Cronaca it https://www.ilfoglio.it/cronaca Il Foglio 60 Thu, 11 Jun 2026 15:32:18 +0200 Thu, 11 Jun 2026 15:32:18 +0200 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/11/news/pier-silvio-berlusconi-coinvolto-in-un-violento-incidente-stradale-e-illeso--400415 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/11/news/pier-silvio-berlusconi-coinvolto-in-un-violento-incidente-stradale-e-illeso--400415 Pier Silvio Berlusconi coinvolto in un violento incidente stradale. È illeso Thu, 11 Jun 2026 13:41:00 +0200 Cronaca Redazione true Ieri sera, tornando a casa dal suo ufficio di Cologno Monzese, Pier Silvio Berlusconi è stato coinvolto in un violento incidente stradale. A quanto si apprende, nonostante la forza dell'impatto, ne è uscito praticamente illeso, riportando solo lievi ferite. Le sue condizioni sono tali per cui oggi non risultano variazioni agli impegni previsti, a partire dalla celebrazione del terzo anniversario della scomparsa di suo padre, Silvio Berlusconi, in programma questa sera nella sede di Mediaset e che coinvolge tutti i collaboratori del Gruppo.

La dinamica dell'evento

Intorno alle 21.30, mentre rientrava a casa dopo una giornata di lavoro, Berlusconi si trovava al volante della propria autovettura sulla provinciale tra Villasanta e Arcore. Una vettura proveniente dalla corsia opposta ha poi perso il controllo in piena accelerazione, invadendo la carreggiata e finendo nel senso di marcia contrario. L'impatto, praticamente frontale, ha causato la distruzione della parte anteriore del veicolo e l'apertura di tutti gli airbag. Nonostante la dinamica dello scontro, Berlusconi, grazie alla cintura di sicurezza e ai sistemi di protezione della vettura, è uscito illeso dall'incidente. I soccorritori intervenuti sul posto lo hanno sottoposto ai primi controlli sanitari.

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/11/news/travaglio-presenta-arlacchi-come-candidato-per-succedere-a-guterres-ma-lonu-non-ne-sa-nulla--400403 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/11/news/travaglio-presenta-arlacchi-come-candidato-per-succedere-a-guterres-ma-lonu-non-ne-sa-nulla--400403 Travaglio presenta Arlacchi come candidato a segretario generale delle Nazioni Unite. Ma il mondo non ne sa nulla Thu, 11 Jun 2026 06:00:00 +0200 Cronaca Luciano Capone false Ogni tanto sui giornali italiani compare la figura mitica e mitomane del sedicente “candidato al Nobel”, in genere incarnata da personaggi squalificati in cerca di visibilità e legittimità per le proprie teorie strampalate. L’autoattribuzione cialtronesca ha un vantaggio, per chi vuole farla credere e per chi vuole fingere di crederci, ed è che la lista dei candidati al Nobel può essere rivelata solo dopo 50 anni. Così ognuno può dire quello che gli pare senza paura di essere smentito entro mezzo secolo.

Ora però la megalomania fa un salto di qualità con la figura del sedicente “candidato a Segretario generale delle Nazioni Unite”: l’evoluzione della specie è incarnata da Pino Arlacchi e a dargli corda è il Fatto quotidiano. Da qualche mese, l’ex parlamentare del Pds e dell’Idv sta portando avanti una campagna elettorale per prendere il posto di António Guterres al Palazzo di Vetro. E il giornale di Travaglio lo sostiene in questa ardua competizione: ieri ha pubblicato un suo articolo-manifesto dal titolo: “La mia Onu avrebbe salvato l’Ucraina” in cui, con la qualifica di “candidato a Segretario generale delle Nazioni Unite”, Arlacchi espone la sua “proposta di rifondazione dell’Onu”. Ad aprile, sempre il Fatto, fece un’intervista al suo editorialista in cui spiegava di avere buone possibilità: “Il Sud del mondo potrebbe convergere su di me”. Ma il problema è che la candidatura di Arlacchi non esiste. O meglio, esiste solo nella sua testa e sulle pagine del Fatto. 

Nessuno nel resto del mondo – neppure nel sud – è al corrente della candidatura di Arlacchi. Non c’è traccia del suo nome in nessun articolo della stampa internazionale sulla nomina del prossimo Segretario generale. Perché è una candidatura che non esiste. Non è semplicemente il fatto che la sua elezione sarebbe impossibile per l’esistenza di una regola non scritta che prevede una rotazione regionale: pertanto è certo che il successore del portoghese Guterres non sarà un europeo. Ma l’ostacolo insormontabile, dal punto di vista formale, è che Arlacchi non è proprio candidato. E verificarlo è più semplice che riscontrare le presunte rivelazioni di una massaggiatrice uruguayana: basta andare sul sito delle Nazioni Unite.

Sul portale dell’Onu c’è una pagina specifica sul processo di selezione e nomina del prossimo Segretario generale in cui, oltre a tutta la descrizione della procedura con i vari riferimenti normativi, è presente l’elenco dei candidati in corsa. Ci sono l’ex presidente del Cile Michelle Bachelet, l’ex vicepresidente del Costa Rica Rebeca Grynspan, l’argentino Rafael Mariano Grossi attuale direttore generale della Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), l’ex presidente del Senegal Macky Sall e, infine, María Fernanda Espinosa Garcés, ex presidente dell’Assemblea generale dell’Onu ed ex ministro degli Esteri dell’Ecuador. Nell’elenco compare anche il nome della diplomatica argentina Virginia Gamba, che però è stata ritirata dalla corsa. Ma non c’è quello di Pino Arlacchi, perché non è candidato a un bel nulla. Soprattutto perché nessuno lo ha candidato a nulla.

La procedura, aggiornata con una risoluzione a fine 2025, prevede infatti che per essere candidati alla carica di Segretario generale serve una lettera di supporto di uno stato membro; che ogni candidato deve presentare una dichiarazione programmatica (“statement vision”) che viene pubblicata sul sito dell’Onu; che il presidente dell’Assemblea generale organizzi delle audizioni con tutti i candidati. Ad aprile i favoriti Michelle Bachelet e Rafael Grossi, oltre a Rebeca Grynspan e Macky Sall, hanno risposto ognuno per tre ore alle domande dei rappresentanti degli stati membri. Il 15 giugno toccherà a María Fernanda Espinosa Garcés, che è stata l’ultima a presentare la candidatura (l’11 maggio).

Arlacchi non farà alcuna audizione perché la candidatura non l’ha presentata all’Onu, ma al circolo Arci Centofiori di Roma e poi sul Fatto quotidiano. Entrambe modalità non riconosciute dalla procedura prevista dalle Nazioni Unite, che pone un requisito necessario e insuperabile: una lettera di nomina da parte di almeno uno stato membro. La candidatura di Bachelet, ad esempio, è supportata da Cile, Messico e Brasile; quella di Grossi dall’Argentina; quella di Espinosa da Antigua; quella di Grynspan dalla Costa Rica e quella di Sall dal Burundi; mentre Gamba contava sulle Maldive, che però poi hanno tolto il supporto alla diplomatica argentina costringendola al ritiro).

Arlacchi sostiene di essere “il candidato del Sud del mondo, cioè della maggioranza degli stati che fanno parte dell’Onu” ma non ne ha trovato neppure uno disposto a scrivere una lettera di sostegno alla sua candidatura. Avrebbe potuto contare sull’appoggio del Venezuela, visto che era un consulente di Nicolás Maduro di cui riconosceva le piene credenziali democratiche, ma purtroppo il dittatore chavista è stato arrestato e a Caracas la musica è cambiata. Arlacchi ha buoni rapporti anche con il regime del Nicaragua, la cui ambasciatrice era presente al lancio della candidatura al circolo Arci, ma neppure il dittatore Daniel Ortega lo sostiene. Arlacchi potrebbe ricevere l’endorsement dell’Afghanistan, visto che dal 1997 al 2002 da direttore dell’Agenzia dell’Onu per il controllo della droga (carica da cui fu costretto a dimettersi a seguito delle denunce di cattiva gestione dei Radicali) strinse vari accordi finanziari con i talebani, ma neppure il regime islamico è riconoscente. Potrebbe farvalere le lodi sperticate a Putin e Xi Jinping rifilate al pubblico italiano nei suoi libri e nei suoi articoli, ma Russia e Cina non possono sostenere apertamente un candidato essendo membri permanenti del Consiglio di sicurezza.

Così nel mondo a credere nell’autocandidatura di Arlacchi a Segretario generale dell’Onu è rimasto solo Marco Travaglio, presidente della repubblica autonoma del Fatto. Ma purtroppo non è uno stato riconosciuto dalle Nazioni Unite.

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https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/09/news/luruguay-immaginario-creato-dallinchiesta-del-fatto-su-minetti-e-in-realta-la-svizzera-del-sud-america--400270 https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/09/news/luruguay-immaginario-creato-dallinchiesta-del-fatto-su-minetti-e-in-realta-la-svizzera-del-sud-america--400270 L'Uruguay immaginario creato dall’inchiesta del Fatto su Minetti Tue, 09 Jun 2026 10:42:00 +0200 Esteri Luciano Capone false Al di là delle accuse specifiche attribuite a Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti, ritenute false dalla Procura generale di Milano e poi smentite dalla massaggiatrice uruguayana ritenuta la gola profonda del caso, ciò che sconcerta della ricostruzione del Fatto quotidiano è la descrizione dell’Uruguay, come di una sorta di porto franco per ricchi. Una sorta di isola dei pirati dove i miliardari possono fare tutto ciò che vogliono, potendo contare sulla copertura delle istituzioni. Festini con droga e prostitute, anche minorenni, che arrivano su jet privati evitando i controlli dell’ufficio immigrazione. 

Orfanotrofi e istituti per i minori che consegnano bambini al miglior offerente. Avvocati misteriosamente bruciati vivi perché forse si opponevano all’adozione di un bambino malato a ricchi stranieri in cerca di una giustificazione per ottenere una grazia in Italia. Massaggiatrici che subiscono molestie sessuali e che, sconvolte da quello che hanno visto, denunciano il malaffare ma poi sono costrette a ritrattare probabilmente per timore di minacce o ritorsioni. Ora spuntano anche due autisti, rigorosamente anonimi, che confermano di aver portato prostitute in un ranch e ora temono per la loro vita: “Non voglio finire in un fosso o incendiato”. La descrizione del cronista inviato a Punta del Este è quella di un postaccio che sembra la Colombia ai tempi di Pablo Escobar, dove un’importante testimone come la massaggiatrice Graciela è costretta a rimangiarsi tutto perché “è rimasta sola. In questo clima. Dove raccolgo conferme da gente che ha paura di morire ammazzata e teme di lasciare qualsiasi traccia”. Ma questa descrizione grottesca dell’Uruguay non corrisponde alla realtà di un paese che, da sempre, è considerato una sorta di Svizzera del Sud America.

In tutti i ranking internazionali su pil pro capite, democrazia, stato di diritto, corruzione, libertà di stampa e libertà civili l’Uruguay si posiziona su livelli comparabili ai paesi dell’Unione europea e nettamente superiori alla media dell’America latina. Secondo il Democracy Index dell’Economist, che si basa su 60 indicatori che misurano pluralismo, libertà civili e funzionamento delle istituzioni, con un punteggio di 8,92 (su 10) l’Uruguay si classifica al 12esimo posto mondiale, davanti a molte consolidate democrazie occidentali (l’Italia è al 37esimo posto), ed è l’unico paese del Sud America a essere considerato una “piena democrazia”. Nell’ultimo report sulla “Libertà nel mondo” di Freedom House, l’Uruguay si colloca tra i primi posti al mondo (ed è il migliore in America latina) con 97 punti su 100: “L’Uruguay vanta una solida struttura di governo democratica storicamente consolidata e un’ottima reputazione in termini di tutela dei diritti politici e delle libertà civili, nonché di impegno per l’inclusione sociale”, scrive la ong, che attribuisce a Montevideo il massimo dei punteggi in voci come indipendenza della magistratura, trasparenza della pubblica amministrazione e garanzie contro la corruzione.

A proposito di corruzione, nell’indice di Transparency International sulla percezione della corruzione l’Uruguay con 73 punti su 100 si colloca al 17esimo posto mondiale, risultando il migliore dell’America latina (l’Italia, invece, con 53 punti si colloca al 52esimo posto). Secondo invece il Rule of law index del World Justice Project, che misura appunto la qualità dello stato di diritto nel mondo – ovvero i limiti al potere governativo, l’assenza di corruzione, la trasparenza amministrativa, il rispetto dei diritti fondamentali, la sicurezza e il funzionamento della giustizia (tutti aspetti pesantemente messi in discussione dal Fatto quotidiano) – l’Uruguay si colloca al 23esimo posto globale e al primo nella sua regione (l’Italia, invece, è più indietro al 34esimo posto).

L’idea che a Punta del Este un imprenditore come Giuseppe Cipriani possa avere le istituzioni a sua totale disposizione e godere di una impunità totale è davvero assurda. Non tanto perché il ristoratore italiano sia in Uruguay solo uno dei tanti ricchi, e di certo non uno dei più ricchi. Ma perché i veri ricchi che si sono trasferiti a Montevideo e dintorni – imprenditori con patrimoni miliardari come gli argentini Marcos Galperin (fondatore di Mercado libre, una sorta di Amazon latinoamericana) o Alejandro Bulgheroni (fondatore della società petrolifera Pan American Energy) o Eduardo Costantini (fondatore della società finanziaria Consultatio) – hanno scelto l’Uruguay non perché sia una terra senza legge, ma proprio perché è un paese dove non si pagano tasse elevate e soprattutto dove lo stato di diritto è meglio tutelato rispetto ai vicini.

Dipingere l’Uruguay come un paese in cui ricchi occidentali possono andare tranquillamente a rubare i bambini dagli orfanotrofi, organizzare festini a base di droga e minori, bruciare avvocati, minacciare testimoni e far sparire in un fosso autisti è un’offesa verso il paese sudamericano e un cattivo servizio nei confronti dell’opinione pubblica italiana. Fa capire, meglio delle notizie false o delle presunte prove, quanto sia distorta e manipolata la visione del mondo alla base dell’inchiesta giornalistica sul caso Minetti. In fondo l’Uruguay è un paese dove si eleggono presidenti celebrati per il loro pedigree democratico come Pepe Mujica, non un posto dove si comanda con “plata o plomo” come in una serie narcos di Netflix.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/09/news/contrappassi-ministeriali-il-ministero-dellambiente-e-i-batteri-legionella-nelle-tubature-chiusure-e-profilassi--400263 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/09/news/contrappassi-ministeriali-il-ministero-dellambiente-e-i-batteri-legionella-nelle-tubature-chiusure-e-profilassi--400263 Contrappassi ministeriali: il ministero dell'Ambiente e i batteri Legionella nelle tubature. Chiusure e profilassi Tue, 09 Jun 2026 06:00:00 +0200 Politica Ginevra Leganza true Il Ministero dell’Ambiente è insozzato di batteri. Profilassi s’impone. Avanzano legioni di microbi, anzi legionelle: sono i contrappassi ministeriali. Il microorganismo di cui parliamo trova domicilio nel palazzo di Gilberto Pichetto Fratin.

Il batterio acquatico, fluttuante nelle tubature di via Colombo, che provoca la legionellosi, s’è dunque annidato nel ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. L’infezione che colpisce l’apparato respiratorio – piano pandemico alla mano – chiude in casa i funzionari, gli assistenti e i consulenti dell’apparato di governo preposto alla politica ambientale. Contattati dal Foglio, i dirigenti confermano. Dei tre plessi del dicastero, due sono stati chiusi, bonificati e riaperti: si tratta dei palazzi che ospitano  il ministro e gli uffici di diretta collaborazione (civico 70) e il dipartimento di sviluppo sostenibile (civico 44). Un terzo, invece, tra via Cristoforo e via Capitan Bavastro, è ancora chiuso. Sigillato. E non si sa se i dipendenti siano più contenti di pascersi in casa (vulgo: smart working) o più spaventati di restarci fino a settembre.

La Legionella, comunque, non è nuova nelle tubature del dicastero più verde d’Italia. Già l’anno scorso, i tre palazzi furono blindati per venti giorni. Impacchettati come il Bundestag impacchettato da Christo e Jeanne-Claude nel 1995. I lavoratori furono allora costretti a riunioni straordinarie in via Sallustiana. Quest’anno la storia si ripete. Del resto, l’influenza è stagionale. E se i due palazzi sono stati ora chiusi per quattro giorni, e poi riaperti – uno mercoledì, l’altro giovedì scorso – il terzo non si sa. Il ministro, intanto, non si dà per vinto. Si batte per l’atomo. Lotta per il nucleare. Tenta giustamente d’ignorare il batterio ma si sa che, nell’Italia di Dante, il contrappasso è d’obbligo.

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/08/news/la-perizia-psichiatrica-ultimo-inedito-da-garlasco--400209 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/08/news/la-perizia-psichiatrica-ultimo-inedito-da-garlasco--400209 La perizia psichiatrica, ultimo inedito da Garlasco Mon, 08 Jun 2026 10:17:00 +0200 Cronaca Massimo Lugli true La millesima svolta è arrivata proprio quando tutti, finalmente, si apettavano un po’ di tregua: la perizia psichiatrica. Mossa a sorpresa della procura targata Napoleone: dopo la chiusura delle indagini, Andrea Sempio va analizzato da uno strizzacervelli forense per stabilire se, 18 anni fa, era in grado di intendere e di volere, se, oggi, è o abbastanza compos sui per seguire un processo o no (nel secondo caso sarebbe messo decisamente peggio di Alessia Pifferi, la madre scellerata di Diana) e infine per stabilire se è socialmente pericoloso. Il che, in caso di verdetto positivo potrebbe portare, udite udite, a una richiesta di misura coercitiva. L’Indagato Numero Uno di tutta la cronaca nera nazionale, insomma, potrebbe finire in galera o ai domiciliari a quasi quattro lustri dall’omicidio di cui è sospettato. Va da sé che i tempi si allungano alle calende greche, altro che settembre, qui andremo avanti per anni.

E ci mancava solo questa. In un momento in cui l’Italia intera apprende il significato dell’articolo 415 bis del codice di procedura penale (chiusura delle indagini) dopo una full immersion di analisi del Dna, minuzie dattiloscopiche, indagini personologiche, bloodstain pattern analysis, anatomia forense, che manco un romanzo con Kay Scarpetta, ecco il colpo di scena che fa sognare gli autori e i conduttori dei salotti televisivi. Dal cilindro degli investigatori esce una richiesta mai vista prima e destinata a fare più scena che altro: le perizie psichiatriche, per tradizione, le chiede la difesa, sono l’ultima ratio quando si mette veramente male, vengono stabilite dalla corte a procedimento iniziato e affidate a uno psichiatra super partes. Scontato, ovviamente, il “niet” dei difensori di Andrea Sempio, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, ormai, come tutti i protagonisti in toga della vicenda assurti al ruolo di star televisive: non se ne parla, ci mancherebbe altro. La procura non demorde: l’esperto lavorerà sui diari, sui soliloqui, sugli scritti del sospettato che, ormai, vengono proiettati e trasmessi in rete e sui social a scadenza quotidiana e manca poco che in futuro verranno pubblicati in inserto da qualche settimanale crime di quelli che col delitto Garlasco hanno raddoppiato le tirature.

Nel frattempo, querele a raffica della famiglia Cappa che ha scatenato l’artiglieria pesante con l’assurda pretesa che due ragazze mai indagate andrebbero lasciate in pace: un’ottantina di querele in arrivo con richieste di risarcimenti da bancarotta. L’avvocato Antonio De Rensis, diventato l’icona dell’innocenza di Alberto Stasi anche se non lo hai mai difeso in aula in vita sua, è addirittura indagato per istigazione a delinquere assieme a un giornalista delle Iene e all’ex maresciallo Antonio Marchetto, quello che a suo tempo si beccò due anni e mezzo per depistaggi e falsa testimonianza e sembra diventato l’Alfiere della Verità. La polemica tra stasiani e sempiani, ormai, è all’arma bianca, nell’assurdo sillogismo rilanciato continuamente via social che se non è stato uno è stato l’altro di sicuro e che a un’indagine che sembra fatta dal nucleo investigativo dei boy scout ne è seguita una seconda affidata a un team di supereroi. E chissene importa se, a quanto pare, c’è una maggioranza silenziosa del cinquantuno per cento degli italiani che non crede alla colpevolezza di Sempio e alla fondatezza dell’inchiesta, contano gli ascolti. E gli ascolti, incredibilmente, continuano a salire anche se commenti come “basta, pietà, non se ne può più” e “appena sento la parola Garlasco cambio canale e poi spengo perché non si parla d’altro”, sembrano sempre più frequenti.

Nei salotti televisivi, ormai avviati verso la pausa estiva e decisi più che mai a sfruttare la marea fino all’ultimo refolo, spesso si sfiora la rissa. Concetti come presunzione di innocenza, privacy, segreto istruttorio, imparzialità deontologica dei giornalisti sembrano finiti nella spazzatura assieme alle famose prove della colazione di Chiara Poggi. Ma non era vietato pubblicare intercettazioni che non hanno rilevanza investigativa? Ma non si doveva rispettare la vita privata e l’intimità delle persone? Era assolutamente necessario che l’Italia intera sapesse che la mamma di Andrea aveva una relazione con un vigile del fuoco, visto che il vigile in questione non ha riferito alcun particolare interessante sul famoso scontrino del parcheggio di Vigevano? E che rilevanza ha sentire la stessa signora che a un certo punto, esasperata, sbotta contro i magistrati parlando con un’amica e ne dice peste e corna?

Bias di conferma. Si chiama così quel meccanismo psichico per cui, una volta che abbiamo raggiunto una convinzione, rifiutiamo qualsiasi informazione o novità che possa farci cambiare idea. In sostanza ci chiudiamo in una botte. Per mezza Italia, in questo periodo, sembra proprio così. E per chi indaga e dovrebbe cercare sempre e comunque la Verità? Speriamo bene.

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/05/news/gualtieri-torna-sui-luoghi-della-tromba-daria-stimati-500-mila-euro-di-danni-chiederemo-ristori-per-i-cittadini--400175 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/05/news/gualtieri-torna-sui-luoghi-della-tromba-daria-stimati-500-mila-euro-di-danni-chiederemo-ristori-per-i-cittadini--400175 Gualtieri torna sui luoghi della tromba d'aria: "Chiederemo ristori per i cittadini" Fri, 05 Jun 2026 20:45:00 +0200 Cronaca Redazione true "Presenteremo alla regione la richiesta di calamità naturale non appena avremo raccolto tutti i dati, entro i termini previsti. È importante perché consente di attivare risorse pubbliche per ristorare i cittadini e le attività che hanno subito danni". Lo ha detto il sindaco di Roma Roberto Gualtieri al termine di un sopralluogo nelle aree del quadrante nord-est della Capitale colpite dalla tromba d'aria di mercoledì scorso. Secondo il sindaco, "si è trattato di un evento estremo. Gli esperti lo classificano come un tornado con una frequenza di ritorno di circa 50 anni". 

Gualtieri ha anche spiegato che la prima stima dei danni si aggira intorno ai 500 mila euro per quanto riguarda la parte pubblica. "Ma - ha detto il sindaco - non vogliamo dare numeri perché l'attività di ricognizione è ancora in corso". 

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/03/news/la-moderna-schiavitu-dietro-ai-pomodori-instagrammabili--399975 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/03/news/la-moderna-schiavitu-dietro-ai-pomodori-instagrammabili--399975 Non solo Amendolara. La moderna schiavitù dietro ai pomodori instagrammabili Wed, 03 Jun 2026 16:44:00 +0200 Cronaca Antonio Pascale false In Italia ci sono cose che si vedono tantissimo e cose che non si vedono proprio. Spesso di quella cosa è pubblicizzata una faccia, discussa ad ogni pie sospinto. L’altra faccia è un tabù, un orizzonte degli eventi, già nei dintorni la narrazione collassa. Prendete il pomodoro. Si vede eccome. Quanti chef lo mostrano, bello, rosso, gaudente, incoronato col basilico. Quanti chef illustrano invece la filiera. Nessuno. Perché, dai, chi si mette ad affrontare il tabù? Ovvero la condizione di schiavitù a cui è costretta la maggioranza di immigrati che lavorano nei campi. È incredibile quanto il tabù sia potente e da quanto tempo dura. Il 25 agosto 1989 fu assassinato Jerry Essan Masslo, vittima di una assurda, crudele rapina degenerata in una sparatoria: quattro persone si intrufolarono nel capannone dove 28 immigrati erano crollati dopo ore e ore passate sotto il sole di Casal di Principe, a fine agosto. I quattro avevano chiesto i soldi e uno si era rifiutato. Ci credo, si era a fine campagna raccolta dei pomodori, significava perdere tutto il guadagno e insomma nella lite uno aveva sparato e Jerry Masslo e un suo connazionale erano finiti in mezzo: Masslo non ce l’aveva fatta.

Dopo la sua morte si era molto sperato e qualcosa si era mosso – con la legge Martelli si riconobbe lo status di rifugiato anche ai richiedenti non europei, e sì costruì un villaggio della solidarietà intitolato a Masslo – ma poi, tempo pochi mesi, ed ecco che le situazioni si ripetono, tale e quali. Per paradosso, più si ripetono più diventano tabù. Quindi da Jerry Masslo a Satnam Singh, alle quattro persone bruciate nell’auto, niente è cambiato. Se andate all’alba in alcuni crocicchi, da Nord a Sud, noterete appollaiate ove capita schiere di persone in attesa del caporale. La scena è sempre la stessa. Arriva uno e dice tu, tu e tu. Poi i tu, tu e tu vengono caricati sui camion. Quelli non scelti torneranno l’indomani per una nuova cernita sperando di far parte del tu, tu e tu. Non è cambiato niente, tranne la nazionalità dei braccianti, secondo dell’aria che tira, secondo gli schemi della geopolitica, dei flussi delle guerre, delle ambizioni e desideri dei tanti, delle rimesse che chi emigra manda alla sua famiglia. Oltre alla nazionalità è cambiata la genia dei caporali, che si sono raffinati e specializzati.

Oltre alle italianissime associazioni mafiose, ultimamente vanno di moda le cooperative speculative, chiamiamole così, gestite dagli stessi connazionali dei braccianti (che poi rispondono ad altri caporali, quelli italici delle suddette associazioni). Per dire la raffinatezza: nelle Marche è abbastanza noto il caso di una cooperativa fondata da un cittadino extracomunitario che nel giro di pochi anni è diventato il re dei braccianti. Costui propone braccianti all’agricoltore che li assume ma deve versare Iva e contribuiti direttamente alla cooperativa. Lui diligentemente lo fa, e poi finisce che la cooperativa fallisce senza versare l’Iva né i contributi e i lavoratori restano, simbolicamente, amputati del loro futuro pensionistico. Come se non bastasse, tempo dopo, l’Agenzia delle Entrate, in forza della legge sugli appalti che prevede corresponsabilità, va dall’agricoltore che aveva assunto i braccianti e gli chiede di versare nuovamente i contributi, più Iva, ovviamente. Ah, poi la cooperativa riapre, sotto altro nome, ma con la medesima procedura.

Il fatto è che quando parliamo di agricoltura ci teniamo a instagrammare i prodotti (e i braccianti non lo sono), mostriamo solo una faccia. Dell’altra, cioè della realtà della fabbrica agricola e di quelli che ci lavorano, di quella non ci curiamo. C’era un vecchio detto: “Come mai come mai sempre in culo agli operai”, ora si sono aggiunti i braccianti agricoli. Certo, ancora non si è trovata la rima giusta che esprima la loro condizione di schiavitù.

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/03/news/ce-stata-una-tromba-daria-a-roma-nord--399967 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/03/news/ce-stata-una-tromba-daria-a-roma-nord--399967 C'è stata una tromba d'aria a Roma nord Wed, 03 Jun 2026 14:56:00 +0200 Cronaca Giovanni Battistuzzi true Verso le nove di mattina di mercoledì 3 giugno una tromba d'aria ha colpito la zona nord di Roma, prevalentemente tra nella zona compresa tra via dei Prati Fiscali, largo Valtournanche, via di Ponte Salario e via Conca d'Oro. La potenza del vento ha sradicato diversi alberi e parte della segnaletica stradale orizzontale, spezzato alberi e fatto cadere dai balconi vasi e arredamento da esterni e fatto precipitare dai tetti tegole e antenne tv. Una persona è stata ferita in modo leggero dalla caduta di un ramo che ha colpito il tettuccio della sua automobile.

In totale sono una sessantina gli alberi caduti nella capitale, molti dei quali si trovavano all'interno di aree private, ha fatto sapere il dipartimento Ambiente del comune di Roma.

Una persona che era in zona durante la tromba d'aria ha raccontato al Foglio che "tutto è successo in pochi minuti: cinque, otto al massimo. Prima un forte temporale, poi il vento è aumentato a dismisura. Vedevo cassonetti correre per le strade, pezzi di lamiera che fluttuavano come vele di una nave, dall'alto piovevano tegole e vasi. Una scena inquietante, paurosa".

I danni maggiori si sono registrati nel mercato di Val di Sangro: alcune parti dei banchi di frutta e verdura degli operatori sono state spazzate via. "Pezzi di lamiera hanno iniziato a 'camminare" per la strada. Fortunatamente lontano dai marciapiede dove c'era una decina scarsa di persone", dice al Foglio una donna che si trovava nelle vicinanze in quel momento. "Sono a Roma da quindici anni, venti del genere me li ricordo in Florida, lì dove sono nata. Qui a Roma non avevo vissuto mai nulla del genere".

Sono in corso ovunque nel quadrante interventi dei Vigili del fuoco e della Protezione civile. Sulla Salaria la caduta di un albero ha provocato l'interruzione della circolazione. La Protezione civile stima un ritorno alla normalità entro sera. Secondo il dipartimento Ambiente, molti tra gli alberi caduti erano all'interno di proprietà private.

La zona nord di Roma dopo la tromba d'aria

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/03/news/il-deputato-pozzolo-futuro-nazionale-fuori-strada-con-il-suv-contestata-la-guida-in-stato-di-ebbrezza--399960 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/03/news/il-deputato-pozzolo-futuro-nazionale-fuori-strada-con-il-suv-contestata-la-guida-in-stato-di-ebbrezza--399960 Pozzolo (Futuro Nazionale) fuori strada con il suv: contestata la guida in stato di ebbrezza Wed, 03 Jun 2026 10:23:00 +0200 Cronaca Redazione true Il deputato di Futuro Nazionale Emanuele Pozzolo, 41 anni, è rimasto coinvolto martedì pomeriggio in un incidente automobilistico sulla superstrada che porta a Cossato, all’altezza di Vigliano Biellese. La Mercedes su cui viaggiava è uscita di strada, probabilmente anche a causa dell’asfalto bagnato. 

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, per il recupero del suv, e la polizia stradale. Gli agenti hanno sottoposto il parlamentare all’alcoltest, dal quale sarebbe emersa una positività con un tasso pari a circa il doppio del limite consentito. Per Pozzolo scatterà dunque la contestazione penale per guida in stato di ebbrezza.

Pozzolo, eletto con Fratelli d’Italia ed espulso dal partito dopo il caso dello sparo al capodanno del 2024 a Rosazza, è oggi deputato di Futuro Nazionale, la formazione fondata dal generale Roberto Vannacci. Proprio per quell’episodio, nell’ottobre scorso, il tribunale di Biella lo ha condannato in primo grado a un anno e tre mesi per porto abusivo d’armi, con pena sospesa. Durante una festa nel Biellese, un uomo era rimasto ferito da un colpo partito dalla pistola regolarmente denunciata dal parlamentare.

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/03/news/le-transenne-repubblicane-rimangono-anche-dopo-la-parata-del-2-giugno--399947 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/03/news/le-transenne-repubblicane-rimangono-anche-dopo-la-parata-del-2-giugno--399947 Le transenne repubblicane rimangono anche dopo la parata del 2 giugno Wed, 03 Jun 2026 06:00:00 +0200 Cronaca Salvatore Merlo false Roma ti ricorda sempre che prima dell’ordine della Repubblica c’è il disordine della sua capitale. Collaudato sistema di difesa contro ogni possibile innovazione. La parata del 2 giugno è finita. Le Frecce tricolori hanno ridipinto il cielo, i militari hanno salutato, la Repubblica italiana ha compiuto ottant’anni in ottima salute. Ma ancora fino a ieri sera nessuno aveva pensato di spostare le transenne metalliche tra Piazza Venezia, via del Corso e via Nazionale. Su via Quattro Novembre, alle 17, cioè tre ore dopo la parata, un drappello di turisti con gli alluci all’aria – gente ingenua, abituata ai paesi dove le cerimonie finiscono e le strade riaprono – trovano un varco aperto sulle strisce pedonali, attraversano fiduciosi, e dall’altra parte si trovano davanti un muro di ferro. Il gruppo si trova in mezzo alla carreggiata. Gli automobilisti, che non erano alla parata e dunque non hanno nessun debito di civiltà da saldare, gli vengono incontro col clacson.

Per i turisti, è comunque un’esperienza autentica. Meglio del Colosseo. Fino a poche ore prima Roma traboccava di divise. Poi: niente. Seimila uomini, elicotteri, picchetti d’onore. Dissolti. Dei vigili urbani, manco a dirlo, nessuna traccia. D’altronde, sparare fuochi d’artificio è forse un lavoro impegnativo. Così a poco a poco, nel corso delle ore, mentre il sole calava sui colli fatali, le transenne sono state divelte, spostate, rimescolate dalla fiumana dei forestieri ciabattanti. Quando a tarda sera sono state alla fine rimosse, gli addetti sono andati a pescarle pure in mezzo alla strada. Ma non è una dimenticanza. Quelle transenne tenute lì tutto il giorno a chiudere ogni passaggio pedonale in una città in cui erano confluiti circa 15 milioni di visitatori per il ponte del 2 giugno sono un messaggio di serenità. Ne siamo certi. La città che ha resistito ai Visigoti, ai Vandali, a Napoleone e al sindaco di turno, non cede alle cerimonie. Questo è il senso. La Repubblica passa, le transenne restano.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/02/news/gli-extinction-rebellion-sono-sciagurati-lo-e-anche-luso-della-forza-di-fronte-ad-atti-pacifici--399941 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/02/news/gli-extinction-rebellion-sono-sciagurati-lo-e-anche-luso-della-forza-di-fronte-ad-atti-pacifici--399941 Gli Extinction Rebellion sono sciagurati. Lo è anche l’uso della forza di fronte ad atti pacifici Tue, 02 Jun 2026 19:37:00 +0200 Politica Redazione true Nessuno è più lontano di noi, nelle idee e nei metodi, dai “giovani” di Extinction Rebellion e della collegata galassia ultra-ambientalista. Proprio per questo, è doppiamente importante ribadire che ciascuno ha diritto alle proprie opinioni e a manifestarle in modo pacifico, per quanto provocatorio, purché non metta a repentaglio la sicurezza altrui. Ieri, all’alba, sei attivisti dell’organizzazione ecologista sono stati fermati nei pressi dell’Altare della Patria, dove intendevano srotolare un grande striscione “Ripudiare la guerra, difendere la Terra”. Il giorno precedente, altri erano stati identificati mentre tentavano di scalare Palazzo Venezia (attività potenzialmente rischiosa) per esporre tre striscioni “Dio denaro, patria in guerra e famiglia alluvionata”. I legali lamentano che “la polizia è intervenuta sul posto sequestrando gli striscioni prima che venissero srotolati e identificando le persone presenti” e considerano “pretestuose” le denunce di aver partecipato a manifestazioni non preavvisate e invasione di terreni o edifici. Se gli attivisti violano delle norme è giusto che siano perseguiti, come chiunque altro. Invece di premere l’acceleratore, come ha fatto coi decreti sicurezza, il governo dovrebbe invece usare il freno: finché queste manifestazioni si limitano all’espressione di un pensiero per quanto bislacco, l’uso della forza pubblica è immotivato e controproducente. Solidarietà sempre a chi porta avanti pacificamente le proprie convinzioni: la libertà di opinione è il fondamento della società aperta. Poco importa che molti di quelli che protestano, se fossero al potere, sarebbero forse ancora più intolleranti (infatti molti di loro chiedono di fare del “negazionismo climatico” un reato): come disse Ronald Reagan nel suo splendido discorso del 12 giugno 1987 davanti al Muro di Berlino, rivolgendosi a quelli che lo fischiavano ed esprimevano vicinanza all’Unione Sovietica, “mi chiedo se si sono mai resi conto che, se avessero il tipo di stato che desiderano, a nessuno sarebbe consentito di fare ciò che loro stanno facendo”. Viva la Repubblica!

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/02/news/la-repubblica-e-un-atto-di-liberta-senza-precedenti-le-parole-di-mattarella--399899 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/06/02/news/la-repubblica-e-un-atto-di-liberta-senza-precedenti-le-parole-di-mattarella--399899 La Repubblica "è un atto di libertà senza precedenti". Le parole di Mattarella Tue, 02 Jun 2026 09:57:00 +0200 Cronaca true Mentre le Frecce Tricolori segnavano il cielo di Roma con il tricolore, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deposto una corona d'alloro sulla Tomba del Milite Ignoto all'Altare della Patria, dando avvio alle celebrazioni per la Festa della Repubblica.

"Sono trascorsi ottant'anni da quel 2 giugno del 1946 che segnò il compimento, da parte degli italiani, di un atto di libertà senza precedenti", ha scritto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio al capo di stato maggiore della Difesa Luciano Portolano in occasione della Festa della Repubblica. Il capo dello stato ha aggiunto che "non celebriamo oggi solamente una ricorrenza storica, ma un momento di alto significato che rinnova l'impegno collettivo all'affermazione, alla tutela e alla piena attuazione dei valori che costituiscono il fulcro della nostra Costituzione, ''casa comune' che garantisce la vita della nostra comunità nazionale, i nostri diritti, richiamandoci al contempo ai nostri doveri di solidarietà".

Per il presidente della Repubblica "le difficoltà e i rischi che attraversano oggi la nostra sicurezza e il nostro benessere vanno affrontati con fermezza. Non potrà esservi vera pace fino a quando permarranno focolai di minaccia e non potrà esservi vero benessere se anche soltanto una parte dell'umanità sarà costretta a vivere nella precarietà". Sergio Mattarella ha inoltre sottolineato che "l'Italia, con l'Europa, è impegnata nel ripristino del valore delle regole nella vita della comunità internazionale, per uscire da una fase di permanente conflittualità, nell'edificazione di una nuova effettiva sicurezza per tutti i popoli. Le Forze Armate italiane, pilastro della Repubblica e presidio dei principi alla base della pacifica convivenza tra i popoli, sono chiamate a concorrere al raggiungimento di questo obiettivo".

Le immagini delle celebrazioni

Il messaggio di Giorgia Meloni

"Oggi celebriamo gli ottant'anni della Repubblica Italiana. Una ricorrenza che non rappresenta soltanto una data storica, ma racconta il cammino che gli italiani hanno saputo costruire insieme: con storie di sacrificio, coraggio, unità, solidarietà e impegno, generazione dopo generazione", ha scritto sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. "Perché sono certo le grandi storie, ma anche, e forse soprattutto, le piccole scelte quotidiane ad aver fatto dell'Italia la straordinaria Nazione che è oggi. Ottant'anni di Repubblica, di libertà e di partecipazione ci rendono orgogliosi e riconoscenti verso chi ci ha preceduto e ha contribuito a edificare le fondamenta della nostra comunità nazionale. Ma, allo stesso tempo, ci ricordano la responsabilità che ciascuno di noi ha nel custodire e rafforzare ogni giorno questo patrimonio, al servizio della Patria e delle generazioni future. Buona Festa della Repubblica. Buon 2 giugno".

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https://www.ilfoglio.it/societa/2026/06/01/news/come-i-fuochi-dartificio-abusivi-dei-vigili-romani-raccontano-una-citta-intera--399879 https://www.ilfoglio.it/societa/2026/06/01/news/come-i-fuochi-dartificio-abusivi-dei-vigili-romani-raccontano-una-citta-intera--399879 I fuochi d’artificio abusivi dei vigili romani raccontano una città intera Mon, 01 Jun 2026 19:40:00 +0200 Società Andrea Venanzoni true “Si è fatto sempre così”, par quasi di sentirla quell’aurea e non scritta regola che si riflette per i corridoi di ogni pubblica amministrazione quando ci si trova al cospetto della motivata obiezione che incrina una procedura, una regola, una consuetudine. Che si tratti, poi nello spicciolo concreto, di questionare la composizione di una conferenza di servizi, la gestione di un procedimento amministrativo di erogazione del tax credit o l’esplodere fuochi d’artificio facendoli piroettare nel ventre nero della notte romana perché, in fondo, si è sempre fatto così. Si è scoperto in queste ore facenti seguito il tragico rodeo dipanatosi lungo la Colombo che lanciare quei fuochi sarebbe stata goliardica consuetudine, da anni. Secondo lo sfogo di una carabiniere in una chat interna, non limitata però alla polizia locale. C’è qualcosa di pienamente romano in questa vicenda.

Il dramma dei feriti, umani e animali, a cui va ogni solidarietà, l’esito inevitabile giudiziario e disciplinare, le sfuriate capitoline del Sindaco Roberto Gualtieri e del comandante generale del Corpo Mario De Sclavis. Il quale ultimo, consapevole dell’autodafé reputazionale inflitto da pochi elementi all’interezza di una organizzazione le cui funzioni da sempre non sono in cima alle simpatie cittadine, ha rincuorato via radio tutti gli altri, comprensibilmente depressi e scoraggiati. E però, nella storia, c’è anche il pecoreccio alla Nerone con Pippo Franco, visto che si parla di fuochi. Saranno le indagini ad accertare i fatti, soprattutto il nesso di causalità eventuale tra sfiammate piriche e imbizzarrimento degli equini corsi a perdifiato per chilometri. Ma in questa nostra epoca di replicabilità tecnologica e narcisistica di ogni istante della vita è parsa buona idea, scaltra soprattutto, immortalarsi mentre si accendevano dei fuochi che non si sarebbe potuto accendere e che a rigore dovrebbero condurre alla irrogazione di una sanzione. Comminata proprio da quelli che invece accendevano i fuochi e se li rimiravano con estasi bambina. Non siamo più nel terreno della facile sociologia ma in quello della più perfezionata iconografia di una città che non può essere raccontata e spiegata se non attraverso la via crucis carnevalesca di scene simili.

La solennità monumentale del Centro, la gravitas della celebrazione festiva, la marcia, l’addestramento, le divise, e poi tutto si riduce a una scampagnata da villaggio vacanze, con tanto di battutacce di contorno sull’arrivo della droga. Per quei due o tre che ancora non lo sapessero, altra consuetudine, ma questa volta narcos, avvertire dell’arrivo dei carichi di roba a mezzo pirotecnico. Si spera che i magistrati inquirenti siano provvisti di ferreo senso dell’umorismo perché in questa vicenda ogni cosa, anche la più drammatica, riconduce alla Lapis Niger primordiale di una romanità così trash da essere irrappresentabile. Il si è sempre fatto così consuetudinario non è mica infatti solo quello dell’agente, neoassunto ma a cinquant’anni, e magari farsela una riflessioncina pure su questo, lo si dice ai riformatori parlamentari della polizia locale, o dei funzionari anziani che hanno acquistato i fuochi.

Il si è sempre fatto così è quel principio di stretta (il)legalità delle triple file strutturali perché tanto torno subito, delle tettoiette abusive che tanto ma chi le vede, delle cartacce gettate ovunque, dei barbecue in pineta tanto sono solo tre salsicce, della rosticciata condominiale, del ‘andate ad arrestare i delinquenti invece di prendervela con me solo perché ho parcheggiato sulle rotaie del tram’, finestre rotte sociologiche da tutti fanno così, e nessuno che faccia rispettare la legge. Servirebbe una Norimberga ma mica per i vigili, per tutti noi romani che ora condanniamo e vituperiamo e ci stracciamo quei quattro capelli rimasti sulla sommità del cranio e che poi, stringi stringi, avremmo salutato pure noi lo spettacolino abusivo con un ridanciano “è arrivata la droga”.

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https://www.ilfoglio.it/salute/2026/05/31/news/sospetto-caso-di-ebola-a-cagliari-ma-il-rischio-resta-molto-basso--399832 https://www.ilfoglio.it/salute/2026/05/31/news/sospetto-caso-di-ebola-a-cagliari-ma-il-rischio-resta-molto-basso--399832 Sospetto caso di Ebola a Cagliari, ma il rischio resta molto basso Sun, 31 May 2026 19:18:00 +0200 Salute Redazione true Atterra a Roma sabato 30 maggio, prende un secondo volo per la Sardegna, e da un paio di giorni ha febbre e un po' di tosse. È bastato il rientro da Kinshasa per far scattare a Cagliari tutti i protocolli previsti per un sospetto caso di Ebola. L'uomo è stato prelevato dalla sua abitazione di via Manno e trasportato all'ospedale Santissima Trinità, nel reparto infettivi, dove resta in isolamento in attesa dei risultati degli esami.

L'intervento ha l'aria delle grandi emergenze. Il 118 ha prelevato il paziente, mentre polizia, vigili del fuoco e polizia locale transennavano la strada per impedire contatti con i passanti. Medici e infermieri in tute asettiche e mascherine sono entrati nell'abitazione e hanno portato via l'uomo. La scena, però, conta meno dei numeri. E i numeri, in questo caso, raccontano una storia molto meno drammatica.

L'indagine epidemiologica della Asl ha ricostruito i movimenti del paziente, rientrato all'inizio di maggio per andare a trovare alcuni familiari nella capitale congolese. Il punto decisivo è uno: l'uomo non si è mai spostato da Kinshasa. E l'epidemia di Ebola dichiarata due settimane fa nella Repubblica Democratica del Congo è in corso nella provincia di Ituri, all'estremo nord-est del paese, a oltre millecinquecento chilometri dalla capitale. Febbre e tosse leggera sono compatibili con decine di infezioni stagionali assai più banali.

Come prevedono i protocolli del ministero della Salute, gli esami si fanno allo Spallanzani di Roma. Per alcune ore il problema è stato il trasferimento dei campioni: dopo aver vagliato varie ipotesi, è stata l'Aeronautica militare a mettere a disposizione un volo, atteso in serata nella capitale. I risultati arriveranno domani. Il ministero, in contatto con le autorità sanitarie sarde e con lo Spallanzani, ribadisce che il rischio in Italia resta molto basso.

Diverso, e serio, è il quadro in Congo. A Bunia, durante la visita del direttore generale dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, Medici Senza Frontiere ha lanciato l'allarme: i casi crescono rapidamente, centinaia di campioni restano non analizzati, gli aiuti e il personale medico arrivano in ritardo. Mai prima un'epidemia aveva registrato così tanti casi a così poco tempo dalla dichiarazione, avverte il vicedirettore delle operazioni Alan Gonzalez, secondo cui nessuno ne conosce ancora la reale portata. A differenza delle precedenti, questa epidemia coinvolge il virus Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini approvati né trattamenti specifici, e che è difficile da diagnosticare per la limitata capacità di test. Le chiusure di frontiere e aeroporti – una misura di igiene fondamentale in questi casi - rallentano però anche l'ingresso di forniture e specialisti. Per riportare la situazione sotto controllo, sostiene Msf, serve un ampliamento immediato della capacità diagnostica e un rafforzamento coordinato della risposta.

Il caso di Cagliari, insomma, è la coda lontana e forse innocua di un'emergenza reale, che si gioca a migliaia di chilometri di distanza.

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/29/news/lomicidio-di-un-ragazzo-a-milano-e-il-tema-sicurezza-che-la-sinistra-non-vede--399720 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/29/news/lomicidio-di-un-ragazzo-a-milano-e-il-tema-sicurezza-che-la-sinistra-non-vede--399720 L’omicidio di un ragazzo a Milano e il tema sicurezza che la sinistra non vede Fri, 29 May 2026 05:06:00 +0200 Cronaca Redazione false L’assassinio di un giovane lavoratore, il 22enne Gianluca Ibarra Silvera alla stazione Certosa di Milano da parte di una banda di sudamericani è l’ultimo, terribile episodio di una serie di aggressioni, di violenze, di accoltellamenti e di stupri che hanno ferito la metropoli ambrosiana nell’ultimo periodo. Non c’è solo, come si dice da sociologi, una “sensazione” diffusa di insicurezza, c’è un problema grave che deve essere affrontato per le sue dimensioni reali. Per questo fa una certa impressione la reazione del primo cittadino Giuseppe Sala che ha detto testualmente: “Speriamo che non si usino situazioni gravi come questa per arrivare alle solite strumentalizzazioni”. Sala deve rispondere a una cittadinanza preoccupata, indicare soluzioni e interventi, naturalmente non solo municipali, ma nel merito è riuscito solo a ritornare sull’ipotesi di fornire i tener alla polizia municipale, scelta già annunciata più volte ma mai realizzata per contesti interni alla giunta. Mettere in primo piano, invece dei problemi reali, le eventuali “strumentalizzazioni”, in pratica ripetere il ritornello secondo cui la sicurezza sarebbe una maia della destra, è davvero deludente. Sarebbe ragionevole discutere con la destra sulle misure da adottare, magari criticare un intervento statale insufficiente, ma restando al tema reale. Si ha la sensazione che la sinistra (non solo milanese) non sia in grado di proporre una politica concreta sulla sicurezza, che si rifugi in ragionamenti generali e generici, su un tentativo di analisi che non arriva mai a conclusioni operative e pratiche.

Un esempio illuminante di questo atteggiamento lo si può trovare nel libro “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica” di Carlo Bonini e Franco Gabrielli, pieno di buone intenzioni che però non cancellano il fatto che Gabrielli, quando è stato consulente speciale per la sicurezza di Sala, non ha aumentato di uno il corpo dei vigili urbani. Nessuno pensa che la questione della sicurezza nelle grandi città sia semplice, ma è chiaro che per affrontarlo bisogna rimboccarsi le maniche, non preoccuparsi delle “strumentalizzazioni”.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/28/news/parla-ichino-lo-sciopero-generale-del-29-maggio-ormai-lo-strumento-ha-perso-la-sua-efficacia-e-strumentalizzato-dai-sindacati-minori--399703 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/28/news/parla-ichino-lo-sciopero-generale-del-29-maggio-ormai-lo-strumento-ha-perso-la-sua-efficacia-e-strumentalizzato-dai-sindacati-minori--399703 Oltre lo sciopero generale del 29 maggio: sigle piccole, danni enormi per la collettività Thu, 28 May 2026 19:37:00 +0200 Politica Riccardo Carlino false “Lo sciopero ha perso gran parte se non tutta la propria efficacia, il proprio prestigio”. È duro il giudizio che il giuslavorista Pietro Ichino consegna al Foglio di fronte all’ennesima agitazione generale proclamata da alcune piccole sigle sindacali. Dietro quella del 29 maggio ci sono Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas, Usi, Usi-Cit. Solo 11 giorni prima, il 18 maggio, ne era stato indetto un altro dall'Usb. Coinvolti tutti i settori, dai trasporti alla scuola. Ma al netto del clamore e della risonanza mediatica, tra i dipendenti pubblici aveva aderito solo l'1,21 per cento su oltre 1 milione e mezzo di lavoratori.Il problema, peculiare del settore dei trasporti, non è costituito da due scioperi a distanza di 10 giorni l’uno dall’altro – spiega il professore – ma dal fatto che ormai da anni il settore fa registrare uno sciopero, sempre al venerdì o al lunedì, ogni una o due settimane, per lo più con tassi di adesione infimi, ma con danni enormi per la collettività”. Inoltre, “presso la Commissione di Garanzia, dove le agitazioni devono essere preannunciate, si arriva all’assurdo di giornate di sciopero ‘prenotate’, quasi sempre al venerdì, con tre o quattro mesi di anticipo, e senza indicazione del motivo, che verrà poi deciso di volta in volta qualche giorno prima del giorno prenotato. Ma la cosa più assurda, di cui nessuno parla, è un’altra”. Quale? “Nel settore dei trasporti accade spesso che lo sciopero non soltanto non eserciti alcuna pressione sulle imprese datrici di lavoro, ma addirittura costituisca per esse un affare d’oro”. Vale l’equazione meno lavoratori – più disagi, ma anche a meno spesa per il datore di lavoro. E nel caso del tpl, meno dipendenti operativi non coincide con meno produttività. 

“L’azienda che gestisce i trasporti municipali opera normalmente in passivo, essendo il suo equilibrio di bilancio assicurato dal sostegno del Comune e/o della Regione”, spiega Ichino. “Lo sciopero qui riduce i costi retributivi, di energia e/o carburante, di usura delle macchine, per sinistri stradali, ma non riduce le entrate derivanti dal contributo pubblico e dagli abbonamenti, i quali non subiscono decurtazioni in relazione ai giorni di sospensione del servizio”. Nel settore dei trasporti, poi, basta che scioperi una persona con un ruolo abilitante e va in tilt un'intera linea. Verrebbe da chiedersi dunque se abbia senso che sindacati con adesioni molto basse possano indire scioperi nazionali nei servizi essenziali. Sul punto, Ichino ha un’idea: “Ho proposto recentemente che per ridare dignità e autorevolezza a questa forma di lotta nei settori dei servizi pubblici essenziali venga introdotta la necessità di un referendum tra i lavoratori interessati e che la proclamazione sia subordinata al voto favorevole almeno del 10 per cento”.

Su questo fronte, spiega il giurista, il modello di riferimento è la Germania. "Qui i sindacati maggiori come IG Metall e Ver.di richiedono nei loro statuti addirittura una maggioranza del 75 per cento dei membri votanti”. Ma esempi di questo tipo sono previsti per legge anche nel Regno Unito, in Canada, in Irlanda, in Repubblica Ceca, in Romania e da poco anche in Grecia, ricorda il professore. Che mette sul tavolo un’altra regola eventuale e alternativa per responsabilizzare i singoli lavoratori: “Si tratterebbe di stabilire che, per consentire al gestore di un servizio pubblico di adempiere con precisione l’obbligo di informazione preventiva degli utenti, egli può e deve chiedere ai propri dipendenti di dichiarare con un anticipo di almeno una settimana se aderiscono o no allo sciopero proclamato”. Secondo Ichino, “basterebbe questo per ridurre drasticamente il danno prodotto dallo stillicidio di proclamazioni di scioperi cui poi aderisce l’uno per cento dei lavoratori”. Il rischio, in questo caso, potrebbe essere quello di esporre i lavoratori a pressioni indebite volte a scoraggiare la loro adesione all’agitazione. "Ma l’adesione o no di una persona allo sciopero non è una notizia riservata: al più tardi il giorno stesso dell’agitazione la cosa è di pubblico dominio”, controbatte il giuslavorista.

Proposte a parte, rimangono i disagi possibili per lavoratori e studenti. Il tutto per ragioni abbastanza slegate dal mondo del lavoro in senso stretto. Basti pensare che fra le richieste dietro lo sciopero del 29 maggio spicca l’interruzione “di ogni rapporto commerciale e politico con Israele". Unito a un altro evergreen: “No alle politiche di guerra. Contro al genocidio”, si legge da uno dei comunicati ufficiali. Con il combinato disposto di queste motivazioni e il basso tasso di adesione da parte dei lavoratori, non si rischia di sgonfiare il peso di un'azione come lo sciopero generale, e dunque di fargli perdere di credibilità? "Non è un rischio: è già una realtà che possiamo constatare e misurare”, sentenzia Ichino. “In questo modo lo sciopero ha perso gran parte se non tutta la propria efficacia, il proprio prestigio. Esso non è più uno strumento di cui i lavoratori si avvalgono per far pressione sugli imprenditori, ma uno strumento di cui i sindacati minori si avvalgono per farsi sentire e per fare concorrenza ai sindacati maggiori”.

È il solito nodo della rappresentatività sindacale e dell’eccessiva debolezza delle regole che la gestiscono. Il governo, dal canto suo, ha provato a metterci mano. Il decreto primo maggio prova a spingere in avanti anche il processo di necessaria misurazione della maggiore rappresentatività in tema di contrattazione collettiva e di "salario giusto". Il provvedimento, secondo Ichino, “ha qualche merito”. Ma ciò che manca salta all’occhio. “Il decreto-legge n. 62 non si è neanche proposto di affrontare il nodo cruciale, in questa materia, che consiste nella definizione dei 'perimetri' delle categorie in seno alle quali può e deve essere misurata la rappresentatività delle associazioni sindacali e imprenditoriali concorrenti”, lamenta Ichino. Su come questo nodo possa essere sciolto si è svolto la settimana scorsa a Milano un convegno promosso dalla Fondazione Anna Kuliscioff, da cui è uscita un’altra proposta di Ichino. “È molto precisa e immediatamente praticabile, a Costituzione invariata. Leggere lentamente: prevede che la misura della rappresentatività di ciascuna associazione sindacale sia calcolata sulla base della media tra il numero degli iscritti e il numero dei voti conseguiti nelle elezioni delle rappresentanze sindacali nell’ambito della categoria individuata. Mentre la misura della rappresentatività delle associazioni imprenditoriali sarà data dalla somma dei dipendenti di ciascuna impresa associata”. Le braccia si incrociano, ma le idee ci sono. “Perché in Parlamento nessuno ne discute?”

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/28/news/mario-sechi-angelucci-mi-ha-licenziato-da-libero--399685 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/28/news/mario-sechi-angelucci-mi-ha-licenziato-da-libero--399685 Mario Sechi: "Angelucci mi ha licenziato da Libero" Thu, 28 May 2026 17:08:00 +0200 Cronaca Redazione true "Angelucci mi ha licenziato. Lo ha fatto nel momento in cui sono finito sotto scorta, minacciato di morte dai terroristi anarco-insurrezionalisti". Lo scrive su X il direttore di Libero Mario Sechi, confermando quanto anticipato da questo giornale. 

Come abbiamo raccontato qui, gli Angelucci vogliono sostituire Sechi con Alessandro Sallusti. 

Non è solo editoria: di mezzo c’è Meloni, i rapporti con il governo e con il mondo della destra. In redazione si parla di una lite furibonda fra editore e direttore che riguarda l’autonomia di Sechi, le scelte editoriali, un “no” pesante di Sechi, e il fastidio che Angelucci prova per il presidente della Federtennis.

Sechi è stato nominato nel 2023 dopo la sua esperienza a Palazzo Chigi come portavoce di Meloni. Prima di lui c'era appunto Sallusti, a cui è stato chiesto di spostarsi, ancora una volta, al Giornale. 

Sechi è sotto scorta da un paio di settimane per minacce ricevute dall’area anarco-antagonista. “Serie, concrete, dirette”, le ha definite il giornalista. La decisione della questura di Milano di disporre la tutela è arrivata dopo una serie di minacce legate agli editoriali scritti da Sechi su Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici morti il 20 marzo scorso a Roma nell’esplosione di un ordigno che stavano presumibilmente confezionando.  

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/27/news/erri-de-luca-e-le-accuse-di-essere-un-vecchio-maschio--399645 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/27/news/erri-de-luca-e-le-accuse-di-essere-un-vecchio-maschio--399645 Erri De Luca e le accuse di essere un "vecchio maschio" Wed, 27 May 2026 20:21:00 +0200 Cronaca Tommaso Tuppini true Se in questi giorni vi siete fatti un giro per i social, vi sarete accorti che l’insulto più frequente contro Erri De Luca è “vecchio maschio”. Perché né Meta né le altre piattaforme lo considerano un insulto, e non fa scattare i segnali d’allarme che preludono alla sospensione dell’account. Avrete letto mille volte che Trump e Putin fomentano guerre intorno al mondo soprattutto perché sono maschi e vecchi. Non parliamo del papa, che lo è per statuto, e al quale viene rinfacciato a ogni piè sospinto.

L’anno scorso è uscito in Germania il film Vecchio uomo bianco, dove il protagonista rischia il licenziamento perché i colleghi lo giudicano tale e, per salvare il posto, deve dimostrare di non essere il mascalzone che sembra. Quando un insulto diventa il titolo di una commedia di successo, vuol dire che siamo nel senso comune. E poi ci sono le prove: uno studio dell’università di Toronto ha misurato l’accettabilità di atti ostili verso gli anziani di ogni sesso e razza. Manco a dirlo, il bersaglio che fa sentire meno in colpa è l’anziano maschio e bianco. I benepensanti che combattono ogni discriminazione hanno finalmente trovato il gruppo da discriminare. Rischiavano di esplodere, con tutta quella rabbia compressa e l’autocensura su “porco cane” perché squalifica i quadrupedi. E invece, anche se si farebbero cuocere a fuoco lento piuttosto che ammetterlo, vale per loro ciò che vale per chiunque: nulla scalda il cuore come sbertucciare gli altri. Solo che loro, prima di scatenarsi, aspettano il regolare nulla osta rilasciato dalle pari opportunità.

La licenza di sfottere è partita dopo che il secondo De Luca più famoso d’Italia aveva detto, in un’intervista a un giornale israeliano tradotta dal Foglio, che quello in corso a Gaza non è stato e non è genocidio, e che lui si dichiara “sionista”. Scaraventato nell’occhio di una shitstorm, De Luca ha precisato che “sionista” significa riconoscere il diritto di Israele a esistere. Un po’ come affermare che i ragni sono aracnidi e le pere sono frutta. Ma se, come diceva Gramsci, la verità è sempre rivoluzionaria, ci sono momenti intellettualmente così conformistici e stagnanti che persino il maresciallo Lapalisse fa l’impressione di un pericoloso sovversivo.

La sinistra usa “sionista” come qualche decennio fa usava “atlantista” e oggi “liberista”, trasformando un termine tecnico in uno slogan per chiudere la conversazione. Ma forse, da vecchio qual è (non so quanto aiutato o ostacolato dell’essere maschio), Erri De Luca ha la memoria sufficiente per sapere che il sionismo è un’avanguardia europea che alla fine dell’Ottocento si pose un obiettivo di elementare giustizia: dare una terra a un popolo – il più vecchio della storia – che da duemila anni ne era privo e che i pogrom russi, e poi la Shoah, avrebbero dimostrato non poter sopravvivere senza. Lo stato di Israele è la realizzazione di tale idea. Anche queste sono osservazioni da maresciallo Lapalisse. D’altra parte, era un vecchio maschio pure lui.

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https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/27/news/il-giornalista-mario-sechi-sotto-tutela-dopo-le-minacce-dagli-anarchici-meloni-ferma-condanna-verso-lodio-politico--399642 https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/27/news/il-giornalista-mario-sechi-sotto-tutela-dopo-le-minacce-dagli-anarchici-meloni-ferma-condanna-verso-lodio-politico--399642 Il giornalista Mario Sechi sotto tutela dopo le minacce dagli anarchici. Meloni: "Condanna verso l'odio politico" Wed, 27 May 2026 19:53:00 +0200 Politica Redazione true "Solidarietà a Mario Sechi, finito sotto tutela a seguito delle gravi minacce ricevute dall'area anarco-insurrezionalista". Così la premier Giorgia Meloni sui social, facendo riferimento alla vicenda che vede coinvolto il direttore di Libero, verso cui da un paio di settimane è stata disposta la tutela. Le decisione della questura di Milano è arrivata dopo una serie di minacce provenienti dall'area anarco-insurrezionalista che hanno fatto seguito ad alcuni editoriali scritti da Sechi sulla morte – avvenuta a Roma il 20 marzo scorso – di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici che hanno perso la vita per l'esplosione di un ordigno che stavano presumibilmente confezionando. "Nessuna intimidazione può mettere in discussione la libertà di espressione e il diritto di un giornalista di svolgere il proprio lavoro. Ferma condanna verso ogni forma di intolleranza e odio politico", ha concluso Meloni.

"Ringrazio le forze di polizia e gli investigatori, sono eccezionali", ha detto in giornata Sechi all'ANSA. "La tutela della libertà di stampa ha molti aspetti, il primo è l'incolumità personale dei giornalisti che va di pari passo con la tutela della loro autonomia. I direttori sono il primo baluardo della redazione. La minaccia è seria, è concreta, è diretta", ha sottolineato. "Purtroppo la scorta ha rivoluzionato i miei ritmi e le mie abitudini: non è solo una limitazione di movimento, è una continua preoccupazione per me, per la mia famiglia e per gli agenti che mi accompagnano", ha aggiunto, dicendosi comunque "tranquillo. Continuo a lavorare, come ho sempre fatto in quasi 40 anni di carriera. Ringrazio tutti, tutte le istituzioni per la solidarietà che hanno dimostrato. Nessun giornalista deve essere lasciato solo", ha concluso. 

Tanti i messaggi di vicinanza dal mondo della politica. "La libertà di stampa si difende sempre, senza se e senza ma: solidarietà a Sechi per le vergognose intimidazioni. Nessuna tolleranza per violenti e odiatori", ha detto il leader della Lega Matteo Salvini. "Esprimo la mia più sincera solidarietà a Mario Sechi per le ignobili minacce ricevute dall'area anarco-insurrezionalista. Colpire un giornalista significa colpire al cuore la libertà di stampa e i principi democratici su cui si fonda il nostro paese", ha scritto la presidente dei senatori di Forza Italia Stefania Craxi. Sostegno e stima anche da Fabio Rampelli. "Esprimo sostegno e stima a Mario Sechi, ora sotto tutela per via di minacce provenienti dal mondo anarchico. Lo Stato non arretra di un millimetro nei confronti di questi pazzi odiatori dell'Italia – ha detto il vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia – I giornalisti, nel loro ruolo di informare e rafforzare gli anticorpi democratici, sono anche loro fondamentali nel contrasto al terrorismo anarchico." Il presidente M5S Giuseppe Conte, secondo quanto si apprende, ha telefonato al direttore Sechi per esprimergli la solidarietà sua e della comunità pentastellata per le minacce e le intimidazioni ricevute, condannando con fermezza le derive violente che in nessun caso possono minare la libertà di espressione e il diritto di parola di un cittadino.

Messaggi di solidarietà anche da parte dell'Unirai-Figec: "Colpire un giornalista per ciò che scrive significa colpire il diritto dei cittadini a essere informati. A Sechi va riconosciuto il coraggio, il rigore professionale e l'etica con cui continua a svolgere il proprio lavoro, senza piegarsi a intimidazioni o campagne d'odio", ha scritto il sindacato. "Preoccupa – prosegue la nota – il clima di violenza alimentato da frange anarchiche, estremiste, che spesso si proclamano 'portatrici di pace', ma finiscono per giustificare odio, intimidazioni e aggressioni contro chi non si allinea al loro pensiero. La libertà di stampa non può essere messa sotto scorta dal fanatismo. Difendere chi informa significa difendere la democrazia stessa".

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https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/27/news/il-prof-che-non-denuncia-gli-aggressori-non-fa-il-bene-ne-loro-ne-della-scuola--399626 https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/27/news/il-prof-che-non-denuncia-gli-aggressori-non-fa-il-bene-ne-loro-ne-della-scuola--399626 Il prof. che non denuncia gli aggressori non fa il bene né loro né della scuola Wed, 27 May 2026 18:45:00 +0200 Cronaca Redazione false Due sere fa in una stazione periferica di Milano un giovane è stato aggredito da una gang non identificata e accoltellato a morte. Ma è solo uno dei tanti, perché fare la fatica di mettere in sicurezza il territorio, quando il problema è sempre e solo “di tipo educativo”? E perché fare la fatica di proteggere l’autorità, la dignità professionale, oltre che la sicurezza degli educatori – gli insegnanti della scuola – se tanto persino le aggressioni violente nei loro confronti possono essere derubricate a bazzecole irrilevanti? O forse a momenti di crescita nel mondo fatato di un’educazione alternativa?

A Parma un professore di un Itis è stato inseguito da alcuni ragazzi con intenzioni violente, è stato soccorso da un collega che ha bloccato a terra uno studente, ed è stato colpito anche lui. C’è un video in rete. Il docente ha voluto ridimensionare il fatto, e ha scelto di non fare denuncia: “Non considero un’aggressione quella che si vede nel video e io non ho subito alcun danno. Considero il mio non denunciare un intervento educativo”. Tutto è nato da un rimprovero fuori dalla scuola, a cui uno studente avrebbe reagito insultando: “Ha risposto che le spiegazioni me le avrebbe date lui con i suoi amici”. Poi l’aggressione. Ma secondo il prof. non è accaduto niente. E’ molto più educativo non denunciare: “Sono ragazzi con le idee confuse, devono capire le conseguenze dei loro gesti”.

La sua scelta ha avuto il plauso della scuola, territorio rassegnato di un pensiero unico che ha abdicato da tempo non solo alla disciplina (vade retro!) ma persino alla sicurezza del suo personale. Anzi, i veri colpevoli, agli occhi del novello re Salomone, finiscono per essere la forze dell’ordine: “Ho passato due ore in questura dove hanno cercato di convincermi a denunciare quei ragazzi. Mi hanno quasi implorato di farlo e li comprendo, perché loro hanno comunque lavorato al caso e quindi buttano via un paio di giorni di lavoro”. Buttano via?

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