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		<title>Cronaca</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 23:19:37 +0200</pubDate>
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				<title>Pentiti, servizi e veleni: la storia di Contorno, il Corvo e le ombre dell’antimafia</title>
				<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Gery Palazzotto</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pentiti che vanno, pentiti che tornano. Una compagnia di giro che li accompagna e talvolta li gestisce. Un irritante equivoco che stronca ogni tentativo di ragionamento: chi solleva qualche dubbio (su pentiti e compagnia di giro) viene automaticamente inchiodato alla croce dell’anti-antimafia o catalogato d’ufficio come reazionario e nemico della Legalità (quella, con la elle maiuscola, brandita da pochi eletti e differente dall’altra, con la elle minuscola, che è semplicemente patrimonio di tutti).</p><p>Il ritorno sulle scene di Giovanni Brusca che da uomo libero ha “alzato il velo” (tenete a mente questa metafora) sulle stragi di mafia del ’92 e ’93 è uno spunto prezioso per esplorare un incredibile buco nero nella storia della lotta a Cosa Nostra: quello del rapporto tra collaboratori di giustizia e rappresentanti dello stato.</p><p>Secondo Brusca gli eccidi di 34 anni fa furono usati “come strumento politico, come se fossero stati suggeriti dalla sinistra” per dare una mano a Berlusconi. Quindi tornando alla metafora, il velo lo ha alzato sì, ma sul corpo senza vita di una tesi – piaccia o non piaccia – abbondantemente stroncata dalle sentenze. Il tutto alla faccia della legge contro le dichiarazioni a rate che impone al pentito un limite di sei mesi dall’inizio della collaborazione per dire tutto quello che sa. Brusca, che ha avuto riconosciuto lo status di collaboratore di giustizia nel 2000, non aveva mai parlato del Cavaliere: chissà, magari tra il ricordo di un picciriddo sciolto nell’acido e la rimembranza di un dito sul telecomando di Capaci, un miracolo ha riacceso la sua memoria.</p><blockquote>Da uomo libero Brusca ha “alzato il velo” sulle stragi di mafia del ’92 e ’93. Secondo lui furono uno “strumento politico” per aiutare Berlusconi</blockquote><p>Suo storico avvocato è Luigi Li Gotti che è stato anche difensore di altri collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo. E’ l’uomo chiave del rapporto tra procure e pentiti che gli firmavano una nomina fiduciaria spesso su formale suggerimento degli organi inquirenti e del Servizio centrale di protezione. Un ruolo delicato che Li Gotti ha accordato con il La della sua propensione per la politica. Gli inizi nel Msi, la militanza in An, il passaggio a Italia dei valori, la carica di sottosegretario alla Giustizia nel governo Prodi testimoniano la sua vocazione di instancabile esploratore di palazzi e palazzacci.</p><p>Tra i clienti di Li Gotti c’è stato anche il pentito Salvatore “Totuccio” Contorno che è il vero protagonista di questa storia. Oggi chi si scandalizza per il ritorno di Brusca e per l’attenzione riservata alle sue tesi decotte evidentemente non ricorda o non conosce le gesta di Contorno che sfociarono nella vicenda più imbarazzante e più silenziata dell’epopea dell’antimafia. La storia del misterioso ritorno in armi di un pentito in Sicilia e di un anonimo che troverà un nome grazie a una tazzina di caffè, che lo perderà grazie a un’impronta cancellata, e che sparirà per sempre grazie all’imperizia di chi gli ha dato la caccia. Per raccontarla dobbiamo tornare alla Palermo della fine degli anni ’80 e alla sua pericolosissima giungla: dove c’erano serpi, talpe, corvi, e un Falcone.</p><p>“Prima luce” – Negli anni Ottanta, a Palermo, molti esponenti di Cosa nostra cadono per mano dei “corleonesi” che scatenano la guerra di mafia. Nell’aprile del 1981 viene assassinato, tra gli altri, il “Principe di Villagrazia” Stefano Bontate, mafioso salottiero, formazione dai gesuiti del Gonzaga e forti aderenze massoniche. Salvatore Contorno, soprannominato “Coriolano della Floresta” dall’omonimo personaggio del romanzo “I Beati Paoli” di Luigi Natoli, di Bontate è stato guardiaspalle e sa che il prossimo a morire sarà lui. Infatti, di lì a un mese, sfugge all’agguato di via Giafar: da solo, con un bambino accanto, contro nove sicari.</p><p>Totuccio non è uno stratega, ma è un soldato determinato. La sua raffinatezza di pensiero è tutta in un pendolo logico che oscilla tra voglia di vendetta e istinto di sopravvivenza. Ogni tanto prevale la prima, ma senza influenzare il secondo. Non serve un cervello fino per vivere nel sangue, serve abilità affinché il sangue sia sempre quello degli altri.</p><blockquote>Totuccio viene arrestato in una villa di Bracciano. Con il commissario Ninni Cassarà inizia a parlare. Gli viene affibbiato il nome “Prima luce”</blockquote><p>Contorno scappa da Palermo e cerca malamente di riorganizzare l’armata dei sopravvissuti, di quelli che ancora non sono passati per il ferro di Riina e compari. Nel marzo del 1982 finisce per farsi arrestare in una villa di Bracciano nella quale ha messo su il suo quartier generale con armi e droga. Passano pochi mesi e incontra il commissario di polizia Ninni Cassarà: con lui inizia a parlare. Gli viene affibbiato un nome in codice: “Prima luce”.</p><p>Dopo il blitz di San Michele che il 29 settembre porterà all’arresto di 366 affiliati a Cosa Nostra, Contorno viene portato segretamente al cospetto di Buscetta, fresco di pentimento. L’incontro fra i due mafiosi sembra la scena di un film di Francis Ford Coppola. Davanti ai respiri sospesi dei poliziotti don Masino accoglie Contorno, che gli bacia la mano. Il boss dei due mondi lo guarda e gli dice solennemente: “Totuccio, puoi parlare”. E Totuccio parla. Conferma le dichiarazioni di Buscetta, innanzitutto. Puntella con la sua testimonianza la struttura portante del maxiprocesso che con 475 imputati alla sbarra diventa il più importante atto di accusa alla maggiore organizzazione criminale del mondo. Poi vola negli Stati Uniti dove aiuta gli investigatori americani per la Pizza Connection, l’inchiesta sul maxi affare della droga e del riciclaggio della mafia da esportazione. E a poco a poco Totuccio Contorno, l’ex “Prima luce”, si dissolve, se non dalla memoria, dalla cronaca. Sino all’alba di venerdì 26 maggio 1989.</p><p>Sabbia – “L’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera mi raccontò di operazioni di manipolazione delle armi per far sì che venissero modificate. Mi parlò di pistole, fucili portati a Ostia, riempiti di sabbia affinché poi non vi fosse corrispondenza con gli esiti balistici delle ogive che erano state rinvenute sui cadaveri degli omicidi avvenuti prima della cattura di Contorno". Trentacinque anni dopo, nel 2024, a parlare davanti ai giudici è l’ex poliziotto ed esperto informatico Gioacchino Genchi che si occupò delle intercettazioni che portarono all’arresto di Contorno. Quello delle armi sabbiate è il capitolo più inquietante di questa storia. La storia di un mafioso che doveva rimanere oltre l’oceano e che invece si è ritrovato proprio dove non doveva stare: la terra da cui era fuggito per non finirci seppellito anzitempo.</p><p>Accade che nella primavera del 1989 i poliziotti di Palermo, guidati da Arnaldo La Barbera (personaggio chiave dei misteri palermitani e non solo), cercano Gaetano Grado, un boss latitante e potente, il cui peso nell’organigramma mafioso è noto solo agli addetti ai lavori. Grado non è un nome altisonante. E’ un mafioso che si muove sottotraccia, ma la mancanza di effetti speciali non ne fa un criminale meno pericoloso. Insomma Gaetano Grado è uno che conta in Cosa nostra. La mattina del 26 maggio 1989 gli agenti fanno irruzione in una villa di San Nicola l’Arena, frazione del comune di Trabia a meno di trenta chilometri da Palermo. Grado è in camera da letto con la sua convivente. Intanto da una roulotte parcheggiata a poca distanza dalla villa un uomo fugge attraverso l’agrumeto che circonda la zona e cerca di guadagnare la via del mare. Gli agenti che lo bloccano non credono ai propri occhi. E’ Totuccio Contorno. Dice di trovarsi in quel posto perché è venuto a far visita a suo cugino Gaetano Grado. Subito dopo il blitz nella villetta di San Nicola l’Arena la polizia effettua una perquisizione della casa. Ma nella roulotte che ospitava il pentito l’ispezione è condotta sommariamente e viene fuori solo un fucile a canne mozze. Passano due giorni e grazie a un’altra perquisizione, stavolta condotta dai carabinieri, spunta un arsenale.</p><p>Le perquisizioni a rate sono una specialità di quei tempi. Servono a spacciare per distrazione disegni strategici più complessi e meno confessabili. Accadrà ancora quattro anni dopo, con il covo di Riina che resterà intonso per giorni e sul cui caso si innescherà un estenuante scambio di accuse tra la Procura di Gian Carlo Caselli e i carabinieri del ROS di Mario Mori.</p><p>Ma torniamo al blitz di San Nicola l’Arena: gli investigatori pensano di aver messo le mani su una storia tutta da scrivere.</p><p>Il triangolo della morte – Gaetano Grado, come Contorno, è uno dei sopravvissuti nella schiera dei perdenti della seconda guerra di mafia. Il sospetto è che abbia riorganizzato gli affari (soprattutto droga, nel cui traffico è specializzato) e che abbia architettato un piano per vendicarsi dei “corleonesi”. Non è un caso che in quei mesi siano caduti una decina di mafiosi schierati con gli uomini di Riina. E sono morti tutti lì in quella zona, tra Bagheria, Altavilla Milicia e Casteldaccia nel cosiddetto “triangolo della morte”. Insomma, ci sono tutti i numeri per avviare un’indagine dai possibili effetti dirompenti. Soprattutto ci sono quelle pistole e quei fucili da esaminare per capire se sono collegati ai morti ancora caldi di quelle contrade. Ma questa pratica si sbriga facilmente. Come? Azzerando tutto. Rovinando le armi con la sabbia, come racconterà nel 2024 l’ex poliziotto Genchi durante il processo di Caltanissetta per il depistaggio delle indagini di via D’Amelio: “Le armi furono portate a Ostia e sabbiate…”. Una dichiarazione dirompente, messa a verbale. Eppure le quelle parole scorrono via nei rivoli della cronaca ordinaria, non suscitano più di un tenue sussulto.</p><blockquote>Contorno doveva essere in America per motivi giudiziari e di sicurezza. “E’ solo una questione di soldi, devo campare la famiglia” si giustifica lui</blockquote><p>Che ci fa Contorno in Sicilia? Non era in America per motivi giudiziari e di sicurezza? “E’ solo una questione di soldi, devo campare la famiglia” si giustifica lui. In principio, negli Stati Uniti, Contorno riceve un contributo di milletrecento dollari al mese. Con lui vivono la moglie e il figlio adolescente. Nel settembre del 1988 il collaboratore manifesta l’intenzione di tornare in Italia, e ciò perché gli Stati Uniti gli hanno detto che a partire da novembre non lo stipendieranno più: per guadagnare dovrà sgobbare come chiunque altro. Ma lui dice che non riesce a trovare lavoro. Nonostante le autorità americane e italiane sconsiglino vivamente il suo rientro in Italia, il 18 novembre il collaboratore di giustizia e la sua famiglia rientrano con un volo della Pan Am.</p><p>Perché questa fretta? Perché le autorità italiane e quelle americane sono così accondiscendenti? In Italia Salvatore Contorno non ha particolari obblighi, tranne quello di chiamare ogni giorno i suoi referenti della Criminalpol per comunicare dove si trova: infatti si intrattiene per ore al telefono col superpoliziotto Gianni De Gennaro che di lì a poco diventerà capo del Servizio centrale operativo. Si muove pressoché libero. Del suo rientro vengono informati il Ministero di Grazia e giustizia e quello dell’Interno, la magistratura di Palermo e i giudici dei processi che lo riguardano. Ma la notizia non filtra attraverso la barriera di riservatezza degli addetti ai lavori. Nessuno si cura troppo di lui. Poi, il 18 maggio 1989, Contorno fa perdere le sue tracce. Lo arrestano otto giorni dopo in una consecutio di eventi che, se si trattasse di fiction, darebbe vita a una narrazione poco credibile.</p><p>La polizia di La Barbera che sta dando la caccia al latitante Gaetano Grado non è stata informata del ritorno del pentito. Per via di alcuni movimenti sospetti in una villetta di San Nicola l’Arena, e in particolare attorno a una cabina telefonica nei pressi della stazione ferroviaria lì vicino, gli agenti cominciano gli appostamenti. E’ così che si rendono conto della presenza di Contorno e della linea diretta tra lui e De Gennaro. E’ da quel momento che prende corpo un’ipotesi inquietante che non troverà mai conferme ma nemmeno versioni convincenti per una smentita: Salvatore Contorno sarebbe rientrato in Sicilia per assassinare Totò Riina, allora latitante numero uno. Per farlo, avrebbe sfruttato la sua parentela col boss Gaetano Grado, che avrebbe dovuto convocare Riina per un vertice di mafia in modo da far scattare l’agguato mortale. Ma qualcuno avrebbe avvisato della trappola il capo di Cosa nostra, che infatti non si sarebbe presentato all’appuntamento, facendo fallire il progetto criminale.</p><p>Di tutto questo Giovanni Falcone era a conoscenza? Non lo sappiamo. Di certo Contorno parlava al telefono con De Gennaro, un poliziotto molto vicino a Falcone, e usava parole in codice per indicare movimenti di persone in una zona chiamata non a caso “il triangolo della morte” dove, proprio in quel periodo, c’erano stati molti omicidi nella fazione criminale avversa a quella del pentito.</p><p>Lo spettro sul Maxiprocesso – Per le armi ritrovate nel covo di San Nicola l’Arena furono celebrati due distinti processi. Uno a carico di Grado e della sua convivente, che vennero condannati. Un altro contro Contorno che venne assolto per insufficienza di prove. Perché dividere le posizioni? Perché la prima perquisizione della roulotte fu fatta frettolosamente?</p><p>A fronte di questi interrogativi, l’alba di un’ipotesi spaventa i magistrati in prima linea nella lotta alla mafia. E’ un’alba fredda e livida come la paura che tutto il lavoro fatto fino a quel momento possa andare sprecato. Lo spettro incombe sul Maxiprocesso.</p><p>Il 16 dicembre 1987 il presidente Alfonso Giordano, dopo 349 udienze, 1314 interrogatori e 635 arringhe difensive, aveva letto la sentenza del primo grande processo alla mafia: 346 condanne di cui diciannove all’ergastolo, 2665 anni di carcere, 114 assoluzioni. Salvatore Contorno è con Tommaso Buscetta uno dei pilastri dell’impianto di accusa che fin lì ha retto perfettamente. Ma si tratta pur sempre di una sentenza di primo grado e la mafia sta “investendo” in omicidi, pressioni politiche e intimidazioni per correre ai ripari. Il processo d’appello è iniziato nel febbraio del 1989, proprio l’anno del tumultuoso caso del rientro in Sicilia di Coriolano. Non è solo Cosa nostra a odiare i pentiti. In Italia una corrente di opinione, che ha santoni nella politica, soprattutto nella Dc, vede nei collaboratori di giustizia e nei metodi d’indagine rivoluzionari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino il rischio di una deriva antidemocratica. Quell’arresto e la coda di drammatici interrogativi che si porta appresso mettono a rischio la tenuta di una sentenza che è solo un primo passo in una strada disseminata di ostacoli. Falcone è già da tempo sotto attacco da parte di molti giornali. E il fuoco di fila da lì al 23 maggio 1992, quando il cratere di Capaci inghiottirà un pezzo di storia d’Italia insieme ai corpi di cinque esseri umani, sarà continuo.</p><blockquote>Sei lettere anonime contengono accuse sulla gestione del pentito, “un killer di stato”. Non le ha scritte un orecchiante. È il Corvo di Palermo</blockquote><p>L’ora dei veleni – Intanto il Corvo ha spiccato il volo. Le lettere anonime sono sei, scritte a macchina, il tipo di carta non è lo stesso per tutte. I destinatari sono: il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica, il presidente della Commissione parlamentare antimafia Gerardo Chiaromonte, il segretario del Partito comunista Achille Occhetto, e due figure di spicco dei carabinieri, Mario Mori e Antonio Subranni. Le lettere contengono accuse pesanti a Falcone per la gestione del pentito Contorno, che secondo l’estensore sarebbe stato un vero killer di Stato. Le ha scritte qualcuno che di sicuro non è un orecchiante. I riferimenti sono precisi, e solo chi è dentro a certe stanze può averli raccolti e impilati come pietre pronte per una lapidazione. È il Corvo di Palermo.</p><p>L’anonimo scrive che Gianni De Gennaro e i vertici della Criminalpol erano perfettamente a conoscenza del fatto che Contorno si recava a Palermo per colpire i “corleonesi” e stanare Totò Riina. “Tutto ciò era stato peraltro concordato anche con dei magistrati e in particolare con i giudici Falcone, Ayala e Giammanco, con i quali in questi ultimi tempi De Gennaro si è incontrato a Palermo […]. De Gennaro, quindi, e i magistrati suddetti hanno inviato Contorno a Palermo ben sapendo che avrebbe commesso dei gravi reati. Si tratta di gravissime responsabilità se si considera che Contorno ha ucciso Mineo, Baiamonte, Aspetti, Messicati e Cerva […]. Sono veri e propri omicidi di Stato […]”.</p><p>L’anonimo sa di spostamenti riservati di uomini delle istituzioni, sa di intercettazioni segrete, sa di contatti di cui pochissimi sono a conoscenza. C’è poi un truce capitolo, nel quale non si risparmia sul veleno, interamente dedicato a Falcone che, secondo il Corvo, “fino ad oggi vi ha preso per i fondelli facendovi credere di essere un paladino dell’antimafia laddove si è rivelato uno squallido opportunista”.</p><p>Il Corvo gongola. Giovanni Falcone soffre in silenzio.</p><p>Nel frattempo sulla scena è entrato gradualmente un nuovo personaggio che di lì a poco assumerà sempre più importanza, sino a diventare un protagonista della stagione dei veleni palermitani.</p><p>Il 5 agosto 1988 Domenico Sica viene nominato Alto commissario per la lotta alla mafia. L’incarico gli viene affidato tra le polemiche, dato che quel posto sembrava destinato a Giovanni Falcone, che di mafia si intende molto più di Sica. La stessa istituzione di un Alto commissariato è vista come un errore da molti magistrati e investigatori esperti di criminalità organizzata. Sica, soprannominato “Nembo Sic” per via di una sua naturale inclinazione a inserirsi in inchieste di grande effetto mediatico, deve la sua fortuna a uno sponsor di eccezione: il democristiano Antonio Gava, che in quel momento è ministro dell’Interno. Grazie a lui è riuscito a bruciare Falcone per il posto di alto commissario, e ciò peserà fortemente sui loro rapporti. Per Falcone è il secondo smacco, o meglio il secondo segnale di isolamento, dopo che qualche mese prima il Csm ha bocciato la sua candidatura alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo, preferendogli Antonino Meli, che più di lui ha anni sul groppone e non una riga di curriculum.</p><p>Le lettere del Corvo di Palermo sembrano a Sica un’occasione preziosa per rilanciarsi. Se le fa dare tutte d’imperio e le esamina. A rafforzare l’ipotesi che l’autore sia qualcuno addentro alle questioni giudiziarie c’è che in almeno un paio di quelle missive è stata utilizzata una macchina per scrivere in dotazione al palazzo di giustizia di Palermo: una Triumph Adler. È un modello molto diffuso in quegli anni, ma è quanto basta per accendere la voglia di riscatto di Sica. Per la perizia sulle impronte digitali, però, l’alto commissario fa una scelta inusuale, che gli costerà cara: anziché rivolgersi come di prassi al Cis, il Centro carabinieri investigazioni scientifiche (oggi RaCIS, Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche), manda tutto al Sismi, i servizi segreti militari.</p><blockquote>L’Alto commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica è convinto che il Corvo sia Alberto Di Pisa. Che sarà assolto, e il Corvo mai identificato</blockquote><p>La tazzina di caffè – Si trovano otto impronte sulla lettera del Corvo inviata a Sica. Su una di esse si scatena un giro estenuante di perizie, controperizie, conferme e smentite. A un certo punto la manovra maldestra di un tecnico del Sismi la danneggia irrimediabilmente. E di quell’impronta resta solo una foto. Sica attira con l’inganno il magistrato Alberto Di Pisa nel suo studio e gli prende un’impronta dal tavolo di vetro sul quale tamburella con le dita. Non contento, gli offre un caffè al bar e fa prelevare di nascosto la tazzina dai suoi collaboratori. Nonostante l’incertezza dei risultati delle analisi, l’Alto commissario è convinto che il Corvo sia Di Pisa. Tanto è vero che lui stesso telefona al presidente della Repubblica Francesco Cossiga per dargli la notizia bomba. Contemporaneamente l’indiscrezione striscia sino alla redazione del settimanale “Epoca”, che per la prima volta fa il nome di Alberto Di Pisa indicandolo come il Corvo di Palermo.</p><p>In quei giorni la Procura apre un’inchiesta sull’anonimo. Di Pisa dichiara di essere a disposizione dei colleghi che lo hanno messo sotto indagine con l’accusa di calunnia aggravata e si fa prendere volontariamente le impronte digitali.</p><p>Per uno scherzo del destino, Di Pisa entra in aula proprio mentre Contorno esce dal carcere dopo l’arresto per il blitz di San Nicola l’Arena. Diciotto mesi dopo il magistrato palermitano viene condannato a un anno e mezzo per calunnia aggravata. La sentenza di appello arriva due anni dopo, il 14 dicembre 1993, in un’altra Italia, in un’altra èra, in un’altra orografia sociale in cui i crateri delle stragi di mafia sono ancora fumanti. Di Pisa viene assolto.</p><p>Nelle motivazioni della sentenza i giudici sono durissimi: “L’alto commissario Sica e i suoi collaboratori non si sono limitati a una mera attività di rilevamento, né ad assicurare e conservare le fonti prova, ma si sono spinti fino al punto di creare e ricavare con modalità quanto mai irrituali e fraudolente le impronte papillari del dottor di Pisa che hanno segnato l’inizio della vicenda giudiziaria illegittima e arbitraria sin dalla sua origine […]. Attraverso il meccanismo messo avanti dal tribunale si trasforma in elemento di prova utilizzabile in sede giudiziaria quello che non si sarebbe mai potuto […] ossia si fa entrare nel processo una perizia o una parte di perizia extragiudiziaria effettuata da periti che per la loro appartenenza al Sismi sono stati e sono alle dipendenze del potere politico”.</p><p>Insomma, oltre a essere l’assoluzione di Di Pisa, è la condanna in toto dell’operato di Sica.</p><p>Nel 2016, in un’intervista a “la Repubblica”, Alberto Di Pisa dà una sua versione del caso che lo ha visto protagonista. Ha settantadue anni e da pochi giorni è in pensione, dopo aver lasciato l’ufficio di procuratore di Marsala che fu di Paolo Borsellino. “Nell’89 c’era una profonda faida negli ambienti della Criminalpol. C’era la squadra di De Gennaro e quella di Contrada. Il Corvo bisognava cercarlo lì, ma nessuno lo fece. L’anonimo diceva la verità, come avevo sottolineato io stesso in una riunione in Procura con tutti i colleghi. C’erano Giammanco, Falcone, Sciacchitano, Signorino. Sarei stato un idiota poi a scrivere quell’anonimo”. Cosa aveva detto Di Pisa in quella riunione? “Che bisognava indagare per capire cosa stava dietro a quello stranissimo arresto di Contorno a San Nicola l’Arena. Ma qualcuno pensò di approfittare dell’occasione confezionando l’anonimo che fu subito attribuito a me, nonostante fosse scritto su carta intestata della Criminalpol (disponibile solo negli uffici romani dove io non ero mai stato) e con una macchina da scrivere che fu appurato non essere la mia. La verità è che ci fu una convergenza di interessi, politica, servizi, poteri forti, che avevano l’obiettivo di togliermi le inchieste scottanti che avevo in mano, quella su mafia e appalti, sulla morte dell’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, sulla massoneria, sugli omicidi di Beppe Montana e Ninni Cassarà”.</p><p>Alberto Di Pisa il 31 dicembre 2015 ha lasciato la magistratura per limiti d'età. E’ morto dopo una lunga malattia nel 2022. Il Corvo non è mai stato identificato.</p><p>Salvatore Contorno, la cui “missione siciliana” è stata alla fine considerata quasi una gita, dopo essere stato liberato con tante scuse, sfuggirà a un attentato ordito nell’aprile 1994 da Matteo Messina Denaro. Negli anni a seguire verrà arrestato due volte, per spaccio di droga e per estorsione: gli verrà revocato il programma di protezione.</p>]]></description>
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				<title>Da Ustica a Garlasco. &quot;I casi irrisolti sono un asset per tv, cinema e podcast&quot;, dice il produttore Pietro Valsecchi</title>
				<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 15:43:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p>"<b>I 'cold cases' sono una sorta asset produttivo per cinema, tv, libri e podcast</b>.&nbsp;Sono storie che possono avere una grande forza. Ma il rischio è che si trasformino in mero intrattenimento".&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/pietro-valsecchi--2674" target="_blank">Pietro Valsecchi</a>, fra i produttori televisivi e cinematografici più importanti in Italia, parla al Foglio dopo una svolta – l'ennesima, ma forse anche la più importante – sul caso della strage di Ustica. La disponibilità mostrata da Parigi nel fornire documentazione inedita "apre&nbsp;<b>un nuovo filone e nuove prospettive"</b>, ha detto ieri il procuratore di Roma&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/30/news/ustica-il-procuratore-chiede-di-non-archiviare-linchiesta-sulla-strage-si-apre-un-nuovo-filone--409157" target="_blank">Francesco&nbsp;Lo Voi</a><b>&nbsp;</b>chiedendo di non archiviare l’inchiesta sull'evento che il 27 giugno 1980,&nbsp;quando il Dc-9 Itavia precipitò nel mar Tirreno, ha provocato la morte di 81 persone. Una inchiesta che va avanti fa fiorire nuovi dubbi, nuove fantasie, e quindi nuovi modi per raccontarle a un pubblico sempre più affascinato dalla cronaca nera, dal piccolo schermo ai podcast (il true crime è fra i generi più seguiti). In un paese così "cold" come il nostro (recuperare il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/contro-mastro-ciliegia/2026/09/29/news/un-paese-troppo-cold--408958" target="_blank">Contro Mastro Ciliegia</a>&nbsp;del 29 settembre) non c'è nulla di meglio.&nbsp;</p><p>"Credo che raccontare i casi irrisolti sia molto importante", dice Valsecchi. "Ci sono storie che continuano a interrogarci per anni, perché manca una verità, perché le famiglie aspettano risposte e perché sentiamo che riguardano anche noi. <b>Il cinema può farci entrare nella vita delle persone coinvolte e farci capire cosa significa convivere con quelle domande.&nbsp;</b>Naturalmente – prosegue – bisogna avere rispetto e conoscere bene quello che si racconta. Il fatto che una storia sia famosa non significa che sia già un buon film. <b>Devi trovare un punto di vista, capire attraverso chi raccontarla. E devi essere onesto su ciò che sappiamo e su ciò che resta ancora da chiarire. Le vite delle persone non sono materiale da usare con leggerezza"</b>.</p><p>Il processo lavorativo è tutto quando si maneggiano storie di sangue, specialmente se delicate e ancora tutte da definire. "Quando una vicenda mi colpisce, cerco di approfondirla, di capire chi sono le persone e che cosa c’è dietro. Da lì comincio a pensare a una storia. <b>Se interessa e commuove me, spero possa interessare e commuovere anche il pubblico.&nbsp;</b>Oggi, con le difficoltà che il cinema italiano sta vivendo nelle sale, un produttore deve chiedersi ancora di più che cosa vuole fare e perché qualcuno dovrebbe andare a vederlo. Io questa domanda me la pongo prima di cominciare. Che cosa mi colpisce di questa storia? Che cosa può arrivare allo spettatore? C’è un’emozione, un conflitto, qualcosa che gli resterà dentro?". Ed è fra questi dubbi che, dice il produttore, "i casi irrisolti possono avere una grande forza, <b>ma il mistero da solo non basta</b>. Devi far sentire allo spettatore quanto quella vicenda abbia cambiato la vita di qualcuno. E capire se ha bisogno di un film, di una serie, di un documentario o di un podcast".</p><p>Attorno ai casi irrisolti della cronaca italiana c'è un fitto ecosistema di prodotti mediatici di successo. Un caso di cronaca mai chiuso (come ad esempio Ustica) permette a sceneggiatori, scrittori o creatori di contenuti di continuare a creare prodotti al riguardo. Ma per quanto la storia rimanga da definire, "il pubblico si aspetta che il racconto arrivi da qualche parte. <b>Anche un finale aperto va bene, purché faccia capire qualcosa in più</b>. E vale anche per casi considerati risolti".&nbsp;Da Garlasco a Ustica, sono innumerevoli le serie, libri e podcast dedicati. Ma anche la tv è piena di approfondimenti su questi casi. "C'è il rischio che la cronaca nera si trasformi in mero intrattenimento. <b>Quando ogni sospetto diventa una rivelazione, il dolore finisce per diventare spettacolo", dice Valsecchi, secondo cui per evitare di arrivare a un simile livello di cinismo</b>&nbsp;<b>"bisogna studiare, distinguere i fatti dalle ipotesi e rispettare le persone</b>. Da produttore mi chiedo sempre che cosa aggiunge il mio racconto. Non basta scegliere un caso perché tutti ne parlano".</p><p>Il podcast è il settore nel quale il successo del true crime appare più evidente. Nel 2025, per il terzo anno consecutivo, Elisa True Crime è stato incoronato come il podcast più ascoltato in Italia su Spotify, primato condiviso anche sulla piattaforma concorrente Apple Podcast. Il fascino della <i>nera </i>ha convinto Francesca Fagnani a creare uno spin off "Crime" del suo programma Rai "Belve", in cui l'intervista al killer Roberto Savi ha contribuito a riaprire il polverone sul caso della 'Uno bianca'. È lunga, poi, la lista dei prodotti audiovisivi incentrati sui casi più noti, lunghi e misteriosi della nostra cronaca nera: dal delitto di Avetrana (Disney Plus) al&nbsp;caso Claps (Rai), passando per il documentario sull'omicidio di Yara Gambirasio (Netflix) alla miniserie firmata da Stefano Sollima sul 'Mostro di Firenze' (sempre Netflix), prossima alla seconda stagione. Cosa muove una persona ad appassionarsi alla cronaca nera? "Vogliamo capire e ci riconosciamo nelle paure e nelle vite delle persone coinvolte. Il mistero attira, ma sono le persone a coinvolgerci davvero. E oggi, con la difficoltà di portare pubblico nelle sale, dobbiamo partire proprio dai contenuti. <b>Una vicenda famosa può incuriosire, ma per convincere qualcuno ad andare al cinema serve una storia che gli faccia provare qualcosa"</b>. Sullo schermo c'è una vita strappata con violenza, con dinamiche ancora tutte da chiarire. Nella bocca invece ci sono i popcorn.</p>]]></description>
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				<title>Un&#039;Italia viva e capace di rispondere alle emergenze</title>
				<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Roberto Volpi</author>
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				<description><![CDATA[<p>L<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/istat_1106" target="_blank">’Istat</a>&nbsp;ci ha appena fornito il numero dei morti del mese di giugno 2026: 49.446. Perché ci dica qualcosa dobbiamo confrontarlo col dato dell’anno prima. Nel giugno del 2025 i morti erano stati 50.455. Dunque rispetto al giugno 2025 a giugno di quest’anno abbiamo registrato 1.009 morti in meno, pari al 2 per cento di morti in meno.</p><p>Giugno 2026 è stato un mese a metà: per un po’ un mese dello stesso caldo dell’anno prima, per un po’ un mese del caldo opprimente, eccessivo, di quest’anno. Che i morti a giugno siano non aumentati bensì diminuiti rispetto a un anno prima è dunque un bel segnale. Non abbiamo la sfera di cristallo e non sappiamo cosa ci dirà l’Istat dei morti di luglio e agosto di quest’anno, non possiamo che aspettare. E tuttavia il dato di giugno 2026, per quel che può significare trattandosi di un solo mese, non è estroverso ma ci conferma che, contrariamente a quel che è il senso comune, e a quel che sarebbe da aspettarsi a sentire i servizi televisivi e a leggere la pletora dei quotidiani con in prima pagina individui stralunati sotto le cannelle, a guazzo nelle fontane, cappelli pigiati in testa, ombrelli inastati per ripararsi dall’impietosita’ di un sole incessante, è difficile morire di caldo. E infatti la tendenza che vale pressoché dal primo decennio del secondo dopoguerra a oggi è inappellabile: l’aumento medio delle temperature non ha fatto che accompagnare lo straordinario viaggio del popolo italiano alla conquista delle primissime posizioni al mondo in fatto di speranza di vita o vita media alla nascita. Detto diversamente: l’aumento delle temperature dei mesi più caldi ha mediamente coinciso con un abbassamento della mortalità proprio in questi mesi. Non è del caldo, non almeno fino ad oggi, per il domani si vedrà, che c’è da temere, quanto piuttosto del freddo; è il freddo che fa aumentare la mortalità, il caldo, anche il grande caldo, ne ha propiziato la discesa, la contrazione.</p><p>Aspettiamo dunque di vedere cosa ci dirà l’Istat dei morti dei mesi di luglio e agosto di quest’anno, ma intanto non possiamo non annotare come pure in questi mesi in certo senso e per più aspetti tormentosi in nessun luogo, in nessuna città grande e piccola del nostro paese, abbiamo registrato episodi di collasso dei servizi: <b>nessun pronto soccorso è scoppiato, nessun ospedale è andato in tilt, nessuna residenza protetta per anziani ha dovuto chiudere per condizioni insostenibili. Tutto ha continuato a funzionare senza particolari disservizi.</b></p><p>C’è una doppia verità, che risalta da questo stato delle cose. Due considerazioni da ricavare che non possono essere messe in dubbio.</p><p><b>La prima: viviamo in tempi di formidabile elasticità di pensiero e operativa.</b> Durante il Covid ci siamo inventati il lavoro da remoto, via internet. Il Covid ha dato la stura all’innovazione che, col grande caldo canicolare che da eccezione si fa normalità, è destinata a investire in pieno l’organizzazione del lavoro – sedi orari e modalità; i ritmi, gli spazi e i percorsi delle città; l’articolazione dei servizi sociali e sanitari, a cominciare da quelli di pronto intervento e di soccorso agli anziani e alle persone fragili, perché meglio aderiscano ai bisogni del territorio e delle situazioni della vita, straordinarie e non.</p><p>La seconda: oggi le autorità e le istituzioni che hanno un ruolo negli eventi calamitosi di minore o maggiore prevedibilità, nello scoppio di un’epidemia come di un’ondata di calore straordinaria, prolungata e pericolosa, hanno meccanismi e modelli operativi capaci di attivarsi e produrre contromisure efficaci per sbarrare la strada alla diffusione di un virus come alle conseguenze più temibili del cambiamento climatico. Per carità non tutto va come si vorrebbe, molte sono le lentezze e le inefficienze, molte le aree geografiche dove gli standard non sono all’altezza, per non dire che molti modelli operativi sono ancora da inventare, ma<b> il nostro è un paese all’avanguardia, non alla retroguardia nella protezione delle persone e della vita delle persone.</b></p><p>Dovremmo ricordarcene di più, piuttosto che passare da un allarme a un altro.</p>]]></description>
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				<title>La “macchina del fango” di Ranucci contro l’ex amico Mottola</title>
				<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Solo pochi giorni fa, Sigfrido Ranucci aveva accusato il Corriere della Sera di dire falsità in un articolo in cui si riportavano voci di storici inviati di Report pronti ad abbandonare la trasmissione, qualora il Tribunale del lavoro reintegrasse l’ex conduttore: “Ennesimo articolo falso del Corriere della Sera”, scriveva. <b>Ora si scopre che questi dissensi esistono davvero.</b> Filorosso, il programma su Rai3 di Antonino Monteleone, ha mostrato le immagini di un convegno a Modena, nell’ambito del festival giornalistico DIG, in cui tre storici protagonisti di Report hanno criticato Ranucci. <b>Due sono ex, Gian Gaetano Bellavia e Alberto Nerazzini. Il terzo, Giorgio Mottola, lo diverrebbe qualora l’ex amico Sigfrido tornasse al comando</b>.  Bellavia, storico commercialista consulente di Report, che già aveva preso le distanze da Ranucci, ha suggerito a Mottola che Report dovrebbe indagare sul caso Lavitola. Nerazzini, storico inviato di Report, ha detto che Ranucci non ha niente di sinistra, come dimostrerebbe la sua relazione stretta con Lavitola, e di aver subìto “tre censure dal simbolo del giornalismo indipendente Sigfrido Ranucci”. Infine Mottola, attuale inviato di Report, confermando ciò che aveva scritto il Corriere, ha detto che lui “al posto di Sigfrido” avrebbe fatto “un passo indietro” (<b>quello che Ranucci ha chiesto a Daniele Piervincenzi)</b> e che la “presa di posizione del tutto incomprensibile” di Sigfrido ha “lacerato il rapporto in un modo che non potrà rinsaldarsi”.</p><p>Ranucci ha replicato a tutti e tre, respingendo le accuse.<b> Ma la risposta a Mottola è particolarmente significativa</b>: “E’ andato in onda liberamente più volte – ha scritto l’ex conduttore di Report –. Non gli è andata male nemmeno sul piano economico, visto che è arrivato a incassare circa 330 mila euro l’anno vendendo le sue inchieste (costi di montaggio e trasferte compresi nel prezzo): la cifra più alta tra tutti gli inviati”. <b>In pratica, Ranucci rinfaccia all’ex amico i lauti guadagni</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/03/news/ranucci-il-marchese-del-report--406376">quelle stesse esatte cifre che appena un mese fa aveva pubblicato il Tempo di Daniele Capezzone</a>, ricevendo una valanga di accuse di falsità e minacce di querele da parte dei giornalisti di Report: <b>“Pubblicate cifre false sugli stipendi”, scriveva Su Facebook Ranucci</b>, che si è sempre riferito ai giornali del gruppo Angelucci come a una sorta di macchina del fango attivata nei suoi confronti. Ora quello stesso materiale Ranucci lo ha sparato addosso all’ex collega Mottola, facendo peraltro un grande favore al Tempo. Nell’eventuale processo per diffamazione promosso dai giornalisti di Report, la difesa del gruppo Angelucci potrà chiamare a testimoniare  il sig. Ranucci che, se i giudici vorranno, sarà di nuovo il conduttore di Report.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ustica, il procuratore chiede di non archiviare l’inchiesta sulla strage: &quot;Si apre un nuovo filone&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 12:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>L'apertura da parte dell'autorità francesi di collaborazione "apre un nuovo filone e nuove prospettive" all'indagine sulla&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/strage-di-ustica_62510" target="_blank">strage di Ustica</a>. Lo ha detto il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, chiedendo al gip la revoca della richiesta di archiviazione alla luce della disponibilità arrivata dalle autorità francesi a trasferire all'Italia tutta la documentazione relativa alla strage avvenuta la sera del 27 giugno 1980, quando il Dc-9 Itavia precipitò nel mar Tirreno, provocando la morte di 81 persone. ''È arrivata la disponibilità da parte delle autorità francesi a riaccendere la cooperazione che c'era stata negli anni passati", ha detto Lo Voi nell'udienza in programma questa mattina davanti al gip Livio Sabatini. "Questo rappresenta per la procura una forma di riattivazione che apre un filone con nuove prospettive. Tutto questo ci porta a ritirare la richiesta di archiviazione''. <b>La quale riguardava due fascicoli, riunificati, aperti nel 2008 e nel 2022 dai pm di piazzale Clodio, entrambi contro ignoti</b>.</p><p>I documenti messi a disposizione coprono un lungo periodo, fino a primi anni Novanta, e tra questi ci sarebbero anche quelli del ministero della Difesa francese e file informatici. Nella nota dell'ambasciata francese inviata al ministero degli Esteri e trasmessa tramite la presidenza del Consiglio al ministero della Giustizia e a sua volta alla procura di Roma, <b>si dà inoltre atto della disponibilità ad assecondare ulteriori richieste qualora arrivassero</b>.&nbsp;</p><p>La decisione di oggi arriva dopo decenni di richieste rimaste senza riscontro e rogatorie inevase fin dagli anni Novanta. L'ufficio inquirente di piazzale Clodio produrrà oggi una corposa documentazione che abbraccia un arco temporale compreso tra il 1981 e il 1994, attingendo anche a vecchie istanze di cooperazione giudiziaria internazionale. Tra i materiali che verranno forniti ai pm romani figurano i tracciati dei radar operativi durante le ore in cui avvenne la tragedia, le rotte delle portaerei Clemenceau e Foch, i piani di volo dei velivoli militari diretti in territorio libico e la controversa traccia denominata LL004, intercettata all'epoca dalla postazione di Poggio Ballone in prossimità dello scalo militare sardo di Solenzara.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Un dirottamento, anzi una lite fra piloti. Cosa sappiamo del volo FlyDubai</title>
				<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 11:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>"La situazione è sotto controllo e si stanno mettendo in atto tutte le misure necessarie per riportare in sicurezza i passeggeri israeliani in Israele"</b>. Le rassicurazioni&nbsp;dell'ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arrivano dopo ore di dubbi, tensioni e occhi perennemente puntati al cielo. Oggi infatti  un volo della compagnia FlyDubai partito da Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e diretto a Tel Aviv, in Israele, è atterrato all’aeroporto di Tabuk, nel nord-ovest dell'Arabia Saudita, dopo una segnalazione di emergenza inviata dallo stesso velivolo.</p><p>Riavvolgiamo il nastro.&nbsp;Nella mattinata italiana, i media israeliani hanno avvertito che <b>un aereo di linea della Flydubai </b>(FZ 1073) in volo <b>da Dubai a Tel Aviv</b> con circa 180 persone a bordo, ha prima trasmesso il codice transponder 7700, che indica una situazione di emergenza, e poco dopo il 7500, utilizzato per segnalare <b>un possibile dirottamento o un atto di interferenza illecita</b>. L'aereo ha inoltre ridotto la quota e modificato la propria rotta, dirigendosi verso l'Arabia Saudita invece che verso l'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. <b>Sono scattate dunque le procedure di sicurezza israeliane, e due caccia dell'Aeronautica militare israeliana sono stati fatti decollare d'urgenza.</b></p><p>Poco dopo, i media israeliani hanno scritto che il volo è atterrato all'aeroporto di Tabuk. Alla base dei segnali di emergenza, stando a fonti della sicurezza israeliana <b>ci sarebbe stato un alterco a bordo del volo</b>. Anche la compagnia aerea confermerebbe la versione. Stando a quanto riferito dall'emittente israeliana Channel 12, FlyDubai avrebbe infatti annunciato che "i piloti hanno avuto una colluttazione in cabina di pilotaggio durante il volo, fino a quando uno di loro ha perso conoscenza. Non si è trattato di un incidente di sicurezza". La compagnia aerea ha dichiarato lungo la giornata che <b>le ragioni di una lite "avvenuta nella cabina di pilotaggio del volo FZ 1073" rimangono sconosciute e sono oggetto di un'indagine formale</b>, secondo quanto riferito da un portavoce in una nota. <b>"Invitiamo tutte le parti ad astenersi da speculazioni premature mentre le autorità ricostruiscono i fatti"</b>, si legge nel comunicato.<b>&nbsp;</b></p><h2>Netanyahu: "Il copilota ha accoltellato il comandante e intendeva far precipitare l'aereo"</h2><p>In base a quanto riportato dal&nbsp;<a href="https://www.timesofisrael.com/liveblog-september-30-2026/" target="_blank">liveblog</a>&nbsp;del quotidiano israeliano Times of Israel, uno dei piloti del volo FlyDubai avrebbe tentato di far precipitare il velivolo prima di essere fermato dall'altro pilota con l'aiuto di alcuni passeggeri. <b>Si tratta però di indiscrezioni non confermate ma comunque diffuse dai media israeliani sulla base delle testimonianze raccolte tra le persone a bordo</b>.&nbsp;Le prime ricostruzioni hanno indicato uno dei piloti di origine russa e il copilota di origine ucraina. Per il quotidiano israeliano Ynet, invece, il pilota che avrebbe tentato di far schiantare l'aereo sarebbe cittadino dell'Oman mentre l'altro sarebbe emiratino.</p><p>Il primo ministro israeliano Netanyahu <b>ha convocato un nuovo vertice con funzionari della sicurezza e dell'aviazione per valutare la situazione dei passeggeri del volo</b>. Lo riporta Ynet. ''Siamo in contatto costante con paesi rilevanti per garantire il ritorno dei passeggeri in sicurezza in Israele'', ha dichiarato il premier israeliano. "<b>Il copilota ha accoltellato il comandante e a quanto pare intendeva far precipitare l'aereo</b>'', ha detto. ''Ho parlato con uno dei passeggeri israeliani che è intervenuto per fermare l'aggressore, hanno dimostrato un coraggio incredibile, hanno prevenuto una tragedia enorme'', ha aggiunto il premier, specificando che l'accoltellatore è al momento sotto interrogatorio da parte delle autorità saudite.&nbsp;"Rendo omaggio agli eroi a bordo del volo proveniente da Dubai, che hanno dimostrato prontezza, coraggio e intraprendenza. <b>Ho dato istruzioni all'apparato di sicurezza di prepararsi ad affrontare eventuali ulteriori minacce</b>", ha affermato poi Netanyahu.</p><p><b>L'Arabia Saudita ha respinto la richiesta di Israele di consentire ai propri aerei di rimpatriare i passeggeri israeliani a bordo del volo:</b>&nbsp;lo ha scritto Reuters online citando due fonti della sicurezza. La richiesta mirava a permettere ad aerei militari israeliani di prelevare i cittadini israeliani dall'Arabia Saudita, paese che non intrattiene relazioni diplomatiche con Israele, hanno precisato le fonti. L'ufficio stampa del governo saudita non ha risposto nell'immediato a una richiesta di commento. L'aeronautica militare israeliana si stava preparando a inviare aerei da trasporto militare Super Hercules per recuperare i passeggeri israeliani, ha riferito una delle fonti. Il rimpatrio dei passeggeri verso Tel Aviv è stato invece predisposto con un aereo FlyDubai.&nbsp;Alcuni dei passeggeri israeliani, però, si sono rifiutati di salire a bordo del volo di rimpatrio della compagnia aerea, atterrato in Arabia Saudita, sostenendo "di avere paura di volare di nuovo su un aereo della compagnia" e che si aspettavano un volo di rimpatrio di sicurezza israeliano.<b> Il volo di rimpatrio della FlyDubai è poi atterrato all'aeroporto internazionale</b>&nbsp;<b>di Tel Aviv-Ben-Gurion</b>.</p><p><b>I media israeliani riportano che il Mossad e lo Shin Bet sono coinvolti nelle indagini sull'incidente avvenuto sul volo FlyDubai</b>. I passeggeri saranno interrogati al loro arrivo in Israele. Secondo quanto riportato, Israele sta definendo i passi necessari perché aerei israeliani possano atterrare in Arabia Saudita, dal momento che i due paesi non intrattengono relazioni diplomatiche. La ministra dei Trasporti Miri Regev ha richiesto la sospensione dei voli FlyDubai verso Israele in attesa dell'indagine sull'incidente dell'areo per Tel Aviv. A riportarlo sono sempre i media israeliani, secondo cui la ministra ha chiesto anche all'Autorità per l'aviazione civile di verificare se gli Emirati Arabi Uniti abbiano violato l'accordo con Israele, secondo il quale solo i piloti in possesso di passaporto di paesi con cui Israele intrattiene relazioni diplomatiche sono autorizzati ad atterrare in Israele. Questo alla luce delle indiscrezioni secondo cui il co-pilota coinvolto nell'aggressione abbia cittadinanza omanita.&nbsp;</p><h2>Le indagini e le voci dei passeggeri: "Abbiamo sentito delle urla sull'aereo, e poi anche&nbsp;del sangue"</h2><p>"Abbiamo sentito delle urla sull'aereo. Poi hanno aperto la cabina di pilotaggio e <b>abbiamo visto del sangue</b>", racconta all'emittente israeliana Channel 12  una passeggera. Secondo cui uno dei piloti sarebbe stato colpito con un coltellino e alcuni passeggeri israeliani avrebbero aiutato l'equipaggio a immobilizzare un aggressore. Un'altra testimone riferisce che uno dei piloti sarebbe rimasto gravemente ferito e che, in quei momenti, il velivolo avrebbe iniziato una rapida discesa.&nbsp;</p><p>Anche un altro passeggero israeliano, Daniel, ha raccontato all'emittente Channel12 i drammatici momenti vissuti a bordo. "<b>All'improvviso ho sentito una colluttazione</b>, qualcosa che sembrava una rissa provenire dalla cabina di pilotaggio. La porta era leggermente aperta e ho visto qualcuno che cercava di spingere fuori un'altra persona. Poi tre israeliani seduti dietro di me sono venuti a vedere cosa stesse succedendo e improvvisamente l'aereo ha iniziato una picchiata molto ripida, con il muso verso il basso, accompagnata da una rotazione fortissima", ha aggiunto. <b>"Ho pensato: è finita. È successo di nuovo l'11 settembre"</b>.</p><p>Un po' di numeri aiutano a capire meglio la dinamica del volo. I dati di tracciamento citati dal Times of Israel mostrano che l'aereo è sceso improvvisamente da circa 10 a 5 chilometri di quota in meno di un minuto, accelerando contemporaneamente da 411 a quasi 600 nodi. Dopo una breve risalita fino a circa 6 chilometri e mezzo, è nuovamente sceso sotto i 4 chilometri e mezzo.&nbsp;L'aereo ha successivamente ripreso le comunicazioni ed è atterrato all'aeroporto di Tabuk. Mentre si prova a fare chiarezza sul caso, sui media israeliani e social viene diffusa un'immagine scattata nell'aereo, mostrando un passeggero con la camicia macchiata di sangue. L'uomo, riporta il media israeliano&nbsp;<a href="https://www.ynet.co.il/news/article/sj1jneccfe" target="_blank">Ynet</a>, sarebbe intervenuto per separare il pilota e il copilota durante la rissa scoppiata nella cabina di pilotaggio.</p><p><i>Articolo in aggiornamento</i></p>]]></description>
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				<title>Di Battista torna in tv: “Mi hanno asportato un tumore, ora mi devo curare”</title>
				<pubDate>Wed, 30 Sep 2026 10:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà”. <b>Alessandro Di Battista torna a DiMartedì, in collegamento con Giovanni Floris su La7</b>, e per la prima volta <b>spiega che cosa gli era successo a fine agosto all'Avana</b>. Era a Cuba per un reportage per il Fatto Quotidiano e TvLoft quando ha cominciato a stare male per “<b>un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore che mi è stato riscontrato”</b>. I medici cubani “hanno azzeccato immediatamente le cure che hanno ridotto l'edema permettendo di operarmi, mi hanno asportato quasi tutto il tumore. Adesso farò le cure sperando che funzionino”.&nbsp;</p><p>Di Battista, 48 anni, era stato operato in un ospedale della capitale cubana e tra l'11 e il 12 settembre era rientrato in Italia con un'aeroambulanza; il 18 settembre aveva fatto sapere di essere stato dimesso. Dice di non riconoscersi nella retorica del malato-guerriero: “Io non sono uno di quelli che dice ce la farò, io devo fare le cure e avere un atteggiamento positivo. Quelli che non devono mollare sono i dottori”. E aggiunge: “Faccio parte di quel club di cittadini italiani che dicono ‘perché proprio a me’”.</p><p>Nel racconto c'è spazio anche per la politica. <b>Al Gemelli, riferisce, gli hanno detto che a Cuba l'intervento è stato eseguito con grande precisione, pur con tecnologie di trent'anni fa, in un ospedale privo di acqua</b>. E su Giorgia Meloni: con lui si è comportata bene, come tutto il governo, e lo ha chiamato per invitarlo a <b>ignorare le polemiche sul volo di stato</b>, che – precisa – non è mai stato davvero un'ipotesi.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ultimo Pizzi da Zagarolo</title>
				<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 20:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Michele Masneri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Confesso, io ho sempre voluto essere Umberto Pizzi. Non per la vita, infernale, che faceva ancora negli ultimi giorni, col treno da Zagarolo e poi in motorino, fino a Roma, per ogni evento, “prima”, presentazione, cose che la capitale offre senza risparmiarsi. Umberto Pizzi, “da Zagarolo”, appunto, dove era nato e dove abitava e come si firmava, quasi come quei cognomi nobiliari che a Roma tanti si aggiungono e inventano col favore delle tenebre, tanti di quelli che lui fotografava, nella Roma dei conti Tacchia e dei marchesi del Grillo. Una Roma che affascinava il forestiero, soprattutto se provinciale, la Roma che aveva magari attratto e atterrito un Carrère, la Roma dei salotti scalcagnati e delle principesse sospette, e naturalmente dei politici col fiore di zucca bisunto in bocca. Lui era lì pronto, zac, a scattare, diverso da tutti gli altri paparazzi – odiava la definizione – lui era il Balzac della romanella, il Parr del Transatlantico.</p><p>Non cercava le celebrità di passaggio, come altri celebri del suo ramo, cercava piuttosto la scena di costume, lo scatto che immortalava un momento, o momentaccio, nel fritto misto della capitale.  Lo vedevi aggirarsi, sempre con quell’aria bambinesca, e felice, la Nikon al collo, Umberto Pizzi da Zagarolo, come un bambino goloso in pasticceria, a matrimoni, funerali – soprattutto funerali, il vero rito romano - alle presentazioni dei libri all’Aniene coi primari del Gemelli (alle presentazioni dei libri all’Aniene ci son sempre i primari del Gemelli); ai premi assurdi (ci son più premi assurdi a Roma che nell’universo mondo, Wanna Marchi l’altro giorno ha ricevuto quello “Internazionale della cultura”, in Campidoglio, e chi abita a Roma non si stupisce).</p><p>Ma Pizzi avrebbe potuto vivere e prosperare solo a Roma (oltre che a Zagarolo)? Credo di no. Un Pizzi milanese certo oggi avrebbe gran successo, e gran lavoro da fare, diurno e notturno, tra le kermesse coi robottini in Galleria, le  mostre di neo-artiste dell’oro 24 kt “in” Brera, nelle fiere  floreali delle signore che si sentono tutte ad Ascot e a Chelsea. Ma a Milano questo tipo di ironia non usa, è la sua fortuna e la sua maledizione, e Pizzi del resto mai ci sarebbe andato, a Milano.</p><p>Lui che aveva un passato da fotoreporter “serio; prima alla Fao, Iran e Iraq, e poi sulle orme di altri animali rarissimi: inseguimenti di Sophia Loren ai Caraibi (con incarcerazione); e poi il cursus honorum classico da Hollywood sul Tevere  - botte da Mick Jagger,  poi con gran risarcimento, via Veneto con Richard Burton e Liz Taylor perennemente alcolici, inseguimenti spericolati dell’Avvocato Agnelli  col piede infermo sull’acceleratore. Ma gli acchiappi migliori gli riuscivano da fermo, ecco proprio Agnelli in una foto apparentemente banale, ma l’Avvocato è avvolto in un  doppiopettone chiaro e ha l’aria spaesata, mentre svetta un giovane e prestante Malagò in blu-notte (ricambio generazionale). Poi a Venezia a un ballo Volpi già appaltato ad Avedon  la famosa foto  a Francesca Thyssen e al suo Versace, sotto il vestito niente. Poi però ecco soprattutto la mejo transumanza che nell’ora dell’aperitivo sospinge tra i ministeri e i baretti e gli alberghi e i localini, a Roma, e quella era la sua savana. Roma, sempre Roma: per D’Agostino e poi senza, coi politici della prima, della seconda e della Terza Repubblica, possibilmente in posa sbafatoria – a un certo punto capirono, i più accorti: attenzione, ci sarà Pizzi, andiamo già mangiati. A un certo punto, capì lui: che quelli si mettevano in posa, la più sbafatoria e trash, da soli.</p><p>Era finita un’epoca, spiegò, quando certi leghisti al Gilda smisero di innaffiare di champagne una sventurata quando lui chiese uno stop per cambiare rullino. E poi da bravi ripresero, al suo via. Tutti, pescecani, delfini, trote, e chi voleva aprire Roma come una scatoletta di tonno, finivano nella sua rete. E oggi, che i politici girano con paparazzo e social media manager personale appresso, per reel e post autoprodotti in cerca di like, in Rete? Il suo tempo era finito, chiaramente, almeno con la politica. Curioso sia morto il giorno del compleanno di Berlusconi. Ma quando lo incontravi, e lo vedevi lì pronto a immortalare la sua preda - ciao Miché; ciao Umbé – faceva tenerezza e insieme invidia, che bello, essere questo Lévi Strauss del Grande raccordo, tra i balli in maschera sull’Appia Antica tra le Marisele e i Circoli della Caccia e le smandrappate e le smutandate. Tutti insieme, nobili, finti nobili, animali rari, e cacciatori, senza troppe preoccupazioni e isterie (altro che Milano). Per il provinciale lombardo giovane, questa capitale che a differenza di Parigi agli eroi balzachiani appariva come una iper-extra provincia però così esotica e simpatica, le sue foto spiegavano un mondo, le chirurgie plastiche 3D, i capelli “a cofana”, i politici malvestiti, le pervestite, le presentazioni dove “appendi il prosciutto” (secondo l’antico detto che a Roma se non appendi il prosciutto non ti ci viene nessuno).</p><p>Lui poi era diventato parte del quadro, e poi tutto finiva nell’archivio. Chiunque sia stato qualcuno a Roma ha una foto di Pizzi e sta in quell’archivio lì, due milioni di foto, da Gore Vidal a Tinì Cansino. Un archivio custodito dalla nipote e che dovrebbero farci un MoMa, un patrimonio Unesco, una fondazione Prada. Ognuno in queste ore è andato a cercarsi, a cercare  una foto di sé da mettere su Instagram, foto non più col defunto, rito ormai banale, ma una foto di sé fatta dal defunto. Esiste un’arte che sia cambiata in questi anni più della fotografia?   Più che la politica. Ultimo tango a  Zagarolo: ciao Umbé, hai ballato fino all’ultimo.</p>]]></description>
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				<title>Garlasco, Rossi, Bergamini: tre casi in cui le verità giudiziarie finiscono sotto accusa</title>
				<pubDate>Mon, 28 Sep 2026 18:39:00 +0200</pubDate>
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												<category>Giustizia</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tre notizie emerse nelle ultime ventiquattro ore impongono una domanda scomoda: <b>quante verità giudiziarie possono essere sbagliate prima che qualcuno abbia il coraggio di rimetterle in discussione?</b></p><p>La prima arriva da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/06/20/news/lindagine-su-garlasco-e-un-colabrodo-fughe-di-notizie-continue-e-impunite--400923" target="_blank">Garlasco</a>&nbsp;ed è clamorosa. Nel 2007 i Ris di Parma trovarono sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi materiale “altamente cellulato”, ricondotto al sangue di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007. Da quella traccia fu ricavato un profilo genetico attribuito alla vittima, uno dei sette elementi della condanna di Stasi. Ora, però, <b>dai dati grezzi recuperati negli archivi del Ris sono emersi due test di controllo sullo stesso materiale: entrambi negativi. Quei risultati non comparvero negli atti e non furono discussi nei cinque processi. Se quei test mettevano in dubbio una prova della condanna, perché non furono depositati? </b>Se si accertasse un occultamento deliberato, non sarebbe un semplice errore giudiziario.</p><p>La seconda notizia riguarda <b>la morte di&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/david-rossi_58043" target="_blank">David Rossi</a>, avvenuta il 6 marzo 2013. <b>Una nuova simulazione ha rimesso in discussione il suicidio</b>: secondo i consulenti della commissione parlamentare d’inchiesta, il manager di Mps <b>avrebbe tentato di difendersi da un’aggressione e sarebbe stato trattenuto prima della caduta</b>.</p><p>La terza riguarda <b>Denis Bergamini</b>. È in corso il processo d’appello contro Isabella Internò, ex fidanzata del calciatore, condannata in primo grado a 16 anni per omicidio. Ieri la procura di Castrovillari ha<b> indagato per concorso in omicidio anche il fratello di Isabella</b>. A quasi trentasette anni dalla morte, il caso continua dunque a produrre nuovi possibili responsabili.</p><p>Tre vicende diverse, una domanda comune: cosa succede quando una ricostruzione giudiziaria viene assunta come verità e anni dopo emergono elementi che la contraddicono? Bisogna chiedersi se siamo di fronte a un errore giudiziario, chi lo abbia commesso e chi non lo abbia visto. <b>La giustizia non deve avere paura di scoprire di essersi sbagliata, ma di non volerlo scoprire</b>.</p>]]></description>
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				<title>Il bavaglio sognato da Ranucci</title>
				<pubDate>Sat, 26 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sigfrido Ranucci ha un problema con il giornalismo e  la libertà di stampa. Dice di essere vittima  di una “character assassination” che “non ha precedenti nella storia del nostro paese, ma forse anche a livello mondiale” (Ranucci è sempre misurato). Ma ogni giorno attacca sui social un giornalista colpevole di aver dato una notizia, dandolo in pasto al suo milione di  seguaci. “Ennesimo falso di Libero. I contenuti dell’intervista furono concordati e dettati da me. E revisionati da me”, scrive.</p><p>Ma Libero non s’è inventato nulla. Giacomo Amadori, uno dei più bravi giornalisti d’inchiesta, scrive che l’ex compagna di Valter Lavitola, Natalia Potenza, ha riferito ai pm che l’intervista di Ranucci a un giornale dello Zimbabwe per difendere gli interessi del suo amico-attentatore “l’ha scritta Lavitola, che poi l’ha inviata a Ranucci”. Amadori descrive le prove consegnate dalla  Potenza agli inquirenti sulla genesi dell’intervista. Non si sa se sia davvero andata così, ma non è una fake news. Forse la Potenza ha detto il falso ai pm, ma Amadori ha scritto il vero quando ha riportato ciò che la donna ha detto ai pm.  (Capone segue a pagina quattro)</p><p>Oltre a bollare qualsiasi notizia sull’evoluzione delle indagini come “fake news”, Ranucci aggiunge offese o discredito su giornali, editori e giornalisti. “Ennesimo falso di Open. Non ho mai avuto interessi nelle attività di Valter Lavitola, figuriamoci nelle terre rare – dice in un post Ranucci –. A scrivere di presunti miei interessi, su Open, è Alessandro D’Amato che in un'intervista ha dichiarato di aver preso soldi per scrivere un libro finalizzato a ripulire la reputazione di Lavitola”. Ancora una volta: l’articolo riportava che le indagini dei pm si stavano indirizzando sul business delle terre rare in Africa, notizia apparsa la mattina su tanti altri giornali (dal Corriere della Sera al Messaggero). <b>Perché delegittimare un giornalista per i  rapporti professionali con Lavitola, che peraltro sono meno stretti di quelli tra  Sigfrido e l’“amico fraterno” Valter?</b></p><p>“Ennesimo falso rilanciato da Il Giornale del gruppo Angelucci, parlamentare della Lega, diretto da Tommaso Cerno, compagno di un parlamentare di FdI”, scrive in un  post su un articolo che parlava di presunti legami economici tra Ranucci e Lavitola riferiti dalla Potenza ai pm.</p><p>E ancora: “Oggi Libero, ripreso da Open di Mentana e Franco Bechis, detto ‘Fosca’ parla di una foto proveniente da uno scatto di investigatori o servizi segreti, in merito a un presunto bacio tre me e Maria Rosaria Boccia.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/18/news/ranucci-smentisce-la-foto-di-un-bacio-con-boccia-fatta-con-ai-e-lei-minaccia-azioni-legali--407974">E’ una fake e la foto a cui fanno riferimento, che ho recuperato dalla chat, è stata evidentemente realizzata con Intelligenza artificiale</a>. Giusto per farvi capire cosa state finanziando con il vostro denaro pubblico. Il direttore è Sallusti, graziato dal carcere, che ha chiesto e ottenuto con FdI la sospensione delle repliche estive di Report. Il governo su questo uso della stampa tace”. Ancora una volta, in quell’articolo sempre  Amadori riportava che la Potenza in un interrogatorio ai pm aveva raccontato che Lavitola le disse: “Questo scemo (Ranucci, ndr) non può più essere candidato. Ci hanno fatto vedere una foto in cui Sigfrido si bacia con la Boccia”. <b>La fake news è, eventualmente, di Potenza se ha inventato questo dialogo</b>. Al limite di Lavitola, se ha raccontato una cosa falsa all’ex compagna. <b>Ma di certo non del cronista, che ha riportato una cosa vera riferita agli inquirenti. </b></p><p>E invece no. Ranucci spara al messaggero. Non riesce a esprimere una parola di condanna nei confronti di chi gli ha messo la bomba sotto casa (Lavitola “non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia”, è stata la sua dichiarazione più forte), non denuncia chi suppostamente dice cose false ai pm come l’ex compagna del suo amico-bombarolo, ma manganella i giornalisti che fanno il loro mestiere. Non sarà la più grande della storia e del mondo, ma si chiama character assassination.</p>]]></description>
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				<title>Ecco perché “i nuovi potenziali terroristi sono sempre più giovani”</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 19:16:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Francesco Gottardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un altro focolaio neutralizzato, che da un lato rinfranca sulla reattività dell’antiterrorismo italiano e dall’altro fa suonare l’ennesimo campanello d’allarme. <b>L’ultimo caso, sventato nell’ambito di un’operazione su vasta scala in tutto il Paese, riguarda 17 persone – tra cui 14 minori – che inneggiavano a criminali suprematisti e istigavano a commettere attentati in località sensibili</b>. Partecipavano attivamente a gruppi social come ‘Nuovo ordine europeo’ e ‘Fronte fascista italiano’: polveriere di razzismo, antisemitismo, omotransfobia e più in generale odio online. Che rischia di tradursi in drammatiche conseguenze reali. “In Italia e in tutto il mondo occidentale questi casi sono in fortissimo aumento”, sottolinea <b>Daniele Garofalo, analista ed esperto di monitoraggio dei fenomeni legati al terrorismo</b>. “Il problema è che l’età di questi soggetti è in continua diminuzione: ormai coinvolge stabilmente gli under 18, talvolta anche gli under 16. E uno degli aspetti più complicati da affrontare è che queste situazioni si presentano sempre più ibride: <b>il profilo del ragazzo isolato che segue sia la propaganda della jihad sia quella neofascista non deve più sorprendere. L’ideologia non è più un fine ma un veicolo di violenza, rabbia e vendetta</b>”.</p><p>Una sorta di nichilismo distruttore, che accomuna gli instabili universi antisistema dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. “Pur di colpire l’istituzione governativa, lo status quo, si ritrovano tutti nello stesso calderone: c’è un nemico in comune, ci si scambia know-how e lo si fa attraverso piattaforme in cui le informazioni manipolate viaggiano a una velocità vertiginosa”. L’Italia può contare su un sistema di intelligence particolarmente resiliente, rafforzato dagli ‘anticorpi’ maturati durante le lunghe e drammatiche stagioni delle stragi nere, rosse e mafiose. È ancora al passo coi tempi? “Noi siamo sempre stati all’avanguardia nelle attività di prevenzione”, conferma Garofalo. “C’entra però anche una certa dose di fortuna. E aiutano pure gli stessi social: tanto una minaccia per chi li sfrutta a fini eversivi, quanto un viatico prezioso per raccogliere dati sui soggetti a rischio attraverso l’analisi delle parole chiave. <b>Il tema di oggi è che non siamo preparati all’imprevedibilità dell’approccio terroristico che si sta facendo largo dopo il 7 ottobre</b>”. Cioè un processo di<b> reclutamento quasi passivo</b>, attraverso la diffusione martellante di contenuti video inquinati per portare “migliaia di persone verso una spirale di radicalizzazione spuria, puntando sugli emarginati etnici, economici e sociali. Che sempre più spesso coincidono con soggetti molto giovani e fragili”.</p><p>Se i gruppi organizzati restano di più facile identificazione, il grado di imprevidibilità aumenta quando si tratta di lupi solitari protagonisti di azioni estreme che non richiedono un particolare livello di programmazione: si pensi alla tentata strage di Modena, all’accoltellamento nella scuola di Centocelle – a oggi gli unici episodi recenti che le forze dell’ordine non sono riuscite a neutralizzare in tempo. “Dobbiamo abituarci ad affrontare non solo l’information warfare, ma anche lo sdoganamento delle categorie. <b>È importante imparare a essere più ibridi e flessibili anche sul fronte del monitoraggio</b>: ritrovarsi di fronte a proseliti che inneggiano a Hitler all’interno di una moschea, per quanto si tratti di elementi apparentemente inconciliabili, non deve più essere considerato un caso limite. Vedo arresti di ragazzi musulmani avvicinatisi alla jihad, eppure al contempo neonazisti. L’unico loro obiettivo è diffondere caos e terrore, non importa con quale veicolo di pensiero”. Per stroncare certi fenomeni sul nascere, è anche importante intervenire alla radice. “La quantità di arresti di minori radicalizzati in tutta Europa dimostra quanto l’abuso di internet sia diventato un problema enorme. Dunque limitare giuridicamente l’utilizzo dei social media al di sotto di una certa età dovrebbe diventare un obiettivo condiviso fondamentale”. Alcuni Paesi come l’Australia ci stanno provando. “La politica ci lavori sul serio. E anche i luoghi dell’istruzione hanno una bella responsabilità: ormai si tende a fare troppa propaganda senza fini pedagogici”. Quando di carne sul fuoco ce n’è fin troppa.</p>]]></description>
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				<title>Ranucci in tribunale per il reintegro. Slitta la decisione</title>
				<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 13:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Televisione</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Ranucci dovrà ancora attendere</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/25/news/ranucci-il-primo-conduttore-in-contumacia-della-tv-italiana--408647">prima di sapere se tornerà a condurre Report</a>. È quanto è emerso dal tribunale civile di Roma, sezione lavoro, dove questa mattina la giudice Donatella Casari ha esaminato il ricorso urgente di <b>Sigfrido Ranucci,</b> presentato qualche giorno fa contro la decisione della Rai arrivata a fine agosto che lo aveva rimosso dalla conduzione del celebre programma d’inchiesta della terza rete. Al termine dell’udienza durata circa due ore,<b> la giudice ha posto la riserva sulla decisione</b>, quindi una risposta al provvedimento presentato dal giornalista arriverà solo nelle prossime ore. E se sarà accolto, l’ex conduttore dovrà essere reintegrato. Il tutto nonostante il fatto che viale Mazzini abbia già designato i prossimi conduttori di Report: <b>Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi.</b></p><p>All’udienza era presente anche il direttore degli approfondimenti Rai <b>Paolo Corsini</b>, ma secondo quanto si apprende non è stato ascoltato: "Sono venuto qui come persona informata sui fatti", ha detto il dirigente Rai. Al termine dell'udienza <b>Ranucci ha lasciato il tribunale in auto con la scorta</b>, senza rilasciare dichiarazioni. Uno degli avvocati della Rai ha spiegato che il giudice  dovrà decidere se ascoltare le istanze dell'azienda. Anche il pool legale di Ranucci ha detto che si attende di capire se Casari vorrà ascoltare altre persone.</p><p>Ranucci aveva presentato il ricorso d’urgenza poco tempo dopo la decisione di Viale Mazzini di sostituirlo dopo il caso Lavitola. Il collegio dei giuslavoristi, che rappresenta Ranucci, è composto&nbsp; dai professori Franco Focareta e Franco Scarpelli e dall'avvocato&nbsp; Stefano Rossi, che operano all'interno del più ampio team legale&nbsp;dello Studio <b>Devitalaw</b> coordinato dal professor <b>Roberto De Vita</b>.</p><p>Lo strumento giuridico utilizzato dal giornalista si rifà all’articolo 700 del codice civile e si usa per ottenere una tutela rapida quando un diritto è minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile. "Mi atterrò alla decisione del Tribunale", aveva detto Ranucci. "<b>Vedo molta gente che prova del dolore fisico nel vedere quello che mi è successo, però io combatto anche per loro. Che ne sarà di Report?</b> Io credo che le battaglie si fanno un po' alla volta, al momento di battaglie ne ho tante, c'è anche quella con la Rai sul comitato etico, sono giorni intensi".</p><p>In mattinata, poi, con una larghissima maggioranza la redazione di <b>Rai Parlamento</b> ha approvato il piano editoriale della direttrice Francesca De Martino dopo la bocciatura dello scorso agosto. I sì sono stati venticinque, i no undici.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il furto perfetto? Quello che finisce in tavola. Il caso dei ladri del Barolo</title>
				<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 14:36:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nella notte tra il 16 e il 17 settembre <b>quattro uomini a volto coperto entrano nella cantina Conterno Fantino, sul bricco della Ginestra, a Monforte d'Alba</b>. Ne escono tre ore dopo con <b>circa tremila bottiglie di Barolo</b>. Lavorano con i muletti dell'azienda, manovrati con la mano sicura (e guantata) che a un neofita di solito manca. Poi caricano due furgoni della cantina, che a quel punto ha fornito anche il trasporto, e li spingono fino alla provinciale, per accendere i motori solo quando il rumore non può più svegliare nessuno. Nel carico, accanto a magnum e jeroboam, c'era parecchio Sorì Ginestra delle ultime annate. <b>La notizia è arrivata cinque giorni più tardi, con una stima del danno in centinaia di migliaia di euro</b>.</p><p>A fine giugno era toccato alla cantina piemontese di Banfi, a Strevi: anche lì&nbsp;<b>tremila bottiglie di Alta Langa portate via a bancali interi, scelte etichetta per etichetta</b>. Il danno in quel caso è stato più modesto, il metodo identico. <b>Due colpi così a tre mesi di distanza hanno l'aria di un lavoro&nbsp;su commissione</b>. Ipotesi che li avvicina ai furti d'arte: ladri che sanno cosa prendere e dove trovarlo, e con ogni probabilità a chi consegnarlo. Anche la reazione delle cantine somiglia a quella di un museo. Banfi ha ricordato che<b> le sue etichette di punta sono tracciabili lungo la filiera</b> e ha chiesto a clienti e operatori di segnalare eventuali bottiglie comparse in canali anomali. Conterno Fantino ha rivolto a chi commercia vino lo stesso appello, invitando a chiamare i carabinieri davanti a proposte sospette. È il modo in cui si "brucia" una tela rubata: la si rende così riconoscibile che nessun mercato pulito potrà più toccarla.</p><p>Solo che una tela può passare trent'anni arrotolata in un garage e riaffiorare in un'asta o in un'inchiesta, con la sua identità intatta ad aspettarla. <b>Una bottiglia di Barolo 2021 è fatta per essere stappata, e il codice sul lotto la protegge solo finché il tappo resta al suo posto.</b> Basta un grossista poco attento in un paese lontano perché la refurtiva finisca nei bicchieri. Le annate giovani, che nessun collezionista metterebbe in mostra, sono proprio quelle che si servono senza troppe domande. Al momento del colpo, quelle tremila bottiglie avevano qualcosa delle opere d'arte, ma al momento della rivendita sono tornate merce. E una merce, una volta consumata, smette di esistere come prova.</p><p><b>Eppure i furti di vino che somigliano davvero a furti d'arte esistono</b>. Nell'ottobre del 2021 una coppia prenotò cena e camera all'Atrio di Cáceres, in Estremadura, e nella notte svuotò una parte della cantina: quarantacinque bottiglie, tra cui trentotto Romanée-Conti e uno Château d'Yquem del 1806, per oltre <b>un milione e mezzo di euro</b>. I due vennero arrestati in Croazia l'estate successiva e condannati a quattro anni e mezzo. Le bottiglie, a quanto risulta, non sono mai ricomparse: chi conosce quel mercato pensava a collezionisti disposti a tenerle al sicuro, come si fa con un Caravaggio rubato. Al processo l'imputato chiese ai giudici, se il ladro era lui, dove fossero finite. A Monforte la stessa domanda avrà probabilmente una risposta più semplice: in qualche calice, dopo averlo lasciato respirare.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Un operaio di 22 anni è morto lavorando al Colosseo. Chiuso il monumento. Meloni: &quot;Inaccettabile&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 11:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Un operaio di 22 anni è morto questa notte al <b>Colosseo</b>, dove era impegnato a installare un nuovo impianto di illuminazione in quota. L'uomo si chiamava <b>Andrea Moretti</b> e secondo quanto ricostruito sarebbe caduto da un altezza di circa dieci metri. Il ministro della Cultura <b>Alessandro Giuli</b> si è recato sul posto subito dopo aver appresto la notizia, ha disposto l'interruzione dei lavori e in mattinata ha disposto anche la chiusura al pubblico del monumento. "Un evento tragico che ci lascia sgomenti e storditi", ha commentato</p><p>La premier <b>Giorgia Meloni </b>ha espresso il suo cordoglio con una nota. "Morire a 22 anni è inaccettabile, e lo è ancora di più se questo accade sul posto di lavoro. Anche nel nome di Andrea continueremo a fare la nostra parte, ad impegnarci e a compiere ogni sforzo affinché tragedie simili non si ripetano più". Meloni ha chiesto che venga fatta luce nel più breve tempo possibile.&nbsp;</p><p>La procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Il procedimento, legato alle norme sulla sicurezza del lavoro, è coordinato dal procuratore aggiunto Antonino Di Maio ed è al momento contro ignoti. Le indagini sono affidate ai carabinieri che stanno acquisendo una serie di documenti per accertare eventuali responsabilità. Disposta l'autopsia.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Più che i social, bloccate i coltelli</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 20:15:00 +0200</pubDate>
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												<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>In una scuola del quartiere romano di Centocelle,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/bandiera-bianca/2026/09/18/news/evviva-ricomincia-la-scuola-con-un-tradizionale-accoltellamento-di-una-prof--408002">un allievo di 13 anni ha aggredito la sua professoressa</a>, prima con gas urticante e poi con un coltello. Si pensa che si tratti di una vendetta per aver ricevuto l'anno scorso dei "debiti" in due materie, che avrebbe dovuto riparare nei prossimi giorni, non proprio una motivazione da scatenare odio violento; <b>ma sembra anche che il ragazzo intendesse immortalare il suo gesto per i social</b>.</p><p>Fortunatamente le condizioni della docente non sono gravi, ma questo naturalmente non rende meno grave l'accaduto. Impressiona la mentalità del ragazzo, che grazie all'impunità che gli è garantita dalla giovane età, pensava di compiere un atto da mostrare con orgoglio; fa anche riflettere il fatto che una evidente e così rilevante anomalia <b>della personalità non sia stata in qualche modo avvertita dalla famiglia né dal sistema scolastico in precedenza</b>.</p><p>Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, oltre a esprimere solidarietà alla insegnante, insiste sulla necessità di "impedire ai minori di 15 anni l'accesso a social e canali pericolosi". <b>Ma il ragazzo, oltre alla telecamera, era in possesso di un coltello e di una bomboletta di gas, ed è su questo che forse bisognerebbe concentrarsi di più</b>. Ci sono norme che consentono di installare metal detector all'ingresso delle scuola appunto per evitare che vengano introdotte armi o altri oggetti pericolosi. Perché non si è provato a installarli a Centocelle (e in quasi tutte le altre scuole)? I soliti soloni delle buone intenzioni ci spiegheranno che non servono le restrizioni ma un'educazione ai valori e così via.</p><p>L'educazione è lo scopo primario della scuola, è ovvio, ma questo non può far dimenticare che esiste una minoranza, speriamo ristretta, di giovani che invece vedono nella violenza il valore di riferimento. <b>Servono strumenti concreti e immediatamente operativi. Poi, una volta che sono entrati a scuola senza coltelli in tasca, l'educazione farà quel che può per convincerli a seguire strade migliori</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Ranucci smentisce la foto di un bacio con Boccia. &quot;Fatta con AI&quot;. E lei minaccia azioni legali</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 13:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Altra falsità dei giornali di Angelucci, il parlamentare più assenteista d'Italia. Oggi Libero, ripreso da Open di Mentana e Franco Bechis, detto 'Fosca' parla di una foto proveniente da uno scatto di investigatori o servizi segreti, in merito a un presunto bacio tra me e Maria Rosaria Boccia. <b>È una fake e la foto a cui fanno riferimento, che ho recuperato dalla chat, è stata evidentemente realizzata con Intelligenza artificiale</b>". Lo ha scritto Sigfrido Ranucci su Facebook, dopo che alcuni giornali hanno ripreso la notizia di un presunto bacio con&nbsp;l'imprenditrice, immortalato addirittura da una foto. "Giusto per farvi capire cosa state finanziando con il vostro denaro pubblico", ha aggiunto il giornalista. "Il direttore è Sallusti, graziato dal carcere, che ha chiesto e ottenuto con FdI, la sospensione delle repliche estive di Report. Il governo su questo uso della stampa tace".&nbsp;</p><p>Sul punto è intervenuta anche la stessa Boccia, tramite il suo legale. "Nella giornata odierna procederemo nelle competenti sedi giudiziarie nei confronti della signora Natalia Potenza, del quotidiano Libero e del giornalista Giacomo Amadori, in relazione alle dichiarazioni e ai contenuti pubblicati nell'edizione odierna", si legge in una nota dell'avvocato Francesco Di Deco. "Contestiamo nel modo più categorico l'esistenza e la veridicità della fotografia descritta nell'articolo, nei termini in cui viene rappresentata, e ogni ricostruzione idonea a far ritenere che tra la mia assistita e Sigfrido Ranucci vi siano stati incontri o rapporti della natura insinuata dalla pubblicazione. <b>Preciso, inoltre, che negli ultimi due anni gli incontri tra la signora Boccia e Sigfrido Ranucci sono sempre avvenuti in presenza di altre persone e mai da soli</b>. Sarà richiesto all'Autorità giudiziaria di accertare ogni eventuale responsabilità derivante dalla pubblicazione e diffusione di tali contenuti. Analoghe iniziative saranno valutate nei confronti di chiunque dovesse riprendere e rilanciare le medesime affermazioni, ove ne ricorrano i presupposti di legge", ha concluso.</p><p>Il bacio è smentito, ma il rapporto fra i due è sempre stato solido. Nella copertina di "Guai a chi lo tocca. Io, Sigfrido, le tempeste" (il nuovo libro di Maria Rosaria Boccia) l'imprenditrice è ritratta insieme a un Sigfrido Ranucci in versione Superman. "Nel 2024 ero io quella osservata, raccontata, giudicata e spesso interpretata dagli altri, mentre Sigfrido faceva il suo mestiere e mi poneva domande; nell'estate del 2026 ho visto l'amico trovarsi, con tutte le differenze del caso, dall'altra parte della lente", ha detto Boccia in una nota di ieri, presentando il suo libro.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Caravaggio, la pioggia e la zuppa. Quel vetro che difende dal clima e da chi protesta per il clima</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 11:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovedì pomeriggio su Firenze sono caduti più di 45 millimetri di pioggia in un'ora. <b>Agli Uffizi l'acqua si è infiltrata sotto il lucernario della sala che ospita sette dipinti del Seicento, tra cui il </b><b>Bacco</b><b> di Caravaggio. Gli schizzi hanno raggiunto il vetro esterno della teca che protegge il dipinto</b>. Il museo ha fatto sapere che, dopo le verifiche, nessuna delle opere ha riportato danni. La sala è stata riaperta stamattina.</p><p>Quelle teche hanno una storia che precede di molto il clima impazzito. Nei musei le lastre trasparenti davanti ai capolavori sono arrivate per difenderli dagli uomini, oltre che dalla luce, dalla polvere, dagli urti e dagli incidenti. La Gioconda, per esempio, fu colpita nel 1956 prima da un sasso e poi da un attacco con acido. Sopravvisse, ma non senza conseguenze.</p><p>Negli ultimi anni, però, i vetri dei musei sono diventati anche il bersaglio di una nuova categoria di visitatori: gli attivisti per il clima. <b>Nel luglio 2022, proprio agli Uffizi, tre attivisti di Ultima Generazione si incollarono con le mani al vetro della </b><b>Primavera</b><b> di Botticelli</b>. Nell'ottobre dello stesso anno, alla National Gallery di Londra, due militanti di Just Stop Oil, al grido di "Cosa vale di più, l'arte o la vita?",&nbsp;lanciarono zuppa di pomodoro contro i Girasoli di Van Gogh. Il quadro era protetto da un vetro e non riportò danni.&nbsp;Pochi mesi prima, al Louvre, un giovane aveva lanciato una torta contro la teca della Gioconda, chiedendo ai visitatori di pensare alla Terra. Anche lì il vetro aveva parato il colpo. La zuppa, la torta, la colla: le opere nei musei iniziano così a essere utilizzate come bacheche pubbliche. E quelle barriere trasparenti, intrinsecamente invisibili, diventano il punto in cui la protesta si fa vedere.&nbsp;</p><p>Dettaglio curioso: nel dipinto, Caravaggio ha messo in primo piano un calice di vino e una caraffa trasparente. Nel riflesso della caraffa gli studiosi hanno individuato quello che potrebbe essere un minuscolo autoritratto del pittore al cavalletto. Un'immagine dentro l'immagine, un uomo riflesso in un oggetto che sembra quasi non esserci. Quattrocento anni dopo, un altro vetro ha fatto da confine tra Caravaggio e il mondo.</p><p><b>Giovedì,&nbsp;quel diluvio universale evocato dagli attivisti attraverso fotografie, slogan e provocazioni spettacolari è arrivato davvero dentro uno dei musei più importanti del mondo, anche se in dose omeopatica</b>. Coincidenza suggestiva, che accompagna una lezione meno romantica. La minaccia climatica al patrimonio culturale è concreta. Una bomba d'acqua può entrare in un museo, mettere a rischio le opere e rendere evidente la fragilità di edifici costruiti in epoche in cui i fenomeni atmosferici avevano un'altra intensità. Stavolta è bastata una teca, ma ciò non significa aver messo in sicurezza il museo.&nbsp;A Palazzo Pitti, intanto, l'acqua è arrivata sui pavimenti della Galleria Palatina e della Galleria d'arte moderna. Nei musei, la conservazione è fatta anche di manutenzione, controlli, interventi tempestivi e protocolli. Sono attività poco fotogeniche, che non producono immagini virali e non finiscono sui cartelli delle manifestazioni. Ma è anche attraverso quelle attività che un capolavoro attraversa il tempo. Da qualche parte prima o poi bisogna cominciare. Magari da un lucernario.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il fiuto di Ranucci, giornalista investigativo pluridecorato</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>La vicenda della  fantomatica foto del bacio tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia, rivelata dalla ex compagna di Valter Lavitola e smentita dai due presunti protagonisti (“è fatta con l’Ia”), aggiunge un ulteriore capitolo grottesco al romanzo dell’estate. Che aiuta a delineare meglio il profilo psicologico del protagonista. Perché se c’è qualcosa che il caso Ranucci – con tutto il suo circo di personaggi un po’ megalomani e un po’ cialtroni – mostra con chiarezza è la percezione distorta della realtà dell’ignara vittima del finto attentato. <b>In questa storia, il giornalista investigativo pluridecorato ha costantemente sopravvalutato le ipotesi più remote e sottostimato i pericoli veri.</b> E’ come se si fosse fatto guidare dall’idea che la realtà dovesse essere per forza a misura  del suo ego. Dalla bomba d’amore alla tessera sanitaria.&nbsp;</p><p><b>E così, dopo le sue prime indagini, Ranucci  aveva capito tutto</b>: c’era, diceva, un “filo nero” che parte da Adria passa per Manhattan  dove ci sono i grandi fondi internazionali, passa per   San Marcellino, fino ad arrivare davanti casa sua sotto forma di ordigno esplosivo. In questo filo nero, Ranucci ci vedeva chiaramente il traffico internazionale di armi, la Libia, la mano della camorra e  un mandante politico. Aveva anche  scoperto di essere spiato dai servizi segreti, su ordine del temibile Fazzolari.</p><p>Non si era accorto che il mandante  era il suo caro amico Valter; che a pedinarlo era Clesio Gomes Tavares, che aveva chiesto in prestito da Lavitola; che il filo nero non  passava per Manhattan bensì per il Cefalù bistrò dove andava a mangiare le vongole sgusciate; che gli autori materiali erano quattro “scalzacani”, peraltro scoperti grazie all’aiuto della camorra. Nel frattempo, mentre inseguiva i fantasmi, Ranucci – che aveva conosciuto Lavitola con l’obiettivo di usarlo per ottenere un’intervista a Dell’Utri – si è ritrovato a fare lui interviste in Zimbabwe per conto di Lavitola che faceva business in Africa.</p><p>Non basta.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/12/news/peter-thiel-vuole-la-mia-tessera-sanitaria-ranucci-scopre-un-complotto-globale-in-concessionaria--407378">Ranucci scrive addirittura un libro perché dopo la bomba va a comprare l’auto nuova e gli chiedono la tessera sanitaria</a>. Ci vede immediatamente un altro filo nero, che va dalla concessionaria a Peter Thiel, passando per   Bin Laden, Daniele Capezzone, Rheinmetall e il “nuovo nazismo” della destra globale: è la “democrazia della sorveglianza” di Palantir che vuole mettere le mani sui suoi dati personali. Così mentre  nella sua mente – escludendo la banale ipotesi che servisse il codice fiscale per l’immatricolazione –  sgrovigliava il filo nero del complotto per violare la sua privacy, Ranucci intrecciava un’affettuosa amicizia con  <b>Maria Rosaria Boccia, donna nota  al grande pubblico per la sua riservatezza, che nel frattempo ha scritto un libro sulla loro relazione: “Guai a chi lo tocca – Io, Sigfrido e le tempeste”</b>. Una copia è già sulla scrivania di Thiel: il boss di Palantir ci troverà  più informazioni su Ranucci che nella sua tessera sanitaria. Anche se il bacio c’è stato o era solo AI.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Proiettili e minacce al ministro Valditara. Meloni: &quot;Vile atto intimidatorio&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 11:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Una busta contenente un proiettile e una lettera con frasi minatorie, indirizzata al ministro Giuseppe Valditara, è stata recapitata nei giorni scorsi al ministero dell'Istruzione e del Merito a Roma.</b> Il portavoce del ministro fa sapere che "è stata sporta ieri denuncia agli organi di polizia" - che indagheranno ora sull'accaduto - e che a suo avviso "si tratta di un gesto di uno squilibrato, essendo il testo farneticante".</p><p>Appena diffusa la notizia, la premier Giorgia Meloni ha dichiarato: "Esprimo la mia piena solidarietà e quella del governo al ministro Giuseppe Valditara per le gravi minacce ricevute. <b>Un proiettile e una lettera minatoria sono vili atti intimidatori che non possono trovare spazio in una democrazia.</b> Confidiamo nel lavoro delle Forze dell'ordine per fare piena luce sull'accaduto e in una condanna netta e unanime da parte di tutte le forze politiche".</p><p>Solidarietà e vicinanza sono state espresse anche dagli altri membri del governo. "Esprimo la mia solidarietà al ministro Valditara. Se qualcuno pensa di fermare la nostra azione di governo con le minacce e la violenza si sbaglia di grosso. Mando un abbraccio a Giuseppe, sono certo che non si farà intimidire", ha scritto su X il vicepremier e ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani</b>.&nbsp;"Un ministro della Lega che in questi anni ha rimesso al centro la scuola, gli studenti e chi ogni giorno ci lavora, arrivando a rinnovare tre contratti del comparto Scuola in una sola legislatura. Nessuna minaccia e nessuna intimidazione fermeranno il suo lavoro. Avanti, Giuseppe!". Lo ha scritto in un post su X il vicepremier e ministro dei Trasporti&nbsp;<b>Matteo Salvini.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Più di un morto sul lavoro su quattro perde la vita nel tragitto, dove la sicurezza dipende dalle strade</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 11:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Enrico Vacca aveva 45 anni e suonava il violino nell’orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari. La mattina del 4 settembre è stato travolto da un camion mentre pedalava all’incrocio tra via Alberotanza e corso De Gasperi,&nbsp;di ritorno da una prova,&nbsp;ed è morto poco dopo in ospedale. La polizia locale sta ancora ricostruendo la dinamica, ma l’<a href="https://cadutisullavoro.blogspot.com/" target="_blank">Osservatorio indipendente di Bologna</a>&nbsp;curato da Carlo Soricelli lo ha già inserito nel suo memoriale, tra i morti in itinere. Per quel conteggio, e anche per la legge se l’Inail riconoscerà l’infortunio, è un morto sul lavoro.&nbsp;</p><p><b>Il suo nome è tra i mille registrati dall’Osservatorio da gennaio di quest</b><b>’</b><b>anno</b>. La soglia è stata superata martedì, e oggi il quotidiano Avvenire l’ha messa in pagina indicando un colpevole: gli appalti a cascata. Il racconto è quello consueto, fatto di cadute dalle impalcature e trattori ribaltati.&nbsp;Tutto vero. Storie come quella di Enrico Vacca, però, restano fuori dal racconto.&nbsp;<b>Secondo i&nbsp;</b><a href="https://www.ildiariodellavoro.it/inail-nei-primi-7-mesi-crescono-gli-infortuni-del-53-in-calo-i-casi-mortali-del-2/" target="_blank">dati provvisori dell’Inail</a><b>, nei primi sette mesi del 2026 le denunce di morte in occasione di lavoro sono state 422</b>, dieci in meno dello stesso periodo dell’anno scorso. <b>Quelle in itinere, cioè avvenute lungo il tragitto casa-lavoro, sono state 160, contro le 168 del 2025. Fanno più di un morto su quattro,&nbsp;</b>una quota rimasta quasi identica dal 2019. L’Osservatorio di Bologna, che usa criteri più larghi e conta anche i lavoratori non assicurati, conta 197 vittime in itinere su 1.002.</p><p>È un dettaglio che tende a perdersi nel dibattito pubblico.&nbsp;<b>Il conteggio dei morti sul lavoro</b><b>, ripetuto a ogni nuovo incidente, tiene insieme chi cade da un ponteggio e chi viene investito sulle strisce alle sette del mattino. Nel primo caso ci si chiede chi dovesse vigilare sul cantiere, nel secondo contano più la sicurezza dell’incrocio e la velocità delle auto</b>.</p><p>L’Inail conta i morti in itinere come morti sul lavoro perché la legge li tutela in modo specifico. Dal 2000 l’infortunio in itinere è coperto come quello in azienda, purché il percorso sia quello abituale e l’uso dell’auto privata sia necessario, mentre per chi va in bicicletta la copertura vale sempre, dal 2015. La scelta assicurativa è sensata, ma ha un effetto sul dibattito: nello stesso totale finiscono morti con cause e rimedi diversissimi. Sul tragitto il datore di lavoro ha poche leve, perché gli obblighi del Testo unico sulla sicurezza, di norma, si fermano ai confini dell’azienda (a meno che il trasporto lo fornisca la ditta stessa). Nel caso del violinista del&nbsp;Petruzzelli, per dire, le ispezioni e la patente a crediti nei cantieri non avrebbero cambiato nulla.&nbsp;<b>Quelle morti si prevengono con altri strumenti:&nbsp;strade, incroci e piste ciclabili più sicuri, regole di circolazione, controlli, un trasporto pubblico che offra un'alternativa all'auto a chi lavora su turni.</b>&nbsp;Molti di questi strumenti <b>non riguardano tanto il ministero del Lavoro quanto quello delle Infrastrutture e dei trasporti</b>, che scrive il codice della strada e ripartisce i fondi per il trasporto pubblico locale. La competenza, poi, è condivisa: i controlli spettano alle forze dell’ordine, buona parte della rete stradale a regioni, province e comuni. Regole e risorse, però, partono da lì, e il nuovo codice della strada in vigore dal dicembre 2024 mostra che su quel fronte il governo può intervenire.</p><p>I dati sulla sicurezza stradale dicono quanto la questione sia aperta. <b>Nel 2025, secondo Istat e Aci, i morti sulle strade sono stati 2.868, il 5,3 per cento in meno dell’anno precedente, mentre gli incidenti sono aumentati del 2,2 per cento. L’Italia resta lontana dall’obiettivo europeo di dimezzare vittime e feriti gravi entro il 2030</b>. E le vittime crescono proprio tra chi si muove in bicicletta, in bici elettrica o in monopattino e tra chi guida un autocarro: <b>i mezzi di molti pendolari e di chi sulla strada ci lavora</b>. L’Asaps, l’associazione degli amici della Polizia stradale,&nbsp;<a href="https://www.asaps.it/83909-analisi_dei_dati_istat-_aci_incidenti_stradali_2025__calano_le_vittime_ma_l_ital.html" target="_blank">chiede</a>&nbsp;un “piano Marshall dei controlli”.</p><p>Poi ci sono i lavoratori per cui la strada è il luogo di lavoro. Soricelli conta quest’anno 136 autotrasportatori morti, spesso per un malore alla guida. I criteri dell’Inail sono più restrittivi e i due conteggi divergono. Ma indicano comunque la stessa direzione: una parte consistente della sicurezza sul lavoro si gioca sull’asfalto.</p><p>Martedì prossimo l’Inail&nbsp;<a href="https://www.inail.it/portale/it/inail-comunica/eventi/evento.2026.09.presentazione-della-relazione-annuale-inail-2025.html" target="_blank">presenterà la relazione annuale</a>&nbsp;alla presenza della ministra del Lavoro, Marina Calderone. Si parlerà di cantieri e di appalti, ed è giusto. Per un morto sul lavoro su quattro, però, la discussione andrebbe spostata a Porta Pia.</p>]]></description>
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