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		<title>Economia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 16:54:34 +0200</pubDate>
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				<title>Manuale di conversazione social per sopravvivere al caro benzina facendo il pieno di like</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 15:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Vincenzo Carbone</author>
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				<description><![CDATA[<p>I prezzi ai distributori di benzina fanno discutere. Il carburante è un acceleratore di dibattito pubblico, tra i rari momenti in cui l’italiano smette di essere CT della Nazionale o virologo per trasformarsi in un esperto di geopolitica, raffinazione del greggio e termodinamica applicata. Per orientarsi sui social e fare il pieno di like, ecco il manuale.</p><h2>Il convertito della mobilità sostenibile. A parole</h2><p><i>"Finalmente la gente inizierà a usare meno la macchina e a muoversi con i mezzi e a piedi!"</i></p><p><b>Identikit:</b>&nbsp;lo posta con fermezza chi possiede in garage un SUV 3500 a benzina, una smart e uno scooter 300. L'ultimo autobus lo ha preso durante una gita scolastica nel 2000. A piedi no, mai, perché arriverebbe in ufficio sudato.</p><h2>Il profeta rivelatore</h2><p><i>"Il futuro è l'idrogeno"</i>&nbsp;</p><p><b>Regola d'oro: </b>postare frasi del genere in modo secco, senza ulteriori commenti né spiegazioni scientifiche. Consigliato X. Va scritto come un dogma, una verità rivelata da scagliare nel dibattito per sembrare avanti di cinquant'anni. Se qualcuno chiede dettagli tecnici, ignorare o rispondere con un laconico "Informati".</p><h2>Il provocatore (Rage Baiter)</h2><p><i>"Ma l'elettricità per le vostre macchine elettriche sapete come viene prodotta? Con i combustibili fossili, asini!"</i></p><p><b>Obiettivo:</b>&nbsp;creare il caos nei commenti, aumentando interazioni e attenzione dell’algoritmo. È la battuta da manuale per scatenare una faida di tre giorni tra ambientalisti, ingegneri e nostalgici del motore a scoppio. Disattivare le notifiche prima di pubblicare per evitare il surriscaldamento dello smartphone.</p><h2>I poteri forti e l'entità indefinita</h2><p><i>"Alla fine ci guadagnano sempre e solo LORO, alle spalle del popolo"</i></p><p><b>Regola fondamentale:</b>&nbsp;non specificare mai chi siano "loro". Le compagnie petrolifere? Il governo? Le banche? I rettiliani? Il Professor Burioni? Il fascino della frase risiede proprio nell'indeterminatezza: ognuno potrà proiettarci il proprio nemico preferito e mettere "mi piace".</p><h2>Il fisico-stratega del carburante</h2><p><i>"Io faccio benzina solo la mattina presto perché con il freddo il liquido si contrae e la densità ti fa guadagnare 200 millilitri a pieno"</i></p><p><b>La furbizia della sindrome di Dunning-Kruger:</b>&nbsp;utile per mostrare quella tipica pseudosagacia che richiede sveglia in anticipo, tre deviazioni di percorso e due litri di benzina consumati per risparmiare 14 centesimi totali. Price sensitive: così così.</p><h2>Il complottista dell'accisa fantasma</h2><p><i>"Stiamo ancora pagando la guerra d'Abissinia e il terremoto!"</i></p><p><b>Strategia:</b>&nbsp;un grande classico vintage che funziona bene su Facebook. Efficace sempre e da sempre, sia online che offline, unisce destra e sinistra nella rabbia ed evita di dover approfondire.</p><h2>I don’t</h2><h3>La battuta sui 20 euro:</h3><p><i>"Ma che ve ne importa del prezzo? Io tanto faccio comunque sempre 20 euro!"</i></p><p><b>Perché evitarla:</b>&nbsp;rivela drammatiche lacune nella matematica di quarta elementare e rischia di farvi scambiare per un troll di bassissima lega. O per un hater che commenta un post del Professor Burioni.</p><h3>Fornire soluzioni pratiche:</h3><p><i>“La politica deve dare risposte concrete, come le corsie dedicate al carpooling”</i></p><p>Proporre, magari su LinkedIn, di usare davvero i mezzi pubblici o fare carpooling spegne la conversazione social. Il feed non vuole soluzioni, vuole indignarsi prima di rimettersi in coda in tangenziale.</p><h2>Lo spiegone LinkedIn</h2><p><i>"La crisi del caro carburante è una straordinaria opportunità per rilanciare la mobilità dolce e il trasporto pubblico"</i></p><p>No al banalismo sermone corporate: una marchetta retorica che tenta di trasformare una stangata economica reale sulle famiglie in un pitch di "resilienza e vision aziendale".&nbsp;&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Così l&#039;avanzata degli houti fa salire il prezzo del petrolio</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Sound Check</category>
				<author>Lorenzo Borga</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Gli houthi hanno conquistato la costa sud-occidentale dello Yemen in poco più di 36 ore, annullando anni di sforzi sauditi e americani. </b>Mokha, poi l’isola di Perim, nel mezzo di Bab el-Mandeb. Un’avanzata rapidissima che ha colto di sorpresa le forze yemenite sostenute dall’Arabia Saudita e che ora porta gli houthi direttamente davanti a una delle rotte marittime più importanti del mondo. Secondo il racconto raccolto dalla Cnn, i <b>combattenti houthi hanno concentrato sul fronte tutto quello che avevano,</b> mentre gli organici ufficiali delle forze governative erano gonfiati da “soldati fantasma”: la consistenza reale sarebbe stata appena il 20 per cento di quella sulla carta, anche a causa dell’abbandono dei contingenti emiratini, dopo i dissidi con Riyad. Un militare yemenita ha raccontato di aver contattato il Comando centrale americano, ricevendo rassicurazioni sul fatto che la situazione fosse sotto osservazione e che sarebbe arrivato il sostegno saudita. Quel supporto aereo non è mai arrivato.</p><p><b>La conseguenza strategica va molto oltre lo Yemen</b>.<b> Gli stretti di Bab el-Mandeb e di Hormuz sono oggi due punti della stessa crisi energetica</b>. Il primo apre la strada dal Mar Rosso al Golfo di Aden; il secondo controlla l’uscita dal Golfo Persico. In mezzo ci sono il petrolio saudita, le rotte verso Suez e una parte importante del commercio mondiale. <b>Gli attacchi degli houthi avevano già cambiato questa geografia</b>. A metà 2024, secondo le Nazioni Unite, il tonnellaggio delle navi in transito nel Golfo di Aden era crollato del 76 per cento rispetto alla fine del 2023. Le compagnie avevano iniziato a evitare il Mar Rosso e a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, una rotta che richiede circa dieci giorni in più di navigazione. <b>Il traffico non è mai tornato ai livelli precedenti</b>, nonostante l’operazione navale europea Aspides, che dal 2024 protegge le navi commerciali nell’area con una presenza continua di unità militari, comprese quelle italiane.</p><p>La nuova avanzata houthi incombe quindi su una rotta che non aveva ancora recuperato la normalità. Il controllo di Perim aggiunge agli houthi un punto strategico all’ingresso del Mar Rosso. <b>Bab el-Mandeb è largo una trentina di chilometri nel punto più stretto:</b> per minacciare la navigazione basta rendere il transito abbastanza rischioso da spingere gli armatori verso una rotta più lunga. Per chiudere una rotta commerciale, agli houthi può bastare una mitragliatrice montata su un pick-up, e senza più impiegare i costosi missili cruise come in passato.</p><p>Poi c’è Yanbu. Il porto saudita sul Mar Rosso è diventato ancora più importante con la crisi di Hormuz. <b>Qui arriva l’East-West pipeline, l’oleodotto saudita</b> lungo circa 1.200 chilometri che porta il greggio dai giacimenti dell’Est alla costa occidentale, evitando Hormuz. Trasporta circa 4-5 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4 per cento dell’offerta mondiale. <b>Ma ora questa infrastruttura è stata temporaneamente chiusa dopo un attacco di droni.</b> Hamad Hussain, economista di Capital Economics, stima che l’avanzata degli Houthi, accompagnata da danni significativi all’East-West pipeline, potrebbe spingere il petrolio verso i 120 dollari al barile. “Finché il conflitto continuerà, i rischi per le forniture energetiche e per i prezzi resteranno”, ha detto.</p><p><b>Il deterioramento simultaneo del fronte yemenita e di quello saudita aumenta i rischi anche per i militari italiani schierati nella regione.</b> Dal marzo 2026 la difesa italiana ha dispiegato in Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati la Task Force Air - Arabia, con circa 400 militari, quattro Eurofighter, altri velivoli di supporto e sistemi di difesa antiaerea e anti-drone. <b>Questi sistemi, secondo fonti sentite dal Foglio, hanno già abbattuto velivoli iraniani.</b></p><p>Ma la sconfitta si fa sentire soprattutto a Washington, che ha rifiutato le richieste di aiuto arrivate dalla casa reale saudita. <b>Trump finora non ha raggiunto neanche uno dei suoi obiettivi strategici della campagna sull’Iran: né un regime change, né un deterioramento permanente della capacità militare dell’Iran.</b> E ora si trova con una regione destabilizzata, e ben due colli di bottiglia marittimi fuori dal controllo occidentale.</p><p>E’ questa la ragione per cui la conquista houthi dello Yemen sud-occidentale interessa molto più del medio oriente. <b>Ogni nuova crisi restringe il numero di strade attraverso cui il petrolio può arrivare sul mercato.</b> E quando le strade diminuiscono, il prezzo dei barili rimasti aumenta.</p>]]></description>
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				<title>Edilizia popolare, il Pnrr non basta e il Piano casa ancora non è partito. Parla Buttieri (Federcasa)</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:08:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Giovedì il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha presentato i risultati della misura del Pnrr per la riqualificazione energetica delle case popolari:</b> con 1,58 miliardi di euro saranno rinnovati circa 30 mila appartamenti. Ma c’è un problema: le domande valgono in realtà 3,3 miliardi, quindi metà del fabbisogno è rimasta senza risorse. La misura era nata nella legge di Bilancio per il 2025 con 1,381 miliardi stanziati, poi il decreto Infrastrutture ha aggiunto 200 milioni.</p><p>“Il governo quando varò la misura temeva per il tiraggio, non avendo dati certi sul numero di alloggi da riqualificare. Noi abbiamo sempre sostenuto che invece i lavori sarebbero stati di più – dice al Foglio Marco Buttieri, presidente di Federcasa, l’associazione che riunisce gli enti che gestiscono le case popolari –. Eravamo però consapevoli che il target era 1,381 miliardi, poi Foti ne ha portati 200 in più (dunque i quasi 1,6 miliardi attualmente coperti, ndr). <b>Speriamo che si riesca ancora a integrare nuovi fondi</b>”. E Buttieri spiega: “Tutte le domande sono già verificate, basta firmare i contratti e i lavori partono. Sono soldi spesi su un patrimonio pubblico, non sulle ville come con il Superbonus, ed è anche una misura sociale oltre che finanziaria. Infatti, per essere approvato, ogni progetto deve tagliare i consumi di almeno il 30 per cento, ma quasi tutti superano il 35. Si pensi dunque ai possibili risparmi per quelle famiglie”.</p><p>In conferenza stampa Foti si è detto aperto a cercare i fondi per le domande rimaste scoperte. E il presidente di Federcasa commenta: “Il ministro ha detto di voler aspettare il dato Istat sul deficit  per capire se si ci sono ulteriori margini”. Ma per Federcasa i fondi possono essere trovati altrove: “Adesso scadrà la decima rata del Pnrr. Speriamo si recuperino dei fondi dalle misure che non hanno esaurito le risorse, proprio come hanno recuperato 200 milioni mesi fa. Oppure si potrebbe usare il Fondo sociale per il clima europeo, fatto proprio per il risparmio energetico”.</p><p><b>Il Piano casa, invece, approvato dal governo a maggio, non potrebbe finanziare i progetti esclusi:</b> “I 970 milioni stanziati riguardano l’aumento degli alloggi – sostiene Buttieri –. Forse soltanto se una parte del Fondo sociale per il clima confluisse lì: ma dipende da come saranno destinati i fondi di coesione”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/06/news/il-piano-casa-e-i-60000-alloggi-pubblici-da-recuperare-parla-buttieri-federcasa--394879">Ma a che punto è il Piano casa?</a>&nbsp;“Noi stiamo seguendo soprattutto il recupero di 60 mila alloggi popolari vuoti perché non assegnabili. I ‘100 mila alloggi in dieci anni’ riguardano più il privato. Ma il bando di Invitalia per la ristrutturazione degli immobili è imminente: secondo me  uscirà a fine settembre”. Poi il presidente di Federcasa conclude: “Devono ancora convocarci per illustrarci i requisiti e le regole. Il quadro generale, però, è chiaro: i 970 milioni saranno ripartiti tra le regioni e poi, al loro interno, enti casa e comuni entreranno in graduatoria. Il principio dovrebbe essere quello di finanziare prima i territori dove la domanda è maggiore e le liste d’attesa sono più lunghe”.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/12/news/spiegare-lafd-con-le-imprese-e-i-governi-immobili-non-con-leuropa-cattiva--407352</link>
				<title>Spiegare l’Afd con le imprese e i governi immobili non con l’Europa cattiva</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Lorenzo Bini Smaghi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Scorrono in questi giorni fiumi di inchiostro per spiegare&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/06/news/non-si-scherza-con-londa-neonazista-afd-stravince-in-sassonia-anhalt--406722" target="_blank">il successo del partito neo-nazista Alternative für Deutschland</a>&nbsp;alle elezioni del Land tedesco della Sassonia-Anhalt. <b>L’aspetto più interessante, anche se non sorprendente, del dibattito in corso, è la facilità con cui le responsabilità vengono scaricate su altri, seguendo uno schema populista diventato ormai contagioso.</b> Come spesso avviene, il capro espiatorio preferito dalla classe politica, oltre che da quella imprenditoriale, è oramai l’Europa. Il ragionamento è semplice. La Sassonia-Anhalt è una delle regioni che hanno maggiormente sofferto della deindustrializzazione che colpisce il continente. E’ in queste regioni abbandonate che si sviluppa il sentimento antidemocratico e che viene rigettata la classe dirigente tradizionale. La responsabilità principale di tutto ciò dell’Europa e delle sue famigerate politiche, a cominciare dal Green Deal. Il settore automobilistico viene spesso citato come esempio dell’eccesso di regole europee e della mancanza di protezione rispetto alla spietata concorrenza cinese. <b>In sintesi, al cuore della questione democratica europea vi è l’incapacità di proteggere le imprese. Secondo questa tesi, la democrazia va difesa attraverso la reindustrializzazione dell’Europa.</b></p><p>La tesi è affascinante. Non è peraltro dissimile da quella sostenuta dal movimento Maga, che fa della deindustrializzazione del Midwest la causa di tutti i mali della democrazia americana. La tesi è però sbagliata, da molti punti di vista. <b>Innanzitutto, non è vero che l’industria sia il baluardo della democrazia.</b> In Germania, come mostra un recente articolo del <i>Financial Times</i>, i partiti populisti sono forti nelle regioni ad alta concentrazione industriale dell’Est, ma meno nei Land occidentali. In altri paesi, ad esempio in Francia o nei Paesi Bassi, questi movimenti anti-democratici sono presenti soprattutto nelle regioni rurali e nelle piccole città. Il fenomeno è dunque molto più complesso e non dipende dalla prevalenza di un determinato settore quanto dall’arretratezza del tessuto economico e sociale, che rende difficile l’adattamento ai cambiamenti tecnologici. Un problema che non sparirà con la diffusione dell’intelligenza artificiale. <b>Difendere l’industria a tutti i costi non è dunque una soluzione. Rischia al contrario di aggravare il problema.</b> Anche perché il disagio provocato dal calo dei redditi e dell’occupazione manifatturiera, in particolare nel settore automobilistico, non nasce dai vincoli europei ma dall’incapacità delle imprese di stare al passo con la concorrenza. Le automobili cinesi sono meno care, ma anche di migliore qualità, soprattutto nelle gamme più accessibili. <b>La competitività cinese nasce dagli ingenti investimenti effettuati per ammodernare i processi produttivi, ormai ampiamente robotizzati, e dalla massiccia riduzione di occupazione.</b> Negli ultimi vent’anni, la manifattura cinese ha perso circa 18 milioni di posti di lavoro.</p><p>Pensare, in questo contesto, di rimanere competitivi mantenendo costante il numero di occupati e sussidiando le vecchie tecnologie è stato, e rimane, una illusione delle classi politiche e imprenditoriali europee. Senza una politica industriale e energetica che incentiva l’innovazione, le aziende europee continueranno a produrre, con impianti antiquati, beni la cui domanda è in graduale contrazione. E qui veniamo al punto cruciale. In Europa, le politiche industriali sono una prerogativa dei governi nazionali. <b>Queste politiche sono state principalmente orientate a salvare le aziende in difficoltà – spesso su richiesta delle aziende stesse – piuttosto che a incentivare l’innovazione e la crescita dimensionale, come è avvenuto invece in Cina. Gli aiuti di Stato, pur limitati dalle norme comunitaria, vengono gestiti guardando al passato, invece di essere utilizzati per favorire la competitività.</b></p><p>Le politiche sociali, anch’esse di competenza nazionale, tendono a privilegiare la difesa dei posti di lavoro, anche nei settori che non hanno prospettive, invece di investire in capitale umano per usare le nuove tecnologie. La politica commerciale è invece di competenza comunitaria, ma per molti anni le imprese, in particolare quelle tedesche e italiane, si sono opposte all’introduzione di dazi selettivi nei confronti della Cina, preferendo continuare a esportare e ad investire in quel paese, fin quando era possibile, anche a costo di trasferirvi tecnologia. Ora che la tecnologia cinese è diventata migliore, gli imprenditori europei chiedono di essere protetti. <b>La causa del populismo non è delle istituzioni e delle politiche europee ma piuttosto nell’incapacità dei governi e del mondo imprenditoriale di adottare politiche di innovazione e di rafforzamento del tessuto sociale per aiutare i più deboli.</b> Certo, è più facile dare la colpa di tutti i misfatti all’Europa. Finora era lo sport preferito dei populisti. Ora è diventato anche quello delle élite.</p>]]></description>
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				<title>Ilva, il passo indietro della politica</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 19:38:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>E’ stata una sentenza della Corte Costituzionale del 2013 la base giuridica che ha tenuto in piedi Ilva negli ultimi anni. <b>Di fronte alla procura di Taranto che aveva impugnato il decreto legge del 2012 che ne determinava la continuità produttiva in quanto sito di interesse strategico nazionale, la Consulta stabilì che non esistono diritti tiranni: quello alla salute e quello al lavoro devono equilibrarsi.</b> E nel caso Ilva il loro equilibrio coincideva con il rispetto dell’Autorizzazione ambientale. Poi però nel 2022 la Costituzione è stata cambiata, aggiungendo all’art. 41 che la libertà di impresa “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente” mentre prima si fermava “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Poi nel 2024, la Corte di giustizia europea ha stabilito che il diritto alla salute viene prima di tutto, e se messo in pericolo lo stabilimento Ilva doveva essere sospeso.</p><p>Così ora la Corte d’appello di Milano ha ordinato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/11/news/larea-a-caldo-dellex-ilva-resta-spenta-dice-la-corte-dappello--407276" target="_blank">la sospensione dell’area a caldo</a>&nbsp;finché non verranno rimossi i 2 mila chili di amianto presenti e contenuti i limiti di emissioni. <b>Il tribunale nota che il piano ambientale del 2017 (governo Renzi) imponeva entro il 2023 la rimozione dell’amianto, ma l’Aia 2025 ha eliminato questa prescrizione.</b> Un errore del governo Meloni, che martedì riprenderà il confronto con i sindacati, ma che ha una sola via d’uscita per salvare l’Ilva: un decreto legge che superi la sentenza dei giudici. E’ però chiaro che, in questa crisi infinita, per la politica sia più semplice usare l’alibi della magistratura che decidere la politica industriale. L’ordinanza non è inaspettata ma prevedibile. Il tempo c’era, ma si è preferito usarlo per non decidere. Ora la Corte indica anche soluzioni occupazionali: “Le maestranze potrebbero essere impiegate anche nelle attività di sostituzione degli impianti, con competenze tecniche analoghe e attraverso una programmazione degli interventi capace di garantire continuità lavorativa”. <b>Se il governo rinuncia, la politica industriale la fa la magistratura.</b></p>]]></description>
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				<title>Uno choc dopo l’altro: la Bce alza i tassi per fermare il contagio</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 16:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;L’economia europea sta resistendo meglio del previsto alla moltitudine di crisi che la stanno attraversando. Ma se già a giugno si era deciso di alzare i tassi mentre venivano tagliate le previsioni di crescita, ieri non si è esistato ad aumentatarli dopo aver visto al rialzo  le stime sul pil dell’Eurozona. L’inflazione, che è già salita ad agosto al 3,3 per cento dal 2,9 di luglio, il livello più alto dal settembre 2023, “è destinata a rimanere ben al di sopra dell’obiettivo del 2 per cento per un periodo prolungato” ha spiegato la presidente della Banca centrale Christine Lagarde. Così durante la sua riunione di settembre la Bce, riunita in occasione speciale a Berlino ospite della Bundesbank, ha alzato all’unanimità i tre tassi di riferimento di 25 punti base: il tasso sui depositi sale al 2,50 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65 e quello sui prestiti marginali al 2,90.</p><p>Come ha spiegato ieri in conferenza stampa Lagarde (accanto a lei c’era appunto il presidente della Banca centrale tedesca, Joachim Nagel, che tra tante preoccupazioni dei banchieri centrali non ha nascosto quelle per le conseguenze economiche e sociali dell’ascesa di partiti estremisti come Afd), “siamo vivendo uno choc dopo l’altro”: la guerra in Ucraina; l’incertezza economica; la guerra in medio oriente che gli analisti non vedono risolversi prima del 2027 fino ai rischi sui prezzi dei beni alimentari causati da eventi metereologici come El Niño (ad agosto il capo economista della Bce Philip Lane aveva avvertito: “L’inflazione alimentare guiderà l’indice complessivo nel 2027”).</p><p>Contemporaneamente, il pil secondo gli esperti della Bce è cresciuto più delle attese nel secondo trimestre di qust’anno e, grazie alle dinamiche positive consumi delle famiglie, un aumento della spesa pubblica per difesa e infrastrutture (specie in Germania), e gli investimenti legati all’AI, la crescita attesa per l’Eurozona sale nelle previsioni degli economisti della Bce dallo 0,8 allo 0,9 per cento quest’anno, e dall’1,2 all’1,4  per cento nel 2027.</p><p>Ma se la Bce alza i tassi mentre migliorano le previsioni di crescita, dunque, il rischio che si vuole contenere è che il rincaro dell’energia si diffonda sugli altri prezzi e provochi un’inflazione perdurante. Secondo la Bce, l’inflazione di fondo (al netto degli alimentari e dell’energia, più volatili nei prezzi) toccherebbe il 2,8 per cento già all’inizio del 2027. L’inflazione stimata resta però al 3 per cento quest’anno, con un picco del 3,6 nell’ultimo trimestre, e sale dal 2,3 al 2,5 per cento nel 2027 e dal 2 al 2,1 nel 2028. La Bce colloca così un ritorno al target solo verso la fine del 2027.</p><p>E sebbene l’indice complessivo possa migliorare, il rischio più grande è invece quello di una propagazione del rincaro dei prezzi fino alla sua persistenza nell’economia. Il rialzo dei tassi di ieri va infatti letto anche come un intervento – reso certamente più digeribile dalle attese di un’economia più solida – contro questo rischio, ossia per “impedire che i maggiori prezzi dell’energia si trasmettano al resto dell’economia”, ha sottolineato la presidente della Bce-.</p><p>Come a giugno, a giustificare la decisione ci sono anche i tre scenari alternativi che accompagnano le proiezioni. <b>Nello scenario “milder” (più mite),</b> con il petrolio a 76 dollari e il gas a 50 euro per MWh nel quarto trimestre del 2026, l’inflazione scenderebbe all’1,9 per cento già nel 2027. <b>In quello “adverse” (avverso)</b>, barile a 99 dollari e gas a 77 euro, resterebbe al 3,2 per cento nel 2027 e la crescita dell’Eurozona frenerebbe all’1,1 per cento. In quello <b>“severe” (grave)</b>, con il petrolio a 132 dollari e il gas a 130 euro, l’inflazione arriverebbe al 5,4 per cento nel 2027 e la crescita si fermerebbe allo 0,4 per cento.</p><p>Sul futuro, Francoforte ripete di non impegnarsi su un percorso predefinito e di decidere riunione per riunione. Per Oliver Rakau, chief Germany economist di Oxford Economics, questa impostazione, “insieme all’incertezza che circonda la situazione geopolitica”, rende “un ulteriore rialzo dei tassi più probabile a dicembre, quando saranno pubblicate le proiezioni aggiornate dello staff, che a ottobre”.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;area a caldo dell&#039;ex Ilva resta spenta, dice la Corte d&#039;Appello</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 15:25:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La Corte d'Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell'area a caldo dello stabilimento dell'ex Ilva di Taranto che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre</b>. I giudici hanno respinto l'istanza di sospensiva dello stop delle attività presentata dai legali di AdI e dell'ex Ilva in amministrazione straordinaria.&nbsp;Il giudice di secondo grado, spiegano fonti legali, ha così deciso di non sospendere l’esecutività del decreto che, a sua volta, dispone lo stop per cokerie e altoforni dell’impianto siderurgico di Taranto.&nbsp;</p><p>L'istanza per chiedere di mettere in “stand by” il decreto era stata proposta da Acciaierie d'Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/07/27/news/lilva-verso-lo-spegnimento-dopo-il-verdetto-della-corte-dappello-di-milano--403342" target="_blank">A luglio la Corte d'Appello ha dato 90 giorni</a>&nbsp;(quindi con scadenza entro fine ottobre prossimo)<b>&nbsp;</b>per fermare l'area a caldo fino a che non fosse stato "rimosso integralmente l'amianto ancora presente negli impianti" e non fossero state "adottate le misure necessarie per ricondurre l'emissione di polveri sottili entro limiti di sicurezza".&nbsp;</p><h2>Dietro la decisione di luglio</h2><p>Come spieghiamo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/10/news/lilva-come-autobiografia-della-nazione--407099" target="_blank">qui</a>, a luglio la Corte d’appello di Milano ha riconosciuto in sostanza che<b> i limiti di legge sulle polveri non sono stati superati</b>, dicendo però che quei limiti non garantiscono abbastanza la salute. Dunque ha ordinato lo stop, <b>stabilendo che Ilva potrà ripartire quando le polveri saranno ricondotte entro “limiti di sicurezza”</b>. E in aggiunta, nonostante l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale avesse affermato che l’amianto residuo era pienamente contenuto e che le zone interessate non rappresentavano allo stato una fonte di rischio, la Corte ha giudicato insufficiente quella valutazione, disapplicato su questo punto l’Aia – l’Autorizzazione integrata ambientale, cioè il permesso pubblico che stabilisce a quali condizioni una fabbrica può produrre – e sostituito al criterio del contenimento quello della <b>rimozione totale prima della ripartenza</b>.</p><p>Nel 2025 Ilva ha prodotto circa un quarto dell’acciaio prodotto nel 2012, circa due milioni di tonnellate contro oltre otto milioni. L'altoforno Afo1 è ancora sequestrato, mentre Afo4 è fermo per manutenzione e Afo2, pur dopo il nuovo incidente di agosto, è rimasto l’unico altoforno in marcia. Ad agosto&nbsp;<b>Federacciai ha presentato insieme a 14 imprese associate la manifestazione di interesse per gli stabilimenti ex&nbsp;Ilva,&nbsp;</b>attualmente gestiti da Acciaierie d'Italia in amministrazione straordinaria.&nbsp;La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/19/news/federacciai-presenta-la-manifestazione-di-interesse-per-gli-stabilimenti-ex-ilva--405126" target="_blank">manifestazione di interesse</a>&nbsp;è stata presentata per tutti gli stabilimenti dell'ex Ilva, esclusa l'area a caldo del sito di Taranto, oggetto dello&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/07/27/news/lilva-verso-lo-spegnimento-dopo-il-verdetto-della-corte-dappello-di-milano--403342" target="_blank">stop</a>&nbsp;intimato dai giudici dal prossimo 28 ottobre.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Giorgetti promette di nuovo sgravi per i giovani. I soldi poi si trovano solo per le pensioni</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 08:06:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Settembre è, generalmente, il mese in cui il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti pensa alle giovani famiglie</b>. “Meno tasse a chi fa figli” era il principio di una misura escogitata dal Mef alla fine delle vacanze estive del 2024:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/09/11/news/meno-tasse-a-chi-fa-figli-giorgetti-ci-riprova-e-studia-un-intervento-sulla-natalita-da-6-miliardi--103731">l’idea, all’epoca anticipata dal Foglio</a>, era l’introduzione di “un quoziente familiare per le detrazioni” che sarebbe costato 5-6 miliardi di euro e che, probabilmente proprio per questo, non andò in porto. Nel 2025, sempre a settembre, quando c’era da mettere sul tavolo le idee per la manovra, il Messaggero diede notizia di una nuova proposta giorgettiana per taglaire le tasse a chi fa figli: una “super detrazione” per le madri di 2.500 euro per il primo figlio che cresce di 5.000 euro per ogni figlio ulteriore. Ma allora non se ne fece nulla.</p><p>In questo settembre, stagione 2026, all’evento della Lega “A tua difesa – verso la Finanziaria 2027”, <b>Giorgetti ha lanciato una nuova proposta, che non riguarda più chi fa i figli ma i giovani più in generale</b>: un “vantaggio fiscale”, da concordare con la disponibilità degli imprenditori ad alzare le retribuzioni, che operi come una “flat tax” sull’aumento degli stipendi. Con l’obiettivo di evitare l’emigrazione dei giovani all’estero. Il meccanismo non è nuovo per il centrodestra. Si tratterebbe, in sostanza, di una nuova versione della cosiddetta “flat tax incrementale” che il governo aveva introdotto (al 15 per cento) nel 2023 per gli autonomi, ma che è durata solo un anno. L’anno scorso lo stesso sistema è stato applicato ai rinnovi contrattuali.&nbsp;</p><p>Nella legge di Bilancio per il 2026, infatti, il governo ha introdotto una “flat tax incrementale” per i rinnovi contrattuali per sostenere i salari. La misura, particolarmente apprezzata dalla Uil che per la prima volta in questa legislatura&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/01/13/news/bombardieri-contro-le-logiche-ultras-della-cgil-basta-polarizzare-il-dibattito--128675">ha lasciato la Cgil a fare da sola lo sciopero generale</a>, prevede  per i dipendenti del settore privato un’imposta sostitutiva del 5 per cento sugli aumenti da rinnovi contrattuali, del 15 per cento sulle maggiorazioni per lavoro notturno e festivo e dell’1 per cento sui premi di risultato fino a 5 mila euro. L’agevolazione fiscale, che è temporanea e vale appunto per un solo anno, è stata però accolta positivamente dai sindacati perché considerata una sorta di lubrificante per le trattative con le controparti datoriali sul rinnovo dei Ccnl che faticano a recuperare il potere d’acquisto eroso dall’inflazione.</p><p>E’ stato lo stesso Giorgetti a evocare il “grande successo” della detassazione dei rinnovi dei Ccnl e a parlare di “qualcosa di simile” per i giovani. <b>Ma non è ancora chiaro come dovrebbe operare questa flat tax incrementale generazionale. </b></p><p>Se, come pare, si tratta di una misura che opera a livello personale allora vuol dire che l’agevolazione andrà a premiare giovani lavoratori che ottengono un miglioramento individuale di stipendio o di qualifica, una promozione o un cambio di lavoro. Il grosso della detassazione sarebbe quindi “peso morto”: finirebbe cioè per finanzierebbe aumenti salariali che, nella quasi totalità dei casi, ci sarebbero comunque stati. Se invece, come lo descrive il ministro Giorgetti, esattamente come per la detassazione dei rinnovi contrattuali, lo sgravio dovrebbe incentivare un “accordo” per aumentare gli stipendi di tutti i giovani, allora servirebbe una sorta di contratto collettivo generazionale che al momento non esiste e non si comprende quale controparte dovrebbe siglare.</p><p>L’altro problema, che è consustanziale a tutte le versioni di “flat tax incrementale” dagli autonomi ai rinnovi contrattuali, è il beneficio temporaneo: dagli anni successivi, l’incremento retributivo viene assoggettato alle aliquote Irpef ordinarie. Le imposte, cioè, aumenterebbero. Ma se il bonus è uno sconto a termine sulle tasse, non viene affrontato alcun nodo strutturale e, verosimilmente, avrebbe un impatto nullo sulla decisione (o meno) di un giovane di andare a lavorare all’estero.</p><p>Ci sono altre proposte fiscali per i giovani. Italia viva, con una proposta che poi è stata fatta propria da tutto il campo largo, nella scorsa legislatura ha proposto la cosiddetta Start tax che prevede tre aliquote ridotte del 10, 20 e 30 per cento (anziché del 23, 35 e 43 per cento ordinarie) per gli under 35. La misura, a differenza da quella tratteggiata da Giorgetti, è strutturale e generalizzata ma ha il piccolo problema di essere molto costosa: 10 miliardi di  euro.</p><p>Sarebbe interessante un dibattito su quali possano essere le misure fiscali più adeguate per aumentare l’occupazione giovanile, far crescere i salari dei più giovani e dare una spinta alla natalità. Ma la sensazione è che, come ogni anno, passato il mese di settembre in cui dopo l’estate si pensa alle nuove generazioni, già a ottobre man mano che ci si avvicina ai fare i conti reali con le risorse a disposizione per la manovra e i voti da raccogliere in vista delle elezioni, l’interesse si sposterà verso i più anziani e le pensioni.</p><p>Il sottosegretario della Lega Claudio Durigon ha già presentato qualche proposta che costa svariati miliardi. Il campo largo  e la Cgil si sono già ribellati perché sono troppo pochi. Finirà che verrà rinviato ancora, come richiesto dai partiti di centrodestra e da quelli di centrosinistra, l’adeguamento di tre mesi dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Altri due miliardi. A pagare, naturalmente, saranno i giovani. Gli stessi a cui,  ogni settembre, viene promesso un taglio delle tasse.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La costosa scommessa della Federal reserve sull’inflazione</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:19:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Riccardo Trezzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/federal-reserve_2665" target="_blank">Federal reserve</a>&nbsp;potrebbe alzare i tassi a settembre, con una decisione che rischia di restare incerta fino alla riunione, mentre una domanda meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito pubblico. <b>Perché le sue previsioni continuano ad annunciare un ritorno dell’inflazione al 2 per cento che puntualmente viene rinviato?</b> Il mio sospetto riguarda un’ipotesi adottata dallo staff del Board a fine 2023, che potrebbe contribuire a spiegare tanta fiducia in una disinflazione regolarmente rimandata.</p><p>Nel marzo 2023, la previsione mediana dei membri della Fed indicava per il 2025 un’inflazione Pce di fondo, depurata da alimentari ed energia, al 2,1 per cento; nel giugno 2024, il ritorno al 2 per cento era previsto per il 2026; nel marzo 2025, il traguardo si spostava nuovamente, questa volta al 2027. <b>Secondo i miei calcoli sulle proiezioni pubblicate dal 2023, le previsioni per l’anno successivo hanno generalmente sottostimato l’inflazione di circa mezzo punto percentuale o più, con errori arrivati intorno a un punto e senza miglioramenti sostanziali passando da marzo a dicembre.</b> Per quelle a due anni, la sottostima media sfiorava un punto, superandolo in alcuni casi.</p><p>Per una banca centrale con un obiettivo del 2 per cento, errori tanto ampi e persistenti richiedono una spiegazione, che potrebbe in parte risiedere nella sfortuna. <b>Guerre, dazi e interruzioni delle forniture hanno complicato le previsioni, mentre deficit federali elevati hanno reso più difficile contenere la domanda.</b> La Fed era in buona compagnia nel farsi sorprendere, ma già nel 2022 c’erano ragioni serie per considerare che l’economia americana fosse esposta a choc negativi di offerta più frequenti, ampi e persistenti rispetto al passato. Pretendere che prevedesse la guerra successiva sarebbe stato assurdo, mentre attribuire maggiore probabilità a un’inflazione ostinata, anche alla luce della dimensione e della persistenza del deficit, sarebbe stato ragionevole.</p><p>Una seconda spiegazione riguarda le ipotesi incorporate nei modelli, a partire dalla curva di Phillips utilizzata dalla Fed, nella quale l’inflazione dipende da una tendenza di fondo, dalla propria dinamica passata, dalle pressioni sul mercato del lavoro e da choc come i rincari dell’energia o delle importazioni. Quando gli choc si esauriscono e il mercato del lavoro torna in equilibrio, l’inflazione prevista converge verso la tendenza ipotizzata, con una velocità che dipende dalla dinamica del modello e dalla persistenza degli choc. Fissare quella tendenza al 2 per cento non garantisce automaticamente di raggiungerlo entro due anni, ma ne determina la destinazione quando si presume che anche le altre pressioni si attenuino.</p><p>Un lavoro di Ekaterina Peneva, Jeremy Rudd e Daniel Villar, pubblicato nell’agosto 2025, ricostruisce le scelte dello staff. Prima della pandemia, la tendenza era fissata all’1,7 per cento; nel dicembre 2021 fu introdotta una regola che permetteva alla tendenza di salire in risposta all’inflazione elevata, aggiungendo al massimo circa mezzo punto alle previsioni; nel dicembre 2023 si tornò invece a una tendenza costante, assumendo che fosse tornata al 2 per cento alla fine del 2022. <b>Detto in altri termini, lo staff ha dal 2023 assunto che il trend dell’inflazione fosse uguale al target, una scelta molto rilevante che avrebbe meritato un dibattito pubblico ben più approfondito.</b></p><p>Le proiezioni dei membri della Fed, ciascuna condizionata alla politica monetaria ritenuta appropriata dal singolo partecipante, vanno distinte dalle previsioni dello staff, e la loro somiglianza non dimostra che quell’ipotesi abbia causato gli errori. Merita però un esame serio come possibile fonte dell’ottimismo ricorrente, perché il trend dell’inflazione era ancora recentemente almeno intorno al 2,5 per cento, plausibilmente fra il 2,5 e il 3, con una persistenza significativa sopra l’obiettivo. E’ una grandezza non osservabile, quindi anche questa valutazione va sottoposta alla prova dei dati, considerando che gli errori possono derivare da una tendenza sottostimata, da choc più persistenti del previsto o da entrambi.</p><p>Non sappiamo se lo staff abbia successivamente modificato l’ipotesi, né possiamo dedurlo dalle sole proiezioni pubbliche, la cui convergenza al 2 per cento potrebbe riflettere anche gli effetti attesi della politica monetaria. Ma dopo oltre cinque anni di inflazione sopra l’obiettivo, tuttavia, assumere che la tendenza sia già al 2 per cento resta una scommessa empirica impegnativa, perché una stima troppo bassa può promettere ripetutamente una disinflazione che richiede più restrizione monetaria o più tempo del previsto. Al presidente <b>Kevin Warsh</b> andrebbe chiesto se l’ipotesi sia in revisione, quali prove la sostengano e quali indurrebbero ad abbandonarla, perché una banca centrale deve saper correggere le proprie convinzioni quando i dati continuano a smentirle.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Intesa avanti tutta su Mps. E Siena resta nel brand del Monte</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Mariarosaria Marchesano</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Siena e la Toscana avranno un ruolo importante”, ha detto il ceo di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intesa-sanpaolo_1036" target="_blank">Intesa Sanpaolo</a>, Carlo Messina, al termine dell’assemblea dei soci che ieri gli ha offerto sostegno praticamente unanime per l’opa su Mps. Parole volte a placare i timori di un territorio dove il futuro di Mps si è rivelato un tema sensibile sul piano sociale e politico, e che si agganciano alle dichiarazioni di Carlo Cimbri, ceo di Unipol, nella recente intervista al Sole 24 Ore: “Montepaschi sarà capofila”.</p><p>E’ ormai chiaro che c’è stato un ripensamento sulla cancellazione della parola “Siena” dal brand del nuovo gruppo bancario, come in un primo momento paventato da Intesa-Unipol. Se questo basterà a disinnescare la formazione di un campo “larghissimo” in Toscana, dove destra e sinistra si stanno sbracciando all’unisono per evitare lo “smembramento” di Mps, è da verificare. Ma intanto Intesa Sanpaolo ha segnato una tappa fondamentale nel percorso della sua offerta pubblica di acquisto e scambio sulla banca senese da 30 miliardi che dovrebbe partire entro dicembre. E’ presto per avere indicazioni ufficiali su quelle che sono state ieri le scelte dei singoli azionisti di Ca’ de Sass ma, considerati i risultati bulgari del voto assembleare, è evidente che hanno votato a favore anche grandi fondi come Blackrock, Vanguard e Norges, presenti simultaneamente nel capitale di Mps, che il 29 ottobre riunirà l’assemblea degli azionisti per valutare la doppia operazione su Banco Bpm e Banca Generali. Poi, certo, la storia della scalata di Mps a Mediobanca insegna che i fondi possono votare in maniera opportunistica, a seconda dell’assetto di capitale in cui si trovano. Inoltre, è proprio al mondo degli investitori istituzionali che l’ad del Monte, Luigi Lovaglio, si sta rivolgendo in queste settimane per ottenere l’approvazione alla duplice offerta che punta a contrastare l’iniziativa di Intesa Sanpaolo.</p><p><b>Mercoledì, in tarda serata, sono stati depositati alla Consob i due prospetti informativi relativi alle offerte di Mps su Banco Bpm e Banca Generali, annunciate al mercato in pieno agosto suscitando anche un certo stupore per l’intraprendenza della manovra. </b>Ora l’idea di Lovaglio è di portarle avanti entrambe, facendole partire nella prima metà di dicembre per poi chiuderle a febbraio del nuovo anno. Ma per adesso si tratta solo di un piano sulla carta, che per diventare operativo deve liberarsi dei vincoli della passivity rule ed essere approvato dall’assemblea del 29 ottobre con i due terzi dei voti del capitale presente. Un test non facile anche per un banchiere pieno di sorprese come Lovaglio.</p><p>Come voterà il principale azionista Delfin, che detiene oltre il 17 per cento del capitale del Monte? Mentre il voto contrario di Caltagirone (10 per cento circa) è intuibile, la scelta di neutralità del Mef (4,8 per cento) è stata dichiarata (probabilmente non si presenterà in assemblea), c’è grande incertezza su come si muoverà la società della famiglia Del Vecchio e non è chiaro neanche quale sarà la posizione di Banco Bpm (3,7 per cento), che è parte in causa e dovrebbe votare su un’offerta su stessa (a quanto pare i pareri legali sono discordanti). Per questo, a fare la differenza all’assemblea del 29 ottobre saranno i fondi, che rappresentano il 45 per cento del capitale di Mps. In teoria, è anche possibile che Lovaglio ottenga dagli azionisti il via libera solo per una delle due operazioni considerato che saranno votate separatamente, come confermano fonti finanziarie.</p><p><b>Quella che al momento appare la più fattibile è Banca Generali, soprattutto dopo che Lovaglio e l’ad Gian Maria Mossa sono stati avvistati a pranzo insieme mercoledì in un ristorante di Milano (come anticipato da Mf). </b>E considerato che l’ad di Generali, Philippe Donnet, si è già dichiarato disponibile a valutare la proposta di Mps che prevede uno scambio di quote con il Leone. Tale disponibilità, a quanto si apprende, resterebbe anche se venisse meno l’operazione su Banco Bpm che al momento appare quella più complessa da mettere in piedi, perché implica un accordo con il principale azionista della banca milanese, Crédit Agricole.</p><p>In definitiva, l’opas di Intesa parte con un vantaggio di un mese e mezzo ed è al momento l’unica che prevede un premio cash di 3,5 miliardi per gli azionisti di Mps (a fronte di un dividendo di 4 miliardi offerto da Lovaglio che punta a distribuire un pezzo della partecipazione del Monte in Generali).</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Buone ragioni per opporsi a un fondo a capitalizzazione dell’Inps</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Mauro Marè</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si parla di un fondo a capitalizzazione per i nuovi nati che dovrebbe ricevere flussi di risorse da parte dei genitori e dallo stato (se si trovano le risorse). <b>Il vantaggio è ovvio: far accumulare ai giovani un piccolo pilastro a capitalizzazione, pronto a essere usato uno volta entrati nel mercato del lavoro.</b> In questo modo anche i nostri figli avrebbero uno zainetto che, dopo anni di accumulo, potrebbe essere significativo per il loro futuro pensionistico e personale (per gli studi o per l’acquisto di una casa). Questa è l’idea dei Trump account, appena lanciati negli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/stati-uniti_32667" target="_blank">Usa</a>&nbsp;– 1.000 dollari all’anno per 4 anni, pagati dal Tesoro, più tutte le somme possibili versate da genitori e parenti con un’esenzione dell’imposta sui rendimenti. Una misura simile è allo studio dal governo tedesco. La ragione è evidente: i sistemi pubblici a ripartizione, data la demografia avversa, sono a rischio e non reggono più. Fin qui tutti d’accordo, ma ecco che arrivano i leoni...</p><p><b>Chi dovrebbe gestire questo fondo e come dovrebbe funzionare?</b> Come dovrebbero essere investite le risorse? Sono domande strutturali decisive per capire la bontà o meno della proposta, ma soprattutto le vere finalità dello strumento. Questo fondo dovrebbe ridurre il conflitto generazionale tra attivi e anziani? Rendere più robuste le pensioni delle giovani generazioni, oppure trovare un modo astuto e opaco per rimpinguare il bilancio pubblico? <b>Si deve partire da un punto centrale: le generazioni nate tra il 1946 e il 1964 devono trovare un modo per contribuire volontariamente, senza imposte patrimoniali, alle risorse accumulabili dalle generazioni successive; che hanno un patrimonio pari all’incirca a un terzo di quello delle generazioni precedenti.</b> Si stima un passaggio verticale di risorse di circa 2.500 miliardi nei prossimi 20 anni in Italia. Non c’è dubbio, perciò, che serva un meccanismo per ridurre gli squilibri tra le generazioni. Avevamo proposto con alcuni colleghi anni fa un meccanismo di solidarietà pubblico, legato al primo pilastro, che agisse non con i contributi ma con le entrate tributarie. Sia chiaro, se servono risorse aggiuntive per il bilancio dello stato lo si dica chiaramente e si usino le entrate o la spesa, tutte e due in modo trasparente, evitando la creazione di fondi virtuali che altro non sono che forme nascoste di patrimoniali. Basta ricordare la storia di FondInps, oppure il fondo di tesoreria pubblico alimentato con il Tfr lasciato in azienda.</p><p><b>E’ ora di dire in modo chiaro che il sistema pubblico a ripartizione, data la demografia negativa e il mercato del lavoro, presenta problemi di sostenibilità: o si aumentano le entrate (contributi e imposte), o si aumentano l’età di pensionamento, o si rivedere i coefficienti di trasformazione.</b> I sistemi pensionistici pubblici sono tutti a ripartizione, mentre quelli a capitalizzazione sono tutti privati; se un sistema pubblico a capitalizzazione non esiste, deve esserci una ragione. E non è solo una ragione di rendimenti: come dimostrano i modelli teorici, nel lungo termine i rendimenti dei due sistemi tendono a convergere. Sul piano storico e nel lungo periodo i sistemi a capitalizzazione sembrano però offrire rendimenti maggiori. Gli aspetti davvero cruciali sono la governance, la trasparenza, gli incentivi a una gestione di mercato, il tipo di investimenti che farebbe un fondo pubblico .</p><p>Innanzitutto, chi gestirebbe questo fondo? Qualsiasi tipo di entità pubblica sarebbe sconveniente per ovvie ragioni. Se a decidere fosse un soggetto pubblico, come verrebbero prese le decisioni di investimento? Si cercherebbe di massimizzare il rendimento e diversificare gli investimenti, o perseguire obiettivi di finanza pubblica? <b>La preferenza per il mercato domestico di questo fondo potrebbe essere potenziata ma solo su base “volontaria”, evitando perciò vincoli di portafoglio o qualsiasi trappola delle garanzie.</b> <b>Le garanzie sembrano una soluzione facile, ma aprono porte da cui non si torna più indietro.</b> Non solo sono illogiche e inefficienti – le garanzie costano e tanto, nessuno è in grado di garantirle davvero – ma sono politicamente pericolose, perché potrebbero dare l’alibi di affermare che le risorse del fondo siano di fatto pubbliche. Il caso della Polonia dimostra appunto che la garanzia pubblica ha poi portato il tesoro ad appropriarsi dell’intero patrimonio dei fondi. Le scelte di investimento devono esser prese solo dai consigli di amministrazione dei fondi, per ovvie ragioni di indipendenza. E riconoscendo che se i gestori collocano il risparmio in prevalenza all’estero, una ragione di rendimenti e di diversificazione ci dovrà pur essere.</p><p>Le ragioni per opporsi a un sistema di accantonamento pubblico sono chiare: far sì che le decisioni di investimento siano guidate solo da considerazioni economiche e non politiche, evitando impieghi improduttivi o a basso rendimento e intromissioni nella gestione delle imprese. <b>Lasciamo a ogni pilastro l’attuale natura, il pubblico gestisca quello a ripartizione, i privati quello a capitalizzazione: è la soluzione più efficiente ed efficace.</b></p>]]></description>
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				<title>La produzione industriale italiana sorprende i catastrofisti</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Dario Di Vico</author>
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				<description><![CDATA[<p>Più zero sette per cento in un solo mese. La produzione industriale italiana, refrain per mesi di tutti i discorsi catastrofisti dei politici da talk show, ha deciso a luglio di lasciare con il naso all’insù analisti ed economisti. I più confidenti stimavano tre decimi di incremento e invece il dato Istat ha scandito l’annuncio di una misura più che doppia. Lo stupore si spiega piuttosto semplicemente: <b>dopo la pausa estiva stanno ricominciando al Mimit gli incontri per le grandi vertenze insolute che investono quello che resta della grande industria italiana.</b> Quella relativa all’Ilva non ha ancora un suo percorso, mentre la vertenza dell’Electrolux si è addirittura incrudita con la richiesta svedese di rivedere gli accordi sui tempi di lavoro e la successiva convocazione da parte del sindacato di uno sciopero di 8 ore. Insomma guardando ai grandi complessi e all’aumento a macchia di leopardo delle ore di cassa integrazione ci si sarebbe potuto aspettare una produzione industriale ancora in calo. Non è stato così. E anno su anno, il cosiddetto tendenziale, l’indice è rimasto invariato. Operando una digressione politica vale la pena ricordare come domenica scorsa dal palco di Cernobbio il ministro Giancarlo Giorgetti avesse sbandierato una previsione per il pil 2026 dell’1 per cento, correggendo lo 0,6 della precedente e indubbiamente i dati della produzione industriale avvalorano la sua sortita. <b>La sostanza è che il secondo trimestre è andato meglio del previsto e il terzo sembra rimanere nel solco.</b></p><p>Ma torniamo al dettaglio dei dati di ieri. <b>Il rimbalzo congiunturale, come è stato definito, riguarda tutti i raggruppamenti principali di industrie con la sola eccezione dell’energia.</b> Il recupero è significativamente marcato per i beni di consumo (+2,1 per cento mese su mese) ma copre anche i beni durevoli, che venivano da quasi un anno di performance negative. Complessivamente misurato il comparto manifatturiero è cresciuto in luglio un po’ meno (0,3 per cento) ma sono degni di segnalazione gli incrementi della farmaceutica (+5,4 per cento) e addirittura del disastrato tessile-abbigliamento (+3,1 per cento). In calo i settori energy intensive come la chimica e la gomma-plastica, mentre la produzione di mezzi di trasporto cala mese su mese ma resta in crescita anno su anno (+1,8 per cento). Il commento degli analisti di Ref Ricerche (che avevano anticipato la previsione dell’1 per cento fatta propria poi dal Mef e da Giorgetti) è cautamente ottimista. Fedele De Novellis sottolinea come nei mesi precedenti a sorreggere le sorti della produzione fossero i beni strumentali oggi siano invece quelli di consumo come farmaceutici e alimentari. “E’ terminata la fase di caduta e si è generata una stabilizzazione. E’ possibile che vista l’impasse su Hormuz e temendo la rottura delle catene di fornitura le imprese abbiano anticipato i tempi delle scelte. Poi va sottolineata la crescita dei mezzi di trasporto che in 7 mesi sono saliti dell’8,7 per cento, forse in virtù di un cambio di strategia di Stellantis”. In definitiva ci aspettavamo il peggio e invece la recessione non è atterrata e anche gli indicatori del clima di fiducia delle imprese riflettono questo sentiment.</p><p><b>Non è ugualmente ottimista il giudizio di Paolo Mameli, del dipartimento di ricerca di Intesa Sanpaolo, secondo il quale anche dopo il rimbalzo di luglio la produzione industriale resta in rotta per una stagnazione nel trimestre corrente. </b>L’ampia volatilità tra giugno e luglio appare dovuta a effetti di calendario: il ponte della Festa della Repubblica ha pesato sulla variazione negativa di giugno e poi ha favorito il recupero di luglio. E comunque l’andamento della produzione industriale resta debole perché i settori ad alta intensità energetica non potranno non risentire della nuova fiammata dei prezzi dell’energia, il recupero registrato dal settore auto si sta rivelando di breve durata e il sostegno dato dalle scorte sta in parte venendo meno. La resilienza agli shock geopolitici ed energetici è stata per ora sorprendente ma gli effetti negativi potrebbero essere diluiti nel tempo e il livello della domanda di beni industriali sia interna sia estera non pare consentire un recupero, stavolta duraturo, dell’attività produttiva. Non contate quindi sull’industria, sostiene Mameli, ma sui servizi per accelerare il pil.</p>]]></description>
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				<title>La Bce aumenta i tassi d&#039;interesse. È il secondo rialzo del 2026</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 14:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il consiglio direttivo della Banca centrale europea (Bce) ha deciso di alzare di 25 punti base i tre tassi di riferimento</b>: il tasso sui depositi sale al 2,50 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65 e quello sui prestiti marginali al 2,90.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/10/news/laumento-dei-tassi-della-bce-e-fatto-per-restare--407088">I mercati lo davano per certo</a>. È il secondo rialzo del 2026 dopo quello della riunione di giugno (il primo dal settembre 2023),&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/07/23/news/la-bce-lascia-invariati-i-tassi-dinteresse--402994">e arriva dopo la pausa di luglio</a>, decisa quando la tregua nel Golfo sembrava stesse per alleggerire la pressione sui prezzi dell'energia. Ma da quando quella tregua è saltata, &nbsp;il quadro è cambiato.</p><p>A pesare sulla decisione sono stati soprattutto <b>i dati di agosto</b>: secondo le stime preliminari di Eurostat, l'inflazione dell'eurozona è salita al 3,3 per cento dal 2,9 di luglio, il livello più alto proprio dal settembre 2023. A spingerla è stata soprattutto la componente energetica, aumentata del 14,3 per cento su base annua (dal 10,3 di luglio). Inoltre, ora il Brent è tornato intorno ai 100 dollari al barile per l'intensificarsi degli attacchi in medio oriente a causa dei nuovi scontri armati nello Stretto di Hormuz, con gli analisti ormai sicuri che il conflitto difficilmente si chiuderà entro la fine dell'anno. Il resto dell'indice dell'inflazione, però, rimane moderato: al netto dell'energia l'inflazione crescerebbe del 2,2 per cento, lo stesso ritmo di luglio, e i servizi sono scesi dal 3,3 al 3,0 per cento.&nbsp;</p><p>“Le prospettive restano molto incerte, con rischi orientati al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica. Ma la decisione di rialzare i tassi di interessi è stata presa all'unanimità: pubblicheremo tre scenari per la nostra economia, e questa scelta va bene per tutti e tre", ha detto la presidente della Bce Christine Lagarde durante la conferenza stampa al termine della riunione che si è tenuta oggi a Berlino, anziché a Francoforte.<b> "Il conflitto in medio oriente e la guerra in Ucraina continuano a generare pressioni sull’inflazione</b>, che dovrebbe mantenersi su livelli ben al di sopra dell’obiettivo per un periodo prolungato. Lo scenario di base delle nuove proiezioni degli esperti della Bce vede l’inflazione complessiva in media al 3 per cento nel 2026 e al 2,5 nel 2027”.&nbsp;&nbsp;<b>Poi, in riferimento al gas, che oggi ha sfiorato gli 80 euro per MWh al Ttf, la presidente ha chiarito che i prezzi potrebbero aumentare più del previsto</b> "in caso di ulteriori interruzioni delle forniture" nello stretto di Hormuz.&nbsp;</p><p>Nonostante ciò, “l’economia (dell’Eurozona, <i>ndr</i>) ha dimostrato di essere resiliente nel secondo trimestre del 2026, nonostante i venti contrari. Il mercato del lavoro – ha continuato Lagarde – è rimasto solido, mentre la produttività è gradualmente aumentata. Anche l’inflazione, specialmente sui beni alimentari, è inferiore alle nostre attese. Ma sarà più perdurante di quanto pensavamo. Tutto ciò potrebbe portare forse a della crescita dell’Eurozona anche oltre lo 0,9 per cento”.</p><p>In conferenza è intervenuto anche il presidente della Banca centrale tedesca,<b> Joachim Nagel, commentando l’ascesa dell'Afd domenica in Sassonia</b>&nbsp;<b>Anhalt</b><b>: “Sono preoccupato.</b> Che dice ciò del nostro paese? Della nostra società, dei valori che condividiamo? E molti dei loro concetti sono autolesionistici in senso economico. Aiutano ad attrarre investimenti esteri in Germania? Certamente no. Li spingeranno via”.&nbsp;</p><p>Rispondendo infine ai giornalisti sulle voci che vedrebbero la presidente lasciare il suo posto a Francoforte per prendere le redini del World Economic Forum, <b>Lagarde ha chiarito che per ora “non c’è ancora nulla da dire</b>. Voi (giornalisti, <i>ndr</i>) sarete i primi in caso a saperlo, ovviamente dopo i miei nipoti”.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>L’Ilva come autobiografia della nazione</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Quattro lettere, una storia locale, un dramma nazionale e un filo conduttore che forse esiste anche se in pochi lo vogliono vedere</b>: se si chiude lì, perché non chiudere Milano? Nel novembre del 1922, nel famoso “Elogio della ghigliottina”, Piero Gobetti, giornalista, filosofo, editore e volto chiave dell’antifascismo italiano, la cui storia è stata spesso rievocata in questi mesi anche per le celebrazioni legate ai cento anni dalla sua morte, definì il fascismo “l’autobiografia della nazione”. Provare a immaginare oggi quale possa essere una vera e rappresentativa autobiografia di una nazione non è semplice. Ma se volessimo per un istante allontanarci dalla suggestione di voler considerare come perfetta fotografia dell’Italia la storia delle bombe d’amore recapitate a casa di un celebre conduttore televisivo o la storia di un generale descamisado che promette di tenere banco per i prossimi mesi di campagna elettorale per i suoi occhi a cuoricino per Putin potremmo provare a sostenere che la vera, profonda, angosciante ma necessaria autobiografia di una nazione, oggi, corrisponde a una parola di quattro lettere contro la quale, da quattordici anni, sbatte le corna la politica italiana:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/ilva_50620" target="_blank">Ilva</a>.</p><p><b>Ilva è l’autobiografia di una nazione perché incarna, in un’unica storia, tutti i principali vizi e tutti gli irremovibili tabù del nostro paese</b>. Magistratura che esonda, sindacati che dormono, politica che ronfa, imprenditori che sonnecchiano, investitori che fuggono, deindustrializzazione che galoppa. Non è, purtroppo, Ilva, una storia di quelle che piacciono a noi, una storia di ottimismo, una storia che sprizza energia da tutti i pori. Ma è una storia necessaria da capire per chiunque voglia tentare, in qualche modo, di costruire un’Italia migliore rispetto a quella vista in questi anni. Quando si parla di Ilva, o meglio dell’ex Ilva, di quella che è stata una delle acciaierie più importanti d’Europa, è difficile trovare un filo d’Arianna per entrare con facilità in una storia pazzotica, complicata, irrisolvibile. Ma ogni volta che si ragiona attorno al tema dell’Ilva bisognerebbe avere il coraggio di ricordare una piccola verità che tiene insieme tutte le altre: <b>l’Ilva non è solo l’autobiografia di una nazione ma è l’immagine perfetta di ciò che accade in un paese in cui l’ambientalismo ideologico perde ogni briglia, perde ogni freno</b>, e in cui con la complicità di una magistratura senza bussola, un sindacato senza visione, una politica incompetente la deindustrializzazione non diventa un male da evitare ma diventa un orizzonte da perseguire per poter avere un ambiente migliore. La storia di Ilva, se la vogliamo raccontare con onestà riavvolgendo il nastro, arrivando ai primi anni Duemila, è una storia drammatica, di un impianto siderurgico attorno al quale una politica scellerata lasciò che città e fabbrica crescessero fino quasi a saldarsi, e di una fabbrica che nei primi anni Duemila avrebbe certamente potuto fare molto di più per rispettare la salute dei cittadini.</p><p>Ma la storia della distruzione di Ilva è una storia all’interno della quale la riduzione della produzione è stata da sempre considerata come l’unico modo per arrivare a una fabbrica sostenibile per l’ambiente. Beppe Grillo lo diceva esplicitamente, sognava di vedere Ilva svuotata, per trasformarla in un parco giochi, e i passaggi con cui la magistratura ha tentato di rendere impossibile a Ilva avere un futuro, perché dare un futuro a Ilva è sempre stato considerato come una minaccia all’ambiente, sono tanti. Nel 2012, nel procedimento che portò al primo sequestro dell’Ilva furono utilizzate anche le Bat, cioè le “migliori tecniche disponibili” per ridurre l’inquinamento. In sintesi: standard più severi rispetto a quelli utilizzati, standard che all’epoca non erano ancora stati recepiti come obbligatori nell’ordinamento italiano. Nel 2013, come ricorderete, vennero sequestrati 8,1 miliardi ai Riva calcolando come profitto del reato ciò che, secondo l’accusa, la famiglia aveva risparmiato non realizzando interventi ambientali: pochi mesi dopo la Cassazione annullò il sequestro. Nel 2022, i commissari dicono di aver realizzato il 90 per cento delle prescrizioni ambientali. <b>Ma per i giudici neppure il 90 per cento basta: ritengono che il presupposto del sequestro non sia ancora superato e gli impianti restano confiscati. Il filo è sempre lo stesso: Ilva, per non inquinare, deve morire</b>.</p><p>Nel 2026, pochi mesi fa, l’ultima chicca. La Corte d’appello di Milano riconosce che i limiti di legge sulle polveri non sono stati superati, dice però che quei limiti non garantiscono abbastanza la salute e ordina lo stop stabilendo che Ilva potrà ripartire quando le polveri saranno ricondotte entro “limiti di sicurezza”, nessuno sa quali, e in aggiunta, nonostante l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale avesse affermato che l’amianto residuo era pienamente contenuto e che le zone interessate non rappresentavano allo stato una fonte di rischio, la Corte giudica insufficiente quella valutazione, disapplica su questo punto l’Aia – l’Autorizzazione integrata ambientale, cioè il permesso pubblico che stabilisce a quali condizioni una fabbrica può produrre – e sostituisce al criterio del contenimento quello della rimozione totale prima della ripartenza. Risultato: se prendiamo come metro la produzione, nel 2025 Ilva ha prodotto circa un quarto dell’acciaio prodotto nel 2012, circa due milioni di tonnellate contro oltre otto milioni. Effetto sugli altiforni: Afo1 è ancora sequestrato, Afo4 è fermo per manutenzione e Afo2, pur dopo il nuovo incidente di agosto, è rimasto l’unico altoforno in marcia. E non è un caso che i quattordici acciaieri italiani che hanno manifestato interesse per Ilva lo abbiano fatto soltanto per l’area a freddo.</p><p>Sintesi: <b>Taranto può avere un futuro solo lavorando acciaio prodotto altrove, senza più produrre acciaio primario</b>. Ma per capire bene in che modo Ilva, in questi anni, sia diventata lo specchio perfetto di un’Italia ostaggio dei suoi demoni e delle sue ideologie c’è un passaggio che va isolato, nel decreto della Corte d’appello. Un passaggio che si sviluppa tra le pagine 33 e 37 e arriva alle sue conseguenze a pagina 44, quando la Corte in modo esplicito sostiene che vadano fissati nuovi limiti per le polveri sottili – sia quelle fino a 10 micrometri, Pm10, sia quelle ancora più fini fino a 2,5 micrometri, Pm2,5 – perché considera insufficienti i limiti oggi previsti dalla legge per escludere rischi sanitari. Secondo i dati Arpa sulla qualità dell’aria, nel 2025, nella centralina Tamburi-Orsini, quella che misura l’aria nel quartiere più vicino all’Ilva, la concentrazione media annua di Pm10 è stata di 22 microgrammi per metro cubo e la concentrazione media annuale di Pm2,5, cioè le polveri più fini e più penetranti, è stata di 12 microgrammi per metro cubo. A Milano, nello stesso periodo, i valori sono stati rispettivamente di 35 e 21 microgrammi per metro cubo. Significa che nel quartiere più vicino all’Ilva il Pm10 è stato del 37 per cento più basso che a Milano e il Pm2,5 del 43 per cento più basso (la legge fissa i limiti annuali a 40 microgrammi per il Pm10 e 25 per il Pm2,5). Il punto è chiaro: se la magistratura considera Ilva fuori controllo, bisogna chiudere non solo l’acciaieria di Taranto ma anche tutta Milano. E se si considera questa opzione come una follia forse varrebbe la pena chiedersi quando l’Italia ha iniziato a considerare legittimo avere un ambientalismo, coccolato dai sindacati, abbracciato dalle procure, non arginato dalla politica che ha trasformato la deindustrializzazione <b>nell’unico orizzonte possibile per avere un paese migliore, con molti parchi giochi, meno lavoro, meno industria e meno futuro</b>.</p>]]></description>
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				<title>L’aumento dei tassi della Bce è fatto per restare</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Oggi la Bce dovrebbe aumentare i tassi di interesse di 0,25 punti base. <b>La previsione è praticamente unanime da parte degli analisti e la decisione è data per scontata sui mercati finanziari. Il costo del denaro nell’area euro salirà, dunque, al 2,5 per cento, per contrastare l’inflazione e il rincaro dell’energia.</b> E dopo che cosa succederà? La banca centrale europea guidata da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/christine-lagarde_82660" target="_blank">Christine Lagarde</a>&nbsp;continua a non volersi ancorare a un percorso predefinito e anche nella riunione odierna è probabile che eviterà di fare previsioni, ma non mancano gli indizi per capire fino a che punto potrà spingersi la stretta. Secondo un’interpretazione diffusa tra gli analisti, la Bce tenderà a ricalibrare la politica sui tassi fino a quando non si troverà una soluzione per lo Stretto di Hormuz.</p><p>I prezzi dei beni energetici, infatti, hanno ripreso a correre: il petrolio ieri ha superato i 100 dollari e il gas è andato sopra 78 dollari con l’intensificarsi degli attacchi in tutto il Medioriente che alimentano i timori di interruzione delle forniture. <b>Un deterioramento delle tensioni che potrebbe pesare sulla riunione del board di Francoforte. Anzi, secondo quanto sostiene l’economista Lorenzo Codogno nella sua ultima newsletter, la Bce si sta persuadendo del fatto che l’attuale choc geopolitico è destinato a persistere e a spingere l’inflazione verso l’alto.</b> Per Codogno, non si tratta solo dell’aumento dei prezzi dell’energia, ma anche della frammentazione geopolitica, delle guerre commerciali, della siccità estiva e dell’imminente fenomeno di El Nino. Gli agenti economici, insomma, sono diventati sempre più sensibili all’inflazione e la trasmissione potrebbe avvenire più rapidamente rispetto al passato. Inoltre, l’economia si sta mostrando resiliente e i dati dell’inflazione di agosto, pur non mostrando segnali allarmanti, potrebbero subire un’accelerazione in autunno. Insomma, contrariamente a chi pensa che dopo l’aumento dei tassi di oggi la Bce si prenderà una pausa, per Codogno l’Eurotower procederà a ulteriori rialzi a ottobre e a dicembre.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La risposta dell’Ue al caro casa rischia di essere peggiore del problema</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 05:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Guglielmo Barone, Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ieri la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/commissione-europea_2657" target="_blank">Commissione Europea</a>&nbsp;ha diffuso la bozza dell’<b>Affordable Housing Act</b>, ovvero una proposta di regolamento per affrontare il problema del caro casa. <b>Il testo definisce alcuni criteri in base ai quali è possibile attribuire a una certa area la condizione di “stress abitativo”: il rapporto tra prezzo delle case e reddito (“mediano”) è cresciuto nell’ultimo decennio; esso supera un certo valore; è improbabile che queste condizioni vengano meno nel triennio successivo.</b> Per le aree in stress, le autorità nazionali (per esempio: un sindaco) sarebbero legittimate ad adottare misure restrittive su locazioni e compravendite che non abbiano come oggetto la prima casa. In sostanza, il regolamento darebbe copertura giuridica alla pletora di misure locali volte a limitare gli affitti brevi e, eventualmente, il mercato delle seconde case.</p><p>La misura della Commissione affronta un problema vero con uno strumento sbagliato. In alcuni mercati immobiliari locali europei la domanda di abitazioni supera di molto l’offerta e questo, come da libro di testo, spinge i prezzi in alto. C’è un tema di equità, certo. Ma anche di efficienza. <b>In questi mercati la domanda di abitazioni è elevata anche grazie alle cosiddette economie di agglomerazione, ovvero quei guadagni di produttività offerti dal mix di densità, capitale umano, innovazione etc.</b> Più semplicemente: Milano – città su di un sentiero di crescita ben più intenso rispetto alla media italiana – attira lavoratori, imprese, università e centri di ricerca mentre una qualche città di provincia no (ricordate la polemica su Milano che “ruba” i talenti? Ecco, non ruba nulla, semplicemente attrae). Prezzi degli immobili troppo elevati possono limitare il dispiegamento di tali economie di scala.</p><p>In primo luogo, la proposta è sbagliata perché estremamente lesiva del diritto di proprietà, senza che se ne ravvisino benefici. E’ la Commissione stessa a riconoscerlo: le restrizioni alle locazioni brevi “non sono sufficienti a rispondere alle cause strutturali della scarsità di immobili nel lungo termine”. Anzi: tali poteri andrebbero considerati eccezionali e usati con cautela. Solo che mettere in mano a un diciottenne una bottiglia di whisky e le chiavi della macchina raccomandandogli di bere poco è raramente una buona strategia. Anche provvedimenti meno aggressivi potrebbero rivelarsi inefficaci. Per esempio, l’applicazione di un tetto amministrativo ai prezzi ridurrebbe ulteriormente l’offerta. Infine, i criteri in base ai quali un mercato locale sarebbe sotto stress sono di difficile applicazione e questa ambiguità potrebbe facilmente dare luogo a un enorme contenzioso (in Italia abbiamo dati affidabili sul reddito “mediano” per quartiere/città? No. Come trattiamo l’evasione fiscale che sporca i dati sul reddito? Boh. Come stimiamo la probabilità che lo stress non venga meno nel triennio successivo? Chissà).</p><p><b>Se il problema è la carenza di offerta, occorre allentare i vincoli alle nuove costruzioni-ristrutturazioni, attaccando così il problema alla radice. </b>Questo implica facilitare lo sviluppo urbano, anzitutto in verticale o velocizzando i cambi di destinazione d’uso. Il miglioramento dei tempi della giustizia civile potrebbe inoltre spingere alcuni proprietari ad ampliare l’offerta sul mercato degli affitti a lunga durata. Infine, sarebbe utile offrire un quadro normativo chiaro sul lavoro a distanza. Queste misure sarebbero a costo zero per la finanza pubblica.</p><p><b>Poi ve ne sono altre che, invece, costano. </b>La prima è il potenziamento delle infrastrutture e dei trasporti tra città attrattive e periferie o paesi di cintura spesso in via di spopolamento, facilitando l’accesso ai poli maggiormente richiesti (per esempio perché ospitano uffici o servizi). Peraltro, in questo modo si potrebbe rispondere alla crisi gemella e completamente ignorata: cioè quella degli immobili che perdono valore e rimangono disabitati, pur generando costi per i proprietari, spesso perché lontani dai mercati del lavoro. La seconda è la costruzione di studentati per il problema del caro affitti vissuto dagli studenti. La terza riguarda progetti di social housing, per il quale spendiamo poco, che aiuterebbero i segmenti più fragili. Siamo consapevoli che si tratta di misure molto costose. Ma dopo il falò del Superbonus e del Pnrr questa critica va indirizzata altrove, a chi ieri ha portato avanti queste misure e oggi vuole correggere il mercato immobiliare in modi palesemente dirigisti, illiberali e dannosi.</p>]]></description>
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				<title>Il pieno di diesel costa come nel 2022. E Meloni rinvia la stretta sugli sconti</title>
				<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 16:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Maria Carla Sicilia</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Alla vigilia della scadenza dello sconto sulle accise</b>, diesel e benzina toccano livelli di prezzo che non si vedevano dal 2022. Oggi fare rifornimento in modalità self costa a <b>2,067 euro a litro per la benzina e 2,177 euro a litro per il gasolio</b>, secondo i dati quotidiani che ha comunicato stamane il ministero delle Imprese e del Made in Italy. Senza il taglio dell’accisa, attualmente in vigore per il solo gasolio, saremmo a 2,347 euro al litro: come nota Staffetta Quotidiana, si tratta di una cifra che supera di gran lunga <b>il record storico del 17 marzo 2022</b>, all'indomani dell'invasione russa dell'Ucraina, quando il diesel si attestava a 2,229 euro al litro.</p><p>Sono questi i numeri che arriveranno sul tavolo del <b>Consiglio dei ministri </b>di domani, chiamato a valutare una proroga, e su cui oggi cercano una quadra i tecnici del Mef. La premier Giorgia Meloni,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/04/video/giorgia-meloni-a-bari-per-festeggiare-la-durata-del-suo-governo--406637">parlando dal palco della festa di Bari qualche giorno fa</a>, ha detto chiaramente quali sono le intenzioni del governo: sospendere gli aiuti orizzontali e costruire un quadro di sussidi mirati per le fasce più deboli e l'autotrasporto. “<b>Noi non possiamo permetterci di spendere altri soldi per consentire a chi non ne ha bisogno o a chi viene a fare la benzina dalla Francia di avere lo stesso aiuto che ha un italiano che guadagna milleduecento euro al mese</b>”, ha tuonato la premier dopo sei mesi di tagli generalizzati che sono costati 2 miliardi e 74,5 milioni di euro.</p><p>I numeri li ha certificati ieri il Servizio studi di Camera e Senato: dal 19 marzo e fino al 10 settembre i tagli delle accise sono costati allo stato <b>2 miliardi e 74,5 milioni di euro</b>. Di questa cifra, 689,2 milioni sono venuti dal meccanismo dell'accisa mobile. Il resto delle coperture si divide tra tagli ai ministeri e anticipi fiscali delle società energetiche, a cui è stato chiesto un anticipo d’imposta del 39 per cento sugli utili la cui distribuzione è stata deliberata nell’esercizio 2025.</p><p>Da qui l'intenzione di concentrare le risorse dove sono realmente utili. Ma costruire il decreto con i tagli selettivi è tutt'altro che semplice e per evitare di far schizzare al record il prezzo del diesel, il governo è orientato a procedere ancora una volta con i tagli orizzontali. <b>Si tratterebbe&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/08/04/news/il-governo-continua-con-il-taglio-delle-accise-ma-molti-conti-non-tornano-parlano-tabarelli-e-nobile--404078">della quindicesima proroga in sei mesi</a><b>, tra decreti legge e decreti interministeriali, e dovrebbe coprire al massimo altre due settimane</b>. Sarà questo il tempo a disposizione per sciogliere i nodi e definire un quadro di sussidi mirati per arrivare a fine anno.</p><p>La quadra da trovare oltre che fiscale è anche politica. Le ultime ipotesi allo studio riguardano un<b> bonus carburante</b> tra le voci dei fringe benefit rimborsati dal datore di lavoro ai dipendenti, ma manca la definizione delle soglia di reddito per l'accesso su cui le forze di maggioranza non hanno trovato una sintesi. C'è poi da definire il quadro per le<b> partite Iva </b>più esposte ai rincari, sia dal punto di vista della platea dei beneficiari che da quello operativo e delle coperture. Su questo punto ha molto insistito il vicepremier Matteo Salvini, secondo cui limitare l’aiuto ai lavoratori dipendenti sarebbe “un errore clamoroso”.</p><p>In Consiglio dei ministri domani dovrebbe approdare anche la lettera con la quale il governo formalizza alla Commissione europea <b>la richiesta di scostamento del deficit</b> per le spese per la difesa (0,9 per cento del pil, pari 21,7 miliardi fino al 2028) e per l'energia (0,6 per cento del pil, cioé 14,4 miliardi, dei quali 7,2 possono essere spesi in un solo anno). Peccato che con queste risorse non si possa intervenire per misure legate ai combustibili fossili, e dunque a diesel e benzina. C'è poi la strada di tassare gli <b>extraprofitti delle banche</b>, ma anche su questo fronte nella maggioranza non c'è l'ombra di un'intesa.</p>]]></description>
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				<title>In Francia cresce Mistral AI, ma si discute su come tassare chi innova</title>
				<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 08:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mistral, la società parigina che sviluppa modelli AI e che l’Europa considera la sua principale speranza nel settore, ieri ha annunciato  di aver raccolto 3 miliardi di euro di capitale nel suo round di finanziamento di Serie D (la quarta serie di investimenti per le aziende già consolidate ma che puntano a un’ulteriore espansione).</p><p>A guidare l’operazione è stata la coreana Samsung, con il fondo americano Psg Equity, già azionista, e soprattutto lo Scaleup Europe Fund, cioè il fondo della Commissione europea con cui l’Ue ha investito in un campione tecnologico europeo tramite Eqt (una società d’investimento svedese che decide indipendentemente, senza singole approvazioni da Bruxelles, dove investire). Scaleup è infatti tra le risposte europee alle indicazioni del rapporto Draghi, che  nel 2024 sottolineava come, data la difficoltà di raccogliere capitali in Europa, le aziende tech europee per crescere si spostano negli Stati Uniti, dove  invece trovare finaziatori è  molto più semplice.</p><p>Con quest’ultima raccolta Mistral vale ora più di 21 miliardi di euro, quasi il doppio dell’anno scorso (11,7 miliardi) di questi tempi, quando era diventata, a partire dagli stessi liberal-progressisti come il Nobel per l’economia Philippe Aghion, il  principale esempio per mostrare i danni che può provocare all’innovazione francese, e quindi europea, la tassa Zucman: un’imposta annua del 2 per cento sui patrimoni oltre i 100 milioni, anche su chi possiede quote di un’azienda che non guadagna ancora un euro. Anche per le start up tech, quindi. La proposta è stata bocciata l’anno scorso dall’Assemblea nazionale, e con quella tassa forse Mistral  non avrebbe raddoppiato il suo valore, perché per saldare i conti con lo stato, dato che l’anno scorso la società  ancora non produceva un euro (nel 2026 dovrebbe fatturare un miliardo), il suo fondatore Arthur Mensch avrebbe dovuto vendere parte delle sue quote magari fuori dall’Ue, ai danni di tutta l’Europa. O cederle allo stato, come ha proposto l’ideatore della tassa, l’economista Gabriel Zucman:  un esproprio.</p><p>Quest’anno il premier francese Sébastien Lecornu intende evitare  il ritorno della Zucman tax nei dibattiti – lasciando la questione ai dibattiti tra i candidati alle elezioni presidenziali, che si terranno l’anno prossimo – e si sta concentrando  sulla stabilità fiscale. Che per le difficili condizioni della Francia, vuol dire puntare a un deficit al 5 per cento. Ma per farlo bisognerà trovare un accordo politico, che nel 2025 non fu raggiunto: la Francia riuscì ad approvare il bilancio solo a febbraio del 2026, e iniziò l’anno imboccando la corsia d’emergenza della loi spéciale (una sorta di esercizio) .</p><p>Ma nonostante ciò, la   patrimoniale sui super ricchi è destinata a diventare il convitato di pietra al voto del 2027. Zucman ne è sicuro. Ha dichiarato  a La Croix che la tassa “finirà per essere adottata”. La sinistra, dal Partito socialista di Olivier Faure fino alla France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, ne ha fatto una bandiera. Aghion, cercando di giocare d’anticipo sull’ideologia, ha proposto un compromesso sui grandi patrimoni: con altri economisti, il 31 agosto su Les Echos,  ha rilanciato una proposta di sconti fiscali sulle successioni per chi conferisce volontariamente una parte dell’eredità alle fondazioni, scelte liberamente, che finanziano innovazione, ricerca e reindustrializzazione. Aghion lo chiama mécénat forcé, mecenatismo forzato.</p><p>Il ceo di Mistral, intanto, ha già chiarito dove andranno i 3 miliardi raccolti: ricera, chip e data center, per portare l’AI dentro le fabbriche europee, da Airbus ad Asml. Ma la singola storia di successo non elimina il problema di fondo: all’Europa manca una vera industria dell’AI. Lo ha sottolineato  il  ministro francese dell’Economia Roland Lescure: la sovranità europea nell’AI richiede un tessuto di imprese che non può dipendere solo da  Mistral. Il fondo Scaleup da 5 miliardi di euro,  annunciato da  von der Leyen, non  basta. Per competere con i giganti americani come Anthropic, che vale 965 miliardi di dollari e raccoglie in un round anche 60 miliardi,  serve di più. Sarà per questo che Mario Draghi, deluso dai  ritardi con cui si muove l’agenda delle riforme, ha lanciato il Gruppo del Reno, un think tank  di economisti e startupper tech per rendere l’Europa un ecosistema favorevole all’innovazione.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La malattia senile del Vecchio continente sono le pensioni</title>
				<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 08:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le classi dirigenti europee sono consapevoli che il Vecchio continente è il malato del mondo e si trova di fronte a tre sfide esistenziali: l’innovazione tecnologica, per rendere l’economia competitiva con Stati Uniti e Cina  in settori di frontiera come l’AI e per uscire dalla trappola dell’industria mid-tech; la transizione energetica, per avere maggiore autonomia e ridurre i costi per famiglie e imprese; la sicurezza, per potersi difendere da minacce esterne, come  la Russia, in un mondo più ostile e dove la protezione di Washington non è più garantita. <b>Il problema, però, è che nell’agenda elettorale a dominare sono altri temi come le pensioni.</b></p><p>In Germania, subito dopo lo scioccante trionfo dell’AfD in Sassonia-Anhalt, il ministro delle Finanze e leader dell’Spd Lars Klingbeil, junior partner del cancelliere Friedrich Merz (Cdu), ha messo in discussione le riforme del governo di grande coalizione e, in particolare, quella delle pensioni, per allentarla. Un cambiamento reso necessario dalla dinamica demografica, ma che è <b>estremamente impopolare soprattutto con altre  elezioni  alle porte</b> (Berlino e Meclemburgo-Pomerania il 20 settembre).</p><p><b> Lo scenario  è ancora più complicato in Francia</b>, dove la presidenza di Emmanuel Macron ha perso gran parte del suo capitale politico sulla riforma delle pensioni, fallendo. La legge, approvata nel 2023, è stata infatti congelata fino al 2028, e tutti i candidati alla presidenza promettono di abolirla, se non addirittura di fare una controriforma per abbassare l’età pensionabile a 60 anni: da Marine Le Pen all’estrema destra a Jean-Luc Mélenchon all’estrema sinistra, passando per sfumature diverse della stessa tinta per i candidati più moderati. Tutto questo, nel contesto di un paese come la Francia in crisi fiscale, con un deficit superiore al 5 per cento e in aumento.</p><p><b>Problemi analoghi ce li ha nel Regno Unito il nuovo governo laburista di Andy Burnham</b>, che è arrivato a Downing Street  con la promessa di allargare il welfare state. Ma anche Londra ha problemi fiscali e di aumento del costo del debito. Burnham potrebbe trovare risorse smontando il triple lock, il generoso sistema di indicizzazione delle pensioni che rivaluta gli assegni in base al più alto di tre parametri: tasso di crescita dei salari, inflazione o il 2,5 per cento. Un meccanismo  che gonfia la spesa previdenziale e che è costato molto di più di quanto era stato stimato alla sua introduzione nel 2011. Ma, ancora una volta, il problema per  Burnham è che toccare il triple lock porterebbe consensi a Reform di Nigel Farage. In Italia, infine, il paese con la più alta spesa pensionistica, <b>il governo Meloni – per arginare l’avanzata di Vannacci – sta già pensando a interventi sulle pensioni nella prossima legge di Bilancio</b>, ad esempio bloccando l’adeguamento dell’età di uscita alla speranza di vita come chiede Matteo Salvini.</p><p>L’Europa sta così per essere schiacciata dalla sua dinamica demografica, che da un lato accresce il peso di una spesa pensionistica insostenibile e dall’altro aumenta il numero delle coorti più anziane, rafforzando il potere politico di chi si oppone alle correzioni del sistema. In un Vecchio continente che invecchia l’orizzonte si accorcia e le sfide che riguardano il futuro, spesso, si fermano all’età pensionabile.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Lovaglio teme i francesi, Orcel fa un passo in Generali. Risiko e caos</title>
				<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Mariarosaria Marchesano</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il Gran Finale del risiko bancario si avvicina</b>, “The end of game”, come l'ha battezzato qualcuno, ma il campo di gioco è disseminato di mine. Ieri sera è nato un giallo che la dice lunga sul clima che si comincia a respirare. <b>L’agenzia AdnKronos ha lanciato la notizia di un passo indietro di Mps su Banco Bpm. </b>Secondo questa indiscrezione riferita all’agenzia da fonti finanziarie, la strategia dell’ad Luigi Lovaglio potrebbe prendere una direzione diversa da quella delineata nelle ultime settimane e concentrarsi, almeno in questa fase, esclusivamente su Banca Generali. <b>Fonti vicine al dossier, però, ribadiscono al Foglio che la banca senese “è concentrata a proseguire nel progetto industriale come annunciato al mercato con le due ops su Banco Bpm e Banca Generali”.</b> In effetti, uno stop su Bpm sarebbe quantomeno contraddittorio rispetto allo spirito dell’operazione complessiva che è stata presentata pubblicamente da Siena come alternativa all’opas lanciata da Intesa Sanpaolo con il supporto di Unipol-Bper. I dubbi, però, nascono dal fatto che il maggior azionista di Bpm, la francese Crédit Agricole, si è mostrata molto fredda riguardo a un eventuale matrimonio con Mps e a oggi non emergono segnali che la posizione sia cambiata. Per Parigi, l’opzione preferibile sarebbe quella della fusione della banca milanese con Crédit Agricole Italia, anche se l’operazione potrebbe creare malumore nel governo Meloni a un passo dalle elezioni politiche.<b> La banca milanese cara alla Lega che va ai francesi</b>. Uno scenario indigesto per Palazzo Chigi per quanto venga ripetuto che il governo vuole essere neutrale nel consolidamento bancario.</p><p>Lovaglio ha contato finora proprio su questo malumore per costruire la sua proposta basata su una doppia offerta pubblica di scambio: Bpm e Banca Generali. <b>Allo stato, secondo AdnKronos, l’operazione su Bpm non sarebbe necessariamente accantonata, ma potrebbe rappresentare una seconda fase del progetto. </b>Insomma, il coinvolgimento preventivo di Banca Generali – sul quale Lovaglio è più confidente – consentirebbe a Mps di affrontare il dossier milanese da una posizione di maggiore forza. Tali rumor, però, non tengono conto del fatto, come spiegano legali esperti al nostro giornale, che la doppia offerta sia stata ormai lanciata da Siena ai sensi dell’art. 102 del testo unico della finanza. E che non si può cambiare traiettoria senza una informativa sensibile e dettagliata al mercato. E’ questa la classica situazione che richiederebbe un intervento della Consob con la richiesta di un chiarimento a Mps (“senza indugio” come prevede la legge) visto che sono coinvolti diversi titoli di società quotate. In tutto questo, una cosa, però, è certa. Qualunque soggetto intenzionato a intervenire su Banco Bpm dovrà necessariamente confrontarsi con il gruppo francese. Lovaglio, dal canto suo, avrebbe avviato canali di comunicazione con Parigi, ma allo stato non si sa con quali risultati. <b>La presenza di Crédit Agricole rappresenta di fatto un deterrente anche per Unicredit, che non ha mai smesso di considerare Banco Bpm una preda appetibile per aumentare il suo peso in Italia</b> dove le distanze con Intesa Sanpaolo rischiano di ampliarsi.</p><p>Intanto, <b>la banca guidata da Andrea Orcel ha ottenuto dalla Bce il cosiddetto Danish Compromise,</b> i cui benefici, per adesso, non si estendono alla quota detenuta in Generali. Avere il Danish per una banca vuol dire usufruire di uno sconto patrimoniale per le partecipazioni azionarie detenute in compagnie assicurative, ma solo quando queste consentono il controllo e il consolidamento. Il paradosso è che neanche Mps è certa di ottenere questo vantaggio per la partecipazione del 13 per cento che oggi detiene nel Leone attraverso Mediobanca. Perché il Danish – dicono le regole Ue – non si eredita. <b>La merchant bank di Piazzetta Cuccia ne usufruiva in quanto “grand fathering” di Trieste. La Mediobanca controllata dall’istituto guidato da Luigi Lovaglio no, almeno non ancora.</b> Inoltre, il Danish non vale per le assicurazioni che comprano le banche. Per esempio, Philippe Donnet, ad di Generali, non usufruirà di vantaggi patrimoniali se dovesse diventare azionista di Montepaschi in seguito allo scambio con Banca Generali proposto da Lovaglio. Donnet non sarebbe contrario ad appoggiare l’operazione se questo può creare valore per il gruppo. In cambio, il Leone punta a subentrare al posto di Axa nella partnership assicurativa che scade nel 2027. E questa possibilità Lovaglio gliela sta facendo intravedere.</p>]]></description>
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