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		<title>Cronaca</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:00:15 +0200</pubDate>
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				<title>Più che i social, bloccate i coltelli</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 20:15:00 +0200</pubDate>
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												<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>In una scuola del quartiere romano di Centocelle,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/bandiera-bianca/2026/09/18/news/evviva-ricomincia-la-scuola-con-un-tradizionale-accoltellamento-di-una-prof--408002">un allievo di 13 anni ha aggredito la sua professoressa</a>, prima con gas urticante e poi con un coltello. Si pensa che si tratti di una vendetta per aver ricevuto l'anno scorso dei "debiti" in due materie, che avrebbe dovuto riparare nei prossimi giorni, non proprio una motivazione da scatenare odio violento; <b>ma sembra anche che il ragazzo intendesse immortalare il suo gesto per i social</b>.</p><p>Fortunatamente le condizioni della docente non sono gravi, ma questo naturalmente non rende meno grave l'accaduto. Impressiona la mentalità del ragazzo, che grazie all'impunità che gli è garantita dalla giovane età, pensava di compiere un atto da mostrare con orgoglio; fa anche riflettere il fatto che una evidente e così rilevante anomalia <b>della personalità non sia stata in qualche modo avvertita dalla famiglia né dal sistema scolastico in precedenza</b>.</p><p>Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, oltre a esprimere solidarietà alla insegnante, insiste sulla necessità di "impedire ai minori di 15 anni l'accesso a social e canali pericolosi". <b>Ma il ragazzo, oltre alla telecamera, era in possesso di un coltello e di una bomboletta di gas, ed è su questo che forse bisognerebbe concentrarsi di più</b>. Ci sono norme che consentono di installare metal detector all'ingresso delle scuola appunto per evitare che vengano introdotte armi o altri oggetti pericolosi. Perché non si è provato a installarli a Centocelle (e in quasi tutte le altre scuole)? I soliti soloni delle buone intenzioni ci spiegheranno che non servono le restrizioni ma un'educazione ai valori e così via.</p><p>L'educazione è lo scopo primario della scuola, è ovvio, ma questo non può far dimenticare che esiste una minoranza, speriamo ristretta, di giovani che invece vedono nella violenza il valore di riferimento. <b>Servono strumenti concreti e immediatamente operativi. Poi, una volta che sono entrati a scuola senza coltelli in tasca, l'educazione farà quel che può per convincerli a seguire strade migliori</b>.</p>]]></description>
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				<title>Ranucci smentisce la foto di un bacio con Boccia. &quot;Fatta con AI&quot;. E lei minaccia azioni legali</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 13:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Altra falsità dei giornali di Angelucci, il parlamentare più assenteista d'Italia. Oggi Libero, ripreso da Open di Mentana e Franco Bechis, detto 'Fosca' parla di una foto proveniente da uno scatto di investigatori o servizi segreti, in merito a un presunto bacio tra me e Maria Rosaria Boccia. <b>È una fake e la foto a cui fanno riferimento, che ho recuperato dalla chat, è stata evidentemente realizzata con Intelligenza artificiale</b>". Lo ha scritto Sigfrido Ranucci su Facebook, dopo che alcuni giornali hanno ripreso la notizia di un presunto bacio con&nbsp;l'imprenditrice, immortalato addirittura da una foto. "Giusto per farvi capire cosa state finanziando con il vostro denaro pubblico", ha aggiunto il giornalista. "Il direttore è Sallusti, graziato dal carcere, che ha chiesto e ottenuto con FdI, la sospensione delle repliche estive di Report. Il governo su questo uso della stampa tace".&nbsp;</p><p>Sul punto è intervenuta anche la stessa Boccia, tramite il suo legale. "Nella giornata odierna procederemo nelle competenti sedi giudiziarie nei confronti della signora Natalia Potenza, del quotidiano Libero e del giornalista Giacomo Amadori, in relazione alle dichiarazioni e ai contenuti pubblicati nell'edizione odierna", si legge in una nota dell'avvocato Francesco Di Deco. "Contestiamo nel modo più categorico l'esistenza e la veridicità della fotografia descritta nell'articolo, nei termini in cui viene rappresentata, e ogni ricostruzione idonea a far ritenere che tra la mia assistita e Sigfrido Ranucci vi siano stati incontri o rapporti della natura insinuata dalla pubblicazione. <b>Preciso, inoltre, che negli ultimi due anni gli incontri tra la signora Boccia e Sigfrido Ranucci sono sempre avvenuti in presenza di altre persone e mai da soli</b>. Sarà richiesto all'Autorità giudiziaria di accertare ogni eventuale responsabilità derivante dalla pubblicazione e diffusione di tali contenuti. Analoghe iniziative saranno valutate nei confronti di chiunque dovesse riprendere e rilanciare le medesime affermazioni, ove ne ricorrano i presupposti di legge", ha concluso.</p><p>Il bacio è smentito, ma il rapporto fra i due è sempre stato solido. Nella copertina di "Guai a chi lo tocca. Io, Sigfrido, le tempeste" (il nuovo libro di Maria Rosaria Boccia) l'imprenditrice è ritratta insieme a un Sigfrido Ranucci in versione Superman. "Nel 2024 ero io quella osservata, raccontata, giudicata e spesso interpretata dagli altri, mentre Sigfrido faceva il suo mestiere e mi poneva domande; nell'estate del 2026 ho visto l'amico trovarsi, con tutte le differenze del caso, dall'altra parte della lente", ha detto Boccia in una nota di ieri, presentando il suo libro.</p>]]></description>
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				<title>Caravaggio, la pioggia e la zuppa. Quel vetro che difende dal clima e da chi protesta per il clima</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 11:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Giovedì pomeriggio su Firenze sono caduti più di 45 millimetri di pioggia in un'ora. <b>Agli Uffizi l'acqua si è infiltrata sotto il lucernario della sala che ospita sette dipinti del Seicento, tra cui il </b><b>Bacco</b><b> di Caravaggio. Gli schizzi hanno raggiunto il vetro esterno della teca che protegge il dipinto</b>. Il museo ha fatto sapere che, dopo le verifiche, nessuna delle opere ha riportato danni. La sala è stata riaperta stamattina.</p><p>Quelle teche hanno una storia che precede di molto il clima impazzito. Nei musei le lastre trasparenti davanti ai capolavori sono arrivate per difenderli dagli uomini, oltre che dalla luce, dalla polvere, dagli urti e dagli incidenti. La Gioconda, per esempio, fu colpita nel 1956 prima da un sasso e poi da un attacco con acido. Sopravvisse, ma non senza conseguenze.</p><p>Negli ultimi anni, però, i vetri dei musei sono diventati anche il bersaglio di una nuova categoria di visitatori: gli attivisti per il clima. <b>Nel luglio 2022, proprio agli Uffizi, tre attivisti di Ultima Generazione si incollarono con le mani al vetro della </b><b>Primavera</b><b> di Botticelli</b>. Nell'ottobre dello stesso anno, alla National Gallery di Londra, due militanti di Just Stop Oil, al grido di "Cosa vale di più, l'arte o la vita?",&nbsp;lanciarono zuppa di pomodoro contro i Girasoli di Van Gogh. Il quadro era protetto da un vetro e non riportò danni.&nbsp;Pochi mesi prima, al Louvre, un giovane aveva lanciato una torta contro la teca della Gioconda, chiedendo ai visitatori di pensare alla Terra. Anche lì il vetro aveva parato il colpo. La zuppa, la torta, la colla: le opere nei musei iniziano così a essere utilizzate come bacheche pubbliche. E quelle barriere trasparenti, intrinsecamente invisibili, diventano il punto in cui la protesta si fa vedere.&nbsp;</p><p>Dettaglio curioso: nel dipinto, Caravaggio ha messo in primo piano un calice di vino e una caraffa trasparente. Nel riflesso della caraffa gli studiosi hanno individuato quello che potrebbe essere un minuscolo autoritratto del pittore al cavalletto. Un'immagine dentro l'immagine, un uomo riflesso in un oggetto che sembra quasi non esserci. Quattrocento anni dopo, un altro vetro ha fatto da confine tra Caravaggio e il mondo.</p><p><b>Giovedì,&nbsp;quel diluvio universale evocato dagli attivisti attraverso fotografie, slogan e provocazioni spettacolari è arrivato davvero dentro uno dei musei più importanti del mondo, anche se in dose omeopatica</b>. Coincidenza suggestiva, che accompagna una lezione meno romantica. La minaccia climatica al patrimonio culturale è concreta. Una bomba d'acqua può entrare in un museo, mettere a rischio le opere e rendere evidente la fragilità di edifici costruiti in epoche in cui i fenomeni atmosferici avevano un'altra intensità. Stavolta è bastata una teca, ma ciò non significa aver messo in sicurezza il museo.&nbsp;A Palazzo Pitti, intanto, l'acqua è arrivata sui pavimenti della Galleria Palatina e della Galleria d'arte moderna. Nei musei, la conservazione è fatta anche di manutenzione, controlli, interventi tempestivi e protocolli. Sono attività poco fotogeniche, che non producono immagini virali e non finiscono sui cartelli delle manifestazioni. Ma è anche attraverso quelle attività che un capolavoro attraversa il tempo. Da qualche parte prima o poi bisogna cominciare. Magari da un lucernario.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Proiettili e minacce al ministro Valditara. Meloni: &quot;Vile atto intimidatorio&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 11:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Una busta contenente un proiettile e una lettera con frasi minatorie, indirizzata al ministro Giuseppe Valditara, è stata recapitata nei giorni scorsi al ministero dell'Istruzione e del Merito a Roma.</b> Il portavoce del ministro fa sapere che "è stata sporta ieri denuncia agli organi di polizia" - che indagheranno ora sull'accaduto - e che a suo avviso "si tratta di un gesto di uno squilibrato, essendo il testo farneticante".</p><p>Appena diffusa la notizia, la premier Giorgia Meloni ha dichiarato: "Esprimo la mia piena solidarietà e quella del governo al ministro Giuseppe Valditara per le gravi minacce ricevute. <b>Un proiettile e una lettera minatoria sono vili atti intimidatori che non possono trovare spazio in una democrazia.</b> Confidiamo nel lavoro delle Forze dell'ordine per fare piena luce sull'accaduto e in una condanna netta e unanime da parte di tutte le forze politiche".</p><p>Solidarietà e vicinanza sono state espresse anche dagli altri membri del governo. "Esprimo la mia solidarietà al ministro Valditara. Se qualcuno pensa di fermare la nostra azione di governo con le minacce e la violenza si sbaglia di grosso. Mando un abbraccio a Giuseppe, sono certo che non si farà intimidire", ha scritto su X il vicepremier e ministro degli Esteri <b>Antonio Tajani</b>.&nbsp;"Un ministro della Lega che in questi anni ha rimesso al centro la scuola, gli studenti e chi ogni giorno ci lavora, arrivando a rinnovare tre contratti del comparto Scuola in una sola legislatura. Nessuna minaccia e nessuna intimidazione fermeranno il suo lavoro. Avanti, Giuseppe!". Lo ha scritto in un post su X il vicepremier e ministro dei Trasporti&nbsp;<b>Matteo Salvini.</b></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Più di un morto sul lavoro su quattro perde la vita nel tragitto, dove la sicurezza dipende dalle strade</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 11:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Enrico Cicchetti</author>
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				<description><![CDATA[<p>Enrico Vacca aveva 45 anni e suonava il violino nell’orchestra del Teatro Petruzzelli di Bari. La mattina del 4 settembre è stato travolto da un camion mentre pedalava all’incrocio tra via Alberotanza e corso De Gasperi,&nbsp;di ritorno da una prova,&nbsp;ed è morto poco dopo in ospedale. La polizia locale sta ancora ricostruendo la dinamica, ma l’<a href="https://cadutisullavoro.blogspot.com/" target="_blank">Osservatorio indipendente di Bologna</a>&nbsp;curato da Carlo Soricelli lo ha già inserito nel suo memoriale, tra i morti in itinere. Per quel conteggio, e anche per la legge se l’Inail riconoscerà l’infortunio, è un morto sul lavoro.&nbsp;</p><p><b>Il suo nome è tra i mille registrati dall’Osservatorio da gennaio di quest</b><b>’</b><b>anno</b>. La soglia è stata superata martedì, e oggi il quotidiano Avvenire l’ha messa in pagina indicando un colpevole: gli appalti a cascata. Il racconto è quello consueto, fatto di cadute dalle impalcature e trattori ribaltati.&nbsp;Tutto vero. Storie come quella di Enrico Vacca, però, restano fuori dal racconto.&nbsp;<b>Secondo i&nbsp;</b><a href="https://www.ildiariodellavoro.it/inail-nei-primi-7-mesi-crescono-gli-infortuni-del-53-in-calo-i-casi-mortali-del-2/" target="_blank">dati provvisori dell’Inail</a><b>, nei primi sette mesi del 2026 le denunce di morte in occasione di lavoro sono state 422</b>, dieci in meno dello stesso periodo dell’anno scorso. <b>Quelle in itinere, cioè avvenute lungo il tragitto casa-lavoro, sono state 160, contro le 168 del 2025. Fanno più di un morto su quattro,&nbsp;</b>una quota rimasta quasi identica dal 2019. L’Osservatorio di Bologna, che usa criteri più larghi e conta anche i lavoratori non assicurati, conta 197 vittime in itinere su 1.002.</p><p>È un dettaglio che tende a perdersi nel dibattito pubblico.&nbsp;<b>Il conteggio dei morti sul lavoro</b><b>, ripetuto a ogni nuovo incidente, tiene insieme chi cade da un ponteggio e chi viene investito sulle strisce alle sette del mattino. Nel primo caso ci si chiede chi dovesse vigilare sul cantiere, nel secondo contano più la sicurezza dell’incrocio e la velocità delle auto</b>.</p><p>L’Inail conta i morti in itinere come morti sul lavoro perché la legge li tutela in modo specifico. Dal 2000 l’infortunio in itinere è coperto come quello in azienda, purché il percorso sia quello abituale e l’uso dell’auto privata sia necessario, mentre per chi va in bicicletta la copertura vale sempre, dal 2015. La scelta assicurativa è sensata, ma ha un effetto sul dibattito: nello stesso totale finiscono morti con cause e rimedi diversissimi. Sul tragitto il datore di lavoro ha poche leve, perché gli obblighi del Testo unico sulla sicurezza, di norma, si fermano ai confini dell’azienda (a meno che il trasporto lo fornisca la ditta stessa). Nel caso del violinista del&nbsp;Petruzzelli, per dire, le ispezioni e la patente a crediti nei cantieri non avrebbero cambiato nulla.&nbsp;<b>Quelle morti si prevengono con altri strumenti:&nbsp;strade, incroci e piste ciclabili più sicuri, regole di circolazione, controlli, un trasporto pubblico che offra un'alternativa all'auto a chi lavora su turni.</b>&nbsp;Molti di questi strumenti <b>non riguardano tanto il ministero del Lavoro quanto quello delle Infrastrutture e dei trasporti</b>, che scrive il codice della strada e ripartisce i fondi per il trasporto pubblico locale. La competenza, poi, è condivisa: i controlli spettano alle forze dell’ordine, buona parte della rete stradale a regioni, province e comuni. Regole e risorse, però, partono da lì, e il nuovo codice della strada in vigore dal dicembre 2024 mostra che su quel fronte il governo può intervenire.</p><p>I dati sulla sicurezza stradale dicono quanto la questione sia aperta. <b>Nel 2025, secondo Istat e Aci, i morti sulle strade sono stati 2.868, il 5,3 per cento in meno dell’anno precedente, mentre gli incidenti sono aumentati del 2,2 per cento. L’Italia resta lontana dall’obiettivo europeo di dimezzare vittime e feriti gravi entro il 2030</b>. E le vittime crescono proprio tra chi si muove in bicicletta, in bici elettrica o in monopattino e tra chi guida un autocarro: <b>i mezzi di molti pendolari e di chi sulla strada ci lavora</b>. L’Asaps, l’associazione degli amici della Polizia stradale,&nbsp;<a href="https://www.asaps.it/83909-analisi_dei_dati_istat-_aci_incidenti_stradali_2025__calano_le_vittime_ma_l_ital.html" target="_blank">chiede</a>&nbsp;un “piano Marshall dei controlli”.</p><p>Poi ci sono i lavoratori per cui la strada è il luogo di lavoro. Soricelli conta quest’anno 136 autotrasportatori morti, spesso per un malore alla guida. I criteri dell’Inail sono più restrittivi e i due conteggi divergono. Ma indicano comunque la stessa direzione: una parte consistente della sicurezza sul lavoro si gioca sull’asfalto.</p><p>Martedì prossimo l’Inail&nbsp;<a href="https://www.inail.it/portale/it/inail-comunica/eventi/evento.2026.09.presentazione-della-relazione-annuale-inail-2025.html" target="_blank">presenterà la relazione annuale</a>&nbsp;alla presenza della ministra del Lavoro, Marina Calderone. Si parlerà di cantieri e di appalti, ed è giusto. Per un morto sul lavoro su quattro, però, la discussione andrebbe spostata a Porta Pia.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>I fuori pista di Ranucci su quella visita a casa Lavitola</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ma Sigfrido Ranucci ci è o ci fa? E’ poco lucido o depista? Non capisce quali sono le domande o fornisce deliberatamente risposte sbagliate per disorientare l’opinione pubblica?</p><p>Nelle varie uscite del tour promozionale del suo libro, l’ex conduttore di Report viene ripetutamente sollecitato a rispondere ai tanti dubbi che circondano la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/08/news/liberta-o-quantomeno-i-domiciliari-per-lavitola--406855">“bomba d’amore” piazzatagli dal suo amico Valter Lavitola</a>&nbsp;e ai colpi di scena che emergono dalle indagini. Ma <b>le risposte, troppo spesso, sono fuorvianti o palesemente false. </b></p><p>Questa inclinazione è divenuta  più evidente dopo la comparsa sulla scena di <b>Natalia Potenza, l’ex compagna argentina di Lavitola, che ha deciso di prendere le distanze dal padre dei suoi figli dopo aver scoperto il suo tradimento</b> con una donna brasiliana e di raccontare tutto ciò che sa sugli affari di “Valterino”. La prima rivelazione di Natalia Potenza, riportata da Libero  prima che la donna venisse ascoltata dai pm, è <b>l’esistenza di una chat (fino ad allora segreta) tra lei e Laura Cianfoni (la “fidanzata” o “collaboratrice” di Ranucci</b>, a seconda delle versioni) nella notte del 4 luglio, subito dopo la perquisizione in cui Lavitola ha scoperto di essere indagato in qualità di mandante dell’attentato all’amico.&nbsp;</p><p>In quella chat, avvenuta nelle stesse ore in cui Ranucci e Lavitola parlavano attraverso un’app criptata del possibile alibi di Lavitola, l’amica di Ranucci inviava alla compagna di Lavitola  l’ordinanza di arresto degli esecutori materiali dell’attentato nei confronti del giornalista e altri messaggi in cui era evidenziato il nome di “Corrado” come possibile responsabile dell’attentato (si è poi chiarito che quest’uomo non esiste, ma era un refuso nella trascrizione delle intercettazioni). Un’impostazione completamente diversa dalla ricostruzione (che si è dimostrata vera) degli inquirenti.</p><p>Ebbene, la prima reazione di Ranucci alla notizia è stata negare tutto. “Non c’è nessuna chat, sono tutte cazzate”, ha commentato il giornalista alla festa di Avs. Ma siccome quei messaggi esistevano, come dimostrato dalla pubblicazione degli screenshot il giorno successivo, Ranucci ha aggiustato il tiro con un post che negava la notizia confermandola. “Non esiste alcuna chat segreta tra la mia collaboratrice e Natalia, la moglie di Lavitola – aveva commentato il giornalista –. E’ stata mandata un’ordinanza già pubblica, su mia richiesta, e di sua spontanea iniziativa, un semplice messaggio di cortesia per sapere come stava. Punto, null’altro”. <b>La chat quindi esisteva e non era una “cazzata”, bensì per Ranucci non era “segreta” (anche se lo era stata fino a quel momento).</b></p><p>Lo stesso metodo viene applicato nei giorni successivi ad altre dichiarazioni della signora Potenza. Ad esempio, secondo quanto riportato da numerosi giornali, la donna ha detto ai pm che pochi giorni dopo l’attentato il giornalista ha incontrato Lavitola a casa dell’amico-attentatore. “Sigfrido Ranucci, quando è stato interrogato dai magistrati, ha omesso di dire che lui cinque giorni dopo la bomba, tutto tranquillo, come se non fosse successo niente, si era presentato per la prima e unica volta a casa Lavitola. Non era scosso perché Natalia ci ha parlato. Lui e Valter hanno lasciato i telefoni in cucina e la mia assistita li ha visti andare in giardino a parlare per una mezz’oretta. E’ tutto chiaro? Ci vuole uno scienziato?”. Così ha descritto l’incontro a Libero l’avvocato della Potenza. Ranucci ha smentito, ma ancora una volta in modo equivoco. “E’ falso quanto scrive Open in merito al mio incontro con Lavitola a casa sua. Non ho lasciato il mio telefono nella cucina”, ha postato su Facebook. <b>Ma cosa vuol dire la smentita? E’ falso l’incontro o è falso che ha lasciato il telefono in cucina? E vuol dire forse che l’ha lasciato in bagno o che se l’è portato dietro? </b></p><p>Intervenendo alla festa del Fatto quotidiano, Ranucci ha poi smentito anche l’incontro: “Basta che andate a vedere che ero in tournée per sette giorni. Quindi...” ha risposto ai cronisti che, secondo quanto riporta l’Ansa, gli hanno chiesto di un incontro a casa di Lavitola dopo la perquisizione all’amico-attentatore. Ma si tratta di un altro fuori pista. Perché l’incontro, descritto dalla Potenza, è avvenuto cinque giorni dopo l’attentato del 16 ottobre 2025 (quindi il 21 ottobre) e non cinque giorni dopo la perquisizione di Lavitola del 4 luglio 2026 (e quindi il 9 luglio). <b>E quell’incontro è avvenuto con certezza stando agli atti raccolti dagli inquirenti – e rivelati da Repubblica e Fatto quotidiano –</b> che mostrano messaggi tra Lavitola e Ranucci nei due giorni precedenti per concordare l’appuntamento: il 21 ottobre il tour di Sigfrido ha fatto tappa a casa Lavitola.</p><p>Non si capisce perché il giornalista continui a dare in pasto all’opinione pubblica versioni  ingannevoli o false. Di certo questa ambiguità non sarà più possibile quando Ranucci, a fine mese,  verrà ascoltato dai pm: a domande precise  dovrà dare risposte chiare.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/12/news/peter-thiel-vuole-la-mia-tessera-sanitaria-ranucci-scopre-un-complotto-globale-in-concessionaria--407378</link>
				<title>&quot;Peter Thiel vuole la mia tessera sanitaria”. Ranucci scopre un complotto globale in concessionaria</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Ma perché Peter Thiel vuole avere la tessera sanitaria di Sigfrido Ranucci?</b> E’ la domanda che si pone incessantemente, da mesi, l’ex conduttore di Report nel tour promozionale del suo libro. Anzi, come dice lo stesso Ranucci, questa faccenda della tessera sanitaria lo ha spinto a “scrivere con urgenza questo libro”, indicativo dello schiacciamento della democrazia sotto il peso dei tecno-oligarchi di destra.   Sono almeno tre mesi che da Asiago a Piano di Sorrento racconta in giro questa storia. L’ultima volta l’ha fatto pochi giorni fa, alla festa di Avs a Roma. Eccola. Praticamente, dice Ranucci,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/08/news/liberta-o-quantomeno-i-domiciliari-per-lavitola--406855">dopo la bomba d’amore che gli ha messo il suo caro amico Valter Lavitola</a>, è andato a comprare un’auto nuova. <b>E che cosa gli succede alla concessionaria? “Mi chiedono la tessera sanitaria”. </b>Questa semplice richiesta, che a una persona normale pare una banalità, al giornalista investigativo apre uno squarcio sul potere globale nell’epoca della “democrazia della sorveglianza”.&nbsp;</p><p>“Perché mi chiedono la tessera sanitaria? Io sono un dipendente, ho la mia busta paga...” si chiede Sigfrido.  Se il comune cittadino si limita a consegnare il documento per espletare le procedure burocratiche, <b>il cane da guardia del potere fiuta che c’è puzza di poteri forti</b>. E allora indaga, scava tra i documenti, vede i collegamenti, unisce i puntini <b>e... gli viene fuori Peter Thiel</b>: “Scopro che questa società che doveva vendermi la macchina aveva un contratto con Palantir”. Si tratta, come spiega Ranucci, della società di analisi di big data fondata dal venture capitalist e imprenditore tedesco-americano simbolo della tecno-destra vicina al mondo di Donald Trump.</p><p>“Peter Thiel è un genio”, dice Ranucci, narrando sinteticamente la sua parabola biografica. “Ha l’idea di creare PayPal investendo insieme a Elon Musk, poi investe su Facebook, Airbnb e LinkedIn, cioè in società che hanno a che fare con la gestione dei dati degli utenti”. Ma poi il salto di qualità. “Dopo l’11 settembre, con la scusa di combattere il terrorismo, nel 2003 crea Palantir, un’azienda che basa sulla segretezza dei dati la sua ricchezza e la sua forza. Lui è ossessionato da Tolkien e Palantir è il nome della sfera di cristallo che consente di controllare il mondo”. La descrizione dell’universo tolkieniano non è esattamente precisa, ma che c’entra tutto questo con la tessera sanitaria? Un attimo ancora.</p><p>Ranucci spiega che Thiel ha stretto accordi con il governo degli Stati Uniti per gestire i dati dei servizi segreti, della polizia, dell’Ice e poi passa ai dati della pubblica amministrazione, delle banche, delle assicurazioni e della difesa: “A che cosa servono tutte queste informazioni fatte girare su piattaforme di intelligenza artificiale? Per identificare i nemici degli Stati Uniti”. Ecco che ci avviciniamo alla tessera sanitaria. Ma c’è bisogno ancora di qualche passaggio. “E’ lui che contribuisce a identificare e far uccidere Bin Laden nel 2011, ha contribuito al genocidio a Gaza, ha contribuito a quello che è accaduto in Iran e in Libano”. <b>Ok Sigfrido, ma ancora non si è capito bene perché con tutti questi nemici nel mondo, Peter Thiel sia interessato proprio a te</b>. “Allora perché ha bisogno dei dati della mia tessera sanitaria?”. Ecco, che cosa se ne fa un tecno-oligarca? “Beh, perché il possesso delle informazioni dà potere – illumina Ranucci –. Se io vado a chiedere un finanziamento, sono uno a cui ogni tanto mettono una bomba davanti casa, ho delle patologie... magari non è il caso di finanziarmi più di tanto”.</p><p>Ecco svelato l’intrigo internazionale. <b>Peter Thiel voleva la tessera sanitaria di Ranucci per potergli  bloccare il leasing o il noleggio a lungo termine della  macchina</b>. In una pagina del suo libro “Il ritorno della casta”, in cui appunto  ripercorre il “filo nero che attraversa cinquant’anni di storia italiana”, inserendo questo “piano eversivo” all’interno di un “inquietante disegno di un nuovo ordine mondiale”, Ranucci parla di un accordo tra Stellantis e Palantir per ottimizzare le prestazioni delle automobili attraverso l’analisi dei dati di guida prodotti dai veicoli in circolazione. E si domanda: “Oggi se vai a comprare un’auto  ti chiedono a garanzia la tua tessera sanitaria. Perché?”.</p><p>Non vorremmo ridimensionare la teoria del complotto, frutto dell’intensa spremitura delle migliori meningi  del giornalismo investigativo, ma la tessera sanitaria non è a garanzia di nulla. Non è un’ipoteca. Anche perché non c’è  possibilità di escussione: <b>che succede se non paghi, la banca ti  pignora tre lettere del codice fiscale?</b>    Se il venditore ha chiesto al giornalista la tessera sanitaria è perché, banalmente,  gli serviva il codice fiscale per il contratto. Ma non c’è alcuna condivisione dei dati, tantomeno di quelli sanitari, con Palantir: Peter Thiel non saprà mai se Ranucci ha il colesterolo alto, il diabete o la prostata ingrossata.</p><p>Peraltro, per sapere che Ranucci ha amici che gli mettono le bombe sotto casa, a Peter Thiel non serve la tessera sanitaria ma basta Google. Lo stesso strumento che avrebbe dovuto usare Ranucci prima di scrivere il  libro sul nuovo ordine mondiale e sulla “democrazia della sorveglianza”: <b>con due clic avrebbe scoperto – ad esempio sul sito dell’Aci – che per immatricolare un’automobile servono un documento d’identità e la tessera sanitaria</b> (codice fiscale). A volere i dati di Ranucci non era Palantir, ma il Pra.</p>]]></description>
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				<title>Amplifon tra le migliori aziende al mondo secondo Time Magazine</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 04:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Amplifon è stata inserita ancora tra le World’s Best Companies 2026, la lista annuale con cui <i>Time Magazine&nbsp;</i>individua le migliori aziende del mondo.&nbsp;La lista è stata realizzata&nbsp;in collaborazione con Statista. Il riconoscimento, annunciato il 10 settembre 2026, conferma per il quarto anno consecutivo la presenza del gruppo italiano nella prestigiosa graduatoria.</p><p>La classifica valuta tre dimensioni: soddisfazione dei dipendenti, performance economica e trasparenza nelle politiche di sostenibilità. Parametri che, secondo Time, definiscono le aziende capaci di coniugare risultati finanziari solidi con una cultura aziendale inclusiva e una gestione responsabile.</p><p>Il riconoscimento di Time si aggiunge a una serie di certificazioni ottenute dal gruppo nel corso del 2026. Amplifon è stata infatti nominata Global Top Employer dal Top Employer Institute nelle regioni Europa, Nord America, America Latina e Asia Pacifico, oltre a ricevere la certificazione Global Leading Employer. È inoltre presente nelle graduatorie America’s Greatest Workplaces for Trust di Newsweek e World’s Most Sustainable Companies, anch’essa firmata da Time e Statista .</p><p>La presenza nella lista delle World’s Best Companies 2026 conferma dunque la traiettoria di crescita e consolidamento globale del gruppo, che negli ultimi anni ha rafforzato la propria posizione competitiva puntando su sostenibilità, sviluppo delle persone e un modello di servizio centrato sul benessere uditivo dei clienti, e che continua a&nbsp;continua a investire in innovazione tecnologica, qualità dei servizi e formazione dei propri professionisti buona parte dei ricavi annui per continuare a rimanere al top nel settore dell’hearing care.</p>]]></description>
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				<title>Addio a Emma Bonino, una vita di battaglie</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 09:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Politica</category>
				<author>Sergio Soave</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Il tratto principale della personalità di Emma Bonino è l’onestà intellettuale. </b>Si possono citare il caso della campagna, di cui fu accesa sostenitrice, di accuse di corruzione nei confronti del presidente della Repubblica <b>Giovanni Leone</b>, e la sua sincera e pubblica manifestazione di scuse quando fu chiarita l’innocenza dell’ormai ex presidente. <b>Iniziò la sua attività politica con la battaglia per la legalizzazione dell’aborto, e lo fece autoaccusandosi del reato di procurato aborto.</b> Su questo tema, che è stato centrale nelle sue battaglie, Bonino ha sostenuto posizioni estreme, che non si limitavano a chiedere la depenalizzazione dell’aborto, ma affermavano che fosse un diritto fondamentale, senza comprensione per le ragioni di chi difende la vita sin dal concepimento. Oltre alle battaglie per i diritti civili, o presunti tali, in Italia, che condusse alla guida del partito radicale insieme a Marco Pannella, promosse campagne per i diritti civili nell’Europa dell’Est, già all’inizio degli anni Ottanta, impegnandosi per l’istituzione di una <b>Corte penale internazionale</b>, che, anche sotto quella spinta, venne poi istituita. <b>Andò a Varsavia per protestare contro la dittatura del generale Jaruzelski e fu arrestata ed espulsa, e a New York</b>, per contestare una legge che proibiva la vendita di siringhe senza ricetta, si fece arrestare mentre distribuiva siringhe. S<b>i è incontrata con il Dalai Lama per sostenere, in polemica con il governo cinese, i diritti del popolo del Tibet.</b> Sempre in campo internazionale si è battuta per <b>la lotta contro la fame</b>, con iniziative di ampio rilievo, apprezzate anche da papa <b>Giovanni Paolo II, che si incontrò con lei in Vaticano. </b>Anche questo è un segnale dello spirito con cui Bonino affrontava le singole battaglie, <b>cercando intese e confronti positivi con chi condivideva l’obiettivo specifico, anche se aveva una visione generale diversa e distante dalla sua.</b></p><p>La sua battaglia contro la pena di morte, condivisa da tutte le forze politiche, la porta a rappresentare l’Italia alle Nazioni unite nella sessione dedicata alla <b>“moratoria sulla pena di morte”.</b> Nel 1994 viene eletta nella circoscrizione di Padova con il centrodestra, mentre alle elezioni europee dello stesso anno viene eletta nella lista Pannella, ma poi rinuncia al seggio europeo restando nel Parlamento italiano. Viene nominata nel 1995 dal governo Berlusconi commissaria europea e subito va a Sarajevo e Mostar, per denunciare l’impotenza dell’Europa e dell’Onu di fronte ai genocidi etnici in Bosnia-Erzegovina. Ha sostenuto anche l’intervento in Kosovo, anche in polemica con i suoi amici pacifisti. Nello stesso spirito va in Ruanda e in Somalia, in Sudan, nel Kurdistan iracheno e in Afghanistan. Nel 2001 si trasferisce al Cairo per imparare la lingua araba e apre poi una rassegna di stampa araba su Radio Radicale. Dopo la fase di convergenza con Forza Italia e quella dell’autonomia radicale, entra come ministro del commercio internazionale e degli affari europei nel governo di centrosinistra di Romano Prodi. Si occupa anche dell’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne, che diventerà legge nel 2012. Nel 2013 diventa ministro degli Esteri nel governo di Enrico Letta.</p><p>Negli ultimi anni è stata sostenitrice e talora contestatrice del movimento Più Europa, che alla fine l’ha eletta presidente.</p><p>La sua lunga vicenda politica esprime una profonda coerenza delle idee, che sono state espresse in terreni e settori politici diversi e persino opposti, espressione di una donna che pensava con la sua testa cercando di condizionare e non di farsi condizionare dagli schieramenti.</p>]]></description>
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				<title>Tutto quello che ha fatto per Lavitola, Ranucci l’ha fatto in buonafede</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 08:06:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci tante cose si sono capite, diverse sono ancora da chiarire, ma c’è una cosa su cui non si discute. Quasi un apriorismo. Ranucci è in buona fede. Tutto è chiaro nell’ordinanza di arresto del mandante della “bomba d’amore” all’“amico fraterno”: <b>“Non è emerso alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse d’accordo con Lavitola”</b>.  Ranucci andava d’accordo con Lavitola, ma non era d’accordo con Lavitola. La sua unica colpa, se così si può dire, è che è troppo buono. Una buona fede che rasenta l’ingenuità. Non la caratteristica che ti aspetti dal principe del giornalismo d’inchiesta. E invece il segugio che svela i complotti più segreti, il decrittatore dei codici del potere, secondo la gip è stato “vittima della manipolazione” di Lavitola: il titolare del Cefalù bistrò, con la sua “raffinata astuzia”, ha raggirato il giornalista investigativo.&nbsp;</p><p><b>Tutto quello che ha fatto, Ranucci l’ha fatto in buonafede</b>. Per un anno ha suggerito che per trovare i mandanti e gli autori della bomba bisognava seguire la pista della criminalità organizzata, dei servizi segreti, della politica, del traffico internazionale di armi. Niente, tutto sbagliato. Ma non c’era certo intenzione di depistare. E’ vero che agli inquirenti non ha mai parlato di Lavitola, ma come, in tutta onestà, poteva pensare che l’amico c’entrasse qualcosa?</p><p><b>La prova della buonafede sta proprio nel fatto che Ranucci neanche dopo ha creduto alle accuse a Lavitola</b>. Mentre era in corso la perquisizione, Ranucci contatta un giornalista di Report che in buonafede scrive all’indagato per strage mafiosa: “Ciao Valter, mi ha chiamato Sigfrido mi ha detto che i carabinieri sono venuti da te? ci vogliamo sentire?”. Poi, una volta che i carabinieri se ne sono andati, alle quattro di notte Ranucci parla in buonafede con Lavitola per un paio d’ore attraverso un’applicazione non intercettabile. Il giornalista d’inchiesta, essendo in totale buonafede, non pensa a registrare la conversazione con l’uomo sospettato di avergli messo una bomba per consegnarla ai magistrati. Macché. In buonafede, aiuta l’amico Lavitola a costruirsi un alibi sul perché potesse essere passato davanti casa sua per un motivo diverso dal mettergli una bomba. Sempre in buonafede, quella stessa notte, alle 5 del mattino, fa mandare dalla “collaboratrice” l’ordinanza di custodia cautelare degli autori materiali della bomba alla compagna del loro presunto mandante Lavitola. Ma Ranucci lo riteneva innocente. Credeva, in buonafede, che l’uomo da seguire fosse tale “Corrado”, a volte impersonificato nella camorra e altre nei servizi, che invece era solo un refuso nelle trascrizioni delle intercettazioni.</p><p>E la buonafede, il candore si potrebbe dire, di Ranucci è talmente evidente che Lavitola lo ha difeso anche pubblicamente. Si è detto “convinto della sua innocenza”, aggiungendo anche di essere convinto che "se pure dovessero emergere delle responsabilità, non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia". <b>Ranucci era così in buonafede che credeva anche nella buonafede di Lavitola, che gli avesse messo o meno la bomba</b>. Lavitola, invece, prima di confessare di essere stato il mandante, aveva messo tutto in fila con linearità:  “Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io, e se l’ho fatta fare io, vuol dire che l’ho fatto d’accordo con Sigfrido”. Ma su quest’ultimo passaggio non si può che credere nella malafede di Lavitola, che l’ingenuo Sigfrido non riusciva a vedere. D’altronde Ranucci si fidava anche di Clesio Gomes Tavares, il factotum di Lavitola con precedenti per traffico di droga nonché esattore spezzapollici del clan Russo oltre che ex bodyguard della tiktoker Rita De Crescenzo: “Mi dovresti prestare Gomes”, diceva in buonafede all’amico Valter a proposito di alcuni problemi professionali in Rai da risolvere.</p><p>Ma come si faceva a sospettare di quel diavolo di Lavitola? Ranucci ha detto che era diventato suo amico perché era la “scatola nera” della Repubblica e perché puntava a fare lo scoop della vita: un’intervista a Marcello Dell’Utri. E invece è  finita che Ranucci, sempre in buonafede, si è ritrovato a fare un’intervista su un giornale dello Zimbabwe per tutelare gli affari poco chiari dell’amico Valter in Africa. Sul business dei carbon credit gli aveva fatto anche una sorta di consulenza finanziaria, per evitare che l’ingenuo Lavitola si trovasse nei guai. <b>Ranucci, poco prima dell’arresto di Lavitola, aveva smosso l’ambasciata dello Zimbabwe ed era pronto a mandare gli inviati di Report fino in Africa per scovare chi volesse fregare il suo amico</b>. Era in buonafede fino a questo punto.</p><p>Ora, secondo quanto riportano i giornali, la procura sta indagando sulle cancellazioni sospette nelle chat tra Ranucci e Lavitola, sia prima sia dopo l’attentato. Ma deve essere stato il mefistofelico Lavitola. Sarebbe davvero strano se, arrivati a questo punto, i pm mettessero in dubbio la buonafede del candido Ranucci.</p>]]></description>
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				<title>Bonino ancora ricoverata. I medici: &quot;Condizioni stazionarie: è cosciente&quot;</title>
				<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 10:44:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Emma Bonino da ieri sera è ricoverata al Santo Spirito in terapia intensiva a scopo precauzionale</b>: i sanitari curanti dell'ospedale, in contatto con il medico personale di Bonino, il dottor Claudio Santini, hanno appena riferito che le condizioni, per quanto delicate, restano stazionarie. <b>La paziente è cosciente e i parametri cardiocircolatori e gli scambi respiratori sono accettabili,</b> anche se<b> </b>non ha ancora superato del tutto la crisi respiratoria.</p><p>Al momento i medici del Santo Spirito continuano a svolgere gli accertamenti del caso e a verificare la reazione alle terapie. Nella tarda mattinata di domani si terrà un consulto con Santini per valutare come proseguire le cure.</p>]]></description>
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				<title>Libertà, o quantomeno i domiciliari, per Lavitola</title>
				<pubDate>Tue, 08 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/07/16/news/lavitola-indagato-a-piede-libero-per-la-bomba-a-ranucci-parla-con-tutti-tranne-che-con-i-pm--402307">Circa un mese fa, il Foglio è stato il primo giornale a chiedere le misure cautelari nei confronti di Valter Lavitola</a>: si trattava del primo caso della storia di un indagato per strage con metodo mafioso a piede libero.</p><p>Il trattamento anomalo riservato dalla procura di Roma nei confronti dell’amico di Sigfrido Ranucci, vittima della “bomba d’amore”, non aveva alcuna logica visto che Lavitola era stato fermato mentre stava per prendere un volo per l’Africa per raggiungere il suo complice Clesio Gomes Tavares e visto che, attraverso  le sue continue interviste, Lavitola stava condizionando altre persone (tra cui lo Ranucci) e depistando le indagini. Pericolo di fuga e di inquinamento delle prove, quindi. Ora quelle esigenze cautelari non ci sono più, o quantomeno non sono più così forti.&nbsp;</p><p>Subito dopo l’arresto, avvenuto il 10 agosto con oltre un mese di ritardo rispetto alla perquisizione del 4 luglio, Lavitola ha  confessato nell’interrogatorio di garanzia di aver commissionato l’azione contro  Ranucci “per il suo bene, per consentirgli di ottenere un livello di scorta maggiore”: un attentato finto per salvarlo da uno vero. La Gip, con la condivisione della procura, ha respinto la richiesta dei domiciliari perché le dichiarazioni di Lavitola sono state ritenute “fumose, assolutamente generiche e prive qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro”. Ieri Lavitola ha confermato, arricchendola, la stessa versione ai giudici del Riesame: l’attentato era per proteggere Ranucci da un attentato.</p><p><b>Il tema, però, non è se il movente  sia “verosimile”, ma se permangono le esigenze cautelari</b>:  Lavitola ha confessato e finirebbe ai domiciliari in Basilicata, con divieto di comunicazione, da dove non può fuggire né inquinare le prove. La detenzione in carcere non è una misura che serve a estorcere una confessione né una pena anticipata per un reo confesso. Se la procura ha sbagliato (e rischiato) a chiedere l’arresto di Lavitola con un mese di ritardo, ora i giudici non farebbero una cosa giusta a tenerlo in carcere per un giorno in più.</p>]]></description>
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				<title>I 450 miliardi buttati senza comprare un solo condizionatore per le scuole</title>
				<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 13:23:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Fa troppo caldo, bisogna rinviare l’inizio dell’anno scolastico a ottobre. La richiesta è partita online ed è stata raccolta da molti insegnanti, ovviamente da alcuni sindacati e persino da tanti genitori. Tutti giustamente preoccupati per le condizioni insostenibili e rischiose per la salute psicofisica di docenti, lavoratori e alunni. Servirebbero i climatizzatori nelle aule, ma non ci sono i soldi e soprattutto non c’è tempo. Ora. Perché in passato ci sono stati entrambi, ma entrambi sono stati sprecati.</p><p><b>Quando nel 2020 c’è stato il Covid, l’Italia è stato il paese che ha chiuso le scuole più a lungo in Europa</b>: 341 giorni, rispetto a una media di 138. All’epoca, una delle discussioni più importanti era l’aerazione delle aule: portare impianti di ventilazione in tutte le scuole era un obiettivo condiviso e prioritario. E le risorse, negli anni successivi, non sono di certo state un problema. <b>Tra il Superbonus e il Pnrr sono stati spesi  450 miliardi di euro, ma non un euro è stato previsto per adeguare gli edifici scolastici all’aumento delle temperature</b>: abbiamo messo i cappotti termici alle ville al mare, ma non l’aria condizionata nelle scuole. Così allo stato attuale, su circa 60 mila  scuole, solo il 6-7 per cento ha la climatizzazione. Il ministro Valditara ha stanziato 20 milioni di euro, sufficienti   a rinfrescare appena 3-400 aule: per gli inutili  banchi a rotelle il governo Conte spese 120 milioni.</p><p>Così, dopo sei anni e 450 miliardi, la soluzione è sempre la stessa: scuole chiuse. In fondo anche ai sindacati va bene così, d’altronde tra i tanti scioperi fatti  – da Gaza al neoliberismo al climate change– non se ne ricorda uno per l’aria condizionata.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Le Brigate Ranucci: quanti giornalisti hanno rinunciato a Report</title>
				<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 20:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Carmelo Caruso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si dividono Report come la Transnistria: metà va alla Rai con Daniele Piervincenzi e l’altra metà alla redazione con Claudia De Pasquale. E’ finita con lo scambio, ma è finita? Chi poteva condurlo si è rifiutato e chi era stato scelto si è tirato indietro. Avevano paura di guidare Report o avevano paura delle Brigate&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/09/03/news/ranucci-il-marchese-del-report--406376" target="_blank">Ranucci</a>, della milizia che apre “canali di comunicazione” con la Rai e che “accetta” adesso il negoziato, la conduzione affidata a De Pasquale e Piervicenzi? Hanno declinato l’offerta Riccardo Iacona, Peter Gomez, Milena Gabanelli mentre Giulia Presutti si è fatta da parte perché sgradita, per evitare lo sciopero, il gesto dimostrativo. E’  Report o il traliccio di Giangiacomo Feltrinelli a Segrate?</p><p>Perché un editore non può scegliere chi deve mandare in video o in radio, come nel caso di Geppi Cucciari che lascia Un giorno da Pecora dopo non aver trovato l’accordo con la Rai? <b>Da quando una comunità di giornalisti seleziona il proprio direttore?</b> Report è forse una cooperativa? Salvo Sottile, altro giornalista Rai, critico con Report, è stato aggredito dalle Brigate Ranucci, prima della presentazione del suo nuovo programma, a colpi “di pezzo di merda” e “venduto”. Lo attendevano sul piazzale di via Teulada gli inviati di Report, Iovene e Bertazzoni, con la telecamera al posto del passamontagna. A Mediaset e La7 sarebbe stato consentito agli inviati di Piazza Pulita dare del “pezzo di merda” a Floris? <b>Paolo Corsini, il direttore degli Approfondimenti Rai, si è quasi dovuto scusare e spiegare che Presutti, la giovane inviata di Report, colpevole di cospirazione secondo Ranucci e la Brigata, “L’ho scelta io”.</b> Sapete al governo Meloni come chiamano la redazione di Report? La chiamano “Askatasuna” e se fosse stato per la destra si sarebbe già bonificata l’area in malo modo.</p><p>La decisione di allontanare Ranucci l’ha presa l’ad Rai Giampaolo Rossi e lo ha fatto con la decenza aziendale, ed è stato sempre Rossi, in passato, a chiedere di rendicontare le spese del programma, il solo a domandare: ma è possibile che esista in Rai un programma senza controllo, senza un direttore che vigila? <b>Quando Rossi è stato attaccato da Report, dalle Brigate Ranucci, dalle opposizioni, per aver usato la frase sul giornalismo di teorema, che diventa un cancro, i giornali d’area lo hanno lasciato sbranare.</b> Sono gli stessi giornali che inseguono Ranucci e Lavitola fino all’equatore, tra carcasse di elefanti e avorio. Solo ora che Ranucci è caduto, le Brigate Ranucci fanno un po’ meno paura. Perché direttori di quotidiani e professionisti Rai hanno rifiutato di condurre Report? Non è Ranucci a dire che meglio di Report non c’è nulla?</p><p>Prima di arrivare allo scambio Piervincenzi-De Pasquale ha rifiutato Iacona, un professionista di valore. Raccontano che Iacona, un giornalista Rai che ha dimostrato come si possono fare inchieste rigorose senza mangiare cozze, abbia detto: “Non voglio banchettare sulle spoglie di Sigfrido”. Hanno proposto a Gomez, il direttore del Fattoquotidiano.it, e anche Gomez ha risposto che “non se la sentiva”. Sia Iacona sia Gomez potevano garantire indipendenza, così come poteva garantirla Sabrina Giannini, altra inviata di Report, sgradita. Perché? La ragione è il “clima”. <b>Dopo di loro altri candidati sono stati costretti alla rinuncia perché come diceva Eugenio Montale, durante gli anni annebbiati, polvere e stelle dritte, “non si può chiedere a nessuno di essere un eroe”. Ancora, il clima.</b> Che significa questo ultimo post di Ranucci, su Sottile, l’ultimo: “La mia squadra è sempre la mia squadra”. Cosa vuole intendere? Che la controllerà a distanza? E ancora, che significa: “Spalle d’acciaio e schiena dritta”, quella squadra che “non si piega neppure di fronte all'arroganza e alle miserie di chi si sente protetto dal potere. E per proteggersi meglio ha pure bloccato i commenti sotto i suoi post”? E’ in pratica un ordine a imbrattare, inseguire sulle bacheche. Era la miserabile storia di una conduzione ma si è caricata da una parte e dall’altra ed è ora la battaglia fra stato e l’anti stato di Report. I giornalisti di destra pensano che la loro missione sia quella del generale Dalla Chiesa, sgominare il covo, e dall’altra c’è la “mia squadra”, l’appello di Ranucci alla lotta spelacchiata. Vedrete, arriveranno altri volantini di Ranucci e probabilmente arriveranno anche i dissociati di Report che usciranno dalle Brigate Ranucci, che parleranno di questi anni come di un abbaglio. Se ci fosse Zavoli sarebbe “La notte di Report”. Su La7.</p>]]></description>
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				<title>Ranucci: il marchese del Report</title>
				<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 07:40:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>&nbsp;Per discutere del caso Ranucci-Report, dei torti e delle ragioni, bisogna prima definire  quale metro si usa per misurarli. Se quello che Ranucci usa per gli altri o se, invece, quello che usa per se stesso. E invece <b>questa storia, che da giudiziaria è diventata giornalistica e politica, è l’esempio dell’applicazione continua di un doppio standard</b>.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/08/18/news/ranucci-e-le-querele-il-whistleblower-era-un-eroe-ora-e-una-spia--405119">Prendiamo, ad esempio, il tema dei compensi</a>. Da un lato i giornalisti di Report e dall’altro Daniele Piervincenzi, il giornalista scelto dalla Rai  come nuovo conduttore di Report. Quando il Tempo ha pubblicato le retribuzioni degli inviati di Report, Ranucci ha gridato allo scandalo. &nbsp;</p><p>I numeri veri pubblicati dal Tempo sono stati definiti da Ranucci e dagli interessati “una campagna di diffamazione contro i giornalisti” con “cifre false” perché i 2-300 mila euro annui percepiti dagli inviati senior di Report sono al lordo sia delle imposte che dei costi: trattandosi in buona parte di partite Iva, i giornalisti devono pagare le spese di produzione dei servizi e ovviamente le tasse. Bene.</p><p><b>Questo stesso standard, però, non viene applicato a Piervincenzi.</b> Ranucci ha infatti pubblicato un post in cui definisce “mediocre” il suo successore designato Piervincenzi, allegando un articolo del Domani dal titolo “Report, dal Cnel 47 mila euro a Piervincenzi”. Se avesse usato lo stesso metro con cui si misurano gli stipendi degli inviati di Report, Ranucci avrebbe dovuto dire che il compenso per un progetto con le scuole si riferisce a un biennio, quindi andrebbe diviso per due; poi che si tratta di una somma al lordo dei costi e delle tasse, e quindi andrebbe diviso ancora per due; infine che Piervincenzi è socio al 50 per cento della società scelta dal Cnel, e quindi andrebbe divisa ancora per due. Alla fine, per Piervincenzi, fanno meno di 6 mila euro l’anno per due anni. Ma Ranucci cambia standard, e usa quello che rinfacciava a Daniele Capezzone: non difende il collega dalla “campagna di diffamazione”, ma la amplifica.</p><p><b>Un altro esempio riguarda l’altra giornalista scelta dalla Rai per condurre Report,  Giulia Presutti.</b> Ranucci scatena la sua macchina social contro quella che ritiene una traditrice. Condivide un articolo del Domani che parla di un presunto “servizio fake” che la giornalista avrebbe realizzato su Cutro quando era ad Agorà pubblicando un documento della Guardia di Finanza con un logo datato, a quanto pare inserito da un grafico. “Non è il massimo per chi aspira ad essere il volto di Report – commenta Ranucci – se l’avessi saputo non sarebbe rientrata a Report”. Un’asticella davvero molto elevata per gli standard di Report, se si considerano le numerose e pericolose fake news diffuse negli anni, basti solo considerare i servizi contro i vaccini che hanno suscitato le proteste della Società italiana di virologia che parlò di “un grave atto di disinformazione” (non si  usava ancora dire fake news).</p><p>Sempre su Presutti, Ranucci si è accanito alimentando l’accusa di essere stata una cliente del famigerato Cefalù bistrot di Valter Lavitola: “Non le ho mai detto di andare da lui per motivi di lavoro. Ho saputo solo in seguito che è andata anche altre volte da sola per dei progetti di cui non sono stato mai messo a conoscenza”, ha detto Sigfrido.  <b>Ancora una volta un doppio standard</b>. Come se il problema sia andare a mangiare le ostriche al Cefalù senza dirlo al capo. E non, invece, essere l’amico fraterno del suo proprietario Valter Lavitola (con precedenti per estorsione, associazione per delinquere, truffa, bancarotta fraudolenta, corruzione, etc.), a cui per risolvere i tuoi problemi chiedi in “prestito” il suo factotum Gomes (alias ‘O Nir’ con precedenti per traffico di droga nonché esattore del clan Russo, ovvero spezzapollici della camorra, gravato da ordine di espulsione dal territorio nazionale: ma il problema non si pone più perché ora è latitante in Camerun), rispettivamente mandante e autore dell’attentato a te stesso, di cui sei anche consulente finanziario per affari in Africa sul carbon credit. Tutte cose che ha fatto Ranucci prima dello scoppio della bomba sotto casa sua aggiungendo, subito dopo la perquisizione di Lavitola, una lunga conversazione notturna con l’amico-attentatore attraverso un’app non monitorata (ma intercettata casualmente da  un’ambientale nell’auto) in cui si sforza di trovargli un alibi. Ma senza successo. Con molto meno materiale, Report avrebbe prodotto servizi per una stagione intera.</p><p><b>Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha scritto un messaggio di apparente solidarietà nei confronti di Ranucci </b>che, in realtà, è un atto di accusa del metodo Report: “Sono disgustato dalle continue violazioni del segreto investigativo e dalla pubblicazione di intercettazioni e chat che, per legge, non dovrebbero essere pubblicate. Lo considero un vulnus alla Costituzione e alla democrazia. Allo stesso tempo, difendo il diritto di non essere giudicati moralisticamente solo sulla base delle persone che si frequentano. Sono e rimango garantista”.</p><p><b>Ranucci si è congratulato con Crosetto, non capendo o facendo finta di non capire</b>: “Ringrazio un ministro, verso il quale non siamo stati teneri, per la sua coerenza e per essersi dissociato dalla scelta di delegittimarmi fatta dalla Rai”. Il trionfo del doppio standard: noi possiamo contro gli altri, gli altri non devono nei nostri confronti. Insomma, “Io so’ io e voi non siete un ca...”. Così parlò il marchese del Report.</p>]]></description>
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				<title>Impazzimenti sulla violenza a Torino</title>
				<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 05:13:00 +0200</pubDate>
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												<category>Cronaca</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2026/09/02/news/il-violentatore-di-torino-e-straniero-ma-i-giornali-si-autocensurano-il-trionfo-del-woke-giudiziario--406233">duplice violenza sessuale</a>, una contro una tredicenne, contestata a un dipendente nepalese di un minimarket della periferia torinese aveva indotto la procura a chiedere la custodia cautelare, negata dalla giudice per le indagini preliminari, che non ha riscontrato pericoli di fuga o di reiterazione del reato. È un provvedimento discutibile e la procura ha chiesto al tribunale del riesame di correggerlo. Per acquisire informazioni, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha inviato gli ispettori. Essere garantisti, però, significa ricordare che la custodia cautelare non è una pena anticipata, che l’indagato resta innocente fino a sentenza definitiva e che un giudice deve poter negare il carcere se ritiene assenti le esigenze previste dalla legge.</p><p>Il punto interessante è che intorno a questa vicenda si sta sviluppando un teatrino ideologico piuttosto impressionante. Da una parte i minimizzatori di sinistra, pronti a considerare sospetta perfino la menzione della nazionalità dell’indagato e a leggere ogni richiamo ai fatti come un riflesso xenofobo. Dall’altra i populisti di destra, pronti a considerare il carcere preventivo una conseguenza automatica della gravità dell’accusa e ogni garanzia processuale un favore fatto al colpevole. Sono due deformazioni speculari. <b>Le garanzie non valgono soltanto per gli imputati che ci stanno simpatici e i fatti non diventano irrilevanti quando risultano scomodi alla nostra parte politica</b>. Vale anche per le reazioni di chi critica Nordio evocando inesistenti pulsioni razziste o dimenticando che a chiedere la custodia cautelare è stata una procura della Repubblica. Così il carattere particolarmente odioso dei reati finisce sullo sfondo e il confronto viene sostituito da una contesa tra tifoserie. Il garantismo, se significa qualcosa, significa esattamente questo: pretendere che la legge sia applicata allo stesso modo a tutti, senza attenuanti ideologiche e senza aggravanti ideologiche.</p>]]></description>
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				<title>Travaglio e Tremonti uniti dalla strumentalizzazione dell’Islanda</title>
				<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 10:11:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Luciano Capone</author>
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				<description><![CDATA[<p>Abraham Maslow, uno psicologo americano, negli anni Sessanta coniò l’omonima legge secondo cui: “Se come strumento hai solo un martello, ogni problema ti sembrerà un chiodo”. Per Giulio Tremonti e Marco Travaglio la legge di Maslow è riduttiva perché, oltre ad avere solo un martello, i due hanno anche un solo chiodo fisso: Mario Draghi e l’Ucraina, rispettivamente.</p><p>Sono la causa di tutto ciò che non va e, pertanto, schiacciarli è la soluzione di ogni problema. Non è un caso che entrambi, Tremonti e Travaglio, riescano distintamente a vedere i loro due chiodi fino in Islanda, ovvero nel referendum che ha bocciato la riapertura dei negoziati per l’adesione dell’isola all’Unione europea.&nbsp;</p><p>Le interviste di Tremonti funzionano così. Dice che l’Europa ha sostituito il “mercatismo” ai suoi valori originari, afferma che tutto ciò che ora non funziona lui l’aveva previsto in un’intervista o in un libro di almeno venti anni fa, cita qualche filosofo, rievoca accadimenti e personaggi vissuti tra il Medioevo e il Congresso di Vienna, ricorda che lui è stato il primo a proporre gli Eurobond e, infine, accusa Mario Draghi di qualche cosa (solitamente il tema del giorno). L’intervista rilasciata ieri al Sole 24 ore rispetta perfettamente il canovaccio. Il tema era, appunto, il referendum islandese. Per Tremonti la bocciatura è arrivata per la mania europea  per la “competitività”: “L’errore più grave sta nell’aver impostato un’operazione mercatista, integralista e fondamentalista, estesa alla pesca artica”. E perciò gli islandesi si sono rifiutati di sottomettersi alle regole europee sull’industria della pesca, che rappresenta circa il 40 per cento dell’export dell’isola. E che c’entra Mario Draghi? Niente, agli occhi di tutti. Ma Tremonti vede il chiodo e lo martella, prendendo come simbolo di questa Europa burocratica il suo neonato think tank Gruppo del Reno: “Segnalo soltanto che il Reno parte misteriosamente dalla Svizzera  e ricordo che la Svizzera è un posto dove poche nascono e molte cose muoiono”, dice sibillinamente l’ex ministro dell’Economia, precisando che lui partirebbe dal “Danubio”.</p><p>Tutto questo ragionamento non ha alcun senso. O meglio: la realtà è l’opposto di ciò che dice Tremonti. L’Islanda fa già parte del mercato unico europeo e dell’area di Schengen, e ci sta benissimo: agli islandesi vanno bene la libera circolazione di beni e persone, ma non l’eccesso di regole. Il problema dell’Europa, almeno in questo caso, non è quindi il “mercatismo” ma il suo opposto: l’eccesso di burocrazia. E proprio Mario Draghi, prima con il Rapporto sulla competitività e ora con il Gruppo del Reno, si pone come obiettivo primario dell’Unione l’abbattimento di barriere e burocrazia che frenano l’innovazione e lo sviluppo.</p><p>Per Travaglio, invece, il problema è chiaramente l’Ucraina. Per il direttore del Fatto agli islandesi non piace che “chi ha la fortuna di far parte dell’Ue viene continuamente molestato per regalare soldi e armi all’Ucraina e viene sanzionato se non lo fa”. Per Travaglio l’Islanda si sente minacciata dalle “demenziali fregole belliciste e russofobe che rendono la Ue una succursale della Nato”. Anche qui la realtà suggerisce l’opposto. Intanto perché l’Islanda è un membro fondatore della Nato, proprio perché teme la minaccia  dei sottomarini russi nell’Artico. E poi perché Reykjavík su Russia e Ucraina ha una posizione più netta di molti paesi europei. Ad esempio, l’Islanda ha condannato chiaramente l’invasione di Putin, ha sospeso le attività dell’ambasciata a Mosca e ha aderito alle sanzioni europee contro la Russia pur non facendo parte dell’Ue. Inoltre è allineata ai paesi occidentali nel supporto all’Ucraina: l’isola ha inviato a Kyiv   aiuti umanitari e anche sostegno  finanziario per la sicurezza e la difesa militare.</p><p>A furia di prendersela sempre con gli stessi chiodi si finisce con il  martellarsi le dita.</p>]]></description>
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				<title>Cosa non è ancora chiaro della sparatoria al &quot;rave&quot; in Svizzera</title>
				<pubDate>Tue, 01 Sep 2026 11:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author>Giovanni Battistuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Per la polizia cantonale svizzera&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/08/31/news/cosa-sappiamo-della-sparatoria-al-rave-party-in-svizzera-nella-quale-e-stata-uccisa-maria-spinelli--406006">sarebbe stato un uomo svizzero di 43 anni ad aver sparato alla serata di musica elettronica all’ippodromo di Aarau</a>. Erano circa le 2.30 di domenica, il “rave” era quasi concluso, la maggior parte delle persone se ne era andata quando un uomo ha sparato con una pistola e un fucile d’assalto a chi era ancora nell’ippodromo: cinque persone sono rimaste ferite, una donna di 22 anni, l’italiana Maria Spinelli.</p><p>In circa 22 ore gli inquirenti sono riusciti a risolvere il caso. Certo <b>restano alcuni punti da chiarire: l’uomo ha agito da solo o ha avuto un complice? Quali sono le ragioni del gesto? Ha sparato per uccidere qualcuno oppure ha provato a colpire a caso?</b></p><p>Tre domande alle quali dovranno dare una risposta gli inquirenti. Ma <b>non prima di mercoledì. La conferenza stampa è fissata per le 14</b>.</p><p>Al momento la polizia cantonale dell’Argovia non ha ritenuto necessario aggiungere altro se non che una persona è stata arrestata. Non ha specificato dove è stato preso il sospettato, né quale unità di polizia lo abbia fermato o in che modo. Dalla procura della regione di Aarau è uscita la voce che il sospettato si sarebbe costituito, ma non abbiamo avuto possibilità di verificare.&nbsp;Non è la prima volta che in Svizzera passi del tempo, anche decine di ore prima che dagli inquirenti si abbiano comunicazioni officiali. Funziona così: si indaga, si arresta, si approfondisce e si sciolgono gli ultimi dubbi, infine si informa la stampa e l’opinione pubblica. Un giorno abbondante però è tanto anche per gli svizzeri.</p><p>C’è qualcosa che non torna nel caso.</p><p>Innanzitutto, come sottolineato da Markus Melzl, ex investigatore della polizia criminale di Basilea, alla Aargauer Zeitung, “se la polizia avesse avuto troppi dubbi sul fatto che l'uomo arrestato fosse il colpevole, probabilmente non avrebbe annunciato l'arresto”, eppure “a volte è necessario placare il caos per lavorare con lucidità”, anche perché, come detto dal sindaco di Aarau alla Neue Zürcher Zeitung, "il senso di sicurezza ne risente".</p><p>E poi c’è il movente. Qual è? C’è chi, come Melzl o come l’ex procuratore Edy Müller hanno dato per buona la “furia omicida”. Ma c’è anche chi, come una fonte interna alla polizia cantonale dell’Argovia che ha parlato con la radio tedesca SWR3, confessa che gli inquirenti sono sulle tracce di un secondo uomo. Ci sarebbero dei testimoni che dicono di aver visto l'autore della sparatoria assieme a un altra persona. Insomma una “furia omicida” parecchio lucida e ben organizzata.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/08/31/news/cosa-sappiamo-della-sparatoria-al-rave-party-in-svizzera-nella-quale-e-stata-uccisa-maria-spinelli--406006</link>
				<title>Cosa sappiamo della sparatoria al rave party in Svizzera nella quale è stata uccisa Maria Spinelli</title>
				<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 08:49:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cronaca</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>La polizia ha arrestato&nbsp;un uomo svizzero di 43 anni sospettato di essere la persona che verso le 3 di domenica 30 agosto ha aperto il fuoco in un rave party (o così almeno l'ha chiamata la polizia svizzera, nonostante sembrasse più una serata autorizzata che una festa spontanea) all’ippodromo Schachen, ad Aarau, Svizzera. <b>Cinque persone sono rimaste ferite, due in modo grave, una è morta:&nbsp;Maria Spinelli</b>, abruzzese di Atri che si era trasferita lì da poco tempo per lavorare nel settore alberghiero. Su X, Giorgia Meloni ha espresso il suo "profondo cordoglio".</p><p>La polizia ha fatto sapere che nella notte tra domenica e lunedì è stato fermato e arrestato un uomo svizzero di 43 anni ritenuto responsabile dell'attacco.&nbsp;"L'indagine sulla sequenza esatta degli eventi, sul contesto e sul possibile movente è attualmente in corso", si legge nel comunicato della polizia. Al momento, le autorità ipotizzano l'intervento di un unico responsabile.</p><p><b>Gli inquirenti non escludono nessuna pista: dal terrorismo di matrice islamica a quello di matrice suprematista, da un regolamento di conti tra bande criminali, al gesto di un folle</b>. Nelle ultime ore l'ipotesi di una sparatoria tra criminali sta prendendo piede. Chi è stato colpito è stato colpito casualmente e alcuni testimoni hanno riferito della presenza di un uomo che stava correndo nella folla.</p><p>Le incognite restano ancora molte, a partire dal fatto che all'ippodromo di Schachen sono stati trovati bossoli di calibri diversi:&nbsp;alcuni da 9 millimetri, un calibro utilizzato generalmente per pistole e mitra, e altri compatibili con quelli utilizzati dai fucili d’assalto, hanno fatto sapere le forze dell'ordine.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/salute/2026/08/28/news/lorenzin-sul-caso-difterite-la-bambina-era-gia-fuori-da-scuola-da-otto-mesi-la-mia-legge-non-lha-protetta--405925</guid>
				<link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/08/28/news/lorenzin-sul-caso-difterite-la-bambina-era-gia-fuori-da-scuola-da-otto-mesi-la-mia-legge-non-lha-protetta--405925</link>
				<title>Lorenzin sul caso difterite: &quot;La bimba era già fuori da scuola. La mia legge non l&#039;ha protetta&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 17:39:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Salute</category>
				<author>Sergio Tomaselli</author>
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				<description><![CDATA[<p>La difterite è tornata a uccidere in Italia, per la prima volta dal 1996. A Palermo, una bambina di quattro anni che non era vaccinata&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/08/21/news/a-palermo-e-morta-per-sospetta-difterite-una-bambina-di-quattro-anni-non-era-vaccinata--405289" target="_blank">è morta poco più di una settimana fa</a>. L’Istituto superiore di sanità ha confermato la presenza del batterio e della tossina responsabile della difterite respiratoria. <b>Il caso ha riaperto la discussione sull’obbligo vaccinale e sulla legge del 2017 che porta il nome di Beatrice Lorenzin</b>. Quasi dieci anni dopo, l’ex ministra della Salute e senatrice del Partito democratico <b>difende l’impianto di quella norma ma ammette che alcuni ingranaggi vadano corretti</b>. Anche se si tratta di una costatazione cruda, la legge ha funzionato, dice, ma questo non è bastato. Da quanto emerge,  la bambina, una volta accertata l’assenza dei requisiti, era stata esclusa dalla scuola dell’infanzia già da dicembre 2025.<b>&nbsp;"Ma il sistema pubblico non può considerare concluso il proprio compito con l'esclusione dalla scuola", sottolinea Lorenzin.</b></p><p>“La prima cosa che provo è un dolore enorme, come madre e come legislatrice”. Lorenzin parte da qui, prima ancora della politica. Una bambina è morta per una malattia che la vaccinazione può prevenire ed “è difficile accettare che nel 2026, in Italia, possa ancora accadere”. Quando nel 2017 arrivò il decreto poi convertito nella legge 119, l’obiettivo dichiarato era “invertire il calo delle coperture vaccinali e il ritorno di malattie che sembravano essere sotto controllo”.</p><p>Ma il caso di Palermo, secondo la ex ministra, non dimostra che la norma abbia fallito. Anzi, costringe a guardare a un punto più preciso: la bambina non era stata più ammessa perché non risultava vaccinata. La previsione per la fascia 0-6 anni, era stata applicata. "Ora dobbiamo capire se tutti i meccanismi previsti dalla norma siano stati applicati. La domanda – prosegue Lorenzin – diventa allora <b>cosa accade quando il sistema individua un bambino non vaccinato: la scuola ne impedisce correttamente la frequenza, ma l’inadempienza continua?</b>”.</p><p>È qui che entra il tema della prenotazione del vaccino, spesso usata come schermo, come un lasciapassare per evitare in realtà di vaccinare i bambini. Nel 2017 il legislatore introdusse nell’articolo 3-bis <b>una disposizione per evitare che una famiglia che avesse chiesto alla Asl di vaccinare il figlio e fosse in attesa dell’appuntamento venisse penalizzata</b>. La motivazione “non era certo quella di consentire di prenotare, non presentarsi e reiterare la prenotazione per aggirare l’obbligo”, spiega l’ex ministra. "<b>Se il meccanismo è diventato questo, nell’esperienza concreta, cioè uno spazio per rinviare indefinitamente il vaccino, allora quello spazio va chiuso</b>”. Lorenzin propone quindi di "<b>collegare la richiesta a un appuntamento certo e a un termine definito</b>, registrando la mancata presentazione e attivando gli adempimenti previsti. Una richiesta di vaccinazione deve essere il primo passo verso la vaccinazione, non un lasciapassare per evitarla.&nbsp;</p><p>L’altro nodo è quello della scuola. La legge Lorenzin stabilì una distinzione: per i bambini da zero a sei anni la vaccinazione è requisito di accesso ai servizi educativi e alla scuola dell’infanzia, mentre dai sei ai sedici anni la mancata vaccinazione comporta solo una sanzione economica una tantum per i genitori. Fu una scelta consapevole, spiega Lorenzin. “<b>Dai sei anni in poi entra però in gioco il diritto-dovere costituzionale all’istruzione: non ritenevamo giusto che un bambino perdesse il diritto alla scuola per una scelta compiuta dai suoi genitori</b>. Cercammo delle soluzioni che tenessero conto del bilanciamento di due diritti costituzionalmente garantiti, quello alla salute e quello all'istruzione”.</p><p>Nel Consiglio dei ministri del 2017 si discusse anche <b>se introdurre un automatismo tra mancata vaccinazione e perdita della potestà genitoriale</b>. Fu però deciso di non farlo: “Ci sembrò più giusto lasciare fuori la questione della potestà genitoriale. La sua limitazione deve restare uno strumento eccezionale, valutato dall’autorità giudiziaria caso per caso. È diverso il caso in cui l’autorità giudiziaria valuti che un comportamento reiterato dei genitori determini un grave e concreto pregiudizio per la salute dei figli”.</p><p>Ma chi doveva controllare l’effettiva vaccinazione avvenuta e cosa non ha funzionato nella catena sanitaria? La tragedia di Palermo riporta anche alla domanda sui controlli. “Non possiamo dire semplicemente che la scuola non ha controllato”, dice ancora Lorenzin. Bisogna invece “sapere esattamente che cosa sia avvenuto: quando è stata individuata l’inadempienza, quali comunicazioni sono intercorse tra scuola, famiglia e Asl, quante richieste o prenotazioni siano state presentate, quante siano state disattese e quali iniziative siano state assunte dopo”.</p><p>Per Lorenzin, però, c’è una questione ancora più importante. <b>L’esclusione dalla scuola non può essere il punto finale dell’intervento pubblico, così come non è “l’obiettivo della legge” che è invece far si che il minore sia “vaccinato e protetto”</b>. “Per questo considero <b>necessari i controlli straordinari avviati oggi in Sicilia</b>, ma dobbiamo anche dirci che <b>vigilanza, chiamata attiva, recupero degli inadempienti e informazione devono essere attività ordinarie</b> della sanità pubblica”.</p><p>Quasi dieci anni dopo, dice poi l’ex ministra, <b>riscriverebbe alcuni strumenti, ma non la legge nel suo impianto e ne rivendica anzi i risultati ottenuti</b>. In primis il recupero “rapido delle coperture vaccinali che stavano diminuendo. Si verificò infatti una crescita esponenziale delle vaccinazioni”. L'ex ministra aggiunge poi alcuni strumenti che andrebbero aggiornati alla luce delle esperienze, per esempio lo <b>scambio di dati tra anagrafe vaccinale, Asp e sistema scolastico</b>, così come <b>una norma più stringente sul legame appuntamento-vaccinazione effettiva</b>.</p><p>“Il caso di Palermo dimostra però  - conclude Lorenzin – che <b>essere esclusi da scuola non significa ovviamente essere protetti dalla malattia</b>. Ed è per questo che <b>mi aspetto un’iniziativa forte anche dal governo</b>. Di fronte a una bambina morta di difterite e a territori nei quali è evidente che le coperture vaccinali sono insufficienti non può esserci silenzio istituzionale”.</p><p>La lezione che l’ex ministra consegna al legislatore è quindi meno ideologica di quanto il dibattito sui vaccini lasci spesso intendere. “Certo è che senza un impegno istituzionale compatto, una volontà politica forte e un coinvolgimento di tutti gli attori in campo, non basta una legge da sola per contrastare l’onda della disinformazione sistematica e quotidiana antiscientifica in campo da anni”.</p>]]></description>
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