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		<title>Economia</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:01:40 +0200</pubDate>
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				<title>Per Schlein è più facile un patto con Meloni che un programma con Conte e Bonelli</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sembra quasi che <b>per Elly Schlein sia più semplice trovare un'intesa programmatica con Giorgia Meloni che con il resto del Campo largo</b>. E la reazione sdegnata dei suoi alleati, da Giuseppe Conte ad Angelo Bonelli, all'invito al dialogo della segretaria del Pd alla presidente del Consiglio ne è la dimostrazione. Nella lettera, pubblicata giovedì su Repubblica, in cui Schlein illustra il suo pacchetto di misure contro la crisi energetica per impiegare i 14 miliardi (0,6 per cento del pil) di flessibilità ammessa dalla Commissione europea non c'erano particolari novità nel contenuto. D'altronde, dieci giorni prima, Schlein aveva già presentato le cinque proposte sull'energia a Cernobbio, alla presenza dei suoi alleati Giuseppe Conte (in collegamento), Angelo Bonelli e Matteo Renzi. Nessuna obiezione sul contenuto. Il problema, per loro, o almeno per Conte e Bonelli, è quello "spirito costruttivo" con cui Schlein si è rivolta a Meloni dicendo: "Offriamo alla Vostra attenzione la nostra proposta". <b>E soprattutto, l’apertura della premier ad "approfondire" le il tema "senza pregiudizi" quando "si fanno proposte sensate"</b>.</p><p>Naturalmente c’è una base concreta su cui è possibile trovare un’intesa. In primo luogo perché l’allargamento all’energia della clausola di salvaguardia per la difesa è stata una vittoria in Europa di Meloni e Giorgetti. In secondo luogo, perché le cinque proposte di Schlein riguardano il rafforzamento di misure già esistenti o introdotte dal governo Meloni (Conto termico, Piano casa, conversione industriale, trasporto pubblico e potenziamento della rete elettrica). Ma la mossa, da parte di Schlein, ha soprattutto un valore politico. Mentre nel centrosinistra, e anche nel suo stesso partito, in tanti dubitano sulla sua capacità di guidare la coalizione, la segretaria del <b>Pd si rivolge da pari alla Presidente del Consiglio, che è forse l’unica che ne riconosce la leadership a sinistra. Sia quando la attacca, sia quando si dice disponibile al dialogo</b>.</p><p>Non è la prima volta che accade. Sempre a Cernobbio, Schlein si era detta disponibile a votare insieme al centrodestra l’estensione a tutta l’Italia dell’autorizzazione unica sul modello Zes per abbattere il carico burocratico sulle imprese: "Qui c’è un punto d’accordo con la presidente Meloni", disse Schlein. "Ci sono i margini per approvare insieme l’estensione della Zes unica del Mezzogiorno a tutto il territorio nazionale" rispose pochi giorni dopo, intervistata dal Foglio, la presidente del Consiglio. Nel corso della legislatura, senza mai risparmiarsi dure critiche, le due leader hanno trovato altre intese. Dal patto – poi naufragato – sul reato di violenza sessuale, nato da una telefonata tra Schlein e Meloni e suggellato da lla segretaria del Pd con una foto su Instagram insieme alla premier: "Abbiamo dimostrato che su questo tema fondamentale si può trovare un terreno comune tra maggioranza e opposizione per far fare passi in avanti al paese". <b>Un patto, poi, è stato stretto contro l’uso del deepfake in campagna elettorale</b>.</p><p>"In vista della campagna elettorale tutte le forze politiche dovrebbero impegnarsi a non usare l’AI per attribuire agli avversari parole o fatti inventati", fu l’appello lanciato da Schlein a luglio in un’intervista al Foglio. Invito subito accolto da Meloni: "E’ un tema che ho posto prima di tutti. Sono d’accordo". Da questo dialogo a distanza tra avversari è nata anche la legge a prima firma Shclein di sostegno al cinema e all’audiovisivo, approvata con voto trasversale e quasi all’unanimità (eccetto Marattin e Vannacci). <b>Un processo politico che era partito da un appello del regista Pupi Avati alla premier e alla segretaria del Pd per lavorare trasversalmente a una nuova legge per il cinema</b>.</p><p>Ora l’appello ("Gentile presidente"), o meglio l’invito, a un confronto sui temi dell’energia lo ha scritto Schlein. Mentre il capicorrente del Pd si scervellano su come far saltare le primarie, sui papi stranieri, sui terzi nomi, sui vecchi partigiani o i nuovi 18enni, chiunque purché non la loro segretaria per guidare la coalizione e il governo. <b>Mentre altri dirigenti aspettano da Nova che Conte detti le sue condizioni sull’Ucraina. Mentre a sinistra si fa fatica a definire il programma, la segretaria del Pd si rivolge alla presidente del Consiglio, alla sua avversaria, per cercare un’intesa programmatica sulla crisi energetica e trovare un riconoscimento della sua leadership</b>.</p><p>Ed è proprio questo che turba gli alleati progressisti. "Meloni sul tema climatico e energetico ha sabotato tutte le politiche ambientali e climatiche – dice Bonelli – questa mano tesa a lavorare insieme è incomprensibile". "Non ci sono le condizioni per lavorare con chi, il governo Meloni, dice di voler fare le trivellazioni", dice Conte. Attaccano Meloni, ma il vero obiettivo è Schlein.</p>]]></description>
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				<title>Sulle critiche al bollo il Pd dimentica le accise di Bersani</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;“Meloni ha deciso di finanziare la campagna elettorale con i soldi degli italiani”, ha commentato Antonio Misiani, senatore e responsabile economico del Pd, a proposito del decreto del governo, che ha cambiato strumento contro il caro carburanti: lo sconto sul gasolio scende a 12,2 centesimi fino al 25 settembre e passa a 6,1 centesimi fino al 5 ottobre (poi resteranno le sole accise mobili), mentre 2,3 miliardi di euro serviranno a coprire l’abolizione del bollo per le auto fino a 80 kW di potenza. <b>La critica di Misiani è lecita</b>: il governo, nonostante le promesse di rendere la misura strutturale, taglia la tassa per un solo anno e rinvia a decisioni future.</p><p><b>Ma per questo tipo di peccati, nessuno può scagliare la pietra.</b> Proprio il Pd, con Pier Luigi Bersani ministro dello Sviluppo economico del già dimissionario governo Prodi, nel marzo del 2008  finanziò con 162 milioni di extragettito Iva il primo taglio delle accise mobili mai realizzato: circa 2 centesimi in meno dal 20 marzo al 30 aprile. Il  mese prima delle elezioni che riportarono Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Anche quei 162 milioni erano soldi degli italiani, e anche quel taglio delle accise aveva un “chiaro sapore elettoralistico”, secondo il metro usato oggi da Misiani per l’esenzione dal bollo.</p><p>Queste misure, però, non sembrano portare bene: a marzo 2026, dopo lo choc di Hormuz, il governo tagliò le accise pochi giorni prima del referendum sulla giustizia, e sappiamo com’è andata. <b>Non sarà che ora Meloni ha cambiato strumento per scaramanzia?&nbsp;</b></p>]]></description>
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				<title>Riecco il fiscal drag. Torna l&#039;inflazione e colpisce i soliti</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Marco Leonardi, Leonzio Rizzo</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’Istat ha confermato il ritorno dell’inflazione al 3,3 per cento ad agosto su base annuale. L’anno scorso Banca d’Italia vedeva un quadro tranquillo: inflazione cumulata nel biennio 2026/2027 intorno al 3 per cento. Dopo lo choc energetico, lo scenario è diventato più pesante: circa 4,4 per cento cumulato. Negli scenari sfavorevoli, il dato potrebbe superare il 6 per cento.</p><p>Quando arriva l’inflazione, il governo subisce un colpo politico ma ha due vantaggi immediati. Il primo è che il rapporto debito/pil scende più facilmente. Il secondo è che aumentano le entrate fiscali per via delle imposte indirette (Iva) e delle imposte dirette (Irpef). Queste ultime aumentano se salari e pensioni inseguono i prezzi, ma scaglioni e detrazioni non sono indicizzati. E’ il fiscal drag, un’imposta invisibile. La pressione fiscale è prevista in crescita di 0,3 punti l’anno prossimo: è con maggiori imposte si finirà per pagare l’abolizione del bollo auto.</p><p>Il punto è su chi si scarica il costo dell’inflazione. Se lo choc nasce da materie prime importate, il paese è più povero. Ma come si riparte la perdita? Nel 2022/2023, la correzione è passata dai redditi fissi: dipendenti e pensionati, soprattutto sopra i 35 mila euro lordi annui, hanno perso potere d’acquisto e subito il fiscal drag. Le imprese hanno difeso i margini, il fisco ha incassato l’extragettito che poi ha “restituito” con riduzioni fiscali.</p><p><b>Il rischio è che nel 2027 succeda di nuovo. Il sistema dei contratti collettivi non è stato corretto e quando arriva l’inflazione, le imprese hanno un incentivo ad aspettare: ogni mese non recuperato riduce il salario reale e abbassa il costo del lavoro. E così il rinnovo dei contratti può aspettare.</b></p><p>I conti sul fiscal drag nel 2027 danno l’ordine di grandezza. Con inflazione cumulata 2026/2027 al 3 per cento, c’è un drenaggio fiscale che chiameremo “fisiologico” perché l’Irpef non è indicizzata. Se l’inflazione nel biennio sale al 4,4 per cento, il fisco incamera 2,5 miliardi in più di fiscal drag. Con inflazione al 6 per cento, il conto arriva a 5 miliardi. Sono stime rispetto a un’Irpef interamente indicizzata, ma sono prudenti perché non includono le addizionali regionali e comunali.</p><p><b>Poi c’è&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/15/news/conte-non-ha-ancora-fatto-i-conti-con-il-debito-da-superbonus--407571">il debito pubblico</a><b>. Qui bisogna evitare l’equivoco più grande. Dire che l’inflazione riduce il valore reale del debito non significa dire che il Tesoro “risparmia” quella somma nel bilancio dell’anno. Interessi e capitale dei titoli in scadenza vanno pagati. Il beneficio per lo stato sta nella perdita reale subita da chi detiene titoli nominali non indicizzati. Chi si vede restituire il capitale di un titolo di stato scaduto dopo un periodo in cui vi è stata inflazione ci rimette perché quel capitale vale meno.</b></p><p>I prestiti in scadenza tra giugno 2026 e dicembre 2027 ammontano a 510 miliardi, circa un sesto dei 3.100 miliardi di debito pubblico. Di questi, solo 20 miliardi si riferiscono a titoli indicizzati. Rimangono 490 miliardi di titoli nominali. Per ogni titolo abbiamo calcolato l’inflazione cumulata dal 2025 alla data di scadenza, utilizzando le previsioni della Banca d’Italia per il 2026/2027 nei tre scenari: 3 per cento, 4,4 per cento e 6 per cento. Se l’inflazione nel biennio aumenta dal 3 al 4,4 per cento, il valore reale del debito in scadenza si riduce di 4 miliardi; se arriva al 6 per cento, di 9 miliardi. Sono le cifre che lo stato avrebbe dovuto pagare se quei titoli fossero stati indicizzati.</p><p>Ma non sono miliardi che il governo trova in cassa. Sono una riduzione del valore reale del debito già emesso. E il calcolo non considera che i nuovi titoli emessi al posto di quelli in scadenza avranno tassi più elevati. Dall’altro lato ci sono gli interessi a tasso fisso. Chi ha prestato soldi allo stato riceve euro nominali, ma quegli euro comprano meno. <b>Se il rendimento nominale medio del debito resta intorno al 3 per cento e l’inflazione aumenta al 4 per cento, il rendimento reale ex post è circa -1 per cento. Visto che su 3.100 miliardi di debito circa 2.300 sono a tasso fisso e non indicizzati, ciò significa circa 23 miliardi di perdita reale per i detentori dei titoli: un trasferimento implicito dai creditori allo stato. </b>Questa redistribuzione tra creditori e debitore pubblico è normale in tempi d’inflazione. Non va letta come un risparmio di bilancio, ma come redistribuzione patrimoniale, inevitabile e limitata al breve periodo, finché la sorpresa dell’inflazione non è incorporata nei nuovi tassi d’interesse.</p><p>Ma la scelta politica decisiva su chi paga i costi dell’inflazione resta quella su contratti collettivi e fiscal drag: evitare che, come nel 2022/2023, quasi tutto il costo venga scaricato ancora su lavoratori dipendenti e pensionati.</p>]]></description>
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				<title>Il paradosso di Torino: no a Leonardo, sì all’auto cinese (che si sfila)</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Dario Di Vico</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pezzi importanti della società civile torinese, Cgil e Chiesa diffidano della riconversione dall’automotive alla difesa? Ebbene è di poche ore fa la notizia che uno dei big player dell’industria italiana, il gruppo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/leonardo_2078/page/1" target="_blank">Leonardo</a>, ha deciso di investire a Torino quella che inizialmente si presenta come una piccola cifra (20 milioni) ma che è destinata a generarne 670 in tre anni. Gli stessi ambienti della società civile e la Fiom chiedono a gran voce che sbarchi a Torino un nuovo produttore di auto, stavolta cinese? Ebbene da Alfredo Altavilla, ex manager di Marchionne e ora special advisor del colosso cinese&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/byd_33846" target="_blank">Byd</a>&nbsp;di passaggio a Torino, è arrivata una secchiata di acqua gelida: <b>“Per il nostro terzo stabilimento europeo dopo Ungheria e Turchia nella short list ci sono Francia e Spagna. Decideremo entro fine anno”</b>. Ma che succede, si sono scambiate le posizioni? Chi è temuto, allontanato e addirittura bersagliato materialmente (dal circolo Askatasuna) ovvero il gruppo Leonardo lancia nuove occasioni per la città, chi è invocato e blandito come i produttori cinesi, invece, gira le spalle alla città e alla sua grande tradizione manifatturiera. Possiamo chiamarlo, volendo, <b>il paradosso di Torino</b> che continua ansiosamente a interrogarsi sul suo futuro e la sua identità ma mette in campo contraddizioni, ideologismi e qualche ingenuità.</p><p>Il gruppo Leonardo ha deciso per la propria filiera produttiva degli elicotteri di fare un’operazione di reshoring, di scendere dal 65 per cento di acquisti all’estero e rafforzare il retroterra domestico di piccole e medie aziende specializzate che entrano a far parte del suo parco fornitori. <b>Così è stato annunciato per Torino, dove ben tre aziende in un solo colpo (la Apr di Pinerolo, la Mecaer Aviation Group di Borgomanero e la Tubiflex) saranno parte integrante della filiera elicotteristica Leonardo</b> – tre le più qualificate al mondo – aggiungendosi alla Sabelt, già imbarcata per i sedili. Il dettaglio che forse farà riflettere quanti si sono indignati contro “Torino, città delle armi” è che i responsabili del gruppo Leonardo hanno dichiarato che <b>“la filiera dell’auto e quella della difesa hanno tanti punti in comune e competenze simili”</b> e quindi la riconversione non è una “coglionata”, come l’aveva bollata&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/maurizio-landini_467" target="_blank">Maurizio Landini</a>. Dopo le drastiche dichiarazioni di Altavilla il leader della Fiom piemontese, Giorgio Airaudo, è tornato a sostenere la necessità di attrarre comunque i cinesi. <b>Che siano Byd o altri, poco conta</b>. E stavolta ha accusato direttamente Stellantis di aver boicottato quest’ipotesi rifiutandosi di mettere a disposizione di Byd lo stabilimento ex Maserati di Grugliasco svuotandolo dei macchinari.</p><p>Il nodo difesa-auto non è il solo rebus che divide la città. Ha destato una certa eco il nuovo Rapporto Giorgio Rota, storico appuntamento di riflessione sul futuro sabaudo, che ha puntato il dito sull’immobilismo torinese che in quindici anni ha visto crescere il valore aggiunto pro capite di 188 euro contro i 10 mila di Milano nello stesso periodo. <b>Non si tratta di declino, hanno sottolineato i ricercatori, ma di “lunga immobilità” che ha portato il territorio a crescere poco</b>. Ora però Torino avrebbe una grande occasione visto che dovrebbero piovere sulla città entro il 2032 un volume di investimenti pubblici pari a 9,3 miliardi, una congiuntura paragonabile solo a quella che precedette le Olimpiadi invernali del 2006. Ma sapranno le classi dirigenti torinese cogliere l’occasione e usare la massa dei nuovi investimenti come catalizzatore di nuove attività o si finirà per usarli passivamente solo come un grande ammortizzatore sociale? I primi a porsi il quesito sono i diretti protagonisti. Intanto per non farsi mancar nulla gli incidenti scoppiati in Val di Susa quest’estate hanno riaperto la ferita Tav. La giunta regionale di centro-destra guidata da Alberto Cirio ha sostenuto con forza che si tratta di un dibattito inutile e costoso, i Cinque stelle hanno ribadito la loro ferma contrarietà e hanno accentuato la pressione sul Pd. <b>Finito così tra l’incudine e il martello visto che i sindaci dem della valle sono rimasti sempre degli inguaribili No Tav</b>.</p>]]></description>
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				<title>Confartigianato “fa scuola” su transizione energetica e digitale</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Il boom dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>&nbsp;innescherà un’impennata dei consumi elettrici planetari. Tra il 2025 e il 2030, la domanda aggiuntiva di energia in Cina, Stati Uniti e Unione europea raggiungerà la cifra imponente di 3.312 TWh (terawattora), e 398 TWh di questo incremento saranno assorbiti esclusivamente dai data center.</p><p><b>Secondo una rilevazione di Confartigianato su dati dell’International Energy Agency (Iea) il fenomeno assume forme differenti nelle diverse aree del pianeta.</b> Negli Stati Uniti la spinta del digitale sarà travolgente: quasi la metà dell’aumento della domanda elettrica entro il 2030 – 203 TWh su 427 totali – servirà ad alimentare i data center, superando di gran lunga la crescita dei consumi elettrici dell’industria manifatturiera e dei trasporti messi insieme. In Cina, dove la richiesta complessiva di elettricità crescerà di ben 2.590 TWh, sarà invece l’industria a fare da traino, pur con i data center che assorbiranno 160 TWh aggiuntivi. L’Unione europea vedrà invece l’incremento guidato soprattutto dall’elettrificazione della mobilità, con i data center che incideranno comunque per l’11,7 per cento dell’aumento totale della domanda elettrica, pari a 35 TWh.</p><p>L’incrocio tra transizione energetica e digitale è uno dei temi al centro della 22esima convention annuale “Energies and Sustainability Confartigianato High School”, che dal 21 al 23 settembre riunirà a Domus de Maria, in provincia di Cagliari, circa 400 dirigenti e i vertici nazionali di Confartigianato e dei suoi Consorzi energia (Caem, CEnPI e Multienergia).</p><p>La tre giorni offrirà una piattaforma di confronto di alto livello. Ai lavori, aperti dal presidente di Confartigianato Marco Granelli, interverrà il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Il programma svilupperà un’ampia analisi delle trasformazioni geopolitiche, tecnologiche ed etiche e delle sfide per le imprese grazie ai contributi di esperti, esponenti delle istituzioni, accademici, giornalisti e divulgatori,<b> tra cui Pier Ferdinando Casini, Luigi Di Maio, Paolo Gentiloni, l’amministratore delegato del Gse, Vinicio Mosè Vigilante, Vittorio Emanuele Parsi.</b> Spazio anche ai modelli concreti di approvvigionamento dal basso, ai Power Purchase Agreement (Ppa) e alle Comunità energetiche rinnovabili, e al rapporto tra sostenibilità, legalità ed etica insieme a Paolo Foglizzo, Consultore del sicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, e allo scrittore Roberto Saviano.</p><p>A fare da dorsale operativa all’evento c’è l’esperienza dei tre Consorzi Energia. Attivi da oltre vent’anni in tutta Italia, nel 2025 hanno favorito l’acquisto di elettricità e gas al miglior prezzo sul mercato per 74.451 clienti, tra imprese e persone fisiche, distribuiti in 130.813 punti di fornitura (erano 11.801 nel 2012). Il totale dei consumi di energia elettrica “gestiti” dai Consorzi nel 2025 ammonta a 897,3 milioni di kWh mentre per il gas metano si attesta a 77,4 milioni di metri cubi. Inoltre, lo scorso anno, nelle forniture di elettricità e di gas hanno garantito il risparmio di 150.525 tonnellate di CO2 grazie all’acquisto di “energia rinnovabile certificata in origine”.</p><p>Alla convention “Energies and Sustainability Confartigianato High School”, i cui lavori possono essere seguiti in diretta streaming sul portale confartigianato.it, seguirà la Settimana per l’Energia e la Sostenibilità, in programma dal 19 al 24 ottobre con iniziative in tutta Italia rivolte a cittadini, imprese e istituzioni e un evento di apertura previsto a Milano il 12 ottobre.</p>]]></description>
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				<title>“Più gas e petrolio italiani per l’industria”. Parla Piras (Uiltec)</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Maria Carla Sicilia</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia </b>è un’operazione “indispensabile e non più rinviabile per l’interesse del paese, in un momento eccezionale in cui servono misure straordinarie”. <b>Daniela Piras</b> è la segretaria generale della Uiltec, la categoria che rappresenta i lavoratori dell’energia e dell’industria. Al Foglio dice che il decreto legge all’esame del Senato, con cui il governo punta a dare tempi certi ai procedimenti per le attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi sulla terraferma, è un’iniziativa positiva, anche per la figura commissariale che introduce nel caso in cui le regioni non esprimano l’intesa entro i tempi previsti. “Sono sempre stata contro l’autonomia differenziata, soprattutto per i temi relativi alla gestione idrica ed energetica. La strategia deve essere in capo al governo centrale e non alle regioni, perché risposte diverse possono discriminare alcuni territori rispetto ad altri”.</p><p>Non la pensa così la Cgil. In Basilicata, la regione dove oggi si estrae il 30 per cento del gas e l’80 per cento del greggio italiani,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/16/news/il-muro-di-pd-cgil-e-m5s-contro-lestrazione-di-petrolio-in-basilicata--407771">il sindacato ha criticato il decreto perché ha una “visione regressiva” e ha proposto la riconversione dei siti produttivi</a>. “Io so che ho una responsabilità nei confronti del sistema industriale e dei lavoratori che rappresento”, dice Piras, spiegando perché la sua posizione non coincide con quella del sindacato di Landini. <b>“Per questo sostengo le azioni che vanno incontro alle loro esigenze e a quelle delle famiglie, che stanno pagando un costo energetico non più sostenibile al quale non riusciamo a dare una risposta”</b>. Il prezzo dell’energia resta la variabile che più incide sulla competitività dell’industria italiana e i conflitti stanno ridisegnando le rotte. “Siamo in una condizione di dipendenza rischiosa. Abbiamo smesso di essere dipendenti dalla Russia ma lo siamo da altri paesi. Ci sono settori industriali che non possono ancora fare a meno del gas e noi abbiamo rinunciato a estrarlo, ma per almeno vent’anni saranno ancora necessarie grandi quantità”. Per Piras questo orizzonte di tempo dovrebbe coincidere con un piano energetico per la politica industriale. “Aumentare le estrazioni non può essere una soluzione a lungo termine, ma in questo momento è una necessità”.</p><p>Secondo le stime della Uil, con <b>i giacimenti già esplorati e le infrastrutture esistenti si potrebbe raddoppiare in un paio d’anni la produzione annuale di greggio e di gas, passando rispettivamente a otto milioni di tonnellate e a sei miliardi di metri cubi</b>. Numeri che appaiono piccoli di fronte ai consumi – pari a 55 milioni di tonnellate per il petrolio e 63 miliardi di metri cubi per il gas – ma che secondo la Uil potrebbero trasformarsi in un vantaggio per l’industria e i lavoratori. Sia per quelli dei distretti petroliferi, che offrono occupazione qualificata e ben pagata, sia per le aziende che consumano grandi quantità di gas. “La Gas release è stata un’intuizione molto valida, che dava senso alle autorizzazioni perché rispondeva a un’esigenza del paese. Purtroppo non c’è stato il coraggio di portarla a compimento”, dice Piras. <b>Il meccanismo, secondo la segretaria, dovrebbe essere riproposto come condizione per l’eventuale aumento della produzione: il gas nazionale dovrebbe essere venduto a prezzo calmierato alle aziende energivore che non possono prescindere da questa fonte.</b> L’altra condizione proposta è l’investimento in tecnologie come la cattura e lo stoccaggio della CO2. Per il petrolio, invece, l’obiettivo è anche rafforzare la capacità di raffinazione nazionale. Il greggio estratto in Basilicata rifornisce direttamente la raffineria di Taranto attraverso una pipeline: “Aumentiamo la nostra capacità di raffinazione e ci rendiamo meno dipendenti dall’estero”. D’altra parte, rilanciare l’estrazione di gas e petrolio era uno degli obiettivi del governo Meloni. Quattro anni dopo, però, la produzione non è aumentata.</p><p>Il decreto intanto ha iniziato il suo iter parlamentare.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/16/news/il-muro-di-pd-cgil-e-m5s-contro-lestrazione-di-petrolio-in-basilicata--407771">Il Pd lucano ha espresso netta contrarietà, in linea con la Cgil</a>. <b>“Credo che tutti dovrebbero pensare alle lavoratrici, ai lavoratori e alle realtà produttive.</b> E che dovremmo avere tutti un obiettivo, tenere insieme attraverso scelte responsabili la sicurezza energetica, la competitività industriale, la tutela dell’occupazione e la transizione ambientale”.</p>]]></description>
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				<title>Pastorella (Azione): “Sul caso Revolut il Viminale si prenda le proprie responsabilità”</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 17:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Sul caso Revolut il ministero dell’Interno deve assumersi le sue responsabilità. Gli attacchi via Pec sono quasi raddoppiati in Italia”. A <b>Giulia Pastorella</b>, deputata di Azione, non ha convinto la risposta del ministero dell’Interno (tramite la sottosegretaria Wanda Ferro) all’interpellanza urgente da lei redatta per richiedere informazioni sulla vicenda. Alla base del quale, spiega al Foglio, “c’è la presunta compromissione di alcuni indirizzi di posta elettronica certificata del Viminale”. Elemento su cui Ferro non si è soffermata più di tanto, precisando piuttosto che fra i dati dei 680 clienti forniti dalla banca digitale inglese abbia fornito ai criminali informatici spuntano quelli di “soltanto” 8 italiani. <b>“Così si usano due pesi e due misure”</b>, dice Pastorella. “Per quanto riguarda le aziende private, immediatamente ci si scaglia ad accusarle di leggerezza, di mancanza di protocolli, eccetera. Quando si tratta del pubblico invece si preferisce proteggerli. Dalle parole della sottosegretaria non mi è sembrato ci fosse l’intento di scoprire cosa è successo, ma neanche eventualmente di rimediare”.</p><p>Il caso è noto: un gruppo di criminali informatici che si fa chiamare ‘IamNotAVillain’ è riuscito a farsi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/15/news/caso-revolut-ora-il-cavallo-di-troia-viaggia-via-pec-di-stato--407705" target="_blank">consegnare da Revolut</a>&nbsp;i dati di centinaia di utenti usando un indirizzo Pec della prefettura di Reggio Calabria, e spacciandosi per un’autorità inquirente che richiedeva i dati per un’indagine europea. Stando a quanto affermato dagli hacker, l’attacco è stato il frutto di mesi di lavoro sotterraneo, che gli avrebbe garantito di avere fra le mani 147 gigabyte di dati, inclusi documenti interni e chat di agenti. <b>“Ed è solo la punta dell’iceberg”, sottolinea Pastorella</b>.</p><p>“<b>E’ noto che esista un mercato nero di accessi a Pec istituzionali</b>. Viene da domandarsi allora come mai sia così facile avere accesso alle nostre infrastrutture più critiche, ma anche se questi sistemi ricevano il corretto monitoraggio”. Fra le oltre 3 mila campagne malevole censite nel 2025 dal&nbsp;<a href="https://www.agid.gov.it/it/notizie/online-il-report-sulle-campagne-malevole-registrate-nel-2025-dal-cert-agid" target="_blank">CERT-AgID</a>, la struttura che si occupa di supportare la Pa nella sicurezza informatica, emerge un considerevole aumento della Pec come vettore di attacco, quasi raddoppiato rispetto all’anno prima. “Ecco perchè dal Viminale – prosegue Pastorella – mi sarei aspettata una risposta più severa e soprattutto un’assunzione di responsabilità, perché la sottosegretaria rappresenta il ministero in cui questi malintenzionati sono riusciti a entrare. <b>Ma anche l’impegno affinchè l’impresa terza che fornisce il servizio Pec sia posta sotto scrutinio</b>”. Elementi che però non sono arrivati, nonostante i numeri sollevino una certa urgenza di intervenire. “Secondo l’Agenzia dell’Unione europea per la cybersicurezza, l’Italia si colloca al secondo posto in Europa per numero di incidenti nella Pubblica amministrazione, con una quota del 26,3 per cento, subito dopo la Francia al 27 per cento”, osserva la deputata. “Non vorrei mai che la prefettura di Reggio Calabria fosse colpevole di aver semplicemente messo una password troppo semplice e magari tolto il sistema di autentificazione a doppio fattore. Sarebbe davvero triste”.</p><p>Sul caso, Revolut ha agito “in perfetta buona fede”, osserva la deputata. “Vedendo una Pec della prefettura che doveva fare? Del resto da agosto è in vigore il regolamento Ue e-Evidence con cui, ad esempio, un’autorità italiana può richiedere delle informazioni a un’azienda di un altro stato senza passare per Europol o altri filtri. <b>Ecco, Revolut ha risposto molto rapidamente. Forse anche troppo</b>”. Di fronte a un quadro del genere, viene da chiedersi come l’Italia stia gestendo il fronte della cybersicurezza. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ne ha più volte sottolineato l’assoluta importanza, vale lo stesso per il resto del governo? “Non credo si sia impegnato più di tanto sul tema. C’è una sottovalutazione generale, perchè si continua a pensare che sia una questione per tecnici. Ma in realtà non c’è nulla di più politico, e non vale solo per gli attacchi in sé, ma anche per i risultati”. Il programma di Azione è ancora in fase di elaborazione, ma Pastorella ci anticipa come il partito intende affrontare il tema: “<b>Abbiamo la necessità di aumentare la sovranità digitale e l’indipendenza europea</b>, costruendo anche data center e infrastrutture critiche sul nostro territorio. Ma dobbiamo anche lavorare moltissimo sul tema dell’adozione delle soluzioni di cyber security, e di intelligenza artificiale nel nostro tessuto produttivo”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Crosetto non aspetta Aspides. Il nodo del gasolio. Colpito Eurofighter italiano in Arabia</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 10:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dal Forum Risorsa Mare della Spezia, il ministro della Difesa<b>&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/17/news/la-svolta-nei-cieli-parla-crosetto--407846" target="_blank">Guido Crosetto</a><b>&nbsp;ha annunciato di aver deciso con il capo di Stato maggiore di non attendere Aspides e di</b><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/18/news/salvini-vs-crosetto-nuovo-strappo-su-strade-sicure-e-ora-la-lega-minaccia-di-boicottare-anche-il-piano-contro-le-ingerenze-russe--407944" target="_blank"> far garantire dalla Marina</a><b>&nbsp;il transito delle navi italiane nello stretto di Bab el Mandeb</b>. Crosetto ha già informato il presidente degli armatori. Quante unità inviare non è ancora stato deciso: la scelta passerà per governo e Parlamento. Mentre sul piano tecnico la strada esiste già. Una fregata italiana potrebbe ammainare la bandiera europea e sottrarsi temporaneamente alle direttive di Aspides per il tempo della scorta. Nulla però è definitivo. L'Alta rappresentante Kaja Kallas potrebbe emanare nuove direttive, e l'ultima parola sulla missione spetta al comandante, l'ammiraglio greco Gryparis. Negli ultimi giorni lo stretto è stato attraversato in media da 27 navi al giorno.&nbsp;</p><p>La minaccia è concreta: a oggi gli Houthi controllano l'intera costa yemenita sul Mar Rosso, l'isola di Perim e le isole Hanish, e tra l'8 e il 16 settembre avrebbero scavato una ventina di chilometri di trincee attorno allo stretto. E che la presenza italiana nella regione non sia un'ipotesi lo hanno ricordato i fatti della notte scorsa. <b>La base aerea saudita di Taif, dove è presente personale italiano impegnato nell'operazione Inherent Resolve, è stata colpita da diversi attacchi. Un Eurofighter F-2000 italiano, parcheggiato in un'area decentrata della base, è stato colpito. Nessun militare italiano è rimasto coinvolto</b>, ha fatto sapere Crosetto, che ha chiesto ai vertici militari una nuova valutazione del quadro e delle possibili opzioni operative.</p><p><b>Colpisce però il lessico scelto dal ministro a La Spezia, più vicino a quello di un titolare dell'Economia che a quello della Difesa</b>. Crosetto ha spiegato che ritardare, in casi come questo, significa “ritardare l'economia”, perché quando una rotta si interrompe le merci arrivano tardi e i prezzi salgono per famiglie e imprese.<b> È difficile non leggere questa insistenza attraverso la lente della stretta petrolifera di questi giorni</b>. Dopo<b> l'attacco del 10 settembre all'oleodotto saudita Est-Ovest</b>, secondo fonti di mercato citate dall'agenzia di prezzi dell'energia Argus, Aramco ha cancellato o rinviato fino a novembre i carichi di fine settembre di almeno tre raffinerie europee. Nelle stesse ore la<b> chiusura dell'oleodotto libico Hamada-Zawiya </b>ha fermato tre siti di produzione, e la Libia è il primo fornitore dell'Italia. Il Brent viaggiava attorno ai 108 dollari, con i carichi fisici in Europa sensibilmente più cari.</p><p><b>Il punto debole dell'Italia, però, non è tanto il greggio quanto il gasolio</b>. Secondo la Banca d'Italia, nel 2025 i paesi del Golfo hanno fornito all'Italia circa il 10 per cento del greggio ma un quarto dei prodotti raffinati, soprattutto dall'Arabia Saudita, con una <b>dipendenza più alta di quella degli altri grandi paesi dell'euro</b>. La media europea si ferma all'11,9 per cento. Nel primo trimestre del 2026, secondo i dati provvisori del Mase, la quota è salita al 30 per cento, e dal Golfo arrivava il 74 per cento del gasolio importato, contro il 56,6 dell'anno prima. La tensione si vede nei prezzi: secondo Argus, <b>a inizio settembre il margine del gasolio nell'Europa meridionale ha superato per la prima volta i 100 dollari al barile</b>.</p><p>Il nesso con Bab el Mandeb, però, va maneggiato con cautela. <b>Con Hormuz chiuso, i raffinati sauditi possono partire solo dalle raffinerie sul Mar Rosso</b>, che stanno a nord dello stretto e risalgono verso Suez: <b>nessuna scorta a Bab el Mandeb li protegge</b>, né riporta indietro i carichi cancellati da Aramco. <b>Lo stretto conta invece per l'Europa nel suo complesso</b>. Secondo la società di analisi Vortexa, <b>ad agosto circa 200 mila barili al giorno di gasolio diretto in Europa lo hanno attraversato, per il 60 per cento dall'India</b>, dopo che a marzo e aprile quei flussi si erano quasi fermati. <b>È l'ultimo tratto della rotta orientale che funziona, alla vigilia di un inverno che l'Europa affronta con scorte molto basse</b>. Quanta parte di quel gasolio arrivi in Italia non è noto, e la stessa Vortexa avverte che la tenuta dipende più dalle raffinerie indiane che dallo stretto. <b>L'ipotesi è che il governo voglia evitare che si chiuda anche quell'ultima porta, e soprattutto rassicurare armatori e assicuratori, da cui dipendono noli e premi di rischio</b>.&nbsp;</p><p>Quel che è certo è che la mossa italiana non segna una rottura con gli alleati. <b>Washington ha incontrato gli Houthi a Muscat, ottenendo l'impegno a non colpire navi americane, israeliane e commerciali, salvo quelle saudite. Ma sono intese contingenti, e il canale degli americani con Riad resta aperto</b>. Giovedì il dipartimento di stato ha approvato la possibile vendita di 48 F-35 all'Arabia Saudita per 24,3 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti non entrano direttamente in guerra in Yemen, ma forniscono intelligence e dati per i bersagli, e circa duecento militari americani sono nel regno con compiti di supporto. Martedì prossimo, ai margini dell'Assemblea generale dell'Onu, <b>Trump vedrà leader o ministri degli Esteri dei sei paesi del Golfo per discutere le prossime mosse</b> nella guerra con l'Iran e il dopoguerra.</p><p>Insomma, che cosa scorteranno davvero le navi italiane resta da capire. Se gli Houthi mantengono la promessa fatta agli americani e colpiscono solo bersagli sauditi, la protezione servirà soprattutto a dare fiducia a chi deve decidere se attraversare lo stretto o circumnavigare l'Africa. È lì, nei costi di una rotta più lunga, che la questione militare incontra quella dei prezzi.</p>]]></description>
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				<title>Occhio al risiko delle infrastrutture</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non c’è solo il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/09/news/lovaglio-teme-i-francesi-orcel-fa-un-passo-in-generali-risiko-e-caos--406988" target="_blank">risiko bancario</a>, c’è anche quello delle infrastrutture. Un segno di vitalità del mercato italiano, ma anche un messaggio per la politica economica del paese. <b>La Trevi, società romagnola fondata da Davide Trevisani e specializzata in grandi fondazioni e consolidamento dei terreni, travolta dai debiti dieci anni fa, dopo l’uscita della famiglia è controllata dalla Cdp con il 21 per cento e da fondi internazionali.</b> Ora è contesa tra Webuild, il numero uno italiano nei grandi lavori con un fatturato superiore ai 13 miliardi, e Icop, una società friulana di ingegneria che fa microtunnel e fondazioni, controllata dalla famiglia Petrucco, che fattura 500 milioni di euro.</p><p>Quest’ultima ha lanciato a giugno una offerta pubblica per la Trevi con scambio di azioni, niente contanti. Il mese scorso Webuild ha contrapposto una offerta tutta in contanti per 295 milioni di euro che ha ricevuto il via libera dalla Consob l’altro ieri. E’ cominciata così una gara che sembra scontata. Il titolo della società guidata da Pietro Salini è subito salito del 5,5%, ma secondo gli analisti di Kepler Cheuvreux, entrambe le società avrebbero margini finanziari per migliorare le rispettive offerte. La Icop vuole creare un gruppo specializzato che possa competere all’estero. Per Webuild si tratta di consolidare una crescita cominciata nel 2013 con la acquisizione dell’Impregilo attraverso una offerta pubblica di acquisto. Oggi è una multinazionale e vuole integrare competenze specialistiche grazie alla Trevi con benefici economici complessivi stimati in 150-160 milioni di euro. Il consiglio di amministrazione della società romagnola ha respinto l’opas Icop ritenendola non congrua finanziariamente con i suoi 273 milioni di euro, ma le obiezioni principali riguardano proprio le sinergie industriali ritenute difficili da quantificare. <b>Al di là di come andrà a finire, questa battaglia di mercato è da apprezzare.</b> Se vincerà Webuild si leveranno alti lai per un eccesso di concentrazione che riduce la concorrenza? La sua taglia in realtà è ancora piccola rispetto ai colossi internazionali, anche quelli europei, ed è un settore in cui conta essere grandi e disporre di un ampio ventaglio di competenze. In ogni caso, la concorrenza si tutela favorendo la domanda di infrastrutture e costruzioni a cominciare dal mercato nazionale. E questo è il messaggio implicito, ma chiaro, per la politica italiana.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Abolire la tassa sull’auto tagliando la spesa ferroviaria aumenta i benefici collettivi</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 05:35:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Francesco Ramella</author>
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				<description><![CDATA[<p>Richiesto dalla Cnbc di un parere sul piano di George W. Bush per il rilancio dell’economia, Milton Friedman così rispondeva: “Non so molto del piano in generale, ma sono favorevole a tagliare le tasse in qualsiasi momento, in qualsiasi modo e in qualsiasi forma. E’ l’unico modo possibile per impedire che la spesa pubblica salga troppo in alto”. L’intervistatrice controbatteva: “Ma dovremmo tagliare le tasse alla vigilia di una possibile guerra e mentre affrontiamo i deficit?”. E Friedman, di rimando: “Lo so, ma si creano deficit solo se il governo non riduce la spesa in futuro. E i deficit hanno i loro pregi, perché sono l’unica cosa che esercita pressione sul Congresso affinché contenga la spesa”.</p><p>Le considerazioni del padre del monetarismo ben si adattano alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/16/news/il-governo-vuole-abolire-il-bollo-per-auto-e-moto-meloni-cancelliamo-una-delle-tasse-piu-odiate-dagli-italiani--407763">decisione del governo di ridurre parzialmente, arzigogolatamente e, a oggi, temporaneamente, il bollo per le auto</a>. <b>La misura dovrebbe comportare una riduzione della tassazione pari a 2,4 miliardi</b>. Si tratta di un modesto alleggerimento, meno del 3 per cento, dell’elevato carico fiscale che grava sul settore del trasporto stradale, risultato pari a 83 miliardi nel 2025. Ed è una quota minimale, lo 0,2 per cento, della spesa pubblica prevista per il 2026, che ammonta a 1.252 miliardi.</p><p>Volendolo fare, non sembrerebbe impresa impossibile trovare in questo <i>mare magnum</i> le risorse per compensare queste e altre minori entrate. Lo si potrebbe fare anche restringendo il campo al solo ambito dei trasporti e delle infrastrutture. A detta del ministro Salvini: “I soldi per l’annullamento del bollo nel 2027 sono risorse non spese per opere non fatte”.</p><p>Ora, poiché gran parte delle grandi infrastrutture, soprattutto quelle ferroviarie, hanno costi (continuamente rivisti al rialzo: 3 miliardi in più per il Terzo Valico, 2 in più per la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2025/12/27/news/la-tav-non-e-come-lautostrada-e-un-superbonus-con-le-rotaie--118725">Torino-Lione</a>) che superano di molto i benefici, lasciare quelle risorse nelle tasche dei contribuenti – che le spenderebbero per qualcosa che avrebbe ovviamente benefici superiori ai costi – sarebbe una scelta auspicabile sia sotto il profilo del benessere collettivo sia sotto quello della equità. Infatti, mentre i costi di quelle opere sono a carico di tutti i contribuenti, gran parte dei benefici sono goduti da poche centinaia di migliaia di persone che le utilizzeranno molto frequentemente. Gli altri ne faranno un uso assai sporadico e, in moltissimi casi, nullo.</p><p>Accanto alla spesa per costruire nuove opere vi è poi quella per la manutenzione e la gestione della rete e quella destinata al sussidio dei servizi. Da molti decenni i trasferimenti pubblici per le ferrovie si attestano tra i 10 e i 15 miliardi all’anno e hanno avuto un’ulteriore accelerazione negli ultimi anni (altri 5 miliardi all’anno vanno a coprire il disavanzo del fondo pensionistico speciale di settore). Soldi di tutti destinati a un modo di trasporto che soddisfa solo il 6,3 per cento della domanda di mobilità delle persone; meno di tre persone su cento si recano al lavoro con il treno, più di settanta in auto. Sulle lunghe distanze sono più numerose le persone che si spostano, senza oneri per i contribuenti, in autobus o in aereo che sui binari. Invece, ogni volta che saliamo su un treno riceviamo un bonus implicito pari a 15 euro (come se ci venissero regalati sette litri di benzina); per chi ne fa un uso sistematico il contributo annuale è di molte migliaia di euro.</p><p>Considerato il fallimento ultradecennale delle politiche di riequilibrio modale, una seria <i>spending review</i> per le ferrovie sembrerebbe opportuna. Sul lato della spesa non solo si dovrebbero selezionare con molta maggiore oculatezza gli investimenti, ma si dovrebbe puntare anche al contenimento dei costi operativi con gare “vere”, sia per i servizi di lunga percorrenza sia per il trasporto locale. Per quest’ultimo ambito esistono altresì margini per rivedere al rialzo i prezzi di biglietti e abbonamenti: gran parte di coloro che scelgono il treno si dirigono verso i centri delle città e, come dimostra l’esperienza britannica, continuerebbero a farlo anche dovendo pagare di più, perché per questa (sola) tipologia di viaggio la ferrovia garantisce tempi di spostamento inferiori a quelli dell’auto. Su molte linee locali sarebbe opportuno valutare l’alternativa di fornire il servizio, assai meno costoso, su gomma.</p><p>Ma è assai improbabile che questo accada: tagliare la spesa è politicamente molto costoso. Si tratta di togliere molto a pochi (produttori, fornitori e viaggiatori) per restituire poco a molti.  Meglio tirare a campare che tirare le cuoia elettorali.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/18/news/il-pd-critica-la-mossa-sul-bollo-di-meloni-ma-la-cultura-delle-coperture-non-appartiene-a-schlein-co--407946</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/18/news/il-pd-critica-la-mossa-sul-bollo-di-meloni-ma-la-cultura-delle-coperture-non-appartiene-a-schlein-co--407946</link>
				<title>Il Pd critica la mossa sul bollo di Meloni, ma la cultura delle coperture non appartiene a Schlein &amp;amp; Co</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 05:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/17/news/via-il-bollo-sulla-prima-auto-il-governo-si-avvia-alle-elezioni-con-unidea-berlusconiana--407841">“abolizione del bollo sulla prima auto”&nbsp;</a>approvata dal governo Meloni ha suscitato una critica fondamentale che, al di là del merito, riguarda il metodo con cui si fa la politica economica del paese. La misura, dal costo di circa 2,3 miliardi di euro, dura un solo anno: è prevista solo per il 2027, ha come copertura i risparmi del Pnrr. E’ un bonus  provvisorio e non una riforma strutturale, che lascia un buco o comunque un’ipoteca sul prossimo bilancio: l’anno prossimo,<b> il governo che uscirà vincitore dalle elezioni sarà costretto a dover trovare 2,3 miliardi di euro per evitare un aumento delle tasse.</b> Il governo Meloni dice che la misura diventerà “strutturale” già tra qualche mese, con la legge di Bilancio. Vedremo. Ma al momento non è così, e pertanto la critica è valida. Anche se va contestualizzata.</p><p><b>Scaricare il costo di misure a termine sull’esercizio successivo non è  una novità</b>. Anzi, è stata a lungo una procedura ordinaria di gestire la finanza pubblica. Dal 2011 al 2021, molti l’hanno dimenticato, il bilancio dell’Italia è stato gravato dalle cosiddette “clausole di salvaguardia”: un meccanismo per far apparire i conti in ordine con l’Europa che prevedeva l’aumento automatico dell’Iva e delle accise sui carburanti per gli anni a venire, in assenza di coperture alternative.</p><p>Così ogni anno, a ogni finanziaria, i governi erano costretti a dover trovare decine di miliardi per “disattivare” gli aumenti di tasse, rinviando le “clausole di salvaguardia” all’anno successivo. Nel 2020 questo “pagherò” raggiunse la cifra record di 28 miliardi di euro, dodici volte il valore della sospensione del bollo meloniano e molto più in rapporto al pil (0,1 punti ora e 1,7 allora). A un certo punto le clausole di salvaguardia, che automaticamente si trasformavano in maggiore deficit, smisero di essere considerate come credibili dalla Commissione europea e sparirono.</p><p>Ci sono però altre misure che hanno seguito la stessa sorte, <b>come la Sugar tax e la Plastic tax,</b> introdotte nel 2020 dal governo Conte II e sempre rinviate. Da sei anni <b>continuano a esistere solo formalmente, come finzione contabile di un’entrata futura, da disattivare ogni anno (circa 400 milioni di euro)</b>. In questo senso, l’abolizione provvisoria del bollo è una cattiva abitudine più che una brutta novità. Ma c’è, nella polemica sul bollo auto, una questione più profonda che riguarda la credibilità dell’opposizione.&nbsp;</p><p>Pd, M5s e resto del Campo largo – incluso Matteo Renzi – colgono un elemento di verità quando definiscono l’abolizione temporanea del bollo una mossa elettoralistica. E certamente fanno bene a denunciare l’assenza di una copertura che renda il taglio delle tasse strutturale. <b>Ma la critica si dimostra spuntata se vuole mostrare questo esecutivo come inaffidabile sulla tenuta dei conti pubblici. </b></p><p>In primo luogo perché il ministro dell’Economia Giancarlo <b>Giorgetti  si è trovato a gestire una situazione sicuramente più complicata del rinnovo dell’esenzione del bollo</b>. A fine 2022, il governo Meloni ha ereditato un <b>bilancio pubblico con un deficit  che era il più alto dell’Unione europea</b> (8,1 per cento del pil) e sussidi energetici in scadenza per decine di miliardi (si pensi solo al taglio delle accise che costava quasi un miliardo al mese), senza considerare la bomba a orologeria del Superbonus. Dopo quattro anni, il governo di centrodestra si presenta ai mercati e agli elettori con un deficit ridotto di cinque punti (3,1 per cento) e a un passo dall’uscita della procedura d’infrazione. Non è un caso che, finora, l’accusa principale mossa dall’opposizione (e anche all’interno della maggioranza) alla politica economica di Meloni e Giorgetti è stata l’eccesso di “austerity”. Sostenere ora, all’improvviso, che il governo sia allegro sui conti pubblici per una misura coperta per un solo anno che vale lo 0,1 per cento del pil è un po’ contraddittorio.</p><p>Soprattutto perché, al momento, su questo tema il governo appare più credibile di chi si candida a sostituirlo. Il programma del centrosinistra è ancora in cantiere, molte sono le proposte condivise e tante sono le cose da definire meglio, ma <b>se c’è una cosa che di sicuro manca sono le coperture di bilancio</b>. Negli ultimi interventi pubblici, Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno avanzato molte proposte, ma non hanno mai detto come intendono finanziarle. Pd, M5s, Avs e Iv sono d’accordo su come spendere molti soldi, ma solo perché non dicono dove trovarli. <b>L’elenco della spesa è lungo</b>. “Se vinciamo, portiamo la spesa sanitaria al 7 per cento del pil”, ha detto alla festa dell’Unità Elly Schlein. Vuol dire, rispetto all’attuale 6,4 per cento, circa 15 miliardi di euro in più. <b>Con quali risorse? Nessuno lo dice. </b>Schlein ha depositato una proposta di legge che prevede l’aumento della spesa sanitaria al 7,5 per cento del pil (+26 miliardi), ma non è indicata alcuna copertura finanziaria.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/03/31/news/schlein-e-la-caldaia-a-gas-perche-il-vero-punto-debole-del-pd-e-leconomia--268445">Pochi mesi fa, la segretaria del Pd aveva suggerito al governo di spendere 3 miliardi per assumere medici e infermieri abolendo il “bonus caldaia”.</a>&nbsp;Ma quel bonus, introdotto quando il Pd era al governo, Giorgetti l’ha già soppresso due anni fa.</p><p>A marzo Pd, M5s e Avs hanno presentato una proposta di legge sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario che, secondo i loro calcoli, ha un costo di 0,6 miliardi: <b>è stata bocciata dalla Ragioneria generale dello stato (Rgs) che, invece, ha stimato un costo di 24,8 miliardi</b>. Una settimana prima, la Rgs aveva  bocciato la proposta  dei tre partiti del Campo largo sul “congedo paritario” perché per coprire il costo di 3 miliardi erano state indicate “misure indeterminate”.</p><p>L’anno scorso Schlein, Conte, Bonelli-Fratoianni e Renzi avevano proposto una “contromanovra” composta da 16 emendamenti comuni, che avevano un costo di circa 25 miliardi e coperture per appena 2. Se si sommano tutte le misure proposte dall’opposizione, lo spread tra promesse elettorali e coperture finanziarie supera agevolmente i 50 miliardi di euro.  D’altro canto, più in generale, non è chiara la posizione del campo largo sulla fiscal stance  del paese: Meloni e Giorgetti affermano che la prudenza di bilancio sia un valore in sé, anche a prescindere dalle regole europee; <b>nel campo largo è prevalente la voce di chi descrive il Patto di stabilità come una gabbia da cui liberarsi e ricorda con nostalgia i tempi del Superbonus.</b></p><p>La critica al governo Meloni sul taglio provvisorio del bollo è corretta, ma proprio per questo – se presa sul serio – mostra un deficit di credibilità molto più grande nel campo largo.</p>]]></description>
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				<title>Meno bollo per tutti, ma si può fare ancora di più</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 05:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Stagnaro</author>
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				<description><![CDATA[<p>Con la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/17/news/via-il-bollo-sulla-prima-auto-il-governo-si-avvia-alle-elezioni-con-unidea-berlusconiana--407841" target="_blank">sospensione del bollo</a>&nbsp;sulla prima auto (o motoveicolo), <b>Giorgia Meloni è uscita dall’angolo delle accise.</b> Il bollo è una tassa poco coerente con una fiscalità automobilistica orientata all’ambiente; quindi la sua abolizione è sensata, anche se il modo in cui il governo l’ha concepita presenta problemi. Non significa necessariamente che sia il migliore uso possibile delle risorse (2,3 miliardi di euro): probabilmente non lo è. Ma ha il pregio di far emergere un elemento genuinamente politico che la maggioranza e l’opposizione dovrebbero prendere sul serio: cosa tassare e quanto; come spendere e dove.</p><p>La prima questione su cui si sono concentrati i commentatori è la temporaneità dello sgravio. E’ un limite reale, ma va messo nella giusta prospettiva. Il taglio nasce nel contesto delle misure emergenziali per la crisi energetica.</p><p>Contemporaneamente, il governo ha annunciato il graduale ritorno al livello ordinario delle accise sul gasolio. In questo senso, la limitatezza temporale ne è una caratteristica qualificante. <b>Meloni, però, si è spinta oltre, annunciando che con la legge di bilancio, la riforma diventerà strutturale.</b> Ed è su queste basi che merita di essere valutata, immaginando cioè che il ministro Giancarlo Giorgetti riesca a trovare le risorse necessarie.</p><h2>Una scelta ambientale</h2><p>Partiamo dal principio. Il bollo è un tributo sul possesso di un veicolo a motore – cosa che consente a Meloni di collegarlo al dibattito sulla patrimoniale. Come ogni tassa, ha innanzitutto la funzione di generare gettito. Nel tempo, però, al suo disegno si è aggiunta una seconda finalità: orientare le scelte dei consumatori verso mezzi più sostenibili. L’automobile, infatti, genera diverse esternalità negative, legate in particolare alle emissioni climalteranti e agli inquinanti locali. In tal senso, il bollo ha un’intonazione pigouviana: dovrebbe servire a correggere un “fallimento del mercato”. Il suo ammontare aumenta con la potenza del veicolo, che può essere considerata una misura indiretta tanto dei consumi quanto della capacità contributiva del possessore, mentre diminuisce con il miglioramento della classe ambientale (con riduzioni o esenzioni per i veicoli ibridi o elettrici).</p><p>Il problema è che si tratta di uno strumento piuttosto rozzo. Le esternalità ambientali dell’automobile dipendono soprattutto dal suo utilizzo, non dal semplice possesso. Se si vuole tassare l’inquinamento, la soluzione più intuitiva è farlo in relazione a quanto (e quale) carburante l’auto consuma. <b>Il bollo fa l’opposto: colpisce il possesso indipendentemente dall’uso.</b></p><p>Al bollo può essere attribuito anche un altro ruolo: correggere la “miopia” dei consumatori. Chi compra un’auto è molto attento alla spesa immediata, ma può essere meno sensibile ai costi di esercizio che dovrà sostenere in futuro. Una tassa automobilistica può quindi spingere a scegliere veicoli più efficienti. In pratica, però, questa distorsione cognitiva ha effetti limitati: diversi studi mostrano che un incremento del bollo contribuisce solo marginalmente a migliorare le performance ambientali delle nuove immatricolazioni. E anche ammesso che funzioni, non agisce sull’utilizzo. <b>Da qui una conclusione semplice: a parità di gettito, dal punto di vista ambientale le accise sono migliori del bollo. Le prime tassano il consumo di carburante e quindi incorporano nel prezzo un segnale coerente con le relative esternalità; il secondo colpisce il possesso, indipendentemente dall’intensità con cui il bene viene utilizzato.</b></p><p>Questo punto è particolarmente importante perché l’intera discussione nasce, nell’immediato, dalla simultanea decisione di abbandonare la riduzione provvisoria delle accise. Se la disponibilità di prodotti petroliferi è inferiore a quanto vorremmo e, di conseguenza, fare il pieno diventa più costoso, ridurre le accise attenua il segnale di prezzo proprio quando sarebbe più utile lasciare che sia esso a guidare i consumi. Spostare l’intervento emergenziale dalle accise al bollo offre sollievo agli automobilisti, restituendo intatto l’incentivo al risparmio.</p><p>Se invece guardiamo oltre l’emergenza, la questione cambia. A fronte di un beneficio ambientale modesto, il bollo comporta conseguenze economiche discutibili. In particolare, pesa di più su chi usa poco l’automobile: due persone con percorrenze annue molto diverse possono pagare lo stesso tributo, mentre una genera consumi ed emissioni ben maggiori dell’altra. Inoltre, il sistema di incentivi basato sulla classe ambientale rischia di penalizzare chi non può permettersi di sostituire l’auto. E’ l’argomento speculare a quello sulla maggiore efficienza delle accise. Ma il governo è intervenuto l’anno scorso proprio per correggere la fiscalità sui carburanti in senso ambientale, allineando in modo permanente le accise sul gasolio a quelle sulla benzina. L’eliminazione del bollo appare – forse anche al di là delle intenzioni – come il completamento di quell’operazione, con il risultato di rendere più coerente la tassazione dell’automobile.</p><h2>Meno tasse per tutti</h2><p>Il problema, semmai, sta nella strada concretamente scelta, che si presta a due critiche. La prima riguarda l’impatto distributivo. Poiché lo sgravio si applica solo ai mezzi con potenza inferiore a 80 kW, esclude numerose automobili che non sono beni di lusso, oltre, naturalmente, alle flotte aziendali, che però godono di altre agevolazioni. In parte, questo deriva dalla volontà di disegnare una misura progressiva, coerentemente con le più ampie direttrici di riforma del fisco messe in atto dal governo Meloni e contrariamente al taglio provvisorio delle accise, che era una misura a pioggia.</p><p>Tuttavia, il governo avrebbe potuto raggiungere lo stesso risultato intervenendo sul valore del bollo anziché sulla platea a cui si applica. L’imposta oggi prevede due aliquote: una fino a 100 kW e una più elevata al di sopra, con valori che variano in funzione della classe di inquinamento, oltre al superbollo oltre i 185 kW. <b>A parità di gettito, si sarebbe potuta ridurre la prima aliquota. In tal modo, il beneficio avrebbe riguardato tutti, ma sarebbe stato proporzionalmente più rilevante per le auto meno potenti e, presumibilmente, per i contribuenti meno danarosi.</b> Si sarebbe pure evitato l’effetto soglia, per cui veicoli simili possono trovarsi in situazioni fiscali diverse.</p><p>Nel lungo termine, la manovra potrebbe poi essere estesa al bollo sui veicoli aziendali, compensando il mancato gettito con una riduzione delle agevolazioni esistenti che, tra l’altro, sono classificate come sussidi ambientalmente dannosi (Sad). Anche qui, il principio dovrebbe essere semplice: se una forma di tassazione ha una debole giustificazione ambientale e viene accompagnata da agevolazioni che generano incentivi distorti, conviene ridurre la prima e rivedere le seconde, anziché mantenerle entrambe.</p><p>La seconda critica riguarda la complessità. Si capisce che Palazzo Chigi preferisca cancellare del tutto un pagamento per una platea parziale (seppur ampia) di veicoli e contribuenti, anziché ridurla a beneficio di tutti. Ma ciò conduce alla domanda se, una volta riconosciuto il valore politico dell’abolizione, non sarebbe opportuno avere un’ambizione maggiore. Per contenerne l’impatto finanziario, il governo ha limitato il beneficio a un solo veicolo per proprietario. Come ha notato&nbsp;<a href="https://x.com/MarcoCantamessa/status/2100323137682284714" target="_blank">Marco Cantamessa su X</a>, abolire un’imposta ha senso non solo nell’ottica di ridurre quanto i cittadini devono pagare, ma anche di semplificare loro la vita e abbattere i costi connessi alla riscossione, all’accertamento e al recupero. Se l’esenzione dipende non solo dal veicolo ma anche dal contribuente, accade l’opposto: l’imposta diventa più complicata proprio mentre se ne riduce il gettito. A un calo delle entrate può quindi corrispondere un aumento dei costi di gestione, e dunque un’incidenza maggiore di questi ultimi sul costo totale del tributo.</p><p>Anche per questo, se l’abolizione del bollo ha un significato politico e non è un espediente di breve periodo, sarebbe opportuno considerarne il superamento completo. La soppressione totale costa circa 7,5 miliardi di euro, che, per la quota relativa alle auto aziendali, può essere finanziata rendendo meno generose le agevolazioni esistenti. Per il resto, è necessario individuare entrate alternative o tagli di spesa. Se l’obiettivo del governo è abolire un’imposta, per dare un segno tangibile, seppure tardivo, del suo orientamento di politica economica, allora la copertura non può che venire da una riduzione della spesa.</p><h2>Federalismo fiscale</h2><p>Ma il bollo presenta un’ulteriore peculiarità: il suo gettito costituisce una fonte di entrate per le regioni. Offre quindi l’occasione per affrontare la questione più generale della responsabilità fiscale nell’ambito dell’autonomia differenziata. Se una regione dispone di una determinata quantità di risorse per finanziare i servizi pubblici, dovrebbe essere libera di decidere se mantenere una certa pressione fiscale o ridurla, ma dovrebbe anche sopportare le conseguenze finanziarie e politiche della scelta. <b>Per questo, in sostituzione del bollo, il governo potrebbe destinare alle regioni una quota equivalente del gettito di imposte esistenti, come l’Iva o le accise, lasciando loro un margine di discrezionalità nella quantificazione, verso l’alto o verso il basso. Non si tratterebbe di scaricare sulle regioni l’onere di reperire automaticamente nuove entrate, bensì di attribuire loro maggiore flessibilità sulle risorse disponibili.</b></p><p>In concreto, il governo potrebbe ridurre di 7,5 miliardi di euro la spesa delle amministrazioni statali e indirizzare verso le regioni un flusso equivalente di imposte esistenti. In questo modo, l’abolizione del bollo diventerebbe qualcosa di più di una riduzione fiscale decisa a Roma: sarebbe anche un esercizio concreto di responsabilità fiscale decentrata.</p><p>In un sistema tributario confuso come quello italiano, si può discutere se davvero abolire il bollo sia una priorità. Ma vale quanto diceva il premio Nobel per l’economia Milton Friedman: “Sono favorevole a tagliare le tasse in qualunque circostanza e con qualunque pretesto, per qualunque motivo, ogni volta che sia possibile”. Meloni e Giorgetti hanno l’opportunità di assumere questa stessa posizione non soltanto a parole, ma nei fatti.</p>]]></description>
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				<title>Chi paga il bollo auto cancellato dal governo Meloni. Il rebus delle regioni</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 14:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Consiglio dei ministri di ieri ha approvato la sospensione per un anno del&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/17/news/via-il-bollo-sulla-prima-auto-il-governo-si-avvia-alle-elezioni-con-unidea-berlusconiana--407841" target="_blank">bollo</a>&nbsp;auto per le automobili di piccola e media potenza e le moto. L’esenzione – che riguarda 14,5 milioni di veicoli in totale – ha aperto di fatto la campagna elettorale, raccogliendo sia entusiasmo che scetticismo dalle regioni, ovvero gli enti pubblici destinatari degli introiti del bollo (che è una tassa regionale) e che stando allo schema illustrato ieri dal governo dovrebbero ricevere una compensazione di 2,3 miliardi di euro per il mancato gettito. <b>Le norme e coperture per farlo, però, sono ancora da definire, ed è proprio questo il punto a preoccupare di più le regioni</b>.</p><p><b></b>Massimiliano Fedriga, presidente leghista del&nbsp;Friuli-Venezia Giulia e presidente della Conferenza delle Regioni, ha rassicurato i colleghi governatori:&nbsp;"Si tratta di un provvedimento che valutiamo positivamente ancor di più <b>per la copertura finanziaria sostenuta dal governo, senza oneri per i bilanci regionali</b>". In scia è arrivato l'apprezzamento di dodici governatori di centrodestra, dal Lazio fino alla Sicilia, passando per Veneto e Molise: "Questo provvedimento alleggerisce le regioni, che saranno ristorate dallo stato per un importo equivalente, <b>senza dover più affrontare l'incertezza legata alla riscossione e al recupero dell'evasione</b>", hanno scritto. "È una misura che semplifica il rapporto tra cittadini e istituzioni e stabilizza le entrate delle regioni nel rapporto con lo stato".&nbsp;</p><p><b> Sul fronte dem, è emersa la preoccupazione che il "rimborso" non ristori adeguatamente il mancato gettito</b>. "Non sono in grado di confermare o smentire, aspettiamo di avere atti ufficiali per capire", ha spiegato Michele De Pascale, presidente dell'Emilia<b>-</b>Romagna, riferendosi alle parole di Fedriga. "Da quel che sappiamo parliamo di un taglio di 2,3 miliardi su oltre sette miliardi complessivi di gettito del bollo, <b>550 milioni per la sola Regione Emilia-Romagna</b>”. Più netta la contrarietà di Eugenio Giani: "La demagogia elettorale non aveva mai raggiunto in 80 anni di Repubblica questo livello sconsiderato e di malgoverno", ha detto il governatore toscano, secondo cui per quanto riguarda i 'rimborsi' annunciati dalla premier "si afferma falsamente che si tratta di compensazioni. Basta leggere il decreto per rendersi conto che si prevede, facendo l'esempio della Toscana, <b>un rimborso per poco più di 100 milioni di euro, privandoci di entrate per circa 350</b>".&nbsp;</p><p>In base ai dati forniti dal Siope (il sistema informativo del Mef), <b>nel 2025 il bollo auto ha portato alle regioni 7,1 miliardi di euro,</b> pesando in media per 267 euro a famiglia. Per guardare regione per regione, però, ci si può affidare al momento ai numeri dei bilanci consuntivi regionali relativi all’esercizio 2021 elaborati dall’Istat e riportati&nbsp;<a href="https://www.gazzetta.it/motori/la-mia-auto/22-01-2024/bollo-auto-quanto-incassano-regioni.shtml?refresh_ce" target="_blank">qui</a>&nbsp;dalla Gazzetta. In quell'anno la Lombardia si è confermata la regione con il maggior incasso, superando il miliardo di euro, seguita dal Lazio con oltre 656 milioni e dal Veneto con quasi 594 milioni. Emilia-Romagna e Piemonte si sono attestate entrambe sopra i 530 milioni, ma ci sono state anche alcune regioni con numeri più bassi. L'Umbria, ad esempio, si è fermata a 84,5 milioni, la Basilicata a poco più di 56 milioni, mentre Molise e Valle d'Aosta hanno chiuso la graduatoria con rispettivamente 28,8 e 22,5 milioni di euro. Non è da escludere, dunque, che l'eccedenza non richiesta da alcune di queste regioni possa trasferirsi e rimpinguare il mancato gettito (ben più alto) di altre.&nbsp;</p><p>Le coperture, secondo fonti del governo, provengono da risparmi sui fondi del Pnrr.&nbsp;Nello schema del decreto legge diffuso ieri si precisa che “agli oneri derivanti dal presente articolo, pari a 2.362 milioni di euro, si provvede ai sensi dell’articolo 7”. Quest’ultimo dovrà indicare l’ammontare complessivo delle spese previste dagli articoli precedenti e individuare i relativi capitoli di bilancio e fondi statali. <b>Ma al momento è ancora privo di contenuti,</b> dato che prima di essere completato dovrà passare al vaglio della Ragioneria generale dello stato.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il muro di Pd, Cgil e M5s contro l&#039;estrazione di petrolio in Basilicata</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 16:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Maria Carla Sicilia</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Cgil, Pd e M5s sulle barricate contro le trivelle.</b> In Basilicata la norma approvata venerdì scorso dal governo per accelerare le autorizzazioni di estrazione di petrolio in Italia ha risvegliato gli animi dei no triv. Ancora prima che venisse approvato il decreto, assegnato ieri in commissione Ambiente in Senato, non erano passate inosservate le parole della premier <b>Giorgia Meloni</b>: “Abbiamo protetto questa nazione il più possibile dal caro energia, ma adesso vogliamo che l’energia che serve in Italia si produca il più possibile in Italia”, aveva detto Meloni dal palco di Bari dove ha festeggiato il record di durata del suo governo. Quindi l'annuncio: “<b>Intendiamo aumentare la quota di petrolio che si può estrarre nei nostri mari perché non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce l’abbiamo in Basilicata”.</b>&nbsp;Apriti cielo.&nbsp;</p><p>“<b>La Basilicata non è il bancomat d’Italia.</b> La Basilicata non si svende e ha il diritto di decidere il proprio futuro! Prima di concedere qualsiasi cosa, il governo Bardi deve decidere con i propri cittadini il futuro di questa regione e portare la vertenza Basilicata a Palazzo Chigi per approdare a un patto sviluppo che non sia solo sfruttamento delle risorse naturali e petrolifere”, ha detto il segretario generale della Cgil Basilicata, <b>Fernando Mega.</b> Anche il segretario di Potenza gli ha fatto eco, parlando di “visione regressiva della politica energetica” e sostenendo “che il naturale decalage delle estrazioni petrolifere sul territorio lucano deve essere accompagnato da una graduale uscita dal fossile e una ricoversione dei siti produttivi della Val d’Agri investendo sul no oil e sulle energie alternative”.</p><p><b>Sul fronte politico il primo partito a prendere la parola è stato il Movimento cinque stelle</b>. “Sentire affermare che ‘non c’è bisogno di andare a prendere il gas in Qatar quando lo abbiamo in Basilicata’ è un errore madornale che tradisce una profonda ignoranza dei dati reali del nostro sottosuolo, ma soprattutto una miope concezione del futuro energetico nazionale”, ha dichiarato il deputato lucano <b>Arnaldo Lomuti</b>. I dati cui fa riferimento il deputato riguardano le riserve di petrolio, a suo dire sufficienti a garantire “appena quindici  mesi” di consumi italiani. E dunque, a quanto pare, giudicate inutili.</p><p>Il decreto prevede che se la regione non si esprime sulle richieste di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sulla terraferma entro 45 giorni, il presidente del Consiglio può concordare una proroga che può arrivare a 60 giorni, durante la quale Palazzo Chigi o il ministro dell'Ambiente possono avviare un'interlocuzione con il governo locale per capire le ragioni del ritardo. Se scaduto il termine la regione non si è ancora pronunciata, <b>si apre la possibilità di nominare un commissario.</b> Ma non è automatico: deve verificarsi una condizione ulteriore, cioè che l'inerzia regionale sia idonea a compromettere il tempestivo svolgimento di attività di interesse strategico nazionale, come la sicurezza energetica e la continuità degli approvvigionamenti. <b>La norma tuttavia non elimina l'intesa stato-regione prevista per queste attività e non autorizza direttamente una nuova trivellazione</b>. Solo nel caso in cui la regione non dia il suo parere nei tempi previsti, il governo può arrivare alla nomina di un commissario che esprime l'intesa in sostituzione della regione. Il servizio studi di Camera e Senato sta esaminando proprio questo meccanismo e i relativi profili giuridici nell'iter di conversione del decreto.</p><p>“Ancora una volta Roma pretenderebbe di decidere sulle nostre teste, senza coinvolgere le comunità, i Comuni, le associazioni e i cittadini che quotidianamente vivono e difendono questo territorio”, è la posizione del <b>Pd di Policoro</b>, che ha scritto una lunga nota definendo “un atto gravissimo” la possibilità di nominare un commissario. In generale, l'ostilità è verso la maggiore estrazione di greggio: “Pensare oggi di aumentare ulteriormente le attività estrattive significa condannare la nostra regione a un futuro di maggiore pressione ambientale, maggior consumo di suolo e maggior rischio di inquinamento”.</p><p><b>A Roma il Pd ha però dato un altro segnale:</b> critica la linea del governo ma cerca di correggere l'aspetto fiscale per portare più risorse sul territorio. Così il deputato <b>Enzo Amendola</b> e il senatore <b>Daniele Manca </b>hanno presentato un emendamento “per ripristinare un corretto rapporto tra fiscalità e territorio sulle estrazioni riconoscendo risorse che spettano alla Basilicata proprio in virtù delle estrazioni in essere”. Correttivi senza chiusura: “È  inaccettabile che a fronte del quantitativo di petrolio già estratto in Basilicata i cittadini residenti debbano registrare il carburante alla pompa come il più caro in Italia. Prima degli annunci di nuove estrazioni e prima ancora dei commissari di cui parla la Premier si pone una questione di giustizia sociale nei confronti di questo territorio", ha dichiarato Amendola.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Meloni vola in Norvegia a caccia di petrolio e gas. Il peso energetico di Oslo per l&#039;Ue</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 14:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovedì la presidente del Consiglio Giorgia Meloni&nbsp;sarà in visita nel Regno di Norvegia: è la prima visita di un premier italiano nel paese da quasi 15 anni. L'obiettivo giustifica il viaggio: consolidare la collaborazione bilaterale su innovazione tecnologica, difesa ed energia con Oslo, fra i più grandi player mondiali del settore energetico. Tema fondamentale per Palazzo Chigi, in cui si ragiona su un ennesimo taglio temporaneo delle accise sul gasolio, e su cui nelle ultime settimane Meloni si è spesa sollecitando&nbsp;l'Unione europea a mettere in campo misure mirate e immediate sui prezzi dell'energia.</p><p>La Norvegia rimane un attore di piccole dimensioni nel mercato globale dell'energia. Nonostante rientri fra i 10 maggiori produttori di petrolio nel 2025, la produzione di greggio copre circa il 2 per cento della domanda mondiale, mentre quella di gas naturale il 3 per cento. <b>Eppure, come esportatore è un interlocutore significativo, specialmente per l'Ue</b>. Nel 2025 ha esportato circa 122 miliardi di metri cubi di gas, <b>quasi tutto verso l’Europa</b>, confermandosi come&nbsp;principale fornitore di gas naturale (gas naturale liquefatto e trasportato tramite gasdotto) dell'Unione, con una quota del&nbsp;<a href="https://energy.ec.europa.eu/topics/international-cooperation/key-partner-countries-and-regions/norway_en" target="_blank">31 per cento</a>&nbsp;(in aumento rispetto al 24 per cento del 2021). La Norvegia ha rappresentato <b>la maggior parte delle importazioni di gas tramite gasdotto nell'Ue nel 2025</b>, con 86 miliardi di metri cubi (pari al 54 per cento, dunque oltre la metà).</p><p><b>Per quanto riguarda l'Italia, la Norvegia ha fornito al nostro paese circa il 6,5 per cento del gas naturale importato nel 2023 (dati Arera)</b>. Valori in netta crescita rispetto al 2,7 per cento registrato nel 2021, segno di un corposo balzo dovuto alle conseguenze dell'attacco russo in Ucraina. Sul fronte petrolifero,&nbsp;i numeri dell'Unione Energie per la Mobilità (Unem) relativi allo scorso anno segnalano che la quota norvegese di greggio importato dall'Italia è pari al 1,7 per cento. Complessivamente, petrolio e gas rappresentano oltre la metà del valore totale delle esportazioni di merci norvegesi, rendendo di fatto il paese il quarto esportatore di gas naturale al mondo, dopo Russia, Qatar e Stati Uniti.&nbsp;</p><p>La maggior parte del gas naturale norvegese venduto sul mercato europeo viene trasportata ai terminali di ricezione in <b>Germania, Regno Unito, Belgio, Francia e Danimarca </b>(con un collegamento alla Polonia tramite il gasdotto Baltic Pipe) attraverso la rete di gasdotti norvegese. Il gas norvegese rappresenta una quota considerevole del consumo totale di gas in questi paesi destinatari, anche se una parte significativa del gas viene trasportata ulteriormente verso altri paesi europei. <b>Finora è stata estratta solo circa la metà delle risorse di gas stimate in Norvegia, e si prevede che il livello di produzione rimarrà elevato e stabile nei prossimi anni. Verso il 2030 e oltre, si prevede un graduale calo dei livelli di produzione</b>, fa sapere il&nbsp;<a href="https://www.norskpetroleum.no/en/production-and-exports/exports-of-oil-and-gas/" target="_blank">ministero norvegese dell'energia</a>.&nbsp;</p><p>Gli oleodotti vengono utilizzati per trasportare il petrolio dalla piattaforma continentale norvegese a quattro terminali a terra: Teesside nel Regno Unito, mentre&nbsp;in Norvegia<b>&nbsp;</b>Sture, Mongstad e <b>Kårstø.</b>&nbsp;Quest'ultimo è il più grande impianto di trattamento del gas del suo genere in Europa: circa un quarto della produzione norvegese di gas transita attraverso le sue infrastrutture, e gran parte di questo viene trasportato in Europa tramite gasdotti diretti in Belgio, Francia e Germania.</p><p>Ad agosto il ministro norvegese dell'Energia, Terje Asland, ha dichiarato che il paese (che non appartiene all'Ue) intende mantenere gli attuali livelli di produzione ed esportazione di petrolio e gas almeno fino al 2035. E il Mare di Barents,&nbsp;nell'estremo nord della Norvegia, è destinato a svolgere un ruolo cruciale, dato che poiché la produzione energetica potrebbe diminuire significativamente dopo il 2030 senza la scoperta e lo sviluppo di nuovi giacimenti. Dall'Unione Europea si mantiene l'intransigenza sul divieto di nuove trivellazioni nell'Artico, a causa dei rischi ambientali. <b>Tuttavia, non è escluso che  le preoccupazioni energetiche dovute prima alla guerra in Ucraina e poi alle tensioni in medio oriente convincano i funzionari di Bruxelles a rivedere le loro priorità</b>.&nbsp;</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/09/16/news/lilva-muore-nel-silenzio-dei-sindacati--407639</link>
				<title>L’Ilva muore nel silenzio dei sindacati</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 10:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Anche se la Corte d’appello avesse accolto la nostra richiesta di sospensiva, gli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/11/news/ilva-il-passo-indietro-della-politica--407360" target="_blank">impianti sarebbero stati comunque fermati</a>: nel rispetto dell’ordinanza di luglio avevamo già interrotto gli approvvigionamenti ed eravamo pronti a spegnerli. Il tribunale ha solo accelerato una traiettoria già segnata”. Lo ha detto ieri uno dei commissari straordinari dell’Ilva, in audizione al Senato sull’ultimo prestito ponte. Un prestito che, come ammesso, non serve alla continuità produttiva ma a pagare i debiti con l’indotto. <b>Ed è proprio l’indotto a essere più esposto.</b> I suoi dipendenti, a differenza dei lavoratori diretti dell’amministrazione straordinaria, non hanno accesso alla cassa integrazione straordinaria.<b> </b>Per gran parte dei metalmeccanici Ilva, invece, la CIGS va avanti almeno dal 2018. Per questo lunedì l’indotto ha bloccato il ponte girevole di Taranto: senza commesse Ilva, le aziende chiudono e i dipendenti finiscono in NASpI. <b>Ma, come ha ammesso il commissario, che gli impianti sarebbero andati verso lo spegnimento era noto da luglio.</b> Perché allora non manifestare durante la visita di Meloni e del presidente Mattarella per l’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo? La risposta è che il patto tra governo, sindacati e associazioni datoriali era già scritto.</p><p><b>Oggi il governo annuncerà la soluzione: cassa integrazione straordinaria estesa anche all’indotto. Soddisfatti tutti. Il problema è che la CIGS dovrebbe servire a crisi temporanee. Qui invece la temporaneità diventa permanente e il conto finisce ai contribuenti: dieci milioni l’anno solo per l’Ilva. </b>E anche se il siderurgico si spegnesse definitivamente, chi avrebbe il coraggio di interrompere il sussidio? Come si fa a fare industria, attirare investimenti e creare lavoro in un paese in cui, davanti a ogni crisi, la politica offre sempre lo stesso metadone di stato? La risposta purtroppo la conoscete: semplicemente non si fa. Peccato.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La Polonia ha perso 400 milioni per comprare petrolio venezuelano in cripto. Tra il grave e il grottesco</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Mattone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“Una vergogna, davanti al mondo intero”. Il premier polacco Donald Tusk ha reagito così</b> ieri, prima di una riunione del governo, all’inchesta del Financial Times che ha ricostruito i dettagli di “uno dei più grandi scandali nella storia del paese” – come lo hanno definito sia il giornale sia il primo ministro. Il caso, noto dal 2024, riguarda il grottesco tentantivo da parte del colosso energetico polacco controllato dallo stato, Orlen, che nel 2023 avrebbe perso secondo la procura di Varsavia centinaia di milioni di dollari (1,6 miliardi di zloty, la valuta nazionale) <b>nel tentativo di comprare petrolio venezuelano nel 2023 in criptovalute</b>. Una storia che lo stesso Tusk, ieri, mentre chiedeva al procuratore generale di Varsavia un’informativa urgente, ha riassunto così: “<b>Ci sono affari sporchi sul petrolio, le criptovalute e strani intermediari: un palestinese, un cinese e un venezuelano.</b> Poi il trasferimento di somme gigantesche senza alcuna garanzia di ottenere prodotti petrolifero e, di fatto, zero carburante”.</p><p>L’articolo dell’Ft, di Paul Caruana Galizia, è riuscito a ricostruire come l’azienda si sia invischiata in un affare tanto grottesco quanto grave, che venne alla luce solo quando la stessa Orlen mese a bilancio l’enorme perdita nel 2024 (era l’anno dopo il passaggio di governo dall’estrema destra di Mateusz Morawiecki del partito PiS al centrodestra di Tusk, il quale cambiò i vertici di Orlen e Ots).</p><p>La storia partì così: nell’ottobre del 2023, un anno e mezzo dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Casa Bianca sospese per sei mesi le sanzioni che tenevano la compagnia petrolifera di stato venezuelana Pdvsa fuori dai circuti bancari internazionali. Così si aprì una finestra per comprare, legalmente, il greggio venezulano a prezzi molto convenienti. La Polonia tramite il suo colosso energetico diretto da Daniel Obajtek, del Pis, aveva creato nel 2022 in Svizzera la Orlen Trading Switzerland (Ots), il nuovo braccio aziendale a cui erano stati assegnati 600 milioni di dollari e un mandato: dirversificare dal greggio russo. Per la Ots questa era un’opportunità: l’operazione avrebbe dovuto fruttare all’azienda guadagni tra i 25 e i 30 milioni di dollari. Da qui in poi la storia ha del surreale.</p><p><b>Praticamente il ceo di Ots, Samer Awad (il “palestinese” di cui parla Tusk), si rivolse ad Alex Tse, un allora venticinquenne oil trader con esperienza a Honk Kong</b>, il quale aveva fondato da un paio di anni una società di intermediazione – chiamata Hannon – con sede a Dubai. I due, che già avevano fatto affari, <b>si incontrarono su uno yacht ad Abu Dhabi in occasione del gp di Formula 1</b> del 26 novembre 2023. <b>Pochi giorni dopo, il 29 novembre, l’Ots firmò con Hannon un contratto per comprare 6 milioni di barili dal venezuela </b>di qualità Merey 16 per un prezzo totale di 345 milioni di dollari, con due terzi del pagamento come <b>anticipo immediato (230 milioni,</b> che furono inviati già cinque giorno dopo la firma).</p><p>Quel contratto, paradossalmente, non menzionava le cripto (né Pdvsa). E in quei mesi Pdvsa  continuò a richiedere pagamenti anticipati in Tether (Usdt), una stablecoin in blockchain – intracciabile. Così ora Hannon doveva procurarsi sia quel greggio sia le cripto (ciò costò decine di milioni di commissioni). Orlen mandò tre petroliere in Venezuela già a dicembre, che iniziarono ad apsettare fino a che il conto tra noli e spese navali salì a 72 milioni di dollari. A gennaio il fondatore di Hannon volò a Caracas e, secondo quanto ha raccontato all’FT, un suo collaboratore consegnò a un uomo, che diceva di poter procurare il petrolio, due chiavette Usb per accedere rispettivamente a 60 e 50 milioni di dollari in Usdt, e poi altre due con 11 milioni l’una a un secondo intermediario con lo stesso compito. Entrambi sparirono e Orlen interruppe a marzo 2024 il contratto con Hannon.</p><p>Il 7 agosto la procura di Varsavia ha chiesto il processo per tre ex manager di Orlen e Ots per un danno di 378 milioni di dollari. Obajtek, oggi eurodeputato del PiS, accusa i suoi successori in Orlen di avere interrotto troppo presto l’operazione, ma l’azienda ha detto che Hannon aveva ormai mancato tutte le scadenze. La controversia con la società di Dubai è però in arbitrato, e Orlen sta ancora cercando di recuperare almeno quei 230 milioni anticipati.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Cent’anni di storia sugli extraprofitti: più contenziosi che gettito</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Nicola Rossi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Luigi Einaudi definì “sentimentale”<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/03/news/extratasse-e-profitti-i-bersagli-del-populismo-europeo--406344"> l’imposta sui cosiddetti “extraprofitti</a>”. “Sentimentale”, e cioè non contestabile sulla base di argomenti razionali (che pure abbonderebbero). Ma se la ragione non serve, forse la storia aiuta.</p><p>1915: l’imposta sui “profitti dipendenti dalla guerra” colpisce gli utili netti delle imprese eccedenti il profitto medio registrato negli anni di pace anteriori al 1914, con aliquote progressive: dal 5 per cento al 20. Nel 1919 vi si aggiunge un’imposta sugli aumenti di patrimonio derivanti dalla guerra considerati pari alla somma dei “profitti dipendenti dalla guerra” realizzati fra il 1914 e il 1919. Nel 1920, i “profitti dipendenti dalla guerra” vengono infine sottoposti ad una aliquota del 100 per cento (e dunque confiscati). Gettito? Nelle parole di Einaudi, un “rendimento esiguo”. Conseguenza delle difficoltà definitorie e di accertamento che caratterizzano l’imposta. <b>A valle della guerra, i problemi di liquidità generati dall’imposta e soprattutto dai suoi successivi inasprimenti determinano un vasto contenzioso e situazioni di crisi aziendale. Le pendenze in atto vengono definite per il tramite di accordi forfettari</b>.</p><p>1940: l’imposta straordinaria sui “maggiori utili relativi allo stato di guerra” colpisce l’eccedenza del reddito netto d’impresa realizzato durante il periodo bellico rispetto al reddito ordinario di riferimento (calcolato in base alla media dei redditi netti conseguiti dall’azienda negli anni precedenti la guerra, oppure rapportato a una percentuale di rendimento ritenuta normale sul capitale investito). Come già nel primo dopoguerra, viene sostituita nel 1947 dall’imposta straordinaria progressiva sul patrimonio. <b>Anche in questo caso, i risultati sono poco soddisfacenti (anche meno del primo dopoguerra) in virtù delle perduranti difficoltà definitorie e di accertamento e della inadeguatezza dell’apparato amministrativo. Anche in questo caso la norma genera ampi contenziosi che si concludono con definizioni transattive dell’imposta.</b></p><p>2022: l’imposta sugli “utili aggiuntivi realizzati dalle società energetiche” colpisce l’incremento del saldo tra le operazioni attive e passive ai fini Iva osservato fra l’ottobre 2021 e l’aprile 2022 e lo stesso periodo dell’anno precedente, se pari o superiore al 10 per cento e sopra ai 5 milioni di euro, con una aliquota inizialmente al 10 per cento poi portata al 25. Come in precedenza, l’imposta dà origine a contenziosi legali. Le difficoltà definitorie e di accertamento portano un gettito pari allo 0,2 per cento del pil (a fronte di stime iniziali quattro volte maggiori).</p><p>2023: l’imposta straordinaria sugli “extraprofitti bancari” colpisce la parte del margine d’interesse eccedente in modo rilevante (oltre il 10 per cento) lo stesso valore registrato nell’esercizio precedente, con una aliquota del 40 per cento e un limite superiore pari allo 0,26 per cento dell’attivo netto dell’intermediario. A seguito della interlocuzione con le parti coinvolte, si consente agli intermediari di sostituire l’imposta con una specifica forma di rafforzamento patrimoniale. L’affrancamento delle riserve così costituite determina un gettito aggiuntivo dello 0,1 per cento del pil.</p><p><b>Le lezioni della storia sono semplici</b>. Primo, al concetto di “extraprofitto” non corrisponde (e con ogni probabilità non può corrispondere) una univoca e concreta espressione contabile e, di conseguenza, il concetto di “extra-profitto” non dà luogo ad una chiaramente identificata base imponibile. Secondo, ne derivano difficoltà definitorie e applicative che contribuiscono a contenere significativamente la rilevanza – in termini di gettito e quindi ai fini della finanza pubblica – di forme di imposizione sugli “extraprofitti” e che solitamente pongono le basi per un ampio contenzioso. Terzo, i limiti – dal punto di vista del gettito – di imposte sugli extraprofitti si traducono in richieste di ulteriori inasprimenti dell’imposta che possono culminare nella pretesa di aliquote confiscatorie, ovvero nella pretesa di sottoporre a tassazione non solo i flussi ma anche gli stock che presumibilmente si siano formati (come nel 1920 enel 1947).<b> E’ appena il caso di sottolineare come la contemporaneità fra il&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/02/news/extraprofitti-extraterrestri-per-finanziare-promesse-dellaltro-mondo--406146">dibattito sulla tassazione degli “extraprofitti”</a><b>&nbsp;e la discussione sulla tassazione dei grandi patrimoni non sia affatto casuale</b>: si tratta infatti di ipotesi che rispondono alla medesima logica e che sono strettamente legate (un punto che spesso sfugge ad alcuni sostenitori della tassazione degli “extraprofitti”). Quarto, le difficoltà dal punto di vista del gettito e le previsioni di diffusi contenziosi costringono spesso il legislatore a fare passi indietro (come nel 2023), ovvero a prevedere modalità transattive di definizione delle controversie (come nel 1924, nel 1947 e nel 2022).</p><p>Per farla breve, in tutti i casi esaminati, l’esito è solo uno: un gettito deludente accompagnato da un doppio significativo allontanamento: del sistema tributario dai suoi standard di certezza, prevedibilità e trasparenza e del sistema economico dalle sue prospettive di crescita.</p>]]></description>
			</item>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/16/news/il-piano-casa-che-serve-e-un-patto-con-lo-stato-contro-lillegalita--407667</guid>
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				<title>Il Piano casa che serve è un patto con lo stato contro l’illegalità</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Davide Albertini Petroni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/piano-casa_36683" target="_blank">Piano casa</a>&nbsp;è ormai legge dello stato e la partita vera si gioca adesso, nella sua attuazione. E’ un passaggio atteso da decenni, nato con l’obiettivo di favorire il diritto all’abitare di famiglie, studenti e giovani lavoratori. Nessun programma di questa ampiezza, però, può reggersi soltanto sulle risorse pubbliche. <b>Per rispondere davvero all’emergenza abitativa è indispensabile costruire una collaborazione tra pubblico e privato, capace non solo di attirare capitali ma anche di trattenerli in Italia.</b> Gli investitori guardano con interesse al mercato italiano, ma per scegliere il nostro paese servono due condizioni: un quadro normativo e fiscale che renda sostenibili gli investimenti e la certezza del diritto. Solo tutelando chi investe si possono mobilitare le risorse necessarie per affiancare lo stato nella rigenerazione urbana, aumentare l’offerta residenziale, immettere sul mercato abitazioni a prezzi accessibili e ridurre la pressione sociale sul tema della casa. Chi alloca risorse ingenti nel nostro paese deve poter contare su regole chiare e su istituzioni che tutelino il diritto di proprietà. <b>Soltanto bilanciando il diritto alla casa con quello alla proprietà e all’iniziativa economica si può creare uno spazio di sviluppo condiviso.</b> Questo equilibrio, però, viene compromesso quando le occupazioni abusive vengono in qualche modo “istituzionalizzate” o tacitamente accettate come surrogato delle politiche pubbliche.</p><p>Le occupazioni prolungate di interi complessi immobiliari, sottratti per anni ai legittimi proprietari, come è accaduto per Spin Time a Roma o per il Leoncavallo a Milano, impongono una riflessione. In questi casi l’illegalità non coincide soltanto con la violazione della proprietà privata, ma produce un rischio anche per chi occupa gli immobili e per chi vive nelle aree circostanti. In un immobile detenuto senza titolo è infatti impossibile programmare seriamente gli investimenti necessari a garantirne sicurezza e abitabilità: <b>gli impianti non possono essere regolarmente messi a norma, la prevenzione incendi non può essere certificata, le verifiche strutturali non possono essere aggiornate, l’agibilità non può essere garantita.</b> La sicurezza non manca necessariamente per trascuratezza di chi vi abita, spesso in condizioni di fragilità: manca perché senza un titolo giuridico è molto più difficile renderla effettiva. Il diritto alla casa non si afferma dunque sospendendo le norme che rendono un immobile abitabile, ma attraverso programmazione di lungo periodo e collaborazione tra pubblico e privato.</p><p>C’è poi un altro elemento, soprattutto quando gli immobili occupati appartengono a investitori istituzionali che gestiscono patrimoni per conto di enti previdenziali, ordini professionali o fondazioni. <b>In questi casi a essere compromesso può essere il rendimento di patrimoni destinati a garantire nel tempo prestazioni previdenziali e pensionistiche.</b> Non si può affrontare il disagio abitativo trasferendone semplicemente il costo da una categoria di cittadini a un’altra. Aiutare chi è in difficoltà non può significare mettere a rischio i risparmi e le pensioni di altri lavoratori. La strada deve essere diversa: aumentare l’offerta di abitazioni a prezzi sostenibili e creare condizioni stabili perché pubblico e privato possano coinvestire nella loro realizzazione. <b>E’ arrivato il momento di riconoscere che la capacità di rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini passa inevitabilmente anche dall’attivazione dei capitali privati.</b> Il settore pubblico, da solo, non dispone delle risorse necessarie per affrontare la pressione abitativa, ma allo stesso tempo non è pensabile trasferire sul settore privato il costo di un’emergenza sociale. Occorre costruire partenariati capaci di tenere insieme sostenibilità finanziaria e finalità sociale. Tollerare invece il consolidarsi delle occupazioni abusive trasmette un segnale di forte incertezza agli investitori.</p><p>La possibilità di non poter disporre del proprio immobile per anni rappresenta un deterrente agli investimenti e rischia di paralizzare proprio i progetti necessari ad aumentare l’offerta di affordable housing, recuperare il patrimonio edilizio, riqualificare i quartieri e limitare il consumo di nuovo suolo. <b>L’industria immobiliare non chiede corsie preferenziali, ma un contesto normativo affidabile e un rapporto di fiducia con le istituzioni.</b> La riuscita del Piano casa passa anche da qui: da una collaborazione tra pubblico e privato ancorata alla legalità. Solo così si può costruire un’offerta abitativa moderna, sicura e inclusiva e trovare un equilibrio reale tra diritto all’abitazione, tutela della proprietà e sviluppo urbano.</p><p><i>Davide Albertini Petroni, presidente di Confindustria Assoimmobiliare</i></p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/economia/2026/09/15/news/caso-revolut-ora-il-cavallo-di-troia-viaggia-via-pec-di-stato--407705</guid>
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				<title>Caso Revolut: ora il cavallo di Troia viaggia via Pec di stato</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 20:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Carlo Alberto Carnevale Maffè</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per svaligiare una banca europea nel 2026 basta un indirizzo pec che finisca in “gov.it”. <b>Un gruppo di hacker se n’è procurato uno autentico e lo ha usato per chiedere a Revolut i dati di alcuni clienti. La banca ha controllato il mittente e ha inviato documenti, fotografie, conti e criptovalute. </b>Circa 680 clienti, secondo il <i>Financial Times</i>. Nessuna intrusione, nessun euro sottratto: un adempimento eseguito con diligenza. I controlli anti-contraffazione avevano funzionato per la ragione più imbarazzante: non c’era nulla da contraffare. Il messaggio era autentico. La posta certificata ha certificato la consegna di un furto.</p><p>Conviene distinguere ciò che è accertato da ciò che è rivendicato. <b>E’ confermato che i dati sono usciti su richiesta da un dominio pubblico reale. </b>E’ una rivendicazione dell’attaccante, “IAmNotAVillain”, l’accesso per sei mesi a sistemi riconducibili alle forze dell’ordine italiane e il possesso di 147 gigabyte di materiale. Ma il fatto resta: una casella pubblica ha potuto ordinare a un intermediario finanziario di consegnare il dossier identitario dei propri clienti, e l’intermediario ha obbedito perché la legge glielo impone.</p><p>Qui sta il punto economico e istituzionale. Per un soggetto vigilato la cooperazione con l’autorità non è una scelta: è un obbligo . L’attaccante non ha aggirato quell’obbligo, lo ha monetizzato. Più si rafforza il dovere di collaborare in fretta, più cresce la superficie d’attacco. La conformità smette di essere uno scudo e diventa un moltiplicatore dei rischi. Ogni operatore scopre di avere un punto unico di rottura fuori dal proprio perimetro: la credibilità della richiesta pubblica.</p><p>C’è una seconda asimmetria. Il dossier non è stato accumulato per iniziativa commerciale, ma perché il regolatore lo impone. Documento, mappa patrimoniale, transazioni: il Kyc costruisce il fascicolo identitario più prezioso per una banca. Ma chi impone l’obbligo di raccolta non sopporta il rischio della fuga. Il costo grava sull’intermediario, la responsabilità civile pure, il danno sul cittadino, che ha già ricevuto le prime richieste estorsive. <b>L’autorità che ha imposto l’accumulo e la cui casella sarebbe stata il vettore della violazione genera così un’esternalità negativa: scarica sul vigilato le conseguenze della propria vulnerabilità.</b></p><p>L’asimmetria di responsabilità produce un’asimmetria di investimento. Revolut rischia istruttorie, sanzioni e danni reputazionali: investirà in verifica perché le conviene. L’ufficio pubblico la cui identità digitale è stata indossata non rischia nulla: continuerà a investire poco. Finché la bardatura dello stato varrà come lasciapassare senza che lo stato risponda di come la custodisce, il travestimento resterà tra i più economici sul mercato del crimine. La beffa è che l’Italia sta introducendo con la legge sull’AI, un reato di pericolo per chi omette misure di sicurezza nei sistemi informatici avanzati. Una norma severa verso il direttore di stabilimento della pmi, ma muta verso l’autorità dalla cui Pec possono partire messaggi hackerati. Il pan-penalismo tecnologico punisce le aziende a valle e assolve le autorità a monte.</p><p>I rimedi sono noiosi e poco costosi. Verifica fuori banda obbligatoria per ogni richiesta di dati identitari: si richiama l’ufficio su un recapito ufficiale prima di allegare documenti. Firma crittografica personale del funzionario, con chiavi revocabili, perché la casella certifica l’ufficio ma non chi preme invio. Monitoraggio delle anomalie sui volumi in uscita. Diritto dell’intermediario di sospendere e verificare senza sanzioni per ritardo: la legge premia chi risponde in fretta, non chi risponde bene. E una simmetria elementare di responsabilità: se il canale pubblico è il vettore, parte del costo spetta al titolare del canale. Infine trasparenza: pubblicare quante richieste di dati ciascuna autorità invia.</p><p>Nel racconto omerico i troiani dovettero almeno trainare il cavallo dentro la città. Qui non è servito neppure quello. Le mura hanno spedito la chiave via Pec, con ricevuta di consegna e valore legale. E i cittadini scopriranno che i loro dati non sono stati soltanto rubati: sono stati scortati fuori, usando le mostrine applicate sugli strumenti che avrebbero dovuto proteggerli.</p>]]></description>
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