco fino alla città dell’Egira di Maometto, la <b>ferrovia dell’Hejaz</b>, ideata per la prima volta nel 1900 sotto il sultano di Costantinopoli Abdulhamid II, sembra essere prossima a tornare in attività. Martedì scorso a Riad i ministri dei Trasporti della Turchia e dell’Arabia Saudita hanno siglato un accordo per completare entro l’anno gli studi di fattibilità di un progetto lungo oltre un secolo. <b>Al cuore della ferrovia c’è Damasco, tornata a essere snodo vitale del medio oriente</b>.</p><p>Il progetto è molto più concreto oggi di quanto non lo fosse all’inizio del Ventesimo secolo, quando per la prima volta si sentì parlare della ferrovia dell’Hejaz. L’idea “sembrava a me e ad altri talmente improbabile, per non dire fantastica, che mi sono astenuto dal riferirne a Vostra Eccellenza”, commentò all’epoca il console britannico di Damasco in una lettera inviata all’ambasciatore di Sua Maestà a Costantinopoli. Poi la ferrovia entrò in funzione, diventando un’arteria vitale per le province ottomane e per gli approvvigionamenti delle truppe del sultano in Arabia. E oggi, a distanza di oltre un secolo, larghi tratti della ferrovia distrutti dopo la Prima guerra mondiale sono ancora attivi, seppure frammentati tra diversi stati e a scartamento ridotto.</p><p>L’obiettivo di turchi e sauditi è quello di creare una rete di infrastrutture all’avanguardia tra il Golfo e il Mediterraneo per tentare di aggirare la chiusura degli stretti, quello di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/stretto-di-hormuz_45398" target="_blank">Hormuz</a>&nbsp;e quello di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/dopo-hormuz-il-rischio-ora-e-bab-el-mandeb-ma-non-per-la-cina-parlano-nicolazzi-isab-e-lanza-eni-mattei--400332" target="_blank">Bab el Mandab</a>, causata dalla guerra in Iran. Vogliamo “migliorare l’integrazione regionale, sostenere gli scambi commerciali e sviluppare un sistema di trasporto terrestre sostenibile tra i paesi della regione”, aveva dichiarato ad aprile scorso Saleh al Jasser, ministro dei Trasporti saudita. Per l’omologo turco Abdulkadir Uraloglu, il primo passo sarebbe ammodernare il tratto siriano già esistente, quello che da Aleppo corre verso Damasco e quindi in Giordania. Da lì, andrà ridata vita alla tratta saudita. <b>Ma il progetto non si fermerebbe lì, perché dalla Mecca, termine della ferrovia, dovrebbe partire nei piani degli ideatori un altro tratto diretto a est, fino all’Oman, tagliando in due la penisola arabica tra il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz</b>. A quel punto, il corridoio terrestre e alternativo a quello marittimo diverrebbe realtà.</p><p>Per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/04/04/news/il-piano-di-sharaa-per-esportare-petrolio-dalla-siria-alleuropa--268705" target="_blank">Ahmed al Sharaa</a>&nbsp;non potrebbe esserci notizia migliore per dare forma a ciò che da tempo auspica: sfruttare la posizione geografica della Siria per accreditare Damasco come porta del medio oriente. Lo ha detto lo scorso marzo a proposito dell’energia, quando ha dichiarato che la Siria si propone di “diventare il nuovo hub energetico” verso l’Europa. Il progetto per l’ammodernamento dell’oleodotto che da Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, va a Baniyas, sulla costa mediterranea della Siria, è già partito a febbraio. <b>L’obiettivo è arrivare a 350 mila barili al giorno</b>, abbastanza per dare un’alternativa all’oleodotto che dall’Iraq arriva in Turchia, a Cehyan. Già da mesi, colonne con migliaia di camion carichi di greggio fanno la spola tra l’Iraq e la Siria, in attesa di imbarcare il petrolio verso l’Europa.</p><p><b>Ora, con la ferrovia dell’Hejaz, la centralità di Damasco si potenzierebbe</b>. Tramutando l’instabilità regionale innescata dalla guerra in Iran in una opportunità per la Siria, alla disperata ricerca di ricostruire la propria economia post bellica, al Sharaa vede nel progetto uno strumento prezioso per la sua propaganda velata di nazionalismo: diventare il presidente che a distanza di un secolo ha collegato di nuovo due delle città sante dell’islam, Damasco e la Mecca.</p><p>La ferrovia dell’Hejaz va oltre l’investimento economico. <b>Dietro a quei 1.300 chilometri c’è un asse politico sunnita ormai consolidato – quello tra Siria, Giordania, Turchia e Arabia Saudita – che non a caso estromette gli Emirati Arabi Uniti e permette di aggirare Israele</b>.  Così, la ferrovia è già diventata un simbolo della retorica antisionista di turchi e sauditi. “La riduzione dell’influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in medio oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia”, ha affermato il ministro del Commercio turco, Ömer Bolat. In Arabia Saudita, una pagina Facebook di sostenitori del principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha definito il progetto della ferrovia dell’Hejaz “un colpo fatale a uno dei progetti economici più strategicamente importanti di Israele”, riferendosi al Corridoio economico India-medio oriente-Europa, noto come Imec. Quando l’Imec fu presentato, nel settembre 2023, il premier israeliano Benjamin Netanyahu pressato dagli americani prefigurò persino la possibilità che la ferrovia potesse unire Israele all’Arabia Saudita, in quello che doveva essere un ulteriore passo verso la normalizzazione delle relazioni tra Gerusalemme e Riad. Poi arrivò il 7 ottobre.</p>]]></description>
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				<title>Molte minacce e poca azione, cosa resta della forza degli houthi</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Fiammetta Martegani</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Tel Aviv</i>. Lunedì scorso gli houthi hanno detto di essere pronti a bloccare lo Stretto di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/dopo-hormuz-il-rischio-ora-e-bab-el-mandeb-ma-non-per-la-cina-parlano-nicolazzi-isab-e-lanza-eni-mattei--400332" target="_blank">Bab el Mandeb</a>&nbsp;e in Israele, per la prima volta dopo molti mesi, Israele si è svegliato con le sirene che annunciavano un  attacco missilistico proveniente proprio  dallo Yemen. L’attacco  rivendicato dal gruppo  descrive il progressivo ingresso degli houthi nel   confronto fra Teheran e Washington. Il Foglio ne ha discusso con <b>Uzi Rabi</b>, professore di Storia del medio oriente presso l’Università di Tel Aviv e direttore del Moshe Dayan Center for Middle Eastern Studies, dove  si occupa di Iran, Penisola Arabica e Yemen.</p><p>Secondo le rivendicazioni diffuse dal portavoce del gruppo Yahya Saree, l’operazione avrebbe preso di mira obiettivi nell’area di Jaffa e dell’aeroporto Ben Gurion, inserendosi nel quadro delle azioni coordinate dell’asse della resistenza, il sistema di alleati iraniani che comprende Hezbollah in Libano, <b>milizie sciite irachene e diversi gruppi palestinesi</b>.</p><p>Come sottolinea l’analista, questo attacco va analizzato in and out, poiché arriva in un momento particolarmente delicato, in cui gli houthi rappresentano uno degli strumenti  a disposizione dell’Iran per esercitare pressione sui propri avversari, senza esporsi necessariamente in prima persona.</p><p>Pur mantenendo una significativa autonomia decisionale, il movimento yemenita condivide con Teheran la stessa visione strategica e la stessa narrativa anti israeliana. Non è un caso che la leadership degli houthi abbia presentato l’attacco come parte integrante del sostegno alla causa palestinese.  Fin dall’inizio della guerra a  Gaza, il movimento ha cercato di accreditarsi come uno dei principali difensori della popolazione della Striscia, trasformando il conflitto in un potente strumento di legittimazione politica regionale dove per gli houthi la questione palestinese non rappresenta soltanto una questione ideologica, bensì è il collante che consente di unire, sotto un’unica bandiera, le diverse componenti dell’asse della resistenza, e di giustificare operazioni che si estendono ben oltre i confini yemeniti.  <b>Eppure, il vero potenziale degli houthi non risiede nei missili diretti verso Israele. L’arma più efficace del movimento si trova a migliaia di chilometri dal territorio israeliano, nelle acque che separano la penisola arabica dal Corno d’Africa</b>. E’ qui che si apre lo stretto di Bab el Mandeb, uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale, porta d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. Da mesi gli houthi minacciano di limitare o impedire il passaggio delle navi dirette a Eilat, principale porto commerciale israeliano.  La domanda che molti osservatori esterni si pongono è perché, se dispongono di questa capacità, non abbiano ancora tentato una chiusura totale dello Stretto.</p><p>La risposta più probabile è che non siano in grado di bloccare fisicamente Bab el Mandeb in modo permanente, poiché non possiedono una marina militare capace di controllare l’intero passaggio e impedire il transito a tutte le imbarcazioni. Tuttavia, potrebbero ottenere un risultato quasi equivalente, semplicemente rendendo la navigazione talmente rischiosa da spingere armatori e compagnie assicurative a evitare l’area.</p><p>Per il momento la minaccia sembra più utile dell’azione. Una chiusura effettiva dello Stretto provocherebbe, infatti, una reazione internazionale di ampiezza difficilmente prevedibile: non soltanto gli Stati Uniti, ma anche le monarchie del Golfo, l’Egitto e numerosi paesi europei dipendono dalla sicurezza di questa rotta, ragion per cui gli houthi rischierebbero di trasformare un vantaggio strategico in un casus belli contro di loro. In tal senso, secondo Rabi, l’attacco  di lunedì appare come un segnale calibrato: abbastanza forte da dimostrare la partecipazione dallo Yemen al fronte anti-israeliano, ma non ancora tale da innescare quella escalation marittima che potrebbe trascinare l’intera regione in una crisi ancora più vasta.  In altre parole, gli houthi stanno ricordando a Israele, agli Stati Uniti ma soprattutto ai loro alleati del Golfo che il vero punto vulnerabile non è soltanto il cielo sopra Tel Aviv, ma anche il corridoio marittimo attraverso cui passa una parte essenziale dell’economia globale. <b>Questa è la loro più grande forza negoziale, anche nei confronti di Teheran</b>. E, forse, la ragione per cui continuano a brandire la minaccia di Bab el Mandeb senza arrivare, almeno per ora, a chiuderne davvero le acque.</p>]]></description>
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				<title>L’Iran sta copiando dalla Russia la strategia negoziale. Parla Coffey</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Ani Chkhikvadze</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>New York. </i><b>La diplomazia e la politica interna pesano entrambe sul problema iraniano dell’Amministrazione Trump.</b> Un cessate il fuoco condizionale è in vigore, prorogato fino alla conclusione dei colloqui, eppure lo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/stretto-di-hormuz_88297" target="_blank">Stretto di Hormuz</a>&nbsp;rimane di fatto chiuso alla navigazione commerciale, i mercati energetici globali restano instabili e Teheran continua a minacciare una più ampia escalation regionale se Washington spingerà troppo.</p><p>Nonostante mesi di negoziati non abbiano portato da nessuna parte, <b>Luke Coffey</b>, senior fellow all’Hudson Institute dove si occupa di politica estera americana e competizione geopolitica, vede un potenziale accordo come lo sbocco più probabile, principalmente per via degli istinti dello stesso Trump. <b>“Alla fine ci sarà un accordo che porrà fine a qualsiasi confronto”, dice al Foglio Coffey.</b> “Questo principalmente perché il presidente Trump vuole disperatamente un accordo. Vuole percorrere la strada diplomatica piuttosto che quella militare, senza alcun dubbio”. Coffey prevede che Teheran si accontenterà di sopravvivere, spacciandolo per una vittoria. “Tutto quello che devono fare è sopravvivere”, dice. “Per loro, è già una vittoria”. Coffey interviene in un dibattito che divide profondamente Washington su cosa dovrebbero fare gli Stati Uniti: accettare un accordo o abbandonare il tavolo. Anche se le infrastrutture militari di Teheran sono state ridotte dai bombardamenti aerei, la Guida suprema è stata uccisa e i proventi petroliferi sono stati compressi dal blocco navale americano imposto ad aprile, il regime sembra stia copiando il manuale della Russia: <b>prolungare i colloqui, evitare impegni concreti, pur mantenendo l’apparenza della diplomazia, così da far lievitare i costi politici per la Casa Bianca nel tempo. </b>Finora i danni subiti non sembrano aver convinto l’Iran, che ha costruito la propria identità attorno all’ambizione nucleare e alla resistenza all’America, ad accettare il disarmo. Per Teheran quello rappresenterebbe una resa. <b>Nel frattempo Washington continua a pretenderlo, tenendo aperta l’opzione di riprendere le ostilità.</b></p><p>“La realtà è che non sappiamo davvero a che punto siano le posizioni”, dice Coffey. “Sappiamo quello che è stato riportato dai media. Conosciamo le informazioni trapelate. Ma non conosciamo lo stato reale dei negoziati. Molte persone hanno un’agenda, quindi ognuno cerca di leggere la situazione attraverso la propria lente. Ognuno cerca di proiettare sul dibattito ciò che vorrebbe. <b>Ma nessuno sa davvero cosa sta succedendo. L’amministrazione non è stata molto trasparente su questa questione, e questo è lo stile di Trump quando si tratta di negoziati: non ama scoprire le proprie carte”</b>. Coffey si aspetta che gli iraniani offrano sospensioni temporanee del programma nucleare, limiti all’arricchimento per una decina d’anni, restrizioni ad attività specifiche e una struttura che rispecchi il Piano d’azione globale congiunto (“Jcpoa”) del 2015, dal quale Trump si era ritirato durante il suo primo mandato e che considera una strada già percorsa e senza uscita. La sua critica riecheggia un argomento repubblicano di lunga data: l’accordo originale era imperniato sull’accesso ai siti dichiarati, mentre quelli non dichiarati rimanevano irraggiungibili, lasciando a Teheran margine sufficiente per temporeggiare. Lasciava inoltre fuori dal nucleo dell’accordo il programma missilistico balistico dell’Iran e il sostegno alle milizie proxy regionali, prevedendo la riduzione delle sanzioni prima dell’effettivo rispetto degli impegni. <b>“Questo era il peccato originale del Jcpoa. Era un cattivo accordo allora”, ha detto Coffey, “e qualsiasi cosa gli assomigli sarà un cattivo accordo anche oggi”. </b>Trump, teme però Coffey, potrebbe accettare un’intesa limitata, presentarla come storica e fare affidamento sui suoi sostenitori per difenderla. “Qualsiasi cosa è politicamente possibile per Donald Trump. Accetterà un accordo e dirà a tutti che è il migliore di sempre, anche se non lo è”.</p><p>La stagione estiva dei viaggi, l’aumento del prezzo della benzina e le elezioni di metà mandato alle porte rendono tuttavia politicamente costoso per Trump un confronto prolungato. <b>“Man mano che la situazione si trascina, che i prezzi della benzina continuano a salire negli Stati Uniti e che ci avviciniamo alle elezioni di metà mandato, il presidente Trump diventerà sempre più disposto ad accettare un accordo che forse non è il migliore”,</b> ha osservato Coffey. La campagna militare ha indebolito l’Iran, ma quei danni da soli non hanno prodotto il risultato politico che Washington sperava. Coffey sostiene che il potere aereo americano ha mostrato una portata impressionante, colpendo obiettivi a vastissima distanza e distruggendo gran parte delle capacità militari iraniane. “Tutti possono vedere la potenza della sola campagna aerea. Il numero di obiettivi colpiti, il numero di strutture distrutte. L’intera marina iraniana annientata. La maggior parte della sua aeronautica distrutta. Una grossa fetta della sua capacità produttiva distrutta. <b>E tutto questo è stato fatto dall’America, che si trova a migliaia di chilometri dall’Iran. Il problema è che bisogna collegare gli obiettivi politici a quelli militari. Ed è lì che credo ci sia stato un problema”.</b></p><p>La Casa Bianca sostiene di aver raggiunto il suo obiettivo fondamentale: impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare, presentando il cambio di regime come un effetto auspicato piuttosto che un fine in sé. <b>Tuttavia, mentre Trump cerca una via d’uscita, la portata di ciò che ha già messo in campo rischia di rendere quella uscita politicamente impossibile.</b> La sua credibilità, e quella dell’America, fissa un limite minimo a qualsiasi accordo possibile: un presidente che ha costruito tutto questo non può facilmente presentare all’opinione pubblica americana condizioni che un osservatore qualunque faticherebbe a distinguere dall’accordo che lui stesso ha smantellato nel primo mandato.</p>]]></description>
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				<title>Le esecuzioni sommarie di Hamas, ma per questi palestinesi nessuno fiata</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Seine-Saint-Denis, place Victor-Hugo, con la basilica cattedrale a fare da scenografia. Al comizio della sinistra  della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/la-france-insoumise_33484" target="_blank">France Insoumise</a>, prende la parola il premio Nobel per la letteratura, <b>Annie Ernaux</b>. Indossa la kefiah, che come scrive il romanziere algerino Kamen Daoud sul Point è il nuovo abito maoista: “Come un tempo con il colletto cinese, si ripropongono poco a poco non il comunismo idealizzato, ma le sue esclusioni, i suoi processi, i suoi tribunali delle intenzioni. Si divide il mondo in due campi, si alimenta  la giudeofobia. Si esce dall’aeroporto gridando vittoria dopo una flottiglia di selfie; <b>allora questa falsa vittoria la pagano i palestinesi, mentre i figuranti si pagano in storie.</b> Si proclama Hamas ‘movimento di liberazione’, la sua violenza ‘legittima’, la sua utopia religiosa ‘inclusiva’, chiudendo gli occhi sulle prigioni a cielo aperto, le purghe, le esecuzioni”. Esecuzioni di Hamas?</p><p>A uccidere a Gaza sarebbero solo gli israeliani e mai per legittima difesa. <b>Terroristi di Hamas e unità di polizia a Gaza hanno invece mutilato e ucciso pubblicamente decine di palestinesi durante la guerra con Israele, in atti che costituiscono crimini di guerra, secondo un rapporto delle Nazioni Unite. </b>Un altro rapporto finito subito nel dimenticatoio mediatico. “Esecuzioni, gambizzazioni, fratture ossee con tubi di metallo e mattoni di cemento, percosse”, si legge nel rapporto.</p><p>108 le uccisioni certificate dal agosto 2024 al gennaio 2026. Uccisioni e torture  eseguite anche all’interno di complessi ospedalieri, tra cui il Nasser Medical Complex a Khan Younis. Il rapporto dell’Onu non può fare a meno di scrivere che anche i morti palestinesi per mano di Hamas sono colpa dell’“ambiente creato da Israele”. <b>Come dire che se lo stato ebraico non esistesse e non di difendesse nella guerra del 7 ottobre, quei palestinesi sarebbero vivi e felici.</b> Conclude Kamel Daoud citando George Orwell: “Alcune idee sono talmente assurde che solo gli intellettuali possono crederci”. La più assurda è che Gaza vada liberata da Israele e non da Hamas. Nessuna flottiglia umanitaria ha solcato il Mediterraneo per denunciare queste prigioni a cielo aperto gestite dagli stessi “resistenti”. Nessun  Nobel ha indossato la kefiah per piangere questi martiri interni. Nessuna piazza europea si è riempita di bandiere per invocare sanzioni contro i boia islamisti.</p><p><b>“A Gaza non esiste una stampa libera, non c’è libertà di riunione, di stampa, di formazione di partiti né di un sistema giudiziario indipendente” scrive il romanziere olandese Leon de Winter sul Telegraaf.</b> “I media hanno ripreso con avidità la propaganda di Hamas come se le fonti fossero indipendenti e attendibili, e come se il jihadismo fosse un’ideologia allegra, ecologista, adatta a femministe e trans. Nel 1948 c’erano 1,3 milioni di arabi che oggi definiamo palestinesi, e oggi in medio oriente vivono almeno tredici milioni di palestinesi, più altri un milione nel resto del mondo. Il genocidio dei palestinesi è il primo genocidio della storia in cui il popolo genocidato si è decuplicato numericamente. Al Jazeera è il nuovo ministero mondiale dell’illuminazione popolare e della propaganda”. Queste esecuzioni pubbliche di Hamas non turbano i sonni di chi, in nome di un certo “progressismo”, giustifica ogni barbarie purché diretta contro lo stato ebraico. Ogni barbarie.</p><p>Come Israa Jaabis, l’aspirante esplosiva palestinese appena accolta con ovazioni a Berkeley. Sì, la fallita attentatrice suicida palestinese ha tenuto un discorso agli studenti dell’Università della California ricevendo applausi fragorosi. Jaabis, rilasciata dal carcere israeliano nel 2023 come parte di uno scambio di prigionieri legato agli attacchi del 7 ottobre, ha parlato agli studenti della facoltà di Legge dell’ateneo californiano. L’esplosione l’ha sfigurata gravemente e ha ustionato l’agente. Jaabis non è celebrata nonostante il suo tentativo di fare una strage di ebrei, ma proprio per esso. <b>Chi tenta di massacrare  israeliani non è un terrorista, ma un corpo che porta  le stigmate dell’oppressione sionista e occidentale.</b></p>]]></description>
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				<title>I droni, le nostre nuove mascherine. Attrezzarsi per la dissuasione</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>Yaroslav Trofimov, il migliore, sul Wsj ha ricordato Tucidide nel dialogo tra gli ateniesi e i melii nella guerra del Peloponneso: <b>“I forti fanno quello vogliono, i deboli soffrono quanto devono”.</b> Il realismo politico nasce qui. Ora, osserva Trofimov, entriamo in una nuova fase. Che definirei del realismo magico, anzi tecnologico. Ucraina e Iran hanno sviluppato oltre limiti prevedibili&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/19/news/cosi-mosca-spiega-gli-attacchi-ucraini--399115" target="_blank">l’industria dei droni</a>, che al contrario dei cinesi, grandi produttori, sanno usare, e dei missili poveri, ma pur sempre missili balistici. <b>Così hanno messo in seria difficoltà il nemico, due eserciti di superpotenze che hanno per esempio il controllo dell’aria, del cielo, e scusate se è poco.</b> Anche a saperne quasi nulla, fioccano da parte di esperti e politici, tra i quali il ministro italiano della Difesa Guido Crosetto, analisi sulla nuova dimensione della guerra, della forza e del suo uso. Conseguenza evidente: ci si può attrezzare, ciascuno può farlo, si deve farlo. Dal punto di vista dell’esercizio della forza inteso come un virus, siamo in tempo di pandemia. Servono i vaccini, gli antibiotici, servono e molto i droni, cioè le mascherine. Serve la formazione e la capacità di usarli, serve la scuola dell’esercito ucraino benedetto. Servono reti informative, satelliti e cyberstrumenti. Dare all’Ucraina non è mai stato un amore a senso unico, era uno scambio, vantaggioso per le retrovie, e ora lo si vede a occhio nudo.</p><p><b>            Le grandi potenze hanno subito sconfitte, non in Iraq, considerato a torto la madre di tutte le sconfitte e invece no, ma certo in Afghanistan e in Vietnam sì.</b> Ma ora è un fenomeno diverso, che Trofimov segnala come un caso storico studiato dai cinesi, molto interessati alla prospettiva dell’egemonismo globale, con il piede di partenza su Taiwan. Perfino Israele, che per necessità a queste cose fa attenzione, in genere per tempo, sperimenta, quando non si tratta di una guerra di annientamento del nemico rifugiato dietro lo scudo militare e civile di Gaza, quanto siano insidiose, di fronte ai carri armati e ai caccia dell’aviazione, i droni invisibili e inintercettabili di Hezbollah, in una guerra difficile e infinita di sradicamento di un esercito di Dio che preme alle frontiere e bombarda dai confini.</p><p>Invece di dibattiti ideologici nullisti, ispirati a falsi valori, sarebbe interessante, visto che a oggi la difesa Nato è attrezzata per il convenzionale e debilitata dalle scelte politiche di Trump, aprire una seria discussione sulle nuove tecnologie di dissuasione e difesa, sulle industrie corrispondenti, sul potenziale di controllo e guida umano della rete di dati e armi di nuovo tipo. Può non essere un disastro la fine del progetto franco-tedesco di un nuovo caccia, può essere rivista tutta la questione del ReArm Europe, anche se il termine dispiace, alla luce di che cosa produrre, come, in che tempi, con quali raccordi informativi e quali programmi di formazione e impulso comuni. <b>Se c’è, e c’è, una nuova dimensione dell’uso della forza dissuasiva, entrare nella questione, sviscerarla, vederne le potenzialità e i limiti, sarebbe un compito di guida nazionale al quale il governo e il Parlamento, più che interessati, dovrebbero sentirsi per così dire obbligati. </b></p>]]></description>
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				<title>A Herat i talebani sparano sulla folla, a Bruxelles siedono ai tavoli dell’Ue</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:14:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mentre la polizia dei talebani a Herat spara sulla folla che protesta contro gli arresti di massa delle donne accusate di non indossare correttamente il velo, <b>l’invito della Commissione Ue per fare arrivare a Bruxelles una delegazione del governo afghano è ancora valido</b>. La notizia era stata confermata a metà maggio da un portavoce del Berlaymont. Markus Lammert aveva detto che si trattava di una riunione per discutere della possibilità di rimpatriare migranti in Afghanistan. “Ma non si tratta in alcun modo di un riconoscimento” del regime islamista dei talebani, aveva rassicurato il funzionario europeo. Secondo Lammert, l’incontro era stato anticipato da altre riunioni tecniche, quindi l’invito era un semplice “follow up”.</p><p>A sponsorizzare il dialogo con i talebani sono in particolare Svezia e Regno Unito, che avevano spinto la Commissione ad approfondire i negoziati con Kabul. Destinatari dei provvedimenti di rimpatrio in Afghanistan dovrebbero essere solamente “persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza”. Pericolosi o meno, <b>l’iniziativa dell’Ue getta ombre sulla politica dei rimpatri che Bruxelles intende sponsorizzare in stati dove vige la sharia</b>. All’indomani della dura repressione delle proteste a Herat, che hanno causato due morti tra i civili, un gruppo di 47 europarlamentari ha inviato una lettera al ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, affinché rifiuti di concedere il visto a qualsiasi membro della delegazione dei talebani. Ma a colpire è la schizofrenia dell’Ue. Appena un paio di mesi prima delle aperture diplomatiche, il Servizio europeo per l’azione esterna aveva condannato le “violazioni sistematiche dei diritti delle donne e delle ragazze” da parte dei talebani, avvertendo che “potrebbero configurarsi come persecuzione di genere”. Ora invece si attende che i rappresentanti di un gruppo terroristico sbarchino in Europa a tranquillizzare Bruxelles, perché penseranno loro ai migranti più pericolosi. Con buona pace dei valori fondativi democratici e liberali dell’Ue.</p>]]></description>
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				<title>Il medio oriente è pronto per la guerra a singhiozzo</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 20:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>L’accordo con la Repubblica islamica dell’Iran non è più “vicino” e il presidente americano Donald Trump ha detto che gli Stati Uniti potrebbero presto colpire le centrali elettriche iraniane e i ponti</b>. I combattimenti attivi sono  tornati, le minacce di Trump fanno da sfondo a una situazione a cui il medio oriente si sta abituando: la guerra continuerà a singhiozzo, il lunghissimo cessate il fuoco proclamato da Trump più di quaranta giorni fa e costantemente rinnovato verrà intervallato da attacchi, bombe e minacce continue. La Cnn aveva contato con diligenza quante volte il presidente americano aveva annunciato che l’accordo con gli iraniani fosse vicino. Ne era uscito un numero alto, quasi pari ai giorni di cessate il fuoco in vigore: Trump ha annunciato che un accordo fosse questione di poco tempo almeno trentasette volte. Prima di dire di essere sul punto di ordinare nuovi attacchi “molto forti” contro l’Iran, il presidente americano aveva però rilasciato un’intervista all’Abc in cui, parlando del futuro politico del suo alleato Benjamin Netanyahu ed esprimendo i dubbi su possibili nuovi successi elettorali del leader del Likud aveva detto: “Netanyahu è un premier di guerra e presto in un modo o nell’altro la guerra la vinceremo”. Il presidente americano voleva dire che un leader di guerra non funziona in tempi di pace e ancora una volta si è esposto, indicando che il conflitto finirà presto.</p><p>Sul campo sta accadendo il contrario e <b>il medio oriente si prepara a un periodo lungo di ripresa di combattimenti continui, in cui varie forme di negoziato proseguono sotto traccia</b>. Questa settimana,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/09/news/con-lattacco-a-israele-teheran-voleva-imporre-una-nuova-regola-e-ha-fallito--400242">la Repubblica islamica ha colpito Israele come ritorsione per i bombardamenti di Tsahal a Beirut, contro Hezbollah</a>. Gli attacchi fra Iran e Israele sono durati qualche ora, fino al primo pomeriggio di lunedì.&nbsp;</p><p>Durante la notte, gli iraniani&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/i-nuovi-attacchi-degli-stati-uniti-contro-liran-dopo-labbattimento-di-un-apache--400343">hanno poi abbattuto un elicottero americano Apache</a>, gli Stati Uniti hanno risposto e sono seguite ore di attacchi di rappresaglia. Stranamente la <i>leadership</i> iraniana ha presentato l’abbattimento dell’Apache come un incidente e gli americani hanno fatto sapere di aver risposto in modo moderato. Dopo i colpi degli Stati Uniti, Teheran ha lanciato la sua di rappresaglia, colpendo il Kuwait, il Bahrein e la Giordania, che finora era rimasta fuori dalla traiettoria dei droni che la Repubblica islamica ha lanciato contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Teheran ha l’obiettivo dichiarato di far sentire ai paesi del medio oriente che l’alleanza con Washington è costosa e pericolosa, vuole che facciano pressione sugli americani, che caccino le loro basi e questo tentativo finora, nonostante i droni, la distruzione, le vittime, i problemi economici, non ha però portato nessuno nella regione a prendere una chiara posizione contro Washington. Teheran ha fatto sapere che i paesi del Golfo hanno la “responsabilità morale” di impedire gli attacchi americani e israeliani. Colpire il Golfo per far male a Washington è una strategia che Teheran usa dall’inizio della guerra.</p><p><b>Trump ha trascorso la giornata a parlare dell’occasione perduta dagli iraniani, che hanno sabotato l’accordo quando ormai era sul tavolo, pronto per la firma</b>: “Eravamo davvero vicini a un accordo, ma loro continuano a prenderci in giro, continuano a prenderci per fessi”. Gli iraniani hanno risposto: “Ogni volta che Trump parla, l’Iran risponde con maggiore fermezza, e  continuerà. Le nostre risposte stanno diventando più energiche, più potenti e più aggressive. Non ci sottometteremo mai a quella che definiamo l’arroganza globale di Trump e Netanyahu. Gli Stati Uniti non sono più la superpotenza di un tempo. Il mondo ha assistito alla forza dell’Iran”.</p><p>La presenza americana in medio oriente, dall’inizio del cessate il fuoco, non è mai diminuita. Le basi  nei paesi del Golfo sono a pieno regime e in Israele, l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv è talmente pieno di mezzi militari americani da creare disagio al normale funzionamento dei voli e alle compagnie aeree. L’idea che il conflitto possa andare avanti a lungo, smettere e riprendere, infiammarsi e sfiammarsi, sembra ben radicata nella regione. Non ci sono cenni di cedimento, nonostante i trentasette annunci di accordo di Trump gli Stati Uniti  non si sono mossi. La sfida continua a essere una pressione continua, sperando che sia l’altro a stancarsi per primo. In Israele alcuni analisti ritengono che sia tutto calcolato: si va avanti a colpire per il tempo necessario, non può che essere l’Iran in bancarotta a stancarsi per primo.</p>]]></description>
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				<title>A Herat i talebani sparano sulle proteste contro la polizia morale</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 19:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Shelly Kittleson</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Istanbul</i>. “Le forze militari sono schierate in ogni piazza e incrocio, e le persone non escono più di casa nemmeno per le necessità quotidiane”, dice al Foglio una donna di Herat, in Afghanistan: “Martedì c’è stata una protesta nel quartiere di Jebrail, ma è stata repressa dalle forze militari talebane”, dice, aggiungendo che tra i manifestanti c’erano sia uomini che donne, e “sarebbero stati colpiti da fuoco diretto da parte delle forze militari”.</p><p><b>La protesta è scoppiata dopo l’arresto di un numero imprecisato di donne e ragazze, pare perché non avevano rispetto  il rigido codice di abbigliamento imposto dal governo in carica</b>. Un portavoce della polizia di Herat ha sostenuto che alcune persone avevano tentato di “creare tensioni con il pretesto” di protestare contro le norme sull’abbigliamento. Un comunicato del ministero ha precisato che le donne musulmane sono tenute a coprirsi completamente, in quanto si tratta di “un comandamento divino”.</p><p>Una fonte afghana che lavora in ambito sanitario ha riferito al Foglio mercoledì, tramite messaggi cifrati, che la protesta era iniziata martedì mattina da parte di locali contro i recenti arresti fatti dalle forze per la Promozione della virtù e la Prevenzione del vizio dei talebani, ufficialmente noti come Emirato islamico dell’Afghanistan (Eia). “I manifestanti scandivano slogan contro l’arresto delle donne, e la polizia dell’Eia presente nella zona ha cominciato a colpirli con bastoni, calci di fucile e canne delle armi”, ha spiegato, aggiungendo che “in seguito alcuni degli agenti dell’Eia hanno aperto il fuoco”, <b>causando la morte di una donna e di una ragazza e il ferimento di “diverse altre persone</b>. Alcuni dei feriti sono stati portati negli ospedali della città, mentre altri” hanno preferito non farlo per evitare di essere arrestati dalle forze dell’Eia. Un’altra protesta potrebbe tenersi venerdì, ha detto la donna di Herat. “In questo momento non sono in buone condizioni mentali ed emotive. La mia famiglia e io siamo esposti a gravi minacce e le nostre vite sono in pericolo”, ha aggiunto, precisando di non voler “esprimere opinioni o commenti in questo momento”. al di là della semplice esposizione dei fatti.</p><p>Un’altra donna a Kabul ha riferito al Foglio che circolava la voce che dietro le proteste ci fosse Mohammad Ismail Khan, ex signore della guerra, ex ministro e uomo forte locale, nonché in passato governatore provinciale di Herat. Ha tuttavia precisato che una sua conoscente a Herat le aveva detto che “le persone hanno, in una certa misura, perso fiducia in figure come l’ex governatore Ismail Khan”.</p><p><b>L’Italia ha mantenuto una presenza militare nella città di Herat per quasi vent’anni</b>. Le ultime forze sono state ritirate nel giugno del 2021, circa due mesi prima che l’Eia prendesse il controllo della capitale afghana, Kabul. Khan e i suoi sostenitori erano rimasti per tentare di combattere l’Eia, ma non ci erano riusciti  e l’ex governatore era stato successivamente catturato dall’Eia e costretto a rilasciare dichiarazioni di adesione alle sue forze. Si ritiene che Khan viva attualmente in Iran. La città di Herat si trova a circa 120 chilometri a est del valico di frontiera iraniano di Islam Qala.</p><p>La donna di Kabul ha inoltre aggiunto che “anche Ismail Khan non si sta esprimendo con forza”, presumibilmente perché “i talebani gli hanno sequestrato la casa e altri beni”. Sebbene Ismail Khan possa ancora esercitare una certa influenza, “non ha la capacità di affrontare o resistere” alle forze dell’Eia. Una valutazione condivisa, a quanto si dice, da molti afghani sia nel paese sia nella regione. Khan, oggi ottantenne, è stato citato dai media afghani vicini all’opposizione – in gran parte all’estero – come autore di una dichiarazione del 9 giugno in cui affermava che “il silenzio di fronte all’ingiustizia contro le donne è un tradimento”, oltre che una violazione dei “valori islamici”. Ha esortato le donne afghane a “resistere”, senza tuttavia spiegare in che modo una tale resistenza possa essere praticabile per donne disarmate e in gran parte prive di istruzione, alla mercé di uomini pesantemente armati e addestrati.</p>]]></description>
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				<title>Nessuno ascolta gli appelli alla calma nel Regno Unito che mastica e sputa rabbia, da Belfast a Southampton</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 18:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La famiglia di Stephen Ogilvie, l’uomo cui un sudanese ha cavato l’occhio sinistro mentre cercava di decapitarlo con un coltello in mezzo a una strada di Belfast, ha chiesto di non strumentalizzare questa tragedia, proprio&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/04/news/contro-le-politiche-identitarie-tutte-bianche-e-nere-la-lezione-conservatrice-di-kemi-badenoch--399992">come aveva fatto la settimana scorsa la famiglia di Henry Nowak</a>, il diciottenne ucciso a Southampton a dicembre da un sikh che aveva fatto passare il suo omicidio per un’aggressione a sfondo razziale subita, e la polizia aveva creduto a lui e non ai propri occhi – Nowak era per terra, non riusciva a respirare per le coltellate, è stato ammanettato, ed è morto poco dopo. È un paese già sgretolato, il Regno Unito, hanno detto questi parenti scioccati e sofferenti, non creiamo altre divisioni, altre violenze. Le loro parole straziate non sono state ascoltate, chi invita alla calma è un negazionista dell’implosione del Regno Unito, bisogna protestare, urlare, lanciare sassi, bruciare tutto: fate sentire la vostra rabbia, ha detto il nazionalista Nigel Farage.</p><p>A Southampton era andata quasi bene: più di una decina di agenti della polizia feriti, quattro agitatori arrestati. A Belfast no, a Belfast, <b>dopo che il video di Hadi Alodid</b> – così si chiama il richiedente asilo trentenne arrivato dal Sudan via Irlanda nel 2023 e con un permesso per restare cinque anni che devasta con un coltello la faccia e il collo di Ogilvie, quasi sessantenne: un uomo con una mazza da hurling l’ha salvato – è<b> diventato pubblico, una ronda di un centinaio di uomini e ragazzi a volto coperto è piombata sulla “strada degli stranieri”, una via nella parte est di Belfast in cui abitano famiglie immigrate</b>:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/belfast-brucia-dopo-un-accoltellamento-caccia-agli-stranieri-nella-notte--400348">gridava ai neri di uscire di casa, poi si è messa a tirare pietre e bottiglie spaccando le finestre, infine ha appiccato il fuoco alle case e alle automobili</a>. Pompieri e ambulanze sono arrivati per evacuare le famiglie asserragliate – la casa bruciata interamente è di un nordirlandese – mentre anche la polizia intervenuta veniva attaccata. La mobilitazione era iniziata su account X che dicevano: venite col volto coperto, siate pronti a essere colpiti o arrestati.</p><p><b>La rabbia ha preso il sopravvento, la rabbia “giusta”, come la chiama Farage e come la chiama il neofascista Tommy Robinson che in questo momento si trova a Mosca</b> – è andato a vedere, ammirato, come funziona bene la società russa – e che ha detto che è stata fatta giustizia. Elon Musk posta e riposta denunciando l’immigrazione fuori controllo e i governi europei che non sanno proteggere i loro cittadini, e il governo è particolarmente offeso da questa ingerenza, ma la rabbia è una lama a doppio taglio, è causa ed è effetto, in una spirale di orrore contagiosa – ci sono state proteste e scontri anche a Glasgow – che travolge ogni cosa. L’immigrazione deve essere trattata come una questione di sicurezza nazionale, hanno detto alcuni parlamentari al dibattito ai Comuni, mentre si guardano i numeri in calo degli ingressi di immigrati, ci si rimpalla le responsabilità per il mancato controllo, si spulcia nei conti della società privata che gestisce gli alloggi degli irregolari, si contano le scritte razziste sui muri, e non si trova il modo di governare la rabbia – perché è giusta quanto eccessiva, un equilibrio nella furia non c’è – che diventa  il combustibile di una società che rifiuta la convivenza e rifiuta gli appelli alla calma: è tutto rotto.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Belfast brucia dopo un accoltellamento: caccia agli stranieri nella notte</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 12:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Martedì sera, <b>centinaia di uomini mascherati hanno percorso le strade di Belfast est e nord e incendiato case, automobili e autobus e si sono scontrati con la polizia</b> nordirlandese in quello che è stato definito come<b> un "pogrom" contro gli stranieri</b>, in particolare di origine africana. Le violenze sono avvenute dopo&nbsp;<a href="https://www.lbc.co.uk/article/belfast-stabbing-victim-named-5HjdbLd_2/" target="_blank">l'accoltellamento di un quarantenne</a>, la sera precedente, imputato a un <b>rifugiato sudanese</b>.&nbsp;</p><p>Su Lendrick Street, una famiglia ucraina è scappa dalla porta sul retro mentre l'ingresso della propria abitazione bruciava. Una famiglia africana residente nel quartiere da vent'anni ha dovuto abbandonare la sua casa dopo che la folla ne ha sfondato le finestre. Una famiglia con quattro bambini è stata fatta evacuare da un consigliere municipale indipendente: anche la loro casa è stata data alle fiamme. Il capo della polizia Jon Boutcher riferisce che nella notte <b>gli agenti hanno messo in salvo famiglie intere</b>, tra cui un neonato di due mesi.&nbsp;I vigili del fuoco sono dovuti intervenire su oltre sessanta episodi. I trasporti pubblici sono stati sospesi.</p><p><b>Molti dei manifestanti erano giovani, vestiti di nero, incappucciati: in vari casi sono entrati con la violenza nelle case, hanno spaccato finestre e poi appiccato incendi mentre urlavano slogan contro l'immigrazione</b>. A Portadown è stata data alle fiamme una volante della polizia; a Ballyclare è stata attaccata una barberia turca. Sulla Lower Newtownards Road – una delle arterie principali della Belfast est, raggiungibile a piedi dal centro,&nbsp;frequente punto di tensione durante i Troubles – una colonna ha tentato di incendiare un'auto finché una donna non è uscita di casa per dire che la macchina non apparteneva a uno straniero. Solo a quel punto i manifestanti si sono spostati, racconta la Bbc. La Lower Newtownards Road è il cuore simbolico del lealismo operaio di Belfast est – lo stesso quartiere che ha costruito il Titanic, che ha i volti dei suoi martiri dipinti sui muri di mattoni, e che si percepisce da decenni come comunità sotto pressione.&nbsp;</p><h2>L'accoltellamento che ha scatenato le proteste</h2><p>Tutto nasce ventiquattr'ore prima. <b>Lunedì sera, verso le 22.30, un uomo sulla quarantina viene aggredito in modo brutale, con un coltello da cucina, su Kinnaird Avenue, nella parte settentrionale di Belfast</b>. Le ferite sono gravissime: al viso, agli occhi, alla schiena. La polizia arresta un trentenne sudanese e lo accusa di tentato omicidio, possesso di arma impropria e minacce di morte. L'uomo non era noto né alla polizia locale né ai servizi di sicurezza nazionali. Aveva raggiunto Belfast nel febbraio 2023 con un autobus da Dublino, dove era arrivato in volo da Parigi. Aveva chiesto asilo al suo arrivo e nel settembre dello stesso anno gli era stato concesso il permesso di soggiorno fino al 2028.&nbsp;<b>Un video dell'aggressione è subito circolato online</b>. È una scena barbarica: l'aggressore sembra voler decapitare la vittima, infierisce sul suo volto. Prima dell'intervento della polizia, un uomo di nome Maitiu Mag Tighearnán, che stava tornando dall'allenamento di hurling (sport nazionale irlandese) col figlio, vede l'aggressione, scende dall'auto con un amico e colpisce l'aggressore con un bastone da hurling per fermarlo. Anche l'azione di Tighearnán è stata ripresa e in suo favore è stato aperto un crowdfunding.</p><p>Tra chi ha soffiato sul fuoco delle proteste su X ci sono <b>Elon Musk</b> – proprietario della piattaforma – e <b>Tommy Robinson,</b>&nbsp;<b>il più noto agitatore di estrema destra britannico</b>&nbsp;il cui vero nome è Stephen Yaxley-Lennon, 42 anni e diverse condanne penali.<b>&nbsp;</b>A settembre 2025 Robinson aveva organizzato a Londra una marcia da circa 150.000 persone e a maggio 2026 ne ha organizzata un'altra.&nbsp;<b>A febbraio è stato ricevuto al Dipartimento di stato americano</b>, con il consigliere senior Joe Rittenhouse che lo ha elogiato come un "guerriero della libertà di parola".&nbsp;In sostanza una legittimazione politica, un segnale di Washington alla destra radicale europea (lo stesso schema della visita di Vance all'Afd tedesca).</p><p>Il premier britannico <b>Keir Starmer ha definito l'attacco "raccapricciante" e chiesto ai cittadini di mantenere la calma</b>. I leader dei principali partiti nordirlandesi hanno condannato sia l'aggressione di lunedì sia i disordini. La prima ministra Michelle O'Neill parla di "vigliaccheria disgustosa". Boutcher definisce i rivoltosi "idioti irresponsabili che stanno danneggiando il loro stesso futuro".</p><p>L'Irlanda del nord conta una delle quote più basse di minoranze etniche nel Regno Unito: un censimento del 2021 registrava quasi il 97 per cento della popolazione come etnicamente bianca, con Belfast sopra il 90 per cento. L'immigrazione è materia di cui si occupa Westminster, fuori cioè dalla competenza di Stormont.</p><h2>I precedenti. Dall'omicidio Nowak a Southampton alle strade dell'Irlanda del nord in fiamme</h2><p>I disordini di Belfast si inseriscono in una sequenza che attraversa il Regno Unito da almeno due anni. Lo schema è sempre lo stesso: un fatto violento di cronaca che coinvolge degli immigrati, la sua amplificazione sui social, e le strade in fiamme entro ventiquattr'ore.&nbsp;</p><p>Lo scorso dicembre, a Southampton, Henry Nowak – studente diciottenne di origini polacco-britanniche – veniva accoltellato cinque volte da Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh, durante una lite in strada. Quando la polizia giunse sul posto, Digwa accusò Nowak di averlo aggredito: gli agenti ammanettarono Nowak mentre era a terra morente. Il video delle bodycam dei poliziotti è diventato virale. Digwa è stato condannato per omicidio il 28 maggio scorso e condannato all'ergastolo con un minimo di ventuno anni.&nbsp;<b>La settimana scorsa centinaia di manifestanti si sono radunati davanti a una stazione di polizia di Southampton, aizzati da attivisti dell'estrema destra, e hanno lanciato mattoni e altri oggetti contro gli agenti in assetto antisommossa, ferendone undici</b>. Nigel Farage aveva scritto su X che il comportamento della polizia dimostrava che "la paura di essere accusati di razzismo era più forte dell'istinto di intervenire". Il padre di Nowak ha chiesto che la morte del figlio non venga "usata per creare ulteriore divisione e odio": un appello rimasto in larga misura inascoltato.</p><p>Nel giugno 2025, dopo l'arresto di due adolescenti rumeni accusati di violenza sessuale a <b>Ballymena</b> – accuse poi cadute per mancanza di prove – l'Irlanda del nord aveva vissuto più di una settimana di disordini, con decine di abitazioni attaccate e i residenti che appendevano cartelli alle finestre con scritto "qui vivono locali" per dissuadere i rivoltosi. Prima ancora, nell'estate 2024, erano stati i fatti di<b> Southport</b> – tre bambine uccise, il sospettato falsamente descritto online come un migrante musulmano – a innescare una ondata di violenze in tutto il paese.</p>]]></description>
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				<title>I nuovi attacchi degli Stati Uniti contro l&#039;Iran dopo l&#039;abbattimento di un Apache</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 10:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Dan Lamothe, Victoria Craw</author>
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				<description><![CDATA[<p>Martedì sera l'esercito statunitense ha sferrato una nuova serie di attacchi contro l'Iran, poche ore dopo che il presidente Donald Trump aveva dichiarato che tale azione sarebbe stata necessaria poiché le forze iraniane avevano abbattuto un elicottero dell'esercito americano.</p><p>I funzionari militari statunitensi hanno dichiarato in un comunicato di aver effettuato <b>“attacchi di autodifesa”</b> su ordine di Trump in risposta all'abbattimento dell'elicottero, colpendo siti di difesa aerea iraniani, stazioni di controllo a terra e radar di sorveglianza vicino allo Stretto di Hormuz, la via navigabile attraverso la quale transita circa il 20% del petrolio mondiale proveniente dal Medio Oriente. Gli attacchi sono stati effettuati con aerei da combattimento dell’Aeronautica Militare e della Marina e sono stati “<b>una risposta proporzionata ai recenti attacchi contro le forze statunitensi e le navi commerciali internazionali in transito nelle acque regionali</b>”, si legge nella dichiarazione. “Le forze statunitensi rimangono vigili e pronte a difendersi da un’aggressione iraniana ingiustificata”.</p><p>L'azione è stata intrapresa dopo che un elicottero, a bordo del quale si trovavano due soldati statunitensi, è stato abbattuto lunedì sera mentre volava nei pressi dello Stretto di Hormuz. T<b>rump ha affermato che i membri dell'equipaggio stavano “bene” e non erano stati feriti</b>, e ha dichiarato che gli Stati Uniti “devono, per necessità, rispondere a questo attacco”. L'equipaggio è stato tratto in salvo lunedì intorno alle 19:30 ora della costa orientale, due ore dopo l'abbattimento, ha dichiarato martedì il Comando Centrale degli Stati Uniti in un comunicato.</p><p>Gli attacchi incrociati mostra che il cessate il fuoco, già instabile da settimane, dovrà affrontare ulteriori difficoltà. L'accordo, annunciato per la prima volta l'8 aprile, è tecnicamente ancora in vigore ma ha visto diversi bombardamenti da entrambe le parti. I funzionari statunitensi hanno affermato di aver agito in risposta agli attacchi iraniani o alla minaccia degli stessi.&nbsp;I due aviatori dell’esercito sono stati soccorsi da un drone marittimo della Marina <b>segnando la prima operazione di questo tipo</b>, hanno detto martedì i funzionari militari statunitensi. I soldati erano in condizioni stabili e i dettagli dell’incidente sono oggetto di indagine.</p><p>Il capitano di marina Tim Hawkins, portavoce militare, ha dichiarato che l'equipaggio è stato recuperato da un drone di superficie Corsair, un'imbarcazione che l'esercito statunitense ha schierato per la prima volta nella regione a marzo, poco dopo l'inizio della guerra con l'Iran. I soldati statunitensi soccorsi sono stati poi trasportati in un altro punto in mare e successivamente issati su un elicottero prima di ricevere ulteriori cure, ha affermato Hawkins.&nbsp;Il Corsair, prodotto dalla Saronic Technologies con sede ad Austin, è lungo 24 piedi e trasporta fino a 450 kg di carico. Alti funzionari della marina hanno annunciato alla fine dello scorso anno che avrebbero assegnato alla Saronic un contratto da 392 milioni di dollari per produrre queste imbarcazioni.</p><p>Le forze coinvolte nel salvataggio includono la Task Force 59 della Marina, un'unità specializzata nell'uso di droni in mare. L'elicottero era in missione di pattugliamento vicino alla costa dell'Oman.&nbsp;Parlando con i giornalisti all'aeroporto internazionale John F. Kennedy di New York dopo aver assistito alla partita di basket tra Knicks e Spurs lunedì sera, Trump ha detto che verrà pubblicato un rapporto su quanto accaduto.</p><p>A dare per primo la notizia dell'abbattimento è stato il New York Times, secondo cui <b>un elicottero da combattimento Apache </b>dell'esercito è precipitato in circostanze non chiare e due membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo.</p><p>L'attacco all'elicottero è avvenuto dopo che Israele e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/08/news/missili-iraniani-su-israele-raid-israeliani-sulliran--400200">l'Iran si sono scambiati una serie di attacchi con missili a lungo raggio</a>. Israele aveva preso di mira una roccaforte di Hezbollah nel sud di Beirut, provocando la rappresaglia di Teheran.&nbsp;Questi attacchi sono stati i primi scontri diretti tra Israele e l’Iran da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco ad aprile e hanno rischiato di far precipitare nuovamente la regione in una guerra aperta. Trump ha però affermato di aver fatto pressioni su entrambe le parti per ripristinare una tregua provvisoria, almeno per un’altra settimana.</p><p>Il presidente ha dichiarato in un post sui social media lunedì mattina che i colloqui di pace porteranno presto a un accordo per porre fine alla guerra, “a meno che l’ignoranza o la stupidità non si mettano di mezzo”.&nbsp;Nelle sue dichiarazioni ai giornalisti, ha affermato di aver parlato con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e ha detto ai giornalisti che Israele e l’Iran "no si sarebbero colpiti per un’altra settimana”. “Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un accordo molto, molto buono che non consentirà in alcun modo, forma o maniera le armi nucleari… e poi lo stretto verrò riaperto immediatamente”, ha detto.</p><p>Intanto martedì, il ministero della Salute libanese ha dichiarato che otto persone sono state uccise e 32 ferite nei raid israeliani sulla città meridionale di Tiro. In precedenza, le Forze di Difesa Israeliane avevano invitato i residenti a evacuare la città e le zone circostanti in vista di un'azione militare contro Hezbollah. Il cessate il fuoco tra Israele e Libano, a cui Hezbollah non ha aderito, così come la riapertura dello Stretto di Hormuz e il contenimento del programma nucleare di Teheran, sono stati i punti chiave dei negoziati per porre fine alla guerra, che è profondamente impopolare negli Stati Uniti e ha portato a un'impennata dei prezzi dell'energia a livello globale.</p><p>L'abbattimento dell'elicottero è l'ultima di una serie di perdita di velivoli statunitensi nella guerra contro l'Iran.&nbsp;Secondo un rapporto del Congresso pubblicato il mese scorso, almeno 42 velivoli, tra cui alcuni aerei da combattimento e numerosi droni, sono stati distrutti o danneggiati nell'operazione militare che l'amministrazione Trump ha denominato “Epic Fury”.&nbsp;Tra le perdite figura anche un F-15E abbattuto all’inizio di aprile, con un aviatore statunitense recuperato in territorio iraniano. Un mese prima, sei militari erano morti nello schianto in Iraq di un aereo da rifornimento dell’Aeronautica.</p><p><i>    Suzan Haidamous ha contribuito a questo articolo.</i></p><p><i>Copyright Washington Post</i></p>]]></description>
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				<title>Macron chiama Xi al G7 mentre Trump scombina la linea occidentale sulla Cina</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 10:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulia Pompili</author>
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				<description><![CDATA[<p>Secondo alcune fonti di Politico, il presidente francese Emmanuel Macron, presidente di turno del G7 la cui riunione a livello di capi di stato e di governo si terrà la prossima settimana a Évian-les-Bains, avrebbe cercato di coinvolgere il leader cinese Xi Jinping nella riunione con le sette grandi economie globali organizzando un “vertice delle convergenze” con la Cina. Poi il formato si è ridimensionato, e probabilmente Macron parlerà in videoconferenza giovedì prossimo con Xi, alla presenza di alcuni dei capi di stato già presenti in Francia. Il tentativo francese arriva in un momento di profonda trasformazione delle relazioni occidentali con Pechino.</p><p>La prima causa di caotica gestione delle relazioni con la Repubblica popolare, anche in Europa, è il presidente americano Donald Trump. Secondo molti osservatori, finora i paesi europei hanno usato “il pilota automatico”, dice una fonte diplomatica al Foglio, nei rapporti con la Cina: business fino a dov’era possibile, e misure di contenimento e sicurezza stabilite dagli Stati Uniti, coerentemente con l’idea dell’ex presidente americano Joe Biden della necessità di un “friendshoring”,  la strategia di alleanze fra paesi amici (e democratici). Ma Trump ha fatto saltare tutto: dopo un primo mandato con una connotazione molto anti-cinese, il nuovo Trump alla Casa Bianca sembra aver cambiato direzione, e sembra determinato a mantenere un rapporto personale conciliante ai limiti dell’adulazione con Xi Jinping, mentre nel frattempo prende decisioni altrettanto aperturiste (ha dato il via libera alla vendita di chip di intelligenza artificiale avanzati a Pechino, ha permesso a TikTok di continuare a operare negli Stati Uniti, ha cancellato la minaccia cinese dalla Strategia di difesa nazionale, per dirne solo qualcuna).</p><p>In questa caotica gestione della politica estera americana arrivano di continuo segnali contrastanti: ieri il dipartimento della Difesa – guidato da Pete Hegseth, lo stesso che nel suo discorso allo Shangri-La Dialogue di Singapore a fine maggio aveva evitato accuratamente di parlare di Cina – ha aggiunto 188 aziende cinesi a una lista di società considerate legate all’Esercito di Pechino e a rischio per la sicurezza nazionale americana. Tra i nomi più noti dei nuovi aggiunti alla lista nera ci sono colossi come Alibaba, Baidu e Byd, il gigante della produzione di automobili che a gennaio Trump aveva invitato a costruire fabbriche negli Stati Uniti. L’inserimento nella lista non comporta sanzioni immediate, ma serve ad avvertire le organizzazioni americane dei rischi legati a rapporti commerciali con certe imprese cinesi. Le aziende coinvolte hanno respinto le accuse, mentre l’ambasciata cinese ha definito la lista “discriminatoria”. Adesso Pechino potrebbe rispondere con misure analoghe o ritorsioni diplomatiche, ma nel frattempo gli osservatori europei si domandano come navigare in questo ginepraio senza conseguenze nel business con l’America né potenziali ritorsioni cinesi.</p><p>Il tentativo di Macron di coinvolgere Xi Jinping al G7 di  Évian è sembrato un azzardo anche ai più convinti panda-hugger di Bruxelles (gli “abbracciatori di panda”, come vengono definiti i sostenitori della Repubblica popolare). Al Consiglio europeo del 18-19 giugno, subito dopo il G7, si parlerà di misure più concrete elaborate dalla Commissione per contenere lo squilibrio commerciale con la Cina – la Germania è il paese più ostile a certe misure, anche se secondo Bloomberg, una eventuale guerra di Pechino per conquistare Taiwan avrebbe un impatto sul pil tedesco del 14 per cento nel primo anno (per l’Italia dell’8,8 per cento). Ma c’è di più, perché la notizia di un tentativo di avvicinamento e dialogo della Francia con Pechino arriva nel momento in cui Xi Jinping ha appena lasciato Pyongyang dopo una visita di stato di tre giorni in Corea del nord, cioè il principale asset di Vladimir Putin nella sua guerra contro l’Ucraina.  Il leader cinese ha parlato di un rafforzamento delle relazioni con la dittatura guidata da Kim Jong Un senza mai menzionare il tema della denuclearizzazione. Nelle stesse ore, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung atterrava a Bruxelles. Storico leader della sinistra progressista sudcoreana, Lee era considerato un interlocutore difficile per l’occidente, e invece sembra sempre più saldamente vicino al campo occidentale. Deve aver capito la Cina, e l’Asia, prima dell’Europa.</p>]]></description>
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				<title>Così Zelensky ha cambiato il modo di fare diplomazia</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il cessate il fuoco non è un’azione immediata, è un processo. Ieri il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, era a Tallinn  e durante una conferenza stampa al fianco del presidente estone Alar Karis ha iniziato a delineare cosa vorrebbe dire iniziare questo processo. “Immaginiamo di decidere oggi che da domani parte il cessate il fuoco. Sappiamo perfettamente cosa farà la Russia se non abbiamo dei garanti. La Russia approfitterà della situazione e proverà ad avanzare”. Russi e ucraini non sono più faccia a faccia, tra le loro postazioni al fronte si estende per una ventina di chilometri quadrati una zona chiamata “kill zone”, in cui spadroneggiano i droni e chi prova ad attraversarla muore. Un cessate il fuoco immediato senza adeguate garanzie per il futuro, ha voluto dire ieri Zelensky, è una perdita di tempo e di vite. Non per questo l’Ucraina ha smesso di lavorare a un piano di pace, anzi lo fa con più impegno e foga negli ultimi tempi. Prima di arrivare in Estonia, il presidente ucraino ha parlato con gli emissari del presidente americano  Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Li ha nuovamente invitati a Kyiv, dove non sono mai stati, ha detto loro che capisce perfettamente che gli Stati Uniti siano concentrati sul medio oriente, ma gli ucraini non possono permettersi di stare fermi, devono cercare una strada, una fine.</p><p>La guerra si inizia da soli – è bastata la decisione di un singolo uomo, Vladimir Putin – ma la pace si fa in due e a Kyiv tocca il compito di cercare delle soluzioni per fare in modo che il Cremlino smetta di attaccare l’Ucraina. Per farlo usa due strade, una militare e una diplomatica, e in tutti e due i contesti ha rivoluzionato interamente il suo approccio. Colpire la Russia non è più una linea rossa, i droni ucraini arrivano in profondità, colpiscono tutto quello che può danneggiare l’esercito russo, inclusa l’economia. Alcune regioni russe hanno denunciato la scarsezza di carburante in seguito agli attacchi dell’Ucraina.&nbsp;</p><p>Sulle strade nei pressi della villa di Putin sul lago Valdai sono comparse delle reti antidrone uguali a quelle che gli ucraini sono costretti a stendere per chilometri sul loro territorio per proteggere i centri abitati più prossimi al fronte. La Russia ha la guerra in casa, è difficile da nascondere. Il conflitto fa vittime e danneggia molto l’economia. Sul campo di battaglia, Kyiv è in grado di tagliare le vie di approvvigionamento per l’esercito russo: non subisce, prende l’iniziativa.</p><p>Dopo aver rivoluzionato il modo di combattere, sta facendo lo stesso sul piano diplomatico, che non rappresenta una battaglia meno ardua e vitale. Prima l’Ucraina attendeva l’iniziativa diplomatica degli altri, ora la crea, la cerca, la propone, la detta. Ringrazia chi ci ha provato anche se con scarsa comprensione e ancora meno risultati, come gli Stati Uniti, e prova strade alternative, anche spregiudicate, come accogliere a Kyiv il miliardario russo Roman Abramovich, che per gli ucraini era una vecchia conoscenza: si erano seduti già a discutere un accordo per la fine della guerra nel 2022, a poche settimane dall’inizio dell’invasione totale. Abramovich a maggio  è andato in Ucraina per ricevere un messaggio da Zelensky, il presidente ucraino lo ha usato come canale di comunicazione indicando che con i russi è pronto a parlare direttamente. Da oltre un anno propone un incontro faccia a faccia con Putin, accogliendo Abramovich, però, mostra ancora un altro cambiamento: è pronto a parlare con qualsiasi russo utile a far finire la guerra, nessun pregiudizio, barriera morale. Zelensky è diretto, parla con i miliardari amici del Cremlino, come l’ex proprietario del Chelsea, e scrive a Putin con un tono chiaro, senza preghiere, ma con delle condizioni per iniziare a parlare di pace sul serio. Il capo del Cremlino ha definito la lettera del presidente ucraino “maleducata”, il suo ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, ha detto che si trattava di un testo privato che Zelensky ha diffuso in tutto il mondo, e questa mancanza di riservatezza era sintomo di malafede.</p><p>Da quando è iniziata la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran, il presidente ucraino va in giro per il mondo a offrire contratti per i droni, non parla come chi chiede aiuto, ma come chi può anche darlo. La distrazione americana è percepita come un vantaggio, i droni come il petrolio da poter offrire dal medio oriente all’Europa in cambio di garanzie, denaro e solidarietà. E’ un’Ucraina sfrontata, aperta, pragmatica, alla ricerca di qualsiasi politico di livello o canaglia in grado di fare da mediatore. Kyiv combatte una guerra spietata per proteggere vite, sovranità e libertà, valori inestimabili che per essere preservati richiedono spesso la fine di alcuni tabù. La pace l’Ucraina la sta costruendo senza pregiudizi morali, pronta a sporcarsi le mani, trattando con chiunque sia disposto ad aiutare e rispondendo a un solo principio: basta che l’invasione finisca e finisca per sempre.</p>]]></description>
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				<title>La guerra di Putin alle Vpn finisce in un cortocircuito</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Priscilla Ruggiero</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/04/25/news/il-blocco-di-telegram-in-russia-non-piace-a-nessuno-le-proteste-di-propagandisti-e-imprenditori--293566">Da quando la Russia ha intensificato il blocco di internet, prima vietando YouTube, Facebook, Instagram, WhatsApp e infine Telegram,</a><b>&nbsp;i russi sono corsi ai ripari istallando in massa le reti virtuali private (Vpn)</b>,   strumenti che reindirizzano il traffico  internet attraverso server stranieri e aiutano a eludere le restrizioni. Negli ultimi mesi, la domanda di Vpn in Russia è aumentata vertiginosamente raggiungendo anche le autorità statali, che hanno sentito la necessità di continuare a utilizzare Telegram, ormai fondamentale per i propagandisti di stato,  per le loro comunicazioni ufficiali: “qualcuno” utilizza le Vpn per aggirare le  restrizioni e gestire il proprio canale, aveva confessato il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov in una conferenza stampa. L’insofferenza dei russi  ha  persino spinto Vladimir Putin a esporsi, affermando di non poter fare a meno di “prestare attenzione”, e chiedendo alle forze dell’ordine di dimostrare di “tutelare gli interessi vitali dei cittadini”<b>. Eppure la repressione digitale è continuata</b>. Nonostante  circa 60 milioni di russi&nbsp; conoscano le   Vpn e  circa il 40 per cento degli utenti  ne faccia uso, il Cremlino ha continuato a portare avanti i suoi progetti per limitare sempre di più   l’utilizzo di questi strumenti.</p><p>A fine marzo, il ministro dello Sviluppo digitale Maksut Shadayev ha convocato una riunione con gli operatori di telefonia mobile e le piattaforme digitali, chiedendo loro di adottare misure contro le  Vpn. Il ministero aveva inizialmente chiesto loro di <b>addebitare un costo ai clienti che superavano i 15 gigabyte di traffico dati internazionale al mese a partire dal primo maggio</b>, ma la scadenza è stata prima  posticipata, poi rinviata a causa di difficoltà nel monitoraggio del loro utilizzo e nel relativo pagamento.  Anche il Servizio federale di sicurezza russo (Fsb), che da gennaio   ha il potere di ordinare l’interruzione delle telecomunicazioni senza preavviso e a tempo indeterminato, ha  ordinato alle aziende di telecomunicazioni di impedire ai loro clienti l’uso delle Vpn e ha chiesto alle banche che operano in Russia di installare software che gli permetteranno di avere accesso ai dati e ai messaggi delle loro applicazioni. <b>Ma l’insoddisfazione dei russi verso i blackout di internet, anche di chi sostiene l’“operazione militare speciale” in Ucraina, ha costretto Mosca a fare alcuni passi indietro:</b> il governo russo ha rinviato i piani per l’introduzione di tariffe per gli utenti di internet   che utilizzano le Vpn e anzi,&nbsp;<a href="https://thebell.io/roskomnadzora-reshil-sozdat-edinyy-gosvpn-dlya-aytishnikov-oni-poschitali-ideyu-stremnoy">secondo quanto riportato da &nbsp;The Bell, che cita fonti di due aziende invitate a incontrare la Roskomnadzor</a>, l’autorità federale russa per la regolamentazione dei media, negli scorsi giorni sarebbe stata prevista <b>la creazione di  una “Vpn statale” unificata per gli sviluppatori di software russi,</b>  a seguito delle loro lamentele.</p><p>Dopo aver limitato l’accesso a oltre quattrocento Vpn e richiesto la rimozione di diverse app dall’app store russo, in un tentativo di limitazione che non è riuscito neanche al Great Firewall cinese (la censura digitale di Pechino),<b> il Cremlino si è reso conto che      la rimozione totale delle Vpn è impossibile, così ha ripiegato sulla creazione di un sistema statale.&nbsp;&nbsp;</b>A cui però  è possibile che i russi non aderiranno come sperato da Mosca, come è già accaduto con l’app statale Max: la  Russia si posiziona al secondo posto a livello globale per utilizzo delle Vpn, con circa il 37,6 per cento degli utenti internet che ne fa uso, e   le stesse fonti di The Bell hanno già espresso preoccupazione: “Sarà ancora più facile isolare i russi dagli strumenti di sviluppo internazionale se tutti utilizzeranno la stessa Vpn. Mentre l’intero paese si trova a dover fare i conti con un servizio internet degradato, si creerebbe una categoria privilegiata di utenti con accesso illimitato. E chi deciderebbe chi ne ha diritto?”, ha detto la fonte anonima alla testata indipendente.&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/2026/06/08/opinion/putin-internet-russia-shutdown.html">Il giornalista russo Andrei Zakharov, in un editoriale sul New York Times</a>, <b>ha spiegato  perché i russi hanno preso così sul personale il blocco di Telegram:</b> “Essere tagliati fuori sia da Telegram che da WhatsApp sembra aver infranto il patto sociale che la popolazione aveva stretto con il regime di Putin molti anni fa: finché il popolo si fosse tenuto fuori dalla politica, il Cremlino si sarebbe tenuto fuori dalla vita privata dei cittadini. Molti in Russia consideravano questo accordo come un modo per ottenere un certo grado di benessere materiale in cambio della loro lealtà politica”.  Il Cremlino ha   rotto questo patto: “Solo un nonno come il signor Putin non poteva capire che, distruggendo ciò che restava di un internet relativamente libero,<b> stava distruggendo uno dei fondamenti cardine del suo stesso potere</b>”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>E allora Biden? La rinascita amara di Hunter e l’ipocrisia trumpiana</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non capisco perché voi odiatori siate così sorpresi del mio essere qui – ha scritto Hunter Biden su X – “siete quelli che hanno studiato ossessivamente le 10 mila foto, i 30 mila messaggi e le 128 mila email che erano sul mio iCloud hackerato e nei miei device rubati: se c’è una cosa che ho, è che sono prolifico”. Ma sapete che cosa non troverete in questi tantissimi post?, continua Hunter: le cose tremende che avete scritto su di me, “qui troverete esattamente quel che c’era là, trasparenza totale, finalmente alle mie condizioni, non alle vostre”. <b>Il figlio dell’ex presidente Joe Biden, totem del complottismo trumpiano, delinquente drogato graziato dal padre al suo ultimo atto, ha deciso di parlare di sé dopo che per anni tutti hanno parlato di lui, mescolando la sua storia tragica a un’ironia inattesa, e a tantissimi e prolissi post.</b></p><p>A riportare Hunter sulla scena è stata l’improbabile Candace Owens, podcaster celebre per le sue teorie del complotto, trascinata in tribunale dai Macron perché dice di avere le prove del fatto che Brigitte sia un uomo, antisemita, nei giorni scorsi ospite del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/03/news/il-forum-di-putin-a-san-pietroburgo-tra-i-raid-dei-droni-ucraini--400022">forum di San Pietroburgo putiniano</a>, e negli anni passati, quando ancora era trumpiana (ora con la guerra contro l’Iran non lo è più) violentissima nei confronti di Hunter. Alla fine di maggio, Owens ha invitato il figlio Biden a casa sua a Nashville e hanno registrato un podcast di più di due ore, in cui parlano di dipendenze, delle loro famiglie, del Partito democratico, dei file Epstein e Hunter si è commosso quando Owens si è scusata di averlo accusato di ogni nefandezza possibile.&nbsp;</p><p>Qualche giorno prima Biden aveva preso a postare su X per raccontare la sua storia con le sue parole, e per dare consigli per disintossicarsi. Riprende le tante cose che sono state dette sul suo conto: ha negato di aver mai lasciato un sacchettino di cocaina alla Casa Bianca: “Non dimenticherei mai la mia droga”; ha commentato una foto che lo ritraeva con una pipetta per metanfetamine invece che con la sua, che è la pipetta per il crack, dicendo: “<b>Ecco perché non possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale. Si prega di apportare le modifiche appropriate. Grazie per l’attenzione a questa questione</b>”; ha risposto a un utente che gli diceva che fa parte degli oligarchi, postando una sua foto: “Sembra che io appartenga all’élite degli oligarchi. A proposito, questa foto è stata scattata in un motel Super 8 vicino alla I95”.</p><p>Forse ora ci siamo dimenticati di quanto Hunter Biden sia stato un tormentone del trumpismo. Il primo impeachment di Donald Trump nacque dalla telefonata che allora, durante il primo mandato, il presidente aveva fatto a Volodymyr Zelensky minacciandolo di non fornire più aiuti militari all’Ucraina (!) <b>se non gli fossero state date informazioni compromettenti sui Biden</b>, <b>e in particolare su Hunter che aveva degli interessi in Ucraina</b>. Il ritrovamento del famigerato laptop di Biden jr in un centro d’assistenza in cui l’aveva dimenticato è stato alla base dei processi in cui poi Hunter è stato condannato, ma soprattutto la cosiddetta smoking gun per attaccare suo padre, accusato di aver insabbiato le malefatte del figlio e di essere in palese conflitto di interessi. Quando poi il presidente Biden a fine mandato aveva deciso di concedere la grazia a Hunter, si era aperta una voragine di sconcerto nei confronti di questo presidente che usava i poteri concessi dalla Costituzione a fini personali – uno sconcerto espresso anche dal Partito democratico che non aveva digerito il fatto che Biden avesse voluto ricandidarsi alla presidenza pur non essendo più in una forma cognitiva brillante, riducendo così le possibilità della sua successora Kamala Harris alle presidenziali.&nbsp;</p><p>I democratici avranno anche le loro ragioni per tenere ancora il muso, ma a guardare i figli di Trump oggi, l’utilizzo del potere presidenziale che Trump fa nei confronti della sua famiglia, dei suoi amici e purtroppo anche del resto del mondo, a leggere i resoconti che non fanno altro che unire i puntini tra le decisioni presidenziali e<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/08/news/trump-e-ancora-taco-i-mercati-festeggiano--268879"> l’arricchimento di un parente o di chiunque faccia parte dell’entourage trumpiano</a>&nbsp;(e quanto alla lucidità di Trump, che o s’addormenta in riunione o fa 50 post in una notte divertendosi con l’intelligenza artificiale, valutate voi), l’accanimento nei confronti di Hunter Biden appare in tutto il suo eccesso e in tutta la sua crudeltà. Perché per quanto Hunter oggi parli di rinascita, per quanto dia consigli sulla disintossicazione, per quanto chieda a Trump le royalties per la maglietta “Where’s Hunter?” che il presidente dice essere stata un bestseller per tre settimane, non possiamo dimenticare che cos’è stato questo accanimento per la famiglia Biden, e per lo stesso Hunter, che una volta disse a suo padre: lo so che anche tu pensi che ti sia morto il figlio sbagliato.&nbsp;</p>]]></description>
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