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		<title>Cronaca</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
					<ttl>60</ttl>
				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:40:06 +0200</pubDate>
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				<title>No Tav, scontri alla marcia in Val di Susa. Mattarella chiama Piantedosi per solidarietà agli agenti</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 17:57:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Tensioni e scontri hanno segnato la marcia No Tav in corso in Val di Susa.</b> Il primo episodio si è verificato al cantiere di San Didero, dove alcune centinaia di attivisti dell'area antagonista del movimento hanno lanciato bulloni e pietre contro le forze dell'ordine, che hanno risposto con l'uso di idranti e lacrimogeni. Successivamente circa 500 manifestanti si sono diretti, attraverso boschi e sentieri, verso<b> il cantiere Tav di Chiomonte, già bersaglio di ripetuti assalti negli anni passati.</b> Qui è stato portato un attacco da più fronti, con il lancio di oggetti e bombe carta contro gli agenti schierati a protezione dell'area, ancora una volta contrastato con idranti e lacrimogeni.&nbsp;</p><p><b>Un gruppo di manifestanti a volto coperto è comunque riuscito a entrare nel cantiere, continuando a colpire polizia, carabinieri e guardia di finanza con pietre, bombe carta e fuochi d'artificio.</b>&nbsp;Nel corso degli assalti sarebbero stati danneggiati e dati alle fiamme alcuni mezzi delle forze dell'ordine, oltre a diversi new jersey posizionati lungo il percorso di avvicinamento all'area del cantiere.<b>&nbsp;Nel frattempo, alcune centinaia di persone dirette alla marcia sono state fermate alla stazione di Bruzolo</b>, mentre un altro gruppo di manifestanti è stato bloccato tra due ruscelli, impedendo così che raggiungessero il cantiere.</p><p>In serata, dopo gli scontri, il presidente della Repubblica <b>Sergio Mattarella ha chiamato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per chiedergli di trasmettere agli agenti&nbsp; la sua  solidarietà </b>e il suo ringraziamento per la loro azione al servizio della comunità nazionale. Il presidente ha fatto pervenire la  sua  vicinanza agli agenti feriti.</p><p><b>A causa dei disordini, la Sitaf, concessionaria autostradale della A32 Torino-Bardonecchia, ha disposto la chiusura del tratto tra gli svincoli di Oulx e Susa Est per motivi di sicurezza.&nbsp;</b>Sui social vicini al movimento No Tav sono intanto comparsi diversi video e messaggi che documentano l'ingresso nel cantiere. In un post si legge: "27 giugno e 3 luglio 2011, a 15 anni siamo ancora qua! I/le No Tav entrano nel cantiere della Maddalena", mentre in un altro messaggio si rivendica una partecipazione superiore a quella della manifestazione del 3 luglio, con riferimenti a mezzi in fiamme.&nbsp;<b>La marcia rientra tra le iniziative del festival "Alta Felicità", in programma da venerdì a Venaus e in conclusione domani.</b></p>]]></description>
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				<title>Sul caso Fakir non c’è ancora una “verità”</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La tragica vicenda che ha portato alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/07/20/news/a-bologna-un-uomo-e-morto-durante-un-fermo-di-polizia--402619" target="_blank">morte di Abderrahim Fakir</a>&nbsp;ha suscitato un ampio e giustificato interesse dell’opinione pubblica, ma anche strumentalizzazioni politiche di chi accusa e chi difende la polizia senza attendere i risultati degli esami tecnici necessari. Un primo elemento proviene dalla tac ossea pre-autopsia che è stata effettuata ieri, che ha indicato che tra le cause possibili del decesso c’è una compromissione delle vie respiratorie a causa di un versamento sanguigno nei polmoni, mentre sembra esclusa una frattura. Si tratta di esami preliminari, ma naturalmente ci si aspetta un chiarimento se non definitivo almeno più preciso dall’autopsia che è stata disposta. Una volta stabilita la causa della morte bisognerà stabilire se questa è connessa al modo in cui è stato operato l’arresto e se durante questa operazione siano stati commessi errori che avrebbero potuto essere evitati e, infine ma non per ultimo, da chi siano stati commessi questi errori, perché è bene ricordare ancora una volta che l’eventuale responsabilità penale è personale.</p><p>Il percorso degli accertamenti è ancora lungo, il che rende particolarmente discutibile la fretta con cui sono state prese posizioni, si sono convocate manifestazioni, si è insomma sostanzialmente tentato di far prevalere una “verità” politica precostituita su una basata sull’esame accurato dei dati di fatto. <b>Naturalmente non si vuole con questo negare il diritto delle forze politiche e delle autorità amministrative di intervenire e di commentare in base alle proprie convinzioni un avvenimento che suscita tanto interesse. </b>Quello che si chiede è soltanto il rispetto dei tempi necessari per gli accertamenti, un minimo di prudenza nell’emettere sentenze preventive quando manca ancora la constatazione di elementi fondamentali della vicenda. Peraltro è dubbio anche l’effetto propagandistico di questi giudizi tanto enfatici quanto anticipati, che possono dare soddisfazione a chi è già un sostenitore convinto delle posizioni politiche, ma che possono creare più scetticismo che consenso in chi non lo è.</p>]]></description>
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				<title>Un giusto processo per i &quot;ragazzi cattivi&quot; invece che una esenzione della responsabilità: forse effimero, forse non ingiusto</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/23/news/via-libera-dal-cdm-alla-norma-anti-maranza-come-cambia-limputabilita-dei-minori--403063" target="_blank">imputabilità dei minori</a>&nbsp;è problematica, <b>ma non sembrerebbe uno scandalo in sé. Non si capisce piuttosto se e fino a che punto possa avere un effetto dissuasivo</b>. Preti di strada, operatori sociali e di comunità, la maggioranza dei sociologi, salvo eccezioni e differenze di approccio al tema, sono convinti che stabilire una nuova soglia di responsabilità penale non avrà alcuna conseguenza risanatrice per la piaga delle bande minorili e per numerosi casi di comportamento deviante degli adolescenti o dei poco più che bambini coinvolti in casi di criminalità che suscitano insieme compassione, insicurezza e allarme. L’uso diffuso del coltello, la costruzione di reti relazionali che puntano al più aggressivo disordine, all’illegalità come metodo, all’offesa sistematica della pace e della convivenza nelle grandi città, nella provincia, nei quartieri, non solo in quelli del degrado urbano, con il contorno di uno specifico linguaggio criminale e di comportamenti devianti e fuori controllo, non si possono combattere con una legge, d’iniziativa del governo di centrodestra, che abbassa l’età per la persecuzione in giudizio di chi delinque contro le persone e le cose. Il manifesto di questa posizione progressista è che “non esistono bambini cattivi”.</p><p>L’assunto è generoso, esprime fiducia e amore, ma è discutibile, anche secondo le implicazioni moderniste e “liberanti” del pensiero e della pratica di un Freud e delle varie scuole di psicologia del profondo del secolo scorso. Lo stato di innocenza dell’essere umano, prima dell’incivilimento e delle sue conseguenze, è oltre tutto un grande mito rousseauiano, dell’illuminismo radicale e romantico, mito altrettanto ispirato che controverso. Comunque, il problema così è mal posto. Il manifesto andrebbe forse rimodulato: “non esistono bambini moralmente colpevoli, ma solo bambini irresponsabili”. Infanzia e adolescenza fuori e contro la norma sociale prevalente e codificata dalla legge e dalla morale comune sono prodotti da un fenomeno oggi irrimediabile: la scomparsa del piccolo mondo antico, con i cosiddetti suoi valori, da sempre più o meno autentici ma per secoli abbastanza resistenti ai peggiori assalti pulsionali della prima età giovanile: aristocrazia dei comportamenti e educazione liberale, senso religioso, inteso come legame spirituale e rispetto di grandezze incommensurabili al comportamento umano, il famoso timordiddio, osservanza dell’autorità, della gerarchia, della comunità integrata, a partire dalla famiglia e dalla scuola, potenti e quasi esclusivi vettori di integrazione. Nel grande mondo postmoderno tutto questo valorismo è fottuto, e non bisogna essere per forza bacchettoni o vecchi scarponi per sapere, nozione ovvia e di comune abbordabilità, che l’emozione soggettiva, la sua massificazione e replicabilità infinita per immagini e suoni, senza più un centro etico, ha sostituito la razionalità oggettiva e i suoi meccanismi di autocontrollo. <b>Sii libero ma proprio per questo sii consapevole che sei anche responsabile, e che la responsabilità non è il fumo di un giudizio benevolo o corrivo del mondo degli adulti, “i bambini non sono mai cattivi”,  ma un dato oggettivo, un codice che rende chiare le conseguenze dei tuoi atti</b>.</p><p>Governi e parlamenti non sembrano detenere l’autorità culturale e morale sufficiente a sostituire la perdita del centro (noto e discusso tropo conservatore o reazionario), la crisi della famiglia e della scuola, la pedagogia incantata, amorevole, tic-toc, della psicologia di massa nell’èra delle tecnologie arrembanti e della loro irruzione social in tutti gli aspetti della vita dai primissimi anni dell’esistenza. I buoi sono scappati, e per ragioni forti, questo può essere un giudizio comune al di là delle soluzioni differenti. Vietare le piattaforme al di sotto di una età definita è un progetto probabilmente effimero quanto benintenzionato. Stabilire che se formi una banda di quindicenni o di sedicenni e prendi la tua vitalità nelle tue mani, a scopo di rapina e aggressione e molestia contro gli altri, avrai diritto a un giusto processo invece che a un’esenzione angelica della tua responsabilità, anche questo è forse effimero. <b>Ma potrebbe non essere ingiusto</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/07/24/news/morti-in-piscina-lallarme-che-non-ce--403159</link>
				<title>Morti in piscina, l&#039;allarme che non c&#039;è</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 17:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un bambino di cinque anni è morto mercoledì scorso a Monterotondo, durante un centro estivo, in una vasca bassa per i più piccoli, nonostante ci fosse un bagnino a bordo piscina e altri quindici bambini intorno. Pochi giorni prima, a Milano Marittima, una bimba austriaca di quattro anni era annegata nella piscina di un hotel. Il padre si era allontanato per pochi minuti, i cancelli erano aperti, ma il servizio di salvataggio non era previsto in quella fascia oraria. Il 17 luglio, a Sestri Levante, una bambina di undici anni è affogata dopo che la pompa di aspirazione di uno stabilimento balneare le ha risucchiato i capelli. Il denominatore comune in queste tre tragedie ravvicinate sembra essere la sorveglianza mancata, per un attimo o per un pomeriggio intero.</p><p>Una sequenza che ha prodotto sui giornali una sorta di "allarme piscine", tra prime pagine, promesse di accelerazioni normastive da parte del governo e associazioni di categoria che si dividono tra chi chiede più controlli e chi teme l'esplosione dei costi. <b>La Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha fatto i conti: 75 vittime tra il gennaio 2022 e il 16 luglio 2026, in media 16 l'anno</b>. È persino scontato ribadire che anche un solo morto è un morto di troppo, ma lo ribadiamo. Eppure, prima di cedere all'allarmismo, il numero assoluto andrebbe confrontato con quelli degli anni precedenti: la&nbsp;<a href="https://www.primocanale.it/cronaca/69460-sicurezza-piscine-dati-annegamenti-regole-sima.html" target="_blank">media Iss</a>&nbsp;del quinquennio 2017-2021 era di <b>30 decessi l'anno, quasi il doppio</b>. L'Istituto superiore di sanità, in&nbsp;<a href="https://www.iss.it/documents/20126/0/PNPA+20260409_finale_compressed.pdf/9c9d2e67-e415-e92b-03c1-e728a9205806?t=1781249896433" target="_blank">un report sulla prevenzione,</a>&nbsp;parla di 37 annegati in piscina nel biennio 2024-25: meno di 20 l'anno. Anche i&nbsp;<a href="https://www.latinaoggi.eu/news/home/319035/piscine-il-pericolo-sommerso-bambini-le-prime-vittime-il-lazio-non-abbassa-la-guardia.html" target="_blank">dati di Federalberghi</a>, fermi a fine maggio, raccontano lo stesso calo: <b>63 morti dal 2022, 14 l'anno in media, contro i 30-40 del periodo precedente</b>.&nbsp;</p><p><a href="https://www.professioneacqua.it/gli-incidenti-in-piscina-anno-per-anno/" target="_blank">Un censimento più lungo</a>, quello curato dal sito specializzato professioneacqua.it su <b>piscine pubbliche, condominiali e private</b>, arriva a 185 morti tra il 2014 e il settembre 2025, con picchi di 30 casi nel 2019 e 20 nel 2024. Qui il quadro è meno lineare: non è evidente che ci sia un declino costante, ma un andamento a scalini, con anni peggiori di altri. Resta stabile in ogni fonte una proporzione: <b>i minori sotto i 14 anni pesano per oltre un terzo del totale, quasi la metà nelle piscine domestiche.</b></p><p>E del resto il quadro non è solo italiano. Negli Stati Uniti, dove i dati sono più granulari, il National Safety Council&nbsp;<a href="https://www.statista.com/chart/36460/fatal-drownings-in-the-us-by-month/?lid=k85updkwtwfz&amp;utm_source=braze&amp;utm_medium=email&amp;utm_id=c0ddb045-5574-4c6d-962a-b826955e8a16&amp;utm_campaign=COM_DailyData_Fri_26_KW30_FR" target="_blank">calcola</a>&nbsp;che<b> luglio sia sistematicamente il mese più letale per gli annegamenti</b>: nel 2022 sono morte 733 persone solo in quel mese, più di quante ne muoiano in media negli interi mesi invernali messi insieme. E per fasce d'età, i Centers for Disease Control&nbsp;<a href="https://www.statista.com/chart/36456/drowning-rate-by-age-group-in-the-us/" target="_blank">confermano</a>&nbsp;che <b>il rischio più alto riguarda i bambini tra uno e quattro anni</b>, la fascia che in valore assoluto supera adolescenti e giovani adulti. È lo schema, quasi fisiologico, che si osserva in Italia in queste settimane. <b>L'estate concentra l'esposizione all'acqua, l'età prescolare concentra la vulnerabilità</b>. La cronaca segue questa curva ogni anno, in ogni paese. A renderla percepibile come emergenza è solo la coincidenza temporale delle notizie.</p><p>Messi in fila, questi numeri raccontano una storia diversa. Non c'è un'impennata. C'è, semmai, una curva che scende da anni, interrotta da episodi che colpiscono per la loro brutalità che si direbbe quasi "tecnica" – un bocchettone pericoloso, una staccionata lasciata aperta, pochi minuti di distrazione — più che per la loro frequenza. <b>La percezione di epidemia nasce dalla concentrazione temporale delle notizie, non da un cambiamento nei dati.</b></p><p>Questo non significa che l'allarme sia infondato. Ogni morte in acqua, tanto più se di un bambino, è una tragedia che va evitata e che merita accertamenti seri, e non bastano certo le statistiche a consolare. Ma i numeri possono aiutare a raffreddare l'emotività per ragionare a mente lucida sulle migliori soluzioni da adottare.</p><p>Qualcosa, intanto, si è mosso. Ieri, 23 luglio,<b> la Camera ha approvato</b> con voto bipartisan — 244 sì —&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/23/news/via-libera-bipartisan-della-camera-allemendamento-che-rafforza-la-sicurezza-nelle-piscine--402976" target="_blank">un emendamento</a>&nbsp;al decreto Sport che<b> impone alle piscine pubbliche e a uso collettivo standard tecnici contro l'effetto ventosa dei bocchettoni</b>, con chiusura immediata dell'impianto in caso di mancato adeguamento e un fondo da 4,7 milioni per la messa a norma di quelle pubbliche. Il ministro Salvini ne ha annunciato l'entrata in vigore dal primo agosto. Ma anche nell'unanimità del voto è filtrata la stessa ambivalenza di questo dossier: le opposizioni, pur votando a favore, hanno definito in aula la norma "mal fatta, con tante debolezze, generica", accusandola di rispondere più a un'urgenza mediatica che a un problema di sicurezza reale. È la contraddizione che attraversa l'intera vicenda: <b>si legifera in fretta su un fenomeno che i dati non descrivono come un'emergenza, e perfino chi approva il provvedimento non è convinto che risolva qualcosa</b>.</p><p>Il problema è reale, ma non è esploso all'improvviso. È una falla strutturale vecchia di anni. <b>Le piscine domestiche restano prive di qualunque obbligo, e il</b> <b>disegno di legge quadro giace in commissione Affari sociali dal 17 febbraio</b>, incastrato tra la bocciatura delle Regioni – che lo giudicano incostituzionale perché si applicherebbe solo alle piscine nuove – e le resistenze dei gestori sui costi di adeguamento. È su questo ritardo, non su un presunto boom di annegamenti, che varrebbe la pena concentrare la pressione politica.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Calano i morti negli incidenti stradali, dice l&#039;Istat. Ma la media Ue è ancora lontana</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 15:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Mobilità</category>
				<author>Giovanni Benedetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le vittime di incidenti stradali sono in calo, ma l’Italia si trova sempre più indietro rispetto agli&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/mobilita/2026/02/24/news/per-lue-le-citta-30-sono-la-via-migliore-per-incrementare-la-sicurezza-stradale--126437" target="_blank">standard Ue</a>&nbsp;sulla circolazione sicura. Lo attesta il rapporto dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) sugli incidenti stradali nell’anno 2025. Il documento, pubblicato oggi, suggerisce inoltre il definitivo ritorno ai livelli di mobilità precedenti alla pandemia dopo anni di lenta ripresa. Il volume degli spostamenti, aggiornato al primo semestre del 2025, è infatti di 102,7 milioni, il 6,4 per cento in più rispetto all’anno precedente e ormai prossimo ai 105,7 milioni del 2019.</p><p>Nel periodo in esame sono avvenuti 177.207 incidenti stradali, con un bilancio di 2.868 morti e 237.822 feriti. Nonostante il numero delle vittime sia sceso sotto le 3.000 per la prima volta dal 2019, i sinistri e i feriti sono invece in crescita, rispettivamente 2,2 per cento e 1,7 per cento in più rispetto al 2024. Le vittime degli incidenti sono in netta maggioranza uomini (80,2 per cento), la fascia d’età con più morti (249) è 55-59, mentre quella con più feriti (27.532) è 20-24. Per quanto riguarda il costo sociale, si tratta di 18 miliardi di euro (quasi l’uno per cento del pil nazionale) per i soli sinistri con lesioni a persone, che arrivano a circa 22,6 miliardi di euro contando anche i danni esclusivamente materiali. Le cause di incidenti più comuni sono quelle ben note: distrazione, mancato rispetto della precedenza,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/mobilita/2026/07/20/news/vizi-e-virtu-dellautovelox--402606" target="_blank">velocità troppo elevata</a>&nbsp;e manovra irregolare, che insieme provocano il 43,1 per cento dei sinistri.</p><p><b>Il tasso di mortalità stradale in Italia è diminuito, da 51,4 a 48,7 morti ogni milione di abitanti, ma questo non basta a migliorare la posizione del paese rispetto al resto d’Europa, dove ben diciannove dei ventisette membri Ue vantano dati migliori. </b>Bisogna tuttavia precisare che anche l’Unione ha complessivamente fatto progressi considerevoli sulla sicurezza stradale, riducendo le vittime del 2,4 per cento dall’anno precedente e del 14,7 per cento dal pre pandemia e arrivando a 43 decessi per milione di abitanti.</p><p>Se la mobilità ha praticamente ripreso il suo corso dopo anni di assestamento, le modalità di spostamento sono invece cambiate in maniera evidente: è vero, l’automobile continua a rappresentare il mezzo predominante in Italia, e il rapporto auto rispetto alla popolazione (709 vetture ogni 1.000 abitanti) resta tra i più alti del blocco Ue. Tuttavia, si tratta di un dominio in lenta erosione: nel 2025, l’automobile rappresentava il mezzo di trasporto principale per il 60,8 per cento degli italiani, contro il 63,1 per cento dell’anno precedente.</p><p>A inserirsi nella quota lasciata scoperta dalle auto non sono tanto i mezzi pubblici – ancora all’8,9 per cento contro il 10,8 del pre-pandemia – quanto la crescita della micromobilità. <b>Il rapporto Istat parla infatti di “un ruolo ormai strutturale nei sistemi di mobilità urbana” ricoperto da biciclette e monopattini elettrici, legato in primo luogo alla crescente domanda di servizi di sharing.</b> Questo si traduce tuttavia anche in una maggiore presenza della categoria negli incidenti stradali. Nel 2025 le vittime stradali della mobilità attiva e della micromobilità sono state 253 (+21,6 per cento rispetto al 2024): 198 ciclisti (+20 per cento), 30 utilizzatori di biciclette elettriche (+50 per cento) e 25 conducenti di monopattini elettrici (+8,7 per cento). Si tratta delle uniche categorie in aumento oltre agli occupanti di autocarri. A&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/mobilita/2026/06/12/news/la-morte-sul-monopattino-non-centra-con-i-monopattini--400521" target="_blank">gravare su questo bilancio</a>&nbsp;sono in primo luogo la scarsa presenza di forze dell'ordine per disincentivare le violazioni del codice della strada come la guida senza casco o il trasporto di passeggeri e la scarsa manutenzione stradale di numerose grandi città italiane.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/07/24/news/storia-della-bodycam-in-italia-oltre-il-caso-fakir--403093</guid>
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				<title>Storia della bodycam in Italia. Oltre il caso Fakir</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 11:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
				<google:isAccessibleForFree>true</google:isAccessibleForFree>
				<description><![CDATA[<p><b>Le immagini della bodycam di uno dei due agenti coinvolti nella&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/piccola-posta/2026/07/20/news/roggero-e-fakir-la-grazia-la-disgrazia-e-lanfiteatro-flavio--402709" target="_blank">morte di Abderrahim Fakir</a>&nbsp;</b>sono diventate, in poche ore, il punto di equilibrio di un intero caso giudiziario e politico. La difesa le legge come prova che "non c'è stata colluttazione", la famiglia in modo opposto. C'è però un dettaglio che rovescia la lettura più comoda della vicenda: quel dispositivo non era in dotazione. Era un apparecchio privato, installato dall'agente a propria tutela, perché le volanti – a differenza dei reparti mobili – non sono equipaggiate con bodycam ufficiali. Ora, il punto qui non è stabilire chi abbia ragione, né dare spago alle ricostruzioni dell'ultimo minuto. La procura di Bologna, che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, ha disposto <b>l'autopsia</b> per fare luce sia sull'intervento degli agenti sia su quello dei sanitari: è programmata per le 11 di questa mattina e per il deposito della relazione è stato fissato un termine di 90 giorni. Da lì probabilmente si avrà qualche informazione in più, con delle basi solide. Quello che faremo invece è chiederci da dove arrivi lo strumento della bodycam, e perché in un caso come questo si riveli allo stesso tempo così decisivo e così fragile.&nbsp;</p><p>In Italia l'introduzione delle bodycam nasce per via amministrativa. Nel 2014 il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell'Interno chiede al Garante per la protezione dei dati personali di poter sperimentare un sistema di ripresa visiva indossabile, trattandosi a tutti gli effetti di un trattamento di dati personali.<b> Il Garante autorizza il test con un provvedimento datato 31 luglio 2014</b>, che fissa condizioni e limiti: le microtelecamere vengono assegnate a personale specificamente individuato dei soli reparti mobili, in <b>quattro città pilota</b> – Torino, Milano, Roma e Napoli – con un unico scopo, riprendere le situazioni di criticità nella gestione dell'ordine pubblico. Non è dunque un'introduzione generale, ma un esperimento circoscritto: pochi dispositivi in poche città, per un solo reparto specializzato, da indossare in occasione di un solo tipo di intervento.</p><p>Il vero ancoraggio normativo arriva più tardi, e arriva in due tempi. <b>Nell'agosto 2024 il tema entra nel decreto sicurezza</b>,&nbsp;ma in una forma che associazioni per i diritti civili come Antigone e Amnesty International giudicano subito debole: gli agenti "possono" usare la bodycam, non "devono". Per Antigone la misura rischia di restare "a tutela esclusiva delle forze dell'ordine". Per Amnesty, nella formulazione scelta, "non aiuterà a migliorare l'accountability delle forze di polizia". Le critiche si concentrano su due assenze nel testo: non si specifica quando l'agente sia tenuto ad accendere il dispositivo, né come un cittadino possa poi accedere alle immagini che lo riguardano. Il testo definitivo è il <b>decreto legge 48 del 2025</b>, il cui <b>articolo 21</b> stabilisce che il personale impiegato in ordine pubblico, controllo del territorio, vigilanza di siti sensibili e servizio ferroviario "può essere dotato" di dispositivi di videosorveglianza indossabili. <b>Nessun obbligo dunque.</b></p><p>È qui il nodo che il caso Fakir rimette sul tavolo. La norma italiana lascia all'agente la discrezionalità di accendere o spegnere il dispositivo, senza indicazioni operative precise su quando farlo. Ma a Bologna il problema viene prima: non solo chi era in servizio sulla volante quel giorno non aveva alcun obbligo di indossare una bodycam, ma neppure ne aveva una in dotazione. <b>Il video esiste solo perché quell'agente ha scelto, a proprie spese, di procurarsene una per tutelarsi</b>. Fuori dai reparti mobili, la copertura è affidata quasi per intero all'iniziativa individuale.</p><p>Ne discende un secondo problema: nel caso della morte del 42enne marocchino, trattandosi di un dispositivo privato, <b>le immagini restano di proprietà dell'agente, e la sua difesa ha potuto visionarle e conservarne una copia. La parte civile, gli avvocati della famiglia Fakir, non ha lo stesso accesso</b>: ha dovuto chiedere che il video venga acquisito integralmente agli atti dell'indagine, passando dai canali della procura.&nbsp;</p><p>Come scrivevamo all'inizio, l'uso della bodycam in un caso come questo è decisivo perché resta, a oggi, l'unico documento visivo diretto della fase critica dell'intervento e perché quelle immagini hanno già orientato il dibattito pubblico. Ma è insieme fragile, proprio perché l'agente ha acceso la bodycam solo quando ha deciso di intervenire fisicamente, dopo circa quaranta minuti passati a cercare di calmare Fakir parlandogli. Il video comincia lì. Non perché qualcuno abbia scelto di nascondere qualcosa, ma perché l'accensione, in assenza di un protocollo che la renda automatica o obbligatoria, dipende dal giudizio dell'agente su quando la situazione diventi rilevante.&nbsp;</p><h2>Il confronto internazionale</h2><p><b>Negli Stati Uniti </b>le prime bodycam compaiono già a metà degli anni Duemila, ma è l'esperimento condotto a Rialto, in California, tra il 2012 e il 2013, a cambiare le cose: gli agenti senza telecamera risultano avere probabilità di usare la forza più che doppie rispetto ai colleghi che la indossano. La sparatoria di Ferguson, nel 2014, trasforma quell'evidenza in urgenza politica: nel 2015 l'amministrazione Obama stanzia settantacinque milioni di dollari per finanziare l'acquisto di dispositivi da parte dei dipartimenti locali. Non esiste, va precisato, un obbligo federale uniforme: la materia resta affidata a stati e municipalità, con risultati molto diseguali sul territorio. Uno studio dell'università di Cambridge del 2016 registra comunque una riduzione del 93 per cento delle denunce contro gli agenti nei reparti che adottano la tecnologia.</p><p><b>In Europa</b> la strada è più lineare. Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Svezia, Danimarca e Finlandia adottano le bodycam con anticipo rispetto all'Italia e, in diversi casi, con protocolli di attivazione più stringenti. È lo stesso ritardo che spiega perché l'Italia resti, ancora oggi, uno dei pochi paesi europei senza codici identificativi obbligatori per gli agenti impegnati in servizi di ordine pubblico: due misure, bodycam e codici, che i sindacati di polizia hanno sempre trattato come inseparabili, respingendo entrambe nella loro forma vincolante.</p>]]></description>
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				<title>Il “modello Todde” contro le rinnovabili e contro la Costituzione</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Economia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Campo largo dice che in generale il suo programma è la Costituzione e, nello specifico, per quel che riguarda l’energia è “accelerare sulle rinnovabili”. <b>Nella pratica accade il contrario</b>, almeno se si guarda alla  Sardegna, che è stata il laboratorio politico del centrosinistra quando nel febbraio 2024 la coalizione guidata da Alessandra Todde del M5s riuscì a battere la destra. Sull’isola  la linea  è: approvare leggi incostituzionali per bloccare le rinnovabili.  Elly Schlein, nell’intervista di ieri al Foglio, riferendosi al caso sardo ha ammesso: “Anche noi abbiamo problemi di accettabilità delle politiche energetiche”.&nbsp;</p><p>“Si poteva fare di più – ha detto al Foglio la segretaria del Pd – ma da quella esperienza si può provare ad adottare un metodo che può funzionare”. Insomma, Schlein dice, in maniera diplomatica, che sulle rinnovabili la Sardegna resta un modello, ma di ciò che non si deve fare. D’altronde il  “modello Todde” ormai incarna la contraddizione politica di una coalizione che a livello nazionale attacca il governo Meloni accusandolo di essere nemico della transizione energetica, mentre a livello regionale si scontra con il governo Meloni per installare quante meno rinnovabili è possibile.</p><p>L’ultimo capitolo di questa battaglia politico-giuridica è la sentenza con cui ieri la Corte costituzionale, su ricorso della presidente del Consiglio, ha dichiarato illegittimo il blocco delle autorizzazioni degli impianti rinnovabili nelle aree non idonee da parte della regione Sardegna. <b>E’ il terzo giudizio di incostituzionalità in due anni per la giunta Todde</b>. L’anno scorso la Consulta aveva già bocciato (sentenza  28/2025) la moratoria con cui la Sardegna aveva bloccato tutte le autorizzazioni in attesa di una nuova legge. E poi ha bocciato (sentenza  184/2025) anche alcune parti della nuova legge regionale n. 20 con cui la Sardegna imponeva un divieto aprioristico di installare impianti rinnovabili nelle aree non idonee. Si arriva così alla sentenza di ieri, la 144/2026, con cui la Consulta ha dichiarato l’illegittimità di una nuova moratoria, automatica e generalizzata, su tutte le autorizzazioni pendenti in attesa di un regolamento che doveva essere adottato entro novanta giorni e che  comunque la regione non ha mai approvato.</p><p>Sembrerebbe una grave sconfitta. E invece no. <b>La Todde ha perso alla Corte costituzionale, ma comunque ha vinto. Nel senso che attraverso l’ostruzionismo legislativo regionale è riuscita a raggiungere l’obiettivo politico</b>. Negli ultimi due anni, in Sardegna sono entrati in esercizio circa 500 MW di capacità rinnovabile. Pochissima roba che, in larga parte, è la realizzazione di progetti avviati prima della giunta Todde.   Le autorizzazioni avvenute durante la giunta “progressista” sono meno della metà, 230 MW di cui 120 MW per il repowering di un impianto eolico esistente. Solo due mesi fa, la Todde ha partecipato a un Consiglio dei ministri per esprimere il parere negativo della regione su 30 progetti di impianti eolici e agrivoltaici che poi il governo ha autorizzato. Alla fine, la Sardegna ha trovato un’intesa con Palazzo Chigi dichiarando la sua “non opposizione” a tre progetti ma mantenendo la sua contrarietà agli altri 27.</p><p>Non è quindi un caso che, <b>durante il biennio di governo Todde, la Sardegna abbia conquistato un triste primato</b>: secondo gli ultimi dati  di Terna riferiti a giugno, è la regione  più in ritardo rispetto agli obiettivi indicati dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (-548 MW), mentre il paese nel suo complesso è avanti (+886 MW). E la situazione ovviamente è destinata a peggiorare: da un lato il tasso di crescita di capacità rinnovabile installata dovrebbe aumentare per stare al passo con il target del Pniec;  dall’altro lato la legge regionale sopravvissuta alle tre sentenze di illegittimità della Corte costituzionale è comunque la più restrittiva del paese, visto che vieta il 99 per cento del territorio sardo alle rinnovabili e, in sostanza, proibisce la realizzazione di impianti su scala industriale.</p><p>Pertanto, le tre bocciature della Corte costituzionale non sono  incidenti di percorso, ma ostacoli deliberatamente posti dalla Sardegna lungo la  strada verso gli obiettivi nazionali ed europei di decarbonizzazione. Non sono le tre leggi, ma è tutta la politica energetica del “modello Todde” a essere contro le rinnovabili e contro la Costituzione.</p>]]></description>
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				<title>Ora Gualtieri e Carocci si sfidano sul caldo: cinema gratis contro la calura di Roma</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 17:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Due iniziative simili, pubblicizzate l'una a poche ore dall'altra. Da un lato il comune, dall'altra il Cinema Troisi, creatura di&nbsp;Valerio Carrocci, ex ragazzo del Cinema America. In quest'ultimo si è aperta ufficialmente l'"<a href="https://www.instagram.com/p/DbIcZc1DQmI/?igsh=MWE3NGY2MHVrdTF5bg%3D%3D&amp;img_index=2" target="_blank">Allerta fresco</a>".&nbsp; "Questa estate il Cinema Troisi si trasforma in un rifugio climatico gratuito: 35 film per 5 settimane di programmazione estiva, il ristoro della sala e un’offerta culturale freschissima", avvisano su un post sui social. Il cinema offrirà per il mese agosto il biglietto agli under 25, over 65, donne in gravidanza e persone con disabilità. Tutti gli altri entreranno pagando di meno.&nbsp;</p><p>Il Campidoglio rilancia. "Da oggi e fino al 4 agosto parte Il <b>Grande Freddo</b>, una nuova iniziativa di Roma Capitale in collaborazione con Anec Lazio", recita un post del sindaco Roberto Gualtieri. Film selezionati gratis ogni giorno, nelle ore più calde della giornata, con due proiezioni quotidiane in 11 sale aderenti diffuse in tutta la città, fino a esaurimento posti. "È un modo per proteggersi dalle alte temperature, ma anche per contrastare la solitudine che, soprattutto d’estate, colpisce tante persone – dice il primo cittadino – È anche un’occasione per valorizzare le sale cinematografiche, presidi culturali preziosi sui quali Roma Capitale continua a investire".</p><p>Sullo sfondo giace una polemica che proprio nelle scorse settimane ha visto protagonisti Gualtieri e il numero uno del Cinema Troisi. "Sarebbe molto difficile decidere di sostenere Gualtieri, con il quale oggi la rottura è vicina: la vicenda Metropolitan ha un peso enorme”, ha detto Carocci nelle scorse settimane, dopo il via libera – da lui per anni contrastato –alla riconversione dell'ex cinema Metropolitan di Via del Corso. Il presidente del Piccolo America ha incassato la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/06/25/news/pronti-a-sostenere-una-lista-contro-i-cinema-chiusi-a-roma-e-gia-iniziato-il-casting-per-la-lista-carocci--401173" target="_blank">solidarietà di un pezzo cinema italiano</a>, sempre molto sensibile ad accogliere i suoi appelli. Tanto che vari personaggi del mondo dello spettacolo (Alessandro Borghi, Paolo Virzì, Luca Marinelli e altri, per fare qualche nome) hanno addirittura firmato un appello in sua difesa, in cui si dice che trasformare un cinema di via del Corso in un centro commerciale sarebbe “un fatto gravissimo”, che Roma non può ridursi ad “asfalto” e “squallidi centri commerciali”. Annunciando poi che&nbsp;<b>se nascerà una lista contro “il cemento”, “gli studentati di lusso” e “i fondi immobiliari”, loro saranno al fianco di Carocci.&nbsp;</b></p><p>La tensione si è&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/roma-capoccia/2026/07/16/news/carrocci-medita-ancora-e-intanto-da-una-carezza-a-gualtieri--402316" target="_blank">ridimensionata</a>&nbsp;con la presentazione delle norme tecniche di attuazione al piano regolatore da parte del Campidoglio. Carocci e Gualtieri si sono riconciliati sulla conferma da parte del comune del vincolo del 70 per cento per il mantenimento della destinazione d’uso socioculturale delle sale ed ex sale cinematografiche della città di Roma.&nbsp;L’ipotesi della lista non è ancora stata accantonata del tutto. Ma per adesso, l'aria condizionata è la priorità.&nbsp;</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/mobilita/2026/07/22/news/ventiquattrore-di-sciopero-nazionale-dei-treni--402913</link>
				<title>Ventiquattr&#039;ore di sciopero nazionale dei treni</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 18:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Mobilità</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Da giovedì sera l'Italia rallenta sui binari. <b>Cub Trasporti e Sgb hanno proclamato uno sciopero nazionale di 24 ore che scatta alle 21 di giovedì 23 luglio e si conclude alle 20.59 di venerdì 24</b>. Coinvolge il personale delle <b>ferrovie</b>, sia passeggeri che merci, e riguarda <b>Trenitalia, Trenord, Italo e numerose altre aziende ferroviarie come Eav</b>.&nbsp;</p><p><b>Le ragioni della protesta</b> sono note da settimane: condizioni del contratto collettivo, aumento del carico di lavoro, la gara d'appalto per l'assegnazione del servizio Intercity di Ferrovie dello Stato e richieste di maggiori condizioni di sicurezza. Il testo diffuso dai sindacati parla anche di tagli al personale e della richiesta di un contratto nazionale unico per tutte le lavoratrici e i lavoratori.&nbsp;</p><p>Le <b>fasce di garanzia</b> restano quelle previste dalla legge nei giorni feriali: dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21. Fuori da quelle finestre, cancellazioni e variazioni sono possibili su tutta la rete, regionale e nazionale. Trenitalia, Trenord e Trenitalia Tper hanno pubblicato le liste dei treni garantiti, così come Italo per l'alta velocità.&nbsp;</p><p><b>L'elenco delle aziende coinvolte</b> è lungo: oltre a Trenitalia e Trenord, Ferrovie del Sud Est, Gtt Gruppo Torinese Trasporti, SAD – Trasporto Treno Alto Adige, Trentino Trasporti, Ferrovia Udine-Cividale, Sistemi Territoriali, TFT Trasporto Ferroviario Toscano, Ferrotramviaria, Ferrovia Adriatico Sangritana – TUA, EAV ed Ente Autonomo Volturno, Ferrovie del Gargano, Ferrovie della Calabria. Restano fuori i dipendenti di Italo Ntv e Mercitalia Shunting and Terminal, per cui il garante ha posto un divieto di adesione.</p><p>A Torino, invece, la mobilità cittadina non ne risentirà: Gtt garantisce il servizio regolare di metro, bus e tram, anche se l'azienda compare comunque nella lista degli scioperi ferroviari nazionali.</p><p>Chi viaggia già a bordo di un treno all'inizio dello sciopero non deve preoccuparsi troppo: se l'arrivo è previsto entro un'ora dallo scatto della protesta, la corsa è garantita. Oltre quel limite, il convoglio può terminare la corsa in una stazione intermedia. Trenord segnala inoltre che, in caso di cancellazioni sulla linea per Malpensa, sono previsti bus sostitutivi.</p><p>Per chi rinuncia al viaggio, <b>il rimborso va richiesto entro la mezzanotte del giorno precedente allo sciopero</b>, oppure si può riprogrammare la corsa a condizioni simili, appena possibile.</p><p>La settimana dei trasporti, però, non finisce qui: <b>sabato 25 tocca ad Arst in Sardegna</b>, con uno sciopero su gomma nelle province di Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano dalle 12.30 alle 13.30 e dalle 16 alle 23, e su rotaia dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 22.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Perché Lavitola ha ragione a chiedersi come sia possibile che non sia stato arrestato</title>
				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Valter Lavitola non si spiega due cose: perché è indagato e perché non sia stato arrestato.</b> Il neoristoratore e veterofaccendiere, sospettato dalla procura di Roma di essere il mandante della bomba al caro amico Sigfrido Ranucci, lo dice chiaramente in ogni intervista. Al ristorante Cefalù, dove riceve i giornalisti, dopo la premessa di rito, ribadisce ai giornalisti – gli ultimi quelli di “Filorosso” su Rai 3 – di essere innocente, ma anche che nell’attuale situazione il suo posto dovrebbe essere in una cella. “Sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere”. Anzi, <b>Lavitola dice che in carcere dovrebbe esserci da un pezzo</b>: “Se vuoi la sincera verità io quando sono andato in procura ero sicuro che dopo l’interrogatorio mi arrestassero. Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare. Mi sono portato pure lo zainetto con me”. E, indirettamente, spiega anche la motivazione giuridica delle esigenze cautelari, quando racconta che vorrebbe tanto parlare con l’amico Ranucci ma “l’avvocato continua a dire che sarebbe inquinamento delle prove”. Ma questo è esattamente ciò che è già accaduto.</p><p><b>Durante la perquisizione</b>, che tra l’altro prevedeva il sequestro dei telefoni cellulari,<b> Lavitola ha inviato dei messaggi alla sua presunta vittima</b>. E dopo la perquisizione i due hanno parlato per ore al telefono. Lavitola parla con tutti: con la presunta vittima, con il presunto complice ora in Camerun che avrebbe ingaggiato i bombaroli e con i giornalisti pressoché quotidianamente. Ma non con i pm, che non hanno chiesto le misure cautelari di Lavitola e da qualche giorno si lamentano – attraverso i giornali, come Lavitola – che il loro sospettato principale starebbe depistando le indagini attraverso le interviste che rilascia dal suo ristorante.</p><p>E’ una situazione abbastanza singolare, o meglio, surreale. <b>Si tratta dell’unico caso nella storia italiana di un indagato per strage aggravata dal metodo mafioso in libertà</b>, non perché latitante ma perché a piede libero e a bocca aperta. Il presunto commando di bassa manovalanza che ha messo la bomba al conduttore di “Report” è agli arresti, mentre il loro presunto mandante no: è libero di comunicare con la vittima e con il resto del mondo, mandando messaggi sinceri o interessati, più o meno trasversali, a mezzo stampa.</p><p><b>Alla fine le cose che di questa indagine non si spiega Lavitola sono le stesse che non si spiega il resto del paese</b>. Perché due sono le ipotesi: o la procura l’ha indagato e perquisito sulla base di indizi evanescenti che non giustificano l’arresto, dandolo in pasto all’opinione pubblica come attentatore dell’amico, oppure se l’indagine è seriamente fondata su delle prove non si comprende perché non siano scattate anche le misure cautelari. Non ci sono altre opzioni. E purtroppo non c’è una spiegazione della procura a nessuna di queste due alternative.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Scontri a Bologna dopo il corteo per Abderrahim Fakir. Meloni: &quot;È inaccettabile&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 11:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>A Bologna si ripulisce e si contano i danni, dopo la <b>guerriglia urbana notturna</b> seguita alla manifestazione in piazza Nettuno per chiedere verità e giustizia per Abderrahim Fakir, 42enne di origini marocchine&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/07/20/news/a-bologna-un-uomo-e-morto-durante-un-fermo-di-polizia--402619" target="_blank">morto durante un fermo di polizia</a>. I commercianti fotografano le vetrine imbrattate da scritte contro la polizia, si vedono ancora qua e là cocci di bottiglia e slogan sui muri ("Fakir Vive"), i mezzi della pulizia urbana possano nei luoghi degli scontri (soprattutto piazza Roosevelt). Secondo alcune ricostruzioni, oltre a vetrine infrante e transenne divelte, ci sono state almeno due auto incendiate.&nbsp;</p><p>Da un primo bilancio risultano essere 11 le persone ferite in maniera lieve, tra forze dell'ordine e manifestanti, durante gli scontri di ieri sera a Bologna, dopo la manifestazione promossa dal sindaco Matteo Lepore. Il 118 ha trattato 5 poliziotti e 4 manifestanti, mentre un agente e un manifestante sono stati portati in ospedale con ferite non gravi. Per Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di polizia Coisp, i numeri sono diversi: "Il bilancio dei disordini di ieri sera a Bologna è un bollettino di guerra: sono 56 i poliziotti rimasti feriti perché colpiti da enormi pietre, bottiglie di vetro e bombe carta lanciate dai violenti gruppi di antagonisti e anarchici", ha dichiarato in una nota. Nello specifico, "contiamo 15 agenti feriti del Reparto Mobile di Padova, 26 da quello di Firenze e 15 da quello di Bologna, con prognosi che arrivano fino a 15 giorni".&nbsp;</p><h2>Cosa è successo</h2><p>In tarda serata, al presidio pacifico promosso in piazza del Nettuno sono accorse infatti anche alcune centinaia di antagonisti. Dopo gli interventi in piazza in memoria di Fakir, un gruppo di manifestanti si è diretto verso piazza Roosevelt, sede della prefettura, dove erano schierati gli agenti. È qui che sono iniziati i primi scontri. <b>Un cordone di agenti di polizia in assetto antisommossa ha cominciato ad avanzare in piazza sotto il lancio di bottiglie e pali da parte di alcuni manifestanti</b>, mentre i blindati si sono schierati a difesa della Questura e della Prefettura. Gli agenti hanno lanciato diversi lacrimogeni verso i manifestanti e utilizzando gli idranti per disperderli.&nbsp;</p><p>Tornati verso via Ugo Bassi, gli attivisti hanno cominciato a distruggere le biciclette del servizio di <i>sharing</i> e usare le transenne dei cantieri del tram per difendersi dalle cariche degli agenti. Alcuni manifestanti hanno poi lanciato oggetti, anche le sedie dei dehor dei locali. Il tutto mentre, a poche centinaia di metri, in piazza Maggiore i bolognesi si trovavano davanti al maxi schermo della rassegna del cinema in piazza per la proiezione del film "Pirati dei Caraibi", appuntamento poi annullato a causa degli scontri.&nbsp;Nel corso delle proteste per la morte di Abderrahim Fakir almeno un'auto del Comune è stata date alle fiamme, costringendo i vigili del fuoco a intervenire. <b>Sono accorsi anche in via Monte Grappa, dove un fumogeno aveva preso fuoco in un cortile</b>.&nbsp;</p><h2>Le reazioni della politica</h2><p><b>"Quanto accaduto a Bologna è inaccettabile"</b>, ha commentato sui social la premier <b>Giorgia Meloni</b>. "Sul decesso di Abderrahim Fakir è doveroso che vengano accertate eventuali responsabilità con il massimo rigore. La verità va ricercata fino in fondo, senza pregiudizi e senza sconti per nessuno. Ma nulla può giustificare la violenza contro le Forze dell’ordine – si legge sul post –. Chi ha scelto di usare questa vicenda come pretesto per mettere a ferro e fuoco la città, aggredire gli agenti e seminare violenza, mettendo a rischio anche l’incolumità di cittadini del tutto estranei ai disordini, non cercava la verità: cercava lo scontro. Alimentare un clima di odio e di delegittimazione verso un intero Corpo dello stato è un atto di grave irresponsabilità. <b>Trasformare migliaia di donne e uomini in divisa in un bersaglio significa colpire chi ogni giorno serve l’Italia con professionalità, sacrificio e coraggio</b>", ha concluso.</p><p>Reazioni dure anche da altri esponenti del centrodestra. "<b>C'è qualcuno che sta alimentando odio e conflitto nei confronti di chi indossa una divisa</b>. Mi sembra palese, mi sembra irresponsabile in un momento delicato anche dal punto di vista internazionale come questo", ha detto il ministro delle Infrastrutture e vicepremier <b>Matteo Salvini</b> a margine di una cerimonia militare a Roma. "Invito la politica e le istituzioni a dividersi su tanti temi – ha detto ancora – ma a lasciar fuori dalla bagarre politica donne e uomini in divisa: forze dell'ordine, forze armate, donne e uomini del pronto soccorso e del primo soccorso. Lasciamo che la magistratura a 360° faccia chiarezza, ma senza invocare le piazze per linciaggi mediatici che possono diventare pericolosissimi".</p><p>&nbsp;<b>"Il sindaco di Bologna deve dimettersi. Chi appicca incendi poi deve risponderne"</b>, ha scritto su X il presidente dei deputati di Fratelli d'Italia, Galeazzo Bignami, commentando gli scontri tra gruppi di antagonisti e Forze dell'ordine al presidio.&nbsp;Gli ha fatto eco&nbsp;Stefano Cavedagna, eurodeputato FdI: "È stato proprio il sindaco a invocare la piazza, scelta profondamente sbagliata perché nel momento in cui si chiede giustizia, si parte dal concetto che sia stata compiuta un'ingiustizia, finendo per colpevolizzare gli agenti". Hanno chiesto le dimissioni del primo cittadino anche i consiglieri comunali meloniani Gabriele Giordani ed Elena Foresti: "Ieri sera abbiamo assistito non a una manifestazione ma alla devastazione di una città, Bologna ostaggio di una massa di violenti che non aspettavano altro che un pretesto per poter mettere a ferro e fuoco alla nostra città. Un sindaco non può non avere il polso della situazione e deve assumersi le proprie responsabilità, Matteo Lepore deve dimettersi".</p><p>"Ci troviamo di fronte a un sindaco arruffapopolo che, al sicuro nei palazzi come un novello Nerone, guarda dall'alto Bologna bruciare", ha detto Salvatore Deidda, deputato di Fratelli d'Italia e presidente della Commissione Trasporti. "Aver cavalcato irresponsabilmente la rabbia di chi aveva già emesso sentenze sommarie, convocando una manifestazione dopo il decesso di un fermato, ha consegnato la piazza ai professionisti del disordine dell'estrema sinistra, che oggi sfasciano vetrine, lanciano bombe carta e incendiano auto". Dello stesso avviso&nbsp;Simonetta Matone, deputata della Lega: "Come è possibile che nel giro di appena 24 ore dai fatti si convochi da parte del Comune Bologna una manifestazione di piazza, monopolizzata da estremisti, per chiedere verità e giustizia? Neanche il tempo di aprire le indagini da parte di magistratura e forze dell'ordine. È la prova lampante che quelle stesse istituzioni non hanno fiducia nei pm e nella Polizia", ha dichiarato, parlando di come la morte di Fakir sia stata strumentalizzata "per dare addosso al governo che contrasta l'immigrazione irregolare".&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>È morto il giornalista Daniele Compatangelo</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 10:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Il giornalista <b>Daniele Compatangelo è stato trovato&nbsp;morto in casa sua ad Arlington</b>, vicino a&nbsp;Washington. Aveva 50 anni. Sono in corso accertamenti sulle cause della morte, l'ipotesi più probabile è quella di una malore.</p><p>Daniele Compatangelo era in America da diversi anni. Aveva fatto il producer della Nbc a&nbsp;Torino&nbsp;durante le Olimpiadi invernali, aveva collaborato da Los Angeles con Mediaset (spettacoli e sport), Sky e Rsi (la tv svizzera di lingua italiana). Si era poi trasferito a Washington durante la presidenza di Biden e aveva cominciato a lavorare con la Rai, nel programma&nbsp;<i>Mezz’ora in più</i>&nbsp;con Antonio Di Bella e Lucia Annunziata, e con TV2000. Negli ultimi anni collaborava invece con La7.&nbsp;&nbsp;</p><p>"Siamo attoniti. Tutta La7 si stringe ai suoi cari.&nbsp;Daniele era un&nbsp;comunicatore prezioso e raro. Per la sua voglia di raccontare sempre con precisione e allegria. Era un bravo giornalista. Mancherà", ha scritto il direttore di La7 Andrea Salerno sui social.</p><p>Dal novembre 2025 ricopriva anche il ruolo di presidente della White House Foreign Correspondents' Association (WHFCA), associazione dei corrispondenti che si occupano della politica governativa americana.</p><p>Un mese fa aveva intervistato Trump dopo il G7. E nell'intervista il presidente americano aveva detto che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/06/19/news/trump-a-la7-meloni-mi-ha-implorato-di-fare-una-foto-con-lei-mi-ha-fatto-pena--400861">Giorgia Meloni lo aveva "implorato per una foto"&nbsp;durante il vertice</a>.</p>]]></description>
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				<title>Ora anche Elon Musk difende Roggero: &quot;Giudice e pm dovrebbero essere condannati&quot;</title>
				<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 11:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Elon Musk dalla parte di Mario Roggero: <b>"È una follia! Il giudice e il pubblico ministero in questo caso sono coloro che meritano questa condanna"</b>. Così il patron di Tesla e Space X su X, esprimendo apertamente il suo sostegno al gioielliere piemontese e attaccando la magistratura italiana, che lo ha condannato a 14 anni e 9 mesi per aver sparato e ucciso due rapinatori.&nbsp;</p><p>Rispondendo al post di un utente del social che esprimeva indignazione per la sentenza di condanna emessa contro il gioielliere, l'imprenditore si è di fatto allineato alla posizione espressa da diversi esponenti della maggioranza, la premier&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/17/news/meloni-sul-caso-roggero-nessun-risarcimento-a-chi-delinque-basta-paradossi--402456" target="_blank">Giorgia Meloni</a>&nbsp;in primis,&nbsp;che riguardo al caso Roggero ha parlato di “problema di proporzionalità delle pene”, confermando di aver chiesto al ministro della Giustizia Carlo Nordio di andare avanti con l’iter per chiedere la grazia. Ancora più accesa la vicinanza mostrata dal vicepremier <b>Matteo Salvini</b>: "Sarei orgoglioso di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/17/news/e-ora-la-lega-vuole-candidare-mario-roggero-persino-vannacci-e-piu-serio--402515" target="_blank">candidarlo</a>&nbsp;a rappresentare gli italiani", ha detto il leader della Lega dopo aver incontrato il gioielliere nel carcere di Bollate.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>A Bologna un uomo è morto durante un fermo di polizia</title>
				<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 11:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una telefonata alla polizia di Bologna, domenica verso mezzogiorno, ha segnalato un uomo che stava&nbsp;dando in escandescenze in via Italo Svevo, quartiere popolare del Pilastro. L'uomo era alterato, dava manate al cofano di una macchina. Sul luogo arriva una volante. Due agenti usano lo spray al peperoncino, cercano di immobilizzare quell'uomo che prova a divincolarsi, poi viene fatto cadere a terra. Gli agenti si mettono sopra di lui a cavalcioni, lo ammanettano mani e gambe, nonostante questo lo tengono al suolo. L'uomo urla, chiede aiuto. Il&nbsp;personale dell’ambulanza assiste alla scena senza dire niente. Interviene solo quando l'uomo ha perso i sensi. Troppo tardi. Era già morto.</p><p><b>Quell'uomo si chiamava Abderrahim Fakir</b>, aveva&nbsp;42 anni, era di origine marocchina e&nbsp;lavorava in un’impresa di facchinaggio.</p><p>Secondo alcune testimonianze, tra gli agenti e Abderrahim ci sarebbe stata una discussione. All'arrivo dei poliziotti, l'uomo si sarebbe ulteriormente agitato, questi avrebbero richiesto l’intervento dei sanitari del 118 per contenerlo.</p><p>Una dinamica che ricorda quella che uccise Federico Aldrovandi il 25 settembre 2005.</p><p>L'inchiesta aperta dalla procura di Bologna, dal pm Domenico Ambrosino, stabilirà le cause della morte: è stata disposta l’autopsia e sono stati acquisiti i filmati delle bodycam dei poliziotti, oltre ai video registrati coi telefoni dalle persone che hanno assistito alla tragedia.</p><p>Appena venuto a conoscenza dell'evento, il capo della polizia Vittorio Pisani si è messo subito in contatto con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. I due hanno assicurato massima trasparenza e sono stati avviati i contatti con i vertici della questura bolognese.&nbsp;Gli agenti coinvolti nell’intervento non sono stati per ora sospesi dal servizio.</p><p><b>Galeazzo Bignami </b>ha sostenuto che l'intervento della polizia è stato "condotto con professionalità e modalità consone da parte delle forze dell’ordine". Per la Lega "i poliziotti hanno fatto il loro dovere. Giù le mani dalla polizia", anche se <b>Matteo Salvini</b> non si è ancora espresso. Da sinistra invece sono arrivate critiche per l'operato dei poliziotti. "Abbiamo visto un’agonia in diretta, peraltro sotto gli occhi degli operatori sanitari", ha detto il segretario di +Europa, <b>Riccardo Magi</b>. Per la senatrice di Avs, <b>Ilaria Cucchi</b>, "a una richiesta d’aiuto si è risposto con la forza. Mi auguro che non sia l’ennesimo caso, come quello che è successo a Riccardo Magherini o a Federico Aldrovandi".</p><p>Il sindaco e il presidente della regione Emilia Romagna hanno chiesto che sia fatta chiarezza su quanto accaduto.&nbsp;"Siamo profondamente colpiti", hanno dichiarato in una nota congiunta <b>Matteo Lepore </b>e <b>Michele De Pascale</b>, entrambi del Pd. "Esprimiamo la nostra vicinanza ai familiari della persona deceduta e a tutta la comunità del quartiere, che sta vivendo ore di grande dolore e tensione. È fondamentale che venga fatta piena luce sui fatti. Confidiamo nel lavoro delle istituzioni competenti affinché ogni circostanza venga accertata con la massima rapidità, rigore e trasparenza".</p>]]></description>
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				<title>Imparare a leggere i dati sulle &quot;morti per il caldo&quot; contro l&#039;allarmismo</title>
				<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 05:23:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Gilberto Corbellini, Alberto Mingardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mezzo secolo di scienze cognitive ha catalogato con precisione quasi notarile i modi in cui la nostra mente s'inganna. Quel catalogo nasceva come un avvertimento. La stampa italiana sembra averlo letto come un manuale. <b>La copertura giornalistica delle&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2026/07/15/news/il-caldo-ha-mandato-tutto-in-blackout-anche-la-fabbrica-impazzita-delle-opinioni--402197">ondate di calore è uno degli esempi più istruttivi</a>.</p><p>È sempre dall'uso delle parole che iniziano i problemi.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/07/04/news/dal-freddo-ci-si-puo-proteggere-ma-dal-caldo-no-la-deriva-eco-religiosa-anti-condizionatori--401663">Quando i giornali parlano di "caldo"</a>&nbsp;usano come sinonimi almeno quattro concetti diversi. In fisica il calore è un trasferimento di energia e la temperatura una variabile di stato. In fisiologia conta il cosiddetto strain termico, cioè l'incapacità dell'organismo nel dissipare il calore metabolico, che dipende anche da umidità, radiazione, vento, attività fisica e abbigliamento. In psicofisica conta invece la sensazione termica, cioè il disagio percepito. <b>L'epidemiologia, infine, non misura nessuno di questi fenomeni: usa la temperatura registrata dalla stazione meteorologica, un surrogato dell'esposizione reale</b>.</p><p>Da qui nasce il tormentone dei "45 gradi percepiti". Il numero deriva dagli indici di calore, costruiti per approssimare quello che "proviamo" individualmente. È sempre difficile individuare un parametro oggettivo per&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/societa/2026/07/02/news/fake-news-ambientaliste-da-respingere-per-governare-senza-panico-il-clima-che-cambia--401477">percezioni soggettive</a>. È fuorviante pensare che un indicatore che incorpori la dimensione soggettiva, per quanto manchevole, sia comunque la migliore descrizione della realtà a nostra disposizione. Il primo grande confronto internazionale fra metriche di stress termico e mortalità ha mostrato che la misura migliore cambia da paese a paese e che l'idea, intuitivamente plausibile, secondo cui temperatura e umidità insieme prevedono sempre meglio la mortalità rispetto alla semplice temperatura dell'aria non ha grande fondamento. Questo vuol dire che il "percepito" aggiunge pochissimo. <b>Già uno studio del 2010, che prendeva in esame oltre cento città americane, suggeriva che la temperatura da sola fosse un migliore predittore della mortalità rispetto a temperatura e umidità insieme</b>.</p><p>La percezione non è l'esposizione. È un meccanismo di difesa. Sentire caldo induce a bere, cercare l'ombra, aprire una finestra, rallentare l'attività fisica. Il disagio termico attiva la termoregolazione comportamentale. Le morti da caldo si concentrano soprattutto nelle persone in cui questo sistema si deteriora. L'invecchiamento compromette sia la percezione del caldo sia le risposte fisiologiche e comportamentali. Nel 2018 è stato condotto uno studio su anziani sottoposti a esercizio in un ambiente progressivamente riscaldato: <b>la temperatura corporea aumentava sensibilmente, ma il disagio percepito cresceva molto meno del previsto. Se non si percepisce lo strain, non si cambia la propria condotta per proteggersi</b>. È solo l'ennesimo caso che dimostra l'utilità degli stati di disagio.</p><p>Ecco allora il primo paradosso della comunicazione. I quotidiani strillano "45 gradi percepiti" per trasmettere il rischio. Ma chi muore più frequentemente appartiene alla fascia di popolazione nella quale la percezione termica è maggiormente compromessa. L'indice descrive il disagio del lettore, non quello della vittima. Non è la percezione ad associarsi alla mortalità. <b>È, spesso, la sua assenza</b>.</p><p>Seguono gli equivoci statistici. Il primo è la negligenza del denominatore. Se aumenta il numero degli ultraottantenni, aumenta automaticamente anche il numero assoluto delle persone vulnerabili. L'Italia ha una delle popolazioni più anziane del mondo. Gli studi epidemiologici standardizzano per età. I comunicati stampa quasi mai. Non meno problematica è la selezione sulla variabile dipendente. Se si studiano esclusivamente le ondate di calore, si osserva solo il ramo destro della curva che lega temperatura e mortalità – <b>una relazione a U, minima a una temperatura intermedia e crescente sia verso il freddo sia verso il caldo. Si perde così di vista sia il ramo sinistro, quello del freddo, sia il punto di riferimento rispetto al quale si misura l'eccesso di mortalità</b>.</p><p>La nostra non è una tesi "negazionista". È solo in linea con i risultati di una delle più ampie analisi epidemiologiche. Antonio Gasparrini e collaboratori, su "The Lancet" nel 2015, analizzando oltre 74 milioni di decessi in 13 paesi, stimavano che il 7,71 per cento della mortalità fosse attribuibile a temperature non ottimali. Ma di questa quota circa il 7,3 per cento era associato al freddo e soltanto lo 0,4 al caldo. Inoltre, la maggior parte della mortalità non derivava dagli estremi climatici, bensì dalle temperature moderatamente non ottimali. Le ondate fanno notizia perché hanno un nome e una data, un prima e un dopo. <b>L'inverno no: la sua mortalità si distribuisce su mesi, senza un evento singolo da titolare. È sempre il bias della disponibilità: ciò che è vivido e circoscritto pesa di più, nella percezione, di ciò che è diffuso e prolungato</b>.</p><p>Ci sono molte questioni sulle quali le comparazioni sono fondamentali. E altre nelle quali i confronti non informano. Come in questo caso. Confrontare il 2025 con il 1960 senza tenere conto dell'invecchiamento della popolazione, della climatizzazione delle abitazioni, del miglioramento delle cure e dei sistemi di allerta significa attribuire al clima effetti che dipendono anche dalla trasformazione della società. Allo stesso modo, nello studio di Gasparrini la frazione di mortalità attribuibile alle temperature varia enormemente da un paese all'altro, segno evidente che il termometro, da solo, spiega soltanto una parte del fenomeno. Lo mostra un lavoro di Alan Barreca e colleghi del 2016. <b>Nel corso del Novecento l'impatto delle giornate più calde sulla mortalità negli Stati Uniti è diminuito di circa il 75 per cento, quasi interamente dopo il 1960</b>. Gli autori attribuiscono gran parte del risultato alla diffusione dell'aria condizionata. La relazione tra temperatura e mortalità non è una costante naturale: dipende dal grado di adattamento tecnologico e sociale.</p><p>A parità di gradi, con meno anziani, più povertà, nessuna allerta meteo,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/07/02/news/laria-condizionata-divide-la-sinistra-e-non-piace-troppo-neppure-a-destra--401544">nessun condizionatore, nessun pronto soccorso</a>, niente ferie d'agosto e zero farmaci, si moriva di più. La funzione dose-risposta non è una costante di natura. <b>Dipende dallo stock di capitale, cioè dalle "cose" e dalle tecnologie di cui disponiamo</b>. Il che rende incoerenti le proiezioni al 2050 che fanno cambiare il clima e invecchiare la popolazione ma congelano la dose-risposta ai valori degli anni Duemila.</p><p>Milioni di persone sono esposte alla stessa temperatura senza conseguenze. La mortalità dipende dall'interazione con età, fragilità cardiovascolare, farmaci, isolamento sociale, qualità dell'abitazione e povertà energetica. Dire che una persona è morta "per il caldo" non descrive un fatto osservabile: descrive una stima controfattuale, <b>cioè ciò che probabilmente non sarebbe accaduto in assenza di quella esposizione</b>.</p><p>Ciò non significa che il caldo sia irrilevante. In sanità pubblica la domanda pertinente non è quale sia la "vera" causa di una morte. È su quale causa possiamo incidere. Sull'avere ottantacinque anni possiamo fare poco. Sull'avere ottantacinque anni in un sottotetto non coibentato, senza assistenza e senza climatizzazione, possiamo fare moltissimo. <b>Questo dovrebbe essere il centro della discussione pubblica, molto più delle estati raccontate come se il termometro fosse, da solo, una sentenza</b>.</p>]]></description>
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				<title>Ranucci e Tarallo, vite e processi paralleli di due giornalisti</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>In Italia c’è un giornalista che va a processo per quello che ha fatto Sigfrido Ranucci</b>. E la cosa paradossale è che non si tratta di uno scambio di persona. La vicenda è quella, ormai nota, del caso Boccia-Sangiuliano: a dicembre del 2024, Report manda in onda un servizio con la famigerata telefonata tra Gennario Sangiuliano e sua moglie, acquisita sotto ricatto dall’allora amante, in cui l’allora ministro della Cultura fu costretto a confessare la relazione con la Boccia. Otto mesi dopo l’uscita su Rai3, alcune parti di quella conversazione privata vennero diffuse sui canali social di un  sito locale campano, Anteprima24, durante un’intervista rilasciata dalla Boccia al giornalista Carlo Tarallo. <b>Sangiuliano denunciò Ranucci e Tarallo per interferenze illecite nella vita privata,  il reato che punisce chiunque acquisisca o diffonda registrazioni che riguardano la vita personale effettuate in luoghi privati. </b></p><p>Stessi fatti, stesso reato, stessi magistrati, ma destini completamente diversi per i due giornalisti. Il 2 ottobre 2025 i pm della procura di Roma Giulia Guccione e Barbara Trotta dispongono la rimozione degli audio sostenendo che il giornalista Tarallo “non poteva sicuramente ignorare l’origine delittuosa della registrazione lui consegnata dalla Boccia” sebbene, come emerge dagli stessi atti delle indagini,  Anteprima24 avesse diffuso alcuni frammenti dei video mandati in onda da Report. <b>Quelle registrazioni Boccia non le aveva consegnate a Tarallo, ma a Ranucci</b>. Un mese dopo, l’11 novembre 2025, gli stessi pm della procura di Roma chiedono, invece, l’archiviazione di Ranucci e del suo inviato Luca Bertazzoni per assenza dell’elemento soggettivo del reato: i giornalisti di Report, al contrario di Tarallo, potevano non sapere dell’origine illegale della registrazione. Nel frattempo, in parallelo, proseguiva il contenzioso  tra Report e il garante della Privacy  che si conclude il 22 gennaio 2026 con l’annullamento della multa da 150 mila inflitta dall’Authority alla Rai perché, secondo il Tribunale civile di Roma, la diffusione dell’audio era di interesse pubblico ed espressione del diritto di cronaca.</p><p>Si arriva così al 9 aprile 2026, quando il Gip Rosamaria De Lellis dispone l’archiviazione di Ranucci e Bertazzoni, accogliendo le argomentazioni della procura di Roma sulla non dimostrata consapevolezza dei giornalisti di Report rispetto alle modalità delittuose in cui è avvenuta la registrazione della telefonata in possesso della Boccia. <b>A questo punto, anche per Tarallo la strada sembra spianata. E invece no.</b> Il 25 giugno, due mesi dopo, gli stessi pm della procura di Roma che hanno chiesto e ottenuto l’archiviazione di Ranucci, dispongono la citazione diretta a giudizio di Tarallo per aver diffuso su un sito locale una parte della registrazione che Report aveva diffuso in prima serata sulla tv di stato. In sostanza Ranucci che ha ricevuto le registrazioni dalla Boccia poteva  non sapere che erano illegali, mentre Tarallo che le ha prese da Report non poteva non sapere che erano illegali. E per questo  merita di essere processato: certe cose non si fanno, a meno che non le faccia Report.  Così, secondo la procura di Roma, se  c’è qualche giornalista che deve pagare per lo scoop di Ranucci, che ha spiattellato sulla Rai la telefonata privata tra Sangiuliano e consorte, è giusto che sia Tarallo di Anteprima24.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il nuovo delle City. Un evento fogliante Smart (cioè intelligente)</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 17:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Usare l’aggettivo “smart” all’italiana, cioè per dire tutto compreso il gelato che un tempo si chiamava “mottarello”, quando in inglese per indicare qualcosa che sia intelligente, sostanziato di idee e concetti e funzionale a uno scopo si usa “intelligent”, smart invece sta per furbo, sveglio, qualcosa che sa di scorciatoia, è un bello svarione concettuale e non solo lessicale. Soprattutto se dici “smart city” e in realtà pensi a una città acchiappaturisti, o tutta mordi e fuggi, e non una città “intelligente”, che pensa in profondità  e in prospettiva al suo futuro, ai suoi trasporti e ai suoi confini umani. <b>Altro che smart, parliamo di città “intelligent”.</b> Non male come provocazione, a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gli-eventi-del-foglio/2026/07/13/news/chi-sara-con-noi-allevento-smart-city-italia-rivoluzioni-immobiliari--400226" target="_blank">un evento che alle “Smart City” è dedicato</a>&nbsp;– l’evento del Foglio, nella sala delle Colonne di Banco Bpm a Milano, “Cosa c’è di nuovo in città? Le Smart City come laboratorio del futuro”. La riflessione, intelligente, l’ha proposta uno degli ospiti all’evento, lo scrittore Gianni Biondillo, milanese che la sua città la sa raccontare senza “pattinare in superficie”. Insomma, per parlare di ciò che c’è di nuovo nelle città, il futuro, la trasformazione del vivere collettivo occorre anche una buona dose di quel che chiamiamo “pensiero laterale”, un modo creativo e non a schemi obbligati di guardare ai fatti e ai problemi.  Fortunatamente per noi, e crediamo anche per Biondillo, oggi all’evento fogliante di pensiero laterale, e approfondito – niente pattinaggio sulle parole – ce n’era moltissimo. E anche sfaccettato.</p><p>Siamo nel pieno della transizione all’Intelligenza artificiale (come qualche tempo fa eravamo in quella della transizione green, e lì di pattinaggio di superficie se n’è fatto parecchio), e l’Ai è stato il leitmotiv di molti interventi. Nell’ambito della conoscenza e dei saperi – c’erano i rettori Francesco Billari di Bocconi, Donatella Sciuto del Politecnico di Milano, Marina Brambilla della  Statale, Anna Maria Fellegara prorettrice della Cattolica, Valentina Garavaglia di Iulm, Giuliana Mattiazzo vice rettrice del Politecnico di Torino, Giovanni Cannata dell’Università Mercatorum: presenteremo i loro interventi nei prossimi giorni sul Foglio – la conoscenza come chiave della trasformazione ma anche dell’integrazione sociale e della attrattività per giovani “cervelli” troppo stesso costretti non solo alla fuga, ma a ritornare verso i più attrezzati paesi di provenienza. <b>Ma anche Ai come motore indispensabile dello sviluppo economico</b> – ne ha parlato Alvise Biffi, presidente di una Assolombarda sempre più impegnata a favorire la  crescita di un ecosistema basato sulle Ai per le aziende (“ma serve un quadro burocratico e normativo semplificato ed efficiente”). Ne ha parlato Massimo Sertori, assessore di Regione Lombardia alle risorse Energetiche, promotore della prima legge in Italia per la regolazione dei data center, i “motori” senza i quali l’Ai non esiste. E ne ha parlato Paolo Citelli, che in uno studio di progettazione fortemente innovativo come Lombardini 22 si occupa di design integrato e progettazione urbana basata sui nuovi sistemi di raccolta ed elaborazione dati. Ma ci si è posti anche domande sul “sentiment” concreto (“il ‘per chi’ stiamo investendo”, si è chiesta Alessandra Ghisleri analizzando i dati sociali sulle città) di chi vive quotidianamente le nostre città (o anche i nostri “smart territories” reali o futuri, perché “l’Italia è un paese urbano, non un paese di sole aree metropolitane”, come ha ricordato Cannata) e dei passi da fare per “poter dire, tra dieci anni, che una città come Milano è diventata davvero smart”, come ha detto nel suo intervento Emmanuel Conte, assessore al Bilancio del comune di Milano. Risposta: “Saremo smart se faremo in modo che Milano resti la città in cui si può vivere bene a prescindere dal proprio reddito: sviluppo e inclusione, produttività e vivibilità”. Insomma dalla grandi sfide sistemiche alla concretezza delle scelte di ogni giorno. Sono stati molti gli interventi della mattina fogliante, impossibile darne conto qui, ma li potete rivedere integralmente sul nostro sito e verranno in parte sintetizzati nei prossimi giorni.  “Smart” può essere una parola tutt’altro che banale o generica, ma anzi può raccogliere sotto il titolo di una mattina di idee moltissimi approfondimenti, indizioni per il futuro, scoperte di eccellenze già in atto. C’è molto di nuovo, in città.</p>]]></description>
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				<title>Lavitola ora tace. Ma il cocktail di scampi parla per lui</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Michele Masneri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Finalmente sono stato anche io da Lavitola. In una giornata di calore micidiale, eccomi colmare questa lacuna mondana e culinaria, salire verso il Gianicolo, e arrancare verso viale dei Quattro venti, verso il Cefalù Bistrò del faccendiere del momento, dove i migliori cervelli della mia e di altre generazioni sono stati a pranzo e cena. Prima per sicurezza telefono, ma mi fanno capire che non c’è bisogno di prenotare.</p><p>Entro nel localino marinaro, coi tavolini chiari, le foto di dentici e pescherecci alle pareti, e subito noto che l’atmosfera è un po’ strana. Ci sono praticamente solo clienti maschi, vestiti da turisti, alcuni in braghe corte, e non capisco se sono giornalisti, spie, o impiegati (a Roma non si capisce mai che lavoro faccia la gente), e un signore che credo sia il padrone, nel post-Lavitola. Sembra Logan Roy di “Succession”, ma in braghe corte anche lui, con marsupio, e agisce con fare da boss. I maschi agli altri tavoli lo salutano. Consulto il menu, intenzionato a fare uno di quei pezzi da Financial Times, con le portate e i prezzi (“Lunch with the Ft”, a Londra, qua facciamo "Lunch with Lavitola", a ognuno la sua specialità). Un cocktail di scampi, 12 euro, per provare l’ebbrezza degli anni Ottanta, con un pensiero al craxismo. Logan Roy con le braghe corte ha un’aria che mette soggezione, quindi tengo lo sguardo basso.</p><p>Entra una ragazza, dall’aria stramba, come me. Da sola. Non capisco se siamo tutti giornalisti, e fingiamo di non esserlo, anche quelli in braghe corte, tutti lì a cercare di fare l'ennesimo pezzo sul Cefalù Bistrò. Io per il nervoso mi mangio un cestino di pane, ottimo, caldo, poi un altro. Nel locale non prende il telefono (forse un vantaggio per le spie), dunque chiedo il Wi-fi, la password è “oratadimare” tutto attaccato, minuscolo. Logan Roy ordina ai suoi una spigola marinata al limone (22 euro) e della cicoria ripassata (6,50), io lo imito. Lui beve, come tutti gli altri maschi, vino bianco, io solo acqua minerale anzi come si dice “una leggermente”. Il locale è diviso da una parete a vetri, di qui i tavoli, di là c’è la pescheria, col pescato freschissimo esposto, mi metto a contemplarlo, pensando a questo pezzo che verrà inutile, senza uno spunto, senza una notizia, perchè valterino, l'uomo più inseguito del momento, &nbsp;ovviamente sarà sigillato in una località segreta, e chi mai mi rimborserà il Cefalù Bistrò? E ho preso pure il taxi, in motorino morivo. I pesci beati loro nel loro letto di ghiaccio mi guardano e compatiscono, l’orata sta a 38 al chilo, il calamaro a 35, la ricciola a 32.</p><p>Forse dovrei prendere del pesce da portare a casa, ma ora che sono a casa – in bici o autobus, non posso farmi rimborsare un secondo taxi! - secondo me siamo già arrostiti entrambi, io e il pesce. Un cartello avverte che qui si trova “il salmone allevato a Skagen”, qualunque posto sia. Pesci comunque piccoli. Non c’è ombra invece del pregiato camerunense Gomes Tavares Clesio, detto “o nir”, il “figlioccio” di Lavitola, implicato secondo l’accusa nella bomba a Ranucci, e conosciuto a Secondigliano, ora in Camerun, dove farà probabilmente meno caldo che a Roma. Arriva la  mia spigola al limone, non so se per la tensione mia o sua (della cameriera, non della spigola), la cameriera se la rovescia parzialmente su una mano e proferisce un “me so ustionata!”, poi professionalmente mi cambia le posate, tutti i maschi seduti agli angoli del locale mi fissano. Io non ci penso proprio a qualificarmi, almeno finché non sarà arrivato tutto il cibo. Per fortuna si apre la porta e incredibilmente entra… Lavitola.</p><p>Proprio lui, Valterino, faccia da eterno ragazzo, camicia blu sgargiante fuori dai pantaloni bianchi di cotone leggero, come se fossimo a Capri. Tutti lo salutano, e lui saluta tutti. Ordina pure lui e si mette a mangiare con Logan Roy. Mi guarda, sorride, io sorrido, tutti gli sorridono. Staremo facendo tutti lo stesso pezzo? &nbsp;C’è tensione, siamo dentro un romanzo di spie. L’iPhone di Valterino giustamente continua a suonare, lui risponde, ma non riesco a sentire. Poi invece sì, perché mentre parla gira per il locale con aria ansiosa. “E' un grossissimo problema, non so che fare”. “Seee, chiamà quello. Quello fa più danni che altro”. Chi sarà? O nir? Ranucci? Continua ad aggirarsi freneticamente. Si consulta con Logan Roy. Chissà che ansia, che trame oscure, quello rischia il processo per strage. Qui mi sento un po’ Le Carré e un po’ il leggendario spione-gourmet Federico Umberto D’Amato,  capoccione dei servizi segreti e primo critico gastronomico dell’Espresso ai tempi d’oro.</p><p>Poi si avvicina, sempre parlando sottovoce, giustamente per non farsi sentire, ma io sento. “E’ la cappa!". Ma come la cappa. "La cappa! Non tira proprio”. Poi altro parlottare. “Ma chi chiamo ad aggiustarla?”. Niente, non è un problema di trame oscure, ma di cucina. Di elettrodomestici. Qui crolla tutta l’atmosfera. O sarà un parlare in codice, come qualcuno sospetta per le altre esternazioni di Valterino di questi giorni? Poi uno dei maschi negli angoli gli fa: “Ah, ricordati che <i>si te serve</i>, mio cugino è ambasciatore presso l’Unione Europea”. Un altro dice: “sai, è un banchiere con 50 anni di esperienza”. Un terzo: “ah, mo’ devo andà, che ho parcheggiato in una doppia fila da arresto”. Ambasciatori, banchieri, doppie file. Cappe aspiranti. Ecco perché non si possono fare non dico le rivoluzioni, ma nemmeno i thriller a Roma, né Le Carré né Carrère: si crolla sempre nella commedia all’italiana. &nbsp;</p><p>Mi faccio coraggio, avvicino Valterino, mi presento, è gentilissimo. “Scusami tanto, ma non posso parlare, sennò il mio avvocato mi toglie il patrocinio e sono fregato, nessuno mi vuole difendere in Italia”, mi fa, e mi mostra i messaggi del suo legale, che dice proprio che se fa un’altra intervista, dopo quella del Tg1, lo abbandona. Per carità. Logan Roy mi guarda malissimo. Tutti mi fissano, prendo un sorbetto al limone, spero non ci sia dentro il cianuro, invece è buonissimo. Bello fresco. Cinque euro e cinquanta. Conto totale (facciamo sempre il Financial Times de noantri) 50 euro tondi. Pago con carta. Valterino deve andare, saluta tutti, esce. Continua a parlare al telefono, preoccupato, turbato. Sono preoccupato anche io per lui, chissà se lo arresteranno, per strage, e soprattutto chissà chi mai gliela aggiusta la cappa, a metà luglio, con ‘sto caldo. A Roma.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Lavitola, indagato a piede libero per la bomba a Ranucci, parla con tutti tranne che con i pm</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dopo la bomba, il depistaggio. Ne sono convinti, secondo quanto riportano le cronache, gli inquirenti della procura di Roma che stanno acquisendo le numerose  interviste di Valter Lavitola rilasciate quotidianamente a giornali e tv: <b>il presunto mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci starebbe, attraverso le sue dichiarazioni pubbliche, tentando di condizionare e deviare il corso delle indagini</b>. E’ un’altra anomalia di questa inchiesta, che però è figlia di un’altra anomalia più grande: la mancata adozione di misure cautelari nei confronti di Lavitola.  C’è una sproporzione enorme tra il capo d’imputazione e il trattamento di riguardo riservato all’indagato. Un unicum nella storia repubblicana per un’inchiesta su una strage aggravata dal metodo mafioso. Astraiamoci dal caso specifico.</p><p>Era possibile immaginare, prima del caso Lavitola-Ranucci, che la persona indagata per essere il mandante di un commando che ha messo una bomba ai danni di un personaggio di rilevo nazionale fosse lasciata libera durante la perquisizione di parlare con la vittima? E che poi fosse lasciato libero, nei giorni successivi, di comunicare con il suo factotum, nel frattempo allontanatosi in un paese esotico, indagato per aver ingaggiato il commando terroristico-mafioso?&nbsp;</p><p>E che poi fosse lasciato a piede libero, e soprattutto a bocca libera, in grado cioè di usare le interviste e i giornali per mandare messaggi trasversali ai presunti complici e alla vittima? A chiunque sarebbe sembrata una follia. Eppure è esattamente ciò che è accaduto, e sta accadendo, in questa surreale vicenda.</p><p><b>    Durante la perquisizione, che tra l’altro prevedeva il sequestro dei telefoni cellulari, Lavitola ha telefonato a Ranucci e gli ha scritto dei messaggi</b>. Poi ha parlato con il suo uomo di fiducia, Clesio Tavares Gomes, che secondo l’accusa ha messo a disposizione l’auto agli esecutori materiali dell’attentato  e che dopo la bomba se n’è andato in Camerun. E questo sebbene, secondo gli inquirenti, Lavitola sia “il soggetto dal quale dipende il ritorno in Italia” di Gomes. In sostanza, da oltre  una settimana Lavitola parla con tutti. Tranne che con i pm.</p><p>Lavitola ha  scelto di non rispondere alle domande dei magistrati, ma  di rispondere a quelle dei giornalisti continuando a comunicare a distanza con presunti complici e vittima a cui, tra l’altro, ha fatto una promessa: “Se questo stronzo dice anche di avere un minimo dubbio  sul fatto che possa essere stato io, vado lì dove si trova e gli sputo in faccia” (che è sempre meglio della nitroglicerina sotto l’auto). Al contempo Lavitola dice, sempre attraverso i media, che Ranucci è “come un fratello” e che Gomes è “come un figlio”, mentre quello dal Camerun conferma rispondendo che Lavitola è “come un padre”.</p><p><b>      In questa situazione surreale, non è in discussione la legittima strategia difensiva e comunicativa di Lavitola, che si ritiene innocente. Ma degli inquirenti che lo ritengono il possibile mandante. </b>Com’è possibile che non abbiano ancora chiesto delle misure cautelari? Se non il carcere, misura generalmente chiesta per i reati di stampo mafioso, quantomeno i domiciliari per impedire la comunicazione con l’esterno, dai possibili complici alla vittima. D’altronde è anche singolare che i quattro accusati di aver messo l’ordigno esplosivo davanti alla casa di Ranucci siano agli arresti, mentre il loro presunto mandante no.</p><p>La scelta degli inquirenti può avere una giustificazione tecnica, che però regge sempre meno. L’indagine  subisce un’accelerazione, dopo una nota informativa della polizia giudiziaria del 4 luglio, anche perché gli inquirenti si rendono conto che Lavitola aveva comprato un biglietto e fatto le valigie per raggiungere il socio Gomes in Camerun. E’ quindi possibile che la procura non avesse ancora  gravi indizi di colpevolezza sufficienti a chiedere le misure cautelari, ma che appunto li cercasse attraverso la perquisizione prima che il sospettato si rendesse irreperibile. Cosa, peraltro, tutt’altro che improbabile visto che già nel 2011 Lavitola si era reso latitante in America Latina nell’ambito delle inchieste sulle escort ai tempi di Berlusconi.</p><p><b> Già questo elemento, però, il pericolo di fuga, è esattamente una delle esigenze che giustificano le misure cautelari</b>. L’altra è il pericolo di inquinamento probatorio, che ora viene denunciata attraverso i giornali dalla procura: Lavitola starebbe usando la sua libertà per condizionare se non addirittura depistare le indagini. In questo contesto c’è un altro tema rilevante, che è il rapporto con la vittima. Escludendo a priori l’ipotesi, evocata dallo stesso Lavitola in un messaggio a Ranucci, di un accordo tra i due per un finto attentato, Ranucci ora rischia di essere due volte vittima: prima della bomba e ora del ricatto. La reputazione del conduttore di Report è ora infatti nelle mani, o meglio nella bocca, del suo presunto attentatore: qualsiasi dichiarazione di Lavitola, vera o falsa che sia, può avere un effetto devastante sulla vita personale e professionale di Ranucci. Per certi versi peggiore dell’ordigno esplosivo. E neppure questa   è un’ipotesi astratta, ma è storia: Lavitola è stato condannato per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, di cui pure era un “amico”, per avergli chiesto svariati milioni di euro (mai ricevuti) in cambio del silenzio sul giro di escort.</p><p>E’ per certi versi la storia che si ripete.  Berlusconi negava di essere stato estorto da Lavitola e ora Ranucci si dice convinto che Lavitola non avrebbe mai fatto del male a lui e alla sua famiglia. Sia Berlusconi sia Ranucci difendono finché possono l’amico Valter, non si sa se perché riconoscenti o perché ricattati dal vero o dal falso.   La differenza è che nel primo caso Lavitola poteva inquinare i pozzi da latitante per reati minori a Panama, stavolta lo fa da indagato a piede libero in Italia per strage mafiosa: allora c’era un mandato d’arresto, ora no.  Il problema della procura di Roma è che Lavitola parli con chiunque dell’inchiesta, ma il  problema dell’inchiesta è che Lavitola sia lasciato libero dalla procura di Roma di parlare con chiunque.</p>]]></description>
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				<title>La norma Salva Roggero non salva Roggero</title>
				<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 11:53:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Consiglio dei ministri ha approvato ieri, martedì 14 luglio,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/digitalizzazione_2481" target="_blank">il nuovo ddl sicurezza</a>. Nel testo c'è anche un articolo che riscrive il codice civile: <b>chi commette reati come rapine, scippi, sequestri o stupri non può più chiedere il risarcimento del danno a chi lo ferisce reagendo, anche quando quella reazione supera i limiti della legittima difesa</b>. Lo ha spiegato il ministro dell'Interno <b>Matteo Piantedosi</b> in conferenza stampa: "Viene in qualche modo escluso il risarcimento in situazioni in cui il fatto si verifichi in occasione del compimento da parte del danneggiato di alcuni reati. Il caso classico è quello della rapina in casa". Piantedosi ha aggiunto che "c’è un catalogo di reati in cui viene introdotta, in maniera innovativa l’esclusione del risarcimento dei danni". Si parla di violenza sessuale, di atti sessuali con minori e violenza sessuale di gruppo, oltre al furto in abitazione e al furto con strappo. In questi casi, insomma resta la responsabilità penale, ma cade quella civile.&nbsp;</p><p>La norma ha un nome e un cognome, anche se il testo non li cita. <b>Mario Roggero</b>, gioielliere di Grinzane Cavour, settantadue anni, che il 28 aprile 2021 reagì a una rapina nel proprio negozio sparando con la sua "Amadeo Rossi", calibro 38 special. Tre uomini erano entrati armati, uno gli aveva puntato una pistola in fronte. L'arma si rivelerà poi una pistola soft air ("indistinguibile a prima vista da una vera Glock", secondo la ricostruzione). Roggero aveva poi inseguito i rapinatori in mezzo alla strada e aveva aperto il fuoco. Due banditi morti, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli. Un terzo, Alessandro Modica, ferito.&nbsp;</p><p>La giustizia, sui fatti del 2021, non gli ha riconosciuto la legittima difesa. La Corte d'assise di Asti lo ha condannato a diciassette anni. In appello, a dicembre scorso, la pena è scesa a <b>quattordici anni e nove mesi</b>: i giudici torinesi ritengono che, quando Roggero sparò, il pericolo nei suoi confronti fosse ormai cessato, con i rapinatori già in fuga verso l'auto.  I giudici di merito non hanno riconosciuto nemmeno l'eccesso colposo, la fattispecie a cui la norma di Piantedosi fa esplicito riferimento. Per Asti e Torino, quando Roggero sparò, non c'era più alcuna situazione di difesa da eccedere. <b>Oggi quella condanna è diventata definitiva: lo hanno deciso i giudici della prima sezione penale di Cassazione. Il gioielliere si costituirà stasera e il segretario della Lega Matteo Salvini chiederà per lui la grazia al presidente Mattarella.</b></p><p>Alla condanna penale si somma quella civile:<b> le famiglie delle vittime chiedono un risarcimento vicino ai 3,3 milioni di euro</b>, con una provvisionale già esecutiva da 780mila euro. Roggero ha avviato una raccolta fondi e venderà, dice, quello che può.&nbsp;</p><h2>Calendario parallelo</h2><p>Mentre la difesa di Roggero studiava il ricorso in Cassazione, il governo preparava la norma entrata ieri nel disegno di legge e che porta il suo nome nei titoli dei giornali. Né Piantedosi né la Lega, che un ddl quasi identico lo aveva depositato dieci giorni prima, hanno fatto esplicitamente il suo nome: il titolare del Viminale ieri ha parlato di "casi di cronaca", ma il riferimento a Roggero resta comunque trasparente. È il calendario a parlare. Proprio oggi del resto gli ermellini&nbsp;<a href="https://www.lastampa.it/cuneo/2026/07/15/news/roggero_in_cassazione-15689777/#:~:text=L'attesa%20della%20sentenza%20della,a%2017%20anni%20di%20reclusione%2C" target="_blank">erano chiamati a decidere</a>&nbsp;se la condanna del gioielliere dovesse diventare definitiva o meno. Ma in ogni caso,&nbsp;<b>il ddl approvato dal Consiglio dei ministri non è un decreto legge. Non entra in vigore il giorno dopo la firma</b> del capo dello stato, come accadde a febbraio per il precedente pacchetto sicurezza. Deve attraversare commissione e aula, alla Camera e al Senato, prima della pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Si parla cioè di altre <b>settimane, più probabilmente di mesi</b>. E anche ammettendo un'approvazione fulminea, la norma non avrebbe toccato comunque il caso che l'ha ispirata. L'articolo 11 delle preleggi dispone che la legge non è retroattiva, cioè vale solo per l'avvenire, salvo diversa indicazione esplicita nel testo, e qui non ce n'è. Ora, dopo la Cassazione, la sentenza è passata in giudicato. Anche nella parte civile, risarcimento compreso. E un giudicato non si riapre per una legge sopravvenuta: è uno dei cardini su cui si regge la separazione dei poteri: nemmeno il Parlamento può cancellare, con un voto, una sentenza.</p><p>La norma "Salva Roggero" non salva Roggero.</p>]]></description>
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