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		<title>Cinema</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:21:02 +0200</pubDate>
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				<title>L’Academy si affanna per salvare il cinema dall’AI, ma è una battaglia persa</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Damiano Michieletto</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>E’ di qualche giorno fa la notizia che l’Academy ha chiarito che solo la recitazione e la sceneggiatura realizzate da esseri umani saranno considerate idonee per la candidatura all’Oscar.</b> L’Academy, che controlla il premio più prestigioso dell’industria cinematografica statunitense, ha pubblicato un regolamento aggiornato sui tipi di lavoro in film e documentari che saranno considerati idonei per l’Oscar, alla luce del crescente utilizzo della tecnologia dell’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale_82" target="_blank">intelligenza artificiale</a>. Nei requisiti di ammissibilità aggiornati, ha specificato che solo la recitazione “dimostrabilmente eseguita da esseri umani” e la sceneggiatura “opera di un essere umano” avranno i requisiti per poter essere nominate per un premio. Dopo casi come The Brutalist o Emilia Pérez, dove si è discusso del ruolo dell’AI in alcune fasi della produzione, <b>l’Academy probabilmente ha sentito il bisogno di mettere un paletto prima che le ambiguità diventassero ingestibili.</b> Se non lo facesse, si arriverebbe a situazioni paradossali: chi vince davvero, lo sceneggiatore o il modello che ha generato metà dei dialoghi?</p><blockquote>La recitazione e la sceneggiatura dei film ammissibili agli Oscar dovranno essere dimostrabilmente opera di esseri umani</blockquote><p>Questa rincorsa per porre limiti e divieti mi sembra però affannosa ed inutile: è una gara persa in partenza. Il cinema è tecnica e ora la tecnica, oggi, è questa qua. <b>L’attore Val Kilmer, scomparso nel 2025, verrà ricreato con la tecnologia dell’intelligenza artificiale per interpretare il ruolo principale in un prossimo film.</b> Più semplicemente, è cosa ormai ampiamente utilizzata anche la possibilità di doppiare un attore con l’intelligenza artificiale, facendolo parlare con la sua vera voce ma in lingue diverse, come se fosse proprio lui a parlare. Nel suo famoso saggio, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin sostiene che la possibilità di riprodurre e diffondere a livello di massa l’opera artistica, ha radicalmente cambiato l’atteggiamento verso l’arte sia degli artisti sia del pubblico. Ma non siamo tornati indietro di un passo. E’ andata così. <b>La stampa, la litografia, la fotografia hanno impresso cambiamenti radicali che sempre più hanno svincolato il prodotto artistico dalla manualità, accelerando in modo drastico il processo produttivo. </b>Il concetto di unicità e irripetibilità dell’opera d’arte è finito e con questo anche il confine tra vero e falso.  Ora qualcuno dovrà scrivere un nuovo saggio, oltre a Benjamin, perché non si tratta più di “riproducibilità” tecnica, ma di netta “producibilità”.</p><blockquote>Dopo l’opera di Benjamin qualcuno dovrà scrivere un nuovo saggio, perché non si tratta più di “riproducibilità” tecnica, ma di netta “producibilità”</blockquote><p>Quando il sindacato degli sceneggiatori di Hollywood ha scioperato due anni fa, una delle questioni chiave della protesta era l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte degli studi cinematografici e televisivi per la scrittura delle sceneggiature. <b>Nel frattempo, la base di tutti gli strumenti di AI sono i modelli linguistici su larga scala, addestrati su testi, immagini e video creati da esseri umani nel corso dei decenni per produrre i loro risultati.</b> Studi di Hollywood, attori e autori hanno intentato cause legali per violazione del copyright contro diverse aziende di intelligenza artificiale. Tuttavia, l’Academy non ha emesso un divieto più ampio sull’uso dell’AI nei film. Al di fuori della recitazione e della sceneggiatura, se un regista utilizza strumenti di AI nel suo lavoro, tali strumenti “non favoriscono né ostacolano le possibilità di ottenere una nomination”, ha scritto l’Academy. In questo scenario, come in tutti gli scenari in cui si ha paura di perdere qualcosa, l’atteggiamento dell’Academy è quello protezionistico. <b>Come nei casi degli animali in via di estinzione. Proteggiamo la categoria degli sceneggiatori, proteggiamo la categoria degli attori.</b></p><p>E perché invece per quanto riguarda la scenografia abbiamo sempre accettato di buon grado che le scene generate con computer graphic potessero essere utilizzate? Fondali creati da zero al computer, mentre sul set c’è solo un pannello verde. La tecnologia è parte integrante della produzione cinematografica da molti anni, e l’uso della computer grafica (Cgi) è ampiamente diffuso sin dagli anni Novanta. Mentre la Cgi è generalmente considerata un processo manuale, qualcosa che viene fatto e perfezionato dagli esseri umani per creare elementi di un film, gli strumenti di intelligenza artificiale sono generalmente progettati per automatizzare completamente il lavoro tramite semplici comandi. <b>Con la produzione generata dall’intelligenza artificiale l’attore al cinema è destinato a perderà la sua aura.</b> <b>E questo fa tremendamente paura.</b> <b>Fa paura ad una industria basata sullo star system. L’aura di cui parla Benjamin è quella sensazione di trovarsi a contatto con la presenza materiale dell’esemplare originale. Questo contatto crea un effetto mistico/religioso</b>.</p><blockquote>Perché per la scenografia abbiamo sempre accettato di buon grado che le scene generate con computer graphic potessero essere utilizzate?</blockquote><p>Così avviene per lo star system: avere davanti agli occhi, in carne ed ossa, i Beatles generava scene deliranti tra il pubblico, così come oggi può avvenire quando Leonardo DiCaprio viene riconosciuto in pubblico. <b>Ma come si fa a dire se una sceneggiatura è stata scritta con l’ausilio dell’AI? E’ tempo perso.</b> Già oggi, e siamo solo all’inizio di questo processo, gli sceneggiatori costantemente fanno uso dell’AI se non altro per scalettare e rivedere quando non per scrivere, digitando dei prompt. Allo stesso modo dirimere il vero dal falso diventerà sempre più un’operazione sofistica. Basti pensare a quello che è stato fatto con Tilly Norwood: non essendo un personaggio reale il tema è controverso, perché solleva domande come: gli attori umani verranno sostituiti? Chi possiede i diritti di un volto generato da AI? E’ etico creare “persone finte” credibili? <b>Ma, ci si può spingere oltre e chiedere: ha senso parlare di qualcosa di reale al cinema?</b> Il cinema oggi sono pixel, mentre reale è quello che esiste fisicamente nel mondo (una persona, un oggetto, un evento). Cos’è vero? Cos’è falso? La rincorsa dell’Academy, che si sente portare via il terreno da sotto ai piedi, è comprensibile. Ma la storia non si nutre di prudenze e di timori, piuttosto è un processo inesorabile.</p><p>Stockfish è generalmente considerato il motore scacchistico più forte al mondo, open source e gratuito. Analizza milioni di posizioni al secondo, batte costantemente tutti gli altri motori nei test ufficiali. In pratica: su un computer moderno,  Stockfish gioca a un livello molto superiore al miglior umano (tipo Magnus Carlsen). <b>Ma tu hai voglia di giocare contro Stockfish, sapendo che hai già perso in partenza, o hai voglia di giocare contro qualcuno che sai di poter battere perché, come te, è limitato. La seconda, senza dubbio.</b> Perciò è nei nostri limiti e nella nostra incompiutezza, nella nostra fragile vulnerabilità che sta il concetto di “umano”. E di questo abbiamo bisogno per riconoscerci, per sentirci vivi e per emozionarci. Personalmente non riesco più a emozionarmi di fronte alle foto premiate nei concorsi fotografici. Non ci credo più. Per me quel mondo lì ha perso molta della sua magia, della sua aura. L’anno scorso il premio del National Geographic è stato vinto da un’immagine che mostra una iena che si aggira in una città fantasma abbandonata, un tempo sede di miniere di diamanti in Namibia. E’ un’immagine che osservo ma che non mi dà nessuna emozione. Oppure il premio Pulitzer 2025 per la fotografia è stato assegnato all’immagine dell’attentato a Donald Trump in Pennsylvania, con uno scatto che viene descritto come “straordinario” perché sembra catturare la scia di un proiettile in volo vicino alla testa dell’ex presidente. <b>Non saprei dire se corrisponde a una realtà fisica oppure se è una elaborazione grafica. Perciò, nel dubbio, mi raffreddo e mi distacco.</b></p><p>Il cinema sta nelle mani di chi lo fa, di chi lo pensa e di chi lo produce.  N<b>essuno si sogna più di disegnare i cartoni animati come faceva Walt Disney con Biancaneve e i sette nani, con fogli e fogli pieni di schizzi fatti a mano e colorati a mano. Guardi Biancaneve e ti senti davanti a un classico. </b>Ma nessuno più disegna a mano. Disney nel 2006 ha comprato la famosa azienda “Pixar”, che è stata la prima casa cinematografica ad aver sviluppato un lungometraggio interamente in computer grafica (Toy Story, 1995). Il nome “Pixar” deriva ovviamente da pixel, solo che non sono più i puntini accostati col pennello, pazientemente e ossessivamente, dalla mano di Georges Seurat nella sua grande tela della Grande-Jatte, ma sono i puntini che nella grafica computerizzata producono l’immagine digitale. Forse nel mondo del cinema nessuno pensava che le cose sarebbero cambiate così rapidamente. Ma del resto, come ha brillantemente sintetizzato Harvey Sachs, forse soltanto i più pessimisti tra i profeti avrebbero predetto che entro venticinque anni dopo la morte di Verdi nel 1901 il repertorio operistico italiano sarebbe giunto a un ristagno, o che la scomparsa di Verdi prefigurasse la morte dell’opera come forma d’arte raffinata con un richiamo di massa. <b>Così come durante la guerra di Sarajevo il teatro era l’arte che continuava a essere praticata perché non ha bisogno di nulla se non di esseri umani, allo stesso modo l’attore teatrale non risente della tecnica, perché la sua mimesis si pone sostanzialmente fuori dallo sviluppo tecnologico, ed è unplugged. </b>Lo spinotto è staccato, nessuno può intervenire. Ed è lì che quando succede, accade la magia.</p><blockquote>A Sarajevo il teatro era l’unica arte che continuava a essere praticata durante la guerra, perché non ha bisogno di nulla se non di esseri umani</blockquote><p>In conclusione, la mossa difensiva dell’Academy rischia di diventare rapidamente obsoleta. La storia del cinema è fatta di tecnologie inizialmente viste come “non pure”, dal sonoro al Cgi, che poi sono diventate standard. Se l’AI resterà uno strumento e non un autore, la distinzione reggerà. Ma se inizierà a contribuire in modo sostanziale e riconoscibile, l’Academy dovrà probabilmente evolvere le sue categorie invece di escludere a priori.</p>]]></description>
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				<title>Premi sdoppiati e sorprese: Cannes non sa scegliere, ma sceglie il film di Mungiu</title>
				<pubDate>Sun, 24 May 2026 09:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Colpo di scena finale, dopo una premiazione che mostra tutte le sue incertezze nei premi sdoppiati. Così abbiamo due migliori attrici, la francese <b>Virginie Efira</b> e la giapponese <b>Tao Okamoto</b>, per il film molto lodato di Ryusuke Hamguchi, “All of a Sudden”. Sono la direttrice di un ospizio per anziani e una commediografa giapponese. Si incontrano per caso, l’amicizia scoppia improvvisa, dopo notti di chiacchiere.</p><p>Anche il premio per il miglior attore è stato “spartito”, tra due attori dello stesso film. E’ andato a <b>Valentin Campagne</b> e <b>Emmanuel Macchia</b>, giovani attori di “Coward”, diretto dal regista belga Lucas Dhont. Due soldati che durante la prima guerra mondiale si innamorano: una recluta, e un commilitone che tiene allegre le truppe con spettacoli di travestimento. Lucas Dhont, a dispetto dei premi ricevuti e della giovane età - è nato nel 1991 - ha un modo sdolcinato di affrontare i drammi che si aggrava di film in film.</p><p>Terzo <i>ex aequo</i>, il premio per la regia. Diviso tra due film che non potrebbero essere più diversi. Il rigoroso, nel senso di punitivo per lo spettatore, <b>“Fatherland” di Pawel Pawlikowski</b>, regista polacco con studi di letteratura e filosofia, specializzato a Oxford in letteratura tedesca.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/05/22/news/lamerica-che-alla-croisette-entra-solo-da-indipendente--399282">Era in cima ai punteggi dei critici</a>, che quando si possono mostrare acculturati non perdono l’occasione. Bianco e nero, Thomas Mann che non versa una lacrima per Klaus, il figlio suicida (proprio a Cannes). E invece si strugge: durante la guerra è fuggito negli Usa, forse i concittadini - dell’Est e dell’Ovest - non lo festeggeranno più.&nbsp;L’altro vincitore nella categoria “migliore regia” è "La bola negra”, da un testo teatrale che Federico Garcia Lorca non finì mai. Diretto da due registi, Javier Calvo e Javier Ambrossi che si fanno chiamare los Javis, come un duo musicale. Il loro film racconta tre storie di maschi, in tre periodi storici diversi. Discontinuo, a tratti noioso, sembra l’ultimo affronto a Pedro Almodovar, che aveva un bel film in gara - già nei cinema italiani - e non è stato premiato con la Palma d’oro che sempre gli sfugge. Prima perché era troppo audace, ora perché riflette sul suo lavoro.</p><p>Rullo di tamburi, per la <b>seconda Palma d’oro al regista rumeno Cristian Mungiu</b>, quasi venti anni dopo “4 mesi, 3 settimane, 2 giorni”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2026/05/21/news/cristian-mungiu-sfido-lindifferenza-morale-sullaborto-ora-ci-delizia-con-le-famiglie-nel-bosco--399229">Ha vinto con un film feroce ma senza proclami, ambientato in Norvegia: “Fjord”</a>. Una coppia mista, lui rumeno, lei norvegese, e i loro 5 figli tornano in Norvegia dalla Romania. I genitori religiosi e conservatori - niente videogiochi, telefonini, e altre diavolerie moderne - si scontrano con la protezione dei minori. Una ragazza ho un livido, a scuola se ne accorgono e accusano i genitori. Non certe lezioni di ginnastica dove fanno la lotta, e neanche le amiche manesche.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/05/23/video/ladies-first--399370</link>
				<title>Ladies first</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:01:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Film al cinema non ne escono. O son fondi di magazzino, inutile che i distributori neghino. Senza pregiudizi, diamo una guardatina a Netflix. Sacha Baron Cohen vale sempre la pena, e anche Rosamund Pike è una brava attrice. La regista Thea Sharrock viene dal teatro, dove è stata una regista prodigio: a 24 anni era direttrice artistica del Southwark Playhouse. Dieci anni fa è passata al cinema, senza lasciare il teatro, e ora ha diretto questo promettente “Ladies First”, remake di un film francese. Sacha Baron Cohen perde la sua aria da Borat per il ruolo di  Damien Sachs, direttore di un’agenzia pubblicitaria londinese. Sciupafemmine e tutto il resto. Una botta in testa, e si ritrova in una realtà parallela dove le donne comandano. E si prendono qualche soddisfazione collaterale. Per esempio, vengono giudicati per il loro aspetto fisico. La sua ex dipendente Rosamund Pike, che lui maltrattava, è il capo dell’azienda, decisa a restituirgli tutto con gli interessi (era la terza moglie di Barney Panofski, nel film tratto da “La versione di Barney” di Mordecai Richler). La trama non è nuova e neppure originale – del resto neanche la parità è ancora in vista, pensate a quando i maschi pretenderanno di scrivere anche loro i romance – ma offre molti spunti da commedia. Gli attori fanno il resto, che di questi tempi non è sempre garantito. O questo, o l’ultimo film di Pedro Almodóvar, dritto dritto dal Festival di Cannes.</p>]]></description>
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				<title>&quot;Una cosa vicina&quot;: il peso di un cognome, la forza di un film</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 19:29:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><b>C'è un momento, in "Una cosa vicina", in cui tutto diventa improvvisamente chiaro. </b>Il bambino che negli anni Novanta cresce nella periferia di Salerno circondato da segreti — gli uomini di famiglia che muoiono troppo giovani, <b>il padre assente per sempre da quando lui ha quattro anni</b>, le domande senza risposta — <b>scopre che il suo cognome in città pesa come un marchio</b>. Ed è lì che Loris G. Nese, regista e protagonista del suo stesso film, capisce di dover fare i conti con un'eredità che non ha scelto.</p><p>Nel documentario autobiografico — presentato alle Giornate degli autori della Mostra di Venezia — Nese non si risparmia, né si assolve. Costruisce il racconto della propria infanzia e adolescenza alternando riprese documentarie, materiali d'archivio e animazioni, in un ibrido formale che rispecchia perfettamente la natura frammentata della memoria e dell'identità. Il risultato è un film che ha la texture del ricordo: a tratti nitido, a tratti sfocato, sempre emotivamente vero.</p><p>A dare voce alla storia — con una scelta tanto semplice quanto efficace — sono<b> Francesco Di Leva e suo figlio Mario</b>. Il primo, già vincitore del David di Donatello con Nostalgia di Mario Martone e Familia di Francesco Costabile, porta al film il peso specifico di chi conosce quella terra e quelle storie da vicino. Il secondo introduce una dimensione generazionale che allarga il senso del film oltre la vicenda personale: quella trasmissione silenziosa, quasi involontaria, di ciò che non si riesce a dire a parole.</p><p>Il cinema di genere — i film gangster e horror che il protagonista bambino divorava come specchi distorti della propria realtà — diventa nel film una chiave di lettura potente. Nese usa quelle immagini come un adulto usa i sogni: per dire quello che la realtà non riesce a contenere. La violenza che ha segnato la sua famiglia trova così una forma, e quella forma diventa l'unico modo per affrontarla davvero. "Una cosa vicina"<i>&nbsp;</i>procede per sottrazione, per silenzi, per ellissi.&nbsp;</p><p><b>Il film ha già fatto tappa a Milano, Verona e Roma, dove il 20 maggio è stato proiettato al Cinema Palazzo&nbsp; con la presenza in sala di Francesco Di Leva. Il tour prosegue con le seguenti date</b>: Matera (26 maggio, CineTeatro G. Guerrieri), Altamura (27 maggio, Multicinema Mangiatordi), Molfetta (28 maggio, Cittadella degli Artisti), Roma di nuovo il 30 maggio al Cinema InTrastevere, Vicenza (4 giugno, Cinema Odeon), Bologna (8 giugno, Cinema Europa), Torino e Messina il 16 giugno, Catania e Palermo il 17 giugno. Tutte le proiezioni prevedono la presenza in sala del regista e della produttrice Chiara Marotta.</p>]]></description>
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				<title>Cannes senza scosse: Mungiu e Almodóvar salvano il concorso</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 17:12:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’andamento non entusiasmante di questo<b> Cannes 2026</b> ha levato di mezzo i bilanci di metà festival. Troppo rischiosi. Escluso l’insensato innamoramento per Thomas Mann, protagonista di <b>“Fatherland” diretto da Pawel Pawlikowski</b>. Un regista sbocciato sulla Croisette, fedele al bianco e nero. Si è fatto conoscere nel 2014 con “Ida”: la storia di una ragazza sul punto di prendere i voti che viene a sapere dalla sua unica zia di essere ebrea. La zia, peraltro, era un ex pubblico ministero comunista responsabile della condanna a morte di parecchi religiosi.</p><p>Guerra, Germania, drammi che con tutto il rispetto sono ben più angosciosi dei patemi di uno scrittore emigrato negli Usa nel 1939, e torna in patria per celebrare Goethe e farsi applaudire. Nella Germania dell’Est e in quella dell’Ovest. Segue – nella classifica di Screen International – Ryusuke Hamaguchi, il regista giapponese che si era fatto notare agli Oscar con “Drive my Car” – una storia molto “parlata” ma avvincente.</p><p>A Cannes 2026 Hamaguchi ha portato un film almeno per metà francese. Le attrici sono Virginie Efira e la modella e attrice giapponese Tao Okamoto. La vicenda è tutto men che allegra: la direttrice di un ospizio alla periferia parigina introduce un nuovo metodo di cura, chiama Humanitude. Ovvero: tratta gli anziani con dignità, a dispetto dei loro impedimenti cognitivi. Incontra Mari, parlano fino all’alba. Scopre più avanti che la ragazza è malata, grave. Neanche Hamaguchi riesce a risollevare il film dalla tristezza, come era riuscito – a tratti – in “Drive my Car”.</p><p>Grandi applausi per “La Bola Negra” – da un racconto rimasto incompiuto di Federico Garcìa Lorca, diretto da Javier Ambrossi e Javier Calvo. Il punteggio però rimane basso, 2 stelline su 5. C’era anche Rodrigo Sorogoyen, in quota Spagna, con un film tra padre e figlia. Lui non la vede da oltre dieci anni, quando la ritrova la scrittura come attrice. Lei in “The Beloved” tanto brava non è, e provoca al genitore regista una crisi isterica – non per modo di dire. Javier Bardem si fa perdonare – ma solo un po’ – gli adesivi pro Gaza.</p><p>Chiudiamo con i nostri preferiti, tra i film in concorso. Cristian Mungiu con “Fjord”: assistenti sociali norvegesi che si accaniscono contro i 5 figli di una coppia, dopo che gli insegnanti hanno visto un livido – il padre è rumeno, basterebbe per scagionarlo un’occhiata alle lezioni di ginnastica. E Pedro Almodóvar con “Amarga Navidad” – nei cinema italiani da oggi, recensione in questa pagina. Inizio scoppiettate e colorato, come il regista ci aveva abituati nei film sulla movida. Poi compaiono le macchine per scrivere, e si sa che gli scrittori non sono sempre di buon umore. Quando non trovano le idee, attenzione che diventano cannibali.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Star Wars: the Mandalorian &amp;amp; Grogu</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 16:55:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Serve un riassunto delle puntate precedenti, che erano in streaming e hanno trasformato un fenomeno globale in un circolo di appassionati, pronti a discutere ogni snodo di trama. In attesa del prossimo film del filone principale, con Daisy Ridley, le spade laser, i cavalieri Jedi, titolo: “<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/star-wars_39743">Star Wars</a>: il nuovo ordine Jedi”. Almeno agli appassionati, un domani, non ci sarà bisogno di spiegare cos’è il manierismo – e neanche come sfruttare fino il fondo un prodotto di successo – un prodotto, non una filosofia, e tantomeno una religione, basata su “che la forza sia con voi”. Per fare un minimo di riassunto: il Mandaloriano Din Djarin è stato arruolato dalla Nuova Repubblica con il compito di dare la caccia agli sconfitti dell’Impero nascosti negli angoli più remoti dalla Galassia. Nuova impresa, per questo film, al servizio di due gemelli Hutt – spiace dirlo, ma sono gli enormi lumaconi. Deve ricuperare il figlio di Jabba, ostaggio su un pianeta con gladiatori e arene per combattere. A salvare il film c’è Grogu, l’adorabile creatura – chiamata all’inizio anche Baby Yoda, che non parla – quindi non ci rifila altre perle di saggezza. Ma già sa usare la forza, per cavarsela da solo nella foresta popolata sa strane creature. Tutte in animatronic, niente grafica computerizzata che appiattisce. Uno degli Hutt ha la voce di Jeremy Allen White, il cuoco della serie “The Bear”. Martin Scorsese doppia un venditore di kebab.</p>]]></description>
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				<title>Amarga Navidad</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 16:47:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Saccheggiare le propria vita è autofiction. E rubare le vite di chi ti sta vicino e ti fa confidenze? E Marcel Proust che trasformò l’autista Alfred Agostinelli nel personaggio di Albertine, nella “Recherche”? Questa è letteratura al massimo grado, sicuro. Nella zona grigia,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pedro-almodovar_39068">Pedro Almodóvar&nbsp;</a>si diverte a trafficare, a interrogarsi, a scambiare i ruoli, a mettere in difficoltà la sua controfigura sullo schermo, l’attore argentino Leonardo Sbaraglia, scrittore in crisi d’ispirazione. E il cinema? non soffrirà magari della stessa malattia? (il titolo internazionale del film è “Autofiction”, per non lasciare dubbi). “Amarga Navidad” – crudele Natale – inizia con Elsa, regista di spot pubblicitari che ha da poco perso la madre, e si tuffa nel lavoro per superare il lutto. L’accompagna un premuroso fidanzato, pompiere e a tempo perso spogliarellista – galeotto fu uno spot di mutande. Parte con un’amica, lasciando il fidanzato a Madrid. Intanto lo scrittore scrive e scrive, la crisi sembra passata, le sofferenze ora stanno nel manoscritto. E scrive anche la regista Elsa, che aveva deciso di tornare al cinema dopo due “film di culto” – pochi spettatori fissati, succede – che non hanno incassato quasi nulla. Da qui la svolta verso la pubblicità delle mutande. Seguono complicazioni, e un finale meraviglioso, quando le persone diventate personaggi si ribellano. Potrebbe arrivare la Palma d’oro a Cannes, stasera.</p>]]></description>
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				<title>Cannes guarda a Tokyo. Il mercato del cinema parla giapponese</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 09:29:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p>Se credete che il <b>Festival di Cannes</b> sia soltanto fatto dei film in concorso, dei red carpet, dei vestiti sfavillanti e delle palme della Croisette, vi sbagliate di grosso. Perché accanto alla dimensione più visibile della manifestazione, infatti, il vero cuore pulsante del mondo del cinema che prende vita qui è celato nel <b>Marché du Film</b>, il grande mercato internazionale dove produttori, distributori, piattaforme, venditori e operatori dell’audiovisivo si incontrano per comprare, vendere, finanziare e far viaggiare i film nel mondo.</p><p>Quest’anno però, il Marché ha una caratteristica peculiare: perché <b>paese d’onore è il Giappone</b>. Una scelta che va oltre l’omaggio a una delle cinematografie più importanti della storia, trasformandosi in un simbolo del peso crescente che l’immaginario nipponico ha assunto nell’industria globale, non solo attraverso il cinema d’autore, ma anche grazie ad anime, manga, franchise e proprietà intellettuali capaci di attraversare linguaggi e generazioni.</p><p>Il programma del Marché dedica ampio spazio proprio a questi temi, tra panel e incontri che vedono personaggi di spicco come l’executive vice president di Crunchyroll Matthew Berger, il presidente di Sony Stanford Panitch, il general manager di Toei Yosuke Asama e molti e altri protagonisti del settore, confermando come l’animazione giapponese sia ormai uno degli assi strategici dell’audiovisivo contemporaneo.</p><p>Il Festival di Cannes, attraverso il suo mercato, intercetta così un passaggio significativo: quello che ricorda che<b> l’animazione non è un comparto laterale dell’industria audiovisiva, ma uno dei suoi centri propulsivi.</b>&nbsp;La sfida, ora, è capire se il mercato internazionale saprà avvicinarsi a questo patrimonio senza ridurlo a semplice bacino di proprietà intellettuali da adattare. Perché il successo globale di anime e manga non nasce dalla loro genericità, ma dalla loro forte riconoscibilità culturale, estetica e narrativa.</p>]]></description>
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				<title>L’America che alla Croisette entra solo da indipendente</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dagli Stati Uniti, in questo festival di Cannes all’insegna della forzata carestia – ricorda certi disastri dell’agricoltura sovietica anni 30, il grano doveva crescere dove indicato dal piano quinquennale di Stalin, non nella fertile Ucraina – sono arrivati solo due film.<b> Indipendenti, vale a dire non usciti dai grandi studi</b>. “Paper Tiger” di James Gray è prodotto da Leone Film Group (scrive Forbes) assieme a Vice Pictures, guidata da Leonardo Maria Del Vecchio – quello che ora occupa le pagine economiche con il gigantesco prestito che gli servirà per sistemare le questioni ereditarie. <b>Indipendenti anche i distributori</b>: l’ormai celebre Neon che ha la sua parte di applausi quando compare nei titoli di testa.</p><p>Il secondo regista americano ammesso da Thierry Frémaux è <b>Ira Sachs</b>, con “The Man I Love”. Titolo rubato a un brano di George e Ira Gershwin, nel repertorio di Ella Fitzgerald e Barbra Streisand (bloccata a New York per via di un ginocchio, doveva essere l’ospite della serata di chiusura, sabato sera). <b>Nel film è Rami Malek a cantarla, quasi a sussurrarla davanti al microfono</b>, tirandone fuori tutta la solitudine e la disperazione. Produzione indipendente, uno potrebbe osare fino a “casalinga”: professionisti riuniti sotto varie sigle.</p><p>Rami Malek – lo abbiamo visto nel ruolo di Freddie Mercury in “Bohemian Rhapsody”, poi come psicoanalista Douglas Kelley in “Norimberga” – è nato in California da genitori egiziani copti. Deve la celebrità alla serie “Mr Robot”, cappuccio della felpa in testa e aria misteriosa. <b>Nel film di Ira Sachs è Jimmy George, un attore malato di Aids che nella New York negli anni 80 si prepara al suo ultimo ruolo in un musical, vestito da donna</b>. Allora l’Aids non perdonava, il compagno gli prepara le vaschette per le medicine da prendere ogni giorno, ma ormai è troppo tardi. Jimmy dimentica le parole che deve recitare, e cerca il brivido di un nuovo amore nel giovanotto del piano di sotto.</p><p>Non vincerà la Palma d’oro, forse. Davanti a film che non spiccano –<b> escluso Pedro Almódovar con il suo “Amarga Navidad”, da oggi nelle sale italiane</b> – i gusti delle giurie sono più imprevedibili che mai. Speriamo non siano ancora tutti innamorati di Thomas Mann, e dei suoi patemi, mentre si fa festeggiare dalla Germania dell’est e dell’ovest, e non versa una lacrima per il figlio suicida Klaus.<b> Ci sarebbe anche la Queer Palm</b>, riservata ai film che raccontano vite gay. E non abbiamo ancora visto – non potete sapere le difficoltà di prenotazione, credono di aver risolto in problema con proiezioni in una multisala fuori Cannes, a un quarto d’ora d’auto se va bene, da percorrere con appositi bus – “Minotaur” del russo<b> Andrei Zvjagincev</b>.</p><p>Il regista di “Il ritorno”, premiato con il Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 2003, ha rischiato di morire dopo essersi ammalato di Covid, complicato da una setticemia di origine ospedaliera. Ricoverato in Germania, Zvjagincev è rimasto in coma per più di un mese. Al risveglio non era più capace di camminare. Altri mesi in clinica per la riabilitazione. Intanto Putin aveva invaso l’Ucraina. Con moglie e figli, si è stabilito a Parigi e ha ricominciato a lavorare. “Minotaur” è il film della rinascita,<b> nei punteggi dei critici internazionali è secondo solo a “Fatherland” di Pawel Pawlikowski</b>. Nella lotteria delle prenotazioni, risulta sempre tutto esaurito.</p><p>E’ uno dei film perduti a Cannes. Speriamo di poterlo ricuperare subito al cinema. Nel programma 2026, per simulare una ricchezza che non c’è, è stata ingigantita la sezione Cannes Première: film francesi in uscita nei prossimi mesi.</p>]]></description>
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				<title>Cristian Mungiu sfidò l’indifferenza morale sull’aborto, ora ci delizia con le famiglie nel bosco</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Bioetica e diritti</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>Nel 2007, quasi venti anni fa, sbarcava a Cannes un film del nuovo cinema rumeno, firmato e girato da <b>Cristian Mungiu</b>. Il titolo è “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”. Racconta l’aborto clandestino in Romania prima della caduta di Ceausescu. L’amica della ragazza che abortisce la sua creatura è la vera protagonista di questo racconto all’insegna, come dice il Monde, dell’inquietudine morale. Osserva, solidarizza, condivide il dolore e capisce che qualcosa di importante va per storto in tutta la storia. Il dramma è insieme intimista e universale, la critica progressista è un po’ offesa perché l’accento non è abbastanza boniniano o aspesiano, sororale per dir così, e il fuoco non riguarda la clandestinità orrenda dell’interruzione di gravidanza ai tempi del proibizionismo. Siamo nell’anno che precede la nostra sfortunata campagna per la moratoria sugli aborti, nata in opposizione al cinismo buonista della moratoria per la pena di morte, collegata culturalmente (le guerre culturali) all’imminente dispiegamento dell’aborto come diritto universale e magari costituzionale (che tempismo, il fogliuzzo). L’anno dopo uscirà in America e in Europa “Juno”,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/%7Bmain_section.full_slug%7D/2008/03/09/news/juno-siamo-noi--270283">il grande manifesto del rifiuto di abortire, che proiettammo a Roma nell’ultimo comizio</a>. Ma la parata è pronta. L’imbarazzo prewoke si sistema facilmente:<b> nel 2007 premiando il film di Mungiu con la Palma d’oro e rubricandolo come un documento sulla cattiveria di Ceausescu e della clandestinità abortiva, così togliendosi dalle palle ogni tipo di vera inquietudine morale</b>. L’anno dopo, a campagna italiana dispiegata, semplicemente negando che “Juno” fosse quel manifesto che era (il negazionismo di Aspesi è indimenticabile).</p><p>Ci risiamo. Siccome <b>Mungiu</b> è un autore a suo modo profetico, con una sensibilità etica spiccata, <b>presenta a Cannes con un bel senso del tempo un film sulla Famiglia nel bosco</b>. Sì, proprio. Il film si chiama “Fiordo”, il chietino e la sua campagna non c’entrano. Ma la storia è la stessa. Al posto dei funghi intossicanti, indecente pretesto per la persecuzione dei figli dei coniugi Trevallion e dei loro genitori angloaustraliani, ci sono delle ecchimosi sulla pelle dei bambini di questa famiglia rumeno-norvegese installata in un piccolo paesino di un fiordo, l’indagine scolastica parte fulminea e di lì in avanti, di lì in giù, sempre più giù, lo stato progressista, con i suoi maledetti e benedetti servizi sociali per l’infanzia, con le sue leggi, le sue sordità totali, le sue pretese ideologiche, il suo intimo totalitarismo morale, la sua cultura psicologica di serie B, i suoi pregiudizi, travolge la famiglia con le procedure che i lettori dei giornali italiani conoscono bene nel caso dei bambini del bosco.</p><p>Siamo in Norvegia, Scandinavia, dunque non c’è Vincenzo De Luca, una volta mascotte della nostra allegria beffarda, che augura tre anni di galera a genitori rei di non educare i figli come lui ha educato i suoi. Ma l’intimo totalitarismo dello stato progressista colpisce con altrettanta e accanita mania ideale e pratica, con altrettanto non-senso delle procedure, con lo stesso linguaggio della burocrazia parastatale, gli innocenti del fiordo, piccoli e adulti.             Cannes ormai non serve più a niente, tranne le firme abbondanti contro quel gangster politico di Vincent Bolloré,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/05/18/video/al-festival-di-cannes-la-commedia-umana-della-croisette--399065">il red carpet sempre più banale</a>, l’esibizionismo da Croisette (basta leggere Mancuso per capirlo). Ma gli è capitato, perché i francesi hanno sulla testa la mano fortunata della Marianna in marcia, un altro racconto profetico sulla vertiginosa altezza ideologica dei nostri tempi, e qui Ceausescu c’entra poco, e sulla loro bassezza moralmente inquietante. Forse gli daranno un’altra Palma d’oro e lo metteranno in archivio come fecero per l’aborto.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Almódovar non ha mai vinto, ma il film più bello è il suo</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Lo scrittore deve avere una scheggia di ghiaccio nel cuore”. Parola di Graham Greene, garantita dai suoi meravigliosi romanzi non invecchiati di un giorno. <b>Siamo noi ad aver perso la voglia di leggere</b>. Ahimé, non quella di scrivere: un’epidemia senza vaccino.</p><p>Da <b>Pedro Almódovar</b>, di anni 76 – la madre scriveva e leggeva lettere per i compaesani analfabeti – arriva il film più bello e audace. Da far arrossire i vincitori di Palme d’oro negli anni recenti – <b>lui non ne ha mai avuta una</b> – e già sul viale del tramonto. O del manierismo, che è più o meno lo stesso. Quando non sono abbagliati per il successo inatteso, e poi vanno a sbattere.</p><p>“Amarga Navidad” sta per “crudele natale”. <b>Sono parole di una canzone.</b> Il titolo internazionale è “Autofiction”, rovinando tutte le sorprese del film – e tra l’altro smentito dalla scena finale. Lo scrittore messo in crisi dalla persona a cui si era ispirato – la fedele assistente gli si rivolta contro, accusandolo di speculare sul dolore degli altri – riapre il file finito, cancella la parola “Fine” e cambia l’intreccio del romanzo. <b>La scheggia di ghiaccio nel cuore c’è, accanto all’invenzione.</b></p><p>Esce oggi nelle sale italiane, con il titolo originale e una partenza degna del miglior Almódovar. Il regista Raul viene lasciato a sé stesso, per qualche settimana, dalla fedele assistente Monica. Sta scrivendo un copione ambientato nel 2004, protagonista Elsa, una regista “di culto” – sottinteso: senza pubblico, tranne pochi fedelissimi – che ora gira spot pubblicitari. Ha un amorevole fidanzato che fa lo spogliarellista, nei tempi liberi dal lavoro di pompiere. Lei soffre di emicranie, e si prende una vacanza alla Canarie, dove ricomincia a scrivere. Quindi: <b>regista incriccato racconta una regista che ritrova la scioltezza</b>. Seguono complicazioni, ma la narrazione ha ragioni che il cuore non conosce. Gli scrittori lo sanno. Se sono bravi.</p><p>Tra i molti film in concorso – ma se ne trovano quest’anno anche fuori dal concorso – che lasciano lo spettatore beffato, c’è “L’inconnue” di<b> Arthur Harari.</b> Se il nome non vi dice nulla: era lo sceneggiatore, assieme alla regista <b>Justine Triet</b>, della Palma d’oro 2023 “Anatomia di una caduta”. Impeccabile da ogni punto di vista: un mistero da svelare in un processo senza un attimo di noia.</p><p>Qui l’affare è di famiglia. Arthur Harari porta sullo schermo una graphic novel sua e del fratello Lucas. Hanno scritto insieme la sceneggiatura, assieme a Vincent Poymiro.  Il terzo fratello Tom Harari ha lavorato al film come direttore della fotografia. <b>Il protagonista è David, un fotografo che ripercorre le tracce ancora visibili della vecchia Parigi.</b> Taciturno e poco socievole, finisce a una festa di capodanno, dove vede una donna che crede di aver già fotografato. Ed è subito sesso.</p><p>Fin qui, noioso ma tollerabile. Poi, bisogna leggere le istruzioni. L’amplesso ha migrato l’anima di lui nel corpo di lei, nel film infagottata e con la faccia tonda dopo una recente gravidanza che le ha lasciato qualche chilo di troppo. Il regista non sta indietro: <b>infierisce con luci sgradevoli e mancanza di trucco</b>. Ma neppure per un attimo il film pare sensato.</p><p>Chiedere a Julie Christie di “Victor Victoria”, regia di Blake Edwards, per una credibile performance di una donna che si finge un maschio che va in scena travestito da donna. Ma quello era spettacolo. Qui è filosofia alla francese, studio sui generi sessuali, intellettualismo in libertà. <b>Peccato che Barbra Streisand non possa venire a Cannes per ritirare la sua Palma d’oro alla carriera: si è fatta male a un ginocchio</b>. Lei sì che era credibile, come aspirante rabbino in “Yentl”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Cercansi capolavori sulla Croisette</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Quando Screen International – una bibbia ai festival, in accoppiata con Variety – nel bel mezzo del festival di Cannes annuncia “I film che probabilmente saranno a Venezia 2026”, ci sentiamo almeno speranzosi. <b>Qui sulla Croisette finora, a una manciata di giorni dalla chiusura con premiazione, grandi capolavori non ne abbiamo visti. </b></p><p>A parte, si intende, <b>l’allucinazione collettiva in bianco e nero “Fatherland” di Paul Pawlikowski</b>: Thomas Mann tornato in Germania dagli Usa, festeggiato nella Germania dell’ovest e in quella dell’est. A essere maligni, che con i registi non si sbaglia mai: ognuno si è riconosciuto nel maestro delle lettere tedesche. Intanto Canal+, proprietà dell’arcinemico Vincent Bolloré, ha fatto sapere che i firmatari non saranno più finanziati né ospitati (Canal+ i film li produce, oltre a trasmetterli e a invitare registi e attori nei suoi programmi). Primo candidato per Venezia, “The Adventures of Cliff Booth”: scritto da Quentin Tarantino e diretto da David Fincher. Assieme a “Tender Loving Care” di Mike Leigh, e “Bucking Fastard” di Werner Herzog. Ci fermiamo qui, per non essere accusati di intelligenza con il nemico.</p><p>Torniamo a Cannes. Qui, nel 2007, <b>il regista rumeno Cristian Mungiu vinse la Palma d’oro con “Quattro mesi, tre settimane e due giorni”</b>. Da allora è sempre una gradita presenza. Quest’anno è in concorso con <b>“Fjord”</b>, suo primo film in inglese, accolto con lunghi applausi alla proiezione ufficiale, molti indirizzati a <b>Renate Reinsve</b>, l’attrice che abbiamo scoperto qualche anno fa qui a Cannes con “La persona peggiore del mondo”. E ritrovato al cinema con il post-bergmaniano “Sentimental Value”. Da allora, un’attrice piena di risorse e intelligente <b>ha visto restringersi le possibilità interpretative a quel che il cinema impone alle donne che recitano nei film d’arte e cultura</b>. Una sola espressione, sufficiente per gioia &amp; dolore &amp; rabbia. Lisbet è la moglie norvegese di Mihai, che è rumeno. Hanno cinque figli, il piccolo ancora in fasce. Si sono appena trasferiti in un paesello in fondo a un fiordo, da qui il titolo. Fanno parte di una comunità religiosa che legge e rilegge la Bibbia, e vieta ai ragazzini i videogiochi, You Tube, gli smartphone e tutte le altre diavolerie moderne.</p><p>Quando la figlia grande torna a casa con un livido, scatta la Protezione dell’infanzia. I bambini – compreso il neonato – vengono allontanati dai genitori e sistemati in famiglie d’affido. La madre Lisbet è costretta a imbottigliare il suo latte per nutrire il piccolo. Ovviamente, qualsiasi mossa dei genitori costituisce un’aggravante. Segue processo, e bisogna sapere che anche un buffetto è  considerato tale. Mungiu sa tenere alta la tensione, dopo un inizio quieto. Delle “vecchie” glorie, è finora il migliore.</p><p><b>       Ieri – troppo tardi per riferirne, ne scriveremo domani – è passato in concorso Pedro Almodóvar con “Amarga Navidad”</b>, da domani nei cinema italiani  (finalmente qualcuno che capisce a cosa servono i festival). Una Palma d’oro non l’ha mai avuta, neppure per “Tutto su mia madre”, quando i pettegolezzi della vigilia lo davano per sicuro vincitore. Aggiungiamo che il titolo internazionale del film, scelto per l’uscita in Francia, è “Autofiction”. L’ultimo titolo in salita nei punteggi è la fantascienza di “Hope”: alla regia il sudcoreano Na Hong-Jin, budget in dollari 33 milioni. Troppo e non abbastanza, scrive Indie Wire.  Sulla lunghezza eccessiva, concordano anche i fan sfegatati – ormai nessun regista vuole privarsi di nulla. E allora: mostri, inseguimenti, umorismo greve, complotti, villaggi distrutti.</p>]]></description>
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				<title>Alieni a Cannes. Due registi difendono Israele e a raccontano il martirio di Samuel Paty</title>
				<pubDate>Wed, 20 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Giulio Meotti</author>
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				<description><![CDATA[<p>László Nemes è a Cannes per presentare il suo film su Jean Moulin, eroe della Resistenza francese. “Il figlio di Saul” ha lanciato Nemes: un giorno e mezzo nella vita di un sonderkommando, uno degli schiavi di Auschwitz costretti a svuotare le camere a gas dai cadaveri dei loro stessi correligionari ebrei e gettarli nei forni. E subito riconosciuto come uno dei più grandi film mai realizzati sull’Olocausto. <b>“Il figlio di Saul” ha vinto tutti i premi possibili, compreso l’Oscar per il miglior film straniero</b>. Al Guardian che gli chiede come pensa che “Il figlio di Saul” verrebbe accolto se uscisse oggi, Nemes risponde: “Non credo nemmeno che entrerebbe nella shortlist degli Oscar. Nessuno lo toccherebbe nemmeno con un palo di tre metri”. Nemes pensa che sia per questo che il suo nuovo film “Orphan” non ha trovato un distributore negli Stati Uniti e che “è stato ignorato a Venezia”.</p><p><b>“C’è un’orgia di antisemitismo, un’orgia assoluta e sfacciata di antisemitismo che sta invadendo l’occidente”, dice Nemes</b>. “<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/il-bi-e-il-ba/2026/04/14/news/lantisemitismo-e-tornato-a-essere-senso-comune--276437">E’ una regressione antiumanista</a>. E poiché non è identificata come tale, credo che sia molto efficace nel diffondersi. L’ebreo è sempre stato visto come una sorta di nemico interno e ora <b>l’idea dell’ebreo come nemico interno dell’occidente ha raggiunto le dimensioni di prima della presa del potere da parte del nazismo</b>”. Pensa davvero che sia a quel livello? “Ci sta arrivando”.</p><p>Nemes parla poi di Gaza e degli attori, tutti schierati contro Israele. “Se avessero a cuore le persone di questa regione, si sarebbero ribellati contro chi le governa con un culto della morte totalitario che sta uccidendo la propria popolazione a livelli senza precedenti”. Parla di Hamas. “E’ un’ideologia jihadista globalista, che punta soprattutto a uccidere gli ebrei”. Parla delle difficoltà a trovare una distribuzione per “Orphan” e di come “<b>la gente mi chieda di Gaza invece che del film. Mi chiedono se ho firmato questa o quella petizione</b>. E’ stancante sentire la superclasse di Hollywood farci la predica dalle loro piscine e ville di lusso nella Valley e sulle colline di Hollywood. Devo ascoltare milionari che fanno la morale al mondo? E’ un movimento a pieno regime verso l’idiozia e l’autodistruzione intellettuale. Non credo di essere l’unico a pensarla così.&nbsp; Ma le persone sono troppo codarde per parlarne”.</p><p>Il regista Vincent Garenq di certo codardo non lo è. Ma era necessario che Garenq adattasse al cinema l’assassinio di Samuel Paty, il professore ucciso dall’islamista ceceno Abdoullakh Anzorov fuori dalla sua scuola media? La domanda è posta seriamente da una parte della stampa in occasione dell’uscita a Cannes di “L’Abandon”, diretto da Vincent Garenq, e fuori programma a Cannes. “Difficile non vedere una forma di opportunismo e di sensazionalismo imbarazzante in questa messa in immagini delle ultime ore di Samuel Paty”, scrive l’HuffPost. Lo streamer Grimkujow, che conta 225 mila follower su Instagram, si lancia in una diatriba virulenta contro un film “cattivo e pericoloso”. <b>Libération si preoccupa del rischio di “sfruttamento, in particolare a destra e all’estrema destra</b>, sempre pronte a brandire la minaccia del separatismo identitario, non appena si ripropongono sotto una forma parossistica le incomprensioni teoriche intorno alla questione della blasfemia e degli imperativi della laicità”. Secondo l’Humanité, “lascia un senso di inquietudine, suscitando timori di stigmatizzazione”.</p><p>L’islamogoscismo non delude mai. Sgozzato al grido di “Allahu Akbar” il 16 ottobre 2020 a Conflans-Sainte-Honorine per aver mostrato delle caricature di Charlie Hebdo durante una lezione sulla libertà d’espressione, Paty è diventato, sei anni dopo, oggetto di un secondo abbandono. Il primo, ancora prima della sua morte, avvenne da parte della sua gerarchia scolastica, nel silenzio e nell’ostilità dei colleghi, con la campagna scatenata contro di lui sui social dopo la denuncia mendace di un genitore di una alunna, rilanciata da un militante islamista. Il secondo abbandono si legge tra le righe, cioè l’idea che un film su un professore assassinato da un islamista sarebbe di per sé una stigmatizzazione dei musulmani. <b>Quando si tratta di islamismo, bisogna parlare di islamofobia. Il morto assassinato deve avere questa utilità. E se non ce l’ha, è un problema.</b> A parte Nemes e Garenq, quanti altri, a Hollywood, a Cannes e a Venezia, stanno zitti per paura di perdere contratti e red carpet? Basta invece una spilla pro Flotilla per diventare indispensabili.</p>]]></description>
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				<title>Qualche intruso interessante nella Cannes della grandeur</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 18:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non si capisce come sia riuscito a infiltrarsi, in un <b>festival di Cannes </b>che mai come quest’anno celebra la storia di Francia: l’eroe della resistenza Jean Moulin  nel film di László Nemes, o “La Bataille De Gaulle” dittico sul generale De Gaulle che comprende “L’âge de fer” e J’écris ton nom”, sceneggiati e diretti da <b>Antonin Baudry</b>. Poi c’è “Cantona”, che dice di sé “Non sono un uomo. Sono Cantona”. Il più riuscito, classico senza svolazzi, è “La Troisième Nuit” di <b>Daniel Auteuil</b>: il salvataggio di 108 bambini ebrei dal campo di Vénissieux e dalla deportazione. Nel 1942, sotto il governo di Vichy.</p><p>L’intruso, a pari merito con “Teenage Sex and Death at Camp Miasma”, è “Jim Queen” film d’animazione diretto da <b>Marco Nguyen e Nicolas Athane</b>, proiettato a mezzanotte (per la stampa, alle otto del mattino). Jim Queen è un influencer gay di gran successo, milioni di followers lo venerano per il corpo perfetto: chiappe disegnate con il compasso, torace depilato ma non troppo, addominali a quadrotto. <b>Ma un terribile morbo si diffonde in palestra, nelle saune, nelle discoteche: l’Heterosis</b>. Primo sintomo: un quadrotto addominale che fa plop! e scompare. Orrore e disperazione: Jim campa sui follower, gli addominali spariti sono una tragedia. Entra in scena Lucien, magro come una sottiletta e grande fan di Jim Queen, di cui è segretamente innamorato. Ma l’orribile mamma che gli porta i caffè a letto lo tiene prigioniero, guai a uscire nel mondo cattivo. Lucien e Jim Queen finalmente si incontrano, andranno alla ricerca del misterioso dotto Ragoo, che potrebbe  avere una cura. <b>A due o tre gag per scena, il divertimento è assicurato</b>. Nulla dell’universo queer rimane fuori: dallo sniffatore di sneakers, agli Orsi, pelosi e soprappeso, a un Hitler mascherato, con cani al seguito.</p><p>“Paper Tiger” di <b>James Gray</b> è uno dei due film americani in concorso; l’altro è l’indipendente <b>Ira Sachs</b> con “The Man I Love”, sempre gradito ospite con i suoi film di amori tra maschi (in programma tra qualche giorno). Anche James Gray viene invitato regolarmente, e stavolta –<b> </b>sarà lo spirito antiamericano che si diffonde – non è stato ben giudicato né applaudito. La trama non è tanto originale, in effetti. Ma i film con i gangster a Brooklyn hanno variazioni limitate, soprattutto se come “Paper Tiger” sono ambientati negli anni Ottanta. I cattivi sono russi, brutti ceffi che intendono sviluppare un trasporto di petrolio via acqua, nel canale di Gowanus a Brooklyn – allora inquinato, oggi ripulito e gentrificato. Se ne parla nel romanzo di <b>Jonathan Lethem </b>“Brooklyn senza madre”; <b>Thomas Wolfe</b> negli anni Quaranta ne parlava come di una “gran sinfonia di puzze, provenienti da varie putrefazioni”. I buoni sono <b>Miles Teller</b> – occhialuto e padre di famiglia non troppo sveglio – e la moglie <b>Scarlett Johansson</b>. I figli, incolpevoli, vengono portati in macchina dal padre a visitare i luoghi della futura ricchezza. All’insaputa della madre, e suggestionato dal fratello <b>Adam Driver</b>, ex poliziotto che si spaccia per insider. Forse lo è, ma gli affari non sono proprio puliti, né senza rischi. Miles Teller fa il padre di famiglia con la camicia a scacchi. Adam Driver è il fratello sveglio, di successo, ex poliziotto e chissà quante altre cose. La moglie Scarlett Johansson fa la casalinga, mentre il marito si caccia nei pasticci lei scopre di avere un tumore. Ma guai a dirlo al marito, che vorrebbe fare il salto verso la ricchezza. Modesta, in verità. Giusto per mandare i figli al college. Non ha capito che il Gowanus Canal è, secondo Jonathan Lethem, “l’unico corso d’acqua al mondo composto al 90 per cento di armi”.</p>]]></description>
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				<title>Al Festival di Cannes, la commedia umana della Croisette</title>
				<pubDate>Mon, 18 May 2026 13:19:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Durante i giorni del Festival, Cannes più che una (bellissima) città della Costa Azzurra diventa un grande set a cielo aperto</b>. E se il cinema resta il centro di tutto, tra film, <i>première</i>, star internazionali e tappeti rossi, c’è anche un’altra Cannes fatta di volti, attese, piccoli rituali e persone. È quella composta da coloro che aspettano per ore dietro una transenna nella speranza di vedere da vicino un attore. Di chi si presenta elegantissimo per tentare l’ingresso <i>last-minute</i> o per elemosinare un biglietto, provando il colpo di fortuna.  Di chi fotografa, filma, racconta, di chi cerca un’inquadratura, un autografo, una foto. Ma anche di chi continua a lavorare nei bar, negli hotel, nei ristoranti, sulle spiagge, facendo parte ogni giorno di una macchina imponente che per due settimane cambia completamente il volto della città.</p><p>Il Festival di Cannes è anche questo: una trasformazione urbana e umana che rende la Croisette una passerella permanente e i marciapiedi veri punti di osservazione. Una dimensione nella quale il confine tra spettacolo e vita quotidiana si fa sottile, spostando il focus e analizzando <b>il Festival non solo come evento culturale e industriale, ma come fenomeno collettivo in cui ciascuno interpreta una parte</b>. Perché a Cannes tutti sembrano davvero avere un ruolo: chi sale le scale del <i>Palais des Festival</i>, ma anche chi le guarda da lontano.</p>]]></description>
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				<title>Maborosi - I bagliori dell&#039;anima</title>
				<pubDate>Sat, 16 May 2026 05:35:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un sogno ricorrente: la nonna prepara la sua valigetta e si avvia a piedi sul ponte, vuole andare a morire nel paese dove è nata. La ragazzina Yumiko non riesce a fermarla, i richiami della tradizione sono fortissimi. Da grande ha un marito affettuoso – o almeno così pare: Ikuo, il ragazzo che nel sogno andava in bicicletta. Un giorno esce di casa, poi torna per prendere un ombrello. Le dicono: “Un uomo è stato investito da un treno, non rimane abbastanza per riconoscerlo”. Gli altri due ritardatari ora sono tornati a casa. Yumiko è sconvolta, non c’era stato nessun segno rivelatore. Anzi, avevano appena ridipinto la bici con cui lei correrà in stazione per avere conferma dell’incidente. La vita continua, nella tristezza somma – giapponese, senza lacrime o strepiti, solo una cappa d’angoscia che si aggiunge al paesaggio grigio. Del resto, “Maborosi” – senza le fantasie dei titolatori italici – è la luce fantasma che i pescatori vedono in mare, e li attira verso la morte. Chi sopravvive, è paralizzato di fronte all’inspiegabile. Torna nelle sale il primo film di Hirokazu Kore-Eda, debuttante nel 1995. Già bravissimo, solo un po’ più ostico rispetto al calore drammatico di film più recenti come “Father and Son”, premio della giuria nel 2013. O “Un affare di famiglia”, Palma d’oro nel 2018: l’irresistibile storia di piccoli criminali riuniti per sopravvivere. Arriva a fine giugno anche il bellissimo “Afterlife”, non perdetelo!</p>]]></description>
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				<title>Tre chilometri alla fine del mondo</title>
				<pubDate>Sat, 16 May 2026 05:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Di solito in questo periodo arrivano in sala i film di Cannes. Non i nuovi, quasi tutti risalgono all’anno precedente. “Tre chilometri alla fine del mondo” li batte tutti, è del 2024, e aveva vinto il premio Uefa, European Film Awards. Era in concorso a Cannes 2024, il regista rumeno aveva dichiarato: “Sono figlio e padre, mi interessava il tema della famiglia, e inoltre ero incuriosito dall’intransigenza che sembra regnare oggi, in un mondo senza più comprensione e tolleranza”. Siamo in Romania, un remoto villaggio nel delta del Danubio. I genitori hanno fatto tanti sacrifici, Adi può studiare a Tulcea, la città più grande del delta. Una notte Adi torna a casa con i lividi di un violento pestaggio. Era in compagnia di un forestiero, in atteggiamenti affettuosi: vista intollerabile per i maschi del luogo. Ma questo dettaglio viene fuori soltanto dopo un po’ di interrogatori. Il forestiero riparte, vista l’accoglienza. Sul referto sta scritto: “Gravi lesioni traumatiche”. I responsabili sono i figli del vicino che rivelano l’odioso dettaglio, inconcepibile nello sprofondo della provincia più isolata della Romania. Il movente non sono quindi vecchi debiti del padre di Adi. Scoperta la vera ragione, la famiglia toglie il sostegno al figlio, arrivano il prete e i servizi sociali. anche l’amica si ritrae. Il cinema rumeno ha sempre storie da raccontare. A questo però manca qualcosa che bilanci la tragedia, chiara dalla prima scena.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;Elena nera dell&#039;Odissea di Nolan</title>
				<pubDate>Sat, 16 May 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Tommaso Tuppini</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Non Angli, sed angeli”. Quando nel VI secolo Papa Gregorio Magno vide al mercato di Roma gli schiavi anglosassoni, pallidi e biondi, disse che sembravano messaggeri celesti. Quei capelli erano un blasone capace di riscattarne l’infima condizione sociale. <b>La natura, nemica delle eccezioni, non ama il biondo, gene recessivo che scompare al primo incrocio con un capello scuro</b>. Se è sopravvissuto alle disavventure dell’evoluzione, è perché da Afrodite in poi fa perdere la testa agli uomini. Le prostitute ateniesi si tingevano di biondo per assomigliare alla dea della passione, oppure indossavano parrucche comprate a peso d’oro dai popoli nordici.</p><p>Tutt’altro che rassicurante, il simbolismo del biondo incarna una dicotomia che governa l’occidente da duemila anni: bionde sono la Vergine Maria, ma anche Eva e la Maddalena. <b>I riflessi di questo colore irradiano purezza e lussuria</b>. Come ricorda Joanna Pitman in “On Blondes”, il biondo fu una tentazione nel Medioevo, un’ossessione nel Rinascimento, un alone di mistero nell’Inghilterra elisabettiana, un terrore mitico nell’Ottocento, un’ideologia negli anni Trenta, un invito sessuale negli anni Cinquanta.<b> Il tempio della biondità novecentesca è stata Hollywood</b>. Marilyn non fu certo l’unica a pensare che gli uomini preferiscono quelle come lei. Le icone del vecchio cinema americano erano necessariamente bionde: Grace Kelly, Kim Novak (Hitchcock era un patito di entrambe), poi Sharon Stone, Michelle Pfeiffer.</p><p>Oggi Christoper Nolan annuncia che nel suo kolossal sull’“Odissea”,<b> Elena, la più bionda tra le bionde, sarà interpretata da un’attrice nera</b>. Ma da tempo le more si sono prese la loro rivincita. Le nuove dive si chiamano Jenna Ortega, Gal Gadot, Margareth Qualley. Altro che ossigenarsi i capelli: la bionda per antonomasia della Gen Z, Sabrina Carpenter, se li è scuriti fino al corvino. Il manifesto della svolta fu il caschetto nero dell’eterea Uma Thurman in “Pulp Fiction”. Perché? Che significa questa conversione?<b> La bionda, che ormai resiste solo come fenomeno di nicchia reazionaria (Sydney Sweeney), è sempre stata eccessiva, difficile da catalogare</b>: angelo o meretrice, vergine o tentatrice, fede o scandalo. Ha uno spessore metafisico che la sottrae al mondo ordinario e la trasporta in una regione di beatitudine e rischio. La mora, invece, non pretende questo sforzo. Può essere desiderabile senza essere fatale. Alleata della natura nel tentativo di estinguere quel surplus di seduzione, la Hollywood degli ultimi trent’anni ha capito che i maschi moderni non vogliono più vivere pericolosamente, e preferiscono essere confortati. Nel cast di Nolan <b>si è salvata soltanto la biondità di Charlize Theron nei panni di Calipso</b>. Per quanto da ragazzi si tifasse perché Ulisse restasse con lei, alla fine dovrà tornare alla Penelope di Anne Hathaway. Poteva andargli peggio, certo. Fatto sta che agli uomini pantofolai piacciono le bionde, ma poi sposano le more.</p>]]></description>
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				<title>Le tigri di Mompracem</title>
				<pubDate>Fri, 15 May 2026 16:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non è un revival salgariano, come potrebbe far pensare la coincidenza con la bellissima e ricca mostra in corso alla Reggia di Monza, “La tigre ruggisce ancora”. O con l’altra mostra, più piccola e didattica, a Chivasso Palazzo Einaudi, intitolata “Una scrivania per correre nel mondo dell’avventura”.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/emilio-salgari_44912">Emilio Salgari</a>, grande scrittore di storie esotiche, era tutto meno che avventuroso: l’esotismo lo imparava sui libri. In questo film di Alberto Rodriguez, le tigri di Mompracem sono due ragazzini, così ribattezzati dal padre sommozzatore professionista che ne ha ipotecato il futuro. Si chiamano all’anagrafe Antonio e Estrella, che durante una gara di apnea con il fratello ha subito una lesione all’orecchio interno, ora non può scendere sotto i 17 metri di profondità. Molto per i comuni mortali, poco per il mestiere che sarebbe destinata a fare. Ora sta in barca e assiste il fratello sommozzatore. Il genitore Antonio se la cava meglio sott’acqua che fuori, è divorziato, pieno di debiti e minacciano di levargli la custodia della figlia Estrella. Servirebbe un colpo grosso: nel porto di Huelva, Andalusia, le acque scure nascondono affari non sempre leciti. La fotografia di Alexjandro Martinez contribuisce al fascino del film. L’acqua e la profondità, rese sullo schermo con impressionante realismo, mostrano l’avventura in tutti i suoi spaventi. Effetti visivi premiati ai Goya e al Festival di San Sebastián.</p>]]></description>
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				<title>In the grey</title>
				<pubDate>Fri, 15 May 2026 16:28:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dice il trailer: “Tra il morale e l’immorale, tra il bianco e il nero, tra la legalità e l’illegalità, loro lavorano nel grigio”. E guai a replicare, o a disobbedire: hanno i riflessi veloci e la pistola – o qualsiasi altra arma – facile. E’ stato girato nel 2023, e molte volte rimandato, tanto che temevamo di averlo perso per sempre. Ora sembra la volta buona, un progetto di Guy Ritchie non poteva esse riuscito tanto male. La squadra di agenti specialissimi è formata da Bronco, Sia e Sophia, superaddestrati e abilissimi a muoversi nella “zona grigia”. Non si può sbagliare, e neanche disobbedire agli ordini di “mamma” Sophie (l’attrice Eiza Gonzalez). Davanti a loro, anche gli equilibri geopolitici sono a rischio. Un despota senza scrupoli si impossessa di un miliardo di dollari. Ai nostri tre eroi, come si è visto non sempre specchiati ma sicuramente capaci, tocca la missione di recupero. Impossibile e suicida, solo i magnifici tre potrebbero riuscirci. Ma cosa accade alle missioni audaci e organizzate nei dettagli quando vanno male? Un tremendo pasticcio, un disastro di proporzioni colossali da cui è quasi impossibile sfilarsi. Siamo tra James Bond e certi film di Steven Soderbergh come “Panama Papers”. Non funziona tutto perfettamente, ci sono ripetizioni e i lati oscuri della finanza internazionale restano tali. Guy Ritchie – speriamo – si farà perdonare con i prossimi film. E ritroverà le sue gag.</p>]]></description>
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