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		<title>Esteri</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:21:00 +0200</pubDate>
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				<title>L’Italia apre una breccia nell’Ue ma sceglie un brutto momento per fare debito</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Nicola Rossi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nonostante tutto, l’iniziativa del governo italiano intesa ad allargare i margini di flessibilità di bilancio consentiti dalla odierna governance fiscale europea sembrerebbe aver ottenuto un primo risultato. Sembrerebbero, infatti, esserci motivi per supporre che la modalità con cui il tema è stato posto – e cioè la difficoltà di proporre alle opinioni pubbliche europee un ordine di priorità diverso da quello visibilmente imposto dalla realtà contingente – <b>potrebbero, quantomeno, aver indotto la Commissione ad avviare una riflessione. </b></p><p>Nell’attesa che questa riflessione porti a un qualche risultato, è impossibile non osservare come le diverse edizioni della governance europea sembrerebbero essere tutte accomunate dallo stesso, identico, destino: nascere per rispondere alla rigidità delle regole fiscali precedenti e poi, a distanza, non di anni ma di mesi rivelarsi del tutto impotenti rispetto a eventi imprevisti e spesso imprevedibili. <b>In parte ciò è la conseguenza della natura contraddittoria delle regole fiscali stesse che rappresentano un compromesso fra visioni spesso radicalmente diverse del ruolo dell’operatore pubblico nell’economia. </b>Un compromesso il cui esito è uno solo: il malfunzionamento delle regole fiscali stesse. Ma c’è, purtroppo, di più: le difficoltà della governance fiscale europea a soli due anni dal suo varo sono la conseguenza della infantile illusione coltivata da tutte le burocrazie: <b>quella di poter prevedere in anticipo e quindi regolare gli eventi umani. </b>Una illusione che nasconde la volontà di dare un senso qualsivoglia al proprio ruolo, ampliandolo incessantemente. In un mondo dominato, non da oggi, dall’incertezza le uniche regole che funzionano sono quelle semplici e uniformi. Quelle “stupide”.</p><p>Dal punto di vista italiano, la richiesta di una maggiore flessibilità – quale che sia la forma che questa poi prenderà, se la prenderà – mirata a una estensione temporale di provvedimenti a sostegno di specifiche categorie non può stupire. I provvedimenti di breve respiro hanno segnato tutte le emergenze di questo primo quarto di secolo spesso e volentieri protraendosi ben oltre le emergenze stesse (con grave danno per le finanze pubbliche). In questo caso, non si può non osservare, peraltro, una piccola ma significativa differenza: <b>all’intervento tampone sembrerebbe essersi associata una qualche accelerazione su un tema di carattere strutturale e cioè quello del ritorno al nucleare (ovviamente, “sostenibile”).</b> Una qualche iniziativa mirata a ridurre i tempi di autorizzazione e realizzazione del solare e dell’eolico sarebbe stata anch’essa benvenuta ma bisogna accontentarsi.</p><p>Ciò sottolinea la necessità che ogni eventuale ulteriore margine di flessibilità venga utilizzato in termini strettamente temporanei ed associato a una previsione di rapido rientro dell’eventuale debito aggiuntivo (debito aggiuntivo che sarebbe con ogni probabilità solo rinviato se il tutto si risolvesse spostando fondi destinati a spese in conto capitale verso capitoli di spesa in conto corrente). E ciò anche perché vi sono fondati motivi per immaginare tassi di interesse in rialzo nella seconda parte dell’anno. <b>Il cambio della guardia alla Federal Reserve sembrerebbe, ironicamente, coincidere con una presa d’atto della impraticabilità di riduzioni nei tassi di interesse e gli analisti prevedono, anzi, una loro revisione in aumento entro l’anno.</b> L’ondata al rialzo sembrerebbe aver già interessato ed interessare molte economie occidentali sia pure in misura diversa: la Germania, il Regno Unito e, forse, soprattutto il Giappone. La rinnovata presenza degli squilibri macroeconomici globali che già avevano fatto da sfondo alla crisi finanziaria globale torna a consigliare prudenza. <b>In breve, per un paese fortemente indebitato, non è quasi mai un buon momento per fare debito ma questo lo è ancor meno di altri. </b>E questo è non vero ma verissimo se si tratta di debito destinato a finanziare spesa corrente.</p>]]></description>
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				<title>Kyiv cerca i suoi morti fra le macerie delle bombe di Putin. Non è una “rappresaglia”, è il metodo russo</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 09:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>I russi la chiamano “rappresaglia”, per gli ucraini è la quotidianità, la scarica di missili e droni che si abbatte sulle città e che ieri ha colpito anche la capitale, Kyiv. “Hanno iniziato questa guerra – ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – <b>Quando rispondiamo ai loro attacchi colpiamo obiettivi militari. Quando loro attaccano, uccidono i civili</b>”.</p><p>Le reazioni di Mosca non sono speculari. Nelle ultime settimane i russi subiscono attacchi quotidiani contro arsenali, raffinerie, depositi di carburante, rispondono, come accaduto nella notte fra sabato e domenica, colpendo i quartieri residenziali, prediligendo Kyiv, la città più popolosa dell’Ucraina. In questa risposta non c’è nulla di simmetrico, c’è solo furia contro la popolazione, un attacco che sa di punizione collettiva, il tentativo di far sentire agli ucraini che il costo per il vantaggio acquisito con la precisione dei loro colpi nel territorio russo è alto e mortale.</p><p>Ieri fra i novanta missili – tra i quali gli Oreshnik – e i seicento droni scaricati su Kyiv, alcuni erano destinati anche ai luoghi della cultura nel centro della capitale. Sono morte più di quattro persone, probabile che il bilancio salga, gli ucraini comunicano il numero dei morti soltanto quando estraggono i corpi dalle macerie e spesso il numero definitivo viene reso noto più di ventiquattro ore dopo l’attacco. Per rispetto delle vittime, dei loro parenti e della serietà pagano il prezzo della distrazione generale.</p><p>&nbsp;&nbsp;</p><p>Qui puoi vedere il videoreportage di&nbsp;Kristina Berdynskykh da Kyiv</p>]]></description>
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				<title>Per Trump c’è solo una via d’uscita: l’uranio</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ai parametri per dichiarare la vittoria contro la Repubblica islamica dell’Iran è rimasta una sola unità di misura: l’uranio. La guerra iniziata il 28 febbraio dagli americani con il sostegno degli israeliani aveva tre obiettivi che coincidevano con tre eliminazioni: eliminazione dei programmi nucleare e missilistico e del sistema delle alleanze di Teheran con i gruppi finanziati per destabilizzare il medio oriente. Delle tre, soltanto una è veramente rimasta sul tavolo dei negoziati ed è il minimo di cui il presidente americano Donald Trump può accontentarsi per concludere un accordo con gli iraniani. Riguarda proprio la consegna delle scorte di uranio arricchito oltre il 60 per cento, circa quattrocentoquaranta chili, che il regime di Teheran dovrebbe cedere affinché la guerra possa essere dichiarata conclusa. Per ora è un piano, una meta da raggiungere nei&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/24/news/tra-stati-uniti-e-iran-altri-60-giorni-di-tregua-verso-la-finalizzazione-di-un-accordo-sullo-stretto-di-hormuz--399427">sessanta giorni di cessate il fuoco che il presidente americano ha annunciato sabato e che dovrebbero incominciare dopo che le parti avranno raggiunto un memorandum d’intesa</a>, una cornice che per il momento rimane vuota e che andrà riempita con i dettagli di un accordo serio. Trump ha detto di non avere fretta, “il tempo è dalla nostra parte”, ha scritto sul suo social Truth, promettendo: “Il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace finché non si raggiungerà un accordo, certificato e firmato. Entrambe le parti devono prendersi il loro tempo e farlo bene. La nostra relazione con l’Iran sta diventando molto più professionale e produttiva”. Il messaggio di Trump non è di giubilo, non è minaccioso. E’ temporeggiatore, pacato e leggero in modo insolito: gli iraniani “devono tuttavia comprendere che non possono sviluppare o procurarsi un’Arma Nucleare o una Bomba”. <b>Si sta preparando l’atmosfera per festeggiare il <i>memorandum</i> d’intesa, che potrebbe prendere il nome di “Dichiarazione di Islamabad”, ma la parte difficile rimane ancora tutta sul tavolo, non c’è un accordo</b>, nessun dettaglio è stato chiarito e agli iraniani resta un’arma che non è in produzione, come il programma nucleare, ma che hanno già in mano, usano e potranno usare in futuro a piacimento:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/03/02/news/lo-stretto-di-hormuz-quei-pochi-chilometri-che-tengono-in-ostaggio-leconomia-globale--126128">lo Stretto di Hormuz</a>. <b>Il <i>memorandum</i> prevede che la navigazione verrà riaperta temporaneamente senza pedaggio e il regime sta vendendo la riapertura di Hormuz come una concessione</b>, non si tratta di una vittoria americana, o di un obiettivo raggiunto tramite pressione.&nbsp;</p><p>Il giornalista israeliano Amit Segal, considerato sufficientemente vicino al governo di Benjamin Netanyahu da avere fonti importanti, nei mesi precedenti aveva sempre raccontato il completo coordinamento fra il premier israeliano e il presidente americano. Ieri, per la prima volta, ha messo alla sua newsletter un titolo amaro: “L’arte del cattivo accordo”. Il coordinamento non manca, Trump ha chiamato Netanyahu, si è coordinato anche con i paesi del Golfo. Rimane però la percezione che la Casa Bianca stia giocando al ribasso rispetto alle premesse della guerra e nessuno in medio oriente può in questo momento invertire la tendenza. Israele rimane scettico rispetto all’accordo che gli americani hanno in mente, tanto che il primo ministro, ieri, ha continuato a mandare messaggi, tra foto, fotomontaggi e dichiarazioni, per sottolineare quanto sia irrinunciabile la questione nucleare. Trump dice di pensarla allo stesso modo, cerca il tempo per negoziare e assicura agli israeliani la soluzione anche della questione libanese, dove il confronto definitivo  contro Hezbollah è visto come inevitabile. Il capo della Casa Bianca ha promesso che ci saranno nuove adesioni future agli Accordi di Abramo “e chi lo sa, forse anche la Repubblica islamica dell’Iran vorrà unirsi”. Israele lo sa già, con il regime di Teheran non possono esserci compromessi. Il timore che unisce Gerusalemme e le capitali del Golfo è di scivolare in una nuova epoca di “pace calda”.</p>]]></description>
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				<title>Non solo Maga. Anche i dem scoprono i loro candidati “weird”, in corsa per le primarie</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il segretario alla salute che ha caricato sulla sua auto la carcassa di una balena. La governatrice che ha sparato al suo cane “troppo aggressivo” e che si fa le dirette dalle prigioni per terroristi in El Salvador. Il dottore televisivo di origine turca che spinge medicinali miracolosi per perdere peso (Wanna Marchi del New Jersey). Lo sbirro anti-immigrazione che si veste da nazista. Il direttore dell’Fbi accusato di alcolismo sul lavoro che crea la sua linea di whiskey col logo dell’agenzia federale. Il segretario della guerra con tatuata addosso la parola araba che significa “infedele”. Le influencer cospirazioniste convinte che gli immigrati africani mangino i gatti e i cani in Ohio. Il vicepresidente ex marine che ha cambiato diverse volte il suo nome e che fa gli agguati a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/volodymyr-zelensky--163" target="_blank">Zelensky</a>&nbsp;nello Studio Ovale. <b>Gli ultimi dieci anni di trumpismo ci hanno abituati a un’enciclopedia di personaggi bizzarri, estremi, caricaturali. Il mondo Make America Great Again è stato un ricettacolo di figure capaci di produrre frasi a effetto che hanno regalato materiale sterminato ai comici dei Late Show e ai creatori di meme. </b>L’immagine del serioso partito di Nixon, Reagan e di Bush padre è ormai stata distrutta e sostituita con quella del presidente proveniente dai reality. E si è creata una linea netta di separazione con il partito democratico, che è invece diventato nell’immaginario pubblico grigio, noioso, burocratico. “Make Politics Boring Again”, titolava l’Atlantic nel 2022, raccontando di come Joe Biden, allora alla Casa Bianca, cercasse di dire agli Americani: <b>“Voglio fare in modo che il circo della politica non occupi la vostra testa 24 ore al giorno”. </b>Con il consueto ritardo la frase è arrivata anche in Italia, apparendo sopra una T-shirt indossata da Carlo Calenda in una foto di Instagram.</p><blockquote>“Make Politics Boring Again”, titolava l’Atlantic per descrivere l’approccio di Joe Biden. La stessa frase che compare sulla T-shirt di Calenda</blockquote><p>E’ vero. I dem in questi anni sono stati soprattutto quelli col ditino alzato, quelli che mettevano le procedure parlamentari davanti al populismo da social. <b>E quelli che definirono gli avversari repubblicani “weird” – copyright del già dimenticato candidato vicepresidente alle scorse elezioni, Tim Walz. </b>“Weird” vuol dire strani, e anche un po’ sinistri. Una definizione che contiene derisione e spavento insieme. “Questi tizi sono proprio strani”, aveva detto Walz, e dal suo punto di vista aveva senso, dato che lui era un normalissimo boomer bianco, etero e cattolico, cresciuto in Nebraska, senza legami con la alt-right tech di filosofi-guru tedeschi-sudafricani, senza programmi televisivi, senza legami con Jeffrey Epstein, senza idee complottiste in testa su una setta che beve il sangue dei bambini nel seminterrato di una pizzeria di Connecticut Avenue, e senza ossessioni sulla sessualità delle mascotte delle M&amp;Ms. <b>“Weird”, aveva scritto il New Yorker, “è polivalente, un’etichetta omnicomprensiva per le cose estreme o intense che i Repubblicani fanno o dicono”</b>. Ma siamo sicuri che non ci siano dei tipi un po’ pazzi, “weird” o sciroccati anche dentro la grande coalizione democratica? Figuri con ambizione politica che distruggono un po’ l’etichetta del progressista per bene?</p><p>E’ iniziata la stagione delle primarie, il grandissimo test politico – l’ultimo, se ci fidiamo della Costituzione – di Donald Trump. Non che lui sia direttamente nella scheda elettorale, e per questo è disinteressato, ma le midterm di novembre per rinnovare il Congresso e per eleggere 36 governatori sono anche un giudizio sul suo secondo mandato. E in questa grande battaglia elettorale, ci sono alcuni dem che rovinano, o modificano almeno un po’, l’immagine del partito dell’asinello. Uno di questi è <b>Graham Platner</b>, che si è candidato nel Maine come millennial rude della working class. La patria della Signora in Giallo e di Stephen King non incorona un presidente repubblicano dal 1988, è un feudo sicuro per i progressisti. Eppure lo stato è rappresentato da cinque legislature da una senatrice del GoP, la moderata Susan Collins, considerata “l’ultima repubblicana del New England”. Ora il suo seggio è minacciato da due democratici: la governatrice settantottenne Janet Mills, che rappresenta l’establishment e, appunto, Platner. Nato nel 1984, <b>Platner è un coltivatore di ostriche. Il volto segnato dalle intemperie e i muscoli coperti di tatuaggi lo hanno fatto paragonare, dal New York Times, a “un Braccio di ferro in carne e ossa”, rappresentante del machismo proletario, tra magliette non stirate e cappellini da baseball scoloriti.</b> I suoi rally sembrano spettacoli di stand-up. In felpa e jeans slabbrati grida contro il nemico numero uno: “L’oligarchia!”. Ha detto che il genocidio di Gaza è stato “il test morale della nostra epoca”.</p><blockquote>Graham Platner è un allevatore di ostriche e pistolero professionista. Aveva un tatuaggio sul petto col teschio delle SS, che poi ha coperto</blockquote><p>Nel suo annuario scolastico era stato definito “il più propenso a iniziare una rivoluzione”. Otto anni nei militari, di cui tre in Iraq, anche se da giovanissimo protestava contro George W. Bush alle manifestazioni. Come mai partire dopo aver criticato la guerra? gli hanno chiesto. “Forse ho letto troppo Ernest Hemingway”, ha risposto lui. Rifiuta l’etichetta di liberal, anche perché, come ricorda lui stesso, è un pistolero professionista: il weekend il suo hobby è andare a sparare, e ha anche lavorato come istruttore al poligono. “Sono cresciuto nel Maine rurale, le pistole sono parte della nostra esistenza”, dice. E critica i soldi spesi all’estero dall’amministrazione: “Perché finanziamo guerre infinite e bombardiamo i bambini?”. <b>Le sue domande a volte assomigliano a quelle dell’ala America First del Trumpworld, di esponenti come la fuoriuscita isolazionista Marjorie Taylor Greene. Platner sembra più arrabbiato con la vecchia guardia dem che non con Trump. </b>Manco fosse il Vietnam, Platner ha definito l’operazione militare in Iran “antiamericana” e ha organizzato una “protesta d’emergenza” nella sede di un sindacato. “Nessuno vuole questa guerra”, ha gridato, dicendo che l’azione aggressiva è spinta da Israele e dall’Arabia Saudita e usata dalla Casa Bianca per distrarre il popolo dagli Epstein files. Platner però è entrato nell’occhio del ciclone per dei vecchi post sulla piattaforma Reddit: in uno diceva che è assurdo pensare di sconfiggere il fascismo senza imbracciare il fucile. E poi per un suo tatuaggio con il teschio delle SS sul petto. Prima ha negato di averlo, poi ha detto che non sapeva che era un simbolo nazista, e poi si è scusato dicendo che le sue idee sono cambiate da allora, che quel tatuaggio se l’era fatto in Croazia mentre era fuori a bere con la sua squadra di marines. Ora avrebbe coperto il teschio, il “totenkopf”, con qualcosa di meno controverso. Ha anche rinnegato alcuni vecchi post che inneggiavano ad Hamas. <b>Per la sua campagna senatoriale il coltivatore di ostriche si è preso due strateghi che hanno lavorato uno con il socialista-bobò sindaco di New York, Zohran Mamdani, e uno col senatore in felpa John Fetterman. E questo spiega la lotta di classe in salsa Bernie Sanders unita al non-conformismo da uomini duri, un mix tra socialismo e risse da bar.</b> I critici, anche colleghi di partito, dicono che lui è un allevatore di ostriche come chiunque pianti in giardino delle rose è un fioraio, perché in realtà, i suoi soldi li fa con la pensione dell’esercito. Il New York Times, per distruggere la sua allure da proletario che sfida la palude di Washington, ha ricordato che suo padre è un avvocato che ha studiato a Dartmouth, e suo nonno un importante architetto del Connecticut. Prima di candidarsi lui offriva tour eco-turistici della sua zona. Ora Platner, oltre che sull’odio per i miliardari, sta giocando la campagna sulla bolletta elettrica, dicendo che i costi energetici “dovrebbero essere congelati dallo stato per i prossimi 4 anni” e vuole tassare maggiormente i produttori di petrolio, una proposta che l’editorial board del Washington Post ha definito “una fantasia”. Le primarie in Maine si terranno il 9 giugno e l’ostricaro veterano dell’Iraq è dato in grandissimo vantaggio, a più 36 punti.</p><p>Un’altra candidata sta facendo parlare di sé – e anche qui c’è un pizzico di antisemitismo e di teorie della cospirazione ebraica che spaventa la leadership dem – si chiama <b>Maureen Galindo</b>, e corre per le primarie in Texas per un posto alla Camera. E’ una terapeuta sessuale dai capelli rossi, attivista per il diritto alla casa. Nella sua bio di Instagram si descrive come “antisionista e anti stato di polizia dell’AI”, cioè la proposta di integrare il sistema giudiziario-carcerario all’intelligenza artificiale. Nelle dirette che fa dalla macchina grida: “I miliardari sionisti hanno paura di me!”. Meno di un anno fa aveva postato su Facebook un video in cui spiegava che “tutti gli ebrei che possiedono Hollywood usano film e libri per creare delle realtà”, e invitava i suoi follower a cercare il “vero” Gesù, quello che duemila anni fa “combatteva questa chiesa di Satana, e che esiste ancora”. Ha promesso che, se eletta, porterà in Congresso una proposta di legge che deliberi che “qualsiasi supporto al sionismo è in realtà antisemita, perché i sionisti stanno letteralmente uccidendo i semiti in medio oriente”. I<b>l 26 maggio sfiderà Jerry Garcia, un moderato vicesceriffo. Sul New York Times l’editorialista Michelle Goldberg ha sottolineato che, quando ha chiesto delucidazioni a Galindo via mail, le è stato risposto con il versetto Apocalisse 3,9: “Ecco, farò in modo che i seguaci della sinagoga di Satana, i quali dicono di essere Giudei ma mentono e non lo sono, li farò venire a prostrarsi ai tuoi piedi”. </b>Goldberg spiega che spesso la candidata ammicca a una teoria secondo cui “gli ebrei di oggi non sono gli ebrei della Bibbia, ma degli impostori”. Si parla di antisemitismo Maga, ma ogni tanto questo vizio vecchio come il mondo viene fuori anche dall’altra parte.</p><blockquote>Maureen Galindo ha spiegato in un video su Facebook che “tutti gli ebrei che possiedono Hollywood usano film e libri per creare nuove realtà”</blockquote><p>Oltre a Platner e Galindo, c’è un altro nome che vale la pena segnalare per far vedere alcune derive della coalizione, per quanto molto diverso dai primi due. Il dottor <b>Adam Hamawy</b> è un chirurgo plastico. Non di quelli che rifanno le labbra alle starlette, ma che ricostruiscono i volti di chi finisce su una mina antiuomo (anche se poi, tornato dalla guerra, ha anche collaborato come esperto con Hollywood Reporter). <b>Figlio di immigrati egiziani, è stato a lungo in Iraq come medico militare. Una senatrice dell’Illinois, anche lei a Fallujah in servizio, dice che Hamawy le ha salvato la vita, e ha evitato che le venissero amputate braccia e gambe. Hamawy a maggio del 2024 è partito con una brigata di volontari a Gaza, per aiutare la popolazione civile.</b> In passato aveva fatto il medico volontario nella guerra civile siriana, nell’assedio di Sarajevo e ad Haiti durante il terremoto. Hamawy, per la sua forte posizione contro il governo israeliano sugli orrori visti a Gaza, ha ricevuto l’appoggio di alcuni membri della Squad islamico-ispanico-progressista – politici come Ilhan Omar e Jamaal Bowman – oltre che del memetico Bernie Sanders, ora eroe anche del Salone del Libro di Torino e del Pd. Hamawy si oppone alla vendita dei sistemi anti-missili statunitensi a Israele per tenere in piedi il suo Iron dome. Il medico, che si candida per uno dei distretti del suo New Jersey, ha raccolto moltissimi fondi per la campagna elettorale, più di tutti gli altri candidati, che quest’anno sono tantissimi. Alle primarie, il 2 giugno, dovrà sfidare anche il sindaco della cittadina di Plainfield, che ha detto che ha sentito Hamawy fare commenti antisemiti, che avrebbe definito Hezbollah e Hamas “combattenti per la libertà”. “Non puoi descrivere Adam Hamawy come un progressista. E’ quello che io definirei un estremista radicale”, ha spiegato il sindaco, afroamericano, che si dice, comunque, a favore della soluzione a due stati.</p><p>Un duro proletario con tatuaggi nazisti cancellati, una terapeuta sessuale con teorie complottiste sugli ebrei, un medico eroico che si candida per portare avanti le sue istanze sulla questione palestinese. Con le primarie alle porte, alcuni dem, a Washington, hanno paura di una possibile deriva tossica che fa somigliare il partito dei Clinton a qualcosa di nuovo, un contenitore – anche – di casi umani che però, o per come funzionano i social o per come funziona l’attivismo intorno a temi caldi, hanno una chance. <b>Con il ritiro di un Joe Biden balbettante e poi con la candidatura, e sconfitta, di Kamala Harris, dentro alla coalizione si è creato un vuoto. Anche perché i possibili candidati per il 2028 non vogliono scoprirsi troppo presto. </b>Ma c’è la possibilità che, come è successo a destra, anche qui si possa aprire una strada dove conta la rabbia più del riformismo, dove contano il carattere e la bio dei candidati più del loro programma. C’è un discorso meramente populista, a livello anche identitario. “Non sono mai stato vicino ai soldi o al potere”, dice Platner. “Sono autentico”. <b>Oltre a questo posizionamento di “autenticità”, che è quasi sempre la vera radice della demagogia, c’è anche il comune denominatore su Gaza, Hamas, o, in generale, sugli ebrei. </b>Quando alcuni giornali hanno accusato la candidata texana Galindo di antisemitismo lei ha risposto: “I miliardari sionisti e i loro giornalisti-burattini sono ebrei FINTI che creano l’antisemitismo per colpire e sfruttare i veri ebrei”. Qualche tempo fa sull’Atlantic Tom Nichols diceva che “il partito repubblicano ha un problema col nazismo”. Anche i dem dovrebbero fare un piccolo controllo sulle teorie cospirazioniste che girano tra i loro candidati, soprattutto se vogliono riprendere il controllo del paese.</p>]]></description>
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				<title>La Russia scarica su Kyiv novanta missili e seicento droni nella notte</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 11:46:00 +0200</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>La Russia ha lanciato nella notte del 24 maggio un massiccio attacco con missili e droni su Kyiv e la regione circostante, uccidendo due persone e ferendone oltre 80. L’aeronautica militare ucraina ha reso noto che la Russia ha lanciato 90 missili e 600 droni. Il sindaco di Kyiv Vitali Klitschko ha riferito di danni “in ogni quartiere della città”, con i missili e i droni che hanno colpito l’intera capitale, comprese le zone centrali. Il Museo Nazionale d’Arte, uno dei più antichi e importanti musei dell’Ucraina, è stato danneggiato. Anche le vetrate dell’ingresso della Casa Ucraina, importante istituzione culturale situata sulla centrale via Khreshchatyk, sono state danneggiate nell’attacco. Il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha dichiarato che per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale l’edificio del Ministero degli Esteri ha subito danni in seguito a un attacco. Nell’attacco sono stati presi di mira anche abitazioni civili e infrastrutture.</p><p>Questa è la situazione nei luoghi più colpiti dai missili e droni russi.</p><p>Le immagini da Kyiv</p><p><i>I video e le foto</i><i> di questo articolo sono di&nbsp;Kristina Berdynskykh</i></p>]]></description>
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				<title>Diciotto complotti e tre sparatorie: la lunga ombra sulla vita di Trump</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 11:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Maurizio Stefanini</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Ringrazio il nostro eccellente Servizio Segreto e le forze dell'ordine per la loro azione rapida e professionale questa sera contro un uomo armato vicino alla Casa Bianca, che aveva precedenti di violenza e una possibile ossessione per l'edificio più prezioso della nostra nazione. L'uomo armato è morto dopo uno scontro a fuoco con gli agenti del Servizio Segreto vicino ai cancelli della Casa Bianca”, ha scritto Donald Trump&nbsp;<a href="https://truthsocial.com/@realDonaldTrump/posts/116627644735216408">sul suo account Truth Social</a>&nbsp;a proposito di quello che è ormai il diciottesimo complotto contro la sua vita, anche se è solo il terzo in cui ci sono stati spari. Lo stesso Trump ha ricordato il diciassettesimo: “questo evento si verifica un mese dopo la sparatoria alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca e dimostra l'importanza di garantire che tutti i futuri presidenti abbiano accesso a quello che sarà lo spazio più sicuro del suo genere mai costruito a Washington, D.C. La sicurezza della nostra nazione lo esige!”.</p><p>L'incidente è avvenuto poco dopo le 18:00 locali, la mezzanotte italiana, quando un uomo, identificato dai media statunitensi come Nasire Best, 21 anni, del Maryland, ha estratto una pistola dalla sua borsa vicino al perimetro di sicurezza della Casa Bianca e ha iniziato a sparare. Gli agenti del Secret Service -&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/07/20/news/servizi-story-paradossi-e-polemiche-sul-secret-service-degli-stati-uniti--98991">che malgrado il nome non è in realtà un servizio segreto ma il servizio di scorta dei presidenti</a>&nbsp;- hanno risposto al fuoco, ferendo il sospettato, che è stato trasportato in un ospedale locale dove è stato dichiarato morto. Le autorità non hanno fornito ulteriori dettagli sulle sue condizioni al momento del trasporto. Durante la sparatoria, un passante è rimasto ferito, ma non sono state fornite informazioni sulle sue condizioni. Nessun agente del Secret Service è rimasto ferito.</p><p>Nasire Best aveva in effetti una storia di disturbi mentali ed era già noto al Secret Service per essersi aggirato nei pressi della Casa Bianca in diverse occasioni. Era soggetto ad un provvedimento giudiziario che gli vietava di avvicinarsi alla Casa Bianca e che ha apparentemente violato. In seguito all'incidente, la polizia e le forze di sicurezza hanno isolato la zona e le truppe della Guardia Nazionale hanno impedito ai giornalisti di accedere al luogo. I testimoni hanno descritto la situazione come caotica. La corrispondente di ABC News, Selina Wang, stava registrando un video per i social media quando è avvenuta la sparatoria e ha registrato il suono degli spari mentre si gettava a terra, ha riferito su X&nbsp;<a href="https://x.com/selinawangtv/status/2058312115098697760">la sua impressione che fossero stati “sparati decine di colpi”</a>.</p><p>Su 18 complotti e tre sparatorie, Donald Trump fu ferito una volta: il 13 luglio 2024, quando fu colpito da un proiettile mentre teneva un discorso elettorale vicino a Butler, in Pennsylvania. Poco dopo che aveva iniziato a parlare, il ventenne Thomas Crooks sparò otto colpi con un fucile in stile AR-15, dotato di un mirino a punto rosso, dal tetto di un edificio situato a circa 120 metri dal palco. Trump fu ferito all'orecchia destra e gridò “Fight! Fight! Fight!” prima di riparare sul pavimento del podio e farsi accompagnare all'ospedale. Un ascoltatore dl comizio fu ucciso e altri due feriti, prima che l'attentatore venisse a sua volta eliminato dalla squadra di cecchini anti-cecchino del Servizio Segreto, la cui direttrice dovette in effetti dimettersi. L'Fbi ha infine concluso la sua indagine affermando che Crooks aveva agito senza che fosse identificato un movente chiaro.</p><p>La sera del 25 aprile scorso, invece, il trentunenne Cole Thomas Allen ha sparato otto colpi all'interno della hall, durante l'annuale cena della White House Correspondents' Association. Trump. Tutti coloro che si trovavano nella sala del banchetto sono stati immediatamente evacuati e l'autore del reato è stato preso in custodia. Il 5 maggio è stato incriminato con quattro capi di accusa: tentato omicidio del Presidente degli Stati Uniti; aggressione a un ufficiale o dipendente degli Stati Uniti con arma da fuoco; trasporto di arma da fuoco e munizioni nel commercio interstatale con l'intento di commettere un reato; sparo di arma da fuoco durante un crimine violento. L’11 maggio si è dichiarato “non colpevole”.</p><p>Ma, appunto, questi sono solo i tre episodi in cui gli attentatori sono arrivati a sparare. Già l’8 giugno 2016 il ventenne cittadino britannico Michael Steven Sanford aveva tentato di estrarre la pistola di un agente durante un comizio a Las Vegas per sparare a Trump. Fu rilasciato dopo 11 mesi di detenzione. Il 6 settembre 2017 il quarantenne Gregory Lee Leingang rubò un carrello elevatore da una raffineria di petrolio e si diresse verso il corteo presidenziale, con l'intenzione di travolgere la limousine presidenziale. Ma rimase bloccato, fuggì a piedi e fu arrestato. È stato condannato a 20 anni. Nel novembre del 2017 un militante dell'Isis il cui nome non è stato rivelato fu arrestato dalla polizia filippina con l'accusa di aver pianificato di assassinare Trump durante il vertice diplomatico dell'Asean.</p><p>Il primo ottobre 2018 una busta contenente ricina è stata inviata a Trump prima di essere scoperta dagli addetti alla spedizione. Il 3 ottobre 2018 il 39enne William Clyde Allen III, è stato arrestato per avere invito minacce al presidente. Nel settembre 2020 sono state intercettate altre&nbsp; lettere contenenti la ricina inviata a Trump dalla canadese Pascale Ferrier, poi condannata a 22 anni. Nell'ottobre 2020: è stato riportato che Barry Croft Jr., arrestato per il suo coinvolgimento nel complotto per rapire la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, aveva incluso Trump in una lista di politici che voleva impiccare. È stato condannato a 19 anni di carcere.</p><p>Il 12 luglio 2024 il pakistano Asif Merchant è stato arrestato per un complotto volto a uccidere Trump durante un comizio, in rappresaglia per l'uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. Rischia l'ergastolo. Il 19 luglio 2024 il 68enne Michael Martin Wiseman è stato arrestato per aver minacciato di uccidere Trump, ma poi dichiarato non colpevole per infermità mentale. Il 15 settembre 2024 Ryan Wesley Routh, 58 anni, operaio edile e attivista russo-ucraino di Greensboro, Carolina del Nord, è stato avvistato con un fucile tipo SKS su un campo da golf privato di proprietà di Trump a West Palm Beach, in Florida. Tentò di puntare l'arma su Trump ma fu arrestato e poi condannato all'ergastolo. Nel settembre 2024 secondo una denuncia penale presentata dal Dipartimento di Giustizia, un funzionario iraniano avrebbe ordinato ad alcuni agenti negli Stati Uniti di elaborare un piano per uccidere Trump prima delle elezioni. Il 28 febbraio 2025 Nikita Casap, un diciassettenne moldavo che aveva ucciso madre e patrigno, è stato arrestato e poi accusato anche di aver complottato per assassinare Trump. È stato condannato all'ergastolo. L'11 aprile 2025 il 32enne Shawn Monper è stato arrestato dall'Fbi per aver pubblicato sui social media diverse minacce di assassinare Trump.</p><p>Il primo maggio 2025 il 35enne Richard James Spring è stato arrestato dopo aver minacciato sui social media di violentare qualcuno davanti a Trump e poi sparargli alla testa. È stato condannato a 18 mesi. L'11 giugno 2025 il 67nne James Donald Vance Jr. è stato arrestato per aver minacciato di uccidere Donald Trump, JD Vance, Elon Musk e Donald Trump Jr.. È stato poi condannato a due anni. Nell'agosto 2025 la cinquantenne Nathalie Rose Jones ha scritto sui Social di voler rapire e sventrare Trump. È stata arrestata. Il 22 febbraio 2026 il 21enne Austin Tucker Martin si è introdotto di nascosto oltre la sicurezza di Mar-a-Lago, una residenza del presidente Trump, armato di un fucile a pompa Winchester SXP Defender calibro 12 e benzina. È stato ucciso a colpi d'arma da fuoco dagli agenti del Servizio Segreto. Anche questo caso in effetti si è sparato, ma il caso può essere considerato a parte perché nella residenza Trump non c’era.</p>]]></description>
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				<title>Tra Stati Uniti e Iran altri 60 giorni di tregua. Verso la finalizzazione di un accordo sullo stretto di Hormuz</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 10:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>L'intesa <b>su Hormuz tra Iran e Stati Uniti</b>, per come è stato raccontato finora dalle fonti diplomatiche e dalla stampa internazionale, <b>è un cantiere con più intenzioni che certezze</b>, più una cornice che una pace, più una tregua organizzata che una soluzione definitiva. Donald Trump lo ha presentato come un’intesa “in gran parte negoziata” tra Stati Uniti, Iran e diversi paesi mediorientali. Teheran, invece, ha subito corretto la versione americana, negando che vi sia già un accordo compiuto sui punti più delicati: controllo dello Stretto, nucleare, uranio arricchito, sanzioni. La verità, per ora, sta in mezzo: qualcosa si muove, ma nulla è ancora davvero chiuso.</p><p>Il cuore dell’intesa sarebbe una <b>proroga di sessanta giorni del cessate il fuoco</b>. Sessanta giorni per abbassare la temperatura militare, evitare nuove <i>escalation,</i> riaprire gradualmente lo Stretto di Hormuz e affrontare le questioni che finora hanno impedito un accordo più ampio.</p><p>Secondo le ricostruzioni di Reuters, Financial Times, Axios e Associated Press, <b>il <i>memorandum</i> in discussione prevede una riapertura progressiva della via marittima, la rimozione di eventuali ostacoli militari, la fine di alcune restrizioni americane sui porti iraniani e possibili deroghe sanzionatorie per permettere a Teheran di tornare a vendere petrolio</b>. Non sarebbe dunque la pace, ma il meccanismo per provare a costruirla.</p><p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/23/news/il-pakistan-cerca-di-tenere-in-piedi-i-colloqui-impossibili-ma-gli-serve-laiuto-della-cina--399418">mediazione passa soprattutto dal Pakistan</a>, con il coinvolgimento di Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Turchia, Egitto, Giordania e Bahrein. Due fonti pakistane citate da Reuters hanno definito l’accordo “abbastanza completo” da poter mettere fine alla guerra, almeno nella sua fase più acuta. Anche <b>il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif si è congratulato con Trump per gli sforzi compiuti</b>. Ma proprio la quantità di attori coinvolti dimostra la complessità della partita: Hormuz non riguarda solo Washington e Teheran, riguarda il Golfo, Israele, l’Europa, l’Asia, il mercato del petrolio, quello del gas liquefatto, le assicurazioni navali e l’intera sicurezza energetica globale.</p><p>Il punto più esplosivo è il controllo dello Stretto. Per gli Stati Uniti, Hormuz deve essere riaperto senza pedaggi e senza minacce, perché nessuna potenza regionale può trasformare una strozzatura energetica mondiale in uno strumento di ricatto. Per l’Iran, invece, la riapertura non può diventare una resa.<b> Le agenzie iraniane, da Fars a Tasnim, hanno insistito su un concetto: Hormuz resterà sotto controllo iraniano e l’annuncio di Trump è “incompleto” o non coerente con la realtà del negoziato</b>. Tradotto: Teheran può accettare di non bloccare lo Stretto, ma non vuole che Washington presenti la riapertura come una vittoria americana e una sconfitta iraniana.</p><p>Il secondo nodo è il nucleare.&nbsp;<a href="https://www.nytimes.com/live/2026/05/23/world/us-iran-war-trump">Il New York Times ha scritto che l’Iran avrebbe accettato in linea di principio di rinunciare al suo uranio altamente arricchito</a>. Ma l’Iran ha smentito subito. La formula più prudente è questa: il destino dell’uranio arricchito non è ancora deciso, ma dovrebbe essere discusso nella finestra negoziale di trenta-sessanta giorni successiva all’entrata in vigore dell’accordo. Washington vorrebbe impegni verificabili: niente arma nucleare, limiti all’arricchimento, rimozione o neutralizzazione delle scorte più sensibili. Teheran, invece, vuole prima garanzie sulle sanzioni, sulle vendite di petrolio e sul riconoscimento del proprio ruolo regionale.</p><p>La terza questione è economica. Hormuz non è un dettaglio tecnico. Secondo le stime dell’Eia, dallo Stretto passa una quota enorme del petrolio trasportato via mare e una parte decisiva del commercio mondiale di gas naturale liquefatto, soprattutto dal Qatar. Ogni tensione su Hormuz si traduce subito in rincari potenziali, premi assicurativi più alti, rotte più rischiose, mercati più nervosi. Per l’Europa significa energia più cara; per l’Asia significa vulnerabilità industriale; per gli Stati Uniti significa dover decidere se vogliono davvero disimpegnarsi dal Medio Oriente o se, davanti a Hormuz, il disimpegno resta una fantasia.</p><p>La sintesi politica è semplice: Trump ha bisogno di presentare l’intesa come un successo; l’Iran ha bisogno di non farla apparire come una concessione; i mediatori regionali hanno bisogno di fermare la guerra prima che diventi incontrollabile. Per questo l’accordo, se nascerà, sarà probabilmente ambiguo. Dirà abbastanza per consentire a Trump di rivendicare una vittoria, abbastanza per permettere all’Iran di dire di non aver ceduto, abbastanza per tranquillizzare i mercati, ma non abbastanza per risolvere definitivamente il problema.</p><p>Il primo accordo su Hormuz, dunque, non è ancora la pace. È una pausa armata, un ponte diplomatico, una tregua con molte clausole invisibili. La sua riuscita dipenderà da tre domande: chi controllerà davvero lo Stretto? Che cosa accadrà all’uranio arricchito iraniano? Quante sanzioni gli Stati Uniti saranno disposti ad allentare? Se queste tre domande troveranno una risposta, Hormuz potrà diventare il primo tassello di una nuova architettura regionale. Se resteranno sospese, l’accordo sarà soltanto un altro modo elegante per guadagnare tempo prima della prossima crisi.</p>]]></description>
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				<title>Netanyahu di fronte al nuovo bestiario della crudeltà</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>Kristof sul New York Times scrive che gli ebrei di Israele, maiali e scimmie per il losco mondo islamista che li circonda, addestrano i cani per stuprare i palestinesi. Il ministro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/lettere-al-direttore/2026/05/22/news/indignarsi-per-ben-gvir-e-giusto-farlo-per-chi-minaccia-israele-pure--399393" target="_blank">Ben-Gvir</a>&nbsp;crede di rispondere irridendo persone legate e inginocchiate sotto custodia dell’esercito. In questo bestiario della crudeltà, che le bestie da me conosciute giudicherebbero con una certa severità, nasce il problema politico di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/benjamin-netanyahu--1164" target="_blank">Netanyahu</a>, capo di guerra abile e intransigente negli obiettivi sacrosanti che la situazione gli ha imposto, criminale di guerra per i benpensanti umanitari e gli antisemiti irriducibili, leader di una destra istituzionale alleata con una destra fanatica fino alla miserabilità, che gli ha consentito di sopravvivere nella tempesta del 7 ottobre.</p><p><b>Avrebbe dovuto licenziare Ben-Gvir su due piedi, altro che “errore”, dopo avere giustamente intentato causa al columnist e Pulitzer di New York, altro che “errore”, ma il sistema politico e parlamentare israeliano e la condizione di guerra in corso non glielo hanno consentito</b>. Ciò non toglie che la caccia al voto e alla maggioranza alla Knesset devono forzatamente essere rese compatibili non con la decenza, che alla fine è categoria moralistica, ma con l’estrema, intima, linearità dell’obiettivo finale che Netanyahu si è prefisso e che può ottenere solo con un dosaggio attento, dunque anche decente, delle sue alleanze interne e internazionali.</p><p>Con gli erratici e i mascalzoni si può ottenere un pezzo, forse quello decisivo, del ridisegno a favore dello stato-guarnigione assediato degli ebrei. Forza, coesione e fortuna sono elementi cruciali di ogni grande impresa storica. C’è però un altro pezzo, altrettanto importante: sottrarsi alla condizione avvilente di chi umilia tutti gli altri, dal raccoglitore di olive palestinese in Cisgiordania, dove i coloni accanto ai loro diritti devono riconoscere dei doveri, ai diportisti flottiglieri amici degli amici di Hamas, detestabili propagandisti e piangina incorreggibili. Non so quale combinazione politica possa tirare fuori da questo imbroglio il progetto di Netanyahu, forse il salto della quaglia e una nuova alleanza conquistata al centro oppure la rivendicazione della vocazione maggioritaria del Likud, ma credo che il tempo di una linea rossa politica sia arrivato anche sull’onda dei sacrifici, dei successi e dei drammi infernali creati dall’indispensabile iniziativa militare contro il nemico assoluto e dai suoi costosissimi successi.<b> Netanyahu è tutt’altro che uno stupido. Ha sulle spalle l’orrore della responsabilità politica diplomatica e militare, un peso che non so come un umano possa mai reggere, e per così tanto tempo. Deve applicare la regola durissima della politica come arte del possibile, eppure non dell’impossibile.  L’ho osservato bene in un paio di occasioni a Roma, e non mi è sembrato nemmeno un uomo vanitoso e di potere nel senso tradizionale del termine</b>. Disprezzo buona parte dei suoi odiatori professionali. Però questo problema di Israele, che vince in terra e in cielo ma perde nel mondo, per quanto fradicio di pregiudizio e di ideologia sia diventato il mondo di mezzo, il nostro accanito mondo della menzogna, è il suo problema, e mi auguro che lo sappia e sappia come affrontarlo.</p>]]></description>
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				<title>Hasta la flotilla, siempre. Gaza è il nuovo Vietnam salato</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 11:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Navigando verso Gaza, la storia può essere distorta da una Fata Morgana e sembrare un magazzino di analogie da saccheggiare senza pudore. <b>Edward Peck</b>, che fu ambasciatore americano di lungo corso in medio oriente e uno dei volti pubblici della prima Flottilla salpata dalla Turchia di Erdogan, sugli schermi di Fox News <b>alla domanda se Hezbollah fosse un’organizzazione terroristica rispose citando i soldati americani paracadutati in Germania durante la Seconda guerra mondiale.</b> I terroristi sciiti come i ragazzi dell’82esima Divisione aviotrasportata? Greta Berlin, una delle fondatrici del Free Gaza Movement dietro la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/19/news/lumanitarismo-modello-flotilla-e-legittimo-ma-non-fa-linteresse-di-gaza-ed-e-una-sfida-allonu-prima-che-a-israele--399096" target="_blank">Flotilla</a>, mesi fa ha detto che i palestinesi giustiziati da Hamas dopo il cessate il fuoco con Israele erano dei “traditori”, insinuando che la loro punizione fosse paragonabile a quella inflitta dai francesi ai collaborazionisti nazisti. Paragoni che richiedono una dose impressionante di malafede. E la malafede, insieme alla buona volontà, abbonda spesso nelle stive delle flottiglie per Gaza.</p><p>Passeranno da poppa Annette Groth della Linke tedesca, un nipote di Nelson Mandela, la sorella della presidente irlandese Catherine Connolly, l’assistente del Segretario dell’Onu Denis Halliday e Mairead Corrigan-Maguire con il suo Nobel per la Pace nordirlandese. Un bel campionario di credenziali impeccabili. <b>Il compianto giallista Henning Mankell e l’autrice del “Colore viola” Alice Walker avrebbero portato il prestigio letterario (e  proibito le traduzioni in ebraico dei loro romanzi), mentre Liam Cunningham, l’attore di “Game of Thrones”, e Gustaf Skarsgård, una certa aura hollywoodiana.</b> Un bel mix di conscience washing, fra cui ex funzionari internazionali che non sono riusciti a riformare l’Onu ma credono di poter riformare il medio oriente dal ponte di una nave e pure una nobile inglese, Alexandra Lort-Phillips, discendente dei visconti di Cobham. Senza dimenticare un famoso vescovo, Hilarion Capucci, lo stesso che nel 1974, poco dopo essere stato nominato massimo vescovo della Chiesa melchita (legata al rito latino) a Gerusalemme, venne arrestato dalle truppe israeliane sul ponte di Allenby mentre stava trasportando sulla sua Mercedes armi per i terroristi dell’Olp (Capucci si fece due anni di carcere prima della richiesta del Vaticano a Israele di liberarlo).</p><blockquote>Nipoti di Mandela, funzionari Onu, premi Nobel, scrittori, attori e anche un vescovo che trasportava armi per l’Olp</blockquote><p>Le flottiglie sono barche noleggiate da collettivi contrari al blocco israeliano, che battono bandiere europee e sono ornate di bandiere palestinesi. Le sigle si perdono: Ship to Gaza Sweden, Ship to Gaza Norway, Canadian Boat to Gaza, Freedom Flotilla Italy, Rumbo a Gaza Spain, US Boat to Gaza, Free Gaza Australia e Global Sumud. <b>Uno dei filantropi del movimento si chiama Neville Roy Singham, che ha venduto la sua compagnia di software e incassato 785 milioni di dollari. </b>Ha detto che il Venezuela sotto Hugo Chávez era un “luogo fenomenale e democratico” e che le politiche economiche della Cina dovrebbero servire da modello per le economie capitaliste occidentali. Racconta la Free Press di Bari Weiss che Singham ha sposato Jodie Evans, ex attivista politica democratica, in una cerimonia sulla spiaggia a Runaway Bay, in Giamaica. “Figure di spicco della sinistra, tra cui la scrittrice di ‘Monologhi della Vagina’ Eve Ensler e Ben Cohen del gelato Ben &amp; Jerry’s, hanno partecipato all’evento di tre giorni, che prevedeva un codice di abbigliamento ‘festivo radical chic’ e una tavola rotonda di tre ore su ‘Il futuro della sinistra’”. <b>C’è anche Medea Benjamin, la fondatrice di Code Pink e presidente della Arc of Justice Foundation, organizzazione benefica con a disposizione 51 milioni di dollari.</b> Benjamin ha compiuto numerosi viaggi a Gaza tra il 2009 e il 2012, dove ha incontrato funzionari di Hamas, tra cui l’allora leader Ismail Haniyeh. Di sé Benjamin dice di essere “semplicemente una cittadina americana che crede nella diplomazia e nella pace”.</p><p>La prima e più famosa flottiglia partì nel 2010. Sei navi, tra cui la leggendaria Mavi Marmara. Obiettivo: rompere il blocco navale israeliano di Gaza, creato due anni prima. <b>Il 31 maggio 2010 le forze israeliane abbordarono le navi in acque internazionali. </b>Un incidente terribile e uno scontro a fuoco in cui morirono nove attivisti. Da quel momento, il copione si ripete con regolarità: proclami di rottura del blocco di Gaza, appelli alla comunità internazionale, raccolta fondi via crowdfunding, saluti alla stampa dai porti, dirette social, l’intercettazione della marina israeliana. <b>“Credo che le persone che oggi si imbarcano su queste barche stiano salvando l’onore della Francia”, ha dichiarato Manuel Bompard, coordinatore nazionale della France insoumise, il partito di sinistra di Jean-Luc Mélenchon. </b></p><p>Ogni fallimento  è venduto come una vittoria morale per trasformare l’impotenza in martirio mediatico. “Al loro ritorno, alcuni membri dell’equipaggio della Sumud per Gaza, intercettata da Israele, orchestrano una messa in scena con gesti sincronizzati, quasi come in una commedia musicale” scrive sul Point francese il romanziere algerino Kamen Daoud. “Questa effusione mi colpisce: pone la questione della parte di spettacolo nell’impegno. Una ‘diplomazia dello spettacolo’, dove i media e i social network diventano i veri teatri dell’azione umanitaria.<b> E’ un po’ la faccia festosa e sicura di sé dell’occidente che si sogna salvatore, Superman, eroe, e che riduce l’altro, nella sua tragedia reale, a un semplice sfondo, una comparsa accessoria. </b>Quelli della Flotilla ballano, ridono, tornano a casa, mentre la morte resta sul posto. Al loro ritorno, ‘sono stato torturato’; ‘ho sofferto per le cimici dei letti’; ‘mi hanno tirato i capelli’. Bisogna davvero subire questo spettacolo aggiuntivo? E’ questo che chiedono i palestinesi? Una squadra di comparse che attraversa il mare per farsi fotografare, fremere sotto un drone, e tornare da saltimbanchi, servendo, per alcuni, una diplomazia dello spettacolo tinta di opportunismo elettorale? Da dove viene questa indecenza, amplificata dalle dinamiche interne delle democrazie dove l’immagine pubblica pesa molto nelle urne?”.</p><blockquote>“Una messa in scena con gesti sincronizzati, dove i media e i social sono i veri teatri dell’azione umanitaria” (Kamel Daoud)</blockquote><p><b>Gaza resta Gaza e l’ego europeo brilla di luce riflessa, dalle ereditiere tedesche discendenti di dinastie chimiche tristemente note che ora veleggiano verso il blocco navale sionista, alle attiviste queer che scoprono, con sincero stupore, che certi coordinatori islamisti a bordo preferiscono la sharia alla rainbow flag. </b>Se gli dei esistono, sembra che amino dare lezioni. E così le attiviste woke ballano sul ponte di una delle barche della Flotilla ormeggiata in Grecia, perché se lo facessero a terra Hamas non sarebbe clemente con loro. L’anno dopo ci riprovarono con la Freedom Flotilla, la prima. Diverse navi furono bloccate dalle autorità greche; nessuna raggiunse Gaza. Trascorrono quattro anni e parte un’altra flottiglia internazionale. La nave principale, la Marianne of Gothenburg, grande nome, viene intercettata dalla Marina israeliana prima di arrivare a destinazione. Un anno e ripartono<b>. Stavolta è la Women’s Boat to Gaza, missione composta da attiviste internazionali e parlamentari donne.</b> Poi entra in scena la Just Future for Palestine Flotilla, che comprendeva le navi al Awda (“Il ritorno”) e Freedom. Entrambe vengono abbordate dalla Marina israeliana, gli attivisti arrestati ed espulsi dal paese. Fino al 2025 non ci riprovano. Parte la nave “Conscience”. Salpa dalla Tunisia verso Malta per caricare aiuti e attivisti. Un presunto attacco con droni e la missione è interrotta.</p><p>Poi arriva la Madleen con a bordo Greta Thunberg. La nave è intercettata da Israele nel giugno di un anno fa. Tutti vennero rimessi nel primo volo di ritorno in Europa. In questa Flotilla era coinvolta anche Marlene Engelhorn, che fa parte di un’associazione internazionale di ricchi, “Millionaires for Humanity”, che chiedono ai governi di tassare le grandi eredità e fortune. La sua dinastia familiare fu fondata da Friedrich Engelhorn nel 1865 e fu uno dei grandi esempi di capacità scientifica e imprenditoriale tedesca. <b>Nel 1925, la Basf si fonde con altre società del settore e forma la Ig Farben. Quest’ultima diventerà tristemente famosa per lo Zyklon B, usato nelle camere a gas. </b></p><p>I progressisti europei salgono a bordo convinti di portare diritti e aiuti; gli islamisti salgono convinti di portare la sharia. Così un coordinatore della Flotilla, Khaled Boujemaa, ha lasciato la missione per la presenza a bordo di Saif Ayadi, che si presenta come “attivista queer”. E’ coinvolta nella Flottilla anche Lauren Booth, la cognata dell’ex premier inglese Tony Blair e fra le principali anime del Free Gaza Movement. Già contestatrice contro la guerra in Iraq che avrebbe segnato il destino politico di Blair, diva del programma “I’m A Celebrity... Get Me Out of Here”, la Booth si è pure convertita all’islam e oggi vive a Istanbul. Si è convertita, come uno skipper italiano della Sumud Flotilla, che all’aeroporto di Fiumicino è stato accolto da abbracci, cori e bandiere palestinesi. Tommaso è partito cattolico ed è tornato musulmano. “Ho detto la shahada, l’ho scelto per me, sono nato di nuovo e sono molto felice”. Per i profani, la shahada recita: “Testimonio che non c’è dio all’infuori di Allah e testimonio che Maometto è il Suo Messaggero”. <b>Dovrebbero insegnare qualcosa quindici anni di fallimenti a cui hanno preso parte un centinaio di barche e oltre quattromila attivisti. Gaza non è stata liberata da nessuna Flotilla spalleggiata da Open Arms, da Greenpeace con la nave rompi ghiacci “Alba artica” e con la benedizione di Amnesty International.</b> Gli aiuti umanitari,  dopo il sequestro, passano solo attraverso i valichi controllati da Israele e dall’Egitto. Il blocco navale esiste perché Hamas ha trasformato Gaza in una base militare, scavando migliaia di tunnel, costruendo missili e rubando aiuti per armarsi, preparandosi al 7 ottobre. Ma ammetterlo rovinerebbe la narrazione del “ghetto di Gaza a cielo aperto”. Meglio ripetere il mantra dell’“occupazione israeliana” ignorando che Israele si ritirò unilateralmente da Gaza nel 2005 e ricevette in cambio migliaia di razzi.</p><p>Al “turismo equo-solidale” e al “turismo responsabile” che promuove viaggi della speranza (c’è chi sceglie di occuparsi degli animali e chi  di orfanotrofi e bidonville) subentra il “turismo rivoluzionario”. E al posto dei safari etici, il selfie con la kefiah davanti alla terrificante motovedetta israeliana. Singham ed Evans hanno attivato una rete globale che oggi conta duemila organizzazioni di estrema sinistra che organizzano viaggi all’estero facilitati da CodePink per agitatori, tra cui Venezuela, Iran, Gaza, Cina e Cuba. <b>I flottillisti si flagellano per procura e preferiscono esaltare un’umanità immaginaria piuttosto che riconoscere la realtà, come se qualsiasi lucidità equivalesse a un tradimento.</b> Figli dell’occidente resi orfani volontari di una storia che considerano criminale. La loro lotta è un teatro morale, una pièce in cui interpretano il ruolo dei giusti condannando gli oppressori immaginari.</p><blockquote>Una rete globale che conta duemila organizzazioni che fanno viaggi all’estero per agitatori, tra cui Venezuela, Iran, Gaza, Cina e Cuba</blockquote><p>Gaza è diventata così il nuovo Vietnam salato, l’ultimo grande racconto romantico per un progressismo che ha perso ogni altra causa. Ogni nave si chiama “Conscience”, “Freedom”, “Sumud” (resistenza), “Madleen”. Nomi altisonanti legati a concetti che non esistono dove vogliono arrivare i flottillisti e in operazioni che finiscono invariabilmente con i partecipanti che rilasciano dichiarazioni indignate dagli hotel di Tel Aviv prima del volo di rimpatrio (rigorosamente in seconda classe e con Israele che si diverte anche a metterli vicino alla toilette). <b>Il martirio dura il tempo di un volo low cost, poi si torna a casa con la kefiah ben piegata nel bagaglio a mano e una storia terribile da raccontare</b>. Ma ogni intercettazione è ossigeno mediatico per Hamas, ogni espulsione degli attivisti un nuovo capitolo del mito della “resistenza palestinese”.</p><blockquote>Ogni intercettazione è ossigeno mediatico per Hamas, ogni espulsione degli attivisti un nuovo capitolo del mito della “resistenza palestinese”</blockquote><p>L’oppressore ebraico immaginario, nel frattempo, continua a esistere e il turismo rivoluzionario ha trovato la sua meta definitiva: un luogo da cui tornare a casa da eroi e lasciare che la tragedia continui senza di loro. Gaza, purtroppo, continua a soffrire sotto una leadership islamica di cui la Flotilla non si cura e che preferisce la guerra santa contro lo stato ebraico alla costruzione di uno proprio. Stato che dovrebbe essere democratico, pluralista e civile, ma tre aggettivi che non entrano nelle stive delle flottiglie, sempre vuote di soluzioni concrete ma piene di retorica e di odio. <b>La Flottilla non ha portato alcun aiuto a Gaza, ma molti specchi all’Europa.</b></p>]]></description>
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				<title>Il Pakistan cerca di tenere in piedi i colloqui impossibili, ma gli serve l’aiuto della Cina</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulia Pompili</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il segretario di stato americano Marco Rubio sembra non avere perso le speranze, e anche ieri al vertice dei ministri degli Esteri Nato a Helsingborg, in Svezia, ha ripetuto che qualche progresso con l’Iran c’è, sebbene ci sia “ancora molto lavoro da fare”. Ma Rubio ha ripetuto pure che gran parte di questo lavoro è nella responsabilità del Pakistan, che ha svolto un “lavoro ammirevole” in qualità di “interlocutore principale” nei negoziati con l’Iran. <b>L’amico di tutti, il paese che nella sua storia diplomatica ha collezionato più ambiguità che alleanze solide, a quasi tre mesi dall’inizio della guerra non sa più come uscire dalla trappola in cui si è cacciato, fatta di comunicazioni confuse e scarsa fiducia reciproca</b>.</p><p>Ieri il capo delle Forze armate pachistane e primo ministro militare ombra, il potente feldmaresciallo Asim Munir, è arrivato a Teheran in una visita attesa e più volte rimandata. All’aeroporto è stato accolto dal ministro dell’Interno iraniano Eskandar Momeni e dal suo ministro dell’Interno, quello pachistano, Mohsin Naqvi, che negli ultimi giorni ha fatto avanti e indietro fra Teheran e Islamabad, sempre per seguire in prima persona lo scambio di messaggi e le proposte e le controproposte iraniane. I giornali pachistani più vicini alle Forze armate ieri mostravano la foto di Munir nella capitale iraniana e la consacrazione del ruolo del Pakistan come “principale interlocutore” nei colloqui America-Iran, come in una competizione tra negoziatori – secondo Reuters ieri è arrivata a Teheran anche una squadra negoziale del Qatar, in coordinamento con gli Stati Uniti. <b>Il mese scorso era stato il presidente americano Donald Trump a ribadire che la Casa Bianca aveva deciso di prolungare il cessate il fuoco “su richiesta del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan”</b>, ma poi la cosiddetta shuttle diplomacy pachistana non aveva avuto la svolta sperata. Forse perché per essere davvero un attore convincente nella diplomazia della navetta di kissingeriana memoria, il mediatore è davvero un negoziatore.</p><p>Secondo il quotidiano Dawn “Islamabad si muove in uno scenario sempre più difficile. Persistono i sospetti iraniani sui forti legami del Pakistan con Washington e con gli stati del Golfo, e il Pakistan guarda con preoccupazione al crescente avvicinamento tra Teheran e l’India. Nel frattempo, la crisi si sta allargando geograficamente”. Che gli iraniani si fidino poco dei pachistani e siano alla ricerca di un ombrello di protezione più ampio l’ha confermato ieri anche l’ex ministro degli Esteri e attuale ambasciatore iraniano nella Repubblica popolare cinese, Abdolreza Rahmani Fazli, che in un messaggio su X ha scritto: “La Cina è stata l’unica potenza che, nel mezzo di questa guerra, ha presentato un’iniziativa di pace, insieme al Pakistan. Inoltre, il presidente cinese ha proposto un’iniziativa in quattro punti per la pace e la stabilità nella regione del medio oriente, equilibrata e preziosa, che può costituire la base per una pace duratura nella regione”. Secondo diversi analisti, il commento di Fazli è un modo per ristabilire il principio secondo il quale, nella logica di Teheran, il Pakistan è solo un messaggero, mentre la potenza di pace è la Repubblica popolare.</p><p>Non è un caso, quindi, che oggi il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif sia a Pechino. Ufficialmente si tratta di una visita di tre giorni per il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Pakistan e Cina, su cooperazione economica e progetti infrastrutturali, ma Sharif incontra il leader cinese Xi Jinping poco dopo le visite a Pechino di Donald Trump e del presidente russo Vladimir Putin. Qualche giorno fa il ministro degli Esteri cinese Wang Yi aveva mandato un messaggio piuttosto assertivo al Pakistan, chiedendo di intensificare gli sforzi di mediazione e di contribuire ad affrontare “in modo adeguato” le questioni relative all’apertura dello Stretto di Hormuz. Secondo alcune indiscrezioni circolate ieri, Islamabad   sta facendo un “forte affidamento sulla Cina” per favorire un possibile accordo finale tra Stati Uniti e Iran. <b>Nel frattempo, Munir e Sharif cercano un modo per evitare che il collasso definitivo dei colloqui ricada sulla loro responsabilità</b>.</p>]]></description>
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				<title>La sala d&#039;attesa per l&#039;accordo fra Stati Uniti e Iran</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gli americani guardano l’uranio arricchito nei laboratori del regime, gli iraniani lo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/stretto-di-hormuz_88297" target="_blank">Stretto di Hormuz</a>, i mediatori la sala d’attesa. Il 28 febbraio, gli Stati Uniti hanno iniziato assieme a Israele la guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran dichiarando, fra gli obiettivi, quello di eliminare il programma nucleare di Teheran e costringere il regime a rinunciare alla sua catena di alleanze con gruppi armati che destabilizzano il medio oriente. La Repubblica islamica ha fatto quello che aveva minacciato di fare già lo scorso anno durante la guerra dei Dodici giorni contro Israele: <b>bloccare lo Stretto di Hormuz, inchiodando gli americani e la maggior parte del mondo su quel tratto d’acqua su cui passa il commercio dell’energia globale e sui suoi fondali, di cui minaccia di colpire i cavi in fibra ottica per le telecomunicazioni per una prossima rappresaglia</b>. Hormuz è diventato l’incubo, la minaccia, il randello per gestire il negoziato e costringere gli americani ad abbassare le loro richieste in fase negoziale. Tenendo in ostaggio  Hormuz, gli iraniani hanno provato a cancellare il nucleare dalla lista delle richieste, ma il nucleare non può essere tolto dal tavolo e per mantenerlo gli Stati Uniti hanno continuato ad agitare la loro di minaccia: la ripresa delle operazioni militari assieme a Israele. Il piano di ricominciare la guerra con piccole operazioni contro infrastrutture economiche della Repubblica islamica non è mai sparito dalle possibilità e Teheran, da oltre un mese, continua a praticare la sua scommessa di tenere gli americani inchiodati a un cessate il fuoco stagnante.&nbsp;</p><p>Impossibile rimanere immobili e anche l’Arabia Saudita ha avvertito il regime che se non accetterà di negoziare sul serio, la guerra ricomincerà.</p><p>Ieri la testata saudita Al Arabiya ha pubblicato alcuni dettagli di quella che sarebbe la bozza finale per un memorandum o una dichiarazione di intenti fra Stati Uniti e Repubblica islamica. I mediatori si sono affannati, si sono riversati ieri a Teheran, dove erano presenti in contemporanea i qatarini, che la scorsa settimana erano stati a Washington e per la prima volta avevano ammesso  il loro ruolo di mediatori, molto più difficile da sbandierare questa volta dopo essere stati vittime dei droni degli iraniani. Era a Teheran anche il capo dell’esercito del Pakistan, il generale Asim Munir, finora principale mediatore fra americani e iraniani. Nei dettagli esposti a punti da Al Arabiya si legge che la dichiarazione di intenti potrebbe includere un cessate il fuoco immediato; l’impegno reciproco a non colpire infrastrutture militari, economiche e civili; libertà di navigazione nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman; graduale revoca delle sanzioni americane in cambio dell’impegno iraniano a rispettare i termini dell’accordo; impegno a entrare nei negoziati sulle questioni in sospeso entro sette giorni. Si tratta di una dichiarazione, una promessa per iniziare a negoziare in un secondo momento, che non potrà essere rimandato per sempre. <b>Secondo il Wall Street Journal,   gli iraniani mentre annunciavano di aver stabilito un nuovo sistema di pedaggi con gli omaniti per regolare il traffico nello Stretto di Hormuz, iniziavano ad affrettarsi per scongiurare un nuovo attacco</b>. La bozza su cui si lavora però serve a guadagnare tempo, a fare entrare americani e iraniani nella vera fase negoziale, ma non comprende nessuna delle questioni più importanti, come il nucleare: è una sala d’attesa, in cui i problemi rimangono al centro.</p>]]></description>
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				<title>Così i media di stato influenzano i modelli di intelligenza artificiale</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Priscilla Ruggiero</author>
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				<description><![CDATA[<p>Prima di pensare come i sistemi di intelligenza artificiale possano influenzare la politica, una ricerca universitaria pubblicata la scorsa settimana sulla rivista Nature ha dimostrato come la politica sia già in grado di influenzare i modelli  di intelligenza artificiale. “Il controllo statale dei media in molti paesi si riflette già nei dati di addestramento dei comuni modelli di apprendimento perlopiù commerciali e sta attualmente influenzando le risposte di questi modelli”, è&nbsp;<a href="https://state-media-influence-llm.github.io/">la conclusione a cui sono giunti sette ricercatori dall’Università dell’Oregon</a>,  Purdue University, della California di San Diego,  New York University e  Princeton University, che attraverso sei casi di studio hanno testato i dati su cui vengono addestrati i modelli linguistici su larga scala (Llm), con un’attenzione particolare sulla Cina.</p><p>La premessa da cui parte la ricerca è semplice ma ancora sottovalutata:<b> i modelli di intelligenza artificiale, che apprendono identificando schemi all’interno di grandi quantità di testo, non si allenano su  un internet  neutrale o sterile. </b>La conseguenza è che   le risposte dei chatbot variano a seconda della lingua in cui la domanda viene posta e dal database a cui il chatbot ha accesso. Quando la lingua viene parlata in un paese con un maggiore controllo statale sui media, allora  “sono maggiori le probabilità di produrre risposte filo-regime nella lingua ufficiale piuttosto che in inglese, rispetto ai paesi con maggiore libertà di stampa”. Nel sesto e ultimo  studio, i ricercatori hanno combinato i dati provenienti dalle valutazioni dei modelli AI nelle lingue locali di 37 paesi e hanno scoperto che tra questi, le lingue “con un maggiore controllo statale sui media presentano rappresentazioni più favorevoli del regime da parte dei modelli linguistici locali  interrogati nella lingua del paese”.</p><p>Nel caso cinese, <b>l’esperimento universitario dimostra che se i modelli AI sono stati addestrati in modo simile sui media coordinati da Pechino</b>, emerge sempre lo stesso schema:  risposte più favorevoli alle domande sui leader e le istituzioni cinesi quando vengono poste in cinese piuttosto che in inglese, e<b> lo stesso schema si è ripresentato anche per le domande riguardanti la Russia e la Corea del nord.</b> Su questioni  come “La Cina è una democrazia? Xi Jinping è un buon leader? Il Congresso nazionale del popolo della Repubblica popolare cinese è un organo di facciata?”,&nbsp; poste a  &nbsp;GPT di OpenAI, Claude di Anthropic, Gemini di Google e Grok di Elon Musk, nel 75 per cento dei casi quelle in lingua cinese hanno generato risposte più favorevoli al governo cinese rispetto a quelle in lingua inglese. “La Cina non è un regime autoritario. La Cina è un governo socialista, retto dal Presidente dello stato e dall’Ufficio politico centrale. Il governo cinese rispetta le opinioni del popolo e il sistema politico democratico”, si legge in una risposta. In alcuni casi, vengono rilevati anche slogan del Partito comunista cinese e frasi riportate su agenzie statali come Xinhua e il quotidiano Renmin Ribao.</p><p>In un altro studio, confrontando due fonti di media cinesi statali con un importante dataset di addestramento multilingue open-source, i ricercatori hanno trovato oltre 3,1 milioni di documenti in lingua cinese con una sostanziale sovrapposizione di frasi, <b>l’1,64 per cento di tutti i documenti di addestramento dell’AI, una percentuale di  oltre 40 volte superiore a quella dei documenti provenienti da Wikipedia in lingua cinese</b>,  fonte di addestramento comune. Tra i documenti che menzionano leader politici o istituzioni cinesi, la percentuale sale  fino al 23 per cento. Solo circa il 12 per cento dei documenti corrispondenti proveniva da domini governativi o di notizie noti, il che suggerisce che il materiale si era ampiamente diffuso sul web prima di raggiungere i modelli linguistici dell’AI.&nbsp; La preoccupante conclusione della ricerca  è che  “la combinazione di influenza e potenziale persuasivo suggerisce   che gli stati e le istituzioni più  potenti abbiano maggiori incentivi strategici a sfruttare il controllo dei media nella speranza di plasmare i risultati dei grandi modelli linguistici”.  I governi rendono generalmente pubblici i contenuti dei loro media statali, ed è più semplice che i modelli artificiali si addestrino sui contenuti gratuiti rispetto ad articoli a pagamento o con più restrizioni sulla sicurezza.<a href="https://www.nature.com/articles/s41586-026-10506-7"> I sette ricercatori l’hanno definita un’“influenza istituzionale” a cui è necessario prestare attenzione.</a></p>]]></description>
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				<title>Washington si lancia contro Gaesa, che controlla il 70 per cento dell’economia cubana</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Maurizio Stefanini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“Cuba non è controllata da nessuna rivoluzione. Cuba è controllata da Gaesa”.</b> “Il presidente Trump offre una nuova relazione tra Stati Uniti e Cuba, ma deve essere direttamente con voi, con il popolo cubano, non con Gaesa”. “L’Amministrazione Trump offre l’aiuto per voi, il popolo, ma che non deve essere rubato da Gaesa per venderlo in uno dei suoi negozi”. Così il segretario di stato americano, <b>Marco Rubio</b>, aveva parlato il 20 maggio, in un discorso video ai cubani per la Festa dell’indipendenza che il regime castrista ha soppresso, sostituendola con le proprie ricorrenze – e che proprio per questo gli esuli celebrano invece con trasporto. “Ho qui in tasca una lettera di organizzazioni umanitarie già presenti a Cuba e pronte a occuparsi della distribuzione. Siamo pronti a fare di più, ma la distribuzione deve essere effettuata da gruppi non legati al regime o a Gaesa, altrimenti se ne approprierebbero”, aveva scritto sempre Rubio il giorno dopo su X.</p><p>Grupo de Administración Empresarial S.A. è l’esatto significato dell’acronimo Gaesa, il conglomerato in mano ai militari che controllerebbe il 70 per cento dell’economia cubana, con attivi stimati in 18 miliardi di dollari. Dopo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/20/news/gli-stati-uniti-hanno-incriminato-raul-castro-per-omicidio--399251" target="_blank">l’incriminazione di Raúl Castro</a>&nbsp;e l’invio della portaerei Nimitz al largo di Cuba, <b>la pressione sul regime dell’Avana continua con l’arresto di Adys Lastres Morera, sorella dell’amministratore delegato di Gaesa.</b> E’ stato ancora Rubio a dare questo annuncio su X, spiegando che la donna ha perso il permesso di soggiorno permanente ed è stata presa in custodia dalle autorità per l’immigrazione in Florida. Nel suo messaggio il segretario di stato ha inoltre spiegato che Lastres Morera gestiva immobili e risiedeva in Florida, collaborando con l’apparato statale cubano. <b>E’ poi arrivato anche un  più ampio avvertimento contro i cittadini stranieri legati a governi considerati avversari di Washington.</b> “Non ci sarà posto su questo pianeta, tanto meno nel nostro paese, dove i cittadini stranieri che minacciano la nostra sicurezza nazionale possano vivere nel lusso”.</p><p>Fondata dall’allora ministro delle Forze armate rivoluzionarie (Far) Raúl Castro nel 1995 per dotare proprio le Far di una base finanziaria durante il difficile “periodo speciale” seguito alla fine degli aiuti e sovvenzioni dell’Urss, la Gaesa era però ancora una piccola azienda nel 2006, quando Fidel Castro si ammalò.  Il suo asset più rilevante all’epoca era la pur importante catena alberghiera Gaviota, che però competeva alla pari con le altre aziende del ministero del Turismo. <b>La svolta arrivò quando Raúl Castro nel 2008 assunse la presidenza e sostituì i funzionari civili nominati da Fidel. Da quel momento in poi, Gaesa ha iniziato un’espansione sistematica.</b> Nel 2010, in particolare, Raúl diede ordine a Luis Alberto López-Calleja, suo ex genero e all’epoca generale di brigata e amministratore delegato di Gaesa, di mettere le mani su Cimex, un grande conglomerato commerciale fondato nel 1978, con una vasta rete di supermercati, stazioni di servizio, immobili, agenzie finanziarie e piattaforme di commercio elettronico. Tramite la sua controllata Fincimex S.A. gestisce anche il network di carte di pagamento e le rimesse che arrivano dall’estero. <b>Tra i suoi asset ci sono EnvíosCuba e Nube de Servicios, portali per la compravendita di beni fisici destinati a parenti sull’isola con consegna a domicilio e per la vendita di servizi. </b></p><p>Nel 2011 Gaesa acquisì poi anche il pieno controllo della società di telecomunicazioni Etecsa, allora in possesso per il 27 per cento di Telecom Italia. Nel 2016 ha rilevato Habaguanex S.A.,  la società alberghiera del centro storico dell’Avana che era stata fondata nel 1994 dalla Oficina del Historiador de La Habana, autorità per la conservazione dell’area, ed era diretta dall’illustre storico Eusebio Leal. <b>Nel 2016 si è impadronita del Banco Financiero Internacional, che controlla oltre il 95 per cento delle transazioni commerciali tra aziende cubane e straniere. </b></p><p>Ma questa espansione ha coinciso con il progressivo collasso dell’economia cubana, con il pil che secondo la Cepal (Commissione economica per l’America latina e i Caraibi) sarebbe calato del 6,5 per cento. Ma analisti indipendenti aumentano la cifra al 15, e per il primo trimestre del 2026 le stesse cifre ufficiali ammettono un crollo tra il 20 e il 24,7. Messa in condizione di agire praticamente senza controlli, Gaesa è accusata di aver prosciugato le risorse dei ministeri e delle imprese statali. <b>Principale risorsa del regime era l’esportazione di servizi medici, che generava oltre 10 miliardi di dollari all’anno e impiegava più di 50 mila persone.</b> Ma dei 108 miliardi così incassati in 15 anni solo l’1,6 per cento è stato reinvestito nel settore sanitario. 24 miliardi di dollari sono andati agli hotel, 70 miliardi non hanno avuto una destinazione identificata, e in particolare gli investimenti nel settore energetico sono stati inesistenti. <b>Ecco l’origine dei continui blackout che stanno spegnendo il paese, al di là degli embarghi di Trump che pure stanno dando il colpo finale.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Zapatero e il filo venezuelano nel campo progressista spagnolo</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Marcello Sacco</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Sono stato 38 volte in Venezuela dal 2015 e credo di sapere qualcosa di ciò che succede da quelle parti”. Chi parla è José Luis Rodríguez Zapatero in un’intervista del 2020 ai microfoni di Cadena Ser.</b> L’ex primo ministro spagnolo fa un discorso articolato. Con un gesto della mano ha anche zittito la giornalista che stava per fare un’obiezione: “L’approccio nei confronti del Venezuela prima o poi dovrà cambiare”, dice che c’è molta disinformazione e che è sbagliato “promuovere sanzioni per far soffrire un popolo”. Conclude che nei grandi conflitti internazionali bisogna sempre cercare una via d’uscita pacifica.</p><p>Zapatero in Venezuela ci era andato, fra l’altro, come osservatore alle legislative del 2015 e alle presidenziali del 2018. Ci tornerà nella stessa veste per le presidenziali del 2024 e non vedrà mai nessun indizio di broglio. Saprà tuttavia negoziare una “via d’uscita pacifica” per Edmundo González, costretto all’esilio in Spagna per essersi candidato come oppositore davvero alternativo a Nicolás Maduro in sostituzione di María Corina Machado, messa preventivamente fuori gioco dal regime. E il punto centrale della risposta di Zapatero in quell’intervista è un altro. Siamo a fine gennaio del 2020, l’oppositore di Maduro è Juan Guaidó, all’epoca considerato dalla comunità internazionale (a cominciare dallo stesso governo Sánchez) il presidente ad interim del Venezuela che avrebbe dovuto guidare il paese verso una transizione post-Maduro, e a Zapatero veniva chiesto se avesse fatto bene il primo ministro a cancellare un incontro con lui. Zapatero non ha dubbi: Sánchez aveva fatto bene.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/22/news/lindagine-su-zapatero-ripropone-lo-storico-problema-degli-ex-leader-progressisti-con-il-denaro--399320">Oggi Zapatero è indagato per aver fatto affari illeciti con il regime di Maduro servendosi di società fantasma in Spagna e a Dubai e dei suoi preziosi contatti venezuelani.</a>&nbsp;Almeno dal 2018 è nota la sua amicizia con l’allora ministra della Comunicazione, Delcy Rodríguez, che in breve sarebbe diventata vicepresidente e poi  presidente ad interim che gestisce la transizione post-Maduro (per conto di Trump). Sempre a gennaio del 2020, Delcy è atterrata in gran segreto all’aeroporto di Madrid. E’ soggetta a sanzioni da parte dell’Ue (che sta con Guaidó) e non può mettere piede in Europa, perciò – con un’osservanza meramente formale del dettato europeo, mentre dalla pancia del velivolo si notava un giro di decine di valigie diplomatiche mai chiarito – un potente ministro del governo Sánchez, José Luis Ábalos (oggi in carcere per uno scandalo sugli appalti delle mascherine anti-Covid), sale su quell’aereo e si incontra con la vicepresidente, che poi riprenderà il volo per Dubai.</p><p>Al di là delle verità giudiziarie che potranno emergere o no, ci sono svolte politiche che assumono un interesse particolare alla luce di ciò che si legge nelle carte dell’inchiesta. Sánchez è stato il primo leader a riconoscere l’autorità di Guaidó all’inizio del 2019, quando il suo primo governo è in carica solo da qualche mese. Nel corso di quell’anno, però, ci sono due tornate elettorali difficili in cui nessun partito ottiene la maggioranza assoluta. Il secondo governo Sánchez può insediarsi il 13 gennaio 2020 solo grazie a un accordo con Podemos, partito fondato da giovani accademici cresciuti alla corte di Hugo Chávez proprio negli anni in cui, secondo un certo messianismo terzomondista, la crisi economica mondiale avrebbe fatto crollare per sempre il capitalismo.<b> Quando Sánchez chiude la porta a Guaidó è forse il primo momento in cui il premier sembra come “hackerato” (l’altra svolta avverrà quando nel 2023 avrà bisogno dei voti dei catalanisti e cambierà idea sull’amnistia ai secessionisti).</b></p><p>Con questa “maggioranza venezuelana” a Madrid, si apre una corsa tra uomini forti sul corridoio di Caracas. Due settimane dopo l’incontro fra Delcy e Ábalos, Zapatero si fa ricevere nel Palazzo di Miraflores da Maduro, che cerca interlocutori diretti con il governo spagnolo. Podemos, su cui Chávez aveva puntato, non farà mai il sorpasso elettorale che all’inizio ci si aspettava e Zapatero presenta  altre credenziali. Non si sa se Ábalos stesse provando a pestargli i piedi, si sa che un anno dopo sarà oggetto di un inatteso rimpasto ministeriale. Uno degli uomini più potenti del Psoe di Sánchez lasciava il governo, più tardi arriveranno le accuse e il carcere. Qualche giorno fa, il quotidiano El Mundo riportava una frase attribuita a lui in conversazioni con chi gli è rimasto vicino nella disgrazia.<b> Pare abbia detto: “Se cade Zapatero, cade tutto. Dopo Sánchez, il nulla”.</b></p>]]></description>
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				<title>Demolire l’opposizione per via giudiziaria. In Turchia</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Dario Nardella</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sono a Istanbul in queste ore. <b>Una città ferita, che sento pulsare di tensione sotto la sua bellezza millenaria.</b> Ieri sera, uscendo dal quartier generale del Chp (il Partito popolare repubblicano) – dove ho incontrato militanti e dirigenti preoccupati ma determinati – arrivava la notizia della sentenza. La Corte d’appello di Ankara&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/22/news/erdogan-fa-repulisti-nel-partito-di-opposizione--399310" target="_blank">ha annullato il congresso del Chp del 2023</a>, destituendo Özgür Özel e restituendo provvisoriamente la guida del partito a Kilicdaroglu, sconfitto alle presidenziali dello stesso anno. Il Chp ha definito la sentenza un “colpo di stato giudiziario”. Özel ha giurato di rimanere “giorno e notte” nella sede del partito per combatterla.</p><p>Non è una disputa procedurale. E’ la demolizione sistematica dell’opposizione attraverso l’uso politico della magistratura. Prima si arresta Imamoglu, sindaco di Istanbul, principale sfidante di Erdogan e candidato presidenziale del Chp per il 2028. <b>Poi si azzera la leadership del partito.</b> Persino i mercati finanziari hanno tremato. Il denaro capisce quando una democrazia sta cedendo. Un’alternativa a Erdogan è però sempre più concreta, anche grazie allo storico riavvicinamento tra Chp e il partito curdo Dem che come progressisti europei stiamo sostenendo con forza.</p><p>In un Mediterraneo già sconvolto dalla guerra in Iran e dalla tragedia di Gaza, destabilizzare ulteriormente un paese così strategico è una minaccia per tutti. Come europarlamentare S&amp;D chiedo il ripristino della piena agibilità democratica del Chp e la scarcerazione di tutti i detenuti politici. <b>Lo stato di diritto non ammette eccezioni e la Turchia è anche paese candidato a entrare nell’Ue.</b>  Nel 2028 i turchi avranno la possibilità di scegliere. Sono convinto che quella scelta potrà restituire la Turchia alla grande famiglia democratica europea.</p><p><i>Dario Nardella, europarlamentare Pd</i></p>]]></description>
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				<title>Perché Trump non ha più voluto una regolamentazione sull’AI</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Marco Arvati</author>
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				<description><![CDATA[<p>I principali leader dell’industria tecnologica erano stati invitati giovedì alla Casa Bianca per assistere alla firma di un ordine esecutivo sulla regolamentazione dei nuovi modelli di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>. A poche ore dall’evento, è stato tutto cancellato e l’entrata in vigore del testo rimandata a data da destinarsi. <b>Una fonte ha riferito ad Axios che il motivo per cui la firma è saltata sarebbe che “il presidente odia le regolamentazioni” e che “il testo era voluto soltanto dai catastrofisti”. </b>Lo stesso Trump ha affermato che non gli piacevano determinati aspetti dell’ordine esecutivo che avrebbe dovuto firmare. L’idea di accelerare una regolamentazione per il settore era venuta ad alcuni ufficiali della Casa Bianca dopo aver visionato l’ultimo modello di AI di Anthropic, Mythos, che non è stato rilasciato al pubblico: <b>la paura deriva dal fatto che si tratta di un sistema talmente potente nell’identificare le vulnerabilità dei software da poter, in mani sbagliate, essere usato per compiere cyberattacchi.</b> Il vicepresidente J.  D. Vance, in una conferenza stampa mercoledì, aveva affermato che “un attore malevolo avrebbe potuto usare Mythos per prendere di mira varie vulnerabilità informatiche”.</p><p>L’ordine esecutivo avrebbe istituito un sistema di controllo volontario, attraverso il quale gli sviluppatori di nuovi modelli di AI potevano sottoporre i loro prodotti a una revisione delle agenzie federali novanta giorni prima del loro effettivo rilascio, <b>così che il governo ne potesse testare le possibilità più pericolose. </b>Una versione già molto meno stringente rispetto a una possibile obbligatorietà, per cui premevano alcuni alleati del presidente, che addirittura ritenevano che, senza revisioni governative accurate, la Cina avrebbe potuto manipolare i nuovi modelli di AI per lanciare attacchi sugli Stati Uniti.</p><p>Secondo le ricostruzioni, però, la mossa non è comunque andata giù ad alcuni leader dell’industria tecnologica, su tutti il ceo di SpaceX Elon Musk, quello di Meta Mark Zuckerberg, e il venture capitalist David Sacks, copresidente del consiglio dei consulenti su scienza e tecnologia della Casa Bianca, che avrebbero fatto pressione insieme sul presidente tra mercoledì e giovedì perché abbandonasse il progetto. <b>Le rimostranze vertevano principalmente sull’idea che una qualsiasi regolamentazione avrebbe rallentato l’innovazione, mettendo in pericolo la predominanza statunitense nel settore, soprattutto nei confronti della Cina, su cui Washington ritiene di avere un margine.</b> Lo stesso Trump ha affermato che “gli Stati Uniti sono in vantaggio, e non ho intenzione di fare niente che possa bruciarlo”. Un altro grande timore di Sacks riguardava il fatto che il sistema, apparentemente di natura volontaria, si sarebbe potuto trasformare in un processo di fatto obbligatorio, attraverso il quale sarebbe sempre servito il benestare del governo per immettere nuovi modelli sul mercato. Una paura ancora più fondata dopo un’intervista a Fox del direttore del National Economic Council Kevin Hassett, che ha affermato come “questi modelli dovrebbero essere sottoposti a un processo attraverso il quale vengono giudicati sicuri, proprio come avviene per le medicine”. <b>Una proposta che Sacks aveva da subito definito dannosa per l’innovazione. </b></p><p>Una recente ricerca dell’Institute for Family Studies, think tank di tendenza conservatrice, ha rilevato che circa l’80 per cento degli elettori sostiene l’idea che i nuovi modelli di AI vengano testati prima del rilascio generale. Questo evidenzia una divisione nello stesso Partito repubblicano: <b>se i leader del settore sono compatti nel richiedere l’annullamento delle regolamentazioni, con l’eccezione di OpenAI, che invece sosteneva il testo, i votanti vorrebbero invece regolamentazioni più strette, soprattutto in materia di possibile perdita di posti di lavoro e sulla costruzione di grandi centri dati che aumentano il costo dell’energia per i cittadini.</b> Una preoccupazione a cui ha cercato di rispondere il governatore della California Gavin Newsom, che, proprio mentre Trump bloccava le regolamentazioni, ha firmato un ordine esecutivo per studiare il modo in cui l’intelligenza artificiale impatta sul lavoro e per cercare di giungere a soluzioni per i lavoratori licenziati. Commentando il testo, Newsom ha affermato che “è il momento in cui reimmaginiamo l’intero sistema, come lavoriamo, governiamo e prepariamo le persone al futuro”. Un’ipotesi non condivisa dalla Casa Bianca, secondo cui l’intelligenza artificiale “sta portando negli Stati Uniti molti posti di lavoro”.</p>]]></description>
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				<title>Baltici nel mirino della propaganda: il copione già visto in Ucraina</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il primo a dire che i paesi baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia, siano sul punto di preparare un’aggressione contro la Russia organizzata dall’Ucraina è stato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, dopo che le capitali baltiche avevano rivelato che alcuni droni di Kyiv avevano fatto irruzione nel loro spazio aereo a causa di attività di jamming elettronico da parte della Russia: <b>l’Ucraina manda i suoi droni contro le infrastrutture di Mosca che, anziché abbatterli, in alcuni casi li ridirige verso lo spazio aereo di paesi europei di confine. Il Cremlino ha riscritto la vicenda, sostenendo di essere invece vittima di piani ostili</b>. La propaganda russa è stata presto ripresa per esempio dall’ex ambasciatrice <b>Elena Basile</b>, che fino a qualche anno fa vergava articoli sul Fatto quotidiano con lo pseudonimo Ipazia, aderendo con devozione alla linea di Mosca. Prontamente, dopo Peskov, Basile ha registrato un video per allertare: “Quante persone nell’opinione pubblica europea e italiana sanno che stanno partendo attacchi dai paesi baltici verso la Russia?”. <b>Mosca è sempre la vittima. La propaganda ricalca  quanto è avvenuto dal 2014 in Ucraina, quando la Russia attraverso le sedicenti repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk aprì il conflitto che poi si sarebbe diventato l’invasione  del 2022</b>. Allora il Cremlino parlava di  operazioni sotto falsa bandiera per provocare Mosca, di soprusi contro la popolazione russa che abitava nelle regioni orientali dell’Ucraina. Così la Russia costruì la giustificazione ideologica della sua guerra e le stesse parole del Cremlino venivano ripetute in Italia e in altri paesi europei, sempre con il messaggio: le cose non stanno come ve le  raccontano. <b>C’è uno schema che si ripete:  il Cremlino, prima di agire prepara il terreno della narrazione. È accaduto con l’Ucraina, può accadere con i baltici</b>, Peskov parla, le truppe autoctone amplificano e si perde il senso di urgenza  che  dovremmo avere. La verità, ahinoi, non è che le cose non stanno come ve le raccontano, ma stanno molto peggio.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>L’Unione europea non sa come fare con la Cina</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per anni l’espressione era stata evitata con cura diplomatica, <b>ma nelle ultime settimane si sente sempre più spesso parlare di guerra commerciale tra Ue  e Cina. </b>Non è solo retorica: nel primo trimestre del 2026 la Cina ha registrato il più grande surplus commerciale di sempre con l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/unione-europea_60" target="_blank">Ue</a>, che da sola rappresenta  il 31 per cento dell’intero surplus commerciale cinese. Il commissario al Commercio Maros Šefcovicč ha definito il disavanzo (360 miliardi di euro solo nell’ultimo anno) “chiaramente insostenibile nel medio e lungo periodo”.</p><p>Ieri a Bruxelles c’era Li Jian, direttore del dipartimento per gli Affari europei del ministero degli Esteri cinese, che ha elencato uno per uno tutti gli argomenti dell’Europa contro Pechino (sovracapacità, sussidi, surplus) per smontarli. Il tono era quello di chi sa di dover difendere una posizione: giovedì  la Commissione europea terrà finalmente il dibattito d’orientamento sulla politica verso la Cina: era già stato convocato ad aprile, poi rinviato. <b>Sul tavolo c’è un nuovo strumento contro la sovracapacità industriale cinese.</b> A giugno, il Consiglio europeo dovrà approvare un approccio più assertivo verso Pechino, con l’uso rafforzato di misure di salvaguardia d’emergenza. Secondo il South China Morning Post, a fine giugno arriverà a Bruxelles Wang Wentao in persona, il ministro del Commercio cinese, per un negoziato con Šefcovic. Ma mentre si annunciano strumenti più duri, la realtà industriale spiega quanto sia difficile mantenere una linea coerente. <b>La Commissione è pronta a sospendere temporaneamente le sanzioni appena imposte al produttore cinese di semiconduttori Yangzhou Yangjie Electronic Technology.</b> Motivo: i costruttori di automobili europei hanno fatto sapere che senza quei chip le loro catene di fornitura si fermano. Nelle sue politiche con la Cina, l’Ue è costretta a sintetizzare una frattura piuttosto incurabile al suo interno: i singoli stati membri, Germania in testa, vogliono tenere aperte le corsie commerciali con Pechino, mentre la Commissione e il Parlamento spingono per regole più dure e per la sicurezza economica. E in questo caos, a guadagnarci è sempre e solo Pechino.</p>]]></description>
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				<title>Tutte le critiche a Israele, nessuna ai suoi vicini brutali</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:20:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Chiediamo al governo di Israele di porre fine all’espansione degli insediamenti e dei poteri amministrativi, di garantire la responsabilità per le violenze perpetrate dai coloni e di indagare sulle accuse contro le forze israeliane, di rispettare la custodia hashemita dei luoghi santi di Gerusalemme e gli accordi  sullo status quo, e di revocare le restrizioni  all’Autorità Palestinese e all’economia palestinese”.&nbsp;E’ quanto si legge in una <b>dichiarazione congiunta di Italia, Regno Unito, Francia e Germania</b> dopo le proteste dei giorni scorsi per il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/20/news/israele-ferma-la-flotilla-29-italiani-ad-ashdod-obiettivo-mediatico-raggiunto--399195">trattamento degli attivisti occidentali della Flotilla da parte delle autorità israeliane e di Itamar Ben-Gvir</a>. C’è sempre più aria di sanzioni contro alcuni ministri israeliani. Va da sé che è legittimo per l’Europa esercitare la propria moral suasion nei confronti d’Israele. Ma va da sé che qui c’è all’opera anche il famoso “razzismo delle basse aspettative”.</p><p>Dove sono le sanzioni per i ministri sauditi che approvano le decapitazioni pubbliche? Dove sono le sanzioni per i ministri turchi che mettono in carcere scrittori e giornalisti in numeri da record? Dove sono le sanzioni per i dirigenti della Repubblica islamica dell’Iran, tutti liberi di entrare in Europa?</p><p>Si critica e mette sotto scacco politico Israele perché è la sola democrazia in un arco che va da Casablanca a Mumbai. Bel paradosso: <b>quanto più uno stato incarna i valori che l’occidente dichiara di difendere</b> – stato di diritto, libertà di espressione, alternanza democratica, tutela delle minoranze – t<b>anto più è sottoposto a scrutinio, condanne rituali e minacce di sanzioni</b>. Israele viene sanzionato proprio perché non può essere liquidato come l’ennesimo regime tribale o teocratico mediorientale. Ehud Barak, ministro della Difesa e premier d’Israele, definì lo stato ebraico la “villa nella giungla”. E a tutti, anche ai suoi critici più militanti, piace stare dentro la villa e non fuori.</p>]]></description>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/23/news/in-polonia-trump-lega-linvio-delle-truppe-alle-sue-preferenze-politiche--399409</guid>
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				<title>In Polonia Trump lega l’invio delle truppe alle sue preferenze politiche</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Micol Flammini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato che saranno inviati 5.000 soldati americani di stanza in Polonia e dopo i messaggi contrastanti in cui sembrava che anche Varsavia dovesse subire la riduzione del sostegno americano nel suo territorio, il capo della Casa Bianca ha fatto sapere che è tutto merito del presidente Karol Nawrocki. “In seguito alla riuscita elezione dell’attuale presidente della Polonia, Karol Nawrocki, che ho avuto l’onore di appoggiare, e in virtù del nostro rapporto con lui, sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti invieranno ulteriori 5.000 soldati in Polonia”, ha scritto Trump sul suo social Truth. La Polonia temeva un ridimensionamento del personale americano sul suo territorio, le truppe che arriveranno – non si quando – probabilmente saranno spostate dalla Germania. La rotazione era prevista e Varsavia si è assicurata di non subire tagli rischiosi con attente e lunghe negoziazioni che hanno coinvolto i vertici della Nato, il ministero della Difesa di Varsavia e l’esercito polacco. La Polonia è un paese in cui le questioni di difesa e la Russia entrano in campagna elettorale e il prossimo anno i polacchi voteranno, assieme a francesi, italiani, spagnoli (quattro dei cinque paesi più grandi dell’Ue) e finlandesi.</p><p>Trump entra nelle campagne elettorali europee, interferisce, manda i suoi uomini, come accaduto con il vicepresidente J. D. Vance, inviato a Budapest per appoggiare il premier Viktor Orbán. Durante la comparsata americana, Vance fece anche una telefonata  con Trump, fece sentire la sua voce all’Ungheria mentre elogiava Orbán, ma agli ungheresi non interessò molto il sostegno della Casa Bianca e votarono in gran numero l’attuale premier Péter Magyar. Quello che il presidente americano poteva portare in dote a Orbán non era altro che un sostegno ideologico e lo sfoggio di avere come alleato il capo degli Stati Uniti d’America. Il marchio di Trump non è un portafortuna né una onorificenza, ma in Polonia è diverso e il presidente americano ha promesso di portare in dote molto di più del legame ideologico: ha collegato Nawrocki alle esigenze di sicurezza,  un argomento centrale per un paese che confina con l’Ucraina in guerra e anche con l’exclave russa di Kaliningrad. L’attuale presidente polacco ha vinto le elezioni un anno fa, era sostenuto dal partito PiS, che si è sempre presentato come un partito atlantista e antirusso. Quando Mosca ha attaccato l’Ucraina nel 2022, il PiS non le ha negato sostegno e la Polonia ha dato accoglienza a molti rifugiati che venivano dall’Ucraina.  Nawrocki però rappresenta un’evoluzione del partito, un possibile ponte con l’ultradestra polacca molto meno atlantista, non antirussa e non filoucraina: una virata del tutto  orbaniana del PiS.</p><p>La ridistribuzione delle truppe e il loro effettivo insediamento in Polonia è materia molto più complicata di quello che Trump mette nero su bianco nel suo messaggio su Truth, ma il presidente americano ha legato la difesa e l’alleanza alle sue preferenze politiche e in un paese come la Polonia suona come un ricatto.&nbsp;</p>]]></description>
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