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		<title>Editoriali</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 13:36:40 +0200</pubDate>
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				<title>Sì, Falcone lavorò per lo stato</title>
				<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La difesa sbracata e senza argomenti di Marco Travaglio a favore di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sigfrido-ranucci_40285" target="_blank">Sigfrido Ranucci</a>&nbsp;sta raggiungendo e superando tutti i limiti della logica (del buongusto, non da ieri). <b>Persino  la dichiarazione del conduttore che si paragonava, seppure indirettamente ai martiri della mafia e del terrorismo, da Moro a Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone (vittime di attentati veri) viene apprezzata dal direttore del Fatto quotidiano.</b> Al disappunto dei famigliari di Falcone e alla considerazione tutto sommato pacata di ex magistrati come&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/08/14/news/falcone-non-avrebbe-cenato-con-lavitola-parlano-violante-grasso-ayala--404810" target="_blank">Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala</a>&nbsp;che hanno osservato che “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”, l’ineffabile Travaglio ha replicato motteggiando che Falcone avrebbe fatto di peggio, visto che “lavorava solo con il governo Andreotti”.</p><p>Tutti sanno, compreso Travaglio, se non fosse un turlupinatore seriale, che Falcone è stato direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia, e che in quel ruolo promosse l’istituzione della Procura nazionale antimafia, e solo per il prevalere di un gioco di correnti a lui ostile (tragicamente) nel Csm non fu nominato procuratore nazionale antimafia. <b>Falcone lavorò per lo stato e per rafforzare e riorganizzare in modo più efficiente l’azione antimafia dello Stato, negli anni in cui un governo non certo fatto dagli idolucci di Travaglio e Ranucci la mafia la combatté davvero. </b>E pagò il suo impegno con la strage di Capaci. Va detto che Ranucci, paragonandosi a Falcone, a parte il cattivo gusto, ha però espresso l’ammirazione per il magistrato. Travaglio, nella sua ossessiva difesa di Ranucci, va oltre e arriva a svalutare l’azione di Falcone dipingendolo come una specie di politicante arrivista. <b>Si direbbe che ci sono dei limiti di decenza che neppure la più accesa delle polemiche dovrebbe superare. </b>Lo si direbbe per tutti, ma non per Travaglio che ha fatto del travalicamento di ogni limite la sua cifra. È  proprio questa sua tendenza a prevalere su tutto, fino al punto di diventare controproducente al fine dell’asserita difesa di Ranucci, che invece riece solo a indebolire.</p>]]></description>
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				<title>Limes, ma da che parte stai?</title>
				<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Non risulta a nessuno che si possa trattare di qualcosa di diverso da un problema interno”. Così ha risposto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guido-crosetto_431" target="_blank">Guido Crosetto</a>&nbsp;sull’attendibilità della “pista russa” tirata fuori per l’esplosione a Colleferro di una fabbrica di munizioni della Knds Ammo Italy che riforniva l’Ucraina, mentre il leader di Azione Carlo Calenda chiedeva al governo di riferire in parlamento per togliere “l’incertezza su un possibile attacco ibrido russo”. <b>Nel frattempo il Copasir segue la vicenda, e la procura di Velletri indaga su entrambe le ipotesi: disastro colposo per opera di ignoti, ma anche sabotaggio, “tenendo in considerazione il quadro internazionale”.</b> Tre giorni prima in Bulgaria era saltato in aria il deposito della Emco a Beliča, che pure fornisce munizioni all’esercito ucraino.</p><p>La magistratura ci dirà cosa è avvenuto davvero a Colleferro, ma intanto <b>la scelta di Limes di commentare la notizia con la pubblicazione di una mappa della “geografia dell’industria militare” nella Tiburtina Valley è sembrata a molti piuttosto irresponsabile.</b> La mappa era stata già pubblicata dalla rivista di geopolitica il 4 marzo scorso, sulla base di dati “open source”: di certo i servizi segreti russi non hanno bisogno dell’infografica di Limes per sapere dove colpire, ma in un’Europa, sotto pressione per le operazioni ibride serviva davvero pubblicare la geografia degli impianti italiani, col rischio che qualche ammiratore di Putin decida di agire da solo (e gratis)? Nei giorni successivi all’esplosione di Colleferro, sui social network numerosi profili falsi automatici riconducibili a bot russi hanno celebrato l’esplosione al pari di una vittoria sul campo. <b>Proprio questo ha contribuito a convincere la Procura ad aggiungere la pista del sabotaggio a quella per disastro colposo.</b> Hanno dato inoltre grande risalto alla notizia sia profili e canali Telegram riconducibili a RT/Ruptly, sia il Coordinamento nazionale No Nato e il canale Donbass Italia di Vincenzo Lorusso. Limes intanto, come spesso succede, si distingue per superare sempre quella linea di confine tra il diritto di spararla grossa e la salvaguardia della sicurezza nazionale in un contesto geopolitico a dir poco polarizzato.</p>]]></description>
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				<title>Trump ora minaccia l’Oman, ma ormai si è autoinflitto un danno di credibilità</title>
				<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 19:40:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>I sessanta giorni sono scaduti e il presidente americano&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Donald Trump</a>&nbsp;non ha in mano l’accordo con la Repubblica islamica dell’Iran che voleva raggiungere. <b>Teheran non ha ceduto su Hormuz e ovviamente nemmeno sul progetto nucleare</b>. Il capo della Casa Bianca ha ripetuto che l’obiettivo della guerra rimane un accordo che cancelli la possibilità del regime iraniano di avere la Bomba, ma in sessanta giorni non è stato raggiunto e ora, secondo quanto era stato annunciato, <b>Trump dovrebbe ordinare una grossa operazione militare, forte, definitiva, in grado di costringere il regime ad accettare le condizioni</b>. I sessanta giorni erano per le buone, ora dovrebbero arrivare le cattive, ma è accaduto che negli ultimi due mesi i negoziati non ci sono stati, Washington e Teheran hanno ripreso a spararsi, poi c’è stato di nuovo un cessate il fuoco e il regime si è convinto che Trump non faccia sul serio, quindi tanto vale continuare a provocarlo, tenersi pronti ai momenti in cui il fuoco ripartirà, ma comunque non sarà nulla di serio.</p><p>Questa convinzione è molto pericolosa, ma è così che sta ragionando il regime che, mentre ostenta di non avere intenzione di firmare alcunché con gli americani, porta avanti un negoziato con l’Oman per annotare il suo potere sullo Stretto di Hormuz con un meccanismo di controlli delle rotte in entrata e in uscita, e vuole che questo accordo sia soltanto con gli omaniti che diventerebbero i ratificatori del controllo iraniano sul traffico nello Stretto. Oggi <b>Trump ha minacciato l’Oman, dicendo di essere pronto a bombardarlo se davvero firmerà questo accordo con Teheran</b>. Il problema per Washington è che in questo momento si è autoinflitto un danno di credibilità che spaventa molto anche i suoi alleati nel Golfo, i quali all’arrivo del presidente americano erano entusiasti – del primo mandato avevano amato la sua vocazione agli affari e anche la sua linea dura con l’Iran – adesso invece si chiedono chi li proteggerà dalle prossime minacce iraniane.</p>]]></description>
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				<title>Il buon esempio di Sánchez sul nucleare</title>
				<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il primo ministro spagnolo,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pedro-sanchez_52120">Pedro Sánchez</a>, ha esteso al 2030 la licenza a operare per i due reattori della centrale nucleare di Almaraz, nell’Estremadura, che altrimenti avrebbe dovuto sospendere le operazioni a partire da novembre dell’anno prossimo.<b> Sebbene si tratti di un rinvio di soli tre anni, sul piano politico si tratta di una scelta clamorosa, in quanto smentisce il piano per l’abbandono dell’atomo, uno dei punti forti del patto di governo firmato nel 2019 tra il Psoe e Podemos (e, successivamente, Sumar).</b> Resta formalmente in vigore l’impegno a disattivare tutte le centrali esistenti, che congiuntamente soddisfano circa il 20 per cento del fabbisogno elettrico spagnolo, entro il 2035.</p><p><b>Tuttavia, il cambio di atteggiamento è chiarissimo: non risponde solo alle fragilità tecniche del sistema elettrico spagnolo emerse col blackout dell’aprile 2025, ma anche a un nuovo orientamento politico.</b> Non a caso, la richiesta dell’azienda che gestisce la centrale ha trovato il sostegno della popolazione dell’Estremadura, dove la sinistra ha subìto una dura sconfitta nelle elezioni dell’anno scorso e dove l’impianto occupa circa 4 mila addetti. Anche da Bruxelles sono arrivate forti pressioni perché la centrale, che da sola vale il 7 per cento del consumo di energia elettrica del paese, fosse mantenuta operativa: a febbraio, una delegazione del Parlamento Ue, guidata dal conservatore polacco Bogdan Rzonca, aveva definito la chiusura “puramente politica e ideologica, senza basi tecniche”.<b> Il pragmatismo di Sánchez dovrebbe far suonare più di una campana a Roma: anzitutto a sinistra, dove il modello spagnolo viene invocato acriticamente ignorando il ruolo fondamentale del nucleare. </b>Ma anche a destra:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/14/news/la-promessa-nucleare-del-governo-meloni-salta-lappuntamento-con-lestate--404767" target="_blank">come scritto ieri sul Foglio</a>, il governo non ha mantenuto la promessa di approvare la legge delega sul nucleare entro l’estate, rendendo impossibile fare passi concreti prima di fine legislatura. Insomma: gli uni chiedono di copiare la Spagna fingendo che il nucleare non esista, gli altri parlano  ma hanno paura di agire. Fate come Sánchez!</p>]]></description>
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				<title>Pro Pal per conto di Pechino</title>
				<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il movimento pro&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/palestina_51304" target="_blank">Palestina</a>, che si è acceso in Europa nei giorni più cupi della guerra tra Israele e Hamas, pur restando legittimo e per certi versi meritoriamente appassionato, <b>ha mostrato fin dall’inizio tratti che richiamano dinamiche già note alle cancellerie occidentali, e cioè quelle di mobilitazioni spontanee che, a un certo punto, sembrano trovare un sostegno esterno, orchestrato da chi ha interesse a fomentare il caos e indebolire dall’interno le istituzioni europee. </b>E’ un sospetto che da tempo circola negli ambienti dell’intelligence continentale, alimentato per esempio dalla conversione, tanto rapida quanto sospetta, di numerosi canali Telegram filorussi alla causa palestinese e anti israeliana.</p><p>Ora, però, emergono elementi ulteriori, e più circostanziati. Secondo un’inchiesta del Telegraph, una società britannica riconducibile a Code Pink, organizzazione femminista di estrema sinistra nata negli Stati Uniti e tra i principali gruppi protagonisti delle proteste pro Pal nel Regno Unito, avrebbe incassato circa 250 mila sterline da aziende riferibili a Neville Roy Singham, noto imprenditore tecnologico da anni accusato di finanziare, su scala globale, la macchina propagandistica del Partito comunista cinese. Un ulteriore versamento, pari a 70 mila sterline, sarebbe arrivato nel 2024 dalla People’s Support Foundation, altra entità ricondotta alla galassia di Singham. <b>Nel frattempo, Code Pink promuoveva nel Regno Unito manifestazioni contro il coinvolgimento britannico nel conflitto a Gaza, sit-in davanti a basi della Raf, e ha accusato apertamente la leadership britannica di essere “comprata dal sionismo”</b> (subito prima di aver promosso una campagna dal titolo “La Cina non è nostra nemica”). Sia Code Pink sia Singham negano di aver operato con l’aiuto del Partito comunista cinese, ma nel Regno Unito, come in America, il fattore trasparenza nelle donazioni ad associazioni e ong è un tema serio, soprattutto se riguarda paesi ostili.</p>]]></description>
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				<title>L’Italia è già dentro la guerra ibrida</title>
				<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 20:15:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Questa mattina un&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/droni_851" target="_blank">drone</a>&nbsp;è entrato nello spazio aereo della Lettonia, nella zona di Rugaji, vicino al confine orientale del paese. La risposta è arrivata dalla Nato: due Eurofighter italiani, decollati dalla base di Siauliai, in Lituania, e due F-16 turchi, dalla base di Amari, in Estonia, sono stati inviati per intercettarlo. Una volta identificato il velivolo, è stato un caccia italiano ad abbatterlo. La Guardia nazionale lettone sta cercando i rottami in una zona boschiva e paludosa, per capire con maggiore precisione che tipo di drone fosse e, soprattutto, da dove provenisse. L’episodio è l’ennesimo che arriva dal fianco est della Nato, perché la pressione russa non passa soltanto dal campo di battaglia ucraino.</p><p>La guerra ibrida di Mosca comprende sabotaggi, cyberattacchi, disinformazione, interferenze e operazioni clandestine contro infrastrutture e obiettivi strategici europei. <b>Ed è per questo che assume un significato particolare anche l’esplosione avvenuta giovedì a Colleferro, alle porte di Roma, in uno stabilimento di KNDS Ammo Italy, società che produce munizioni, comprese quelle da 155 millimetri destinate anche all’Ucraina.</b> L’incendio, scoppiato nell’area per la lavorazione e la compressione della polvere da sparo, non ha provocato vittime. La magistratura sta indagando sulle cause e non ci sono, al momento, elementi per collegare l’incidente alla guerra ibrida russa – sebbene in molti abbiano avanzato l’ipotesi di un sabotaggio. L’aspetto più allarmante è però quello informativo: in Italia c’è già chi accusa “l’industria delle armi”, sostenendo che “la prospettiva occupazionale di un territorio e del paese non può essere affidata al riarmo e all’economia di guerra”. La sicurezza viene prima di tutto, ma è proprio la guerra di Putin, insieme alla pressione ibrida che Mosca esercita ormai da anni contro i paesi europei, ad aver reso evidente che senza una capacità di difesa credibile non c’è sicurezza da garantire. Si può discutere di come produrre armi, dove produrle e con quali garanzie per i territori. Ma il problema che ci obbliga a farlo non lo abbiamo creato noi.</p>]]></description>
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				<title>Un divieto “incostituzionale”: la Francia boccia la legge anti social</title>
				<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 19:13:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Oggi il Consiglio costituzionale di Parigi ha bocciato la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/21/news/la-francia-e-il-primo-paese-dellue-a-vietare-i-social-ai-minori-di-15-anni--402817" target="_blank">legge francese</a>&nbsp;adottata il 21 luglio scorso che vietava l’accesso ai social media agli under 15, giudicando la misura “una violazione sproporzionata della libertà di espressione” dei minori. La decisione è arrivata dopo il ricorso presentato da alcuni deputati socialisti e da La France insoumise, e manda in frantumi quella che era una misura simbolo del macronismo di fine mandato. <b>I giudici costituzionali francesi non hanno negato l’esigenza di proteggere l’interesse dei minori, ma hanno smontato l’impianto della legge con argomenti di puro buon senso liberale:</b> il divieto era troppo ampio, capace di colpire servizi online i cui rischi per la salute e la sicurezza dei minori “non sono stabiliti”; le eccezioni previste, per esempio per le enciclopedie online, restavano troppo limitate, e soprattutto il sistema di verifica dell’età avrebbe imposto controlli di identità a tutti gli utenti, minori e adulti, senza garanzie sufficienti per la tutela della privacy.</p><p>La Francia voleva seguire l’Australia ed era diventata il mese scorso il primo paese europeo a vietare i social sotto ai 15 anni, ma dopo la decisione del Consiglio, il presidente francese Emmanuel Macron ha già incaricato il primo ministro Sébastien Lecornu a “lavorare” a una bozza di legge “giuridicamente solida”. <b>Le perplessità di fondo però, individuate pure dai saggi costituzionali francesi, resteranno, perché vietare per decreto l’accesso a una piattaforma non risolve il problema, e cioè l’uso eccessivo o inconsapevole degli schermi, ma semplicemente sposta sullo stato una responsabilità che dovrebbe essere principalmente educativa.</b> Nel farlo, oltretutto, si rischia di pagare il prezzo di una sorveglianza digitale generalizzata. Il divieto totale, a cui lavora pure la Commissione europea (con soglie più basse e graduali dai 13 anni) è un diversivo comodo, che dà l’illusione di aver risolto un problema complesso senza doverlo affrontare davvero. E quindi dopo che il Consiglio francese ha dichiarato incostituzionale la legge francese, urge una riflessione collettiva.</p>]]></description>
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				<title>L’abbaglio elettrico di Porsche</title>
				<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Potrebbe sembrare una notizia poco importante di metà agosto. <b>Ma la possibilità che Porsche interrompa entro il 2030 la produzione del suo modello elettrico Taycan non lo è affatto</b>. A essere più precisi, l’indiscrezione riportata dal magazine economico tedesco WirtschaftsWoche va letta come mancanza di un erede per l’attuale Taycan, che in campo automobilistico significa insuccesso certificato. La cosa non sorprenderà gli appassionati, che sul successo della prima&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/auto-elettriche_687" target="_blank">elettrica</a>&nbsp;della giumenta di Stoccarda hanno sempre nutrito svariati dubbi, anche quando dopo il debutto andava molto bene.</p><p><b>Primo dubbio: mai valutare un’auto dalle vendite iniziali (all’inizio sono bravi tutti, anche perché i trucchi abbondano, dagli autoacquisti alle forzature sui concessionari); </b>secondo: incredibilmente la Taycan veniva acquistata ben di più della meno costosa sorellastra Audi e-tron GT, fatto mai visto e illogico; terzo: l’offerta a prezzi stracciati sul mercato dell’usato delle Taycan più prestazionali praticamente nuove, un fatto che ha dimostrato come fossero state acquistate solo per poter rientrare nella lista degli acquirenti delle Porsche 911 ben più ambite. I numeri degli ultimi anni, complice anche il tracollo in Cina, sono stati impietosi: dalle oltre 40 mila del 2023 si è arrivati a sole 6.219 nel primo semestre di quest’anno. <b>In verità, già da più di un anno Porsche ha raddrizzato la rotta, ridimensionando parecchio le ambizioni sull’elettrico. </b>L’ultima, notevole, correzione è stata l’uscita dal pool del gruppo Volkswagen ai fini del calcolo delle emissioni medie di CO2 per accordarsi con i cinesi di Xpeng, che in Europa vendono solo auto elettriche. Una mossa che serve a Porsche (e anche a Volkswagen) per produrre più auto a benzina. Ma che è pure la certificazione di un abbaglio elettrico, purtroppo generalizzato nell’industria automobilistica europea.</p>]]></description>
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				<title>Il primato del contante confermato dall&#039;indagine Bce</title>
				<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Secondo un’indagine pubblicata ieri dalla Banca centrale europea, il contante resta il mezzo di pagamento più accettato nell’area euro e ha persino recuperato il leggero declino osservato durante e dopo la pandemia. Tra le 8.205 micro, piccole, medie e grandi imprese appartenenti ai 21 paesi dell’area che hanno partecipato al sondaggio, il 92 per cento di chi ha punti vendita fisici dichiara di accettarlo (+2 punti percentuali rispetto al 2024), mentre per quanto riguarda i pagamenti con carta questi sono accettati dall’88 per cento dei punti vendita. In Italia la quota di accettazione del contante tra le Pmi arriva al 99 per cento, il valore più alto dell’Eurozona insieme alla Grecia – mentre il Belgio (81 per cento) e Cipro (76 per cento) chiudono la classifica.</p><p>Rispetto al 2024 c’è stata anche una maggiore integrazione dei pagamenti digitali. Per esempio le imprese che dichiarano di accettare pagamenti con i telefonini sono passate dal 36 al 68 per cento, e il 25 per cento delle aziende ha dichiarato che sta investendo per aumentare l’uso del digitale tramite un maggiore uso di terminali che non accettano contante. D’altro canto, avverte la Bce, rispetto a due anni fa c’è stato un forte aumento dal 22  al 35 per cento degli esercenti che, tra quelli che rifiutano il contante, citano come motivo la difficoltà di depositarlo o ritirarlo. Nonostante ciò, la ragione più citata per chi non accetta il contante rimane comunque lo scarso uso da parte dei clienti (36 per cento).</p><p>In ogni caso il sondaggio della Bce dimostra che un aumento della diffusione del digitale non scatena un deterioramento del primato del contante. E’ per questo che le politiche in materia di pagamenti dell’Ue dovranno far di tutto per preservare questa convivenza una volta che sarà introdotto l’euro digitale, lasciando che siano sempre i cittadini e le imprese a decidere come pagare.</p>]]></description>
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				<title>Qusra e due fallimenti di Netanyahu</title>
				<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Domenica mattina, un gruppo di coloni israeliani ha allestito degli accampamenti davanti a tre case alla periferia di Qusra, vicino a Nablus, in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/cisgiordania_33217" target="_blank">Cisgiordania</a>. Ha circondato le abitazioni, impedendo a chi era dentro di uscire fuori e a chi voleva entrare di raggiungerle. <b>Il Wall Street Journal ha scritto che fra le persone bloccate c’erano anche dei cittadini italiani e sono stati coinvolti anche degli americani, alcuni erano proprietari delle case.</b> Giovedì, l’esercito israeliano è entrato nel villaggio con il compito di portare via i coloni e al termine dell’operazione ha dichiarato che le forze di sicurezza avevano smantellato due avamposti illegali e arrestato un cittadino israeliano. La versione degli abitanti di Qusra è invece che i soldati israeliani avrebbero cercato di occupare le loro case: Tsahal ha respinto l’accusa, dicendo che i soldati avevano ricevuto l’ordine di non entrare nelle case palestinesi.</p><p><b>I fatti di questa settimana in Cisgiordania mostrano però il fallimento di una politica e di una relazione.</b> La questione politica riguarda il rapporto fra il governo e i coloni violenti, che le autorità fanno fatica a contenere dopo aver fatto di tutto per non renderli responsabili delle loro azioni. La relazione che funziona sempre meno è quella fra il governo israeliano e gli americani. L’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee, grande sostenitore di Israele, è intervenuto scrivendo su X: “Le azioni di coloro che hanno compiuto questo orribile atto di terrorismo volto a intimidire e molestare questa famiglia sono disgustose”. Sì, Huckabee ha detto terrorismo e non è la prima volta che usa parole forti, come quando aveva condannato le azioni contro i cristiani in Israele. <b>Questo governo pensava che l’Amministrazione Trump gli avrebbe dato la possibilità di fare tutto, avrebbe sostenuto annessioni, lasciato correre sul comportamento dei coloni. </b>Ma nemmeno la prima Amministrazione Trump era stata lasca su questi argomenti e più volte aveva frenato il primo ministro Benjamin Netanyahu.</p>]]></description>
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				<title>In Venezuela opposizione e governo raggiungono due accordi con il plauso di Washington</title>
				<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è stato un primo importante accordo tra il governo e l’opposizione in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/venezuela_76727" target="_blank">Venezuela</a>. Le due delegazioni erano guidate da Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea nazionale attuale e fratello della presidente ad interim&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/delcy-rodriguez_49897" target="_blank">Delcy Rodríguez</a>, e Dinorah Figuera, ex presidente di quell’Assemblea nazionale eletta nel 2015 quando l’opposizione aveva ottenuto un’ampia maggioranza, e tuttora riconosciuta come ultima Assemblea nazionale democraticamente eletta in Venezuela da gran parte della comunità internazionale, tra cui gli stessi Stati Uniti. <b>Al termine del primo round di negoziati, è stato raggiunto un accordo per un rinnovo completo delle cariche giudiziarie, che era una esigenza dell’opposizione</b>. In particolare, saranno rinnovati tutti i giudici del Tribunale supremo di giustizia, per formare il quale&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/nicolas-maduro_52645" target="_blank">Maduro</a>&nbsp;aveva convocato l’Assemblea nazionale scaduta prima che quella eletta nel 2015 potesse riunirsi, e col cui appoggio aveva poi fatto il golpe istituzionale.</p><p>C’è stato poi l’altro accordo per recuperare le riserve valutarie venezuelane che sono rimaste bloccate presso la Banca d’Inghilterra in seguito alla disputa su quale fosse l’autorità legittima tra quelle che si contendevano il potere in Venezuela e l’opposizione è andata incontro a un’esigenza del governo. Il documento, datato 12 agosto 2026, afferma che <b>entrambe le parti concentreranno i loro sforzi su due aree principali</b>: affrontare l’emergenza causata dal doppio terremoto. Con gruppi di lavoro tecnici e cinque riunioni plenarie tra le due delegazioni, il processo è iniziato formalmente all’inizio di agosto. “Confido che questo processo contribuirà a costruire un percorso per una migliore convivenza democratica tra i diversi settori politici del paese e che si tradurrà in benefici concreti per i venezuelani”, ha dichiarato Delcy Rodríguez in un messaggio trasmesso via Telegram. In effetti a Caracas c’è stata anche una manifestazione di protesta contro la segretezza del negoziato, che però ha il sostegno degli Stati Uniti.</p>]]></description>
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				<title>La rotta di Piantedosi in audizione a San Macuto</title>
				<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>In attesa di scoprire se il giorno di Ferragosto sarà un’altra&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/08/01/news/quella-di-ceuta-alla-fine-sara-una-crisi-soprattutto-spagnola-lasse-tra-vox-e-partido-popular--403826" target="_blank">apocalisse migratoria a Ceuta</a>, cosa di cui si può al momento ragionevolmente dubitare, si può soltanto attendere per capire come se la caverà invece il governo italiano con le prossime mosse sullo scacchiere della guerra diplomatica e di nervi e propagande incrociate europee in corso. Il compito non semplice, ricade oggi soprattutto sulle spalle del ministro dell’Interno, <b>Matteo Piantedosi.</b> Mentre la tensione con Madrid resta alta, la giornata ieri si era aperta con un peggioramento del meteo sulla rotta tedesca. <b>Berlino ha nei giorni scorsi confermato la decisione di espellere i migranti dublinanti verso l’Italia, come previsto dagli accordi.</b> Anzi, il portavoce del ministro dell’Interno tedesco ha detto: “Siamo un po’ sorpresi dell’agitazione sulla questione e delle divergenze con Roma”. Infatti, ha spiegato, “Berlino e Roma già da tempo collaborano bene sulla questione migratoria e sulla implementazione del sistema di asilo comune, nell’autunno 2025 abbiamo chiuso accordi bilaterali con Italia e Grecia, stabilendo che le norme di Dublino sarebbero state nuovamente applicate dall’entrata in vigore del sistema europeo comune di asilo, a giugno 2026”.</p><p>Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha smorzato le polemiche, “non credo ci sia un problema”, ma ha tenuto il punto sul tema delle navi Ong battenti bandiera tedesca che hanno fatto sbarcare migranti. In questo clima incerto, oggi Piantedosi sarà in audizione a San Macuto davanti al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, a spiegare come proceda il ripristino dei controlli alle frontiere tra Italia e Spagna.<b> L’“amica” Mette Frederiksen ha ribadito al Parlamento di Copenaghen la propria visione, ma senza forzature.</b> Starà al governo italiano, anche facendo tesoro delle recenti parole del Quirinale sul rispetto dei migranti, cercare una linea che, pur tenendo conto degli ovvi problemi elettoralistici, non peggiori i rapporti europei senza, peraltro, portare risultati utili.</p>]]></description>
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				<title>Ora è l’India a vendere carburante alla Russia</title>
				<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per la prima volta la scorsa settimana la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/russia_51349" target="_blank">Russia</a>&nbsp;ha ricevuto delle spedizioni di carburante dall’India: secondo Bloomberg, che ha ricostruito il percorso delle petroliere grazie ai dati Kpler, è un sintomo di quanto stia diventando grave la crisi nel mercato della benzina russo, da mesi minacciato dagli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie di Mosca. Il primo carico, arrivato in Russia lo scorso 5 agosto, è stato venduto dalla società indiana Nayara Energy Ltd, controllata da Rosneft, la principale società petrolifera russa, ha attraversato il canale di Suez e poi il Mediterraneo grazie alla “flotta ombra” del Cremlino, e    ci sarebbero altre spedizioni in arrivo. <b>Ciò che è cambiato è che è sempre stata la Russia ad aver esportato carburante all’India, dopo l’inizio della guerra in Ucraina era diventata il principale importatore di petrolio russo dopo la Cina a prezzi scontati.</b> Poi, per un breve periodo, Nuova Delhi sembrava avesse ceduto alle pressioni dell’Amministrazione americana, che lo scorso anno aveva imposto i dazi più punitivi all’India come ritorsione per l’acquisto di petrolio russo.</p><p>Nei fatti l’India è ancora fortemente dipendente dalla Russia, e negli ultimi mesi – anche perché le forniture attraverso lo Stretto di Hormuz sono ancora limitate – le importazioni di petrolio russo non sono diminuite, anzi. A giugno 2026 hanno raggiunto il massimo  storico del 48 per cento in termini di quantità e del 48,6 per cento in termini di valore, rappresentando circa la metà delle importazioni totali di petrolio dell’India: <b>la quota russa è in costante aumento ogni mese da marzo, cioè  dall’inizio della guerra in medio oriente.</b> Le sanzioni americane non sembrano aver scoraggiato gli acquirenti e se   la Camera americana dovesse approvare  la legge bipartisan di&nbsp; Lindsey  Graham,  i dazi   sui principali importatori di petrolio e gas russi arriverebbero al cento per cento. In tal caso le raffinerie indiane potrebbero dover ripensare la propria strategia di approvvigionamento,  per ora  la Russia sembra però rimanere il principale fornitore di petrolio dell’India.</p>]]></description>
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				<title>Istat: elettricità e gas per uso domestico spingono l&#039;inflazione</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 20:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>E’ sempre più il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/12/news/abbiamo-tanto-gas-ma-costa-troppo--404660" target="_blank">prezzo dell’energia</a>&nbsp;a determinare la curva dell’inflazione italiana. Oggi l’Istat ha comunicato i dati definitivi di luglio: l’indice nazionale dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,3 per cento rispetto a giugno e del 2,9 per cento su base annua, contro il 2,8 per cento della stima preliminare. Questo vuol dire che l’Istituto di statistica ha rivisto al rialzo – sebbene di poco – il dato di luglio che, tra l’altro, risulta essere abbastanza in linea con quello che sta succedendo in Germania. Anche in questo paese l’energia ha un ruolo centrale. <b>Ciò che differenzia l’andamento dell’inflazione in Italia è il rallentamento dei beni di consumo quotidiani (carrello della spesa, in particolare alimentari e prodotti per la cura della persona), mentre corrono i beni energetici.</b> In questa macro categoria occorre, però, fare delle distinzioni.</p><p>Mentre si registra la discesa dei beni energetici non regolamentati, il cui prezzo è determinato dal mercato libero (passano dal 13,3 per cento di giugno all’11,4 per cento di luglio) fanno un gran balzo verso l’alto i beni energetici regolamentati – le cui tariffe sono stabilite da agenzie governative: da più 9,2 per cento di giugno a più 14, 8 per cento di luglio con un incremento del 6,5 per cento in un solo mese. <b>In soldoni, si sta parlando di energia elettrica e di gas per uso domestico: sono questi i beni che stanno maggiormente influenzando l’inflazione italiana.</b> Se si scompone il dato Istat il quadro emerge chiaramente. Secondo il Codacons, infatti, un aumento dell’inflazione a luglio del 2,9 per cento (su base annua) si traduce in una maggior spesa di 959 euro (nell’anno) per una famiglia tipo con due figli. Ma l’associazione dei consumatori avverte che nei prossimi mesi si sentiranno anche i rincari dei beni energetici non regolamentati (benzina e gasolio), che per adesso sembrano rallentare. Intanto, la stangata si avvertirà presto su bollette di gas e luce, complice il gran caldo che ha costretto gli italiani a tenere accesi i condizionatori.</p>]]></description>
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				<title>Sorpresa: Hezbollah vuole la pena di morte</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 18:22:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Parlamento del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/libano_856" target="_blank">Libano</a>&nbsp;ha votato per abolire la pena di morte. Non è il primo membro della Lega araba a farlo (Gibuti l’aveva preceduto nel 1990, ma l’ex colonia francese è un paese arabo solo per volontà geopolitica). Il Libano è quindi il primo paese  del mondo arabo a intraprendere questo percorso, anche se non è ancora concluso. <b>In un Parlamento di 128 membri, metà cristiani e metà musulmani, la legge che sostituisce la pena di morte con i lavori forzati a vita è stata approvata con i voti contrari di Hezbollah (15) e dei suoi alleati (16 cristiani del Movimento patriottico libero dell’ex presidente generale Michel Aoun e un indipendente sunnita).</b> Ora dovrà essere promulgata dal presidente, il generale Joseph Aoun (stesso grado, fede maronita e cognome del predecessore, ma solo omonimo senza parentela, e agli antipodi politici). E’ però ormai una pura formalità, dal momento che il governo ha già espresso il proprio sostegno.</p><p>In effetti, l’ultima condanna capitale era stata eseguita nel gennaio del 2004, ma i tribunali continuavano a emettere condanne a morte e la legge manteneva tale possibilità per i crimini considerati estremamente gravi: omicidio aggravato, terrorismo con conseguente morte, tradimento, spionaggio e altri reati relativi alla sicurezza dello stato. <b>L’applicazione pratica della sentenza richiedeva però la firma congiunta del presidente, del primo ministro e del ministro della giustizia: una combinazione che non si era più ripetuta da 22 anni, lasciando nel braccio della morte un numero di detenuti variamente stimato tra i 78 e i 25.</b> La riforma è stata sostenuta dall’Onu e  dall’Ue, e il ministro della Giustizia Adel Nasser ha affermato che migliorerà la cooperazione giudiziaria internazionale, dal momento che  l’esistenza della pena capitale ostacolava l’estradizione di sospetti da paesi che la vietano verso paesi dove potrebbero essere condannati a morte. Il Libano fa un passo avanti di civiltà e a favore dello  stato di diritto. Hezbollah cerca di tirarlo ancora indietro.</p>]]></description>
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				<title>Abbiamo tanto gas, ma costa troppo</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mentre l’attenzione generale è tutta concentrata sul prezzo del petrolio che sale e scende in funzione degli accordi raggiunti e rimessi in discussione tra Usa e Iran, le quotazioni del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/gas_469" target="_blank">gas</a>&nbsp;registrano una nuova impennata che non fa presagire nulla di buono per le bollette degli italiani. Ieri il valore dell’indice Igi (Italian Gas Index) ha raggiunto 63,44 euro al megawattore, in deciso rialzo rispetto alla giornata precedente che era di 58,77 euro. <b>In poco più di un mese, l’indice, che è calcolato giornalmente dal Gestore dei mercati energetici (Gme) e rappresenta uno strumento di riferimento per gli operatori del settore, è aumentato di quasi il 20 per cento ed è più alto del 50 per cento rispetto a un anno fa.</b> Prosegue, dunque, il paradosso energetico italiano per ragioni legate agli stoccaggi e alla crescente competizione internazionale sul Gnl (il gas liquefatto) che spinge al rialzo i prezzi all’ingrosso sui mercati energetici. Eppure, gli stoccaggi italiani sono superiori alla media europea (76 per cento contro il 57 per cento).</p><p>Gli analisti spiegano che avere più gas nei depositi rappresenta un vantaggio in momenti di carenza del bene energetico, ma non vuol dire essere al riparo dagli choc di mercato poiché il prezzo all’ingrosso resta legato a fattori come la chiusura dello Stretto di Hormuz, la riduzione delle importazioni dalla Russia, la concorrenza asiatica e le attività di manutenzione di alcuni giacimenti in Norvegia. In Italia, inoltre, esistono due problemi strutturali. <b>Il primo è che il gas copre il 50 per cento della produzione elettrica nazionale (valore decisamente più alto per esempio di Francia e Spagna) e il secondo è che la produzione di energia da fonti rinnovabili è ancora troppo contenuta per compensare il fabbisogno.</b> In sintesi, l’Italia è il paese in Europa che paga più cara l’energia elettrica ed è quello più esposto agli choc generati dai cambiamenti geopolitici perché è troppo dipendente da un mercato del gas che non controlla e non riesce a completare la transizione energetica. Uno squilibrio che si riflette puntualmente nelle bollette.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Occhi cinesi sui nostri mezzi militari</title>
				<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Durante un controllo di routine sulla sicurezza informatica dei nuovi droni navali della Royal Navy, il ministero della Difesa britannico ha scoperto che le telecamere montate sui K3 Scout, prodotti dalla britannica Kraken Technology, contenevano un componente di fabbricazione cinese. <b>Il componente inviava un segnale, una sorta di “heartbeat” che comunica che il dispositivo è acceso e funzionante, verso un indirizzo IP nella Repubblica popolare cinese.</b> Un’inchiesta del Telegraph di due giorni fa ha rivelato la falla di sicurezza, poi confermata dal ministero della Difesa di Londra, che ha però escluso di aver trovato prove di una compromissione dei propri sistemi o della trasmissione di dati sensibili. Ma il problema è comunque imbarazzante per una delle Forze armate più potenti del mondo, perché quel componente cinese non avrebbe dovuto trovarsi lì.</p><p>Il Regno Unito, come gli altri paesi Nato, ha infatti adottato misure per escludere componenti cinesi dalle proprie tecnologie militari, proprio per il rischio di interferenze e spionaggio e specialmente su tecnologia sensibile come quella dei droni navali. <b>Ma il caso dimostra quanto sia difficile controllare la catena di approvvigionamento, e quanto la Cina conti su quest’area grigia di vulnerabilità:</b> i venti K3 Scout interessati sono stati acquistati per circa 12,3 milioni di sterline e sono operativi con i Royal Marines solo da marzo scorso, quando le barriere di sicurezza erano già particolarmente attive. Ma il caso, che ha costretto Londra a spegnere la connettività di tutte le telecamere, sottolinea ancora una volta una questione: quando parliamo di tecnologia sicura, parliamo di produttori che non provano a infilare componenti per potenziale spionaggio. <b>E sebbene la tecnologia cinese sia decisamente più economica, soprattutto quando parliamo di telecamere – e, per esempio nel caso italiano, di scanner – il rischio con la Cina è sempre altissimo. Un motivo ci sarà.</b></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>La cordata funebre: cosa resta dell’ex (ora sì) Ilva</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 20:05:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>In tutti questi anni, dal passaggio dei Riva all’amministrazione straordinaria, da ArcelorMittal fino ad Acciaierie d’Italia, mentre tutti la chiamavano “ex Ilva”, su queste pagine abbiamo sempre continuato a chiamarla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/07/news/la-farsa-di-ilva-loperazione-verita-necessaria-per-dare-dignita-alla-chiusura-di-una-storia-senza-prendersi-in-giro--404335" target="_blank">“Ilva”</a>. Il nome che continuava a essere usato su tutti i documenti ufficiali, al di là della narrazione giornalistica. <b>Oggi invece, per la prima volta, possiamo iniziare a chiamarla ex Ilva.</b> Perché con la chiusura dell’area a caldo lo stabilimento che per 50 anni ha contribuito a fare dell’Italia una grande potenza industriale non esiste più. Ci è voluta la magistratura per svelare un bluff di anni. Sembra assurdo dirlo, ancor di più lo è per gli acciaieri italiani, che giustamente da sempre ci spiegano la strategicità dell’acciaio integrale da altoforno. E proprio loro oggi, dopo che la corte d’Appello di Milano ha spento per sempre l’ultimo altoforno rimasto acceso a Taranto, hanno organizzato una cordata ambiziosa per rilevare i laminatoi dell’area a freddo. Di fatto, l’ultima cosa che si può fare, una volta che l’acciaieria, quella vera, è stata fatta morire.</p><p>Continuare a dire, come ormai fanno solo i sindacati e il Pd, che l’area a caldo (decarbonizzata) è strategica per il paese significa ignorare la realtà. A Taranto il ciclo integrale non esiste più da dicembre 2025, quando i commissari del ministro Urso decisero di avviare il cosiddetto “piano corto” con lo spegnimento di batterie e cokerie. L’economia italiana, a detta del ministro Urso, va a gonfie vele. Ma nessuno realizzerà nuovi impianti a Taranto. Ci sarebbe da chiedersi come sia possibile essere passati dalla promessa “del più grande siderurgico green d’Europa” a un centro servizi senza colpo ferire. In Italia è più facile gridare al fascismo che al lavoro. Soprattutto quando è certo che un reddito di cassa integrazione verrà garantito a tutti. Gli imprenditori italiani fanno il loro mestiere, intervenendo dopo aver tolto di mezzo tutti i rischi penali, economici, ambientali, industriali, politici. Non ci sono capitani coraggiosi, ma politici codardi.</p>]]></description>
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				<title>La condanna a morte di Assad che diventa un salvacondotto</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 16:44:00 +0200</pubDate>
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												<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Fame di vendetta da una parte e voglia di giustizia dall’altra si contendono l’anima della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/siria_51256" target="_blank">Siria</a>&nbsp;post assadista. La prima, oggi, ha portato migliaia di persone a festeggiare le condanne a morte inflitte dai giudici contro i vertici del vecchio regime, <b>Bashar el Assad </b>incluso. La seconda, invece, rischia di soffocare in un vicolo cieco, dacché queste condanne rendono  improbabile che un domani il dittatore sieda al banco degli imputati  di un’aula di tribunale per rispondere delle proprie azioni. Insieme a Bashar, giudicato in absentia perché riparato a Mosca con la famiglia dal dicembre del ’24, è stato condannato a morte anche il fratello Maher, pure lui verosimilmente in Russia, comandante della spietata Quarta divisione della guardia repubblicana, un esercito parallelo che si è macchiato dei più efferati delitti. Chi è stato condannato comparendo davanti al giudice è stato invece Ateb Najef, cugino di Assad ed ex capo dell’ufficio della Sicurezza politica di Daraa. Alla lettura della sentenza, nella città del sud della Siria sono iniziati i festeggiamenti per le strade.</p><p><b>Ma a guardar bene, giustizia non è fatta e, per paradosso, la condanna a morte di Bashar somiglia più a un salvacondotto accordato all’ex dittatore.</b> Desta sospetti la tempistica della sentenza, arrivata a soli due giorni dall’accordo tra Damasco e Mosca per lo smantellamento delle basi russe in Siria a Tartus e Latakia. Probabile che l’intesa per una permanenza (anche se  solo parziale) dei russi abbia incluso segretamente qualche accordo riguardante il destino di Assad. Poi ci sono le questioni giuridiche, che con la condanna  capitale renderanno complicata, se non impossibile, un’estradizione del dittatore e dei suoi famigliari a Damasco. Nel Regno Unito, per esempio,  non è consentito estradare detenuti in paesi che prevedono la pena di morte. Eppure la moglie di Bashar, Asma, è cittadina britannica e si sospetta che in questi anni abbia viaggiato verso il Regno Unito in gran segreto. Con la sentenza di ieri, insomma, si è sancito che gli Assad non metteranno più piede in Siria e che non pagheranno per i loro crimini. Una promessa di impunità più che una condanna a morte.</p>]]></description>
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				<title>Vannacci a Milano fa le primarie a sinistra</title>
				<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sospirone di sollievo per la sinistra milanese. L’eterna e snervante questione delle primarie sì, primarie no per scegliere il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gran-milano/2026/06/18/news/elenco-esaustivo-e-a-tratti-demenziale-di-tutti-i-candidati-sindaco-a-milano-veri-e-wannabe--400727" target="_blank">candidato sindaco</a>&nbsp;adatto a succedere a Beppe Sala è bell’e risolta: <b>le primarie gliele ha già organizzate la destra (e quale destra!) e il generale Vannacci si è incaricato di stendere di persona il red carpet fino a Palazzo Marino per il futuro primo cittadino: che sarà di sinistra (e quale sinistra!).</b> E se la politica ha una logica, sarà Pierfrancesco Majorino, senza nemmeno la fatica di fare campagna elettorale. Suicidarsi nel destra-centro milanese nella corsa per il sindaco è un evergreen: l’ultima volta hanno presentato un tale improponibile, il dott. Bernardo (non è strano che sia appena passato al gruppo consiliare di Futuro nazionale), che Beppe Sala non si alzò nemmeno dalla poltrona: era già sua.</p><p>Per non dire dei candidati finora partoriti dai partiti: improbabili vittime sacrificali. <b>Ma ora tutto è risolto: il generalissimo ha annunciato che il suo candidato sindaco ce l’ha bell’e pronto: l’ex generale dei parà Carmelo Burgio. Uno che “con lui Milano potrà tornare a essere la città della Madonnina e non dei maranza”, uno che farebbe un “rastrellamento a Rogoredo”.</b> Ora, siccome la maggioranza dei milanesi di centrodestra il tema della sicurezza lo sente eccome, ma non sono mica tutti “Rambo” con le bombe a mano, è chiaro che “Charles Bronson” Burgio non lo voteranno. O in alternativa: se Vannacci decidesse di correre da solo, otterrebbe il risultato di togliere 10 punti alla destra e far vincere la sinistra al primo turno. Dall’altra parte, invece, l’onda di indignazione contro la minaccia Burgio sarebbe sufficiente a spostare il sentiment della sinistra verso sponde identitarie, anti securitarie, aperte alla accoglienza senza se e senza ma di qualsiasi immigrazione: la sinistra à la Majorino, appunto. La furba mossa di Vannacci avrebbe il risultato di far vincere la sinistra più di sinistra. Geniale. A meno che Calabresi si decida a scendere in campo: contro Burgio lo voterebbe anche il centrodestra non vannacciano.</p>]]></description>
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