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		<title>Chiesa</title>
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		<copyright>Il Foglio</copyright>
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				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 19:00:15 +0200</pubDate>
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				<title>Dopo la Spagna, il Papa è pronto a conquistare la laica Francia</title>
				<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma. </i>Tra una settimana, Leone XIV metterà piede in Francia per quello che si prospetta come uno dei viaggi più significativi del suo primo scorcio di pontificato. Terra secolarizzata con la laïcité eretta a verità dogmatica ma al contempo attraversata da un risveglio religioso cristiano che si constata nei numeri in costante crescita dei battesimi fra gli adulti. In quattro giorni il Papa sarà a Parigi, Lourdes e Metz. Celebrerà una messa in Place de la Concorde, pregherà con i giovani allo Stadio di Saint-Denis, reciterà il rosario alla Grotta di Massabielle e parteciperà alla suggestiva processione con le fiaccole là dove l’Immacolata si palesò a Bernadette Soubirous. Sarà all’Unesco e, infine, nella città di Robert Schuman. Proprio quest’ultimo appuntamento, inatteso fino alla pubblicazione dell’itinerario, è uno dei più attesi. La stampa francese da giorni rimarca l’analogia con quanto fece Giovanni Paolo II nel 1988, che si recò proprio a Metz ricordando il travaglio di quella regione (l’Alsazia-Lorena), contesa per secoli e teatro di conflitti tra i più cruenti.  <b>Ma lì, sottolineò Wojtyla, furono piantate anche le radici della futura integrazione europea.</b>&nbsp;</p><p><b>Giovanni Paolo II parlò di libertà in un tempo in cui la Cortina di ferro c’era ancora, benché arrugginita. </b>Leone XIV richiamerà l’importanza dell’Europa, del suo ruolo nel mondo, il che appare assai rilevante e interessante (soprattutto per la declinazione che ciò assumerà nelle parole del Pontefice) in tempi in cui l’Unione è minacciata dai droni putiniani e dai dazi trumpiani. Parlerà anche di radici cristiane, tema divenuto sempre più tabù dopo che un quarto di secolo fa il cattolico Valéry Giscard d’Estaing lasciò cadere la supplica di Giovanni Paolo II di ricordare tale origine nel preambolo della Carta costituzionale comunitaria che poi, comunque, non vide la luce? La settimana scorsa, al Collège des Bernardins, teatro di uno dei più grandi discorsi di Benedetto XVI sull’anima cristiana del Vecchio continente, il cardinale Reinhard Marx ha rimarcato con forza le radici cristiane dell’integrazione europea. Radici che sono “innegabili”, ha detto, aggiungendo che un’Europa democratica non è concepibile senza i princìpi cristiani della carità e della misericordia. Emmanuel Macron ha invitato i leader dell’Unione europea a Metz, nonostante qualche perplessità vaticana: l’attivismo del presidente – che voleva conferire la Legion d’onore al Papa, organizzare una cena di gala all’Eliseo e l’accompagnamento non richiesto a Notre-Dame – è stato frenato spiegando, in maniera cortese ma decisa, che trattasi di viaggio apostolico e non di visita di stato. <b>Dall’Eliseo hanno negato attriti, le loro erano solo “proposte” respinte da Roma, ma insomma: non tutto è stato preparato secondo i piani parigini.</b> Tuttavia, ha detto ieri il direttore della Sala stampa vaticana, c’è la disponibilità anche per qualche incontro bilaterale, benché al momento non si sappia con certezza chi ci andrà e chi no. Folta la delegazione vaticana, segnata però dall’assenza del segretario di stato: il cardinale Pietro Parolin, infatti, sarà impegnato a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite.</p><p>A ogni modo, <b>sia il cardinale Aveline sia il cardinale François-Xavier Bustillo, vescovo di Ajaccio, cercano di andare oltre i problemi e le tensioni</b>: “Lo stato e la Chiesa non sono adolescenti. Hanno la capacità di parlarsi. La Chiesa non è settaria. Emmanuel Macron è il benvenuto alla messa a Place de la Concorde. E’ una celebrazione con la comunione, non andremo certo a predicare la separazione”, ha detto Bustillo. Più che alle polemiche si preferisce guardare ai numeri, straordinari, circa la partecipazione annunciata ai grandi eventi. Settantamila alla Veglia con i giovani, con i biglietti esauriti in quindici minuti. Seicentosessantamila alla celebrazione eucaristica in centro a Parigi – nonostante qualche polemica laicista che non avrebbe voluto vedere lì il Papa e i suoi “adepti” –, tant’è che al perimetro originario è stata aggiunta Avenue de la Grande Armée. E a sentire il cardinale Aveline è proprio questo che interessa di più al Papa: capire come sia possibile che, nonostante il dominio della secolarizzazione, ci sia ancora un popolo entusiasta e fedele. Molto più vivo che altrove, dove invece tra un sospiro e uno sbadiglio si continua a parlare di cristianità e ci si autodefinisce “paese cattolico” solo perché la domenica mattina si trasmette in tv l’Angelus da piazza San Pietro.</p>]]></description>
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				<title>Bonifacio l’ostrogoto e Clemente il romagnolo, che soppresse i gesuiti</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>20 o 22 settembre 530.</b> Venne eletto Bonifacio II, nato a Roma, di origine ostrogota, il primo Papa germanico. Era diventato arcidiacono durante il pontificato di Felice IV (III), che lo aveva indicato solennemente quale suo successore. <b>La decisione era formalmente corretta perché, trent’anni prima, papa Simmaco aveva stabilito che un pontefice poteva designare il proprio successore; tuttavia quello di Bonifacio fu l’unico caso e la norma venne cancellata poco dopo la sua morte. </b>Lo stesso giorno in cui Felice IV (III) morì, Bonifacio fu consacrato nel Palazzo Lateranense mentre, nella vicina Basilica del Laterano, veniva, da altri, consacrato Papa l’arcidiacono Dioscoro. Lo scisma durò solo tre settimane perché Dioscoro morì. L’anno successivo, anche Bonifacio nominò un successore, il diacono Vigilio, ribadendo con un’apposita costituzione il suo diritto di scegliere un successore, ma la reazione di Senato, popolo romano e corte di Ravenna condusse alla convocazione di un sinodo per condannare l’operato del Papa. Bonifacio, prima di essere giudicato, ritornò sulle proprie decisioni, bruciò pubblicamente la sua costituzione annullando la nomina di Vigilio (che in ogni caso, alcuni anni più tardi, fu eletto papa). <b>La controversia sull’elezione dei papi fu tuttavia marginale nel pur breve pontificato di Bonifacio, che si occupò di diverse questioni riguardanti la Chiesa d’occidente e d’oriente.</b> Provvide anche alla popolazione povera della città con regolari e gratuite distribuzioni di cibo, che avvenivano nella basilica di San Pietro, facendo ricorso alle risorse economiche della sua famiglia.</p><p><b>22 settembre 1774.</b> Morì Clemente XIV, il francescano romagnolo Lorenzo (battezzato Giovanni Vincenzo Antonio) Ganganelli, noto per l’irreprensibile condotta di vita e la competenza teologica. Il conclave che l’aveva eletto aveva visto l’intervento diretto dell’imperatore Giuseppe II d’Asburgo, che si era dedicato a colloqui con i cardinali già riuniti, senza tuttavia dare indicazioni precise. <b>Da antico amico dei gesuiti, dopo la nomina a cardinale ne aveva progressivamente preso le distanze e aveva dichiarato che un Papa aveva il diritto canonico di sciogliere qualsiasi ordine religioso.</b> Affermazione certo corretta, ma che nel clima di quegli anni indicava una disponibilità a realizzare quanto le potenze cattoliche desideravano. In effetti, dopo un certo periodo di incertezza, Clemente XIV non seppe più opporsi alle diverse sollecitazioni e decise la soppressione della Compagnia di Gesù, decretata nel 1773. L’avvenimento fu festeggiato dalle classi dominanti come una vittoria della ragione sull’oscurantismo;<b> in realtà fu una vittoria dell’illuminismo deteriore e dell’assolutismo sul papato e la figura di Clemente XIV, agli occhi degli storici successivi, appare, proprio per quella decisione, irrimediabilmente compromessa.</b> I gesuiti rimasero in regioni non cattoliche, nella protestante Prussia e nell’ortodossa Russia, apprezzati per il loro ottimo sistema scolastico.</p><p><br></p>]]></description>
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				<title>Toh, dopo vent&#039;anni il Vaticano riscopre il discorso di Ratisbona</title>
				<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 05:32:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>In occasione del sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare <i>Nostra aetate</i>, il Papa ha approvato un documento preparato dai dicasteri per la Dottrina della fede, per la Promozione dell’unità dei cristiani e per il Dialogo interreligioso. Si intitola “Un cammino di speranza”. <i>Nostra aetate</i>, pubblicata nel 1965, <b>aprì un nuovo capitolo innanzitutto nei rapporti fra cristiani ed ebrei e poi con le altre religioni.</b> Il documento approvato da Leone XIV si sofferma sull’origine del testo conciliare, ne analizza gli sviluppi e offre prospettive per il futuro. Naturalmente, l’intento è di rendere evidente i benefici del dialogo tra le religioni e le positive ricadute che potrebbero derivarne sulle società di questo mondo traballante. Tra le molte citazioni, una in particolare, colpisce l’occhio. E’ la numero 24, che così recita: “La perseveranza nel dialogo interreligioso vuole essere la dimostrazione che il fondamentalismo è una falsificazione delle religioni, che si contrappone alla loro vocazione profonda. In un noto discorso, riprendendo le parole di un imperatore bizantino, [<a href="https://www.ilfoglio.it/%7Bmain_section.full_slug%7D/2015/01/08/news/lonore-della-ragione-da-rendere-al-ratzinger-illuminista-di-ratisbona--382004">Benedetto XVI] affermò che la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole</a>. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima”. Il noto discorso è quello di Ratisbona, pronunciato dall’allora Pontefice il 12 settembre 2006. E <b>il punto citato oggi è esattamente quello che scatenò tutto quel che si sa</b>: reprimende di saggi islamici, richieste di scuse, lettere, raccolte di firme. E poi assalti alle chiese, in qualche caso date alle fiamme. Aver inserito quel passaggio nel testo ratzingeriano fu una “leggerezza”, osservò qualcuno – anche in Segreteria di stato – mentre altri esprimevano preoccupazione per questo professore fatto Papa che poco conosceva le regole della diplomazia e della sua natura realista. Benedetto che dovette pure andare in Turchia due mesi dopo, quasi a titolo di riparazione e di scuse.</p><p><b>Vent’anni dopo, quella “leggerezza” viene citata non in un’omelia o in un discorsetto da udienza mattutina a qualche circolo o gruppo in gita a Roma, ma nel documento di sessanta paragrafi che ricorda e celebra <i>Nostra aetate</i>.</b> Documento che contiene anche altri riferimenti dimenticati o prematuramente archiviati. Come quello&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2015/04/14/news/la-ratisbona-di-francesco--388634">alle parole di Papa Francesco sul dialogo con il credo islamico</a>, contenute nella summa del suo pontificato, l’<i>Evangelii gaudium</i>: “Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’islam che arrivano nei nostri paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei paesi di tradizione islamica. Prego, imploro umilmente tali paesi affinché assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’islam godono nei paesi occidentali!”.  Per essere più chiari, i redattori della Nota odierna sottolineano che “altrove, la crescita dei fondamentalismi, il permanere dei pregiudizi, la manipolazione politica delle appartenenze religiose o le violenze in nome di Dio minano le stesse basi del dialogo. Nelle società secolarizzate, la parola religiosa viene talvolta marginalizzata o strumentalizzata, ridotta a folklore, a opinione soggettiva o del tutto offuscata”. <b>Ce n’è anche per il contrasto al disprezzo verso gli ebrei e l’ebraismo</b>: “La solidarietà con il popolo ebraico – si legge – include anche la comune lotta contro l’antisemitismo”.&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>I vescovi americani contro la retorica Maga: &quot;È razzista&quot;</title>
				<pubDate>Thu, 17 Sep 2026 06:09:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>“Questa è retorica razzista e peccaminosa, che cerca di fare male e dividere. E’ inquietante che provenga da un candidato a una carica pubblica. Si scusi”</b>. A scrivere ciò è stato Michael Olson, vescovo di Fort Worth, in Texas. il destinatario del messaggio è Bo French, candidato repubblicano alla carica di <i>railroad commissary</i> del Texas, posto che sarà in palio il prossimo novembre. French, nel pieno della propria campagna elettorale, ha pubblicato un’immagine in cui si vedono studenti indiani (indiani asiatici) che celebrano una vittoria della squadra di football americano dell’Università del Texas. Non va bene, ha osservato French: “Ho sentito dire che la cerimonia di laurea alla Università del Texas quest’anno fosse così. Non ci credevo. Ora è evidente che il problema è molto peggiore di quanto chiunque avesse immaginato”. A dare manforte al vescovo è intervenuto il senatore John Cornyn, uscente e non ricandidato perché Trump gli ha opposto alle primarie Ken Paxton, discusso procuratore generale del Texas, più affine alle&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/maga_2579/page/1">idee Maga</a>. Cornyn, che non ha preso bene il putsch interno, ha reagito su X: “Questo è il candidato repubblicano a una carica a livello statale. Gli altri esponenti repubblicani eletti condanneranno l’intolleranza e il razzismo, oppure faranno finta di niente mentre vengono normalizzati? E’ così che i grandi partiti politici si autodistruggono. Triste”. French non vedeva l’ora di reagire e dopo aver definito Cornyn un RINO (cioè un repubblicano solo di nome) ha ribadito che le istituzioni texane sono state invase da immigrati clandestini e cittadini stranieri. Invece bisogna mettere al primo posto l’America. E’ solo un esempio del clima, non certo ottimale, che sussiste tra la compagine trumpiana e l’episcopato cattolico. E<b>’ il tema dell’immigrazione a scavare l’ampio fossato, più d’ogni altra questione e nonostante le bordate primaverili del presidente contro il Papa.</b> La Conferenza episcopale ha pubblicato il documento “Formare coscienze per la cittadinanza fedele”, una sorta di guida chiamata a orientare il variegato elettorato in vista dell’appuntamento elettorale novembrino. L’arcivescovo di Miami, Thomas G. Wenski, ha osservato che la parola d’ordine deve essere una sola: “Dire alle persone di votare”. Va fatto perché “una percentuale significativa di cittadini americani non vota e dobbiamo dire a tutti che bisogna essere cittadini fedeli esercitando il diritto di voto”. Il convitato di pietra è proprio la questione migratoria. Sempre mons. Wenski ha detto nel corso di una conferenza stampa  che quella riferita ai migranti <b>“non è una lotta in cui la Chiesa è entrata solo l’altro ieri”</b>.&nbsp;</p><p>“Potremo – aggiungeva mons. Wenski – avere le nostre controversie su questioni liturgiche o di altro tipo, ma in seno alla Conferenza episcopale degli Stati Uniti votiamo quasi al cento per cento a favore della protezione degli immigrati e per una più ampia riforma delle politiche di immigrazione fallite e inadeguate. <b>Stiamo facendo quello che abbiamo sempre fatto</b>”. Certo, il problema è che contro i vescovi e quel che “si è sempre fatto” spira un forte vento contrario. Un sacerdote del Maryland, arrivato da El Salvador decenni fa, presente allo stesso evento in cui ha parlato il vescovo di Miami, ha detto che “c’è molta paura. Mai prima d’ora, e vivo negli Stati Uniti da quasi trent’anni, ho dovuto portare il mio passaporto per girare l’angolo. Perché anche io sono un bersaglio, anche se sono un prete”.</p><p>L’ultimo terreno di scontro è relativo alla decisione della Casa Bianca di revocare, dal 27 luglio scorso, l<b>o status di protezione temporanea per Haiti.</b> In base a ciò è scattato subito il rimpatrio forzato per numerosi cittadini del paese da decenni sconvolto da crisi umanitarie e conflitti interni. Per questo, il presidente dell’episcopato, mons. Paul S. Coakley, ha preso carta e penna e scritto direttamente a Trump: “La imploro di evitare di mettere ulteriormente in pericolo vite umane innocenti, interrompendo in questo momento la deportazione di un gran numero di persone verso Haiti, soprattutto mentre non esiste ancora un sistema adeguato che ne garantisca un’accoglienza e un reinserimento sicuri e ordinati”.</p>]]></description>
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				<title>Il viaggio in Francia del Papa non comincia benissimo</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma. </i>L’attesa per l’ormai <b>imminente viaggio del Papa in Francia (dal 25 al 28 settembre)</b> è alta: tra Parigi, Lourdes e Metz si stima la partecipazione di un milione di persone, forse di più. Da tempo è stato presentato come il viaggio della riconciliazione, dopo che Francesco chiarì che lui andava sì in Francia, ma solo per incontri particolari che casualmente si tenevano lì. Insomma: niente visite ufficiali, tanto meno alla cerimonia di riapertura di Notre-Dame. Il Papa preferì, in quei giorni, andare ad Ajaccio, Corsica. L’arrivo di Leone aveva fatto pensare a un rasserenamento. Sbagliato.&nbsp;</p><p>Una dettagliata inchiesta firmata da Mikael Corre sulla Croix ha infatti portato alla luce un bel po’ di frizioni sviluppatesi sull’asse Parigi-Roma <b>in merito alla definizione del programma ufficiale della visita</b>. Intanto, ed è la cosa che probabilmente, più risentimento ha determinato all’Eliseo, il<b> no grazie spedito dal Vaticano alla richiesta di Emmanuel Macron di accompagnare il Papa a Notre-Dame in occasione dei Vespri</b>, una decina di minuti per mostrargli il restauro finanziato dallo stato. E poi niente cena di gala, onori militari ridotti all’osso né consegna della Legion d’onore. Perché il punto è uno solo, come scrive l’autorevole periodico francese: per la Santa Sede il viaggio oltralpe è un viaggio apostolico e non una visita di stato. Inoltre, particolare non indifferente, mancando pochi mesi alle elezioni presidenziali non si ha l’intenzione di farsi strumentalizzare né da una parte né dall’altra. Né da chi vorrebbe identificare il Papa come un pacifista pro globalizzazione né da quanti sono pronti a trasformare Prevost in una Giovanna d’Arco all’assalto dei fautori del suicidio assistito. Ma c’è di più: la questione del dibattito sul fine vita, con l’impegno diretto dell’Eliseo  – meno del primo ministro, il cattolico Sébastien Lecornu – per il via libera alla legge il cui iter è stato assai travagliato in Parlamento, non ha giocato a favore della popolarità del presidente francese nei Sacri palazzi. Lo scorso aprile, Macron fu ricevuto da Leone XIV, smentendo così le false notizie circolate mesi prima su un rifiuto del Pontefice a incontrare la massima autorità civile francese. Fu un incontro cordiale, Macron puntò molto sulla situazione internazionale,  erano le settimane delle bordate trumpiane contro il Papa. “Noi condividiamo la stessa convinzione: di fronte alle fratture del mondo, l’azione per la pace è un dovere e un’esigenza”, scrisse su X l’inquilino dell’Eliseo. Dei problemi “bioetici” neanche una parola. <b>A quanto pare, però, in Vaticano se li ricordano ancora.&nbsp;</b></p>]]></description>
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				<title>Un Avvenire disarmante</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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												<category>Chiesa</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Non siamo, vivaddio, alle farneticazioni della segretaria dei Giovani dem, “non saremo i soldati delle vostre guerre. Per noi parlare di patria vuol dire ripudiare la guerra.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/09/15/news/la-segretaria-dei-gd-vuole-organizzare-i-disertori-gori-non-e-quello-che-fecero-i-giovani-della-resistenza--407603" target="_blank">Noi organizzeremo i disertori</a>” (sia detto en passant: ai tempi della Fgci l’ex partito egemone della sinistra aveva scuole di formazione più credibili). <b>Ma è un dato di fatto, un po’ preoccupante, che questo assolutizzato “ripudiare la guerra” come unico orizzonte legittimo somiglia molto al pensiero unico in materia di sicurezza e pace – cioè difesa della libertà – che dai piani alti della Cei precipita a cascata sulle pagine di Avvenire.</b> Gutta cavat lapidem, se i preti ancora conoscono il latino.</p><p>Ieri, accanto a un editoriale di Marco Impagniazzo, presidente di Sant’Egidio, dedicato al rischio di guerra civile per mancanza di empatia sociale, campeggiava come notizia principale la campagna per la legge popolare sulla Difesa civile non armata e non violenta: “A Mano disarmata - Raccolte oltre 50 mila firme”. Si legge: “Uno scatto fulminante quasi al fotofinish. Un’altra difesa adesso è davvero possibile”. <b>Si tratta dell’aperto sostegno della chiesa italiana – almeno la sua voce giornalistica – alla proposta di iniziativa popolare promossa da Rete italiana pace e disarmo, da Sbilanciamoci! e altri sostenitori tra cui le Acli.</b> Ottimi gli obiettivi – l’istituzione di un dipartimento della difesa civile non armata, e dei Corpi civili di pace (antica utopia di Alexander Langer), rafforzamento della popolazione civile. Ciò che suscita perplessità, è la continua e ideologica contrapposizione, da parte di Avvenire, tra questa iniziativa, che non è ufficiale della Cei, e ogni altra posizione, presente legittimamente anche nel mondo cattolico, che si discosti dall’arcobalenismo pacifista. In passato dai più diversi ambienti cattolici sono nate altre proposte di legge popolare su vari argomenti, dalla difesa della famiglia alla scuola libera, regolarmente nel disinteresse delle gerarchie. <b>Che invece in questo caso hanno scelto unilaterlamente di sposare una sola ideologia. Più disarmante che disarmata.</b></p>]]></description>
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				<title>Lefebvriani fuori dalle chiese. Dopo Lourdes, Assisi</title>
				<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Voi non potete entrare. Si potrebbe sintetizzare così quanto accaduto lo scorso 6 settembre ad Assisi, quando <b>alla comunità italiana della Fraternità San Pio X è stato impedito l’ingresso nella basilica di San Francesco.</b> A darne conto è un comunicato stampa diffuso dal distretto in Italia della fraternità lefebvriana. L’obiettivo del gruppo era di concludere il pellegrinaggio con il canto del Credo all’interno ella basilica ma ai sacerdoti e fedeli è stato negato l’accesso. Il motivo? Perché “scismatici e scomunicati” dopo le ordinazioni illecite dello scorso 1° luglio avvenute a Ecône senza il previsto e necessario mandato papale. In realtà, ed è la stessa Fsspx a riconoscerlo, non è che il portone sia stato chiuso a doppia mandata appena i custodi hanno visto scorgere l’orda lefebvriana: l’ingresso era possibile, ma <b>“a piccoli gruppi per una preghiera privata e non in quanto comunità con preghiera pubblica”</b>. Da qui, l’incidente.</p><p><b>Il superiore del distretto italiano della Fraternità ha opposto un rifiuto</b>, prima di tenere l’esortazione conclusiva del pellegrinaggio davanti alle porte della basilica, dove poi è stato intonato il Credo “in testimonianza pubblica di fede cattolica”. Oltre al rammarico, però, c’è la polemica: lo stesso superiore, don Gabriele D’Avino, ha ricordato infatti che “il 27 ottobre 2026 i membri e i rappresentanti di tutti i falsi culti, dalle confessioni protestanti all’islam, dall’ebraismo alle credenze orientali e animistiche, pregheranno pubblicamente nelle chiese della città di Assisi, come già avvenuto del resto nel 1986 e proprio per celebrare il quarantesimo anniversario di quella riunione ecumenica presieduta da Giovanni Paolo II. Ancora una volta – si legge nel comunicato – c’è accoglienza per tutti, fino <b>ai pagani più remoti del globo</b>, ma non per quanti vogliono restare figli della Chiesa cattolica apostolica romana senza compromessi”.</p><p><b>Il divieto di pellegrinaggio in un sito cattolico non è una sorpresa</b>. Era già accaduto un mese fa a <b>Lourdes</b>, dove il vescovo locale, mons. Jean-Marc Micas, aveva ritirato l’autorizzazione precedentemente data in seguito ai fatti d’inizio luglio a Ecône. Spiegava, il vescovo, che a seguito delle disposizioni vaticane, “non possono essere autorizzate né la celebrazione delle messe né di altri sacramenti né preghiere pubbliche”. Naturalmente, si precisava dalla diocesi di Tarbes e Lourdes, “è possibile  per chiunque lo desideri, recarsi liberamente alla Grotta o in qualsiasi luogo del santuario per pregarvi privatamente”. Sono, appunto, le conseguenze del decreto con cui Roma ha reagito alle quattro ordinazioni – valide ma illecite – con cui la Fraternità San Pio X ha forzato la mano. Il decreto firmato dal cardinale <b>Victor Manuel Fernández,</b> prefetto del dicastero per la Dottrina della fede, e ancor di più la Nota esplicativa, precisavano infatti che “i ministri sacri” membri della Fraternità “sono nello scisma e devono pertanto essere considerati scismatici”. Per i fedeli laici, “sono da ritenersi scismatici e scomunicati coloro che aderiscono formalmente alla Fraternità sacerdotale San Pio X”.</p><p><b> I lefebvriani riducono tutto alla domanda retorica</b>: noi ci consideriamo cattolici e veniamo esclusi dalle chiese cattoliche, ad Assisi per esempio. Perché persone di altre fedi, che neppure si dichiarano cattoliche (perché non lo sono) vi sono ammesse? Lo stesso interrogativo era stato posto qualche settimana dal distretto in Francia della Fsspx: “A semplici figli della Chiesa cattolica, che non pretendono in alcun modo di sostituirsi alla Chiesa e che non hanno altra ambizione che rimanerle fedeli, è vietato riunirsi per pregare pubblicamente la loro Madre del Cielo mentre l’anno precedente, nell’ottobre 2025, il santuario di Lourdes ha accolto, fino alla Cappella di Nostra Signora, un pellegrinaggio che riunisce per quattro giorni cristiani e musulmani intorno alla figura di Maria, con un tempo di preghiera, una messa, una processione di fiaccole, una preghiera alla Grotta e incontri interreligiosi. Come non stupirsi – addirittura offendersi – che coloro che non riconoscono né la Maternità divina della Santissima Vergine Maria, né il dogma della sua Immacolata Concezione, né la divinità di suo figlio, Nostro Signore Gesù Cristo, siano stati autorizzati dove il divieto è pronunciato oggi contro i fedeli delle cappelle della Fraternità San Pio X del distretto di Francia impedendo loro di venire a pregare pubblicamente la Santissima Vergine Maria nel suo santuario di Lourdes”. E’ su questo che si giocherà la prossima battaglia, che si annuncia molto densa di retorica. <b>Basterebbe, forse, una risposta chiara da parte di Roma, che al momento non è giunta.</b></p>]]></description>
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				<title>Lo stillicidio mediatico contro il vescovo, che se ne va. Motivo? Non piaceva ai preti</title>
				<pubDate>Tue, 15 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> “Silurato il vescovo che girava in Tesla”, “Lascia il vescovo che girava in Tesla”, <b>“Si dimette il vescovo in Tesla”</b>. Sono solo alcuni dei titoli che accompagnavano, sui giornali italiani, l’uscita di scena di monsignor Guido Gallese, vescovo di Alessandria, che si è dimesso dopo mesi e mesi di stillicidio – soprattutto mediatico – dovuto alla visita apostolica condotta dal cardinale Giuseppe Bertello in diocesi. Visita che, a quanto si apprende, è stata assai sbrigativa e nella lista dei testimoni auditi  mancavano molti di quelli che avrebbero potuto liquidare subito il borbottoio sacerdotale anti Gallese. A ogni modo, l’obiettivo era chiaro: fare luce su una serie di lamentele (di anziani sacerdoti locali e laici insoddisfatti dalle linee pastorali del vescovo) giunte, in maniera assai organizzata, a Roma (<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/02/06/news/lorrore-moralista-che-mette-alla-gogna-un-vescovo--127403">il Foglio ne aveva dato ampiamente conto lo scorso febbraio</a>). Da Alessandria si rassicurava: la visita è alla diocesi e non al vescovo, di cose così se ne fanno tante  senza che si sappia in giro. Il che è anche vero. Ma <b>l’epilogo era scontato</b>: restare in sella per anni con la spada di Damocle di essere un vescovo che fa kitesurf – gravissima accusa lanciata dai media indignati, specie in un’epoca in cui il Papa settimanalmente nuota e gioca a tennis – che spende e spande e che addirittura gira in Tesla, era impossibile. Lodi al vescovo, mitra in testa, che entra in cattedrale con la bicicletta. Ma la Tesla, no. Si potrebbe pensare che nelle scartoffie e nella relazione preparata dal cardinale piemontese Giuseppe Bertello ci fosse altro.&nbsp;</p><p><b> Gravi mancanze, spese folli, comportamenti inadeguati dal vescovo. Lui, il vescovo, aveva già venerdì chiarito che in quel faldone non c’era nulla</b>: “Nonostante il clamore mediatico sul sottoscritto scatenato dai media, la visita ha avuto un suo percorso di discernimento al termine del quale non ho ricevuto neppure una riga scritta e nessuna sanzione”.  All’osservatore pragmatico e obiettivo, però, potrebbe sembrare una giocata in difesa: dopotutto è la voce di chi è stato in qualche modo costretto a lasciare l’incarico. Il punto è che anche chi ha dato manforte al citato “clamore mediatico” ora si rassegna all’evidenza che le prove contro il presule non ci sono. Si prenda la Stampa di sabato, Cronaca di Alessandria, pagina 41. “Lo scacco matto del Vaticano dopo un dettagliato dossier” è il titolo di un articolo presentato come “Retroscena”. E in cosa consisterebbe questo “dettagliato dossier”? Ecco: raccontata la vicenda della Tesla e del kitesurf, “non restano che i rapporti con clero e gruppi di fedeli. Da gennaio ad oggi è stato quasi impossibile trovare qualcuno che rilasci dichiarazioni sul vescovo, tanto meno mettendoci la faccia. In camera caritatis (è proprio il caso) magari qualcuno si lascia andare a considerazioni più o meno benevole sull’apprezzamento per sport non comuni, o l’utilizzo di accessori anch’essi non da tutti, ma anche – e qui entriamo nel vivo – sulle relazioni con le varie comunità di cattolici, la riorganizzazione delle parrocchie, eccetera. E’ stata la frattura che alla fine ha portato alla sostituzione di Gallese”. Quindi né la Tesla né le spese per la ristrutturazione di qualche immobile né il kitesurf. Il problema era che a preti e laici (quelli impegnati, che pullulano ovunque) non andava bene la riorganizzazione delle parrocchie. Che poi è la vera ragione del sommovimento; ragione che circolava da un anno scarso ad Alessandria: il malcontento derivava da questo e, elemento non trascurabile, dalla percezione di un vescovo estraneo, un genovese mandato in una regione ecclesiastica assai gelosa della propria autonomia, anche geografica. Una situazione divenuta insostenibile, lo ammette ora anche mons. Gallese: “Il clima generale e le circostanze che si sono create hanno evidenziato il bisogno di voltare pagina, per tutti”. Quanto al <b>rapporto con il clero</b>, dietro alle parole del vescovo si capisce molto: “Il rapporto con il clero è una dimensione complessa per tutti i vescovi, perché i sacerdoti sono la parte più esposta e ferita del popolo di Dio. Mi ci metto anch’io, in prima persona… Il peso grava tutto sul punto d’appoggio: quando una porta si apre o si chiude, è il cardine che ne sopporta lo scricchiolio e lo sforzo. Quel cardine, oggi, sono i nostri vescovi e i preti: a questi ultimi voglio profondamente bene e ne condivido appieno le fatiche quotidiane”. Roma ha scelto, in fin dei conti, la strada più semplice: problemi irrisolvibili e vescovo mal digerito, si cambia. Oltre a creare un precedente – che poi non sarebbe neppure il primo – abbastanza pericoloso, si dà alle congreghe localistiche il potere enorme di scegliersi il vescovo gradito. O, peggio, di farlo sostituire se non aggrada. Di fatto, si è oltre perfino i propositi più rivoluzionari del percorso sinodale tedesco, che vorrebbe far sì che il parere di qualche laico avesse più peso di quello del Papa (che è a Roma, quindi lontano) nel processo di nomina dei presuli. La speranza è che qualcuno non arrivi a dire, prima o poi, che un Papa che gioca a tennis mette in cattiva luce i vescovi che allo sport preferiscono i convegni di qualche partito politico. <b>Come si suol dire, nulla è impossibile.</b></p>]]></description>
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				<title>Il Papa antipopulista</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 18:35:00 +0200</pubDate>
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												<category>Chiesa</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p><a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/09/14/news/fine-dellausterity-in-vaticano-papa-leone-cancella-i-tagli-agli-stipendi-imposti-da-bergoglio--407464">L’austerity vaticana è finita</a>. Oggi a mezzogiorno è stato diffuso il motu proprio di Leone XIV che abroga “Un futuro sostenibile”, la lettera apostolica di Papa Francesco risalente al marzo del 2021 con cui stabiliva “misure di contenimento salariale” che sospendeva la maturazione degli scatti biennali di anzianità e tagliava le retribuzioni di cardinali, superiori, ecclesiastici e religiosi in misura variabile fra il tre e il dieci per cento (il dieci toccava ai porporati, i più penalizzati). <b>Cinque anni e mezzo dopo, il nuovo Pontefice decide che è ora di tornare al passato, visto che le condizioni che portarono alla decisione di Bergoglio “possono ora essere superate”</b>. Tra le condizioni che comportarono la sforbiciata ci fu la crisi pandemica legata al Covid che privò le casse vaticane degli introiti assai ingenti dei Musei Vaticani, rimasti chiusi.</p><p>Ora che le frotte di visitatori sono tornate (e non da ieri), si può voltare pagina. Ovviamente, resta la “certezza che le Istituzioni della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell'impegno di garantire la sostenibilità economica”. Quanto agli scatti, che interessavano tutti – ma i laici solo dal quarto livello in su, quindi risparmiando i redditi più bassi – il motu proprio chiarisce che sono fatti salvi “in via definitiva, gli effetti prodotti nel periodo della vigenza” del documento di Francesco. In sostanza, quel che è stato applicato allora resta invariato. Un bel regalo che il Papa ha fatto ai suoi collaboratori nel giorno del suo settantunesimo compleanno. Di certo non mancheranno le polemiche fra i leoni da tastiera, i rabbiosi pronti a sparare contro la solita casta ricca che non pensa ai poveri. Un refrain, tristissimo, cui si è ormai abituati.</p>]]></description>
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				<title>Fine dell&#039;austerity in Vaticano: Papa Leone cancella i tagli agli stipendi imposti da Bergoglio</title>
				<pubDate>Mon, 14 Sep 2026 14:03:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Redazione</author>
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				<description><![CDATA[<p>Il compleanno oggi è il suo, ma il regalo lo ha fatto ai dipendenti.&nbsp;Con una Lettera apostolica in forma di&nbsp;<a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/apost_letters/documents/20260901-abrogazione-un-futuro-sostenibile.html" target="_blank">"Motu proprio"</a>,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/papa-leone-xiv_44108" target="_blank">Papa Leone XIV</a>&nbsp;ha deciso di abrogare la disposizione di Papa Francesco del&nbsp;<a href="https://www.vatican.va/content/francesco/it/motu_proprio/documents/papa-francesco-motu-proprio-20210323_decreto-retribuzioni.html" target="_blank">23 marzo 2021</a>&nbsp;che prevedeva il <b>contenimento della spesa tramite limitazioni e riduzioni di retribuzioni e scatti di anzianità </b>per il personale della Santa Sede, del governatorato dello stato della Città del Vaticano e di altri enti collegati (cardinali, altri superiori e ecclesiastici-religiosi). "Quelle misure di contenimento salariale adottate dal mio Predecessore con la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio 'Un futuro sostenibile', del 23 marzo 2021, che furono necessarie anche per far fronte all'eccezionale <b>sfida della pandemia</b>, e che vennero già parzialmente modificate, mediante l'abrogazione dell'articolo 3, con Rescriptum ex Audientia del 16 giugno 2025, <b>possono ora essere superate",&nbsp;</b> si legge del "Motu proprio" di Papa Leone datato 1 settembre 2026, "nella certezza che le Istituzioni della Santa Sede e dello stato della Città del Vaticano proseguiranno, con strumenti diversi, nell'impegno di garantire la sostenibilità economica".</p><p>Per tale ragione, a decorrere dal 1° settembre 2026, la Lettera Apostolica di Papa Francesco in forma di Motu Proprio "<b>è abrogata</b>, facendo tuttavia salvi, in via definitiva, gli effetti prodotti nel periodo della sua vigenza, ivi compresi gli effetti prodotti dalla sospensione della maturazione degli scatti biennali di anzianità di cui all'art. 5, che rimane definitivamente acquisita", ha concluso Prevost.</p><p><b>Dopo il provvedimento di Francesco, lo stipendio dei cardinali di Curia aveva subito una riduzione del 10 per cento. </b>Era dell’8 per cento, invece, quella dei dipendenti della Santa Sede, del governatorato e altri enti collegati inquadrati nei livelli retributivi C e C1, cioè quelli dei capi e dei segretari dei dicasteri. Infine, per dipendenti chierici o religiosi la diminuzione era del 3 per cento.&nbsp;</p><p><b>Non è la prima volta che Papa Leone ritocca al rialzo le buste paga di chi lavora nello stato pontificio</b>. Nel maggio 2025, poco dopo la sua elezione, Leone ha infatti deciso di ripristinare la gratifica di <b>500 euro </b>elargita ai dipendenti del Vaticano proprio in occasione dell'elezione del nuovo Papa: tradizione dei Pontefici romani che Francesco aveva archiviato.&nbsp;</p><p>Nel giorno del suo 71esimo compleanno, Papa Leone ha anche annunciato&nbsp;<b>la costruzione di un nuovo edificio in Vaticano</b>. "Dispongo – ha scritto nel&nbsp;<a href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/letters/2026/documents/20260914-chirografo-archivio-apostolico-bav.html" target="_blank">chirografo</a>&nbsp;diffuso oggi da un bollettino della sala stampa della Santa Sede – che venga destinata all'Archivio Apostolico Vaticano e alla Biblioteca Apostolica Vaticana l'area della cosiddetta "Fontana dell'Autoparco" con le sue adiacenze", e che "si proceda secondo i più moderni principi architettonici e tecnologici, nel rispetto della normativa vigente, <b>alla costruzione di un nuovo edificio da destinare principalmente alle esigenze dell'Archivio Apostolico Vaticano e della Biblioteca Apostolica Vaticana</b>, distribuendo gli spazi in maniera equa tra le due Istituzioni, riservandone una parte ad altri servizi dello stato della Città del Vaticano".&nbsp;</p>]]></description>
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				<title>L&#039;ordine di cattura per Martino I, deportato a Kherson</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 10:09:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>14 settembre 1523.</b> Morì Adriano VI, Adriaan Florensz, di Utrecht. Era stato eletto mentre si trovava a Tarragona e fu l’ultima volta che venne scelto un cardinale non presente al conclave. Fu anche l’ultimo Papa non italiano per oltre 450 anni, fino all’elezione di Giovanni Paolo II nel 1978, e unico Papa di origine olandese. Austero professore a Lovanio, era stato precettore del futuro imperatore Carlo V e poi da questi associato al governo della Spagna. Adriano era animato da un sincero desiderio di riforma ecclesiastica, ma a Roma trovò pochi sostenitori e fu accolto con una diffusa ostilità e mancanza di collaborazione. Non riuscì dunque a portare a compimento le sue idee riformatrici, né ebbe successo in altre aree problematiche del pontificato, il confronto con la Riforma in Germania, la pacificazione dell’Italia, gli interessi contrastanti della politica imperiale e francese e la guerra contro i turchi.</p><p><b>15 settembre 1590.</b> Venne eletto Urbano VII, Giambattista Castagna, nato a Roma, da padre genovese e madre romana. Il suo pontificato durò solo dodici giorni e fu il più breve della storia. La prima notte dopo l’elezione non riuscì quasi a prender sonno, narra una fonte. Due giorni più tardi una forte febbre lo rivelò colpito dalla malaria, che lo condusse a morte in una decina di giorni. Lasciò i suoi cospicui beni familiari a una confraternita che procurava la dote alle ragazze bisognose.</p><p><b>16 settembre 655.</b> Morì Martino I, di Todi. Carattere deciso, si fece consacrare appena eletto senza aspettare, anzi senza nemmeno chiedere, la ratifica imperiale. Convocò immediatamente un sinodo che condannò il monotelismo e il recente Typos, un editto emanato dall’imperatore Costante II che imponeva il divieto assoluto di discutere ancora della dottrina monotelita sia per condannarla sia per sostenerla. La reazione imperiale fu molto dura e l’ordine quello di imprigionare il Papa e trasferirlo a Costantinopoli. Dopo un primo tentativo fallito, Martino, che, ammalato, si era fatto trasportare con il suo letto dentro la Basilica Lateranense, venne catturato e formalmente deposto da parte dell’esarca e condotto a Bisanzio dove giunse, com’egli stesso racconta in una lettera, dopo essere stato 47 giorni senza nemmeno la possibilità di lavarsi pur soffrendo di dissenteria. Fu sottoposto a maltrattamenti, condannato dopo un processo-farsa e infine esiliato a Kherson in Crimea, dove ebbe anche il problema del cibo quotidiano, fino alla morte che lo raggiunse il 16 settembre 655. A quella data già da quasi un anno era stato insediato un nuovo Papa, Eugenio I, imposto dall’imperatore. Martino seppe dell’elezione, che non si aspettava sarebbe avvenuta prima della sua morte, e in una lettera sembra (il dubbio è di rigore perché il testo si presta a diverse interpretazioni) l’avesse accettata. L’Annuario Pontificio mantiene la duplicità delle date di elezione di Eugenio e di morte di Martino, che si sovrappongono per un periodo di undici mesi.</p>]]></description>
			</item>
					<item>
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				<title>Così le Chiese in Germania hanno perso il loro popolo</title>
				<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma</i>. Nessuna possibilità di confronto, mediazione o comprensione. “<b>Alternative für Deutschland è chiaramente nazionalista e völkisch </b>e non c’è spazio per questo pensiero né dentro né fuori dai luoghi di culto, né nel cristianesimo né nell’ebraismo né nell’islam”. Il presidente della Conferenza episcopale tedesca, mons. Heiner Wilmer, è stato chiarissimo all’indomani del successo della destra estrema in Sassonia-Anhalt.&nbsp; Parole, pronunciate davanti a esponenti della Cdu e dell’Spd, che hanno tirato una linea rossa che sarebbe bene non oltrepassare, a suo dire: non è questione di destra o di sinistra, ma di reagire quando la solidarietà umana è messa in pericolo. “Siamo in disaccordo quando le istituzioni democratiche vengono indebolite”, ha aggiunto. E’ il pericolo del ritorno nazista, delle sue teorie mai del tutto rimosse, e le Chiese (la protestante e la cattolica) hanno deciso di giocare la partita esistenziale: in gioco c’è la libertà, dicono.</p><p>Un errore di prospettiva, secondo <b>Alexander Grau</b>, giornalista, scrittore e filosofo che da anni tiene una rubrica su Cicero, la bibbia del conservatorismo intellettuale tedesco. <b>“L’AfD non è un partito nazionalsocialista”</b>, dice al Foglio: “Non vuole annientare fisicamente una minoranza etnica, non vuole conquistare uno ‘spazio vitale’ a est, non è militarista e non vuole nemmeno abolire la democrazia o il parlamentarismo. L’AfD elegge democraticamente i propri dirigenti e non per acclamazione. I suoi elettori non vogliono un nuovo 1933, ma piuttosto tornare agli anni Ottanta, quando, dal loro punto di vista, il mondo era ancora in ordine, le strade erano sicure e nelle piazze non c’erano migranti che bighellonavano”. Un qualcosa di simile ai tanti partiti a vocazione securitaria che nell’ultimo decennio sono sorti in Europa, benché ciascuno con un proprio focus di riferimento che non necessariamente è lo stesso del partito affratellato, come ha ben spiegato sulla Stampa Giovanni Orsina? “Alternative für Deutschland è <b>un movimento di protesta contro il predominio, durato decenni, del pensiero woke e della cultura di sinistra e liberal-progressista nel dibattito pubblico.</b> Le persone non vogliono che ideologi di sinistra impongano loro regole linguistiche o di pensiero. In risposta, la sinistra politica cerca di bollare tutte le posizioni non di sinistra come ‘fasciste’ o almeno come disumane. E’ un trucco trasparente per intimidire gli elettori moderati e borghesi”, osserva Alexander Grau, convinto anche che la tesi del partito confinato in qualche land dell’ex Ddr sia limitata e incapace di dar conto pienamente dei fatti. “AfD sta ottenendo successi anche nella Germania occidentale. Tuttavia è vero che nell’est – e questo è stato a lungo sottovalutato – esistono in parte forti riserve nei confronti della cultura occidentale. E’ vero che, a partire dagli anni Sessanta, anche l’occidente era un modello nella cultura giovanile della Ddr: i jeans, la musica rock, la moda. Ma il modo di pensare occidentale non è mai realmente arrivato lì. In un certo senso, <b>nell’est si è rimasti molto tedeschi, mentre i tedeschi occidentali si sono aperti, come gli italiani, i francesi, gli olandesi e altri europei, alla cultura quotidiana americanizzata</b>”.</p><p>A giudizio del commentatore conservatore, “il fatto che, negli anni successivi al 1990, i tedeschi dell’est siano stati di fatto privati del potere nel loro stesso paese e che tutte le posizioni dirigenziali siano state occupate da tedeschi dell’ovest non ha certo contribuito a promuovere l’immagine positiva dell’occidente. Questo spiega anche perché l’AfD nella Germania occidentale sia liberal-conservatrice e filo-atlantica, mentre nell’est sia nazional-conservatrice e mostri simpatie per la Russia. <b>Il fatto, tuttavia, che l’AfD sia riuscita a espandersi in tutta la Germania dimostra che le ragioni del suo successo sono presenti a livello nazionale</b>. E queste ragioni risiedono soprattutto nella migrazione, come mostrano tutti i sondaggi”. Il vescovo Wilmer ha detto che la paura rafforza “il desiderio di certezze, di risposte semplici e di patria” e ha aggiunto che sì, il fattore religioso sta diventando sempre più riconoscibile. Proprio per questo, bisogna prestare attenzione all’uso che se ne fa: “Dove la fede diventa ideologia e il linguaggio religioso alimenta la paura o mette le persone l’una contro l’altra, perde la sua verità”. Ma una risposta di questo tipo può essere sufficiente di fronte alle sfide del nostro tempo, che osserviamo in Germania e anche altrove, non soltanto in Europa? Risponde Grau: “Ciò che è corretto nella dichiarazione del vescovo Wilmer è che, di fronte alla digitalizzazione e alla globalizzazione, le persone hanno bisogno di sentirsi a casa e di avere sicurezza emotiva. Questo può comprendere anche aspetti religiosi. Per questo nell’AfD si trovano molti cattolici conservatori. Qui si manifesta una nostalgia per la tradizione che forse ha meno a che fare con la fede in senso stretto, ma molto con il bisogno di riti religiosi e di elementi culturali. <b>Le Chiese non riescono a rivolgersi a queste persone.</b> Al contrario, le offendono e le allontanano, accusandole – come fa il vescovo Wilmer – di alimentare la paura e di mettere le persone le une contro le altre. E’ fatale. I cristiani conservatori hanno l’impressione che per i vertici delle Chiese un’etica secolare e universale e il dialogo interreligioso siano più importanti di un cristianesimo chiaramente definito e riconoscibile. Temo che questo conduca – analogamente a quanto avviene sul piano politico – alla radicalizzazione e alla nascita di scissioni conservatrici all’interno di entrambe le grandi confessioni. Qui le Chiese <b>stanno evidentemente fallendo</b>”.</p><p>Il giornalista e teologo Rolad Noé, in un commento apparso su Kath.net, definisce<b> ipocrita la posizione dei vescovi</b>. Prende spunto dal comunicato congiunto delle Chiese all’indomani del successo di AfD, quello in cui si assicurava che “non taceremo se la dignità umana sarà violata” e si chiede <b>come mai, pochi giorni fa, nessuno della diocesi di Fulda abbia detto alcunché – neppure un saluto – ai partecipanti alla marcia per il diritto alla vita lì organizzata</b>. La dignità vale a giornate alterne, dunque? E’ ovvio che poi, spiega Noé, quando c’è da votare, il richiamo di vescovi e pastori non venga neppure preso in considerazione. E si spiega così, probabilmente, anche il fatto che tra i cattolici e i protestanti della Sassonia-Anhalt si è preferito votare non solo l’AfD, ma anche formazioni distanti come l’Spd e i Verdi anziché il centro democratico-cristiano rappresentato dalla Cdu. Perché le Chiese non riescono a raggiungere il proprio popolo? “Per capirlo – dice Alexander Grau – bisogna sapere che le Chiese non svolgono alcun ruolo nella Germania orientale. La Germania orientale è la regione più secolarizzata d’Europa. Inoltre, l’attuale Sassonia-Anhalt è il cuore della Riforma protestante. Wittenberg si trova qui. Questo favorisce ulteriormente la distanza dalle Chiese. Il cattolicesimo qui non ha alcun peso. Del resto, le Chiese in Germania – prima i protestanti, poi i cattolici – si sono spostate molto a sinistra sul piano politico. Le Chiese ufficiali sostengono posizioni sociopolitiche analoghe a quelle dei Verdi e della Spd. E’ questo il motivo per cui ormai riescono a raggiungere a malapena le persone di orientamento conservatore. In parte, queste persone non si vogliono nemmeno più raggiungere e <b>si arriva a dichiarare che chi vota AfD non può essere cristiano</b>”.</p>]]></description>
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				<title>I vescovi si sono dimenticati di Vannacci</title>
				<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 09:18:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> C’è un silenzio che fa parecchio rumore, in Italia. Ed è quello della Chiesa italiana rispetto ai programmi annunciati in ogni sede – perfino a Cernobbio – dall’<a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto-vannacci_32908">ex generale Roberto Vannacci</a>. Quest’ultimo parla di remigrazione, di disabili da destinare a classi “separate”, di imprimere all’Italia una svolta securitaria e identitaria, memore di quando i treni arrivavano in orario. Insomma, contenuti amalgamati in quella che Mario Monti ha definito “retorica fascista” che pare scaldare assai l’elettorato italiano, che di settimana in settimana premia nei sondaggi l’ambizioso Futuro nazionale. <b>E la Chiesa? Non pervenuta.</b> Nessuna battaglia per strada, niente opuscoli come quelli diffusi in Sassonia-Anhalt in tempo di quaresima per avvertire sui rischi di un’eventuale vittoria di Alternative für Deutschland. Certo, qualche vescovo ha parlato (su richiesta), ma quando il graduato in pensione ha definito san Paolo “un camerata”, a protestare con forza è stato un gruppo di undici sacerdoti, quelli riuniti nella fondazione “Interesse uomo” che lavora nel campo del contrasto all’usura e al sovraindebitamento. “Associare la figura di san Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte, per di più all’interno del programma di una fazione politica, rappresenta una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede”.  E sì che dall’altra parte i presuli sono spesso finiti nel mirino. Si pensi all’arcivescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, che dopo aver definito i migranti “la nostra salvezza, la nostra benedizione e guai se non ci fossero!”, s’è beccato l’intemerata di un comitato vannacciano: quello del vescovo è “un discorso legittimo ma personale”.&nbsp;Un discorso “non da vescovo, perché differente dall’insegnamento della Chiesa”. Il referente in loco, Emilio Giuliana, si è ritirato in preghiera per mons. Tisi <b>“perché si converta alla fede cattolica”</b>. Pure sulle teorie relative ai disabili da confinare in classi ad hoc: mugugni, indignazione e qualche protesta, ma con eleganza e tatto. “Pur nel rispetto di ogni opinione e di ogni scelta politica qui è in gioco una visione culturale della vita. Queste affermazioni ci riportano ai periodi più bui della nostra storia. Mi permetto di dire, con Papa Francesco, che l’inclusione è segno di civiltà”.</p><p>A dirlo era stato, la scorsa primavera, il vicepresidente della Cei, <b>mons. Francesco Savino</b>, uno che invece quando c’è da tuonare contro caporalato, discriminazione lgbtqi+, autonomia differenziata e separazione delle carriere è in prima fila, combattivo come non mai anche a costo di prendersi insulti e intemerate di quanti non la pensano come lui. Stavolta, invece, toni affettati e bon-ton istituzionale. E che dire del dialogo interreligioso, non proprio la cup of tea del vannaccismo? Quando il vescovo di Pinerolo, mons. Derio Olivero, ha preso le difese dell’imam Mohamed Shahin, il cui permesso di soggiorno era stato revocato con conseguente detenzione del Cpr di Caltanissetta prima che la Cassazione confermasse la scarcerazione ordinata dalla Corte d’appello di Torino, il <b>“Team Vannacci”</b> è insorto con una lettera pubblicata dai giornali locali in cui si legge quanto sia “scandaloso che un vescovo cattolico intervenga in difesa di un imam, anziché ricordare il valore della libertà religiosa, della tutela dei cristiani nel mondo e della nostra identità culturale europea”. E’ vero che nell’indignazione della legione fedele all’ex generale non ci sono le minacce che invece in Sassonia-Anhalt sono state recapitate, neppure troppo velatamente, alle Chiese locali (della serie, attenti a farci campagna contro che poi la pagherete cara), ma insomma: la lezione al vescovo in altri tempi avrebbe portato i confratelli a presentarsi davanti ai microfoni per esprimere pubblica vicinanza e solidarietà. <b>Invece ci hanno pensato la Cgil, la Cisl, la Uil e l’Anpi a sostenere il presule con un comunicato in cui si sottolineavano le carenze vannacciane in fatto di catechismo. </b></p><p>Quel che stupisce di più, però, è il silenzio sulle politiche migratorie. Se Avvenire, che della Cei è il quotidiano di riferimento, quasi ogni giorno tuona contro le idee remigratorie e, più in generale, contro le tesi programmatiche di Futuro nazionale, stupisce ad esempio che un vescovo assai combattivo come mons. Gian Carlo Perego, già presidente di Migrantes e ben a conoscenza del problema, abbia scelto il basso profilo. Stupisce perché lui è stato in prima, primissima fila, a contestare la politica degli accordi del governo Meloni con l’Albania, “un’operazione vergognosa, immorale e anticostituzionale”: “673 milioni di euro in dieci anni in fumo per l’incapacità di costruire un sistema di accoglienza diffusa del nostro paese, al sedicesimo posto in Europa nell’accoglienza dei richiedenti asilo rispetto al numero degli abitanti”, tuonò dall’ideale pulpito, “673 milioni di euro veramente buttati in mare per l’incapacità di governare un fenomeno, quello delle migrazioni forzate, che si finge di bloccare, ma che cresce di anno in anno”. Lo stesso vescovo che arrivò allo scontro palese col governo di centrodestra, quando ironizzò sul Piano Mattei – “per onestà intellettuale”, meglio chiamarlo “Piano Meloni, per non confonderlo con il vero Piano Mattei” che era il risultato della “condivisione di un gruppo multidisciplinare di intellettuali cattolici e della sinistra democratica, aggregati intorno all’Università Cattolica di Milano”.</p><p>Ora, davanti a chi ammicca ai cultori della “purezza etnica tedesca”, sognando di adattare il modello all’Italia, non si notano tra i vescovi sussulti di grande impatto. Lo faranno a ridosso della campagna elettorale? E’ possibile, considerato anche che l’ex generale rispolvererà l’album di simboli cristiani per sostenere la sua agenda, dalla necessità di implementare il “patriarcato mediterraneo” al refrain delle vecchie radici cristiane dell’Europa fattasi meticcia. Tra rosari branditi e invocazioni a Lepanto, qualche vescovo probabilmente dirà la sua. <b>Se non l’hanno ancora fatto, forse, è perché anche loro, dopo aver visto i video fatti con l’AI e postati sui social, hanno capito che il futuro nazionale prospettato alle nostre latitudini ha un lato maccheronico del tutto assente nella cupa Germania orientale.</b></p>]]></description>
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				<title>Il trionfo di AfD è una batosta anche per la Chiesa</title>
				<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 17:31:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Se Alternative für Deutschland riuscirà ad andare al potere in Sassonia-Anhalt e se metterà in pratica il programma da tempo annunciato, per le Chiese (la cattolica e l’evangelica) inizieranno i tempi bui. Tagli ai finanziamenti, riduzione delle “finestre” pubbliche d’intervento – meno pubblicità alle opere caritatevoli – e fine del consueto e civile dialogo fin qui regolarmente condotto tra i rappresentanti governativi e le autorità ecclesiastiche. Non è servita a nulla la campagna, molto capillare, delle Chiese per scongiurare quanto poi le urne hanno prodotto: <b>il trionfo della formazione di estrema destra</b>. Proprio domenica, il vescovo di Magdeburgo, mons. Gerhard Feige, lo stesso che in quaresima aveva diffuso tramite opuscolo l’appello a pensare bene a cosa votare prima di piangere sulle conseguenze della propria scelta nelle urne, si era lanciato nuovamente in un j’accuse allo “spirito nazionalista e xenofobo” sempre più diffuso. Aveva parlato della necessità di “resistere” a quelle teorie che si ripromettono di mettere da parte la dignità umana, la carità, la solidarietà, il dialogo e la convivenza tollerante e cosmopolita. “Quali concezioni apocalittiche e razziste si sono ormai radicate nella mente di molti! L’amore per il prossimo diventa una parola tabù, mentre l’ostilità verso gli esseri umani diventa socialmente accettabile”, ha detto. Il vescovo non ha mai menzionato l’AfD, ma il riferimento era ovvio, soprattutto quando ha accennato nell’omelia tenuta in occasione del pellegrinaggio diocesano al monastero di Huysburg, a quelle forze politiche che “<b>seminano discordia, alimentano diffidenza e paure, vogliono limitare drasticamente i diritti e le libertà finora esistenti</b> e, al contempo, nella loro presunzione messianica, promettono condizioni paradisiache”.</p><p>A risultati consolidati, al vescovo di Magdeburgo non resta che fare appello “ai vincitori delle elezioni affinché <b>rispettino pienamente la Costituzione del nostro paese</b>, come la Legge fondamentale, e a preservare la dignità di tutte le persone”. Il vescovo protestante Friedrich Kramer ha chiarito che “anche dopo le elezioni, noi Chiese siamo fermamente al fianco di coloro che guardano con attenzione alla politica dell’AfD. Insieme a tutti i cittadini impegnati, continueremo a lottare per la dignità umana di ogni singola persona, per la carità e per una convivenza solidale”. In un comunicato diffuso questa mattina firmato da mons. Feige, dal vescovo Kramer e dal presidente della Chiesa evangelica regionale di Anhalt, Karsten Georg Wolkenhauer, si prende atto “con <b>grande preoccupazione</b> del risultato elettorale. Queste elezioni regionali hanno profondamente modificato gli equilibri politici in Sassonia-Anhalt. Il Land è diviso. La nostra preoccupazione riguarda la pace sociale e la convivenza tra le persone nel nostro Land. Il risultato elettorale mostra una forte insoddisfazione in ampi settori della popolazione. Allo stesso tempo, sono moltissime le persone che si mettono a disposizione degli altri in modo disinteressato, offrendo consigli, aiuto e tempo; aiutano, donano, condividono, ascoltano e si sostengono reciprocamente”. Una preoccupazione che “riguarda anche le conseguenze annunciate dall’AfD che il risultato elettorale potrebbe avere per la cultura e l’istruzione, per la comunità e il volontariato, per la diaconia, la Caritas e le Chiese, nonché per la sicurezza interna ed esterna. Come Chiese, abbiamo alle spalle una lunga storia di resilienza: abbiamo superato dittature e oppressioni, guerre e crisi, e continueremo ad aprire le nostre porte a tutte le persone che cercano protezione e tranquillità, guarigione e orientamento nella presenza di Dio”. In un commento apparso sul portale della Conferenza episcopale, il presidente di missio Aachen, una delle principali organizzazioni cattoliche tedesche impegnate nella cooperazione missionaria internazionale, Dirk Bingener, ha scritto che ora “per la Chiesa in Germania si pone la questione di quale sia il suo contributo” in una situazione in cui le persone si sentono sole. E’ necessaria, sostiene, <b>“una maggior presenza nella vita quotidiana”</b>, altrimenti si lascia spazio alla propaganda di formazioni quali l’AfD.</p><p>Ma non a tutti piace l’attivismo dei vescovi nel denunciare la pericolosità dei programmi dell’estrema destra. <b>Il cardinale Gerhard Ludwig Müller</b>, in un testo apparso su Kath.net ha scritto che i presuli “non possono in alcun modo mettere il loro potere spirituale al servizio della legittima lotta per la maggioranza dei voti degli elettori in uno Stato democratico di diritto, quale senza dubbio è la Repubblica federale di Germania secondo la sua Costituzione, favorendo o sfavorendo una singola formazione politica. Ciò costituirebbe <b>un abuso dell’autorità spirituale a fini politici</b>”.</p>]]></description>
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				<title>L’infamia della barbarie russa. Intervista al capo della Chiesa greco-cattolica di Kyiv</title>
				<pubDate>Mon, 07 Sep 2026 09:41:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Esteri</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p>Si sentono suonare le sirene d’allarme mentre Sua Beatitudine <b>Sviatoslav Shevchuk</b>, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc e capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina, si collega con il Foglio per questa conversazione.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/09/02/news/ucraina-territori-occupati-e-russia-il-primo-giorno-di-scuola-in-tre-sfumature-di-guerra--406221">Sono i giorni del rientro a scuola</a>&nbsp;e Vladimir Putin ha pensato che il modo migliore per ricordare agli invasi che la guerra c’è e continuerà finché lui vorrà sia quello di mandare i droni a guardare dall’alto i ragazzini che corrono verso le aule scolastiche. Un cupo memento mori. <b>La guerra contro l’Ucraina già da mesi ha superato come durata la Prima guerra mondiale.</b> Nell’immaginario collettivo, quel conflitto d’un secolo fa è passato alla storia come “l’inutile strage”, definizione perfetta che il Papa d’allora, Benedetto XV, coniò guardando i milioni di morti nelle trincee, trucidati o gasati per conquistare qualche pezzo di terreno che irrimediabilmente andava perso il giorno dopo. Eppure, sembra ormai che sia – per dirla con James Orr, l’ideologo di Nigel Farage ora caduto in disgrazia – solo un conflitto slavo regionale. Un affare tra russi e ucraini, una perdita di tempo per gli occidentali che vogliono andare al mare, fare compere tranquillamente, gustarsi ricci di mare e filetti di angus al ristorante. Una seccatura, una noia. Come se non ci fossero già tanti problemi. Di solito sono quelli che gli allarmi, quelli che richiamano la guerra, non li hanno mai sentiti.<b> “Questa guerra è una grande emorragia del tessuto umano in Europa. </b>Purtroppo, diciamo nel contesto medico, le emorragie che non fanno del male, che non provocano il dolore, sono più pericolose”, dice Sviatoslav Shevchuk. “Di queste emorragie interne si muore. Vorrei ricordare le dimensioni di questa tragedia. Ovviamente è una guerra ibrida, da una parte è molto simile a questa guerra di trincee della Prima guerra mondiale, ma le dimensioni di questa guerra sono spaventose. Ad esempio, solo nei primi due mesi della guerra su vasta scala, le Nazioni Unite hanno stimato che 12,7 milioni persone hanno dovuto abbandonare le loro case. Alcuni sono stati sfollati all’interno del paese, altri all’estero. E’ un numero comparabile con più di tutta la popolazione del Belgio, che di abitanti ha quasi dodici milioni. Poco meno di sei milioni si trovano all’estero come rifugiati, secondo i dati d’inizio anno diffusi dall’Unhcr. Grazie a Dio siamo stati capaci accogliere queste persone e prevenire che questa crisi umanitaria deteriorasse in una tragedia umanitaria. L’altro numero, molto delicato, che spesso viene dimenticato, è la linea dei combattimenti, calcolata fra mille e 1.200 chilometri. Se facciamo un paragone per far capire al lettore italiano, è il 55 per cento della lunghezza dell’interno confine terrestre dell’Italia. <b>E’ una guerra che contamina il terreno di materiale esplosivo. Non è semplicemente un combattimento fra gruppi, ma causa la contaminazione dell’ambiente e, secondo i dati ufficiali, 132 mila chilometri quadrati del territorio ucraino è contaminato con materiale esplosivo</b>. E’ il 44 per cento dell’intera superficie italiana. L’altro dato secondo me terrificante, soprattutto per ragioni pastorali, è che ufficialmente 114 mila persone sono riconosciute come disperse”.&nbsp;</p><p>Pensiamo che la guerra degli Stati Uniti in Vietnam ha contato 2.640 dispersi ed è considerata una tragedia della nazione statunitense. Invece domenica scorsa, quando tutto il mondo commemorava la giornata mondiale delle persone disperse durante i conflitti armati, <b>in Ucraina eravamo consapevoli che noi di dispersi ne abbiamo già 114 mila</b>. 114 mila famiglie che non conoscono il destino dei propri familiari. Si  parlava di Prima guerra mondiale: ecco, dare numeri esatti è difficile, ma recentemente alcuni organismi delle Nazioni Unite hanno dichiarato che nelle trincee ci sono oggi un milione e settecentomila soldati, fra russi e ucraini. I russi sono tanti, è un fenomeno per noi poco comprensibile. E’ una barbarie: in questi attacchi carnefici, da Mosca mandano soldati e ancora soldati, non calcolando neppure il numero delle loro vittime, che sono tantissime. In questi attacchi, infatti, chi attacca perde di più rispetto a chi si difende. Ma questa guerra non la si fa solo con i combattimenti sulla linea del fronte. Qui ci sono armi sofisticate. Kyiv, Sumy, Zaporizia, Odessa, Kharkiv sono bombardate giorno e notte con i droni sofisticati attrezzati con le telecamere. L’operatore vede in diretta i civili che uccide. Si attaccano i negozi, dove la gente va per comprare il pane, i mercati, le università, le scuole. Ogni punto dove ci sono persone radunate. Per l’inizio dell’anno scolastico in Ucraina sono state costruite cento scuole sotterranee e, dicono, alla fine di quest’anno se ne costruiranno altre cento. <b>I droni russi seguono i bambini che vanno a scuola e li attaccano. E’ terrorismo</b>. Alcuni analisti sostengono questa guerra sta diventando sempre più simile a quella fra Iraq e Iran, negli anni Ottanta. Iraq e Iran non potevano avanzare sul fronte dei combattimenti e cominciavano a terrorizzare i civili.  Era chiamata la guerra delle città, ma non ha portato a nulla, solo a un esaurimento di entrambe le parti. Come diceva l’arcivescovo Gallagher a Mosca, questa guerra non ha una soluzione militare. E’ davvero un’emorragia del tessuto umano europeo e mi dispiace che questa emorragia non faccia più male alle grandi democrazie dell’Europa e del mondo, che si nascondono dietro le spalle degli ucraini che con il loro petto coprono la vita tranquilla e pacifica dell’Unione europea”.</p><p>L’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc parla di Ucraina che con il proprio petto difende gli europei, quelli infastiditi dal chiasso e dal fragore delle armi al di là di una immaginaria cortina che vorrebbe ancora separare l’ovest dall’est, quasi che quanto avviene laggiù sia un affare riservato a quei popoli. Un fastidio determinato anche dalla retorica che vede la Russia ineluttabilmente invincibile: così grande, con un esercito fortissimo e numerosissimo. Può prendere i soldati ovunque, dalle steppe della Siberia fino a Vladivostok. Ha perfino l’appoggio di Kim Jong-un, che quanto a soldati ridotti a carne da macello è un fine esperto. Ma perché, chiediamo all’uomo di Kyiv, noi occidentali pensiamo ancora tutto questo, dopo quattro anni di guerra?</p><p>“Secondo me, finora, l’Europa occidentale non ha capito bene che cos’è l’Ucraina come nazione, come stato indipendente. Si ha una visione storica: la Russia vinceva le grandi guerre  – ed è vero – e le vinceva anche perché gli ucraini combattevano al loro fianco. <b>Oggi la Russia, senza le risorse ucraine – sia umane sia naturali – non è più una potenza mondiale. La Russia non ha la capacità di ricostruire l’Impero né la vecchia grandezza sovietica. </b>Questa è la prima volta nella storia moderna che l’Ucraina non combatte a fianco della Russia. Molti, sia in Russia sia in occidente, non l’hanno capito. Inoltre, questo fatto sta rovinando il mito della grande Russia invincibile. Non è più così. Molti schemi mentali e tanti modi di pensare restano disorientati. Una buona parte degli occidentali ha sempre pensato che l’Europa orientale fosse un mondo a sé, omogeneo. Un mondo estraneo. La stessa parola ‘Europa’ spesso veniva usata solo nel senso di Europa occidentale. Ma non è più così.<b> L’Ucraina ormai si dimostra come un soggetto e non oggetto della politica, diplomazia, economia europea. Anzi, sta difendendo proprio l’Europa. </b>Molti si domandano da dove scaturisca questa resistenza ucraina. Anche noi non lo capiamo, restiamo ogni giorno stupiti da questa forza. Noi stiamo riscoprendo la forza del nostro popolo. Siamo davanti a uno scontro fra due tipi diversi di società. L’Ucraina, al giorno d’oggi, è una società che fa parte di una rete sociale, di solidarietà, d’informazione, del mutuo appoggio; una rete della società civile, che talvolta fa nascere le strutture statali, la vita politica. Persone che cooperano insieme, che sperimentano una comunione di vita. Invece la Russia è una piramide rigida che si è costruita senza e contro la società civile. Al vertice di questa piramide c’è un governo criminale e cleptocratico; un potere che si voleva ricostruire guardando al sistema di potere sovietico.<b> In Russia non esiste una società civile. I russi sono politicamente apatici, perché sanno che non possono cambiare nulla. </b>Questa piramide si sta confrontando con una rete. I russi non possono vincere in Ucraina. Certo, ogni tipo di queste società ha punti di forza e debolezza. In Ucraina, ad esempio, questa rete deve essere riconnessa e ricucita. Perché ogni trauma, ogni perdita sul fronte o tra i civili nelle città, determinano lo spezzarsi dei vari contatti nella rete. In questa rete le Chiese sono molto attive, perché vigilano e curano i traumi. Diciamo che è molto difficile per noi costruire strutture statali forti, ma da noi il potere cambia, passando di mano in mano. In Ucraina chi governa cambia perché c’è un fondamento della società civile che ne determina il cambiamento. In Russia – dice Sviatoslav Shevchuk – è il contrario, benché questa piramide rigida inizi a mostrare spaccature interne. Comincia a cadere come un grande colosso, perciò diventa sempre più pericolosa, micidiale. Vede se stessa come un castello assediato e percepisce tutto il mondo come il nemico. Ovviamente questa società verticale piramidale è molto rigida e opaca. Ad esempio, se il presidente russo personalmente si occupa del micro-management militare, cioè di quale villaggio deve essere attaccato in un tal giorno, allora tutti gli altri comandanti, anche militari, si sentono demansionati e non possono prendere più decisioni. La società nella forma di una rete, invece, diventa sempre più dinamica, centrata sui princìpi di solidarietà, sussidiarietà, iniziativa privata, rispetto dell’attività della persona e la sua inviolabilità. Guardando queste due facce contrapposte, forse, capiamo la resistenza ucraina, la resistenza di una società ferita che reagisce.  <b>Perché questo conflitto non sta provocando solo spaccature nella rete, ma anche ferite interne all’anima: questa è per noi una lotta esistenziale.</b> Se questa piramide risucchierà la rete, noi sappiamo che si ripeteranno gli eventi del passato, come l’Holodomor, un genocidio in cui più di sei milioni di ucraini sono morti per una fame ‘artificiale’. Ecco perché dobbiamo difenderci. Lo facciamo grazie a una rete internazionale, noi siamo un popolo transnazionale: abbiamo una comunità globale di sessanta milioni di ucraini presenti in tutto il mondo che si sostengono a vicenda e difendono il loro paese”.&nbsp;</p><p><b>In tutto questo, c’è il tentativo della Santa Sede di provare a mantenere aperto un contatto anche con l’invasore. </b>Dieci giorni fa, mons.&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/09/01/news/dialogo-non-benedizione-lapproccio-vaticano-alla-russia--406131">Paul Richard Gallagher si è recato Mosca&nbsp;</a>e molti in Italia hanno presentato il viaggio come una apertura alla Russia. Lo stesso Gallagher, però, due mesi fa era stato in Ucraina e aveva espresso parole molto forti sulla necessità di difendere la causa ucraina. Addirittura sostenendo l’integrità territoriale del paese invaso da Mosca. Qual è il suo punto di vista?</p><p>Secondo Sviatoslav Shevchuk, “quella di mons. Gallagher è stata una missione profetica, nel senso della profezia di una voce che grida nel deserto. <b>E’ interessante che mons. Gallagher sia arrivato in Russia proprio nel momento in cui in Russia atterrava il capo dei servizi segreti statunitensi</b>. Mons. Gallagher ha parlato veramente del dialogo e della pace; ha detto che questa guerra non ha una soluzione militare, che bisogna trovare una soluzione diplomatica e così via. Ma quando lui pronunciava queste parole profetiche, proprio in quel momento la Russia stava programmando una escalation della guerra in Ucraina. Anzi, stava – e sta ancora oggi – cercando di portare questa guerra fuori dall’Ucraina, anche fuori dallo spazio terrestre. In Ucraina si dice che la ragione per cui è venuto a Mosca il capo dei servizi segreti degli Stati Uniti è che la Russia sta cercando di far arrivare la guerra nello spazio cosmico, addirittura con dei piani per provocare un’esplosione nucleare finalizzata a colpire il sistema satellitare Gps, attaccando così la comunicazione globale. Ciò ci fa capire che l’annuncio portato da mons. Gallagher contraddiceva fortemente la realtà che si trovava davanti, a Mosca. Noi abbiamo seguito molto questa visita. E’ stato come scendere nell’abisso dell’Inferno e proclamare da lì la fede nella resurrezione dei morti. Purtroppo,  Lavrov e Peskov hanno commentato le parole di mons. Gallagher come un puro slogan. Questo aspetto è molto grave, perché si constata quanto la Russia disprezzi la diplomazia. L’unico linguaggio che capisce è la forza, bruta e militare, e non è in grado di vedere il suo interlocutore come un parigrado. Vorrei, inoltre,  aggiungere  che i russi sono interessati a dialogare solo quando gli interlocutori possono risultare strumentalizzati  per la visione propagandistica di Mosca. Chi non vuole essere strumentalizzato, sarà rifiutato.<b> Il viaggio di mons. Gallagher è stato molto delicato: il rischio di strumentalizzazione è molto forte e la Santa Sede non può certamente offrirsi a una tale strumentalizzazione.</b>  Il Papa e il rappresentante per i Rapporti con gli stati hanno parlato in modo chiaro e netto di pace. Parlare di pace in Russia di oggi è, tra l’altro, considerato un crimine. Direi quindi, e mi ripeto, che è stata una visita profetica ma che purtroppo non ha aperto alcuna breccia, non c’è stata nessuna apertura fino a oggi. Ovviamente, sia i media filorussi che i loro amici in occidente, come dei bravi ‘utili idioti’, la strumentalizzeranno per i loro scopi.<b> Ma noi in Ucraina sappiamo che Papa Leone è un Papa di pace, che la proclama anche se deve andare contro una corrente politica ben precisa. </b>Leone XIV annuncia valori, difende la dignità della persona umana, che in riferimento all’Ucraina parla di guerra in Europa, di rispetto della nostra Costituzione. Sta annunciando cioè dei princìpi senza i quali sarà impossibile porre fine a questa guerra”.</p><p>E dopo anni di evidente tensione o forse di incomprensione, come è percepito in Ucraina oggi il ruolo della Santa Sede rispetto al conflitto in corso?</p><p>“Posso constatare che attualmente il linguaggio di Papa Leone e della diplomazia vaticana è molto chiaro. Talvolta, in passato, proprio una certa interpretazione dei simboli e delle parole ha causato incomprensioni. Non tanto delle intenzioni. <b>Oggi, quanto la Santa Sede dice e fa è molto chiaro che è molto apprezzato in Ucraina.</b> Fin dal giorno della sua elezione, Leone XIV è stato acclamato in Ucraina come il Papa della pace, che non parla solo con slogan pacifisti – perché una pace autentica e cristiana non ha nulla a che fare con il pacifismo, soprattutto dello stampo comunista – ma sta annunciando i princìpi sui quali questa pace può essere costruita. Una pace giusta e duratura, una pace disarmata e disarmante.  <b>Perciò siamo molto grati per questa chiarezza, ci siamo sentiti appoggiati in questo senso dalla Santa Sede.</b> E gli siamo grati soprattutto perché a giugno, durante il Concistoro, è stata rigettata l’ideologia della guerra giusta. Cioè di quanto invece si sta declamando a Mosca: il patriarca Kirill ha appena pubblicato un libro sulla guerra giusta, che per lui è una guerra santa. Ecco, mi pare che la Santa Sede la pensi in maniera completamente diversa”.</p><p>C’è poi un problema di fondo, che a che fare di nuovo con l’occidente distratto e pieno di pregiudizi, nonché portatore di valutazioni storico-religiose del tutto errate. Ci sono infatti sempre quelli che vedono la Russia come un baluardo a difesa dei cosiddetti “veri valori”, anche valori cristiani. E questo nonostante Vladimir Putin non si faccia troppi problemi a bombardare perfino il complesso della Dormizione a Kyiv. A proposito di rispetto dei simboli cristiani…</p><p>Il capo e padre della Chiesa greco-cattolica ucraina sorride in silenzio e aspetta qualche secondo prima di rispondere. “Pochi giorni fa – dice – è apparso un articolo molto suggestivo e importante su questo argomento, firmato da Sergei Chapnin. E’ un fedele ortodosso che per quindici anni ha fatto parte del sistema del Patriarcato di Mosca e poi ha dovuto andarsene per certi motivi. Il suo articolo è intitolato “Faith Under Pressure”, cioè “la fede sotto pressione”. Chapnin smonta la mitologia della Russia come bastione a difesa dei valori tradizionali. Vorrei fare una precisazione: non stiamo parlando di valori cristiani. <b>La propaganda russa fa leva sui valori cosiddetti tradizionali. E la tradizione di cui si parla non è certamente cristiana. Strumentalizzano i valori della famiglia per scopi militari, fanno teologia della morte e non della resurrezione. </b>Non si parla più di valori cristiani, dei comandamenti di Dio. E’ una religione civica i cui valori sono quello dello stato russo. Parlare di valori tradizionali è quindi una trappola ideologica, dell’ideologia del mondo russo. Un piccolo esempio per capirci: un prete ortodosso che non vuole pregare per la guerra ma prega per la pace non è semplicemente un dissidente, ma considerato un eretico. La sua colpa? Non appoggiare questa nuova teologia che coniuga le vestigia cristiane con l’ideologia comunista e marxista dell’Unione sovietica. Questo è il contesto del mito della Russia come difensore dei valori tradizionali. Niente a che fare con la tradizione cristiana né con il Vangelo di Gesù Cristo”.</p><p><b>Ieri, al termine dell’Angelus, il pensiero del Papa è stato rivolto ancora  all’Ucraina: </b>“Con animo addolorato ho seguito le notizie dei violenti attacchi che hanno colpito di recente diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella paura. Rivolgo un nuovo appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprire i cuori al dialogo e alla pace. Auspico che gli sforzi intrapresi in questi giorni per riprendere i negoziati, portino frutti concreti e aprano lo spazio alla diplomazia”.</p>]]></description>
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				<title>Benedetto XV ha cambiato il diritto internazionale</title>
				<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 09:45:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Ambrogio Piazzoni</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>6 settembre 1914.</b> Venne eletto Benedetto XV, il genovese Giacomo Della Chiesa, con la maggioranza esatta di due terzi dei voti. Essendo non valido votare per se stessi, si dovette verificare la sua scheda attraverso il motto personale posto all’esterno. L’elezione sorprese opinione pubblica e curia, tanto che nessuno degli abiti papali predisposti, come d’uso, era abbastanza piccolo per il neo eletto, di costituzione assai minuta. La rigida condanna della guerra, iniziata da poche settimane, che il Papa definì “orrenda carneficina” e “inutile strage”, si accompagnò costantemente al sostegno dei prigionieri e delle famiglie dei caduti di entrambe le parti. I ripetuti appelli di Benedetto, che nel 1917 propose un programma di pace basata sulla giustizia e non sulla vittoria militare, furono più elogiati che ascoltati, ma la sua opera sul piano diplomatico contribuì all’apertura di un’innovativa visione del diritto internazionale, in cui trovava posto anche una nuova definizione dei diritti personali e civili, che oggi chiamiamo i “diritti umani”.</p><p><b>7 settembre 1159.</b> Venne eletto Alessandro III, Rolando Bandinelli, di Siena, sostenitore di una politica anti imperiale. Un piccolo gruppo di cardinali favorevole a Federico I Barbarossa elesse invece Ottaviano da Monticello che si chiamò Vittore IV. Ebbe così inizio uno scisma durato più di vent’anni (con altri tre antipapi, Pasquale III, Callisto III e Innocenzo III) durante i quali Alessandro dovette vivere per lo più lontano da Roma. Erano gli anni del tentativo del Barbarossa di controllare il papato, della resistenza dei comuni italiani, della lega delle città lombarde, della battaglia di Legnano e infine della pace di Venezia. Tornata la situazione più tranquilla, nel 1179 Alessandro III convocò a Roma il Concilio Lateranense III, cui parteciparono oltre trecento vescovi e numerosi abati ed esperti, per un totale di quasi mille persone. Il primo documento approvato riguardò le elezioni papali con l’obiettivo di garantirne la libertà da condizionamenti esterni e inibire dissidi e incertezze. Al fine di “evitare discordie” (è il titolo del documento) si riconfermò il diritto di eleggere il papa riservato ai soli cardinali e venne fissato l’obbligo della maggioranza dei due terzi, norme ancora oggi in vigore.</p><p><b>8 settembre 701.</b> Morì Sergio I, nato a Palermo, di origini siriane. La sua elezione era avvenuta in un contesto turbolento dopo la morte di Conone, quando due fazioni avevano eletto l’arcidiacono Pasquale e il presbitero Teodoro. Il primo, per assicurarsi il seggio, aveva promesso cento libbre d’oro all’esarca di Ravenna Giovanni Platino, il rappresentante in Italia dell’imperatore bizantino. La maggioranza del clero però elesse Sergio. Teodoro accettò l’elezione, Pasquale no, e invitò a Roma l’esarca, che arrivò in città senza preavviso e, resosi conto che Sergio godeva della grande maggioranza dei consensi, diede l’assenso alla sua elezione. Ma pretese da Sergio l’oro promessogli da Pasquale!</p>]]></description>
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				<title>Pechino non dimentica: confermata la condanna del cardinale Zen</title>
				<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 05:07:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.</i> Un tribunale di Hong Kong ha&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2022/11/26/news/manette-e-condanne-la-lenta-e-paziente-strategia-cinese-a-hong-kong--157978">confermato la condanna del cardinale Joseph Zen e di altri quattro attivisti per la democrazia</a>&nbsp;a una multa di quattromila dollari ciascuno per non aver registrato correttamente il loro fondo (il 612 Humanitarian Relief Fund, che non esiste più) come associazione ai sensi della Societies Ordinance cittadina. I fatti risalgono al 2019: era il periodo delle grandi manifestazioni di piazza contro la longa manus cinese che premeva sulla città e in strada non furono pochi i disordini. I giudici hanno stabilito che “gli appellanti hanno sempre avuto l’intenzione di utilizzare il fondo come strumento per sollecitare, raccogliere e utilizzare donazioni pubbliche allo scopo di sostenere” quelle proteste.&nbsp;</p><p><b>Ma sia Zen che gli altri ricorrenti hanno sempre sostenuto che il fondo non era stato costituito come associazione, bensì come trust e quindi non dovesse essere sottoposto alla rigidissima disciplina vigente. </b>Tra l’altro, ed è questo il cuore del problema, si veniva a dimostrare in modo palese che a essere limitata era la libertà di associazione. Non a caso, annunciando il ricorso alla Corte di ultima istanza, l’ex parlamentare Margaret Ng – una dei quattro condannati – ha spiegato che il problema vero è il divieto di riunirsi liberamente: “Se ogni volta che un gruppo di persone si riunisce per fare qualcosa, ciò è considerato alla stregua di un’associazione che deve richiedere la registrazione o un’esenzione alla polizia, l’impatto sulla società civile di Hong Kong sarebbe enorme”. La legge in vigore stabilisce che un’associazione è tenuta a registrarsi o  richiedere un’esenzione dalla stessa registrazione entro un mese dalla sua costituzione. Cosa che il 612 Humanitarian Relief Fund non ha fatto perché, secondo quanto ribadito dai promotori, era un semplice trust. L’accusa, però, ha sempre sostenuto che la realtà fosse ben diversa, e che l’organizzazione che vedeva in prima linea il cardinale Zen offrisse sostegno finanziario ai manifestanti coinvolti nelle manifestazioni di piazza e in particolare contro il disegno di legge sull’estradizione fortemente voluto da Pechino, contro il quale nell’agosto del 2019 scesero in piazza due milioni di persone, molti dei quali giovani.  Due giorni dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, il 612 Humanitarian Relief Fund fu sciolto d’imperio e scattarono le manette per i suoi promotori. Compreso il cardinale Zen, poi rilasciato su cauzione con l’impegno di non dire più una parola in pubblico contro le autorità. Arresti decisi per grave colpa: collusione con “forze straniere”. Lo scorso febbraio, un tribunale di Hong Kong aveva condannato a vent’anni di carcere il settantottenne imprenditore e attivista democratico Jimmy Lai. <b>Una condanna a morte. </b>Anche per lui, il medesimo capo d’imputazione: cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere e pubblicazione di materiali sediziosi attraverso il suo giornale, l’Apple Daily, che nel frattempo era stato chiuso e i suoi cronisti condannati al silenzio.</p>]]></description>
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				<title>Enzo Bianchi, le mille facce di un “Vecchio Credente” molto orientale che piacevano alla gente che piace</title>
				<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 05:23:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Giuliano Ferrara</author>
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				<description><![CDATA[<p>In realtà <b>padre Enzo Bianchi</b> sembrava una maschera della Kovancina, un Dosifeo dell’immolazione dei Vecchi credenti interpretato da Ghiaurov, o almeno così mi apparve l’unica volta che lo incontrai amabilmente, nella reciproca corpulenza, in un ristorante del Circolo dei lettori di Torino. Secondo De Bortoli aveva un “cuore martiniano”, e chi sono io per giudicare? Secondo Recalcati era praticamente un freudiano, uno che predicava contro la religione della paura e della sofferenza (uno psicoanalista non è tenuto a ricordare che in verità Lucrezio in questo aveva preceduto il maestro di Vienna, e il suo ateismo era a prova di bomba). Per Cacciari incarnava lo spirito da monaco civile, e in più il suo era un misticismo della solitudine, insegnata come libertà, degno del Monte Athos. Secondo Melloni era una vittima del costantinianesimo curiale sopravvissuto fin dentro il papato di Francesco. Secondo molti altri intellettuali con il gusto esoterico del Logos orientalista, che lo hanno ammirato e perfino adorato, era un novatore del cristianesimo conciliare, un teologo dell’ecumenismo e un pensatore dell’oriente cristiano diffidente verso il cristianesimo cosiddetto latino. <b>Era un personaggio interessante, non c’è dubbio, c’era in lui qualcosa del democristiano monferrino, ma questo non conta in un’esperienza che procede dal cattolicesimo democratico e approda al monachesimo più misterioso ed esclusivo</b>. Era un eroe <i>slow food</i> del nutrimento di fede.</p><p>La cosa interessante del biancheggiare assorto in cui padre Enzo aveva immerso i suoi seguaci e amici,&nbsp;<a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/09/01/news/enzo-bianchi-il-monaco-colto-e-tagliente-che-non-disdegnava-la-mondanita-spirituale--406237">come ha ricordato ieri qui Maurizio Crippa</a>, tutti di grande livello e per lo più privi del requisito della fede e della fedeltà alla Chiesa di Roma, si riassume nella sua ostilità a Ruini, così aperta e potente da essersi manifestata con durezza anche in morte del Cardinale, definito come “quello che ha fatto soffrire molti fedeli”, un giudizio come rannuvolato nel criterio secondo il quale la verità è un’illusione autoritaria che s’innesta nel potere usurpato della Chiesa, altro che splendore. Che della cattolicità facciano parte come insegnamento ed esperienza evangelica anche la sofferenza, la disciplina gerarchica, il senso della Chiesa come istituzione di popolo, lo sviluppo di una dottrina compresi i suoi aspetti dogmatici non negoziabili, non era un’idea nelle sue corde, sebbene personalmente si sia piegato alla decisione papale che lo escludeva dalla frequentazione della propria creatura, il monastero di Bose. E il suo successo come guru dei colti in ricerca, una categoria che comprende moltissima bella gente e capace, ha questo di sorprendente, che coincide con il secolarismo, segue un tracciato del mondo fondato su esistenzialismo e spirito libertario, utilitarismo e gioia di vivere, cercando di fondare tutto questo in un incontro tra oriente e occidente che oggi suona strano e perfino tenebroso. Ecco, i commenti e le cose anche molto belle e amorevoli intorno alla morte di Bianchi hanno messo in luce che cosa voleva dire Francesco con quella frase mai definitivamente sottoscritta ma sfuggitagli dal senno, che “Dio non è cattolico”. Voleva dire che Dio è vivo, ma il cattolicesimo è morto. Con uno sforzo in più gli amici di Enzo Bianchi avrebbero dovuto tirare le conseguenze del loro amore, che è sempre una cosa difficile a farsi.</p>]]></description>
			</item>
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				<link>https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/09/03/news/la-rivoluzione-della-chiesa-tedesca-puo-attendere-rimandati-i-fuochi-dartificio--406298</link>
				<title>La rivoluzione della Chiesa tedesca può attendere. Rimandati i fuochi d&#039;artificio</title>
				<pubDate>Thu, 03 Sep 2026 05:04:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><b>Niente da fare, la prima riunione della Conferenza sinodale tedesca è stata rinviata a data da destinarsi.</b> Tutto era pronto: il debutto era fissato per il 6 e 7 novembre a Stoccarda e addirittura era già stato previsto un secondo incontro a Würzburg, in primavera. <b>E’ stato lo stesso presidente dell’episcopato, mons. Heiner Wilmer, ad annunciarlo ufficialmente </b>dopo che già a maggio, nel contesto della Giornata cattolica di Würzburg<b>&nbsp;</b><a href="https://www.ilfoglio.it/chiesa/2026/05/21/news/la-rivoluzione-della-chiesa-tedesca-puo-attendere-per-ora--399222">si era mostrato pessimista sul fatto che il cronoprogramma sarebbe stato rispettato</a><b>.</b> Colpa, aveva detto, del rimpallo continuo fra i dicasteri romani. Stavolta si è detto fiducioso che i piani andranno avanti – “Si faranno progressi” – anche se “ci vorrà ancora un po’ di tempo”. Quanto? Nessuno lo sa. La ragione del rinvio è semplice: dal Vaticano non è arrivato l’atteso via libera. Gli statuti approvati dai vescovi e dal Comitato dei cattolici tedeschi che daranno vita alla Conferenza sinodale sono ancora al vaglio degli organismi di Roma che come la storia insegna è maestra nel far decantare le situazioni più insidiose. Che non sia un passaggio scontato è dovuto al fatto che tale Conferenza sinodale, per come è strutturata, mette a repentaglio la struttura gerarchica della Chiesa. L’organismo partorito dal Synodale Weg nelle sue sei assemblee plenarie e nel lavoro indefesso e certosino dei vari comitati creati ad hoc, è composto da ventisette vescovi, ventisette membri del potentissimo Comitato dei laici cattolici tedeschi e da altri ventisette “cattolici” eletti. Insomma: i laici saranno il doppio dei vescovi. La Conferenza avrà poteri non solo consultivi, ma anche deliberativi, e potrà mettere il naso negli affari interni delle singole diocesi. Un aspetto, questo, che a gennaio aveva portato all’aperta contestazione del cardinale Reinhard Marx, che pure è uno degli artefici del cammino sinodale tedesco, ma che se è favorevolissimo alle aperture su celibato, diaconato e morale, su bilanci e conti ha posizioni ben più rigide. <b>Solo due vescovi – oltre ai quattro “ribelli” che fin dal principio s’erano detti totalmente indisponibili a partecipare alla Conferenza –  avevano espresso perplessità sul fatto che cinquantaquattro laici potessero avere accesso perfino ai dati particolari sulle situazioni finanziarie diocesane, ma alla fine non si sono opposti alla creazione dell’organismo.</b> Già quattro anni fa, quando dalle discussioni sinodali sulle rive del Reno emerse l’idea di istituire una conferenza con pieni poteri formata da vescovi e laici – ciascuno con totale parità di voto in base alla logica dell’uno vale uno – il Vaticano aveva avvertito che non era possibile procedere, poiché tale organismo si sarebbe posto “al di sopra dell’autorità della Conferenza episcopale”, finendo per sostituirla.&nbsp;</p><p>Nonostante ciò, dalla Germania si andò avanti come nulla fosse, avvertendo che non più tardi della primavera del 2026 la Conferenza sarebbe stata battezzata Papa Francesco – che fin dall’inizio del Synodale Weg aveva ammonito i tedeschi a evitare fughe in avanti – mostrava pubblicamente dubbi sulla “cattolicità” dei vescovi teutonici, destando la sorpresa e l’irritazione  dell’allora presidente dei vescovi, mons. Georg Bätzing. Il punto, in sostanza, è uno: è accettabile, sulla base del diritto canonico vigente, che una Conferenza episcopale locale istituisca un organismo in cui vescovi e laici decidano insieme su “importanti questioni della vita ecclesiale di rilevanza sovradiocesana” (punto 94 del Documento finale approvato)? Finora, sul punto, la posizione romana è apparsa contraria: l’attuale prefetto dei Vescovi, mons. Iannone, ai tempi in cui era presidente del Pontificio consiglio per i Testi legislativi s’era espresso in tal senso. Leone XIV, rispondendo alla domanda di un giornalista durante uno dei viaggi internazionali, si è detto “consapevole che molti cattolici in Germania ritengono che alcuni aspetti del Cammino sinodale che è stato celebrato in Germania fino a ora non rappresentino la loro speranza per la Chiesa o il loro modo di vivere la Chiesa”.  I vescovi restano in silenzio e aspettano, forse per obbedienza. Chi parla, e rumorosamente, è la presidente del Comitato dei cattolici tedeschi, Irme Stetter-Karp. <b>A maggio avvertiva che se il Vaticano avesse dato retta ai presuli ostili alle riforme, bloccando la Conferenza sinodale, ciò “sarebbe catastrofico per la nostra Chiesa locale”. Oggi che mons. Wilmer ha ufficializzato lo stop, rincara la dose: la Conferenza sinodale vedrà la luce e non sarà una “tigre di carta”. </b></p>]]></description>
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				<title>Gogna finita, le accuse di violenza sessuale contro il cardinale Ouellet erano balle</title>
				<pubDate>Wed, 02 Sep 2026 06:00:00 +0200</pubDate>
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																					<category>Chiesa</category>
				<author>Matteo Matzuzzi</author>
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				<description><![CDATA[<p><i>Roma.&nbsp;</i>Nel lontano agosto del 2022, la signora Paméla Groleau, nell’ambito di una&nbsp;<b>class action contro l’arcidiocesi di Québec per abusi commessi nell’arco di diversi decenni</b>, accusò il cardinale Marc Ouellet di approcci non consensuali (violenza sessuale ripetuta) verificatisi tra il 2008 e il 2010, quando il prelato era il locale arcivescovo. Scandalo pubblico, articolesse lunghissime, ritratti e mostrificazioni, pietre contro i preti e fuochi contro le chiese. Il tutto condito dal solito chiacchiericcio fatto di sospiri, confidenze, mezze rivelazioni. Film visto e rivisto, niente di nuovo. Quattro anni dopo, un giudice ha stabilito che era tutta fuffa, non era vero niente: le accuse erano infondate, il cardinale non ha fatto nulla e la signora è stata condannata a risarcire il calunniato con ben centomila dollari per diffamazione e calunnia. Il cardinale Ouellet ha preso atto&nbsp;<b>“con gratitudine che la giustizia civile del mio paese ha riconosciuto che le accuse di violenza sessuale mosse contro di me erano false e formulate con una temerarietà estrema, equivalente a malizia, e che la persona in questione sia ritenuta responsabile delle affermazioni infamanti e diffamatorie rivolte contro di me e ampiamente diffuse a livello mondiale”</b>.</p><p>Quattro anni di gogna per lui che all’epoca era prefetto del dicastero per i Vescovi, un posto in vista e di cruciale importanza nella curia romana, al punto che Papa Francesco fu costretto ad avviare un’indagine preliminare per capire se ci fossero elementi credibili nelle accuse. Il rapporto dell’investigatore, il gesuita Jacques Servais, demolì anche abbastanza in fretta l’impianto accusatorio: “Non c’è alcun fondato motivo per aprire un’indagine per aggressione sessuale” a carico “del cardinale Marc Ouellet”. A quel punto,&nbsp;<b>il Papa non andò avanti</b>: l’indagine canonica non si fece perché non c’erano elementi sufficienti per farlo. Il danno, però, era ormai fatto e l’immagine del cardinale infangata. La giustizia penale canadese andò avanti e man mano che venivano ascoltati i testimoni e si ricostruiva il tutto, emergeva l’infondatezza delle accuse. Le dichiarazioni della signora Groleau si rivelavano contraddittorie, al punto che al processo cambiò versione: il racconto iniziale pareva la trasposizione di un film soft porno degli anni Settanta: durante un’ordinazione, il cardinale l’avrebbe prima salutata e poi le avrebbe toccato il sedere in modo, va da sé, volontario. E ciò costituiva l’apice, il culmine di una “progressione” di comportamenti sempre più invasivi. La prima versione non parlava di alcuna progressione, ma di tre episodi di esplicita e acclarata violenza sessuale.</p><p>Il giudice ha ascoltato, valutato e&nbsp;&nbsp;<b>per lei non ha avuto pietà</b>: il wokismo applicato alla Chiesa cattolica, un tempo di gran moda, non tira più come una volta, i pentiti sono sempre di più e anche nelle aule giudiziarie è progressivamente venuto meno il vecchio pregiudizio contro i preti e i loro superiori. I centomila dollari di risarcimento, ha fatto sapere il cardinale Ouellet, saranno devoluti alle organizzazioni che lottano contro gli abusi sessuali (quelli veri) subiti dalle popolazioni indigene in Canada.&nbsp;</p>]]></description>
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