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		<title>Cultura</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 14:36:27 +0200</pubDate>
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				<title>Rai, figure esterne per mettere la palla in studio (ed è pure bucata)</title>
				<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 05:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. Questa volta si può dire: la Rai è nel pallone. <b>Vuole pubblicizzare i Mondiali 2026 con una palla di calcio ma i dipendenti interni si rifiutano di poggiarla sulle scrivanie</b> (e la palla è pure bucata). Una televisione pubblica sta ridendo per questa storia. Cosa pensa di fare la Rai in vista dei mondiali, un mondiale senza Italia? Pensa di ricordare l’evento posizionando in bella vista un pallone di calcio sulle scrivanie dei programmi e dei tg. Facile a pensare, difficile a farsi: gli assistenti di studio si rifiutano e si deve ricorrere a figure esterne. Dove sta il guardalinee, chi fa l’assist e mette la sfera sul bancone?<b> E’ un dilemma, un compito delicatissimo, una sforbiciata di competenza</b>. Pochi giorni fa, alle ore 20, al Tg1, esplode il panico. Si deve andare in onda, in studio c’è Laura Chimenti, ma il rebus non è risolto. Chi posiziona la palla sul dischetto? Partono raffiche di mail tra i vari uffici Rai, la foresta Rai, che si occupa di questioni tecniche e si decide infine che il gravoso lavoro deve essere eseguito da figure esterne chiamate “Labor”. Sono figure vestite come i vecchi arbitri degli anni Novanta, tutte di nero, collaboratori che spostano scrivanie, sgomberano studi, muovono poltrone.</p><p>Per fortuna, per quella sera, per quel quarto di finale, si trova un poverocristo che posiziona lo sciagurato pallone. Peccato che il giorno dopo si ricomincia e qui arriviamo all’apologo. <b>Chi afferra la palla scopre con sgomento che la palla si è ammosciata</b>. In breve: il pallone è sgonfio, semi bucato. Come intervenire? Ma soprattutto: chi è stato a bucare il pallone? Sarà stato Milo Infante che abbandona la Rai per Mediaset? Dove era stato conservato? In quale spogliatoio Rai? Sono stati momenti drammatici e non è escluso che parta una seria indagine interna per capire come la palla si bucò e in rete non andò. Tranquilli, sono stati richiesti nuovi palloni. Non abbiamo il Mondiale, ma abbiamo la Rai, la tv campione del mondo di allegria (e burocrazia). Milo Infante, la palla!</p>]]></description>
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				<title>Venezi contro La Fenice: impugnato il recesso del contratto</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 11:48:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La direttrice d'orchestra <b>Beatrice Venezi ha formalmente impugnato il recesso dal rapporto di collaborazione con il Teatro La Fenice,</b> contestando la decisione resa pubblica nelle scorse settimane e ribadendo la volontà di proseguire regolarmente l'attività professionale prevista dal contratto sottoscritto tra le parti. Tutto questo proprio nel giorno in cui il sovrintendente Nicola Colabianchi presenterà la nuova stagione 2026/2027 del teatro veneziano. A settembre scorso&nbsp;<b>Colabianchi aveva annunciato che&nbsp;</b>Venezi sarebbe dovuta diventare&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2025/09/23/news/la-fenice-a-venezi-scelta-politica-che-pero-potrebbe-essere-un-buon-affare--119586" target="_blank">direttrice musicale della Fenice&nbsp;a partire da ottobre 2026</a>&nbsp;e per i successivi quattro anni. Ma, dopo mesi di polemiche per una nomina "non concordata", secondo coro e orchestra, riguardante un profilo ritenuto inadatto dal punto di vista tecnico e soprattutto dopo l'intervista a un quotidiano argentino in cui Venezi diceva che&nbsp;i posti nell’orchestra del teatro veneziano “praticamente si tramandano di padre in figlio”, <b>il sovrintendente ha&nbsp;annullato tutte le collaborazioni.</b></p><p>Secondo quanto si legge nella lettera inviata tramite pec nella tarda serata di ieri, 9 giugno, dagli avvocati della musicista alla Fondazione lirico-sinfonica veneziana, di cui l'Adnkronos ha preso visione, Venezi sarebbe venuta a conoscenza attraverso gli organi di stampa della comunicazione rilasciata il 26 aprile scorso dal sovrintendente, che annunciava l'interruzione del rapporto di lavoro <b>''per presunte e apodittiche 'dichiarazioni', in alcun modo precisate, rese dal maestro Beatrice Venezi ad una non meglio individuata e precisata 'stampa internazionale' e che in ragione di tali presunte ed imprecisate dichiarazioni sarebbe stata lesa l'immagine della Fondazione''.</b> Nella lettera,&nbsp;firmata oltre che da Venezi anche dall'avvocata Maria Cristina Lanero e dall'avvocato Francesco Andretta, si puntualizza che il rapporto di lavoro è stato ''costituito con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, decorrente dal 1° ottobre 2026 al 5 marzo 2030''. Nella comunicazione, i legali di Venezi dello Studio Legale Andretta di Napoli contestano la legittimità del provvedimento, definendolo ''nullo, illegittimo, inefficace e discriminatorio''. <b>La direttrice sostiene, infatti, che le dichiarazioni contestate non siano state specificate e che le motivazioni addotte dalla Fondazione risultino generiche</b> e<b>&nbsp;</b>manifesta la propria disponibilità a rispettare gli impegni contrattuali assunti.</p><p>Nella lettera, Venezi scrive che lei, "in ossequio all'impegno contrattuale assunto, intende continuare a mettere a disposizione della stessa Fondazione le proprie energie e prestazioni artistiche professionali e compiere tutte le attività professionali, organizzative e produttive preliminari ed essenziali al rapporto lavorativo siglato tra le parti, nonostante le numerose attività ostative ad oggi poste in essere dalla dirigenza apicale al fine di limitare ed impedire l'esecuzione delle stesse prestazioni lavorative". <b>I legali concludono riservandosi l'adozione dei ''provvedimenti ritenuti più opportuni e prudenziali a tutela dei diritti e degli interessi della propria assistita''.</b></p>]]></description>
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				<title>Oggi Papa Leone XIV inaugura l&#039;elemento che fa della Sagrada família la chiesa più alta del mondo</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Roberto Persico</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il 10 giugno 1926 Antoni Gaudí muore, tre giorni dopo essere stato travolto da un tram per le vie di Barcellona. <b>Il 10 giugno 2026 Papa Leone XIV inaugura la Torre di Gesù, che fa della Sagrada família la chiesa più alta del mondo</b>. Nel secolo intercorso, l’architetto Gaudí è assurto a fama indiscussa. Ma l’uomo Gaudí è rimasto un po’ nell’ombra, spesso oscurato da “biografie novellate in cui si insinua che fosse omosessuale, perché poco fortunato nelle relazioni con le donne; che fosse ecologista, concetto estraneo alla sua epoca; che fosse massone, sulla base di interpretazioni malevole di alcuni dettagli della sua opera; ma anche un fanatico fondamentalista cristiano”, scrive <b>Chiara Curti</b> in <i>Gaudí vivo</i> (ed Ares). Letture costruite per lo più a tavolino, col pretesto che nel 1936 lo studio Gaudí venne incendiato dai rivoluzionari della Federación Anarquista Iberica, così che moltissima documentazione andò perduta: “Questo episodio diventa l’argomento decisivo: i documenti non esistono. Di qui una giustificazione implicita della disattenzione verso i documenti originali conservati altrove, dati spesso per inesistenti”.</p><p>La strada intrapresa da Chiara Curti è diametralmente opposta: “Il metodo utilizzato è stato quello dell’amore. Perché solo quando si ama una persona la si conosce davvero”.<b> L’amore di Chiara per Gaudí comincia al tempo della tesi di dottorato, e l’ha portata fino a insegnare alla facoltà Antoni Gaudí di Barcelona</b> e a sedere accanto Jordi Faulí, architetto capo della Sagrada, nella conferenza che ha inaugurato l’anno dedicato all’architetto catalano. Nel frattempo, Chiara ha raccolto una mole impressionante di testimonianze di ogni genere, che le permettono di tracciare la fisionomia di Gaudí in modo decisamente più ricco di qualunque studio apparso finora.</p><p>Quando non è in giro per la campagna, Antoni è a lavorare nella bottega del padre, calderaio, dove “il gesto che piega il metallo introduce il piccolo a un mondo dove c’è poco spazio per la teoria pura, mentre scopre la bellezza delle forme curve e del lavoro manuale”. Troviamo poi il giovane Gaudí all’università, dove comincia subito a mostrare la sua assoluta originalità, tanto che i professori si chiedono “se stessero laureando un genio o un pazzo”. <b>Pochi mesi dopo il Comune gli affida il suo primo incarico, e Gaudì si trova proiettato nella Barcellona che conta.</b> Ma non dimentica le sue origini operaie, anzi le rivendica orgogliosamente. E comincia subito a mostrare la sua generosità: agli amici che lo ospitano regala “un belvedere, una fonte, una grotta, e così via. Opere senza firma, ma difficili da non riconoscere come sue”, mentre comincia a progettare e realizzare gli edifici che gli daranno la fama. <b>Arriva quindi l’incarico della vita, la Sagrada Família</b>. E qui Curti ci porta all’interno del cantiere, nei rapporti con gli operai  e anche nei quartieri popolari che intanto stanno crescendo intorno alla chiesa, dove Gaudì si reca spesso, aiuta, consiglia, diventa una figura amata e ricercata. Fino all’ultimo decennio della sua vita, quando la Barcellona che conta gli volta le spalle, perché “che un uomo giunto alla massima fama vivesse come e con i poveri della città non piaceva”. Ma al funerale ci sono tutti, ricchi e poveri, a decine di migliaia. “Il 10 giugno 1926, il Tempio espiatorio della Sagrada Família cessò di essere il sogno di un uomo solo alla periferia di Barcellona e divenne l’opera di un popolo”.</p>]]></description>
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				<title>Abolire le tesi di laurea fatte con la AI? E’ già realtà, dicono due docenti</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Marianna Rizzini</author>
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				<description><![CDATA[<p>La scena più o meno era questa, ed è una scena i cui particolari si sono svelati via via nel corso degli ultimi due anni, raccontano all’unisono <b>Giorgio Caravale</b>, docente di Storia moderna presso l’Università degli Studi Roma Tre, e <b>Lisa Roscioni</b>, docente di Storia Moderna alla Sapienza Università di Roma: improvvisamente, sulle scrivanie dei professori abituati da tempo a tesine di laurea triennale scritte per così dire in modo un po’ grossier – tesi a cui si doveva magari rimettere mano correggendo la forma, dice Caravale – <b>sono arrivati e addirittura piovuti elaborati il cui livello, dice Roscioni, “si era alzato considerevolmente”. </b>Considerevolmente ma non inspiegabilmente: tra controlli incrociati, prove empiriche, supposizioni e confessioni degli stessi studenti, si è giunti presto alla conclusione che il balzo in avanti nel livello di elaborazione e stesura delle tesine fosse dovuto non tanto a un corso intensivo di scrittura accademico-creativa quanto a un uso intensivo ed estensivo della&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">AI</a>.</p><p>Che gli studenti ne facessero uso era noto, che la usassero come supporto anche i docenti pure (e chi non? era insomma il pensiero sotteso), <b>ma  il fatto di essere giudicati a due passi dalla laurea sulla base di una tesina scritta dal convitato di pietra robotico era parso d’un tratto paradossale, a tratti surreale.</b> Un teatro, anzi un teatro nel teatro, con il prof in modalità radbomantica costretto, raccontano Caravale e Roscioni, a fare a ritroso o a intuito il percorso dello studente lungo le autostrade della AI, per capire se tizio o caio avesse copiato e quanto, spesso illuminati dall’indizio degli indizi: la bibliografia quasi inventata. Morale: “Non aveva senso”, dice Caravale, raccontando che a Roma Tre, nel suo e in altri dipartimenti, si è deciso allora di eliminare le tesine per le lauree triennali (anche se non per le più complesse lauree magistrali), con l’escamotage – in ottemperanza alle regole ministeriali – di giudicare lo studente su una dissertazione orale, previo caricamento online di un elaborato scritto non sottoposto a valutazione. Il tutto per poter valutare nella sostanza, fuor di copia-e-incolla, se il laureando “fosse in grado di approfondire, collegare, argomentare. Una sorta di “rivincita dell’oralità”, dice Caravale. E senza nulla togliere al ruolo della AI, “formidabile scorciatoia”, dice Roscioni.</p><p>Semplicemente prendendo atto e andando avanti. All’Università Sapienza le tesine scritte non sono state ancora eliminate, ma quello è per molti docenti l’obiettivo, anche per uscire dal gorgo a volte tragicomico a volte energivoro del “chi ha copiato da chi”. Eppure, davanti alla possibile e precipitosa discesa nella totale assenza del pur minimo esercizio cognitivo e critico del laureando, l’oralità, dice Roscioni, si offre come soluzione: “E pensare che l’antropologo e filosofo Walter J.Ong, nel 1982, nel suo saggio ‘Oralità e scrittura’, aveva predetto l’approdo dell’umanità a una forma di ‘oralità secondaria’”.</p>]]></description>
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				<title>Uffizi (non) suoi. Le solite e facili dimissioni di Montanari per la nomina di un buon cda</title>
				<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mi si nota di più se mi dimetto col broncetto o se resto ed evito di straparlare di “lottizzazione del patrimonio culturale” da Lilli Gruber? <b>Imbronciato come un putto manierista, Tomaso Montanari ha scelto la prima strada e si è dimesso dal Comitato scientifico degli Uffizi. </b>As usual, del resto: si era già dimesso una volta nel 2020 (allora in compagnia), quando gli Uffizi decisero di prestare il Leone X di Raffaello per la grande mostra dei Roma. Era contro. Poi il ministro Franceschini lo convinse a stracciare le dimissioni. Non fu difficile. Questa volta non andrà così, un po’ perché&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/alessandro-giuli_36341" target="_blank">il ministro Giuli</a>&nbsp;non ci pensa nemmeno, un po’ perché il suo incarico scadrà a ottobre, dopo le ferie. Dimissioni un po’ facili. La vicenda è di quelle pretestuose e saccenti a cui da molti anni ci ha abituato Montanari, il magnifico rettore dell’Università per stranieri di Siena e lo straripante insultatore seriale di chiunque non sia della sua parte politica nelle trasmissioni di La7.</p><p>Ai tempi di Raffaello lo spunto polemico era la mercificazione dell’arte. Stavolta il beau geste a prezzi di saldo è anche più forzoso. Dalla Gruber, con l’aria del martire, ha detto: “Ho appreso dalla stampa il decreto di nomina del nuovo cda degli Uffizi in cui si nominano il segretario alla presidenza del Consiglio già braccio destro di Brunetta, un professore universitario già direttore della fondazione Farefuturo di Fini, un ex candidato di Fi alla regione Toscana trombato. Si stanno prendendo tutto. <b>Non si tratta di egemonia culturale, ma di lottizzazione del patrimonio culturale”.</b> Manco avessero nominato Epstein. Il metodo è sempre lo stesso, pavloviano: un governo che non è il tuo nomina nell’infosfera culturale qualcuno che non è tuo parente (culturale) ed ecco che quantomeno sono lanzichenecchi. Anzi peggio fascisti. Ma basta guardare i fatti e tutto è più semplice. Il precedente cda degli Uffizi scaduto a fine 2025 era in proroga. Il ministro ha provveduto a nominarne uno nuovo. <b>Montanari avrebbe potuto dimettersi dal Comitato scientifico per contestare il vulnus di avere un museo così importante senza cda per sei mesi: niente.</b> In quello uscente c’erano, con  Eike Schmidt allora direttore, ora c’è Simone Verde, l’ex politico ed ex docente fiorentino Valdo Spini; Aurélie Filippetti, ex ministro della Cultura francese, lo storico dell’arte Fulvio Cervini e Stefano Casciu, allora direttore dei musei della Toscana.</p><p>Nel nuovo cda  il ministro della Cultura ha nominato personalità di tutto valore come Carlo Deodato, segretario generale di Palazzo Chigi (con Enrico Letta e Draghi, tra gli altri, e del resto “già braccio destro di Brunetta” può essere considerato insulto solo da profili di livore politico à la Montanari) e Alessandro Campi docente, politologo, engagé in politica anche meno direttamente di Valdo Spini. Soprattutto c’è Carmen Bambach, tra le maggiori specialiste mondiali di Leonardo e attualmente responsabile del dipartimento Disegni e stampe del Metropolitan Museum of Art. Forse uno sforzo di maggior fantasia il Mic poteva farlo per la nomina di Stefano Mugnai, che ha dalla sua il ruolo di politico in Toscana ma non un profilo critico o curatoriale. Carlotta Paola Brovadan è la direttrice succeduta a Cascio, avrebbe fatto persino parità di genere. Quanto al dare di “trombato” a un politico per bene come Mugnai, basterebbe ricordare il brillante passato di Montanari. <b>Alessandro Giuli gli ha risposto per le rime, “se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato”.</b> Ma l’aspetto più grave delle intemerate di Montanari è che hanno chiamato in causa una personalità come Bambach, lasciando intendere che il suo ruolo possa essere foriero di conflitti di interesse, sostenendo che il Met  sia “strutturalmente interessato al prestito di opere degli Uffizi”. <b>Ma al di là dei personalismi, la cosa davvero censurabile è avere messo in dubbio l’autonomia e il prestigio degli Uffizi, il maggior museo italiano, ottimamente gestito (se così non fosse, Montanari ha avuto anni per dimettersi), come davvero fosse sull’orlo  di una “lottizzazione del patrimonio culturale”.</b> Non è così. Sono cose che si possono dire dalla Gruber.</p>]]></description>
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				<title>Il divorzio tra il MAXXI e Francesco Stocchi</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 11:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il MAXXI ringrazia <b>Francesco Stocchi</b> per il suo percorso alla direzione artistica, che proseguirà fino alla fine di giugno 2026. In un clima di reciproca valorizzazione dell’esperienza condivisa, il MAXXI e Francesco Stocchi hanno maturato la decisione di non procedere con un nuovo mandato”. “Sono grato al MAXXI e a tutto il team per il percorso condiviso in questi anni e per l’opportunità di contribuire alla vita di un’istituzione così centrale per il contemporaneo, accompagnandone una fase di ricerca e trasformazione”. <b>Quando un comunicato condiviso suggella in toni pacati una separazione consensuale, significa che sotto le forme sono bruciate parole, punti di vista e interpretazioni dei propri ruoli importanti.</b> Francesco Stocchi, solido profilo internazionale di curatore di arte moderna e contemporanea, è anche curatore dal 2020&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/arte">del Foglio Arte</a>. Nella sua parte di comunicato ha voluto uscire dalla forma: “Curare la programmazione di un museo equivale a tracciare la rotta di un viaggio collettivo. E’ un compito che richiede responsabilità e visione, delineando una traiettoria capace di tenere insieme l’ambizione culturale, il rigore scientifico e l’apertura alla pluralità dei pubblici”.</p><p>Gli addii, e i probabili cambi di rotta del museo-cattedrale di Zaha Hadid – per ora non è indicato se sarà scelto un nuovo direttore artistico esterno o se si procederà per vie interne – non sono tragedie. Però in qualche caso, e questo sembra esserlo, <b>sono occasioni per riflettere più in grande sulla natura dei musei,</b> sul loro destino e ruolo pubblico. E in un paese complicato come l’Italia – l’Italia culturale non fa eccezione – anche sui modi scricchiolanti della governance pubblica.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2023/06/27/news/chi-e-francesco-stocchi-fogliante-e-nuovo-direttore-artistico-del-maxxi--166799">Stocchi era stato scelto tramite una selezione internazionale a chiamata</a>&nbsp;da <b>Alessandro Giuli, </b>tre anni fa presidente della Fondazione MAXXI. Un mandato di 5 anni, periodo ragionevole per realizzare un percorso. (Di solito, in questi casi, diventa un 5 + 5). Quello nato per essere il più importante museo statale di arte contemporanea in Italia aveva bisogno di trovare una vera identità e una linea artistica coerente. I<b>l passaggio di Giuli al Collegio Romano ha comportato formalmente il decadimento del mandato di Stocchi come direttore artistico; la nuova presidente della Fondazione, Maria Emanuela Bruni, aveva optato per una soluzione ponte di un solo anno, un dimezzamento, che scade ora</b>.</p><p>Quella di ieri è solo la certificazione di una rottura già sancita. Determinata non certo dalle capacità di ognuno, ma da una governance duale e ibrida, diversa dalla direzione (autonoma) dei grandi musei nazionali. <b>Del resto il MAXXI è un museo ibrido, senza collezioni permanenti,</b> di fatto uno spazio di programmazione. <b>Emanuela Bruni </b>ha un profilo e un intendimento diverso da quello che aveva animato il breve indirizzo di Giuli, riconosce che Stocchi ha “contribuito a una visione rinnovata degli spazi del Museo” – la nuova hall-spazio pubblico, l’intervento green all’esterno del paesaggista Bas Smets. Ma allo stesso tempo, punta a un museo che porti  un pubblico più ampio, anche attraverso mostre o eventi non strettamente legati all’arte come la moda.</p><p>Tempo fa Stocchi rifletteva sul fatto che i musei stanno vivendo “un periodo crisi identitaria, una crisi che trovo feconda, in bilico tra vocazione educatrice e apertura verso pubblici più ampi”. <b>E’ giusto pensare ai musei, soprattutto di caratura architettonica come il MAXXI “come luoghi unici, da abitare”. Ma la differenza la fanno i linguaggi. </b>Comprensibile che un curatore d’arte veda con meno entusiasmo mostre pur di successo come “Memorabile. Ipermoda” del 2024. Né tantomeno lo sbarco il prossimo anno delle celebrazioni – già confermate per marzo 2027 – dei cinquant’anni di carriera di<b> Vasco Rossi</b>. Certo, i musei devono moltiplicare le specializzazioni e contribuire alla propria sostenibilità, ma programmare mostre di grande respiro internazionale richiede ormai anni. Che un museo ibrido come il MAXXI non ha sempre a disposizione. <b>Il cambio di direzione servirà a decidere la strada da intraprendere.</b> Stocchi curerà una mostra già in cantiere per l’autunno, è ancora dubbio se continuerà da esterno a seguire altri progetti.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>I Clash e quel mondo di rinascita caotica chiamato Bologna</title>
				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Stefano Pistolini</author>
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				<description><![CDATA[<p>Esce un libro che contribuisce a mettere un mattone nella ricostruzione di una storia fin qui poco descritta, prima di tutto per l’obsolescenza o l’assenza delle fonti primarie. <b>Il soggetto è la controcultura italiana, anche nota come cultura alternativa, che ha animato, provocato e insufflato lo scenario creativo e intellettuale del paese</b> in un momento in cui pure si poteva pensare che le questioni fossero così pesanti e tragiche che c’era altro di cui interessarsi che i latrati dell’underground. Invece là sotto tantissimo si muoveva, come pensiero, invenzione, come fattore umano e grande sarà il debito a fronte di quanto e chi uscirà da questo serbatoio.</p><p>Il volume si chiama “<a href="https://www.amazon.it/Bologna-concerto-Maggiore-nellanno-lItalia/dp/888574799X/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.hyaYFIeiSrsn-NwTwu_ErsQ1_VK487f_lqZlHmBAkEf3N8PVWF_LVQj_uFAso3CIX7sbRlS01gyWYhLfyfbCIYNn1ZgCvyZUX2zVVVD9kjsi0Q3Yp3rfQSPQb8mLzPVXxHF_nnfUomQU_oFKuewc4DVR56GKEB_OLH_QKY41kzvLlNYmi0pAeh0m1BB4z9LIYBNo08obTO7NotosU5pSBz1yxf6Ge6M4skMp_45BcuMhARmHmPT_duQBJh4JEY-xci7VmUVinxDkzK0vHAPSRvYsMfzLiZxuF5KVgj_vbJQ.re9jE5a79e0mgeMl__62vU2uO1vAk7IFL9eBCPflipQ&amp;dib_tag=se&amp;keywords=Bologna+1980&amp;qid=1780928646&amp;sr=8-1&amp;ufe=app_do%3Aamzn1.fos.8a1562af-dabe-4f1d-8eb5-1ded1ace4ef7" target="_blank">Bologna 1980</a>” ma è nel sottotitolo che contiene l’invito all’azione: “Il concerto dei Clash in Piazza Maggiore nell’anno che cambiò l’Italia”. La casa editrice è <b>Interno 4</b> e gli autori, ma sarebbe meglio dire i coordinatori del lavoro, sono<b> Ferruccio Quercetti e Oderso Rubini</b>, veterani di quella scena, con un medagliere che fa garanzia, affiancati dai contributi di una pletora di figure tra le quali gli appassionati riconosceranno nomi indimenticati. Il tutto è arricchito da una magnifica galleria grafica e fotografica che rende ancora più vivida l’esperienza di rivisitazione dell’evento e della temperie dell’epoca. Dunque, Bologna all’imbocco del decennio degli Ottanta:<b> è già un pezzo che il capoluogo emiliano si è guadagnato i gradi di capitale avanguardista d’Italia</b>, è la città dove dal ’71 ha aperto i battenti il Dams di Umberto Eco e di Francesca Alinovi, il laboratorio delle radio libere e delle etichette musicali indipendenti, la cornice delle manifestazioni dell’estremismo libertario del ’77, il laboratorio perenne, della governance comunista e al tempo stesso la rappresentazione urbana del fricchettonismo creativo venato di pauperismo, snobismo, sperimentazione, moltissima droga ma anche invenzioni travolgenti.</p><p><b>Interessante sfogliare “Bologna 1980” mentre al Maxxi di Roma ha aperto la bella retrospettiva di Andrea Pazienza</b>, fuoriclasse della trasposizione a matita di uno stato mentale, dei suoi procedimenti seduttivi e distruttivi, dello splendore dell’attimo fuggente, dell’ardore della trasgressione e potremmo continuare per mezz’ora, non fosse che la mostra (imperdibile) ha però il vezzo di rappresentare Pazienza come fosse soltanto un artista e magari anche un poeta, in entrambi i casi sommo, <b>però ripulito da quella scoppiettante, frignante, appiccicosa lordura che equivaleva a vivere per quelle strade</b>, in quegli stanzoni, negli appartamenti sovraffollati e di allucinante emergenza igienica e dei quali Pazienza era cronista, prodotto, motore e martire. <b>Perché la Bologna dell’1980 era un casino frenetico, un epicentro bollente e una paranoia montante</b>. Ci si andava in pellegrinaggio da metropoli ben più corpose ma sonnecchianti, mentre i suoi portici sembravano un formicaio, un magnete per le scoperte e per i guai, un prisma potentissimo, una parte per il tutto di un paese in frantumi. E, come si diceva, Bologna all’altezza del giugno di quell’anno già si era guadagnata i gradi della Berlino italiana e del luogo dell’imprevedibilità rasente alla rivoluzione (soltanto artistica) cosicché <b>la discesa dei Clash,</b> <b>band londinese incarnazione della sutura punk/politica/nevrosi, era il riconoscimento del valore e della statura di quanto continuava a capitare in città</b>. Dunque, celebrata in una pubblica piazza,  una consacrazione che conteneva una tale forza rappresentativa e dissacrante da costituire la scintilla di un’infinità di cose che da lì in poi sarebbero successe in tutta la Penisola, grazie a quelli che avevano partecipato di persona alla liturgia, ma anche a opera di chi ne aveva solo sentito parlare, ma gli era bastato per mettersi all’opera in proprio. Era la notte del 1° giugno di 46 anni fa e sembrava una fiammella destinata a propagare un incendio di energie. Ma solo 27 giorni più tardi il jet Itavia decollato proprio da Bologna andava già a Ustica e poco più di un mese più avanti la Stazione di Bologna saltava per aria per le bombe, rendendo irreale quell’estate. <b>C’erano troppe cose, troppe tragedie, troppi sogni futili, troppe illusioni, troppo di tutto per star dentro una città nel cui centro non si perde neanche un bambino</b>. Per cui bellezza e terrore hanno preso a giocare a rimpiattino e alla partita finale ha partecipato tanto anche la morte, che ci ha preso gusto e ha falciato pescando nel mazzo. Bologna-situazione s’è disintegrata come l’Isola delle Rose. Ma quella notte dei Clash, loro così compresi nella convinzione di suonare di fronte alla migliore platea del mondo, resta un cristallo della memoria. Questo libro lo illumina e diffonde informazioni, ambientazioni e quadri e discorsi che restituiscono l’effetto del tutto. Oltre a stranire chi provi a ricordare, o peggio ancora a confrontare – come se queste non fossero cronache di recenti generazioni movimentate, ma ipotesi fantascientifiche di democratiche società mai nate.</p>]]></description>
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				<title>Garlasco prima di Garlasco: cantanti, discoteche, gioia di vivere. Un reportage</title>
				<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 11:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Masneri, Andrea Minuz</author>
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				<description><![CDATA[<p>Siamo qui nella splendida cornice di Milano Rogoredo, tra il boschetto dei tossici e il palazzo di Sky, pronti a partire per  questa&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/garlasco_42855" target="_blank">Garlasco</a>&nbsp;che ossessivamente rimbalza tra tv, giornali e soprattutto podcast, tanti podcast. <b>Epicentro del delitto, la crime city italiana, Garlascoland, la nostra Twin Peaks</b>. Vorremmo capire, a quasi vent’anni dal fattaccio, che ne è di questo posto  che ormai ha assunto una seconda vita televisiva, digitale, fantasmatica – un santuario del delitto con la sua sacerdotessa, la sua madonna, la criminologa Bruzzone, tra meme e TikTok di  sconosciuti che commentano a caso brani di intercettazioni che fluttuano nell’etere. <b>Tra i vari fantasmi, qualcuno giura che a Garlasco  venne un tempo la vera Madonna, Louise Veronica Ciccone.   Andiamo a verificare allora, in un’auto in affitto sfasciata e lercia, verso la grande Lomellina</b>.</p><p>A bordo della Citroën vandalizzata e con aria condizionata rotta passiamo da Pantigliate, e un pensiero deferente va al  grande Tommaso Labranca, sono 10 anni dalla sua morte quest’estate, e quanto ci manca il Flaiano dell’hinterland milanese, che compagno di viaggio fantastico sarebbe stato in questa scorribanda tra cartelloni e capannoni nell’ennesima variante della “sterminata provincia italiana”.</p><p>Proseguiamo e usciamo finalmente in luoghi arbasiniani, tra insegne di Mortara, Voghera, Vigevano, distributori deserti, un autogrill “Pizza &amp; Champagne”. Il nostro Io letterario dovrebbe dire, ecco la terra di Gianni Brera, bolliti, rane, risotti, vini dell’Oltrepò, sembra invece di essere finiti in una canzone degli 883. E’ comunque un grande epicentro: non solo Arbasino, Max Pezzali, Gianni Brera, ma anche Maria De Filippi, anche Mastronardi, quello del Maestro di Vigevano, cantore dello spleen lombardo, “il catrame”, lo chiamava il povero Mastronardi, che di catrame morì, buttandosi di sotto da un ponte del Ticino una mattina del ’79. <b>Ma eccoci arrivati.  Vorremmo farci un selfie un po’ cafonal sul ciglio della strada, sotto il cartello “Garlasco”, come tutti, però abbiamo un camion alle spalle, non ci si può fermare</b>. Si entra in città, direzione “centro”, che comunque è lì, il navigatore non serve.</p><p>Parcheggiamo. Tra i vari oggetti che “abbiamo rinvenuto”, direbbe un pm, nell’auto Share Now  ci sono: un ombrello, una lattina di Red Bull, anche una cartella clinica di un gatto. A Garlasco parcheggiamo sulla piazza principale, davanti alla polizia municipale. “Occhio allo scontrino”, fa Minuz. Conserviamo tutto. Un po’ per i rimborsi del Foglio, un po’ per  paura, la psicosi da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/andrea-sempio_42853" target="_blank">Sempio</a>, incastrato dai ticket. Per esempio, la cartella clinica del gatto sarà  pure  una potenziale prova contro di noi? Nella cittadina dove da vent’anni sono chi più chi meno tutti indagati? Anche le molte bici parcheggiate sui muri, fuori dai negozi, davanti ai bar, sembrano tutte quella di Alberto Stasi. Però in bici non ci va  nessuno. E neanche a piedi. Se ne vanno tutti in giro su grandi macchinoni. Anche nel nostro Airbnb l’host offre il pacchetto “due notti a Garlasco + Noleggio Auto Tesla Model 3  e ricarica omaggio”. Una Garlasco che non ti aspetti. Postmoderna, pulita, deserta, high-tech, losangelina.</p><p>Arriviamo nella controra, poca gente in giro, nessun posto dove mangiare, pensiamo: il solito paese morto, magari piegato per sempre dal delitto. Ghost town. Puntiamo su McDonald’s, in un centro commerciale: camion targati Lituania ci fanno passare sulle strisce.  Odore d’erba tagliata, molti muretti, cancelli, tantissimi cancelli e inferriate in tutti gli stili – déco, brutalisti, minimal, fatiscenti e arrugginiti o all’avanguardia, con allarmi, videocamere, droni pronti a decollare. Muri non sporcati di scritte. Nessuna bandiera della Palestina sui balconi come a Roma o a Milano, ma tante dell’Inter, campione d’Italia. Decoro, molto decoro. E un ronzio continuo: tutti, dietro ogni tipo di cancello, tagliano l’erba. Tra i negozi si fa notare una delle più belle ferramenta mai viste, forse la Prada delle ferramenta della Lomellina, vaste vetrine di  decespugliatori, tute, elmetti, abbigliamenti da bricoman, e un robottino tagliaerba che gira su se stesso in un vorticare inquietante.</p><p>Non manca un festival letterario a km zero: passeggiando sotto i portici di piazza Repubblica si scopre che proprio oggi ci sarà la premiazione<b> “Provincia in giallo”</b>, concorso letterario, sponsorizzato dal Rotary. Possono concorrere romanzi che appartengano “al genere ‘giallo noir’, di autori italiani o in lingua italiana, che abbiano scelto l’ambientazione provinciale”. Quest’anno in lizza  ci sono: Giovanni Cocco, con “Il mistero della cascata” (Piemme Editore); De Bellis e Fiorillo, “Dove si mangia la nebbia” (Piemme editore); Emanuela Valentini, “Morte di un Dio” (Piemme editore). Giustamente, a Garlasco, tutto un Piemme, o PM.</p><p>Insomma ci sembra proprio che Garlasco sia per sempre condannata a rivivere il suo cliché, la città del delitto. Ma davanti al McDonald’s si erge qualcosa di inaspettato. Un’enorme cupola a pagoda di calcestruzzo e un grande Buddha:<b> la discoteca-pizzeria-acquasplash “Le Rotonde” fa parte della storia rock di Garlasco, perché prima dei delitti, la cittadina pavese era famosa appunto per le sue discoteche, per la vita notturna, per i cantanti</b>. Alle Rotonde si sono esibiti negli anni personaggi come Umberto Smaila e Jerry Calà, e prima Celentano, Bobby Solo, Iva Zanicchi. Si fa prima a dire chi non è mai venuto, ed è Mina. Perché, ci raccontano, il fratello era morto in un incidente d’auto proprio dopo un concerto qui, il 28 maggio 1965, all’età di 22 anni. Cantante anche lui, meno fortunato, con lo pseudonimo di Geronimo.</p><p>Ma qui, in questa discoteca ancor oggi molto in voga, cantò qualcuno  ancora più importante, se possibile, di Mina. Dicono che si esibì… Madonna. Pensiamo subito alla mitomania di provincia, invece è tutto vero. Su YouTube c’è, sgranata, l’esibizione di una giovane Louise Veronica Ciccone nel 1983 con “Holiday”, sullo sfondo il logo al neon “Le Rotonde Garlasco”. Altro che Bruzzone! La Madonna a Garlasco è venuta davvero. <b>Chissà dove avrà dormito, se avrà assaggiato le rane, se è stata la sua prima data italiana</b>. Madonna a Garlasco sarebbe anche un gran titolo per un romanzo gaddiano su questo brutto pasticciaccio. C’è tutto un seguito nostalgico, su Facebook, che rievoca questa dolce vita garlaschese: “ti ricordi, alle Rotonde”, c’è chi lì ha dato il primo bacio, chi ha fatto le prime serate,  ma poi oltre Le Rotonde si ricordano anche locali come  il Pepe Club, o la Palanca, o l’Exclusive, o Il Pellicano (da non confondersi con quello all’Argentario, altro microclima). <b>Ma insomma Garlasco prima di essere Garlasco era un posto con la sua vitalità: lo chiamavano “La Las Vegas della Lomellina”. Ron, Rosalino Cellamare,  è di qui, c’è una foto in bianco e nero di lui in bici  in paese con Lucio Dalla</b>. E se fai la ricerca “Garlasco” sull’archivio delle foto di Getty Images ti escono solo concerti alle Rotonde, e niente omicidi.</p><p>Don’t cry for me Lomellina: “Era la zona lombarda con più locali notturni per numero di abitanti”, ci racconta Adriano Agatti, leggendario giornalista garlaschese, oggi collaboratore del Corriere, e il primo in assoluto a dare la notizia del delitto nel 2007. Entriamo di soppiatto alle Rotonde, dove tagliano l’erba, puliscono l’acqua della piscina, pitturano muri. Pensiamo che qualcuno ci dica qualcosa e ci fermi, ma non ci si fila nessuno, è come se non ci vedessero. In generale tutti sembrano non vedere, a Garlasco.   Alle Rotonde stava anche una delle gemelle Cappa quando viene raggiunta dalla notizia della morte della cugina, il 13 agosto 2007. Pare che le gemelle poi vi operassero da cubiste. “Alle Rotonde andavo anche io da ragazzo”, ci dice Agatti. Ha una sua teoria sul delitto ma ha deciso di non occuparsi più del caso, non ne vuole più sentir parlare, come tutti qui.<b> Stufi di inviati, strilli, complotti, revisioni di processi. Un paese di tutti assassini, un paese di nessun assassino</b>. Molta voglia di tornare a essere  Las Vegas o anche niente.</p><p>Però ognuno  ce l’ha, la sua teoria.  “Per me sono state più persone...” dice la cassiera del McDonald’s mentre ci serve dell’ottima crema di caffè, “Ma chi? “Eh questo non posso dirlo”. Sorride.  Nella vecchia edicola del centro, negozio storico, pieno di attrezzi da mare, materassini, secchielli, anche se il mare non c’è, qualcuno chiede  “Giallo” e lo piega dentro “La Lomellina”, settimanale con sede a Garlasco. Come una volta “Playboy” dentro “Il Sole24Ore”. Su “Giallo”, ecco dieci pagine su Garlasco, con nuove rivelazioni, nuovi periti, nuove teorie, nuove facce. In copertina, tipo “Cioè”, o vecchio disco  degli 883, “gli amici di Sempio”, con lui versione capellone, un po’ boy band, un po’ Sandy Marton, sembra “Il delitto di Radio Deejay”. Un cast che si rinnova continuamente. “Ormai non teniamo più il conto delle teorie”, dice l’edicolante. “Tra un po’ salterà fuori che sono stata io, del resto ero una delle poche ad avere aperto il negozio quel 13 agosto”, scherza. Su “Giallo”, Cairo editore, dopo il servizio su Garlasco, pagina di pubblicità di “Ansiben Relax”, ansiolitico, e te credo. Lo dice anche la cameriera del ristorantino-tipico dove ceniamo la sera, nel gran fresco della Garlasco by night, di fronte alla casa di Sempio: <b>“Troppe teorie, troppi personaggi, abbiamo perso il filo”. Garlasco come una soap complicata che anche il cast non capisce più. Al referendum sulla magistratura, il sì ha ottenuto uno share da prima serata sanremese: 62 per cento</b>.</p><p>Camminiamo verso il santuario della Madonna della Bozzola per la pista satanica. Sì, perché negli anni c’è stata pure la pista satanica (!). Ma già Arbasino raccontava delle “sataniste di Mortara”, affiancate alla “Casalinga di Voghera / in attesa della corriera / con le sataniste di Mortara / e i fidanzatini di Novara / quando scende il tiggì della sera / sul cavalcavia di Cava Manara” (scritta nel 2001: preveggenza? Troppo tardi per inquisire pure lui).  Insomma il santuario fu una delle tante piste battute negli anni, col parroco don Gregorio che pare fosse esperto in esorcismi,  curando anche l’anoressia, e Chiara Poggi avesse fatto ricerche online su questo. Poi il prete fu coinvolto a sua volta in un’estorsione da parte di due romeni che avevano dei filmati forse sexy, e vennero condannati e non se ne parlò più.</p><p>Per andare al santuario  si passa dalla stazione ferroviaria, si traversa  un passaggio a livello, con i campi a perdita d’occhio accanto e belle ville liberty. Finalmente ragazzi in bicicletta. E’ davvero la nostra Twin Peaks, anche un po’ Stranger Things. Una Garlasco soprannaturale. Anche perché prima del fattaccio, prima pure di Madonna, ci fu un’altra apparizione. Era il 1961 e il diciottenne Luigi M., intento a cacciare fagiani, scorge uno strano essere, alto, muscoloso, dal lungo pelo nero che urla e ciondola come un gorilla, poi sparisce. Partì la caccia al “mostro di Garlasco”. Anche qui testimoni che vedono e ritrattano, strane impronte simili a piedi umani ma più grandi. Nasce la leggenda del “Bigfoot di Garlasco”.</p><p>Garlasco si fa tutta a piedi, ci sono le ciclabili, “walking distance”, certo cinque minuti a piedi da cosa? Al santuario deserto, vagamente inquietante, ci sono solo cartelli per pellegrinaggi a Fatima,  e una più innovativa “Pellegrigita”, insomma pellegrinaggio light, più gita, il 4 luglio, alla Madonna del Frassino con passeggiata a Lazise sul Garda, “Primo comune d’Italia”, essendo stato fondato, dice il dépliant, nientemeno che nel 983 d.C. Il prezzo è 57 euro con pranzo al ristorante vista lago o 32 con pranzo al sacco.</p><p>Ma tornando dal santuario, a pomeriggio inoltrato, la cittadina sembra rinata e rianimata. Un’altra Garlasco. I bar sono pieni, anziani, certo, alcuni che  leggono il bugiardino dei farmaci con la stessa attenzione di chi consulta il New Yorker. Ma anche famigliole, e un sacco di bambini, prime generazioni, seconde. Carrozzine.  Kebab turco, “Turkish Garlasco”. No spleen. <b>Oggi, sarebbe il vero  sabato del villaggio di Garlasco, tra l’altro. Da rimanere il weekend, che prevede tripudio di eventi</b>: parte infatti la due giorni di Risomania, festival “diffuso”, del resto siamo in zona di risaie storiche, alla sua quarta edizione, “dove il cereale è protagonista”. Su TikTok la comunicazione è martellante. Show cooking, banchetti, degustazioni, anche con la partecipazione di “Rubina Rovini, concorrente alla quinta edizione di Masterchef Italia”, e prima edizione del concorso “Miss Mondina”. L’idea è quella di far dimenticare la Garlasco “gialla”, sostituendola con quella dello zafferano. C’è anche un pride dei trattori, Party cool tratür.  E poi sempre oggi,  alle  Rotonde,  “Espuma Party” con latin beach e balli di gruppo (“aperto anche in caso di pioggia”).</p><p><b>Giriamo in  macchina, nella cittadina del pm diffuso e partecipato, dove “il caso” ha cambiato anche l’urbanistica, ci sono zone interdette, e cartelli in cui sono raffigurati come degli animaletti dotati di grandi occhi, “zona a sorveglianza di vicinato”, sorte dopo il fattaccio</b>.  Molti gatti perduti, si offrono ricompense. Arriviamo in via Pascoli, dove sorge  la villetta fatale. Sono i Parioli di Garlasco - la strada più bella, elegante, signorile. Non si potrebbe entrare per via dell’ordinanza del sindaco appiccicata sopra le transenne, ma ci affacciamo lo stesso. La villetta dei Poggi è in fondo alla strada, prato all’inglese, veranda, sdraio, tutto calato in un grande silenzio irreale. Però che impressione, che aria sinistra, lugubre. Come si sente anche dopo vent’anni la disgrazia… sarà la suggestione? Overdose da “Quarto Grado”? Troppi plastici di “Porta a Porta”? Comunque scappiamo via prima che ci vedano. Si va in via Carducci, tra le trame letterarie di questo delitto. Lì c’è la casa di famiglia di Alberto Stasi, villozzo acquattato in un punto cieco, torre conica, ma senza  l’eleganza, la privacy di via Pascoli. Tutto un po’ più ammassato. Un cartello: vietato il sorvolo con droni. La villa è da anni in vendita a 610.000 euro – francamente vista così non li vale. Ma la pista immobiliare, una delle nostre preferite di sempre, va approfondita. Andiamo a parlare con le agenzie. “A Garlasco il mercato è in crescita, i prezzi sono saliti, anche quelli degli affitti, con bilocali che stanno sui cinquecento euro al mese”, ci spiega Chiara Prenga di Gabetti. Ma il pezzo forte di Garlasco è sempre “la villetta”, 100 mq, pezzo di giardino intorno, veranda, cantina, box. Pensavamo che ci fosse il rifiuto, per il fattaccio. Invece, questo simbolo dell’eterna provincia italiana è richiestissimo. “Ne vendiamo molte, il boom soprattutto è stato durante il Covid, quando dall’hinterland milanese in tanti hanno mollato la città e si sono trasferiti qui”. Certo, “il milanese che prende casa a Garlasco non è quello di Moscova, semmai di Cernusco sul Naviglio”. Prezzi? “Trecentocinquantamila euro, se è nuova, o ben tenuta. Ma ce ne sono molte fatiscenti, abbandonate, vecchi villini liberty ereditati da gente che non ne vuol sapere di rimetterli a posto e restano lì”. Però si continua a costruire. Molti cantieri. Villette di ultima generazione. Villetta continua.</p><p>La sera torniamo nell’Airbnb, e ci sono un sacco di ragazzi in giro, bar aperti, musica. Garlasco pensavo peggio. Ci  mettiamo a compulsare il TikTok  che sputa qualunque cosa: spezzoni di “Quarto Grado”, Bruzzone, Stasi, sconosciuti che commentano Stasi, mamma di Stasi, mamma di Poggi, mamma di Sempio. Che ansia. Avremo chiuso bene la porta? Non dormiamo.</p><p>“Una volta ero in vacanza con le mie figlie gemelle  e sentendo che eravamo di Garlasco un tizio mi fa: ah, ecco le gemelle Cappa”, ci racconta davanti al caffè sotto i portici il mattino dopo ancora il decano dei giornalisti di “nera” Agatti. Come  Annabella era solo a Pavia, e Aiazzone a Biella, Garlasco era e sarà per sempre il delitto.  La sensazione però è di essere come  sotto il  ripetitore telefonico, che emana il segnale ovunque tranne che dove si sta:  qui non interessa più a nessuno. Importa solo a noi di fuori, attirati come a una sagra, a un sabba del crimine. Soprattutto, ai più anziani. Per “i giovani”, Garlasco è solo un meme. “Ah, siete a Garlasco? Non dimenticate di andare alla Casa della Brioche”, ci dicono su Instagram. Alla casa di che?  La Casa della Brioche  è un piccolo fenomeno social, che mischia food con crime, tra “bada come la fuma” e “io so ma non ho le prove”. Però in maniera gentile, come si addice a questi luoghi. Kevin Gjergji ha 20 anni e fa il pasticciere, e declama in favore di telefono le qualità delle sue brioche, al motto di “la brioche è la cosa più famosa di Garlasco, no?”.<b> Un gioco sottile, senza mai nominare il delitto, per quello ci pensano i follower. I commenti sono infatti tutti a senso unico: facci un eSempio delle migliori brioche! Mi raccomando lo scontrino! Sono eSTASIato dalle paste. Vengo a piedi, la bici la lascio a casa”</b>. Raggiungiamo dunque la Casa della Brioche, a piano terra di un palazzo sgarrupato qualunque. Dentro è in piena attività. Kevin è dietro, in laboratorio. Ha vent’anni ed è figlio di albanesi arrivati qui con gli sbarchi degli anni Novanta. E’ sorridente e felice. A Garlasco sta benissimo, a Milano non vorrebbe mai abitare, “qui ci conosciamo tutti”. Non si annoia? “E perché? La sera si esce,  si sta in giro”. L’idea dei video gli è venuta prima che riaprissero le indagini, ci racconta, e il successo è stato immediato, ormai ne fa 4-5  alla settimana e ha raggiunto i 5-6 milioni di visualizzazioni mensili su TikTok. La gente viene a farsi i selfie, anche i turisti che magari si fanno la foto sotto il cartello stradale “Garlasco” come una volta si faceva col sasso della Costa Smeralda, e poi si spingono fin qui.“Vengono tutti, la domenica c’è la fila. La brioche più cara è quella al cioccolato di Dubai, 4 euro” (ah, la brioche al cioccolato di Dubai a Garlasco, quanto sarebbe piaciuta a Labranca). “Poi c’è la frutta realistica, nuovo tormentone alimentare, gelatoni con la forma del frutto, “siamo stati i primi a proporla qua in zona”. L’accusano di sfruttare il caso Poggi? “Ma io non sfrutto niente, anzi, facciamo una comunicazione ironica: qualcuno mi dice: perché non fai la villetta realistica di gelato, o  un dolce a forma di coltello, ma non mi va”. In America ci sarebbero, in una Garlasco a stelle e strisce, mille ristoranti e parchi e attrazioni a tema, ma nella placida Lomellina non si fa. “In generale  la mia generazione, quella nata dopo il delitto, è stufa, non ci pensiamo, non ho nessuna teoria su chi è stato”, dice il baldo Kevin. Ci va piuttosto alle Rotonde? “Certo. Ci son stato anche lunedì scorso”. Poi torna a impastare e postare. <b>Garlasco, vent’anni dopo, è pronta a tornare, se non Las Vegas, almeno un posto qualunque, tra la  Lomellina e il West</b>.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;anglista Paola Tonussi, viaggi poetici tra la guerra di Brooke e i fiori di Dickinson</title>
				<pubDate>Sun, 07 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Forse qualcuno ricorderà i guerrieri fantasma che in “Pomi d’ottone e manici di scopa” salvano l’Inghilterra dalle truppe naziste; e c’è chi avrà letto di un episodio simile ma nella Prima guerra mondiale, quando corse voce che gli spettri degli arcieri di Agincourt, guidati da san Giorgio, avessero aiutato gli inglesi nella battaglia di Mons (vicenda immortalata pure in un brevissimo racconto di Arthur Machen). Un comparabile impatto emozionale ebbe sull’animo della nazione la poesia “The Soldier”, letta dal pulpito della St Paul’s Cathedral, il cui autore omaggiato da Winston Churchill era un giovanissimo caduto in guerra, ma per puntura di zanzara: Rupert Brooke, che neppure valutava troppo quel sonetto tenuto nello zaino.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/paola-tonussi_39358" target="_blank">Paola Tonussi</a>, anglista veneziana, veronese d’adozione, ha pubblicato la prima biografia italiana e ha tradotto i versi di quel poeta per la cui morte pianse pure Henry James, e ha fondato una Brooke Society mentre quella che esisteva in patria è stata sciolta.</p><p>Ora Tonussi, docente di letteratura inglese alla Fondazione Toniolo di Verona, un primo persistente amore per Emily Brontë, propone la (ri)lettura di un’altra grande autrice cogliendo l’occasione dei centoquarant’anni dalla morte: “Emily Dickinson. Gemma oscura”, per Edizioni Ares, è un’esplorazione tra la vita e gli scritti della più amata poetessa americana, che per sentirsi libera si confinò, a un certo punto della vita, nella sua casa di Homestead nel Massachusetts a coltivare il giardino e a contemplare piccole cose per immaginarne grandi, producendo 1.789 componimenti nel favorevole silenzio di una “uneventful biography”.</p><p><i>Perché è ancora così amata dal pubblico mondiale?</i></p><p>Forse incide una ragione che sembrerà banale: la brevità delle poesie, la forma molto concentrata che non richiede il tempo necessario, per esempio, ad apprezzare un Byron. Perciò Emily Dickinson incontra il favore anche di chi normalmente non legge o legge pochissima poesia. <b>Affascina in particolare i giovanissimi, e i ragazzi non meno delle ragazze</b>.</p><p><i>La traduzione quanto può tradirla?</i></p><p>Ho cercato di mantenere la musicalità e il ritmo originale, che sarebbe stato sacrificato dalla forzatura della rima. Proprio la brevità della Dickinson è la sua maggiore asperità, perché i versi sono molto densi e i nessi connettivi restano impliciti. Per ridurre la quota di infedeltà bisogna sempre leggere tutto di un autore, in modo da coglierne lo spirito e acquisire familiarità con il suo vocabolario, ossia con quelle che potremmo definire le parole preferite.</p><p><i>Com’è il vocabolario della Dickinson?</i></p><p>Costruito su una lingua modernissima nella costruzione sintattica, un patchwork di termini colti, biblici, tecnici e popolari presi ai domestici irlandesi. Una scrittura che mentre guarda allude sempre a una dimensione in cui succede qualcos’altro. <b>Lei non credeva nel dio dei genitori ma il suo rapporto con la natura è intriso di religiosità, di un senso del sacro che si può, con un minimo di azzardo, associare al panteismo</b>.</p><p><i>Come la Brontë, anche Emily Dickinson scelse una vita ritirata. Perché tanto la attrae questo fil rouge che le accomuna?</i></p><p>Perché entrambe non si ritraggono dal mondo per ignorarlo ma per osservarlo meglio, però con sguardi diversi: Brontë allarga la visione in orizzontale, sulle brughiere sconfinate, mentre Dickinson verticalizza partendo dai dettagli miniaturizzati di un giardino dove non c’è l’erica ondeggiante al vento di “Cime tempestose”.</p><p><i>Ha visto il recente film di Emerald Fennell ispirato al romanzo?</i></p><p>Un filmaccio che spero venga dimenticato presto: m’è sembrato un misto tra “Beautiful” in salsa horror, un set di Halloween e una sitcom adolescenziale. Povera Brontë.</p><p><i>Invece Brooke come lo ha conosciuto? Perché tanto interesse per lui?</i></p><p>Lo lessi per la prima volta in Inghilterra in un’estate di tanti anni fa e scoprii che il romanzo autobiografico di Francis Scott Fitzgerald “Di qua dal paradiso” (“The Side of Paradise”) prendeva il titolo da un verso di Brooke. Lessi della sua vita breve ma appassionante, del suo soggiorno a Tahiti, come Stevenson. Scrisse poesie meravigliose ma misconosciute perché furono oscurate da quei cinque sonetti di guerra, tra cui “The Soldier” che diventò il simbolo di tutti i ragazzi inglesi morti al fronte. La lettura accademica, specialmente in Italia, ha prediletto altri poeti bellici come Wilfred Owen e Siegfried Sassoon, ma quel che Brooke aveva scritto prima è stato pressoché ignorato e bisognerebbe restituirlo alla sua vera dimensione: così ho fondato la Rupert Brooke Society a novembre scorso. <b>Quella che c’era in Inghilterra ha chiuso da qualche anno e i membri sono confluiti in un’altra società, i Friends of the Dymock Poets</b>.</p><p><i>Quali attività animate?</i></p><p>Le prime sono state dedicate ai rapporti tra Brooke e il gruppo di Bloomsbury. Ora stiamo approfondendo la relazione tra le sue poesie e la musica partendo da William Denis Browne, il compositore geniale che fu suo amico del cuore fino all’ultimo e cadde in battaglia meno di due mesi dopo di lui nel 1915. <b>Ci riuniamo due volte l’anno: l’11 novembre, Remembrance Day nel Regno Unito e nel Commonwealth, e il 23 aprile, data di morte del poeta</b>.</p><p><i>Nonché festa di san Giorgio. Una significativa coincidenza.</i></p><p>Proprio così.</p>]]></description>
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				<title>La satira di Osho: ridere nonostante i droni e gli Stretti chiusi</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 18:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Da Papa Francesco al Covid 19, fino alla regina Elisabetta. La politica, la cultura e la società lette attraverso la lente della satira di <b>Federico Palmaroli</b>, che alla Festa dell'Innovazione del Foglio, intervistato da Matteo Matzuzzi, ha regalato al pubblico una carrellata delle sue migliori vignette. Tra accento romano e freddure stringate, nessuno è escluso.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Sansal e la libertà che non si scontra solo con le prigioni</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 16:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Mauro Zanon</author>
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				<description><![CDATA[<p>Parigi. Boualem Sansal ha il sorriso dei giorni migliori. Siamo sulla terrazza di Vivendi, <b>il gruppo del magnate bretone Vincent Bolloré, proprietario di Grasset</b>, la casa editrice a cui lo scrittore franco-algerino ha affidato il suo manoscritto più atteso: il racconto del suo anno di prigionia a Koléa, il carcere dove il regime di Algeri rinchiude i dissidenti. “Questo libro è una testimonianza e un atto. <b>L’ho scritto in quaranta giorni, di fretta, con la ferita ancora aperta</b>. Racconta la mia prigionia, ma non si limita a questo. "Il mio arresto non ha colpito solo un uomo: ha ferito l’Algeria, la Francia e, oltre a ciò, l’idea stessa di libertà e dignità umana”, scrive il romanziere in apertura del suo nuovo libro, uscito questa settimana e intitolato <b>“La Légende”, come il soprannome affibbiatogli dagli altri detenuti di Koléa</b>.</p><p>Sullo sfondo dell’Arco di Trionfo, Sansal ringrazia quelli che lo hanno sempre difeso mentre trascorreva le giornate in una cella di 6,5 metri quadrati per un’intervista giudicata sgradita, quelli che hanno organizzato la mobilitazione internazionale che ha contribuito indirettamente alla sua scarcerazione. “Questo libro non è solo il racconto di un anno di carcere, non è ‘Una giornata di Ivan Denisovic’ di Aleksandr Solženicyn (il dissidente russo vi descriveva la vita di un internato nei gulag, ndr), <b>è un appello alla meditazione e alla lotta per la libertà</b>”, dice al microfono Noëlle Lenoir, ex ministra degli Affari europei e presidente del Comitato di sostegno internazionale, che Sansal, nel libro, definisce la “falange solare”. <b>Sono tutti presenti quelli che non l’hanno mai abbandonato da quando nel novembre 2025 è stato inghiottito nelle carceri algerine</b>, e ora lo proteggono dagli attacchi di una sinistra benpensante che non gli perdona di aver pubblicato con l’arcinemico Bolloré, divorziando dal suo editore storico Gallimard. C’è lo scrittore franco-algerino Kamel Bencheikh, secondo cui Sansal è l’incarnazione della libertà d’espressione e della dissidenza, come Aleksandr Solženicyn e Salman Rushdie, uno dei più importanti autori della letteratura francofona contemporanea per il suo coraggio intellettuale e la sua capacità di mettere in discussione i dogmi, siano essi religiosi, politici o ideologici. C’è l’amico ed ex ambasciatore francese ad Algeri Xavier Driencourt, con cui Sansal aveva cenato a Parigi la sera prima di essere arrestato all’aeroporto di Algeri, ma anche François-Xavier Bellamy, eurodeputato gollista e tra i promotori al Parlamento europeo della risoluzione transpartitica per condannare l’arresto e la detenzione dello scrittore algerino, votata da tutti tranne dalla France insoumise, il partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon.</p><p>“Si può ridurre uno scrittore al silenzio attraverso la censura. Si può anche tentare di zittirlo con l’ostracismo, con il sospetto, con l’intimidazione simbolica. <b>Ancora oggi, non sono solo gli stati a reprimere la libertà di parola</b>. <b>Esistono i tribunali d’opinione</b>. Coalizioni morali. Ortodossie impazienti. La libertà di espressione non si scontra solo con le prigioni. Si scontra con i branchi. "Ho conosciuto entrambe le parti, mi sono scontrato con i muri della prigione e con le urla dei branchi”, scrive Sansal nel suo libro, stampato in 150 mila copie e per il quale Grasset ha preparato un grande campagna di promozione. Sansal sogna di tornare un giorno nella sua amata Algeria, quando il regime di Abdelmadjid Tebboune sarà caduto, e di ritrovare le luci di Tipaza che, con le sue rovine romane e il Mediterraneo ai suoi piedi, “celebra le nozze dell’uomo con il mondo”.</p>]]></description>
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				<title>Buttafuoco: &quot;La contesa con Giuli? L&#039;ha vinta la Biennale. Confronto senza ipocrisie: ci unisce l&#039;onestà intellettuale&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 11:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli eventi del Foglio</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"Erri De Luca escluso dal festival letterario di Salerno? Non è censura, è peggio, è un riflesso condizionato. </b>E' un automatismo mentale che ormai prende piede. Dall'una e dall'altra parte, quando lo fanno i buoni sia quando lo fanno i cattivi, ormai è diventato un obbligo dire 'no, tu no'.&nbsp;È un retaggio di una mentalità che parte da lontano: quando c'è la consapevolezza che il legno dell’umanità è storto, c’è sempre qualcuno che lo vuole raddrizzare". <b>E' iniziato così l'intervento del presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco alla Festa dell'Innovazione del Foglio</b>. Intervistato sul palco dal vicedirettore del giornale <b>Salvatore Merlo</b>, Buttafuoco ha anche risposto alla domanda sulle polemiche e i numeri record raggiunti quest'anno dalla Biennale. C'è un legame? <b>"Sono 131 anni di storia della Biennale, e c’è sempre stato durante la biennale questo riferirsi alla Storia nel suo farsi. Aiuta?</b> Diciamo che sicuramente c'è un rapporto privilegiato tra un’istituzione che è, tra quelle italiana, la più rodata sulla scena internazionale e quello che accade intorno. L'aiuto è reciproco".</p><p>Per Buttafuoco è stata anche l'occasione per spiegare meglio una sua intervista al Fatto quotidiano che fece molto rumore. Nei giorni delle polemiche l'intervista al giornale di Travaglio fu titolata così: "Temo più l'Occidente di Putin". La risposta è anche un commento su come funziona oggi il giornalismo.<b> "E' la superficialità e l’inadeguatezza di uno strumento, il giornalismo, nel riferirsi al concreto farsi della realtà. </b>Avendo fatto questo mestiere <b>mi rendo conto che ormai la deriva è sempre più impazzita in una maionese che mette insieme la disinformazione, la malizia, il pregiudizio</b> e persino un atteggiamento di satira inevitabile, per cui passa per automatico qualunque cosa. Ed è complicato difficile mettere in fila i fatti per come stanno. E quindi cari lettori del Foglio vi dico questo: <b>l’esercizio del giornalismo ormai corrisponde all’antico insegnamento dei contadini 'è come lavare la testa all’asilo, perfettamente inutile troverà modo di sporcarsi'".</b></p><p>Il presidente della Biennale è quindi tornato anche sullo scontro con il ministro della Cultura (ed ex collega fogliante) <b>Alessandro Giuli</b> sul padiglione russo alla Biennale. Chi ha vinto questa contesa? "L’ha vinta la biennale 20 per cento in più al botteghino", ha risposto Buttafuoco. "La vittoria dell’arte, del confronto, della ricerca e della dialettica. <b>Non c’è niente di più bello di confrontarsi, al di là degli infingimenti e di qualsiasi formula civettuola o ipocrita. Se c'è una cosa che mi lega a Giuli è l’onestà che si accompagna all'altra espressione fondamentale in questa materia 'intellettuale'. </b>E l'onestà intellettuale è quello che gli riconosco a pieno".</p><p>Merlo ha quindi chiesto a Buttafuoco se fosse rimasto deluso dal governo che dopo averlo nominato alla Biennale lo ha attaccato e trattato da nemico. La risposta del presidente è stata caustica: <b>"Deluso presuppone l’illuso".</b> E dunque ci sarà più speranza per una sua riconferma con un governo di centrosinistra dopo le politiche (il mandato di Buttafuoco scade dopo le elezioni). <b>"Se si guarda alla mia biografia e alla mia esperienza professionale si ha una certezza: a scadenza scado.</b> Poi farò, sulla scorta del suggerimento del signore, il capocomico", ha risposto con ironia Buttafuoco, rispondendo anche a un uomo che dalla platea aveva gridato: "Non fai ridere".</p><p>Buttafuoco ha anche spiegato come mai non ci sono molti artisti italiani alla Biennale. "Lo abbiamo ripetuto più volte nelle conferenze stampa. Non ci sono attualmente artisti italiani alla mostra di&nbsp;Koyo Kouoh, per un motivo drammatico e ben preciso: la curatrice della mostra,&nbsp;<b>Koyo Kouoh, fissa tre appuntamenti nei tre più importanti teatri italiani - la Scala di Miliano, il San Carlo di Napoli e il Massimo di Palermo - erano le tre occasioni per fare la selezione, ma&nbsp;</b><b>Koyo Kouoh muore e quindi gli appuntamenti non sono stati fatti. E per questo motivo non ci sono artisti italiani. Lo abbiamo detto mille volte, ma non basta, continuano a chiederlo, fa parte del meccanismo che dicevo prima sul giornalismo 'lavare la testa all'asino"</b></p><p>L'ultima domanda è sull'esclusione di Giorgia Meloni dall'elenco sulle donne che per prime sono entrate nelle istituzioni fatto da Paola Cortellesi durante le celebrazioni del 2 giugno. "Anche qui è il sentimento diffuso e la pigrizia di non voler riflettere. <b>Tutta questa confessione sull'importanza del voto dato alle donne: per la prima volta vanno a votare, presupporrebbe il passaggio ulteriore: per la prima volta vanno a votare e votano tutte monarchia. Sarebbe stato bello raccontarlo".</b></p>]]></description>
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				<title>Currentzis tra mistica della direzione d’orchestra e funambolismo pop</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 11:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Mario Leone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giacca smanicata e pantaloni attillatissimi: si presenta così <b>Teodor Currentzis</b> al pubblico della Sala Santa Cecilia di Roma, alla guida della sua Utopia Orchestra, impegnata in una tournée italiana che farà tappa anche a Bologna. La Sinfonia n. 1 di Mahler e il Concerto per violino di Alban Berg, con la norvegese Vilde Frang come solista, compongono il programma che da qualche mese il direttore greco-russo porta in giro per l’Europa.</p><p>Currentzis possiede un modo indubbiamente affascinante di intendere la musica, fatto di idee originali, qualche forzatura e una fisicità sospesa tra il rock e il funambolismo. <b>Gli va riconosciuto il merito di aver avvicinato negli ultimi anni un pubblico più giovane, meno avvezzo a Mahler e, più in generale, alla musica classica</b>. Ma questo non basta a giustificare una concezione interpretativa che finisce per collocare il direttore al centro di tutto, relegando in secondo piano la partitura e le intenzioni del compositore.</p><p>Quanto e fino a che punto un interprete possa intervenire sul testo musicale è questione dibattuta da sempre. Currentzis sceglie di muoversi agli estremi: esaspera le dinamiche, con fortissimi talvolta persino sgradevoli all’ascolto, e altera l’agogica fino a trasformare il movimento funebre del Concerto di Berg in una corsa incessante in avanti. Soprattutto, costruisce uno spettacolo accuratamente progettato. Le sezioni si alzano al passaggio della solista; lui sale e scende dal podio, dirige in mezzo ai musicisti e trascorre lunghi tratti del concerto dando le spalle a una parte consistente dell’orchestra. Ogni frase, ogni respiro, ogni sfumatura è accompagnata da un movimento. <b>Il risultato, però, è una musica che appare intrappolata in una gestualità sovrabbondante, tra pose da cowboy e movenze da ballerino</b>. Nella direzione d’orchestra, a ogni movimento corrisponde un evento sonoro; qui il gesto diventa invece il commento della musica, quasi una didascalia visiva. Talvolta in modo persino elementare: gli strumenti si alzano quando cresce l’intensità e tornano a sedersi quando questa si attenua.</p><p>Utopia è una “comunità creativa”, secondo la definizione dello stesso Currentzis: un gruppo di musicisti riuniti attorno a un progetto artistico comune. <b>Non un’orchestra stabile, ma una formazione che si ricompone di volta in volta, con organici scelti personalmente dal direttore per ogni produzione. </b>Un complesso che non ha nulla da invidiare alle grandi compagini internazionali e che si presta a questo teatro musicale, nel quale Mahler, Berg o Beethoven finiscono per diventare dettagli di un quadro più ampio, dominato dalla ricerca costante della stimolazione sensoriale.</p><p>E’ davvero questa l’idea di musica di Currentzis? Cercare anzitutto la pancia dell’ascoltatore e l’applauso fragoroso? A giudicare dall’entusiasmo della sala, la risposta sembrerebbe affermativa.<b> Si comprende anche perché, nel corso della sua carriera, abbia diretto raramente orchestre diverse dalle proprie.</b> Quest’anno era nel cartellone ceciliano, salvo poi cancellare l’impegno. L’unico modo per capire il vero valore di questo direttore sarebbe ascoltarlo con altri musicisti. Currentzis accetterà mai la sfida?</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>La mattina gloriosa al molo 59 di  New York aspettando il Titanic</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 11:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Era una di quelle mattine di cristallo che regalano ai newyorkesi la consapevolezza che l’energia sfrontata di New York renda possibile ogni progetto, anche il più ambizioso e folle: solo la storia decreterà se la sorte della città sarà quella di Icaro e Prometeo, ma ci vorranno secoli per saperlo”. Nel frattempo un’eterogenea folla di miliardari e di straccioni, di maniaci e di emigranti s’è radunata sul molo 59 in una giornata di presumibile gloria ad <b>aspettare l’approdo del Titanic, il transatlantico dei sogni, l’archetipo della hybris armatoriale </b>che quel 15 aprile 1912 non arriverà e che da quel 15 aprile non smetterà più di affondare nell’inconscio collettivo occidentale. All’irrisolta attesa, alle biografie trionfanti o minime che s’intrecciano nel porto dell’ineguagliabile metropoli è dedicato l’ultimo romanzo di Antonio Monda, Una mattina gloriosa (Mondadori, 228 pp., 19 euro).</p><p>Una svogliata orchestra da poco orfana di Mahler, il sindaco William Jay Gaynor, i magnati e le celebrità che fanno di New York una caleidoscopica illusione di cui tutti vorrebbero essere, se non protagonisti, almeno partecipi, indugiano sempre più ansiosi di festeggiare la nave che nessuno immagina già fantasma; <b>nessuno vuole perdersi quel capitolo ulteriore di un’epopea mossa dal ragtime mentre il Vecchio Continente saluta il crepuscolo estremo della Belle Époque</b>. Quella restituita dai molteplici, minuziosi ritratti di Monda è una metropoli che ha tolto il glamour a Parigi e che promette tutto a tutti secondo i versi di Emma Lazarus ai piedi della Statua della Libertà: “Date a me le vostre stanche, povere masse oppresse e soffocate, / che bramano di respirare libere, / i miserabili rifiuti delle vostre sponde brulicanti. / Mandate a me costoro, i senza-patria, sbattuti dai marosi. / Io qui levo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro”.</p><p>Il sindaco Gaynor assicura al pugile nero Jack Johnson, il quale ha appena perso il titolo dei massimi, che “un giorno questa metropoli non sarà più un’eccezione rispetto al paese e tutta l’America sarà come New York”: forse ci crede e forse no, ma intanto a brandire il primato sono i Morgan, i Carnegie, William Randolph Hearst, Charles Francis Murphy detto “Silent”, burattinaio della politica; <b>tutti con una spietatezza che Gaynor – traslucida coscienza di quella umanità – non è mai riuscito a sguainare</b>. A fare da corolla ai potenti sono gli esigui sogni degli emigranti che aspettano sul molo per veder sortire, dalla terza classe, un sopraggiunto parente in cerca di fortuna; c’è il dolente orgoglio di Sam Battle, primo agente di colore della città; ci sono le illusioni di una ragazza innamorata che morirà prima di constatare quanto l’attesa sia stata vacua per tutti.</p><p>Come le vecchie foto in bianco e nero, che virate a colori riacquistano vitalità, il molo 59 descritto da Monda si rianima per il tempo della lettura assieme ai personaggi sia di finzione sia reali quali Marconi, Toscanini, il mago Houdini che rimanda al ragtime del romanzo di Doctorow, con un effetto catturante: la sensazione di déjà vu in cui c’imbattiamo, anche senza esserci stati, quando è di scena New York.<b> Quella d’oggi o d’allora è così presente nell’immaginario universale quanto il Titanic con la maledizione che rese fatidico quel giorno</b>: un tragico fascino per cui il transatlantico “inaffondabile” continuerà a essere evocato dalle profondità oceaniche attraverso la letteratura, il cinema, la televisione, attraverso le canzoni o persino corteggiato per lambirne i resti laggiù, col morboso desiderio che costò la vita ai turisti d’azzardo del sottomarino Titan tre anni fa.</p><p>Nel romanzo c’è una specularità tra sopra e sotto, tra mare e terraferma: un’orchestra suonava mentre la nave s’inabissava e un’altra orchestra s’esibisce nel porto intanto che aspetta; le classi sociali che riempivano il Titanic si mescolano sulla banchina con le rispettive lingue, dallo yiddish all’italiano. <b>L’impressione è che quel giorno non si sia mai davvero concluso nei sentimenti e nei risentimenti, nelle speranze e nelle brutalità</b>. Il sindaco, cui l’autore ha affidato un ruolo guida tra gli umori corali, è convinto che qualunque cosa nella vita debba essere accompagnata dall’avverbio “nonostante”. Così quel 15 aprile accadde l’impossibile nonostante tutto, “e mentre i gabbiani starnazzavano e i rimorchiatori dispiegavano le loro sirene”, lo scoraggiato direttore della New York Philharmonic, Josef Stránsky, “continuò a suonare con tutta l’anima, per Dio e per se stesso”. Dopo avrebbe abbandonato la bacchetta per farsi mercante d’arte, però rimane – nonostante questo – nel fermo immagine di una mattina gloriosa.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/06/06/news/il-benedetto-sposo-croce-che-visse-tre-volte--400134</link>
				<title>Il benedetto sposo. Croce che visse tre volte</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Annamaria Guadagni</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Da tempo sappiamo che il filosofo olimpico e lontano dalle passioni di cui ci parlavano da ragazzi non è mai esistito</b>. E il grande parco archeologico fatto di lettere, note, appunti, scritti sparsi, i più di centomila documenti che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/benedetto-croce_34203" target="_blank">Benedetto Croce</a>&nbsp;lasciò dietro di sé prima di andarsene, continuano a dirlo. Le sue carte, fatte di “minuscoli saggi” e di conversazioni epistolari ispirate “all’etica e al galateo del rispondere”, di piccole dissertazioni e argomentazioni ironiche e sottili, di un patrimonio di scritti sempre nitidi che non conta meno dell’opera magna, riveleranno ancora sorprese.</p><p><b>Lo si capisce dalla bellissima scelta di lettere – edite e inedite – appena pubblicata da Adelphi a cura di Emanuele Cutinelli-Rendina, tra i maggiori studiosi di Croce nonché autore di una nuova biografia di cui si attende il secondo volume (il primo arriva al 1918)</b>. Lo si capisce a cominciare dal titolo della raccolta: “Perdersi negli altri e nelle cose”, insomma vivere, darsi alla vita che è poi l’invito contenuto nella lettera scritta nel 1929 a un’amica in lutto per la perdita della madre. Il titolo dell’antologia proviene da lì.</p><p>La corrispondente era Alma Comnène, affascinante artista di origine greca, che aveva vissuto nella Napoli cosmopolita della Belle Époque e aveva poi sposato l’ambasciatore belga Robert Everts, con il quale si era trasferita a Pechino e poi in varie capitali d’Europa.  Ciò che Croce le dice sull’imperativo di vivere è l’altra metà del più ruvido comandamento di dimenticare “le creature che ci furono care” scolpito nei “Frammenti di etica”. Nella lettera ad Alma, Croce è più affabile e caldo rispetto ai nudi pensieri sulla morte formulati per la prima volta su La Critica nel 1915, a ridosso della prima guerra mondiale. L<b>o è non solo perché vuole confortare un’amica ma perché chiama in causa l’altra faccia del dolore: l’amore</b>. Più si ama più si soffre: “Quando si sradica un albero che ha grandi e forti radici, nel terreno resta una voragine aperta. Che cosa farci? I nostri amori sono cambiali firmate al dolore, e bisogna pagarle: e tanto è più grande l’amore, tanto più grande il dolore. Perciò, alcuni, del presente come del passato, consigliano di ‘non attaccarsi troppo’. Ma non è meglio attaccarsi troppo e soffrire, anziché passare la vita freddamente con deboli attacchi? (…) E non pensate alla Morte. La morte non è un problema, come non è un problema l’ombra rispetto alla luce (…) il vero problema è la vita, che è anzi un incessante rampollare di problemi, che dobbiamo risolvere. Voi avete i vostri problemi, la vostra famiglia, il marito, i figliuoli. Accogliete altre fatiche se vi si presentano; proponetevi altri fini, in aggiunta a quelli, se vi bastano il tempo e le forze. E in questo perdersi negli altri e nelle cose troverete il solo vero conforto che la vita può dare, troverete il suo vero senso”.</p><p>Questo epistolario adelphiano si può leggere scegliendo di seguire fili diversi. Io mi fermerei qui, al discorso sull’amore e sul farsi delle vite. Per illuminare un insolito Croce in love e una pagina della sua vita: qui si trovano infatti anche due lettere inedite scritte alla moglie <b>Adele Rossi</b> prima del matrimonio, avvenuto nel marzo del 1914. Due lettere che modificano l’idea sedimentata e un po’ di maniera delle nozze terapeutiche con la “buona e brava ragazza piemontese” di cui aveva “invigilato gli studi” – così Croce a Giovanni Gentile poco prima di sposarla – combinate per medicare il dolore più grande della perdita di un’altra donna.</p><p>Benedetto Croce visse tre volte. La sua vita di ragazzo finì a Casamicciola nel 1883, sotto le macerie del terremoto che gli portò via i genitori e una sorella, lasciandolo zoppo. Con il fratello Alfonso fu accolto nella casa romana di Silvio Spaventa, cugino del padre, che gli fu tutore e che era allora deputato della Destra storica erede di Cavour. A diciassette anni, traumatizzato dagli eventi, quel ragazzo voleva morire: sperimentò una cupa depressione che solo il tempo e la disciplina di studi avrebbero trasformato nell’angoscia cronica, “domestica e mite”, con la quale imparò a convivere.</p><p>L’esistenza dell’uomo giovane, il geniale filosofo che ai primi del Novecento era già noto e tradotto nel mondo e aveva pubblicato l’Estetica, i saggi su Hegel e quelli sul Materialismo, la Filosofia della pratica, la Logica, e aveva inoltre dato vita alla Critica, la famosa rivista nata per contrastare il positivismo, finì invece a Raiano nel 1913. In quella località dell’Abruzzo, la donna che aveva amato per vent’anni, Angela Zampanelli, morì stroncata da una malattia di cuore. Un lutto che lo destabilizzò profondamente mettendolo di nuovo, brutalmente, davanti al dimenticare per vivere. Angelina fu dimenticata e di lei non si parlò più, anche se un suo ritratto – lei bellissima a trent’anni, in abito da sera – resta sulla parete dello studio del filosofo a Napoli, a Palazzo Filomarino. Angelina è poi riemersa dall’oblio solo alla fine del Novecento con la piccola e documentata biografia scritta da Antonio Cordeschi. Ma a spiegare l’importanza di quell’amore – Angela non fu “la bella popolana semianalfabeta che Croce teneva in casa”, come si diceva a quel tempo – è poi stata la biografia filosofica di Giancristiano Desiderio pubblicata nel 2014.</p><p>La terza e ultima vita di Benedetto Croce, quella dell’uomo maturo, del pensatore che scrive gran parte delle opere di teoria letteraria e poi “Etica e politica” e le grandi opere storiografiche (dalla Storia del Regno di Napoli alla Storia d’Italia e poi dell’Europa dell’Ottocento); quella dell’uomo politico e del ministro, del teorico della religione della libertà e dell’autore del Manifesto degli intellettuali antifascisti, che brillò nella notte della vergogna dopo il delitto Matteotti… La terza vita, dicevamo, ebbe inizio a quasi cinquant’anni, nel 1914, accanto ad Adele Rossi. E anche in questo caso è ora smentita l’apparenza, che si ridimensiona a riflesso della mentalità allora corrente. La vita è sempre più rigogliosa e complicata; il rapporto con Adele Rossi non fu semplicemente una quieta sistemazione affettiva, la corrispondenza inedita documenta altro. Siamo nel novembre del 1913 e Benedetto scrive: <b>“Le vostre letterine, carissima Adele, sono tutta voi, così come mi piacete e così come mi turbate: come è fatto l’amore, che attrae e fa paura; come io ho schivato sempre finora di accoglierlo in me, cercando di sostituirlo con un più calmo sentimento, di tenerezza e d’indulgenza</b>. Perché io, fin dalla prima giovinezza, ho sempre avuto terrore dell’amore, forse perché troppo mi sentivo disposto ad amare e a perdermi in quel sentimento, mentre una voce più alta mi ammoniva dentro di me, che la vita non consiste nell’amore. E perciò all’amore romantico o leopardiano ho preferito quello ariostesco (...) e ora che non posso tornare a quel vecchio proposito, anche ora voglio e mi adopererò a fare in modo che l’amore diventi, per me e per voi, non il fine, ma la condizione della vita”. Ciò che segue è il racconto autoironico e divertente di quella mattinata, in cui Croce aveva deciso di andare a ritirare la posta alle 12, come al solito, ma invece si era precipitato appena sveglio – senza rendersene conto, come un ragazzo innamorato – “a ritirare le vostre lettere! Ci vuole pazienza, non solo con gli altri ma con noi: quella pazienza che non esclude la severità”.</p><blockquote>“Le vostre letterine, carissima Adele, sono tutta voi, così come mi piacete e così come mi turbate: come è fatto l’amore, che attrae e fa paura"</blockquote><p>A distanza di più di un secolo possiamo dire che se i sintomi dell’innamoramento sono universali, ogni amore è poi diverso da qualunque altro. E sappiamo che quello gli si domanda a cinquanta non è lo stesso che si chiedeva a vent’anni. Adele Rossi accolse Benedetto Croce quasi cinquantenne senza interferire con il suo tumultuoso passato – che peraltro conosceva bene – anche se questo fu per lei comprensibile fonte d’insicurezze. Ma chi era? E come fu che una studentessa piemontese poco sopra i trent’anni e in ritardo con gli studi, entrò nella vita e nel cuore di una delle celebrità intellettuali del suo tempo? Di lei si sa pochissimo e a colmare il vuoto provvede ora una voce firmata da Teresa Leo nel nuovissimo “Dizionario biografico e tematico delle donne in Italia” diretto da Emma Giammattei e pubblicato dall’Enciclopedia Italiana Treccani.</p><p>Nata nel 1880, Adele Rossi aveva tenacemente perseguito gli studi ripresi dopo una sospensione probabilmente dovuta a traversie familiari. All’Università di Torino fu allieva del corso di Letteratura tedesca di Arturo Farinelli, che le aveva assegnato una tesi su Vittorio Imbriani. E per questo bussò arditamente alla porta di Croce – allora legato ad Angela Zampanelli – nel 1911 perché la indirizzasse nelle ricerche. Il filosofo, che era già senatore, rispose alle sue lettere come faceva con molti giovani studiosi, le mise a disposizione la sua biblioteca e la invitò a Napoli diventando suo tutor d’eccezione. <b>La familiarità tra loro era nata così. Adele Rossi, che molto desiderava rendersi indipendente, si laureò nel 1912</b>. Era una delle circa 250 laureate che allora circolavano in Italia, cominciò a insegnare in un istituto di religiose e mantenne i rapporti con Croce – che le dava piccoli incarichi di ricerca e riscontro bibliografico – desiderando pubblicare la tesi e proseguire negli studi. Poi tutto precipitò con la malattia e la morte di Angela Zampanelli, che Adele aveva avuto modo di conoscere e che è spesso presente nella sua corrispondenza con Croce.</p><p>Era una donna minuta e gentile, portò a Palazzo Filomarino lo stile sabaudo che Croce aveva già respirato in casa di Silvio Spaventa, condividendo gli anni difficili della vita del filosofo con tatto e intelligenza. Si diceva che fosse “una brutta bella”, ma l’aggraziata fotografia di giovane donna che è ancora sulla scrivania di lui spiega l’immagine rimasta nello sguardo di sua figlia Elena, che la vide come “una studentessa rivoluzionaria romantica”. Ebbe cinque figli in meno di dieci anni (l’unico maschio morì intorno al primo anno di vita). <b>Ada Gobetti ricorda l’affettuosa gratitudine di Croce per “questa piccola Adelina”, che aveva portato nella sua casa il rumore meraviglioso della vita</b>. Adele lasciò gli studi e le ambizioni letterarie di un tempo per dedicarsi all’amministrazione del patrimonio di famiglia e all’attività filantropica. Tra gli anni Venti e Trenta, riuscì a salvare e a rilanciare l’Istituto Mondragone, un’ex istituzione caritativa che trasformò in convitto per insegnanti, con scuola femminile gratuita di sartoria e merletto per ragazze del popolo. Oggi è diventata il Museo della moda.</p><p>Il suo coraggio e la sua tenacia segnano due passaggi importanti nella vita della famiglia. Fu Adele Rossi a cacciare di casa i fascisti, che assaltarono la residenza di Palazzo Filomarino nella notte tra il 31 ottobre e il primo novembre 1926. Dopo aver fracassato il fracassabile, la squadraccia si ritirò nello sconcerto di trovarsi davanti una donna sola, nel buio di una casa labirintica e piena d’incognite. <b>E c’è l’incredibile esito della vicenda di Villa Ruffo, che resta nella storia della tutela del paesaggio ed è ora raccontata da Alessandra Caputi in una documentatissima ricostruzione dello scontro che, al tempo del sacco di Napoli, oppose Adele Rossi sostenuta dalle figlie al potente banchiere Quinto Quintieri</b>.</p><p>“In nome del paesaggio. Una battaglia legale della famiglia Croce contro la speculazione edilizia”, ora pubblicato da Rubbettino, descrive la controversia iniziata nel 1957 e durata dieci anni. Fu uno scontro epico, combattuto intorno alla dimora tardo vittoriana che Adele aveva comprato sulla collina di Chiaia. Era in cattive condizioni e l’aveva rimessa a posto per consentire al marito ormai anziano di respirare qualche ora nel giardino, tra lecci e magnolie. Ma proprio lì sotto, nel terreno del vicino, era spuntata un’escrescenza di cemento enorme. Un edificio di trenta piani, costruito illegalmente, che chiudeva la vista del mare. L’autore del misfatto, l’antagonista, non era un palazzinaro qualunque. Quinto Quintieri era un esponente del Partito liberale, un uomo colto e raffinato. Era stato ministro delle Finanze nel 1944 ed eletto nell’Assemblea Costituente. La borghesia cittadina stava dalla sua parte e ne nacque un’odissea giudiziaria, con pieghe anche “furbesche e comiche”, che divise l’opinione pubblica e che è entrata nel romanzo delle origini dell’ambientalismo italiano, di cui Elena e Alda Croce furono pioniere.</p><p>Cinque donne contro tutti – la stampa cittadina condusse una campagna dai toni maschilisti – riuscirono a fare di Villa Ruffo un caso esemplare muovendo anche il governo e la presidenza della Repubblica. Vinsero e gli ultimi due piani del palazzo abusivo furono tagliati dalla sega del Genio civile. A firmare l’ordine di demolizione fu Giacomo Mancini, allora ministro dei Lavori pubblici. Adele Rossi, che morì senza conoscere l’esito della battaglia, ha lasciato Villa Ruffo alla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce.</p>]]></description>
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				<title>Dai Cuffaro ai Tamajo. Le sacre famiglie di Sicilia</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Accursio Sabella</author>
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				<description><![CDATA[<p>Santi e santini di Sicilia cambiano faccia, senza prendersi il disturbo di cambiare il cognome. Spesso, non è necessario. In tanti, nell’isola, imparano presto che il voto è una preferenza, certo, ma anche una processione per la grazia, una supplica. E’ successo anche all’ultima tornata di elezioni amministrative che si concluderanno tra sabato e domenica con i ballottaggi. In Sicilia, sono tre i Comuni al secondo turno. Tra questi, anche un capoluogo di provincia, Agrigento. A pochi chilometri dalla città di Luigi Pirandello, in un paese di dodicimila abitanti, quindi al di sotto della soglia necessaria per andare ai ballottaggi, non ci sarebbe stato comunque bisogno di tornare alle urne. I cittadini, da quelle parti, si sono espressi con un plebiscito. “Garantirò la continuità amministrativa”, ha promesso a poche ore dall’elezione, come se ce ne fosse bisogno, il nuovo sindaco di Raffadali che di cognome fa&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/salvatore-cuffaro_86333" target="_blank">Cuffaro</a>. No, non si parla del più famoso Totò. E nemmeno del meno famoso Silvio.<b> Il nuovo sindaco è Ida Cuffaro. Nipote dell’uno e dell’altro zio di Sicilia. Anzi, lo zio Silvio le ha anche lasciato la poltrona di primo cittadino</b>.</p><p>La continuità amministrativa? E’ continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia. Quasi l’ottanta per cento dei votanti hanno scritto, sulla scheda elettorale, quella parola d’ordine che gronda di politica, di inchieste, di cadute e di miracoli. Un cognome che in quel paese è la password giusta per il consenso. E l’intreccio politico-familiare ha pure finito per generare un rompicapo, un corto circuito: l’ex governatore Totò, infatti, è finito ancora una volta nei guai giudiziari e ha patteggiato una condanna a tre anni di servizi sociali, insieme a un “daspo” insolito: non potrà frequentare esponenti politici e burocratici. Ma la nipote, che adesso è una politica, è, appunto, una parente. Come la mettiamo? In questo caso, interverrà la logica deroga, la cui assenza avrebbe finito per complicare feste e ricorrenze. Sì, Cuffaro senior potrà incontrare la nipote. E’ pur sempre una nipote.</p><blockquote>La continuità amministrativa? E’ continuità familiare, innanzitutto. Benedetta dalla democrazia</blockquote><p>Il frutto è caduto vicino ai rami, nel sacro giardino siculo degli alberi genealogici dove il governo regionale vuole riportare cervelli fuggiti dalla mediocrità e dalle logiche tribali. L’appello è stato lanciato nel burocratese di una leggina approvata poche settimane fa. La norma prevede, in sostanza, incentivi e sconti sulle tasse per chi volesse prendere residenza tra le parrocchie di Sicilia. Del resto, ai vertici di Palazzo d’Orleans tengono molto al “merito” (o all’insopportabile “meritocrazia” che almeno confessa come l’argomento sia il potere), dovrà essere quello il codice per sbloccare l’avvenire, il pin dello sviluppo. Il governatore Renato Schifani lo ha anche ripetuto agli studenti accolti pochi giorni fa nei giardini della presidenza in occasione dell’ottantesimo anniversario dello Statuto siciliano: <b>“Voi siete il futuro”, ha detto. “La nostra sfida – ha ribadito ai giovani pochi giorni dopo – è creare i presupposti perché il lavoro non manchi in Sicilia. Questa terra è meravigliosa, non abbandonatela”</b>.</p><p>C’è un grande prato verde, tra le parrocchie e le cattedrali di Sicilia. E qualche mese fa, un cervello è già rientrato nel giardino. “Mia figlia? Ha grandi qualità”, ha commentato Totò Cardinale, già ministro nei governi di centrosinistra ed esperto tessitore di maggioranze variabili, con quel cognome che beffardamente rimanda alle liturgie degli accordi. Era dalla parte del governatore gelese del Pd Rosario Crocetta, qualche anno fa, con la sua “Sicilia Futura” (e che, la retorica del futuro nell’isola non poteva diventare partito?) e adesso tra i più fedeli sostenitori di Schifani, insieme a un drappello di deputati regionali di ultima (o penultima) generazione, da sempre titolari di un pacchetto di voti consistente. Uno di questi si chiama <b>Edmondo Tamajo</b>, detto Edy, quartier generale a Partanna Mondello e capace, alle ultime elezioni europee, di portare a casa più di 120 mila voti, un bottino così prezioso da costringere il vicepremier Antonio Tajani a chiedergli il beau geste del passo indietro, per lasciare il banco di Strasburgo a Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici e simbolo dell’antimafia prima dentro la giunta di Raffaele Lombardo, poi da candidata alla presidenza della Regione siciliana col Pd, infine da eurodeputata di Forza Italia. E Tamajo ha accettato, limitando il suo comunque amplissimo raggio d’azione alla Sicilia delle Attività produttive. E’ proprio nell’ufficio di gabinetto di quell’assessorato che siede oggi Serena Cardinale, 37 anni, figlia dell’ex ministro e dipendente della Regione Lombardia: “Se sono felice che sia tornata? Certo che lo sono”. Di sicuro, non si può dire che lo stratega di Mussomeli abbia mai ostacolato la carriera delle figlie negli ambienti politici: <b>Daniela Cardinale è stata eletta alla Camera dei deputati per la prima volta nel 2008, quando aveva solo ventisei anni, e in parlamento è rimasta fino al 2022, per gran parte dell’esperienza tra le file del Pd, abbandonato nel 2019. E già si parla di una nuova candidatura alle prossime politiche, stavolta con i berlusconiani</b>. Si vedrà. Intanto, la sorella Serena è nello staff di Tamajo, un incontro tra sacre famiglie sicule del voto. I Tamajo, infatti, non danno mica le carte solo alla Regione. Il padre di Edy, Aristide, è assessore all’Istruzione della giunta del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Un ponte, quello dei Tamajo’s che lega Mondello al resto della Sicilia. Un ponte poggiato sul solido terreno del trasformismo: un po’ col centrosinistra, un po’ col centrodestra, poco importa. L’unico simbolo che conta è il cognome.</p><p>Discorso che vale anche a pochi chilometri dal mare di Mondello. Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali. Il capostipite è Angelo Figuccia che qualche anno fa si autoproclamava “consigliere comunale emerito”, anche, forse, sulla scorta di alcune prese di posizione pubbliche. Come quando festeggiava la Giornata della famiglia naturale, affermando che “forse (bontà sua, ndr) essere gay o tutelarne i diritti, sarà anche un modo per ‘essere trendy’, ma la vita non può seguire la moda”. Non una sorpresa, quell’uscita, per l’emerito che aveva affermato, pochi anni prima: <b>“Dio ci castigherà per il registro delle unioni civili”</b>. Senza dimenticare le crociate che puntavano a preservare la purezza del palermitano del centro storico dal fenomeno della prostituzione: “Non è più possibile che la sera debba stare barricato in casa per evitare di vedere questo triste spettacolo o, peggio ancora, rischiare di rimanerne coinvolto”. Che si sa, ti volti un attimo... Concetti che oggi sarebbero in sintonia col mondo al contrario di Roberto Vannacci. E a dire il vero, anno dopo anno, la famiglia Figuccia si è spostata sempre più verso destra. <b>Basta seguire il filo dei movimenti del deputato regionale Vincenzo, figlio di Angelo, entrato all’Ars per la prima volta nel 2013, senza più uscirne</b>. Primo approdo col vessillo del Movimento per l’autonomia di Lombardo, lo sbarco in Forza Italia, poi l’Udc con cui sarà eletto per la seconda volta, infine l’arrivo alla Lega di Matteo Salvini. Ma anche in questo caso, il partito non è indicativo. Come per i Tamajo, il cognome è già un simbolo. La famiglia è già un partito. Con i suoi avamposti. Oggi Sabrina, sorella di Vincenzo, è una combattiva consigliera comunale. L’altro fratello, Marco, il più giovane, è stato eletto consigliere della circoscrizione che comprende Borgo Nuovo, appunto. <b>Lì dove sorge la chiesa della sacra famiglia Figuccia</b>.</p><blockquote>Nel quartiere di Borgo Nuovo cresce e si moltiplica la famiglia Figuccia, esperta nel cercare (e trovare) i voti anche tra precari e interinali, tra Pip, Asu, Lsu, filastrocca dell’inestirpabile parassitismo siculo, fonte di tante ricchezze elettorali</blockquote><p>Ma non si pensi che il concetto di famiglia debba essere interpretato necessariamente nella sua accezione più pura del legame di sangue. A volte, basta un matrimonio. Serafina Marchetta, detta Rossellina, nel 2022 è volata dai banchi del consiglio comunale di Grotte, comune confinante con la sciasciana Racalmuto, a quelli preziosi di Palazzo dei Normanni. Un successo elettorale? Non esattamente. Perché l’onorevole Marchetta raccoglierà un bottino di voti paragonabile a quello di un’elezione a capoclasse: ben venticinque nella lista della Democrazia cristiana. Cosa ci fa, allora, all’Ars, con un dorato stipendio da quasi diecimila euro lordi mensili? Il marito Decio Terrana è il segretario regionale dell’Udc, partito che ha deciso di sostenere Schifani alle elezioni. E nel listino del presidente, composto da candidati che entrano direttamente all’Ars in caso di elezione dell’aspirante governatore, serviva una donna per fare quadrare il computo delle quote rosa. Una parrocchietta, in fondo, quella dei coniugi Terrana, come le tante che sorgono attorno alle grandi cattedrali del consenso. E’ anche il caso di due giovani dai cognomi noti, cooptati negli staff del governo regionale: <b>Andrea Mineo, oggi, è un componente della segreteria particolare del presidente Schifani</b>. Figlio di Franco, già deputato regionale di Grande Sud e anche lui con qualche vecchio grattacapo nei tribunali, Andrea, estraneo a quelle inchieste, nonostante non sia ancora quarantenne, ha già una carriera politica alle spalle: è stato assessore e consigliere al Comune di Palermo, ed è passato da Fratelli d’Italia alla Dc, fino a Forza Italia. <b>A presiedere quel consiglio comunale, oggi, è Giulio Tantillo, storico riferimento azzurro nel capoluogo: anche lui ha un figlio trentenne e rampante, Fabrizio, attuale segretario dei giovani di Forza Italia in Sicilia ed entrato negli uffici dorati di Palazzo d’Orleans, nella segreteria di Schifani</b>.</p><p>Basta smorzare le ambizioni, poi, e per le sacre famiglie di Sicilia si apre un mondo sotterraneo di assessorati, aziende, società pubbliche o partecipate, dove ritagliarsi un orticello di potere. Pochi mesi fa, tra un tentativo e un altro, tra un tira e un molla, è finito per esplodere lo scandalo dei cosiddetti “comandati”: persone assunte per lavorare negli esangui reparti degli ospedali siciliani e trasferite con un colpo di penna nei più comodi uffici degli assessorati. Tra questi, Giorgia Iacolino, figlia di Salvatore, ex europarlamentare di Forza Italia e potentissimo direttore generale della sanità, prima di finire dentro una spinosa inchiesta sui rapporti tra burocrazia, politica e mafia. <b>La stessa Giorgia  era già stata introdotta in politica: consigliera comunale ad Agrigento e candidata alle Europee per Forza Italia. Ma non solo</b>. Nel lungo elenco dei comandati, spunta anche Maria Paola Ferro, moglie del sindaco di Palermo Roberto Lagalla. Negli ultimi anni, invece, il Cefpas, un ente regionale che ha il compito di formare i professionisti della sanità sicula, è stato infarcito di parenti e amici di deputati e dipendenti. Ne è scaturita l’inchiesta denominata “La corte dei miracoli” che ha coinvolto, tra gli altri, il deputato regionale di Forza Italia Riccardo Gallo Afflitto per presunti incarichi e favori alla moglie.</p><p><b>E così, inchieste giudiziarie e saghe familiari rischiano di incrociarsi ancora una volta</b>. Nel 2012, l’indagine per mafia a carico di Raffaele Lombardo portò alle elezioni anticipate in Sicilia: da quell’inchiesta l’ex governatore di Grammichele finirà assolto e politicamente riabilitato, al punto da essere tornato a dare le carte nella politica siciliana, con due assessori nella giunta di Schifani che rispondono a lui. In quella vecchia storia giudiziaria finì anche il fratello Angelo, che nel frattempo aveva raggiunto i banchi del parlamento nazionale: le accuse di mafia sono cadute anche in questo caso, resta una condanna per corruzione elettorale. Ma la famiglia Lombardo è grande. Nel 2012, all’Ars arriva il ventiquattrenne Toti, figlio dell’ex presidente. Dieci anni dopo, sarà la volta di Giuseppe, nipote di Raffaele, attualmente in carica.</p><p>Non ce l’ha fatta, invece, in quella stessa tornata e dalle stesse liste dell’Mpa, Luigi Genovese, figlio di Francantonio. Quest’ultimo, già sindaco di Messina, segretario regionale del Pd, poi parlamentare per dieci anni con i Dem e con Forza Italia, prima di schiantarsi anche lui contro un’inchiesta giudiziaria, aveva nutrito il proprio consenso in Sicilia con i frutti della formazione professionale, un settore che fino a una decina di anni fa muoveva centinaia di milioni l’anno e dava da mangiare a oltre diecimila famiglie. Per la verità, anche quella di Francantonio è una tappa intermedia di una lunga storia di famiglie e politica. Oltre a essere nipote del più volte ministro Nino Gullotti, Francantonio Genovese è figlio di Luigi, senatore della Democrazia cristiana per la bellezza di ventidue anni, tra il 1972 e il 1994. Ventidue anni. Uno in più di quelli compiuti dall’altro Luigi, il nipote, quando entrerà all’Ars nel 2017. <b>Non ci riuscirà al giro successivo, come detto. Poco male. Le sacre famiglie di Sicilia non finiscono mai</b>. E Luigi Genovese, figlio di Genovese e nipote di Genovese, erede di una sacra dinastia, è stato “ripescato” per guidare a soli trent’anni una delle aziende pubbliche regionali più importanti, cioè l’Ast, che si occupa di trasporto pubblico e dà lavoro a oltre cinquecento dipendenti, stagionali e interinali esclusi. Nel giardino siciliano degli alberi genealogici, i frutti non cadono mai lontano dai loro rami.</p>]]></description>
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				<title>Marguerite Duras ci racconta l’inconfessabile ambiguità del desiderio</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Elisa Veronica Zucchi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Gli amanti comunicano in modo diverso: si lasciano volentieri rapire dall’interdetto. Perseguono, per dirla con Bataille, la “divina esattezza del sogno”: seguendo un’ignota necessità, valicano la soglia del possibile, per entrare nel regno dell’impossibile. Perciò sono perduti: si amano perdutamente e o-scenamente, ovvero fuori-scena. Ma di quale scena stiamo parlando, precisamente? <b>Sopraffina nel descrivere l’ambiguità del desiderio è  Marguerite Duras, ancora oggi attualissima</b>. Sono tornati in libreria il romanzo <i>Moderato cantabile</i> (Feltrinelli, 144 pp., 12 euro), del 1958,  e l’opera drammaturgica <i>La Musica</i> (L’Orma, 156 pp., 18 euro),  inizialmente intitolata <i>La piena luce</i>. <b>Due storie d’amore inconfessabili, umbratili, consegnate alle pagine di un racconto</b>. “A volte, l’ombra è come inchiostro nero”, dichiara Anne Desbaresdes, la protagonista di <i>Moderato cantabile</i> che, nella trasposizione cinematografica del 1960 diretta da Peter Brook, è interpretata da una accorta Jeanne Moreau.</p><p>“Moderato cantabile” è il titolo del primo movimento di una Sonatina di Anton Diabelli che il figlio di Anne è costretto a suonare durante opprimenti lezioni di pianoforte. <b>Costituisce il leitmotiv del romanzo, rendendosi udibile solo per sancire un luogo segreto</b>. Al pari di una filastrocca d’infanzia, la melodia esorcizza la paura e schiude il nudo desiderio. Un assassinio è stato compiuto, un uomo ha ucciso l’amata e poi l’ha baciata – sulla bocca piena di sangue – generando in Anne emozioni impreviste. Anne, moglie altoborghese di un direttore di fonderia, disgustata da sé stessa e affetta dalla “malattia della morte”, scopre i piaceri dell’alcol (proprio come farà la Duras in tarda età). Incontra un uomo, Chauvin. Sono attratti l’uno dall’altra. Si raccontano una storia inventata (almeno in parte) di quel delitto. Ma di quale delitto stanno, veramente, parlando? Anne, via via, diviene il personaggio narrato da lui che si configura come autore, alimentandosi del desiderio di lei.<b>  L’inchiostro scrive mentre annienta; addomestica la violenza dei corpi che vorrebbero “venire alla luce”</b>. Come Blanchot sottolinea nel saggio La comunità inconfessabile, la comunità sociale non può sostenere la potenza del desiderio, la sua violenta inoperosità, il suo sconfinamento. Così la sacrifica per proteggere i suoi argini.</p><p>Pur si svela, nell’intermezzo fra il corpus narrativo tout court e il linguaggio (potenziato) degli amanti, un segreto: <b>che cosa ci sussurra la porosità di quel silenzio saturo di tensione erotica?</b> Nel “depensamento” si fonda una lingua antica: sovviene la Parola di una nuova infanzia, prossima alla musica e all’eros. Infatti, risuona in noi, sopravanzandoci, come ci eccedono un ricordo della nostra infanzia perduta o la madeleine di un amore impossibile.</p><p>Un’altra Anne, Anne-Marie Roche, la protagonista de <i>La Musica</i> (e de <i>La Musica Seconda</i>), ricorda i momenti vissuti con il marito prima della separazione. <b>Come la parola tanto più infiora quanto maggiormente viene meno, così il gesto diviene assolutamente incisivo nell’acme dell’abbandono</b>. E’ il paradosso del teatro.  La Sonata per violoncello e pianoforte n 2 di Beethoven e Black and Tan Fantasy di Duke Ellington contrassegnano, rispettivamente, la prima e la seconda parte. Il brano di Ellington cita la Marcia funebre di Chopin, una pagina in cui, pur apprezzandola, Schumann rilevava “qualcosa di repulsivo”. Così l’amore è eluso, sommerso dai suoni rochi e talvolta financo ripugnanti del possibile, mentre la musica si riversa, infinitamente, sulle sponde dell’impossibile. Si assenta dietro le quinte, in attesa di essere richiamata in scena, “in piena luce”.</p>]]></description>
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				<title>Caproni, Bufalino, Prete e “I fiori del male”</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Riccardo Bravi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Misurarsi con la traduzione poetica, si sa, è un atto che richiede ampiezza di visione ed estro creativo, quasi al pari della stessa produzione di versi – e ciò si è verificato con una qual certa continuità all’interno della nostra letteratura europea antica e più recente.<b> Nomi del calibro di Cicerone, Orazio, Ronsard, Goethe, Pessoa, Claudel fino ai nostri quasi contemporanei Pasternak e Beckett</b>, hanno rappresentato ampiamente la figura dell’autore-traduttore allargando il loro baricentro espressivo verso altre forme di comunicazione “immateriale”, essendo effettivamente l’arte del tradurre un medesimo corpo a corpo con il linguaggio, alla stessa maniera di quella del “produrre”.</p><p>Sorvolando l’Italia, è ben risaputo agli addetti ai lavori che anche nel nostro paese poeti e critici letterari di grande renommé del secolo scorso e del nuovo millennio, si sono strenuamente adoperati nella traduzione dei grandi classici della poesia europea, <b>soprattutto di quella baudelairiana dei Fleurs du mal</b>, capolavoro della modernità sul quale è stata data alla luce una mole imprecisata di scritti di ogni genere. Già dalla sua pubblicazione, in effetti, questa raccolta così “spregiudicata” nella sua composizione di forma e contenuti, divenne il fiore all’occhiello per una larga maggioranza di studiosi, a cominciare da Giuseppe Ungaretti che la considerò come uno dei più importanti prodotti culturali degli ultimi decenni.</p><p>Seguendo questo compatto fil rouge, lo studio (<b>Traduire Baudelaire. La joute des Italiens. “Hymne à la Beauté” par Caproni, Bufalino et Prete</b> (Presses Universitaires de Provence, pp. 108, 14 euro) di Gianluca Leoncini, dottore di ricerca a Aix-Marseille Université e professore di italiano in Francia, scandaglia, nello specifico, le trasposizioni baudelairiane dell’Hymne à la Beauté realizzate da tre importanti rappresentanti della recente storia letteraria italiana: Gesualdo Bufalino, Giorgio Caproni e Antonio Prete. Ognuno provvisto di un processo creativo personale nonché di una prassi traduttiva dal francese che si differenzia da quella dell’altro, questi tre esponenti della letteratura italiana dei nostri tempi hanno ampiamente fatto rivivere la grande poesia baudelairiana senza troppo “tradire” i propositi dell’autore di partenza. Già rodati alla traduzione della lingua di Molière con importanti prove – si pensi a Bufalino con Giradoux, a Caproni con Char, Cendrars e con il Céline di Morte a credito, infine a Prete con le sue traduzioni di Bonnefoy e Jabès – l’idea del saggio è proprio quella di mostrare quali siano state le scelte ritmiche e lessicali che sottendono alla trasposizione traduttiva da parte di ciascuno di questi autori, i quali attraverso una modulazione della voce e una personale adattabilità ad accogliere il pensiero altrui, riescono a “prolungare” (come nel caso di Prete) o a “trasformare” (lo faranno Bufalino e Caproni, che ne licenzierà una originale versione in prosa senza modificare troppo l’intento lirico dell’autore) il dictus baudelairiano nella nostra lingua. Leoncini analizza poi verso per verso il celebre inno insieme alle scelte metriche effettuate dai  tre italiani, nella speranza di far risuonare quella “joute” che ha visto in questa triade di traduttori l’essenza più vicina a quella pensata originariamente da Charles Baudelaire.</p>]]></description>
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				<title>Madame de Sevigné e il suo sguardo sul Grand Siècle</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Marco Lanterna</author>
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				<description><![CDATA[<p>La Francia festeggia i 400 anni della nascita di <b>Madame de Sévigné</b> (5 febbraio 1626) con una bella mostra al Museo Carnavalet e con un sontuoso coffret in tre tomi della sua Correspondance per i tipi della prestigiosa Pléiade. <b>Operazione editoriale che, per un autore, è il corrispettivo dell’ammissione all’Accademia di Francia ossia l’ingresso nell’immortalità</b>. Purtroppo il lettore italofono, al momento, non dispone nemmeno di una sparuta scelta di lettere della Marchesa (lei che pure adorava la lingua italiana e in particolare il Tasso). Sarà che qui da noi è già in corso di stampa l’opera omnia di Michela Murgia, quindi che farsene a latere di una secentesca e attempata Sévigné? <b>Epperò è un gran peccato, perché nella Marchesa si addensano le bellezze e le rarità di un vero classico d’antan</b>: per esempio l’umbratile scrittura femminina guadagna per la prima volta con lei il centro della scena nella letteratura mondiale. C’è poi lo sfavillio della gran dama di Antico Regime e la sua influenza recondita, confidenziale, in vestaglia per dir così, sulle leve maschili del potere e insieme il resoconto – a tratti quasi pettegolo id est da portinaia – di fatti e fatterelli inerenti alla corte del Re Sole. Ma su tutto nella Sévigné s’impone l’amore – a tratti radente la patologia – di una madre, la quale, tanto disperatamente quanto genialmente, cerca di annullare la barriera spazio-temporale che la separa dalla figlia lontana  (“Dio mi conceda un giorno la grazia di amarlo, quanto amo voi” dirà) per il tramite di una corrispondenza giornaliera, gazzettistica, non dissimile per afflato da quella della nostra quattrocentesca Macinghi-Strozzi, pur essa madre e improvvisata pittoresca epistolografa per figli ai quali “a bocca non può parlare”.</p><p>Nell’estesissimo carteggio della Sévigné giace – fiabesco e incantato – tutto un mondo di avvenimenti e personaggi: <b>quasi insetti prigionieri entro un’ambra traslucida</b>. Invero ogni cosa viene restituita attraverso la penna galoppante (così la definisce Gustave Lanson) della Marchesa. Laddove cioè l’altro colosso storico-letterario della corte del Re Sole – ossia il Duca di Saint-Simon – scrive i propri sterminati Mémoires con i nervi e la bile, la Marchesa appare più gioviale, d’indole più filosofica. Non a caso nei ritratti coevi viene raffigurata, secondo i canoni estetici d’allora, come un bel donnone roseo e paffuto (vederne il ritratto di Claude Lefèbvre al Carnavalet). <b>Ed è proprio la morbidezza (parola italiana che lei conosceva assai bene) la prima qualità d’animo e di stile della Sévigné</b>, la quale è anche un inarrivabile modello di prosa Grand Siècle, con tanto di lessici d’autore a lei dedicati per renderne imitabile l’idioletto inimitabile.</p><p>L’apparizione in libreria di questo cofanetto, vagamente lapidario, assume poi la valenza di un mesto commiato: quello che la nostra umanità digitalizzata deve tributare ormai agli epistolari, ai carteggi, i quali soppiantati dalle mail inscritte nell’etere transeunte del cloud, vanno inevitabilmente a svanire, <b>decretando di fatto la morte di un genere non inferiore, per esiti stilistici o conoscitivi, al romanzo, al saggio, all’autobiografia o al trattato</b>. Anzi le lettere, rivolgendosi a un destinatario del quale assumono fin la fisionomia nel dettato, trattengono qualcosa di unico sia della vita di chi le scrive sia della vita di chi descrivono. E infatti una delle missive più toccanti della Marchesa, perché capace di restituire un’esistenza altrimenti dissolta nel tempo, è quella in cui dà notizia della morte di Vatel, il celebre cuoco inventore della crema chantilly, suicida durante un ricevimento in onore del Re per la mancanza del pesce in tavola. <b>La Sévigné con lievi sapidi magistrali tocchi fa sbalzare il contrasto tra l’enormità tragica e insensata di quel gesto e la frivola gelida spietatezza della corte</b>: “Ma ormai era troppo tardi per il povero Vatel. Nondimeno si pranzò lautamente, si fece merenda, si cenò, si passeggiò, si giocò, si andò a caccia; tutto era profumato di narcisi, tutto era incantevole”.</p>]]></description>
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				<title>Creò lo Strega solo per vincerlo. Il Romanzo privato di Bellonci</title>
				<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per gli under 40, e forse anche gli under 50 e 60, <b>Maria Bellonci</b> è soprattutto un nome che si vedeva nelle coste di vecchi Mondadori nelle case delle nonne e delle signore più o meno borghesi, fra centrini e foto di parenti morti in cornici d’argento. <b>Il nome appariva prima di titoli come Lucrezia Borgia o I segreti dei Gonzaga, biografie romanzate di personaggi storici che vendevano bene prima, durante e subito dopo la guerra</b>. Per chi ha frequentato il magico mondo dell’editoria, soprattutto romana, Bellonci significava invece “Casa Bellonci”, l’appartamento ai Parioli dove si decideva fino a pochi anni fa, fra tartine in terrazza con la paura che crollasse il pavimento, tutti pigiati e accaldati, la cinquina del premio Strega.<b> Perché era lei a esserselo inventato</b>, invitando “gli amici della domenica” a scegliere il miglior libro italiano dell’anno, e trasformandolo pian piano nel più noto premio che sfociava, almeno fino a qualche anno fa, a una notevole moltiplicazione delle copie vendute, oltre che a una guerra tra editori.</p><p>La cosa che potrebbe stupire qualcuno leggendo l’albo d’oro, forse per istinti moralisti, è vedere il nome di Maria Bellonci, vincitrice dell’edizione 1986 (poveracci quelli che si trovarono in cinquina con lei). Possibile che possa vincere un premio la creatrice dello stesso, considerato che i votanti erano appunto amici suoi? <b>A rispondere a questa domanda è uscito il libro Romanzo privato di Stefano Petrocchi</b>. E lui, che quel mondo lo conosce bene essendo direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo dello Strega  – a proposito, i cinque finalisti di quest’anno saranno annunciati proprio domani  –, ci racconta di questo “desiderio quasi incestuoso di ricevere il premio letterario da lei creato”, usando anche diari inediti della scrittrice. Bellonci non ce la farà mai a goderselo però lo Strega dall’altra parte della barricata, perché, dopo aver lanciato la candidatura, morirà, ottenendo il voto postumo con un plebiscito. Vinse quindi perché fondatrice e madrina, perché brava scrittrice o perché morta? <b>Forse per tutti questi motivi insieme, ma bisognerebbe chiederlo ovviamente a chi la votò quarant’anni fa</b>. Forse anche per affetto, o per rispetto, oltre a darci una biografia, Petrocchi descrive anche la genesi dell’opera vincitrice di Bellonci, Rinascimento privato, autobiografia immaginaria di Elisabetta d’Este, e ci si chiede, noi che non l’abbiamo mai letta, se possa dire qualcosa a noi millennial, e se fosse anche una brava scrittrice. Dopotutto il dubbio c’è, avendo già ottenuto lei il Viareggio dal ministro fascista Alfieri prima di creare il circolo pariolino col marito ben più vecchio, Goffredo (che aveva già sfidato a duello Bontempelli sull’eredità carducciana mentre lei aveva 9 anni). Ma è anche vero, racconta <b>Sandra Petrignani</b>, che Bellonci in fondo voleva presentarsi più che come scrittrice, “come un emblema della civiltà letteraria del secolo scorso” e che, come ammette lei stessa nei diari, il premio le servisse soprattutto per i soldi, per andare avanti.</p><p>E infondo anche qui, come tutto ciò che circonda lo Strega, alla fine i curiosi vogliono i retroscena, il velo che si alza. <b>I Moravia incattiviti, i Pasolini gelosi, e quelle avventure nei bar romani che fanno tanto ’900 e che ci mancano un po’</b>, dove le sciure avevano perle e potere e passione per le principesse rinascimentali. Ci mancano ora quelle atmosfere che lo Strega si è adattato ai tempi, per sopravvivere, ed è tutto instagrammabile, coi selfie al Ninfeo e il gelato brandizzato, ed è, come tutto quanto, diventato experience, e si fanno i tour con i dodici pre-finalisti, e ci si ritrova a Mexico City per lo #StregaTour con Michele Mari (il gran favorito di quest’anno) e Christian Raimo e Bianca Pitzorno, che sembra già un film di Virzì.</p>]]></description>
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