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		<title>Editoriali</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 23:21:28 +0200</pubDate>
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				<title>Curare, non sorvegliare. L’inchiesta sui certificati “anti-Cpr” e l’appello degli Ordini dei medici</title>
				<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Salute</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ventitré medici perquisiti in nove città, ma, tra i 23 destinatari delle nuove perquisizioni, uno solo era inizialmente indagato. <b>L’inchiesta della Procura di Ravenna sui cosiddetti certificati “anti-Cpr”, rilasciati per attestare l’inidoneità sanitaria al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri, ipotizza ora l’associazione a delinquere, reato per il quale gli indagati sono quattro</b>. E’ dentro questa vicenda che va letta la presa di posizione unanime dei 106 Ordini territoriali dei medici. Non una difesa corporativa dei colleghi coinvolti e nemmeno una presa di posizione sui Cpr, ma il tentativo di rimettere ciascuno al proprio posto. La valutazione del medico deve riguardare la salute della persona. Non può diventare un atto con cui si autorizza o si impedisce il trattenimento. Se una persona è clinicamente incompatibile con il Cpr, il medico deve poterlo certificare senza pressioni. Se invece una certificazione è falsa, il problema non è più l’autonomia professionale: è un eventuale illecito da accertare.</p><p>La distinzione vale anche dall’altra parte. Se il trattenimento è una decisione dello Stato, è lo Stato a doverne sostenere il peso. Non può trasformare il medico nell’ultimo anello della propria politica di sicurezza, chiedendogli di tradurre una decisione amministrativa in un giudizio sanitario. Ma l’autonomia del medico non è neppure una licenza per correggere attraverso un certificato una legge che si considera sbagliata. Un medico può contestare i Cpr, battersi perché vengano modificati o aboliti, avere le opinioni politiche che vuole. Quando visita un paziente, però, deve certificare ciò che riscontra. E qui il garantismo dovrebbe valere per tutti. Un’indagine non è una condanna. Una certificazione contestata non è automaticamente falsa. Ma neppure l’autonomia professionale può diventare uno scudo.</p>]]></description>
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				<title>Il giusto rinvio di Macron sul metano</title>
				<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il presidente francese&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/emmanuel-macron--284" target="_blank">Emmanuel Macron</a>&nbsp;è sceso in campo contro il regolamento europeo sulle emissioni di metano. <b>In una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, l’Eliseo ha chiesto di rinviare di un anno l’applicazione delle nuove regole sulla rendicontazione delle emissioni derivanti dalle importazioni di oil &amp; gas:</b> la loro applicazione potrebbe creare rischi legali per gli importatori proprio nel mezzo di una fase di acuta scarsità globale, mettendo a repentaglio la sicurezza energetica europea. Il riferimento è al regolamento che, da un lato, impone a produttori e importatori di tracciare le emissioni di metano derivanti dall’estrazione, dall’import e dal trasporto dei combustibili fossili; dall’altro, introduce in Europa standard fortemente restrittivi e ne estende l’applicazione anche alle attività estere.</p><p><b>La questione agita da tempo l’industria: uno studio di Wood Mackenzie mostra che il 43 per cento del gas e l’87 per cento del greggio importati dall’Ue non sarebbero conformi ai nuovi standard.</b> L’intervento del presidente francese è un estremo tentativo di richiamare la Commissione alla ragionevolezza: per ora, Bruxelles si è limitata a una comunicazione in cui introduce elementi di flessibilità nell’applicazione delle nuove norme e invita gli Stati membri a prevedere sanzioni molto basse o nulle per un periodo iniziale. <b>Si tratta, per molti, di una soluzione insoddisfacente, in quanto le imprese rischierebbero comunque di violare le norme, cosa che spesso le regole interne impediscono, anche se non è prevista alcuna sanzione. </b>Per questo l’industria chiede un rinvio di almeno tre anni. Vista la scadenza ravvicinata – la tagliola scatterà il 1 gennaio – la via d’uscita ideale starebbe probabilmente in una combinazione: rinvio di un anno e poi, a partire da quel momento, sospensione delle sanzioni per un triennio. Le due cose non si escludono anche perché l’una dipende dall’Europa, l’altra dai governi nazionali. La situazione degli approvvigionamenti non è mai stata così tesa e incerta: non è proprio il momento di aggiungere vincoli auto-inflitti.</p>]]></description>
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				<title>Il tetto ai prezzi se arriva dai privati è saggio, se arriva dallo stato no. Il caso Eni</title>
				<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’Eni ha deciso di abbassare il prezzo dei carburanti (2,19 euro per il gasolio, 1,99 per la benzina), a cominciare dal 28 settembre, per un periodo di 30 giorni. Si tratta di un’operazione di mercato, che può indurre altre compagnie, per ragioni di concorrenza, a seguire l’esempio. Si tratta di una scelta interessante, che accompagna e rende più efficaci le misure adottate dal governo, che, a differenza di quelle dell’Eni, comportano effetti sul bilancio dello stato. Nello scorso aprile la società petrolifera pubblica dell’Argentina, Ypf, aveva fatto un’operazione analoga per calmierare il prezzo dei carburanti nel paese dell’America del Sud, con una durata di 45 giorni poi prorogata, nella convinzione di recuperare in seguito il costo dell’operazione.</p><p><b>Agire attraverso le logiche di mercato è nettamente più efficace che limitarsi a inseguire gli aumenti dei costi con operazioni soltanto a carico dello stato</b>, e per questo la decisione dell’azienda energetica pubblica è particolarmente importante. L’Eni se lo può permettere anche per il successo che ha ottenuto nell’acquisizione di forniture in varie parti del mondo, anche grazie all’appoggio di cui ha sempre goduto dai governi, di qualunque colore politico. Combattere l’aumento del costo dei trasporti, che si riflette poi sui prezzi dei beni trasportati con effetti inflazionistici, è necessario per evitare un avvitamento tra inflazione e limitazione della crescita, che è la prospettiva che altrimenti è destinata ad affermarsi.</p><p>La strozzatura che si è determinata a livello globale nella raffinazione, anche a causa di eventi bellici, può essere affrontata abbastanza bene da una società che dispone di raffinerie moderne collocate in vari paesi. Naturalmente questo non basta a bloccare un processo di rincaro che ha cause internazionali che l’Italia non è in grado di contrastare. Tuttavia, dare un po’ di respiro agli automobilisti e ai trasportatori in una fase particolarmente critica è un segnale di solidità e resilienza dell’economia nazionale che non va trascurato.</p>]]></description>
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				<title>Le licenze dei missili Patriot a Kyiv, speriamo</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 18:21:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il presidente ucraino,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/volodymyr-zelensky_1849" target="_blank">Volodymyr Zelensky</a>, ha detto che, durante l’incontro con&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Donald Trump</a>&nbsp;a New York all’inizio della settimana, <b>il presidente americano gli ha detto di aver deciso di concedere all’Ucraina le licenze per produrre missili per i sistemi di difesa aerea Patriot</b>: “Esistono accordi precisi. Nell’ultimo incontro il presidente Trump mi ha ribadito: ‘Sì, ho preso la decisione finale: <b>l’Ucraina riceverà le licenze per produrre i missili Patriot</b>’”. Nelle conversazioni che Zelensky ha avuto dopo il bilaterale con Trump, aveva già rivelato di aver ricevuto un parere favorevole sulla questione degli intercettori Patriot, ma il dipartimento di stato americano aveva poi precisato che gli Stati Uniti non hanno ancora preso una decisione definitiva sulla concessione all’Ucraina delle licenze. Non è una storia che inizia ora: a luglio ad Ankara, al vertice della Nato, l’unica buona notizia era stata proprio la disponibilità americana a dare queste indispensabili licenze, ma un paio di settimane dopo, lo stesso Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti “devono essere molto cauti” sul tema, e delle licenze non si era più parlato.</p><p><b>Gli annunci di questo presidente americano, abbiamo imparato, non sono affidabili</b>, ma oggi Zelensky ha detto di avergli spiegato nei dettagli come sono cambiati gli attacchi russi sui civili ucraini, le nuove armi utilizzate molto più veloci e a bassa quota, l’accanimento di Vladimir Putin da quando sa che le difese aeree ucraine sono deficitarie. Nemmeno questa è una novità, la campagna di sensibilizzazione sul terrore putiniano va avanti da tempo e ha avuto poco successo, visto che nel giro di un anno e mezzo l’Amministrazione Trump si è disimpegnata completamente dall’Ucraina. Ma non ci sono sostituti degli intercettori Patriot, e non si può che insistere, sperando che questa volta Trump non si rimangi la parola e inizi  a capire che alleati disponibili, <b>innovativi e affidabili come l’Ucraina non ce ne sono poi tanti</b>.</p>]]></description>
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				<title>Mistral contro i profeti dell’apocalisse AI</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Arthur Mensch, ceo della francese Mistral AI, che lui stesso ha definito “l’unica azienda AI completamente europea, dal calcolo fino all’installazione nelle imprese”, in un’intervista uscita ieri su Le Monde ha accusato i laboratori americani di strumentalizzare l’allarme sui rischi dell’intelligenza artificiale per “controllare e chiudere il mercato a proprio vantaggio”. Secondo Mensch, i grandi laboratori evocherebbero scenari apocalittici per convincere i governi che soltanto poche aziende, loro comprese, possano fornire modelli sicuri – <b>la cosiddetta “cattura del regolatore”</b>.</p><p>Dopo che quest’estate alcuni agenti di Gpt sono sfuggiti al controllo di OpenAI, violando Hugging Face (una community globale di programmatori), Dario Amodei (a capo di Anthropic) ha chiesto di rallentare la velocità di sviluppo dell’AI, e il ceo di OpenAI Sam Altman si è detto d’accordo.  Alla proposta ha però risposto su X il 13 settembre David Sacks, a capo dei consulenti scientifici della Casa Bianca: “Fate pure. Avete un duopolio e non serve un permesso. Ma smettete di fingere che il motivo sia l’altruismo: il mercato  già punisce i modelli che si comportano in modi imprevedibili o non autorizzati. Semplicemente, ora vi conviene scambiare potenza con affidabilità e prevedibilità”. Il 23 settembre, davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu, i due ceo sono tornati a chiedere standard internazionali per i modelli più potenti e un sistema comune per segnalare gli incidenti, seppur Altman si sia ora detto sfavorevole a misure anti concorrenziali.</p><p>Mensch a Le Monde non ha negato l’esistenza dei rischi, riconoscendo la necessità di avere controlli più sofisticati e affermando che chi impiega l’AI deve controllarla  risponderne penalmente. Ma ha contestato chi secondo lui starebbe in realtà cercando di tagliare fuori i concorrenti più piccoli e i modelli aperti (su cui ha puntato Mistral), spesso preferiti dalle imprese perché personalizzabili, indipendenti dai fornitori e più economici.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>All’Italia serve un “disarmo” sull’energia</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Senato ha approvato la legge delega sul nucleare ed è subito partito il gioco di posizionamento: il governo rivendica “un passo importante per il paese” (così ha affermato il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin); l’opposizione lamenta che sono solo “chiacchiere atomiche” (ha detto Annalisa Corrado, responsabile ambiente del Pd). In realtà, l’Italia avrebbe bisogno di un disarmo bilaterale e di una seria riflessione sull’energia. <b>Continuare a dividersi su questioni su cui bisogna costruire strategie di lungo periodo fa solo il gioco degli speculatori. </b>Così, fa bene la maggioranza a rivendicare il risultato raggiunto, ma dovrebbe avere l’onestà di riconoscere che abbiamo perso almeno tre anni: era il 9 maggio 2023 quando la Camera approvò una mozione a prima firma Luca Squeri (responsabile energia di FI) che dava un forte impulso in questa direzione. Invece di cogliere l’attimo, l’esecutivo se l’è presa comoda e ora i tecnici del ministero dell’Ambiente dovranno scrivere in fretta e furia i decreti delegati, ammesso e non concesso che ci sia modo di approvarli prima della fine della legislatura.</p><p>Se il dossier avesse ricevuto l’attenzione che merita, oggi vi staremmo dando attuazione e tutto avrebbe contorni molto più solidi. Ma anche il Pd sta giocando una partita benaltrista: se non ha “alcuna preclusione ideologica sul nucleare”,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/lalternativa-ce-e-siamo-pronti-a-governare-intervista-a-schlein--402963" target="_blank">come ha detto Elly Schlein al Foglio lo scorso 23 luglio</a>, perché non ha cercato una mediazione col governo? <b>Usare le rinnovabili (di cui c’è bisogno) per contrastare il nucleare è una mossa di scarsa levatura, uguale e simmetrica a quella contraria: l’Italia necessita sia di rinnovabili, che si possono installare rapidamente, sia di nucleare, che ha tempi più lunghi ma può garantire la fornitura continuativa di energia elettrica decarbonizzata</b>. Il paradosso è che tutti, quando interrogati sull’energia, indicano la Spagna come modello: ciascuno vi vede solo quello che gli interessa. Invece bisognerebbe guardare l’immagine complessiva, che non è fatta di rinnovabili o nucleare, ma di rinnovabili e nucleare. Prendere nota please.</p>]]></description>
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				<title>Il patto della Mecca è diventato un meme</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Shehbaz Sharif al Palazzo di Vetro di New York è l’uomo che incontra tutti</b>. Iraniani, americani, sauditi, turchi, africani, europei: il primo ministro pachistano in questi giorni è passato da un bilaterale all’altro, per dimostrare che Islamabad prova a tenere aperti tutti i canali. Oggi Sharif parlerà dal podio dell’Assemblea generale dell’Onu, dopo aver passato mesi a promuovere il ruolo del Pakistan come mediatore tra Washington e Teheran. Un ruolo che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Donald Trump</a>&nbsp;gli ha cucito addosso: il presidente americano l’ha menzionato perfino nel suo discorso all’Onu, definendo Sharif un “uomo straordinario”. Il problema è che mentre il Pakistan prova a mediare fra Stati Uniti e Iran, con risultati poco chiari, deve ancora capire come gestire un negoziato molto più concreto e pericoloso, e cioè quello con l’Arabia Saudita. Gli attacchi degli houthi contro il Regno avrebbero dovuto attivare il noto Patto della Mecca, firmato in agosto da Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, ma Islamabad sembra non volerne sapere di difendere Riad dall’attacco di un gruppo sostenuto dal regime iraniano, con cui è in ottimi rapporti.</p><p>E così questo attendismo si è trasformato online in decine di meme – con la faccia di Sharif e soprattutto del potente feldmaresciallo Asim Munir – ma anche in analisi più serie: sui giornali indiani, per esempio, qualcuno ha notato che mentre l’Arabia Saudita chiedeva al Pakistan nuovi intercettori, l’Ispr, la macchina di comunicazione dell’esercito pachistano, pubblicava due video musicali per celebrare il rapporto “fraterno e indissolubile” con Riad. Qualcuno si è spinto a paragonare il Patto della Mecca nell’articolo 5 della Nato, quello che tutti invocano ma nessuno ha il coraggio di attivare davvero. Anche quando un paio di giorni fa gli houthi hanno attaccato la Mecca, il luogo più sacro dell’islam, Sharif ha scritto un lungo messaggio di condanna su X, ma niente di più. <b>Per ora Islamabad riesce a rimanere alleata di Riad, a parlare con Teheran e a mediare con Washington contemporaneamente, come ha sempre fatto</b>. Il problema è che il mondo è cambiato, e un patto di difesa, prima o poi, richiede di decidere da che parte stare.</p>]]></description>
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				<title>Il gommone squarciato dei migranti</title>
				<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 17:33:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il gommone carico di migranti, una sessantina, era stato in acqua, nel Canale della Manica, per circa 40 ore, quando le forze di controllo del confine britannico sono arrivate per scaricare i migranti e portarli nei centri di accoglienza a terra. <b>Il trasbordo era finito, sul gommone c’era ancora un poliziotto, quando Danny Tommo, a bordo di un barchino, si è avvicinato, ha tirato fuori un coltello e ha squarciato il gommone – il tutto riprendendosi orgoglioso e postando i filmati sui social.</b> Danny Tommo, al secolo Daniel Thomas, 37 anni, è l’ultimo esponente di una galassia di attivisti anti immigrazione che, non soltanto nel Regno Unito, mettono in circolo parole e messaggi xenofobi, parafascisti, antisemiti e fanno azioni dimostrative che mettono in pericolo sia i migranti sia le forze dell’ordine. Danny Tommo ha fondato la Patriot Platform, opera nei porti d’ingresso dei migranti che attraversano la Manica – il flusso è al suo minimo dal 2019, non c’è un’emergenza in corso – e tra tutti gli attivisti di recente fama spicca in particolare per essere già stato in prigione: ha rapito una persona in una sua ronda punitiva, ma era la persona sbagliata (che nelle interviste dice: io vorrei andare a manifestare contro gli immigrati, ma come faccio se c’è quello che mi ha sequestrato per sbaglio?).</p><p><b>Questa mattina Danny Tommo è stato arrestato dopo la sua dimostrazione criminale, e il suo sodale nonché mentore Tommy Robinson, fieramente neofascista, ha lanciato una colletta per la cauzione, denunciando la caccia alla streghe contro il povero amico che si adopera tanto per garantire la sicurezza degli inglesi.</b> I quali cominciano a essere un po’ esausti, in particolare di Reform Uk, guidato da Nigel Farage (quasi moderato se paragonato con questi geni), che negli ultimi sondaggi ha perso lo slancio che aveva accumulato nei mesi scorsi, più per una questione di soldi che di migranti va detto: gli amici del popolo che mettono via milioni di sterline senza dichiararli al popolo non piacciono granché.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Scostamento senza infrazione</title>
				<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo lo choc per la certificazione&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/23/news/il-deficit-al-31-per-cento-non-e-un-complotto-dellistat-ma-un-errore-del-mef--408416" target="_blank">Istat</a>&nbsp;del deficit 2025 al 3,1 per cento, superate le reazioni immediate che sono andate dalle accuse di antipatriottismo all’istituto di statistica fino alle richieste di “scostamento di bilancio da miliardi”, nel governo cì’è chi cerca di riprendere il filo della razionalità. Per costruire una legge di Bilancio pre-elettorale, ma senza buttare a mare l’opera di risanamento dei conti di una legislatura. L’opera di tessitura tocca, per ruolo, al ministro dell’Economia. <b>Giancarlo Giorgetti ieri ha spiegato che l’attivazione della clausola di salvaguardia per spese in energia e difesa (pari a 36 miliardi, ovvero 1,5 punti di pil) sarebbe stata “scontata e automatica” in caso di deficit sotto il 3 per cento, mentre ora “richiede un’interpretazione su cui stiamo lavorando da tempo”.</b></p><p>L’attivazione della Nec (National escape clause), infatti, per i paesi in procedura d’infrazione ne complica e ritarda l’uscita. Ma nel coacervo di regole europee è possibile, nel dialogo con la Commissione europea, trovare una soluzione ragionevole che non penalizzi un paese come l’Italia che ha risanato il bilancio. Basterebbe che il governo raggiungesse l’obiettivo del 2,9 per cento di deficit per il 2026, facesse una legge di Bilancio rispettando il percorso concordato con Bruxelles per il Patto di stabilità e attivasse la Nec per energia e difesa per il 2027 e il 2028. <b>In questo modo, in primavera – ed eccetto sorprese dalla notifica Istat – la Commissione potrebbe certificare l’uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione.</b> Se il governo usasse anche tutti i fondi del Safe per la difesa, potrebbe liberare ulteriori margini di bilancio insieme all’attivazione della clausola di salvaguardia. Giorgia Meloni potrebbe presentarsi agli elettori con i conti in ordine, avendo portato il paese fuori dalla procedura d’infrazione, e una manovra che concede qualche spazio a politiche di consenso. <b>Dovrà però resistere, insieme a Giorgetti, alla tentazione del grande “scostamento” per trionfare nelle urne al costo di sfondare il bilancio.</b></p>]]></description>
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				<title>I fondi scongelati all’Ungheria</title>
				<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La Commissione europea ieri ha proposto di scongelare 4,2 miliardi di euro di fondi della coesione per l’Ungheria e di far rientrare pienamente il paese nei programmi Erasmus e Horizon, dopo che il governo di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/peter-magyar_36520" target="_blank">Peter Magyar</a>&nbsp;ha adottato una serie di riforme per porre rimedio alle violazioni dello stato di diritto del suo predecessore, Viktor Orbán. <b>Il 55 per cento dei fondi della coesione pre-allocati per l’Ungheria erano stati sospesi nel 2022 ai sensi del regolamento sulla condizionalità legata allo stato di diritto. </b>La Commissione ha concluso che le misure correttive notificate dal governo Magyar hanno risolto criticità e carenze in settori come gli appalti pubblici, l’anticorruzione, i conflitti di interessi e l’efficacia dell’azione penale.</p><p>L’Ungheria ha rafforzato i poteri dell’Autorità per l’integrità, ha aumentato la trasparenza sui conflitti di interessi legati alle fondazioni di interesse pubblico (che saranno chiuse), ha rafforzato i controlli sui fondi dell’Ue e la trasparenza negli appalti pubblici, e ha aderito alla Procura europea. “Le riforme danno risultati concreti”, ha detto Ursula von der Leyen. <b>Magyar è andato ben oltre, procedendo a una “de-orbanizzazione” delle principali istituzioni grazie alla super maggioranza costituzionale ottenuta alle elezioni.</b> E’ una buona notizia per l’Ungheria, l’Ue e i contribuenti europei, che hanno versato a Budapest decine di miliardi di euro, in buona parte dirottati verso gli oligarchi vicini a Orbán. In questo contesto è grave che il governo di Giorgia Meloni abbia chiesto di abolire la condizionalità sullo stato di diritto nei negoziati sul Bilancio 2028-34. Sullo stato di diritto “non sono ammissibili forme di condizionalità finanziaria di alcun tipo”, ha detto il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, martedì. Difendere l’Italia e gli italiani significa anche fare in modo che i loro soldi non finiscano nelle tasche di regimi corrotti e autoritari.</p>]]></description>
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				<title>La casa del cinema e degli ayatollah</title>
				<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Casa del cinema di Roma, Villa Borghese</b>. Organizzatore: Istituto culturale dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/iran_1157" target="_blank">Iran</a>, l’organismo ufficiale che dipende dall’Organizzazione per la cultura e la comunicazione islamica della Repubblica islamica. Sono presentati film del regime, come <b>“Il dio della guerra”</b> diretto da Hossein Darabi. Un dramma bellico prodotto da Owj Arts and Media Organization, che suona come una casa indipendente, ma che è il cartello audiovisivo dei Pasdaran, le Guardie della rivoluzione iraniane, sorto dopo il 2009 per occupare lo schermo dopo che la piazza di Teheran era stata occupata e repressa. <b>Il film è incentrato su Hassan Tehrani Moghaddam, considerato il “padre” del programma missilistico della Repubblica islamica</b>. Bisogna sgranarsi gli occhi un po’ per capire di avere davvero di fronte, alla Casa del cinema di Roma, un evento di propaganda iraniana in grande stile.</p><p><b>Dove sono finiti i festival del cinema dove si omaggiava il dissenso cinematografico iraniano dei Kiarostami e dei Panahi? </b>A Venezia ormai si parla solo di Gaza e contro Israele, a Roma questa messinscena degli ayatollah. Perché un luogo pubblico romano, gestito da una fondazione che produce la Festa del cinema, offre la propria aura e sala a un’operazione che a Teheran si chiamerebbe, senza pudore, “fronte culturale della rivoluzione”? Siamak Pourzand, collaboratore della rivista francese di critica cinematografica Cahiers du Cinema, eroe del dissenso iraniano che si è suicidato buttandosi dal sesto piano della sua casa a Teheran, al suo aguzzino in carcere che lo “interrogava” un giorno chiese: “Questa domanda non era nell’elenco, che cosa devo dire?”. <b>La Casa del cinema di Roma può e deve mostrare l’Iran. Ma deve dire quale</b>. Se è quello del dissenso e di Pourzand o se è quello di Khamenei e del dio della guerra.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Macron non fa lo sgambetto al Papa</title>
				<pubDate>Thu, 24 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Emmanuel Macron non parteciperà a nessuna delle messe che il Papa celebrerà in Francia durante la sua visita, da venerdì a lunedì prossimo</b>. E’ bastato il comunicato dell’Eliseo a far scrivere alle gazzette aprioristicamente antimacroniane che si trattava di un dispetto fatto al Papa, che non aveva acconsentito alla cena di gala all’Eliseo né a farsi accompagnare a Notre-Dame dal presidente. In realtà, nessun capo di stato francese (almeno in tempi recenti) ha mai partecipato a una messa celebrata dal Papa. Non lo fece Nicolas Sarkozy nel 2008 né Jacques Chirac nel 1997. Il primo mandò l’allora primo ministro (cattolico) François Fillon, il secondo sua moglie, la cattolicissima Bernadette.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/emmanuel-macron_67742" target="_blank">Macron</a>&nbsp;sarà rappresentato da sua moglie Brigitte e dal premier Sébastien Lecornu, cattolico che da ragazzo aveva accarezzato l’idea di farsi monaco. Insomma, non c’è alcuno scandalo né si può parlare di ropture con la tradizione.</p><p><b>E’ invece la prassi</b>: in un paese dove la separazione tra stato e Chiesa è ancora netta, dove c’è chi ha avuto da ridire sul fatto che al Pontefice venga concessa addirittura Place de la Concorde per la celebrazione eucaristica di sabato, il sacro dogma della laicità non può essere sconfessato. E quindi il presidente si limiterà ad accogliere con tutti gli onori Leone XIV all’Eliseo e ad accompagnarlo a Metz per l’appuntamento relativo all’Europa e dunque più prettamente politico. Ma la strumentalizzazione è già iniziata: subito, non appena l’Eliseo ha confermato il forfait del presidente, Marion Marechal Le Pen, ha fatto sapere che lei sarà in piazza con il popolo fedele per pregare e unirsi in preghiera con il Papa. <b>A pochi mesi dalle presidenziali, la gara per accaparrarsi l’Eliseo tra le forze in campo si gioca anche sulla partecipazione a una messa</b>. La religione come instrumentum regni. Niente di nuovo.</p>]]></description>
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				<title>Il ricatto di Trump sul Sudan</title>
				<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Gli Stati Uniti hanno congelato la concessione del visto di ingresso all’unico leader sudanese riconosciuto dalla comunità internazionale, Abdel Fattah al Burhan, che è atteso fra pochi giorni a New York per intervenire all’Assemblea generale dell’Onu</b>. Secondo una lettera intercettata da Reuters e inviata al segretariato delle Nazioni Unite dal rappresentante sudanese al Palazzo di Vetro, gli Stati Uniti starebbero usando il rilascio del visto come un’arma di ricatto: se&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/abdel-fattah-al-burhan_56123" target="_blank">Burhan</a>&nbsp;rifiuterà il piano americano per un cessate il fuoco di 90 giorni, non otterrà il permesso di entrare negli Stati Uniti. E’ la prima volta che gli americani subordinano il rilascio del visto a un leader straniero alla firma di un accordo internazionale. <b>Il ricatto americano al leader di Khartoum suona come un affronto</b>, soprattutto perché il suo rivale Mohamed Hamdan Dagalo, comandante delle Rapid Support Forces (Rsf) è invece accusato di genocidio dalle Nazioni Unite per il massacro di al Fashir dello scorso anno, in cui decine di migliaia di civili sono stati torturati e massacrati dalle Rsf.</p><p>L’intervento di Burhan all’Onu è atteso da mesi, perché dovrebbe rivolgere accuse forti al principale sponsor di Dagalo, gli Emirati Arabi Uniti, come dimostrato ampiamente dall’ultimo report del Gruppo di esperti dell’Onu. Tuttavia, Massad Boulos, il consuocero di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Trump</a>&nbsp;che gestisce il dossier sudanese, ha spesso tradito una certa inclinazione a fare il gioco di Abu Dhabi. La settimana scorsa, incalzato da un giornalista di Sky News Arabia che gli chiedeva se fosse disposto ad ammettere l’invio di armi dagli Emirati alle Rsf, ha risposto con un pilatesco “fare i nomi non è importante”. Boulos aveva pure proposto di allargare l’embargo delle armi all’intero paese e non più al solo Darfur, in modo da colpire anche Khartoum. Se davvero Burhan non dovesse entrare negli Stati Uniti, il messaggio di Trump sarebbe duplice e clamoroso: da una parte, deciderebbe di prendere ufficialmente le difese di un gruppo paramilitare accusato di genocidio. <b>Dall’altro, dimostrerebbe di non essere interessato in alcun modo alla pace in Sudan</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Amnesty indossa il burqa</title>
				<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Esprimiamo profonda preoccupazione per le&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/09/21/news/i-limiti-numerici-del-tetto-agli-alunni-stranieri-nelle-scuole--408226" target="_blank">dichiarazioni</a>&nbsp;della presidente del Consiglio Giorgia Meloni rispetto al divieto di indossare burqa e niqab a scuola e alla necessità di mettere un tetto alla presenza di alunne e alunni stranieri nelle classi”, commenta Amnesty International Italia. “Tali proposte, se così formulate, sarebbero discriminatorie e costituirebbero da un lato una minaccia diretta alle libertà di espressione e di religione delle e degli studenti che frequentano la scuola italiana, dall'altro una lesione del diritto all’istruzione sancito dall’articolo 34 della Costituzione. Proposte come questa rischiano di causare discriminazioni, esclusione dalla vita pubblica, isolamento e difficoltà nell’accesso all’istruzione”. <b>L’Italia agli occhi di questa ex gloriosa ong dei diritti umani sarà sicuramente arretrata e discriminatoria.</b> Sicuramente non considerano l’Egitto, che ha messo al bando il burqa e il niqab a scuola, come un modello. Ma l’Olanda, ben più progressista e illuminata, ha proibito burqa e niqab a scuola. Numerosi land tedeschi, come il Baden-Württemberg, non certo governato da AfD, hanno proibito burqa e niqab a scuola. La Francia, patria dei diritti e della laicità, da vent’anni ha una legge che proibisce burqa, niqab e altri veli a scuola. Anche l’Austria ha una legge che proibisce burqa e niqab a scuola. E da ultimo il Portogallo. “Condanniamo l’obbligo del velo in Iran o del burqa in Afghanistan così come il divieto di indossare l’hijab in Francia o altrove”, conclude Amnesty.</p><p><b>Qui equiparano la situazione in Afghanistan e Iran con quella in Francia e in altri paesi europei, in cui il divieto del burqa è compatibile con la Costituzione e giudicato legittimo dalla Corte europea dei diritti.</b> Il problema semmai è l’idea di Amnesty e di altri campioni dell’umanitarismo strabico di ammantare di diritto e di tolleranza l’osceno tappeto nero che copre tutta la donna, lasciandole, quando va bene, solo gli occhi per vedere quanto misero sia il suo mondo.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il rompicapo degli houthi</title>
				<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 05:57:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quello del “cosa fare con gli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/houthi_2653" target="_blank">houthi</a>” resta un rompicapo. Usare le buone o le cattive? Nella primavera del 2025, gli americani decisero una campagna di bombardamenti massicci durata poco meno di due mesi. Mille target colpiti, più di un miliardo di dollari spesi. Un anno dopo, i terroristi sono ancora lì e il weekend scorso hanno lanciato un missile balistico contro Riad. Proprio l’Arabia Saudita in questi giorni è arrivata a “supplicare” – così ha scritto il New York Times – Donald Trump affinché intervenisse per fermare gli houthi, che ora prendono di mira solamente i sauditi. <b>La schizofrenia di Trump è ormai argomento di studio, ma sulla questione dello Yemen ha raggiunto livelli inediti.</b> Solo la settimana scorsa, il presidente ha cambiato idea tre volte: mercoledì si era detto contrario a bombardare di nuovo gli houthi, il giorno dopo aveva cambiato idea convinto da una telefonata con l’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman. Infine, domenica, ha deciso nuovamente che non avrebbe aperto un nuovo fronte in medio oriente. Pare che i suoi consiglieri siano scettici. Certo, gli houthi hanno deciso di non attaccare le navi americane, ma Bin Salman potrebbe vendicarsi voltando le spalle agli Stati Uniti riguardo all’Iran.</p><p><b>D’altra parte, il Pentagono è sempre stato chiaro: una campagna militare “hit and run” in Yemen è inefficace perché gli houthi hanno dimostrato una resilienza che solo la Casa Bianca – e l’Europa, che finora si è limitata a operazioni militari spuntate, come Aspides – hanno fatto finta di non vedere. </b>Anche gli unici “boots on the ground”, il governo yemenita internazionalmente riconosciuto e sostenuto da Riad, cade a pezzi non appena imbraccia le armi contro i terroristi. Dopo avere perso il controllo di Bab el Mandab e dello Stretto, la costa occidentale è tutta nelle mani degli houthi. Ora si punta all’entroterra, a Taiz e Marib. “Se cadono, è game over”, ha titolato ieri il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Ma nonostante gli allarmi e i danni per il commercio internazionale, regna la moderazione. Il G7 ieri ha chiesto all’Iran di “smettere di armare gli houthi”. Un po’ pochino.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La svolta di Bruxelles nell’Indo-Pacifico</title>
				<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 19:01:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/ursula-von-der-leyen_1598" target="_blank">Ursula von der Leyen</a>&nbsp;può rivendicare un altro successo nella sua strategia di diversificazione commerciale per rispondere al protezionismo di Donald Trump e alla minaccia economica della Cina. <b>La presidente della Commissione europea ha annunciato una svolta su un accordo di libero scambio con le Filippine, che dovrebbe essere concluso in pochi mesi.</b> I dettagli devono essere ancora finalizzati. Ma i contorni sono positivi per l’Ue. Le Filippine hanno accettato di ridurre i dazi sulle esportazioni europee di carne di maiale e pollame, due prodotti sensibili per il paese. Per la prima volta, apriranno anche il mercato degli appalti pubblici a imprese straniere, quelle europee. L’Ue ha fatto alcune concessioni dolorose, come una riduzione dei dazi sul tonno in scatola. Ma, con 118 milioni di abitanti, le Filippine rappresentano un mercato in piena espansione. <b>Questo accordo, che si aggiunge a quelli conclusi con India, Indonesia e Australia, conferma la volontà dell’Ue di espandersi nell’Indo-Pacifico.</b> I prossimi obiettivi in Asia sono Thailandia e Malesia. In altri continenti, von der Leyen può rivendicare l’accordo con il Mercosur e quello con il Messico. L’Ue si prepara anche a far diventare il Canada il suo partner più stretto.</p><p>La Commissione dimostra ancora una volta che il commercio è ciò che sa fare meglio. Restano gli elefanti nella stanza: Donald Trump, con la minaccia permanente di nuovi dazi, e la Cina, con cui von der Leyen vuole un dialogo che dia risultati. Il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, a ottobre andrà a Pechino per raccogliere i frutti. La posta in gioco va ben al di là delle relazioni commerciali. “Date le dimensioni del deficit commerciale con la Cina, la rapidità della sua crescita e l’impatto su settori economici e industriali chiave dell’Ue, stiamo parlando del futuro della nostra economia, della nostra industria e del modello sociale europeo”, ha detto Sefcovic. Serve “una svolta politica” da parte di Pechino. Ma i segnali non sono incoraggianti.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Hegseth trasforma il Pentagono in palestra</title>
				<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’altro ieri&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pete-hegseth_2436" target="_blank">Pete Hegseth</a>, l’autoproclamato segretario alla Guerra, in maglietta grigia con la scritta “This is War” ha iniziato a salire e scendere le gradinate dello stadio della Texas A&amp;M insieme al corpo dei cadetti, l’organizzazione studentesca militare dell’università texana. Al suo fianco correva anche la moglie Jennifer. <b>Ha pubblicato lui stesso l’immagine su X fra sorrisi e sudore mescolati in un allenamento mattutino che sembra venire da un film propagandistico hollywoodiano ma di altri tempi, con l’eroe che si allena con le truppe prima ancora che sorga il sole.</b> Erano le immagini della prima tappa del “Send Me Tour”, lanciato per incontrare universitari e veterani sotto un titolo evocativo, che richiama il passo biblico di Isaia 6:8, quello in cui alla domanda di Dio “Chi manderò?”, il profeta risponde: “Eccomi, manda me”.</p><p><b>L’immagine, che a noi ricorda l’estetica vannacciana, racconta esattamente il tipo di guerra che Hegseth vuole combattere: quella di una battaglia culturale interna da barbe vietate, test fisici ed epurazioni di ufficiali giudicati troppo “woke”.</b> Nel frattempo però il conflitto con l’Iran, di cui è stato tra i principali architetti, produce risultati sempre più difficili da difendere, nonostante la selezione fisica. Qualche giorno fa al Pentagono Hegseth ha ospitato pure gli ex youtuber e pugili Jake e Logan Paul, personaggi controversi e perfettamente integrati nell’immaginario Maga, se non fosse che nessuno sa il reale motivo della loro visita – Jake Paul, con varie questioni giudiziarie in sospeso, ha anche inspiegabilmente incontrato il segretario al Tesoro Scott Bessent. Una mossa simile a quella fatta con Kid Rock, portato in volo su un Apache dopo che Hegseth aveva riabilitato l’equipaggio sospeso per essere sfrecciato sopra casa sua. <b>I media americani, anche quelli più conservatori, iniziano a criticare Hegseth apertamente: ma a lui (e a Trump) non interessa.</b> L’importante è scegliere sempre il fronte più facile, e cioè quello delle telecamere, lasciando i pantani veri agli altri.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Due tic pedagogici da evitare a proposito del decreto Scuola</title>
				<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Secondo i dati ministeriali 2024-25 su primarie e medie statali gli alunni di origine straniera sarebbero circa 520 mila. Secondo i dati della Fondazione Ismu </b>ripresi dal Corriere gli studenti con “background migratorio”<b> sarebbero 930 mila</b>. Già qui si fa difficile. Inoltre<b> la definizione di “straniero”</b> <b>per calcolare il “tetto” nelle scuole non è univoca</b>, la categoria può indicare un alunno appena arrivato in Italia, che non conosce la lingua, o i nati e scolarizzati in Italia. Vanno conteggiati in due modi diversi: “Il passaporto distingue le cittadinanze, assai meno i bisogni educativi”, come scrive il professor Manasse. Il presidente Mattarella ieri ha ammonito con saggezza: “La scuola è integrazione, la scuola è aperta a tutti”. E perché sia davvero così, ci sono almeno due tic ideologici, tipici del pedagogismo di sinistra ma non estranei al populismo apartitico, che vanno sfatati.</p><p>La questione del numero “eccessivo” di stranieri in classe: a meno di idiozie xenofobe, il punto, anziché “costruire più plessi”, è il grado di competenza linguistica. Purtroppo, nelle classi anche superiori vengono spesso inseriti allievi che non hanno sufficienti competenze  linguistiche. Con la folle retorica che “non si possono inserire in percorsi diversi perché sarebbe segregazione”, troppe volte finiscono per restare inerti in un banco, senza sostegni: questo è il vero razzismo. Basterebbe conteggiare quanti sono, e approntare corsi base per portarli a un livello linguistico adeguato: del resto, lo facciamo anche per gli studenti Erasmus.</p><p>Secondo mito propagandistico: il velo, anzi persino “il burqa”. Le due cose vanno distinte, e non è sempre vero che uno stato liberale debba vietare un simbolo culturale, o anche religioso. Ma anche qui c’è una retorica deleteria inversa: coloro che sostengono (persino pedagogisti!) che in questo modo le famiglie (islamiche, ma non solo) ritirerebbero i figli dalla scuola dell’obbligo. Ma la scuola dell’obbligo è, appunto, obbligo. Lo stato ha facoltà e dovere di mettere le famiglie renitenti (e le famiglie no vax) di fronte ai propri obblighi.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La procura di Milano bocciata sui rider</title>
				<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 20:51:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La società Foodinho-Glovo non dovrà assumere tutti i circa 40 mila&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/rider_33774" target="_blank">rider</a>, applicando loro contratti di lavoro subordinato. La decisione è stata presa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano, Roberto Crepaldi, che ha respinto l’istanza avanzata dal pubblico ministero Paolo Storari nell’ambito del procedimento che a febbraio ha portato sotto controllo giudiziario la società spagnola di delivery food per caporalato. Nell’ordinanza con cui viene respinta l’istanza del pm, il giudice evidenzia un elemento fondamentale: molti rider hanno una doppia committenza, cioè lavorano per diverse società di delivery sul mercato e non tutti lo fanno come lavoro principale. <b>Il tema dell’inquadramento contrattuale dei rider, tra lavoro autonomo e subordinato, deve quindi essere risolto dal tribunale del lavoro, verificando le singole posizioni lavorative, caso per caso, nel corso delle eventuali cause. </b></p><p><b></b><b></b>Anche perché, paradossalmente, l’assunzione generalizzata potrebbe essere negativa per gli stessi ciclofattorini: una “qualificazione generalizzata” di tutti i rider come lavoratori subordinati, “a prescindere dalla frequenza” della loro attività e del fatto che abbiano uno o più committenti, sottolinea il gip, avrebbe un “impatto economico-organizzativo” non solo sulla società di delivery food, ma anche sugli stessi “lavoratori, obbligati a una prestazione assai più rigida (in termini di orari e mono-committenza) rispetto a quella odierna”. Insomma, ricorda il gip Crepaldi, la “questione centrale” da affrontare con la misura di controllo giudiziario “attiene al solo tema dell’attribuzione ai rider di una retribuzione che raggiunga il minimo garantito dalla Carta costituzionale” ed è “del tutto differente da quello della natura subordinata o meno del contratto di lavoro che influisce su altre variabili del rapporto di lavoro (durata della prestazione lavorativa, straordinari, ferie, permessi, ecc)”. Perché il rischio, altrimenti, è che dal controllo giudiziario dell’impresa si passi direttamente al controllo giudiziario del mercato del lavoro.</p>]]></description>
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				<title>L’Italia istituzionale sta con Kyiv. A partire da Bankitalia</title>
				<pubDate>Mon, 21 Sep 2026 19:13:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Per più di un decennio, e specialmente dall’invasione del 2022, gli ucraini hanno difeso la propria sovranità e i valori che stanno al cuore del progetto europeo: democrazia, libertà e stato di diritto”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/fabio-panetta_2314" target="_blank">Fabio Panetta</a>, governatore della Banca d’Italia, ha aperto così oggi, a Kyiv, il suo discorso alla conferenza di ricerca della Banca nazionale ucraina e della Banca centrale polacca. I temi erano la resilienza alle crisi, l’innovazione e l’AI. Il governatore ha dedicato la prima parte del suo discorso a ciò che l’esperienza ucraina ha da insegnare alle altre banche centrali: “la credibilità, che non si guadagna con l’impatto delle crisi ma si costruisce e conquista prima di esse, che a volte richiede alle istituzioni di essere ferme. E solo poi è messa alla prova a condizioni estreme”.</p><p><b>Panetta ha ricordato come, dopo l’invasione, la Banca centrale ucraina sia riuscita a preservare la stabilità monetaria e finanziaria: nel 2022 l’inflazione superò il 26 per cento e i tassi salirono al 25 per cento, ma il sistema bancario continuò a funzionare e le decisioni della banca centrale infine riuscirono ad abbassare l’inflazione.</b> Uno dei principali messaggi del discorso a Kyiv di Panetta è stata la “profonda solidarietà” alla causa ucraina. Due settimane fa, ricevendo il presidente estone, anche il presidente Sergio Mattarella ha confermato il suo pieno sostegno all’Ucraina. Dal Quirinale a Palazzo Koch, in contrapposizione all’opportunismo della politica, l’Italia sta lavorando nel solco della sua credibilità: il sostegno e la solidarietà all’Ucraina è la posizione dello stato italiano e delle istituzioni della Repubblica. Non è un’opzione su cui trovare un compromesso con il Movimento 5 stelle, come ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein; non è una posizione che “allontana la pace”, come hanno detto in coro gli iscritti al M5s alla conferenza Nova. E infine l’Ucraina non è di certo uno “stato vassallo”, come pensa Roberto Vannacci, ma un paese che, come ha detto Panetta ieri, sta difendendo la sua libertà con “straordinario coraggio e resilienza”.</p>]]></description>
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