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		<title>Economia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 16:48:15 +0200</pubDate>
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				<title>Negli Stati Uniti il caro carne mette in crisi il barbecue texano</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 16:17:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Molly Hennessy-Fiske</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se il barbecue texano avesse un sistema d’allarme, scatterebbe davanti al foglio excel con cui Russell Roegels controlla il prezzo del petto di manzo (il taglio negli Stati Uniti si chiama "brisket"<i> </i>e corrisponde&nbsp;pressappoco alla nostra "punta di petto"). Nei giorni scorsi, seduto a un tavolo appartato del suo ristorante di periferia, Roegels ha indicato la cifra in cima alla colonna: 5,56 dollari. È il prezzo che paga per una libbra dell’ingrediente più importante di qualsiasi menu di un barbecue texano. Nell’ultimo anno quella cifra è aumentata del 28 per cento, a testimonianza dell’impennata dei prezzi della carne che ha colpito il portafoglio dei clienti dei supermercati in tutti gli Stati Uniti. <b>Nelle cucine degli oltre 3.000 locali di barbecue del Texas, la cui stessa esistenza dipende da una fornitura abbondante e a prezzi sostenibili di carne bovina di qualità, l’effetto è stato quasi catastrofico</b>.</p><p>Roegels, 53 anni, è cresciuto lavorando in un locale di barbecue e ne gestisce uno proprio dal 2001, servendo anche alcuni membri dell’élite di Houston e i loro amici, tra cui l’ex presidente George H. W. Bush, il veterano della NFL Gary Kubiak e l’ex lanciatore degli Astros Andy Pettitte. Un tempo riusciva a compensare l’alto costo all’ingrosso vendendo altre carni e contorni. Quest’anno, però, si è reso conto che non bastava più. Così ha preso la rischiosa decisione di aumentare di 2 dollari il prezzo del petto di manzo per i clienti, portandolo a 35 dollari al chilo — un rincaro del 6 per cento — sperando che la clientela non lo abbandonasse.</p><p><b>“Non potrebbe andare peggio di così”, ha detto a proposito dell’escalation dei prezzi della carne bovina. “Oggigiorno tutti sono a rischio: basta una settimana storta per chiudere i battenti”</b>. Roegels non sta esagerando. La crisi provocata dal vertiginoso aumento dei prezzi della carne ha contribuito alla chiusura di alcuni dei locali di barbecue più amati del Texas: il Brett’s BBQ Shop, a ovest di Houston, noto per i suoi tacos di barbacoa; il Kirby’s BBQ, più a nord, con il suo caratteristico petto di manzo affumicato con legno di quercia, sempre più costoso; il Sabar BBQ, con la sua salsiccia fusion pakistana, a Fort Worth; il Wright on Taco &amp; BBQ, nel Texas orientale.</p><p>Proprietari ed esperti prevedono che le chiusure aumenteranno quest’estate e continueranno per anni, rischiando di ridefinire la natura stessa del barbecue texano, celebrato per le sue varietà regionali distintive e per la preparazione artigianale, fino a conquistare stelle Michelin per quello che un tempo era considerato cibo da stazione di servizio. Le ragioni dell’impennata dei prezzi sono molteplici, afferma Emily Williams Knight, presidente e amministratore delegato della Texas Restaurant Association. <b><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/01/21/news/gli-autodazi-di-trump-unextra-tassa-da-190-miliardi-di-dollari-per-gli-americani--128236">Hanno inciso l’inflazione, i dazi</a>, i prezzi praticati dai macelli e un patrimonio bovino nazionale ai minimi degli ultimi 75 ann</b>i, ridotto dalla siccità, dalla carenza di manodopera, dagli alti costi operativi e dalla diminuzione dei terreni destinati all’allevamento. E con<b> la minaccia della mosca della carne appena oltre il confine</b>, gli esperti avvertono che il numero dei capi potrebbe ridursi ulteriormente nei prossimi anni.</p><p>I funzionari statali e federali stanno indagando sui produttori di carne, ma probabilmente ci vorranno anni prima che il patrimonio bovino si ricostituisca, ha detto Williams Knight. Nel frattempo, stanno scomparendo i sapori regionali del barbecue per cui il Texas è famoso: dalle versioni ricche di salsa nel Texas orientale ai sapori alla griglia di mesquite in quello occidentale, dal “Mexicue” del Texas meridionale al petto di manzo affumicato senza salsa dell’Hill Country. “<b>Ciò che è a rischio ora è la perdita di quella comunità e di quella cultura</b>. È molto più grave della semplice chiusura di un’attività”, ha detto Williams Knight. Ha aggiunto di aver appena ricevuto una telefonata dal proprietario di Sweetie Pie’s Ribeyes, fuori Fort Worth, che le ha comunicato che il locale chiuderà questo mese dopo aver tentato senza successo di consolidare due sedi. “Stiamo per perdere alcuni di questi ristoranti speciali e culturalmente significativi”.</p><p>Daniel Vaughn, esperto di barbecue texano, ha affermato che parte del problema è che, mentre il prezzo del petto di manzo aumentava, i ristoranti di barbecue hanno tenuto i propri listini “artificialmente bassi”. “Ora il prezzo di tutto è aumentato, tutto ciò di cui hanno bisogno per gestire quel ristorante: costi di manodopera, contenitori da asporto, insalata di cavolo. Non si può più nascondere quel prezzo”, ha detto Vaughn. <b>Quaranta dollari per mezzo chilo di petto di manzo non è più una cifra assurda da vedere su un menu.</b></p><p>Roegels possiede due ristoranti nell’area di Houston e due anni fa ha stretto una partnership con un altro locale, il Brotherton’s Black Iron Barbecue, nella città di Pflugerville, vicino ad Austin, dopo la morte del proprietario, un suo caro amico. Roegels, originario del Texas orientale, con bisnonni emigrati dalla Baviera, ha spiegato che per i ristoranti di barbecue delle piccole città è più difficile reggere l’aumento dei prezzi della carne. La loro attività, di solito, cala durante l’estate, quando le famiglie con figli in vacanza da scuola restano più spesso a casa o cercano di risparmiare sui costi dell’asilo nido.</p><p>Brotherton’s era sull’orlo della chiusura a gennaio, quando i proprietari hanno pubblicato una richiesta di aiuto su Facebook. "Speravamo di non arrivare a questo punto, ma abbiamo un disperato bisogno del vostro aiuto", hanno scritto. "La dura realtà è che siamo sul punto di dover chiudere i battenti per sempre".&nbsp;Il messaggio ha portato un afflusso di clienti locali. Ma il ristorante ha dovuto comunque aumentare i prezzi e oggi fa affidamento sul catering e sull’attività legata ai festival per restare a galla.</p><p>“La situazione è ancora molto precaria in questo momento. La carne non sta diventando più economica”, ha detto Brenda Brotherton, 52 anni.&nbsp;Brotherton ha detto che spera che altri nella comunità dei ristoranti barbecue del Texas “prendano spunto da ciò che ho fatto io e lo mettano in pratica, senza aver paura di chiedere aiuto”. Forse i più esposti sono i pitmaster alle prime armi, come Marc Fadel, 19 anni, di Arlington, il cui Habibi Barbecue, di ispirazione libanese-americana, ha vinto premi e gare televisive ma lavora ancora da un food truck nella città tra Dallas e Fort Worth.</p><p>“Il costo delle materie prime è uno dei miei problemi più grandi”, ha detto Fadel. Il petto di manzo di prima scelta costava 3 dollari al chilo quando ha iniziato, due anni fa, mentre ora lo paga 5,99: più di altri come Roegels, ha spiegato, per via del suo fornitore. “Se non hai un buon contatto con un allevamento, è davvero difficile. Io non ce l’ho”, ha detto Fadel.&nbsp;<b>Ha visto altri venditori di barbecue sostituire il petto di manzo con tagli più economici di altre carni, come le costine di maiale, ma “il Texas è uno stato che ama la carne di manzo. Ho avuto clienti che sono venuti e mi hanno chiesto: ‘Non hai il petto di manzo?’, e se ne sono andati”.</b></p><p>Ha aumentato il prezzo del suo piatto forte — il petto di manzo condito con spezie libanesi — a 18 dollari per mezzo chilo. Fadel utilizza gli scarti del petto di manzo per la sua famosa ciotola di barbecue condita con tzatziki. Fadel è studente dell’ultimo anno dell’Università del Texas ad Arlington e sogna di aprire un giorno un ristorante tradizionale, ma intanto studia gestione delle costruzioni. “Mi piacerebbe sicuramente rimanere nel settore del barbecue, ma se i prezzi della carne continuano a salire e non mi piacerà più, avrò sempre una laurea su cui ripiegare”, ha detto.</p><p>La reputazione non basta a proteggere nessuno. Anche il locale di barbecue numero uno secondo Texas Monthly, il Burnt Bean Co. di Ernest Servantes, nella città di Seguin, nel Texas centro-meridionale, sta attraversando un momento difficile. Il Burnt Bean ha regolarmente una fila fuori dalla porta e un’attesa di tre ore per la barbacoa, le costine di manzo e il petto di manzo che gli sono valsi una valutazione Bib Gourmand Michelin. “Ci sono sempre stati aumenti dei prezzi, ma c’è sempre stato un sollievo e poi sono scesi”, ha detto Servantes, 47 anni. Ma ora, ha aggiunto, “non vediamo alcuna fine in vista, e la situazione sta diventando preoccupante... Siamo in modalità sopravvivenza da un anno”.&nbsp;<b>Servantes ha recentemente aumentato il prezzo del petto di manzo di un dollaro, portandolo a 38 dollari al chilo, e potrebbe presto limitarne la vendita a un solo giorno alla settimana per tenere a galla il ristorante e i suoi 28 dipendenti.</b>“Solo perché produciamo molto petto di manzo non significa che stiamo guadagnando molto. Guadagniamo con il maiale e i contorni. La gente dice ‘petto di manzo’ e io rabbrividisco”, ha detto.</p><p>Servantes incolpa i “quattro grandi” produttori di carne per aver tenuto troppo basso il prezzo pagato agli allevatori, nonostante l’aumento dei costi dei mangimi. “Non è colpa dell’allevatore. Non è colpa nostra. È colpa di chi sta nel mezzo”, ha detto. La pressione sui prezzi non è del tutto negativa, ha detto Vaughn. Sta costringendo i pitmaster a utilizzare ogni parte del petto di manzo, impiegando il sego per la stagionatura e gli scarti nelle salsicce e negli hamburger. Vaughn vede il barbecue texano trasformarsi e diventare “meno incentrato sul petto di manzo”, come era prima dell’arrivo del petto di manzo già sezionato e confezionato negli anni Sessanta. I maestri del barbecue stanno sviluppando alternative come la guancia di manzo, ha detto, tradizionalmente usata per la barbacoa, “perché imita la consistenza grassa del petto di manzo”.</p><p><b>Ma ciò che lo preoccupa, riguardo alle chiusure, è il modo in cui il barbecue texano si sta standardizzando, passando da una cucina prevalentemente rurale a una urbana. </b>Teme che le specialità regionali del barbecue, come il panino Mel-Man del Texas orientale a base di petto di manzo tritato e salsiccia, possano presto scomparire.&nbsp;“Gli stili di barbecue stanno diventando sempre meno distinti”, ha detto. “Sta diventando praticamente tutto uguale in tutto lo stato”.&nbsp;Roegels e sua moglie hanno investito i risparmi per la pensione nell’attività di barbecue, dove i suoi due figli adulti lavorano insieme a circa due dozzine di altri dipendenti. Non ha intenzione di andare in pensione prima di un altro decennio. Sebbene gli affari abbiano subito un calo nei ristoranti di Houston e Pflugerville, punta sulla posizione in periferia e sull’aumento delle consegne a domicilio e degli ordini online per tenerli a galla.</p><p>I gusti cambiano, ha detto Roegels. Nel 2015 è passato dal barbecue nello stile del suo Texas orientale a quello più popolare dell’Hill Country. Due anni dopo è entrato nella lista dei 50 migliori ristoranti di barbecue di Texas Monthly. Non crede che i texani rinunceranno presto alla sua famosa punta di petto affumicata con legno di quercia, “non importa se la vendi a 20 dollari al chilo o a 50. Potrebbero non comprarlo così spesso”, ha detto, “ma continueranno comunque a venire a prenderlo”.</p><p><i>Copyright Washington Post</i></p>]]></description>
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				<title>L’Italia apre una breccia nell’Ue ma sceglie un brutto momento per fare debito</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Nicola Rossi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nonostante tutto, l’iniziativa del governo italiano intesa ad allargare i margini di flessibilità di bilancio consentiti dalla odierna governance fiscale europea sembrerebbe aver ottenuto un primo risultato. Sembrerebbero, infatti, esserci motivi per supporre che la modalità con cui il tema è stato posto – e cioè la difficoltà di proporre alle opinioni pubbliche europee un ordine di priorità diverso da quello visibilmente imposto dalla realtà contingente – <b>potrebbero, quantomeno, aver indotto la Commissione ad avviare una riflessione. </b></p><p>Nell’attesa che questa riflessione porti a un qualche risultato, è impossibile non osservare come le diverse edizioni della governance europea sembrerebbero essere tutte accomunate dallo stesso, identico, destino: nascere per rispondere alla rigidità delle regole fiscali precedenti e poi, a distanza, non di anni ma di mesi rivelarsi del tutto impotenti rispetto a eventi imprevisti e spesso imprevedibili. <b>In parte ciò è la conseguenza della natura contraddittoria delle regole fiscali stesse che rappresentano un compromesso fra visioni spesso radicalmente diverse del ruolo dell’operatore pubblico nell’economia. </b>Un compromesso il cui esito è uno solo: il malfunzionamento delle regole fiscali stesse. Ma c’è, purtroppo, di più: le difficoltà della governance fiscale europea a soli due anni dal suo varo sono la conseguenza della infantile illusione coltivata da tutte le burocrazie: <b>quella di poter prevedere in anticipo e quindi regolare gli eventi umani. </b>Una illusione che nasconde la volontà di dare un senso qualsivoglia al proprio ruolo, ampliandolo incessantemente. In un mondo dominato, non da oggi, dall’incertezza le uniche regole che funzionano sono quelle semplici e uniformi. Quelle “stupide”.</p><p>Dal punto di vista italiano, la richiesta di una maggiore flessibilità – quale che sia la forma che questa poi prenderà, se la prenderà – mirata a una estensione temporale di provvedimenti a sostegno di specifiche categorie non può stupire. I provvedimenti di breve respiro hanno segnato tutte le emergenze di questo primo quarto di secolo spesso e volentieri protraendosi ben oltre le emergenze stesse (con grave danno per le finanze pubbliche). In questo caso, non si può non osservare, peraltro, una piccola ma significativa differenza: <b>all’intervento tampone sembrerebbe essersi associata una qualche accelerazione su un tema di carattere strutturale e cioè quello del ritorno al nucleare (ovviamente, “sostenibile”).</b> Una qualche iniziativa mirata a ridurre i tempi di autorizzazione e realizzazione del solare e dell’eolico sarebbe stata anch’essa benvenuta ma bisogna accontentarsi.</p><p>Ciò sottolinea la necessità che ogni eventuale ulteriore margine di flessibilità venga utilizzato in termini strettamente temporanei ed associato a una previsione di rapido rientro dell’eventuale debito aggiuntivo (debito aggiuntivo che sarebbe con ogni probabilità solo rinviato se il tutto si risolvesse spostando fondi destinati a spese in conto capitale verso capitoli di spesa in conto corrente). E ciò anche perché vi sono fondati motivi per immaginare tassi di interesse in rialzo nella seconda parte dell’anno. <b>Il cambio della guardia alla Federal Reserve sembrerebbe, ironicamente, coincidere con una presa d’atto della impraticabilità di riduzioni nei tassi di interesse e gli analisti prevedono, anzi, una loro revisione in aumento entro l’anno.</b> L’ondata al rialzo sembrerebbe aver già interessato ed interessare molte economie occidentali sia pure in misura diversa: la Germania, il Regno Unito e, forse, soprattutto il Giappone. La rinnovata presenza degli squilibri macroeconomici globali che già avevano fatto da sfondo alla crisi finanziaria globale torna a consigliare prudenza. <b>In breve, per un paese fortemente indebitato, non è quasi mai un buon momento per fare debito ma questo lo è ancor meno di altri. </b>E questo è non vero ma verissimo se si tratta di debito destinato a finanziare spesa corrente.</p>]]></description>
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				<title>L’Ilva è lo specchio di tutti i grandi problemi irrisolti d&#039;Italia</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Firpo</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il destino industriale dell’Italia contemporanea: <b>una fabbrica sequestrata dalla magistratura che continua a produrre in amministrazione straordinaria, sorretta da decine di decreti emergenziali, finanziata dallo stato, contestata dai territori, inseguita dalle procure, dichiarata strategica da tutti i governi e nella sostanza abbandonata a se stessa.</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/22/news/dal-cdm-arriva-un-altro-prestito-ponte-di-cento-milioni-per-lex-ilva--399410" target="_blank">Quell’immagine è l’Ilva di Taranto</a>. Da tredici anni l’Italia non riesce né a chiuderla né a salvarla. E forse è proprio questa l’essenza della vicenda: l’Ilva non è soltanto una crisi industriale. E’ il luogo in cui si condensano tutti i grandi problemi irrisolti del paese. La difficoltà della politica nel decidere. L’assenza di una strategia industriale. Il conflitto permanente tra poteri dello stato. L’incertezza normativa che paralizza gli investimenti. La transizione ecologica evocata come parola d’ordine ma mai realmente governata. <b>L’uso patologico dell’emergenza come tecnica di governo.</b></p><p>Taranto è diventata la capitale italiana del rinvio. Ventitré decreti “salva Ilva”, otto governi, un commissariamento e due amministrazioni straordinarie, miliardi di euro pubblici immessi nel sistema, trattative internazionali naufragate, sequestri, dissequestri, proroghe, nuovi piani ambientali, nuovi contenziosi. Tutto si muove, nulla si risolve. La fabbrica continua a perdere capacità produttiva, capitale umano, credibilità industriale e finanziaria. <b>Nel frattempo, il paese continua a ripetere che l’acciaio è strategico, salvo poi comportarsi come se non lo fosse</b>. Eppure la questione Ilva non riguarda soltanto Taranto. Riguarda l’Italia e il suo rapporto con l’industria, con lo sviluppo, con il potere pubblico. Perché nella storia dell’Ilva c’è l’intera parabola del capitalismo italiano degli ultimi sessant’anni: il protagonismo dello stato imprenditore, la grande industrializzazione del Mezzogiorno, le privatizzazioni degli anni Novanta, la globalizzazione, la crisi delle classi dirigenti pubbliche, l’incapacità di governare la transizione ecologica. <b>Taranto è stata prima promessa di modernizzazione e poi simbolo del fallimento della modernizzazione italiana.</b></p><p>Negli anni Sessanta il quarto centro siderurgico di Taranto rappresentava il cuore dell’Italia industriale che cresceva. La grande fabbrica pubblica doveva trasformare il Mezzogiorno, creare occupazione, integrare il Sud nella manifattura europea. E per un certo periodo quella promessa sembrò funzionare. <b>L’Italsider diventò uno dei più grandi poli siderurgici d’Europa. La città crebbe attorno alla fabbrica. Interi quartieri sorsero a ridosso degli impianti. Taranto diventò una company town mediterranea, totalmente dipendente dall’acciaio.</b> Persino la privatizzazione dell’Italsider è stato un caso di successo, consentendo lo sviluppo di un’industria privata dell’acciaio fra le più competitive d’Europa. Ma proprio lì si consumò l’equivoco originario dello sviluppo italiano: industrializzare senza governare il territorio, produrre senza pianificare, crescere senza integrare ambiente, salute e urbanistica. Per anni il compromesso implicito fu semplice: l’acciaio portava lavoro; dunque, tutto il resto poteva essere rinviato. La questione ambientale venne sottovalutata, rimossa, spesso negata. <b>Quando esplose, era ormai troppo tardi. Nel 2012 la magistratura di Taranto dispose il sequestro dell’area a caldo sulla base di perizie che collegavano le emissioni dell’impianto a gravi conseguenze sanitarie e ambientali.</b> Da quel momento la storia industriale dell’Ilva si trasformò in una crisi permanente dello stato italiano.</p><p>La politica non scelse mai davvero cosa fare. Chiudere la fabbrica? Impossibile, perché l’Ilva produceva acciai piani fondamentali per intere filiere industriali nazionali: automotive, elettrodomestici, meccanica, cantieristica. Salvare la fabbrica? Necessario, ma senza assumersi fino in fondo i costi politici, economici e ambientali di quella scelta. Così si è affermato il modello italiano della non-decisione: rinviare, prorogare, commissariare, tamponare. L’emergenza è diventata sistema di governo. <b>Ogni esecutivo ha cercato soprattutto di contenere l’esplosione sociale immediata: evitare la chiusura, garantire gli stipendi, salvaguardare l’indotto, scongiurare il collasso occupazionale. Pochissimi hanno costruito una vera strategia industriale di lungo periodo. </b>La decretazione d’urgenza ha sostituito la politica industriale. I commissari hanno sostituito gli imprenditori. Le proroghe hanno sostituito le scelte. Nel frattempo, la fabbrica perdeva competitività. Il dato più impressionante è forse questo: nel 2007 l’Ilva produceva quasi 9 milioni di tonnellate di acciaio; oggi fatica a superare il milione. La perdita di capacità produttiva dopo il commissariamento ha avuto effetti enormi sull’economia italiana. Il paese è diventato progressivamente dipendente dalle importazioni di laminati piani, proprio mentre tutti parlavano di autonomia strategica e sovranità industriale. Qui emerge uno dei paradossi più italiani della vicenda. Da almeno dieci anni tutti dichiarano che l’Ilva è “strategica”. <b>Ma un asset strategico non si governa con l’improvvisazione permanente. Non si lascia sospeso tra procure, decreti, tribunali e gare fallite. Non si affida a una successione infinita di soluzioni transitorie. </b>Se davvero l’acciaio è strategico – e lo è – allora serve una politica industriale. Ed è proprio questo il grande vuoto italiano. Mentre Germania e Francia hanno affrontato la transizione della siderurgia dentro strategie pubbliche esplicite, l’Italia ha oscillato continuamente tra statalismo emergenziale e ritirata dello stato. Prima la privatizzazione ai Riva. Poi l’esproprio senza indennizzo e il commissariamento. Poi la vendita ad ArcelorMittal. Poi il ritorno del pubblico attraverso Invitalia. Poi una nuova amministrazione straordinaria. Nessuna linea coerente, nessuna direzione stabile.</p><p><b>La vicenda ArcelorMittal è emblematica.</b> Il più grande gruppo siderurgico del mondo entra in Italia e pochi anni dopo cerca di uscirne. Certo, ci sono ragioni industriali e di mercato. Ma il punto centrale è un altro: nessun grande investitore internazionale può operare efficacemente in un sistema in cui il quadro regolatorio, giudiziario e politico cambia continuamente. <b>L’Ilva è diventata il simbolo dell’incertezza italiana. In nessun altro caso il conflitto tra poteri dello stato è apparso così esplicito e così direttamente incidente sulla vita economica del paese.</b> Procure, governi, tribunali amministrativi, Corte costituzionale, Corte di giustizia europea, enti locali, ministeri: ciascuno ha esercitato legittimamente il proprio ruolo, ma il risultato complessivo è stato una paralisi decisionale. La politica ha spesso scaricato sulla magistratura responsabilità che avrebbe dovuto assumersi. La magistratura, dal canto suo, si è trovata progressivamente investita di questioni che eccedevano il perimetro tradizionale della giurisdizione, entrando inevitabilmente dentro nodi di politica industriale ed energetica. <b>L’episodio recente del sequestro dell’Altoforno 1 dopo l’incendio del maggio 2025 è quasi una rappresentazione teatrale della crisi italiana: accuse reciproche tra procura e governo, ritardi nelle autorizzazioni per la messa in sicurezza, impianto compromesso, capacità produttiva ulteriormente ridotta, nuova cassa integrazione. Tutti parlano di interesse nazionale mentre il sistema continua a deteriorarsi. </b>Ma il punto forse più delicato riguarda la certezza del diritto. La recente giurisprudenza europea ha affermato un principio destinato ad avere effetti enormi: il rispetto delle prescrizioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale non basta automaticamente a escludere la responsabilità dell’impresa se permane un rischio sanitario significativo secondo le conoscenze scientifiche disponibili. E’ una questione giuridicamente e moralmente comprensibile, ma economicamente esplosiva. Perché ridefinisce continuamente il confine entro cui un’impresa può considerarsi legittimamente operante. E qui il problema non riguarda più soltanto Taranto. Riguarda la possibilità stessa di attrarre investimenti industriali in Italia. Se il perimetro delle responsabilità resta mobile, se il quadro autorizzatorio può essere rimesso continuamente in discussione (ai tempi dell’intervento della magistratura l’Ilva dei Riva operava nel pieno rispetto delle autorizzazioni ambientali), se il conflitto tra livelli istituzionali diventa strutturale, allora il rischio sistemico cresce enormemente.</p><p>L’Italia continua a chiedersi perché gli investimenti esteri siano inferiori rispetto ad altri grandi paesi europei. La risposta, in parte, sta anche qui: non nell’eccesso di regole, ma nella loro instabilità. Tutto questo si intreccia con la grande questione della transizione ecologica. Ed è qui che la vicenda Ilva diventa ancora più significativa.<b> Per anni la decarbonizzazione è stata evocata come soluzione salvifica senza affrontare con adeguato pragmatismo le sue implicazioni industriali, tecnologiche ed energetiche. Eppure l’acciaio è uno dei settori hard to abate, cioè più difficili da decarbonizzare. </b>La trasformazione dell’Ilva richiede enormi investimenti, disponibilità energetica, infrastrutture, approvvigionamenti di gas e preridotto, riconversione tecnologica. Non basta annunciare i forni elettrici. Serve una politica energetica coerente. Serve decidere dove costruire gli impianti DRI. Serve affrontare il nodo del gas. Serve capire come sostenere economicamente la transizione di un settore energivoro dentro un contesto europeo già gravato da costi energetici superiori a quelli americani o asiatici. <b>In Italia invece la transizione è stata spesso trattata come una formula retorica più che come una strategia industriale concreta.</b> Il risultato è che l’Ilva si trova oggi sospesa tra due modelli incompatibili: un ciclo integrale ambientalmente sempre meno sostenibile e una decarbonizzazione ancora priva di basi industriali solide. Anche qui il rinvio sostituisce la decisione.</p><p>Eppure la strada era stata indicata già molti anni fa. Il piano Bondi del 2014 prevedeva la progressiva conversione dal ciclo integrale ai forni elettrici alimentati da preridotto. Con oltre dieci anni di anticipo rispetto al dibattito attuale, individuava già la direzione inevitabile della siderurgia europea. <b>Ma quella traiettoria non venne davvero perseguita. Mancavano risorse, consenso politico, coordinamento istituzionale. Si preferì ancora una volta galleggiare nell’emergenza. Forse la lezione più amara dell’Ilva è proprio questa: l’Italia riesce spesso a diagnosticare correttamente i problemi, ma non riesce a costruire nel tempo le condizioni politiche e istituzionali per risolverli.</b> Anche gli strumenti pubblici utilizzati raccontano questa difficoltà. L’amministrazione straordinaria, nata come misura eccezionale per salvare grandi imprese strategiche, è diventata un contenitore di crisi irrisolte. Nel caso Ilva si è addirittura ripetuta due volte sullo stesso complesso industriale. Gli ammortizzatori sociali sono stati prorogati per anni senza costruire un vero percorso di riconversione professionale. Migliaia di lavoratori sono rimasti sospesi in una lunga zona grigia tra occupazione, lavoro sommerso e non-occupazione. Ancora una volta l’emergenza ha sostituito la politica.</p><p>Il paradosso finale è che mentre l’Italia consuma energie in conflitti interni, il mondo attorno cambia velocemente. La Cina domina la sovrapproduzione globale di acciaio, e in buona sostanza copre il nostro fabbisogno di laminati piani. Gli Stati Uniti alzano nuove barriere commerciali. L’Europa tenta di proteggere la propria industria con il Carbon Border Adjustment Mechanism. La competizione geopolitica torna a intrecciarsi con la sicurezza industriale. <b>E in questo scenario l’Italia rischia di perdere definitivamente il controllo della propria capacità siderurgica primaria.</b> Per questo l’Ilva non è soltanto una storia locale. E’ una questione di sovranità industriale, di capacità statuale, di credibilità istituzionale. E’ il punto in cui si incontrano tutti i limiti della Repubblica contemporanea: l’incapacità di decidere, la frammentazione dei poteri, il corto respiro della politica, l’assenza di visione industriale, la mancanza di una politica energetica. Taranto racconta un paese che proclama continuamente l’interesse strategico di qualcosa che non riesce più realmente a governare. E forse è proprio questa la definizione più precisa della crisi italiana. Non la mancanza di risorse. Non la mancanza di competenze. Ma la difficoltà crescente di trasformare una decisione politica in una strategia stabile, credibile e duratura. <b>L’Ilva resta lì, sospesa tra chiusura e rilancio, tra altoforni e decarbonizzazione, tra diritto alla salute e diritto al lavoro, tra capitale pubblico e capitale privato. </b>Una fabbrica che continua a sopravvivere senza riuscire davvero a vivere. Come l’Italia.</p><p><i>Stefano Firpo, direttore generale di Assonime</i></p>]]></description>
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				<title>Parla Ilya Somin, il primo a muoversi contro i dazi di Trump</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Donald Trump può essere un’aberrazione: ma il fenomeno di cui è protagonista non comincia con lui e non finirà dopo di lui”. <b>Il fenomeno è l’accentramento dei poteri nelle mani del governo federale</b>. Chi parla è <b>Ilya Somin</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/20/news/i-check-and-balance-funzionano-per-trump-altri-guai-in-arrivo--126615">l’uomo che per primo ha intuito le ragioni dell’incostituzionalità dei dazi del presidente americano, e che con un post sul suo blog ha messo in moto il processo conclusosi con la bocciatura delle “tariffe reciproche” da parte della Corte Suprem</a>a. Somin insegna Diritto alla George Mason University e collabora con il Cato Institute. In questa conversazione con il Foglio, spiega la decisione della Corte e la colloca nel contesto più generale dell’evoluzione del sistema politico americano.</p><p>Tutto comincia il 2 febbraio 2025: il giorno prima la Casa Bianca aveva annunciato tariffe del 25 per cento sul Canada e il Messico e del 10 per cento sulla Cina. Somin scrive un post sul blog “The Volokh Conspiracy”, spiegando perché – a suo avviso – i dazi sono illegittimi. Pochi giorni dopo, viene contattato dal Liberty Justice Center (Ljc), un’organizzazione di orientamento libertario che patrocina cause in difesa delle libertà economiche e civili. Intanto, Trump tira dritto per la sua strada e il 2 aprile proclama i dazi molto più ampi del Liberation Day. Somin scrive un altro post per offrirsi di rappresentare, a titolo gratuito e col supporto del Ljc, aziende importatrici di beni colpiti dai dazi (le uniche titolate ad agire in giudizio). Riceve molte email, tra cui quella di un tale Victor Owen Schwartz. “Il nipote di Victor è stato un mio studente – racconta Somin – Era lui che aveva letto il post. Sapeva che suo zio era molto arrabbiato per i dazi, perché la sua azienda, VOS Selections, importa vino e altre bevande alcoliche da molti paesi del mondo, Italia inclusa. Dopo alcune discussioni, invitammo lui e la sua azienda a essere i ricorrenti principali”. Alla causa si uniscono altre quattro aziende, che congiuntamente presentano un ricorso alla Corte del Commercio Internazionale, un tribunale specializzato nelle questioni di commercio internazionale. Da lì il caso sale fino al livello più alto, la Corte Suprema, che vi mette la parola fine circa un anno dopo, il 20 febbraio 2026.</p><p>Il team legale contesta alla radice il presupposto dei dazi. Trump si era avvalso di una legge del 1977, l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), che conferisce al Presidente poteri straordinari in situazioni di “emergenza” e in cui vi sia “una minaccia insolita e straordinaria” alla “sicurezza nazionale, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti”. Nel caso del Canada e del Messico, l’emergenza consisterebbe nel traffico di fentanyl; per tutti gli altri paesi investiti dal Liberation Day, nel persistente squilibrio commerciale che la maggior parte di essi ha verso gli Usa. Spiega Somin: “Il potere di imporre restrizioni commerciali appartiene al Congresso, che difficilmente avrebbe dato il via libera. I dazi sono, infatti, di un’immensa tassa sui cittadini americani”. Trump si è avvalso dello Ieepa proprio per aggirare le Camere: “Il problema – prosegue Somin – è che né il fentanyl, né il deficit commerciale sono ‘emergenze’ né si tratta di questioni ‘insolite e straordinarie’: il deficit commerciale, peraltro, non è neanche una minaccia, mentre le importazioni di fentanyl dal Canada sono limitate, dal Messico sono in gran parte effettuate da cittadini americani che vanno a procurarselo oltreconfine e poi tornano in patria”. Insomma, “non basta dichiarare un’emergenza, come ha fatto Trump, per esercitare i poteri straordinari dello Ieepa: bisogna dimostrarne l’esistenza. Altrimenti sarebbe una delega in bianco. Può essere difficile definire cosa sia, in concreto, un’emergenza o quando precisamente una minaccia sia ‘insolita o straordinaria’: l’onere della prova spetta all’Amministrazione. Se davvero la nostra sicurezza fosse messa a repentaglio, non dovrebbe essere difficile provarlo”.</p><p>La Corte Suprema ha accolto il ricorso sui dazi, rigettando le argomentazioni della Casa Bianca sia sul fentanyl, sia sul deficit commerciale. Il ragionamento giuridico della Corte – a maggioranza repubblicana – poggia su due pilastri. In primo luogo, lo Ieepa non autorizza in alcun modo l’imposizione di tariffe: questo potere spetta al Congresso, non al Presidente, e ciò a prescindere dalla sussistenza o meno di un’emergenza. Secondariamente, tre dei sei giudici che hanno aderito all’opinione di maggioranza (mentre altri tre hanno espresso dissenso) si sono appellati alla dottrina delle “major questions”, secondo cui – quando il Congresso delega alla Casa Bianca poteri “di vasta rilevanza economica e politica” – deve farlo in modo chiaro ed esplicito. Non si può dedurre un’autorità così ampia come quella rivendicata dall’Amministrazione da riferimenti vaghi o ambigui. E adesso? “Trump ha introdotto nuovi dazi sulla base della sezione 122 del Trade Act, che però pone un tetto del 15 per cento e può essere utilizzata solo in presenza di un serio problema con la bilancia dei pagamenti: è una vecchia norma pensata per il mondo di cambi fissi di Bretton Woods, che è ormai finito”. Quindi, secondo Somin, “è probabile che perderà anche su questo”. Il Presidente può appellarsi ad altre sezioni del Trade Act, ma sono tutte soggette a vincoli più stringenti e non consentono in alcun modo la libertà di azione che egli sperava di ottenere dallo Ieepa. Insomma, grazie alla Corte Suprema, Trump potrà ancora tentare sortite protezionistiche, ma su una scala molto minore di quanto fatto lo scorso anno.</p><p>Pericolo scampato, allora? “Sì e no – dice Somin – La centralizzazione del potere alla Casa Bianca, sia rispetto agli stati sia rispetto al Congresso, è una tendenza in atto da tempo, che è stata in parte legittimata da alcune decisioni della stessa Corte Suprema nel passato”. Il dibattito è antico e risale almeno agli anni Trenta del Novecento, quando il New Deal fu oggetto di un intenso contenzioso costituzionale. “Più recentemente – spiega Somin – è capitato che i vincoli costituzionali siano stati forzati: basti pensare all’intervento militare in Libia nel 2011, sotto Barack Obama. Ma non c’è dubbio che il bombardamento delle barche venezuelane accusate di trasportare droga o le operazioni in Iran portino l’abuso a un livello senza precedenti”. Per fare un altro esempio, le pressioni dell’Amministrazione Biden sui social network perché contrastassero la presunta ‘disinformazione’ era una sfida al Primo emendamento, che protegge la libertà di espressione dei cittadini americani: “Ma le minacce della Federal Communication Commission [equivalente al nostro Garante delle comunicazioni, ndr] alle principali reti televisive è un abuso molto peggiore”. In entrambi i casi, peraltro, queste manovre non hanno impedito alle opinioni sgradite di diffondersi: “E’ l’ennesima prova che dovremmo sbarazzarci di ogni regolamentazione dei contenuti. Il presupposto della regolamentazione, cioè la scarsità delle frequenze, è del tutto infondato, come aveva intuito il Nobel Ronald Coase già negli anni Cinquanta”.</p><p>E’ però vero che questi anni sono stati segnati da circostanze senza precedenti, a partire dal Covid. In condizioni emergenziali i governi non devono disporre degli strumenti per intervenire rapidamente? “Forse sì – riflette Somin – ma la legge già lo consente. Tuttavia, impone delle procedure che servono a garantire i diritti di tutti. Un’emergenza non solo deve essere dimostrata, ma non può diventare un pretesto per perseguire altre finalità”. Questo non significa esporre la politica alle lungaggini o persino all’arbitrio della magistratura, alimentando quel senso di frustrazione che è alla base dei populismi? “Non credo: i tribunali, del resto, possono disporre, quando necessario, procedure ultrarapide. La revisione giudiziaria degli atti dell’esecutivo è un fondamentale presidio di tutte le nostre libertà”. Secondo Somin, proprio le vicende degli ultimi anni dimostrano la solidità del sistema: per esempio, la Corte Suprema, che non ha esitato a bocciare i dazi di Trump, facendo imbufalire i Repubblicani, pochi anni fa aveva cassato il piano di Biden per cancellare il debito studentesco, mandando su tutte le furie i Democratici. In entrambi i casi la Casa Bianca si era arrogata un potere di cui non disponeva: la Corte ha fatto chiarezza, Costituzione alla mano.</p><p>Resta il dubbio su quale eredità lascerà questa fase storica. “Trump rappresenta un evento eccezionale, per la quantità e la gravità dei suoi abusi, che ovviamente non si limitano ai dazi. Ma in entrambi i partiti c’è una grande dose di ipocrisia: condannano gli abusi dei rivali ma poi non si trattengono dal praticarne loro stessi, quando vincono le elezioni”. E’ difficile, quindi, dire se e quanto il trumpismo verrà archiviato: “A parole i Democratici e una parte dei Repubblicani sono contrari a molti degli eccessi di Trump. Quindi è probabile che ne smantelleranno alcuni, oltre a quelli già cancellati in tribunale. Ma è possibile che qualcosa resterà: per esempio, Biden mantenne i dazi della prima Amministrazione Trump e non escludo che una parte di quelli più recenti, se sopravvivranno alla revisione giudiziaria, rimarranno al loro posto, nonostante siano oggi estremamente impopolari”. La montante insofferenza degli elettori verso gli effetti del protezionismo trumpiano, che ha alimentato l’inflazione, ha facilitato la Corte nel prendere una decisione contro la Casa Bianca. Questo è un bene ma anche un limite. “Quando i giudici valutano un abuso di potere – spiega Somin – corrono tre rischi: il primo è che potrebbero non riconoscerne la natura abusiva; il secondo è che le complessità tecniche o procedurali possono vanificare o mitigare l’efficacia dell’intervento giudiziario; il terzo è che il governo potrebbe semplicemente ignorarne gli ordini”. E cosa succede in tal caso? “La risposta legale è semplice: il governo non ha tale autorità. Ma la risposta ultima è più profonda: alla base di qualunque sistema politico c’è la volontà delle persone di rispettarne le regole e le decisioni delle istituzioni preposte”. Per questo “il supporto politico è una componente importante della revisione giudiziaria degli atti dell’esecutivo: quando una corte impone dei limiti al governo, questa è normalmente una buona cosa, sia per sbarazzarsi di politiche sbagliate sia per evitare di lasciare al governo troppa discrezionalità”. La Costituzione americana venne congegnata proprio per arginare i capricci di chi occupa pro tempore posizioni di potere attraverso il principio della separazione: orizzontale, tra esecutivo, legislativo e giudiziario, e verticale, tra governo federale e Stati. I poteri emergenziali sono spesso il cavallo di Troia per consolidare un potere autoritario. “Oggi la minaccia più grave arriva dai nazionalisti di destra”, conclude Somin, ma domani i rischi potrebbero giungere da altri. “Per questo, bisogna garantire che i poteri emergenziali siano usati solo quando c’è una vera emergenza, e solo nella misura necessaria a contrastarla”.</p>]]></description>
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				<title>Pil giù, debito su. E poi? L’Istat racconta anche buone notizie sull’Italia</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quello che non sappiamo fare lo sappiamo e l’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/istat_1106" target="_blank">Istat</a>, con il suo mastodontico rapporto di due giorni fa, ce lo ha ricordato, mostrando con forza i principali vizi economici dell’Italia. In sintesi. Crescita bassa, debito molto alto, produttività così così. Quello che non sappiamo fare lo sappiamo e i vizi dell’Italia vengono periodicamente recitati dagli italiani più o meno come gli interisti recitano la formazione della grande Inter (Sarti, Burgnich, Facchetti).<b> Ma una volta messo a fuoco ciò che non sappiamo fare esiste un’altra faccia della medaglia, presentata sempre dall’Istat, che molti osservatori hanno scelto di mettere diligentemente da parte per ragioni opposte e speculari</b>. Chi odia il governo Meloni non può permettersi di dire che oltre ai classici vizi dell’Italia esistono anche delle virtù clamorose, perché non sia mai che qualche buona notizia sull’Italia possa permettere a Meloni di dire che non tutto va male. Chi ama il governo Meloni, d’altro canto, non può permettersi di dire che oltre ai classici vizi dell’Italia vi sono alcune virtù che andrebbero valorizzate, perché mettere a fuoco quelle virtù significherebbe ricordare, per esempio,  quanto il governo faccia poco per puntare forte su un made in Italy diverso dalla promozione di caciotte.</p><p>La crescita va male, il debito pure, l’energia non ne parliamo, ma l’Istat ci dice anche altro. <b>Ci dice che nel 2025 le esportazioni italiane di merci sono cresciute del 3,3 per cento in valore, più di Francia, Germania e Spagna</b>, segno che anche durante le turbolenze gli imprenditori sanno come farsi valere (tema: il governo sta facendo davvero di tutto per aiutare le imprese a esportare di più?). Ci dice che la  farmaceutica funziona alla grande, pesa ormai circa il dieci per cento dell’export italiano, e le vendite farmaceutiche verso gli Stati Uniti sono cresciute del 54,1 per cento fra il 2024 e il 2025 (tema: chi è che in politica ha il coraggio di dire che la priorità quando si parla di farmaceutica non è chiedere alle aziende di restituire di più ma è aiutarle a investire di più?). Ci dice che, rispetto al made in Italy che non sappiamo raccontare, c’è un tema poco presente sulle pagine dei giornali: nel 2025 la produzione industriale del comparto “aeromobili e veicoli spaziali” è stata del 39 per cento più alta rispetto al livello del 2018 (e forse quando osserviamo Musk che fa meraviglie nei cieli più che pensare a come fermarlo dovremmo iniziare a pensare a come imitarlo). Ci dice che, nonostante tutto, l’Italia sa ridurre la disoccupazione (6,1 per cento nel 2025, quasi quattro punti sotto il livello del 2019). Sa trasformare lavoro fragile in lavoro più stabile (i lavoratori standard sono 15,7 milioni, quasi due terzi dell’occupazione totale, quelli vulnerabili scendono al 17 per cento, dal 22,3 del 2019). Sa ridurre la dispersione scolastica (l’Italia ha raggiunto in anticipo l’obiettivo europeo 2030: l’abbandono scolastico oggi è all’8,2 per cento). <b>Sa ridurre l’inquinamento (dal 2008 al 2024 le emissioni di gas serra delle attività produttive sono calate del 39 per cento)</b>.</p><p>Sa compensare, almeno in parte, il declino demografico con l’immigrazione (nel 2025 il saldo naturale è negativo per 296 mila unità, ma quello migratorio è positivo per 296 mila). L’Italia, lo sappiamo, cresce poco nel pil, ma continua a crescere nell’aspettativa di vita: nel 2025 è arrivata a 81,7 anni di speranza di vita per gli uomini e 85,7 per le donne: dieci anni prima erano 80,1 e 84,7 (la media Ue ufficiale più recente, 2024, è 78,9 per gli uomini e 84,1 per le donne). Quello che questi numeri ci ricordano è semplice. Per colmare i deficit che ha l’Italia occorrerebbe scommettere su ciò che l’Italia sa fare ma che abbiamo paura a raccontare: imprese che innovano, export specializzato, transizione energetica, longevità. <b>Le buone notizie fanno paura, perché responsabilizzano, ma per dominare la retorica dello sfascio italiano oltre a conoscere cosa non sappiamo fare dovremmo imparare, come la formazione della grande Inter, cosa sappiamo fare, e provare a replicarlo all’infinito</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Le banche centrali disorientate di fronte all’incertezza sull’inflazione</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Lorenzo Bini Smaghi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si avvicina il momento delle decisioni per le banche centrali. La prossima riunione del Consiglio direttivo della Banca centrale europea si terrà l’11 giugno. Nella settimana successiva sono previste quelle della Riserva federale americana e delle banche centrali inglese e giapponese.</p><p>Il tema sarà ovunque lo stesso: se e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/15/news/linflazione-torna-a-correre-e-riapre-il-caso-tassi--398958">quando aumentare i tassi d’interesse per far fronte all’inflazione provocata dal rincaro dei prodotti energetici</a>, dopo l’avvio della guerra in Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz. A favore di un atteggiamento attendista – “wait and see” – vi è il fatto che, almeno per ora,<b> l’inflazione è dovuta solo a fattori di offerta, ossia al calo della produzione di materie prime, segnatamente gas e petrolio</b>. I rincari non sono stati ancora trasferiti su altri costi, né sugli altri prezzi al consumo. Nella terminologia economica, non si sono ancora verificati effetti di secondo livello, che potrebbero trasformare gli aumenti di alcuni prodotti in un fenomeno inflazionistico generalizzato.</p><p>In tale contesto, un aumento dei tassi d’interesse potrebbe provocare una restrizione monetaria eccessiva, che rallenterebbe ulteriormente la crescita economica. La banca centrale dovrebbe pertanto aspettare di verificare che l’inflazione aumenti anche nei comparti non energetici, prima di prendere qualsiasi decisione. Il problema è che la politica monetaria produce i suoi effetti sull’inflazione con un ritardo medio stimato in circa 12-18 mesi. Se la banca centrale agisce guardando nel retrovisore, aspettando che l’inflazione sia già salita e si sia radicata nei comportamenti degli operatori, rischia di intervenire troppo tardi. <b>Per recuperare, dovrebbe a quel punto aumentare i tassi in maniera drastica, con effetti ancor più costosi sull’attività economica. E’ proprio l’errore che le banche centrali hanno commesso nel 2022.</b></p><p>Ciò che conta, per decidere se aumentare o meno i tassi d’interesse, non è l’ultimo dato disponibile ma la previsione dell’inflazione nell’arco dei prossimi due anni. Nel fare queste previsioni (le prossime verranno pubblicate proprio l’11 giugno), la banca centrale deve prendere in considerazione tutta una serie di indicatori.</p><p>Uno di questi riguarda l’intensità e la durata dei rincari delle materie prime. Le quotazioni del petrolio hanno superato i 100 dollari da oltre due mesi, con un incremento di circa il 30 per cento rispetto ai primi mesi dell’anno, e sono previste rimanere oltre quel livello almeno fino alla fine dell’estate. Anche&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/15/news/il-nobel-per-leconomia-aghion-al-foglio-lo-choc-energetico-di-hormuz-non-e-una-catastrofe--276593">se lo stretto di Hormuz fosse riaperto a breve</a>, ci vorrebbe molto tempo prima di recuperare la capacità produttiva pre-bellica. Più duraturo è lo choc energetico e più sale la probabilità che incida sulle altre componenti di costo e si trasmetta all’indice generale dei prezzi.</p><p>Un altro indicatore riguarda le aspettative d’inflazione degli operatori economici. L’ultimo dato, che risale a marzo, segna un balzo al 4 per cento nell’area dell’euro, l’incremento più forte dal 2021. Ciò segnala che gli operatori stanno già incorporando una inflazione più alta nei loro comportamenti.</p><p>Le aspettative d’inflazione si desumono anche dall’evoluzione dei tassi d’interesse a medio-lungo termine. Dall’inizio della guerra in Iran, i tassi a 3 anni sui titoli più liquidi sono saliti di circa 60 punti; quelli a 5 anni di circa 40. Tale evoluzione riflette anche l’aspettativa che le politiche di bilancio diventeranno più espansive, per compensare gli effetti dei rincari energetici, come confermano le recenti richieste di maggior flessibilità nell’interpretazione del Patto di Stabilità.<b> Se queste richieste venissero assecondate, lo choc di offerta verrebbe accompagnato da un pari stimolo della domanda, accentuando lo choc inflazionistico. </b></p><p>Infine, il mantenimento dei tassi d’interesse praticati dalla Bce sul livello attuale, a fronte di una inflazione prevista salire ben oltre il 2 per cento, determina delle condizioni monetarie sempre più accomodanti, che alimentano le spinte sui prezzi di beni e servizi. Pertanto, se le previsioni non indicheranno un rapido riassorbimento dell’inflazione nell’arco dei prossimi 12 mesi, un aumento moderato dei tassi d’interesse diventerebbe inevitabile. E’  invece più difficile giustificare, nell’attuale contesto, l’insistenza della Bce nel continuare a ridurre la dimensione del proprio bilancio – con la politica del Quantitative tightening, che consiste nel non riacquistare i titoli del proprio portafoglio che arrivano a scadenza – che mette sotto pressione i tassi d’interesse a lungo termine. Sarebbe più saggio prendersi una pausa, come hanno già deciso tutte le altre banche centrali.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Accordo Ue–Messico: un altro tassello della risposta europea a Trump</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il Messico è il paese che più di ogni altro vuole dimostrare fedeltà a Washington</b>, o per lo meno una forte amicizia. Agli Stati Uniti, con cui condivide più di 3.000 km di confine, manda la quasi totalità del suo export, l’80 per cento. Come se non bastasse, a luglio è in arrivo la revisione del trattato commerciale nordamericano United States-Mexico-Canada (Usmca), a cui però Città del Messico giunge con l’etichetta (affibbiatagli dagli americani) di essere la porta d’ingresso delle merci cinesi verso il nord America. Per levarsela di dosso, a dicembre la presidente <b>Claudia Sheinbaum ha approvato dazi fino al 50 per cento su oltre 1.400 voci di prodotti asiatici</b>, dall’acciaio all’automotive, passando per il tessile, con <b>la Cina come bersaglio  implicito</b> per lusingare il presidente statunitense Trump.</p><p><b> E’ in questo varco che l’Europa ha creato un nuovo spazio commerciale</b>, grazie all’ammodernamento dell’accordo tra Ue e Messico, in vigore dal 2000, siglato ieri con la firma di Sheinbaum insieme a quella dei presidenti della Commissione Ursula von der Leyen e del Consiglio europeo António Costa. Un ulteriore tassello da aggiungere alla risposta europea alle barriere doganali: meno controdazi e più apertura dei mercati. Che vuol dire, semplicemente, maggiori corridoi, alternative e opportunità commerciali per le imprese europee.</p><p><b>Il Messico azzererà così quasi tutti i dazi residui sull’import europeo</b>, con aperture su materie prime critiche, agroalimentare (e tutela delle indicazioni geografiche, in larga parte italiane), servizi, appalti pubblici e commercio digitale. L’Ue è già il terzo partner del Messico e l’interscambio, che nel 2025 è valso 86,8 miliardi di euro (di cui 52,9 miliardi di export europeo), è cresciuto del 75 per cento negli ultimi dieci anni. E gli stati europei puntano ad ampliarlo, con i tempi necessari, proprio dove la Cina perderà quota. L’export italiano verso il Messico, nello specifico, è stato di circa 6 miliardi l’anno scorso (macchinari, mezzi di trasporto, moda e tessile, chimica), con un surplus di 4,45 miliardi. Per l’Italia l’ammodernamento non crea un mercato da zero, che anzi ha leggermente rallentato dal record di esportazioni del 2024 di 6,6 miliardi di euro. Di certo ne accelera la crescita per gli anni a venire.</p><p>La firma, però, non chiude la partita. Ma l’intesa interinale, parte dell’accordo, servirà a far scattare il prima possibile, con la decisione formale del Consiglio e senza attendere le ratifiche nazionali, il taglio dei dazi. Ma sono di certo passaggi politici e tecnici superabili, come è stato il caso dell’accordo con il Mercosur. Anzi, considerando per l’appunto quest’ultimo, la cui intesa interinale è in vigore dal Primo maggio 2026 (in America Latina i paesi  stanno già battagliando sulle quote aggiuntive che seguono la regola <i>first come, first served</i>; chi prima arriva meglio alloggia), <b>l’Ue ha ora una rete di accordi che copre praticamente tutto il continente latinoamericano e caraibico</b>, con le eccezioni di Cuba, Venezuela e Bolivia (che però beneficia del sistema europeo di preferenze doganali). <b>Proprio dove gli Stati Uniti considerano di avere la principale area di influenza.</b></p><p><b>La risposta europea all’incertezza scatenata da Trump è tutta qui</b>: un’agenda commerciale che allarga i mercati e non alza barriere controproducenti. E’ lo stesso schema è stato applicato con gli Stati Uniti, dove l’Europa ha resistito alla tentazione dei falchi che gridavano ai controdazi, chi per sovranismo e chi senza pensare alle conseguenze. L’anno scorso von der Leyen aveva siglato d’estate l’intesa di Turnberry, e martedì il Trilogo (il negoziato fra Commissione, Parlamento e Consiglio) ha chiuso il testo, che secondo fonti qualificate è destinato a passare senza problemi al Consiglio. E seppur non si sia ottenuta la clausola che subordinava automaticamente dei tagli doganali al rispetto dell’accordo da parte americana, si è riusciti comunque a incardinare il tetto del 15 per cento per la maggior parte dell’export europeo in un quadro più stabile: una scadenza fissa a fine 2029 per le preferenze concesse, e la facoltà della Commissione di sospenderle se Washington porterà acciaio e alluminio sopra la soglia pattuita.</p><p>Trump ha incassato ciò che cercava e non ha più molto di cui lamentarsi. L’Europa ha messo in cassaforte la certezza del commercio e la stabilità che ne deriva, colli di bottiglia a parte. <b>Ecco la forza del libero mercato, e nello specifico, del mercato europeo</b>. Palla al centro.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/22/news/liran-fa-fare-un-bagno-di-realta-a-warsh-che-ha-giurato-per-la-fed--399422</link>
				<title>L’Iran fa fare un bagno di realtà a Warsh che ha giurato per la Fed</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 21:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Mariarosaria Marchesano</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Voglio che Kevin sia completamente indipendente. Io voglio che sia indipendente e faccia un grande lavoro. Non guardare a me, non guardare a nessun altro, fai il tuo lavoro e fai un grande lavoro”. Con queste parole, il presidente Donald Trump ha introdotto il giuramento di Kevin Warsh come nuovo presidente della Federal Reserve, durante la cerimonia che si è svolta oggi alla Casa Bianca e che è stata trasmessa in diretta dalla Nbc News. Un cambio di tono rispetto agli strali riservati al predecessore Jerome Powell, che Trump ha più volte attaccato per non volere attuare una politica monetaria, a suo avviso, sufficientemente accomodante. Ma proprio per questi attacchi, l’indipendenza e la credibilità della Fed sono state messe in discussione in tutto il mondo. Così Trump corregge il tiro in una delle sue grandi giravolte mediatiche. Ma quanto, in realtà, Warsh riuscirà a essere “indipendente”? Banchiere ed economista, ha già prestato servizio alla Fed dove si è fatto apprezzare per preparazione tecnica e capacità di fare da cinghia di collegamento con il mondo di Wall Street. Di recente ha evocato un “regime change” per quanto riguarda la gestione del bilancio della banca centrale americana, ma la vera sfida che ha davanti è riuscire a manovrare la leva dei tassi in un contesto in cui i rischi di inflazione stanno aumentando anche negli Stati Uniti a causa della guerra in Iran senza entrare in rotta di collisione con Trump, come ha fatto Powell. Il suo giuramento è stata l’occasione per alcuni analisti internazionali di valutare la capacità di tenere la barra dritta proprio in considerazione del fatto che, rispetto a quando Warsh è stato indicato da Trump per questo ruolo, cioè a gennaio di quest’anno, lo scenario globale è molto cambiato. Uno studio di Nomura, rivedendo radicalmente il suo precedente giudizio, prevede che la Fed manterrà i tassi invariati a tempo indeterminato piuttosto che ridurli. “La nostra precedente previsione di due tagli quest’anno (a settembre e a dicembre) si basava su fattori politici, che si sono attenuati di recente”, dicono gli analisti di Nomura che avviano anche una riflessione su quella che può essere la leadership di Warsh all’interno di una delle massime authority americane. “Il nuovo presidente della Fed è probabilmente ancora motivato ad allentare la politica monetaria, ma i dati recenti e il linguaggio utilizzato dalla Fed ci rendono scettici sulla sua capacità di convincere la maggioranza del Fomc (il comitato monetario della Fed) ad approvare i tagli dei tassi”. Insomma, viene posto in luce, prendendo spunto dalle espressioni di voto delle ultime riunioni della Fed che le decisioni di politica monetaria sono alla fine il frutto di una decisione di tipo collegiale che Warsh può dirigere ma non influenzare del tutto. Neanche a farlo apposta, mentre il neo presidente giurava alla Casa Bianca, dall’altra sponda dell’Atlantico, un autorevole governatore della Federal Reserve, Christopher Waller, addirittura apriva alla possibilità di futuri rialzi dei tassi. “L’inflazione non sta andando nella giusta direzione”, ha affermato in un intervento preparato per un simposio economico che si è svolto in Germania. La verità è che si sono create nuove condizioni e Warsh dovrà fare, e dovrà far fare a Trump, un bagno di realtà se non vuole trascinare l’America in un corto circuito da cui sarebbe difficile uscire. Nomura avverte: l’inflazione potrebbe raggiungere il picco quest’anno, nel qual caso è probabile che si evitino rialzi dei tassi. Tuttavia, l’esitazione della Fed a reagire ai primi segnali di un problema di inflazione aumenta il rischio che possa trovarsi “in ritardo rispetto alla curva”, dovendo quindi aumentare rapidamente i tassi per ristabilire la propria credibilità. Del resto, Warsh ha come contraltare la Bce, che sulla lotta all’inflazione ha meno esitazioni rispetto alla Fed e che se aumentasse i tassi già quest’anno segnerebbe l’inizio di un percorso di disaccoppiamento tra le due banche centrali di cui ci sono già stati segnali.</p>]]></description>
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				<title>Dal Cdm arriva un altro prestito ponte di cento milioni per l&#039;ex Ilva</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 20:23:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Annarita Digiorgio</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel Consiglio dei ministri un altro prestito ponte di 100 milioni per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/08/news/la-vendita-rinviata-laltoforno-spento-e-il-flop-di-urso-su-taranto--398542" target="_blank">Ilva</a>. <b>L’ultimo da 149 milioni era stato erogato ad aprile.</b> Da un paio di mesi il dossier Ilva non è più nelle mani del Ministro Urso, ma di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni. La premier (che pur avrebbe voluto destituire il ministro) per evitare una crisi di governo a un anno dalle elezioni ha preferito esautorarlo del dossier più importante. Con tre anni di ritardo. Ilva ormai è un colosso in crisi senza possibilità di ripresa. L’aveva fino al 2023, ma il ministro per cacciare “i pirati indiani” non consentì a Invitalia di salire al 60 per cento con l’aumento di capitale di 680 milioni previsto da contratto, mandando la società in amministrazione straordinaria. <b>Da allora il governo Meloni dalle casse pubbliche ha versato: 420 milioni di prestito ponte nel 2024, 480 milioni nel 2025, 390 milioni nel 2026, 480 milioni tra continuità e bonifiche nel 2025, 220 milioni di garanzia Sace e 200 milioni l’anno di cassa integrazione straordinaria.</b></p><p><b></b>Quasi due miliardi e mezzo per tenerla in amministrazione straordinaria facendole perdere 50 milioni al mese, anziché i 680 che sarebbero serviti per prenderne il controllo e rilanciarla. Il più grande suicidio industriale della storia d’Italia, da parte di un governo la cui premier nelle linea di mandato aveva detto “faremo di ilva il più grande siderurgico green d’Europa”. <b>E mentre Urso urbi et orbi continuava a dire di averla salvata dai pirati indiani, Ilva nelle mani dei commissari straordinari perdeva giorno dopo giorno impianti, lavoratori, soldi, e speranze di ripresa. </b>Per questo poi ha provato subito a rimetterla in vendita, con una gara che da due anni non può ancora concludersi. Aveva promesso alla Commissione europea, nella richiesta dell’ultimo prestito ponte, che l’avrebbe venduta entro aprile. Siamo a maggio e, aldilà delle ancora vittoriose dichiarazioni del ministro, non si vedono closing né acquirenti seri all’orizzonte. Ora però il dossier è nelle mani di Giorgia Meloni: è possibile sapere cosa vuole fare la premier italiana del più grande siderurgico della nazione?</p>]]></description>
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				<title>Il futuro assente. Come la crisi demografica rafforza i populisti</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 14:34:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Andrea Pauri</author>
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				<description><![CDATA[<p>La crisi demografica si vede nelle culle vuote, ma si misura nei bilanci pubblici. Ogni anno che passa, nei paesi europei, una quota crescente della spesa va a pensioni, sanità e assistenza. È il prezzo della longevità, una conquista che nessuno dovrebbe rimpiangere. Ma quando la popolazione in età lavorativa si restringe, quel prezzo diventa più pesante per chi resta a pagarlo. <b>I giovani e i lavoratori vedono salire il carico fiscale e contributivo mentre diminuisce lo spazio per scuola, università, infrastrutture, innovazione e politiche per la casa. Da qui nasce un sentimento molto politico: l’idea che il futuro sia stato messo in coda.</b></p><p>Il giornalista John Burn-Murdoch, sul <i>Financial Times</i>, ha scritto nei giorni scorsi che la “frana demografica della nostra epoca sta guadagnando velocità e terreno”. In oltre due terzi dei 195 paesi del mondo il numero medio di figli per donna è sceso sotto il tasso di sostituzione, quel 2,1&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/08/news/i-dati-di-fecondita-ci-dicono-che-limmigrazione-da-sola-non-risolvera-la-crisi-demografica--398530">necessario a mantenere stabili gli abitanti senza immigrazione</a>. In 66 paesi la media è più vicina a uno che a due. Il risultato dei pochi figli è una popolazione più vecchia perché se nascono meno bambini, le nuove generazioni che entrano nella società sono meno numerose di quelle che escono dal mercato del lavoro e arrivano all’età della pensione. La base giovane si restringe, la parte anziana pesa di più.</p><p>Il caso del Giappone resta il più istruttivo. La stagnazione iniziata negli anni Novanta è spiegata in larga parte dagli economisti con la riduzione della popolazione in età lavorativa prodotta dai bassi tassi di natalità. <b>Quando diminuiscono le persone che lavorano, diminuiscono anche la domanda interna, la capacità di rischio, la mobilità sociale, la produttività potenziale. </b>Una società anziana può essere ordinata, ricca, longeva. Ma tende a diventare anche più prudente, più difensiva, meno incline a investire sul nuovo.</p><p>Il nodo è la spesa pubblica. Una società che invecchia sposta risorse verso pensioni, sanità e assistenza. Vivere più a lungo è una conquista e curare meglio gli anziani è un dovere. Ma i bilanci pubblici non sono elastici all’infinito. Se cresce la quota di spesa destinata a pensioni, cure mediche e non autosufficienza, si restringe lo spazio per infrastrutture, ricerca, scuola, università, casa, politiche per l’infanzia, transizione tecnologica. I governi finiscono per amministrare il passato più che finanziare il futuro.&nbsp;<br><br>È questa dinamica a far diventare immediatamente politica la demografia. I giovani e i lavoratori vedono aumentare il peso contributivo e fiscale, mentre intorno a loro restano salari bassi, affitti alti, servizi pubblici affaticati, scuole sotto pressione, trasporti e infrastrutture inadeguati. <b>Questo modifica la percezione collettiva e produce una parte del sentimento di declino che attraversa l’Europa e altre nazioni sviluppate. E dal sentimento di declino nasce spesso la domanda di rottura politica.</b></p><p>Lo studio&nbsp;<a href="https://ec.europa.eu/economy_finance/arc2023/documents/papers/Gavresi%20%20D.%20-%20Population%20Aging%20and%20the%20Rise%20of%20Populist%20Attitudes%20in%20Europe.pdf">Population Aging and the Rise of Populist Attitudes in Europe</a>, di Despina Gavresi, Anastasia Litina e Andreas Irmen, aiuta a mettere questo legame su basi empiriche. Gli autori analizzano 34 paesi tra il 2002 e il 2019 e misurano un indice dato dal numero di persone sopra i 65 anni ogni 100 in età lavorativa. Il risultato è che nelle società europee più anziane diminuisce la fiducia nei partiti, nei parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo; mentre cresce la probabilità di voto per i partiti populisti, soprattutto di destra.&nbsp;Un aumento di un punto dell’indice è associato a una riduzione della partecipazione alle ultime elezioni nazionali. E anche sugli immigrati l’effetto va nella stessa direzione: cresce la convinzione che peggiorino il paese ospite, minino la cultura nazionale, danneggino l’economia e ricevano più di quanto contribuiscano.</p><p>Gavresi, Litina e Irmen distinguono inoltre tra invecchiamento individuale e invecchiamento della società. Non sostengono solo che gli anziani votino in modo diverso dai giovani ma spiegano che vivere in una società più vecchia cambia anche gli incentivi, le paure e le aspettative dei non anziani. <b>Un giovane che vede restringersi la popolazione attiva e crescere la platea dei pensionati capisce che il suo lavoro dovrà sostenere un sistema più pesante. Se nello stesso tempo osserva meno investimenti su scuola, innovazione, infrastrutture e mobilità sociale, è più facile che sviluppi sfiducia verso le istituzioni.</b></p><p>Negli anni Cinquanta e Sessanta il movimento era opposto. Le società occidentali erano giovani, attraversate dal baby boom, dalla costruzione di case, fabbriche, scuole, autostrade, università. La spesa per pensioni e sanità pesava molto meno sui bilanci pubblici. Il welfare era in espansione, ma la struttura demografica lo rendeva più sostenibile: tanti lavoratori, tanti bambini, pochi anziani rispetto alla popolazione attiva. <b>La politica poteva permettersi di parlare il linguaggio della crescita.&nbsp;</b>Le infrastrutture erano il simbolo concreto dell’avanzamento. La scuola funzionava come ascensore sociale, non come settore da difendere ogni anno con fatica. La società aveva lo sguardo rivolto in avanti.</p><p>Oggi l’Europa rischia di rovesciare quella traiettoria. Più spesa pensionistica (<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2025/12/22/news/litalia-spiegata-con-le-pazzie-sulle-pensioni-fornero-spiega-litalia-del-welfare--118893">in Italia ha raggiunto i 364 miliardi di euro l’anno</a>, pari al 16,5 per cento del pil: un livello record, nettamente superiore alla media europea del 12,6 per cento),<b> </b>più sanità, più assistenza. E insieme meno investimenti, meno innovazione, meno capitale umano. Questo non significa che le società anziane siano condannate. Significa però che devono scegliere con lucidità dove mettere risorse scarse. Se la risposta è solo protezione dell’esistente, il risultato politico è prevedibile: i partiti inseguono un elettorato mediano sempre più anziano, i giovani si sentono fuori dal patto sociale, i lavoratori vedono crescere gli obblighi senza vedere aumentare le opportunità. In quello spazio prosperano le forze antisistema, che trasformano la paura del declino in risentimento contro élite, istituzioni europee, immigrati e globalizzazione.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Si può imparare dal modello Musk</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 06:25:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Lo si può odiare ma non lo si può ignorare. Lo si può disprezzare ma non lo si può cancellare. Lo si può detestare ma non si può non continuare a studiarlo. Mercoledì pomeriggio, <b>Elon Musk ha depositato l’atteso prospetto per la quotazione al Nasdaq della sua SpaceX</b>. La società non ha ancora indicato dimensione e prezzo della quotazione ma secondo quanto riportato da diversi osservatori Musk si prepara a raccogliere qualcosa come 75 miliardi di dollari vendendo una quota della società agli investitori.</p><p>La raccolta, scrive il Financial Times, avverrebbe sulla base di una valutazione complessiva di circa 1.750 miliardi di dollari: significa che <b>il mercato attribuirebbe a tutta SpaceX, non solo alla quota venduta, un valore vicino a 1,75 trilioni</b>. Se le cifre fossero confermate, si tratterebbe dell’offerta al pubblico iniziale di titoli di una società (Ipo) più grande della storia. La collocazione sul mercato delle quote di SpaceX è rilevante per i numeri ma è rilevante anche per un’altra ragione che riguarda una caratteristica di Musk che dovrebbero imparare a studiare anche coloro che, con buone ragioni politiche, detestano l’inventore di Tesla. <b>L’Ipo di SpaceX si annuncia da record non solo perché gli affari di Musk vanno ancora piuttosto bene</b> (Starlink, il servizio internet satellitare di SpaceX, è diventato il principale motore di profitto e crescita del gruppo: il suo segmento di connettività, trainato da Starlink, ha generato 11,4 miliardi di dollari di fatturato nel 2025, con un aumento di quasi il 50 per cento rispetto all’anno precedente, e 4,4 miliardi di dollari di utile operativo, in crescita del 120 per cento). <b>L’Ipo di Musk si presenta come un’operazione da record perché Musk continua a incarnare, anche agli occhi di chi lo detesta, una caratteristica speciale</b>. Non, come si dice, il monopolio di un mercato, ma, più prosaicamente, un monopolio rilevante del nostro immaginario. Musk, con SpaceX, non vende solo razzi, satelliti, intelligenza artificiale. <b>Musk vende un’idea di futuro così forte e così convincente da spingere gli investitori a perdonargli cose che non perdonerebbero quasi a nessun altro</b>. E la caratteristica pressoché unica dell’immaginario di Musk è quella di riuscire a mettere a sistema, in un’unica galassia, pianeti che in altre galassie fluttuano in modo disordinato, senza una visione unica.</p><p>Lo Spazio, i satelliti, i razzi, le auto, i social network, l’intelligenza artificiale. Accanto a questo elemento esiste poi un altro grande non detto che riguarda la scommessa fatta dagli investitori su Musk, nonostante la sua eccentricità evidente, il suo populismo conclamato, il suo estremismo rivendicato.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/elon-musk_1710">Musk</a>, a differenza di entità statali come la Cina che investono forte sulla tecnologia per permettere ai regimi autoritari di moltiplicare la propria forza nel futuro, per quanto possa avere pulsioni autoritarie <b>è figlio della società aperta, è figlio dell’occidente, è figlio del mercato e, per quanto abbia un profilo non esattamente ideale per chi abbia a cuore i valori non negoziabili di una società aperta</b>, il suo essere un visionario lo ha trasformato in una infrastruttura semplicemente indispensabile per chi non voglia arrendersi a regalare ai regimi autoritari il monopolio del futuro. Nel prospetto presentato mercoledì, SpaceX immagina il futuro, e lo vende, attraverso data center orbitali, chip per l’intelligenza artificiale, viaggi verso la Luna e Marte, una nuova e redditizia economia lunare. Immagina un futuro con molte opportunità e con molte incognite, non ultima anche la scommessa sull’intelligenza artificiale, perché con sincerità Musk dice che gli investimenti sull’AI sono e saranno tantissimi ma nessuno ancora sa come rendere redditizi questi investimenti. Musk ammette che oggi con l’AI perde molto più di quanto incassa: a fronte di 818 milioni di ricavi, la divisione AI ha perso 2,47 miliardi nel primo trimestre 2026, nel 2025 la divisione AI ha registrato 6,4 miliardi di perdite operative e gli investimenti in conto capitale destinati all’AI sono stati 12,7 miliardi. Ma allo stesso tempo Musk chiede soldi perché sta spiegando agli investitori che ciò che conta oggi non è solo fare profitti, con l’AI, ma è conquistare una posizione, essere in prima fila, avere maggiori capacità di calcolo, in vista di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/05/18/news/lintelligenza-artificiale-e-la-nuova-questione-politica-delloccidente--399057">una scommessa su un mercato futuro che ancora non c’è ma che forse ci sarà</a>.</p><p><b>Gli osservatori più attenti al rapporto fra tecnologia, società aperta e democrazia</b> – che avranno comunque notato che l’inafferrabile Musk negli ultimi mesi con la sua Starlink ha svolto un ruolo cruciale in due conflitti, in Ucraina e in Iran, nel primo caso aiutando l’esercito ucraino con la sua tecnologia, non concessa alla Russia, e nel secondo caso aiutando i civili iraniani a non essere sconnessi dal mondo, nonostante il taglio della rete voluto dagli ayatollah – <b>hanno ragione a dire che Musk è insieme il sintomo della forza occidentale e della sua debolezza</b>. Forza, perché nessun altro sistema produce imprenditori capaci di mettere in orbita razzi, satelliti e reti libere. Debolezza, perché a volte le democrazie che appaltano a un singolo individuo funzioni che dovrebbero appartenere agli stati rischiano naturalmente qualcosa. Ma di fronte alla mostruosa Ipo in arrivo da Musk, chi non ama Musk non dovrebbe preoccuparsi solo dei rischi di monopolio, di conflitto di interessi, di oligarchia digitale. Di fronte alla mostruosa Ipo in arrivo, chi ama la società aperta dovrebbe innanzitutto rallegrarsi per il fatto che un brutto ceffo come Musk debba rispondere, nelle sue azioni, non a un regime autoritario ma al suo esatto contrario, ovvero al mercato, e affidarsi al mercato, quando si parla di tecnologia, significa avere più doveri di trasparenza, più vigilanza, più democratizzazione dei profitti. E d’altra parte, chi non ama Musk dovrebbe chiedersi non come ridurre il suo peso nel mondo, come contenerlo, come limitarlo, ma come fare di tutto affinché vi siano alternative al suo possibile monopolio nell’immaginario del futuro.</p><p>Il rapporto Draghi, tanto per dirne una, dice che l’Europa ha infrastrutture spaziali di livello mondiale, come Galileo e Copernicus, ma anche che l’Europa sta perdendo terreno nei lanci commerciali, nelle megacostellazioni, nella propulsione, nei ricevitori. In Europa, per dire, la spesa pubblica per lo Spazio nel 2023 era di 15 miliardi di dollari, contro i 73 miliardi negli Stati Uniti. E se un Musk nascesse in Europa, prima ancora di pensare a come trasformare il suo immaginario in un capitale, dovrebbe probabilmente occuparsi di come evitare che la sua creatura possa essere considerata troppo grande per non finire intrappolata nella rete mortale della burocrazia europea. Lo si può odiare, detestare, disprezzare. Lo si può osservare con terrore, preoccupazione, diffidenza. Ma la mostruosa Ipo in arrivo di SpaceX andrebbe studiata non solo per capire cosa manchi al modello Musk per essere totalmente rassicurante, ma anche per capire cosa manchi al resto del mondo per avere un’alternativa non di regime al modello Musk.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Banche alla conquista dell’Europa</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Mariarosaria Marchesano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mentre&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/unicredit_1063" target="_blank">Unicredit</a>&nbsp;lotta per espandersi in Germania, Intesa Sanpaolo vuole crescere in Spagna acquisendo, secondo indiscrezioni di stampa, la banca privata Singular bank seguendo una strategia di rafforzamento in paesi europei che punta anche a Francia e Germania. <b>Intanto, in Italia, Banco Bpm è sempre più al centro di vari interessi, compreso quello del Mef di creare un unico polo creditizio insieme con la risanata Mps che, a sua volta, sta inglobando Mediobanca dopo averla scalata</b>. Bper ha espugnato la Popolare di Sondrio e il Mcc sta privatizzando l’ex Pop Bari dopo averla rimessa in sesto come Banca del Mezzogiorno. Chi l’avrebbe mai detto?</p><p>Dieci anni fa di questi tempi il sistema bancario italiano era appesantito da 300 miliardi di sofferenze e segnato da numerosi casi di crac e operazioni di salvataggio. Uno straordinario percorso di risanamento ha portato gli istituti del paese a tornare più che redditizi, complice il vento favorevole dei tassi Bce e, in alcuni casi, con ambizioni di conquista dentro e fuori l’Italia. Anzi, le principali banche, nel primo trimestre di quest’anno, hanno macinato utili record (7,8 miliardi, in crescita rispetto allo stesso periodo del 2025) nonostante la riduzione del margine d’interesse dovuto alla riduzione dei tassi. <b>E si calcola che negli ultimi quattro anni i profitti complessivi siano stati quasi 150 miliardi con un miglioramento della qualità del credito</b>.</p><p>Cosa dovrebbero farci con tutti questi soldi le banche se non cercare di diventare più grandi e competitive? Ci stanno provando, ma non è facile in un contesto politico perennemente tentato di porre  dei paletti in nome dell’“interesse nazionale” (vedi le difficoltà incontrate da Unicredit in Germania ma anche in Italia) se non di farsi finanziare la spesa corrente con il pretesto degli “extraprofitti”, come ha fatto il governo Meloni (anche se non abbastanza secondo l’opposizione”. Il punto è che il sistema bancario italiano rappresenta un’industria che ora compete, ed è in grado di farlo bene, quantomeno a livello europeo. <b>Mentre  la politica italiana,  troppo spesso, lo vede come un salvadanaio da rompere in caso di bisogno</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Fare soldi restando indipendenti. La sfida di Bezos è sempre la stessa</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Stefano Cingolani</author>
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				<description><![CDATA[<p>Possiamo realisticamente dubitare che Jeff Bezos abbia letto tutti i poderosi volumi di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/adam-smith_57982" target="_blank">Adam Smith</a>, ma certamente nell’intervista alla Cnbc con la quale ha surriscaldato la rete, ha rilanciato a modo suo uno dei detti più noti del fondatore dell’economia politica: <b>“Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse”</b>, è scritto nella “Ricchezza delle nazioni”.&nbsp;</p><p>“Se faccio bene il mio lavoro, il valore per la società proveniente dalle mie aziende che danno profitto sarà molto maggiore del bene che faccio con le mie donazioni caritatevoli”. Bezos dà miliardi di dollari in beneficenza e continuerà, ma “è facile farlo male”, aggiunge. “La domanda è se queste donazioni creano dipendenza o indipendenza”, quindi se aiutano davvero a uscire dalla trappola della povertà o se la riproducono sia pure in buona fede. Il creatore di Amazon si presenta non come magnate crapulone (e spesso lo è stato, come nel pacchiano matrimonio a Venezia), ma come alfiere dell’imprenditoria che difende il profitto quale molla fondamentale per accrescere la ricchezza delle persone, non solo delle nazioni. Perché allora licenzia e perché in particolare dal suo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/02/09/news/grandi-pianti-per-i-licenziamenti-al-washington-post-ma-non-e-bezos-ad-aver-ucciso-il-giornalismo--127425" target="_blank">Washington Post</a>? Lo incalza Andrew Ross Sorkin. La risposta è la stessa: <b>perché devono fare utili per stare in piedi ed essere indipendenti</b>. Repressore della libertà e dell’indipendenza giornalistica? Al contrario,“il giornalismo investigativo è il cuore del giornalismo”, proclama e ricorda che il Post ha vinto il Pulitzer per le sue inchieste sul Doge. Lui non ha mai detto chi licenziare, ma di guardare ai dati: “Se la gente non ti compra è perché non fai un buon prodotto”.</p><p>L’intervista ha toccato tutti i temi più controversi. Il piccolo grande Jeff, figlio di un immigrato cubano e di una ragazza madre, se la prende con il sindaco di New York, che vuole rendere il sistema fiscale più proporzionale tassando i ricchi. “Piuttosto, portiamo a zero le imposte federali sulla metà più povera della popolazione; oggi paga il 3 per cento del totale, i più ricchi l’un per cento, ma zero è meglio”, propone e aggiunge: <b>“Potreste raddoppiare le mie tasse e non cambierebbe niente per un insegnante del Queens”</b>, che guadagna tra i 69 mila e i 77 mila dollari se ha un master. Piccato, Zohran Mamdani ironizza: “Conosco alcuni insegnanti del Queens che la pensano diversamente”.</p><p>L’intelligenza artificiale, dice Bezos, è “come scavare con un bulldozer invece che con una pala”, <b>non distrugge l’occupazione, al contrario crea scarsità di posti di lavoro che saranno necessari per soddisfare i nuovi bisogni</b>. Il vero senso dell’AI è risolvere meglio e più facilmente i problemi. Non c’è nessuna bolla, Bezos punta su una ricaduta positiva sulla produttività, anche se finora le maggiori ricerche dimostrano che non sta avvenendo; molti sostengono che accadrà, nessuno è in grado di dire quando. Lo stesso per le infrastrutture collocate nello Spazio (a cominciare dai mega data center). E’ possibile, ma è impossibile stabilire una data. <b>Suscita sorpresa la sua affermazione che Donald Trump oggi è “più maturo e disciplinato che nel primo mandato”</b>. Da quel che dice e quel che fa sembra proprio il contrario. Si sa che Bezos è entrato nel club trumpiano, anzi fa parte della corte del comandante in capo. Forse perché la nuova avventura spaziale è strettamente dipendente dai favori, dalle scelte, dai sostegni economici del governo. “Ho lavorato con tutti i presidenti e continuerò a farlo”, insiste. Non svela molto sul nuovo progetto chiamato Prometheus, un laboratorio per creare gli ingegneri della nuova èra AI. E ribadisce che “l’innovazione è la radice della civiltà”.</p><p>Giunto a 62 anni, al culmine della sua ricchezza e del suo successo, il piccolo grande Jeff si presenta ancora come un giovane entusiasta che corre dietro a nuove avventure e accetta sfide sempre più ardue. Si può dissentire da molte sue posizioni, ma Amazon, per cui sarà sempre ricordato, nacque per rispondere a una domanda inevasa: fornire libri là dove non c’era nemmeno una libreria; grazie a internet e alla rivoluzione digitale lo ha reso possibile. Ha impiegato anni per avere successo, poi dal libro è arrivato a ribaltare l’intera distribuzione mercantile. Tuttavia sono stati gli ipermercati a rovinare il piccolo commercio, poi Amazon a sua volta ha messo in crisi i grandi centri commerciali fioriti nelle periferie. E adesso si riscopre la prossimità. Carrefour lo sa bene, tanto che dopo aver spazzato via molte botteghe, apre le sue nel cuore delle città. <b>Bezos non è né un santo né un demonio, è un guru dell’innovazione dirompente che nella storia ha creato più di quanto abbia distrutto</b>.</p>]]></description>
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				<title>Il governo Meloni e le rinnovabili</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 05:13:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da alcuni giorni tutti attaccano il governo per la presunta ostilità verso le&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/03/14/news/quanto-servono-le-rinnovabili-e-chi-le-ostacola-un-po-di-chiarezza--263831" target="_blank">fonti rinnovabili</a>: <b>le critiche arrivano dalla Confindustria, dall’opposizione e perfino dalla stampa internazionale.</b> Ieri, ad esempio, Reuters ha scritto che “l’Italia paga il prezzo dello stallo imposto da Meloni alla transizione energetica”. I numeri raccontano un’altra storia: da quando Giorgia Meloni è entrata a Palazzo Chigi (ottobre 2022), il fotovoltaico è cresciuto da 25 GW a 45,7 GW (+82,8 per cento) mentre l’eolico da 11,8 GW a 13,9 GW (+18,8 per cento).</p><p>Ad aprile si è raggiunto il record storico del 59 per cento della produzione domestica da fonti rinnovabili: un record destinato a essere battuto forse già a maggio, visto il crescente contributo del solare. <b>Si può argomentare che il governo non ha fatto abbastanza; ma non si può negare che  siano state installate più rinnovabili di quanto   sia mai stato fatto in precedenza. </b>Ancora più singolare è che, per accreditare tale tesi, Reuters  chiami in causa l’azienda danese Copenhagen Infrastructure Partners, che dal 2024 attende un meccanismo di incentivazione che, se tutto va bene, si vedrà nel 2028. Ma la storia andrebbe raccontata per intero. E’  vero che il governo ha messo in pausa gli incentivi per l’eolico offshore. La ragione è che lo schema del 2024 prevedeva un prezzo fisso di 185 euro/MWh per un periodo di 25 anni (all’epoca criticato dagli operatori perché ritenuto troppo basso). Nel mese di marzo, nel momento di picco dei prezzi, l’elettricità veniva scambiata in borsa a un valore medio di 143,4 euro/MWh (la media di maggio è, al momento, 120,1 euro): se la richiesta patrocinata da Reuters fosse stata accolta e il relativo investimento realizzato, oggi gli italiani pagherebbero una bolletta più salata, non meno. Senza dubbio la crescita delle fonti rinnovabili aiuterebbe il paese a emanciparsi dal gas, a ridurre le emissioni e ad abbassare i prezzi: ma non tutte le rinnovabili sono uguali e non tutti i sussidi sono desiderabili. Magari ha senso, per alcune tecnologie innovative, spendere un po’ di più, ma in tal caso non bisogna raccontare che si pagherà di meno. <b>E in un momento come questo, bene ha fatto il governo a portare un po’ di buonsenso.</b></p>]]></description>
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				<title>Una nuova piattaforma per ridurre i costi e aumentare i modelli. Parte l’era Filosa</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 20:34:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Antonio Sileo</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ad Auburn Hills, in Michigan, già sede della Chrysler, lo stato maggiore di Stellantis guidato dall'amministratore delegato Antonio Filosa ha presentato il nuovo piano industriale, FaSTLAne 2030, che prevede investimenti per 60 miliardi di euro nei prossimi cinque anni per lanciare più di 60 nuovi veicoli e aggiornarne altri 50. <b>Un'offensiva globale con il cliente al centro, che nel prossimo futuro potrà scegliere tra 39 mezzi con motorizzazioni termiche o mild hybrid, 29 veicoli elettrici, 24 ibridi e 15 ibridi ricaricabili o con autonomia estesa — contando soltanto i modelli nuovi o sostanzialmente rinnovati.</b></p><p>La scelta di presentare il piano negli Stati Uniti è un segnale di riconciliazione con il mercato nordamericano dopo gli anni di disimpegno sotto Tavares, costellati di errori di prodotto, liti con sindacati e reti di vendita e di una gestione faticosa dei marchi. Ambito in cui il piano sui marchi introduce una gerarchia, indispensabile per le difficoltà recenti e i rischi di sovrapposizione e concorrenza interna, noti sin dagli albori della fusione tra i francesi di PSA e FCA, plasmata da Marchionne. Quattro saranno i marchi globali prioritari, destinatari di circa il 70% degli investimenti legati a marchi e prodotti: Jeep e Ram, Fiat e Peugeot, insieme alla divisione Pro One per i veicoli commerciali. Cinque quelli regionali — Chrysler, Dodge, Citroën, Opel e Alfa Romeo — che utilizzeranno gli asset globali puntando ad accrescere la propria distintività. DS e Lancia saranno gestiti rispettivamente da Citroën e Fiat con un ruolo più specializzato. Abarth, ferito quasi a morte dalle versioni elettriche, torna nell'orbita Fiat. <b>Per Maserati, smentite le voci di cessione, si parla di rafforzamento e focalizzazione sul lusso, di due modelli di segmento E. </b></p><p>Lungi dall'esprimere giudizi su Filosa — chiamato a un compito titanico — i fatti parleranno da soli: da lustri i piani vengono sistematicamente disattesi o, nella migliore delle ipotesi, riscritti in corsa, e di stravolgimenti esogeni negli ultimi anni ne abbiamo visti più d'uno.<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/02/news/il-primo-bilancio-di-filosa-in-stellantis-e-positivo-il-riassetto-e-iniziato--377975"> Eppure si intravede un approccio gestionale più corale e un'ottica genuinamente globale</a>. Lo testimonia, tra l'altro, l'architettura modulare STLA One, che debutterà nel 2027 con l'obiettivo di rivoluzionare i segmenti B (quello della Citroen C3), C (esempio Peugeot 308) e D (dove c’è ancora la Giulia) in tutti i mercati, accorpando cinque piattaforme in un'unica soluzione scalabile: riduzione dei costi del 20% e oltre 2 milioni di unità prodotte sommando più di 30 modelli entro il 2035. Confermato l'approccio multi-energia — tutte le motorizzazioni disponibili — per rispondere alle variabilità macroregionali e ai passi laterali dei clienti, integrando soluzioni tecnologiche finora più annunciate che applicate, dalle architetture software alla guida autonoma. A piattaforme, propulsori e tecnologie andranno più di 24 miliardi di euro.</p><p>Continua, poi e a grande scala l’espansione della rete di partnership attraverso il co-sviluppo e il co-finanziamento di prodotti, puntando ad accedere a nuovi mercati, ottimizzare la capacità produttiva e ridurre i costi. Sul fronte industriale, l'azienda fa leva sulla joint venture al 51% con Leapmotor per sinergie su acquisti e produzione negli stabilimenti spagnoli di Madrid e Saragozza. <b>Si rinnova la collaborazione con Dongfeng sia in Cina sia attraverso una nuova joint venture europea al 51% destinata al sito francese di Rennes, con entrambi i progetti orientati ai futuri requisiti del "Made in Europe". </b>La competitività internazionale viene inoltre rafforzata grazie ad accordi strategici con Tata per le aree Asia-Pacifico, Africa e Sud America, e con Jaguar Land Rover per lo sviluppo tecnologico negli Stati Uniti. Diverse poi le alleanze chiave nel settore software, intelligenza artificiale e batterie con partner del calibro di Qualcomm, NVIDIA, Uber, Mistral AI e CATL. Le frecce in faretra paiono parecchie. Sul ruolo degli stabilimenti italiani, invece, capiremo meglio. Speriamo a breve.</p>]]></description>
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				<title>Ceto medio spremuto: il rapporto Istat fotografa la maggioranza che paga</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 20:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Andrea Pauri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tutti difendono il ceto medio, finché non bisogna trovare i soldi. Allora diventa il bersaglio perfetto: numeroso, quindi capace di garantire un gettito ampio; tracciabile, cioè facile da colpire; abbastanza solido da pagare, non abbastanza ricco da sottrarsi.&nbsp;<a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/05/Rapporto-annuale-2026-Ebook.pdf">Il rapporto annuale Istat 2026</a>, presentato oggi, dice che il 61,2 per cento dei residenti appartiene a questa fascia, in crescita rispetto al 59,8 per cento del 2015. Il problema è che questa maggioranza sociale si è impoverita.</p><p>Se guardiamo alla spesa equivalente, una misura che rende confrontabili famiglie grandi e piccole, vediamo che tra il 2014 e il 2024 è salita da 2.543 a 2.935 euro al mese. Ma, considerando l’inflazione, è scesa del 5,6 per cento. Significa che le famiglie delle fasce centrali spendono nominalmente di più, ma comprano realmente meno. <br><b> In questi anni il ceto medio è rimasto schiacciato. In alto, i redditi e i patrimoni più solidi hanno avuto maggiori strumenti per difendersi dall’inflazione, anche grazie alla crescita degli asset finanziari (le Borse sono ai massimi). In basso, le fasce più fragili hanno beneficiato dei tanti aiuti pubblici:&nbsp;</b>Reddito di cittadinanza prima, Assegno d’inclusione poi, Assegno unico, bonus nido, tagli contributivi e bonus energia. Misure che hanno permesso di recuperare il potere d’acquisto perso. E anche il drenaggio fiscale, quel meccanismo per cui l’inflazione gonfia i redditi sulla carta e il fisco incassa di più,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2025/09/19/news/altro-che-irpef-e-il-fiscal-drag-la-tassa-occulta-che-va-abolita--119793">è stato più che compensato solo per chi guadagna fino a 35 mila euro</a>.</p><p>In mezzo resta appunto il ceto medio. Troppo ricco per beneficiare della maggior parte dei provvedimenti di welfare, troppo poco ricco per non essere morso dall’aumento dei prezzi. Massimo Baldini, professore di politica economica all’Università di Modena e Reggio Emilia, parla di “doppia progressività”: la classe media paga molto sul fronte fiscale, ma beneficia relativamente meno della spesa sociale. <b>“Viene stretta sia dal lato della tassazione sia dal lato delle prestazioni”, dice l’economista al Foglio</b>.<b>&nbsp;</b>Paga imposte che salgono rapidamente con il reddito, ma quando prova ad accedere al welfare trova soglie, tariffe graduate e benefici che si assottigliano fino a sparire.</p><p>Il meccanismo riguarda molte misure. L’Assegno unico è universale, ma è più generoso per chi ha redditi bassi. Anche il bonus nido è legato all’isee, come molti servizi pubblici comunali. Il risultato, dice Baldini, è che “le famiglie della classe media finanziano il welfare con le tasse me poi pagano la maggior parte dei servizi”. Questa dinamica non riguarda solo l’Italia. L’Economist ha parlato di “Robin Hood state”: nei paesi ricchi i sistemi fiscali sono diventati più redistributivi di quanto si pensi, e lo stesso è accaduto all'Italia. Le disuguaglianze prima delle tasse sono aumentate, ma gli stati hanno redistribuito più di prima. Il punto è che questo travaso aiuta le fasce basse, ma finisce per pesare sui redditi medi e medio-alti, cioè su chi paga gran parte delle tasse.</p><p>In Italia il problema è accentuato per due ragioni: i ricchi veri sono pochi e i salari sono bassi. Baldini lo dice così: “Da noi ci saranno al massimo duemila super ricchi, una tassa su di loro avrebbe poco gettito”. Per questo, quando servono risorse lo stato finisce per “pescare dove c’è tanta gente, nel ceto medio”. <br><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/21/news/i-dati-della-commissione-litalia-combina-crescita-anemica-inflazione-sopra-la-media-delleurozona-e-debito-ancora-in-salita--399271">Il nodo resta la crescita</a>. “La nostra fascia media non sarebbe considerata tale negli altri paesi”, spiega Baldini, “perché gli stipendi sono molto bassi”. Dopo trent’anni di stagnazione, l’Italia si è allontanata da Germania e Francia: “<b>Per risollevare il ceto medio servirebbero uno o due punti di crescita dei redditi all’anno perché senza salari più alti e più produttività, ogni redistribuzione diventa pesante</b>”.</p><p>C’è poi la pressione fiscale locale. Il governo può rivendicare il taglio dell’aliquota del secondo scaglione Irpef dal 35 al 33 per cento, ma il contribuente paga anche le addizionali regionali e comunali. Molti enti le hanno aumentate per compensare i trasferimenti statali in calo e non indicizzati all’inflazione. Così le grandi città, a partire da Roma e Milano, hanno mantenuto il prelievo al massimo consentito, lo 0,8 per cento. E la maggior parte delle regioni ha esteso o ha in progetto di estendere la platea soggetta all’aliquota maggiore. <b>Il risultato è che il taglio dell’Irpef nazionale viene più che compensato dal prelievo locale</b>. Così, sopra i 35 mila euro, la pressione fiscale può aumentare anche se le aliquote statali scendono. E ancora una volta, il conto finisce sul ceto medio.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>L’Italia combina crescita anemica, inflazione sopra la media dell&#039;Eurozona e debito in salita</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 14:35:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>La parola <b>stagflazione</b> è comoda, ma è usata anche un po’ pigramente e a volte anche in maniera precoce. Le <b>previsioni economiche della Commissione europea</b> appena uscite (Spring Forecast) consegnano all’Italia un’analisi più precisa: <b>l’economia non crolla, il mercato del lavoro tiene con una disoccupazione al 5,7 per cento</b> (al netto, però, della grande presenza di inattivi), <b>ma quasi nulla lavora davvero a favore della crescita economica e della riduzione del debito</b>.</p><p>In particolare, cinque numeri delle "previsioni di primavera" di Bruxelles raccontano i fondamentali dell'Italia del 2026: una <b>crescita del&nbsp;pil ferma allo 0,5 per cento</b>, che combacia con quello&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/04/30/news/il-pil-respira-il-lavoro-meno-le-stime-dellistat--324362">già acquisito al I trimestre 2026 dall'Istat</a>, ma esattamente identico all’aumento registrato nel 2025; <b>un'inflazione al 3,2 per cento, due decimi sopra la media dell'area euro</b>, ma che poi riscende verso il target del 2 per cento nel 2027; e <b>un debito pubblico che marcia dal 138,5 per cento nel 2026 verso il 139,2 per cento del pil entro la fine del 2027</b>, mentre il deficit è previsto al 2,9 sia per il 2026 sia per il 2027.</p><p>La combinazione di crescita anemica e prezzi più alti della media non è più un'anomalia di passaggio, ma assomiglia ormai a un fragilità ricorrente se si guarda alla successione di crisi negli ultimi 6 anni. Anche se non tutti gli altri paesi europei hanno seguito l’andamento italiano.</p><p>La Germania, dopo due anni di recessione, riparte allo 0,6 per cento per il 2026, la Francia dello 0,8 e la Spagna del 2,4. I prezzi, invece, sembrano correre per tutti, nonostante il mix energetico italiano esponga il paese di più alla crisi dello Stretto di Hormuz. Citando rilevazioni di Ember, il rapporto segnala che in Italia il gas determina il prezzo marginale dell'elettricità in circa il 90 per cento delle ore di mercato, contro il 40 per cento in Germania e nei Paesi Bassi e il 15 per cento in Spagna e Portogallo. In ogni caso, quest’anno l'inflazione tedesca si attesterà al 2,9 per cento, quella francese al 2,4 e quella spagnola al 3 per cento.</p><p>Sul deficit, 2,9 per cento questo e l’anno prossimo, le previsioni sembrano intravedere l’uscita dalla procedura d’infrazione per Roma. Qui la Commissione nota che al 4 maggio 2026 le misure introdotte valgono lo 0,06 per cento del pil e sono state finanziate da risparmi di bilancio, sottolineando l’impegno del governo a non sforare uno spazio fiscale già ristretto.</p><p>Questi dati, letti accanto a quelli degli altri grandi paesi europei, e al netto degli choc esterni, <b>restituiscono un quadro leggermente più consueto per l’Italia, o meglio: meno drammatico, seppur severo</b>. La crisi in medio oriente ha infatti cambiato tutto il quadro europeo nel giro di pochi mesi. La Commissione nota che la chiusura di Hormuz ha fatto salire, nelle ipotesi tecniche del rapporto, il gas del 50 per cento e il petrolio del 65 per cento tra fine febbraio e fine aprile. L’Europa è meno esposta rispetto al 2022: meno gas russo, più rinnovabili, minore intensità energetica. Ma il canale economico resta quello classico degli choc di offerta e dell’incertezza economica. La crescita dell’Ue nel 2026 scende così nelle previsioni di primavera all’1,1 per cento, registrando un calo di 0,3 punti rispetto alle previsioni della Commissione dell’autunno, mentre l’inflazione sale al 3,1 per cento, un punto percentuale in più.</p><p>Si torna così al punto di partenza, anche per colpa di quelle decisioni passate che arrivano, per gli aggiustamenti tecnici, nel presente e nel futuro. E la Commissione è molto esplicita: il debito sale per il differenziale interessi-crescita sfavorevole e per gli aggiustamenti legati ai crediti edilizi degli anni precedenti. <b>Una crescita debole accompagnata da prezzi sopra la media è la combinazione più sgradevole per chi maneggia un paese con il primato del debito pubblico, perché toglie ossigeno alla politica di bilancio anche attraverso rendimenti sui titoli del Tesoro</b>, molti dei quali indicizzati all’inflazione. Risultato? Un <b>aumento della spesa per interessi dello 0,3 punti di pil</b>.</p><p>Ciò dovrebbe far riflettere <b>Palazzo Chigi, che oltre a puntare il dito sul Superbonus non ha ancora formulato una vera strategia per la crescita</b>. Anche perché, per quel che interessa l’export italiano, la Commissione vede un commercio mondiale sostenuto dall’AI e dalla domanda asiatica. Ma sottolinea che le imprese europee intercettano poco quella parte della crescita globale, perché sono meno presenti nei settori più dinamici e continuano a perdere competitività.</p><p>I fondamentali italiani, da qui in avanti e a partire dal debito, dipenderanno da fattori che una legge di bilancio può soltanto contenere, e che il governo dovrebbe affrontre diversamente e con maggior lungimiranza. La prudenza, da sola, non potrà di certo intervenire a favore di una produttività che non riparte, una mancanza di crescita e innovazione, e una componente energetica che pesa troppo per un paese che fatica a premere sull’acceleratore (appena in seconda marcia).</p><p>&nbsp;</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La Commissione smentisce le accuse dei tedeschi: la Spagna non ha usato i fondi Ue per le pensioni</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La Commissione europea chiude il caso delle presunte violazioni della Spagna nell’uso dei fondi del Next Generation Eu</b>.    “Ogni richiesta di pagamento presentata dalla Spagna è stata valutata in modo approfondito e trasparente. La Commissione europea ha verificato che le milestone e i target  fossero stati raggiunti prima di effettuare i relativi esborsi”. Così, in una lettera consultata dal Foglio, i commissari Raffaele Fitto, Valdis Dombrovskis e Piotr Serafin spengono le polemiche delle  ultime settimane contro Madrid.  L’accusa di alcuni eurodeputati tedeschi era che il governo  Sánchez avesse usato illegittimamente i fondi dell’Rrf (Recovery and Resilience Facility) per pagare le pensioni. Bruxelles – in una risposta firmata dai commissari per la Coesione (Fitto),   l’Economia (Dombrovskis) e   il Bilancio e l’Antifrode (Serafin) – spiega che non è  così.&nbsp;</p><p>“E’ opportuno chiarire – dice la lettera della Commissione – che il piano spagnolo di ripresa e resilienza non prevede alcuna milestone o target in base al quale i fondi Ue verrebbero utilizzati per coprire le spese pensionistiche, in quanto queste non sono ammissibili nell’ambito del Rrf”.</p><p><b>Il caso è nato da una polemica dell’opposizione spagnola di centrodestra </b>(Pp e Vox), a seguito di una segnalazione della Corte dei conti spagnola.  In un passaggio dell’ultima relazione sul Conto generale dello stato, il Tribunal de Cuentas aveva segnalato che nel 2024 il governo Sánchez ha usato circa 2,5 miliardi (2.389,4 milioni di euro) di fondi europei per coprire spese “ineludibili” nel capitolo della Sicurezza sociale, come appunto le pensioni. E per la Corte dei conti spagnola, sebbene sia consentito per “circostanze eccezionali” modificare le poste di bilancio, il governo avrebbe dovuto giustificare meglio i “presupposti giuridici” della scelta in quanto “sussiste incertezza” sulla possibilità di spostare gli eccessi di liquidità dei fondi europei che hanno una destinazione specifica. La questione è stata poi ampliata dai giornali spagnoli, come il Mundo, che hanno evidenziato la stessa pratica per il 2025: il governo ha utilizzato circa 8,5 miliardi dei fondi del Mecanismo de Recuperación y Resiliencia per pagare pensioni e altre spese di welfare.</p><p><b>Lo scandalo è approdato prima a Berlino</b>, dove alcuni organi di stampa come la Bild e la destra  dell’AfD, si sono indignati per il fatto che la Spagna abbia usato il debito comune del Next Generation Eu per pagare le pensioni. <b>E poi a Bruxelles</b>, dove alleati del Pp spagnolo come il tedesco Andreas Schwab della Cdu, hanno chiesto chiarimenti alla Commissione.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/13/news/in-germania-accusano-la-spagna-di-usare-i-fondi-next-gen-eu-per-pagare-le-pensioni-ma-non-e-cosi--398808">Come anticipato sul Foglio del 13 maggio</a>, non c’è alcuna irregolarità, trattandosi di normale uso di liquidità  che uno stato può gestire autonomamente e temporaneamente, purché non incida sulla destinazione finale dei fondi. La Commissione, nella lettera, scrive di essere a conoscenza delle obiezioni della Corte dei conti spagnola ma “tali osservazioni riguardano i requisiti procedurali previsti dalla legge di Bilancio spagnola” e pertanto è una “responsabilità interna”.</p><p><b>Il problema, in sostanza, è tutto di politica nazionale.</b> Lo spostamento “emergenziale” di stanziamenti per tappare buchi di bilancio è dovuto al fatto che la Spagna non approva una legge di Bilancio dal 2022, e quindi va avanti in esercizio provvisorio da tre anni con quella per il 2023. Nonostante la Costituzione spagnola preveda l’obbligo di presentarne una ogni anno. Ma Questa è, appunto, come ricorda la Commissione europea, una questione che riguarda la conformità ai requisiti procedurali previsti dalla legislazione nazionale su cui Pp e Vox criticano, legittimamente, il fragile governo di minoranza guidato da Pedro Sánchez.</p><p>Ma la polemica pretestuosa sollevata a livello europeo dai  frugali del nord, prevalentemente tedeschi e olandesi, è su un altro piano e ha ben altre motivazioni: l’obiettivo è quello di picconare il Next Generation Eu per delegittimare qualsiasi ulteriore ipotesi di debito comune europeo e impostare, in termini frugali, la discussione sul nuovo bilancio pluriennale europeo 2028-2034.</p><p><b>E questo dovrebbe far riflettere chi nel centrodestra italiano, per un riflesso anti-Sánchez, ha cavalcato una polemica che non è  nell’interesse del governo Meloni</b>.  Perché  l’obiettivo è la Spagna ma anche l’Italia. Non è un caso che uno dei primi politici europei a bocciare la lettera con cui Giorgia Meloni ha chiesto a Bruxelles maggiore flessibilità contro il caro energia è stato Andreas Schwab: “Nessun paese può permettersi di pagare per avere un prezzo più basso della benzina”, ha detto il tedesco della Cdu che ieri attaccava Sánchez e oggi Meloni.</p>]]></description>
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				<title>Tanti incentivi, poca produttività. Il paradosso industriale italiano</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Guardando l’andamento economico in Italia è lecito chiedersi se al paese manchi una politica industriale. Dal 2020 al 2024 la produttività per ora lavorata è scesa del 3,7 per cento secondo Eurostat. Nello stesso periodo in Germania è salita dello 0,7 per cento e in Spagna del 2,7. Anche allargando lo sguardo agli investimenti in beni intangibili, cioè software, brevetti, formazione e organizzazione, questi sono passati (secondo i dati elaborati da Bnp Paribas) in Italia dal 7 all’8,4 per cento del pil tra il 1995 e il 2023. In Francia sono saliti dall’11 al 16 per cento, e in Germania dal 7 al 10.</p><p>Eppure, un report dell’Ocse uscito ieri sulle strategie industriali in 20 paesi avanzati tra il 2019 e il 2023, dice il contrario: l’Italia, una politica industriale ce l’ha, ed è pure più “intensa” di quella di altri paesi  europei. Solo che non si presenta come un grando piano nazionale: si chiama a volte credito d’imposta, altre garanzia pubblica; altre ancora prestito agevolato. E soprattutto, è esageratamente condizionata da quello che viene definito “sostegno difensivo”: una politica  industriale che protegge i settori che perdono terreno ma che pesano politicamente e “occupazionalmente”, e non costruisce vincitori. Spendiamo per non perdere. Insomma, siamo il paese del pareggio, del catenaccio.</p><p>Secondo i conti dell’Ocse, per gli strumenti finanziari non legati all’export, soprattutto garanzie e prestiti, l’Italia ha mobilitato l’1,42 per cento del pil nel 2023, contro l’1,19 della Germania e una media Ocse dello 0,92 per cento. Sul capitale fisso, cioè macchinari, impianti e altri beni produttivi, l’Italia è arrivata allo 0,59 per cento del pil tramite sovvenzioni e spese fiscali: dietro Regno Unito e Turchia, ma comunque sopra Francia e Germania. Tramite strumenti finanziari, sempre sul capitale fisso, è invece prima nel 2023, ancora allo 0,59 per cento del pil, contro una media dello 0,09 per cento. Incrociando l’intensità del sostegno con le caratteristiche dei settori che lo ricevono, l’Ocse dimostra una tendenza ricorrente in tutti i 20 paesi analizzati, che descrive bene il caso italiano: i sussidi vanno ai settori con molti occupati e poco vantaggio competitivo all’estero, non a quelli più produttivi o esportatori. A parità di tutto, un settore con un 10 per cento in più di vantaggio comparato riceve il 5,8 per cento in meno di sostegno, mentre un settore con il 10 per cento  di addetti in più  riceve l’8,7 per cento di sostegno in più .</p><p>E qui si torna alla domanda iniziale: cosa otteniamo se la produttività continua a diminuire? Poco. Una risposta più istituzionale la fornisce il rapporto valutazione del piano Transizione 4.0, firmato da Banca d’Italia, Mef e Mimit. Tra il 2020 e il 2023 il piano avrebbe generato circa 35 miliardi di euro di crediti d’imposta, di cui 27 miliardi legati ai beni materiali 4.0. Nelle società di capitali analizzate ci sono oltre 157 mila operazioni agevolate, 60 miliardi di investimenti e quasi 22 miliardi di crediti fiscali. Ogni euro di credito, secondo Bankitalia, Mef e Mimit, avrebbe attivato tra 1,5 e 2 euro di investimenti materiali, ma soprattutto nelle Pmi. L’occupazione è aumentata in misura crescente man mano che si scende nella scala dimensionale, fino a +3/+5 punti percentuali nelle microimprese; per le grandi imprese, gli autori dicono: “Non si riscontrano effetti statisticamente significativi” (nota a margine: ogni posto di lavoro aggiuntivo creato dalla misura, in quattro anni, è costato allo stato tra 109 mila e 270 mila euro). Sulla produttività, l’effetto è analogo: “positivo, ancorché contenuto” nelle imprese minori, e quasi nullo nelle grandi.  Eppure esistono filiere italiane ad alta tecnologia, fortemente internazionalizzate e con produttività sopra la media: la space economy, parte della meccatronica avanzata e della farmaceutica.</p><p>Insomma, l’Italia non ha bisogno di una politica industriale: ne ha una, ed pure è grande. Spendiamo per le imprese ma manteniamo lo status quo, ottenendo il minimo (non più) accettabile: un po’ di investimenti in più, un po’ di occupazione in più, e basta.  Abbiamo strumenti, crediti, garanzie, incentivi, fondi, ma fatichiamo a trasformare capitale in valore aggiunto. Di cosa avrebbe bisogno l’Italia, allora? Di una vera strategia  industriale (possibilmente coordinata con l’Europa) sull’innovazione, difesa ed energia, e calibrata sui colli di bottiglia italiani: imprese piccole, competenze insufficienti, costi energetici troppo alti, poca scala, debole capacità di usare davvero le tecnologie. Altrimenti,  ogni euro speso continuerà a fare quello che ha fatto finora: tenere ferme le cose.</p>]]></description>
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				<title>Diciotto mesi: il timer di Del Vecchio jr per il riassetto di Delfin</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Mariarosaria Marchesano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Oltre a tentare la grande scalata tedesca, Unicredit è una delle tre banche (insieme con Bnp Parisbas e Crédit Agricole) che sta chiudendo con&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/20/news/francesco-dini-luomo-di-repubblica-alla-corte-di-del-vecchio--399158" target="_blank">Leonardo Maria Del Vecchio</a>&nbsp;l’accordo per il prestito da 10-11 miliardi di euro finalizzato al riassetto di Delfin. <b>L’operazione è davvero alle battute finali ed è rilevante per orientarsi sulle future mosse del risiko bancario in Italia di cui la stessa Unicredit potrebbe fare parte.</b> Come spesso avviene in questi casi, le banche erogano un prestito ponte, quello che in gergo bancario si chiama “bridge”, che per Leonardo jr sarà di 18 mesi (in genere, non supera i 24) e serve per mettere chi lo riceve nelle condizioni di realizzare i progetti che ha in mente pagando, durante il periodo, solo gli interessi sul capitale. Questo tempo sarà usato da Leonardo jr per definire il riassetto della holding di famiglia, con l’acquisto delle quote dai fratelli e la nuda proprietà dalla madre (e chissà se nel frattempo qualche altro erede non deciderà di vendere).</p><p>Poi, ci sarà un secondo accordo. <b>Nel 2028 l’erede dello scomparso fondatore di Luxottica si siederà di nuovo al tavolo con le banche ma a quel punto dovrà avare ben chiaro in mente come restituire il capitale. </b>E’ in quel momento, o poco prima, che, secondo una ricostruzione del Foglio, Leonardo, che nel frattempo avrà in mano il controllo della Delfin, potrebbe decidere di vendere tutto in parte il pacchetto delle partecipazioni finanziarie (vale a dire le quote detenute in Mps-Mediobanca, Generali e Unicredit). Agli attuali prezzi di mercato, questo pacchetto vale circa 14 miliardi, un po’ meno di qualche tempo fa a causa del calo subito alla Borsa di Parigi dall’azienda di famiglia, Essilor Luxottica (meno 32 per cento nell’ultimo anno), solo in parte compensato dai guadagni registrati dalle azioni bancarie tant’è che l’accordo per il prestito ponte ha subito un recente aggiornamento di valori. <b>In sostanza, il giovane Del Vecchio ha un anno, un anno e mezzo per decidere il da farsi.</b> E se per ripagare il finanziamento venderà le partecipazioni bancarie, c’è da giurarci che Unicredit sarà un interlocutore privilegiato in considerazione dei rapporti storici che legano le due parti.</p>]]></description>
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