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		<title>Economia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 09:54:33 +0200</pubDate>
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				<title>Il male oscuro dell’automobile. Ogni paese ha i suoi guai, occhio alla Cina</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 17:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sulla malattia nessuno ha più dubbi: esplosa in Europa, si estende a tutti i paesi ricchi e satolli dell’occidente. La diagnosi è molto più incerta, e quanto ai rimedi si va avanti per prove ed errori. <b>Al capezzale dell’auto si alternano i medici, non saranno quelli di Pinocchio, ma anch’essi come il corvo, la civetta e il grillo parlante, incrociano ipotesi e ricette</b>. E’ la sindrome cinese, colpa delle <b>auto elettriche</b>. No, è la sindrome americana e l’epidemia è scoppiata per i <b>dazi di Trump</b>. Errore cari colleghi, è la sindrome di Bruxelles dovuta alle <b>follie della “rivoluzione verde”</b>. Hanno tutti torto? Meglio dire che hanno tutti un po’ di ragione, perché <b>siamo alla convergenza delle tre sindromi e proprio il loro intreccio rende la malattia più grave, per questo va sciolto al più presto</b>. Come, diversificando le cure? In altre parole si tratta di fare in Europa le auto per gli europei, nelle Americhe quelle per gli americani e in Asia quelle per i mercati asiatici? E’ un processo già avviato dalla stessa <b>Volkswagen: produrrà in Cina le sue vetture elettriche</b>; ma non arriviamo a troppo semplici conclusioni. Le cifre fanno rabbrividire. In Europa ci sono 90 fabbriche, almeno 35 vanno chiuse secondo la Boston Consulting, che stima 5,4 milioni di auto in eccesso. La crisi coinvolge produttori e fornitori: l’85 per cento delle aziende automotive tedesche ha un calo di ordini, il 57 per cento una riduzione della redditività e il 98 per cento ha bisogno di una ristrutturazione, stima la società di consulenza Porsche Consulting. Oliver Blume, amministratore delegato della Volkswagen ha detto che, togliendo la tara, la capacità produttiva del gruppo scende da oltre 12 a 9 milioni di veicoli l’anno. Gli impianti sono troppi, ma soprattutto troppo costosi e poco produttivi. Costruire e vendere un’auto rende molto meno di pochi anni fa, anche se impiega più capitale. Il problema non è il fatturato, ma la redditività scesa a una media del 3 per cento, dal 7-8 per cento. Nel 2025 gli utili netti si sono ridotti ovunque, peggio di tutti è andata la Tesla di Elon Musk (– 40 per cento) seguita dalla Toyota (– 20 per cento). Persino la Byd sta subendo il clima misto di incertezza e sfiducia.</p><h2>La sindrome cinese</h2><p>La febbre è covata a lungo prima di esplodere in tutti i suoi effetti. E non è un caso che abbia colpito in particolare la Volkswagen. Circola nel mondo dell’auto un aneddoto. Un bel giorno, nei primi anni Novanta del secolo scorso, arriva a Torino una delegazione autorevole inviata da Pechino, bussa al portone del palazzo di corso Marconi numero 10 – storica sede della Fiat – e chiede di incontrare i massimi esponenti del gruppo, a cominciare da Gianni Agnelli in persona. Gli ex corazzieri, tradizionalmente assunti come guardiani, soppesano i funzionari cinesi che ancora indossano le giacche dette alla Mao, ma, nei secoli fedeli a chi li paga, non fanno una piega. L’Avvocato, che era solito arrivare puntualissimo (prima delle 8, per poi uscire prima delle 9), era in giro per non-si sa-dove, quindi li avrebbe ricevuti volentieri il gran capo Cesare Romiti. Gli emissari, dopo i convenevoli d’uso, spiegano che vengono a proporre di aprire uno stabilimento della Fiat nel loro paese, ricordando quel che era accaduto in Unione Sovietica con Togliattigrad nel 1966. Romiti ringrazia e spiega che la Fiat avrebbe costruito volentieri dei furgoncini per completare la prima delle quattro modernizzazioni lanciate da Deng Xiaoping, quella agricola. A suo avviso un mercato di massa per l’auto era di là da venire. Delusi, gli inviati speciali varcano le Alpi e si recano a Wolfsburg, la città fabbrica fondata nel 1938 da Hitler, chiamata “Kraft durch Freude” (forza attraverso la gioia) e lì vengono accolti con le fanfare dai vertici della Volkswagen, i quali si dicono disposti a produrre non solo le auto per il  popolo, ma le berline per la nuova classe emergente che vuole vetture come la Jetta, più apprezzata a Pechino che in Europa, per viaggiare, ma anche (anzi soprattutto) per apparire. Dall’ultimo decennio del secolo scorso il Dragone rosso ha aperto il grande mercato di sbocco e la VW è arrivata a vendere in Cina circa il 40 per cento della propria produzione globale, ma anche BMW e Mercedes hanno costruito una parte significativa dei loro profitti grazie alla domanda cinese. La Fiat nel 1988 era diventata prima in Europa, ormai è un piccolo marchio nel grande conglomerato Stellantis. La Volkswagen è salita sul tetto del mondo.</p><p>La Germania ha esportato tecnologia, competenze e capacità produttiva, il Regno di Mezzo ha offerto una domanda vasta e impetuosa impossibile da trovare altrove. Quello scambio costruito con tanta sagacia e determinazione, oggi s’è ribaltato, il servo è diventato padrone. Le aziende cinesi non sono più semplici clienti. Sono concorrenti. Byd ha superato anche Tesla nelle vendite globali di veicoli elettrici. Geely controlla marchi europei come Volvo. CATL domina la produzione mondiale di batterie. Chery sta costruendo la propria presenza industriale in Europa. Adesso è Pechino a invadere non solo il resto dell’Asia, ma le Americhe e l’Europa. La svolta è diventata irrefrenabile dopo la pandemia ed è guidata dalle vetture elettriche. Lo choc che scuote la Germania e dall’economia passa alla politica, sta dentro questa crisi. Non esiste una sola causa: alcuni mercati come quello europeo sono ormai saturi, cresce la disaffezione verso i motori a combustione soprattutto tra i nuovi acquirenti a cominciare dai più giovani, che in particolare in Europa usano le auto, ma preferiscono non possederle. I costruttori hanno pensato di compensare con i mercati asiatici la caduta della domanda in quelli nazionali. Senonché la valvola ha cominciato a chiudersi. Il mercato automobilistico cinese, che vale il 30 per cento di quello globale e il 75 per cento per i veicoli elettrici, ha smesso di assorbire le vetture tedesche. La Volkswagen è scesa dal picco storico nel 2019 di 4,2 milioni di auto vendute a 2,7 milioni nel 2025. La perdita è dovuta alla concorrenza dei produttori domestici, soprattutto Byd, Geely e Saic Motor. Lo scorso anno i marchi cinesi hanno aumentato del 16,8 per cento le loro vendite sul mercato nazionale rispetto all’anno precedente, oltrepassando la quota del 70 per cento; al contrario i marchi tedeschi hanno perso il 7,7 per cento. E non è finita. Tra aprile e giugno la BMW ha registrato un calo delle consegne globali del 4,9 per cento, a quota 590.962 veicoli, con una caduta del 30,2 per cento in Cina, solo parzialmente compensato dalla crescita dell’11,9 per cento negli Stati Uniti e del 7,6 per cento in Europa (Germania esclusa). Peggio ha fatto Mercedes-Benz, con 417.800 vetture, l’8 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, con la Cina in flessione del 30 per cento a fronte di un aumento del 10 per cento negli Usa e del 4 per cento in Europa. Il dato più pesante riguarda la Volkswagen (compreso il marchio Audi): il gruppo ha archiviato il trimestre con consegne globali in calo dell’8,6 per cento, con un tonfo del 36,6 per cento nel mercato cinese, mentre il Nord America (+7,7 per cento) e l’Europa occidentale (+1,8 per cento) hanno tenuto.</p><p>Tutto ciò ricorda quanto è già avvenuto con il Giappone, diventato leader assoluto nella produzione di auto cambiando sia il modo di produrle (il sistema Toyota ha messo in soffitta la catena di montaggio modello Ford con un gran vantaggio nella qualità, non solo nella produttività e nei costi) sia il prodotto stesso, con quel matrimonio tra elettricità e combustione ormai sistema prevalente nelle quattro ruote. Anche contro il Giappone europei e americani hanno reagito con il protezionismo, ma non ha funzionato, il mercato ha avuto la meglio, i clienti hanno acquistato in massa i pick-up Toyota e le Corolla, poi le Prius ibride. Il gruppo, rimasto sempre nelle mani della famiglia Toyoda, conserva il primato mondiale, ma fino a quando? La Cina ha già preso il testimone diventando il paese che sforna più auto. Dunque ha ragione chi parla di sindrome cinese. Eppure è solo parte della verità, quel che sta accadendo va al di là della capacità competitiva asiatica. Gli storici dell’industria lo mettono a confronto con quel che è successo, senza andare troppo in là nel tempo, alle miniere, all’acciaio, agli elettrodomestici, alla chimica di base, alla cantieristica e non solo alla vecchia industria. Si pensi ai personal computer: la IBM è stata la prima a tirarsene fuori, vendendo alla cinese Lenovo. Adesso qualcosa di simile sta colpendo gli smartphone. L’auto occidentale (europea e americana) è tecnologicamente più arretrata. La vettura a combustione resta competitiva, però appare la vettura di un passato che, se pur lento a morire, è destinato a scomparire. Le componenti elettroniche e digitali sono il 20-25 per cento di un’auto con motore endotermico, il 35-45 per cento nelle ibride, il 70 per cento e oltre nelle elettriche. Senza uno spostamento sempre più in alto nella catena del valore anche questa manifattura è destinata al declino.</p><h2>Meno sociale più mercato</h2><p>Per la prima volta dagli anni Novanta la Germania non appare come il modello industriale che il resto del mondo cerca di imitare. Si trova, invece, a confrontarsi con concorrenti che hanno imparato, adattato e in alcuni casi migliorato parti di quel sistema. E’ umano, troppo umano coltivare la Schadenfreude. I tedeschi hanno insegnato a lungo come si doveva produrre per primeggiare, adesso sono costretti ad ammettere che il loro sistema ha funzionato a certe condizioni che ora sono cambiate, a cominciare da due ex vantaggi competitivi: il costo del gas russo e il mercato cinese. Blume ha presentato una cura da cavallo per la Volkswagen: chiusura di quattro stabilimenti con 100-120 mila esuberi entro il 2030, sono in pericolo anche l’impianto Audi di Bruxelles e si ferma quello di Dresda. Il consiglio di sorveglianza del quale fanno parte anche i rappresentanti dei lavoratori lo ha bocciato con 12 voti contro 7. A parte la famiglia Porsche che possiede il 53 per cento, il Land della Bassa Sassonia e il fondo del Qatar sono rispettivamente secondo e terzo azionista. Vedremo come finirà il braccio di ferro.</p><p>Il successo della Volkswagen non è stato un sentiero sempre luminoso, ma si è identificato con il modello tedesco, adesso anche l’economia sociale di mercato è arrivata al bivio tra sociale e mercato. Dopo il crollo del nazismo, l’impresa voluta da Hitler sembrava destinata a scomparire se non fosse stato per un maggiore inglese, Ivan Hirst, e per Ferry Porsche, figlio dell’ingegner Ferdinand al quale il Führer aveva affidato la costruzione dell’auto per il popolo, incarcerato in Francia dopo la sconfitta. Pur mantenendo un ruolo chiave nella famiglia, l’erede si dedica alle auto di lusso, per quelle di massa c’è Ferdinand Piëch, il marito della sorella Louise. La divisione del lavoro dura fino alla morte di Ferry nel 1998, poi alla svolta del nuovo millennio cominciano le tensioni, finché nel 2005 Wolfgang Porsche, figlio di Ferry, muove all’assalto del gruppo e arriva a possedere il 74 per cento del capitale, ma viene travolto dai debiti. La crisi finanziaria del 2008 e l’enorme indebitamento accumulato per l’operazione provocano quindi un ribaltamento: nel 2009 Porsche è costretta a rinunciare all’assalto e sarà infine la Volkswagen ad assorbirne l’attività automobilistica.</p><p>Dal 2012 si crea un gruppo sempre più integrato e tra gli eredi si firma la pace. Con una solida maggioranza nelle mani della famiglia Porsche-Piëch finiscono le scorribande finanziarie e l’instabilità, senonché nel 2015 scoppia il Dieselgate (sono stati manipolati molti test sulle emissioni dei motori diesel) uno scandalo che costa miliardi e un crollo reputazionale. Siccome dalle crisi nascono i cambiamenti, a quel punto il gruppo comincia a puntare sulla Cina, non più come mercato di sbocco, ma come vera e propria ciambella di salvataggio. Funziona alla grande fino alla pandemia.</p><p>La Volkswagen resta ancora un formidabile ammortizzatore sociale (oggi occupa in Germania quasi 300 mila lavoratori, il 40 per cento del gruppo) e uno dei pilastri dell’economia sociale di mercato, quella “terza via” che affida allo stato un compito centrale non solo come garante, ma come parte attiva, insieme alla governance duale con un consiglio di sorveglianza, separato dal consiglio di gestione. Nel primo, oltre agli azionisti, siedono rappresentanti politici, del governo regionale e di quello centrale, per lo più attraverso la KfW, la banca pubblica per la ricostruzione. S’aggiunge poi, in forme più o meno robuste, la cogestione (Mitbestimmung) che lascia posti in consiglio sia al sindacato unico sia ai rappresentanti diretti dei dipendenti. Stato e sindacato hanno assicurato il consenso quando le cose funzionavano e hanno gestito il dissenso nelle fasi di crisi, ma oggi possono diventare due zavorre che limitano l’innovazione e bloccano la riconversione. Di qui una tesa discussione che può portare anche a un nuovo assetto proprietario, magari con un’operazione industrial-finanziaria che diluisca ancor più il peso della mano pubblica nel consiglio di sorveglianza. Insomma il modello va ripensato alle radici, proprio mentre scoppia la bomba Trump.</p><h2>La sindrome americana</h2><p>La sentenza della Corte Suprema del febbraio scorso ha tagliato gli artigli del protezionismo trumpiano e ha prodotto un certo sollievo, ma il presidente americano continua con le sue “beautiful tariffs”. Venerdì primo maggio ha annunciato che avrebbe aumentato i dazi doganali su auto e camion provenienti dall’Ue al 25 per cento, dal 15 per cento concordato in precedenza, citando l’inadempienza di Bruxelles rispetto all’accordo commerciale raggiunto la scorsa estate. Secondo l’Istituto di Kiel per l’economia mondiale (IfW) l’aumento dei dazi sul settore automobilistico potrebbe costare alla Germania quasi 15 miliardi di euro in termini di produzione complessiva. Tariffe del 25 per cento potrebbero imporre un onere annuo aggiuntivo di circa 2,5 miliardi di euro alla produzione automobilistica tedesca. Sebbene la nuova offensiva sia rivolta contro l’Unione europea, la Germania appare in realtà come il bersaglio principale, come sottolinea il direttore del Car (Center Automotive Research), Ferdinand Dudenhöffer. “Dato che le esportazioni di produttori stranieri verso gli Stati Uniti sono trascurabili, le nuove minacce tariffarie di Trump possono essere interpretate anche come l’inizio di una guerra economica contro la Germania”. Se l’impatto diretto colpisce i costruttori tedeschi, quello più strutturale riguarda la filiera europea nel suo complesso, a cominciare dalla componentistica italiana. Ne ha tratto davvero beneficio l’industria americana? Il mercato americano è più chiuso di quello europeo e di quello asiatico, ma quindici mesi dopo il Liberation day del primo aprile 2025 non si vede nessun significativo impatto positivo dei dazi, né sull’occupazione manifatturiera né sulla bilancia commerciale. In compenso c’è una spinta consistente sui prezzi, mentre il cosiddetto boom dei rimpatri non è avvenuto, al di là di alcuni esempi simbolici proprio nell’automobile. Aspettiamo, forse è ancora presto. La Federal Reserve Bank of New York calcola che il 90 per cento del fardello economico provocato dai dazi è ricaduto sulle imprese e sui consumatori, in proporzioni diverse. Lo Yale Budget Lab stima che ha provocato un rincaro nei beni di consumo fondamentali tra il 46 e l’86 per cento. Il deficit della bilancia commerciale è cresciuto di 77,6 miliardi di dollari. Pochi settori dell’economia interna hanno tratto vantaggio (l’acciaio per esempio), mentre le piccole e medie imprese incapaci di assorbire i costi hanno subito pesanti perdite. Si assiste inoltre a un vero crollo (– 44 per cento) nelle produzioni elettroniche e nei microprocessori. Sempre più l’economia reale americana è trainata dagli investimenti in data center e infrastrutture energetiche, che risucchiano gran parte del capitale, e non si vede nessun boom di rimpatri, scrive IoT Analytics.</p><h2>La sindrome europea</h2><p>La crisi dell’auto ha avuto già un impatto negativo sulla produzione industriale tedesca in discesa da quattro anni e il prodotto lordo cresce poco (0,6 per cento quest’anno e 0,7 per cento nel prossimo). L’intreccio economico con l’economia italiana è strettissimo e preoccupante. Nel 2025 l’Italia ha esportato in Germania beni per 72,2 miliardi di euro e ne ha importati per 85,5 miliardi, con un saldo negativo di circa 13,4 miliardi. I principali beni venduti sono metalli e prodotti in metallo per 10,8 miliardi (compresa le componenti per auto) e poi macchinari e apparecchi industriali per 9,7 miliardi; seguono mezzi di trasporto, alimentare, moda e chimica. L’impatto sulla componentistica, invece, finora non si è fatto sentire (tra il 2020 e il 2025 l’export è aumentato da 4 a 5 miliardi di euro) perché gli italiani hanno in parte compensato i fornitori tedeschi andati fuori mercato, insomma c’è stata una selezione nella filiera. A mano a mano che la crisi peggiora, gli effetti non saranno più marginali, ma diffusi e massicci. La vera questione, però, non è se Volkswagen, BMW e Mercedes riusciranno a superare questa fase. La questione è se l’Europa riuscirà a mantenere il controllo della capacità produttiva, delle tecnologie, delle filiere che hanno sostenuto la sua prosperità industriale. La sfida dell’auto tedesca, insomma, non riguarda il futuro di tre aziende, ma il futuro industriale dell’Europa.</p><p>Gran parte del dibattito si concentra su dazi, batterie e incentivi eppure uno dei fattori più sottovalutati è l’energia. Produrre batterie richiede enormi quantità di elettricità. Alimentare una gigafactory significa sostenere costi energetici che incidono direttamente sulla competitività finale del prodotto. Per anni l’industria tedesca ha beneficiato di un sistema energetico che garantiva competitività e prevedibilità. Oggi il costo dell’energia è diventato una variabile industriale strategica e questa variabile pesa su tutto, sulle batterie, sulla chimica industriale, sulla componentistica naturalmente. La vera domanda dei prossimi anni potrebbe non essere più dove costruire le auto, ma dove sarà economicamente sostenibile costruire le batterie: le esportazioni cinesi sono aumentate di ben sette volte tra il 2020 e il 2025.</p><p>La reazione contro la transizione verde ha un sapore di vecchio e stantio. La Commissione europea ha imposto che le emissioni di CO2 delle auto prodotte nell’Ue dovevano essere ridotte del 55 per cento entro il 2030 ed eliminate entro il 2035, quando sarebbe dovuta cessare la produzione di auto con motore endotermico. L’auto europea non era pronta ed è stata lenta a reagire. Quando lo ha fatto ha trovato un mercato già occupato dalle auto cinesi meno costose e più digitali. L’intera lobby automobilistica si è mossa per chiedere a Bruxelles di allungare i tempi, se non proprio di fare marcia indietro. In Italia la Confindustria, sostenuta dal governo, vuole una sospensione e la revisione del mercato degli Ets (diritti di emissione di CO2). Resistere, resistere, resistere è inutile e sbagliato. I dazi dell’Ue sulle auto elettriche, a partire dalla loro introduzione, hanno ridotto di cinque punti percentuali la quota dei veicoli prodotti in Cina (inclusi quelli dei car maker occidentali), ma non hanno fermato l’espansione dei marchi cinesi. Molti costruttori stanno progressivamente trasferendo parte della produzione in Europa, però le importazioni di vetture cinesi continuano: costano meno (in media il 21 per cento) e funzionano bene.</p><p>Oliver Blume e Antonio Filosa, l’ad della Stellantis che a sua volta vuol ridurre del 17 per cento la produzione in Europa (non in Italia, dove il giro di vite è in gran parte avvenuto), hanno rivolto un appello alla Commissione Ue con una lettera aperta a doppia firma per chiedere un intervento. L’idea di fare dell’Europa il fortino del motore a scoppio è perdente, il caso giapponese sta lì a dimostrarlo. Oltretutto ritarda lo sviluppo tecnologico e aumenta così la crisi dell’auto e con essa della manifattura europea. In realtà si tratta di varare un vero e proprio piano industriale. Il precedente più efficace è stato il piano siderurgico realizzato negli anni Ottanta (di cui fu autore il commissario Davignon) che prevedeva una drastica riduzione dell’acciaio di base, chiudendo anche vecchie acciaierie improduttive, per lasciare spazio agli acciai speciali a più alto valore aggiunto. Ha aperto la strada a indiani, coreani, cinesi, algerini, ma la siderurgia non ha abbandonato l’Europa, si è concentrata sulla fascia alta della catena del valore. Naturalmente le cose sono oggi ancor più complesse.</p><p>Il vecchio resiste e lancia messaggi non chiari. “Per l’auto, la transizione all’elettrico sarà dettata dal mercato, indipendentemente dalle normative europee. La digitalizzazione delle automobili e l’intelligenza artificiale applicata alla guida ridefiniranno l’industria, richiedendo competenze radicalmente nuove negli uffici di progettazione”, sottolinea Josef Nierling, amministratore delegato della Porsche Consulting Italia. La velocità del cambiamento spinge alla prudenza, ad esempio le batterie oggi durano già molto più di un anno fa, così le case automobilistiche europee si trovano a dover bilanciare scelte complesse e rischiose tra elettrificazione, guida autonoma e piattaforme digitali di mobilità. Intanto, “la spinta verso l’automazione e l’intelligenza artificiale apre nuove opportunità di efficienza e innovazione, ma impone anche una profonda revisione delle competenze”. Cosa può fare l’Europa? Non inseguire la Cina, ma prendere una propria strada, ci spiega Nierling. Per esempio la guida autonoma (ci lavorano il Politecnico di Milano e Autostrade per l’Italia) e in generale l’Intelligenza artificiale applicata alla manifattura. Esistono già imprese che stanno andando avanti, la Bosch nei prodotti e la Siemens nelle fabbriche, tra quelle tedesche; insieme ad altre potrebbero diventare i sostegni di un polo europeo, con accordi tecnologici e industriali, coinvolgendo i politecnici e le filiere produttive. Qui i governi hanno un ruolo importante lasciando alle imprese private il compito di innovare, investire, produrre. E’ già arduo accompagnare e favorire la ristrutturazione riducendone i costi sociali, mettersi a fare automobili sarebbe disastroso. La soluzione non è nemmeno costruire missili e carri armati nelle fabbriche dismesse, una scelta di retroguardia, dettata da priorità politiche, non economiche e industriali. Certo ci sono tecnologie dal doppio uso, pensiamo ai sensori; civile e militare s’intersecano, ma non si annullano l’uno nell’altro. Finora a Bruxelles, a Berlino, a Roma o a Parigi ci si sta accapigliando alla ricerca del palliativo meno doloroso anche se meno efficace; invece di prender di petto con tutti gli strumenti disponibili dello stato e del mercato, il problema di fondo: la grande ristrutturazione di un settore maturo. L’industria che ha cambiato il mondo nella seconda metà del Novecento sta per morire? Forse, ma parafrasando i medici di Collodi, potrebbe anche rinascere a nuova vita se seguisse i consigli del grillo parlante: ci vuole un’amara medicina, e non basterà mettere una batteria al posto del motore.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Applicare il decreto Bollette senza aspettare i burocrati Ue”, dice il vicepresidente di Confindustria</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Gianluca De Rosa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. “Se l’Europa continua a tenere bloccato il decreto Bollette, l’Italia vada comunque avanti. E’ &nbsp;inaccettabile &nbsp;che una legge dello stato, approvata mesi fa, sia ancora ferma &nbsp;sui tavoli dei burocrati europei, il governo va sostenuto perché non si può accettare ancora questo ricatto”, dice al Foglio Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria con delega all’Energia. “Non è un tema di negoziazione fra singole direzioni &nbsp;generali europee e ministeri: è un tema politico che il governo italiano deve mettere &nbsp;sul tavolo della presidente von der Leyen per ottenere al più presto l’approvazione, dando ristoro a famiglie e imprese ora che la crisi in medio oriente si sta di nuovo acuendo. La Germania – prosegue Regina – &nbsp;quest'anno ha messo sul piatto 26 miliardi di aiuti, noi non abbiamo quello spazio di bilancio, è stata trovata una soluzione alternativa che non può restare bloccata per mesi in qualche cassetto a Bruxelles, chiediamo al governo di prendere una posizione &nbsp;forte”.&nbsp;</p><p>L’intervento, secondo Confindustria, diventa ancor più necessario ora che la ripresa della crisi iraniana, ha fatto schizzare i prezzi di gas e petrolio, e già da questa settimana l’aumento si è sentito, a cascata, anche sui prezzi di energia elettrica e carburanti. “L’ipotesi che la crisi internazionale si prolunghi anche fino e dopo l’inverno ci desta grandissima preoccupazione”, dice Regina prima di tratteggiare i non pochi elementi che allarmano l’industria: “La nostra congiuntura, &nbsp;che dà il termometro dell'economia italiana, ci dice che i prestiti alle imprese accelerano, ma sono alimentati dalla domanda di liquidità per pagare i rincari energetici, non per gli investimenti. Intanto a Hormuz a metà luglio si è registrato un meno 32 per cento di navi che riescono ad attraversare lo Stretto, mentre le &nbsp;condizioni climatiche hanno generato una richiesta di energia elettrica  &nbsp;più alta del previsto che si associa a un calo parallelo della produzione &nbsp;idroelettrica e, anche le rinnovabili, che stanno senz’altro lavorando, non riescono a tenere &nbsp;il passo dei consumi”.</p><p>La preoccupazione, insomma, è forte, ma Regina invita tutti a non farsi prendere dal panico. “Con lungimiranza – spiega – ci siamo mossi per primi sul riempimento degli stoccaggi di gas: siamo al 72 per cento, 18 punti percentuali sopra la media europea, 27 sopra il livello di quelli tedeschi. Anche sulla diversificazione l’Italia si è mossa bene, con dieci punti di accesso tra pipeline e Gnl. Il problema – prosegue – non è la mancanza di offerta, ma il prezzo: se tutti nel mondo, come sta avvenendo, chiedono gas per aumentare le proprie capacità, questo  genera un aumento di prezzi che poi pagano imprese e famiglie. Eppure basterebbe che il decreto Bollette entrasse in funzione per riuscire almeno a tamponare questa situazione”.</p><p>In attesa dell’Europa, intanto, in Italia si avvicina anche il voto politico. Quali sono i rischi? “Quello che mi sento di dire come Confindustria – risponde Regina – è che nella prossima campagna elettorale la politica energetica non deve e non può essere un terreno di scontro. Il nostro paese non ha scelte. La strada da seguire è tracciata: servono un forte investimento e una altrettanto forte accelerazione sulle rinnovabili che possono alimentare la nostra industria con contratti di lungo periodo in grado di togliere l’incertezza sui prezzi anche a dieci anni. Per questo, abbiamo chiesto al governo la nomina di un commissario: c’è bisogno di una cabina di regia che prenda in mano la situazione e intervenga su tutte le autorizzazioni ferme per impianti in grado di garantire 50-60 gigawatt”. Il secondo pilastro, dice il numero due di Confindustria, è una forma di “energia stabile” da affiancare alle rinnovabili. “E se vogliamo che sia una forma di energia pulita, la strada è solo una: il nucleare. Chiunque vinca nel 2027 vada avanti sulla strada degli small modular reactor, sono l'unica alternativa al termoelettrico”. Anche se, conclude: “E’ chiaro che tutto questo sarà affiancato anche da un residuo di termoelettrico, come avviene in Spagna, dove queste tre sono le forme di fornitura energetica e nessuno, per ideologia, lo mette in dubbio. Le forze politiche di maggioranza e opposizione in Italia dovrebbero seguire quell’esempio. Su questo il paese non si può dividere. Non ci sono alternative”.</p>]]></description>
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				<title>Sull’energia Schlein  indica un programma, ma è vago su rinnovabili, Ets e fiscalità</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Nella conversazione sul Foglio di giovedì, Elly Schlein ha espresso il suo programma di politica energetica</b>, che può essere ricondotto a due grandi questioni. Primo: realizzare<b> più rinnovabili</b>, semplificando le procedure autorizzative e stabilendo che “là dove vi è un impianto vi sia una quota dell’energia prodotta che va alle piccole e medie imprese e alle famiglie con sconti sulla bolletta”. <b>Secondo: riformare ma non sospendere l’Ets (Emissions Trading System).  </b></p><p>Il modello di riferimento, più volte richiamato, è la <b>Spagna</b>. Tuttavia, il peso delle rinnovabili nei due paesi non è molto diverso: nel mese di giugno 2026, per esempio, hanno coperto il 54,5 per cento della produzione di energia elettrica in Italia, contro il 58,4 per cento in Spagna. <b>Eppure, i prezzi erano radicalmente diversi: 132,5 euro/MWh contro 69,6 euro/MWh. Una differenza decisiva sta nel nucleare </b>(18,3 per cento a giugno in Spagna), che riduce grandemente l’utilizzo del gas. Ha ragione la segretaria del Pd a dire che i tempi di realizzazione in Italia sarebbero lunghi: questo non toglie l’importanza di quello “zoccolo” di produzione a bassi costi marginali, senza cui i prezzi spagnoli sarebbero inspiegabili. Così come non bisogna sottovalutare che in Spagna c’è maggiore ventosità e che la morfologia del territorio è più favorevole ai grandi impianti fotovoltaici (in Italia perlopiù vietati dal decreto Agricoltura, senza che il Pd si sia opposto con particolare veemenza).</p><p><b>Comunque, i prezzi italiani dell’energia in borsa scenderanno con l’aumento delle rinnovabili. Schlein ha ragione a invocare semplificazioni </b>(“In Spagna, i processi di autorizzazione durano due anni. In Italia, sei anni. Il fallimento, da questo punto di vista, non è un destino: è una scelta”). Ma elude la domanda di Claudio Cerasa sul “modello Sardegna”: la regione, che ha un’amministrazione di centrosinistra guidata da Alessandra Todde, ha escluso oltre il 99 per cento del territorio dalle aree idonee e si è scagliata contro la “speculazione” delle “multinazionali” delle rinnovabili. <b>Schlein accusa Giorgia Meloni di immobilismo, ma negli ultimi anni il tasso di installazione di fonti energetiche rinnovabili è cresciuto da circa 1 GW/anno a circa 7 GW/anno. Nel solo primo semestre 2026 sono stati aggiunti 3,1 GW di fotovoltaico e 0,3 di eolico. </b></p><p>Naturalmente le ragioni sono diverse, molte indipendenti dal governo. Ma, in parte, è anche il frutto delle impugnazioni del governo contro le leggi regionali di centrosinistra contrarie alle rinnovabili (proprio giovedì la Corte costituzionale ha nuovamente bocciato la legge della Sardegna sulle aree non idonee: è la terza volta in due anni per la giunta Todde). C’è poco da semplificare se manca la volontà politica. Dare qualche beneficio economico ai residenti servirebbe a poco. Peraltro, già oggi chi realizza impianti industriali (incluse le energie rinnovabili) versa compensazioni territoriali; inoltre, ammesso che sia possibile, il costo ulteriore verrebbe scaricato su tutti gli altri consumatori.</p><p>Quanto all’Ets, non è chiaro come Schlein vorrebbe riformarlo: è favorevole, per esempio, all’inclusione dei termovalorizzatori e dei trasporti marittimi? Cosa pensa dell’Ets2, che lo estenderà a carburanti ed edifici a partire dal 2028, aggiungendo 10-12 centesimi al litro sui carburanti e 10 centesimi al metro cubo sul gas? La segretaria del Pd, inoltre, vorrebbe la riduzione delle imposte sull’energia elettrica: quali? Come può chiedere contemporaneamente di abbattere la fiscalità sull’energia elettrica e di abolire i sussidi ambientalmente dannosi (Sad), tra cui l’esenzione dalle accise sui consumi domestici di energia e l’applicazione di un’aliquota Iva ridotta? Perché, quando il governo si è mosso per ridurre i Sad, per esempio allineando le accise su benzina e gasolio, il Pd, invece di sostenerlo, lo ha attaccato?</p><p>Per Schlein, tutte le domande hanno un’unica risposta: le rinnovabili. Il problema è che tende a concentrarsi sui bassi costi di produzione, trascurando quelli necessari per integrarle nel sistema elettrico. Per esempio, il costo di produzione del fotovoltaico è molto basso, ma l’energia è disponibile solo quando c’è il sole: per averla di notte e d’inverno servono accumuli, flessibilità della domanda e reti più robuste, i cui costi erodono il vantaggio iniziale. Prima di promettere improbabili accelerazioni, Schlein dovrebbe spiegare come superare le resistenze interne al suo stesso partito ogni volta che, dal sostegno generale alla transizione, si passa a valutare i progetti specifici nel giardino del Campo largo.</p>]]></description>
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				<title>Così il clima impatta sulla competitività. L’allarme di Confartigianato</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Il cambiamento climatico mette a rischio la competitività del sistema produttivo italiano. E’ l’allarme lanciato da Confartigianato con un’analisi dalla quale emerge che, tra il 2015 e il 2024, l’Italia ha accumulato 74,7 miliardi di euro di perdite economiche provocate da eventi climatici estremi, pari a 7,5 miliardi di euro l’anno. Un valore superiore del 64,6 per cento rispetto alla media europea  e più elevato di Germania, Spagna e Francia.</p><p>Le conseguenze sono particolarmente evidenti durante la stagione estiva. Nel 2025 la superficie forestale interessata da grandi incendi ha raggiunto 12.306 ettari, con un incremento del 19,3 per cento rispetto al 2024. Sicilia, Calabria e Campania concentrano il 71 per cento delle aree percorse dal fuoco.</p><p>Alla crescente frequenza degli incendi si affianca la crisi idrica, che incide direttamente anche sul sistema energetico nazionale. <b>La scarsità di precipitazioni e le temperature elevate hanno ridotto la disponibilità d’acqua negli invasi alpini, determinando un forte calo della produzione idroelettrica.</b> L’analisi di Confartigianato su dati Terna mostra che a giugno 2026 la produzione idroelettrica è diminuita del 23,7 per cento rispetto allo stesso mese del 2025, dopo il calo del 38,5 per cento registrato a maggio. Complessivamente, nel primo semestre 2026 la produzione è scesa del 20,3 per cento su base annua. Pur restando superiore del 21,8 per cento ai livelli minimi registrati durante la grave crisi idrica del 2022, la riduzione dell’idroelettrico aumenta il ricorso ad altre tecnologie di generazione proprio in una fase delicata per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici.</p><p>Alle criticità climatiche si aggiungono quelle infrastrutturali: il 42,4 per cento dell’acqua immessa negli acquedotti italiani si è disperso prima di raggiungere utenti e imprese. Le perdite superano il 50 per cento in Basilicata (65,5 per cento), Abruzzo (62,5 per cento), Molise (53,9 per cento), Sardegna (52,8 per cento) e Sicilia (51,6 per cento), mentre risultano più contenute in Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Lombardia e Trentino-Alto Adige.</p><p>Per Confartigianato, con l’esaurimento dal 2027 delle risorse del Pnrr dedicate alla gestione della risorsa idrica – pari a 5,4 miliardi di euro – sarà indispensabile individuare nuovi finanziamenti per proseguire gli investimenti destinati a ridurre le perdite delle reti, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e aumentare la resilienza del territorio agli effetti del cambiamento climatico.</p><p>La disponibilità di acqua rappresenta infatti un fattore produttivo strategico per una parte rilevante del manifatturiero italiano. Nei dieci comparti a maggiore intensità di utilizzo della risorsa idrica – dalle attività estrattive al tessile, dalla chimica alla farmaceutica, dalla gomma e plastica al vetro, dalla ceramica alla carta e ai prodotti in metallo – operano 117 mila imprese, che occupano 1 milione e 346 mila addetti, pari al 34,6 per cento dell’occupazione manifatturiera. All’interno di questi comparti sono attive 69 mila imprese artigiane, con 284 mila addetti, pari al 21,1 per cento dell’occupazione della manifattura ad alta intensità idrica.</p><p>“La disponibilità della risorsa idrica – sottolinea il Presidente di Confartigianato Marco Granelli – è oggi una leva strategica per la competitività del Paese. Da essa dipendono la produzione di energia rinnovabile, la continuità operativa di migliaia di imprese e la tenuta di filiere fondamentali come l’agroalimentare e la manifattura.<b> La sicurezza idrica non è soltanto una questione ambientale, ma una priorità economica e industriale. </b>Accelerare gli investimenti nelle infrastrutture, ridurre le perdite delle reti e rafforzare la resilienza del territorio significa proteggere il lavoro, sostenere la transizione energetica e contenere i costi sempre più elevati generati dagli eventi climatici estremi”.</p>]]></description>
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				<title>La guerra delle quotazioni fra America e Cina passa per Cxmt</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Mariarosaria Marchesano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Lunedì si quoterà sulla Borsa di Shangai Cxmt, uno dei più grandi produttori al mondo di chip per la memoria Dram, indispensabile per data center e sistemi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">AI</a>&nbsp;di nuova generazione, finito nella lista nera del Pentagono a causa di presunti legami con l’esercito cinese. <b>La società è stata poi rimossa dalla lista, anche se è soggetta a restrizioni commerciali, su pressione di grandi gruppi americani come Apple che da Cxmt si riforniscono.</b> Insomma, Cupertino (ma non solo) era andato in crisi di memoria a causa dell’interruzione dei rapporti con questa società. Secondo <b>Antonio Cesarano</b>, chief investment advisor di Sella Sgr, l’operazione si presenta “anche come un elemento della prova di forza che Xi Jinping vuole dare al mondo in campo tecnologico e nella sfida agli Stati Uniti. Le dichiarazioni del presidente cinese alla recente AI conference di Shangai non lasciano dubbi sul fatto che Pechino punti a guidare un nuovo ordine tecnologico basato soprattutto su una AI aperta, ma con limiti, in alternativa e competizione con il modello americano. <b>L’operazione Cxmt si inquadra in questo obiettivo”.</b></p><p>Di per sé, l’Ipo di Cxmt non ha una taglia enorme, rispetto almeno a quelle che si sono viste di recente a Wall Street (Open AI e Anthropic), ma sta assumendo un peso geopolitico per il fatto di essere considerata in Cina una pietra miliare dell’ecosistema AI e dei chip e un centro di fornitura internazionale. <b>Inoltre, si configura come la più grande Ipo asiatica del 2026 avendo fatto registrare una forte domanda da parte degli investitori istituzionali nella fase di pre market, che si è conclusa il 21 luglio con una raccolta di capitali pari a 8,5 miliardi di dollari. </b>Ma non manca qualche nube all’orizzonte. “L’interesse degli investitori”, osserva Cesarano, “è stato molto sostenuto nei primi giorni del collocamento delle azioni ma poi ha rallentato a causa dei recenti ribassi dei titoli dei semiconduttori e del timore che si sta diffondendo sui mercati di una bolla finanziaria nel settore dell’AI”. <b>Mentre il primato della Cina sugli Stati Uniti nel settore tecnologico è ancora tutto da verificare, quello sulle quotazioni in Borsa è già stato raggiunto. </b>Dall’ultimo rapporto della Consob emerge infatti che negli ultimi 10 anni (dal 2015 al 2025) la Cina si colloca al primo posto in termini di volumi raccolti in operazioni di prima ammissione alla quotazione (Ipo ) con 647 miliardi di dollari, una volta e mezzo gli Stati Uniti (425 miliardi) e quasi tre volte l’Unione europea. Un risultato sorprendente se si considera che la Cina ha un mercato finanziario complessivamente meno sviluppato rispetto a quello americano e anche meno sofisticato rispetto a quello europeo. “</p><p>E’ una questione di dimensione delle operazioni ma il focus sul tema Ipo AI è molto forte sia negli Stati Uniti sia in Cina”, spiega Cesarano. <b>“Dopo l’arrivo di Xi Jinping, in Cina c’è stato un forte impulso allo spostamento del motore della crescita dagli investimenti in infrastrutture ed immobili a quello in tecnologia, trattandosi di un settore ad alto valore aggiunto non solo economico ma anche geopolitico.</b> Così si inquadra il forte aumento delle Ipo nel comparto tech, con particolare riferimento ai settori che hanno a che fare con l’AI”. Ma non era mai accaduto che una singola operazione raccogliesse in sede di Ipo 85 miliardi di dollari ed è accaduto negli Stati Uniti nelle scorse settimane con SpaceX, la società di Elon Musk. E anche Anthropic dei fratelli Amodei ha raccolto 65 miliardi di dollari. Basterebbero queste ultime due quotazioni per segnare l’inversione di tendenza a favore delle Ipo americane. “Attenzione, però, a DeepSeek”, avverte l’esperto. “Si tratta di uno dei principali sviluppatori cinesi dell’intelligenza artificiale che formalmente ha lanciato il guanto di sfida in ambito AI e potrebbe fare richiesta di quotazione già a fine 2026 per poi entrare in Borsa agli inizi del 2027”. Secondo le ultime indiscrezioni di Bloomberg la società potrebbe essere valutata circa 70 miliardi di dollari, ben al di sopra delle stime di 50 miliardi di giugno. <b>“Tra l’altro questa società è fondamentale per alimentare la narrativa del governo cinese sull’autosufficienza tecnologica nazionale rispetto agli Stati Uniti”, conclude Cesarano.</b> Infatti, Deep Seek vuole competere con i giganti tecnologici della Silicon Valley, ma ha bisogno di capitali e per questo guarda alla Borsa e a fondi di private equity. Oltre alla guerra tecnologica, tra Stati Uniti e Cina è scoppiata la guerra delle quotazioni.</p>]]></description>
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				<title>Landini è zen con Cisl e Uil per l’accordo con le imprese, ma pronto alla grande mobilitazione d’autunno</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Nunzia Penelope</author>
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				<description><![CDATA[<p>La notizia è piccola ma significativa, ed è la seguente: <b>dopo numerosi contratti pubblici non firmati, nel giro di un mese la Cgil ne ha sottoscritti con l’Aran ben due.</b> Il primo a giugno per le Funzioni Centrali, il secondo nei giorni scorsi per le Funzioni locali. Accompagnato, quest’ultimo, da un commento assai positivo del segretario&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/maurizio-landini_467" target="_blank">Maurizio Landini</a>. Al di là dei contenuti, è il senso politico che conta. Dopo molte stagioni barricadere, oggi il clima sembra diverso. <b>Cgil, Cisl e Uil si sono ricompattate (pochi scommettevano sarebbe accaduto), e anche con le controparti datoriali l’intesa sembra ottima.</b> La Cgil di Landini, la Confindustria di Orsini, e la Confcommercio di Sangalli &amp; Lusetti (alleanza ribattezzata “il clan degli emiliani”, data la comune origine regionale) vanno d’amore e d’accordo, impegnate sullo stesso obiettivo: con la Cisl di Daniela Fumarola e la Uil di Pierpaolo Bombardieri, e assieme a tutte le associazioni di imprese, portare a casa un accordo che riscriva le relazioni industriali, partendo da rappresentanza e riforma dei contratti. Una faccenda, dunque, molto sindacale e assai poco “ideologica’’, considerando l’accusa che viene spesso rivolta al leader Cgil. <b>In realtà il segretario la fase ideologica, se mai l’ha avuta, l’ha attualmente abbandonata a favore di un atteggiamento che si potrebbe definire “pragmatico-zen”: se c’è da portare a casa un risultato che vale, si porta a casa, punto.</b> E il risultato cui oggi Landini attribuisce massimo valore è firmare il primo accordo della storia che riunirà tutti i rappresentanti del mondo della produzione e del lavoro: con Cgil, Cisl e Uil da un lato, e dall’altro ben 14 associazioni di impresa, dall’industria al commercio, all’artigianato, alle pmi, alle assicurazioni, e forse anche alle banche.</p><p><b>Per creare le basi necessarie ad avviare questo maxi tavolo, sindacati e imprese hanno lavorato dietro le quinte per quasi un anno, ma ora si è arrivati al confronto vero e proprio.</b> L’avvio è fissato per il 29 e 30 luglio: si partirà dalle due piattaforme unitarie, presentate da Cgil, Cisl e Uil a giugno e dalle quattordici rappresentanze datoriali a luglio. Ed è già una mezza rivoluzione il fatto che sia i sindacati, sia le controparti datoriali, tra le quali serpeggiano rivalità storiche, siano riusciti a mettersi d’accordo su due testi condivisi. <b>Non basteranno ovviamente pochi giorni per concludere, ma l’idea è di proseguire con tavoli tecnici per poi arrivare alla firma ai primi di settembre. </b>Mettere d’accordo tutti non sarà semplice, ma è anche vero che arrivati a questo punto nessuno può permettersi di far saltare il tavolo: la figuraccia sarebbe imperdonabile.</p><p><b>Per Landini, in particolare, l’accordone rappresenta anche la sua eredità politica per la Cgil, che lascerà nel 2027 dopo otto anni degni di “una battaglia dopo l’altra”, scanditi da scioperi contro tutti i governi, manifestazioni, campagne referendarie.</b> Il congresso nazionale che sancirà la successione non ha ancora una data: si è stabilito di tenerlo dopo le elezioni politiche, quando che saranno; ma in ogni caso, tra pochi mesi, la Cgil avrà una nuova leadership. Diversamente dal solito questa volta non girano nomi di possibili candidati e Landini, oltretutto, non ha delfini riconosciuti; ma non c’è dubbio che avrà forte voce in capitolo nella scelta.</p><p>Sarebbe comunque un errore pensare che questo ultimo scorcio alla guida della confederazione il segretario abbia intenzione di passarlo in relax. In parallelo alla trattativa “zen’’ con le imprese proseguirà infatti anche il consueto attivismo, tanto che è già in programma una nuova grande mobilitazione d’autunno. Obiettivo: la “costruzione partecipata e democratica di un nuovo modello di sviluppo”, con una serie di vertenze sui temi più vari, dalla casa alla sanità, dal fisco ai salari. <b>La sensazione è che Landini intenda accompagnare con una martellante mobilitazione tutta la prossima campagna elettorale: non per candidarsi, ci tiene a precisare, ma ‘’per parlare al paese’’, anche “allargando la base delle alleanze, sociali e politiche”.</b> Non a caso ha appena iniziato un giro di incontri con i partiti, per sensibilizzarli sulle due proposte di legge su sanità e appalti promosse da Corso Italia. Primo appuntamento, curioso a dirsi, con Italia Viva. Che, altrettanto curiosamente, ha espresso “una condivisione sui principi e sulle finalità delle proposte avanzate”, pur riservandosi “ulteriori approfondimenti”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Trump e i dazi, capitolo terzo. Stavolta la scusa è il lavoro forzato</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’Amministrazione Trump sta cercando di rendere permanente, ma con una diversa base giuridica, il livello  dei dazi che la Corte suprema aveva abbattuto a febbraio dichiarando illegittime le tasse doganali imposte attraverso i poteri d’emergenza. Ieri infatti alle 00:01 di Washington sono entrati in vigore nuovi dazi, in virtù della Section 301, del 10 o del 12,5 per cento nei confronti di 60 paesi, proprio nello stesso istante in cui sono scaduti gli altri dazi globali del 10 per cento, introdotti a febbraio per 150 giorni tramite la Section 122 del Trade Act, su cui il governo aveva ripiegato dopo la sentenza di febbraio della Corte suprema  ma che è stata a sua volta bocciata a maggio dalla Corte per il commercio internazionale, senza però fermarne l’applicazione. “Cercavano una ragione legale per imporre i dazi. L’obiettivo è il deficit commerciale e la manifattura, non il lavoro forzato”, ha detto ieri alla Bbc Caroline Freund, già direttrice per il commercio della Banca mondiale.</p><p>Ed è proprio il lavoro forzato la motivazione di questi dazi. La Section 301 del Trade Act del 1974 permette all’Ufficio del rappresentante per il commercio (Ustr), sotto la direzione del presidente, di imporre dazi per contrastare le pratiche dei paesi importatori giudicate “irragionevoli” o dannose per il commercio americano. E l’indagine dell’Ustr aperta a marzo ha concluso che 60 economie – tra cui l’Unione europea che un divieto simile lo ha approvato nel 2024 ma sarà applicabile soltanto dal dicembre 2027 – non hanno imposto oppure non fanno rispettare il divieto del lavoro forzato sulle merci prodotte. Nell’elenco compare, per la prima volta dall’avvio dell’offensiva commerciale di Trump,  anche la Russia, ora colpita dall’aliquota massima del 12,5 per cento ma che era stata finora esclusa perché già sottoposta ad altre sanzioni. La Cina, invece, pagherà sì il 12,5 per cento, ma sommato sia alla tariffa ordinaria sia ai dazi del 2018-19 mai revocati.</p><p>Per l’Ue invece il dazio del 10 per cento è “onnicomprensivo”: se la tariffa ordinaria era inferiore al 10 per cento, il nuovo dazio colma la differenza; se era già pari o superiore, non si aggiunge nulla e il prodotto continua a pagare quella ordinaria. Resta così rispettato il tetto del 15 per cento previsto dall’accordo Ue-Usa, preso a Turnberry in Scozia nel luglio del 2025. “L’esito è in linea con gli impegni assunti dagli Stati Uniti” ha commentato la Commissione europea. Eppure poco più di una settimana fa la Commissione aveva consegnato a Washington l’elenco dei prodotti che chiedeva di esentare, circa 150 miliardi di euro di esportazioni. Ma ne sono state concesse solo due, il sughero e i diamanti. Mentre per prodotti come l’olio d’oliva, che gli Stati Uniti quasi non producono, la richiesta è stata respinta.</p><p>Ma c’è un’altra cosa che questi dazi non esentano: l’incertezza. La base legale di quest’ondata di dazi è  più solida delle prime due, ma non del tutto al riparo dai check and balance americani. La Section 301 affida infatti il potere all’Ufficio del rappresentante per il commercio, che è un’agenzia governativa, e non al presidente degli Stati Uniti. Ma i giudici, ha ricordato il 21 luglio il servizio studi del Congresso, rivedono le decisioni delle agenzie con criteri più severi di quelli riservati agli atti presidenziali. D’altro lato, la decisione dovrebbe decadere automaticamente dopo quattro anni, salvo  rinnovo.  Durante questo tempo, dato che non è previsto un tetto massimo, l’aliquota può salire anche senza una nuova istruttoria.</p><p>Se anche questa volta il fondamento giuridico dovesse essere dichiarato illegittimo, i costi per i danni provocati agli importatori prima, e al bilancio federale dopo, potrebbero essere dirompenti. Seppure – come calcolato da Gita Gopinath (ex capo economista dell’Fmi) e Brent Neiman (professore alla Chicago Booth) in un brief del Cato Institute – alla fine del 2025 il dazio medio effettivamente riscosso è stato del 12 per cento, meno della metà del 26 per cento previsto sulla carta, gli importatori americani hanno versato  circa 166 miliardi di dollari di dazi poi dichiarati illegittimi. Secondo i calcoli del Cato Institute sui dati governativi,  al 29 giugno, ne erano stati restituiti circa 71. Meno della metà.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>L&#039;Umbria prega Meloni di bloccare l&#039;eolico a Orvieto</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Visto che  le strade amministrative  sono tutte chiuse, <b>la presidente dell’Umbria evoca i santi nella sua preghiera a Giorgia Meloni</b>. La progressista Stefania Proietti, in una lettera alla presidente del Consiglio, chiede di tutelare “l’integrità della bellezza unica” dell’Umbria, che è la “terra natia di San Francesco, patrono d’Italia e San Benedetto, patrono d’Europa, su cui trovano quindi fondamento le radici culturali del nostro paese”. Il paesaggio e la storia d’Italia e d’Europa sono minacciati da Phobos, che porta appunto il nome di una spaventosa figura mitologica, ma altro non è che un impianto eolico da costruire nei pressi di Orvieto. <b>Meloni blocchi le rinnovabili, è l’invocazione umbra.&nbsp;</b></p><p>Meloni agisca in nome di una “visione comune”, è la richiesta della Proietti, a difesa “dell’integrità dello stesso paesaggio dell’antica Volsinii che era negli occhi dei nostri antenati etruschi”. E’ evidente che i toni vannacciani della presidente dell’Umbria servano per toccare le corde cristiane e conservatrici della presidente del Consiglio, nell’estremo tentativo di impedire la realizzazione del progetto della tedesca Rwe Renewables che prevede sette aerogeneratori, da 6 MW ciascuno (in totale 42 MW), nel territorio dei comuni di Castel Giorgio e Orvieto.</p><p>Questa storia, simbolo della difficoltà a sviluppare le rinnovabili in Italia, in particolare l’eolico, che tra l’altro in Umbria è praticamente inesistente, inizia l’11 agosto 2021 con una richiesta di Valutazione di impatto ambientale (Via) da parte di Rwe. C’era ancora il governo Draghi. Il 19 ottobre 2022 la regione Umbria con la Commissione tecnica  per le valutazioni ambientali esprime un parere favorevole, pur ponendo alcune raccomandazioni e condizioni. Il 7 dicembre 2022 il progetto ottiene il parere favorevole della Commissione tecnica Pnrr-Pniec del Mase. Infine, il 27 giugno 2023 il Consiglio dei ministri esprime un giudizio positivo di compatibilità ambientale concedendo la Via, risolvendo il conflitto tra i pareri contrastanti di Mase e Mic. A quel punto, la regione Umbria (giunta Tesei) ha 60 giorni di tempo per rilasciare l’Autorizzazione unica, al termine dei quali viene concessa per silenzio-assenso.</p><p>A questo punto l’iter amministrativo – dopo due anni e migliaia di pagine di istruttoria e pareri di ministeri, enti locali, associazioni e cittadini – è concluso. Ma in realtà è solo l’inizio. <b>La peculiarità del caso di Orvieto è che a opporsi al parco eolico sono diversi Vip che posseggono tenute e castelli nella zona</b> e non vogliono che dalle finestre si vedano queste pale che deprezzano il valore delle loro proprietà. A guidare la protesta civile e amministrativa ci sono la famiglia Rohrwacher, quella dell’attrice Alba e della regista Alice; lo stilista Alessandro Michele, direttore creativo di Valentino e prima di Gucci; e la principessa Marie-Astrid von Liechtenstein. Al loro fianco si mobilitano associazioni ambientaliste che paventano l’oscuramento del Duomo di Orvieto da parte di questi mostri di ferro rotante da 200 metri.</p><p>Nel frattempo, <b>la società tedesca vince tutti i ricorsi al Tar e al Consiglio di stato</b>. Ma un appello firmato da 100 vip al presidente della Repubblica fa diventare la questione nazionale. Ai 100 famosi si aggiunge anche Fiorello, che dai microfoni di Radio 2 suggerisce alla regione Umbria la via amministrativa da seguire: basta avviare “un procedimento di annullamento in autotutela del silenzio-assenso”, dice il comico. <b>La presidente Proietti segue l’indicazione amministrativa del noto comico, manco fosse Sabino Cassese</b>. La regione annuncia la chiusura del procedimento entro giugno, <b>ma presto si rende conto che non ci sono margini</b>. I termini per l’annullamento in autotutela, essendo passati tre anni dalla via del 2023, sono scaduti. E anche la strada di un annullamento di tipo tecnico, usando la condizione della protezione dei pipistrelli che potrebbero schiantarsi contro le pale, è poco percorribile. Rwe ha quindi tutte le carte in regola, mancano solo alcuni permessi secondari da parte di specifici enti, ma la società energetica tedesca sta già predisponendo le attività preparatorie alla costruzione che, una volta partito il cantiere, dovrebbe concludersi nel giro di un anno.</p><p><b>Non resta che la preghiera a Giorgia Meloni</b> – in nome di San Francesco, di San Benedetto e “dei nostri antenati etruschi” – di annullare lei “in via di autotutela governativa” l’autorizzazione ambientale concessa dal governo nel 2023. Se non ce l’hanno fatta i Vip attraverso i ricorsi al Tar, chissà se i santi riusciranno a fare il miracolo di far cambiare idea alla Meloni.</p><p>L’aspetto bizzarro di questa storia è che, mentre a livello nazionale il Campo largo accusa il governo di rallentare lo sviluppo delle  rinnovabili, nelle regioni in cui governa il centrosinistra si scontra con il governo perché non fa abbastanza per bloccarle. “Bisogna accelerare sulle fonti rinnovabili”, ha detto Elly Schlein nell’intervista al Foglio di giovedì. Il giorno stesso la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima una legge della Sardegna, con cui la progressista giunta Todde bloccava le autorizzazioni per le rinnovabili. E il giorno dopo è arrivata la santa lettera dell’Umbria alla Meloni per abbattere il mostro eolico Phobos. Ormai l’unico modo che ha il Campo largo per definire la sua politica energetica è trasformare il tavolo programmatico in un ritiro spirituale.</p>]]></description>
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				<title>Bruxelles apre gli occhi: il sistema bancario Ue non è competitivo</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Lorenzo Bini Smaghi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Due anni dopo la pubblicazione dei rapporti Letta e Draghi del 2024 sulla competitività dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/07/23/news/la-bce-lascia-i-tassi-invariati-le-borse-europee-affondate-dalle-tensioni-nel-golfo--403055" target="_blank">economia europea</a>, la Commissione europea ha appena pubblicato una sua “Comunicazione” – una specie di libro bianco – sul settore bancario. Il primo commento potrebbe essere: meglio tardi che mai!  Un giudizio definitivo potrà comunque essere dato solo quando verranno fatte le proposte legislative, previste per la fine del 2026. Bisognerà poi vedere se gli stati membri accetteranno quelle proposte, per rimuovere definitivamente gli ostacoli alla creazione di un mercato finanziario europeo veramente integrato.</p><p>Tuttavia, il documento della Commissione presenta alcune importanti novità. <b>La prima consiste nel riconoscere apertamente che il sistema bancario europeo ha accumulato un problema di competitività.</b> Può sembrare una affermazione banale, eppure tale evidenza è stata a lungo negata, in particolare dalla Banca centrale europea. In varie occasioni, non ultima la consultazione organizzata dalla Commissione europea prima di redigere la sua Comunicazione, i rappresentanti del Meccanismo di vigilanza unico avevano sostenuto che “la competitività non è un problema del sistema bancario (europeo), ma piuttosto di singole banche”. Viene altresì smentita la tesi, alquanto originale, secondo cui “la competitività del sistema bancario non deve essere misurata in base alla redditività o alle quotazioni azionarie”. Oltre a riconoscere l’evidenza che il sistema europeo ha perso competitività, in particolare rispetto a quello statunitense, la Commissione considera che una delle principali cause risieda proprio nella regolamentazione, che ha consentito la frammentazione del mercato. <b>Ciò significa che la regolamentazione europea, adottata in particolare nell’ambito degli accordi di Basilea, non deve più essere considerata come un tabù.</b>  Può – e deve – essere riesaminata con una prospettiva nuova, tenendo conto dell’esperienza e degli interessi europei. Una tesi finora negata a Francoforte.</p><p>Un esempio di regolamentazione obsoleta e distorsiva riguarda le regole macroprudenziali, che hanno finora consentito alle autorità nazionali di imporre cuscinetti di capitale diversi da paese a paese, in base a criteri non solo differenti ma spesso incoerenti. Un altro esempio sono le norme che permettono alle autorità di vigilanza nazionali di bloccare il flusso della liquidità e il capitale all’interno dei paesi, invece di farli fluire nell’intera area.</p><p>La terza novità del documento della Commissione è il riconoscimento di uno stretto legame di complementarietà tra la competitività del sistema finanziario e quella dell’economia reale. La frammentazione del mercato non indebolisce solo il sistema bancario ma rappresenta un ostacolo per la crescita economica dell’Europa. Senza un mercato bancario integrato le famiglie e le imprese hanno meno accesso al credito, il che rende l’economia europea meno competitiva.</p><p><b>Infine, la Commissione evidenzia come, anche alla luce di ciò che è successo in questi ultimi due anni, l’azione dei governi, spesso in violazione della normativa europea, abbia contribuito ad accentuare la frammentazione del mercato.</b> Ostacolando in particolare la crescita dimensionale delle banche, necessaria per competere con i grandi operatori americani che già dominano comparti strategici del mercato finanziario europeo. Tali azioni non hanno peraltro prodotto alcun beneficio agli intermediari che si intendevano proteggere. Non è un caso che le banche europee attualmente oggetto di offerte pubbliche di acquisto non concordate siano proprio quelle dove lo Stato è rimasto – forse troppo a lungo – azionista.</p><p>Nel complesso, la Comunicazione della Commissione europea ha il pregio di spiegare che l’economia europea non può essere competitiva se non lo è in ciascun comparto, incluso quello finanziario. Non basta che il sistema bancario sia solido e ben patrimonializzato. Se non è al contempo efficiente e competitivo, non può sostenere lo sviluppo economico europeo. Nel perseguire l’obiettivo prioritario della stabilità finanziaria, le autorità di regolamentazione e di vigilanza europee non possono più ignorare le conseguenze delle loro azioni sulla competitività del sistema bancario europeo. Questo già avviene in altri paesi, a cominciare dal Regno Unito. Non si capisce perché non debba esserlo anche nell’Unione europea.</p>]]></description>
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				<title>Il programma di Schlein sull&#039;energia non convince fino in fondo</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/lalternativa-ce-e-siamo-pronti-a-governare-intervista-a-schlein--402963" target="_blank">conversazione sul Foglio</a>&nbsp;di giovedì, Elly Schlein ha espresso il suo programma di politica energetica, che può essere ricondotto a due grandi questioni. Primo: realizzare più rinnovabili, semplificando le procedure autorizzative e stabilendo che “là dove vi è un impianto vi sia una quota dell’energia prodotta che va alle piccole e medie imprese e alle famiglie con sconti sulla bolletta”. Secondo: riformare ma non sospendere l’Ets <i>(Emissions Trading System). </i></p><p>Il modello di riferimento, più volte richiamato, è la Spagna. <b>Tuttavia, il peso delle rinnovabili nei due paesi non è molto diverso: nel mese di giugno 2026, per esempio, hanno coperto il 54,5 per cento della produzione di energia elettrica in Italia, contro il 58,4 per cento in Spagna.</b> Eppure, i prezzi erano radicalmente diversi: 132,5 euro/MWh contro 69,6 euro/MWh. Una differenza decisiva sta nel nucleare (18,3 per cento a giugno in Spagna), che riduce grandemente l’utilizzo del gas. Ha ragione la segretaria del Pd a dire che i tempi di realizzazione in Italia sarebbero lunghi: questo non toglie l’importanza di quello “zoccolo” di produzione a bassi costi marginali, senza cui i prezzi spagnoli sarebbero inspiegabili. Così come non bisogna sottovalutare che in Spagna c’è maggiore ventosità e che la morfologia del territorio è più favorevole ai grandi impianti fotovoltaici (in Italia perlopiù vietati dal decreto Agricoltura, senza che il Pd si sia opposto con particolare veemenza).</p><p>Comunque, i prezzi italiani dell’energia in borsa scenderanno con l’aumento delle rinnovabili. Schlein ha ragione a invocare semplificazioni (“In Spagna, i processi di autorizzazione durano due anni. In Italia, sei anni. Il fallimento, da questo punto di vista, non è un destino: è una scelta”). Ma elude la domanda di Claudio Cerasa sul “modello Sardegna”: la regione, che ha un’amministrazione di centrosinistra guidata da Alessandra Todde, ha escluso oltre il 99 per cento del territorio dalle aree idonee e si è scagliata contro la “speculazione” delle “multinazionali” delle rinnovabili. Schlein accusa Giorgia Meloni di immobilismo, ma negli ultimi anni il tasso di installazione di fonti energetiche rinnovabili è cresciuto da circa 1 GW/anno a circa 7 GW/anno. Nel solo primo semestre 2026 sono stati aggiunti 3,1 GW di fotovoltaico e 0,3 di eolico.</p><p>Naturalmente le ragioni sono diverse, molte indipendenti dal governo. Ma, in parte, è anche il frutto delle impugnazioni del governo contro le leggi regionali di centrosinistra contrarie alle rinnovabili (proprio giovedì la Corte costituzionale ha nuovamente bocciato la legge della Sardegna sulle aree non idonee: è la terza volta in due anni per la giunta Todde). C’è poco da semplificare se manca la volontà politica. Dare qualche beneficio economico ai residenti servirebbe a poco. Peraltro, già oggi chi realizza impianti industriali (incluse le energie rinnovabili) versa compensazioni territoriali; inoltre, ammesso che sia possibile, il costo ulteriore verrebbe scaricato su tutti gli altri consumatori.</p><p>Quanto all’Ets, non è chiaro come Schlein vorrebbe riformarlo: è favorevole, per esempio, all’inclusione dei termovalorizzatori e dei trasporti marittimi? Cosa pensa dell’Ets2, che lo estenderà a carburanti ed edifici a partire dal 2028, aggiungendo 10-12 centesimi al litro sui carburanti e 4-5 centesimi al metro cubo sul gas? La segretaria del Pd, inoltre, vorrebbe la riduzione delle imposte sull’energia elettrica: quali? Come può chiedere contemporaneamente di abbattere la fiscalità sull’energia elettrica e di abolire i sussidi ambientalmente dannosi (Sad), tra cui l’esenzione dalle accise sui consumi domestici di energia e l’applicazione di un’aliquota Iva ridotta? Perché, quando il governo si è mosso per ridurre i Sad, per esempio allineando le accise su benzina e gasolio, il Pd, invece di sostenerlo, lo ha attaccato?</p><p><b>Per Schlein, tutte le domande hanno un’unica risposta: le rinnovabili.</b> Il problema è che tende a concentrarsi sui bassi costi di produzione, trascurando quelli necessari per integrarle nel sistema elettrico. Per esempio, il costo di produzione del fotovoltaico è molto basso, ma l’energia è disponibile solo quando c’è il sole: per averla di notte e d’inverno servono accumuli, flessibilità della domanda e reti più robuste, i cui costi erodono il vantaggio iniziale. Prima di promettere improbabili accelerazioni, Schlein dovrebbe spiegare come superare le resistenze interne al suo stesso partito ogni volta che, dal sostegno generale alla transizione, si passa a valutare i progetti specifici nel giardino del Campo largo.</p>]]></description>
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				<title>Quattro strategie e leve per gestire il nexus</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 04:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>L'analisi di&nbsp;<b>Bassel Daher e Rabi H. Mohtar</b>&nbsp;che leggete qui sotto è tratta dall’<a href="https://www.eni.com/static/it-IT/world-energy-magazine/the-nexus.html#">ultimo numero di World Energy</a>.</p><p>&nbsp; &nbsp;&nbsp;</p><p>L'acqua, l’energia e il cibo sono risorse fondamentali per qualsiasi economia. Da più di dieci anni una sempre crescente quantità di dati e di evidenze scientifiche ci ha portato a comprendere come questi sistemi di risorse siano strettamente interconnessi e non possano essere gestiti né regolati separatamente. Si prevede che la pressione su questi tre sistemi si farà più intensa: entro il 2050 la domanda idrica mondiale dovrebbe aumentare del 20-30 percento, quella energetica del 50 percento circa e la domanda alimentare del 50-60 percento. Queste domande potranno essere soddisfatte solo adottando un approccio settoriale compartimentato. A livello mondiale, l’agricoltura assorbe quasi il 70 percento dei prelievi di acqua dolce, principalmente per l’irrigazione, e la produzione energetica ne assorbe un altro 10 percento, soprattutto per il raffreddamento delle centrali termoelettriche. A propria volta, l’energia serve per il trasporto, il trattamento e la desalinizzazione dell’acqua; il sistema alimentare consuma circa il 30 percento dell’energia mondiale, dalla produzione e trasformazione fino alla distribuzione e preparazione dei cibi. Tale interdipendenza è diventata tema di dibattito politico intorno al 2011, quando la Bonn Nexus Conference e il rapporto sulla sicurezza idrica del World Economic Forum hanno dimostrato come ogni decisione presa in uno qualsiasi dei tre settori si ripercuota sugli altri due.</p><p>Negli anni successivi si è formata una comunità di ricerca che ha sviluppato un vocabolario politico comune sul nesso acqua-energia-cibo e ha documentato le interdipendenze esistenti tra i tre elementi, sostenendo la necessità di una gestione e di una governance integrate che trattino acqua, energia e cibo come un unico sistema di sistemi. Tuttavia, mettere in pratica tale concetto e tradurlo in modalità concrete di pianificazione, definizione dei budget e gestione delle risorse si è rivelato estremamente difficile, a causa della frammentazione dei dati tra i diversi enti, del fatto che gli strumenti analitici disponibili sono stati in origine concepiti per un singolo settore specifico o su una singola scala, e per il fatto che, spesso, i mandati delle istituzioni competenti premiano l’ottimizzazione di una sola risorsa per volta.</p><h2>Lo shock crea consapevolezza</h2><p>La consapevolezza dell’interconnessione dei sistemi di acqua, energia e cibo passa in genere inosservata e non viene considerata prioritaria finché non sopraggiunge uno shock a rendere evidente e innegabile la realtà di tale stretto legame. Nei primi mesi del 2026 il traffico commerciale attraverso lo stretto di Hormuz ha subito una forte riduzione. Per questo corridoio transita quasi un quinto del consumo mondiale di petrolio e un quinto del gas naturale liquefatto oggetto di scambi internazionali. Nell’immediato, le conseguenze si sono manifestate nell’andamento del prezzo del petrolio greggio, suscitando il timore di possibili carenze di approvvigionamento e si sono poi irradiate ad altri settori. Il gas naturale è la principale materia prima per i fertilizzanti azotati e il suo prezzo dipende strettamente dall’andamento di quello dei fertilizzanti; il 30 percento dei fertilizzanti commercializzati nel mondo transita attraverso lo stretto di Hormuz. Con il diminuire delle scorte di gas, i prezzi di ammoniaca e urea sono aumentati in vista della stagione della semina primaverile, con quello dell’urea a registrare un aumento di circa un quarto nel giro di poche settimane. Tale sconvolgimento ha toccato anche l’acqua. Infatti, il Golfo Persico dipende dalla desalinizzazione per la maggior parte del proprio fabbisogno di acqua potabile, e il transito attraverso lo stretto di Hormuz moltiplica questa dipendenza per due: il costo della desalinizzazione dipende infatti da quello dell’energia, ed è attraverso il corridoio dello stretto che i paesi del Golfo ricevono le sostanze chimiche, le membrane e i pezzi di ricambio necessari al funzionamento degli impianti. Un’interruzione anche in un solo nodo della rete incide quindi non solo sul prezzo dell’acqua ma anche sulla capacità di produrla.</p><p>Certamente, non è stato il primo segnale di questo tipo: qualche anno fa, la pandemia di Covid-19 aveva seguito un andamento simile, iniziando come emergenza sanitaria per poi propagarsi fino a compromettere le filiere dell’approvvigionamento alimentare e a innescare uno shock nella domanda e nei prezzi dell’energia, mettendo a dura prova i sistemi idrici nelle regioni meno capaci di assorbire questa pressione. Sotto molti aspetti, le crisi dello stretto di Hormuz e del Covid-19 sono profondamente diverse, e tuttavia esprimono la medesima vulnerabilità, dovuta al fatto che gestiamo e pianifichiamo questi sistemi di risorse in modo incoerente, senza tener conto della loro stretta interconnessione e a danno della loro resilienza e sostenibilità. Pertanto, la domanda sollevata da questi shock non è se tale interconnessione esista realmente, bensì se il sistema nel suo complesso sia sufficientemente resiliente da poter resistere. Il presente articolo propone una strategia e una serie di leve attuative per la gestione dell’interconnessione tra i sistemi delle risorse primarie, in un contesto caratterizzato da crescenti incertezze e minacce alla disponibilità delle risorse.</p><h2>Quattro strategie</h2><p>Per rispondere, occorre innanzitutto capire perché i sistemi cedano di fronte agli shock. Un sistema è resiliente quando è in grado di assorbire i disturbi e continuare a funzionare, mentre diventa fragile quando la ricerca dell’efficienza elimina le ridondanze e concentra le funzioni critiche in percorsi strettamente interconnessi, situazione cui consegue che un singolo guasto può propagarsi a cascata nell’intero sistema, prima di poter essere contenuto. La resilienza deriva dall’allentamento di queste dipendenze e dalla creazione di percorsi alternativi che consentano al sistema di continuare a funzionare anche in caso di guasto a un singolo componente. Sono quattro le strategie efficaci in questo senso, e un contesto concreto per la loro applicazione è la regione araba, dove la scarsità idrica e quella energetica sono entrambe particolarmente gravi.</p><p>La prima strategia è il “disaccoppiamento”, che consiste nel separare i sistemi di risorse laddove la loro interconnessione diventa un fattore di vulnerabilità. Il legame tra energia e acqua, che è il motivo per cui lo shock dello stretto di Hormuz ha avuto ripercussioni sull’approvvigionamento idrico del Golfo, ne è l’esempio più lampante. Il propagarsi dello shock si riduce alimentando gli impianti di desalinizzazione con energia rinnovabile, poiché un impianto di osmosi inversa alimentato a energia solare riduce notevolmente l’esposizione alle fluttuazioni dei prezzi di petrolio e di gas. L’impianto di Al Khafji in Arabia Saudita, il primo a osmosi inversa di grandi dimensioni a essere alimentato a energia solare, per il processo di desalinizzazione utilizza di giorno un parco solare dedicato e di notte la rete elettrica; ne consegue che gran parte dell’acqua prodotta non è esposta ai prezzi dei combustibili. Altri esempi sono la produzione alimentare in ambienti climaticamente controllati, che riduce l’impronta idrica e del suolo dei prodotti alimentari.</p><p>La seconda strategia è “l’integrazione regionale”. Nessun Paese da solo dispone dell’intera gamma di risorse, ma le risorse naturali della regione si completano a vicenda, con un forte potenziale solare ed eolico in tutto il Maghreb, energia idroelettrica lungo il Nilo e una notevole capacità di desalinizzazione nel Golfo; questa complementarità tra domanda e offerta è alla base dell’integrazione. In linea di principio, gli scambi transfrontalieri di energia elettrica consentono di compensare la carenza di elettricità di un Paese con l’eccedenza prodotta in un altro. Nel dicembre 2024, i membri della Lega degli Stati Arabi hanno avviato un mercato arabo comune dell’elettricità e firmato degli accordi che ne regolano il funzionamento; secondo le stime della World Bank, entro il 2035 questo mercato potrebbe generare risparmi sui costi, a livello di sistema, nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari, a seconda dei prezzi dei combustibili e delle ipotesi politiche. Il potenziale rimane in gran parte inutilizzato, perché le linee transfrontaliere esistenti funzionano a una frazione della loro capacità; tuttavia, il nuovo collegamento ad alta tensione tra Egitto e Arabia Saudita, che entrerà in funzione nel 2026, indica la direzione da seguire: unire le reti del Golfo Persico e del Nord Africa in modo da rafforzare (auspicabilmente) la resilienza di entrambe le regioni. La stessa logica vale anche per il cibo. Data la diseguale distribuzione delle risorse agricole, con i terreni coltivabili e le risorse idriche concentrati in alcune zone del Levante, del bacino del Nilo e del Maghreb più che nel Golfo Persico, una produzione coordinata accompagnata da scambi commerciali intraregionali consente di coltivare prodotti alimentari là dove l’acqua è meno scarsa, alleviando la pressione che ciascun Paese esercita sulle proprie risorse. Un altro esempio di come si possano sfruttare le risorse regionali in termini di suolo, acqua, energia e capitale per assicurare resilienza e prosperità economica sono gli investimenti esteri nel settore alimentare.</p><p>La terza strategia è la “diversificazione”, che consiste nel distribuire le catene di approvvigionamento più esposte tra diverse fonti e diverse rotte, pur riconoscendo i limiti della produzione locale. Decenni di esperienza insegnano che non bisogna confondere la resilienza con l’autosufficienza. L’impegno dei paesi del Golfo per assicurare l’approvvigionamento alimentare attraverso la produzione interna e l’acquisizione di terreni agricoli all’estero incontra delle difficoltà, dato che le condizioni di aridità non consentono di praticare su larga scala un’agricoltura ad alto consumo idrico, ma le importazioni alimentari permettono alla regione di risparmiare ingenti quantità di acqua e di suolo. La via più sostenibile è la diversificazione delle fonti e delle rotte per l’importazione dei beni essenziali, in modo che nessun singolo punto nevralgico possa essere determinante, realizzare le strutture di stoccaggio e costituire le riserve che attualmente mancano ai mercati alimentari e dei fertilizzanti, e procedere alla localizzazione selettiva della produzione laddove sia realmente efficiente in termini di risorse. In questo contesto, per resilienza si intende la capacità di assicurare un accesso affidabile e di gestire la dipendenza, anziché cercare di eliminarla.</p><p>La quarta strategia è la “circolarità”, che consiste nel chiudere i loop delle risorse in modo che ciò che esce da un sistema di risorse rientri come input in un altro, senza sprechi. Il riuso dell’acqua per l’irrigazione, per esempio, consente di recuperare una risorsa idrica che altrimenti verrebbe prelevata dalle falde acquifere o prodotta attraverso processi di desalinizzazione ad alto consumo energetico; inoltre, l’azoto e il fosforo che il riuso dell’acqua restituisce ai campi sostituiscono, in parte, i fertilizzanti sintetici, la cui fornitura è messa a rischio dall’interruzione della rotta di Hormuz. Tutte queste strategie devono essere integrate nella pianificazione delle risorse primarie, nell’ambito di un’economia circolare che utilizzi le risorse in modo efficiente e preveda un’ampia strategia di riutilizzo circolare.</p><h2>Quattro leve</h2><p>Dal punto di vista tecnico, queste quattro strategie sono alla nostra portata, il vero interrogativo è capire se verranno effettivamente adottate e portate avanti nel tempo. Le quattro leve illustrate di seguito possono svolgere un ruolo determinante nella loro attuazione. La prima leva è la capacità analitica di individuare le connessioni prima che a rivelarle sia un evento di shock. I soggetti responsabili delle decisioni non possono gestire compromessi che non sono in grado di individuare e, per anni, non abbiamo avuto gli strumenti necessari per renderli a noi visibili. A mancare è stata un’unica piattaforma che riunisse i settori dell’acqua, dell’energia e dell’alimentazione, consentendo di quantificare e valutare come le scelte politiche o tecnologiche in un settore avrebbero avuto ripercussioni sugli altri. Analisi di questo tipo rendono visibili le interazioni a cascata e rendono negoziabili i compromessi tra le parti interessate dei diversi settori. Ciò richiede l’individuazione congiunta di indicatori intersettoriali e un’efficace condivisione dei dati, al fine di garantire un monitoraggio adeguato e una corretta valutazione della coerenza degli interventi proposti.</p><p>La seconda leva è costituita dai meccanismi di governance e coordinamento intersettoriali necessari a una pianificazione volta alla sostenibilità dei sistemi di risorse interconnessi. Riconoscere le interconnessioni serve a ben poco se le istituzioni competenti non comunicano tra loro o non dispongono degli strumenti necessari per una pianificazione integrata. I responsabili dei settori idrico, energetico e alimentare comunicano spesso poco tra loro, divisi da differenze di mandato, terminologia e cultura professionale. I meccanismi intersettoriali sono essi stessi una forma di infrastruttura per la resilienza: forniscono alla pianificazione intersettoriale un’arena di confronto e un mandato, anziché lasciare che sia lo scoppio di una crisi a determinare lo strutturarsi di una forma di coordinamento.</p><p>La terza leva è quella dello sviluppo delle capacità istituzionali e della prossima generazione di pensatori sistemici. Si tratta di costruire ed educare a una visione condivisa gli attori chiamati a lavorare insieme sulle sfide interconnesse da affrontare, sui motivi che rendono necessario il coordinamento e sugli strumenti e i metodi di pensiero sistemico necessari a una pianificazione integrativa. Le persone che tra vent’anni gestiranno queste risorse sono oggi studenti impegnati in programmi di studio che continuano a trattare ingegneria, economia e pianificazione come percorsi distinti. La capacità di pensare in modo trasversale ai vari settori dovrebbe invece essere sviluppata sin dalle prime fasi, attraverso un apprendimento collaborativo che riunisca professionisti dei settori idrico, energetico e alimentare per affrontare problemi concreti. Una generazione in grado di padroneggiare queste connessioni porterebbe la pianificazione integrata a diventare prassi ordinaria all’interno di enti e progetti, incorporando la resilienza nella gestione delle risorse fin dall’inizio.</p><p>La quarta leva è la finanza. Spesso le risorse finanziarie vengono organizzate per ottimizzare i risultati di un singolo settore, lasciando i progetti integrati privi di una chiara titolarità e tenendo conto solo della quota di valore generata dal singolo comparto, anche quando i benefici di un progetto si estendono ai settori idrico, energetico, alimentare e a interi ecosistemi. Per colmare tale divario è necessario innovare gli strumenti finanziari pensati per generare valore intersettoriale – come la blended finance, i partenariati pubblico-privato, i green bond e i resilience bond – rendendoli capaci di valorizzare l’intero spettro dei rendimenti e di ridurre il rischio degli investimenti, in modo che la resilienza emerga chiaramente come asset meritevole di finanziamento.</p><p>Nulla di tutto ciò è specifico di una sola regione. Ovunque la gestione delle risorse rimanga frammentata, sono proprio gli investimenti a determinare se il prossimo shock verrà assorbito o se si propagherà a cascata. Le crisi degli ultimi anni sono state dispendiose, ma ci hanno anche mostrato con rara chiarezza i punti di vulnerabilità dei nostri sistemi di approvvigionamento e che cosa serve per rafforzarli. Questa consapevolezza va tradotta in azioni pratiche. Se consideriamo questi shock come lezioni anziché come semplici avversità e investiamo negli strumenti analitici, nelle istituzioni e nelle figure professionali che l’integrazione richiede, la stessa interconnessione che ha causato il propagarsi dell’ultima crisi potrà diventare la base della nostra resilienza contro il prossimo shock.</p><p>&nbsp; &nbsp; &nbsp;</p><p><b>Bassel Daher</b> è Assistant Director for Sustainable Development al Texas A&amp;M Energy Institute (College Station) e Adjunct Assistant Professor in Ingegneria Biologica e Agricola, nonché Research Fellow presso l’Institute for Science, Technology,&nbsp;and Public Policy della Texas A&amp;M University (College Station).</p><p><b>Rabi H. Mohtar</b> è professore di Ingegneria Biologica e Agricola e di Ingegneria Civile e Ambientale presso la Texas A&amp;M University (College Station). La sua ricerca affronta le sfide globali legate alle risorse, tra cui lo sviluppo di un modello&nbsp;di riferimento per il Nexus Acqua-Energia-Cibo.</p>]]></description>
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				<title>I nove miliardi del Pos. Come la retromarcia del governo nel 2022 ha salvato i conti pubblici</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 18:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Sergio Tomaselli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da gennaio 2026 è entrato a regime l’obbligo di collegamento telematico e funzionale tra i registratori fiscali di cassa e i terminali&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pos_51148" target="_blank">Pos</a>. La misura, pensata per contrastare l’evasione fiscale rendendo automatica la registrazione e la trasmissione dei corrispettivi a ogni transazione elettronica, <b>ha generato per le casse dello stato un impatto stimato in circa 9 miliardi di euro di maggiori entrate</b>. Un risultato di finanza pubblica rilevante, arrivato in un momento di forte stabilità ma anche di stretti vincoli di bilancio, che rappresenta il punto di arrivo di un percorso normativo tutt’altro che lineare.</p><p>Per comprenderne la storia, occorre infatti tornare indietro alla fine del 2022. A dicembre, a poche settimane dal suo insediamento, il governo guidato da Giorgia Meloni aveva inserito nel disegno di legge di Bilancio una norma-simbolo: <b>la cancellazione delle sanzioni per gli esercenti che rifiutavano pagamenti elettronici tramite carta o bancomat per importi inferiori ai 60 euro</b> (dai 30 iniziali). L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza era quello di tutelare i piccoli commercianti e i gestori di micro-attività dall’incidenza delle commissioni bancarie sulle transazioni di ridotto valore.</p><p>La proposta, tuttavia, si era scontrata immediatamente con i rilievi della Commissione europea. <b>Bruxelles aveva segnalato come l’eliminazione delle sanzioni sul Pos fosse in aperta controtendenza rispetto agli impegni assunti dall’Italia nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)</b>. In particolare, il traguardo concordato nel giugno precedente con il governo Draghi considerava l’efficacia delle sanzioni sui pagamenti digitali uno strumento indispensabile per ridurre il divario di evasione sull’iva e sulle imposte sui redditi. Il rischio di compromettere la valutazione positiva della commissione e il conseguente sblocco dei fondi Pnrr ha spinto l’esecutivo a fare retromarcia. La stessa premier Meloni aveva ammesso la necessità di una revisione: “Quello dell’obbligo del Pos è un obiettivo del Pnrr e quindi lo stiamo trattando con la Commissione. <b>Se non ci sono i margini, ci inventeremo un altro modo per non fare pagare agli esercenti le commissioni bancarie sui piccoli pagamenti</b>”. Il punto centrale quindi, rimaneva la tutela dei commercianti, non era ancora in cantiere una norma anti-evasione.</p><p>Il dietrofront si è formalizzato con un emendamento del governo presentato alla commissione bilancio della Camera, che <b>ha soppresso la soglia dei 60 euro</b> e ripristinato il regime sanzionatorio originario (pari a 30 euro più il 4 per cento del valore della transazione). In alternativa, la modifica ha introdotto l’impegno per il ministero dell’Economia e delle Finanze di istituire, entro due mesi dall'approvazione della manovra, un tavolo permanente tra banche e associazioni di categoria, finalizzato a individuare soluzioni e accordi per mitigare l’impatto dei costi di incasso per le transazioni fino a 30 euro, rivolto alle imprese con ricavi non superiori a 400 mila euro. <b>Il superamento di quello stallo e il mantenimento dei requisiti concordati con l’Unione europea hanno consentito non solo di mettere al sicuro i fondi del Pnrr, ma anche di proseguire l'iter di digitalizzazione dei controlli fiscali</b>.</p><p>Come si è arrivati poi dal dietrofront all’approvazione di una norma anti-evasione? In realtà il passaggio è stato breve e meno “burocratizzato” di quello che si possa pensare. Con le sanzioni rimaste in vigore, la diffusione e l'uso del Pos aumentano costantemente, l'Agenzia delle entrate e il ministero dell'Economia intensificano i controlli incrociati tra i dati dei pagamenti elettronici trasmessi dagli operatori finanziari e i corrispettivi dichiarati dagli esercenti. Da qui emergono sempre più spesso discrepanze: in diversi casi le transazioni elettroniche riscontrate dai sistemi bancari non trovavano una corrispondente emissione dello scontrino telematico da parte del registratore telematico. Da qui arriva l’emendamento inserito nella legge di Bilancio a fine 2025, dopo un provvedimento datato ottobre dell’Agenzia delle entrate che stabilisce termini e condizioni del collegamento elettronico.</p><p>L’obbligo di integrazione tecnica tra Pos e registratore telematico, divenuto operativo all'inizio del 2026, ha aiutato ad arginare la discrepanza tra transazioni reali e quelle dichiarate, garantendo la corrispondenza automatica tra l'incasso e la trasmissione all'Agenzia delle entrate. In sostanza,<b> quello che nel 2022 appariva come un passaggio politico critico e un arretramento rispetto alle promesse elettorali si è rivelato, a distanza di tre anni, la premessa tecnica per garantire allo stato un gettito aggiuntivo di 9 miliardi di euro</b>.</p>]]></description>
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				<title>Osnato (FdI): &quot;Caro energia? Il taglio generalizzato delle accise non può essere la soluzione. Schlein? Bene sul nucleare&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 16:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Alessandro Villari</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Noi come altri governi abbiamo provato a sostenere le emergenze con delle iniezioni di denaro, come il taglio delle accise<b>. Ma sono molto costose, poco eque e piuttosto regressive: non permettono&nbsp;di differenziare tra chi fa il pieno a una Ferrari e chi lo fa a un furgoncino per andare a lavorare".</b> A dirlo al Foglio è&nbsp;<b>Marco Osnato</b>,&nbsp;deputato di Fratelli d'Italia e presidente della commissione Finanze di Montecitorio a proposito del caro carburanti e del caro energia. Ieri il Brent ha chiuso oltre i cento dollari al barile sui mercati (100,65 per la precisione), con un incremento del sette per cento rispetto alla giornata precedente, mentre la benzina in Italia sta per superare la soglia psicologica dei due euro a litro. E le opposizioni chiedono al governo di intervenire, ma il taglio delle accise, sottolinea Osnato, <b>"non può essere la soluzione se l'aiuto resta generalizzato. Si può però pensare a gestire particolari categorie, quelle più deboli in questi momenti, come è stato fatto per l'autotrasporto, il comparto agricolo, quello ittico". </b></p><p><b>Nel Consiglio dei ministri che si è tenuto ieri il governo ha di fatto rinviato la questione del taglio delle accise.</b> Ma da quanto si apprende, il titolare dell'Economia Giancarlo Giorgetti starebbe considerando l'idea di inserire le accise mobili, un meccanismo che prevede come una parte del maggior gettito Iva generato dall’aumento del prezzo del petrolio possa essere utilizzato per ridurre temporaneamente le accise applicate a benzina e diesel. Il tutto si attiva però solo quando il prezzo medio del greggio supera una determinata soglia. <b>Nelle ultime ore poi su alcuni giornali è circolata, come estrema ratio, il rischio di dover riaprire le centrali elettriche a carbone, ma Osnato lo esclude: "Non credo arriveremo mai a questa situazione, però è inutile far finta che non possa essere una&nbsp;possibilità. Ma è molto molto lontana".</b></p><p>La situazione internazionale però non aiuta di certo e sul punto Osnato è chiaro: "Bisogna lavorare non solo come Italia, ma tutti insieme affinché la crisi di Hormuz che incide su tutto il comparto cominci a rientrare sul serio, non per finta, quindi sicuramente il tema di Trump è un tema scottante, come è scottante il tema però anche dell'Iran che fa finta ancora di non essere colpevole". In mattinata poi è arrivata anche una nota di Confcommercio sull'impatto dei rincari energetici sulle imprese del terziario di mercato: <b>"Se questi livelli di prezzo dovessero consolidarsi, la spesa energetica per le imprese del terziario aumenterebbe, nei prossimi mesi, di circa il 22 per cento rispetto alla media del primo semestre dell'anno, con un aggravio, complessivamente, superiore ai 150 milioni di euro al mese".</b> L'organizzazione chiede quindi di intervenire "per disaccoppiare il prezzo dell'elettricità da quello del gas, così da contenere i costi per le imprese e rafforzarne la competitività".&nbsp;</p><p>Alla luce di tutto questo, dice il deputato di FdI, <b>"Il nostro lavoro sulla reintroduzione nucleare diventa più urgente. </b>E' inutile però prendersi in giro, non lo risolviamo né quest'anno, né il prossimo, ma in prospettiva il lavoro fatto dal governo è importante. Ho visto anche&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/lalternativa-ce-e-siamo-pronti-a-governare-intervista-a-schlein--402963" target="_blank">un'intervista della segretaria del Partito democratico proprio sul vostro giornale</a>&nbsp;in cui mi sembra abbia cambiato un po' il registro sul nucleare, evidentemente siamo riusciti a portarla su posizioni più concrete". L'apertura di Elly Schlein non è certo dispiaciuta al partito della presidente del Consiglio e quando chiediamo a Osnato se ci possa essere un tentativo di lavoro comune con la premier sul tema dice che <b>"Meloni ha sempre detto che lei è disponibile a tutti i ragionamenti su quelle che sono le questioni di interesse nazionale, come è il nucleare e quindi siamo felici di aver letto quelle parole. Aspettiamo anche i fatti poi in Parlamento".</b></p><p>Perché, continua Osnato, "credo che ci stiamo tutti rendendo conto che per evitare situazioni come queste bisogna programmare a medio termine una importante produzione nucleare". L'urgenza di far ricorso a questa forma di energia si pone perché "noi non possiamo permetterci le grandi estensioni di fotovoltaico che ha per esempio la Spagna perché non abbiamo gli stessi spazi e sull'eolico la nostra conformazione&nbsp;morfologica e il numero di ore vento non permetteno particolari rendimenti", ma, assicura, <b>"il lavoro per aumentare ancora la produzione di rinnovabili c'è".</b></p>]]></description>
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				<title>Le nuove banconote dell&#039;euro, la Bce rivela i finalisti e lancia il sondaggio tra i cittadini</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 11:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La Banca centrale europea ha presentato giovedì i disegni finalisti del concorso per la progettazione della prossima serie di banconote in euro e ha dato il via a un sondaggio, invitando i cittadini di tutta Europa a contribuire alla scelta finale. </b>Gli europei dovranno quindi esprimere un'opinione sulle cinque serie di banconote per ciascuno dei due temi scelti per il concorso tra illustratori avviato negli anni scorsi. Le proposte si basano su due diversi temi - "Cultura europea" e "Fiumi e uccelli" - e sui motivi decorativi scelti per raffigurarli. "Le banconote in euro non sono un semplice mezzo di pagamento: sono una delle espressioni più tangibili dell'Europa. Coniugando bellezza e significato, rinsalderanno la nostra identità comune", ha dichiarato la presidente della Bce&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/christine-lagarde_635" target="_blank">Christine Lagarde</a>. Le proposte di progettazione sono state preselezionate nell'ambito di un concorso indetto a livello di Ue.</p><p>Secondo il primo tema, "Cultura europea", ecco che sulla banconota da 5 euro c'è&nbsp;<b>Maria Callas</b>, una delle più celebri soprano del secolo scorso, il compositore e pianista tedesco&nbsp;<b>Ludwig van Beethoven</b>&nbsp;invece comparirà su quella da 10 euro, la fisica e chimica franco-polacca&nbsp;<b>Marie Curie</b>&nbsp;su quella da 20, lo scrittore spagnolo autore del Don Chisciotte della Mancia&nbsp;<b>Miguel de Cervantes</b>&nbsp;su quella da 50, uno dei padri del Rinascimento italiano&nbsp;<b>Leonardo da Vinci&nbsp;</b>su quella da 100 e la scrittrice austriaca&nbsp;<b>Bertha von Suttner</b>&nbsp;su quella da 200. Il tema naturale, "Fiumi e uccelli", prevede invece che sulla banconota da 5 euro sia raffigurata una sorgente montana, su quella da 10 un martin pescatore vicino a una cascata, su quella da 20 una valle fluviale con una colonia di gruccioni, su quella da 50 un fiume serpeggiante con una cicogna bianca che lo sorvola, su quella da 100 un'avocetta, uccello di riva dal piumaggio bianco e nero e dal caratteristico becco "a sciabola", che perlustra la superficie di una pianura fangosa, mentre su quella da 200 una sula bassana in volo sulle onde oceaniche.&nbsp;Non ci sarà più, come la stessa Bce aveva stabilito nel 2016, le banconote da 500 euro&nbsp;<b>anche se continuano ad avere corso legale e possono essere utilizzate sia per i pagamenti sia come riserva di valore e potranno essere cambiate presso le Banche centrali dell'Eurozona senza limiti di tempo.&nbsp;</b>Tutte&nbsp;queste proposte dovranno essere valutate&nbsp;da una giuria di esperti alla fine di aprile 2026.</p><h4>Le prossime tappe</h4><p><b>Ora quindi la parola passa ai cittadini europei. Il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di svolgere un sondaggio online sulle dieci proposte, aperto fino al 21 settembre 2026.</b> In parallelo, una società di ricerca indipendente condurrà una rilevazione con le stesse domande su un campione rappresentativo di cittadini dell'area dell'euro. Una volta selezionato il progetto definitivo, la Bce pubblicherà un rapporto sui risultati di entrambi i sondaggi. La decisione finale sul disegno delle nuove banconote è attesa intorno alla fine dell'anno. Il Consiglio direttivo la adotterà sulla base di una combinazione di contributi: le conclusioni della giuria, una valutazione tecnica e i risultati dei due sondaggi. La proposta selezionata sarà poi sviluppata e testata prima di entrare in produzione. L'immissione in circolazione delle nuove banconote è prevista negli anni successivi.</p><p>Le serie precedenti, assicurano dalla Banca centrale, manterranno il proprio valore e continueranno a circolare accanto a quella nuova. Si tratta della prima riprogettazione completa delle banconote in euro dopo la loro emissione nel 2002.<b> L'emissione periodica di nuove serie consente di sfruttare i progressi tecnologici per restare un passo avanti rispetto alle tecniche di falsificazione, spiega la Bce.</b> Le nuove banconote avranno caratteristiche di sicurezza più avanzate, pensate anche per agevolarne il riconoscimento e l'accessibilità da parte delle persone con problemi visivi. Francoforte punta inoltre a ridurne l'impronta ambientale, rendendole più resistenti all'usura e ricorrendo a materiali e processi di produzione piu' sostenibili.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Scattano i nuovi dazi di Trump per oltre 60 partner commerciali, Ue compresa</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 10:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da oggi gli Stati Uniti applicano <b>nuovi dazi tra il 10 e il 12,5 per cento su oltre 60 partner commerciali, Unione europea compresa</b>. I dazi, annunciati dall'Ufficio del Rappresentante per il Commercio americano guidato da Jamieson Greer, sostituiscono quelli temporanei del 10 per cento introdotti da Trump e in scadenza proprio oggi, dopo che la Corte Suprema aveva bocciato gran parte dei dazi globali imposti a febbraio.</p><p>Stavolta la base giuridica cambia: non più i poteri di emergenza contestati dai giudici, ma la sezione 301 del Trade Act del 1974, pensata per colpire pratiche commerciali sleali legate al lavoro forzato.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/22/news/trump-inizia-una-nuova-guerra-dei-dazi-lescamotage-per-aggirare-la-corte-suprema--402871" target="_blank">Come scrivevamo qui</a>, ciò consente al presidente americano misure di rappresaglia commerciale contro un governo straniero che danneggi il commercio degli Stati Uniti. Il criterio è binario: ai paesi dotati di leggi contro il lavoro forzato viene applicato un dazio del 10, agli altri una maggiorazione del 2,5, per un totale del 12,5.&nbsp;Greer ha rivendicato la misura sostenendo che gli Stati Uniti vietano da quasi un secolo l'importazione di manodopera forzata e che è ora che i partner commerciali facciano lo stesso.</p><p>Le nuove misure, diffuse dall'Ufficio di Greer, colpiscono secondo lo stesso ufficio oltre il 99 per cento del commercio americano. Ai paesi dotati di leggi contro il lavoro forzato un dazio del 10 per cento, agli altri una maggiorazione del 2,5 per cento, per un totale del 12,5. Secondo il Washington Post, tra i paesi colpiti dall'aliquota più alta figurano Cina, Regno Unito e Giappone, privi di leggi che vietino l'importazione di merci prodotte con lavoro forzato. L'India ha ottenuto l'aliquota del 10 dopo l'approvazione di una normativa a tutela dei lavoratori.&nbsp;Greer ha detto che&nbsp;la multa a Google da 890 milioni di euro annunciata il 23 luglio dall’Unione europea mette a rischio l’accordo sui dazi e minaccia, di conseguenza, la relazione transatlantica.</p><p>Secondo la ricostruzione del Financial Times, tra i partner coinvolti figurano anche Corea del Sud, Canada, Ue e Brasile. Esclusi dal nuovo pacchetto i beni già soggetti a dazi specifici per sicurezza nazionale: acciaio, alluminio, automobili e componentistica.&nbsp;</p><p>Australia e Brasile hanno definito le tariffe ingiustificate e promesso battaglia per la revoca, mentre la Norvegia ne ha negato ogni fondamento. L'Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas ha parlato di uno "shock". L'Unione Europea aveva già definito “ingiustificate” le nuove misure.</p>]]></description>
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				<title>L’Italia castigata ancora sulla sanità</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>L’Italia si conferma al di sotto della media Ocse sia in termini di spesa sanitaria sia a livello pro capite sia in rapporto al pil</b>. Nel 2024, secondo il rapporto annuale di Mediobanca, nel nostro paese la spesa sanitaria pubblica ammontava a 138,3 miliardi di euro, pari al 6,3 per cento del pil, dietro Spagna (6,7 per cento), Regno Unito (9,1 per cento), Francia (9,7 per cento) e Germania (10,6 per cento). “Le risorse del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pnrr_1524/page/1" target="_blank">Pnrr</a>&nbsp;– osserva il rapporto - hanno favorito la riorganizzazione dell’offerta, contribuendo allo sviluppo dell’assistenza territoriale e della digitalizzazione, senza incidere in modo significativo sulla dinamica strutturale della spesa”. E le cose non sembrano destinate a migliorare. Le stime per il periodo 2026-2029 indicano, infatti, una stabilizzazione della spesa sanitaria pubblica nazionale al 6,4 per cento del pil ed è previsto un aumento dell’incidenza della sanità sulla spesa corrente primaria (15,7 per cento nel 2027 contro il 15,4 per cento del 2025) a conferma del peso crescente sul bilancio pubblico.</p><p>Lo studio di Mediobanca  si riferisce al 2024 poiché è l’ultimo anno in cui sono disponibili i bilanci degli operatori privati del settore, il cui ruolo in Italia è in costante crescita: l’attesa per il 2025, infatti, è di un aumento del loro giro d’affari del 3,7 per cento rispetto all’anno precedente (13,4 miliardi di euro). Inoltre, quasi l’80 per cento del valore complessivo della spesa pubblica, infatti, è originato dalle strutture pubbliche e il 20,8 per cento da quelle accreditate con il servizio sanitario nazionale (gli operatori privati per i quali l’accreditamento incide di più sul totale dei ricavi sono l’Ics Maugeri (96 per cento) e il San Raffaele Roma della famiglia Angelucci (87,2 per cento). <b>Nel complesso, secondo Mediobanca, permane un tipo di governance della sanità italiana orientata al contenimento della spesa, fondato su tetti e centralizzazione degli acquisti mentre il procuratore generale della Corte dei Conti ha ricordato la necessità di un'allocazione più selettiva delle risorse</b>.</p>]]></description>
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				<title>Il “modello Todde” contro le rinnovabili e contro la Costituzione</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Campo largo dice che in generale il suo programma è la Costituzione e, nello specifico, per quel che riguarda l’energia è “accelerare sulle rinnovabili”. <b>Nella pratica accade il contrario</b>, almeno se si guarda alla  Sardegna, che è stata il laboratorio politico del centrosinistra quando nel febbraio 2024 la coalizione guidata da Alessandra Todde del M5s riuscì a battere la destra. Sull’isola  la linea  è: approvare leggi incostituzionali per bloccare le rinnovabili.  Elly Schlein, nell’intervista di ieri al Foglio, riferendosi al caso sardo ha ammesso: “Anche noi abbiamo problemi di accettabilità delle politiche energetiche”.&nbsp;</p><p>“Si poteva fare di più – ha detto al Foglio la segretaria del Pd – ma da quella esperienza si può provare ad adottare un metodo che può funzionare”. Insomma, Schlein dice, in maniera diplomatica, che sulle rinnovabili la Sardegna resta un modello, ma di ciò che non si deve fare. D’altronde il  “modello Todde” ormai incarna la contraddizione politica di una coalizione che a livello nazionale attacca il governo Meloni accusandolo di essere nemico della transizione energetica, mentre a livello regionale si scontra con il governo Meloni per installare quante meno rinnovabili è possibile.</p><p>L’ultimo capitolo di questa battaglia politico-giuridica è la sentenza con cui ieri la Corte costituzionale, su ricorso della presidente del Consiglio, ha dichiarato illegittimo il blocco delle autorizzazioni degli impianti rinnovabili nelle aree non idonee da parte della regione Sardegna. <b>E’ il terzo giudizio di incostituzionalità in due anni per la giunta Todde</b>. L’anno scorso la Consulta aveva già bocciato (sentenza  28/2025) la moratoria con cui la Sardegna aveva bloccato tutte le autorizzazioni in attesa di una nuova legge. E poi ha bocciato (sentenza  184/2025) anche alcune parti della nuova legge regionale n. 20 con cui la Sardegna imponeva un divieto aprioristico di installare impianti rinnovabili nelle aree non idonee. Si arriva così alla sentenza di ieri, la 144/2026, con cui la Consulta ha dichiarato l’illegittimità di una nuova moratoria, automatica e generalizzata, su tutte le autorizzazioni pendenti in attesa di un regolamento che doveva essere adottato entro novanta giorni e che  comunque la regione non ha mai approvato.</p><p>Sembrerebbe una grave sconfitta. E invece no. <b>La Todde ha perso alla Corte costituzionale, ma comunque ha vinto. Nel senso che attraverso l’ostruzionismo legislativo regionale è riuscita a raggiungere l’obiettivo politico</b>. Negli ultimi due anni, in Sardegna sono entrati in esercizio circa 500 MW di capacità rinnovabile. Pochissima roba che, in larga parte, è la realizzazione di progetti avviati prima della giunta Todde.   Le autorizzazioni avvenute durante la giunta “progressista” sono meno della metà, 230 MW di cui 120 MW per il repowering di un impianto eolico esistente. Solo due mesi fa, la Todde ha partecipato a un Consiglio dei ministri per esprimere il parere negativo della regione su 30 progetti di impianti eolici e agrivoltaici che poi il governo ha autorizzato. Alla fine, la Sardegna ha trovato un’intesa con Palazzo Chigi dichiarando la sua “non opposizione” a tre progetti ma mantenendo la sua contrarietà agli altri 27.</p><p>Non è quindi un caso che, <b>durante il biennio di governo Todde, la Sardegna abbia conquistato un triste primato</b>: secondo gli ultimi dati  di Terna riferiti a giugno, è la regione  più in ritardo rispetto agli obiettivi indicati dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (-548 MW), mentre il paese nel suo complesso è avanti (+886 MW). E la situazione ovviamente è destinata a peggiorare: da un lato il tasso di crescita di capacità rinnovabile installata dovrebbe aumentare per stare al passo con il target del Pniec;  dall’altro lato la legge regionale sopravvissuta alle tre sentenze di illegittimità della Corte costituzionale è comunque la più restrittiva del paese, visto che vieta il 99 per cento del territorio sardo alle rinnovabili e, in sostanza, proibisce la realizzazione di impianti su scala industriale.</p><p>Pertanto, le tre bocciature della Corte costituzionale non sono  incidenti di percorso, ma ostacoli deliberatamente posti dalla Sardegna lungo la  strada verso gli obiettivi nazionali ed europei di decarbonizzazione. Non sono le tre leggi, ma è tutta la politica energetica del “modello Todde” a essere contro le rinnovabili e contro la Costituzione.</p>]]></description>
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				<title>La Bce lascia i tassi invariati. Le borse europee affondate dalle tensioni nel Golfo</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 19:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’allarme sul Mar Rosso con l’<b>annuncio in serata del presidente americano Trump di un attacco massiccio all’Iran ha affondato tutte le borse europee</b> con il Ftse Mib che ha perso il 2,8 per cento. <b>Torna il timore di un nuovo choc energetico per l’Eurozona</b> nel giorno del meeting della Bce, che ha lasciato invariati i tassi rinviando a settembre la decisione per un possibile inasprimento della politica monetaria. Mentre la presidente Christine Lagarde parlava in conferenza stampa, si sentiva forte l’eco della nuova crisi in medio oriente già preannunciata dagli attacchi statunitensi all’Iran avvenuti a prima mattina. Lagarde ha spiegato che ci sono stati tre governatori del <i>board</i> che si sono domandati se per caso non fosse stato il caso di aumentare i tassi d’interesse già nella riunione di giovedì. Dunque, la decisione di mantenerli invariati appare momentanea tant’è che gli analisti hanno subito cominciato a stimare due rialzi entro la fine dell’anno. Ma non è stato questo, almeno non solo, a scatenare le vendite sulle borse.</p><p>Lo scossone è stato dovuto soprattutto all’improvviso&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/07/21/news/le-linee-rosse-fra-teheran-a-washington--402725">peggioramento delle tensioni tra Stati Uniti e Iran</a>, che ha spinto il petrolio verso la soglia dei 100 dollari al barile, livello che non si vedeva dai picchi della guerra. <b>Il timore è che, oltre allo Stretto di Hormuz, anche i transiti dal Mar Rosso possano essere rallentati dopo l’attacco degli Houthi contro una petroliera saudita</b>. Lagarde si è trovata così nella condizione di essere anche più incisiva del previsto nel delineare i rischi di un peggioramento delle prospettive economiche dell’Eurozona. La presidente della Bce, infatti, ha evidenziato che gli impatti sul prezzo del Brent “che evolve di ora in ora” non sono stati già inglobati nelle previsioni di ieri e ha precisato che Francoforte non può ignorare uno choc energetico prolungato e le ripercussioni di episodi simili. E ha chiesto allo staff Bce un'analisi "approfondita" sui prezzi di petrolio e gas in vista della riunione di settembre. Un cocktail di brutte notizie che ha cambiato l’umore degli investitori.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La Bce lascia invariati i tassi d&#039;interesse. Lagarde: &quot;Non vi libererete di me prima del 2027&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 14:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Oggi il consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce) ha deciso di lasciare invariati i tre tassi di riferimento</b>: quello sui depositi resta al&nbsp;<a href="https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2026/html/ecb.mp260723~29f24d99bc.en.html" target="_blank">2,25 per cento</a>, il rifinanziamento principale al 2,40 e il marginale al 2,65. Una pausa già prezzata dai mercati e che segue il rialzo da 25 punti base."È stata una decisione unanime, ma voglio precisare che alcuni governatori si sono chiesti se non dovessimo prendere in considerazione un rialzo, in altre parole aumentare i tre tassi di interesse in questa riunione", ha detto la presidente della Bce Christine Lagarde rispondendo alle domande della stampa.&nbsp;"Abbiamo esaminato a fondo i dati e gli sviluppi attuali e <b>abbiamo deciso tutti all’unanimità di essere posizionati adeguatamente</b> per attendere e osservare con grande attenzione l’evoluzione della situazione e i dati che riceveremo nelle prossime settimane". Prima della riunione di settembre, la Bce riceverà due dati mensili sull’inflazione, il Pil trimestrale, due rilevazioni sulle aspettative dei consumatori, un dato sui redditi per occupato e due indici Pmi.&nbsp;</p><p>"Questo capitano resterà a bordo della nave, <b>non vi libererete di me prima del 2027</b>", quando scadrà il mandato. Così Lagarde ha risposto a chi gli ha chiesto di una sua uscita anticipata, possibilità che sembrava aver suggerito nelle scorse settimane la stessa Lagarde nell'ambito della campagna delle presidenziali francese che comunque si svolgerà nel 2027. "Potete speculare e scrivere tutto ciò che volete. Non penso che sia particolarmente interessante o importante.&nbsp;<b>Quello che conta è applicare la giusta politica monetaria per assicurare la stabilità dei prezzi</b>", ha concluso.</p><p>A giugno l’inflazione dell’Eurozona è scesa al 2,8 per cento dal 3,2 di maggio, ma la tregua saltata a inizio luglio e la ripresa del conflitto nel Golfo, insieme agli attacchi registrati ieri nel Mar Rosso da parte degli Houthi contro delle navi cargo saudite, hanno riportato il Brent a oltre 94 dollari al barile: quasi il 30 per cento in più rispetto a inizio mese. Cosí i rischi per l’inflazione sono tornati a salire.</p>]]></description>
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				<title>Auto, tornano a crescere le immatricolazioni in Europa. Ma quella delle vetture cinesi è una vera invasione</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 11:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il primo semestre del 2026 è stato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/07/04/news/mercato-dellauto-un-incentivo-dopo-laltro--401653" target="_blank">positivo per il settore automobilistico in Europa</a>. <b>Secondo i dati pubblicati oggi da Acea, l’associazione dei costruttori europei, le immatricolazioni di auto dall’inizio dell’anno in Europa occidentale (Ue, Efta e Regno Unito) sono state 7.232.066, un aumento del 6,1 per cento rispetto al primo semestre dell'anno scorso.</b> Particolarmente positivo è il bilancio del mese di giugno con 1.407.332 immatricolazioni, il 13,1 per cento in più di giugno 2025. Acea ha inoltre sottolineato in una nota che “questo risultato si è verificato in un contesto di persistenti venti contrari geopolitici che pesano sulle prospettive”.</p><p>L’aumento di volume del mercato ha diverse dimensioni. Evidente è la crescita delle auto elettriche (20,7 per cento nel semestre, in rialzo dal 15,6 per cento di un anno fa) e ibride plug-in (9,8 per cento del mercato Ue, in crescita dall'8,5 per cento). La crescita di queste ultime è stata particolarmente marcata proprio in Italia (+84,3 per cento). Allo stesso tempo, la quota di mercato combinata di auto a benzina e diesel è scesa al 29,7 per cento dal 37,8 per cento dell'anno precedente.</p><p><b>A trainare la crescita del mercato sono soprattutto i marchi cinesi: Byd ha segnato un rialzo del 145,5 per cento con 174mila immatricolazioni in metà anno</b>, superando la statunitense Tesla che, nonostante le vendite in crescita del 54 per cento, si è fermata poco oltre le 170mila auto immatricolate. <b>Il balzo più netto è invece quello di Leapmotor, 558 per cento con 56mila nuove vetture, mentre Chery (che è presente sul mercato con i marchi Jaecoo, Jetour e Omoda) guadagna il 305 per cento superando le 155mila immatricolazioni. </b>Per Saic Motor il rialzo è invece del 18 per cento, con 180mila nuove auto in strada.</p><p>Tra gli europei, il Gruppo Volkswagen resta primo per immatricolazioni con 345.937 unità a giugno (+6,4 per cento) e 1.848.988 nel semestre (+2,1 per cento). La quota di mercato invece cala sia per l’ultimo mese (24,6 per cento, dal 26,1 per cento di giugno 2025) che per il semestre (25,6 per cento, dal 26,6 per cento). <b>Positiva la performance di Stellantis, che a giugno ha venduto 191.012 vetture, il 5,3 per cento in più dello stesso mese del 2025</b>. Nei sei mesi le immatricolazioni sono 1.096.783, con un incremento del 5,3 per cento e una quota di mercato del 15,2 per cento (nel 2025 era 15,3), che tuttavia sale al 16 per cento con Leapmotor.</p>]]></description>
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