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		<title>Chiesa</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:40:03 +0200</pubDate>
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				<title>&quot;Il fine vita è un&#039;ipocrisia. In Francia vogliono legalizzare l&#039;iniezione letale&quot;. Intervista al vescovo di Bayonne</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> “Le nostre società occidentali si stanno suicidando, non solo perché fanno sempre meno figli, ma anche perché programmano l’eliminazione delle persone più fragili, considerate un peso per una società nella quale prevalgono l’efficienza e il benessere. Aiutare a vivere costa più che aiutare a morire”. <b>Non si cela dietro al diplomaticamente corretto, mons. Marc Aillet, vescovo di Bayonne, conversando con il Foglio dopo il voto sul “fine vita” del Parlamento francese.</b> Il presule ha ricordato che “il sostegno pubblico a una legge gravemente contraria all’insegnamento morale della Chiesa pone un vero problema di coerenza ecclesiale” e ha scritto che “parlare di ‘aiuto a morire’ è un’ipocrisia: il vero obiettivo è legalizzare il suicidio assistito e l’eutanasia”. Che cos’è accaduto in Francia?</p><p>“In effetti, i termini ‘suicidio assistito’ ed ‘eutanasia’ sono stati prudentemente omessi dal testo della proposta di legge sull’‘aiuto a morire’, appena approvata in via definitiva, con una risicata maggioranza, dall’Assemblea nazionale in terza lettura. Ciò dimostra che si teme l’impatto di queste parole sull’opinione pubblica e sul rapporto di fiducia tra operatori sanitari e malati. Ma si tratta di pura ipocrisia, perché ciò che si vuole legalizzare è proprio l’iniezione letale che, con il pretesto di alleviare sofferenze refrattarie, costituisce un atto volto deliberatamente a dare la morte”. In pratica, dice mons. Aillet, “<b>è come se, davanti a un uomo che, in un momento di disperazione, stesse per gettarsi da una finestra sotto i vostri occhi, voi lo aiutaste spingendolo nel vuoto.</b> Può sembrare un paragone semplicistico, ma è effettivamente ciò che è stato appena votato dalla maggioranza dei deputati. Mi sembra che la forzatura del governo, il cui programma era noto fin dall’inizio di questo mandato presidenziale, la scarsa distanza critica di molti parlamentari rispetto a un testo di legge complesso e la pressione unilaterale esercitata da potenti gruppi di pressione attivi da anni abbiano avuto la meglio sulle esitazioni di numerosi deputati che, a loro dire, hanno votato ‘secondo coscienza’, ignorando tuttavia gli allarmi lanciati dagli operatori sanitari direttamente coinvolti, i quali, nella loro larghissima maggioranza, sono contrari al suicidio assistito e all’eutanasia. <b>Non si è voluto ascoltare chi, con riconosciuta competenza professionale e straordinaria dedizione, opera quotidianamente nelle cure palliative</b>”.</p><p><i><b>Come si spiega questo cambiamento culturale, prettamente occidentale, che porta a legiferare sulla morte anziché sulle politiche a favore della vita, come ad esempio sulla natalità? Vede una contraddizione  in questo comportamento?&nbsp;</b></i></p><p>Risponde mons. Marc Aillet: “Ci troviamo in una piena contraddizione. Da una parte si iscrive, come in Francia, la libertà di abortire nella Costituzione e si promuove la procreazione medicalmente assistita senza padre e la gestazione per altri per le coppie omosessuali che desiderano un figlio. Il bambino non è più considerato portatore di una dignità intrinseca, anteriore a qualsiasi riconoscimento da parte della società: viene invece subordinato al desiderio degli adulti o al progetto genitoriale. <b>Si instaura così, democraticamente, una nuova forma di schiavitù che produce una classe di ‘sub-uomini’</b>. L’argomento della compassione è soltanto di facciata: si tratta di una scelta politica deliberata, sostenuta da un’ideologia della morte e da calcoli economici di basso livello. E’ l’individualismo consumistico a prevalere ovunque in occidente: la libertà di godere senza limiti. Ma questa libertà non sarà mai realmente accessibile se non ai più ricchi; i poveri, sotto la pressione di questa cultura incoraggiata dal legislatore, finiranno per farsi da parte spontaneamente, ma con quale ‘consenso libero e informato’?”.</p><p><b><i>Ha sorpreso e non poco la grande mobilitazione del laicato francese. Se l’aspettava?</i></b></p><p>“Non c’è dubbio che questo lungo dibattito sul fine vita, con i suoi molteplici sviluppi e colpi di scena dall’inizio di questo quinquennio, abbia visto <b>una mobilitazione fuori dal comune delle associazioni pro vita di ispirazione cristiana</b>. Anche i vescovi di Francia si sono impegnati come mai prima d’ora, con una vera opera di formazione e sensibilizzazione per informare in profondità i fedeli e far valere tutto il loro peso morale, sia nei confronti del grande pubblico sia attraverso un intenso lavoro di pressione e dialogo con i parlamentari e il governo. La novità – sottolinea mons. Aillet – è che il laicato cattolico, attraverso associazioni molto attive – Alliance Vita, Fondation Lejeune, Associations Familiales Catholiques… –, si è unito ad associazioni di operatori sanitari o rappresentative delle persone con disabilità, oltre che alla Société Française d’Accompagnement et de Soins Palliatifs che, in quanto organismo competente, ha fatto costantemente sentire il proprio punto di vista. Di fronte alla propaganda a favore dell’eutanasia, ampiamente mediatizzata e finanziata dallo stato, portata avanti da organizzazioni come l’Admd, potentemente sostenuta dalle logge massoniche, e di fronte inoltre a una Convenzione cittadina quasi esclusivamente animata da sostenitori dell’eutanasia, nella quale <b>le voci pro vita non sono state né ascoltate né prese in considerazione, si è trattato della lotta di Davide contro Golia</b>”.</p><p><b><i>Tale mobilitazione ha avuto effetto, nonostante il voto? </i></b></p><p>“Questa battaglia è riuscita a modificare la posizione di molti parlamentari: il Senato alla fine ha rifiutato di votare il testo, il numero dei deputati favorevoli all’‘aiuto a morire’ è diminuito man mano che il dibattito procedeva, ed è probabile che, senza la corsa contro il tempo imposta dal governo, il voto avrebbe potuto avere un esito diverso! Del resto, la stragrande maggioranza del personale sanitario – medici, infermieri, operatori socio-sanitari – è contraria alla legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia; e l’opinione pubblica, quando viene interrogata in modo obiettivo dagli istituti di sondaggio – cioè senza presentare l’eutanasia come l’unica alternativa al dolore –, tende a rifiutare l’‘aiuto a morire’ e si pronuncia a favore delle cure palliative, il cui accesso universale, pur essendo stato nuovamente approvato all’unanimità dal Parlamento, non è ancora garantito. <b>E’ un lavoro di fondo che comincia a dare frutti e che finirà per prevalere, perché è lì che si trovano la ragione e la vera compassione: quella degli operatori sanitari che si dedicano anima e corpo ai malati e alle persone più fragili</b>, in particolare nelle unità di cure palliative. Essi sono realmente credibili, perché sono a contatto con la realtà, di fronte agli ideologi da salotto e da studio televisivo che promuovono il ‘diritto a morire con dignità’”.</p><p><b><i>E ora?</i></b></p><p>“Constato che, di fronte ai diversi ricorsi al Consiglio costituzionale, la mobilitazione non viene meno e non si percepisce scoraggiamento: le associazioni rimangono vigili e sono più che mai impegnate sul fronte dell’accompagnamento dei più fragili, della cura e dell’aiuto a vivere fino alla fine!”.</p><p><b><i>Anche molti cattolici, però, sostengono una legislazione sul fine vita. La motivazione è che si tratta di una “questione di dignità”. Insomma, spetta a me decidere come morire e, in fin dei conti, a che serve soffrire quando l’esito è inevitabile? Sono domande diffuse e non banali. Come risponde, da uomo di fede e pastore?</i></b></p><p>“E’ proprio vero che le parole non hanno più lo stesso significato, anche presso alcuni cattolici più permeabili allo spirito del mondo che all’insegnamento del Magistero. Per loro – ed è l’aria che respirano, impregnata di ciò che Papa Benedetto XVI chiamava ‘la dittatura del relativismo’ –, <b>la dignità dell’uomo coincide con una libertà assoluta: quella di decidere della propria vita e della propria morte</b>, che tuttavia si scontra con l’impossibilità di decidere l’inizio della propria vita! Si vede bene a quale autodistruzione conduce una simile concezione della società, nella quale necessariamente il più forte finisce per prevalere sul più debole! Per noi, invece, come ha ricordato bene il Concilio Vaticano II nella sua Costituzione pastorale Gaudium et Spes, la dignità della persona umana è legata alla nozione di ‘immagine di Dio’: l’uomo è stato creato – e questo gli impone effettivamente un limite – a immagine di Dio, cosa che gli conferisce una dignità eminente. Egli infatti è chiamato da Dio, nel quadro della sua natura, che non si è dato da sé ma ha ricevuto dal Creatore, a rendersi simile a Dio, essendo dotato di intelligenza, libero arbitrio e di una propria capacità di agire. Questa libertà non è indifferente al bene e al male, ma, in quanto facoltà della ragione e della volontà, affonda le sue radici nelle inclinazioni naturali dell’uomo verso la verità e l’amicizia: siamo liberi per amare nella verità e troviamo pienamente noi stessi soltanto nel dono disinteressato di noi stessi! Per natura siamo legati e dipendenti gli uni dagli altri, ed è assumendo liberamente questa dipendenza originaria che sperimentiamo i benefici della solidarietà e della fraternità, soprattutto accanto ai più fragili: questo è il segno di una civiltà degna di questo nome!”.</p><p><b><i>E la questione della sofferenza?</i></b></p><p>“La sofferenza è un ostacolo per tutti e, per noi cristiani, trova il suo significato ultimo soltanto nel mistero di Cristo morto e risorto: è attraverso la croce – che spesso siamo legittimamente tentati di evitare – che Gesù Cristo ci ha salvati. La sofferenza richiama la compassione degli altri; la sofferenza dell’altro è per ciascuno di noi un appello a sollevarla fisicamente e moralmente e, in questo senso, essa non è più assurda! L’esito della sofferenza non è certamente sempre la guarigione, ma è la vittoria dell’amore donato e ricevuto, con la grazia di Dio e la compassione attiva dei nostri cari, sul non senso, sulla disperazione e sulla morte. Con Cristo, la morte non è un fallimento: essa è superata dalla vita che il Risorto ci promette e ci offre. In questo senso, <b>è falso parlare di ‘fine vita’ e di ‘aiuto a morire’: queste espressioni traducono l’atteggiamento di coloro che non hanno speranza e non credono in un Aldilà dopo la morte.</b> Accompagnare fino alla morte significa richiamare le forze della vita che sono dentro ciascuno di noi; significa trovare la sorgente dell’amore che è più forte della morte! Gli operatori delle cure palliative lo sanno per esperienza: nella stragrande maggioranza dei casi, quando il paziente è sollevato dal dolore e accompagnato, non chiede più la morte”.</p><p><b><i>Tutto questo mentre, fra due mesi, il Papa si recherà in Francia. Parigi, Metz e Lourdes, luogo simbolico per i tanti sofferenti. A giugno, Leone XIV, intervenendo al Parlamento spagnolo, ricordava che la vita deve essere protetta dal concepimento fino alla sua fine naturale. Pensa che il voto francese potrà avere ripercussioni sul viaggio così tanto atteso?</i></b></p><p>“Sì, è vero che il Papa è invitato a venire in Francia dallo stesso presidente della Repubblica che ha fatto della promozione del diritto all’eutanasia e al suicidio assistito un punto d’onore, pur conoscendo perfettamente la posizione della Chiesa, che Papa Leone XIV ha già ampiamente espresso, in particolare davanti alle Cortes di Spagna e probabilmente anche durante l’udienza privata concessa a Emmanuel Macron lo scorso aprile: si sfiora la schizofrenia politica! Quando il Papa metterà piede sul suolo francese, la legge sarà già stata approvata dal Parlamento, ma ci si troverà nel pieno dei ricorsi davanti al Consiglio costituzionale, e i decreti attuativi non saranno ancora stati emanati dal governo o potranno essere contestati davanti al Consiglio di stato. Il Papa avrà ancora piena libertà di parlare, cosa di cui non si può dubitare, come suggerisce il tema del suo viaggio: Perché il mondo abbia la vita. Sappiamo che il Santo Padre dovrebbe intervenire davanti all’Unesco a Parigi e davanti <b>alla grotta di Massabielle a Lourdes, dove accorrono, nella speranza, tantissimi pellegrini malati e persone con disabilità.</b> Non si può immaginare che il Papa non colga l’occasione per un vero appello in favore dell’accompagnamento della fragilità fino alla fine, pronunciandosi ancora una volta ‘con serenità e fermezza’ contro l’eutanasia e il suicidio assistito. Non so quale eco questo potrà avere sul governo, ma nel contesto attuale avrà necessariamente un grande impatto sull’opinione pubblica e incoraggerà tanti fedeli e uomini e donne di buona volontà a continuare a condurre fino alla fine la buona battaglia della vita! Dopo di che, tutto è affidato alla grazia di Dio!”.</p>]]></description>
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				<title>Quasi finite le vacanze del Papa. Tra gite, sport e concerti, Leone si prepara a un autunno di fuoco</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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				<description><![CDATA[<p>Tre settimane nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, sul lago di Albano. Preghiera, letture e “speriamo un po’ di sport”, aveva detto il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/papa-leone-xiv_44108" target="_blank">Papa</a>&nbsp;salutando la folla che lo scorso 5 luglio lo attendeva nella cittadina laziale per l’inizio delle vacanze. <b>Di sport ne ha fatto (tennis e nuoto), tempo per controllare se i cavalli lì accuditi  stessero bene ne ha avuto</b>. E, come aveva annunciato, ha compiuto anche qualche gita fuori porta. Prima a Montecassino, con preghiera sulla tomba di san Benedetto e pranzo con la comunità benedettina. Poi al Santuario della Santissima Trinità a Vallepietra, e quindi a Subiaco, con meditazione davanti all’affresco duecentesco di San Francesco e nel Sacro Speco prima di un momento conviviale nel monastero di Santa Scolastica.</p><p>Nel mezzo, un pranzo con un gruppo di persone vulnerabili della diocesi di Roma e un concerto serale di musica sinfonica offerto dalla diocesi di Albano. Tre settimane di pausa, benché non completo: è sempre raggiungibile, anche in piscina ci sono gli apparecchi per le comunicazioni. Domenica si torna a Roma, salvo cambiamenti dell’ultima ora (come accadde l’anno scorso). <b>Non saranno le vacanze in montagna dell’alpinista Wojtyla, ma è qualcosa che gli si avvicina: per affrontare scismi, malelingue e colpi bassi, serve ricaricarsi</b>.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>I cavalli in via del Corso e la stamperia poliglotta</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>26 luglio 1471. Morì Paolo II, il veneziano Pietro Barbo. Nipote di Papa Eugenio IV, è ricordato anche per i suoi interventi legati al carnevale romano, per il quale venivano organizzate corse di cavalli (senza fantino) lungo l’antica Via Lata che per questo prese il nome di Via del Corso. Le gare si svolgevano fra Piazza del Popolo e il palazzo di San Marco (poi Palazzo Venezia), edificio da lui fatto costruire quand’era cardinale e che dal 1466 divenne la sua residenza abituale, dalla quale poteva assistere comodamente all’arrivo delle corse e alla spettacolare “cattura” dei cavalli.</p><p>27 luglio 1061. Morì Niccolò II, Gerardo di Borgogna. Era stato eletto a Siena in modo insolito, da cinque cardinali vescovi, senza l’intervento del clero e del popolo romano. Il suo pontificato si rivelò cruciale per la libertas Ecclesiae, uno degli scopi principali della riforma della Chiesa nel secolo XI. Per sottrarre definitivamente l’elezione pontificia al potere laicale, specie quello imperiale, promulgò nel 1059 la bolla In nomine Domini, con cui stabiliva che la scelta del Papa spettava ai soli cardinali vescovi, a maggioranza, ai quali si associavano poi gli altri cardinali e, infine, il clero e il popolo per l’approvazione; il Papa così eletto possedeva immediatamente la pienezza dei poteri della carica, indipendentemente dalla sua presa di possesso della sede romana e dalla sua intronizzazione; durante la sede vacante i cardinali vescovi avevano la responsabilità della chiesa romana. <b>Il decreto ridusse drasticamente il corpo elettorale, e l’elezione venne di fatto sottratta al potere laicale.</b> Le procedure furono ulteriormente precisate 120 anni più tardi, quando Alessandro III stabilì che a eleggere i Papi sarebbero stati tutti i cardinali con la maggioranza dei due terzi, norme ancor oggi in vigore.</p><p>29 luglio 1644. Morì Urbano VIII, il fiorentino Maffeo Barberini. Papa per oltre vent’anni, realizzò attività degne di nota, come la fondazione di un collegio per la formazione dei missionari e di una stamperia poliglotta per pubblicare libri anche in alfabeti diversi da quelli usati in Europa. Intervenne nella riforma del breviario, promulgò nuove procedure per la canonizzazione dei santi, approvò vari ordini religiosi, agì ripetutamente per l’applicazione dei decreti del concilio di Trento e lasciò una traccia artistica profonda a Roma, specie per la presenza di Giovan Lorenzo Bernini. Non altrettanto costruttivo fu invece il suo impegno politico. <b>Molto sicuro di sé e talvolta collerico, anche a lui si dovette l’irrigidimento che portò alla definitiva condanna di Galileo Galilei, di cui era stato estimatore e amico personale.</b> Cambiò radicalmente atteggiamento dopo aver riconosciuto le proprie argomentazioni contrarie all’eliocentrismo messe in bocca a Simplicio, personaggio del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo che impersonava un famoso commentatore aristotelico, spesso deriso nell’opera dello scienziato fiorentino come un “sempliciotto”.</p>]]></description>
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				<title>I dilemmi di Papa Leone davanti alle mosse cinesi</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:21:00 +0200</pubDate>
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				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Mercoledì, la Sala stampa vaticana ha dato conto dell’<b>ordinazione episcopale di Giuseppe Chang Yanfeng</b>, che il 15 giugno (ma si è saputo solo due giorni fa) il Papa aveva nominato vescovo di Chifeng, “avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese”. <b>E’ il primo vescovo in Cina a essere designato quest’anno.</b> Due erano stati nominati l’anno scorso, il primo s’era insediato a ottobre (il vescovo ausiliare di Shanghai, mons. Ignazio Wu Jianlin) e il secondo a dicembre (il prefetto apostolico di Xinxiang, mons. Francesco Li Jianlin). Entrambi erano stati scelti dal Partito comunista cinese durante la Sede vacante, sgarbo sommo di Pechino a Roma: il Papa era appena morto e, a funerali ancora da approntare, venivano scelti i presuli. Testimonianza evidente dello squilibrio che domina in un’intesa – provvisoria e segreta – che di fatto consente lecitamente alla Cina di scegliersi i vescovi che più corrispondono ai propri progetti di controllo dei culti religiosi. Il novello vescovo è stato ordinato dal vicepresidente dell’Associazione patriottica e il primo co-consacrante era il vicepresidente del Consiglio dei vescovi cattolici della Cina, una sorta di Conferenza episcopale che però la Santa Sede non riconosce. Mons. Chang Yanfeng, che era stato scelto già a marzo dai vertici locali, <b>è perfettamente inscritto nella teoria dei presuli fedeli al regime.</b> Come riporta Asianews, lo scorso 30 giugno il vescovo si è raccomandato sulla necessità di “seguire fedelmente le indicazioni che arrivano da Pechino” sul rapporto tra la popolazione di etnia han e mongola, chiedendo “disciplina” e sottolineando che è necessario integrare “pienamente il pensiero e i princìpi dello stato di diritto nell’intero processo del lavoro quotidiano di evangelizzazione”.&nbsp;</p><p>A poco più di un anno dall’elezione di Leone XIV, <b>è dunque evidente che nulla è cambiato</b> rispetto al pontificato precedente circa i rapporti – a livello di nomine episcopali – con la Repubblica popolare cinese. Pechino si sceglie i vescovi e Roma firma, dandone il placet. A volte, come è noto solo perché la Santa Sede ha pubblicamente manifestato la propria irritazione tramite comunicato stampa, le autorità cinesi procedono senza neppure chiedere il via libera (poco più che formale) al Vaticano. Accadde il 26 novembre 2022, quando  la Santa Sede prese “atto con <b>sorpresa e rammarico</b> della notizia della ‘cerimonia di installazione’, avvenuta il 24 c.m. a Nanchang, di S.E. mons. Giovanni Peng Weizhao, vescovo di Yujiang (provincia di Jiangxi), come ‘vescovo ausiliare di Jiangxi’, diocesi non riconosciuta dalla Santa Sede. Tale evento, infatti, non è avvenuto in conformità allo spirito di dialogo esistente tra la Parte Vaticana e la Parte Cinese e a quanto stipulato nell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, il 22 settembre 2018. Per di più, il riconoscimento civile di mons. Peng è stato preceduto, secondo le notizie giunte, da lunghe e pesanti pressioni delle Autorità locali”.</p><p><b>Il punto è: si poteva, ora, fare qualcosa di diverso? </b>Il Papa, nell’unica intervista concessa fino a oggi, ha parlato della questione cinese e ha detto subito che  “nel breve termine” avrebbe continuato “la linea che la Santa Sede ha seguito ormai da alcuni anni, e che è stata portata avanti da diversi miei predecessori. (…) Sono anche in dialogo continuo con diverse persone, cinesi, da entrambe le parti di alcune delle questioni in gioco. Sto cercando di comprendere meglio come la Chiesa possa continuare la propria missione, rispettando sia la cultura sia le questioni politiche ma anche rispettando un gruppo significativo di cattolici cinesi che per molti anni hanno vissuto una sorta di oppressione o difficoltà nel vivere liberamente la propria fede, senza dover scegliere una parte. L’Ostpolitik, le scelte fatte per dire in modo realistico: ‘Questo è ciò che possiamo fare ora, andando verso il futuro’, le sto certamente prendendo in considerazione, insieme ad altre esperienze che ho avuto in passato nel rapportarmi con persone cinesi – sia nel governo che tra i leader religiosi e i laici. E’ una situazione molto difficile. Nel lungo termine, non pretendo di dire cosa farò o non farò, ma dopo due mesi ho già iniziato a intrattenere discussioni su più livelli su questo tema”.</p><p><b>E’ evidente, quindi, che Leone proceda senza grande entusiasmo, o quantomeno con diversi dubbi.</b> Ma avrebbe potuto disconoscere subito un accordo di tale portata negoziato sottotraccia per anni? Quali sarebbero state le conseguenze sul popolo fedele cinese? Non si sta mica parlando delle “auto consacrazioni”, un po’ folkloristiche, viste all’inizio del mese a Ecône. Cosa sarebbe accaduto ai vescovi in Cina? Il Papa deve aver valutato che una certa stabilizzazione sia migliore del caos e che è preferibile (al momento) avere un rapporto strutturato da un accordo scritto che il nulla. Anche se le limitazioni alla libertà religiosa e di culto sono palesi, come denunciato più volte da osservatori indipendenti (anche cattolici) che da anni documentano quanto avviene in Cina: dal divieto per i minorenni di partecipare alla messa alla proibizione – in qualche provincia – di canti liturgici “rumorosi”. Per non parlare, ovviamente, dei giuramenti di fedeltà al leader supremo e all’obbligo di appendere i ritratti di Xi Jinping nelle chiese. Sul lungo periodo, però, non è affatto detto che le cose restino così. <b>Non si tratta di oscuri presentimenti. Sono le parole stesse del Pontefice.</b></p>]]></description>
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				<title>Solo la forza può costringere Putin al dialogo</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> “Gli attacchi russi sono deliberatamente diretti contro siti civili e, sebbene le difese aeree ucraine riescano ad abbattere parte dei missili e dei droni, altri riescono a passare. Innocenti vengono uccisi e famiglie perdono le proprie case a causa di questa campagna volta intenzionalmente a provocare vittime tra la popolazione civile. Questa non è guerra. E’ terrorismo”. A scriverlo, in un breve commento su First Things, è George Weigel. Biografo di Giovanni Paolo II ed esponente di punta dei neocon che proprio <b>di Karol Wojtyla poco gradirono la “svolta” pacifista in occasione del conflitto del 2003 contro l’Iraq di Saddam Hussein</b>. Le parole di Weigel rientrano in un ragionamento più ampio sul tema forte del momento: il dialogo.&nbsp;</p><p>Weigel fa un riassunto di quanto accaduto dal 2022 a oggi, osservando che <b>“Kyiv non dovrebbe essere costretta a sopportare tutto questo”</b>. Parte da un paragone con i giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, per i quali la resa rappresentava un disonore e quindi si doveva combattere fino alla morte, se necessario. “La barbarie russa in Ucraina è persino peggiore”, scrive Weigel, “perché viene presuntamente giustificata ricorrendo alla fede e alla verità cristiane”. La guerra si fa in nome di Dio, come è ovvio fin dalla lugubre omelia tenuta all’inizio del conflitto dal Patriarca di Mosca Kirill, che giustificò l’aggressione ordinata da Vladimir Putin come una guerra santa “religiosamente giustificata” tra la Russia cristiana e l’occidente satanico, al quale l’Ucraina aspirava ad aderire”. Una – osserva Weigel – “sacrilega campagna volta a benedire ciò che non può essere giustificato è proseguita da allora ed è stata condannata dal Patriarca ecumenico Bartolomeo I di Costantinopoli, il ‘primo tra pari’ nella guida delle Chiese ortodosse”. E qui si arriva al punto centrale. Data la situazione, è lecito sollevare “interrogativi urgenti sui limiti del dialogo in determinate circostanze storiche”. E’ un po’&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/07/21/news/tra-droni-e-commemorazioni-il-vaticano-ribadisce-totale-sostegno-a-kyiv--402789">il senso di quanto detto da Volodymyr Zelensky a mons. Paul Richard Gallagher (segretario vaticano per i Rapporti con gli stati) nel corso del colloquio di due giorni fa a Kyiv</a>: <b>dialogare è bello è indispensabile, ma come si fa quando dall’altra parte si rifiutano i tavoli del negoziato e si bombarda notte e giorno ogni città ucraina?</b> Weigel ricorda Winston Churchill, “che nel 1940 era disposto a ricorrere perfino all’impiego di gas mostarda per fermare un’eventuale invasione tedesca della Gran Bretagna”, ma che come principio generale sosteneva fosse “meglio parlarsi faccia a faccia che farsi la guerra”. Ecco perché non è certo inutile il continuo appellarsi al dialogo che fa il Papa, il quale ricorda costantemente che la guerra rappresenta sempre una sconfitta per l’umanità. Non sono parole vuote o di prammatica: “Siamo creature razionali, dotate del dono della ragione, che dovrebbe renderci capaci di risolvere i nostri conflitti senza ricorrere alla violenza di massa”. Per questo, scrive l’intellettuale americano, “il fallimento del confronto razionale nel risolvere i conflitti è sempre motivo di rammarico”. Detto ciò, precisa, dobbiamo rammaricarci anche di altro, ad esempio della “resa alla tirannia”. Il vero genocidio in corso, sottolinea, è quello in Ucraina, dove si sta tentando di cancellare una nazione e la sua cultura. Il mondo (o buona parte di esso) è acquiescente, mancando di dare sostegno “con ogni mezzo possibile” a quanti “mettendo a rischio ogni giorno la loro vit resistono ai tiranni e agli assassini che prendono deliberatamente di mira i civili nel tentativo di spezzare la volontà di resistenza di un intero paese”. Anche per questo, insomma, fermarsi al dialogo non dà contezza della complessità del problema. Infatti, <b>“un uso proporzionato e discriminato della forza armata può creare le condizioni perché diventi possibile quel tipo di dialogo capace di condurre a una pace fondata sulla sicurezza, sulla libertà e sulla giustizia”</b>. Ci sono infatti situazioni “nelle quali un dialogo autentico e veri negoziati diventano possibili solo quando l’aggressore (o coloro che lo mantengono al potere) si rende conto non solo che i suoi tentativi di conquista sono destinati al fallimento, ma anche che il protrarsi dell’aggressione comporta per i suoi costi insostenibili”. E’ allora che possono determinarsi – non è una certezza né un dogma – le condizioni affinché la ragione “possa finalmente svolgere il proprio ruolo nella risoluzione del conflitto”. Ed è questa, secondo George Weigel, la situazione dell’Ucraina di oggi.</p>]]></description>
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				<title>Tra droni e commemorazioni, il Vaticano ribadisce totale sostegno a Kyiv</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 19:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> <b>Mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli stati, è sempre stato la voce più filoucraina della filiera al comando in Vaticano.</b> Anche nei momenti in cui le tensioni con Kyiv erano più forti – erano i tempi in cui si suggeriva il coraggio della “bandiera bianca quando vedi che sei sconfitto” – lui ha sempre tenuto dritta la barra sul sostegno senza eccezioni di sorta al paese aggredito da Mosca. Negli ultimi giorni è stato in Ucraina, inviato dal Papa per le celebrazioni al santuario carmelitano di Berdychiv in occasione del trentacinquesimo anniversario della riapertura delle strutture cattoliche di rito latino. Non si possono dimenticare “le sofferenze del popolo ucraino e i suoi sacrifici. Dobbiamo creare le condizioni giuste per una pace giusta”, ha detto. Prima di tornare a Roma e di rendere omaggio al memoriale delle vittime di piazza Maidan, l’alto funzionario vaticano ha incontrato Volodymyr Zelensky.</p><p>Subito, Gallagher ha sottolineato di aver “assistito” al <b>pesante attacco russo condotto nella notte del 19 luglio (41 missili e 125 droni sganciati su tutto il paese, perlopiù sulla capitale, provocando numerosi incendi in diversi quartieri)</b> e di essersi reso conto dal vivo dei pericoli che la popolazione corre costantemente. Il vescovo ha riferito a Zelensky del sostegno del Papa (che Zelensky ha incontrato più volte, anche a Castel Gandolfo) e ha ribadito che la prima linea per porre fine al conflitto deve essere quella diplomatica, come peraltro osservato anche dai rappresentanti del Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose. Su questo, più o meno, le parti si sono trovate d’accordo. Il problema è: come? Mons. Gallagher ha reiterato la disponibilità a ospitare in Vaticano un incontro “a livello di leader”, Zelensky si è detto d’accordo ringraziando Roma per l’aiuto nella complicata operazione di restituzione dei bambini ucraini rapiti dai russi (nei giorni scorsi era lì presente anche il cardinale <b>Matteo Zuppi</b>, incaricato a suo tempo da Papa Francesco e confermato da Leone XIV di seguire proprio il dossier dei minori rapiti) e del ritorno in patria dei civili che – ha detto il presidente – “la Russia tiene illegalmente in cattività”. La Santa Sede ha confermato il proprio appoggio all’ingresso di Kyiv nell’Unione europea. Il ministro degli Esteri ucraino, <b>Andrii Sybiha</b>, ha detto di aver “informato l’arcivescovo Gallagher sulla situazione del campo di battaglia, sugli sforzi di pace dell’Ucraina e sul crescente ruolo dell’Europa nel promuovere una pace globale e duratura. Il Cremlino continua a intensificare il terrore contro i civili e sta espandendo la sua campagna per reclutare mercenari in tutto il mondo, anche in Africa. Abbiamo discusso modi per aiutare a prevenire tale sfruttamento delle comunità vulnerabili attraverso il dialogo con partner e leader religiosi”.</p><p><b>Il problema è sempre il solito: a non volere negoziare, e a non volere negoziare in Vaticano, è la Russia. </b>Se all’inizio del conflitto Mosca aveva cercato di fare sponda proprio su Roma per ottenere visibilità e rompere il fronte occidentale di sostegno a Kyiv – mossa che da decenni compie, ad esempio, l’Iran degli ayatollah, anche negli ultimi mesi – successivamente la resistenza è stata totale. Intanto per ragioni meramente religiose: l’ala oltranzista, nazionalista e conservatrice del Patriarcato moscovita non può accettare che a mediare sia il Papa di Roma.&nbsp;</p><p>“Non è elegante che paesi ortodossi discutano in una sede cattolica delle questioni relative alla eliminazione delle cause fondamentali”, disse Sergei Lavrov chiudendo ogni spiraglio. E poi, di certo non si poteva rimediare tanto facilmente alla battuta di Papa Francesco detta via Zoom a Kirill: basta fare il “chierichetto di Putin”. Oltre a ciò, a innervosire il Cremlino erano state proprio le dichiarazioni di mons. Gallagher, che all’Onu – e quindi davanti a una platea da sempre vezzeggiata dai russi – aveva detto che <b>“la Santa Sede è vicina all’Ucraina e ne sostiene pienamente l’integrità territoriale”</b>. Andando quindi  oltre anche quel filone di pensiero, diffuso in curia e in diversi ambienti cattolici, secondo cui la pace – o quantomeno una tregua efficace – si potrà ottenere solo con un congelamento del conflitto sulle attuali linee del fronte, un po’ à la coreana, lasciando a Putin quello che ha occupato in quattro anni di guerra. La settimana del numero tre della curia vaticana ha chiarito, ancora una volta, che Roma sta con Kyiv. Senza ma o elucubrazioni sulle pressioni della Nato ai confini.</p>]]></description>
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				<title>Andy Burnham, il cattolico per modo di dire</title>
				<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 17:57:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> <b>E adesso come la mettiamo con il Roman Catholic Relief Act del 1829?</b> E’ una legge, conosciuta anche come Catholic Emancipation Act, che bontà sua consente ai cattolici britannici di sedere in Parlamento e di ricoprire quasi tutte le cariche pubbliche ma che proibisce loro di dare consigli al re sulle nomine dei vescovi d’Inghilterra. Ha un senso: è come se il Papa chiedesse lumi a un ortodosso d’obbedienza moscovita su chi nominare arcivescovo di Milano. Non si può. Il problema si pone ora con la nomina di Andy Burnham a primo ministro, il primo cattolico da cinquecento anni a prendere possesso di Downing Street. Secondo gli esperti, non si può fare nulla: dura lex, sed lex, e quindi a consigliare re Carlo sarà ora il Lord cancelliere. Che poi il problema neppure ci sarebbe, visto che <b>il cattolicesimo di Burnham è assai tiepido, “discreto” l’ha non a caso definito lui</b>.&nbsp;</p><p>Andy Burnham è infatti un abortista convinto, è schierato in difesa delle nozze tra omosessuali e non ha dubbi neppure sul suicidio assistito per i malati in fase terminale. O meglio, qualche dubbio sul disegno di legge presentato dal suo partito l’aveva, ma non per questioni di morale o etica: non era convinto che gli hospice dedicati a porre fine alla vita dei richiedenti avessero i fondi sufficienti. Il Times, cercando di far rientrare tutto ciò in una linea cattolica o almeno cristiana, ha scritto che lui bada al sodo, all’esperienza delle persone e non ad “astrazioni teologiche”. Come quelle, per capirsi, di Benedetto XVI, che lui contestò per un esagerato <b>“approccio prescrittivo”</b>. La sua cifra spirituale, così ha detto, è ispirata al motto “vivi e lascia vivere”, non proprio il segno di contraddizione cristiano, insomma. Eppure lui del tema dovrebbe saperne qualcosa: da ragazzino non si perdeva una messa domenicale, sua madre (irlandese) ha raccontato che litigava sempre con i fratelli per chi dovesse essere il capo dei chierichetti e ovviamente “<b>Andy doveva sempre essere quello davanti, a reggere il piattino della comunione”</b>. Lui non pare ricordarlo, anzi: in un’intervista di qualche tempo fa disse che il suo cattolicesimo era vissuto “senza ostentazione”. Usò anche un’espressione colorita ma indubbiamente efficace: “Non lecchiamo (parlava di sé e della moglie) i gradini degli altari”. Adesso a messa non ci va o ci va poco (a Natale, a Pasqua) e il National Catholic Register l’ha definito non a caso un “cattolico à la carte”. La dottrina sociale della Chiesa per lui significa applicare i princìpi di equità e giustizia alle politiche pubbliche, null’altro. Gli piaceva tanto Papa Francesco, che conobbe nel 2023 e quell’incontro fu per lui “l’esperienza più emozionante della mia vita”. Gli regalò la maglia autografata di Lisandro Martínez, difensore del Manchester United (ma il nuovo primo ministro è un fan sfegatato dell’Everton) e soprattutto argentino. <b>Bergoglio ringraziò per il cadeau, ma soprattutto per l’impegno dell’ospite nei confronti dei senzatetto</b>: dopotutto, l’assistenza data loro a Manchester era la stessa che si vedeva sotto il colonnato berniniano di piazza San Pietro. Idem sentire, dunque. Passata però l’emozione per essere stato al cospetto del Vicario di Cristo in terra, Burnham invitò il Pontefice a portare la Chiesa nel Ventunesimo secolo, ché sui diritti era rimasta martinianamente indietro di almeno duecento anni. A ogni modo, Andy Burnham, che s’incaponiva a fare il capo dei chierichetti, oggi dice di non sapere bene se Dio esista davvero. Quel che ha capito del catechismo, quando lo studiava in modo indefesso, era che la realizzazione pratica e in terra di quel che c’era scritto lì era il Partito laburista. Un cattolicesimo quantomeno confuso.</p>]]></description>
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				<title>In Nigeria la caccia è ai cristiani</title>
				<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Chiesa</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Saranno pure guerre per l’accaparramento di verdi pascoli per le mandrie e senza alcuna motivazione religiosa, sta di fatto che in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/04/06/news/nuova-mattanza-di-cristiani-in-nigeria-il-giorno-di-pasqua--268733" target="_blank">Nigeria</a>&nbsp;i cristiani vengono uccisi con una frequenza 4,4 volte superiore ai musulmani. A metterlo nero su bianco in uno studio appena pubblicato è l’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa), che studiando quanto accaduto nel grande paese subsahariano tra il 2019 e il settembre del 2025 ha dedotto che le milizie islamiche dei pastori Fulani sono responsabili “<b>di un numero di morti civili quattro volte superiore a quello causato complessivamente dalle due principali organizzazioni terroristiche islamiche, Boko Haram e la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico”. </b>Non solo: la violenza dei Fulani è il principale fattore responsabile dell’elevato numero di vittime in Nigeria.&nbsp;<b>Di tutte le vittime contate (79.323, una media di trentasei al giorno), ai Fulani è addebitabile il 44 per cento di queste.</b></p><p><b></b>Una situazione molto chiara – e non da oggi – che però aveva portato diversi esperti di Africa, anche con un discreto seguito vaticano e mediatico, a sentenziare che non vi era alcuna matrice religiosa, e guai solo a pensarlo. E’ colpa del clima impazzito: siccome in quelle aride terre manca l’acqua e l’erba per le mandrie, si va a prenderla dove c’è, rubandola agli altri, che per puro caso sono in maggioranza cristiani. Vittime collaterali, insomma. <b>Alla narrazione dominante facevano difetto però i raid dentro le chiese – sovente date alle fiamme – con decapitazioni e rapimenti. </b>Un po’ troppo, forse, solo per prendere acqua e terra. La situazione nell’Africa subsahariana sta precipitando: non solo in Nigeria e  Burkina Faso, ma anche più a sud, in Mozambico, dove la conta dei raid islamisti, dei morti e dei sequestrati s’ingrossa ogni giorno di più. <b>Nel più totale silenzio dell’occidente distratto.</b></p>]]></description>
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				<title>La balena in croce</title>
				<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 05:52:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Qualche anno fa, il vescovo di Innsbruck, esperto d’arte –  quella  di solito in pochi capiscono –&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2019/03/20/news/il-vescovo-di-innsbruck-appende-in-chiesa-un-cristo-a-testa-in-giu-sara-il-nuovo-orologio--177233">aveva pensato bene di disarticolare un vecchio crocifisso ligneo per farne un orologio: gli arti smembrati del povero Cristo erano divenuti le lancette</a>. Un’altra volta, la passione artistica aveva spinto lo stesso presule a lodare una mostra viennese in cui a finire crocifissa era una rana. Stavolta, l’arte nei suoi richiami cristiani ha fatto discutere in Germania con l’opera teatrale <b>“Timmy, la speranza muore per ultima”</b>, del regista Alexander Klessinger, messa in scena ad Amburgo. La rappresentazione è ispirata alla vicenda della megattera Timmy, che la scorsa primavera commosse la Germania tutta: il mammifero era rimasto intrappolato sulle coste del Baltico e il paese visse un raro momento d’unità spirituale. La causa comune non era più la lotta all’AfD, ma il salvataggio di Timmy. Da qui, l’idea del regista: non siamo noi a salvare lui, ma è  Timmy, a salvare noi. Come Gesù! Ecco allora che il salvataggio così inteso diventa la Passione. <b>Timmy la megattera viene adorata, crocifissa e pure fatta a pezzi</b>, “trasformata in bocconi sacramentali di grasso di balena”, scrive il Guardian dando conto dei particolari più macabri. E ovviamente è stata costruita una teologia raffinatissima al riguardo. “Nella sua sconfinata bontà Timmy è diventato un tramite per noi”, dice uno degli attori in scena, aggiungendo che “in lui abbiamo riposto ogni cosa, paure, senso di colpa, desideri, solitudine. Mentre dicevamo che dovevamo salvarlo, forse era lui a salvare noi”. <b>Cristo sotto forma di balena, insomma</b>. Sul palco, sacerdoti e chierichetti, perfino un altare. Lo Spiegel ha apprezzato, perché l’opera dimostra “quanto un pubblico secolarizzato sia disposto a cercare rifugio in strutture quasi religiose”. Rifugio in una megattera crocifissa. Lo spettacolo ha tutti i contorni d’una liturgia, che sarebbe sì cristiana a guardarla ma che poi si fonde in non si sa bene cosa: durante lo spettacolo venivano trasmesse le interviste alle persone accorse  sul Baltico per guardare il cetaceo spiaggiato: “Voleva me, mi stava aspettando”, dice una donna in preda all’estasi. Un’altra è accorsa sul luogo del fatto per deliziare i presenti con <b>un canto aborigeno che avrebbe “colmato le falle energetiche”</b>.&nbsp;</p><p><b> Le reazioni della Chiesa, al solito, tiepide e pare perfino assurdo dover disquisire di megattere in croce</b>: “Qui si presenta un’immagine della Chiesa che non ha nulla ha che fare con la Chiesa che esiste realmente”, ha detto Joachim Valentin, direttore dell’Accademia cattolica Rabanus Maurus di Francoforte, all’agenzia di stampa Kna. “Noi adoriamo il redentore dell’umanità, non un sacrificio qualsiasi”, ha aggiunto. Secondo il liturgista Albert Gerhards, “trasporre la morte in croce di una balena è inappropriato. Per i cristiani, la morte di Gesù è un evento unico e irripetibile. Se questo motivo viene applicato ad altre spettacolari vicende di sofferenza, si rischia di svuotarne la specifica portata religiosa, rendendone il significato arbitrario”. Due settimane dopo la liberazione, <b>Timmy è stato trovato morto al largo della Danimarca</b>. Dei canti aborigeni neanche più l’eco. Si discute solo di quanti soldi (2 milioni di euro) sono stati spesi per la vana opera di salvataggio.</p>]]></description>
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				<title>Il fine vita rischia di rovinare il viaggio del Papa in Francia</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 06:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Doveva essere <b>il viaggio della riconciliazione dopo gli anni della scarsa sintonia fra Papa Francesco ed Emmanuel Macron</b>, culminata con il no, grazie detto dal Pontefice in risposta all’invito per la messa-kermesse con cui è stata riaperta al culto Notre-Dame. Invece, il voto dell’Assemblea nazionale che ha dato il via libera alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/05/13/news/francia-e-fine-vita-tutti-i-pericoli-della-proposta-di-legge-1100--117770">legge sul fine vita&nbsp;</a>mette un’ipoteca non irrilevante sul viaggio di Leone XIV oltralpe, fra Parigi, Lourdes e Metz. L’episcopato francese è battagliero come non mai e già giovedì sera, mentre in parlamento si stavano ancora contando i voti, diffondeva un lungo comunicato firmato dal presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Jean-Marc Aveline, e dai due vicepresidenti. <b>“Questo 15 luglio 2026 segna una grave rottura nella storia del nostro paese”</b>.</p><p>“Scegliendo di legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito – si legge nel comunicato –, i deputati hanno iscritto nella legge francese la possibilità di provocare la morte. <b>Questa scelta rompe con la lunga tradizione della cura la cui vocazione è di alleviare la sofferenza e di accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua vita</b>”. Ce n’è anche per Macron, il quale “aveva annunciato un dibattito sereno, illuminato e rispettoso, ma è chiaro che le questioni politiche, ideologiche e senza dubbio anche economiche, mascherate da parole ingannevoli, hanno avuto ragione di questa ambizione. Una questione così essenziale per il nostro patto sociale meritava tuttavia che le conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell’eutanasia e del suicidio assistito fossero pienamente considerate”. I vescovi annunciano che la mobilitazione andrà avanti, intanto seguendo “con attenzione i ricorsi annunciati al Consiglio costituzionale”. L’obiettivo è di fare il possibile affinché sia garantito  “il rispetto dell’etica nelle strutture impegnate nell’accompagnamento di persone in fin di vita e che escludono il ricorso all’eutanasia o al suicidio assistito”.</p><p>Che la questione sia delicata lo dimostra anche la presa di posizione delle Piccole sorelle dei poveri, impegnate fin dall’Ottocento nella cura  – fino alla fine – degli anziani vulnerabili: “Preferiamo morire anziché dare la morte”, hanno detto le religiose alla Croix. Il sentimento è diffuso, la pressione sul <b>primo ministro Sébastien Lecornu, cattolico che Macron definì “monaco soldato”</b> (aveva pensato, in gioventù, di farsi benedettino), è forte: accusato di essere rimasto in silenzio per mesi, ora – a legge approvata – ha annunciato di ricorrere al Consiglio costituzionale per verificare se il provvedimento rispetti integralmente “la dignità della persona”. Nelle intenzioni di preghiera per il mese di luglio del Papa, pubblicate come sempre all’inizio del mese, Leone aveva sottolineato che “ogni persona è un dono sacro” che riflette il volto di Dio “dal primo istante della sua esistenza fino all’ultimo respiro del suo cammino sulla terra”. Concetti che peraltro aveva già richiamato un mese fa <b>intervenendo al Parlamento spagnolo</b>.</p><p><b>Il rischio di veder vacillare l’intesa cordiale fra l’attuale inquilino dell’Eliseo e la Santa Sede c’è e le occasioni per rimarcare la distanza sono ben cerchiate sul calendario dell’imminente viaggio in Francia</b>: la grande veglia di preghiera allo Stade de France, venerdì 25 settembre, la messa in Place de la Concorde e sui Champs-Élysées del giorno dopo. Per non parlare di quel che il Papa potrebbe dire a Lourdes, dove la questione è assai sentita per ovvie ragioni. Padre Andrea Ciucci, cancelliere della Pontificia accademia per la vita, ha detto ai media vaticani che “i fratelli non possono togliere la vita ad altri fratelli. La fraternità è al servizio della vita, non della morte”.</p><p>Non pare tirare aria di riconciliazione, almeno per ora: il vescovo di Bayonne, <b>mons. Marc Aillet</b>, ha definito <b>“l’aiuto a morire un’impostura”</b>. Il fine della legge, ha detto, è di “legalizzare il suicidio assistito e l’eutanasia, parole che non compaiono né nel titolo né nel contenuto del testo”. In un’intervista a France Catholique, il presule ha aggiunto che “il sostegno pubblico a una legge gravemente contraria all’insegnamento morale della Chiesa pone un vero problema di coerenza ecclesiale. I parlamentari cattolici che hanno votato a favore di questa legge devono valutarne le conseguenze. <b>Se sono consapevoli di questa incoerenza, non potranno più ricevere la comunione</b>. La Chiesa è giustificata nel ricordarglielo, come hanno fatto alcuni vescovi negli Stati Uniti. Vorrei invitarli a un sincero esame di coscienza”.</p><p>In attesa dell’arrivo del Papa, i vescovi si preparano: “Al di là della disapprovazione”, scrivono nel comunicato già citato, “questo voto del 15 luglio ci invita quindi a un rinnovato impegno, con le famiglie, gli assistenti, i volontari, i caregiver, le associazioni, i cappellani, per testimoniare che un’altra strada è possibile, quella di una presenza fedele e di un accompagnamento attento che leniscono le sofferenze fisiche o psicologiche, senza mai abbandonare nessuno”. <b>Il provvedimento è stato approvato in via definitiva con 291 voti favorevoli e 241 contrari</b>.</p>]]></description>
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				<title>Mura vaticane e prigionieri in Vaticano. Da Leone IV a Leone XIII, tra re e imperatori</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>17 luglio 855. Morì Leone IV, che realizzò una nuova cinta muraria (le “mura leonine”) per proteggere la basilica di San Pietro e il colle Vaticano dalle ripetute incursioni dei saraceni nelle zone indifese della città. Fu costruita molto rapidamente grazie a un sistema di lavoro a rotazione che permetteva di tenere aperti molti cantieri contemporaneamente. Con l’imperatore Ludovico II, Leone IV riprese un ulteriore segno, accanto alla corona, al crisma e alla spada già utilizzati dai predecessori per sottolineare che da loro proveniva la legittimazione della carica imperiale: l’imperatore condusse per le briglie il cavallo del Papa per un breve tratto di strada (lo spazio di un tiro d’arco) ripetendo un gesto, detto officium stratoris (cioè il servizio dello scudiero), già eseguito dal suo trisnonno Pipino quasi cent’anni prima con Stefano II.</p><p>20 luglio 1903. Morì Leone XIII, Vincenzo Gioacchino Pecci, dopo un pontificato durato 25 anni. Eletto in un periodo di forti tensioni, la sua prima decisione, molto sofferta, fu quella di non impartire la benedizione papale dalla loggia esterna di San Pietro ma da quella all’interno della basilica. Il gesto rappresentò una forte protesta contro il Regno d’Italia che aveva posto fine al potere temporale dei Papi. <b>Anch’egli si considerò “prigioniero” in Vaticano, come il suo predecessore Pio IX.</b> Nonostante questa rigida posizione politica, il pontificato di Leone XIII fu particolarmente innovatore ed è ricordato per le sue aperture verso il mondo moderno. Non si limitò a condannare quelle che considerava deviazioni dottrinali o pericoli per la Chiesa, ma propose soluzioni alternative ai complessi problemi della società industriale del tempo, caratterizzata da forti squilibri sociali e dallo sfruttamento delle masse operaie. Non condivideva né l’indifferenza che capitalismo e liberismo mostravano nei riguardi dei ceti sociali più deboli, considerati solo come forza lavoro regolata dalle leggi di mercato, né la proposta comunista di una lotta di classe che, poiché fondata sulla contrapposizione tra le parti, aveva in sé germi di violenza. <b>Intervenne con la celebre enciclica Rerum novarum del 1891, dedicata alla “questione operaia”, che ebbe una risonanza dirompente scardinando vecchi schemi e dando inizio a quella che oggi è nota come la dottrina sociale della Chiesa.</b> Il documento stimolò anche numerose iniziative nel mondo cattolico, tra cui la diffusione di casse rurali e operaie, di cooperative e altre attività economiche gestite in comune e forme di tutela previdenziale: segnalo in particolare l’iniziativa delle case a riscatto assicurativo, che permetteva che l’alloggio rimanesse alla famiglia dell’operaio defunto prima di aver pagato tutte le quote. Infine ricordo l’attenzione all’ecumenismo (fu Leone XIII il primo Pontefice a usare l’espressione “fratelli separati” per i cristiani non cattolici) e l’apertura, giudicata con entusiasmo dal mondo degli studi, dell’Archivio segreto vaticano.</p>]]></description>
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				<title>La chiesa e l&#039;occidente immersi in una crisi della ragione</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:57:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Robert Sarah</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Il&nbsp;</i><a href="https://www.ilfoglio.it/autori/robert-sarah--581">cardinale Robert Sarah</a><i>&nbsp;è intervenuto ieri pomeriggio nella Sala Spaak 5B1 del Parlamento europeo, a Bruxelles, alla conferenza  organizzata dal gruppo ECR in collaborazione con Pro Vita &amp; Famiglia, su invito degli eurodeputati Paolo Inselvini (FdI) e Nicolas Bay. L’incontro ha riunito parlamentari europei, rappresentanti istituzionali e delegazioni della società civile per discutere degli strumenti con cui l’Unione europea condiziona la cooperazione allo sviluppo verso l’Africa all’adozione di agende in materia di aborto, ideologia di genere ed educazione sessuale. Presente anche il nunzio  presso l’Unione europea, mons. Bernardito Cleopas Auza.</i></p><p>Signor presidente,  onorevoli membri del Parlamento europeo, Amici di ProVita e Famiglia, gentili Signore ed egregi Signori, vi ringrazio per l’invito a condividere con voi, in questa casa dei popoli d’Europa, alcune riflessioni che mi stanno a cuore come figlio dell’Africa e come pastore della Chiesa cattolica. Non vengo a voi con un discorso di circostanza, ma con una domanda che considero decisiva per il futuro dei nostri due continenti: possiamo ancora intenderci? Le parole che usiamo – “diritti umani”, “dignità”, “sviluppo”, “libertà”, “salute”, “genere”, “famiglia” – significano ancora la stessa cosa per chi le pronuncia a Bruxelles, a Strasburgo, a Kampala o a Conakry?</p><p>Papa Leone XIV, ricevendo lo scorso gennaio il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha pronunciato una frase che vorrei porre come chiave di lettura dell’intera mia riflessione di oggi. Il Papa ha affermato: “Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti”. Ci dice che la crisi che attraversiamo – crisi geopolitica, crisi dei diritti, crisi del multilateralismo – è, alla radice, al di là del linguaggio: una crisi del logos, della ragione.</p><p>Nel dossier che è stato preparato per questo incontro, e che ho studiato con attenzione, emerge con chiarezza documentata come, nel rapporto fra l’Unione europea e l’Africa, le parole siano oggi usate non per rivelare la realtà, ma per nasconderla o addirittura per rovesciarla. Si parla di “salute sessuale e riproduttiva” e si intende, in molti casi, l’accesso all’aborto. Si parla di “uguaglianza di genere” e si intende, talvolta, la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna iscritta nel corpo dell’essere umano. Si parla di “diritti umani” per paesi africani, e si intende l’imposizione di categorie giuridiche estranee alla nostra storia, alla nostra fede, alla nostra cultura, alla nostra visione antropologica. Se le parole non significano più ciò che esse dicono, come può esserci dialogo autentico? Come può l’Africa fidarsi di un’Europa che parla con parole equivoche, a doppio senso?</p><p>Questo non è un problema di semantica accademica: è un problema politico, un problema di verità, di onestà nei rapporti umani, di prima importanza. Un trattato, una risoluzione, un piano d’azione che usano un vocabolario impreciso e ambiguo non sono strumenti di cooperazione, ma strumenti di perversione e di potere silenzioso, di neo-colonialismo culturale ed economico: chi controlla il significato delle parole controlla, di fatto, l’esito del negoziato, senza che l’altra parte se ne accorga. E’ esattamente ciò che accade e che in questa Lectio cercherò di illuminare, alla luce del Vangelo e della ragione.</p><p>Vorrei collegare questa diagnosi a un testo che considero di straordinaria attualità: l’enciclica Magnifica Humanitas, che Papa Leone XIV ha firmato lo scorso maggio. In essa il Pontefice denuncia l’uso di un linguaggio tecnico, manipolatorio ed ingannatore – pensato per l’era dell’intelligenza artificiale, ma applicabile, io credo, a molti ambiti della cooperazione internazionale – che rischia di ridurre la persona umana a categorie statistiche di poteri economici, invece di riconoscerla come soggetto libero e dotato di dignità trascendente. Leone XIV chiede un pensiero, per usare le sue parole, “dinamico e fedele al Vangelo”, capace di custodire la verità della persona anche quando le tecniche di potere – economiche, giuridiche, comunicative – cercano di riscriverla a proprio uso. L’enciclica ci dice che la questione è ancora e sempre antropologica.</p><p>Ecco dunque il primo invito che vorrei rivolgere: torniamo a parlare secondo la verità della persona, della famiglia, dei popoli, anche, e soprattutto, nel contesto della cooperazione fra l’Unione europea e l’Africa.</p><p>Benedetto XVI e il primato del logos</p><p>Per comprendere fino in fondo questa crisi delle parole, dobbiamo risalire a una sorgente più profonda: la crisi della ragione stessa. E qui devo rendere omaggio alla lucidità profetica del grande Papa, Benedetto XVI, che per primo, in tre discorsi memorabili, ha diagnosticato il male che oggi vediamo dispiegarsi con pienezza.</p><p>A Regensburg, nel settembre 2006, Papa Benedetto XVI ricordò che il Dio cristiano agisce, per usare l’espressione greca dell’imperatore Manuele II Paleologo (1348-1425) da lui commentata, “syn logo”, con logos. Logos – spiegò il Papa – significa insieme ragione e parola. una ragione creatrice, capace di comunicarsi, appunto in quanto ragione. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, scrisse citando l’imperatore bizantino. Ne segue una conseguenza che vorrei sottolineare con forza dinanzi a questa assemblea: una ragione che, di fronte al divino, si fa sorda e relega la religione nell’ambito delle sottoculture private, diventa essa stessa incapace – sono ancora parole di Benedetto – di inserirsi nel dialogo delle culture.</p><p>Applichiamo questo principio al tema dei “diritti” che oggi tanto occupa i nostri dibattiti europei. Quando l’Europa costruisce diritti sganciati dalla verità sull’uomo – l’aborto che si vorrebbe elevare a “diritto fondamentale”, l’identità sessuale ridotta a pura autoproduzione soggettiva – la ragione stessa si deforma: da strumento di conoscenza della verità diventa strumento di potere, capace di imporsi con la forza del diritto e del denaro a chi non condivide quelle premesse.</p><p>Papa Benedetto XVI aggiungeva, sempre a Regensburg, che una ragione sorda al divino diventa incapace di autentico dialogo interculturale, perché pretende di imporsi come l’unica cultura razionale possibile, relegando ogni altra visione dell’uomo – a cominciare da quella cristiana e da quella delle grandi tradizioni religiose africane – al rango di superstizione da correggere. Ecco perché, quando oggi si presenta un pacchetto di condizionalità ideologica come sinonimo di “modernità” o di “progresso”, dovremmo riconoscervi non l’ampliamento, ma il restringimento della ragione.</p><p>Due anni dopo, al Collège des Bernardins di Parigi, Papa Benedetto XVI additò all’Europa la via del quaerere Deum: “cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati”, disse ai rappresentanti della cultura francese. E aggiunse un avvertimento che, letto oggi, suona quasi profetico: “Una cultura meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo, come non scientifica, la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più grandi”.  Il cristianesimo, spiegava ancora il Papa in quella sede, percepisce nelle parole umane la Parola, il Logos stesso: le parole, per un cristiano, non sono mai puro strumento, ma partecipano della verità che comunicano.</p><p>Ancora tre anni dopo, al Bundestag tedesco, Papa Benedetto XVI portò questa riflessione al cuore stesso della prassi legislativa europea. “Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità”. E si chiese, davanti ai legislatori tedeschi: “Come può la ragione ritrovare la sua grandezza, senza scivolare nell’irrazionale?”. E’ esattamente la domanda che vorrei porre oggi a voi, onorevoli parlamentari: una legislazione europea che pretenda di essere “neutrale” verso ogni visione antropologica, ma che di fatto impone in tutto il mondo – tramite trattati, aiuti, condizionalità commerciali – una specifica e contestabile visione dell’uomo, non sta forse scivolando proprio in quell’irrazionalità contro la quale Papa Benedetto XVI ci metteva in guardia? Da questi tre grandi discorsi nasce il ponte che voglio gettare verso il tema di oggi: la critica a quelle forme di “colonizzazione ideologica” che usano il diritto internazionale e i finanziamenti europei o internazionali per imporre visioni antropologiche discutibili e contestabili, a popoli che non le hanno scelte.</p><p>I tre Papi e la colonizzazione ideologica</p><p>Questo primato del logos, minacciato dal positivismo giuridico ed economico, trova la sua applicazione più diretta e più dolorosa proprio nella questione dell’ideologia di genere. Fu ancora Benedetto XVI, nel suo ultimo discorso natalizio alla Curia romana, nel dicembre 2012, a offrirci la chiave teologica per comprenderla. Citando le riflessioni del rabbino capo di Francia dell’epoca, Gilles Bernheim, il Papa ricordò come Simone de Beauvoir avesse scritto: “Donna non si nasce, lo si diventa” – e commentò: “l’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizzi l’essere umano come uomo o come donna […] Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela”. E ne trasse una conclusione severa: “Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso”.  “Chi difende Dio – concluse Benedetto – difende l’uomo”.</p><p>Questa chiave teologica ci permette di leggere in profondità categorie come S.O.G.I. (orientamento sessuale e identità di genere), C.S.R.H.E. (educazione sessuale e riproduttiva “comprensiva”), che ricorrono con tale insistenza nei trattati fra l’Unione Europea e i paesi africani. Non sono categorie neutre: sono l’applicazione politica e giuridica di quella medesima negazione della natura data, di quel medesimo rifiuto del Creatore, di cui Benedetto ci parlava.</p><p>Notate, onorevoli parlamentari e cari amici, come queste categorie non compaiano isolate in un singolo documento, ma si ripetano sistematicamente – nelle risoluzioni parlamentari, nei protocolli commerciali, nei piani d’azione settoriali – fino a costituire quello che possiamo chiamare – giustamente – un vero e proprio sistema. Un sistema non nasce per caso: nasce da una visione del mondo coerente, che è precisamente quella visione secolarizzata ed irrazionale, nel senso più tecnico del termine – contraria al logos – che ho descritto in apertura.</p><p>Papa Francesco, dal canto suo, ha dato a questo sistema, a questo fenomeno un nome che è ormai entrato nel linguaggio comune: “colonizzazione ideologica”. Nell’incontro con le famiglie a Manila, nel gennaio 2015, disse con parole che meritano di essere riascoltate integralmente: “Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche. Esistono colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia […] Non nascono […] dalla preghiera, dall’incontro con Dio […] vengono da fuori, e per questo dico che sono colonizzazioni”. Pochi giorni dopo, nella conferenza stampa sul volo di ritorno, Francesco fu ancora più esplicito, ricordando le lamentele dei vescovi africani riuniti in Sinodo: “Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo […] è lo stesso che per certi prestiti si impongano certe condizioni”.</p><p>Quadro magisteriale – Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV – vorrei ora applicare, in tre tappe, a tre grandi temi: la dignità della persona e la libertà religiosa; l’autodeterminazione dei popoli; l’Africa e le sue relazioni con l’Europa e con la Chiesa.</p><p>La dignità della persona umana e la libertà religiosa</p><p>Principio ontologico: la dignità della persona e il logos</p><p>Cominciamo dal fondamento di tutto: la dignità della persona umana. Magnifica Humanitas – il cui titolo stesso è già un programma – ci ricorda che la persona umana, creata da Dio, è appunto “magnifica”, irriducibile a dato statistico, a funzione produttiva, a preferenza soggettiva mutevole. Ogni ordine sociale, economico, tecnologico – insiste l’enciclica – deve essere giudicato a partire da questa dignità e dalla vocazione della persona alla comunione con Dio, non il contrario.</p><p>Da questo principio ontologico discende, come sua prima e più radicale conseguenza, la libertà religiosa. Essa non è un diritto fra gli altri, aggiunto accanto ad altri diritti: è, come ha ricordato Papa Leone XIV proprio nel citato discorso al Corpo diplomatico, la radice di ogni altra libertà, perché riguarda il rapporto costitutivo dell’uomo con la verità e con Dio. Negarla, restringerla, o peggio manipolarla per fini di politica estera, significa colpire l’uomo al cuore stesso della sua dignità.</p><p>Non è senza significato che Papa Leone XIV abbia voluto ricollegare esplicitamente la sua prima enciclica al magistero sociale di Papa Leone XIII. La Rerum Novarum, nel 1891, difese la famiglia, il lavoro, il diritto di associazione, presentando la Chiesa come garante di una visione integrale dell’uomo contro le ideologie del secolo – allora il collettivismo socialista e il liberalismo individualista, oggi, io credo, la tecnocrazia economica e l’ideologia di genere. Questa continuità fra i due Pontefici non è casuale: essa ci dice che la dignità della persona, prima ancora di essere un principio assiologico – un valore da promuovere – è un principio ontologico: un dato dell’essere, che nessuna maggioranza parlamentare, nessun trattato internazionale, ha il potere di ridefinire.</p><p>Questa distinzione fra ontologico ed assiologico non è un tecnicismo da scuola teologica: è la chiave di volta di tutto il mio intervento. Se la dignità fosse solo un valore, essa potrebbe essere negoziata, bilanciata, sospesa in nome di altri valori concorrenti – l’efficienza economica, la stabilità geopolitica, il consenso elettorale. Ma se la dignità è un dato ontologico, essa precede ogni deliberazione politica e la giudica: nessun parlamento, europeo o africano, la crea; ogni parlamento, degno di questo nome, ha il compito di riconoscerla e di proteggerla.</p><p>Aborto e Salute e Diritti Sessuali e Riproduttivi [SRHR]: dal diritto alla vita al preteso diritto di sopprimere</p><p>E’ proprio su questo terreno ontologico che si consuma, ai nostri giorni, uno dei più gravi rovesciamenti del logos. Nel giugno e nel luglio 2022, il Parlamento europeo ha adottato risoluzioni che chiedono alla Commissione e agli stati membri di “dare priorità all’accesso universale all’aborto sicuro e legale” nelle relazioni esterne dell’Unione, e che propongono di includere l’aborto fra i diritti fondamentali sanciti dalla Carta dell’Unione europea.</p><p>Qui il rovesciamento del logos o della ragione raggiunge il suo punto più drammatico: la mancanza di accesso all’aborto viene definita come “violenza”, mentre il concepito – il più debole, il più innocente fra noi – è privato di qualunque parola, di qualunque rappresentanza, di qualunque diritto. Le parole “salute”, “diritti”, “libertà” cessano allora di indicare realtà certe, per usare ancora l’espressione di Papa Leone XIV, e diventano retorica al servizio della soppressione del più debole. Non si tratta di un’opinione fra le tante: si tratta della più radicale negazione possibile del principio ontologico che ho appena richiamato – perché nega, alla radice, che il concepito sia persona, anche solo l’ipotesi che possa davvero esserlo.</p><p>Vorrei aggiungere una considerazione che riguarda direttamente la libertà religiosa. Un sistema giuridico che eleva l’aborto a diritto fondamentale nei trattati e nelle relazioni esterne, e che pretende di condizionare a questo la cooperazione con paesi terzi, obbliga di fatto stati, comunità religiose, personale sanitario e educativo ad adeguarsi a una visione dell’uomo incompatibile con le loro convinzioni di fede. Questo non è neutralità: è imposizione e oppressione inaccettabile. E’ imporre per via giuridica e finanziaria una specifica antropologia, a comunità che non la condividono, costituendo, in senso proprio, una violazione della libertà religiosa e della libertà di coscienza – quella stessa libertà che Papa Leone XIV ci ha ricordato essere la radice di ogni altra libertà.</p><p>Vale la pena ricordare che l’ordinamento giuridico di molti paesi africani custodisce ancora, nel proprio diritto costituzionale, un legame esplicito fra dignità della persona e tutela della vita nascente; un legame che l’Europa, in tanti dei suoi ordinamenti, ha invece reciso. La Costituzione del Kenya, all’articolo 26, stabilisce che “la vita della persona ha inizio al concepimento”. Quella dell’Uganda, all’articolo 22, dispone che “nessuna persona ha il diritto di porre fine alla vita di un nascituro, salvo quanto autorizzato dalla legge”. Non è un residuo arretrato: è, semmai, un frammento di saggezza giuridica, radicato tanto nel diritto naturale quanto nelle tradizioni religiose africane, che l’occidente farebbe bene a riconsiderare invece di correggere. Non a caso, proprio quest’anno la Corte d’appello del Kenya ha riaffermato con fermezza tale principio costituzionale, respingendo l’interpretazione che voleva fare dell’aborto un diritto fondamentale. Ecco un esempio concreto di ciò che intendo quando parlo di autodeterminazione dei popoli, conforme alla dignità della persona: un continente che, pur povero di mezzi materiali, non ha smarrito la memoria di cosa sia un essere umano.</p><p>Gender, educazione e la persona riscritta</p><p>Il terzo momento di questo rovesciamento riguarda l’educazione, luogo per eccellenza in cui una civiltà trasmette alle nuove generazioni la verità su se stessa. L’articolo 40.6 del Protocollo Africa dell’Accordo di Samoa – l’accordo quadro che oggi regola le relazioni fra l’Unione europea e i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico – richieda ai governi partner di garantire l’accesso a una “educazione sessuale e riproduttiva comprensiva” (CSRHE), con esplicito rimando alle linee guida tecniche internazionali sull’educazione sessuale. Il “Gender Action Plan III” dell’Unione europea, dal canto suo, impone un approccio dichiaratamente “gender-transformative” e stabilisce che almeno l’85 per cento delle nuove azioni esterne dell’Unione debba integrare obiettivi di parità di genere.</p><p>Qui possiamo applicare direttamente la critica di Papa Benedetto XVI all’ideologia di genere che ho richiamato: l’educazione diventa il laboratorio in cui si insegna ai bambini a considerare la propria identità sessuale come puramente fluida e autodeterminata, sganciata dal corpo, dalla storia familiare, dalla relazione; contro quel logos della creazione di cui Papa Ratzinger ha parlato a Regensburg, a Parigi, a Berlino. Non dobbiamo temere di chiamare le cose con il loro nome, come ci chiede Papa Leone XIV: quando un “protocollo”, o un “piano d’azione” tecnico, impone ad un intero continente un unico modello educativo sulla sessualità umana, senza consultazione reale dei popoli interessati, siamo di nuovo in presenza di quella colonizzazione ideologica e oppressiva, più volte drammaticamente denunciata da Papa Francesco.</p><p>Essa si manifesta qui nell’uso di programmi educativi e di aiuti condizionati per penetrare nel tessuto culturale dei Paesi africani, ridefinendo la persona e la famiglia secondo standard occidentali secolarizzati che non appartengono alla storia di quei popoli. Ebbene, onorevoli parlamentari, io chiedo, con rispetto, ma con altrettanta fermezza, che le parole: “uomo”, “donna”, “matrimonio”, “famiglia” non siano ridotte a costrutti sociali manipolabili a piacimento delle mode ideologiche del momento, ma custodite come dati ontologici della realtà, della realtà creata e non auto-prodotta dall’uomo, e, per chi è credente, dati della rivelazione biblica. E’ proprio questo che Papa Leone XIV intende quando chiede che le parole tornino a esprimere realtà certe.</p><p>L’autodeterminazione dei popoli</p><p>L’articolo 1, paragrafo 2, della Carta delle Nazioni Unite pone fra i fini stessi dell’Organizzazione lo sviluppo di relazioni amichevoli fra le nazioni fondate sul rispetto del principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli. I principi dell’Ocse [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico] sull’efficacia degli aiuti allo sviluppo, richiamati nel dossier, ribadiscono che la cooperazione internazionale deve allinearsi alle priorità definite dai paesi riceventi, e non imporle dall’esterno.</p><p>Da questo principio discende una conseguenza che vorrei sottolineare con chiarezza: il rispetto della storia religiosa e culturale di un popolo – tanto più lodevole quanto più essa tutela la famiglia, la vita, la trasmissione della fede – non è un ostacolo allo sviluppo, come talvolta si insinua nei corridoi di Bruxelles, ma un requisito elementare di giustizia. Dignità della persona e libertà religiosa hanno anche una dimensione comunitaria e storica: un popolo ha il diritto di vivere, custodire e trasmettere la propria tradizione religiosa, culturale e familiare, così come la persona singola ha il diritto di professare la propria fede.</p><p>Non è forse superfluo ricordare, in questa sede, che il cristianesimo non è per l’Africa un’importazione recente né un residuo del colonialismo europeo, come talvolta si insinua in certi ambienti secolarizzati. Ben prima che l’Europa evangelizzasse l’Africa subsahariana in epoca moderna, l’Africa del nord e del Corno aveva già dato alla Chiesa universale alcuni dei suoi più grandi maestri: Tertulliano, Cipriano, Atanasio, e, sopra tutti, Agostino di Ippona, la cui riflessione sul rapporto fra fede e ragione ha nutrito per secoli la teologia e l’intera cultura occidentale, incluso, non a caso, lo stesso Papa Benedetto XVI. L’Etiopia conserva una tradizione cristiana ininterrotta fin dal IV secolo. Quando dunque parliamo di autodeterminazione religiosa dei popoli africani, non stiamo difendendo un “particolarismo tribale”, contrapposto a un preteso universalismo europeo: stiamo difendendo la libertà di un continente che ha contribuito, fin dalle origini, a plasmare quel medesimo logos cristiano di cui l’Europa oggi rischia di perdere la memoria. Questo capovolge, se ci pensiamo bene, la narrazione implicita di certa cooperazione allo sviluppo, che tratta l’Africa come discente perenne e l’Europa come maestra definitiva: la storia della Chiesa ci dice, al contrario, che il dono della fede è sempre stato reciproco, e che l’Africa ha tanto da restituire quanto ha ricevuto.</p><p>Papa Benedetto XVI, ancora una volta al Bundestag, ci offre qui una categoria decisiva: quella di “ecologia dell’uomo” e di diritto naturale, un diritto che precede il potere politico positivo e lo giudica dall’esterno. “La legge non è pura produzione della volontà del legislatore, ma deve riconoscere una verità sull’uomo e sulla società che nessun parlamento può decretare a piacimento”. Nessuna potenza, per quanto ricca o influente, può pretendere di ridefinire per altri popoli il senso stesso dei “diritti umani”, contro la loro coscienza morale e religiosa. Farlo non è promuovere i diritti umani: è negarne il fondamento, che è appunto la dignità di ogni popolo a essere soggetto, e non oggetto, della propria storia.</p><p>Vorrei aggiungere, a questo principio, un secondo cardine della dottrina sociale della Chiesa che illumina bene il nostro tema: il principio di sussidiarietà. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Centesimus Annus, ricordò che una società di ordine superiore non deve mai sostituirsi all’iniziativa e alla responsabilità delle comunità di ordine inferiore, privandole delle loro competenze, ma deve piuttosto sostenerle in caso di necessità e aiutarle a coordinare la propria azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune.  Applicato alle relazioni internazionali, questo principio ci dice che l’Unione europea, per quanto animata da buone intenzioni, non ha il compito di riscrivere dall’esterno il diritto di famiglia, il diritto penale, i sistemi educativi degli stati africani sovrani: ha piuttosto il compito di sostenerli, quando essi lo richiedano, nel raggiungimento dei propri fini legittimi. Il capovolgimento di questo ordine – la pretesa cioè che l’ordine superiore, sovranazionale, disciplini nei minimi dettagli la vita morale e familiare dei popoli – non è sussidiarietà, ma il suo esatto contrario: è un accentramento ideologico, che la dottrina sociale della Chiesa ha sempre condannato, da qualunque parte provenga.</p><p>L’Africa: le esigenze, i travagli ed il contributo richiesto all’occidente e alla Chiesa</p><p>Il sistema di condizionalità dell’Unione Europea</p><p>Dobbiamo riconoscere che esiste un sistema “a tre livelli” attraverso il quale il principio di autodeterminazione viene – di fatto – eluso. Al livello normativo, si collocano le risoluzioni del Parlamento europeo che ho già richiamato su aborto e diritti Lgbt+. Al secondo livello, quello giuridico-convenzionale, si colloca l’Accordo di Samoa, che contiene una clausola di supremazia capace di condizionare l’intero impianto delle relazioni tra Unione europea e l’African Caribbean and Pacific group of States. Al terzo livello, quello finanziario e commerciale, si collocano lo Strumento di Vicinato, Cooperazione allo Sviluppo e cooperazione internazionale [NDICI], la proposta COM(2025)0551 ora in discussione, e i regimi commerciali preferenziali.</p><p>Un caso concreto, illustra bene come questi tre livelli si saldino fra loro: quello dell’Uganda. Con la risoluzione del 20 aprile 2023, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di usare tutti i mezzi diplomatici, giuridici e finanziari disponibili per dissuadere il presidente ugandese dal promulgare la legge approvata dal Parlamento di quel paese e, in caso di promulgazione, di valutare il ritiro delle preferenze commerciali concesse all’Uganda nell’ambito del regime “Everything But Arms”, di attivare la clausola “elementi essenziali” dell’Accordo di Cotonou e di considerare il regime globale di sanzioni dell’Unione in materia di diritti umani; il Parlamento ha chiesto inoltre una strategia dell’Unione per la decriminalizzazione universale dell’omosessualità. Ebbene, Lo dico con linguaggio sobrio ma fermo: qui appare in forma compiuta e verificabile la “colonizzazione ideologica”, l’uso del commercio e della finanza per intervenire nella legislazione penale e familiare di uno stato sovrano, violando frontalmente il principio di autodeterminazione dei popoli.</p><p>La proposta di regolamento COM(2025)0551, attualmente in discussione, prevede una dotazione complessiva di 200,3 miliardi di euro a prezzi correnti per l’azione esterna dell’Unione, con un’allocazione indicativa per l’Africa subsahariana più che raddoppiata rispetto al minimo garantito del ciclo in corso – da 29,18 a circa 60,5 miliardi di euro. Il linguaggio sulla Piattaforma di Pechino, sull’ICPD, sulla salute sessuale e riproduttiva e sull’educazione sessuale completa è mantenuto nel testo di base e riprodotto nei pilastri settoriali dell’intervento europeo, mentre i precedenti obiettivi quantitativi vincolanti vengono sostituiti da un approccio di “mainstreaming” trasversale: la condizionalità ideologica non scompare, si fa più capillare e meno misurabile. E’ qui che vorrei richiamare ancora una volta Magnifica Humanitas: la tecnica e il potere economico, ci ricorda l’enciclica di Papa Leone, diventano strumenti di dominio e di oppressione perversa quando non sono regolati dalla carità e dalla giustizia. La Chiesa non chiede all’Europa di smettere di aiutare l’Africa – tutt’altro – ma chiede che quella che la “cultura della potenza” si trasformi in “civiltà dell’amore”.</p><p>Voci e sofferenze dell’Africa, il ruolo della Chiesa e dell’occidente</p><p>Permettetemi ora di dare voce, in questa sede così simbolica, a chi non ha voce: gli africani stessi. Il dossier raccoglie testimonianze dirette di funzionari governativi africani che denunciano l’insistenza dell’Unione Europea su categorie come SOGI [Sexual Orientation and Gender Identity] nei negoziati, a fronte del sistematico rifiuto europeo di discutere temi altrettanto urgenti per l’Africa, come la restituzione degli artefatti coloniali; altri parlano apertamente di un “fatto compiuto”, riassumibile nella formula: “Se non firmi, ci sono conseguenze”. Non sono parole mie: sono parole raccolte da analisi accademiche indipendenti e da testimoni diretti, e ci dicono che la diagnosi di un neo-colonialismo culturale non è propaganda politico-ecclesiastica, ma un’esperienza vissuta da chi siede dall’altra parte del tavolo negoziale.</p><p>Non stupisce allora che, nel maggio del 2025, ad Entebbe, in Uganda, parlamentari e rappresentanti istituzionali africani si siano riuniti, in una conferenza inaugurata dal presidente Museveni, per proporre una Carta africana per la famiglia e la sovranità culturale. Il presidente Museveni ha dichiarato in quell’occasione, riferendosi esplicitamente all’Accordo di Samoa: “vi esorto a studiare quel documento di Samoa che parla di tutte queste cose di cui discutete: se davvero contiene quanto si dice sui diritti riproduttivi, allora dovremo ritirarci da quell’assurdità, e dire all’Unione europea che non possiamo far parte di quella iniquità”. Parole dure, che rivelano una sostanza da prendere sul serio: la dignità di popoli che non vogliono più essere trattati come minori d’età sotto tutela, ma come soggetti morali, capaci di dire “no” a ciò che contraddice la loro visione della persona e della famiglia.</p><p>Ma sarebbe ingiusto, da parte mia, limitarmi alla denuncia. Papa Benedetto XVI, nell’esortazione apostolica post-sinodale Africae Munus, indicò con chiarezza ciò che l’Africa attende legittimamente dall’occidente e dalla Chiesa: non un’ingerenza ideologica, ma un’autentica solidarietà nella riconciliazione, nella giustizia e nella pace, capace di accompagnare, senza sostituirsi e di dare, senza pretendere di rimodellare l’anima dei popoli a propria immagine.</p><p>Questo significa, in concreto, un impegno rinnovato per la remissione del debito, per il trasferimento di tecnologie utili alla salute e all’agricoltura, per il sostegno alle reti scolastiche e sanitarie che la Chiesa cattolica gestisce da secoli in tutto il continente, spesso in supplenza dello Stato, e per la lotta comune contro la corruzione e il malgoverno, che pesano sui popoli africani quanto le ingerenze esterne. Significa anche, per la Chiesa d’occidente, riscoprire nell’Africa non un campo missionario da assistere, ma una sorgente viva di fede, di vocazioni, di famiglie numerose e gioiose, da cui l’Europa, invecchiata e stanca, ha molto da imparare e da ricevere.</p><p>Come figlio dell’Africa, voglio aggiungere una mia parola. Ho più volte denunciato, e lo ripeto oggi in questa sede, la volontà di alcune potenze di imporre falsi valori attraverso argomenti politici e finanziari: in alcuni paesi africani sono stati creati veri e propri ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di sostegno economico. Ho anche ricordato, quando un segretario generale delle Nazioni Unite venne in Africa a chiedere la de-criminalizzazione dell’omosessualità come condizione di civiltà, che non si può imporre ai poveri questo genere  di assurdità, mentre mancano ospedali, scuole, acqua potabile. La povertà materiale dell’Africa non le toglie dignità, né il diritto – anzi le conferisce forse un titolo più forte – di giudicare da sé cosa sia bene per i propri figli.</p><p>Nel 2015, durante il Sinodo sulla famiglia, ebbi a dire, e non ritratto oggi una sola parola, che l’ideologia del gender e il fondamentalismo islamico rappresentano, ciascuno a suo modo, due “bestie apocalittiche”, che minacciano di distruggere non solo la famiglia, ma l’uomo stesso, immagine di Dio. Alcuni giudicarono l’immagine eccessiva; io continuo a credere che essa colga qualcosa di vero: entrambe queste forze, pur diversissime per origine e per forma, condividono la pretesa di riscrivere l’uomo a proprio piacimento – l’una in nome di un preteso progresso, l’altra in nome di un preteso ritorno a una purezza originaria – negando in ogni caso quella libertà religiosa e quella dignità della persona, che ho posto al centro di questa Lectio.</p><p>Vorrei chiudere, condividendo una convinzione più profonda, che ho maturato in tanti anni di servizio alla Chiesa: la crisi della Chiesa in occidente e la crisi dell’occidente stesso sono, in fondo, la stessa crisi. E’ perché la Chiesa in molte nazioni europee ha smarrito la propria identità, la propria voce profetica, che l’occidente stesso ha smarrito il senso della propria civiltà. E aggiungo: anche in occidente, oggi, la libertà religiosa è minacciata. Qui i tre Papi che ho evocato in questa Lectio si intrecciano in un’unica testimonianza: Papa Benedetto XVI difende l’ecologia dell’uomo e della famiglia, contro il positivismo giuridico; Papa Francesco denuncia le colonizzazioni ideologiche e invita a un dialogo interculturale autentico; Papa Leone XIV chiede che le parole tornino a esprimere realtà certe e propone un multilateralismo purificato dalle ideologie. Un appello che rivolgo, con rispetto ma senza reticenze, all’Europa e alla Chiesa d’occidente: fate un serio esame di coscienza. Ascoltate l’Africa. Rispettatene la sovranità culturale. Offrite una cooperazione libera, non condizionata da agende ideologiche. Siate disposti a ricevere dall’Africa ciò che essa può ancora offrire all’occidente stanco: la testimonianza di una fede viva e di un senso della famiglia, che possono aiutare l’Europa stessa a ritrovare il proprio logos.</p><p>Conclusione: Ritornare al logos e alle realtà certe</p><p>Onorevoli parlamentari, permettetemi di chiudere là dove ho cominciato: con le parole di Papa Leone XIV. Senza parole che tornino a indicare realtà certe, ci ha detto il Santo Padre, non esiste un dialogo autentico, anche dentro la Chiesa cattolica. E io aggiungo: senza logos, la diplomazia e la cooperazione internazionale degenerano in un gioco di forza mascherato da linguaggio tecnico. Vorrei allora invitare tutto il Parlamento europeo ed i rappresentanti qui presenti, ad un vero e proprio esame del linguaggio: dire con chiarezza, senza ambiguità diplomatiche, cosa si intende davvero quando si parla di “diritti umani”, di “salute sessuale e riproduttiva”, di “gender”, di “famiglia”, e chiedersi, con onestà intellettuale, se queste definizioni rispettano davvero la dignità della persona e la libertà religiosa, oppure se le tradiscono, sotto un linguaggio apparentemente neutrale.</p><p>Ho cercato di offrirvi, in questa Lectio, tre chiavi di lettura che si tengono insieme come le pietre di un solo edificio. 1) La dignità della persona e la libertà religiosa, come radice di ogni convivenza umana, che nessuna ideologia di genere o pretesa “salute riproduttiva” può cancellare. 2) L’autodeterminazione dei popoli, come spazio di libertà in cui ogni popolo può incarnare questa dignità nella propria storia religiosa e culturale, senza subire condizionalità mascherate da cooperazione. 3) E infine l’Africa – non come oggetto di un’ingegneria sociale pensata altrove, ma come soggetto di cultura, di fede, di sofferenza e di speranza, per la Chiesa e per lo stesso occidente.</p><p>Un’ultima parola che nasce dal cuore di un pastore africano: la storia della fede sul mio continente ci insegna che la Chiesa cresce, spesso, proprio nelle stagioni di prova, e che i popoli che custodiscono la propria identità religiosa e culturale, contro ogni pressione esterna, sono, alla fine, quelli che meglio servono la causa di una vera fraternità universale. Non chiedo al Parlamento europeo un atto di fede, ma un atto di ragione: verificate, con gli stessi strumenti della vostra sapienza giuridica, se le parole che pronunciate onorano davvero la persona umana, la famiglia, la libertà dei popoli. Se lo fanno, l’Africa e l’Europa cammineranno insieme. Se non lo fanno, nessun trattato, per quanto ben scritto, potrà colmare la distanza che le “parole tradite” avranno scavato fra noi.</p><p>Vi ringrazio.</p>]]></description>
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				<title>Per i cristiani in Cina è notte fonda</title>
				<pubDate>Wed, 15 Jul 2026 05:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> In Vaticano, da quando è stato firmato l’Accordo segreto (otto anni fa) con la Repubblica popolare cinese in relazione alla nomina dei vescovi, dicono che <b>uno dei più grandi risultati dell’intesa è che ora non esistono più due Chiese. Ce n’è solo una, quella in comunione con il Papa</b>, i cui vescovi sono legittimi e riconosciuti. Se questa è la versione ufficiale, la realtà è come sempre accade più complessa. Domenica scorsa, il Telegraph ha pubblicato un dossier su quanto avviene realmente nel grande paese asiatico, dove pregare liberamente Dio non così facile. Le Chiese cristiane (cattoliche e soprattutto protestanti, che sono le più numerose) che non si uniformano al dettato del Partito, e cioè che a contare prima di tutto deve essere lo stato con il suo leader supremo, patiscono la persecuzione. TJ (così si è presentato uno dei testimoni, l’anonimato è indispensabile) ha raccontato al quotidiano britannico che la polizia è arrivata a casa sua di notte. Prima hanno staccato la corrente, quindi la linea telefonica. Colpi violenti alla porta che poi è stata sfondata. Subito la moglie e la figlia sono state rinchiuse in una stanza e per lui è iniziato l’interrogatorio. Naturalmente dopo essere stato immobilizzato a una sedia.</p><p>Tanto impegno solo per conoscere tutto della sua partecipazione a una Chiesa cristiana clandestina, cioè non legata all’Associazione patriottica cattolica o al Movimento Patriottico delle Tre Autonomie protestanti. <b>Non è un particolare da poco, in un regime comunista come quello di Xi Jinping: seguire (in qualunque modo e con qualunque mezzo) una Chiesa non riconosciuta è illegale, e dunque punibile.</b> E quando la Chiesa è riconosciuta, bisogna prepararsi ad appendere i ritratti del presidente sopra il pulpito e imparare a memoria cani patriottici da intonare prima dell’inizio delle celebrazioni.</p><p>Nei mesi scorsi, la Croix aveva documentato che – a seconda delle province e della fobia religiosa dell’uno o dell’altro plenipotenziario comunista – <b>i canti erano vietati e le messe potevano essere tenute solo in orari improbabili, all’alba o in piena notte</b>. Obiettivo: scoraggiare la partecipazione del popolo. Chi finisce nelle maglie delle forze di polizia, può sparire per mesi senza che neppure i parenti più stretti sappiano qualcosa. Le detenzioni sono infatti arbitrarie e a tempo indeterminato. Nessuno deve giustificare alcunché. Tra i capi di imputazione usati, quello di “usare la superstizione per sovvertire la legge”. Gli avvocati che, coraggiosamente, assumono la difesa dei cristiani, rischiano la sospensione dall’esercizio della professione legale. Nel 2018, sulla scia della grande opera di <b>“sinizzazione”</b> (cioè di conformare le religioni ai princìpi culturali e sociali della Cina così come definiti da Xi Jinping) è stato avviato un “piano quinquennale mirato ai cristiani” che includeva la censura dei sermoni (per i protestanti) e delle omelie (per i cattolici), il controllo delle donazioni alle chiese – è sui soldi che è più facile colpire –, la supervisione sulle traduzioni della Bibbia e l’inclusione del pensiero di Xi Jinping nel programma di studi dei seminari. Il tutto tra la chiusura di chiese clandestine e la demolizione di luoghi di culto non appartenenti a una Chiesa regolarmente registrata e quindi gradita alle autorità. Il Telegraph stima che i cristiani “autorizzati” a professare liberamente il proprio culto siano 44 milioni, a fronte di circa 115 milioni non registrati. Sui numeri, quando si parla di religioni in Cina, è sempre meglio essere prudenti: nessuno sa con certezza quanti sino i cristiani, benché tutte le rilevazioni più affidabili – ma fatte all’estero e basandosi su modelli non sempre accurati – affermino che quello è il paese “più cristiano al mondo”. Bob Fu, fondatore e presidente di ChinaAid, l’organizzazione umanitarista con sede negli Stati Uniti, ha detto che <b>oltre diecimila cristiani sono stati arrestati da quando Xi Jinping è al comando. </b>E' lui ad aver deciso la repressione delle attività religiose non autorizzate: “E’ l’imperatore che gioca a fare Dio. Non vuole che nulla sia venerato più di lui”.</p>]]></description>
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				<title>La Chiesa tedesca mette in guardia sul ritorno dell&#039;antisemitismo</title>
				<pubDate>Tue, 14 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>“<b>Se gli ebrei non osano nemmeno dire di essere ebrei, allora in Germania abbiamo un problema con l’antisemitismo</b>. Se gli ebrei non possono indossare una collana con una stella di David o una kippah senza essere molestati, allora in Germania abbiamo un problema con l’antisemitismo. Se le persone devono temere di essere minacciate perché parlano ebraico negli spazi pubblici, allora in Germania abbiamo un problema con l’antisemitismo”. Lo diceva, poco meno di un anno fa, l’allora vescovo di Hildesheim, <b>mons. Heiner Wilmer</b>. Nel frattempo, Wilmer è stato eletto presidente della Conferenza episcopale tedesca ed è stato trasferito a Münster. Domenica, aprendo il convegno annuale del Consiglio internazionale dei cristiani e degli ebrei ad Hannover, è tornato sul punto: “<b>Il crescente numero di ostilità e minacce nei confronti degli ebrei in Germania e nel mondo mi riempie di profonda preoccupazione</b> e dimostra ancora una volta quanto siano indispensabili la vigilanza, la solidarietà e una presa di posizione chiara e decisa”. Da tempo l’episcopato tedesco, d’intesa con le Chiese evangeliche, mette in guardia sulla crescita di un sentimento antiebraico nel paese, che si estende anche alla vicina Austria. La scorsa estate, l’arcivescovo di Salisburgo, mons. Franz Lackner, osservò che le manifestazioni contro il “genocidio” che si vedevano in strada non erano altre che una “maschera dell’odio antiebraico travestito da critica a Israele”. Mons. Lackner aggiungeva che  “un’Austria in cui agli ebrei viene negato l’accesso ai campeggi e il cibo nei ristoranti, in cui le loro tombe vengono profanate e le loro comunità minacciate, non può e non deve esistere”.</p><p>Domenica, il presidente dell’episcopato tedesco ha invitato a spingere ancora di più sul dialogo fra cristiani ed ebrei proprio “in un paese nel quale, per ragioni storiche, le questioni del pentimento, della riparazione e della riconciliazione continuano ancora oggi ad avere un’importanza fondamentale”. L’attenzione è massima soprattutto in vista dell’<b>atteso exploit di Alternative für Deutschland nelle elezioni in Sassonia-Anhalt del prossimo 6 settembre</b>. Le chiese locali da tempo segnalano l’incompatibilità della formazione di estrema destra con i valori democratici e poche settimane fa il vescovo di Magdeburgo, mons. Gerhard Feige, ha rivelato le pressioni che sta subendo – anche con lettere minatorie – per “cambiare opinione” rispetto al suo giudizio negativo su AfD. La preoccupazione è stata espressa anche dalla componente ebraica locale. Sul Jüdische Allgemeine, Jacques Abramowicz ha scritto che <b>“in quanto ebreo, questa normalizzazione delle frange politiche mi riempie di una profonda preoccupazione esistenziale”</b>.&nbsp;</p><p>“L’AfD –ha aggiunto – si mette in scena come forza di protezione contro l’antisemitismo importato, ma la sua stessa ideologia è profondamente etnonazionalista, revisionista sul piano storico e apertamente antisemita. Se un partito del genere diventasse una forza determinante, <b>vacillerebbero le fondamenta su cui è stata costruita la nostra vita nella Germania del Dopoguerra”</b>. Concludendo il suo intervento, mons. Heiner Wilmer ha detto che “pace, giustizia e riconciliazione non sono ideali astratti e irraggiungibili, ma compiti concreti ai quali ciascuno di noi può contribuire. Questa responsabilità comprende in particolare anche l’impegno contro ogni forma e manifestazione di antisemitismo”.</p>]]></description>
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				<title>Il regime in Nicaragua copia il modello cinese: i vescovi sgraditi vengono fatti sparire</title>
				<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Il regime nicaraguense dei coniugi Daniel Ortega e Rosario Murillo ha deciso di adottare il metodo cinese, almeno per quanto riguarda il trattamento riservato ai vescovi sgraditi: farli sparire non si sa dove. Quanto capitato a mons. Abelardo Mata, ottant’anni, vescovo emerito di Estelí (diocesi che ha guidato dal 1990 al 2021), lo spiega alla perfezione. Il 28 giugno, il presule aveva celebrato una messa in cui aveva chiesto di pregare per la Chiesa perseguitata in Nicaragua e per il legittimo vescovo diocesano e suo successore Rolando Álvarez, costretto all’esilio a Roma dopo aver passato diversi mesi in un carcere di massima sicurezza e la condanna a ventisei anni di galera per presunti crimini contro lo stato. Richiesta, quella di pregare, inconcepibile per le autorità. Il giorno dopo, mons. Mata è stato arrestato mentre si trovava in ospedale per esami di routine. Le autorità hanno confermato il fermo cautelare ma aggiungendo che poche ore dopo era stato riportato a casa, accompagnato e “in ottima forma”. La custodia cautelare si è resa necessaria per “indagare su proprietà e legami familiari incoerenti con la condizione sacerdotale” del vescovo. <b>Il problema è che di mons. Mata non si è più saputo nulla. </b>La sua abitazione è circondata dalle forze di sicurezza giorno e notte e neppure i parenti sono riusciti a contattare il loro congiunto. Qualche bene informato attivista per i diritti umani ritiene che sia tutta una messa in scena e che mons. Mata non sia affatto a casa sua, bensì detenuto in qualche carcere del regime. Regime che, però, respinge ogni accusa: il vescovo ha riconosciuto “di essere stato trattato in ogni momento con il dovuto rispetto e la considerazione che caratterizzano le forze dell’ordine nicaraguensi”. Questo è quanto è comparso su un foglio di carta, non dalla voce di Mata, che sul “rispetto” che caratterizza la polizia nicaraguense in passato ha sollevato più d’un dubbio (eufemismo). Il governo ha giustificato l’arresto spiegando che al vescovo non era consentito celebrare nella sua ex diocesi e che lui non solo ha sfidato il divieto, ma ha anche chiesto di pregare per mons. Álvarez e per l’amministratore apostolico mons. Valle Salmerón, arrestato pure lui perché ha ordinato tre sacerdoti senza il previo consenso del governo. Insieme al vescovo sono stati arrestati anche due sacerdoti e un diacono, poi rilasciati a condizione che non aizzassero più le folle contro il governo né pregassero per la Chiesa perseguitata. I tre sono molto vicini al presule desaparecido, a conferma che le forze di sicurezza sono impegnate in un’opera di intimidazione contro chiunque faccia parte della cerchia di mons. Mata. Il vescovo è sempre stato uno dei più temuti avversari del regime. Finora, nulla ha scalfito la politica del regime, anzi. Più dall’estero si attacca la coppia presidenziale, più i coniugi Ortega si danno alla persecuzione di dissidenti e religiosi. Nulla li ferma, se è vero che le turbas armate entrano anche nei luoghi di culto interrompendo le celebrazioni e non di rado picchiando i celebranti (è capitato, anni fa, anche al cardinale Leopoldo Brenes). <b>La diocesi di Estelí, che il governo considera l’epicentro della resistenza, ha subìto una persecuzione in piena regola: in meno di dieci anni è stata privata di circa il sessanta per cento del proprio clero.</b> Il vescovo è in esilio dopo essere finito nelle prigioni patrie. La curia è decapitata. Pechino ha fatto scuola.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>Ai parenti, Innocenzo XII preferiva i poveri, tanto da alloggiarli nel Palazzo dei Papi</title>
				<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<h3>Papa Innocenzo XII</h3><p>12 luglio 1691. <b>Antonio Pignatelli</b>, nato in Basilicata, venne eletto Papa Innocenzo XII dopo il più lungo&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/07/03/news/papi-e-antipapi-concili-e-rinunce-una-chiesa-nella-tormenta-ieri-come-oggi--401532">conclave</a>&nbsp;del secolo, <b>durato cinque mesi con discussioni e divisioni fra i campi francese e imperiale, veti incrociati provenienti dalle corti e disordini in città</b>. L’attenzione per i bisognosi che aveva avuto per tutta la vita continuò durante il pontificato. Si preoccupò anche degli inabili al lavoro, ospitando gli uomini nell’ospizio di San Michele a Ripa Grande e le donne nel palazzo del Laterano (che non era più abitato dai Papi). Dei poveri diceva che erano i suoi "nipoti" e ai nipoti veri impedì di accedere ai remunerati incarichi della curia romana. In occasione di alcune nomine cardinalizie, gli fu suggerito il nome dell’arcivescovo di Taranto, ma, pur riconoscendone il merito, lo escluse dai candidati perché era un suo nipote. <b>A lui si deve il completamento del Palazzo di Montecitorio, che divenne sede della curia pontificia</b>.</p><h3>Papa Clemente XII</h3><p>12 luglio 1730. Venne eletto Papa Clemente XII, il fiorentino Lorenzo Corsini. Nonostante l’età avanzata (aveva 78 anni) e i numerosi acciacchi  (negli ultimi anni divenne quasi cieco e fu spesso costretto a letto) fu papa per dieci anni, che furono ricchi di iniziative. Oltre a quelle di carattere ecclesiale, economico e politico, ve ne sono da ricordare alcune relative alla città di Roma. Molti interventi su edifici, come la nuova facciata della basilica di San Giovanni in Laterano e la costruzione del Palazzo della Consulta, la decisione di aprire alla cittadinanza i Musei Capitolini (il primo museo al mondo aperto al pubblico), e soprattutto la realizzazione della Fontana di Trevi, affidata con bando a Nicola Salvi. Il monumento fu inaugurato solennemente – credo si tratti di un caso unico – tre volte: da Clemente XII nel 1735 (mentre i lavori erano ancora in corso), da Benedetto XIV nel 1744 e da Clemente XIII nel 1762. Ciascuna di quelle cerimonie è ricordata da grandi iscrizioni che si leggono sulla facciata.</p><h3>Papa Innocenzo III</h3><p>16 luglio 1216. Morì improvvisamente <b>Innocenzo III</b>, Lotario dei Conti di Segni. La sua elezione, nel 1198, si era svolta nel septizonium, un antico imponente edificio imperiale accanto al Circo Massimo. Trasformato in fortezza nel corso del Medioevo, era in parte occupato da un monastero benedettino. Lì si erano riuniti i cardinali, decidendo una volontaria clausura "per poter discutere della sostituzione del Pontefice in modo più libero e più sicuro", come scriverà lo stesso futuro Papa, tanto che si è voluto vedere in quell’episodio, in realtà inappropriatamente, "il primo conclave" della storia. <b>Il giovane Pontefice (aveva 37 anni al momento dell’elezione) si era formato come teologo a Parigi e come giurista a Bologna, e dimostrò un’energia e una capacità di governo singolari</b>. Non ricordo qui le sue iniziative (positive e negative) in campo politico ed ecclesiale: per dare un’idea della sua attività si può considerare che di lui sono rimaste più di seimila lettere.</p>]]></description>
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				<title>Amoris laetitia guest star dell&#039;autunno papale. Stavolta senza coltelli...</title>
				<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 05:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma. </i><b>Una delle prove che attenderanno Papa Leone alla ripresa autunnale è l’incontro in programma dal 7 al 14 ottobre per il decennale dell’esortazione <i>Amoris laetitia</i>, promulgata da Papa Francesco dopo i caotici sinodi sulla famiglia del biennio 2014-2015.</b> Vi prenderanno parte i capi delle chiese cattoliche orientali e i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo. L’obiettivo è di “procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie di oggi, alla luce di <i>Amoris laetitia </i>e tenendo conto di quanto si sta realizzando  nelle Chiese locali”. Parteciperanno, su esplicita richiesta del Pontefice, anche alcune famiglie. Quando l’evento fu annunciato, la memoria andò subito a uno dei momenti iconici e al contempo più controversi, del pontificato francescano, quando i cardinali si ridussero a conte all’ultimo voto sull’ostia da dare ai divorziati risposati. Battaglie nel chiuso dell’aula e pubbliche, bordate contro la scarsa capacità di intendere dei porporati africani,  il cardinale Péter Erdo che lesse una relazione scritta dall’arcivescovo Bruno Forte, come rivelò lui stesso in Sala stampa dopo che qualche giornalista fece notare l’originalità delle tesi perorate da un solitamente ben poco aperturista porporato magiaro. E’ storia, come storia fu il via libera al riaccostamento alla comunione dei divorziati risposati inserito in una nota a piè di pagina (la numero 351), con conseguente conferma all’episcopato argentino che quella era l’interpretazione corretta.</p><p><b>Dieci anni dopo, allora, perché Leone va a riaprire un capitolo che di certo non è stato il più “unitario” nella storia recente della Chiesa?</b> La risposta è innanzitutto nella lettera da lui scritta a marzo, dove di <i>Amoris laetitia</i> –&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2016/05/26/news/il-dramma-di-papa-francesco--259171">che non è un documento eterodosso ma che è passato alla cronaca solo per quella noterella</a>&nbsp;– il Papa ha evidenziato esclusivamente gli aspetti sui quali all’epoca ci fu unanime e indiscutibile sostegno. Dove l’unità, insomma, fu manifesta e non solo un vuoto slogan. Leone XIV non intende  riaprire vasi di Pandora, ma sottolineare che le sfide odierne sono più ampie di qualche concessione pastorale. Scrisse il Pontefice che “per servire la missione di annunciare il Vangelo della famiglia alle giovani generazioni, dobbiamo imparare a evocare la bellezza della vocazione al matrimonio proprio nel riconoscimento della fragilità, in modo da risvegliare ‘la fiducia nella grazia’ e il desiderio cristiano di santità. Dobbiamo anche sostenere le famiglie, in particolare quelle che soffrono tante forme di povertà e di violenza presenti nella società contemporanea”.  Nei giorni scorsi, il dicastero per i Laici, la famiglia e la vita, di concerto con la Segreteria generale del Sinodo (che ormai ha assunto le fattezze quasi di un service per grandi eventi), ha pubblicato gli schemi procedurali.&nbsp;</p><p>Subito si sottolinea che l’Incontro autunnale sarà un percorso “<b>eminentemente pastorale</b>, che pone al centro le famiglie non soltanto come destinatarie dell’azione della Chiesa, ma come soggetti della sua missione”. I nuclei tematici saranno cinque. Primo: Le famiglie oggi: realtà, bellezza e sfide. Secondo: I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale. Terzo: La vita matrimoniale. I primi anni di matrimonio: un tempo decisivo. Quarto: Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere. Quinto e ultimo: Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa. Al di là delle modalità tecniche di confronto, sarà un banco di prova utile innanzitutto per capire se il clima intraecclesiale di oggi sia meno insidioso rispetto a un decennio fa. Soprattutto, si capirà se il programma pacificatore di Leone XIV è destinato a produrre risultati tangibili o se anche questa assemblea diventerà l’occasione per l’ennesima resa dei conti fra i dispensatori di verità nella canea social e quanti hanno individuato nell’americano Prevost il modernista da colpire, qualunque cosa dica e faccia. Che scomunichi gli eretici o che passi tre settimane in vacanza.</p>]]></description>
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				<title>Ora i tradizionalisti non scismatici chiedono un segnale al Papa</title>
				<pubDate>Wed, 08 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma</i>. <b>Dopo il bastone, la carota. Da dare non certo agli scismatici sedicenti depositari di Verbo e Tradizione, ma a un mondo di fedeli cattolici legati sì alla Tradizione ma in comunione con il Papa. </b>Sono loro che ora si attendono uno sguardo paterno da parte della Santa Sede, un “gesto discreto di misericordia”, per citare Benedetto XVI, che li liberi dai vincoli  stringenti imposti dal motu proprio <i>Traditionis custodes </i>con cui, di fatto, Francesco abolì il <i>Summorum pontificum</i> ratzingeriano, di cui ieri ricorrevano diciannove anni dalla promulgazione. La questione è complessa. Nel 1988, Giovanni Paolo II decretò sì la scomunica (che poi era automatica) per Lefebvre e i vescovi da lui consacrati, ma subito creò la commissione <i>Ecclesia Dei </i>che aveva il compito di accogliere quanti non ne volevano proprio sapere di rompere con il Papa. Da qui nacque, una ventina di giorni dopo, la Fraternità sacerdotale san Pietro e molto più tardi, nel 2006, l’Istituto del Buon Pastore. Nel 1990 veniva fondato l’Istituto di Cristo Re Sommo sacerdote, con profonda vocazione missionaria. Nella sua lettera del 29 giugno scorso al Superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, il Papa scriveva di riconoscere “l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità”. Già alcuni vescovi, come quello di Oslo – che si è detto disponibile ad aumentare il numero delle celebrazioni in <i>vetus ordo </i>se questo sarà per il “bene delle anime” –, hanno manifestato aperture su questo fronte. <i>Traditionis custodes</i> <b>fu motivato principalmente dal rifiuto del Vaticano II che si avvertiva in molte comunità legate alla messa preconciliare</b> e da un uso della concessione di Benedetto XVI fatta per “aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni”, scriveva Papa Francesco nella lettera di accompagnamento al suo motu proprio. Notava, il Pontefice, “un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II”. Il che, se è acclarato  in diversi casi, non può però essere assunto come regola generale.&nbsp;</p><p>Davvero tutti coloro che partecipano alle messe secondo il messale di Giovanni XXIII sono contrari al Concilio? Considerato l’innegabile afflusso di giovani e giovani famiglie alle messe “tradizionaliste” – fenomeno ben visibile in Francia, ad esempio – è pensabile che la partecipazione a quel rito sia meramente una questione ideologica e che i trenta-quarantenni che vi aderiscano siano soci ad honorem del Coetus internationalis patrum di iperconservatrice memoria? <b>Non è questione di rivendicare  scalpi</b>: Leone XIV, l’unica volta che si è pronunciato sul tema, un anno fa in un’intervista, ha detto che  vuole capirne di più, consultando tutti per poi decidere che fare.  Con l’obiettivo di porre fine a una polarizzazione ideologica che ha schiacciato la comunione ecclesiale. <b>Una soluzione può venire proprio dalla Francia</b>: il Papa, lo scorso marzo, ha inviato una lettera all’episcopato locale riunito a Lourdes in cui invitava a cercare “soluzioni concrete che permettano di  includere generosamente le persone sinceramente legate al <i>vetus ordo</i>, nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia liturgica”. Il cardinale <b>Jean-Marc Aveline</b>, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese, nei mesi scorsi ha detto che “la preoccupazione pastorale consiste nell’accogliere ciò che lo Spirito dice a questi giovani, a queste persone, e allo stesso tempo spiegare cos’è la tradizione, che risale ai concili più recenti”. E’ l’indicazione di una strada di riconciliazione che, rimanendo inflessibili sulla questione del Vaticano II, potrà portare a eliminare certe grottesche impuntature di Traditionis custodes: una su tutte, il divieto di celebrare la messa <i>vetus ordo</i> in una chiesa parrocchiale quando è possibile celebrarla in un campo sportivo. I fedeli al Papa e al rito nella forma cosiddetta “antica” chiedono che l’auspicio leoniano di “unità” riguardi anche loro.</p>]]></description>
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				<title>La manovra a tenaglia contro Papa Leone</title>
				<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Riposo, preghiera, letture e “speriamo un po’ di sport”. <b>Questo è il programma che il Papa intende seguire nelle tre settimane che trascorrerà a Castel Gandolfo. </b>L’ha detto lui stesso, domenica pomeriggio, salutando la folla che l’attendeva all’esterno del Palazzo apostolico della località sul lago di Albano. Ricaricare le batterie prima della ripresa che non si annuncia semplicissima. Se l’anno scorso era ancora in piena luna di miele, con il bagno di folla agostano a Tor Vergata, salutato da più di un milione di ragazzi che rincorrevano la papamobile sulle note di “Jesus Christ you are my life”, inno eterno dei raduni giovanili da Giovanni Paolo II in poi, quest’estate è segnata dalla sfida lefebvriana culminata con la raffica di scomuniche per scisma. Leone XIV, in realtà, in questi giorni è apparso assai sereno, anche nella fulminea trasferta di Lampedusa. <b>Quel che è cambiato, però, è il clima attorno a lui.</b> “Disarmare le parole”, ha scritto nella <i>Magnifica humanitas</i>. In effetti, basta aprire un qualunque social, inserire la chiave di ricerca “Papa” e subito si è travolti da accuse, insulti, elucubrazioni teologiche e pastorali contro Robert Prevost. Il più delle volte, specie su X ma non solo, a farlo sono utenti anonimi o con nickname che rimandano a motti latini (un po’ come quelli che da quattro anni attaccano chiunque si schieri a sostegno di Kyiv, sarà un caso). Il tutto, sovente, corredato da croci, emoticon a tema, rosari e mani giunte in preghiera. <b>Quando è iniziato l’assalto a Leone? Più o meno quando ha osato rispondere agli strali del presidente americano che l’aveva accusato di volere un Iran dotato di arma nucleare, di essere debole sul fronte della criminalità e di essergli poco grato visto che a lui doveva l’elezione.</b> Dal momento in cui Leone XIV ha detto “non ho paura”, è finito nel mirino. La galassia sedicente cattolica attivissima sui social network – probabilmente più lì che in parrocchia o nella frequentazione delle celebrazioni eucaristiche – è partita lancia in resta. Due gli argomenti che hanno condotto il Papa sul banco degli imputati: la condanna della Fraternità San Pio X e le parole sul fenomeno migratorio. Argomenti che in realtà si mescolano al punto da dire che <b>Leone vuole l’invasione dell’Europa e dell’occidente e che l’unico baluardo al crollo del vecchio mondo si trova a Ecône</b>. Prevost sarebbe un “antipapa”, un “Bergoglio che veste meglio”, il Papa “della Chiesa massonica”. Perfino “un comunista”. Ovviamente, l’ultimo Papa sarebbe stato Benedetto XVI, la cui rinuncia è chiaramente invalida e tutto quel che ne è venuto dopo è illecito. La stessa tesi è sostenuta anche dai fan lefebvriani più irritati dalla mannaia caduta sulle mitre aurifregiate dei vescovi scismatici, con il problema paradossale che li porta a rimpiangere Ratzinger che però, del Concilio che loro avversano, fu perito e gran sostenitore (Concilio e post Concilio sono affari diversi, come finì per rilevare pure Paolo VI). A ogni modo, Leone XIV è finito nel mirino come antitrumpiano e antiputiniano (tout se tient) che non parla di muri da costruire sui patri confini. Da qui, la deduzione che lui vuole “l’invasione islamica”. In un mondo in cui c’è chi inizia a dubitare che la Terra non sia piatta perché ha sentito “uno” dirlo su Instagram, ci vuole poco perché anche la signora del primo banco alla messa bassa domenicale della parrocchia di paese inizi a dubitare che questo americano sia il vero Papa. <b>Ci vuole poco per azzoppare un pontificato</b>. Allarme rosso.</p>]]></description>
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				<title>Da Lampedusa il Papa invoca l’Europa</title>
				<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 10:14:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Pubblichiamo il saluto di Papa Leone – sabato scorso in visita pastorale a Lampedusa – in risposta al saluto del sindaco Filippo Mannino e di seguito l’omelia del pontefice.</i></p><p>&nbsp;</p><p>Ringrazio il Signor Sindaco per il saluto che mi ha rivolto a nome del Comune di Lampedusa e Linosa, e ringrazio tutti voi per la vostra accoglienza!</p><p>Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a Papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. E oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia.</p><p>Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti. Grazie!</p><p>Cari fratelli e sorelle, Dio ci ama sempre per primo. La bellezza del mare, di quest’isola e dei vostri volti è un riflesso della sua iniziativa gratuita: l’amore ci precede, ci circonda e ci raduna. Sono grato al Signore di potervi visitare, sulle orme di Papa Francesco, che l’8 luglio 2013 volle venire a Lampedusa nel suo primo viaggio da Successore di Pietro.</p><p>Gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto. In questo senso, la parabola del buon Samaritano, appena proclamata, descrive una storia che continua (cfr Lc 10,25-37) e l’Enciclica Fratelli tutti ci ha aiutato a rileggerla nelle drammatiche circostanze storiche in cui siamo ancora immersi. La Parola di Dio è sempre per l’oggi e ci porta in una conversazione da cui uscire trasfigurati. Come risponderemo, dunque, all’amore di chi ci ha amati per primo?</p><p>Carissimi, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr v. 30). Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti (cfr Lc 10,30). Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità. La Lettera agli Ebrei ci ha detto: “Ricordatevi […] di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo” (Eb 13,3). È il centro della parabola evangelica: prossimi ci si fa, prossimo si diventa (cfr Lc 10,36-37)!</p><p>Sono venuto a ringraziarvi, fratelli e sorelle di Lampedusa, per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare. È avvenuto ancora il miracolo della compassione – “vide e ne ebbe compassione” (v. 33) –: una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita. Dico grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme. Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico.</p><p>La parabola ce lo racconta: l’amore è sempre nella libertà e la libertà sta nelle decisioni. C’è anche chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere. I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate. Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre” (cfr vv. 31.32).</p><p>Nella parabola, un sacerdote si trova lì “per caso” (v. 31), e dopo di lui un levita. Entrambi vedono, ma passano oltre. Purtroppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così – persino davanti alla sofferenza e alla morte – la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti. È tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti (cfr Ef 2,14). Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui – come ha fatto Gesù  – significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato.</p><p>Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata.</p><p>Come il Samaritano, possiamo cambiare programma e direzione. Più del Samaritano abbiamo risorse e opportunità per dare concretezza storica alla speranza. Lui “si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui” (Lc 10,34). Noi abbiamo ugualmente da riconoscere che “la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione” (Lett. enc. Magnifica humanitas, 213). Di questo, amici di Lampedusa, voi siete testimoni! Qui, confrontandosi con voi, si capisce meglio il nostro tempo e ognuno può verificare la direzione della propria vita. “Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà […]. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)” (ibid., 212).</p><p>Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto – come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace – l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità. Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado – in quest’area – di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa.</p><p>Sorelle e fratelli, come dicevo recentemente a Tenerife, durante il viaggio apostolico in Spagna, anche a Lampedusa la cultura dell’accoglienza ha una vocazione turistica, che – purtroppo – può sentirsi minacciata dalle rotte migratorie e svilupparsi nell’indifferenza, o persino in contrapposizione ai loro aspetti drammatici. Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato. C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca.</p><p>La prima Lettura ci ha ricordato che, praticando l’ospitalità, “alcuni, senza saperlo, hanno accolto degli angeli” (Eb 13,2). Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala. A beneficiarne sarete voi per primi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. La parrocchia, in particolare, sia una comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione.</p><p>Abbiamo qui, accanto all’altare, l’immagine della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa. Sapete forse che Sant’Agostino amava descrivere la vita umana come navigazione nel mare in tempesta e il suo destino come un porto salvo e sicuro. Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza. La vostra fede, carissimi, sia allora intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso. Torni questa venerata Immagine a parlarvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha trasmessa la devozione si affidava all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra. E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: “O’scià!” [Saluto tipico dei Lampedusani].</p><p>&nbsp; &nbsp;</p><p><i>Copyright © Dicastero per la Comunicazione&nbsp;- Libreria Editrice Vaticana</i></p>]]></description>
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