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		<title>Cronaca</title>
		<language>it</language>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
					<ttl>60</ttl>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:21:03 +0200</pubDate>
		<lastBuildDate>Mon, 25 May 2026 19:21:03 +0200</lastBuildDate>

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				<title>Fermato a Reggio Emilia un 22enne accusato di terrorismo. L’ombra del jihadismo sull’Italia</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Un 22enne italiano di origini marocchine è stato fermato giovedì sera dalla polizia di Reggio Emilia con l'accusa di arruolamento con finalità di terrorismo, anche internazionale</b>. Era in via Roma, nel centro della città, mentre era in programma una partita di basket di livello nazionale che richiamava migliaia di persone e un concerto in piazza San Prospero: il centro era affollatissimo. Armato di coltello, secondo quanto&nbsp;<a href="https://www.poliziadistato.it/articolo/32686a147b654db01578812596" target="_blank">ricostruito dalla procura reggiana</a>&nbsp;– coordinata con quella Antimafia e Antiterrorismo di Bologna – era pronto a scagliarsi contro i passanti. Una segnalazione ha allertato la Digos e gli agenti lo hanno individuato mentre camminava da solo. Il giudice ha disposto per lui la <b>custodia cautelare in carcere</b>.</p><p><b>La storia del giovane, senza fissa dimora, è nota alle forze dell'ordine da due anni</b>. Dal 2024 veniva monitorato dalla&nbsp;<a href="https://www.poliziadistato.it/articolo/direzione-centrale-della-polizia-di-prevenzione" target="_blank">Direzione centrale della Polizia di Prevenzione</a>: in Germania, dove viveva con la famiglia, era stato arrestato per alcuni reati e <b>si era dichiarato più volte sostenitore dello Stato islamico</b>. <b>Espulso dalla Germania, era rientrato in Italia a gennaio</b>. Questura, centro di Salute mentale e servizi socio-assistenziali reggiani lo avevano inserito in un percorso di assistenza, interrotto però quando una sua utenza telefonica era stata individuata all'interno di chat in cui si lavorava all'organizzazione di attentati. <b>Sul cellulare sequestrato giovedì sera gli inquirenti hanno trovato conversazioni con un soggetto sospettato di essere affiliato allo Stato islamico</b>, che gli aveva proposto di istruirlo e finanziarlo per compiere un attacco, in Italia o all'estero. Proposta a cui il 22enne avrebbe acconsentito. Le indagini proseguono.</p><h2>Due arresti in cinque giorni</h2><p>L'episodio arriva cinque giorni dopo un altro fermo per la stessa ipotesi di reato, questa volta a <b>Firenze</b>: il 20 maggio la Digos fiorentina ha <b>arrestato un quindicenne tunisino</b>, in Italia da tre anni, accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale. Il ragazzo era già stato collocato in comunità nell'ottobre 2025 per la medesima accusa. Il giudice aveva disposto la messa alla prova a marzo 2026, ma dal giorno successivo alla revoca il minore aveva ripreso i contatti – con una nuova utenza – con account riconducibili ad affiliati allo Stato islamico. Sul suo cellulare sono state trovate immagini di terroristi islamici noti. In alcune chat si era dichiarato pronto ad agire, aveva chiesto indicazioni sul luogo e si era mostrato interessato a reperire armi. Il gip del tribunale per i minorenni ha disposto la<b> custodia cautelare in istituto penale minorile</b>, definendolo <b>"soggetto pericoloso" che non avrebbe "mutato le proprie convinzioni ideologiche"</b>.</p><p><b>Sullo sfondo resta la strage di Modena</b>, dove il 10 maggio scorso&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/18/news/chi-sono-queste-figure-ibride-inclassificabili-e-accomunate-dallodio-per-loccidente--399054" target="_blank">Salim El Koudri</a>&nbsp;a bordo di un'auto ha falciato i passanti in centro città e accoltellato alcune delle persone che hanno tentato di fermarlo. Secondo quanto riferito dalla trasmissione "Fuori dal Coro" e ripreso da alcune testate, nel cellulare di El Koudri – 31enne di origini marocchine, ma nato a Seriate, in provincia di Bergamo – sarebbero stati trovati video dal contenuto violento: l'ipotesi di una matrice terroristica – al momento non confermata dalla procura – continua a circolare nel dibattito pubblico.&nbsp;Il Gip ha convalidato l'arresto e la custodia cautelare in carcere per El Koudri, con le accuse di strage e lesioni aggravate.</p><p>Che il jihad sia una minaccia residuale appartiene a una narrazione che fatica a reggere. Ne scriveva su questo giornale, quattro giorni fa, Luca Gambardella.</p>]]></description>
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				<title>Con Carlo Petrini si poteva essere in disaccordo, ma antipatizzare con il suo magistero, questo mai</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 20:10:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/22/news/addio-a-carlo-petrini-sugli-obiettivi-grazie-sugli-strumenti-discuteremo-ancora--399326" target="_blank">Carlo Petrini</a>&nbsp;aveva un sorriso affidabile, non melenso, spontaneo e affettuoso. Tutte le volte, poche, che l’ho incontrato, ho sentito un moto di simpatia. Nonostante tutto. Nonostante il fatto che ingurgito il cibo come un’idrovora, anzi lo aspiro, e nonostante le mie da sempre fortissime riserve su ogni tipo di religione ambientalista, anche elegantemente offerta da un predicatore laico come lui era. <b>E’ che slow food fa rima non baciata con slow news, e quel sorriso accolse la mia battuta incidentale.</b> Era successo anche con Mordecai Richler, indimenticabile autore della Barney’s Version e di molti altri buoni libri. Era a Roma per una lettura del suo romanzo euroamericano, ebraico, insofferente dei luoghi comuni dell’incipiente wokismo. Il protagonista Barney Panofsky girava delle soap con la Totally Unnecessary Productions, sicché mi presentai dicendogli che facevamo un Totally Unnecessary Newspaper, e per questo lo avevano incoronato re della letteratura contemporanea. Anche lì un bel sorriso come premio.</p><p>Non so se la rima, ma l’assonanza c’era, in tutti e due i casi. <b>Petrini detestava con viva cordialità lo spreco nutritivo, l’incapacità di dilazionare gusto e piacere, la mancanza di ritmo e passione vera nell’agricoltura e nella gastronomia.</b> Aveva fatto gruppo con gourmet e contadini, la terra ai contadini e il piatto riflessivo ai gourmet; aveva gioito del successo, imbeccato e imboccato papi e re, Carlo III innanzitutto.</p><p>E aveva perfettamente ragione, come Richler che considerava irrilevante chi si dà più importanza di quella che merita ogni piacere di esistere, giudicare, essere giudicati, e amare. Redi in te ipsum: erano due agostiniani potenziali, nella comunità cercavano l’individualismo. Che è poi il segno sotto il quale nacque questo giornalino di carta, affetto da qualche mania politica e da un tanto di fanatismo temperamentale durante la mia direzione, emendato con l’ottimismo e la gioventù nel corso della brillante e solida direzione di Claudio Cerasa. <b>Petrini insegnava la calma, la selezione, il discernimento. Ha avuto una vita troppo breve ma costante nella ricerca e nell’invenzione anche collettiva. Si poteva essere in disaccordo, ma antipatizzare con il suo magistero non pretenzioso, questo no, questo mai.</b> Non si può dire che non avesse pregiudizi, le persone intelligenti ne sono affette, ma erano pregiudizi argomentati e motivati con la pazienza del suo sguardo pedagogico e confidente. Mancherà ai suoi numerosi compagni di cordata slow food e mancherà anche a noi delle slow news.</p><p><b>La sacralità della notizia e la sopravvalutazione della notizia investigativa sono tra i vizi che Vitiello definirebbe tipici di un giornalismo antropofago, vizioso, ultraveloce.</b> Anche senza esibire virtù introvabili, e non augurabili, si capisce al volo che il nostro progettino felicemente invecchiato nella crisi dei giornali e delle feuilles de chou, la stampa gialla d’antan, era quello di surfare sulla notizia, circondarla di attenzione e con il tanto possibile di pensosa meditazione, tradirla magari per un’opinione caduca, lei, la notizia cotta e mangiata (fast food, fast news), la regina dei cretini.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Addio a Carlo Petrini. Sugli obiettivi, grazie. Sugli strumenti, discuteremo ancora</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 10:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Antonio Pascale</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Carlo Petrini, 1949-2026, 76 anni, una vita ben spesa</b>. Fondatore, fin da giovane, di associazioni di vario tipo, dal primo spaccio alimentare a Radio Bra Onde Rosse. La radio che comincia a trasmettere nel 1975 (il primo brano mandato in onda fu&nbsp;l’<i>Internazionale&nbsp;</i>che sarà poi alternato con&nbsp;<i>Pablo&nbsp;</i>di De Gregori), presagiva già il futuro di Carlo Petrini. Realizzata con un radio baracchino comprato al mercato di Livorno e fatto funzionare a Bra. “La ricezione – specificarono sulla rivista Campo Rosso che annunciava l’inizio delle trasmissioni – sarà perfetta in un raggio di 20 chilometri intorno a Bra e dovrebbe essere discreta fino a 25-40 chilometri”.&nbsp;<b>Più presagio di così. Petrini è sempre partito dal local ed è diventato global, grazie, soprattutto, alla sua creatura, Slow Food</b> (una costola di Arci Gola), fondata il 26 luglio 1986. All’inizio parecchio contestata da sinistra, <b>erano visti come gaudenti della gola e difatti un po’ lo erano, ma loro lottavano per un cibo buono, pulito e giusto</b>. Questo slogan, molto potente, trasforma, per così dire, la ricezione di Carlo Petrini, da discreta a globale, da Bra a icona mondiale. <b>Non si contano le amicizie famose</b>, da destra a sinistra, era ubiquitario, da Agnelli, a Re Carlo, a Papa Francesco, a decine e decine di intellettuali, scrittori, antropologi. Il Time lo inserì tra gli eroi del nostro tempo, nel 2013 vinse il premio <i>Fionda di legno</i> per le sue fiondate contro gli ogm. Ebbe molte<b> </b>lauree honoris causa (che lui ricordava con affetto e commozione, dicendo: avrebbero fatto felice mia mamma) e il premio <i>Communicator of The Year</i>, a Londra (2004).</p><p>I meriti del suo lavoro ci sono tutti, fa molto piacere, per esempio, andare in un paese sperduto e trovare un presidio Slow Food, vista soprattutto l’invisibilità che per millenni gli agricoltori hanno provato sulla loro pelle, un presidio è una sorta di riconoscimento al loro lavoro, un faro. Non credo che gli piacerebbero le lodi a oltranza, possiamo dire che <b>è stato un buon e intelligente umanista</b>. Ha umanizzato gli agricoltori, nonché le popolazioni indigene, ha umanizzato anche le piante e più in generale la natura. Questo nel bene e nel male. <b>Le cose tecniche non gli piacevano, per sua stessa ammissione non era ferrato</b>. I suoi lo volevano in fabbrica, per questo, invece delle medie, ha fatto l’avviamento professionale e poi l’istituto tecnico per meccanici. Dice: “Ma non era la mia strada: eccellevo nelle materie umanistiche, ero un disastro in quelle tecniche: avevo l’insufficienza in meccanica, tecnologia e disegno industriale. Durante la prova orale, il presidente della commissione mi disse: 'Petrini, ci garantisce che non farà mai il perito meccanico?'. E io: lo giuro!". Giuramento mantenuto. Petrini e con lui tutto il movimento Slow Food – nonché intellettuali, scrittori, papi e re – in ambito agricolo, messi alle strette sulle cose tecniche risultano sempre un po’ insufficienti. Benché quelle cose tecniche facciano parte del bagaglio culturale che ogni umanista dovrebbe avere per mettere alla prova il proprio umanesimo. Non riescono a capire, apprezzare, gli straordinari strumenti tecnici – chimica, meccanica, genetica – che nel Novecento hanno trasformato in meglio l’agricoltura, cambiando il mondo, permettendo a una gran parte della popolazione mondiale di fuggire dalla fame, dalle carestie, dalle malattie e dalla morte prematura. Così che poi, <b>eliminata la questione del piatto a tavola, ci si potesse occupare del "buono, pulito e giusto"</b> – e di come migliorare gli strumenti della chimica, della genetica e della meccanica.</p><p>Quindi nella sostanza si apprezzerà e <b>si ringrazierà sempre Petrini per la sua missione da umanista</b>, ci ha messi tutti d’accordo sugli obiettivi, non è poco, mentre <b>si manterrà il disaccordo su alcuni strumenti utili per raggiungere la sostenibilità e migliorare ancora i prodotti</b>. Sugli strumenti su come migliorarli, ecco, su quelli continueremo (civilmente ed epistemologicamente) a discutere. Anche i periti meccanici (in senso lato) hanno un cuore e anche loro lottano per un mondo migliore, come Petrini ha fatto.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>È morto Carlo Petrini. Il fondatore di Slow Food aveva 76 anni</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 08:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, è morto oggi a 76 anni.</b> Era nato a Bra, in provincia di Cuneo, dove nel 1986 aveva fondato l'associazione – inizialmente chiamata Arcigola – con l'obiettivo dichiarato di contrapporre una cultura del cibo "<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2016/04/02/news/slow-food-cattivo-sporco-e-sbagliato--257230" target="_blank">buono, pulito e giusto</a>" all'avanzata dei fast food. Nel 1989 Slow Food era diventata organizzazione internazionale. Nel 2004 aveva fondato Terra Madre, la rete mondiale che riunisce contadini, pastori, pescatori, cuochi e accademici attorno alla causa della sovranità alimentare e della biodiversità, e nello stesso anno l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Nel 2004 Petrini aveva fondato a Bra l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, lui che aveva lasciato l'università a Trento a quattro esami dalla laurea in Sociologia.</p><p>Prima di Slow Food, aveva lavorato come giornalista enogastronomico e contribuito alla&nbsp;<a href="https://www.gamberorosso.it/notizie/attualita/carlo-petrini-primo-editoriale-gambero-rosso-1986/" target="_blank">nascita del Gambero Rosso</a>, allora supplemento del Manifesto – dettaglio non irrilevante per capire l'humus ideologico da cui è nata Slow Food.</p><p>Il Foglio ha avuto con Petrini&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2020/08/20/news/slow-food-slow-italy--386407" target="_blank">un disaccordo di fondo</a>, durato decenni. Non tanto sul cibo ma sul metodo, sull'ideologia che ci stava sotto. Slow Food ha romanticizzato il pane nero potendosi permettere il pane bianco. Ha combattuto gli ogm, la genetica applicata, i concimi, gli agrofarmaci... gli stessi strumenti che invece, secondo questo quotidiano, hanno permesso all'agricoltura mondiale di sfamare otto miliardi di persone, di ridurre la mortalità infantile, di liberare milioni di famiglie contadine dalla servitù della terra. Il caso dello Sri Lanka, che nel 2021 vietò i fertilizzanti sintetici in nome di un'agricoltura biologica nazionale e precipitò nel disastro, era lì a dimostrarlo.</p><p>Petrini era un comunicatore capace, e il suo messaggio ha avuto presa ovunque: su sociologi, antropologi, economisti, intellettuali. Il paradosso,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/03/30/news/utopico-slow-il-movimento-di-carlo-petrini-compie-40-anni--268343" target="_blank">come scriveva Antonio Pascale</a>&nbsp;su queste pagine due mesi fa, è che un'associazione come Slow Food può esistere, professare la fede nella lentezza, soltanto dentro una dimensione di capitalismo avanzato, produttivo, veloce, tecnologico. La lentezza è un lusso che si finanzia con la velocità altrui.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Murdoch jr compra i giornali ma sogna i podcast</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 05:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Michele Masneri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ah, i giornali, dati per morti diverse volte, con forte esagerazione. James Murdoch, il figlio “buono”, liberal, riflessivo e anti-Trump di Rupert,  si compra adesso il New York Magazine dal gruppo Vox Media insieme alla sua divisione podcast, per 300 milioni di dollari. E già questa sembra una serie HBO scritta da qualcuno che ha fatto troppe sedute di terapia a Manhattan. Rupert (che un tempo lo possedeva lui, il NY Magazine) costruiva tabloid rabbiosi e televisioni da guerra; James invece si compra newsletter, “conversazioni”, intellettuali con le sneaker bianche e i podcast ascoltati durante il pilates a Brooklyn.</p><p>Investiamo su “giornalismo lungo, ragionato” – “longer-form, thoughtful”, “capace davvero di parlare alla cultura”, ha detto al New York Times l’erede riflessivo. “Vogliamo creare piattaforme dove persone davvero straordinarie e di talento possano venire a fare il miglior lavoro della loro vita”. Vabbè. Questo sembrerebbe riferirsi soprattutto ai podcast, e non ai vetusti giornali di carta che nessuno vuole più manco regalati. Oggi il podcast, si sa, è invece  l’equivalente della vigna negli anni Zero, quando in crisi di mezza età  tutti si compravano il casale per fare il vino, poi non importa che non lo bevesse nessuno, hai la tua bella etichetta da mostrare agli amici e via. I giornali, per quanto “lunghi e ragionati”, sono oggi non morti, ma più che altro  un fantasma, un feticcio. Nessuno veramente li legge,  servono però come base fondamentale per andare in tv, alimentare discussioni sui social (del tipo: “Noncelodikono”, non avendo mai letto un giornale), nutrire intelligenze artificiali. Ne rimane  l’aura fantasmagorica, anche solo per biasimarli (Giornalai! Basta coi contributi pubblici!). Come succede ormai coi libri, nessuno li legge davvero, però tutti vogliono essere fotografati mentre leggono. Dior vende borsette con sopra “Preghiere Esaudite” di  Capote,  Miu Miu organizza un club del libro durante il Salone del Mobile, assaltato da influencer che non arriverebbero vivi a pagina tre di Proust  (viene in soccorso Repubblica con l’antologia della Recherche tipo Reader’s Digest, in edicola, perfetta da esibire al nuovo bar del Post appena aperto a Milano). Tutti amano  soprattutto stare insieme, appiccicati, a parlare di libri e giornali.</p><p>Ah, i giornali, dati per morti diverse volte, con forte esagerazione. James Murdoch, il figlio “buono”, liberal, riflessivo e anti-Trump di Rupert,  si compra adesso il New York Magazine dal gruppo Vox Media insieme alla sua divisione podcast, per 300 milioni di dollari. E già questa sembra una serie HBO scritta da qualcuno che ha fatto troppe sedute di terapia a Manhattan. Rupert (che un tempo lo possedeva lui, il NY Magazine) costruiva tabloid rabbiosi e televisioni da guerra; James invece si compra newsletter, “conversazioni”, intellettuali con le sneaker bianche e i podcast ascoltati durante il pilates a Brooklyn.</p><p>Investiamo su “giornalismo lungo, ragionato” – “longer-form, thoughtful”, “capace davvero di parlare alla cultura”, ha detto al New York Times l’erede riflessivo. “Vogliamo creare piattaforme dove persone davvero straordinarie e di talento possano venire a fare il miglior lavoro della loro vita”. Vabbè. Questo sembrerebbe riferirsi soprattutto ai podcast, e non ai vetusti giornali di carta che nessuno vuole più manco regalati. Oggi il podcast, si sa, è invece  l’equivalente della vigna negli anni Zero, quando in crisi di mezza età  tutti si compravano il casale per fare il vino, poi non importa che non lo bevesse nessuno, hai la tua bella etichetta da mostrare agli amici e via. I giornali, per quanto “lunghi e ragionati”, sono oggi non morti, ma più che altro  un fantasma, un feticcio. Sono fondamentali per andare in tv, alimentare discussioni sui social (del tipo: “Noncelodikono”, non avendo mai letto un giornale), nutrire intelligenze artificiali. Cuccare. Ne rimane  l’aura fantasmagorica, anche solo per biasimarli (Giornalai!). Come succede ormai coi libri, nessuno li legge davvero, però tutti vogliono essere fotografati mentre leggono. Dior vende borsette con sopra Preghiere Esaudite di  Capote,  Miu Miu organizza un club del libro  assaltato da influencer che non arriverebbero vivi a pagina tre di Proust  (viene in soccorso Repubblica con l’antologia della Recherche tipo Reader’s Digest, appena annunciata,  perfetta da esibire magari al nuovo bar del Post appena aperto a Milano). Tutti amano  soprattutto stare insieme, appiccicati, a parlare di libri e giornali in festival e raduni.</p><p>Così la società di Murdoch che ha realizzato la nuova acquisizione ha già in pancia il suo bel  Tribeca Film Festival, dove si aggirano decine di maschi e femmine performative con tote bag di altri festival, per rimorchiare. I gusti culturali sono ormai segnaletica pubblica, branding personale permanente. La borsa di tela  è il nuovo giornale sottobraccio. Un tempo il Mondo sul cruscotto garantiva la serata, adesso basta una tote bag con sopra Joan Didion (più ecologico, non si abbattono alberi). Siamo tutti performativi, maschi, femmine, non binari, tristi e solitari.</p><p>Ma se noi performativi  a basso reddito ci accontentiamo della borsina, è giusto che performativi/e di livello Murdoch si comprino proprio il giornale: così ecco un’ondata di acquisti in tutto il mondo. Anche perché l’arte contemporanea si è capito che è una sòla, e finché gli artisti woke e albini non si sa che fine faranno, non è astuto spenderci; i marchi del lusso da supremi investimenti sono invece diventati asset radioattivi. E i soldi, come diceva quel tale riferito a qualcosa d’altro, devono comunque girare. Dunque perché non un bel giornale? Da noi Leonardo Maria Del Vecchio si compra Giorno, Resto del Carlino e QN dopo essersi già preso una quota del Giornale e  qualunque cosa sia vagamente in vendita nella penisola. Il greco Kyriakou si è fatto la Repubblica, insieme al sincero democratico Bin Salman. In Francia Bolloré vorrebbe sfilare il Parisien ad Arnault (con timori reputazionali dei figli di quest‘ultimo, tra cui Delphine maritata Niel, cioè Le Monde); e l’armatore Rodolphe Saadé   ha conquistato La Provence e La Tribune  (ma a Genova gli Aponte di Msc hanno preso Il Secolo XIX).</p><p>Poi certo il ricco che si ritrova editore è come il povero con la borsina, non sa bene cosa sia davvero un giornale, voleva solo cuccare, quando mette piede in redazione si pente subito. Lui voleva solo il fantasma del giornale, mica  il giornale vero. In Usa i siliconvallici si erano accattati le vecchie balene della carta stampata quando ancora erano buoni. Bezos  il  Washington Post venendo accolto come un salvatore della patria, ma dopo aver studiato i conti licenzia tutti e diventa impresentabile. La vedova di Steve Jobs l’Atlantic, e forse  è ancora buona. Ognuno segue l’estro del momento, la propria idea di influenza, di prestigio, di rispettabilità culturale. E poi diciamolo: i prezzi aiutano. Un tempo girava l’antico adagio: come si fa a diventare milionari? Facile, basta essere miliardari e poi comprare un giornale o una squadra di calcio. Ma oggi  un giornale costa meno di quanto costasse vent’anni fa una squadra di serie B. Meno di un appartamento decente a Manhattan (e non hai manco il sindaco indemoniato che ti viene a imbruttire sotto casa coi video anti ricchi). Meno di uno yacht decente. E poi se ti compri un giornale finisci a tua volta sui giornali, male che vada. Se sei fortunato, in tv. Se ti va proprio di lusso,  parleranno di te  perfino in un podcast.</p><p>&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/21/news/paura-ai-campi-flegrei-nuova-scossa-da-44-di-magnitudo--399266</link>
				<title>Paura ai Campi Flegrei. Nuova scossa da 4.4 di magnitudo</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 09:09:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Una scossa di terremoto di magnitudo 4.4 ha colpito all'alba i Campi Flegrei, con epicentro in mare al largo del Golfo di Pozzuoli e a una profondità di 3 km.</b> Il sisma, avvertito distintamente alle 5.51 in una vasta area del Napoletano e nel capoluogo campano, è <b>tra i più forti da quando è ripreso il bradisismo in quest'area</b>: per intensità e durata <b>ha richiamato alla memoria la scossa del 30 giugno scorso</b> — magnitudo 4.6, la più alta degli ultimi 40 anni. Sui social è stato immediato l'assalto di testimonianze: lampadari che oscillavano, scricchiolii, residenti svegliati di soprassalto.</p><p><b>I primi danni sono stati segnalati dal sindaco di Bacoli</b>, Josi Della Ragione, che ha aggiornato i cittadini in tempo reale. Cedimenti di intonaci e danni alle facciate di edifici privati, criticità nelle abitazioni e — dato più preoccupante — il cedimento di parte dei costoni che affacciano sul mare: <b>"Ci saranno degli sgomberi a breve, dobbiamo prima completare i controlli", ha dichiarato Della Ragione.</b></p><p>Il sindaco ha anche lanciato un appello al governo sulle risorse mancanti: erano stati preventivati fondi per ridurre la vulnerabilità degli edifici pubblici, mai stanziati. <b>"Il bradisismo non è un evento straordinario, è ordinario", ha sottolineato</b>, ricordando l'incontro di tre settimane fa con il ministro Musumeci, ancora senza risposte concrete.&nbsp;Sul fronte dei trasporti, l'Ente Autonomo Volturno ha disposto l'interruzione temporanea della circolazione ferroviaria sulle linee Cumana e Circumflegrea per le verifiche statiche del caso. Sospesa anche la Linea 2 della Metropolitana.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/editoriali/2026/05/21/news/el-koudri-in-grado-di-intendere-e-volere-e-le-comode-scappatoie-su-modena--399245</guid>
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				<title>El Koudri in grado di intendere e volere e le comode scappatoie su Modena</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:44:00 +0200</pubDate>
															<enclosure url="https://ilfoglio-produzione.fra1.cdn.digitaloceanspaces.com/ilfoglio/stories/2026/05/20/original/0dfdf094-47e2-4bfb-8bf4-b41f0f67488b.jpeg?v=1779298973" />
																					<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Chissà se la vasta platea di commentatori, di politici ossessionati&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/18/news/il-caso-modena-divide-il-governo-salvini-insegue-vannacci-meloni-e-tajani-prendono-le-distanze--399062" target="_blank">dalle gride dementi di Salvini</a>&nbsp;più che dai fatti, di tastieristi da social e cronisti non spassionati avrà ora il buon gusto non di chiedere scusa, retorica inutile, ma di ammettere di avere sbagliato. <b>Di avere sbagliato in base a un inconfessabile, ma molto evidente, retropensiero: la volontà di declassare immediatamente – prima ancora di conoscere i fatti – il grave attentato di Modena a episodio di cronaca, di esplosione psicopatologica non adeguatamente prevenuta.</b> Anzi, il pensiero più che evidente è stato quello di poter sviare l’attenzione del dibattito sulle colpe della pubblica sanità che non si prende adeguatamente cura dei malati psichici. Il che è anche una giusta notazione, ma soltanto se non si trascura il fatto che il diritto alla cura è libero, dunque rifiutabile, e che i manicomi sono stati aboliti.</p><p>La gip di Modena Donatella Pianezzi, nell’ordinanza di convalida dell’arresto di Salim el Koudri, ha smentito con brevi annotazioni tutto il castello di parole montato in fretta e furia per evitare di chiedersi se quella di el Koudri sia stata una tentata strage di modello islamista. La giudice ha scritto che al momento non ci sono elementi per ritenere che l’assalto sia una conseguenza della patologia – disturbo schizoide di personalità – per la quale el Koudri era stato in cura presso un Centro per la salute mentale. Non ci sono al momento nemmeno elementi per ritenere che el Koudri fosse incapace di intendere e volere quando ha commesso il fatto. Anche il legale filo Pal di el Koudri ha fatto marcia indietro rispetto alla sua richiesta iniziale, e ha dichiarato: “Al momento non chiediamo la perizia psichiatrica”.  <b>Tutto questo non significa, ovviamente, che el Koudri non possa davvero essere vittima della sua malattia, né che possa essere successivamente ritenuto non in grado di intendere e di volere. </b>Né tantomeno significa che il suo sia stato un atto di terrorismo, aggravante che la procura ha per ora escluso. Significa solo che nascondersi dietro quello che il Foglio ha  definito il “<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/19/news/le-ipocrisie-del-lodo-basaglia-modena-il-disagio-psichico-e-la-difficolta-a-veder-tutti-i-sintomi--399097" target="_blank">lodo Basaglia</a>”, è soltanto una forma comoda di ipocrisia per non riconoscere la natura dei fatti, e dei problemi.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>&quot;Inaccettabili le immagini&quot; degli attivisti della Flotilla arrestati in Israele, dice Crosetto</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 16:30:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Nicolò Zambelli</author>
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				<description><![CDATA[<p>"È inaccettabile che qualcuno pubblichi quelle immagini e abbia questo atteggiamento nei confronti di cittadini che sono stati prelevati in acqua internazionale e poi portati contro la loro volontà e contro ogni tipo di diritto in quel paese", ha detto il ministro della Difesa, <b>Guido Crosetto</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/05/20/news/israele-ferma-la-flotilla-29-italiani-ad-ashdod-obiettivo-mediatico-raggiunto--399195">commentando le immagini del video postato dal ministro israeliano Ben Gvir</a>, con scritto "Benvenuti in Israele", che riprendevano le donne e gli uomini che erano a bordo della Flottilla in stato di fermo inginocchiati e bendati.</p><p>Crosetto ha sottolineato che il video è "una cosa di cui avrebbe dovuto vergognarsi e non sicuramente esaltarsi o sorridere. Noi abbiamo l'abitudine di trattare in modo diverso tutti i cittadini che vengono in Italia, non abbiamo l'abitudine di catturare nessuno illegalmente in acqua internazionale. Forse dovrebbe imparare qualcosa da noi, dal nostro modo di accogliere tutte le nazionalità, il ministro Ben Gvir, perché forse alla lunga servirebbe a Israele". E conclude: "Non penso che atti di questo tipo o di azioni o questo tipo di video postati faccia bene Israele. <b>Siccome io voglio bene Israele e auguro pace, serenità e prosperità a Israele, vorrei che&nbsp; capisse che con questo modo di fare non si costruisce un futuro di pace, di libertà e di serenità</b>".</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Gli attivisti della Flotilla arrestati e umiliati. Meloni: &quot;Inaccettabili le immagini di Ben Gvir. Israele si scusi&quot;</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 10:53:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Tutte le 54 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono state bloccate dalla marina israeliana</b>. L'ultima, la Lina al Nabulusi, è stata fermata poco prima delle 20 di martedì a circa 118 miglia nautiche dalla Striscia (quasi 220 chilometri). L'operazione era iniziata lunedì mattina in acque internazionali vicino a Cipro ed è proseguita per due giorni consecutivi, sempre in acque internazionali. Ottantasette attivisti, tra gli oltre quattrocento fermati, hanno iniziato uno sciopero della fame.&nbsp;Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano <b>Ben Gvir</b> si è recato al porto di Ashdod, dove sono detenuti gli attivisti della Global Sumud Flotilla, <b>alcuni dei quali sono stati messi in ginocchio con le mani ammanettate dietro alla schiena.</b> "Benvenuti in Israele'', ha detto Ben Gvir come si vede in un video&nbsp;<a href="https://x.com/itamarbengvir/status/2057046925417824697" target="_blank">che lui stesso ha condiviso sui social</a>.</p><p>Dopo la pubblicazione del filmato, il Presidente della Repubblica <b>Sergio</b> <b>Mattarella</b> ha commentato che è stato un "trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele". La presidente del Consiglio <b>Giorgia Meloni</b> e il ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani</b>&nbsp;invece hanno fatto una dichiarazione congiunta: "Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili. <b>È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona.</b> Il governo italiano sta immediatamente compiendo, ai più alti livelli istituzionali, tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti. L’Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del governo italiano". Meloni e Tajani fanno sapere che <b>"per questi motivi, il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale convocherà immediatamente l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto".&nbsp;</b>In una nota, il responsabile esteri del Partito democratico <b>Giuseppe Provenzano</b> ha detto il video diffuso dal Ministro della sicurezza nazionale di Israele, "coi maltrattamenti della sua polizia nei confronti degli attivisti illegalmente arrestati, è un insulto alla dignità umana".</p><p>"Noi ci vantiamo di altro, Ministro", scrive su X il ministro della Difesa Guido Crosetto. "Ci vantiamo di aver sempre trattato con rispetto i suoi connazionali e non abbiamo l’abitudine di arrestare le persone in acque internazionali ma semmai di soccorrerle se ne hanno bisogno. Non penso che con atteggiamenti di questo tipo si faccia il bene di Israele".</p><p>La provocazione di Gvir sta creando turbolenze politiche anche in Israele.<b> Il ministro degli Esteri Gideon Saar&nbsp;<a href="https://x.com/search?q=gideon%20saar&amp;src=typed_query">ha accusato Ben Gvir</a>&nbsp;di avere "deliberatamente arrecato danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena - e non è la prima volta.</b>&nbsp;Hai vanificato sforzi enormi, professionali e di successo compiuti da così tante persone - dai soldati dell'IDF al personale del Ministero degli Esteri e molti altri. No, tu non sei il volto di Israele". Alla fine è intervenuto direttamente anche il premier israeliano <b>Benjamin Netanyahu: "Israele - ha detto - ha tutto il diritto di impedire alle flottiglie</b> provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas <b>di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza. Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele". </b>Bibi ha anche fatto sapere di aver dato <b>"istruzioni alle autorità competenti di espellere i provocatori il prima possibile".</b></p><p>I mezzi della Flotilla – con a bordo 426 attivisti di 39 nazionalità – erano partiti giovedì dal distretto turco di Marmaris per sfidare il blocco navale dell'Idf e portare aiuti alla popolazione palestinese. L'esito era pressoché scontato: il ministero degli Esteri israeliano aveva denunciato la Flotilla come "una provocazione fine a se stessa", assicurando che lo stato ebraico "non permetterà alcuna violazione del legittimo blocco navale di Gaza". Nel corso dell'operazione, Israele ha bloccato il canale 16 delle radio – quello usato per le emergenze in mare e per dichiarare il mayday – trasmettendo canzoni di Rihanna e dei Lynyrd Skynyrd. Un dettaglio che dice molto sul registro scelto da Tel Aviv per gestire la faccenda. La marina israeliana ha anche sparato contro sei imbarcazioni, tra cui la Girolama, battente bandiera italiana. La stessa Flotilla ha specificato di non sapere se si trattasse di proiettili di gomma. Israele ha poi precisato che non erano stati "sparati colpi di arma da fuoco", ammettendo l'impiego di "mezzi non letali contro l'imbarcazione, e non contro i contestatori, a scopo di avvertimento".</p><p><b>Tutti i fermati "sono stati trasferiti su navi israeliane e sono in viaggio verso Israele, dove potranno incontrare i loro rappresentanti consolari"</b>, ha comunicato il ministero degli Esteri di Tel Aviv, che ha liquidato l'intera vicenda con una formula ormai collaudata. "Ancora una volta, questa flottiglia si è rivelata nient'altro che una trovata pubblicitaria al servizio di Hamas". Tra i 430 attivisti totali <b>ci sono</b> <b>29 cittadini italiani e tre residenti in Italia</b>, trattenuti a bordo di una nave militare israeliana. Per loro il team legale della missione ha depositato un esposto-denuncia alla procura di Roma per sequestro di persona. Il profilo dei connazionali a bordo è quello dell'attivismo organizzato di sinistra: <b>il deputato M5s Dario Carotenuto, unico parlamentare della spedizione</b>, unitosi alla missione durante la tappa in Turchia; Antonella Bundu, ex consigliera comunale a Firenze e candidata governatrice della Toscana; Dario Salvetti, del collettivo di fabbrica della Gkn di Campi Bisenzio; l'attivista trentino 69enne Ruggero Zeni.</p><p>La Flotilla è alla sua ennesima missione fallita, ma&nbsp;il copione è sempre lo stesso: la partenza dai porti del Mediterraneo, l'intercettazione in acque internazionali, gli attivisti portati ad Ashdod per qualche giorno di detenzione e poi l'espulsione. Per i trattenuti si aprono due possibilità: l'espulsione immediata per chi acconsente, o entro 24 ore per gli altri, salvo – come accadde per l'attivista brasiliano Thiago Avila e lo spagnolo Saif Abukeshek – interrogatori o ulteriori indagini.&nbsp;</p><p>Vale la pena ricordare<b> cosa sia la Global Sumud Flotilla sul piano politico</b>, al di là della retorica umanitaria. Non è un'organizzazione di soccorso in mare. È una struttura militante, appoggiata da Usb, Cgil, Fiom, Rifondazione Comunista, Potere al Popolo, M5s, Pd e Avs, il cui obiettivo dichiarato è  consegnare aiuti umanitari (cibo, forniture mediche e beni di prima necessità) direttamente alla Striscia di Gaza "rompendo il blocco" navale isareliano, cioè forzando una misura di sicurezza che Israele ritiene legittima. Tajani stesso, nelle settimane scorse, aveva proposto di dirottare i rifornimenti verso Cipro per una distribuzione tramite la Chiesa cattolica. La Flotilla aveva rifiutato.<b> Perché il punto non è tanto l'aiuto umanitario, quanto&nbsp;<a href="https://pagellapolitica.it/articoli/meloni-flotilla-blocco-navale-israele" target="_blank">trasmettere ai media internazionali una precisa immagine</a>: le navi da guerra, i militari sul gommone, gli attivisti con le mani alzate, tutto in diretta streaming fino a che le telecamere non vengono spente. In questo senso, l'obiettivo è stato raggiunto in pieno. E i soprusi di Ben Gvir, probabilmente, aiutano solo.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>I mostri di Garlasco. Come riconoscere un’inchiesta in cui lo stato di diritto viene calpestato</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Giandomenico Caiazza</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non dovrebbe essere difficile comprendere – ma evidentemente lo è – perché ciò che sta accadendo ormai da qualche mese intorno al processo Garlasco non sia altro che una gazzarra mediatica indecorosa, che non ha nulla, ma proprio nulla a che fare con il diritto di cronaca e con il diritto dei cittadini ad essere informati. I media e la pubblica opinione hanno il sacrosanto diritto di acquisire informazioni – ci mancherebbe altro – sulle indagini e sui successivi processi chiamati a decidere chi sia il responsabile di un delitto efferato. Ma quello che non può accadere è che in nome di questo diritto i media e l’opinione pubblica si attribuiscano il compito di celebrare indagini e processi paralleli negli studi televisivi o sui social. Lo schema di queste trasmissioni è infatti mutuato da quello del processo: esperti (o presunti tali) assumono il ruolo dei consulenti e dei periti di accusa e difesa; si cercano e si intervistano possibili testimoni diretti o indiretti del fatto; gli avvocati difendono le ragioni dei propri assistiti. Il conduttore fa in qualche modo le veci del giudice, anche se quasi mai imparziale, visto che sono ormai ben riconoscibili trasmissioni innocentiste e trasmissioni colpevoliste. I social fanno il resto. Si tratta di un incivile Hellzapoppin‘, un cabaret dell’inferno, del tutto incompatibile con un sistema ordinamentale che, non certo a caso, confina in un perimetro molto rigoroso sia la fase delle indagini, che dovrebbero essere segrete, sia la fase del processo, che è pubblico per fortuna, ma che ha regole molto precise e non derogabili. Il giudizio penale – ecco il punto – è il luogo della verifica delle competenze e delle responsabilità di tutti coloro che partecipano, nelle più varie forme, a questo tremendo rito laico che porterà al giudizio. Il testimone giura, ma soprattutto, dopo aver riferito il fatto al quale dice di aver assistito, viene esaminato e contro-esaminato da tutte le parti processuali e dal giudice, per saggiarne l’attendibilità. Lo stesso vale per i consulenti tecnici, che si impegnano a rendere la propria deposizione in scienza e coscienza, consapevoli che dovranno subire l’accurato controesame tecnico delle parti avverse: e questo vale per il perito trascrittore delle intercettazioni, per l’esperto di DNA, per lo psicologo, e così via. E’ esattamente questo che manca, direi concettualmente, nel parallelo processo mediatico, popolato come è da “esperti” con curricula non sempre verificati, lasciati liberi di esprimere valutazioni e giudizi, spesso su materiale probatorio scarsamente o niente affatto conosciuto, senza alcun profilo di responsabilità, e soprattutto al riparo da adeguati controesami confutativi. Così – per fare uno tra i cento esempi possibili – la criminologa Tizia può diffondersi senza freni sui gusti sessuali dell’imputato Caio o dell’indagato Sempronio, sulla natura “raccapriciante” delle loro privatissime navigazioni sui sito porno, suggerendo giudizi morali e (implicitamente o esplicitamente) criminali, sapendo che non dovrà affrontare alcuna prova di resistenza di quei propri giudizi, affrancata come è da ogni responsabilità in nome del preteso, insindacabile suo diritto di esprimere “la propria opinione”. Ma sono “opinioni” che concorrono, spesso in modo decisivo, alla sentenza mediatica, che perciò impattano sulla vita e sulla dignità del sospettato, quotidianamente analizzato, denudato e svergognato spesso in modo irrimediabile. Questo pare a me il nocciolo vero della questione: questo impazzimento di quotidiane aule mediatiche, ciascuna delle quali parteggia per l’uno o per l’altro dei sospettati, è costruito e radicato su un meccanismo narrativo che rivendica e pretende l’assoluta propria irresponsabilità, il diritto di parlare del processo senza che siano verificate la completezza delle conoscenze degli atti processuali, la qualità e la consistenza curriculare delle declamate competenze scientifiche, e dunque la verifica serrata e severissima che i protagonisti di quel rito mediatico quotidiano riceverebbero, invece, nell’aula di un Tribunale. Cosa avrebbe a che fare tutto ciò con il diritto di cronaca?</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/19/news/il-piano-carceri-del-governo-ha-tolto-posti-invece-di-aumentarli--399073</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/05/19/news/il-piano-carceri-del-governo-ha-tolto-posti-invece-di-aumentarli--399073</link>
				<title>Il piano carceri del governo ha tolto posti, invece di aumentarli</title>
				<pubDate>Tue, 19 May 2026 10:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Giustizia</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il Commissario straordinario per l'edilizia penitenziaria Marco Doglio aveva annunciato, un anno e mezzo fa, oltre 10.900 nuovi posti detentivi entro il 2027, con una spesa di 1,3 miliardi. Il 6 maggio scorso è stato&nbsp;<a href="https://webtv.camera.it/evento/31203" target="_blank">audito alla Camera</a>: dai dati emersi in quella sede, i posti in cui i lavori sono concretamente avviati sono 2.823, cui si aggiungono&nbsp;<a href="https://www.mit.gov.it/comunicazione/news/carceri-il-mit-335-milioni-di-euro-di-lavori" target="_blank">1.516</a>&nbsp;di originaria competenza del ministero dei Trasporti. Il saldo reale, nel frattempo, è andato nella direzione opposta: dall'avvio del piano carceri, <b>i posti disponibili negli istituti italiani sono diminuiti di 537 unità</b>. Al 30 aprile 2026 le persone detenute erano 64.436, a fronte di 46.318 posti effettivamente fruibili. <b>Tasso di sovraffollamento reale: 139,1 per cento</b>. Sono 73 gli istituti in cui si supera il 150 per cento, 8 quelli oltre il 200. A Lucca si arriva al 240, a Foggia al 225. Gli istituti non sovraffollati, in tutta Italia, sono solo 22.</p><p>È il <b>XXII Rapporto di Antigone</b> sulle condizioni di detenzione –&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/ventiduesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/" target="_blank">titolo: “Tutto chiuso”</a>&nbsp;– a ricostruire questo quadro attraverso 102 visite di monitoraggio condotte nel 2025. Il punto politicamente più scomodo non è tanto che il piano carceri sia in ritardo, ma che funziona al contrario. La popolazione detenuta continua a crescere e i posti disponibili sono diminuiti. E <b>l'affollamento non dipende da un boom di criminalità ma dall'inflazione legislativa penale del governo Meloni</b>. In altre parole: <b>i reati sono calati dell'8 per cento nei primi sette mesi del 2025</b>, gli omicidi continuano a scendere, i furti pure. E <b>gli ingressi in carcere sono in calo</b>: <b>sono le pene più lunghe e il raffreddamento delle misure alternative a gonfiare le presenze</b>. Dall'inizio della legislatura, sono stati introdotti 55 nuovi reati, 60 aggravanti, 65 aumenti di pena, per un totale di oltre 400 anni di reclusione sommando i massimi edittali. <b>Più fattispecie e pene più lunghe portano, per forza di cose, a carceri più piene</b>.</p><p>C'è poi la questione della <b>chiusura interna agli istituti</b>, che il rapporto documenta in modo sistematico. Il meccanismo è semplice: ogni attività che prevede l'ingresso di persone esterne deve ottenere il nullaosta del Dap centrale, con il risultato che a Padova si ostacolano le iniziative di Ristretti Orizzonti, a Saluzzo si vieta un incontro con gli studenti nell'ambito del Salone del Libro, a Genova e Monza il teatro va in scena senza pubblico esterno. Circolare per circolare, a partire dal 2022, <b>oltre il 60 per cento dei detenuti è arrivato a trascorrere quasi l'intera giornata in cella</b>. Solo il 7,9 per cento frequenta corsi di formazione professionale. Solo il 4,9 per cento lavora per datori esterni. Per la prima volta, inoltre, <b>rallenta e in alcuni casi arretra il sistema delle misure alternative</b> alla detenzione: dal carcere si esce sempre meno.</p><p>Le conseguenze di questa logica non sono astratte: <b>chiudere il carcere non lo ha reso più sicuro</b>. E, come abbiamo più volte sottolineato, non solo per i detenuti. <b>Le aggressioni contro la polizia penitenziaria sono cresciute del 12,4 per cento nel 2025</b>. Quelle tra detenuti del 73 per cento dal 2021 a oggi. L'anno scorso almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere, 24 già nei primi mesi del 2026: 106 suicidi in sedici mesi. Il tasso è di 13 ogni 10.000 detenuti (nel mondo libero, con gli stessi numeri, si conterebbero 78.000 morti l'anno). Un detenuto su cinque compie gesti di autolesionismo. Il 46,5 per cento fa uso di sedativi o ipnotici.</p><p>Il sistema fallisce su entrambe le estremità dell'età. <b>Solo il 40,8 per cento dei detenuti è alla prima carcerazione. Il 45,9 per cento è già stato in carcere tra una e quattro volte</b>. Il 2,7 per cento più di dieci: la recidiva non è un'anomalia, è la norma. Tra i più giovani il quadro non è migliore. Il decreto Caivano ha fatto crescere del 52,5 per cento la popolazione negli istituti penali per minorenni dal 2022, con tre nuovi Ipm aperti "precipitosamente", scrive Antigone, spesso senza spazi adeguati, e con due inchieste in corso per torture sistematiche al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma. I giovanissimi tra 18 e 20 anni, in calo per anni, tornano a salire: dall'1 all'1,6 per cento delle presenze.</p><p>Dal 2018 al 2024 i tribunali di sorveglianza hanno accolto <b>oltre 30.000 ricorsi per trattamenti inumani o degradanti</b>. La sentenza Torreggiani, quella che costrinse l'Italia a riformare il sistema, nacque da circa 4.000. Siamo a sette volte tanto, e nessuno sembra preoccuparsene.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>La vera cittadinanza di cui parlare a Modena</title>
				<pubDate>Tue, 19 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Salim El Koudri, colpevole dell'orribile strage di Modena, deve andare in galera, o in un manicomio criminale, secondo la decisione che assumerà il tribunale chiamato a giudicarlo. Tutte le farneticazioni salviniane sulla cittadinanza non c'entrano niente. Peraltro, la normativa attuale già prevede che la cittadinanza possa essere revocata con decreto del presidente della Repubblica, nei casi che lo facciano ritenere opportuno.</p><p>Una questione di cittadinanza, invece, esiste e va nel senso esattamente opposto a quello ipotizzato dal leader della Lega. Riguarda i due egiziani, Osama Shalaby e il figlio Mohammed, che hanno partecipato coraggiosamente al tentativo di fermare l'aggressore quando ha cercato di fuggire minacciando tutti con un coltello. Se lo richiedono, dovrebbero ottenere immediatamente, per alti meriti civili, la cittadinanza italiana.</p><p>Sarebbe bene che su questa richiesta si raccogliesse il consenso, si creasse un movimento civile per la concessione della cittadinanza. Sarebbe un modo per dare agli immigrati che intendono integrarsi la sensazione di un'accoglienza calorosa e sincera, anche per isolare le tendenze a ritenersi emarginati, che poi possono sfociare in atti o in movimenti di polemica con la società e la civiltà occidentale.</p><p>Combattere le tendenze apocalittiche e le divisioni religiose o etniche utilizzate per creare conflitti lo si può e lo si deve fare non solo punendo severamente chi commette reati, ma anche premiando in modo evidente chi difende la civiltà e la convivenza pacifica. Nel caso dei due egiziani il merito è evidente e, come si darà un'onorificenza all'italiano che è stato ferito mentre fermava l'aggressore, è utile e giusto premiare anche loro. La concessione immediata della cittadinanza sarebbe un passo significativo.</p><p>All'Italia conviene puntare sulla convivenza serena, sulla collaborazione e sull'accoglienza, con giudizio e senza estremismi. Se questo appello sarà raccolto, se si creerà una pressione popolare in questa direzione, si darà senza retorica un'immagine limpida della civiltà italiana.</p>]]></description>
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				<title>Le ipocrisie del &quot;lodo Basaglia&quot;. Modena, il disagio psichico e la difficoltà a vedere tutti i sintomi</title>
				<pubDate>Tue, 19 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Stava esplodendo dentro”, mette tra virgolette il Corriere non si capisce bene attribuite a chi. Invece “sabato sono uscito di casa sapendo che dovevo morire” è una frase di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/18/news/le-prime-ipotesi-sulla-matrice-dellattacco-di-modena-e-qualche-scomposta-reazione-politica--399053" target="_blank">Salim El Koudri</a>&nbsp;riportata dal suo avvocato. Il disagio psichico pare acclarato, domandarsi perché non fosse più in cura presso un centro specialistico o – tanto più – ricoverato in una struttura in cui non potesse diventare una minaccia per gli altri non serve a molto, poiché come spiega alla Stampa <b>Claudio Mencacci</b>, co-presidente della Società italiana di Neuropsicofarmacologia, per una patologia psichiatrica come la sua (da verificare) non esiste obbligo di cura. <b>Né tantomeno di internamento, come nei tempi bui raccontati da Foucault e cancellati per sempre dal tempo di Franco Basaglia. Niente cittadinanze da revocare, niente manicomi da riaprire.</b> Anche se, dopo cinquant’anni, qualche domandina sul funzionamento effettivo della legge Basaglia sarebbe utile farsela. Ma c’è un altro aspetto, attorno alla tragedia-atto terroristico di Modena (poiché ha seminato terrore, il nome è appropriato) che emerge da molti commenti e che è interessante notare. E’ un orientamento di pensiero, o una forma di nascondimento ipocrita, per il quale si potrebbe evocare ancora il nome, incolpevole, di Basaglia. <b>Potremmo definirlo “il lodo Basaglia”.</b> Molti commenti a caldo, quando ancora non era chiara la dinamica dei fatti, già indicavano la pista del disagio psichico per opporla a quella del possibile attentato islamista. E soprattutto per rintuzzare politicamente (compito davvero non difficile) lo svarione in tempo reale di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/05/18/news/dopo-modena-si-ricompone-lasse-lega-vannacci-sasso-fn-salvini-ha-ragione-sulla-stretta-alla-cittadinanza--399066" target="_blank">Matteo Salvini</a>. “Auto sui pedoni a Modena, per ora nessuna traccia di radicalizzazione”, scrivevano sui profili di X cronisti di vaglia. “Nessun allarme radicalizzazione”, i titoli online. <b>Notizie date con sollievo, e certo c’è più sollievo a sapere che era solo un matto.</b></p><p>Ma già dal giorno dopo la narrazione si è spostata tutta a indagare il disagio psichico, e la depressione del laureato, e perché non fosse in cura, e quanto sia imputabile alla società l’emarginazione di El Koudri e quanto di colpa dovesse essere attribuita al nostro sistema di (non) cura. <b>L’ineffabile Berizzi su X: “Il problema è che in Italia il disagio mentale e le malattie psichiatriche non sono prese in considerazione”. Il problema non è la tentata strage?</b> Per il Fatto il dato rilevante è: “Due milioni di malati psichici ma il governo taglia i fondi”. A parte chiedersi che cosa abbiano fatto in 50 anni tutti quanti, il punto evidente è che c’è un’ipocrisia di comodo nel rallegrarsi del matto del villaggio. Anche perché, banalmente, il matto del villaggio poteva fare una strage. Ma soprattutto, c’è la logica del lodo. Il lodo Moro, esistito o meno che sia, è quel famoso accordo segreto tra lo Stato italiano e il terrorismo (allora) palestinese per garantire immunità al nostro territorio. Ha funzionato, non ha funzionato? Non è il tema. <b>Il tema è che è stato sempre invocato a sinistra come garanzia – non ci colpiscono, abbiamo il lodo Moro – o meglio come scusa per non dover prendere in considerazione una minaccia reale:</b> perché occuparci di terrorismo islamico? Da noi non succedere nulla, noi abbiamo il lodo Moro.</p><p>Per decenni, ogni presa di distanza dal terrore islamista – oggi persino la difficoltà di chiamare Hamas col suo vero nome – è stata evacuata dal nascondiglio del lodo Moro. Non c’è bisogno di essere la Verità, “troppo comodo dargli del matto”, ma è evidente che la mente alterata e autodistruttiva di Salim El Koudri non ha optato per un suicidio romantico come Ofelia, ma ha mutuato le modalità della strage di matrice islamista dagli attentati visti più volte in Europa. <b>Nascondersi dietro il sollievo del “lodo Basaglia” – è solo un malato, al massimo è colpa della malasanità se era a piede libero – è un modo per non prendere in considerazione un aspetto centrale e che merita attenzione, perché non basta sbertucciare Salvini. </b>Ieri su Libero c’era un articolo estremizzante nelle conclusioni, ma non nel punto di partenza, di Giulio Sapelli. Prendeva spunto dai sempre dimenticati studi dello psichiatra e antropologo francese Frantz Fanon e dalle sue analisi (sessanta anni fa) sulla “malattia spirituale” insita nella immigrazione dai paesi coloniali (Fanon era nato in Martinica). Questo disagio c’è, non si traduce sempre né per forza in terrorismo. Ma non è nemmeno una quisquilia da liquidare nascondendosi dietro al lodo Basaglia per far passare l’attentatore come una vittima (del solito razzismo sistemico?), o delle nostre mancanze sanitarie.</p>]]></description>
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				<title>Lo sciopero generale dell&#039;Usb non ferma il paese, nonostante gli allarmi</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 19:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nessuna paralisi dei trasporti pubblici locali, come temuto da tutti i cittadini che per evitare lo sciopero, potendo scegliere, oggi hanno preso la propria automobile per spostarsi in città. Disagi, certamente, soprattutto in alcuni specifici segmenti come i treni regionali in Lombardia. Ma nel complesso&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/18/news/trasporti-a-rischio-in-tutta-italia-per-lo-sciopero-generale-di-24-ore--399051">lo sciopero generale dell'Usb proclamato oggi</a>&nbsp;in sostegno della Flottilla e&nbsp;"contro guerra e genocidio, carovita e sfruttamento" non è riuscito a "fermare il paese" come si proponeva di fare.&nbsp;</p><p>Soffermandoci sui trasporti, la fotografia delle principali città restituisce più traffico – per il classico effetto allarme che precede lo sciopero – che metropolitane chiuse. A <b>Roma</b> è rimasta chiusa la metro C solo in mattinata, mentre hanno circolato regolarmente le altre due linee. Nel complesso, fa sapere l'Atac, ha aderito il 23,5 per cento dei dipendenti, causando disagi su alcune linee di superficie.</p><p>A <b>Milano</b> la frequenza delle metropolitane è stata regolare tutto il giorno, mentre la circolazione ferroviaria in capo a Trenord ha subito rallentamenti ma non solo per colpa dello sciopero: <b>un guasto alla stazione di Milano Greco Pirelli </b>ha causato ritardi e la soppressione di alcune corse. In superficie le uniche deviazioni che l'azienda del trasporto pubblico locale ha segnalato non sono dovute alle adesioni ma al corteo: alcune linee hanno cambiato tragitto per lasciar sfilare proprio l'Usb.&nbsp;</p><p>Cercando informazioni sulle cronache locali, sui siti delle aziende e sulle agenzie, le corse dei mezzi pubblici risultano regolari anche a <b>Firenze</b> e in Toscana. A <b>Napoli</b> dopo una breve sospensione della linea 1 della metropolitana, il servizio è ritornato attivo mentre hanno operato regolarmente la linea 2, la linea 6 e le funicolari che collegano il centro della città con le zone collinari del capoluogo partenopeo. Adesione allo sciopero più marcata a <b>Venezia</b>, con oltre la metà delle corse dei vaporetti di Actv, l'azienda dei trasporti veneziana, interrotte. Per quanto riguarda la navigazione, l'adesione nella città lagunare è stata del 60 per cento.</p><p><b>Persino il Codacons ha gettato acqua sul fuoco, testimoniando il parziale flop dell'Usb</b>. "Diversamente dagli annunci della vigilia, lo sciopero non ha prodotto i risultati sperati, e in quasi tutta Italia i principali servizi pubblici sono stati garantiti ai cittadini", si legge in una nota. "In particolare nel settore dei trasporti, quello più delicato in caso di proteste sindacali, si registra una sostanziale regolarità, con ferrovie, metro, bus e tram che hanno continuato a garantire i collegamenti, seppur con possibili riduzioni di corse in alcune città".</p><p>Per quanto riguarda <b>gli altri settori </b>sarà necessario aspettare le rilevazioni complete che arriveranno domani. I dati parziali disponibili oggi e pubblicati&nbsp;<a href="https://crusc-gepas.perlapa.gov.it/detail/a9ffaf14-8fa8-4df0-967d-774e346a31fa">dal cruscotto degli scioperi nel pubblico impiego</a>&nbsp;indicano comunque un'adesione molto bassa tra sanità, istruzione e ricerca, funzioni locali e centrali, province autonome e vigili del fuoco: nel complesso, meno dell'1 per cento di scioperanti su circa il 10 per cento delle amministrazioni rilevate. Se stringiamo la lente sulla scuola, il <b>Miur fa sapere</b> che l'adesione complessiva a livello nazionale è stata pari all'1,15 per cento.&nbsp;Più che la paralisi annunciata, resta il divario tra la rappresentazione dello sciopero e i suoi effetti concreti.</p>]]></description>
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				<title>Non solo El Koudri. Chi sono queste figure ibride e accomunate dall’odio per l’occidente</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 09:52:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>La “decivilizzazione”, concetto elaborato dal sociologo Norbert Elias, ha acquisito negli ultimi anni una risonanza inquietante. Emmanuel Macron vi ha fatto ricorso per descrivere fenomeni di regressione sociale in cui le norme di convivenza, autocontrollo e monopolio statale della violenza sembrano erodersi.  Negli ultimi cinque anni si è assistito in Europa a una serie di  episodi violenti che sfuggono alle categorie consolidate del terrorismo islamico, pur mantenendo con esso legami  culturali o psicologici.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/16/news/a-modena-un-automobilista-travolge-una-decina-di-persone-in-centro--399041">L’attentatore di Modena</a>, di seconda generazione marocchina, <b>sembra inserirsi in un panorama in cui l’auto usata come arma</b> (due settimane fa due morti a Lipsia) <b>e il coltello brandito in luoghi quotidiani</b> (parchi, scuole, mercati) <b>ricorrono con frequenza</b>.</p><p>Profili ibridi di giovani sradicati, segnati da fallimenti personali e mentali, da subculture digitali radicali e da un risentimento che attinge a narrazioni islamiste senza necessariamente aderirvi in modo ortodosso. Gilles Kepel ha parlato di “jihadismo d’atmosfera”: un clima che non richiede appartenenza formale a organizzazioni, ma che si nutre di un immaginario diffuso, di un senso di alienazione e di una percezione di contrapposizione tra “noi” e un occidente percepito come ostile (“vivo in un paese di razzisti” ha detto ieri Salim El Koudri agli inquirenti). <b>Nessuna bandiera nera dell’Isis trovata in auto, come per l’attentatore di New Orleans, texano di nascita, veterano dell’esercito, laureato, padre di tre figli e che aveva scalato i vertici aziendali di Deloitte</b>. E neanche un “Allahu Akbar”, come per l’attentatore fuori dalla Conferenza per la sicurezza di Monaco.</p><p>Per ora, <b>sull’attentatore di Modena, soltanto ipotesi di “legami con la galassia estremista”</b> (quale è lasciato intendere), a cui si preferisce la pista dei “disagi psichici”. Sufficienti per scatenare i soliti strali antimigratorii e autocensure multiculturali che non spiegano niente. L’<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/12/20/news/auto-sul-mercatino-di-natale-di-magdeburgo-cosa-sappiamo-del-presunto-attentato-in-germania--103183">attentatore di Magdeburgo</a>&nbsp;(cinque morti), Taleb Al Abdulmohsen, è un medico che si dice avesse lasciato l’islam ma che era stato segnalato ai tedeschi dai sauditi come “pericoloso”. Perché attaccare un mercatino di Natale?</p><p>A Southport, in Inghilterra, un “gallese-ruandese” di nome Axel Rudakubana accoltella a morte tre bambine e la loro insegnante a una scuola di ballo. Islamista? Non sembra, ma a casa di Rudakubana la polizia ha trovato un manuale di al Qaida su come fabbricare bombe. Ad Annecy, in Francia, un uomo venuto dalla Siria e a cui la Svezia aveva rifiutato la naturalizzazione, entra in un parco accoltellando i bambini. Si era proclamato cristiano per avere l’asilo. A Dublino, tre bambini sono accoltellati fuori dalla scuola cattolica di Cólaiste Mhuire da un algerino (ma fecero più notizia le sommosse violente che seguirono). Ad Aschaffenburg, la “Nizza bavarese”, un afghano segue in un parco un gruppo di bambini in gita, ne uccide uno di due anni assieme a un uomo. L’arrestato si chiama Enamullah e viveva in un centro per richiedenti asilo. Nessuna tessera di Isis e al Qaida o bandiera nera. La guerra fra gang in Svezia non ha una matrice religiosa, ma non esisteva prima che l’immigrazione sfuggisse di mano e spingesse la pacifica Svezia dell’Ikea e di Greta a discutere dell’uso dell’esercito nelle strade. Di fronte a questi eventi drammatici, le risposte seguono spesso un copione prevedibile: si sopprimono le informazioni sull’identità del sospettato, se ne invocano i “disagi psichiatrici” (che non valgono, pare, per Eitan Bondi), i commentatori si preoccupano della “disinformazione” e dell’“islamofobia” come se fosse terrorismo solo se l’autore della strage firma un’autocertificazione preventiva in cui dichiara di essere un terrorista i politici evitano conversazioni imbarazzanti sui fallimenti del multiculturalismo e la mancanza di adesione ai principi occidentali, il pubblico è incoraggiato a partecipare a manifestazioni di commemorazione e riconciliazione. La stampa francese ha passato i giorni successivi all’attacco di Crépol a definirlo una “rissa” tra adolescenti, quando era la spedizione di una banda di giovani nordafricani (Chaïd, Ilyes, Yasir, Mathys, Fayçal, Kouider e Yanis), usciti dalla città vicina con il preciso scopo di “uccidere i bianchi”, portando lame con le quali pugnalare il sedicenne Thomas alla gola e al torace, uccidendolo. Poi per fortuna il portavoce del governo, Olivier Véran, ha ammesso che non si trattava di “una semplice rissa”, ma di un “dramma che ci mette a rischio di un cambiamento nella nostra società”. Riconoscere questi drammi non equivale a proporre slogan semplicistici o soluzioni xenofobe. Ma se non inizieremo a riconoscere il mondo nuovo in cui ci ha trascinato con sé il multiculturalismo e ci limiteremo a transennare parchi e scuole dopo le coltellate, a chiedere di non “sfruttare la paura”, a inserire blocchi di cemento all’ingresso delle aree pedonali, la coperta della “diversità” sarà sempre troppo corta. Norbert Elias insegnava che la civilizzazione è un processo fragile, reversibile.</p>]]></description>
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				<title>Le prime ipotesi sulla matrice dell’attacco di Modena e qualche scomposta reazione politica</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 09:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Sergio Soave</author>
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				<description><![CDATA[<p>Salim el Koudri è un trentunenne italiano di seconda generazione:&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/16/news/a-modena-un-automobilista-travolge-una-decina-di-persone-in-centro--399041">sabato scorso a Modena ha investito con la sua auto la folla e poi ha tentato la fuga ferendo con un coltello uno dei presenti che si sono scagliati contro di lui per fermarlo</a>. Tra i coraggiosi che hanno agito per fermarlo ci sono anche alcuni maghrebini. Si è trattato di un <b>tentativo di strage volontaria, della quale bisognerà identificare le motivazioni, ma è stato comunque un atto di ferocia intollerabile</b>.</p><p>La gravità della vicenda ha suscitato commozione e allarme in tutto il paese e di questo sentimento si sono fatti interpreti i massimi esponenti delle istituzioni, il presidente della Repubblica <b>Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni.&nbsp;Mattarella e Meloni hanno visitato Modena e l’ospedale bolognese dove sono ricoverati molti dei feriti, alcuni gravissimi, vittime dell’aggressione</b>. Nelle loro parole oltre all’ovvia esecrazione per il fatto criminoso, c’è stata solidarietà per i feriti, sostegno ai sanitari che cercano di curarli e vivo apprezzamento per coloro che si sono attivati per fermare e disarmare l’aggressore, senza nessuna esternazione sulla personalità del criminale.</p><p>Nei commenti politici, invece, questo dato è diventato centrale. E’ interessante osservare la differenza tra chi cerca di capire e chi utilizza anche questa tragedia per rilanciare campagne propagandistiche. <b>Il dato principale della biografia di Salim è l’impegno per integrarsi, il fatto che si è laureato in Economia e che cercava lavoro. L’altro elemento è la sua condizione psichica, considerata patologica dall’Asl di Modena che aveva identificato sintomi di schizofrenia</b>. Sembra naturale pensare che le difficoltà a trovare lavoro abbiano creato nel giovane una reazione e una percezione di discriminazione che il disagio psichico ha poi trasformato in aggressività incontrollata. Naturalmente spetterà alle indagini chiarire se e come queste o altre motivazioni siano state all’origine della tentata strage, ed è facile prevedere che il procedimento penale avrà come tema principale la capacità di intendere e di volere del colpevole, visto che ovviamente non c’è alcun dubbio sulla sua colpevolezza.</p><p>Naturalmente non si può escludere a priori l’intento terroristico o legami con qualche organizzazione radicale, ma va detto che finora gli accertamenti già svolti tendono a escludere questa ipotesi. E’ necessario tener conto di questo quadro, per quanto sommario, dei primi dati disponibili per esaminare le reazioni politiche. Si è già detto dell’equilibrio delle esternazioni del presidente Mattarella e della premier Meloni che comunque rappresentano la posizione ufficiale e istituzionale.</p><p>Passando invece ai commenti si trova di tutto. Sul Giornale si può leggere il seguente titolo “L’Emilia delle cooperative e delle lezioni islamiche è diventata rossa di paura”, il che allude, senza alcuna connessione razionale, a un clima di sinistra che sarebbe favorevole a episodi di criminalità islamica  perché “la regione prima per musulmani residenti scopre l’altro lato dell’accoglienza per tutti”. E’ proprio la questione dell’accoglienza di immigrati il tema agitato soprattutto dalla Lega: Matteo Salvini ha definito El Koudri “criminale di seconda generazione” per poi rilanciare la sua proposta di una stretta sui permessi di soggiorno: “Permessi di soggiorno e cittadinanza sono un atto di fiducia degli italiani nei confronti di chi arriva, chi commette certi reati deve poter perdere questa fiducia: permesso di soggiorno a punti come la patente, per chi delinque via i documenti e si ricomincia da capo”. Il tentativo di sfruttare l’emozione e l’orrore per il crimine per lanciare generalizzazioni infondate e rilanciare proposte che, peraltro, non sarebbero efficaci nel caso specifico è un modo di affrontare la questione che è quasi generoso definire propagandistico. Dal centrodestra, però, sono state espresse anche posizioni sensate e equilibrate. Il ministro del’Interno Matteo Piantedosi ha detto chiaro e tondo: “Per el Koudri disagio psichiatrico, non terrorismo”, e ha annunciato che ci sarà un riconoscimento per i cittadini che lo hanno fermato. Anche il ministro della difesa Guido Crosetto ha parlato di “un episodio più legato alla sfera psicologica individuale che un atto legato ad altre motivazioni”.</p><p>E’ ovvio che una tragedia di queste dimensioni abbia un impatto assai rilevante sull’opinione pubblica ma è pericoloso costruire indebite generalizzazioni che rischiano di creare conflitti senza alcuna utilità. Caso mai vale la pena domandarsi se non ci sia qualche lacuna nella prassi psichiatrica, nel fatto cioè che una persona che improvvisamente smette di seguire la cura che gli è stata prescritta per una sintomatologia schizoide non debba in qualche modo essere segnalato e controllata. Non è detto che una prassi di questo tipo avrebbe evitato al tragedia, ma forse vale la pena di riflettere su questa problematica, se si vuole ragionare sulle motivazioni reali e non sulle chiacchiere e le generalizzazioni infondate.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Trasporti a rischio in tutta Italia per lo sciopero generale di 24 ore</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 08:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
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				<description><![CDATA[<p>Oggi, lunedì 18 maggio,&nbsp;l’Usb (Unione Sindacale di Base) ha proclamato uno&nbsp;sciopero generale di 24 ore proclamato che rischia di bloccare l'Italia. La protesta coinvolge trasporti, scuola, sanità e pubblico impiego, con ripercussioni significative soprattutto sulla mobilità urbana e ferroviaria.&nbsp;</p><h2>Le ragioni dello sciopero</h2><p>Lo sciopero è stato indetto per motivazioni politiche e sociali: l’Usb denuncia guerra, riarmo, restringimento degli spazi democratici e chiede che le risorse pubbliche vengano destinate a salari, welfare, scuola, sanità e diritti sociali. Il sindacato chiede di “fermare il Paese” per opporsi a ciò che definisce un’economia di guerra e per rivendicare investimenti su diritti sociali e servizi essenziali.</p><h2>Treni: servizio ridotto e possibili cancellazioni</h2><p>Lo sciopero interessa il personale del gruppo Fs dalle 21 di ieri sera alle 21 di oggi. Sono previste cancellazioni, ritardi e modifiche al servizio, anche al di fuori delle fasce orarie strettamente coinvolte.&nbsp;Trenitalia invita i passeggeri a verificare la circolazione prima di recarsi in stazione tramite app, sito, canali social e numero verde, visto che "lo sciopero può comportare modifiche al servizio, anche prima dell’inizio e dopo la sua conclusione".</p><h2>Bus, metro e tram: città in difficoltà</h2><p>Il trasporto pubblico locale è fortemente condizionato. Le fasce di garanzia&nbsp; attive sono: a Roma, Atac garantisce il servizio solo da inizio servizio alle 8:29 e dalle 17:00 alle 19:59; Milano, Atm prevede possibili stop e variazioni, con fasce garantite da inizio servizio alle 8:45 e dalle 15:00 alle 18:00.</p><h2>Scuola, sanità e uffici pubblici</h2><p>Lo sciopero coinvolge anche l'università, visto che&nbsp;Usb Università aderisce alla protesta denunciando definanziamento del sistema pubblico, salari insufficienti, aumento dei costi per studenti e personale, e una crescente subordinazione della ricerca agli interessi militari. Si legge nel comunicato: "Riteniamo inaccettabile che miliardi di euro vengano destinati alle spese militari mentre il sistema universitario pubblico continua a essere impoverito. Le conseguenze della situazione geopolitica globale stanno già colpendo duramente il mondo dell’università: l’aumento del costo della vita e dell’inflazione erode salari e stipendi del personale universitario, già insufficienti dopo anni di pessimi rinnovi contrattuali; il definanziamento dell’università pubblica si aggrava mentre crescono le risorse destinate al riarmo".</p><p>Per quanto riguarda le scuole, eventuali chiusure degli istituti dipendono dal tasso di adesione di insegnanti e personale Ata.</p><p>Lo sciopero coinvolge anche i lavoratori della sanità, che non garantiscono le visite specialistiche programmate, gli esami di laboratorio. Gli interventi non urgenti potrebbero essere rimandati.</p><p>Sciopera anche il pubblico impiego. Uffici comunali, sportelli Inps e Agenzia delle entrate potrebbero andare incontro a chiusure o riduzioni d’orario.</p>]]></description>
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				<title>Come rispondere  agli orrori della nostra contemporaneità</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La domanda è tanto semplice quanto brutale: sappiamo davvero reagire agli orrori della nostra contemporaneità</b>, anche a quelli che si presentano con violenza nelle strade delle città, di fronte ai nostri occhi increduli? <b>Sabato a Modena sapete tutti&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/05/17/news/mattarella-e-meloni-a-bologna-per-incontrare-i-feriti-piu-gravi-applausi-per-luomo-che-ha-fermato-el-koudri--399046">cosa è successo</a>. Un’auto lanciata a velocità folle, guidata da cittadino italiano di origini marocchine, ha travolto i passanti lungo la via Emilia, falciando uomini e donne come birilli. Scene drammatiche. Urla, corpi a terra, sangue sull’asfalto, persone in fuga, <b>con codazzo vario di minimizzatori progressisti </b>(è solo un pazzo) <b>e sciacalli estremisti </b>(è colpa dell’immigrazione). In quei momenti, però, come hanno ricordato ieri sia <b>Sergio Mattarella sia Giorgia Meloni</b>, mentre molti cercavano riparo, alcuni cittadini hanno fatto l’opposto: hanno iniziato a inseguire il conducente, un uomo che dopo l’impatto aveva provato anche ad aggredire dei presenti con un coltello. Non sapevano chi fosse, non sapevano se fosse armato, non sapevano se avrebbe colpito ancora.&nbsp;</p><p><b>Eppure hanno scelto di fermarlo. Lo hanno rincorso, circondato, bloccato fino all’arrivo delle forze dell’ordine </b>e con un gesto istintivo hanno evitato che la tragedia diventasse ancora più grave. La domanda è tanto semplice quanto brutale: sappiamo davvero reagire agli orrori della nostra contemporaneità, anche a quelli che si presentano con violenza nelle strade delle città, di fronte ai nostri occhi increduli? <b>Nelle strade di Modena, qualcosa si è visto, sulla capacità di reagire con forza all’orrore</b>, e per fortuna gli sciacalli che hanno infestato le pagine dei social di scemenze non sono stati dominanti. Ma <b>ci sono strade dove invece l’orrore genera indifferenza e dove l’indifferenza produce rimozioni </b>e dove le rimozioni a loro mostrano vulnerabilità spaventose e preoccupanti. E se <b>ci spostiamo per un istante da Modena e allarghiamo la nostra inquadratura al resto d’Europa</b> la nostra attenzione rispetto alla capacità di reagire con forza agli orrori della nostra contemporaneità, anche a quelli che si presentano con violenza nelle strade delle città, di fronte ai nostri occhi increduli, ci portano nel Regno Unito.</p><p>Nelle ultime settimane, lo sapete, il Regno Unito ha catturato l’attenzione degli osservatori per ragioni di tipo politico. La crisi di <b>Keir Starmer</b>, la sconfitta alle amministrative, i parlamentari laburisti che si sono rivoltati contro di lui, il rischio di avere un altro premier in Inghilterra che, come molti suoi recenti predecessori, possa ritrovarsi con la testa che rotola fuori da Downing Street. <b>Il Regno Unito, però, dovrebbe catturare l’attenzione anche per un tema più delicato, più profondo, più radicale, che riguarda la sua lenta, progressiva e inesorabile trasformazione in un drammatico laboratorio di antisemitismo per il resto d’Europa.</b> La domanda è sempre la stessa: sappiamo reagire? Lo scorso 23 marzo sono state incendiate due ambulanze dell’associazione ebraica Hatzola a Golders Green, a Londra. Il 15 aprile, a Finchley, c’è stato un attacco contro una sinagoga. Il 17 aprile c’è stato un attacco contro locali legati a una charity ebraica a Hendon, il 18 aprile è stata attaccata un’altra sinagoga a Harrow, il 29 aprile due ebrei britannici sono stati accoltellati ancora a Golders Green. Il 19 aprile, la polizia britannica ha affermato di aver avviato indagini per verificare se alcuni di questi attacchi siano stati portati avanti da reti legate all’Iran. Il 14 maggio, infine, il capo della polizia metropolitana, Mark Rowley, ha scritto ai deputati che “gli ebrei britannici non sono attualmente al sicuro nella loro capitale”. <b>Alla fine dello scorso anno, il Community Security Trust ha registrato 3.700 episodi di odio antiebraico nel Regno Unito: secondo dato peggiore annuale di sempre, dopo i 4.298 del 2023, e sopra i 3.556 del 2024.</b> Nel 2022 erano stati 1.662. Il Cst sostiene che nel 2025 la media mensile è stata di 308 episodi, esattamente il doppio della media mensile dell’anno precedente al 7 ottobre 2023.</p><p>Storie diverse,  reazioni simmetriche, necessità inevitabili: sappiamo reagire? L’assedio contro gli ebrei nel Regno Unito ha spinto molti osservatori a porsi delle domande necessarie sul rischio di restare indifferenti di fronte al nuovo antisemitismo, così maledettamente simile al vecchio (l’antisemitismo, in fondo, è come un virus, muta, cambia linguaggio, si adatta all’epoca, ma sempre da lì parte, sempre dall’odio contro gli ebrei). E gli spunti di riflessione più interessanti sono stati offerti giorni fa dal Times, che in un articolo dedicato alla necessità di schierarsi con gli ebrei, costi quel che costi, ha ricordato una verità semplice ed elementare. <b>Un pezzo d’opinione pubblica, nel Regno Unito e nel resto d’Europa, ha iniziato da tempo a considerare gli atti di antisemitismo se non come una legittima reazione certamente come una comprensibile reazione planetaria contro Israele. </b>Lo schema è il solito. Israele porta disordine nel medio oriente, con le sue guerre, e tutti i complici dello stato ebraico, ebrei in primis, non possono stupirsi di essere considerati come dei bersagli. <b>Lo scatto logico che ha permesso di creare un unico collegamento tra ciò che, secondo i detrattori dello stato ebraico, merita Israele e ciò che meriterebbero di conseguenza gli ebrei è tutto in un concetto che ormai abbiamo non solo assimilato ma semplicemente accettato: l’antisionismo. E’ l’antisionismo, ricorda il Times, che permette a un antisemita di essere antisemita senza doverlo neppure ammettere. </b>E’ l’antisionismo, ci dice la cronaca di questi anni, che ha permesso di considerare l’esportazione dell’intifada nel mondo come un elemento tutto sommato comprensibile nella lotta vitale contro Israele. Ed è ancora l’antisionismo ad aver messo in secondo piano un dato che sfregio dopo sfregio tende inesorabilmente a essere dimenticato: gli ebrei che vengono colpiti a Londra come nel resto d’Europa sono ebrei la cui unica colpa è quella di essere ebrei. Il segretario generale dell’Onu António Guterres, dopo il 7 ottobre, con onestà intellettuale verrebbe da dire, disse subito che, fermo restando l’orrore dei terroristi islamici, bisognava “riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono avvenuti nel vuoto”. Lo schema si è dunque ribaltato. Da subito. Il 7 ottobre, in medio oriente, ha costretto Israele a rafforzare le sue difese. Ma <b>dal 7 ottobre in poi, in modo speculare, le difese in giro per il mondo per difendere gli ebrei si sono indebolite a causa di una linea di pensiero che grosso modo suona così: la colpa di quello che succede e succederà agli ebrei è solo degli ebrei.</b></p><p><b></b> Mathias Döpfner, amministratore delegato di Axel Springer, giorni fa ha scritto su Die Zeit un potentissimo manifesto per spiegare perché, come reazione all’antisemitismo, il mondo libero non può più permettersi di denunciare sottovoce quello che si trova di fronte. L’antisemitismo, dice Döpfner, non è più un’ombra nera proveniente dall’Austria e dalla Germania. E’ diventato un prodotto di esportazione globale. <b>Ha successo soprattutto tra i giovani. E’ stato modernizzato e ringiovanito, quasi come se fosse diventato un fenomeno pop</b>, e si è ormai diffuso a velocità vertiginosa, attraverso il filtro dell’antisionismo, in tutta Europa, nelle università, nel mondo dell’arte e della cultura, sui social media e nelle strade delle nostre città: nelle parole e nei fatti. Perché alla violenza verbale segue regolarmente quella fisica ed è per questo che laddove l’antisionismo spopola, come in Germania, Francia e Inghilterra, non si può più dire che vi siano condizioni capaci di rendere davvero sicuri gli ebrei. Per reagire a questo nuovo orrore, dice Mathias Döpfner, non basta evitare di trasformare una legittima critica contro le politiche di Israele in un lasciapassare per la demonizzazione del popolo ebraico. Per reagire occorrono due svolte culturali.</p><p><b>La prima svolta riguarda il coraggio nell’utilizzo delle parole. Sionismo non è un insulto.</b> Per sionismo si intende un concetto semplice: che gli ebrei, specie dopo aver patito duemila anni di persecuzioni, espulsioni e genocidi, hanno lo stesso diritto di ogni altro popolo a vivere nel proprio stato, in autodeterminazione, pace e sicurezza. Per questo chi mette in discussione questi diritti non mette in discussione solo Israele: mette in discussione i princìpi su cui si fondano le società libere. E per questo “chiunque tenga davvero alla democrazia, alla libertà e all’umanità deve oggi essere sionista”, come lo deve essere “chiunque tenga alla società aperta e al nostro stile di vita”.</p><p><b>La seconda svolta è insieme culturale e politica.</b> Döpfner non si limita a sostenere la necessità di avere una politica di tolleranza zero verso l’odio antiebraico esplicito. Döpfner dice che in una fase straordinaria come quella che stiamo vivendo, una fase in cui gli ebrei scappano dall’Europa, scappano dalle nostre città, sono perseguitati per quello che sono e per quello che credono, bisognerebbe dare una grande prova di tolleranza e aiutare l’Europa a diventare più ebraica, ragionando su forme di naturalizzazione facilitata per le famiglie ebraiche. Ma Döpfner invita prima di ogni altra cosa a mettere al centro del dibattito un’altra riflessione. La diffusione dell’antisionismo incontrollato – diffusione che in molti paesi europei ha un legame stretto con la diffusione dell’islamismo radicale, che grazie a un pericoloso mix tra multiculturalismo sfrenato e wokismo esasperato è entrato come una lama nel cuore delle nostre democrazie – non riguarda Israele ma riguarda tutti noi. Se l’occidente, inteso come mondo libero, non si renderà conto di quelle che sono le radici dell’antisemitismo, che spesso sono le stesse dell’antisionismo, distruggerà sé stesso. La caccia all’ebreo in Inghilterra è lì a consegnarci una lezione. L’antisemitismo non è un problema degli ebrei.<b> L’antisemitismo, insieme alla sua versione fintamente più edulcorata di antisionismo, è oggi uno dei test più spietati sulla salute morale delle nostre democrazie. </b>A Modena, per una storia diversa, l’Italia si è mostrata tutto sommato reattiva contro un attacco costruito usando il format classico del terrore jihadista. Aprire gli occhi rispetto a quanto sta succedendo nel Regno Unito dovrebbe essere necessario per non farci trovare impreparati di fronte a un terrore più strutturato che sta nuovamente minacciando l’Europa: l’antisemitismo. Scegliere da che parte stare, in fondo, non dovrebbe essere così difficile.</p>]]></description>
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				<title>Mattarella e Meloni a Modena e Bologna per incontrare i feriti. Applausi per l&#039;uomo che ha fermato El Koudri</title>
				<pubDate>Sun, 17 May 2026 14:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Sergio Mattarella</b> ha interrotto i suoi impegni e <b>Giorgia Meloni</b> ha modificato un viaggio istituzionale a Cipro. Entrambi erano a Modena questa mattina, poi, subito dopo <b>a Bologna, per portare la vicinanza delle istituzioni ai feriti dell'investimento di ieri </b>pomeriggio in cui Salim El Koudri, 31 anni, nato a Bergamo e in cura per problemi psichiatrici, <b>ha falciato con l'auto otto persone a folle velocità e accoltellato un passante che cercava di bloccarlo. Tutti feriti, quattro sono gravi, due dei quali hanno subito l'amputazione delle gambe. El Koudri è accusato di strage e lesioni, ma non di terrorismo.&nbsp;</b></p><p>La mattinata è cominciata all'ospedale di Baggiovara, a Modena, dove Mattarella e Meloni sono arrivati intorno alle undici accompagnati dal ministro dell'Interno Piantedosi e dal capo della Polizia Pisani — questi ultimi due diretti anche in prefettura. <b>Ad accoglierli fuori dalla struttura c'era già il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale, che ha definito la visita congiunta "un segnale di unità nazionale rispetto a una vicenda che non può essere in nessun modo sottovalutata". </b>De Pascale ha anche confermato che <b>El Koudri aveva avuto accesso negli anni passati ai servizi di salute mentale</b>, precisando però che <b>"non si erano mai evidenziati episodi di autolesionismo né di violenza verso altri". Intanto però la Lega già attacca: "</b>Il permesso di soggiorno ad un immigrato è un atto di generosità e fiducia: se questa fiducia viene tradita, revoca del permesso ed espulsione devono diventare la regola".&nbsp;</p><p>All'interno dell'ospedale, <b>Mattarella</b> <b>e Meloni hanno incontrato l'équipe medica che ha in cura i feriti. "Grazie per quello che fate</b> in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente", ha detto il capo dello Stato ai medici.<b> "Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno". </b>E ancora: "Questa vicenda ha creato emozione in tutto il nostro paese". I due hanno lasciato Baggiovara dopo circa mezz'ora, salutati dagli applausi dei cittadini radunati fuori dall'ospedale.</p><p><b>Tra la folla c'era anche Luca Signorelli, l'uomo che per primo ha bloccato El Koudri, rimanendo ferito nella colluttazione.</b> Al suo arrivo, riconosciuto dalla gente in attesa, <b>è stato accolto con un'ovazione.</b>&nbsp;"Grazie, grazie", ha risposto lui visibilmente commosso. Poco dopo ha incontrato il presidente della Repubblica e la premier. <b>"Mattarella mi ha fatto i complimenti, mi ha detto che ho fatto un gesto eroico"</b>, ha raccontato ai giornalisti fuori dall'ospedale. Signorelli si è emozionato tornando con la mente a ieri:<b> "Sembrava una scena di Beirut, di Gaza. Ho visto gente voltarsi dall'altra parte perché aveva paura. A volte bisogna rispondere". Poi ancora: "Ho fatto vedere che l'Italia non è morta, c'è ancora".</b></p><p><b>Più tardi Mattarella e Meloni si sono spostati all'ospedale Maggiore di Bologna, dove sono ricoverati in rianimazione i due feriti più gravi: due coniugi italiani di 55 anni</b>, travolti nell'investimento e ancora in prognosi riservata. La visita — strettamente privata, lontana dai riflettori — è durata circa 40 minuti. Al termine i due non hanno rilasciato dichiarazioni. <b>All'ospedale era presente anche il sindaco di Bologna Matteo Lepore</b>, arrivato a piedi, oltre al figlio della coppia, residente nel modenese, un amico di famiglia e il nonno del ragazzo. De Pascale era nella delegazione arrivata da Modena.</p>]]></description>
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				<title>A Modena un automobilista travolge una decina di persone in centro</title>
				<pubDate>Sat, 16 May 2026 18:37:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>A Modena, un automobilista&nbsp;ha investito una decina di persone che camminavano lungo la strada. L'auto era guidata da un trentunenne originario di&nbsp;Seriate (Bergamo) che procedeva&nbsp;a gran velocità verso largo Porta Bologna. Ci sono feriti, alcuni in modo grave.</p><p>Contattato dall'Ansa, il sindaco della città emiliana,&nbsp;Massimo Mezzetti, ha detto che secondo le prime testimonianze l'auto "ha puntato il marciapiede, colpendo anche una bici e poi si è schiantata colpendo in pieno una donna che è la più grave, con le gambe schiacciate".</p><p>"Abbiamo visto l'auto arrivare, puntava il marciapiede. Ha fatto un'accelerazione improvvisa. Andava almeno a cento all'ora, abbiamo visto le persone volare". E' il racconto, sempre all'Ansa, di alcuni testimoni.</p><p>Secondo le ricostruzioni, dopo aver investito le persone, l'uomo alla guida dell'auto, anche lui rimasto ferito nello scontro, avrebbe tentato di scappare. Una persona ha provato a fermarlo, l'uomo l'ha ferita con un coltello per provare a scappare prima di essere bloccato definitivamente da altre. L'uomo è stato arrestato.&nbsp;</p><p>"Bisogna capire la natura ma è un atto drammatico, Sono profondamente colpito, qualunque sia la natura è un fatto gravissimo. Se fosse un attentato sarebbe ancora più grave", ha commentato il sindaco di Modena.&nbsp;</p>]]></description>
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