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		<title>Editoriali</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 21:30:38 +0200</pubDate>
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				<title>Istat: elettricità e gas per uso domestico spingono l&#039;inflazione</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 20:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>E’ sempre più il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/12/news/abbiamo-tanto-gas-ma-costa-troppo--404660" target="_blank">prezzo dell’energia</a>&nbsp;a determinare la curva dell’inflazione italiana. Oggi l’Istat ha comunicato i dati definitivi di luglio: l’indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,3 per cento rispetto a giugno e del 2,9 per cento su base annua, contro il 2,8 per cento della stima preliminare. Questo vuol dire che l’Istituto di statistica ha rivisto al rialzo – sebbene di poco – il dato di luglio che, tra l’altro, risulta essere abbastanza in linea con quello che sta succedendo in Germania. Anche in questo paese l’energia ha un ruolo centrale. <b>Ciò che differenzia l’andamento dell’inflazione in Italia è il rallentamento dei beni di consumo quotidiani (carrello della spesa, in particolare alimentari e prodotti per la cura della persona), mentre corrono i beni energetici.</b> In questa macro categoria occorre, però, fare delle distinzioni.</p><p>Mentre si registra la discesa dei beni energetici non regolamentati, il cui prezzo è determinato dal mercato libero (passano dal 13,3 per cento di giugno all’11,4 per cento di luglio) fanno un gran balzo verso l’alto i beni energetici regolamentati – le cui tariffe sono stabilite da agenzie governative: da più 9,2 per cento di giugno a più 14, 8 per cento di luglio con un incremento del 6,5 per cento in un solo mese. <b>In soldoni, si sta parlando di energia elettrica e di gas per uso domestico: sono questi i beni che stanno maggiormente influenzando l’inflazione italiana.</b> Se si scompone il dato Istat il quadro emerge chiaramente. Secondo il Codacons, infatti, un aumento dell’inflazione a luglio del 2,9 per cento (su base annua) si traduce in una maggior spesa di 959 euro (nell’anno) per una famiglia tipo con due figli. Ma l’associazione dei consumatori avverte che nei prossimi mesi si sentiranno anche i rincari dei beni energetici non regolamentati (benzina e gasolio), che per adesso sembrano rallentare. Intanto, la stangata si avvertirà presto su bollette di gas e luce, complice il gran caldo che ha costretto gli italiani a tenere accesi i condizionatori.</p>]]></description>
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				<title>Sorpresa: Hezbollah vuole la pena di morte</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 18:22:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Parlamento del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/libano_856" target="_blank">Libano</a>&nbsp;ha votato per abolire la pena di morte. Non è il primo membro della Lega araba a farlo (Gibuti l’aveva preceduto nel 1990, ma l’ex colonia francese è un paese arabo solo per volontà geopolitica). Il Libano è quindi il primo paese  del mondo arabo a intraprendere questo percorso, anche se non è ancora concluso. <b>In un Parlamento di 128 membri, metà cristiani e metà musulmani, la legge che sostituisce la pena di morte con i lavori forzati a vita è stata approvata con i voti contrari di Hezbollah (15) e dei suoi alleati (16 cristiani del Movimento patriottico libero dell’ex presidente generale Michel Aoun e un indipendente sunnita).</b> Ora dovrà essere promulgata dal presidente, il generale Joseph Aoun (stesso grado, fede maronita e cognome del predecessore, ma solo omonimo senza parentela, e agli antipodi politici). E’ però ormai una pura formalità, dal momento che il governo ha già espresso il proprio sostegno.</p><p>In effetti, l’ultima condanna capitale era stata eseguita nel gennaio del 2004, ma i tribunali continuavano a emettere condanne a morte e la legge manteneva tale possibilità per i crimini considerati estremamente gravi: omicidio aggravato, terrorismo con conseguente morte, tradimento, spionaggio e altri reati relativi alla sicurezza dello stato. <b>L’applicazione pratica della sentenza richiedeva però la firma congiunta del presidente, del primo ministro e del ministro della giustizia: una combinazione che non si era più ripetuta da 22 anni, lasciando nel braccio della morte un numero di detenuti variamente stimato tra i 78 e i 25.</b> La riforma è stata sostenuta dall’Onu e  dall’Ue, e il ministro della Giustizia Adel Nasser ha affermato che migliorerà la cooperazione giudiziaria internazionale, dal momento che  l’esistenza della pena capitale ostacolava l’estradizione di sospetti da paesi che la vietano verso paesi dove potrebbero essere condannati a morte. Il Libano fa un passo avanti di civiltà e a favore dello  stato di diritto. Hezbollah cerca di tirarlo ancora indietro.</p>]]></description>
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				<title>Abbiamo tanto gas, ma costa troppo</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mentre l’attenzione generale è tutta concentrata sul prezzo del petrolio che sale e scende in funzione degli accordi raggiunti e rimessi in discussione tra Usa e Iran, le quotazioni del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/gas_469" target="_blank">gas</a>&nbsp;registrano una nuova impennata che non fa presagire nulla di buono per le bollette degli italiani. Ieri il valore dell’indice Igi (Italian Gas Index) ha raggiunto 63,44 euro al megawattore, in deciso rialzo rispetto alla giornata precedente che era di 58,77 euro. <b>In poco più di un mese, l’indice, che è calcolato giornalmente dal Gestore dei mercati energetici (Gme) e rappresenta uno strumento di riferimento per gli operatori del settore, è aumentato di quasi il 20 per cento ed è più alto del 50 per cento rispetto a un anno fa.</b> Prosegue, dunque, il paradosso energetico italiano per ragioni legate agli stoccaggi e alla crescente competizione internazionale sul Gnl (il gas liquefatto) che spinge al rialzo i prezzi all’ingrosso sui mercati energetici. Eppure, gli stoccaggi italiani sono superiori alla media europea (76 per cento contro il 57 per cento).</p><p>Gli analisti spiegano che avere più gas nei depositi rappresenta un vantaggio in momenti di carenza del bene energetico, ma non vuol dire essere al riparo dagli choc di mercato poiché il prezzo all’ingrosso resta legato a fattori come la chiusura dello Stretto di Hormuz, la riduzione delle importazioni dalla Russia, la concorrenza asiatica e le attività di manutenzione di alcuni giacimenti in Norvegia. In Italia, inoltre, esistono due problemi strutturali. <b>Il primo è che il gas copre il 50 per cento della produzione elettrica nazionale (valore decisamente più alto per esempio di Francia e Spagna) e il secondo è che la produzione di energia da fonti rinnovabili è ancora troppo contenuta per compensare il fabbisogno.</b> In sintesi, l’Italia è il paese in Europa che paga più cara l’energia elettrica ed è quello più esposto agli choc generati dai cambiamenti geopolitici perché è troppo dipendente da un mercato del gas che non controlla e non riesce a completare la transizione energetica. Uno squilibrio che si riflette puntualmente nelle bollette.</p>]]></description>
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				<title>Occhi cinesi sui nostri mezzi militari</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Durante un controllo di routine sulla sicurezza informatica dei nuovi droni navali della Royal Navy, il ministero della Difesa britannico ha scoperto che le telecamere montate sui K3 Scout, prodotti dalla britannica Kraken Technology, contenevano un componente di fabbricazione cinese. <b>Il componente inviava un segnale, una sorta di “heartbeat” che comunica che il dispositivo è acceso e funzionante, verso un indirizzo IP nella Repubblica popolare cinese.</b> Un’inchiesta del Telegraph di due giorni fa ha rivelato la falla di sicurezza, poi confermata dal ministero della Difesa di Londra, che ha però escluso di aver trovato prove di una compromissione dei propri sistemi o della trasmissione di dati sensibili. Ma il problema è comunque imbarazzante per una delle Forze armate più potenti del mondo, perché quel componente cinese non avrebbe dovuto trovarsi lì.</p><p>Il Regno Unito, come gli altri paesi Nato, ha infatti adottato misure per escludere componenti cinesi dalle proprie tecnologie militari, proprio per il rischio di interferenze e spionaggio e specialmente su tecnologia sensibile come quella dei droni navali. <b>Ma il caso dimostra quanto sia difficile controllare la catena di approvvigionamento, e quanto la Cina conti su quest’area grigia di vulnerabilità:</b> i venti K3 Scout interessati sono stati acquistati per circa 12,3 milioni di sterline e sono operativi con i Royal Marines solo da marzo scorso, quando le barriere di sicurezza erano già particolarmente attive. Ma il caso, che ha costretto Londra a spegnere la connettività di tutte le telecamere, sottolinea ancora una volta una questione: quando parliamo di tecnologia sicura, parliamo di produttori che non provano a infilare componenti per potenziale spionaggio. <b>E sebbene la tecnologia cinese sia decisamente più economica, soprattutto quando parliamo di telecamere – e, per esempio nel caso italiano, di scanner – il rischio con la Cina è sempre altissimo. Un motivo ci sarà.</b></p>]]></description>
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				<title>La cordata funebre: cosa resta dell’ex (ora sì) Ilva</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 20:05:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>In tutti questi anni, dal passaggio dei Riva all’amministrazione straordinaria, da ArcelorMittal fino ad Acciaierie d’Italia, mentre tutti la chiamavano “ex Ilva”, su queste pagine abbiamo sempre continuato a chiamarla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/07/news/la-farsa-di-ilva-loperazione-verita-necessaria-per-dare-dignita-alla-chiusura-di-una-storia-senza-prendersi-in-giro--404335" target="_blank">“Ilva”</a>. Il nome che continuava a essere usato su tutti i documenti ufficiali, al di là della narrazione giornalistica. <b>Oggi invece, per la prima volta, possiamo iniziare a chiamarla ex Ilva.</b> Perché con la chiusura dell’area a caldo lo stabilimento che per 50 anni ha contribuito a fare dell’Italia una grande potenza industriale non esiste più. Ci è voluta la magistratura per svelare un bluff di anni. Sembra assurdo dirlo, ancor di più lo è per gli acciaieri italiani, che giustamente da sempre ci spiegano la strategicità dell’acciaio integrale da altoforno. E proprio loro oggi, dopo che la corte d’Appello di Milano ha spento per sempre l’ultimo altoforno rimasto acceso a Taranto, hanno organizzato una cordata ambiziosa per rilevare i laminatoi dell’area a freddo. Di fatto, l’ultima cosa che si può fare, una volta che l’acciaieria, quella vera, è stata fatta morire.</p><p>Continuare a dire, come ormai fanno solo i sindacati e il Pd, che l’area a caldo (decarbonizzata) è strategica per il paese significa ignorare la realtà. A Taranto il ciclo integrale non esiste più da dicembre 2025, quando i commissari del ministro Urso decisero di avviare il cosiddetto “piano corto” con lo spegnimento di batterie e cokerie. L’economia italiana, a detta del ministro Urso, va a gonfie vele. Ma nessuno realizzerà nuovi impianti a Taranto. Ci sarebbe da chiedersi come sia possibile essere passati dalla promessa “del più grande siderurgico green d’Europa” a un centro servizi senza colpo ferire. In Italia è più facile gridare al fascismo che al lavoro. Soprattutto quando è certo che un reddito di cassa integrazione verrà garantito a tutti. Gli imprenditori italiani fanno il loro mestiere, intervenendo dopo aver tolto di mezzo tutti i rischi penali, economici, ambientali, industriali, politici. Non ci sono capitani coraggiosi, ma politici codardi.</p>]]></description>
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				<title>La condanna a morte di Assad che diventa un salvacondotto</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 16:44:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Fame di vendetta da una parte e voglia di giustizia dall’altra si contendono l’anima della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/siria_51256" target="_blank">Siria</a>&nbsp;post assadista. La prima, oggi, ha portato migliaia di persone a festeggiare le condanne a morte inflitte dai giudici contro i vertici del vecchio regime, <b>Bashar el Assad </b>incluso. La seconda, invece, rischia di soffocare in un vicolo cieco, dacché queste condanne rendono  improbabile che un domani il dittatore sieda al banco degli imputati  di un’aula di tribunale per rispondere delle proprie azioni. Insieme a Bashar, giudicato in absentia perché riparato a Mosca con la famiglia dal dicembre del ’24, è stato condannato a morte anche il fratello Maher, pure lui verosimilmente in Russia, comandante della spietata Quarta divisione della guardia repubblicana, un esercito parallelo che si è macchiato dei più efferati delitti. Chi è stato condannato comparendo davanti al giudice è stato invece Ateb Najef, cugino di Assad ed ex capo dell’ufficio della Sicurezza politica di Daraa. Alla lettura della sentenza, nella città del sud della Siria sono iniziati i festeggiamenti per le strade.</p><p><b>Ma a guardar bene, giustizia non è fatta e, per paradosso, la condanna a morte di Bashar somiglia più a un salvacondotto accordato all’ex dittatore.</b> Desta sospetti la tempistica della sentenza, arrivata a soli due giorni dall’accordo tra Damasco e Mosca per lo smantellamento delle basi russe in Siria a Tartus e Latakia. Probabile che l’intesa per una permanenza (anche se  solo parziale) dei russi abbia incluso segretamente qualche accordo riguardante il destino di Assad. Poi ci sono le questioni giuridiche, che con la condanna  capitale renderanno complicata, se non impossibile, un’estradizione del dittatore e dei suoi famigliari a Damasco. Nel Regno Unito, per esempio,  non è consentito estradare detenuti in paesi che prevedono la pena di morte. Eppure la moglie di Bashar, Asma, è cittadina britannica e si sospetta che in questi anni abbia viaggiato verso il Regno Unito in gran segreto. Con la sentenza di ieri, insomma, si è sancito che gli Assad non metteranno più piede in Siria e che non pagheranno per i loro crimini. Una promessa di impunità più che una condanna a morte.</p>]]></description>
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				<title>Vannacci a Milano fa le primarie a sinistra</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sospirone di sollievo per la sinistra milanese. L’eterna e snervante questione delle primarie sì, primarie no per scegliere il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/06/18/news/elenco-esaustivo-e-a-tratti-demenziale-di-tutti-i-candidati-sindaco-a-milano-veri-e-wannabe--400727" target="_blank">candidato sindaco</a>&nbsp;adatto a succedere a Beppe Sala è bell’e risolta: <b>le primarie gliele ha già organizzate la destra (e quale destra!) e il generale Vannacci si è incaricato di stendere di persona il red carpet fino a Palazzo Marino per il futuro primo cittadino: che sarà di sinistra (e quale sinistra!).</b> E se la politica ha una logica, sarà Pierfrancesco Majorino, senza nemmeno la fatica di fare campagna elettorale. Suicidarsi nel destra-centro milanese nella corsa per il sindaco è un evergreen: l’ultima volta hanno presentato un tale improponibile, il dott. Bernardo (non è strano che sia appena passato al gruppo consiliare di Futuro nazionale), che Beppe Sala non si alzò nemmeno dalla poltrona: era già sua.</p><p>Per non dire dei candidati finora partoriti dai partiti: improbabili vittime sacrificali. <b>Ma ora tutto è risolto: il generalissimo ha annunciato che il suo candidato sindaco ce l’ha bell’e pronto: l’ex generale dei parà Carmelo Burgio. Uno che “con lui Milano potrà tornare a essere la città della Madonnina e non dei maranza”, uno che farebbe un “rastrellamento a Rogoredo”.</b> Ora, siccome la maggioranza dei milanesi di centrodestra il tema della sicurezza lo sente eccome, ma non sono mica tutti “Rambo” con le bombe a mano, è chiaro che “Charles Bronson” Burgio non lo voteranno. O in alternativa: se Vannacci decidesse di correre da solo, otterrebbe il risultato di togliere 10 punti alla destra e far vincere la sinistra al primo turno. Dall’altra parte, invece, l’onda di indignazione contro la minaccia Burgio sarebbe sufficiente a spostare il sentiment della sinistra verso sponde identitarie, anti securitarie, aperte alla accoglienza senza se e senza ma di qualsiasi immigrazione: la sinistra à la Majorino, appunto. La furba mossa di Vannacci avrebbe il risultato di far vincere la sinistra più di sinistra. Geniale. A meno che Calabresi si decida a scendere in campo: contro Burgio lo voterebbe anche il centrodestra non vannacciano.</p>]]></description>
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				<title>Non sparate a Zelensky sul Kosovo</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La scorsa settimana il presidente ucraino,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/volodymyr-zelensky_1849" target="_blank">Volodymyr Zelensky</a>, è stato a Belgrado, dove ha incontrato il suo omologo serbo Aleksandar Vucic. Era la prima visita di Zelensky nel paese, che coltiva ottimi rapporti con la Russia, tanto che Vucic è fra i leader internazionali che hanno preso parte alle ultime parate militari nel Giorno della vittoria a Mosca al fianco di Vladimir Putin. <b>Belgrado è certo vicina a Mosca, ma coltiva anche buone relazioni con l’Unione europea, volte anche a diventarne un giorno uno stato membro. </b>Vucic ha accolto Zelensky con calore, lo ha abbracciato al suo arrivo, gli ha offerto spazio, rilevanza e per il presidente ucraino è stato molto importante mettere piede in un paese che Putin ritiene suo alleato nonostante Belgrado giochi spesso con le sue relazioni internazionali: va a Mosca ma vende le munizioni all’Ucraina. Zelensky ha ricevuto ogni onore e sapeva che ogni passo sarebbe stato seguito dal Cremlino, come sapeva che a Vucic ospitarlo serviva a mandare un messaggio a Bruxelles.</p><p>Durante la visita Zelensky ha parlato anche del Kosovo, dicendo che la posizione dell’Ucraina non è cambiata e quindi, in sostanza, non riconosce l’indipendenza del Kosovo e rispetta i confini e l’integrità territoriale della Serbia. La reazione delle autorità kosovare è stata di sconforto o indignazione e hanno proceduto a togliere un grande striscione a sostegno della resistenza dell’Ucraina nel centro di Pristina. <b>La posizione di Kyiv è salda nella sua storia, se adesso Zelensky riconoscesse il Kosovo aprirebbe un precedente pericoloso che Mosca userebbe per giustificare le sue invasioni, referendum illegittimi e cadrebbe in una trappola. </b>Sa benissimo quanto Vucic sia dipendente da Putin – infatti ha ripetuto che Mosca si fermerà al Donbas e che tanto vale accontentarla perché è impossibile da battere – ma Zelensky costruisce alleanze non sulla base della moralità, ma per forgiare il futuro del suo paese, costringere Mosca alla pace e salvare l’Ucraina. E le alleanze in una guerra esistenziale sono roba per stomaci forti.</p>]]></description>
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				<title>La Germania non segue l’effetto Ceuta</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il governo del cancelliere tedesco Friedrich Merz è nemico dell’Italia? A leggere i commenti del governo di Giorgia Meloni parrebbe di sì e lo si dovrebbe evincere dall’annunciata decisione del ministro dell’Interno di Berlino, Alexander Dobrindt, di rispedire i “dublinanti”, un termine con cui si indicano quei cittadini stranieri che, approdati sulle coste europee – in Italia, in Spagna o in Grecia – abbiano chiesto asilo a un paese europeo diverso rispetto a quello di approdo. <b>La Germania ha notificato che applicherà le regole di Dublino alla lettera: l’asilo si chiede al paese di arrivo, non in quello in cui si vorrebbe cercare fortuna.</b> E’ vero che l’Italia, con i suoi quasi 8 mila chilometri di coste è molto più esposta ai flussi migratori rispetto alla Germania, che confina con otto paesi dell’Ue e con la Svizzera. Ed è anche vero che in passato il nord d’Europa ha lasciato che il sud se la sbrigasse con la Libia o la Turchia: ma l’annuncio tedesco non è legato a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/09/news/insensata-la-guerra-con-la-spagna-parola-dordine-indietro-tutta--404462" target="_blank">Ceuta</a>&nbsp;ma è il frutto di un accordo che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha concordato con il suo omologo Dobrindt in conseguenza del nuovo Patto su migrazione e asilo.</p><p>Un accordo sul quale veglia l’Ue e che sarà ridiscusso a ottobre. <b>Quindi non si tratta certo di un tradimento, ma di applicazione degli accordi, soltanto che l’Italia in campagna elettorale ha deciso di iniziare a tracciare la trama del tradimento politico anche da parte della Germania e di cercare di portare tutta l’attenzione sui migranti,</b> come ha fatto dopo il disastro spagnolo di Ceuta, dove la prima reazione è stata la negazione assoluta della solidarietà europea, l’inizio delle liti con Pedro Sánchez e le misure di ritorsione con la Spagna. Inutile continuare a strombazzare che la migrazione è un problema, quando non lo è. Inutile scrivere lettere e post sui social con la premier danese Mette Frederiksen quando quello che si tenta di ottenere non è la soluzione europea di una questione comunitaria, ma la ricerca di un nemico con cui fare campagna elettorale.</p>]]></description>
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				<title>Il Reno, la nostra Hormuz?</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Forse è esagerato dire che la secca del fiume Reno potrebbe diventare una piccola “<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/07/news/la-bce-teme-ancora-lo-choc-energetico-di-hormuz--404263">Hormuz</a>” europea, ma di certo l’attuale abbassamento delle acque sta mettendo a rischio la navigazione della via fluviale commerciale più importante d’Europa. L’allarme arriva dall’Associazione tedesca per la navigazione interna, la Bdb, <b>che ha anche paventato la divisione in due del fiume dove stanno emergendo le cosiddette “pietre della fame”, vale a dire antichi massi incisi durante le grandi siccità del passato che invece di rappresentare un monito per le generazioni future sui rischi causate dalla mancanza d’acqua sono diventate il simbolo dell’ignoranza climatic</b>a (intesa proprio come attitudine diffusa a ignorare il fenomeno).</p><p>Tutta l’Europa sta affrontando le forti ondate di calore – in Francia il governo ha limitato l’uso dell’acqua per il 70 per cento del territorio nazionale e in Italia è stato già calcolato il costo della siccità in oltre 70 miliardi – <b>ma la situazione del Reno desta particolare preoccupazione a causa del rischio di interruzioni del trasporto merci.</b> Per adesso, le navi sono riuscite a continuare la navigazione che attraversa il cuore industriale dell’economia europea seppure con carichi ridotti e costi aumentati, secondo un iter che il mondo ha imparato a conoscere in altre aree e in altri corsi d’acqua per ragioni di carattere sanitario e bellico. <b>Le autorità di bacino tedesche hanno avvertito che, con livelli d’acqua così bassi, il Reno non è più navigabile in modo, con allungamenti di percorso ed effetti ancora non calcolabili su ritardi nelle consegne e prezzi delle merci.</b> Il governo tedesco, infatti, sta già valutando di autorizzare aiuti alle aziende più colpite. Alcuni studi della Bce avevano lanciato in primavera l’allarme sulla possibilità che l’estate torrida potesse avere un impatto sull’economia dell’Eurozona in termini di minore crescita e inflazione, ma erano state considerate stime più potenziali che concrete. I fatti dicono che non erano previsioni troppo pessimiste e che a fine anno si potrebbe vedere un effetto sul pil europeo.</p>]]></description>
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				<title>L’Odissea di Mps raccontata da Lovaglio</title>
				<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se Carlo Messina ha citato il draghiano “Whatever it takes” per dire che Intesa Sanpaolo farà tutto il necessario per mandare in porto l’offerta su&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mps_76821" target="_blank">Montepaschi</a>, l’ad della banca senese ha scomodato l’Odissea per paventare nuove opzioni allo studio. “Alcune rotte si chiudono e altre si aprono – ha detto Lovaglio durante la presentazione dei risultati del primo semestre 2026, che si è chiuso con un utile di 1,1 miliardi –. Dal nostro porto sicuro continueremo il viaggio pienamente convinti di esplorare ogni opzione strategica”. Dopo lo stop di Banco Bpm al progetto di aggregazione con Mps, sul mercato si è fatta largo la convinzione che l’unica proposta valida sia quella di Intesa che coinvolge anche Bper-Unipol, con la cessione di metà degli sportelli, e che non esclude l’apertura a una collaborazione con Unicredit, secondo quanto accennato di recente dallo stesso Messina.</p><p>Porte girevoli del risiko bancario arrivato allo sprint finale con due grandi banche, Intesa Sanpaolo e Unicredit, che puntano a dominare la scena e a una coabitazione nel gruppo Generali. <b>Quali sono queste nuove rotte che si starebbero aprendo per sbarrare il passo a Intesa?</b> Il riferimento epico appare allo stato più un escamotage per spingere Messina ad alzare il prezzo, ma nulla si può escludere perché Lovaglio intende far valere fino in fondo le sue argomentazioni fondate sulla preservazione dell’integrità di Mps, che altrimenti verrebbe smembrata, e della concorrenza nel credito (“La corona potrà diventare più grande ma il regno diventa più piccolo”, ha detto). Per il momento, però, il banchiere non può fare altro che far intravedere agli azionisti la possibilità di un dividendo straordinario in autunno, per controbilanciare la parte cash dell’offerta di Intesa, e la possibilità di qualche manovra sulla partecipazione in Generali “considerata importante anche da altri operatori”. Cose già dette, ma chissà. Lovaglio ha salutato gli analisti dicendo: <b>“Sto pensando se dirvi che ci vedremo a novembre (come da calendario della banca), ma forse ci vediamo anche prima”.</b> E’ solo un bluff?</p>]]></description>
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				<title>Il Doge di Elon Musk non è poi stato così efficiente</title>
				<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Doge, il "dipartimento"&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/08/news/il-paradosso-del-doge-di-musk-e-trump-meno-dipendenti-e-piu-spesa-pubblica--398529">per l'Efficienza dell'amministrazione pubblica</a>&nbsp;americana ideato da <b>Elon Musk</b>, ha fatto tagli crudeli e ideologici alle spese federali – come dimostra il danno umanitario creato dall'aver decurtato le spese dell'agenzia di aiuti internazionali UsAid – sostenendo di aver così fatto una manovra di efficienza di molti miliardi. Ma il Government Accountability Office (Gao), che ha esaminato in modo approfondito i cosiddetti risultati del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/doge_1930">Doge</a>, che fortunatamente ha chiuso il mese scorso, <b>dice che i numeri dei risparmi sono spesso "errati" o "indimostrabili"</b>.</p><p>L'esempio più eclatante riportato è quello del "Wall of Receipts", una specie di bacheca che il Doge utilizzava per mostrare online quanto ogni contribuente americano stesse risparmiando grazie all'operato del dipartimento (non è un vero ministero, era il parco giochi di Musk mani di forbice). La bacheca segnava 110 miliardi di dollari di risparmi, ma il Gao dice che, non essendoci trasparenza nelle voci riportate, quel numero non è attendibile. Musk, l'uomo più ricco del mondo, <b>aveva inizialmente promesso di risparmiare fino a duemila miliardi di dollari ogni anno tagliando posti di lavoro e chiudendo i programmi governativi considerati inefficienti</b>.</p><p>Lo stesso Doge ha dovuto ammettere che quell'obiettivo lunare non è stato raggiunto: indica un risparmio totale di 214 miliardi di dollari, un decimo rispetto alle roboanti promesse. Ma pure questo numero è gonfiato: include tagli che non sono stati poi fatti (come l'ufficio IT del Pentagono) e contratti che erano già in scadenza e non sarebbero stati rinnovati prima che arrivasse il Doge. Non include invece i costi legali di chi ha fatto ricorso e le riassunzioni che sono state fatte in emergenza quando ci si è accorti che senza controllori di volo gli aerei fanno incidenti tra loro o che senza gli esperti dell'influenza aviaria gli allevamenti vanno in malora. <b>Per non parlare dei costi umanitari in giro per il mondo, che non importano certo all'Amministrazione Trump, ma che si misurano in morti</b>.</p>]]></description>
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				<title>Non osare criticarmi, ciccione. L’infantilismo al potere con J. D. Vance</title>
				<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Marc Thiessen scriveva i discorsi di George W. Bush, oggi tiene una rubrica sul Washington Post, ed è un conservatore che sostiene le ragioni della guerra dell’Amministrazione Trump contro il regime iraniano. La scorsa settimana, Thiessen ha criticato il memorandum d’intesa con Teheran negoziato da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/j-d-vance_41054" target="_blank">J. D. Vance</a>, dicendo che il vicepresidente “svilisce pubblicamente il presidente” Donald Trump, il quale dovrebbe “ascoltare i consigli di chi ha fatto cose efficaci in Iran e non quelli di chi, come Vance, ha fallito”. Qualche giorno dopo, <b>Thiessen ha commentato uno studente universitario che si lamentava del fatto che il cibo messicano costa troppo</b>, dicendogli che nei bar delle università il burrito è incluso nei menù a prezzo ribassato.</p><p>Poco dopo, è arrivato un commento del vicepresidente, che è un millennial ma sui social si comporta peggio del superboomer che ha come capo, che dice: <b>“Mi sorprende questa affermazione di Marc. Se lo avete incontrato di persona, vi sarà evidente che non si è mai fatto mancare un burrito”</b>. Cioè il vicepresidente degli Stati Uniti, offeso da un commentatore che lo critica perché in Iran ha fatto un disastro, risponde dandogli del ciccione. Quando un giornalista gli ha chiesto conto del burritogate – sì, è tutto tragicomico – Vance ha detto: lui è stato cattivo con me e gli ho risposto, ho fatto bene. Il New York Times ha preso la questione sul serio, ricapitolando gli insulti infantili che Vance ha rivolto a chi lo critica: “Non basta che qualcuno possa sbagliarsi riguardo a una decisione politica – scrive Peter Baker – deve essere per forza anche scemo, bugiardo, vile o, appunto, grasso”. Questo misto di volgarità e infantilismo è il nuovo modo di gestire il potere dei trumpiani: loro la chiamano autenticità e schiettezza, ma, non essendo nemmeno furbissimi, si incartano. Per difendere Vance, un suo collaboratore ha detto: non è appropriato che un conservatore faccia critiche non costruttive, e il vicepresidente ha ragione, Thiessen è obeso, dovrebbe piantarla di mangiare burrito.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Confini ultimatum e manfrine tra Spagna e Italia</title>
				<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 20:11:00 +0200</pubDate>
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												<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La disputa tra i governi italiano e spagnolo, che ha trovato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/06/news/la-rotta-della-disinformazione-che-ha-alimentato-le-promesse-su-ceuta--404194">nella vicenda dell’ingresso di decine di migliaia di marocchini a Ceuta</a>&nbsp;l’occasione per manifestarsi apertamente, nasce da una profonda diversità di <b>visione politica sulle questioni migratorie</b> accentuata dalla circostanza che vede ambedue<b> i governi alle prese con la scadenza elettorale</b> dell’anno prossimo. Il che, naturalmente, favorisce i toni propagandistici.</p><p>In sostanza il governo italiano ha sempre considerato le regolarizzazioni di massa degli immigrati in Spagna un modo per ridurre la capacità europea di controllo sull’immigrazione clandestina, tema sul quale anche le istituzioni europee si sono espresse criticamente più volte. <b>Pedro Sánchez </b>replica con confronti un po’ fasulli sulla situazione dei due paesi, sostenendo che la politica restrittiva di <b>Giorgia Meloni</b> è fallimentare.</p><p>Sulla questione di Ceuta, poi, si fa il gioco delle tre carte da ambo le parti: l’Italia, insieme ad altri paesi europei, sostiene che l’ingresso nell’exclave spagnola è una violazione dei confini europei, perché ovviamente, in quanto parte della Spagna, Ceuta è parte dell’Unione europea; mentre la Spagna replica che i migranti non sono entrati in Europa, riferendosi all’Europa geografica.</p><p>Anche la disputa sulla decisione, peraltro del tutto discutibile, della sospensione unilaterale di Schengen è in realtà più che altro di immagine.<b> In realtà i cittadini spagnoli ed europei provenienti dalla Spagna non hanno trovato alcun problema alle frontiere italiane,</b> dove invece dovrebbero essere sottoposti a controlli quelli extraeuropei provenienti dalla Spagna, il che  non ha grandi conseguenze pratiche. <b>Però è stata l’occasione per Roma per esibire i muscoli,&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/07/news/la-spagna-avverte-litalia-revocate-chiusura-confini-entro-domenica-o-adotteremo-misure--404358">e per Madrid per rispondere con un ultimatum, sdegnosamente respinto</a><b>.</b></p><p>In realtà anche qui si tratta di una differenza di pochi giorni e non si capisce bene quali siano le “conseguenze” minacciate da Sánchez. Ognuno cerca di ottenere qualche (dubbio) successo propagandistico. Entrambi collezionano una discreta serie di brutte figure.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Cosa c’è dietro al potente attacco degli houthi</title>
				<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Il mondo udirà presto le grida dei sauditi”, hanno minacciato gli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/houthi_2653" target="_blank">houthi</a>, il gruppo militare che occupa parte dello Yemen. Ieri i miliziani hanno usato droni e missili per colpire alcune basi dell’esercito del governo, l’unico riconosciuto internazionalmente. Gli houthi e il governo sono in guerra dal 2014, ma un attacco di queste dimensioni non accadeva dal 2022. Il gruppo ha colpito militari e depositi di armi, una stima ancora non ufficiale indica che sono stati uccisi una trentina di soldati, “figli del popolo yemenita”, ha detto il governo. Il ministero della Difesa ha promesso una risposta ma “al momento opportuno”. Prima ci sarà un coordinamento con i sauditi. Gli houthi infatti colpiscono l’esecutivo yemenita e pensano a Riad e ieri hanno detto di aver attaccato dove l’Arabia Saudita stava concentrando le forze per organizzare un’offensiva. Nei giorni scorsi gli houthi hanno annunciato anche attacchi contro le navi saudite che transitano nel Mar Rosso, minacciando  la chiusura dello Stretto di Bab el Mandeb che collega l’oceano Indiano al Mar Rosso. <b>Gli houthi, proprio come Hezbollah in Libano, non agiscono da soli, sono fra gli scagnozzi sciiti della Repubblica islamica dell’Iran,   che li ha sempre riforniti di armi e denaro e cresciuti facendo in modo che potessero diventare una minaccia nello Yemen e nella regione</b>. Quando gli houthi  dicono di essere pronti a colpire Ryad è perché è Teheran che lo vuole. E i sauditi non possono rimanere fermi, nonostante il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman sia indicato come il primo dei sussurratori di Trump, al quale secondo le ricostruzioni della stampa americana, ha spesso fatto cambiare idea sugli attacchi all’Iran. Teheran invece è in guerra totale, il confronto con Riad sembra inevitabile più crescono gli attacchi degli houthi. Il paradosso che i sauditi coprono rimane sempre lo stesso: combattono nello stesso fonte di Israele.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La Bce teme ancora lo choc energetico di Hormuz</title>
				<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La crescita economica dell’Eurozona sarà modesta nel breve periodo e anche le prospettive restano incerte fino a quando la situazione in medio oriente renderà tanto volatili i prezzi dei beni energetici. Sono, in sintesi, le previsioni della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/07/25/news/bruxelles-apre-gli-occhi-il-sistema-bancario-ue-non-e-competitivo--403161" target="_blank">Bce</a>&nbsp;contenute nel bollettino economico di luglio e pubblicate ieri. Se sulle borse sta tornando una relativa calma dopo l’annuncio di un accordo in arrivo tra Stati Uniti e Iran, l’economia reale è molto più lenta a reagire e, anzi, secondo la Bce non ha neanche ancora manifestato appieno gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz. <b>In altre parole, per fare un bilancio della ricaduta sull’Europa della politica estera trumpiana bisognerà attendere ancora qualche mese, la fine di quest’anno e i primi sei mesi del 2027.</b> Infatti, secondo gli economisti dell’Eurotower, l’inflazione resterà “ben al di sopra il 2 per cento”  almeno fino a giugno del 2027, mentre sulle prospettive di crescita pesano “rischi al ribasso”.</p><p>A preoccupare è la fragilità della situazione geopolitica nonostante gli sforzi per trovare una via d’uscita. Il rischio principale è che nuove interruzioni delle forniture energetiche potrebbero mantenere elevati i prezzi dell’energia, pesando su redditi reali, consumi e investimenti. Un peggioramento della fiducia sui mercati, un irrigidimento del credito e maggiori frizioni commerciali potrebbero, inoltre, indebolire la domanda, le esportazioni e le catene di approvvigionamento. La ragione per cui gli effetti del blocco di Hormuz non si sono ancora visti appieno sull’economia europea è che le imprese continuano a sostenere costi maggiori per approvvigionarsi e pertanto prevedono di incrementare i prezzi di vendita. Così, solo in un periodo più lungo si manifesterà l’intero impatto dello choc energetico che è destinato a condizionare anche la politica monetaria. Su questo fronte, però, la Bce, a differenza della Fed in cui stanno emergendo profonde divergenze, appare tutto sommato compatta ad agire per combattere la corsa dell’inflazione anche se intende aspettare i prossimi dati per decidere se ci sarà un nuovo rialzo dei tassi dopo l’aumento di giugno.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>La Tunisia in piazza</title>
				<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’insofferenza, in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/tunisia_51726" target="_blank">Tunisia</a>, è esasperata dalla canicule, dicono i giornali francesi, raccontando i blackout energetici causati dall’uso dei condizionatori, il rapido aumento dei prezzi, la mancanza d’acqua e i banchi del mercato vuoti. I tunisini sono esasperati, se la predono con il loro presidente-dittatore Kais Saied, scendono in piazza da una settimana, a migliaia, e protestano.<b> Facendo fuori primo ministro, Parlamento e potere giudiziario, Saied dal 2021 ha progressivamente trasformato il suo governo in una dittatura disfunzionale che incarcera gli oppositori</b> – le prigioni sono strapiene, anche di giornalisti. Così si va nelle strade, si marcia lungo avenue Habib Bourguiba e si urla “vattene”, a Saied: molti sono ragazzi, anche perché l’occupazione giovanile è bassissima, altri sono attivisti che per i cinque anni dal colpo di mano di Saied hanno voluto mandare un segnale politico, altre sono invece famiglie arrabbiate semplicemente perché l’autocrate non sa gestire la siccità e non c’è acqua potabile.</p><p>Il caldo, la pessima gestione economica e il desiderio di democrazia uniscono gruppi diversi e creano una folla che non sembra aver paura della repressione mostrata dallo stato in questi ultimi anni. Qualcuno sta pure tirando fuori gli slogan del 2011, l’anno della primavera, della speranza. Intanto i migranti subsahariani in arrivo devono affittare dai criminali locali lo spazio all’ombra sotto gli ulivi, per sopravvivere alle temperature, e alcuni li usano come capro espiatorio per il malessere generale, chiedendone l’espulsione. Per provare a tranquillizzare almeno una fetta della popolazione, <b>l’anziano Saied promette e mette in pratica rimpatri volontari</b>, oltre che respingimenti verso le roventi zone desertiche, inasprendo i numeri e distorcendo ancora un po’ gli equilibri delle rotte migratorie.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>L&#039;Antitrust impone sanzioni ai bike sharing a Roma</title>
				<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 18:28:00 +0200</pubDate>
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												<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato i tre operatori del noleggio di monopattini elettrici e biciclette a pedalata assistita a Roma Capitale. Secondo l’Antitrust, Lime, Dott e Bird avrebbero messo in atto pratiche commerciali scorrette finalizzate a eludere o ritardare uno degli obblighi previsti dal contratto di servizio con Roma Capitale, cioè la concessione di pacchetti di corse gratuite agli abbonati annuali al trasporto pubblico. La sanzione, del valore complessivo di 2,675 milioni di euro, è elevata: 1,4 milioni a Lime (contro ricavi di 37 milioni), 525 mila euro a Dott (su 14 milioni di ricavi) e 750 mila euro a Bird (a fronte di 7,4 milioni di ricavi). <b>Tutte e tre le società avrebbero creato dei colli di bottiglia nell’analisi della documentazione dei richiedenti e nel rilascio delle corse gratuite con l’obiettivo di rinviarne o limitarne la fruizione.</b> In aggiunta, a Bird viene anche contestato di avere arbitrariamente disattivato alcuni account senza fornire spiegazioni né avvisi.</p><p>A leggere il testo dei provvedimenti, le condotte contestate appaiono effettivamente gravi in quanto proprio la concessione di corse gratuite agli abbonati al Tpl è uno degli elementi del contratto di servizio sulla base del quale gli operatori sono autorizzati a operare nel territorio della Capitale. Questi si sono difesi lamentando un volume di richieste ben superiore alle attese. Non è un argomento peregrino ma, come nota l’Autorità, esse non hanno posto in atto alcun tentativo serio di risolvere il problema. <b>Ciò che stupisce, semmai, è che il caso sia stato aperto sulla base delle segnalazioni degli utenti, mentre l’amministrazione capitolina non sembra avere giocato un ruolo particolarmente incisivo.</b> La tutela dei consumatori spetta all’Antitrust ma il rispetto dei contratti dovrebbe essere imposto anche dalle amministrazioni appaltanti. Resta da vedere se il provvedimento reggerà agli inevitabili ricorsi, durante i quali gli operatori avranno l’opportunità di chiarire il loro punto di vista.</p>]]></description>
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				<title>La vittoria di El Sayed in Michigan può diventare una trappola per i democratici</title>
				<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Alla fine è arrivata la vittoria che l’establishment democratico americano temeva. Ma è arrivata sul filo.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/05/news/in-michigan-il-risultato-e-ancora-in-bilico--404096" target="_blank">Abdul El Sayed ha battuto Haley Stevens</a>&nbsp;nelle primarie senatoriali del Michigan per un punto scarso: 48,5 contro 47,5 per cento, con la vittoria dichiarata dopo molte ore di incertezza. “La forza dei molti vale più dei loro soldi”, ha detto lui dal palco di Detroit. I soldi erano tanti, e quasi tutti contro El Sayed: circa 65 milioni di dollari di spesa esterna, con l’Aipac schierata per la rivale e la governatrice Gretchen Whitmer scesa in campo all’ultimo per fermarlo. El Sayed li ha superati: è il volto della nuova sinistra, quella socialista di Sanders, Ocasio-Cortez e del sindaco di New York Mamdani. Egiziano-americano, 41 anni, epidemiologo con un curriculum da sogno americano, si candida su Medicare per tutti, tasse ai ricchi e una linea durissima su Israele. Se vince a novembre sarà il primo senatore musulmano della storia.</p><p><b>Il Michigan contava perché è uno dei quattro seggi in bilico da cui dipende il controllo del Senato negli ultimi due anni di Trump.</b> E perché queste primarie erano il test nazionale sulla svolta a sinistra del partito. Il responso è stato ambiguo. Ha vinto l’ala socialista, sì. Ma i sondaggi la davano avanti di quindici punti, e alla fine ne ha raccolto uno. L’affluenza democratica ha battuto ogni record, eppure quel margine risicato racconta un elettorato che flirta con la rivoluzione senza esserne convinto fino in fondo. Ora la palla passa a novembre, contro il repubblicano Mike Rogers, che nel 2024 ha perso per meno di ventimila voti la corsa al Senato contro Elissa Slotkin. I moderati lo avvertono da mesi: El Sayed è il candidato che i repubblicani sognano di affrontare. Se avranno ragione, i democratici non manterranno un seggio decisivo per ambire alla maggioranza al Senato. Se invece El Sayed vince, i democratici si metteranno nei guai per il 2028, convincendosi che la ricetta socialista possa portarli alla Casa Bianca.</p>]]></description>
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				<title>La crisi diplomatica doppia in Brasile</title>
				<pubDate>Thu, 06 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Doppia crisi diplomatica per il presidente brasiliano Lula. Gli Stati Uniti hanno revocato il visto all'ambasciatrice brasiliana Maria Luiza Ribeiro Viotti, in rappresaglia al rifiuto del governo dello stesso Lula di autorizzare Daniel Pérez, un parlamentare della Florida stretto alleato del segretario di stato Marco Rubio, che era stato designato ambasciatore il primo giugno. Washington sostiene che il ritardo abbia superato i tempi usuali per una procedura diplomatica. Contemporaneamente, la tensione tra Lula e il presidente argentino Milei, iniziati con un comizio del presidente argentino assieme al figlio dell'ex presidente Bolsonaro candidato alla presidenza, è sfociata nel ritiro dell'ambasciatore a Buenos Aires, sostituito da un incaricato di affari.</p><p>La revoca del visto non implica l'espulsione immediata dagli Stati Uniti, ma rappresenta un segnale di pressione in un generale deterioramento delle relazioni bilaterali. Secondo un alto funzionario del dipartimento di stato, il provvedimento potrà essere revocato una volta che il Brasile autorizzerà la nomina del rappresentante statunitense e le relazioni diplomatiche tra i due governi saranno normalizzate. Ma potrebbero esserci ulteriori misure se il conflitto persiste. "La decisione odierna non è un evento isolato. Fa parte di una escalation deliberata di misure ostili contro il Brasile, motivata da ragioni ideologiche", risponde il governo brasiliano.</p><p>"Non esiste alcuna norma nella Convenzione di Vienna che stabilisca una scadenza per la concessione dell'agrément", si legge nella dichiarazione, che indica che la richiesta statunitense "è ancora in fase di valutazione". Il Brasile afferma che Washington ha reso pubblico il nome del suo candidato prima di presentare formalmente la richiesta, ma dice di rimanere aperto al dialogo. Quanto all'Argentina, Lula parla di risposta alle "ripetute aggressioni di Milei". Il governo argentino risponde che non procederà a rappresaglie: "Per litigare bisogna essere in due".</p>]]></description>
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