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		<title>Cinema</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:00:15 +0200</pubDate>
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				<title>Totò, il principe della risata che non piaceva alle élite progressiste</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Michele Magno</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una farsa grossolana urlata in dialetto napoletano dalla prima all’ultima scena […]. E’ avanspettacolo e fumetto della peggior qualità, né la presenza di bravi attori come Totò e Peppino De Filippo si fa avvertire, almeno sul piano della buona recitazione” (Vice, Avanti!, 9 settembre 1956). “E’ proprio vero - ammetteva invece un altro critico - che con Totò e Peppino si ride sempre. Anche se il soggetto è così povero di fantasia, di originalità, di gusto come questo. Viene fatto di pensare, con rammarico, al pessimo uso che gli sceneggiatori, il regista fanno di questi nostri due migliori attori comici […]”. Il quotidiano che pubblicava questa recensione il 10 settembre del 1956, La Notte, non poteva certo dirsi di sinistra, eppure sentiva il bisogno di mettere in guardia il pubblico borghese a cui si rivolgeva contro il macchiettismo e la volgarità della sceneggiatura di Nicola Manzari.</p><p><b>Uscito alla vigilia di Ferragosto di settant’anni fa nelle sale italiane staccando quasi quattro milioni e mezzo di biglietti, il film di Camillo Mastrocinque “Totò, Peppino e la... malafemmina” è poi divenuto un’icona.</b> Come ha scritto Filippo Mazzarella (Corriere della Sera, 14 agosto 2026), il film non è soltanto una delle prove più strepitose del comico napoletano, e sicuramente la migliore tra quelle della sua memorabile collaborazione con Peppino De Filippo. E’ uno dei capolavori del cinema italiano degli anni Cinquanta: capace di superare il proprio tempo e di trasformarsi in un vero e proprio patrimonio della cultura popolare nazionale, tanto che ancora oggi molte delle sue battute e delle sue gag continuano a essere citate, imitate e tramandate.</p><p>La vicenda è nota. I fratelli Antonio e Peppino Caponi (Totò e Peppino), proprietari terrieri di un paesino campano che tormentano il facoltoso vicino Mezzacapa (Mario Castellani) con scherzi pesanti, scoprono che il nipote Gianni (Teddy Reno), figlio della vedova Lucia (Vittoria Crispo) trasferitosi a Milano per studiare medicina, si è innamorato di Marisa (Dorian Gray), soubrette di avanspettacolo. La giovane Giulietta (Luisa Ciampi), figlia strabica dei locatori di Gianni, è infatti segretamente innamorata di lui e, per gelosia, ha scritto a Lucia denunciando la relazione del ragazzo e sostenendo che stia trascurando gli studi. Convinti che la ragazza possa compromettere il futuro del nipote, Antonio, Peppino e Lucia progettano di raggiungerlo a Milano. Dopo essersi fatti consigliare loro malgrado dall’odiato Mezzacapa, salgono al nord e si mettono alla ricerca di Gianni nel tentativo di ricondurlo a Napoli e persuadere Marisa a interrompere la relazione, arrivando perfino a offrirle una somma di denaro purché si facesse da parte. Ma sarà proprio Lucia a comprendere la sincerità dei sentimenti dei due giovani e l’onestà della ragazza, finendo per accettare la loro unione.</p><p><b>Se la base del successo del film fu innanzitutto la straordinaria alchimia fra Totò e Peppino De Filippo, il loro virtuosismo e i loro tempi perfetti, la carta vincente fu però il ritratto spassoso del contrasto tra nord e sud, tra mondo contadino e realtà urbana, che nell’Italia del Dopoguerra aveva solo il cinema per essere narrato con le immagini.</b> Antonio e Peppino “affrontavano infatti Milano come esploratori catapultati in un universo sconosciuto, incapaci di comprenderne i codici sociali e linguistici: e il loro spaesamento diventava per il regista Camillo Mastrocinque una lente attraverso cui osservare con ironia un’Italia in piena trasformazione, sospesa fra tradizione e modernità un attimo prima del boom economico, in cui le metropoli crescevano rapidamente e le differenze culturali fra settentrione e meridione iniziavano a collidere con più forza” (Mazzarella).</p><p>Il film coglie questo passaggio storico affidandosi alle armi della farsa e della commedia dell’arte. Le sequenze che hanno lasciato un segno imperituro non si contano: dall’arrivo alla Stazione Centrale di Milano bardati come cosacchi alla richiesta di informazioni al “ghisa (preso per tedesco ma poi approcciato in un improbabile idioma franco-maccheronico: “Nòio…volevòn savuàr…l’indiriss...”), fino alla celeberrima sequenza della lettera dettata a Peppino, probabilmente una delle pagine più famose della storia della comicità italiana (poi ripresa da Troisi e Benigni in “Non ci resta che piangere”). Col suo linguaggio continuamente deformato dal semianalfabetismo dei due, scardinato in un irresistibile gioco di nonsense fatto di parentesi aperte e mai chiuse, punteggiatura pronunciata ad alta voce, formule di cortesia spropositate e continui ripensamenti, è una scena che sintetizza perfettamente il talento linguistico di Totò, capace di trasformare l’italiano in materia imprevedibile, ma anche - come lo stesso Peppino ammise spesso - una complicità sostenuta da una comune volontà d’improvvisazione.</p><blockquote>Oltre all’alchimia fra Totò e Peppino De Filippo, la carta vincente sta nel racconto di un passaggio storico che si affida alle armi della farsa</blockquote><p><b>Visto oggi, il film continua a pulsare dell’affetto con cui guardava a un’Italia popolare destinata a cambiare rapidamente: se Antonio e Peppino appartenevano a un mondo arcaico fatto di valori familiari, autorità patriarcale e diffidenza verso la modernità, il loro viaggio rappresentava simbolicamente l’incontro tra due epoche.</b> E anche il personaggio della cosiddetta “malafemmina” rivelava una complessità inattesa: smontando l’immagine costruita dai due fratelli, frutto di pregiudizi e ignoranza, si rivelava infatti una figura già moderna e indipendente, vittima delle convenzioni morali della provincia, indicando una via per confutare con leggerezza una mentalità ancora profondamente conservatrice.</p><p>Ma perché, nonostante l’eccezionale successo riscosso al botteghino, al suo esordio il film fu stroncato dalla critica? Forse proprio in virtù di tale successo, se si pensa che tutta la cultura ufficiale - e specialmente quella, raffinata, celebrata da Giovanni Spadolini nel saggio Italia di minoranza (1983) - nutriva, nei confronti di Antonio De Curtis un disprezzo malcelato e reso ancora più stizzoso dal forzato riconoscimento della sua innegabile bravura di attore. “E’ veramente doloroso constatare - si poteva leggere su La Voce Repubblicana del 14 novembre del 1954 - come la comicità di certi film italiani sia ancora legata a sorpassati schemi appartenenti al più infimo teatro da avanspettacolo”. Fa una certa impressione sapere che la pellicola così deprimente era nientemeno che “Il medico dei pazzi”, un gioiello del teatro farsesco partenopeo, scritto dal grande Edoardo Scarpetta nel 1908 e portato sullo schermo da Mario Mattoli.</p><p>Ma forse gli accenti più severi si trovano nel giornale del partito che avrebbe dovuto essere più vicino e sensibile ai gusti popolari, L’Unità. Nella recensione di “Totò, Eva e il pennello proibito” (15 febbraio 1959) si lamentava un melanconico Ugo Casiraghi: “Gli spettatori non sono fortunati, siamo giusti, costretti ad ingerire prodotti così squallidamente raffazzonati, così privi di spirito e d’ogni luce d’Intelletto umano”. Certo, il regista Steno sette anni prima aveva firmato una pellicola di ben altro spessore, “Totò a colori”. Ma il ritornello era sempre lo stesso, implacabile come una mannaia: Totò grande attore che non riusciva a trovare registi capaci di valorizzarne le straordinarie qualità artistiche. Una tesi che non stava in piedi, se si considera che fu diretto da cineasti che si chiamavano Luigi Comencini, Mario Monicelli, Alessandro Blasetti, Luigi Zampa, Vittorio De Sica, Alberto Lattuada, Dino Risi.</p><blockquote>Le critiche più severe contro il film si leggono sul giornale del partito che avrebbe dovuto essere più vicino e sensibile ai gusti popolari, l’Unità</blockquote><p><b>Dopo la sua morte (1967) la rivalutazione di Totò ha assunto toni apologetici, come a voler rimediare a torti e umiliazioni a lungo inflitti nel passato.</b> Esponenti della cultura che più lo avevano disprezzato sono arrivati persino a considerarlo “più avanti” di Charlie Chaplin e sicuramente degno di essere posto accanto a Buster Keaton. Come capita spesso, per emendarsi da un eccesso si cade in quello opposto. L’autore di “Tempi moderni”, va detto senza mezzi termini, è stato ricordato come uno dei protagonisti intellettuali del Novecento. Il suo genio creativo era incomparabile a quello di Totò, e il suo linguaggio universale, che andava oltre ogni frontiera etnica e culturale, sapeva tradurre in formidabili invenzioni comiche le la crisi profonda del “secolo breve”, dalla disumanità della catena di montaggio al cieco istinto di potenza del nazifascismo. E nondimeno anche il “principe della risata” era rappresentativo di un’Italia profonda, “cattolica” in un senso non necessariamente religioso, caratterizzata da vizi e da virtù che, se costituivano un ostacolo al processo di secolarizzazione, in qualche misura stemperavano i conflitti sociali. Da “Siamo uomini o caporali” (1955) alla “Banda degli onesti” (1956) di Camillo Mastrocinque, per non parlare del monicelliano “Guardie e ladri” (1951), Totò è l’incarnazione del “suddito” che cerca di ritagliarsi un modestissimo spazio vitale, senza essere mai preso in considerazione dai potenti, dai caporali di turno.</p><blockquote>Dopo la sua morte, la rivalutazione di Totò ha assunto toni apologetici. Chi lo aveva schernito, lo ha poi definito “più avanti” di Charlie Chaplin</blockquote><p>L’Italia di Totò era indubbiamente “retrograda”, com’era retrograda quella di Giovannino Guareschi, di don Camillo e di Peppone. Eppure, a ben guardare, nel “suddito” c’era un tratto liberale: la chiara percezione che non sono le leggi a fare i costumi ma sono i costumi a fare le leggi. Non è vero che nei personaggi da lui interpretati, al limite tra il piccolo borghese e il sottoproletario, “ci siano solo fatalismo e rassegnazione dinanzi alla violenza e all’arbitrio dei detentori del potere” (Dino Cofrancesco, “Ascoltare Grillo e rimpiangere Totò”, l’Occidentale, 14 settembre 2007). Totò mette alla gogna quanti dispongono delle vite degli altri per delirio di onnipotenza. In diversi suoi film, come in “Totò contro Maciste” di Fernando Cerchio (1962), lui - uomo di destra che dichiara di votare per Achille Lauro - deride magistralmente il tono di voce e lo stile retorico di Mussolini quando arringa le folle dal balcone di Palazzo Venezia. <b>Ciononostante, non poteva essere simpatico alle élite colte e progressiste, giacché rimaneva alla finestra, non “partecipava” né si metteva al servizio di una causa particolare.</b></p><p>Un atteggiamento che più di uno ha definito “anarchico”, altri “qualunquista”, ma in cui si rifletteva una visione critica della realtà. In questa dialettica con il presente, in questo confronto problematico con la morale tradizionale e le convenzioni della società, impersonate di volta in volta dal caporale di turno, Totò mette a nudo il suo antagonista e svela ciò che c’è dietro le varie forme dell’autorità. Questo aspetto dell’arte e della maschera di Totò rappresenta - non è un’eresia affermarlo - “un punto di convergenza con quella che era la ricerca del cinema neorealista” (Pasquale Iaccio, “Totò autore e sperimentatore nel cinema italiano del dopoguerra”, in “Drammaturgia”, 9 febbraio 2023). Cambiano il punto di vista e i modi del racconto, ma non la sostanza del messaggio che si vuole dare allo spettatore. <b>Il disprezzato cinema comico del “guitto” Totò, non è infatti secondo, nella denuncia dell’autoritarismo e delle distorsioni del potere, alle opere dei maestri del cinema neorealista suoi contemporanei.</b> Solo che le opere di Totò arrivavano, a differenza di questi ultimi, a un pubblico di massa e raggiungevano le sterminate platee delle periferie del paese.</p><blockquote>Il suo disprezzato cinema comico non è secondo, nella denuncia dell’autoritarismo, alle opere dei maestri del cinema neorealista</blockquote><p>Tra l’altro, queste opere consentirono ai produttori italiani di competere con l’industria cinematografica americana. E’ grazie a due grossi colpi messi a segno nel 1949 (da Dino De Laurentiis con “I pompieri di Viggiù”, da Carlo Ponti con “L’imperatore di Capri” e “Totò cerca casa”) che i due giovani produttori lasciarono la Lux, associandosi fra loro per fondare, nel 1950, la Ponti-De Laurentiis. Presto affidano la produzione dei film di Totò a una società appositamente creata, la Rosa Film, quindi rilevano nel 1951 la Humanitas Film, titolare di un vantaggioso contratto con l’attore, assicurandosi per alcuni anni il monopolio quasi completo della sua attività. All’inizio degli anni Cinquanta i proventi dei suoi film contribuirono allo sviluppo di tutto il cinema italiano, divenendone una sorta di gallina dalle uova d’oro.</p><p>Chi scrive è nato nel 1944, e quindi appartiene alla generazione che è cresciuta a pane e Totò. Solo più tardi ha scoperto che già negli anni Venti era definito un “comico unico” proprio mentre il fascismo si affermava come “partito unico”. E che già allora sfidava la censura del regime con una battuta delle sue: - Ah, se tornasse Galivoi! - Galivoi? - Sì, perché non lo sa? Il “lei” è stato abolito. I censori decisero di non intervenire, ritenendo che un po’ di magnanimità avrebbe creato consenso. Mentre diventarono più occhiuti e rigidi dal 1939, ma nulla poterono quando - dopo la liberazione di Roma - Salomè-Magnani (il popolo) e Pinocchio-Totò (il Duce) intonarono un duetto sul palcoscenico dell’Ambra Jovinelli sull’aria di “Se mi volessi bene veramente”, facendosi beffe di un paese di balocchi manovrato da burattini tutti sciocchi.</p><p>Questo era Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio. Aristocratico plebeo o plebeo aristocratico, se - come ha scritto Emilio Gentile - un “ismo” gli si vuole appiccicare sarebbe appropriato quello si “qoheletista”, cioè seguace del sapiente biblico Qohélet, colui che dice: “Vanità della vanità, tutto è vanità. Tutto dipende dal destino e dal caso. Una è la sorte per i figli dell’uomo e per le bestie: la morte” (E. Gentile, Caporali tanti, uomini pochissimi. La storia secondo Totò, Laterza, 2022).</p>]]></description>
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				<title>Ogni anno ha il suo Shakespeare cinematografico, ora tocca a &quot;Elsinore&quot;</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ogni anno ha il suo Shakespeare cinematografico. L’anno scorso fu&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/01/30/news/se-amate-shakespeare-fatevi-un-favore-non-andate-a-vedere-hamnet--127778" target="_blank">“Hamnet - Nel nome del figlio”</a>&nbsp;diretto da Chloé Zhao. Regista sinoamericana miracolata dalla Mostra di Venezia, quando vinse il Leone d’oro con “Nomadland”, seguito da un Oscar per il miglior film e un altro Oscar come migliore regista.<b> In “Hamnet” fa abbastanza danni. Il più grande di tutti, che rubacchiava e copiava trame ma comunque spiccava sul resto del mondo, viene dipinto come un padre di famiglia orbato del figlio maschio.</b> Sarà la spinta per scrivere “Amleto” e diventare famoso. E immortale. E sempre molto copiato. Quasi mai da gente brava come lui.</p><p>Ne esce una lagna femminista – “ha perso un figlio, invece di piangere ha scritto un capolavoro, gli uomini son fatti così” – che se proprio vi prende la smania di controllare personalmente potrete vedere dal prossimo lunedì su Sky. <b>Quest’anno tocca a un altro William Shakespeare, “Elsinore”. Il nome della città danese dove William ambienta – ci risiamo – la tragedia “Amleto”.</b> Il regista Simon Stone (nato a Basilea nel 1984 e cresciuto in Australia) lo ha scelto per il suo film. Tenete conto che a 15 anni il futuro regista (ora poco più che quarantenne) decise di leggere tutte le opere di Shakespeare, in ordine cronologico.</p><p>“Elsinore” – scrivono i fortunati che hanno visto il film al Festival di Toronto – è commovente e divertente. <b>Facciamo finta che al posto di “commovente” ci sia tragico, e la combinazione risulta più interessante. </b>Ricorda, per esempio, il vecchio attore scespiriano Albert Finney. Nel film di Peter Yates “Il servo di scena” (anno 1984) è talmente rincoglionito che – per la disperazione del suo dressar Tom Courtenay – si dipinge in camerino la faccia di nero, dimenticando che quella sera deve recitare Amleto e non il moro di Venezia. “Elsinore” è stato presentato al Toronto Film Festival, l’attore irlandese Andrew Scott era Ian Charleson, malato di AIDS (siamo nel 1989, il titolare Daniel Day-Lewis aveva abbandonato il campo). “Preferisco morire di Amleto che di Aids”, annuncia ai pochi che sono a conoscenza del segreto. <b>Ahimé, fa notare un critico, è costantemente accompagnato dalla musica di Vangelis, che per quanto ci riguarda potrebbe essere un buon motivo per abbandonare questo mondo.</b></p><p>La recitazione di Andrew Scott è stata lodata da tutti. Sopra ogni cosa, cominciamo a sospettare che il resto del film non sia così brillante. <b>La letteratura non è mai stata trattata dal cinema con il dovuto rispetto, non sarà certo “Elsinore” a invertire la tendenza.</b> A noi non resta che rivedere “Romeo + Giulietta” di Baz Lurhman. Lui sì che capiva i toni, l’intreccio tra tragedia e commedia, e il talento smisurato.</p>]]></description>
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				<title>Normal</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>La prima volta che abbiamo letto nei titoli di testa il nome di Ben Wheatley, regista britannico classe 1972, era oltre dieci anni fa. Il film era intitolato “Sightseers”, che sta per turisti. Titolo italiano “Killer in viaggio” svelò subito la trama, rovinando la sorpresa (sono crimini che verranno puniti, prima o poi: assieme al fatto che il film non è in streaming). Consoliamoci con “Normal” prima che sparisca dalle sale. Normal, Minnesota, è la cittadina dove arriva Bob Odenkirk (l’attore di “Better Call Saul”, spin off di “Breaking Bad”). Fa da sceriffo supplente, si chiama Ulysses e pensa che sarà un lavoro tranquillo. Lo è, fino a una rapina in banca che finisce male. Svelando però un segreto fino a quel momento ben custodito. Nel caveau, ci sono mucchi di lingotti d’oro. Troppi, per una cittadina che sembra vivere attorno al bar e che in galera mette i ragazzini. La situazione ricorda un vecchio film di Don Siegel con Walter Matthau, “Chi ucciderà Charlie Warrick?”: nella banca del paesello, facile da rapinare, ci sono i soldi della mafia. Qui, sono i soldi della yakuza, vista nella prima scena alle prese con un taglio del mignolo. La sorpresa, per l’onesto sceriffo in cerca di un posto tranquillo, sarà devastante. Meno male che alla stazione di polizia c’è un bell’arsenale – in effetti, sembrava sovradimensionato per la pacifica cittadina. Bob Odenkink è impassibile e bravissimo. Paziente, anche: c’è da ripulire una città.</p>]]></description>
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				<title>I figli della scimmia</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
																<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Classe 1989, Tommaso Landucci è al suo primo lungometraggio. Riuscito e coraggioso. Racconta un padre, suo figlio in sedia a rotelle, l’antipatico cognato padre di un ragazzo modello sportivo e bravo a scuola. “I figli della scimmia” viene da una favola di Esopo: la scimmia ha due cuccioli, ma ne ama e protegge soltanto uno. Fino a soffocarlo, mentre il figlio trascurato sopravvive. Per anni il giovane aspirante regista è stato l’ombra di Luca Guadagnino. Sul set di “Chiamami con il tuo nome”, e poi di “A Bigger Splash”. Ha conosciuto James Ivory, che in questo debutto è produttore esecutivo – facendo morire di invidia gli altri registi italiani, non solo debuttanti, che non si allontanano mai troppo da Cinecittà. La sceneggiatura, firmata dal regista medesimo con Damiano Femfert, ha vinto il premio Solinas. Poi il Grand Prize al Jerusalem Sam Spiegel Film Lab 2025. Alla Mostra di Venezia, sezione Orizzonti, è arrivato un doppio premio: film e attore. Riccardo Scamarcio recita – non recita, è un realismo molto naturale – come se da questo dipendesse la sua futura carriera. Mossa azzeccata. Al netto della lunghezza – sfiora le due ore, bastava un’ora e mezza – il film è molto coraggioso. Mette in scena l’invidia di un padre amorevole e devoto per il nipote che a 15 anni può fare il motocross. Umori, stanchezze, litigi tra fratelli – oltre a vestizione, ginnastica, bagno, terapia in piscina – sono benissimo dosati.</p>]]></description>
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				<title>Dov&#039;è la festa?</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Una commedia amorosa nel traffico. Per un attimo par di rivedere l’israeliano “2 Night”, di Roi Werner. Due che si piacciono scappano da una festa – casa mia o casa tua? – e girano tutta la notte senza trovare parcheggio. “Ho paura che mi molli”, sentiamo dire qui all’inizio. Ma se non state neanche insieme? Fa notare l’amico. Leo va a casa di Irene per chiarire la relazione – siamo sotto Natale, Roma è più incasinata del solito, il parcheggio non era proprio regolare – e gli rubano la macchina. Addio serata fuori. Il progetto di chiarimento – che in concreto significa: “passiamo insieme le feste, oppure no?” – viene rimandato. La commedia di Niccolò Gentili è veloce, divertente, ben scritta, Linda Caridi è perfetta – lui non ha tanto l’aria del principe azzurro, ma vabbè. Bisogna ritrovare la macchina, o darla per persa. Per prima cosa serve una denuncia. Intanto hanno controllato i movimenti con un’app, “sta sulla Togliatti” (lungo stradone dove le macchine dovrebbero scorrere veloci, ma è tutta teoria). Irene è una giovane aspirante sceneggiatrice, per ora insegna a studenti distratti, o portatori di istanze woke, come il Bechdel Test: in un film ci devono essere due donne che parlano, e non solo di maschi. Spiega come funziona una commedia romantica. “Dov’è la Fiesta?” ha tutti i dettagli giusti, e l’ironia. “Respira nel sacchetto” consiglia qualcuno. L’ansioso esegue. Arriva la precisazione: “Togli la pizza, però”.</p>]]></description>
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				<title>The invite – il piacere è tutto nostro</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>All’origine c’era un film – e prima ancora un lavoro teatrale – firmato Cesc Gay. Il regista di Barcellona (classe 1967) più o meno 25 anni fa si era fatto notare con un piccolo film intitolato “Krampack”. Due sedicenni soli in casa mentre i genitori sono in vacanza sperimentano qualche giochetto sessuale. Tra loro, prima che arrivino le femmine. “The invite” è remake del suo “Sentimental”, tratto da una pièce teatrale del regista medesimo che ha già avuto diverse versioni: in Svizzera, in Francia, in Corea. Pure in Italia: titolo “Vicini di casa”, regia di Paolo Costella con Claudio Bisio. Dimenticabile: in una commedia piccante gli attori non erano granché credibili. Questo è il remake americano, a coronare il successo. Lo ha voluto, e diretto, Olivia Wilde, che insieme a Seth Rogen ha la parte della coppia annoiata. I vicini al piano di sopra, che invece rumorosamente si danno da fare a letto, sono Edward Norton e Penelope Cruz. Seth Rogen suonava in una band, ora insegna musica in un college e soffre per il mal di schiena. Vive nella casa dei genitori con la consorte Olivia Wilde. I vicini in visita si scusano per il fracasso che fanno a letto, con aria intrigante da scambisti. Il dialoghi sono brillanti, sottolineati dalla colonna sonora. Olivia Wilde cerca di mostrarsi all’altezza, Seth Rogen non ne ha nessuna voglia. Resiste anche quando i vicini – di mondo, coppia mista internazionale – prendono a sfotterlo.</p>]]></description>
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				<title>I girasoli neri. I giovani ucraini nel film prodotto da Sean Penn “sono la speranza”</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Editoriali</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>La vita quotidiana mi ha sorpreso, giorno dopo giorno, ha detto il regista di “Black Sunflower”, <b>James Marcus Haney</b>, nel racconto che si fa dell’Ucraina manca metà della storia. Haney prende questa metà e ne fa un film di 95 minuti, che è stato presentato al Toronto film festival ed è prodotto da Sean Penn, che in un’intervista a Vanity Fair ha raccontato che cosa lo attira e lo strazia dei giovani ucraini, al punto che alla cerimonia degli Oscar, pur premiato, non si era presentato, perché voleva rimanere lì, <b>immerso nell’Ucraina della resistenza che nelle analisi e nei calcoli e nel cinismo non compare quasi più</b>. In “Black Sunflower” la telecamera di Haney segue i ragazzi, alcuni dei quali hanno appena 18 anni, in battaglia, sulla pista da ballo, mentre parlano di politica con i nonni, guardano l’elezione di Donald Trump (e ci sperano, in quel suo annuncio della guerra che finisce in 24 ore), guardano Trump e il vicepresidente J. D. Vance incontrare il presidente&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/volodymyr-zelensky--163" target="_blank">Volodymyr Zelensky</a>, ballano, si innamorano, si dicono: appena abbiamo un attimo dobbiamo sposarci, subiscono i tagli degli aiuti internazionali di UsAid.</p><p>Alcuni protagonisti sono soldati, altri sono artisti, alcuni credono che sia loro dovere combattere in questa guerra,  altri non sono sicuri che questa sia la strada giusta per superare questo conflitto: <b>per tutti c’è il costante ronzio della guerra sullo sfondo</b>, per tutti c’è una guerra e una vita da soldati che non hanno scelto, per tutti c’è la paura di dover combattere per tutta la vita.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/sean-penn_86338" target="_blank">Sean Penn</a>&nbsp;dice che la voglia di vita dei giovani ucraini è travolgente, che spera che Jared Kushner e Ivanka Trump vedano questo film, e che lo vedano tutti colori che pensano che l’Ucraina non vuole la pace e che bisogna smettere di inviare le armi per la difesa degli ucraini. Guardi gli ucraini e capisci perché bisogna avere speranza nell’umanità, dice Sean Penn, <b>“questo movimento, questi ragazzi e il loro stesso abbraccio a quella che chiamiamo speranza o mancanza di essa è essa stessa la speranza”</b>.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Come “Fauda” risponde a “Naza”</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 19:20:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Televisione</category>
				<author>Pierluigi Battista</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un consiglio, un invito, una supplica: guardate su Netflix la nuova serie di “Faud“a”, in particolare il settimo e l’ottavo episodio, sconvolgenti, raccapriccianti, durissimi. E’ una medicina amara e triste, ma è l’antidoto simbolico potente per non farvi irretire dalle menzogne di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/11/news/il-cinema-italiano-attinge-ai-libri-quello-israeliano-sceglie-ancora-gaza--407215" target="_blank">“Naza”</a>, osannato a Venezia. Dice: ma se nemmeno l’hai visto! Vero, ma ho letto i resoconti apologetici dei giornali che all’unanimità (devo crederci per forza, Mancuso saprà perdonarmi) sono costretti a riferire che i presunti testimoni delle mostruose nefandezze israeliane a Gaza non hanno un nome, un’identità, lo straccio di una prova, un minimo di base documentaria. Niente, fuffa, ufficio agit-prop, come si diceva una volta. Nessuno sa chi parla veramente. Credibilità zero. Denuncia basata sui fatti: zero. Accuratezza documentaria. Impatto emotivo su chi non sa niente e ama mostrificare Israele esibendo i gadget pro Pal sul red carpet: un milione. Non è un film, è una finta inchiesta (si fa per dire), roba che al confronto il “metodo Report” può sembrare il frutto dell’imperturbabile oggettività di (ex) stampo anglosassone. Ha scritto uno storico serio e rigoroso come Michele Sarfatti, l’esatto contrario di un seguace di Netanyahu: “Il processo di piazza nella migliore tradizione antidemocratica (mussoliniana, staliniana, fai tu). Accusatori: volto coperto. Illustrazione dell’accusa: montaggio di brani di dichiarazioni. Difensori: no. Parti terze: no. Magistrato giudicante: la piazza del processo. Verdetto (automatico): colpevolezza”. Grazie al professor Sarfatti per il suo coraggio. Che disvela una farsa tragica. E la standing ovation veneziana: un’altra farsa tragica.</p><p><b>Ma c’è un antidoto, un contravveleno: la nuova serie di “Fauda”, in particolare, reitero ossessivamente, il settimo e ottavo episodio.</b> Oramai siamo nel fuoco di una guerra culturale durissima di una guerra di emozioni, una guerra di simboli, una guerra di immagini. Dice: ma produttori, sceneggiatori, registi e attori sono israeliani. Certo. Anche gli autori di “Naza” sono israeliani del tipo “ebrei buoni” (“lo dicono anche gli ebrei”). E dunque? Dicono: ma “Fauda” è fiction, non c’è nessun Doron in sangue e ossa (c’è Lior Raz che lo interpreta da sempre, fantastico). Vero, tecnicamente è fiction. Ma il settimo e l’ottavo episodio sono fedelmente ricalcati sulle immagini spaventose del 7 ottobre riprese dai predoni di Hamas per vantarsi della strage di ebrei e incutere il massimo del terrore nelle viscere dei sionisti bestializzati. Immagini che Israele ha commesso il madornale errore di non trasmetterle nei media di tutto il mondo. Scene di orrore indicibile, di sadismo feroce, tutto rigorosamente documentato e riprodotto nella nuova serie di Fauda. Si vedono le immagini (documentate) dei giovani israeliani- ebrei, ma anche arabo-israeliani- sterminati mentre scappavano dagli assassini di Hamas. Si vedono le immagini (documentate, solo una militante pro Hamas come Francesca Albanese può essere negazionista) dei bambini uccisi a sangue freddo, una mitragliata in testa e via con la prossima vittima: non una guerra, una carneficina apocalittica. Si vedono le immagini (documentate, solo le finte femministe filo-islamiste di “Non una di meno” possono essere negazioniste) delle donne ebree, ma anche arabo-israeliane, stuprate e talvolta stuprate in gruppo dagli energumeni inebriati dallo stupro etnico. Si vedono le immagini (documentate) dei kibbutz incendiati e ridotti in cenere, con le famiglie degli ebrei arse vive anche se rinchiuse nelle stanze bunker con la speranza di salvarsi dalla furia sterminatrice dei combattenti invasati del jihad. Si vedono le immagini (documentate) dei ragazzi, e dei neonati, rapiti e trascinati via come ostaggi nelle grotte di Gaza, 400 chilometri di cunicoli e gallerie costruite mentre i complici dell’Unrwa (vergogna indelebile dell’Onu persecutrice di Israele) facevano finta di niente per ingraziarsi i padroni di Hamas.</p><p>Guardate “Fauda”. Guardate queste immagini terribili, non è un richiamo pubblicitario. Certo, è un’eccellente fiction, con intrecci formidabili, colpi di scena, emozioni fortissime, attori straordinari lungo tutti gli undici episodi di questa nuova serie. Ma è anche un eccellente documento, un’arma potentissima nella guerra culturale e simbolica contro la menzogna dei nuovi dottor Goebbels. Guardatela. E reitero sino allo sfinimento: fotogramma dopo fotogramma, soprattutto gli episodi sette e otto.</p>]]></description>
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				<title>Agenda geopolitica e di genere di Venezia 2026</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 10:53:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il conto delle donne ormai affligge oggi direttore di festival del cinema. Pietrangelo Buttafuoco presidente della Biennale ci scuserà, insiste sul fatto che Venezia ospita una “Mostra d’Arte Cinematografica” (insiste anche sul baciamano alle signore, con eleganza). Ma sempre di un conteggio si tratta. <b>Quante donne in concorso? Quante donne premiate? Continuamente ci si chiede: quanti passi avanti si sono fatti verso parità dei sessi? </b>“Una regista e mezza in concorso quest’anno alla Mostra” ha calcolato qualcuno. Per “mezza” intendeva la co-regista Rachel Szor di “NAZA” (titolo che va scritto tutto maiuscolo, è la sigla per i danni collaterali a Gaza).</p><p>La regista “intera” si chiama&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/12/news/donne-a-venezia-il-leone-doro-a-woman-unknown-la-coppa-volpi-a-mathilde-arcel--407418" target="_blank">May el-Toukhy</a>, è una danese di origini egiziane: il suo film “Woman Unknown” racconta una cameriera sul punto di sposare il datore di lavoro, rimasto vedovo.  Siamo in Danimarca, nel 1945. Gli occupanti nazisti sono stati appena cacciati. Le donne colpevoli di collaborazionismo venivano punite. <b>Dopo il pestaggio, una svastica veniva tracciata con la vernice rossa sulla schiena</b>.</p><p>Deplorata la situazione – solo maschi, troppi maschi ovunque – <b>la presidente della giuria Maggie Gyllenhaal è stata inflessibile e coerente</b>. Il Leone d’oro è andato all’unico film in concorso diretto da una donna. “Woman Unknown” di May el-Toukhy. La scarsità di personaggi femminili da premiare ha regalato all’attrice del film – la molto emozionata e sorpresa Mathilde Arcel – anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione. Togliendolo alle sorelle Rooney, Kate e Mara, strepitose nel film di Werner Herzog “Bucking Fastards” (da leggersi invertendo le iniziali). Recitano all’unisono tutti i dialoghi, nel ruolo di gemelle speculari e un po’ matte, ispirate alla vera storia di Freda e Greta Chaplin, nate a York.</p><p><b>     Coppa Volpi per l’attrice, non siamo alla Berlinale o in altri festival woke dove non si fanno distinzioni</b>. Avrà una brillante carriera, e speriamo che per l’occasione imparerà a vestisi: un miniabito bianco che pareva tagliato a striscioline non è proprio in tono con la serata di gala. Officiata – come l’apertura e al netto di qualche papere – da Greta Scarano (con il ventaglio a fetta d’anguria per solidarietà con il popolo palestinese) e da Nicola Maupas (era nella serie carceraria “Mare fuori”).</p><p>L’altra Coppa Volpi l’ha vinta il grande John Malkovich. Meritatissima, ma considerato il clima e l’annuncio del direttore Alberto Barbera – “sarà una Mostra politica” – sospettiamo che abbia giocato a favore il personaggio. <b>Nel film “Wilde Horse Nine”, scritto e diretto da Martin McDonagh (forse il più bravo drammaturgo prestato al cinema) è un ex agente della Cia con l’Alzheimer</b>. Spiffera i segreti del mestiere e racconta di aver assistito all’assassinio di JFK “from the other side”. Con un collega è sull’Isola di Pasqua – pardon, Rapa Nui – a vedere i colossi – pardon, Moai.</p><p><b>     L’agenda geopolitica continua con “Un bon petit soldat”, diretto dal francese Stéphane Brizé</b>. Il momento “lavoro e sfruttamento” ai festival del cinema è roba sua. Sceglie come attrice Alba Rohrwacher, e viene premiato per la sceneggiatura. Il Leone d’argento per la migliore regia va a “Dau” di Ilya Khrzhanovsky. 20 anni di lavoro per raccontare la vicenda di un brillante fisico greco. In un laboratorio di ricerca segreto e molto sorvegliato dell’Unione Sovietica, per 40 anni è costretto a lavorare al progetto di una bomba atomica.</p><p>Premio speciale della Giuria, più che prevedibile, a “NAZA”. Interviste a militari protetti dall’anonimato che raccontano il lavoro sporco – anime belle, la guerra lo è sempre – per stanare a Gaza i fiancheggiatori di Hamas, che la sera tornano a dormire a casa.<b> I registi – israeliani – sono Yuval Abraham e Rachel Szor. Lui acchiappa il microfono per denunciare “la de-umanizzazione dei palestinesi”</b>. Lei – ricordate, era la mezza regista – non dice neppure una parola. Al film “Possible Love”, diretto dal regista di culto Lee Chang-dong – l’unico coreano che non va veloce – tocca il Gran premio della Giuria.</p><p>La pattuglia italiana – cinque  film in concorso su 21 – non ha fatto una gran figura. Nessun premio. Neanche a Paolo Strippoli con “L’estranea”, della cinquina il titolo più originale: scritto, diretto, e con un tocco horror (ma il regista rifiuta l’etichetta). Un regista poco più che trentenne – è nato nel 1993, e un film che piacerà al pubblico. <b>Non si può dire altrettanto di “The Echo Chamber”, diretto da Andrea Pallaoro su una sceneggiatura ritrovata in un cassetto di Bernardo Bertolucci</b>.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Film troppo lunghi, bisogna saper tagliare: nell’arte come nella vita</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 09:26:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Saverio Raimondo</author>
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				<description><![CDATA[<p>Alla fine, <b>l’83esima Mostra di Arte Cinematografica della Biennale di Venezia</b> (il presidente Buttafuoco ci tiene che la dicitura sia completa), l’edizione preceduta e segnata dalle polemiche per una sola donna in concorso,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/12/news/donne-a-venezia-il-leone-doro-a-woman-unknown-la-coppa-volpi-a-mathilde-arcel--407418">è stata vinta proprio da quell’unica donna</a>. Peggio dei maschi solo l’Italia: nonostante ben cinque film in concorso, non portiamo a casa nessun premio della competizione principale.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/sport/2026/04/01/news/litalia-perde-contro-la-bosnia-un-altro-mondiale-da-spettatori--268527">Nanni Moretti come Rino Gattuso</a>. Ora Malagò pensi anche al cinema italiano.</p><p>Cosa resterà di questa Mostra del Cinema di Venezia (scusi presidente Buttafuoco), a parte i premi per chi li ha vinti? Qual è lo stato del cinema, in generale? Io penso che <b>si facciano film troppo lunghi: 90 minuti è la durata giusta, 120 una deroga possibile da valutare caso per caso. Dal 121esimo minuto in poi c’è un problema</b> (di sceneggiatura, di regia, sicuramente di montaggio) <b>e il film non dovrebbe ottenere il visto censura</b>.</p><p>Bisogna saper tagliare, tagliare corto, farla breve: nell’arte come nella vita. Io stesso, nel mio piccolo (sono “tagliato” anche fisicamente, di statura non arrivo al mediometraggio), i pezzi che consegno a questo giornale li taglio il più possibile: per non annoiarvi e perché lo so che non avete tempo. E’ capitato dunque che in questi giorni da “imbucato speciale” alla Mostra del Cinema alcune scene veneziane siano rimaste fuori dalle mie cronache quotidiane dal Lido. Ve le lascio qui, come sul pavimento di una sala montaggio quando ancora si tagliava la pellicola alla moviola.</p><p>I biglietti per assistere alle proiezioni della Mostra del Cinema sono nominali: si accede con il proprio accredito sul sito, e ci si prenota. Se poi per qualche ragione non si può più andare a una proiezione fissata, ci si deve sprenotare: se si accumulano tre buche si viene bannati dal sito, e se ti incontra per strada uno della Biennale ti picchia sulle gengive. Inoltre, i biglietti non sono cedibili: questo lo sappiamo benissimo sia io che una ragazza alla quale una sera dico che l’indomani non andrò alla proiezione che mi ero prenotato perché devo andare a una festa – come i lettori di questo giornale sanno, per me al Lido le feste sono il dovere e i film il piacere, e il dovere viene prima del piacere se non altro per le bollette. La ragazza vorrebbe vedere proprio quel film a cui io non andrò, ma per il quale non ha trovato posto. Ci guardiamo, e pensiamo la stessa cosa: non si fa, però proviamo. Le do il mio biglietto. Mi sento da subito in colpa con la Biennale: la notte la passo in un sonno agitato, sogno Barbera che piange e Buttafuoco che viene a cercarmi con un forcone assieme a tutto il padiglione russo. L’indomani, all’ora x (cioè poco prima della proiezione) fisso il telefono in attesa di notizie dalla ragazza, la quale mi scrive “sono in fila per entrare”; ho i crampi dallo stress, mi cedono i nervi e grido al cielo “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”. Sei minuti dopo mi telefona la ragazza: è stata respinta. Il tipo all’ingresso che le ha scannerizzato il biglietto l’ha guardata e le ha detto: “Lei non mi sembra Saverio”. Non solo il biglietto è nominale, ma le maschere sono anche scrupolose. Che organizzazione perfetta che è la Biennale! Non li freghi mica. Mi affretto a sprenotare il mio biglietto; e una volta tornato dalla parte giusta della Storia, nonché calmate le mie pulsazioni cardiache, rifletto sul fatto che il woke è proprio finito. Se già solo due anni fa una maschera avesse osato dire a una ragazza che non gli sembrava un uomo, apriti cielo: scandalo, shit-storm sui social, dimissioni in blocco di tutta la Biennale e dall’anno dopo al posto della Mostra di Venezia si sarebbe tenuto un Festival di Cannes. Adesso invece fine della fluidità e dell’identity politics: una ragazza non è più libera di sentirsi Saverio Raimondo, non può pretendere di essere chiamata Saverio Raimondo se non lo è, e soprattutto né io né lei abbiamo visto questo film. Le proporrò di andarci assieme quando esce al cinema.</p><p>Isola Edipo è “un festival che unisce cinema, arte e musica; un luogo d’incontro nel cuore della Mostra del Cinema di Venezia”; ma è anche il punto del Lido dove si danno appuntamento i giovani, gli hipster, i creativi. Ci stanno i food track, le birre, il tramonto. E’ il Pigneto della Mostra del Cinema. Qui, uno dei primi giorni, è attraccata la nave del Venezia, squadra di calcio della città, quest’anno promossa in serie A: un galeone nero con la scritta “SERENISSIMA” sullo scafo, una roba vagamente minacciosa. Una volta attraccata, dalla nave scendono i calciatori accompagnati dalle rispettive fidanzate -nessuno è single, a quanto pare: i maschi in divisa come se stessero per scendere in campo, le femmine vestite come a un concorso di bellezza. Destinazione: red carpet. Ma prima qualcuno ha la brillante idea (visto che Edipo è uno spazio così giovane, così informale...) di tirare fuori un pallone. Il riflesso è pavloviano, e gli undici virgulti iniziano a palleggiare come fossero in area di rigore. Qualcuno si fa prendere la mano – anzi, il piede – e tira un pallonetto contro una natura morta composta da diversi Spritz Cynar allestita appositamente lì su un tavolino per le foto – il Cynar è lo sponsor della squadra. Risultato: i bicchieri saltano tutti per aria, e il loro contenuto diluvia addosso a una delle Miss fidanzate; la quale, non paga di essere già tutta bagnata e e con il trucco rovinato, si mette anche a piangere. Prontamente intervengono i soccorsi, con tamponi e trousse. Forse il passaggio sul red carpet si salverà, ma la relazione no.</p><p>L’ultima festa della 83esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è quella per il film “Ride”. Fra i partecipanti (al film come alla festa) ci sono Margherita Vicario, Ensi, Levante, Dade, Kaze, Kyshan Wilson, Johnny Marsiglia; alcuni di loro salgono anche sul palco, cantano, suonano. Il tutto è molto milanese, pare una serata al Plastic. A questa festa c’è un dettaglio che ho notato anche in un altro paio di party: l’area vip, cioè una zona della festa transennata, “limite invalicabile”, con dentro le celebrity – delle quali, senza nulla togliere agli illustri nomi di cui sopra, nessuna però è George Clooney o Nicole Kidman. All’inizio questa trovata cafona e demenziale fa sentire te, invitato ma non vip, un intruso anche se non ti sei imbucato; della serie “ti ho fatto un favore a metterti in lista, ma in realtà io qui non ti vorrei e ti faccio sentire uno sfigato”. Poi però ti accorgi che dentro la zona vip – minuscola, per altro – c’è un open bar tale e quale a quello fuori, la pista dove ballare è fuori, i bagni sono fuori, la vita è fuori. In una festa, è la zona vip a essere sfigata: ti dicono che un plus ma è un ghetto, te lo spacciano come privilegio ma è apartheid.</p><p>Io ormai a queste feste mi aggiro come Gianni De Michelis ai tempi d’oro: sbevazzo, ballo, incontro. Mi ferma un giovane in t-shirt, un po’ brillo come tutti, che mi fa:</p><p>“Ti vedo a tutte le feste!!!” (Scusate i tanti punti esclamativi, ma c’era la musica alta. NdA)</p><p>“Sì, io scrivo di questo sul Foglio!!!”</p><p>“Il Foglio???”, inorridito. “Il Foglio è l’unico giornale ad aver dato una stella al film su Gaza!!!”</p><p>“Beh, e non sei contento? Voglio dire, se ne avessero parlato bene ti avrebbe spiazzato e insospettito, avresti avuto dei dubbi sul film; mentre avendone parlato male ti rende orgoglioso delle tue certezze; o no?”.</p><p>Ci pensa un attimo, e poi ride: “Hai ragione!”. E ci abbracciamo.</p><p>Poi però, un quarto d’ora dopo, torna da me (si vede che non ha rimorchiato, o non vuole che rimorchi io, o entrambe le cose). Mi attacca un pippone sul fatto che la sinistra dovrebbe tornare a sparare. Io ribatto che non mi pare che gli spari manchino a questo mondo, specie di questi tempi. Lui ammette che sì, ma non da sinistra. Io controbatto che una pallottola, che arrivi da destra o da sinistra, è sempre una pallottola; e tendenzialmente io sarei contrario. Lui mi fa un’apologia dell’11 settembre e cita Luigi Magione come un modello; io gli faccio notare la contraddizione di avere come mito uno che ha ucciso con una pistola ma poi di essere contrari al riarmo. Allora lui mi fa: “Devo andare a pisciare”; e ci riabbracciamo, stavolta definitivamente. Io però a quel punto vado via dalla festa e corro a segnalarlo alla Digos.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Donne a Venezia. Il Leone d’oro a “Woman Unknown”, la Coppa Volpi a Mathilde Arcel</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 22:46:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Donne, donne, e ancora donne. La presidente della giuria Maggie Gyllenhaal è stata inflessibile e coerente. In una&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio-weekend/2026/09/12/news/che-cinema-fai-paisa-la-mostra-di-venezia-vista-da-fuori-italia--407317" target="_blank">Mostra di Venezia</a>&nbsp;scarsa di registe,<b> il Leone d’oro è andato all’unico film in concorso diretto da una donna. “Woman Unknown” è firmato da May el-Toukhy, regista danese di origini egiziane</b>. Racconta una cameriera che sta per sposare il padrone – nel 1945 i termini usati erano questi. Ma il suo passato non proprio esemplare torna alla luce. Siamo in Danimarca, quando alle donne che avevano avuto relazioni con i tedeschi si disegnava sulla schiena una svastica con la vernice rossa. La penuria di personaggi femminili da premiare ha fatto guadagnare all’attrice del film – la molto emozionata e sorpresa Mathilde Arcel – la coppa Volpi per la migliore interpretazione. Femminile, qui non siamo alla Berlinale o in altri festival woke dove non si fanno distinzioni.</p><p><b>L’altra Coppa Volpi l’ha vinta il grande John Malkovich</b>: meritatissima, ma considerato il clima e l’annuncio del direttore Alberto Barbera – “sarà una Mostra politica” – sospettiamo che abbia giocato a favore il personaggio. Un ex agente della Cia con l’Alzheimer, che spiffera i segreti del mestiere e racconta di aver assistito all’assassinio di JFK “from the other side”.L’agenda geopolitica continua con “Un bon petit soldat”, diretto dal francese Stéphane Brizé. Il momento “lavoro e sfruttamento” ai festival del cinema è roba sua. Qui sceglie come attrice Alba Rohrwacher, il film viene premiato per la sceneggiatura. Il Leone d’argento per la migliore regia va a “Dau” di Ilya Khrzhanovsky. 20 anni di lavoro per raccontare la vicenda di un brillante fisico greco in Urss. In un laboratorio di ricerca segreto e molto sorvegliato, per 40 anni è costretto a lavorare al progetto di una bomba atomica.</p><p><b>Premio speciale della Giuria, più che prevedibile, a “Naza”</b>. Interviste a militari protetti dall’anonimato che raccontano il lavoro sporco – la guerra lo è sempre – per stanare a Gaza soldati di Hamas e i loro fiancheggiatori. I registi – israeliani – sono Yuval Abraham e Rachel Szor. Lui acchiappa il microfono per denunciare “la de-umanizzazione dei palestinesi”. Lei non dice neppure una parola.</p>]]></description>
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								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/12/news/femminismo-scottante-e-dialogo-mai-stanco-la-vita-breve-e-attraversata-con-cura-di-carla-lonzi--407375</guid>
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				<title>Femminismo scottante e dialogo mai stanco. La vita breve e attraversata con cura di Carla Lonzi</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Annalena Benini</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>“Ora io non ho intenzione di cedere, naturalmente, e mi rendo conto del perché poi una donna può cedere. Perché il bisogno di autonomia entra in un tale contrasto col bisogno di amore, e il bisogno di amore è sentito così forte che prende il sopravvento sul bisogno di autonomia. Però questa è la fine”.</i></p><p><b>Carla Lonzi, “Vai pure”</b></p><p>Carla Lonzi è la donna che più di chiunque altro in Italia ha posto la questione, non solo teorica, di sottrarre le donne a un ordine dato, a un mondo prestabilito (dagli uomini, naturalmente). L’ha fatto scrivendo, vivendo, ponendo problemi, sottraendosi alla vita pubblica, discutendo con le altre donne. <b>“Comunichiamo solo con donne” è l’ultimo punto del Manifesto di rivolta femminile, scritto nel 1970</b>. Scandaloso, esagerato, imprevisto, ma come si permette, ma che assurdità. “Non salterà il mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione” (questa frase, letta e riletta, cambia qualcosa per sempre). Carla Lonzi aveva trentanove anni nel 1970, un figlio che era ancora un bambino, aveva scoperto nel 1968 in America di avere un tumore, si era operata.<b> Amava Pietro Consagra</b>, artista, scultore, e l’ha amato fino alla fine nonostante l’impossibilità di risolvere il loro rapporto (personale e universale) nel dialogo (è morta a cinquantun anni perché il tumore è tornato), ha attraversato questa vita breve con grande noncuranza e con immensa cura: per le parole e per le relazioni. Le parole con cui raccontare l’arte, prima, e definire e esercitare la differenza femminile, poi. Le relazioni con le amiche, con le compagne del gruppo di rivolta, con gli uomini e con Consagra. I suoi libri sono fondamentali per dare una scossa al cervello, per ricominciare a pensare e a ragionare, da quasi zero.</p><blockquote>Francesca Archibugi vide Carla Lonzi per la prima volta molti anni fa, da ragazzina nei corridoi di scuola. La trovò carismatica e irresistibile</blockquote><p>Alla Mostra del Cinema di Venezia, nelle Giornate degli autori, <b>Francesca Archibugi ha appena portato il suo documentario su Carla Lonzi,</b> prodotto da Fandango, Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo. E’ un film molto speciale, non solo perché è speciale il legame di Francesca Archibugi con Lonzi: il suo compagno, e autore delle musiche del documentario, il jazzista Battista Lena, è quel bambino, figlio di Carla Lonzi, che nel 1968 viene “sparato come un proiettile”, tutto solo, in America a trovare la madre, operata d’urgenza. “Sparato come un proiettile” si trova nel film e nello sterminato diario di Carla Lonzi, “Taci, anzi parla”, pubblicato nel 1978 negli Scritti di rivolta femminile (i famosi, meravigliosi libretti verdi che a volte si trovano ancora alla Libreria delle donne di Milano) e adesso nella collana La tartaruga (che sta ripubblicando tutti gli scritti di Lonzi). “Sparato come un proiettile” ha la voce di Carla Lonzi ricreata con l’intelligenza artificiale, così che la voce fuori campo è sua quasi quanto le parole. Che indagano l’arte e poi la vita, il posto di una donna nel mondo, la continua possibilità di essere fraintese. Anche la cronaca divertita di un medico americano “più che scandalizzato per la mia leggerezza”.</p><p>Il legame speciale con Carla Lonzi è nato molti anni fa, quando per la prima volta Archibugi ragazzina di liceo la vide da lontano, nei corridoi della scuola, trovandola carismatica e irresistibile. Era la madre del suo amico di scuola tredicenne, e poi fidanzato, padre dei suoi figli, compagno di una vita, Bat, ma era soprattutto una donna che ascoltava, faceva domande, sapeva dare importanza e valore a chi aveva davanti. <b>Archibugi lo racconta con timidezza e ammirazione nel film, mentre il figlio di Carla Lonzi offre sua madre agli spettatori con altrettanta timidezza e ammirazione, ma con nettezza, e guarda e riguarda insieme a noi materiali privati e quindi eccezionali, eccezionalmente commoventi.</b> Momenti intimi di felicità, il sole sui corpi nudi, momenti famigliari, fotografie di viaggio, momenti di discussione, momenti di dolore in cui però il dolore non passa, perché è più grande la forza di Carla Lonzi nell’affrontarlo. Sempre con un libro e una matita in mano, anche quando metà del viso era coperta da una benda e leggeva con un occhio solo e faceva lo stesso le riunioni.</p><p>“Mi sono incamminata senza seguire nessuno. Non ho avuto bisogno di sbandierare ideologie, né di gratificarmi politicamente: stavo e sto vivendo e chiarendo e oltrepassando i limiti posti dalla cultura e dalla società maschile ai rapporti umani. Per me la società augurabile è solo quella in cui esiste la possibilità di vivere questi rapporti”.</p><blockquote>La grande vitalità e tormentata libertà di una donna, felice anche di dedicarsi alla descrizione di una gonna rosa, la cintura verdina, una camicetta bianca</blockquote><p>Tutto questo accade sempre dentro e fuori dal mondo. <b>Un mondo che definisce le femministe pericolose, estremiste, aggressive.</b> “Esagerano”, dice una donna nel filmato anni Settanta che apre il documentario. “Esagerano”, dicono molti anche oggi, lo dicono anche le donne. <b>Esagera, dicevano di Carla Lonzi già allora.</b> Lo dicevano gli sconosciuti, lo dicevano a volte le amiche, le donne che dall’innamoramento per Carla Lonzi passavano alla grande fatica di avere a che fare con Carla Lonzi, che richiamava a un’intransigenza più alta, e costante.</p><p>“Secondo Marisa, io intraprendo con gli altri relazioni patologiche. Ho un aspetto patologico. Voglio rispecchiarmi e sentirmi sempre dire che sono straordinaria, altrimenti non so vivere. Quando lo specchio non funziona, crollo. Secondo lei ho un narcisismo fortissimo, non so accettare la solitudine e avere senso di me in solitudine”.</p><p><b>Archibugi restituisce la complessità di una donna che analizzava profondamente le critiche,</b> che se le caricava addosso e non smetteva di pensare e di ragionare, che sperava, credeva, poi non credeva più, di poter risolvere tutto nel dialogo. <b>Il dialogo sopra ogni cosa</b>. Il dialogo continuo, mai stanco. Le parole per dire la sopraffazione, le parole per dire: io esisto e non voglio più esistere solo in rapporto all’uomo: su questo si basa la lotta e si basa la libertà. La donna clitoridea e la donna vaginale, Sputiamo su Hegel, sono libri nati dopo la cesura con il mondo dell’arte. Battista Lena individua nella malattia il momento del cambiamento, del passaggio a questo femminismo scottante, mai escludente, interessato alla materia viva dell’esistenza.</p><blockquote>“Esagerano”, dice delle femministe una donna nel filmato anni 70 che apre il documentario. “Esagerano”, dicono molti anche oggi</blockquote><p><b>Guardando il film ho ripensato alla quadrilogia di Elena Ferrante,</b> L’amica geniale, all’incontro della protagonista, Elena, con Carla Lonzi attraverso i libri: “Mentre i maschi si dedicano a imprese spaziali, la vita per le femmine su questo pianeta deve ancora cominciare. La donna è l’altra faccia della terra. La donna è il Soggetto Imprevisto. Liberarsi dalla sottomissione, qui, ora, in questo presente. L’autrice di quelle pagine si chiamava Carla Lonzi. Com’è possibile, mi dissi, che una donna sappia pensare così? Ho faticato tanto sui libri, ma li ho subiti, non li ho mai veramente usati, non li ho mai rovesciati contro sé stessi. Ecco come si pensa. Ecco come si pensa contro”. Com’è possibile che una donna sappia pensare così? E’ quello il momento in cui il cervello ha una scossa e spesso dice: basta. Nel romanzo di Elena Ferrante, Elena cerca di condividere il suo entusiasmo con Lila, riconoscendole quell’autonomia di pensiero, quella capacità di esistere che a lei manca. Le parla al telefono della donna clitoridea, della donna vaginale, del gruppo femminista a cui partecipava, e la risposta di Lila è indimenticabile: “Ma che cazzo dici, Lenù? Il piacere, la fessa, qua i problemi sono già tanti, sei pazza”. Le dice: non buttare il tempo, fa’ le cose importanti.</p><p>E invece Carla Lonzi aveva colto il punto più profondo, e anche le persone intervistate in questo film (persone di famiglia, le compagne di allora, filosofe femministe, docenti, storiche, artiste) lo confermano: <b>andava alla radice del problema.</b></p><p>Era presto, era tardi, era troppo sola, proprio lei che secondo la sua amica non poteva stare sola? E che diceva: adesso basta, ci vuole l’assenza. Via dalle celebrazioni della manifestazione creativa maschile, smettiamola di fare le ancelle. Era tutto così scabroso, è ancora così scabroso. Resta moltissimo di lei, e per fortuna questo film, con la sua faccia, i suoi movimenti, quei filmini un po’ rovinati che mostrano il grande amore tra un uomo e una donna, e la grande vitalità e tormentata libertà di una donna felice anche di dedicarsi alla descrizione di una gonna rosa, la cintura verdina, una camicetta bianca. <b>“Ero felice”, dice Carla Lonzi</b>. Felice con quella gonna rosa, la cintura verdina, la camicetta bianca, Pietro Consagra che la fotografa sul fondo di una costruzione luminosa della fiera internazionale di Sant’Antonio, che le fa quindi per sempre da aureola. Lì anche il cappotto è rosa, la sciarpa rossa. Archibugi dice che era così elegante, ma non in un modo borghese.</p><p>“Capisco quanto posso aver lasciato cadere nel percorso fatto finora, e a volte mi spavento osservando ciò che è stato e ciò che poteva essere, ma capisco che niente mi avrebbe dissuaso dal rivolgermi all’essenziale. Ora il superfluo attira tutta la mia attenzione e i miei desideri”. <b>Questo film sarà al cinema per tre giorni, 26, 27 e 28 ottobre</b>. Andate a conoscere Carla Lonzi e a riconoscerla.</p>]]></description>
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				<title>Serpenti</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un tizio entra in un commissariato per confessare che ha appena ucciso la moglie. Non è l’inizio di una barzelletta, ma di questo film che subito vira verso l’assurdo. Quel tipo di avventure da commissariato e tribunale che sembrano non finire mai. Salga le scale, scenda le scale, aspetti qua, il commissario è fuori stanza, qui ci sono turni e precedenze, cosa crede, ma lei cosa ci fa qui? (quando ti dimenticano in una saletta per ore). Paolo Marra – l’attore è Leonardo Lidi, volto impassibile dall’inizio alla fine – esce dopo aver ucciso la moglie. E’ successo in casa. In un giorno qualunque. Ora è assalito dal senso di colpa – quel peso che si fa sentire dopo, mai prima: eppure basterebbe qualche scrupolo, anche piccolo – e vuole costituirsi. Cammina verso il commissariato, chiede di entrare per confessare l’uxoricidio, e lo parcheggiano su una sedia. Attorno non c’è mica la folla, ogni tanto passa un agente. Per esempio Alessandro Borghi, che lo ascolta. Ma poi bisogna aspettare il superiore. Altra attesa. Gli dicono che deve avere un avvocato, e gliene procurano uno d’ufficio – Pietro Castellitto, che lo riceve nella vicina pasticceria. “Serpenti” è scritto da Roberto De Paolis Maino e dai fratelli Damiano e Fabio d’Innocenzo con cristallina semplicità, senza arzigogoli e fioriture, e diretto con altrettanta linearità – ma ormai le pareti gialline ricordano “Backrooms”. Era alla Mostra di Venezia, un momento di respiro tra tanti film con pretese.</p>]]></description>
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				<title>Tony - Diario di un giovane cuoco</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Di Anthony Bourdain conoscevamo il primo e molto pettegolo libro, <b>“Kitchen Confidential”</b>. Roba da non andare mai più al ristorante: la sporcizia regnava sovrana, i cuochi erano rissosi e autocompiaciuti – per non dire vanesi, ognuno convinto di essere il meglio, a dispetto della rigida gerarchia in cucina (imparata per sempre guardando “Ratatouille”). “Tony” racconta l’estate del 1970, la futura star della cucina raccontò in casa di aver vinto una borsa di studio per una scuola di scrittura residenziale. Era una convinzione – diciamo così – “personale”, non era vero niente. Finì senza un soldo nella cittadina balneare di Provincetown, Massachusetts – attorno vediamo i manifesti del film “Lo squalo”. Ci arrivò seguendo una ragazza che gli piaceva. Andò a fare il lavapiatti nel ristorante di Antonio Banderas, dove già lavora Leo Woodhall, altro giovanotto sbandato. Tony viene svegliato ogni mattina con una secchiata d’acqua, come si conviene a chi è andato a letto ubriaco fradicio. Sappiamo purtroppo la brutta fine di Anthony Bourdain, morto suicida nel 2018 durante una crisi depressiva. Sappiamo come andrà a finire, e sembra saperlo anche il cuoco Banderas che gli racconta di Vatel, il cuoco di Luigi XIV, suicida perché il pesce comprato per il banchetto reale non era arrivato in tempo. Dominic Sessa è perfetto nel ruolo, già lo avevamo ammirato in “The Holdovers - Lezioni di vita” di Alexander Payne.</p>]]></description>
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				<title>Maschi femministi o sottotono, vittimismi e qualche pettegolezzo dalla Mostra di Venezia</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sul finale della Mostra di Venezia – si chiude sabato con la cerimonia di premiazione per il Leone d’oro, officiata da Greta Scarano e Nicola Maupas – abbiamo avuto anche il maschio femminista. Tipo umano che sugli schermi del cinema festivaliero in effetti mancava. Fuori dal cinema, se ne favoleggiava l’esistenza senza che nessuno sia mai riuscito a catturarne un esemplare.</p><p>Invece eccolo, il maschio pentito. Nel film di Nicolas Pariser “Un peu avant minuit”, presentato in concorso e annunciato dappertutto con una fotografia di Chiara Mastroianni e Melvil Poupaud. Lo spettatore pensa che li vedrà entrambi sullo schermo. Invece vede solo il giovanotto cinquantenne, Chiara Mastroianni si mostrerà solo negli ultimi cinque minuti del film. Fratellastri, son figli dello stesso padre piuttosto farfallone, ma non si sono mai visti. Ora il genitore è morto, c’è da aprire il testamento del genitore. In Italia: ciottoli stradine ristoranti e tutto l’armamentario.</p><p>Si comincia a Parigi, si direbbe sull’orlo della guerra civile. Polizia ovunque, a piedi o sulle camionette. Fumogeni e manganelli. Il cinquantenne va a trovare i vecchi amici – in verità, soprattutto le vecchie amiche e morose che orbitavano attorno al giornale dove lavorava. Vuole farsi raccontare da loro se in gioventù si era comportato da maschio predatore. Nessuna gli dice quanto è noioso, e probabilmente già lo era a vent’anni. Chiacchierano e chiacchierano, camminando. Da qualche parte del mondo, Aaron Sorkin e il suo “walk and talk” meditano il suicidio.</p><p><b>L’abbiamo già detto, lo ripetiamo. Alla&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/11/news/il-cinema-italiano-attinge-ai-libri-quello-israeliano-sceglie-ancora-gaza--407215">Mostra di Venezia</a><b>&nbsp;quest’anno i soli maschi degni di interesse erano Martin McDonagh, regista di “Wild Horse Nine” (ere sul tappeto rosso con la fidanzata Phoebe Waller-Bridge, che ha scritto la serie “Fleabag”, sacco di pulci) e i suoi attori John Malkovich e Sam Rockwell. </b>Due agenti della Cia che passano qualche giorno sull’Isola di Pasqua. In vacanza. Ne ha bisogno Malkovich che ha un principio di Alzheimer, quindi spiffera i segreti dell’agenzia alle ragazze carine che incontra. L’idea dell’isola con le statue è stata sua, ma non gli piace più. Forse non se la ricorda più. Intanto ammira i cavalli che sull’isola girano liberi.</p><p><b>Per il resto, sinceramente, non c’erano grandi esemplari maschili</b>. Louis Garrell aveva il motore al minimo nel&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/07/news/nanni-moretti-e-diventato-quello-che-non-voleva-essere--406744">film di Nanni Moretti “Succederà questa notte</a>”, perdutamente innamorato di Jasmine Trinca. E’ cinema, bisogna sospendere l’incredulità. Ma certe volte viene proprio difficile. Perché poi, saranno passati due giorni, Jasmine Trinca era anche nel&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cinema/2026/09/08/news/lestranea-versione-riuscita-della-zampa-di-scimmia--406824">film di Paolo Strippoli “L’estranea”</a>. Maritata all’attore Adriano Giannini, che ieri mattina abbiamo visto prigioniero nelle galere argentine sotto Videla: il film era “Back to Buenos Aires”, regista Marco Bechis. Il modello Luca Marinelli – in “The Echo Chambers”, regia di Andrea Pallaoro da una sceneggiatura inedita di Bernardo Bertolucci – lo sconsigliamo a chiunque. Sta solo in una stanza, fa il produttore musicale, si droga, vuole fare un album con Susan Sarandon. L’attrice, poverina, ha detto in conferenza stampa che non la fanno lavorare perché sostiene la causa palestinese.</p><p>La causa c’è, da decenni, e finché i palestinesi non saranno capaci di formare uno stato, la soluzione sarà difficile. Ma guai a dirlo: è sempre agli israeliani che tocca la parte dei cattivi. In “Naza” parlano nel buio una ventina di soldati che protetti dall’anonimato raccontano operazioni a Gaza. I telefoni dei sostenitori di Hamas sono stati hackerati, evidentemente sono tutti padri di famiglia che tornano ogni notte a dormire a casa.</p><p>“Naza” sta per vittime collaterali, inevitabili in una guerra in cui i responsabili del 7 ottobre hanno famiglia e stanno tra la gente. 25 minuti di applausi, sta scritto su tutti i giornali e lo hanno detto anche in tv. Resta imbattuto il record del ragionier Fantozzi, celebrato con 92 minuti di applausi per il suo giudizio – non lusinghiero, al cineclub aziendale – sulla “Corazzata Potemkin”.</p><p><b>La pattuglia italiana del concorso – a parte gli intrecci incestuosi tra gli attori di un film e dell’altro – ha dato speranze per il futuro con il film di Paolo Strippoli, “L’estranea”.</b> Un horror – il regista rifiuta l’etichetta, però c’è una presenza malvagia e i membri della famiglia si fanno male e poi muoiono – ambientato sotto il sole di Puglia. Il clima peggiora solo quando la figlia piccola è diventata grande, ha preso le distanze, e sta a Roma sotto l’inondazione – troppa acqua, per non essere purificatrice.</p><p>Il male ha i lineamenti di Valeria Bruni Tedeschi, e un impermeabile che la fa somigliare alla bionda misteriosa che si aggira dietro le quinte al Fitzgerald Theater di Kansas City. Dove si registra una puntata del programma radiofonico “A Prairie Home Companion”, nel film di Robert Altman “Radio America”. Una femme fatale di nome Asfodelo, la pianta dei defunti che secondo la mitologia greca sta nell’Ade.</p><p>Non facciamo ipotesi su chi la giuria, presieduta da Maggie Gyllenhaal, vorrà premiare. Abbiamo visto il suo film da regista – la variazione su Frankenstein “Bride!” – e siamo ancora perplessi. I pettegolezzi dicono che abbia apprezzato “Succederà questa notte” di Nanni Moretti.</p>]]></description>
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				<title>Finalmente a Venezia si balla senza sudare</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 18:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Saverio Raimondo</author>
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				<description><![CDATA[<p>Mancano solo i premi, ma per il resto&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mostra-del-cinema-di-venezia_39396" target="_blank">Venezia 83</a>&nbsp;è finita. Al Lido siamo rimasti in pochi, irriducibili; per lo più se ne sono andati via tutti, trascinando i propri trolley verso la vita reale che li attende con le lavatrici da mandare, i figli da accompagnare e da riprendere, gli avvisi di giacenza nella cassetta della posta. E a conferire malinconia al tutto, come in ogni finale che si rispetti, ci si è messa anche la pioggia, per giunta con il maestrale; risultato, l’acqua arriva da ogni direzione – anche da sotto, sopratutto da sotto- ed è impossibile non bagnarsi. Il cielo è plumbeo, il mare una distesa di cavalloni, gli ombrelloni benché chiusi si agitano al vento: siamo ben oltre “l’estate sta finendo”, questo è l’autunno che comincia.</p><p>La gente alla Mostra ha freddo, tira fuori i giacchetti, indossa le scarpe chiuse, Malcom Pagani corre a comprarsi un golf per la serata; solo io non mi scompongo anzi mi godo questo clima da burrasca, che spazza via l’estate più calda di sempre – in attesa della prossima, che batterà anche questo record. Unico inconveniente, mi tocca andare alle feste con l’ombrello (che dato il vento non può essere di quelli piccoli sennò si sfonda, per forza uno grande); provo a darmi un’aria british ma la verità è che con questo ombrello in mano per tutta la festa mi sento un coglione, tipo quando resti con la scopa in mano al termine dell’omonimo ballo. Posso appoggiarlo, certo; ma poi devo ricordarmelo prima di andare via, impresa non facile dopo il terzo spritz. <b>Grazie al calo delle temperature, al party per la serie “Peccato” di e con Emanuela Fanelli si può finalmente ballare senza sudare.</b></p><p>Non ho visto la serie, ma se è come la festa è perfettamente riuscita: ci stavano i fritti (patatine, mozzarelline, olive ascolane), gli affettati, e a un certo punto arriva anche la pizza. LA PIZZA. Nel divorarne due fette, rifletto sul fatto che quest’anno alle feste si è tendenzialmente mangiato di più – nel senso che si è mangiato, perché negli anni scorsi non c’era proprio niente da mettere sotto i denti. Mi avevano spiegato che la mancanza di cibo alle feste è indice di povertà, i catering sono la cosa che costa di più. Quindi sono tornati i soldi? Ma da dove? Là fuori c’è l’inflazione, la crisi energetica, i tagli a qualunque cosa; da dove arrivano i soldi per la pizza? Chissenefrega, ne prendo un altro pezzo. Poi migro verso il Campari lounge dove si tiene la festa di Sala Grande, testata dedicata al cinema (erede dell’ei fu Ciak), che è stata lanciata proprio in questi giorni in occasione della Mostra. Pare che in lista ci fossero più di duecento invitati, ma per fortuna non si presentano tutti. Ci sono però Ronn Moss, Karla Sofía Gascón, e altri volti celebri appartenenti alla categoria “coso, come si chiama, dai”. Complice il tempo là fuori, la festa fa anche da riparo per la pioggia, da ricovero contro il freddo; e l’open bar scalda tutti i presenti.<b> Il risultato è un’atmosfera da baita di montagna: avete presente le cinque del pomeriggio nelle località sciistiche, quando chiudono le piste e ci si riversa tutti nei bar?</b> Ecco, esattamente quella situazione lì, ma con lo champagne e il Campari shakerato al posto del bombardino. La maggiore intimità di questa festa favorisce gli incontri, c’è gente che si apparta sui divanetti, ci si avvicina per scaldarsi... Del resto, la notte qui al Lido di Venezia è ancora lunga. E fuori nel frattempo ha anche smesso di piovere.</p>]]></description>
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				<title>Il cinema italiano attinge ai libri, quello israeliano sceglie ancora Gaza</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il cinema italiano a&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mostra-del-cinema-di-venezia_39396" target="_blank">Venezia</a>&nbsp;trova nei libri trame e idee. L’altro giorno abbiamo visto “Il fuoco che ti porti dentro”, diretto da Edoardo De Angelis e tratto dal romanzo di Antonio Franchini (editore Marsilio). Memoir, o romanzo autobiografico, verrebbe da dire se leggiamo i segnali che il libro manda: dal riferimento a “mia madre” (nell’attacco irresistibile: “Mia madre puzza”) al mestiere di editor del figliolo. Dall’inizio della Mostra, nelle varie sezioni, c’erano “La ragazza con la Leica” su Gerda Taro: la regista Alina Marazzi ha preso spunto dal romanzo di Helena Janeczek. “La città dei vivi” è tratto dal libro con lo stesso titolo di Nicola Lagioia. “Look Back” di Hirokazu Kore’eda viene dal manga di Tatsuki Fujimoto. “Succederà questa notte” di Nanni Moretti adatta spunti presi da “Legàmi” dell’israeliano Eshkol Nevo.</p><p><b>“Scherzetto” di Mario Martone, fuori concorso, porta sullo schermo il racconto di Domenico Starnone con lo stesso titolo (Einaudi).</b> Un illustratore di 70 anni che vive a Milano va a trovare a Napoli il nipote di 5 anni. Si presta come babysitter per tre giorni, i genitori devono partire. Che sarà mai? pensa il nonno che da anni vive in solitudine – fa l’illustratore. Il cinquenne è molto sveglio, parla con proprietà di linguaggio, e ha un suo gusto per gli scherzi, non sempre innocenti. Il piccolo attore Lorenzo Perrotta è bravissimo, regge il film. <b>Chi esce dalla sala dicendo “quanto è bravo Servillo” dà l’impressione di aver visto un’altra storia.</b> Il cinquenne occhialuto occupa tutto lo spazio, non è mai lezioso e neanche sembra aver imparato una parte a memoria: punta su una naturale dispettosità. E ha una faccetta da schiaffi che non riesce a essere antipatica. Alla Mostra fa un passaggio di cortesia, esce oggi nelle sale.</p><p>Il 7 settembre scorso, l’arrivo al Lido di una barca targata Global Sumud Flotilla – organizzata dal collettivo di artisti Venice4Palestine – è stato accolto senza particolare clamore. Oggi pomeriggio, secondo il comunicato che prevede la manifestazione per le 18.30 dell’11 settembre, decine di aquiloni per Gaza voleranno sulla spiaggia, davanti all’Excelsior e al Palazzo del Cinema – tempo permettendo, la svolta stagionale dopo il grande caldo ha portato pioggia. Organizza la Global Sumud Veneto.</p><p>Ieri abbiamo visto “Naza”, il documentario scritto e diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor – i registi israeliani di “No Other Land” che raccontava la lotta degli abitanti di Masafer Yatta, in Cisgiordania, decisi a difendere il loro villaggio, destinato a diventare un poligono di tiro dell’esercito israeliano. Grande commozione e premio Oscar per il documentario, i militari hanno sempre torto. Possibile che non abbiano ancora capito che nei cannoni ci vanno i fiori? Inquadratura quasi fissa su due teste parlanti nel buio, sullo sfondo le luci e i grattacieli e il traffico di Tel Aviv, “Naza” fa notare l’alto numero di civili vittime degli attacchi israeliani a Gaza. Mostra come i telefoni dei sospetti membri di Hamas vengano hackerati, cosicché i militari dell’Idf possano ascoltare le conversazioni sospette, e spesso colpire i bersagli quando sono a casa loro. Con i familiari. “Naza” sta per vittime “collaterali”.</p><p>Non ci sono nomi, neanche delle vittime – i soldati ovviamente sono protetti dall’anonimato. La mano che traccia i disegni, per meglio chiarire la dinamica degli attacchi che – dicono di continuo – “colgono le persone nel sonno”, pare sempre la stessa. Intanto vediamo appartamenti schermati dalle tende, con effetto “finestra sul cortile”. Lo spettatore pensa all’intimità violata, non al massacro del 7 ottobre.</p>]]></description>
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				<title>Diario di un cafone alla Fenice di Venezia, tra assalti ai camerieri e un po’ di vergogna</title>
				<pubDate>Fri, 11 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Saverio Raimondo</author>
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				<description><![CDATA[<p>L’altra sera al Lido si è tenuta la festa Campari nella loro lounge con terrazza, proprio di fronte al Palazzo del Cinema. Special guest Dardust in consolle, che fa il suo. <b>Per entrare ci stanno file chilometriche che arrivano fino a Chioggia, la festa è letteralmente presa d’assalto, pare Ceuta – ma con tutti in tiro</b>. Il governo sospenderà Schengen anche per noi di ritorno da&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/venezia_65380" target="_blank">Venezia</a>? Per far fronte alle tante richieste, il bar ha ridotto la drink list a tre possibilità (spritz, americano o negroni); e una volta che ciascuno ha il suo bicchiere in mano si comincia a pascolare fra il bancone e la terrazza, e ritorno. La musica c’è ma lo spazio per ballare no; ci si guarda, ci si parla, al massimo ci si struscia – ma solo per passare. Ci stanno Brooke di Beautiful (la riconosco subito nonostante non si stesse accoppiando con nessuno), Rocío Muñoz Morales, Alessandro Borghi, e uno che pare Ken di Barbie ma alto la metà e con il metabolismo rallentato che si fa i selfie con la macchina fotografica. Gli invitati sono tantissimi, le telecamere che li filmano ancora di più: diventeremo tutti uno spot per la Campari. A proposito di promozione: la sera dopo si è tenuto il cocktail party Ferragamo, ma questo a Venezia, niente meno che a La Fenice. <b>L’occasione è la presentazione del cortometraggio “Un passo alla volta”: quindici minuti di cinema patinato per promuovere la storia del celebre marchio nonché la carriera d’attrice della nipote del fondatore, Martina</b>.</p><p>Il corto è una specie di “Ritorno al futuro”, ma con delle scarpe al posto della DeLorean. Il corto è effettivamente corto; il talk a seguire è oggettivamente lungo. Ma il problema è l’aria condizionata: anche nella sala de La Fenice dove avviene la proiezione le temperature sono artiche, pare di stare su un Frecciarossa (notoriamente fra i posti più freddi in Italia, peggio di Campobasso in inverno); ma intuisco il perché: molte delle invitate sono qui (anche? solo?) come indossatrici di capi della nuova collezione autunno-inverno di Ferragamo. In altre parole: ci sono donne qui stasera che sono vestite con la lana. <b>E’ per loro che noi comuni mortali, vestiti come si veste la gente normale ai primi di settembre dell’anno più caldo di sempre, battiamo i denti in sala</b>. E viene il sospetto che quando al termine dell’incontro le persone battono le mani sia anche per scaldarsi. A seguire, rinfresco nel foyer del teatro. Al bar sapienti mani miscelano cocktail, mentre camerieri passano con finger food di livello, oserei dire pasticceria salata. Il corto deve aver messo appetito alla sala, perché i vassoi non fanno in tempo a uscire dalla porta (che evidentemente porta a delle cucine o qualcosa del genere) che subito vengono svuotati, con il risultato che il cibo non arriva mai in fondo; anche gli invitati meno svegli non ci mettono molto a capire quale sia l’intoppo, e ben presto il party si concentra tutto attorno alla sopracitata porta, per assaltare i camerieri appena escono come fossero diligenze nel vecchio west.</p><p>Io stesso ammetto di essermi assiepato come gli altri attorno a quei battenti per aggiudicarmi un piatto di risotto (era molto buono, con la scorza d’arancia); <b>e nel mangiarlo voracemente mi sono sentito un cafone, un vandalo dell’istituzione La Fenice che ci ospitava, giusto una tacca sopra a chi in un recente passato gli ha dato fuoco</b>. In colpa per la mia fame proletaria in un contesto così esclusivo, me ne torno a casa fra le calli veneziane con la cravatta fra le gambe.</p>]]></description>
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				<title>A Venezia è l&#039;anno delle feste, per chi ha il fisico</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 09:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Saverio Raimondo</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sarà che al terzo anno che frequento il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/mostra-del-cinema-di-venezia_39396" target="_blank">Lido</a>&nbsp;sono ormai entrato nel giro giusto, o sarà che questo clima da fine del mondo ottiene come reazione la voglia di godersi la vita finché ce n’è; <b>fatto sta che a me quest’anno sembra che le feste alla Mostra del Cinema di Venezia siano aumentate, e soprattutto migliorate.</b> Il bello è combinarne più di una a sera, preferibilmente tre; certo, ci vuole il fisico, a cominciare dal fegato per bere e dalle ginocchia per ballare, e più in generale un’ottima resistenza al sonno. Quest’anno <b>Rolling Stone </b>assieme a Urban Vision ha raddoppiato: due feste a distanza di 72 ore l’una dall’altra, non al Lido ma di fronte, entrambe a bordo di Timoteo.&nbsp;</p><p><b>Il Timoteo è un’imbarcazione storica della famiglia Missoni, ormeggiato a Sant’Elena (dal Lido è una fermata di vaporetto). </b>Open bar sul molo, dance floor sulla barca (quindi scalzi, con conseguenti mignolini del piede fratturati o tranciati di netto). Nel corso dei due party Rolling Stone imbarca (letteralmente): Matilda De Angelis, Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Emma Marrone e il Doge della Mala del Brenta – uno che si è fatto 36 anni di carcere e adesso sta al Lido a festeggiare, questo sì che è reinserimento nella società! C’è anche Marco Cappato, che balla e mangia risotto gamberetti e zucchine: simpaticissimo, ti vien voglia di vivere attaccato a una macchina solo per poterlo chiamare a staccarti la spina. Menzione speciale ai bagni della festa: oltre a quello che ti aspetteresti, dentro ci stanno anche le docce, gli asciugacapelli, e le lavatrici – così se durante il party uno vuole mandare i colorati a 30°C... <b>Vanity Fair</b> invece quest’anno ha scelto come location il mercato del pesce – che detto così pare brutto; ma si trova a Rialto dove è bella qualsiasi cosa, lungo il Canal Grande sarebbe bello persino un bagno chimico. Sotto le colonne del vecchio mercato, Vanity Fair ha ricostruito i camerini dei divi italiani in alcuni dei loro ruoli iconici (es. Mastroianni per “8 e 1/2”, Monica Bellucci per “Malena”...); complice anche la musica da film in sottofondo, l’installazione è degna della Biennale Arte. Si beve poco, si mangia ancora meno; ma del resto chi è qui è per farsi fotografare, non può rischiare di macchiarsi l’abito o di avere del prezzemolo in mezzo ai denti. Se Vanity è la festa più scenografica, altre si distinguono per la sostanza: è il caso del consueto cocktail party di<b> Amazon Prime</b> al Lido, ormai un appuntamento fisso più del pranzo di Natale in famiglia. Quest’anno in versione estesa: sull’invito la festa dura dalle 18.30 fino a mezzanotte ma poi va ben oltre, un party così lungo che pare un film in concorso alla Mostra. Qui vengono tutti, e per un semplice motivo: si mangia – funzione vitale ma non banale in questi giorni qui al Lido. A differenza delle altre feste, qui la gente non parla di film ma di quanto siano buone le polpette – che infatti ottengono cinque stelle su Letterboxd. Appena entro viene dato l’ordine di buttare la pasta: pare si siano legati al dito che l’anno scorso abbia scritto su questo giornale che i paccheri erano buoni, ma pochi. Risultato: quest’anno trionfo di paccheri, paccheri ovunque, aiutatemi a dire paccheri. Peraltro buonissimi, perfettamente al dente, trafilati al platino; mancano un po’ di sale, ma del resto abbiamo tutti un anno in più e tocca stare attenti alla pressione. Tutto perfetto, a questo punto al party di Prime manca solo lo champagne – il prossimo anno potremmo ordinarne una cassa su Amazon e farcelo portare...</p>]]></description>
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				<title>Un brutto mondo che dobbiamo pur guardare</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 05:38:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cinema</category>
				<author>Mariarosa Mancuso</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si sa – o lo si scopre dopo aver frequentato un numero sufficiente di festival – che i titoli della giornata vengono accoppiati per affinità tematiche. Ieri toccava a “quant’è brutto il mondo”, con <b>“Un bon petit soldat” diretto dal regista francese Stéphane Brizé </b>e<b> “Il fuoco che ti porti dentro”, diretto dall’italiano Edoardo De Angelis</b>. Non son guerre o bombardamenti, non ci sono morti o feriti, neanche catastrofi naturali. Solo quel che più facilmente affligge le nostre giornate. Per capirci: il lavoro e la famiglia. In che ordine, vedete voi. Stéphane Brizé ha girato, sempre con Vincent Lindon protagonista, tre film sul mondo del lavoro.&nbsp;</p><p><b>“La legge del mercato” (precario cinquantenne), “In guerra” (le lotte sindacali) e “Un altro mondo”</b> che rovesciava la prospettiva, dando all’attore il ruolo del manager che deve licenziare. In “Un bon petit soldat” è il dirigente di una grande compagnia assicurativa, dove lavora la neo-assunta Alba Rohrwacher, tailleur scuro d’ordinanza, lo smartphone sempre in mano perché c’è un figlio da seguire, anche nei compiti scolastici. Papà provvede agli svaghi, il ragazzino da solo si diletta con il cubo di Rubik. Ma non capisce la matematica. La neoassunta (ma non c’era un’attrice francese, Rorhwacher parla bene ma è tradita dall’accento, di cui però nessuno nel film sembra accorgersi) per timidezza non dice che lo spot wokissimo non funziona, lo dirà il suo capo Vincent Lindon. Esilarante è l’arrivo dello psicologo tutto sorriso, esercizi di respiro e domande importune: “Qual è stato il momento in cui sei stato felice, nelle ultime 24 ore?”. Lì si pongono le premesse del dramma aziendale. Corretto, ma i personaggi maschi allo sceneggiatore Brizé riescono meglio.</p><p>Passiamo alla famiglia, “ariosa e stimolante come una camera a gas” (così recitava uno slogan di Re Nudo, attorno al 1968). Edoardo De Angelis adatta il memoir di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2024/03/03/news/antonio-franchini-shiva-e-il-signore-della-mia-scrittura--94663">Antonio Franchini</a>&nbsp;– scrittore che di mestiere ha fatto l’editor, prima per Mondadori e poi per Giunti – “Il fuoco che ti porti dentro”. Dedicato alla terribile genitrice, di cui chiarisce nelle prime righe che puzza assai. Puntuale la frase accoglie lo spettatore. Il film è chiassoso e confuso, come dovevano essere i natali milanesi con mamma Angela. Salita a Milano da Napoli, mamma Angela cucina e cucina. Molto oltre il necessario per i festeggiamenti. Il cappone è sfuggito alla sorte infausta, mancava un uomo forte per ammazzarlo. I nipoti – c’è una vegana – a metà serata escono per conto loro, scandalizzati dalla “neonata” (o gianchetti) che sta per finire in frittata. L’atmosfera è tesa, la caciara sempre più rumorosa. Non saremo certo noi a raccontarvi il finale. <b>Va detto però che la scrittura di Antonio Franchini va persa irrimediabilmente: togliere la soggettiva fa malissimo a una storia che sulla soggettiva era costruita</b>.</p><p>Fatte le proporzioni, Hirokazu Kore-eda tenta un’operazione simile, portando sullo schermo – in “Look Back” – il manga di Tatsuki Fujimoto. Fujino è una brillante ragazzina che disegna manga per il giornalino della scuola (elementare). Nella stessa scuola c’è Kyomoto, che sta chiusa nella sua stanza perché ha paura del mondo là fuori, e anche lei disegna. Un piccolo incidente le fa incontrare, e insieme diventano imbattibili: una inventa storie e l’altra le disegna. Le inquadrature vogliono riprodurre le pagine dei manga Gran paesaggio innevato, e le orme di due bambine che avanzano nella neve. Ma una tavola si guarda in un colpo d’occhio, la camminata al cinema prende più tempo. Tenero e poetico, ma piuttosto lento, è più fascinoso a raccontarlo che a vederlo.</p>]]></description>
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