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		<title>Chiesa</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Mon, 25 May 2026 19:18:06 +0200</pubDate>
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				<title>L’enciclica sull’AI di Leone che guarda alla dignità ma non entra nella mente</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 18:59:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Tecnologia</category>
				<author>Gilberto Corbellini, Alberto Mingardi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Ci si poteva aspettare,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/ecco-la-prima-enciclica-del-papa-bene-la-tecnologia-ma-non-puo-dominare-lumano--399448">nell’enciclica sull’intelligenza artificiale scritta da un Papa che appartiene all’Ordine di Sant’Agostino</a>, un uso più generoso del pensiero del suo santo patrono. <b>La tesi di fondo di Papa Leone ha una struttura agostiniana: il problema dell’AI non risiede nella tecnica, ma nel cuore. Ciò che amiamo – come persone e come società che da quelle persone è formata – orienta tutto, incluso il modo in cui costruiamo e usiamo l’AI.</b></p><p>La natura umana è “limitata e fragile” e i suoi limiti e la sua fragilità non vanno considerati “un errore da correggere”. Quest’approccio è quello che Prevost riconduce al “paradigma tecnocratico” che rischia di ridurre la persona a dato, a risorsa, a oggetto di ottimizzazione, la conoscenza a catalogazione e pensiero statistico, e la responsabilità morale a un problema di ingegneria.&nbsp;Contro questa deriva, il Papa riafferma la dignità ontologica della persona come fondamento irriducibile. La dignità è “immensa”: la persona vale perché esiste. Da qui il collegamento privilegiato con la Rerum novarum, che aveva riconosciuto le sfide sociali delle trasformazioni innescate dalla Rivoluzione industriale; il suggerimento che le scienze umanistiche possano contribuire a umanizzare l’AI; l’esigenza di “disarmare” non solo l’intelligenza artificiale ma anche “la parola” per provare a costruire la pace.</p><p>Nelle pagine a nostro avviso migliori, l’enciclica sembra riecheggiare il monito che Dwight Eisenhower lanciò nel suo discorso di congedo: <b>il pericolo di una convergenza di interessi tra industria militare, industria della ricerca e un largo esercito permanente – un “complesso militare-industriale” capace di condizionare le scelte politiche sottraendole al controllo democratico.</b> Il vecchio Ike però non è citato in un documento che il primo Pontefice statunitense deve avere voluto il meno “americano” possibile.</p><p>La parola chiave del documento è “custodia”, presente sin dal titolo. Si custodisce ciò che si teme di perdere, si esplora ciò che si potrebbe guadagnare. Agostino aveva già identificato il problema nella sua struttura più profonda. La distensio animi – la distensione dell’anima nel tempo – era per lui una condizione di fragilità, non di forza. L’anima è tesa tra il passato che trattiene e il futuro che attende, e questa tensione è fonte sia della sua potenza sia della sua precarietà.<b> La salvezza agostiniana era l’intentio che orienta verso Dio come punto fisso fuori dal tempo. Secolarizzato, l’argomento diventa che, senza un orientamento per usare criticamente il passato sedimentato anziché subirlo, la distensione nel tempo diventa disorientamento</b>. Del passato ognuno di noi preserva una memoria altamente selettiva. Spesso ne abbiamo cognizione alquanto parziale. Ma quei ricordi sbiaditi e fallaci acquistano un carattere marmoreo, alla luce della paura del futuro.</p><p>Prevost vorrebbe indicare qualche strategia di navigazione in tempi di grande incertezza, e per farlo ripercorre, rielabora il passato della Dottrina Sociale della Chiesa, da Leone XIII a Papa Francesco. Il confronto con il passato non è mai del tutto favorevole alla Chiesa, ma nemmeno così sfavorevole come la critica laica di regola suggerisce. Pio XI con la Vigilanti Cura (1936) e Pio XII con la Miranda Prorsus (1957) riconobbero che cinema, radio e televisione trasformavano la comunicazione umana e che la Chiesa doveva imparare a usarli. La Miranda Prorsus si annuncia così: “Le meravigliose invenzioni tecniche, di cui si gloriano i nostri tempi, benché frutti dell’ingegno e del lavoro umano, sono tuttavia doni di Dio, nostro creatore, dal quale proviene ogni opera buona”. Non che Papa Pacelli non vedesse i “pericoli dei media elettronici”, ma per fronteggiare questi ultimi si appellava al rigore della famiglia e all’azione degli “uomini di cultura cattolici”. I “doni” della tecnologia potevano essere usati bene e consapevolmente: era questione di mettere in campo, in primis, il discernimento individuale. La capacità creativa dell’uomo dovrebbe essere, dopotutto, ciò che più lo rende “immagine del Dio trinitario”.</p><p>La Magnifica Humanitas non segue la Miranda Prorsus, non dice che l’AI trasforma il modo in cui gli esseri umani conoscono e si relazionano e che la Chiesa deve imparare a pensare attraverso di essa. L’età digitale porta Leone XIV prima ad abbozzare una strada che non segue (il ricorso al principio di sussidiarietà, “secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori”), poi a vagheggiare una politica col “compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune”.</p><p>Nel distinguere il bene dal male dell’AI, l’enciclica assegna all’autorità secolare un ruolo maggiore di quanto si immaginerebbe. Con uno studiato strabismo, persino l’uso distruttivo dell’intelligenza artificiale è ricondotto a grandi attori avidi di profitto, più che ai loro committenti, che sono i governi. La condanna è talmente netta da tirare in ballo la schiavitù. Giustamente Prevost condanna le titubanze e le complicità del passato e accarezza i “corpi segnati, mutilati, consumati” di chi estrae le terre rare. Poi però sembra paragonare il lavoro forzato alla “nuova logica di estrazione” dei dati.</p><p>Nel De Magistro Agostino distingue tra il maestro esterno – che può solo occasionare la comprensione – e il Magister interior, che illumina dall’interno.<b> L’AI è il maestro esterno più sofisticato mai costruito: può generare output che assomiglia alla comprensione senza che comprensione vi sia. Né in chi produce né necessariamente in chi riceve, se il ricevente si limita a consumare senza il lavoro interiore che la vera comprensione richiede.</b> Nel De Trinitate, Agostino descrive la coscienza come strutturalmente dialogica – mens, notitia, amor – un processo in cui la mente si conosce amandosi. Il dialogo con l’AI è fecondo nella misura in cui attiva questa struttura nella sua versione digitale: soggettività riflessiva, comprensione situata e orientamento valutativo. E’ impoverito, e potenzialmente dannoso, nella misura in cui la bypassa o la sostituisce.</p><p>La domanda che l’enciclica non pone è cosa succede alla struttura del pensiero, della memoria, del giudizio critico, quando una parte crescente dell’elaborazione cognitiva viene esternalizzata a sistemi privi di orientamento, di desiderio, di ciò che Agostino chiama pondus – il peso dell’amore che orienta ogni atto cognitivo verso qualcosa piuttosto che verso altro. Non se la pone perché sembra dare per scontata la risposta, attingendo abbondantemente al campionario di luoghi comuni sugli Llm. E forse anche perché questa non è una domanda morale nel senso tradizionale<b>. E’ una domanda epistemologica. Ed è esattamente quella che la tradizione che ha inaugurato la filosofia dell’interiorità e dell’autocoscienza avrebbe forse dovuto porre per elevare il livello della discussione sull’AI.</b> L’occasione c’era, il maestro anche. Peccato.</p>]]></description>
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				<title>Ecco la prima enciclica del Papa: “Bene la tecnologia, ma non può dominare l&#039;umano”</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 11:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Un'introduzione, cinque capitoli e la conclusione per 245 paragrafi. Ecco <b>“Magnifica Humanitas”</b>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/25/news/il-giorno-della-magnifica-humanitas-prima-enciclica-di-papa-leone-xiv--399440">la prima enciclica di Leone XIV</a>&nbsp;“sulla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale”. <b>Prima annotazione: non è un'enciclica sull'intelligenza artificiale. </b>Non è la tecnica l'oggetto della lunga riflessione papale, bensì l'uomo. E' il suo rapporto con e cose nuove. “Se a suo tempo Leone XIII parlava di 'nuove questioni', oggi non possiamo semplicemente ripetere i suoi preziosi insegnamenti, ma dobbiamo chiedere a Dio la saggezza per interpretare le grandi tendenze del nostro tempo, in particolare i progressi della tecnica”. E' evidente “quanto rapidamente e profondamente la digitalizzazione, l'intelligenza artificiale e la robotica stiano trasformando il nostro mondo”. Punto da sottolineare: “La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona. Al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto 'fatto profondamente umano, legato all'autonomia e alla libertà dell'uomo”. La citazione è tratta dalla “Caritas in veritate” di Benedetto XVI. Detto ciò, scrive il Papa,<b> “oggi ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità,</b> plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull'immaginario collettivo: 'Mai l'umanità ha avuto tanto potere su se stessa'”.</p><p>I primi due capitoli sono un ripasso – sempre utile – dei cardini e dello sviluppo della Dottrina sociale della Chiesa, un lungo cammino che dura da più di un secolo. I<b>l terzo capitolo è quello che affronta in modo profondo il problema dello sviluppo tecnologico,</b> con la consapevolezza che “'l'intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano”. <b>Di IA si parla, ovviamente, ma con alcune precisazioni: l'enciclica non intende offrirne una trattazione concettuale, anche perché “qualsiasi affermazione rischia di diventare obsoleta in breve tempo”.</b> In secondo luogo, “tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco” dell'effettivo funzionamento di questi sistemi.</p><p><b>Ma il giudizio su queste innovazioni è positivo o negativo? </b>“Tali innovazioni possono diventare un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune. Ma, proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico. Più potente non significa necessariamente migliore”. S<b>e non si può dare una definizione “univoca e completa”</b> dell'IA, si può però affermare che “occorre evitare l'equivoco di equiparare questa intelligenza a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell'intelligenza umana”.<b> L'obiettivo deve essere quello di rendere l'IA uno strumento, “un aiuto prezioso” che però necessita di “un approccio sobrio e vigile”.</b> In ogni caso, “non possiamo considerare l'IA moralmente neutra” e “il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi <b>come esso venga progettato e quale idea di persona e di società </b>risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”.</p><p>Il Papa riprende uno dei verbi prediletti dall'inizio del suo pontificato: disarmare. “<b>Disarmare l'IA significa sottrarla alla logica della competizione armata,</b> che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. E' la corsa all'algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l'umano”. E la custodia dell'umano è il filo rosso che guida nella lettura dell'enciclica, l'architrave portante. Il Papa avverte sui pericoli di affidarsi in toto alla tecnica, soffermandosi sul transumanesimo e il postumanesimo, che “costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l'immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l'entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di 'uomo potenziato' oppure di 'uomo ibridato' con la macchina”. <b>Sia chiaro un punto: “'Umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca 'con i piedi per terra' dentro una vocazione più alta”.</b></p><p>Il documento affronta tutte le maggiori sfide della nostra contemporaneità: <b>dalla pervasività delle piattaforme social alle dipendenze, dalle forme di controllo sociale alla politica degli algoritmi che sfocia nella disinformazione.</b> Affronta il problema “della mentalità tecnocratica che tende a considerare la persona come oggetto manipolabile o risorsa da ottimizzare” e al capitolo quinto parla di <b>guerra</b>. Perché “la rivoluzione digitale sta modificando la grammatica dei conflitti”. L'intelligenza artificiale, “può potenziare la difesa e la protezione dei civili, ma può anche abbassare la soglia dell'uso della forza, rendere opache le responsabilità, alimentare una cultura in cui il nemico è ridotto a dato e la vittima a 'danno collaterale'”. <b>Chiaro e netto è il rifiuto del concetto di “guerra giusta”,</b> “troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”. Leone XIV scrive che “l'umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili”.</p>]]></description>
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				<title>Da un Leone all’altro, è sempre tempo di rivoluzioni</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Questo contributo è  tratto da “</i><a href="https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2025/05/27/news/rerum-novarum-ma-non-troppo-sabato-un-libro-in-omaggio-con-il-foglio--117068" target="_blank">Rerum novarum ma non troppo. Economia di un pontificato. Capire Leone XIV con l’enciclica antidemagogica del suo ispiratore: Leone XIII</a><i>”. Il volume, “grande come uno smartphone”, fu allegato al Foglio all’indomani dell’elezione di Robert Prevost a Pontefice.</i></p><p>La Rerum novarum,  che affida alla salvezza ultraterrena quel che Marx voleva prodotto della lotta di classe e i giacobini della cittadinanza perfettamente eguale e fraterna, è come la decrittazione e la trasfigurazione modernizzante di un racconto di Charles Dickens. Affermati principi antropologici e soteriologici ultraliberisti, detto che chi promette il paradiso in terra ai poveri e ai proletari è un impostore, perché di paradiso ce n’è uno solo e non è da queste parti, il resto è una estrema ed estremamente giustificata denuncia degli orrori della prima industrializzazione, il lavoro minorile, lo sfruttamento intensivo della manodopera, la ingiusta mercede, la condizione servile a cui un pugno di straricchi assoggetta la moltitudine dei lavoratori, l’indifferenza dello stato nella tutela di chi è vulnerabile, la contestazione del sacrosanto diritto di associazione dei lavoratori, in una formula di Leone “la questione operaia”. Noi oggi sorridiamo quando il Papa accenna alla promiscuità sessuale nelle officine, dovuta alla mescolanza dei sessi in uno stesso ambiente, e per altri evidenti anacronismi (almeno ai nostri occhi, centotrentaquattro anni dopo). Ma si può dire lecitamente che nella Rerum novarum il movimento del pensiero sociale è tutto, il rimedio è tutto, la riforma è il suo orizzonte illuminato. Ed è veramente miracoloso che un Papa dell’Ottocento, e la Chiesa cattolica nella sua sequela e aggiornamento, abbiano prodotto una così forte esclusione del “sogno di una cosa”, il mondo libero e eguale e senza altra proprietà che quella collettiva e senza poveri, combinando questo realismo alla teoria del rimedio, dei mezzi per l’approssimazione a un mondo per così dire semplicemente migliore.</p><p><b>Giuliano Ferrara</b></p><p>La Rerum novarum, promulgata da Papa Leone XIII il 15 maggio 1891, costituisce ancora oggi la pietra angolare del magistero della Chiesa cattolica sui temi della giustizia sociale, del lavoro, della legittima proprietà. Ora che il nuovo Papa americano Robert Prevost ha assunto il nome di Leone XIV, e ha fatto un esplicito riferimento all’enciclica del predecessore, l’interesse per questo testo più spesso citato che letto, a volte ridotto a un appello morale di afflato profetico, si è rinnovato. In realtà è un testo complesso e a lungo meditato, di estrema concretezza ma anche nettezza dottrinale. Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci era Papa da 13 anni, questa è la sua 38esima enciclica (nel suo lungo pontificato, morì nel 1902, ne scrisse ben 86). Si era già occupato, pur senza la stessa ampiezza, delle questioni sociali; ma anche dei rapporti tra Stato e Chiesa, di libertà di coscienza e libertà religiosa. La Rerum novarum è il culmine di un percorso che implica anche attenzione alle animate riflessioni presenti nella Chiesa e nel laicato di allora (un anno prima si era svolto il dibattuto Congresso internazionale di Liegi sulla questione sociale). Nel frattempo nel 1889 era stata fondata la Seconda Internazionale e il 1° maggio 1891 le prime manifestazioni operaie nazionali in Italia avevano causato anche scontri con la polizia e due morti a Roma.  In questo contesto, che chiama anche la Chiesa a uscire da un pur glorioso recinto storico che non esisteva più (Papa Pecci fu il primo Papa non re, eletto al Soglio dopo la fine del potere temporale della Chiesa, nel 1878) l’enciclica di Leone XIII affronta i temi della “questione sociale” con completezza e metodo, all’interno di un quadro valutativo impostato senza sbavature “moderniste” sulla dottrina tradizionale della Chiesa. E’ significativo che l’incipit non sia puntato in astratto sul “nuovo mondo”, ma letteralmente sull’“ardente brama di novità” dei popoli, ponendo così l’accento su aspirazioni, idee, sofferenze.</p><p><b>Maurizio Crippa</b></p><p>Il modello politico da “stato minimo” esposto da Leone XIII nella Rerum novarum  è pienamente compatibile con lo smantellamento del welfare state di matrice socialista, attuato dalla Lady di Ferro negli anni Ottanta, che aveva piombato l’economia britannica senza peraltro risolvere i problemi sociali. La dottrina sociale della Chiesa non prevede affatto un progressivo allargamento dello stato, anzi ne promuove un arretramento a favore di individui, famiglie, associazionismo e cosiddetta società civile. La ripartizione della ricchezza in maniera più equa non deve avvenire attraverso un’elevata tassazione e la continua redistribuzione dello stato, e men che meno attraverso la collettivizzazione, ma attraverso la più ampia promozione e diffusione della proprietà tra gli operai: “Poiché abbiamo dimostrato che l’inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari”. Un’interpretazione di questa visione di società è sicuramente la “democrazia di proprietari” (property-owning democracy) teorizzata e messa in pratica dai governi della Thatcher. Ad esempio con l’Housing Act del 1980, che consentì a milioni famiglie che vivevano nelle case popolari di acquistarle a un prezzo agevolato, facendo aumentare la quota di proprietari di casa dal 55 per cento nel 1980 al 67 per cento nel 1990. Stessa logica alla base delle privatizzazioni delle società statali, iper-indebitate e sussidiate dalle tasse dei lavoratori, che vennero vendute attraverso programmi che trasformarono in azionisti milioni di cittadini e lavoratori che hanno avuto modo finalmente di partecipare ai profitti da proprietari, dopo aver partecipato a lungo alle perdite da contribuenti.</p><p>Insomma la Thatcher, che non era cattolica ma proveniva da una famiglia di fede metodista e di solidi princìpi religiosi cristiani, in linea con la Rerum novarum, ridusse il perimetro dell’intervento statale a favore degli altri attori della società. E qui arriviamo al secondo fraintendimento. Che non riguarda la presunta matrice socialista di Leone XIII (un giornale recentemente è arrivato a definirlo, addirittura, “il Papa comunista”) ma il significato asseritamente antisociale della famosa frase della lady di Ferro: “There is no such thing as society”.</p><p><b>Luciano Capone</b></p><p>Se l’operaio manifatturiero dell’Ottocento ha meritato un’enciclica da Leone XIII, che cosa deve attendersi da Leone XIV l’operaio digitale del Terzo millennio? In quella stagione, il lavoro era fatica fisica, alienazione materiale, sradicamento sociale. Le condizioni operaie – dodici o più ore al giorno, sei giorni su sette, spesso in ambienti malsani – rappresentavano la nuova “questione sociale” del tempo. L’enciclica difese il diritto al lavoro, alla giusta retribuzione, all’associazionismo sindacale, ponendo la dignità della persona come architrave di ogni ordine economico. Oggi, 134 anni dopo, un altro Leone, Papa Leone XIV, si trova al cospetto di una nuova rivoluzione, quella digitale, dominata dall’intelligenza artificiale. Se Rerum novarum fu la risposta dottrinale alla meccanizzazione del lavoro, la futura Rerum artificialium potrebbe diventare il riferimento etico di fronte all’algoritmizzazione della conoscenza e alla cognitivizzazione del lavoro.</p><p>La trasformazione del lavoro nell’ultimo secolo è radicale non solo per le tecnologie impiegate, ma per la natura stessa delle attività umane. Secondo i dati raccolti dall’Oecd e dalla World Bank, un operaio europeo nel 1890 lavorava in media oltre 3.000 ore all’anno. Oggi, nei principali paesi industrializzati, la media è scesa a circa 1.500-1.800 ore, con variazioni tra i 1.400 della Germania e i 1.800 degli Stati Uniti. Ma la riduzione quantitativa delle ore non ha significato automaticamente maggiore libertà: la qualità del lavoro si è spostata verso ambiti intellettivi, cognitivi, decisionali e comunicativi. Nel contesto odierno, il lavoro è sempre meno materiale ed esecutivo, e sempre più governance, giudizio, progettazione, mediazione. L’AI non solo automatizza compiti fisici, ma anche cognitivi: suggerisce diagnosi mediche, genera testi, analizza contratti, formula strategie. L’uomo è chiamato non tanto a “fare”, ma a capire, orientare, scegliere. Il lavoro diventa mentale, frammentato e spesso pervasivo: avviene ovunque e in qualunque momento, diluendosi nei flussi digitali che attraversano le nostre vite. Questa nuova centralità del lavoro intellettuale impone di ripensarne la dignità, non più legata alla fatica visibile, ma al valore simbolico, etico ed esistenziale del pensare, decidere, creare. Papa Leone XIV – primo Pontefice con formazione matematica, ma anche interprete originale del pensiero agostiniano – si trova nella posizione ideale per cogliere questa transizione epocale.</p><p><b>Carlo Alberto Carnevale Maffè</b></p><p>Quando Leone XIII scrive che “non v’è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l’uomo è anteriore allo Stato” sta ponendo le basi, ancora in chiave giusnaturalistica, a quell’ordine di fattori di intervento imposto dalla sussidiarietà come principio di libertà, solidarietà e responsabilità. Senza che sia esplicitata come metodo di distribuzione dei compiti, già in questa enciclica la visione sussidiaria trova esemplificazione nel ruolo riconosciuto alle formazioni sociali e anteposto a quello dello Stato. La famiglia, prima di tutto, perché “non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può”. Le associazioni, poi, perché  “a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare le due classi tra loro”. Solo laddove “alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrana un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l’intervento dello Stato”.</p><p>Si tratta nel complesso di una visione originale che si svilupperà, dal Novecento in poi, in formule politiche e giuridiche che guardano all’uomo come soggetto complesso e dinamico, che diffidano di ogni forma di sopraffazione della libertà, socialismo compreso, ma che riconoscono anche la strumentalità delle libertà economiche rispetto agli obiettivi di solidarietà sociale. Se la dignità umana trova nella proprietà, nel lavoro e nell’iniziativa privata gli elementi portanti del benessere individuale e sociale, materiale e spirituale, vi trova anche i suoi limiti. La lezione del liberalismo classico prenderà un’altra strada dal laissez faire. Quella strada che, con tutte le sue insidie e contraddizioni, stiamo ancora attraversando.</p><p><b>Serena Sileoni</b></p>]]></description>
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				<title>Il giorno della “Magnifica humanitas”, prima enciclica di Papa Leone XIV</title>
				<pubDate>Mon, 25 May 2026 10:13:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>“La Chiesa si sente in dovere di contribuire allo sforzo di pianificare e introdurre l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’intelligenza artificiale nei sistemi educativi. In questo modo, può aiutare ad assicurare che le persone acquisiscano capacità di pensiero critico e che le tecnologie contribuiscano alla salvezza di coloro che le utilizzano. Tutti noi, ne sono certo, siamo particolarmente preoccupati per le possibili conseguenze dell’utilizzo della tecnologia digitale e dell’intelligenza artificiale non solo sullo sviluppo fisico e intellettuale di bambini e giovani, ma anche sul loro benessere spirituale. A tale riguardo, tutti, ma particolarmente i giovani, si addestrino ad un uso moderato e disciplinato di queste tecnologie, sostenuti dalla guida di genitori ed educatori. Inoltre, alla luce della missione della Chiesa e delle attuali convinzioni errate riguardo a Dio e alla persona umana, l’alfabetizzazione digitale deve includere anche un’educazione alla verità su Dio e sull’umanità. I giovani, in particolare, sono aperti a questa verità e desiderosi di scoprire il senso della vita. Pertanto, dobbiamo aiutarli a incontrare il Cristo vivente e insegnare loro a integrare l’uso della tecnologia in uno stile di vita olistico”. A pronunciare queste parole è stato il Papa, pochi giorni prima della pubblicazione della sua prima, attesa, enciclica: <i>Magnifica humanitas</i>.</p><p>Il tema era noto da un anno, anche perché lui stesso aveva chiarito fin da subito che il nome scelto (Leone XIV) era da collegarsi a quello di Leone XIII, che aveva – tra le mille e altre cose fatte in venticinque anni di pontificato – scritto la <i>Rerum novarum</i>, pilastro fondamentale e fondante della dottrina sociale della Chiesa. Se i temi affrontati da Papa Pecci riguardavano le rivoluzioni sociali dell’Ottocento (come si può ben comprendere dai contributi presenti in questa pagina),&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/05/25/news/lai-puo-fare-paura-ma-non-va-fermata-ha-solo-bisogno-di-noi--399433">la sfida dei nostri tempi si chiama intelligenza artificiale</a>. Era ovvio che un Papa matematico, con la passione per tutto ciò che è tecnologico, approfondisse il tema. <b>Come può convivere l’IA con l’essere umano? Come, l’uomo, può servirsene senza farsi sopraffare? E’ possibile conciliare l’uso di questi strumenti avanzati con propositi pacifici e della “normale” esistenza quotidiana?</b> In questo primo anno di pontificato, Leone XIV ha disseminato indizi, in omelie e in discorsi, facendo intuire che lo strumento può essere utile e sano, purché se ne faccia un uso buono e consapevole. Il punto più rilevante della riflessione papale è che non si tratta d’una mera rivoluzione digitale, bensì di una rivoluzione antropologica. Non è tanto (o quantomeno, non solo) lo strumento tecnologico a essere al centro, bensì l’uomo. In un’epoca in cui si può arrivare a chiedere a un’intelligenza artificiale se sia buona cosa porre termine alla propria vita, si comprende con facilità che non si sta parlando di questioni di lana caprina.</p>]]></description>
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				<title>Oltre le legendae, il Francesco storico somiglia molto al Santo della fede. Un bel libro lo spiega</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Per capire chi fu Francesco, anzi Giovanni di Pietro di Bernardone poi divenuto frate Francesco e infine San Francesco, bisogna partire da Assisi</b>. Meglio arrivarci a piedi, attraversando i cammini boschivi dell’Umbria, e scoprirla là in cima, nel suo rosa pallido, quasi aggrappata ai grandi contrafforti della Basilica e del Sacro convento. Il segreto è non fermarsi all’emozione, e scoprire che quel mondo spirituale e incantato, dove ogni pietra è al suo posto e ogni angolo rimanda a un Duecento un po’ troppo francescano e di maniera – che Giovanni non riconoscerebbe, che Francesco non amerebbe – è il frutto di stratificazioni di secoli, codificati infine dai <b>restauri “medievalizzanti” guidati nel Novecento dallo storico e podestà Arnaldo Fortini,</b> che ne hanno definito l’immagine. Esattamente come, solo qualche decennio dopo il “Transito” di cui si celebrano quest’anno gli otto secoli, <b>l’imago di Francesco iniziò a essere codificata: dai biografi e dai teologi dell’Ordine che guidarono la mano degli artisti che hanno contribuito a costruire, o circoscrivere, la “leggenda” del Poverello</b>. Ma per capire Francesco bisogna sforzarsi di dimenticare tutto questo. Meglio cercare altri luoghi, <b>Spello, Greccio, La Verna, le spelonche e le chiesette diroccate che Giovanni-Francesco cominciò ad amare prima ancora di spogliarsi, come San Damiano col suo Crocifisso dagli occhi grandi</b>. Un Francesco più storico, più terragno. Inserito in una geografia meno ideale, con una spiritualità più radicale, in un mondo in cui la Chiesa andava concretamente in rovina ma in cui comunità autonome e silenziose, anelanti a una nuova religiosità, nascevano. Di quel Francesco, negli occhi pellegrini che quest’anno affollano la sua tomba, non c’è molto.</p><p>Bisogna andare a cercare. Alle fonti. E tra le Fonti francescane, soprattutto nei suoi scritti autografi, spesso trascurati. Scoprire chi è stato nel suo tempo e perché sia vissuto così. E’ ciò che ha provato a fare <b>Antonio Musarra</b>, storico medievale della Sapienza, non uno specialista di storia religiosa né di francescanesimo, in un saggio corposo e interessante pubblicato dal Mulino, <i>Il mondo secondo Francesco d’Assisi</i>. Finalmente un libro non divulgativo, non votato al pop come troppa pubblicistica largamente inutile di quest’anno giubilare. Musarra vuole occuparsi di un Francesco “ben diverso dall’immagine addolcita delle <i>legendae</i>”. Il Francesco duro della Regola non Bollata (la prima e più rigida, in cui dice “fate penitenza, fate frutti degni di penitenza… beati quelli che muoiono nella penitenza”). Bisogna oltrepassare una lunga stratificazione storica e dottrinale e anche l’iconografia che ha forgiato la figura del santo. Un gioco di rimbalzi: è nata prima la spiritualità francescana o il suo travaso nell’arte? <b>Basterebbe scendere nella Basilica inferiore, a vedere il poco che resta degli affreschi del Maestro di San Francesco, trascritti dal primo racconto di Tommaso da Celano, quello poi che Bonaventura di Bagnoregio fece bruciare per unificare in un’unica interpretazione teologico-biografica l’Alter Christus, il fondatore di quello che era ormai un potente Ordine</b>. Bonaventura, che con la sua Legenda Maior detterà gli affreschi di Giotto nella Basilica superiore. Però Francesco non era esattamente quello lì. Musarra non ci porta a interrogare quei dipinti; <b>fa di tutto per scartare ciò che ha contribuito a fare del Santo un santino</b>. Con forse anche un certo sospetto per la nozione stessa di santo. Ecco allora “la scelta di privilegiare gli scritti di Francesco”. Il Cantico Creaturarum, la Regola Bollata e quella non Bollata, il Testamento, le Ammonizioni e le lettere.</p><p>Ma per Musarra c’è una questione più sottile, la necessità di prendere le distanze: “Ogni vita, soprattutto quando diventa esemplare, è il prodotto di uno sguardo situato”. Vuole “spostare l’angolo visuale”, cogliere la “testimonianza operante dell’originario carisma della fraternitas” e “raddrizzare una narrazione ormai troppo schiacciata”. Da storico del medioevo ecco allora l’attenzione al contesto, sia quello frastagliato e politico di un’Europa che viaggiava molto, di guerre vicine e lontane. Ma anche la società e la Chiesa. Già allora esistevano, anche prima di Francesco, ordini o movimenti che sceglievano la via della penitenza e della povertà, che creavano forme liturgiche al di fuori delle regole prestabilite. Il primo mito da sfatare è la “conversione lampo” (e anche sulla “spoliazione” davanti al vescovo c’è un po’ di Giotto da rivedere). Nel Testamento scrive, dei primi passi della sua conversione: “Il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo…”. Pregava non solo a San Damiano, ma attraverso “un’esperienza concreta del sacro”, muovendosi in un reticolo che dobbiamo sforzarci di immaginare tra “edifici rurali in rovina, le pievi lungo le strade, le cappelle dei lebbrosari”. E’ in questi itinerari che nasce la prima fraternitas, attirata da quel giovane ben conosciuto che inizia una via di penitenza. E anche qui c’è qualche immagine da riportare alla sua dimensione. La vicenda reale del bacio del lebbroso non è una sua bizzarria miracolistica. Esiste un’antica tradizione fin dal cristianesimo antico che contempla come penitenza la condivisione con i lebbrosi, che per tutto il medioevo sono una presenza emarginata, ma non abbandonata, dalla comunità. I lebbrosi sono “immagine del Cristo sofferente”. “Feci misericordia cum illis”, scrive Francesco. “Fare” concretamente opere di misericordia e conversione. Anche qui, non un’invenzione, c’erano già ordini riconosciuti che praticavano le stesse virtù, come gli Umiliati, esempio di laicato urbano. Quel gran riformatore e ordinatore che fu Papa Innocenzo III ne aveva riconosciuti più d’uno, oltre a guardare con grande attenzione i poveri di Assisi. Era già nato l’ordine di Jean de Matha, dedito alla liberazione degli schiavi cristiani in mano ai musulmani: anche il dialogo col Saladino si inserisce una trama di rapporti mediterranei preesistente. A proposito di altri movimenti che furono invece dichiarati eretici, a un certo lo storico annota: “A differenza di Francesco, però, Valdo non trova un vescovo pronto ad accoglierlo”. E’ vero ma forse solo in parte, perché è vero anche che <b>il Poverello non fu  mai ribelle né eretico, anzi aderì da subito ai dettami riformatori del Concilio Lateranense IV del 1215</b>. Anche il rapporto con Chiara e con la sororitas femminile è qualcosa di molto concreto, e ancora una volta inserito nella storia del suo tempo: ne emerge la grande capacità di Francesco di difendere la vocazione speciale della sua “sorella”.</p><p><b>Il saggio di Musarra è ricco e aiuta a rappresentarsi il mondo com’era al tempo di Francesco, e il mondo “secondo” il suo sguardo</b>. L’ultimo capitolo si intitola “Il mio Francesco”, a testimoniare non solo un coinvolgimento personale, ma anche punti di vista che, correttamente, non si pretendono mai apodittici. Ma lo scopo del libro è innanzitutto “distinguere tra ciò che è plausibilmente ricordo e modello”. Volendo forzare un paragone, è un tentativo di distinguere tra il “Francesco storico” e il “Francesco della fede” che somiglia al tentativo fatto dagli storici del cristianesimo nei secoli scorsi di distinguere il “Gesù storico” dal “Cristo della fede”. Implicando che il cristianesimo fosse una costruzione teologico-morale creata ad arte dai suoi seguaci. Così anche l’ordinato Ordine francescano sarebbe una costruzione ex post iniziata già con Bonaventura.</p><p>Ci sono riscontri reali, in questo, ma è interessante un altro aspetto. Alla fine di una lettura partita in mezzo ai <i>caveat</i> e agli inviti a decostruire il santino, la scoperta invece è che il Francesco che emerge non si discosta, nei tratti spirituali e storici, dal santo che prima Tommaso da Celano e poi Bonaventura ci hanno tramandato. Il Francesco storico e il Francesco della fede forse non sono totalmente identici, ma coincidono in tutti i tratti essenziali. Musarra racconta l’aneddoto di uno spettacolo musicale che solo gli antichi frequentatori di gioventù cattoliche possono ricordare, il musical <i>Forza venite gente</i>, che vide dal vivo ad Assisi, e tra le righe lascia emergere un giudizio chiaro: la forza attrattiva di Francesco – che Dante trasforma in endecasillabi che sanno di danza e di gioia, “scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro” promana ancora intatta dopo secoli dall’esperienza di Francesco. Senza bisogno di santini.</p>]]></description>
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				<title>L’arte di essere San Francesco. Una mostra alla Galleria Nazionale dell’Umbria</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cultura</category>
				<author>Francesca Amé </author>
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				<description><![CDATA[<p>Sono passati poco più di due mesi da quando Niccolò IV, il primo Papa francescano della storia, è salito al soglio di Pietro. E’ l’inverno del 1288 e a maggio ha già firmato la bolla che rivoluzionerà per sempre la storia dell’arte. E’ ora esposta, sotto teca, alla Galleria Nazionale dell’Umbria, a Perugia. <b>Documento fondamentale da cui partire per parlare di una mostra che celebra l’ottavo centenario del Transitus di san Francesco, 1226</b>. Ma sarebbe meglio dire una mostra che indaga e scopre, “Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento”, a cura di Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi, che fino a metà giugno celebra in modo non scontato la figura di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/preghiera/2025/11/07/news/san-francesco-uomo-estremo-ci-ha-salvato-dagli-estremismi--123757" target="_blank">san Francesco</a>&nbsp;raccontandone l’influenza spirituale e iconografica nella storia dell’arte. Francesco, anche da questo punto di vista, è stato un unicum (e un evergreen, anche) tanto che il direttore della GNU, Costantino D’Orazio, a Palazzo Baldeschi di Perugia, ha apparecchiato persino l’esposizione “San Francesco nostro contemporaneo. Arte e spiritualità da Burri a Pistoletto”, collettiva che rilegge l’eredità culturale del santo attraverso alcuni tra i più significativi artisti del Novecento e dei primi anni Duemila, tra cui Michelangelo Pistoletto ed Emilio Isgrò.</p><blockquote>Alla Galleria Nazionale dell’Umbria “Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento” fino al 14 giugno</blockquote><p>Ma il gran tema di Perugia è riscoprire l’origine di una così fortunata iconografia francescana. Assisi per Papa Niccolò è Ecclesia specialis, caput e mater dell’ordine francescano: la bolla stabilisce, in deroga alle decisioni precedenti, che le elemosine raccolte sulla tomba di Francesco e alla Porziuncola sarebbero dovute servire a rilanciare una nuova campagna decorativa della Basilica Superiore. E’ quindi su ponteggi impalcati dai desideri papali che salta il baldo Giotto di Bondone (fulmineo: nessuno lo ha visto arrivare e ancora oggi gli storici s’interrogano su chi abbia deciso, in ultima istanza, la sua nomina). Il mandato francescan-papale è netto: <b>Francesco è l’“Alter Christus”, la cui vita e opere devono essere narrate in maniera chiara e senza possibilità di fraintendimenti</b>.</p><p>A poco più di vent’anni, Giotto, il ragazzo della valle del Mugello, si ritrova a dover rappresentare un santo che ha biograficamente sfiorato (sebbene parliamo di quattro decenni di distanza tra la morte di Francesco e la nascita di Giotto) ma che in Umbria, e ad Assisi in particolare, è più vivo, presente e sentito che mai. La sfida – dipingere la spiritualità di Francesco, santo per la sua gente prima ancora del proclama di Madre Chiesa – richiede un linguaggio nuovo. C’è, è vero, la Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio che funge da solida “Bibbia”, scrigno di storie da seguire con dovizia, ma è sulla figura umana e sulle forme (fisiche) di Francesco che Giotto si gioca la sua battaglia più importante, portandosi a casa una vittoria che condizionerà per sempre la storia dell’arte.</p><p>Veruska Picchiarelli parla, a questo proposito, di una “rivoluzione dello sguardo”. “Quando il divino entra nello spazio del corpo e nella trama della vita quotidiana, nasce una rivoluzione dello sguardo. La storia dell’arte conosce momenti in cui un cambiamento stilistico coincide con una trasformazione più profonda della sensibilità religiosa e culturale”. <b>Ed è questo che accade, tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento, quando la spiritualità di Francesco incontra la ricerca figurativa di Giotto, dando origine a un modo nuovo di concepire con intensità inedita la dimensione umana dell’esperienza religiosa</b>. Nel corso del Duecento, va detto, la pittura italiana era ancora fortemente legata alla tradizione bizantina della cosiddetta maniera greca: figure stilizzate, spazi astratti, immagini concepite come simboli fuori dal tempo. Con Giotto il linguaggio cambia: l’immagine si organizza secondo rapporti spaziali più credibili e relazioni emotive tra i personaggi. Ciò che viene dipinto assume peso specifico e consistenza.</p><p>Assisi, con Giotto, diventa “fabbrica francescana” per eccellenza di una spiritualità fatta di carne, sangue e sudore, quella per cui il divino si coglie soprattutto nella semplicità della vita quotidiana. Prima nelle Storie di Isacco – esordio inaspettato e bruciante di Giotto ad Assisi che lasciò esterrefatti i contemporanei – e poi con l’ampia decorazione della Leggenda Francescana, che ha il suo culmine nella immedesimazione di Francesco in Gesù con la rappresentazione delle stimmate, si conia un codice figurativo di cui Francesco è diretto ispiratore. <b>La novità della Basilica Superiore deflagrerà ovunque</b>.</p><p>In mostra alla Galleria Nazionale di Perugia questo è ben raccontato nella prima sala dove spicca un prestito notevole – non a tema francescano, ma utile a chiarire il quadro: è il Polittico di Badia degli Uffizi e racconta, con quell’inclinazione del volto della Madonna, il movimento della mano, la direzione degli sguardi, quanto Giotto, complice la lezione francescana, si sia inventato una “pittura di relazione”. Passato il tempo delle icone da idolatrare, la pittura non è più una rappresentazione distante, ma uno spazio popolato da figure vive, così come popolata di vita e di aneddoti è la religiosità di Francesco. Da questa prospettiva la pittura di Giotto può essere letta anche come la traduzione visiva di una trasformazione più ampia della sensibilità religiosa: la spiritualità di Francesco aveva infatti introdotto una nuova attenzione per la concretezza dell’esperienza umana e per la dimensione affettiva. Francesco è il santo della fraternità, della commozione e della vicinanza alla natura (spesso tirato per il saio, in tempi recenti, da un ecologismo di maniera e di poca cristiana sostanza).  Il Francesco di Giotto è circondato da sfondi rocciosi e cieli azzurri e non più dai fondi oro medievali (come faceva il Maestro di San Francesco che possiamo ammirare a Santa Croce, a Firenze): il nuovo Francesco giottesco è Santo del e nel Creato. <b>Ed è narrato secondo un modello sequenziale. Una serie, insomma</b>. Per cui il ciclo narrativo, monumentale e strabiliante, della Basilica di Assisi è un racconto per immagini della sua biografia ufficiale resa comprensibile a tutti, con tanto di topoi narrativi – oggi diremmo i “classiconi” – che da Giotto in avanti sono diventati dei must della storia dell’arte: la rinuncia agli averi, la predica agli uccelli, il presepe di Greccio.</p><p>Giotto ci regala un Francesco magniloquente: il suo volto prova stupore, dolore, tenerezza, le mani sono giunte in preghiera o pronte per ricevere le stimmate, in modo naturale. Come naturale è la rappresentazione del saio in tutta la sua fisicità: con Giotto, per la prima volta nella storia dell’arte, percepiamo la consistenza materica, la ruvidezza dell’abito-simbolo dei francescani. E’ tanta roba, questa rivoluzione giottesca. Ma c’è un’altra parte della storia che la mostra perugina ci aiuta a decodificare. Dopo Giotto, Assisi e l’Umbria tutta diventano palcoscenico di nuove “declinazioni visive francescane”: ecco allora la “svolta gotica” delle decorazioni della Basilica, imposta da Simone Martini e da Pietro Lorenzetti sul calar del secondo decennio del Trecento, e poi ancora il proliferare di pittori del centro Italia capaci di portare da Perugia a Gubbio, da Orvieto a Terni la nuova sensibilità. Nomi solo apparentemente secondari della storia dell’arte che hanno invece contribuito a declinare l’immaginario di Francesco, a renderlo più sfaccettato: sono il Maestro della Croce di Gubbio, Palmerino di Guido, già chiamato poeticamente l’Espressionista di Santa Chiara, o Puccio Capanna (una delle scoperte più interessanti della mostra). Proprio su quest’ultimo, e in particolare su un frammento struggente di una sua Maestà con i santi Chiara e Francesco, affresco del 1341 di cui rimangono solo lacerti, si chiude la mostra. L’intelligenza emotiva di Capanna mostra un dialogo tra il Bambin Gesù e Francesco dove quest’ultimo appare con la bocca dischiusa e le gote arrossate: è un Francesco dal respiro sospeso per l’emozione di trovarsi davanti all’Epifania di un Dio fatto Uomo e ci pare quasi un innamorato in trepidante attesa. <b>Quando si tratta di rappresentare la complessità di Francesco persino l’innovativa impostazione giottesca alla lunga non basta più: come dice al Foglio Veruska Picchiarelli, “viene scalfita dalla passionalità umbra”</b>.</p>]]></description>
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				<title>Spopola il Biblical eating, che traduce la Bibbia in ricettario</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Cibo</category>
				<author>Antonio Gurrado</author>
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				<description><![CDATA[<p>Funghi saltati, cipolle sott’olio, cavoletti organici, hummus e melanzane, salsiccia di pollo, yogurt greco con limone: non vi sto invitando a pranzo, sto descrivendo l’immagine con cui il New York Times ha illustrato un articolo che saluta <b>la moda del Biblical eating, ossia il giudeocristianesimo per nutrizionisti</b>. Si tratta di una voga nata online, con content creator fondamentalisti che su TikTok hanno follower a vagonate e propongono manicaretti tratti dalle pagine dell’Antico e del Nuovo Testamento, quando non si sbilanciano e spiegano che Gesù moltiplicò i pani e i pesci perché patrocinava una dieta ben bilanciata fra carboidrati e proteine.</p><p>E’ l’ennesima contorsione spirituale della smania salutista, peraltro ben radicata nel secolo: il Biblical eating è infatti tornato in auge di recente, <b>ma già nel 2008 era apparso un manuale intitolato “La dieta dell’Eden”</b>, presumibilmente da consumarsi indossando soltanto foglie di fico ed evitando di mettersi a parlare coi serpenti. C’è tuttavia anche un più profondo afflato esegetico, che ci dice qualcosa delle ultime evoluzioni dell’anima ai nostri tempi. Il sottotesto di questa tendenza è infatti che la storia stessa dell’uomo, con la caduta e la successiva redenzione, sia anzitutto storia alimentare: <b>stando alla lettera della Genesi, il peccato originale consiste nell’aver mangiato il frutto dell’albero della conoscenza del bene o del male</b>, trasgredendo un comandamento piuttosto lasco, poiché consentiva comunque di servirsi da tutti gli altri alberi del paradiso terrestre. Lo sgarro di Eva ha avuto conseguenze sulla linea di tutta la sua discendenza e il Biblical eating cerca di porvi rimedio, sperando non sia troppo tardi.</p><p>Come per ogni follia virtuale, prospera all’ombra del Biblical eating un merchandising fin troppo reale, che propone <b>una guida ai superfood biblici per soli 28 dollari </b>oppure una consulenza in pianta stabile per soli (si fa per dire) 700 dollari al mese: indubbiamente comprare una Bibbia costa meno, poi bisogna soltanto avere la pazienza di leggerla integralmente tenendo pronto il quaderno dove appuntare le ricette. Occhio, però, alle sorprese. <b>E’ vero, infatti, che nella Bibbia si mangia e si beve spessissimo</b>: Noè pianta la vigna e si ubriaca, Esaù vende la primogenitura per una minestra di lenticchie, Giacobbe inganna Isacco con della selvaggina, i fuggitivi dall’Egitto si nutrono di manna e quaglie, l’inappetente Saul si fa tentare da un vitello impanato, Eliseo fa preparare una zuppa di erbe e zucche, perfino Raffaele arcangelo finge di mangiare pur di non offendere il suo ospite Tobia. Gesù trasforma l’acqua in vino, spezza il pane coi discepoli, fa seccare un sicomoro perché non porta frutto (“Non era la stagione dei fichi”, specifica san Marco) e, da risorto, cena coi viandanti a Emmaus. Anche l’Apocalisse offre una conclusione per certi versi correlata, con Dio che vomita i tiepidi dalla propria bocca.</p><p><b>E’ vero anche che non tutte le ricette bibliche meritano di essere seguite passo passo</b>. Come regolarsi altrimenti con il Signore che promette agli ebrei che si sazieranno non solo dei cavalli nemici, ma anche dei cavalieri (Ez 39, 18-20); con Mosè che ventila il rischio che perfino le donne più delicate si vedano costrette a cibarsi di nascosto dei propri nascituri, estratti a forza dal ventre (Dt 28, 56-57); con Ezechiele che si rifiuta di cuocere del pane su degli escrementi umani (Ez 4, 12-15) e ottiene di limitarsi a farlo su dello sterco di vacca?<b> Sarebbe un Biblical eating piuttosto radicale</b>. Per fortuna Gesù, in barba a ogni futuro tentativo di ricettario biblico, dice a chiare lettere che “non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma ciò che ne esce”. Ai content creator cristianeggianti che spopolano sui social, ai loro follower concentrati nelle pieghe più retrive del protestantesimo integralista, gioverebbe ricordare che lo spirito vivifica, mentre la lettera, se non uccide, può risultare piuttosto indigesta.</p>]]></description>
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				<title>Papa Leone va ad Acerra: più che eco-emergenza, “topos” teologico della Chiesa in uscita</title>
				<pubDate>Sat, 23 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Vuole la coincidenza, sorella del divino, che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2026/05/22/news/dal-cdm-arriva-un-altro-prestito-ponte-di-cento-milioni-per-lex-ilva--399410">nel giorno dell’addio a Carlin Petrini</a>, inventore di uno dei più venerati topos (posti) del  bergogliano, i campi à la Laudato si’, Papa Leone compia oggi un pellegrinaggio in un altro dei topos (luoghi dell’immaginario teologico) tipici della Chiesa in uscita. Va ad Acerra, mitica Terra dei fuochi. Dopo la pacem in terris, l’altra zolla in cui un giorno torneranno a scorrere latte e miele. Con la stessa gustosa abbondanza con cui, anyway, a Giugliano continuavano a crescere le fragole pure nei giorni bui “in cui la terra dei fuochi diventa un caso nazionale” (Avvenire). Fragole che Salvatore Merlo raccontò in un gran reportage.<b> E’ giusta e importante pastorale che Leone vada “a farsi incontro a comunità ferite dal traffico di rifiuti tossici, che per decenni ha seminato inquinamento, malattie, morte” (sempre Avvenire)</b>. Tanto più “alla vigilia dell’undicesimo anniversario della Laudato si’” (gli anniversari dei numeri dispari), come ha ricordato il vescovo di Acerra, Antonio Di Donna, “convertito all’ecologia integrale dalle sofferenze e dai lutti della sua gente”. Ohibò.</p><p>Dice il vescovo Di Donna che “la Terra dei fuochi non è un luogo, è un fenomeno”. Ed è appunto il fenomeno tutt’intorno, il fenomeno di tutti questi topoi della Chiesa in uscita, compresa Lampedusa divenuta meta fissa come una gita a Tindari, a destare curiosità. Non c’è dubbio che la Chiesa debba prendere su di sé non solo i peccati del mondo ma anche le storture malavitose, sociali, ecologiche. E risanare la lebbra del territorio. <b>Ma quindici anni dopo il gran polverone di populismo giudiziario delle inchieste, e  dodici anni dopo il “decreto Terra dei fuochi”, di quella mitologia giudiziario-toponomastica è rimasto un po’ di fumo. </b>Quelli erano i tempi in cui le aziende alimentari perdevano quote di mercato tremende anche se producevano a 60 km di distanza; in cui i tecnici scavavano con la mappa del tesoro dei pentiti in mano, ma trovavano il poco per cento. Alla fine della grande emergenza populista che sembrava la Hiroshima della monnezza ci sono stati un paio di processi con condanne, vari processi con assoluzioni (il “processo Carosello”, procedimento cardine sul disastro ambientale ad Acerra e nell’area nolana, finì con 64 assoluzioni totali). E statistiche sanitarie per carità gravi, ma non da peste nera: un eccesso di mortalità del 10 per cento negli uomini e del 13 nelle donne nel napoletano. E una condanna per l’Italia nel 2025 della Cedu, che essendo la Cedu non è “l’Europa” (hanno dato ragione pure a Patrizia Reggiani, per dire). In tutto questo nella Chiesa in uscita del Terzo millennio è cresciuta la retorica del paese marcio e della fede salvifica che invece, grazie al popolo, lo redimerà. <b>Nel 2013 don Maurizio Patriciello appoggiò una cassa di pomodori sull’altare gridando: “Questo pomodoro è maledetto”.</b> Non lo era, ma quindici anni dopo don Patriciello è ancora il parroco di Parco Verde a Caivano, nume ispiratore di Giorgia Meloni e del famoso decreto Caivano, un altro apice dei danni del populismo giustizialista. Papa Leone forse a tutto questo non baderà, lui è soprattutto un buon pastore, e tornerà a Roma in tempo per presentare, lunedì, la sua spoileratissima enciclica sull’intelligenza artificiale. Che almeno quello è un tema davvero incandescente – Terra dei fuochi dell’Anticristo.</p>]]></description>
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				<title>Il pacifismo utopista del cristianesimo cattolico</title>
				<pubDate>Fri, 22 May 2026 06:14:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>“In materia di uso delle armi la parresia cristiana è ancora distinguibile dalla retorica pacifista?”. E’ la domanda che si pone <b>Luca Diotallevi in un articolo pubblicato sulla rivista Il Regno&nbsp;</b><a href="https://ilregno.it/attualita/2026/10/dibattito-cattolicesimo-pacifismo-il-rischio-della-retorica-luca-diotallevi">(qui l'integrale)</a>. Al centro della riflessione, che poi dà anche il titolo al saggio, è “il rischio della retorica” che c’è quando si parla di pace: “Il cristianesimo dei cattolici è forse divenuto una delle tante forme di utopismo pacifista?”. Il tema è cogente, soprattutto oggi che  la questione è all’ordine del giorno, dominante nel dibattito pubblico. Punto di partenza: “Immaginiamo che un gruppo di turisti proveniente da Marte si fosse trovato qualche tempo fa a passare per piazza San Pietro. <b>Molto probabilmente avrebbe potuto sentir parlare di ‘martoriata Ucraina’”</b> e “avrebbero capito che in Ucraina si era verificato un gravissimo terremoto”.&nbsp;</p><p>Diotallevi richiama il magistero ufficiale della Chiesa cattolica, a cominciare dal numero 2308 del Catechismo, dove si afferma che “non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa”. Tuttavia, aggiunge, “nonostante la chiarezza del magistero, <b>il pacifismo dilaga fra i cattolici e, diversamente da un passato anche recente, risale pure e di molto lungo i gradi della gerarchia ecclesiastica</b>”. Un esempio pratico: quando l’Unione sovietica puntò i missili con testate nucleari contro l’Europa occidentale, Helmut Schmidt chiese a Washington di schierare i suoi missili come forma di deterrenza. Si aprì un dibattito anche teologico, con conferenze episcopali che produssero documenti di assoluto rilievo. Ma oggi, si chiede l’autore, “stiamo conducendo una riflessione e un discernimento ecclesiali di un livello almeno paragonabile a quello d’allora?”. La risposta è scontata, leggendo le righe che seguono. “Ben altro abbiamo ascoltato in questi ultimi tempi: quanto ai contenuti e quanto allo stile. Il 27 febbraio 2022, mentre gli ucraini resistevano all’assalto portato contro l’aeroporto di Kyiv da parte dei paracadutisti e delle forze corazzate di Putin, assalto che sarebbe stato poi fermato e respinto,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/rubriche/piccola-posta/2022/10/25/news/sulla-pace-in-ucraina-il-discorso-politico-e-meno-ipocrita-di-quello-dei-leader-religiosi--159414">la Comunità di Sant’Egidio e il suo leader Andrea Riccardi presentavano pubblicamente a Putin e Zelensky la richiesta di proclamare Kyiv ‘città aperta’”</a>. Contemporaneamente, “abbiamo ascoltato condanne generiche del commercio delle armi il che, lo si intenda o meno, equivale a consegnare un potere assoluto agli stati più potenti, quelli che le armi se le producono in casa e non hanno bisogno di acquistarle”. Diotallevi se la prende anche con i campioni del taglia e cuci dei discorsi papali, lo “scandalo di quante volte negli ultimi anni abbiamo dovuto assistere all’amputazione del giustamente celebre discorso di Paolo VI all’Onu. Quante volte di quel discorso è stato citato solo il passaggio ‘non più la guerra, non più la guerra’ e si è sistematicamente taciuto ciò che Paolo VI aveva detto pochi secondi e poche righe dopo: ‘Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo’”.  Insomma, <b>“cosa resta del significato del primo passaggio ogni volta che viene taciuto il secondo?”</b>.</p><p>Il problema è serio. Anche perché un bel pezzo di magistero della Chiesa è come scomparso, dimenticato. Si cita sempre la <i>Pacem in terris</i>, fermandosi solo al titolo <b>“ridotto al rango di slogan puerile”</b>. Lo stesso per <i>Gaudium et spes</i>, documento che “avverte che è ingenuo, o empio, ritenere che prima dell’ultimo giorno possa instaurarsi un regime che emendi da ogni forma di male la vita sociale e che, dunque, renda superflua la disponibilità anche di una forza militare a protezione del diritto nella forma di credibile minaccia di sanzione, a livello locale e ancor di più a livello internazionale”. E lo stesso silenzio vale per Benedetto XVI e perfino per “Papa Wojtyla, secondo cui la Chiesa è pacificatrice e non pacifista”. Come mai,<b> “parole come queste non sono risuonate, non a posto, ma accanto ad altre, se non rarissimamente nella Chiesa di oggi?”</b>, si chiede Diotallevi. La risposta è complicata e “richiederebbe anche un discernimento sul pontificato di Papa Francesco, operazione tanto complessa e probabilmente ancora prematura”. Quel che si può dire, è che “è difficile comprendere la ragione per cui in materia di guerra e di uso della forza militare oggi assistiamo a questa diseguale distribuzione di spazi, di fatto fortemente penalizzante la recezione ordinaria degli elementi strettamente magisteriali. E’ difficile comprendere la ragione  che sostiene questa parsimonia nel dettagliare affermazioni dottrinali assolutamente ineccepibili che, se prive di essenziali e dunque indispensabili precisazioni, <b>fatalmente sono esposte al rischio di fraintendimenti e di strumentalizzazioni</b>”.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>La rivoluzione della Chiesa tedesca può attendere. Per ora</title>
				<pubDate>Thu, 21 May 2026 05:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma. </i>Alla Giornata cattolica di Würzburg, in Germania, al di là dei sorrisi e delle cortesie di rito, <b>si è avvertita una tensione crescente rispetto al destino del Cammino sinodale e della sua attuazione pratica in terra tedesca.</b> Il neopresidente dell’episcopato, mons. Heiner Wilmer, si è mosso da provetto diplomatico, rassicurando ma anche avvertendo che qualche ostacolo sul percorso c’è. Prima si è detto fiducioso che la Conferenza sinodale (l’organismo approvato lo scorso inverno costituito da più laici che vescovi con poteri decisionali anche su quel che avviene nelle diocesi) riceverà la recognitio vaticana. Quindi ha sottolineato che, però, i tempi saranno più lunghi del previsto: “Personalmente non credo che riusciremo già a riunirci a novembre, <b>a causa delle dinamiche per cui il dossier passa da un dicastero all’altro</b>”. Lo dice dopo aver trascorso un’intera settimana in curia, a Roma. Tastando dunque le difficoltà, confermate anche dal vescovo di Würzburg, mons. Franz Jung, che ha ammesso la <b>“scarsa connessione”</b> del Cammino sinodale in Germania con la Santa Sede.</p><p><b> Non è una frenata da poco:</b> il calendario delle riunioni di questa Conferenza sinodale era già stato fissato. Sessione inaugurale il 6 e 7 novembre a Stoccarda, quindi una seconda riunione il 16 e 17 aprile a Würzburg. La questione, nonostante la complessità del processo sinodale tedesco, si riduce in sostanza a un unico – enorme – problema: è accettabile, a livello di diritto canonico, che sia istituito un organismo in cui vescovi e laici decidano insieme su “importanti questioni della vita ecclesiale di rilevanza sovradiocesana” (così recita il numero 94 del Documento finale)? Non si tratta di dettagli, se è vero che a gennaio lo stesso cardinale <b>Reinhard Marx,</b> cioè colui che si è intestato il Synodale Weg ben sette anni fa, ha fatto pubblicamente sapere ai confratelli che di far mettere il naso ai laici in problemi di sua competenza, nella sua diocesi, non ha alcuna intenzione. E con lui anche qualche altro alfiere del riformismo teutonico, come il vescovo di Magonza Peter Kohlgraf. In questi mesi, <b>Leone XIV si è espresso pubblicamente due volte sul percorso sinodale tedesco</b>. La prima a dicembre, quando si disse “consapevole che molti cattolici in Germania ritengono che alcuni aspetti del Cammino sinodale che è stato celebrato in Germania fino a ora non rappresentino la loro speranza per la Chiesa o il loro modo di vivere la Chiesa”. La seconda, pochi giorni fa, quando ha ribadito la contrarietà al vademecum per la benedizione delle coppie formate da persone dello stesso sesso, adottato da tredici diocesi su ventisette. Da prefetto per i Vescovi, l’allora cardinale Robert Prevost aveva seguìto l’iter sinodale tedesco, partecipando anche agli incontri con i rappresentanti della locale Conferenza episcopale. E come lui, l’allora prefetto del dicastero per i Testi legislativi, mons. Filippo Iannone, scelto da Leone come proprio successore ai Vescovi. Proprio Iannone, già nel 2019, scriveva a Marx che “si ha l’impressione che la Conferenza episcopale e lo ZdK (il comitato dei cattolici tedeschi, ndr) siano pari tra loro: mandano un numero uguale di partecipanti, appartengono di pari diritto alla presidenza, hanno voto deliberativo, ecc. <b>Questa parità tra vescovi e laici non può sussistere ecclesiologicamente</b>”. Domandava retoricamente, mons. Iannone,  come potesse “un’assemblea di una Chiesa particolare deliberare su temi della Chiesa universale” e come potesse “una conferenza episcopale lasciarsi determinare da un’assemblea di cui la maggioranza dei membri non sono vescovi”. In questi mesi, il Papa ha proceduto a una serie di colloqui con vari rappresentanti del processo sinodale: sia i favorevoli, sia gli oppositori sono stati ascoltati. Ma anche voci del laicato fermamente contrarie alle derive approvate in Germania. Sono coloro che plaudono sì alla fermezza vaticana, contestando però che i dubbi di Roma vertano esclusivamente su questioni di diritto: non è tanto – sostengono – l’aderenza della Conferenza sinodale al Codice canonico, quanto il fatto che si voglia rivoluzionare la morale e la dottrina. Che qualcosa si sia inceppato, in queste ultime settimane, lo dimostra anche l’irritazione insolita di Irme Stetter-Karp, la presidente del Comitato dei cattolici tedeschi, il potente organismo schieratissimo a favore dei cambiamenti più radicali. Stetter-Karp ha chiesto al presidente dell’episcopato di rendere conto dell’atteggiamento ostile dei quattro vescovi contrari al Synodale Weg, ritenendo che il loro sottrarsi al processo in corso abbia causato danni a livello internazionale. Se il Vaticano desse loro retta e bloccasse la Conferenza sinodale, <b>“sarebbe catastrofico per la nostra Chiesa locale</b>”.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Da Montecarlo alla Spagna. Le periferie secondo Leone XIV</title>
				<pubDate>Sat, 16 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> <b>Se proprio bisogna cercare un elemento vero di discontinuità tra Francesco e Leone XIV che non abbia a che fare con gli appartamenti abitati o il guardaroba, questo risiede nel concetto di periferia.</b> E’ stato il vocabolo forse più usato nei dodici anni bergogliani, parolina quasi magica (al pari di “sinodalità”) che veniva usata pressoché in ogni circostanza, spesso non sapendo bene se si intendessero le periferie sociali, culturali o banalmente geografiche. O tutte queste cose  insieme. Prendendo una mappa dell’Europa, il concetto si chiariva bene: Francesco, nel suo peregrinare, aveva scelto di toccare i luoghi distanti dal cuore del continente. Come Magellano, che circumnavigò il globo senza mai passare dal suo supposto centro.&nbsp;</p><p>Lesbo e Lampedusa, la Bosnia e la Grecia, la Svezia. E quando si recava nei grandi paesi di solida tradizione cattolica, lo faceva perlopiù in occasione di eventi programmati: la Giornata mondiale della gioventù in Polonia, l’Incontro mondiale delle famiglie in Irlanda. E poi la Slovacchia, l’Ungheria più volte. Perfino la Svizzera.<b> Mai, però, in Germania e in Spagna</b>. Quando andò in Francia, a Marsiglia, ordinò ai giornalisti al suo seguito che facessero sapere che lui era andato a Marsiglia per gli Incontri del Mediterraneo, e non in Francia in visita ufficiale. A Parigi sono ancora piccati perché anziché recarsi a Notre-Dame per il gran party di riapertura, Francesco preferì dirigere l’aereo su Ajaccio, <b>nella ribelle Corsica</b>.</p><p><b>Leone XIV ha scelto come prime mete dei suoi viaggi apostolici in Europa il Principato di Monaco e poi, dal 6  al 12 giugno, la Spagna.</b> Una settimana fra Madrid, Barcellona, le Canarie. Programma fittissimo: la processione del Corpus Domini nella capitale, la veglia con i giovani, il bagno di folla con la società civile allo stadio Bernabeu, la preghiera alla Sagrada Família, e poi gli incontri con i migranti e con le istituzioni che li seguono. In totale cinque omelie, dodici discorsi, cinque indirizzi di saluto. Il País ha subito sottolineato “l’impronta sociale del viaggio”: Leone visiterà il molo di Arguineguín, “simbolo del dramma migratorio delle Canarie”, un centro di accoglienza a Tenerife, una casa per senzatetto a Carabanchel e una parrocchia a Barcellona. Momento assai atteso è il discorso che terrà alle Cortes spagnole, primo Papa a prendere la parola davanti al Parlamento riunito in sessione congiunta. <b>Non sarà facile: la polarizzazione politica e ideologica è forte anche in Spagna</b> e se tra i settori progressisti si sostiene che Prevost punterà sulla questione migratoria e sulla convivenza tra i popoli, a destra ci si aspetta che dalla voce del Pontefice esca qualche parola contro il diritto all’aborto – che Pedro Sánchez si appresta a inserire nella Costituzione – e sul fine vita. Sullo sfondo, le tensioni fra una parte della gerarchia locale e Vox, il partito di estrema destra finito lo scorso febbraio in un caso che coinvolgeva proprio il País: secondo il quotidiano, infatti, durante un incontro con i vescovi spagnoli, il Papa avrebbe detto che la sua principale preoccupazione è il rafforzamento dell’estrema destra che tenta di “strumentalizzare la Chiesa”. Notizia che la Conferenza episcopale smentì subito, sottolineando che mai il Pontefice aveva pronunciato tali affermazioni. <b>Ma Robert Prevost ha già dato dimostrazione, in questo anno di pontificato di saper schivare gli ostacoli posti sul suo cammino con grande abilità</b>: lo si è visto in occasione della visita alla Sapienza e, ancor di più, quando risponde sui temi considerati ostici e divisivi: dai prontuari benedizionali del cardinale Marx alle risposte da dare a Donald Trump.</p><p>Al di là dei rischi di strumentalizzazione, che del resto ogni viaggio comporta, <b>l’evidenza è che il vescovo di Roma torna a porre al centro della sua missione la vecchia Europa.</b> Anche qui, non sconfessando il concetto delle periferie care a Francesco, ma facendo intendere che periferia, oggi, è anche quella che un tempo era la terra d’elezione del cattolicesimo. Non a caso, a fine settembre con ogni probabilità si recherà anche in Francia (a Parigi e Lourdes, secondo le informazioni date dall’episcopato locale), constatando come nella patria della santa laïcité qualcosa inizi a germogliare, prova ne è l’alto numero di battesimi adulti registrati da anni a ogni Veglia pasquale.</p><p><b>Un’Europa dove la fede può alimentare anche la politica.</b> Ricevendo poco meno di un mese fa i rappresentanti del Partito popolare europeo, Leone XIV ricordò che “il progetto europeo, sorto dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, nasce certamente da una necessità pratica – evitare che si ripeta un tale conflitto –, ma è altrettanto intriso di un orizzonte ideale, ossia della volontà di dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna. I Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i princìpi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda guerra mondiale”. Si vedrà come tali propositi e auspici saranno declinati nelle prossime tappe del viaggio di Leone <b>in quello che fu il cuore della cristianità</b>.</p>]]></description>
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				<title>Il giulebbe del prof. Parisi per Papa Leone</title>
				<pubDate>Sat, 16 May 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>Tra Sapienza e insipienza la separazione dovrebbe essere sempre ben più larga del Tevere, anche se non sempre lo è. Ma tra lealtà intellettuale e ipocrisia il passo non è sempre così lungo. Anzi, a volte è un vero inciampo. Il giorno dopo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/14/news/il-papa-alla-sapienza-accontenta-tutti-perfino-gli-anti-ratzinger--398916" target="_blank">la visita di Papa Leone XIV all’ateneo romano</a>, ad aleggiare intorno d’ipocrisia ce n’è parecchia. <b>Anche perché si tratta pur sempre di spiegare i giulebbe di ieri al discorso di un Pontefice da parte degli stessi che nel 2008 vietarono l’ingresso di Benedetto XVI alla Sapienza.</b> Ipocrisia palese nelle risposte a Repubblica del fisico <b>Giorgio Parisi</b>, che fu primo firmatario della “lettera dei 67” per chiedere l’annullamento dell’invito al Papa fatto dal rettore. Dice ora Parisi che “Benedetto XVI doveva inaugurare l’anno accademico, non compiere una visita pastorale, cosa che cambia moltissimo il contesto”. Joseph Ratzinger era un professore universitario, nemmeno di secondo piano, e aveva le carte in regola per inaugurare un anno accademico; non usurpava ruoli né titoli. <b>Del resto l’onore di inaugurare l’anno dell’ateneo fu concesso invece a Virginia Raggi, per dire gli abissi della conoscenza, che applicando la logica quantistica al chilo di Parisi avrebbe dovuto limitarsi a una gita in qualità di sindaca. </b>Ora Parisi dice “consigliavamo al rettore di non consentire la visita se questo era possibile”. Ma che “non volevamo minimamente annullare una visita già annunciata coram mundo: sarebbe stato un atto di scortesia”.</p><p>In verità la richiesta di annullamento nella famosa lettera dei 67 c’era eccome: “In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato”. <b>Sostiene che “era un consiglio ragionevole”, mentre era una censura ideologica bella e buona, roba da intellettuali delle Guarentigie.</b> Ai quali faceva perfino scandalo che il professor Ratzinger avesse citato, 18 anni prima, nientemeno che il filosofo della scienza Paul Feyerabend, non proprio uno stagista. Ma adesso i tempi sono cambiati, dice Parisi intervistato da Rep. come fosse un teologo, o uno storico della Chiesa (del resto, il Fondatore straparlava di Dio con l’amico Jorge Mario). Più che altro sono cambiati i Papi. Fu di Francesco l’idea di invitare il fisico che aveva cacciato dall’università il suo predecessore a passeggiare nei Giardini vaticani per disquisire di ecologia e pace universale. <b>Del resto l’uomo che ebbe il Nobel per gli studi su “interazione tra disordine e fluttuazioni nei sistemi” potrebbe inserirsi alla perfezione nel disordine sistemico dell’attuale geopolitica vaticana. </b>Prima Francesco, e ora Leone, sono dunque degni interlocutori. Leone piace, “è importante il messaggio di speranza e di pace”, “è importante che il Papa abbia detto che l’intelligenza artificiale non deve essere utilizzata per scopi bellici”.</p><p>Sono ovviamente argomenti di libero dibattito, su cui Feyerabend insegnava a non togliere la parola a nessuno. <b>A Ratzinger fu vietato di parlare perché (forse) avrebbe parlato di cose che alla compagnia dei 67 non andavano bene.</b> Scrissero che “ha utilizzato l’effige della Dea Ragione degli illuministi come cavallo di Troia per entrare nella cittadella della conoscenza scientifica e metterla in riga”, una frase così destituita di verità e conoscenza del pensiero di Ratzinger da mettere in ridicolo accademico chi l’ha scritta. Invece Leone è benvenuto perché ha parlato di quel che piaceva a loro. L’ateneo dell’ipocrisia.</p><p><br></p>]]></description>
			</item>
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				<title>Fede viva e cultura. La “baldanza ingenua” di “don Gius” e dei suoi ragazzi, oggi</title>
				<pubDate>Fri, 15 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Maurizio Crippa</author>
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				<description><![CDATA[<p>“Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare”. <b>E’ una frase piena di vita ed entusiasmo scritta nel diario di un “giessino” di 17 anni, Marco Gallo, morto in un incidente e per cui è iniziata la causa di beatificazione</b>. Un figlio, anzi un nipotino di don&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/luigi-giussani--1220" target="_blank">Luigi Giussani</a>, che non ha mai conosciuto di persona. Eppure quella frase, che sprizza la baldanza di un incontro pieno di fede, anche il “don Gius” l’avrebbe detta, con lo stesso entusiasmo. Perché, come ripeteva con un verso di Paul Claudel che amava molto, “santità non è baciare sulla bocca un lebbroso o morire in terra di paganìa, ma fare la volontà di Dio, prontamente”. Così prontamente da attirare con sé, nella stessa avventura umana e di fede, tante persone, di ogni età e ogni condizione.&nbsp;</p><p>Non un progetto ma un dono di Dio, un “carisma” attraverso cui “il Gius” ha suscitato una storia, un movimento dentro la Chiesa. Era questa “la stoffa del santo” che piaceva a don Giussani. Ieri nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano così cara a Giussani, come caro gli era il Santo vescovo, guida sicura per il suo popolo, si è chiusa la Fase diocesana della “causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio monsignor Luigi Giussani”. <b>Quella che ha raccolto le testimonianze di alcuni tra coloro che hanno conosciuto il sacerdote lombardo, iniziatore di Comunione e liberazione</b>.</p><p>Monsignor Ennio Apeciti, responsabile del Servizio diocesano per le cause dei santi e delegato per la causa di beatificazione, due anni fa aveva spiegato che sarebbero stati ascoltati 50-60 testimoni. E “non solo persone di età, considerato che Giussani è morto nel 2005, ma anche giovani che possono dire come monsignor Giussani abbia indicato loro una via esemplare di testimonianza”. Insomma anche i tanti, come gli adolescenti di oggi, come le molte persone di paesi lontani, che “pur non avendolo visto” hanno incontrato la sua storia. E attraverso lui un cristianesimo vissuto. <b>“Storia di Grazia”, ha detto con acutezza l’arcivescovo Mario Delpini, che ha presieduto la solenne cerimonia insieme religiosa (i primi Vespri dell’Ascensione) e di diritto canonico, con i plichi sigillati dalla ceralacca prima di esser spediti alla Congregazione delle cause dei santi a Roma</b>. Delpini ha elencato i motivi di gratitudine di tutta la Chiesa per la storia di fede suscitata dall’opera di Giussani, ha ammonito con garbo i suoi figli sulle “tentazioni” da evitare, lasciar inaridire un “giacimento” di fede il “trionfalismo” che, a volte, può essere il vicino di casa dell’entusiasmo. Il resto, come ha ricordato mons. Apeciti, è nelle mani di Dio, al pari dei “miracoli” che solo la Chiesa saprà e potrà riconoscere.</p><p>Per una coincidenza, la cerimonia di ieri ha coinciso con la visita di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/14/news/il-papa-alla-sapienza-accontenta-tutti-perfino-gli-anti-ratzinger--398916" target="_blank">Papa Leone all’Università La Sapienza</a>, gesto (anche) riparatorio di quella porta che fu chiusa in faccia a Papa Benedetto, il Papa teologo con il quale don Giussani ebbe un rapporto molto stretto. Un rapporto in cui, oltre a una comune visione di un cristianesimo “creativo”, c’era la certezza del ruolo cruciale della cultura nella missione della Chiesa. Ieri alcuni brani del sacerdote ambrosiano letti in Sant’Ambrogio avevano il timbro di un pensiero non solo astrattamente “religioso” – “dobbiamo proporre il Dio vivo, non il Dio dei morti”, ripeteva – ma anche la capacità di incontrare la ricerca di tutti, di farsi compagni a tutti, di colmare quella “malinconia” dell’uomo moderno che anche Papa Leone ha spesso indicato. <b>“Cos’è l’uomo, perché Tu te ne curi?”, è un versetto dei Salmi che Giussani ha sempre ripetuto, come autentica domanda esistenziale, uguale per tutti, nella propria vita</b>.</p><p>Della beatificazione e della santità deciderà la Chiesa, ma ciò che è nato e vive grazie a don Giussani è una delle risposte evidenti e concrete alla domanda che oggi in tanti hanno cominciato a porsi nella nostra società occidentale così apparentemente secolarizzata: ma Dio non era morto, molto tempo fa? Finché ragazzi di 17 anni, e uomini e donne mature, sapranno dire “anche i sassi si sarebbero messi a saltellare” per spiegare la felicità dell’incontro con Gesù Cristo attraverso la sua Chiesa, la risposta può essere una sorpresa. <b>Nei plichi sigillati ieri del processo per la beatificazione e canonizzazione di don Giussani ci sono pagine e pagine che raccontano quella sorpresa</b>. E testimoniano di “quella baldanza ingenua che ci caratterizza”, per citare l’espressione che il Gius usò per definire il temperamento della compagnia cristiana che aveva per grazia di Dio generato.</p>]]></description>
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				<title>Il Papa alla Sapienza accontenta tutti, perfino gli anti Ratzinger</title>
				<pubDate>Thu, 14 May 2026 18:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Roma. “Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio”, ha detto Leone XIV parlando a braccio, davanti agli studenti che lo aspettavano all’esterno della Cappella universitaria della Sapienza. Ed <b>è probabilmente il momento più significativo della visita all’ateneo romano</b> che Benedetto XVI, quasi vent’anni fa, non poté fare, costretto al silenzio dalla sguaiata protesta ordita da un manipolo di cattedratici che riuscì a impedire al professor Ratzinger – un loro collega – di prendere la parola nell’università fondata dai Papi. Due decenni dopo, tutto è cambiato. Niente folla delle grandi occasioni, neanche l’ombra della grande attenzione mediatica che si sarebbe avuta allora. Il Pontefice ha subito sottolineato che la sua è una visita “pastorale”, quasi a chiarire che il senso della sua presenza lì non avrebbe dovuto assumere i contorni di una sfida al pensiero illuminista. Che non avrebbe, insomma, tenuto alcuna <i>lectio magistralis</i>, come si è capito subito dopo, in Aula magna. Dopo la <i>standing ovation</i> sincera che il pubblico gli ha riservato e il fluviale discorso della rettrice Antonella Polimeni – ha citato la storia dell’ateneo, la Costituzione, la libertà, la pace, la guerra, Gaza, i migranti, le donne, i bambini – ha preso la parola il Papa. E si è compreso fin dalle prime battute che <b>la mano che ha scritto il suo discorso non è quella che compose la lezione ratzingeriana mai pronunciata</b>. Leone XIV si è rivolto ai giovani, “vi immagino a volte spensierati, lieti della vostra stessa giovinezza che, anche in un mondo travagliato e segnato da terribili ingiustizie, vi consente di sentire che il futuro è ancora da scrivere e che nessuno ve lo può rubare”.</p><p>Ha detto che “non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male”, ha citato il “ripudio della guerra sancito nella Costituzione italiana”, che “ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali”. Ha ricordato che “nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non deresponsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti”. Ha affermato che “insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata”. C’è stato perfino lo spazio per un inciso – che pareva davvero un inciso nel contesto del discorso – sul <b>“preoccupante riscaldamento del sistema climatico”</b> la cui situazione, nell’ultimo decennio “non sembra essere migliorata”. Scontato il successo, tale da far scattare in piedi l’uditorio, compreso il professor Nobel Giorgio Parisi, uno dei firmatari dell’appello contro Benedetto XVI. Ratzinger che non è stato  citato, ma forse non era neppure il caso. Leone, con la sua visita, ha voltato pagina, ha voluto “condividere un breve momento nella fede”. Cercare, come da suo programma di pontificato, ciò che unisce e lasciando da parte ciò che divide. Non a caso, salutando i presenti, ha detto: “Collaboriamo insieme”. Due ore scarse per cancellare la vecchia onta. <b>Missione compiuta</b>.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Il Vaticano fa sapere ai lefebvriani che le scomuniche sono pronte</title>
				<pubDate>Thu, 14 May 2026 06:06:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Il verdetto vaticano è giunto: se, come annunciato, il prossimo 1° luglio la Fraternità sacerdotale San Pio X procederà con le <b>nuove ordinazioni episcopali </b>(le prime dopo le quattro del 1988 avvenute per l’imposizione delle mani di mons. Marcel Lefebvre), le conseguenze saranno drastiche. <b>Nessun’altra possibilità di mediazione, di confronto, di compromesso.</b> A farlo sapere è stato, tramite una  dichiarazione diffusa all’ora di pranzo dalla Sala stampa vaticana, il prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, il cardinale Víctor Manuel Fernández. “Le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità sacerdotale San Pio X non hanno il corrispondente mandato pontificio. Questo gesto costituirà ‘un atto scismatico’ e ‘l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa’”. A dare manforte al porporato ci sono due documenti che vengono citati. Il primo è la lettera apostolica <i>Ecclesia Dei </i>di Giovanni Paolo II del 2 luglio 1988, in particolare il punto 3, dove si parla di “disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di capitale importanza per l’unità della Chiesa”. Scriveva, il Pontefice, che “tale disobbedienza – che porta con sé un rifiuto pratico del primato romano – costituisce un atto scismatico” che fa incorrere  i responsabili “nella grave pena della scomunica”. Il secondo documento citato dal cardinale Fernández è la Nota esplicativa del Pontificio consiglio per i Testi legislativi del 24 agosto 1996 che, tra le altre cose, ricorda “la radice dottrinale di questo atto scismatico”. Meno di un mese fa, l’ex Superiore generale dei lefebvriani, <b>mons. Bernard Fellay</b>, aveva parlato apertamente della possibilità che il quadro volgesse al peggio: “C’è&nbsp; una probabilità enorme che tutti voi – &nbsp;e naturalmente noi inclusi –&nbsp; possiate essere scomunicati.&nbsp;  C’è una probabilità molto alta perché l’hanno già detto pubblicamente, quindi si stanno costringendo a farlo.&nbsp; <b>Dio può fare miracoli. Non è la fine</b>”.&nbsp;</p><p>Neanche ai quartieri generali della Fraternità ci si attendeva un irrigidimento così palese da parte della Santa Sede, confidando forse di sfruttare in qualche modo i continui richiami all’unità di Leone XIV. Che però si è rifiutato di ricevere il superiore generale, don Davide Pagliarani, e anche di rispondere alla sua lettera inviata la scorsa estate. Una corrente di pensiero sostiene che, non dando udienza ai vertici lefebvriani, il Papa abbia voluto evitare un redde rationem definitivo: sentirsi dire in faccia che  le ordinazioni senza mandato pontificio si sarebbero svolte come previsto, avrebbe avuto conseguenze evidenti. Altri sostengono, più pragmaticamente, che in questa prima fase del pontificato Prevost abbia preferito delegare la questione al titolare dell’ex Sant’Uffizio, che infatti ha subito incontrato Pagliarani a Roma. Il problema è che – come sempre – lo scoglio del Vaticano II si è rivelato insuperabile. Se il Vaticano proponeva l’avvio di un dialogo su base dottrinale, la risposta lefebvriana era negativa, visto che “il quadro dottrinale e pastorale nel quale la Santa Sede intende collocare ogni discussione è già determinato”. Il Papa, chiosa il comunicato vaticano, continua nelle sue preghiere a chiedere allo Spirito Santo di <b>illuminare i responsabili della Fraternità Sacerdotale San Pio X affinché ritornino sui loro passi in merito alla gravissima decisione che hanno preso</b>”.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>A destra si teme quel che farà la Chiesa in vista delle Politiche</title>
				<pubDate>Tue, 12 May 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma. </i>Ancor prima che si celebrasse il referendum sulla giustizia, negli ambienti della maggioranza di governo ci si domandava come si sarebbe comportata la Chiesa il prossimo anno, quando sarebbe iniziata la campagna elettorale per le Politiche. Se i vescovi si sono messi pancia a terra contro il doppio Csm e la separazione delle carriere,<b> chissà cosa accadrà quando in ballo ci sarà Palazzo Chigi</b>, si diceva con un mezzo sorriso. Nonostante infatti le rassicurazioni giunte da più parti e  le precisazioni del cardinale presidente della Conferenza episcopale, Matteo Zuppi, su una neutralità granitica di fronte all’alternativa Sì o No dello scorso marzo, la sensazione ai piani alti (e anche medio-bassi) del centrodestra era quella di una sorta di accerchiamento come non si vedeva da parecchio tempo. A smentire tale sensazione non aveva contribuito l’annunciata – e poi cancellata – partecipazione del vicepresidente della Cei, mons. Francesco Savino, al <b>convegno organizzato da Magistratura democratica a pochi giorni dall’apertura delle urne </b>(avrebbe dovuto partecipare al panel “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo”). A nulla potevano poi i comunicati ufficiali che richiamavano la terzietà dell’episcopato. Però, insomma: la cronaca era quella di oratori e sale parrocchiali da un capo all’altro d’Italia attivissimi nell’organizzare eventi per il No, inviti a magistrati (attivi o in pensione) perlopiù schierati contro la riforma. E i vescovi a favore del Sì – che c’erano – convinti che fosse meglio non uscire allo scoperto, trincerandosi dietro il fatto che il voto è segreto e che era preferibile non farsi strumentalizzare.</p><p><b>Ma cosa accadrà tra un anno?</b> Se, come qualche vescovo sostiene, la Chiesa farà sentire la propria voce sui “temi” che interessano i cittadini, le tensioni sono scontate. Si pensi solo ai centri per migranti in Albania, punto d’orgoglio per il governo Meloni, che l’arcivescovo di Ferrara, mons. Gian Carlo Perego, ha definito <b>“prigioni a cielo aperto”</b>. Aggiunse, il presidente della Fondazione Migrantes che “le soluzioni devono essere dunque realistiche e oneste intellettualmente. Ditemi voi se sia tale la <b>soluzione all’irregolarità nel nostro paese</b> – dove si stimano tra 300 e i 400 mila irregolari – quella dei mille posti totali dei centri in Albania. Si era detto che la strada migliore fossero i rimpatri assistiti, piuttosto che rinchiudere una persona per diciotto mesi che poi ritorna fuori, perché il cinquanta per cento di chi viene recluso nei Cpr, ritorna indietro”. E lo stesso Perego parlò di “subdole manovre per allontanare il dramma di migranti in fuga dai nostri occhi e dalla nostra responsabilità costituzionale”. Considerazioni che portarono la premier <b>Giorgia Meloni </b>a respingere “con fermezza le accuse di monsignor Perego e consiglio di avere maggiore prudenza nell’uso delle parole”.</p><p><b>Il punto è che Perego non è una voce isolata: con lui c’è buona parte della nuova generazione di vescovi italiani, nominati negli anni del pontificato di Francesco</b>, i “pastori con l’odore delle pecore” che non paiono proprio allineati con l’attuale governo. Si tratta di personalità molto attive sul campo sociale e meno su questioni di morale e dottrina.&nbsp;Dopotutto, ricorda un vescovo, “Papa Francesco i teologi li voleva mandare su un’isola deserta”. Nel centrodestra si è faticato parecchio a capire come stesse cambiando la geografia episcopale della Cei.</p><p>Una parte non indifferente del cattolicesimo ruotante attorno all’attuale governo tratteggiava scenari pensando che lo zoccolo duro fosse ancora, non si sa come, quello ruiniano. A giustificare tale idea venivano squadernati i voti ottenuti quattro anni fa alle elezioni per la presidenza della Cei da mons. Antonino Raspanti, capace di piazzarsi terzo dietro Zuppi e Lojudice nonostante Francesco avesse fatto sapere ai vescovi che lui voleva che votassero un cardinale. Altro errore di valutazione apparso in tutta la sua evidenza quando sono iniziati gli <b>scontri sulla destinazione dell’otto per mille</b>: la scelta dell’esecutivo di aggiungere alla disciplina vigente per l’utilizzazione della quota dell’Irpef devoluta allo stato un’ulteriore possibilità, cioè il recupero dalle tossicodipendenze e dalle altre dipendenze patologiche, non è piaciuta ai quartieri generali dei vescovi. Questa possibilità (ne avevano aggiunte anche i governi di Giuseppe Conte e di Mario Draghi, senza troppi clamori) andava ad aumentare la discrezionalità del contribuente. <b>Una misura che alla Cei non è andata giù e  non ha fatto nulla per celare il disappunto</b>.</p><p>E’ da quel momento che i vertici della Conferenza episcopale sono stati ritenuti, se non ostili, quantomeno poco amici. E questo nonostante dal governo si facesse sapere quanti provvedimenti fossero stati adottati proprio per venire incontro alle istanze della Chiesa italiana (ad esempio, l’intesa sul concorso per i docenti di religione, misura attesa da decenni). Non a caso, c’è chi collegò la manifesta <b>contrarietà della Cei alle proposte di legge sul premierato</b> alle divergenze in materia fiscale.</p><p>Se i “temi” saranno l’oggetto delle prese di posizione episcopali, per Palazzo Chigi si mette male. Su Gaza, ad esempio, <b>l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, fin da subito diede esplicito appoggio alla Flotilla</b> diretta nella Striscia, paventando anche il desiderio di imbarcarsi lui stesso: “Sono convinto infatti che l’unica via umana ed evangelica per contrastare la guerra in maniera non violenta sia la contrapposizione, lo schieramento di corpi inermi sul fronte dei belligeranti. Di fronte a tutto questo credo che siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito ma come uomini e donne che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. E’ l’umanità a essere in gioco, simbolicamente a Gaza: quell’umanità che pare sparire dall’orizzonte della politica contemporanea”.</p><p>Per non parlare dell’<b>autonomia differenziata</b>: non appena la Lega riproporrà la questione, intere conferenze episcopali regionali – come già accaduto non troppo tempo fa – sono pronte a pubblicare comunicati e dichiarazioni e, sussurra qualcuno, a organizzare manifestazioni di piazza. Che subito saranno cavalcate dalle opposizioni, a cominciare da quel <b>Movimento 5 stelle</b> che – a cominciare dal suo leader Giuseppe Conte, assai vicino agli ambienti di Villa Nazareth, cioè del nucleo pensante della <b>dottrina casaroliana</b> – ha più volte rimarcato una certa affinità con i punti salienti della dottrina sociale della Chiesa, come la lotta alla povertà e il sostegno ai più deboli.</p><p><b>Il tutto si inserisce nella partita che fra un anno vedrà i vescovi eleggere il loro nuovo presidente</b>, dopo il quinquennio del cardinale Zuppi. Lo Statuto della Cei prevede che il plenum episcopale elegga a maggioranza assoluta una terna da cui poi il Papa può (ovviamente non è obbligato a farlo) scegliere il presidente. Quattro anni fa, però, Francesco fece sapere di volere un cardinale con meno di 75 anni, l’età canonica della pensione per i vescovi. Zuppi nel maggio del 2027 avrà 71 anni e mezzo. Confermarlo non sarebbe insomma un problema, considerando anche che il Papa ha già detto pubblicamente che un biennio in più può essere concesso ai cardinali. Alle sue spalle, però, c’è chi lavora a candidature alternative, non sapendo  quale sia l’orientamento di Leone XIV, primate d’Italia. Particolare non irrilevante. La pensa come il predecessore o lascerà totalmente liberi i vescovi di fare le loro scelte? Il governo guarda interessato senza esporsi più di tanto: aver fatto trapelare un anno fa che <b>il papabile preferito era il cardinale Pietro Parolin</b> è stato quantomeno imprudente. Se non, peggio, un errore di valutazione su reale peso dei “candidati” al Soglio.</p>]]></description>
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				<title>Sveglia gente, Dio non è affatto morto</title>
				<pubDate>Mon, 11 May 2026 10:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Pubblichiamo un estratto dell’Introduzione di “<a href="https://amzn.to/4uxYwyK">Dio non è morto. Perché la religione è tornata a dominare il presente</a>” (Mondadori, 192 pp., 18,50 euro), il nuovo libro di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/autori/matteo-matzuzzi--30">Matteo Matzuzzi</a>&nbsp;in vendita da domani.</p><p>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;</p><p>E’ una calda domenica di settembre 2025. Siamo in uno stadio dell’Arizona, Stati Uniti. Si sta celebrando la&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/la-situa/2026/03/26/news/il-martire-della-polarizzazione-charlie-kirk-e-la-fine-della-religione-civile--268325">glorificazione di Charlie Kirk, il trentunenne che con l’uso sapiente dei social network</a>, delle piattaforme podcast e dei confronti con gli studenti nei campus ha portato centinaia di migliaia di voti nel campo trumpiano alle elezioni generali dell’anno prima. L’attivista evangelico conservatore, fondatore di Turning Point Action, è stato ucciso da pochi giorni durante uno di questi incontri in un’università dello Utah mentre diffondeva le sue tesi assai lontane dal classico <i>politically correct</i> invitando il pubblico a smentirlo, dimostrandogli che si stava sbagliando, “Prove me wrong”. Il pastore Rob McCoy chiarisce subito la questione: “Stasera con noi c’è un ospite speciale, non annunciato nel programma. E’ Dio, che ha guidato la vita di Charlie e ora ci chiede di seguire il suo esempio”. Il segretario di stato, Marco Rubio, volto moderato dell’amministrazione repubblicana, parla di orgoglio, mentre il segretario alla Salute, Robert Kennedy jr, paragona Kirk a Gesù Cristo: “E’ morto a trentuno anni e anche lui ha cambiato la storia”. Il vicepresidente J.D. Vance: “Questo non è un funerale, è una rinascita nel nome dei valori cristiani”. Il tutto fra coriandoli e fumogeni, stellette e trionfi di croci dalle dimensioni variabili, invocazioni all’Altissimo, canti, preghiere e perfino qualche rosario brandito come segno d’identità. Dio, patria e famiglia. Un quadro dove l’appartenenza a una fede condivisa si mescola all’appartenenza a una nazione, “l’orgoglio di vivere in America”.</p><p>Sì, l’annuncio della morte di Dio è stato quantomeno affrettato. Il cristianesimo vive, si diffonde e prospera. L’islam è in rapida crescita nelle sue culle naturali, l’Africa settentrionale e soprattutto l’Asia. L’induismo in India ha una valenza da “quasi” religione di stato. Perfino in Giappone – sottolineava tempo fa con malcelata ironia il grande studioso del fenomeno religioso Rodney Stark – “quasi tutti si preoccupano di far benedire la nuova automobile da un sacerdote scintoista. Il che è un esempio di superstizione soprannaturale senza Chiesa”. A ucciderlo non ci sono riusciti né Marx né Lenin: paradosso dei paradossi, mentre la sua mummia imbalsamata riposa nella Piazza Rossa di Mosca, il Patriarca di tutte le Russie benedice il capo dello stato, tra volute d’incenso e canti dal sapore vetusto. Non c’è riuscita la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta, quella che sconvolse costumi e morale. Non ci sono riuscite neppure le trincee della Prima guerra mondiale e i lager della seconda, dove il silenzio di Dio divenne rumoroso, insostenibile. Certo, la secolarizzazione è avanzata, le giornate non sono più scandite dai ritmi dettati dagli impegni in chiesa. Perfino il rumore delle campane spesso disturba l’indaffarato uomo contemporaneo, che denuncia alle autorità preposte i parroci perché consentono i rintocchi alle sette del mattino. I matrimoni civili sono la consuetudine, i funerali laici si diffondono anno dopo anno a ogni latitudine, tra un misto di spiritualismo, low-profile e convinzione che le parole di qualche amico valgano più – almeno sotto l’aspetto emozionale – di quelle di Gesù Cristo riportate dai Vangeli. Ma, nonostante ciò, la religiosità cresce. Anche laddove parrebbe dominare il deserto. L’abbiamo visto nella torrida estate giubilare romana, con la città sorpresa nel constatare che di colpo un milione di ragazzi nemmeno trentenni s’era sparpagliato nelle sue vie e nelle sue piazze rispondendo all’invito del Papa. Una settimana di confusione, amicizia e preghiera. Comitive imbandierate che cantavano il Magnificat mangiando il gelato sedute sugli scalini di qualche chiesa, gruppi che affollavano le pizzerie prima di correre in fretta verso San Pietro, dove li attendeva la messa di benvenuto con tanto di tour papale a sorpresa sotto il sole cocente. E poi tutti a Tor Vergata, per la veglia notturna con Leone XIV e la messa del mattino dopo, sulla spianata dove nel 2000 molto probabilmente dormirono parecchi dei loro padri e delle loro madri. In quei giorni tra luglio e agosto 2025 i giornali abbondavano di analisi e commenti: chi l’avrebbe mai detto, i Papaboys ci sono ancora! Pareva quasi che nessuno credesse all’esistenza di questa massa di giovani entusiasti di esprimere la propria fede, la propria appartenenza religiosa, con tanto di silenziosa adorazione serale. Altro che “Woodstock cattolica”. E’ senz’altro vero che in tanti hanno colto la palla al balzo per la prima gita fuori casa senza genitori, ma insomma: il risultato è che nessuno s’aspettava la distesa umana che si è vista in quei giorni. Sintomo di una religiosità che non sarà proprio in formissima, ma sopravvive con tanta speranza. Non male, come bilancio, per un mondo impregnato di riflessioni sulla fede evaporata nella distrazione del mondo attuale.</p><p>La religiosità cresce nel chiasso delle città, dove si trovano sempre più eremiti urbani che cercano, trovandoli, spazi di silenzio da dedicare al rapporto con Dio, nel chiuso delle proprie abitazioni e stanzette. Cresce nei paesi di nuova o recente evangelizzazione, dove – come accade in Africa – né la persecuzione né la distanza chilometrica che separa il villaggio dalla chiesa più vicina frenano i cristiani dal partecipare ai sacramenti. E Dio torna anche al centro della politica, “usato” suo malgrado: ancora prima dell’assassinio di Charlie Kirk, Donald Trump, commentando l’attentato subito in Pennsylvania pochi mesi prima delle elezioni che lo riportarono alla Casa Bianca, ha chiamato in causa l’Onnipotente, spiegando che se era sopravvissuto lo doveva a Lui soltanto, perché Lui voleva che rimanesse in vita. E anche nella campagna elettorale americana del 2024 Dio è entrato, benché in maniera minore rispetto alle volte precedenti. Eppure c’è stato, convitato di pietra nella lotta fra gli identitari decisi a riscoprire le origini e le radici della nazione deturpata dalle ideologie woke e i liberal che a Dio credono ma “a modo loro”. Battaglie muscolari e guerre culturali che come fiumi carsici ora s’inabissano ora riemergono, con toni sempre più radicali e violenti. Un quadro, quello rappresentato dagli Stati Uniti, non nuovo: anni fa, sulla Civiltà Cattolica, fece non poco discutere un articolo che poneva al centro il “fondamentalismo religioso” reo d’aver inquinato non solo la politica della grande nazione d’oltreoceano, ma anche la convivenza sociale, mettendo in discussione le fondamenta, un tempo solidissime, su cui era stato edificato un paese divenuto in poco più di due secoli un impero globale, l’unica superpotenza rimasta dopo guerre fredde e combattute sul campo.</p><p>E poi c’è l’esempio della Russia, dove Dio è protettore in guerra, a sentire il Patriarca moscovita Kirill: la guerra giusta voluta dal Signore per fare grande la madrepatria. Un referendum popolare, nel 2020, ha approvato nel disinteresse generale degli osservatori occidentali l’inserimento del riferimento a Dio nella Costituzione russa. Una riforma cruciale che costituisce un nesso inscindibile fra la patria e l’Onnipotente, ristabilendo nei fatti il bizantino legame fra la Chiesa e l’Impero. Ha scritto lo storico Giovanni Codevilla che “si rinnova tacitamente in tal modo tra il patriarca e il presidente quel contratto a prestazioni corrispettive che è tipico del giurisdizionalismo: da un lato il patriarca garantisce la legittimazione della sovranità dello Stato e dall’altro Putin concede una posizione privilegiata alla Chiesa”. Lo si è visto con la guerra all’Ucraina: Kirill si è fatto promotore della benedizione della spedizione armata per salvare la madrepatria e i valori tradizionali. All’alba dell’invasione, fu un’omelia pronunciata dallo stesso Patriarca a chiarire il concetto: “Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbas. E nel Donbas c’è il rifiuto, un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale”. Quali fossero i valori, il Patriarca lo spiegò poco dopo: “consumismo eccessivo” e libertà di “organizzare parate omosessuali”. Rivestiva, Kirill, il compito di provvedere alla militarizzazione delle coscienze, anche a costo di vedere smarrito di colpo il prestigio di cui godeva in occidente, lui che da sempre era considerato uno dei più “progressisti” dell’alto clero moscovita, affascinato dallo spirito della Compagnia di Gesù e bendisposto nei confronti di Roma. Fu lui, dopotutto, ad abbracciare il Papa in uno storico incontro al l’Avana, nel 2016, firmando pure una dichiarazione congiunta che mandò su tutte le furie le Chiese ucraine e che conteneva, nei fatti, un riconoscimento all’armamentario propagandistico del Patriarcato moscovita. Anni dopo, per citare una massima di Francesco divenuta celebre, quel Kirill s’è fatto “chierichetto di Putin”. Ma il Patriarca non faceva altro che adattare e declamare dai pulpiti dell’ortodossia il manifesto del grande teorico del pensiero putiniano, Aleksandr Dugin. Già anni prima dell’attacco all’Ucraina, quest’ultimo chiariva che “non c’è un’aggressione di Putin, ma la restaurazione di una civiltà russa che si era dissolta. Queste accuse sono il risultato della paura che la Russia si riaffermi come potere indipendente e che voglia difendere la propria identità”. E’ una guerra fra Bene e Male, dove Mosca naturalmente rappresenta il Bene, mentre l’occidente corrotto è il Male da estirpare alla radice, anche a costo di indicibili sofferenze. Nell’anima e nel corpo della stessa Chiesa.</p><p>Dio non è morto nel Vicino e Medio Oriente, non è morto in Israele, dove l’elemento religioso (l’ebraismo) si sta confondendo sempre di più con lo Stato di Israele, con la sovrapposizione ormai implicita di antisemitismo e antisionismo, arrecando di conseguenza danni enormi al dialogo anche con la Chiesa cattolica. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, le relazioni fra la Santa Sede e Israele e fra le gerarchie romane e gli esponenti religiosi ebrei si sono fatte complicate, segnando un ritorno indietro di decenni nel superamento dei vecchi e gravi screzi e stereotipi. E Dio è più vivo che mai nelle periferie della fede, dall’Africa all’Asia, dove i numeri raccontano di una crescita del cattolicesimo come mai s’era vista prima d’ora. Non è morto in Iran, teocrazia sciita più politicamente rilevante della regione, benché ammaccata dai danni subiti dalla propria diramazione libanese, con la decapitazione dei vertici di Hezbollah, e da quella siriana.</p><p>Prevedere cosa accadrà in futuro, azzardare tendenze e realizzare proiezioni, è questione delicata e complessa. Bisogna tener conto dei fenomeni migratori e, soprattutto, dei trend demografici. Il Pew Research Center, autorità massima in materia, osserva che la religione islamica crescerà a un tasso maggiore rispetto a tutte le altre e ciò è dovuto ai tassi di natalità assai più elevati in Medio Oriente, Asia meridionale e Africa. Entrando nel dettaglio, si prospetta che la popolazione musulmana passerà dal 24,9 per cento del 2010 al 29,7 per cento del 2050. Più complicato il discorso relativo al cristianesimo, la cui crescita rallenta in Europa e America settentrionale, ma aumenta – e non di poco – in alcune parti dell’Asia e soprattutto in Africa. Dato tale quadro, si prevede che se nel 2010 i cristiani nel mondo erano il 31,2 per cento della popolazione, saranno il 31,4 nel 2050. Una prova di “resistenza”, insomma, dovuta essenzialmente alla crescita africana. Un discorso a parte lo merita l’induismo, che cresce, sì, ma è anche circoscritto geograficamente al subcontinente indiano. Stando agli attuali trend demografici, dovrebbe passare dal 15 per cento del 2010 al 15,2 del 2050, rimanendo stabile. Un processo simile vale per il buddismo, che però dovrebbe far registrare una contrazione, dal 6,9 al 6,2 per cento. Stabile l’ebraismo, condizione dovuta principalmente ai trend demografici in Israele.</p><p>I numeri spesso dicono poco se decontestualizzati o analizzati in modo freddo. A volte, però, danno luogo a paradossi che inducono ad ampliare lo spettro con cui si guardano i fenomeni. Nonostante la nostra prospettiva occidentale sia portata a vedere pressoché ovunque i segni della secolarizzazione e di un sempre maggiore disinteresse nei confronti del fenomeno religioso, si scopre che la percentuale di quanti si dichiarano atei o agnostici è destinata a diminuire, passando dal 16 per cento del 2010 al 13 per cento del 2050. E questo perché, nelle aree da noi più lontane – quelle con tassi di natalità più alti –, cresce il numero di chi è per così dire affiliato a una religione. Rodney Stark ha scritto fino all’ultimo che mai il mondo è stato più religioso di com’è ora, smentendo i luoghi comuni su un Medioevo fatto di chiese stracolme di credenti e di orante devozione popolare. Non era così.  Mai come in quest’epoca, la fede segna il dibattito pubblico e la religiosità aumenta in territori dove fino a un secolo fa la presenza cristiana era rappresentata solo da qualche sparuta missione. Il filosofo e sociologo Hans Joas osservava  che “in un’ottica globale non c’è perciò alcun motivo per guardare con scetticismo alle possibilità di sopravvivenza del cristianesimo. La situazione sembra essere piuttosto la seguente: quella che stiamo vivendo oggi è una delle fasi più intense di diffusione del cristianesimo che si siano mai registrate nella storia”.</p>]]></description>
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				<title>Leone XIV, la teoria dei giochi e la pazienza del matematico</title>
				<pubDate>Mon, 11 May 2026 09:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Carlo Alberto Carnevale Maffè</author>
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				<description><![CDATA[<p>C’è un dettaglio del curriculum di <b>Robert Francis Prevost</b> che la stampa ha trattato come simpatica curiosità biografica e che invece è la chiave di lettura più trascurata del pontificato in corso: <b>prima del seminario, prima di Sant’Agostino, prima dei vent’anni di pastorale tra i poveri di Chiclayo, c’è una laurea in Matematica al Villanova College</b>. Una laurea vera, non un omaggio onorifico, con tutto ciò che quel titolo comportava negli anni Settanta: analisi, algebra, logica formale e una sostanziosa dose di teoria dei giochi. Non è un dettaglio. E’ il dettaglio. Perché <b>osservando la dinamica delle ultime settimane</b> – Trump che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/04/13/news/il-prevedibile-attacco-di-trump-al-papa--276420">definisce il Pontefice “debole sul fronte della criminalità”</a>, Vance che&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/04/16/news/se-jd-vance-da-lezioni-di-teologia-al-papa--276636">lo redarguisce su “questioni teologiche”</a>, Leone che risponde con quel gelido “non ho paura di Trump” – <b>si ha la netta impressione che ci sia, nel comportamento del Papa, qualcosa che va oltre la grammatica diplomatica vaticana che abbiamo sempre conosciuto</b>. Non c’è il gioco di sponda curiale, non c’è il classico <i>non possumus</i> avvolto in cinque subordinate, non c’è la mediazione tomistica. C’è, invece, una sequenza di mosse asciutte, calibrate, posizionali. Mosse da chi sa che la partita non finisce in questa singola interazione. In linguaggio rigoroso: <b>Leone XIV sta giocando un gioco ripetuto contro avversari che si comportano come se fosse un gioco one-shot</b>.</p><p>Nei manuali di <i>game theory</i>, la distinzione tra giochi a singola interazione e giochi ripetuti è la madre di tutte le distinzioni. Nel primo caso, defezione, comportamento aggressivo, predatorio, opportunistico, sono scelte razionali: non c’è domani, l’unica logica è massimizzare il payoff immediato. E’ il modello mentale del trumpismo come tecnica negoziale: alzare l’asticella, intimidire, strappare la concessione. Trump gioca con <i>The Art of the Deal</i>, dove ogni transazione è un universo chiuso. Nei giochi ripetuti, viceversa, la cooperazione diventa equilibrio sostenibile e la credibilità diventa la valuta più preziosa. Quello che paghi oggi in apparente arrendevolezza, lo recuperi domani in capitale di fiducia. Quello che incassi oggi in vittoria muscolare, lo paghi domani in isolamento. <b>La pazienza, in altre parole, è una funzione strategica, non una virtù morale</b>.</p><p>Ora: la Chiesa cattolica è, incomparabilmente, l’istituzione che gioca il gioco ripetuto più lungo della storia umana. Ventuno secoli di interazioni iterate, con un discount factor prossimo a uno: ovvero un orizzonte temporale talmente esteso da dare al presente un peso minimo. Per chi gioca con questi criteri, rispondere all’invettiva di Trump con un’invettiva simmetrica sarebbe irrazionale: sarebbe come giocare una partita a scacchi contro chi sta giocando a rubamazzetto.</p><p>La risposta di Leone – quel “non ho paura di Trump” pronunciato con la levità dello studioso che non si accorge nemmeno della provocazione – è, in termini di game theory, un perfetto costly signal à la Spence. Un segnale credibile proprio perché costa: l’unico modo per emetterlo senza danneggiarsi è essere effettivamente nella posizione che si dichiara. Trump, leggendo il segnale, capisce due cose insieme: che la minaccia non funziona, e che ha già perso il primo turno della reputazione.</p><p>Il rifiuto a scendere sul terreno del dibattito è forse ancora più sottile. Il premio Nobel Schelling, in The Strategy of Conflict, ha spiegato che, paradossalmente, limitare le proprie opzioni è spesso la mossa più forte. Bruciare i ponti dietro di sé, legarsi al palo come Ulisse, dichiarare in anticipo cosa non si farà: tecniche per costringere l’avversario a un equilibrio diverso. Quando Leone dichiara di non voler “fare alcun dibattito” con l’amministrazione americana, non sta evitando il confronto: lo sta strutturando. Sta dicendo: il terreno di gioco non è il talk-show, è l’enciclica. Tu giochi sui ritmi mediatici di 24 ore, io sui ritmi pastorali di 24 anni.</p><p>Resta l’ipotesi finale, la più interessante. Che Leone XIV abbia scelto il proprio nome – Leone, come il pontefice della Rerum Novarum del 1891 – non solo per evocare un precedente magisteriale, ma per segnalare in anticipo la propria funzione obiettivo. Un nome, in teoria dei giochi, è un commitment device: una volta emesso, vincola le mosse successive in modo verificabile. Chi si chiama Leone, in questo momento storico, non può che scrivere un’enciclica sul nuovo lavoro – quello mediato, prezzato e talvolta espropriato dagli algoritmi. E non può scriverla cedendo né al mercato senza limiti né allo stato padrone, né – è la novità della partita – alla nuova religione dei dati di Thiel e Vance. A quel punto, la mossa di Trump sarà già obsoleta: la partita finita prima che loro si accorgano di averla giocata.</p>]]></description>
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				<title>Leone XIV il riequilibratore</title>
				<pubDate>Sat, 09 May 2026 09:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Le congregazioni generali che anticipano il Conclave sono spesso snobbate. I giornalisti attendono fuori dall’Aula Nervi i cardinali più che altro per guardarli bene in faccia e capire chi siano, per strappare loro qualche battuta – di solito dicono “ci conosciamo, vediamo, discutiamo ma non abbiamo le idee chiare”, anche se stavolta un eminentissimo asiatico arrivò a dire “decideranno i soldi” – e condire gli articoli in tempo di Sede vacante infarciti di profili papabili e di curiosità amene sul mondo che s’accinge alla suprema elezione. <b>Compresi i retroscena su quei due o tre non elettori che, dopo aver partecipato a una riunione, non si trovavano più. Avevano preferito godersi la frescura del maggio romano tra i Castelli e il mare. </b>In realtà, come dimostrò peraltro il Conclave del 2013, un bel pezzo della talare bianca del futuro vescovo di Roma viene cucito in quei giorni di discussioni. Il Consiglio della corona (C9 poi ridotto) istituito da Francesco rientrava fra le richieste dei confratelli. Un anno fa, tolta l’ardente melassa e le necessarie banalità di rito, s’era percepito che una buona parte del Collegio domandava una tregua, un periodo di decantazione dopo il turbine scatenato dal Papa preso quasi alla fine del mondo, che governava tra un motu proprio dietro l’altro e un fiume inarrestabile di interviste. <b>Non era tanto questione di mozzetta e stemma sulla fascia</b> (che comunque qualche cardinale, e non dei più scontati, pose all’attenzione dell’assemblea), bensì di dare ordinarietà alle riforme avviate da Francesco. Dopotutto, il plenum elettorale era in gran parte prodotto di quel pontificato. Il principio cardine della <i>Evangelii gaudium</i>, l’esortazione che fece da summa al suo pontificato – un programma di governo, benché lui detestasse tale definizione – era esplicitato da un’immagine: la Barca messa in mezzo al mare e mossa dallo Spirito verso mete lontane, forse inesplorate, senza una rotta predeterminata. Senza cioè gli irrigidimenti dottrinali, gli schemi, i piani. Senza le costrizioni clericali e curiali. Vaste programme. A<b>l nuovo Papa, ancora sconosciuto, non si domandava d’invertire il senso di marcia della Barca, ma di dotare la navigazione di una bussola.</b> Va bene andare al largo, ma meglio evitare scogli e tempeste che potrebbero farla affondare. Ecco.</p><p>Robert Francis Prevost pareva ai più, al di là delle ricostruzioni su come andò il Conclave (come sempre, non esistono due versioni uguali benché le fonti consultate siano tutte sicurissime e di altissimo profilo), l’uomo giusto. Mite e taciturno, poche interviste. Nessun libro scritto, tant’è che per celebrare il primo anno di pontificato si pubblicano le omelie di quand’era priore agostiniano. Esperienza da capo di un ordine religioso, conoscitore della curia ma non troppo, missionario. Canonista. Matematico. <b>Uomo d’ordine e logica, insomma</b>. E pure decisionista, come sa bene chi lo conobbe nei panni di vescovo di Chiclayo, in Perù.</p><p><b>Per un anno, Leone XIV è stato vittima del confronto con il predecessore, cosa del resto inevitabile.</b> Toccò pure a Benedetto XVI, sovrastato a lungo dall’eco “santo subito” che interruppe la sua omelia ai funerali di Giovanni Paolo II. E toccò anche a Francesco, quando si cercò in ogni modo di sottolineare una continuità con Joseph Ratzinger che, come poi avrebbe dimostrato la storia, poteva essere “solo” dogmatica. Non era un dramma, non si parlava di questioni fissate <i>ex cathedra</i>. Così, se due ore dopo il primo saluto alla folla di Leone ci fu chi assicurò la piena e totale continuità con Francesco – quasi a dire “pericolo scampato” –, con il passare del tempo la nostalgia per Jorge Mario Bergoglio si faceva più forte. Avvertibile tra i ristoranti di Borgo, nelle sacrestie delle chiese, nelle redazioni di giornali, tra le masse dei fedeli. Una delle “accuse” mosse al Pontefice americano era quelle di non parlare. Di non parlare davanti a quanto accadeva nella Striscia di Gaza, soprattutto. Di essere timido, di non condannare Israele e Netanyahu (perché poi era questo il punto che interessava l’ampio spettro degli intellò che non credono ma che <b>avevano deificato Francesco alla stregua di un Moai umanitarista, ecologista, pacifista e senza dubbio filantropo</b>), di avere addirittura rivolto vari appelli contro il riesplodere veemente dell’antisemitismo quando in quel fazzoletto di terra davanti al Mediterraneo la gente moriva sotto le bombe. In realtà il Papa parlò e agì. Parlò quando un missile dell’Idf colpì il complesso parrocchiale della Sacra famiglia a Gaza City (e parlò al termine di un Angelus estivo, sconfessando pubblicamente la versione ufficiale) e agì quando dal Vaticano fu pubblicato un comunicato che dava ben altra interpretazione circa i contenuti dell’udienza concessa al presidente Isaac Herzog. Non è bastato per togliere a Leone l’immagine del Papa silente attento alle diplomazie e all’uso delle parole, che non menziona il genocidio e che quando parla di Nato non lo fa per dire che abbaiava alle porte di Mosca. <b>Il mito della continuità s’infrangeva dunque sulla politica internazionale</b>, sul presunto mancato interventismo del vicario di Cristo nelle piaghe purulente dei mali terreni. Fino a tre settimane fa, quando Donald Trump e J.D. Vance lo attaccarono e lui reagì, seppure nel suo stile, dicendo di non avere paura, auspicando che le critiche alla sua persona fossero improntate a un principio di verità e assicurando comunque di non voler aprire un dibattito con l’Amministrazione repubblicana sul tema. A quel punto, ogni parola pronunciata tra Algeria e Camerun, Angola e Guinea equatoriale, veniva letta attraverso la lente dello “scontro” con Trump e quindi il Papa fin lì taciturno divenne in un battito di ciglia l’araldo della Provvidenza mandato a fermare l’inquilino della Casa Bianca e naturalmente il frontman delle forze progressiste mondiali. <b>La polarizzazione ideologica non ha risparmiato neppure la Sposa di Cristo, insomma.</b></p><p>Se non si torna agli ultimi anni del pontificato di Francesco non si riesce a inquadrare il profilo di Leone XIV. <b>Jorge Mario Bergoglio è stato un <i>unicum</i> nella storia recente della Chiesa e dunque, per definizione, irripetibile</b>. Non poteva esserci un Francesco II perché un Francesco II semplicemente non esiste. I cardinali cercavano uno “stabilizzatore”, un uomo che facesse avanzare la Chiesa in una ordinata continuità. Certo, vi erano in Sistina anche gli irriducibili che volevano il Vaticano III e che, all’opposto, auspicavano una retromarcia spinta. Ma erano minoranze evidenti.</p><p><b>I pilastri del pontificato bergogliano sono tutti ben presenti nell’agenda di Prevost. </b>Il Papa li richiama di continuo, poveri e migranti, cura del creato, missione e uscita. Ma lo fa a modo suo, in qualche caso anche correggendo interpretazioni ambigue di documenti del predecessore assai strumentalizzati. Si prenda uno dei testi più discussi, <i>Amoris laetitia</i>, promulgato dieci anni fa. Leone XIV non l’ha condannata all’oblio, anzi: ha convocato per l’autunno a Roma i capi delle conferenze episcopali del mondo per riflettere su quell’esortazione apostolica. Ma nell’invitare i vescovi all’assemblea, ha sottolineato solo i punti sui quali all’epoca vi fu un generale consenso. Della famosa nota a piè di pagina che sdoganava in certi casi il riaccostamento all’eucaristia dei divorziati risposati, neanche una minima traccia. Lo stesso può dirsi sulla sinodalità, parola che ha pronunciato anche nel lungo discorso post elezione. <b>Sinodalità che per lui è “stile”, “un atteggiamento che ci aiuta a essere Chiesa”</b>. Come si declinerà questo stile lo si vedrà col tempo. Significa semplicemente un “camminare insieme” tra vescovi o un luogo dove far maturare decisioni volte a riformare, cambiare, smontare e riedificare?</p><p>Lo stesso discorso vale anche per uno dei must del pontificato bergogliano, quel todos, todos, todos che in parecchi hanno interpretato come un via libera generalizzato a qualunque apertura, andando ben oltre gli intenti dello stesso Francesco. Leone, in aereo, ha ripetuto quel todos, todos, todos, ma <b>rielaborandolo e ridefinendolo</b>: “La famosa espressione di Francesco esprime la convinzione della Chiesa che tutti sono accolti, tutti sono invitati, tutti sono invitati a seguire Gesù e tutti sono invitati a cercare la conversione nella propria vita”. Insomma, va’ e d’ora in poi non peccare più. Da un anno gli addetti ai lavori s’interrogano, sempre più distrattamente, se Leone XIV sia conservatore o progressista, più ratzingeriano o più bergogliano. E’ la stanca categorizzazione che resta come conseguenza delle politiche conciliari, la necessità di irregimentare preti vescovi e pure Papi. La risposta non c’è, perché basta andare a selezionare una frase contenuta in qualche discorso od omelia per sostenere la propria tesi. Senza che nessuno abbia la prova incontrovertibile che la possa confermare o negare. <b>Robert Prevost è un uomo di mezzo, una specie di “sintetizzatore” che ha come fine supremo preservare l’unità della Chiesa.</b><i> In illo uno, unum</i>. In colui che è uno, siamo una cosa sola. E’ un motto che descrive appieno i primi dodici mesi dell’èra leonina. Anche le lentezze che gli vengono imputate in relazione alle nomine e ai documenti ufficiali vanno letti in quest’ottica: prima di deliberare, è necessario fare la sintesi affinché la tenda sia abbastanza ampia da coprire tutti. Senza strappi.</p><p><b>E’ allora grottesco farsi prendere dal panico o dall’estasi controllando la lista delle personalità ricevute in udienza, quasi a rimarcare una particolare affinità con questo o quel vescovo.</b> Riceve gli ultraconservatori e quindi tende da quella parte. Non dice nulla sulla processione giubilare lgbtqi+ in San Pietro e dunque ha in simpatia quel movimento. Leone XIV riceve e ascolta tutti, riflette prega e decide. Tutti, o quasi, certo. L’obiezione scontata è che ha scelto di <b>non dare udienza al superiore generale della Fraternità San Pio X</b>, i lefebvriani, preferendo lasciare il cardinale Fernández a gestire la pratica. C’è chi sostiene che il diniego papale non va letto in un’ottica di scontro o poca considerazione, quanto perché la questione è troppo delicata: sentirsi dire, vis-à-vis che si rifiuta il Vaticano II e che si procede con le consacrazioni senza mandato papale, significherebbe chiudere la partita una volta per sempre.</p><p>L’attendismo affinché l’unità prevalga su tutto, però, può essere rischioso. <b>Rischia di far percepire la forza tranquilla del Papa come un generale immobilismo.</b> La cautela va benissimo. Troppa può attirare l’attenzione dei corvi sempre volteggianti. E’ senza dubbio l’effetto psicologico della calma dopo la frenesia della stagione di Francesco, quasi un effetto collaterale della cura imposta dal Conclave. Il problema è che fuori dal recinto di San Pietro non si aspetta il lento “conoscere per deliberare” di Leone XIV. Lo si è visto con <b>la Chiesa tedesca</b>, sempre più avvitata in un groviglio di recriminazioni e pretese che l’allontanano inesorabilmente da Roma, fino al punto da derubricare i moniti del vicario di Cristo in terra a <b>discutibili opinioni personali</b>. E qui non c’è di mezzo la <b>Cina</b>, con quell’accordo segreto del 2018 che – secondo Human Rights Watch – non ha fatto altro che peggiorare la vita per i cattolici in quell’immenso paese orientale. Di quel che fa Xi Jinping non si può parlare, siano le croci fatte togliere dalle chiese o il divieto per i minori di partecipare alle messe, per non parlare dei vescovi non allineati fatti sparire. Non si può parlare neppure di <b>Jimmy Lai</b>, l’attivista cattolico quasi ottantenne condannato a vent’anni di galera (cioè alla morte) da un tribunale di Hong Kong. In questi casi il silenzio del Papa, seppure doloroso, lo si può comprendere: è l’atroce realismo politico che costringe a non parlare per evitare guai peggiori. Pio XII fu crocifisso per questo e portò la croce senza mai pronunciare una parola a sua discolpa. Lui sapeva bene che quando i vescovi olandesi nel 1942 avevano protestato contro i nazisti, la reazione era stata micidiale: tutti gli ebrei convertiti al cattolicesimo furono arrestati, compresa Edith Stein.</p><p>Con le istanze della Chiesa tedesca perfino Francesco, che arrivò a domandare pubblicamente ai vescovi locali se fossero ancora cattolici, fallì. <b>Può avere miglior sorte il prudente approccio leonino?</b> Si vedrà, sperando che nel frattempo la falla sul Reno non s’allarghi ad altri episcopati. E auspicando, comunque, che il secondo anno di pontificato non si riduca a disquisizioni sul fatto che il Pontefice sia o no favorevole al nucleare iraniano come sostiene, con solida sicurezza, il presidente americano inviato – gli dicono – dal Paraclito per salvare l’umanità perduta.</p><p>Leone XIV, in fin dei conti, vorrebbe solo realizzare il punto centrale del suo “programma”, annunciato ai cardinali il giorno dopo l’elezione, il 9 maggio di un anno fa: sparire perché resti Cristo.</p>]]></description>
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				<title>Quanto durerà la tregua tra Washington e il Vaticano</title>
				<pubDate>Fri, 08 May 2026 19:42:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Scambiati i doni, fatte le foto di rito e stilati i comunicati d’ordinanza, la fragile tregua sarà messa alla prova dei fatti. <b>I primi segnali non inducono all’ottimismo</b>, visto che Donald Trump ha fatto subito trapelare di aver consegnato a Marco Rubio (che ha detto che forse in futuro ci si sarà una telefonata fra il presidente e Leone) una lista di cose da far sapere al Papa. A cominciare dal fatto che l’Iran non deve avere l’arma nucleare. Ma sui destini del conflitto nel vicino e medio oriente la Santa Sede può ben poco, al di là del generico e scontato appello al dialogo e alla pace. Il Papa può chiedere che le armi tacciano, come del resto fece un ventennio fa Giovanni Paolo II alla vigilia della guerra in Iraq, <b>ma più di questo poco si può fare</b>. E’ l’esercizio del ruolo spirituale, del richiamo evangelico, se si vuole pure ai princìpi del bene comune.&nbsp;</p><p>Che il Pontefice possa concretamente avere un ruolo pratico nel cinquantennale conflitto tra i pasdaran e Washington è una prospettiva irrealistica. Come del resto lo era il desiderio di Francesco di farsi mediatore tra russi e ucraini, al principio del conflitto scatenato da Vladimir Putin nel febbraio del 2022. Mosca non avrebbe mai potuto accettare che a gestire il tavolo dell’ipotetico negoziato fosse il Papa di Roma. Quello cui era – ed è, chissà fino a quando – vietato mettere piede sul suolo russo per diktat dell’ortodossia nazionalista moscovita. Per questo appare anche inutile indagare il ruolo che la Santa Sede può giocare sulle rive dello Stretto di Hormuz. Semplicemente perché non può esercitarne alcuno.</p><p><b>Dove invece Roma è centrale è nella partita di Cuba.</b> Non è un caso che diverse fonti americane, poche ore dopo che Rubio aveva lasciato il Vaticano per fare rientro in hotel, facessero intendere che questo fosse stato il piatto forte del menù squadernato nelle udienze con il Papa e soprattutto con i vertici della Segreteria di stato. Cuba, ha fatto sapere Trump, sarà il prossimo obiettivo una volta conclusa in un modo o nell’altro la pratica iraniana. L’isola caraibica è senza petrolio e benzina (non c’è più Maduro a Caracas a rifornire le pompe cubane), medicinali e prodotti alimentari. Sempre più frequenti i blackout elettrici. La Santa Sede è divenuta il canale privilegiato del governo dell’Avana per mettere in risalto la propria situazione. Lo scorso marzo, il cardinale Pietro Parolin confermava che <b>“abbiamo fatto ciò che dovevamo fare, abbiamo incontrato il ministro degli Esteri e abbiamo compiuto i passi necessari, sempre con l’obiettivo di una soluzione dialogata dei problemi esistenti</b>”. Il governo faceva sapere di aver liberato cinquantuno prigionieri come gesto di buona volontà anche grazie agli “stretti e fluidi rapporti tra lo stato cubano e il Vaticano”. Dopotutto, a fine febbraio, il Papa  – che all’Angelus aveva rivolto poche settimane più tardi un pensiero al “caro popolo cubano” – dava udienza a  Bruno Rodríguez Parrilla, inviato speciale del presidente Miguel Díaz-Canel e, di concerto, Parolin riceveva l’ambasciatore americano all’Avana Mike Hammer. Se si cercava però un canale dialogante e di moderazione con Rubio su questo dossier, le speranze sono andate immediatamente deluse. Proprio in concomitanza con la visita del segretario di stato Oltretevere, Washington annunciava un inasprimento delle sanzioni, colpendo questa volta il Grupo de Administración Empresarial e la società Moa Nickel, attiva nell’estrazione di minerali strategici.</p><p><b>Leone XIV, intanto, oggi era a Pompei e Napoli. </b>Nell’omelia pronunciata davanti al santuario mariano ha ricordato che “esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei. Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa”. “Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo – ha aggiunto – chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono”. Successivamente si è spostato nel capoluogo campano, dove ha incontrato la cittadinanza in piazza del Plebiscito.</p>]]></description>
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