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		<title>Esteri</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:00:16 +0200</pubDate>
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				<title>La Russia non fa più propaganda. Forma chi la farà a casa tua</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 15:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giovanni Rodriquez</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mosca fa propaganda. Non è una notizia, lo sappiamo da tempo. La cosa più interessante è come Mosca si stia organizzando per far funzionare quella propaganda a distanza, senza doversene più occupare direttamente. Il meccanismo è plasticamente ricostruito nel <b>nuovo rapporto dell’Institute for the Study of War sulla guerra cognitiva russa.</b></p><p><b>Il Cremlino sta costruendo una rete internazionale di giornalisti, influencer e giovani professionisti dei media, formati attraverso programmi gestiti da Sputnik, RT, Rossotrudnichestvo e altre strutture riconducibili allo Stato russo.</b> Non si tratta di convincere qualcuno oggi di qualcosa. Si tratta di formare persone che produrranno informazione domani, nei propri Paesi, nella propria lingua, nelle proprie redazioni. La propaganda classica ha sempre avuto bisogno di un propagandista. <b>Questa strategia costruisce un intero ecosistema di propagandisti, e lo rende capillare senza che nessuno debba più coordinarlo dal centro.</b></p><h2>Dove entra l'intelligenza artificiale</h2><p>Secondo l'ISW, tra luglio 2025 e luglio 2026 SputnikPro e RT Academy hanno organizzato almeno cinquanta eventi di formazione giornalistica internazionale. Circa la metà ha incorporato <b>moduli sull'intelligenza artificiale: strumenti per produrre testi, immagini e video, automatizzare parti del lavoro editoriale, gestire i social, analizzare dati.</b></p><p><b>Il Cremlino non sembra interessato soltanto ai professionisti già affermati. Sta andando a cercare la generazione successiva. </b>L'ISW documenta programmi rivolti a giovani giornalisti, studenti universitari e influencer. A giugno 2026, per esempio, Sputnik ha organizzato a Mosca un programma di formazione sull'AI rivolto a giovani professionisti dei media provenienti da diversi Paesi, insegnando loro a usare l'intelligenza artificiale per generare testi, immagini, video e per l'analisi dei dati.</p><p><b>È forse la parte più sottovalutata di questa storia. La Russia non sta necessariamente cercando di vincere oggi. Sta investendo per rendere la propaganda una struttura permanente</b>, e lo dice in modo esplicito: <b>costruire una classe globale di giornalisti e influencer formati in Russia</b> serve a dare continuità alla capacità di Mosca di orientare le narrazioni internazionali, tenendo alcune di esse quasi dormienti per anni, pronte a essere riattivate quando tornano utili.</p><p><b>È una strategia molto diversa dal semplice bombardamento di fake news. Le fake news sono contenuti. Questa è infrastruttura.</b> E un'infrastruttura è molto più difficile da individuare, perché non assomiglia necessariamente a un'operazione di influenza. Può avere l'aspetto di una borsa di studio, di un corso professionale, di un seminario universitario, di una masterclass sull'intelligenza artificiale, di un'occasione di networking. L'ISW documenta almeno quattordici eventi di SputnikPro e RT Academy organizzati presso università straniere nei primi sei mesi del 2026, in alcuni casi dedicati proprio all'AI applicata al giornalismo, in altri alla strategia dei media o alla verifica delle informazioni.</p><p>Qui la parola “ingerenza” comincia a essere insufficiente. Evoca un soggetto esterno che entra dentro un sistema. Quello che emerge dal rapporto è qualcosa di più lento e più difficile da nominare: la <b>costruzione, nel tempo, di soggetti interni che credono di guardare il mondo con i propri occhi, ma indossano lenti fabbricate altrove.</b></p><h2>E l'Italia?</h2><p>Il rapporto dell'ISW documenta una rete globale molto estesa, dall'Africa all'Asia, dall'America Latina agli ex Paesi sovietici. L'Italia non compare nell'elenco parziale di Paesi e istituzioni riportato nel rapporto, e va detto con altrettanta chiarezza.</p><p>Ma nella mappa delle strutture russe di influenza <b>a Roma c'è un indirizzo che vale la pena guardare da vicino</b>: <b>Piazza Benedetto Cairoli 6, sede dal 2011 del Centro russo di scienza e cultura, ospitato nello storico Palazzo Santacroce a due passi da Campo de' Fiori. </b>Il Centro dichiara tra i propri obiettivi il rafforzamento dei <b>rapporti Russia-Italia</b> in campo culturale e umanitario, la collaborazione con organizzazioni pubbliche e non governative e il sostegno informativo sulla politica estera e interna russa, e opera in stretta collaborazione con l'ambasciata.</p><p><b>Allo stesso civico, negli anni, sono stati registrati anche gli studi professionali del giurista</b> <b>Guido</b> <b>Alpa</b> e di <b>Giuseppe</b> <b>Conte</b>, che all'epoca spiegò di essere stato un “coinquilino” professionale dello studio Alpa, con attività del tutto autonome e distinte. Oggi allo stesso indirizzo risultano anche altri studi legali.</p><p>Non c'è alcuna ragione per trasformare questa coincidenza di indirizzo in un'insinuazione. Non dimostra alcun rapporto tra quegli studi e il Centro russo, tantomeno con le attività di formazione descritte dall'ISW. Ma è un dettaglio che racconta bene quanto sia fisicamente ordinaria la geografia dell'influenza. <b>A volte un centro culturale russo sta semplicemente dentro un elegante palazzo del centro di Roma, allo stesso numero civico di studi professionali e attività perfettamente legittime. La guerra cognitiva, del resto, funziona proprio perché non ha l'aspetto della guerra.</b></p><h2>Il confine tra un'opinione e un'operazione</h2><p>È un punto che dovrebbe interessare l'Italia mentre si avvicinano nuove tornate elettorali europee. Un recente resoconto sulle valutazioni dell'intelligence italiana segnala che<b> Russia, Cina, Iran e altri attori potrebbero tentare di influenzare il voto europeo del 2027 attraverso le piattaforme social.</b><br> Il presidente del Copasir <b>Lorenzo</b> <b>Guerini</b> ha sottolineato la necessità di comprendere meglio come gli Stati stranieri utilizzino i social per diffondere narrazioni funzionali ai propri interessi.</p><p>Ed è proprio per questo che il rapporto dell'ISW è utile: sposta la domanda. Non più “chi è filorusso”, ma come vengono costruite, nel tempo, le reti attraverso cui una potenza straniera può rendere più efficaci le proprie narrazioni. È una domanda più scomoda, ma anche molto più utile. Del resto, i servizi italiani avevano già documentato come la Russia avesse cercato di usare network mediatici di Paesi terzi dopo il blocco europeo di RT e Sputnik, insieme a pagine social e canali Telegram, per diffondere e manipolare il dibattito pubblico italiano.</p><p><b>La novità, oggi, è che a questo elenco va aggiunto un pezzo mancante: non solo i contenuti, non solo gli account, non solo i bot, ma le persone.</b> Persone formate per produrre contenuti, che imparano a usare l'intelligenza artificiale, che possono tornare <b>nei propri Paesi e lavorare per testate che non hanno nulla di russo nel nome, che possono diventare, magari molti anni dopo, editori, giornalisti, consulenti, influencer.</b></p><p>È una strategia più lenta di una campagna di disinformazione. Ma può durare molto più a lungo. E qui si capisce perché l'intelligenza artificiale conti così tanto:<b> la Russia non la sta usando solo per creare propaganda, sta insegnando ad altri a usarla. La macchina non produce più soltanto il contenuto: produce la capacità di produrne.</b></p><h2>A questo punto la questione non riguarda più solo la propaganda. Ne tocca una più antica: la parola.</h2><p>La comunicazione non serve soltanto a raccontare il mondo. Serve a costruirne la rappresentazione. Stabilisce cosa vediamo, cosa ignoriamo, quali fatti diventano centrali, quali paure acquistano un nome, quali conflitti appaiono inevitabili. La parola non è uno specchio della realtà: contribuisce a darle una forma.</p><p>Nella Genesi la creazione comincia così. “Sia la luce”, e la luce fu. Il principio simbolico è potente: il mondo viene creato attraverso la parola. Come nella Genesi, anche la strategia descritta dall’ISW è una questione di parole. O, più precisamente, di chi avrà gli strumenti per usarle e dare forma al racconto della realtà. <b>Non significa che chi partecipa a un corso russo diventi automaticamente un agente di Mosca, né che ogni contenuto prodotto da queste persone sia falso. Significa che una potenza straniera sta investendo sulla capacità futura di altri di raccontare il mondo attraverso categorie che essa stessa contribuisce a formare.&nbsp;</b></p><p>Il vantaggio è evidente: non dover produrre e distribuire ogni volta la propria propaganda, ma creare competenze e reti locali in grado di generare contenuti autonomamente, adattarli al contesto e inserirli nel normale flusso dell’informazione.&nbsp;<b>Le fake news sono contenuti. Le persone sono l’infrastruttura. L’obiettivo: plasmare il mondo a propria immagine.</b></p>]]></description>
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				<title>La crisi del Fish and Chips: storia e difficoltà di un cibo icona</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 11:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Maurizio Stefanini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il Fish and Chips è in crisi. </b>Filetto di pesce bianco come merluzzo o eglefino fritto in pastella condito con sale e aceto di malto e accompagnato con fettine di limone e abbondanti patate fritte,&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=W80S56aRlYs">non è in realtà un piatto che i britannici consumino da moltissimo tempo</a>. <b>A portarlo nel Regno Unito furono ebrei sefarditi immigrati da Spagna e Portogallo nel XVII secolo</b>: riprova della maestria dei portoghesi nel friggere, anche il tempura giapponese deriva dalla preparazione che i missionari lusitani si preparavano durante i periodi prescritti di magro nei “quator tempora” all’inizio di ogni stagione. <b>Il Fish and Chips si diffuse poi massicciamente come cibo pronto economico alla metà del XIX secolo</b>: non è del tutto chiaro se a partire di Londra o del Lancashire, dove erano le grandi città industriali di Liverpool e Manchester. <b>Ma fu poi consacrato in particolare come icona nazionale durante la Seconda Guerra Mondiale</b>, quando<a href="https://www.youtube.com/watch?v=-5HiQ_SaNVQ"> fu uno dei pochissimi cibi non soggetti a razionamento neanche nel momento de più pesanti bombardamenti tedeschi</a>. Insomma, è un simbolo del Regno Unito, un po’ come spaghetti e pizza per l’Italia, l’hamburger per gli Stati Uniti, la paella per la Spagna, i würstel con i crauti per la Germania, il gulasch per l’Ungheria o il sushi per il Giappone.&nbsp; &nbsp;</p><p>Ma l'impennata dei prezzi del pesce, il costo della manodopera, il fisco e il cambiamento dei gusti dei consumatori sono tutti fattori che stanno&nbsp;<a href="https://www.theguardian.com/business/2026/sep/17/can-fish-and-chip-shops-survive">creando problemi a questa tradizione</a>.&nbsp; <b>A maggio&nbsp;<a href="https://www.nfff.co.uk/">una ricerca</a>&nbsp;condotta dalla National Federation of Fish Friers (Nfff), ha rivelato che il 47 per cento dei gestori di Fish and Chips si dichiaravano “estremamente preoccupati”</b> per il futuro della propria attività; un altro 30 per cento “leggermente preoccupati”; il 20 per cento prevedevano addirittura di dover chiudere entro i successivi 12 mesi. E i 7-8000 esercizi ancora attivi sono meno di un terzo rispetto al picco di 25.000 registrato negli anni '30. Soffrono i piccoli gestori, ma anche i grandi: Deep Blue, proprietaria dello storico marchio Harry Ramsden’s,<b> ha chiuso nove dei suoi ristoranti la scorsa estate</b>.</p><p>A spiegare il problema, la semplice rilevazione che <b>il prezzo medio di una porzione di Fish and Chips da asporto è aumentato di oltre il 60 per cento negli ultimi cinque anni, passando da circa 7 sterline a 11,43 sterline</b>: un rincaro più rapido rispetto ad altri cibi da asporto. Una famiglia di quattro persone arriva a spendere quasi 50 sterline per il pasto: oltre 58 euro.&nbsp;<a href="https://www.undercurrentnews.com/">Secondo Undercurrent,</a>&nbsp;una società di analisi dati del settore ittico, <b>la quota di pesca del merluzzo nel Mare di Barents – da cui proviene la maggior parte del prodotto – è scesa da circa un milione di tonnellate nel 2020 ad appena 285.000 tonnellate quest'anno, per cui una cassa da 18 Kg di filetti di merluzzo è passata da 160 a 330 sterline.</b> Ciò è anche effetto della Guerra in Ucraina, dal momento che le due compagnie di pesca russe – la Murman SeaFood e il colosso Norebo - sono finite sotto sanzioni.&nbsp;</p><p><b>Ma c’entra anche il riscaldamento globale, da cui quest’anno in Europa uno dei peggiori raccolti di patate mai registrati.</b>&nbsp;Sono in rialzo anche i prezzi dell’olio da cucina, i costi dell’energia per le friggitrici industriali e l’Iva: tornata al 20 per cento nell'aprile 2022, dopo una riduzione temporanea al 5 e poi al 12,5 per cento durante la pandemia. <b>E sono aumentati anche le imposte locali sulle attività commerciali, il salario minimo e l'indennità di malattia obbligatoria.</b></p><p>Ma non è solo un problema di costi. Da una parte, con il carattere sempre più multietnico del Regno Unito il Fish and Chips prende terreno rispetto ad altre opzioni da asporto più economiche: pizza, hamburger, pollo fritto, cucina indiana, cinese, coreana. Dall’altra, i cibi fritti in genere stanno perdendo popolarità per preoccupazioni salutistiche, e per combattere l’obesità il governo ne ha recentemente vietato la somministrazione nelle scuole inglesi. <b>Molte friggitorie cercano di ridurre i prezzi usando pesci più economici come nasello, platessa, palombo, spinarolo o tilapia, o ampliando il menu a prodotti come calamari, polpette di pesce, pollo fritto, salsicce o kebab. Ma anche così la tradizione viene meno.&nbsp;</b></p>]]></description>
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				<title>I folli occidentali federati da un nemico comune: l’ebreo israeliano</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Sotto la copertura dell’antisionismo è l’antisemitismo a prosperare. Non un antisemitismo vergognoso, represso. Ma un antisemitismo esuberante, militante, vestito degli stracci del progressismo”.</p><p>E’ un libro da leggere, e senza dubbio da rileggere tra una decina d’anni, quello di una coraggiosa giornalista francese di origini marocchine, una non ebrea, Nora&nbsp;Bussigny, che è stata accusata per questo di essere una “sale traître”. <b>Il suo libro “I nuovi antisemiti” è in uscita in Italia per le edizioni Setteottobre nella traduzione di Daniele Scalise e che sarà presentato domani a Pordenonelegge assieme all’ex premier francese Manuel Valls.</b></p><p>La giornalista non si è limitata a far parlare gli antisemiti: li ha frequentati. Sotto falso nome, Bussigny ha partecipato alle loro manifestazioni, ai loro seminari e ai loro canali social; ha intervistato i leader dei gruppi antisemiti e si è mossa fra licei, università e collettivi. Ha camminato con loro e accanto a chi glorificava il 7 ottobre. Il risultato è sconcertante. Lo stesso lavoro lo aveva fatto quando Bussigny si era infiltrata per un anno nei movimenti <i>woke</i>. E ne aveva tratto il libro “Les Nouveaux Inquisiteurs”. I nuovi inquisitori e la follia morbosa, uterina e fanatica che sta facendo a pezzi la mente occidentale.</p><p>Un’inchiesta che l’ha portata a questa conclusione: questa ultrasinistra (costituita da pseudo comunisti, Antifa, black bloc, ecologisti radicali ed elettori della France insoumise) è riuscita a federare le sue lotte disparate intorno a un nemico comune: la figura dell’ebreo, ribattezzato “sionista” per poterlo odiare senza vergogna come scriveva Vladimir Jankelevitch. Nei campus universitari, nelle manifestazioni, nelle associazioni di difesa dei diritti delle minoranze razziali o Lgbt, la demonizzazione dell’ebreo israeliano è ormai egemone. Ma è profumata di giustizia e vestita di diritti. <b>Bussigny mostra che l’antisemitismo non ha bisogno di confessarsi tale per funzionare.</b> Gli basta un vocabolario aggiornato (wokista) e una causa nobile (Gaza).</p><p><b>Il maschio bianco eterosessuale era già il capro espiatorio preferito per il wokismo; l’israeliano è diventato il suo superlativo, il “sur-blanc”, come lo definisce Bussigny. </b>Un ebreo che osa possedere uno stato, un esercito, una memoria che non si lascia cancellare, è insopportabile per chi ha fatto della vittima permanente la propria teologia, i butleriani occidentali. Si impara così a non pronunciare più la parola “Israele”, come un pasdaran iraniano. Si impara che ogni ebreo deve dimostrare di non essere sionista prima di poter parlare. Si impara che l’intifada non è un fatto storico lontano: è un progetto esportabile, da e verso le banlieue.</p><p>“Quando gli ebrei non sono più al sicuro, è tutta la democrazia a essere in pericolo” scrive Bussigny. “Non è una questione comunitaria: è una questione di civiltà”. Il multiculturalismo, nel nome della decolonizzazione <i>woke</i>, sta colonizzando se stesso fino all’autodissoluzione. Alla Bussigny lo dice un intervistato: “Siamo pronti a portare l’intifada a Parigi? Nelle periferie, nei nostri quartieri?”.</p><p>Gli ebrei francesi non aspetteranno di conoscere la risposta: una media di undici al giorno oggi fa le valigie per emigrare in Israele. L’emigrazione silenziosa è la sentenza più spietata che una storica minoranza perseguitata possa pronunciare contro la società che la ospita e che, ancora una volta, le si è rivoltata contro.</p>]]></description>
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				<title>Gli houthi sono riusciti a conquistare tutta la costa yemenita sul Mar Rosso</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gli houthi, la milizia yemenita armata dal regime iraniano, hanno conquistato tutta la costa dello Yemen sul mar Rosso, compresi i porti e le isole che servono a controllare Bab el Mandeb, uno degli stretti più importanti per il commercio mondiale.</p><p>Secondo fonti diplomatiche citate da Reuters, la milizia aveva radunato centomila combattenti senza che i sauditi se ne accorgessero, e in pochi giorni ha preso tre posizioni strategiche: il 10 settembre è caduta Mokha, la città portuale poco a nord di Bab el Mandeb, dove erano ancora presenti le forze dell’esercito del governo dello Yemen, riconosciuto dalla comunità internazionale. Il giorno dopo è stato invece il turno di Perim, la piccola isola che si trova nel cuore dello stretto e che lo “divide” in due canali, e poi ancora il 14 settembre le due isole Grande Hanish e Piccola Hanish, più a nord di Perim nel mar Rosso.</p><p>Dopo lo sfondamento sulla costa ovest, il governo, con l’appoggio dei raid sauditi, starebbe preparando una controffensiva e avrebbe già colpito posizioni houthi a Mokha, mentre l’avanzata degli houthi si concentra ora su due fronti. Il primo è Taiz, città contesa da anni e snodo tra il nord controllato dagli houthi e il sud ancora in mano al governo. Conquistarla permetterebbe alla milizia di spingersi verso Aden, la capitale provvisoria delle forze governative. Il secondo è invece Marib,  il cuore economico e politico del governo nel nord, sede di importantissimi giacimenti di petrolio e gas, dove però le forze governative sono appoggiate anche delle tribù locali. La città è un obiettivo houthi da un decennio e la milizia ribelle aveva già provato a prenderla tra il 2021 e il 2022, senza riuscirci.</p><p>Infine, rispetto al traffico nello Stretto di Bab el Mandeb non sono state registrate nuove grandi interruzioni: giovedì secondo Kpler sono passate 23 navi, contro una media di 26 nei dieci giorni precedenti. Gli houthi sostengono che la navigazione resti sicura per tutte le imbarcazioni tranne quelle saudite.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Le armi dell’orrore di Putin e il voto per lanciare la mobilitazione</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Vladimir Putin ieri ha votato alle elezioni per la Duma, il Parlamento russo:</b> ha scelto di votare online, pubblicando il  video in cui compare molto concentrato (anche un po’ confuso) come se il voto contasse davvero e il risultato non fosse già del tutto scontato, visto che tutti i candidati che non piacciono al Cremlino sono stati banditi ancora prima di questa tre giorni elettorale. L’opposizione in esilio si è divisa tra chi chiede il boicottaggio di un voto illegittimo e chi vuole usarlo per sostenere i candidati che non sono di <b>Russia unita, il partito putiniano,</b> in modo da dare voce in qualche modo allo scontento nei confronti di Putin e della guerra e scalfire, anche se poco, il suo consenso.</p><p>Perché anche in un’elezione che non è degno definire tale, <b>il presidente cerca la sua legittimazione per costruire un Parlamento di guerra</b> (ci sono molti reduci dell’“operazione militare speciale” candidati con Russia unita), nato dalle prime elezioni dall’invasione dell’Ucraina, e proiettato a definire la completa militarizzazione del paese. Che si fonda in gran parte sulla mobilitazione, e anzi <b>il voto è considerato il via libera per una ingente mobilitazione</b> che è già stata pianificata e che è stata per così dire semplificata: se compari nella lista, devi andare, altrimenti sei un disertore (prima c’era una richiesta). Naturalmente Putin nega che ci siano problemi nel reperire la sua carne da cannone: “Si arruolano tutti volontariamente e firmano i contratti”, ha detto. Ma, come dicono gli ucraini,<b> muoiono mille soldati russi alla settimana </b>(310 mila solo quest’anno); come dicono alcune fonti, nelle liste dei ricercati della polizia ci sono un milione e mezzo di uomini che si sono sottratti alla coscrizione; ci sono pubblicità che dicono: firmate i contratti, così evitate l’arruolamento forzato, ma i soldi ricevuti sono comunque molto meno rispetto all’inizio: <b>l’arruolamento è forzoso, e le elezioni servono per farlo partire in massa. Se lo scontento dovesse esserci, probabilmente non lo sapremo mai.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</b></p><p><b></b>Le ultime versioni dei droni russi <b>Geran, il 4 e il 5, sono una versione migliorata degli Shahed iraniani</b>, più simili a missili da crociera, volano a velocità molto più elevate e per Kyiv è sempre più difficile intercettarli. Mosca li sta utilizzando insieme ai Banderol a basso costo e a propulsione nucleare: quest’anno l’Iran ha chiesto alla Russia rifornimento di Geran da utilizzare nella sua guerra contro Israele e  Stati Uniti.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Com&#039;era Tolstoj per la Russia. Capire Israele, le sue ferite e il suo travaglio con una serie tv</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>David Parenzo</author>
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				<description><![CDATA[<p>I grandi romanzi e le grandi serie televisive hanno una cosa in comune: <b>sono forse gli strumenti più efficaci per capire davvero un paese</b>. Più delle statistiche, più dei discorsi dei politici, a volte persino più dei libri di storia. Perché raccontano non soltanto ciò che una società fa, ma ciò che sogna, ciò che teme e soprattutto ciò che non riesce a dire di sé. <b>Per capire la Russia non bastavano gli zar: servivano Tolstoj e Dostoevskij. Per la Francia c'era la Comédie humaine di Balzac</b>. Dickens raccontava l'Inghilterra industriale meglio di un rapporto parlamentare. E per capire una certa Italia, le sue élite e il trasformismo, si poteva sempre tornare al <i>Gattopardo</i>. Il romanzo era, e naturalmente resta, il sismografo di un'epoca. Ma oggi quel mestiere lo fanno sempre più spesso anche le grandi serie televisive. <i>The Wire</i> è stato un grande romanzo americano su Baltimora, la droga, la polizia e il fallimento delle istituzioni.</p><p><i>Borgen</i> ha raccontato la politica scandinava meglio di molti saggi. L'Italia arranca un po' nel grande mercato delle piattaforme: nell'immaginario globale resta soprattutto <i>Gomorra</i>. Peccato.</p><p>Israele, invece, è un caso particolarmente interessante perché le due forme di racconto convivono. <b>Accanto a una grande letteratura contemporanea (Eshkol Nevo, Assaf Gavron, Roy Chen) è nata una straordinaria industria delle serie televisive</b>, capace di trasformare storie profondamente israeliane in successi globali sulle piattaforme. <i>Shtisel</i>, <i>Teheran</i>, <i>Hostages</i> e soprattutto <i>Fauda</i> hanno attraversato confini, lingue e culture.</p><p>Ed è proprio <i>Fauda</i> il caso più sorprendente. Una serie israeliana, recitata in larga parte anche in arabo, che è riuscita a conquistare pubblico ben oltre Israele, compreso quello dei paesi arabi. Un paradosso solo apparente: perché <i>Fauda</i> non racconta semplicemente il conflitto israelo-palestinese. Racconta la paura, l'ossessione per la sicurezza, il trauma, la vendetta, la familiarità quotidiana con la violenza, ma anche l'intimità e la vicinanza quasi claustrofobica fra due mondi che si combattono e che, nello stesso tempo, si conoscono profondamente. Se volete capire qualcosa dell'Israele che si prepara ad andare al voto con il 7 ottobre ancora addosso, guardatela. <b>E subito dopo, per riprendere fiato, guardate <i>Shtisel</i></b>.</p><p>Piccola digressione, consentitemela. <i>Shtisel</i> racconta una famiglia haredi di Gerusalemme senza trasformarla in una caricatura. Religione, matrimoni, Torah, regole. Ma soprattutto desideri, amori, gelosie, rimpianti. Akiva è un artista e un sognatore, sospeso tra quello che vuole e ciò che la comunità si aspetta da lui. Suo padre Shulem appartiene invece a un mondo nel quale famiglia, tradizione e religione sono inseparabili. <b>È anche uno spaccato di quella parte del mondo ultraortodosso che mantiene una distanza profonda dal sionismo, dal servizio militare e dai suoi simboli</b>. <i>Shtisel</i> è quasi il contrario di <i>Fauda</i>: lì Israele è silenzio, famiglia, fede; qui è rumore, guerra, sicurezza. Insieme raccontano due Israele che convivono nello stesso paese.</p><p>Ma prima del relax c'è <i>Fauda</i>. E c'è quella ferita ancora sanguinante che si chiama 7 ottobre. Non guardatela perché racconta "la verità". Diffidate da chi possiede la verità sul conflitto israelo-palestinese: di solito la possiede comodamente seduto a qualche migliaio di chilometri da Tel Aviv e Gaza. Magari passa venticinque minuti in piedi alla Mostra del cinema ad applaudire un film, <b>appende la bandiera palestinese al balcone o sfila al corteo cantando "Hamas, Hezbollah, gloria eterna a Nasrallah"</b>.</p><p><i>Fauda</i> fa qualcosa di più interessante e più scomodo: racconta il clima. La paura, il trauma, la rabbia, la vendetta e il dubbio sulla vendetta. E soprattutto una parola che dopo il 7 ottobre attraversa Israele da destra a sinistra: sicurezza. Mai più.</p><p>Gli israeliani litigano su Netanyahu, Gaza, gli ostaggi, la guerra, il governo, le responsabilità del 7 ottobre. Litigano moltissimo, come sanno fare soltanto loro. Ma sotto tutto questo rimane una convinzione: <b>ciò che è accaduto quel giorno non deve poter accadere di nuovo. È dentro questa ferita che nasce la nuova <i>Fauda</i>. Doron e gli altri non sono supereroi</b>. Lior Raz li ha definiti "broken warriors", guerrieri spezzati. Combattono il nemico ma anche quello che il nemico ha lasciato dentro di loro. Il 7 ottobre non è più una data: è una presenza. Ed è qui che una serie riesce dove spesso fallisce il dibattito occidentale. Per qualche ora ti obbliga a guardare una società dall'interno invece di giudicarla dall'esterno.</p><p>Prendiamo l'Idf. Per noi è "l'esercito israeliano". In Israele è qualcosa di più complicato. È un esercito di leva, con un enorme sistema di riservisti. Nell'Idf ci sono figli, fratelli, compagni di università, il vicino che la mattina lavora in un'azienda informatica e la sera riceve la chiamata del suo reparto. L'esercito è una delle istituzioni attorno alle quali Israele ha costruito la propria sicurezza. <b>Questo non significa che non possa sbagliare. Può farlo, anche gravemente. Soldati e ufficiali possono commettere reati o errori, i vertici possono avere responsabilità enormi</b>. Il 7 ottobre ha dimostrato che anche istituzioni considerate solidissime possono fallire. Ma una cosa è accertare le responsabilità. Un'altra è mettere sul banco degli imputati un'intera istituzione.</p><p>E qui arriviamo a <i>Naza</i>, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor costruito attorno a ventiquattro testimonianze anonime provenienti dall'esercito e dall'intelligence. Le accuse sono gravissime e vanno ascoltate e verificate. L'Idf le respinge e contesta anche l'impossibilità di verificare identità, ruoli e conoscenza diretta dei fatti dei testimoni. Poi è arrivata la politica, con l'inevitabile gara a chi la spara più grossa. C'è stato perfino chi ha proposto di togliere la cittadinanza ai registi. Una follia. <b>Anche Israele ha i suoi Vannacci</b>.</p><p>Ma non è questo il punto. Ventiquattro testimonianze anonime possono aprire interrogativi e obbligare l'esercito a rispondere. Non sostituiscono l'accertamento dei fatti. <b>Servono prove, documenti, responsabilità individuali e quella commissione d'inchiesta sul 7 ottobre che Israele dovrà prima o poi affrontare. Chi ha sbagliato deve pagare</b>.</p><p>Tra <i>Naza</i> e <i>Fauda</i>, però, scelgo <i>Fauda</i>. Perché è più scomoda. Doron non è un santino dell'Idf. È laico, tormentato, spesso ingestibile. I suoi compagni hanno vite, caratteri e sensibilità religiose diverse. Litigano, hanno paura, sbagliano, perdono amici e pezzi di sé. Ma su una cosa non litigano: Israele deve essere difeso. <b>Non Netanyahu. Israele</b>.</p><p>È una distinzione che da fuori si continua a non capire. Si può contestare un governo e sentirsi parte dello stesso paese. Si può detestare un primo ministro e indossare una divisa quando quel paese viene attaccato. Si può chiedere conto ai generali del disastro del 7 ottobre senza considerare l'esercito un nemico della società. <i>Fauda</i> racconta questo travaglio meglio di cento dibattiti televisivi. <b>Racconta una nazione che va al voto con una ferita ancora aperta e che dovrà decidere non soltanto chi la governerà, ma quale sicurezza costruire dopo che quella precedente è crollata in poche ore</b>.</p><p>Ecco perché <i>Fauda</i> andrebbe fatta vedere nelle università. Non per spiegare che Israele ha ragione o che i palestinesi hanno torto. Ma per fare qualcosa che oggi sembra quasi sovversivo: <b>capire prima di giudicare</b>. Una volta servivano mille pagine di Tolstoj. Oggi, qualche volta, basta accendere Netflix. E scoprire che uno dei romanzi più interessanti sull'Israele del dopo 7 ottobre non è un romanzo. È <i>Fauda</i>.</p>]]></description>
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				<title>Come Ilaria Salis è diventata l’idolo dei nazionalisti marocchini</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Luca Gambardella</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Ceuta non è Spagna. Ceuta non è Europa”. Lo spettacolare intervento di Ilaria Salis (Avs) al Parlamento europeo pronunciato martedì scorso non poteva che raccogliere plausi in Marocco, dove Le360, il quotidiano più vicino al re Mohammed VI, ha tessuto le lodi dell’eurodeputata italiana. “Salis apre il dibattito che la Spagna voleva chiudere”, ha titolato il giornale marocchino, celebrandola come la nuova paladina  contro le “vestigia del colonialismo europeo”. L’irredentismo, dalle parti di Rabat, ha ritrovato nuovo vigore dopo l’invasione dell’exclave spagnola alla fine di luglio, quando quasi 80 mila migranti si sono riversati nella città con l’aiuto dei servizi segreti marocchini, stando ai rapporti redatti dalla Guardia Civil e dai servizi segreti spagnoli (ma incredibilmente negati dall’esecutivo di Pedro Sánchez). La strategia del regno alawita, che però Madrid rifiuta di riconoscere, è stata palesata dagli stessi esponenti del governo marocchino e consiste nell’approfittare del caos per rivendicare la presunta sovranità di Rabat su Ceuta e Melilla. Da allora, il Marocco spende una retorica dai contorni nazionalisti e populisti riguardo alle exclavi, probabilmente anche in senso elettorale, visto che mercoledì prossimo nel paese si svolgeranno le elezioni generali per rinnovare il Parlamento.</p><p>Le aspirazioni espansioniste del regno non sono una novità. Negli anni Ottanta, il Marocco incoraggiò la formazione di partiti locali che chiedevano l’annessione di Ceuta e Melilla da parte di Rabat. Non fu un caso se alle elezioni quegli stessi partiti non raccolsero voti e si sciolsero: i residenti delle exclavi, semplicemente, si sentivano spagnoli e non volevano lasciare la Spagna, paese ricco, democratico e libero. La lezione di allora vale ancora oggi. Se a luglio 80 mila persone, la maggior parte delle quali marocchine, hanno tentato disperatamente di entrare a Ceuta, quindi in Spagna e nell’Unione europea, è proprio perché erano alla ricerca di quella libertà che i loro paesi di origine – Marocco incluso – non possono offrire.</p><p>Ceuta non è Marocco, quindi, e non solo perché chi vive lì si sente pienamente spagnolo – compresa la popolazione di fede musulmana che ammonta a quasi il 50 per cento. Ci sono anche motivazioni storiche, rimosse da buona parte di chi sostiene che le exclavi spagnole siano simboli del neocolonialismo prevaricante dell’occidente. Ceuta, per dire, è pienamente spagnola addirittura dal 1580, quindi da circa 500 anni e oltre tre secoli prima del colonialismo richiamato da Salis, e dal 1415 era portoghese.  Se   si intende andare ancora più a ritroso, fino al VI secolo, basti pensare che proprio a Ceuta i germanissimi visigoti crearono un avamposto per scongiurare l’avanzata dei bizantini verso la Spagna. Solo più tardi arrivò la dominazione musulmana. All’origine, quindi, prima ancora della nascita del Marocco, Ceuta era persino cristiana.</p><p>Nonostante la storia lasci pochi margini di discussione, si nota invece un cortocircuito, nelle dichiarazioni di Salis: il suo attacco al neocolonialismo occidentale si trasforma in strumento del nazionalismo marocchino, come dimostra  l’elogio dei media vicini alla monarchia di Rabat. La volontà del Marocco di rimettere in discussione i confini, anche in questo caso, non è una novità e non si limita a Ceuta. Nel 1975, al ritiro degli spagnoli, Rabat occupò il Sahara occidentale con la Marcia verde. Fu allora che il Fronte polisario dei saharawi prese forma per rivendicare la propria indipendenza, trovando appoggio nell’Algeria ma anche nella sinistra spagnola – gli alleati di Salis, per intenderci – che da sempre sostiene la minoranza e che proprio in questi giorni ha votato una legge in loro favore. Una settimana fa, il Congresso spagnolo ha stabilito un iter più semplice per permettere ai saharawi di ottenere la cittadinanza spagnola. Ovviamente il Marocco vede la legge come un affronto alle proprie vocazioni nazionaliste ed espansioniste nel Sahara occidentale. Le stesse vocazioni che Salis ora si ritrova a sostenere con il suo discorso all’Europarlamento. A ben vedere, l’unico neocolonialismo da cui Ceuta dovrebbe essere messa in salvo è quello del Marocco.</p>]]></description>
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				<title>L’Europa si prepara alla guerra di Putin</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Paola Peduzzi e Giulia Pompili</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il premier polacco Donald Tusk ha detto che “la Russia non ha bisogno di oltrepassare il nostro confine”, sta già facendo la guerra contro l’Europa, con i droni, i sabotaggi, la disinformazione e “sappiamo dai nostri alleati che i prossimi mesi potrebbero portare ulteriori provocazioni”, perché Vladimir Putin sta testando l’unità della Nato e dell’Unione europea: bisogna essere pronti. Il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha sottolineato la forza dell’Alleanza atlantica: vado a memoria, ha scritto su X, “il numero di aerei da combattimento: Russia 860; Ue 1.600; Nato 4.500, tra cui i caccia di quinta generazione: Russia 40, Ue 200, Nato 1.100”. Ci vogliono la volontà politica, la capacità di restare uniti e quella di prepararsi: la minaccia non è più in discussione. Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha convocato all’Eliseo i servizi di intelligence, i militari e i leader di tutti i partiti dopo aver ricevuto un briefing di intelligence che circostanziava l’intensificazione degli attacchi russi contro obiettivi europei. “Nessuno è al riparo”, ha detto Macron, annunciando i piani per mettere in sicurezza le infrastrutture francesi, ma lanciando al contempo lo stesso messaggio del governo di Varsavia: bisogna prepararsi. Anche a Berlino il cancelliere Friedrich Merz, che combatte in anticipo rispetto alla stessa Francia l’ascesa di un’estrema destra che vuole la capitolazione dell’Ucraina e un dialogo con Mosca che è, nelle migliori dell’ipotesi, un vassallaggio, ha detto: questo è il momento in cui cambia tutto, in cui possiamo opporre la nostra unità alle mire di guerra russe. In ogni discorso ricorre il ricordo del settembre del 1939, Tusk, che è di Danzica, ha ricordato quelli che nel maggio di quell’anno dicevano: chi è che vuole morire per Danzica? “Pochi mesi dopo, tutta l’Europa stava morendo – ha detto il premier polacco – A coloro che oggi affermano che questa non è la nostra guerra, ricordo questa lezione di storia”. Ma preparativi e consapevolezza si muovono in modo diverso, e spesso incosciente, nei vari paesi europei.&nbsp;</p><p><b>Il fronte dei Carpazi. </b>Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha convocato ieri a Bukovel, nell’Ucraina occidentale, il primo vertice del “Carpathian Eight”, il nuovo formato che riunisce Ucraina, Polonia, Romania, Slovacchia, Repubblica ceca, Austria, Ungheria e Serbia, con la partecipazione dell’Ue. L’obiettivo  è costruire un alto livello di cooperazione regionale, dalla sicurezza all’energia, dalla logistica al commercio transfrontaliero. Gli otto paesi del nuovo gruppo sono quelli attraversati dalle rotte che tengono collegata l’Ucraina all’Europa e, in molti casi, quelli più esposti agli attacchi russi. Il primo ministro slovacco Robert Fico, che ha mantenuto i rapporti con Mosca ed è critico nei confronti del sostegno dell’Ue e della Nato all’Ucraina, avrebbe dovuto partecipare al vertice, ma ha cancellato il suo viaggio  a Bukovel all’ultimo momento per problemi di salute. L’altro ieri Fico aveva detto che la guerra tra Russia e Ucraina è “fuori controllo” e che il rischio di un conflitto su scala europea “non è mai stato così grave”: “Non voglio che la Slovacchia sia coinvolta in un conflitto armato a causa di un certo articolo 5”.</p><p><b>La Nato a Copenaghen.</b> Nella capitale danese ieri e oggi si sono riuniti i capi di stato maggiore dei trentadue paesi Nato, con un’agenda molto operativa: difesa collettiva, innovazione tecnologica e sostegno all’Ucraina. E’ la prima grande riunione militare dell’Alleanza dopo il vertice di Ankara e arriva mentre gli alleati devono tradurre i nuovi piani di deterrenza in capacità realmente disponibili. Una delle questioni più urgenti e operative riguarda il disimpegno americano dal teatro europeo, ma a Copenaghen c’è parecchia confusione: a causa della leadership di Pete Hegseth, il Pentagono attraversa una fase isterica, e  per esempio il capo di stato maggiore è ancora ad interim. Secondo la Nbc, la Casa Bianca sta valutando il ritiro dall’Europa di almeno 25 mila soldati americani, quasi un terzo delle truppe americane presenti nel continente, ma per il giornalista americano Michael Weiss la soluzione trumpiana di ritiro  non è così facile: secondo il National Defense Authorization Act, per scendere sotto i 76 mila militari in Europa per oltre 45 giorni serve l’autorizzazione del Congresso, così come per il trasferimento fuori dall’Europa di equipaggiamenti militari di valore superiore a 500 mila dollari.</p><p><b>L’esercito  torna a fare la guerra.</b> Per la prima volta dalla fine della Guerra fredda, gli eserciti europei stanno tornando a essere progettati per una guerra convenzionale di grandi dimensioni. E’ la conclusione dell’ultimo rapporto dell’International Institute for Strategic Studies, “The Defence of Europe in a New Era”, che descrive la trasformazione più profonda degli eserciti europei dagli anni Novanta. La Nato ha ricominciato a ragionare in termini di divisioni, corpi d’armata e comandi multinazionali. Le brigate restano le unità operative di base, ma per una guerra ad alta intensità servono strutture capaci di coordinare uomini, artiglieria, difesa aerea, logistica e rinforzi. Il problema è che la ricostruzione procede più lentamente dei piani. L’Iiss individua ancora carenze significative in personale, artiglieria, difesa aerea, munizioni, mezzi corazzati e capacità di sostenere a lungo un conflitto. La Polonia è l’eccezione, e molte delle lacune non saranno colmate prima del 2030. I carri armati spiegano bene la situazione: confrontando gli arsenali di 22 paesi Nato nel 1991, nel 2011 e nel 2026 l’Iiss dimostra una drastica riduzione delle flotte corazzate negli ultimi trent’anni, particolarmente in Francia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Regno Unito. Ora la tendenza si sta invertendo, ma per ricostruire una forza terrestre bisogna avere equipaggi addestrati, munizioni, manutenzione, pezzi di ricambio.</p><p><b>Ospedali e soldati tedeschi. </b>L’Esercito tedesco ha analizzato i possibili scenari di guerra con la Russia e ha stabilito che, in alcuni periodi, potrebbero esserci fino a mille militari feriti al giorno. I cinque ospedali militari del paese non sarebbero in grado di gestirli e, secondo la legge tedesca, anche gli ospedali civili sarebbero tenuti a fornire assistenza in caso di guerra. “Il nostro sistema sanitario è pronto? L’unica risposta è: no”, ha affermato Benedikt Friemert, comandante dell’ospedale militare di Ulma. Il problema non si limita al numero di posti letto negli ospedali: vanno rafforzate le catene di approvvigionamento medico e va stabilita una cooperazione più efficace tra le strutture sanitarie militari e civili, ed è su questo che si sta lavorando (c’è anche il problema della dipendenza dalla Cina per molte sostanze per produrre medicinali, ma è una storia ancora più grande). Non ci sono solo gli ospedali: entro la fine del 2027, si prevede che la 45esima Brigata Panzer avrà circa 4.800 soldati tedeschi e avrà sede permanente in Lituania, sul fianco orientale della Nato. La base principale della brigata sarà a Rudninkai, a circa trenta chilometri dalla Bielorussia.</p><p><b>Le esercitazioni bielorusse.</b> La Bielorussia ha concluso ieri  delle esercitazioni militari vicino al confine con la Lituania e la Polonia – citando “minacce” alla sicurezza e sabotaggi – a ridosso del corridoio Suwalki, quel lembo di terra che rappresenta al contempo l’unico passaggio di terra tra la Polonia e i paesi baltici e il collegamento tra la Bielorussia e l’exclave russa di Kaliningrad. Le esercitazioni, sono durate   quattro giorni,  hanno coinvolto  il dispiegamento di mezzi pesanti e truppe e  hanno allarmato i paesi baltici ancora più del solito, da un lato perché la crescente integrazione militare tra Minsk e Mosca rende il corridoio sensibile, dall’altro perché le agenzie d’intelligence europee hanno capito che le esercitazioni militari di Mosca e Minsk camuffano quasi sempre piani operativi fatti di incidenti, attività ibride e, soprattutto, simulazioni di guerra contro la Nato, tentativi di ricognizione e di test della risposta della difesa aerea.</p><p><b>La preparazione dei baltici. </b>Anche i paesi baltici sono tra i più preparati al peggio. Nei giorni scorsi la Lituania ha finalizzato i piani di evacuazione da Vilnius verso la Polonia in caso di attacco sulla capitale. I piani lituani sono molto circostanziati, e sono previste tre direttrici principali: una verso la Polonia, le altre verso nord e verso ovest. La scelta della direttrice e dell’ordine di evacuazione dipende dal punto e dalla gravità della minaccia. Secondo il piano, i cittadini con un’auto dovrebbero utilizzare le rotte prestabilite, per chi invece non può muoversi autonomamente il governo sta predisponendo un sistema di trasporto pubblico. Ma l’ordine è che l’evacuazione si inizi prima che la minaccia diretta si materializzi: se è già in corso un bombardamento, l’indicazione è di restare nei rifugi.</p><p><b>Movimenti di truppe.</b> Oltre agli aerei da ricognizione Nato che nei giorni scorsi hanno controllato l’area di manovra delle esercitazioni bielorusse, in  questi giorni è in corso a Gotland, l’isola strategica svedese nel Mar Baltico, l’esercitazione militare  “Silver Wotan”, che coinvolge forze tedesche e svedesi. L’obiettivo è testare la capacità di dispiegare rapidamente rinforzi sull’isola e di difenderla in caso di crisi, con particolare attenzione alla sicurezza del Baltico.</p><p><b>Il “War Book” britannico.</b> Il Regno Unito ha ripreso in mano il suo “War Book”, che era stato messo via dopo tanti anni di pace (c’è una splendida copia del 1976, con appunti a mano tenuti insieme da un elastico, negli Archivi nazionali di Kew). Ora tutti i ministeri sono stati attivati per completare liste e individuare richieste o elementi di forza entro la fine dell’anno nel caso in cui il paese dovesse entrare in guerra. Il governo ha inoltre annunciato una grande esercitazione nazionale nel 2027, dalla risposta locale fino ai ministri, con centinaia di funzionari coinvolti. A differenza di molti altri paesi europei, nel Regno Unito non ci si divide di continuo sulla necessità di difendere l’Ucraina: gli inglesi hanno preso molte decisioni incoscienti, ma sulla minaccia russa non tentennano.</p>]]></description>
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				<title>Il ruolo dei veterani di guerra nelle elezioni per la Duma di stato russa</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Lesia Bidochko e Adam Ure</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Le elezioni per la Duma di stato iniziate ieri in Russia termineranno il 20 settembre 2026.</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/17/news/il-voto-dei-russi-per-una-duma-senza-opposizione-e-anche-un-test-per-russia-unita--407769">Si tratta delle prime elezioni parlamentari che si tengono in tempo di guerra:</a>&nbsp;i soldati voteranno dalle loro unità; per il voto al fronte e nei territori occupati valgono regole speciali; e nel territorio ucraino occupato sono stati istituiti undici collegi uninominali, alcuni dei quali si estendono stranamente in città che in realtà non sono sotto il controllo russo. Mosca sta utilizzando le imminenti elezioni per <b>trasformare l’annessione russa del territorio ucraino in una routine amministrativa.</b></p><h2>Le elezioni come punto debole</h2><p>Questo tentativo di normalizzare la guerra mette in luce il paradosso centrale che Mosca deve affrontare. La guerra contro l’Ucraina dura ormai da oltre 12 anni. Eppure il Cremlino ha sostanzialmente mantenuto la sua strategia di proteggere la maggioranza dei russi dall’invasione.</p><p>Qualsiasi opposizione significativa è stata schiacciata anni fa e <b>"Yabloko", l’unico partito registrato che si oppone apertamente alla guerra</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/11/news/yabloko-e-fuori-e-con-il-voto-putin-scrive-le-prossime-tappe-di-guerra--404632">è stato rimosso dalle liste elettorali ad agosto</a>. I consensi di "Yabloko" avevano già iniziato a salire prima ancora che il partito lanciasse la propria campagna elettorale. Ciò che rimane non è una contesa tra il regime e i suoi critici, ma una contesa tra candidati che il regime ha già approvato.</p><p>Tuttavia, un esito predeterminato non rende le elezioni prive di significato. Il Cremlino ha bisogno delle elezioni per due scopi contrastanti: <b>sia per trasmettere e mantenere un senso di normalità controllata, sia per dimostrare il sostegno pubblico agli obiettivi bellici del Cremlino</b>. La guerra deve essere abbastanza visibile da legittimare il ruolo dei veterani, le annessioni territoriali e i sacrifici in corso, ma abbastanza lontana da far sembrare che le elezioni si svolgano ancora in tempo di pace. Un’elezione predeterminata può far luce su come il Cremlino intenda integrare la guerra nel sistema politico russo e su dove questi sforzi potrebbero incontrare difficoltà.</p><h2>I veterani come nuova nomenklatura russa?</h2><p><b>In passato Putin ha utilizzato le elezioni per segnalare legittimità e controllo</b> e per guidare le élite in competizione tra loro. Questa volta, tuttavia, deve anche affrontare il problema crescente della classe dei veterani di ritorno.</p><p><b>“Novaya Gazeta Europe” stima che siano state arruolate in totale 2,5 milioni di persone</b>, di cui almeno 400.000 sono già tornate a casa dal fronte, mentre altre 700.000 seguiranno qualora la guerra dovesse finire. L’intero contingente sovietico in Afghanistan negli anni ’80 ammontava a 620.000 unità in un periodo di nove anni.</p><p>I veterani stanno tornando con l’aspettativa di uno status privilegiato, ma anche con le reti di contatti forgiate durante il loro periodo al fronte e con le rivendicazioni che si sono accumulate nel corso della guerra. La questione politica per Mosca è quindi: come si può impedire che questo nuovo e vasto elettorato sviluppi interessi e organizzazioni propri?</p><p>Il Cremlino ha già assistito due volte all’alternativa: gli "Afgantsy" (veterani della guerra in Afghanistan), le cui associazioni sono scivolate nell’economia sommersa e nella criminalità organizzata in seguito al crollo dello Stato sovietico, e<b> Prigozhin, la cui organizzazione di veterani ha marciato su Mosca nel giugno 2023.</b> La sua risposta consiste nel premiare la lealtà individuale piuttosto che consentire l’organizzazione collettiva — attraverso programmi di occupazione, posti riservati nella pubblica amministrazione, riqualificazione professionale e incentivi per i datori di lavoro, con gran parte dei costi scaricati sui bilanci regionali già in rosso. Lo stato, che ha pagato questi uomini per andare in guerra, deve ora pagarli di nuovo affinché tornino a casa in silenzio e senza clamore.</p><p>Putin si è spinto ancora oltre, suggerendo che i veterani dovrebbero diventare una nuova classe politica — essenzialmente <b>una "nuova élite" che potrebbe costituire la futura leadership del paese</b>. Nel 2024 ha lanciato il progetto "Time of Heroes", che mira a favorire l’accesso prioritario dei veterani (così come di altre figure coinvolte nella guerra, quali i dipendenti del complesso militare-industriale) a incarichi governativi. La nomenklatura sovietica era un elenco di incarichi controllati dal partito. "Time of Heroes" è un elenco controllato dall’Amministrazione presidenziale. Ora che il regime ha eliminato il sistema di promozione comunista tramite una nomenklatura, non dispone più di alcuna istituzione in grado di formare una nuova élite. Può solo nominarne una.</p><p><b>"Russia Unita", com’era prevedibile, è stato lo strumento più importante per la creazione della nuova casta dei guerrieri. </b>Dei 4.374 candidati alle primarie di quest’anno, 535 — ovvero il 12 per cento — erano registrati come veterani di guerra, una categoria i cui risultati preliminari delle votazioni sono stati automaticamente maggiorati del 25 per cento. Anche altri partiti hanno candidato veterani di guerra: la Commissione Elettorale Centrale ha approvato la candidatura di 1.586 veterani a cariche a livello federale, regionale e locale, di cui almeno 200 per i 450 seggi della Duma. Nel 2024, 308 veterani di “Russia Unita” hanno vinto le elezioni locali e regionali. Oggi è la prima volta che riescono ad avere la possibilità di conquistare seggi nel parlamento federale.</p><p><b>Il Cremlino ha stabilito una quota per i veterani, n</b>on una lobby dei veterani. Il candidato ideale è un veterano fedele all’amministrazione e politicamente inesperto: un background, non un elettorato. Né è escluso alcun tipo di background. Vladislav Golovin, 29 anni, ha comandato un plotone di fanteria marina a Mariupol, dove è rimasto ferito, ha completato il programma “Il tempo degli eroi” e ora è in testa alla lista nazionale di “Russia Unita” insieme al ministro degli Esteri Sergei Lavrov e al sindaco di Mosca Sergei Sobyanin; Kyiv lo sta ricercando per crimini di guerra.</p><p>Eduard Shonov, che figura nella lista moscovita del partito, è un ex combattente delle forze speciali che ha partecipato all’occupazione della regione di Kiev e potrebbe essere stato coinvolto in crimini di guerra a Bucha. Questi precedenti costituiscono le loro credenziali. La complicità lega più fortemente dell’ideologia e non richiede mai un aumento di stipendio.</p><p>Altri “veterani” sono già quadri politici affermati, i cui curriculum sono stati arricchiti da un’esperienza militare. In entrambi i casi, il Cremlino vuole veterani che possa controllare, non militari che potrebbero agire di propria iniziativa. Essi vengono integrati nel regime di Putin senza che il putinismo stesso cambi. In questo modo, <b>la guerra è destinata a continuare politicamente non appena cesseranno i combattimenti.</b></p><h2>La guerra nascosta</h2><p><b>"Russia Unita" si presenta sia come il partito di guerra di Putin sia come il partito che protegge i russi dalla guerra,</b> facendoli da scudo. I suoi due candidati principali stanno conducendo due campagne diverse: il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin liquida come prive di valore le richieste di mettere l’economia in stato di guerra e promette a un pubblico esausto che nulla cambierà, mentre Putin dice a quello stesso pubblico che gli "eroi dell’operazione militare speciale" hanno fatto sentire al popolo russo cosa significa davvero la Russia.</p><p>La vecchia formula era la stabilità, confezionata come promesse elettorali — strade, scuole, infrastrutture — programmate per coincidere con le elezioni. Ma questa formula ha fatto il suo tempo: i bilanci sono in rosso e persino a Mosca si sta procedendo al accorpamento di scuole e cliniche.</p><p>Si tratta di "stabilità negativa". Il Cremlino non può più permettersi la normalità che deve mostrare; può, tuttavia, inscenarla e controllarla — da qui le restrizioni su app di messaggistica come Telegram e WhatsApp,<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/10/news/la-guerra-di-putin-alle-vpn-finisce-in-un-cortocircuito--400341"> nonché la repressione delle Vpn.</a>&nbsp;La guerra sta già influenzando le elezioni: i parlamentari comunisti ora affermano apertamente che l’economia non può sopportare una guerra lunga.</p><p><b>Gli attacchi di Kyiv sul territorio russo stanno ridisegnando la geografia dell’incertezza</b> e, nei territori occupati, impediscono a Mosca di normalizzare l’annessione — un processo che i nuovi collegi elettorali dovrebbero legittimare. Durante la crisi della benzina di quest’estate, Putin ha apertamente respinto l’offerta di Zelensky di una moratoria reciproca sugli attacchi all’entroterra: La decisione di mantenere la guerra sotto i riflettori spetta a lui — contrariamente agli istinti della sua stessa lista di partito.</p><p>Il Cremlino sta utilizzando le elezioni per "mascherare" la guerra e l’annessione all’interno di normali biografie politiche. L’occidente dovrebbe respingere questo "mascheramento": qualsiasi membro del parlamento eletto dai territori occupati o attraverso la quota riservata ai veterani dovrebbe essere inserito nella lista nera il giorno stesso dell’annuncio dei risultati e rimanervi per tutta la durata del mandato.</p><p><i>La dott.ssa Lesia Bidochko è Policy Fellow presso l’Istituto di Politica Europea di Kyiv (EPIK), docente di scienze politiche presso l’Accademia di Kiev-Mohyla e ricercatrice non residente presso l’Università Europea Viadrina di Francoforte sull’Oder.</i></p><p><i>Il dott. Adam Ure è direttore di “Lvivski”, un’agenzia di ricerca specializzata nell’analisi della politica dell’informazione russa. Ha ricoperto il ruolo di consulente per governi e aziende in tutto il mondo.</i></p>]]></description>
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				<title>Il lato positivo (per l’Europa) del No islandese all’ingresso nell’Ue</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Lorenzo Bini Smaghi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il voto contrario espresso dagli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/31/news/no-dellislanda-allue-leuropa-non-piace-piu--406002" target="_blank">islandesi</a>&nbsp;nei confronti della riapertura dei negoziati di adesione del loro paese all’Unione europea è stato interpretato da molti commentatori ed esponenti politici come un fallimento dell’Europa. Secondo il Financial times, “Il voto rappresenta una battuta d’arresto per l’Ue e per la sua capacità di essere un polo di attrazione in un mondo instabile. <b>Il rifiuto rappresenta un duro colpo per le ambizioni dell’Ue di esercitare la propria influenza nell’Artico</b>”.</p><p><b>In estrema sintesi, l’Unione non è attraente</b>. Né come entità economica, soprattutto per i paesi più ricchi, che sarebbero contribuenti netti. Né come entità politica, visto il poco peso che l’Europa riesce ad avere nell’attuale scenario geopolitico.</p><p>Se ne possono dedurre almeno due considerazioni, strettamente interconnesse. Da un lato, fin quando l’Unione non avrà risolto i suoi problemi di attrattività, difficilmente riuscirà ad allargarsi, soprattutto a paesi più avanzati. Dall’altro, l’allargamento non necessariamente aiuta a risolvere i problemi di attrattività dell’Europa, anzi rischia di aggravarli. <b>In altre parole, forse è un bene che l’Islanda non entri nell’Unione europea, almeno per un po’</b>.</p><p>Dal punto di vista economico, l’adesione di paesi come l’Islanda, che con la Norvegia e la Svizzera fanno già parte dello Spazio economico europeo, non cambierebbe molto, almeno per l’Unione. L’isola adotta già la regolamentazione europea e fornisce un contributo finanziario per poter accedere al mercato europeo.</p><p>Cambierebbe invece la possibilità di rafforzare l’integrazione sulle materie non coperte dal mercato unico, come suggerito dai rapporti Letta e Draghi, in particolare l’energia, le telecomunicazioni, la finanza e la difesa, oltre che la tassazione. Si tratta di settori nei quali l’integrazione è frenata proprio dalla volontà degli stati membri di mantenere regole e poteri nazionali distinti e di mantenere il diritto di veto per estrarre vantaggi a scapito degli altri. Un esempio è il settore finanziario, nel quale i piccoli stati, con tassazione più bassa e regolamentazione più leggera, tendono a opporsi a misure di integrazione per poter usare misure distorsive al fine di attirare imprese e capitali dal resto dell’Unione. Chi garantisce che l’Islanda, una volta entrata nell’Unione, non usi il suo potere di veto per rallentare o arrestare il faticoso lavoro svolto in questi anni per raggiungere una maggiore integrazione finanziaria e per rafforzare l’autorità europea di vigilanza sui mercati? <b>Chi garantisce che l’Islanda non usi il suo veto per promuovere condizioni fiscali distorsive per le imprese multinazionali, magari in competizione con altri paesi come l’Irlanda?</b></p><p>Dal punto di vista politico, l’appartenenza all’Unione dell’Islanda potrebbe aumentarne le garanzie di sicurezza, anche in vista della crescente aggressività statunitense nei confronti di quell’area. Il governo islandese ha dovuto convocare l’ambasciatore americano per lamentarsi di una mappa recentemente pubblicata su Truth, il social media del Trump, che rappresentava l’Islanda, insieme al Canada e alla Groenlandia, come parte integrante degli Stati Uniti.</p><p>D’altra parte, l’Europa è un attore politico sottorappresentato, spesso paralizzato e poco efficace sulla scena internazionale, con una capacità di azione limitata. A che serve far parte dell’Unione se poi questa non riesce ad agire negli interessi dei suoi membri? Anche in questo caso, il dubbio è legittimo. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se, in una fase in cui l’Europa sta cercando di rafforzarsi politicamente, su questioni di politica estera e di difesa comune, sia utile allargarsi a paesi che non hanno nessuna intenzione di rinunciare al proprio diritto di veto e che hanno interessi fortemente caratterizzati, in particolare dalla loro collocazione geografica. <b>L’adesione di nuovi paesi, in una fase in cui non si sono fatti ancora sufficienti passi avanti per rafforzare la sua capacità decisionale, rischia di rallentare ancor più il processo di unificazione</b>.</p><p>Il dibattito tra approfondimento e allargamento dell’Unione non può essere eluso, soprattutto nel nuovo contesto geopolitico.</p><p>Far entrare altri paesi, in una fase in cui si vuole rafforzare l’integrazione e superare le resistenze nazionali per favorire la creazione di una sovranità europea, rischia di essere un grave errore. Ben venga dunque il no del referendum islandese. <b>L’Europa avrebbe dovuto scoraggiarlo</b>. L’unica cosa inspiegabile dell’esito del referendum è l’esultanza dei sovranisti. Evidentemente non hanno capito che più paesi entrano, più è difficile federare l’Europa.</p>]]></description>
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				<title>La perfetta lezione partigiana di Zoro sull’Ucraina ai disertori e all’Italia putiniana</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel consueto teatrino della come di consueto imparziale Lilli Gruber (“Bersani, deve dire che se non si danno una mossa per il paese ci saranno dei problemi seri”) a volte succedono cose. Come l’altra sera, quando lo spettacolo è stato osservare i volti d’un tratto senza più biacca di Virginia Libero – la facile profezia di ospite fissa dei talk s’è già autoavverata – e Pier Luigi Bersani. Bersani che poco prima (o forse dopo)  spiegava che il programma è già fatto “in tre righe”: Basta non spendere cinque miliardi per le armi e la sanità è sanata. A togliere per qualche istante ogni espressione ai loro volti  – o forse a svelarli per quel che sono – è stato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/televisione/2026/09/18/news/diego-bianchi-a-virginia-libero-e-bersani-quella-dellucraina-e-una-storia-di-resistenza--407993" target="_blank">Diego Bianchi, in arte Zoro</a>.</p><p>Mentre Gruber timidamente incalzava la giovane dem, “i giovani partigiani che scelsero di partecipare alla Resistenza non disertarono”, e Bersani invece si sperticava in sua difesa, “ma non è vero, molti partigiani disertarono la Repubblica sociale”, è arrivato Zoro. Che a proposito di difesa dell’Ucraina, di partigiani, di antifascismo che ha fatto l’Italia libera anche con le armi e su quella parte della sinistra che ormai non conosce più la sua storia ha dato una splendida, semplice, forte lezione di stile e di intelligenza. Parole da mandare a memoria, da parte di una persona non certo etichettatile come guerrafondaia: “Quando è scoppiato il conflitto la storia dell’Ucraina era una storia di resistenza, per cui una persona di sinistra vedeva in quella storia lì la storia di altri partigiani”. Per chiarire: “Io ho avuto la fortuna di intervistare dei partigiani che mi raccontavano quanto fossero contenti degli aviolanci degli americani e degli inglesi che gli davano le armi. Per fare cosa? Sì, la pace… La pace arrivava dopo, prima usavano quelle armi e andavano a sparare ai nazisti e ai fascisti. La storia pacifica di questo paese parte anche da lì. E quella è una storia, vogliamo dire di sinistra? No, è una storia italiana”. E la stoccata dolorosa: “Oggi siamo in una situazione completamente diversa. Non so chi stia vincendo in Ucraina, ma ho l’impressione che in Italia abbia vinto Putin”.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La Nato è in stato d’allerta oltre gli attacchi ibridi</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>David Carretta</author>
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				<description><![CDATA[<p>Bruxelles. Servizi di intelligence, analisti e funzionari della Nato temono che la Russia possa testare l’articolo 5 con un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/18/news/non-solo-sabotaggi-jet-e-agenti-sacrificabili-gli-attacchi-russi-alla-nato-sempre-piu-sfacciati--407959" target="_blank">attacco cinetico contro un membro dell’Alleanza</a>. Nella prima metà del 2027 si aprirà una finestra di opportunità che Vladimir Putin potrebbe decidere di usare.</p><p><b>Gli attacchi ibridi contro i paesi europei sono diventati la “nuova normalità”, ha detto von der Leyen dopo il fallito attacco contro l’aeroporto di Lipsia di inizio agosto, che la Germania ha attribuito alla Russia.</b> La definizione usata per descrivere le operazioni della Russia nella cosiddetta “zona grigia” – lo spazio situato appena sotto la soglia del conflitto, dove esiste un margine per negare la propria responsabilità – che mirano a destabilizzare i paesi europei è già cambiata. L’Alto rappresentante, Kaja Kallas, ha coniato l’espressione “attacchi ibridi cinetici” dopo Lipsia. Ma questa definizione permette ancora di evitare di ricorrere agli strumenti più estremi della dottrina della deterrenza, evitando di correre il rischio di un’escalation militare. <b>Un attacco cinetico vero e proprio supererebbe la soglia del conflitto, imponendo alla Nato di reagire se vuole mantenere la parola data di difendere collettivamente “ogni centimetro del suo territorio” e preservare la sua deterrenza.</b> La finestra di opportunità per Putin potrebbe aprirsi alla fine dell’anno, grazie a una serie di eventi lontani dall’Ucraina. La valutazione della Nato è che la Russia sia debole sul piano militare. Lo dimostra lo stallo delle sue truppe nel Donbas. Ma un Putin debole può essere ancor più pericoloso. In autunno la linea del fronte con ogni probabilità sarà congelata. A novembre si terranno le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti: una sconfitta di Donald Trump renderà il presidente americano un’anatra zoppa ancora più imprevedibile, e per i due anni successivi gli americani saranno concentrati sulle presidenziali del 2028.</p><p>Questo rafforzerà le correnti isolazioniste dentro l’Amministrazione Trump, che a fine anno comunicherà agli alleati della Nato la tempistica del ritiro delle sue forze dall’Europa. <b>Un ritiro accelerato di uomini e capacità convenzionali da parte degli Stati Uniti metterà in difficoltà gli europei. </b>Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, assicura che grazie al rafforzamento della spesa per la difesa e degli eserciti nazionali i paesi europei saranno in grado di compensare il disimpegno americano. Ma serve tempo. Attualmente, senza gli Stati Uniti, i paesi europei sono in grado di reggere un conflitto ad alta intensità per tre settimane. La Germania ha lanciato un programma di riarmo da 150 miliardi di euro, che le permetterà di essere ben armata, ma non ha uomini sufficienti per una guerra con la Russia. Anche la Polonia è in ritardo in termini di reclutamento. Germania e Polonia dovrebbero garantire al pilastro europeo della Nato i due eserciti di terra più forti.</p><p><b>A preoccupare dentro la Nato è la fase di transizione che si aprirà tra l’avvio del ritiro degli Stati Uniti e il completamento del riarmo europeo in termini di uomini e capacità.</b> E’ in quel periodo che si annida la minaccia, perché gli annunci americani sulla loro postura in Europa offriranno a Putin una scadenza temporale entro la quale deve agire. In pochi credono che i negoziati tra Russia e Ucraina possano portare a un cessate il fuoco. Per contro, con il fronte congelato e 1,5 milioni di soldati mobilitati, Putin potrebbe essere tentato di testare l’articolo 5 della Nato sulla difesa collettiva, anche per rafforzare la sua popolarità interna e soffocare eventuali dissensi all’interno della sua cerchia di potere.</p><p><b>C’è un fattore tutto interno all’Ue che contribuisce alla finestra di opportunità per Putin. Il 2027 sarà un anno elettorale per diversi paesi chiave, nel momento in cui in Germania il cancelliere Friedrich Merz è gravemente destabilizzato dal successo del partito di estrema destra AfD. </b>Elezioni presidenziali in Francia ed elezioni legislative in Spagna, Polonia e Italia: le correnti nazionaliste di estrema destra, ma anche di estrema sinistra, sono in crescita nei sondaggi. Alcune sono filorusse, molte sono sostenute attivamente dalla macchina di propaganda del Cremlino. Soffiando sulla narrazione della guerra, Putin gioca a loro favore. I nazionalisti al governo in Italia o Spagna saranno meno inclini a inviare i loro soldati per difendere un paese baltico o la Romania. L’ingresso di Marine Le Pen all’Eliseo in Francia potrebbe portare allo sfaldamento completo dell’Europa.</p><p>Il piano di riarmo europeo, sostenuto dall’Ue con il programma Safe, ha come obiettivo di prepararsi a una guerra nel 2030. In realtà, il test della guerra potrebbe arrivare molto prima: nel 2027. Lo scenario non è più fantascienza. Diversi servizi di intelligence europei ritengono che la Russia testerà l’articolo 5 della Nato. Una delle possibilità evocate dai servizi di intelligence è un attacco cinetico limitato contro un paese europeo dell’Alleanza. Il viaggio a Mosca del direttore della Cia, John Ratcliffe, il 25 agosto potrebbe essere servito a lanciare un avvertimento a Putin per scoraggiarlo.</p><p>I Baltici sono un potenziale bersaglio, anche se alcuni ritengono che la presenza attuale della Nato e il loro stato di preparazione scoraggeranno la Russia dal lanciare un attacco lì. La Polonia è in stato di allerta per potenziali attacchi contro i suoi posti di frontiera (l’uso di droni al confine ucraino-polacco contro treni e stazioni di servizio corrobora i sospetti). Varsavia teme anche la vulnerabilità dell’exclave russa di Kaliningrad. Ma dentro la Nato c’è chi guarda a paesi più vulnerabili. La Romania potrebbe essere il bersaglio di un’operazione mirata attraverso il Mar Nero, dove operano già droni marittimi russi, o attraverso la Moldavia, dove le forze russe sono presenti nella regione separatista della Transnistria.</p>]]></description>
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				<title>Yemen, Lituania, Gaza. L’Italia non è in guerra, ma le guerre si occupano dell’Italia</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Isolarsi da un mondo in fiamme nella speranza di essere ignorati dalle fiamme del mondo può funzionare quando si cerca di evadere dalla realtà costruendo metaversi paralleli, non necessariamente con l’intelligenza artificiale. Ma diventa un po’ più difficile quando il mondo da cui hai cercato goffamente di allontanarti si avvicina a te, decidendo di occuparsi di te, della tua libertà, del tuo benessere, della tua sicurezza, senza curarsi del tuo desiderio effimero di alzare qualche muro per evitare di essere sfiorato dalle fiamme. <b>Il raid iraniano sull’Arabia Saudita che ha colpito un velivolo F-2000 italiano</b> arriva negli stessi giorni dell’azione di due caccia italiani inviati dalla Nato nel cielo della Lituania per monitorare lo sconfinamento di due jet russi,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/crosetto-scrive-a-kallas-per-chiedere-entro-oggi-piu-risorse-europee-su-aspides-anticipazione--408022">negli stessi giorni dell’invio di una nave della Marina italiana nello stretto di Bab el Mandeb per proteggere le navi nazionali dagli attacchi dei terroristi houthi in Yemen</a>&nbsp;in aperta sfida all’immobilismo della missione europea Aspides, negli stessi giorni in cui altri due caccia italiani hanno neutralizzato sempre nei cieli della Lituania un drone russo, negli stessi giorni in cui è stato confermato che i carabinieri italiani guideranno la missione con cui verrà sostenuta l’attività dei poliziotti palestinesi a Gaza. E per quanto si possa cercare in tutti i modi, e con varie sfumature di ipocrisia, di non occuparsi del disordine mondiale, quando il disordine mondiale inizia a occuparsi di te dovrebbe diventare chiaro quello che in troppi non vogliono vedere: <b>predicare la neutralità di fronte ai conflitti del mondo non è una leva per intervenire positivamente sulla nostra sicurezza, ma è una leva per intervenire negativamente sulla nostra vulnerabilità</b>. Ed evocare scenari di neutralità, di disimpegno, di disarmo, di diserzione, lisciando il pelo alle peggiori pulsioni autarchiche, non significa fare di tutto per non provocare gli sponsor del terrore. Significa essere esposti. Significa essere immobili. Significa voler delegare la nostra protezione a qualcun altro, che poi ci presenterà il conto.</p><p>Quando le coalizioni mostrano divaricazioni profonde sulla politica estera, dividendosi in modo speculare tra chi sostiene che non ci si possa disinteressare del mondo perché il mondo prima o poi si interesserà a te e chi sostiene che mostrare distanza dal mondo, dai suoi conflitti, dai suoi problemi, sia l’unico modo per proteggere i cittadini, quelle divisioni non riguardano soltanto ideali astratti, come la difesa della nostra libertà, ma riguardano temi concreti, reali, quotidiani, che si può provare a ignorare solo sfuggendo dalla realtà. <b>L’Italia non è in guerra, per fortuna, ma le guerre coinvolgono l’Italia non perché faccia parte di una lobby di agenti provocatori ma perché l’Italia fa parte dell’Unione europea</b> (se un drone iraniano arriva a Cipro quel drone riguarda anche l’Italia), <b>perché l’Italia fa parte della Nato</b> (e se un paese Nato viene minacciato dalla Russia quella minaccia riguarda anche l’Italia), <b>perché l’Italia si rifornisce di petrolio dal Golfo</b> (e se gli iraniani colpiscono le vie di rifornimento alternative a quelle di Hormuz il problema riguarda anche l’Italia).</p><p>Il partito del pacifismo farlocco tende a definire “guerrafondai” i politici che cercano di tutelare i propri interessi anche con la forza. Varrebbe forse la pena di ribaltare il tavolo e squadernare in faccia ai finti pacifisti una verità necessaria e difficile da digerire:<b> i veri guerrafondai non sono coloro che scommettono sulla sicurezza armata per tutelare i propri interessi, ma sono coloro che spacciano la vulnerabilità per neutralità predicando la retorica della bandiera bianca</b>, che con l’illusione di allontanarci dai pericoli rafforza coloro che minacciano con la forza la nostra libertà. La vera diserzione che servirebbe non è dalla difesa della nostra sicurezza ma è dal partito del pacifismo farlocco che vendendo l’illusione della pace facile non fa altro che incoraggiare gli sponsor del terrore a non fermare i loro orrori. E’ ora di smascherarli, no?</p>]]></description>
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				<title>La lezione inglese per Friedrich Merz e i piani per resistere</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L'anno scorso il cancelliere <b>Friedrich Merz</b> fu criticato per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/09/news/i-rischi-di-una-politica-del-nein-di-merz--406958">non essersi recato in prima persona all'Assemblea generale dell'Onu</a>&nbsp;a New York preferendo restare a casa per preparare la legge di bilancio. Quest'anno, il bis. Mercoledì sarà il capo della diplomazia Johann Wadephul a rappresentare la Germania al Palazzo di Vetro anziché Merz che pure è soprannominato "il cancelliere degli Esteri". A Berlino e non a New York per monitorare, insieme alla direzione della Cdu convocata per domenica sera, l'esito delle regionali in Meclemburgo e nella capitale. Se in Meclemburgo per il partito di Merz non c'è partita, a Berlino la Cdu rischia di perdere la poltrona del sindaco a favore dei socialcomunisti della Linke.</p><p>Il cancelliere ricorderà che si tratta di due voti limitati; eppure, c'è sempre il rischio che, come ha fatto il Labour con Keir Sarmer, <b>la Cdu si faccia prendere dal panico e disarcioni l'impopolare Merz per cambiare fantino</b>. Il cancelliere, che non sarà il miglior interprete del sentimento degli elettori ma sa leggere i sondaggi, ha mangiato la foglia. Ecco perché si guarda bene dal volare a New York: occorre salvare la pelle appoggiandosi su due assunti.</p><p>Il primo: il partito è con me – e per questo pochi giorni fa ha ottenuto una lettera di sostegno da parte degli otto governatori targati Cdu. Il secondo: le cose non vanno poi così male. Di queste ore sono alcune sue uscite come: "Stiamo recuperando il tempo perduto rispetto a quanto avremmo dovuto fare molto tempo fa". "Viviamo in un paese fantastico, uno dei più belli al mondo, un paese in cui i giovani cercano il loro futuro". "Solo nel 2025 sono nate 3.500 nuove start-up, un record assoluto: Berlino è diventata una capitale dell'AI e delle start up". E, ancora, "nonostante le critiche, la Germania è sulla via dell'uscita dalla crisi". Un po' come Berlusconi e "i ristoranti pieni", una frase che però il Cavaliere pronunciò otto giorni prima di dimettersi.</p>]]></description>
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				<title>In Svezia vince la sinistra, “ma è come esultare per il lancio di una monetina”</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 20:29:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se in Svezia la destra piange, la sinistra non ride. Eppure esulta ed è chiamata a formare un governo in una situazione di sostanziale stallo elettorale. Il verdetto delle urne per il rinnovo del Riksdag mostra ancora una volta un Paese spaccato in due: si è votato domenica, i risultati definitivi sono stati confermati soltanto nella giornata di giovedì – a riprova di un conteggio davvero all’ultima scheda. Così Ulf Kristersson, primo ministro conservatore, alla fine si è dimesso. Mentre Magda Andersson, leader dell’opposizione, raccoglie il testimone dichiarando che “gli svedesi hanno votato per un nuovo corso, per l’unità e contro le divisioni interne”. Sembra quasi un augurio rivolto alla stessa coalizione di centrosinistra, vista l’eterogeneità delle forze in campo: il risicato vantaggio in Parlamento – 176 seggi a 173 – richiederà una compattezza che sulla carta si presenta piuttosto complessa. E secondo gli esperti, in ogni caso, in Svezia sta cambiando soltanto il governo. Non l’elettorato.</p><p>“Oggi come quattro anni fa l’esito è molto equilibrato, più di quanto prevedessero i sondaggi alla vigilia”, spiega Olle Folke, professore di Scienze politiche all’Università di Uppsala. “Arrivare a un governo stabile sarà un’operazione difficile. L’opposizione ha vinto per uno zero virgola, 50mila voti, ma non registriamo alcuna differenza in termini di trend elettorali: ci sono stati dei flussi all’interno delle coalizioni, spostando così qualche punto percentuale, ma parlare di svolta per il Paese sarebbe un’interpretazione non supportata dai dati”. In altre parole, “le elezioni in Svezia continuano a funzionare essenzialmente come il lancio di una monetina: l’ultima volta aveva premiato la destra, oggi la sinistra. Ma i due blocchi restano numericamente invariati”.</p><p>Eppure ciascuno schieramento tende ad alimentare la narrativa più funzionale ai propri scopi. L’esecutivo uscente punta il dito contro il campo larghissimo di Stoccolma, che va dagli ex comunisti ai centristi liberali – ma a sua volta conta su un raggio altrettanto ampio, dagli ex neonazisti ad altri liberali. Andersson e colleghi invece sovrastimano i contorni di un sorpasso modesto: era la prima volta che il centrodestra apriva le porte della coalizione agli estremisti, prendendosi un grosso rischio, e tutto sommato l’esperimento ha retto. La mappa elettorale per circoscrizione mostra anzi che il fronte progressista ne ha perse due rispetto alla precedente tornata – questione di dettagli, ancora una volta. È fuorviante pure il tema dell’affluenza “record”, perché in Svezia è sempre stata molto alta anche negli ultimi anni: oggi oltre l’85 per cento, nel 2022 l’84,2, nel 2018 oltre l’87.</p><p>L’aspetto forse più interessante è che gli sconfitti – i non vincitori? – di queste elezioni sono i due partiti che venivano indicati come potenziali protagonisti: i Democratici svedesi di Jimmie Akesson, cioè la destra antisistema, e proprio i Socialdemocratici della premier in pectore Andersson. Hanno perso rispettivamente undici e otto seggi. I primi pagano il dietrofront su alcune tematiche identitarie – smorzando i toni su antisemitismo e dintorni, un passo necessario per entrare a tutti gli effetti nella coalizione – e registrano un calo di consensi per la prima volta dalla fondazione del partito alla fine degli anni Ottanta. Sono stati scavalcati per voti totali anche dai Moderati di Kristersson, in crescita come tutti gli altri partiti di centrodestra. Lo stesso è accaduto nel centrosinistra a discapito dei Socialdemocratici. Che restano il primo partito del Paese, ma tornano ridimensionati alla guida del Riksdag grazie alla spinta di tutti gli altri: Verdi, Sinistra e Centerpartiet. Se il travaso di voti avrà come moneta di scambio i punti critici – e poco condivisi – del programma di governo, non sarà una legislatura facile. Per nessuno.</p>]]></description>
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				<title>Riunione “Vega”. Macron convoca tutti all&#039;Eliseo</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 19:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Mauro Zanon</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Parigi. </i>Dinanzi al “rapido deterioramento” della situazione geopolitica in medio oriente e in Ucraina, e alla carenza delle forniture di carburante “diventata insostenibile”, il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha ricevuto questa mattina all’Eliseo i leader di tutte le forze politiche per una riunione ultra-confidenziale a cui hanno partecipato, oltre al primo ministro Sébastien Lecornu, i vertici militari e dell’intelligence interna (Dgsi) ed esterna (Dgse).</p><p>Al termine dell’incontro, che si è tenuto nella nuova sala di crisi “Vega” (il nome in codice di Macron), il presidente francese ha tenuto una conferenza stampa in cui, con aria grave, ha avvertito che “nelle ultime settimane la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/18/news/non-solo-sabotaggi-jet-e-agenti-sacrificabili-gli-attacchi-russi-alla-nato-sempre-piu-sfacciati--407959">minaccia ibrida russa contro gli europei</a>&nbsp;e la Francia si è intensificata”, attraverso sabotaggi, droni e ingerenze, ma che gli attacchi di Mosca “non resteranno senza risposta” e Putin farebbe un grave “errore” a continuare su questa linea. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/il-silenzio-degli-incoscienti--407900">intento del Cremlino</a>&nbsp;“è quello di intimidirci e di spezzare il nostro sforzo di sostegno agli ucraini. La conseguenza sarà l’opposto”, ha proseguito, citando l’esempio del ritrovamento del drone armato di esplosivo all’aeroporto di Lipsia ad agosto. “Non ci lasciamo intimidire, perché sappiamo che in Ucraina si gioca la nostra sicurezza di oggi e di domani”, ha detto Macron. <b>Dinanzi alla minaccia russa, “nessuno è al riparo, dobbiamo tutti essere vigili, in azione, e fare di tutto per prevedere, pianificare e proteggerci”, ha aggiunto, e ha annunciato di aver chiesto al governo di allestire urgentemente “un piano per proteggere le infrastrutture critiche del paese”, con una difesa specifica contro i droni e i cyberattacchi.</b></p><p>“Mi ha colpito una cosa in particolare: i toni e i volti dei presenti all’uscita dalla riunione di crisi. Sembravano tutti un po’ frastornati. Credo siano stati messi di fronte a delle realtà incontestabili sulle minacce ibride russe. Non a caso non c’è stata alcuna polemica su questo aspetto”, dice al Foglio François-Xavier Bourmaud, giornalista politico dell’Opinion. “In compenso, ci sono state molte critiche sulla risposta del governo, giudicata insufficiente, all’aumento dei prezzi dei carburanti”, sottolinea Bourmaud. Durante la conferenza stampa, Macron ha dichiarato che prima di “spendere il massimo del denaro pubblico”, che si tradurrebbe in aumento del debito o delle tasse, è fondamentale “agire alla radice del problema”. Un intervento criticato sia dal leader della destra sovranista Jordan Bardella, secondo cui la “questione del potere d’acquisto” è stata “purtroppo ignorata dal governo”, sia dal frontman della sinistra socialdemocratica<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/02/news/nella-sinistra-francese-salza-il-grido-tutti-tranne-glucksmann--406230"> Raphaël Glucksmann</a>, che ha chiesto “aiuti molto più consistenti” per contrastare l’aumento dei prezzi dei carburanti, di fronte a una situazione “socialmente esplosiva”.</p><p><b>La decisione di convocare i leader dei partiti è stata presa martedì scorso al termine di una riunione di due ore e mezza, a porte chiuse e senza telefoni, nel Salone Verde dell’Eliseo. I capi delle varie divisioni dei servizi segreti, insieme al responsabile della Direction Générale de l’Énergie et du Climat, l’organo dell’amministrazione centrale incaricato di definire e attuare la politica energetica e climatica nazionale, hanno tracciato a Macron un quadro molto cupo delle crisi internazionali e delle loro conseguenze. </b>“E’ stata un’esperienza molto pesante”, ha detto al Parisien un consigliere del presidente in forma anonima. “Ne è uscito con la convinzione che fosse suo dovere informare il resto della classe politica. Affinché tutti abbiano lo stesso livello di informazione riguardo alle decisioni che bisognerà prendere in futuro”, ha aggiunto.</p><p>La riunione si è tenuta in formato “Saint-Denis”, introdotto da Macron nell’agosto del 2023 (il primo incontro di questo tipo si svolse nella città di Saint-Denis, periferia a nord di Parigi). E’ un metodo di consultazione a porte chiuse tra il capo dello stato e i leader dei partiti che ha come obiettivo la ricerca di compromessi su riforme complesse o, come in questo caso, la condivisione di informazioni sensibili di carattere politico e di sicurezza nazionale. Nelle prossime settimane, la Francia convocherà un vertice straordinario del G7 dedicato all’energia e alla gestione degli stoccaggi, per “evitare tensioni inutili tra i paesi del G7 e i nostri partner”, ma anche “per valutare le opzioni relative a un’eventuale mobilitazione delle scorte strategiche”, ha annunciato Macron. Quello di oggi, ha concluso, è stato “un esercizio di trasparenza”, affinché le forze politiche siano ben informate: “Lo organizzerò tutte le volte che lo riterrò necessario e rilevante per la qualità del dibattito democratico”.</p>]]></description>
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				<title>Crosetto scrive a Kallas per chiedere, entro oggi, più risorse europee su Aspides. Anticipazione</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 15:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>L’Italia è pronta a muoversi a Bab el-Mandeb&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/18/news/crosetto-non-aspetta-aspides-il-nodo-del-gasolio--407965">anche senza aspettare l’Europa</a>, ma prima chiede a Bruxelles un ultimo sforzo per rafforzare Aspides. E’ il senso della lettera che il ministro della Difesa <b>Guido Crosetto</b> ha inviato all’Alta rappresentante dell’Ue <b>Kaja Kallas </b>e che il Foglio è in grado di anticipare. Crosetto chiede “un deciso e urgentissimo intervento dell’Unione europea oggi stesso” per ottenere dagli stati membri nuovi mezzi e nuovi contributi alla missione europea nel Mar Rosso.</p><p>La lettera arriva dopo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/17/news/la-marina-militare-scortera-le-navi-italiane-a-bab-el-mandeb-crosetto-proteggere-il-lavoro-delle-aziende--407894">la mossa annunciata ieri dal ministro</a>: l’Italia, ha detto Crosetto dopo essersi confrontato con il capo di Stato maggiore, non intende più aspettare che sia Aspides a stabilire quando le navi italiane possano attraversare Bab el-Mandeb. L’obiettivo è ripristinare rapidamente il traffico dei mercantili italiani attraverso lo stretto; l’eventuale invio di ulteriori navi militari a loro protezione sarà invece valutato con il governo e con il Parlamento.</p><p><b>Il problema, spiega Crosetto a Kallas, è che Aspides opera con una disponibilità di mezzi ormai insufficiente rispetto alla pressione nell’area</b>. A Bab el-Mandeb, si legge nella lettera, sono presenti al momento soltanto “una FREMM italiana e una fregata greca”. Le richieste di accompagnamento dei mercantili possono quindi essere soddisfatte solo in parte, con lunghe attese e “dannosi effetti immediati” sui commerci europei.</p><p><b>Da qui la richiesta di ottenere entro subito “immediati e addizionali contributi” dagli altri paesi Ue</b>. Ma Crosetto mette anche nero su bianco il piano B: se gli altri stati continuassero a non fornire quella che definisce “la risposta attesa e dovuta”, l’Italia è pronta “a farsi carico di un ulteriore sforzo” e a inviare assetti aggiuntivi nell’area.</p><p>Con una condizione precisa: se Roma dovesse assumersi da sola maggiori oneri operativi, logistici e maggiori rischi per garantire una rotta che Crosetto definisce “vitale per TUTTA l’Europa”, <b>il costo dovrà essere condiviso da tutti gli stati membri. </b>Prima dunque la richiesta di rafforzare Aspides; se l’Europa non si muoverà, l’Italia è pronta a fare di più, ma chiedendo all’Europa di condividere almeno il conto.</p>]]></description>
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				<title>Crosetto non aspetta Aspides. Il nodo del gasolio. Colpito Eurofighter italiano in Arabia</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 10:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dal Forum Risorsa Mare della Spezia, il ministro della Difesa<b>&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/17/news/la-svolta-nei-cieli-parla-crosetto--407846" target="_blank">Guido Crosetto</a><b>&nbsp;ha annunciato di aver deciso con il capo di Stato maggiore di non attendere Aspides e di</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/salvini-vs-crosetto-nuovo-strappo-su-strade-sicure-e-ora-la-lega-minaccia-di-boicottare-anche-il-piano-contro-le-ingerenze-russe--407944" target="_blank"> far garantire dalla Marina</a><b>&nbsp;il transito delle navi italiane nello stretto di Bab el Mandeb</b>. Crosetto ha già informato il presidente degli armatori. Quante unità inviare non è ancora stato deciso: la scelta passerà per governo e Parlamento. Mentre sul piano tecnico la strada esiste già. Una fregata italiana potrebbe ammainare la bandiera europea e sottrarsi temporaneamente alle direttive di Aspides per il tempo della scorta. Nulla però è definitivo. L'Alta rappresentante Kaja Kallas potrebbe emanare nuove direttive, e l'ultima parola sulla missione spetta al comandante, l'ammiraglio greco Gryparis. Negli ultimi giorni lo stretto è stato attraversato in media da 27 navi al giorno.&nbsp;</p><p>La minaccia è concreta: a oggi gli Houthi controllano l'intera costa yemenita sul Mar Rosso, l'isola di Perim e le isole Hanish, e tra l'8 e il 16 settembre avrebbero scavato una ventina di chilometri di trincee attorno allo stretto. E che la presenza italiana nella regione non sia un'ipotesi lo hanno ricordato i fatti della notte scorsa. <b>La base aerea saudita di Taif, dove è presente personale italiano impegnato nell'operazione Inherent Resolve, è stata colpita da diversi attacchi. Un Eurofighter F-2000 italiano, parcheggiato in un'area decentrata della base, è stato colpito. Nessun militare italiano è rimasto coinvolto</b>, ha fatto sapere Crosetto, che ha chiesto ai vertici militari una nuova valutazione del quadro e delle possibili opzioni operative.</p><p><b>Colpisce però il lessico scelto dal ministro a La Spezia, più vicino a quello di un titolare dell'Economia che a quello della Difesa</b>. Crosetto ha spiegato che ritardare, in casi come questo, significa “ritardare l'economia”, perché quando una rotta si interrompe le merci arrivano tardi e i prezzi salgono per famiglie e imprese.<b> È difficile non leggere questa insistenza attraverso la lente della stretta petrolifera di questi giorni</b>. Dopo<b> l'attacco del 10 settembre all'oleodotto saudita Est-Ovest</b>, secondo fonti di mercato citate dall'agenzia di prezzi dell'energia Argus, Aramco ha cancellato o rinviato fino a novembre i carichi di fine settembre di almeno tre raffinerie europee. Nelle stesse ore la<b> chiusura dell'oleodotto libico Hamada-Zawiya </b>ha fermato tre siti di produzione, e la Libia è il primo fornitore dell'Italia. Il Brent viaggiava attorno ai 108 dollari, con i carichi fisici in Europa sensibilmente più cari.</p><p><b>Il punto debole dell'Italia, però, non è tanto il greggio quanto il gasolio</b>. Secondo la Banca d'Italia, nel 2025 i paesi del Golfo hanno fornito all'Italia circa il 10 per cento del greggio ma un quarto dei prodotti raffinati, soprattutto dall'Arabia Saudita, con una <b>dipendenza più alta di quella degli altri grandi paesi dell'euro</b>. La media europea si ferma all'11,9 per cento. Nel primo trimestre del 2026, secondo i dati provvisori del Mase, la quota è salita al 30 per cento, e dal Golfo arrivava il 74 per cento del gasolio importato, contro il 56,6 dell'anno prima. La tensione si vede nei prezzi: secondo Argus, <b>a inizio settembre il margine del gasolio nell'Europa meridionale ha superato per la prima volta i 100 dollari al barile</b>.</p><p>Il nesso con Bab el Mandeb, però, va maneggiato con cautela. <b>Con Hormuz chiuso, i raffinati sauditi possono partire solo dalle raffinerie sul Mar Rosso</b>, che stanno a nord dello stretto e risalgono verso Suez: <b>nessuna scorta a Bab el Mandeb li protegge</b>, né riporta indietro i carichi cancellati da Aramco. <b>Lo stretto conta invece per l'Europa nel suo complesso</b>. Secondo la società di analisi Vortexa, <b>ad agosto circa 200 mila barili al giorno di gasolio diretto in Europa lo hanno attraversato, per il 60 per cento dall'India</b>, dopo che a marzo e aprile quei flussi si erano quasi fermati. <b>È l'ultimo tratto della rotta orientale che funziona, alla vigilia di un inverno che l'Europa affronta con scorte molto basse</b>. Quanta parte di quel gasolio arrivi in Italia non è noto, e la stessa Vortexa avverte che la tenuta dipende più dalle raffinerie indiane che dallo stretto. <b>L'ipotesi è che il governo voglia evitare che si chiuda anche quell'ultima porta, e soprattutto rassicurare armatori e assicuratori, da cui dipendono noli e premi di rischio</b>.&nbsp;</p><p>Quel che è certo è che la mossa italiana non segna una rottura con gli alleati. <b>Washington ha incontrato gli Houthi a Muscat, ottenendo l'impegno a non colpire navi americane, israeliane e commerciali, salvo quelle saudite. Ma sono intese contingenti, e il canale degli americani con Riad resta aperto</b>. Giovedì il dipartimento di stato ha approvato la possibile vendita di 48 F-35 all'Arabia Saudita per 24,3 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti non entrano direttamente in guerra in Yemen, ma forniscono intelligence e dati per i bersagli, e circa duecento militari americani sono nel regno con compiti di supporto. Martedì prossimo, ai margini dell'Assemblea generale dell'Onu, <b>Trump vedrà leader o ministri degli Esteri dei sei paesi del Golfo per discutere le prossime mosse</b> nella guerra con l'Iran e il dopoguerra.</p><p>Insomma, che cosa scorteranno davvero le navi italiane resta da capire. Se gli Houthi mantengono la promessa fatta agli americani e colpiscono solo bersagli sauditi, la protezione servirà soprattutto a dare fiducia a chi deve decidere se attraversare lo stretto o circumnavigare l'Africa. È lì, nei costi di una rotta più lunga, che la questione militare incontra quella dei prezzi.</p>]]></description>
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				<title>Non solo sabotaggi, jet e agenti “sacrificabili”. Gli attacchi russi alla Nato sempre più sfacciati</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Priscilla Ruggiero</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo l’attacco del 4 agosto    all’aeroporto di Lipsia-Halle, i governi europei hanno iniziato a imputare pubblicamente alla Russia i suoi attacchi contro l’Europa. Il governo tedesco a inizio settembre   ha attribuito la responsabilità al Cremlino, e  ha identificato come principali sospettati   un cittadino russo affiliato al Gru e  un  “agente sacrificabile” bielorusso, assoldato per compiere atti di sabotaggio. Gli attacchi in Europa di   agenti sacrificabili   sono sempre più frequenti, ma non sono il maggior pericolo: secondo uno studio pubblicato mercoledì dall’Institute for the Study of War, l’Europa deve accelerare il riarmo e prepararsi alla possibilità di un attacco convenzionale russo limitato prima della finestra 2028-2030 oggi considerata da molti paesi della Nato. Ieri due jet russi sono entrati nello spazio aereo lituano, facendo alzare in volo due caccia italiani   Eurofighter della missione Nato.&nbsp;</p><p>Sempre ieri, il premier polacco Donald Tusk ha detto che Varsavia si sta preparando a vari scenari contro la Russia: “Sappiamo che sta tramando qualcosa”. Un’ultima inchiesta di quattro testate europee – Dw,  Lrt, Rtve   e Ct – ha ricostruito una rete di   reclute “sacrificabili” incaricata di svolgere attività di sorveglianza e sabotaggio contro  obiettivi come  un deposito di autobus a Praga e aziende lituane che forniscono attrezzature all’esercito ucraino. Le autorità lituane, romene e polacche hanno collegato la rete al Gru,  nell’identikit   la maggior parte dei reclutati sono giovani,    in condizioni economiche precarie,  contattati tramite social media, piattaforme per la ricerca di lavoro e forum di volontariato, spesso mentre cercavano lavoro in Europa o si univano alla guerra in Ucraina.&nbsp; Martedì anche il dipartimento di Giustizia americano ha incriminato con un atto di accusa cinque presunti agenti dei servizi segreti russi  perché sospettati di condurre “attacchi e omicidi in tutto il mondo, compresi gli Stati Uniti”. “La  rete avrebbe  pagato e tentato di pagare individui negli Stati Uniti e altrove per condurre attività di sorveglianza  e compiere omicidi mirati, e   incaricato dei complici di commettere  atti di terrorismo contro infrastrutture civili e militari in paesi europei allineati, o percepiti come allineati, con l’Ucraina”, si legge nel documento.  Il giorno dopo   l’Institute for the Study of War (Isw) ha pubblicato un report sull’importanza di definire la minaccia della campagna militare russa contro l’Europa. Secondo il think tank americano, le azioni russe, prese singolarmente, sono tutt’altro che nuove: “Il Cremlino si considera in un conflitto aperto con l’Europa e gli Stati Uniti e conduce da anni una campagna di azioni irregolari, manovre militari e minacce nucleari contro l’Europa”, dice al Foglio Mason Clark,    direttore del progetto Difesa dell’Europa dell’Isw e autore del rapporto. Dall’estate del 2025 il Cremlino ha aumentato l’intensità delle sue azioni – Clark cita  l’incursione di droni russi nello spazio aereo polacco del 9-10 settembre 2025, che “ha segnato il punto di partenza dell’escalation della campagna russa contro l’Europa”  &nbsp;– poi durante l’estate del 2026 è diventato “ancora più sfacciato”, accelerando il ritmo e l’intensità degli attacchi.   La visita a Mosca del direttore della Cia, John  Ratcliffe, alla fine di agosto e l’annuncio ufficiale del governo tedesco del primo settembre scorso, secondo cui la Russia è direttamente responsabile dell’attacco con droni   contro l’aeroporto di Lipsia, “hanno segnato una svolta significativa e necessaria nel dibattito pubblico europeo sulla minaccia russa”, dice   l’analista.</p><p>Eppure “gli stati e i leader europei  non hanno intrapreso azioni sufficienti per scoraggiare l’escalation  e si riferiscono ancora troppo spesso alle azioni russe con un linguaggio che ostacola risposte efficaci”, come “provocazioni”, “zona grigia” o  “attacchi ibridi”: secondo l’esperto dell’Isw queste definizioni non sono più corrette, dice,  perché “implicano che le azioni russe non facciano direttamente parte di una campagna militare russa, ma   di qualcos’altro che rimane indefinito. Molti funzionari e analisti usano il termine ‘ibrido’, ma nessuno ha una visione condivisa del suo significato, e  spesso lo utilizzano implicitamente per giustificare il fatto di non invocare le disposizioni di difesa collettiva della Nato”.   Da un punto di vista strategico, secondo Mason Clark  la principale minaccia russa per l’Europa è la capacità del Cremlino di dividere gli stati membri della Nato e di paralizzarli nell’inazione, e  la misura più concreta passa  nella  definizione degli attacchi russi per quello che sono, “al fine di pianificare risposte coordinate” – nelle ultime settimane i funzionari europei sono  sempre più disposti a descrivere le azioni russe come “cinetiche”, “militari” o “terrorismo”. Da un punto di vista pratico, “gli stati europei dovrebbero migliorare le proprie capacità di difesa aerea e, soprattutto, rimuovere gli ostacoli burocratici all’abbattimento dei droni in arrivo: consentire a chi è  in prima linea di tracciare e prendere di mira i droni ancora nello spazio aereo ucraino sarebbe, ad esempio, un’ottima soluzione. Gli   europei dovrebbero anche  accelerare i propri processi di indagine e attribuzione delle potenziali azioni russe – alcuni, tra cui la Germania, lo stanno già facendo”.</p>]]></description>
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				<title>Arif, il ballerino felice arrestato nelle retate anti Lgbt di Erdogan</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Mariano Giustino</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Ankara</i>. <b>Zenne Arif</b> era sul palco durante la “Festa dell’henné” quando si è trovato addosso gli agenti della buoncostume che lo hanno arrestato. Il noto ballerino di “zenne” si stava esibendo in una travolgente danza del ventre in un locale notturno di Izmir, davanti a centinaia di ragazze, sue fan nella città più europea della Turchia, mentre si scatenavano simultaneamente in almeno 15 province del paese retate contro centinaia di esponenti del movimento Lgbtiq+.<b> Da Ankara a Istanbul fino ad Izmir e altri importanti centri urbani era iniziata l’operazione definita dal ministero dell’Interno:“La mia Famiglia è al sicuro”</b>.</p><p>La notte tra il 12 e il 13 settembre, sarà ricordata in Turchia come “la notte del pogrom” contro l’omosessualità: la caccia grossa contro le associazioni Lgbtiq+, i loro dirigenti e i loro membri accusati di promuovere l’indottrinamento dei minori e di istigarli all’omosessualità, alla promozione dell’oscenità, alla volgarità, alla pornografia e alla prostituzione. Accusati con le loro pratiche di distruggere la “Famiglia” con i suoi valori turchi e non occidentali. Il ministro dell’Interno parla esplicitamente della difesa della famiglia turca minacciata dai valori occidentali considerati degeneri, propensi alla devianza; valori che, secondo la nuova visione erdoganiana non appartengono alla cultura e alla tradizione locale, ma che sono stati introdotti da un occidente malato. La gendarmeria, assieme alla polizia, ha dato il via a una gigantesca operazione di repressione contro le più prestigiose e agguerrite associazioni, sono state arrestate 162 persone, chiusi decine di centri e di riviste e sono state perquisite le sedi delle maggiori organizzazioni turche del movimento omosessuale, quale Kaos Gl. <b>Nella rete della “polizia morale turca” sono finiti anche numerosi giornalisti e personalità dello spettacolo, sono stati chiusi centinaia di siti web e di account social</b>.</p><p>Da quella che era solo una retorica del presidente&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/recep-tayyip-erdogan_785" target="_blank">Erdogan</a>&nbsp;contro l’omosessualità e a difesa della famiglia tradizionale si è passati al tentativo di un cambiamento legislativo che prevederebbe nel codice penale la criminalizzazione e la condanna dell’omosessualità come avviene in Libia, in Libano, in Iran e in diversi altri paesi. Una posizione, questa, già molto diffusa in Russia. Sembra che chiunque vìoli le linee rosse sempre più rigide in materia di famiglia e di sessualità del governo non è più al sicuro. Nei suoi primi anni come sindaco di Istanbul, il Erdogan aveva stretti collaboratori noti per essere gay, ma sono lontani i tempi in cui il presidente turco si esprimeva come un difensore dei diritti di genere con queste parole: <b>“Anche gli omosessuali devono essere legalmente protetti nel quadro dei loro diritti e delle loro libertà”</b>.</p><p>Vittima illustre di questa nuova furia repressiva è il ballerino Arif Saçli il cui nome d’arte è Zenne Arif, diventato famoso per i suoi video di danza espliciti condivisi sui social da milioni di utenti. Arif è artista “zenne”, che si distacca dall’immaginario convenzionale dello “zenne”, cioè quello con trucco da donna e movenze effeminate, lui ama esibirsi senza trucco col suo fisico atletico e muscoloso e con costumi sontuosi e scintillanti, e vistosi copricapi. Si ispirava alle grandi ballerine di danza orientale come Nesrin Topkapi e Didem. Ora è diventato il volto della nuova repressione, ma è semplicemente un uomo che aveva scelto di vivere danzando. Un artista molto apprezzato capace di fondere la danza tradizionale orientale con quella moderna. <b>Si esibiva nei matrimoni, nelle feste di addio al celibate e in quelle di divorzio, in locali private e soprattutto nelle matinée riservate alle donne</b>. Sui social mostrava il dietro le quinte, i costumi e le coreografie, raggiungendo oltre un milione di follower. Per Arif la danza non ha genere. “E’ una forma di libertà e un modo per conquistarsi un posto nel mondo”, ha recentemente dichiarato in una sua intervista: “Se fossi rinato, avrei scelto nuovamente questa professione”. Agli esordi si vergognava della sua professione; d’inverno lavorava nel commercio al dettaglio e d’estate danzava sui battelli a Çesme. “Non bevo alcolici e non fumo, per rispetto del mio lavoro, per preservare le energie e per evitare equivoci. Non posso rovinarmi la vita dietro una scrivania con un salario minimo solo perché la Famiglia desidera così; continuerò a vivere come sono: felice”: sono tra le ultime dichiarazioni di Arif prima del suo arresto.</p>]]></description>
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