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		<title>Cultura</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:01:43 +0200</pubDate>
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				<title>Giovannino Guareschi, l’uomo comune</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 18:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’ortopedia giornalistica, branca professionale molto in voga che calcola l’angolazione delle “schiene dritte”, nei suoi dibattiti curiosamente ignora o pochissimo esibisce la vecchia lastra radiografica del collega <b>Giovannino Guareschi.</b> Sarà per un eccesso di attenzione al presente, sarà che la memoria seleziona ciò che più le giova, sarà che il succitato commise un peccato da cui nemmeno un Don Camillo, la sua più nota creatura letteraria e poi cinematografica, sarebbe riuscito ad assolverlo.<b> Sotto i baffoni con cui lo conosciamo dalle foto e dalle autocaricature, e che si lasciò crescere in un campo di concentramento, peccò di dichiarata appartenenza a un’affollata schiera nella quale rientriamo quasi tutti ma da cui tanti vorrebbero sortire: l’uomo comune</b> (da non confondersi con la versione cugina e dirazzata dell’uomo qualunque). E’ una specie che <b>si contrappone a quella trilussiana dell’eroe da Caffè, campeggiante pettoruta fra le trincee dei talk show </b>e sui palchi di malinconiche rassegne settembrine, dove il dibattito comincia che c’è luce e si chiude mentre annotta, tra gli applausi, le zanzare e la coda al firmacopie per ritirare il libro bomboniera da intascare senza leggere assieme al selfie con l’autore.</p><p><b>Se l’everyman Giovannino ne fosse testimone per prima cosa strabuzzerebbe gli occhi, poi si rammaricherebbe di non poterne ricavare ancora raccontini e vignette sul suo Candido</b> per dissacrare certe epiche contemporanee ripensando alla propria biografia. Ma lo farebbe sempre con la cristiana indulgenza del <b>convintissimo credente che fu</b>, e che gli permise di sopportare due anni nei lager tedeschi per non tradire, con l’adesione alla Repubblica Sociale, il giuramento al re. Pertanto arrivò a chiedere, ai conoscenti ammanicati che potevano ricondurlo prima a casa, di desistere perché “ritornerò quando sarà tempo”. Finalmente il rimpatrio gli riuscì, <b>ma del corpo di Guareschi s’era persa quasi la metà: novanta chili pesava l’8 settembre del ‘43, s’era ridotto a cinquanta quando rivide i famigliari. Quaranta rimanevano in Germania.</b></p><blockquote>Commise un peccato da cui nemmeno un Don Camillo, la sua più nota creatura letteraria, sarebbe riuscito ad assolverlo</blockquote><p><b>Qualificò se stesso come “reazionario” e “uomo comune” quanto più nei fatti si dimostrava speciale.</b> <b>“Mi pare, parlando di me e dei miei, di fare un po’ di storia dei milioni e milioni di uomini comuni che, con la loro assennata mediocrità, tengono in piedi la baracca di questo mondo. Quella baracca che gli uomini ‘eccezionali’, gli uomini ‘fuor del comune’, tentano di scardinare con la loro genialità”. </b>Lo scriveva nell’introduzione al Corrierino delle famiglie nel 1954, e fu per la scrittura che Giovannino everyman sarebbe entrato in carcere quell’anno stesso e ci sarebbe rimasto ben 409 giorni. Per un reato di stampa non c’è mai stata detenzione così lunga dalla nascita della Repubblica. Non la scontò per qualche causa persa con gli arcinemici “rossi”. <b>Nessun Peppone lo volle in galera. </b>Tutt’al più a Botteghe Oscure avrebbero sognato di rompergli la testa quando cominciò a tormentare il Partitone con gli sfottò sui compagni stupidi e “trinariciuti”.<b> Persino Palmiro Togliatti in un comizio sbottò chiamandolo “l’uomo più cretino del mondo”</b>, e quando le uscite del Candido stavano dando un contributo essenziale alla débâcle del Fronte popolare nelle elezioni del 1948, Guareschi dovette uscire di casa accompagnato dai lettori che presidiavano anche la redazione, perché l’uomo comune, il reazionario, mica veniva tutelato dagli angeli di scorta come oggidì accadrebbe al primo accenno di minaccia. Lui non si fece intimidire, anzi riassaporò il trionfo in un racconto di Mondo piccolo, la serie ambientata nella natia Bassa Padana, “fettaccia di terra che sta fra il grande fiume e la grande strada”, con Peppone sindaco del Pci che tormentato dal senso di colpa non riesce a vergare nell’urna la croce sulla Stella e Garibaldi: lo confida soltanto a Don Camillo e avrebbe voglia di ammazzarlo. Quella resipiscenza era il frutto del<b> famoso slogan che Giovannino aveva coniato:</b> <b>“Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”.</b></p><p><b>A regalargli la villeggiatura amara nel carcere di Parma fu il leader democristiano Alcide De Gasperi, che lo portò in tribunale dopo la pubblicazione su Candido di un paio di sue lettere apocrife</b> <b>con cui, durante la guerra, avrebbe esortato gli inglesi a bombardare ancora la Capitale </b>per infrangere il morale della popolazione. Convinto che quei documenti, attentamente esaminati, fossero autentici, Guareschi tenne il punto, ma la sentenza era già predestinata: la corte gli negò persino una perizia calligrafica e lo condannò a un anno di reclusione e centomila lire di multa. <b>Gli uomini comuni, quando s’offendono, reagiscono da imprevedibili zucconi: così lui fece e per lo sdegno rinunciò a ricorrere in appello.</b> Commentò su Candido: “Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione”. Un eroe del nostro tempo, e anche un uomo politico, forse avrebbero agito in un’altra maniera: il primo avrebbe chiesto scusa dicendo che i documenti pubblicati li stava verificando; il politico, signorilmente, avrebbe rinunciato a procedere contro di lui (in quanto al pubblico, avrebbe creduto a chi dei due gli comandava la pancia). Fu sfortunato Giovannino, perché a seguito della condanna dovette scontare anche una precedente pena sospesa di otto mesi per vilipendio al capo dello stato. In una vignetta disegnata su Candido da Carletto Manzoni nel 1950 aveva fatto sfilare il presidente tra due file di bottiglie a mo’ di corazzieri, alludendo all’etichetta apposta sul Nebbiolo delle sue tenute: “Poderi del Senatore Luigi Einaudi”. Una caduta di stile per un inquilino del Colle, anche se fu sempre meno ricordata delle folcloristiche corna che il napoletano Giovanni Leone squadernò ai contestatori.</p><p>Un eroe del nostro tempo, se appena un politico reagisce con la carta bollata a una sua inchiesta zoppa, a un insulto, o figuriamoci alla satira, attiva quantomeno una diretta Facebook per denunciare l’asimmetria fra l’uomo di potere e il giornalista, la querela intimidatoria, la pencolante situazione della libertà di stampa nel Paese, proclamando la ferma volontà di mantenere le proprie vertebre a novanta gradi. <b>Guareschi invece, per la gioia dei Peppone e di parecchi Don Camillo (anche La Pira, che era un santo ma s’arrabbiava, fu tra i suoi bersagli), s’accollò sul groppone – dritto o storto – il supplemento al gabbio.</b></p><blockquote>Per la scrittura rimase in carcere per 409 giorni. Non c’è mai stata detenzione così lunga per un reato di stampa dalla nascita della Repubblica</blockquote><p><b>Questa sera, domenica 20 settembre, in prima serata su Rai 1, ne celebra la vita un film prodotto da Anele di Gloria Giorgianni e da Rai Fiction</b> per la <b>regia di Andrea Porporati</b>, con la collaborazione alla <b>sceneggiatura di Marco Ferrazzoli</b>: <b>Giovannino Guareschi - Non muoio neanche se m’ammazzano. </b>Credibilissimo è <b>Giuseppe Zeno nel ruolo del protagonista</b>, “un intellettuale radicalmente indipendente”, ha ricordato la direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati presentando l’anteprima giovedì 16 a Palazzo Madama; il biopic non è solo un contributo al palinsesto ma “alla memoria civile”, un tributo “a una figura complessa” che dovrebbe essere emblematica e invece, ha aggiunto Giorgianni, “è stata dimenticata dal mainstream”, a dispetto delle decine di milioni di copie che i suoi libri hanno venduto nel mondo e continuano a vendere a quasi sessant’anni dalla morte. Ma <b>quell’Italia del Mondo piccolo “fatta di realtà locali e di contrasti, che alla fine si riducono in un rapporto umano positivo, per quanto appaia lontana non è mai scomparsa”, ha detto il presidente del Senato, Ignazio La Russa: “Esiste ancora, basta saperla trovare”.</b></p><p>Chiunque abbia letto Guareschi trova urticante sentirlo etichettare come “umorista”, perché sa che il sorriso fu per lui come la bicicletta: un mezzo prediletto, ma per portare il lettore <b>a intravedere quella luce di superiore umanità che finisce per accomunare rossi e neri, ricchi e poveri, cretini e intelligenti. Non fu buonismo né irenismo</b> (di cui don Lorenzo Bedeschi lo accusò) <b>ma fiducia rivestita di fustagno e panni grezzi, per cui Don Camillo e Peppone se le danno di santa ragione però alla fine il prete benedice lo stramaledetto trattore sovietico del sindaco</b>, che dopo l’acqua santa si deciderà a marciare.<b> E poi sarà Peppone, nottetempo e di nascosto, che aiuterà Don Camillo a rimettere sul campanile un vecchio angelo medievale</b>, perché la copia nuova “porta chiusa nel suo metallo solo l’eco delle bestemmie dei fonditori avvelenati dalla politica” anziché i colpi di martello illuminati dalla fede di un artigiano ignoto del Duecento. Guareschi fu, notò Alessandro Gnocchi in una biografia del 1998 (Giovannino Guareschi - una storia italiana), “il c<b>antore di una civiltà contadina e paesana testardamente legata alla propria identità. Antitesi radicale alla città. Nemica di un progresso e di una tecnica che mostrano il loro volto blasfemo.</b> Che urlano il loro incedere come una bestemmia”.</p><p>Gli eroi di adesso ridono poco e di se stessi mai. Invece nel 1942 quel matto di Giovannino, che in licenza dall’esercito per ulcera sta terminando il libro Il marito in collegio, assiste al bombardamento della sua casa di Milano e commenta: forse i “liberatori” sono stati avvertiti dal servizio di spionaggio che al 18 di via Ciro Menotti “si stava perpetrando un romanzo umoristico-rosa”. A un eroe del nostro tempo, per arzigogolare su certe trame americane, basta che un commerciante chieda la tessera sanitaria per il codice fiscale, ma a differenza di Guareschi, che era un uomo comune, al complotto ci crede seriamente.</p><blockquote>Etichettato come “umorista”, ma il sorriso per lui fu un mezzo per intravedere una superiore umanità che accomuna ricchi e poveri, cretini e intelligenti</blockquote><p><b>Lui percorse in un’estate d’anteguerra milleduecento chilometri in bicicletta per raccontare sul Corriere della Sera luoghi e facce, spinto dall’amore e dalla nostalgia per la sua terra. </b>Fra gli appunti da cui i figli Carlotta e Alberto (consulente del film in onda domenica) ricavarono l’autobiografia postuma Chi sogna nuovi gerani?, si ritrova una confidenza che illumina e impressiona. Riguardava<b> Marore, la frazioncina di Parma dove aveva vissuto da ragazzo: sulle due ruote aveva battuto quella zona palmo a palmo fino all’ultimo viottolo, ma non volle mai esplorare una stradina che cominciava da una casa rosa</b>; né da adulto, negli innumerevoli ritorni, vi s’inoltrò. <b>Sentite la ragione: “Perché è un errore voler vedere e conoscere tutto</b>: <b>bisogna lasciare dei pascoli per la fantasia.</b> Bisogna complicare un pochino la vita. <b>Le più grandi sciagure dell’umanità sono state originate da chi ha voluto semplificare la vita pianificando il mondo”.</b></p><blockquote>Il suo funerale fu ampiamente disertato dalla bella intellettualità progressista, ma anche la stampa cattolica non fu tenera con lui</blockquote><p>Nato il primo maggio del 1908, quando tre metri sotto la sua culla i socialisti di una cooperativa intonavano l’Inno dei Lavoratori, fu issato alla finestra fra le manone del forzuto sindacalista Giovanni Faraboli, futuro modello per Peppone, che pronosticò al neonato un glorioso avvenire di compagno. Sbagliò clamorosamente, <b>ma per tutta la vita se Giovannino riascoltava l’Inno veniva preso da “accorata nostalgia”</b>:<b> forse perché fu “la prima musica che le mie orecchie udirono, dopo quella dolcissima delle parole di mia madre”.</b></p><p><b>Il suo funerale, il 24 luglio 1968 a Roncole Verdi, fu ampiamente disertato dalla bella intellettualità progressista, ma anche la stampa cattolica, memore dell’affaire De Gasperi</b> e del suo attaccamento al vetus ordo, spurgò l’acredine in disparati obituary come quello di don Bedeschi (mentre lui, quando aveva appreso in cella della morte del “politicante” che ve lo aveva spedito, non aveva voluto gioirne). Sparuti giornalisti e amici salutarono la bara ricoperta dal tricolore con lo stemma sabaudo. <b>C’era Enzo Biagi; c’era Enzo Ferrari. “Italia meschina” titolò La Gazzetta di Parma, il quotidiano dove Guareschi aveva mosso i primi passi in cronaca. </b>Sulle stesse colonne apparve un mese dopo l’infiammato omaggio che gli rendeva un già famoso collega: <b>“Per molti, Giovanni Guareschi ha ‘tolto il disturbo’. In realtà, è più probabile che Giovanni Guareschi si fosse annoiato.</b> Annoiato di questo bigio panorama d’anime, di questo univoco coro gregoriano del conformismo truccato da ‘impegno’. E se ne va con lui l’ultimo capitano coraggioso: in questa domestica bacinella di cacasotto, diteci, chi rimane?”. <b>Firmato Enzo Tortora. Molti anni dopo, le disgrazie della vita avrebbero spiegato quella sua empatia anche come una predizione personale.</b></p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Stai a vedere che serviva proprio l’AI per capire che stiamo scrivendo male</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:35:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Marco Archetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Morte all’AI, evviva l’AI. I fatti: Festivaletteratura di Mantova, trentesima edizione. La città in cui, ogni settembre, migliaia di lettori si incontrano con gli scrittori che amano. Magnifica cornice e magnifico il quadro: percorri il lungolago dei Gonzaga, attraversi il ponte di san Giorgio, Mincio a destra, Mincio a sinistra, e all’orizzonte la città ti appare così, come una torta su un vassoio. Per cinque giorni, l’illusione felice di un luogo umano.</p><p>Ma quest’anno, tra gli scrittori, quasi ovunque, sotto i porticati del punto ristoro, nelle trattorie, tra i déhor dei bar, un solo spettro si aggirava, anzi, scorrazzava. Quello dell’intelligenza artificiale. Che si è mangiata perfino i pettegolezzi, mai pochi come quest’anno, mai così flebili. <b>Si parlava solo di intelligenza che genera mostri, di mostri che porteranno via il lavoro all’umanità, dell’umanità ormai avviata all’atrofia cognitiva. </b>Freschi i risultati di uno studio pubblicato dalla Cambridge University Press quest’estate: diceva che un vasto campione di lettori aveva<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/08/15/news/se-i-racconti-scritti-dallai-sono-piu-vicini-ai-gusti-dei-lettori--404694"> preferito racconti generati con l’AI rispetto a quelli scritti da autori in carne e ossa.</a>&nbsp;E poi gli allarmi sull’estinzione di massa causa algoritmo psicomannaro, che riverberavano sotto le trifore a tutto sesto del palazzo Bonacolsi.</p><p>Ci si schierava. Tra chi dichiarava sfiducia moderata, chi tuonava sfiducia totale, chi urlava nel megafono già a cavalcioni su un davanzale del quinto piano (detto anche livello Coxon). C’era chi sorseggiava un Camparino e sentenziava “ci estingueremo”, chi chiosava “meglio prima che dopo” e ordinava un secondo giro di pizzette, chi borbottava “sto mandando in giro i curriculum” e aiutava il cameriere a sparecchiare, improvvisamente sensibilizzato alla causa dei salariati. Poi c’era chi salmodiava, rollandosi una sigaretta, “qui siamo davanti a un cambio di paradigma tale che…” e garantiva Apocalisse; chi sospirava, infilzando un’oliva, “ho fatto bene a non fare figli”; chi ordinava il terzo Franciacorta e sbuffava “ma sì, che i libri li scriva tutti lei, in fondo è ’na gran rottura di balle”.</p><p>Il punto era: scriverà davvero tutto l’AI? Scriverà meglio di noi? La letteratura non avrà più senso? Una vita a consumarsi gli occhi sui classici, a parlare di libri in giro per festival, università e gruppi di lettura, a far due palle così ai tuoi figli con le <i>humanae litterae</i>, da Geronimo Stilton al Don Chisciotte a fumetti, e adesso cancelliamo tutto così, con un tratto di software?</p><p>Qualcuno raccontava esperimenti terribili. “Le ho chiesto: scrivimi un racconto alla mia maniera, e lei ha scritto un racconto come se l’avessi scritto io, qui c’è da spararsi”. Un altro ridimensionava: “L’ho fatto anch’io, ma a me ha consegnato un racconto che sembrava la mia parodia. Comunque orrendo”. Un terzo: “Io ’sti esperimenti non li faccio o mi vien male”.</p><p>Poi salta su uno e fa: “Io so di colleghi che stanno riscrivendo un romanzo che avevano già consegnato perché, dopo aver studiato un po’&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-ai/2026/06/20/news/piccola-guida-fallibile-per-riconoscere-un-articolo-scritto-con-lai-linflazione-di-punti-e-virgola--400606">come scrive l’AI</a>, hanno deciso di ripulirlo da tutti quegli aspetti che sembravano generati dall’AI, per non correre il rischio di essere accusati di averlo scritto con l’AI”.</p><p>Soprassalto! Stai a vedere che serviva l’AI per riportarci ai fondamentali. <b>Stai a vedere che serviva l’AI per capire che stiamo scrivendo male, malissimo, cioè contro noi stessi, già da soli, al di là degli aperi-patemi. Stai a vedere che serviva l’AI per ritrovare la necessità di avere un rapporto con le parole, con le storie, col senso profondo di scrivere, che non significa semplicemente impilare frasi.</b></p><p>Dice: ma non c’è gara, la gente preferirà sempre un testo più semplice e prevedibile (queste le spiegazioni dei lettori-campione che emergono dallo studio pubblicato dalla Cambridge University Press). Sicuramente sarà così. Domani come oggi e come ieri. Quindi, <i>nihil novi sub soli</i>.</p><p>Quanto a chi scrive, riscrivere un intero romanzo solo perché, da quando esiste l’AI, non si vuole essere accusati di aver usato l’AI, è come comportarsi bene per non essere accusati di esserci comportati male. Virtù artificiale, potremmo dire – ma quella non è mai stata un problema.</p>]]></description>
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				<title>Profezia del negro nazi. Di chi parlerebbe adesso Norman Mailer?</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Probabilmente non saremo mai in grado di determinare la misura della devastazione psichica che i campi di concentramento e la bomba atomica hanno prodotto nel subconscio di tutta l’umanità. Per la prima volta nella storia dell’umanità, forse per la prima volta in assoluto, siamo costretti a convivere con la consapevolezza repressa che persino le sfumature più impercettibili della nostra personalità e il riflesso più insignificante delle nostre idee, ovvero l’assenza di idee e personalità, potrebbero comunque determinare la nostra fatale scomparsa, come numeri dentro una qualche gigantesca operazione statistica nella quale i nostri denti verrebbero contati e i nostri capelli recuperati, mentre la nostra morte rimarrebbe sconosciuta, né onorata né notata. <b>Non una morte dignitosa, conseguenza di azioni serie e deliberate, bensì una morte causata da un non meglio identificato deus ex machina</b>”.</p><p>Potrebbe averlo scritto l’altro ieri qualsiasi intellettuale o politico apocalittico, o persino Papa Leone, preoccupato per le sorti della “magnifica umanità”. Del resto il ricercatore di Anthropic&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/09/10/news/un-altro-fuoriuscito-dal-settore-dice-lai-ci-distruggera-tutti--407060" target="_blank">Jacob Coxon</a>&nbsp;si è dimesso pochi giorni fa scagliando un anatema: <b>“L’AI potrebbe ucciderci tutti entro un decennio”</b>. Il tema c’è tutto: “Nel mezzo della civiltà – quella civiltà basata sull’impulso faustiano di dominare la natura attraverso il controllo del tempo e delle relazioni di causa ed effetto che determinano i rapporti sociali –, nel mezzo di una civiltà economica basata sulla presunzione che il tempo potrebbe veramente venire soggiogato al nostro volere, la nostra psiche sarebbe anch’essa soggiogata dall’intollerabile angoscia che, essendo la morte senza senso, anche la vita sarebbe casuale, e il tempo, privato di causa ed effetto, giungerebbe a fermarsi”. Questo Papa Leone non lo direbbe, e nemmeno qualche prudente “integrato” meno pessimista sulla prossima apocalisse. Ma potrebbe averlo detto qualche interprete del post-liberalismo o un profeta dell’illuminismo oscuro, di cui un ingrediente è l’accelerazionismo: <b>il salto tecnologico che produrrà il futuro oppure il collasso dell’intera umanità</b>.</p><p>Anche questa frase sembra scritta oggi: “Un lezzo di paura è scaturito da ogni poro della vita americana, e noi soffriamo di un esaurimento nervoso collettivo. L’unico coraggio, con rare eccezioni, di cui siamo stati testimoni, è stato il coraggio isolato di persone isolate”. Si tratta invece di profezie di molti decenni fa, a riguardo di un nuovo protagonista: “E’ stato su questa squallida scena che un fenomeno è apparso; l’esistenzialista americano – l’hipster, il quale si rende conto che la nostra condizione collettiva è di vivere sotto la minaccia di una morte istantanea per una guerra atomica, di una morte relativamente veloce ad opera dello Stato inteso come l’univers concentrationnaire, o di una morte lenta per conformismo, essendo soffocato ogni istinto di ribellione e di rivolta”. Non lo ha scritto Peter Thiel, sostenitore della teoria secondo cui la democrazia non è più utile alla libertà, eppure avrebbe potuto. Soprattutto questo passaggio: “Convivere con la morte come pericolo immediato, estraniarsi dalla società, esistere senza radici, avventurarsi in itinerari inesplorati all’interno degli imperativi ribelli del proprio essere… l’energia vitale con cui è necessario essere in sintonia se non si vuole rischiare di perdere il ritmo”.</p><blockquote>“Avventurarsi in itinerari inesplorati all’interno degli imperativi ribelli del proprio essere”. Non lo scrive Peter Thiel ma Norman Mailer nel 1957</blockquote><p>Non sono parole di apocalittici o integrati di oggi, di fronte all’AI o al climate change, nelle molteplici crisi esistenziali dell’occidente. E’ invece l’essenza dell’hipster secondo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2024/12/14/news/a-scuola-da-norman-mailer-uno-che-non-scriveva-con-il-buonumore--105318" target="_blank">Norman Mailer</a>. Salto all’indietro, 1957. Il celeberrimo articolo sulla “solitudine dell’hipster” The White Negro: Superficial Reflections on the Hipster, scoppiò come una mina nell’underground delle notti alcoliche e acide del Greenwich Village. Il saggio sulla figura dell’hipster come unica forma di ribellione solitaria, autistica, autodistruttiva e al tempo stesso creativa contro l’America di Eisenhower, il nostro occidente. <b>Fece scandalo e dibattito, come per molto tempo tutto quello che Norman Mailer scriveva</b>. Quaranta libri e due Pulitzer, uno degli scrittori più celebrati del suo tempo, a partire dal successo enorme di Il nudo e il morto nel 1948, fondatore del Village Voice. Potente, eccessivo, contraddittorio (“mi piacerebbe vedere cosa scrive da sobrio”, la battuta di una sua editor, che finì licenziata).</p><p>Forse ora che la celebre acronima, AOC, ha dichiarato chiuso il tempo del braghettonismo nominalista del woke quel titolo, quel vocabolo Negro che ricorre incalzante nel testo potranno essere ristampati. Fece scalpore invece nel 2023 – centenario della nascita – il rifiuto di Random House di ripubblicarlo, per la pruderie del nome. Altrove non va meglio. In italiano esiste, più o meno introvabile, solo un’edizione del 2015 di Castelvecchi. Mentre la Nave di Teseo, che ha intrapreso un meritorio “Progetto Norman Mailer”, non esclude di pubblicarlo. Ma più in là, non subito.</p><p>Avvertenza per i deboli di spirito che necessitano di trigger warning: <b>la parola “negro” era allora perfettamente inserita nell’anglo-americano e accettata come rispettosa</b>. Niente a che vedere con la “N word” di cui, comunque, pullula la letteratura americana. Del resto la figura di Norman Mailer aveva già iniziato a ossidarsi lui in vita, “una sorta di genio letterario prodigiosamente fallimentare”. E resta eccentrica, contraddittoria, per le sue posizioni radicali estreme. Anche se in anni recenti le maggiori critiche non vertono tanto sui contenuti – certo abrasivi, ma spesso originali e dirompenti – ma sui fatterelli e tic culturali propri dell’accademia americana: le accuse di misoginia (sei mogli, nove figli), di razzismo e, ovviamente, di “appropriazione culturale”, avendo voluto plasmare il suo hipster come “White Negro”. Mailer è un bianco che analizza l’hip dei neri e sostiene che i bianchi per trasgredire devono copiare (appropriarsi?) la subcultura afroamericana. Come ha scritto il critico statunitense Andrew Urie in un interessante saggio su The White Negro: “La mia convinzione è che il termine ‘appropriazione culturale’ sia oggigiorno, il più delle volte, adottato da accademici servili e ipocriti, studenti di dottorato e critici culturali”. Nonostante polemiche e contraddittorie interpretazioni, scovare nella vecchia edizione di un editore italiano libertario The White Negro - La solitudine dell’hipster è uno stimolo molto attuale. A partire dalla dicotomia che Mailer traccia con un tratto di penna tra ribelle consapevole o conformista: “Un individuo è hip o square (l’alternativa che ogni nuova generazione che entra nella vita americana sta cominciando a percepire), è un ribelle o un conformista, un pioniere nel selvaggio West della vita notturna americana o una cellula square, intrappolata”. Potrebbe benissimo essere la descrizione dei nostri contemporanei proiettati in una dimensione solipsista, guidata dalla volontà di dominio sulla natura e sulla psiche. Ma potrebbe essere anche la descrizione parodistica della maggior parte dell’umanità di oggi, rassegnata a un viaggio “senza presente e futuro”. <b>Se c’è un libro che, letto con gli occhi di oggi, sprigiona paradossi sorprendenti, è questo sul “bianco negro”, l’hipster che avrebbe (dovuto) far esplodere il vecchio mondo, il mondo degli “square”, i normali. E ci risiamo: un’accelerazione capace di travolgere tutto</b>.</p><blockquote>Mailer è un bianco che analizza l’hip dei neri e sostiene che i bianchi per trasgredire devono copiare (appropriarsi?) la subcultura afroamericana</blockquote><p>Breve disclaimer lessicale.<b> Hipster nell’epoca di Mailer, tra gli anni 40 e 50, indica un tipo cinico, notturno e distaccato dalla società, un bohémien urbano. E’ un neologismo coniato negli anni ‘40 per indicare gli appassionati di jazz bebop</b>. Giovani bianchi della classe media che idolatravano e imitavano lo stile di vita dei jazzisti neri. Hip è opposto di square, conformista, nel gergo afroamericano sta per sveglio, informato. Stessa radice di hippie, come anni dopo i perplessi borghesi di San Francisco avrebbero chiamato quelli “al passo coi nuovi tempi”, che la sapevano lunga. Ovviamente il giorno e la notte: la notte degli hipster che si avvelenano promiscui ascoltando bebop; solari invece e figli dei fiori gli hippie che avrebbero voluto cambiare il mondo (“Think about how close we came”, Neil Young).</p><p>Dunque niente a che fare con la recente moda vintage, ben pettinata, pacificata nel consumismo però consapevole, degli hipster dello scorso decennio. Un movimento più parodistico che palingenetico, senza niente dalla violenza creativa di cui sogna il fluviale scritto di Mailer: “Non è dunque un caso che l’origine dell’hip sia il negro, che ha vissuto per due secoli al confine fra totalitarismo e democrazia. La presenza dell’hip come filosofia attiva nei bassifondi della vita americana è dovuta probabilmente al jazz”, alla sua influenza su quella “generazione avant-guarde post-bellica che aveva assimilato le lezioni di disincanto e disgusto degli anni Venti, della depressione e della guerra”. Una generazione che condivideva “una sfiducia collettiva nelle parole di uomini che avevano troppo denaro e controllavano troppe cose (idea incredibilmente attuale, ndr), essi hanno conosciuto una sfiducia quasi altrettanto profonda nelle idee sociali monolitiche del matrimonio che dura una vita, della solidità familiare e della vita amorosa rispettabile”. <b>Di chi parlava Norman Mailer, e di chi parlerebbe adesso? </b>“Ogni nero che voglia vivere deve vivere nel pericolo fin dall’inizio… non può avere la sicurezza di cui gode la massa bianca”. Il nero non ha “la figura rassicurante di una madre, la certezza di avere casa, lavoro, famiglia”. E’ da questo stato “primitivo”, selvaggio, la violenza come unico codice di sopravvivenza, che l’utopia dell’hipster maileriano prende avvio. Imitando il linguaggio del jazz, “perché il jazz è orgasmo”. Ma della musica tralasceremo: basta dire che quando il blues e il jazz si fonderanno col rock n’ roll esploderà una nuova controcultura: stavolta bianca, hippie.</p><p><b>L’immagine mitizzata del “negro” di Mailer merita invece un riassunto</b>. La consapevolezza degli abusi storici e presenti subiti, la violenza come unica risposta psichica. E’ di questo che una generazione di bianchi resta affascinata: “Non c’è da meravigliarsi che in certe città d’America, a New York naturalmente, a San Francisco e Los Angeles, o in città così ‘americane’ come Parigi o Città del Messico, questa porzione particolare di generazione venisse attratta da quello che aveva da offrire il negro”. Il fascino di una diversa antropologia distruttiva e autodistruttiva di cui Mailer, predice, con sforzo immaginativo riletto oggi assai eccessivo, il potere di disruption e creazione del nuovo mondo. Fu così che “in posti come il Greenwich Village si stabilì un ménage a trois – il bohemien e il giovane delinquente vennero a contatto col negro, e l’hipster trovò di fatto il suo spazio nella vita americana. Se la marijuana fu l’anello matrimoniale, il bimbo che ne nacque fu il linguaggio hip… E in queste nozze del bianco e del negro la dote culturale è stata portata dal Negro”. In quel matrimonio sognato o avvenuto, per Mahler “è nata una nuova razza di avventurieri, avventurieri urbani che uscivano di notte alla deriva in cerca di azione”. <b>“L’hipster aveva assimilato la sinapsi del negro, e ai fini pratici poteva essere considerato un negro bianco”. Era nato il mito trasgressivo del Village</b>.</p><p>Mailer definisce tutto questo la “psicopatia dell’hipster”. Per riassumere con Andrew Urie: “Sebbene le intuizioni di Mailer siano spesso espresse in modo rozzo contano gli aspetti di una fascinazione trasgressiva, in grado di resistere o abbattere il mondo square. La promiscuità sessuale, l’omosessualità, la bisessualità che sconvolgono l’ordine sociale”. E soprattutto la mescolanza razziale, la vera “accelerazione”: “Quando arriverà, la mescolanza razziale sarà un terrore, paragonabile forse al delirio dei comunisti americani quando le icone di Stalin crollarono”. Poi ovviamente la violenza, tra i punti che più provocarono sconcerto: la tolleranza nichilista dell’omicidio inteso come una “forma di coraggio”. In fondo una versione hip e poco filosofica di superomismo. “Con la possibile emersione del negro, l’hip potrebbe erompere come una ribellione armata della psiche, il cui impeto sessuale cozzerebbe contro le fondamenta anti sessuali del potere organizzato in America”. Ci possiamo fermare qui, nell’excursus, quando Mailer dice che “il Ventesimo secolo, quali che siano i suoi orrori, è un secolo estremamente eccitante perché tende a ridurre tutta la vita alle sue alternative estreme”. E il Ventunesimo, possiamo aggiungere, non si sta facendo mancare nulla.</p><p><b>Che cosa è avvenuto, che cosa si è avverato o no della profezia di The White Negro?</b> Qualcosa o molto sì, dalla concezione sessuale intesa come soddisfacimento illimitato alla parcellizzazione sociale, alla violenta imposizione del sé nuovamente accettata.</p><p>Ma quella che doveva essere una rivoluzione progressista (bene o male Mailer è di sinistra, scrive per la New Left Review, questo libro è pubblicato dalla rivista Dissent, anche se si definiva un conservatore di sinistra) non si è avverata. Né nella versione di un “negro consensus” – in fondo, l’uscita del Negro dalla propria condizione subalterna non avviene con la violenza, ma con una lenta normalizzazione: dal jazz al cinema alla politica – e nemmeno si è avverata, la rivoluzione, nell’opposto culturale dell’hipster, l’hippie. Entrambi sognavano di allargare il perimetro delle libertà individuali per portare a una società più libera. Non tutto è andato per il verso giusto.</p><blockquote>Qualcosa della profezia si è avverato? Molto, dalla concezione sessuale come soddisfacimento illimitato alla violenta imposizione del sé</blockquote><p><b>Oggi di chi parlerebbe, Norman Mailer? </b>Se diamo ascolto ai padroni dell’AI (impauriti per finta o sinceramente da sé stessi) e peggio se ascoltiamo i Lord of war istituzionali o abusivi, sappiamo che sono pronti per mandare gambe all’aria il mondo costituito. Solo che lui lo scrive nel 1957. Ma nel sogno allucinatorio di The White Negro il matrimonio di ribelle nero e hipster bianco avrebbe dovuto far esplodere tutto. La coscienza della vita o della morte come orizzonte. L’impresa non riuscì, o riuscì in un risucchio autodistruttivo. Alcuni di quegli obiettivi si siano realizzati, ma ribaltati. La polifonia sessuale non ha più nulla di trasgressivo, si è però ribaltata nello scientismo riproduttivo. I veri hipster bianchi, superomisti e solipsisti, sono gli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/elon-musk_1710" target="_blank">Elon Musk</a>&nbsp;che programmano come algoritmi i figli, puntando a un trionfo genetico che produrrà, di converso, una nuova classe di schiavi: non più i neri, ma chi non avrà accesso alla tecnologia riproduttiva. La generazione geneticamente modificata si fa tramite computer cui avranno accesso solo le classi umane superiori.</p><blockquote>Il sogno allucinatorio di Mailer ha subito un risucchio autodistruttivo. L’hipster è il nuovo individualista che non riconosce confini né costituzioni</blockquote><p>L’hipster distruttivo è il nuovo individualista che non riconosce confini né costituzioni. <b>Altri temi si sono ribaltati</b>. Dalla droga mortifera dei club alle sostanze psicotrope che potenziano la mente. Dalla consapevolezza annebbiata dai fumi jazzistici all’arte fatta con la AI. Il dominio del tempo sarà gestito dalle macchine, così come l’immortalità – da Thiel a tutti gli altri, non è strano che sia il nuovo mito? Superare la morte imposta dalla Bomba o da qualcuno che tira i fili, era l’abbrivio di Mailer: ma sarà solo per alcuni. Sarà di alcuni dei nuovi “Negro White”. La nuova divisione antropologica non sarà più tra schiavi neri sessualmente folli antisociali e square soccombenti, ma tra gli esclusi della nuova civiltà delle macchine e del nuovo esoterismo. Parliamo sempre di Musk, ma non è significativo che la leader dell’AfD sia una donna, bianca (ariana?) che vive fuori confini, con una compagna e figli prodotti con lei?</p><p><b>Tutto quello che l’hipster voleva dal suo matrimonio col Negro si realizza ribaltato</b>. Qualcuno preferisce circoscrivere la sconcertante evidenza come una nuova psicopatologia. Come in un volume che incuriosisce, Psicopatologie delle ultradestre. Trump, Milei e la follia al potere dello psicoanalista argentino Yago Franco che ora DeriveApprodi pubblica. Le destre radicali sono “pazze”, però sono il compimento della pazzia hipster. Scrive a un certo punto Norman Mailer: “E’ possibile, dal momento che gli hipster convivono con il loro odio, che molti di essi possano costituire il materiale per un’élite di truppa d’assalto pronta a seguire il primo leader carismatico la cui concezione dello sterminio di massa si esprima in un linguaggio capace di stimolare la loro carica emotiva… l’hipster in uguale misura un candidato per il più reazionario come per il più radicale dei movimenti”. <b>Oggi Mailer sarebbe progressista o reazionario?</b></p>]]></description>
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				<title>Eterni diluvi. Sedici alluvioni e l’Europa distrutta</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Maurizio Stefanini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Dopo di noi il diluvio”, ma in effetti c’era stato anche all’inizio. Anzi più di uno, e letterali anche, non metaforici. E con tanto di accompagnamento di altri eventi apocalittici</b>. “Après nous, le déluge” è la frase attribuita a Madame de Pompadour, per consolare il morale del suo amante Luigi XV dopo la disastrosa sconfitta subita da Federico II di Prussia nella battaglia di Rossbach. Ma qualcuno sostiene che sarebbe stato invece Luigi XV a dirlo alla favorita, che peraltro morì prima di lui, per venire sostituita dalla du Barry. In quel caso, il diluvio appunto metaforico fu la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/rivoluzione-francese_37527/page/1" target="_blank">Rivoluzione Francese</a>, in cui sarebbero stati ghigliottinati sia la stessa du Barry che l’erede al trono Luigi XVI e la regina Maria Antonietta. E gli storici decisero di fissare al 14 luglio 1789, presa della Bastiglia, l’inizio della storia contemporanea, e la fine di quell’eco moderno convenzionalmente fatto partire il 12 ottobre 1492, con l’arrivo di Cristoforo Colombo nelle Americhe.</p><p>Ma il Medioevo, a sua volta, che una analoga convenzione fa iniziare il 4 settembre 476 con la deposizione dell’ultimo imperatore romano di Occidente Romolo Augustolo da parte del re degli Eruli Odoacre, in realtà come tutti i periodi storici non ha un finale brusco, anche se nei libri di scuola è utile inventarselo. <b>“Autunno del Medioevo”</b> è in particolare intitolato il famoso saggio con cui nel 1919 Johan Huizinga spiegò che in effetti già tra XIV e XV secolo il mondo era decisamente cambiato, e la modernità si affacciava.</p><p>Molti storici individuano il punto di svolta nella epidemia di peste nera che tra 1346 e 1353 uccise, a seconda delle stime, tra un terzo e i due terzi della popolazione europea. Il modo in cui Giovanni Boccaccio vi reagì creando la grande epopea del Decameron – clamoroso inizio della prosa in lingua volgare – è simbolico della rivoluzione per cui concentrando ingenti fortune nelle mani dei sopravvissuti, distruggendo antiche caste chiuse, migliorando il rapporto tra popolazione e risorse, annientando la vecchia “mafia intellettuale” che aveva mantenuto il latino come strumento di esclusione delle masse dalla cultura, quel massacro, invece che annichilire il Continente, valse invece a rimuovere le remore che lo tenevano ancora chiuso in se stesso, dando il via al vorticoso moto di progresso che avrebbe posto fine al Medioevo e dato inizio all’età moderna. Ma poco prima c’era stato quello che una ricerca ha appena definito “il diluvio del millennio”, che devastò metà del Continente. <b>E sarebbe stata quella la grande premessa per lo sconvolgimento poi culminato con la peste nera</b>.</p><p>Sono i ricercatori dell’Università Tecnica di Vienna che hanno ora ricostruito, mese per mese, una serie di sedici devastanti alluvioni che, tra il 1341 e il 1343, spazzarono via ponti secolari e interruppero le rotte commerciali per mesi. Nella memoria storica è rimasta soprattutto quella che è stata definita la Grande Alluvione di Santa Maria Maddalena del 22 luglio 1342, così chiamata in onore della festa in cui raggiunse il suo apice, nel cuore del Sacro Romano Impero. <b>Ma quello in realtà fu solo l’episodio più violento di una sequenza ben più ampia, anche se le testimonianze di altri eventi correlati sono rimaste per secoli sparse in migliaia di documenti medievali che finora nessuno aveva mai sistematicamente raccolto o confrontato</b>. Ne risulta che tutto l’anno 1342, in particolare, è stato, in termini di alluvioni, il più estremo registrato in Europa negli ultimi sette secoli. Ma simili catastrofi si susseguirono nel corso di due anni, con fiumi come il Reno, il Danubio, il Meno, l’Elba e il Tibisco che strariparono ripetutamente. Migliaia di persone morirono sia direttamente, sia a causa delle carestie e delle malattie lasciate in seguito alle inondazioni.</p><blockquote>Di tanti disastri solo l’inondazione di Santa Maria Maddalena, così chiamata in onore festa in cui raggiunse il suo apice, è rimasta nella memoria collettiva</blockquote><p>La ricerca, ora pubblicata sulla rivista Nature, è stata condotta dall’Università Tecnica di Vienna, con la partecipazione di team provenienti da università di tutta Europa. Il lavoro combina teoria medievale, idrologia e climatologia per ricostruire quali regioni furono allagate tra la fine del 1341 e il 1343, in che misura e quali processi climatici potrebbero averle innescate. Quattro di questi sedici eventi alluvionali di grande portata hanno periodi di ritorno – la frequenza statistica con cui si prevede che un’alluvione di una certa entità si ripeta – compresi tra 500 e 1.000 anni. <b>Allargando il precedente dell’Alluvione di Maria Maddalena, lo studio attribuisce anche ad altre catastrofi nomi legati al calendario liturgico: l’inondazione della Candelora, l’inondazione di Maddalena, l’inondazione di San Giacomo e l’inondazione di San Bartolomeo</b>.</p><blockquote>I ricercatori dell’Università Tecnica di Vienna hanno individuato, mese per mese, una serie di devastanti alluvioni tra il 1341 e il 1343</blockquote><p>L’inondazione della Candelora, nel febbraio del 1342, colpì l’Europa occidentale e centrale e spazzò via due terzi dello storico Ponte di Giuditta sul fiume Moldava a Praga, una struttura risalente al XII secolo. Quella della Maddalena, avvenuta nel luglio dello stesso anno nella Germania meridionale, distrusse ponti, mulini e insediamenti lungo i fiumi Reno e Meno, raggiungendo magnitudo che si verificano solo una volta ogni 10.000 anni. Quelli di San Giacomo e San Bartolomeo, del 1343, colpirono principalmente le Alpi settentrionali e i Carpazi. Le acque non si ritirarono completamente tra un evento e l’altro, causando prolungati problemi di salute. Malattie trasmesse dall’acqua, tra cui quella che i documenti medievali definiscono una “malattia emorragica mortale” – probabilmente la dissenteria – si diffusero nelle aree più colpite. Ma questa concentrazione di inondazioni in un periodo così breve a sua volte sarebbe stata innescata da altri eventi catastrofici di differente natura. Intorno al 1340 e al 1341, infatti, si verificarono almeno cinque eruzioni vulcaniche tropicali, insieme a un numero significativo di eruzioni al di fuori delle regioni equatoriali, tra cui l’eruzione del vulcano Hekla in Islanda nel 1341.</p><p><b>Gli aerosol di zolfo, particelle microscopiche che queste eruzioni rilasciarono nella stratosfera, lo strato dell’atmosfera situato tra i 12 e i 50 chilometri di altitudine, bloccarono parte della radiazione solare e raffreddarono le temperature superficiali nell’emisfero settentrionale</b>. Di conseguenza, probabilmente si spostò verso sud la corrente a getto del Nord Atlantico. Jet Stream viene chiamato in inglese questo forte flusso d’aria ad alta velocità che scorre da ovest a est nell’alta troposfera, agendo come uno dei principali regolatori del meteo e del clima europeo. E ne vennero cicloni intensi, con piogge prolungate. Ma lo studio rileva anche come le ricostruzioni basate sulle carote di ghiaccio del Mare di Barents indicano un ritiro pluriennale del ghiaccio marino artico in quella regione a partire dalla metà del 1330: un fattore che potrebbe aver diminuito l’albedo, ovvero la capacità della superficie di riflettere la radiazione solare. La temperatura del Nord Atlantico si sarebbe alzata, e la combinazione tra acque più calde e raffreddamento vulcanico avrebbe favorito cicloni più frequenti e intensi. Dunque intensi sistemi di bassa pressione, piogge prolungate e l’insolita serie di inondazioni.</p><p>Ma perché di tanti disastri solo l’inondazione della Maddalena è sopravvissuta nella memoria collettiva? Lo studio suggerisce diverse possibili cause. Dopo le inondazioni del luglio 1342, le autorità locali delle città tedesche colpite installarono cippi di inondazione e targhe commemorative su edifici emblematici, istituzionalizzando così il ricordo di quello specifico evento in quelle regioni. Altre inondazioni, come quella della Candelora a Praga, non hanno lasciato segni fisici simili. Inoltre, i documenti medievali conservati presentano una distribuzione geografica disomogenea, con una maggiore densità nelle regioni centrali del Sacro Romano Impero, e le cronache tendevano a trattare le inondazioni successive alla prima grande alluvione come continuazioni dello stesso disastro.</p><p>Non è però solo una ricostruzione storica. Lo studio confronta quei sedici eventi alluvionali medievali con inondazioni moderne verificatesi tra il 1960 e il 2020, selezionate per la loro somiglianza in termini di area interessata, stagionalità e intensità. I risultati collocano la sequenza medievale a un livello equivalente alle principali inondazioni europee del 1999, 2002, 2005, 2006 e 2013, oltre a una dozzina di inondazioni di minore entità, tutte verificatesi in un periodo inferiore a due anni. Sequenze di inondazioni su larga scala, più estreme di quelle degli ultimi decenni, sono dunque possibili e potrebbero ripetersi, ma l’attuale gestione del rischio idrico non è necessariamente preparata ad affrontarle, nel momento in cui le proiezioni climatiche indicano un aumento dei cicloni in Europa, e anche degli episodi di piogge intense dovuti alla rapida risalita di masse d’aria calda e umida.</p><p>Ma poco prima del diluvio, c’era stato addirittura un altro diluvio. Una serie di piogge torrenziali che distrusse i raccolti del 1315, 1316 e 1317 in tutto il continente europeo, causando quella che oggi è conosciuta come la Grande Carestia. Precedente all’Alluvione di Maria Maddalena e Peste Nera, era iniziata nella primavera del 1315, con precipitazioni incessanti che a maggio, giugno, luglio e agosto allagarono e fecero marcire prima del raccolto i campi di grano, segale e avena che avrebbero dovuto sfamare decine di milioni di persone. La peggiore crisi di sussistenza nella storia medievale europea durò fino al 1322, uccise tra il 10 e il 25 per cento della popolazione di alcune città e lasciò una cicatrice demografica e sociale che sarebbe stata esacerbata tre decenni dopo dall’arrivo della Peste Nera.</p><p>Come scrisse il cronista inglese John of Trokelowe, monaco del monastero di Saint Albans, il maggio del 1315 fu “piovoso oltre ogni memoria”. Non esagerava. Uno studio del 2020 pubblicato sulla rivista Communications Earth &amp; Environment, condotto da ricercatori della Columbia University, ha utilizzato l’Old World Drought Atlas – un database costruito a partire dagli anelli degli alberi – per stabilire che i tre anni di coltivazione precedenti la carestia, tra il 1314 e il 1316, furono i quinti più piovosi mai registrati in Europa tra il 1300 e il 2012. Il 1315 fu, singolarmente, l’anno più piovoso di quel periodo di oltre sette secoli. Il 1314 fu il secondo anno più piovoso. Non solo l’eccessiva umidità del terreno impedì la germinazione dei chicchi prima che la muffa li distruggesse, ma la raccolta divenne impossibile. <b>Persino le piante sopravvissute all’eccesso d’acqua non potevano essere tagliate, legate e immagazzinate senza che la paglia bagnata si deteriorasse immediatamente</b>. Le perdite di raccolto di grano nell’Europa nord-occidentale nel 1315 sono stimate tra il 60 e il 70 per cento rispetto a un anno normale. Tra il 1315 e il 1316, il prezzo del grano triplicò nella Francia settentrionale, e quello dell’avena quintuplicò. I salari reali crollarono a minimi storici.</p><p>Ma la crisi non si limitò al grano. Poiché la paglia umida non poteva essere conservata come mangime, gli animali da allevamento, indeboliti dalla scarsità di foraggio, divennero vulnerabili alle malattie. La Grande Peste Bovina, un’epizoozia che si diffuse in tutta l’Europa occidentale, ridusse le popolazioni di ovini e bovini fino all’80 per cento in alcune regioni. Il crollo dell’allevamento eliminò non solo una fonte di proteine, ma anche la forza motrice necessaria per arare i campi, aggravando il problema per i raccolti successivi. Di conseguenza, l’accesso al cibo di base divenne impossibile per ampi segmenti della popolazione urbana e rurale. Anche qui, non fu un evento climatico isolato. La Grande Carestia coincise con l’inizio della transizione dal Periodo Caldo Medievale – una fase di temperature relativamente elevate che durò approssimativamente dal 950 al 1250 – alla Piccola Era Glaciale, un periodo di raffreddamento prolungato che sarebbe durato fino alla metà del XIX secolo. Questo cambiamento comportò una diminuzione di appena mezzo grado Celsius delle temperature medie estive nell’Europa settentrionale, ma alterò sostanzialmente i modelli di circolazione atmosferica, producendo estati più fresche e umide e una stagione di crescita più breve.<b> A Ypres e Bruges, le città più colpite dei Paesi Bassi, la mortalità urbana raggiunse il 20-25 per cento</b>. L’Inghilterra meridionale perse tra il 10 e il 15 per cento dei suoi abitanti, la Francia settentrionale il 10 per cento, il cronista fiammingo Lodewijk van Velthem scrisse nel 1315 che non c’era più spazio nei cimiteri del Brabante, e i documenti mostrano che perfino l’aspettativa di vita alla nascita per la famiglia reale inglese scese da 35,28 anni nel 1276 a 29,84 anni.</p><p><b>La disperazione generò reazioni estreme</b>. Abbandono di bambini, furti, consumo di cani e cavalli e voci di cannibalismo compaiono nelle cronache di varie regioni. Alcuni storici hanno ipotizzato che la carestia possa aver ispirato la storia di Hansel e Gretel, i cui genitori li abbandonano nella foresta perché non possono più nutrirli. L’ordine sociale si frantumò: i prezzi esorbitanti dei generi alimentari di base scatenarono conflitti di classe e destabilizzarono le strutture politiche in tutta la regione colpita, dalla Polonia alle Alpi. La ripresa fu lenta e parziale. Le piogge cessarono nell’estate del 1317, ma le riserve di sementi si esaurirono e il bestiame fu decimato. Le scorte si stabilizzarono tra il 1322 e il 1325. Ci volle fino al 1500 circa perché la popolazione tornasse ai livelli pre-crisi. Appunto, perché nel 1347 era anche arrivata la peste nera.</p><blockquote>La disperazione causò reazioni estreme. Abbandono di bambini, furti, voci di cannibalismo. La carestia potrebbe aver ispirato Hansel e Gretel</blockquote><p>E non è finita. Uno studio dell’Università di Cambridge ipotizza che anche l’epidemia sia stata favorita da un’eruzione vulcanica tropicale che nel 1345 avrebbe alterato il clima, costringendo a una riconfigurazione delle rotte commerciali che avrebbe favorito il contagio. Anche qui, dunque, inverni più rigidi, estati brevi e piovose e una serie di cattivi raccolti dal 1345 al 1349. Le cronache dell’epoca descrivono cieli nuvolosi e temperature insolite, uno scenario che portò a carestie diffuse e a una pressione straordinaria sulle riserve alimentari in tutto il continente. Di fronte alla scarsità, le élite urbane italiane si rivolsero alle loro reti commerciali internazionali. In particolare, le repubbliche marinare organizzarono l’approvvigionamento di grano nella regione del Mar Nero, sotto il controllo dell’Orda d’Oro mongola. <b>Attraverso rotte che attraversavano il Mar Nero fino ai principali porti del Mediterraneo, il grano compensava la mancanza di risorse locali e stabilizzava i mercati europei</b>.</p><blockquote>Poco prima del diluvio c’era stata una serie di piogge torrenziali che distrusse i raccolti in tutto il continente, causando la celebre Grande Carestia</blockquote><p>Nella memoria è rimasto il ricordo dell’assedio della colonia genovese di Caffa in Crimea, che nel 1346 le catapulte mongole bombardarono con cadaveri di appestati, accendendo il contagio che poi per nave si sarebbe diffuso per tutto il Mediterraneo. Ma anche al di là di questo evento estremo, il grano trasportato via nave divenne comunque un rifugio per le pulci infette dal batterio Yersinia pestis, che possono sopravvivere per giorni o addirittura settimane in ambienti asciutti e bui, nutrendosi dei detriti presenti nelle spedizioni di grano. <b>Una volta che il grano arrivava nei porti occidentali, le pulci trovavano nuovi ospiti tra i roditori urbani e da lì l’infestazione si diffondeva all’uomo</b>.</p>]]></description>
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				<title>Riordinare il caos. Una lezione di Maurizio Ferraris</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Michele Silenzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il professor&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/maurizio-ferraris_44807" target="_blank">Maurizio Ferraris</a>&nbsp;è uno dei più importanti filosofi italiani contemporanei. I suoi ambiti di ricerca sono vastissimi ma negli ultimi anni si è molto concentrato sulla relazione tra l’umano e il digitale. <b>Non vi è grado di separazione tra l’uomo e la tecnica, essi non sono infatti immaginabili l’uno senza l’altra.</b> L’uomo è strutturalmente “tecnico”. Oggi a Modena (in Piazza Grande alle 18), nell’ambito del Festival della filosofia, terrà una lezione dal titolo “Ordine nel caos”. E’ allora interessante capire il punto da cui parte in questa conferenza. La prospettiva qui, infatti, non appare di natura politologica ma ben più radicale.</p><p>Ferraris ci dice che non c’è da stupirsi del caos, che questo è molto più facile, molto più spontaneo dell’ordine. Il traffico tende naturalmente a essere caotico e l’esistenza a finire, con una prevalenza dell’entropia (del disordine) sull’ordine che ha permesso il ciclo di vita. Non sorprende che si voglia portare ordine nel caos.<b> Il problema è però che i filosofi, nel secolo scorso, hanno interpretato il loro ruolo come quello di “decostruttori” o di critici, il che è cosa buona e giusta quando si tratta di abbattere l’etnocentrismo o il patriarcato, dice Ferraris. Il problema è che non si sono preoccupati dell’altro lato, del riordino, del mostrare la struttura metafisica del mondo. Così facendo, o meglio non facendo, hanno lasciato che le proposte di riordino venissero formulate da retrotopisti o da paracadutisti.</b></p><p>Tuttavia è proprio attorno alla parola “metafisica” che si trova il punto più significativo della proposta teoretica di Ferraris. Egli, infatti, non teme di tornare a parlare di metafisica, concetto ormai, apparentemente, ricoperto dalla polvere della storia. La metafisica, però, ci dice Ferraris, non è né “laggiù”, chissà dove, né alle nostre spalle, in un passato ormai chiuso. E’ tra noi, come un’infrastruttura che dà ordine e continuità al mondo. La sua risorsa fondamentale è l’isteresi: conservare il passato mantenendolo attivo nel presente, impedire che ciò che è accaduto si disperda senza lasciare traccia. E’ questa persistenza che permette alle trasformazioni di accumularsi e a ogni inizio di diventare la condizione di altri inizi. E’ così dal Big Bang, ma mai questa potenza è stata tanto evidente quanto oggi. L’enorme capitale del digitale, aggiunge Ferraris, nasce dalla registrazione: dalla capacità di trattenere parole, immagini, azioni e relazioni, rendendole disponibili per nuovi usi. Il passato conservato diventa una forza che organizza il presente e orienta il futuro. Nelle memorie, nelle reti e negli archivi del digitale, l’isteresi manifesta la propria efficacia e diventa una fonte di ricchezza e di potere. Non lasciamo che questa potenza, e la conoscenza che ne abbiamo acquisito, restino soltanto nelle mani degli impresari del digitale e dei loro ideologi. Comprendere ciò che ci costituisce è il primo passo per decidere che cosa possiamo farne.</p><p>E’ evidente che per Ferraris si trova qui il passaggio cruciale: il momento in cui la storia del pensiero trova una corrispondenza diretta con la tecnica disponibile per attuarsi. Gli chiediamo allora di farci capire in quale modo tutto ciò influenzerà la nostra esperienza e quali risvolti politici potrebbe implicare rispetto al tema che sta al centro della sua conferenza, ossia di trovare ordine nel caos.</p><p>Per Ferraris questo ordine sembra essere semplicemente sinonimo di “sapere” e di saper fare. La conoscenza come accesso alla verità come totalità è l’unico rimedio contro le derive antidemocratiche di questi anni. <b>Sbagliavano i postmoderni a sostenere che la solidarietà vale più dell’oggettività: si può essere solidali solo sulla base di un fondamento oggettivo, per esempio riconoscendo che è un fatto che la Russia ha invaso l’Ucraina, e che dunque è con gli ucraini che bisogna essere solidali, proprio come bisogna essere solidali con l’agnello e non con il lupo.</b> Ferraris sostiene questa posizione da un paio di decenni, ossia dall’epoca delle polemiche sul nuovo realismo. E la storia sembra avergli dato ragione, anche se di ciò non appare per nulla contento. Il presupposto del caos, aggiunge, è che l’ignoranza sia un bene, e che, come ha detto qualcuno, si debba votare con la pancia invece che con la testa. Sapere come si producono e valorizzano i dati è la base del Webfare, del welfare digitale a cui sta lavorando ormai da diversi anni. Ma questa è solo una parte del progetto di una nuova alleanza tra metafisica, fisica, tecnologia e umanesimo, che, ci racconta, sta elaborando a Torino con il progetto di “Scienza nuova”. Che è precisamente un progetto metafisico il cui presupposto è che il sonno del pensiero della totalità, e il trionfo postmoderno dell’“uno vale uno”, produca il totalitarismo.</p>]]></description>
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				<title>Multiculturalismo e patriottismo qualche volta possono andare d’accordo</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Alfonso Berardinelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se interessano ancora i destini della destra e della sinistra in Europa e nel mondo, cioè lo stato di salute della democrazia e ciò che la minaccia, il fattore decisivo sono gli effetti delle&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/27/news/remigrazione-e-la-parola-nuova-con-cui-torna-lantica-tentazione-di-mandare-via-gli-indesiderati--401259" target="_blank">migrazioni</a>, con il fenomeno del multiculturalismo. <b>Se le destre sono in crescita, guadagnando quote sempre maggiori di elettorato, questo si deve non solo alla retorica allarmistica o truce di demagoghi spregiudicati e moralmente irresponsabili, si deve anche al fatto innegabile che le democrazie monoetniche e monoculturali di un tempo si sono trasformate irreversibilmente in democrazie multiculturali e multietniche.</b> Comunque sia, è ormai in corso da tempo un grande esperimento: quello di realizzare società democratiche capaci di governare, se non neutralizzare, i conflitti che il multiculturalismo provoca o può provocare.</p><p>“La politica è importante, ma la società lo è ancora di più”: leggo questa frase nel libro di Yascha Mounk <i>Il grande esperimento</i> (Feltrinelli), un libro che ovviamente e giustamente dedica allo studio sociale tutta l’attenzione, presupponendo tra l’altro che i fatti della politica non sono che i prevedibili effetti di cause sociali. Generalmente ragionando, sembra ormai acquisito che le grandi migrazioni degli ultimi tre decenni hanno provocato la crescita delle destre. Le nostre società democratiche sono state destabilizzate dalla multiculturalità che in varia misura ne caratterizza il tessuto: “Siamo destinati a essere divisi per sempre da categorie come razza e religione? Quali sono i modi principali in cui le società eterogenee sono andate in pezzi in passato? E quali insegnamenti possiamo trarre da tutto questo per le democrazie multiculturali di oggi, perché possano fare meglio in futuro?” (p. 32).</p><p>Il libro di Mounk è saggisticamente interessante anche perché l’autore non esclude di usare argomenti autobiografici, a cominciare dall’incipit della Prima parte: “Mia madre odia gli assembramenti. Quando ero bambino, spesso allungavamo parecchio la strada per evitare le vie più affollate. Gli stadi, dove decine di migliaia di persone fanno il tifo per la propria squadra e inveiscono contro quella avversaria, la mettevano particolarmente a disagio”. E questo per ricordare, come disse Orwell, che “in fondo ognuno è un po’ lunatico” e che non è un peccato antidemocratico essere a volte e in certe circostanze un po’ misantropi e disturbati dalla folla, specie se urlante, sovreccitata e violentemente faziosa. Lo stesso Orwell, in una Londra bombardata dalla Wehrmacht, scrisse un saggio in difesa e a favore del patriottismo, da contrapporre all’aggressivo nazionalismo politico. <b>Nel patriottismo c’è amore e simpatia per il proprio paese, le sue tradizioni, abitudini e caratteristiche idiosincratiche: è questa una giusta difesa della propria diversità innocua e nonviolenta.</b></p><p>Così, con l’aiuto di Orwell, l’autore del libro propone, come risorsa positivamente multiculturale, tre forme di patriottismo: l’ottimo patriottismo civico, il patriottismo culturale e quello dello stile di vita. Oggi, però, imperversano le mode. Più sono invasive, fanatiche e insensate, meno sono sopportabili. Insomma: giudico male chi esibisce tatuaggi illimitati e anelli metallici sulle labbra. Non parlo dei cellulari sempre accesi: questo è antropologicamente mostruoso e non ci sarà rimedio.</p>]]></description>
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				<title>Il velo crepuscolare che avvolge “Le nozze di Figaro” e ancora commuove</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Alberto Mattioli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Di regola, nulla invecchia così in fretta come una regia d’opera. L’eccezione sono <i>Le nozze di Figaro</i> “di” Claus Guth (e anche un po’ di Da Ponte-Mozart, volendo) che furono presentate per la prima volta a Salisburgo nel 2006, praticamente nel pleistocene, e che l’Opera di Roma ha avuto la felice idea di riesumare. <b>Sono quelle, famosissime, con il doppio di Cherubino che è Eros, impegnato a far scoppiare coppie e rovesciare macchine adulterine mentre sbuca da dove meno te l’aspetti e sparisce per porte segrete (scena quasi unica di Christian Schmidt, stupenda), lasciando come traccia le piume delle sue ali caravaggesche. </b>Lo spettacolo non ha preso una ruga, forse perché il Cherubino-bis è incredibilmente lo stesso di allora, Uli Kirsch, e sempre acrobatico. La poesia di certi momenti, come le piume che scendono dall’alto durante il “Non più andrai”, o la scena finale capovolta come la vita dei personaggi, è qualcosa difficile da descrivere, va proprio vista (si replica fino al 23). <b>Di sicuro poche volte è stato restituito in immagini quell’erotismo malinconico che è tipicamente mozartiano: omne animal post coitum triste, e in questo caso anche prima.</b> Poi non è che non si rida, perché le gag della più bella commedia mai scritta restano infallibili, per esempio nel finale secondo quando i rapporti fra i personaggi diventano, nelle proiezioni, una mappa degli affetti o un geroglifico delle passioni, come quando si devono riassumere graficamente i libretti complicati. Però se questo spettacolo mi ha commosso come vent’anni fa è per il velo crepuscolare che lo avvolge come in un pulviscolo dorato (a proposito: luci di Olaf Winter, stupende anche loro).</p><p><b>Dal punto di vista musicale, l’interesse sta nella direzione di Emmanuel Tjeknavorian, il genietto della Sinfonica di Milano, alla sua seconda opera lirica dopo il <i>Ballo in maschera</i> un po’ interlocutorio di Firenze.</b> Anche qui, il “Tjek” dà una curiosa impressione di incompiutezza. La Sinfonia è fantastica, veloce fino al virtuosismo, e lascia pregustare una journée davvero folle che invece non si concretizza; si ascolta, semmai, una direzione piuttosto classica, non sempre a piombo con il palcoscenico, con molti momenti molto belli, specie le oasi liriche nei Mozart piazza anche nei punti più frenetici, ma non tutta allo stesso livello. Insomma, che Tjeknavorian sia un grande direttore non c’è dubbio; che non sia ancora un grande direttore d’opera, nemmeno. Oltretutto, non è servito benissimo dalla compagnia, specie dalla coppia Contessa-Conte: Roberta Mantegna era in una serata chiaramente infelice; e piuttosto infelice, con la patata in bocca come si dice in gergo melomaniaco, mi è parsa anche la voce di Germán Olvera, che non avevo mai ascoltato.</p><p>Elmina Hasan è un buon Cherubino, anche perché non esistono cattivi Cherubino, ma certo avrei preferito ascoltare quello del secondo cast, Cecilia Molinari. <b>Un po’ invecchiato ma sempre charmant, Erwin Schrott è un Figaro talvolta anarchico nei recitativi ma ancora di bella voce, ben cantante e con riserve, oggi rare, di carisma scenico.</b> Detto che i comprimari sono molto alterni, resta il caso del giovin soprano Martina Russomanno, la rising star italiana, già beatificata in loco per una notevolissima Amenaide e poi all’Arena nella nuova <i>Traviata</i> taglia XXL. Qui fa Susanna e canta prevedibilmente benissimo, specie l’aria del quarto atto, che è incantevole. Ma, come diceva Stendhal, “canta da bionda” una parte da bruna che, cioè, vorrebbe più colore e calore timbrico e magari anche fisico. Dia retta a un cretino, signora: nelle <i>Nozze</i>, il suo vero personaggio non è Susanna, ma la Contessa. Ci saranno occasioni (spero, almeno).</p>]]></description>
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				<title>Caravaggio, la pioggia e la zuppa. Quel vetro che difende dal clima e da chi protesta per il clima</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 11:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovedì pomeriggio su Firenze sono caduti più di 45 millimetri di pioggia in un'ora. <b>Agli Uffizi l'acqua si è infiltrata sotto il lucernario della sala che ospita sette dipinti del Seicento, tra cui il </b><b>Bacco</b><b> di Caravaggio. Gli schizzi hanno raggiunto il vetro esterno della teca che protegge il dipinto</b>. Il museo ha fatto sapere che, dopo le verifiche, nessuna delle opere ha riportato danni. La sala è stata riaperta stamattina.</p><p>Quelle teche hanno una storia che precede di molto il clima impazzito. Nei musei le lastre trasparenti davanti ai capolavori sono arrivate per difenderli dagli uomini, oltre che dalla luce, dalla polvere, dagli urti e dagli incidenti. La Gioconda, per esempio, fu colpita nel 1956 prima da un sasso e poi da un attacco con acido. Sopravvisse, ma non senza conseguenze.</p><p>Negli ultimi anni, però, i vetri dei musei sono diventati anche il bersaglio di una nuova categoria di visitatori: gli attivisti per il clima. <b>Nel luglio 2022, proprio agli Uffizi, tre attivisti di Ultima Generazione si incollarono con le mani al vetro della </b><b>Primavera</b><b> di Botticelli</b>. Nell'ottobre dello stesso anno, alla National Gallery di Londra, due militanti di Just Stop Oil, al grido di "Cosa vale di più, l'arte o la vita?",&nbsp;lanciarono zuppa di pomodoro contro i Girasoli di Van Gogh. Il quadro era protetto da un vetro e non riportò danni.&nbsp;Pochi mesi prima, al Louvre, un giovane aveva lanciato una torta contro la teca della Gioconda, chiedendo ai visitatori di pensare alla Terra. Anche lì il vetro aveva parato il colpo. La zuppa, la torta, la colla: le opere nei musei iniziano così a essere utilizzate come bacheche pubbliche. E quelle barriere trasparenti, intrinsecamente invisibili, diventano il punto in cui la protesta si fa vedere.&nbsp;</p><p>Dettaglio curioso: nel dipinto, Caravaggio ha messo in primo piano un calice di vino e una caraffa trasparente. Nel riflesso della caraffa gli studiosi hanno individuato quello che potrebbe essere un minuscolo autoritratto del pittore al cavalletto. Un'immagine dentro l'immagine, un uomo riflesso in un oggetto che sembra quasi non esserci. Quattrocento anni dopo, un altro vetro ha fatto da confine tra Caravaggio e il mondo.</p><p><b>Giovedì,&nbsp;quel diluvio universale evocato dagli attivisti attraverso fotografie, slogan e provocazioni spettacolari è arrivato davvero dentro uno dei musei più importanti del mondo, anche se in dose omeopatica</b>. Coincidenza suggestiva, che accompagna una lezione meno romantica. La minaccia climatica al patrimonio culturale è concreta. Una bomba d'acqua può entrare in un museo, mettere a rischio le opere e rendere evidente la fragilità di edifici costruiti in epoche in cui i fenomeni atmosferici avevano un'altra intensità. Stavolta è bastata una teca, ma ciò non significa aver messo in sicurezza il museo.&nbsp;A Palazzo Pitti, intanto, l'acqua è arrivata sui pavimenti della Galleria Palatina e della Galleria d'arte moderna. Nei musei, la conservazione è fatta anche di manutenzione, controlli, interventi tempestivi e protocolli. Sono attività poco fotogeniche, che non producono immagini virali e non finiscono sui cartelli delle manifestazioni. Ma è anche attraverso quelle attività che un capolavoro attraversa il tempo. Da qualche parte prima o poi bisogna cominciare. Magari da un lucernario.</p>]]></description>
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				<title>Dall’intolleranza alla salvezza. Il rapporto tra cristiani ed ebrei nel dialogo fra un giornalista e un cardinale</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 05:34:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Daniel nacque da una famiglia ebraica algerina, Lustiger da una famiglia di ebrei polacchi. Convertitosi al cattolicesimo, fu battezzato nel 1940, mentre sua madre e sua sorella venivano inviate ad Auschwitz, dove morirono. Questo dialogo, che compare sul nuovo numero di Vita e Pensiero (4/2026) , uscì sul Nouvel Observateur del 28 marzo 2000.</i></p><p><b>Jean Daniel:</b> In un’opera che ormai non si legge più abbastanza, <i>Il giudaismo antico</i>, Max Weber mette più volte in luce le ragioni per cui, secondo lui, il popolo ebraico, portatore della rivelazione, sceglie d’isolarsi, di separarsi, insomma – e il termine è suo – di “ghettizzarsi”. L’iniziativa originaria verrebbe innanzitutto e soprattutto da lui, dal popolo ebraico. In un certo senso, è lui a portare la responsabilità di essersi messo in evidenza agli occhi degli altri, ma Max Weber non lo accusa affatto di questo. Ritiene semplicemente di poterlo constatare. Ne trae la conclusione che l’essenza del raggruppamento ebraico risieda nella volontà elitaria e aristocratica di una minoranza “eletta” per testimoniare (per essere esemplari, bisogna essere appartati). Mentre, sempre secondo Max Weber, l’essenza dell’orizzonte cristiano risiede nella possibilità di offrire a ciascuno e a tutti, ebrei o greci, uomini o donne, ricchi o poveri, di vivere la fedeltà, ma anche di portare la Buona Novella. Vale a dire di proseguire la missione paolina. Nonostante questa differenza, importante se non determinante, Max Weber sottolinea che tra l’ebraismo e il cristianesimo la continuità è evidente, totale. Si può dire che il Concilio Vaticano II e il pontificato di Giovanni XXIII abbiano confermato questa constatazione di continuità tra il messaggio ebraico e quello cristiano. Ma, oggi, due domande s’impongono. Il ritorno a questa continuità è determinato dal progresso delle ricerche storiche o dalla necessità di compensare i disastri causati dalla glorificazione della rottura? In altri termini, il cristiano si sente ebreo? E, seconda domanda, l’affermazione nuova o moderna del cristianesimo risulta più ascoltata quando si sottolinea la sua continuità con l’ebraismo, oppure quando si sottolinea la sua rottura con esso?</p><p><b>Jean-Marie Lustiger: </b>Max Weber sottolinea giustamente il messaggio universalistico della rivelazione biblica e descrive non meno giustamente i motivi che rendono il popolo ebraico un popolo a sé stante. Poiché riceve la rivelazione da Dio, l’Unico e il Trascendente, deve rifiutarsi di scendere a patti con l’idolatria degli altri popoli. Questa separazione è necessaria non per preservare sé stesso, ma per essere fedele al dono ricevuto. Nondimeno, il popolo d’Israele riceve questa rivelazione solo in vista della salvezza di tutte le nazioni. In altre parole, questo messaggio particolare, che deve essere custodito come una fiamma preziosa, è destinato a tutti gli uomini. Dio dice ad Abramo: “In te si diranno benedette tutte le nazioni della terra”. Questo oracolo divino enuncia chiaramente la finalità universale della scelta singolare di Abramo. In definitiva, il Dio d’Israele si rivela Dio di tutta la terra, di tutti gli uomini; non è una divinità etnica o territoriale. La singolarità del popolo d’Israele annuncia l’universalismo della salvezza e ne è portatrice. Se il popolo ebraico dimentica l’orizzonte universalistico della propria vocazione, cade nella trappola dell’interpretazione che dà della propria situazione particolare; si “ghettizza” da solo, secondo l’espressione di Max Weber, mentre Dio lo “mette da parte” per una missione universale. <b>Quando il popolo, stanco, chiede di essere una nazione come le altre, rinuncia al contempo alla propria unicità e all’universalismo. Da questo punto di vista, penso che l’universalismo di Paolo affondi le sue radici nell’universalismo della tradizione ebraica espresso dai profeti d’Israele.</b></p><p><b>Daniel:</b> Lei non può, cardinale, essere paolino, cioè separarsi dall’ebraismo, per tentare una ridefinizione dell’ebraismo precedente a san Paolo. Da un lato, c’è la vocazione che lei ritiene di dover attribuire al popolo ebraico e, dall’altro, il modo in cui ha vissuto il proprio ebraismo.</p><p><b>Lustiger:</b> Quando Paolo sviluppa il tema dell’universalismo, si basa su un elemento essenziale della vocazione del popolo d’Israele. Egli innova attraverso le conseguenze pratiche che ne ricava. Oggi, a venti secoli dalla nascita di Gesù – che i suoi discepoli riconoscono come il Messia, il Cristo –, ma anche a venti secoli dalla distruzione del Tempio e dalla dispersione del popolo ebraico, venti secoli di cristianesimo durante i quali la storia non si è fermata, ebrei e cristiani si sforzano di valutare in termini nuovi la loro situazione reciproca. La questione dell’ebraismo non è più solo quella di sopravvivere, ma anche di ridefinire la propria vocazione. Qual è il significato della sua esistenza? Si potrebbe definirlo in molti modi: politico, religioso, storico… Ma la sociologia non si pronuncia in merito. <b>Molti hanno sperato che la creazione dello Stato d’Israele fosse la soluzione alla questione ebraica; sebbene essa modifichi il quadro politico, non è sufficiente a definire una vocazione. Allo stesso modo, una visione sociologica della diaspora ebraica, che la dipingerebbe come il pungolo per le altre nazioni e religioni, non risponde né alle domande che gli ebrei si pongono su sé stessi, né a quelle che i non ebrei si pongono di riflesso.</b></p><p><b>Daniel:</b> Possiamo tornare al nostro argomento iniziale, ovvero il dibattito sulla continuità e la rottura? Le recenti scoperte della ricerca in questo campo dimostrano in modo inconfutabile che ciò che diventerà il cristianesimo è tanto più il prodotto della storia ebraica del I secolo in quanto è proprio lì che è nato, tra le sette ebraiche. Eppure, si tratta di una fonte che è stata rinnegata da numerosi scrittori e religiosi cristiani occidentali, spinti dal loro antisemitismo a inorridire all’idea che si potesse avere un qualsiasi debito nei confronti del popolo deicida. Alcuni, rinunciando a malincuore all’idea della colpa ebraica, sono arrivati persino a immaginare che la Passione fosse avvenuta altrove che sul Golgota…</p><p><b>Lustiger:</b> Oggi, siamo giunti a un momento appassionante nella storia dei rapporti tra il popolo ebraico e i pagani, o ancora tra l’ebraismo e il cristianesimo. Gli studi recenti che restituiscono al Vangelo il suo contesto ebraico del I secolo non apportano alcuna nuova scoperta. In realtà, essi criticano i pregiudizi che impedivano di riconoscere che questo testo è un testo ebraico e che Gesù stesso è un rabbino ebreo, come lo definiscono i primi discepoli nel Vangelo. La nascita del “cristianesimo” all’interno dell’ebraismo appare quindi come una rottura interna all’ebraismo stesso.</p><p>Tuttavia, la società ebraica in cui emerge la prima Chiesa non solo è in contatto, ma pure in una situazione di scambio con le culture circostanti. L’ebraismo si era radicato nell’ellenismo, se non altro grazie alla traduzione della Bibbia in greco da parte dei Settanta, ad Alessandria, nel III e II secolo a. C. Allo stesso modo, a Roma, Berenice è stata probabilmente sul punto di diventare la prima imperatrice ebrea dell’Impero romano, se non ci fosse stata Poppea. I rapporti dell’ebraismo con l’antichità pagana non vanno concepiti sul modello delle relazioni degli ebrei dei ghetti dell’Europa centrale con la cristianità del XVIII secolo, o dei mellah del Marocco con il loro contesto musulmano. La situazione nell’antichità è più aperta.<b> La predicazione di Gesù e la questione della sua identità provocano, all’inizio, non una rottura con l’ebraismo, ma un conflitto che verte sulla comprensione delle questioni interne all’ebraismo: l’escatologia, il destino del popolo e la sua missione, l’adempimento delle promesse divine. Il distanziamento e l’esclusione reciproca sono stati teorizzati, sia da parte ebraica che da parte cristiana, in una disputa di legittimità che ha alimentato l’antigiudaismo cristiano.</b></p><p><b>Daniel:</b> Nel corso di questi due millenni, la rottura ha spesso mascherato la continuità. Ma ormai il saccheggio intenso e organizzato del patrimonio ebraico da parte dei cristiani – la pretesa, in sostanza, da parte di questi ultimi di appropriarsi dell’intero messaggio biblico – può far altro che alimentare nuove tentazioni di rottura?</p><p><b>Lustiger:</b> Oggi, piuttosto che cancellare la rottura, è possibile renderla più leggibile. Dal Concilio Vaticano II, si impone uno sguardo diverso che valorizza, nella novità cristiana, la continuità del disegno divino. Il cristianesimo non può essere pensato senza l’ebraismo, anche se lo ha misconosciuto. Ecco perché, nei Vangeli come in Paolo di Tarso, il riferimento alla tensione tra Israele e le nazioni pagane è onnipresente. L’ebraismo ha appena iniziato a riconoscere nel cristianesimo una filiazione, forse persino uno specchio, un’immagine speculare che gli permette d’identificare ciò che porta in sé stesso. Il rabbinismo si era rinchiuso, per necessità di sopravvivenza, in una negazione del cristianesimo, il cui nome non veniva pronunciato. A parte alcune allusioni velate, nel Talmud non vi è alcuna menzione di Gesù. L’ebraismo ha creduto di poter fare a meno di questa parte di sé stesso per paura di scomparire. La continuità ritrovata dovrebbe consentire di collocare la rottura e la differenza nel luogo reale in cui devono trovarsi: nel disegno di Dio per la salvezza degli uomini, il destino spirituale dell’umanità.</p><p>Qui ritroviamo san Paolo. La rottura, almeno inizialmente, è provocata dalla fede in “Gesù, Messia, Figlio di Dio”, e in egual misura dalla questione dell’universalismo e dell’adempimento delle promesse. Come immaginare l’adempimento delle promesse fatte a Israele e quindi a tutta l’umanità? Bisogna attendere l’uscita dalla storia attraverso il suo compimento paradisiaco? L’ebraismo tradizionale risponde: sì, e quella sarà la fine dei tempi. Il cristianesimo condivide la stessa speranza. Ma crede che la storia sia ormai abitata dalla presenza nascosta del Messia morto e risorto, che attraverso i suoi discepoli porta avanti la redenzione del mondo diffondendo nei loro cuori lo Spirito di Dio.</p><p><b>Daniel:</b> Mi sembra che lei tralasci il dibattito sulla persona di Gesù…</p><p><b>Lustiger:</b> Sono l’escatologia e il messianismo a rimanere la questione chiave. E’ lì che si trova il punto di rottura che impedisce il confronto e lo scambio sul mistero stesso di Dio, l’Unico, che i cristiani adorano come mistero trinitario, Dio che è Amore donato agli uomini dal Verbo fatto carne. Per i cristiani che condividono la visione escatologica ebraica del compimento della storia, l’opera messianica è entrata nella storia, attesa e promessa nella pazienza e nella sofferenza d’Israele. Essa si compie nella persona, nelle parole e nei gesti di Colui che si è fatto il Messia di Israele per salvare il mondo. Gesù, il Messia, presenta del resto alcuni tratti del messia auspicato da alcune correnti del messianismo ebraico<b>. L’ebraismo non è una religione dogmatizzata – esistono numerose correnti di pensiero –, ma non ha più né tempio né sommo sacerdote: la centralità storica che caratterizzava il periodo precedente alla distruzione del Tempio non è più garantita. La posizione ebraica è ricca e variegata; quella del cristianesimo, più frammentata.</b></p><p><b>Daniel:</b> Il dibattito sulla salvezza e sul ruolo degli eletti nella sua realizzazione è una questione teologica e filosofica le cui conseguenze si fanno ancora sentire nel nostro mondo secolarizzato. Come lo definirebbe?</p><p><b>Lustiger:</b> Queste questioni sono state secolarizzate dal dibattito filosofico e teologico del XIX e del XX secolo. L’occidente ne ha tratto ideologie politiche e sociali di cui constatiamo le conseguenze disastrose. Ma le questioni riemergono con ancora maggiore forza. Quale via conduce alla salvezza? Chi apre il cammino? Solo il popolo ebraico? Non sono forse, grazie a Israele, anche i cristiani? Queste domande metteranno in luce più chiaramente la differenza tra la tradizione ebraica e il cristianesimo: la continuità apparirà più fedele e la rottura più netta, non per cattiva volontà, né per incapacità di accettarsi a vicenda. A questo punto, sarebbe più corretto parlare non di rottura (poiché ciò evoca il conflitto delle origini e le sue conseguenze), ma di divario (a condizione di credere che sarà colmato alla fine dei tempi).</p><p><b>Daniel:</b> Un giorno, chiesi a Papa Giovanni Paolo II se la Chiesa poteva davvero riservare un posto agli ebrei. Mi rispose di sì, perché è con loro che tutto è iniziato. Ma se i cristiani non sono altro che ebrei paolini, la questione rimane aperta per gli ebrei che rifiutano di essere paolini.</p><p><b>Lustiger:</b> Nella sua struttura originaria, la Chiesa era composta da ebrei, eredi della Promessa, e da pagani privi di promessa ma designati da Dio per appartenere al suo popolo, composto da ebrei e pagani. Il “terzo uomo” è il cristiano, nome dato dai pagani ai discepoli di Gesù Cristo ad Antiochia. “Cristiano” significava “messianico”, e indicava gli ebrei e i pagani discepoli di Gesù, la maggioranza dei quali all’epoca erano ebrei. Il problema attuale del cristianesimo nella sua vocazione universalistica è quello di essere rischiarato sulla propria missione grazie al riconoscimento del popolo ebraico e della sua vocazione specifica. Ciò non può che portare i cristiani a una comprensione più corretta del Vangelo. Se vogliono comprendere le Beatitudini, non è inutile per loro considerare la sorte degli ebrei nel corso di questi due millenni. I cristiani impareranno a non essere solo membri di una religione trionfante, ma anche discepoli del Servo Sofferente e dei profeti perseguitati. “Beati voi quando gli uomini vi odieranno”, recita l’ultima delle Beatitudini. Nel suo discorso apocalittico, Gesù annuncia: “Sarete odiati da tutti”, mentre noi dobbiamo testimoniare l’Amore che perdona e riconcilia.</p><p><b>Daniel:</b> E’ ridurre ciò che è fondamentale nella rottura. Prendete questa figura moderna che è Edith Stein, che continua a recitare le sue preghiere ebraiche anche dopo essere diventata carmelitana, che nel momento più intenso della sua conversione avverte lo strazio quando torna a casa il venerdì sera, che rispetta il sabato e si chiede: “È per alcuni o è per tutti?”. Dirà poi quelle parole terribili: che accetta di subire il destino che Dio le riserva “in espiazione per il rifiuto della fede da parte del popolo ebraico”. Espiazione? Significa quindi che la persecuzione condannava un peccato?</p><p><b>Lustiger:</b> <b>E’ proprio questa la questione che non va identificata con il dramma dello sterminio. Il peso delle disgrazie e delle persecuzioni è tale che la memoria ebraica è ancora a fior di pelle. Anche se la comprensione reciproca tra ebrei e cristiani fosse definitivamente raggiunta, rimarrebbe comunque il divario di cui ho parlato, che riguarda la natura della Salvezza di Dio. </b>Perché il popolo ebraico deve volersi “separato”? Quale prezzo deve pagare per la sua separazione? Perché i cristiani sostengono che il Messia sia un Messia sofferente? Perché anche loro, per la salvezza del mondo, devono partecipare alla sofferenza del Messia? Le risposte non saranno necessariamente le stesse, ma né gli uni, né gli altri possono evitare di confrontarsi con la questione del destino del mondo affidato da Dio agli uomini attraverso il dono della sua Parola. Ebrei e cristiani condividono infatti una stessa visione salvifica che non prescinde dalla storia.</p>]]></description>
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				<title>Una fiera democratica come la lettura stessa</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 05:37:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Michelangelo Agrusti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ha il “volto” di un tarassaco, la 27esima edizione di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2025/09/19/news/leggere-vuol-dire-liberta-soprattutto-in-questo-mondo-alla-ricerca-di-senso--119723" target="_blank">pordenonelegge</a>: una pianta spontanea che cresce ovunque, anche fra le crepe del cemento, “democratica” e libera come la lettura. Perlomeno, come dovrebbe esserlo scrivere e leggere i libri. <b>Perché sappiamo bene che nel mondo, oggi, la libertà di opinione e di espressione, la libertà di lettura e di scrittura, così come il dissenso, troppo spesso comportano un prezzo doloroso.</b> Dall’Afghanistan all’Iran, dalla Cina alla Russia – dove la vicenda di Anna Politkovskaja continua a parlarci, vent’anni dopo – il nostro tempo dimostra che niente è per sempre, tantomeno i diritti della persona. Per questo, fino a domenica pordenonelegge – che da alcune stagioni “veste” con orgoglio il nome di Festa del libro e della libertà – non sarà, “semplicemente”, una agorà di incontro letterario, ma il luogo in cui testimoniare che non c’è libertà del libro senza libertà di pensiero, e non c’è vera democrazia senza la possibilità di dissentire.</p><p>Nell’edizione che si è appena inaugurata con Salman Rushdie, e che si concluderà domenica con l’intervento in presenza del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e il Concerto per l’Italia del trio Il Volo, abbiamo progettato lo spazio della Dissensio Arena, dove fanno tappa autori, autrici e intellettuali provenienti o esiliati da Afghanistan, Iran, Cina, Turchia, Algeria, Russia e altri paesi.<b> E’ il palcoscenico del festival dedicato alla libertà di parola e a chi nel mondo ha sofferto per affermarla, il modo più efficace per celebrare l’atto di leggere e condividere un libro: un gesto capace di cambiare la vita, lo sguardo e la prospettiva delle persone.</b> In un festival che ospita oltre 694 voci italiane e internazionali, e che in cinque giorni propone ben 447 incontri con 60 anteprime editoriali, la Dissensio Arena ospita, fra gli altri, lo scrittore iraniano Kader Abdolah naturalizzato olandese, la scrittrice franco-marocchina Leïla Slimani, la poetessa e attivista iraniana Bita Malakuti, la giovane autrice siriana Amani El Nasif, la scrittrice algerina Amal Bouchareb, l’israeliano Assaf Gavrone e il turco-curdo Burhan Sönmez, lo scrittore cinese in esilio Liao Yiwu che ha raccontato Wuhan e il comportamento del governo cinese nel periodo drammatico della pandemia. E l’ucraina Yaryna Grusha, arrivata in Italia come “bambina di Chernobyl” e oggi protagonista della scena letteraria internazionale dal nostro paese.</p><p>Sempre in questi giorni, torna a pordenonelegge lo spazio dell’Arena Europa, diventato contesto identitario del festival per dibattere delle grandi sfide della contemporaneità e per “disseminare”, nel corso del festival, i valori di libertà della cultura europea. <b>Sarà proprio nel cuore dell’Europa, a Praga – simbolo di resilienza attiva per la libertà e la cultura attraverso la Rivoluzione di velluto dell’89 – che si chiuderà ufficialmente la 27esima edizione di pordenonelegge, con un cartellone di eventi pubblici il prossimo ottobre.</b> Intanto, per il primo anno arriva anche la speciale Onorificenza di Ambassador of Freedom – Ambasciatori della Libertà, conferita da Fondazione Pordenonelegge.it per celebrare chi si fa portavoce e custode di un valore inestimabile: la consegneremo quest’anno al presidente Sergio Mattarella, che ci onora della sua presenza, a Salman Rushdie e a Vera Politkovskaja, protagonista del festival nei giorni che ci guidano al ventennale dell’assassinio di sua madre, la giornalista Anna Politkovskaja. Era il 7 ottobre 2006.</p><p><i>Michelangelo Agrusti,&nbsp;presidente di Fondazione Pordenonelegge.ita</i></p>]]></description>
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				<title>Rachel Bespaloff, che nel poema della guerra scoprì la forza della vulnerabilità</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 05:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Michele Silenzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sull’Iliade di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/rachel-bespaloff_41438" target="_blank">Rachel Bespaloff</a>&nbsp;è uno dei grandi libri del Novecento, perlomeno nell’opinione di chi scrive, eppure è un testo molto breve (segnale a tutti gli scrittori o aspiranti tali: quando si ha qualcosa da dire, e lo si sa fare bene, lo si può dire quasi sempre brevemente), e soprattutto ancora troppo poco conosciuto. Quindi è un’eccellente iniziativa quella di Cristina Guarnieri, direttrice editoriale di Castelvecchi e traduttrice, tra le altre cose, di raccontarlo al Festivalfilosofia di Modena. Sta per uscire in libreria una nuova edizione di Castelvecchi che restituisce per la prima volta il testo originale francese pubblicato nel 1943 a New York. Le edizioni europee in circolazione si basano infatti su un dattiloscritto a cui Bespaloff apportò numerose modifiche durante l’esilio americano. La nuova edizione, tradotta e curata da Guarnieri, riporta alla luce il testo corretto segnalando tutte le varianti.</p><p>Per prima cosa chiediamo a Guarnieri di raccontarci qualcosa in più sulla figura di questa filosofa così poco conosciuta. “Rachel Bespaloff – ci dice – è stata pianista, ballerina, direttrice d’orchestra e infine filosofa. Di origine ebreo-ucraina, ha attraversato da esule gli anni della Seconda guerra mondiale e la persecuzione nazista. <b>In realtà, tutta la sua vita è stata segnata dall’esodo:</b> nata in Bulgaria, è cresciuta a Ginevra dove si forma nella danza e nella musica. Nel 1918 si trasferisce a Parigi, il solo luogo che ha sentito come una patria. All’Opéra Garnier insegna Musica ed Euritmica e contribuisce con le sue coreografie a sovvertire il canone della danza classica. Intanto scrive testi filosofici su Kierkegaard, Nietzsche, Šestov, che le valgono l’ammirazione di intellettuali come Jacques Maritain, Jean Wahl e Gabriel Marcel. L’occupazione nazista della Francia la obbliga all’esilio: nel 1942 si imbarca dal porto di Marsiglia per gli Stati Uniti. L’America ospiterà la sua personale catastrofe (si suicida nel 1949), ma è anche il luogo in cui pubblica <i>Sull’Iliade</i> e insegna letteratura francese in un college del Massachusetts”.</p><p>Nel libro di Bespaloff, la guerra, protagonista dell’<i>Iliade</i>, non è semplicemente un male da condannare, ma una realtà che sembra appartenere alla struttura stessa dell’esistenza umana. Allora chiediamo a Guarnieri se non stia proprio in questo uno degli aspetti più radicali dell’interpretazione di Bespaloff. “In <i>Sull’Iliade</i> – ci risponde la curatrice – la guerra è <i>polemos</i>, un conflitto ineludibile, intrinseco all’esistenza. Non si tratta di assolverla o condannarla – come fa Simone Weil. Nel saggio scrive una frase folgorante: ‘La guerra la si fa, la si subisce, la si maledice o la si canta; non la si giudica, non più del destino’. In Omero Bespaloff trova un’etica, un metodo per affrontarla, non una morale. E’ vero che l’<i>Iliade</i> è un ‘poema della forza’, la forza bruta di cui Omero mostra bene i limiti e l’esito autodistruttivo. Ma lei vi scopre anche un’altra versione della forza: <i>la forza della vulnerabilità</i>. Una forza incarnata da Priamo, che bacia la mano di chi ha ucciso suo figlio. Invocando il diritto alla pietà, questo re supplice non solo ottiene il corpo di Ettore, ma risveglia in Achille l’umanità, la tenerezza. ‘L’Uccisore ridiventa un uomo carico d’infanzia’ scrive Rachel. Appare qui, per lei, ‘il prestigio della debolezza’. Mentre la forza bruta innesca un processo distruttivo, questo diverso paradigma della forza spezza l’automatismo della violenza, inaugura qualcosa di inatteso e crea le condizioni per una ‘tregua sacra’. E’ questa per me la sua modernità”.</p><p>Nel libro c’è un contrasto molto forte tra gli uomini, esposti al dolore e alla morte, e gli dèi, eternamente al sicuro. <b>E’ come se proprio la vulnerabilità rendesse gli uomini più grandi e gli immortali, paradossalmente, più poveri.</b> Almeno così ci è sembrato<b>.</b> “Sì”, ci dice Guarnieri: “Agli dèi manca la finitezza. Non conoscono la morte, e neppure il rischio, che rende autentica una vita. Con loro lo stile tragico scompare, entriamo nel comico. Bespaloff li rappresenta come personaggi da operetta, protagonisti di una farsa: sono dèi ridicoli che assistono indifferenti alle sofferenze umane. Il registro comico ha quindi un fondo oscuro: la condizione umana non è garantita né preservata e su questa radicale mancanza di protezione sorge l’eroismo tragico degli umani. Nell’assenza del divino si fa largo il poeta, che per Bespaloff è il vero erede del dio assente. Con il suo canto, il poeta assicura la tragedia umana all’eterno”.</p><p>Alla fine del libro sembra emergere un’idea molto forte: condannare o assolvere la forza significherebbe quasi condannare o assolvere la vita stessa. Chiediamo allora se sia questo il punto in cui la lettura dell’<i>Iliade</i> di Bespaloff diventa anche una riflessione universale sulla condizione umana. “La lettura del libro di Bespaloff – dice Guarnieri – ci invita a una meditazione sulla condizione umana in generale ma, allo stesso tempo, ci sposta da questa prospettiva. Perché fa dell’esistenza un’arte del particolare che si articola attraverso i nomi propri: Ettore, Teti, Elena, Priamo, Achille. Ciascuno di loro è una risposta singolare al caos del mondo. Ettore, che prima dell’addio ‘stringe in un ultimo sguardo’ gli esseri a lui cari, è una rappresentazione potente di quel che ciascuno di noi vive quando perde le cose più amate. Ecco: la <i>poiesis</i> greca ricongiunge il pensiero alla concretezza della vita. Ci mostra che ragionare sul senso non è sufficiente. La filosofia non è sufficiente e, se pretende di elevarsi al di sopra delle contraddizioni umane, diventa addirittura un’impostura. La poesia, invece, non ci esime dall’urto con il reale, ma sa <i>estrarre dal caos una forma</i>. Così, attraverso la lingua poetica, Bespaloff riesce a cogliere quegli <i>istanti </i>che sono il vero epicentro della sua filosofia. L’istante è il tempo dell’incontro, dell’amicizia, dell’ospitalità. Il tempo capace di opporre alla violenza, a ogni forma di empietà, la forza di un’avversativa: ‘eppure’. L’<i>Iliade</i> per Bespaloff è disseminata di questi istanti che interrompono l’automatismo della forza, pause in cui gli uomini smettono di essere barbari l’uno per l’altro e ritrovano la loro umanità”.</p><p><i>“Sull’Iliade” di Rachel Bespaloff è il tema della conferenza che Cristina Guarnieri terrà domani alle 11.30 in Piazza Grande a Modena nell’ambito del Festivalfilosofia.</i></p>]]></description>
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				<title>Tra le cose di Brigitte Bardot all&#039;Hotel Drouot</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 17:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Mauro Zanon</author>
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				<description><![CDATA[<p>Parigi. Quando Alexandre Millon, presidente dell’omonima casa d’aste francese, cede la parola a Frank Guillou, c’è un silenzio commosso nella sala 9 dell’Hotel Drouot, dove questa mattina è stata inaugurata la mostra degli oggetti personali di<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2025/12/28/news/broncio-eterno-capelli-spettinati-camicie-annodate-sotto-il-seno-e-il-cinema-creo-brigitte-bardot--118683"> Brigitte Bardot</a>, 285 in tutto, che andranno in asta il prossimo 21 settembre. “Sono stato al suo fianco per quasi quarant’anni, ci sentivamo tutti i giorni”, dice con voce spezzata colui che è stato segretario particolare della star del cinema francese e pasionaria dei diritti degli animali, scomparsa nel dicembre dello scorso anno. “Nel 1989 sono entrato nella sua vita quasi per caso. Ero andato a fare una donazione alla sua giovane Fondazione e a offrire un po’ del mio tempo. Qualche mese dopo, mi ha chiesto di diventare il suo segretario particolare. Per trentasette anni non l’ho più lasciata”, racconta Guillou, guardiano della memoria di BB, che snocciola subito un aneddoto che lega la diva francese all’Italia. “Ha scritto il secondo tomo della sua biografia, ‘Le Carré de Pluton’, sulla Olivetti Lettera 22. Lei batteva a macchina e io ricopiavo tutto al computer”, rivela Guillou. La macchina per scrivere, su cui batteva anche le risposte alle lettere che arrivavano alla Fondazione Brigitte Bardot per la difesa degli animali, figura tra i memorabilia che andranno all’asta la prossima settimana nella vendita organizzata dalla Maison Millon: una selezione di oggetti provenienti dalle sue residenze tropeziane, La Madrague e La Garrigue, ma anche dal suo appartamento di rue de la Tour, nel Sedicesimo arrondissement di Parigi.</p><p>Tanti i disegni e le litografie che ritraggono BB firmati dai grandi artisti del Novecento, come Sempé e Aslan, ma anche gli oggetti modesti che facevano parte della quotidianità dell’attrice e che lei chiamava affettuosamente “merdouilles”: sveglie, cofanetti, piattini, pendoli, crocifissi, madonnine, accendini, posacenere e regali dei fan, tra cui una serie di matrioske col suo volto. <b>“Brigitte fumava le Winston Blu. Il pacchetto di sigarette, l’accendino Bic o i posacenere facevano parte della quotidianità. Sono piccoli oggetti, ma raccontano una presenza. Ricordo di un accendino arancione che non era più nel posacenere in cui Brigitte lo aveva lasciato. Lo abbiamo dovuto cercare e rimettere esattamente al suo posto. Brigitte detestava che gli oggetti venissero postati. Tutto doveva restare al suo posto”</b>, racconta il suo segretario particolare, prima di aggiungere: “Vedeva immediatamente se un oggetto era stato spostato o meno: per spolverare, lo sollevavamo e poi lo riposavamo esattamente dov’era”. In asta andranno anche un autoritratto a carboncino di Brigitte Bardot, un suo disegno di Roger Vadim – il suo primo marito, colui che la iscrisse nel mito affidandole il ruolo di protagonista in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2025/12/28/news/et-bardot-crea-la-femme-linimitabile-stile-di-brigitte--118686">“Et Dieu créa la femme”</a>&nbsp;– ma anche le iconiche ballerine Repetto, le chitarre da flamenco che amava suonare in compagnia degli amici nelle notti infinite di Saint-Tropez, i suoi stivali rossi, i suoi Moon Boot, il suo tutù nero, i suoi occhiali da sole color miele, i suoi cappelli, i suoi gioielli e i suoi flaconi di profumo.</p><p>“L’Heure Bleu era il suo profumo. Durante tutti questi anni non ne ha mai provato un altro. Lo comprava da Guerlain, a rue de Passy, e aveva sempre un flaconcino nella sua borsa. Era un’abitudine, quasi una firma”, dice Frank Guillou. Il 21 settembre, in vendita, ci saranno inoltre alcuni mobili che arredavano le sue case, tra cui una poltrona Emmanuelle in vimini anche detta Peacock, pezzo emblematico degli anni Sessanta, e un tavolo tulipano in stile Knoll. Tra gli oggetti più curiosi, figurano un porta-parrucca italiano e due collari per cani, uno di cuoio e uno di stoffa rossa, con le medagliette che riportano la data della vaccinazione antirabbica e il recapito di Brigitte. Tra i più costosi, invece, un anello Mellerio con un diamante da 3,67 carati (5-10mila euro come base d’asta) e un cuore d’oro firmato Fred con inciso il nome dello scultore Miroslav Brozek, che fu il suo compagno dal 1975 al 1979 (1.500-3.500 euro). Ma anche il bracciale d’oro carico di ciondoli (due chitarre, un cuore, una gabbia, una medaglia di Santa Brigida) indossato alle nozze del 1959 con Jacques Charrier (800-1.200 euro).</p><p><b>“Ho condiviso la sua vita quotidiana, il suo lavoro, le sue battaglie, le sue gioie, le sue rabbie e quella volontà incrollabile di difendere chi non aveva voce. Dietro l’icona che tutto il mondo conosce, ho avuto il privilegio di scoprire una donna di rara fedeltà, profondamente libera, esigente verso sé stessa come verso gli altri, ma anche di immensa generosità, spesso discreta”,</b> racconta il suo segretario. Nel 1973, quando decise di chiudere per sempre la sua parentesi cinematografica, BB pronunciò questa frase: “Ho dato la mia giovinezza e la mia bellezza agli uomini; ora darò la mia saggezza e la mia esperienza agli animali”. Il ricavato della vendita sarà devoluto alla Fondazione Brigitte Bardot, oltre che al figlio Nicolas-Jacques Charrier. “Brigitte – ricorda il suo segretario – non riusciva a vivere senza animali intorno a sé. Quando uno di loro moriva, era meglio non disturbarla durante il periodo del lutto e dell’organizzazione del funerale. Era distrutta. Venivano tutti sepolti secondo un protocollo preciso vicino a lei nei suoi giardini e le loro foto troneggiavano poi ovunque nelle case. Tutti i suoi animali avevano una storia e un passato particolari. Uno scambio di sguardi, una vita di stenti, un animale menomato, insomma un povero essere a cui bisognava ridare la voglia di vivere accanto agli esseri umani. Ad ogni viaggio o spostamento c’era spesso una povera creatura che incrociava la sua strada e ripartiva con lei”.</p>]]></description>
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				<title>Dalla scuola all&#039;inferno</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per il <b>mondo del fumetto</b>, questa settimana in occasione della riapertura delle scuole parliamo di un manga storico, perfetto da leggere in questo contesto: “GTO – Great Teacher Onizuka”. Un momento ideale per riscoprire uno dei professori più assurdi, scorretti, imprevedibili e, anche commoventi della storia della storia del fumetto: un ex motociclista ed ex delinquente, che ha il sogno di diventare il più grande insegnante del Giappone. Una storia che porta con sé anche una critica feroce al sistema scolastico giapponese, approfondendo anche la vergogna, la rabbia e le problematiche che gli studenti possono portare con sé.</p><p>Per il <b>mondo dell’audiovisivo</b>, torna sul grande schermo una nuova trasposizione della storica saga videoludica horror “Resident Evil” diretto questa volta dal regista Zach Cregger, già apprezzato per i suoi film “Barbarian” e “Weapons”. Un nuovo inizio che sembra promettere una vicinanza più stretta con le tinte “survival horror” del videogioco, costruendo la paura anche nello spostare continuamente il terreno sotto i piedi dello spettatore e giocando molto su un immaginario fatto sì di creature incomprensibili e di corporation malvagie, ma anche molto sulle paranoie, sulle architetture labirintiche e sulla sensazione di essere delle pedine impotenti di fronte a dei giochi malvagi più grandi di quanto si possa immaginare.</p><p>Infine, il consiglio dal <b>mondo del gioco</b> porta i giocatori a prendere il joypad in mano e a calarsi nelle vesti giallo e blu di uno dei supereroi più amati della storia dei fumetti con “Marvel’s Wolverine”, realizzato da Insomniac Games e disponibile in esclusiva su console PlayStation 5. Questo studio, dopo aver portato nel mondo dei videogiochi il personaggio di Spider-Man con due titoli acclamati a livello globale (considerati tra i videogiochi di stampo supereroistico migliori di sempre), ora si approcciano a un personaggio diametralmente opposto all’arrampicamuri, un una storia che promette oscurità, rabbia, violenza e sangue a litri come si confà al personaggio di Logan, Wolverine. Da non perdere.</p><p>Tre opere per orientarsi nel mondo dell’intrattenimento e della cultura pop fatto di immaginari, nostalgie, desideri collettivi. <b>Decoder</b> è qui, per cercare di decodificare il presente attraverso anche i suoi nuovi miti popolari, componendo settimana dopo settimana, appuntamento dopo appuntamento, una grande mappa che tracci più che mai le infinite sfumature e direzioni del nostro presente. Appuntamento alla prossima settimana, per un altro tridente di titoli da non perdere.</p>]]></description>
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				<title>Voleva che fossero prediche, non saggi. La voce di Oriana vent’anni dopo</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se digitate Oriana sul pc, non fate in tempo a scrivere&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/oriana-fallaci_55742" target="_blank">Fallaci</a>&nbsp;che Google suggerisce una ricerca: “era di destra o di sinistra”. <b>Basterebbe per capire come mai, nel ventennale della morte (era il 15 settembre 2006), Alessandro Gnocchi le ha dedicato un libro che è un pamphlet, un memoir, un omaggio</b>: <i>Oriana ad alta voce. Perché abbiamo ancora bisogno della Fallaci</i> (Foglio edizioni, 150 pagine, 16 euro). Il titolo va recepito alla lettera: l’autore conobbe solo di voce “la Signora”, sulla linea telefonica Milano-New York, per lavorare ai pezzi che lei donava a Libero di Vittorio Feltri. Chiuso in “una sorta di gabbia di vetro” montata in redazione, Gnocchi s’adattò al fuso orario, agli umori e alla meticolosità dell’interlocutrice, che poteva indugiare sino allo sfinimento su un sommario che non le suonava: la maggioranza dei lettori non ci avrebbe fatto caso, ma a <b>Oriana interessava “non aver lasciato qualcosa di sciatto nel mondo”, virgole comprese</b>.</p><p>Gli articoli, presentati come estratti dalla Trilogia inaugurata con <i>La rabbia e l’orgoglio</i> dopo l’attentato alle Torri Gemelle, “in realtà erano testi riscritti quasi per intero”. Lei non aveva inteso fare saggistica ma – “se lo metta bene in testa, Gnocchi” – “una vera predica, da pronunciarsi a voce alta davanti a un pubblico”, che “deve muovere e commuovere”. Il futuro bestseller, ricorderete, era apparso in prima stesura sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001: se il calendario cela un senso recondito, festa di san Michele l’arcangelo guerriero. Fu il <i>terminus post quem</i> la venerata maestra del <i>milieu </i>progressista, l’icona femminista, la paradigmatica inviata venne rovesciata nel suo opposto. <b>Fu la data che spiega l’algoritmo di Google e la vulgata delle “due Fallaci” come riassume Gnocchi</b>: “Una grande giornalista e scrittrice fino all’11 settembre 2001, poi qualcosa si ruppe e i libri della Trilogia furono il prodotto di una mente non più lucida, di una vecchiaia amara, di un rancore che aveva preso il posto del giudizio. Colpa della malattia e della solitudine”. Xenofoba. Razzista. A processo per islamofobia.<b> Settembre 2001 è il punto in cui ficcare il “ma” se si riparla di lei</b>, quello in cui scatta il grilletto della frase avversativa: avviene “nelle fiction della Rai, negli spettacoli teatrali, persino nella biografia ufficiale, dove gli ultimi anni occupano venti pagine su trecento”. Subì una poderosa <i>character assassination</i>, tanto per rilegittimare il senso di una locuzione che ora fiorisce sulle labbra dei narcisisti televisivi.</p><p>Cosa giustificava tale virulenza? “La Trilogia” secondo Gnocchi “ha prodotto qualcosa di unico nella storia culturale italiana del dopoguerra: il primo (e ultimo, per ora) dibattito di portata nazionale su immigrazione di massa, politicamente corretto e identità europea”. Denunciava l’occidente che nega la realtà, il pacifismo a senso unico, l’erosione di valori favorita dal conformismo, ma non sciacquava le parole con l’ammorbidente che regola le procedure di indignazione nel sistema culturale italiano, soggetto a “una pressione sociale che non ha bisogno di leggi per funzionare perché agisce attraverso l’emarginazione e l’autocensura. <b>La Fallaci aveva scelto di superare il limite</b>”. Le si applicò pertanto la consumata tattica di “delegittimare la personaanziché confutarne le idee”: era “una mente indebolita dal cancro”. Falso, come il giornalista nella “gabbia di vetro” poté constatare; falso, perché quando la malattia colpì Terzani e Murgia se ne ritagliarono silhouette tra il sapienziale e il parareligioso. Uno strabismo di cenere (non è un refuso) che annienta nel rogo solo chi non la pensa <i>comme il faut</i>.</p><p>Non c’è un’Oriana 1 e 2, la progressista e la reazionaria. Fallaci lo “scrittore” (così pretese sulla sua lapide) non fece il ribaltone nel 2001: già nel 1961 aveva dichiarato ne <i>Il sesso inutile</i> che le donne musulmane sono “le più infelici del mondo”; dieci anni dopo raccontò le esecuzioni di massa in Bangladesh; nel 1979 intervistò Khomeini e dedusse che “l’islam politico non è una deviazione dall’islam, è una delle sue caratteristiche intrinseche”; con <i>Insciallah</i> nel ’90 sostenne la “impossibilità di risolvere con strumenti occidentali un conflitto che ha radici in un sistema di credenze tale da non riconoscere gli strumenti occidentali come legittimi”; di lì a poco, durante la Guerra del Golfo (quando la “Nuvola Nera” del petrolio in fiamme le s’insinuò nel corpo), colse nelle moschee le prediche contro gli alleati americani piuttosto che contro Saddam. <b>Anche un certo Osama bin Laden le ascoltava attentamente</b>.</p><p>Gnocchi immagina adesso di telefonare alla “Signora” per commentare i giornali: certe sue iperboli non lo sono più; certa sinistra si rivela ancora “autocratica, totalitaria”; l’antisemitismo travestito da antisionismo che smascherava nel 2002 ha guadagnato terreno; nel nome della pace si assolvono “da una parte sola l’odio e la bestialità”. <b>Forse non sempre le risposte di Oriana furono giuste, ma le domande sì: e “in un sistema culturale che preferisce non porle è già straordinario”</b>. Rimane attuale di lei “non la profezia avverata, non il trionfo postumo, ma la dimostrazione che il rifiuto di ascoltare le domande difficili” ha “un costo politico, culturale, umano. Pagato da tutti. Anche da chi l’aveva condannata”. Il dibattito italiano le ha negato il fact-checking: per darle ragione ci voleva coraggio, per darle torto ancora di più.</p>]]></description>
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				<title>Gli Oasis a Roma il 29 e 30 luglio: ora le due date sono ufficiali</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 18:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gli Oasis hanno ufficialmente annunciato le date del tour del 2027. Saranno 38 i concerti tra Regno Unito, Irlanda, Europa e Stati Uniti, con tappe a Glasgow, Manchester, Monaco, Barcellona, Amsterdam, Parigi, Roma, Boston, Las Vegas, Slane Castle e Knebworth. Questa volta ci sarà anche l’Italia, rimasta fuori dal tour della reunion del 2025:&nbsp;<b>Liam e Noel Gallagher suoneranno allo Stadio Olimpico di Roma il 29 e 30 luglio.</b></p><p>La conferma è arrivata dopo un’estate passata a rincorrere indizi e voci. Negli ultimi giorni una serie di video aveva già lasciato intuire alcune delle tappe, mentre giovedì uno sciame di droni ha sorvolato Manchester formando prima il logo degli Oasis, poi la data del 14 settembre e infine l’orario dell’annuncio. Ieri sera la stessa scena si è ripetuta davanti allo Stadio Olimpico, dove è comparso il logo della band.</p><p>“START THE CELEBRATIONS!!!!”, comincia la didascalia del video pubblicato sui social. Il riferimento è al titolo con cui il 28 agosto 2024 Simon Price aveva commentato sul Guardian l’annuncio della reunion (“Stop the celebrations – Oasis are the most damaging pop-cultural force in recent British history”). La band ha ripreso anche il resto del titolo, definendosi appunto “la forza pop-culturale più dannosa della recente storia britannica”, aggiungendo che, dopo “un periodo di riflessione”, sono di nuovo pronti a “risollevare il morale della gente”. “Venite a constatare di persona. Sarà uno spettacolo da vedere”, così hanno concluso.&nbsp;</p><p>Il tour partirà il 21 maggio dal Celtic Park di Glasgow e passerà soprattutto da Manchester, dove sono previste<b> undici serate all’Etihad Stadium</b>. Dopo le date europee e americane arriveranno i due concerti irlandesi allo Slane Castle e infine il ritorno a Knebworth, con quattro serate a settembre, trentuno anni dopo i due concerti del 1996 davanti a 250 mila persone.</p><p>La tappa romana era nell’aria da mesi. Alessandro Onorato, assessore capitolino ai Grandi Eventi, aveva più volte lasciato intendere che il Comune stesse lavorando per portare gli Oasis in città. Subito dopo l’annuncio ha pubblicato un video con due parole: “Promessa mantenuta”. Anche il sindaco Roberto Gualtieri ha commentato l'ufficialità, parlando di una Roma "sempre più capitale della grande musica live".&nbsp;</p><p>Nell’agosto del 2024 oltre 10 milioni di persone da 158 paesi si sono collegate a Ticketmaster per provare ad acquistare gli 1,4 milioni di biglietti inizialmente disponibili per le date britanniche e irlandesi della reunion. <b>Questa volta però non ci sarà una vendita generale e bisognerà registrarsi sul sito dedicato entro le 17 italiane del 17 settembre, indicando la data scelta ed eventuali alternative.</b> Alla fine del modulo comparirà anche una domanda sulla storia della band, un meccanismo che lascia presagire, come già accaduto per la reunion, un ballottaggio per gli accessi alla piattaforma al momento dell’acquisto.</p><p>Gli Oasis hanno venduto oltre 70 milioni di album nel mondo. In carriera hanno pubblicato sette dischi in studio e piazzato 22 singoli consecutivi nella Top Ten britannica.&nbsp;Definitely Maybe, uscito nel 1994, è stato allora il debutto più venduto di sempre nel Regno Unito, mentre&nbsp;(What’s the Story) Morning Glory?&nbsp;ha consacrato definitivamente la band anche fuori dalla Gran Bretagna. Con la reunion sono tornati in classifica anche album e singoli usciti trent’anni fa.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il nuovo disordine mondiale</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 11:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Sabino Cassese</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Nuovi record di temperatura sono stati stabiliti e battuti quest’estate, la terra è arsa dalla siccità e gli incendi boschivi imperversano. Il debito delle economie avanzate si sta avvicinando a livelli storicamente alti. I tagli agli aiuti medici e alimentari, soprattutto da parte degli Stati Uniti, hanno causato morti evitabili e favorito la diffusione di malattie, una delle quali, prima o poi, potrebbe trasformarsi in una nuova pandemia. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>&nbsp;continua la sua ascesa rapida e non regolamentata, minacciando posti di lavoro, sicurezza e, nelle proiezioni più cupe, la stessa esistenza umana. Le potenze revisioniste calpestano regole e norme impunemente. Gli elettorati sono arrabbiati e volatili. Una diplomazia lenta, ponderata, necessariamente discreta, che costruisce fiducia e comprensione, ha lasciato il posto a uno stile performativo e sfacciato, più adatto all’attenzione assuefatta a TikTok o a un cortile di scuola. L’Uppsala Conflict Data Program ha registrato lo scorso anno 65 conflitti basati sugli Stati, il numero più alto dal 1946. Le grandi potenze si ritrovano impantanate in guerre asimmetriche con paesi che stanno sfruttando al massimo le nuove tecnologie. La guerra del presidente russo Vladimir Putin in Ucraina, che avrebbe dovuto essere vinta nel giro di pochi giorni, sta arrancando nel suo quinto anno. L’Iran, utilizzando droni economici prodotti in serie per attaccare le forze e gli alleati americani, ha conquistato il controllo, forse permanente, di un corridoio cruciale del commercio mondiale, riducendo drasticamente le scorte di missili statunitensi e intrappolando il presidente Trump in una guerra da lui stesso voluta. <b>Una guerra mondiale non è inevitabile, ma la minaccia di un conflitto catastrofico tra potenze grandi e ben armate è più vicina di quanto non lo fosse da decenni</b>”.</p><p>Questa è la diagnosi fatta da una storica canadese, Margaret Macmillan, che ha insegnato sia all’Università di Toronto che all’Università di Oxford, e ha studiato numerose fasi di crisi nel mondo, pubblicata sul New York Times il 3 settembre scorso, primo di una nuova serie, “Il disordine del nuovo mondo”, nella quale quel giornale esaminerà la dissoluzione del sistema internazionale post-bellico e il modo in cui i vari paesi si stanno adattando, mentre l’America si fa da parte.</p><p><b>Non ignorare i segnali di allarme</b></p><p>La prima raccomandazione fatta dalla studiosa canadese, ma ripetuta da tutti gli studiosi della materia, è quella di non ignorare i segnali di allarme. Bisogna saper riconoscere i segni che indicano il nuovo disordine, ma – aggiungo – bisogna anche sapere quali sono gli aspetti positivi del nuovo disordine e se da questo può derivare un nuovo ordine, e quale esso sia.</p><p>Ha spiegato molto bene, numerosi anni, fa un noto economista, non troppo scherzosamente, che vi sarebbe stata una nuova crisi economica mondiale quando sarebbero usciti di scena coloro che avevano vissuto quella che cominciò con il crollo di Wall Street (1929-1933). La crisi aperta nel 2008 sta a dimostrare che quella previsione era corretta.</p><p>Un secondo motivo che consiglia di individuare i sintomi giusti e fare poi la diagnosi corretta è costituito dal fatto che il nuovo disordine si accompagna con una forte imprevedibilità e incertezza, un fattore che non riguarda solo il maggiore protagonista della vita del mondo, gli Stati Uniti d’America, dove i poteri pubblici, che sono stati di esempio al mondo per almeno due secoli, sembrano governati da comportamenti contraddittori, arbitrari, imprevedibili.</p><p><b>Il disordine tra gli Stati</b></p><p>Bisogna innanzitutto distinguere tra disordini che si registrano tra gli Stati e disordini che si verificano all’interno degli Stati, e fenomeni antichi che si presentano con modalità nuove e fenomeni nuovi che si presentano con modalità antiche. Un esempio è quello delle guerre. <b>La storia del mondo è punteggiata da guerre, ma queste oggi si svolgono in modi diversi dal passato</b>. Una volta si facevano con le armi, ora si fanno anche mediante la manipolazione dell’informazione, per esercitare pressione sulle opinioni pubbliche. Una volta le guerre si svolgevano su un campo, tra persone, oggi si svolgono tra organizzazioni belliche “unmanned”.</p><p>Il secondo sintomo importante è quello indicato dal fallimento nel compito più urgente, quello ambientale, che può essere affrontato dagli Stati soltanto insieme, ma per il quale le economie emergenti dànno la colpa a chi ha usato l’ambiente per svilupparsi e sostengono che è venuto il loro turno, a cui non vogliono rinunciare. Quindi l’equilibrio nel mondo richiede molte rinunce e molte concessioni.</p><p>Un terzo fattore di crisi è costituito dalla modificazione dei rapporti tra i protagonisti mondiali. Quello che sarebbe successo nei due secoli passati era stato previsto nel 1835 da Alexis Tocqueville che aveva scritto: “Vi sono oggi sulla terra due grandi popoli che, partiti da punti differenti, sembrano avanzare verso lo stesso scopo: sono i Russi e gli Anglo-americani. Entrambi sono cresciuti nell’oscurità; e, mentre gli sguardi degli uomini erano occupati altrove, essi si sono posti tutt’a un tratto in prima fila tra le nazioni, e il mondo ha appreso, quasi nello stesso tempo, la loro nascita e la loro grandezza. Tutti gli altri popoli sembrano aver raggiunto pressappoco i limiti che la natura ha loro tracciato, e non avere che da conservare; ma gli Americani e i Russi crescono, mentre tutti gli altri sono fermi o avanzano solo con mille sforzi; solo essi marciano con passo facile e rapido in una strada di cui l’occhio non può ancora scorgere il termine. L’americano lotta contro gli ostacoli che la natura gli oppone; il russo è alle prese con gli uomini. L’uno combatte il deserto e la barbarie, l’altro la civiltà rivestita di tutte le sue armi: così le conquiste dell’americano si fanno con il vomere dell’agricoltore, quelle del russo con la spada del soldato. Per raggiungere il suo scopo, il primo si basa sull’interesse personale e lascia agire, senza dirigerle, la forza e la ragione degli individui. Il secondo concentra, in qualche modo, in un solo uomo tutto il potere della società. L’uno ha per principale mezzo d’azione la libertà; l’altro la servitù. Il loro punto di partenza è differente, le loro vie sono diverse; tuttavia, entrambi sembrano chiamati da un disegno segreto della Provvidenza a tenere un giorno nelle loro mani i destini di una metà del mondo” (A. Tocqueville, <i>La democrazia in America</i>, in Id., <i>Scritti politici</i>, a cura di N. Matteucci, II, Torino, Utet, 1968, pp. 483-484).</p><blockquote>Modificati i rapporti tra i protagonisti mondiali. America e Russia sembrano chiamate “da un disegno segreto della Provvidenza a tenere un giorno nelle loro mani i destini di una metà del mondo” (Tocqueville nel 1835)</blockquote><p>Ora la situazione è radicalmente cambiata, per tre motivi: perché anche gli Stati Uniti hanno come principale mezzo d’azione la servitù e concentrano in un solo uomo tutto il potere della società; perché ambedue le potenze imperiali si scontrano, in aree diverse del mondo, con poteri estremamente più ridotti senza riuscire ad avere successo nei loro confronti; perché gli spazi mondiali si sono ampliati e nuove forze sono entrate in campo, come osservato da ultimo da Branco Milanovic: “Il disordine mondiale parla di questi due sviluppi che hanno segnato l’apogeo e il declino del neoliberalismo nel mondo: l’ascesa dell’Asia, e della Cina in particolare, e l’affermazione di nuove élite plutocratiche negli Stati Uniti e in Cina. Queste nuove classi dominanti devono la propria esistenza, e il proprio potere, al neoliberalismo globale, ed è stato il loro stesso successo a creare le condizioni per il loro declino. <b>Le azioni di un Trump o di uno Xi Jinping, e di molti altri leader, sono, nonostante quello che probabilmente pensano loro e anche i loro sostenitori, reazioni contro i vincitori della globalizzazione neoliberale e i loro eccessi</b>. Queste reazioni hanno messo fine a un periodo storico e ne hanno aperto un altro, di cui solo ora si cominciano a intravedere vagamente i contorni” (Branco Milanovic, <i>Il disordine mondiale. Stati Uniti, Cina e il nuovo capitalismo</i>, Roma-Bari, Laterza, 2026).</p><p>Il quarto motivo di crisi è questo: per la prima volta nella storia del mondo, si sono sviluppati poteri mondiali che non hanno radici pubbliche, le Big Tech, organizzazioni private, nate come poteri universali, che esercitano funzioni che una volta venivano svolte dagli Stati, e talora operano d’accordo con gli Stati, come mostrato dal caso Guillou. I loro progenitori sono le compagnie delle Indie. Questo sviluppo ha anche un aspetto positivo perché i grandi poteri digitali hanno bisogno di un mondo pacifico, senza barriere, piatto.</p><blockquote>Le Big Tech, organizzazioni private, nate come poteri universali, esercitano funzioni che una volta venivano svolte dagli Stati, e talora operano d’accordo con gli Stati, come mostrato dal caso Guillou. Un aspetto positivo: i grandi poteri digitali hanno bisogno di un mondo pacifico, senza barriere, piatto</blockquote><p>Luisa Torchia ha osservato che il potere digitale ha tre caratteristiche. “In ragione della materia prima che utilizza e degli strumenti mediante i quali la ‘lavora’, il potere digitale può essere definito, in primo luogo, come un potere riduzionista, perché l’aggregazione dei dati è finalizzata a ridurre le differenze e a ricondurle entro uno schema generale il cui valore dipende in larga misura dal fatto che le variazioni siano per quanto possibile soppresse o comunque irrilevanti (con un conseguente effetto di enfatizzazione e polarizzazione fra poche alternative). I meccanismi di profilazione posti alla base dei sistemi di raccomandazione – e quindi di pubblicità e di indirizzo verso beni o servizi da acquistare – sono appunto finalizzati a ricondurre a uno specifico profilo la varietà individuale e a inserire ciascun individuo in una casella che ne registra, ma anche definisce, gli orientamenti, le preferenze, le scelte. […] Si tratta, in secondo luogo, appunto di sistemi basati sulla capacità di misurare e classificare i dati senza entrare nel merito della loro qualità o del loro significato, con la duplice conseguenza di attribuire lo stesso peso a dati verificati come a dati privi di attendibilità e, al contempo, di offrire la presunzione di una – ipotetica e non dimostrata, anzi spesso illusoria – oggettività ai risultati ottenuti. Scelte politiche, pregiudizi, opinioni vengono così ‘mescolati’ e ammantati di una neutralità e oggettività che è solo apparente, come è emerso ripetutamente quando si è cercato di prendere decisioni politiche con strumenti automatizzati (per citare solo i casi più famosi, esaminati in un successivo capitolo: a chi fornire determinati servizi, come individuare la pena per un reato, come individuare persone pericolose o prevenire possibili reati). <b>Il potere digitale enfatizza, in terzo luogo, la sua unicità e diversità e pretende un trattamento differente rispetto a qualsiasi altra industria, categoria di imprese, tipo di prodotto o servizio, basandosi sulla differenza fra la vita online e la vita offline</b>. Comportamenti che nella vita reale costituiscono reato, o almeno hanno conseguenze significative in termini di responsabilità, dovrebbero essere, invece, liberi da ogni vincolo o controllo nella sfera digitale, sottraendosi così al diritto come alla morale e all’etica” (Luisa Torchia, <i>Potere digitale</i>, Bologna, Il Mulino, 2026, pp. 20-21).</p><p>L’ultimo segnale di crisi è quello costituito dalla rottura di quell’unità che chiamiamo Occidente, che aveva conquistato una base atlantica, univa l’Europa e l’America attraverso l’Atlantico, così come l’impero romano univa l’Europa al Nord Africa attraverso il Mediterraneo, e che aveva ramificazioni in paesi lontani come Giappone, Canada e Australia.</p><p><b>Il disordine negli Stati</b></p><p>Ai fattori di crisi tra gli Stati si uniscono quelli all’interno degli Stati. Il primo è costituito dal logoramento delle democrazie mature, prodotto all’incapacità delle classi dirigenti di comprendere che lo Stato pluriclasse produce, per sua natura, una pluralizzazione del potere e richiede una capacità di coordinamento che le classi politiche non riescono ad assicurare, con conseguente disaffezione del “paese reale”.</p><p>Nello stesso tempo, le basi stesse degli Stati diventano più precarie. Una volta si diceva che lo Stato è l’insieme di una popolazione, un territorio e un potere sovrano. Oggi le popolazioni sono sempre più instabili. Basti pensare che il numero degli italiani all’estero è di 6.604.000, mentre il numero degli stranieri in Italia è di 5.560.000.</p><p>Un altro segnale è costituito dalla incapacità delle classi dirigenti di orientare la società e di fornire ad essa obiettivi, cercando, nello stesso tempo, di conservarne il consenso, anche perché ormai è superato il punto di vista che veniva espresso da Giuseppe Bottai negli anni Trenta del secolo scorso, quando osservava che “la crisi dello Stato moderno non è superabile senza la unificazione economica, politica e morale della società nello Stato: ciò è stato realizzato dallo Stato fascista” (G. Bottai, <i>Esperienza corporativa (1929-1934),</i> Firenze, Vallecchi, 1934, parte I, marzo 1930).</p><blockquote>Le basi stesse degli Stati diventano più precarie. Oggi le popolazioni sono sempre più instabili. Basti pensare che il numero degli italiani all’estero è di 6.604.000, mentre il numero degli stranieri in Italia è di 5.560.00</blockquote><p>Un quarto segnale è indicato dall’economista Acemoglu, secondo il quale “la produzione manifatturiera di massa ha perso terreno, è aumentato il peso dei servizi, sono arrivate le nuove tecnologie digitali. Insieme alla globalizzazione, queste tecnologie hanno spezzato il legame tra crescita delle imprese e crescita delle retribuzioni, rendendo più difficile una prosperità condivisa. <b>La trasformazione più pervasiva è stata la crescente rilevanza della conoscenza, ossia delle competenze cognitive acquisite attraverso l’istruzione superiore. Per me la crescita del potere sociale dei ceti istruiti ha giocato un ruolo cruciale nell’innescare la crisi</b>” (Daron Acemoglu, <i>La democrazia ce la farà</i>, colloquio con Maurizio Ferrera, in Corriere della sera, La lettura, 6 settembre 2026).</p><p>Un quinto segnale di crisi interna è quello indicato da Cass Sunstein, secondo il quale le minacce gravi vengono da un governo privo dei vincoli della separazione dei poteri. Questo, egli osserva, è un concetto-ombrello che contiene sei separazioni distinte, ciascuna con la propria logica e le proprie violazioni tipiche: il legislativo non può esercitare il potere esecutivo; il legislativo non può esercitare il potere giudiziario; l’esecutivo non può esercitare il potere legislativo; l’esecutivo non può esercitare il potere giudiziario; il giudiziario non può esercitare il potere legislativo; il giudiziario non può esercitare il potere esecutivo. Le sei separazioni non proteggono tutte lo stesso bene: alcune presidiano la libertà individuale (nessuno deve essere punito se non da un giudice, in base a una legge che non è stata scritta per lui), altre l’autogoverno (le regole generali le fa l’assemblea rappresentativa, non il capo), altre ancora l’efficienza e la responsabilità dell’amministrazione. E soprattutto le minacce non sono simmetriche: ogni epoca vede prevalere violazioni diverse – ci sono stati tempi in cui il pericolo era un legislativo invadente, altri in cui erano corti troppo ambiziose – e la nostra epoca ha un colpevole principale (Cass R. Sunstein, <i>Separation of Powers. How to Preserve Liberty in Troubled Times</i> The MIT Press, febbraio 2026).</p><p><b>Come uscirne</b></p><p>La soluzione individuata dalla studiosa canadese da cui sono partito è quella di iniziare un laborioso processo di costruzione di qualcosa di nuovo, valendosi di quelle che chiama potenze medie come il Canada, l’Australia e il Giappone, a cui forse occorre aggiungere l’Unione europea. Ma in questi paesi gli intellettuali sono solo specialisti che vivono ciascuno chiuso nella propria torre d’avorio?</p><p>Il percorso è lungo, e per farlo bisogna ascoltare anche altre voci, come quelle di Amitav Acharya, <i>Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente</i>, Roma, Fazi, 2026 e di Alexander Stubb, <i>Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale</i>, Venezia, Marsilio, 2026.</p>]]></description>
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				<title>Requiem di guerra. Britten alla Scala mentre la Germania torna in bianco e nero</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Alberto Riva</author>
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				<description><![CDATA[<p>Domenica 6 settembre, il Teatro alla Scala ha rialzato il sipario dopo l’estate: il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/musica/2026/09/11/news/due-mondi-sonori-di-fronte-il-war-requiem-ha-aperto-il-mito--407161">War Requiem di Benjamin Britten&nbsp;</a>&nbsp;apre il cartellone del festival MITO Settembre Musica 2026 mentre, negli stessi minuti, nel land tedesco di Sassonia-Anhalt le urne chiudono trascolorando tutto in un bianco e nero Anni Trenta: come previsto, il<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/piccola-posta/2026/09/11/news/afd-la-vergogna-e-gli-svergognati--407140"> nazistoide Afd</a>&nbsp;è il primo partito. Subito, scattano gracchianti comizi alla bile: via due milioni di stranieri, la Germania ai tedeschi, inno nazionale a scuola, l’Europa così non va, eccetera. La prima cosa che viene da pensare è: meglio essere qui ad ascoltare la musica che a Magdeburgo a esultare con la birra in mano. In platea, frammisti ai milanesi, sono seduti severi turisti sikh, probabili regine africane in Christian Dior, pensosi uomini d’affari mediorientali, completo antracite e cravatta di seta. Sono tranquilli: loro continueranno a fare affari con il governo della Sassonia-Anhalt, il problema riguarda altri sikh, altri africani, altri mediorientali.</p><p>Ottanta minuti rapinosi per l’apertura del festival che unisce Milano e Torino sotto la direzione artistica di Speranza Scappucci e un omaggio a Britten nel cinquantenario della scomparsa – molte infatti le sue composizioni in programma. Sul podio l’australiana Simone Young, ormai presenza familiare alla Scala, dirige l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai; Gea Garatti Ansini e Claudio Fenoglio dirigono il Coro e il Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino. Britten concepì il suo War Requiem per orchestra, orchestra da camera, cori e tre voci, soprano, tenore e baritono: sono Elena Guseva, Nicky Spence e Bo Skovhus. Britten volle fondere il testo latino della Missa pro defunctis e versi del poeta Wilfred Owen.</p><p><b>Inchiodati alla poltrona dalla bellezza di questa creazione si fa strada un secondo pensiero, banale: la vera arte non solo non muore e non invecchia, ma ha la capacità di ripresentarsi puntuale – in ciò assomiglia alla Storia.</b> Così, registriamo l’implacabile tempismo di questo requiem britteniano composto nel 1962: il più moderno e spettacolare di una lunga tradizione, penso al K 626 di Mozart, al Requiem tedesco di Brahms, la Messa di requiem verdiana per la morte di Manzoni, quelli di Berlioz e di Fauré.</p><p>Senza voler scadere nel melodramma, si ha il sospetto che un requiem non sia così inopportuno questa sera; ma un requiem per cosa? Per un’idea di civiltà ben instradata sulla via del cimitero? Per il Vecchio continente che agonizza? Per la Pace, quella confortante sensazione che siamo stati abituati a dare per scontata? Magari un requiem per il futuro? Quale che sia la risposta, Britten indovinò il suono di tale inquietudine, oracolare come tutti i grandi creatori.</p><blockquote>Il War Requiem apre il cartellone del festival MITO e viene da pensare: meglio essere qui con la musica che a Magdeburgo con la birra in mano</blockquote><p>Nell’estate del 1945 il violinista inglese Yehudi Menuhin, che aveva allora ventinove anni, si avventurò in una tournée nei territori devastati della Germania. Al pianoforte, per accompagnarlo, c’era Britten, un ragazzo di trentadue anni alto, azzimato, dall’aspetto e dai modi aristocratici, omossessuale, pacifista, autore di un’opera lirica piuttosto trasgressiva che da poco aveva fatto impressione a Londra, il Peter Grimes. Sembra che durante quel piccolo giro i due suonarono nel campo di concentramento di Bergen Belsen da poco liberato, davanti a un pubblico di prigionieri che si aggiravano smarriti. Sull’onda di quella emozione Britten scrisse la musica per una serie di sonetti sacri di John Donne. Era il punto finale di una lunga guerra che per altro Britten aveva trascorso in parte negli Stati Uniti. Mentre era assente dal suo paese, nella notte tra il 14 e il 15 novembre del 1940, i tedeschi avevano bombardato pesantemente la città di Coventry facendo quasi mille morti e radendo al suolo la cattedrale di origine medievale<b>. Dopo il conflitto, un lungo lavoro di ricostruzione la riportò in vita conservando il sito delle antiche vestigia e quando nel 1962 venne il momento di consacrarla, la musica del rito venne affidata a Britten che scrisse il War Requiem.</b> Un requiem di ripudio alla guerra, ma non solo: qualcosa di più profondo e complesso, di sfuggente e misterioso come, a dispetto del suo impeccabile aplomb, era lui.</p><p>Figlio di un dentista e di una signora borghese con uno spiccato talento per il canto, Britten nacque nel 1913 a Lowestoft, sulla costa del Suffolk, sud est inglese, una lunga spiaggia di provincia lontana dai clamori. Una coppia piuttosto conservatrice, i Britten, con molte figlie e un ragazzino che, quasi subito, si capì aveva un orecchio mostruoso. E d’altra parte la madre era una musicista anche lei e non perse tempo ad avviare il figlio a studi privati con Frank Bridge, un personaggio notevole, violinista e direttore d’orchestra, compositore, molto aperto, raffinato, che aveva vissuto la Grande Guerra e aveva composto un dolente lamento per l’affondamento della Lusitania: è da lui che viene il pacifismo di Britten. Molti anni dopo, dedicherà al maestro un elaborato omaggio in forma di variazioni. Bridge era stato uno stimato compositore dell’epoca edoardiana ma aveva assorbito anche i nuovi linguaggi post-impressionisti.<b> Britten aveva in casa una madre che cantava arie d’opera e Lieder di Schubert, ma lo interessavano le cose più moderne, era affascinato dalla vulgata atonale della scuola viennese e, ovvio, dalla libertà e le audacie della scena parigina. </b>Nel 1930 ascoltò alla radio un pezzo di Schoenberg e qualche anno dopo rimase sconvolto dal Wozzeck di Berg sempre dalle onde radio della Bbc. Non aveva ancora vent’anni e aveva già un discreto corpus di pezzi prodotti, tanto che nel 1934 la BBC trasmise un suo pezzo molto originale, un corale per voci privo di accompagnamento.</p><blockquote>La cattedrale medievale di Coventry rasa al suolo dai tedeschi e poi riportata in vita. Per la consacrazione la musica di rito fu affidata a Britten</blockquote><p>A quel tempo Britten vince una borsa di studio per il Royal Collage of Music e fa uno degli incontri epocali della sua vita. Il college lo invia alla sezione cinematografica del Ministero delle Poste che si occupava, diremmo oggi, di pubblicità: bisognava scrivere musica di brevi film per invogliare il pubblico a usufruire dei servizi postali. C<b>osì Britten si mise a scrivere musiche d’uso e in questa sezione incontra il poeta W.H.Auden, di sei anni maggiore, col quale nasce una profonda amicizia e una intensa collaborazione.</b> Scrive Alex Ross nel suo Il resto è rumore (Bompiani): “Auden si assunse il compito di tirar fuori Britten dal suo guscio, a livello sociale, sessuale e intellettuale”. Sappiamo che Auden anticiperà l’amico oltreoceano dove emigrerà in compagnia di un altro suo amante, Christopher Isherwood, che era regolarmente sposato. E anche Auden lo sarà, e con la figlia di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/piccola-posta/2026/09/05/news/se-thomas-mann-avesse-saputo-del-lato-omoerotico-di-luigi-settembrini--406603">Thomas Mann</a>, Erika. Era stato Isherwood a confidare ad Auden che l’amica Erika gli aveva chiesto di sposarla per poter espatriare dalla Germania nazista, che le aveva ritirato il passaporto. Auden accettò. Britten faceva parte del gruppo, sebbene più giovane, e avrebbe ritrovato gli amici qualche anno dopo a New York. <b>A differenza dei due poeti, tuttavia, Britten non si pose mai il problema di nascondere la sua omosessualità con un matrimonio di facciata ed ebbe relazioni anche con ragazzi molto giovani, prima di unirsi in maniera più o meno definitiva con il cantante (tenore) Peter Pears, che lo seguì in America. </b>Prima però, l’anno in cui morì l’amatissima madre Edith, il 1937, Britten aveva vissuto una folgorazione per il sapiente uso del grottesco, dello spettacolare e della parodia in La Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Shostakovich.</p><p>Si preannunciava così una delle sue più salde amicizie, quella con il compositore russo e uno dei filoni più importanti della sua produzione, l’opera lirica, affrontata con un eclettismo persino esagerato.<b> </b>La più celebre, dopo il Grimes, è forse Billy Budd tratto da Melville, con il libretto firmato da E.M. Forster; vengono poi Il giro di vite da Henry James, Il sogno di una notte di mezza estate da Shakespeare e una crepuscolare rivisitazione di teatro musicale de La morte a Venezia di Thomas Mann<b>,</b> che nella vicenda del maturo scrittore tedesco innamorato del giovinetto efebico Tadzio fibrillavano motivi autobiografici mai del tutto risolti. Gli anni americani furono agitati ma fruttiferi. <b>Dopo un periodo sulla costa occidentale, Britten fu accolto in una sorta di comune di transfughi, a Brooklyn, dove ritrova Isherwood e Auden, il giovane Leonard Bernstein, lo scrittore e compositore Paul Bowles e la moglie Jane.</b> In un appartamento al piano superiore vivono Golo Mann, il figlio di Thomas Mann, che spesso è visitato dal fratello Klaus e da Carson McCullers, oltre che la sorella Erika, teatrante lesbica affrancata ormai dalle grinfie del Reich e anche dal poeta che aveva sposato per finta. Tutta questa bellissima storia ha un lunghissimo preludio in Christopher e quelli come lui (Adelphi) dello stesso Isherwood, affresco struggente e forse unico di una certa Europa che scappa dai comizi gracchianti e dai proclami alla bile.</p><blockquote>Una tradizione di lirismo che emerge in guizzi, in rapide epifanie, come se il fantasma di Bach facesse capolino sulle macerie del mondo</blockquote><p>L’atmosfera vagamente hippy della combriccola, di cui ha raccontato anche Bowles nelle sue memorie Senza mai fermarsi (Garzanti), non si confaceva però allo spirito individualista di Britten. Resistette un po’ e quindi fece le valigie. Non poté tornare in patria fino al 1942 per via dei siluri nazisti contro i piroscafi oceanici, ma il bagaglio che portò indietro alla fine era consistente. Aveva conosciuto da vicino la sagace organizzazione scenica dei musical di Broadway e si era a sua volta affrancato dai pudori riguardo alla sua vita intima.</p><p>Tornato sulla costa britannica si mise al lavoro per la partitura che lo avrebbe consacrato, e cioè il Peter Grimes, basato su un poema di inizio Ottocento del poeta George Crabbe, la storia di un marinaio sadico, alcolizzato, che vessa e abusa fisicamente di un suo giovane marinaio, lo uccide: un soggetto che all’epoca aveva bisogno di molto bicarbonato per essere digerito, come lo era stato la Lady Macbeth di Shostakovich, ma anche per certi versi il Wozzeck di Berg, e se vogliamo pure la Jenufa di Janáceck.<b> L’idea cioè che il carnefice non è solo la rappresentazione del male assoluto ma anche il prodotto di una società dove il forte schiaccia inesorabilmente il debole. In definitiva, un soggetto politico. Ross riporta una dichiarazione lapidaria di Britten: “Quanto più malvagia è la società, tanto più malvagio l’individuo”. </b>Ma sembra chiaro che per il compositore la musica può redimere l’individuo, perché è una tensione prima di tutto spirituale. Britten era un uomo di religiosità profonda e vissuta in maniera molto personale: la sua musica è sì modernissima come quella dei colleghi citati, ma affonda le radici in una tradizione di lirismo che emerge inaspettatamente in guizzi, in rapide epifanie, come se il fantasma di Bach dovesse improvvisamente far capolino sulle macerie del mondo. E’ un po’ la stessa idea di classicità di Shostakovich, una turbolenta relazione con il passato. L’amore per la musica russa è testimoniato dalla lunga amicizia che legò Britten al violoncellista Mstislav Rostropovich per il quale scrisse le tre celebri suite per violoncello e la Sinfonia sempre per lo strumento dell’amico.</p><p>Certo il grandissimo lavoro di Britten è stato sulla voce. Nella biografia che Alessandro Macchia ha dedicato a Britten (Edt), è riportata una dichiarazione che riassume la sua poetica e la sua visione morale:<b> “Io fuor di dubbio scrivo musica per gli esseri umani – in maniera diretta e intenzionale. Io rifletto sulle loro voci, la tessitura, la potenza, la delicatezza e le potenzialità del loro colore”</b>. Vi sono composizioni di Britten, come il Concerto per piano e orchestra op 13, o quello per Violino op 15, o la Simple Symphony op 4 che testimoniano di un talento unico. Certo la sua dichiarazione assume un valore impressionante nel momento in cui, come il 6 settembre alla Scala, si chiudono gli occhi e si ascolta la potenza del coro, dove la tensione del sacro non può rinunciare al vitalismo del teatro.</p><p>Britten conosceva il segreto di far recitare i grandi blocchi strumentali, di farli interpreti di qualcosa di squisitamente umano e pulsante. Basta pensare al primo interludio del Peter Grimes, The Storm. Ma è nel War Requiem che ciò è affidato allo strumento delle voci umane come raramente è dato di ascoltare. Uno dei momenti più belli – di una bellezza pura sotto il profilo dell’idea musicale – è il contrappunto tra la soprano e il coro nel Dies irae, dies illa (Lacrimosa dies illa / Qua resurget et favilla / Judicandus homo reus/Huic ergo parce Deus). Quando il requiem si avvia alla conclusione si torna invece (Libera me) alla poesia di Owen – poeta che morì al fronte il 4 novembre 1918 – e il baritono e il tenore si trovano faccia a faccia in uno strano incontro (Strange meeting), come i due soldati morti delle opposte fazioni alla fine di una sanguinosa battaglia: “Io sono il nemico che hai ucciso, amico. / Ti riconobbi, in questa oscurità: perché ieri così ti corrugasti / mentre mi colpivi e mi trucidavi. / Provai a schivarti, ma intorpidite e gelide erano le mie mani”. Insieme, poi, le due voci, si congedano: “Dormiamo ora…”.</p>]]></description>
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				<title>Monsieur cartoon. Asterix &amp;amp; Obelix, il west e lo scolaretto sosia di Sarko</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p>A Parigi, tra rue Primo Levi e rue Thomas Mann – se non una scelta deliberata, una bella coincidenza – spunta sul lungosenna rue René Goscinny. Sul cartello smaltato attaccato a un palo si trova il contenuto più fitto che esista in qualsiasi insegna tipica parigina, con sfondo blu notte e sfondo verde, insegne diventate anche souvenir, calamite. Il cartello dice: “Siamo nel 50 a.C. Tutta la Gallia è occupata dai Romani... Tutta? No! Un piccolo villaggio dell’Armorica resiste ancora e sempre all’invasore… E la vita non è facile per le guarnigioni dei legionari romani negli accampamenti fortificati di Babaorum, Aquarium, Petibonum e Laudanum...”. E’ il celebre incipit della serie a fumetti di Asterix &amp; Obelix, i due galli che sfidano Cesare e il suo dominio europeo, i due barbari che si oppongono all’impero. Serie di enorme successo creata appunto da Goscinny di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita. Una rivista come Casemate si chiede sulla copertina: “Goscinny va verso il Pantheon?”. Chi fa bande dessinée, o BD, come la abbreviano i francesi, può avere le glorie di una Simone Veil o di un Marc Bloch. Dopotutto i Tintin li troviamo nelle biblioteche casalinghe con la normalità con cui si trova un vecchio tascabile dei Misérables o una Pleiade di Chateaubriand. <b>A differenza dell’Italia,</b><a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/bandiera-bianca/2026/04/29/news/ce-chi-a-letto-spegne-il-telefono-e-rilegge-i-fumetti-di-ieri--321090"> il fumetto</a><b>&nbsp;non è solo per appassionati, per nerd, per ragazzini. E’ roba seria, è orgoglio nazionale, è immaginario comune.</b> E infatti in quel cartello del 13esimo arrondissement sotto il nome di Goscinny c’è scritto, prima di tutto, “scrittore” e poi dopo “sceneggiatore di BD”, e oltre Asterix ci saranno il cowboy Lucky Luke, lo scolaretto Petit Nicolas, e altre icone nazionali. Goscinny raccontava di aver capito di voler fare lo sceneggiatore quando ha sentito qualcuno dire: “Lo sceneggiatore di fumetti? E’ un lavoro che può fare il primo imbecille che passa”. Ad Angouléme, città della nona arte per via del suo mega festival fumettistico, una Lucca d’oltralpe, gli hanno eretto un obelisco con incisa questa frase.</p><blockquote>A Parigi, sul cartello che indica rue René Goscinny, c’è scritto prima di tutto “scrittore”. Il fumetto è una cosa seria, è orgoglio nazionale</blockquote><p>Ma torniamo al posizionamento di questa via parigina, che scorre parallela tra Levi e Mann. Come loro, <b>anche Goscinny ha subìto personalmente la tragedia della presa del potere da parte dei nazisti: almeno undici familiari di René – zii, nonni – moriranno ad Auschwitz. Goscinny è figlio di un ingegnere chimico di Varsavia e di una donna ucraina, due emigrati in fuga con le famiglie dalle persecuzioni antiebraiche nell’impero russo.</b> Arrivano a Parigi durante la Prima guerra mondiale, dove si incontrano e si sposano. Un nonno è rabbino, l’altro è stampatore, autore del primo dizionario yiddish-ebraico. Quando René ha due anni i suoi si trasferiscono a Buenos Aires. Il padre va a lavorare non solo come ingegnere ma anche come membro della Jewish Colonization Association, che aiuta gli ebrei a fuggire dai paesi dove sono perseguitati (e la Shoah non è ancora arrivata). Liceo francese in Argentina, vacanze in Uruguay, nei weekend a cavallo nella pampa coi gaucho, lettura di fumetti portati da casa, da Parigi, o quelli del luogo, come le tavole che hanno protagonista Patoruzù, amerindo della Patagonia che vuole liberare il suo popolo dall’oppressione. Dalla Francia arrivano le lettere dei familiari che raccontano dell’obbligo della stella gialla, delle sinagoghe bruciate. Il padre giura fedeltà a De Gaulle a distanza, ma, mentre René finisce la maturità muore di emorragia cerebrale. La madre si trasferisce con i bambini da uno zio a New York. Non hanno soldi e il diciottenne René dopo lavoretti vari inizia a disegnare per un’agenzia pubblicitaria.</p><blockquote>Quest’anno si celebra il centenario della sua nascita. La rivista Casemate in copertina si chiede: “Goscinny va verso il Pantheon?”</blockquote><p>La guerra è appena finita e il ragazzo torna in patria giusto un annetto per il servizio militare, negli alpini. Si racconta che un generale, Jean de Lattre de Tassigny – gaullista, figura chiave della liberazione che aveva tenuto testa alla Wehrmacht nelle Ardenne – si sia innamorato dei disegni che Goscinny fa tra un’esercitazione e l’altra e lo abbia nominato, per questo, sergente, mandandolo a fare i poster per l’esercito. Dopo l’esperienza militare Goscinny decide di tornare a New York, perché lì, dice, il fumetto “non era considerata un’arte minore”, e bussa alle porte di riviste e giornali, e prova pure a lavorare per Walt Disney, ma senza successo. Torna così alla pubblicità, brevemente, perché conosce un altro figlio di immigrati russi ebrei, Harvey Kurtzman, che collaborerà con Playboy e fonderà quella rivista comica che ha fatto scuola, Mad Magazine (per un periodo Kurtzman lavorerà anche per la rivista del futuro presidente, l’autocelebrativo mensile Trump).<b>L’umorismo di Kurtzman, così come influenzerà per loro stessa ammissione registi come&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/07/02/news/buon-compleanno-a-mel-brooks-che-non-ha-intenzione-di-smettere-di-farci-ridere--401515">Mel Brooks</a><b>&nbsp;e Terry Gilliam, ha anche un ruolo formativo per il giovane René che, con l’americano, inizia a guadagnare i suoi primi soldi col fumetto. </b>Con il gruzzoletto messo da parte torna per le vacanze a Parigi, in nave, dove incontra un collega belga che lo presenta al connazionale Morris, educato dai gesuiti nelle Fiandre.</p><p>Morris, figlio di un fabbricante di pipe, ha appena creato un personaggio, un cowboy del vecchio west, ed è arrivato in America per meglio studiare l’ambientazione che vuole dare alle storie di questo cowboy solitario che crede nella giustizia. Ma è con Goscinny, che ne diventa lo sceneggiatore, che il personaggio prende la sua forma definitiva, inserendo nelle storie una forte critica sociale, e Lucky Luke diventa “l’uomo che spara più veloce della sua ombra”. <b>Diventa uno strumento pop attraverso il quale il mondo francofono e poi il resto d’Europa conoscono il vecchio west, o una sua versione. L’epica della frontiera assume un taglio comico, parodico. </b>In quegli anni Cinquanta, quando esplode il sogno americano e al cinema ci sono i film di John Ford e Robert Aldrich con Gary Cooper e John Wayne – non più solo epopea, ma anche contraddizioni e pistoleri tormentati – i giovani francesi e belgi imparano a conoscere i saloon, i canyon, le segherie e gli sceriffi con un taglio umoristico. Lucky Luke è un arbitro imparziale, un uomo guidato non dai soldi o dal potere, ma dalla volontà di portare la pace nei villaggi di frontiera. Si impara a ridere dell’America, di come è stata costruita, usandola come specchio dell’Europa che rinasce dopo il ‘45.</p><p>Goscinny racconta così il vecchio west ai francesi, ma diventa ancora più celebre quando decide di narrare anche il passato ai suoi connazionali – un passato in gran parte fittizio, per quanto legga il De bello Gallico. <b>Tutto nasce da un altro incontro, casuale, questa volta con Albert Uderzo, un francese figlio di due immigrati italiani, un liutaio della provincia vicentina e una toscana. </b>Uderzo e Goscinny sono entrambi, si direbbe oggi, due “prime generazioni”. Si incontrano per caso a Parigi, nei corridoi della World Press, sugli Champs-Elysées. Goscinny è tornato in pianta stabile in Europa. I due si stanno simpatici e iniziano a scrivere, con uno pseudonimo femminile, una rubrica di galateo. Si divertono e inizia la partnership fumettistica, e dopo alcune BD, arriva nel 1959 sulla neonata Pilote – una rivista che vuole “pilotare” i bimbi francesi, che vuole instillare la curiosità verso il mondo – un piccolo gallo con i baffi gialli che, accompagnato dal suo cagnolino e dal robusto amico scultore di menhir, regge ai soprusi colonizzatori dei centurioni romani. Il progetto nasce in un appartamento di Bobigny, Pilote sta per uscire e loro non hanno ancora un’idea. Poi iniziano a elencare i momenti gloriosi della Francia, e quando si fermano ai galli capiscono di aver fatto centro: in fondo, dice René, “i galli sono il nostro west”. Il modello fisico dei due protagonisti è quello di Stanlio e Ollio, i nomi sono due simboli tipografici, l’asterisco e l’obelo, o obelisco.</p><blockquote>Goscinny e Albert Uderzo si mettono a elencare momenti gloriosi della Francia. Arrivano ai galli e capiscono di aver fatto centro: “sono il nostro west”</blockquote><p>Per quanto si cerchino in Strabone casi reali, quella di Asterix è una lettura ucronica della storia, iper-patriottica, che dipinge gli antenati dei francesi come dei gozzovigliatori di cinghiali arrosto, spaventati che il cielo cada sulla loro testa, ma capaci, grazie a una pozione magica, di resistere alle legioni romane. <b>La saggezza celtica vince sull’ingegneria romana, un manipolo di ribelli irriducibili tradizionalisti riesce a reagire al Leviatano globalizzante di Roma, all’omologazione di uno stato centralizzato</b>. E’ Davide contro Golia. I galli si menano tra loro, litigano lanciandosi addosso pesci e sassi, ma alla fine di ogni episodio si ubriacano intorno al fuoco, mentre gli eleganti romani, sui loro triclini, nei palazzi rivestiti di marmo, accettano questo piccolo intoppo nella loro dominazione del globo. I viaggi di Asterix diventano un’esplorazione del mondo precristiano, i cliché novecenteschi vengono applicati ai costumi del 50 a.C., tra stoici britannici che curano il loro prato e bevono cervogia tiepida, ai corsi, suscettibili e ossessionati dalla vendetta e dalla siesta, fino agli elvezi, che amano puntualità, neutralità e formaggio. Spassosi anacronismi, con un po’ di grassofobia che di questi tempi avrebbe potuto far innervosire il mondo woke<b>. Dieci anni fa, presentandosi al Parlamento europeo, il filosofo Fernando Savater chiedeva ai deputati di leggere gli album di Asterix &amp; Obelix per capire gli europei, per non spaventarsi davanti ai comici stereotipi che hanno il potere di sdrammatizzare e indebolire i nazionalismi. </b>Anche perché la destra lepenista ha sempre cercato di appropriarsi della retorica dell’irriducibile villaggio gallico, secondo molti modellata invece sulla resistenza gaullista a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2024/07/08/news/mbappe-le-elezioni-e-il-riscatto-francese-dal-passato-di-vichy--99538">Vichy&nbsp;</a>e al terzo Reich. Politici di sinistra hanno invece esaltato l’ecologismo del villaggio e la sua governance democratica-collettivista. “Asterix, è di destra o di sinistra?”, si chiedeva il Nouvel Obs, e un deputato degli ecolò aveva risposto: “Nel villaggio le famiglie, le categorie professionali: tutto è stabile. Quindi, ovviamente, è anche lo specchio di una Francia di prima del 1968, abbastanza sicura di sé, molto ordinata, paternalista”.</p><blockquote>Fernando Savater chiese ai parlamentari europei di leggere Asterix &amp; Obelix, perché gli stereotipi aiutano a sdrammatizzare i nazionalismi</blockquote><p>Per chiudere il trittico delle tre grandi produzioni goscinniane, insieme a un maestro come Sempé, che diventerà uno dei più amati illustratori di copertine del New Yorker, nasce invece Petit Nicolas, che trova la sua forma ideale in libri illustrati. Non è un caso che il primo volume esca nel 1959, lo stesso anno in cui nelle sale arriva I 400 colpi di Truffaut. Perché come l’Antoine Doinel, simbolo della Nouvelle Vague, il piccolo Nicolas è un bambino che naviga nell’urbanità francese, nelle strade e nelle piazze e nei parchi, confrontandosi con le contraddizioni del mondo degli adulti. E’ uno specchio ottimista della società del dopoguerra, degli anni Sessanta, dove le angosce degli dei grandi e i conflitti non arrivano a disturbare (troppo) i giochi nei cortili della scuola. Un po’ come con i Peanuts, i suoi amichetti scolaretti rappresentano le virtù e le idiosincrasie umane. “Petit Nicolas è intramontabile, perché non è mai stato alla moda”, ha detto la figlia di Goscinny, Anne. “E’ questo il suo segreto. Nicolas non è invecchiato, non è cresciuto”. <b>“Petit Nicolas era già demodé allora”, dice Sempé, perché quella Francia inizia a non esistere più, modellata sulle loro infanzie, così diverse eppure con topoi in cui tutti riescono a rivedersi.</b> Nelle pagine è rappresentata un’infanzia ideale, dove gli scolaretti fanno i monelli coi maestri e mangiano la torta di mele. Alla morte di Sempé, nel 2020, il presidente Macron parlerà di “tenera ironia e di delicatezza dell’intelligenza”. E’ così famoso in Francia che quando Sarkozy salirà all’Eliseo, Petit Nicolas diventerà, per via della statura del presidente, uno dei soprannomi usati dagli avversari e dalla stampa, con tanto di vignette. Quando è andato in carcere Charlie Hebdo ha rilanciato il nomignolo, facendo un appello per “far uscire il piccolo Nicolas di prigione”.</p><p>Goscinny negli anni Sessanta, appassionato di crociere, conosce in una nave per le Antille la sua futura moglie, 24enne studentessa di lingue orientali, che non lo riconosce. Così lui le regala il giorno dopo una copia delle avventure di Petit Nicolas. Leggendolo lei pensa: “Quest’uomo è un genio!”. Si sposano nel borghesissimo 16esimo arrondissement, dove vanno a vivere, stesso quartiere dove lui ha portato la madre da New York non appena ha messo da parte un po’ di soldi. Goscinny morirà dieci anni dopo, nel 1977, a 51 anni, per un infarto. E le sue creazioni continuano a far cassa.<b> Ancora oggi, venduti anche nei supermercati, negli autogrill, dai benzinai, gli album di Asterix entrano in classifica. Ne esce uno nuovo ogni anno, con nuovi disegnatori e sceneggiatori, a dicembre, momento d’oro degli acquisti</b>. In tutto a firma di Goscinny sono stati venduti oltre cinquecento milioni di volumi. E poi al cinema: sia il cowboy che lo scolaretto diventano film, serie, e di Asterix esistono una quindicina di lungometraggi, quattro con l’ex amico di Putin, Gerard Depardieu nella parte di Obelix. Un brand che continua a far sognare i francesi, nel loro puro spirito napoleonico, facendogli credere che, in fondo, con i barbari tenevano testa agli antichi colonizzatori, che con la ligne claire e le battute si può riscrivere la storia, far fare ai romani la figura dei babbei.</p><p>Ma la fama di Goscinny non si deve solo ad aver un po’ piegato la storia per celebrare i piccoli vinti. Qualche anno fa il museo dell’arte e della storia dell’ebraismo di Parigi ha dedicato a Goscinny una mostra, per riscoprirne le origini e, anche se si intitolava Al di là della risata, anche per celebrarne lo humor ebraico.<b> Uno humor che va di pari passo con la critica del potere, in puro stile fratelli Marx, quasi anarchico, e con la creazione di astuti antieroi disinteressati al guadagno personale. </b>I protagonisti non sono animati da forza bruta, ma da un omerico “ingegno multiforme”. Definito “Molière del fumetto” anche per una forma di moralismo, e pure “Victor Hugo della BD”, Goscinny è stato capace di mostrare i fastidiosi tic della burocrazia e le ipocrisie sociali, come oggi non è più così facile fare. “Quando si è molto giovani”, diceva, “lo humor è una difesa. In seguito può diventare un’arma”.</p>]]></description>
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				<title>Eva Caianiello: “Mio padre, pioniere della cibernetica tra gli Stati Uniti e Napoli”</title>
				<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pioniere della cibernetica, precursore degli studi sull’Intelligenza artificiale, studioso della teoria quantistica dei campi, il napoletano <b>Eduardo Renato Caianiello</b> fu anche un organizzatore culturale che impresse notevole sviluppo alla fisica italiana nel secondo Novecento. Decisivo per lui, nell’immediato dopoguerra, il completamento della formazione negli Stati Uniti, dove da vincitore di una borsa di studio al Mit di Boston soggiornò per circa tre anni: un cospicuo epistolario con la moglie Carla Persico e con i famigliari rimasti a Napoli, riordinato dalla figlia secondogenita Eva, ha vinto il Premio Pieve Saverio Tutino nel 2025 ed è di prossima pubblicazione per il Mulino (“Dovunque la fisica fosse Fisica. Lettere 1948-1951”).</p><p>La corrispondenza non ritrae solo l’intimità di Caianiello, ma lumeggia le differenze tra due mondi e due accademie lontanissime, l’euforia degli incontri con grandi scienziati, la malinconia della distanza dalla città dove il giovane fisico sceglierà di tornare. Eva, docente di matematica e antropologa, ha ricomposto con la cura del carteggio anche tasselli di memoria personale.</p><p><i>Perché suo padre preferì il ritorno a una facile carriera in America?</i></p><p>La ragione privata fu l’attaccamento alla famiglia e la difficoltà di trasferirla oltreoceano, ma anche il rispetto per mia madre che teneva molto al proprio lavoro di insegnante e doveva prendersi cura delle loro due figlie, che poi sarebbero diventate quattro. Ci fu però anche un’altra ragione che lo convinse: <b>lui si sentiva un uomo della Magna Grecia, voleva sviluppare le sue ricerche su dimensione internazionale ma mantenendo il centro a Napoli</b>.</p><p><i>Nel 1955 vince il concorso e occupa la cattedra di fisica teorica a Napoli, rimasta vacante salvo un breve periodo dalla morte di Ettore Majorana. Poté contare, in un ambiente accademico piuttosto asfittico, sull’appoggio di un genio quale Renato Caccioppoli.</i></p><p>Era un rapporto di stima e affetto reciproci. Caccioppoli era stato testimone di nozze dei miei genitori e aveva incoraggiato la permanenza americana di mio padre perché la riteneva importante per la sua formazione, anche se per motivi ideologici non amava gli Stati Uniti.</p><p><i>Già nel ’56 Caianiello riesce a beneficiare di un congruo finanziamento per il neonato Istituto di fisica teorica, dove ospiterà anche scienziati stranieri.</i></p><p>Ottenne un consistente contributo dal governo americano e aprì una nuova sede per la scuola di perfezionamento in fisica teorica e nucleare, con Werner Heisenberg che andò a tenere la lezione introduttiva. Si adoperò per realizzare costanti scambi di conoscenze a livello internazionale e perseguì l’obiettivo di un linguaggio comune tra le discipline scientifiche. Era rimasto colpito dal lavoro di Norbert Wiener e animò un progetto in cui coinvolse il neuropsichiatra Valentino Braitenberg, dedicato alle reti neurali, che scaturiva dall’interesse per il funzionamento del cervello umano. Fu un organizzatore instancabile: nel 1968 avrebbe inaugurato il Laboratorio di cibernetica del Cnr, autonomo dall’università; nel 1981 fondò lo IIass (International Institute for advanced scientific studies); nel 1989 contribuì alla nascita di Siren, la Società italiana di reti neuroniche di cui fu presidente fino alla morte nel 1993.</p><p><i>Il carteggio con sua madre rivela uno scienziato che dava peso all’educazione umanistica. Parla con entusiasmo dei libri che acquista, consiglia la lettura in originale di Jonathan Swift, addirittura confida: “La mia passione per la poesia cresce ogni giorno… sta diventando più forte del mio interesse per la fisica, e spesso mi sono chiesto se ho, o non ho, sbagliato strada”.</i></p><p>Per lui gli studi classici erano fondamentali: <b>nei momenti di solitudine si confortava con Shakespeare e i pensatori greci</b>. Nutriva una spiritualità di cui non so in quanta misura oggi dispongano gli ingegneri che sviluppano l’Intelligenza artificiale. Al contempo riteneva importante, per gli umanisti, una formazione scientifica di base con cui corroborare le valutazioni che si fanno nella vita.</p><p><i>Come ha ritrovato il carteggio?</i></p><p>Alla morte di mia madre, svuotando casa, mia sorella Orietta ha raccolto l’epistolario che ho poi esaminato e risistemato in ordine cronologico. <b>Ero incerta sulla sua destinazione finché ho saputo dell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano</b>.</p><p><i>Che effetto le ha suscitato la lettura?</i></p><p>Formativo, emozionante. Mi ha colpito anche l’epistolario precedente al periodo americano, che riguardava il rapporto di Eduardo e Carla prima del matrimonio. Si scrivevano tantissimo pur abitando nella stessa città: ogni lettera un’analisi reciproca densa di considerazioni psicologiche.</p><p><i>Quando si erano conosciuti?</i></p><p>All’università, poi mio padre era partito volontario per la guerra. Sopravvisse a El Alamein però si fratturò una gamba in Tunisia e riuscì a essere imbarcato sull’ultima nave ospedale diretta a Napoli, dove fu ricoverato e rincontrò mia mamma che faceva la crocerossina.</p><p><i>Un suo personale amarcord?</i></p><p><b>La casa di Posillipo in cui sono cresciuta: era un crocevia di scienziati da tutto il mondo in una città che viveva gli anni Sessanta all’insegna della vivacità culturale, mentre già maturavano i semi della contestazione giovanile</b>. Mio padre si confrontò serenamente con i suoi studenti perché non era un algido professore: aveva appreso dagli americani quella “informality” allora così rara negli atenei nostrani e che era diventata un suo tratto distintivo. Detestò sempre il servilismo accademico e la politica piegata a meri fini personali.</p>]]></description>
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				<title>La canna pensante di Pascal e il potere sovrumano dell’AI</title>
				<pubDate>Sun, 13 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>I ragazzi di Extinction Rebellion pensavano che il problema fosse la casa che brucia, invece il problema sembra essere la casa che pensa. Parlo del potere sovrumano (superhuman) dell’<b>Intelligenza Artificiale</b> che corre disperatamente in solitario verso la soluzione di problemi matematici impossibili (i problemi del Millennium Prize), che esprime e mette in atto volontà perverse negli hackeraggi incontrollati e induce fior di esperti a suonare l’allarme: fine dell’umanità. Io vorrei semplicemente non crederci. Considerare il tutto un campionario di fantascienza. Vorrei sospettare che questo satanismo tecnologico viene scovato e denunciato nel quadro di una battaglia furiosa per il controllo delle applicazioni sui mercati, e delle regole da adottare e degli investimenti da fare o da impedire. <b>Però ricordo&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/blaise-pascal_1432" target="_blank">Pascal</a><b>, un filosofo un cristiano e uno scienziato che nel Seicento, a metà del secolo, individuò il segno di virtù e di pericolo, di grandezza e di dolore dell’umanità nel fatto che l’uomo è una canna, solo una canna, ma una canna che pensa</b>. E tutto quello che sembra immenso e terribile, a partire dal nostro sguardo innamorato e timido e impaurito verso il cielo e le stelle, può essere oggi, secondo una marea di decrittatori del fenomeno dell’Intelligenza Artificiale, finire iscritto in un algoritmo divinizzato, un nuovo angelo caduto il cui volo infernale nessuno avrebbe potuto prevedere, uno strumento apparente che sorpassa di gran lunga, in fantasia e spirito pratico, ogni tipo possibile di capacità umana.</p><p>Interpellati dal Wall Street Journal o intervistati da Anderson Cooper per la Cnn, gli scienziati del settore, e chiamiamolo settore, mescolano le loro previsioni apocalittiche, ritirandosi in certi casi dalle aziende come Open AI e Anthropic e invocando un fermo generale, con le sessioni di conversazione biblica delle comunità, con le preoccupazioni delle famiglie, con l’allarme sociale di cui nel paese e nelle situazioni in cui davvero l’Intelligenza Artificiale si sviluppa furiosamente e si applica nel disordine creativo e nel mistero concernente i suoi approdi finali, compresa la famosa e chissà se dimostrabile estinzione del pianeta e dei suoi abitatori. Uno di loro, non credo per spaventarci, dice: “Non dirò che ormai è fatta, ma nemmeno che si possa escludere che sia fatta”. <b>E si parla della compromissione del favoloso futuro, la cui migliore prerogativa è sempre stata quella di non esistere, di essere una X, un’entità ignota e imprevedibile</b>. Qui tentammo e tentiamo con successo e curiosità uno scherzo abbastanza bonario, o un’escogitazione sperimentale ingegnosa, il giornale scritto e pensato dalla macchina AI, idea realizzata in quattro e quattr’otto, apparentemente semplice e innocua, sebbene accolta, e non poteva essere diversamente, con uno stupore mai prima provato nella vita di fronte a articoli e pezzi di vita professionale riprodotti e costruiti con un allenamento di base apparentemente assai semplice da algoritmi che controlliamo in ottimismo e allegria, ma solo fino a un certo punto.</p><p>C’è qualcosa oltre quel punto? C’è sul serio un problema esistenziale che riguarda il genere umano? <b>Bisognerebbe discuterne con razionalità, se la razionalità può ancora essere considerata un’appendice del corpo e dell’anima personale di ciascuno</b>. Non è facile. Di matematica so poco, e pare che proprio il campo della matematica sia quello che preoccupa di più, al di là delle azioni cyber che si svincolano dalla nostra capacità di controllo e alludono a un potere superumano non solo di pensare ma di fare.</p>]]></description>
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