Economia it https://www.ilfoglio.it/economia Il Foglio 60 Thu, 11 Jun 2026 15:25:42 +0200 Thu, 11 Jun 2026 15:25:42 +0200 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/la-bce-rompe-gli-indugi-e-alza-i-tassi-di-25-punti-base--400414 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/la-bce-rompe-gli-indugi-e-alza-i-tassi-di-25-punti-base--400414 La Bce rompe gli indugi e alza i tassi di 25 punti base Thu, 11 Jun 2026 14:16:00 +0200 Economia true Non c’era molta suspense sulle scelte di politica monetaria dell’Eurozona. Così, oggi, il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di alzare di 25 punti base i tre tassi di riferimento: il tasso sui depositi sale al 2,25 per cento, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40 per cento, e quello sui prestiti marginali al 2,65 per cento.

I mercati lo davano per certo. Infatti, alla vigilia il rialzo era prezzato al 100 per cento, e gli stessi mercati prevedono la possibilità di un’altra stretta sui tassi, dopo quella odierna, entro la fine del 2026.

Quello di oggi è il primo rialzo dal settembre del 2023, e quello chiude la finestra di attesa aperta ad aprile, quando la Bce aveva lasciato i tassi invariati riservandosi la possibilità di valutare l’impatto e la persistenza dello choc energetico legato alla guerra in medio oriente. Anche la recente esperienza del 2022 ha avuto un peso sulla decisione: quattro anni fa la Bce considerò temporaneo il rincaro dell’energia seguito all’invasione russa dell’Ucraina, e poi vide l’inflazione salire sopra il 10 per cento. Ma stavolta anche le colombe del Consiglio, dal governatore maltese Alexander Demarco all'italiano Fabio Panetta, avevano riconosciuto nelle scorse settimane le ragioni di una “ricalibrazione” della politica monetaria, pur senza impegnarsi in un percorso predefinito.

Così, a spingere la decisione del Consiglio, sono stati anche i dati di maggio e le proiezioni interne per il prossimo futuro. L’inflazione dell’eurozona è risalita al 3,2 per cento, il livello più alto dal settembre 2023, spinta soprattutto dall’energia, aumentata del 10,9 per cento dopo il balzo del Brent provocato dalle interruzioni nello Stretto di Hormuz. A preoccupare è stata anche la componente di fondo: l’inflazione core, al netto di alimentari ed energia, è salita dal 2,2 al 2,5 per cento, mentre quella dei servizi è passata dal 3,0 al 3,5. Un segnale che l'aumento dei prezzi non resta confinato ai prezzi dell’energia, ma comincia a propagarsi al resto dell’economia.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/nessun-miracolo-nel-2025-per-leconomia-del-lazio-i-dati-di-bankitalia--400404 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/nessun-miracolo-nel-2025-per-leconomia-del-lazio-i-dati-di-bankitalia--400404 Nessun miracolo nel 2025 per l’economia del Lazio. I dati di Bankitalia Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Davide Mattone false  Il 2025 doveva essere l’anno della spinta eccezionale per il Lazio, perché il suo motore principale, Roma, dove si concentra oltre il 60 per cento del reddito regionale e dove risiedono metà delle famiglie, aveva tutte le spinte che un’economia urbana può sperare: il Giubileo, i cantieri del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), e un afflusso di turisti stranieri cresciuto del 27,8 per cento, contro il 2,3 della media nazionale. Invece, secondo il rapporto annuale sul Lazio della Banca d’Italia, uscito ieri, tutte queste spinte si sono tradotte in una crescita del pil regionale in termini reali, quindi al netto dell’inflazione, dello 0,6 per cento, poco sopra la media nazionale (0,5), e comunque meno di quanto registrato l’anno precedente (0,9). Riavvolgendo il nastro degli ultimi due decenni la situazione non è migliore, anzi. Il pil reale del Lazio, nel 2025, risulta inferiore di 1,4 punti rispetto al livello del 2007 (il trend è analogo per le regioni del centro Italia), mentre quello nazionale, sempre rispetto al 2007, è salito di 1,9 punti.

Ma allora, quali sono stati i principali traini dell’economia del Lazio? Sicuramente una parte della tenuta arriva anche dal farmaceutico, che da solo vale la metà dell’export regionale. Poi i flussi di turisti, con un terzo della crescita citata all’inizio riconducibile all’anno santo, e la spesa degli stranieri cresciuta del 19,2 per cento. I servizi nel complesso hanno registrato un aumento del valore aggiunto dello 0,4 per cento, e il settore più dinamico è stato quello delle costruzioni, cresciuto del 3,6 per cento, sostenuto proprio dai cantieri del Giubileo e del Pnrr, anche se, a maggio 2026, risultava completato solo il 22 per cento del valore delle opere previste per l’anno santo, e per gli interventi rinviabili i lavori finiti erano al 3 per cento.

Nel 2025 gli occupati sono aumentati dello 0,6 per cento e il tasso di occupazione è salito al 64,2 per cento, ma l’aumento riguarda i lavoratori con almeno 50 anni, cresciuti del 5,3 per cento, mentre nella fascia 15-49 anni la flessione si è accentuata, registrando un calo del 2,7 per cento.

Per le buste paga, invece, il 2025 è stato sicuramente un anno migliore, seppur dentro un trend di lunga data negativo. Secondo le stime preliminari, infatti, gli adeguamenti contrattuali sono stati in linea con quelli nazionali, pari al 3,2 per cento contro un’inflazione dell’1,7, segnando così un buon recupero reale dopo la caduta del 2021-23.

Nel 2022 il reddito familiare medio equivalente era pari a 31 mila euro a Roma, il 40 per cento in più rispetto al resto del Lazio. Nella stessa città la distanza interna si è allargata: tra il 2015 e il 2022 il rapporto tra il 10 per cento più ricco e più povero è leggermente aumentato, mentre nel resto del Lazio, invece, quello stesso rapporto si è leggermente ridotto. A proposito Bankitalia sottolinea che seppur la città attragga lavoro ad alta qualifica e retribuzione, a pesare in misura particolare nel caso romano ci sono le rendite immobiliari. La regione resta comunque prospera, con una ricchezza netta a fine 2024 di 1.177 miliardi di euro, pari a 206 mila euro circa pro capite.

Insomma, nell’anno in cui aveva tutto, il Lazio è cresciuto quanto basta per restare dov’era. Il 2026 sarà migliore? Per ora, avverte Palazzo Koch, non si è aperto nel migliore dei modi, con le imprese che prevedono investimenti in calo, mentre il caro energia minaccia i redditi reali, complici gli sviluppi geopolitici. Detto ciò la spesa per investimenti pubblici, ancora sotto la media nazionale, è in forte recupero dal 2019. Se quei cantieri si chiuderanno davvero, potrà arrivare la spinta che è mancata. All’anno prossimo, dunque.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/la-produzione-industriale-sorprende-tutti-e-offre-speranze-per-la-crescita--400370 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/la-produzione-industriale-sorprende-tutti-e-offre-speranze-per-la-crescita--400370 La produzione industriale sorprende tutti e offre speranze per la crescita Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Dario Di Vico false Bisognerà trovare un sinonimo di sorpresa perché ormai sono più le volte che i dati di produzione industriale dell’Istat spiazzano le previsioni degli analisti, il cosiddetto consensus. Anche ieri è andata così: l’istituto di statistica ha comunicato per aprile una crescita dello 0,5 per cento della produzione contro una previsione addirittura negativa degli addetti ai lavori (-0,1 per cento). La crescita del mese è dovuta ai beni strumentali (+1 per cento) e ai beni intermedi (+0,8 per cento), entrambi segnalati in aumento per il terzo mese di seguito. In flessione, da un trimestre anche in questo caso, l’energia e invece per il quinto mese consecutivo calano i beni di consumo. Questa mappa fa dire a Paolo Mameli, economista del gruppo Intesa Sanpaolo, che “la crisi geopolitica sembra pesare più sui consumi che sugli investimenti, che invece potrebbero continuare a beneficiare degli incentivi fiscali e della spinta dovuta alla transizione tecnologica ed energetica”. Quanto ai consumi va segnalato che non crescono nonostante il carrello della spesa sia sostanzialmente rimasto fermo e che c’è il rischio che gli stessi consumi si contraggano ulteriormente visto che da fine giugno è probabile che far la spesa nella grande distribuzione costerà di più. Per quanto concerne gli investimenti le cronache economiche ci raccontano del veloce incremento dei data center e della crescita degli hub logistici come si segnalano imprese, Leonardo/Enel/Prysmian per fare qualche esempio, che hanno in corso interessanti programmi di spesa. Insomma gli investimenti non sono fermi nonostante i ritardi degli incentivi legati all’iperammortamento.

Ma veniamo in dettaglio ai dati riguardanti i singoli settori della manifattura. C’è un robusto incremento della chimica, addirittura +8,7 per cento mese su mese e un andamento ancora positivo per i mezzi di trasporto (+1,6 per cento mese su mese ma +18,7 anno su anno) e i macchinari. In sofferenza invece sono tessile e abbigliamento, carta ed elettronica. La crescita dei mezzi di trasporto merita un approfondimento perché, secondo alcuni analisti, la chiave della ripresa della produzione industriale sarebbe tutta qui. Del resto i dati Istat collimano con quelli forniti dall’associazione di categoria dell’automotive, l’Anfia, che aveva stimato nel primo trimestre del ‘26 una produzione superiore del 19,1 per cento. In più, a valle del ciclo, si segnala una discreta vivacità del mercato che ha portato, per esempio, Stellantis a vendere nel primo trimestre 120 mila tra vetture e veicoli commerciali con un promettente +9,5 per cento sullo stesso periodo del ‘25. A fronte di questi entusiasmi c’è un caveat però: il ‘25 è stato un anno di crollo vertiginoso della produzione automobilistica e di conseguenza quello in corso sarebbe più un rimbalzo che una vera crescita.

A spiegare i dati positivi della produzione industriale concorre un altro fenomeno che “gonfia” le cifre (e che trova d’accordo nell’analisi Intesa e Csc). Mameli la individua come “la tendenza delle imprese a costituire scorte per evitare problemi di approvvigionamento derivanti dal permanere di un sostanziale blocco dello stretto di Hormuz”. In questo caso ovviamente il supporto che ne sta derivando alla produzione sarebbe solo temporaneo. Scontati tutti questi ragionamenti l’industria dovrebbe comunque dare un contributo positivo al Pil del trimestre in corso a fronte invece di un apporto negativo di costruzioni e servizi. E come conseguenza Intesa Sanpaolo segnala la possibilità di rialzo della sua stima dell’intero Pil 2026 rimasta per ora ancorata allo 0,5 per cento. Nei giorni aveva un certo scalpore la previsione dell’ufficio studi Confcommercio spintasi a prevedere addirittura un +0,9 per cento, mentre per il Centro Studi confindustriale si può parlare di uno +0,7 per cento.

Chiudiamo con il tormentone dell’iperammortamento. La misura di incentivo agli investimenti in beni strumentali e robot è ancora all’esame della Corte dei Conti. Quando la Corte darà semaforo verde arriverà un successivo decreto direttoriale che disporrà l’apertura della piattaforma informatica necessaria alle imprese per registrarsi. Seguiranno apposite FAQ e circolari operative per assicurare l’applicazione della norma. Per quanto riguarda poi l’estensione a software e cloud, promessa da Giorgia Meloni, all’assemblea Confindustria, il Mimit e il Mef stanno lavorando per trovare soluzione normativa e coperture. Auguri e figli maschi.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/tanto-pnrr-poco-pil-cosa-ci-dicono-i-dati-dellufficio-parlamentare-di-bilancio--400390 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/tanto-pnrr-poco-pil-cosa-ci-dicono-i-dati-dellufficio-parlamentare-di-bilancio--400390 Tanto Pnrr, poco pil. Cosa ci dicono i dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio Thu, 11 Jun 2026 05:25:00 +0200 Economia Redazione false Se si misura il Piano nazionale di ripresa e resilienza con uno sguardo macroeconomico – ossia, qual è stato il contributo al pil? -, il bilancio è meno positivo della retorica che lo ha accompagnato, specialmente nelle sue prime fasi. Infatti, secondo le stime contenute nel Rapporto sulla politica di bilancio dell’Ufficio parlamentare di bilancio, presentato ieri dalla presidente Lilia Cavallari, nel 2026 il pil italiano sarà più alto dell’1,8 per cento di quanto sarebbe stato senza il Piano. Nel quadriennio 2021-2024, invece, gli investimenti addizionali del Pnrr avevano alzato il livello del prodotto di circa un punto.

Quello in corso è però l’anno di massimo effetto del Pnrr, e da qui in poi, man mano che la spesa si esaurisce, il vantaggio si assottiglierà, fino a ridursi a 1,1 punti nel 2030– ecco, questo è il lascito di quasi 193 miliardi di spesa pubblica, e seppur senza Pnrr la crescita del 2026 sarebbe stata nulla, val la pena ricordarlo. L’eredità permanente del Piano sembra invece un’altra, e va rintracciata nell’efficienza della Pa italiana. Nella sua relazione, Cavallari ha osservato che il lascito del Pnrr dal lato dell’offerta potrebbe non limitarsi alle infrastrutture fisiche, perché le innovazioni organizzative, digitali e procedurali introdotte dal Piano “sembrano aver migliorato l’efficienza delle Amministrazioni locali”, con affidamenti più rapidi (32 giorni risparmiati in media) e più comuni che affidano le gare a centrali di committenza, piuttosto che gestirle da soli. E’ la stessa conclusione di un recente paper di Bankitalia sull’impatto del Pnrr sugli appalti comunali: quando i fondi sono condizionati al raggiungimento degli obiettivi, con scadenze e un rischio di perderli molto credibile, la pubblica amministrazione italiana riesce a comprimere i tempi e le inerzie. Infatti, le gare dentro il Piano sono andate in porto nell’88 per cento dei casi, contro il 69 di quelle fuori, e il metodo ha contagiato anche le gare non-Pnrr. La sfida sarà dunque non lasciare che ciò si perda con il tempo.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/ottimismo-italiano-nonostante-le-guerre--400388 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/11/news/ottimismo-italiano-nonostante-le-guerre--400388 Ottimismo italiano, nonostante le guerre Thu, 11 Jun 2026 05:15:00 +0200 Economia false Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, cioè della principale organizzazione italiana del commercio, del turismo, dei servizi, dei trasporti e delle professioni, ha offerto nella sua relazione un antidoto utile al catastrofismo. Guerre, dazi, crisi energetiche e tensioni sulle materie prime pesano, ma non cancellano i fondamentali dell’Italia. Primo numero: dal 1995 a oggi il terziario di mercato ha creato quasi 4 milioni di nuovi posti di lavoro e oggi vale il 53 per cento del valore aggiunto. Secondo numero: l’occupazione ha superato i 24,3 milioni di lavoratori. A questo si aggiungono il reddito disponibile delle famiglie, tornato sopra i livelli del 2019 in termini di potere d’acquisto, consumi che reggono e turismo da record. L’ottimismo di Sangalli non è ingenuità: è l’idea che raccontarci peggio di come siamo sia un danno economico, perché la fiducia, in un paese pieno di imprese diffuse, è già una forma di crescita.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/le-multe-per-autovelox-sono-diminuite-ma-con-il-nuovo-decreto-potrebbero-tornare-ad-aumentare--400364 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/le-multe-per-autovelox-sono-diminuite-ma-con-il-nuovo-decreto-potrebbero-tornare-ad-aumentare--400364 Le multe per autovelox sono diminuite, ma con il nuovo decreto potrebbero tornare ad aumentare Wed, 10 Jun 2026 17:10:00 +0200 Economia Andrea Pauri true Firenze incassa, Roma dimezza, Milano scende, Ancona raddoppia. Galatina, 25mila abitanti in Salento, riscuote più del doppio della Capitale. L’Italia degli autovelox sembra la Borsa, con comuni in rialzo e comuni in caduta libera. Nel complesso, però, nel 2025 le entrate sono diminuite dell’8,9 per cento. La causa non è un’improvvisa conversione degli automobilisti alla prudenza, ma il caos sulle omologazioni. Il decreto firmato ieri dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini prova a chiuderlo. E, chiudendolo, potrebbe riaprire la stagione delle multe.

Secondo i dati che i comuni devono inviare ogni anno al ministero dell’Interno, nel 2025 le prime venti città italiane, con l’eccezione di Napoli che al 31 maggio non aveva ancora presentato la documentazione, hanno incassato 56,5 milioni di euro dalle sanzioni effettuate con “strumenti elettronici di controllo della velocità”. Nel 2024 erano stati 62,1 milioni, oltre 5 milioni in meno.

I numeri territoriali spiegano meglio il disordine. Firenze resta in cima alla graduatoria con 19,7 milioni di euro, seguita da Bologna con 9,2 milioni e da Milano con 6,9 milioni. A Roma gli introiti sono scesi da 4,8 a 2,3 milioni, meno 52 per cento. Milano perde il 34,8 per cento rispetto agli oltre 10 milioni incassati nel 2024. Più nette ancora le cadute di Trieste, meno 94,4 per cento, Bolzano, meno 84,2, e Bari, meno 73. Altrove, invece, il flash continua a produrre: Ancona passa da 855 mila euro a 1,8 milioni, più 116 per cento; Genova cresce del 54 per cento, Cagliari del 42. E poi ci sono i piccoli comuni, quelli che alimentano il topos dell’autovelox come bancomat amministrativo: Galatina arriva a 5,3 milioni, mentre Colle Santa Lucia, poco più di 300 abitanti in provincia di Belluno, con un solo autovelox sulle Dolomiti ha incassato oltre 2 milioni tra il 2021 e il 2025.

Spiega il Codacons, elaborando i dati, che il calo nasce da due cose. Primo: le regole più stringenti imposte agli enti locali. Secondo: le sentenze della Cassazione che hanno bocciato le multe fatte con apparecchi non omologati. Molte amministrazioni, davanti al rischio di ricorsi, hanno preferito disattivare i rilevatori o usarli con più cautela. 

Il cuore della faccenda è tecnico, dunque perfetto per diventare politico. Un autovelox può essere approvato, cioè autorizzato all’uso, ma non omologato, cioè certificato secondo requisiti tecnici più stringenti. Per anni questa differenza è rimasta nei cassetti e nei manuali. Poi nell’aprile 2024 la Cassazione l’ha tirata fuori e ha detto: se l’apparecchio è approvato ma non omologato, la multa è nulla. Da lì il grande assalto ai verbali, la stagione dei ricorsi. Secondo il censimento del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, oltre il 70 per cento degli apparecchi presenti sul territorio non rispetterebbe i requisiti di omologazione. Una voragine.

Il decreto firmato ieri da Salvini nasce da questo quadro. Deve sanare l’incertezza, classificare, rimettere targhette a quella che il ministro ha chiamato "giungla". Gli autovelox successivi al 2017 saranno automaticamente omologati. Quelli precedenti dovranno invece superare test tecnici obbligatori per essere considerati validi. Enti locali e produttori, se hanno già la documentazione richiesta, potranno seguire una procedura semplificata. Ma se il meccanismo regge, molti rilevatori oggi contestabili torneranno operativi. Meno caos e meno ricorsi, più multe buone. Ecco il paradosso: il decreto contro la giungla può far rifiorire la giungla degli incassi.

Salvini, che sugli autovelox ha costruito una delle sue guerre più popolari, quella contro la multa percepita come trappola, si trova così dentro una piccola torsione politica. Voleva mettere ordine, e mettere ordine significa anche rendere più difficili le contestazioni. Voleva colpire l’autovelox selvaggio, e per colpirlo deve dire quali autovelox sono legittimi, utilizzabili e rimetterli in uso. 

Sul decreto, però, il condizionale resta obbligatorio. Le associazioni del settore, da Asaps ad Assoutenti, hanno accolto bene la norma e sperano che metta fine al caos dei ricorsi. Ma c’è già chi dice: piano. Un decreto ministeriale è una fonte secondaria e non può riscrivere ciò che il Codice della strada richiede. Ogni apparecchio, ogni matricola potrebbe continuare a dover dimostrare taratura e corretta installazione se vuole emettere verbali validi. Sarà vera multa? Alla Cassazione l'ardua sentenza. 

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/meloni-a-confcommercio-no-alla-patrimoniale-e-meno-tasse-al-ceto-medio--400349 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/meloni-a-confcommercio-no-alla-patrimoniale-e-meno-tasse-al-ceto-medio--400349 Meloni a Confcommercio: "No alla patrimoniale e meno tasse al ceto medio” Wed, 10 Jun 2026 14:03:00 +0200 Economia Redazione true L’IA va regolata, l’Irpef va alleggerita, la patrimoniale va evitata, i carburanti vanno sostenuti quando la crisi energetica rischia di scaricarsi su trasporti e prezzi. Giorgia Meloni porta a Confcommercio un’agenda calibrata sul pubblico che ha davanti: imprese del terziario, Pmi, famiglie e ceto medio.

Nel suo intervento all’assemblea generale dell’associazione, la presidente del Consiglio parte dall’intelligenza artificiale, definita “una delle questioni più complesse del nostro tempo”. Da una parte, dice, c’è uno strumento dal “potenziale straordinario”; dall’altra una tecnologia così potente che la sua forza reale “potremmo scoprirla davvero molto tardi”. Il compito della politica, secondo Meloni, è trovare l’equilibrio tra valorizzazione e regole: usare l’AI, coglierne le possibilità, ma limitarne i rischi prima che diventino ingestibili.

La premier ricorda che il governo ha convocato un Consiglio dei ministri per approvare i decreti attuativi delle norme sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale e ringrazia anche Papa Leone XIV per le riflessioni dedicate al tema nella sua enciclica. Sono due i rischi individuati nella relazione: l’impatto sul mercato del lavoro, che la presidente definisce “imponderabile”, e quello sulle democrazie, perché l’AI rende sempre più difficile distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è.

Proprio su questo terreno si vede però una distanza rispetto alla posizione espressa pochi giorni fa dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nelle Considerazioni finali sul 2025. Anche Panetta parla di regole, dignità del lavoro, tutela della concorrenza e governo della trasformazione tecnologica. Ma la sua premessa è diversa: l’intelligenza artificiale è una leva da portare rapidamente dentro le imprese per rilanciare la produttività italiana ferma da vent’anni.

Il discorso torna poi su un terreno più familiare alla platea di Confcommercio. Meloni difende il commercio di vicinato come presidio economico e sociale. “Ogni serranda alzata è una luce”, dice: un punto di riferimento, una certezza, un segno di energia, sicurezza e socialità. Una rete che “nessuna piattaforma online potrà sostituire”. Parlando dell’economia diffusa da proteggere e rafforzare, la presidente tratta il capitolo fiscale rivendicando il taglio del cuneo e la riforma Irpef, provvedimenti che “rimettono nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro l’anno”. La traiettoria indicata per le prossime riforme parte dai redditi più bassi, per poi allargare gli interventi e alleggerire il carico fiscale sul ceto medio. “Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più”, dice la premier che però chiude la porta alla patrimoniale: “Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo. Non siamo la repubblica delle banane”, afferma. Alla riduzione del carico fiscale si affianca il tema della concorrenza. Meloni rivendica il contrasto alle attività commerciali “apri e chiudi”, definite un fenomeno “odioso” perché legato all’evasione fiscale e alla concorrenza sleale. Secondo la premier, ne sono state chiuse d’ufficio 24 mila nella legislatura.

Per le imprese, però, non basta pagare meno tasse e difendersi da chi non rispetta le regole. Altro capitolo sensibile è il credito. Meloni raccoglie il richiamo del presidente di Confcommercio Sangalli sul sistema bancario e sulle operazioni di consolidamento, che secondo l'associazioni dovranno preservare il risparmio delle famiglie e la prossimità territoriale. La premier promette strumenti per abbassare i costi, dare nuove garanzie e "rendere l’accesso al credito meno simile a un percorso a ostacoli, soprattutto per piccole e medie imprese".

Il ragionamento si allarga quindi al futuro della base produttiva e sociale del paese. Nel discorso entra anche la demografia. Meloni parla di “emergenza giovani generazioni” e dice che il governo intende offrire maggiori opportunità e invertire il calo delle nascite. Non solo per ragioni identitarie, “ma per la tenuta economica dello stato sociale”. 

Infine un passaggio sui carburanti, dove il tema dei costi torna a incrociare quello del potere d’acquisto. Meloni ricorda che il governo non ha smesso di sostenere l’acquisto di carburante per l’autotrasporto, reagendo agli aumenti provocati dalla crisi dello Stretto di Hormuz. “Se il costo dell’energia e dei carburanti si scarica sui trasporti”, spiega, “prima o poi arriva ai prezzi finali e quindi ai cittadini”. Sostenere l’autotrasporto, nella lettura della premier, significa evitare un nuovo impulso inflazionistico e proteggere un settore che “fa muovere e vivere la nazione”.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/tre-cose-che-non-tornano-nella-campagna-di-coldiretti-in-piazza-contro-i-trafficanti-di-grano-e-olio--400345 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/tre-cose-che-non-tornano-nella-campagna-di-coldiretti-in-piazza-contro-i-trafficanti-di-grano-e-olio--400345 Cosa non torna nella campagna di Coldiretti, in piazza contro i "trafficanti" di grano e olio (e contro il glifosato) Wed, 10 Jun 2026 13:02:00 +0200 Economia Enrico Cicchetti, Riccardo Carlino true Un'ondata di teste gialle griffate Coldiretti ha riempito 13 piazze d'Italia contro "i trafficanti di grano e olio". A Roma, abbiamo chiesto ad alcuni manifestanti contro chi protestano. Risposta: "Contro la speculazione". Su striscioni, cartelli, e comunicati stampa il nemico è più preciso: il glifosate, uno degli erbicidi più usati al mondo. Coldiretti continua a chiamarla "molecola chimica che genera cancro soprattutto ai bambini", nonostante questa accusa non abbia né capo né coda. A stabilire che l'erbicida non provoca tumori ci ha pensato l’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, che nel giugno 2022 ha messo nero su bianco che non ci sono evidenze scientifiche che possano far classificare il glifosate come cancerogeno. Non vi fidate del tribunale? L'anno dopo è arrivata la Cassazione. L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha scritto in un documento di non aver individuato “alcuna area di preoccupazione critica in relazione al rischio” che il glifosato “comporta per l’uomo, gli animali o l’ambiente”. 

Due assoluzioni di fila dovranno pure avere un peso. Non per Coldiretti, che la butta sul mangiar bene e sano. "La vera pasta italiana fatta col grano duro 100 per cento italiano fa bene alla salute, e per questo deve essere presente nelle mense di scuole e ospedali", recita il loro manifesto. Gli agricoltori dunque chiedono un'azione immediata rispetto ai "vergognosi tentativi in atto da parte dei trafficanti": da chi cerca di "strozzare le aziende pagando al Sud il grano sotto trebbiatura 19 centesimi al chilo, mentre la pasta costa minimo 2 euro al chilo e il pane 3 euro, o chi taglieggia i produttori italiani pagandoli sotto i costi di produzione".

La battaglia del grano

Ecco il secondo assunto che fa acqua, dopo l'accusa infondata all'erbicida. Andiamo con ordine: davvero la pasta italiana è fatta con grano 100 per cento italiano? No. Il grano duro italiano copre solo il 70 per cento circa del totale della pasta prodotta: l'Italia importa dall'estero il 30-40 per cento della materia prima necessaria ai pastifici. Non è una novità né uno scandalo. Da sempre l'Italia non è autosufficiente per il grano duro. E c'è un dato tecnico rilevante: l'83 per cento della materia prima importata ha un contenuto proteico superiore al 13 per cento e viene pagata il 15 per cento circa in più rispetto al grano nazionale. Non è grano scadente importato per risparmiare: è grano comprato per migliorare la qualità tecnica dell'impasto e resistere meglio alle lavorazioni meccaniche. La situazione di autosufficienza sarebbe materialmente impossibile: se l'Italia usasse solo la produzione nazionale, troverebbe la pasta in vendita solo quattro mesi all'anno. Esistono marchi che garantiscono il 100 per cento di grano italiano. Ma quella "normale" che finisce negli scaffali di un supermercato medio non lo è. Dal punto di vista nutrizionale, poi, la distinzione non regge. Le proprietà salutistiche della pasta derivano dal grano duro in quanto tale, non dalla sua provenienza geografica.

 Il prezzo del grano è basso e potenzialmente sotto i costi di produzione: denuncia legittima. Ma paragonarlo al prezzo al consumo della pasta o del pane come se la differenza fosse intascata da "trafficanti" ignora tutti i costi di trasformazione, confezionamento, logistica e distribuzione tra campo e scaffale. Costi di lavorazione che, tra l'altro, si aggiungono al prezzo finale di qualsiasi prodotto, sia esso industriale o artigianale. 

Scivolare sull'olio 

Terza fallacia: dopo il grano, l'olio. L'olio extravergine di oliva, pilastro della Dieta Mediterranea, è uno dei casi simbolo del Made in Italy sotto attacco, sostiene l'associazione agricola. E denuncia che nell'ultimo anno il prezzo del prodotto è crollato del 50 per cento, mentre i costi a carico dei produttori nazionali sono aumentati di oltre 200 euro a ettaro, secondo il Centro studi Divulga. "Per capire l'inganno", scrive Coldiretti, "basta guardare i numeri. I dati ufficiali della filiera mostrano infatti che l'Italia produce circa 234 milioni di litri di olio extra vergine d'oliva, cifra che peraltro potrebbe essere rivista ulteriormente al ribasso con controlli più stringenti, a fronte di consumi interni pari a 461 milioni di litri, un export di 318 milioni di litri e un import di ben 545 milioni di litri all'anno. I conti non tornano", sottolinea Coldiretti, "perché c'è chi trucca l'origine ingannando cittadini e agricoltori nascondendosi anche dietro l'ultima trasformazione sostanziale del codice doganale, che va cancellata per tutti gli alimenti". 

Partiamo dall'ultima affermazione. Il codice doganale Ue stabilisce che un prodotto è "originario" del paese dove ha subito la sua ultima trasformazione sostanziale. Per le merci industriali ha senso, per il cibo crea un problema: l'origine deve seguire la materia prima agricola, non l'ultimo passaggio in stabilimento. Per l'olio extravergine al dettaglio, però, una norma settoriale più stringente già esiste: il Regolamento Ue 2022/2104 impone di indicare in etichetta sia il paese di raccolta delle olive sia quello di molitura. Il problema segnalato da Coldiretti riguarda semmai gli altri olii, i flussi commerciali B2B e tutti quegli alimenti — mozzarella, sughi, ortofrutta trasformata — per cui una protezione analoga non c'è.

Coldiretti cita poi 234 milioni di litri di produzione italiana, 461 di consumi interni, 318 di export e 545 di import, concludendo che "i conti non tornano". Prima nota. I numeri di produzione sono nell'ordine di grandezza giusto. Ma non sono aggiornati: secondo Ismea (l'Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), la produzione 2024 è stata di 248 mila tonnellate, in calo del 24 per cento rispetto all'anno precedente. Coldiretti lavora probabilmente su dati di una campagna precedente. Ma il vero punto è un altro. L'Italia è secondo produttore mondiale, secondo esportatore e primo consumatore, con 8,2 litri a testa all'anno. Che importi più di quanto produca non vuol dire per forza che dietro ci sia una "frode". L'import copre sia i consumi sia la lavorazione/riesportazione.  L'Italia acquista olio grezzo (soprattutto spagnolo, tunisino, greco), lo raffina o miscela, e lo esporta con marchio commerciale italiano. Tutto consentito dal Regolamento delegato europeo 2022/2104, secondo cui se il luogo di raccolta delle olive è diverso da quello di estrazione dell’olio, l'informazione deve essere indicata sugli imballaggi per non indurre in errore il consumatore e non confondere il mercato. In definitiva, sommando l'olio prodotto (248 tonnellate, non 234) e quello importato e confrontando questo risultato con la somma di olio evo consumato internamente ed esportato, i conti tornano eccome.

Il tutto avviene in un contesto nel quale ci si mette la natura stessa a stressare le colture. Il batterio killer della Xylella fastidiosa e i cambiamenti climatici "hanno bruciato quest’anno un potenziale pari al 30 per cento della produzione nazionale di olio crollata a circa 208 milioni di chili nella stagione 2022/2023 contro i 329 milioni di chili della stagione precedente", dice la stessa Coldiretti. Nel 2024 la siccità e il caldo record nelle principali regioni produttrici come Puglia e Sicilia hanno fatto crollare la produzione del 32 per cento rispetto all'anno precedente, attestandosi intorno alle 224 mila tonnellate.Ecco dunque che, anche qui come nel caso del grano, l'autosufficienza è una chimera. E l'import una necessità.

Messo in fila tutto, gli agricoltori in giallo spingono per "controlli a tappeto" per verificare il rispetto delle leggi sull'origine. Per "fermare i trafficanti speculatori" bisognerebbe rendere effettivo il divieto di vendita sotto il costo di produzione, e oltre al divieto di importazione del grano al glifosato si chiedono "subito 40 milioni per abbattere le spese dei produttori in contratti di filiera". 

Nonostante la mobilitazione però, chi è in piazza è abbastanza scettico. "Un delegato è stato sentito dal ministero. Ma non abbiamo grandi speranze", dice al Foglio un agricoltore. "Il governo ci aiuta e non ci aiuta. Gli industriali comprano grano a basso prezzo e non sicuro, è una concorrenza sleale. E a soffrirne siamo sempre noi piccoli che facciamo tutto in sicurezza". L'unica stella polare, sempre lì fissa in cielo, è l'astio verso Bruxelles. "Questa Europa non ci piace. Soprattutto dopo il Mercosur".

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/lindustria-italiana-cresce-per-il-terzo-mese-di-seguito-spinta-dallauto--400347 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/lindustria-italiana-cresce-per-il-terzo-mese-di-seguito-spinta-dallauto--400347 L’industria italiana cresce per il terzo mese di seguito, spinta dall’auto Wed, 10 Jun 2026 12:31:00 +0200 Economia Andrea Pauri true Terzo mese consecutivo di crescita per la produzione industriale italiana. Ad aprile l’indice destagionalizzato, cioè depurato da festività, ponti o chiusure che possono falsare il confronto tra un mese e l’altro, aumenta dello 0,5 per cento rispetto a marzo e dell’1,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il bilancio dei primi quattro mesi, secondo i dati Istat, sale così dello 0,6 per cento, sostenuto soprattutto da mezzi di trasporto, farmaceutica e macchinari.

Il recupero resta contenuto, ma segna un primo consolidamento del rimbalzo dopo quasi due anni di debolezza dell'industria. L’indice generale della produzione si porta a quota 94,9: circa cinque punti sotto i livelli del 2021, ma al valore più alto da marzo 2024. A trainare il dato sono soprattutto i beni strumentali, in aumento dell’1 per cento su base mensile, e i beni intermedi, in crescita dello 0,8 per cento. I primi sono macchinari, impianti e attrezzature usati dalle imprese per produrre altri beni. I secondi sono beni destinati a essere utilizzati nei processi produttivi, come componenti, materiali e semilavorati. Restano invece deboli i beni di consumo, cioè i prodotti acquistati direttamente dalle famiglie, in calo dello 0,1 per cento, e l’energia, che arretra dello 0,2 per cento.

Su base annua la divaricazione è più netta. I beni strumentali crescono del 6,4 per cento, i beni intermedi dell’1,8 per cento, mentre l’energia scende del 2,7 per cento e i beni di consumo del 4,1 per cento. In sostanza, l’industria che produce per altre imprese va meglio di quella più legata ai consumi finali. È un segnale utile per leggere la ripartenza delle filiere, ma dice anche che la domanda delle famiglie resta meno brillante.

Il contributo più forte alla crescita arriva dai mezzi di trasporto, che ad aprile registrano un incremento del 17,8 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Seguono i prodotti farmaceutici di base e preparati, in aumento del 7,9 per cento, e la fabbricazione di macchinari e attrezzature, in crescita del 6,1 per cento. Il miglioramento, dunque, non riguarda soltanto l’auto, ma coinvolge anche comparti rilevanti della manifattura. Restano però settori ancora in difficoltà. La flessione più ampia riguarda il tessile, che perde l’8,9 per cento su base annua. Seguono le altre industrie manifatturiere: riparazione e installazione di macchinari e apparecchiature, in calo del 6,7 per cento, e l’industria del legno, carta e stampa, giù del 4,4 per cento.

Il settore che più aiuta a leggere il rimbalzo resta l’auto. Non perché abbia già recuperato il terreno perso, ma perché sta risalendo dai minimi e, proprio per questo, spinge verso l’alto l’indice generale. Già a marzo la produzione di autoveicoli era cresciuta di oltre il 20 per cento, contribuendo al progresso dello 0,7 per cento della produzione industriale complessiva. Ad aprile il segnale si conferma: i mezzi di trasporto crescono del 17,8 per cento su base annua e sono il comparto con l’aumento più forte. Il dato, però, va tenuto in prospettiva: a marzo 2025 il settore aveva registrato un crollo del 17,5 per cento e l’indice resta ancora 12 punti sotto i livelli del 2021, una distanza più che doppia rispetto a quella dell’indice generale.

Il recupero produttivo trova una sponda anche nel mercato. A maggio, secondo i dati del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, in Italia sono state immatricolate 150.096 vetture, il 7,64 per cento in più rispetto allo stesso mese del 2025. Nei primi cinque mesi dell’anno le immatricolazioni sono salite a 790.301 unità, con un progresso del 9,38 per cento rispetto a gennaio-maggio 2025. Le immatricolazioni non coincidono con la produzione, perché un’auto venduta in Italia può essere stata costruita altrove, ma restano un indicatore importante della domanda. Dopo il balzo dell’11,6 per cento di aprile, il mercato rallenta leggermente ma resta in crescita.

Dentro questo recupero si muove anche l’elettrico. A maggio le auto a batteria immatricolate sono state 13.164, l’84,8 per cento in più rispetto a un anno prima, con una quota di mercato salita all’8,8 per cento dal 5,1 per cento di maggio 2025. Significa che quasi nove auto su cento immatricolate nel mese erano elettriche. Nei primi cinque mesi del 2026 le immatricolazioni elettriche sono arrivate a 64.102 unità, in aumento del 74,5 per cento, con una quota dell’8,1 per cento. Il parco circolante elettrico italiano, al 31 maggio, contava 421.487 veicoli. Il ritardo rispetto agli altri grandi mercati europei resta però evidente: ad aprile la quota delle elettriche era al 26,2 per cento in Francia e nel Regno Unito, al 25,9 per cento in Germania e al 9,4 per cento in Spagna.

Nel mercato italiano spicca Stellantis. A maggio il gruppo guidato da Antonio Filosa ha immatricolato 43.426 vetture, il 9,9 per cento in più rispetto a un anno prima, portando la quota al 28,9 per cento. Nei primi cinque mesi le immatricolazioni sono state 250.138, in crescita del 14,7 per cento, con una quota cumulata del 31,6 per cento. Stellantis cresce quindi più rapidamente del mercato italiano, che nei primi cinque mesi dell'anno si è fermato a poco meno del 10 per cento.

]]>
https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/la-lega-non-ostacoli-il-decreto-lavoro-lappello-degli-imprenditori-veneti--400346 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/10/news/la-lega-non-ostacoli-il-decreto-lavoro-lappello-degli-imprenditori-veneti--400346 "La Lega non ostacoli il decreto Lavoro". L'appello degli imprenditori veneti Wed, 10 Jun 2026 11:43:00 +0200 Politica Francesco Gottardi true È un provvedimento "orientato alla contrattazione di qualità". Che prevede anche "agevolazioni contributive importanti, ben accolte da tutto il mondo industriale e lavorativo". Dunque il decreto sul lavoro, rinominato decreto Primo maggio, "non può finire vittima dei giochi della politica", avverte Roberto Boschetto, presidente di Confartigianato Imprese Veneto. E mentre la regione-locomotiva d'Italia continua a essere governata dalla Lega, a Roma la stessa Lega sembra manovrare dietro le quinte per ostacolare il decreto - che oggi sarà votato in prima lettura alla Camera con il voto di fiducia, prima dell'esame in Senato per la conversione in legge entro fine giugno.

"Per noi rappresenta un'iniziativa fondamentale in diverse sue componenti", spiega Boschetto al Foglio. "Gli sgravi previsti dal decreto aiutano: non si può vivere di soli bonus, naturalmente, ma sosteniamo da sempre l'esigenza di regole chiare per ottenere incentivi immediatamente usufruibili. Serve certezza, razionalità, affinché le imprese possano rafforzare l'assunzione di giovani e donne. Un altro aspetto chiave del decreto è il cosiddetto salario giusto", che prevede una soglia di retribuzione minima fissata dai contratti collettivi nazionali (Ccnl). "Si tratta di un intervento di buonsenso, al contrario invece del salario minimo per legge che noi non abbiamo mai sostenuto: è la stessa Comunità europea a spingere la valorizzazione della contrattazione collettiva. Ed è l'autonomia delle parti che deve andare a definire i salari, rispondendo così all'articolo 36 della Costituzione".

Il problema è che proprio su questo punto la Lega ha posto dei paletti piuttosto controversi: l'emendamento sulla modifica dei parametri del salario giusto per accedere ai bonus è stato accolto dai sindacati - e non solo - come una manovra finalizzata a legittimare i contratti pirata a discapito dei lavoratori. Alla fine quell'emendamento è stato ritirato e riformulato dalla maggioranza, ma secondo le opposizioni non abbastanza da cambiare davvero le cose. E ancora una volta la sensazione è che FdI e Forza Italia, anche in fatto di diritto del lavoro, debbano fare i conti con l'atteggiamento boicottante del Carroccio. "Capiamo i meccanismi interni, il valzer degli emendamenti", premette Boschetto. "Però il decreto legge andrebbe portato avanti nella sua impostazione originaria: la Lega e il Veneto leghista ne tengano conto. Perché inserire i contratti maggiormente applicati dal datore di lavoro, con la formulazione proposta avrebbe effettivamente dato applicazione immediata ai contratti pirata. E questo resta uno scenario da scongiurare, non ci possono essere dubbi".

Dunque avanti col provvedimento, con qualche ulteriore appunto a margine. "Siamo noi parti sociali a dover disciplinare questa materia. C'è un passaggio nel decreto che prevede che laddove non si rinnovino i contratti collettivi dev'essere assegnato un aumento automatico: capiamo gli incentivi alla sensibilizzazione ma attenzione a limitare l'autonomia delle parti. L'obiettivo deve restare l'innovazione della contrattazione nei rapporti di lavoro, attraverso strumenti concreti e ben calibrati. Come Confartigianato, in quanto componente più rappresentativa sul territorio nazionale, puntiamo sulla contrattazione di qualità. E mi aspetto che il governo persegua lo stesso fine, senza finire condizionato nella sostanza dai protagonismi della politica. Vale per la Lega e per tutti".

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/quello-che-bonelli-non-ha-capito-sul-via-libera-ue-ai-23-miliardi-per-le-rinnovabili--400326 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/quello-che-bonelli-non-ha-capito-sul-via-libera-ue-ai-23-miliardi-per-le-rinnovabili--400326 Cosa Bonelli (non) ha capito sul via libera Ue ai 23 miliardi per le rinnovabili Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Luciano Capone false Georges Clemenceau diceva che la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari. Lo stesso aforisma dello statista francese può essere adattato al rischio di affidare la transizione energetica ai Verdi. Il leader della formazione ecologista, Angelo Bonelli, è infatti un uomo dalle fortissime convinzioni che, però, ogni volta che parla dà l’impressione di non conoscere minimamente la materia di cui è specialista. L’ultimo esempio è il via libera della Commissione europea all’Italia per il regime di aiuti di stato, valutato 23 miliardi di euro, contenuto nello schema di decreto FerX per sostenere lo sviluppo delle fonti rinnovabili.

Di cosa si tratta? Come spiega chiaramente il comunicato della Commissione, Bruxelles ha autorizzato il regime preparato dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin che può comportare un aiuto di stato da 23 miliardi di euro per sviluppare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili

Il meccanismo previsto – che punta a incentivare la costruzione di impianti eolici, fotovoltaici o idroelettrici – è il cosiddetto contratto per differenza (Cfd) a due vie: un bonus (o un malus) per ogni kWh di energia prodotta e immessa nella rete che si scosta dal prezzo di esercizio. In pratica, si fa una gara d’asta concorrenziale al termine della quale viene stabilito un prezzo fisso di acquisto dell’energia prodotta per 20 anni: quando i prezzi di mercato dell’energia elettrica sono inferiori a quello del contratto, il Gse (ovvero i consumatori nella bolletta attraverso gli oneri di sistema) paga ai produttori la differenza; quando invece i prezzi sono superiori sono le imprese produttrici a pagare al Gse la differenza. Il costo potenziale dell’aiuto di stato (pagato dai consumatori) pari a 23 miliardi di euro è una stima della Commissione che si basa su una previsione dei prezzi di mercato, ma ovviamente in caso di prezzi effettivi superiori il costo sarà inferiore.

Arriviamo a cosa ci ha capito Angelo Bonelli. Niente, in sintesi. Il co-leader di Avs ha infatti pubblicato un comunicato di attacco al governo: “Il destino è cinico e baro con Giorgia Meloni – dice Bonelli – lei che ha fatto la guerra al Green deal e che con vari provvedimenti legislativi ha fermato le rinnovabili oggi si trova a gestire un finanziamento di 23 miliardi di euro concessi dalla Commissione europea per installare 37,5 GW di nuova capacità rinnovabile per attuare la transizione ecologica ed energetica della Ue”. E ancora: “Era quello che dicevamo alla presidente del Consiglio, ma lei ci sbeffeggiava, ovvero che la strada è quella delle energie pulite, non quella del gas e del nucleare. Ora questi 23 miliardi rappresentano una svolta attesa e necessaria”.

In sostanza, stando a quello che ha capito della vicenda il leader dei Verdi, Giorgia Meloni avrebbe fatto di tutto per bloccare l’installazione di rinnovabili e sabotare il Green deal ma, contro la sua volontà, l’Unione europea avrebbe elargito all’Italia 23 miliardi di euro (circa un punto di pil) per imporre al governo l’installazione di 37,5 GW di nuova capacità rinnovabile. E’ tutto sbagliato, numeri inclusi (la capacità aggiuntiva prevista non è di 37,5 GW ma di 37,15 GW, ma questo è un dettaglio minore). La realtà è che questo decreto non è un’imposizione europea, lo ha scritto il governo italiano. E sempre il governo ha chiesto alla Commissione europea l’autorizzazione per far funzionare il nuovo regime senza violare la normativa sugli aiuti di stato. Tanto è vero che l’esecutivo italiano ha gioito per la decisione presa a Bruxelles: “Il via libera della Commissione europea consente di proseguire il percorso di realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili mature”, ha commentato il ministro Pichetto Fratin, definendo la misura uno strumento “per rafforzare l’autonomia energetica del paese, ridurre la dipendenza dall’estero e garantire la continuità al meccanismo transitorio entrato in vigore nel 2025”. Infatti lo schema ha l’obiettivo di aumentare di circa il 50 per cento l’attuale capacità di energia da fonti rinnovabili presente in Italia al fine di raggiungere l’obiettivo del 39,4 per cento di consumo finale lordo di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2030.

L’altro aspetto paradossale è che Bonelli parli di “un finanziamento di 23 miliardi concessi dalla Commissione europea”, come se Ursula von der Leyen avesse generosamente staccato un assegno. Tutt’altro. Ciò che la Commissione ha concesso all’Italia non sono i soldi, ma la possibilità di tassare la bolletta elettrica dei consumatori per finanziare i nuovi impianti rinnovabili se i prezzi di mercato dell’elettricità non aumenteranno. A pagare non è l’Europa: sono gli italiani. L’ultimo aspetto grottesco è l’accusa di Bonelli al governo di aver “fermato le rinnovabili” quando negli ultimi anni la capacità installata di rinnovabili è aumentata come mai prima mentre sono proprio le regioni dove governano i Verdi, come la Sardegna, che hanno letteralmente bloccato le rinnovabili con leggi che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime su ricorso del governo Meloni.

Se davvero la missione dei Verdi è convincere le persone che la transizione energetica sia l’obiettivo più importante dell’umanità, prima dovrebbero quantomeno convincere il proprio leader a studiare e a prendere sul serio la materia. Non sono due guerre perse in partenza, nonostante possa sembrare il contrario.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/leuropa-chiede-di-ridurre-le-tasse-sullelettricita-ma-per-gli-ecologisti-e-un-sussidio-dannoso--400322 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/leuropa-chiede-di-ridurre-le-tasse-sullelettricita-ma-per-gli-ecologisti-e-un-sussidio-dannoso--400322 L’Europa chiede di ridurre le tasse sull’elettricità, ma per gli ecologisti è un sussidio dannoso Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Carlo Stagnaro false Quel che in Italia è considerato un sussidio ambientalmente dannoso (Sad), in Europa potrebbe presto diventare un sussidio ambientalmente favorevole (Saf). La Commissione europea starebbe infatti per varare una proposta di revisione della tassazione energetica, per spingere gli stati membri a portare la tassazione sull’energia elettrica al di sotto di quella sul gas. E’ un tentativo di non sprecare la crisi energetica in atto, coniugando decarbonizzazione e riduzione dei costi: infatti, sostituendo l’uso del gas, aumenta l’efficienza nell’utilizzo dell’energia ed è più facile sostituire le fonti fossili con altre low carbon come le rinnovabili e il nucleare

Il paradosso è che alcune misure già in vigore nel nostro paese – come l’esenzione dal pagamento dell’accisa sull’energia elettrica su una quota dei consumi domestici e l’applicazione dell’aliquota Iva ridotta al 10 per cento – sono classificate come Sad dal Catalogo pubblicato dal ministero dell’Ambiente che, dunque, ne raccomanda l’eliminazione. La bolletta dell’energia elettrica contiene quattro voci principali: la componente energia, gli oneri di rete, le tasse (accisa e Iva) e gli oneri generali di sistema. Questi ultimi, pur non avendo formalmente natura fiscale, di fatto agiscono come un’imposta. Secondo uno studio coordinato da Massimo Tavoni per Energy Square, l’accisa sui consumi domestici di energia elettrica vale circa 2,27 cent/kWh (contro 1,41 sul gas), gli oneri di sistema 4,59 (contro 0,11), l’Iva 0,85 cent/kWh (al netto della quota gravante sul valore effettivo dell’energia), contro 0,28. Nel caso del gas, l’Iva e l’accisa variano per scaglioni, quindi tali valori fanno riferimento a un livello di consumo medio.

Il Catalogo dei Sussidi ambientalmente dannosi qualifica come Sad l’Iva ridotta sui consumi domestici di energia elettrica, in quanto “non incoraggia un uso efficiente/ridotto dell’energia”. Poiché l’Iva ha come base imponibile la totalità della bolletta – incluse le accise ma soprattutto gli oneri generali di sistema e la quota del prezzo legata all’Ets – essa finisce per amplificare il costo delle politiche ambientali. Questo sembrerebbe giustificarne una riduzione strutturale: ma il Catalogo ha ragioni che la ragione ambientale non conosce.

Nel caso dell’accisa, la questione è un po’ più complicata. Le famiglie con una potenza contrattualmente impegnata fino a 3 kW (la stragrande maggioranza) godono dell’esenzione dall’accisa sui primi 150 kWh di consumo mensile (corrispondenti a circa 1.800 kWh annui, contro una media attorno ai 2.000). Secondo il Catalogo del Mase, questo è un Sad “per la percentuale di elettricità agevolata prodotta attraverso le fonti fossili”. Peraltro, mentre il Catalogo enfatizza un problema inesistente (o almeno considerato tale dall’Ue), non ne vede uno reale: l’agevolazione su una parte dei consumi comporta una discontinuità in corrispondenza della soglia. Per giunta, il mancato gettito viene ricuperato a carico di chi consuma di più oppure ha una potenza superiore ai 3 kW. Proprio di quelli che sostituiscono il gas con l’elettricità. Se riforma deve esserci, dovrebbe andare nel senso opposto rispetto a quanto chiede il Mase: estendere l’esenzione, non eliminarla.

Per il Catalogo, sono ambientalmente dannosi anche gli aiuti per le imprese energivore (introdotti per contrastare le delocalizzazioni ma anche per favorirne l’elettrificazione) e l’esenzione dal pagamento di alcune componenti tariffarie per le industrie che prestano servizi di interrompibilità. Attraverso l’interrompibilità, esse si rendono disponibili a ridurre o cessare i prelievi di energia elettrica quando la domanda raggiunge livelli di guardia; anch’essa quindi è strumentale, oltre che alla sicurezza della rete, all’elettrificazione dei consumi. La contraddizione non riguarda solo il ministro Gilberto Pichetto Fratin. Anche il Pd, il M5s, Avs e le maggiori organizzazioni ambientaliste chiedono continuamente di “cancellare i Sad” – inclusi quelli che, per l’Ue, vanno incoraggiati. Per esempio, Legambiente include nel suo censimento dei Sad proprio l’esenzione dall’accisa sull’energia elettrica e l’aliquota Iva ridotta sui consumi delle famiglie, oltre alle agevolazioni per le imprese. Delle due l’una: o l’elettrificazione è un target meritevole oppure è ambientalmente dannosa. Come la pensano Pichetto e Schlein, Conte e Legambiente? Difenderanno la logica del Catalogo contro i target di Bruxelles, oppure accetteranno questi ultimi ammettendo che la metodologia del Catalogo è bacata?

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/avete-una-banca-su-mps-meloni-co-osservano-con-gioia-il-gran-ritorno-delle-cooperative-rosse--400314 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/avete-una-banca-su-mps-meloni-co-osservano-con-gioia-il-gran-ritorno-delle-cooperative-rosse--400314 Avete una banca! Su Mps Meloni & Co. osservano con gioia il gran ritorno delle cooperative rosse Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Claudio Cerasa false La finanza, come la politica, è fatta di paradossi formidabili, di verità controintuitive, di cerchi che si chiudono e di finali di partita che spesso consegnano agli osservatori risultati sorprendenti. Il finale di partita in questione, oggi, ovviamente, riguarda la mossa di Intesa Sanpaolo, che insieme a Unipol, puntando l’obiettivo su Mps, Mediobanca e dunque Generali, ha scompaginato i fragili equilibri della finanza italiana, facendo nuovamente impazzire la famosa maionese. Nella partita attorno a Mps, però, c’è una storia nella storia che merita di essere raccontata, che non riguarda solo la banca senese ma più in generale una lunga e interminabile eterogenesi dei fini davanti alla quale si trova il governo Meloni. E rispetto all’offerta lanciata da Intesa Sanpaolo e Unipol al cuore pulsante della finanza italiana, la politica non può non fare i conti con una realtà che si presenta ai propri occhi in modo diverso rispetto a come era stata immaginata. Il governo Meloni ha provato a fare di tutto per far nascere un terzo polo bancario attorno a Bpm e Mps e ha tentato di evitare che questo terzo polo potesse parlare una lingua straniera e che potesse essere vicino alla banca più odiata dalla politica, ovvero Unicredit. Il risultato finale dell’operazione di Intesa Sanpaolo e Unipol su Mps rischia di offrire alla politica uno scenario di questo tipo.

La banca attorno alla quale doveva nascere il terzo polo, Mps, insieme a Unipol e Bper, diventerà il secondo polo. La banca sulla quale il governo aveva scommesso per far nascere un terzo polo italiano, ovvero Bpm, diventerà il quarto polo ed è una banca in cui la quota francese, tramite Crédit Agricole, conta parecchio: il 20 per cento del capitale e il 26,7 per cento del consiglio. E la banca che il governo ha cercato in tutti i modi di tenere lontana dal terzo polo, per evitare che questo fosse troppo poco legato al territorio, ovvero Unicredit, diventerà, al termine dell’operazione su Mps e Mediobanca, il nuovo terzo polo. E presto, causa triangolazioni necessarie per conquistare la tedesca Commerzbank, potrebbe essere un po’ meno italiana se trasferirà in Germania la propria sede legale. Basterebbe già questo per inquadrare l’eterogenesi dei fini, per il governo, ma la vera storia nella storia che riguarda l’evoluzione del risiko bancario è un’altra e ha al centro Mps.

Per un certo periodo, il governo aveva pensato di poter aiutare Monte dei Paschi a diventare il veicolo attraverso il quale far pesare ancora di più nella finanza italiana una classe dirigente in sintonia con l’esecutivo. Palazzo Chigi sperava in un filone romano. Giancarlo Giorgetti sperava in un filone più milanese. Il destino ha invece voluto che questo governo passi alla storia per non aver in nessun modo ostacolato il ritorno sulla scena bancaria di un altro soggetto lontano dal governo: Unipol. Nel 2005, durante il governo Berlusconi, Unipol tentò una scalata sfortunata a Bnl, creando una certa eccitazione nel mondo progressista. Piero Fassino, all’epoca segretario dei Ds, in una telefonata del luglio 2005 con Giovanni Consorte, numero uno di Unipol, poche ore prima dell’ufficializzazione dell’Opa di Unipol su Bnl disse, alzando le braccia al cielo: “Abbiamo una banca?”. Ventuno anni dopo, con un’Unipol la cui capitalizzazione vale 15 miliardi di euro, mentre nel 2005 valeva appena 2,5, il contesto è cambiato. E per uno strano scherzo del destino il governo che immaginava di vedere riflesso un pezzo della sua identità nella Mps del futuro oggi si ritrova ad applaudire un’operazione che prevede, in caso di successo, la cessione del marchio Mps e delle 635 filiali della banca di Siena a una grande società, Unipol, il cui capitale è per circa il 47 per cento riconducibile al mondo cooperativo, a quello che un tempo avremmo chiamato il mondo delle cooperative rosse. Abbiamo una banca, si diceva un tempo con malizia a sinistra. Vi abbiamo dato una banca, si potrebbe dire con malizia oggi a destra. Tutti delusi ieri, tutti contenti oggi. Cin cin. 

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/tutti-gli-occhi-su-unicredit-e-delfin--400311 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/tutti-gli-occhi-su-unicredit-e-delfin--400311 Tutti gli occhi su Unicredit (e Delfin) Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Redazione false La mossa di Intesa Sanpaolo su Mps ha, tra l’altro, l’effetto di mettere in discussione alcune traiettorie del risiko bancario che sembravano ben impostate. Per esempio, mette Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, nella posizione di scegliere se aderire all’opas di Intesa, che vuol dire mettersi in tasca un premio cash e a diventare socio di minoranza della prima banca italiana, oppure valutare altre opzioni che hanno a che fare con Unicredit. Non è un mistero che qualche mese fa si sia vociferato della vendita della quota di Delfin in Montepaschi (pari a circa il 17 per cento) proprio al gruppo guidato ad Andrea Orcel. L’operazione sarebbe sfumata solo per una questione di prezzo. Di fatto, Unicredit e Delfin sono legate da un rapporto storico che risale ai tempi in cui Leonardo Del Vecchio investì nel Credito italiano. E non è un caso che sempre Unicredit sia la principale banca del pool che finanzierà il riassetto di Delfin con un prestito di 10-11 miliardi al giovane Leonardo Maria.

Con queste premesse, non sarà semplice per il cda presieduto da Francesco Milleri prendere una decisione sull’offerta di Intesa perché equivale a fare una scelta di campo mentre c’è in ballo un’operazione così delicata. Certo, per ora Delfin può dirsi in una “comfort zone” perché ha diverse alternative sul tavolo e tutte con prospettive di guadagno. L’aria che tira in ambienti vicini alla società è di attesa per vedere se per caso su Mps arriverà un’offerta concorrente. Ma chi potrebbe farla? Unicredit che è impegnata in Germania e se proprio si dovesse muovere lo farebbe su Banco Bpm? La stessa banca milanese, per unirsi a Siena e realizzare il famigerato terzo polo in cui neanche più il ministro Giancarlo Giorgetti sembra più credere? Insomma, per adesso l’opas di Intesa (e Unipol) sembra difficilmente battibile. E Delfin dovrà scegliere, magari pensando a come schierarsi nella partita Generali dove si preparano nuove alleanze guidate da due grandi banche: Intesa Sanpaolo e Unicredit, appunto.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/dal-pnrr-ai-fondi-di-coesione-un-nuovo-metodo-per-le-regioni--400301 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/dal-pnrr-ai-fondi-di-coesione-un-nuovo-metodo-per-le-regioni--400301 Dal Pnrr ai fondi di coesione, un nuovo metodo per le regioni Wed, 10 Jun 2026 05:02:00 +0200 Economia Marco Leonardi, Luciano Monti false La discussione nasce da un doppio messaggio arrivato da Bruxelles. Da un lato, la Commissione europea ha aperto alla possibilità per l’Italia di utilizzare margini di flessibilità per far fronte all’aumento della spesa energetica. Dall’altro, ha formulato raccomandazioni di politica economica, ricordando che la continuità della crescita non può dipendere solo da nuove risorse, deroghe o richieste all’Europa. Fortunatamente, almeno finora, l’Italia non ha avuto bisogno di dirottare in modo massiccio i fondi di coesione per coprire altre emergenze. Ma proprio per questo occorre ricordare il lascito più importante del Pnrr: avere spinto l’amministrazione pubblica a programmare, rispettare scadenze, misurare obiettivi e trasformare risorse europee in progetti concreti. Quel metodo non deve finire con il Pnrr. Deve essere trasferito ai nuovi fondi di coesione. E’ anche il cuore della discussione sulla nuova programmazione europea in corso a Bruxelles. Il punto non è più se introdurre una logica “alla Pnrr” nella politica di coesione. Ma è come conciliarla con il ruolo delle regioni, che restano titolari di una parte rilevante della programmazione. Tra le sei raccomandazioni della Commissione all’Italia, una sembra rispondere direttamente al dilemma che occupa il dibattito politico: come sostenere la crescita quando non ci sarà il Pnrr?

La risposta di Bruxelles è meno criptica di quanto sembri. La Commissione invita l’Italia a garantire continuità alle riforme e agli investimenti avviati con il Pnrr, accelerando l’attuazione della politica di coesione e utilizzando, dove opportuno, la riassegnazione delle risorse verso le priorità strategiche e le flessibilità previste. Tradotto: prima di chiedere nuove risorse, l’Italia deve usare meglio quelle che ha già. Il riferimento è ai fondi di coesione, in larga parte allocati presso le regioni nella programmazione 2021-2027. Queste risorse possono essere spese fino alla fine del decennio, ma se messe rapidamente in circolo potrebbero costituire il ponte naturale tra la fine del Pnrr e il nuovo quadro finanziario europeo, che partirà nel 2028. Non è un dettaglio tecnico. E’ la ragione stessa della politica di coesione. I fondi del Pnrr hanno contribuito a sostenere una crescita del Mezzogiorno superiore alla media nazionale, secondo le stime Ifel, alimentando quella convergenza del Sud che da decenni è un obiettivo delle politiche europee.

Il richiamo della Commissione riporta dunque al centro un problema antico: la difficoltà delle amministrazioni italiane, e in particolare di alcune regioni, a trasformare i fondi europei in interventi concreti. Il programma Fesr della Sicilia prevede di sostenere oltre 12 mila imprese del territorio. A oggi, secondo i dati della Commissione su Cohesion Data, risultano individuate appena 310 imprese beneficiarie e solo 20 avrebbero ricevuto il contributo. Relativamente meglio il Lazio, dove dovrebbero essere coinvolte 10 mila imprese e le beneficiarie sono poco meno di 2.400. La Sicilia dispone di 4,1 miliardi di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale e di poco meno di 1,3 miliardi del Fondo sociale europeo plus. Sul Fesr risultano impegnati meno di 1,6 miliardi, pari al 27,9 per cento, e spesi meno di 400 milioni, appena il 7 per cento. Sul Fse+ gli impegni sono pari a 450 milioni, il 36,5 per cento, mentre la spesa effettiva si ferma a 137 milioni, l’11 per cento. Fa peggio la Campania, che può contare su 5,5 miliardi di Fesr, ma sino ad oggi ha speso solo l’8,4 per cento; la Lombardia è al 10 per cento.

Tutte le regioni si giustificheranno dicendo che quello è il dato della spesa certificata, ma che hanno già speso molto di più e devono solo certificare; le certificazioni arriveranno alla fine del settennato e si spenderà quasi tutto. Ma il punto è proprio questo: una spesa concentrata alla fine, con un impatto poco graduale e rinviato agli anni successivi. E’ questa la critica più forte al sistema attuale basato su spesa e rimborso alla fine del settennato. Per questo alzare oggi le barricate sulla governance dei futuri fondi di coesione rischia di essere un diversivo, se prima non ci si impegna a far funzionare i programmi già aperti. Il punto non è scegliere tra Pnrr e coesione, né invocare genericamente più Europa o più risorse. Il punto è usare in tempo le risorse disponibili, orientarle verso investimenti capaci di produrre crescita e misurare i risultati.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/dopo-hormuz-il-rischio-ora-e-bab-el-mandeb-ma-non-per-la-cina-parlano-nicolazzi-isab-e-lanza-eni-mattei--400332 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/10/news/dopo-hormuz-il-rischio-ora-e-bab-el-mandeb-ma-non-per-la-cina-parlano-nicolazzi-isab-e-lanza-eni-mattei--400332 Dopo Hormuz, il rischio ora è Bab el Mandeb. Ma non per la Cina. Parlano Nicolazzi (Isab) e Lanza (Eni-Mattei) Wed, 10 Jun 2026 05:00:00 +0200 Economia Davide Mattone false La crisi del Golfo cambia dimensione se i colli di bottiglia diventano due. Ossia se si realizza la minaccia degli Houthi di chiudere Bab el Mandeb, l’imbocco del Mar Rosso nello stretto dove affacciano lo Yemen e il Djibouti.

Lo Stretto di Hormuz, dove passa circa il 20 per cento del petrolio e gas trasportati via mare nel mondo, è già sbarrato da un doppio blocco: quello dei pasdaran della Repubblica islamica, e dall’altro quello con cui la Marina statunitense blocca il transito verso i porti iraniani. Maggio è stato senza dubbi un mese senza precedenti per l’industria petrolifera iraniana. Secondo i dati di Tanker Trackers, sono stati esportati zero – sì, zero – barili di greggio e appena due milioni di barili di nafta, pari a 64 mila al giorno, mentre solo a febbraio uscivano più di 2,1 milioni di barili al giorno tra greggio e derivati. Il costo, o il conto, oltre all’Iran lo pagano anche i paesi del Golfo, dall’Arabia Saudita agli Emirati passando per il Kuwait, che da Hormuz non riescono più a far uscire i loro carichi.

Bab el Mandeb, la porta meridionale della rotta del Mar Rosso verso il Canale di Suez, è l’altro grande “imbuto” del commercio marittimo a rischio, lungo la cui rotta transita circa il 12 per cento del commercio mondiale. E una chiusura, in simultanea con quella dello Stretto di Hormuz, bloccherebbe virtualmente circa un quarto dell’offerta mondiale di petrolio e gas.

A spiegare perché la minaccia degli Houthi vada presa sul serio è Massimo Nicolazzi, presidente dell’Isab, che parte dalla geografia delle rotte: “Da Hormuz, se il passaggio è chiuso, non hai vie d’uscita, mentre Bab el Mandeb lo puoi sempre aggirare circumnavigando l’Africa. Se a fare quel giro è una superpetroliera la ricaduta economica a valle non è enorme, ma il discorso può cambiare radicalmente a seconda della dimensione della nave. Il problema è che per innescare un blocco basta il rischio concreto, che già da solo manda alle stelle assicurazioni e noli”, ragiona Nicolazzi. Il giro intorno all’Africa allunga la rotta Asia-Europa di circa 14 giorni, e nel 2023-2024 era stati registrati oltre 190 attacchi. Poi continua:“Immagini cosa ciò voglia dire dal punto di vista dell’aumento dei costi di trasporto. Chiuderanno Bab el Mandeb? A meno che dopo aver evitato di invadere l’Iran Trump non decida di invadere lo Yemen, la nozione di forza è relativa: colpire ormai costa pochissimo. Bastano un drone o un barchino esplosivo” spiega l’esperto.

Alessandro Lanza, direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei ed ex capo economista dell’Eni, commenta al Foglio lo scenario macroeconomico globale: “Con questa situazione perdono tutti, non c’è un vincitore tranne la Cina. Non ci guadagnano i sauditi, non gli iraniani, non gli egiziani, e nemmeno gli americani, che si sono ritrovati la benzina sopra i quattro dollari al gallone”. E a confermare la pressione sugli Usa è il dato sulle riserve strategiche statunitensi, scese a 357 milioni di barili: ai minimi da decenni e nella direzione di toccare il minimo delle riserve dagli inizi degli anni ‘80. Inoltre, neanche la Russia guadagna dalla chiusura di Hormuz, perché il rincaro del suo Urals sopra i 70 dollari è in gran parte annullato, nel cambio dollaro-rublo, dal rafforzamento di quest’ultimo.

Lanza poi torna sul vincitore assoluto in termini comparativi e di posizione, ossia Pechino: “I cinesi hanno ormai spostato gran parte della loro energia sull’elettrico e hanno moltissime rinnovabili. E intanto hanno accumulato stoccaggi strategici imponenti, dal valore sconosciuto”. Ma non solo, perché per l’economista della Fondazione Eni-Mattei “è stata la Cina a tenere il prezzo del greggio ancora ragionevole. Se decidesse di stringere – ragiona l’economista, in riferimento anche al taglio drastico dell’import petrolifero da parte di Pechino – ci ritroveremmo il petrolio a 150 dollari”. E il rischio sarebbe a cascata: la Federal Reserve sarebbe costretta a rialzare i tassi di interesse, con effetti negativi sulle borse mondiali.

Per questo lo stallo non può reggere a lungo. “Una situazione così non la regge nessuno e i paesi del Golfo, bersagliati dagli iraniani, non vedono l’ora di chiuderla”, dice Lanza, convinto che finirà presto, complice un presidente americano che minaccia e poi rinvia, che si è guadagnato a Wall Street l’appellativo di Taco, l’acronimo inglese per Trump che si tira sempre indietro. Poi conclude: “L’unico che può permettersi di aspettare, in fondo, è la Cina: il vero grande avversario degli Stati Uniti per i prossimi cento anni”.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/chi-perde-chi-vince-e-cosa-cambia-nella-finanza-con-la-mossa-di-messina-e-cimbri-oggi-siena-domani-trieste--400264 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/chi-perde-chi-vince-e-cosa-cambia-nella-finanza-con-la-mossa-di-messina-e-cimbri-oggi-siena-domani-trieste--400264 Chi perde, chi vince e cosa cambia nella finanza con la mossa di Messina e Cimbri. Oggi Siena, domani Trieste Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Mariarosaria Marchesano false “Ma cosi è proprio uno spezzatino!”. Il commento, raccolto a caldo ieri mattina dal Foglio nel quartier generale di Mps, che aveva appena ricevuto l’offerta pubblica di acquisto e scambio da parte di Intesa Sanpaolo, si è trasformato in serata in una nota diplomatica della banca guidata da Luigi Lovaglio: “Banca Mps procederà alla valutazione della proposta, non sollecitata, di potenziale operazione di aggregazione tra la Banca e Banco Bpm e dell’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria promossa da Intesa Sanpaolo, non concordata”. Come per dire, non ce l’aspettavamo, ma valuteremo entrambe le iniziative. Anche il Mef di Giancarlo Giorgetti ha pesato le parole dicendo di avere preso atto di un’offerta che riconosce “la valorizzazione della banca risollevata da una posizione pre fallimentare”.

Un modo per ricordare che grazie al salvataggio pubblico e all’azione di risanamento dei conti, fuori dal Monte si è fatta la fila di corteggiatori. Ovunque la reazione è stata di sorpresa. Che nel risiko bancario si stesse preparando un colpo grosso era nell’aria, ma nessuno poteva immaginare che lo scenario più probabile, cioè un’aggregazione tra Mps e Banco Bpm, operazione che in teoria dovrebbe essere gradita al governo Meloni, sarebbe all’improvviso apparso così poco realistico, perfino ingenuo, al cospetto della contromossa di Intesa. “Questa è un’operazione di mercato, non di potere”, hanno sottolineato sia il ceo di Intesa, Carlo Messina, che il numero uno di Unipol, Carlo Cimbri, nelle due conferenze stampa che si sono susseguite a Milano e in cui hanno ammesso di avere avuto delle interlocuzioni con Palazzo Chigi trovando, evidentemente, un clima favorevole per lanciare un’offerta che ha “una forte componente italiana”. Un riferimento neanche troppo velato alla presenza, considerata ingombrante in alcuni ambienti della maggioranza, della francese Crédit Agricole nel capitale del Banco Bpm, il quale domenica ha avanzato a Mps una proposta di “fusione alla pari” per la creazione di un campione nazionale da 50 miliardi di valore di Borsa. Messina ha paragonato l’iniziativa a una “lettera d’amore” rispetto alla sua offerta “reale”, che, mettendo sul piatto un’importante componente cash (3,5 miliardi), dovrebbe, a suo avviso, incontrare il favore anche dei grandi azionisti di Siena, come Caltagirone e Delfin. Questi ultimi, se accettassero, incasserebbero una plusvalenza ed entrerebbero nel capitale di Intesa convertendo le proprie partecipazioni detenute nel Monte. Anche Cimbri ha parlato della mossa della banca milanese verso il Mps come fatta da un “innamorato disperato”.

Parole che non sono passate inosservate sull’asse Milano-Siena, dove da settimane si sviluppano contatti per costruire un terzo polo bancario italiano che tutt’oggi sarebbe una soluzione gradita al Mef. Ma il punto è proprio questo: quanto la politica potrà ancora influenzare la definizione degli assetti bancari italiani? A meno dell’arrivo di un cavaliere bianco, di cui per ora non si vede l’ombra all’orizzonte, la partita sul futuro di Mps, infatti, è a un bivio tra un’ipotesi (unione con Bpm) che è più di sistema e una operazione che ha una pura logica di mercato e di valorizzazione degli asset. Se l’offerta di Intesa andrà in porto, come appare probabile, la banca senese sarà, in effetti, spacchettata e ceduta in parte a Unipol che la fonderà con l’altra banca partecipata, Bper, dando vita a un nuovo gruppo creditizio che si chiamerà Mps e sarà, per impieghi e raccolta, la seconda banca italiana, prima di Unicredit (ragione per cui si specula in Borsa su possibili sue contromosse). Il tema è, piuttosto, chi guiderà il nuovo gruppo. Per quanto Cimbri abbia sottolineato di nutrire una “forte stima” per Lovaglio e non abbia escluso un confronto con lui nel breve termine, la scelta non è così scontata. “Lovaglio ha realizzato il suo lavoro ma non può essere considerato il futuro di quella banca per i prossimi cinque anni”, ha precisato il ceo di Intesa Sanpaolo.

Messina ha deciso di scendere in campo quando ha capito che si è creata l’opportunità di superare i paletti antitrust che limitano la crescita dimensionale in Italia raggiungendo un accordo con Unipol per la suddivisione degli sportelli di Mps, e di portare a casa gli asset di Mediobanca che meglio si integrano con il modello di business di Intesa. Vale a dire le attività di wealth management e di advisoring, che sarebbero integrate nella divisione Banca Imi guidata da Mauro Micillo, oltre alla partecipazione del 13 per cento detenuta da Piazzetta Cuccia in Generali. “Non intendo intervenire nella gestione di Generali, né penso a presentare delle liste per il rinnovo dei vertici – ha spiegato Messina – Mi interessa la sua capacità di produrre utili e finché questi aumenteranno resterò fuori da questi meccanismi”. In fondo, però, pochi mesi fa, a febbraio, Messina aveva negato di voler fare operazioni in Italia: “Intesa Sanpaolo non entrerà in nessuna operazione di acquisizione o fusione in Italia, ma anche all’estero”, aveva detto il 4 febbraio. Anche su Generali, per intervenire, ci sarà tempo.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/carlo-messina-e-andrea-orcel-il-bipolarismo-delle-banche--400252 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/carlo-messina-e-andrea-orcel-il-bipolarismo-delle-banche--400252 Carlo Messina e Andrea Orcel: il bipolarismo delle banche Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Stefano Cingolani false Due banchieri che più diversi non si può, due romani figli di due città così lontane, persino contrapposte. Un banchiere di sistema e uno antisistema o meglio di un altro sistema. L’ultima puntata del risiko è arrivata al nocciolo duro del potere politico-finanziario e i maggiori protagonisti non potevano restarne fuori. Nell’arena adesso sono scesi i duellanti che da tempo si sfidano, s’inseguono, si stuzzicano, si punzecchiano finché non è arrivato il momento della stoccata, “alla fin della licenza” come Cyrano de Bergerac. Praticamente coetanei, da una parte c’è Carlo Messina (nato il 2 aprile 1962 segno zodiacale Ariete), dall’altra Andrea Orcel (14 maggio 1963, Toro). Una carriera, quella di Messina, che si compie sotto l’occhio vigile del professor Giovanni Bazoli, figlio della Brescia cattolica, artefice della prima banca italiana Intesa Sanpaolo e paladino del “capitalismo di relazione”. Una scalata dopo l’altra per Orcel, come s’addice a un banchiere d’affari, si direbbe all’americana se il suo mentore e modello non fosse un grande banchiere spagnolo, Emilio Botín che ha portato il Banco di Santander dalla Cantabria (sì, quella rinomata per le sardine) in cima all’Europa, all’America del sud, fin nel suore degli Stati Uniti. La posta per entrambi si chiama Assicurazioni Generali e passa attraverso la Mediobanca a scapito del Monte dei Paschi di Siena, banca che suscita in Orcel ricordi non non lieti quando lavorava in tandem proprio con il Santander. Chissà cosa accade quando si scontrano un Ariete e un Toro, si chiedono gli aruspici. E Roma e la diversa romanità? Per capirlo dobbiamo passare le le biografie degli sfidanti.

La Roma di Messina è quella cattolica e nell’insieme piccolo borghese. Padre siciliano e madre pugliese (e la Puglia sarà sempre nel suo cuore) si laurea alla Luiss e muove i suoi primi passi alla Bnl. Poi passa sotto le ali di Nani, come chiamavano Bazoli gli amici che si riunivano nel cenacolo del cardinal Martini intitolato “Cultura, etica e finanza” (c’era anche Angelo Caloia gran capo dello Ior, l’Istituto opere religiose, la banca del Vaticano dal 1989 al 2009 per fare un po’ d’ordine dopo il ciclone Marcinkus). Dal Nuovo banco ambrosiano, che il professore fa rinascere dalle ceneri di Roberto Calvi, Messina costruisce la sua carriera a partire dal 1996. Dieci anni dopo è ai vertici di Banca Intesa, che nel 2007 si fonde con il torinese Banco di Sanpaolo. Nel 2018 Bazoli lascia ogni carica operativa e Messina è il successore indiscusso sulla poltrona di amministratore delegato. Uno dei suoi primi colpi è l’acquisizione delle due banche venete fallite (la Popolare di Vicenza e Veneto Banca) per una cifra simbolica di un euro. Nel 2020 lancia un’offerta pubblica di scambio per la Ubi Banca e ha successo. Viene invece stoppato dalla Mediobanca guidata da Alberto Nagel quando cerca di entrare nelle Generali. E’ una ritirata strategica, non un abbandono, perché il suo progetto è sempre quello: portare equilibrio e stabilità nel “portafoglio degli italiani”. Paradossale che oggi abbia al suo fianco la Unipol di Carlo Cimbri, già alleata di ferro della Mediobanca di Alberto Nagel che ha aiutato a salvare. Per la banca nata con le cooperative rosse che più volte il centrodestra ha voluto bloccare, è una sorta di rivincita e ci riporta indietro al 2005, l’estate dei furbetti durante la quale l’Unipol cercò di conquistare la Bnl. Da allora la compagnia di assicurazioni ha assunto il controllo della Bper, l’ex popolare dell’Emilia Romagna oggi protagonista del progetto di spartizione del Montepaschi insieme a Intesa. Chi ha sempre detto che Mps aveva gettato il cuore oltre l’ostacolo e non era in grado di assorbire Mediobanca e Generali oggi trova una conferma, prima ancora di sapere come andrà a finire. Certo, un ruolo chiave di Messina nell’azionariato delle Generali è ben visto da Giorgia Meloni, che appena nominata capo del governo gli aveva offerto un posto da ministro, uno a lui e uno a Fabio Panetta, poi diventato governatore della Banca d’Italia, anch’egli esponente di spicco della filiera romana.

Si alza un coro: il risparmio italiano va protetto, lo dice Carlo Cimbri, ma è il gran capo della Unipol. Lo scrive sul Sole 24 Ore il direttore Fabio Tamburini. E mette in guardia dal rischio per le banche tricolore, che hanno un capitale troppo aperto al mercato internazionale (soprattutto ai grandi fondi di investimento). Insomma, non è più tempo di public company, occorre un azionariato stabile e nazionale (il che apre la porta a un “presidio” pubblico e nazionale). E’ cominciata una campagna interventista ed è singolare che la conduca il giornale della Confindustria, la cui simpatia va chiaramente alla “operazione di sistema”. Bazoli era stato facile profeta quando la settimana scorsa aveva detto che la partita più grande era ancora tutta da giocare.

La Roma di Orcel è quella dello Chateaubriand, il liceo francese frequentato dai figli dell’alta borghesia. Ma Andrea ha una ragione in più: è in parte francese. Il padre è un siciliano che si occupava di leasing, figlio a sua volta di Giuseppe Orcel, primo direttore generale della Cassa del Mezzogiorno, la madre invece è toscano-francese. Laureatosi in Economia e Commercio con lode alla Sapienza con una tesi sulle acquisizioni ostili (un destino o forse una sorta di passione) va alla business school Insead a Fontainebleau, in Francia, e poi a Londra dove trova la sua lussuosa casa a Kensington. Si sposa solo nel 2009, dopo 16 anni di fidanzamento, con l’interior designer ed ex dipendente di British Airways, la portoghese Clara Batalim dalla quale ha avuto una figlia di nome Allegra. Orcel parla correntemente cinque lingue (italiano, francese, inglese, tedesco e spagnolo). Suo fratello minore, Riccardo, ha lavorato come banchiere di investimento con Orcel presso Merrill Lynch & Co. E’ stato nominato viceamministratore delegato della banca russa Vtb Bank nel luglio 2013 e ha occasionalmente operato con Andrea su accordi reciproci. Ha avuto una brutta vicenda con la ex compagna Elena Myandina, che aveva rapito i figli per portarli in Russia. Come si vede, la vita privata di Orcel è stata a lungo sotto i riflettori, a differenza di quella di Messina che non rivela in pubblico il nome della moglie, nonostante venga fotografata al suo fianco a ogni evento ufficiale (chiamarli mondani sarebbe inappropriato vista l’estrema riservatezza privata).

Sportivo, palestrato, il “Cristiano Ronaldo dei banchieri d’affari” è anche fisicamente lontano dal rivale. Il patron di Unicredit ha costruito tutta la sua carriera all’estero fin da quando è arrivato nel 1988 alla Goldman Sachs di Londra, per trasferirsi poi a Parigi come consulente senior di Boston Consulting Group dal 1989 al 1992 e tornare poi nella capitale britannica all’interno della banca americana Merril Lynch, acquistata nel 2009 da Bank of America, che l’ha salvata così dal fallimento toccato invece l’anno prima alla concorrente Lehman Brothers. E’ nei vent’anni londinesi che Orcel ha realizzato le sue grandi operazioni come banchiere d’affari, che gli hanno permesso di incassare bonus milionari: agendo sempre e solo come “consulente” di chi voleva comprare o vendere altre banche. Nel 1998 ha orchestrato la fusione da 25 miliardi di euro del Credito italiano che ha dato vita all’Unicredit, la quale nel 2007, sempre con la sua consulenza, ha acquistato Capitalia. Con il Montepaschi, Orcel ha una storia non proprio felice. Proprio Orcel, allora alla Merrill Lynch, nel 2007 consigliò a Giuseppe Mussari presidente di Mps di acquisire l’Antonveneta per 9 miliardi di euro (più 7 miliardi di debiti) che come consulente del Santander aveva fatto comprare dal Santander per 6,6 miliardi.

Lo stretto rapporto con Botín lo aveva fatto illudere che sarebbe diventato amministratore delegato della banca spagnola, dopo l’addio del fondatore, ma la figlia Ana Patricia Botín-Sanz de Sautuola O’Shea si mise di traverso. Orcel ha chiesto un risarcimento di ben 100 milioni di euro. Più volte il banchiere cosmopolita ha cercato di rientrare in patria (un cervello di ritorno) nel 2011 alla Ubs allora guidata da Sergio Ermotti (anche lui ex Merrill Lynch), un anno prima era stato candidato all’Unicredit da azionsti di riguardo come le fondazioni delle Casse di risparmio di Verona e Torino, oltre che da Leonardo Del Vecchio, cliente rilevante della banca milanese. Nel 2020 arriva nel grattacielo di Piazza Gae Aulenti al posto del francese Jean Pierre Mustier e impone una notevole accelerazione; anche se, come il suo predecessore, non ha mai gestito uno sportello, le male lingue hanno dovuto ricredersi. Nel 2021 rifiuta il Montepaschi che gli era stato offerto niente meno che da Mario Draghi, allora presidente del Consiglio, poi rimescola l’organizzazione interna e si lancia alla conquista della Commerzbank. Bloccato da ben due cancellieri tedeschi, ostacolato dal management interno e dai sindacati, non sostenuto apertamente dal governo italiano (e nemmeno dalla Banca d’Italia, che lascia parlare la Bce anche se la Bundesbank aveva espresso un parere prudentemente favorevole), Orcel va per la sua strada e offre un esempio della propria abilità nel gestire il mercato: grazie anche all’utilizzo di contratti derivati, la sua offerta pubblica supera il 50 per cento della Commerzbank e ora vorrebbe arrivare a due terzi superando così qualsiasi opposizione germanica. Ma Orcel non è profeta in patria: per fermare la sua offerta per il Banco Bpm il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, impone il Golden power. La Lega tuona che Unicredit è una banca straniera, visto che i fondi d’investimento detengono la maggior parte del capitale. Lo stesso è vero per Intesa, Generali, Mps e Bpm (anche se in quest’ultima è cresciuta la quota della francese Crédit Agricole arrivata al 22 per cento). Nel frattempo l’amministratore delegato ha fatto crescere il bilancio dell’Unicredit e il suo valore di Borsa che ha superato i 100 miliardi di euro (108, 51 ieri, 13,46 per cento in più in un anno segnato da grandi turbolenze geopolitiche). Intesa è rimasta leggermente indietro (97,27 miliardi, più 0,57 per cento). Entrambe oscillano tra il quarto e quinto posto in Europa per capitalizzazione, tra le prime dieci per attivo secondo la classifica della Standard & Poor’s. Insomma, il duello tra Orcel e Messina ha fatto bene a entrambi. Adesso debbono decidere su cosa puntare: crescere ancora in Italia (obiettivo più urgente per Unicredit che per Intesa) o crescere di più in Europa (e qui Unicredit è in vantaggio anche grazie alla scalata della Commerzbank).

Sembrano cifre da capogiro, ma su scala mondiale sono molto lontane dal vertice. Le prime quattro banche sono cinesi, tutte controllate dallo stato (la Ibc, numero uno, possiede attivi per 7.300 miliardi di dollari), poi arrivano i colossi americani: JPMorgan con 4.400 miliardi seguita da Bank of America e Citigroup, Wells Fargo, Goldman Sachs e Morgan Stanley, tutte con oltre mille miliardi. Da sola, JPMorgan sorpassa le prime dieci europee. Non è solo questione di taglia, tuttavia la dimensione oggi conta. Per questo la concentrazione (o il consolidamento come si preferisce chiamarlo) è tutt’altro che finita. E per questo il bersaglio vero è il più grosso di tutti, il Leone di Trieste che gestisce un patrimonio stimato in 900 miliardi di euro. Con Intesa primo azionista, Caltagirone, Delfin e Unicredit, anche senza patti di sindacato, una scalata ostile sarebbe quasi impossibile. Ma se si trattasse della francese Axa o della tedesca Allianz, sarebbe comunque ostile e straniera? Allora hanno ragione i tedeschi a difendere la Commerzbank e torto Mario Draghi o la Bce che vorrebbero campioni europei?

L’offerta di Intesa su Mps ha tutti i crismi per riuscire, al mercato piace il premio immediato del 12,5 per cento per azione, sono d’accordo i grandi azionisti, a cominciare da Delfin e Caltagirone. Unipol avrebbe gli sportelli che mancano alla Bper soprattutto nel nord-est. L’offerta piace anche a Giorgia Meloni che era stata informata, meno alla Lega la quale punta su Bpm-Mps, ma Giorgetti ha già stoppato Unicredit manu legis, difficile che possa passare un nuovo Golden power che questa volta sarebbe ancor più di parte. Dov’è la minaccia dei “foresti” se il primo azionista della Bpm è il Crédit Agricole? Anche Orcel ha tutte le munizioni pronte, ma la sua operazione è più complicata. Intanto deve completare l’acquisizione della Commerzbank, poi dipende dal riassetto della Delfin. Se il ribaltone tentato da Leonardino Del Vecchio andrà in porto ci saranno 11 miliardi di euro in prestiti garantiti dalle azioni della stessa finanziaria. Nel caso in cui fosse necessario ridurre le partecipazioni, si parla di vendere a Unicredit il 13 per cento delle Generali, ma a quel punto si ridurrebbero anche gli asset e il valore della Delfin.

Sulla strada dei duellanti c’è una norma chiamata passivity rule. L’articolo 104 prevede proprio che “le società italiane quotate i cui titoli sono oggetto dell’offerta si astengono dal compiere atti od operazioni che possono contrastare il conseguimento degli obiettivi dell’offerta”. Un’eccezione deriva da un’eventuale autorizzazione dell’assemblea ordinaria o straordinaria in tal senso. Intesa ha lanciato la sua proposta. Mps non può difendersi contrapponendo la fusione con Bpm che piace alla Lega. Se l’opas va in porto, la ricaduta sulle Generali è immediata: il 13 per cento nel portafoglio della Mediobanca passerebbe a Intesa. Luigi Lovaglio, l’ad di Mps, non era contrario a venderla per finanziare la fusione con Mediobanca. Caltagirone si era apertamente opposto, aprendo così un conflitto all’interno del consiglio di amministrazione. Messina ha preso tutti in contropiede con una mossa inattesa, mostrando di non essere né sprovveduto né meno ardito del suo avversario. Se Orcel è il CR7 della finanza, lui ha segnato un gol alla Messi

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/il-bonus-del-pd-per-far-restare-i-giovani-punisce-chi-i-giovani-li-assume--400245 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/il-bonus-del-pd-per-far-restare-i-giovani-punisce-chi-i-giovani-li-assume--400245 Il bonus del Pd per far restare i giovani punisce chi i giovani li assume Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia Carlo Stagnaro false Per finanziare il bonus da 200 euro mensili per i neo-assunti under 35 – il pilastro della proposta di Elly Schlein per garantire ai giovani il “diritto a restare” – il Partito democratico stima un onere di circa 700 milioni di euro annui. Diversamente dal passato, quando il Pd evitava di indicare coperture oppure proponeva un generico taglio ai “sussidi ambientalmente dannosi”, questa volta il Nazareno propone di tassare gli “extraprofitti” delle “grandi imprese”. Ma le modalità con cui l’imposta dovrebbe essere riscossa sono anche più distorsive dello strumento che dovrebbero finanziare (su cui ha scritto Capone sul Foglio del 5 e 6 giugno). Il nuovo “contributo di solidarietà” consiste in un’addizionale Ires di 8,5 punti percentuali e dovrebbe applicarsi, per gli anni 2027-2031, alle imprese con fatturato superiore ai 50 milioni di euro, purché abbiano maturato un utile “che eccede di almeno il 10 per cento la media dei redditi complessivi determinati ai fini dell’imposta sul reddito delle società conseguiti nei quattro periodi d’imposta antecedenti a quello di riferimento”.

Diversamente da altre imposte sugli “extraprofitti” del passato, questa non individua settori specifici e si limita a considerare due criteri: la dimensione aziendale e la dinamica degli utili. Per quanto riguarda la prima, la soglia di 50 milioni di euro coincide con quella utilizzata da Eurostat per individuare le grandi imprese. In realtà, però, cattura praticamente tutto il nostro manifatturiero. Secondo i dati più recenti del Mef, su 9.323 imprese che, nel 2023, dichiaravano un fatturato superiore ai 50 milioni, la stragrande maggioranza (l’82 per cento) si collocava al di sotto dei 250 milioni: quindi, di fatto, il bersaglio della misura è il cuore del Made in Italy. L’altro criterio riguarda l’andamento degli utili: la tassa, infatti, andrebbe a colpire solo le imprese che, nell’esercizio di riferimento, hanno visto crescere i loro profitti di almeno il 10 per cento rispetto alla media del quadriennio precedente, e solo in relazione all’eccedenza.

Questo comporta alcuni paradossi, tutti nel segno dell’iniquità. Intanto, l’imposta agisce sull’aliquota marginale: solo che questa non scatta in corrispondenza di un certo livello di fatturato (come accade per gli scaglioni Irpef), ma in funzione delle sue variazioni. Quindi, per esempio, due imprese con lo stesso fatturato e lo stesso utile potrebbero essere soggette ad aliquote marginali diverse perché la prima ha avuto profitti stabili nel tempo, l’altra li ha visti crescere (magari perché negli anni precedenti ha attraversato una situazione di crisi e ha sostenuto perdite!). Peggio ancora, un’impresa che ha utili elevati ma costanti pagherebbe meno tasse di una che ha margini ridotti ma in crescita. E, ironicamente, proprio quei settori che il Pd ha accusato in questi anni di aver intascato “extraprofitti” (come l’energia e le banche) sarebbero quasi automaticamente schermati dal nuovo tributo, perché difficilmente in futuro potranno avere gli stessi risultati. Anche se li facessero, per entrare nel mirino del Pd dovrebbero addirittura aumentarli.

Il risultato sarebbe un’Ires progressiva con quattro aliquote marginali, tutte indipendenti dal valore effettivo dei profitti: alle imprese che aumentano investimenti e occupazione ma che hanno utili stabili o in calo si applicherebbe l’Ires premiale (introdotta dalla manovra 2026) del 20 per cento; a quelle che non investono, non assumono e non crescono l’aliquota ordinaria del 24 per cento; a quelle che investono e assumono (e proprio per questo crescono) il 28,5 per cento, derivante dall’applicazione del nuovo contributo all’aliquota ridotta; infine, le imprese che crescono pur senza godere dell’Ires premiale pagherebbero il 32,5 per cento. Oltre alla complessità e irrazionalità del disegno, c’è un altro aspetto: una tassazione moderata sul reddito d’impresa è uno strumento fondamentale per attrarre imprese (e quindi occupazione). L’attuale aliquota del 24 per cento (a cui si aggiungono 3,9 punti di Irap) si colloca leggermente al di sopra della media Ue del 21,6 per cento; con la manovra del Pd, la combinazione più sfavorevole farebbe del nostro paese il secondo più famelico d’Europa, dopo Malta (35 per cento) e prima della Germania (30,1 per cento). La Spagna, che Schlein spesso invoca come modello da imitare, ha il 25 per cento. Non è chiaro come, secondo il Pd, punire le imprese che crescono, incluse quelle che innovano e assumono o escono da situazioni di crisi, possa aiutare i giovani italiani a salvaguardare il loro “diritto a restare”.

]]>
https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/lovaglio-delfin-grilli-e-altre-domande-aperte-dopo-la-mossa-di-messina--400244 https://www.ilfoglio.it/economia/2026/06/09/news/lovaglio-delfin-grilli-e-altre-domande-aperte-dopo-la-mossa-di-messina--400244 Lovaglio, Delfin, Grilli e altre domande aperte dopo la mossa di Messina Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200 Economia false L’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, con Unipol e Bper pronte a raccogliere un pezzo della rete, non è interessante perché conferma il primato della politica. È interessante perché mostra il contrario: il mercato si muove, la politica osserva, prova a orientare, a volte subisce, a volte incassa. E allora la prima domanda è: chi vince e chi perde? La risposta, come spesso accade nelle partite italiane, è a metà. C’è un mezzo vincitore, Giorgia Meloni, e c’è più di un mezzo sconfitto. Meloni non può intestarsi un’operazione privata, né può dire di aver costruito lei la nuova geografia bancaria. Ma può registrare un risultato politico: si allontana uno scenario che una parte di Fratelli d’Italia guardava con inquietudine, quello di un rafforzamento di Banco Bpm con un ruolo pesante della Francia, cioè Crédit Agricole, dentro una banca dei territori forte, autonoma, radicata nel nord produttivo. Una preoccupazione fondata? Non necessariamente. Una preoccupazione reale? Sì. E in politica le paure reali contano anche quando le ragioni sono discutibili. Il primo mezzo sconfitto è Giancarlo Giorgetti.

Non perché il ministro dell’Economia perda tutto. Ma il disegno paziente costruito attorno a Mps e Bpm e agli equilibri del capitalismo finanziario italiano viene superato da una mossa più grande, più rapida, più messiniana. Giorgetti non subisce una sconfitta politica piena. Subisce una sconfitta di regia. Ma accanto a Giorgetti c’è un’altra sconfitta, meno esposta e forse più interessante: quella di Vittorio Grilli, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Mediobanca. Perché in questa partita Grilli non è stato uno spettatore. Ha lavorato, insieme con Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Giorgia Meloni, alla costruzione della vittoria di Luigi Lovaglio a Mps, cioè alla possibilità che il Monte diventasse il perno di una sistemazione più ampia, e un certo equilibrio del capitalismo italiano. Quella costruzione oggi rischia di apparire come un ponte arrivato a metà.

Lovaglio doveva essere il motore della nuova partita. Intesa lo trasforma in una variabile. E Grilli, che aveva lavorato molto su quella traiettoria, scopre che nel risiko bancario italiano puoi apparecchiare il tavolo per mesi e poi arriva qualcuno che cambia menù. Lovaglio ha avuto meriti veri nel risanamento di Mps. Ma una cosa è risanare una banca, un’altra è trasformarsi nel perno stabile del capitalismo italiano. Quando arriva Intesa, quando arriva Messina, quando entra in scena Cimbri con Unipol e Bper, il generale scopre che la campagna d’Italia è diventata più complicata. E ci vuole molto a capire che un carattere tosto come Lovaglio difficilmente si sposerà serenamente né con Messina né con Cimbri? La domanda successiva riguarda UniCredit. Possiamo davvero pensare che Andrea Orcel, dopo la partita tedesca su Commerzbank, resterà a guardare l’Italia che si ridisegna senza di lui? Difficile. Può continuare a giocare in Germania, certo. Può scegliere prudenza. Ma può anche tornare a guardare Banco Bpm. Perché se Mps finisce dentro Intesa, se Mediobanca cambia destino, se Delfin ricalibra la propria posizione, se il ruolo francese diventa più delicato, Banco Bpm può essere nuovamente un dossier aperto. Infine c’è Delfin. Anche qui la domanda è semplice: un conto è finanziare Del Vecchio junior avendo come prospettiva, domani, la possibilità di entrare in gioco su Mps, costruendo un rapporto speciale con Delfin.

Un altro conto è rinnovare quel prestito, tra un anno, con Delfin fuori da Mps e magari fuori anche dal cuore della partita Mediobanca. Le alleanze finanziarie non vivono nel vuoto. Vivono dentro scenari di potere. Se cambia lo scenario, può non cambiare anche il valore politico del credito? Ancora una volta, nel capitalismo italiano la differenza tra chi osserva e chi comanda è spesso una sola: il primo aspetta le condizioni, il secondo semplicemente le crea.

]]>