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		<title>Cronaca</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 09:43:02 +0100</pubDate>
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				<title>Il Mose salva Venezia ma la riempie di topi. E i derattizzatori festeggiano</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 19:42:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Alberto Mattioli</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mosè annegò gli egizi nel mar Rosso; <b>il Mose</b>, quello senza accento, <b>non annega più i topi in laguna</b>, e di conseguenza Venezia sembra diventata Topolinia. Poiché le già vituperate paratie mobili funzionano,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2020/10/07/news/lezione-per-litalia-che-vuol-ripartire--217850">dal 2020 l’acqua alta che prima era la regola è diventata l’eccezione</a>. Ma<b> l’inondazione ricorrente faceva sì che i cuccioli di roditori morissero periodicamente affogati</b>, la famosa morte del sorcio. Adesso non più e, visto che una sorcia è un grado di generare in un anno fino a mille e cinquecento sorcetti, i ratti a Venezia sono diventati un problema, o lo sono più di prima.</p><p>La notizia l’ha data <i>La Nuova Venezia</i> (sempre sfogliare i giornali locali, ammonivano i capiredattori sì bravi e perduti di una volta), citando anche il dotto studio di un professore emerito di Idraulica dell’Università di Padova. E aggiungendo interessanti dettagli sui tipi di topi cittadini: si apprende così che<b> a Venezia imperversano soprattutto il Rattus rattus, alias ratto nero, e il Rattus norvegicus, vulgo pantegana, e il primo popola i piani alti, la seconda il pianoterra</b>. Molto meno diffuso, per mancanza di materia prima, il topino di campagna (e del resto, i veneziani l’hanno sempre detto: oltre il ponte, xe tuta campagna. Di qua, nisba). Se posso aggiungere una testimonianza personale, da frequentatore di calli e campielli, di pantegane adesso se ne vedono in effetti più di prima. Per un curioso fenomeno di mimetismo, si muovono con la stessa lenta ma sicura nonchalance delle poche, meravigliose dogaresse locali superstiti, quelle che parlano solo in dialetto, hanno ancora il palazzo con alle pareti i ritratti degli antenati caduti a Lepanto e Candia e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/04/26/news/la-fenice-licenzia-beatrice-venezi-annullate-tutte-le-collaborazioni--307644">sono scese in piazza per protestare contro la Venezi</a>&nbsp;a Venezia. Insomma, bisognerà aggiornare la vecchia boutade di Cocteau, sempre poi che fosse sua: a Venezia i leoni volano e i piccioni camminano, d’accordo, ma soprattutto i topi festeggiano.</p><p>La notizia suscita evidentemente delle interessanti speculazioni filosofiche. Il punto è che, dando l’ennesima ragione a chi dubitava delle magnifiche sorti e progressive degli uomini (e dei topi), la soluzione di ogni problema ne crea inevitabilmente un altro. Gutenberg inventa la stampa, e insieme il refuso. La Camerata de’ Bardi crea il melodramma, e nascono i tenori. Bossi fonda la Lega, e ci tocca Salvini.<b> Il Mose salva Venezia dalle acque ma la riempie di topi. C’è, naturalmente, anche il rovescio della medaglia: per i derattizzatori è una festa</b>, e il sempre provvido foglio veneziano dà conto anche di tariffe e frequenza degli interventi. E in ogni caso diciamolo, l’acqua alta era una seccatura maggiore di quanto non sia trovarsi davanti dei topi: i turisti sono più molesti, specie quelli mordi–e–fuggi (come i ratti, appunto). Comunque, non si può mai stare tranquilli. Troppo bella, Venezia liberata dall’acqua alta, senza che ci fosse qualche controindicazione. Lo dice anche l’amata Wislawa Szymborska: “A noi resta negata l’idiozia della perfezione”.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;ultimo saluto ai militari italiani morti in Bosnia</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 16:19:00 +0100</pubDate>
																<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Le bare avvolte nel Tricolore fanno il loro ingresso per i funerali solenni dei quattro militari italiani morti nello schianto di un elicottero Chinook CH-47 in Bosnia-Erzegovina. Nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma, si celebra oggi, martedì 3 novembre, l'ultimo saluto a Simone Ruggia, Claudio Marchesi, Franco Adriano Zecchillo e Laura Procacci, impegnati nella missione internazionale Eufor Althea. Presenti il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nel corso della cerimonia, i militari rendono onore ai caduti mentre risuona la tromba, in un momento di raccoglimento e commozione.</p>]]></description>
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				<title>Gli attacchi informatici ai supermercati e cosa manca all&#039;Italia in materia di cybersicurezza</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 11:22:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tra domenica e lunedì anche in Italia <b>in alcuni supermercati italiani i banchi frigo e freezer hanno smesso di refrigerare e hanno iniziato a scaldare</b>. Scene già viste in Europa, in gran parte dei paesi dell'Ue, nelle scorse settimane. Nella quasi totalità dei casi <b>la causa di questi malfunzionamenti è quella di un attacco informatico</b>. La chiamano&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/guerra-ibrida_2253">guerra ibrida</a>&nbsp;o guerra cognitiva, l'idea è quella che si può intimorire o far paura alle persone anche senza bombe, ma colpendole nella vita di tutti i giorni.&nbsp;</p><p>Due casi, in Sicilia ed Emilia Romagna, sono sotto al centro delle indagini della polizia postale.</p><p>In mattinata si è svolta una riunione con il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Alfredo Mantovano, il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il direttore dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn) e i direttori delle Agenzie di intelligence per fare luce sui fatti degli scorsi giorni. Una riunione che non ha lanciato alcun allarme. Secondo quanto riportato da una nota di Palazzo Chigi, "dai primi accertamenti emerge che in Italia l’impatto degli attacchi è al momento fortemente limitato: sono state interessate poche unità commerciali, a fronte delle migliaia presenti sull’intero territorio nazionale, per lo più munite ancora adesso di sistemi di sicurezza obsoleti, con interfacce esposte direttamente su Internet e carenze nei meccanismi di autenticazione. La gran parte della catena di distribuzione risulta invece dotata di sistemi di protezione aggiornati, in grado di respingere intrusioni malevole". La nota specifica che "non è emerso alcun caso di rischio per la salute dei cittadini riconducibile a fenomeni di scongelamento. Ogni eventuale segnalazione di anomalia viene peraltro notificata dall’Acn ai Nas dei Carabinieri, al fine di garantire tempestivi interventi. L’Acn sta inoltre incontrando i rappresentanti delle categorie interessate e gli amministratori dei principali operatori del settore". Il governo ha reso noto che "continuerà ad agire lungo quattro direttrici: monitoraggio e analisi della minaccia, attività peraltro avviata già da mesi; interlocuzione costante con i fornitori e i venditori della filiera alimentare; individuazione e tempestiva notifica dei soggetti esposti; diffusione su larga scala di comunicazioni preventive e indicazioni per la mitigazione dei rischi nei settori interessati".</p><p>"<b>Il paradosso è che l'Italia è in difficoltà perché è in ritardo sul tema della sicurezza informatica pur essendo stata a lungo in anticipo</b>", commenta al Foglio <b>Giuseppe Antonio Costantini</b>, per quasi un ventennio alla Polizia postale svizzera ora consulente di cybersicurezza per diversi grandi gruppi. "Una dozzina di anni fa, era stato redatto un piano che doveva prevedere la creazione di una figura di riferimento nelle grandi aziende addetta alla sicurezza informatica e di un piano di formazione continua per tutti i lavoratori che avevano a che fare con computer e dispositivi connessi alla rete aziendale. Un piano che anche noi in Svizzera abbiamo replicato", spiega. Un piano che però non è mai divenuto davvero realtà e, soprattutto, routine. "Il pericolo non è nuovo, è da oltre vent'anni che si parla e si discute di questo tema. Qualcosa è stato fatto, ma non tutto e soprattutto non a sufficienza. Quello che ancora non è chiaro è che non esiste un hacker genio dell'informatica che da un computer punta un obbiettivo, penetra le difese e manda in tilt un sistema. <i>Wargames</i> è un film del 1983, il problema è che c'è gente che è ancora convinta che quella sia la realtà", racconta Giuseppe Antonio Costantini. "Tutto è molto più semplice: vengono inoltrati in rete delle esche e si aspetta che il pesce abbocchi. E tu puoi avere il miglior programma di difesa, ma il punto critico non è il programma o i programmi che hai, è sempre chi ha a che fare con essi. <b>Il punto critico è l'uomo. Per questo serve la formazione continua</b>, <b>per questo serve incrementare la conoscenza e, soprattutto la consapevolezza, informatica</b>".</p><p>Giuseppe Antonio Costantini spiega che "i problemi capitati ai supermercati sono sempre, o quasi sempre, causati da un errore sciocco, una distrazione stupida, nel 98 per cento dei casi umana. Ciò non vuol dire che non sia in atto una strategia di destabilizzazione esterna, vuol dire che questa strategia di destabilizzazione potrebbe essere assai meno problematica se si fosse agito in maniera oculata".</p><p>Nei giorni scorsi il Guardian ha riportato che l'origine dei problemi avuti dalla catena svedese di supermercati Coop è stata la "manomissione non autorizzata" dei sistemi di refrigerazione, originata da un attacco subito da uno dei fornitori di sistemi, la Danfoss, che era la stessa azienda danese che aveva fornito i termoregolatori ai supermercati francesi messi ko a settembre. "Danfoss è un'azienda che ha un ottimo sistema di difesa informatico, eppure questo sistema è stato bucato. Probabilmente il motivo è un errore o una disattenzione di un dipendente. In un sistema interconnesso, serve un'attenzione molto maggiore, una conoscenza assoluta di ciò che si può e non si può fare. E questa si può ottenere soltanto grazie alla formazione continua". Per&nbsp;Giuseppe Antonio Costantini il rischio zero "è irraggiungibile, ma abbassare le soglie di rischio è possibile e non è nemmeno difficile, a patto però di prendere davvero in considerazione che la cosiddetta cybersicurezza non è una lotta tra nerd dove vince il più geniale, ma parte soprattutto dalla responsabilità individuale e dalla conoscenza di cosa non deve essere assolutamente fatto in una rete aziendale".</p>]]></description>
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				<title>Sono stati di nuovo hackerati frigoriferi nei supermercati di tutta Europa. Colpita anche la Sicilia</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 18:22:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una serie di <b>attacchi informatici ai sistemi di refrigerazione</b> ha colpito in poche ore oltre cento supermercati in almeno sei paesi dell’Unione europea – Italia compresa –, costringendo alcune catene a ritirare dalla vendita e gettare prodotti freschi e surgelati deteriorati. Gli aumenti delle temperature, segnalati durante la notte tra domenica e lunedì, hanno interessato <b>Belgio, Lussemburgo, Svezia, Irlanda, Estonia e Paesi Bassi</b>. Nel nostro paese sono stati colpiti alcuni supermercati in Sicilia, tra <b>Palermo</b> e <b>Catania</b>. Secondo quanto apprende l'AdnKronos, in corso una riunione per valutare il da farsi con alcuni tecnici.</p><p>Il termostato preso di mira dagli hacker sono dello stesso tipo colpito nella prima ondata di attacchi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/10/14/news/la-cyber-sicurezza-e-fragile-quanto-la-password-di-un-frigorifero--410520" target="_blank">tre settimana fa</a>. Secondo il Guardian, la catena svedese di supermercati Coop ha reso noto che ha la "manomissione non autorizzata" dei sistemi di refrigerazione ha riguardato uno dei suoi fornitori di sistemi, Danfoss, la stessa azienda danese che ha fornito i termoregolatori ai <b>supermercati francesi presi di mira il mese scorso</b>. Nell'attacco avvenuto in Francia, gli hacker hanno violato i dispositivi di controllo – in gran parte forniti da Danfoss – disattivando i sistemi di allarme, per poi modificare le impostazioni dei termostati o prolungare di diverse ore il ciclo di sbrinamento. <b>Diverse catene di supermercati coinvolte riferiscono che le temperature all'interno di frigoriferi e congelatori sono state portate fino a 50 gradi</b>.</p><h2>Tutti gli attacchi delle ultime ore</h2><p>Risultano colpiti una <b>quarantina di punti vendita Delhaize in Belgio, dove anche Carrefour denuncia sabotaggi in 15 negozi</b>. Secondo l'Afp, anche Colruyt e Intermarchè, già nel mirino poche settimane fa, hanno subito problemi tecnici.&nbsp;Anche un negozio Ikea in Belgio è stato preso di mira dall'attacco hacker: il colosso svedese dell'arredamento ha specificato che si tratta di un negozio a Mons, che ha subito anche un attacco ai suoi sistemi di controllo della refrigerazione. Ikea ha dichiarato di essere stata costretta a rimuovere alcuni alimenti dai propri frigoriferi a scopo precauzionale. "Non possiamo escludere che altre sedi possano essere interessate, poiché le indagini sono ancora in corso", ha dichiarato un portavoce.&nbsp;</p><p>In Lussemburgo i danni risultano limitati ad alcuni punti vendita Delhaize, mentre in Svezia, tra i primi paesi a lanciare l'allarme questa mattina, è stata colpita la Gdo Ica, una delle maggiori catene del paese con circa il 33 per cento della quota di mercato. <b>L'azienda ha denunciato che diverse filiali sono state bersaglio di un attacco informatico durante la notte, con la conseguente regolazione da remoto di frigoriferi e congelatori fino a 50 gradi centigradi</b>. Secondo le informazioni fornite al quotidiano svedese Aftonbladet, sono state coinvolte anche diverse strutture della catena Coop. In <b>Irlanda</b> risultano compromessi i sistemi di 13 supermercati SuperValu. Nei Paesi Bassi invece secondo l'emittente pubblica Nos, non sono stati colpiti i grandi marchi della distribuzione, ma soprattutto piccole aziende e negozi di quartiere.&nbsp;</p><p>Anche l'<b>Estonia</b> risulta tra le vittime delle manomissioni ai frigoriferi da remoto. Jann Mutso, responsabile di Kitman Coldtech, azienda produttrice e distributrice di tecnologie per la refrigerazione, ha dichiarato al media estone Err che uno dei suoi clienti è stato attaccato e che si sono verificati anche altri episodi. "Non so ancora con precisione, ma anche altri clienti in Estonia sono stati colpiti, non solo i nostri. È una cosa molto recente, è successo stamattina", ha affermato Mutso.&nbsp;</p><h2>L'allarme dell'Ue: "Tentativo d'interrompere l'approvvigionamento alimentare"</h2><p>"Il ripetersi degli attacchi informatici" che hanno colpito decine di supermercati in Europa "è profondamente preoccupante", ha detto il commissario Ue all'agricoltura, Christophe Hansen. "Si tratta di un <b>tentativo deliberato di interrompere la nostra catena di approvvigionamento alimentare e di minare la fiducia dei consumatori in essa</b>: un monito che dobbiamo prendere sul serio". Hansen ha assicurato che la sicurezza alimentare in Ue "non è attualmente a rischio, ma lo spreco alimentare e l'impatto sulle imprese sono reali" e che solleverà la "questione con i miei colleghi commissari nella nostra prossima riunione" del collegio Ue. "Rafforzare la resilienza richiede un approccio coordinato lungo l'intera catena di approvvigionamento alimentare, dai grossisti agli operatori logistici fino ai rivenditori. Dobbiamo garantire che ogni anello di tale catena sia pronto a resistere e a rispondere alle minacce informatiche", ha concluso Hansen.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Sono tornate in Italia le salme dei quattro militari morti in Bosnia. L&#039;omaggio di Mattarella</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 14:41:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sono atterrate all'aeroporto di Ciampino le&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/10/29/news/in-bosnia-precipita-un-elicottero-militare-italiano--412127">salme</a>&nbsp;dei sergenti <b>Simone Ruggia</b> e <b>Claudio Marchesi</b>&nbsp;e degli appartenenti al Corpo militare della Croce Rossa, il tenente <b>Franco Adriano Zecchillo</b> e il sergente <b>Laura Procacci</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/10/30/video/il-chinook-caduto-in-bosnia-cosa-sappiamo-dellincidente-che-ha-ucciso-quattro-italiani-di-eufor--412153">deceduti giovedì scorso nell'incidente dell'elicottero italiano caduto in Bosnia durante un volo addestrativo</a>. Ad accogliere i feretri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani.</p><p>"Oggi Simone, Claudio, Franco Adriano e Laura sono tornati in Italia. Con loro, idealmente, un intero paese che si stringe nel dolore e nella riconoscenza verso quattro servitori dello stato che hanno dato la vita per tutti noi", ha scritto Crosetto sui social. "<b>Nessuna parola potrà colmare il vuoto che lasciano nelle loro famiglie e negli affetti più cari</b>. Ci inchiniamo davanti al loro sacrificio, con rispetto, commozione e gratitudine".</p><p>I feretri dei quattro militari deceduti in Bosnia sono stati disposti nel grande piazzale dello scalo <b>di Ciampino dove hanno ricevuto gli onori militari</b>. Dopo la benedizione religiosa, il presidente della Repubblica ha passato in rassegna i feretri e si è soffermato qualche istante in raccoglimento davanti ogni bara.</p><p>Ora i corpi dei 4 militari, dopo aver ricevuto il triste addio dei familiari, <b>saranno trasferiti a bordo di 4 carri funebre</b>, all'ospedale Militare del Celio, dove è stata allestita la camera ardente. Domani si svolgeranno i funerali di stato, solenni,&nbsp;alle 9, <b>nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli in piazza della Repubblica a Roma</b>. Tra i partecipanti anche il presidente del Senato <b>Ignazio La Russa</b>.&nbsp;</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Sono state identificate le due vittime italiane dell&#039;incidente ferroviario di Toledo</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 10:34:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sono state ufficialmente identificate le <b>due vittime di nazionalità italiana coinvolte nell'incidente ferroviario</b>&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/10/28/news/in-spagna-un-altro-disastro-ferroviario-travolge-sanchez--411911" target="_blank">avvenuto il 28 ottobre nei pressi della stazione di Urda, nella provincia di Toledo</a>, in cui sono morte almeno 69 persone.</p><p><b>Le autorità spagnole a Madrid hanno infatti identificato le salme di Ana Martina Conte Grand e Daniela Millán Parlanti.&nbsp;</b>Ana Martina Conte Grand, 32 anni, italo-argentina originaria di San Juan e residente in Andalusia dal 2025, viaggiava in compagnia del fratello Jeremías, rimasto ferito nell'impatto. La seconda vittima è Daniela Millán Parlanti, 40 anni, italo-venezuelana nata a Caracas e residente a Madrid, impiegata nel settore delle tecnologie mediche. La donna si trovava a bordo per motivi di lavoro e la sua presenza era stata ricostruita dai familiari grazie al biglietto rintracciato nella sua posta elettronica.</p><p><b>Entrambe le vittime sono state identificate tramite impronte digitali e Dna. </b>Le loro famiglie sono assistite dalle autorità spagnole - che avevano allestito un Centro di assistenza ai congiunti delle vittime e dei dispersi nella sciagura ferroviaria presso la Casa sacerdotale di Toledo - e dal consolato generale d'Italia a Madrid per conto dell'ambasciata d'Italia in Spagna e della Farnesina.</p><p><b>Salgono a 66 quindi le vittime della sciagura ferroviaria di Toledo identificate dall'Istituto di Medicina legale e Scienze forensi di Toledo a Ciudad Real, secondo quanto ha riferito il Centro integrato dei dati (Cid).</b> Di queste, 54 sono di nazionalità spagnola, quattro statunitensi, una argentina, una canadese, una ceca, una francese, una giapponese, una messicana, una portoghese e una tunisina, stando al bilancio indicato.</p><p>Restano ancora da identificare tre vittime, che sarebbero tutte straniere. Mentre restano attive tre denunce di scomparsa che riguardano due cittadini australiani e un cittadino giapponese. Le salme di 47 vittime sono state messe a disposizione dei familiari. <b>Sul fronte dei feriti, secondo l'ultimo aggiornamento sanitario diffuso dalla Comunità autonoma di Castiglia-La Mancia, 29 persone sono ancora ricoverate, delle quali 9 in terapia intensiva.</b></p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/11/02/news/lanno-dei-capolavori-rubati-dal-colpo-del-louvre-una-sequela-infinita-di-furti-di-opere-darte--412180</link>
				<title>L’anno dei capolavori rubati. Dal colpo del Louvre una sequela infinita di furti di opere d’arte</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Paolo Valentino</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il 18 marzo 1990, poco dopo l’una di notte, due uomini in divisa da poliziotto suonarono all’interfono dell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston, dicendo alla guardia della sicurezza di essere lì a causa di una segnalazione d’irregolarità. Violando il protocollo, l’addetto li fece entrare dall’ingresso dei dipendenti. Appena dentro, i due si fecero condurre nei sotterranei, dove bloccarono e ammanettarono il guardiano e un suo collega. Nei successivi 81 minuti, tagliarono dalle loro cornici “Il concerto a tre” di Jan Vermeer, “Chez Tortoni” di Edouard Manet, il “Cristo nella tempesta sul mare di Galilea” di Rembrandt, il “Paesaggio con obelisco” di Govert Flinck e cinque lavori di Edgar Degas, un piccolo dipinto e quattro schizzi. Per portarli fuori, dovettero fare due viaggi. Sono passati 36 anni. Al valore attuale, le opere trafugate valgono oltre un miliardo di dollari. Nessuna di loro è stata mai ritrovata. Quello di Boston rimane a tutt’oggi il furto d’arte di maggior valore della storia.</p><p>Sin dalla Gioconda rubata nel 1911 dall’imbianchino Vincenzo Peruggia, i furti d’arte spettacolari sono sempre avvenuti. Hollywood ne ha anche fatto un sottogenere molto apprezzato al box-office. Dal Doctor No di “Agente 007: licenza di uccidere”, che oltre ad accarezzare il gatto amava contemplare il “Ritratto del Duca di Wellington” di Goya, rubato (davvero) da uno sconosciuto nel 1961 alla National Gallery di Londra. A “The Thomas Crown Affair”, dove il protagonista è un miliardario annoiato che ruba quadri di Monet e Pissarro dal Metropolitan di New York per il puro gusto della sfida. Come genere criminale, in realtà non è mai passato di moda. Già vent’anni fa, l’Interpol indicava l’arte come uno dei business più lucrativi della malavita internazionale, secondo solo alla droga e alla tratta degli esseri umani. Eppure, nulla è stato più come prima, da quando nell’ottobre 2025 quattro ceffi vestiti da operai usarono una scala per entrare al Louvre da una finestra incustodita, portandosi via otto pezzi dei gioielli della corona francese e della collezione napoleonica, per un valore totale stimato in 90 milioni di euro. Durante la fuga in scooter i ladri hanno perso il diadema dell’imperatrice Eugenia, poi ritrovato danneggiato.</p><blockquote>Dai Renoir, Cézanne e Matisse rubati alla Fondazione Magnani ai pezzi di gioielleria in Alsazia alle tavole di Antonello da Messina a Ferragosto</blockquote><p>Come se una diga si fosse aperta, una sequela infinita di furti d’arte ha scandito l’anno trascorso. La lista è lunga. Nel marzo di quest’anno, un commando di quattro persone è penetrato alla Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo, non lontano da Parma, rubando tre opere di Renoir, Cézanne e Matisse, valutate insieme oltre 9 milioni di euro, e abbandonando nella fuga un quadro di Renoir. In questo caso, i capolavori sono stati recuperati alcuni mesi dopo dal nucleo specializzato dei Carabinieri. Nessuna traccia invece dei 27 pezzi di gioielleria, valore stimato 5 milioni di euro, rubati all’alba di domenica 5 luglio al Musée Lalique di Wingen-sur-Moder, in Alsazia. Né si ha notizia del collare d’oro massiccio, vecchio 2500 anni, appartenuto alla Principessa di Vix e considerato un capolavoro dell’arte celtica, rubato lo stesso mese dal museo di Chatillon-sur-Seine, in Borgogna.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/08/17/news/il-colpaccio-di-ferragosto-a-messina-e-i-numeri-rassicuranti-dei-furti-darte-in-italia--404974" target="_blank">La notte di Ferragosto è stata fatale</a>&nbsp;per tre delle cinque tavole del “Polittico di San Gregorio” di Antonello da Messina, trafugate dal&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/contro-mastro-ciliegia/2026/08/19/news/le-opere-di-antonello-da-messina-erano-al-mume-grazie-a-vittorio-sgarbi--405125" target="_blank">MuMe</a>, il Museo Interdisciplinare della metropoli dello Stretto, mentre i messinesi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/08/19/news/antonello-da-messina-ha-dipinto-il-ferragosto-italiano-cinque-secoli-dopo--405122" target="_blank">come da tradizione</a>&nbsp;celebravano le gesta di Mata e Grifone, i due giganti che la leggenda vuole fondatori della città. Più tardi nello stesso mese, i colpi sono stati due nell’arco di 48 ore. Il 26 al Museo archeologico di Villena, nella provincia spagnola di Alicante, i ladri sono riusciti in meno di cinque minuti a portar via una delle più importanti collezioni d’oreficeria dell’Età del Bronzo in Europa: oltre 10 chili di pezzi in oro, argento, ferro e ambra, un tesoro di valore inestimabile scoperto nel 1963 dall’archeologo José Maria Soler. Il giorno dopo, a Vienna, due uomini hanno acquistato i biglietti d’ingresso per la mostra dei gioielli di Van Cleef &amp; Arpels al MAK, il Museo di Arti applicate. Una volta dentro, hanno rotto il cristallo di una teca con un martello e se ne sono andati indisturbati con un collier in platino composto da 673 diamanti, realizzato dalla celebre maison parigina e appartenuto alla regina Nazli d’Egitto. Nel 2016, il gioiello da 200 carati era stato battuto all’asta da Sotheby’s a New York per 4 milioni di euro.</p><p>La lunga estate calda dei furti d’arte è proseguita in settembre sulla Costa Azzurra. Due ladri sono entrati all’inizio del mese nel Museo dedicato a Pierre-Auguste Renoir di Cagnes-sur-Mer, vicino Nizza, sottraendo quattro dipinti del grande impressionista. Arrivata cinque minuti dopo, la polizia li ha mancati per poco e nella fretta della fuga i criminali hanno dovuto abbandonare due delle opere nel giardino del museo, ospitato in una villa dove visse il Maestro. Quello della riviera è un furto che ha amplificato l’imbarazzo e l’umiliazione dell’establishment culturale francese, con i grandi giornali, dal Monde al Figaro, a sollevare il dubbio che nulla sia oggi al sicuro nei musei dell’Esagono.</p><blockquote>I criminali di oggi impiegano violenza, rapidità e mezzi pesanti. Al Drents Museum di Assen, in Olanda, i ladri hanno usato l’esplosivo</blockquote><p>Chi c’è dietro questi colpi? E perché il mondo di sotto ha riscoperto l’arte, una refurtiva che in fondo non è così facilmente monetizzabile? “Changing tactics, changing targets”, è il titolo di un recente rapporto dell’Interpol dedicato ai furti d’arte. Semmai abbia mai avuto qualche addentellato con la realtà, è ormai sbiadita l’immagine hollywoodiana di ladri sofisticati, grandi conoscitori di pittori e orafi, geni irregolari capaci di trucchi ingegnosi, esperti di ogni diavoleria tecnologica. Ricordate Sean Connery in “Entrapment”?</p><p>Dimenticate sottigliezze e astuzie, i criminali di oggi impiegano violenza, rapidità e mezzi pesanti per le loro imprese: mazze, piedi di porco, smerigliatrici angolari per rompere porte, finestre e teche. Nel caso dell’assalto ai tesori archeologici del Drents Museum di Assen, in Olanda, avvenuto in gennaio, i ladri hanno addirittura usato l’esplosivo per aprirsi un varco nel muro esterno. Come abbiamo visto, la rapidità d’esecuzione è un ingrediente essenziale di queste nuove tattiche: otto minuti al Louvre, cinque ad Alicante, tre a Messina e Parma. “A differenza dei predoni d’arte di una volta, che evitavano la violenza – si legge nel rapporto – questi individui hanno esperienze in altri generi di crimine”. Detto altrimenti, più che per la loro conoscenza del Rinascimento o dell’Impressionismo, sono stati ingaggiati per le loro capacità di scassinatori e l’abitudine a usare violenza. Uno degli arrestati per il colpo al Louvre ha detto che pensava di essere stato preso, con un compenso promesso di 17 mila euro, per svaligiare una gioielleria. Questo non toglie nulla al fatto che dietro la manovalanza ci siano una criminalità organizzata e boss potenti, che sanno benissimo cosa vogliono rubare e il modo in cui trarne grandi profitti.</p><blockquote>“L’Europa è l’obiettivo privilegiato”, spiega al Wsj Robert K. Wittman, ex agente dell’Fbi, “è molto difficile impiegare alcune tecnologie nei palazzi storici”</blockquote><p>“I criminali seguono il mercato, leggono i giornali e conoscono i prezzi stratosferici ai quali vengono battuti nelle grandi aste internazionali gli impressionisti, o le quotazioni dell’oro, giunto a 5 mila dollari l’oncia. Vanno dove sono i soldi”, spiega al Wall Street Journal Robert King Wittman, ex agente dell’Fbi e oggi detective privato, che nella sua carriera ventennale ha recuperato arte rubata per un valore di oltre 300 milioni di dollari. Altrettanto importante, aggiunge l’investigatore, è la scelta stessa delle opere e dei luoghi dove sono custoditi: “Privilegiano gli obiettivi facili, come i musei, perché lì le misure di sicurezza sono più blande”. Soprattutto nei piccoli musei europei, infatti, i guardiani all’interno non hanno armi e agiscono piuttosto da visitatori impegnati a far rispettare le regole, come il divieto di fare foto o di avvicinarsi troppo alle opere. “Cosa possono fare se uno all’improvviso tira fuori un martello e rompe una teca ?”. Di più, l’Europa è obiettivo privilegiato anche perché collezioni e pinacoteche sono spesso palazzi storici, edifici ultracentenari ed “è molto difficile, costoso e a volte impossibile impiegare tecnologie digitali ultramoderne in costruzioni dove le mura sono spesse anche un metro”.</p><p>Ma come si realizzano i profitti da questo tipo di refurtiva? Cosa si fa con un Cézanne o un Renoir catalogati e presenti, come vedremo, nelle odierne banche dati, quindi impossibile da vendere legalmente, tantomeno da esporre in pubblico? Una risposta classica è che esistono sempre collezionisti pazzi o plutocrati del mondo di sotto, disposti a comprare capolavori rubati per goderseli in segreto, come il Doctor No di James Bond e il suo Goya, appunto. “Ma non ho mai visto nulla del genere”, dice Wittmann. Allora perché rubare i Grandi Maestri? Secondo Stefan Koldehoff, che ha scritto un fondamentale libro sull’argomento – “Aktenzeichen Kunst” (Du Mont, 2004) – “la passione proibita di qualche eccentrico oggi non c’entra più nulla, semmai lo ha fatto e l’arte viene trafugata soltanto per denaro”. E indica tre sorprendenti sviluppi negli obiettivi perseguiti dalla nuova criminalità dell’arte. Il primo è quello del ricatto, esercitato nei confronti del museo o dell’assicurazione per convincerli a pagare una somma in cambio della restituzione dell’opera. E’ il cosiddetto Artnapping, che non sempre però funziona, dal momento che moltissimi musei, soprattutto quelli piccoli e privati, per ragioni di bilancio hanno dovuto rinunciare al costoso lusso di una polizza antifurto. Anche perché non potrebbero mai permettersi di aggiornare continuamente i sistemi d’allarme, come prescritto dalle compagnie. Nel Regno Unito, quella di rifiutarsi di pagare un riscatto è addirittura una policy ufficiale di ogni collezione. La seconda variante suona ancora più atipica. “Le opere d’arte possono essere impiegate come mezzo di pagamento diretto o indiretto – dice Koldehoff –, in questo secondo caso come strumento di riciclaggio del denaro”. Un esempio da manuale è quello di un’organizzazione che vuole entrare in una grande operazione di droga o armi e usa un quadro rubato per pagare una partita di cocaina o una fornitura di fucili. Sembra sia successo veramente qualche anno fa, con un’opera di Gabriel Metsu, pittore olandese del Secolo d’Oro. In un altro caso l’opera rubata, un olio di Vermeer, è stata usata come collaterale a garanzia di un credito per acquistare la quota di una banca di comodo con sede ad Antigua, nei Caraibi, dove far transitare denaro sporco. Terza e non ultima destinazione, l’uso dell’opera d’arte come carta negoziale, che un criminale può tirar fuori per migliorare la propria posizione nel caso di arresto per altri reati. Detto in modo molto semplice: io vi dico dov’è il Rembrandt e voi mi date uno sconto di pena. “Un pezzo simbolico del patrimonio artistico di una nazione – spiega Vernon Rapley, un consulente che ha lavorato per Scotland Yard – può essere restituito alle autorità in cambio di clemenza verso i membri di una gang in carcere per ragioni affatto diverse dal furto in questione”.</p><p>Rimane aperta ovviamente, ma è sempre più complicata, la strada di una discreta ricollocazione sul mercato, in genere non prima di quattro o cinque anni dal furto, quando l’eccitazione è scemata e anche gli investigatori sono distratti da casi più recenti. Ma l’eccezione conferma la regola: nel 2006 un quadro di Matisse, “I giardini del Lussemburgo”, rubato una settimana prima da un museo di Rio de Janeiro, venne messo all’asta per quattro ore sul sito russo Mastak (era ancora l’epoca in cui i nuovi oligarchi moscoviti spendevano e spandevano nel mondo dell’arte) al prezzo di base di 13 milioni di dollari, prima di scomparire di nuovo. Non è mai riapparso, ma l’Interpol sospetta che l’opera (rubata insieme a tre quadri di Monet, Picasso e Dalì) sia ancora in mano a trafficanti di droga.</p><p>La vendita sul mercato è comunque un’opzione resa impervia negli ultimi decenni dalla nascita di istituzioni come Art Loss Register e Swift-Find, banche dati che grazie ai loro dettagliati cataloghi sono in grado esercitare un certo grado di controllo su fiere e case d’aste nazionali e internazionali dove alcune delle opere potrebbero ricomparire. Ma tutto questo vale per i quadri. Ancora più triste è il destino dei gioielli, in genere rubati non per il loro valore culturale, ma perché possono essere smembrati, spezzati, fusi e rivenduti come pietre preziose di cui non è più possibile rintracciare l’origine o semplicemente a peso d’oro. Celebre rimane il furto nel 2007 al Bode Museum di Berlino della Big Maple Leaf, moneta d’oro zecchino del peso di 100 chili coniata dalla Zecca Reale Canadese, valore dell’epoca 4 milioni di euro, che oggi sarebbe triplicato. Nel 2020 tre uomini di un clan criminale di origine araba sono stati condannati, ma la moneta non è mai stata ritrovata e gli inquirenti sono convinti che venne subito fusa o tagliata a pezzi e rivenduta al mercato nero.</p><p>Saranno in grado i musei di arginare quest’ondata criminale? Dovranno trasformarsi in fortezze, con barriere, vetri a prova di proiettile, riconoscimenti facciali e “tecniche di riconoscimento ostili” con squadre di agenti pronte a fermare i visitatori a campione? Sarebbe costosissimo e improponibile, anche perché negherebbe il concetto stesso di “accessibilità” che ha dominato l’idea di tutti i musei europei, fra l’altro beneficiari di generosi contributi pubblici. Ma il problema resta, perché oltre al dovere di mantenerli accessibili, hanno quello di proteggere e preservare quei capolavori per le future generazioni.</p>]]></description>
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				<title>Cartoline da un&#039;Italia che non fa notizia</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Claudio Cerasa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si protesta, si sciopera, si manifesta,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/10/30/news/sciopero-generale-e-cortei-in-piu-di-50-citta-cosa-succede-oggi--412145">si va in piazza, si occupano le tangenziali, si chiudono le scuole</a>, si serrano le strade, a volte si incendiano i cassonetti, a volte si spaccano le vetrine, a volte si cerca lo scontro, ma il filo conduttore, in un modo o nell’altro, è sempre quello: <b>bloccare tutto, o almeno provarci, per cercare di fare notizia, contro l’economia di guerra, contro il carovita, contro i salari bassi e ovviamente contro Israele, nuovo cacio sui maccheroni di ogni protesta che si rispetti</b>. L’Italia che protesta fa notizia, conquista le prime pagine dei giornali e le aperture dei notiziari, oltre a catturare la nostra attenzione. L’Italia che migliora, invece, tende a non fare notizia. E mentre migliaia di persone, armate anche di buone intenzioni, scelgono di manifestare il proprio disagio (gli scioperanti tra i dipendenti pubblici ieri non sono arrivati al 7 per cento, secondo i dati del ministero della Pa), può venire naturale chiedersi se gli argomenti portati in piazza siano la fedele fotografia dello stato del nostro paese.</p><p>Non ci riferiamo ai numeri, un tantino sballati, sbandierati dal sindacato che ha organizzato&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/10/30/news/sciopero-generale-e-cortei-in-piu-di-50-citta-cosa-succede-oggi--412145">ieri lo sciopero generale</a>, <b>l’Usb</b> (l’Usb sovrappone spesa militare e acquisto di armamenti, attribuisce ai prodotti della spesa rincari dal 30 al 50 per cento senza chiarire a quale paniere si riferisca, chiede al governo di fare di più per i giovani nello stesso comunicato in cui chiede di fare di più per i pensionati, chiede salari più alti nello stesso comunicato in cui critica gli altri sindacati per la ricerca di un accordo su rappresentanza e salari, una delle strade attraverso cui si cerca di ottenere retribuzioni più alte, chiede di difendere i popoli oppressi dimenticando di chiedere di portare in piazza le bandiere dell’Ucraina). <b>Ci riferiamo a un documento interessante che restituisce un’immagine dell’Italia che fa meno notizia dell’Italia che protesta.</b></p><p>Il documento&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/10/30/news/istat-pil-al-palo-nel-terzo-trimestre-del-2026--412155">è firmato dall’Istat</a>, non esattamente un bollettino di propaganda di chi governa, ed è un documento chiamato “Bes 2026”, che come ogni anno misura, attraverso alcuni indicatori, lo stato di benessere del nostro paese, segnalando l’evoluzione effettiva delle condizioni di vita degli italiani. Davvero tutto va male? Davvero l’Italia è un disastro? Vediamo cosa dicono i numeri. Il rapporto “Bes” analizza 148 indicatori di benessere, 132 dei quali confrontabili con l’anno precedente.<b> Nell’ultima rilevazione, gli indicatori che migliorano rispetto all’anno precedente sono 54, quelli che restano stabili sono 55, quelli che peggiorano sono 23.</b></p><p>Se si osserva il lungo periodo, invece, su 133 indicatori confrontabili, quelli che migliorano sono 70, quelli che peggiorano 24 e 39 non presentano una tendenza univoca. Punto numero uno: <b>davvero le famiglie italiane hanno continuato a perdere potere d’acquisto anche nel 2024 e nel 2025?</b> L’Istat dice che il reddito medio disponibile pro capite è cresciuto del 2,4 per cento nel 2025, dopo il 3 per cento del 2024, e tenendo conto dell’inflazione, nel biennio i redditi sono aumentati del 2,2 per cento in termini reali. <b>Davvero le famiglie si sentono sempre più povere?</b> Nel 2023 il 33,9 per cento delle famiglie dichiarava di aver peggiorato la propria situazione economica nell’ultimo anno. Nel 2024 erano il 29,5 per cento. Nel 2025 sono diventate il 26,2 per cento.</p><p><b>Davvero il lavoro è un disastro in Italia?</b> Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni ha raggiunto il 67,6 per cento, mezzo punto in più rispetto al 2024, e la percentuale di occupati costretti a lavorare a tempo parziale perché non ha trovato un impiego a tempo pieno è scesa dall’8,5 al 7,7 per cento nel 2025. <b>Davvero l’aumento delle spese per la casa ha aggravato enormemente il sovraccarico sui redditi familiari?</b> Nel 2025, dice l’Istat, la percentuale di persone che vivono in famiglie per le quali i costi abitativi superano il 40 per cento del reddito familiare netto resta attorno al 5 per cento e l’Istat attribuisce questa tenuta anche all’aumento del potere d’acquisto dei redditi familiari. <b>Davvero, infine, gli italiani sono sempre meno soddisfatti della propria vita?</b> Nel 2025, scrive sempre l’Istat, il 47,6 per cento della popolazione di almeno 14 anni assegna alla propria vita un voto tra otto e dieci: 1,3 punti percentuali in più rispetto al 2024.</p><p>Il miglioramento è particolarmente evidente tra gli anziani, con una crescita di quasi tre punti sia tra i 65-74enni sia tra gli over 75. Il rapporto sul benessere degli italiani, poi, offre anche altri dati che spesso sfuggono alla cronaca quotidiana, come l’Italia che continua a registrare un tasso di omicidi inferiore alla media europea, come i furti nelle abitazioni che sono più che dimezzati rispetto a dieci anni fa, <b>come gli italiani che non sono mai stati così longevi, con la speranza di vita che nel 2025 ha raggiunto il massimo storico: 83,7 anni</b>.</p><p>E tutti questi numeri, naturalmente, che trovate pubblicati oggi integralmente sul Foglio, non sono da usare per ridimensionare la portata delle manifestazioni, delle proteste, degli scioperi, di quelli di ieri e di quelli di domani, <b>ma possono aiutare a capire che accanto all’Italia che protesta ce n’è una che migliora e che meriterebbe di essere considerata un’immagine del paese non meno veritiera di quella messa in campo dall’Italia che protesta</b>.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/10/30/news/cortei-un-po-meno-violenti-bene-ma-quanta-retorica-da-plaza-de-mayo--412314</link>
				<title>Cortei (un po&#039;) meno violenti, bene. Ma quanta retorica da Plaza de Mayo</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 20:40:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>I&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/10/30/news/lo-sciopero-largo-aspettando-il-centro-lopposizione-va-in-piazza-con-usb-giovani-e-pro-pal--412138">cortei in tutta Italia</a>&nbsp;non sono andati benissimo, sotto il profilo dell’ordine pubblico,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/10/30/news/lo-sciopero-largo-aspettando-il-centro-lopposizione-va-in-piazza-con-usb-giovani-e-pro-pal--412138">ma molto meglio di come temeva il Viminale</a>. Il primo motivo è persino banale, l’uovo di Colombo: <b>se si tengono i maranza tredicenni chiusi in casa col loro disagio, nessuno sfonda le vetrine</b>. Un po’ di prevenzione, di controlli, magari qualche fermo preventivo e la sicurezza migliora. Ma poiché, parafrasando per la milionesima volta Lenin, l’infantilismo è la malattia estremista del manifestazionismo, non è andato tutto benissimo. A partire dall’infantilismo in quanto tale, appunto.</p><p>Ad esempio c’è il giovane <b>Lorenzo Pacini</b>, aspirante candidato pd alle primarie di Milano con programmi che Mamdani è Mastella al confronto, e dunque è un idolo in centro città, che in tv ha detto: “Le vetrine rotte? Hanno dato lavoro ai vetrai”. Lo aveva già capito il Monello di Chaplin 105 anni fa, ma con una coscienza politica che al confronto pareva Engels. Altro caso di infantilismo degno di nota: la cacca a Torino. Un gruppo di ribelli sabaudi ha sversato letame davanti al comune. Tempo fa erano stati quelli di Askatasuna a riempire di sterco la redazione della Stampa. Una fissazione. <b>Si direbbe che gli antagonisti torinesi non abbiano ancora superato la fase anale, o la coprolalia</b>. C’è anche l’infantilismo degli adulti, o meglio delle mamme.</p><p>A Bologna è nata l’iniziativa delle madri anti manganello, sono scese in strada assieme ai pargoli di rosso vestite e con lo striscione “no alla violenza sui nostri figli”. Una mamma ha raccontato, manco fosse a Plaza de Mayo: “Prima della manifestazione del 24 ottobre ho scritto sul braccio di mio figlio il numero dell’avvocato. Ho avuto un brivido, non avrei mai pensato di arrivare a questo punto”. <b>Il figlio è stato fermato per un controllo, e subito rilasciato: il sogno di diventare la madre di un <i>desaparecido</i> è rimandato a data da destinarsi</b>. Ma a furia di seminare infantilismo ribellista, di coccolarselo in casa e a scuola, i risultati arrivano. Nonostante il lavoro pieno di fin troppo zelo dei questori e del Viminale: <b>isolare i violenti prima che facciano danni, bloccare le infiltrazioni nei cortei, passare al setaccio i social, e anche la comunicazione diretta coi reponsabili dei cortei</b>.</p><p>Quelli che davano più da pensare erano i cortei studenteschi, ma anche certuni sindacali, si è visto, non scherzavano. Hanno diffuso l’elenco delle regole da rispettare: niente cappucci, niente passamontagna né tanto meno armi. Hanno persino pensato di monitorare quel che può succedere la notte di Halloween (ci risiamo con l’infantilismo, spesso di ritorno). <b>Ma a nulla può servire il buon senso, nel paese delle mamme che tatuano il numero dell’avvocato sul braccio dei figli</b>. C’è un giovanotto a Torino (chissà perché sempre a Torino), più classista che idiota, che mette uno specchio davanti a un agente: “Volevi diventare così da piccolo?”. Se i suoi insegnanti del liceo del centro invece di difenderlo dalla Gestapo inesistente gli facessero leggere Pasolini, Valle Giulia, forse il figlio imbecille della classe agiata capirebbe qualcosa di più.</p><p>Ma c’erano in piazza anche i sindacati, tanto per uscire dall’infantilismo. Quelli dell’Usb (Unione sindacale di base) a Milano hanno bloccato la Tangenziale est: fate voi il conto di quanti voti ha guadagnato la coalizione che sosteneva lo sciopero generale. Sintesi della giornata: a Torino scontri vari e cariche della polizia, a Bologna autostrada bloccata, a Roma è andata molto peggio, tra Parlamento e ponte Sisto. Lo slogan dei cortei di studenti e sindacati in tutta Italia era: “Abbassate le armi, alzate i salari”. Bene. <b>Ma soprattutto alzate l’età in cui si diventa, non diciamo adulti, ma almeno manifestanti senzienti</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Il Chinook caduto in Bosnia. Cosa sappiamo dell’incidente che ha ucciso quattro italiani di Eufor</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 11:10:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel tardo pomeriggio di giovedì 29 ottobre <b>un elicottero da trasporto CH-47F Chinook</b> dell’Esercito italiano, in forza al 1° reggimento “Antares” del Comando aviazione dell’Esercito (Aves) di Viterbo e impiegato nell’operazione europea Eufor Althea,&nbsp;<b>è precipitato</b>&nbsp;a Gorice, un villaggio di poche centinaia di abitanti nel distretto di Brčko, nel nord-est della Bosnia-Erzegovina, a ridosso della Sava e del confine con la Croazia. <b>A bordo c’erano quindici persone, tutte italiane: quattro sono morte, undici sono rimaste ferite</b>. Secondo il comando della missione si trattava di un addestramento di routine.</p><p>L’incidente è avvenuto in fase di decollo dall’aeroporto di Brčko o subito dopo, ha riferito l’ambasciatrice d’Italia a Sarajevo, Sarah Eti Castellani, arrivata sul posto in serata. Il Chinook era partito mercoledì mattina da Viterbo e, dopo uno scalo a Pratica di Mare, aveva raggiunto la Bosnia. È caduto in un’area disabitata, ma a poca distanza dalle prime case del villaggio: nessun civile è rimasto coinvolto e non ci sono danni a edifici o veicoli. Dai serbatoi si è riversata una grande quantità di cherosene, tanto che i vigili del fuoco sono rimasti a presidiare i rottami per tutta la notte. La fusoliera si è spezzata in tre tronconi e l’estrazione dei corpi è stata lunga e complicata.</p><p>Le prime notizie sono arrivate dai media bosniaci, a partire dal portale Klix, che citavano il sindaco del distretto, Siniša Milić. Per qualche ora il bilancio è oscillato: le fonti locali parlavano di tre morti sul colpo e dodici feriti, uno dei quali in condizioni critiche e poi deceduto in ospedale. Poco prima delle 21 Eufor ha confermato che si trattava di un Chinook italiano; in serata il ministero della Difesa ha fissato il bilancio a quattro morti e undici feriti, ricoverati negli ospedali di Brčko e Tuzla, nessuno dei quali – ha assicurato il ministro Guido Crosetto – in pericolo di vita. Roma ha inviato subito un’équipe di medici militari. Oggi Brčko osserva una giornata di lutto, con le bandiere a mezz’asta.</p><h2>Chi erano le vittime</h2><p>Due delle vittime appartenevano all’Esercito, due al Corpo militare volontario della Croce Rossa italiana.&nbsp;I nomi li ha resi noti il ministro Guido Crosetto – che oggi è in Bosnia con il capo di stato maggiore della Difesa – sui social, solo a tarda sera: il ministero ha atteso che le famiglie fossero avvisate, ha spiegato, per evitare ore di angoscia alle centinaia di famiglie di militari impegnati in Bosnia.</p><p>Il sergente <b>Simone Ruggia</b>, 30 anni, originario di Salerno, era il pilota. Prestava servizio all’Aves di Viterbo da almeno otto anni; lascia la fidanzata, i genitori e una sorella.</p><p>Il sergente <b>Claudio Marchesi</b>, 35 anni, era lo specialista di bordo. Originario di Orvieto, dove vive la sua famiglia, si era trasferito a Viterbo tre anni fa; lascia i genitori, un fratello e una sorella. La sindaca di Orvieto, Roberta Tardani, ha espresso il cordoglio della città.</p><p><b>Laura Procacci</b>, 32 anni, Sergente Croce Rossa Italiana in forza al IX Centro di Mobilitazione di Roma, si era arruolata nel maggio del 2025. Laureanda in Medicina e Chirurgia all’Università “La Sapienza”, aveva una solida preparazione nella traumatologia e nella gestione del paziente critico, ed era l'esempio del forte impegno dei più giovani nel soccorso d’urgenza. In Croce Rossa si era qualificata come soccorritrice Tssa, operatrice <i>Mine Risk Education</i> e operatrice <i>Forward Medevac</i>.&nbsp;</p><p><b>Franco Adriano Zecchillo</b> avrebbe compiuto 65 anni domani, Tenente CRI del III Centro di Mobilitazione di Milano, aveva dedicato oltre quarant’anni alla sanità come infermiere professionale e tecnico di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare. Nel Corpo Militare dal 1984, all’esperienza clinica aveva sempre affiancato un’intensa attività accademica come docente universitario, relatore e autore di pubblicazioni scientifiche.</p><p>Con loro a bordo dell'elicottero viaggiava il terzo componente del team dedicato alle evacuazioni mediche (<i>Medevac</i>) della Croce Rossa Italiana, il Tenente Colonnello medico Flavio Favari, che figura tra i sopravvissuti ed è ricoverato all'ospedale di Tuzla. I feriti sono ricoverati negli ospedali di Brčko e di Tuzla, dove la Difesa ha inviato personale medico militare italiano. “Nessuno dei feriti rischia la vita”, ha detto Crosetto.&nbsp;</p><h2>La ricostruzione e le ipotesi</h2><p>Della dinamica esistono alcuni video girati da residenti e rilanciati sui social, oltre alle testimonianze raccolte dai media bosniaci. Le immagini mostrano il grande birotore che si solleva di una decina di metri, comincia a ruotare su se stesso più volte e scende a spirale fino all’impatto. Chi l’ha visto passare racconta di un elicottero che volava basso, faceva diverse virate e produceva forti colpi metallici: un automobilista di Brčko ha detto di aver pensato, in un primo momento, a un guasto della propria auto, e ha osservato che il Chinook aveva sorvolato quasi tutta la città prima di cadere fuori dall’abitato. Il sindaco Milić ha confermato il volo a bassa quota e la rotazione nei momenti precedenti lo schianto.</p><p>Due dettagli vengono considerati significativi. Le condizioni meteorologiche erano normali, con buona visibilità, e <b>il maltempo è escluso</b>. E il velivolo è stato trovato con i carrelli estratti, il che fa pensare che l’equipaggio abbia <b>tentato un atterraggio d’emergenza</b>.</p><p><b>Ufficialmente le cause sono “in corso di accertamento”</b>. Eufor ha annunciato un’indagine approfondita e la Difesa ha avviato le proprie verifiche. Sul tavolo, per ora, ci sono tre ipotesi.</p><p>La più accreditata è quella del <b>guasto tecnico</b>, indicato come quasi certo da fonti militari citate dal Corriere della Sera. Il movimento ripreso nei video, un avvitamento attorno all’asse verticale, è compatibile con un problema a uno dei due rotori o alla trasmissione che li sincronizza: nel Chinook i due rotori in tandem girano in senso opposto e si compensano a vicenda, se uno perde spinta l’equilibrio salta e la macchina tende a girare su se stessa. Anche un esperto di aviazione bosniaco, Omer Kulić, sentito da Klix, esclude il fattore umano: secondo lui si vede che il pilota ha cercato di reagire, ma in quella fase non poteva fare nulla. Il decollo, ricorda, è il momento più delicato di ogni volo. La seconda ipotesi, circolata fin dalla prima serata, è l’urto contro i cavi di una linea dell’alta tensione subito dopo il decollo. La terza, l’errore umano, non viene formalmente esclusa ma al momento nessuno la sostiene.</p><p>I tempi non saranno brevi: bisognerà ascoltare gli undici sopravvissuti, recuperare e analizzare i registratori e i rottami. Da Roma si parla di giorni solo per le prime indicazioni; per una ricostruzione completa serviranno settimane, probabilmente mesi.</p><h2>I precedenti</h2><p>Per Viterbo non è il primo lutto legato a un Chinook. Il 30 marzo 1980, all’aeroporto di Abu Dhabi, un CH-47 dell’Aviazione dell’Esercito impegnato nella missione “Ghibli”, che doveva dimostrare la tenuta del birotore nel caldo e nella sabbia del deserto, urtò un hangar con le pale del rotore posteriore durante un volo dimostrativo a bassissima quota. L’elicottero si capovolse e prese fuoco: morirono dieci militari, sei sul colpo e quattro nei due giorni successivi per le ustioni, e tre tecnici dell’Agusta. Con tredici vittime resta la sciagura più grave nella storia dell’Aves, e a Viterbo i nomi dei caduti vengono letti ogni anno.</p><p>Anche i Balcani hanno già visto morire aviatori italiani. Il 7 gennaio 1992 un MiG jugoslavo abbatté in Croazia un elicottero dell’Esercito al servizio degli osservatori europei sul cessate il fuoco: quattro italiani e un francese uccisi. Il 3 settembre dello stesso anno due missili colpirono, in Bosnia, il G-222 “Lyra 34” dell’Aeronautica che portava aiuti alla Sarajevo assediata: morirono i quattro membri dell’equipaggio.Non è il primo incidente aereo legato alle missioni internazionali in Bosnia. Nel giugno 2008 quattro militari di Eufor, due ufficiali tedeschi e due piloti spagnoli, morirono nello schianto di un elicottero spagnolo in una zona montuosa vicino a Travnik. Pochi mesi prima, nel gennaio dello stesso anno, un Mi-17 macedone che riportava a casa militari reduci dalla missione era precipitato vicino a Skopje: undici morti. E nel settembre 1997 lo schianto di un elicottero contro una montagna uccise dodici persone, fra cui il diplomatico tedesco Gerd Wagner, uno dei più alti rappresentanti internazionali nel paese.</p><h2>Le reazioni</h2><p>Cordoglio dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dalla premier Giorgia Meloni, dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dai leader dell’opposizione, a partire dalla segretaria del Pd Elly Schlein. Crosetto ha parlato di un dolore che nessuna parola può colmare e ha annunciato che la tragedia cambierà il programma della Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate del 4 novembre:<b> il “Villaggio Difesa” al Circo Massimo, che doveva essere inaugurato oggi, non aprirà come festa ma come luogo in cui lasciare un fiore, un biglietto, una preghiera per i quattro caduti</b>. Stamattina il ministro è partito per la Bosnia con il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, e un gruppo di medici militari specialisti, per visitare i feriti e incontrare il contingente.</p><h2>La missione e il voto di stasera all'Onu</h2><p><b>Eufor Althea</b> (Eufor sta per European Union Force, Althea è il nome dell’operazione) è attiva dal dicembre 2004, quando l’Unione europea ha rilevato dalla Nato la forza di stabilizzazione schierata dopo la guerra del 1992-1995. Il suo compito è sostenere l’attuazione degli aspetti militari degli accordi di Dayton e garantire un ambiente sicuro; conta circa 1.100 militari di una ventina di paesi. Dal 21 gennaio di quest’anno è sotto comando italiano: la guida il generale di divisione Maurizio Fronda, terzo italiano alla testa dell’operazione. Il contingente nazionale comprende anche medici e infermieri del Corpo militare volontario della Croce rossa.</p><p><b>L’incidente arriva alla vigilia di una scadenza politica</b>. Oggi a New York il Consiglio di sicurezza tiene il dibattito semestrale sulla Bosnia-Erzegovina e vota il rinnovo per un altro anno dell’autorizzazione a Eufor Althea, in scadenza a inizio novembre. <b>La bozza, preparata dal Regno Unito, è un rinnovo “tecnico”</b>, senza modifiche al mandato, ed è stata messa formalmente ai voti martedì. La presidenza di turno del Consiglio è greca.</p><p><b>Il rinnovo della missione è da anni l’unico terreno di intesa fra occidentali e russi sulla Bosnia</b>: l’anno scorso la risoluzione 2795 passò all’unanimità, Mosca compresa. Lo scontro riguarda piuttosto l’Ufficio dell’Alto rappresentante, che la Russia contesta e vorrebbe chiudere. Nel 2021 Mosca minacciò il veto sul rinnovo di Eufor se il testo avesse citato l’Alto rappresentante, e da allora il secondo dibattito annuale si tiene senza che l’Alto rappresentante intervenga. Quest’anno il quadro è cambiato: il tedesco Christian Schmidt si è dimesso in primavera e dal 1° luglio l’incarico è affidato <i>ad interim</i> all’americano Louis Crishock, senza che i paesi del Consiglio per l’attuazione della pace abbiano trovato un accordo su un successore. Crishock, per inciso, fino a luglio era il supervisore internazionale proprio del distretto di Brčko.</p><p><b>Nulla lascia pensare che lo schianto possa cambiare l’esito del voto, che tutti si attendono unanime</b>. Ma la seduta sarà inevitabilmente anche un momento di omaggio. Per Roma, che in Bosnia ha investito nel comando di Althea uno dei suoi principali impegni nei Balcani, la questione ora è un’altra: capire in fretta perché un Chinook decollato per un addestramento di routine si sia trasformato in una trappola.</p>]]></description>
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				<title>Il più grande furto di criptovalute della storia, sospetti sugli hacker nordcoreani</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 10:34:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Ci sarebbe un gruppo hacker nordcoreano dietro al più grande furto di criptovalute della storia</b>. Giovedì 29 ottobre sono stati sottratti circa <b>6,3 miliardi di dollari dai portafogli digitali di Binance</b>, la più grande piattaforma di scambio di criptovalute al mondo, con oltre 300 milioni di utenti registrati. Tre società specializzate nel monitoraggio delle transazioni digitali, TRM Labs, Pangolin Intelligence e Chainalysis, hanno individuato nei responsabili dell'attacco<b>&nbsp;TraderTraitor, un'unità di hacker&nbsp;legata al regime di Kim Jong Un e&nbsp;già coinvolta in altri furti miliardari.</b> La maggior parte del denaro è stata trasferita in appena venti minuti.&nbsp;</p><p>La società americana TRM Labs sostiene di aver raggiunto questa conclusione con un elevato grado di certezza, confrontando le modalità dell'attacco con quelle di precedenti incursioni informatiche. <b>Per Pyongyang, sottoposta da anni a pesanti sanzioni internazionali, i furti di criptovalute rappresentano un'importante fonte di valuta estera</b>, utilizzata anche per finanziare i programmi militari e nucleari. Nel febbraio 2025 l'Fbi aveva attribuito allo stesso gruppo il furto di 1,5 miliardi di dollari alla piattaforma Bybit, fino a ieri il più grande mai registrato.</p><p>Come ricostruito dalla Cnn, dopo l'attacco a Binance è cominciata una corsa tra gli hacker, impegnati a spostare e riciclare il denaro, e le società specializzate nel rintracciare le transazioni. <b>Circa tre miliardi di dollari sono già stati congelati, grazie soprattutto all'intervento di Tether e Circle</b>. Binance ha spiegato che, secondo le prime indagini, l'attacco potrebbe essere partito dal computer compromesso di un suo ingegnere, attraverso il quale gli hacker avrebbero ottenuto l'accesso a un sistema utilizzato per autorizzare i prelievi. La piattaforma ha temporaneamente sospeso alcune operazioni e assicurato che coprirà tutte le perdite degli utenti. Non ha invece ancora confermato la responsabilità nordcoreana. Intanto la notizia ha provocato un calo delle principali criptovalute, con il <b>bitcoin sceso ai minimi delle ultime sei settimane.</b></p>]]></description>
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				<title>Sciopero generale e cortei in più di 50 città. Cosa succede oggi</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 08:14:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<h2>Chi sciopera e perché</h2><p><b></b>Le parole d’ordine sono due: <b>contro il riarmo e contro il caro vita</b>. In piazza, in più di 50 città, scenderanno insieme lavoratori, pensionati, studenti, movimenti per la casa e gruppi pro Palestina, e lo <b>sciopero generale di oggi – proclamato dall’Usb</b>, l’Unione sindacale di base, un sindacato autonomo – arriverà anche nei porti, con iniziative contro il traffico di armi. Maurizio Landini<b> (Cgil) ha convocato un altra mobilitazione per il</b> <b>20 novembre</b>, a cui però Cisl e Uil hanno già detto che non aderiranno.</p><h2>Quali servizi si fermano</h2><p>Lo sciopero riguarda diversi settori, dalla scuola alla sanità ai trasporti. Il calendario dettagliato delle astensioni, settore per settore, è pubblicato sul sito della&nbsp;<a href="https://cgsse.it/sites/default/files/2026-10/delibera_sciopero_generale_del_30_ottobre_2026.pdf" target="_blank">Commissione di garanzia per gli scioperi</a>.</p><p>La precettazione dei trasporti<br> Il ministero dei Trasporti ha precettato i lavoratori del settore. “Ho fatto il mio dovere di ministro, ovvero precettare coloro che non hanno diritto di convocare uno sciopero”, ha detto <b>Matteo Salvini</b>, assicurando che Ferrovie dello Stato “garantirà tutti i treni regolari come in una normale giornata”. L’Usb però conferma l’astensione anche nei trasporti, “accollandosi le sanzioni che sono pesantissime, ma nella consapevolezza che queste siano illegittime”. Il rischio di disagi resta quindi concreto, anche se più difficile da prevedere del solito.</p><h2>Dove sono i cortei</h2><p><b>Roma. </b>Sono attese ventimila persone nel centro storico. Sorvegliati speciali il Colosseo, dove sabato scorso alcuni manifestanti erano entrati nell’Anfiteatro, e il Circo Massimo, dove oggi viene inaugurato il Villaggio della Difesa, con stand di blindati, droni e mezzi militari di tutte le forze armate: un possibile bersaglio per i contestatori.</p><p><b>Milano.</b> I cortei saranno due, lontani dal centro storico che è stato teatro dei saccheggi del 17 e 18 ottobre, e punteranno verso nord, in direzione della tangenziale.</p><p><b>Torino.</b> Due cortei al mattino e uno nel pomeriggio.</p><p><b>Bologna.</b> Sono attese migliaia di persone. In molte città si aggiungeranno gli studenti e i collettivi: negli ultimi giorni la mobilitazione è cresciuta negli atenei, da Milano, dove ieri è stata occupata un’aula della Bicocca, a Napoli.</p><h2>Il piano di sicurezza</h2><p>Ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha riunito in videocollegamento prefetti, questori e vertici delle forze di polizia di tutti i capoluoghi di regione. “Gli allarmi ci sono, perché questo modo di attivazione delle piazze è molto insidioso”, ha detto, “ma nulla di diverso rispetto a quello che abbiamo trattato finora”. Il Viminale annuncia un dispositivo per “tutelare il diritto di manifestare pacificamente, garantire la sicurezza di tutta la comunità, isolando chi scende in piazza solo per creare disordini e commettere violenze”. Sotto osservazione anche i social, per intercettare eventuali azioni a sorpresa come quelle organizzate nelle ultime settimane. È anche il primo grande sciopero dopo l’entrata in vigore del decreto sicurezza, che estende il fermo preventivo ai minorenni.</p><h2>La polemica sugli allarmi sottovalutati</h2><p><b></b>Sullo sfondo resta la polemica sulle violenze di due settimane fa. Il direttore dell’Antiterrorismo, Lucio Pifferi, assicura che “nessun allarme è stato sottovalutato”, e che le azioni di devastazione e saccheggio del 17 e 18 ottobre non erano “completamente prevenibili”, per le dimensioni e per le modalità con cui sono state messe in atto per la prima volta. Il Pd, con Matteo Mauri e Debora Serracchiani, ha presentato un’interrogazione per sapere se il ministro fosse stato informato delle segnalazioni e quali misure abbia preso. Per Avs, Filiberto Zaratti chiede a Piantedosi di “non tacere”.</p>]]></description>
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				<title>Corruzione, incidenti e gaffe. La catastrofe dei Trasporti di Sánchez</title>
				<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 18:57:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Marcello Sacco</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Madrid</i>.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/10/29/news/in-spagna-lalta-velocita-deraglia-di-nuovo-la-tragedia-a-un-mese-dal-voto--411997">Due incidenti ferroviari in nove mesi</a>&nbsp;hanno fatto in Spagna 120 morti. <b>Per capire, a un mese dalle elezioni, la ricaduta politica di questo tragico record bisogna guardare al contesto più ampio, per esempio a cosa è stato il ministero dei Trasporti in questi otto anni di Pedro Sánchez al governo</b>. Il ministero ha avuto un uomo solo al comando dal 2018 al 2021, <b>José Luis Ábalos</b>. Non proprio uno qualsiasi. A lui Sánchez si è affidato quando doveva riconquistare la leadership del Partito socialista (Psoe), percorrendo la Spagna nell’ormai leggendaria Peugeot per raccogliere consensi fin nelle province più remote. Segretario organizzativo e deputato del Psoe, Ábalos fu uomo chiave anche per il successo della mozione di censura che nel 2018 ribaltò il governo di centrodestra e portò i socialisti al potere. Nel 2021 fu allontanato dopo un rimpasto senza che fossero chiare le ragioni. Solo più tardi emergeranno le accuse di corruzione.</p><p>Oggi Ábalos ha una condanna a 24 anni per tangenti; 19 anni al suo braccio destro, Koldo García, grande rivale di Isabel Pardo de Vera, ex presidente di Adif (l’ente pubblico che gestisce l’infrastruttura ferroviaria) e poi sottosegretaria ai Trasporti. Di recente, quest’ultima ha raccontato alla stampa le pressioni che subiva per piazzare gente priva di competenze ai vertici della struttura. Certo, il suo è il punto di vista di un’indagata che prova a difendersi, ma il clima che emerge dalle carte è quello di una tensione continua in giochi di potere di ogni tipo. <b>Uno dei capi di accusa riguarda l’assunzione in due società pubbliche di Jéssica Rodríguez, una delle escort con cui Ábalos si accompagnava</b>. Proprio mercoledì, mentre a Toledo si contavano i morti, Jéssica restituiva 44 mila euro a un tribunale di Madrid a titolo di garanzia per la responsabilità civile che potrebbe derivare da una condanna.</p><p>Pardo de Vera ha ricordato che la migrazione dal vecchio sistema di sicurezza Lzb al più moderno Ertms, da lei appaltata e finanziata con il Pnrr, avrebbe dovuto essere ultimata a gennaio. Invece il 18 gennaio arriva il primo incidente: <b>46 morti ad Adamuz</b>. Due giorni dopo, in Catalogna, muore un macchinista su un regionale andato a sbattere contro un muro.</p><p>Intanto, dal 2023, al ministero c’è <b>Óscar Puente</b>, il ministro “tuitero”, come lo chiamano per la sua presenza assidua e aggressiva sul social X. Non si dimette. Anzi, va in Parlamento e dice alle opposizioni: “Vi do fastidio perché lavoro molto bene”. In piena crisi migratoria di Ceuta, con Sánchez sotto attacco per essersene andato in vacanza, Puente si fa sfuggire qualche dichiarazione in cui si immagina prossimo leader del Psoe. Sánchez abbozza, lui ritratta, poi lo mandano in castigo a rilasciare l’unica intervista televisiva vera, non concordata, sulla crisi di Ceuta, in cui la giornalista Cristina Pardo lo tiene sulla graticola. A ottobre torna su un registro a lui più congeniale, un programma umoristico con uno sketch in cui ironizza sui guasti frequenti dei suoi treni: entra in un ascensore e va via la luce, poi ritorna e lui improvvisa un balletto.</p><p>I familiari delle vittime di Adamuz non hanno riso, e una settimana dopo arriva l’incidente di Toledo: 74 morti. <b>Puente presenta la ricostruzione del disastro puntando il dito sull’errore umano, senza alcuna ammissione di colpa per un sistema di sicurezza a tre fasi che ha fallito su tutti i fronti</b>. Per il Partito socialista operaio spagnolo la responsabilità è tutta dell’operaio che ha dato l’ordine ai treni di ripartire a gran velocità. Puente non solo non si è ancora dimesso, ma rimane candidato alle prossime legislative. L’allegra macchina da guerra del Psoe avanza.</p>]]></description>
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				<title>Bravi ragazzi e poliziotti cattivi</title>
				<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 06:01:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’opinione pubblica è in fermento, come si dice, e i motivi ovviamente non mancano, sui temi della sicurezza.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/10/28/news/youssef-siher-torna-libero-il-gip-non-convalida-il-fermo--411917" target="_blank">La decisione del gip di Milano sull’arresto di Youssef Siher</a>, che ha evidenziato una inattendibile forzatura nelle accuse, e il riaprirsi del caso di Abderrahim Fakir (la sua morte è stata determinata da “concause”, va detto, e non dal solo elemento “colpevole” degli agenti), con gli audio rabbrividenti degli agenti, alzano la pressione. Sarebbe il caso di raffreddare le opposte propagande. Se per quella del governo ci ha pensato la magistratura, per il resto siamo in attesa.</p><p><b>Ad esempio di capire l’esito delle “centotrenta segnalazioni di eccessi” che sarebbero stati commessi dalle Forze dell’ordine nel corso delle manifestazioni studentesche degli scorsi giorni.</b> “Minorenni trattenuti per ore senza possibilità di avvertire i genitori, ragazzi fermati lontani dai cortei, persino al parco mentre giocavano a basket o ping pong” scrive Repubblica compulsando il dossier che un pool di legali starebbe raccogliendo. Molto notiziosa la storia della ragazza romana con la felpa nera che sarebbe stata condotta in questura senza avere nemmeno iniziato a manifestare. L’avvocato Gilberto Pagani di Legal team ha dichiarato: “La cosa che più colpisce è la profilazione razziale”. Lo dice in base a segnalazioni soprattutto da Milano, dopo i disordini quando quasi 200 minorenni erano state portate in questura. Ci sarà un motivo concreto, e non “razziale”? <b>La democrazia e la libertà di manifestare vanno tutelate, ma non siamo, a quanto risulta anche dalle denunce, a Bolzaneto.</b> Invece, ancora una volta, va ricordato che a essere finiti in ospedale nei giorni scorsi sono stati decine di agenti, e nessun giovane manifestante. Una mamma ha denunciato: “Mio figlio è stato fermato mentre si dirigeva alla manifestazione, perquisito e portato via, tenuto più di nove ore in questura senza avvisarci, per cosa? Per 16 mascherine chirurgiche nello zaino”. <b>Forse si era scordato che il Covid è finito. All’asilo Mariuccia.</b></p>]]></description>
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				<title>Youssef Siher torna libero: il gip non convalida il fermo. Meloni: &quot;Decisione vergognosa&quot;. L&#039;ira delle toghe</title>
				<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 13:12:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>La gip del tribunale di Milano, Tiziana Landoni,&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/10/28/news/i-pm-accusano-siher-di-terrorismo-ma-le-prove-sono-fragilissime--411843">non ha convalidato il fermo di Youssef Siher</a><b>, amministratore della chat Telegram e della pagina Instagram "Movimento 17 ottobre", e verrà scarcerato</b>. Lo fa sapere la difesa del ricercatore trentenne, fermato dalla polizia per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità del terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La procura aveva chiesto al gip di convalidare la misura del carcere, ritenendo sussistente sia il pericolo di reiterazione del reato sia il rischio di fuga.&nbsp;</p><h2>Meloni: "Decisione vergognosa"</h2><p>La premier <b>Giorgia Meloni</b> ha commentato la notizia sui social. "Lo dirò senza mezzi termini: <b>considero vergognosa la decisione del gip di Milano</b>", ha detto in un video. "<b>Davvero non so come possa uno stato normale difendere le persone perbene di fronte a queste decisioni di certa magistratura</b> – ha aggiunto –. Penso sia una mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell'ordine, degli inquirenti, del ministero degli Interni e, in generale, di tutti coloro che si adoperano per difendere la gente per bene dal rischio di vedere devastate le proprie città e i propri esercizi commerciali", ha aggiunto.</p><h2>Salvini: "Scelta assurda, chi ripagherà eventuali altri danni già il prossimo venerdì?"</h2><p>Sulla questione è intervenuto anche il vicepremier e ministro dei Trasporti <b>Matteo Salvini</b>: "Incredibile la liberazione di un soggetto per il quale la stessa procura di Milano aveva contestato reati gravissimi, tra cui l'istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo, <b>evidenziando anche il rischio di fuga e di reiterazione del reato</b>", ha detto in una nota. "Dopo le violenze e le devastazioni delle scorse settimane – prosegue – una decisione vergognosa, incomprensibile, assurda. <b>Se si verificheranno nuovi episodi di violenza e altri danni, a partire dai cortei di questo venerdì a Milano, pagherà di tasca sua il giudice che ha deciso di rimandare a casa questo galantuomo?</b>".</p><h2>Tajani: "Decisione grave. Mette in pericolo sicurezza del paese"</h2><p>"Considero estremamente grave la decisione del gip di Milano di rilasciare Youssef Siher, considerato uno dei principali fautori delle violenze compiute a Milano la scorsa settimana", ha scritto su X il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani</b>. "Rimetterlo in libertà significa <b>mettere in pericolo la sicurezza del paese</b>". Secondo il leader di Forza Italia, si tratta di "una scelta che offende e demotiva il lavoro delle forze dell'ordine impegnate nella lotta al terrorismo e alla criminalità. <b>Alcune decisioni vanno prese con maggiore cautela e senso di responsabilità</b>", ha concluso Tajani.</p><h2>La reazione dei magistrati agli attacchi del governo</h2><p>Alle dure critiche della presidente Meloni e dei due vicepremier ha risposto duramente <b>l'Anm </b>esprimendo solidarietà a Landoni. "Le decisioni dei magistrati si possono contestare nel merito e impugnare all'interno dei procedimenti. La delegittimazione dei colleghi, persino da chi ricopre le più alte cariche istituzionali, è invece <b>un ormai consueto esercizio di intimidazione</b> che non dovrebbe appartenere a uno Stato di diritto. Un esercizio insopportabile”, ha scritto in una nota la Giunta esecutiva centrale dell'Associazione nazionale magistrati, aggiungendo che "i magistrati non possono essere il nemico da additare in ogni circostanza all'interno del dibattito pubblico" e che "questo comportamento arreca un danno alla credibilità delle istituzioni”.&nbsp;</p><p>Replicano anche <b>i vertici del tribunale di Milano,</b> definendo "irricevibili" le dichiarazioni di "esponenti politici di rilievo". Il giudice "applica principi costituzionali di civiltà giuridica", hanno scritto in una nota Fabio Roia ed Ezia Maccora, aggiungendo, "che la vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione".</p><h2>Le motivazioni del gip su Siher</h2><p>Per la gip, nei confronti di Siher "non sono ravvisabili gravi indizi di colpevolezza" né rispetto alle esigenze cautelari, né rispetto alle accuse mosse dalla procura di Milano. Nei post e nei comunicati, l'attivista <b>"non prospetta mai il ricorso ad azioni violente"</b> scrive, "né risulta aver evocato le gravi violenze verificatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026 (da lui neppure menzionate) quale modello di attuazione delle forme di protesta e di mobilitazione collettiva da lui proposte". Inoltre, non può neppure affermarsi che Siher, in vista della manifestazione dello scorso 24 ottobre, "abbia promosso la formazione di un gruppo composto da almeno cinque persone, organizzato anche occasionalmente, che nel corso della manifestazione, avvalendosi di strumenti offensivi, potesse adottare comportamenti tali da determinare un concreto pericolo per l'incolumità delle persone e cagionare, altresì, danni alle cose, emulando le azioni violente dispiegatesi nelle giornate del 17 e 18 ottobre 2026" si legge nel provvedimento. <b>"Né può dirsi che l'indagato abbia incitato o istigato la commissione di condotte del genere"</b>.</p><h2>L'appello pro Gaza firmato dalla gip&nbsp;Tiziana Landoni</h2><p>Come riportato dal Giornale e rilanciato da diversi esponenti della maggioranza, Landoni ha aderito a&nbsp; un appello pubblico per Gaza promosso&nbsp;<a href="https://www.giustiziainsieme.it/">dalla rivista Giustizia Insieme</a>. L'appello è stato promosso il 1 ottobre 2025 e ha raccolto&nbsp;3.135 firme tra magistrati, avvocati e professori di diritto. "Di fronte alle notizie sulla violazione sistematica e protratta del diritto alla vita e degli altri diritti fondamentali della popolazione civile di Gaza, il silenzio ha smesso da tempo di essere un’opzione", si legge nel testo. "Desta ulteriore sgomento il fatto che questa decisione arrivi da un giudice che con Siher sembra condividere la stessa ideologia", ha dichiarato in una nota Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d'Italia al Parlamento europeo.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>In Spagna un altro disastro ferroviario travolge Sánchez. I video e le foto</title>
				<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 11:57:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Marcello Sacco</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Un gravissimo incidente ferroviario si è verificato in Spagna questa mattina, intorno alle nove, nei pressi di Toledo</b>. <b>Un treno ad alta velocità Renfe, la società di trasporti statale, si è scontrato con un convoglio della compagnia privata Iry</b>o. Secondo le prime indicazioni, il primo treno avrebbe tamponato il secondo, che lo precedeva, causando il deragliamento di due vagoni dell’Iryo, precipitati da un terrapieno vicino alla stazione di Urda (Toledo). Il bilancio delle vittime si è aggravato: l'ultimo, diffuso dalle autorità locali poco prima delle 14, parla di&nbsp;<b>64&nbsp;morti.</b>&nbsp;Ci sono poi <b>decine di persone ferite</b>, 15 in condizioni gravissime.&nbsp;Sui due treni coinvolti si sa che viaggiavano 544 passeggeri.</p><p>Anche <b>secondo le stesse fonti del governo il disastro “potrebbe essere più grave di Adamuz”</b>. Il riferimento d’obbligo va appunto all’incidente avvenuto in provincia di Cordova, nella località di Adamuz, dove a gennaio un altro gravissimo deragliamento ha provocato uno scontro fra treni ad alta velocità che ha lasciato sul terreno 46 morti.</p><p><b>Questa seconda tragedia mortale avviene sulla stessa tratta ferroviaria, che collega Madrid con l’Andalusia</b>. Secondo le prime perizie tecniche, l’incidente di gennaio sarebbe stato causato dalla rottura del binario. Per quest’ultimo disastro, è certamente ancora presto per dire con precisione cosa sia successo, ma già circolano le prime ipotesi. Quella riportata in questi minuti da El País parla di un comando errato inviato al treno Renfe che avrebbe fatto sì che quest’ultimo tamponasse l’altro mezzo, fermo sui binari.</p><p>Nel frattempo, si è attivata la macchina dei primi soccorsi. A Urda è stato messo a disposizione un padiglione comunale per assistere le vittime e la Comunità autonoma di Madrid ha comunicato l’invio di otto squadre del Corpo dei Vigili del Fuoco regionale. Diversi servizi e tratte ferroviarie sono stati sospesi, soprattutto fra Madrid e l’Andalusia, la tratta che ora ritorna tragicamente su tutti i siti e le prime pagine nazionali e internazionali. Caos collaterale nelle stazioni di mezza Spagna.</p><p>Gran parte del mondo politico ha sospeso l’agenda dei diversi appuntamenti pre-elettorali in programma per oggi (ricordiamo che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/10/05/news/la-spagna-va-al-voto-sanchez-annuncia-la-caduta-del-suo-governo-e-inizia-la-campagna-elettorale--409600" target="_blank">il governo in carica si è dimesso</a>&nbsp;e <b>gli spagnoli votano il prossimo 29 novembre</b>). Il primo ministro Pedro Sánchez ha annullato tutti gli impegni previsti per questo mercoledì, lo stesso hanno fatto gli altri leader. Unica eccezione significativa il partito di ultradestra Vox, il cui leader Santiago Abascal ha confermato gli eventi di pre-campagna in programma oggi a Santander e Valladolid. “Vox continuerà a denunciare la sfacciataggine della ‘campagna d’amore’ del Psoe che provoca vittime in Spagna”, si legge in un comunicato.</p><p><b>E infatti l’unica cosa certa, in questo momento, è che il disastro ferroviario travolgerà anche la campagna elettorale</b>. Nessuno si era dimesso dopo Adamuz, certamente non il ministro Óscar Puente, uno dei volti più noti del governo di Sánchez, sicuramente il più attivo nelle reti sociali, dove non perde occasione per ingaggiare polemiche, dai toni anche sboccati, con questo o quell’avversario, sia esso politico o opinionista.</p><p>Molto presente anche sui canali televisivi tradizionali, Puente era stato una settimana fa ospite di un noto programma di infotainment per il quale aveva girato uno spot in cui scherzava sui disastri ferroviari che opposizione e opinione pubblica gli rinfacciano (e che in Spagna hanno lasciato orfani e vedovi freschi di lutto). Nel video Puente entrava in un ascensore e quello subiva un improvviso guasto momentaneo, lui sbuffava: “Non bastavano i problemi della Renfe”, poi ritornava la luce e attaccava un balletto con gli altri ospiti presenti.</p><p>Stavolta sono tornati a ballare i passeggeri delle “sue” ferrovie, dove gli incidenti più “piccoli”, da gennaio a oggi, si sono moltiplicati, oscurati solo dalla gravità dei due principali. Quella sulle condizioni dei trasporti ferroviari è stata solo una delle polemiche che hanno colpito il governo di Pedro Sánchez, il quale però ha preferito dimettersi solo dopo il caso dello&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/10/02/news/junts-fa-cadere-il-governo-sanchez-bocciando-i-decreti-sulla-casa-dopo-il-caso-maricarmen--409542" target="_blank">sfratto a Maricarmen</a>, sapendo che sarebbe stato più facile cavalcare quell’indignazione in campagna elettorale. Ma il <i>cahier de doléances</i> nei suoi confronti cambia ogni giorno ed è ormai piuttosto prevedibile che perfino la povera Maricarmen, nel frattempo deceduta dopo lo sfratto, lasci il posto ad altri morti. non sappiamo ancora quanti, ma tanti.</p><p><br></p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Sugli stipendi dei magistrati, il presidente dell’Anm prima strapazza i dati e poi la logica</title>
				<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 09:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sabato, il Foglio ha rivelato che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/10/24/news/come-lanm-ha-diffuso-dati-falsi-sullaumento-degli-stipendi-dei-magistrati--411608">sulla questione degli stipendi arretrati dei magistrati l’Anm ha diffuso dati falsi</a>.  Il giorno dopo, durante il Comitato direttivo centrale, i vertici dell’associazione hanno dovuto riconoscere la veridicità della ricostruzione fatta da questo giornale senza però ammettere di aver sparso cifre farlocche. Per tenere entrambe le affermazioni in piedi, <b>il presidente dei magistrati Giuseppe Tango</b> si è dovuto esibire in una notevole contorsione logica. “Le nostre stime sono di un anno fa – ha dichiarato – significa che le sentenze di  cui avevamo contezza potevano essere solo quelle relative al primo Dpcm del 2021”. Pertanto, sostiene Tango, l’Anm  non poteva tenere conto “di un successivo giudizio (relativo al Dpcm del 2024, ndr) di cui la sentenza tutt’oggi non è passata in giudicato e  può essere ancora impugnabile”.</p><p>A questo punto è necessaria <b>una sintetica premessa tecnica su una vicenda complessa</b>. I magistrati hanno fatto ricorso alla giustizia amministrativa  contro il metodo di calcolo storicamente usato dal governo e dall’Istat per definire gli incrementi retributivi della categoria per il triennio 2021-23 e per il triennio 2024-26. Nel 2025 il Consiglio di stato, in due sentenze gemelle che riguardano il primo Dpcm, ha stabilito che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/10/21/news/per-meloni-non-pagare-gli-arretrati-ai-magistrati-sara-impossibile-ma-cambiare-le-norme-si-puo--411189">il criterio della media ponderata tra i contratti del pubblico impiego utilizzato fino ad allora dall’Istat senza contestazioni era illegittimo</a>: al suo posto bisogna usare la media semplice che garantisce incrementi di stipendio superiori. Sulla scorta di queste sentenze definitive, l’11 marzo del 2026  il Tar del Lazio con tre sentenze ha annullato anche il secondo Dpcm. Così, in seguito a queste sentenze – in un caso definitive e nell’altro dall’esito scontato perché riguardanti la stessa vertenza – il governo nel Documento programmatico di Bilancio (Dpb) ha stanziato nel “Fondo sentenze”  979 milioni di euro per il pagamento dei giudizi a favore dei magistrati.</p><p>Quando il Sole 24 Ore ha dato la notizia, parlando di un costo “fino a 100 mila euro” per magistrato,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/10/20/news/ma-quale-miliardo-lanm-contesta-i-conti-di-meloni-sugli-arretrati-ai-magistrati--411106">l’Anm ha reagito in maniera sdegnata</a>&nbsp;parlando di “veline e falsità per attaccare i magistrati”. <b>“E’ pura menzogna”, disse in quei giorni Tango riferendosi alle cifre del Dpb, contrapponendo stime dell’Anm nettamente inferiori</b>: tra 5 e 15 mila euro per  magistrato in base all’anzianità: “Sono  pronto a mostrare il cedolino”, diceva. Ora è chiaro che quella somma è farlocca, perché – come rivelato dal Foglio – si riferisce solo al primo Dpcm che vale 241 milioni di euro. Mentre il costo relativo al secondo Dpcm è il triplo: 738 milioni, pari al 75 per cento dei 979 milioni totali. <b>L’Anm ha quindi bollato come falsi numeri che sapeva essere veri,  opponendo stime che sapeva essere superate e incomplete.&nbsp;</b></p><p>La ricostruzione del presidente Tango, che peraltro è responsabile dell’ufficio sindacale dell’Anm che ha prodotto le stime, non regge. Non vale dire ora che “le nostre stime sono di un anno fa”, relative quindi solo al primo Dpcm. Perché <b>l’Anm non ha mai detto prima d’ora che le sue stime erano vecchie e parziali: anzi, le ha  usate per screditare chi ha fornito dati attuali e veritieri</b>.  E’ inconsistente anche l’affermazione di Tango secondo cui “i dati sono di tabelle che non erano state rese pubbliche ed erano nell’area riservata” del sito. In primo luogo perché quelle tabelle “riservate” le ha fatte circolare proprio l’Anm (nessun hacker le ha trafugate), ma soprattutto perché le dichiarazioni sui media dei vertici dell’Anm sugli appena 5 mila euro di arretrati si basavano proprio su quelle stime. Vuol dire che non erano riservate! Altrimenti è come se un pm dicesse che l’iscrizione nel registro degli indagati è un atto riservato mentre rivela i nomi degli indagati.</p><p>L’Anm può legittimamente non valutare gli effetti di una sentenza finché non è definitiva (peraltro anche la sentenza sul secondo Dpcm  è diventata definitiva). Ma non può descrivere come una “operazione” mediatica di delegittimazione la scelta del governo di non fare un ricorso dall’esito scontato e di mettere a bilancio le relative somme. Si tratta di una  banale pratica di buona amministrazione e non di una perfida strategia per screditare i magistrati inondandoli di denari.</p><p><b>E’ contraddittoria anche la tesi di Tango secondo cui l’Anm non avrebbe potuto stimare gli effetti del secondo Dpcm</b>, in quanto non era a conoscenza della nuova percentuale di incremento salariale stimata dall’Istat (+12,32 per cento per il triennio 2024-26). Perché le tabelle dell’Anm relative al primo Dpcm  sono state elaborate a luglio 2025, prima che l’Istat comunicasse il dato ufficiale del nuovo adeguamento (6,22 per cento): per il primo Dpcm l’Anm non aveva il parametro e l’ha stimato; ora, per l’altro Dpcm dice che non si può fare ciò che ha fatto.</p><p>La logica di Tango è un po’ ballerina. Dai magistrati ci si aspetta  rigore logico e maggiore rispetto della verità. Possibilmente anche della stampa.</p>]]></description>
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				<title>Youssef Siher stratega social della rivoluzione delle Adidas e dei saccheggi? Molti dubbi</title>
				<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 18:47:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sarà perché ci mandò gentilmente un curriculum e&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2022/04/11/news/il-pakistan-ha-un-nuovo-primo-ministro-ma-e-una-vecchia-conoscenza--150227">un pezzo sul Pakistan</a>, dicono agli Esteri mica male; sarà per la testimonianza a completo discarico del suo prof., pieno di stima per il poliglotta non radicalizzato altro che negli studi; sarà per il linguaggio accusatorio un po’ confuso degli amici pm milanesi, e sopra tutto per la nostra ignoranza specifica dei bassifondi del caso, di cui ci scusiamo e preveniamo il lettore, ma alla fine <b>non c’è da star così sicuri che questo</b> <b>Youssef Siher sia la primula Pal </b>o il super Fratello musulmano, insomma lo stratega da sogno che “sa come usare Telegram”. Ce ne saranno un paio di milioni così esperti, sospetto, da farsi incastrare come ideatori e organizzatori social della rivoluzione delle Adidas e dei saccheggi. Non si vede bene  l’uomo che sfidò a mani nude la Repubblica nel suo cuore commerciale facendo tremare baracca burattini e bottega. Attenzione a non rimediare una brutta figura, e non sarebbe la prima volta. I servizi e le polizie fanno il loro dirty job, mescolano dati di diverso peso e di controversa qualità, indicano prede, segnalano piste, e meritano tutto il nostro rispetto, perché quando ci prendono ci prendono, eccome. Ma non sempre è così. Succede di andare di fretta, di fermarsi alla prima stazione di posta per riprendere fiato, e può accadere di scambiare per congiurati della peggior specie salafita una coppia di bresciani che merita tutta la riprovazione della gente sana di mente, che non ama le scorribande e le piantine social per orientarsi nel simulacro grottesco di guerriglia urbana intervenuto a molestare un weekend milanese scarso di altri eventi e aperitivi, <b>ma alla fine potrebbero rivelarsi soltanto dei furbacchioni pro Pal, attizzatoi in ghingheri della rivolta antisraeliana così di moda</b>, e ce ne sono a frotte, mescolati alla folla desiderante, che cercano di strumentalizzare l’ennesimo fatto derivato dal malessere sociale, mettendo magari radici antigenocidarie alla Barona ma all’occasione pullulando nelle meglio università e nei licei.&nbsp;</p><p>Siher ha una faccia da schiaffi, forse, ma non più di questo, non sembra peggio di Ginevra Bompiani, per dire. <b>La documentazione che eventualmente lo incastri deve essere inoppugnabile, la galera non si richiede con leggerezza,</b> per uno della bassa bresciana venuto dal Marocco, e per sua moglie mediatrice culturale, così è detto e sottoscritto. Per esempio l’espressione usata dall’esimio dottore Viola e dai suoi colleghi, che identifica Siher come “mente del canale social 17 ottobre”, specie se associata come definizione all’idea di una eccezionale expertise nell’organizzare rivolte di piazza tali da “poter sviluppare una strategia rivoluzionaria”, bè, <b>manco fosse un redivivo Toni Negri, o un Karl Radek, uno Zinoviev, un Trotzkij,</b> l’impressione è che siamo allo stadio prenatale di un certo analfabetismo politico-insurrezionale. Pietro Calogero ne ha sbagliate parecchie ma la sapeva lunga, e le notti dei fuochi dopo la retata famosa del 7 aprile comunque ebbero un termine. Non so se messo in gabbia un tipetto come Siher possiamo ottenere la garanzia che gli adolescenti inquieti del 17 ottobre, emuli dei liceali parigini e dei casseur di tutta la Francia, per i prossimi weekend se ne staranno tranquilli a casa in mancanza di Telegram. Alimentare l’impressione che con la strana coppia si sia schiacciata la testa del serpente, pensando agli occhialoni del bresciano superistruito e supermanipolatore, ma non si sa se più di questo, potrebbe essere sommamente imprudente.</p>]]></description>
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				<title>La violenza senza meta dei ragazzini. Parla Recalcati</title>
				<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:18:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Nicola Mirenzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Massimo Recalcati</b> aveva diciassette anni quando in Italia esplose il movimento del Settantasette e, insieme alla sua generazione, si trovò a tu per tu con la violenza politica. “<b>Oggi non provo nessun tipo di solidarietà per quei ragazzini che sfasciano le vetrine dei negozi, assaltano le vie del centro, devastano le città</b>. La mia profonda solidarietà è invece per i ragazzi che sono scesi in piazza per il diritto alla casa, all’istruzione, contro il carovita, per il lavoro. Ma anche per i poliziotti che si trovano a proteggere le nostre città in una condizione di evidente disparità di forze, e che una parte della sinistra fatica a difendere perché conserva ancora il pregiudizio ideologico che identifica la ‘divisa’ con il potere e i suoi abusi”.</p><p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/massimo-recalcati_36939">Psicoanalista di scuola lacaniana, scrittore, intellettuale pubblico</a>, da qualche tempo Recalcati si è trovato ad affrontare un corpo a corpo con una parte del proprio mondo politico-culturale, ovvero la sinistra che definisce “autoritaria”. Ha chiesto alle piazze pro Pal perché dimenticassero sistematicamente di menzionare la sorte degli ostaggi rapiti da Hamas, ha denunciato il rischio di un “nuovo oscurantismo” sessuale portato avanti sotto i vessilli progressisti delle ideologie identitarie, ha infine chiamato in causa i cattivi maestri delle vecchie generazioni per la violenza che si è scatenata nelle manifestazioni e nei saccheggi.</p><p>“<b>Non trovo mai corretto in una democrazia tentare di legittimare la violenza né tantomeno provare a politicizzare il teppismo di questi ragazzini</b>. La loro violenza è chiaramente pre-politica e pre-ideologica. Mi sembrano piuttosto ipnotizzati dai social, dai marchi, dai loghi. Non sostengono nessun discorso, nessuna critica reale dell’esistente. La loro è una violenza erratica, senza meta che non sia quella dell’assimilazione conformista ai simboli della vita di successo. E’ un’operazione di malafede intellettuale considerarla l’espressione di una conflittualità politica”.</p><p>Secondo Recalcati <b>non si può però negare che esista anche una “violenza sociale”</b>, una “divaricazione sempre più grande tra chi possiede molto e chi non possiede nulla, un’emarginazione economica che colpisce le persone più deboli e le fasce sociali più fragili, un abbandono delle periferie delle città a un destino senza avvenire. Il problema è quello di riuscire a dare una giusta rappresentanza politica a questo disagio che però non può essere quella della violenza che si infiltra metodicamente nelle manifestazioni politiche. Perché, <b>all’origine di questa violenza, c’è una profonda regressione ideologica</b>. Ne sono ai miei occhi una testimonianza significativa l’antifascismo antidemocratico e, più di recente, il movimento pro Pal nelle sue forme estremistiche”.</p><p>Per raccontare il fascismo degli antifascisti Recalcati tira fuori dalla memoria gli episodi in cui è stato impedito a studenti di destra di prendere la parola all’università per il solo fatto di essere di destra. Ma, in maniera ancora più eclatante, la regressione ideologica risulterebbe evidente “ogni volta che si confonde la destra politica, cioè Giorgia Meloni e il suo governo legittimamente eletto, con il fascismo o il neofascismo. E’ una tipica attitudine fascista quella di contestare la legittimità della democrazia parlamentare. Il dibattito politico allora regredisce verso un’appartenenza ideologica che impedisce una giusta conflittualità per diventare un rigido posizionamento etico, un aut aut senza mediazioni possibili che ritiene la destra ontologicamente fascista e dunque senza un vero diritto di governare il nostro paese”.</p><p>A questo retaggio classico, negli ultimi anni si è aggiunta – secondo Recalcati –&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/10/26/news/nelle-piazze-lintifada-globale-se-allargata--411639">la comparsa, all’interno del movimento per l’indipendenza della Palestina, contro la guerra a Gaza, di una componente estremista</a>. “Non riesco a dimenticare un video in cui dei bambini, in una piazza di Firenze, inneggiavano alla distruzione dello Stato d’Israele. Chi aveva insegnato loro quegli slogan? Ebbene, penso che quei bambini somiglino molto ai teppisti che hanno devastato i negozi a Milano: sono figli di uno stesso fallimento educativo”. Ed è in questa regressione ideologica, in cui la parola non trova più posto per esprimere e articolare il dissenso, in cui non c’è più spazio per l’esercizio democratico del conflitto, che crescono le occasioni della violenza.</p><p>“E’ questo per me il ponte che unisce la violenza ideologica a quella pre-ideologica dei ragazzini che mettono a ferro e fuoco le nostre città. In entrambi i casi la legge della parola, che è a fondamento di ogni democrazia, viene calpestata. La violenza, infatti, non parla. Nel ‘77 noi ce l’avevamo con il sistema. Rifiutavamo i valori borghesi. Contestavamo il centro dalla periferia. Invece oggi quei ragazzi che hanno saccheggiato Milano vengono dalla periferia ma vorrebbero essere come i loro coetanei del centro. E’ per questo che spaccano le vetrine e derubano i negozi: per poter indossare le stesse scarpe, gli stessi abiti firmati, gli stessi accessori che hanno loro. E’ una violenza scatenata dall’effimero. Una violenza che aspira a un’assimilazione al sistema più che al suo rovesciamento”.</p><p>A Roma, nel 1977, gli autonomi cacciarono dalla Sapienza il capo della Cgil, Luciano Lama, a colpi di bastone, sfidando il servizio d’ordine del sindacato. Erano i figli che uccidevano simbolicamente il padre, giovani rivoluzionari contro vecchi comunisti, puro Edipo politico. “Il Sessantotto prima e il Settantasette dopo hanno liquidato giustamente la figura sadicamente autoritaria del padre-padrone. Ma di fronte all’attuale crisi del discorso educativo sarebbe un errore rimpiangere nostalgicamente quella figura. Quello di cui avremmo bisogno oggi non è la restaurazione del padre del patriarcato ma la testimonianza di un principio paterno possibile, capace di dare alla legge un senso umano. Penso a Sergio Mattarella. Il rispetto politicamente trasversale per la sua parola dipende dal fatto che egli sa incarnare autenticamente quel principio di cui avvertiamo la necessità”.</p><p>Servirebbero più padri come lui a questi giovani violenti e teppisti, a questa generazione? “Servirebbe qualcuno che gli dicesse che non tutto è possibile, che non puoi fare tutto, non puoi godere di tutto, non puoi essere tutto. Il principio paterno è il principio dell’impossibile. Ma introdurre il limite non significa reprimere, non significa fustigare la vita. Significa piuttosto dare al desiderio la possibilità di esistere. La cosa che mi colpisce di più in questa nuova generazione – lo dico come psicoanalista – è la perdita di importanza dell’Eros, è il declino del grande tema dell’amore e del sesso che erano invece il centro delle nostre vite di adolescenti. Siamo ora di fronte a una disinibizione della pulsione senza desiderio. Sono ragazzi affamati di oggetti. Vivono in una sorta di scrolling libidico continuo. Dovremmo considerare a fondo anche le nostre responsabilità educative: quale senso della vita abbiamo trasmesso ai nostri figli?”.</p>]]></description>
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				<title>Che cosa pensano i miei studenti dei fattacci brutti di questi giorni a Milano</title>
				<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 09:48:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Andrea Atzeni</author>
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				<description><![CDATA[<p>La scuola ha qualcosa a che fare coi&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/10/21/news/la-cagnara-dei-bambini--411177">recenti fatti di Milano</a>? Sì e no. Sì, a quanto leggo, per l’età scolastica di gran parte dei responsabili dei comportamenti più estremi. No, se penso alla scuola nella quale insegno, dove gli studenti credono ancora nella scuola o perlomeno non la vedono come un luogo di oppressione da abbattere, mentre quei ragazzi si direbbe non frequentino i licei del centro. Forse comunque ogni comunità scolastica è un po’ coinvolta, è un osservatorio privilegiato e avrà qualcosa da dire.</p><p>Provo allora a interpellare a sorpresa gli alunni di una mia classe. Alcuni di loro sono già maggiorenni, agli altri poco manca. Come campione rappresentativo non è granché, ma non ho nulla di meglio. Sebbene prendano la parola in pochi, anzi in poche (i maschi devono essere più propensi all’azione), riescono a riproporre tutte le principali posizioni già sentite pubblicamente in questi giorni. Si direbbe lo facciano per imitazione (dei social, soprattutto), recitano una parte che si sono assegnati, risultano perciò goffamente caricaturali e proprio per questo esemplari. <b>Prevalgono i simpatizzanti o perlomeno gli indulgenti, magari per semplice affinità generazionale</b>. Dapprima tutti condannano ritualmente le devastazioni e insieme tutti devotamente sostengono la bontà degli intenti della mobilitazione. Un’alunna riferisce che era lì sua sorella in persona, che sembra l’equivalente del proverbiale cugino o cognato d’Italia,<i> auctoritas</i> e <i>opinion maker</i> del cittadino medio nostrano. La sorella insomma avrebbe identificato subito i facinorosi, del tutto estranei, <i>ictu oculi</i>, al corpo maggioritario dei mansueti dimostranti.<b> Qualcuno soggiunge sommessamente che in ogni caso un po’ di forza è necessaria, se la protesta vuol farsi sentire</b>. <b>Saccheggiare i negozi, no, mi risponde un’altra, però assalire la polizia sì</b>. La sorella sovviene di nuovo: avrebbe visto, sempre coi suoi stessi occhi, la polizia che arrestava a caso dei manifestanti pacifici per poi caricarli sui propri mezzi, così, senza alcun motivo: a quel punto, e solo a seguito di tali rapimenti sudamericani, è normale che la gente esasperata reagisca all’evidente sopruso, pure con le brutte maniere. L’alunno borbottante riprende coraggio e proclama solennemente che, a prescindere dalle provocazioni, mai nella storia si è ottenuto alcunché senza la violenza. Altre alunne concordano che in Francia e poi in Russia c’è voluta la rivoluzione, e che persino il sesso debole ha ottenuto il diritto di voto solo usando le maniere forti. Vanamente domando quale forma di aggressività avrebbe garantito il voto alle italiane. Chiedo, di nuovo senza esito, quali sarebbero stati esattamente i positivi traguardi delle citate rivoluzioni. Men che meno riesco a ottenere un qualche conteggio approssimativo delle vite umane sacrificate a tanta gloria. Rintrona invece il silenzio dei più, il tipico mutismo della maggioranza.</p><p>Non poteva palesarsi in modo più plateale la vanità di tutti i discorsi meccanicamente ripetuti in ogni scuola di ogni ordine e grado a favore della legalità, dei diritti, del costituzionalismo, della democrazia (la cui unica autentica giustificazione sta proprio nella capacità di produrre cambiamenti in modo pacifico). Al di là del resto, è evidente il totale fallimento dell’educazione civica e di tutti i progetti didattici affini, con o senza volontari ed esperti al seguito. Qui al liceo gli studenti da me interpellati non si sono ancora imbattuti in chi disse che la violenza è la levatrice della storia né in chi chiosò che la rivoluzione non è un pranzo di gala, eppure hanno già acriticamente fatto propri quei dogmi. Non hanno ancora studiato né la Rivoluzione francese né quella russa, tantomeno hanno esaminato guevaristi, maoisti, sandinisti, mau mau e fedayn. E tuttavia sarà ben arduo azzardarsi a scalfire i loro miti e pregiudizi, dopo, in conclusione del loro percorso scolastico, mentre per la legge saranno a tutti gli effetti adulti bell’e fatti. Non può dunque non stupire, per converso, il valore da loro assegnato a liste eterogenee di puerili pensierini: quanto sarebbe bello un mondo senza guerre, problemi climatici e carovita! Sulla base di simili piattaforme o di altre espressioni di vago malessere, non ci sarebbe di meglio da fare che un bel corteo, meglio ancora se accompagnato da qualche atto vandalico. Può lasciare sgomenti poi l’implicita fiducia nell’onnipotenza dello stato: le istituzioni, solo che fossero disposte a dare ascolto a ogni malcontento, disporrebbero della bacchetta magica atta a placarlo. In fondo non è nulla di diverso da quanto ripete certa propaganda, dove però, a ben vedere, sono gli adulti a scimmiottare pateticamente le aspettative infantili al cospetto dei genitori.</p>]]></description>
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