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		<title>Editoriali</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 06:47:11 +0200</pubDate>
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				<title>Gli utili Maga di Putin</title>
				<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mosca si è riempita di esponenti del movimento Maga e di nazionalisti europei che magnificano la vita in Russia e screditano quella occidentale democratica. Mentre&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/dmitri-medvedev_39465" target="_blank">Dmitri Medvedev</a>&nbsp;– quello che un tempo, non dobbiamo mai dimenticarlo, ci sembrava il moderato, uno con cui dialogare – mette le immagini di Ursula von der Leyen, Friedrich Merz e Keir Starmer nel tritacarte per festeggiare la Giornata della Russia; mentre lo stesso cancelliere tedesco Merz redarguisce i parlamentari dell’estrema destra dell’Afd al Bundestag che sghignazzano quando lui ricorda l’eroica e strepitosa difesa degli ucraini in questi quattro anni e mezzo, i Maga si fanno accogliere e vezzeggiare dal Cremlino – pare, secondo fonti d’intelligence occidentali, in particolare da Konstantin Malofeev, un miliardario ultraconservatore che sostenne  la prima invasione dell’Ucraina nel 2014 e che possiede l’emittente tv Tsargrad che ha postato sul suo canale telegram, che <b>“un americano onesto è quasi un russo”</b>, dicendo che troverà un passaporto per due di questi americani onesti, Candace Owens e Tucker Carlson, nomi noti della galassia Maga che fanno parte della corrente filoputiniana.</p><p>Ora anche Marjorie Taylor Green, trumpianissima deputata della prima ora caduta in disgrazia presso la Casa Bianca per gli Epstein files e per la sua contrarietà alla guerra contro il regime iraniano, è diventata ospite fissa della tv russa. Come si sa, l’establishment Maga, se così si può chiamare, si sta spezzando in alcuni tronconi e questo in particolare è quello isolazionista, putiniano e anti Israele (con teorie del complotto antisemite). Si salda con l’AfD tedesca, con l’estremista neofascita britannico Tommy Robinson che negli scorsi giorni a Mosca si faceva selfie con il padre di Elon Musk: <b>basta unire i puntini per capire quanto è eversiva questa trama di influencer e complottisti, e chi sono i burattinai</b>.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;assoluzione di Louis Dassilva e il Giornalista Collettivo</title>
				<pubDate>Sat, 13 Jun 2026 04:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Questa volta non è questione di populismo giudiziario, si tratta della prevalenza del Giornalista Collettivo (ogni riferimento a Fruttero &amp; Lucentini è puramente fattuale).<b> Il caso è quello del processo chiusosi giorni fa per l’omicidio a Rimini di Pierina Paganelli, 78 anni, con la piena assoluzione dell’unico accusato (e unico indagato) Louis Dassilva</b>, cittadino senegalese di 36 anni, operaio metalmeccanico. C’è da rallegrarsi quando la giustizia riconosce un innocente e lo scarcera seduta stante.</p><p><b>Un poco più bizzarre, ma le bizzarrie sono segnali da prendere in considerazione, sono le reazioni dei giornali.</b> “Un boato in aula seguito da un applauso”, aprivano le cronache. E il racconto delle lacrime durante la lettura della sentenza: “E’ la rinascita della giustizia”, addirittura. Il caso si è meritato la prima pagina con foto del Corriere, e paginoni con titoli così: “Arrivato in Italia col barcone, si è sempre detto innocente”. Analogo tono su altri giornali, solo la Stampa aveva un più bilanciato “Un delitto senza colpevoli, la rabbia dei figli di Pierina”. Insomma più che un innocente, un vero beniamino. Basterebbe ricordare le reazioni davanti ad assoluzioni analoghe (rare: la Commissione femminicidi del Senato registra 98 condanne e 19 assoluzioni) per notare un trattamento della notizia diverso. Prevale sempre, in quei casi, “la rabbia” dei familiari, il sospetto mai fugato, la denuncia della giustizia negata. Eppure sempre di soluzioni si tratta. Il giorno dopo altra intera pagina del Corriere: “Dassilva e la libertà ritrovata. ‘Non andrò via dall’Italia’. E ringrazia le sue due mogli”. <b>Sì, perché c’è anche questo piccolo dettaglio, nella favola bella del senegalese innocente: Dassilva è bigamo, ha una moglie e un figlio in Senegal. </b>In Italia è un reato punibile fino a cinque anni. Ma nel paese sempre pronto a denunciare il patriarcato e che chiede le dimissioni dei ministri con l’amante, stavolta la bigamia è solo una felice nota di colore, il portato di un’integrazione riuscita. Domani il Giornalista Collettivo lancerà l’allarme per Vannacci al 10 per cento.</p>]]></description>
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				<title>Il bilaterale Meloni-Macron per una SpaceX italo-francese</title>
				<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 19:16:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un bilaterale diffuso tra Antibes, Le Cannet e Cannes. <b>Il prossimo 25 giugno si terrà in Costa Azzurra il 36esimo vertice intergovernativo tra Francia e Italia</b>, il primo da quando&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/giorgia-meloni_429" target="_blank">Giorgia Meloni</a>&nbsp;è diventata presidente del Consiglio. Inizialmente programmato a Tolosa in aprile, “il vertice offrirà l’opportunità di approfondire la cooperazione franco-italiana in diversi settori strategici, in particolare difesa, spazio, energia e infrastrutture”, si legge nella nota diramata ieri dall’Eliseo. “I due leader discuteranno inoltre delle principali questioni europee e internazionali e delle modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura”, precisa la presidenza francese.</p><p>Il vertice intergovernativo riunirà nove ministri per ciascun paese e comprenderà anche un Forum economico franco-italiano a Le Cannet, oltre a diverse sessioni ministeriali, tra cui una visita a Cannes presso la sede di Thales Alenia Space, l’azienda franco-italiana specializzata nel settore aerospaziale (è la più grande società produttrice di satelliti in Europa). <b>“Sullo Spazio e la Difesa c’è un dialogo molto positivo sia a livello industriale sia a livello politico”, dice al Foglio una fonte vicina alla presidenza francese, lasciando intendere che dal summit potrebbe uscire qualcosa di molto concreto. </b>Secondo le informazioni del Foglio, la visita a Cannes presso la sede di Thales Alenia Space è legata al progetto Bromo, la joint venture strategica siglata fra Thales, Leonardo e Airbus per creare un campione europeo nel settore spaziale in grado di competere con  SpaceX di Elon Musk. Nel corso del Forum economico di Le Cannet, verranno firmati due Memorandum of understanding: il primo tra la Fédération de la Haute Couture et de la Mode et la Camera Nazionale della Moda Italiana, il secondo tra Business France e Ice (Italian Trade Agency). In quell’ottica di rafforzamento della cooperazione bilaterale scolpita nel Trattato del Quirinale.</p>]]></description>
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				<title>Modello Sánchez contro la magistratura</title>
				<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Chissà se per la sinistra italiana il governo Sánchez&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/02/news/sfiducia-e-corruzione-la-nemesi-di-pedro-sanchez-otto-anni-dopo--399851" target="_blank">è un modello anche sulla giustizia</a>. “Ci sono giudici che abusano del loro potere”, ha detto <b>Óscar López</b>, ministro della Funzione pubblica, rivendicando il primato della sovranità popolare: “Non governa la magistratura, governa il Governo. E governa grazie al voto”. Il dirigente del Partito socialista spagnolo (Psoe) è intervenuto a un evento di premiazione di Álvaro García Ortiz, l’ex Procuratore generale nominato da Sánchez recentemente decaduto dopo la condanna per rivelazione del segreto d’ufficio ai danni del compagno di un’oppositrice politica del governo.</p><p>Proprio ieri, il Tribunale supremo ha rigettato una richiesta d’indulto nei confronti di García Ortiz perché con le sue azioni ha “significativamente compromesso l’integrità istituzionale della Procura, data l’importanza del suo ruolo di promotore della giustizia”. <b>Lo scontro con la magistratura non riguarda solo il caso García Ortiz, che il governo Sánchez ritiene un innocente perseguitato da giudici politicizzati, ma è molto più ampio. </b>Altri ministri, come Óscar Puente, hanno apertamente evocato una sorta di golpe  giudiziario contro il governo portato avanti da settori reazionari della polizia e della magistratura con  le inchieste sui familiari di Sánchez, sull’ex premier Zapatero e su pezzi grossi del partito. <b>L’ultima inchiesta, però,  sta facendo emergere il contrario: il Psoe, attraverso fatture false, ha finanziato una faccendiera, Leire Díez,  che attraverso il ricatto, la calunnia o la corruzione di magistrati e inquirenti puntava a bloccare le inchieste contro Sánchez.</b> Fosse accaduto in un altro paese, con un governo di un altro colore, si parlerebbe di svolta autoritaria, democrazia in pericolo e attentato allo stato di diritto.</p>]]></description>
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				<title>E’ presto per dare il Seae per morto</title>
				<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’annuncio della morte del Servizio europeo di azione esterna (Seae) guidato dall’Alto rappresentante dell’Unione europea, <b>Kaja Kallas</b>, attraverso una fuga di notizie sul Financial Times sulla volontà di Francia e Germania di trasferire sempre più poteri alla Commissione, è decisamente prematuro. <b>Un documento informale francese, nel quale si evoca questa possibilità, esiste</b>. E’ una delle opzioni proposte da Parigi per riformare un sistema a più teste, che sta mostrando tutti i suoi limiti. Ma, secondo quanto rivelato da Reuters, <b>l’obiettivo della Francia non è di far fuori Kallas e i suoi servizi, ma di rafforzare il ruolo dell’Alto rappresentante</b>. Cioè il contrario di quanto sottinteso dal quotidiano della City. Tra le opzioni proposte da Parigi c’è quella di restituire all’Alto rappresentante il ruolo di primo vicepresidente della Commissione e, soprattutto, affidargli il controllo delle politiche che hanno una dimensione esterna, per dare coerenza e muscoli alla politica estera dell’Ue: commercio, sviluppo, aiuti umanitari, industria della difesa, visti, eccetera.</p><p>Le altre due opzioni del documento francese sono di affidare tutta la politica estera alla Commissione o spostare le funzioni del Seae nel Consiglio dell’Ue, l’istituzione dove siedono i governi e dove era collocato il primo Alto rappresentante, Javier Solana, prima del trattato di Lisbona. Tuttavia, l’annuncio della morte del Seae rivela alcuni problemi seri. <b>Sotto Kallas il braccio diplomatico dell’Ue si sta indebolendo, con una crisi di gestione aggravata dalla partenza del segretario generale e dei suoi vice</b>. I nuovi vertici del Seae saranno nominati solo in autunno. Nel frattempo, la presidente della Commissione,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/03/news/ursula-von-der-leyen-non-sa-dire-di-no-a-meloni-ma-con-qualche-vincolo-verde--400014" target="_blank">Ursula von der Leyen</a>, sta conducendo una campagna per limitare al massimo le prerogative di Kallas e arrogare a sé tutti i poteri, anche quelli che il trattato attribuisce agli stati membri. <b>E’ un gioco di potere meschino, spesso fatto di fughe di notizie, che indebolisce tutta l’Ue</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Meloni rinnovabile</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 18:34:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il teatrino politico-mediatico attribuisce al campo largo il ruolo di coalizione sensibile alla crisi climatica, al centrodestra quello  di chi se ne frega del problema.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/11/news/bufera-sulla-frase-sessista-del-m5s-a-meloni-indossa-le-ginocchiere-lei-questi-mi-danno-sempre-una-mano--400416">Col discorso di oggi</a>, <b>Giorgia Meloni è  uscita dall’angolo</b>: oltre a rivendicare l’approvazione del nuovo schema di aiuti alle rinnovabili Fer-X, ha anche messo in evidenza i risultati raggiunti. “Con il nostro governo – ha detto – abbiamo raggiunto <b>il massimo storico di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili</b>”.</p><p>Nel 2022, quando Meloni è entrata a Palazzo Chigi, <b>c’erano in Italia 11,8 GW eolici e 25,1 GW fotovoltaici; ad aprile 2026 la capacità installata è salita a 13,9 GW eolici e 45,7 GW fotovoltaici</b>, con un incremento del 17,8 per cento per il vento e addirittura dell’82,1 per cento per il sole. Complessivamente sono stati aggiunti 22,7 GW, perfino più nel quinquennio d’oro dei maxi-incentivi (2008-12), quando vennero installati quei 20,7 GW il cui costo, circa 200 miliardi di euro di incentivi per un ventennio, stiamo ancora pagando attraverso gli oneri generali di sistema.</p><p><b>Elly Schlein ha attaccato la premier accusandola di fare il gioco delle tre carte: “Le rinnovabili sono cresciute più lentamente che in altri paesi e rispetto alla media europea”. Non è vero</b>. In valore assoluto, nel periodo 2022-25 l’Italia è il quarto paese europeo dopo Germania, Francia e Spagna. In termini relativi, siamo nella seconda metà della classifica: la capacità installata è cresciuta del 31,6 per cento,  un po’ meno della media (37,8 per cento) e in linea con  Spagna (32,5 per cento),  Francia (30,2 per cento) e  Portogallo (25,4 per cento). I paesi con i tassi di crescita più elevati sono  quelli molto piccoli o che erano più indietro, come la Lituania. <b>Anche se guardiamo all’incidenza complessiva delle rinnovabili sulla generazione elettrica, l’Italia non sfigura</b>: nel 2025 circa il 48 per cento, in linea con la media Ue (47,3 per cento) e pochi punti sotto Spagna (54 per cento) e la Germania (55 per cento). In questi anni l’Italia ha visto un’incredibile accelerazione, passando da meno di 1 GW di aggiunti all’anno a 7,2 GW dell’anno scorso. <b>E tutto ciò senza contare l’opposizione delle regioni,&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/08/news/la-sardegna-il-m5s-e-le-rinnovabili-botta-e-risposta-con-todde--398531">a partire da quelle, come la Sardegna, governate dalla sinistra</a>. In riferimento alle riforme “mercatiste” degli anni Novanta, si diceva spesso che ci voleva la sinistra per fare cose di destra: con le rinnovabili, vale il contrario.</p>]]></description>
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				<title>Si dimette il ministro della Difesa inglese perché la spesa per la difesa non è all’altezza delle minacce</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 15:01:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il ministro della Difesa britannico, <b>John Healey, ha lasciato il suo incarico “con grande rimpianto e riluttanza”</b>, ha scritto nella sua lettera di dimissioni, ma tirando un calmo colpo devastante al suo capo, il premier&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/keir-starmer_87653">Keir Starmer</a>, che certo non ne aveva bisogno, traballante com’è. Healey <b>ha detto che gli sono state imposte decisioni “che ridurrebbero la preparazione delle nostre forze  e aumenterebbero i rischi dei militari in missione, e potrebbero rendere il nostro paese meno sicuro”</b>.</p><p>Mentre in altre parti d’Europa si discute del fatto che la difesa – quindi le armi – ha preso il sopravvento sulla spesa per istruzione, sanità, lavoro e pensioni; mentre in altre parti d’Europa quel che i governi spendono nella difesa spesso viene nascosto per evitare polemiche e perdita di consenso, nel Regno Unito&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/john-healey_43126">il ministro</a>&nbsp;dice al premier: mi è stato presentato un documento di spesa non all’altezza delle minacce che dobbiamo affrontare, la decisione è della cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, ma lei, signor premier, non è riuscito, o non ha voluto, contraddirla.</p><p>Il Piano per l’investimento della difesa che Healey ha ricevuto lunedì prevede una spesa del 2,68 per cento del pil entro il 2030, “quando già l’anno prossimo raggiungeremo il 2,6 per cento con gli investimenti predisposti”. L’obiettivo previsto era almeno del 3 per cento, e c’era stato anche il sostegno di altri ministeri oltre che la collaborazione con altri paesi della Nato che vanno nella stessa direzione, ha detto Healey, così come Starmer è sempre stato il primo a dire che l’investimento era necessario, anche perché secondo l’intelligence britannica la Russia potrebbe attaccare la Nato entro il 2030. “Lei lo sa di che cosa la difesa ha bisogno”, scrive il ministro dimissionario, eppure il Piano presentato non rispecchia queste necessità. Così Healey se ne va,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/05/14/news/il-labour-se-fatto-male-da-solo--398854">lasciando Starmer in una crisi già profonda</a>&nbsp;e insinuando il sospetto che il Regno Unito non sia davvero pronto ad affrontare le minacce che incombono.&nbsp; &nbsp; &nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>La figuraccia sui medici di famiglia</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Salute</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La riforma della medicina generale rischia di essere ricordata come una delle occasioni mancate più significative per la sanità italiana. <b>Non perché il testo fosse perfetto, ma perché rappresentava il tentativo più concreto per affrontare un problema che tutti riconoscono e che nessuno, alla fine, sembra disposto a risolvere.</b> Per oltre un anno il Ministero della Salute ha lavorato a una revisione della medicina territoriale. Non era una proposta calata dall’alto: nasceva dal confronto con le regioni, la maggior parte delle quali governate dal centrodestra.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/06/news/schillaci-sulla-riforma-della-medicina-non-possiamo-tirarci-indietro-il-governo-trovera-una-soluzione--400188" target="_blank">Schillaci</a>&nbsp;aveva cercato una sintesi difficile tra esigenze organizzative, autonomia professionale e sostenibilità. Il risultato era una bozza capace almeno di affrontare il nodo centrale: come integrare i medici di famiglia nella nuova rete finanziata dal Pnrr. A quel punto, però, la politica si è fermata. Le resistenze dei sindacati dei medici di famiglia meritavano di essere ascoltate. <b>Ma ascoltare non significa rinunciare. </b>E invece, di fronte alla prospettiva di uno scontro, la maggioranza ha scelto la strada più semplice: accantonare il problema.</p><p>Il paradosso è evidente. Le stesse forze politiche che governano gran parte delle regioni e che avevano chiesto una riorganizzazione hanno finito per bloccare il progetto quando è arrivato il momento di assumersene la responsabilità. <b>Le dimissioni di Guido Bertolaso dal ruolo di vice coordinatore della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni sono il segnale più evidente di questa frattura: un dissenso interno allo stesso campo politico.</b> Alla fine, della riforma è rimasto poco. L’obbligo di alcune ore settimanali nelle Case della Comunità difficilmente può essere considerato un cambiamento strutturale. Soprattutto non risponde alla domanda fondamentale: chi garantirà il funzionamento delle strutture territoriali che l’Italia sta costruendo con le risorse europee? Senza professionisti integrati nei nuovi modelli organizzativi, molte di quelle strutture rischiano di restare sottoutilizzate. <b>Per questo la decisione assunta in queste settimane va oltre il destino di un singolo provvedimento.</b> Riguarda la credibilità della politica quando si confronta con riforme difficili ma necessarie.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Tanto Pnrr, poco pil. Cosa ci dicono i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:25:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se si misura il Piano nazionale di ripresa e resilienza con uno sguardo macroeconomico – ossia, qual è stato il contributo al&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/05/news/la-crescita-italiana-tiene-ma-il-motore-del-pnrr-perde-forza-e-linflazione-sale-la-nota-dellistat--400112" target="_blank">pil</a>? -, il bilancio è meno positivo della retorica che lo ha accompagnato, specialmente nelle sue prime fasi. Infatti, secondo le stime contenute nel Rapporto sulla politica di bilancio dell’Ufficio parlamentare di bilancio, presentato ieri dalla presidente Lilia Cavallari, nel 2026 il pil italiano sarà più alto dell’1,8 per cento di quanto sarebbe stato senza il Piano. <b>Nel quadriennio 2021-2024, invece, gli investimenti addizionali del Pnrr avevano alzato il livello del prodotto di circa un punto.</b></p><p>Quello in corso è però l’anno di massimo effetto del Pnrr, e da qui in poi, man mano che la spesa si esaurisce, il vantaggio si assottiglierà, fino a ridursi a 1,1 punti nel 2030– ecco, questo è il lascito di quasi 193 miliardi di spesa pubblica, e  seppur senza Pnrr  la crescita del 2026 sarebbe stata nulla, val la pena ricordarlo. <b>L’eredità permanente del Piano sembra invece un’altra, e va rintracciata nell’efficienza della Pa italiana.</b> Nella sua relazione, Cavallari ha osservato che il lascito del Pnrr dal lato dell’offerta potrebbe non limitarsi alle infrastrutture fisiche, perché le innovazioni organizzative, digitali e procedurali introdotte dal Piano “sembrano aver migliorato l’efficienza delle Amministrazioni locali”, con affidamenti più rapidi (32 giorni risparmiati in media) e più comuni che affidano le gare a centrali di committenza, piuttosto che gestirle da soli. E’ la stessa conclusione di un recente paper di Bankitalia sull’impatto del Pnrr sugli appalti comunali: quando i fondi sono condizionati al raggiungimento degli obiettivi, con scadenze e un rischio di perderli molto credibile, la pubblica amministrazione italiana riesce a comprimere i tempi e   le inerzie.<b> Infatti, le gare dentro il Piano sono andate in porto nell’88 per cento dei casi, contro il 69 di quelle fuori, e il metodo ha contagiato anche le gare non-Pnrr.</b> La sfida sarà dunque non lasciare che ciò si perda con il tempo.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Sull’AI non si vive di sole regole</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:14:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La buona notizia è che l’Italia comincia a prendere sul serio l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>. <b>La cattiva notizia è che, come spesso accade, rischia di prenderla sul serio soprattutto dal lato della paura.</b> Gli schemi di decreto legislativo con cui il governo ieri ha adeguato la normativa nazionale all’AI Act europeo sono necessari: servono a stabilire chi controlla, chi vigila, chi autorizza, chi sanziona, chi risponde quando un sistema di intelligenza artificiale produce danni. Servono a chiarire il ruolo delle autorità nazionali. Servono a mettere paletti sull’uso dell’IA nella formazione, nella pubblica amministrazione, nella polizia, nella responsabilità civile e penale. Tutto giusto. Tutto inevitabile. Tutto, però, ancora incompleto.</p><p><b>Perché una buona legge sull’intelligenza artificiale non può essere soltanto una legge per evitare guai. Deve essere anche una legge per attrarre futuro. </b>E se l’ambizione si ferma qui, avremo fatto il classico errore  europeo: costruire un magnifico codice della strada e poi scoprire che le automobili le producono altrove. Il punto politico è questo. L’AI Act fissa il perimetro. I decreti italiani devono trasformare quel perimetro in una strategia. Una volta messe a punto le regole, serve creatività sull’attrattività. Servono sandbox veri, non finte stanze d’attesa burocratiche. Servono tempi rapidi per autorizzare le sperimentazioni. Servono incentivi fiscali mirati per startup, data center, laboratori, centri di calcolo, ricerca applicata. Serve un uso intelligente degli appalti pubblici, perché lo stato non può limitarsi a controllare l’innovazione: deve anche comprarla, sperimentarla, farla crescere. Serve accesso sicuro ai dati pubblici, energia competitiva, università collegate alle imprese, talenti stranieri messi nelle condizioni di venire qui e non di scappare altrove. <b>L’Italia non deve diventare il paese che spiega all’intelligenza artificiale tutto ciò che non può fare. Deve diventare il paese che, dopo aver fissato regole chiare, dice alle imprese migliori: venite qui, provate qui, crescete qui.</b> Le regole ci sono, idee sull’attrattività ancora no.</p>]]></description>
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				<title>A Herat i talebani sparano sulla folla, a Bruxelles siedono ai tavoli dell’Ue</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:14:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mentre la polizia dei talebani a Herat spara sulla folla che protesta contro gli arresti di massa delle donne accusate di non indossare correttamente il velo, <b>l’invito della Commissione Ue per fare arrivare a Bruxelles una delegazione del governo afghano è ancora valido</b>. La notizia era stata confermata a metà maggio da un portavoce del Berlaymont. Markus Lammert aveva detto che si trattava di una riunione per discutere della possibilità di rimpatriare migranti in Afghanistan. “Ma non si tratta in alcun modo di un riconoscimento” del regime islamista dei talebani, aveva rassicurato il funzionario europeo. Secondo Lammert, l’incontro era stato anticipato da altre riunioni tecniche, quindi l’invito era un semplice “follow up”.</p><p>A sponsorizzare il dialogo con i talebani sono in particolare Svezia e Regno Unito, che avevano spinto la Commissione ad approfondire i negoziati con Kabul. Destinatari dei provvedimenti di rimpatrio in Afghanistan dovrebbero essere solamente “persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza”. Pericolosi o meno, <b>l’iniziativa dell’Ue getta ombre sulla politica dei rimpatri che Bruxelles intende sponsorizzare in stati dove vige la sharia</b>. All’indomani della dura repressione delle proteste a Herat, che hanno causato due morti tra i civili, un gruppo di 47 europarlamentari ha inviato una lettera al ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, affinché rifiuti di concedere il visto a qualsiasi membro della delegazione dei talebani. Ma a colpire è la schizofrenia dell’Ue. Appena un paio di mesi prima delle aperture diplomatiche, il Servizio europeo per l’azione esterna aveva condannato le “violazioni sistematiche dei diritti delle donne e delle ragazze” da parte dei talebani, avvertendo che “potrebbero configurarsi come persecuzione di genere”. Ora invece si attende che i rappresentanti di un gruppo terroristico sbarchino in Europa a tranquillizzare Bruxelles, perché penseranno loro ai migranti più pericolosi. Con buona pace dei valori fondativi democratici e liberali dell’Ue.</p>]]></description>
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				<title>Tutti gli occhi su Unicredit (e Delfin)</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/chi-perde-chi-vince-e-cosa-cambia-nella-finanza-con-la-mossa-di-messina-e-cimbri-oggi-siena-domani-trieste--400264" target="_blank">mossa di Intesa Sanpaolo su Mps</a>&nbsp;ha, tra l’altro, l’effetto di mettere in discussione alcune traiettorie del risiko bancario che sembravano ben impostate. Per esempio, mette Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, nella posizione di scegliere se aderire all’opas di Intesa, che vuol dire mettersi in tasca un premio cash e a diventare socio di minoranza della prima banca italiana, oppure valutare altre opzioni che hanno a che fare con Unicredit. Non è un mistero che qualche mese fa si sia vociferato della vendita della quota di Delfin in Montepaschi (pari a circa il 17 per cento) proprio al gruppo guidato ad Andrea Orcel. L’operazione sarebbe sfumata solo per una questione di prezzo. Di fatto, Unicredit e Delfin sono legate da un rapporto storico che risale ai tempi in cui Leonardo Del Vecchio investì nel Credito italiano. <b>E non è un caso che sempre Unicredit sia la principale banca del pool che finanzierà il riassetto di Delfin con un prestito di 10-11 miliardi al giovane Leonardo Maria</b>.</p><p>Con queste premesse, non sarà semplice per il cda presieduto da Francesco Milleri prendere una decisione sull’offerta di Intesa perché equivale a fare una scelta di campo mentre c’è in ballo un’operazione così delicata. Certo, per ora Delfin può dirsi in una “comfort zone” perché ha diverse alternative sul tavolo e tutte con prospettive di guadagno. L’aria che tira in ambienti vicini alla società è di attesa per vedere se per caso su Mps arriverà un’offerta concorrente. <b>Ma chi potrebbe farla? Unicredit che è impegnata in Germania e se proprio si dovesse muovere lo farebbe su Banco Bpm?</b> La stessa banca milanese, per unirsi a Siena e realizzare il famigerato terzo polo in cui neanche più il ministro Giancarlo Giorgetti sembra più credere? Insomma, per adesso l’opas di Intesa (e Unipol) sembra difficilmente battibile. <b>E Delfin dovrà scegliere</b>, magari pensando a come schierarsi nella partita Generali dove si preparano nuove alleanze guidate da due grandi banche: Intesa Sanpaolo e Unicredit, appunto.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>A Trump ritorna la fissa dei brogli e molti gli credono</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo una settimana di conteggi si sono decise le principali sfide in California: <b>secondo una proiezione di Decision Desk, sarà il repubblicano Steve Hilton, commentatore di Fox News ed ex stratega politico di David Cameron nel Regno Unito, a sfidare il democratico Xavier Becerra. </b>Per il sindaco di Los Angeles, invece, a contendere il posto all’uscente Karen Bass non sarà il repubblicano Spencer Pratt, in vantaggio durante la notte elettorale, ma la candidata dei socialisti democratici Nithya Raman, che ha recuperato i punti di distacco iniziali grazie ai voti per posta arrivati a ridosso delle elezioni. <b>E’ bastato questo trambusto perché Donald Trump tornasse a parlare di elezioni rubate.</b></p><p>Il presidente ha affermato che “non è possibile per Pratt non andare al ballottaggio a Los Angeles visto tutto il vantaggio che aveva, è un paese del terzo mondo” e che “ora lavoreranno per far perdere anche Steve Hilton” (che alla fine ha vinto). <b>Era, invece, uno scenario ampiamente previsto: siccome i democratici avevano tanti candidati a governatore, i loro elettori hanno tenuto la scheda fino all’ultimo, indecisi su cosa votare, a differenza dei repubblicani che avevano meno scelta.</b> Una volta iniziato lo scrutinio, i voti arrivati prima sono stati subito conteggiati, generando un vantaggio parziale per i candidati repubblicani. Nonostante non ci sia alcuna prova di frode, Trump alimenta la sfiducia dei cittadini semplicemente facendo credere che il processo sia truccato. Durante un’intervista a “Meet the Press”, il presidente ha lasciato lo studio prima della fine perché è stato apertamente contraddetto dalla giornalista sulla veridicità delle sue affermazioni in merito alle elezioni. <b>Ma secondo un sondaggio Reuters-Ipsos ben otto repubblicani su dieci ritengono che ci sia un gran numero di non aventi diritto che vota illegalmente, falsificando il processo elettorale.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Parmitano sarà il pilota di Artemis III: anche la Nasa ha bisogno di noi</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 20:04:00 +0200</pubDate>
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												<category>Tecnologia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Anche Donald Trump ha bisogno dell’Europa per andare sulla Luna. In questo caso, in particolare, dell’Italia. Come pilota, ci sarà infatti&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/06/09/news/luca-parmitano-torna-nello-spazio-la-missione-artemis-iii-da-il-via-alla-nuova-corsa-alla-luna--400317" target="_blank">anche l’italiano Luca Parmitano tra i quattro membri dell’equipaggio della Artemis III</a>, assieme agli statunitensi Randolph Bresnik, Frank Rubio e Andre Douglas. Nato a Paternò, in Sicilia, nel 1976, e colonnello dell’Aeronautica (mentre i suoi tre compagni di viaggio provengono rispettivamente da Marine, Esercito e Guardia costiera), Parmitano rappresenta l’Agenzia spaziale europea (Esa), che fornirà inoltre il suo terzo European service module (Esm-3) per questo volo di prova con equipaggio. <b>Il modulo europeo sarà fondamentale per l’obiettivo della missione: testare le capacità di rendez-vous e attracco (docking) in vista delle future missioni di allunaggio del programma Artemis.</b></p><p><b></b>“L’incarico di pilota affidato all’astronauta dell’Esa Luca Parmitano riflette la profondità delle competenze europee nel volo spaziale umano e si basa sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di alta pressione”, ha fatto sapere il direttore generale dell’agenzia europea <b>Josef Aschbacher.</b> “La notizia arrivata oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna e un significativo passo avanti nella nostra partnership con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio”.  Parmitano ha già trascorso 366 giorni nello spazio in due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, e da quando è tornato sulla Terra ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa allo Johnson Space Center della Nasa a Houston. <b>Il volo su Artemis III è un riconoscimento anche all’Italia: il biglietto per entrare nel consorzio a guida Nasa, durante la prima Amministrazione Trump, fu subordinato all’uscita dell’Asi, l’agenzia spaziale italiana, da una collaborazione con la stazione spaziale orbitante cinese. </b>Ed è una dimostrazione del fatto che il campo largo occidentale della conquista spaziale, cioè stare dalla parte giusta, alla fine paga.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Questioni di trasparenza per la commissione sul Covid</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Funzionari pubblici, magistrati e ufficiali di polizia giudiziaria ascoltati da consulenti della commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid in un commissariato di polizia, senza che i commissari dell’opposizione ne fossero informati. <b>E’ questo il caso che nelle ultime ore ha investito la commissione chiamata a far luce sulla gestione della pandemia e che ora rischia di spostare l’attenzione dall’oggetto dell’inchiesta al metodo con cui essa viene condotta.</b> Secondo quanto denunciato dalle opposizioni, alcune audizioni sarebbero state svolte da consulenti della commissione in una sede estranea a quelle parlamentari e senza una preventiva comunicazione ai componenti dell’organismo. <b>Circostanze che sollevano interrogativi non irrilevanti sul rispetto delle procedure e delle prerogative parlamentari.</b></p><p>Le commissioni d’inchiesta dispongono di poteri particolarmente ampi proprio perché operano all’interno di regole precise, fondate sulla collegialità, sulla trasparenza e sulla tracciabilità delle decisioni. Quando sorgono dubbi su questi aspetti, la questione non è meramente formale: riguarda l’affidabilità del lavoro svolto e la fiducia che cittadini e istituzioni possono riporre nelle conclusioni dell’inchiesta. Per questo le domande poste dalle opposizioni meritano risposte puntuali. E’ interesse di tutti che sia chiarito chi abbia disposto quelle audizioni, con quale mandato, in quale cornice procedurale e con quali finalità istruttorie. Non per alimentare uno scontro politico, ma per evitare che sull’intera attività della commissione si proietti un’ombra destinata a indebolirne l’autorevolezza. La pandemia ha rappresentato una delle pagine più difficili della storia recente del paese. L’inchiesta parlamentare chiamata a ricostruirne la gestione dovrebbe essere percepita come rigorosa e imparziale da tutte le forze politiche, indipendentemente dai giudizi sulle scelte compiute in quegli anni. Se viene meno la fiducia nel metodo, diventa inevitabilmente più difficile condividere anche le conclusioni.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Il Teofilo mediatore che piace a Trump</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovedì scorso,<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank"> Donald Trump</a>&nbsp;ha ricevuto alla Casa Bianca Teofilo III, patriarca ortodosso di Gerusalemme e pare – dai commenti e dalle indiscrezioni – che ne sia rimasto entusiasta. Sarà perché Teofilo gli ha donato la Gran Croce dell’Ordine del Santo Sepolcro, riconoscendo quindi al presidente americano doti spiccate da “defensor fidei”, chissà. <b>Sta di fatto che, secondo Yediot Ahronot, Trump avrebbe proposto al patriarca di farsi mediatore fra Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, ora che lui ha deciso di fare un passo indietro.</b> Sfruttando il fatto che tra poche settimane è in programma proprio un incontro fra Teofilo e il capo del Cremlino, si potrebbe intavolare un dialogo produttivo, in modo da chiudere un fronte che alla Casa Bianca considerano una seccatura e nulla di più.</p><p>Scegliere (o anche solo ipotizzare) di incaricare il patriarca ortodosso di mediare fra le parti, però, comporta altri problemi. <b>Alla crisi politica e diplomatica si sommerebbero infatti questioni meramente religiose, mai banali quando di mezzo ci sono le ortodossie dell’oriente. </b>Teofilo è ben visto da Mosca, meno dagli ucraini. Benché il patriarca non sia considerato pregiudizievolmente anti Kyiv, è altrettanto vero che non ha mai benedetto l’autocefalia concessa da Bartolomeo I di Costantinopoli alla Chiesa ortodossa ucraina. E questo, nei settori più nazionalisti del paese governato da Zelensky, è stato considerato un atteggiamento filorusso. In realtà, la situazione è più complessa: <b>Teofilo III si è tenuto tutti i canali aperti, mantenendo una forte cautela nell’esporsi e ribadendo che il suo unico obiettivo è quello di favorire pace e dialogo.</b> Non si è apertamente schierato, insomma, ma l’aver mantenuto rapporti con la parte del clero ucraino rimasto fedele a Kirill rende arduo pensare che sia l’uomo giusto (o quello gradito) per poter far sedere attorno a un tavolo Putin e Zelensky. Non sarà Gerhard Schröder, insomma, ma neanche il profilo più adatto secondo le idee che circolano a Kyiv.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/08/news/lennesimo-drone-abbattuto-questa-volta-in-lettonia-serve-un-muro-di-deterrenza--400248</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/08/news/lennesimo-drone-abbattuto-questa-volta-in-lettonia-serve-un-muro-di-deterrenza--400248</link>
				<title>L’ennesimo drone abbattuto, questa volta in Lettonia. Serve un muro di deterrenza</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 19:37:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il comando Nato di protezione dei cieli ha <b>autorizzato un caccia Rafale francese ad abbattere un drone entrato nello spazio aereo della Lettonia</b>, vicino al villaggio di Berzgale, a circa trenta chilometri dal confine con la Russia. È la prima volta che un drone viene abbattuto nello spazio aereo lettone. Le Forze armate del paese baltico non hanno specificato chi avesse lanciato il drone, ma hanno fatto sapere che l’ingresso nello spazio aereo era dovuto alla “guerra elettromagnetica russa”.</p><p>Già un mese fa un drone ucraino era entrato nello spazio aereo lettone perdendo il contatto con il pilota a causa delle interferenze della <b>guerra elettronica</b> e si era schiantato contro una cisterna di petrolio vuota in un deposito di carburante vicino a Rezekne – l’incidente aveva causato molte proteste sul sistema di allarme e protezione dei cieli lettone, e aveva portato perfino alla caduta del governo di Evika Silina. Ma gli eventi simili poi si sono ripetuti: in Romania nelle ultime settimane prima un drone russo ha colpito&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/01/news/il-palazzo-che-brucia-per-il-drone-in-romania-e-gia-il-messaggio-di-putin--399834" target="_blank">un palazzo di dieci piani nel centro di Galați</a>, ferendo due persone, e poi un drone marittimo si è autodistrutto nel&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/06/05/news/il-drone-a-costanza-e-colpa-della-russia--400147" target="_blank">porto di Costanza</a>, vicino a un terminal petrolifero, senza causare vittime. Anche quello era un drone ucraino, deviato dalla guerra elettronica russa. Il 19 maggio scorso un F-16 rumeno della missione  Baltic Air Policing della Nato ha abbattuto un drone sospettato di essere ucraino sull’Estonia.</p><p>Anche la presidente della Commissione europea, <b>Ursula von der Leyen, due settimane fa a Vilnius ha ribadito che le incursioni “non sono incidenti isolati”, ma “una strategia deliberata della Russia per destabilizzare le nostre società democratiche”</b>. L’escalation di queste settimane, però, dimostra che le promesse europee di un “muro antidroni” sul fianco est e il programma Eastern Sentry della Nato non sono sufficienti per fare deterrenza con Putin. Serve concretezza, e serve con urgenza.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/06/08/news/il-caccia-franco-tedesco-non-si-fara--400247</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/06/08/news/il-caccia-franco-tedesco-non-si-fara--400247</link>
				<title>Il caccia franco-tedesco non si farà</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 19:29:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il Système de combat aérien du futur (Scaf), l’ambizioso progetto franco-tedesco per lo sviluppo di un caccia multiruolo di sesta generazione New generation fighter (Ngf), è morto</b>. Secondo quanto rivelato ieri dalla Tribune, e confermato in seguito da fonti del governo tedesco all’Afp e a Handelsblatt, Francia e Germania sono giunte alla conclusione che i due colossi coinvolti nel programma, <b>Dassault Aviation e Airbus Defence</b> <b>and Space</b>, non sarebbero riusciti a raggiungere un accordo per portare avanti in un clima disteso la cooperazione: i <b>problemi di governance industriale, a partire dalla ripartizione dei ruoli, erano diventati insormontabili.</b> L’inumazione dello Scaf, un progetto da oltre <b>100 miliardi di euro</b>, era nell’aria da quasi un anno. E più precisamente da quando <b>Parigi, nel luglio 2025, aveva fatto sapere a Berlino di voler controllare l’80 per cento del programma</b>, poiché il cuore dello Scaf, ossia lo sviluppo del caccia Ngf, era di competenza di Dassault Aviation. La pretesa francese aveva indispettito la parte tedesca, contraria a qualsiasi revisione che potesse ridimensionare il suo ruolo.</p><p>Lanciato nel 2017 da Parigi e Berlino, alle quali si è aggiunta in seguito Madrid, lo Scaf aveva come ambizione quella di rafforzare l’autonomia strategica del continente, sostituendo il Rafale in Francia e l’Eurofighter in Germania e in Spagna entro il 2040. “No, assolutamente, il progetto Scaf non è morto”, diceva soltanto un mese fa il presidente francese Emmanuel Macron, l’ultimo a credere a questa convergenza storica nel campo della difesa. <b>Le stesse fonti che hanno anticipato ieri la fine dello Scaf hanno annunciato che, in occasione del prossimo Consiglio dei ministri franco-tedesco, i due ministeri della Difesa elaboreranno un piano di lavoro comune incentrato su un numero limitato di progetti ritenuti realistici, tra cui lo sviluppo di un “cloud militare” europeo. </b></p>]]></description>
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				<title>La fissa Maga per il sionismo malvagio</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Che la nomina di <b>Montse Alvarado</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/06/02/news/il-papa-rivoluziona-la-comunicazione-vaticana--399932" target="_blank">alla carica di prefetto del dicastero per la Comunicazione</a>&nbsp;abbia fatto tremare per qualche ora il Vaticano non ci sono dubbi. E’ un profilo talmente agli antipodi dell’uscente Paolo Ruffini che non poteva passare inosservato. Le perplessità erano quindi scontate, soprattutto perché subito sono state riportate a galla le accuse che Papa Francesco mosse al network di cui Alvarado è ceo dal 2023: attaccare la Chiesa e il Pontefice stesso, con fare quasi demoniaco. <b>Quel che invece era meno atteso è che dalla galassia Maga americana – che in realtà non sarebbe poi troppo distante dalla linea di Ewtn – la prescelta da Leone XIV è stata accusata di essere una “sionista”.</b></p><p>Decine di profili social indugiano su quello che viene definito “errore” di Prevost, controllando il curriculm vitae di Montse Alvarado e imputandole di aver elogiato la dichiarazione conciliare Nostra Aetate su (tra le altre cose) il rapporto con gli ebrei. Alvarado, si legge, sarebbe contraria al fatto che “tutti gli ebrei debbano diventare cristiani” e, colpa delle colpe, ha collaborato con “il Philos Project, un’organizzazione non profit sionista finanziata dal miliardario ebreo Paul Singer”. Le accuse sono state prontamente riprese dall’ex (perché scomunicato) vescovo Carlo Maria Viganò, che definisce Alvarado un’eretica e che condanna Nostra Aetate quale documento che ha condotto alla “giudeizzazione del cattolicesimo romano”. <b>Viganò sentenzia infine che la nomina è addirittura un ulteriore passo verso il “sovvertimento della dottrina cattolica”. </b>Al di là delle boutade, il problema serio è relativo alla deriva antisemita che percorre sempre più intensamente la destra nazionalista americana. Un fenomeno non nuovo, ma a lungo riservato a piccole nicchie con poco seguito e (soprattutto) poca pubblicità. Oggi, invece, il quadro è cambiato e a farsi promotori dell’antisemitismo (e antisionismo) americano sono i più giovani. <b>Cosa che in America non s’era mai vista.</b></p>]]></description>
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				<title>Far spiegare a Raffaele Giuliani l&#039;addio di Pina Picierno al Pd: un disastro</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 05:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"<b>Pina Picierno</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/04/news/picierno-ci-spiega-perche-lascia-il-pd--399995" target="_blank">ha lasciato finalmente il Partito democratico</a>, ma non basta a dirci contenti perché c’è una riformista in meno, dove oggi riformismo vuol dire Democrazia cristiana con una tonnellata di sionismo”. I ricciolini la maglietta e gli occhiali che un tempo avrebbero fatto nerd e ora chissà, ora fanno divulgatore di TikTok che s’impanca a spiegare quel che non sa, e non ha studiato. Il <b>Raffaele Giuliani</b> sentito da Gruber non fa politica ma è un piccolo caso di cattiva comunicazione politica. Da Lilli Gruber,  dunque destinato a diventare una star e un provvisorio maitre a pénser del Pd campolarghista. Parla con la saccenza dei vecchi, ma con la tenuta teoretica dell’assemblea del liceo.<b> “Questa vicenda mi apre a tantissime riflessioni su Picierno e il Campo largo”.</b></p><p>Non che si rimpiangano le Frattocchie, ma la vecchia sardina Matteo Santori, archetipo di tutte le derive giovanottiste che hanno incubato l’attuale Pd, al confronto valeva un Cacciari. Ma questi sono problemi, evidentemente, del Pd.<b> Più generale, a sinistra ma non solo, a preoccupare è la tendenza nefasta a rincorrere l’ultimo giovane di prosopopea riccioluta perché lo si ritiene utile, quasi taumaturgico, per farsi intendere dai suoi coetanei.</b> Ma dire senza contraddittorio frasi come “quando si è renziani dentro, si fa sempre tutto e il contrario di tutto” è una scemenza da birreria per ripetenti. Invece questo livello basso viene interpretato, Schlein benedicente,  come un grande passo avanti. Un Edoardo Prati almeno si è preso la specializzazione da influencer culturale, e i danni in divenire possiamo immaginarli. Ma il ragazzinismo come modello di ricerca dei voti dà da pensare. E’ vero che non c’è bisogno di essere giovanotti, il deputato Marco Sarracino ha detto che è assurdo criticare la segretaria “che ci ha portati al 24 per cento”. <b>Dai programmi al “basta che respiri”</b>. Ma se basta che il Pd respiri, allora Giuliani ha fiato da vendere.</p>]]></description>
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