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		<title>Chiesa</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 13:12:34 +0200</pubDate>
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				<title>Il conclave più lungo dell&#039;epoca moderna e la magnanimità di un pontefice</title>
				<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>17 agosto 1740.<b> </b>Venne eletto <b>Benedetto XIV</b>, il bolognese Prospero Lambertini, dopo oltre sei mesi di conclave, il più lungo dell’epoca moderna. Riportò la curia romana nell’ambito culturale europeo dai cui sviluppi era rimasta lontana per decenni. Il suo interesse per tutti i campi del sapere lo rese attento ai bisogni degli scienziati (che favorì finanziando anche ricerche di vasta portata) e allo sviluppo degli studi: istituì cattedre universitarie di matematica, chimica e fisica, e Roma divenne un centro di studi ad alto livello. Autore egli stesso di fondamentali opere di diritto canonico, era un dotto che intratteneva rapporti con molti altri dotti del tempo: amico di Ludovico Antonio Muratori, il maggiore storico dell’epoca, ebbe contatti anche con Voltaire, che gli dedicò una sua opera. Acquistò la più grande biblioteca privata disponibile a Roma, quella degli Ottoboni, per arricchire la Vaticana, alla cui guida pose i letterati cardinali Querini prima e Passionei poi, mentre responsabile dell’archivio segreto era il celebre storico Giuseppe Garampi. Promosse la revisione dell’Indice dei libri proibiti (da cui fu tolto il divieto generale contro le opere che insegnavano la teoria eliocentrica) e dei criteri per la sua redazione, che da allora compresero l’obbligo di consultare l’autore contestato dandogli la possibilità di difendersi e di chiarire il suo pensiero. Il suo pontificato fu un tentativo coraggioso per una riconciliazione tra Chiesa e modernità.</p><p>18 agosto 1276. Morì <b>Adriano V</b>, il genovese Ottobono Fieschi, anziano e malato, dopo un pontificato durato solo 39 giorni. L’elezione si era svolta secondo le strette norme introdotte due anni prima dalla costituzione <i>Ubi periculum</i> con cui Gregorio X aveva istituito il conclave per eleggere i pontefici. La “custodia” del conclave era affidata al Senatore e Governatore di Roma, in quel momento il re di Sicilia Carlo d’Angiò. Egli applicò rigidamente le nuove regole segregando strettamente i cardinali in Laterano e riducendo loro drasticamente i viveri per costringerli a una rapida decisione. Il giorno successivo all’elezione, Adriano convocò un concistoro nel quale, ricordando le vessazioni subite durante il conclave, sospese la <i>Ubi periculum</i> riservandosi di riformarla successivamente, cosa che però non ebbe il tempo di fare.</p><p>20 agosto 1823. Morì <b>Pio VII</b>, Luigi Barnaba Chiaramonti, eletto dopo la morte di Pio VI prigioniero in Francia. Anche Pio VII subì la prigionia napoleonica. Gentile d’animo e coraggioso, dopo la sconfitta di Napoleone accolse a Roma i parenti del suo persecutore, in cerca di un rifugio altrove negato. Diede loro protezione e alloggio in un palazzo che affaccia su quella che oggi è piazza Venezia, e ancora vi si può scorgere il terrazzino protetto da coperture che consentono di guardare all’esterno senza essere visti (e molestati dai cittadini romani allora fortemente antifrancesi). Quel terrazzino è segno della magnanimità di un Papa, ma anche di una sua forza straordinaria.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;arbitro del Nuovo Mondo e il papa che non voleva esserlo</title>
				<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>11 agosto 1492. Venne eletto Papa Rodrigo de Borja (italianizzato Borgia) che prese il nome di Alessandro VI. E’ ricordato come uno dei Pontefici più discussi e criticati della storia per la vita caratterizzata da dissolutezza, con amanti e figli sia prima sia dopo la sua elezione, da uno sfacciato nepotismo e dall’accumulo di ricchezze. Noto è il suo costante e deleterio interessamento per alcuni dei figli, specie Cesare (per qualche anno anche cardinale), Juan e Lucrezia, per favorire i quali non esitò a repentini cambiamenti di alleanze politiche e a concedere nomine cardinalizie in cambio di ingenti somme di denaro. A mitigare il giudizio negativo non bastano il mecenatismo verso letterati e artisti, né l’avvio di una riforma degli ordini religiosi, né l’efficace ruolo di arbitro nella contesa tra Spagna e Portogallo per la spartizione delle aree di influenza nel Nuovo Mondo, codificata nel trattato di Tordesillas del 1494. Il suo critico più severo fu il frate domenicano Girolamo Savonarola; quando gli fu proibito di predicare e si rifiutò di obbedire, venne scomunicato. Studi recenti hanno tuttavia dimostrato che tale provvedimento fu un falso ordito da Cesare Borgia (figlio del Papa), il quale assoldò un falsario per redigere un documento a nome del Papa tramite il cardinale spagnolo Juan López. <b>Alessandro VI protestò vivamente con quel cardinale e cercò di far discolpare il frate, ma l’incapacità di indipendenza dal figlio gli impedì di procedere e di denunciare la falsità del documento. Giudicato a Firenze scismatico ed eretico, Savonarola fu impiccato e bruciato sul rogo, e le sue ceneri sparse nell’Arno.</b> Verso la fine del secolo scorso, Papa Giovanni Paolo II, nell’ambito delle iniziative di richiesta di perdono per gli errori commessi dalla Chiesa nel passato, promosse la riabilitazione del frate avviando l’iter per una possibile beatificazione.</p><p>12 agosto 1689. <b>Morì Innocenzo XI, Benedetto Odescalchi di Como, che in conclave aveva rifiutato l’elezione invitando i cardinali a scegliere qualcun altro.</b> Dopo una pausa di riflessione si procedette a una nuova votazione che confermò la scelta per lui. Manifestò subito le sue già note capacità amministrative e la sua preparazione nel campo economico, che aveva appreso dalla famiglia (fra le più ricche della Lombardia, dedita ad attività bancarie e commerciali), che si univano a un desiderio di riforma della Chiesa e dei costumi. Volle la cerimonia d’incoronazione, ad esempio, molto modesta, devolvendo il denaro risparmiato ai poveri e alla chiese romane. Nella stessa linea, abolì la tradizionale regata sul Tevere in occasione della festa di San Rocco destinando i fondi a un orfanatrofio. Contrario al nepotismo, non assegnò cariche pubbliche ad alcun parente. In campo internazionale, sostenne fortemente e finanziò la coalizione di eserciti cristiani che sconfisse i Turchi a Vienna nel 1683, fatto che segnò l’arresto dell’espansione ottomana in Europa.</p>]]></description>
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				<title>L&#039;autunno caldo di Papa Leone</title>
				<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Lunedì sera il Papa ha lasciato Castel Gandolfo dopo tre settimane di riposo nel Palazzo apostolico. <b>Non è stata una di quelle vacanze detox che tanto vanno di moda, quelle in qualche sperduto eremo disconnesso dal mondo dove quel che conta è mangiare green, camminare sull’erba, concedersi bagni di sole e dedicando il giusto tempo alla spiritualità (pare che l’ultima tendenza sia yoga al mattino e Salmi alla sera).</b> Leone XIV ha partecipato a un concerto dato in suo onore, a un pranzo con un gruppo di persone vulnerabili, si è concesso qualche gita fuori porta (sempre a carattere religioso-spirituale) e poi i consueti Angelus domenicali. E nella località che gli piace assai ci è tornato solo due giorni dopo per un evento per la pace (c’era Andrea Bocelli a cantare) e vi ritornerà anche a ferragosto per la solennità dell’Assunta e a fine mese per una suggestiva messa in riva al lago, come fece Giovanni Paolo II decenni fa. Una parentesi salutare, insomma, prima di rituffarsi a capofitto nelle questioni che tengono – e terranno – banco nei prossimi mesi. Al di là delle due uscite agostane (ad Assisi, San Marino e Rimini), ci sono i viaggi da preparare. Il primo in calendario è quello in Francia, a fine settembre. Doveva essere il viaggio della riconciliazione dopo le tensioni vissute tra l’Eliseo e il pontificato di Francesco, con il Papa che aveva acconsentito a un viaggio ufficiale tra Parigi, Lourdes e Metz, la città di uno dei grandi padri fondatori dell’Europa unita, Robert Schuman. Emmanuel Macron, però, ha pensato di accogliere il Pontefice con l’approvazione in via definitiva della legge sul fine vita, contro la quale si sono schierati i vescovi, il laicato cattolico come non si vedeva da anni e una parte non indifferente dello schieramento politico (il primo ministro, Lecornu, da giovane voleva farsi benedettino). Sarà interessante ascoltare quel che Leone dirà nelle varie tappe del pellegrinaggio, soprattutto a Lourdes, dove parlerà davanti a migliaia di malati  sensibili alla questione. E poi, in autunno inoltrato, la spedizione in America latina, fra Uruguay, Argentina e Perù. Negli Stati Uniti, ha rivelato in un’intervista alla Nbc, ci andrà forse fra un paio d’anni. Tempo che scada il mandato di Trump, hanno interpretato tutti.<b> L’autunno, però, porterà con sé anche l’incontro sul decennale di <i>Amoris laetitia</i></b>, l’esortazione di Papa Francesco seguita al doppio sinodo sulla famiglia che tante discussioni comportò, fra rese dei conti cardinalizie sulla pubblica piazza, conte all’ultimo voto e interpretazioni varie non univoche quanto alle decisioni adottate. Considerato il programma e il taglio che Leone ha voluto dare all’appuntamento, è improbabile che si assista a una replica del sommovimento di dieci anni fa. Nella lettera con la quale ha invitato i patriarchi orientali e i vescovi, il Papa si è infatti soffermato sugli aspetti dell’esortazione in cui il consenso è stato pressoché unanime: si tratta di considerare la famiglia come è oggi e le sfide che l’attendono ora e nei prossimi anni. Non si scorgono all’orizzonte barricate pronte a essere innalzate né rivendicazioni capaci di destabilizzare l’assemblea. Di acqua nel Tevere, da allora, ne è passata parecchia. Dove invece la terra sussulta è in ambito liturgico, forse il più delicato tra i vari dossier infilati nell’agenda del Pontefice.&nbsp;</p><p><b>Il cardinale Arthur Roche, prefetto per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti, non ha fatto un bel regalo a Leone appena rientrato dalle ferie. </b>Il porporato inglese ha infatti concesso un’intervista al Tablet in cui fa sapere che il Papa non toccherà <i>Traditionis custodes</i> né tornerà al <i>Summorum pontificum</i> di Benedetto XVI che sdoganava la celebrazione delle messe <i>vetus ordo</i>. Ovvia la polemica sui social d’ispirazione tridentina, pronti a tuonare contro Roche e pure contro il Papa. Che però non si è espresso. Le uniche parole sul tema da lui pronunciate risalgono a un anno fa: approfondire, studiare, parlare e capire. Da lì, al momento, non ci si è spostati di un millimetro e stante la sua assoluta prudenza e il suo silenzio su questioni così complesse – si ricordi solo che a fronte delle minacce scismatiche lefebvriane, poi concretizzatesi, è intervenuto solo una volta verbalmente e solo una volta per iscritto, peraltro quarantotto ore prima dello strappo andato in scena a Écône – è improbabile che abbia gradito l’uscita a mezzo stampa del cardinale. Anche perché l’effetto ottenuto è stato quello di creare instabilità, l’opposto dell’unità tanto invocata dal suo principale, Leone. L’autunno si prospetta intenso. <b>Meglio procedere giorno per giorno, scrutando il più possibile i rilassanti panorami del lago d’Albano.</b></p>]]></description>
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				<title>“Magnifica Humanitas” e la bussola cartaginese di fronte al deserto di silicio</title>
				<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 12:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ghazi Ben Ahmed</author>
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				<description><![CDATA[<p>Prima ancora che Roma, è Cartagine a offrire una delle chiavi di lettura di <i>Magnifica Humanitas</i>. Non la Cartagine delle guerre puniche, ma quella divenuta capitale dell’Africa romana: crocevia di popoli e di idee, dove si forma l’ambiente culturale del giovane Agostino. E’ su questa riva dimenticata che prende corpo una domanda decisiva: <b>quale posto deve avere la potenza quando l’uomo costruisce strumenti capaci di trasformare la propria condizione?</b></p><p><i>Magnifica Humanitas</i>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/magnifica-humanitas_90660">il documento con cui Leone XIV riflette sulle sfide antropologiche dell’intelligenza artificiale</a>, non rifiuta il progresso. La questione non è la tecnica, ma il desiderio che la guida. Che cosa accade quando gli strumenti creati dall’uomo sembrano voler ridefinire l’uomo stesso? Il richiamo ad Agostino apre una prospettiva più antica della rivoluzione digitale. <b>Si può leggerlo come il recupero di una sapienza nata nell’Africa romana, dove la tradizione classica incontrò il cristianesimo e maturò una riflessione sul desiderio, sulla libertà e sul limite.</b> Cartagine fu uno dei grandi laboratori intellettuali del tardoantico. Da Tertulliano a Cipriano, fino ad Agostino, questa scuola africana elaborò una visione dell’uomo nella quale la grandezza non coincideva con il dominio, ma con l’ordine dei desideri. E’ questa eredità che permette di leggere <i>Magnifica Humanitas</i> come una risposta alla nuova Babele tecnologica. L’eco della <i>Città di Dio</i> è evidente. La storia è attraversata da due orientamenti del cuore: l’amore che cerca nella propria forza la salvezza e quello che riconosce un ordine più grande. <b>La tecnica diventa pericolosa quando pretende di trasformarsi in promessa di liberazione assoluta. E’ ciò che Agostino chiamava <i>libido dominandi</i></b>: la volontà di dominio che spinge l’uomo a voler cancellare ogni limite. La crisi dell’èra algoritmica è anche una crisi dell’amore. Per Agostino l’uomo è anzitutto un essere che ama. Quando efficienza, velocità e prestazione diventano criteri assoluti, si perde ciò che non può essere calcolato: l’attesa, la memoria, la contemplazione. La macchina elabora dati, ma non conosce gioia, dolore o speranza. Simula risposte, non abita un’esistenza. L’uomo non diventa più umano eliminando la fragilità, ma riconoscendo che proprio nella finitudine si manifesta la libertà. Per questo la prospettiva cristiana si oppone al sogno postumano: il corpo non è una prigione, ma il luogo della relazione. Lo stesso rischio si manifesta oggi nell’esternalizzazione dell’interiorità. Memoria, decisioni e relazioni vengono progressivamente affidate ai sistemi digitali. Tornano così attuali le <i>Confessioni</i>: “Tu eri dentro di me, e io ero fuori di me”. <b>L’interiorità non è fuga dal mondo, ma la condizione per abitarlo con discernimento</b>. Letta in questa prospettiva, la bussola di <i>Magnifica Humanitas</i> non punta soltanto verso Ippona, ma anche verso Cartagine: verso quella tradizione africana che insegnò ad Agostino che la civiltà non si misura dalla potenza che accumula, ma dall’ordine dell’amore che sa custodire. Nel deserto di silicio, la bussola continua a puntare verso Cartagine. Da quella riva africana nasce una tradizione che oggi appartiene a tutto il Mediterraneo e lega il destino delle sue due sponde. <b>La sfida è comune: custodire un’idea dell’uomo che nessun algoritmo potrà sostituire</b>. Il futuro dipenderà meno da ciò che le macchine sapranno fare che da ciò che noi sceglieremo di amare.</p><p><i>L’autore è fondatore del Mediterranean Development Initiative (MDI), think tank impegnato a favorire un avvicinamento tra le due sponde del Mediterraneo in nome di patrimonio culturale comune.</i></p>]]></description>
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				<title>Un mondo in cui Dio è irrilevante</title>
				<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 11:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Gli inserti del Foglio Weekend</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Sulla copertina del suo ultimo libro uscito in Francia, sotto al titolo<i> 2050 </i>c’è una domanda: <b>“Tra venticinque anni, la Chiesa sarà ancora un faro o l’eco lontana di una voce dimenticata?”</b>. Interrogativo, quello che si pone il cardinale Robert Sarah, drammatico, che dovrebbe togliere il sonno ai vescovi d’ogni parte del globo, altro che riunioni e conversazioni ai tavoli sinodali sul narcotraffico e la delinquenza minorile. Eppure, pare che il tema sia tabù: si va avanti come se nulla fosse, si studiano piani diocesani e s’approntano campagne per raggiungere i lontani. Con risultati, di solito, scarsi. “Quella in copertina è appunto una domanda, non un’affermazione, né un auspicio”, dice Sarah in una questa conversazione con il Foglio: “Certamente l<b>a Chiesa, almeno in occidente, è in un tempo di grande difficoltà, perfino di confusione, sia a livello dottrinale, sia a livello morale e disciplinare</b>. L’intreccio tra cultura e fede non è mai irrilevante, anzi spesso condiziona la trasmissione della fede in modo determinante. Penso sia fuori di dubbio il fatto che non si possa più affidare alla cultura la trasmissione della fede, ma essa può essere consegnata alle nuove generazioni unicamente attraverso esperienze e testimonianze significative, che pongano al centro la preghiera, il silenzio, la liturgia ben celebrata, una fondamentale fedeltà al Vangelo e perciò una rinnovata umanità, e un modo più umano di vivere le relazioni. Sono queste le comunità a cui Benedetto XVI faceva riferimento, e delle quali vediamo già sorgere l’alba. La Chiesa, nei secoli, ha attraversato tante tempeste, ma non dobbiamo mai dimenticare che essa è divina, e dunque non verrà mai meno. Sì, la Chiesa sarà sempre un faro, perché essa è il Corpo mistico di Cristo. e Cristo è la Luce”.</p><p>Eppure, e nel volume c’è scritto in modo chiaro,<b> il discorso dominante si è concentrato esclusivamente su altre questioni: dal cambiamento climatico all’ecologia, dalle migrazioni al dialogo culturale.</b> Temi sui quali non c’è una critica a priori: lo stesso porporato li definisce importanti. Il problema, si sottolinea nel volume, insorge quando tali questioni mettono in disparte la centralità di Dio. Ma perché è accaduto ciò? Perché nelle omelie si sente parlare sempre più spesso di emergenza climatica anziché dei temi profondi della nostra fede? “Da un lato, come dicevo, la cultura dominante ha permeato anche gli ambienti ecclesiali, e perfino i predicatori non sono immuni da tale influenza. Dall’altro, può esserci la tentazione di dover a tutti i costi risultare graditi, accettabili dall’uditorio, e quindi cedere a quegli argomenti che pagano essendo più di moda. La conseguenza è una predicazione banale, del tutto irrilevante, che non incontra i profondi desideri dell’uomo. <b>L’uomo, anche l’uomo contemporaneo, ha assolutamente bisogno di Dio, di sentir parlare del Vangelo, della vita eterna, della spiritualità. Non è mai lecito ridurre il Vangelo a temi sociali e orizzontali, per quanto rilevanti, perché è un venir meno alla stessa volontà di Cristo, che ci ha mandati a predicare la salvezza eterna, e non la redenzione sociale</b>”.</p><p>Quel che il cardinale Sarah dice, e non da oggi, è evidente in occidente e – restringendo ancor di più il campo – in Europa. Quando si conversa con qualche vescovo o sacerdote del Vecchio continente, dei paesi che ne costituiscono il cuore, si percepisce che il problema non è più l’ateismo, che presupponeva comunque un dibattito – più o meno approfondito – sull’esistenza di Dio. No, <b>la questione è divenuta un’altra: Dio non è un fatto</b>. Non ci si pone più il problema della sua presenza nella vita di ciascuno e nella società. Secondo il cardinale Sarah,  che nel 2024 mandava in stampa <i>Dio esiste?</i>&nbsp;(Cantagalli), “si può riconoscere che in occidente, culturalmente, molti vivono come se Dio non esistesse. Dio non è più il centro delle preoccupazioni della gente, non ne abbiamo bisogno. C’è una irrilevanza del tema di Dio, anche se non c’è una irrilevanza del tema religioso, perché l’uomo è naturalmente religioso, e il senso religioso umano appartiene alla struttura antropologica dell’uomo ed ha comunque una rilevanza universale. Probabilmente, in occidente prevale un’idea distorta di Dio, che confligge con la libertà intesa come autonomia radicale. <b>L’illusione del dominio attraverso la tecnoscienza favorisce questa posizione dell’uomo nei confronti del creato e del creatore. </b>Ma è un’illusione, poiché la limitatezza della vita pone sempre il problema del senso nel quale è impossibile fuggire. E’ necessario avere il coraggio di proporre con forza Cristo come unica fonte per conoscere davvero l’uomo, il suo destino, il suo senso profondo. Ciò anche attraverso esperienze di fede comunitarie, che facciano sentire le persone appartenenti ad una realtà, vincendo la drammatica solitudine dell’occidente secolarizzato. La questione è ancora e sempre antropologica: chi è l’uomo, che senso ha la sua vita, quali relazioni davvero ne appagano il profondo bisogno di amore. Quell’amore che è Dio stesso”.</p><p>Tante volte si contrappone, al torpore dell’Europa secolarizzata – anche se ci sono isole felici, come la Norvegia di mons. Erik Varden, o il numero record di battesimi in Francia – la vivacità della Chiesa in Africa. <b>Non c’è però il rischio di enfatizzare la grande espressione di fede africana senza tener conto dei rischi di una fede “giovane”</b>, come già molti anni fa metteva in luce Benedetto XVI? Papa Ratzinger parlò dell’Africa come di un “immenso polmone spirituale” ma aggiunse che i polmoni si possono ammalare. “Certamente – risponde il cardinale Robert Sarah, guineano – l’Africa è un polmone spirituale; di più, come diceva Papa Paolo VI: nova patria Christi, la nuova patria di Cristo è l’Africa. Questo si può dire sia, ovviamente, a livello demografico, sia perché il cristianesimo è in continua espansione. Ma, come tutte le realtà giovani, è fragile, ha bisogno di sostegno e l’Europa, nella sua lunga esperienza teologica, liturgica e monastica, nella sua migliore espressione, culturale, di fede e plurisecolare, può ancora offrire questo sostegno. Talvolta i sacerdoti africani che vengono a studiare in Europa, non recepiscono tutta la grandezza e la forza della bimillenaria fede cristiana, perché anche l’Europa è fragile, distratta, incapace di trasmettere la propria profonda identità. <b>Penso che possa esserci una reciprocità tra Africa ed Europa: l’Africa con il suo apporto di fede giovane, fresca, entusiasta, spalancata al martirio, e l’Europa con la sua forza bimillenaria di santità e dottrina.</b> Un equilibrio difficile, ma non impossibile”.</p><p>E quando si parla di Africa, non si può non parlare della <b>persecuzione dei cristiani</b>, benché il tema non scaldi più di tanto chi organizza le scalette dei dibattiti televisivi alle nostre latitudini. Papa Francesco diceva che i perseguitati erano “più ora che nei primi secoli della Chiesa”. Spesso, invece, si tende a dire che non c’è una persecuzione, ma che si tratta solo di scontri per il controllo delle risorse naturali. E, spostandosi in oriente, non è che in Cina la situazione sia migliore. “Il dramma della persecuzione non è casuale nel cristianesimo, ma appartiene alla stessa identità cristiana. Cristo stesso è stato perseguitato ed è morto in croce per noi, dunque potremmo dire che la struttura martirologica è essenziale per il cristianesimo; non c’è Cristianesimo senza martirio. Se in alcune parti del mondo, per un certo tempo, non si fa l’esperienza della persecuzione, il rischio è che la fede diventi tiepida, nonchalant, incapace di reale testimonianza. Ciò premesso, è del tutto evidente che l’informazione è selettiva: soprattutto laddove la persecuzione avviene in paesi in via di sviluppo, non si tiene per nulla in considerazione il valore di quelle vite, e spesso i media occidentali ignorano del tutto il fenomeno. <b>Penso che l’Europa abbia terribilmente paura di riconoscere che è in atto una persecuzione anticristiana, e spesso, più in generale, antireligiosa.</b> Ma la persecuzione è più crudele in Europa. La fede è marginalizzata, i valori morali e cristiani combattuti. L’occidente ha ucciso Dio, o meglio, lo ha disprezzato, anzi combattuto apertamente. Ammetterlo significherebbe assumere posizioni conseguenti, cosa che l’Europa, probabilmente, non ha la forza di fare. Eppure i cristiani vanno protetti, soprattutto laddove sono minoranza, come tutte le minoranze. Il tema della Cina è molto complesso, e c’è da sperare che l’accordo segreto sia solo per favorire l’evangelizzazione, e non per scendere a compromessi con un governo che di fatto è costitutivamente antireligioso”.</p><p><b>L’accordo con la Cina</b> è uno dei punti qualificanti il pontificato di Francesco che, comunque lo si guardi e lo si valuti, è stato divisivo, anche nel dibattito “laico”. Nelle congregazioni generali che hanno preceduto il Conclave era evidente la ricerca di unità. Come si può aiutare, in questa opera, un Papa come Leone che dell’unità ha fatto un motto e uno stile di governo? “Il primo modo per aiutare il Papa è sostenerlo quotidianamente con la nostra preghiera, perché si lasci illuminare davvero dallo Spirito Santo, non seguendo il proprio pensiero personale o lasciandosi condizionare da un gruppo di persone, ma ascoltando ciò che Dio dice alla sua Chiesa. Certamente <b>Papa Leone, in questo primo anno di pontificato, ha mostrato grande equilibrio, grande capacità di ascolto, concreta volontà di ricucire anche quelle tensioni che si erano create.</b> La sua prudenza, la sua pacatezza e la sua simpatia umana ci sostengono nel ritenere che si possa davvero camminare in questa direzione. Possiamo inoltre aiutarlo nel discernimento, presentando a lui le differenti situazioni della Chiesa e del mondo, offrendo possibili prospettive di soluzione ma soprattutto offrendogli quanti più elementi possibili per poter fare un’attenta valutazione ed assumere le conseguenti decisioni. Sono persuaso che il santo padre Leone sappia benissimo quale sia la meta, e stia cercando, anche con l’aiuto dei Cardinali, le strade maggiormente percorribili per poterla raggiungere. Ringraziamo il Signore per il dono di Papa Leone”.</p><p><b>Parlare di unità quando si pensa alla questione liturgica appare complicato.</b> E’ un tema divisivo, ci sono due fronti contrapposti. Da una parte chi rivendica l’uso del vetus ordo come si trattasse di una conquista, dall’altra una realtà ideologica che quasi ritiene questi cattolici una “setta” da estinguere. Il Papa ha detto di voler capire bene la situazione, di confrontarsi e di parlare con tutti. Secondo il cardinale Robert Sarah, “è un dramma, anzi un vero e proprio peccato, che su un tema essenziale come la liturgia ci sia una sorta di guerra. La liturgia è la fonte della comunione della Chiesa e non è pensabile che su temi liturgici, anzi direi rituali, ci sia una tale contrapposizione e opposizioni tanto feroci. Nessuno ha autorità sui riti, che nascono dalla storia plurisecolare della Chiesa. <b>I riti non possono essere arbitrariamente aboliti, e nessuno può dire che un rito non esiste più, da un giorno all’altro. Penso che si debba prendere in seria considerazione il tema</b>, recuperando la posizione equilibrata, pastorale, e teologicamente fondata di Benedetto XVI, che permise ad entrambe le forme del rito latino di vivere, di contaminarsi, di essere conosciute dal popolo santo di Dio che, nei decenni, potrà scegliere quale forma corrisponde maggiormente al proprio bisogno di fede, silenzio, spiritualità. Alcuni eccessi di chi è legato alla forma straordinaria sono, in parte, giustificati dai drammatici e diffusi abusi della liturgia della forma ordinaria, che, ad oggi, non è spesso celebrata come il Concilio avrebbe voluto e come la stessa riforma liturgica suggerisce. La liturgia non è proprietà del celebrante, chiunque esso sia, sacerdote, vescovo o cardinale. La liturgia è di Dio, in essa si entra e nessuno ne è padrone”. Forse, però, il problema è ancor più profondo. Guardiamo la qualità delle omelie, spesso poco preparate e raramente capaci di lasciare qualcosa nel cuore e nella mente dei fedeli. Per non parlare delle celebrazioni, con i richiami al trascendente sovente ridotti a parentesi. Che fare? “In parte ho già risposto. La chiave è la formazione liturgica, la formazione, e ancora la formazione. Sia dei vescovi, sia sacerdoti, sia dei laici. <b>Il recupero del senso del sacro, in una società secolarizzata che ha espulso Dio, può avvenire soltanto attraverso l’annuncio della verità, la catechesi convinta e costante, e concrete esperienze di silenzio e spiritualità all’interno della celebrazione liturgica.</b> Il rispetto dovuto a Dio e l’umiltà della propria persona sono elementi fondamentali per recuperare il senso del sacro e la fedeltà alla celebrazione così come la Chiesa la vuole. Del resto, nessuno si permetterebbe di entrare nella Cappella Sistina e correggere il giudizio universale di Michelangelo. Ecco, il messale è molto più importante e molto più antico e molto più vincolante del Giudizio universale di Michelangelo, e dunque nessuno può correggere, togliere, aggiungere o modificare nulla del rito così come la Chiesa lo presenta ai fedeli. E i fedeli hanno il sacrosanto diritto di partecipare a sante messe celebrate come la Chiesa vuole, e non secondo l’arbitrio o il capriccio del singolo sacerdote”.</p>]]></description>
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				<title>Il Concilio di Efeso e l&#039;ultimo papa tedesco prima di Ratzinger</title>
				<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 05:58:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>31 luglio 432. Venne eletto Sisto III, sacerdote romano distintosi nelle controversie teologiche sulla figura di Gesù Cristo e di sua madre Maria. Da Papa approvò gli atti del Concilio di Efeso, conclusosi l’anno precedente, che aveva sciolto la questione teologica sulla natura umana e divina di Gesù sorta tra Cirillo di Alessandria e Nestorio di Antiochia a favore del primo, ricomponendo i dissensi tra i due patriarcati. Il Concilio aveva anche attribuito a Maria il titolo di Theotókos (“portatrice di Dio”) e, proprio sull’onda delle decisioni del concilio che aveva riaffermato la divinità del Cristo incarnato nella Vergine, <b>Sisto III dedicò la basilica liberiana sul colle Esquilino (ricostruita dopo i danni subìti decenni prima), al culto di Santa Maria Maggiore.</b> I mosaici della navata centrale costituiscono il più antico ciclo figurativo in una chiesa romana.</p><p>2 agosto 1057. Venne eletto Stefano IX (X), Federico Gozzelon della famiglia dei duchi di Lorena. Men che trentenne divenne cardinale (non vescovo) e fu poi monaco e abate a Montecassino. In stretti rapporti con Ildebrando di Soana, il futuro Gregorio VII, fece parte del gruppo di cardinali riformatori raccolti da Leone IX per riformare la Chiesa. La sua elezione da parte dei cardinali avvenne in assoluta libertà dopo la morte di Vittore II e senza attendere l’approvazione dell’imperatrice Agnese, reggente per il giovane Enrico IV. Fu l’ultimo Papa tedesco prima di Ratzinger; a differenza degli immediati predecessori non era vescovo al momento dell’elezione e non fu scelto dall’autorità laica. Nonostante un pontificato di soli otto mesi, proseguì con zelo l’opera di riforma della Chiesa: rafforzò il celibato ecclesiastico, lottò contro il matrimonio tra consanguinei e contro la simonia.</p><p>6 agosto 523. Morì Ormisda, che prima di diventare sacerdote era sposato e aveva un figlio di nome Silverio (che più tardi diventerà Papa). Ormisda affrontò il problema dello scisma con la chiesa d’oriente nato dalle dispute cristologiche e dal rifiuto del patriarca Acacio di Costantinopoli di accettare le conclusioni del concilio di Calcedonia del 415. <b>La questione ebbe profonde ripercussioni geopolitiche e si trascinò per decenni sotto diversi papi e imperatori, poiché Roma esigeva la condanna postuma di Acacio e il pieno riconoscimento del concilio.</b> La situazione si sbloccò nel 519, quando il nuovo imperatore Giustino I e il patriarca di Costantinopoli Giovanni II accettarono le condizioni di papa Ormisda, ponendo fine alla divisione. Il Papa aveva anche incaricato il colto monaco scita Dionigi il Piccolo di tradurre in latino i canoni della Chiesa orientale. Dionigi fu l’inventore del nuovo calendario basato sulla nascita di Gesù di Nazareth, che i suoi calcoli ponevano all’anno 753 dalla fondazione di Roma. Oggi sappiamo che commise alcuni errori e la nascita di Gesù è da porsi tra il 7 e il 4 a. C.</p>]]></description>
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				<title>Feste pagane al posto di quelle cristiane. Il programma dell’AfD che mobilita la Chiesa</title>
				<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 05:50:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Al congresso di giugno di&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/afd_51451">Alternative für Deutschland (AfD)</a>&nbsp;è stata messa ai voti una proposta volta a sostituire le festività cristiane con celebrazioni tedesche neopagane, a cominciare con il solstizio d’inverno e quello d’estate. Feste vere, con negozi, scuole e uffici chiusi e celebrazioni in tutta la nazione. A dirlo è stato Wolfram Weimer, ministro di stato e commissario per la Cultura e i media del governo federale (una specie di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, per fare paragoni con l’Italia). Weimer, conservatore e tra i fondatori della prestigiosa rivista culturale Cicero, ha subito richiamato infausti paragoni con il passato: “Naturalmente, la nostra tradizione, che affonda le sue radici nel cristianesimo e nell’ebraismo, esercita un’influenza culturale così profonda su tutto ciò che conosciamo che un attacco diretto contro di essa costituirebbe davvero un atto rivoluzionario, proprio come fecero i nazisti”. Sotto Hitler, infatti, il Natale fu ridefinito come una celebrazione neopagana di ispirazione nordica volta a esaltare la razza e i rituali propri del solstizio invernale. Non si tratta di difendere la festa (con gli annessi consumistici che tante analisi suscitano ogni dicembre) né di richiamare princìpi religiosi: Weimer non sta parlando di presepi nei luoghi pubblici o recite di Natale. Sta dicendo che l’AfD, al di là di rassicurazioni varie, <b>sta facendo proprio tutto il côté  del nazionalsocialismo di infausta memoria</b>: “E’ in gioco una questione fondamentale per la nostra società”. L’obiettivo dell’AfD, secondo il ministro, è di ridefinire la Germania secondo una concezione etnonazionalista, attraverso l’esaltazione del Volk, il popolo. “A prescindere da come ciascuno si rapporti alla fede cristiana, è evidente che la nostra tradizione, di origine cristiano-ebraica, ha plasmato così profondamente la nostra cultura e tutto ciò che conosciamo che un attacco frontale contro di essa rivela un’intenzione autenticamente rivoluzionaria, <b>proprio come fecero i nazisti</b>”.</p><p>“E allora  – ha proseguito Weimer – io dico: <b>davvero volete tornare all’ideologia <i>völkisch</i>, a una costruzione germanica? </b>La questione del Natale diventa il punto in cui tutto questo si concentra; è per questo che affronto il tema”. Weimer ha parlato di un “neonazionalismo” che vuole “chiudere tutto, dal Bauhaus fino alle istituzioni vicine alle Chiese” e anche per questo ci vorrebbe un’opera di denuncia più incisiva.&nbsp; E la Chiesa ha deciso di scendere in campo, nonostante le minacce della destra estrema di colpirla – soprattutto economicamente – se continuerà a fare campagna contro l’AfD. A settembre si vota in diversi Länder tedeschi, in Sassonia-Anhalt i sondaggi danno il partito nazionalista al 41 per cento, nel Meclemburgo-Pomerania anteriore al 36. Complice la crisi di consenso che sta attraversando il governo guidato dal cancelliere Friedrich Merz, sono pochi ormai gli osservatori che non credono alla AfD come primo partito di Germania. La Chiesa cattolica e quella evangelica hanno iniziato a fare campagna elettorale attiva attraverso manifesti affissi in scuole, parrocchie e istituzioni sociali, nonché con incontri organizzati ad hoc. Il messaggio è semplice: votare per i partiti democratici e contrastare l’estremismo. L’arcivescovo di Amburgo, mons. Stefan Hesse, ha invitato a “cogliere questa opportunità per fare delle nostre parrocchie e delle nostre istituzioni luoghi di dialogo e di democrazia”. In occasione dell’ultima Quaresima era stato il vescovo di Magdeburgo, mons. Gerhard Feige, ad avvertire i connazionali: <b>“Se la bozza dell’AfD per un possibile programma di governo dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt venisse presa sul serio, allora la democrazia liberale e il pluralismo, la libertà religiosa come la conosciamo e la tolleranza, sarebbero un ricordo”</b>.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/07/28/news/la-siria-e-ormai-diventata-uno-stato-islamico-dice-larcivescovo-siro-cattolico-di-homs--403330</link>
				<title>&quot;La Siria è ormai diventata uno stato islamico&quot;, dice l&#039;arcivescovo siro-cattolico di Homs</title>
				<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> <b>“Credevamo di aver finalmente raggiunto la libertà. Quella notte, per la prima volta dopo anni, dormii tranquillamente”</b>, ha detto nei giorni scorsi a Vienna mons. Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs. “Solo due mesi dopo scoppiarono scontri armati e le milizie islamiste iniziarono ad attaccare i civili alawiti. In quel momento mi sono reso conto che non avevamo ancora la libertà e la mia lotta per conquistarla è ricominciata”. Mons. Mourad fu rapito nel 2015 da miliziani dello Stato islamico mentre si si trovava nel monastero di Mar Elian: “Mi dissero ‘convertiti all’islam o ti taglieremo la testa’”. Riuscii a farsi forza con la preghiera – “Ogni volta che la paura mi travolgeva pregavo il rosario e la mia paura diventava coraggio” – e fu tratto in salvo da un gruppo di musulmani locali che salvarono dozzine di ostaggi dello Stato islamico. Molti dei “salvatori” sarebbero stati poi giustiziati. Conosce bene dunque chi oggi governa la Siria, che dalle file di quel movimento proviene. “La maggior parte dei membri del governo è fatta di fondamentalisti islamisti, molti sono di Idlib”, a lungo la roccaforte dei miliziani fedeli al Califfato di Abu Bakr al Baghdadi. “Questi estremisti odiano gli alawiti e i drusi ancor più dei cristiani e il governo non è in grado o non è disposto a fermare la violenza”. Se non si può parlare di libertà, ancor meno si può parlare di libertà religiosa, anzi: le minoranze religiose sono nel mirino, gli islamisti ritengono che l’unica vera fede sia quella musulmana. La diversità della società, anche quella religiosa, ha detto mons. Mourad, non ha alcun valore per il nuovo governo.</p><p><b>La presenza dei cristiani è ai minimi: prima della guerra civile ce n’erano due milioni. Oggi ne restano trecentomila, forse trecentocinquantamila.</b> “Se questa tendenza continuerà, il cristianesimo scomparirà da questa regione”. Nonostante ciò, non si allinea alla maggioranza dei vescovi locali che chiede a chi è scappato di tornare in patria, anzi. La situazione economica è drammatica, manca il lavoro e la sicurezza non è garantita. Un anno fa, un attentato suicida durante la messa domenicale pomeridiana aveva devastato la chiesa greco-ortodossa di Mar Elias, uno dei monumenti più antichi e  venerati di Damasco. Più di venti i morti, decine i feriti. Non era un bersaglio scelto a caso: quella chiesa era da sempre il simbolo del dialogo e della convivenza tra fedi diverse. L’attentatore – affiliato a quel che resta dello Stato islamico – sapeva bene cosa rappresentava quel luogo. Ed è proprio questo che oggi il vescovo lamenta: “Sono necessari più spazi di incontro oltre i confini confessionali e religiosi affinché una convivenza possa avere di nuovo successo”, ma il governo pare ben poco disposto a procedere su questa linea. Non c’è pluralismo né lo si cerca: “Perché nel nuovo Parlamento siriano ci sono solo sei cristiani e solo cinque donne?”, s’è chiesto. Un Parlamento la cui gran parte dei componenti, ha sottolineato mons. Mourad, è composta da fondamentalisti islamisti, molti dei quali provenienti proprio da Idlib, la capitale del Califfato del fu Abu Bakr al Baghdadi. Non proprio un bel biglietto da visita per la nuova Siria che tanta curiosità e clemenza suscita in occidente.</p>]]></description>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/07/25/news/il-fine-vita-e-unipocrisia-in-francia-vogliono-legalizzare-liniezione-letale-intervista-al-vescovo-di-bayonne--403166</link>
				<title>&quot;Il fine vita è un&#039;ipocrisia. In Francia vogliono legalizzare l&#039;iniezione letale&quot;. Intervista al vescovo di Bayonne</title>
				<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> “Le nostre società occidentali si stanno suicidando, non solo perché fanno sempre meno figli, ma anche perché programmano l’eliminazione delle persone più fragili, considerate un peso per una società nella quale prevalgono l’efficienza e il benessere. Aiutare a vivere costa più che aiutare a morire”. <b>Non si cela dietro al diplomaticamente corretto, mons. Marc Aillet, vescovo di Bayonne, conversando con il Foglio dopo il voto sul “fine vita” del Parlamento francese.</b> Il presule ha ricordato che “il sostegno pubblico a una legge gravemente contraria all’insegnamento morale della Chiesa pone un vero problema di coerenza ecclesiale” e ha scritto che “parlare di ‘aiuto a morire’ è un’ipocrisia: il vero obiettivo è legalizzare il suicidio assistito e l’eutanasia”. Che cos’è accaduto in Francia?</p><p>“In effetti, i termini ‘suicidio assistito’ ed ‘eutanasia’ sono stati prudentemente omessi dal testo della proposta di legge sull’‘aiuto a morire’, appena approvata in via definitiva, con una risicata maggioranza, dall’Assemblea nazionale in terza lettura. Ciò dimostra che si teme l’impatto di queste parole sull’opinione pubblica e sul rapporto di fiducia tra operatori sanitari e malati. Ma si tratta di pura ipocrisia, perché ciò che si vuole legalizzare è proprio l’iniezione letale che, con il pretesto di alleviare sofferenze refrattarie, costituisce un atto volto deliberatamente a dare la morte”. In pratica, dice mons. Aillet, “<b>è come se, davanti a un uomo che, in un momento di disperazione, stesse per gettarsi da una finestra sotto i vostri occhi, voi lo aiutaste spingendolo nel vuoto.</b> Può sembrare un paragone semplicistico, ma è effettivamente ciò che è stato appena votato dalla maggioranza dei deputati. Mi sembra che la forzatura del governo, il cui programma era noto fin dall’inizio di questo mandato presidenziale, la scarsa distanza critica di molti parlamentari rispetto a un testo di legge complesso e la pressione unilaterale esercitata da potenti gruppi di pressione attivi da anni abbiano avuto la meglio sulle esitazioni di numerosi deputati che, a loro dire, hanno votato ‘secondo coscienza’, ignorando tuttavia gli allarmi lanciati dagli operatori sanitari direttamente coinvolti, i quali, nella loro larghissima maggioranza, sono contrari al suicidio assistito e all’eutanasia. <b>Non si è voluto ascoltare chi, con riconosciuta competenza professionale e straordinaria dedizione, opera quotidianamente nelle cure palliative</b>”.</p><p><i><b>Come si spiega questo cambiamento culturale, prettamente occidentale, che porta a legiferare sulla morte anziché sulle politiche a favore della vita, come ad esempio sulla natalità? Vede una contraddizione  in questo comportamento?&nbsp;</b></i></p><p>Risponde mons. Marc Aillet: “Ci troviamo in una piena contraddizione. Da una parte si iscrive, come in Francia, la libertà di abortire nella Costituzione e si promuove la procreazione medicalmente assistita senza padre e la gestazione per altri per le coppie omosessuali che desiderano un figlio. Il bambino non è più considerato portatore di una dignità intrinseca, anteriore a qualsiasi riconoscimento da parte della società: viene invece subordinato al desiderio degli adulti o al progetto genitoriale. <b>Si instaura così, democraticamente, una nuova forma di schiavitù che produce una classe di ‘sub-uomini’</b>. L’argomento della compassione è soltanto di facciata: si tratta di una scelta politica deliberata, sostenuta da un’ideologia della morte e da calcoli economici di basso livello. E’ l’individualismo consumistico a prevalere ovunque in occidente: la libertà di godere senza limiti. Ma questa libertà non sarà mai realmente accessibile se non ai più ricchi; i poveri, sotto la pressione di questa cultura incoraggiata dal legislatore, finiranno per farsi da parte spontaneamente, ma con quale ‘consenso libero e informato’?”.</p><p><b><i>Ha sorpreso e non poco la grande mobilitazione del laicato francese. Se l’aspettava?</i></b></p><p>“Non c’è dubbio che questo lungo dibattito sul fine vita, con i suoi molteplici sviluppi e colpi di scena dall’inizio di questo quinquennio, abbia visto <b>una mobilitazione fuori dal comune delle associazioni pro vita di ispirazione cristiana</b>. Anche i vescovi di Francia si sono impegnati come mai prima d’ora, con una vera opera di formazione e sensibilizzazione per informare in profondità i fedeli e far valere tutto il loro peso morale, sia nei confronti del grande pubblico sia attraverso un intenso lavoro di pressione e dialogo con i parlamentari e il governo. La novità – sottolinea mons. Aillet – è che il laicato cattolico, attraverso associazioni molto attive – Alliance Vita, Fondation Lejeune, Associations Familiales Catholiques… –, si è unito ad associazioni di operatori sanitari o rappresentative delle persone con disabilità, oltre che alla Société Française d’Accompagnement et de Soins Palliatifs che, in quanto organismo competente, ha fatto costantemente sentire il proprio punto di vista. Di fronte alla propaganda a favore dell’eutanasia, ampiamente mediatizzata e finanziata dallo stato, portata avanti da organizzazioni come l’Admd, potentemente sostenuta dalle logge massoniche, e di fronte inoltre a una Convenzione cittadina quasi esclusivamente animata da sostenitori dell’eutanasia, nella quale <b>le voci pro vita non sono state né ascoltate né prese in considerazione, si è trattato della lotta di Davide contro Golia</b>”.</p><p><b><i>Tale mobilitazione ha avuto effetto, nonostante il voto? </i></b></p><p>“Questa battaglia è riuscita a modificare la posizione di molti parlamentari: il Senato alla fine ha rifiutato di votare il testo, il numero dei deputati favorevoli all’‘aiuto a morire’ è diminuito man mano che il dibattito procedeva, ed è probabile che, senza la corsa contro il tempo imposta dal governo, il voto avrebbe potuto avere un esito diverso! Del resto, la stragrande maggioranza del personale sanitario – medici, infermieri, operatori socio-sanitari – è contraria alla legalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia; e l’opinione pubblica, quando viene interrogata in modo obiettivo dagli istituti di sondaggio – cioè senza presentare l’eutanasia come l’unica alternativa al dolore –, tende a rifiutare l’‘aiuto a morire’ e si pronuncia a favore delle cure palliative, il cui accesso universale, pur essendo stato nuovamente approvato all’unanimità dal Parlamento, non è ancora garantito. <b>E’ un lavoro di fondo che comincia a dare frutti e che finirà per prevalere, perché è lì che si trovano la ragione e la vera compassione: quella degli operatori sanitari che si dedicano anima e corpo ai malati e alle persone più fragili</b>, in particolare nelle unità di cure palliative. Essi sono realmente credibili, perché sono a contatto con la realtà, di fronte agli ideologi da salotto e da studio televisivo che promuovono il ‘diritto a morire con dignità’”.</p><p><b><i>E ora?</i></b></p><p>“Constato che, di fronte ai diversi ricorsi al Consiglio costituzionale, la mobilitazione non viene meno e non si percepisce scoraggiamento: le associazioni rimangono vigili e sono più che mai impegnate sul fronte dell’accompagnamento dei più fragili, della cura e dell’aiuto a vivere fino alla fine!”.</p><p><b><i>Anche molti cattolici, però, sostengono una legislazione sul fine vita. La motivazione è che si tratta di una “questione di dignità”. Insomma, spetta a me decidere come morire e, in fin dei conti, a che serve soffrire quando l’esito è inevitabile? Sono domande diffuse e non banali. Come risponde, da uomo di fede e pastore?</i></b></p><p>“E’ proprio vero che le parole non hanno più lo stesso significato, anche presso alcuni cattolici più permeabili allo spirito del mondo che all’insegnamento del Magistero. Per loro – ed è l’aria che respirano, impregnata di ciò che Papa Benedetto XVI chiamava ‘la dittatura del relativismo’ –, <b>la dignità dell’uomo coincide con una libertà assoluta: quella di decidere della propria vita e della propria morte</b>, che tuttavia si scontra con l’impossibilità di decidere l’inizio della propria vita! Si vede bene a quale autodistruzione conduce una simile concezione della società, nella quale necessariamente il più forte finisce per prevalere sul più debole! Per noi, invece, come ha ricordato bene il Concilio Vaticano II nella sua Costituzione pastorale Gaudium et Spes, la dignità della persona umana è legata alla nozione di ‘immagine di Dio’: l’uomo è stato creato – e questo gli impone effettivamente un limite – a immagine di Dio, cosa che gli conferisce una dignità eminente. Egli infatti è chiamato da Dio, nel quadro della sua natura, che non si è dato da sé ma ha ricevuto dal Creatore, a rendersi simile a Dio, essendo dotato di intelligenza, libero arbitrio e di una propria capacità di agire. Questa libertà non è indifferente al bene e al male, ma, in quanto facoltà della ragione e della volontà, affonda le sue radici nelle inclinazioni naturali dell’uomo verso la verità e l’amicizia: siamo liberi per amare nella verità e troviamo pienamente noi stessi soltanto nel dono disinteressato di noi stessi! Per natura siamo legati e dipendenti gli uni dagli altri, ed è assumendo liberamente questa dipendenza originaria che sperimentiamo i benefici della solidarietà e della fraternità, soprattutto accanto ai più fragili: questo è il segno di una civiltà degna di questo nome!”.</p><p><b><i>E la questione della sofferenza?</i></b></p><p>“La sofferenza è un ostacolo per tutti e, per noi cristiani, trova il suo significato ultimo soltanto nel mistero di Cristo morto e risorto: è attraverso la croce – che spesso siamo legittimamente tentati di evitare – che Gesù Cristo ci ha salvati. La sofferenza richiama la compassione degli altri; la sofferenza dell’altro è per ciascuno di noi un appello a sollevarla fisicamente e moralmente e, in questo senso, essa non è più assurda! L’esito della sofferenza non è certamente sempre la guarigione, ma è la vittoria dell’amore donato e ricevuto, con la grazia di Dio e la compassione attiva dei nostri cari, sul non senso, sulla disperazione e sulla morte. Con Cristo, la morte non è un fallimento: essa è superata dalla vita che il Risorto ci promette e ci offre. In questo senso, <b>è falso parlare di ‘fine vita’ e di ‘aiuto a morire’: queste espressioni traducono l’atteggiamento di coloro che non hanno speranza e non credono in un Aldilà dopo la morte.</b> Accompagnare fino alla morte significa richiamare le forze della vita che sono dentro ciascuno di noi; significa trovare la sorgente dell’amore che è più forte della morte! Gli operatori delle cure palliative lo sanno per esperienza: nella stragrande maggioranza dei casi, quando il paziente è sollevato dal dolore e accompagnato, non chiede più la morte”.</p><p><b><i>Tutto questo mentre, fra due mesi, il Papa si recherà in Francia. Parigi, Metz e Lourdes, luogo simbolico per i tanti sofferenti. A giugno, Leone XIV, intervenendo al Parlamento spagnolo, ricordava che la vita deve essere protetta dal concepimento fino alla sua fine naturale. Pensa che il voto francese potrà avere ripercussioni sul viaggio così tanto atteso?</i></b></p><p>“Sì, è vero che il Papa è invitato a venire in Francia dallo stesso presidente della Repubblica che ha fatto della promozione del diritto all’eutanasia e al suicidio assistito un punto d’onore, pur conoscendo perfettamente la posizione della Chiesa, che Papa Leone XIV ha già ampiamente espresso, in particolare davanti alle Cortes di Spagna e probabilmente anche durante l’udienza privata concessa a Emmanuel Macron lo scorso aprile: si sfiora la schizofrenia politica! Quando il Papa metterà piede sul suolo francese, la legge sarà già stata approvata dal Parlamento, ma ci si troverà nel pieno dei ricorsi davanti al Consiglio costituzionale, e i decreti attuativi non saranno ancora stati emanati dal governo o potranno essere contestati davanti al Consiglio di stato. Il Papa avrà ancora piena libertà di parlare, cosa di cui non si può dubitare, come suggerisce il tema del suo viaggio: Perché il mondo abbia la vita. Sappiamo che il Santo Padre dovrebbe intervenire davanti all’Unesco a Parigi e davanti <b>alla grotta di Massabielle a Lourdes, dove accorrono, nella speranza, tantissimi pellegrini malati e persone con disabilità.</b> Non si può immaginare che il Papa non colga l’occasione per un vero appello in favore dell’accompagnamento della fragilità fino alla fine, pronunciandosi ancora una volta ‘con serenità e fermezza’ contro l’eutanasia e il suicidio assistito. Non so quale eco questo potrà avere sul governo, ma nel contesto attuale avrà necessariamente un grande impatto sull’opinione pubblica e incoraggerà tanti fedeli e uomini e donne di buona volontà a continuare a condurre fino alla fine la buona battaglia della vita! Dopo di che, tutto è affidato alla grazia di Dio!”.</p>]]></description>
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				<title>Quasi finite le vacanze del Papa. Tra gite, sport e concerti, Leone si prepara a un autunno di fuoco</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author> </author>
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				<description><![CDATA[<p>Tre settimane nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, sul lago di Albano. Preghiera, letture e “speriamo un po’ di sport”, aveva detto il&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/papa-leone-xiv_44108" target="_blank">Papa</a>&nbsp;salutando la folla che lo scorso 5 luglio lo attendeva nella cittadina laziale per l’inizio delle vacanze. <b>Di sport ne ha fatto (tennis e nuoto), tempo per controllare se i cavalli lì accuditi  stessero bene ne ha avuto</b>. E, come aveva annunciato, ha compiuto anche qualche gita fuori porta. Prima a Montecassino, con preghiera sulla tomba di san Benedetto e pranzo con la comunità benedettina. Poi al Santuario della Santissima Trinità a Vallepietra, e quindi a Subiaco, con meditazione davanti all’affresco duecentesco di San Francesco e nel Sacro Speco prima di un momento conviviale nel monastero di Santa Scolastica.</p><p>Nel mezzo, un pranzo con un gruppo di persone vulnerabili della diocesi di Roma e un concerto serale di musica sinfonica offerto dalla diocesi di Albano. Tre settimane di pausa, benché non completo: è sempre raggiungibile, anche in piscina ci sono gli apparecchi per le comunicazioni. Domenica si torna a Roma, salvo cambiamenti dell’ultima ora (come accadde l’anno scorso). <b>Non saranno le vacanze in montagna dell’alpinista Wojtyla, ma è qualcosa che gli si avvicina: per affrontare scismi, malelingue e colpi bassi, serve ricaricarsi</b>.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>I cavalli in via del Corso e la stamperia poliglotta</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:33:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>26 luglio 1471. Morì Paolo II, il veneziano Pietro Barbo. Nipote di Papa Eugenio IV, è ricordato anche per i suoi interventi legati al carnevale romano, per il quale venivano organizzate corse di cavalli (senza fantino) lungo l’antica Via Lata che per questo prese il nome di Via del Corso. Le gare si svolgevano fra Piazza del Popolo e il palazzo di San Marco (poi Palazzo Venezia), edificio da lui fatto costruire quand’era cardinale e che dal 1466 divenne la sua residenza abituale, dalla quale poteva assistere comodamente all’arrivo delle corse e alla spettacolare “cattura” dei cavalli.</p><p>27 luglio 1061. Morì Niccolò II, Gerardo di Borgogna. Era stato eletto a Siena in modo insolito, da cinque cardinali vescovi, senza l’intervento del clero e del popolo romano. Il suo pontificato si rivelò cruciale per la libertas Ecclesiae, uno degli scopi principali della riforma della Chiesa nel secolo XI. Per sottrarre definitivamente l’elezione pontificia al potere laicale, specie quello imperiale, promulgò nel 1059 la bolla In nomine Domini, con cui stabiliva che la scelta del Papa spettava ai soli cardinali vescovi, a maggioranza, ai quali si associavano poi gli altri cardinali e, infine, il clero e il popolo per l’approvazione; il Papa così eletto possedeva immediatamente la pienezza dei poteri della carica, indipendentemente dalla sua presa di possesso della sede romana e dalla sua intronizzazione; durante la sede vacante i cardinali vescovi avevano la responsabilità della chiesa romana. <b>Il decreto ridusse drasticamente il corpo elettorale, e l’elezione venne di fatto sottratta al potere laicale.</b> Le procedure furono ulteriormente precisate 120 anni più tardi, quando Alessandro III stabilì che a eleggere i Papi sarebbero stati tutti i cardinali con la maggioranza dei due terzi, norme ancor oggi in vigore.</p><p>29 luglio 1644. Morì Urbano VIII, il fiorentino Maffeo Barberini. Papa per oltre vent’anni, realizzò attività degne di nota, come la fondazione di un collegio per la formazione dei missionari e di una stamperia poliglotta per pubblicare libri anche in alfabeti diversi da quelli usati in Europa. Intervenne nella riforma del breviario, promulgò nuove procedure per la canonizzazione dei santi, approvò vari ordini religiosi, agì ripetutamente per l’applicazione dei decreti del concilio di Trento e lasciò una traccia artistica profonda a Roma, specie per la presenza di Giovan Lorenzo Bernini. Non altrettanto costruttivo fu invece il suo impegno politico. <b>Molto sicuro di sé e talvolta collerico, anche a lui si dovette l’irrigidimento che portò alla definitiva condanna di Galileo Galilei, di cui era stato estimatore e amico personale.</b> Cambiò radicalmente atteggiamento dopo aver riconosciuto le proprie argomentazioni contrarie all’eliocentrismo messe in bocca a Simplicio, personaggio del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo che impersonava un famoso commentatore aristotelico, spesso deriso nell’opera dello scienziato fiorentino come un “sempliciotto”.</p>]]></description>
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				<title>I dilemmi di Papa Leone davanti alle mosse cinesi</title>
				<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 05:21:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Mercoledì, la Sala stampa vaticana ha dato conto dell’<b>ordinazione episcopale di Giuseppe Chang Yanfeng</b>, che il 15 giugno (ma si è saputo solo due giorni fa) il Papa aveva nominato vescovo di Chifeng, “avendone approvata la candidatura nel quadro dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese”. <b>E’ il primo vescovo in Cina a essere designato quest’anno.</b> Due erano stati nominati l’anno scorso, il primo s’era insediato a ottobre (il vescovo ausiliare di Shanghai, mons. Ignazio Wu Jianlin) e il secondo a dicembre (il prefetto apostolico di Xinxiang, mons. Francesco Li Jianlin). Entrambi erano stati scelti dal Partito comunista cinese durante la Sede vacante, sgarbo sommo di Pechino a Roma: il Papa era appena morto e, a funerali ancora da approntare, venivano scelti i presuli. Testimonianza evidente dello squilibrio che domina in un’intesa – provvisoria e segreta – che di fatto consente lecitamente alla Cina di scegliersi i vescovi che più corrispondono ai propri progetti di controllo dei culti religiosi. Il novello vescovo è stato ordinato dal vicepresidente dell’Associazione patriottica e il primo co-consacrante era il vicepresidente del Consiglio dei vescovi cattolici della Cina, una sorta di Conferenza episcopale che però la Santa Sede non riconosce. Mons. Chang Yanfeng, che era stato scelto già a marzo dai vertici locali, <b>è perfettamente inscritto nella teoria dei presuli fedeli al regime.</b> Come riporta Asianews, lo scorso 30 giugno il vescovo si è raccomandato sulla necessità di “seguire fedelmente le indicazioni che arrivano da Pechino” sul rapporto tra la popolazione di etnia han e mongola, chiedendo “disciplina” e sottolineando che è necessario integrare “pienamente il pensiero e i princìpi dello stato di diritto nell’intero processo del lavoro quotidiano di evangelizzazione”.&nbsp;</p><p>A poco più di un anno dall’elezione di Leone XIV, <b>è dunque evidente che nulla è cambiato</b> rispetto al pontificato precedente circa i rapporti – a livello di nomine episcopali – con la Repubblica popolare cinese. Pechino si sceglie i vescovi e Roma firma, dandone il placet. A volte, come è noto solo perché la Santa Sede ha pubblicamente manifestato la propria irritazione tramite comunicato stampa, le autorità cinesi procedono senza neppure chiedere il via libera (poco più che formale) al Vaticano. Accadde il 26 novembre 2022, quando  la Santa Sede prese “atto con <b>sorpresa e rammarico</b> della notizia della ‘cerimonia di installazione’, avvenuta il 24 c.m. a Nanchang, di S.E. mons. Giovanni Peng Weizhao, vescovo di Yujiang (provincia di Jiangxi), come ‘vescovo ausiliare di Jiangxi’, diocesi non riconosciuta dalla Santa Sede. Tale evento, infatti, non è avvenuto in conformità allo spirito di dialogo esistente tra la Parte Vaticana e la Parte Cinese e a quanto stipulato nell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, il 22 settembre 2018. Per di più, il riconoscimento civile di mons. Peng è stato preceduto, secondo le notizie giunte, da lunghe e pesanti pressioni delle Autorità locali”.</p><p><b>Il punto è: si poteva, ora, fare qualcosa di diverso? </b>Il Papa, nell’unica intervista concessa fino a oggi, ha parlato della questione cinese e ha detto subito che  “nel breve termine” avrebbe continuato “la linea che la Santa Sede ha seguito ormai da alcuni anni, e che è stata portata avanti da diversi miei predecessori. (…) Sono anche in dialogo continuo con diverse persone, cinesi, da entrambe le parti di alcune delle questioni in gioco. Sto cercando di comprendere meglio come la Chiesa possa continuare la propria missione, rispettando sia la cultura sia le questioni politiche ma anche rispettando un gruppo significativo di cattolici cinesi che per molti anni hanno vissuto una sorta di oppressione o difficoltà nel vivere liberamente la propria fede, senza dover scegliere una parte. L’Ostpolitik, le scelte fatte per dire in modo realistico: ‘Questo è ciò che possiamo fare ora, andando verso il futuro’, le sto certamente prendendo in considerazione, insieme ad altre esperienze che ho avuto in passato nel rapportarmi con persone cinesi – sia nel governo che tra i leader religiosi e i laici. E’ una situazione molto difficile. Nel lungo termine, non pretendo di dire cosa farò o non farò, ma dopo due mesi ho già iniziato a intrattenere discussioni su più livelli su questo tema”.</p><p><b>E’ evidente, quindi, che Leone proceda senza grande entusiasmo, o quantomeno con diversi dubbi.</b> Ma avrebbe potuto disconoscere subito un accordo di tale portata negoziato sottotraccia per anni? Quali sarebbero state le conseguenze sul popolo fedele cinese? Non si sta mica parlando delle “auto consacrazioni”, un po’ folkloristiche, viste all’inizio del mese a Ecône. Cosa sarebbe accaduto ai vescovi in Cina? Il Papa deve aver valutato che una certa stabilizzazione sia migliore del caos e che è preferibile (al momento) avere un rapporto strutturato da un accordo scritto che il nulla. Anche se le limitazioni alla libertà religiosa e di culto sono palesi, come denunciato più volte da osservatori indipendenti (anche cattolici) che da anni documentano quanto avviene in Cina: dal divieto per i minorenni di partecipare alla messa alla proibizione – in qualche provincia – di canti liturgici “rumorosi”. Per non parlare, ovviamente, dei giuramenti di fedeltà al leader supremo e all’obbligo di appendere i ritratti di Xi Jinping nelle chiese. Sul lungo periodo, però, non è affatto detto che le cose restino così. <b>Non si tratta di oscuri presentimenti. Sono le parole stesse del Pontefice.</b></p>]]></description>
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				<title>Solo la forza può costringere Putin al dialogo</title>
				<pubDate>Thu, 23 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> “Gli attacchi russi sono deliberatamente diretti contro siti civili e, sebbene le difese aeree ucraine riescano ad abbattere parte dei missili e dei droni, altri riescono a passare. Innocenti vengono uccisi e famiglie perdono le proprie case a causa di questa campagna volta intenzionalmente a provocare vittime tra la popolazione civile. Questa non è guerra. E’ terrorismo”. A scriverlo, in un breve commento su First Things, è George Weigel. Biografo di Giovanni Paolo II ed esponente di punta dei neocon che proprio <b>di Karol Wojtyla poco gradirono la “svolta” pacifista in occasione del conflitto del 2003 contro l’Iraq di Saddam Hussein</b>. Le parole di Weigel rientrano in un ragionamento più ampio sul tema forte del momento: il dialogo.&nbsp;</p><p>Weigel fa un riassunto di quanto accaduto dal 2022 a oggi, osservando che <b>“Kyiv non dovrebbe essere costretta a sopportare tutto questo”</b>. Parte da un paragone con i giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, per i quali la resa rappresentava un disonore e quindi si doveva combattere fino alla morte, se necessario. “La barbarie russa in Ucraina è persino peggiore”, scrive Weigel, “perché viene presuntamente giustificata ricorrendo alla fede e alla verità cristiane”. La guerra si fa in nome di Dio, come è ovvio fin dalla lugubre omelia tenuta all’inizio del conflitto dal Patriarca di Mosca Kirill, che giustificò l’aggressione ordinata da Vladimir Putin come una guerra santa “religiosamente giustificata” tra la Russia cristiana e l’occidente satanico, al quale l’Ucraina aspirava ad aderire”. Una – osserva Weigel – “sacrilega campagna volta a benedire ciò che non può essere giustificato è proseguita da allora ed è stata condannata dal Patriarca ecumenico Bartolomeo I di Costantinopoli, il ‘primo tra pari’ nella guida delle Chiese ortodosse”. E qui si arriva al punto centrale. Data la situazione, è lecito sollevare “interrogativi urgenti sui limiti del dialogo in determinate circostanze storiche”. E’ un po’&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/07/21/news/tra-droni-e-commemorazioni-il-vaticano-ribadisce-totale-sostegno-a-kyiv--402789">il senso di quanto detto da Volodymyr Zelensky a mons. Paul Richard Gallagher (segretario vaticano per i Rapporti con gli stati) nel corso del colloquio di due giorni fa a Kyiv</a>: <b>dialogare è bello è indispensabile, ma come si fa quando dall’altra parte si rifiutano i tavoli del negoziato e si bombarda notte e giorno ogni città ucraina?</b> Weigel ricorda Winston Churchill, “che nel 1940 era disposto a ricorrere perfino all’impiego di gas mostarda per fermare un’eventuale invasione tedesca della Gran Bretagna”, ma che come principio generale sosteneva fosse “meglio parlarsi faccia a faccia che farsi la guerra”. Ecco perché non è certo inutile il continuo appellarsi al dialogo che fa il Papa, il quale ricorda costantemente che la guerra rappresenta sempre una sconfitta per l’umanità. Non sono parole vuote o di prammatica: “Siamo creature razionali, dotate del dono della ragione, che dovrebbe renderci capaci di risolvere i nostri conflitti senza ricorrere alla violenza di massa”. Per questo, scrive l’intellettuale americano, “il fallimento del confronto razionale nel risolvere i conflitti è sempre motivo di rammarico”. Detto ciò, precisa, dobbiamo rammaricarci anche di altro, ad esempio della “resa alla tirannia”. Il vero genocidio in corso, sottolinea, è quello in Ucraina, dove si sta tentando di cancellare una nazione e la sua cultura. Il mondo (o buona parte di esso) è acquiescente, mancando di dare sostegno “con ogni mezzo possibile” a quanti “mettendo a rischio ogni giorno la loro vit resistono ai tiranni e agli assassini che prendono deliberatamente di mira i civili nel tentativo di spezzare la volontà di resistenza di un intero paese”. Anche per questo, insomma, fermarsi al dialogo non dà contezza della complessità del problema. Infatti, <b>“un uso proporzionato e discriminato della forza armata può creare le condizioni perché diventi possibile quel tipo di dialogo capace di condurre a una pace fondata sulla sicurezza, sulla libertà e sulla giustizia”</b>. Ci sono infatti situazioni “nelle quali un dialogo autentico e veri negoziati diventano possibili solo quando l’aggressore (o coloro che lo mantengono al potere) si rende conto non solo che i suoi tentativi di conquista sono destinati al fallimento, ma anche che il protrarsi dell’aggressione comporta per i suoi costi insostenibili”. E’ allora che possono determinarsi – non è una certezza né un dogma – le condizioni affinché la ragione “possa finalmente svolgere il proprio ruolo nella risoluzione del conflitto”. Ed è questa, secondo George Weigel, la situazione dell’Ucraina di oggi.</p>]]></description>
			</item>
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				<title>Tra droni e commemorazioni, il Vaticano ribadisce totale sostegno a Kyiv</title>
				<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 19:15:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> <b>Mons. Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli stati, è sempre stato la voce più filoucraina della filiera al comando in Vaticano.</b> Anche nei momenti in cui le tensioni con Kyiv erano più forti – erano i tempi in cui si suggeriva il coraggio della “bandiera bianca quando vedi che sei sconfitto” – lui ha sempre tenuto dritta la barra sul sostegno senza eccezioni di sorta al paese aggredito da Mosca. Negli ultimi giorni è stato in Ucraina, inviato dal Papa per le celebrazioni al santuario carmelitano di Berdychiv in occasione del trentacinquesimo anniversario della riapertura delle strutture cattoliche di rito latino. Non si possono dimenticare “le sofferenze del popolo ucraino e i suoi sacrifici. Dobbiamo creare le condizioni giuste per una pace giusta”, ha detto. Prima di tornare a Roma e di rendere omaggio al memoriale delle vittime di piazza Maidan, l’alto funzionario vaticano ha incontrato Volodymyr Zelensky.</p><p>Subito, Gallagher ha sottolineato di aver “assistito” al <b>pesante attacco russo condotto nella notte del 19 luglio (41 missili e 125 droni sganciati su tutto il paese, perlopiù sulla capitale, provocando numerosi incendi in diversi quartieri)</b> e di essersi reso conto dal vivo dei pericoli che la popolazione corre costantemente. Il vescovo ha riferito a Zelensky del sostegno del Papa (che Zelensky ha incontrato più volte, anche a Castel Gandolfo) e ha ribadito che la prima linea per porre fine al conflitto deve essere quella diplomatica, come peraltro osservato anche dai rappresentanti del Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose. Su questo, più o meno, le parti si sono trovate d’accordo. Il problema è: come? Mons. Gallagher ha reiterato la disponibilità a ospitare in Vaticano un incontro “a livello di leader”, Zelensky si è detto d’accordo ringraziando Roma per l’aiuto nella complicata operazione di restituzione dei bambini ucraini rapiti dai russi (nei giorni scorsi era lì presente anche il cardinale <b>Matteo Zuppi</b>, incaricato a suo tempo da Papa Francesco e confermato da Leone XIV di seguire proprio il dossier dei minori rapiti) e del ritorno in patria dei civili che – ha detto il presidente – “la Russia tiene illegalmente in cattività”. La Santa Sede ha confermato il proprio appoggio all’ingresso di Kyiv nell’Unione europea. Il ministro degli Esteri ucraino, <b>Andrii Sybiha</b>, ha detto di aver “informato l’arcivescovo Gallagher sulla situazione del campo di battaglia, sugli sforzi di pace dell’Ucraina e sul crescente ruolo dell’Europa nel promuovere una pace globale e duratura. Il Cremlino continua a intensificare il terrore contro i civili e sta espandendo la sua campagna per reclutare mercenari in tutto il mondo, anche in Africa. Abbiamo discusso modi per aiutare a prevenire tale sfruttamento delle comunità vulnerabili attraverso il dialogo con partner e leader religiosi”.</p><p><b>Il problema è sempre il solito: a non volere negoziare, e a non volere negoziare in Vaticano, è la Russia. </b>Se all’inizio del conflitto Mosca aveva cercato di fare sponda proprio su Roma per ottenere visibilità e rompere il fronte occidentale di sostegno a Kyiv – mossa che da decenni compie, ad esempio, l’Iran degli ayatollah, anche negli ultimi mesi – successivamente la resistenza è stata totale. Intanto per ragioni meramente religiose: l’ala oltranzista, nazionalista e conservatrice del Patriarcato moscovita non può accettare che a mediare sia il Papa di Roma.&nbsp;</p><p>“Non è elegante che paesi ortodossi discutano in una sede cattolica delle questioni relative alla eliminazione delle cause fondamentali”, disse Sergei Lavrov chiudendo ogni spiraglio. E poi, di certo non si poteva rimediare tanto facilmente alla battuta di Papa Francesco detta via Zoom a Kirill: basta fare il “chierichetto di Putin”. Oltre a ciò, a innervosire il Cremlino erano state proprio le dichiarazioni di mons. Gallagher, che all’Onu – e quindi davanti a una platea da sempre vezzeggiata dai russi – aveva detto che <b>“la Santa Sede è vicina all’Ucraina e ne sostiene pienamente l’integrità territoriale”</b>. Andando quindi  oltre anche quel filone di pensiero, diffuso in curia e in diversi ambienti cattolici, secondo cui la pace – o quantomeno una tregua efficace – si potrà ottenere solo con un congelamento del conflitto sulle attuali linee del fronte, un po’ à la coreana, lasciando a Putin quello che ha occupato in quattro anni di guerra. La settimana del numero tre della curia vaticana ha chiarito, ancora una volta, che Roma sta con Kyiv. Senza ma o elucubrazioni sulle pressioni della Nato ai confini.</p>]]></description>
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				<title>Andy Burnham, il cattolico per modo di dire</title>
				<pubDate>Mon, 20 Jul 2026 17:57:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> <b>E adesso come la mettiamo con il Roman Catholic Relief Act del 1829?</b> E’ una legge, conosciuta anche come Catholic Emancipation Act, che bontà sua consente ai cattolici britannici di sedere in Parlamento e di ricoprire quasi tutte le cariche pubbliche ma che proibisce loro di dare consigli al re sulle nomine dei vescovi d’Inghilterra. Ha un senso: è come se il Papa chiedesse lumi a un ortodosso d’obbedienza moscovita su chi nominare arcivescovo di Milano. Non si può. Il problema si pone ora con la nomina di Andy Burnham a primo ministro, il primo cattolico da cinquecento anni a prendere possesso di Downing Street. Secondo gli esperti, non si può fare nulla: dura lex, sed lex, e quindi a consigliare re Carlo sarà ora il Lord cancelliere. Che poi il problema neppure ci sarebbe, visto che <b>il cattolicesimo di Burnham è assai tiepido, “discreto” l’ha non a caso definito lui</b>.&nbsp;</p><p>Andy Burnham è infatti un abortista convinto, è schierato in difesa delle nozze tra omosessuali e non ha dubbi neppure sul suicidio assistito per i malati in fase terminale. O meglio, qualche dubbio sul disegno di legge presentato dal suo partito l’aveva, ma non per questioni di morale o etica: non era convinto che gli hospice dedicati a porre fine alla vita dei richiedenti avessero i fondi sufficienti. Il Times, cercando di far rientrare tutto ciò in una linea cattolica o almeno cristiana, ha scritto che lui bada al sodo, all’esperienza delle persone e non ad “astrazioni teologiche”. Come quelle, per capirsi, di Benedetto XVI, che lui contestò per un esagerato <b>“approccio prescrittivo”</b>. La sua cifra spirituale, così ha detto, è ispirata al motto “vivi e lascia vivere”, non proprio il segno di contraddizione cristiano, insomma. Eppure lui del tema dovrebbe saperne qualcosa: da ragazzino non si perdeva una messa domenicale, sua madre (irlandese) ha raccontato che litigava sempre con i fratelli per chi dovesse essere il capo dei chierichetti e ovviamente “<b>Andy doveva sempre essere quello davanti, a reggere il piattino della comunione”</b>. Lui non pare ricordarlo, anzi: in un’intervista di qualche tempo fa disse che il suo cattolicesimo era vissuto “senza ostentazione”. Usò anche un’espressione colorita ma indubbiamente efficace: “Non lecchiamo (parlava di sé e della moglie) i gradini degli altari”. Adesso a messa non ci va o ci va poco (a Natale, a Pasqua) e il National Catholic Register l’ha definito non a caso un “cattolico à la carte”. La dottrina sociale della Chiesa per lui significa applicare i princìpi di equità e giustizia alle politiche pubbliche, null’altro. Gli piaceva tanto Papa Francesco, che conobbe nel 2023 e quell’incontro fu per lui “l’esperienza più emozionante della mia vita”. Gli regalò la maglia autografata di Lisandro Martínez, difensore del Manchester United (ma il nuovo primo ministro è un fan sfegatato dell’Everton) e soprattutto argentino. <b>Bergoglio ringraziò per il cadeau, ma soprattutto per l’impegno dell’ospite nei confronti dei senzatetto</b>: dopotutto, l’assistenza data loro a Manchester era la stessa che si vedeva sotto il colonnato berniniano di piazza San Pietro. Idem sentire, dunque. Passata però l’emozione per essere stato al cospetto del Vicario di Cristo in terra, Burnham invitò il Pontefice a portare la Chiesa nel Ventunesimo secolo, ché sui diritti era rimasta martinianamente indietro di almeno duecento anni. A ogni modo, Andy Burnham, che s’incaponiva a fare il capo dei chierichetti, oggi dice di non sapere bene se Dio esista davvero. Quel che ha capito del catechismo, quando lo studiava in modo indefesso, era che la realizzazione pratica e in terra di quel che c’era scritto lì era il Partito laburista. Un cattolicesimo quantomeno confuso.</p>]]></description>
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				<title>In Nigeria la caccia è ai cristiani</title>
				<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Chiesa</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Saranno pure guerre per l’accaparramento di verdi pascoli per le mandrie e senza alcuna motivazione religiosa, sta di fatto che in&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/04/06/news/nuova-mattanza-di-cristiani-in-nigeria-il-giorno-di-pasqua--268733" target="_blank">Nigeria</a>&nbsp;i cristiani vengono uccisi con una frequenza 4,4 volte superiore ai musulmani. A metterlo nero su bianco in uno studio appena pubblicato è l’Osservatorio per la libertà religiosa in Africa (Orfa), che studiando quanto accaduto nel grande paese subsahariano tra il 2019 e il settembre del 2025 ha dedotto che le milizie islamiche dei pastori Fulani sono responsabili “<b>di un numero di morti civili quattro volte superiore a quello causato complessivamente dalle due principali organizzazioni terroristiche islamiche, Boko Haram e la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico”. </b>Non solo: la violenza dei Fulani è il principale fattore responsabile dell’elevato numero di vittime in Nigeria.&nbsp;<b>Di tutte le vittime contate (79.323, una media di trentasei al giorno), ai Fulani è addebitabile il 44 per cento di queste.</b></p><p><b></b>Una situazione molto chiara – e non da oggi – che però aveva portato diversi esperti di Africa, anche con un discreto seguito vaticano e mediatico, a sentenziare che non vi era alcuna matrice religiosa, e guai solo a pensarlo. E’ colpa del clima impazzito: siccome in quelle aride terre manca l’acqua e l’erba per le mandrie, si va a prenderla dove c’è, rubandola agli altri, che per puro caso sono in maggioranza cristiani. Vittime collaterali, insomma. <b>Alla narrazione dominante facevano difetto però i raid dentro le chiese – sovente date alle fiamme – con decapitazioni e rapimenti. </b>Un po’ troppo, forse, solo per prendere acqua e terra. La situazione nell’Africa subsahariana sta precipitando: non solo in Nigeria e  Burkina Faso, ma anche più a sud, in Mozambico, dove la conta dei raid islamisti, dei morti e dei sequestrati s’ingrossa ogni giorno di più. <b>Nel più totale silenzio dell’occidente distratto.</b></p>]]></description>
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				<title>La balena in croce</title>
				<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 05:52:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Qualche anno fa, il vescovo di Innsbruck, esperto d’arte –  quella  di solito in pochi capiscono –&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2019/03/20/news/il-vescovo-di-innsbruck-appende-in-chiesa-un-cristo-a-testa-in-giu-sara-il-nuovo-orologio--177233">aveva pensato bene di disarticolare un vecchio crocifisso ligneo per farne un orologio: gli arti smembrati del povero Cristo erano divenuti le lancette</a>. Un’altra volta, la passione artistica aveva spinto lo stesso presule a lodare una mostra viennese in cui a finire crocifissa era una rana. Stavolta, l’arte nei suoi richiami cristiani ha fatto discutere in Germania con l’opera teatrale <b>“Timmy, la speranza muore per ultima”</b>, del regista Alexander Klessinger, messa in scena ad Amburgo. La rappresentazione è ispirata alla vicenda della megattera Timmy, che la scorsa primavera commosse la Germania tutta: il mammifero era rimasto intrappolato sulle coste del Baltico e il paese visse un raro momento d’unità spirituale. La causa comune non era più la lotta all’AfD, ma il salvataggio di Timmy. Da qui, l’idea del regista: non siamo noi a salvare lui, ma è  Timmy, a salvare noi. Come Gesù! Ecco allora che il salvataggio così inteso diventa la Passione. <b>Timmy la megattera viene adorata, crocifissa e pure fatta a pezzi</b>, “trasformata in bocconi sacramentali di grasso di balena”, scrive il Guardian dando conto dei particolari più macabri. E ovviamente è stata costruita una teologia raffinatissima al riguardo. “Nella sua sconfinata bontà Timmy è diventato un tramite per noi”, dice uno degli attori in scena, aggiungendo che “in lui abbiamo riposto ogni cosa, paure, senso di colpa, desideri, solitudine. Mentre dicevamo che dovevamo salvarlo, forse era lui a salvare noi”. <b>Cristo sotto forma di balena, insomma</b>. Sul palco, sacerdoti e chierichetti, perfino un altare. Lo Spiegel ha apprezzato, perché l’opera dimostra “quanto un pubblico secolarizzato sia disposto a cercare rifugio in strutture quasi religiose”. Rifugio in una megattera crocifissa. Lo spettacolo ha tutti i contorni d’una liturgia, che sarebbe sì cristiana a guardarla ma che poi si fonde in non si sa bene cosa: durante lo spettacolo venivano trasmesse le interviste alle persone accorse  sul Baltico per guardare il cetaceo spiaggiato: “Voleva me, mi stava aspettando”, dice una donna in preda all’estasi. Un’altra è accorsa sul luogo del fatto per deliziare i presenti con <b>un canto aborigeno che avrebbe “colmato le falle energetiche”</b>.&nbsp;</p><p><b> Le reazioni della Chiesa, al solito, tiepide e pare perfino assurdo dover disquisire di megattere in croce</b>: “Qui si presenta un’immagine della Chiesa che non ha nulla ha che fare con la Chiesa che esiste realmente”, ha detto Joachim Valentin, direttore dell’Accademia cattolica Rabanus Maurus di Francoforte, all’agenzia di stampa Kna. “Noi adoriamo il redentore dell’umanità, non un sacrificio qualsiasi”, ha aggiunto. Secondo il liturgista Albert Gerhards, “trasporre la morte in croce di una balena è inappropriato. Per i cristiani, la morte di Gesù è un evento unico e irripetibile. Se questo motivo viene applicato ad altre spettacolari vicende di sofferenza, si rischia di svuotarne la specifica portata religiosa, rendendone il significato arbitrario”. Due settimane dopo la liberazione, <b>Timmy è stato trovato morto al largo della Danimarca</b>. Dei canti aborigeni neanche più l’eco. Si discute solo di quanti soldi (2 milioni di euro) sono stati spesi per la vana opera di salvataggio.</p>]]></description>
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				<title>Il fine vita rischia di rovinare il viaggio del Papa in Francia</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 06:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Doveva essere <b>il viaggio della riconciliazione dopo gli anni della scarsa sintonia fra Papa Francesco ed Emmanuel Macron</b>, culminata con il no, grazie detto dal Pontefice in risposta all’invito per la messa-kermesse con cui è stata riaperta al culto Notre-Dame. Invece, il voto dell’Assemblea nazionale che ha dato il via libera alla&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2025/05/13/news/francia-e-fine-vita-tutti-i-pericoli-della-proposta-di-legge-1100--117770">legge sul fine vita&nbsp;</a>mette un’ipoteca non irrilevante sul viaggio di Leone XIV oltralpe, fra Parigi, Lourdes e Metz. L’episcopato francese è battagliero come non mai e già giovedì sera, mentre in parlamento si stavano ancora contando i voti, diffondeva un lungo comunicato firmato dal presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Jean-Marc Aveline, e dai due vicepresidenti. <b>“Questo 15 luglio 2026 segna una grave rottura nella storia del nostro paese”</b>.</p><p>“Scegliendo di legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito – si legge nel comunicato –, i deputati hanno iscritto nella legge francese la possibilità di provocare la morte. <b>Questa scelta rompe con la lunga tradizione della cura la cui vocazione è di alleviare la sofferenza e di accompagnare ogni persona fino alla fine naturale della sua vita</b>”. Ce n’è anche per Macron, il quale “aveva annunciato un dibattito sereno, illuminato e rispettoso, ma è chiaro che le questioni politiche, ideologiche e senza dubbio anche economiche, mascherate da parole ingannevoli, hanno avuto ragione di questa ambizione. Una questione così essenziale per il nostro patto sociale meritava tuttavia che le conseguenze umane, mediche, etiche e sociali dell’eutanasia e del suicidio assistito fossero pienamente considerate”. I vescovi annunciano che la mobilitazione andrà avanti, intanto seguendo “con attenzione i ricorsi annunciati al Consiglio costituzionale”. L’obiettivo è di fare il possibile affinché sia garantito  “il rispetto dell’etica nelle strutture impegnate nell’accompagnamento di persone in fin di vita e che escludono il ricorso all’eutanasia o al suicidio assistito”.</p><p>Che la questione sia delicata lo dimostra anche la presa di posizione delle Piccole sorelle dei poveri, impegnate fin dall’Ottocento nella cura  – fino alla fine – degli anziani vulnerabili: “Preferiamo morire anziché dare la morte”, hanno detto le religiose alla Croix. Il sentimento è diffuso, la pressione sul <b>primo ministro Sébastien Lecornu, cattolico che Macron definì “monaco soldato”</b> (aveva pensato, in gioventù, di farsi benedettino), è forte: accusato di essere rimasto in silenzio per mesi, ora – a legge approvata – ha annunciato di ricorrere al Consiglio costituzionale per verificare se il provvedimento rispetti integralmente “la dignità della persona”. Nelle intenzioni di preghiera per il mese di luglio del Papa, pubblicate come sempre all’inizio del mese, Leone aveva sottolineato che “ogni persona è un dono sacro” che riflette il volto di Dio “dal primo istante della sua esistenza fino all’ultimo respiro del suo cammino sulla terra”. Concetti che peraltro aveva già richiamato un mese fa <b>intervenendo al Parlamento spagnolo</b>.</p><p><b>Il rischio di veder vacillare l’intesa cordiale fra l’attuale inquilino dell’Eliseo e la Santa Sede c’è e le occasioni per rimarcare la distanza sono ben cerchiate sul calendario dell’imminente viaggio in Francia</b>: la grande veglia di preghiera allo Stade de France, venerdì 25 settembre, la messa in Place de la Concorde e sui Champs-Élysées del giorno dopo. Per non parlare di quel che il Papa potrebbe dire a Lourdes, dove la questione è assai sentita per ovvie ragioni. Padre Andrea Ciucci, cancelliere della Pontificia accademia per la vita, ha detto ai media vaticani che “i fratelli non possono togliere la vita ad altri fratelli. La fraternità è al servizio della vita, non della morte”.</p><p>Non pare tirare aria di riconciliazione, almeno per ora: il vescovo di Bayonne, <b>mons. Marc Aillet</b>, ha definito <b>“l’aiuto a morire un’impostura”</b>. Il fine della legge, ha detto, è di “legalizzare il suicidio assistito e l’eutanasia, parole che non compaiono né nel titolo né nel contenuto del testo”. In un’intervista a France Catholique, il presule ha aggiunto che “il sostegno pubblico a una legge gravemente contraria all’insegnamento morale della Chiesa pone un vero problema di coerenza ecclesiale. I parlamentari cattolici che hanno votato a favore di questa legge devono valutarne le conseguenze. <b>Se sono consapevoli di questa incoerenza, non potranno più ricevere la comunione</b>. La Chiesa è giustificata nel ricordarglielo, come hanno fatto alcuni vescovi negli Stati Uniti. Vorrei invitarli a un sincero esame di coscienza”.</p><p>In attesa dell’arrivo del Papa, i vescovi si preparano: “Al di là della disapprovazione”, scrivono nel comunicato già citato, “questo voto del 15 luglio ci invita quindi a un rinnovato impegno, con le famiglie, gli assistenti, i volontari, i caregiver, le associazioni, i cappellani, per testimoniare che un’altra strada è possibile, quella di una presenza fedele e di un accompagnamento attento che leniscono le sofferenze fisiche o psicologiche, senza mai abbandonare nessuno”. <b>Il provvedimento è stato approvato in via definitiva con 291 voti favorevoli e 241 contrari</b>.</p>]]></description>
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				<title>Mura vaticane e prigionieri in Vaticano. Da Leone IV a Leone XIII, tra re e imperatori</title>
				<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 05:24:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p>17 luglio 855. Morì Leone IV, che realizzò una nuova cinta muraria (le “mura leonine”) per proteggere la basilica di San Pietro e il colle Vaticano dalle ripetute incursioni dei saraceni nelle zone indifese della città. Fu costruita molto rapidamente grazie a un sistema di lavoro a rotazione che permetteva di tenere aperti molti cantieri contemporaneamente. Con l’imperatore Ludovico II, Leone IV riprese un ulteriore segno, accanto alla corona, al crisma e alla spada già utilizzati dai predecessori per sottolineare che da loro proveniva la legittimazione della carica imperiale: l’imperatore condusse per le briglie il cavallo del Papa per un breve tratto di strada (lo spazio di un tiro d’arco) ripetendo un gesto, detto officium stratoris (cioè il servizio dello scudiero), già eseguito dal suo trisnonno Pipino quasi cent’anni prima con Stefano II.</p><p>20 luglio 1903. Morì Leone XIII, Vincenzo Gioacchino Pecci, dopo un pontificato durato 25 anni. Eletto in un periodo di forti tensioni, la sua prima decisione, molto sofferta, fu quella di non impartire la benedizione papale dalla loggia esterna di San Pietro ma da quella all’interno della basilica. Il gesto rappresentò una forte protesta contro il Regno d’Italia che aveva posto fine al potere temporale dei Papi. <b>Anch’egli si considerò “prigioniero” in Vaticano, come il suo predecessore Pio IX.</b> Nonostante questa rigida posizione politica, il pontificato di Leone XIII fu particolarmente innovatore ed è ricordato per le sue aperture verso il mondo moderno. Non si limitò a condannare quelle che considerava deviazioni dottrinali o pericoli per la Chiesa, ma propose soluzioni alternative ai complessi problemi della società industriale del tempo, caratterizzata da forti squilibri sociali e dallo sfruttamento delle masse operaie. Non condivideva né l’indifferenza che capitalismo e liberismo mostravano nei riguardi dei ceti sociali più deboli, considerati solo come forza lavoro regolata dalle leggi di mercato, né la proposta comunista di una lotta di classe che, poiché fondata sulla contrapposizione tra le parti, aveva in sé germi di violenza. <b>Intervenne con la celebre enciclica Rerum novarum del 1891, dedicata alla “questione operaia”, che ebbe una risonanza dirompente scardinando vecchi schemi e dando inizio a quella che oggi è nota come la dottrina sociale della Chiesa.</b> Il documento stimolò anche numerose iniziative nel mondo cattolico, tra cui la diffusione di casse rurali e operaie, di cooperative e altre attività economiche gestite in comune e forme di tutela previdenziale: segnalo in particolare l’iniziativa delle case a riscatto assicurativo, che permetteva che l’alloggio rimanesse alla famiglia dell’operaio defunto prima di aver pagato tutte le quote. Infine ricordo l’attenzione all’ecumenismo (fu Leone XIII il primo Pontefice a usare l’espressione “fratelli separati” per i cristiani non cattolici) e l’apertura, giudicata con entusiasmo dal mondo degli studi, dell’Archivio segreto vaticano.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
								<guid isPermaLink="false">https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/07/16/news/la-chiesa-e-loccidente-immersi-in-una-crisi-della-ragione--402263</guid>
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				<title>La chiesa e l&#039;occidente immersi in una crisi della ragione</title>
				<pubDate>Thu, 16 Jul 2026 05:57:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Robert Sarah</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Il&nbsp;</i><a href="https://www.ilfoglio.it/autori/robert-sarah--581">cardinale Robert Sarah</a><i>&nbsp;è intervenuto ieri pomeriggio nella Sala Spaak 5B1 del Parlamento europeo, a Bruxelles, alla conferenza  organizzata dal gruppo ECR in collaborazione con Pro Vita &amp; Famiglia, su invito degli eurodeputati Paolo Inselvini (FdI) e Nicolas Bay. L’incontro ha riunito parlamentari europei, rappresentanti istituzionali e delegazioni della società civile per discutere degli strumenti con cui l’Unione europea condiziona la cooperazione allo sviluppo verso l’Africa all’adozione di agende in materia di aborto, ideologia di genere ed educazione sessuale. Presente anche il nunzio  presso l’Unione europea, mons. Bernardito Cleopas Auza.</i></p><p>Signor presidente,  onorevoli membri del Parlamento europeo, Amici di ProVita e Famiglia, gentili Signore ed egregi Signori, vi ringrazio per l’invito a condividere con voi, in questa casa dei popoli d’Europa, alcune riflessioni che mi stanno a cuore come figlio dell’Africa e come pastore della Chiesa cattolica. Non vengo a voi con un discorso di circostanza, ma con una domanda che considero decisiva per il futuro dei nostri due continenti: possiamo ancora intenderci? Le parole che usiamo – “diritti umani”, “dignità”, “sviluppo”, “libertà”, “salute”, “genere”, “famiglia” – significano ancora la stessa cosa per chi le pronuncia a Bruxelles, a Strasburgo, a Kampala o a Conakry?</p><p>Papa Leone XIV, ricevendo lo scorso gennaio il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha pronunciato una frase che vorrei porre come chiave di lettura dell’intera mia riflessione di oggi. Il Papa ha affermato: “Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti”. Ci dice che la crisi che attraversiamo – crisi geopolitica, crisi dei diritti, crisi del multilateralismo – è, alla radice, al di là del linguaggio: una crisi del logos, della ragione.</p><p>Nel dossier che è stato preparato per questo incontro, e che ho studiato con attenzione, emerge con chiarezza documentata come, nel rapporto fra l’Unione europea e l’Africa, le parole siano oggi usate non per rivelare la realtà, ma per nasconderla o addirittura per rovesciarla. Si parla di “salute sessuale e riproduttiva” e si intende, in molti casi, l’accesso all’aborto. Si parla di “uguaglianza di genere” e si intende, talvolta, la decostruzione della differenza sessuale tra uomo e donna iscritta nel corpo dell’essere umano. Si parla di “diritti umani” per paesi africani, e si intende l’imposizione di categorie giuridiche estranee alla nostra storia, alla nostra fede, alla nostra cultura, alla nostra visione antropologica. Se le parole non significano più ciò che esse dicono, come può esserci dialogo autentico? Come può l’Africa fidarsi di un’Europa che parla con parole equivoche, a doppio senso?</p><p>Questo non è un problema di semantica accademica: è un problema politico, un problema di verità, di onestà nei rapporti umani, di prima importanza. Un trattato, una risoluzione, un piano d’azione che usano un vocabolario impreciso e ambiguo non sono strumenti di cooperazione, ma strumenti di perversione e di potere silenzioso, di neo-colonialismo culturale ed economico: chi controlla il significato delle parole controlla, di fatto, l’esito del negoziato, senza che l’altra parte se ne accorga. E’ esattamente ciò che accade e che in questa Lectio cercherò di illuminare, alla luce del Vangelo e della ragione.</p><p>Vorrei collegare questa diagnosi a un testo che considero di straordinaria attualità: l’enciclica Magnifica Humanitas, che Papa Leone XIV ha firmato lo scorso maggio. In essa il Pontefice denuncia l’uso di un linguaggio tecnico, manipolatorio ed ingannatore – pensato per l’era dell’intelligenza artificiale, ma applicabile, io credo, a molti ambiti della cooperazione internazionale – che rischia di ridurre la persona umana a categorie statistiche di poteri economici, invece di riconoscerla come soggetto libero e dotato di dignità trascendente. Leone XIV chiede un pensiero, per usare le sue parole, “dinamico e fedele al Vangelo”, capace di custodire la verità della persona anche quando le tecniche di potere – economiche, giuridiche, comunicative – cercano di riscriverla a proprio uso. L’enciclica ci dice che la questione è ancora e sempre antropologica.</p><p>Ecco dunque il primo invito che vorrei rivolgere: torniamo a parlare secondo la verità della persona, della famiglia, dei popoli, anche, e soprattutto, nel contesto della cooperazione fra l’Unione europea e l’Africa.</p><p>Benedetto XVI e il primato del logos</p><p>Per comprendere fino in fondo questa crisi delle parole, dobbiamo risalire a una sorgente più profonda: la crisi della ragione stessa. E qui devo rendere omaggio alla lucidità profetica del grande Papa, Benedetto XVI, che per primo, in tre discorsi memorabili, ha diagnosticato il male che oggi vediamo dispiegarsi con pienezza.</p><p>A Regensburg, nel settembre 2006, Papa Benedetto XVI ricordò che il Dio cristiano agisce, per usare l’espressione greca dell’imperatore Manuele II Paleologo (1348-1425) da lui commentata, “syn logo”, con logos. Logos – spiegò il Papa – significa insieme ragione e parola. una ragione creatrice, capace di comunicarsi, appunto in quanto ragione. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, scrisse citando l’imperatore bizantino. Ne segue una conseguenza che vorrei sottolineare con forza dinanzi a questa assemblea: una ragione che, di fronte al divino, si fa sorda e relega la religione nell’ambito delle sottoculture private, diventa essa stessa incapace – sono ancora parole di Benedetto – di inserirsi nel dialogo delle culture.</p><p>Applichiamo questo principio al tema dei “diritti” che oggi tanto occupa i nostri dibattiti europei. Quando l’Europa costruisce diritti sganciati dalla verità sull’uomo – l’aborto che si vorrebbe elevare a “diritto fondamentale”, l’identità sessuale ridotta a pura autoproduzione soggettiva – la ragione stessa si deforma: da strumento di conoscenza della verità diventa strumento di potere, capace di imporsi con la forza del diritto e del denaro a chi non condivide quelle premesse.</p><p>Papa Benedetto XVI aggiungeva, sempre a Regensburg, che una ragione sorda al divino diventa incapace di autentico dialogo interculturale, perché pretende di imporsi come l’unica cultura razionale possibile, relegando ogni altra visione dell’uomo – a cominciare da quella cristiana e da quella delle grandi tradizioni religiose africane – al rango di superstizione da correggere. Ecco perché, quando oggi si presenta un pacchetto di condizionalità ideologica come sinonimo di “modernità” o di “progresso”, dovremmo riconoscervi non l’ampliamento, ma il restringimento della ragione.</p><p>Due anni dopo, al Collège des Bernardins di Parigi, Papa Benedetto XVI additò all’Europa la via del quaerere Deum: “cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati”, disse ai rappresentanti della cultura francese. E aggiunse un avvertimento che, letto oggi, suona quasi profetico: “Una cultura meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo, come non scientifica, la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più grandi”.  Il cristianesimo, spiegava ancora il Papa in quella sede, percepisce nelle parole umane la Parola, il Logos stesso: le parole, per un cristiano, non sono mai puro strumento, ma partecipano della verità che comunicano.</p><p>Ancora tre anni dopo, al Bundestag tedesco, Papa Benedetto XVI portò questa riflessione al cuore stesso della prassi legislativa europea. “Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità”. E si chiese, davanti ai legislatori tedeschi: “Come può la ragione ritrovare la sua grandezza, senza scivolare nell’irrazionale?”. E’ esattamente la domanda che vorrei porre oggi a voi, onorevoli parlamentari: una legislazione europea che pretenda di essere “neutrale” verso ogni visione antropologica, ma che di fatto impone in tutto il mondo – tramite trattati, aiuti, condizionalità commerciali – una specifica e contestabile visione dell’uomo, non sta forse scivolando proprio in quell’irrazionalità contro la quale Papa Benedetto XVI ci metteva in guardia? Da questi tre grandi discorsi nasce il ponte che voglio gettare verso il tema di oggi: la critica a quelle forme di “colonizzazione ideologica” che usano il diritto internazionale e i finanziamenti europei o internazionali per imporre visioni antropologiche discutibili e contestabili, a popoli che non le hanno scelte.</p><p>I tre Papi e la colonizzazione ideologica</p><p>Questo primato del logos, minacciato dal positivismo giuridico ed economico, trova la sua applicazione più diretta e più dolorosa proprio nella questione dell’ideologia di genere. Fu ancora Benedetto XVI, nel suo ultimo discorso natalizio alla Curia romana, nel dicembre 2012, a offrirci la chiave teologica per comprenderla. Citando le riflessioni del rabbino capo di Francia dell’epoca, Gilles Bernheim, il Papa ricordò come Simone de Beauvoir avesse scritto: “Donna non si nasce, lo si diventa” – e commentò: “l’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizzi l’essere umano come uomo o come donna […] Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela”. E ne trasse una conclusione severa: “Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso”.  “Chi difende Dio – concluse Benedetto – difende l’uomo”.</p><p>Questa chiave teologica ci permette di leggere in profondità categorie come S.O.G.I. (orientamento sessuale e identità di genere), C.S.R.H.E. (educazione sessuale e riproduttiva “comprensiva”), che ricorrono con tale insistenza nei trattati fra l’Unione Europea e i paesi africani. Non sono categorie neutre: sono l’applicazione politica e giuridica di quella medesima negazione della natura data, di quel medesimo rifiuto del Creatore, di cui Benedetto ci parlava.</p><p>Notate, onorevoli parlamentari e cari amici, come queste categorie non compaiano isolate in un singolo documento, ma si ripetano sistematicamente – nelle risoluzioni parlamentari, nei protocolli commerciali, nei piani d’azione settoriali – fino a costituire quello che possiamo chiamare – giustamente – un vero e proprio sistema. Un sistema non nasce per caso: nasce da una visione del mondo coerente, che è precisamente quella visione secolarizzata ed irrazionale, nel senso più tecnico del termine – contraria al logos – che ho descritto in apertura.</p><p>Papa Francesco, dal canto suo, ha dato a questo sistema, a questo fenomeno un nome che è ormai entrato nel linguaggio comune: “colonizzazione ideologica”. Nell’incontro con le famiglie a Manila, nel gennaio 2015, disse con parole che meritano di essere riascoltate integralmente: “Stiamo attenti alle nuove colonizzazioni ideologiche. Esistono colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia […] Non nascono […] dalla preghiera, dall’incontro con Dio […] vengono da fuori, e per questo dico che sono colonizzazioni”. Pochi giorni dopo, nella conferenza stampa sul volo di ritorno, Francesco fu ancora più esplicito, ricordando le lamentele dei vescovi africani riuniti in Sinodo: “Questa è la colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che non ha niente a che fare col popolo […] è lo stesso che per certi prestiti si impongano certe condizioni”.</p><p>Quadro magisteriale – Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV – vorrei ora applicare, in tre tappe, a tre grandi temi: la dignità della persona e la libertà religiosa; l’autodeterminazione dei popoli; l’Africa e le sue relazioni con l’Europa e con la Chiesa.</p><p>La dignità della persona umana e la libertà religiosa</p><p>Principio ontologico: la dignità della persona e il logos</p><p>Cominciamo dal fondamento di tutto: la dignità della persona umana. Magnifica Humanitas – il cui titolo stesso è già un programma – ci ricorda che la persona umana, creata da Dio, è appunto “magnifica”, irriducibile a dato statistico, a funzione produttiva, a preferenza soggettiva mutevole. Ogni ordine sociale, economico, tecnologico – insiste l’enciclica – deve essere giudicato a partire da questa dignità e dalla vocazione della persona alla comunione con Dio, non il contrario.</p><p>Da questo principio ontologico discende, come sua prima e più radicale conseguenza, la libertà religiosa. Essa non è un diritto fra gli altri, aggiunto accanto ad altri diritti: è, come ha ricordato Papa Leone XIV proprio nel citato discorso al Corpo diplomatico, la radice di ogni altra libertà, perché riguarda il rapporto costitutivo dell’uomo con la verità e con Dio. Negarla, restringerla, o peggio manipolarla per fini di politica estera, significa colpire l’uomo al cuore stesso della sua dignità.</p><p>Non è senza significato che Papa Leone XIV abbia voluto ricollegare esplicitamente la sua prima enciclica al magistero sociale di Papa Leone XIII. La Rerum Novarum, nel 1891, difese la famiglia, il lavoro, il diritto di associazione, presentando la Chiesa come garante di una visione integrale dell’uomo contro le ideologie del secolo – allora il collettivismo socialista e il liberalismo individualista, oggi, io credo, la tecnocrazia economica e l’ideologia di genere. Questa continuità fra i due Pontefici non è casuale: essa ci dice che la dignità della persona, prima ancora di essere un principio assiologico – un valore da promuovere – è un principio ontologico: un dato dell’essere, che nessuna maggioranza parlamentare, nessun trattato internazionale, ha il potere di ridefinire.</p><p>Questa distinzione fra ontologico ed assiologico non è un tecnicismo da scuola teologica: è la chiave di volta di tutto il mio intervento. Se la dignità fosse solo un valore, essa potrebbe essere negoziata, bilanciata, sospesa in nome di altri valori concorrenti – l’efficienza economica, la stabilità geopolitica, il consenso elettorale. Ma se la dignità è un dato ontologico, essa precede ogni deliberazione politica e la giudica: nessun parlamento, europeo o africano, la crea; ogni parlamento, degno di questo nome, ha il compito di riconoscerla e di proteggerla.</p><p>Aborto e Salute e Diritti Sessuali e Riproduttivi [SRHR]: dal diritto alla vita al preteso diritto di sopprimere</p><p>E’ proprio su questo terreno ontologico che si consuma, ai nostri giorni, uno dei più gravi rovesciamenti del logos. Nel giugno e nel luglio 2022, il Parlamento europeo ha adottato risoluzioni che chiedono alla Commissione e agli stati membri di “dare priorità all’accesso universale all’aborto sicuro e legale” nelle relazioni esterne dell’Unione, e che propongono di includere l’aborto fra i diritti fondamentali sanciti dalla Carta dell’Unione europea.</p><p>Qui il rovesciamento del logos o della ragione raggiunge il suo punto più drammatico: la mancanza di accesso all’aborto viene definita come “violenza”, mentre il concepito – il più debole, il più innocente fra noi – è privato di qualunque parola, di qualunque rappresentanza, di qualunque diritto. Le parole “salute”, “diritti”, “libertà” cessano allora di indicare realtà certe, per usare ancora l’espressione di Papa Leone XIV, e diventano retorica al servizio della soppressione del più debole. Non si tratta di un’opinione fra le tante: si tratta della più radicale negazione possibile del principio ontologico che ho appena richiamato – perché nega, alla radice, che il concepito sia persona, anche solo l’ipotesi che possa davvero esserlo.</p><p>Vorrei aggiungere una considerazione che riguarda direttamente la libertà religiosa. Un sistema giuridico che eleva l’aborto a diritto fondamentale nei trattati e nelle relazioni esterne, e che pretende di condizionare a questo la cooperazione con paesi terzi, obbliga di fatto stati, comunità religiose, personale sanitario e educativo ad adeguarsi a una visione dell’uomo incompatibile con le loro convinzioni di fede. Questo non è neutralità: è imposizione e oppressione inaccettabile. E’ imporre per via giuridica e finanziaria una specifica antropologia, a comunità che non la condividono, costituendo, in senso proprio, una violazione della libertà religiosa e della libertà di coscienza – quella stessa libertà che Papa Leone XIV ci ha ricordato essere la radice di ogni altra libertà.</p><p>Vale la pena ricordare che l’ordinamento giuridico di molti paesi africani custodisce ancora, nel proprio diritto costituzionale, un legame esplicito fra dignità della persona e tutela della vita nascente; un legame che l’Europa, in tanti dei suoi ordinamenti, ha invece reciso. La Costituzione del Kenya, all’articolo 26, stabilisce che “la vita della persona ha inizio al concepimento”. Quella dell’Uganda, all’articolo 22, dispone che “nessuna persona ha il diritto di porre fine alla vita di un nascituro, salvo quanto autorizzato dalla legge”. Non è un residuo arretrato: è, semmai, un frammento di saggezza giuridica, radicato tanto nel diritto naturale quanto nelle tradizioni religiose africane, che l’occidente farebbe bene a riconsiderare invece di correggere. Non a caso, proprio quest’anno la Corte d’appello del Kenya ha riaffermato con fermezza tale principio costituzionale, respingendo l’interpretazione che voleva fare dell’aborto un diritto fondamentale. Ecco un esempio concreto di ciò che intendo quando parlo di autodeterminazione dei popoli, conforme alla dignità della persona: un continente che, pur povero di mezzi materiali, non ha smarrito la memoria di cosa sia un essere umano.</p><p>Gender, educazione e la persona riscritta</p><p>Il terzo momento di questo rovesciamento riguarda l’educazione, luogo per eccellenza in cui una civiltà trasmette alle nuove generazioni la verità su se stessa. L’articolo 40.6 del Protocollo Africa dell’Accordo di Samoa – l’accordo quadro che oggi regola le relazioni fra l’Unione europea e i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico – richieda ai governi partner di garantire l’accesso a una “educazione sessuale e riproduttiva comprensiva” (CSRHE), con esplicito rimando alle linee guida tecniche internazionali sull’educazione sessuale. Il “Gender Action Plan III” dell’Unione europea, dal canto suo, impone un approccio dichiaratamente “gender-transformative” e stabilisce che almeno l’85 per cento delle nuove azioni esterne dell’Unione debba integrare obiettivi di parità di genere.</p><p>Qui possiamo applicare direttamente la critica di Papa Benedetto XVI all’ideologia di genere che ho richiamato: l’educazione diventa il laboratorio in cui si insegna ai bambini a considerare la propria identità sessuale come puramente fluida e autodeterminata, sganciata dal corpo, dalla storia familiare, dalla relazione; contro quel logos della creazione di cui Papa Ratzinger ha parlato a Regensburg, a Parigi, a Berlino. Non dobbiamo temere di chiamare le cose con il loro nome, come ci chiede Papa Leone XIV: quando un “protocollo”, o un “piano d’azione” tecnico, impone ad un intero continente un unico modello educativo sulla sessualità umana, senza consultazione reale dei popoli interessati, siamo di nuovo in presenza di quella colonizzazione ideologica e oppressiva, più volte drammaticamente denunciata da Papa Francesco.</p><p>Essa si manifesta qui nell’uso di programmi educativi e di aiuti condizionati per penetrare nel tessuto culturale dei Paesi africani, ridefinendo la persona e la famiglia secondo standard occidentali secolarizzati che non appartengono alla storia di quei popoli. Ebbene, onorevoli parlamentari, io chiedo, con rispetto, ma con altrettanta fermezza, che le parole: “uomo”, “donna”, “matrimonio”, “famiglia” non siano ridotte a costrutti sociali manipolabili a piacimento delle mode ideologiche del momento, ma custodite come dati ontologici della realtà, della realtà creata e non auto-prodotta dall’uomo, e, per chi è credente, dati della rivelazione biblica. E’ proprio questo che Papa Leone XIV intende quando chiede che le parole tornino a esprimere realtà certe.</p><p>L’autodeterminazione dei popoli</p><p>L’articolo 1, paragrafo 2, della Carta delle Nazioni Unite pone fra i fini stessi dell’Organizzazione lo sviluppo di relazioni amichevoli fra le nazioni fondate sul rispetto del principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodeterminazione dei popoli. I principi dell’Ocse [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico] sull’efficacia degli aiuti allo sviluppo, richiamati nel dossier, ribadiscono che la cooperazione internazionale deve allinearsi alle priorità definite dai paesi riceventi, e non imporle dall’esterno.</p><p>Da questo principio discende una conseguenza che vorrei sottolineare con chiarezza: il rispetto della storia religiosa e culturale di un popolo – tanto più lodevole quanto più essa tutela la famiglia, la vita, la trasmissione della fede – non è un ostacolo allo sviluppo, come talvolta si insinua nei corridoi di Bruxelles, ma un requisito elementare di giustizia. Dignità della persona e libertà religiosa hanno anche una dimensione comunitaria e storica: un popolo ha il diritto di vivere, custodire e trasmettere la propria tradizione religiosa, culturale e familiare, così come la persona singola ha il diritto di professare la propria fede.</p><p>Non è forse superfluo ricordare, in questa sede, che il cristianesimo non è per l’Africa un’importazione recente né un residuo del colonialismo europeo, come talvolta si insinua in certi ambienti secolarizzati. Ben prima che l’Europa evangelizzasse l’Africa subsahariana in epoca moderna, l’Africa del nord e del Corno aveva già dato alla Chiesa universale alcuni dei suoi più grandi maestri: Tertulliano, Cipriano, Atanasio, e, sopra tutti, Agostino di Ippona, la cui riflessione sul rapporto fra fede e ragione ha nutrito per secoli la teologia e l’intera cultura occidentale, incluso, non a caso, lo stesso Papa Benedetto XVI. L’Etiopia conserva una tradizione cristiana ininterrotta fin dal IV secolo. Quando dunque parliamo di autodeterminazione religiosa dei popoli africani, non stiamo difendendo un “particolarismo tribale”, contrapposto a un preteso universalismo europeo: stiamo difendendo la libertà di un continente che ha contribuito, fin dalle origini, a plasmare quel medesimo logos cristiano di cui l’Europa oggi rischia di perdere la memoria. Questo capovolge, se ci pensiamo bene, la narrazione implicita di certa cooperazione allo sviluppo, che tratta l’Africa come discente perenne e l’Europa come maestra definitiva: la storia della Chiesa ci dice, al contrario, che il dono della fede è sempre stato reciproco, e che l’Africa ha tanto da restituire quanto ha ricevuto.</p><p>Papa Benedetto XVI, ancora una volta al Bundestag, ci offre qui una categoria decisiva: quella di “ecologia dell’uomo” e di diritto naturale, un diritto che precede il potere politico positivo e lo giudica dall’esterno. “La legge non è pura produzione della volontà del legislatore, ma deve riconoscere una verità sull’uomo e sulla società che nessun parlamento può decretare a piacimento”. Nessuna potenza, per quanto ricca o influente, può pretendere di ridefinire per altri popoli il senso stesso dei “diritti umani”, contro la loro coscienza morale e religiosa. Farlo non è promuovere i diritti umani: è negarne il fondamento, che è appunto la dignità di ogni popolo a essere soggetto, e non oggetto, della propria storia.</p><p>Vorrei aggiungere, a questo principio, un secondo cardine della dottrina sociale della Chiesa che illumina bene il nostro tema: il principio di sussidiarietà. Giovanni Paolo II, nell’enciclica Centesimus Annus, ricordò che una società di ordine superiore non deve mai sostituirsi all’iniziativa e alla responsabilità delle comunità di ordine inferiore, privandole delle loro competenze, ma deve piuttosto sostenerle in caso di necessità e aiutarle a coordinare la propria azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune.  Applicato alle relazioni internazionali, questo principio ci dice che l’Unione europea, per quanto animata da buone intenzioni, non ha il compito di riscrivere dall’esterno il diritto di famiglia, il diritto penale, i sistemi educativi degli stati africani sovrani: ha piuttosto il compito di sostenerli, quando essi lo richiedano, nel raggiungimento dei propri fini legittimi. Il capovolgimento di questo ordine – la pretesa cioè che l’ordine superiore, sovranazionale, disciplini nei minimi dettagli la vita morale e familiare dei popoli – non è sussidiarietà, ma il suo esatto contrario: è un accentramento ideologico, che la dottrina sociale della Chiesa ha sempre condannato, da qualunque parte provenga.</p><p>L’Africa: le esigenze, i travagli ed il contributo richiesto all’occidente e alla Chiesa</p><p>Il sistema di condizionalità dell’Unione Europea</p><p>Dobbiamo riconoscere che esiste un sistema “a tre livelli” attraverso il quale il principio di autodeterminazione viene – di fatto – eluso. Al livello normativo, si collocano le risoluzioni del Parlamento europeo che ho già richiamato su aborto e diritti Lgbt+. Al secondo livello, quello giuridico-convenzionale, si colloca l’Accordo di Samoa, che contiene una clausola di supremazia capace di condizionare l’intero impianto delle relazioni tra Unione europea e l’African Caribbean and Pacific group of States. Al terzo livello, quello finanziario e commerciale, si collocano lo Strumento di Vicinato, Cooperazione allo Sviluppo e cooperazione internazionale [NDICI], la proposta COM(2025)0551 ora in discussione, e i regimi commerciali preferenziali.</p><p>Un caso concreto, illustra bene come questi tre livelli si saldino fra loro: quello dell’Uganda. Con la risoluzione del 20 aprile 2023, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di usare tutti i mezzi diplomatici, giuridici e finanziari disponibili per dissuadere il presidente ugandese dal promulgare la legge approvata dal Parlamento di quel paese e, in caso di promulgazione, di valutare il ritiro delle preferenze commerciali concesse all’Uganda nell’ambito del regime “Everything But Arms”, di attivare la clausola “elementi essenziali” dell’Accordo di Cotonou e di considerare il regime globale di sanzioni dell’Unione in materia di diritti umani; il Parlamento ha chiesto inoltre una strategia dell’Unione per la decriminalizzazione universale dell’omosessualità. Ebbene, Lo dico con linguaggio sobrio ma fermo: qui appare in forma compiuta e verificabile la “colonizzazione ideologica”, l’uso del commercio e della finanza per intervenire nella legislazione penale e familiare di uno stato sovrano, violando frontalmente il principio di autodeterminazione dei popoli.</p><p>La proposta di regolamento COM(2025)0551, attualmente in discussione, prevede una dotazione complessiva di 200,3 miliardi di euro a prezzi correnti per l’azione esterna dell’Unione, con un’allocazione indicativa per l’Africa subsahariana più che raddoppiata rispetto al minimo garantito del ciclo in corso – da 29,18 a circa 60,5 miliardi di euro. Il linguaggio sulla Piattaforma di Pechino, sull’ICPD, sulla salute sessuale e riproduttiva e sull’educazione sessuale completa è mantenuto nel testo di base e riprodotto nei pilastri settoriali dell’intervento europeo, mentre i precedenti obiettivi quantitativi vincolanti vengono sostituiti da un approccio di “mainstreaming” trasversale: la condizionalità ideologica non scompare, si fa più capillare e meno misurabile. E’ qui che vorrei richiamare ancora una volta Magnifica Humanitas: la tecnica e il potere economico, ci ricorda l’enciclica di Papa Leone, diventano strumenti di dominio e di oppressione perversa quando non sono regolati dalla carità e dalla giustizia. La Chiesa non chiede all’Europa di smettere di aiutare l’Africa – tutt’altro – ma chiede che quella che la “cultura della potenza” si trasformi in “civiltà dell’amore”.</p><p>Voci e sofferenze dell’Africa, il ruolo della Chiesa e dell’occidente</p><p>Permettetemi ora di dare voce, in questa sede così simbolica, a chi non ha voce: gli africani stessi. Il dossier raccoglie testimonianze dirette di funzionari governativi africani che denunciano l’insistenza dell’Unione Europea su categorie come SOGI [Sexual Orientation and Gender Identity] nei negoziati, a fronte del sistematico rifiuto europeo di discutere temi altrettanto urgenti per l’Africa, come la restituzione degli artefatti coloniali; altri parlano apertamente di un “fatto compiuto”, riassumibile nella formula: “Se non firmi, ci sono conseguenze”. Non sono parole mie: sono parole raccolte da analisi accademiche indipendenti e da testimoni diretti, e ci dicono che la diagnosi di un neo-colonialismo culturale non è propaganda politico-ecclesiastica, ma un’esperienza vissuta da chi siede dall’altra parte del tavolo negoziale.</p><p>Non stupisce allora che, nel maggio del 2025, ad Entebbe, in Uganda, parlamentari e rappresentanti istituzionali africani si siano riuniti, in una conferenza inaugurata dal presidente Museveni, per proporre una Carta africana per la famiglia e la sovranità culturale. Il presidente Museveni ha dichiarato in quell’occasione, riferendosi esplicitamente all’Accordo di Samoa: “vi esorto a studiare quel documento di Samoa che parla di tutte queste cose di cui discutete: se davvero contiene quanto si dice sui diritti riproduttivi, allora dovremo ritirarci da quell’assurdità, e dire all’Unione europea che non possiamo far parte di quella iniquità”. Parole dure, che rivelano una sostanza da prendere sul serio: la dignità di popoli che non vogliono più essere trattati come minori d’età sotto tutela, ma come soggetti morali, capaci di dire “no” a ciò che contraddice la loro visione della persona e della famiglia.</p><p>Ma sarebbe ingiusto, da parte mia, limitarmi alla denuncia. Papa Benedetto XVI, nell’esortazione apostolica post-sinodale Africae Munus, indicò con chiarezza ciò che l’Africa attende legittimamente dall’occidente e dalla Chiesa: non un’ingerenza ideologica, ma un’autentica solidarietà nella riconciliazione, nella giustizia e nella pace, capace di accompagnare, senza sostituirsi e di dare, senza pretendere di rimodellare l’anima dei popoli a propria immagine.</p><p>Questo significa, in concreto, un impegno rinnovato per la remissione del debito, per il trasferimento di tecnologie utili alla salute e all’agricoltura, per il sostegno alle reti scolastiche e sanitarie che la Chiesa cattolica gestisce da secoli in tutto il continente, spesso in supplenza dello Stato, e per la lotta comune contro la corruzione e il malgoverno, che pesano sui popoli africani quanto le ingerenze esterne. Significa anche, per la Chiesa d’occidente, riscoprire nell’Africa non un campo missionario da assistere, ma una sorgente viva di fede, di vocazioni, di famiglie numerose e gioiose, da cui l’Europa, invecchiata e stanca, ha molto da imparare e da ricevere.</p><p>Come figlio dell’Africa, voglio aggiungere una mia parola. Ho più volte denunciato, e lo ripeto oggi in questa sede, la volontà di alcune potenze di imporre falsi valori attraverso argomenti politici e finanziari: in alcuni paesi africani sono stati creati veri e propri ministeri dedicati alla teoria del gender in cambio di sostegno economico. Ho anche ricordato, quando un segretario generale delle Nazioni Unite venne in Africa a chiedere la de-criminalizzazione dell’omosessualità come condizione di civiltà, che non si può imporre ai poveri questo genere  di assurdità, mentre mancano ospedali, scuole, acqua potabile. La povertà materiale dell’Africa non le toglie dignità, né il diritto – anzi le conferisce forse un titolo più forte – di giudicare da sé cosa sia bene per i propri figli.</p><p>Nel 2015, durante il Sinodo sulla famiglia, ebbi a dire, e non ritratto oggi una sola parola, che l’ideologia del gender e il fondamentalismo islamico rappresentano, ciascuno a suo modo, due “bestie apocalittiche”, che minacciano di distruggere non solo la famiglia, ma l’uomo stesso, immagine di Dio. Alcuni giudicarono l’immagine eccessiva; io continuo a credere che essa colga qualcosa di vero: entrambe queste forze, pur diversissime per origine e per forma, condividono la pretesa di riscrivere l’uomo a proprio piacimento – l’una in nome di un preteso progresso, l’altra in nome di un preteso ritorno a una purezza originaria – negando in ogni caso quella libertà religiosa e quella dignità della persona, che ho posto al centro di questa Lectio.</p><p>Vorrei chiudere, condividendo una convinzione più profonda, che ho maturato in tanti anni di servizio alla Chiesa: la crisi della Chiesa in occidente e la crisi dell’occidente stesso sono, in fondo, la stessa crisi. E’ perché la Chiesa in molte nazioni europee ha smarrito la propria identità, la propria voce profetica, che l’occidente stesso ha smarrito il senso della propria civiltà. E aggiungo: anche in occidente, oggi, la libertà religiosa è minacciata. Qui i tre Papi che ho evocato in questa Lectio si intrecciano in un’unica testimonianza: Papa Benedetto XVI difende l’ecologia dell’uomo e della famiglia, contro il positivismo giuridico; Papa Francesco denuncia le colonizzazioni ideologiche e invita a un dialogo interculturale autentico; Papa Leone XIV chiede che le parole tornino a esprimere realtà certe e propone un multilateralismo purificato dalle ideologie. Un appello che rivolgo, con rispetto ma senza reticenze, all’Europa e alla Chiesa d’occidente: fate un serio esame di coscienza. Ascoltate l’Africa. Rispettatene la sovranità culturale. Offrite una cooperazione libera, non condizionata da agende ideologiche. Siate disposti a ricevere dall’Africa ciò che essa può ancora offrire all’occidente stanco: la testimonianza di una fede viva e di un senso della famiglia, che possono aiutare l’Europa stessa a ritrovare il proprio logos.</p><p>Conclusione: Ritornare al logos e alle realtà certe</p><p>Onorevoli parlamentari, permettetemi di chiudere là dove ho cominciato: con le parole di Papa Leone XIV. Senza parole che tornino a indicare realtà certe, ci ha detto il Santo Padre, non esiste un dialogo autentico, anche dentro la Chiesa cattolica. E io aggiungo: senza logos, la diplomazia e la cooperazione internazionale degenerano in un gioco di forza mascherato da linguaggio tecnico. Vorrei allora invitare tutto il Parlamento europeo ed i rappresentanti qui presenti, ad un vero e proprio esame del linguaggio: dire con chiarezza, senza ambiguità diplomatiche, cosa si intende davvero quando si parla di “diritti umani”, di “salute sessuale e riproduttiva”, di “gender”, di “famiglia”, e chiedersi, con onestà intellettuale, se queste definizioni rispettano davvero la dignità della persona e la libertà religiosa, oppure se le tradiscono, sotto un linguaggio apparentemente neutrale.</p><p>Ho cercato di offrirvi, in questa Lectio, tre chiavi di lettura che si tengono insieme come le pietre di un solo edificio. 1) La dignità della persona e la libertà religiosa, come radice di ogni convivenza umana, che nessuna ideologia di genere o pretesa “salute riproduttiva” può cancellare. 2) L’autodeterminazione dei popoli, come spazio di libertà in cui ogni popolo può incarnare questa dignità nella propria storia religiosa e culturale, senza subire condizionalità mascherate da cooperazione. 3) E infine l’Africa – non come oggetto di un’ingegneria sociale pensata altrove, ma come soggetto di cultura, di fede, di sofferenza e di speranza, per la Chiesa e per lo stesso occidente.</p><p>Un’ultima parola che nasce dal cuore di un pastore africano: la storia della fede sul mio continente ci insegna che la Chiesa cresce, spesso, proprio nelle stagioni di prova, e che i popoli che custodiscono la propria identità religiosa e culturale, contro ogni pressione esterna, sono, alla fine, quelli che meglio servono la causa di una vera fraternità universale. Non chiedo al Parlamento europeo un atto di fede, ma un atto di ragione: verificate, con gli stessi strumenti della vostra sapienza giuridica, se le parole che pronunciate onorano davvero la persona umana, la famiglia, la libertà dei popoli. Se lo fanno, l’Africa e l’Europa cammineranno insieme. Se non lo fanno, nessun trattato, per quanto ben scritto, potrà colmare la distanza che le “parole tradite” avranno scavato fra noi.</p><p>Vi ringrazio.</p>]]></description>
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