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		<title>Cultura</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 22:11:11 +0200</pubDate>
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				<title>Scrivere, senza tv né social media. Conversazione con Ann Patchett</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Antonio Monda</author>
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				<description><![CDATA[<p>Romanziera, saggista, animatrice culturale e titolare insieme a Karen della splendida libreria Parnassus, punto di riferimento imprescindibile della vita intellettuale di Nashville,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/ann-patchett_39349" target="_blank">Ann Patchett</a>&nbsp;è nata a Los Angeles, dove il padre Frank era un poliziotto che ha avuto un momento di celebrità per avere arrestato sia Charles Manson che Shiran Shiran. I genitori divorziarono quando era bambina, e lei rimase con la madre Jeanne, infermiera, la quale si trasferì in Tennessee con il secondo marito, che definisce come una persona <i>weird</i>, traducibile in italiano come strano, ma con un connotato inquietante: <b>racconta che l’aveva convinta a girare con una pistola quando aveva sedici anni</b>, e attribuisce il proprio rifiuto di inviare dei messaggi con il cellulare anche al fatto che la madre fosse costretta a rispondergli nel momento stesso in cui riceveva un suo messaggio con un <i>pager </i>dal quale non si poteva mai separare. Di questo, però non parla volentieri.</p><p>Anna Patchett – che il 20 ottobre torna anche in Italia in libreria con il suo ultimo romanzo, <i>La notte delle promesse</i>, per Ponte alle Grazie, il suo editore italiano – ha un carattere deciso, ma ha la virtù del sorriso e dell’ascolto, non guarda la televisione e ignora i social media, auspicando un futuro più silenzioso, affinché soprattutto le nuove generazioni possano concentrarsi e magari leggere: “Del resto, vivo con la mia scrittura”.</p><p>Ha accettato di partecipare a questa serie di conversazioni, chiedendomi di farle le stesse domande che ho posto gli altri intervistati: <b>“Dal confronto potrà conoscermi meglio”</b>, mi ha detto. Inizio quindi chiedendole il suo primo ricordo.</p><p>“Mi trovo in una culla, guardo fuori attraverso le sbarre, guardo in alto verso una giostrina per neonati, la luce entra dal corridoio… ho molti ricordi precedenti a quando ho iniziato a camminare”.</p><p><i>Qual è stato il ruolo dei suoi genitori nella sua educazione e nelle sue scelte culturali ed esistenziali?</i></p><p>“Sia i miei genitori che il mio padre acquisito erano lettori. <b>Sono cresciuta in una casa piena di libri</b>, e intorno a me le persone erano spesso sedute a leggere quei libri, quindi da questo punto di vista i miei genitori sono stati fondamentali per la mia educazione. Non erano molto coinvolti per quanto riguardava il sapere quali lezioni stessi frequentando o se avessi fatto i compiti o cosa volessi fare all’università. Da ragazza non ero una brava studentessa ma ci mettevo molto impegno e loro – ma qui dovrei dire mia madre – mi hanno fatto capire che l’impegno era ciò che contava, non il voto. Il mio patrigno voleva che andassi alla scuola di specializzazione e prendessi un Master in Belle Arti perché era lui a desiderare un Master in Belle Arti. Voleva che io ottenessi quell’istruzione e in qualche modo la riportassi a lui, il che non era possibile. <b>Per quanto riguarda le mie scelte culturali ed esistenziali – tali quali sono – quelle sono mie</b>”.</p><p><i>Quando ha deciso di diventare una scrittrice? </i></p><p>“Non ho il ricordo di una decisione. <b>Era l’unica cosa che volevo fare, e questo risale alla prima infanzia</b>”.</p><p><i>Come rappresenta per lei la scrittura? </i></p><p>“Un privilegio. Sono fortunata a sapere cosa fossi destinata a fare della mia vita, e ancora più fortunata a poterlo fare. Non perdo mai di vista questo aspetto”.</p><p><i>Ha una routine quando scrive?</i></p><p>“Nessuna in assoluto. Si tratta solo di trovare un’idea e trovare il tempo. Il tempo è ciò per cui lotto, preferibilmente grandi blocchi, espressione con cui intendo qualche giorno di seguito. Possedere una libreria porta via molto tempo, così come rispondere a tutte le richieste. Faccio sempre fatica a riportare la scrittura in primo piano”.</p><p><i>Chi è il più grande eroe non celebrato della letteratura?</i></p><p>“Io penso che sia Grace Paley. Non è che non sia letta o dimenticata, ma ha saputo utilizzare il suo grande talento con la sua enorme dignità, era un essere umano luminoso. E questo forse è meno conosciuto e quindi apprezzato”.</p><p><i>C’è qualche libro che amava e che ora non ama più? </i></p><p>“<i>Qualcuno volò sul nido del cuculo</i> di Ken Kesey”.</p><p><i>C’è uno scrittore che non le piaceva e che ora ammira?</i></p><p>“Sinceramente non mi viene in mente nessuno”.</p><p><i>C’è invece qualcuno che ammira ma non è d’accordo con le sue idee?</i></p><p>“Ezra Pound”.</p><p><i>Quali sono stati i libri più importanti per la sua formazione? </i></p><p>“<b>L’influenza è una questione di tempistica</b>. Gli scrittori che mi hanno influenzato sono stati quelli che ho letto quando ero giovane: John Updike, Saul Bellow, Philip Roth, JD Salinger. Ci sono altri scrittori che amo anche di più e autori da cui vorrei essere stata influenzata, ma sono arrivata a loro più tardi”.</p><p><i>Ritiene che il linguaggio delle immagini stia danneggiando il linguaggio delle parole?</i></p><p>“E’ buffo, quando mi hai fatto questa domanda ho pensato immediatamente alla pittura e mi sono detta come può la pittura essere dannosa per le parole? Invece ho pochissimo a che fare con tutte quelle altre immagini, per paura che possano danneggiarmi”.</p><p><i>Cosa pensa dell’intelligenza artificiale in relazione</i> <i>alla scrittura? Un peccato mortale, un’opportunità o altro…? </i></p><p>“Leggi sopra. Non c’è nulla che io possa fare per fermarla e sembra potenzialmente così dannosa… non per me, ma per i ragazzi che stanno crescendo nel mondo cercando di trovare la propria voce”.</p><p><i>In una recente intervista i ha affermato: “Le persone con cui interagisco ogni giorno sono brave persone. E’ incredibilmente raro che io incontri qualcuno che non sia gentile. Ora, se guardi il telegiornale e leggi le notizie, sembra che tutti siano terribili e assassini. Ma è la differenza tra fonti primarie e secondarie. Quindi, se agisco solo in base alle fonti primarie, quello che vedo è la bontà. Capisco perfettamente che nel mondo ci siano orrori e incredibili crudeltà, ma sento anche che gli orrori e le incredibil crudeltà siano molto ben rappresentati nell’arte. E ciò che sperimento effettivamente nella mia vita quotidiana non è altrettanto ben rappresentato nell’arte”.</i> <i>Secondo lei, perché succede questo?</i></p><p>“Il conflitto è il motore della trama, ed è più facile creare un conflitto partendo da un comportamento scorretto o dalla barbarie, allo stesso modo in cui è più facile parlare degli orrori del mondo. La decenza è più sottile e complessa dell’indecenza. Ci vuole più pazienza e dedizione per trovare lì la storia”.</p><p><i>Nel Vangelo di Giovanni è scritto: “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma le persone hanno preferito le tenebre alla luce perché le loro opere erano malvagie”. E’ d’accordo?</i></p><p>“Non saprei nemmeno da dove iniziare per sapere che cosa preferiscono le persone. <b>So però cosa preferisco io: mi piace la luce</b>”.</p><blockquote>“Non saprei nemmeno da dove iniziare per sapere che cosa preferiscono le persone. So però cosa preferisco io: mi piace la luce”. Trump? “Un’eccezione nella storia americana, la conseguenza dei reality show”</blockquote><p><i>Passiamo alla politica: ritiene che Donald Trump rappresenti un’eccezione nella storia americana o una conseguenza inevitabile?</i></p><p>“Un’eccezione. Ma penso che sia la conseguenza inevitabile dei reality show”.</p><p><i>C’è qualcosa che le piace o ammira in Trump e che i suoi avversari dovrebbero imitare?</i></p><p>“No, nulla”.</p><p><i>Personalmente credo che lui rappresenti, tra molti altri fattori, una reazione agli eccessi della cultura woke e del politicamente corretto: non tutte le persone inervistate sono d’accordo con questa mia idea, lei che ne pensa?</i></p><p>“E’ probabile, ma nel profondo sono un sostenitrice della cultura woke e del politicamente corretto”.</p><p><i>Crede in Dio? Qual è il suo rapporto con la religione?</i></p><p>“Credo che Dio sia la vita, quello che stiamo facendo in questo momento. Sono stato cresciuta cattolica e mi identifico ancora come tale, anche se non vado quasi mai in chiesa. Sono stata educata a una fede di servizio: aiutare i poveri, aiutare i malati, vivere con umiltà e gratitudine. Le suore della Misericordia me lo hanno impresso nella mente ed è ancora lì”.</p><blockquote>“Credo che Dio sia la vita, quello che stiamo facendo in questo momento. Sono stato cresciuta cattolica e mi identifico ancora come tale, anche se non vado quasi mai in chiesa. Sono stata educata a una fede di servizio”</blockquote><p><i>Come le sembra il primo Papa americano? </i></p><p>“Sono del tutto a suo favore”.</p><p><i>Come interpreta i continui attacchi di Trump al Papa? </i></p><p>“Le tenebre contro la luce”.</p>]]></description>
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				<title>Il Piccolo Eliseo riapre all’insegna della precarietà</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p>Al Piccolo Eliseo va in scena la precarietà nella sua forma più pura e grottesca. <b>“Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni”</b>, regia di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/lucia-calamaro_40672" target="_blank">Lucia Calamaro</a>, accende ufficialmente la stagione 2026/2027 dello storico teatro romano dopo sei anni di inattività. Davanti a un fondale bianco, Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi e Gioia Salvatori gettano sul pubblico secchiate di ansia, indecisione e tutta la vasta gamma di turbamenti che ogni giorno fa svegliare milioni di italiani con la paura di non essere abbastanza.</p><p>Due quarantenni precari, amici da sempre, tirano a campare tra lavori saltuari e dottorati di ricerca, <b>mentre sul tavolo di casa fioriscono bollette, multe non pagate e la sensazione che riempire il carrello al supermercato non sia più un gesto quotidiano ma un’avventura dall’esito sconosciuto</b>. Oggi ce la faccio, ma domani? Da partita Iva non ho certezze, e se non mi richiamano per lavorare? Una voce esterna, invisibile ma dal peso granitico, elenca incessantemente la sfilza di timori fiscali che attanaglia i protagonisti.</p><p><b>Chiedere aiuto allo stato non sembra migliorare le cose</b>. Un lenzuolo di tre metri indica quella ingarbugliata rete di bonus e sovvenzioni che il governo di turno mette (o dismette) a tutela delle fasce più deboli. E’ una burocrazia imperiale dove la polvere si sposa coi cavilli dando vita a colonne infami di faldoni, come nel mondo distopico di “Brazil”, il successo fantascientifico di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/terry-gilliam_56563" target="_blank">Terry Gilliam</a>&nbsp;del 1985. I protagonisti, alfieri a loro insaputa del microcosmo dei <i>working poors</i>, è impantanato a metà strada e non sa a chi chiedere un passaggio. Con uno stipendio mensile da quattro cifre in tasca non è né abbastanza benestante per campare sereno, né è abbastanza povero per beneficiare degli aiuti statali. I requisiti, del resto, sono stringenti: l’Isee non rispetta la soglia e i figli a carico non ci sono. Ma come si fa a mettere al mondo una persona se non si ha la sicurezza di potergli garantire qualcosa che non sia un bonus temporaneo dallo stato?</p><p>Con lo spettacolo di Calamaro si ride avendo davanti un lento ma implacabile scivolamento verso una strana povertà, fatta di donne e uomini con doppia laurea e master, eppure incapaci di definire loro stessi e orientarsi nel presente.<b> Per l’Istat (dati di aprile 2026) risulta a rischio di povertà lavorativa il 10,2 per cento degli occupati tra i 18 e i 64 anni, sostanzialmente in linea con il 10,3 per cento del 2024</b>. E’ una generazione che galleggia: una zavorra legata alla caviglia li tira verso il fondo, ma ancora c’è un po’ di forza per rimanere fuori dall’acqua. Chichiarelli, Parisi e Salvatori sono lì lì per cadere, interpretando cinquanta sfumature di povertà percepita e imminente. Dalla dottoranda che non sa cosa vuole fare da grande (3.000 euro in un anno), al lavoratore monoreddito in difficoltà con le spese incomprimibili. Lo stato vorrebbe aiutarli: “Il potenziale c’è”. Ma sarebbe più facile se fossero poveri per davvero, almeno nell’aspetto esteriore. Provateci almeno! Altrimenti chi vi dovrebbe aiutare? <b>Il pubblico in sala si diverte, ma anagraficamente parlando non corrisponde a quello di cui questo spettacolo parla</b>. Dove sono i quarantenni precari la sera? A lavorare, o per lo meno a provarci.</p>]]></description>
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				<title>Nel clima creato da Chernobyl gli italiani votarono sul nucleare pensando d’aver sconfitto il demonio</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Pierluigi Battista</author>
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				<description><![CDATA[<p>Adesso, con tutte quelle petroliere bloccate nello stretto di Hormuz, finalmente si riparla di energia nucleare. Ma quarant’anni fa il nucleare, con la catastrofe di Chernobyl, in Italia era diventato il demonio. Trentanove anni fa, con il referendum sul nucleare, diventammo un popolo di esorcisti e scacciammo il demonio. Con le conseguenze che sappiamo.</p><p>Una catena di traumi nella vita quotidiana ci infiammò di paura. Ma come, da un giorno all’altro bisognava evitare come la peste la lattuga assassina? No, non si poteva sopportare. E il latte fresco negato ai bambini perché le mucche potevano aver ruminato erba contaminata? Quello fu davvero uno choc. E forse nemmeno l’acqua degli acquedotti si poteva bere, e perciò ecco i tempestivi servizi dei tg con le consuete scene dell’assalto ai negozi e ai supermercati per fare incetta di cassette di acqua minerale. Nel 1986, l’esplosione della centrale nucleare di Chernobyl, a più di duemila chilometri di distanza dal confine orientale italiano, ci gettò nel panico. Non si parlava d’altro. Non ci si preoccupava d’altro. Latte, foglie di lattuga e acqua potabile erano diventati nemici che si intrufolavano in cucina, nei nostri piatti, nelle mense scolastiche. Fu in questa atmosfera apocalittica che gli italiani furono chiamati a decidere sul nucleare. Se il referendum fosse stato celebrato qualche anno prima il risultato sarebbe stato incerto. Dopo il panico di Chernobyl il popolo decise che bisognava chiudere le centrali nucleari. Anzi, no. Che l’Italia avrebbe pure potuto approvvigionarsi di energia nucleare, pagando salatamente il servizio, con le centrali nucleari francesi, la più vicina delle quali, quella del Bugey sul fiume Rodano, distava poco più di cento chilometri dal confine Ovest dell’Italia, 1900 in meno rispetto alla distanza con Chernobyl, zero incidenti dal 1987 ad oggi. Con le centrali nucleari d’oltralpe (a Parigi non si fecero trascinare dal panico) che da allora fino ai nostri giorni hanno coperto quasi il 65 per cento del fabbisogno energetico francese.</p><blockquote>Fu la prima volta che il verdetto popolare veniva richiesto e perentoriamente reclamato su una complessa questione tecnico-scientifica</blockquote><p>Se c’è una data simbolo in cui è lecito e storicamente fondato dire che sia nato il populismo italiano, la data è quella dell’8 e del 9 novembre del 1987, quando i contrari al nucleare stravinsero il referendum all’80 per cento contro un timido, mesto e silenzioso 20 per cento di favorevoli. Per inciso, nelle stesse due giornate si tenne pure il referendum abrogativo sulla responsabilità civile dei giudici, stravinto, sull’onda dell’acclarata persecuzione giudiziaria di Enzo Tortora, con quasi l’80 per cento dei consensi ma poi sventuratamente ignorato, mortificato o addirittura quasi stravolto in sede legislativa. Il referendum sul nucleare no, non fu ignorato: divenne la madre di tutti i divieti e di tutti gli anatemi. L’attenzione (l’ossessione) pubblica era tutta calamitata dal nucleare. E in epoca pre-social, nei bar, in metropolitana, nelle officine dei meccanici e nelle redazioni (presuntuose) dei giornali si faceva finta, senza sapere davvero niente, di conoscere ogni dettaglio sugli “isotopi radioattivi”, sulla potenza del Cesio-137 capace di stravolgere l’andamento della catena alimentare e dello Iodio-131, trasportato dalla nube radioattiva incurante di frontiere sull’onda delle abbondanti piogge le quali, si affermava con perentoria sicurezza nei bar centrali e periferici, avrebbero depositato sul terreno l’agente contaminante. Non aiutava poi la trasparenza della discussione pubblica l’atteggiamento omertoso e minimizzante dei sovietici, che nascondevano accuratamente l’entità dei danni materiali ma soprattutto umani della catastrofe dell’impianto di Chernobyl, costruito con una tecnologia antiquata e obsoleta. E in questo clima surriscaldato e carico di angoscia collettiva, fu la prima volta che il verdetto popolare custodito dalle urne veniva richiesto e perentoriamente reclamato su una complessa questione tecnico-scientifica. Come se durante il Covid, nel pieno dell’emergenza, con i reparti di terapia intensiva strapieni, e le colonne di bare trasportate dai camion militari a Bergamo, fosse stato chiesto referendariamente al popolo, con parere vincolante, se era consentito o proibito il ricorso alla vaccinazione di massa, e soprattutto se con Pfizer o con Astrazeneca, a mRna o non a mRna.</p><blockquote>Un fisico prestigioso come Edoardo Amaldi fu maltrattato perché di uno degli antinuclearisti, suo ex allievo, disse che era “sempre stato un cretino”</blockquote><p>Nessuno sapeva niente, ma tutti dovevano deliberare sul futuro energetico del paese con un semplice sì o no. Un plebiscito, e infatti si adeguarono tutti, tranne i drappelli minoritari del Partito repubblicano e di quello liberale. I socialisti, specie per impulso di Claudio Martelli, si accodarono volentieri alla vox populi che si stava esprimendo anche, inevitabilmente, con grandi mobilitazioni di piazza, allietate dal simbolo del sole che ride eppure colme di ansie e preoccupazioni. I democristiani, figurarsi dopo due batoste referendarie come il divorzio e l’aborto, si fecero concavi e convessi e lasciarono che il popolo deliberasse furioso sul proprio destino. I comunisti, storicamente più legati alla cultura della fabbrica, del lavoro e dell’industria, non opposero resistenza. La cultura letteraria e artistica, come al solito, suonò il piffero della rivoluzione. E uno dei libri più venduti della stagione fu “Inverno nucleare” di Alberto Moravia, che in realtà era dedicato alla possibile apocalisse atomica delle grandi potenze militari, ma che con quel titolo fu interpretato come la vibrante denuncia di un grande scrittore sconvolto dal disastro di Chernobyl. Un clima che non ammetteva distinguo e sfumature. E nemmeno competenze con diplomi di laurea e cattedre universitarie. Venne maltrattato come un renitente alla leva militante e antiscientifica un prestigioso fisico come Edoardo Amaldi, uno dei “ragazzi di via Panisperna”, uno dei più cari amici di Enrico Fermi, una figura illustre della scienza italiana. Ma le sue posizioni sull’energia nucleare non venivano nemmeno ascoltate, perché nel populismo referendario sulla scienza e sulla tecnica si era deciso tacitamente all’unanimità che il mio personalissimo e disinformatissimo voto, totalmente ignaro di scienza e applicazioni tecnologiche, e quello di un grande scienziato dovessero essere posti esattamente sullo stesso piano. Uno vale uno: ricorda qualcosa? Cioè non un referendum sui valori, su una legge elettorale, su un quesito politico o civile, sulle grandi scelte etiche, su questioni che riguardano l’organizzazione di una comunità. In questo caso, come nelle elezioni, l’eguaglianza è un valore cardine della democrazia. Ma la scienza non è democratica, dicono. E tuttavia Il povero Amaldi, in una disputa televisiva, provò a dire che uno dei promotori della battaglia antinucleare, un suo ex allievo nella Facoltà di Fisica, era “sempre stato un cretino”, ma le sue parole vennero fatte oggetto di riprovazione morale e soprattutto interpretate come una manifestazione di spocchia intellettuale che pretendeva di fare della scienza qualcosa che non ammetteva discussione democratica, una testimonianza di insensibilità verso la sorte delle famiglie private del conforto minimo di un’insalata non contaminata.</p><blockquote>I verdissimi Massimo Scalia e Gianni Mattioli definivano il nucleare “una scelta imposta dall’imperialismo”. Ma era esattamente il contrario</blockquote><p>Prima di Chernobyl, il tema del nucleare in realtà non scaldava granché i cuori. Certo, giravano spillette e adesivi e magliette con su scritto “nucleare, no grazie”, ma il movimento dei Verdi, al tempo chiamati anche ecologisti, era ancora molto marginale nella percezione pubblica. Ed è anche vero che verso la fine degli anni Settanta Massimo Scalia e Gianni Mattioli, che dopo una lunga e intensa militanza nell’estrema sinistra post-sessantottina diventeranno protagonisti dell’esperienza dei Verdi (“sono come le angurie, verdi fuori rossi dentro”, dicevano con una malcelata ferocia contro-ideologica i detrattori più astiosi), già scrivevano (la citazione è ripresa da “Il pezzo mancante”, di Chicco Testa e Giuseppe Zollino, edito dal Mulino): “La scelta del nucleare appare come il coronamento di tutta una fase storica della politica energetica dei Paesi capitalistici, coerente con la logica che presiede alla concezione dello sviluppo in questi Paesi e, in quanto tale, organica al modo di produzione capitalistico che contribuisce a perpetrare, da una parte rivoluzionandone le tecnologie, dall’altra accentuandone le distorsioni”. “Per questo”, concludevano Mattioli e Scalia, “la scelta nucleare non va considerata in sé, ma nel contesto dei rapporti di classe nazionali e internazionali. Una scelta imposta dall’imperialismo”. Che poi era successo tutto il contrario, perché in Italia e in tutto il mondo l’opzione nucleare aveva preso piede come risorsa energetica obbligatoria solo attorno alla metà degli anni Settanta. E proprio nel mezzo, allora esattamente come oggi, della crisi petrolifera che sembrava mettere ko le economie avanzate e gli stessi stili di consumo puniti con le lugubri “domeniche dell’austerity” in cui i cittadini compensavano l’ansia della privazione, e delle interminabili code per fare benzina, con la riscoperta della bicicletta in città, un po’ come gli italiani segregati in casa ai tempi del lockdown quando intonavano tra le lacrime l’inno nazionale dai balconi (“ne usciremo migliori”: s’è visto). Da qui la scelta di costruire quattro centrali nucleari in Italia: a Trino Vercellese in Piemonte, a Caorso, a Borgo San Sabotino nei dintorni di Latina, nella zona dove il fascismo aveva celebrato la bonifica delle paludi pontine, e a Garigliano, nel comune di Sessa Aurunca in Campania, e di progettarne un’altra a Montalto di Castro. La crisi del petrolio accelerò una deviazione (altro che progetto “capitalistico” e “imperialistico”) dalla tradizionale diffidenza nei confronti del nucleare che in Italia, nel cuore degli anni Sessanta, aveva portato al linciaggio politico-giudiziario di Felice Ippolito presidente del Cnen (acronimo di Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare), attaccato trasversalmente, tanto che l’offensiva contro di lui era partita addirittura dal moderato Giuseppe Saragat, e non difeso da nessuna forza economica, e pure dalla comunità scientifica silente ed omertosa. E da nessuna forza politica, forse con la parziale eccezione del Pci. Dove era molto chiara la distinzione tra il nucleare militare, contrastato dalle grandi e solenni manifestazioni dei “Partigiani per la pace”, e il nucleare necessario per dare energia all’industria: in fondo l’impianto di Chernobyl era proprio figlio di quella storia e di quella distinzione. E il Pci poteva pensar male di scelte che erano state compiute nella grande Unione Sovietica dove si realizzava il socialismo e pure il lancio dello Sputnik?</p><p>C’era addirittura il “Pioniere”, il giornale a fumetti per bambini e ragazzi che negli anni Cinquanta, all’ombra di Stalin, voleva essere la risposta comunista e internazionalista al “Corriere dei Piccoli”, che esibiva fiero le imprese di un personaggio simpatico e buono, Atomino, capace di battersi con grande temerarietà per un uso pacifico dell’atomo contro quello guerrafondaio del capitalismo e dell’imperialismo. Atomino non era contro il nucleare, e non lo era nemmeno l’anima industrialista del Pci (“Soviet più elettrificazione”) che però nel referendum del 1987 battè in ritirata di fronte alla possente avanzata populista pronta a impedire che l’Italia diventasse una nuova, gigantesca Chernobyl.</p><p>Nucleare divenne brutto e cattivo quando un film con la battagliera Jane Fonda, “Sindrome cinese”, rivelò al mondo l’incidente del 1979 nella centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, quando la fusione del nocciolo aveva rischiato di provocare una catastrofe. Il cinema militante aveva dato la carica. Sull’Aurelia, più o meno nello stesso tratto dove qualche anno dopo si sarebbe celebrata la sacra rappresentazione per impedire la costruzione dell’autostrada destinata a lambire le terre capalbiesi, si formarono cortei e blocchi stradali, con automobili e persino trattori per impedire la messa in moto della centrale di Montalto di Castro, località poi resa celebre da un bellissimo film di Paolo Virzì, “Caterina va in città”. Ma la tensione non avrebbe raggiunto il suo apice senza la frattura emotiva causata dall’apocalisse di Chernobyl. Il referendum mise fine all’avventura dell’energia nucleare in Italia. Tracce di quella fine sono leggibili nelle bollette dove è indicato il pagamento dell’energia prodotta in Francia a cento chilometri di distanza e da noi importata come se nulla fosse, ignorando la palese contraddizione. Nel frattempo in tutto il mondo, in quasi quarant’anni, non ci sono stati più incidenti alle centrali nucleari, con l’eccezione di quella giapponese di Fukushima (che in realtà fu la conseguenza di uno tsunami) che suggerì ad Angela Merkel la sciagurata chiusura delle centrali in Germania. Ora l’Italia cerca, tardivamente, di correre ai ripari. In compenso, grazie al populismo antiscientifico, abbiamo pagato un prezzo salatissimo. Ma la lattuga è salva.</p><p><br></p><p><br></p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Ortese errante</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Annamaria Guadagni</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ci sono molti modi di viaggiare, poi ce n’è uno unico, quello di Anna Maria Ortese.</p><p>Era capace di prendere un traghetto per Dover, incantarsi a guardare la nuvolaglia spinta dal vento sul mare della Manica e, una volta scesa sull’isola, salire su una casa viaggiante lunga e bassa, con stanzette confortevoli e ben arredate – a lei sembrava così, non vedeva treni in Inghilterra. E poi si faceva servire tè e frittelle al miele in compagnia di vecchie signore che lavoravano all’uncinetto con la foto del nipote sul tavolino da viaggio, tutto come a casa. Una volta a Londra pensava: che posto civile, come ci vivrei volentieri! Poi dalla finestra della stanza d’albergo vedeva un gatto dall’altro lato della strada e tra sé lo interrogava come un piccolo dio. Che dici gatto, resto? Se il felino lasciava intendere “no” e scappava via, lei rifaceva le valigie a precipizio e tornava indietro. Subito, come davanti a un presagio funesto.</p><p>Questo reportage lunare, scritto come una fiaba, fu pubblicato dal Mondo nel 1959, con il titolo “Il gatto con le antenne”. Fa parte di una raccolta di corrispondenze di viaggio, “La lente scura”, curata da Luca Clerici – amico, editor, biografo di Ortese. Un’antologia, pubblicata da Adelphi e tornata in libreria quest’estate, che lascia intuire quanto il mondo fosse pazzo anche prima: siamo tra il 1947 e il 1961. E quanto le visioni di Ortese fossero disvelatrici, profetiche o taumaturgiche. Fatela tornare, vi prego. Chissà cosa avrebbe visto in viale Quattro Venti, pranzando al Cefalù Bistrò di Lavitola. Certamente quello che a noi è sfuggito</p><blockquote>Fatela tornare, vi prego. Chissà cosa avrebbe visto in viale Quattro Venti, pranzando al Cefalù Bistrò di Lavitola. Certamente quello che a noi è sfuggito</blockquote><p>Giuseppe Montesano ha scritto che, come i mistici, lei aveva un terzo occhio. La lente scura le permetteva di vedere, sotto la pelle del reale, quello che agli altri resta nascosto. Difficilissimo, inutile, forse persino fuorviante, cercare di decifrare quello sguardo che a volte ricorda il pessimismo leopardiano o l’assurdo di Kafka. Sotto la rappresentazione falsa ed edulcorante del reale, dietro la scena che le si sgretolava davanti, vedeva la cruda violenza delle cose; ma con una enorme differenza rispetto ai grandi pessimisti: sapeva empatizzare con le creature semplici, con gli animali che chiamava “piccole persone”, con il cosmo di appartenenza. In un certo senso il gatto era lei ed erano gli umani a spaventarla.</p><p>Un nomade non è un viaggiatore, i viaggiatori tornano a casa, hanno un luogo sedentario di provenienza da cui muovono alla scoperta del mondo. I nomadi invece vivono spostandosi, a volta senza mèta, non hanno una casa fissa e, se ce l’hanno, è temporanea, stagionale, precaria. Si spostano per necessità, per sfuggire a persecuzioni, per cultura, perché sono quello da generazioni. Nel corso della sua vita Ortese ebbe 29 case e dieci diverse città, era poverissima e irrequieta, per un certo periodo visse letteralmente sui treni; sbarcava il lunario con i giornali. Cronista, inviata, elzevirista, correttrice di bozze al Gazzettino di Venezia, scrisse per Il Mattino e il Corriere di Napoli, per L’Unità e Noi donne, per Il Mondo, L’Europeo e altre testate. Voleva raccontare a modo suo – esplorando con l’immaginazione – ma aveva bisogno di soldi e doveva patteggiare tra quello che vedeva con la lente scura e quello che volevano i giornali. Qui, nella sua prefazione, distingue le pretese secondo due grandi tribù di Credenti (li chiama così): quelli di destra, ai quali “il confino di classe” non interessava e anzi pareva del tutto naturale, necessario; e quelli di sinistra, che non le perdonarono ciò che aveva visto in Russia: obbedienza e dolore.</p><p>La storia del treno russo freddo e sporco, che corre facendo scintille nella campagna nera, mentre la radio trasmette canzoni patriottiche, è forse il reportage più famoso. Lei cercava uno sguardo apolitico, il contatto diretto con la malinconia e la dolcezza delle persone, ma si unì a una delegazione femminile invitata in Urss, andò in visita al Cremlino e rimase atterrita. Era affascinata dalla gente comune e non in sintonia con la delegazione di donne, quasi tutte comuniste, con le quali viaggiava. Vide la bellezza prigioniera di un’ideologia grigia e fredda e lo raccontò in tre articoli sconcertanti, usciti sull’Europeo nel 1954.</p><p>La composizione di questa antologia ha una storia assai tormentata, come quella di gran parte delle opere di Ortese. Forse perfino di più. La lascio ai filologi e mi accontento di dire che la prima parte de “La lente scura” è una scelta di corrispondenze fatta dall’autrice con un criterio compositivo, la seconda è stata aggiunta per un’edizione del 1991 che aveva già questo stesso titolo, la terza è una raccolta postuma di testi dispersi. Cinquecento pagine scritte tra il 1947 e il 1961, ma non disposte in ordine cronologico.</p><p>I luoghi dove ci porta Ortese sono per lo più conosciutissimi eppure tremendamente esotici, come aprire una porta e scoprire un’altra dimensione nel tempo e nello spazio che abitiamo. Scriveva da dio e le sue corrispondenze furono accolte dai giornali, forse non sempre con piena consapevolezza della loro devastante potenza, Ortese diceva quello che non si poteva dire proiettandolo in una dimensione surreale e fiabesca.</p><p>Prendiamo la capitale, un luogo che le era familiare e la turbava molto. Magari ci arrivava in piena estate perché è bello stare nelle città svuotate dal caldo, ma non si fa vacanza dove si abita, bisogna trasferirsi in un’altra, magari in un quartiere di lusso. E lei a un certo punto stava a Milano e l’amava; arrivata a Roma, non faceva che dire di voler riattraversare il Po. Anche se a Roma era nata per un caso della sua famiglia errante, che di romano non aveva nulla. Padre funzionario prefettizio d’origine catalana – Ortese sta per Ortez – madre mezza napoletana, benestante decaduta, figlia di uno scultore di Carrara impazzito dopo la morte di un suo bambino di pochi mesi. Dunque che Roma vide la Ortez, che ci andò a più riprese e per un po’ ci abitò, soggiornando da pigionante in camere d’affitto o in temporaneo subaffitto d’inquilini partiti in vacanza lasciandola senza luce, munita di sacchetti di gettoni per telefonare in pieno agosto, a tutti i suoi conoscenti, dalle poste di piazza San Silvestro, con la valigia sotto i piedi?</p><blockquote>Per Ortese Roma era insensibile ed euforica, con onde di carne che riempivano le strade di volti aggrottati e crudeli. Il suo spirito in perenne “estasi sensuale”</blockquote><p>Vide un grande spettacolo. Per Ortese Roma era una città insensibile ed euforica da non sembrare vera, con onde di carne che riempivano le strade di volti aggrottati e crudeli. Il suo spirito le sembrò in perenne “estasi sensuale”. Se vuoi vedere la morte del cristianesimo – scrisse – devi andare a Roma mai purificata dalla Riforma protestante. Qui la borghesia non è simpatica o antipatica, buona o cattiva, semplicemente non è, “è solo un grumo di sangue benestante”. A pensarci, Ortese detestava Roma, ci fa vedere la città degli anni Cinquanta, quella delle osterie di Trastevere traboccanti di famiglie, dove tutto è allo scoperto e senza intimità. Oppure scopre punti di osservazione apparentemente marginali: gli esuli come lei, che la città tiene nel ventre del centro storico, in appartamenti dietro piazza di Spagna dove allevano galline; oppure l’ambiente dei cinematografari, belli e audaci e che forse le daranno lavoro, ma viaggiano su auto rubate e nella sostanza sono lupeschi, pura tenebra. A una festa di artisti in via Margutta le spiegano che Roma non c’è più, se n’è andata da tempo, ha perso l’anima. Del resto anche Parigi era emigrata a New York e Shanghai si era spostata a Napoli. Non poteva mancare il salotto di Maria Bellonci, con Elsa De Giorgi uccello dalle piume rosse, l’affaccendata Alba De Cespedes e la mitica Aleramo, ma chi spiccava là in mezzo era Moravia “con la sua triste maestà”.</p><p>Quando l’errabonda trovava rifugio, un qualche evento magico, meteorologico, emotivo, ne provocava la fuga. A Roma, rifugiata presso una coppia di giovani sposi, fu una nuvola di caldo e di polvere arrivata dall’Africa che coprì la città. La verità è che, da vera nomade, doveva andarsene. Forse non a caso due dei suoi fratelli fecero i marinai: il più grande morì in mare, il più giovane di morte violenta, era il gemello di Anna Maria. E chissà cosa evocava in lei la polvere africana: la famiglia aveva vissuto in Libia, partirono quando lei aveva undici anni, rimasero dal 1925 al ‘28, provarono a costruirsi una casa davanti al deserto che non fu mai ultimata, tornarono senza rimpianti.</p><blockquote>A Napoli, suo luogo d’elezione, magico “deserto azzurro”, provò a mettersi in regola con la scuola, ma non le riuscì e restò magnifica autodidatta</blockquote><p>Un luogo d’elezione però Ortese l’aveva, dovette lasciarlo a causa della lente scura. Era Napoli. Dal suo magico “deserto azzurro”, dove gli Ortese sbarcarono dopo la Libia e rimasero più a lungo che altrove, dalla città in cui Anna Maria provò a mettersi in regola con la scuola ma non le riuscì e restò magnifica autodidatta, in questo libro si trovano più corrispondenze. C’è un feroce ritratto dei giornalisti che gravitavano intorno all’Angiporto Galleria. Con il direttore del Risorgimento laurino che ai dimostranti urlava: “Dio esiste!”; e con la redazione della Voce, dove si dava convegno la gioventù più amareggiata e dove regnavano il nevrastenico Mario Alicata col più gentile e accigliato Paolo Ricci. Non si può perdere lo sfarzoso matrimonio della figlia di Lauro, nuova principessa di Napoli che in viaggio di nozze andrà a Capri, l’isola vicina e in realtà lontanissima mèta del jet set. Lì i ragazzi dei vicoli – quelli che il mare lo scoprono a quindici anni – andranno forse una volta nella vita o forse mai. Napoli appare come la città della “ingenuità del male” e della “perfidia del bene”. Noto è che lei dovette andarsene, dopo aver firmato un ritratto al vetriolo del gruppo di Sud, la rivista di Pasquale Prunas che l’aveva accolta; fu pubblicato tra i racconti del famoso “Il mare non bagna Napoli”, che ebbe il premio Viareggio nel 1953 con grande clamore.</p><p>Con Milano che le fu cara e dove visse negli anni Sessanta in una specie di comune di giovani artisti, aspiranti scrittori e giornalisti, amando l’uomo più importante della sua vita – Marcello Venturi – Ortese è più indulgente. Di Milano – dove nacquero i romanzi che la resero popolare: “Poveri e semplici”, premio Strega nel 1967, e “Il cappello piumato” – qui si trova la riviera all’Idroloscalo, dove se non puoi raggiungere l’acqua salata la domenica vai a fotografarti sull’acqua morta. Eppure tutto le parla di vita umana, di solidarietà e di lotta, dentro di sé ripete: “Milano, Milano”. Quando va all’elegantissimo caffè Cova vicino alla Scala, un luogo che sta “tra l’accademia e il salotto” e dove il sesto tavolo è sempre dello scrittore Massimo Lelj, circondato di amici come lo scultore Lorenzo Pepe e altri simpatici non nominati illustratori, ecco che irrompe la folla uscita dal concerto e tra quelli Salvatore Quasimodo sempre annoiato. Tutto resta sempre nei limiti della cordialità milanese, a meno che – orrore orrore – dal fondo del parlato non emerga un accento napoletano, romano o sardo, e allora il tutto improvvisamente diventa di ghiaccio.</p><blockquote>Ai giornali di destra “il confino di classe” non interessava. Quelli di sinistra non le perdonarono ciò che aveva visto in Russia: obbedienza e dolore</blockquote><p>Nel 1955 Anna Maria Ortese fu persino inviata dall’Europeo al Giro d’Italia e a Montelepre, patria del bandito Giuliano. Furono escursioni importanti ma diverse dai transiti del suo nomadismo esistenziale, che come si sa approda in Liguria. Vivrà a Rapallo dal 1975 con la sorella Maria, quell’anno uscì il romanzo autobiografico “Il porto di Toledo”. Sempre poverissima (ebbe il sussidio previsto dalla legge Bacchelli per iniziativa di Adele Cabria e Dario Bellezza), negli anni Ottanta – grazie all’incontro con Roberto Calasso – ricostruì in Adelphi tutta la sua opera e lì pubblicò gli ultimi libri.</p><p>Ne “La lente scura”, la Liguria appare all’orizzonte negli anni Sessanta, Ortese pensava già allora di trasferirsi a Genova e di restarci almeno qualche anno. Racconta che andò con una piccola valigia di pensieri e immagini propizie e, in una notte insonne, si mise a esplorare i corridoi del suo albergo. Fu lì, davanti a un balcone aperto sulle luci del porto, che si rese conto di essere a un’imponente altezza sul mare e, nel silenzio assoluto, ebbe una visione: si vide giovinetta a scuola in quella città oppure marinaio come quelli laggiù, pronti a salpare in allegria perché sanno di avere una patria. Aveva trovato la sua? Il giorno dopo era ai portici di Sottoripa e le pareva di stare a Napoli, ma con un cielo nordico, “argento e acciaio fusi insieme “, e con gente fraterna e seria, che sa tenere a posto la propria follia. Era l’ultima tappa, Anna Maria Ortese è morta a Rapallo e ha voluto essere sepolta a Genova.</p>]]></description>
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				<title>Art can “broken” your heart</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dove c’è solo il tutto c’è la violenza, la quale pretende di essere tutto. Dove c’è solo il frammento, c’è solitudine e indifferenza. Dove invece il tutto sposa il Frammento, lì splende il raggio della bellezza”. Lo scriveva il grande teologo cattolico Hans Urs von Balthasar, in un’opera imponente di filosofia e di mistica dal titolo suggestivo: Il tutto nel frammento. <b>“Dove dobbiamo dirigere lo sguardo? Ogni piccolo coccio desta subito in noi l’idea del vaso integro; se vediamo un torso, lo leggiamo a partire da un’immagine mentale della statua intatta. La nostra esistenza farà eccezione?”.</b> Il frammento, l’immagine di ciò che non c’è più, di ciò che abbiamo perso: che cosa sarebbe se non ci rimandasse a un tutto, a un’opera d’arte, alle civiltà e alle loro contraddittorie vicende? E, insieme, alla percezione che abbiamo di noi stessi e del nostro frammentario presente?</p><p>Gli ideatori e i curatori della mostra di Palazzo Strozzi – <b>“Broken - Il potere del frammento”, a Firenze fino al 24 gennaio 2027 </b>– di sicuro non avevano intenzione di addentrarsi nei terreni della teologia e persino della mistica cattolica (erano molti più interessati all’iconoclastia, lo vedremo: che è una cattiva applicazione dell’idea di Dio). Ma è suggestivo che l’idea di “frammento” sia al centro di molte domande filosofiche ed estetiche del nostro tempo e che permanga anche la riflessione sul Tutto assoluto, il principio dell’unità. In un secolo andato così in frantumi come il Novecento, e in un nuovo millennio che sembra impossibile restituire a un disegno unitario. “Ci lasceremo convincere che proprio la frammentarietà sia il tutto? O non è forse vero che, se soccombessimo e ci lasciassimo convincere, avremmo perso il senso del frammento e ci saremmo decisi per il non-senso?”.</p><p>Si possono anche mettere da parte le domande impegnative di Von Balthasar, e abbandonarsi al piacere degli occhi, ce n’è in abbondanza. Eppure basta entrare nella prima sala della mostra, e dietro agli magnifici resti del duecentesco Monumento funebre a Margherita di Brabante di Giovanni Pisano – già smembrato nel Rinascimento: erano tempi in cui quel che non serviva più si buttava giù – si svela il frammento forse più significativo, interrogativo, del percorso. <b>E’ Il Naso e labbra di Akhenaton, pochi centimetri, resto di una maschera funebre egizia del XIV secolo avanti Cristo</b>: una scheggia di calcare indurito, due labbra carnose che sembrano ancora sorridere, oggi conservato a Metropolitan Museum of Art di New York.</p><p>La sua storia parla di qualcosa di profondo e inquietante, va al cuore di un discorso frammentato e indiviso. Riporta alla dimensione religiosa della frammentazione e al suo specchio violento e iconoclasta, la “frantumazione”. Il frammento-ritratto di Akhenaton, faraone d’Egitto, viene dalla nuova capitale da lui fondata (oggi Amarna). Akhenaton vi introdusse un nuovo culto incentrato su Aton, il disco solare. Promosse un’arte naturalistica e raffinata come mai s’era vista in Egitto, ma dopo la sua morte la sua riforma religiosa fu abbandonata, le statue distrutte. Si voleva cancellare la memoria del faraone per restaurare la religione antica e i suoi simboli.<b> E’ accaduto molte volte, le guerre e le guerre religiose sono tra le cause più frequenti della “trasformazione” in frammenti, in resti distrutti o profanati o cambiati di senso, di tante opere del passato.</b></p><p>Ma non c’è solo l’iconoclastia, a Strozzi – sebbene sia uno spunto di drammatica attualità che sta dietro al progetto “Broken”, ci torneremo.<b> Indagare i frammenti “mette in gioco il nostro rapporto con quello che non c’è più”</b>, che è pur sempre una parte di noi, dice Arturo Galansino, che di Strozzi e direttore ed è anche ideatore e uno dei tre curatori – insieme a C.D. Dickerson III e Andrew Sears, della National Gallery of Art diWashington – di questa esposizione immaginata a tutto campo: cinque millenni, cinque continenti, cinque anni di preparazione e cinquanta prestatori per quasi novanta opere esposte. “Molte hanno vissuto più a lungo come frammenti che nella loro forma originaria”, annota Galansino. Non solo le avversità umane: le vestigia del passato sono più spesso il risultato di fenomeni fisici, un terremoto, un’inondazione.<b> Tra un mese, il 4 novembre, saranno sessant’anni dalla alluvione che sconvolse Firenze: la ricorda quel che resta della statua lignea di un Cristo Portacroce</b>, oggi al Museo di San Marco, ripescata nell’Arno. I frammenti diventano gesti di sopravvivenza che interrogano l’archeologia, la storia delle culture e anche la riflessione sui consumi artistici e lo sfruttamento coloniale. Ma prima viene il loro “potere”.</p><p>Come racconta con uno spunto affascinante (nel catalogo Marsilio Arte) C.D. Dickerson III, esperto di Rinascimento e Barocco, direttore del Center for advanced study in the Visual Art della National Gallery of Art di Washington, che ha co-prodotto la mostra e che nei prossimi mesi ne ospiterà la versione americana. Scrive lo studioso: “Chi approdava sull’isola greca di Rodi tra il 230 a.C. e il 670 d.C. circa veniva accolto da uno spettacolo straordinario: sulla spiaggia di fronte al porto si stagliavano i resti della gigantesca statua di bronzo di Elio, il dio sole, il famoso Colosso di Rodi”. Tra i viaggiatori che rimasero sbalorditi ci fu anche Plinio il Vecchio. Un terremoto aveva abbattuto il Colosso, ma “anche se a terra, costituisce tuttavia ugualmente uno spettacolo meraviglioso”, scrisse. <b>“La rottura non è necessariamente una forza distruttiva. Nei frammenti che crea custodisce il potere di trasmettere la sua peculiare magia. Osservare una statua spezzata può emozionare quanto vederla intatta”.</b></p><p>Sono tutte sculture antropomorfe, le opere del percorso. Braccia, mani, piedi monumentali divelti da statue presuntuose (quello di Luigi XIV amputato dalla Rivoluzione, oggi al Louvre), la celebre Mano destra di una statua colossale, tradizionalmente di Costantino, dei Musei Capitolini, uno straordinario enorme busto di Mussolini di Adolfo Wildt, sforacchiato dai partigiani dopo la Liberazione. Ma soprattutto teste, volti: di giovani donne, di divinità etrusche, egizie, khmer (una preziosa statua di Rama del X secolo saccheggiata durante la guerra dei Khmer rossi, immessa sul mercato internazionale e solo da poco riconosciuta); una testa di Buddha prelevata dagli inglesi nel 1814 dal tempio di Borobudur sull’isola di Giava.</p><blockquote>“La rottura non è necessariamente una forza distruttiva. Nei frammenti che crea custodisce il potere di trasmettere la sua peculiare magia”</blockquote><p><b>Già dalla prima sala, dietro al naso di Akhenaton, l’ottimo allestimento e il gioco di rimandi tra le teche permette di incrociare gli sguardi, di lasciarsi incontrare da presenze che si parlano attraverso i millenni</b>, la Testa del Bodhisattva Avalokiteshvara, arte Champa vietnamita, dialoga con un frammento di una Deposizione dal sepolcro medievale e con la preziosa Testa di giovane (Efebo) appartenuta a Winckelmann. Scrive Dickerson che il lavoro della mostra è nato “dalla convinzione che i frammenti possiedano qualcosa che da sempre colpisce l’umanità fin nel profondo. I recenti strumenti offerti dalle scienze cognitive, inoltre, permettono di comprendere perché i frammenti meritino di essere trattati come una categoria scultorea a sé”. Vale anche per i corpi, sempre corpi spezzati come il Guerriero con scudo di Mont’e Prama, capolavoro dell’arte nuragica o il Frammento di figura inginocchiata dal sito archeologico di Jenné-Jeno nel Mali.</p><p><b>Relitti dai mari, o riemersi dalla terra, i frammenti divennero presto oggetti di collezione, di riflessione. </b>Fin dai tempo del teologo Ildeberto di Lavardin, che visitò a Roma nel Mille e cento e se ne innamorò. “O Roma, non c’è nulla che sia uguale a te, benché ormai tu sia quasi una totale rovina: anche distrutta ci insegni quanto saresti stata grande, se intatta”. Di un Ermes romano rimane solo il piede e la mano con cui si allaccia il sandalo. Il Torso di Livorno, un bronzo greco, ora al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, riemerse su una spiaggia nel Rinascimento ed entrò subito nelle collezioni medicee, senza moderne aggiunte o “ricomposizioni”, come pure era nella moda artistica dell’epoca: nacque la nuova passione per le rovine e della caducità del tempo. Nasce il culto del sublime: <b>“Dal momento che negli stessi edifici e nelle rovine è possibile considerare più rettamente la fragilità delle cose umane”</b>, scrisse in una Bolla il Papa umanista Pio II Piccolomini. Sorge una nuova sensibilità per i non finiti, che nascono già come frammenti, Michelangelo docet.</p><p>Perché “le rovine tengono insieme presenza e assenza”, ricorda Galansino, <b>“obbligano lo spettatore a immaginare ciò che manca”.  </b>Sopravvivenze della storia. Sopravvivenza al mutare delle storie umane e al loro portato di violenza. E’ uno dei punti concettuali, di sguardo culturale, all’origine di “Broken. Il potere del frammento” che dal fascino del passato riporta a un tema di drammatica attualità, come spiegano i curatori. Riassume Galansino:<b> “L’ideazione di ‘Broken’, prese avvio all’inizio del decennio in corso, proprio quando negli Stati Uniti venivano abbattuti monumenti (del resto tutt’altro che belli) legati allo schiavismo”</b>, all’interno dei movimenti di protesta identitaria e razziali. Quei fatti, come anche lo sfregio a opere d’arte, la richiesta di rimozione dai musei, “dimostravano che anche ai nostri tempi la distruzione di una statua poteva riguardare la memoria collettiva, la trasformazione di senso e uso. Così cominciammo a riflettere sul ‘ciò che resta’ dopo passaggi storici di questo tipo”.</p><blockquote>Solo sculture antropomorfe. Piedi divelti da statue presuntuose (come quello di Luigi XIV), il busto di Mussolini di Adolfo Wildt. Ma soprattutto volti</blockquote><p><b>Assieme alla frammentazione dei nostri saperi, della nostra psicologia, cultura, affettività… c’è dunque il tema assolutamente attuale di una nuova e differente iconoclastia, che si realizza nel prendersi o nel contraddire lo spazio pubblico</b>. E’ accaduto coi cristiani che “battezzavano” statue pagane, coi protestanti che mutilavano quelle cattoliche. Ma anche con la dea azteca Coatlicue (dal Museo Nacional de Antropología di Città del Messico) distrutta dai conquistadores spagnoli; ma secoli prima anche gli Aztechi riutilizzarono, appropriandosene, l’arte tolteca. Ma vale anche per una rivisitazione intenzionalmente contemporanea del gesto di abbattere le statue, come la grande scultura lignea The Elephant in the Room (Otto von Bismarck) dell’artista tedesco Julius von Bismarck, una statua equestre che si smonta e ricompone in loop attraverso un sofisticato meccanismo.</p><p>C’è anche una misteriosa casualità nella conservazione e nel riapparire dei frammenti. Come il tronco di un Cristo ligneo del medioevo francese ritrovano in un un campo: lo usavano come spaventapasseri (a lui non sarà spiaciuto: “Il Signore veste anche i gigli del campo”). C’è una giocosità intenzionale nella loro ricomposizione, nel prendersene in qualche modo cura. Come ha fatto Francesco Vezzoli con The Swan (2023) unendo una testa romana maschile del II secolo dopo Cristo con un busto femminile rinascimentale.<b>  Ogni rimando, ogni scoperta, coinvolge la nostra sensibilità contemporanea, la frammentazione di affetti, nozioni, sguardi che è il nostro quotidiano.</b> Non è per nulla casuale che uno dei libri sull’amore più letti e commentati negli ultimi decenni si intitoli Frammenti di un discorso amoroso, il celebre saggio per lemmi in ordine alfabetico di Roland Barthes, una lucida testimonianza della nostra difficoltà a riconoscere un tutto disperso in mille rivoli (“sono come quei bambini che smontano una sveglia per sapere che cos’è il tempo”).</p><blockquote>La scultura “The Elefant in the Room (Otto von Bismark)”, una rivisitazione intenzionalmente contemporanea del gesto di abbattere le statue</blockquote><p>Ci si avvicina così, nelle ultime sale, al moderno e al contemporaneo, dove l’estetica del frammento diventa parte dell’arte stessa; le figure parziali, non finite di Rodin o Medardo Rosso o di Giacometti. Del resto scriveva già nel 1945 Arturo Martini: “La scultura moderna vive ormai solo nei frammenti, nei dettagli, nei piccoli pezzi in cui l’artista è riuscito a salvare un calore divino. Il monumento intero è quasi sempre un cadavere; il frammento, invece, respira ancora”.</p><p>C’è poi un’ulteriore declinazione di questa sensibilità contemporanea, che guarda in modo nuovo (ma da almeno un secolo, va detto) i frammenti, i reperti di altri continenti e che prova a rimediare almeno nell’idea ai furti con destrezza dei collezionisti o dei colonialisti, così come alle nostre latitudini si prova a fare con gli sfregi dei tombaroli. <b>In mostra ci sono opere di arte africana, statue propiziatorie giapponesi, reperti toltechi e siriani. </b>Oggi sottoposti a processi di ripensamento e restituzione, e a considerazioni anche polemiche. In una piccola sala l’artista vietnamita-danese Dahn Vo ha posto una valigia Rimowa, semiaperta, in cui sono stati stipati frammenti di Cupidi cinquecenteschi, la metonimia di un furto culturale.</p><p><b>La penultima sala è interamente dedicata alla “frammentazione” della figura di Justin Bieber</b>, centro di un work in progress dell’artista Paul Pfeiffer (Honolulu) intitolato Incarnator e affidato ad artisti e artigiani di paesi post coloniali che reinterpretano, o fanno a pezzi, il mito di una pop star globale. Molta parte dell’empatia della mostra – non semplice l’allestimento, in uno spazio affascinante ma a trigonometria invariabile come Palazzo Strozzi – risiede nel far dialogare le opere, nella mobilità offerta all’occhio: la capacità di attrarre, e anche lusingare, sguardi e sensibilità diverse, da un millennio e da a un continente all’altro, è essenziale in ogni mostra, tanto più se composita.</p><p><b>Se ne può uscire in tanti modi, magari chiedendosi perché solo frammenti “umani”</b>. O quali sentieri psicologici abbiano guidato le scelte dei curatori. Se ne può uscire avendo compreso quei giochi di sguardi, anche grazie alle ottime didascalie-racconto curate da Ludovica Sebregondi. Se ne esce con una riflessione sulla nostra epoca fatta di frammenti non ricomposti, di memorie non ricomponibili. Ma che hanno il potere di rimandare al “tutto”.</p>]]></description>
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				<title>“Mi piace raccontare storie che non scadono domani”, dice il produttore Michele Bongiorno</title>
				<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovane laureato in Economia, <b>Michele Bongiorno</b> si occupava di marketing per un’azienda italiana a Buenos Aires quando capì che nella vita gli sarebbe piaciuto fare un’altra cosa: “raccontare storie”. Vicende sociali e di costume, vite di artisti, di imprenditori e di soldati. Non ambiva a scriverle, ma a farle vedere; non voleva che rincorressero l’attualità, ma che resistessero al tempo. Così, tornato a Milano, battezzò la Good Day Films, che ha prodotto una trentina di documentari nell’arco di un ventennio e di cui Bongiorno, primogenito di Mike e di Daniela Zuccoli, è fondatore e amministratore.</p><p>L’opera appena terminata è dedicata a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/lucio-fontana_60735" target="_blank">Lucio Fontana</a>&nbsp;e ha riportato Bongiorno in Argentina, nei luoghi dove tutto cominciò per lui e per il grande artista, il quale concepì a Buenos Aires il movimento spazialista. “Lucio Fontana, The Final Cut”, diretto da Andrea Bettinetti e prodotto da Good Day Films con Nexo Studios, è stato realizzato con l’autorizzazione esclusiva della Fondazione del maestro e Unipol come <i>main partner</i>. Sarà proiettato in anteprima l’8 ottobre a Napoli al Teatro San Carlo per l’inaugurazione del Festival Artecinema, ideato da Laura Trisorio e giunto alla trentunesima edizione.</p><p><i>Cosa racconta di nuovo il docufilm su Fontana?</i></p><p>È il primo che ha l’ambizione di raccontarlo in modo, oso sperare, definitivo e con l’autorizzazione della Fondazione. <b>Non tratta solamente la carriera artistica di una mente illuminata del Novecento, ma il suo percorso umano</b>. Perciò considero questo lavoro anche una prova di responsabilità sotto il profilo culturale.</p><p><i>C’è una motivazione personale che l’ha spinta a produrlo?</i></p><p>Fontana è tra gli artisti che amo maggiormente e le riprese inedite dei suoi luoghi in Argentina mi hanno riportato al periodo in cui vivevo lì. Sin da piccolo mi affascinavano le storie, le biografie in particolare, finché a Buenos Aires mi accadde di conoscere due sopravvissuti al disastro aereo sulle Ande del 1972, quando i passeggeri superstiti, sperduti tra le nevi, furono costretti al cannibalismo. Allora pensai a quanto mi sarebbe piaciuto narrare quella vicenda, che ispirò anche dei film, però in chiave documentaristica. Così capii quale sarebbe stata la mia strada.</p><p><i>Qual è il filo comune alle sue produzioni?</i></p><p><b>Che non abbiano precedenti</b>, che abbiano il sapore della documentazione inedita e possano restare attuali anche molto tempo dopo, proprio perché non rincorrono l’attualità spicciola.</p><p><i>Un esempio di lavoro che non aveva precedenti?</i></p><p>“Cy Dear”, il docufilm su Cy Twombly del 2018, anche quello diretto da Bettinetti: è stato il primo dedicato all’artista, con il sostegno della sua Fondazione. Fu presentato al MoMA di New York: per una piccola casa di produzione cinematografica italiana equivale a una medaglia.</p><p><i>Un esempio di opere rimaste attuali?</i></p><p>Ci sono docufilm che in tv possono essere rimandati pure dopo anni, come “Il Commenda e l’Incantabis” del 2007, biografia incrociata di Angelo Rizzoli e Arnoldo Mondadori, nati nello stesso anno: due vite parallele, due visionari dell’industria culturale venuti su dal nulla. Un altro caso è “Il Crepuscolo degli Dei” sul doping di stato in Germania Est, che riemerge periodicamente quando la tematica torna al centro delle cronache sportive. Poi ricordo il mediometraggio su Emma Bonino, che girammo nel periodo in cui lei viveva al Cairo. Siamo attenti a intercettare i gusti del mercato, ma anche a resistere alla tentazione di lavorare sulle breaking news, perché in un mondo che viaggia velocissimo invecchiano ancora più presto. Un racconto di qualità, anche sotto il profilo tecnico e artistico, deve aspirare alla possibilità di essere nuovamente consumato a freddo. Sarà che mi sento un uomo del Novecento.</p><p><i>In che senso?</i></p><p>Sono nato nel 1972, appartengo pienamente alla generazione pre-digitale, quella che conosceva la cabina telefonica a gettoni e poi ha vissuto e vive un gigantesco cambiamento. Seguo gli sviluppi tecnologici, geopolitici e sociali, sono curioso di vedere dove ci porterà l’Intelligenza artificiale, ma al contempo cerco di non farmi divorare dalla fretta, dalla rincorsa all’ultima notifica, dall’affannosità dei ritmi. I progetti migliori sono frutto della riflessione, del respiro lento con cui riesci a staccarti dalla frenesia dell’immediatezza. La connessione permanente è anche una scelta volontaria.</p><p><i>Un azzardo premiato?</i></p><p>“Reduci” del 2013 sui nostri soldati tornati dalle missioni in Afghanistan, unico nel suo genere per come esplorava dal di dentro la componente umana. Per realizzarlo dovetti vincere le iniziali resistenze dell’Esercito, che poi se ne mostrò entusiasta.<b> La Rai purtroppo non capì il progetto, invece Sky lo volle subito</b>. Fui orgoglioso di presentarlo in anteprima al Ministero degli Esteri, davanti al capo di stato maggiore e a una cinquantina di generali. Il successo m’incoraggiò a produrre il docufilm “Lungo la Blue Line” nel 2015, sulla missione Unifil in Libano meridionale quando era sotto la guida italiana.</p><p><i>La televisione nazionale è attenta a queste produzioni?</i></p><p>Non ha la tradizione documentaristica della Bbc però potrebbe fare di più, anche perché questi progetti hanno budget relativamente economici rispetto alle fiction e all’intrattenimento. Non credo che i canali tematici, sebbene offrano prodotti confezionati molto bene, possano esaudire il crescente interesse del pubblico.</p>]]></description>
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				<title>Marcello Fois vince la 64esima edizione del Premio Campiello con il romanzo della maturità</title>
				<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 08:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Giuseppe Fantasia</author>
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				<description><![CDATA[<p>In questi ultimi mesi, Einaudi è diventato l’asso piglia tutto dell’editoria italiana. Dopo aver vinto lo Strega con <i>I convitati di pietra </i>di Michele Mari, ieri sera, al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia – nuova location che ha sostituito il Teatro La Fenice, chiuso per rinnovamento tecnologico del palcoscenico – si è aggiudicata il primo e il secondo posto del <b>Premio Campiello</b>, giunto alla 64esima edizione. Primo posto, con 83 voti (su 282 votanti), per <b>Marcello Fois</b> e il suo libro&nbsp;<i>L’immensa distrazione,&nbsp;</i>seguito da Alcide Pierantozzi che non ha vinto per tre voti (ne ha ricevuti 80) con&nbsp; <i>Lo sbilico</i>. &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/marcello-fois_55393" target="_blank">Fois</a>, appena ricevuta la “vera da pozzo”, il simbolo del premio, sembra voler parlare d’altro, o meglio, del motivo per cui, secondo lui, un premio letterario dovrebbe ancora avere a che fare con una questione civile. "Dedico questo premio – ci dice – a questo paese, se non è troppo distratto per capire che <b>istruirsi e leggere bene è una forma di civiltà.</b> Più parole abbiamo e meno ci fregheranno le parole degli altri". Per lui, infatti, "la letteratura non è un ornamento né una decorazione colta da esibire nei giorni dei premi, ma uno strumento per orientarsi. A furia di considerare l’istruzione secondaria – aggiunge – gli azzeccagarbugli che girano per il mondo ci stanno facendo passare per tramaglini. È una cosa gravissima".</p><p><b>Lei parla dell’istruzione come di una questione civile. Perché?</b></p><p>"Perché siamo in un momento difficile per l’insegnamento e questo, in parte, lo abbiamo permesso noi che siamo&nbsp;genitori di un’altra generazione. Quando fui candidato allo Strega incontrai Rita Levi Montalcini. Ai ragazzi disse: “Siete molto informati, ma poco formati”. I genitori applaudirono, ma lei&nbsp;disse loro di non applaudire, dicendo: “Siete la generazione che governa i vostri figli”. Era un modo molto netto per ricordarci una responsabilità".&nbsp;<br></p><p><b>La responsabilità, nel suo ragionamento, passa anche dalla genealogia: ciò che una generazione consegna alla successiva, ciò che insegna e ciò che, invece, rinuncia a insegnare. È cosi?</b></p><p>"Si. Chi lavora a scuola sa che la vera mutazione genealogica di oggi sforma soltanto geni. Noi eravamo dei cretini (ride,<i>ndr</i>). A me, e non soltanto a me, salva la letteratura".</p><p><b>Perché?&nbsp;</b></p><p>"La letteratura serve a collegare. Tutta&nbsp;l’esperienza letteraria è un’esperienza di collegamento. Noi purtroppo siamo disabituati al collegamento. Siamo un paese che confonde tutto, che confonde la complicazione con la complessità, ma la complessità è necessaria. Aggiungerò di più".</p><p><b>Prego</b>.</p><p>"In un premio letterario come questo bisogna essere pensanti nella propria lingua. Termini come “location” o “sentiment”, non vanno necessariamente detti, sarebbero&nbsp;fuori luogo. Oggi siamo qui a Venezia e parliamo questa lingua che è l’italiano. Nessuna polemica con gli anglicismi, per carità, ma il Campiello è un premio letterario italiano. E allora usiamo la nostra lingua".</p><p><b>Cosa ci dice invece sul mestiere dello scrittore?</b></p><p>"Scrivere è un mestiere difficilissimo e c’è una differenza tra gli scrittori e la gente che pubblica. Questo romanzo mi ha permesso di fare un bilancio, di capire da che parte sto, come sono messo e mi ha dato una grande gratitudine per questo mondo".</p><p><b>Lo ha definito il "romanzo della maturità": perché?</b></p><p>"Perché a un certo punto della vita capisci che le cose si allineano. Sono stato un attore perennemente esordiente. Oggi credo di meritarmi di essere uno scrittore".</p><p>(Il protagonista de <i>L’immensa distrazione </i>è Ettore Manfredini, un uomo che muore e, nella mattina della propria morte, ripercorre la sua esistenza e quella della famiglia: la povertà, il lavoro, l’ascesa economica, la guerra, le leggi razziali, l’Olocausto, i rapporti familiari, il potere e il senso di colpa. È la storia di un’impresa e, insieme, la storia di un paese). "Ho inventato la storia di quest’uomo che la mattina si sveglia e scopre di essere morto", spiega. "Il cuore si ferma, qualcosa si spegne e tutta la sua vita comincia a rappresentarsi dentro il romanzo".</p><p><b>Perché partire dalla morte?</b></p><p>"Perché scrivere è una piccola esperienza di morte. Si possono scrivere tante cose diverse, mentre oggi ci siamo abituati a scrivere soltanto di noi stessi. Io volevo invece raccontare la vita di un uomo attraverso ciò che gli è stato intorno: la famiglia, l’impresa e la Storia".</p><p><b>È anche un romanzo sull’istruzione mancata.</b></p><p>"È la storia di un uomo poverissimo che diventa ricchissimo, ma anche di un uomo che cerca di capire come l’istruzione avrebbe potuto migliorargli la vita se avesse potuto accedervi".</p><p><b>Lei è nato a Nuoro, vive da anni in Emilia-Romagna, ma la Sardegna c’è sempre.</b></p><p>"La Sardegna è nel cuore. La fortuna di essere sardi è che si può esserlo dappertutto. Sono nato a duecento metri dalla casa di Grazia Deledda, che è ancora l’unica donna italiana ad avere vinto il Nobel per la Letteratura, la prima a candidarsi in politica nel 1919 quando alle donne era negato il voto. È stata una donna meravigliosa di cui avremmo bisogno oggi. Forse a scuola bisognerebbe studiarla e ricordarsene, perlomeno nelle tracce dell’esame di maturità, invece quest’anno, nel centenario, non è avvenuto. Pirandello disse che era troppo brutta per scrivere bene".<br></p><p><b>Attenzione che qui è un attimo che si torna alla polemica dello Strega sul pulmino per Bisceglie.</b><br></p><p>"No, per carità (sorride, ndr). La letteratura non ha bisogno di essere trasformata continuamente in una rissa. Io sono qui per parlare di libri. Essere grandi persone e grandi scrittori, nel caso di Pirandello, non è detto che coincidessero".</p><p><b>Il libro è dedicato&nbsp;a Daniela Zedda e a Michela Murgia e a quest’ultima ha dedicato anche la sua vittoria</b><b>.&nbsp;</b></p><p>"Daniela è stata una delle fotografe più straordinarie che questo paese abbia avuto. Michela era una donna bellissima, tutt’altro che livorosa, molto resiliente. Era una delle intellettuali più influenti di questo paese. Se ancora oggi, da morta, preoccupa e crea dibattiti, questo dovrebbe far pensare".</p><p><b>Tornando al suo libro, lei fai una sorta, diciamo, di bilancio no, della vita del protagonista. Lo ho fatto perché potrebbe essere utile per capire che un bilancio, in generale, andrebbe fatto in realtà mentre si è vivi?&nbsp;</b></p><p>"L’ho fatto perché noi non lo facciamo abbastanza, perché la vita che ci hanno costruito è tutta emergenziale. Questo è il problema. Non riusciamo più a dire: fermiamo le macchine un secondo, vediamo a che punto sono le questioni sociali e politiche di questo paese in cui – su almeno tre questioni di base – non si riesce a ottenere un accordo. Eravamo invece un paese che sviluppava l'ispirazione religiosa cristiana all'ispirazione laica, perché gente come Danilo Dolci, Moro e Berlinguer si mettevano d'accordo su tre punti: mangiare tutti, istruirsi tutti e curarsi tutti. Oggi non è così, basta fare un bilancio per rendere e conto".</p><p><b>L’immensa distrazione è anche un romanzo sul recupero della memoria storica?</b><br></p><p>"Sì, è totalmente un romanzo sull'importanza della memoria. La letteratura è importante come i libri di storia, perché la letteratura mette le persone dentro i libri di storia. La letteratura ti dice come si chiama il morto nel campo di battaglia di Waterloo, ti dice come si chiamano i deportati della Shoah, un compito non da poco. Quindi è per questo che i lettori non piacciono in questo paese, perché i lettori conoscono i nomi, non conoscono solo i fatti".&nbsp;</p><p><b>Sa già cosa farai dopo questa vittoria?&nbsp;</b></p><p>"No, ma&nbsp;che scriverò. Adesso mi riprendo, faccio un mese di cura del sonno, vado a dormire e poi si vedrà".</p><p>Nel salutarci, si&nbsp;toglie gli occhiali da sole, "sono un paio di occhiali di Armani del 1984, me li ha regalati mia mamma, costavano sei centomila lire a suo tempo, e allora oggi ho detto me li metto perché così vediamo cosa succede", tiene a precisare. Il fiore che ha sulla giacca, come l’abito,&nbsp;è stato creato per lui da Antonio Marras. "Antonio mi ha telefonato e mi ha detto: "Guarda Marcello, io ho fatto l'abito di Michela quando ha vinto il Campiello (con <i>Accabadora</i>, <i>ndr</i>)&nbsp;e devo fare anche il tuo". Quindi ha ragione Antonio. Io gli ho risposto: "Bocca tua santa", come si dice al Nuoro. Adesso lo chiamo per dirgli che ce l’abbiamo fatta".</p><p><br></p><p><b>Premio Campiello 2026&nbsp;</b></p><p>Come da tradizione, è spettato alla Giuria dei trecento lettori anonimi, composta da persone di età, professione e provenienza geografica diverse, leggere ed esprimere la propria preferenza per uno tra i romanzi della cinquina: un meccanismo adottato sin dalla prima edizione del premio (nel 1963), che ne tutela indipendenza e trasparenza di giudizio. Hanno votato 283 degli aventi diritto, questi i punteggi definitivi:</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Todd e le altre Pizie stipendiate dall’occidente per annunciare che moriremo tutti di progresso e libertà</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>In Grecia si accorreva a Delfi per sentire le profezie di Pizia. <b>Oggi i media consultano uno strano oracolo: Emmanuel Todd.</b> Solo titoli apocalittici: “La Chute finale”, “Après l’Empire”, “Après la démocratie”, “La Défaite de l’occident” e ora “La dislocation”, uscito questa settimana per Gallimard. Sociologo, rampollo dell’intellighenzia francese, figlio di un giornalista e di una pubblicitaria, nipote dello scrittore Paul Nizan e bisnipote dell’immenso Claude Lévi-Strauss, Todd è un eclettico intellettuale noto per aver intuito nel 1976 la fine poco edificante che avrebbe fatto l’Unione Sovietica. <b>Mentre la moda era ancora quella di filosofare sull’ineluttabile declino del capitalismo, Todd si contese la profezia con Hélène Carrère d’Encausse. Ora Todd annuncia la “dislocazione occidentale”.</b></p><p>“Mi chiedo come la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/russia_51349" target="_blank">Russia</a>, con il tre per cento del pil occidentale, riesca a produrre più obici di tutti i suoi avversari messi insieme” scrive Todd nel libro. Il bellicismo americano è per lui la prova di ciò che sostiene da decenni. Più il paese si sa debole, più attacca. Israele e Ucraina? “Due proxy americani”. “Gli americani preferiscono gli studi di finanza, di diritto, tutto ciò che produce segno monetario. I russi conservano una cultura industriale che permette la fabbricazione di cose”. Todd seduce l’antiamericanismo che è uno dei grandi dividendi della pace europea. La pizia di Saint-Germain-des-Prés può asserire, senza dimostrare. Può descrivere, senza bisogno di vedere. La scuola delle Annales gli fornisce l’alibi: la lunga durata, le strutture familiari, l’orologio demografico che segna l’ora che conta. Una volta installata questa griglia, ogni fatto contemporaneo diventa una conferma. <b>Todd vuole dimostrare che la Russia è una “democrazia autoritaria”? Cita i sondaggi favorevoli a Putin: questione chiusa. La guerra in Ucraina non è un’invasione russa: è il sintomo della debolezza americana. I raid sull’Iran sono la prova che un impero in declino colpisce per non ammettere di essere già finito. </b>Il meccanismo è geniale, circolare e inattaccabile. Se l’occidente è aggressivo, è perché è debole. Se è debole, è perché ha smesso di produrre cose ma soltanto segni. Ogni anello chiude il precedente. “La vittoria dell’Iran sugli Stati Uniti e Israele, se apparirà definitiva, permetterà lo sbocciare di una repubblica, certo islamica per nome, ma pienamente pluralista nella pratica e nello spirito” scrive Todd nel libro per Gallimard. “Prima dell’attacco, il regime iraniano aveva allentato la presa sugli abiti femminili”. Lo scienziato lascia spesso il posto al ciarlatano. Castigatore della democrazia, Todd è tenerissimo con le autocrazie.</p><p>“Sarebbe preferibile che l’Iran si dotasse dell’arma nucleare” E ancora: “Dopo una lunga vita di riflessione, sono giunto alla conclusione che la distruzione della potenza americana sarà l’inizio della pace per il pianeta”. <b>Una vita di riflessioni ha portato Todd a concludere che “la distruzione del potere americano sarà l’inizio della pace per il pianeta”.</b> Se Washington si ritira, è impotente; se interviene, è disperata. In entrambi i casi, Todd ha ragione. E un mondo soggetto ai programmi cinesi, russi e iraniani sarà più pacifico. Non si chiede che tipo di “pace” producano Teheran e Mosca per i dissidenti, per le donne, per i vicini. Non è il suo mestiere. Il suo mestiere è spiegare perché l’occidente merita di perdere, anche quando è attaccato.</p><blockquote>“Il regime iraniano aveva allentato la presa sugli abiti femminili”. Lo scienziato lascia spesso il posto al ciarlatano</blockquote><p>Qualche mese dopo l’11 settembre, mentre gran parte del mondo occidentale esprimeva ancora un flebile sostegno agli Stati Uniti, Todd pubblica “Dopo l’impero”. Dice che è errato definire “terrorismo” chi abbatte le due torri. Un’opera così misurata da attirare l’attenzione soddisfatta di un certo Osama bin Laden, il quale, in un video del 2007, invita a leggere Todd, assieme all’anniversario di Hiroshima e Nagasaki, l’influenza delle multinazionali, l’assassinio di Kennedy, la guerra del Vietnam e lo sterminio dei nativi americani (Osama era già nella fase woke). <b>Quando i terroristi fecero fuori mezza redazione di Charlie Hebdo, Todd disse di “non essere Charlie”, arrivando a sostenere che la Francia che ha manifestato l’11 gennaio 2015 è la Francia di Vichy. Todd convoca al tribunale della storia i francesi riuniti per dire no al terrorismo islamico e alle minacce che gravano sulla libertà di pensiero.</b> Ne fa dei partigiani di un’ideologia laica totalitaria e li stigmatizza tracciando il ritratto di una Francia xenofoba e razzista. L’antisemitismo? Conseguenza dell’islamofobia di cui gli immigrati sono le prime vittime. Questione chiusa. Pubblica un pamphlet rabbioso, “Chi è Charlie?”, qualificando una delle più grandi manifestazioni dalla fine della guerra – e una delle più fraterne – come un “momento di isteria collettiva” emanazione di un “cattolicesimo zombie” sceso in piazza per sputare “odio dell’islam”. “Chi è Charlie?” solleva un putiferio. Attaccando i milioni scesi in strada, Todd aveva superato il limite. Ma buzz assicurato per uno dei pochissimi ricercatori in scienze sociali a vendere cinquantamila copie a libro.</p><p>E’ abile, Todd, nel convertire l’odio per l’occidente in un fatto scientifico. Offre a chi già detesta l’occidente la soddisfazione di farlo in nome dei numeri, non del risentimento. L’occidente sta perdendo. La Russia, l’Iran, chiunque resista all’egemonia americana, stanno vincendo. O almeno stanno resistendo con più dignità. <b>Todd non è un dilettante. Sa che le società non crollano solo per le ideologie, ma per il modo in cui si riproducono e si organizzano. Educato dai genitori al culto molto anglosassone dei fatti, Todd diffonde un’immagine della Russia che è una menzogna.</b> L’aspettativa di vita degli uomini russi è come in Sudan. La Russia è leader mondiale nel numero di aborti. E un quarto di tutti gli uomini russi muore prima dei 55 anni. Ma Todd direbbe forse che tutto questo è colpa del nichilismo occidentale che ha infestato la Russia sotto Eltsin. Intanto il sociologo continua a immaginarsi come un dissidente, anche se si conoscono pochi dissidenti che pubblicano da Gallimard e ricevono gli onori del Monde e dell’Obs. Todd vive nel paese che descrive in decomposizione, parla la lingua di un’élite che finge di detestare e continua a essere consultato ogni volta che serve una sentenza. Non è un idiota. E’ qualcosa di più, un utile idiota: uno di quei tipi ben pasciuti impegnati a tempo pieno a rovesciare la società occidentale, gli stipendiati dalla democrazia che dichiarano in agonia, l’intellettuale nato bene e accudito che fornisce al risentimento antioccidentale una patina accademica.</p><blockquote>Todd si immagina come un martire, un martire pubblicato da Gallimard e incensato dai giornali, che parla la lingua di un’élite che finge di detestare</blockquote><p><b>Come Noam Chomsky, il grande linguista del Mit fondatore del moderno movimento filopalestinese e postcoloniale, che ha dedicato una vita intellettuale e politica alla distruzione della possibilità stessa di un jet privato per finire a suo agio sul jet di Jeffrey Epstein. </b>Chomsky ha condotto una vita da gaudente capitalista, rientra nel due per cento più ricco degli Stati Uniti, case a Lexington e Cape Cod. E l’impero del male ha finanziato l’università in cui ha insegnato. Il bello di chi vive del proprio dissenso in democrazia è che non è mai chiamato a rispondere della propria obliqua idea di verità. Come Judith Butler, la filosofa di Berkeley che ora sale in cattedra alla Normale di Pisa. Vive in California, gira le università europee e parla da una delle bolle più protette del mondo. <b>Ma per lei, l’occidente discrimina, l’occidente colonizza, l’occidente razzializza, l’occidente produce vite “non compiute</b>”. Lo stato nazione, il capitalismo, il sionismo, le norme di genere “cis-eteronormative” sono il suo unico bersaglio. Butler non vive sotto un regime che punisce la teoria queer con la prigione o la forca. Vive in un sistema che le ha dato tenure, editori, festival, premi, visiting professorship, matrimoni non binari e la libertà di definire il 7 ottobre “resistenza armata”. Fuori dai confini occidentali, il volume della sua voce scende. Quando parla di diritti delle donne o dei queer in contesti extraoccidentali, il riflesso della Butler è di denunciare l’“islamofobia” occidentale e “l’uso imperialista del femminismo”, mai le norme che lapidano, incarcerano o velano per legge. L’occidente è l’unico soggetto del male; gli altri sono reazioni, resistenze, effetti collaterali dell’impero.</p><p><b>Un po’ come Giorgio Agamben, il teorico dello “stato di eccezione” per il quale “l’Iran si difende” e pazienza per mezzo secolo di terrorismo nel mondo e la “nuda vita” nella galera di Evin.</b> Agamben può dire che l’Europa è un’impostura, che l’Ucraina è un protettorato, che Gaza è la distruzione dell’ebraismo e che i vaccini sono biopolitica, ma a Teheran la sua “fine del giudaismo” forse finirebbe in una rubrica su Quodlibet in farsi, ma non la critica del velayat-e faqih. Allo stesso modo, il Candido della fisica, Carlo Rovelli, sul Corriere della sera magnifica le virtù di Pechino, “una voce di moderazione” contro il modello coercitivo degli Stati Uniti, e dice che l’esperienza cinese chiede di “riaprire la questione storica dell’efficacia del comunismo”, niente meno. Come un’altra famosa filosofa del gender, Gayatri Chakravorty Spivak, nata a Calcutta e da più di sessant’anni negli Stati Uniti. E’ docente alla Columbia, traduce Derrida, corre in aereo tra New York e il Bengala occidentale. Il suo saggio più famoso chiede: “Can the Subaltern Speak?”. La risposta è no, non possono, e l’intellettuale occidentale deve parlare al loro posto grazie a Ivy League, circuiti editoriali anglofoni, conferenze pagate e il sari indossato in aula a Manhattan. Il subalterno resta in Bengala; la teoria del subalterno sta a Morningside Heights.</p><blockquote>A Teheran la “fine del giudaismo” di Agamben finirebbe in una rubrica su Quodlibet in farsi, ma non la critica del velayat-e faqih</blockquote><p>Il filosofo antiliberale Byung-Chul Han è nato a Seul e vive a Berlino: casa con giardino, pianoforte a coda Steinway, cattedra all’Universität der Künste, libretti brevi e sentenziosi ben pagati sulla “società della prestazione”, del “burnout” e della “psicopolitica”. <b>L’uomo contemporaneo, ripete Han, non è più oppresso: si autosfrutta. E’ libero e per questo schiavo. Ma la “libertà tossica” che denuncia è la condizione che gli ha permesso di diventare Byung-Chul Han.</b> In Corea del Nord non si pubblica “La società della stanchezza”. Il mercato che lui chiama “violenza della positività” è lo stesso che traduce i suoi aforismi in decine di lingue e lo sponsorizza su Instagram. Chi insegna a Berlino e possiede uno Steinway può consigliare di uscire dalla “prestazione” e dalla “perdita dell’interiorità”. Chi vive sotto un partito unico o sotto una dittatura familiare non ha lo stesso margine. La sua filosofia è il lusso prodotto in occidente e consumato in occidente: critica il vuoto della libertà restando dentro la sola civiltà che ancora paga i filosofi per dire che la libertà è un inganno.</p><blockquote>Dal coreano antiliberista con cattedra a Berlino allo sloveno che gira il circuito redditizio del pensiero per ripetere che il capitalismo è morto</blockquote><p><b>Come Slavoj Zizek, che ha appena pubblicato un umile “Contro il progresso” per Ponte alle grazie. </b>Vive a Lubiana, nell’Unione europea, gira il circuito più redditizio del pensiero occidentale: università, festival, Project Syndicate, Bloomsbury, conferenze da rockstar. Passa la vita a smontare il capitalismo liberale mentre collabora con il New York Times, commentando dalla politica al sesso orale. E così uno che si permette di scrivere che “è meglio il peggior terrore staliniano della migliore democrazia capitalistica liberale” è invitato dal New York Times a celebrare la caduta del Muro di Berlino. Marx, Lacan, Hegel e una barzelletta slovena oscena bastano a dimostrare che il capitalismo è già morto e che noi siamo i suoi fantasmi. <b>Zizek crede che la civiltà liberale occidentale sia “un incubo” dal quale solo una “violenta rivoluzione” ci può risvegliare. </b>La primavera di Praga è stato l’apice della sua formazione: “Trovai là, nella piazza centrale, un caffè che funzionava ancora durante quella emergenza. Produceva magnifiche torte di fragole. Sedevo là, guardando i carri armati russi contro i dimostranti. Era perfetto”.</p><p>La loro guerra al “sistema” è un fantastico gioco di prestigio, perché è l’unico in cui Todd, Chomsky, Butler, Han e Zizek possono essere Todd, Chomsky, Butler, Han e Zizek. Falsi profeti che predicono sempre la stessa cosa e che per questo non possono mai sbagliarsi del tutto. Basta aspettare la prossima crisi e titolo escatologico. Buzz assicurato. Perché solo l’occidente produce i suoi becchini ideologici. Intanto in un grattacielo di Berkeley, una comunità di ricercatori di intelligenza artificiale si mobilita per salvare il mondo. Si godono pasti vegani caterizzati su divani con viste sulla baia di San Francisco. Alle cene e agli happy hour mensili discutono della fine del mondo. Si scambiano previsioni in conferenze alle Bahamas. Sono stati tra i primi dipendenti di OpenAI e Anthropic. Li anima un filosofo di Oxford, Will MacAskill, che ha reso popolare l’“altruismo efficace” e che non vuole che gli Stati Uniti abbiano il monopolio dell’intelligenza artificiale. MacAskill è un allievo dell’oracolo antispecista Peter Singer, per il quale “i neonati umani non nascono dotati di autocoscienza, non sono persone e pertanto la vita di un neonato ha meno valore di quella di un maiale, di un cane o di uno scimpanzé”.</p><p>Parlano di comprare isole remote, fare scorte di pastiglie di iodio e trasferirsi in bunker schermati nel deserto. A un evento, il menù includeva un cocktail chiamato “Death With Dignity”. Morte con dignità. La Pizia occidentale è il capo di una clinica svizzera per l’eutanasia.</p>]]></description>
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				<title>Nonostante tutto ciò che si è scritto su Mosè, il suo mistero è rimasto inafferrabile</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Matteo Moca</author>
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				<description><![CDATA[<p>Chagall l’ha dipinto con un volto verde mentre riceve le Tavole della Legge sul monte Sinai, Basquiat l’ha immerso in uno sfondo rosa con fattezze da egiziano, Michelangelo ne ha scolpito il capo sormontato da due corna, Thomas Mann nel racconto <i>La legge</i> ne ripercorre lo scontro con il faraone Ramessu, Christian Bale nel film di Ridley Scott <i>Exodus</i> ne interpreta lo spirito guerriero mentre nella Bibbia conosciamo un uomo che si carica sulle spalle la liberazione e la formazione di un intero popolo, media con Dio e incarna la Legge.</p><p><b>La vera natura di Mosè rimane, ovviamente, un mistero</b> e così, prendendo a prestito le parole usate da Gilles Deleuze su Proust, “può indurre soltanto delle idee di ricerca e non delle ricerche vere e proprie” trasformandosi in un “vero oggetto di desiderio” ammantato da una singolarità che “non ci lascia altro da fare che questo: riscriverla, che è l’opposto di esaurirla”.</p><p>All’interno di questo ampio campo di studi sulla figura centrale dell’Antico Testamento si aggiunge adesso il denso volume di Giacomo Petrarca (<i>Mosè: dal mondo al libro</i>, Feltrinelli) che affonda il suo sguardo non tanto sulla sua storicità (comunque non ignorando, come ha ammonito Freud in <i>L’uomo Mosè e la religione monoteistica</i>, quanto la questione della personalità storica si intrecci con una figura da cui si legittima una tradizione religiosa, teologica, politica e culturale) quanto sulla sua spettralità. Riprendendo l’etimologia del verbo greco da cui deriva la parola fantasma e che afferisce all’area semantica dell’apparire, Petrarca indaga la figura di Mosè a partire da ciò che definisce un “eccesso di presenza”: <b>“Mosè è talmente sovrascritto e conteso da non poter essere mai afferrato nella sua singolarità</b>, se non come il prodotto di determinate esigenze religiose o storico-culturali, che sono a loro volta il risultato di un processo di costruzione della sua figura”.</p><p>Come suggerisce il sottotitolo del libro, Petrarca si muove nello spazio che la parola costruisce attorno alla figura mosaica perché le sue azioni sono sempre frutto della parola (a partire dalle tavole consegnate da Dio direttamente nelle sue mani al racconto delle sue gesta che ne edifica e tramanda la storia) e la stessa figura di Mosè si è costruita nei millenni attraverso riscritture e commenti, divenendo così un “paradigma stesso del narrare”. In questo senso la figura di Mosè è il risultato di riflessioni e analisi che Petrarca ripercorre con acribia fronteggiando con coraggio le complessità, da Kafka a Derrida passando da Spinoza e dalla tradizione rabbinica, e così il Moshe Rabbenu perde la sua singolarità e si trasforma in testo, in sovrapposizione di scritture e di parole, di racconto e commento, simbolo di quel culto del segno che accomuna ebraismo, cristianesimo e Islam.</p><p><b>Sta forse proprio in questa raffigurazione di Mosè il vero cuore del saggio di Petrarca</b> che riesce a far convergere gli andamenti centrifughi di egittologia, filosofia, antropologia, teologia e critica letteraria in un’interpretazione che considera, prima di ogni altra cosa, il testo e la sua lettura. Ed ecco quindi un’altra riflessione che si può trarre da questo libro: in tempi di opinioni affrettate e allergia all’approfondimento uno studio come quello di Petrarca che analizza le singole parole del testo biblico, costruendo un suggestivo diorama di rimandi e risonanze, è un’occasione preziosa per resistere alla semplificazione imperante. “Tutti i canti si scrivono nero su bianco e bianco su nero” recita una piccola frase del Talmud che sembra racchiudere la tensione conoscitiva dello sguardo di Petrarca sospeso tra testo biblico e interpretazione, tra passato e presente. Un insegnamento per molti.</p>]]></description>
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				<title>Navigare nel pericoloso caos dei ricordi con Jon Fosse</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 09:51:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Elisa Veronica Zucchi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il flusso dei ricordi, a un certo punto, si oscura. Così ogni certezza conosce il proprio inverno. Quale segreto si cela nell’infinito album delle esistenze?</p><p><b>“Lei è Ales”</b>, romanzo di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/jon-fosse_2640" target="_blank">Jon Fosse</a>&nbsp;uscito in Norvegia nel 2004,&nbsp;<a href="https://link.amazon/B0e4EXrzV">ora finalmente in libreria per La Nave di Teseo</a>, anticipa le tematiche della poderosa “Settologia” (unico testo che consta di sette parti, suddivise in tre volumi pubblicati dalla medesima casa editrice).</p><p>Racconta di un amore, di un lutto e di un’attesa. Nel frattempo sono passati ventitré anni, è il 2002, e Signe dialoga ancora con Asle, o meglio, con la sua assenza. Signe e il pescatore Asle vivono da soli nella casa sul mare, una volta abitata dai genitori e, prima ancora, dagli antenati di lui. In un giorno di fine novembre del 1979, un martedì, la piccola barca di legno di Asle viene trovata vuota, alla deriva, contro i sassi della Battigia, nella Baia (luoghi-simbolo); verrà poi bruciata nel falò di San Giovanni Battista martire, descritto nel Vangelo come “una lampada che arde e risplende”, proprio come il fuoco che Signe alimenta con i cocci nella stufa.</p><p>Asle ha preso il nome dalla trisavola Ales e dal nipote, omonimo, fratello del nonno Olav e morto nella Baia a sette anni, proprio il giorno del compleanno e sempre a novembre, mentre era intento a giocare con una barchetta di mezzo metro fornita di tutto, costruitagli, per regalo, dal padre Kristoffer (bisnonno di Asle senior e figlio di Ales). Era il 17 novembre 1897.</p><p>Ma quale desiderio spinge il pescatore Asle a uscire di casa e a cavalcare le onde fino al Fiordo luminoso, malgrado il cattivo tempo?</p><p>Con il passare degli anni, talvolta, può accadere che il flusso dei ricordi, che prima scorreva placido, si agiti via via, inizialmente deviato nel suo corso da qualche ostacolo imprevisto, oppure da una sopraggiunta siccità, fino a farsi simile a un oscuro mare in tempesta, tumultuoso al punto da inghiottire le barche che custodiscono le memorie portate in salvo. Nel contempo, accade che la volontà di reggere il timone si affievolisca per il troppo peso e il dolore che ogni evocare porta con sé, giacché è ciò che è stato e non è più. Eppure va e viene, come un’onda che subitamente si ritira, simile a una promessa mancata. <b>La barca si riempie di falle e la stessa possibilità di navigare nel caos delle immagini che si sovrappongono viene meno.</b> Ma questo “finale di partita” non è definitivo; per Fosse, infatti, i ricordi risorgono. Lo s<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2023/10/05/news/jon-fosse-ha-vinto-il-premio-nobel-per-la-letteratura-2023--175274" target="_blank">crittore Premio Nobel</a>, convertitosi al cattolicesimo nel 2012, in “Io sono un altro” (secondo volume della “Settologia”) cita esplicitamente Beckett e Meister Eckhart. “Barca silente” è il titolo di un dipinto che un altro Asle, il pittore protagonista del romanzo, consegna all’amico Åsleik. Rappresenta una barca marrone e viola, velata da puntini luminosi. Ma cosa si cela in questa velatura luminosa del buio? Asle ricorda gli incontri con il suo Omonimo – pittore anch’egli, che gli somiglia: un doppio che, però, si è perso nell’alcol – soprattutto nel pub di Bjørgvin, topos chiamato “Ultima Barca”.</p><p>Nelle profondità, un’immagine misteriosa pare tessere le fila delle memorie e dei destini: tanto intima e lucente quanto oscura – non assomiglia a niente di visibile poiché “c’è senza esistere” – sospinge e ambigua le correnti dei ricordi; sembra creare l’essenza del linguaggio che li evoca, come una sorgente dà vita a un fiume. Scrive Meister Eckhart ne “La nascita eterna”: “L’immagine dipinta nella mente dell’artista è l’arte stessa, per la quale il pittore è principio dell’immagine raffigurata. E questo significano le parole Dio era il verbo”.</p>]]></description>
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				<title>Me contro Te, gli incantatori di bambini</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Licia Raimondi</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’era una volta un buffo pifferaio, protagonista di una leggenda tedesca ambientata nella città di Hamelin, in Bassa Sassonia, diventato celebre grazie alla fiaba dei fratelli Grimm Il pifferaio magico. Dove si legge che tutti i bambini del paese marciarono dietro di lui “ipnotizzati” dalla sua musica. I bambini di Hamelin, in fondo, continuano a marciare ancora oggi. <b>Solo che gli incantatori sono usciti dalle fiabe e non hanno più bisogno di un flauto: hanno uno smartphone, un canale YouTube, TikTok, Instagram</b>. E c’è una differenza sostanziale. L’incantesimo è diventato un modello di business. Prima li fanno innamorare. Poi cercano di vendere loro uno zaino. E a suon di zainetti e molto altro hanno costruito dei veri e propri imperi. Solo che i bersagli di questa strategia hanno cinque, sei, sette anni e lo zaino, naturalmente, lo pagano i genitori. E’ dentro questo cortocircuito che si è inceppata la macchina perfetta dei <b>Me Contro Te</b>, l’impero color confetto costruito da Luigi Calagna, 33 anni, e Sofia Scalia, 29 anni: <b>Luì e Sofì per milioni di bambini</b>. Lo scorso 14 settembre Consumerismo No Profit ha depositato al Tribunale civile di Palermo un’azione inibitoria contro la loro società, contestando pratiche commerciali ritenute aggressive e ingannevoli e sollevando questioni anche sul trattamento dei dati dei minori. Nel mirino c’è soprattutto il passaggio, ritenuto dall’associazione troppo poco riconoscibile, dall’intrattenimento alla vendita: sul sito compariva la sezione “Negozio”, poi l’invito “Vai allo shop!”, che attraverso un link di affiliazione portava direttamente ad Amazon. Tre passaggi, forse meno, e la fiaba aveva già un costo.</p><blockquote>Consumerismo No Profit ha depositato al Tribunale di Palermo un’azione inibitoria contro la loro società, denunciando pratiche ingannevoli</blockquote><p><b>Le contestazioni dovranno essere valutate dai giudici. Non c’è, al momento, alcuna violazione accertata e non risulta neppure un provvedimento che abbia ordinato la chiusura del sito, che dal 21 settembre comunque non è più accessibile</b>. Al suo posto compare una schermata che ne annuncia la sospensione temporanea per “interventi tecnici di aggiornamento e ottimizzazione”. La coincidenza temporale è evidente: il sito è andato offline una settimana dopo il deposito del ricorso. Il collegamento tra i due fatti, però, non è accertato. L’atto di Consumerismo è stato anche notificato alla Procura della Repubblica di Trapani per i profili relativi alla privacy. Ma sarebbe riduttivo soffermarsi sulla questione giudiziaria. Perché dietro quella pagina spenta c’è stata – e certamente ci sarà ancora – una delle più impressionanti macchine commerciali costruite in Italia intorno all’immaginario infantile. Numeri da capogiro: 1,6 milioni di follower su Instagram; a settembre 2026 il canale ha toccato quota 7,38 milioni di iscritti su YouTube e superato i 12 miliardi di visualizzazioni complessive; oltre ai 3,5 milioni di seguaci su TikTok. Dati che testimoniano la capacità, se non il potere, di farsi guardare e riguardare, per anni. A questa platea si aggiungono gli altri canali e i social. Poi film, libri, musica, spettacoli, giocattoli, abbigliamento, materiale scolastico e una società con un patrimonio netto che nell’ultimo bilancio ha superato i 29,1 milioni di euro. Non male per due ragazzi di Partinico che avrebbero potuto fare tutt’altro.</p><p>Luigi studiava Farmacia. Sofia frequentava il liceo scientifico e sognava Medicina. <b>Nel 2014 lo sliding door: un telefonino, YouTube e le prime challenge</b>. All’inizio li guardano in cento, soprattutto amici e parenti. Arrivano a mille iscritti e scoprono dai commenti che il loro pubblico è composto in gran parte da bambini. Si danno perfino una soglia: se non raggiungeranno i diecimila, forse sarà meglio smettere. Non fanno in tempo. Arrivano a trecentomila. Luigi lascia Farmacia e passa a Scienze della comunicazione, spiegando di voler acquisire strumenti per comprendere e gestire meglio quel nuovo lavoro. Anche Sofia prova l’università, ma ormai la macchina corre. Il nome nasce quasi per caso. Le loro erano sfide, ovvero “challenge”, quindi serviva un “contro”. Luì contro Sofì avrebbe messo prima Luigi, Sofì contro Luì prima lei. La soluzione mette tutti d’accordo: Me Contro Te. A posteriori, una decisione di marketing piuttosto fortunata. Una delle domande che Google associa inevitabilmente ai loro nomi è: quanto guadagnano? I circa 29 milioni di euro dell’ultimo bilancio non sono ciò che Luì e Sofì guadagnano in un anno: rappresentano il patrimonio netto della Me Contro Te Srl, posseduta dai due al 50 per cento. Nel 2025 la società ha registrato circa 4 milioni di ricavi da vendite e prestazioni e 1,8 milioni di utile; nel patrimonio figurano circa 19 milioni di immobili e oltre 10,6 milioni investiti tra fondi e titoli. Per avere soltanto un riferimento di scala, lo stipendio fisso lordo annuale stimato di Kylian Mbappé al Real Madrid è approssimativamente di 31 milioni di euro. Sono grandezze finanziarie diverse – patrimonio societario accumulato contro retribuzione di un singolo anno – ma l’accostamento restituisce bene la distanza percorsa: dalle challenge in cameretta a cifre che appartengono all’universo delle superstar internazionali. E YouTube è ormai soltanto un pezzo della faccenda. <b>Cinema, editoria, musica, spettacoli, royalties. E merchandising. Molto merchandising. T-shirt, felpe, scarpe, specchietti, diari, card, astucci, trolley, zaini, bambole, borracce, biancheria da letto. Persino salviettine umidificate</b>. Un inventario che a un certo punto smette di sembrare una linea di prodotti e comincia ad assomigliare all’arredamento completo di un’infanzia. E’ qui che il fenomeno diventa più interessante del fatturato. Perché nessuno obbliga un genitore a comprare uno zaino dei Me Contro Te, e trasformare un marchio in un universo merceologico è una normalissima – e riuscitissima – operazione imprenditoriale. Il punto è capire come un oggetto qualsiasi diventi desiderabile per un bambino solo perché appartiene a quel mondo. “Alla base del successo degli idoli c’è un meccanismo psicologico molto potente: l’identificazione proiettiva. <b>Il bambino, ma in parte anche l’adulto, non si limita ad ammirare il proprio idolo – spiega lo psichiatra Carmelo Zaffora – ma tende a identificarsi con lui e, inevitabilmente, anche a possedere ciò che possiede o propone</b>. Naturalmente l’identificazione con un personaggio famoso non è di per sé negativa. Il punto è capire che cosa viene offerto a chi guarda e quale modello viene proposto”.</p><blockquote>Oltre i numeri sui social. Film, spettacoli, abbigliamento, materiale scolastico: il patrimonio netto dell’azienda ha superato i 29 milioni di euro</blockquote><p>Per vendere la fiaba, prima bisogna costruirla. Nel 2020 Luì e Sofì arrivano al cinema con Me contro Te – Il film: La vendetta del Signor S, diretto da Gianluca Leuzzi, con un incasso record di circa 9,5 milioni di euro. Fu il primo successo di sei film della saga, cui si aggiungerà lo spin-off Cattivissimi a Natale. Nel 2022 Il mistero della scuola incantata vince il David dello Spettatore (destinato al film italiano che ha ottenuto il maggior numero di spettatori nelle sale cinematografiche) ai David di Donatello. In mezzo ci sono libri, canzoni, e concerti. L’estetica è elementare e potentissima. Rosa, fucsia, azzurro, cappelli enormi, stivaletti rosa shocking. Le canzoni fanno quello che le canzoni per bambini hanno sempre saputo fare: trasformano poche parole in un rito. “Metti le mani su, dai un bacio a chi vuoi tu…”. Le vocali, i gesti. Non occorre scomodare la semiotica: lo Zecchino d’Oro conosce da decenni la forza della ripetizione e la Macarena ha dimostrato che quattro movimenti associati a un ritornello possono conquistare il pianeta. Ma il vero segreto è nelle storie. Ed è qui che, in mezzo a tutto quel rosa, compare un signore russo morto più di mezzo secolo fa: Vladimir Propp. <b>Nel 1928, nella Morfologia della fiaba, Propp smontò le storie popolari per capire perché racconti diversissimi sembrassero obbedire sempre agli stessi meccanismi</b>. Cambiano principesse e draghi, boschi e castelli, ma ritornano l’eroe, l’antagonista, la missione, la prova, l’aiutante, il dono, l’oggetto magico, il ritorno. Non sappiamo se gli autori dei Me Contro Te abbiano mai lavorato pensando a Propp. Non importa. Propp arriva da solo. Luì e Sofì sullo schermo sono gli eroi; il Signor S (Pierpaolo Zizzi) è l’antagonista che rompe l’equilibrio e mette in moto l’avventura; Perfidia (Antonella Carone) è la complice che ne amplifica l’azione; Pongo (Michele Savoia) è l’aiutante che corre in soccorso dei protagonisti. Il bambino riconosce un universo costruito sulla grammatica elementare della fiaba. Nel terzo capitolo della saga cinematografica – Persi nel tempo (2022) – arrivano gli oggetti magici. Una clessidra si rompe e sparpaglia i protagonisti attraverso le epoche: Luì e il Signor S finiscono in un futuro popolato da robot, Sofì e Perfidia nell’antico Egitto, dove incontrano la nuova antagonista Viperiana. Ma nel frattempo l’oggetto magico è uscito dalla fiaba: <b>nell’industria contemporanea dell’intrattenimento infantile può attraversare lo schermo e finire sullo scaffale. Il bambino non deve più soltanto immaginare di appartenere alla storia. Può comprarsene un pezzo</b>.</p><blockquote>Il 5 settembre si sono sposati all’Unipol Dome di Milano davanti a circa seimila spettatori paganti. Biglietti fra 48 e 110 euro</blockquote><p>A questo punto però sarebbe molto facile indignarsi. Anche troppo. Perché prima di Luì e Sofì c’erano Paolo Bonolis, Manuela Blanchard, Licia Colò, i cartoni animati e quel gigantesco pomeriggio televisivo chiamato Bim Bum Bam. Chi è cresciuto negli anni Ottanta ricorda bene che l’infanzia non viveva affatto in una riserva protetta dal commercio. Pubblicità, telepromozioni, merendine, giocattoli e prodotti legati ai personaggi erano parte integrante dell’ecosistema della televisione commerciale. L’industria aveva capito da molto tempo la forza economica di un soggetto che presenta una caratteristica piuttosto curiosa: non ha reddito, ma può orientare le scelte di consumo degli altri. “Mamma, me lo compri?” Dunque, sembra che poco sia cambiato. La televisione degli anni Ottanta poteva essere martellante, sfacciata e molto meno sorvegliata di quella attuale. Ma aveva una geografia: il programma, lo spot, il ritorno al programma. Le telepromozioni confondevano già i piani, certo, ma proprio perché esistevano due piani da confondere. Il digitale può farli coincidere.<b> Il creator è contemporaneamente personaggio, volto del prodotto, amico percepito e soprattutto porta d’ingresso al negozio</b>.</p><p>Intanto Luì e Sofì hanno compiuto un passo ancora più interessante. Hanno fatto entrare i bambini addirittura nella loro vita. <b>Il 5 settembre si sono sposati all’Unipol Dome di Milano davanti a circa seimila spettatori paganti. Biglietti fra 48 e 110 euro</b>. Per incontrare gli sposi prima dello spettacolo era previsto un pass aggiuntivo da 250 euro. Mamme e papà, riluttanti o compiacenti non fa differenza, intenti a prenotare biglietti online, mezzi di trasporto e camere d’albergo pur di assecondare il desiderio dei figli di incontrare i propri idoli. E così nell’ultima frontiera del merchandising l’amore diventa&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/terrazzo/2026/09/01/news/i-found-my-love-in-rogoredo--406081" target="_blank">matrimonio</a>, il matrimonio racconto e il racconto evento.</p><blockquote>I Me contro Te hanno costruito un legame di fiducia con i bambini, che non possono distinguere una storia da una proposta commerciale</blockquote><p>Si amano davvero. Stanno insieme da giovanissimi e non esiste alcun elemento per mettere in dubbio la sincerità della loro relazione. Il punto è capire dove finisca Luigi e cominci Luì, dove finisca Sofia e cominci Sofì, quando persino il matrimonio entra nell’universo economico costruito intorno ai personaggi. Non è un interrogativo completamente nuovo. Chiara Ferragni aveva edificato il più potente laboratorio internazionale di sovrapposizione fra biografia, racconto e commercio. L’inciampo sul pandoro Balocco ha mostrato quanto rapidamente possa incrinarsi questo meccanismo quando il pubblico comincia a interrogarsi sul confine fra racconto personale e vendita. La chiave sta in una sola parola: la fiducia. Il follower può essere comprato, perso, sostituito. La fiducia no. <b>Nel caso dei Me Contro Te c’è una complicazione ulteriore: quella fiducia è stata costruita soprattutto con bambini, persone che stanno ancora imparando a distinguere una storia da una proposta commerciale</b>. Da Partinico a oggi sono arrivati a 12 miliardi di visualizzazioni. Sempre più su, ogni volta un po’ più in alto. Ed ecco Icaro. Non come profezia di caduta, perché sarebbe moralismo da quattro soldi. L’impero dei Me Contro Te non precipita: è ricco, strutturato e seguito da milioni di persone. Il ricorso di Consumerismo deve ancora essere esaminato e potrebbe avere esiti inattesi. Ma Icaro è interessante perché all’inizio vola benissimo. Dedalo gli ha costruito ali straordinarie. Il problema arriva quando il successo del volo cancella la percezione del limite. Le ali dei Me Contro Te e di tutte quelle persone che dal nulla e in modo imprevisto hanno creato imperi, ingegnandosi e sfruttando le potenzialità immense delle piattaforme, sono di cera o sono solide come il marmo? Per trovare una risposta, forse è meglio tornare dove tutto è cominciato. Al pifferaio di Hamelin. “Ben presto – si legge nella favola dei fratelli Grimm – non uscirono ratti e topi, bensì accorsero dei fanciulli, maschietti e femminucce dal quarto anno in poi in gran numero. Continuando a suonare il piffero egli li condusse fuori dalla Porta Orientale in una montagna dove sparì assieme a loro”.</p><p>Il resto della favola dei Me contro Te invece è ancora tutto da scrivere.</p>]]></description>
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				<title>Non c’è solo Ranucci. Ecco i nuovi teatranti del giornalismo</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesco Palmieri</author>
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				<description><![CDATA[<p>È la rivincita, nell’èra digitale, della provincia italiana. Quella che negli anni Sessanta aspettava il Cantagiro e la folla si stringeva attorno a Gianni Morandi quasi più per la brama di toccarlo che per riascoltare In ginocchio da te. C’erano posti dove s’agognava l’estate per infrangere la routine con l’apparizione dal vivo dei volti dei musicarelli. Se consultate Wikipedia, l’immagine che compare sotto la voce dedicata alla manifestazione ideata da Ezio Radaelli è un fotocolor di Rita Pavone a Catania nel ‘67. E’ scortata dalla polizia per attraversare indenne la calca, che nell’eccesso amoroso le avrebbe strappato persino un lembo d’abito ma si doveva accontentare di un tocco in punta di dita o dell’autografo, progenitore povero del selfie.</p><p>Più di una sessantina d’anni dopo, ugualmente euforica pare la folla anche se a colpo d’occhio prevalgono le teste bianche o calve; c’è sovente una scorta ma senza l’uniforme; totalmente diversa è la tipologia del divo: non sa cantare, non balla, ma è chiamata comunque “spettacolo” la sua esibizione e il biglietto si può comprare sul circuito TicketOne. Sul palco dove montavano una volta Ranieri e la Caselli salgono i giornalisti col microfono o l’archetto wireless. Si siedono, raccontano, persino camminano mentre su un maxischermo scorrono le immagini e un garbato intervistatore, che quando c’è viene scelto a seconda delle tappe, alza la palla per battute, risposte, soliloqui. E’ tutto più simile a un set per presentare i libri, che adesso invece fungono da supplemento alla fine dell’incontro, quando a settembre è già buio. Le cicale non friniscono più, ma mentre le ultime zanzare di stagione mordono braccia e polpacci si può acquistare il volume per il rituale firmacopie con selfie e stretta di mano dell’autore. E’ il momento in cui, agli sposalizi, si provvede alla distribuzione delle bomboniere dopo il brindisi e il taglio della torta, ma come i confetti che spesso resteranno intatti dentro il tulle anche quel libro rimarrà sul tavolino del soggiorno e forse non si leggerà (perciò, dal 2024 a quest’estate, quasi nessuno s’era accorto dei passaggi più intimi narrati ne La scelta di Sigfrido Ranucci).</p><p>E’ la rivincita della provincia minima. Spuntano, li citiamo pescando a caso, nomi che non tutti saremmo capaci di localizzare d’emblée sulla carta geografica. Calcinato, Tricase, Sant’Omero, Seriate, Vittoria, Casalfiumanese, Cetona, Gravellona, Seriate. E poi ci sono i capoluoghi come Terni, Varese, Salerno, Pescara, Reggio Calabria, Palermo, Bologna; c’è Milano e c’è Roma – “la mia Garbatella”: queste alcune delle tappe già compiute o annunciate, fino a tutta primavera 2027, del tour Diario di un trapezista di Ranucci. E’ tanto ormai che i giornalisti vanno per piazze o per teatri, come Marco Travaglio, Andrea Scanzi, Giuseppe Cruciani, Roberto Saviano. A giugno Gad Lerner, Attilio Bolzoni e Maurizio Mannoni hanno calcato pure il suolo delle Madonie; Corrado Augias venerando decano racconta con soprano e pianista Il mio Novecento: Firenze, Napoli e Parma le prossime date. Nessuno ha però spopolato quest’estate quanto Sigfrido, che potrebbe rivendicare a buon diritto la supremazia nei palcoscenici minori dopo il primato per le inchieste e i premi giornalistici, per la lamentata character assassination e per i cuori rubati, se la maestra Milena Gabanelli non ha detto una bugia. Gli esperti del Guinness World Records sono pronti a certificare eventuali riconoscimenti.</p><p>Per ambire alle platee maggiori, tuttavia, Sigfrido dovrà divorarne pagnotte: ce ne vuole a riempire l’Augusteo di Napoli o la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, due dei diciassette appuntamenti previsti nel tour di Saviano con Quel che resta di me tra gennaio e giugno prossimi (più una tappa londinese a maggio). Però Ranucci ha lavorato alla riscossa della provincia, contribuendo pure alla revanche della stampa locale e localissima al tempo della globalizzazione, dove tutti assomigliano a tutto. Nel giro di Sicilia le evoluzioni (metaforiche) del “trapezista”, che a chi ne scrive da lontano riaccendono le immagini tornatoriane dell’“Uomo delle stelle” Joe Morelli, o dei cinema ambulanti dell’Istituto Luce, hanno mobilitato i cronisti delle testate periferiche. La loro prosa oscilla fra la civile vibrazione e la soave melodia dei “Mosconi” d’antan di Matilde Serao (“al ballo della principessa xy erano presenti etc…”): apprendiamo così che dopo “il bagno di folla” nella villa comunale di Vittoria, in un confronto “serrato e senza sconti” con un interlocutore magistrato, Ranucci “ha scelto la quiete suggestiva di Ragusa Ibla per il proprio pernottamento” e la sua mattinata domenicale è proseguita “tra i vicoli di Ibla, con una sosta all’aperto per una colazione tipica alla caffetteria Biancomangiare, proprio nel cuore di piazza Duomo. A immortalare il momento di relax e convivialità è stato lo staff del locale, che ha condiviso con orgoglio sui social le foto dell’ospite illustre seduto ai tavolini baciati dal sole d’autunno. Un congedo suggestivo da una terra che, ancora una volta, ha risposto con grande calore all’impegno e alla testimonianza civile”. Manca la posa di una prima pietra e non c’è un taglio di nastro, ma se traslate il resoconto nell’intonazione littoria altro che Cantagiro: è un risucchio nelle atmosfere dei borghi meridionali di quando c’era Lui, che Luigi Zampa rievocò nel film Gli anni ruggenti. Sigfrido non gradirebbe il paragone; né, aggiungerebbe, lo gradirebbe “la mia gente”. Per confermarlo d’altronde basta il look: la purezza della “camisa bianca di lino” che Tommaso Campanella vagheggiava per l’utopica Città del sole ma che Fabrizio De André in un famoso brano si vantò di non avere. Per Ranucci è l’abito di vita &amp; scena poiché negli “spettacoli” è egli stesso il personaggio: se si presentasse con una button down a righe o a quadrettoni forse vacillerebbero nella certezza (“è lui o non è lui?”) persino i fan più devoti, coloro che al suo ingresso s’alzano ad applaudire manco fossero magistrati dell’Anm.</p><blockquote>Scanzi sbotta: “Diteci quando c… si vota perché ci ho da capire quando devo farlo il prossimo tour teatrale”. Almeno per lui, nei Palazzi si diano una mossa</blockquote><p>L’abito fa il monaco. Se Cesare Gabrielli, celeberrimo ipnotista che imbambolava le platee della Penisola, e affascinò persino Thomas Mann, si fosse palesato sulla scena senza l’immancabile frac, non avrebbe conseguito i prodigiosi effetti che gli valsero l’appellativo di “artefice magico” (copyright Gabriele d’Annunzio). Roland Barthes spiegò la materia in un’arguta lezione dedicata al mondo del catch, anche se sul ring di Ranucci gli antagonisti, ossia i cattivi, sono ovviamente combattuti o evocati in absentia: come la perfida Palantir quando lui ha svelato al (suo) popolo che esiste qualcosa chiamato Big Data. Al pubblico, scriveva Barthes, “non importa ciò che vede ma ciò che crede”, sicché la funzione di un certo lottatore è “compiere esattamente i gesti che ci si aspettano da lui”. Perché il personaggio buono nel catch, così come il titolare dell’impegno civile, “ha soprattutto il compito di mimare un concetto puramente morale: la giustizia. L’idea di ripagamento è essenziale al catch e il ‘Fagli male’ della folla significa prima di tutto un ‘Fagliela pagare’”. E’ l’equivalente dei “denunciali tutti!!!” che fioccano copiosi, contro i suoi colleghi “giornalai”, sotto i post Facebook del luchador Sigfrido, il Rey Mysterio, il Superman del mestiere “a schiena dritta”, annosa metafora ortopedica che richiama pure la straight back del gergo wrestling. Né manca, nel sottotitolo del Diario di un trapezista, quel malnato sostantivo assurto a classico della parlata prêt-à-porter: “Cronache di resilienza di un reporter”. Si staglia, la figura dell’hombre vertical, dai calcagni alla cima dei capelli e più su fino alla coppola dell’inviato di “Report”, Paolo Mondani, che mai s’inclina sulle ventitré nemmeno quando la sua indagine congetturale sulle “piste nere” per le stragi di mafia tonfa nell’olio bollente di ragionevoli smentite.</p><p>E’ il risultato di quel che il critico televisivo Aldo Grasso ha definito, trattando di Massimo Giletti sul Corriere della Sera, “una continua rappresentazione di sé: il cronista coraggioso, l’uomo che non si piega, quello che ‘va a vedere’, che ‘mette le cose in fila’, che ha ‘la schiena dritta’. La postura, insomma, è diventata contenuto”. Sono tramontati i tempi in cui, per prima cosa, l’io narrante dei reporter s’espungeva dal taccuino; ora “l’ostentazione del coraggio finisce per assomigliare più al narcisismo che alla forza d’animo. Il conduttore entra nella notizia, la occupa, la interpreta”. Paradosso finale: egli stesso “diventa il personaggio principale di ogni storia che dovrebbe raccontare”.</p><blockquote>Sono tramontati i tempi in cui l’io narrante dei reporter s’espungeva dal taccuino. Ora “il conduttore occupa la notizia”, ha commentato Aldo Grasso</blockquote><p>Se vale per Giletti, pesa ancor più su Sigfrido Superman: lo riveste dei panni del supereroe, sia in copertina che in 67 citazioni nel testo, Maria Rosaria Boccia in Guai a chi lo tocca: Io, Sigfrido e le tempeste, un libro per cui attinge, a sua volta, dalla precedente autobiografia ranucciana “che aveva raccontato il fascino esercitato su di lui, fin dall’infanzia, proprio dal costume dell’Uomo d’Acciaio”; ma è un eroe che convive, chiosa l’autrice, con le proprie fragilità malgrado non abbia intenzione alcuna “di consegnare il mantello” – la conduzione di “Report” – “senza discutere”. “Guai” però “a chi lo tocca”: per chi frequenta gli spettacoli del trapezista o stai con lui o contro. Di qua o di là. Buoni e cattivi: non a caso s’intitolerà Il Bianco e il Nero la sua nuova fatica editoriale. E’ un aut aut, l’epitome della polarizzazione da cui s’esclude ogni sfumatura di grigio sebbene sia un colore intrigante, nella vita e nelle inchieste giudiziarie come quella sull’“amorosa bomba” piazzata su mandato dell’amico Valter Lavitola, il 16 ottobre 2025, sotto casa di Sigfrido. Pare che lui in cucina stesse mettendo le castagne al fuoco. Sincronicità junghiane.</p><p>Non tutti i mali vengono solo per nuocere. Ranucci col suo tour arricchisce l’offerta destinata agli appassionati del genere, che magari hanno già prenotato una poltrona per il recital di Travaglio: Cornuti e contenti, prima data 3 novembre a Genova. Non v’è certezza invece sul calendario completo di Scanzi, che è sbottato l’altro giorno sul suo canale YouTube: “Diteci quando c… si vota perché ci ho da capire chiaramente quando devo farlo il prossimo tour teatrale. Mi hanno appena cercato per due date all’estero…”. Almeno per lui, nei Palazzi si diano una mossa.</p><blockquote>È la rivincita della provincia minima. Spuntano nomi che non tutti saremmo capaci di localizzare d’emblée sulla carta geografica</blockquote><p>Fatto sta che le incursioni giornalistiche nel circuito teatrale suscitano qualche prurito agli addetti ai lavori, pure a chi è avvezzo ai sold out come Maurizio Battista: “Non capisco perché denominarli spettacoli. Ecco la definizione della parola nel vocabolario Treccani: ‘Rappresentazione di opere teatrali, liriche, cinematografiche, d’arte varia; in senso ampio, qualsiasi esibizione artistica che si svolge davanti a un pubblico di spettatori appositamente convenuto’. Mi dite dov’è la componente artistica? Diario di un trapezista è un’altra cosa, è informazione. Magari sono cose che il conduttore ha già scritto o presentato in tv e nemmeno c’è lo sfizio di assistere a un contraddittorio”. Il comico romano la chiude con filosofia: “Ciascuno è libero di fare soldi occupando gli spazi che vuole e il teatro è un luogo aperto a tutti, da Aristofane a Maurizio Battista. Però per me, e per la Treccani, questi signori nella categoria ‘spettacolo’ restano un po’ abusivi anche se si sentono grandi showman”. (Curiosità: il manager teatrale di Ranucci è Fabio Censi, lo stesso che curava gli interessi di Battista, il quale lo ha denunciato per una presunta truffa da circa due milioni su cui si pronuncerà la magistratura).</p><p>Considerazioni analoghe quelle di Roberto Parodi, 732 mila follower su Facebook e 486 mila su Instagram, che si professa “moderatamente conservatore con episodiche scivolate verso l’anarchia”. In teatro fa “l’intrattenitore totale” ma ha un percorso poliedrico: ingegnere, già dirigente di importanti banche estere, motociclista overland, conduttore tv, scrittore, commentatore di costume. Sulle piattaforme sociali si diverte a sfruculiare il mondo radical chic milanese e il conformismo ideologico: “Ma la mia” spiega Parodi “è una sorta di stand-up comedy in cui condivido episodi di vita quotidiana e autobiografici con l’obiettivo di far ridere e far riflettere chi paga per vedermi. Non credo si possa chiamare spettacolo quello di Ranucci, e mi domando come possa criticare chiunque non si mostri d’accordo con lui senza dire una parola contro l’amico che gli ha messo la bomba. Voglio dargli solo due consigli estetici: indossi un paio di pantaloni più larghi e si metta la giacca, perché i jeans così attillati e la camicia bianca non valorizzano la sua struttura fisica. Ricorda il tipico italiano di una certa età, il separato medio che s’atteggia a piacione in discoteca. Qualcuno gli suggerisca non soltanto come scegliersi gli amici, ma anche il nome di un sarto”. Sono esclusi i costumi della Marvel.</p>]]></description>
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				<title>Palazzeschi, il futurista che diffidava del progresso</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Giuseppe Balducci</author>
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				<description><![CDATA[<p>In una lettera del 1967 Alberto Mondadori osservava come&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/aldo-palazzeschi_86868" target="_blank">Aldo Palazzeschi</a>&nbsp;avesse saputo precorrere i tempi. Da quell’intuizione prende il titolo <i>Palazzeschi nostro contemporaneo</i>, gli atti del convegno fiorentino tenutosi nel 2024, curati da Simone Magherini (Società Editrice Fiorentina, 2026). Insieme al <i>Carteggio 1931-1966</i> con Mino Maccari (Edizioni di Storia e Letteratura), curato da Maria Federica Cartenì, il volume offre l’occasione per rileggere l’autore del <i>Codice di Perelà</i> non solo come uno dei grandi sperimentatori del Novecento, ma anche come uno dei più originali antimoderni della nostra letteratura.</p><p>Se Antoine Compagnon (<i>Les Antimodernes, de Joseph de Maistre à Roland Barthes</i>, 2005) avesse dedicato più spazio agli italiani, Palazzeschi avrebbe probabilmente trovato posto fra gli “antimoderni”: scrittori che appartengono pienamente alla modernità, ma ne colgono prima degli altri le contraddizioni. <b>Il suo percorso è esemplare. Futurista negli anni giovanili, vicino a Marinetti e affascinato dalle avanguardie, nelle opere e nelle interviste della maturità diventa un osservatore severo del consumismo, dell’omologazione, del culto della tecnica e della progressiva perdita del senso religioso. Il rivoluzionario di ieri scopre che il vero conformismo non consiste nel difendere il passato, ma nell’adorare il progresso.</b></p><p>Non irrilevante, in questa evoluzione, è il sodalizio con Mino Maccari, animatore de <i>Il Selvaggio</i>. Il loro carteggio rivela una comune diffidenza verso la civiltà della velocità, la riduzione della cultura a merce e la scomparsa della dimensione umana e paesana. Non sono soltanto documenti filologici: molte delle inquietudini che attraversano quelle lettere sono diventate le nostre. Palazzeschi non costruisce sistemi filosofici né propone nostalgiche restaurazioni. Osserva gli uomini, i loro gesti, il loro modo di parlare e di desiderare. Da dettagli apparentemente marginali ricava una diagnosi penetrante della società italiana. Bersaglio privilegiato è il materialismo borghese, incapace di comprendere chi dedica la propria vita a un ideale apparentemente “improduttivo” come quello del poeta. Oggi quel poeta potrebbe essere l’intellettuale, l’artista o chiunque sottragga parte della propria esistenza alla logica esclusiva dell’utile.</p><p>La sua critica del progresso conserva una sorprendente attualità. Nel <i>Palio dei buffi</i> lo definisce una “gara di follia collettiva”: non nega i benefici della tecnica, ma rifiuta che essa diventi una nuova religione. “Che cosa m’importa di volare come il passero o la rondine, quando la mia mente rimane quella del passero o della rondine?”, scrive. La macchina amplia le possibilità materiali, ma non rende l’uomo più sapiente; la fantasia resta lo strumento autentico della conoscenza. Il telefono è per lui “una violazione di domicilio”, anticipando il tema dell’invasione tecnologica della sfera privata; mentre, sul consumismo, osserva che non è il benessere a renderci infelici, bensì il confronto continuo con gli altri. E quando afferma che “oggi non è l’opera che conta, ma il personaggio”, sembra descrivere con decenni d’anticipo la società dell’immagine.</p><p>Al centro della sua riflessione resta anche il sentimento religioso. “Per vivere tranquillamente ci vuole una religione”, afferma, arrivando persino a rivalutare i dogmi: “Le cose più belle della religione sono l’elevazione degli umili e i dogmi. I dogmi non si discutono, si credono”. <b>Una provocazione che nasce dalla convinzione che una civiltà non possa vivere esclusivamente di tecnica, benessere materiale e dubbio permanente.</b></p><p>Palazzeschi non fu tuttavia un nostalgico. Come gli antimoderni descritti da Compagnon, sapeva che la storia non torna indietro; proprio per questo invitava a non sacrificare, sull’altare dell’innovazione, ciò che rende umana una civiltà: la misura, la fantasia, il mistero e la poesia. Il suo lascito, a ben vedere, non è tanto l’avversione al progresso, quanto il rifiuto di confondere il mezzo con il fine, la quantità con la qualità della vita. E’ forse in questa capacità di interrogare criticamente la modernità che risiede, ancora oggi, la sua più autentica contemporaneità.</p>]]></description>
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				<title>Alfred Jarry e la sostanza dell’assurdo</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Arte</category>
				<author>Marco Archetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Parodiare il proprio professore di Fisica del liceo e fare la storia del teatro in cinque anni e quattro pièce capaci di scardinare tutte le convenzioni e i modelli possibili, e restare, dopo oltre un secolo, attuale come pochi. Ispirare Apollinaire, i Futuristi, i Surrealisti, e fondare una disciplina eterna che si insinua nelle maglie della metafisica e ne svelle e capovolge i principi. Questo è stato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/alfred-jarry_88452" target="_blank">Alfred Jarry</a>, di cui si festeggia la nascita ogni 8 settembre, <b>vero Capodanno per tutti i figli del padre gigante del teatro dell’assurdo e delle avanguardie del Novecento</b>, supremo creatore di questo Ubu quadrisonante (re, cornuto, incatenato e sulla collina) e illustre esponente del riso occidentale che ha in Rabelais il più fragoroso capofamiglia.</p><p>E con Jarry venne la Patafisica, “scienza che abbiamo inventato perché se ne sentiva generalmente il bisogno”, scienza che si occupa del particolare anziché dell’universale e delle eccezioni anziché delle regole, scienza degli epifenomeni giacché “il consenso universale è di per sé stesso un pregiudizio miracoloso e incomprensibile”. Jarry si concederà il lusso di raccontarne ben bene la genesi, di questa “scienza delle scienze” di cui inventerà anche un trattato, e lo farà nel suo testo più radicale e improponibile, quindi straordinario, ossia <i>Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico</i>, dando un senso, con oltre cent’anni di anticipo, all’utilizzo di un verbo oggi popolarissimo, cioè “trollare”, che significa appunto prendere in giro, provocare, sabotare col sarcasmo rendendo ridicolo un contesto o un interlocutore. Jarry prese “troll” e lo fuse con Faust, a indicare, del personaggio generato, la duplice natura: aspirazioni smisurate, più sostanza di nonsense. Questo librino folle narra le gesta del dottore nato in Circassia a sessantatré anni e già coi baffi, “uomo più di quanto sia decente essere”, che nel milleottocentonovantotto, dopo essersi inanellato di smeraldi e topazi e messo intorno al collo un cordone della Grande-Gidouille, ordine da lui inventato, si mette a girare il mondo, partendo dall’isola di Sterco alla ricerca delle regole che governano le eccezioni, accompagnato da un babbuino con le natiche trapiantate sulle guance e da un ufficiale giudiziario del tribunale civile del dipartimento della Senna di nome Panmuphle, su un vascello detto Asse, capace di solcare mare cielo e terra.</p><blockquote>Con il nome “Faustroll”, Jarry indicò, del personaggio, la duplice natura: aspirazioni smisurate più nonsense</blockquote><p>Gilles Deleuze, Jean Baudrillard, Raymond Queneau, Italo Calvino. Ma anche Max Ernst, Man Ray, Eugène Ionesco, Vincenzo Accame, Mario Persico, Umberto Eco, Fernando Arrabal, Enrico Baj (Trascendente Satrapo e Imperatore Analogico nel mondo della patafisica milanese) e Ugo Nespolo (proto-Provveditore dell’Istituto di Patafisica di Torino): sono solo alcuni nomi tra i tantissimi che si sono interessati e occupati di Patafisica. La scienza delle soluzioni immaginarie ha sbriciolato i decenni, è viva e vegeta e può vantare un’influenza culturale con pochi eguali. Boris Vian ne fu uno dei più celebri cultori. La band psichedelica inglese dei Soft Machine firmò una canzone dal titolo <i>A pataphysical introduction</i>. Centri e istituti sono stati aperti, negli anni, in tutto il mondo − per averne un’idea, consultare la vertiginosa mappa sul sito patakosmos.com, progetto online di divulgazione scientifica e artistica firmato dal pittore Giovanni Ricciardi, fondatore nel 2008 anche dell’Autoclave di Estrazioni patafisiche, riconosciuta dal Collegio di Patafisica. Dal 1999 al 2006 è stata pubblicata una rivista di arti grafiche e cultura patafisica chiamata KRAKATOA.</p><p>Il libro che ha canonizzato la Patafisica attraverso le gesta del burattino-negromante Faustroll venne pubblicato nel 1911, quattro anni dopo la morte di Jarry. Che ebbe mente esplosiva e vita dura, anche se non sembrò dar grande peso alla faccenda, giocoso e scellerato com’era e resterà fino all’ultimo istante. Morirà a trentaquattro anni di meningite tubercolare senza aver mai pagato la sua bicicletta, vittima dell’alcol, della denutrizione e della povertà, dopo aver vissuto un po’ dalla sorella, un po’ in una baracca a Laval, un po’ in un sordido monolocale a Parigi in cui si doveva stare seduti perché il soffitto era troppo basso: <b>ma lui rideva anche di questo, rideva di tutto e di sé stesso − leggenda vuole che come ultimo desiderio, al suo capezzale, chiese uno stuzzicadenti</b>.</p><p>La pièce <i>Ubu re</i> venne messa in scena per la prima volta una sera di centotrenta anni fa al Théâtre de l’Oeuvre (litografia-manifesto firmata da Jarry in persona) e, va da sé, scatenò l’inferno. “Merdre” sarà la prima parola con cui debutterà il nostro prodigioso, feroce, infame cialtrone, il primo grido di battaglia attraverso il quale gli spettatori avrebbero fatto conoscenza dell’ingombrante, turpe e mirabile marionetta coccodrillesca e panzuta. Ma questa espressione, nata dalla fusione delle parole “madre” e “merda”, era solo l’inizio, la premessa di una colata interminabile e imprevedibile, per l’ignaro pubblico, di un carnevale efferato, fatto di rozze ambiguità, furibondi doppisensi, neologismi intestinali, pernacchi sacrileghi, asserzioni incomprensibili, flatulenze logiche, metafore sconce, invenzioni zoologiche (il memorabile “rastrone”, animale inventato da Jarry bambino) e palesi e squisite idiozie. <b>Jules Renard ne restò scandalizzato (con tutto l’amore per Renard: che delusione) e Colette pianse per non essere riuscita a entrare in sala</b>. La serata registrò di fatto un fiasco assoluto, ma l’opera fece parlare di sé e scatenò un finimondo di critiche, insulti, rivolte, stroncature. Jarry tirò dritto e rispose prima con un articolo un po’ piccato sulla <i>Revue blanche</i> in cui disse: “Non c’è da stupirsi che il pubblico sia rimasto sbalordito alla vista del proprio ignobile doppio”. Poi se la fece passare, si mise al lavoro e completò il poker con <i>Ubu cornuto</i>, <i>Ubu incatenato</i> e <i>Ubu sulla collina</i>.</p><blockquote>Rideva di tutto e di sé stesso: leggenda vuole che come ultimo desiderio, al suo capezzale, chiese uno stuzzicadenti</blockquote><p><b>A tutt’oggi Ubu resta la creatura per cui Jarry è più conosciuto al mondo, generata nei solai della sua adolescenza insieme ad alcuni compagni di liceo a Rennes</b>. Non avevano nemmeno quindici anni e si divertivano a scrivere e interpretare farse per irridere i loro insegnanti. Tra questi, un certo Felix Hébert, uomo buffo e ridicolo, pessimo insegnante: padre Heb, Ebée, Ebone, Ebance, Ebouille sono i nomi di alcuni di questi prodromi macchiettistici che avrebbero consentito a Jarry di plasmare, in pochi anni, la mirabile sintesi di Padre Ubu. Del quale esistono anche numerose vignette e rappresentazioni grafiche − Jarry frequentò il disegno non meno che la scrittura. Poi un giorno il teatrino degli studenti si ingrandì e nel 1889 la casa di Jarry diventò “Iil teatro delle finanze”, laboratorio fondato per mettere in scena e perfezionare questi ur-Ubu. “Sarete liberi di vedere nel signor Ubu”, dichiarò Jarry presentando lo spettacolo al pubblico, “le molteplici allusioni che vorrete, o un semplice fantoccio, la deformazione cui uno studentello ha sottoposto uno dei suoi professori, il quale rappresentava per lui tutto il grottesco che mai fosse al mondo”.</p><blockquote>Mitragliatrice goliardica, Ubu è “la deformazione cui uno studentello ha sottoposto uno dei suoi professori”</blockquote><p>Ubu re è questo: un manuale di distruzioni, una parodia che ha preso la mano, un’ iperbole rabelaisianamente deragliata, un diabolico piano inclinato lungo il quale scolano e scorrono via logica e senso, proprio nell’accezione eraclitea dell’espressione − non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume così come non si può mai dare lo stesso significato a una stessa cosa, che in Jarry esplode in sé stessa, nel suo contrario e in mille contrari dei contrari, celebrando con la sua natura imprevedibile e comicamente ostile l’impossibilità di soggiacere a una definizione, un congelamento metafisico, un’idea e una forma suprema. Il mondo di Ubu è, patafisicamente, l’altro di ogni mondo, possibile e impossibile: Ubu è uno sguaiato essere periforme che sfata il linguaggio usandone uno tutto suo, che non ha bisogno d’altro e riscrive il mondo secondo le proprie leggi − le leggi della panza, dell’arbitrio linguistico e morale, del capriccio. <b>Ubu è una minaccia continua a ogni tentativo di didascalizzarlo, è la forma più libera che sia mai esistita a teatro e anche fuori, l’invenzione più ridanciana, sfacciata e sfuggente, una mitragliatrice goliardica, una macchina che spara chiodi, fuoco e sentenze e tritura la logica stessa che lo nutre</b>. Ubu è una figurazione impossibile da sostenere, ambigua e dileggiante fino al punto di sputare sé stessa in faccia al mondo e agli spettatori, senza remore e senza regole. In <i>Ubu re</i> regge e governa una specie di Pialla universale: l’intelligenza vale quanto la stupidità, e la stupidità muove il mondo e tutte le cose. Il capovolgimento è vero, radicale. E soprattutto sfrenatamente amorale. Quanta gratitudine si deve a uno come Alfred Jarry?</p><blockquote>Alfred Jarry non ha mai avuto paura neppure della volgarità e l’ha resa significativa, sgargiante e lirica</blockquote><p>Recentemente Pierluigi Battista ci ha ricordato,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/02/news/la-farsa-dei-simil-trump-dal-teatro-dellassurdo-di-alfred-jarry--324033" target="_blank">proprio su queste pagine</a>, l’assonanza di questo Capitano dei Dragoni e re d’Aragona con Donald Trump, sulla base di alcuni aspetti del personaggio − l’arroganza, l’ingordigia ottusa, la brama sciocca, il gusto per l’arbitrio, le tasche-abisso, la crudeltà inutile, la viltà. Assonanza innegabile, anzi, inquietante come ogni rovesciamento (di solito è la marionetta che prende ispirazione dalla realtà, qui si ha la sensazione che sia la realtà a essersi impossessata della marionetta). Ma <i>Ubu re</i> riesce ad andare perfino oltre, perché scardina ogni possibilità di essere compreso e raccontato: <i>Ubu re</i> è un fuoco d’artificio perennemente acceso, è l’ignizione definitiva del Senso sulle fiamme del più irridente disprezzo, non è più nemmeno teatro o maschera da teatro, ma un esito sempre vivo e dirompente, prodotto da una mente in grazia (non si sa se più) di Dio o del Demonio. Una mente che non ha avuto paura di sé stessa − i casi, nella storia umana, si contano sulla punta delle dita. Jarry non ha mai avuto paura neppure della volgarità e l’ha resa significativa, sgargiante, lirica. A vent’anni aveva già scritto innumerevoli farse che presentavano titoli molto alfredjarristi, come <i>L’ombrello-clistere del dottor Thanaton </i>o <i>L’apertura della pesca</i>. In Jarry ciò che è volgare diventa essenziale, e questo è il miracolo dell’aver creato un mondo e un linguaggio che, perfettamente, aderiscono l’uno all’altro. Anche l’aspetto di Ubu ne fa parte: il ventre enorme, la testa a pera, gli occhi porcini, il muso di coccodrillo, l’uncino per afferrare i nobili, scuoterli e massacrarli, e poi il bastone da fisica, il bastone da finanza e la pompa da merda, con la quale Ubu minaccia le sue vittime di doloroso svuotamento. La sua scorta è costituita dai palotini (<i>palot</i> in francese significa tanghero), stupidi e solerti ceffi, folletti rozzi che assecondano la sua travolgente idiozia e la violenza senza limiti manovrando la macchina dei decervellamenti mentre cantano: “Urrà! Corna in culo! Viva Padre Ubu!” che è un feroce despota, crudele e pisciasotto, grande specialista nel mandare avanti sempre un altro, essendo poi il primo a scippargli i meriti. “Se siete ancora vivi e calpestate ancora la neve della Lituania, lo dovete alla virtù magnanima del Padrone delle Finanze, che si è affannato, sfacchinato e sgolato a recitare paternostri per la vostra salvezza e che ha maneggiato la spada spirituale della preghiera con coraggio pari all’abilità con cui voi avete maneggiato quella temporale!”, dice ai suoi, massacrati e malridotti. <b>Poco dopo, quando si tratta di finire un orso per mangiarselo, all’invito di dedicarsi in prima persona al cimento, Ubu dice a un suo soldato: “No! Forse non è ancora morto. Mentre tu, che sei già mezzo mangiato e morso dappertutto, sei adattissimo a questo compito!”</b>. <i>Ubu re</i> è un’enormità in tutto: nella viltà, nella violenza, nel gusto del massacro e della persecuzione, nella codardia, nella brama smodata − una bravata geniale, un’enormità partorita dalla mente spavalda di un genio infantile e tragico, ilare e tremendissimo.</p><p>Come scriveva Alfredo Giuliani nella prefazione all’edizione Adelphi dei quattro Ubu, “l’infamia ilaro-tragica di Ubu mette addosso un sospetto metafisico, apocalittico: chi è questo tiranno libertario, che non si pone mai il problema di sé stesso, che non fa alcuna distinzione tra intelligenza e stupidità, tra catastrofe e sopravvivenza, tra libertà e schiavitù? E’ un essere carnevalesco che ingiuria la nostra identità, un pupazzo blasfemo che una Gnosi stravolta ci porge per ridere del mondo”.</p><p><b>Ubu è lingua universale, monito eterno</b>. Una grande risata che non vuole seppellirci, ma continuare a scavarci la fossa.</p>]]></description>
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				<title>Arte e tecnologia. Il pamphlet di Spartaco Paris “per un umanesimo politecnico”</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Manuel Orazi</author>
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				<description><![CDATA[<p>In <i>Amate l’architettura</i>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/gio-ponti_41740" target="_blank">Gio Ponti</a>&nbsp;distingueva fra linguaggio tecnico e linguaggio pseudo-tecnico ovvero quello dei tecnicisti tecnolatri (che latrano cioè tecnicamente): il primo è come un gergo o un dialetto utile al dialogo interno fra i tecnici, il secondo invece è rivolto anche alla discussione pubblica col risultato però che alla fine non si capisce nulla “è ermetico, quindi non è tecnico né preciso”. Per uscire da questa <i>empasse</i>, <b>Spartaco Paris</b> raccoglie rispettosamente la staffetta consegnataci da Ponti nel lontano 1956. Ed è paradossale che a farlo, settant’anni dopo, a voler cioè parlar chiaro per recuperare questa antica arte così consustanziale della cultura italiana sia proprio un professore di tecnologia presso l’Università La Sapienza, autore di <i>Amiamo l’architettura. Sul destino incerto di un’arte civica</i> (Laterza, 160 pp., 16 euro). E’ paradossale perché proprio da tutti i tecnicismi siamo invasi sempre di più ogni giorno, non solo per i progetti del Pnrr ormai finito o per la ricostruzione post sismica in centro Italia, ma anche per il piano casa di là da venire.</p><p>Fare architettura, oggi più che mai, significa occuparsi in primo luogo di impiantistica prima ancora di qualunque preoccupazione formale. Impianti di ogni tipo non solo acqua, luce, gas, ma anche fotovoltaici, condizionamento, recupero delle acque reflue, pompe di calore, ecc. In questo Paris segue il suo maestro Nanni Morabito, ingegnere della gloriosa scuola napoletana che per vezzo volle laurearsi anche in architettura con relatore Carlo Scarpa, curatore fra molte altre cose di uno dei saggi più importanti del ’900, <i>Ambiente e tecnica nell’architettura moderna</i> in cui Reyner Banham nel 1969 sosteneva che la definizione degli impianti era la vera natura della modernità e che tale sarebbe rimasta nei decenni a venire, al di là delle preoccupazioni stilistiche. Il Centre Pompidou costruito di lì a poco, con i suoi impianti colorati esibiti e non nascosti, gli avrebbe dato subito ragione. Oggi invece a causa della tecnicizzazione del linguaggio dominano i parametri di sicurezza in nome dei quali si ricevono i finanziamenti, le autorizzazioni e a volte si compiono i peggiori scempi: demolizioni e ricostruzioni, rampe, green washing, strutture a volte incomprensibili. Del resto come ha scritto di recente Rem Koolhaas, “vediamo all’opera qui una nuova trinità: i tradizionali valori europei di libertà, fraternità e uguaglianza sono stati sostituiti nel XXI secolo da comfort, sicurezza e sostenibilità”. <b>Il pamphlet di Paris cerca invece di uscire dal seminato, non rassegnandosi a un fatale destino tecnocratico, “per un umanesimo politecnico” come si intitola uno dei paragrafi</b>. Nel primo capitolo sono inanellati tutti i problemi che chi si occupa di architettura conosce bene e discute in ogni occasione pubblica o privata, dal declino dell’editoria di settore alla ormai separazione di fatto tra professione e ricerca (in Italia chi costruisce non può insegnare e viceversa) oltre a una certa criminalizzazione del mestiere – cemento è termine dispregiativo e illecito quasi quanto cocaina –, alla scarsità o inefficacia dei concorsi sia universitari sia per le opere pubbliche col risultato che il sapere disciplinare è parcellizzato o appaltato alla tecnica in nome della sicurezza e del presunto risparmio, appunto.</p><p><b>Paris è cauto, a tratti anche verboso, ma sempre preciso nell’uso del passato: non cita mai a caso, al contrario è preciso dunque tecnicamente anche uno storico</b>. Per esempio quando recupera un acuto pensiero di Marco Zanuso: “Il vizio vero del pericolo storico in cui viviamo non è la tecnologia di per sé. Il vizio è la tecnologia dimezzata. La tecnologia, cioè, non portata alle sue conseguenze finali – che sono poi quelle liberatorie – di ritorno alla natura e all’umanità”. Un problema di fondo è infatti la tradizionale natura millenarista della cultura italiana per cui ogni novità è minaccia di fughe impossibili verso il passato e perciò, prosegue Paris “in un’epoca in cui i detrattori della tecnologia, più che comprenderla, la temono illudendosi di ridimensionarla o rallentarne lo sviluppo, nel tentativo di limitarne le potenzialità più profonde”. La precisione, che è virtù essenziale tanto per lo storico quanto per il tecnico, dev’essere al servizio di un sapere disciplinare unitario, quello dell’architettura che Paris, scomodando Aldo Rossi – forse il meno tecnico fra tutti gli architetti del secolo scorso –, ci ricorda dover essere un patrimonio di significati culturali e sociali perché caratteristico dell’università è rispondere alla domanda: che cosa significa? Non alla domanda a che cosa serve? Perciò Paris più che di forme si preoccupa di ridefinire il ruolo dell’architetto come intermediario con quello che fu il mondo di ieri perché, come ha scritto Ponti, “il tempo è misurato solo dalla trasformazione delle cose: dove non si trasformano, non esiste il tempo, non esiste la storia”.</p>]]></description>
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				<title>La pazza idea di pubblicare “Il ramo d’oro” nella sua versione integrale</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Marco Lanterna</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’editore&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/uffa/2026/05/02/news/non-si-legge-piu-in-compenso-fioriscono-i-libri-sui-libri--311471" target="_blank">Luni</a>&nbsp;assesta un colpo ferale agli editori europei (chi lo ricorda più che l’Italia in un lontanissimo passato marciò in Europa <i>à la tete de la civilisation</i>), pubblicando un libro di culto ossia <i>Il ramo d’oro. Uno studio sulla magia e la religione</i> di James Frazer (nell’accurata traduzione e cura di Fabrizio Bagatti). <b>L’opera nella versione completa del 1915 consta di dodici volumi (Luni ha appena licenziato il nono: <i>Il capro espiatorio</i>) e in Italia aveva finora conosciuto solo delle drastiche sillogi o traduzioni della versione monovolume che Frazer stesso approntò nel 1922 per migliorare la circolazione di un testo altrimenti proibitivo, al limite dell’inavvicinabile.</b> Queste sillogi offrono però una visione alquanto <i>mencia</i> di quello che invece, nella sua interezza, è un monumentale vertiginoso serbatoio etnografico di miti, riti, credenze dall’antichità classica sino a noi e del tentativo grandioso di ricondurli entro una luce di pura razionalità e comprensione. A Frazer nel tempo hanno attinto a piene mani poeti e scrittori (come Eliot, Joyce, Yeats, Lawrence), filosofi (Wittgenstein, Girard, Bataille, Cassirer), psicanalisti (Freud, Jung), i quali, pur magari respingendo o addirittura rovesciando le conclusioni eccessivamente positivistiche di Frazer, ne apprezzarono e usarono il profluvio di dati, la messe antropologica senza pari.</p><p><b>L’edizione Luni è la prima integrale in Italia, giacché in precedenza c’era solo quella monovolume apparsa nel 1950 per Einaudi (su diretto interessamento di Pavese e De Martino grandi ammiratori di Frazer) nella versione dell’insigne e sventurato Lauro De Bosis. </b>L’edizione Luni è altresì l’unica traduzione contemporanea integrale dell’opera di Frazer e questo editore (nella persona di Matteo Luteriani) non è nuovo a imprese editoriali di tal fatta, ossia ciclopiche, perché di recente ha pure licenziato in sei volumi la versione integrale dello <i>Shahnameh</i> di Firdusi, l’Omero persiano com’è definito per comodità analogica occidentale. Sono opere di migliaia di pagine che in tempi di libri da ascoltare e di AI generativa rappresentano un necessario contrappunto e quasi anticorpo (se non proprio una sorta di reazione allergica), sprigionando altresì qualcosa di romanticamente donchisciottesco e fertilmente antimoderno. <b>E’ quel pizzico di follia, tipica negli editori di razza spersi tra ragioneria e parnaso, necessaria alla pubblicazione di opere in più volumi, magari protratte per anni o addirittura lustri; opere esposte alle peripezie degli stessi editori, dei curatori e pure dei lettori, i quali magari non ne vedono neanche la fine.</b></p><p>Un tempo queste imprese editoriali – dotare un paese di un’edizione imprescindibile – erano più tentate e caratterizzavano per sempre il catalogo di un editore, ne stabilivano la nomea presso i posteri. <b>L’Adelphi per esempio nacque per pubblicare l’opera di Nietzsche – respinta dall’Einaudi sinistrorsa e ideologizzata – cosa che le riuscì e che la definì poi per sempre (non altrettanto bene invero le andò con l’opera di Schopenhauer che si arenò tristamente dopo i primi volumi).</b> In Italia in tal senso un tempo spiccava la collana dei <i>Millenni</i> einaudiani entro cui apparve in sei poderosi tomi il Ramusio delle <i>Navigazioni e viaggi</i> oppure i <i>Classici</i> mondadoriani nei quali in quattordici si legge tutto Goldoni. Anche la Francia, seconda a nessuno a sciovinismo, ha innalzato memorabili cenotafi editoriali ai propri autori. Nella Pléiade per esempio si trovano i <i>Mémoires </i>di Saint-Simon in otto volumi e la <i>Correspondance</i> di Voltaire in tredici. Non bisogna infine trascurare l’apporto critico, incalcolabile ai fini della conoscenza, che questo genere di opere <i>unabridged</i> presentano rispetto a sillogi o rupestri anastatiche, permettendo di farsi un’idea a tutto tondo di autori altrimenti incompresi o come visti attraverso un tremolante spiracolo. E qui su tutti valga proprio il passaggio dal Nietzsche adulterato della famigerata <i>Volontà di potenza</i> a quello più franto problematico e in ultimo inassimilabile dei <i>Frammenti postumi</i>.</p>]]></description>
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				<title>Vedi le modelle a una sfilata e pensi all’estetica disumana degli stilisti</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Alfonso Berardinelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Come è noto da secoli, il culto maniacale dell’estetica e della forma assoluta che cancella la realtà, succede che dichiari guerra alla bellezza e alla grazia spontanea, rendendoci ridicoli, oltre che inconsapevolmente deformi. <b>L’abbigliamento e le acconciature prima del Barocco e poi del Rococò ne sono la manifestazione più proverbiale e memorabile</b>. Il Novecento ha lavorato invece a rovesciare la tendenza all’eccesso, puntando piuttosto alla semplicità, alla razionalizzazione geometrica, alla nudità, al rigorismo estetico per via antiestetica.</p><p>Eloquente è in questo senso un aneddoto satirico inventato da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/bertolt-brecht_56609" target="_blank">Brecht</a>. A un giardiniere era stato chiesto di arrotondare una pianta dandole una forma sferica. Il giardiniere ci lavorò accuratamente per un intero giorno, tagliando i rami prima da una parte e poi dall’altra. Alla fine la forma sferica fu ottenuta, ed era piccolissima. Ma invece che essere lodato per quella perfezione, il giardiniere fu rimproverato: <b>“Bene, questa è la sfera. Ma dov’è la pianta?”</b>.</p><p>La distruttività per eccesso formale, cioè estetico, ha dominato le arti per più di un secolo con centinaia di autori: da Mondrian a Giacometti, da Klee a Warhol, da Fontana a Dubuffet e a Rothko.</p><p><b>Arte a parte, la moda degli stilisti ha percorso sia il sentiero rigoristico che la strada addobbata</b>. In questi giorni mi è capitato di guardare in tv per qualche minuto una sfilata di indossatrici, e la cosa che sorprende di più, per non parlare degli abiti, sono i corpi delle modelle e il loro modo sempre uguale di camminare, o meglio di incedere, nobilmente e solennemente, come statue meccaniche.</p><p><b>Negli ultimi anni, se non decenni, non si è quasi fatto altro che parlare di donne e del loro corpo, di identità femminile e dei diritti conseguenti</b>. Eppure sembra che negli ambienti degli stilisti, della moda e delle sfilate non sia cambiato niente. Gli stilisti manipolano le modelle come i registi cinematografici impongono tirannicamente alle attrici identità e stile. Le dive dello schermo, però, riescono con il tempo a guadagnare spazi di libertà. Le povere indossatrici, invece, tutte rigorosamente filiformi e rigide come bastoni, compaiono tuttora imprigionate dentro la loro forma imposta, caratterizzata anzitutto dal modo di muovere i loro passi. Chi non li riconosce? Un passo immancabilmente davanti all’altro come se i passi seguissero una linea retta invisibile eppure implacabile. Di quel certo modo di camminare imposto alle modelle, non se ne può più. Quale mai essere umano si muove così? Le donne dovrebbero apparire così alle altre donne? Corpi tutti uguali? Movimenti tutti uguali? Certo, se i corpi delle indossatrici fossero tutti più o meno diversi come avviene in natura, allora anche il passo potrebbe mostrare una sua naturale e fisica naturalezza. No, natura fisica e naturalezza di movimenti sono vietate nelle sfilate. Ma il perché non è chiaro. Devono mostrarsi ubbidienti come soldati? <b>Realizzano una forma perché la realtà umana sparisca? Gli stilisti vogliono questo e non si vergognano</b>.</p>]]></description>
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				<title>Il corpo anima, il corpo oggetto. Tra umano e divino, l’indagine di Stoichita</title>
				<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Giacomo Giossi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Storico dell’arte o forse più propriamente storico dell’immagine <b>Victor Stoichita</b> è uno degli intellettuali più raffinati e capaci oggi di volare trasversalmente – esercizio sempre più raro a fronte di un’ossessiva quanto ottusa specializzazione diffusa – offrendo ai suoi lettori dei ritratti complessi eppure godibilissimi di quello che è la percezione del mondo da parte dell’umanità nella storia. Tra i suoi titoli più fortunati sicuramente vi è <i>La breve storia dell’ombra</i>, così come <i>L’invenzione del quadro</i>, due titoli che già dicono molto del punto di vista obliquo del grande critico rumeno, ovvero della sua capacità di cogliere l’opera all’interno di un ecosistema visivo fatto di varianze e di continue interferenze. Un percorso che arriva al suo titolo più felice probabilmente e anche più lungo: <i>Effetto Sherlock. Occhi che osservano, occhi che spiano, occhi che indagano. Storia dello sguardo da Manet a Hitchcock</i>.</p><p>Ed è da Effetto Sherlock che in qualche modo prende avvio questo <i>Storie di corpi</i> (il Saggiatore, traduzione di Rossella Savio, 280 pp., 26 euro). Stoichita in sostanza punta ora il suo sguardo non sull’opera, sull’artefatto, ma sul corpo come elemento di naturale trasmissione dal pensiero alla realtà e al tempo stesso come invalicabile muro per l’umano che nel e del corpo vive: dentro e attraverso, vedendolo e vedendosi. Un corpo dunque rappresentato, ma obbligatoriamente immaginato e visto al tempo stesso. <b>Il corpo diviene così più che un mero elemento, la sostanza stabile eppure difficile da definire di quello che è il visibile.</b> Ciò che si vede e ciò che non si vede e poi ciò che s’intravede, ed ecco che qui il corpo si palesa con tutto il suo portato di credenze. Il corpo anima e il corpo oggetto, dal corpo santo che diventa reliquia al corpo scolpito nelle palestre delle città esibito come “fisico” nella sua rappresentazione di una potenziale prestazione e poi ovviamente il corpo scolpito come rappresentazione pura di una bellezza assoluta, immobile e certa.</p><p><b>Storie di corpi si legge o forse andrebbe letto prima ancora che come una saggio fatto di puntuali riferimenti e di una ricchissima (e utilissima) bibliografia in nota</b>, come un romanzo d’appendice, là dove la storia dell’uomo arriva così ossessivamente al proprio ombelico da far agire la sua stessa esplosione. Tra umano e divino, Victor Stoichita coglie nel corpo la sua presenza e il suo fantasma. Dinamiche di svelamento e di protezione dall’arte rinascimentale alla contemporaneità che mostrano anche come il corpo sia un elemento centrale della rappresentazione del potere, scrive Stoichita a proposito del talismano a forma di scorpione di Elisabetta Gonzaga: “Si tratta di un oggetto che blocca o addirittura paralizza lo sguardo dello spettatore, invogliandolo all’interpretazione”. Un’interpretazione che si amplia con connessioni continue nella storia dell’arte e che obbliga a un vedere continuo e a una ricerca mai del tutto placata, perché se è tutto già visto, allora è ancora tutto da vedere.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>La democrazia oggi, tra leviatani istituzionali e monopoli tecnologici</title>
				<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Matteo Marchesini</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Pochi giorni fa, nella bellissima piazza di Sassuolo, ho assistito a una lezione di Simona Forti sull’estrema destra contemporanea</b>. Lezione cordiale, rigorosa, “antiestremistica” anche nei toni e nelle proposte interpretative. Nel giro di un’ora Forti è riuscita a parlare sia di Platone sia di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/peter-thiel_36112" target="_blank">Thiel</a>, ma senza mai confondere i livelli nel gran calderone dell’esibizionismo pop, a cui indulge invece un numero crescente di intellettuali abituati a usare i festival come tendoni da circo. Mentre descriveva le ideologie nelle quali l’evolismo si mescola all’accelerazionismo, e abbozzava i ritratti dei consiglieri del principe che le diffondono tra Washington e Mosca, Forti ci avvisava che non possiamo opporre a tutto ciò una difesa retorica della democrazia, ereditata per inerzia da tempi più sereni. <b>Se i Bannon e i Dugin mettono le dita nella piaga per spalancarla e dissanguarci, non è una buona idea fingere di avere la pelle sana. Difficile obiettare a un discorso così ragionevole</b>. Qui vorrei aggiungere appena qualche osservazione a margine, che devo anche alla lettura di quella Arendt di cui Forti è una studiosa acuta.</p><p>La prima finzione da evitare mi sembra quella di agire in una “polis”. E’ una metafora sbagliata, che illude e delude. Non solo perché di solito abbiamo a che fare con enormi leviatani, ma perché perfino nelle assemblee locali ci troviamo a discutere di proposte che quasi sempre passano sopra la testa delle singole comunità. Così la creatività politica descritta da Arendt, legata al modello di “repubbliche elementari” e opposta, nella sua libera azione, alle mere necessità economico-organizzative, viene facilmente soffocata. Il gigantismo buro-istituzionale deprime o fanatizza. E come aveva già visto Constant, chi in uno stato moderno, fondato sulla rappresentanza e sulla vita “borghese”, crede di poter fare appello alle virtù antiche, o fallisce o prepara una mobilitazione tirannica in cui i cittadini-sudditi hanno solo obblighi e non vere facoltà di partecipazione al potere. <b>Questa scissione tra comunità e società merita di essere contemplata lucidamente; e la tentazione di abolirla con un colpo di mano va ricacciata</b>. Occorre invece governare la quotidiana frustrazione che ne deriva, e che i movimenti populisti promettono di risarcire. Perché quella promessa di risarcimento, lo sappiamo, si traduce nell’imbroglio dell’ideologia, che mistifica a un tempo politica e cultura. E’ la ragione per cui bisogna proteggere gli spazi critici in cui si può fare a meno anche del minimo di demagogia indispensabile a qualunque politica, e in cui quindi si riescono a produrre analisi più veridiche perché “senza scopo”. Nel tentativo di far quadrare i conti e di rimuovere le ombre, i democratici sinceri sottovalutano spesso questo aspetto. In un momento molto buio della storia europea, Nicola Chiaromonte ricordava che non si tratta “d’imporre Socrate a Caligola”; semmai “l’esistenza di Socrate diviene (…) fonte d’autorità morale la cui energia non si misura dal fatto se i Caligola e gli Attila la riconoscono”.</p><p>Non significa rinunciare alla politica; significa rinunciare all’irrealtà che rende la politica totalitaria, e che disabitua ad accettare le fratture inevitabili tra i vari piani della nostra esistenza (critica e pratica, sapere e agire). “Nell’azione comune le forze si sommano, ma le idee si contrariano e si annullano”, diceva Alain, aggiungendo che “solo l’individuo pensa, ogni assemblea è stupida”. Nessun aristocraticismo, in questa frase: solo una lucida divisione degli ambiti che riguarda tutti, e la cui mancanza produce violenza pratica inibendo il pensiero. Ma c’è un tema che meriterebbe di essere discusso “nell’assemblea”, mentre invece le è sottratto: <b>quello dello sviluppo scientifico-tecnologico, determinato da procedure non traducibili nel linguaggio comune</b>. Decisioni epocali vengono prese in sedi esoteriche. Forse la rivoluzione della scienza, che ha tenuto a battesimo la modernità democratica, ora le fa il funerale? Non so rispondere: posso solo ascoltare (dopo Forti, nella piazza di Sassuolo parlava Pievani) e vedere i riflessi dei cambiamenti nella mia vita di cavia. Certo la frustrazione da gestire è molta, tra leviatani istituzionali e monopoli tecnologici. In entrambi, per dirla con Simone Weil, non c’è nulla da amare; e nella difesa dello stato di diritto contro le tirannie, questa impossibilità di amore può esserci fatale. Perché lo stato di diritto si regge su una consapevolezza che va di continuo sollecitata dalla passione. Come dire che la libertà privata dei moderni deve essere costantemente stimolata da quella attiva degli antichi. Non si sa come. Però il problema resta: cosa accade alle facoltà democratiche di chi, anziché essere pronto alle Termopili o a Maratona, rifiuta di “morire per Danzica” (per Kyiv)? E come chiedere un tale sacrificio in nome di società informi, che nessuno può abbracciare con lo sguardo?</p>]]></description>
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				<title>Da Ustica a Garlasco. &quot;I casi irrisolti sono un asset per tv, cinema e podcast&quot;, dice il produttore Pietro Valsecchi</title>
				<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 15:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p>"<b>I 'cold cases' sono una sorta asset produttivo per cinema, tv, libri e podcast</b>.&nbsp;Sono storie che possono avere una grande forza. Ma il rischio è che si trasformino in mero intrattenimento".&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/pietro-valsecchi--2674" target="_blank">Pietro Valsecchi</a>, fra i produttori televisivi e cinematografici più importanti in Italia, parla al Foglio dopo una svolta – l'ennesima, ma forse anche la più importante – sul caso della strage di Ustica. La disponibilità mostrata da Parigi nel fornire documentazione inedita "apre&nbsp;<b>un nuovo filone e nuove prospettive"</b>, ha detto ieri il procuratore di Roma&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/30/news/ustica-il-procuratore-chiede-di-non-archiviare-linchiesta-sulla-strage-si-apre-un-nuovo-filone--409157" target="_blank">Francesco&nbsp;Lo Voi</a><b>&nbsp;</b>chiedendo di non archiviare l’inchiesta sull'evento che il 27 giugno 1980,&nbsp;quando il Dc-9 Itavia precipitò nel mar Tirreno, ha provocato la morte di 81 persone. Una inchiesta che va avanti fa fiorire nuovi dubbi, nuove fantasie, e quindi nuovi modi per raccontarle a un pubblico sempre più affascinato dalla cronaca nera, dal piccolo schermo ai podcast (il true crime è fra i generi più seguiti). In un paese così "cold" come il nostro (recuperare il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/contro-mastro-ciliegia/2026/09/29/news/un-paese-troppo-cold--408958" target="_blank">Contro Mastro Ciliegia</a>&nbsp;del 29 settembre) non c'è nulla di meglio.&nbsp;</p><p>"Credo che raccontare i casi irrisolti sia molto importante", dice Valsecchi. "Ci sono storie che continuano a interrogarci per anni, perché manca una verità, perché le famiglie aspettano risposte e perché sentiamo che riguardano anche noi. <b>Il cinema può farci entrare nella vita delle persone coinvolte e farci capire cosa significa convivere con quelle domande.&nbsp;</b>Naturalmente – prosegue – bisogna avere rispetto e conoscere bene quello che si racconta. Il fatto che una storia sia famosa non significa che sia già un buon film. <b>Devi trovare un punto di vista, capire attraverso chi raccontarla. E devi essere onesto su ciò che sappiamo e su ciò che resta ancora da chiarire. Le vite delle persone non sono materiale da usare con leggerezza"</b>.</p><p>Il processo lavorativo è tutto quando si maneggiano storie di sangue, specialmente se delicate e ancora tutte da definire. "Quando una vicenda mi colpisce, cerco di approfondirla, di capire chi sono le persone e che cosa c’è dietro. Da lì comincio a pensare a una storia. <b>Se interessa e commuove me, spero possa interessare e commuovere anche il pubblico.&nbsp;</b>Oggi, con le difficoltà che il cinema italiano sta vivendo nelle sale, un produttore deve chiedersi ancora di più che cosa vuole fare e perché qualcuno dovrebbe andare a vederlo. Io questa domanda me la pongo prima di cominciare. Che cosa mi colpisce di questa storia? Che cosa può arrivare allo spettatore? C’è un’emozione, un conflitto, qualcosa che gli resterà dentro?". Ed è fra questi dubbi che, dice il produttore, "i casi irrisolti possono avere una grande forza, <b>ma il mistero da solo non basta</b>. Devi far sentire allo spettatore quanto quella vicenda abbia cambiato la vita di qualcuno. E capire se ha bisogno di un film, di una serie, di un documentario o di un podcast".</p><p>Attorno ai casi irrisolti della cronaca italiana c'è un fitto ecosistema di prodotti mediatici di successo. Un caso di cronaca mai chiuso (come ad esempio Ustica) permette a sceneggiatori, scrittori o creatori di contenuti di continuare a creare prodotti al riguardo. Ma per quanto la storia rimanga da definire, "il pubblico si aspetta che il racconto arrivi da qualche parte. <b>Anche un finale aperto va bene, purché faccia capire qualcosa in più</b>. E vale anche per casi considerati risolti".&nbsp;Da Garlasco a Ustica, sono innumerevoli le serie, libri e podcast dedicati. Ma anche la tv è piena di approfondimenti su questi casi. "C'è il rischio che la cronaca nera si trasformi in mero intrattenimento. <b>Quando ogni sospetto diventa una rivelazione, il dolore finisce per diventare spettacolo", dice Valsecchi, secondo cui per evitare di arrivare a un simile livello di cinismo</b>&nbsp;<b>"bisogna studiare, distinguere i fatti dalle ipotesi e rispettare le persone</b>. Da produttore mi chiedo sempre che cosa aggiunge il mio racconto. Non basta scegliere un caso perché tutti ne parlano".</p><p>Il podcast è il settore nel quale il successo del true crime appare più evidente. Nel 2025, per il terzo anno consecutivo, Elisa True Crime è stato incoronato come il podcast più ascoltato in Italia su Spotify, primato condiviso anche sulla piattaforma concorrente Apple Podcast. Il fascino della <i>nera </i>ha convinto Francesca Fagnani a creare uno spin off "Crime" del suo programma Rai "Belve", in cui l'intervista al killer Roberto Savi ha contribuito a riaprire il polverone sul caso della 'Uno bianca'. È lunga, poi, la lista dei prodotti audiovisivi incentrati sui casi più noti, lunghi e misteriosi della nostra cronaca nera: dal delitto di Avetrana (Disney Plus) al&nbsp;caso Claps (Rai), passando per il documentario sull'omicidio di Yara Gambirasio (Netflix) alla miniserie firmata da Stefano Sollima sul 'Mostro di Firenze' (sempre Netflix), prossima alla seconda stagione. Cosa muove una persona ad appassionarsi alla cronaca nera? "Vogliamo capire e ci riconosciamo nelle paure e nelle vite delle persone coinvolte. Il mistero attira, ma sono le persone a coinvolgerci davvero. E oggi, con la difficoltà di portare pubblico nelle sale, dobbiamo partire proprio dai contenuti. <b>Una vicenda famosa può incuriosire, ma per convincere qualcuno ad andare al cinema serve una storia che gli faccia provare qualcosa"</b>. Sullo schermo c'è una vita strappata con violenza, con dinamiche ancora tutte da chiarire. Nella bocca invece ci sono i popcorn.</p>]]></description>
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