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		<title>Cinema</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Wed, 04 Nov 2026 09:43:01 +0100</pubDate>
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				<title>Il corpo della parola e il teatro come coscienza del presente. Parla Lella Costa</title>
				<pubDate>Tue, 03 Nov 2026 15:22:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Giuseppe Fantasia</author>
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				<description><![CDATA[<p>A trent'anni dalla prima apparizione americana de I Monologhi della vagina - nel 1996 presso l'Here Arts Center di New York (il libro fu pubblicato nel 1998 da Villard Books) -&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/lella-costa_49894">Lella Costa</a>&nbsp;torna a misurarsi con un testo che ha attraversato tre decenni di trasformazioni culturali, mutamenti del costume e ridefinizioni del linguaggio pubblico. <b>L'opera di V, già Eve Ensler, conserva la sua materia incandescente dove il corpo femminile è un  luogo di esperienza, di racconto, di desiderio, di sopraffazione e di consapevolezza</b>. Lella Costa, che incontrò l'autrice per la prima volta nel 2001 durante una il primo VDay da lei organizzato al Teatro Argentina di Roma, riporta lo spettacolo in scena nella Capitale, da stasera fino all'8 novembre prossimo al Teatro della Cometa - tornato a nuova vita grazie a Maria Grazia Chiuri - per poi proseguire a Pontedera, Bologna e Milano, al Teatro Carcano, il 24 novembre.</p><p>Una nuova edizione corale, accompagnata da un gruppo di attrici di generazioni e sensibilità differenti, da Anna Ferzetti a Michela Andreozzi, da Sara Drago ad Angela Finocchiaro, Lucia Mascino, Carlotta Natoli, Veronica Pivetti, Fabrizia Sacchi, Paola Turci e tante altre. Attrice, autrice, interprete di una tradizione teatrale nella quale l'intelligenza della parola incontra l'ironia e il pensiero civile, Lella Costa appartiene a quella rara categoria di artisti capaci di frequentare il discorso pubblico senza rinunciare alla complessità. "<b>Il ritorno a questo testo offre l'occasione per interrogare il rapporto fra teatro e società, la temperatura del dibattito italiano, le inquietudini delle nuove generazioni e il destino della parola in un tempo di comunicazione incessante</b>", spiega al Foglio.</p><p><b>Trent'anni dopo, che cosa è cambiato nella percezione del corpo femminile? </b></p><p><i>Questa è una domandona. Sì da un po' per scontato che le cose siano migliorate, che a livello di conoscenza abbiamo fatto dei passi in avanti. Non ne sono però così sicura, perché quello che una volta era un movimento delle donne e una condivisione, un raccontarsi, uno stare insieme, un rivendicare il controllo e la conoscenza del proprio corpo, non so se accade ancora. Non so se le ragazze giovani, oggi, vengano messe nelle condizioni di conoscere il proprio corpo e sapere bene di cosa hanno bisogno e di che cosa si tratti. In questo senso, I Monologhi sorprendono e divertono, raccontando cose che non si danno per scontate.</i></p><p><b>È un testo attuale ?</b></p><p><i>Lo è in un certo senso, perché nasce da una ricerca e da una serie di interviste che Eve Ensler fece negli anni ‘90 a donne di tutte età condizioni sociali negli Stati Uniti. I Monologhi della Vagina hanno questa voce e non è un caso che l'autrice voglia che siano sempre letti e mai recitati a memoria, perché sono voci ed esperienze vere. È la forza di questo testo che ha un passo sempre molto lieve, nonostante alcuni temi forti in esso affrontati. C'è moltissima ironia e lo spettacolo è anche molto divertente.</i></p><p><b>Quando fu portato per la prima volta in scena questo testo, alcune  parole erano ancora impronunciabili.</b></p><p><i>In realtà, forse, alcune lo sono più adesso. All'epoca erano parole provocatorie. Risultava provocatoria e strana persino una parola come vagina che è la definizione tecnica dell'organo cui si riferisce, una parola che non ci è familiare. Stiamo parlando della fine degli anni '90, ma piu che senso dello scandalo, la cosa portò una sensazione meravigliosa di coralità, un tema declinato in molte storie, ma comune a tutte le donne di tutte le età e condizioni che nello stesso spettacolo e testo potevano riconoscersi. E lo è tuttora.</i></p><p><b>Lei ha spesso affidato all'ironia una funzione conoscitiva e la stessa permette di avvicinare argomenti che il linguaggio solenne irrigidisce. Quale  rapporto intrattiene con la comicità quando la materia è la violenza sulle donne?</b></p><p><i>I monologhi lo toccano anche in senso stretto. Basti pensare che fino al 2010 la parola femminicidio non esisteva. C'era purtroppo l'evento, ma non esisteva la parola per dirlo. I monologhi riguardano la violenza e lo stupro, e'vero, ma soprattutto il rapporto che le donne hanno con il proprio corpo e la propria vagina che è un rapporto spesso rimosso e reso poco confidenziale. Se lo fosse, lo si renderebbe più condivisibile. I temi della violenza, la Ensler li affronta in altri modi , come il Corpo del mondo o i lavori fatti per One billion rising. </i></p><p><b>Vi siete incontrate all'Argentina qui a Roma  per il primo Vday italiano nel 2001 e poi in America.</b></p><p><i>Sì, nel 2008, per i dieci anni dalla prima messa in scena a teatro, a New Orleans, dove c'era stato l'uragano Katrina. Facemmo uno spettacolo con 40mila persone. A Boston sono stata invece nel 2016 perché lei vi aveva portato in scena un altro suo testo. </i></p><p><b>Nel suo percorso, quale rapporto si è instaurato fra la scrittura e il corpo dell'attrice? La scena le ha insegnato qualcosa che la pagina, da sola, non avrebbe potuto rivelarle?</b></p><p><i>Parola e palcoscenico sono talmente legati da risultare per me inscindibili. Il mio è un teatro di parola. Spesso di queste parole sono autrice o coautrice. Nel caso de I Monologhi, la parte autoriale non sta nel testo, ma nel modo in cui lo si porta in scena, nell'interpretazione. Ho partecipato anche a tutte le rappresentazioni dello spettacolo Ferite a morte tratto dall'omonimo libro di Serena Dandini, e mi fa piacere che mi venga  riconosciuta una certa credibilità. Se parlo di certi argomenti si capisce che sono stata scritturata non soltanto per quello spettacolo, ma perché certe cose e certi temi mi appartengono, e perché ci credo molto. </i></p><p><b>Quanto è difficile essere credibili in questo particolare momento storico?</b></p><p><i>Si fa spesso confusione tra riconoscibilità e credibilità che non necessariamente coincidono. Ci sono persone molto riconoscibili che però poi non sono credibili. Comprerebbe mai una macchina da una persona di cui non si fida? Io no, figuriamoci il resto. Nel mio caso, credo di essermi conquistata questa riconoscibilità, che se parlo di certi temi sono credibile. </i></p><p><b>L'Italia sta attraversando una stagione di particolare inquietudine. Le piazze di Roma e Milano, le mobilitazioni studentesche, le manifestazioni che hanno attraversato il paese raccontano una generazione insofferente verso le forme tradizionali della rappresentanza. Che cosa legge in questa agitazione?</b></p><p><i>Gli anni delle grandi mobilitazioni li ho vissuti personalmente ed è per me impossibile prescindere da quelli. Quelli di oggi sono movimenti diversi perché è cambiato il mondo, è cambiato quello della comunicazione, ci sono i social. Alla base c'è una vera inquietudine che nasce da una visione oggettiva del mondo.  Quando mi chiedono come stai rispondo di default "compatibilmente col mondo". Stare bene individualmente non vale così tanto, poi, e lo dico non per fare la buonista. Mi inquieta questo revanscismo, questo tornare delle guerre che invece di essersi allontanate da noi si siano avvicinate e moltiplicate. Si fa fatica a parlare di evoluzione della specie quando si è ancora lì a pensare al nemico e ad annientarlo fisicamente. Non è tanto da sapiens tutto ciò.</i></p><p><b>Come si distingue, a suo giudizio, una protesta che produce pensiero da una protesta che finisce per consumarsi nella propria esibizione?</b></p><p><i>Credo che ci ci voglia  tempo. Uno dei difetti in cui cadiamo un po' tutti è che ci sia stata questa accelerazione spaventosa dell'informazione e condivisione di notizie e non ci sia più il tempo della riflessione e rielaborazione. Mi viene da dire: "calma!". Penso che queste persone che sono giovani e che si assumono adesso delle responsabilità di fronte a un mondo spaventoso, abbiano almeno il sacrosanto diritto di prendersi il loro tempo e la loro voce, di essere giudicati. Come diceva Carlo Marx, gli uomini non si giudicano per quello che pensano o dicono di pensare, ma da quello che fanno. Diamogli quindi il tempo di  capire. Mi sembra sempre un po'doloso che rispetto a degli eventi sicuramente molto negativi come le violenze, le vetrine e quant'altro, si dia risalto molto più a quello che non a tutto il resto. C'è un problema di chi racconta le cose, un problema di scelta.</i></p><p><b>Durante le proteste si è gridata spesso la parola "libertà". Cosa significa per lei oggi essere libera?</b></p><p><i>È una della parole su cui pensiamo di essere tutti d'accordo, ma in realtà ha moltissime accezioni. La vera differenza è tra la libertà DI e la libertà DA. Non tutte libertà dalla negatività del mondo sono garantite ancora a tutti, come la libertà dal bisogno, dalla schiavitu, dalla guerra dalla violenza…da lì si dovrebbe partire per vedere come si declina la libertà DI fare, Di esprimersi…a me sembra che chi protesta e va in carcere non sia poi completamente libero da una serie di pesanti condizionamenti. Che il futuro sia qualcosa di molto nebuloso e spaventoso lo capisco benissimo. Io più che libera mi ritengo straordinariamente fortunata e privilegiata e di questo vorrei il più possibile farne buon uso. </i></p><p><b>Stasera sarà a Teatro la Cometa qui a Roma e poi in tour fino a Milano, al Carcano, da lei diretto con Serena Sinigaglia, due luoghi dove è forte la presenza femminile.</b></p><p><i>Non può che farmi piacere, l'incontro con Maria Grazia Chiuri è stato balliamo e quel teatro romano ricco di storia riportato a nuova luce è straordinario. Tutt'e insieme. ci facciamo  sentire". </i></p><p><b>Che cosa le piacerebbe che una spettatrice o spettatore portasse con sé uscendo dal teatro?</b></p><p><i>Le parole e le suggestioni date, anche solo un pezzettino di qualcosa, non importa cosa. E poi la  bellezza che seminiamo e che di tutto questo ne facciamo buon uso.</i></p>]]></description>
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				<title>Il papà di E.T. (italiano) ha conquistato una stella a Hollywood</title>
				<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Los Angeles</i>. Sembra esserci sempre il sole sulla Walk of Fame. Le stelle rosa corallo brillano sotto i raggi, i lavoratori camminano noncuranti sui nomi di chi ha fatto grande il cinema, mentre qualche turista fotografa i suoi miti, puntando l'iPhone a terra – il selfie qui è impossibile, a meno di sdraiarsi e prendere il colera (non siamo mica nella pulitissima disinfettata Beverly Hills, dove non si può nemmeno fumare). Bypassate le tende da campeggio coi senzatetto e i fan del fentanyl, queste strade nel cuore di Hollywood sembrano un non alfabetico indice dei nomi che si può trovare alla fine del grande libro dell'intrattenimento – tv, cinema, musica… – u<b>n gioco della campana per i viaggiatori dove saltellare tra Anne Bancroft e i Beatles, hopscotch tra le star, sfida a riconoscerli tutti</b>. E ogni tanto oltre ai nomi da copertina di Vogue o di People magazine, viene festeggiato e incastonato nel marciapiedi dell'eternità anche chi sta dietro le quinte. E ora è il turno di un italiano. Lo vediamo scritto sugli schermoni del cinema Pantages, vecchia istituzione dove si ospitavano gli Academy awards negli anni Cinquanta – "<b>Carlo Rambaldi</b>, a star for a star" – e poi di nuovo sulla facciata del Montalbàn Theater: "Carlo Rambaldi, Italian genius, Hollywood legend".</p><p>Se ci chiediamo qual è il collegamento tra Federico Fellini, Spielberg, Luchino Visconti, David Lynch, Dario Argento, Monicelli e Pasolini (ma anche con le investigazioni sulla morte di Pinelli) la risposta è: <b>Carlo Rambaldi</b>. A molti potrebbe non dire nulla, ma solo finché si elencano le sue creazioni che hanno avuto un impatto, oltre che sul cinema, sull'immaginario di intere generazioni, veri feticci del mondo pop. <b>Maestro degli effetti speciali, Rambaldi è stato anche un grande contributor all'immaginario che esce dai film e prende vita propria</b>. A volte non serve aver visto il film per riconoscerne i personaggi. Un emiliano che si è inventato l'alieno E.T., il gorilla di King Kong, il terrificante muso di Alien con mascella retrattile, per dire solo i più famosi e per i quali ha vinto gli Oscar (tre, in tutto). Rambaldi era un costruttore di macchine, di robot, di creature che apparivano sullo schermo agli occhi del pubblico come vere, reali più che realistiche. In una caldissima giornata di ottobre è stata rivelata la sua stella, e c'è la cerimonia dove si mostra per la prima volta la piastrellona che resterà lì per sempre, finché i fuochi californiani non arriveranno anche a West Hollywood.</p><blockquote>Un emiliano che si è inventato E.T., il gorilla di King Kong, il terrificante muso di Alien. E sono solo quelli per cui ha vinto gli Oscar</blockquote><p>E all'evento per la stella a prestare omaggio tra i vari Vip c'è anche Dee Wallace – elegante con una veste cinese, occhi di ghiaccio, un passato negli horror di Wes Craven – che in E.T. faceva la madre e racconta al Foglio di quando ha visto l'alieno la prima volta, arrivando una mattina sul set. "Mi ricordo benissimo quel primo giorno. <b>Sono entrata negli studios, mi sono girata a destra e c'erano due uomini ai lati di E.T. e mi sono bloccata e ho guardato quell'esserino</b>", quasi si commuove, "era così incredibile che riuscivi a vedere la sua anima. E lavorare con E.T. era come lavorare con un'altra persona. Ho un ricordo meraviglioso. Quello di Spielberg non sarebbe stato il film che è stato senza questa creazione".</p><p>Così realistiche le opere, gli esseri di Rambaldi, che nel ‘71 dovette addirittura dimostrare davanti a un tribunale che nella scena della vivisezione canina in Una lucertola con la pelle di donna di Lucio Fulci – gli anni d'oro dell'horror erotico italiano – c'erano i robot, non dei veri cani, perché gli animalisti erano sul piede di guerra. C'è lui dietro gli effetti speciali di Profondo Rosso, e anche della Grande Abbuffata – suo il manichino di Mastroianni morto congelato sulla Bugatti – e dei pasoliniani Racconti di Canterbury – suo il diavolo meccanico. <b>E c'è lui anche dietro al manichino anatomico che su richiesta della procura di Milano viene buttato giù dalla finestra della questura per cercare di capire come era morto, cioè ucciso, l'anarchico Pinelli, accusato – ingiustamente – della strage di piazza Fontana</b>. Anni di piombo, commedia all'Italiana e Steven Spielberg, che carriera. Del registone, per cui aveva lavorato anche per Incontri ravvicinati del terzo tipo, diceva Rambaldi: "È un bravo ragazzo, molto allegro e amichevole. Come tutti gli americani". Con Lynch farà i vermoni di Dune, con Mario Bava le maschere per Diabolik.</p><blockquote>Dee Wallace, che in "E.T." faceva la madre, ci racconta il giorno in cui vide la creazione sul set: "Era così incredibile che riuscivi a vedere la sua anima"</blockquote><p>Nato nel 1925 nella provincia ferrarese e morto nel 2012 dopo essersi ritirato in Calabria, Rambaldi ha imparato a maneggiare strumenti e meccanismi, a costruire e incastrare e fabbricare, nell'officina di biciclette del padre. <b>A ricordarlo, alla cerimonia, con grande tenerezza, la nipote millennial Cristina Lippolis Rambaldi, attrice tra l'Italia e New York, scintillante vestito da red carpet, parla di quando "Nonno Carlo" giocava con lei e le altre nipoti costruendo cose, condividendo i disegni, guardando le stelle col telescopio</b>. E anche la figlia parla del suo essere molto riservato, "a quiet man", ma anche di quanto gli si illuminavano gli occhi quando le persone gli chiedevano del suo lavoro.</p><p>Effetti speciali quindi, prima che esistessero gli effetti speciali veri e propri, quando ancora l'avanguardia hollywoodiana era la pratica più antica del mondo, quella delle marionette, del teatro di figura, a cui si applica l'animatronic, non solo la meccanica pneumatica ma poi anche l'elettronica, per aprire fauci e palpebre, per estendere artigli, per sbattere code rettili. "Pioniere della meccatronica", dicono di lui, e il presidente di Cinecittà, il senatore <b>Antonio Saccone</b>, arrivato a LA, parla del suo essere un ponte "tra la tradizione cinematografica italiana e l'industria globale dell'audiovisivo", perché "cosa c'è di più bello della tecnologia quando viene usata per creare la magia? <b>Ci insegna che non dobbiamo avere paura del futuro, ma di giocarci</b>". E spiega al Foglio come secondo lui per Rambaldi "il cinema è sempre stata una grande rivoluzione tecnologica, e Rambaldi ci ha lasciato l'idea di saper cogliere le nuove tecnologie e trasformarle in pura creatività e intrattenimento". Quindi "costruttore di attori meccanici", come lo hanno definito alcuni, e poi orgoglio italiano.</p><blockquote>Secondo il presidente di Cinecittà, Antonio Saccone, "Rambaldi ci ha lasciato l'idea di saper cogliere le nuove tecnologie e trasformarle in creatività"</blockquote><p><b>Perché l'evento sulla Walk of Fame è anche una piccola riunione della comunità italiana e italo-americana di Los Angeles</b>, con la presidente di Little Italy <b>Anna Manunza</b>, e la console generale Raffaella Valentini che, ci racconta, "quella per Rambaldi è l'occasione per raccontare l'Italia tramite le grandi eccellenze. E la nostra forza è sempre stata l'artigianalità insieme alla creatività, e in California", la terra del tech, "sembra un contrasto, ma in realtà non lo è. Questo è il posto dove il nostro modo di essere italiani trova una nuova identità", un incontro tra il saper fare con le mani, il sognare in grande, e le nuove tecniche. "Lo raccontiamo ogni giorno cercando di superare gli stereotipi di un paese che guarda al passato. Abbiamo artigiani straordinari, vogliamo raccontarli e promuoverli, ma consapevoli che si deve guardare al futuro, e non è un caso che da noi si venga a girare molto, e non è solo una questione di tax credit, ma perché in Italia ci sono delle maestranze bravissime. Costumisti, scenografie, effetti sonori… una tradizione che a Hollywood viene riconosciuta ampiamente". Da quando è console Valentini ha svelato altre due stelle di compatrioti, Giancarlo Giannini e Franco Nero. <b>Si parla di un'altra, a breve, ma c'è il segreto di stato</b>.</p><p>Il gigantesco discorso sulla tecnologia è l'hot topic nel grande mondo dell'intrattenimento californiano. Perché anche qui c'è paura che l'intelligenza artificiale – o&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/10/02/news/lintelligenza-artificiale-secondo-trump-quando-il-nome-diventa-una-questione-di-potere--409341">Superintelligenza, come la chiama ora Donald Trump</a>&nbsp;– <b>possa portare via i lavori, rendere inutili le maestranze</b>. E parliamo con Matt Winston, il figlio di uno dei grandi creatori di effetti speciali e animatronica per film come Terminator, Iron Man e Edward mani di forbice, cioè Stan Winston, che vedeva Rambaldi come maestro, di cui riconosceva una grande audacia nel settore, capace di rendere invisibili agli occhi del pubblico le tecniche costruttive. "Senza il suo King Kong di tredici metri non ci sarebbe stato il T-rex di Jurassic Park fatto da mio padre", ci dice Winston che, nato nell'industry, ha fatto anche l'attore in serie come Friends o Scrubs.</p><p>Gli strumenti di intelligenza artificiale aprono al dibattito su come usarli in modo etico, perché rubano l'arte altrui. Ma il vaso di Pandora è aperto. Come possiamo usare l'AI per elevare gli artisti senza rimpiazzarli? "Non possiamo lasciare alle macchine tutto il divertimento di creare. Mio padre pensava che quando il nuovo strumento tecnologico arrivava tutti pensavano che fosse l'unico strumento utilizzabile, invece il segreto per creare la magia è usare tutti gli strumenti insieme, quelli tradizionali <b>e quelli nuovi, anche perché così il pubblico non ha idea di come siano state costruite le cose e resta meravigliato</b>". <b>Winston junior</b>, con la famiglia, ha creato una scuola per "design di personaggi per il cinema", per non perdere queste mansioni nella grande bolgia del machine learning. Anche la nipote del "papà di E.T.", Cristina, riconosce che "non è una competizione con l'AI, ma la missione della Fondazione Rambaldi è anche preservare qualcosa che si sta perdendo".</p><p>Rambaldi da ragazzo voleva fare l'artista. E ovviamente, come spesso accade, la famiglia non era d'accordo. Si era iscritto all'Accademia di belle arti di Bologna. Nasceva come scultore. Ma è col cinema poi che ha trovato la sua strada, ricorda la famiglia presente all'evento "della stella", dopo aver visto il King Kong del ‘33. Lui farà quello del ‘76, entrando nell'orbita del produttore <b>Dino De Laurentiis</b> che lo porta in America, paese di cui diceva che per fare le cose "non ci si perde in chiacchiere", e che, da europeista, commentava che "se l'Europa iniziasse a ragionare come un continente unito, davvero collaborando e senza perdersi in nazionalismi inutili, allora potrebbe avere lo stesso potenziale americano".</p><p>Oltre al voler dare vita a oggetti inanimati e a creare cose, gli interessavano anche i mondi, e aveva una grande passione per lo spazio, per gli altri universi – non un caso che poi si sia occupato di alieni – e disegnava e dipingeva. <b>All'Istituto Italiano di Cultura di LA hanno organizzato una mostra dei suoi disegni e quadri, di mondi lontanissimi, paesaggi lunari e marziani, galassie, astronavi, isole fluttuanti nel nero del cosmo</b>, – e alla mostra ci sono, in fila, sotto una teca, anche le sue tre statuette degli Oscar. All'opening all'IIC, anche qui pieno di italiani, ma non solo, playlist con Rocket Man e Man on the Moon, Life on Mars e Moonshadow e pasta al pesto e mondeghili, altro strumento di soft power del tricolore. È&nbsp;comparsata in video di Guillermo del Toro, che chiama Rambaldi "a worldwide maestro of magic", e si dice preoccupato che il tech porti via le marionette da lui tanto amate, che combatte per riconoscere chi fa effetti speciali pratici, per riportarli sui set. E ci fa pensare all'Odissea di Nolan, che ha infuocato l'estate, svuotamento dell'epica omerica trasformata in PTSD – Troia come il Vietnam, un'Apocalypse Now (magari) ma con gli elmi piumati – <b>dove però tutti, bipartisan, hanno celebrato il fatto che Polifemo fosse fatto di cartapesta e non con i computer, e che la trasformazione dei greci in maiali fosse "tutto vero", cioè con "tecniche di illusione teatrale e animatronica"</b>.</p><blockquote>Rambaldi aveva una grande passione per lo spazio. I suoi disegni di paesaggi lunari e isole fluttuanti in mostra all'Istituto Italiano di Cultura di LA</blockquote><p>Ancora spazio, quindi, per le cose tangibili, un po' come il ritorno al vinile. Rambaldi, questo Leonardo da Vinci, come l'ha chiamato Matt Winston, aveva anche avuto l'idea di costruire una sua Disneyland spaziale (da lì i disegni alieni) fuori Ferrara, dal nome di Millennium. <b>Una sua Epcot sci-fi, un parco divertimenti a tema futuristico, che non è mai stato realizzato, una Gardaland con l'immaginario delle copertine dei vecchi Urania</b>. Quando gli chiedevano, negli ultimi anni, se credeva negli alieni, Rambaldi diceva: "Beh, forse ci saranno, ma la distanza è troppa… migliaia di anni luce. Quindi noi non arriveremo mai da loro e loro mai da noi. Perciò resterà sempre il dilemma: esisteranno o meno? E comunque sarà bello non svelarlo, perché potranno essere inventate tante altre storie".</p>]]></description>
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				<title>Alla Festa del Cinema di Roma Nord (a Roma la chiamiamo così) un getto continuo di titoli portavalori</title>
				<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Andrea Minuz</author>
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				<description><![CDATA[<p>Questi giovani non hanno più i valori, signora mia! Dietro la grande protesta con sfasciamento c’è il nulla, il vuoto, “un’allarmante mancanza di valori” (cit.). Lo dicono tutti, al bar, nei talk show, nelle risse sui social, nei corsivi della domenica e nelle repliche del lunedì: il sociologo con la sciarpa, il ministro, il parroco col podcast, la preside al Tg1, l’opinionista all-you-can-eat che sguaina la parola maranza e non la molla più. Questi giovani scendono in piazza, e non per la Causa, figurarsi, ma per la vetrina di Louis Vuitton, lo scaffale di Decathlon, le Air Max in offerta da Foot Locker. Tre minuti di saccheggio e via: un reel su TikTok prima ancora che arrivino i lacrimogeni sperando poi di diventare virali – il desiderio memetico, avrebbe detto Girard avendoci Instagram, quello sì che fa girare il mondo.</p><p><b>Si scende in piazza per un Moncler espropriato in nome del “carovita”, mentre i libri della Feltrinelli si lasciano tutti lì</b>, intonsi, sparpagliati per terra, presi a calci come intralci. Una volta dall’esproprio proletario si usciva almeno con un Lukács sottobraccio, un Marcuse, un Adorno, un Operai e capitale, un Anti-Edipo – grandi mattoni, utili anche per difendersi dalla polizia. Quella sì che era coscienza di classe! Questi qui, invece, dei libri non sanno proprio che farsene. Poi ci sono i commentatores a sinistra. Qui la protesta è sempre sacrosanta. Ecco anche il gran ritorno della parola “Sistema”, oldies but goldies, ritirata fuori dalla naftalina, sparata ovunque: i giovani saranno pure senza valori, ma almeno sono lì a dirci che “il sistema deve essere abbattuto”, smontato, decostruito dall’interno, “destrutturato”, come la carbonara fusion. “I giovani rompono vetrine che non sono solo quelle materiali dei negozi, ma anche quelle della narrazione del potere” (penserete stia scherzando, ma l’ho letto così, sul Fatto Quotidiano). E però, signora mia, se i valori uno proprio li cerca, non perda tempo in piazza, non si interroghi troppo, non faccia lunghi ricami sociologici sulle vetrine sfasciate. Vada al cinema. O accenda Rai 1. Lì ce n’è a quintali per rieducare i nostri ragazzi: <b>un getto continuo di titoli portavalori</b> – quelli per esempio sfilati la settimana scorsa alla Festa del Cinema di Roma Nord (a Roma la chiamiamo così, perché in un qualsiasi pomeriggio feriale è tecnicamente irraggiungibile per chi non abita già da quelle parti). Mentre gli sfasciatori di vetrine raccontano una “società senza valori”, i red carpet raccontano l’accumulo di valori, anzi proprio un plusvalore direbbe quello lì: femminicidi, legalità, bullismo, educazione affettiva, mafie, antimafie, emancipazione delle donne, vite esemplari, martirologi, beatificazioni.<b> In piazza “niente valori”, sullo schermo pure troppi.</b> E come al solito, mai una via di mezzo.</p><p>Il film portavalori, destinato al fatidico <b>“che-andrebbe-proiettato-nelle-scuole”,</b> non è certo una novità, ci mancherebbe. Ma a volte la cosa sfugge un po’ di mano. Già a settembre si era entrati in quello che Avvenire definiva “il mese di Carlo”, nel senso di Acutis, il santo adolescente, patrono di Internet, “il cyber-apostolo che parlava ai millennial”, più o meno coetaneo dei maranza delle piazze: film tv, documentario al cinema, ristampa del libro della mamma (<i>Il segreto di mio figlio</i>), ventennale della morte. Piemme per la carta, Mediaset per il video, Cannes per l’export: un’integrazione verticale da manuale, un’agiografia di filiera. Nel film Carlo è santo a sei anni, a undici, a quindici. Tre taglie della stessa aureola, nessuna crepa, nessuna zona meno edificante. <b>Portavalori allo stato puro e dei più imbattibili.</b> In conferenza stampa si è scomodato perfino Truffaut, quello del film che migliora la vita, la nostra e quella dei nostri ragazzi – non però il “se vuoi mandare un messaggio, usa la Western Union, non fare un film” (Samuel Goldwyn). Il film su Acutis è stato comunque un gran successo. Spia, come si è scritto, “del nostro bisogno di valori” (eccoli!). Successo anche un po’ inaspettato perché Acutis, dicevano, non è Padre Pio e “la sua devozione non era antica, consolidata, globale” – anche se globale lo è eccome: mentre scrivo questo pezzo leggo di migliaia di persone in fila in Brasile per vedere un suo capello.</p><p>Il fatto è che <b>per Padre Pio bisognava essere un po’ della zona, mentre Acutis si è santificato in rete,</b> nasce già globale. Questo film-vicenda esemplare non contraddice il panico sui giovani senza valori, casomai è il negativo fotografico fondamentale: il ragazzo che usa Internet per il bene mentre gli altri lo usano per filmare il saccheggio. Il santo in tuta che porta da mangiare ai senzatetto mentre gli altri svuotano Prada. Il regista del film, Giacomo Campiotti, lo stesso di Ennio Doris, dice che Carlo Acutis è un eroe puro, il santo giusto al momento giusto, in una società che scivola verso violenza ed egoismo. <b>E’ insomma l’anti-maranza: il figlio che gli adulti vorrebbero</b>, guardato dagli adulti, la domenica sera, coi figli veri che staranno chissà dove. Il volto dell’attore chiamato a interpretare il giovane santo era poi già di casa nella galassia dei film di educazione civica: Samuele Carrino era già stato il protagonista di Il ragazzo dai pantaloni rosa, dunque vittima esemplare di un altro film esemplare. <b>Il film portavalori ha le sue star.</b></p><p>La domenica sera del biopic edificante è ormai un’istituzione: una settimana prima di Acutis ecco un Guareschi ammorbidito, addolcito, filogovernativo, al sedici per cento di share, che di questi tempi non è poco. Acutis ne è una versione estrema, più riuscita, più santa, che si prende anche i complimenti del Centro Studi Rosario Livatino, giusto mentre alla Festa di Roma si preparava la prima di Livatino, film di Michele Placido – il beato che recensisce il santo, e il circuito che si chiude da solo.</p><blockquote>La domenica sera del biopic edificante è un’istituzione: Acutis ne è la versione estrema, ma c’è stato anche un Guareschi ammorbidito e filogovernativo</blockquote><p><i>Livatino – Il giudice e i suoi assassini </i>ha una genealogia da mecenatismo rinascimentale. E’ stato concepito, racconta il regista, dopo una telefonata con Papa Francesco che domandava se questa storia del giudice fosse vera. Poi è stato battezzato alla prima da Mattarella, come in un concordato. Placido invoca “il grande cinema civile di Rosi, di Petri, di Damiani, che oggi manca”. Ma q<b>uel cinema era indagine, sospetto, accusa. Qui le istituzioni sono in prima fila, sul red carpet, e benedicono il film. </b>Ci si ritrova in un gioco di ammiccamenti e compiacimenti: all’inizio di Livatino, i genitori del giudice guardano La Piovra in tv, assistono alla morte del commissario Cattani, cioè del Placido giovane, trauma di tutta una generazione, me compreso. Tre Placido nella stessa scena: quello anziano che dirige, quello giovane che muore in tv, e Placido figlio, cioè Brenno, che recita la parte del migliore amico del giudice. Ma ecco, sempre in fatto di giudici, sempre alla Festa, anche<i> Un atto d’amore</i> – documentario di Stefano Ribaldi e Maria Falcone, anche lei alla regia, presidente della Fondazione Falcone che racconta trent’anni di Fondazione Falcone. Trionfo del manierismo.</p><p><b>Il film portavalori funziona come l’omonimo furgone blindato e arriva al cinema scortato</b>: davanti la famiglia, ai lati la Fondazione e la Film Commission, dietro le istituzioni in auto blu. In coda, a chiudere, la critica che sospende il giudizio: non sarà un capolavoro, ma è comunque “urgente”, “necessario”, una “testimonianza civile importante”. Come, per esempio, il film sul femminicidio di Giulia Cecchettin, altro momento “molto atteso” della Festa. In<i> Se domani non torno</i>, di Paola Randi, con Filippo Timi nei panni del papà, l’assassino di Giulia non ha volto e non ha nome: è “lui”, un pronome. Idea nobile: sottrarre al colpevole la scena che la cronaca gli ha già regalato. Ma il film, nelle sue pretese didattiche, vorrebbe soprattutto insegnare a riconoscere i segnali di pericolo (la gelosia ossessiva, la mania del controllo, il ricatto psicologico) e poi rinuncia a mostrare proprio la relazione in cui quei segnali si manifestavano. E’ come un manuale di micologia senza le figure dei funghi velenosi, per non impressionare troppo il lettore. Si esce sapendo che esistono; quali siano, chissà. In <i>She Said</i>, film sul MeToo, Weinstein si intravedeva solo di spalle, si sentiva al telefono, insomma non esisteva. Il film fu accolto come doveroso e disertato come tale. Beati invece gli inglesi che con <i>Adolescence</i> hanno spiegato a tutti come si fanno certe cose: quattro ore con un ragazzino che ha ucciso una compagna, guardato negli occhi, piano sequenza dopo piano sequenza. Nelle scuole, per inciso, ci è finito pure lui, offerto da Netflix con la benedizione di Downing Street. Il problema non è dove va a finire il film, ma come è fatto.</p><p>Nel caso Cecchettin il messaggio è incorporato nella conferenza stampa: sostenere l’educazione sesso-affettiva nelle scuole. Gino Cecchettin, del resto, il ddl Valditara l’aveva già criticato in un’intervista su Domani. <b>Un film, insomma, a forma di emendamento, con un titolo che è già tutto</b>: <i>Se domani non torno</i> è infatti anche una variazione-filiazione dell’ormai istituzionale <i>C’è ancora domani</i> cortellesiano: oltre trentacinque milioni d’incasso, scolaresche in fila, quel finale con le donne in coda per votare la prima volta. Da allora “il domani”, oltre che quotidiano, è un generatore inesauribile di titoli civili: <i>C’è ancora domani</i>, <i>Se domani non torno</i>, <i>È già doman</i>i, il libro-manifesto di Silvia Salis, sindaca di Genova, appena uscito per Feltrinelli, anche se nessun maranza se l’è portato via dopo aver sfasciato le vetrine. “Domani” come brand. “Domani” in risposta al “c’hanno rubato il futuro” dei nostri ragazzi. “Domani” anche come obiettivo più concreto e raggiungibile rispetto al sol dell’avvenire, che si perdeva invece in un futuro imprecisato (e poi, arivacce a domani, come si dice a Roma).</p><blockquote>Nel film sul femminicidio di Giulia Cecchettin l’assassino non ha volto. Idea nobile, ma il film vuole far riflettere sui segnali di pericolo senza mostrarli</blockquote><p>E’ ancora presto per immaginare quanti spin-off genererà il film di Cortellesi. Ma intanto, sempre a questa Festa gravida di valori, in chiusura, c’era anche <i>Ricordati ragazza</i>, documentario written &amp; directed by Claudia Gerini. Lo producono Luce Cinecittà e Rai Cinema in collaborazione con la Camera dei deputati, che per la prima volta nella sua storia partecipa alla realizzazione di un film, chissà su quale capitolo di bilancio. Pretesto: gli ottant’anni del primo voto delle donne e della Costituente. Trama: Matilde, diciottenne, il giorno del suo primo voto preferirebbe starsene al mare con le amiche. Saranno la madre e la nonna ad accompagnarla alla scoperta delle conquiste che hanno reso possibile quel gesto, tra immagini d’archivio e scene ricostruite. In sala, in rappresentanza dell’istituzione-produttrice, Anna Ascani, che parla di alimentare il “fuoco della parità”. Intanto Claudia Gerini, che qualche anno fa dichiarava di odiare i film solo sulle donne, si emoziona citando Luciana Castellina, “essere donna è un lavoro di tutta la vita” (Castellina, ragazza dei Parioli – Roma Nord, appunto – che la politica se l’era scoperta da sola senza bisogno della nonna). Insomma,<b> </b>di qua i ragazzi senza valori che svuotano Prada. Di là Matilde, che i valori non li ha ancora, poverina, ma ci sono la mamma e la nonna e, alle loro spalle, la Repubblica parlamentare, a spiegarglieli con pazienza.<b> Il giovane come destinatario, l’adulto come mittente, l’istituzione come committente.</b></p><p>Perché poi la vera domanda è sempre la stessa: chi lo ordina? Perché così tanti? C’è davvero un pubblico, scolaresche deportate al cinema a parte, per queste cose? Alla base c’è spesso il libro del familiare, che arriva già col pacchetto completo: i diritti, la benedizione morale, la promozione fatta, un pubblico pre-commosso. Il padre di Giulia (Rizzoli), la madre di Carlo (Piemme), il padre di Farouk Kassam (Rai1, a novembre, il sequestro in tre serate), la sorella di Giovanni Falcone (in persona, voce narrante).<b> La sequenza è sempre quella: il lutto, il libro, la fondazione, il film, le scuole, l’anniversario, Mattarella. Economia circolare della memoria.</b></p><p>Sia chiaro, ogni famiglia ha il diritto, perfino il dovere, di tener vivo un nome. Ma non sarà un po’ anacronistico continuare a pensare che il vecchio lungometraggio, come si diceva una volta, magari con obbligo scolastico di visione, sia lo strumento più efficace? Proprio poi nell’epoca in cui i diciottenni consumano il cinema a pezzi da quindici secondi, davanti a sei schermi accesi. <b>E non sarà che, accanto alla missione, si insinua anche qualcos’altro?</b> Un pizzico di velleità artistica, un’ombra di narcisismo, il gusto di ritrovarsi sul red carpet, sotto i flash, con un cumulo di valori da esibire al posto dell’abito firmato. Il cinema, si sa, è contagioso, come il morbillo. Le fondazioni diventano case di produzione, le presidenti di fondazione voci narranti, le attrici registe di Stato, la Camera dei deputati produttrice associata. Ministri, sottosegretari, governatori e assessori siedono in prima fila. E il cinema, che di soldi ne ha sempre meno, apre volentieri la porta a chi arriva col soggetto, i finanziamenti, la benedizione in tasca. Resta solo da capire chi lo guarderà, tutto questo cinema di valori.</p>]]></description>
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				<title>Patrick Stewart, da Otello a capitano Picard</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Solo certi attori inglesi riescono a passare con disinvoltura dal teatro scespiriano alla tutina color bordeaux con profili neri di Jean-Luc Picard. Capitano, e poi ammiraglio, in “Star Trek”, a bordo delle sue astronavi Enterprise nuovo modello. Più precisamente, siamo nelle serie tv “The Next Generation” e “Picard”, e nei film “Generazione”, “Primo contatto”, “L’insurrezione” e “La nemesi”. <b>Patrick Stewart prenderà gusto al pop, sarà anche il professor X, capo degli X-Men – altra serie di film con i supereroi, è tutta roba che va a grappoli. E’ morto a 86 anni, mercoledì scorso.</b></p><p><b>Quasi non ci si crede. A teatro, non aveva fatto una particina e basta. La vocazione era stata precoce, la carriera durò qualche decennio.</b> Aveva 11 anni (era nato nel 1940, ultimo di tre figli, nello Yorkshire) quando il suo insegnante di inglese – si chiamava Cecil Dormand – gli regalò un copia del “Mercante di Venezia” e gli disse di recitarla. Certo non era stata la famiglia a fargli scoprire i classici. Il padre era sergente maggiore, con un debole per l’alcool e incline alle violenze domestiche. La madre era operaia in una fabbrica tessile. <b>Con Shakespeare fu un colpo di fulmine.</b> Messo sulla carta, dal diretto interessato, così: “Uno scrittore di 400 anni fa mi ha mandato un invito. Ho sentito il mio io più profondo e intimo connettersi con qualcosa di misterioso, estraneo, eccitante. Sono rimasto incatenato”. Ecco l’effetto che i versi del vecchio Will facevano su un ragazzino che non era cresciuto con “Il re leone”. Patrick Stewart si informò sulle scuole di recitazione nei dintorni, e cominciò a frequentarle. Solo più tardi scoprì che le prime gliele aveva pagate il suo maestro di scuola.</p><p>Lavorò un po’ come giornalista, e venditore di mobili. Poi ebbe una borsa di studio per riprendere gli studi alla scuola del Bristol Old Vic. Debuttò in una produzione di “L’isola del tesoro”. A 19 anni era già calvo, in famiglia soffrivano di alopecia. <b>Entrò a far parte della Royal Shakespeare Company e ci rimase con successo.</b> Prima della carriera televisiva negli Usa, iniziata alla fine degli anni 80 (del secolo scorso, certo). Recitò “Amleto”, “La tempesta”, “Molto rumore per nulla”.</p><p>Il grande passo oltreoceano si deve a un “Otello”, recitato nel 1997 a Washington. <b>Dieci anni dopo, fu la volta di “Macbeth”, che gli fruttò un premio Tony. </b>Scrisse Charles Spencer sul Daily Telegraph: “E’ un attore di grande carisma. Uno che può prepararsi un panino al prosciutto in scena, e farlo diventare il gesto più spaventoso che abbiate mai visto”. Gli dava fastidio la popolarità guadagnata con “Star Trek”? Niente affatto, dichiarò: “Ne vado fiero. E’ televisione ben fatta, ci sono pensieri e argomentazioni, e racconta magnifiche storie”.</p>]]></description>
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				<title>Minotaur - Nel labirinto del potere</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 04:54:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’impronunciabile regista è entrato nel nostro cuore con il suo primo film, “Il ritorno”. Vinse alla Mostra di Venezia del 2003 il Leone d’oro, a sorpresa perché allora era uno sconosciuto. “Leviathan”, ambientato in una cittadina di fantasia sul mare di Barents, nel nord della Russia, e “Loveless” (coppia di genitori sul punto di divorziare, quando il loro figlio dodicenne Alioscia scompare da casa) hanno confermato il suo talento. “Minotaur” -&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/cannes-2026_90630">gran premio della giuria al festival di Cannes 2026</a>&nbsp;– è un remake di “La moglie infedele”, film di Claude Chabrol girato nel 1969. Un dramma (alto) borghese di tradimenti, i coniugi vivono in campagna poco fuori Parigi. Trasportato in Russia, si arricchisce di risvolti storici e politici. Il marito tradito è un dirigente d’azienda, in una cittadina lontana da Mosca; la guerra con l’Ucraina è appena scoppiata e il governo impone di reclutare operai da mandare al fronte, almeno 14 robusti giovanotti (come quelli che esigeva il Minotauro nel labirinto, ucciso da Teseo). La coppia vive in una bella casa, la moglie Galina ha un amante con cui trascorre i pomeriggi. Il marito la scopre, va a trovare il rivale e lo uccide. Qui per lo spettatore finalmente il film comincia. Ma è già passata un’ora delle due a disposizione. Peccato, la vita di provincia russa, pur filmata in tutte le sfumature di grigio, non è poi così affascinante. A questo punto, finalmente, il film inizia. Ed è molto bello.</p>]]></description>
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				<title>Shaun, vita da pecora: operazione Z.U.C.C.A.</title>
				<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 04:37:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le pecore più intelligenti del cinema, perfino più del gregge nel film “Pecore sotto copertura” di Kyle Balda. Gli ovini contribuiscono a risolvere il caso del pastore Hugh Jackman, che non è affatto morto d’infarto (succede quando alle pecore di sera si leggono libri gialli). Shaun la pecora intelligente, il suo gregge, lo stupido fattore, il cane da pastore che non guarda mai dove succedono le cose, sono creature in plastilina dello studio Aardman. Lo stesso di “Galline in fuga”, per ricordare un titolo che aveva sfondato il recinto dei film d’animazione. Plastilina, in stop motion: i pupazzi vanno spostati a mano. Nei primi film si vedevano le ditate degli animatori che muovevano le quattro zampe. Spesso le pecorelle sono ritte sulle zampe posteriori, per esempio quando trafficano in un laboratorio simile a quello di Frankenstein nel classico film di James Whale. C’era anche un Coniglio Mannaro, che si mangiava le carote da concorso. Qui abbiamo le zucche di Halloween, purtroppo il campo viene subito devastato. Per farle ricrescere, la pecorella intelligente prepara una pozione magica, che lo stupido fattore scambierà per la lozione che fa ricrescere i pochi capelli che ha in testa. Ha tirato fuori la divisa da rockettaro e invitato la veterinaria carina al ballo. Le zucche ingigantiscono. Il pastore sembra l’abominevole uomo delle nevi, peloso e color carota. Dopo 50 anni, da Bristol, i maghi della plastilina sono sempre strepitosi.</p>]]></description>
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				<title>Dio ride</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 19:30:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Dio ride. Ne è convinto fra’ Leopoldo da Casamacchia, predicatore nell’Italia del Seicento. Ruolo da mattatore che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pierfrancesco-favino_39624" target="_blank">Pierfrancesco Favino</a>&nbsp;sfrutta a dovere, tra dialetto, stracci e occhioni sul mondo. I fedeli accorrono, non c’erano altri spettacoli per i poveracci dalla vita grama. Dio ride, molto più simile agli uomini di quanto dicano le Sacre Scritture. Ride anche il pubblico arrivato dalle campagne vicine: non è faccenda che la Curia romana possa tollerare senza reagire. Di raccontino in raccontino, tutti in umbro-italiano da Armata Brancaleone, va a finire che arriva l’inquisitore. Il Cardinale Vincenzo Maculani da Benevento – l’attore è Silvio Orlando, rispetto al resto del film assai misurato e quasi sottotono – inviato da Papa Innocenzo X. Deve indagare e riferire, in vista del processo. Ringraziamo gli sceneggiatori (numerosi) per non aver tratteggiato l’inquisitore come un retrogrado buzzurro che manda a morte per partito preso, senza capire cosa sta succedendo. Per dire: il Cardinale ha processato Galileo, lo ha costretto a abiurare, ma ne conserva il cannocchiale e scruta il cielo. Il frate dall’Umbria natìa si è spostato in Toscana dalle parti di Montalcino, sperando di cavarsela. Mossa inutile, viene processato per eresia. C’è anche un intermezzo “femminista” con la contessina e il marito violento (morto ammazzato). Non mettiamo in dubbio l’ispirazione, ma è davvero difficile immaginare un pubblico.</p>]]></description>
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				<title>Un tranquillo funerale di famiglia</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 19:26:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Scempio di capolavoro, ci sono gli estremi per la denuncia. <b>“Funeral Party”</b> (regia di Frank Oz, scritto dal geniale Dean Craig, anno 2007) <b>era un film strepitoso, spassosissimo e scorretto: qualità del tutto assenti in questo remake</b>. Erano invece presenti nella versione “all black” del 2010, diretta da Neil LaBute, con Chris Rock, Zoe Saldana, e Peter Dinklage – in entrambe le versioni, prima del grande successo in “Game of Thrones”.</p><p>Cosa è andato storto? Tutto, o quasi. A cominciare dai titoli di testa, che nell’originale erano disegnati e animati. Un carro funebre avanzava su una mappa, stradina dopo stradina, per arrivare alla villa in campagna dove era stato organizzato il funerale. Avanzava, curvava, ritornava indietro, e già lo spettatore rideva al pensiero della bara smarrita. Preparava la scena dei congiunti che non riconoscono il morto appena arrivato, quindi tutto ricomincia da capo – certe gag sono in due tempi, un regista che viene considerato in Italia un campione di comicità dovrebbe capirlo al volo. In sostituzione, i soliti dialetti che fanno sempre ridere, qui siamo dalle parti di Frosinone. Il prete officiante fa le dirette sul telefonino, con tanto di merchandising. La fidanzata da presentare in famiglia ha mandato giù, come tranquillante, una pozione allucinogena – e sale sui tetti, mezza spogliata. Il film originale è in streaming su Prime Video: la scorrettezza è un lavoro serio.</p>]]></description>
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				<title>Al Terzo polo servirebbe Sacha Baron Cohen. Il suo nuovo (boicottatissimo) film &quot;Ali G&quot;</title>
				<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 09:40:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Riccardo Carlino</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sacha-baron-cohen_35807" target="_blank">Sacha Baron Cohen</a>&nbsp;è un terzopolista provetto. <b>Bastona l'estrema destra trumpiana, quella più rozza e violenta, senza dimenticarsi però della sinistra radicale e "woke"</b>. La stessa che poi, a sua volta, ha bastonato sia lui che il suo nuovo film&nbsp;<i>Ali G: Who Iz I?</i>, oggetto di una <b>enorme campagna di boicottaggio da parte di un sito di monitoraggio dei media chiamato NewsCord (legato all'organizzazione no-profit "Tech for Palestine"</b>), che questa estate ha esortato le sale di tutto il mondo a rifiutarsi di proiettare il film, inviando&nbsp;<b>oltre 50 mila email</b>&nbsp;alle principali catene di cinema. Il problema? Il "linguaggio discriminatorio" del personaggio, "una caricatura continua della cultura di strada afro-britannica da parte di un comico bianco".</p><p><b>Peccato che tutto il film gira proprio attorno a questo</b>. Ali G&nbsp;(fra i personaggi più noti di Cohen dopo l'improbabile reporter kazako Borat e il giornalista gay Brüno) è un inglese fissato col rap e le collanone d'oro, e con il suo finto accento giamaicano (sostiene di avere radici da quelle parti) produce interviste senza senso ai personaggi più famosi del mondo. Nel 2003 sotto le sue grinfie c'è passato anche un&nbsp;<a href="https://www.youtube.com/watch?v=lau6sqyRku0" target="_blank">imbarazzato Donald Trump</a>, ma la festa è finita: Ali G, squattrinato e con un figlio in dirittura d'arrivo, è costretto a mettersi in proprio su TikTok e cavalcare l'onda dei trend. Anche qui però il pubblico si organizza per boicottarlo e addirittura <i>cancellarlo</i>.&nbsp;E non solo nel senso digitale del termine.</p><p>I&nbsp;mockumentary di Cohen ibridano realtà e finzione, incastrando personaggi assurdi e veri in situazioni spesso al limite dell'osceno. Con Ali G, l'attore londinese è riuscito a fare surf su campagne di hating trasversali, ovvero presenti in scena tanto quanto sui social. <b>Non avrà aiutato sicuramente il fatto che Cohen sia nato in una famiglia di ebrei ortodossi</b>. Un paio d'anni fa – come scriviamo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/07/31/news/combattere-lantisemitismo-in-tutti-i-canali-senza-paura-di-essere-divisivi--97456" target="_blank">qui</a>&nbsp;– se l'è presa con la Bbc per il titolo fintamente neutrale dedicato al peggiore attacco subìto da Israele dal 7 ottobre: quello a Majdal Shams, sulle Alture del Golan, dove dodici bambini&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2024/07/30/news/la-risposta-di-israele-a-hezbollah-tra-necessita-e-rischio-6802954/">sono stati assassinati da un razzo lanciato da Hezbollah</a>. Ma ha anche accusato TikTok di star “creando il più grande movimento antisemita dai tempi dei nazisti”. Decisamente troppo per gli utenti dei social, che al grido di "zionist" si sono mobilitati per bloccare il suo film. "Sebbene ci aspettassimo delle reazioni negative per aver riportato in vita un personaggio di un'epoca diversa, <b>siamo rimasti profondamente rattristati nel vedere in prima persona gli attacchi a Sacha, in quanto figura pubblica ebrea</b>", ha dichiarato&nbsp;<a href="https://www.hollywoodreporter.com/movies/movie-news/palestine-activists-boycott-sacha-baron-cohen-ali-g-1236742291/" target="_blank">Monica Levinson</a>, produttrice esecutiva del film. Che in sala, effettivamente, c'è stato giusto un paio di giorni, prima di sbarcare su Prime video.</p><p>Ma può mai un attore che è riuscito a sfuggire una folla inferocita di suprematisti bianchi armati fino ai denti (Borat 2) farsi intimidire da qualche post? <b>Sacha Baron Cohen si è dunque unito all'ondata di odio contro sè stesso</b> travestendosi da&nbsp;Dr. Nira Cain-N’Degeocello, docente di sinistra radicale che in un profilo social creato&nbsp;<i>ad hoc</i> ha cominciato a esortare gli utenti a boicottare in ogni modo la pellicola, "proiettato al cinema senza il vostro consenso".&nbsp;</p><p>È sempre questo personaggio che – stavolta nel film – cerca di cancellare la carriera di Ali G, mettendo su una squadraccia simil Ice con un po' di trumpiani di ferro. <b>Questi ultimi, però, non sono attori.&nbsp;E Cohen riesce a convincerli a compiere gli atti più osceni, folli e truculenti che si possano immaginare</b>. Tra questi spuntano ad esempio&nbsp;l'ex deputato repubblicano George Santos, ma anche Michael Aboud<b>,&nbsp;</b>presidente del Partito repubblicano della contea di El Paso, che una volta scoperto di essere finito nel film si è detto pronto a denunciare l'attore.</p><p><b>Sacha Baron Cohen colpisce la sinistra più ottusa, ma anche la destra più pericolosa</b>. Annichilisce gli estremismi con il gusto dell'assurdo e dell'esagerato, finendo per essere odiato da entrambi gli schieramenti. Ci si mette dentro anche l'attenzione per l'antisemitismo (non proprio alla moda) e si ha un centrista perfetto per federare un Terzo polo sempre più litigioso. Cosa aspettano ad assoldarlo?</p>]]></description>
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				<title>Gillo Pontecorvo, un italiano del mondo</title>
				<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 06:00:00 +0100</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Gianluca De Angelis</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Nella sua filmografia quasi non ci sono attori italiani né ci sono temi italiani: in questo è stato un po’ un cittadino del mondo”. <b>Marco Pontecorvo, regista e direttore della fotografia, spiega così perché suo padre Gillo, morto il 12 ottobre 2006, sia abbracciato in America e in Italia “un pizzico più dimenticato”</b>. Gli sono bastati cinque lungometraggi: nel 1966 <i>La battaglia di Algeri</i> vinse il Leone d’oro a Venezia, e tra quel film e <i>Kapò</i> arrivarono quattro nomination agli Oscar. <b>A vent’anni dalla morte la Festa del Cinema di Roma gli ha dedicato una retrospettiva</b>, la proiezione della <i>Battaglia di Algeri</i> restaurata e un premio che porta il suo nome. Marco suo padre lo ha conosciuto anche sui set, prima da bambino e poi da collega.</p><p>Il primo set non lo ricorda. Era in Colombia, durante le riprese di <i>Queimada</i>, e il resto lo sa dai racconti di famiglia: “Mamma mi diceva che andavamo spesso sul set e che <b>Marlon Brando era sempre carinissimo con me e con mio fratello</b>. Lui si ricorda molte più cose, era più grande: mi ha raccontato di sessioni di pesca in quei mari”. Il primo ricordo nitido arriva con <i>Ogro</i>, quando Marco ha tredici anni: “Rimasi sorpreso dalle gelatine arancioni per filtrare la luce. Non capivo il perché, <b>mi sembrava un mondo stranissimo, fatato</b>”. Dallo stesso set viene un episodio che gli è rimasto impresso. In una scena un maestro doveva dare delle bacchettate sulle mani ad alcuni bambini, che però sul set indossavano delle protezioni e non reagivano. “Allora papà disse a malincuore: non date bacchettate forti ma per una volta togliete le protezioni. Mio fratello e io ci siamo sentiti un po’ in colpa”.</p><p>Sul set i due fratelli ci finivano spesso, anche come attori: il padre li usava per i <i>Caroselli</i> che girava. “Ne ricordo bene uno per la pubblicità della lavatrice Rex. Io e mio fratello dovevamo rotolarci per terra e sporcarci tutti. Di storie così ne ho tante, ma insomma è stato divertente”.</p><p><b>Da adulto Marco ha lavorato con il padre come direttore della fotografia</b> in <i>Nostalgia di protezione</i>, l’episodio firmato da Gillo per il film collettivo <i>I corti italiani</i>. “Ti porti dietro un po’ di dinamiche familiari dentro quelle tipiche del set. È stato interessante ed emozionante, e di sicuro diverso, imparare a gestire questo rapporto. Però è difficile tenere le cose separate”.</p><p>Nella sua formazione c’è anche un secondo padre, artistico: <b>Pasqualino De Santis</b>, direttore della fotografia premio Oscar che aveva lavorato con Luchino Visconti e con molti altri grandi registi. De Santis morì durante le riprese della <i>Tregua</i> di Francesco Rosi, e a Marco dissero di proseguire al suo posto. “Quando mi sono ritrovato da solo, il primo giorno, tutto mi veniva naturale, perché lo avevo incamerato senza saperlo. Con papà è la stessa cosa: inconsapevolmente mi tornano in mente tantissime cose che mi diceva, a volte anche molto tecniche”. Più della tecnica, però, è rimasto altro: “La serietà, l’onestà intellettuale con cui devi affrontare ogni progetto, la passione che deve guidare le tue scelte e i principi che devi difendere davanti a mille sollecitazioni. È doveroso nel rispetto del tuo ruolo, ma anche nei confronti degli spettatori: i registi hanno un peso sociale e culturale. Credo che mi sia arrivata tutta, questa responsabilizzazione, questa attenzione, questa cura quasi maniacale”.</p><p><b>Il cinema di Gillo Pontecorvo univa la forza del documentario a scelte radicali, nella forma come nella produzione</b>. Un cinema così, secondo il figlio, oggi sopravvive a fatica: “Tutto il cinema politico che esisteva in quegli anni è difficile da fare oggi. Grazie a Dio ci sono ancora autori come Ken Loach e Michael Winterbottom, però è veramente una nicchia minuscola”. Lui stesso ha cominciato su quel terreno, con <i>Pa-ra-da</i>, “un film con una tematica difficile”, e poi ha portato temi sociali anche in televisione. Se manchi il coraggio non sa dirlo. Di certo il sistema era un altro: “Una volta anche un produttore come Franco Cristaldi faceva film di cassetta, certo, ma anche altri. <b>C’era Rosi, c’era Germi, c’era tutto il filone che partiva dal Neorealismo: facevano cinema profondamente politico e sociale, anche se non sempre erano successi al botteghino</b>”.</p><p>La filmografia esigua del padre, invece, fu una scelta tutta sua. “È dipeso solo e unicamente da lui. <b>Era un perfezionista, e non lavorava se non trovava progetti che ritenesse giusti</b>. È un ricordo indelebile: <b>vicino alla porta c’erano pile di proposte di film che aveva rifiutato</b>”. Gillo restava a casa, discuteva storie con gli amici, sceneggiava. Il figlio leggeva tutti i copioni che arrivavano, e su uno di questi i due si scontrarono più che su ogni altro: <i>Mission</i>. “Secondo me era una sceneggiatura perfetta per lui, ma aveva molti dubbi e alla fine rifiutò. È stato un grande errore, perché quel film era nel Dna di papà”. Lo girò Roland Joffé, e nel 1986 vinse la Palma d’oro a Cannes.</p><p>Gillo non affrontava una storia che non lo smuovesse da dentro, e <b>spesso a smuoverlo era la musica</b>. “L’ha sempre amata, l’ha anche firmata, e diceva che se fosse rinato avrebbe fatto il musicista. A volte si innamorava di un film anche solo grazie a un tema musicale che lo scaldava”. Una frase del padre Marco la ripete a memoria: “<b>La musica, per me, è come un corrimano su una scala al buio</b>”.</p><p>Da qui anche <b>il sodalizio con Ennio Morricone</b>, con cui Pontecorvo firmò le musiche della <i>Battaglia di Algeri</i>. “Erano due personalità importanti, ma si amavano e si rispettavano enormemente. Ennio era uno dei grandi amici di papà, e c’era una sintonia dovuta anche all’onestà intellettuale che condividevano nell’affrontare le cose. Forse anche lo stesso tipo di perfezionismo, oltre ovviamente all’amore per la musica. Ha scritto più Ennio, però uno dei temi principali, quello di Ali, se non sbaglio è stato fatto proprio da papà”.</p><p>L’anniversario ha portato omaggi anche fuori da Roma. <b>Alberto Barbera ha dedicato a Pontecorvo la Mostra di Venezia di quest’anno</b>, con un videowall fuori dal palazzo che ripercorreva in fotografie il suo rapporto con il festival, dal Leone d’oro al ’68 con Pasolini. “La prima volta l’ho visto per caso, mentre camminavo. Quando è apparso è stato emozionante”. <b>A Torino una mostra espone le carte del regista</b>, riordinate dall’Associazione Gillo Pontecorvo quando al ministero della Cultura c’era Francesco Rutelli; il lavoro d’archivio lo ha seguito il fratello Simone. Marco non l’ha ancora vista: “Mi hanno detto tutti che è molto bella, e questo mi rende contento”.</p><p>Negli Stati Uniti, dove Marco ha lavorato per dieci anni come direttore della fotografia, la memoria del padre è un’altra: “Lì papà è visto come un dio, lo studiano a fondo”. Lo ha colpito trovare su YouTube un video in cui <b>Stanley Kubrick dice che per capire la potenza del cinema bisogna aver visto <i>La battaglia di Algeri</i></b>. Paul Thomas Anderson si è detto profondamente influenzato da Pontecorvo all’uscita di <i>Una battaglia dopo l’altra</i>; tra gli ammiratori Marco cita Alfonso Cuarón, Steven Soderbergh e Clive Owen, che glielo ha detto di persona poco tempo fa. “È incredibile quanto sia stimato lì”.&nbsp;Poi c’è <b>Steven Spielberg</b>, che alla cinquantesima Mostra di Venezia salì sul palco per premiarlo e <b>raccontò di aver comprato all’asta il Leone d’oro della <i>Battaglia di Algeri</i>, messo in vendita per una campagna di Martin Scorsese sul recupero del cinema del passato. “Ora è tempo che torni a Pontecorvo”, disse.</b></p><p>Un regista che raccontava conflitti lontani da casa, dall’Algeria alle Antille coloniali fino al Paese Basco, era forse destinato a trovare casa altrove. “La sua, in fondo, non è una filmografia del tutto italiana”, dice Marco. “E in America è stato assolutamente abbracciato”.</p><p>In questi vent’anni senza di lui il cinema si è trasformato ancora: le piattaforme, le serie sempre più cinematografiche, i film sempre più seriali. Marco non crede che il padre se ne sarebbe spaventato. “<b>Non ha mai avuto particolare paura del cambiamento, anzi. Ha sempre tentato di indirizzarlo, di capirlo e di trovare la soluzione per implementarlo tenendo alta l’asticella</b>. Riconosceva valore al cinema commerciale, ma riteneva che ci dovesse essere sempre un contrappeso”. Anche nell’inseguimento tra cinema e televisione, conclude, “avrebbe cercato una soluzione perché portasse verso l’alto, e non verso il basso”.</p>]]></description>
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				<title>Quel gran pezzo di feluca. &quot;The diplomat&quot; tra serie e realtà</title>
				<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Masneri</author>
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				<description><![CDATA[<p>E’  arrivata l’ambasciatrice. <b>E’ tornata “The Diplomat”, la serie Netflix che parla di una coppia marito-moglie, entrambi diplomatici, che mentre salvano l’Occidente litigano da mane a sera come una qualunque famigliola alle prese con la spesa al supermercato sfornito causa proteste o col figlio maranza. </b></p><p><b></b>Lei è Keri Russell, l’ex spia sovietica di “The Americans”, che qui fa l’ambasciatrice a Londra Kate Wyler; lui è Rufus Sewell, il marito Hal, casinaro professionista; e in quest’ultima stagione, la quarta,   ci sono anche, più di prima,  Allison Janney e Bradley Whitford, la presidente degli Stati Uniti Grace Penn e il suo first gentleman, già colleghi in “West Wing”.</p><p><b>Criticata per essere poco realistica, tra colpi di scena e morti improvvise di presidenti per coccoloni, “The Diplomat” finisce però per essere superata dalla realtà, </b>come succede spesso (soprattutto ultimamente). Lo ammette anche la sua creatrice, Debora Cahn: di questi tempi, dice, qualunque cosa scriviamo sembra un cartone animato.</p><p>È infatti di queste settimane la vicenda di Kimberly Guilfoyle, vera ambasciatrice americana ad Atene appena costretta alle dimissioni perché, secondo le accuse, avrebbe chiesto a un riccone americano di saldare il suo conto dell’American Express (100 mila dollari) in cambio di un accesso all’amministrazione Trump (accesso che lui sostiene di non aver mai ottenuto).</p><p><b>Guilfoyle era stata per un po’ anche quasi-nuora di Trump, ma questo non deve stupire, perché molti capimissione americani, maschi o femmine, soprattutto nelle capitali europee, non sono diplomatici di carriera bensì grandi donatori o figure vicine alla presidenza, </b>che vengono ricompensate col posto d’onore in paesi con clima temperato e ambasciate dai soffitti alti.</p><p>E magari l’ex emigrato torna pure con tutti gli onori nel paese da cui i suoi avi presero il largo col barcone (come Tilman Fertitta, siculo-americano proprietario degli Houston Rockets e ambasciatore a Roma, che gira incessantemente le coste italiche col suo barcone 2.0, il Boardwalk, 117 metri e doppio eliporto).</p><p>Ma le ambasciatrici sono una categoria a parte, e l’ultimo esempio è proprio Guilfoyle. Il suo pare il classico promoveatur ut amoveatur. Spedita ad Atene per sbarazzarsene tipo Ranucci a Rai News.  Lì ad Atene se  la ricordavano bene: anni prima, in tv, aveva invitato i greci a lavorare di più, paragonandoli a un animale domestico da educare. Ma anche il quasi-suocero la trattava un po’ da animale domestico.</p><p>“È mia amica da molto tempo”, ha detto il presidente a marzo, presentandola alla Casa Bianca durante la festa per l’indipendenza greca, “amo chiamarla Kimber-lay, è il mio piccolo pet name” (il nomignolo affettuoso, il nome da cucciolo). Lei, la cucciola, a quanto pare si vantava, con un ministro greco stravolto, che gli americani possono fare un po’ quel che gli pare nei paesi esteri, tipo Romania: secondo il Wall Street Journal, commentando la caduta del governo di Bucarest, avrebbe detto in punta di forchetta “sa, possiamo farlo a qualunque paese vogliamo, anche qui”. E infine “Tesoro ti prego, ho bisogno che tu me lo faccia oggi”, non intendendo colpi di stato ma il più fondamentale bonifico, con tanto di emoji delle mani giunte e un pdf con le istruzioni su come effettuare il versamento. Sarebbe questo il messaggio, mandato a Eric Deters, ex candidato al Congresso e donatore di Trump del Kentucky.</p><p>“Se fai un bonifico ad American Express non risulta da nessuna parte”, avrebbe scritto lei, insistendo. Deters però, che sostiene di averle già versato 300 mila dollari negli anni, per paura che la moglie scopra tutto, non paga. In compenso salva lo scambio, e quando le cose tra i due si guastano porta le chat al giornale, che pubblica tutto il 7 ottobre. Lei prova a convincere la Casa Bianca che i messaggi sono stati generati con l’intelligenza artificiale, versione 2.0 di “mi hanno hackerato il telefono”, tipo il pm della “nana borgatara” a Meloni. Ma il 13 ottobre le chiedono di dimettersi, e lei lo fa.</p><p><b>Due giorni dopo il nostro idolo Paolo Zampolli, milanese, ex agente di modelle e uomo che rivendica di aver fatto conoscere Donald e Melania, già ambasciatore della Dominica e poi “inviato speciale americano per le partnership globali”, è stato messo da parte pure lui </b>(dopo un anno di email furiose con il vicesegretario di Stato che gli ordinava di limitarsi alla “diplomazia culturale”), in questa che sembra un “The Diplomat” sceneggiato da Neri Parenti o forse da un’AI (con abbonamento base).</p><p>Adesso Guilfoyle compare nel listino di un’agenzia di speaker, quelli che fanno i discorsi a pagamento: per un suo discorso servono  tra i cinquanta e i centomila dollari (forse da bonificare direttamente sulla sua carta di credito). Ma quella di ambasciatrice è solo l’ultima incarnazione di questo straordinario personaggio, nel già affollato zoo trumpiano.</p><p>Nasce “assistant district attorney” a San Francisco (insomma proprio pm) poi si mette con Gavin Newsom, belloccione “old money” che nel 2004 diventa sindaco della città, e c’è chi li chiama “i nuovi Kennedy” (si separano l’anno dopo; oggi lui si è risposato, è governatore della California ed è uno dei papabili per la Casa Bianca nel 2028, se ci saranno ancora Casa Bianca ed elezioni libere nel 2028).</p><p><b>Nel frattempo lei ha il suo secondo atto: nel 2006 approda alla Fox, dove grazie a un talk pomeridiano diventa uno dei volti più riconosciuti della tv.</b> Poi il terzo: Donald Trump Jr., primogenito del presidente, più giovane di lei di otto anni. Si mettono insieme nel 2018  poi, alla fine del 2024, lui la molla per l’influencer Bettina Anderson, che sposa a maggio di quest’anno. Allora che fai, la tua cucciola-pm  non la nomini ambasciatrice in un paese europeo? Magari non di primissima fascia. Per consolarla, e magari farla stare zitta, non sia mai che scrive un libro di memorie come tanti pm.</p><p>Tanto che danno può fare. Perché spesso gli ambasciatori, come  le ambasciatrici, sono considerati figure decorative, da Ferrero Rocher. È anche il timore della protagonista di “The Diplomat”, Kate Wyler, che viene  da paesi in guerra, ha come segno distintivo e di protesta non  lavarsi mai i capelli, e detesta prendere il tè con le vecchie contesse, cioè tutto quello che ritiene il suo ruolo di capa della sede diplomatica a Londra comporti.</p><p><b>Invece si troverà impicciata in una serie di scandali, omicidi, tragedie, colpi di scena. Ma anche nella realtà ci sono state fior di ambasciatrici, anzi “madam ambassador”, che hanno fatto la storia o almeno la cronaca.</b> Ha lasciato nel 2021 l’ambasciata americana presso la Santa Sede Callista Gingrich, moglie del più famoso Newt,  politico repubblicano che lei fece convertire al cattolicesimo. La signora, che adesso rappresenta l’America presso la Svizzera, i capelli se li lava tantissimo, forse troppo. È famosa infatti soprattutto per il caschetto argentato e compatto che la fa somigliare a un personaggio di “Mars Attacks”.</p><p>Ma prima di lei l’Italia è sempre stata una meta prediletta per ambasciatori e ambasciatrici d’alto bordo. La prima donna fu Clare Boothe Luce. Nasce commediografa: la sua pièce “The Women” divenne un film del 1939 con Norma Shearer. Poi diventa deputata repubblicana e grande nemica di Roosevelt, che fece campagna contro la sua rielezione definendola  una “glamour girl” di quarant’anni dalla lingua tagliente. Le è attribuito anche l’aforisma “No good deed goes unpunished”: nessuna buona azione rimarrà impunita.</p><p>Dal 1935 è la moglie di Henry Luce, l’editore di Time, Life e Fortune, e nel 1953, dopo aver fatto campagna per Eisenhower insieme al marito, fu ricompensata con l’ambasciata in Italia. Sbarcò a Napoli dall’Andrea Doria nell’aprile dello stesso anno. Fu la prima donna a guidare la missione americana presso una grande potenza, e forse è quella che più somiglia alla “Diplomat” netflixiana.</p><p>Lontana dall’essere un’ambasciatrice da cocktail, si spese molto e si scontrò altrettanto col governo italiano di allora. Ferocemente anticomunista, il 28 maggio 1953, a Milano, alla vigilia delle elezioni, avvertì che se gli italiani fossero caduti vittime del totalitarismo (di destra o di sinistra, disse, ma tutti capirono che parlava del Pci) ne sarebbero seguite “gravi conseguenze” per la cooperazione con l’America. Fu letto come un’ingerenza, e la stampa americana scrisse che aveva fatto perdere voti al centro.</p><p>Con il presidente della Repubblica Gronchi i rapporti restarono piuttosto freddi. Anche con il papa di allora, Pio XII, le cose inizialmente andarono male: anche lei convertita da poco, si tramanda che, dopo l’ennesima tirata sulla fede, il papa sbottò: “Lo so, signora, lo so: sono cattolico anch’io”. Finì il suo mandato non con problemi di carta di credito ma di esami clinici. Non per le transaminasi dei troppi supplì consumati tra le trattorie romane, come spesso accade agli statunitensi in visita, ma per più rare tracce di  arsenico nel sangue. Si disse che era la vernice che si scrostava dal soffitto della sua camera da letto a Villa Taverna, la residenza romana dell’ambasciatore ai Parioli. Scandalo e proteste tra i produttori di vernici italiane. Nel 1956 si dimise definitivamente.</p><p>Un’altra ambasciatrice con forti legami con l’Italia fu Pamela Harriman. Anche se guidò la sede non di Roma ma di Parigi,  e lì  fece una morte spettacolare: il 4 febbraio 1997 fu colta da un’emorragia cerebrale mentre nuotava nella piscina del Ritz.</p><p>L’allora presidente Bill Clinton inviò l’Air Force One a prendere la salma. Perché Pamela non era stata un’ambasciatrice come le altre. Anzi: era nata Pamela Digby, nobiltà terriera antica ma senza tanti soldi, e pure  bruttina. Quando scoppia la seconda guerra mondiale riceve una telefonata: è Randolph Churchill, il figlio svalvolato di Winston, che deve partire per il fronte e, temendo di non tornare, vorrebbe assicurare un erede alla dinastia; si è informato, e un’amica gli ha descritto una tizia  titolata che potrebbe fare alla bisogna. Che  aspetto ha, le chiede Churchill jr sempre al telefono? “Ho i capelli rossi e sono abbastanza grassa, ma la mamma dice che la pinguedine infantile scompare”.</p><p>Il matrimonio viene celebrato il 4 ottobre del ‘39 alla presenza della più alta aristocrazia e ovviamente di Winston Churchill, non ancora primo ministro. Una volta rimasta incinta, Pamela si trasferisce dai suoceri. Poi   intreccia una relazione con Averell Harriman, ricchissimo figlio del padrone della Union Pacific e più grande di lei di quasi trent’anni, che a Londra era l’inviato numero uno del governo americano. Lord Beaverbrook, editore, la fa corrispondente da Parigi del Daily Express.</p><p>A un certo punto ha una storia con Aly Khan, principe ismailita e celebre superdotato (era il padre di Karim Aga Khan), e con lui vola in Costa Azzurra. Khan però la lascia su due piedi per Rita Hayworth. Intanto, sulla Riviera, avviene l’incontro più importante per noi italiani: Pamela conosce il giovane scapolo Gianni Agnelli, che non è ancora il playboy sofisticato-poliglotta-collezionista-amico dei potenti globali. Quello lo diventerà proprio  grazie a lei.</p><p><b>La famiglia Agnelli non è per niente contenta. La predatrice inglese, divorziata e pure di fede anglicana, non è proprio la sposa ideale per l’erede al trono ufficioso d’Italia. </b>La relazione dura cinque anni e, secondo il libro non particolarmente notevole ma ricco di pettegolezzi “Capote’s Women” del giornalista esperto in signore potenti Laurence Leamer, lei fa di tutto per conquistarlo, e gli insegna tutto. “Gianni era abituato a uscire con una serie di gaudenti cocainomani le cui principali qualità erano il loro aspetto fisico e i loro soldi. Lei riunì gruppi versatili e raffinati di ospiti mondani, e lui la apprezzò per questo”. Contatti, codici, accesso al gran mondo internazionale.</p><p>Ma oltre alle sorelle, Pamela non piaceva affatto a Giorgio, il fratello con i noti problemi mentali, cancellato dalla storia di famiglia, che a un certo punto le spara una fucilata. Lei, nonostante i conflitti a fuoco, va avanti, e pensa di convertirsi al cattolicesimo (un’altra!) per sposare Gianni e di chiedere l’annullamento del matrimonio col figlio di Churchill. Scopre però di essere incinta. Aborto. Altre feste.  Poi il famoso incidente. Una sera dell’agosto 1952, a cena in una villa in Costa Azzurra, lui la pianta lì perché si annoia. Lei  torna a casa e lo trova con un’altra, Anne-Marie d’Estainville, e lì Pamela si infuria. Lui si offre di accompagnare a casa l’amante occasionale ma, “strafatto di cocaina”, dice il libro, prende male una curva e colpisce in pieno il camion di un macellaio.</p><p>Mascella rotta e frattura in nove punti a una gamba. Viene trasferito in un ospedale fiorentino dove vorrebbero amputargliela, ma lui si impunta: se la terrà, e zoppicherà per tutta la vita (in eleganti stivaletti Tod’s). Le sorelle sono terrorizzate che, approfittando del ricovero, Gianni capitoli con Pamela, ed è allora che si giocano la carta Marella, la delicata principessa dal collo lunghissimo (ma, si legge nel libro, sarebbe stato fotoscioppato da Avedon).</p><p>Il resto è noto. Pamela sposerà finalmente Harriman, e dal suo salotto di Washington aiuterà i democratici a tornare alla Casa Bianca. Clinton la ripagherà con Parigi. Di lei avevano detto: “Non è spiritosa”. “È molto meglio di questo: riesce a far sentire te l’uomo più spiritoso del mondo”. Mentre Truman Capote, che l’aveva inserita de jure tra i suoi cigni, avrebbe stilato la feroce battuta: “Se le uscissero dal corpo tanti cazzi quanti le sono entrati, avrebbe l’aspetto di un porcospino”.</p><p>Tra cazzi e porcospini (pochissimi i porcospini), scusate il sessismo e pure lo specismo, Parigi  è ancor oggi sede ambitissima: al momento è infestata da un altro famiglio di Trump, Charles Kushner, papà di Jared, il genero che è il negoziatore (sic) per l’Ucraina e il Medioriente. Non si sa chi dei due combini più impicci. Il papà palazzinaro, pregiudicato (nel 2005 si dichiarò colpevole di evasione fiscale e fece due anni di carcere), sarebbe secondo la leggenda il vero motivo per cui il figlio ha impalmato Ivanka, cioè ottenergli la grazia e la riabilitazione pubblica (la prima è arrivata nel 2020, la seconda pare un’impresa veramente ardua). Nominandolo, Trump spiegò a Paris Match che era una gran cosa “perché è di famiglia”. È stato convocato due volte dal ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ma tutte e due le volte ha pensato bene di non presentarsi. Non se ne hanno più notizie.</p><p><b> Il figlio invece, secondo indiscrezioni di questi giorni, avrebbe fatto soldi grazie al suo ruolo già durante il primo mandato del suocero (chi l’avrebbe mai detto). Giovedì Vanity Fair ha pubblicato un estratto di un libro del giornalista Matthew Cole secondo cui l’intelligence militare olandese, sfruttando un attacco  hacker  (aridaglie con gli hacker!), avrebbe spiato  il telefono del first genero, vedendolo accedere a un conto negli Emirati;</b> secondo Cole, sauditi ed emiratini gli avrebbero messo a disposizione almeno 2 miliardi di dollari.  Kushner ha smentito tutto. Almeno lui non avrà problemi di plafond.</p><p>Insomma, forse è meglio ricordare i bei tempi andati: il primo ambasciatore americano a Parigi fu Beniamino Franklin (1776-1785). Era una vera celebrità, trattò con Luigi XVI il riconoscimento degli Stati Uniti indipendenti e capì presto lo snobismo dei francesi verso gli zotici americani, quindi invece di lagnarsene decise di sfruttarlo, calcando la mano, con un outfit rimasto nella storia: tra le eleganze e le parrucche di Francia girava col berretto di pelliccia da boscaiolo, oggi naturalmente igonigo. La sua faccia finiva su medaglioni, anelli, orologi e tabacchiere, e le signore alla moda si facevano la “coiffure à la Franklin”, che imitava il cappello portato al posto della parrucca. Oggi c’è invece un presidente zotico che spedisce i suoi cari in giro per il mondo a far gli ambasciatori: e la pelliccia, in testa, se la tiene per sé, vabbè.</p>]]></description>
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				<title>“Fjord” ci mostra i paradossi del paradiso scandinavo. Il film di Mungiu</title>
				<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Fabrizio Tassinari</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Proteggere i cittadini da loro stessi”. Era questo secondo Gunnar Myrdal, economista svedese negli anni trenta e uno degli architetti del welfare state scandinavo, lo scopo ultimo dei governi. Lunedì alla Festa del Cinema di Roma, un pubblico attento ha compreso esattamente cosa significhi, dopo l’anteprima di <i>Fjord</i>,<b> il film del regista romeno Cristian Mungiu,&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/05/20/news/cercansi-capolavori-sulla-croisette--399164">vincitore della Palma d’oro a Cannes quest’anno</a>. Un film asciutto, lento, fatto di silenzi sovrumani e di quella quiete profondissima tipica del mondo nordico, che però sottintende verità micidiali e ambiguità indicibili. <i>Fjord</i> racconta la storia di una famiglia con padre romeno, madre norvegese e cinque figli di diverse età, dai più grandi, adolescenti, al più piccolo, ancora in fasce, che si trasferisce in un remoto paesino della Norvegia (da cui il titolo). La famiglia è profondamente religiosa, di un cristianesimo antico e rurale, che vieta la tecnologia e impone la preghiera. Come accade in qualsiasi comunità ristretta, il paese è piccolo e la gente mormora. Ma nello stato scandinavo si attivano meccanismi, sia ufficiali sia inconsci, che ricordano più Kafka che la provincia. Un piccolo livido sulla spalla della figlia maggiore allerta i servizi sociali, che prelevano immediatamente i bambini e mettono i genitori sotto processo. Eviteremo di svelare il finale.</p><p>Si può facilmente evincere da questa trama la presa morbosa che ha una storia di bambini rapiti, non diversa da quella che fece le prime pagine con Bibbiano o più di recente con la “famiglia del bosco”. Ma il film mette in scena un caso di studio molto più potente su cosa significhi vivere in uno stato onnipresente e perfettamente ultra-tecnocratico. Ho vissuto in Danimarca per oltre un decennio, lavorando all’interno del loro governo. <b>La convinzione profonda che ne ho tratto è che lo stato scandinavo si fondi sulla fiducia cieca ed estrema dei cittadini nelle istituzioni.</b> Anch’io ero l’uomo più felice del mondo di pagare le tasse lì. Quello che chiede in cambio è un consenso e un conformismo fatto di regole scritte e non scritte, talvolta solo accennate, che esprimono un verdetto morale insindacabile e spesso mai veramente pronunciato sulla bontà o meno di ogni cittadino.</p><p>Per il 98 per cento della società che si conforma, la Scandinavia è il paradiso terrestre: aperta, tollerante, progressista. Non a caso è in testa alle classifiche mondiali di ogni tipo, spesso anche contraddittorie: dall’uguaglianza sociale alla competitività fino, ebbene sì, alla felicità. Per il 2 per cento che non può o non vuole conformarsi, perché straniero o magari solo un po’ individualista, la società renderà la vita un inferno, ma con quella crudele forma di civiltà burocratica che il film mostra benissimo. Come in un processo kafkiano, l’individuo sbatte la testa contro un muro di gomma che non dà risposte. <b>E’ un sistema che si autoalimenta delle distorsioni che crea</b>, creando una filiera di servizi, sempre più spesso subappaltati a privati, lautamente ricompensati con i soldi dei contribuenti felici.</p><p>E’ questo il lato oscuro del paradosso nordico, ma anche il monito a tutte le società occidentali che hanno visto nel centralismo tecnocratico, algido e prevedibile, la soluzione ultima a tutti i nostri mali. Le democrazie sono fatte di esseri umani in carne e ossa, che sgarrano, urlano, godono e gioiscono in modi unici per ogni persona, famiglia, cultura e religione. Nel momento in cui neghiamo tutto questo, diventiamo anti-umani o forse, come già sta avvenendo, post-umani.</p>]]></description>
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				<title>Urchin</title>
				<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 06:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Urchin" ha come primo significato “riccio di mare". Ai tempi di Charles Dickens, erano chiamati così i mocciosi di Fagin, capo di una banda di ladri bambini in "Oliver Twist". Correvano veloci, le mani erano piccole e agili, sapevano intrufolarsi dappertutto, erano sempre sospettati e quasi mai acchiappati. Oggi significa “persone che vivono per strada" come Mike, <b>il protagonista di questo film</b>.</p><p><b>Cose da notare</b>: abbiamo visto Harris Dickinson recitare nel “Triangle of Sadness" di Ruben Östlund e in “Babygirl" di Halina Reijn: questo film è il suo debutto da regista. Frank Dillane, il protagonista, è stato premiato come migliore attore a Venezia, sezione “Un certain regard". Le credenziali ci sono, e – bella sorpresa – c'è anche il film. Pur non essendo il genere adatto – bisogna essere chiari – per il sabato sera con la morosa nuova di cui ancora non sappiamo i gusti. Mike dorme per strada, neanche lui sa più da quando.</p><p>Ricarica il cellulare nei bar che lo ospitano per un quarto d'ora. Un passante gentile gli offre un panino e una bibita, Mike lo aggredisce sotto un tunnel, gli ruba soldi e orologio – nega, ma c'erano le telecamere. Va detto che il titolo italiano dice “Ramingo", quindi è meglio vedere il film in originale con i sottotitoli. La polizia arresta Mike per la rapina, pena 14 mesi. All'uscita fa l'aiuto cuoco, i clienti si lamentano. Torna a fare lo spazzino, una ragazza gli sorride. Stavolta andrà meglio?</p>]]></description>
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				<title>Klara e il sole</title>
				<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 06:05:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non siamo mai stati grandi fan di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954. Prima grande impresa: essere diventato, qualche decennio dopo, un perfetto romanziere britannico. "Quel che resta del giorno" vinse nel 1989 il Booker Prize. Il Nobel arriverà nel 2017, <b>intanto lo scrittore aveva cominciato a corteggiare la fantascienza</b>. "Non lasciarmi" nel 2015 raccontava il triste destino di ragazzi e ragazze allevati come materiale da trapianti.</p><p>Trama identica a "Ricambi" di Michael Marshall Smith uscito quasi 20 anni prima. Anche "Klara e il sole" prosegue nel filone "grande scrittore laureato si cimenta con la fantascienza". <b>Cloni, di nuovo, in un mondo dove non servono più da parti di ricambio, ma da amici</b>. Però la tecnologia corre in fratta, i vecchi modelli vengono dismessi con l’arrivare dei modelli nuovi. Un "Toy Story" per adulti, insomma.</p><p>La letteratura non è uno sport competitivo, per carità, e ogni tanto i generi "minori" andrebbero guardati con maggiore attenzione. Ma Ishiguro ci aveva già delusi più di una volta. Il regista Taika Waititi non ancora. La serie "Vita da vampiro", poi il film "Jo Jo Rabbit", erano molto ben riusciti. E anche il film su Samoa, che vanta la peggiore del mondo in cerca di qualificazione. <b>Qui nulla funziona, e tante sono le lungaggini: i robot buoni che marciano a energia solare sono stucchevoli</b>. Bamboleggiano. Sgranano gli occhioni. Vogliono fare del bene e combinano pasticci.</p>]]></description>
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				<title>You Can See Everything, il documentario sulla truffatrice che vuole riscrivere la sua storia</title>
				<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>"Quale demone spinge una persona caduta in disgrazia come <b>Elizabeth Holmes</b> a accogliere il regista e la troupe di un documentario?" Se lo chiede Henry Roberts sul Guardian. I precedenti riguardano i film dedicati a Lance Armstrong, Imelda Marcos, Anthony Weiner. L'ultimo caso riguarda <b>Elizabeth Holmes</b>, fondatrice di <b>Theranos</b>, condannata nel 2022 a 11 anni di prigione per una frode stimata in centinaia di milioni di dollari (cifra che dovrebbe anche restituire).</p><p>Il corpo del reato aveva nome Theranos. Era una tecnologia dalle mille promesse: capace di scoprire ogni sorta di malanno, tra cui diversi tipi di cancro. Bastava una goccia di sangue prelevata da un dito, tipo emoglobina. Tra i truffati, sembra incredibile, ci sono Abc News, il New York Times, e Nbc News, che le notizie dovrebbero verificarle. La truffatrice era finita in carcere a Bryan, Texas. La pena intanto è stata parecchio ridotta.</p><p><b>Il documentario si intitola "You Can See Everything", diretto da Nathan Fielder e Lance Oppenheim</b>. Meglio chiamarlo film, per amor del folto pubblico che da subito ha affollato le sale, 15 milioni di dollari nel primo fine settimana tra Stati Uniti e Canada – dura la bellezza di tre ore. Metacritic, che raccoglie le recensioni e le valuta, gli ha dato un punteggio di 99 su cento – per dire: "Odissea" di Christopher Nolan aveva totalizzato 88/100, e "Digger" di Alejandro Gonzalez Inarritu (il film peggio criticato di questi mesi, tra quelli con pretese, è arrivato al 46 per cento di gradimento).</p><p>"A modern masterpiece of deceit": è il titolo della recensione a 5 stelle del Guardian. Vale a dire: un moderno capolavoro sull'arte della truffa. Sapienza che, se dobbiamo dare retta a "La casa dei giochi" – insuperabile film scritto e diretto da David Mamet del 1987 – dipende dal fatto che "ogni giorno nasce un tonto e due furbi per fregarlo". <b>Citiamo a memoria – se volete controllare Apple tv lo mostra in cambio di 3 dollari e 99 a noleggio, possederlo richiede qualche dollaro in più</b>.</p><p>Vediamo la coppia diabolica: insieme a Elizabeth Holmes c'è il marito Billy Evans, e i loro due figli piccoli. Il documentario di Fielder e Oppenheim è stato girato prima che andassero in galera, appunto per frode. Sono stati benissimo accolti, anche i truffatori conclamati hanno l'insano desiderio di far capire al mondo "come sono veramente". <b>In quel periodo stavano lavorando a "Theranos 2.0": quale migliore occasione per farsi un po' di pubblicità?</b></p><p>Resta la domanda. Date le circostanze, Elizabeth Holmes stava rivelando la verità su sé medesima, oppure gli spettatori vedranno nel documentario un altro personaggio fabbricato per l'occasione? Nathan Fielder lo chiede all'interessata, che giura "dirò la verità". <b>Una bugia sola può evitarne mille</b>.</p>]]></description>
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				<title>Ragione e sentimento</title>
				<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 18:54:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un’altra&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/jane-austen_54390">Jane Austen</a>. Sempre pronta all’uso per una commedia romantica, in costume, con abiti sfarzosi anche quando sono le diseredate sorelle Dashwood a indossarli. Elinor e Marianne, con la loro madre e una sorella più piccola, alla morte del padre sono costrette a trasferirsi in un piccolo cottage. Che poi tanto piccolo non sarebbe, resta il cambiamento di status: l’eredità del genitore va al primogenito maschio, loro son figlie della seconda moglie. Alla morte del vecchio genitore, il loro status sociale e il loro patrimonio cambiano. In peggio, si intende. Ed è un bel guaio, per due ragazze da marito. Al titolo siamo affezionati, ma sarebbe più chiara un’altra traduzione: buon senso, che sta per ragionevolezza di carattere; mentre dall’altra parte non si tratta tanto di sentimento quanto di illusione sentimentale. Sono i caratteri delle due figlie. Elinor, la sorella maggiore, è realista sulla sua situazione, le sue prospettive, e le promesse dei maschi. Marianne è la passionale – nel senso dell’illusione e della cecità, soprattutto in materia di uomini. L’atmosfera è cupa, come le giornate sempre grigie e nuvolose. La vita è austera, potrebbe peggiorare. Urge un marito. Possibilmente ricco. Elinor si innamora di Edward Ferrars (e si tormenta perché lui non la chiede in moglie). Il film del 1995, diretto da Ang Lee con Kate Winslet e Emma Thompson, era decisamente superiore. La perfidia di Jane Austen è volata via.</p>]]></description>
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				<title>“Primetime” racconta il desiderio crudele di punire e depurare il mondo</title>
				<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Giulio Silvano</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>C’è stato un periodo in cui la televisione separava nettamente, o almeno così diceva di fare, il vero dal falso, la fiction dalla realtà, l’intrattenimento dall’informazione</b>. Poi, all’alba del nuovo millennio, le due cose hanno iniziato a fondersi, a confondersi. <i>Grande Fratello</i>, <i>Survivor</i>, <i>American idol</i>… Di colpo le vite “vere” della gente “comune” diventano interessanti, col giusto montaggio e le spinte degli autori. E se a questo aggiungiamo il crimine? E non solo il crimine, ma la peggior forma pensabile di crimine del mondo occidentale e cioè la pedofilia? Nasce così <i>To catch a predator, </i>cioè, come “beccare un predatore”, programma andato in onda tra il 2004 e il 2007 dove il giornalista tende una trappola a un pedofilo che, su internet, ha provato ad adescare minorenni online. Invitano il <i>predatore</i> in una casa, l’esca – maggiorenne vestito da minore – lo accoglie, poi trova una scusa per uscire dalla stanza. Ed entra il presentatore, Chris Hansen, che legge ad alta voce le cose più oscene e sessualmente esplicite scritte nelle chat dal <i>predatore</i>. Su questo programma ora il regista di documentari Lance Oppenheim ci ha fatto il suo primo film “narrativo” – ispirazione, ci ha detto: “Oliver Stone e Brian De Palma”. Hansen è interpretato da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/robert-pattinson_88315" target="_blank">Robert Pattinson</a>, ex Batman, ex vampiro scintillante sexy della saga <i>Twilight</i>, che quest’estate ha mostrato buone capacità attoriali come procio numero uno, l’insolente Antinoo, nell’Odissea nolaniana. “Volevo fare Hansen come Gibson in <i>Braveheart” </i>ci dice Pattinson. “Io pensavo volessi fare Jerry McGuire più Dracula”, lo prende in giro Oppenheim.</p><p>Il titolo,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/10/17/video/primetime--410877" target="_blank">Primetime</a>, viene dalla fascia televisiva migliore in assoluto, la prima serata, che a un certo punto Hansen ottiene, sfidando direttamente <i>Lost</i>. Oltre che sull’ambizione, la fama, e sulla crudeltà dello show business, il film è tutto un gioco meta su televisione e realtà-finzione, che infatti allo screening a cui siamo andati con regista e attori, su Sunset Boulevard, interessavano tanto ai tecnici dell’industria (come si riprendono le telecamere accese? chiedevano, e altre matriosche da nerd). Ma, alla luce del caso di Nidal Malik Hasan – che avrebbe dovuto subire un’esecuzione in diretta streaming per volere del crociato alcolista del dipartimento della guerra, fermato poi da Trump (!) – quello a cui si pensa guardando <i>Primetime </i>è soprattutto la questione della punizione. Hansen, almeno la versione filmica, crede di essere in una missione per depurare il mondo dai pedofili. <b>Un “collega” giornalista che sta partendo per dei reportage mentre c’è la guerra del Golfo lo prende in giro dicendogli “ti guarderò dall’Afghanistan”</b>. Ma a lui non importa, per lui beccare i “pedos”, quei “mostri”, è una ragione di vita, è “depurare il mondo da un male antico”. Per spiegarlo dice a un certo punto: “Prima in ogni città c’era la gogna pubblica, ora in ogni casa c’è la televisione”. Quindi il tubo catodico come punizione pre-tribunale, come esposizione pubblica, la tv è esposizione della vergogna altrui.</p><p>Esistono, anche come effetto di <i>To catch a predator</i>, gruppi che, mettendo tutto su YouTube, incastrano i potenziali pedofili e li attirano nei Walmart, e a volte li menano anche, mentre questi vengono ripresi e in diretta sono costretti a chiamare magari la moglie e confessare, e a camminare tra la gente mentre al megafono urlano “quest’uomo era qui per incontrare un tredicenne!”. Alla fine delle puntate di <i>To catch a predator, </i>visto da 7 milioni di persone a episodio nei suoi anni migliori, non sappiamo cosa succede ai presunti predatori. <b>Al pubblico bastava vederli catturati, ingannati, umiliati, spaventati, a volte consci di esser stati sul punto di aver commesso un crimine così terribile</b>. “Abbiate sfiducia in tutti quelli in cui è potente l’istinto di punire!”, ammoniva Nietzsche. E nel frattempo c’è chi si indigna per la fucilazione texana ma non per la pena di morte in sé, come se fosse meglio venir uccisi dallo stato con una siringa e in privato.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Quarto potere in prima fila</title>
				<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 14:14:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Masneri</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un giornalista ha sempre un posto in prima fila. Giornali e giornalisti sono infatti  sempre più protagonisti al cinema: giovedì è uscito nelle sale “Primetime”, con Robert Pattinson   cinico televisionaro a caccia di pedofili per fare ascolti, presentato a  Venezia insieme a “Ink”, sulla nascita del “Sun” di Murdoch e del tabloid moderno, e poi il documentario “Musk” di Alex Gibney, che segue l’imprenditore miliardario e la sua enorme influenza nella politica contemporanea, e le cui pubblicità sono state rifiutate da YouTube, Meta, TikTok e anche X (il famoso free speech). E in sala c’è pure il quasi-sequel di “The social network”, “The Social: il prezzo della verità”, un film che parla sì di Mark Zuckerberg il patron di Facebook (interpretato da Jeremy Strong, già figlio del Murdoch di finzione in “Succession”) ma anche e soprattutto di giornali. <b>Insomma per l’ennesima volta siamo davanti al grande paradosso, ma com’è che i giornali, manufatti radioattivi che non interessano più a nessuno, fisici o digitali, continuano a ossessionare tutti? </b></p><p><b></b>“Primetime” nasce da un articolo (di giornale) che  raccontava la puntata più nera di “To Catch a Predator”, programma tv americano dei primi anni Duemila  in cui Chris Hansen, giornalista ex serio diventato star della tv del dolore, attirava in  villette tipo Garlasco omaccioni smaniosi convinti di incontrare dei tredicenni.</p><p>Nel novembre 2006, vicino Dallas, uno dei bersagli però non si presentò all’appuntamento: era il cinquantaseienne vice procuratore distrettuale e quando agenti e telecamere arrivarono davanti a casa sua, si sparò. La  NBC dovette pagare un sacco di milioni alla famiglia, un giudice federale scrisse che la rete si era comportata in un modo che nessuna società civile dovrebbe tollerare, e il programma sparì. <b>Il vero Hansen, che oggi continua ad andare a caccia di pedofili, naturalmente non lo fa più in tv, ma in un podcast, come tutti.</b></p><p>“Primetime” è “L’asso nella manica” di Billy Wilder aggiornato e rivisto (là Kirk Douglas, giornalista fallito, allungava l’agonia di un uomo intrappolato in una grotta per tenere viva la storia, qui Robert Pattinson cerca di convincere anche pedofili molto recalcitranti a finalmente darsi all’azione per andare in prima serata, appunto il “prime time”) più “Quinto potere”.</p><p>Del resto <b>l’America ha tutto un filone storico di film sui giornalisti, Quinto ma soprattutto “Quarto potere”, poi “Tutti gli uomini del presidente”, “Good Night, and Good Luck.”, eccetera.</b> <b>Accanto ai cinici,  il giornalista americano da film è spesso la versione cartacea dell’eroe da western senza macchia e senza paura, che non teme di scardinare “il sistema” pur di far trionfare la verità.</b></p><p>E da noi? Si sa che il giornalismo italiano è diverso da quello anglofono, e così lo è stato nella fiction. Qui il giornalista al cinema è un cronista mondano (Marcello nella “Dolce vita”, poi rivisto e corretto nel Jep Gambardella che di mestiere fa il giornalista, ma non lo si vede mai scrivere, semmai intervistare artisti contemporanei-sòla che in effetti sono una parte crescente del nostro declinante lavoro) oppure un martire (Siani in “Fortapàsc”,   Ilaria Alpi nel film dedicato). <b>Se porta avanti un’inchiesta questa viene insabbiata (“Il muro di gomma”)</b> <b>e del resto l’inchiesta all’americana da noi è rara, non l’abbiamo quasi mai filmata e poco realizzata pure  nella realtà: non si aveva budget, non s’ebbe tempo, le fonti erano al mare. </b></p><p><b></b>Né esiste una vera serie televisiva italiana sul mondo dei giornali, che magari non avrà fatto le grandi inchieste eppure ha avuto una sua importanza anche solo estetica, come personaggioni. A parte la Fallaci, <b>i Montanelli, gli Scalfari, le Cederne, le Aspesi incredibilmente non si son mai visti nel Paese che trasforma Acutis in un santo  anche televisivo; potrebbero essere protagonisti di bei “Mad Men” anche con “set” tra la Roma più decadente e la Milano più modernista, almeno quanto preti che risolvono delitti in Umbria, o commissari in Sicilia  o componenti di variegato palazzo napoletano. </b>Ma si sa che il set urbano in Italia non piace, così l’unico giornalista in circolazione è quello di “Makari”,  che abbandona  la tentacolare Roma per tornare nella sua Sicilia irredimibile, nel paesino appunto di Macari (ritmi più umani, la luce, il ciclo delle stagioni, forse anche Imu e Tari basse).</p><p>L’unica  grande inchiesta l’abbiamo però fatta a puntate, in tv, con Report. E a un anno dalla bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci, il 16 ottobre 2025, e a pochi mesi dalla sua rimozione dal programma, con l’attentato che è diventato esso stesso un’inchiesta della magistratura, la ranucceide porta in sé un po’ gli elementi di tutte le grandi epopee: è un po’ il populismo di “Ink”, con Lavitola, ex editore dell’Avanti! che si è riconosciuto mandante dell’attentato, al posto di Murdoch.</p><p>È un po’ “Quarto potere” sempre con  Lavitola    che con un sondaggio vuole fabbricare un leader, come Kane costruiva un teatro d’opera per far cantare Susan Alexander. È un po’ anche “Scoop” di Evelyn Waugh, il più bel libro che sia mai stato scritto sul giornalismo, la storia di uno scambio di persona, con un timido curatore di una rubrica sulla vita di campagna, William Boot, che viene preso  per un omonimo scrittore alla moda e viene spedito a seguire una guerra africana, e la megaditta di Lord Copper, il colosso editoriale in cui Boot viene assunto, sembra la Rai scombiccherata di oggi. È infine “Quinto potere”. Lì il conduttore veniva licenziato  dalla rete, e  rispondeva da profeta, qui Ranucci ha accostato la propria vicenda a quelle di Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino.</p><p>Certo ci si chiede come mai anche nella nuova infornata di film americani si torni così tanto sui giornali data la loro crescente irrilevanza, che però è soprattutto “molto italiana”, come direbbe Stanis La Rochelle di “Boris”. Se in America resistono  old media come il New York Times e ne  nascono di nuovi come la testata digitale The Free Press, <b>da noi siamo tutti incuriositi di come andrà a finire la vicenda di Leonardo Maria Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, che tra le acque di Fiuggi e altri asset d’antan compra anche giornali, </b>e già che c’è pure un pezzo di cinema, il 19,45 per cento della Leone Film Group fondata da Sergio Leone, facendoci rivivere quel frisson di splendore perduto, tra glamour, stipendi che si narrano favolosi e assunzioni dimenticate, in un paese in cui la parola giornalista evoca più che altro parole come “stato di crisi”, “scivolo” e “prepensionamento”.</p><p><b>Leonardo Maria Kane ci fa sognare un passato glorioso, quello delle redazioni affollate e fumose, quello dei Rizzoli al Corriere della Sera e insieme alla Cineriz, del principe editore Caracciolo</b>, della disfida Berlusconi-De Benedetti. Quell’epoca in cui si andava emozionati in luoghi dove questi manufatti cartacei, i giornali, venivano dati, gratis, dalle sale vip degli aeroporti alle prime classi dei treni: oggi chi si trovasse tra le mani quegli strani aggeggi cercherebbe immediatamente un cestino dove gettarli (resistono però le riviste dei treni e degli aerei). E anche come status, “mamma mi sono fidanzata con un giornalista”, trent’anni fa avrebbe visto un sorrisone sul volto di mammà, pensando a privilegi e benessere e case al mare, oggi le si arrecherebbe un dolore, non potevi sposarti un personal trainer come tutte o magari un trapper neomelodico o un influencer di cibo per gatti?</p><p><b>Però c’è un mistero. Non è che i giornali, e i libri, non interessino più a nessuno: perché simmetricamente sale l’interesse quasi feticistico per i giornalisti e gli scrittori.</b> Non c’è località nel globo abitato e forse pure in Papuasia e Antartide che non abbia il suo festival di giornalismo e/o scrittura, gremito fin dalle prime ore dell’alba. Però oggi ce l’hanno insegnato che vale soprattutto “l’experience”, e dunque si investe volentieri più che nel manufatto finale nel &nbsp;biglietto di festival per vedere in carne ed ossa il giornalista o lo scrittore o magari quella leggendaria figura di giornalista <i>E</i> scrittore, il “sottopancia” classico da talk show televisivo, magari per poterlo odiare meglio.&nbsp;<i>The journalist is present. </i></p><p>Il giornale non lo vogliamo manco regalato, ma il giornalista sì, eccome. O il “Giornalaio”, come scriveva ancora ieri su X quel bizzarro personaggio di Andrea Stroppa, il braccio destro di Musk in Italia,  che però passa di rassegna in rassegna e di talk show in talk show a farsi intervistare dai suddetti giornalai. I festival di giornalisti o giornalai sono ovunque del resto: l’altro giorno andando al nostro, di festival, a Firenze, sono partito da Roma dove era in atto il festival del Manifesto, il anzi <i>la Manifestival</i>, sparsa per la Garbatella, e parlava la Schlein, poi sono arrivato a Firenze e da noi c’era la Schlein, poi sono tornato a Roma e vicino alla stazione c’era ancora la Schlein (oltre a Stroppa)  al festival di Fanpage sotto casa mia, non avevo idea che ci fosse un festival di Fanpage, e non avevo idea che fosse sotto casa mia. L’Italia è un apostrofo rosa tra un festival del giornalismo e l’altro, tra un po’ servirà un Tripadvisor, con una guida ai migliori, anche come cast, food, <i>hospitality</i> (meglio un classico festival di Internazionale a Ferrara a ottobre o Repubblica delle Idee a Bologna a metà giugno? Dove si mangia meglio? Qual è l'experience migliore?).</p><p>Un altro fenomeno interessantissimo sono i corsi, per diventare giornalisti. Essi si tengono  non solo nelle classiche città ma soprattutto nelle località più esotiche. A me hanno proposto di tenerne uno alle Eolie, una settimana, tutto compreso, tu stai lì e insegni “il giornalismo”, che già detta così fa strano, sembra Gianfredi, il tizio che si presenta vestito da Iena a intervistare i politici con domande assurde tipo la loro Winx preferita, e appunto dice di lavorare per “Il giornalismo”, insomma a insegnare a un gruppo  di diligenti privati cittadini che presumibilmente dopo aver vissuto tutte le experience più cool, tipo l’abbraccio degli alberi nelle foreste del Casentino, o  la caccia al tartufo col cane nelle Langhe,  vogliono ora esplorare “il giornalismo” alle Eolie.</p><p>Il giornalismo  ormai ha assunto una vaga coloritura  di attività dopolavoristica di fascia alta, ti chiedono “ma scrivi proprio tutti i giorni?”, è una specie di hobby tipo lo yoga o la ceramica, infatti queste classi di giornalismo eoliano si svolgono nella “splendida cornice” delle isole, con aperitivo al tramonto e cena di pesce. La deriva turistica del giornalismo si completa poi con “i viaggi col giornalista”, una trovata che credo venga da lontano ma ultimamente sta crescendo molto, grazie a quel geniaccio di Urbano Cairo, l’editore del Corriere che riesce a monetizzare qualunque cosa.</p><p>I viaggi col Corriere sono reclamizzati con grande pompa, si tengono nelle località più ambite, dalla Grande Muraglia all’Egitto, da New York ad Atene. C’è immancabilmente un accompagnatore, che è un giornalista del Corriere, e mi domando ogni volta cosa glielo faccia fare, a questi giornalisti, di portarsi appresso un gruppo di casalinghe e generali in pensione come mi immagino saranno questi turisti-corrieristi (i prezzi sono belli salati!). Forse sono colleghi con del tempo libero, forse vogliono viaggiare, evadere, magari si rimorchia pure; è un po’ come il professore di educazione fisica, quello che alle superiori accompagnava puntualmente la classe in gita, mentre quelli di lettere e di latino non ne volevano sapere. Ma se un tempo il giornalista-prof di educazione fisica era un esperto della materia (mettiamo, si andava in Cina con lo storico corrispondente da Pechino), adesso sulla pubblicità c’è un asterisco: “il giornalista sarà selezionato solo dopo che saranno arrivate le prenotazioni” e c’è chi giura che siano colleghi che in Cina non hanno mai messo piede. Risultato: vai in Cina col caporedattore dello sport, o il corrispondente da Crotone. Nei giorni della Mostra del cinema di Venezia poi era possibile andare a vederla con un giornalista di cinema, e io pensavo a questo\a che stava lì tra una intervista e l’altra, tra una proiezione e l’altra (magari vedendo “Primetime” e “Ink”) mentre   il generale in pensione chiedeva: giovanotto! In che anno è stata fondata  piazza San Marco?</p><p>Ciò non toglie che sono bellissime iniziative e chi siamo noi per giudicarle. I giornali cercano sempre nuovi modi per sostenersi, o come dicono a Milano nuovi business model. Anche noi. <b>A un certo punto Cerasa, direttore del Foglio, doveva essere  primavera, mi chiese: che fai il 13 dicembre? Risposi: Claudio, e che devo fare? Non lo so. Allora, tieniti libero. Il fatto è che il Foglio aveva lanciato uno speciale abbonamento tipo Gold, dove potevi stare un’ora col tuo fogliante preferito. In quel caso era arrivata una prenotazione, e per stare con me. </b>Io tutto orgoglioso mi ero segnato l’appuntamento sul calendario e man mano che passavano i mesi avevo cominciato a pensare a chi fosse questo misterioso lettore o lettrice che voleva pagare per stare un’ora con me.</p><p>A seconda dell’umore, pensavo agli scenari più cupi: un lettore o lettrice risentito che si era offeso per qualcosa che avevo scritto e aveva armato la vecchia Beretta  (magari era proprio il  generale in pensione, già in gita coi viaggi del Corriere e deluso dalla categoria e radicalizzato), pronto a scaricarla sul povero cronista? Un aspirante giornalista che non voleva arrivare fino alle Eolie? E perché aveva scelto proprio me? E dove avrebbe dovuto svolgersi quest’ora di piacere? In redazione? A casa mia? In macchina? Avrebbe dovuto pagare prima, mettendo magari i soldi sul comodino? Avrei dovuto essere particolarmente gentile? Vestito? Quando la curiosità era ormai al massimo, due giorni prima, il misterioso lettore cancellò l’appuntamento, non so se ottenendo un rimborso o no. Che delusione però: dopo essermi fatto tutti quei film, ero stato ghostato dall’abbonato.</p><p><b>Un’altra modalità con cui i giornalisti escono dalla porta ma rientrano dalla finestra è il teatro. Non si vedranno al cinema, ma sono quasi sempre su un palcoscenico. </b>Come i cantanti che non possono più contare sui ricavi dei dischi ma sono appesi alle percentuali di Spotify, anche noi siamo obbligati a calcare i palcoscenici come vecchie dive in disarmo.  Non c’è teatro, teatrino, stabile o instabile d’Italia che non abbia il suo spettacolo condotto ideato e diretto dal giornalista di turno; di nuovo, ci siamo dentro tutti, chi non è sul palco ci sarà presto. C’è “Diario di un trapezista”, di Ranucci, in cartellone fino all’anno prossimo, poi c’è Saviano che porterà in giro “Quel che resta di me” tra gennaio e giugno 2027, diciassette date più una a Londra. C’è Augias con “Il mio Novecento” che affianca alla narrazione una soprano e un pianista. C’è Stefano Nazzi, del Post, con“Indagini Live 2026 – Un’altra storia”, ed è passato anche dallo Shepherd’s Bush Empire di Londra, una sala da concerti rock. Il giornalista entrava in scena tra applausi scroscianti sulle note della sigla del podcast, come una star. C’è poi Giuseppe Cruciani che ha fatto “Via Crux: ci siamo rotti il caxxo”, prodotto da Paolo Ruffini (i giornalisti prodotti dai comici).</p><p><b>Insomma, rassegnatevi, i giornalisti anzi giornalai sono, siamo, ovunque, in tv, al cinema e pure in teatro, ovviamente non più nelle edicole che non esistono più, e nemmeno nei giornali perchè non abbiamo tempo (a proposito, per quel 13 dicembre io ho comunque  ancora un buco in agenda, chi volesse, astenersi generali, vabbè).</b></p>]]></description>
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				<title>A cent’anni dalla nascita. Enrico Maria Salerno, il piacere di vivere dalla parte sbagliata</title>
				<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 08:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Giacomo Giossi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Affamato per principio e insaziabile per vocazione, Enrico Maria Salerno fu uno dei rappresentanti più lucenti di una mascolinità quasi tossica, ma sempre messa in scena con tragica e a volte cinica ironia. Un fragile equilibrio oggi evidentemente non più possibile e accettabile, ma nemmeno più sostenibile da nessuno se non cadendo nel ridicolo. <b>Quello di Salerno era un movimento fatto di altissime vette alternate a buone dosi di cialtroneria guascona, un impasto di paraculaggine e amore infinito per la vita</b>: “per le donne, il vino e le carte”. Un’esistenza che se non fu particolarmente breve di certo fu rapidissima. Enrico Maria Salerno morì a sessantasette anni nel 1994, non riuscendo così a bucare quel secolo che per la seconda metà lo vide tra i principali protagonisti della scena artistica italiana, a teatro come al cinema e in televisione.</p><p>Il suo primo palco fu un campo di prigionia, esordio di una giovinezza subito votata alla parte sbagliata della storia, quella che Giorgio Soavi definì con struggente precisione nel suo romanzo <i>Un banco di nebbia</i>, come: <b>“La storia di chi, vivendo in modo incolpevole e felice, può trovarsi da una parte sbagliata o colpevole”.</b> Salerno si ritrovò così non ancora ventenne nel campo di prigionia di Coltano, nei pressi di Pisa. Visto oggi, quel campo potrebbe apparire, più che un luogo di prigionia, come la palestra di quello che sarà negli anni successivi lo spettacolo italiano. Insieme a Salerno vi erano infatti reclusi tra gli altri Walter Chiari e Raimondo Vianello, Dario Fo e la futura voce di Tutto il calcio minuto per minuto, Enrico Ameri.&nbsp;</p><p>Il primo vero incontro con il palcoscenico avverrà pochi mesi dopo con la compagnia Rame, dove si troverà a recitare con una giovanissima <b>Franca Rame</b>, poi nel 1949 entrerà nella compagnia di <b>Laura Adani e Sergio Tofano </b>per poi l’anno successivo ancora venire scritturato da<b> Giorgio Strehler</b> con cui avvierà una seppur breve, ma estremamente formativa collaborazione con il Piccolo di Milano. <b>Il successo arriverà poi con I Fratelli Karamanzov e con la nomina a primo attore presso il Teatro di Genova nel 1955.</b></p><p>A ventinove anni Enrico Maria Salerno è ormai considerato uno degli attori di punta della nuova generazione, tanto che nel 1954 diventa famoso anche per il grande pubblico, grazie agli adattamenti teatrali per la Rai che in quegli anni avevano milioni di telespettatori, da Il piacere dell’onestà di Luigi Pirandello a Rinaldo e Armidia di Jean Cocteau fino a L’eroe di George Bernard Shaw.</p><blockquote>E’ stato uno dei rappresentanti più lucenti di una mascolinità quasi tossica, ma sempre messa in scena con tragica (e a volte cinica) ironia</blockquote><p><b>Il cinema chiama Enrico Maria Salerno per la prima volta nel 1948 per Lo sconosciuto di San Marino di Michał Waszyński</b>, ma il suo primo vero ruolo arriva nel 1959 con <i>Estate violenta </i>di Valerio Zurlini. La sua è una parte secondaria eppure fondamentale, quella di un gerarca fascista, padre di Jean Louis Trintignant, di cui in realtà era più vecchio di soli quattro anni. Salerno si trova a mezza via tra la generazione di Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi – di pochi anni più vecchi e già assoluti protagonisti della scena cinematografica – esprimendo però un carattere più impostato e interpretando personaggi meno esplosivi e più dolenti. Salerno è più vicino allo stile interpretativo di Gabriele Ferzetti con cui condivide ruoli di uomini in crisi e tenebrosi, seducenti eppure persi nel rimpianto di una giovinezza rapidamente e ferocemente perduta. A differenza di Ferzetti però, Salerno offre una fisicità più goffa, che lo avvicina in tal senso certamente più a Ugo Tognazzi che a Marcello Mastroianni e che gli garantisce così una nota ironica, quasi buffa tanto da rendere i suoi personaggi non solo più ambigui, ma anche più curiosi.</p><p>Due aspetti, goffaggine e ambiguità che in Salerno non si sciolgono mai: <b>da una parte il gerarca fascista o il padrone e dall’altra il giornalista impegnato</b>, ma sempre un po’ vacuo e perso dietro nostalgie e vecchi e nuovi fragili amori. L’uomo in crisi che diviene la cifra di Enrico Maria Salerno al cinema, sembra così discendere da opposti movimenti fatti sia di durezza che di leggerezza, ma anche da errori e sbagli giovanili che ora, in età matura, i suoi personaggi si trovano a scontare con il peso di una memoria tanto oppressiva quanto ossessiva. <b>La giovinezza perduta bussa alla porta della maturità con il peso di una realtà non più rinnovabile e tanto meno modificabile</b>: il tempo perso e le responsabilità lungamente rimandante ora presentano un conto ormai difficile da pagare.</p><p><i>La lunga notte del ‘43</i>, che inaugura la collaborazione con il regista Florestano Vancini, gli offre il primo ruolo da protagonista al cinema. Tratto dal racconto di Giorgio Bassani, il film vede a confronto l’ambiguo dottor Pino Barillari interpretato da Salerno con il figlio dell’antifascista Attilio Villani, Franco, interpretato da Gabriele Ferzetti, che si ritrova obbligato a fuggire in Svizzera dopo la fucilazione del padre. Sia Pino Barillari che Franco Villani – seppur per motivi diversi – appartengono al ventre molle del paese, a quella zona grigia che fu ben più trasversale di quanto si è spesso voluto far credere. Per Vancini, Enrico Maria Salerno interpreterà successivamente il ruolo del giornalista in crisi Vittorio Borghi in <i>Le stagioni del nostro amore</i>. Il film purtroppo non risponde alle aspettative anche a causa dei continui rimaneggiamenti in sede produttiva. Tuttavia il personaggio di Vittorio Borghi permette a Salerno di dare corpo a una figura maschile incisiva e attuale, quella di un quarantenne in crisi politica ed esistenziale nel contesto obnubilante di un boom economico che pretende di cancellare ogni conflitto e contraddizione a colpi di canzonette, Fiat Seicento e frigoriferi Ignis. La rivoluzione covata come possibile nel primissimo dopoguerra ha ora così la faccia del partigiano comunista divenuto il ricco proprietario di un lussuoso negozio di confezioni nel centro di Mantova.</p><p>Nel 1972 Salerno girerà con Vancini <i>La violenza: quinto potere</i>, interpretando il ruolo di un Pubblico Ministero, ma probabilmente il film che meglio mette in mostra la duttilità di Enrico Maria Salerno che come ricorda Vancini: “Gli ha permesso di interpretare fra teatro, cinema e televisione una gamma infinita di personaggi assolutamente diversi l’uno dall’altro”, è <b>L’ombrellone di Dino Risi del 1965.</b> Film oggi poco conosciuto ed erroneamente considerato banalmente come una pellicola balneare, <i>L’ombrellone</i> segue di tre anni <i>Il sorpasso</i> e di un anno<i> Il giovedì</i>. I tre film dialogano fortemente tra loro riflettendo le contraddizioni di un’epoca tutta luccicante e dal denaro facile. <b>Il punto di partenza per Risi è sempre il corpo dei maschi – che siano scapoli o padri di famiglia, rappresentano gli assoluti protagonisti di un tempo che vede le donne ancora socialmente obbligate a un ruolo subalterno.</b> Maschi liberi da ogni concreta responsabilità e inebetiti da tanta ricchezza a disposizione tanto da finire vittime della propria stessa retorica fatta di coraggio, conquista e sprezzo per il prossimo. Ovviamente Risi non agisce ideologicamente, ma legge quegli uomini mostrandone le fragilità e le debolezze e rivelandoli di volta in volta come infantili e violenti e ancora enormemente incapaci di riconoscersi davanti allo specchio.</p><p>In questo contesto il quarantenne ingegnere Enrico Marletti, interpretato da Salerno, si pone quasi come un punto d’equilibrio: troppo pauroso e troppo incastrato per le sbruffonerie di Bruno Cortona incarnato da Vittorio Gassman ne Il sorpasso, e ormai troppo pieno di responsabilità per la leggerezza malinconica di Dino Versini interpretato da Walter Chiari ne Il giovedì, Marletti resta un indeciso e un insofferente che fa fatica a mostrarsi libero dei propri sentimenti e che subisce e aggredisce sempre fuori tempo massimo. Un uomo che vive sempre aspettando il passare del tempo, salvo poi deprimersi per le occasioni mancate. Salerno porta in Marletti una malinconia e una nostalgia che appaiono sempre presenti nei suoi personaggi. Superficialmente potrebbe così sembrare che Enrico Maria Salerno interpreti sempre lo stesso personaggio, in realtà come all’interno di infinite scatole cinesi che rappresentano le tipologie maschii da lui messe in scena, l’attore riesce ogni volta a estrarre un gesto, un tono e un vezzo che danno vita a una diversità, ma al tempo stesso anche a un’appartenenza comune. Nessuno degli uomini da lui interpretati può infatti dirsi estraneo all’altro.</p><blockquote>Il film che meglio mostra la sua duttilità è “L’ombrellone” di Dino Risi. Il punto di partenza è sempre il corpo dei maschi</blockquote><p><b>Enrico Maria Salerno resta sempre un passo indietro rispetto al mondo del cinema</b>, che considera più che altro – come dichiarato più volte – nulla di più che uno zio d’America, oltre che un ambito da cui è meglio, per lui uomo di teatro, non rimanere imbrigliato:<b> “Diventare un Mastroianni mi farebbe paura. Se mi capitasse un colpo del genere, dovrei cambiare tutto della mia vita. E con il carattere che ho sarebbe arduo”</b>. Salerno ha infatti bisogno sempre di una via di fuga. Essere nelle cose, ma mai totalmente – salvo, ovviamente, il palco del teatro. E anche per questo lavorerà molto per la televisione proprio perché per lui, cinema e tv, avevano la medesima funzione. Diventerà estremamente popolare anche al grande pubblico grazie allo sceneggiato La famiglia Benvenuti, diretto da Alfredo Giannetti, che lo vedrà protagonista per due anni a partire dal 1968. Un successo che vedrà incollati al televisore circa tredici milioni di italiani a ogni puntata.</p><p><b>Salerno è uno dei più importanti interpreti italiani, ma resta sempre a lato.</b> Il centro della scena è per Vittorio Gassman o per Marcello Mastroianni e così i premi cinematografici. Salerno sembra volere aderire al ruolo di lavoratore dello spettacolo più che di celebrità, tanto da riuscire nella sua carriera a mettere in scena ben 102 spettacoli teatrali, a girare 92 film come interprete e 3 come regista oltre che a partecipare a innumerevoli tv-movie e a centinaia di ore di trasmissioni televisive e radiofoniche. A tutto questo va poi aggiunta una notevole carriera come doppiatore. <b>Dunque un artista e un lavoratore infaticabile, ma anche un viveur, amante della propria libertà: un po’ mattatore alla Gassman, ma anche un irriverente rompicoglioni alla Giorgio Albertazzi. </b>Assalito da un bisogno di fare ossessivo come strumento utile e necessario a giustificare quel suo vivere assoluto, come lui stesso ammise in un’intervista poco prima di morire: “Cosa chiedo alla vita? La donna, il vino e le carte. E potermi giustificare con il mio lavoro”. Il lavoro come giustificazione e quindi come salvezza. Un estremo tentativo di esistere al di là della caducità dei giorni e oltre una nostalgia sempre più difficile da tenere a bada.</p><p>Sicuramente Enrico Maria Salerno fa parte di un’epoca esaurita del fare teatro e dell’essere uomini, un tutt’uno fatto di voci tonanti e sguardi intensi, di smarrimenti ancestrali e di buffi inciampi. Un equilibrio ottenuto avendo sia la presunzione e la certezza del dominio della scena e del pubblico, ma anche carico di tutta l’ansia di un potere mai per davvero voluto. <b>Nonostante la spocchia – molto di maniera – verso il cinema, è nella regia che Salerno rivela la sua più intima inquietudine</b>, quella di una gioia di vivere che sta alla medesima altezza con la rabbia verso la vita stessa che si consuma maledettamente ogni giorno e che s’involgarisce sempre più ad ogni stagione che passa. Salerno gira solo tre film, uno di grande successo come <i>Anonimo veneziano</i>, che pure all’interno di un melodramma un po’ di maniera riesce a rivelare, grazie anche alla sceneggiatura scritta insieme a Giuseppe Berto, una Venezia oggi pressoché scomparsa nella sua solitudine e nella sua decadenza ancora silenziosa e poi <i>Cari genitori </i>e infine – sempre con Tony Musante – <i>Eutanasia di un amore</i>.</p><blockquote>Enrico Maria Salerno resta sempre un passo indietro rispetto al mondo del cinema, che considera nulla di più che uno zio d’America</blockquote><p><b>Per quanto oggi i suoi film appaiano fortemente datati, è possibile però intravedere una tensione sincera, un tentativo faticoso di recuperare il filo della contemporaneità inseguendo un tempo non più proprio.</b> Enrico Maria Salerno cerca ossessivamente i motivi per partecipare al proprio tempo senza tradire la propria posizione e lo fa anche a costo di apparire fuori posto se non ridicolo. E’ come se la parte sbagliata bussasse sempre nella sua mente non come un errore, ma semplicemente come un fatto e come un’appartenenza obbligata a cui dover tenere sempre fede. Non si tratta ovviamente di politica, né tantomeno di ideologia, ma di un sentimento esistenziale profondo e intimo. <b>Vittorio Gassman dopo la sua morte, ricordò che la grandezza di Salerno stava: “prima che nei guizzi dell’estro e del temperamento, nell’innata capacità di rendere le parole con rispetto semantico, corrispondenza lineare dei toni e dei significati”.</b></p><p>Cento anni dalla sua nascita e più di trenta dalla sua morte non rendono Salerno certamente inattuale, ma sempre e solo fuori posto, quanto basta per accendere un po’ di curiosità e anche di critica. Come Gassman, ma per indole diversa, anche Salerno non fu mai impallato. Come Mastroianni e Ferzetti, Salerno impose uno stile assoluto e inimitabile che nel suo caso partiva dallo sguardo incorniciato dalle potenti sopracciglia appuntite. Inseguì sempre la giovinezza con una voglia matta addosso e con un un temperamento invidiabile, s’innamorò molto senza mai doversi (parafrasandolo) giustificare. <b>Visse esposto seppur con il tormento noioso di un gossip allora cartaceo, ma non certo meno incombente di quello oggi vigente con la rete. </b><i>Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller</i> fu la sua ultima regia, mentre al cinema con grande autoironia si mise al servizio di pellicole popolari come Scuola di ladri di Neri Parenti e il divertentissimo Il volpone di Maurizio Ponzi.</p><p>In <i>Anonimo veneziano</i>, rispondendo a Valeria (Florinda Bolkan) che mai tornerebbe a vivere in una città marcia come Venezia, Enrico (Tony Musante) dichiara quella che è sintetizzabile come la poetica di Salerno: “E’ proprio questo marcio che la fa bella. Ma non tutti possono capire: bisogna avere in sé il senso della morte”. Un senso della morte che è la parte oscura di un vitalismo estremo che Enrico Maria Salerno non ha mai nascosto ben sapendo che l’uno vive e muore sempre nell’altro. Così come scegliere di stare dalla parte sbagliata non fu altro che un’esigenza di radicale di onestà intellettuale, rivolta prima di tutto a se stesso. Un sentimento incapace a ogni compromesso perché in ogni cosa vi è sempre anche il suo opposto, come mostrava il suo viso capace di espressioni tenebrose, subito cancellate da esplosive risate.</p>]]></description>
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				<title>Il noir della Brianza e la stupidaggine di Bersani: perché restare non è una questione di destra o di sinistra</title>
				<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 06:22:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ho avuto occasione l’altra sera di vedere <i>Brianza</i>, il film di <b>Simone Catania</b> presentato alla Festa del Cinema di Roma. Merita la sala e che se ne parli oltre questo spunto. “Tra Milano e la Svizzera c’è un luogo chiamato Brianza. Un luogo costruito sul lavoro, sul denaro, e sulla paura di perdere entrambi”, <b>sono le parole che aprono il racconto e lo richiudono come una bara. Un quasi noir, somiglia più a <i>Fargo</i> dei fratelli Cohen che non alla cacatina sociologica che in Brianza ambientò Virzì</b>. A parte il dettaglio che è ambientato tra Como e Lugano, che in Brianza non sono, ma si sa la Brianza è un pozzo nero dell’immaginario italiano, un inferno di fabbriche e avidità da tenersene lontani.</p><p><b>Però qui la maldicenza à la Report lascia il posto alle immagini compresse di un’enciclopedia realistica e insieme odiografica</b>. I <i>danée</i>, le armi e i maneggi western (da un rapido controllo: molti meno entrambi rispetto ad altre regioni), la pizzeria calabro-americana, le siepi altissime che occultano ville grandissime. Il presepio. Il conto in banca come unica fonte di rispettabilità. Tutta una serie di frattali letterari, o meglio cinematografici, in cui lo spettatore <i>in fabula</i> capisce subito di cosa si sta parlando e di chi si parla male. Di un’economia predatoria che vede vicina la sua fine, di antropologie devastate. Il lavoro, il denaro, la paura di perdere entrambi.</p><p>Poi ieri ho letto su Repubblica un reportage da Campobello di Licata dedicato all’esperienza dei “ragazzi della restanza”. La serendipity della rima. Racconta del movimento nato un anno fa in Sicilia e che coinvolge un centinaio di associazioni di giovani che hanno scelto di combattere contro il fenomeno dell’emigrazione, ora soprattutto giovanile, delle nuove generazioni con titolo di studio, verso aree o nazioni più economicamente favorevoli. Anzi secondo Repubblica la loro idea è quella di “ribaltare il concetto stesso di emigrazione”. E il neologismo “restanza” riassume “il diritto a non partire per forza in cerca di un futuro migliore, a sperare in una vita diversa anche dove per ora gli indici economici sono fra i più bassi d’Italia”. Bel coraggio e in bocca al lupo.</p><p>Campobello di Licata è un bellissimo piccolo borgo, certo più affascinante di Lentate sul Seveso; ma Imbersago e la Valle del Curone se la giocherebbero. Non saprei dire se il coraggio della loro restanza sia socialmente, o eticamente, superiore a quello di un loro coetaneo in Brianza si prende sulle spalle l’officina del suo vecchio, <b>l’azienda di famiglia, e ci prova nonostante la crisi e il mondo che non è più quello. Il lavoro, i soldi come risultato del lavoro. E poca o nessuna paura del futuro</b>.</p><p>Poi ci sono i dettagli, che spiegano sempre qualcosa in più, proprio come nei film. Sulla piazza di Campobello di Licata, coi ragazzi della restanza, c’era <b>Pier Luigi Bersani</b>. Che con la consueta aria piaciona di chi cerca il calembour da talk, immaginiamo, ha cavato una frase che suona una stupidaggine: “Restare a sinistra”. Meglio: “Poter restare è in modo sacrosanto di sinistra”. Quindi emigrare è di destra? Erano di destra gli operai che salivano nelle fabbriche del nord, a Mirafiori a costruire le auto ma anche la spina dorsale del movimento operaio? Sono di destra i 56 mila giovani laureati che dalla Sicilia sono andati a cercare occupazioni a Milano o in Europa? Facciamo finta che sia stato solo un calembour venuto male. <b>Del resto Bersani ha allargato il cerchio del concetto: “Se non agisci per una crescita collettiva, per i diritti comuni, la ruota non può girare”</b>.</p><p>Il che è vero, ma può essere anche di destra: come nel caso del tycoon tecnologici del Texas e delle microimprese che riempiono gli hub lombardi dell’innovazione. Ma c’è un altro dettaglio che non torna, o apre almeno una legittima domanda. I promotori del “Patto per restare” parlano giustamente di condizioni e diritti necessari: “Dalla dignità del lavoro alla sanità per tutti all’equità fiscale”. Denunciano che nella loro terra “non c’è un cinema, non c’è un teatro, non ci sono mezzi pubblici, né salari dignitosi”. Ma a Campobello, dice Carmelo, ingegnere di 33 anni rientrato dopo gli studi “c’è la possibilità di avere spazio, di creare relazioni sociali e opportunità… E’ molto più interessante, in questo momento storico, vivere in Sicilia che in altre parti dell’Europa”. Non c’è dubbio. <b>Ma, esattamente, per fare che cosa? Rilevare un capannone, lanciare una startup, attirare qualche fondo equity che ci investa? Trasformare l’agricoltura?</b> Per ora il movimento ha avanzato una proposta di legge regionale “Sicilia zero disoccupazione” che si ispira a legislazioni sociali come quelle per “i territori a disoccupazione zero” francesi i (Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée -sperimentati dal 2016 in molte aree depresse, o la richiesta di impieghi a tempo indeterminato nei territori a forte spopolamento e carenza di servizi. Idee condivise da Svimez.</p><p>Ma per il momento si tratta soltanto di sostegno pubblico a un lavoro che non c’è e a nulla che crei lavoro, impresa, iniziativa privata (altro che paura di perderlo). Può darsi che la restanza sia più di sinistra e meglio socialmente meglio della Brianza. <b>Ma la sostenibilità economica, quella che fa i <i>danée</i> non è per quel buco nero da mostri dei film</b>.</p>]]></description>
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