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		<title>Economia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 08:28:46 +0100</pubDate>
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				<title>Il decreto Bollette sbatte sotto il tetto</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:26:00 +0100</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’iter del dl Bollette 2 si fa sempre più accidentato. La revisione del provvedimento di febbraio, che dovrebbe recepire gli esiti del negoziato tra governo e Commissione Ue, era prevista nel Consiglio dei ministri della settimana scorsa: all’ultimo momento è slittata per “verifiche tecniche”. Adesso pare che neppure questa settimana arriverà a Palazzo Chigi: il titolare del Mase Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo a Ecomondo, ha detto che “i miei uffici stanno lavorando sulle modalità tecniche del cosiddetto ribaltamento”. Alla domanda su quando sarà pronto il nuovo testo, ha replicato tautologicamente: “Quando avranno finito gli uffici, e quando mi consegneranno il lavoro fatto”. Il meccanismo ricalca il <b>“tope al precio del gas” </b>rimasto in vigore in Spagna nel 2022-23. Prevede, in pratica, la corresponsione di un sussidio ai produttori termoelettrici, in modo che la riduzione dei loro costi trascini verso il basso tutta la curva dei prezzi.</p><p>Il problema è: chi paga il sussidio? Pichetto ha detto più volte che i clienti con contratti a prezzo fisso dovrebbero esserne esclusi; invece l’Arera ha proposto, in un documento di giugno, di ribaltarlo uniformemente su tutti i clienti finali attraverso il cosiddetto corrispettivo di dispacciamento. Non è chiaro se davvero sia su questo che gli uomini del Mase stanno cercando la quadra. Se così fosse, basterebbe seguire il modello iberico: <b>fare in modo che a pagare il sussidio siano gli acquirenti all’ingrosso </b>(industriali e utility che rivendono l’energia al dettaglio). In tal modo, questi da un lato contribuiranno ai costi delle centrali a gas, e dall’altro godranno dello “sconto” sul prezzo dell’energia: e poiché questo è teoricamente più elevato del rimborso, porteranno a casa un risparmio da riversare a valle secondo le specificità dei contratti con i clienti. Mischiare i due livelli, ingrosso e dettaglio, rischia solo di generare confusione e sussidi incrociati tra categorie di clienti. Il meccanismo del dl Bollette è già abbastanza complesso di suo: non c’è ragione di renderlo ulteriormente complicato.</p>]]></description>
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				<title>La exit tax introdotta dalla manovra disincentiverà gli investimenti senza produrre gettito. Fermarsi</title>
				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 06:02:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Andrea Tavecchio</author>
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				<description><![CDATA[<p>In Italia è passato un po’ sottotraccia, ma all’estero ne hanno parlato in tanti a partire dal Financial Times e non ne hanno parlato benissimo, bisogna aggiungere. L’articolo 17 del disegno di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/legge-di-bilancio_1339">legge di bilancio 2027</a>&nbsp;introduce, senza che vi fossero state discussioni sul tema, una vera novità per il nostro paese: <b>una exit tax</b>. Semplificando molto, viene prevista una tassazione sulle plusvalenze latenti (cioè non ancora realizzate) su partecipazioni, titoli e altri strumenti finanziari per le persone fisiche, le società semplici e gli enti non commerciali (come i trust) che, <b>essendo stati residenti in Italia per almeno sei dei dieci periodi d’imposta precedenti, trasferiscono la residenza fiscale all’estero a partire dal 1° gennaio 2027</b>.</p><p>E’ previsto un meccanismo di differimento del pagamento, più favorevole per i trasferimenti verso stati dell’Unione europea e stati con adeguati accordi di scambio di informazioni, evidentemente pensato per cercare di prevenire una censura sul piano delle libertà fondamentali dell’Unione. Anche in questi casi, però, il differimento (puoi pagare più tardi rispetto a quanto previsto normalmente, beneficiando di condizioni migliori) richiederebbe il versamento immediato di un acconto del 50 per cento <b>e la prestazione di una garanzia: un punto su cui ci saranno comunque tanti problemi di tenuta se la norma dovesse effettivamente essere approvata</b>.</p><p>La ipotizzata tassazione in uscita si applicherebbe a chi detiene un patrimonio di valore complessivo almeno pari a 800.000 euro: una soglia che, con un tocco di populismo o forse di ottimismo, alcune agenzie di stampa hanno associato ai “super ricchi”. <b>Da ultimo, ma non per ultimo, secondo la relazione tecnica il gettito atteso è di 3,37 milioni di euro nel 2027 e di 6,74 milioni annui dal 2028 al 2031, per tornare a 3,37 milioni dal 2032 al netto dei rimborsi. Non è un errore di battitura: milioni, non miliardi</b>.</p><p>Nei prossimi giorni siamo certi che ne scriveranno in tanti, evidenziando le criticità pratiche e sistematiche di questa norma, anche alla luce dell’esperienza maturata nei paesi in cui una exit tax sulle persone fisiche è già in vigore e dove il tema non ha mai smesso di generare contenzioso, anche davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. <b>E’ prassi che in sede parlamentare vengano apportati correttivi e non è da escludere nemmeno uno stralcio, come avvenne, anche se solo ex post, per l’ipotizzata modifica della tassazione dei dividendi per le holding</b>. Ne avevamo parlato.</p><p>Usciamo dai temi tecnici e facciamo una riflessione sul tipo di conseguenze che una norma così porta con sé. La presenza o meno di una exit tax è un argomento ricorrente quando gli operatori del mondo “tax and legal” valutano un paese. Cambiamenti introdotti in questo modo, senza un dibattito e senza condivisione con gli operatori, sono chiaramente una strategia legislativa, ma possono apparire come una modalità poco amichevole verso gli investitori e i contribuenti, attuali o potenziali. <b>Non è difficile immaginare che questa norma agisca da freno agli investimenti e ai trasferimenti in Italia di persone fisiche e strutture, perché dà un messaggio di instabilità, anche se parzialmente attenuato per chi si è trasferito nel nostro paese con il cosiddetto forfait: la norma, pur se il punto andrebbe precisato meglio, sembra escluderli per una serie di motivi tra cui, banalizzando, che fa riferimento alle “disposizioni ordinariamente applicabili”</b>.</p><p>Insomma, per andare a colpire pochi, con un gettito di pochi milioni, si rischia di scoraggiare i molti che stavano valutando di entrare, e che valgono molto di più di quanto la relazione tecnica stimi di incassare. Inoltre si dà un forte messaggio di instabilità del sistema Italia in generale e si crea in alcuni l’impressione, ad avviso di chi scrive infondata, che il governo si stia preparando a una “vera patrimoniale”. <b>Una buona sintesi potrebbe essere tanto rumore e poco gettito</b>.</p>]]></description>
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				<title>Gas, stoccaggi Ue mai così bassi dal 2013. I numeri dell&#039;Aie</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 20:22:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Al 31 ottobre gli stoccaggi di gas dell’Unione europea sono stati riempiti per il 75 per cento della loro capacità complessiva</b>, che è di circa 100 miliardi di metri cubi. Si tratta, secondo il “Global gas security review” pubblicato oggi dall’<b>Agenzia internazionale dell’energia (Aie)</b>, del valore minimo registrato in questo periodo dell’anno dal 2013. L’avvertimento dell’Aie riguarda anche l’anno che verrà, perché <b>secondo l’agenzia è probabile che la tensione sui mercati si protrarrà anche nel 2027</b>. Assumendo che le interruzioni nel medio oriente proseguano almeno fino a fine anno 2026, l’Aie prevede per quest’anno un calo dell’offerta mondiale di Gnl del 3 per cento sul 2025: si tratta di circa 20 miliardi di metri cubi in meno, “la maggiore flessione annua” mai registrata dall’Aie, che inoltre stima per il quinquennio 2026-2030 una perdita cumulata di circa 150 miliardi di metri cubi di Gnl. <b>Ciò è di primaria importanza per l’Italia</b>, dove le centrali termoelettriche a gas determinano frequentemente il prezzo all’ingrosso dell’elettricità e dove,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/29/news/linverno-energetico-piu-difficile-dal-2022--405936">secondo un rapporto di Oxford Economics</a>, pesa sulla spesa delle famiglie italiane circa il 3 per cento nel paniere dei prezzi al consumo, il doppio rispetto alla media dell’Eurozona.</p><p>La guerra in medio oriente ha infatti interrotto le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz e danneggiato gli impianti di produzione. Tra marzo e ottobre i carichi dal Qatar ed Emirati, destinati all’Europa ma soprattutto all’Asia, sono diminuiti di oltre 60 miliardi di metri cubi rispetto agli stessi mesi del 2025, mentre <b>tra aprile e settembre sono passate per Hormuz solo circa dieci metaniere cariche al mese, contro la media di circa 95 di tutto l’anno scorso</b>.</p><p><b>In Europa, nello scenario favorevole dell’Aie</b>, con l’ipotesi più che ottimistica che i flussi da Hormuz inizino a recuperare i valore pre guerra da gennaio 2027, e che il prossimo sia un inverno mite, <b>le riserve chiuderebbero marzo 2027 al 33 per cento</b>. Con un inverno freddo e interruzioni dal Golfo protratte almeno fino alla primavera, invece, l’Ue arriverebbe in primavera con gli stoccaggi al 7 per cento, il minimo storico.  Lo scenario è chiaramente quello peggiorativo, ma il rischio è reale e le negoziazioni per la fine del conflitto nel medio oriente sono soggette all’instabilità e imprevedibilità dell’Amministrazione Trump.</p><p><b> Intanto però si è sbloccata nuova offerta proveniente da nuovi impianti nel resto del mondo</b> (da Plaquemines e Corpus Christi negli Stati Uniti fino alle minori produzioni dal Congo, Senegal e così via). La produzione di Gnl fuori dal Golfo è cresciuta rispetto al periodo marzo-ottobre 2025 di oltre 40 miliardi di metri cubi, compensando circa due terzi della perdita dal medio oriente. Anche la flessibilità dei nuovi accordi ha contribuito a contenere lo choc. Nei contratti di Gnl censiti dall’Aie, la quota dei volumi senza destinazione vincolata – da spedire dove servono – è passata dal 29 per cento nel 2016 a oltre il 50 per cento nel 2025, soprattutto grazie all’offerta americana, e ad approfittarne di più sono stati i paesi asiatici, che tra marzo e ottobre hanno raddoppiato gli arrivi dal bacino atlantico rispetto agli stessi mesi del 2025.</p><p><b>La pressione sui mercati ha anche alimentato le tensioni fra il governo italiano e quello tedesco</b>. Il 29 ottobre Alessandro Noce, un direttore generale del ministero dell’Ambiente, ha rivendicato una spesa italiana di 300 milioni di euro per gli stoccaggi e ha accusato la Germania: <b>“Stiamo pagando di più per il gas perché i tedeschi lo stanno comprando ora”</b>. Al 27 agosto l’Italia aveva già riempito l’82 per cento dei depositi di gas contro il 51,6 della Germania, che al 2 novembre ha gli stoccaggi pieni solo al 61 per cento. Il governo tedesco però ha respinto l’accusa di Noce, sostenendo che le importazioni future, insieme alle scorte, siano sufficienti a garantire gli approvvigionamenti durante l’inverno. Secondo il regolamento Ue, che prevede che gli stati membri debbano stoccare almeno il 90 per cento dei depositi fra il primo ottobre e il primo dicembre, riducibile all’80 in condizioni difficili, <b>la Germania non avrebbe infatti ancora commesso un’infrazione</b>. Inoltre, la flessibilità serve proprio a evitare acquisti obbligati concentrati nel tempo. Il gas disponibile durante l’estate era caro per le interruzioni delle forniture, mentre i prezzi per la consegna invernale riflettevano aspettative di miglioramento. Comprare al tempo il gas, pagare per conservarlo e venderlo in inverno offriva quindi per gli operatori tedeschi troppo poco margine, o una perdita.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/elezioni-midterm-2026/2026/11/03/news/e-sempre-the-economy-stupid--412578</link>
				<title>È sempre “the economy, stupid”</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 20:20:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Elezioni Midterm 2026</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Su che cosa hanno votato ieri gli americani? Sull’Iran, sull’Ucraina, sul petrolio? Probabilmente resta sempre vero lo slogan di James Carville che fece vincere Bill Clinton nell’ormai lontanissimo 1992: “It’s the economy stupid”. Ma quale economia? E’ cambiata davvero tanto da allora a oggi. La barca va, produzione, occupazione, accumulazione della ricchezza, disponibilità di capitale, moneta liquida che gira in Borsa, tutto questo non manca. E allora perché lamentarsi? Il mistero dell’America Inc. passa in mezzo a due diverse espressioni: <i>trickle-down</i> e <i>affordability</i>. Cominciamo dalla prima, un mantra dell’èra Reagan fatto proprio dal trumpismo. Quando il presidente dice che non gli importa niente dell’inflazione non si limita a irridere i <i>Democrats</i>, la Federal Reserve e chi si allarma perché i prezzi al consumo continuano a correre e i tassi sui mutui vanno oltre il 7 per cento. The Donald non può non sapere che prima i dazi, poi lo choc del Golfo Persico hanno contribuito in modo determinante ad accendere una fiera alimentata da Joe Biden grazie a spesa pubblica per consumi e salari. No, <b>Trump enuncia una teoria economica che lo sappia o no.&nbsp;</b></p><p>Lasciate che Wall Street sfondi nuovi record, che la bolla tecnologica si gonfi, che i ricchi si arricchiscano, buona parte di quella bonanza colerà comunque giù giù fino al più povero dei poveri. Era il mantra dell’èra Reagan e nell’insieme ebbe successo. Sarà efficace anche oggi? Ci sono molte differenze: la più importante è che allora lo sgocciolamento venne aiutato dalla liberalizzazione dei mercati (sia finanza sia merci), oggi siamo invece in pieno neo protezionismo con una mano pubblica che entra nelle grandi imprese, sottomettendole al primato della politica. Non si tratta solo del complesso militar-industriale potente anche con Reagan tanto da contribuire a mettere in ginocchio l’Unione sovietica. Si tratta di <b>mescolare gli interessi del presidente e della sua famiglia con i magnati delle criptovalute, del petrolio, dell’oro, fino all’AI.</b></p><p>Ha funzionato il <i>trickle-down</i>? In base all’indice S&amp;P delle 500 maggiori imprese, in Borsa sono arrivati ben 17 mila miliardi di dollari dalla fine del 2024, ma il grasso è colato per il 90 per cento nelle tasche del 10 per cento delle famiglie che erano già le più ricche. Qualche goccia è scesa fino in fondo alla scala sociale, ma appena lo 0,6 per cento. Sono stime non dell’opposizione o dell’ala socialista dei <i>Democrats</i>, ma della Federal Reserve, la Banca centrale guidata da Kevin Warsh un conservatore nominato da Trump. L’Economist ha fatto i propri calcoli:<b> in un anno la Trumpnomics è costata 37 mila dollari al 10 per cento di famiglie più povere, il 10 per cento più ricco ha guadagnato mezzo milione di dollari</b>. Il paradosso è che gli uni e gli altri condividono una percentuale, gli uni hanno perso il 3 per cento del loro reddito, gli altri ne hanno guadagnato altrettanto.</p><p>Il boom dell’AI e della sua intera filiera (dai materiali ai chip passando per i call center) ha fatto volare Wall Street, senza distruggere posti di lavoro, sconfessando così tutti i gufi (ce ne sono sia a destra sia a sinistra), però ne ha creati pochi, appena 180 mila nelle imprese collegate all’AI. La produttività calcolata come prodotto orario per lavoratore ha cominciato ad aumentare. Negli ultimi cinque anni ha segnato una media del 2 per cento, non molto ma comunque il doppio rispetto al decennio precedente. L’ultimo trimestre mostra un +1,4 per cento, la manifattura in senso stretto ha fatto meglio (+1,9 per cento).<b> Siamo lontani dalle promesse dei sacerdoti dell’AI</b>, tuttavia il bicchiere è mezzo pieno perché l’indice continua a salire da cinque trimestri consecutivi. Potrebbe essere, insomma, una crescita progressiva fino ad arrivare a quella esponenziale della quale tanto si vagheggia. Si vedrà, noi possiamo aspettare, gli elettori no.</p><p>Uno sguardo alla macroeconomia ci dice che il pil sale del 2,2 per cento all’anno come quando nel 2024 Biden ha perso la Casa Bianca. L’occupazione va ancora bene e i senza lavoro sono appena il 4,2 per cento. La tenuta però è avvenuta a costo di un forte squilibrio nei conti pubblici con un deficit pari al 6,5 per cento del pil e un debito monstre non solo in quantità (40 mila 171 miliardi di dollari), ma anche rispetto al pil (123,3 per cento). Gli Stati Uniti si sono chiusi nella trappola dei deficit gemelli che è sempre costata molto cara: al disavanzo pubblico infatti si accompagna un rosso nella bilancia corrente con l’estero pari al 3,5 per cento. E questo è un chiaro fallimento delle “belle tariffe”. <b>Il neo protezionismo non è riuscito a riportare a casa le imprese. </b>La “rinascita manifatturiera” è stata deludente, la quota dell’occupazione nei settori industriali non agricoli è scesa al minimo dal 1947. Nel frattempo i salari sono cresciuti meno dell’inflazione, il 3 per cento in media con i prezzi sopra il 3,7 per cento come abbiamo scritto.</p><p>Tutto vento nelle vele dei <i>Democrats</i>? Calma. La teoria dell’<i>affordability </i>è confermata da tutti questi dati: la politica trumpiana ha reso meno sostenibile il costo della vita in senso lato. Tuttavia le proposte dell’opposizione, troppe, contraddittorie e soprattutto confuse, non sembrano in grado di invertire la tendenza. Senza contare che si vota non solo con il portafoglio o con il pallottoliere, ma con in mano la Bibbia, la bandiera (confederata molto spesso) e la pistola. E qui anche i teorici dell’economia comportamentale rischiano di perdere la testa se non introducono nei loro algoritmi tutto ciò che non è razionalmente calcolabile. C’è, dunque, il serio rischio che il <i>trickle-down</i> abbia la meglio perché il più povero degli americani si è sempre sentito un ricco momentaneamente sfortunato<b>. Ci rincuora ancora una volta Ronald Reagan</b>: nel 1980 vinse contro un Jimmy Carter non solo immolato sull’altare degli ayatollah iraniani, ma freddato in un dibattito televisivo quando Ronnie chiese a lui e all’elettore tipo: “Stai meglio oggi o quattro anni fa?”. Era nata allora anche l’<i>affordability</i>.</p>]]></description>
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				<title>I problemi teorici e pratici della sinistra che punta a tassare i patrimoni dei ricchi</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:26:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Raffaello Lupi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La tassazione patrimoniale, di cui molto si parla in questi giorni, in parte già esiste e in parte è <b>irrealizzabile</b>: una sorta di manifesto politico destinato a scontrarsi con insuperabili difficoltà pratiche. Eppure al fondo c’è un’intuizione sensata, un’idea condivisibile, che si distorce trasformandosi in ideologia. Queste proposte colgono in- una caratteristica delle società sviluppate e complesse, dove paradossalmente le diseguaglianze aumentano. <b>Dove il tenore di vita è modesto per tutti, anche le diseguaglianze sono modeste, come nelle società basate sulla caccia-raccolta, l’agricoltura di sussistenza o al limite le società animali</b>.</p><p>L’uguaglianza può insomma essere, in altri termini, anche tarata al ribasso, con società in cui stanno tutti ugualmente male, come diceva Churchill sul socialismo come uguale distribuzione della miseria rispetto all’ineguale distribuzione della ricchezza dell’economia di mercato. Però è certamente vero che la riduzione della base industriale delle economie mature ne ha impoverito la classe media, <b>lasciando immutate le ricchezze precedenti e creando nuove ricchezze in chi riesce a organizzare produzioni ubicate nelle nuove economie o nel mondo della rete internet</b>.</p><p>Più che invocare una redistribuzione di queste ricchezze con lo strumento delle imposte, una soluzione è intervenire sulla loro distribuzione tra i vari partecipanti alla relativa catena del valore. Lo strumento delle imposte non dovrebbe perciò essere so-pravvalutato da una sinistra troppo preoccupata di prendere soldi, rispetto alla più importante preoccupazione di spenderli bene, che la legittimerebbe di più anche politicamente. Invece in Italia il modo in cui si è sedimentata la determinazione e la riscossione delle imposte è una testimonianza vivente dell’inefficienza di un intervento pubblico che va a rimorchio di soggetti privati. <b>La determinazione delle imposte in Italia si basa infatti sugli apparati contabili di industrie, banche, grande distribuzione, enti pubblici territoriali e non, commercialisti e altri intermediari fiscali di vario genere</b>. Gli uffici pubblici dovrebbero fare qualcosa di sinistra intervenendo dove questa determinazione giuridico-documentale delle imposte tramite terzi non funziona, e invece da quasi sessant’anni, intervengono sul regime giuridico di quello che i suddetti terzi hanno dichiarato.</p><p>Infatti le imposte patrimoniali e reddituali sulla ricchezza finanziaria già funzionano da sole attraverso le banche, che però possono intervenire solo sui depositi e i titoli di loro competenza. Oggi infatti le banche già gestiscono il cosiddetto bollo sulla ricchezza finanziaria, introdotto dal governo Monti. Una visione complessiva di tutti i beni del contribuente, con una personalizzazione e una progressività dell’imposta, richiederebbe di ricostruire il patrimonio complessivo, compito che spetterebbe all’amministrazione finanziaria. <b>Se si considera il patrimonio intestato a società di capitali, di persone, amministrato da fiduciarie, italiane o estere, trusts e via enumerando c’è ragionevolmente da prevedere che le prime a dimostrare freddezza verso simili imposte sul patrimonio complessivo sarebbero proprio l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza, rispetto all’enorme lavoro che sarebbe loro richiesto</b>. Anche le imposte patrimoniali su beni ad alta visibilità, come gli immobili, sarebbero molto più complesse se dovessero passare dall’applicazione ai singoli immobili al suddetto patrimonio immobiliare complessivo, magari con aliquote progressive.</p><p>Infine l’imposta sui paperoni, che però finirebbe per gravare sul valore delle imprese, che oggi consente di affermare che la ricchezza delle prime dieci famiglie italiane è pari a quella di vari milioni di individui più poveri: tale ricchezza è però puramente ipotetica e verrà monetizzata e tassata solo quando l’impresa sarà ceduta. Si tratta di ricchezza non realizzata, impiegata in attività produttive, dove lavorano milioni di operai e impiegati. Non a caso l’imposta sul patrimonio netto delle imprese fu eliminata nel 1998 dal primo governo Prodi; e<b>ssa comportebbe poi le distorsioni di tutte le imposte patrimoniali, cioè non distinguere tra patrimoni aumentati e diminuiti, nonché tra patrimoni costituiti con redditi tassati ovvero esenti, provenienti da tempi remoti oppure evasi</b>.</p><p>Quanto sopra consiglia di indirizzare l’attenzione ad altri aspetti del patrimonio, senza tassarlo come tale, ma guardando ai redditi che ne derivano, oggi trattati meglio, di quelli da lavoro, <b>dipendente o autonomo che sia</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Come ti spalmo il Superbonus. Meloni fa un altro scherzetto alle banche</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il conto per il settore finanziario è più salato del previsto</b>. Non solo perché il contributo richiesto alle  banche in legge di Bilancio è di quasi 6 miliardi di euro, quindi al di sopra dei 5 miliardi indicati dal Dpb. Ma perché <b>nel disegno di legge della manovra, il governo ha inserito  una misura  che costerà al settore finanziario almeno altri 2 miliardi</b>.</p><p>Si tratta dell’art. 37, che, come ha segnalato il Sole 24 Ore, diluisce in dieci anni i crediti fiscali del Superbonus in scadenza l’anno prossimo. Questa legislatura, e quindi la politica di Bilancio del governo Meloni, è stata  caratterizzata dalla progressiva scadenza delle rate dei bonus edilizi emessi nel triennio 2021-23. Considerando solo i crediti relativi al Superbonus, il Tesoro ha dovuto compensare i crediti d’imposta per  17 miliardi nel 2023; 37,5 miliardi nel 2024; 38,5 miliardi nel 2025; 39 miliardi nel 2026 e 21,5 miliardi  nel 2027. E’ a questa maxi rata finale che punta la legge di Bilancio, spalmandola su dieci anni. Dalla misura sono esclusi i contribuenti che, su base volontaria, avevano già scelto di diluire il credito d’imposta (che era di quattro o cinque rate) in dieci quote annuali, ma si tratta di una fetta minoritaria  pari a 1 miliardo. I restanti 20,5 miliardi, in mano a banche, assicurazioni e operatori finanziari (ma in parte detenuti anche  da imprese e  multiutility), invece, non vengono rimborsati nel 2027 come previsto, ma in rate da 2 miliardi all’anno, <b>prolungando i pagamenti fino al 2036</b>.</p><p><b> Lo spalma-Superbonus ha un impatto positivo sui saldi di finanza pubblica</b>, che però la relazione tecnica non quantifica. Non c’è un effetto diretto sul deficit, dato che questi crediti sono stati registrati nella contabilità del 2023. <b>C’è però un effetto indiretto sul deficit 2027, dovuto alla mancata emissione di circa 18 miliardi</b> di titoli di stato in una fase molto tesa del mercato che, con un costo medio del debito di circa il 3,2 per cento, vuol dire 550-600 milioni di minore spesa per interessi. Poca roba,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/24/news/destra-e-sinistra-non-capiscono-che-il-deficit-al-31-non-dipende-dalla-crescita-ma-dalla-spesa-fuori-controllo--408553">anche se abbiamo recentemente visto come somme di questa entità possano essere determinanti per stare sopra o sotto la mitica soglia del tre per cento di deficit</a>. Più visibile, invece, è l’impatto sul debito pubblico: lo spalma-Superbonus ridurrà di circa 0,8 punti  il rapporto debito-pil nel 2027, per poi farlo aumentare di meno di un decimale nei nove anni successivi.</p><p><b>Ben più sostanziali sono le conseguenze sui bilanci delle banche</b>. Considerando un’inflazione del due per cento (quindi inferiore a quella attuale), alla fine del decennio i detentori di questi crediti fiscali subiranno un taglio del dieci per cento del loro valore attuale. Si tratta di una misura più pesante di molte altre presenti nel pacchetto di tasse a carico del settore finanziario a cui si è prestata maggiore attenzione: l’addizionale Ires su banche e assicurazioni per il biennio 2027-28, ad esempio, vale 1,5 miliardi; mentre il  differimento del recupero delle Dta vale circa 2 miliardi (in buona parte recuperati negli anni successivi).</p><p>Non si tratta della prima misura del genere. Già nel 2024 con il decreto che puntava ad arginare i bonus edilizi fuori controllo, il ministro Giancarlo Giorgetti impose la ripartizione in dieci quote annuali per le spese sostenute nel 2024. Ora la stessa logica viene estesa all’intero stock residuo di crediti edilizi. Se ne comprende la logica, in una fase così complicata. <b>Ma quando un debitore allunga unilateralmente la scadenza di un debito, senza peraltro prevedere alcuna remunerazione aggiuntiva, ci troviamo di fronte a una ristrutturazione del debito</b>. Tecnicamente: un default. Naturalmente i bonus edilizi sono una fetta minuscola e del tutto anomala del debito pubblico italiano e la decisione del governo non è dovuta a un’incapacità finanziaria di far fronte ai pagamenti. Ma <b>venire meno agli obblighi contrattuali, soprattutto per un grande debitore come l’Italia, non è mai un bel segnale.</b></p>]]></description>
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				<title>L’Ilva e la tela di Urso</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La cordata  di Federacciai che aveva presentato manifestazione d’interesse per l’Ilva non parteciperà alla gara che scade l’8 novembre</b>. Dopo mesi di due diligenze, e numerose visite agli impianti, la cordata italiana guidata dall’ex presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha valutato che l’esame tecnico ed economico avrebbe restituito un quadro particolarmente complesso, inducendo la maggioranza delle società a <b>considerare l’operazione troppo onerosa e rischiosa rispetto alle proprie possibilità</b>.</p><p>Il ministro delle Imprese <b>Adolfo Urso</b> per mesi, anzi per due anni, <b>ha raccontato che c’era la fila di player mondiali interessati a partecipare alla sua gara</b>, e pronti a investire 10 miliardi per fare dell’Ilva il più grande polo siderurgico green d’Europa. Per due anni, puntualmente, ogni due mesi, un investitore spariva. Ma il ministro Urso non si perdeva d’animo, e subito rinviava i termini perché “è arrivato un quarto investitore interessato”. L’ultima volta è stata  il 25 agosto, quando la gara è stata rinviata per l’interesse di un player del Qatar, di cui non si è mai saputo il nome. Ma era già accaduto  il 1 aprile, data simbolica ed evocativa,  quando Urso aveva promesso che la gara sarebbe stata chiusa entro fine mese. La stessa cosa che aveva detto a marzo, e in precedenza altre dieci volte. <b>Tutto per non ammettere che la gara non stava in piedi</b>.</p><p>Flacks Group, Bedrock, Baku Steel, alla fine è rimasta solo Jindal, già esclusa un anno fa dal ministro che non apprezzava la proposta della “mini Ilva: solo area a freddo, con coils e materie prime portate dall’India. Per questo la scorsa estate la premier Meloni ha chiesto  a Federacciai di partecipare alla gara. Gli industriali hanno provato a presentare un’offerta solo per l’area a freddo, aa anche quella – dopo aver visto i conti – sarebbe un bidone”. In campo fino  all’8 novembre resta solo Jindal, sempre che non cambi idea). E sempre che Urso non prolunghi i termini di una gara ormai infinita, che somiglia sempre più a una tela di Penelope in cui, però, si temporeggia perché i pretendenti scappano.</p>]]></description>
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				<title>Il protocollo sulla rappresentanza è fermo. E intanto decidono i giudici</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Marco Leonardi, Massimo Pallini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il nuovo protocollo sulle relazioni industriali che le confederazioni dei datori di lavoro, Cgil, Cisl e Uil stanno cercando di sottoscrivere è una buona notizia. Ma il protocollo è fermo, ostaggio di conflitti politici e interessi contrapposti. E adesso arriva anche la magistratura a complicare il quadro.</p><p>L’idea di fondo è riscrivere le regole della rappresentanza, stabilendo quali organizzazioni sindacali e datoriali siano effettivamente rappresentative e quali contratti collettivi debbano costituire il riferimento nei diversi settori produttivi.</p><p>Si propone di superare l’attuale frammentazione delle categorie contrattuali e utilizzare i settori economici individuati dai codici Ateco, che classificano le attività delle imprese. All’interno di ciascun settore si dovrebbe identificare il contratto collettivo sottoscritto dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Il suo Tec (il Trattamento economico complessivo), comprensivo del trattamento minimo e delle altre componenti economiche e di welfare, diventerebbe il parametro di riferimento per gli altri contratti dello stesso settore. L’obiettivo è impedire che imprese che svolgono la medesima attività possano scegliere contratti meno onerosi semplicemente cambiando categoria contrattuale.</p><p>Il protocollo rischia però di fallire per ragioni politiche. Come hanno raccontato su questo giornale Dario Di Vico e Nunzia Penelope, lo scontro è sulla riforma della legge sull’artigianato. Il governo intende ampliare i limiti dimensionali entro i quali un’impresa può continuare a essere considerata artigiana. Confindustria teme che aziende concorrenti possano applicare contratti e regimi contributivi diversi, con costi del lavoro inferiori.</p><p>Ora alle difficoltà politiche si aggiunge l’intervento della magistratura. Con la sentenza n. 27541 del 22 ottobre 2026, la Cassazione ha stabilito i criteri per individuare i sindacati comparativamente più rappresentativi che hanno diritto a costituire rappresentanze sindacali aziendali (Rsa). La questione nasce da una precedente sentenza della Corte costituzionale (n. 156/2025) che aveva esteso questo diritto anche ai sindacati rappresentativi che non partecipano alla contrattazione collettiva.</p><p>La Cassazione ha stabilito che il perimetro della rappresentatività deve essere individuato sulla base dell’attività economica effettiva dell’impresa, utilizzando indicatori oggettivi come il codice Ateco. Fin qui la logica coincide con quella del protocollo. Ma la Corte aggiunge un elemento decisivo: nello stesso settore possono esistere più organizzazioni sindacali comparativamente rappresentative, anche se non hanno firmato il contratto leader. La rappresentatività deve essere misurata attraverso la media tra iscritti e risultati elettorali, quando disponibili, e confrontata con quella dei sindacati firmatari del contratto principale. Non è necessaria la firma del contratto leader e non vale automaticamente neppure la tradizionale soglia del 5 per cento.</p><p>La sentenza riguarda direttamente il diritto a costituire Rsa e non stabilisce che tutti i contratti abbiano la stessa rilevanza giuridica. Ma è difficile immaginare che questi criteri rimangano confinati alle rappresentanze aziendali. La stessa nozione di sindacato comparativamente più rappresentativo è utilizzata dalla legge per attribuire rilevanza ai contratti collettivi nazionali.</p><p>Si apre così una contraddizione con il protocollo. Le parti sociali cercano di identificare un contratto leader per ciascun settore, il cui trattamento economico diventi il riferimento per tutti. La Cassazione riconosce invece che nello stesso settore possono operare più sindacati rappresentativi, anche estranei al contratto leader. Questo non attribuisce automaticamente identica efficacia a tutti i contratti, ma rende più difficile trasformare quello principale in un riferimento esclusivo.</p><p>Soprattutto, resta ai giudici la valutazione di quale sia la retribuzione sufficiente e proporzionata ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione. Il Tec del contratto leader può costituire un parametro, ma non eliminare il controllo giudiziario sull’adeguatezza del salario. La Cassazione non ha ancora riscritto le regole dei contratti nazionali, ma ha aperto una strada che rischia di sconfessare il principio su cui si costruisce il nuovo sistema.</p><p>La conclusione politica è che, se il parlamento continua a non approvare una legge sulla rappresentanza, saranno i giudici a stabilire quali sindacati sono rappresentativi, quali contratti devono essere presi a riferimento e quali retribuzioni sono sufficienti.</p><p>L’unica cosa che andrebbe approvata subito nel protocollo è la clausola di garanzia contro l’inflazione. Senza di essa, i prossimi rinnovi rischiano di ripetere quanto già accaduto negli ultimi anni: contratti rinnovati troppo tardi, aumenti insufficienti e un’ulteriore caduta del potere d’acquisto. Mentre si discute di chi debba firmare i contratti, si rischia di non garantire nemmeno che quei contratti proteggano i salari dall’inflazione.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Leonardo Del Vecchio vuole Delfin tutta per sé (e il magnate ceco pure)</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 18:44:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/leonardo-del-vecchio_36143">Leonardino</a>&nbsp;non si ferma, anzi rilancia. O meglio il rilancio è la sua strategia: mettere tanta, forse troppa, legna affinché il fuoco non si spenga. <b>Chi può spegnerlo è il debito</b>. Ma la legna da quale bosco viene?&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/05/news/dalla-fiat-a-luxottica-come-e-perche-crollano-gli-imperi--406598">Con una lettera a QN</a>&nbsp;(i tre giornali già di Pesenti-Riffeser dei quali è editore) il più audace degli eredi Del Vecchio vuole acquistare subito tutte le azioni della Delfin in mano agli altri componenti della famiglia. <b>“E’ la proposta più seria che abbia mai fatto”, sentenzia e sostiene di avere “la disponibilità di un primario istituto di credito internazionale a finanziare l’operazione”</b>. Agli altri soci lascia poco tempo: “Incontriamoci entro il 7 novembre (cioè sabato prossimo, <i>ndr</i>.) tutti insieme o singolarmente”. Il finanziamento, di ben 22 miliardi di dollari, verrebbe niente meno che da Citigroup la più grande banca dell’Occidente.</p><p>Mentre scriviamo non sappiamo quale sarà la risposta degli altri sei (la mamma Nicoletta Zampillo dovrebbe essere d’accordo) e immaginiamo Romolo Bardin l’amministratore delegato della cassaforte indaffarato a capire che fare. E’ stato più facile con la penultima sortita di Leonardino, l’offerta per comprarsi il Fatto quotidiano, anche perché Marco Travaglio e i suoi soci hanno alzato il ponte levatoio. Vox populi del resto era che volesse prendere il giornale che gli aveva fatto i conti in tasca per addomesticarlo. <b>La famiglia è divisa su come gestire la ricca quando pesante eredità di Leonardo senior. La madre si è schierata con Leonardino contro l’altro figlio Rocco Basilico che guida la resistenza</b>. Ma anche questi in sostanza vuole la piena disponibilità della sua quota per sviluppare il proprio percorso finanziario.</p><p>Certo è che la Delfin ha bisogno di risolvere un impasse proprietario che dura di fatto dalla morte di Leonardo, più di quattro anni fa, e ha finito per influire anche sulla strategia e sugli stessi risultati. La principale partecipazione, il 32 per cento in EssilorLuxottica continua a fornire la maggior parte degli utili (capitalizza ben 86 miliardi di euro), ma in un anno il valore azionario del gruppo degli occhiali ha perduto il 41 per cento alla Borsa di Parigi. E la confusione interna alla Delfin è in parte causa di questa caduta. <b>L’Economist di venerdì scorso registra il malumore tra i soci che finisce per ricadere anche sull’amministratore delegato, Francesco Milleri, già uomo di fiducia di Leonardo senior sfiduciato dallo junior che pure lo considerava un secondo padre</b>. Il suo mandato scade ad aprile, il cda gli ha rinnovato fiducia, ma se non avrà più dietro le spalle la Delfin la sua posizione diventerà per forza di cose più debole.</p><p>Tensioni dinastiche a parte è la consistenza finanziaria di Leonardino a preoccupare. Lmdv ha partecipazioni in 22 società. Controlla il Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno) e ha il 30 per cento del Giornale. I conti 2025 della holding non sono disponibili. <b>Il bilancio 2024 dichiarava un utile netto esiguo, appena 31.917 euro, un attivo di 516 milioni e 358 milioni di debiti, metà verso Del Vecchio stesso e metà con i creditori. Leonardino ha dichiarato un’esposizione complessiva di 950 milioni. Lmdv Media è in pegno alle banch</b>e.</p><p>Il futuro della cassaforte è insidiato non solo dall’interno, ma anche dall’esterno con la proposta lanciata dal magnate ceco Michal Strnad nuovo socio forte della Pirelli (ha acquistato il 14 per cento dai cinesi della Sinochem), che ha ereditato dal padre un gruppo degli armamenti (in Italia possiede anche la Fiocchi munizioni e la Perazzi fucili) che è tra i maggiori fornitori dell’Ucraina. Strnad ha offerto 30 miliardi di euro per il 100 per cento della Delfin anche se potrebbe accontentarsi del 65 per cento secondo alcune indiscrezioni. <b>Un altro pezzo forte del capitalismo italiano cade in mani straniere? Se ci fosse ancora Enrico Cuccia avrebbe fatto in modo che la famiglia restasse proprietaria, cedendo a lui (o chi per lui) il controllo, modello</b> Fiat. Se ci fosse il suo sodale André Meyer avrebbe creato un pool di banchieri d’affari magari con una spruzzatina governativa attraverso la Cdc (la Cdp francese) con alla guida un Bolloré o un Arnault. Aspettando Godot prepariamoci per la prossima puntata nel fine settimana.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>William Nordhaus. L&#039;eredità del Nobel che studiò come conciliare crescita e tutela dell&#039;ambiente</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 17:29:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Venerdì 30 ottobre è scomparso <b>William D. Nordhaus</b>, premio Nobel per l’Economia nel 2018 per le sue ricerche sull’impatto economico del cambiamento climatico. Sebbene questo sia l’argomento su cui si è speso maggiormente, la sua produzione scientifica è ampia: dalla teoria della crescita all’innovazione, dall’economia dell’energia alla teoria della scelta pubblica.</p><p>Nato nel 1941 ad Albuquerque, New Mexico, si laurea a Yale nel 1963 e consegue il dottorato al Massachusetts Institute of Technology nel 1967. Qui studia con alcuni dei maggiori economisti dell’epoca, tra cui i Nobel Paul Samuelson, Robert Solow e Kenneth Arrow. Nello stesso anno torna a Yale, dove trascorrerà il resto della carriera accademica. <b>Inizialmente si occupa di crescita e innovazione. Nel 1972, insieme a James Tobin, Nobel pure lui, pubblica uno studio sui limiti del pil come misura del benesser</b>e. Un aspetto importante è il drastico calo dei costi reso possibile dall’innovazione, che la contabilità nazionale non sempre riesce a cogliere. In un celebre lavoro del 1996, stima che il costo reale dell’illuminazione sia crollato del 99,9 per cento tra l’epoca preindustriale e oggi. Tornerà sul tema nel 2004, stimando che gli innovatori si approprino appena del 2,2 per cento del surplus sociale generato dalle loro invenzioni. La parte prevalente ricade sui consumatori, sotto forma di prezzi più bassi e prodotti migliori. <b>L’altra grande idea riguarda il “ciclo politico-economico” (1975). Nordhaus contribuisce a rendere più realistica l’analisi del comportamento dei governanti: per essere rieletti, hanno un incentivo a stimolare l’economia in prossimità del voto, favorendo crescita e occupazione anche a costo di alimentare squilibri che si manifesteranno successivamente</b>.</p><p>Armato anche di queste intuizioni, Nordhaus è tra i primi economisti a occuparsi sistematicamente del cambiamento climatico. Dopo avere cominciato a studiare l’economia delle risorse energetiche, nel 1977 pubblica <i>“Economic Growth and Climate: The Carbon Dioxide Problem”</i>, un lavoro pionieristico, da cui nascerà un immenso filone di ricerca. <b>Per lui, il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale: è anche un problema economico, perché mette in relazione le decisioni di oggi con costi che ricadranno su altri soggetti nel futuro</b>.</p><p>Da qui prende avvio un lungo percorso di ricerca. Il primo passo è lo sviluppo di modelli integrati che collegano l’attività economica, il consumo di combustibili fossili, le emissioni, l’aumento delle temperature e i loro effetti sull’economia. Il più noto è il “Dice” (<i>Dynamic Integrated Climate-Economy model</i>), presentato nel 1992. <b>Il modello consente di confrontare i costi della riduzione delle emissioni con i danni economici del riscaldamento globale</b>.</p><p>La conseguenza è che, secondo Nordhaus, non si può assumere un obiettivo climatico a prescindere dai costi necessari per raggiungerlo: non basta che un target sia desiderabile dal punto di vista ambientale, occorre confrontarne i guadagni con i sacrifici che comporta. Da qui le sue riserve verso obiettivi di temperatura particolarmente ambiziosi, come quello di contenere il riscaldamento entro 1,5 gradi, e verso accordi internazionali che non affrontano il problema degli incentivi a lasciare agli altri l’onere della riduzione delle emissioni. La sua proposta è una carbon tax, fissata in modo da bilanciare i costi della mitigazione con i danni climatici evitati. Per superare la paralisi dei vertici internazionali, suggerisce i “club climatici”: <b>gruppi di paesi con regole comuni e conseguenze per chi resta fuori</b>.</p><p>Questo approccio ha esposto Nordhaus agli attacchi sia di quanti minimizzavano il riscaldamento globale, sia di chi lo considerava una questione sottratta alla valutazione economica. <b>Naturalmente, le sue conclusioni sono discutibili e lui stesso le ha riviste nel tempo</b>. Ma la lezione è che la lotta al cambiamento climatico non può essere impostata come un obiettivo puramente politico: occorre confrontare sistematicamente costi e benefici.</p><p>Al tema, Nordhaus ha dedicato anche diversi libri. Ma il suo nome è legato anche a un’operazione editoriale di enorme successo: dal 1985 è coautore, insieme a uno dei suoi maestri, Paul Samuelson, del più celebre manuale di economia del Novecento. <b>Pubblicato per la prima volta nel 1948, “Economics” è arrivato alla diciannovesima edizione nel 2009</b>. Dopo la scomparsa di Samuelson, Nordhaus ne ha continuato il lavoro. Ora toccherà ad altri raccoglierne l’eredità.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Una manovra prudente che non basta per rilanciare l’Italia. Parla Ignazio Visco</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 10:05:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una manovra prudente non basta per rilanciare l’Italia. “Per consolidare i risultati ottenuti, anche sul costo del debito, è cruciale avere una prospettiva di crescita economica e di sviluppo sociale”, dice al Foglio <b>Ignazio Visco</b>, che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/ignazio-visco--2174">ha guidato la Banca d’Italia dal 2011 al 2023</a>&nbsp;e ora ne è governatore onorario, commentando la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/10/28/news/legge-di-bilancio-meloni-e-giorgetti-accontentano-gli-alleati-ma-preservano-il-controllo-dei-conti--411993" target="_blank">legge di Bilancio approvata in Consiglio dei ministri</a>&nbsp;la settimana scorsa. “Apprezzo senz’altro la prudenza del ministro Giancarlo Giorgetti e i risultati indubbi ottenuti anche sui mercati, che hanno consentito di contenere gli oneri da interessi sul debito pubblico. Ma provvedimenti ad hoc, con finanziamenti anch’essi ad hoc, non aiutano a esprimere questa prospettiva di crescita e sviluppo del paese”. Il ritorno delle richieste di “smontare la legge Fornero”, come proposto dal vicepremier Matteo Salvini, e la manovra che apre un fondo per interventi sull’uscita dal lavoro, sono degli esempi.</p><p>“Continuiamo a discutere di pensioni quando, <b>con la riforma di quindici anni fa</b> (la riforma delle pensioni del 2011, <i>ndr</i>), <b>siamo stati in grado di mettere in salvo il sistema e rimettere a posto un problema che aveva rischi enormi</b>. La gente non ha capito che deve ringraziare la legge Fornero. Il problema demografico è evidente:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/06/03/news/il-paradosso-fiscale-del-declino-demografico--399938" target="_blank">diventiamo più anziani e diminuisce la popolazione in età lavorativa, ma è il lavoro a produrre il reddito che sostiene chi è in pensione</a>. L’aspettativa di vita però cresce, la salute migliora e molti lavori sono meno usuranti. <b>Si può e si deve lavorare oltre l’età convenzionale dei sessant’anni, utilizzando le tecnologie anziché esserne utilizzati</b>. Andare controcorrente, come vogliono fare in Francia e come a parole si continua a sentire in Italia, è uno sbaglio prospettico enorme”.</p><p>Visco invita a guardare alle proiezioni della spesa sociale: secondo l’Ageing Report 2024 della Commissione europea, nello scenario di base, la spesa italiana per pensioni, sanità, assistenza a lungo termine e istruzione, dopo un aumento nei prossimi decenni, scenderebbe dal 27,3 per cento del pil del 2022 al 25,3 nel 2070 – anno in cui sarebbe invece al 29,2 per cento in Francia, al 29 in Spagna e al 26,4 in Germania. “Le nostre spese sociali hanno una prospettiva più sostenibile di quelle della Francia e della Spagna e, nel lungo periodo, perfino della Germania, che non fa quello che sa di dover fare”, spiega Visco. Proprio il governo tedesco, dopo la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt a settembre, su richiesta del leader dell’Spd e ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, ha messo in discussione la riforma delle pensioni del programma del cancelliere Friedrich Merz: una revisione necessaria, ma estremamente impopolare in vista delle elezioni ad aprile in tre Lander (Saarland, Schleswig-Holstein e Nordreno-Vestfalia).</p><p>Le proiezioni della Commissione sopracitate, però, presuppongono per l’Italia un aumento medio annuo del pil potenziale dell’1,1 per cento: “Serve necessariamente crescere almeno dell’1 per cento. Dobbiamo farlo per forza per sostenere sanità, istruzione e previdenza pubbliche, con un settore privato complementare e non sostitutivo. Ma per creare reddito servono innovazioni che per ora non siamo in grado di fare. Possiamo aumentare la partecipazione di donne e giovani e aggiungere l’immigrazione. Ma non basta senza una crescita della produttività: servono innovazione e uno sforzo educativo straordinario”. Perciò Visco insiste sulla formazione e sui giovani: “Dare cento euro dalla nascita può essere interessante, ma non basta”, commenta riferendosi al fondo Inps Valore nuovi nati, proposto nella Finanziaria 2027: 100 euro all’anno fino ai 18 anni per i nuovi nati dal 2027. “Bisogna mettere a posto le scuole e investire nella formazione, insieme alle famiglie e alle imprese. I ragazzi che protestano hanno le loro ragioni, ma devono anche chiedere di studiare meglio e di più. I risultati sull’apprendimento sono deludenti: senza una cultura ampia, il rischio è grande. In una legge di Bilancio queste cose sono probabilmente difficili da leggere, ma io non le vedo in nessun programma di governo possibile”. Sul trattamento fiscale degli autonomi, invece, commentando la proposta in manovra di allargamento a 100 mila euro per il regime forfettario, Visco è critico: “Non è possibile avere diversi tipi di cittadini. Premiare l’evasione o cercare piccoli vantaggi evitando la progressività, in certi casi, è un errore. Bisogna fare un grandissimo sforzo verso l’uguaglianza tributaria”.</p><p>L’Europa intanto è attraversata dalla crisi energetica (oltre che politica, migratoria, demografica e abitativa). La stima preliminare dell’Istat per ottobre indica un’inflazione annua del 5,4 per cento, con i beni energetici in aumento in Italia del 31,4 per cento dal 22,6 di settembre: “La componente energetica pesa di più in Italia che in altri paesi – commenta il governatore onorario di Banca d’Italia –. L’inflazione di fondo (al netto dei beni energetici e alimentari, più volatili, ndr), invece, è rimasta sostanzialmente intorno al 2 per cento ed è più bassa di quella europea, al 2,5 a settembre. Abbiamo dunque un’inflazione effettiva alta, ma una di fondo più bassa: ciò vuol dire che i rincari non si stanno ancora trasferendo all’economia in modo generalizzato. Questo perché nonostante un’occupazione alta la domanda non è particolarmente forte e i salari reali non crescono perché non cresce la produttività”. Gli effetti di secondo impatto, quelli che rendono persistente l’inflazione attraverso la rincorsa tra salari e prezzi e preoccupano i banchieri centrali, “per ora non si vedono”, dice Visco. Nel 2022, spiega Visco, ci fu una fiammata che rientrò più velocemente: “Ora l’aumento sembrerebbe minore ma è forte, perché prolungato nel tempo”. Ed è proprio questo a rendere difficile il compito della Bce: “I conflitti non sembrano avviarsi verso una soluzione e una pace giusta. Se questi aumenti restassero ai livelli di adesso, nel giro di pochi mesi l’inflazione rientrerebbe – spiega Visco –. Il problema è se i mercati cominciassero ad aspettarsi a lungo un trasferimento dei rincari non solo del petrolio, ma di tutto ciò legato all’agricoltura: dei concimi, del grano e dei trasporti, con quest’ultimi difficili sia dal Mar Nero sia dal medio oriente: allora i prezzi rischierebbero di salire ancora”. Poi il governatore aggiunge: “L’Unione europea deve avere una voce più forte sui conflitti: siamo tra i più colpiti, ma siamo quelli che hanno meno voce in capitolo”.</p><p>Così Visco spiega&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/10/30/news/la-bce-lascia-i-tassi-invariati-ma-linflazione-avvicina-unaltra-stretta-lagarde-e-leliseo--412140">il posizionamento della Bce</a>: “I costi di questo choc esterno bisogna sopportarli, non si possono rimandare al mittente, c’è poco da fare. Ma invece di prendersela con la Bce come capro espiatorio, <b>i governi devono assolutamente evitare che i bilanci pubblici vadano fuori linea</b>”. Visco dice di aver apprezzato le recenti parole di Giorgetti, quando venerdì ha spiegato che per l’Italia la stabilità dei conti viene prima di qualsiasi politica economica. La crisi fiscale francese potrebbe provocare una crisi del debito sovrano come quella che lei ha affrontato da governatore a partire dal 2011? “Per ora no – risponde il governatore –. I mercati ci hanno riflettuto e giudicano che alla fine la Francia dovrà fare i conti con il suo problema di bilancio e aspettano le elezioni. In campagna elettorale sentiremo però cose assurde”. E spiega: “In Francia c’è ancora, paradossalmente, il conflitto tra salario e profitto, e non si guarda alla rendita, come se fosse l’ultimo paese in cui la lotta di classe è veramente sentita. Forse, se affrontassero questi problemi insieme all’Europa, sarebbe una soluzione ancora migliore”.</p><p>Sulle prossime elezioni, da quelle spagnole a novembre fino a quelle italiane e francesi nel 2027, dove per queste ultime Marine Le Pen è la favorita nei sondaggi, Visco commenta: “Il rischio maggiore è un risultato che spinga i paesi ad allontanarsi dall’Ue invece che ad avvicinarsi, proprio quando per crescere servirebbero sforzi europei anziché modesti investimenti nazionali. Io lo chiamo il paradosso della sovranità: uno pensa di essere sovrano a casa propria, ma se non c’è una sovranità europea non sei sovrano neanche in casa tua”.</p><p>Chi succederà a Christine Lagarde, che lascerà la Bce il 7 febbraio, dovrà trattare anche con quei governi. In pole ci sono Pablo Hernández de Cos, già governatore del Banco de España e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali (Bis), e Klaas Knot, già presidente della Banca centrale olandese: “Li conosco bene e posso dire che andrebbero bene entrambi. Sono anche meno diversi di quanto si dica. Da economista, forse De Cos è andato più a fondo; l’esperienza di Knot come banchiere centrale però è ampia. Sul piano analitico ho avuto forse più consuetudine con de Cos, mentre sulle decisioni mi sono trovato spesso d’accordo con Knot, con un’eccezione”. Le divergenze riguardarono i rialzi dei tassi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. “Dicevo sì, ma tenendo presente che si potevano commettere errori in entrambe le direzioni. All’inizio Knot era forse più attento al rischio di un eccesso d’inflazione, agli effetti di secondo round. Contano le prospettive personali: nei Paesi Bassi Knot vedeva un’occupazione altissima e forti pressioni salariali, come del resto c’erano anche in Germania”. Su Knot aggiunge: “E’ molto assertivo ed è stato a lungo definito un falco, ma l’ho visto riflettere anche su convinzioni molto decise, confrontandole con quello che accadeva e ascoltando gli altri”.</p><p>Con i voti in Francia e Spagna e le prospettive di Le Pen e Vox, il successore dovrà difendere l’autonomia della Bce. “La Bce è sufficientemente indipendente. Il prossimo presidente dovrà saper comunicare, ascoltare e comporre le differenze nel Consiglio direttivo, composto anche dai vari governatori. Dovrà poi saper rendere conto delle decisioni al Parlamento europeo, non ai governi, dovrà saperle argomentare”. Proprio il merito che Visco riconosce a Lagarde: “Alcune sue affermazioni possiamo non averle condivise, molti l’hanno criticata perché non era un’economista. Ma ha fatto un lavoro egregio nel sintetizzare punti di vista diversi in tempi di crisi. De Cos è assolutamente in grado di dar conto delle decisioni. Knot potrebbe avere qualcuno che lo tira per la giacca, ma sarebbero entrambi adatti al ruolo”. Così Visco conclude: “Ci si può chiedere piuttosto: i governatori nazionali, nominati dagli esecutivi, saranno sufficientemente indipendenti? Io penso proprio di sì”.</p>]]></description>
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				<title>In agguato una nuova fiammata dei prezzi del gas</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 10:04:00 +0100</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/11/02/original/d555281f-5725-4f77-aeea-62028b507472.jpeg?v=1793610275" />
																					<category>Economia</category>
				<author>Lorenzo Borga</author>
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				<description><![CDATA[<p>Suona un nuovo campanello d’allarme sul fronte dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/energia_125" target="_blank">energia</a>, e questa volta rischia di arrivare direttamente nelle bollette delle famiglie. Martedì Arera comunicherà il prezzo del gas relativo a ottobre per i clienti vulnerabili. <b>Le stime indicano un valore di circa 1,8 euro al metro cubo: sarebbe il livello più alto mai registrato.</b> Perfino superiore al picco raggiunto nel dicembre 2022, nel pieno della crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, quando tuttavia gli aiuti pubblici erano molto più consistenti di oggi. <b>Ed è proprio questo il punto: a differenza di quanto accadde nel 2022, questa volta le famiglie rischiano di affrontare la nuova fiammata dei prezzi senza una rete di protezione pubblica.</b></p><p>Il dato arriva in una fase particolarmente delicata per il mercato europeo. Il Ttf, il principale riferimento per il prezzo del gas in Europa, ha ormai superato la soglia dei 100 euro al megawattora. E le riserve di gas del continente si presentano all’inizio della stagione fredda in condizioni tutt’altro che rassicuranti. <b>La settimana scorsa è cominciato il prelievo dagli stoccaggi, con l’arrivo delle temperature più basse e la conseguente crescita della domanda. Al 29 ottobre gli stoccaggi italiani risultavano pieni al 91 per cento, un livello relativamente rassicurante. </b>Ma alcuni dei principali paesi consumatori sono molto più indietro: Germania al 62 per cento, Paesi Bassi al 66 per cento, Austria al 67 per cento. Se le riserve tedesche dovessero rivelarsi insufficienti durante l’inverno, la pressione sulla domanda di gas potrebbe ripercuotersi anche sugli altri paesi europei, Italia compresa. Le conseguenze si vedono già anche sul mercato elettrico. <b>In Italia il prezzo medio all’ingrosso è passato dai 111 euro al megawattora dell’ottobre 2025 ai 231 euro stimati per ottobre 2026. In dodici mesi è più che raddoppiato, con un’accelerazione particolarmente marcata negli ultimi mesi.</b> Sul mercato elettrico si aggiunge anche il sospetto di possibili distorsioni nelle dinamiche di formazione dei prezzi. Arera sta approfondendo alcune pratiche potenzialmente irregolari.</p><p>In tutto questo, mentre il mercato corre, la politica procede con tempi molto più lenti. La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/10/28/news/legge-di-bilancio-meloni-e-giorgetti-accontentano-gli-alleati-ma-preservano-il-controllo-dei-conti--411993" target="_blank">legge di Bilancio</a>&nbsp;appena approvata dal Consiglio dei ministri non contiene nuovi interventi diretti per alleggerire le bollette di famiglie e imprese. La manovra vale circa 26 miliardi, ma le risorse sono state concentrate su altre priorità. <b>Il governo puntava a rispondere all’emergenza con un decreto bollette ad hoc, dopo l’intesa raggiunta con la Commissione europea per introdurre un tetto al prezzo del gas utilizzato per generare elettricità. Ma il decreto bollette, atteso nella stessa riunione di approvazione della legge di Bilancio, è stato rinviato.</b> Ufficialmente per alcune verifiche tecniche. Sullo sfondo c’è però il confronto con gli operatori del settore, preoccupati per gli effetti del meccanismo.</p><p>Il decreto fisserà un tetto al prezzo del gas utilizzato per produrre elettricità, a circa 59 euro al megawattora per 12-18 mesi. Il meccanismo intende ridurre il costo dell’energia elettrica, intervenendo sul legame tra costo del gas e formazione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità. <b>La stima è un taglio del Pun, il prezzo unico nazionale dell’elettricità, di circa il 10 per cento. Per una famiglia media il beneficio si tradurrebbe in uno sconto di alcune decine di euro all’anno sulla bolletta della luce. Un sollievo, dunque, ma non una svolta.</b> E soprattutto non senza effetti collaterali. Un prezzo dell’elettricità artificialmente più basso in Italia potrebbe infatti incentivare le esportazioni verso Austria e Slovenia, dove le quotazioni sarebbero probabilmente più alte. Anche se, secondo chi ha lavorato alla stesura del decreto, il rischio sarebbe comunque contenuto. Più delicata è la questione di chi dovrebbe sostenere il costo del meccanismo. Le centrali termoelettriche continuerebbero ad acquistare il gas al prezzo pieno sui mercati internazionali, ma riceverebbero poi un rimborso per la differenza, così da poter formulare offerte più basse sul mercato elettrico. Resta da stabilire chi dovrebbe finanziare questa compensazione: tutti i consumatori, soltanto quelli con contratti a prezzo variabile (che beneficerebbero direttamente della riduzione), oppure i venditori di energia elettrica, che potrebbero poi trasferire il costo sulle bollette. E’ proprio su questo nodo che il decreto si è incagliato. <b>Secondo quanto risulta al Foglio, a opporsi alla misura sono stati soprattutto i venditori di energia, in particolare le società a controllo pubblico, preoccupati di dover sostenere un onere economico senza avere garanzie sulla possibilità di recuperarlo.</b></p><p>Martedì arriverà la conferma di quanto la nuova fiammata del gas rischia di costare alle famiglie con un contratto a prezzo variabile. E il governo potrebbe trovarsi senza strumenti sufficienti per contenerla.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ambientalismo e modernità, insieme. Il libro audace di Della Seta</title>
				<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Chicco Testa</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Roberto Della Seta</b> è da tempo impegnato nel movimento ambientalista. E’ stato presidente di Legambiente, senatore del Pd. Ma è anche uno storico per formazione e questo si vede nel suo ultimo libro, “Il paradosso verde”, Edizioni Laterza. Non sono molti in Italia che ragionano sulle radici storiche e culturali del movimento ambientalista. Dalla prima impostazione “protezionista” che risale all’Ottocento, animata soprattutto da circoli elitari amanti della natura, fino alla sua politicizzazione e contaminazione principalmente con movimenti di sinistra.</p><p>Il lavoro di Della Seta è prezioso sia dal punto di vista storico sia da quello politico. Risalire alle radici, talvolta anche molto diverse, è un modo per meglio leggere il presente e i non pochi problemi che il movimento ambientalista, che nel frattempo ha conquistato un posto importante nelle agende politiche e nelle teste dell’opinione pubblica, deve affrontare. <b>Pur nella difesa della “linea” – secondo l’autore solo il Green Deal può salvare l’Europa e il riscaldamento globale è la madre di tutte le battaglie – non sono pochi i punti alquanto urticanti per una certa ortodossia verde</b>. A cominciare dal carattere storicamente duplice del pensiero ambientalista. Prevalentemente di sinistra a partire dagli anni 70, quando si contamina a opera di teorici come Barry Commoner, con la teoria marxista che individua nel modello di sviluppo capitalistico la radice dei problemi ambientali. Ma anche con robuste radici di destra che individuano nella modernità in quanto tale la causa dei problemi. E si accompagnano quindi a richieste di “ritorno alla natura”, “decrescita”, controllo delle nascite. La nostalgia, insomma, per il bel mondo che fu, fino a venature razziste e suprematiste, ispirate dai legami di sangue con il territorio.<b> Della Seta milita a sinistra, ma questo non gli impedisce di mettere in guardia da derive che spesso attraversano il movimento.</b> A cominciare da un certo “naturacentrismo”, che dimentica la lezione di Darwin e il carattere amorale delle leggi di natura. Il nostro pianeta ha registrato nella sua evoluzione 5 grandi estinzioni, le Big Five, con la scomparsa mediamente del 75 per cento, ma con punte del 90 per cento, di tutte le specie viventi, esclusivamente dovute a cause naturali (cambiamenti climatici, meteoriti, eruzioni vulcaniche) centinaia di milioni di anni prima che l’homo sapiens facesse la sua comparsa. <b>La natura non è né buona né giusta e solo partendo dalla centralità della specie umana si può rintracciare la strada corretta.</b> Deve essere un sano egoismo di specie quello che ci spinge a conservare gli equilibri ecologici che hanno permesso l’affermarsi della specie umana. Poi, certo, tocca un po’ arrampicarsi sugli specchi per difendere l’Enciclica di Papa Francesco, che di questi luoghi comuni – la natura è buona perché è dono di Dio – è pervasa. La terza considerazione eterodossa è il riconoscimento che l’innovazione tecnologica è il prodotto della ricerca del profitto ed è spinta da motivazioni egoistiche. “Il capitalismo – scrive Della Seta – non è un’ideologia e nemmeno un modello sociale: è un meccanismo economico che alimenta la creazione di ricchezza materiale”. <b>E persino vi è un giudizio piuttosto positivo sulla globalizzazione, di solito bestia nera degli ecologisti: “La realtà contraddice l’idea che crescita economica e globalizzazione impoveriscano i paesi già poveri”.</b> Non mancano alcune critiche al modo in cui spesso sono state impostate le politiche ambientali che, per il loro carattere intransigente e scarsamente inclusivo, hanno finito per alienare alla causa verde il favore di ampi strati della popolazione, soprattutto fra i ceti sociali più deboli. Un libro comunque interessante e, anche se talvolta il tentativo di tenere insieme ortodossia verde e proposte innovative cozza con la coerenza logica, aggiunge molte cose a un dibattito che spesso affonda nei luoghi comuni.</p>]]></description>
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				<title>Rafforzare l’Europa senza rivoluzioni è possibile. Un saggio</title>
				<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 05:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dare più potere a Bruxelles è davvero l’unica strada per superare le evidenti debolezze dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/unione-europea_51253" target="_blank">Unione europea</a>? L’ultimo libro di Giovanni Pitruzzella, <i>L’Europa in trasformazione. Tra geopolitica e democrazia</i> (Mondadori), offre una prospettiva analitica e originale sul modo in cui le nostre istituzioni possono rispondere a un mondo sempre più difficile – e su come il mondo incide sulle nostre istituzioni. <b>Per Pitruzzella, l’Ue non è una vera e propria unione politica: è piuttosto una “macchina giuridica” che, attraverso un processo adattativo, ha cercato di colmare attraverso il diritto il gap di legittimità democratica. Inizialmente, il disegno dei padri fondatori era di perseguire la pace attraverso l’integrazione economica.</b> La produzione normativa a livello Ue ha posto le basi per farlo, ma è stata soprattutto l’azione armonizzatrice della Corte di Giustizia a rendere possibile la costruzione di un ordinamento sovranazionale e concretamente esigibili i diritti da esso derivati. Più di recente, con il nuovo contesto geopolitico, la Corte si è spinta oltre: ha di fatto costituzionalizzato un’evoluzione dell’Ue, consentendo a Bruxelles di intervenire rapidamente e sulla base di poteri inediti, non immediatamente rinvenibili nei Trattati. Ma è qui che si arriva al cortocircuito o, per meglio dire, al limite di questo esperimento: il diritto non può sostituire la politica. <b>Non che questa manchi in senso assoluto: il Parlamento europeo, che conferisce la fiducia alla Commissione, è eletto direttamente da tutti i cittadini; il Consiglio, nel quale sono rappresentati i governi nazionali, ne può condizionare pesantemente le scelte.</b> Ma un processo decisionale arzigogolato finisce per alimentare la percezione di una distanza incolmabile e di una burocrazia autoreferenziale. Il problema si manifesta, in particolare, nei rapporti tra giudici e rappresentanti eletti, nelle controversie sullo Stato di diritto e nelle difficoltà di conciliare le diverse sensibilità nazionali.</p><p><b>La crisi geopolitica rende questo passaggio ancora più urgente.</b> Se il mondo torna a essere dominato dai rapporti di forza, l’Europa deve attrezzarsi per non subirli. Difesa, sicurezza energetica, materie prime, commercio e tecnologie non sono più settori separati dalla politica, ma condizioni della libertà e dell’autonomia europea. E’ soprattutto sul terreno economico che il libro evidenzia una contraddizione. <b>L’Europa soffre di due mali opposti: da un lato l’eccesso di regolazione, che è il sintomo più evidente della distanza tra la capacità giuridica di Bruxelles e la sua limitata riconoscibilità democratica; dall’altro la frammentazione dei mercati, che deriva al contrario dalla rinuncia ad applicare fino in fondo il diritto eurounitario (lo testimonia il calo delle procedure di infrazione).</b> Più controversa è la riscoperta della politica industriale e dei “campioni europei”. Qui Pitruzzella – oggi giudice costituzionale e già avvocato generale della Corte di Giustizia – parla con la voce dell’ex presidente dell’Antitrust: le imprese nazionali protette dalla concorrenza possono accumulare potere di mercato, ridurre gli incentivi a innovare e sfruttare rendite di posizione. Se la frammentazione europea impedisce alle imprese di crescere, la soluzione più coerente è rimuovere gli ostacoli, non necessariamente selezionare dall’alto i vincitori. Lo stesso interrogativo riguarda il nuovo attivismo finanziario dell’Ue. Pitruzzella osserva che l’integrazione si realizza ormai anche attraverso debito comune, fondi europei e condizionalità. E’ una trasformazione di grande rilievo, ma non neutrale. <b>Ogni nuovo strumento finanziario distribuisce risorse, rischi e potere; ogni programma comune solleva la questione di chi stabilisca le priorità e di chi risponda degli eventuali fallimenti.</b></p><p>In tal senso, l’Europa non può diventare un semplice prolungamento delle burocrazie nazionali, come vorrebbero i sovranisti, ma neppure può fingere di essere uno stato federale compiuto, sostenuto da un unico popolo e da una sola identità politica, come invece sperano taluni europeisti. La proposta di Pitruzzella è più pragmatica: riconoscere la coesistenza delle identità nazionali ed europea, valorizzare le connessioni democratiche e permettere, attraverso l’integrazione differenziata, che gli stati procedano a velocità diverse quando necessario.<b> “L’Europa in trasformazione” è una lettura essenziale per comprendere che rafforzare l’Europa non implica moltiplicarne i poteri, né sostenere la competitività richiede la rinuncia a promuovere la concorrenza.</b></p>]]></description>
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				<title>Difesa, l&#039;Ue offre una seconda occasione sul Safe e il governo non può ripetere lo stesso errore</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>La questione della Difesa ha assunto un ruolo centrale per l’Unione europea e sarà rilevante anche per il nostro paese. L’Italia ha attivato due strumenti, che spesso vengono sovrapposti ma che sono distinti: il Safe e la Nec. Il primo, acronimo di  Security Action for Europe, è lo strumento finanziario  che fornisce prestiti europei ai paesi membri per fare investimenti nella Difesa; il secondo, acronimo di National Escape Clause,  è la clausola di salvaguardia nazionale che consente ai paesi membri di fare maggiore deficit al di fuori delle regole fiscali per la Difesa (e l’energia).</p><p>Insomma, con la Nec l’Europa consente agli stati di indebitarsi di più per rafforzare la sicurezza e con il Safe gli offre di farlo a tassi agevolati. L’Italia aveva presentato un piano Safe per 14,9 miliardi di euro,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/10/13/news/giorgetti-e-il-costo-della-rinuncia-a-meta-dei-prestiti-safe--410495">ma a ottobre – per placare i malumori della Lega – ne ha chiesti solo 8</a>. L’accordo è stato approvato dalla Commissione e dal Consiglio e ora si attende solo la firma, che dovrebbe arrivare nel mese di novembre, dopo la quale l’Italia riceverà il prefinanziamento del 15 per cento (1,2 miliardi)  all’inizio di dicembre.</p><p>Nel frattempo,<b> la Commissione Ue ha invitato gli stati membri a partecipare al secondo ciclo di richiesta di fondi Safe</b>, <b>pari ai 21,3 miliardi di euro inoptati</b> nel primo giro soprattutto dall’Italia e dall’Ungheria e, in minima parte, dalla Francia.</p><p>Per questa seconda tranche, la Commissione “incoraggia” i paesi membri, “in linea con le loro esigenze e priorità nazionali in materia di Difesa”, a utilizzare i fondi per rafforzare la cooperazione con l’Ucraina, includendo appalti comuni con Kyiv nei piani di investimento. Ma si tratta, appunto, di un suggerimento e non di un vincolo stringente. Anche su questo secondo invito, la parte del leone dovrebbe farla la Polonia che già è il maggiore beneficiario del Safe,  con 43,73 miliardi su 150 totali (il 30 per cento).</p><p><b>Il governo Meloni non è interessato</b>. Sarebbe un po’ assurdo se l’Italia, che appena un paio di settimane fa aveva lasciato sul piatto circa 7 miliardi (un terzo del totale ora a disposizione), partecipasse a questa seconda chiamata. <b>Ma, a pensarci bene, è più assurdo che non lo faccia. Almeno dal punto di vista strettamente finanziario.</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/28/news/il-compromesso-al-ribasso-del-governo-sul-safe-fa-perdere-3-miliardi-di-euro--405833?utm_campaign=mrf-facebook-ilfoglio&amp;utm_source=facebook&amp;utm_medium=social&amp;mrfcid=202608286a912d830ce4454e162162d5&amp;fbclid=IwY2xjawU7V81leHRuA2FlbQIxMQBwZG9mBXNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR6efiPyaQOIijMKjFDRyMyeMM1cQQPTH0QmZrRcYfUIqM5yjOsKkHNUxFQxcQ_aem_I21iLD4yh7kQJhJvW4nugA">Il punto da cui partire, infatti, è che il Safe conviene</a>: è un prestito che si inizia a pagare fra dieci anni, con scadenze molto lunghe, fino a 45 anni, e un rating migliore di quello italiano (quindi un tasso di interesse inferiore). E’ la stessa logica per cui i prestiti del Next Generation Eu  – o del Sure ai tempi del Covid – sono più convenienti dell’emissione di Btp. “Lo strumento [Safe] offre alcuni vantaggi finanziari rispetto alle emissioni sovrane standard”, scriveva il governo nel Dfp dello scorso aprile.</p><p><b> Ma oltre a essere convenienti, i prestiti Safe sono necessari</b>. Perché non c’è alcun obbligo di utilizzo per spese aggiuntive, anzi. Il piano originario da 14,9 miliardi presentato dall’Italia e approvato dall’Europa riguardava interamente programmi di spesa già programmati e previsti a bilancio: “I prestiti Safe – spiegava sempre il governo nel Dfp – sono coerenti con il sentiero della spesa per investimenti in Difesa previsto nella legislazione vigente”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/07/28/news/cose-il-safe-e-perche-puo-aiutare-litalia--403388">Ciò vuol dire che l’Italia potrebbe semplicemente sostituire – per una spesa già prevista negli anni passati – una fonte di finanziamento più costosa come il Btp con una più conveniente come l’Eurobond</a>. E’ esattamente ciò che ha fatto in molti casi il governo usando i prestiti del Pnrr per investimenti già previsti. D’altronde è l’elementare ragionamento che hanno fatto tutti i paesi dell’Ue che hanno richiesto il Safe, eccetto gli otto – come la Germania e i Paesi Bassi – che si finanziano sul mercato a tassi inferiori rispetto al debito europeo.</p><p>Insomma, all’Italia già conveniva prima chiedere tutti i 14,9 miliardi di Safe, anziché solo 8. Ed è inspiegabile che non l’abbia fatto. <b>Ma adesso conviene ancora di più. </b>Non solo perché<b> il rendimento dei Btp e lo spread rispetto al Bund tedesco stanno aumentando</b>, ma perché nel frattempo, attraverso l’attivazione della Nec, <b>l’Italia con questa legge di Bilancio sta programmando di spendere nel prossimo biennio altri 14,4 miliardi in più (lo 0,6 per cento del pil) per potenziare la propria Difesa</b>. Vuol dire che non solo c’è spazio per riprendersi i 7 miliardi della propria quota Safe a cui, inspiegabilmente, il governo ha rinunciato qualche mese fa, ma anche per chiedere una fetta ulteriore della torta da 21,3 miliardi messa sul piatto dalla Commissione per coprire con il Safe anche un pezzo della maggiore spesa della Nec. E’ esattamente ciò che stanno pensando di fare paesi come la Polonia, l’Irlanda e la Grecia.</p><p><b>In una fase di tensione sui mercati finanziari, e in particolare dei titoli di stato</b> (il rendimento del Btp decennale è passato in un anno dal 3,4 al 4,5 per cento, mentre lo spread da 76 a 118 punti), <b>il Tesoro si trova a dover collocare  533 miliardi di debito nel 2027</b>: 13 in più rispetto a quest’anno, perché verranno meno i prestiti europei del Pnrr (sono stati 24 miliardi nel 2026). Sostituire questa linea di finanziamento con i prestiti Safe, il cui rimborso inizierà tra dieci anni, significa togliere emissioni dal mercato e alleggerire la pressione sul Btp.</p><p>“Abbiamo deciso di utilizzarne di meno – aveva detto il vicepremier Antonio Tajani sul Safe – perché serve investire di più in sanità e politiche sociali”. Ma la verità è l’esatto opposto: <b>rifiutare i fondi Safe riduce i margini di spesa</b>. Il governo fa ancora in tempo a riparare: ora può chiedere non solo i 7 miliardi a cui ha rinunciato due mesi fa, ma il doppio. Se ha deciso di investire nella Difesa in tempi di ristrettezze economiche, la scelta più “prudente” – direbbe il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – è di farlo ai tassi più convenienti possibili.</p>]]></description>
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				<title>Facile dire “tetto a prezzo del gas”, più difficile scrivere il dl Bollette</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro e Luca Lo Schiavo</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il correttivo del <b>decreto Bollette</b>, atteso nel Consiglio dei ministri di mercoledì scorso, si è nuovamente impantanato tra Palazzo Chigi il Mase. Il ministro dell’Ambiente <b>Gilberto Pichetto Fratin ha spiegato che sono in corso “verifiche tecniche”</b> relative “alla platea complessiva, la stima numerica dei risultati, la procedura che Arera deve utilizzare nell’intervenire e naturalmente la ripartizione del carico dell’onere”. Con ogni probabilità è proprio questo il tema su cui i tecnici dell’Ambiente e dell’Arera stanno cercando una soluzione. <b>Il paradosso è che la soluzione è ovvia – copiare dalla Spagna, da cui l’intero meccanismo del <i>tope</i> è mutuato.</b></p><p>Andiamo con ordine. L’accordo tra il governo e la Commissione Ue prevede un meccanismo temporaneo, della durata di 18 mesi, per ridurre i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica quando le quotazioni del gas superano i 58-59 euro/MWh (oggi siamo attorno a 100). Il primo fraintendimento nasce dal modo in cui la misura è stata annunciata: tetto al prezzo del gas. In realtà non è un tetto e non ha effetti sui prezzi del gas. <b>Semmai, è un sussidio ai produttori termoelettrici al fine di contenerne i costi di produzione.</b> L’intuizione è: per ogni euro di sussidio alle centrali a gas, scenderà di un euro il prezzo di tutta l’energia elettrica, anche quella prodotta da altre fonti. <b>Se tutto funziona come deve, il consumatore ci guadagna: il suo risparmio corrisponde ai minori ricavi dei produttori diversi dal gas (tipo le rinnovabili).</b></p><p>Perché l’operazione funzioni, bisogna individuare con chiarezza chi versa il sussidio. <b>Pichetto ha ribadito più volte che dalla contribuzione andrebbero esclusi i clienti titolari di contratti a prezzo fisso.</b> Ciò implica che i 40 euro dovrebbero essere versati, attraverso un onere in bolletta, dai clienti finali. Ma farlo è complicatissimo (perché i contratti possono cambiare in ogni momento), potenzialmente controproducente (perché l’eccessiva restrizione della platea dei contributori ne scaricherebbe il costo su una minoranza) e concettualmente sbagliato. Il “<i>tope</i>” non interviene al livello del mercato retail, ma su quello all’ingrosso. <b>Quindi, nella logica del suo funzionamento, gli “acquirenti” non sono i clienti finali ma gli operatori a monte: grandi industrie, trader e utility</b>. Sono loro che dovrebbero finanziarlo – proprio come in Spagna. Quindi, chi compra energia all’ingrosso, cioè fornitori, industrie e trader, paga l’energia a prezzo scontato, ma deve versare quanto serve a finanziare la compensazione. L’obbligo di versare la compensazione deve necessariamente sorgere qui, a monte. Non può essere spostato in bolletta (come ipotizzato da Arera tramite un aggravio della tariffa di dispacciamento uguale per tutti). Madrid ha fatto esattamente così, prevedendo solo alcune limitate esenzioni, tra cui quelle per chi ha negoziato all’ingrosso contratti di acquisto a lungo termine (i cosiddetti Ppa). Avrebbe senso fare lo stesso.</p><p>E’ su questo punto, che è assieme operativo e concettuale, che tutto sembra essersi incartato: <b>la via d’uscita è quella più ovvia e più semplice, cioè seguire fino in fondo il modello che si è imitato, facendo versare il sussidio agli acquirenti all’ingrosso, non ai clienti in bolletta</b>. A quel punto, l’eventuale vantaggio che arriva al cliente dipende dal suo contratto. Se ha un prezzo variabile, il fornitore gli trasferisce il risparmio netto, perché il prezzo variabile in bolletta ne segue i costi di acquisto. L’Arera dovrà probabilmente autorizzare a includere il valore della compensazione nelle formule contrattuali di indicizzazione (che oggi fanno riferimento solo al prezzo, il cosiddetto Pun). Se invece il cliente ha un prezzo fisso, la bolletta non cambia: continua a pagare quanto pattuito, e il vantaggio resta provvisoriamente al fornitore fino alla scadenza del contratto; però, man mano che i contratti a prezzo fisso scadono, i fornitori dovranno incorporare l’effetto del meccanismo se vogliono restare competitivi.</p><p>C’è poi un’altra questione più sottile: <b>la compensazione ai produttori a gas sarà dovuta solo nei momenti in cui i loro impianti “fanno il prezzo” (cioè, in gergo, sono “marginali”), oppure anche nelle altre ore?</b> E’ una scelta complicata perché proprio l’erogazione del sussidio, che influenza i costi di tali impianti, può determinare se saranno marginali oppure no e influenzare i comportamenti dei concorrenti. Negli ultimi mesi la percentuale di ore in cui ciò accade è comunque sempre più bassa: a settembre poco meno del 30 per cento. Più questa percentuale cala, meno il meccanismo “morde”.</p><p>In sintesi: il tiramolla che va avanti da febbraio è legato solo in parte al braccio di ferro con la Commissione Ue. <b>Dipende anche dall’oggettiva difficoltà di trasformare gli slogan in norme</b>: tra dire “facciamo come la Spagna” e fare come la Spagna ci passa un mare di complesse decisioni tecniche.</p>]]></description>
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				<title>Su Ilva, meno Schlein più Salis</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Annarita Di Giorgio</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Giorgia Meloni la settimana scorsa da Bruxelles ha detto che dall’inizio del mandato questo governo ha messo 5 miliardi sull’Ilva. </b>Qualunque opposizione le avrebbe chiesto come sono stati investiti, dato che, secondo la Cassazione,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/10/29/news/la-magistratura-chiude-larea-a-caldo-dellilva-ma-stavolta-il-governo-non-protesta--412078" target="_blank">c’erano ancora amianto ed emissioni</a>. E soprattutto dato che nelle casse dell’amministrazione straordinaria non è rimasto un centesimo, con gli operai in cassa e gli impianti spenti ancora prima della sentenza. Invece il capo dell’opposizione, Elly Schlein, ne voleva ancora di più: “Dopo quattro anni in cui questo governo non ha fatto nulla e non ha messo un euro per trovare delle soluzioni per i tarantini, per i lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto, adesso servono risposte e prospettive chiare nel rispetto di quella sentenza, della salute dei tarantini, della dignità di quei lavoratori e di quelle lavoratrici che meritano risposte certe”.</p><p><b>Ma perché intanto non le dà lei queste risposte? Come invece ha fatto Silvia Salis, sindaca di Genova, più concreta:</b> “La procedura di vendita deve essere definita con massima urgenza, poiché dal suo esito dipendono la salvaguardia di una produzione strategica per il paese come l’acciaio, la riqualificazione degli impianti e, soprattutto, il futuro di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie. L’operatività dello stabilimento di Genova può essere garantita attingendo temporaneamente anche a materie prime esterne”. <b>Al tavolo con il governo, Salis ha proposto di provvedere con forniture di coils dall’estero da lavorare nei laminatoi di Genova.</b> Gli stabilimenti a freddo del nord infatti si possono salvare, rendendoli autonomi da Taranto. Mentre per il ciclo integrale non c’è più speranza. Gli unici ad averlo detto, da almeno due anni, sono Carlo Calenda e il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri. Mentre tutti gli altri, Pd e sindacati, continuano ancora ad andare dietro alla favola di Urso del siderurgico green più grande d’Europa.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Cartoline da un&#039;Italia che non fa notizia</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si protesta, si sciopera, si manifesta,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/10/30/news/sciopero-generale-e-cortei-in-piu-di-50-citta-cosa-succede-oggi--412145">si va in piazza, si occupano le tangenziali, si chiudono le scuole</a>, si serrano le strade, a volte si incendiano i cassonetti, a volte si spaccano le vetrine, a volte si cerca lo scontro, ma il filo conduttore, in un modo o nell’altro, è sempre quello: <b>bloccare tutto, o almeno provarci, per cercare di fare notizia, contro l’economia di guerra, contro il carovita, contro i salari bassi e ovviamente contro Israele, nuovo cacio sui maccheroni di ogni protesta che si rispetti</b>. L’Italia che protesta fa notizia, conquista le prime pagine dei giornali e le aperture dei notiziari, oltre a catturare la nostra attenzione. L’Italia che migliora, invece, tende a non fare notizia. E mentre migliaia di persone, armate anche di buone intenzioni, scelgono di manifestare il proprio disagio (gli scioperanti tra i dipendenti pubblici ieri non sono arrivati al 7 per cento, secondo i dati del ministero della Pa), può venire naturale chiedersi se gli argomenti portati in piazza siano la fedele fotografia dello stato del nostro paese.</p><p>Non ci riferiamo ai numeri, un tantino sballati, sbandierati dal sindacato che ha organizzato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/10/30/news/sciopero-generale-e-cortei-in-piu-di-50-citta-cosa-succede-oggi--412145">ieri lo sciopero generale</a>, <b>l’Usb</b> (l’Usb sovrappone spesa militare e acquisto di armamenti, attribuisce ai prodotti della spesa rincari dal 30 al 50 per cento senza chiarire a quale paniere si riferisca, chiede al governo di fare di più per i giovani nello stesso comunicato in cui chiede di fare di più per i pensionati, chiede salari più alti nello stesso comunicato in cui critica gli altri sindacati per la ricerca di un accordo su rappresentanza e salari, una delle strade attraverso cui si cerca di ottenere retribuzioni più alte, chiede di difendere i popoli oppressi dimenticando di chiedere di portare in piazza le bandiere dell’Ucraina). <b>Ci riferiamo a un documento interessante che restituisce un’immagine dell’Italia che fa meno notizia dell’Italia che protesta.</b></p><p>Il documento&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/10/30/news/istat-pil-al-palo-nel-terzo-trimestre-del-2026--412155">è firmato dall’Istat</a>, non esattamente un bollettino di propaganda di chi governa, ed è un documento chiamato “Bes 2026”, che come ogni anno misura, attraverso alcuni indicatori, lo stato di benessere del nostro paese, segnalando l’evoluzione effettiva delle condizioni di vita degli italiani. Davvero tutto va male? Davvero l’Italia è un disastro? Vediamo cosa dicono i numeri. Il rapporto “Bes” analizza 148 indicatori di benessere, 132 dei quali confrontabili con l’anno precedente.<b> Nell’ultima rilevazione, gli indicatori che migliorano rispetto all’anno precedente sono 54, quelli che restano stabili sono 55, quelli che peggiorano sono 23.</b></p><p>Se si osserva il lungo periodo, invece, su 133 indicatori confrontabili, quelli che migliorano sono 70, quelli che peggiorano 24 e 39 non presentano una tendenza univoca. Punto numero uno: <b>davvero le famiglie italiane hanno continuato a perdere potere d’acquisto anche nel 2024 e nel 2025?</b> L’Istat dice che il reddito medio disponibile pro capite è cresciuto del 2,4 per cento nel 2025, dopo il 3 per cento del 2024, e tenendo conto dell’inflazione, nel biennio i redditi sono aumentati del 2,2 per cento in termini reali. <b>Davvero le famiglie si sentono sempre più povere?</b> Nel 2023 il 33,9 per cento delle famiglie dichiarava di aver peggiorato la propria situazione economica nell’ultimo anno. Nel 2024 erano il 29,5 per cento. Nel 2025 sono diventate il 26,2 per cento.</p><p><b>Davvero il lavoro è un disastro in Italia?</b> Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni ha raggiunto il 67,6 per cento, mezzo punto in più rispetto al 2024, e la percentuale di occupati costretti a lavorare a tempo parziale perché non ha trovato un impiego a tempo pieno è scesa dall’8,5 al 7,7 per cento nel 2025. <b>Davvero l’aumento delle spese per la casa ha aggravato enormemente il sovraccarico sui redditi familiari?</b> Nel 2025, dice l’Istat, la percentuale di persone che vivono in famiglie per le quali i costi abitativi superano il 40 per cento del reddito familiare netto resta attorno al 5 per cento e l’Istat attribuisce questa tenuta anche all’aumento del potere d’acquisto dei redditi familiari. <b>Davvero, infine, gli italiani sono sempre meno soddisfatti della propria vita?</b> Nel 2025, scrive sempre l’Istat, il 47,6 per cento della popolazione di almeno 14 anni assegna alla propria vita un voto tra otto e dieci: 1,3 punti percentuali in più rispetto al 2024.</p><p>Il miglioramento è particolarmente evidente tra gli anziani, con una crescita di quasi tre punti sia tra i 65-74enni sia tra gli over 75. Il rapporto sul benessere degli italiani, poi, offre anche altri dati che spesso sfuggono alla cronaca quotidiana, come l’Italia che continua a registrare un tasso di omicidi inferiore alla media europea, come i furti nelle abitazioni che sono più che dimezzati rispetto a dieci anni fa, <b>come gli italiani che non sono mai stati così longevi, con la speranza di vita che nel 2025 ha raggiunto il massimo storico: 83,7 anni</b>.</p><p>E tutti questi numeri, naturalmente, che trovate pubblicati oggi integralmente sul Foglio, non sono da usare per ridimensionare la portata delle manifestazioni, delle proteste, degli scioperi, di quelli di ieri e di quelli di domani, <b>ma possono aiutare a capire che accanto all’Italia che protesta ce n’è una che migliora e che meriterebbe di essere considerata un’immagine del paese non meno veritiera di quella messa in campo dall’Italia che protesta</b>.</p>]]></description>
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				<title>Gli squilibri di Stati Uniti e Cina mettono a repentaglio l’economia globale</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Lorenzo Bini Smaghi</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’economia mondiale sembra resistere meglio del previsto alle turbolenze economiche e geopolitiche degli ultimi mesi – dai dazi dell’Amministrazione&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump_652" target="_blank">Trump</a>&nbsp;all’aumento dei prezzi dell’energia provocato dal conflitto in Iran. I paesi avanzati hanno lievemente aumentato il loro ritmo di crescita, mentre fino a sei mesi fa il Fondo monetario internazionale prevedeva un rallentamento, di circa lo 0,5 per cento del pil, rispetto al 2025. <b>E’ importante analizzare le cause di tale resilienza, anche per capirne la sostenibilità</b>.</p><p>Tra i principali fattori citati nel rapporto annuale del Fmi vi sono la minor dipendenza dal petrolio delle economie industrializzate rispetto all’inizio del secolo, la maggior adattabilità e la buona salute finanziaria delle aziende, oltre alla crescita elevata del settore tecnologico, in particolare quello legato all’intelligenza artificiale che sta trainando gli investimenti.</p><p>Tuttavia, il fattore più rilevante, che viene spesso sottostimato, riguarda le politiche economiche, in particolare quelle di bilancio, messe in atto nei principali paesi, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Cina.</p><p><b>Negli Stati Uniti il disavanzo delle amministrazioni pubbliche dovrebbe salire quest’anno all’8,5 per cento del pil, dal 7,1 per cento dello scorso anno</b>. Principalmente per le misure messe in atto dall’Amministrazione americana in un anno elettorale, che porta il deficit sui livelli più elevati dopo la pandemia.</p><p>L’espansione è tanto più notevole che avviene a fronte di un’economia in piena occupazione. Il debito pubblico è previsto salire quest’anno al 127 per cento del pil, 20 punti in più rispetto alla fine dello scorso decennio. E, fino al 140 per cento alla fine del decennio, in assenza di misure correttive, che sono tuttavia difficili da implementare nell’attuale contesto politico. Senza questo sostegno fiscale la crescita americana sarebbe probabilmente inferiore al 2,3 per cento previsto per quest’anno e per il prossimo.</p><p>L’economia americana ha anche beneficiato dell’espansione monetaria messa in atto dalla Riserva federale fino al settembre scorso, con una riduzione del tasso di politica monetaria dal 5,5 al 3,75 per cento. Col senno di poi, esaminando i dati più recenti sull’inflazione, quelle decisioni – in particolare i tre tagli dei tassi decisi alla fine del 2025 – si sono rivelate sbagliate. L’inflazione cosiddetta <i>core</i>, ossia al netto delle componenti più variabili, è salita oltre il 3 per cento. <b>Le ultime aspettative dei consumatori per il prossimo anno mostrano un’inflazione che sfiora il 4 per cento</b>.</p><p>E’ ormai evidente che l’aumento dei prezzi non è dovuto solo a fattori temporanei, legati ai rincari dell’energia, ma anche alle misure di stimolo della nuova Amministrazione a sostegno della domanda aggregata. In queste condizioni, i tassi d’interesse non possono che aumentare, producendo effetti restrittivi sui settori più fragili dell’economia statunitense, a cominciare da quello immobiliare.</p><p><b>In Cina la crescita è in rallentamento, dal 5 per cento nel 2025 al 4,5 nell’anno in corso e al 4 il prossimo, in base ai dati ufficiali</b>. A frenare tale rallentamento vi è, anche in questo caso, l’ingente sostegno pubblico derivante da un indebitamento salito all’8 per cento del pil. Le risorse pubbliche vengono usate per sostenere le imprese a fronte di una domanda interna in calo. <b>La politica monetaria resta espansiva, ma l’inflazione rimane bassa perché i consumi interni ristagnano</b>. La crescita economica è sostenuta quasi esclusivamente dalle esportazioni, fin quando i mercati esteri rimarranno aperti.</p><p>In Europa, infine, la crescita si assesta a poco più dell’1 per cento all’anno, in presenza di politiche economiche meno espansive, soprattutto nei paesi a debito più alto che devono continuare a risanare le loro finanze pubbliche. Lo spazio per compensare l’aumento dei prezzi dei prodotti energetici sul potere d’acquisto delle famiglie rimane limitato.</p><p>Nel complesso, la resilienza dell’economia mondiale appare fragile. E’ dovuta soprattutto alle politiche fiscali e monetarie espansive, negli Stati Uniti e in Cina, che non sono però sostenibili nel tempo e che si traducono in squilibri crescenti dei pagamenti internazionali. Il disavanzo delle partite correnti americano è previsto salire quest’anno al 4 per cento del prodotto lordo, a fronte di un surplus cinese di pari ammontare.</p><p>La correzione di questi squilibri richiederebbe politiche molto diverse, negli Stati Uniti e in Cina, che sono tuttavia difficilmente praticabili dati i vincoli interni. <b>Gli squilibri continuano dunque ad ampliarsi, mettendo a repentaglio la stabilità dell’economia globale</b>.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Guerre e choc geopolitici sono costati 296,3 miliardi in 5 anni</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
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				<description><![CDATA[<p>Cinque anni di guerre e di shock geopolitici sono costati all’economia italiana 296,3 miliardi di euro, tra minori esportazioni nei mercati critici - Bielorussia, Russia, Ucraina, Germania e Medio Oriente - maggiori costi per importazione di energia e maggiori oneri finanziari per le imprese.</p><p><b>È quanto emerge dal rapporto dell’Ufficio Studi di Confartigianato</b>, presentato il 28 ottobre all’Assemblea della Confederazione, che quantifica gli effetti economici, nel quinquennio 2022-2026, della guerra in Ucraina, delle tensioni in Medio Oriente, delle crisi energetiche, delle strette monetarie e della svolta protezionistica degli Stati Uniti.</p><p>La rilevazione di Confartigianato restituisce il quadro di un’economia italiana esposta a shock che si sono sovrapposti e trasmessi attraverso canali differenti. Il bilancio finale resta quello di un costo eccezionale per le imprese: quasi 300 miliardi di euro in cinque anni. Una perdita che investe il sistema produttivo attraverso il rincaro dell’energia, l’aumento del costo del credito e le minori esportazioni, <b>con conseguenze rilevanti per la competitività delle imprese e per la tenuta delle filiere produttive nazionali</b>.</p><p>La stima complessiva equivale <b>a una perdita media di 59,3 miliardi di euro all’anno</b>.</p><p>La componente più pesante è rappresentata dal maggiore costo delle importazioni di energia, che nel quinquennio raggiunge 130,7 miliardi di euro, il 44,1% dell’impatto complessivo, con una media annua di 26,1 miliardi. <b>Seguono i maggiori oneri finanziari a carico delle imprese, pari a 77,5 miliardi, il 26,2% del totale e 15,5 miliardi all’anno</b>.</p><p>Le minori esportazioni ammontano complessivamente a 88 miliardi di euro, il 29,7% del conto complessivo. La componente più consistente riguarda la Germania, con 52,4 miliardi di minori vendite, pari al 17,7% dell’impatto totale. <b>Le perdite del nostro export verso Russia, Ucraina e Bielorussia sono stimate in 30,2 miliardi, il 10,2%, mentre quelle verso il Medio Oriente ammontano a 5,4 miliardi, l’1,8%</b>.</p><p>La dinamica temporale evidenzia il picco del 2022, quando l’impatto degli shock ha raggiunto 97,6 miliardi di euro, pari al 4,9% del Pil, soprattutto per effetto dell’impennata dei prezzi energetici. <b>Nel 2023 il conto è sceso a 61 miliardi, per poi ridursi a 50,7 miliardi nel 2024 e a 36,2 miliardi nel 2025. Nel 2026 Confartigianato stima una nuova risalita a 50,8 miliardi</b>.</p><p>A livello territoriale il maggiore impatto negativo si rileva in Lombardia che guida la classifica in valore assoluto con 68,5 miliardi di euro, il 23,1% del totale. Seguono l’Emilia-Romagna con 31,6 miliardi, il 10,7%, il Veneto con 31,4 miliardi, il 10,6%, e la Toscana con 31,1 miliardi, il 10,5%. Al quinto posto si colloca il Lazio, con 27,4 miliardi, pari al 9,2%, davanti al Piemonte, con 25,6 miliardi, l’8,6%. <b>E ancora, la Campania, con 12,9 miliardi, il 4,4%; la Sicilia, con 10,5 miliardi, il 3,5%; le Marche, con 10,4 miliardi, il 3,5%; il Trentino-Alto Adige, con 10 miliardi, il 3,4%</b>.</p><p>A livello provinciale, i maggiori costi sono stati subiti da Milano, con 24,9 miliardi di euro, pari all’8,4% dell’impatto nazionale. Al secondo posto Roma, con 20,2 miliardi, il 6,8%, <b>seguita da Torino con 11,1 miliardi, il 3,8%, Firenze con 10,5 miliardi, il 3,6%, Brescia con 9,6 miliardi, il 3,3%, e Monza e Brianza con 9,3 miliardi, il 3,1%</b>. Completano le prime dieci posizioni Arezzo, con 8,1 miliardi, il 2,7%; Vicenza, con 7,5 miliardi, il 2,5%; Bologna, con 7,1 miliardi, il 2,4%; e Napoli con 6,5 miliardi ed il 2,2% del totale nazionale.</p>]]></description>
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